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      <title>Decameron</title>
      <author>Giovanni Boccaccio</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <title type="part">Decameron</title>
        <author>Boccaccio, Giovanni</author>
        <editor id="ed">Branca, Vittore</editor>
        <publisher>Mondadori</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1976</date>
        <note>Tutte le opere di Giovanni Boccaccio a cura di Vittore Branca</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<front>
<div1 type="parte">
<argument><p>COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON,
COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO, NEL QUALE SI
CONTENGONO CENTO NOVELLE IN DIECE DÌ DETTE
DA SETTE DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.</p></argument>
<head><add resp="ed">Proemio</add></head>
<p>Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a
ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto
li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol
trovato in alcuni; fra' quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno
o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di
quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a
questo tempo oltre modo essendo acceso stato d'altissimo e
nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione
non parrebbe, narrandolo, si richiedesse, quantunque appo
coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne io ne
fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli
di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà
della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente
concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a
niuno convenevole termine mi lasciava contento stare, più di
noia che bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea.
Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli
ragionamenti d'alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni,
che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto
che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale,
essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte
le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn'altro
fervente e il quale niuna forza di proponimento o di
consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne
potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo
in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé
nella mente m'ha al presente lasciato quel piacere che egli
è usato di porgere a chi troppo non si mette ne' suoi più
cupi pelaghi navigando; per che, dove faticoso esser solea,
ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser
rimaso.</p>
<p>Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria
fuggita de' benifici già ricevuti, datimi da coloro a' quali
per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie
fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per morte.
E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo,
trall'altre virtù è sommamente da commendare e il contrario
da biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto
di volere, in quel poco che per me si può, in cambio di ciò
che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e se non a
coloro che me atarono, alli quali per avventura per lo lor
senno o per la loro buona ventura non abisogna, a quegli
almeno a' quali fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E
quantunque il mio sostentamento, o conforto che vogliam
dire, possa essere e sia a' bisognosi assai poco, nondimeno
parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno
apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì
ancora perché più vi fia caro avuto.</p>
<p>E chi negherà questo, quantunque egli si sia, non molto più
alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse
dentro a' dilicati petti, temendo e vergognando, tengono
l'amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza
abbian che le palesi coloro il sanno che l'hanno provate: e
oltre a ciò, ristrette da' voleri, da' piaceri, da'
comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de'
mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro
camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo
e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi
pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri.
E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio,
sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave
noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa:
senza che elle sono molto men forti che gli uomini a
sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì
come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna
malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti
modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro,
volendo essi, non manca l'andare a torno, udire e veder
molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare
o mercatare: de' quali modi ciascuno ha forza di trarre, o
in tutto o in parte, l'animo a sé e dal noioso pensiero
rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il
quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o
diventa la noia minore.</p>
<p>Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato
della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi
nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di
sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò
che all'altre è assai l'ago e 'l fuso e l'arcolaio, intendo
di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie
che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una
onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel
pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune
canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto.
Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d'amore e altri
fortunati avvenimenti si vederanno così ne' moderni tempi
avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne,
che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli
cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare,
in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e
che sia similmente da seguitare: le quali cose senza
passamento di noia non credo che possano intervenire. Il che
se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano
grazie, il quale liberandomi da' suoi legami m'ha conceduto
il potere attendere a' lor piaceri.</p></div1></front>
<body>
<div1 n="Prima giornata">
<argument><p>COMINCIA LA PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON, NELLA QUALE, DOPO LA DIMOSTRAZIONE FATTA DALL'AUTORE PER CHE CAGIONE AVVENISSE DI DOVERSI QUELLE PERSONE, CHE APPRESSO SI MOSTRANO, RAGUNARE A RAGIONARE INSIEME, SOTTO IL REGGIMENTO DI PAMPINEA SI RAGIONA DI QUELLO CHE PIÙ AGGRADA A CIASCHEDUNO.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando
riguardo quanto voi naturalmente tutte siete pietose, tante
conosco che la presente opera al vostro iudicio avrà grave e
noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della
pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno
che quella vide o altramenti conobbe dannosa, la quale essa
porta nella sua fronte. Ma non voglio per ciò che questo di
più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre tra' sospiri e
tralle lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido
cominciamento vi fia non altramenti che a' camminanti una
montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano
e dilettevole sia reposto, il quale tanto più viene lor
piacevole quanto maggiore è stata del salire e dello
smontare la gravezza. E sì come la estremità della
allegrezza il dolore occupa, così le miserie da
sopravegnente letizia sono terminate. A questa brieve noia
(dico brieve in quanto in poche lettere si contiene) seguita
prestamente la dolcezza e il piacere il quale io v'ho
davanti promesso e che forse non sarebbe da così fatto
inizio, se non si dicesse, aspettato. E nel vero, se io
potuto avessi onestamente per altra parte menarvi a quello
che io desidero che per così aspro sentiero come fia questo,
io l'avrei volentier fatto: ma per ciò che, qual fosse la
cagione per che le cose che appresso si leggeranno
avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion
dimostrare, quasi da necessità constretto a scriverle mi
conduco.</p>
<p>Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera
incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di
milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di
Fiorenza, oltre a ogn'altra italica bellissima, pervenne la
mortifera pestilenza: la quale, per operazion de' corpi
superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio
a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni
davanti nelle parti orientali incominciata, quelle
d'inumerabile quantità de' viventi avendo private, senza
ristare d'un luogo in uno altro continuandosi, verso
l'Occidente miserabilmente s'era ampliata. E in quella non
valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu
da molte immondizie purgata la città da officiali sopra ciò
ordinati e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo e
molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora
umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni
ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone,
quasi nel principio della primavera dell'anno predetto
orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in
miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente
aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era
manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel
cominciamento d'essa a' maschi e alle femine parimente o
nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle
quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come
uno uovo, e alcune più e alcun'altre meno, le quali i
volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo
predette infra brieve spazio cominciò il già detto
gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di
quello a nascere e a venire: e da questo appresso
s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare
in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le
cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a
molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come
il gavocciolo primieramente era stato e ancora era
certissimo indizio di futura morte, così erano queste a
ciascuno a cui venieno.</p>
<p>A cura delle quali infermità né consiglio di medico né
virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse
profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la
ignoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli
scienziati, così di femine come d'uomini senza avere alcuna
dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto
grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per
consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente
pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno
dalla apparizione de' sopra detti segni, chi più tosto e chi
meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente morivano.
E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa
dagli infermi di quella per lo comunicare insieme
s'avventava a' sani, non altramenti che faccia il fuoco alle
cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più
avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e
l'usare cogli infermi dava a' sani infermità o cagione di
comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra
cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco
quella cotale infermità nel toccator transportare.
Maravigliosa cosa è a udire quello che io debbo dire: il
che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato
veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di
scriverlo, quantunque da fededegna udito l'avessi. Dico che
di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata
nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente l'uomo
all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte
visibilmente fece, cioè che la cosa dell'uomo infermo stato,
o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori
della spezie dell'uomo, non solamente della infermità il
contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. Di
che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero
tra l'altre volte un dì così fatta esperienza: che, essendo
gli stracci d'un povero uomo da tale infermità morto gittati
nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co' denti
presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso,
dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso,
amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra.</p>
<p>Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o
maggiori nacquero diverse paure e imaginazioni in quegli che
rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai
crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl'infermi e le
lor cose; e così faccendo, si credeva ciascuno a se medesimo
salute acquistare. E erano alcuni, li quali avvisavano che
il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità
avesse molto a così fatto accidente resistere: e fatta lor
brigata, da ogni altro separati viveano, e in quelle case
ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e
da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini
temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza
lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori, di morte o
d'infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quegli
piaceri che aver poteano si dimoravano. Altri, in contraria
opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e
l'andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d'ogni
cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva
ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e
così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il
giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra
andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò
per l'altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero
che lor venissero a grado o in piacere. E ciò potevan far di
leggiere, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse,
aveva, sì come sé, le sue cose messe in abandono: di che le
più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo
straniere, pure che a esse s'avvenisse, come l'avrebbe il
propio signore usate; e con tutto questo proponimento
bestiale sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. E in
tanta afflizione e miseria della nostra città era la
reverenda auttorità delle leggi, così divine come umane,
quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e essecutori
di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o
morti o infermi o sì di famiglie rimasi stremi, che uficio
alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun
licito quanto a grado gli era d'adoperare. Molti altri
servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via,
non strignendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e
nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a
sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza
rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi
fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di
spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere
ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò
fosse cosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti
corpi e delle infermità e delle medicine compreso e
puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, come che
per avventura più fosse sicuro, dicendo niuna altra medicina
essere contro alle pistilenze migliore né così buona come il
fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non
curando d'alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne
abbandonarono la propia città, le proprie case, i lor luoghi
e i lor parenti e le lor cose, e cercarono l'altrui o almeno
il lor contado, quasi l'ira di Dio a punire le iniquità
degli uomini con quella pistolenza non dove fossero
procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro
alle mura della lor città si trovassero, commossa
intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover
rimanere e la sua ultima ora esser venuta.</p>
<p>E come che questi così variamente oppinanti non morissero
tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di
ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando
sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano,
quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare che
l'uno cittadino l'altro schifasse e quasi niuno vicino
avesse dell'altro cura e i parenti insieme rade volte o non
mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento
questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle
donne, che l'un fratello l'altro abbandonava e il zio il
nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il
suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li
padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di
visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro,
de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e
femine, che infermavano, niuno altro subsidio rimase che o
la carità degli amici (e di questi fur pochi) o l'avarizia
de' serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli
tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero
divenuti: e quegli cotanti erano uomini o femine di grosso
ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi
di niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose
dagl'infermi adomandate o di riguardare quando morieno; e
servendo in tal servigio sé molte volte col guadagno
perdeano. E da questo essere abbandonati gl'infermi da'
vicini, da' parenti e dagli amici e avere scarsità di
serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che
niuna, quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse,
infermando non curava d'avere a' suoi servigi uomo, qual che
egli si fosse o giovane o altro, e a lui senza alcuna
vergogna ogni parte del corpo aprire non altramenti che a
una femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua
infermità il richiedesse; il che in quelle che ne guerirono
fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette,
cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che
per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno; di
che, tra per lo difetto degli oportuni servigi, li quali
gl'infermi aver non poteano, e per la forza della
pistolenza, era tanta nella città la moltitudine di quegli
che di dì e di notte morieno, che uno stupore era a udir
dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità,
cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra
coloro li quali rimanean vivi.</p>
<p>Era usanza, sì come ancora oggi veggiamo usare, che le
donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano e
quivi con quelle che più gli appartenevano piagnevano; e
d'altra parte dinanzi la casa del morto co' suoi prossimi si
ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo
la qualità del morto vi veniva il chericato; e egli sopra
gli omeri de' suoi pari, con funeral pompa di cera e di
canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era
portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la
ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte
quasi cessarono e altre nuove in lor luogo ne sopravennero.
Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno
morivan le genti, ma assai n'eran di quegli che di questa
vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano
coloro a' quali i pietosi pianti e l'amare lagrime de' suoi
congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle
s'usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole;
la quale usanza le donne, in gran parte postposta la
donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente
appresa. E erano radi coloro i corpi de' quali fosser più
che da un diece o dodici de' suoi vicini alla chiesa
acompagnato; de' quali non gli orrevoli e cari cittadini ma
una maniera di beccamorti sopravenuti di minuta gente (che
chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi
prezzolata faceva) sotto entravano alla bara; e quella con
frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la
morte disposto ma alla più vicina le più volte il portavano,
dietro a quatro o a sei cherici con poco lume e tal fiata
senza alcuno; li quali con l'aiuto de' detti becchini, senza
faticarsi in troppo lungo oficio o solenne, in qualunque
sepoltura disoccupata trovavano più tosto il mettevano.</p>
<p>Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana,
era il raguardamento di molto maggior miseria pieno: per ciò
che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle
lor case, nelle lor vicinanze standosi a migliaia per giorno
infermavano, e non essendo né serviti né atati d'alcuna
cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai
n'erano che nella strada publica o di dì o di notte
finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima
col puzzo de' lor corpi corrotti che altramenti facevano a'
vicini sentire sé esser morti: e di questi e degli altri che
per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da' vicini una
medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la
corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità la
quale avessero a' trapassati. Essi, e per se medesimi e con
l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano,
traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quegli
davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina
spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi fosse
attorno andato: e quindi fatte venir bare, e tali furono che
per difetto di quelle sopra alcuna tavola, ne ponieno. Né fu
una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né
avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute
annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre
fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne
contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti
con una croce per alcuno, si misero tre o quatro bare, da'
portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto
credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e
tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o
lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a
tanto, che non altramenti si curava degli uomini che
morivano, che ora si curerebbe di capre: per che assai
manifestamente apparve che quello che il naturale corso
delle cose non avea potuto con piccoli e radi danni a' savi
mostrare doversi con pazienza passare, la grandezza de' mali
eziandio i semplici far di ciò scorti e non curanti. Alla
gran moltitudine de' corpi mostrata, che a ogni chiesa ogni
dì e quasi ogn'ora concorreva portata, non bastando la terra
sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun
luogo proprio secondo l'antico costume, si facevano per gli
cimiterii delle chiese, poi che ogni parte era piena, fosse
grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i
sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le
mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si
ricoprieno infino a tanto che della fossa al sommo si
pervenia.</p>
<p>E acciò che dietro a ogni particularità le nostre passate
miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico
che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno
d'alcuna cosa risparmiò il circustante contado. Nel quale,
lasciando star le castella, che simili erano nella loro
piccolezza alla città, per le sparte ville e per li campi i
lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna
fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li
loro colti e per le case, di dì e di notte
indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie
morieno; per la qual cosa essi, così nelli loro costumi come
i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda
curavano: anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si
vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d'aiutare i
futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro
passate fatiche ma di consumare quegli che si trovavano
presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che adivenne i
buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e i
cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie
case cacciati, per li campi, dove ancora le biade
abbandonate erano, senza essere non che raccolte ma pur
segate, come meglio piaceva loro se n'andavano; e molti,
quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno,
la notte alle lor case senza alcuno correggimento di pastore
si tornavano satolli.</p>
<p>Che più si può dire, lasciando stare il contado e alla
città ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltà del
cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l
marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della
pestifera infermità e per l'esser molti infermi mal serviti
o abbandonati ne' lor bisogni per la paura ch'aveono i sani,
oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro
alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti,
che forse, anzi l'accidente mortifero, non si saria estimato
tanti avervene dentro avuti? O quanti gran palagi, quante
belle case, quanti nobili abituri per adietro di famiglie
pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante rimaser
voti! O quante memorabili schiatte, quante ampissime
eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor
debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne,
quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma
Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi,
la mattina desinarono co' lor parenti, compagni e amici, che
poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenaron con
li lor passati!</p>
<p>A me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie
ravolgendo: per che, volendo omai lasciare star quella parte
di quelle che io acconciamente posso schifare, dico che,
stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi
vota, addivenne, sì come io poi da persona degna di fede
sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella,
un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra
persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì
fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani
donne tutte l'una all'altra o per amistà o per vicinanza o
per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e
ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia
ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di
costumi e di leggiadra onestà. Li nomi delle quali io in
propria forma racconterei, se giusta cagione da dirlo non mi
togliesse, la quale è questa: che io non voglio che per le
raccontate cose da loro, che seguono, e per l'ascoltate nel
tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna,
essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere che
allora, per le cagioni di sopra mostrate, erano non che alla
loro età ma a troppo più matura larghissime; né ancora dar
materia agl'invidiosi, presti a mordere ogni laudevole vita,
di diminuire in niuno atto l'onestà delle valorose donne con
isconci parlari. E però, acciò che quello che ciascuna
dicesse senza confusione si possa comprendere appresso, per
nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in
parte intendo di nominarle: delle quali la prima, e quella
che di più età era, Pampinea chiameremo e la seconda
Fiammetta, Filomena la terza e la quarta Emilia, e appresso
Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l'ultima
Elissa non senza cagion nomeremo.</p>
<p>Le quali, non già da alcuno proponimento tirate ma per caso
in una delle parti della chiesa adunatesi, quasi in cerchio
a seder postesi, dopo più sospiri lasciato stare il dir de'
paternostri, seco della qualità del tempo molte e varie cose
cominciarono a ragionare.</p>
<p>E dopo alcuno spazio, tacendo l'altre, così Pampinea
cominciò a parlare:–Donne mie care, voi potete, così come
io, molte volte avere udito che a niuna persona fa ingiuria
chi onestamente usa la sua ragione. Natural ragione è, di
ciascuno che ci nasce, la sua vita quanto può aiutare e
conservare e difendere: e concedesi questo tanto, che alcuna
volta è già addivenuto che, per guardar quella, senza colpa
alcuna si sono uccisi degli uomini. E se questo concedono le
leggi, nelle sollecitudini delle quali è il ben vivere
d'ogni mortale, quanto maggiormente, senza offesa d'alcuno,
è a noi e a qualunque altro onesto alla conservazione della
nostra vita prendere quegli rimedii che noi possiamo? Ognora
che io vengo ben raguardando alli nostri modi di questa
mattina e ancora a quegli di più altre passate e pensando
chenti e quali li nostri ragionamenti sieno, io comprendo, e
voi similemente il potete comprendere, ciascuna di noi di se
medesima dubitare: né di ciò mi maraviglio niente, ma
maravigliomi forte, avvedendomi ciascuna di noi aver
sentimento di donna, non prendersi per voi a quello di che
ciascuna di voi meritamente teme alcun compenso. Noi
dimoriamo qui, al parer mio, non altramente che se essere
volessimo o dovessimo testimonie di quanti corpi morti ci
sieno alla sepoltura recati o d'ascoltare se i frati di qua
entro, de' quali il numero è quasi venuto al niente, alle
debite ore cantino i loro ufici, o a dimostrare a qualunque
ci apparisce, ne' nostri abiti, la qualità e la quantità
delle nostre miserie. E se di quinci usciamo, o veggiamo
corpi morti o infermi trasportarsi da torno, o veggiamo
coloro li quali per li loro difetti l'autorità delle
publiche leggi già condannò a essilio, quasi quelle
schernendo per ciò che sentono gli essecutori di quelle o
morti o malati, con dispiacevoli impeti per la terra
discorrere, o la feccia della nostra città, del nostro
sangue riscaldata, chiamarsi becchini e in istrazio di noi
andar cavalcando e discorrendo per tutto, con disoneste
canzoni rimproverandoci i nostri danni; né altra cosa alcuna
ci udiamo, se non ‘I cotali son morti’ e ‘Gli altretali sono
per morire’; e se ci fosse chi fargli, per tutto dolorosi
pianti udiremmo. E se alle nostre case torniamo, non so se a
voi così come a me adiviene: io, di molta famiglia, niuna
altra persona in quella se non la mia fante trovando,
impaurisco e quasi tutti i capelli adosso mi sento
arricciare, e parmi, dovunque io vado o dimoro per quella,
l'ombre di coloro che sono trapassati vedere, e non con
quegli visi che io soleva, ma con una vista orribile non so
donde in loro nuovamente venuta spaventarmi. Per le quali
cose, e qui e fuori di qui e in casa mi sembra star male, e
tanto più ancora quanto egli mi pare che niuna persona, la
quale abbia alcun polso e dove possa andare, come noi
abbiamo, ci sia rimasa altri che noi. E ho sentito e veduto
più volte, se pure alcuni ce ne sono, quegli cotali, senza
fare distinzione alcuna dalle cose oneste a quelle che
oneste non sono, solo che l'appetito le cheggia, e soli e
accompagnati, di dì e di notte, quelle fare che più di
diletto lor porgono; e non che le solute persone, ma ancora
le racchiuse ne' monisteri, faccendosi a credere che quello
a lor si convenga e non si disdica che all'altre, rotte
della obedienza le leggi, datesi a' diletti carnali, in tal
guisa avvisando scampare, son divenute lascive e dissolute.
E se così è, che essere manifestamente si vede, che faccian
noi qui, che attendiamo, che sognamo? perché più pigre e
lente alla nostra salute che tutto il rimanente de'
cittadini siamo? reputianci noi men care che tutte l'altre?
o crediamo la nostra vita con più forti catene esser legata
al nostro corpo che quella degli altri sia, e così di niuna
cosa curar dobbiamo la quale abbia forza d'offenderla? Noi
erriamo, noi siamo ingannate: che bestialità è la nostra se
così crediamo? quante volte noi ci vorrem ricordare chenti e
quali sieno stati i giovani e le donne vinte da questa
crudel pestilenzia, noi ne vedremo apertissimo argomento. E
per ciò, acciò che noi per ischifaltà o per traccutaggine
non cadessimo in quello di che noi per avventura per alcuna
maniera volendo potremmo scampare, non so se a voi quello se
ne parrà che a me ne parrebbe: io giudicherei ottimamente
fatto che noi, sì come noi siamo, sì come molti innanzi a
noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo, e
fuggendo come la morte i disonesti essempli degli altri
onestamente a' nostri luoghi in contado, de' quali a
ciascuna di noi è gran copia, ce ne andassimo a stare, e
quivi quella festa, quella allegrezza, quello piacere che
noi potessimo, senza trapassare in alcuno atto il segno
della ragione, prendessimo. Quivi s'odono gli uccelletti
cantare, veggionvisi verdeggiare i colli e le pianure, e i
campi pieni di biade non altramenti ondeggiare che il mare,
e d'alberi ben mille maniere, e il cielo più apertamente, il
quale, ancora che crucciato ne sia, non per ciò le sue
bellezze eterne ne nega, le quali molto più belle sono a
riguardare che le mura vote della nostra città; e èvvi,
oltre a questo, l'aere assai più fresco, e di quelle cose
che alla vita bisognano in questi tempi v'è la copia
maggiore e minore il numero delle noie. Per ciò che,
quantunque quivi così muoiano i lavoratori come qui fanno i
cittadini, v'è tanto minore il dispiacere quanto vi sono più
che nella città rade le case e gli abitanti. E qui d'altra
parte, se io ben veggio, noi non abbandoniam persona, anzi
ne possiamo con verità dire molto più tosto abbandonate: per
ciò che i nostri, o morendo o da morte fuggendo, quasi non
fossimo loro, sole in tanta afflizione n'hanno lasciate.
Niuna riprensione adunque può cadere in cotal consiglio
seguire: dolore e noia e forse morte, non seguendolo,
potrebbe avvenire. E per ciò, quando vi paia, prendendo le
nostre fanti e con le cose oportune faccendoci seguitare,
oggi in questo luogo e domane in quello quella allegrezza e
festa prendendo che questo tempo può porgere, credo che sia
ben fatto a dover fare; e tanto dimorare in tal guisa, che
noi veggiamo, se prima da morte non siam sopragiunte, che
fine il cielo riserbi a queste cose. E ricordivi che egli
non si disdice più a noi l'onestamente andare, che faccia a
gran parte dell'altre lo star disonestamente.–</p>
<p>L'altre donne, udita Pampinea, non solamente il suo
consiglio lodarono, ma disiderose di seguitarlo avevan già
più particularmente tra sé cominciato a trattar del modo,
quasi, quindi levandosi da sedere, a mano a mano dovessero
entrare in cammino.</p>
<p>Ma Filomena, la quale discretissima era, disse:–Donne,
quantunque ciò che ragiona Pampinea sia ottimamente detto,
non è per ciò così da correre a farlo, come mostra che voi
vogliate fare. Ricordivi che noi siamo tutte femine, e non
ce n'ha niuna sì fanciulla, che non possa ben conoscere come
le femine sien ragionate insieme e senza la provedenza
d'alcuno uomo si sappiano regolare. Noi siamo mobili,
riottose, sospettose, pusillanime e paurose: per le quali
cose io dubito forte, se noi alcuna altra guida non
prendiamo che la nostra, che questa compagnia non si
dissolva troppo più tosto e con meno onor di noi che non ci
bisognerebbe: e per ciò è buono a provederci avanti che
cominciamo.–</p>
<p>Disse allora Elissa:–Veramente gli uomini sono delle
femine capo e senza l'ordine loro rade volte riesce alcuna
nostra opera a laudevole fine: ma come possiam noi aver
questi uomini? Ciascuna di noi sa che de' suoi son la
maggior parte morti, e gli altri che vivi rimasi sono chi
qua e chi là in diverse brigate, senza saper noi dove, vanno
fuggendo quello che noi cerchiamo di fuggire: e il prender
gli strani non saria convenevole; per che, se alla nostra
salute vogliamo andar dietro, trovare si convien modo di sì
fattamente ordinarci, che, dove per diletto e per riposo
andiamo, noia e scandalo non ne segua.–</p>
<p>Mentre tralle donne erano così fatti ragionamenti, e ecco
entrar nella chiesa tre giovani, non per ciò tanto che meno
di venticinque anni fosse l'età di colui che più giovane era
di loro. Ne' quali né perversità di tempo né perdita d'amici
o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor non
che spegnere ma raffreddare. De' quali l'uno era chiamato
Panfilo e Filostrato il secondo e l'ultimo Dioneo, assai
piacevole e costumato ciascuno: e andavan cercando per loro
somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere
le lor donne, le quali per ventura tutte e tre erano tralle
predette sette, come che dell'altre alcune ne fossero
congiunte parenti d'alcuni di loro.</p>
<p>Né prima esse agli occhi corsero di costoro, che costoro
furono da esse veduti; per che Pampinea allor cominciò
sorridendo:–Ecco che la fortuna a' nostri cominciamenti è
favorevole, e hacci davanti posti discreti giovani e
valorosi, li quali volentieri e guida e servidor ne saranno,
se di prendergli a questo oficio non schiferemo.–</p>
<p>Neifile allora, tutta nel viso divenuta per vergogna
vermiglia per ciò che l'una era di quelle che dall'un de'
giovani era amata, disse:–Pampinea, per Dio, guarda ciò
che tu dichi. Io conosco assai apertamente niuna altra cosa
che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di
costoro, e credogli a troppo maggior cosa che questa non è
sofficienti; e similmente avviso loro buona compagnia e
onesta dover tenere non che a noi ma a molto più belle e più
care che noi non siamo. Ma, per ciò che assai manifesta cosa
è loro essere d'alcune che qui ne sono innamorati, temo che
infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce
ne segua se gli meniamo.–</p>
<p>Disse allora Filomena:–Questo non monta niente; là dove
io onestamente viva né mi rimorda d'alcuna cosa la
coscienza, parli chi vuole in contrario: Idio e la verità
l'arme per me prenderanno. Ora, fossero essi pur già
disposti a venire, ché veramente, come Pampinea disse,
potremmo dire la fortuna essere alla nostra andata
favoreggiante.</p>
<p>L'altre, udendo costei così fattamente parlare, non
solamente si tacquero ma con consentimento concorde tutte
dissero che essi fosser chiamati e loro si dicesse la loro
intenzione e pregassersi che dovesse lor piacere in così
fatta andata lor tener compagnia. Per che senza più parole
Pampinea, levatasi in piè, la quale a alcun di loro per
consanguinità era congiunta, verso loro che fermi stavano a
riguardarle si fece e, con lieto viso salutatigli, loro la
lor disposizione fé manifesta e pregogli per parte di tutte
che con puro e fratellevole animo a tener lor compagnia si
dovessero disporre. I giovani si credettero primieramente
essere beffati, ma poi che videro che da dovero parlava la
donna, rispuosero lietamente sé essere apparecchiati; e
senza dare alcuno indugio all'opera, anzi che quindi si
partissono, diedono ordine a ciò che a fare avessono in sul
partire. E ordinatamente fatta ogni cosa oportuna
apparecchiare e prima mandato là dove intendevan d'andare,
la seguente mattina, cioè il mercoledì, in su lo schiarir
del giorno, le donne con alquante delle lor fanti e i tre
giovani con tre lor famigliari, usciti della città, si
misero in via: né oltre a due piccole miglia si dilungarono
da essa, che essi pervennero al luogo da loro primieramente
ordinato.</p>
<p>Era il detto luogo sopra una piccola montagnetta, da ogni
parte lontano alquanto alle nostre strade, di varii
arbuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli
a riguardare; in sul colmo della quale era un palagio con
bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con
camere, tutte ciascuna verso di sé bellissima e di liete
dipinture raguardevole e ornata, con pratelli da torno e con
giardini maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime e con
volte di preziosi vini: cose più atte a curiosi bevitori che
a sobrie e oneste donne. Il quale tutto spazzato, e nelle
camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori quali nella
stagione si potevano avere piena e di giunchi giuncata la
vegnente brigata trovò con suo non poco piacere.</p>
<p>E postisi nella prima giunta a sedere, disse Dioneo, il
quale oltre a ogni altro era piacevole giovane e pieno di
motti:–Donne, il vostro senno più che il nostro
avvedimento ci ha qui guidati; io non so quello che de'
vostri pensieri voi v'intendete di fare: li miei lasciai io
dentro dalla porta della città allora che io con voi poco fa
me ne usci' fuori: e per ciò o voi a sollazzare e a ridere e
a cantare con meco insieme vi disponete (tanto, dico, quanto
alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che
io per li miei pensier mi ritorni e steami nella città
tribolata.–</p>
<p>A cui Pampinea, non d'altra maniera che se similmente tutti
i suoi avesse da sé cacciati, lieta rispose:–Dioneo,
ottimamente parli: festevolmente viver si vuole, né altra
cagione dalle tristizie ci ha fatte fuggire. Ma per ciò che
le cose che sono senza modo non possono lungamente durare,
io, che cominciatrice fui de' ragionamenti da' quali questa
così bella compagnia è stata fatta, pensando al continuar
della nostra letizia, estimo che di necessità sia convenire
esser tra noi alcuno principale, il quale noi e onoriamo e
ubidiamo come maggiore, nel quale ogni pensiero stea di
doverci a lietamente vivere disporre. E acciò che ciascun
pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della
maggioranza e, per conseguente da una parte e d'altra
tratti, non possa chi nol pruova invidia avere alcuna, dico
che a ciascuno per un giorno s'attribuisca e il peso e
l'onore; e chi il primo di noi esser debba nella elezion di
noi tutti sia: di quegli che seguiranno, come l'ora del
vespro s'avicinerà, quegli o quella che a colui o a colei
piacerà che quel giorno avrà avuta la signoria; e questo
cotale, secondo il suo arbitrio, del tempo che la sua
signoria dee bastare, del luogo e del modo nel quale a
vivere abbiamo ordini e disponga.–</p>
<p>Queste parole sommamente piacquero, e a una voce lei prima
del primo giorno elessero; e Filomena, corsa prestamente a
uno alloro (per ciò che assai volte aveva udito ragionare di
quanto onore le frondi di quello eran degne e quanto degno
d'onore facevano chi n'era meritamente incoronato), di
quello alcuni rami colti, ne le fece una ghirlanda onorevole
e apparente; la quale, messale sopra la testa, fu poi mentre
durò la loro compagnia manifesto segno a ciascuno altro
della real signoria e maggioranza.</p>
<p>Pampinea, fatta reina, comandò che ogn'uom tacesse, avendo
già fatti i famigliari de' tre giovani e le loro fanti,
ch'eran quatro, davanti chiamarsi; e tacendo ciascun, disse:
–Acciò che io prima essemplo dea a tutti voi, per lo quale
di bene in meglio procedendo la nostra compagnia con ordine
e con piacere e senza alcuna vergogna viva e duri quanto a
grado ne fia, io primieramente constituisco Parmeno,
famigliare di Dioneo, mio siniscalco, e a lui la cura e la
sollecitudine di tutta la nostra famiglia commetto e ciò che
al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar di
Panfilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere e di
Parmeno seguiti i comandamenti. Tindaro al servigio di
Filostrato e degli altri due attenda nelle camere loro,
qualora gli altri, intorno alli loro ufici impediti,
attender non vi potessero. Misia, mia fante, e Licisca, di
Filomena, nella cucina saranno continue e quelle vivande
diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro saranno
imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia, di Fiammetta, al
governo delle camere delle donne intente vogliamo che stieno
e alla nettezza de' luoghi dove staremo. E ciascun
generalmente, per quanto egli avrà cara la nostra grazia,
vogliamo e comandiamo che si guardi, dove che egli vada,
onde che egli torni, che che egli oda o vegga, niuna novella
altra che lieta ci rechi di fuori.–</p>
<p>E questi ordini sommariamente dati, li quali da tutti
commendati furono, lieta drizzata in piè disse:–Qui sono
giardini, qui sono pratelli, qui altri luoghi dilettevoli
assai, per li quali ciascuno a suo piacer sollazzando si
vada; e come terza suona, ciascun qui sia, acciò che per lo
fresco si mangi.–</p>
<p>Licenziata adunque dalla nuova reina la lieta brigata, li
giovani insieme con le belle donne, ragionando dilettevoli
cose, con lento passo si misero per un giardino, belle
ghirlande di varie frondi faccendosi e amorosamente
cantando. E poi che in quello tanto fur dimorati quanto di
spazio dalla reina avuto aveano, a casa tornati trovarono
Parmeno studiosamente aver dato principio al suo ufficio,
per ciò che, entrati in una sala terrena, quivi le tavole
messe videro con tovaglie bianchissime e con bicchieri che
d'ariento parevano, e ogni cosa di fiori di ginestra
coperta; per che, data l'acqua alle mani, come piacque alla
reina, secondo il giudicio di Parmeno tutti andarono a
sedere. Le vivande dilicatamente fatte vennero e finissimi
vini fur presti: e senza più, chetamente li tre famigliari
servirono le tavole. Dalle quali cose, per ciò che belle e
ordinate erano, rallegrato ciascuno, con piacevoli motti e
con festa mangiarono. E levate le tavole con ciò fosse cosa
che tutte le donne carolar sapessero e similmente i giovani
e parte di loro ottimamente e sonare e cantare, comandò la
reina che gli strumenti venissero; e per comandamento di
lei, Dioneo preso un liuto e la Fiammetta una viuola,
cominciarono soavemente una danza a sonare; per che la reina
con l'altre donne insieme co' due giovani presa una carola,
con lento passo, mandati i famigliari a mangiare, a carolar
cominciarono; e quella finita, canzoni vaghette e liete
cominciarono a cantare. E in questa maniera stettero tanto
che tempo parve alla reina d'andare a dormire: per che, data
a tutti la licenzia, li tre giovani alle lor camere, da
quelle delle donne separate, se n'andarono, le quali co'
letti ben fatti e così di fiori piene come la sala
trovarono, e simigliantemente le donne le loro: per che,
spogliatesi, s'andarono a riposare.</p>
<p>Non era di molto spazio sonata nona, che la reina levatasi
tutte l'altre fece levare e similmente i giovani, affermando
esser nocivo il troppo dormire il giorno: e così se ne
andarono in un pratello nel quale l'erba era verde e grande
né vi poteva d'alcuna parte il sole; e quivi, sentendo un
soave venticello venire, sì come volle la lor reina, tutti
sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere, a' quali
ella disse così:–Come voi vedete, il sole è alto e il
caldo è grande, né altro s'ode che le cicale su per gli
ulivi, per che l'andare al presente in alcun luogo sarebbe
senza dubbio sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e
hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote
ciascuno, secondo che all'animo gli è più di piacere,
diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse,
non giucando, nel quale l'animo dell'una delle parti convien
che si turbi senza troppo piacere dell'altra o di chi sta a
vedere, ma novellando (il che può porgere, dicendo uno, a
tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda parte
del giorno trapasseremo. Voi non avrete compiuta ciascuno di
dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il
caldo mancato, e potremo dove più a grado vi fia andare
prendendo diletto: e per ciò, quando questo che io dico vi
piaccia, ché disposta sono in ciò di seguire il piacer
vostro, faccianlo; e dove non vi piacesse, ciascuno infino
all'ora del vespro quello faccia che più gli piace.–</p>
<p>Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il
novellare.</p>
<p>–Adunque,–disse la reina–se questo vi piace, per
questa prima giornata voglio che libero sia a ciascuno di
quella materia ragionare che più gli sarà a grado.–</p>
<p>E rivolta a Panfilo, il quale alla sua destra sedea,
piacevolmente gli disse che con una delle sue novelle
all'altre desse principio; laonde Panfilo, udito il
comandamento, prestamente, essendo da tutti ascoltato,
cominciò così.</p></div2>
<div2 type="novella">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Ser Cepparello con una falsa confessione inganna un santo
frate e muorsi; e, essendo stato un pessimo uomo in vita, è
morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto.</emph></p></argument>
<p>–Convenevole cosa è, carissime donne, che ciascheduna cosa
la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui,
il quale di tutte fu facitore, le dea principio. Per che,
dovendo io al vostro novellare, sì come primo, dare
cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose
incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in
Lui, sì come in cosa impermutabile, si fermi e sempre sia da
noi il suo nome lodato. Manifesta cosa è che, sì come le
cose temporali tutte sono transitorie e mortali, così in sé
e fuor di sé esser piene di noia, d'angoscia e di fatica e a
infiniti pericoli sogiacere; alle quali senza niuno fallo né
potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo
parte d'esse, durare né ripararci, se spezial grazia di Dio
forza e avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in
noi non è da credere che per alcun nostro merito discenda,
ma dalla sua propria benignità mossa e da' prieghi di coloro
impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i
suoi piaceri mentre furono in vita seguendo ora con Lui
eterni son divenuti e beati; alli quali noi medesimi, sì
come a procuratori informati per esperienza della nostra
fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel
cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a noi
reputiamo oportune gli porgiamo. E ancor più in Lui, verso
noi di pietosa liberalità pieno, discerniamo, che, non
potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto della divina
mente trapassare in alcun modo, avvien forse tal volta che,
da oppinione ingannati, tale dinanzi alla sua maestà
facciamo procuratore che da quella con eterno essilio è
iscacciato: e nondimeno Esso, al quale niuna cosa è occulta,
più alla purità del pregator riguardando che alla sua
ignoranza o allo essilio del pregato, così come se quegli
fosse nel suo cospetto beato, essaudisce coloro che 'l
priegano. Il che manifestamente potrà apparire nella novella
la quale di raccontare intendo: manifestamente, dico, non il
giudicio di Dio ma quel degli uomini seguitando.</p>
<p>Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di
ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e
dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra,
fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e
al venir promosso, sentendo egli li fatti suoi, sì come le
più volte son quegli de' mercatanti, molto intralciati in
qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente
stralciare, pensò quegli commettere a più persone e a tutti
trovò modo: fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar
potesse sofficiente al riscuoter suoi crediti fatti a più
borgognoni. E la cagione del dubbio era il sentire li
borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali;
e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom
fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere, che opporre
alla loro malvagità si potesse. E sopra questa essaminazione
pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser
Cepparello da Prato, il quale molto alla sua casa in Parigi
si riparava; il quale, per ciò che piccolo di persona era e
molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si
volesse dir Cepparello, credendo che ‘cappello’, cioè
‘ghirlanda’ secondo il lor volgare a dir venisse, per ciò
che piccolo era come dicemmo, non Ciappello ma Ciappelletto
il chiamavano: e per Ciappelletto era conosciuto per tutto,
là dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.</p>
<p>Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo
notaio, avea grandissima vergogna quando uno de' suoi
strumenti, come che pochi ne facesse, fosse altro che falso
trovato; de' quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato
richesto, e quegli più volentieri in dono che alcuno altro
grandemente salariato. Testimonianze false con sommo diletto
diceva, richesto e non richesto; e dandosi a quei tempi in
Francia a' saramenti grandissima fede, non curandosi fargli
falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a
giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato.
Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere
tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e
inimicizie e scandali, de' quali quanto maggiori mali vedeva
seguire tanto più d'allegrezza prendea. Invitato a uno
omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai,
volonterosamente v'andava, e più volte a fedire e a uccidere
uomini con le proprie mani si ritrovò volentieri.
Bestemmiatore di Dio e de' Santi era grandissimo, e per ogni
piccola cosa, sì come colui che più che alcuno altro era
iracundo. A chiesa non usava giammai, e i sacramenti di
quella tutti come vil cosa con abominevoli parole scherniva;
e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi
visitava volentieri e usavagli. Delle femine era così vago
come sono i cani de' bastoni; del contrario più che alcuno
altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato
con quella coscienza che un santo uomo offerrebbe.
Gulosissimo e bevitor grande, tanto che alcuna volta
sconciamente gli facea noia. Giucatore e mettitore di
malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante
parole? egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse. La
cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di
messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private
persone, alle quali assai sovente faceva iniuria, e dalla
corte, a cui tuttavia la facea, fu riguardato.</p>
<p>Venuto adunque questo ser Cepparello nell'animo a messer
Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si
pensò il detto messer Musciatto costui dovere esser tale
quale la malvagità de' borgognoni il richiedea; e perciò,
fattolsi chiamare, gli disse così: “Ser Ciapelletto, come
tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui: e avendo tra
gli altri a fare co' borgognoni, uomini pieni d'inganni, non
so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più
convenevole di te. E perciò, con ciò sia cosa che tu niente
facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo
di farti avere il favore della corte e di donarti quella
parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia.”</p>
<p>Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agiato
delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno
e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi
da necessità costretto si diliberò, e disse che volea
volentieri. Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser
Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re,
partitosi messer Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi
niuno il conoscea: e quivi fuori di sua natura benignamente
e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello
per che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al da
sezzo.</p>
<p>E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli
fiorentini, li quali quivi a usura prestavano e lui per amor
di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli
infermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venir
medici e fanti che il servissero e ogni cosa oportuna alla
sua santà racquistare. Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che
il buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente
vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in
giorno di male in peggio come colui che aveva il male della
morte; di che li due fratelli si dolevan forte.</p>
<p>E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser
Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimo cominciarono a
ragionare. “Che farem noi” diceva l'uno all'altro “di
costui? Noi abbiamo de' fatti suoi pessimo partito alle
mani: per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così
infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco
senno, veggendo la gente che noi l'avessimo ricevuto prima e
poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora,
senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacer ci
debbia, così subitamente di casa nostra e infermo a morte
vederlo mandar fuori. D'altra parte, egli è stato sì
malvagio uomo, che egli non si vorrà confessare né prendere
alcuno sagramento della Chiesa; e, morendo senza
confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi
sarà gittato a' fossi a guisa d'un cane. E, se egli si pur
confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili, che il
simigliante n'averrà, per ciò che frate né prete ci sarà che
'l voglia né possa assolvere: per che, non assoluto, anche
sarà gittato a' fossi. E se questo avviene, il popolo di
questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale
loro pare iniquissimo e tutto il giorno ne dicon male, e sì
per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò si leverà
a romore e griderà: ‘Questi lombardi cani, li quali a chiesa
non sono voluti ricevere, non ci si voglion più sostenere’;
e correrannoci alle case e per avventura non solamente
l'avere ci ruberanno ma forse ci torranno oltre a ciò le
persone: di che noi in ogni guisa stiam male se costui
muore.”</p>
<p>Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là
dove costoro così ragionavano, avendo l'udire sottile, sì
come le più volte veggiamo aver gl'infermi, udì ciò che
costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare e
disse loro: “Io non voglio che voi d'alcuna cosa di me
dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno.
Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo
che così n'averrebbe come voi dite, dove così andasse la
bisogna come avvisate: ma ella andrà altramenti. Io ho,
vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio, che, per farnegli
io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà; e per
ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il
più che aver potete, se alcun ce n'è; e lasciate fare a me,
ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e' miei in
maniera che starà bene e che dovrete esser contenti.”</p>
<p>I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di
questo, nondimeno se n'andarono a una religione di frati e
domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la
confessione d'un lombardo che in casa loro era infermo; e fu
lor dato un frate antico di santa e di buona vita e gran
maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale
tutti i cittadini grandissima e speziale divozione aveano, e
lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser
Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima
benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò
quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse.</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non s'era,
rispose: “ Padre mio, la mia usanza suole essere di
confessarsi ogni settimana almeno una volta, senza che assai
sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi che
io infermai, che son passati da otto dì, io non mi confessai
tanta è stata la noia che la infermità m'ha data.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuol mio, bene hai fatto, e
così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso
ti confessi, poca fatica avrò d'udire o di dimandare.”</p>
<p>Disse ser Ciappelletto: “Messer lo frate, non dite così:
io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io
sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i
miei peccati che io mi ricordassi dal dì che io nacqui
infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego,
padre mio buono, che così puntalmente d'ogni cosa mi
domandiate come se mai confessato non mi fossi; e non mi
riguardate perché io infermo sia, ché io amo molto meglio di
dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io
facessi cosa che potesse essere perdizione dell'anima mia,
la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso
sangue.”</p>
<p>Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli
argomento di bene disposta mente: e poi che a ser
Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il
cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna
femina peccato avesse.</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto sospirando rispose: “Padre mio,
di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero temendo di
non peccare in vanagloria.”</p>
<p>Al quale il santo frate disse: “Di' sicuramente, ché il
vero dicendo né in confessione né in altro atto si peccò
giammai.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “Poiché voi di questo mi
fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io
usci' del corpo della mamma mia.”</p>
<p>“Oh, benedetto sia tu da Dio!” disse il frate “come bene
hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto,
volendo, avevi più d'arbitrio di fare il contrario che non
abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna
regola son constretti.”</p>
<p>E appresso questo il domandò se nel peccato della gola
aveva a Dio dispiaciuto. Al quale, sospirando forte, ser
Ciappelletto rispose di sì e molte volte; per ciò che, con
ciò fosse cosa che egli, oltre alli digiuni delle quaresime
che nell'anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana
almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con
quello diletto e con quello appetito l'acqua bevuta aveva, e
spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o
andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il
vino; e molte volte aveva disiderato d'avere cotali
insalatuzze d'erbucce, come le donne fanno quando vanno in
villa, e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare
che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per
divozione, come digiunava egli.</p>
<p>Al quale il frate disse: “Figliuol mio, questi peccati
sono naturali e sono assai leggieri, e per ciò io non voglio
che tu ne gravi più la coscienza tua che bisogni. A ogni
uomo avviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo
lungo digiuno buono il manicare e dopo la fatica il bere.”</p>
<p>“Oh!” disse ser Ciappelletto “padre mio, non mi dite
questo per confortarmi: ben sapete che io so che le cose che
al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente
e senza alcuna ruggine d'animo: e chiunque altramenti fa,
pecca.”</p>
<p>Il frate contentissimo disse: “E io son contento che così
ti cappia nell'animo e piacemi forte la tua pura e buona
conscienza in ciò. Ma dimmi: in avarizia hai tu peccato
disiderando più che il convenevole o tenendo quello che tu
tener non dovesti?”</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto disse: “Padre mio, io non vorrei
che voi guardasti perché io sia in casa di questi usurieri:
io non ci ho a far nulla, anzi ci era venuto per dovergli
ammonire e gastigare e torgli da questo abominevole
guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Idio non
m'avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre
mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto,
diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentar la vita
mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie
piccole mercatantie e in quelle ho disiderato di guadagnare.
E sempre co' poveri di Dio, quello che guadagnato ho, ho
partito per mezzo, la mia metà convertendo ne' miei bisogni,
l'altra metà dando loro: e di ciò m'ha sì bene il mio
Creatore aiutato, che io ho sempre di bene in meglio fatti i
fatti miei.”</p>
<p>“Bene hai fatto:” disse il frate “ma come ti se' tu
spesso adirato?”</p>
<p>“Oh!” disse ser Ciappelletto “cotesto vi dico io bene
che io ho molto spesso fatto; e chi se ne potrebbe tenere,
veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non
servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii?
Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto
essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andar dietro
alle vanità e udendogli giurare e spergiurare, andare alle
taverne, non visitar le chiese e seguir più tosto le vie del
mondo che quella di Dio.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuol mio, cotesta è buona ira,
né io per me te ne saprei penitenza imporre; ma per alcun
caso avrebbeti l'ira potuto inducere a fare alcuno omicidio
o a dire villania a persona o a fare alcuna altra
ingiuria?”</p>
<p>A cui ser Ciappelletto rispose: “Oimè, messere, o voi mi
parete uomo di Dio: come dite voi coteste parole? o s'io
avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s'è l'una
delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Idio
m'avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli
scherani e i rei uomini, de' quali qualunque ora io n'ho mai
veduto alcuno, sempre ho detto: «Va, che Idio ti
converta».”</p>
<p>Allora disse il frate: “Or mi di', figliuol mio, che
benedetto sie tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna
falsa detta contra alcuno o detto male d'altrui o tolte
dell'altrui cose senza piacere di colui di cui sono?”</p>
<p>“Mai messer sì, “ rispose ser Ciappelletto “che io ho
detto male d'altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino
che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che batter
la moglie, sì che io dissi una volta male di lui alli
parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella
cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea
troppo, conciava come Dio vel dica.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Or bene, tu mi di' che se' stato
mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i
mercatanti?”</p>
<p>“Gnaffé, “ disse ser Ciappelletto “messer sì, ma io non
so chi egli si fu: se non che, uno avendomi recati denari
che egli mi doveva dare di panno che io gli avea venduto e
io messigli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene a un
mese trovai ch'egli erano quatro piccioli più che esser non
doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati
bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l'amor di
Dio.”</p>
<p>Disse il frate: “Cotesta fu piccola cosa, e facesti bene a
farne quello che ne facesti.”</p>
<p>E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre
cose, delle quali di tutte rispose a questo modo; e volendo
egli già procedere alla absoluzione, disse ser Ciappelletto:
“Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v'ho
detto.”</p>
<p>Il frate il domandò quale; e egli disse: “Io mi ricordo
che io feci al fante mio, un sabato dopo nona, spazzare la
casa e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io
dovea.”</p>
<p>“Oh!” disse il frate “figliuol mio, cotesta è leggier
cosa.”</p>
<p>“Non, “ disse ser Ciappelletto “non dite leggier cosa,
ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto
dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore.”</p>
<p>Disse allora il frate: “O, altro hai tu fatto?”</p>
<p>“Messer sì, “ rispose ser Ciappelletto “ché io, non
avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio.”</p>
<p>Il frate cominciò a sorridere e disse: “Figliuol mio,
cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi,
tutto il dì vi sputiamo.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “E voi fate gran villania,
per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo
tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.”</p>
<p>E in brieve de' così fatti ne gli disse molti; e
ultimamente cominciò a sospirare e appresso a piagner forte,
come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.</p>
<p>Disse il santo frate: “Figliuol mio, che hai tu?”</p>
<p>Rispose ser Ciappelletto: “Oimè, messere, ché un peccato
m'è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran
vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta che io me ne
ricordo piango come voi vedete, e parmi esser molto certo
che Idio mai non avrà misericordia di me per questo
peccato.”</p>
<p>Allora il santo frate disse: “Va via, figliuolo, che è ciò
che tu di'? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti
gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre
che il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, e egli ne
fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la
benignità e la misericordia di Dio, che, confessandogli
egli, gliele perdonerebbe liberamente: e per ciò dillo
sicuramente.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto sempre piagnendo forte:
“Oimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena
posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che
egli mi debba mai da Dio esser perdonato.”</p>
<p>A cui il frate disse: “Dillo sicuramente, ché io ti
prometto di pregare Idio per te.”</p>
<p>Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pure
il confortava a dire; ma poi che ser Ciappelletto piagnendo
ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, e
egli gittò un gran sospiro e disse: “Padre mio, poscia che
voi mi promettete di pregare Idio per me, e io il vi dirò:
sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una
volta la mamma mia.” E così detto rincominciò a piagner
forte.</p>
<p>Disse il frate: “O figliuol mio, or parti questo così gran
peccato? o gli uomini bestemmiano tutto il giorno Idio, e sì
perdona Egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato;
e tu non credi che Egli perdoni a te questo? Non piagner,
confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli
che il posero in croce, avendo la contrizione che io ti
veggio, sì ti perdonerebbe Egli.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “Oimè, padre mio, che dite
voi? la mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il
dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo
feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi
non pregate Idio per me, egli non mi serà perdonato.”</p>
<p>Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser
Ciappelletto, gli fece l'absoluzione e diedegli la sua
benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui che
pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea
detto: e chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno
uomo in caso di morte dir così?</p>
<p>E poi, dopo tutto questo, gli disse: “Ser Ciappelletto,
con l'aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure
avvenisse che Idio la vostra benedetta e ben disposta anima
chiamasse a sé, piacevi egli che 'l vostro corpo sia
sepellito al nostro luogo?”</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto rispose: “Messer sì, anzi non
vorrei io essere altrove, poscia che voi m'avete promesso di
pregare Idio per me: senza che io ho avuta sempre spezial
divozione al vostro Ordine. E per ciò vi priego che, come
voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel
veracissimo corpo di Cristo il quale voi la mattina sopra
l'altare consecrate; per ciò che, come che io degno non ne
sia, io intendo con la vostra licenzia di prenderlo, e
appresso la santa e ultima unzione, acciò che io, se vivuto
son come peccatore, almeno muoia come cristiano.”</p>
<p>Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli diceva
bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e
così fu.</p>
<p>Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser
Ciappelletto gl'ingannasse, s'eran posti appresso a un
tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva
dividea da un'altra, e ascoltando leggiermente udivano e
intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e
aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose
le quali egli confessava d'aver fatte, che quasi
scoppiavano: e fra sé talora dicevano: “Che uomo è costui,
il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte, alla
qual si vede vicino, né ancora di Dio, dinanzi al giudicio
del quale di qui a picciola ora s'aspetta di dovere essere,
dalla sua malvagità l'hanno potuto rimuovere, né far che
egli così non voglia morire come egli è vivuto?”. Ma pur
vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura
ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.</p>
<p>Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò: e peggiorando
senza modo ebbe l'ultima unzione e poco passato vespro, quel
dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. Per
la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui
medesimo come egli fosse onorevolemente sepellito e
mandatolo a dire al luogo de' frati, e che essi vi venissero
la sera a far la vigilia secondo l'usanza e la mattina per
lo corpo, ogni cosa a ciò oportuna dispuosero.</p>
<p>Il santo frate che confessato l'avea, udendo che egli era
trapassato, fu insieme col priore del luogo; e fatto sonare
a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser
Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua
confessione conceputo avea; e sperando per lui Domenedio
dovere molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con
grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse
ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli
s'acordarono: e la sera, andati tutti là dove il corpo di
ser Ciappelletto giaceva, sopr'esso fecero una grande e
solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co' camisci e
co' pieviali, con li libri in mano e con le croci innanzi
cantando andaron per questo corpo e con grandissima festa e
solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto
il popolo della città, uomini e donne. E nella chiesa
postolo, il santo frate, che confessato l'avea, salito in
sul pergamo di lui cominciò e della sua vita, de' suoi
digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e
innocenzia e santità maravigliose cose a predicare, tra
l'altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo
maggior peccato piangendo gli avea confessato, e come esso
appena gli avea potuto metter nel capo che Idio gliele
dovesse perdonare, da questo volgendosi a riprendere il
popolo che ascoltava, dicendo: “E voi, maladetti da Dio,
per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra' piedi
bestemmiate Idio e la Madre e tutta la corte di Paradiso.”</p>
<p>E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e
della sua purità: e in brieve con le sue parole, alle quali
era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise
nel capo e nella divozion di tutti coloro che v'erano, che,
poi che fornito fu l'uficio, con la maggior calca del mondo
da tutti fu andato a basciargli i piedi e le mani, e tutti i
panni gli furono indosso stracciati, tenendosi beato chi
pure un poco di quegli potesse avere: e convenne che tutto
il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse
essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una
arca di marmo sepellito fu onorevolemente in una cappella: e
a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti a
andare e a accender lumi e a adorarlo, e per conseguente a
botarsi e a appicarvi le imagini della cera secondo la
promession fatta. E in tanto crebbe la fama della sua
santità e divozione a lui, che quasi niuno era che in alcuna
avversità fosse, che a altro santo che a lui si botasse, e
chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti
miracoli Idio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno
a chi divotamente si raccomanda a lui.</p>
<p>Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo
divenne come avete udito. Il quale negar non voglio esser
possibile lui esser beato nella presenza di Dio, per ciò
che, come che la sua vita fosse scellerata e malvagia, egli
poté in su lo stremo aver sì fatta contrizione, che per
avventura Idio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il
ricevette: ma per ciò che questo n'è occulto, secondo quello
che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere
essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso.
E se così è, grandissima si può la benignità di Dio
cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore ma alla
purità della fé riguardando, così faccendo noi nostro
mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci essaudisce, come
se a uno veramente santo per mezzano della sua grazia
ricorressimo. E per ciò, acciò che noi per la sua grazia
nelle presenti avversità e in questa compagnia così lieta
siamo sani e salvi servati, lodando il suo nome nel quale
cominciata l'abbiamo, Lui in reverenza avendo, ne' nostri
bisogni gli ci raccomanderemo sicurissimi d'essere uditi.–</p>
<p>E qui si tacque.</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in
corte di Roma; e, veduta la malvagità de' cherici, torna a
Parigi e fassi cristiano.</emph></p></argument>
<p>La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata
dalle donne: la quale diligentemente ascoltata e al suo fine
essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le comandò
la reina che, una dicendone, l'ordine dello incominciato
sollazzo seguisse. La quale, sì come colei che non meno era
di cortesi costumi che di bellezze ornata, lietamente
rispose che volentieri: e cominciò in questa guisa:</p>
<p>–Mostrato n'ha Panfilo nel suo novellare la benignità di
Dio non guardare a' nostri errori quando da cosa che per noi
veder non si possa procedano: e io nel mio intendo di
dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo
pazientemente i difetti di coloro li quali d'essa ne deono
dare e con l'opere e con le parole vera testimonianza, il
contrario operando, di sé argomento d'infallibile verità ne
dimostri, acciò che quello che noi crediamo con più fermezza
d'animo seguitiamo.</p>
<p>Sì come io, graziose donne, già udii ragionare, in Parigi
fu un gran mercatante e buono uomo il quale fu chiamato
Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran
traffico d'opera di drapperia: e avea singulare amistà con
uno ricchissimo uomo giudeo chiamato Abraam, il quale
similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La
cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto,
gl'incominciò forte a increscere che l'anima d'un così
valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a
perdizione; e per ciò amichevolmente lo 'ncominciò a pregare
che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e
ritornassesi alla verità cristiana, la quale egli poteva
vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e
aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire
al niente poteva discernere.</p>
<p>Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona
fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in
quella intendeva e vivere e morire, né cosa sarebbe che mai
da ciò il facesse rimuovere. Giannotto non stette per questo
che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti
parole, mostrandogli così grossamente, come il più i
mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era
migliore che la giudaica; e come che il giudeo fosse nella
giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia
grande che con Giannotto avea che il movesse o forse parole
le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell'uomo idiota
poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono forte a
piacere le dimostrazioni di Giannotto: ma pure, ostinato in
su la sua credenza, volger non si lasciava.</p>
<p>Così come egli pertinace dimorava, così Giannotto di
sollecitarlo non finava giammai, tanto che il giudeo, da
così continua instanzia vinto, disse: “Ecco, Giannotto, a
te piace che io divenga cristiano: e io sono disposto a
farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma e
quivi vedere colui il quale tu di' che è vicario di Dio in
terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e
similmente de' suoi fratelli cardinali; e se essi mi
parranno tali, che io possa tra per le tue parole e per
quegli comprendere che la vostra fede sia miglior che la
mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò quello
che detto t'ho: ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo
come io mi sono.”</p>
<p>Quando Giannotto intese questo, fu in se stesso oltre modo
dolente, tacitamente dicendo: “Perduta ho la fatica la
quale ottimamente mi pareva avere impiegata, credendomi
costui aver convertito: per ciò che, se egli va in corte di
Roma e vede la vita scellerata e lorda de' cherici, non che
egli di giudeo si faccia cristiano, ma se egli fosse
cristian fatto senza fallo giudeo si ritornerebbe.” E a
Abraam rivolto disse: “Deh! amico mio, perché vuoi tu
entrare in questa fatica e così grande spesa come a te sarà
d'andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, a
un ricco uomo come tu se' ci è tutto pien di pericoli. Non
credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse
alcuni dubbii hai intorno alla fede che io ti dimostro, dove
ha maggior maestri e più savi uomini in quella, che son qui,
da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai dichiarire? Per
le quali cose, al mio parere, questa tua andata è di
soperchio. Pensa che tali sono là i prelati quali tu gli hai
qui potuti vedere, e più, e tanto ancor migliori quanto essi
son più vicini al pastor principale; e per ciò questa fatica
per mio consiglio ti serberai in altra volta a alcuno
perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia.”</p>
<p>A cui il giudeo rispose: “Io mi credo, Giannotto, che così
sia come tu mi favelli; ma recandoti le molte parole in una,
io son del tutto, se tu vuogli che io faccia quello di che
tu m'hai cotanto pregato, disposto a andarvi, e altramenti
mai non ne farò nulla.”</p>
<p>Giannotto, vedendo il voler suo, disse: “E tu va' con
buona ventura!” e seco avvisò lui mai non doversi far
cristiano come la corte di Roma veduta avesse; ma pur,
niente perdendovi, si stette.</p>
<p>Il giudeo montò a cavallo, e, come più tosto poté, se
n'andò in corte di Roma, dove pervenuto da' suoi giudei fu
onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire a
alcuno perché ito vi fosse, cautamente cominciò a riguardare
alle maniere del Papa e de' cardinali e degli altri prelati
e di tutti i cortigiani: e tra che egli s'accorse, sì come
uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu
informato, egli trovò dal maggiore infino al minore
generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria,
e non solo nella naturale ma ancora nella sogdomitica, senza
freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la
potenza delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque
gran cosa non v'era di picciol potere. Oltre a questo,
universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre
serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla lussuria,
che a altro gli conobbe apertamente; e più avanti guardando,
in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che
parimente l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine
cose, chenti che elle si fossero o a sacrificii o a benefici
appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior
mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi
di drappi o d'alcuna altra cosa non erano, avendo alla
manifesta simonia ‘procureria’ posto nome e alla gulosità
‘substentazioni’, quasi Idio, lasciamo stare il significato
di vocaboli, ma la 'ntenzione de' pessimi animi non
conoscesse e a guisa degli uomini a' nomi delle cose si
debba lasciare ingannare. Le quali, insieme con molte altre
che da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a
colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver
veduto, propose di tornare a Parigi; e così fece.</p>
<p>Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna
cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne,
e gran festa insieme si fecero; e poi che riposato si fu
alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo
Padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.</p>
<p>Al quale il giudeo prestamente rispose: “Parmene male che
Idio dea a quanti sono: e dicoti così, che, se io ben seppi
considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna
buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che
cherico fosse veder mi parve, ma lussuria, avarizia e
gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e
piggiori, se piggiori esser possono in alcuno, mi vi parve
in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella
per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per
quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni
ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore e per
consequente tutti gli altri si procaccino di riducere a
nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là
dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella. E
perciò che io veggio non quello avvenire che essi
procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi
e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par
discerner lo Spirito santo esser d'essa, sì come di vera e
di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno. Per la
qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e
non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io
per niuna cosa lascerei di cristian farmi: andiamo adunque
alla chiesa, e quivi secondo il debito costume della vostra
santa fede mi fa' battezzare.”</p>
<p>Giannotto, il quale aspettava dirittamente contraria
conclusione a questa, come lui così udì dire, fu il più
contento uomo che giammai fosse: e a Nostra Dama di Parigi
con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro
che a Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo
che esso l'adomandava, prestamente il fecero; e Giannotto il
levò del sacro fonte e nominollo Giovanni, e appresso a gran
valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella
nostra fede, la quale egli prestamente apprese: e fu poi
buono e valente uomo e di santa vita.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Melchisedech giudeo con una novella di tre anella cessa un
gran pericolo dal Saladino apparechiatogli.</emph></p></argument>
<p>Poi che, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si
tacque, come alla reina piacque Filomena così cominciò a
parlare:</p>
<p>–La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il
dubbioso caso già avvenuto a un giudeo. Per ciò che già e di
Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato
detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti
degli uomini non si dovrà disdire: a narrarvi quella verrò,
la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte
alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose
compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte
trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria,
così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo
in grande e in sicuro riposo.</p>
<p>E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in
miseria alcun conduca, per molti essempli si vede, li quali
non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo
che tutto il dì mille essempli n'appaiano manifesti: ma che
il senno di consolazion sia cagione, come premisi, per una
novelletta mostrerò brievemente.</p>
<p>Il Saladino, il valore del quale fu tanto, che non
solamente di piccolo uomo il fé di Babillonia soldano ma
ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli
fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue
magnificenze speso tutto il suo tesoro e per alcuno
accidente sopravenutogli bisognandogli una buona quantità di
denari, né veggendo donde così prestamente come gli
bisognavano avergli potesse, gli venne a memoria un ricco
giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava a
usura in Alessandria. E pensossi costui avere da poterlo
servire, quando volesse, ma sì era avaro che di sua volontà
non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per
che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar
modo come il giudeo il servisse, s'avisò di fargli una forza
da alcuna ragion colorata.</p>
<p>E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il
fece sedere e appresso gli disse: “Valente uomo, io ho da
più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio
senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te
quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o
la saracina o la cristiana.”</p>
<p>Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avisò
troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle
parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non
potere alcuna di queste tre più l'una che l'altre lodare,
che il Saladino non avesse la sua intenzione; per che, come
colui il qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale
preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne
prestamente avanti quello che dir dovesse; e disse: “Signor
mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene
dire ciò che io ne sento mi vi convien dire una novelletta,
qual voi udirete. Se io non erro, io mi ricordo aver molte
volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il
quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro
avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per
lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in
perpetuo lasciarlo ne' suoi discendenti, ordinò che colui
de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da
lui, fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse
essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri esser come
maggiore onorato e reverito. E colui al quale da costui fu
lasciato tenne simigliante ordine ne' suoi discendenti, e
così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve
andò questo anello di mano in mano a molti successori, e
ultimamente pervenne alle mani a uno il quale avea tre
figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti,
per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i
giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì
come vaghi ciascuno d'essere il più onorato tra' suoi,
ciascun per sé, come meglio sapeva, pregava il padre, il
quale era già vecchio, che quando a morte venisse a lui
quello anello lasciasse. Il valente uomo, che parimente
tutti gli amava né sapeva esso medesimo eleggere a quale più
tosto lasciar lo volesse, pensò, avendolo a ciascun
promesso, di volergli tutti e tre sodisfare: e segretamente
a un buon maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono
simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli
aveva fare appena conosceva qual si fosse il vero; e venendo
a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli.
Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la
eredità e l'onore occupare e l'uno negandola all'altro, in
testimonanza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno
produsse fuori il suo anello; e trovatisi gli anelli sì
simili l'uno all'altro, che qual fosse il vero non si sapeva
cognoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede
del padre, in pendente: e ancor pende. E così vi dico,
signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio
padre, delle quali la quistion proponeste: ciascun la sua
eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti
dirittamente si crede avere e fare, ma chi se l'abbia, come
degli anelli, ancora ne pende la quistione.”</p>
<p>Il Saladino conobbe costui ottimamente esser saputo uscire
del laccio il quale davanti a' piedi teso gli aveva, e per
ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno e vedere se servire il
volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse
avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non
gli avesse risposto. Il giudeo liberamente d'ogni quantità
che il Saladino il richiese il servì, e il Saladino poi
interamente il sodisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi
doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole
stato appresso di sé il mantenne.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima
punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella
medesima colpa, si libera dalla pena.</emph></p></argument>
<p>Già si tacea Filomena dalla sua novella espedita, quando
Dioneo, che appresso di lei sedeva, senza aspettare dalla
reina altro comandamento, conoscendo già per l'ordine
cominciato che a lui toccava il dover dire, in cotal guisa
cominciò a parlare:</p>
<p>–Amorose donne, se io ho bene la 'ntenzione di tutte
compresa, noi siamo qui per dovere a noi medesimi novellando
piacere; e per ciò, solamente che contro a questo non si
faccia, estimo a ciascuno dovere esser licito (e così ne
disse la nostra reina, poco avanti, che fosse) quella
novella dire che più crede che possa dilettare: per che,
avendo udito che per li buoni consigli di Giannoto di
Civignì Abraam avere l'anima salvata e Melchisedech per lo
suo senno avere le sue ricchezze dagli aguati del Saladino
difese, senza riprensione attender da voi intendo di
raccontar brievemente con che cautela un monaco il suo corpo
di gravissima pena liberasse.</p>
<p>Fu in Lunigiana, paese non molto da questo lontano, un
monistero già di santità e di monaci più copioso che oggi
non è, nel quale tra gli altri era un monaco giovane, il
vigore del quale né la freschezza né i digiuni né le vigilie
potevano macerare. Il quale per ventura un giorno in sul
mezzodì, quando gli altri monaci tutti dormivano, andandosi
tutto solo da torno alla sua chiesa, la quale in luogo assai
solitario era, gli venne veduta una giovinetta assai bella,
forse figliuola d'alcuno de' lavoratori della contrada, la
quale andava per li campi certe erbe cogliendo: né prima
veduta l'ebbe, che egli fieramente assalito fu dalla
concupiscenza carnale. Per che, fattolesi più presso, con
lei entrò in parole e tanto andò d'una in altra, che egli si
fu accordato con lei e seco nella sua cella ne la menò, che
niuna persona se n'accorse.</p>
<p>E mentre che egli, da troppa volontà trasportato, men
cautamente con le' scherzava, avvenne che l'abate, da dormir
levatosi e pianamente passando davanti alla cella di costui,
sentio lo schiamazzio che costoro insieme faceano; e per
conoscere meglio le voci s'accostò chetamente all'uscio
della cella a ascoltare, e manifestamente conobbe che dentro
a quella era femina e tutto fu tentato di farsi aprire; poi
pensò di volere tenere in ciò altra maniera, e tornatosi
alla sua camera aspettò che il monaco fuori uscisse. Il
monaco, ancora che da grandissimo suo piacere e diletto
fosse con questa giovane occupato, pur nondimeno tuttavia
sospettava; e parendogli aver sentito alcuno stropicio di
piedi per lo dormitoro, a un piccol pertugio pose l'occhio e
vide apertissimamente l'abate stare a ascoltarlo, e molto
ben comprese l'abate aver potuto conoscere quella giovane
esser nella sua cella. Di che egli, sappiendo che di questo
gran pena gli dovea seguire, oltre modo fu dolente: ma pur,
sanza del suo cruccio niente mostrare alla giovane,
prestamente seco molte cose rivolse, cercando se a lui
alcuna salutifera trovar ne potesse. E occorsagli una nuova
malizia, la quale al fine imaginato da lui dirittamente
pervenne, e faccendo sembiante che esser gli paresse stato
assai con quella giovane, le disse: “Io voglio andare a
trovar modo come tu esca di qua entro senza esser veduta; e
per ciò statti pianamente infino alla mia tornata.”</p>
<p>E uscito fuori e serrata la cella con la chiave,
dirittamente se n'andò alla camera dell'abate; e,
presentatagli quella secondo che ciascun monaco facea quando
fuori andava, con un buon volto disse: “Messere, io non
potei stamane farne venire tutte le legne le quali io aveva
fatte fare, e per ciò con vostra licenzia io voglio andare
al bosco e farlene venire.”</p>
<p>L'abate, per potersi più pienamente informare del fallo
commesso da costui, avvisando che questi accorto non se ne
fosse che egli fosse stato da lui veduto, fu lieto di tale
accidente e volentier prese la chiave e similmente gli diè
licenzia. E come il vide andato via, cominciò a pensare qual
far volesse più tosto: o in presenza di tutti i monaci aprir
la cella di costui e far loro vedere il suo difetto, acciò
che poi non avesser cagione di mormorare contro di lui
quando il monaco punisse, o di voler prima da lei sentire
come andata fosse la bisogna. E pensando seco stesso che
questa potrebbe esser tal femina o figliuola di tale uomo,
che egli non le vorrebbe aver fatta quella vergogna d'averla
a tutti i monaci fatta vedere, s'avisò di voler prima veder
chi fosse e poi prender partito; e chetamente andatose alla
cella, quella aprì e entrò dentro e l'uscio richiuse. La
giovane vedendo venir l'abate tutta smarrì, e temendo di
vergogna cominciò a piagnere.</p>
<p>Messer l'abate, postole l'occhio adosso e veggendola bella
e fresca, ancora che vecchio fosse sentì subitamente non
meno cocenti gli stimoli della carne che sentiti avesse il
suo giovane monaco; e fra se stesso cominciò a dire: “Deh,
perché non prendo io del piacere quando io ne posso avere,
con ciò sia cosa che il dispiacere e la noia, sempre che io
ne vorrò, sieno apparecchiati? Costei è una bella giovane e
è qui che niuna persona del mondo il sa: se io la posso
recare a fare i piacer miei, io non so perché io nol mi
faccia. Chi il saprà? Egli nol saprà persona mai, e peccato
celato è mezzo perdonato. Questo caso non avverrà forse mai
più: io estimo ch'egli sia gran senno a pigliarsi del bene,
quando Domenedio ne manda altrui.”</p>
<p>E così dicendo e avendo del tutto mutato proposito da
quello per che andato v'era, fattosi più presso alla
giovane, pianamente la cominciò a confortare e a pregarla
che non piagnesse; e d'una parola in un'altra procedendo, a
aprirle il suo disidero pervenne. La giovane, che non era di
ferro né di diamante, assai agevolmente si piegò a' piaceri
dell'abate: il quale, abbracciatala e basciatala più volte,
in su il letticello del monaco salitosene, avendo forse
riguardo al grave peso della sua dignità e alla tenera età
della giovane, temendo forse di non offenderla per troppa
gravezza, non sopra il petto di lei salì ma lei sopra il suo
petto pose, e per lungo spazio con lei si trastullò.</p>
<p>Il monaco, che fatto avea sembiante d'andare al bosco,
essendo nel dormentoro occultato, come vide l'abate solo
nella sua cella entrare, così tutto rassicurato estimò il
suo avviso dovere avere effetto; e veggendol serrar dentro,
l'ebbe per certissimo. E uscito di là dove era, chetamente
n'andò a un pertugio per lo quale ciò che l'abate fece o
disse e udì e vide. Parendo all'abate essere assai con la
giovanetta dimorato, serratala nella cella, alla sua camera
se ne tornò; e dopo alquanto, sentendo il monaco e credendo
lui esser tornato dal bosco, avvisò di riprenderlo forte e
di farlo incarcerare acciò che esso solo possedesse la
guadagnata preda: e fattoselo chiamare, gravissimamente e
con mal viso il riprese e comandò che fosse in carcere
messo.</p>
<p>Il monaco prontissimamente rispose: “Messere, io non sono
ancora tanto all'Ordine di san Benedetto stato, che io possa
avere ogni particularità di quello apparata; e voi ancora
non m'avavate monstrato che' monaci si debban far dalle
femine premiere come da' digiuni e dalle vigilie; ma ora che
mostrato me l'avete, vi prometto, se questa mi perdonate, di
mai più in ciò non peccare, anzi farò sempre come io a voi
ho veduto fare.”</p>
<p>L'abate, che accorto uomo era, prestamente conobbe costui
non solamente aver più di lui saputo, ma veduto ciò che esso
aveva fatto; per che, dalla sua colpa stessa rimorso, si
vergognò di fare al monaco quello che egli, sì come lui,
aveva meritato. E perdonatogli e impostogli di ciò che
veduto aveva silenzio, onestamente misero la giovanetta di
fuori e poi più volte si dee credere ve la facesser tornare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>La marchesana di Monferrato con un convito di galline e
con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del
re di Francia.</emph></p></argument>
<p>La novella da Dioneo raccontata prima con un poco di
vergogna punse i cuori delle donne ascoltanti e con onesto
rossore nel loro viso apparito ne diede segno; e poi quella,
l'una l'altra guardando, appena del rider potendosi
abstenere, soghignando ascoltarono. Ma venuta di questa la
fine, poi che lui con alquante dolci parolette ebber morso,
volendo mostrare che simili novelle non fossero tra donne da
raccontare, la reina, verso la Fiammetta che appresso di lui
sopra l'erba sedeva rivolta, che essa l'ordine seguitasse le
comandò. La quale vezzosamente e con lieto viso incominciò:</p>
<p>–Sì perché mi piace noi essere entrati a dimostrare con le
novelle quanta sia la forza delle belle e pronte risposte, e
sì ancora perché quanto negli uomini è gran senno il cercar
d'amar sempre donna di più alto legnaggio che egli non è,
così nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi
guardare dal prendersi dell'amore di maggiore uomo che ella
non è, m'è caduto nell'animo, donne mie belle, di mostrarvi,
nella novella che a me tocca di dire, come e con opere e con
parole una gentil donna sé da questo guardasse e altrui ne
rimovesse.</p>
<p>Era il marchese di Monferrato, uomo d'alto valore,
gonfaloniere della Chiesa, oltremare passato in un general
passaggio da' cristiani fatto con armata mano. E del suo
valore ragionandosi nella corte del re Filippo il bornio, il
quale a quello medesimo passaggio andar di Francia
s'aparecchiava, fu per un cavalier detto non esser sotto le
stelle una simile coppia a quella del marchese e della sua
donna: però che, quanto tra' cavalieri era d'ogni virtù il
marchese famoso, tanto la donna tra tutte l'altre donne del
mondo era bellissima e valorosa. Le quali parole per sì
fatta maniera nell'animo del re di Francia entrarono, che,
senza mai averla veduta, di subito ferventemente la cominciò
a amare; e propose di non volere, al passaggio al quale
andava, in mare entrare altrove che a Genova, acciò che
quivi, per terra andando, onesta cagione avesse di dovere
andare la marchesana a vedere, avvisandosi che, non
essendovi il marchese, gli potesse venir fatto di mettere a
effetto il suo disio. E secondo il pensier fatto mandò a
essecuzione: per ciò che, mandato avanti ogni uomo, esso con
poca compagnia e di gentili uomini entrò in cammino; e,
avvicinandosi alle terre del marchese, un dì davanti mandò a
dire alla donna che la seguente mattina l'attendesse a
desinare.</p>
<p>La donna, savia e avveduta, lietamente rispose che questa
l'era somma grazia sopra ogn'altra e che egli fosse il ben
venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse
dire, che uno così fatto re, non essendovi marito di lei, la
venisse a visitare: né la 'ngannò in questo l'aviso, cioè
che la fama della sua bellezza il vi traesse. Nondimeno,
come valorosa donna dispostasi a onorarlo, fattisi chiamar
di que' buoni uomini che rimasi v'erano, a ogni cosa
oportuna con lor consiglio fece ordine dare, ma il convito e
le vivande ella sola volle ordinare. E fatte senza indugio
quante galline nella contrada erano ragunare, di quelle sole
varie vivande divisò a' suoi cuochi per lo convito reale.</p>
<p>Venne adunque il re il giorno detto e con gran festa e
onore dalla donna fu ricevuto. Il quale, oltre a quello che
compreso aveva per le parole del cavaliere, riguardandola,
gli parve bella e valorosa e costumata, e sommamente se ne
maravigliò e commendolla forte, tanto nel suo disio più
accendendosi quanto da più trovava esser la donna che la sua
passata stima di lei. E dopo alcun riposo preso in camere
ornatissime di ciò che a quelle, per dovere un sì fatto re
ricevere, s'appartiene, venuta l'ora del desinare, il re e
la marchesana a una tavola sedettero, e gli altri secondo le
loro qualità a altre mense furono onorati.</p>
<p>Quivi essendo il re successivamente di molti messi servito
e di vini ottimi e preziosi, e oltre a ciò con diletto
talvolta la marchesana bellissima riguardando, sommo piacere
avea; ma pur, venendo l'un messo appresso l'altro, cominciò
il re alquanto a maravigliarsi conoscendo che quivi,
quantunque le vivande diverse fossero, non pertanto di niuna
cosa essere altro che di galline. E come che il re
conoscesse il luogo, là dove era, dovere esser tale che
copiosamente di diverse salvaggine avervi dovesse, e l'avere
davanti significata la sua venuta alla donna spazio l'avesse
dato di poter far cacciare, non pertanto, quantunque molto
di ciò si maravigliasse, in altro non volle prender cagion
di doverla mettere in parole se non delle sue galline; e con
lieto viso rivoltosi verso lei disse: “Dama, nascono in
questo paese solamente galline senza gallo alcuno?”</p>
<p>La marchesana, che ottimamente la dimanda intese, parendole
che secondo il suo disidero Domenedio l'avesse tempo mandato
oportuno a poter la sua intenzion dimostrare, al re
domandante baldanzosamente verso lui rivolta rispose:
“Monsignor no, ma le femine, quantunque in vestimenti e in
onori alquanto dall'altre variino, tutte per ciò son fatte
qui come altrove.”</p>
<p>Il re, udite queste parole, raccolse bene la cagione del
convito delle galline e la vertù nascosa nelle parole, e
accorsesi che invano con così fatta donna parole si
gitterebbono e che forza non v'avea luogo; per che così come
disavedutamente acceso s'era di lei, saviamente s'era da
spegnere per onor di lui il male concetto fuoco. E senza più
motteggiarla, temendo delle sue risposte, fuori d'ogni
speranza desinò; e, finito il desinare, acciò che il presto
partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziatala
dell'onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a
Genova se n'andò.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Confonde un valente uomo con un bel detto la maluagia
ipocresia de' religiosi.</emph></p></argument>
<p>Emilia, la quale appresso la Fiammetta sedea, essendo già
stato da tutte commendato il valore e il leggiadro
gastigamento della marchesana fatto al re di Francia, come
alla sua reina piacque, baldanzosamente a dir cominciò:</p>
<p>–Né io altressì tacerò un morso dato da un valente uomo
secolare a uno avaro religioso con un motto non meno da
ridere che da commendare.</p>
<p>Fu dunque, o care giovani, non è ancora gran tempo, nella
nostra città un frate minore inquisitore della eretica
pravità, il quale, come che molto s'ingegnasse di parer
santo e tenero amatore della cristiana fede, sì come tutti
fanno, era non meno buono investigatore di chi piena aveva
la borsa che di chi di scemo nella fede sentisse. Per la
quale sollecitudine per avventura gli venne trovato un buono
uomo, assai più ricco di denar che di senno, al quale, non
già per difetto di fede ma semplicemente parlando forse da
vino o da soperchia letizia riscaldato, era venuto detto un
dì a una sua brigata sé avere un vino sì buono che ne
berebbe Cristo. Il che essendo allo 'nquisitor rapportato, e
egli sentendo che li suoi poderi eran grandi e ben tirata la
borsa, <foreign lang="lat">cum gladiis et fustibus</foreign> impetuosissimamente corse
a formargli un processo gravissimo addosso, avvisando non di
ciò alleviamento di miscredenza nello inquisito ma empimento
di fiorini della sua mano ne dovesse procedere, come fece. E
fattolo richiedere, lui domandò se vero fosse ciò che contro
di lui era stato detto. Il buono uomo rispose del sì e
dissegli il modo.</p>
<p>A che lo 'nquisitore santissimo e divoto di san Giovanni
Barbadoro disse: “Dunque hai tu fatto Cristo bevitore e
vago de' vini solenni, come se Egli fosse Cinciglione o
alcuno altro di voi bevitori, ebriachi e tavernieri: e ora,
umilmente parlando, vuogli mostrare questa cosa molto esser
leggiera. Ella non è come ella ti pare: tu n'hai meritato il
fuoco, quando noi vogliamo, come dobbiamo, verso te
operare.”</p>
<p>E con queste e con altre parole assai, col viso dell'arme,
quasi costui fosse stato Epicuro negante la eternità
dell'anime, gli parlava. E in brieve tanto lo spaurì, che il
buono uomo per certi mezzani gli fece con una buona quantità
della grascia di san Giovanni Boccadoro ugner le mani (la
quale molto giova alle infermità delle pistilenziose
avarizie de' cherici, e spezialmente de' frati minori, che
denari non osan toccare) acciò che egli dovesse verso lui
misericordiosamente aparare. La quale unzione, sì come molto
virtuosa, avvegna che Galieno non ne parli in alcuna parte
delle sue medicine, sì e tanto adoperò, che il fuoco
minacciatogli di grazia si permutò in una croce; e, quasi al
passaggio d'oltremare andar dovesse, per far più bella
bandiera, gialla gliele pose in sul nero. E oltre a questo,
già ricevuti i denari, più giorni appresso di sé il
sostenne, per penitenza dandogli che egli ogni mattina
dovesse udire una messa in Santa Croce e all'ora del
mangiare davanti a lui presentarsi, e poi il rimanente del
giorno quello che più gli piacesse potesse fare.</p>
<p>Il che costui diligentemente faccendo, avvenne una mattina
tra l'altre che egli udì alla messa uno evangelio, nel quale
queste parole si cantavano “Voi riceverete per ognun cento
e possederete la vita eterna”, le quali esso nella memoria
fermamente ritenne; e secondo il comandamento fattogli, a
ora di mangiare davanti allo inquisitor venendo, il trovò
desinare. Il quale lo 'nquisitor domandò se egli avesse la
messa udita quella mattina.</p>
<p>Al quale esso prestamente rispose: “Messer sì.”</p>
<p>A cui lo 'nquisitor disse: “Udistù, in quella, cosa niuna
della quale tu dubiti o vogline dimandare?”</p>
<p>“Certo” rispose il buono uomo “di niuna cosa che io
udissi dubito, anzi tutte per fermo le credo vere. Udinne io
bene alcuna che m'ha fatto e fa avere di voi e degli altri
vostri frati grandissima compassione, pensando al malvagio
stato che voi di là nell'altra vita dovrete avere.”</p>
<p>Disse allora lo 'nquisitore: “E quale fu quella parola che
t'ha mosso a aver questa compassion di noi?”</p>
<p>Il buono uomo rispose: “Messere, ella fu quella parola
dello evangelio la qual dice: «Voi riceverete per ognun
cento».”</p>
<p>Lo 'nquisitore disse: “Questo è vero: ma perché t'ha per
ciò questa parola commosso?”</p>
<p>“Messer, “ rispose il buono uomo “io vel dirò. Poi che io
usai qui, ho io ogni dì veduto dar qui di fuori a molta
povera gente quando una e quando due grandissime caldaie di
broda, la quale a' frati di questo convento e a voi si
toglie, sì come soperchia, davanti; per che, se per ognuna
cento ve ne fieno rendute, di là voi n'avrete tanta, che voi
dentro tutti vi dovrete affogare.”</p>
<p>Come che gli altri che alla tavola dello inquisitore erano
tutti ridessono, lo 'nquisitore sentendo trafiggere la lor
brodaiuola ipocrisia tutto si turbò; e se non fosse che
biasimo portava di quello che fatto avea, un altro processo
gli avrebbe addosso fatto per ciò che con ridevol motto lui
e gli altri poltroni aveva morsi. E per bizzarria gli
comandò che quello che più gli piacesse facesse, senza più
davanti venirgli.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Bergamino con una novella di Primasso e dell'abate di
Clignì onestamente morde una avarizia nuova venuta in messer
Can della Scala.</emph></p></argument>
<p>Mosse la piacevolezza d'Emilia e la sua novella la reina e
ciascuno altro a ridere e a commendare il nuovo avviso del
crociato. Ma poi che le risa rimase furono e racquetato
ciascuno, Filostrato, al qual toccava il novellare, in cotal
guisa cominciò a parlare:</p>
<p>–Bella cosa è, valorose donne, il ferire un segno che mai
non si muti, ma quella è quasi maravigliosa, quando alcuna
cosa non usata apparisce di subito, se subitamente da uno
arciere è ferita. La viziosa e lorda vita de' cherici, in
molte cose quasi di cattività fermo segno, senza troppa
difficultà dà di sé da parlare, da mordere e da riprendere a
ciascuno che ciò disidera di fare. E per ciò, come che ben
facesse il valente uomo che lo inquisitore della ipocrita
carità de' frati, che quel lo danno a' poveri che
converrebbe loro dare al porco o gittar via, trafisse, assai
estimo più da lodare colui del quale, tirandomi a ciò la
precedente novella, parlar debbo: il quale messer Cane della
Scala, magnifico signore, d'una subita e disusata avarizia
in lui apparita morse con una leggiadra novella, in altrui
figurando quello che di sé e di lui intendeva di dire: la
quale è questa.</p>
<p>Sì come chiarissima fama quasi per tutto il mondo suona,
messer Can della Scala, al quale in assai cose fu favorevole
la fortuna, fu uno de' più notabili e de' più magnifichi
signori che dallo imperadore Federigo secondo in qua si
sapesse in Italia. Il quale, avendo disposto di fare una
notabile e maravigliosa festa in Verona, e a quella molta
gente e di varie parti fosse venuta e massimamente uomini di
corte d'ogni maniera, subito, qual che la cagion fosse, da
ciò si ritrasse, e in parte provedette coloro che venuti
v'erano e licenziolli. Solo uno, chiamato Bergamino, oltre
al credere di chi non l'udì presto parlatore e ornato, senza
essere d'alcuna cosa proveduto o licenzia datagli, si
rimase, sperando che non senza sua futura utilità ciò
dovesse essere stato fatto. Ma nel pensiero di messer Cane
era caduto ogni cosa che gli si donasse vie peggio esser
perduta che se nel fuoco fosse stata gittata: né di ciò gli
dicea o facea dire alcuna cosa.</p>
<p>Bergamino dopo alquanti dì, non veggendosi né chiamare né
richiedere a cosa che a suo mestier partenesse e oltre a ciò
consumarsi nello albergo co' suoi cavalli e co' suoi fanti,
incominciò a prender malinconia; ma pure aspettava, non
parendogli ben far di partirsi. E avendo seco portate tre
belle e ricche robe, che donate gli erano state da altri
signori, per comparire orrevole alla festa, volendo il suo
oste esser pagato, primieramente gli diede l'una e appresso,
soprastando ancora molto più, convenne, se più volle col suo
oste tornare, gli desse la seconda; e cominciò sopra la
terza a mangiare, disposto di tanto stare a vedere quanto
quella durasse e poi partirsi.</p>
<p>Ora, mentre che egli sopra la terza roba mangiava, avvenne
che egli si trovò un giorno, desinando messer Cane, davanti
da lui assai nella vista malinconoso; il quale messer Can
veggendo, più per istraziarlo che per diletto pigliare
d'alcun suo detto, disse: “Bergamino, che hai tu? tu stai
così malinconoso! Dinne alcuna cosa.”</p>
<p>Bergamino allora, senza punto pensare quasi molto tempo
pensato avesse, subitamente in acconcio de' fatti suoi disse
questa novella: “Signor mio, voi dovete sapere che Primasso
fu un gran valente uomo in gramatica e fu oltre a ogni altro
grande e presto versificatore: le quali cose il renderono
tanto raguardevole e sì famoso, che, ancora che per vista in
ogni parte conosciuto non fosse, per nome e per fama quasi
niuno era che non sapesse chi fosse Primasso. Ora avvenne
che, trovandosi egli una volta a Parigi in povero stato, sì
come egli il più del tempo dimorava per la vertù che poco
era gradita da coloro che possono assai, udì ragionare d'uno
abate di Clignì, il quale si crede che sia il più ricco
prelato di sue entrate che abbia la Chiesa di Dio dal Papa
in fuori; e di lui udì dire maravigliose e magnifiche cose
in tener sempre corte e non esser mai a alcuno, che andasse
là dove egli fosse, negato né mangiar né bere, solo che
quando l'abate mangiasse il domandasse. La qual cosa
Primasso udendo, sì come uomo che si dilettava di vedere i
valenti uomini e' signori, diliberò di volere andare a
vedere la magnificenza di questo abate e domandò quanto egli
allora dimorasse presso a Parigi. A che gli fu risposto che
forse a sei miglia, a un suo luogo; al quale Primasso pensò
di potervi essere, movendosi la mattina a buona ora, a ora
di mangiare. Fattasi adunque la via insegnare, non trovando
alcun che v'andasse, temette non per isciagura gli venisse
smarrita e quinci potere andare in parte dove così tosto non
troveria da mangiare; per che, se ciò avvenisse, acciò che
di mangiare non patisse disagio, seco pensò di portare tre
pani, avvisando che dell'acqua, come che ella gli piacesse
poco, troverebbe in ogni parte da bere. E quegli messisi in
seno, prese il suo cammino e vennegli sì ben fatto, che
avanti ora di mangiare pervenne là dove l'abate era. E
entrato dentro andò riguardando per tutto, e veduta la gran
moltitudine delle tavole messe e il grande apparecchio della
cucina e l'altre cose per lo desinare apprestate, fra se
medesimo disse: ‘Veramente è questi così magnifico come uom
dice.’ E, stando alquanto intorno a queste cose attento, il
siniscalco dell'abate, per ciò che ora era di mangiare,
comandò che l'acqua si desse alle mani; e, data l'acqua,
mise ogn'uomo a tavola. E per avventura avvenne che Primasso
fu messo a sedere appunto di rimpetto all'uscio della camera
donde l'abate dovea uscire per venire nella sala a mangiare.
Era in quella corte questa usanza, che in su le tavole vino
né pane né altre cose da mangiare o da ber si ponea già mai,
se prima l'abate non veniva a sedere alla tavola. Avendo
adunque il siniscalco le tavole messe, fece dire all'abate
che, qualora gli piacesse, il mangiare era presto. L'abate
fece aprir la camera per venir nella sala: e venendo si
guardò innanzi e per ventura il primo uomo che agli occhi
gli corse fu Primasso, il quale assai male era in arnese e
cui egli per veduta non conoscea: e come veduto l'ebbe,
incontanente gli corse nell'animo un pensiero cattivo e mai
più non statovi, e disse seco: ‘Vedi a cui io do mangiare il
mio!’ E tornandosi adietro, comandò che la camera fosse
serrata e domandò coloro che appresso lui erano se alcuno
conoscesse quel ribaldo che arrimpetto all'uscio della sua
camera sedeva alle tavole. Ciascuno rispose del no.
Primasso, il quale avea talento di mangiare, come colui che
camminato avea e uso non era di digiunare, avendo alquanto
aspettato e veggendo che l'abate non veniva, si trasse di
seno l'uno de' tre pani li quali portati aveva e cominciò a
mangiare. L'abate, poi che alquanto fu stato, comandò a uno
de' suoi famigliari che riguardasse se partito si fosse
questo Primasso. Il famigliare rispose: ‘Messer no, anzi
mangia pane, il quale mostra che egli seco recasse.’ Disse
allora l'abate: ‘Or mangi del suo, se egli n'ha, ché del
nostro non mangerà egli oggi.’ Avrebbe voluto l'abate che
Primasso da se stesso si fosse partito, per ciò che
accomiatarlo non gli pareva far bene. Primasso, avendo l'un
pane mangiato e l'abate non vegnendo, cominciò a mangiare il
secondo: il che similmente all'abate fu detto, che fatto
avea guardare se partito fosse. Ultimamente, non venendo
l'abate, Primasso mangiato il secondo cominciò a mangiare il
terzo: il che ancora fu all'abate detto, il quale seco
stesso cominciò a pensare e a dire: ‘Deh questa che novità è
oggi che nella anima m'è venuta, che avarizia, chente
sdegno, e per cui? Io ho dato mangiare il mio, già è
molt'anni, a chiunque mangiar n'ha voluto, senza guardare se
gentile uomo è o villano, o povero o ricco, o mercatante o
barattiere stato sia, e a infiniti ribaldi con l'occhio me
l'ho veduto straziare, né mai nell'animo m'entrò questo
pensiero che per costui mi c'è entrato. Fermamente avarizia
non mi dee avere assalito per uomo di piccolo affare:
qualche gran fatto dee esser costui che ribaldo mi pare,
poscia che così mi s'è rintuzzato l'animo d'onorarlo.’ E
così detto, volle saper chi fosse; e trovato che era
Primasso, quivi venuto a vedere della sua magnificenza
quello che n'aveva udito, il quale avendo l'abate per fama
molto tempo davante per valente uom conosciuto, si vergognò,
e vago di far l'amenda in molte maniere s'ingegnò
d'onorarlo. E appresso mangiare, secondo che alla
sufficienza di Primasso si conveniva, il fé nobilmente
vestire, e donatigli denari e pallafreno, nel suo albitrio
rimise l'andare e lo stare. Di che Primasso contento,
rendutegli quelle grazie le quali poté maggiori, a Parigi,
donde a piè partito s'era, ritornò a cavallo.”</p>
<p>Messer Cane, il quale intendente signore era, senza altra
dimostrazione alcuna ottimamente intese ciò che dir volea
Bergamino: e sorridendo gli disse: “Bergamino, assai
acconciamente hai mostrati i danni tuoi, la tua virtù e la
mia avarizia e quel che da me disideri: e veramente mai più
che ora per te da avarizia assalito non fui, ma io la
caccerò con quel bastone che tu medesimo hai divisato.” E
fatto pagare l'oste di Bergamino e lui nobilissimamente
d'una sua roba vestito, datigli denari e un pallafreno, nel
suo piacere per quella volta rimise l'andare e lo stare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Guglielmo Borsiere con leggiadre parole trafigge
l'avarizia di messer Ermino de' Grimaldi.</emph></p></argument>
<p>Sedeva appresso Filostrato Lauretta, la quale, poscia che
udito ebbe lodare la 'ndustria di Bergamino e sentendo a lei
convenir dire alcuna cosa, senza alcuno comandamento
aspettare piacevolmente così cominciò a parlare:</p>
<p>–La precedente novella, care compagne, m'induce a voler
dire come un valente uomo di corte similmente, e non senza
frutto, pugnesse d'un ricchissimo mercatante la cupidigia;
la quale, perché l'effetto della passata somigli, non vi dovrà
per ciò esser men cara, pensando che bene n'adivenisse
alla fine.</p>
<p>Fu adunque in Genova, buon tempo è passato, un gentile uomo
chiamato messere Ermino de' Grimaldi, il quale, per quello
che da tutti era creduto, di grandissime possessioni e di
denari di gran lunga trapassava la ricchezza d'ogni altro
ricchissimo cittadino che allora si sapesse in Italia. E sì
come egli di ricchezza ogni altro avanzava che italico
fosse, così d'avarizia e di miseria ogni altro misero e
avaro che al mondo fosse soperchiava oltre misura: per ciò
che non solamente in onorare altrui teneva la borsa stretta,
ma nelle cose oportune alla sua propria persona, contra il
general costume de' genovesi che usi sono di nobilemente
vestire, sosteneva egli per non ispendere difetti
grandissimi, e similmente nel mangiare e nel bere. Per la
qual cosa, e meritamente, gli era de' Grimaldi caduto il
sopranome e solamente messere Ermino Avarizia era da tutti
chiamato.</p>
<p>Avvenne che in questi tempi, che costui non ispendendo il
suo multiplicava, arrivò a Genova un valente uomo di corte e
costumato e ben parlante, il qual fu chiamato Guiglielmo
Borsiere, non miga simile a quegli li quali sono oggi, li
quali, non senza gran vergogna de' corrotti e vituperevoli
costumi di coloro li quali al presente vogliono essere
gentili uomini e signor chiamati e reputati, son più tosto
da dire asini nella bruttura di tutta la cattività de'
vilissimi uomini allevati che nelle corti. E là dove a que'
tempi soleva essere il lor mestiere e consumarsi la lor
fatica in trattar paci, dove guerre o sdegni tra gentili
uomini fosser nati, o trattar matrimonii, parentadi e
amistà, e con belli motti e leggiadri ricreare gli animi
degli affaticati e sollazzar le corti e con agre
riprensioni, sì come padri, mordere i difetti de' cattivi, e
questo con premii assai leggieri; oggi di rapportar male
dall'uno all'altro, in seminare zizzania, in dir cattività e
tristizie, e, che è peggio, in farle nella presenza degli
uomini, in rimproverare i mali, le vergogne e le tristezze
vere e non vere l'uno all'altro e con false lusinghe gli
uomini gentili alle cose vili e scellerate ritrarre
s'ingegnano il lor tempo di consumare. E colui è più caro
avuto e più da' miseri e scostumati signori onorato e con
premii grandissimi essaltato, che più abominevoli parole
dice o fa atti: gran vergogna e biasimevole del mondo
presente, e argomento assai evidente che le virtù, di qua
giù dipartitesi, hanno nella feccia de' vizii i miseri
viventi abbandonati.</p>
<p>Ma tornando a ciò che io cominciato avea, da che giusto
sdegno un poco m'ha trasviata più che io non credetti, dico
che il già detto Guiglielmo da tutti i gentili uomini di
Genova fu onorato e volentier veduto: il quale, essendo
dimorato alquanti giorni nella città e avendo udite molte
cose della miseria e della avarizia di messere Ermino, il
volle vedere. Messere Ermino aveva già sentito come questo
Guiglielmo Borsiere era valente uomo; e pure avendo in sé,
quantunque avaro fosse, alcuna favilluzza di gentilezza, con
parole assai amichevoli e con lieto viso il ricevette e con
lui entrò in molti e varii ragionamenti, e ragionando il
menò seco, insieme con altri genovesi che con lui erano, in
una sua casa nuova, la quale fatta aveva fare assai bella</p>
<p>E, dopo avergliele tutta mostrata, disse: “Deh, messer
Guiglielmo, voi che avete e vedute e udite molte cose,
saprestemi voi insegnare cosa alcuna che mai più non fosse
stata veduta, la quale io potessi far dipignere nella sala
di questa mia casa?”</p>
<p>A cui Guiglielmo, udendo il suo mal conveniente parlare,
rispose: “Messere, cosa che non fosse mai stata veduta non
vi crederei io sapere insegnare, se ciò non fosser già
starnuti o cose a quegli simiglianti; ma, se vi piace, io ve
ne insegnerò bene una che voi non credo che vedeste
giammai.”</p>
<p>Messere Ermino disse: “Deh, io ve ne priego, ditemi quale
è dessa”, non aspettando lui quello dover rispondere che
rispose.</p>
<p>A cui Guiglielmo allora prestamente disse: “Fateci
dipignere la Cortesia.”</p>
<p>Come messere Ermino udì questa parola, così subitamente il
prese una vergogna tale, che ella ebbe forza di fargli
mutare animo quasi tutto in contrario a quello che infino a
quella ora aveva avuto, e disse: “Messer Guiglielmo, io la
ci farò dipignere in maniera che mai né voi né altri con
ragione mi potrà più dire che io non l'abbia veduta e
conosciuta.”</p>
<p>E da questo dì innanzi, di tanta virtù fu la parola da
Guiglielmo detta, fu il più liberale e 'l più grazioso
gentile uomo e quello che più e' forestieri e i cittadini
onorò che altro che in Genova fosse a' tempi suoi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Il re di Cipri, da una donna di Guascogna trafitto, di
cattivo valoroso diviene.</emph></p></argument>
<p>A Elissa restava l'ultimo comandamento della reina; la
quale, senza aspettarlo, tutta festevole cominciò:</p>
<p>–Giovani donne, spesse volte già addivenne che quello che
varie riprensioni e molte pene date a alcuno non hanno
potuto in lui adoperare, una parola molte volte, per
accidente non che <foreign lang="lat">ex proposito</foreign> detta, l'ha operato. Il
che assai bene appare nella novella raccontata dalla
Lauretta, e io ancora con un'altra assai brieve ve lo
intendo dimostrare: perché, con ciò sia cosa che le buone
sempre possan giovare, con attento animo son da ricogliere,
chi che d'esse sia il dicitore.</p>
<p>Dico adunque che ne' tempi del primo re di Cipri, dopo il
conquisto fatto della Terra Santa da Gottifré di Buglione,
avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio
andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da
alcuni scellerati uomini villanamente fu oltreggiata. Di che
ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d'andarsene a
richiamare al re; ma detto le fu per alcuno che la fatica si
perderebbe, per ciò che egli era di sì rimessa vita e da sì
poco bene, che, non che egli l'altrui onte con giustizia
vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a lui
fattene sosteneva, in tanto che chiunque aveva cruccio
alcuno, quello col fargli alcuna onta o vergogna sfogava.</p>
<p>La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta a
alcuna consolazione della sua noia propose di voler mordere
la miseria del detto re; e andatasene piagnendo davanti a
lui, disse: “Signor mio, io non vengo nella tua presenza
per vendetta che io attenda della ingiuria che m'è stata
fatta; ma in sodisfacimento di quella ti priego che tu
m'insegni come tu sofferi quelle le quali io intendo che ti
son fatte, acciò che, da te apparando, io possa
pazientemente la mia comportare: la quale, sallo Idio, se io
far lo potessi, volentieri te la donerei, poi così buono
portatore ne se'.”</p>
<p>Il re, infino allora stato tardo e pigro, quasi dal sonno
si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa
donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore
divenne di ciascuno che contro allo onore della sua corona
alcuna cosa commettesse da indi innanzi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Maestro Alberto da Bologna onestamente fa vergognare una
donna, la quale lui d'esser di lei innamorato voleva far
vergognare.</emph></p></argument>
<p>Restava, tacendo già Elissa, l'ultima fatica del novellare
alla reina; la quale donnescamente cominciando a parlar
disse:</p>
<p>–Valorose giovani, come ne' lucidi sereni sono le stelle
ornamento del cielo e nella primavera i fiori ne' verdi
prati, così de' laudevoli costumi e de' ragionamenti
piacevoli sono i leggiadri motti; li quali, per ciò che
brievi sono, molto meglio alle donne stanno che agli uomini,
in quanto più alle donne che agli uomini il molto parlare e
lungo, quando senza esso si possa far, si disdice, come che
oggi poche o niuna donna rimasa ci sia la quale o ne 'ntenda
alcun leggiadro o a quello, se pur lo 'ntendesse, sappia
rispondere: general vergogna è di noi e di tutte quelle che
vivono. Per ciò che quella vertù che già fu nell'anime delle
passate hanno le moderne rivolta in ornamenti del corpo; e
colei la quale si vede indosso li panni più screziati e più
vergati e con più fregi si crede dovere essere da molto più
tenuta e più che l'altre onorata, non pensando che, se fosse
chi adosso o indosso gliele ponesse, uno asino ne porterebbe
troppo più che alcuna di loro: né per ciò più da onorar
sarebbe che uno asino. Io mi vergogno di dirlo, per ciò che
contro all'altre non posso dire che io contro a me non dica:
queste così fregiate, così dipinte, così screziate o come
statue di marmo mutole e insensibili stanno o sì rispondono,
se sono addomandate, che molto sarebbe meglio l'aver
taciuto; e fannosi a credere che da purità d'animo proceda
il non saper tralle donne e co' valenti uomini favellare, e
alla lor milensaggine hanno posto nome onestà, quasi niuna
donna onesta sia se non colei che con la fante o con la
lavandaia o con la sua fornaia favella: il che se la natura
avesse voluto, come elle si fanno a credere, per altro modo
loro avrebbe limitato il cinguettare. È il vero che, così
come nell'altre cose, è in questa da riguardare e il tempo e
il luogo e con cui si favella, per ciò che talvolta avviene
che, credendo alcuna donna o uomo con alcuna paroletta
leggiadra fare altrui arrossare, non avendo ben le sue forze
con quelle di quel cotal misurate, quello rossore che in
altrui ha creduto gittare sopra sé l'ha sentito tornare. Per
che, acciò che voi vi sappiate guardare, e oltre a questo
acciò che per voi non si possa quello proverbio intendere
che comunemente si dice per tutto, cioè che le femine in
ogni cosa sempre pigliano il peggio, questa ultima novella
di quelle d'oggi, la quale a me tocca di dover dire, voglio
ve ne renda ammaestrate, acciò che, come per nobiltà d'animo
dall'altre divise siete, così ancora per eccellenzia di
costumi separate dall'altre vi dimostriate.</p>
<p>Egli non sono ancora molti anni passati che in Bologna fu
un grandissimo medico e di chiara fama quasi a tutto il
mondo, e forse ancora vive, il cui nome fu maestro Alberto.
Il quale, essendo già vecchio di presso a settanta anni,
tanta fu la nobiltà del suo spirito, che, essendo già del
corpo quasi ogni natural caldo partito, in sé non schifò di
ricevere l'amorose fiamme: avendo veduta a una festa una
bellissima donna vedova chiamata, secondo che alcuni dicono,
madonna Malgherida dei Ghisolieri e piaciutagli sommamente,
non altrimenti che un giovinetto quelle nel maturo petto
ricevette, in tanto che a lui non pareva quella notte ben
riposare che il dì precedente veduto non avesse il vago e
dilicato viso della bella donna; e per questo incominciò a
continuare, quando a piè e quando a cavallo secondo che più
in destro gli venia, la via davanti alla casa di questa
donna. Per la qual cosa e ella e molte altre donne
s'accorsero della cagione del suo passare e più volte
insieme ne motteggiarono, di vedere uno umo, così antico
d'anni e di senno, inamorato; quasi credessero questa
passione piacevolissima d'amore solamente nelle sciocche
anime de' giovani e non in altra parte capere e dimorare.</p>
<p>Per che, continuando il passar del maestro Alberto, avvenne
un giorno di festa che, essendo questa donna con molte altre
donne a sedere davanti alla sua porta e avendo di lontano
veduto il maestro Alberto verso loro venire, con lei insieme
tutte si proposero di riceverlo e di fargli onore, e
appresso di motteggiarlo di questo suo innamoramento; e così
fecero. Per ciò che levatesi tutte e lui invitato, in una
fresca corte il menarono, dove di finissimi vini e confetti
fecer venire; e al fine con assai belle e leggiadre parole
come questo potesse essere, che egli di questa bella donna
fosse innamorato, il domandarono, sentendo esso lei da molti
belli, gentili e leggiadri giovani essere amata.</p>
<p>Il maestro, sentendosi assai cortesemente pugnere, fece
lieto viso e rispose: “Madonna, che io ami, questo non dee
esser maraviglia a alcun savio, e spezialmente voi, per ciò
che voi il valete. E come che agli antichi uomini sieno
naturalmente tolte le forze le quali agli amorosi essercizii
si richeggiono, non è per ciò lor tolto la buona volontà né
lo intendere quello che sia da essere amato, ma tanto più
dalla natura conosciuto, quanto essi hanno più di
conoscimento che i giovani. La speranza, la qual mi muove
che io vecchio ami voi amata da molti giovani, è questa: io
sono stato più volte già là dove io ho vedute merendarsi le
donne e mangiare lupini e porri; e come che nel porro niuna
cosa sia buona, pur men reo e più piacevole alla bocca è il
capo di quello, il quale voi generalmente, da torto appetito
tirate, il capo vi tenete in mano e manicate le frondi, le
quali non solamente non sono da cosa alcuna ma son di
malvagio sapore. E che so io, madonna, se nello elegger
degli amanti voi vi faceste il simigliante? E se voi il
faceste, io sarei colui che eletto sarei da voi, e gli altri
cacciati via.”</p>
<p>La gentil donna, insieme con l'altre alquanto
vergognandosi, disse: “Maestro, assai bene e cortesemente
gastigate n'avete della nostra presuntuosa impresa; tuttavia
il vostro amor m'è caro, sì come di savio e valente uomo
esser dee, e per ciò, salva la mia onestà, come a vostra
cosa ogni vostro piacere imponete sicuramente.”</p>
<p>Il maestro, levatosi co' suoi compagni, ringraziò la donna:
e, ridendo e con festa da lei preso commiato, si partì. Così
la donna, non guardando cui motteggiasse, credendo vincer fu
vinta: di che voi, se savie sarete, ottimamente vi
guarderete.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Già era il sole inchinato al vespro e in gran parte il
caldo diminuito, quando le novelle delle giovani donne e de'
tre giovani si trovarono esser finite.</p>
<p>Per la qual cosa la loro reina piacevolemente disse:–
Omai, care compagne, niuna cosa resta più a fare al mio
reggimento per la presente giornata se non darvi reina
nuova, la quale di quella che è a venire, secondo il suo
giudicio, la sua vita e la nostra a onesto diletto disponga.
E quantunque il dì paia di qui alla notte durare, per ciò
che chi alquanto non prende di tempo avanti non pare che ben
si possa provedere per l'avvenire e acciò che quello che la
reina nuova dilibererà esser per domattina oportuno si possa
preparare, a questa ora giudico doversi le seguenti giornate
incominciare. E per ciò, a reverenza di Colui a cui tutte le
cose vivono e consolazione di voi, per questa seconda
giornata Filomena, discretissima giovane, reina guiderà il
nostro regno.–</p>
<p>E così detto, in piè levatasi e trattasi la ghirlanda dello
alloro, a lei reverente la mise, la quale essa prima e
appresso tutte l'altre e i giovani similemente salutaron
come reina, e alla sua signoria piacevolmente s'offersero.</p>
<p>Filomena, alquanto per vergogna arrossata veggendosi
coronata del regno e ricordandosi delle parole poco avanti
dette da Pampinea, acciò che milensa non paresse ripreso
l'ardire, primieramente gli ufici dati da Pampinea
riconfermò e dispose quello che per la seguente mattina e
per la futura cena far si dovesse quivi dimorando dove
erano; e appresso così cominciò a parlare:–Carissime
compagne, quantunque Pampinea, per sua cortesia più che per
mia vertù, m'abbia di voi tutte fatta reina, non sono io per
ciò disposta nella forma del nostro vivere dover solamente
il mio giudicio seguire, ma col mio il vostro insieme; e
acciò che quello che a me di far pare conosciate, e per
conseguente aggiugnere e menomar possiate a vostro piacere,
con poche parole ve lo intendo di dimostrare. Se io ho ben
riguardato oggi alle maniere da Pampinea tenute, egli me le
pare avere parimente laudevoli e dilettevoli conosciute; e
per ciò infino a tanto che elle o per troppa continuanza o
per altra cagione non ci divenisser noiose, quelle non
giudico da mutare. Dato adunque ordine a quello che abbiamo
già a fare cominciato, quinci levatici, alquanto n'andrem
sollazzando e, come il sole sarà per andar sotto, ceneremo
per lo fresco, e dopo alcune canzonette e altri sollazzi
sarà ben fatto l'andarsi a dormire. Domattina, per lo fresco
levatici, similmente in alcuna parte n'andremo sollazzando
come a ciascuno sarà più a grado di fare, e, come oggi avem
fatto, così all'ora debita torneremo a mangiare, balleremo;
e da dormir levatici, come oggi state siamo, qui al
novellare torneremo, nel quale mi par grandissima parte di
piacere e d'utilità similmente consistere. E il vero che
quello che Pampinea non poté fare, per lo esser tardi eletta
al reggimento, io il voglio cominciare a fare: cioè a
ristrignere dentro a alcun termine quello di che dobbiamo
novellare e davanti mostrarlovi, acciò che ciascuno abbia
spazio di poter pensare a alcuna bella novella sopra la data
proposta contare. La quale, quando questo vi piaccia, sia
questa: che, con ciò sia cosa che dal principio del mondo
gli uomini sieno stati da diversi casi della fortuna menati,
e saranno infino al fine, ciascun debba dire sopra questo:
chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla speranza
riuscito a lieto fine.–</p>
<p>Le donne e gli uomini parimente tutti questo ordine
commendarono e quello dissero da seguire; Dioneo solamente,
tutti gli altri tacendo già, disse:–Madonna, come tutti
questi altri hanno detto, così dico io sommamente esser
piacevole e commendabile l'ordine dato da voi. Ma di spezial
grazia vi cheggio un dono, il quale voglio che mi sia
confermato per infino a tanto che la nostra compagnia
durerà, il quale è questo: che io a questa legge non sia
costretto di dover dire novella secondo la proposta data, se
io non vorrò, ma qual più di dire mi piacerà. E acciò che
alcun non creda che io questa grazia voglia sì come uomo che
delle novelle non abbia alle mani, infino da ora son
contento d'esser sempre l'ultimo che ragioni.–</p>
<p>La reina, la quale lui e sollazzevole uomo e festevole
conoscea e ottimamente s'avisò questo lui non chieder se non
per dovere la brigata, se stanca fosse del ragionare,
rallegrare con alcuna novella da ridere, col consentimento
degli altri lietamente la grazia gli fece. E da seder
levatasi, verso un rivo d'acqua chiarissima, il quale d'una
montagnetta discendeva in una valle ombrosa da molti albori
fra vive pietre e verdi erbette, con lento passo se
n'andarono. Quivi, scalze e con le braccia nude per l'acqua
andando, cominciarono a prendere varii diletti fra se
medesime. E appressandosi l'ora della cena, verso il palagio
tornatesi con diletto cenarono; dopo la qual cena, fatti
venir gli strumenti, comandò la reina che una danza fosse
presa e, quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una
canzone da' leuto di Dioneo aiutata. Per lo qual
comandamento Lauretta prestamente prese una danza e quella
menò, cantando Emilia la seguente canzone amorosamente:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Io son sì vaga della mia bellezza,</l>
<l>che d'altro amor già mai</l>
<l>non curerò né credo aver vaghezza.</l></lg>
<lg>
<l>Io veggio in quella, ognora ch'io mi specchio,</l>
<l>quel ben che fa contento lo 'ntelletto:</l>
<l>né accidente nuovo o pensier vecchio</l>
<l>mi può privar di sì caro diletto.</l>
<l>Quale altro dunque piacevole obgetto</l>
<l>potrei veder già mai</l>
<l>che mi mettesse in cuor nuova vaghezza?</l></lg>
<lg>
<l>Non fugge questo ben qualor disio</l>
<l>di rimirarlo in mia consolazione:</l>
<l>anzi si fa incontro al piacer mio</l>
<l>tanto soave a sentir, che sermone</l>
<l>dir nol poria né prendere intenzione</l>
<l>d'alcun mortal già mai,</l>
<l>che non ardesse di cotal vaghezza.</l></lg>
<lg>
<l>E io, che ciascuna ora più m'accendo</l>
<l>quanto più fisi tengo gli occhi in esso,</l>
<l>tutta mi dono a lui, tutta mi rendo,</l>
<l>gustando già di ciò ch'el m'ha promesso:</l>
<l>e maggior gioia spero più dappresso</l>
<l>sì fatta, che già mai</l>
<l>simil non si sentì qui da vaghezza.</l></lg>
</lg>
<p>Questa ballatetta finita, alla qual tutti lietamente avean
risposto, ancor che alcuni molto alle parole di quella
pensar facesse, dopo alcune altre carolette fatte, essendo
già una particella della brieve notte passata, piacque alla
reina di dar fine alla prima giornata. E fatti torchi
accender, comandò che ciascuno infino alla seguente mattina
s'andasse a riposare: per che ciascuno alla sua camera
tornatosi così fece.
</p></div2></div1>
<div1 n="Seconda giornata">
<argument><p>FINISCE LA PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON: E INCOMINCIA LA SECONDA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI FILOMENA, SI RAGIONA DI CHI, DA DIVERSE COSE INFESTATO, SIA OLTRE ALLA SUA SPERANZA RIUSCITO A LIETO FINE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Già per tutto aveva il sol recato con la sua luce il nuovo
giorno e gli uccelli su per li verdi rami cantando piacevoli
versi ne davano agli orecchi testimonanza, quando parimente
tutte le donne e i tre giovani levatisi ne' giardini se ne
entrarono, e le rugiadose erbe con lento passo scalpitando
d'una parte in un'altra, belle ghirlande faccendosi, per
lungo spazio diportando s'andarono. E sì come il trapassato
giorno avean fatto, così fecero il presente: per lo fresco
avendo mangiato, dopo alcun ballo s'andarono a riposare, e
da quello appresso la nona levatisi, come alla loro reina
piacque, nel fresco pratello venuti a lei dintorno si posero
a sedere. Ella, la quale era formosa e di piacevole aspetto
molto, della sua ghirlanda dello alloro coronata, alquanto
stata e tutta la sua compagnia riguardata nel viso, a
Neifile comandò che alle future novelle con una desse
principio. La quale, senza alcuna scusa fare, così lieta
cominciò a parlare.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Martellino, infignendosi attratto, sopra santo Arrigo fa
vista di guerire e, conosciuto il suo inganno, è battuto e
poi preso; e in pericol venuto d'essere impiccato per la
gola, ultimamente scampa.</emph></p></argument>
<p>Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi altrui sé di
beffare ingegnò, e massimamente quelle cose che sono da
reverire, s'è con le beffe e talvolta col danno sé solo
ritrovato. Il che, acciò che io al comandamento della reina
ubidisca, e principio dea con una mia novella alla proposta,
intendo di raccontarvi quello che prima sventuratamente e
poi, fuori di tutto il suo pensiero, assai felicemente a un
nostro cittadino adivenisse.</p>
<p>Era, non è ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi
chiamato Arrigo, il quale, povero uomo essendo, di portare
pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e, con questo, uomo
di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la
qual cosa, o vero o non vero che si fosse, morendo egli
adivenne, secondo che i trivigiani affermavano, che nell'ora
della sua morte le campane della maggior chiesa di Trivigi
tutte, senza essere da alcun tirate, cominciarono a sonare.
Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser
santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della città
alla casa nella quale il suo corpo giacea, quello a guisa
d'un corpo santo nella chiesa maggior ne portarono, menando
quivi zoppi, attratti e ciechi e altri di qualunque
infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero da,
toccamento di questo corpo divenir sani.</p>
<p>In tanto tumulto e discorrimento di popolo, avvenne che in
Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de' quali l'uno era
chiamato Stecchi, l'altro Martellino e il terzo Marchese,
uomini li quali, le corti de' signor visitando, di
contraffarsi e con nuovi atti contraffaccendo qualunque
altro uomo li veditori sollazzavano. Li quali quivi non
essendo stati già mai, veggendo correre ogni uomo, si
maravigliarono, e udita la cagione per che ciò era
disiderosi divennero d'andare a vedere.</p>
<p>E poste le lor cose a uno albergo, disse Marchese: “Noi
vogliamo andare a veder questo santo, ma io per me non
veggio come noi vi ci possiam pervenire, per ciò che io ho
inteso che la piazza è piena di tedeschi e d'altra gente
armata, la quale il signor di questa terra, acciò che romor
non si faccia, vi fa stare; e oltre a questo la chiesa, per
quel che si dica, è sì piena di gente che quasi niuna
persona più vi può entrare.”</p>
<p>Martellino allora, che di veder questa cosa disiderava,
disse: “Per questo non rimanga, ché di pervenire infino al
corpo santo troverò io ben modo.”</p>
<p>Disse Marchese: “Come?”</p>
<p>Rispose Martellino: “Dicolti. Io mi contraffarò a guisa
d'uno attratto, e tu dall'un lato e Stecchi dall'altro, come
se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo
faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo
santo mi guarisca: egli non sarà alcuno che veggendoci non
ci faccia luogo e lascici andare.”</p>
<p>A Marchese e a Stecchi piacque il modo: e senza alcuno
indugio usciti fuor dell'albergo, tutti e tre in un
solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le
mani, le dita e le braccia e le gambe e oltre a questo la
bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a
vedere; né sarebbe stato alcuno che veduto l'avesse, che non
avesse detto lui veramente esser tutto della persona perduto
e ratratto. E preso, così fatto, da Marchese e da Stecchi,
verso la chiesa si dirizzarono in vista tutti pieni di
pietà, umilemente e per l'amor di Dio domandando a ciascuno
che dinanzi lor si parava che loro luogo facesse, il che
agevolmente impetravano; e in brieve, riguardati da tutti e
quasi per tutto gridandosi “Fa luogo! fa luogo!”, là
pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da
certi gentili uomini, che v'erano da torno, fu Martellino
prestamente preso e sopra il corpo posto, acciò che per
quello il beneficio della santà acquistasse. Martellino,
essendo tutta la gente attenta a veder che di lui avvenisse,
stato alquanto, cominciò, come colui che ottimamente fare lo
sapeva, a far sembiante di distendere l'uno de' diti e
appresso la mano e poi il braccio, e così tutto a venirsi
distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in
lode di santo Arrigo facevano, che i tuoni non si sarieno
potuti udire.</p>
<p>Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, il
quale molto bene conoscea Martellino, ma per l'esser così
travolto quando vi fu menato non l'avea conosciuto; il
quale, veggendolo ridirizzato e riconosciutolo, subitamente
cominciò a ridere e a dire: “Domine fallo tristo! Chi non
avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato
attratto da dovero?”</p>
<p>Queste parole udirono alcuni trivigiani, li quali
incotanente il domandarono: “Come! non era costui
attratto?”</p>
<p>A' quali il fiorentin rispose: “Non piaccia a Dio! Egli è
stato sempre diritto come qualunque è l'un di noi, ma sa
meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far
queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole.”</p>
<p>Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti:
essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare:
“Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de' santi,
il quale, non essendo attratto, per ischernire il nostro
santo e noi, qui a guisa d'atratto è venuto!” E così
dicendo il pigliarono e giù del luogo dove era il tirarono,
e presolo per li capelli e stracciatili tutti i panni
indosso gl'incominciarono a dare delle pugna e de' calci; né
parea a colui essere uomo che a questo far non correa.
Martellin gridava “Mercé per Dio!” e quanto poteva
s'aiutava, ma ciò era niente: la calca gli multiplicava
ognora addosso maggiore.</p>
<p>La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese cominciarono fra
sé a dire che la cosa stava male, e di se medesimi dubitando
non ardivano a aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridando
ch'el fosse morto, avendo nondimeno pensiero tuttavia come
trarre il potessero delle mani del popolo; il quale
fermamente l'avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse
stato il qual Marchese subitamente prese: che, essendo ivi
di fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come
più tosto poté, n'andò a colui che in luogo del podestà
v'era e disse: “Mercé per Dio! Egli è qua un malvagio uomo
che m'ha tagliata la borsa con ben cento fiorin d'oro; io vi
priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio.”</p>
<p>Subitamente, udito questo, ben dodici de' sergenti corsero
là dove il misero Martellino era senza pettine carminato, e
alle maggiori fatiche del mondo, rotta la calca, loro tutto
pesto e tutto rotto il trassero delle mani e menaronnelo a
palagio; dove molti seguitolo che da lui si tenevano
scherniti, avendo udito che per tagliaborse era stato preso,
non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a
fargli dare la mala ventura, similmente cominciarono a dir
ciascuno da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali
cose udendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido
uomo, prestamente da parte menatolo sopra ciò lo 'ncominciò
a essaminare. Ma Martellino rispondea motteggiando, quasi
per niente avesse quella presura: di che il giudice turbato,
fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone gli
fece dare con animo di fargli confessare ciò che color
dicevano, per farlo poi appiccar per la gola.</p>
<p>Ma poi che egli fu in terra posto, domandandolo il giudice
se ciò fosse vero che coloro incontro a lui dicevano, non
valendogli il dir di no, disse: “Signor mio, io son presto
a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun che m'accusa dire
quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello
che io avrò fatto e quel che no.”</p>
<p>Disse il giudice: “Questo mi piace”; e fattine alquanti
chiamare, l'un diceva che gliele avea tagliata otto dì eran
passati, l'altro sei, l'altro quatro, e alcuni dicevano quel
dì stesso.</p>
<p>Il che udendo Martellino disse: “Signor mio, essi mentono
tutti per la gola! e che io dica il vero, questa pruova ve
ne posso fare: che così non fossi io mai in questa terra
entrato come io mai non ci fui se non da poco fa in qua; e
come io giunsi, per mia disaventura andai a veder questo
corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete
vedere; e che questo che io dico sia vero, ve ne può far
chiaro l'uficial del signore il quale sta alle presentagioni
e il suo libro e ancora l'oste mio. Per che, se così trovate
come io vi dico, non mi vogliate a instanzia di questi
malvagi uomini straziare e uccidere.”</p>
<p>Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi,
li quali avevan sentito che il giudice del podestà
fieramente contro a lui procedeva e già l'aveva collato,
temetter forte, seco dicendo: “Male abbiam procacciato; noi
abbiamo costui tratto della padella e gittatolo nel fuoco.”
Per che, con ogni sollecitudine dandosi attorno e l'oste
loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono; di che
esso ridendo, gli menò a un Sandro Agolanti, il quale in
Trivigi abitava e appresso al signore aveva grande stato; e
ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò che
de' fatti di Martellino gli tenesse.</p>
<p>Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che
per Martellino fosse mandato; e così fu. Il quale coloro che
per lui andarono trovarono ancora in camiscia dinanzi al
giudice e tutto smarrito e pauroso forte, per ciò che il
giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire; anzi, per
avventura avendo alcuno odio ne' fiorentini, del tutto era
disposto a volerlo fare impiccar per la gola e in niuna
guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che
costretto non fu di renderlo a suo dispetto. Al quale poi
che egli fu davanti, e ogni cosa per ordine dettagli, porse
prieghi che in luogo di somma grazia via il lasciasse
andare, per ciò che infino che in Firenze non fosse sempre
gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il signore fece
grandissime risa di così fatto accidente; e fatta donare una
roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così
gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa
loro.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Rinaldo d'Asti, rubato, capita a Castel Guiglielmo e è
albergato da una donna vedova; e, de' suo' danni ristorato
sano e salvo si torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza
modo risero le donne, e massimamente tra' giovani
Filostrato; al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea,
comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale
senza indugio alcuno incominciò:</p>
<p>–Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose
catoliche e di sciagure e d'amore in parte mescolata, la
quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e
spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi paesi d'amore
sono caminanti, ne' quali chi non ha detto il paternostro di
san Giuliano spesse volte, ancora che abbia buon letto,
alberga male.</p>
<p>Era adunque, al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un
mercatante chiamato Rinaldo d'Asti per sue bisogne venuto a
Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi,
avvenne che, uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona,
s'abbatté in alcuni li quali mercatanti parevano, e erano
masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione, con li
quali ragionando incautamente s'accompagnò. Costoro,
veggendol mercatante e estimando lui dovere portar denari,
seco diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di
rubarlo: e per ciò, acciò che egli niuna suspeccion
prendesse, come uomini modesti e di buona condizione pure
d'oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando,
rendendosi in ciò che potevano e sapevano umili e benigni
verso di lui: per che egli gli avergli trovati si reputava
in gran ventura, per ciò che solo era con un suo fante a
cavallo.</p>
<p>E così camminando, d'una cosa in altra, come ne'
ragionamenti addivien, trapassando, caddero in sul ragionare
delle orazioni che gli uomini fanno a Dio; e l'uno de'
masnadieri, che eran tre, disse verso Rinaldo: “E voi,
gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?”</p>
<p>Al quale Rinaldo rispose: “Nel vero io sono uomo di queste
cose materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì
come colui che mi vivo all'antica e lascio correr due soldi
per ventiquatro denari; ma nondimeno ho sempre avuto in
costume, camminando, di dir la mattina, quando esco
dell'albergo, un paternostro e una avemaria per l'anima del
padre e della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego
Idio e lui che la seguente notte mi deano buono albergo. E
assai volte già de' miei dì sono stato, camminando, in gran
pericoli, de' quali tutti scampato pur sono la notte poi
stato in buon luogo e bene albergato: per che io porto ferma
credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m'abbia
questa grazia impetrata da Dio; né mi parrebbe il dì bene
potere andare né dovere la notte vegnente bene arrivare, che
io non l'avessi la mattina detto.”</p>
<p>A cui colui, che domandato l'avea, disse: “E istamane
dicestel voi?”</p>
<p>A cui Rinaldo rispose: “Sì bene.”</p>
<p>Allora quegli, che già sapeva come andar doveva il fatto,
disse seco medesimo: “Al bisogno ti fia venuto, ché, se
fallito non ci viene, per mio avviso tu albergherai pur
male”; e poi gli disse: “Io similemente ho già molto
camminato e mai nol dissi, quantunque io l'abbia a molti
molto udito già commendare, né giammai non m'avenne che io
per ciò altro che bene albergassi; e questa sera per
avventura ve ne potrete avvedere chi meglio albergherà, o
voi che detto l'avete o io che non l'ho detto. Bene è il
vero che io uso in luogo di quello il <foreign lang="lat">dirupisti</foreign> o la
<emph>'ntemerata</emph> o il <foreign lang="lat">deprofundi</foreign>, che sono, secondo che
una mia avola mi solea dire, di grandissima virtù.”</p>
<p>E così di varie cose parlando e al lor cammin procedendo e
aspettando luogo e tempo al lor malvagio proponimento,
avvenne che, essendo già tardi, di là dal Castel Guiglielmo,
al valicar d'un fiume questi tre, veggendo l'ora tarda e il
luogo solitario e chiuso, assalitolo il rubarono, e, lui a
piè e in camiscia lasciato, partendosi dissero: “Va e sappi
se il tuo san Giuliano questa notte ti darà buono albergo,
ché il nostro il darà bene a noi”; e valicato il fiume
andaron via.</p>
<p>Il fante di Rinaldo veggendolo assalire, come cattivo,
niuna cosa al suo aiuto adoperò, ma volto il cavallo sopra
il quale era non si ritenne di correre sì fu a Castel
Guiglielmo, e in quello, essendo già sera, entrato, senza
darsi altro impaccio albergò.</p>
<p>Rinaldo, rimaso in camiscia e scalzo, essendo il freddo
grande e nevicando tuttavia forte, non sappiendo che farsi,
veggendo già sopravenuta la notte, tremando e battendo i
denti, cominciò a riguardare se da torno alcuno ricetto si
vedesse dove la notte potesse stare, che non si morisse di
freddo; ma niun veggendone, per ciò che poco davanti essendo
stata guerra nella contrada v'era ogni cosa arsa, sospinto
dalla freddura, trottando si dirizzò verso Castel
Guiglielmo, non sappiendo perciò che il suo fante là o
altrove si fosse fuggito, pensando, se dentro entrar vi
potesse, qualche soccorso gli manderebbe Idio. Ma la notte
obscura il sopraprese di lungi dal castello presso a un
miglio: per la qual cosa sì tardi vi giunse, che, essendo le
porte serrate e i ponti levati, entrar non vi poté dentro.
Laonde, dolente e isconsolato piagnendo, guardava dintorno
dove porre si potesse, che almeno addosso non gli nevicasse:
e per avventura vide una casa sopra le mura del castello
sportata alquanto in fuori, sotto il quale sporto diliberò
d'andarsi a stare infino al giorno. E là andatosene e sotto
quello sporto trovato uno uscio, come che serrato fosse, a
piè di quello ragunato alquanto di pagliericcio che vicin
v'era, tristo e dolente si pose a stare, spesse volte
dolendosi a san Giuliano, dicendo questo non essere della
fede che aveva in lui. Ma san Giuliano, avendo a lui
riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò buono
albergo.</p>
<p>Egli era in questo castello una donna vedova, del corpo
bellissima quanto alcuna altra, la quale il marchese Azzo
amava quanto la vita sua e quivi a instanzia di sé la facea
stare: e dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo
sporto della quale Rinaldo s'era andato a dimorare. E era il
dì dinanzi per avventura il marchese quivi venuto per
doversi la notte giacere con essolei, e in casa di lei
medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno e nobilmente
da cena. E essendo ogni cosa presta (e niuna altra cosa che
la venuta del marchese era da lei aspettata) avvenne che un
fante giunse alla porta, il quale recò novelle al marchese
per le quali a lui subitamente cavalcar convenne: per la
qual cosa, mandato a dire alla donna che non l'attendesse,
prestamente andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non
sappiendo che farsi, diliberò d'entrare nel bagno fatto per
lo marchese e poi cenare e andarsi a letto; e così nel bagno
se n'entrò.</p>
<p>Era questo bagno vicino all'uscio dove il meschino Rinaldo
s'era accostato fuori della terra; per che, stando la donna
nel bagno, sentì il pianto e 'l triemito che Rinaldo faceva,
il quale pareva diventato una cicogna: laonde, chiamata la
sua fante, le disse: “Va sù e guarda fuori del muro a piè
di questo uscio chi v'è e chi egli è e quel ch'el vi fa.”
La fante andò e aiutandola la chiarità dell'aere vide costui
in camiscia e scalzo quivi sedersi, come detto è, tremando
forte; per che ella il domandò chi el fosse. E Rinaldo, sì
forte tremando che appena poteva le parole formare, chi el
fosse e come e perché quivi quanto più brieve poté le disse:
e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se esser
potesse, quivi non lo lasciasse di freddo la notte morire.
La fante, divenutane pietosa, tornò alla donna e ogni cosa
le disse. La qual similmente pietà avendone, ricordatasi che
di quello uscio aveva la chiave, il quale alcuna volta
serviva alle occulte entrate del marchese, disse: “Va e
pianamente gli apri; qui è questa cena e non saria chi
mangiarla, e da poterlo albergar ci è assai.”</p>
<p>La fante, di questa umanità avendo molto commendata la
donna, andò e sì gli aperse; e dentro messolo, quasi
assiderato veggendolo, gli disse la donna: “Tosto, buono
uomo, entra in quel bagno, il quale ancora è caldo.”</p>
<p>E egli questo, senza più inviti aspettare, di voglia fece:
e tutto dalla caldezza di quello riconfortato da morte a
vita gli parve esser tornato. La donna gli fece apprestare
panni stati del marito di lei poco tempo davanti morto, li
quali, come vestiti s'ebbe, a suo dosso fatti parevano; e
aspettando quello che la donna gli comandasse incominciò a
ringraziare Idio e san Giuliano che di sì malvagia notte,
come egli aspettava, l'avevano liberato e a buono albergo,
per quello che gli pareva, condotto. Appresso questo la
donna, alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo
fuoco in una sua camminata, in quella se ne venne e del
buono uomo domandò che ne fosse.</p>
<p>A cui la fante rispose: “Madonna, egli s'è rivestito e è
un bello uomo e pare persona molto da bene e costumato.”</p>
<p>“Va dunque, “ disse la donna “e chiamalo e digli che qua
se ne venga: al fuoco si cenerà, ché so che cenato non ha.”</p>
<p>Rinaldo nella camminata entrato, e veggendo la donna e da
molto parendogli, reverentemente la salutò e quelle grazie
le quali seppe maggiori del beneficio fattogli le rendé. La
donna, vedutolo e uditolo e parendole quello che la fante
dicea, lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente
il fé sedere e dello accidente che quivi condotto l'avea il
domandò: alla quale Rinaldo per ordine ogni cosa narrò.
Aveva la donna, nel venire del fante di Rinaldo nel
castello, di questo alcuna cosa sentita, per che ella ciò
che da lui era detta interamente credette, e sì gli disse
ciò che del suo fante sapea e come leggiermente la mattina
appresso ritrovare il potrebbe. Ma poi che la tavola fu
messa, come la donna volle, Rinaldo con lei insieme, le mani
lavatesi, si pose a cenare. Egli era grande della persona e
bello e piacevole nel viso e di maniere assai laudevoli e
graziose e giovane di mezza età; al quale la donna avendo
più volte posto l'occhio addosso e molto commendatolo, e
già, per lo marchese che con lei doveva venire a giacersi,
il concupiscibile appetito avendo desto nella mente ricevuto
l'avea. Dopo la cena, da tavola levatasi, con la sua fante
si consigliò se ben fatto le paresse che ella, poi che il
marchese beffata l'avea, usasse quel bene che innanzi
l'aveva la fortuna mandato.</p>
<p>La fante, conoscendo il disiderio della sua donna, quanto
poté e seppe a seguirlo la confortò: per che la donna, al
fuoco tornatasi dove Rinaldo solo lasciato aveva,
cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse: “Deh,
Rinaldo, perché state voi così pensoso? non credete voi
potere essere ristorato d'un cavallo e d'alquanti panni che
voi abbiate perduti? Confortatevi, state lietamente, voi
siete in casa vostra. Anzi vi voglio dir più avanti: che,
veggendovi cotesti panni indosso, li quali del mio morto
marito furono, parendomi voi pur desso, m'è venuta stasera
forse cento volte voglia d'abracciarvi e di basciarvi: e,
s'io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo
io l'avrei fatto.”</p>
<p>Rinaldo, queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi
della donna veggendo, come colui che mentacatto non era,
fattolesi incontro con le braccia aperte, disse: “Madonna,
pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia
vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran
villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse
non m'ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro
d'abracciarmi e di basciarmi, ché io abraccerò e bascerò voi
vie più che volentieri.”</p>
<p>Oltre a queste non bisognar più parole. La donna, che tutta
d'amoroso disio ardeva, prestamente gli si gittò nelle
braccia; e poi che mille volte, disiderosamente
strignendolo, basciato l'ebbe e altrettante da lui fu
basciata, levatisi di quindi nella camera se ne andarono, e
senza niuno indugio coricatisi pienamente e molte volte,
anzi che il giorno venisse, i loro disii adempierono. Ma poi
che a apparir cominciò l'aurora, sì come alla donna piacque
levatisi, acciò che questa cosa non si potesse presummere
per alcuno, datigli alcuni panni assai cattivi e empiutagli
la borsa di denari, pregandolo che questo tenesse celato,
avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir
dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciuolo onde
era entrato il mise fuori.</p>
<p>Egli, fatto dì chiaro, mostrando di venire di più lontano,
aperte le porte, entrò nel castello e ritrovò il suo fante;
per che, rivestitosi de' panni suoi che nella valigia erano
e volendo montare in sul cavallo del fante, quasi per divino
miracolo addivenne che li tre masnadieri che la sera davanti
rubato l'aveano, per altro maleficio da lor fatto poco poi
appresso presi, furono in quello castel menati; e per
confessione da loro medesimi fatta, gli fu restituito il suo
cavallo, i panni e i denari, né ne perdé altro che un paio
di cintolini de' quali non sapevano i masnadieri che fatto
se n'avessero. Per la qual cosa Rinaldo, Idio e san Giulian
ringraziando, montò a cavallo e sano e salvo ritornò a casa
sua; e i tre masnadieri il dì seguente andaro a dare de'
calci a rovaio.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Tre giovani male il loro avere spendono, impoveriscono;
de' quali un nepote con uno abate accontatosi, tornandosi a
casa per disperato, lui truova essere la figliuola del re
d'Inghilterra, la quale lui per marito prende e de' suoi zii
ogni danno ristora, tornandogli in buono stato.</emph></p></argument>
<p>Furono con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d'Asti
dalle donne e da' giovani e la sua divozion commendata e
Idio e san Giuliano ringraziati che al suo bisogno maggiore
gli avevano prestato soccorso; né fu per ciò, quantunque
cotal mezzo di nascoso si dicesse, la donna reputata sciocca
che saputo aveva pigliare il bene che Idio a casa l'aveva
mandato. E mentre che della buona notte che colei ebbe
soghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato a
Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la
volta dovesse toccare, in se stessa recatasi quel che
dovesse dire cominciò a pensare; e, dopo il comandamento
della reina, non meno ardita che lieta così cominciò a
parlare:</p>
<p>–Valorose donne, quanto più si parla de' fatti della
fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare,
ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia,
se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi
scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per
conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio, senza
alcuna posa d'uno in altro e d'altro in uno successivamente,
senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei
permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa e
tutto il giorno si mostri e ancora in alcune novelle di
sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina
che sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli
ascoltanti aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale
avviso dovrà piacere.</p>
<p>Fu già nella nostra città un cavaliere il cui nome fu
messer Tebaldo, il quale, secondo che alcuni vogliono, fu
de' Lamberti, e altri affermano lui essere stato degli
Agolanti, forse più dal mestier de' figliuoli di lui poscia
fatto, conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto
e fanno, prendendo argomento che da altro. Ma lasciando
stare di quale delle due case si fosse, dico che esso fu ne'
suoi tempi ricchissimo cavaliere, e ebbe tre figliuoli, de'
quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo e il
terzo Agolante, già belli e leggiadri giovani, quantunque il
maggiore a diciotto anni non aggiugnesse, quando esso messer
Tebaldo ricchissimo venne a morte e loro, sì come a
legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile
lasciò. Li quali, veggendosi rimasi ricchissimi e di
contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che
del loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno
cominciarono a spendere, tenendo grandissima famiglia e
molti e buoni cavalli e cani e uccelli e continuamente
corte, donando e armeggiando e faccendo ciò non solamente
che a gentili uomini s'appartiene ma ancor quello che nello
appetito loro giovenile cadeva di voler fare. Né lungamente
fecero cotal vita, che il tesoro lasciato loro dal padre
venne meno; e non bastando alle cominciate spese solamente
le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le
possessioni: e oggi l'una e doman l'altra vendendo, appena
s'avvidero che quasi al niente venuti furono e aperse loro
gli occhi la povertà, li quali la ricchezza aveva tenuti
chiusi.</p>
<p>Per la qual cosa Lamberto, chiamati un giorno gli altri
due, disse loro qual fosse l'orrevolezza del padre stata e
quanta la loro e quale la loro ricchezza e chente la povertà
nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e
come seppe il meglio, avanti che più della loro miseria
apparisse, gli confortò con lui insieme a vendere quel poco
che rimaso era loro e andarsene via: e così fecero. E senza
commiato chiedere o fare alcuna pompa di Firenze usciti, non
si ritennero sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in
Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente
cominciarono a prestare a usura; e sì fu in questo loro
favorevole la fortuna, che in pochi anni grandissima
quantità di denari avanzarono.</p>
<p>Per la qual cosa con quelli, successivamente or l'uno or
l'altro a Firenze tornandosi, gran parte delle loro
possessioni ricomperarono e molte dell'altre comperar sopra
quelle, e presero moglie; e continuamente in Inghilterra
prestando, a attendere a' fatti loro un giovane lor nepote,
che avea nome Allessandro, mandarono, e essi tutti e tre a
Firenze, avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo
sconcio spendere altra volta recati, non obstante che in
famiglia tutti venuti fossero, più che mai
strabocchevolmente spendeano e erano sommamente creduti da
ogni mercatante, e d'ogni gran quantità di denari. Le quali
spese alquanti anni aiutò lor sostenere la moneta da
Alessandro lor mandata, il quale messo s'era in prestare a
baroni sopra castella e altre loro entrate, le quali da gran
vantaggio bene gli rispondeano.</p>
<p>E mentre così i tre fratelli largamente spendeano e
mancando denari accattavano, avendo sempre la speranza ferma
in Inghilterra, avvenne che, contra l'oppinion d'ogni uomo,
nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo
figliuolo, per la quale tutta l'isola si divise, e chi tenea
con l'uno e chi con l'altro; per la qual cosa furono tutte
le castella de' baroni tolte a Alessandro, né alcuna altra
rendita era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che
di giorno in giorno tra 'l figliuolo e 'l padre dovesse
esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita a
Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell'isola non
si partiva, e i tre fratelli che in Firenze erano in niuna
cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno più
accattando. Ma poi che in più anni niuno effetto seguir si
vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la
credenza perderono ma, volendo coloro che aver doveano esser
pagati, furono subitamente presi; e non bastando al
pagamento le lor possessioni, per lo rimanente rimasono in
prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se
ne andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in
arnese, più non sappiendo che aspettar si dovessono se non
misera vita sempre.</p>
<p>Alessandro, il quale in Inghilterra la pace più anni
aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli
quivi non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare,
diliberato di tornarsi in Italia, tutto soletto si mise in
cammino. E per ventura di Bruggia uscendo, vide n'usciva
similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e
con molta famiglia e con gran salmeria avanti; al quale
appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co'
quali, sì come con conoscenti, Alessandro accontatosi, da
loro in compagnia fu volentieri ricevuto.</p>
<p>Camminando adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli
domandò chi fossero i monaci che con tanta famiglia
cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale l'uno de'
cavalieri rispose: “Questi che avanti cavalca è un
giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d'una
delle maggiori badie d'Inghilterra; e per ciò che egli è più
giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta dignità,
andiam noi con essolui a Roma a impetrare dal Santo Padre
che nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e
appresso nella dignità il confermi: ma ciò non si vuol con
altrui ragionare.”</p>
<p>Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora
appresso alla sua famiglia, sì come noi tutto il giorno
veggiamo per cammino avvenir de' signori, gli venne nel
cammino presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane
assai, di persona e di viso bellissimo, e, quanto alcuno
altro esser potesse, costumato e piacevole e di bella
maniera: il quale maravigliosamente nella prima vista gli
piacque quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta; e
chiamatolo a sé, con lui cominciò piacevolmente a ragionare
e domandare chi fosse, donde venisse e dove andasse. Al
quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e
sodisfece alla sua domanda, e sé a ogni suo servigio,
quantunque poco potesse, offerse. L'abate, udendo il suo
ragionare bello e ordinato e più partitamente i suoi costumi
considerando, e lui seco estimando, come che il suo mestiere
fosse stato servile, esser gentile uomo, più del piacere di
lui s'accese; e già pieno di compassion divenuto delle sue
sciagure, assai familiarmente il confortò e gli disse che a
buona speranza stesse, per ciò che, se valente uom fosse,
ancora Idio il riporrebbe là onde la fortuna l'aveva gittato
e più a alto: e pregollo che, poi verso Toscana andava, gli
piacesse d'essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che
esso là similmente andasse. Alessandro gli rendé grazie del
conforto e sé a ogni suo comandamento disse esser presto.</p>
<p>Camminando adunque l'abate, al quale nuove cose si volgean
per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che dopo più
giorni essi pervennero a una villa la quale non era troppo
riccamente fornita d'alberghi. E volendo quivi l'abate
albergare, Alessandro in casa d'uno oste, il quale assai suo
dimestico era, il fece smontare, e fecegli la sua camera
fare nel meno disagiato luogo della casa. E quasi già
divenuto un siniscalco dell'abate, sì come colui che molto
era pratico, come il meglio si poté per la villa allogata
tutta la sua famiglia, chi qua e chi là, avendo l'abate
cenato e già essendo buona pezza di notte e ogni uomo andato
a dormire, Alessandro domandò l'oste là dove esso potesse
dormire.</p>
<p>Al quale l'oste rispose: “In verità io non so: tu vedi che
ogni cosa è pieno e puoi veder me e la mia famiglia dormire
su per le panche; tuttavia nella camera dell'abate son certi
granai a' quali io ti posso menare e porovvi suso alcun
letticello, e quivi, se ti piace, come meglio puoi questa
notte ti giaci.”</p>
<p>A cui Alessandro disse: “Come andrò io nella camera
dell'abate, che sai che è piccola e per istrettezza non v'è
potuto giacere alcuno de' suoi monaci? Se io mi fossi di ciò
accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire
sopra i granai i monaci suoi e io mi sarei stato dove i
monaci dormono.”</p>
<p>Al quale l'oste disse: “L'opera sta pur così, e tu puoi,
se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo. L'abate dorme
e se' cortine son dinanzi: io vi ti porrò chetamente una
coltricetta, e dormiviti.”</p>
<p>Alessandro, veggendo che questo si potea fare senza dare
alcuna noia all'abate, vi s'accordò, e quanto più chetamente
poté vi s'acconciò. L'abate, il quale non dormiva anzi alli
suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che l'oste e
Alessandro parlavano e similmente avea sentito dove
Allessandro s'era a giacer messo; per che, seco stesso forte
contento, cominciò a dire: “Idio ha mandato tempo a' miei
disiri: se io nol prendo, per avventura simile a pezza non
mi tornerà.”</p>
<p>E diliberatosi del tutto di prenderlo, parendogli ogni cosa
cheta per l'albergo, con sommessa voce chiamò Alessandro e
gli disse che appresso lui si coricasse: il quale, dopo
molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L'abate, postagli
la mano sopra il petto, lo 'ncominciò a toccare non
altramenti che sogliano fare le vaghe giovani i loro amanti:
di che Alessandro si maravigliò forte e dubitò non forse
l'abate, da disonesto amor preso, si movesse a così
fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione
o per alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente
l'abate conobbe e sorrise; e prestamente di dosso una
camiscia, ch'avea, cacciatasi, presa la mano d'Allessandro,
e quella sopra il petto si pose dicendo: “Alessandro,
caccia via il tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci
quello che io nascondo.” Alessandro, posta la mano sopra il
petto dell'abate, trovò due poppelline tonde e sode e
dilicate, non altramenti che se d'avorio fossono state; le
quali egli trovate e conosciuto tantosto costei esser
femina, senza altro invito aspettare, prestamente
abbracciatala la voleva basciare: quando ella gli disse:
“Avanti che tu più mi t'avicini, attendi quello che io ti
voglio dire. Come tu puoi conoscere, io son femina e non
uomo; e pulcella partitami da casa mia, al Papa andava che
mi maritasse: o tua ventura o mia sciagura che sia, come
l'altro dì ti vidi, sì di te m'accese Amore, che donna non
fu mai che tanto amasse uomo. E per questo io ho diliberato
di volere te avanti che alcuno altro per marito: dove tu me
per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo
luogo ritorna.”</p>
<p>Alessandro, quantunque non la conoscesse, avendo riguardo
alla compagnia che ella avea, lei stimò dovere essere nobile
e ricca, e bellissima la vedea: per che senza troppo lungo
pensiero rispose che, se questo a lei piacea, a lui era
molto a grado. Essa allora levatasi a sedere in su il letto,
davanti a una tavoletta dove Nostro Signore era effigiato
postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso
insieme abbracciatisi, con gran piacer di ciascuna delle
parti quanto di quella notte restava si sollazzarono. E
preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come il giorno
venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo
donde era entrato, senza sapere alcuno ove la notte dormito
si fosse, lieto oltre misura con l'abate e con sua compagnia
rientrò in cammino; e dopo molte giornate pervennero a Roma.</p>
<p>E quivi, poi che alcun dì dimorati furono, l'abate con li
due cavalieri e con Alessandro senza più entrarono al Papa;
e fatta la debita reverenza così cominciò l'abate a
favellare: “Santo Padre, sì come voi meglio che alcuno
altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente vuol
vivere dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale a
altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io,
che onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare,
nell'abito nel qual mi vedete fuggita segretamente con
grandissima parte de' tesori del re d'Inghilterra mio padre
(il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo io
giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per
qui venire, acciò che la vostra Santità mi maritasse, mi
misi in via. Né mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia
fuggire, quanto la paura di non fare per la fragilità della
mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che fosse
contra le divine leggi e contra l'onore del real sangue del
padre mio. E così disposta venendo, Idio, il quale solo
ottimamente conosce ciò che fa mestiere a ciascuno, credo
per la sua misericordia colui che a Lui piacea che mio
marito fosse mi pose avanti agli occhi: e quel fu questo
giovane” e mostrò Alessandro “il quale voi qui appresso di
me vedete, li cui costumi e il cui valore son degni di
qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà del suo
sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho adunque
preso e lui voglio, né mai alcuno altro n'avrò, che che se
ne debba parere al padre mio o a altrui; per che la
principal cagione per la quale mi mossi è tolta via, ma
piacquemi di fornire il mio cammino sì per visitare li santi
luoghi e reverendi, de' quali questa città è piena, e la
vostra Santità, e sì acciò che per voi il contratto
matrimonio tra Alessandro e me solamente nella presenza di
Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli
altri uomini. Per che umilmente vi priego che quello che a
Dio e a me è piaciuto sia a grado a voi, e la vostra
benedizion ne doniate, acciò che con quella, sì come con più
certezza del piacere di Colui del quale voi sete vicario,
noi possiamo insieme all'onore di Dio e del vostro vivere e
ultimamente morire.”</p>
<p>Maravigliossi Alessandro udendo la moglie esser figliuola
del re d'Inghilterra e di mirabile allegrezza occulta fu
ripieno: ma più si maravigliarono li due cavalieri e sì si
turbarono, che, se in altra parte che davanti al Papa stati
fossero, avrebbono a Alessandro e forse alla donna fatta
villania. D'altra parte il Papa si maravigliò assai e dello
abito della donna e della sua elezione: ma conoscendo che
indietro tornare non si potea, le volle del suo priego
sodisfare. E primieramente racconsolati i cavalieri li quali
turbati conoscea e in buona pace con la donna e con
Alessandro rimessigli, diede ordine a quello che da far
fosse. E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a
tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti uomini, li
quali invitati a una grandissima festa da lui apparecchiata
eran venuti, fece venire la donna realmente vestita, la
quale tanto bella e sì piacevol parea che meritamente da
tutti era commendata, e simigliantemente Alessandro
splendidamente vestito, in apparenza e in costumi non miga
giovane che a usura avesse prestato ma più tosto reale, e
da' due cavalieri molto onorato; e quivi da capo fece
solennemente le sponsalizie celebrare, e appresso, le nozze
belle e magnifiche fatte, con la sua benedizione gli
licenziò.</p>
<p>Piacque a Alessandro e similmente alla donna, di Roma
partendosi, di venire a Firenze, dove già la fama aveva la
novella recata; e quivi da' cittadini con sommo onore
ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo
prima fatto ogn'uom pagare, e loro e le lor donne rimise
nelle loro possessioni. Per la qual cosa con buona grazia di
tutti Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante,
si partì di Firenze, e a Parigi venuti onorevolmente dal re
ricevuti furono.</p>
<p>Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col
re adoperarono, che egli le rendé la grazia sua e con
grandissima festa lei e 'l suo genero ricevette; il quale
egli poco appresso con grandissimo onore fé cavaliere e
donogli la contea di Cornovaglia. Il quale fu da tanto e
tanto seppe fare, che egli paceficò il figliulo col padre:
di che seguì gran bene all'isola, e egli n'acquistò l'amore
e la grazia di tutti i paesani, e Agolante ricoverò tutto
ciò che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si
tornò a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier
fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente visse; e,
secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore
e l'aiuto del suocero egli conquistò poi la Scozia e funne
re coronato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Landolfo Rufolo, impoverito, divien corsale e da' genovesi
preso rompe in mare e sopra una cassetta di gioie carissime
piena scampa; e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si
torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>La Lauretta appresso Pampinea sedea; la qual, veggendo lei
al glorioso fine della sua novella, senza altro aspettare a
parlar cominciò in cotal guisa:</p>
<p>–Graziosissime donne, niuno atto della fortuna, secondo il
mio giudicio, si può veder maggiore che vedere uno d'infima
miseria a stato reale elevare, come la novella di Pampinea
n'ha mostrato essere al suo Alessandro adivenuto. E per ciò
che a qualunque della proposta materia da quinci innanzi
novellerà converrà che infra questi termini dica, non mi
vergognerò io di dire una novella, la quale, ancora che
miserie maggiori in sé contenga, non per ciò abbia così
splendida riuscita. Ben so che, pure a quella avendo
riguardo, con minor diligenzia fia la mia udita: ma altro
non potendo sarò scusata.</p>
<p>Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più
dilettevole parte d'Italia; nella quale assai presso a
Salerno è una costa sopra il mare riguardante, la quale gli
abitanti chiamano la costa d'Amalfi, piena di picciole
città, di giardini e di fontane e d'uomini ricchi e
procaccianti in atto di mercatantia sì come alcuni altri.
Tralle quali cittadette n'è una chiamata Ravello, nella
quale, come che oggi v'abbia di ricchi uomini, ve n'ebbe già
uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo; al
quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di
radoppiarla, venne presso che fatto di perder con tutta
quella se stesso.</p>
<p>Costui adunque, sì come usanza suole esser de' mercatanti,
fatti suoi avvisi, comperò un grandissimo legno e quello
tutto, di suoi denari, caricò di varie mercatantie e andonne
con esse in Cipri. Quivi, con quelle qualità medesime di
mercatantie che egli aveva portate, trovò essere più altri
legni venuti; per la qual cagione non solamente gli convenne
far gran mercato di ciò che portato avea, ma quasi, se
spacciar volle le cose sue, gliele convenne gittar via:
laonde egli fu vicino al disertarsi. E portando egli di
questa cosa seco gravissima noia, non sappiendo che farsi e
veggendosi di ricchissimo uomo in brieve tempo quasi povero
divenuto, pensò o morire o rubando ristorare i danni suoi,
acciò che là onde ricco partito s'era povero non tornasse. E
trovato comperatore del suo gran legno, con quegli denari e
con gli altri che della sua mercatantia avuti avea comperò
un legnetto sottile da corseggiare e quello d'ogni cosa
oportuna a tal servigio armò e guernì ottimamente, e diessi
a far sua della roba d'ogni uomo e massimamente sopra i
turchi.</p>
<p>Al qual servigio gli fu molto più la fortuna benivola che
alla mercatantia stata non era. Egli, forse infra uno anno,
rubò e prese tanti legni di turchi, che egli si trovò non
solamente avere racquistato il suo che in mercatantia avea
perduto ma di gran lunga quello aver raddoppiato. Per la
qual cosa, gastigato dal primo dolore della perdita,
conoscendo che egli aveva assai, per non incappar nel
secondo a se medesimo dimostrò quello che aveva, senza voler
più, dovergli bastare: e per ciò si dispose di tornarsi con
esso a casa sua. E pauroso della mercatantia, non s'impacciò
d'investire altramenti i suoi denari, ma con quello legnetto
col quale guadagnati gli avea, dato de' remi in acqua, si
mise al ritornare. E già nell'Arcipelago venuto, levandosi
la sera uno scilocco, il quale non solamente era contrario
al suo cammino ma ancora faceva grossissimo il mare, il
quale il suo picciolo legno non avrebbe bene potuto
comportare, in uno seno di mare, il quale una piccola
isoletta faceva da quello vento coperto, si raccolse, quivi
proponendo d'aspettarlo migliore. Nel quale seno poco stante
due gran cocche di genovesi, le quali venivano di
Costantinopoli, per fuggir quello che Landolfo fuggito avea,
con fatica pervennero; le genti delle quali, veduto il
legnetto e chiusagli la via da potersi partire, udendo di
cui egli era e già per fama conoscendol ricchissimo, sì come
uomini naturalmente vaghi di pecunia e rapaci a doverlo aver
si disposero. E messa in terra parte della lor gente con
balestra e bene armata, in parte la fecero andare che de'
legnetto neuna persona, se saettato esser non volea, poteva
discendere; e essi, fattisi tirare a' paliscalmi e aiutati
dal mare, s'accostarono al picciol legno di Landolfo e
quello con piccola fatica in picciolo spazio, con tutta la
ciurma senza perderne uomo, ebbero a man salva: e fatto
venire sopra l'una delle lor cocche Landolfo e ogni cosa del
legnetto tolta, quello sfondolarono lui in un povero
farsettino ritenendo.</p>
<p>Il dì seguente, mutatosi il vento, le cocche ver Ponente
vegnendo fer vela e tutto quel dì prosperamente vennero al
lor viaggio; ma nel fare della sera si mise un vento
tempestoso, il qual faccendo i mari altissimi divise le due
cocche l'una dall'altra. E per forza di questo vento
addivenne che quella sopra la quale era il misero e povero
Landolfo con grandissimo impeto di sopra all'isola di
Cifalonia percosse in una secca, e non altramenti che un
vetro percosso a un muro tutta s'aperse e si stritolò: di
che i miseri dolenti che sopra quella erano, essendo già il
mare tutto pieno di mercatantie che notavano e di casse e di
tavole, come in così fatti casi suole avvenire, quantunque
obscurissima notte fosse e il mare grossissimo e gonfiato,
notando quegli che notar sapevano, s'incominciarono a
appiccare a quelle cose che per ventura lor si paravan
davanti.</p>
<p>Intra li quali il misero Landolfo, ancora che molte volte
il dì davanti la morte chiamata avesse, seco eleggendo di
volerla più tosto che di tornare a casa sua povero come si
vedea, vedendola presta n'ebbe paura: e, come gli altri,
venutagli alle mani una tavola, a quella s'apiccò, se forse
Idio, indugiando egli l'affogare, gli mandasse qualche aiuto
allo scampo suo; e a cavallo a quella, come meglio poteva,
veggendosi sospinto dal mare e dal vento ora in qua e ora in
là, si sostenne infino al chiaro giorno. Il quale veduto,
guardandosi egli da torno, niuna cosa altro che nuvoli e
mare vedea e una cassa la quale sopra l'onde del mare
notando talvolta con grandissima paura di lui gli
s'appressava, temendo non quella cassa forse il percotesse
per modo che gli noiasse; e sempre che presso gli venia,
quando potea con mano, come che poca forza n'avesse, la
lontanava. Ma come che il fatto s'andasse, adivenne che
solutosi subitamente nell'aere un groppo di vento e percosso
nel mare sì grande in questa cassa diede e la cassa nella
tavola sopra la quale Landolfo era, che, riversata, per
forza Landolfo lasciatala andò sotto l'onde e ritornò suso
notando, più da paura che da forza aiutato, e vide da sé
molto dilungata la tavola: per che, temendo non potere a
essa pervenire, s'appressò alla cassa la quale gli era assai
vicina, e sopra il coperchio di quella posto il petto, come
meglio poteva, con le braccia la reggeva diritta. E in
questa maniera, gittato dal mare ora in qua e ora in là,
senza mangiare, sì come colui che non aveva che, e bevendo
più che non avrebbe voluto, senza sapere ove si fosse o
vedere altro che mare, dimorò tutto quel giorno e la notte
vegnente.</p>
<p>Il dì seguente appresso, o piacer di Dio o forza di vento
che 'l facesse, costui divenuto quasi una spugna, tenendo
forte con ammendune le mani gli orli della cassa a quella
guisa che far veggiamo a coloro che per affogar sono quando
prendono alcuna cosa, pervenne al lito dell'isola di Gurfo,
dove una povera feminetta per ventura suoi stovigli con la
rena e con l'acqua salsa lavava e facea belli. La quale,
come vide costui avvicinarsi, non conoscendo in lui alcuna
forma, dubitando e gridando si trasse indietro. Questi non
potea favellare e poco vedea, e per ciò niente le disse; ma
pur, mandandolo verso la terra il mare, costei conobbe la
forma della cassa, e più sottilmente guardando e vedendo
conobbe primieramente le braccia stese sopra la cassa,
quindi appresso ravisò la faccia e quello esser che era
s'immaginò. Per che, da compassion mossa, fattasi alquanto
per lo mare, che già era tranquillo, e per li capelli
presolo, con tutta la cassa il tirò in terra e quivi, con
fatica le mani dalla cassa sviluppategli e quella posta in
capo a una sua figlioletta che con lei era, lui come un
piccol fanciullo ne portò nella terra: e in una stufa
messolo, tanto lo stropicciò e con acqua calda lavò, che in
lui ritornò lo smarrito calore e alquante delle perdute
forze. E quando tempo le parve trattonelo, con alquanto di
buon vino e di confetto il riconfortò, e alcun giorno come
poté il meglio il tenne, tanto che esso, le forze
recuperate, conobbe là dove era. Per che alla buona femina
parve di dovergli la sua cassa rendere, la qual salvata gli
avea, e di dirgli che omai procacciasse sua ventura; e così
fece.</p>
<p>Costui, che di cassa non si ricordava, pur la prese,
presentandogliele la buona femina, avvisando quella non
potere sì poco valere, che alcun dì non gli facesse le
spese; e trovandola molto leggiera assai mancò della sua
speranza. Nondimeno, non essendo la buona femina in casa, la
sconficcò per vedere che dentro vi fosse: e trovò in quella
molte preziose pietre e legate e sciolte, delle quali egli
alquanto s'intendea: le quali veggendo e di gran valor
conoscendole, lodando Idio che ancora abbandonare non
l'aveva voluto, tutto si riconfortò. Ma sì come colui che in
piccol tempo fieramente era stato balestrato dalla fortuna
due volte, dubitando della terza, pensò convenirgli molta
cautela avere a voler quelle cose poter conducere a casa
sua: per che in alcuni stracci, come meglio poté, ravoltele,
disse alla buona femina che più di cassa non aveva bisogno,
ma che, se le piacesse, un sacco gli donasse e avessesi
quella.</p>
<p>La buona femina il fece volentieri; e costui, rendutele
quelle grazie le quali poteva maggiori del beneficio da lei
ricevuto, recatosi suo sacco in collo, da lei si partì; e
montato sopra una barca passò a Brandizio, e di quindi,
marina marina, si condusse infino a Trani, dove trovati de'
suoi cittadini, li quali eran drappieri, quasi per l'amor di
Dio fu da lor rivestito, avendo esso già loro tutti li suoi
accidenti narrati fuori che della cassa; e oltre a questo
prestatogli cavallo e datagli compagnia, infino a Ravello,
dove del tutto diceva di voler tornare, il rimandarono.</p>
<p>Quivi parendogli esser sicuro, ringraziando Idio che
condotto ve lo avea, sciolse il suo sacchetto: e con più
diligenzia cercata ogni cosa che prima fatto non avea, trovò
sé avere tante e sì fatte pietre, che, a convenevole pregio
vendendole e ancor meno, egli era il doppio più ricco che
quando partito s'era. E trovato modo di spacciar le sue
pietre, infino a Gurfo mandò una buona quantità di denari,
per merito del servigio ricevuto alla buona femina che di
mare l'avea tratto, e il simigliante fece a Trani a coloro
che rivestito l'aveano; e il rimanente, senza più voler
mercatare, si ritenne, e onorevolemente visse infino alla
fine.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli,
in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti
scampato con un rubino si torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>–Le pietre da Landolfo trovate–cominciò la Fiammetta,
alla quale del novellare la volta toccava–m'hanno alla
memoria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé
contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto
differente da essa, in quanto quegli forse in più anni e
questi nello spazio d'una sola notte addivennero, come
udirete.</p>
<p>Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il cui
nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale,
avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli,
messisi in borsa cinquecento fiorin d'oro, non essendo mai
più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n'andò:
dove giunto una domenica sera in sul vespro, dall'oste suo
informato la seguente mattina fu in sul Mercato, e molti ne
vide e assai ne gli piacquero e di più e più mercato tenne,
né di niuno potendosi accordare, per mostrare che per
comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in
presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa
sua borsa de' fiorini che aveva.</p>
<p>E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa
mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima, ma
disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo,
senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa
vide e subito seco disse: “Chi starebbe meglio di me se
quegli denari fosser miei?” e passò oltre. Era con questa
giovane una vecchia similmente ciciliana, la quale, come
vide Andreuccio, lasciata oltre la giovane andare,
affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane
veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la
cominciò a attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e
conosciutala, le fece gran festa, e promettendogli essa di
venire a lui all'albergo, senza quivi tenere troppo lungo
sermone, si partì: e Andreuccio si tornò a mercatare ma
niente comperò la mattina. La giovane, che prima la borsa
d'Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui
aveva veduta, per tentare se modo alcuno trovar potesse a
dovere aver quelli denari, o tutti o parte, cautamente
incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che quivi
facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così
particularmente de' fatti d'Andreuccio le disse come avrebbe
per poco detto egli stesso, sì come colei che lungamente in
Cicilia col padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e
similmente le contò dove tornasse e perché venuto fosse.</p>
<p>La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e
de' nomi, al suo appetito fornire con una sottil malizia,
sopra questo fondò la sua intenzione; e a casa tornatasi,
mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno acciò che a
Andreuccio non potesse tornare; e presa una sua fanticella,
la quale essa assai bene a così fatti servigi aveva
ammaestrata, in sul vespro la mandò all'albergo dove
Andreuccio tornava.</p>
<p>La qual, quivi venuta, per ventura lui medesimo e solo
trovò in su la porta e di lui stesso il domandò. Alla quale
dicendole egli che era desso, essa, tiratolo da parte,
disse: “Messere, una gentil donna di questa terra, quando
vi piacesse, vi parleria volentieri.” Il quale vedendola,
tutto postosi mente e, parendogli essere un bel fante della
persona, s'avvisò questa donna dover di lui essere
innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse
allora in Napoli, e prestamente rispose che era
apparecchiato e domandolla dove e quando questa donna parlar
gli volesse.</p>
<p>A cui la fanticella rispose: “Messere, quando di venir vi
piaccia, ella v'attende in casa sua.”</p>
<p>Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell'albergo,
disse: “Or via mettiti avanti, io ti verrò appresso.”</p>
<p>Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la quale
dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale
quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. Ma
esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in
uno onestissimo luogo andare e a una cara donna,
liberamente, andata la fanticella avanti, se n'entrò nella
sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella
già la sua donna chiamata e detto “Ecco Andreuccio”, la
vide in capo della scala farsi a aspettarlo.</p>
<p>Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con
bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla
quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre
gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il
collo alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da
soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò la
fronte e con voce alquanto rotta disse: “O Andreuccio mio,
tu sii il ben venuto!”</p>
<p>Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto
stupefatto rispose: “Madonna, voi siate la ben trovata!”</p>
<p>Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala il
menò e di quella, senza alcuna altra cosa parlare, con lui
nella sua camera se n'entrò, la quale di rose, di fiori
d'aranci e d'altri odori tutta oliva, là dove egli un
bellissimo letto incortinato e molte robe su per le stanghe,
secondo il costume di là, e altri assai belli e ricchi
arnesi vide; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente
credette lei dovere essere non men che gran donna.</p>
<p>E postisi a sedere insieme sopra una cassa che appiè del
suo letto era, così gli cominciò a parlare: “Andreuccio, io
sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze le
quali io ti fo e delle mie lagrime, sì come colui che non mi
conosci e per avventura mai ricordar non m'udisti. Ma tu
udirai tosto cosa la quale più ti farà forse maravigliare,
sì come è che io sia tua sorella; e dicoti che, poi che Idio
m'ha fatta tanta grazia che io anzi la mia morte ho veduto
alcuno de' miei fratelli, come che io disideri di vedervi
tutti, io non morrò a quella ora che io consolata non muoia.
E se tu forse questo mai più non udisti, io tel vo' dire.
Pietro, mio padre e tuo, come io credo che tu abbi potuto
sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per la sua bontà e
piacevolezza vi fu e è ancora da quegli che il conobbero
amato assai. Ma tra gli altri che molto l'amarono, mia
madre, che gentil donna fu e allora era vedova, fu quella
che più l'amò, tanto che, posta giù la paura del padre e de'
fratelli e il suo onore, in tal guisa con lui si dimesticò,
che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi. Poi, sopravenuta
cagione a Pietro di partirsi di Palermo e tornare in
Perugia, me con la mia madre piccola fanciulla lasciò, né
mai, per quello che io sentissi, più né di me né di lei si
ricordò: di che io, se mio padre stato non fosse, forte il
riprenderei avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso
mia madre mostrata (lasciamo stare allo amore che a me come
a sua figliuola non nata d'una fante né di vil femina dovea
portare), la quale le sue cose e sé parimente, senza sapere
altrimenti chi egli si fosse, da fedelissimo amor mossa
rimise nelle sue mani. Ma che è? Le cose mal fatte e di gran
tempo passate sono troppo più agevoli a riprendere che a
emendare: la cosa andò pur così. Egli mi lasciò piccola
fanciulla in Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono,
mia madre, che ricca donna era, mi diede per moglie a uno da
Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per amor di mia
madre e di me tornò a stare in Palermo; e quivi, come colui
che è molto guelfo, cominciò a avere alcuno trattato col
nostro re Carlo. Il quale, sentito dal re Federigo prima che
dare gli si potesse effetto, fu cagione di farci fuggire di
Cicilia quando io aspettava essere la maggior cavalleressa
che mai in quella isola fosse; donde, prese quelle poche
cose che prender potemmo (poche dico per rispetto alle molte
le quali avavamo), lasciate le terre e li palazzi, in questa
terra ne rifuggimmo, dove il re Carlo verso di noi trovammo
sì grato che, ristoratici in parte li danni li quali per lui
ricevuti avavamo, e possessioni e case ci ha date, e dà
continuamente al mio marito, e tuo cognato che è, buona
provisione, sì come tu potrai ancor vedere. E in questa
maniera son qui, dove io, la buona mercé di Dio e non tua,
fratel mio dolce, ti veggio.”</p>
<p>E così detto, da capo il rabbracciò e ancora teneramente
lagrimando gli basciò la fronte.</p>
<p>Andreuccio, udendo questa favola così ordinatamente, così
compostamente detta da costei, alla quale in niuno atto
moriva la parola tra' denti né balbettava la lingua, e
ricordandosi esser vero che il padre era stato in Palermo e
per se medesimo de' giovani conoscendo i costumi, che
volentieri amano nella giovanezza, e veggendo le tenere
lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci, ebbe ciò che
ella diceva più che per vero: e poscia che ella tacque, le
rispose: “Madonna, egli non vi dee parer gran cosa se io mi
maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio padre, per che
che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non
ragionasse giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia
venuto non sia, io per me niuna conscienza aveva di voi se
non come se non foste; e èmmi tanto più caro l'avervi qui
mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e meno
questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì alto
affare al quale voi non doveste esser cara, non che a me che
un picciolo mercatante sono. Ma d'una cosa vi priego mi
facciate chiaro: come sapeste voi che io qui fossi?”</p>
<p>Al quale ella rispose: “Questa mattina mel fé sapere una
povera femina la qual molto meco si ritiene, per ciò che con
nostro padre, per quello che ella mi dica, lungamente e in
Palermo e in Perugia stette; e se non fosse che più onesta
cosa mi parea che tu a me venissi in casa tua che io a te
nell'altrui, egli ha gran pezza che io a te venuta sarei.”</p>
<p>Appresso queste parole ella cominciò distintamente a
domandare di tutti i suoi parenti nominatamente, alla quale
di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo
quello che meno di creder gli bisognava.</p>
<p>Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande, ella
fece venire greco e confetti e fé dar bere a Andreuccio; il
quale dopo questo partir volendosi, per ciò che ora di cena
era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante fatto di forte
turbarsi abbracciandol disse: “Ahi lassa me, ché assai
chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che è a pensare che
tu sii con una tua sorella mai più da te non veduta, e in
casa sua, dove, qui venendo, smontato esser dovresti, e
vogli di quella uscire per andare a cenare all'albergo? Di
vero tu cenerai con esso meco: e perché mio marito non ci
sia, di che forte mi grava, io ti saprò bene secondo donna
fare un poco d'onore.”</p>
<p>Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi,
disse: “Io v'ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io
non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò
villania.”</p>
<p>E ella allora disse: “Lodato sia Idio, se io non ho in
casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché
tu faresti assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a
dire a' tuoi compagni che qui venissero a cenare, e poi, se
pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di
brigata.”</p>
<p>Andreuccio rispose che de' suoi compagni non volea quella
sera, ma, poi che pure a grado l'era, di lui facesse il
piacer suo. Ella allora fé vista di mandare a dire
all'albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo
molti altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di
più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga
infino alla notte obscura; e essendo da tavola levati e
Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in niuna
guisa sofferrebbe, per ciò che Napoli non era terra da
andarvi per entro di notte, e massimamente un forestiere; e
che come che egli a cena non fosse atteso aveva mandato a
dire, così aveva dello albergo fatto il somigliante. Egli,
questo credendo e dilettandogli, da falsa credenza
ingannato, d'esser con costei, stette. Furono adunque dopo
cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti;
e essendo della notte una parte passata, ella, lasciato
Andreuccio a dormire nella sua camera con un piccol
fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla, con le
sue femine in un'altra camera se n'andò.</p>
<p>Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio,
veggendosi solo rimaso, subitamente si spogliò in farsetto e
trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e
richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo
peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo,
il quale nell'uno de' canti della camera gli mostrò uno
uscio e disse: Andate là entro.” Andreuccio dentro
sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè
sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta
dal travicello sopra il quale era, per la qual cosa
capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò quindi
giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella
caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della
bruttura, della quale il luogo era pieno, s'imbrattò. Il
quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è
detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in
un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo:
sopra due travicelli, tra l'una casa e l'altra posti, alcune
tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali
tavole quella che con lui cadde era l'una.</p>
<p>Ritrovandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuccio,
dolente del caso, cominciò a chiamare il fanciullo; ma il
fanciullo, come sentito l'ebbe cadere, così corse a dirlo
alla donna. La quale, corsa alla sua camera, prestamente
cercò se i suoi panni v'erano; e trovati i panni e con essi
i denari, li quali esso non fidandosi mattamente sempre
portava addosso, avendo quello a che ella di Palermo,
sirocchia d'un perugin faccendosi, aveva teso il lacciuolo,
più di lui non curandosi prestamente andò a chiuder l'uscio
del quale egli era uscito quando cadde.</p>
<p>Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, cominciò più
forte a chiamare: ma ciò era niente. Per che egli, già
sospettando e tardi dello inganno cominciandosi a accorgere,
salito sopra un muretto che quello chiassolino dalla strada
chiudea e nella via disceso, all'uscio della casa, il quale
egli molto ben riconobbe, se n'andò, e quivi invano
lungamente chiamò e molto il dimenò e percosse. Di che egli
piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disaventura,
cominciò a dire: “Oimè lasso, in come piccol tempo ho io
perduti cinquecento fiorini e una sorella!”</p>
<p>E dopo molte altre parole, da capo cominciò a battere
l'uscio e a gridare; e tanto fece così, che molti de'
circunstanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire,
si levarono; e una delle servigiali della donna, in vista
tutta sonnocchiosa, fattasi alla finestra proverbiosamente
disse: “Chi picchia là giù?”</p>
<p>“Oh!” disse Andreuccio “o non mi conosci tu? Io sono
Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso.”</p>
<p>Al quale ella rispose: “Buono uomo, se tu hai troppo
bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so che
Andreuccio né che ciance son quelle che tu di'; va in buona
ora e lasciaci dormir, se ti piace.”</p>
<p>“Come” disse Andreuccio “non sai che io mi dico? Certo
sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Cicilia, che
in sì piccol termine si dimentichino, rendimi almeno i panni
miei, li quali lasciati v'ho, e io m'andrò volentier con
Dio.”</p>
<p>Al quale ella quasi ridendo disse: “Buono uomo, e' mi par
che tu sogni”, e il dir questo e il tornarsi dentro e
chiuder la finestra fu una cosa.</p>
<p>Di che Andreuccio, già certissimo de' suoi danni, quasi per
doglia fu presso a convertire in rabbia la sua grande ira, e
per ingiuria propose di rivolere quello che per parole
riaver non potea; per che da capo, presa una gran pietra,
con troppi maggior colpi che prima fieramente cominciò a
percuoter la porta. La qual cosa molti de' vicini avanti
destisi e levatisi, credendo lui essere alcuno spiacevole il
quale queste parole fingesse per noiare quella buona femina,
recatosi a noia il picchiare il quale egli faceva, fattisi
alle finestre, non altramenti che a un can forestiere tutti
quegli della contrada abbaiano adosso, cominciarono a dire:
“Questa è una gran villania a venire a questa ora a casa le
buone femine e dire queste ciance; deh! va con Dio, buono
uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a far
con lei, tornerai domane, e non ci dar questa seccaggine
stanotte.”</p>
<p>Dalle quali parole forse assicurato uno che dentro dalla
casa era, ruffiano della buona femina, il quale egli né
veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una boce
grossa, orribile e fiera disse: “Chi è laggiù?”</p>
<p>Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il
quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dovere
essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al
volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse
sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non
senza paura, rispose: “Io sono un fratello della donna di
là entro.”</p>
<p>Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta,
anzi più rigido assai che prima disse: “Io non so a che io
mi tegno che io non vegno là giù, e deati tante bastonate
quante io ti vegga muovere, asino fastidioso e ebriaco che
tu dei essere, che questa notte non ci lascerai dormire
persona”; e tornatosi dentro serrò la finestra.</p>
<p>Alcuni de' vicini, che meglio conoscieno la condizion di
colui, umilmente parlando a Andreuccio dissero: “Per Dio,
buono uomo, vatti con Dio, non volere stanotte essere ucciso
costì: vattene per lo tuo migliore.”</p>
<p>Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e dalla
vista e sospinto da' conforti di coloro li quali gli pareva
che da carità mossi parlassero, doloroso quanto mai alcuno
altro e de' suoi denar disperato, verso quella parte onde il
dì aveva la fanticella seguita, senza saper dove s'andasse,
prese la via per tornarsi all'albergo. E a se medesimo
dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui veniva, disideroso
di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e
su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso
l'alto della città andando, per ventura davanti si vide due
che verso di lui con una lanterna in mano venieno, li quali
temendo non fosser della famiglia della corte o altri uomini
a mal far disposti, per fuggirli, in un casolare, il qual si
vide vicino, pianamente ricoverò. Ma costoro, quasi come a
quello proprio luogo inviati andassero, in quel medesimo
casolare se n'entrarono; e quivi l'un di loro, scaricati
certi ferramenti che in collo avea, con l'altro insieme
gl'incominciò a guardare, varie cose sopra quegli
ragionando.</p>
<p>E mentre parlavano, disse l'uno: “Che vuol dir questo? Io
sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire”; e
questo detto, alzata alquanto la lanterna, ebber veduto il
cattivel d'Andreuccio, e stupefatti domandar: “Chi è là?”</p>
<p>Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il
domandarono che quivi così brutto facesse: alli quali
Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente.
Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto,
dissero fra sé: “Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco
fia stato questo.”</p>
<p>E a lui rivolti, disse l'uno: “Buono uomo, come che tu
abbi perduti i tuoi denari, tu hai molto a lodare Idio che
quel caso ti venne che tu cadesti né potesti poi in casa
rientrare: per ciò che, se caduto non fossi, vivi sicuro
che, come prima adormentato ti fossi, saresti stato amazzato
e co' denari avresti la persona perduta. Ma che giova
oggimai di piagnere? Tu ne potresti così riavere un denaio
come avere delle stelle del cielo: ucciso ne potrai tu bene
essere, se colui sente che tu mai ne facci parola.”</p>
<p>E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:
“Vedi, a noi è presa compassion di te: e per ciò, dove tu
vogli con noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare
andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti
toccherà il valere di troppo più che perduto non hai.”</p>
<p>Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch'era presto.</p>
<p>Era quel dì sepellito uno arcivescovo di Napoli, chiamato
messer Filippo Minutolo, e era stato sepellito con
ricchissimi ornamenti e con un rubino in dito il quale
valeva oltre a cinquecento fiorin d'oro, il quale costoro
volevano andare a spogliare; e così a Andreuccio fecer
veduto.</p>
<p>Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, con loro si
mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, e
Andreuccio putendo forte, disse l'uno: “Non potremmo noi
trovar modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che
egli non putisse così fieramente?”</p>
<p>Disse l'altro: “Sì, noi siam qui presso a un pozzo al
quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione;
andianne là e laverenlo spacciatamente.”</p>
<p>Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v'era ma il
secchione n'era stato levato: per che insieme diliberarono
di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là giù
si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il
tirerebber suso; e così fecero.</p>
<p>Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni della
famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e perché
corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo
venieno a bere: li quali come quegli due videro,
incontanente cominciarono a fuggire, li famigliari che quivi
venivano a bere non avendogli veduti. Essendo già nel fondo
del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro
assetati, posti giù lor tavolacci e loro armi e lor
gonnelle, cominciarono la fune a tirare credendo a quella il
secchion pien d'acqua essere appicato. Come Andreuccio si
vide alla sponda del pozzo vicino, così, lasciata la fune,
con le mani si gittò sopra quella. La qual cosa costor
vedendo, da subita paura presi, senza altro dir lasciaron la
fune e cominciarono quanto più poterono a fuggire: di che
Andreuccio si maravigliò forte, e se egli non si fosse bene
attenuto, egli sarebbe infin nel fondo caduto forse non
senza suo gran danno o morte; ma pure uscitone e queste arme
trovate, le quali egli sapeva che i suoi compagni non avean
portate, ancora più s'incominciò a maravigliare.</p>
<p>Ma dubitando e non sappiendo che, della sua fortuna
dolendosi, senza alcuna cosa toccar quindi diliberò di
partirsi: e andava senza saper dove. Così andando si venne
scontrato in que' due suoi compagni, li quali a trarlo del
pozzo venivano; e come il videro, maravigliandosi forte, il
domandarono chi del pozzo l'avesse tratto. Andreuccio
rispose che non sapea, e loro ordinatamente disse come era
avvenuto e quello che trovato aveva fuori del pozzo. Di che
costoro, avvisatisi come stato era, ridendo gli contarono
perché s'eran fuggiti e chi stati eran coloro che sù l'avean
tirato. E senza più parole fare, essendo già mezzanotte,
n'andarono alla chiesa maggiore, e in quella assai
leggiermente entrarono e furono all'arca, la quale era di
marmo e molto grande; e con lor ferro il coperchio, ch'era
gravissimo, sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse
entrare, e puntellaronlo.</p>
<p>E fatto questo, cominciò l'uno a dire: “Chi entrerà
dentro?”</p>
<p>A cui l'altro rispose: “Non io.”</p>
<p>“Né io” disse colui “ma entrivi Andreuccio.”</p>
<p>“Questo non farò io” disse Andreuccio.</p>
<p>Verso il quale ammenduni costoro rivolti dissero: “Come
non v'enterrai? In fé di Dio, se tu non v'entri, noi ti
darem tante d'uno di questi pali di ferro sopra la testa,
che noi ti farem cader morto.”</p>
<p>Andreuccio temendo v'entrò, e entrandovi pensò seco:
“Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi, per ciò che,
come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò a
uscir dall'arca, essi se ne andranno pe' fatti loro e io
rimarrò senza cosa alcuna.” E per ciò s'avisò di farsi
innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro anello
che aveva loro udito dire, come fu giù disceso così di dito
il trasse all'arcivescovo e miselo a sé; e poi dato il
pasturale e la mitra e' guanti e spogliatolo infino alla
camiscia, ogni cosa diè loro dicendo che più niente v'avea.
Costoro, affermando che esser vi doveva l'anello, gli
dissero che cercasse per tutto: ma esso, rispondendo che nol
trovava e sembiante faccendo di cercarne, alquanto gli tenne
in aspettare. Costoro che d'altra parte eran sì come lui
maliziosi, dicendo pur che ben cercasse, preso tempo,
tiraron via il puntello che il coperchio dell'arca sostenea,
e fuggendosi lui dentro dall'arca lasciaron racchiuso. La
qual cosa sentendo Andreuccio, quale egli allor divenisse
ciascun sel può pensare.</p>
<p>Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare
potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da
grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto corpo
dell'arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse
malagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto, o
l'arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato,
dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi
senza dubbio all'un de' due fini dover pervenire: o in
quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame e
di puzzo tra' vermini del morto corpo convenirlo morire, o
vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì come ladro
dovere essere appiccato.</p>
<p>E in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì per
la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali, sì
come gli avvisava, quello andavano a fare che esso co' suoi
compagni avean già fatto: di che la paura gli crebbe forte.
Ma poi che costoro ebbero l'arca aperta e puntellata, in
quistion caddero chi vi dovesse entrare, e niuno il voleva
fare; pur dopo lunga tencione un prete disse: “Che paura
avete voi? credete voi che egli vi manuchi? Li morti non
mangian gli uomini: io v'entrerò dentro io.” E così detto,
posto il petto sopra l'orlo dell'arca, volse il capo in
fuori e dentro mandò le gambe per doversi giuso calare.
Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il prete
per l'una delle gambe e fé sembiante di volerlo giù tirare.
La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e
presto dell'arca si gittò fuori; della qual cosa tutti gli
altri spaventati, lasciata l'arca aperta, non altramente a
fuggir cominciarono che se da centomilia diavoli fosser
perseguitati.</p>
<p>La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quello che
sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde era
venuto se ne uscì della chiesa; e già avvicinandosi al
giorno, con quello anello in dito andando all'avventura,
pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbatté;
dove li suoi compagni e l'albergatore trovò tutta la notte
stati in sollecitudine de' fatti suoi. A' quali ciò che
avvenuto gli era raccontato, parve per lo consiglio
dell'oste loro che costui incontanente si dovesse di Napoli
partire; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia
tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per
comperare cavalli era andato.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Madama Beritola, con due cavriuoli sopra una isola
trovata, avendo due figliuoli perduti, ne va in Lunigiana;
quivi l'un de' figliuoli col signore di lei si pone e con la
figliuola di lui giace e è messo in prigione: Cicilia
ribellata al re Carlo e il figliuolo riconosciuto dalla
madre, sposa la figliuola del suo signore e il suo fratel
ritrova e in grande stato ritornano.</emph></p></argument>
<p>Avevan le donne parimente e' giovani riso molto de' casi
d'Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia,
sentendo la novella finita, per comandamento della reina
così cominciò:</p>
<p>–Gravi cose e noiose sono i movimenti varii della fortuna,
de' quali però che quante volte alcuna cosa si parla, tante
è un destare delle nostre menti, le quali leggiermente
s'adormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non
dover l'ascoltare e a' felici e agli sventurati, in quanto
li primi rende avvisati e i secondi consola. E per ciò,
quantunque gran cose dette ne sieno avanti, io intendo di
raccontarvene una novella non meno vera che pietosa: la
quale ancora che lieto fine avesse, fu tanta e sì lunga
l'amaritudine, che appena che io possa credere che mai da
letizia seguita si radolcisse.</p>
<p>Carissime donne, voi dovete sapere che appresso la morte di
Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia coronato
Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile
uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece, il qual per
moglie avea una bella e gentil donna similmente napoletana,
chiamata madama Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto,
avendo il governo dell'isola nelle mani, sentendo che il re
Carlo primo aveva a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e
tutto il Regno a lui si rivolgea, avendo poca sicurtà della
corta fede de' ciciliani, non volendo subdito divenire del
nemico del suo signore, di fuggire s'apparecchiava. Ma
questo da' ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti
altri amici e servidori del re Manfredi furono per prigioni
dati al re Carlo e la possessione dell'isola appresso.
Madama Beritola in tanto mutamento di cose, non sappiendo
che d'Arrighetto si fosse e sempre di quello che era
avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa
lasciata, con un suo figliuolo d'età forse d'otto anni,
chiamato Giuffredi, e gravida e povera montata sopra una
barchetta se ne fuggì a Lipari, e quivi partorì un altro
figliuol maschio, il quale nominò lo Scacciato; e presa una
balia, con tutti sopra un legnetto montò per tornarsene a
Napoli a' suoi parenti.</p>
<p>Ma altramenti avvenne che il suo avviso; per ciò che per
forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu
trasportato all'isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol
seno di mare, cominciarono a attender tempo al lor viaggio.
Madama Beritola, come gli altri smontata in su l'isola e
sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a
dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa
maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al
suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se
n'acorgesse, una galea di corsari sopravenne, la quale tutti
a man salva gli prese e andò via.</p>
<p>Madama Beritola, finito il suo diurno lamento, tornata al
lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna
persona vi trovò; di che prima si maravigliò e poi,
subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli
occhi infra 'l mar sospinse e vide la galea, non molto
ancora allungata, dietro tirarsi il legnetto: per la qual
cosa ottimamente cognobbe, sì come il marito, aver perduti i
figliuoli. E povera e sola e abbandonata, senza saper dove
mai alcuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita
il marito e' figliuoli chiamando cadde in su il lito. Quivi
non era chi con acqua fredda o con altro argomento le
smarrite forze rivocasse, per che a bell'agio poterono gli
spiriti andar vagando dove lor piacque: ma poi che nel
misero corpo le partite forze insieme con le lagrime e col
pianto tornate furono, lungamente chiamò i figliuoli e molto
per ogni caverna gli andò cercando. Ma poi che la sua fatica
conobbe vana e vide la notte sopravenire, sperando e non
sappiendo che, di se medesima alquanto divenne sollecita, e
dal lito partitasi in quella caverna, dove di piagnere e di
dolersi era usa, si ritornò.</p>
<p>E poi che la notte con molta paura e con dolore
inestimabile fu passata e il dì nuovo venuto e già l'ora
della terza valicata, essa, che la sera davanti cenato non
avea, da fame constretta a pascer l'erbe si diede; e,
pasciuta come poté, piangendo a varii pensieri della sua
futura vita si diede. Ne' quali mentre ella dimorava, vide
venire una cavriuola e entrare ivi vicino in una caverna e
dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene: per che
ella, levatasi, là entrò donde uscita era la cavriuola, e
videvi due cavriuoli forse il dì medesimo nati, li quali le
parevano la più dolce cosa del mondo e la più vezzosa; e non
essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il latte del
petto, quegli teneramente prese e al petto gli si pose. Li
quali, non rifiutando il servigio, così lei poppavano come
la madre avrebber fatto; e d'allora innanzi dalla madre a
lei niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil
donna avere nel diserto luogo alcuna compagnia trovata,
l'erbe pascendo e bevendo l'acqua e tante volte piagnendo
quante del marito e de' figliuoli e della sua preterita vita
si ricordava, quivi è a vivere e a morire s'era disposta,
non meno dimestica della cavriuola divenuta che de'
figliuoli.</p>
<p>E così dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne
dopo più mesi che per fortuna similmente quivi arrivò uno
legnetto di pisani dove ella prima era arrivata, e più
giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo
chiamato Currado de' marchesi Malespini con una sua donna
valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i
santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono e a casa loro
se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme
con la sua donna e con alcun suoi famigliari e con suoi cani
un dì a andare fra l'isola si mise; e non guari lontano al
luogo dove era madama Beritola cominciarono i cani di
Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli
pascendo andavano: li quali cavriuoli, da' cani cacciati, in
nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama
Beritola. La quale, questo vedendo, levata in piè e preso un
bastone li cani mandò indietro: e quivi Currado e la sua
donna, che i lor cani seguitavan, sopravenuti, vedendo
costei che bruna e magra e pelosa divenuta era, si
maravigliarono, e ella molto più di loro. Ma poi che a'
prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro,
dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che
quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e
ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse.
Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece
conosciuto avea, di compassion pianse e con parole assai
s'ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero,
offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in
quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Idio più
lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non
piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le
disse che da mangiare quivi facesse venire e lei, che tutta
era stracciata, d'alcuna delle sue robe rivestisse, e del
tutto facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con
lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto
de' suoi infortunii, fatti venir vestimenti e vivande, con
la maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la
condusse: e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella
di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la 'ndusse a
doversene seco andare in Lunigiana insieme co' due cavriuoli
e con la cavriuola la quale in quel mezzo tempo era tornata
e, non senza gran meraviglia della gentil donna, l'aveva
fatta grandissima festa.</p>
<p>E così venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e
con la sua donna sopra il lor legno montò, e con loro
insieme la cavriuola e i due cavriuoli, da' quali, non
sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola
dinominata; e con buon vento tosto infino nella foce della
Magra n'andarono, dove smontati alle loro castella se ne
salirono. Quivi appresso la donna di Currado madama
Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta
e umile e obediente stette, sempre a' suoi cavriuoli avendo
amore e faccendogli nutricare.</p>
<p>I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il
quale madama Beritola venuta era, lei lasciata sì come da
lor non veduta, con tutta l'altra gente a Genova n'andarono;
e quivi tra' padroni della galea divisa la preda, toccò per
avventura, tra l'altre cose, in sorte a un messer Guasparrin
Doria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei;
il quale lei co' fanciulli insieme a casa sua ne mandò per
tenergli a guisa di servi ne' servigi della casa. La balia,
dolente oltre modo della perdita della sua donna e della
misera fortuna nella quale sé e i due fanciulli caduti
vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le lagrime niente
giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera
femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come
poté il meglio riconfortatasi e appresso riguardando dove
erano pervenuti, s'avisò che se i due fanciulli conosciuti
fossono per avventura potrebbono di leggiere impedimento
ricevere: e oltre a questo sperando che, quando che sia, si
potrebbe mutar la fortuna e essi potrebbono, se vivi
fossero, nel perduto stato tornare, pensò di non palesare a
alcuna persona chi fossero, se tempo di ciò non vedesse; e a
tutti diceva, che di ciò domandata l'avessero, che suoi
figliuoli erano. E il maggiore non Giuffredi ma Giannotto di
Procida nominava, al minore non curò di mutar nome; e con
somma diligenzia mostrò a Giuffredi perché il nome cambiato
gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto
fosse, e questo non una volta ma molte e molto spesso gli
ricordava: la qual cosa il fanciullo, che intendente era,
secondo l'amaestramento della savia balia ottimamente
faceva. Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, a
ogni vil servigio adoperati, con la balia insieme
pazientemente più anni i due garzoni in casa messer
Guasparino.</p>
<p>Ma Giannotto, già d'età di sedici anni, avendo più animo
che a servo non s'apparteneva, sdegnando la viltà della
servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria
andavano, dal servigio di messer Guasparino si partì e in
più parti andò in niente potendosi avanzare. Alla fine,
forse dopo tre o quatro anni appresso la partita fatta da
messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della
persona divenuto e avendo sentito il padre di lui, il quale
morto credeva che fosse, essere ancora vivo ma in prigione e
in captività per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna
disperato vagabundo andando, pervenne in Lunigiana: e quivi
per ventura con Currado Malaspina si mise per famigliare,
lui assai acconciamente e a grado servendo. E come che rade
volte la sua madre, la quale con la donna di Currado era,
vedesse, niuna volta la conobbe, né ella lui: tanto la età
l'uno e l'altro, da quello che esser soleano quando
ultimamente si videro, gli avea trasformati.</p>
<p>Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, avvenne
che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, rimasa
vedova d'uno Niccolò da Grignano alla casa del padre tornò:
la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco
più di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a
Giannotto, e egli a lei, e ferventissimamente l'uno
dell'altro s'innamorò. Il quale amore non fu lungamente
senza effetto, e più mesi durò avanti che di ciò niuna
persona s'accorgesse: per la qual cosa essi, troppo
assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a
così fatte cose non si richiedea. E andando un giorno per un
bosco bello e folto d'alberi la giovane insieme con
Giannotto, lasciata tutta l'altra compagnia, entrarono
innanzi; e parendo loro molta di via aver gli altri
avanzati, in un luogo dilettevole e pien d'erba e di fiori e
d'alberi chiuso ripostisi, a prendere amoroso piacere l'un
dell'altro incominciarono. E come che lungo spazio stati già
fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere
molto brieve, in ciò dalla madre della giovane prima e
appresso da Currado soprapresi furono. Il quale, doloroso
oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del
perché, amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e a
un suo castello legati menargliene; e d'ira e di cruccio
fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.</p>
<p>La madre della giovane, quantunque molto turbata fosse e
degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d'ogni crudel
penitenza, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual
fosse l'animo suo verso i nocenti, non potendo ciò
comportare, avacciandosi sopragiunse l'adirato marito e
cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di non correr
furiosamente a volere nella sua vecchiezza della figliuola
divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d'un suo
fante, e ch'egli altra maniera trovasse a sodisfare all'ira
sua, sì come di fargli imprigionare e in prigione stentare e
piagnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte altre
parole gli andò dicendo la santa donna, che essa da
uccidergli l'animo suo rivolse; e comandò che in diversi
luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati
bene e con poco cibo e con molto disagio servati infino a
tanto che esso altro diliberasse di loro; e così fu fatto.</p>
<p>Quale la vita loro in captività e in continue lagrime e in
più lunghi digiuni, che loro non sarien bisognati, si fosse,
ciascuno sel può pensare. Stando adunque Giannotto e la
Spina in vita così dolente e essendovi già uno anno, senza
ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re
Piero da Raona per trattato di messer Gian di Procida
l'isola di Cicilia ribellò e tolse al re Carlo; di che
Currado, come ghibellino, fece gran festa.</p>
<p>La quale Giannotto sentendo da alcuno di quegli che a
guardia l'aveano, gittò un gran sospiro e disse: “Ahi lasso
me! ché passati sono omai quattordici anni che io sono
andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando
che questa, la quale ora che venuta è, acciò che io mai
d'aver ben più non speri, m'ha trovato in prigione, della
qual mai se non morto uscir non spero!”</p>
<p>“E come?” disse il prigioniere “che monta a te quello
che i grandissimi re si facciano? che avevi tu a fare in
Cicilia?”</p>
<p>A cui Giannotto disse: “El pare che 'l cuor mi si schianti
ricordandomi di ciò che già mio padre v'ebbe a fare: il
quale, ancora che piccol fanciul fossi quando me ne fuggi',
pur mi ricorda che io nel vidi signore, vivendo il re
Manfredi.”</p>
<p>Seguì il prigioniere: “E chi fu tuo padre?”</p>
<p>“Il mio padre” disse Giannotto “posso io omai
sicuramente manifestare, poi nel pericolo mi veggio il quale
io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato e è ancora, s'el
vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto ma Giuffredi ho
nome; e non dubito punto, se io di qui fossi fuori, che
tornando in Cicilia io non v'avessi ancora grandissimo
luogo.”</p>
<p>Il valente uomo, senza più avanti andare, come prima ebbe
tempo, tutto questo raccontò a Currado. Il che Currado
udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non
curarsene, andatosene a madama Beritola piacevolemente la
domandò se alcun figliuolo avesse d'Arrighetto avuto che
Giuffredi avesse nome. La donna piagnendo rispose che, se il
maggior de' suoi due che avuti avea fosse vivo, così si
chiamerebbe e sarebbe d'età di ventidue anni.</p>
<p>Questo udendo Currado avvisò lui dovere esser desso, e
caddegli nell'animo, se così fosse, che egli a una ora
poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna e quella
della figliuola tor via dandola per moglie a costui; e per
ciò, fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente
d'ogni sua passata vita l'esaminò; e trovando per assai
manifesti indizii lui veramente esser Giuffredi figliuolo
d'Arrighetto Capece, gli disse: “Giannotto, tu sai quanta e
quale sia la 'ngiuria la quale tu m'hai fatta nella mia
propria figliuola, là dove, trattandoti io bene e
amichevolemente, secondo che servidor si dee fare, tu dovevi
il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e
molti sarebbero stati quegli, a' quali se tu quello avessi
fatto che a me facesti, che vituperosamente t'avrebbero
fatto morire: il che la mia pietà non sofferse. Ora, poi che
così è come tu mi di' che tu figliuol se' di gentile uomo e
di gentil donna, io voglio alle tue angosce, quando tu
medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria e della
captività nella qual tu dimori, e a una ora il tuo onore e
'l mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina
(la quale tu con amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a
lei, amistà prendesti) è vedova, e la sua dota è grande e
buona; quali sieno i suoi costumi e il padre e la madre di
lei tu il sai; del tuo presente stato niente dico. Per che,
quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente
amica ti fu, che ella onestamente tua moglie divenga e che
in guisa di mio figliuolo qui con esso meco e con lei quanto
ti piacerà dimori.”</p>
<p>Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il
generoso animo dalla sua origine tratto non aveva ella in
cosa alcuna diminuito né ancora lo 'ntero amore il quale
egli alla sua donna portava. E quantunque egli ferventemente
disiderasse quello che Currado gli offereva e sé vedesse
nelle sue forze, in niuna parte piegò quello che la
grandezza dell'animo suo gli mostrava di dover dire, e
rispose: “Currado, né cupidità di signoria né disiderio di
denari né altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita né
alle tue cose insidie come traditor porre. Amai tua
figliuola e amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo
del mio amore; e se io seco fui meno che onestamente,
secondo la oppinion de' meccanici, quel peccato commisi il
qual sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che, se via
si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la
giovanezza, e il quale, se i vecchi si volessero ricordare
d'essere stati giovani e gli altrui difetti con li lor
misurare e li lor con gli altrui, non saria grave come tu e
molti altri fanno: e come amico, non come nemico il commisi.
Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai, e se
io avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto, lungo
tempo che domandato l'avrei; e tanto mi sarà ora più caro
quanto di ciò la speranza è minore. Se tu non hai quello
animo che le tue parole dimostrano, non mi pascere di vana
speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti
piace mi fa affliggere, ché tanto quanto io amerò la Spina,
tanto sempre per amor di lei amerò te, che che tu mi facci,
e avrotti in reverenza.”</p>
<p>Currado, avendo costui udito, si maravigliò e di grande
animo il tenne e il suo amore fervente reputò e più ne
l'ebbe caro; e per ciò, levatosi in piè, l'abbracciò e
basciò, e senza dar più indugio alla cosa comandò che quivi
chetamente fosse menata la Spina. Ella era nella prigione
magra e pallida divenuta e debole, e quasi un'altra femina
che esser non soleva parea, e così Giannotto un altro uomo:
i quali nella presenzia di Currado di pari consentimento
contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.</p>
<p>E poi che più giorni, senza sentirsi da alcuna persona di
ciò che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che
bisognò loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli
tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e
la Cavriuola, così verso lor disse: “Che direste voi,
madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior
riavere, essendo egli marito d'una delle mie figliuole?”</p>
<p>A cui la Cavriuola rispose: “Io non vi potrei di ciò altro
dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che io
non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa, che
non sono io medesima a me, mi rendereste; e rendendomela in
quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta
speranza rivocareste”; e lagrimando si tacque.</p>
<p>Allora disse Currado alla sua donna: “E a te che ne
parebbe, donna, se io così fatto genero ti donassi?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Non che un di loro che gentili
uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi
piacerebbe.”</p>
<p>Allora disse Currado: “Io spero infra pochi dì farvi di
ciò liete femine.”</p>
<p>E veggendo già nella prima forma i due giovani ritornati,
onorevolemente vestitigli, domandò Giuffredi: “Che ti
sarebbe caro sopra l'allegrezza la qual tu hai, se tu qui la
tua madre vedessi?”</p>
<p>A cui Giuffredi rispose: “Egli non mi si lascia credere
che i dolori de' suoi sventurati accidenti l'abbian tanto
lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro,
sì come colui che ancora, per lo suo consiglio, mi crederei
gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.”</p>
<p>Allora Currado l'una e l'altra donna quivi fece venire.
Elle fecero ammendune maravigliosa festa alla nuova sposa,
non poco maravigliandosi quale spirazione potesse essere
stata che Currado avesse a tanta benignità recato, che
Giannotto con lei avesse congiunto. Al quale madama
Beritola, per le parole da Currado udite, cominciò a
riguardare, e da occulta vertù desta in lei alcuna
ramemorazione de' puerili lineamenti del viso del suo
figliuolo, senza aspettare altro dimostramento con le
braccia aperte gli corse al collo; né la soprabbondante
pietà e allegrezza materna le permisero di potere alcuna
parola dire, anzi sì ogni virtù sensitiva le chiusero, che
quasi morta nelle braccia del figliuolo ricadde. Il quale,
quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi d'averla
molte volte avanti in quel castel medesimo veduta e mai non
riconosciutala, pur nondimeno conobbe incontanente l'odor
materno; e, se medesimo della sua preterita trascutaggine
biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando
teneramente basciò. Ma poi che, madama Beritola pietosamente
dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata, e con acqua
fredda e con altre loro arti in sé le smarrite forze ebbero
rivocate, rabracciò da capo il figliuolo con molte lagrime e
con molte parole dolci; e piena di materna pietà mille volte
o più il basciò, e egli lei reverentemente molto la vide e
ricevette.</p>
<p>Ma poi che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e
quatro volte, non senza gran letizia e piacere de'
circunstanti, e l'uno all'altro ebbe ogni suo accidente
narrato, avendo già Currado a' suoi amici significato, con
gran piacer di tutti, il nuovo parentado fatto da lui, e
ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giuffredi:
“Currado, voi avete fatto me lieto di molte cose e
lungamente avete onorata mia madre: ora, acciò che niuna
parte in quello che per voi si possa ci resti a far, vi
priego che voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti
della presenza di mio fratello, il quale in forma di servo
messer Guasparrin Doria tiene in casa, il quale, come io vi
dissi già, e lui e me prese in corso; e appresso, che voi
alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente
s'informi delle condizioni e dello stato del paese, e
mettasi a sentire quello che è d'Arrighetto mio padre, se
egli è o vivo o morto, e, se è vivo, in che stato, e d'ogni
cosa pienamente informato a noi ritorni.”</p>
<p>Piacque a Currado la domanda di Giuffredi, e senza alcuno
indugio discretissime persone mandò e a Genova e in Cicilia.
Colui che a Genova andò, trovato messer Guasparrino, da
parte di Currado diligentemente il pregò che lo Scacciato e
la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli
ciò che per Currado era stato fatto verso Giuffredi e verso
la madre.</p>
<p>Messer Guasparrin si maravigliò forte questo udendo, e
disse: “Egli è vero che io farei per Currado ogni cosa, che
io potessi, che gli piacesse; e ho bene in casa avuti, già
sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una sua
madre, li quali io gli manderò volentieri. Ma dira'gli da
mia parte che si guardi di non aver troppo creduto o di non
credere alle favole di Giannotto, il qual di' che oggi si fa
chiamar Giuffredi, per ciò che egli è troppo più malvagio
che egli non s'avvisa.”</p>
<p>E così detto, fatto onorare il valente uomo, si fece in
segreto chiamar la balia e cautamente la essaminò di questo
fatto. La quale, avendo udita la rebellione di Cicilia e
sentendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che
già avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse e le
cagioni gli mostrò per che quella maniera che fatto aveva
tenuta avesse. Messer Guasparrin, veggendo li detti della
balia con quegli dello ambasciador di Currado ottimamente
convenirsi, cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e
per uno altro, sì come uomo che astutissimo era, fatta
inquisizion di questa opera e più ognora trovando cose che
più fede gli davano al fatto, vergognandosi del vil
trattamento fatto del garzone, in ammenda di ciò, avendo una
sua bella figlioletta d'età d'undici anni, conoscendo egli
chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dote gli diè
per moglie. E dopo una gran festa di ciò fatta, col garzone
e con la figliuola e con l'ambasciador di Currado e con la
balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne venne a
Lerici; dove, ricevuto da Currado, con tutta la sua brigata
n'andò a un castel di Currado non molto di quivi lontano,
dove la festa grande era apparecchiata.</p>
<p>Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo
figliuolo, qual quella de' due fratelli, qual quella di
tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a
messer Guasparrino e alla sua figliuola e di lui a tutti e
di tutti insieme con Currado e con la sua donna e co'
figliuoli e co' suoi amici, non si potrebbe con parole
spiegare; e per ciò a voi, donne, la lascio a imaginare.
Alla quale, acciò che compiuta fosse, volle Domenedio,
abbondantissimo donatore quando comincia, sopragiugnere le
liete novelle della vita e del buono stato d'Arrighetto
Capece.</p>
<p>Per ciò che, essendo la festa grande e i convitati, le
donne e gli uomini, alle tavole ancora alla prima vivanda,
sopragiunse colui il quale andato era in Cicilia: e tra
l'altre cose raccontò d'Arrighetto che, essendo egli in
captività per lo re Carlo guardato, quando il romore contro
al re si levò nella terra, il popolo a furore corse alla
prigione e, uccise le guardie, lui n'avean tratto fuori, e
sì come capitale nemico del re Carlo l'avevano fatto lor
capitano e seguitolo a cacciare e a uccidere i franceschi.
Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del
re Petro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo
onore rimesso aveva, laonde egli era in grande e buono
stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore
ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e
del figliuolo, de' quali mai dopo la presura sua neente
aveva saputo, e oltre a ciò mandava per loro una saettia con
alquanti gentili uomini li quali appresso venieno. Costui fu
con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e
prestamente Currado con alquanti de' suoi amici incontro si
fecero a' gentili uomini che per madama Beritola e per
Giuffredi venieno, e loro lietamente ricevette e al suo
convito, il quale ancora al mezzo non era, gl'introdusse.</p>
<p>Quivi e la donna e Giuffredi e oltre a questi tutti gli
altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu
udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte
d'Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio
seppero e più poterono, Currado e la sua donna dell'onor
fatto e alla donna di lui e al figliuolo, e Arrighetto e
ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere.
Quindi a messer Guasparrin rivolti, il cui beneficio era
inoppinato, dissero sé esser certissimi che, qualora ciò che
per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si
sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute
sarebbono. Appreso questo, lietissimamente nella festa delle
due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.</p>
<p>Né solo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri
suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che
riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giuffredi e agli
altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e
dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia
montati, seco la Spina menandone si partirono. E avendo
prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta
festa da Arrighetto tutti parimente, e' figliuoli e le
donne, furono in Palermo ricevuti, che dir non si potrebbe
giammai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti
felicemente vivessero e, come conoscenti del ricevuto
beneficio, amici di messer Domenedio.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a
marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in
ispazio di quatro anni alle mani di nove uomini perviene in
diversi luoghi: ultimamente, restituita al padre per
pulcella, ne va al re del Garbo, come prima faceva, per
moglie.</emph></p></argument>
<p>Forse non molto più si sarebbe la novella d'Emilia distesa,
che la compassione avuta dalle giovani donne a' casi di
madama Beritola loro avrebbe condotte a lagrimare. Ma poi
che a quella fu posta fine, piacque alla reina che Panfilo
seguitasse la sua raccontando; per la qual cosa egli, che
ubidentissimo era, incominciò:</p>
<p>–Malagevolmente, piacevoli donne, si può da noi conoscer
quello che per noi si faccia, per ciò che, sì come assai
volte s'è potuto vedere, molti estimando se essi ricchi
divinissero senza sollecitudine e sicuri poter vivere,
quello non solamente con prieghi a Dio adomandarono ma
sollecitamente, non recusando alcuna fatica o pericolo,
d'acquistarle cercarono; e, come che loro venisse fatto,
trovarono chi per vaghezza di così ampia eredità gli uccise,
li quali, avanti che arrichiti fossero, amavan la vita loro.
Altri di basso stato per mille pericolose battaglie, per
mezzo il sangue de' fratelli e degli amici loro saliti
all'altezza de' regni, in quegli somma felicità esser
credendo, senza le infinite sollecitudini e paure di che
piena la videro e sentirono, cognobbero, non senza la morte
loro, che nell'oro alle mense reali si beveva il veleno.
Molti furono che la forza corporale e la bellezza e certi
gli ornamenti con appetito ardentissimo disiderarono, né
prima d'aver mal disiderato s'avidero, che essi quelle cose
loro di morte essere o di dolorosa vita cagione. E acciò che
io partitamente di tutti gli umani disiderii non parli,
affermo niuno poterne essere con pieno avvedimento, sì come
sicuro da fortunosi casi, che da' viventi si possa eleggere:
per che, se dirittamente operar volessimo, a quello prendere
e possedere ci dovremmo disporre che Colui ci donasse, il
quale solo ciò che ci fa bisogno cognosce e puolci dare. Ma
per ciò che, come che gli uomini in varie cose pecchino
disiderando, voi, graziose donne, sommamente peccate in una,
cioè nel disiderare d'esser belle, in tanto che, non
bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono,
ancora con maravigliosa arte quelle cercate d'acrescere, mi
piace di raccontarvi quanto sventuratamente fosse bella una
saracina, alla quale in forse quatro anni avvenne per la sua
bellezza di fare nuove nozze da nove volte.</p>
<p>Già è buon tempo passato che di Babillonia fu un soldano,
il quale ebbe nome Beminedab, al quale ne' suoi dì assai
cose secondo il suo piacere avvennero. Aveva costui, tra gli
altri suoi molti figliuoli e maschi e femine, una figliuola
chiamata Alatiel, la qual, per quello che ciascun che la
vedeva dicesse, era la più bella femina che si vedesse in
que' tempi nel mondo; e per ciò che in una grande sconfitta,
la quale aveva data a una gran moltitudine d'arabi che
addosso gli eran venuti, l'aveva maravigliosamente aiutato
il re del Garbo, a lui, domandandogliele egli di grazia
speziale, l'aveva per moglie data; e lei con onorevole
compagnia e d'uomini e di donne e con molti nobili e ricchi
arnesi fece sopra una nave bene armata e ben corredata
montare, e a lui mandandola la accomandò a Dio.</p>
<p>I marinari, come videro il tempo ben disposto, diedero le
vele a' venti e del porto d'Allessandria si partirono e più
giorni felicemente navigarono: e già avendo la Sardigna
passata, parendo loro alla fine del loro cammino esser
vicini, si levarono subitamente un giorno diversi venti, li
quali, essendo ciascuno oltre modo impetuoso, sì faticaron
la nave dove la donna era e' marinari, che più volte per
perduti si tennero. Ma pure, come valenti uomini, ogni arte
e ogni forza operando, essendo da infinito mare combattuti,
due dì si sostennero; e surgendo già dalla tempesta
cominciata la terza notte e quella non cessando ma crescendo
tuttafiata, non sappiendo essi dove si fossero né potendolo
per estimazion marineresca comprendere né per vista, per ciò
che obscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo,
essendo essi non guari sopra Maiolica, sentirono la nave
sdruscire.</p>
<p>Per la qual cosa, non veggendovi alcun rimedio al loro
scampo, avendo a mente ciascun se medesimo e non altrui, in
mare gittarono un paliscalmo, e sopra quello più tosto di
fidarsi disponendo che sopra la sdruscita nave si gittarono
i padroni; a' quali appresso or l'uno or l'altro di quanti
uomini erano nella nave, quantunque quegli che prima nel
paliscalmo eran discesi con le coltella in mano il
contradicessero, tutti si gittarono, e credendosi la morte
fuggire in quella incapparono: per ciò che, non potendone
per la contrarietà del tempo tanti reggere il paliscalmo,
andato sotto, tutti quanti perirono. E la nave, che da
impetuoso vento era sospinta, quantunque isdruscita fosse e
già presso che piena d'acqua, non essendovi sù rimasa altra
persona che la donna e le sue femine (e quelle tutte per la
tempesta del mare e per la paura vinte su per quella quasi
morte giacevano), velocissimamente correndo in una piaggia
dell'isola di Maiolica percosse. E fu tanta e sì grande la
foga di quella, che quasi tutta si ficcò nella rena, vicina
al lito forse una gittata di pietra: quivi, dal mar
combattuta, la notte senza poter più dal vento esser mossa
si stette.</p>
<p>Venuto il giorno chiaro e alquanto la tempesta acchetata,
la donna, che quasi mezza morta era, alzò la testa e così
debole come era cominciò a chiamare ora uno e ora un altro
della sua famiglia, ma per niente chiamava: i chiamati erano
troppo lontani. Per che, non sentendosi rispondere a alcuno
né alcuno veggendone, si maravigliò molto e cominciò a avere
grandissima paura; e come meglio poté levatasi, le donne che
in compagnia di lei erano e l'altre femine tutte vide
giacere, e or l'una e or l'altra dopo molto chiamare
tentando poche ve ne trovò che avessero sentimento, sì come
quelle che tra per grave angoscia di stomaco e per paura
morte s'erano; di che la paura alla donna divenne maggiore.
Ma nondimeno, strignendola necessità di consiglio, per ciò
che quivi tutta sola si vedeva, non conoscendo o sappiendo
dove si fosse, pure stimolò tanto quelle che vive erano, che
sù le fece levare; e trovando quelle non sapere dove gli
uomini andati fossero e veggendo la nave in terra percossa e
d'acqua piena, con quelle insieme dolorosamente cominciò a
piagnere. E già era ora di nona avanti che alcuna persona su
per lo lito o in altra parte vedessero a cui di sé potessero
far venire alcuna pietà a aiutarle.</p>
<p>In su la nona, per avventura da un suo luogo tornando,
passò di quindi un gentile uomo, il cui nome era Pericon da
Visalgo, con più suoi famigli a cavallo; il quale, veggendo
la nave, subitamente immaginò ciò che era, e comandò a un
de' famigli che senza indugio procacciasse di sù montarvi e
gli raccontasse ciò che vi fosse. Il famigliare, ancora che
con difficultà il facesse, pur vi montò sù: e trovò la
gentil giovane, con quella poca compagnia che avea, sotto il
becco della proda della nave tutta timida star nascosa. Le
quali come costui videro, piangendo più volte misericordia
adomandarono, ma accorgendosi che intese non erano né esse
lui intendevano con atti s'ingegnarono di dimostrare la loro
disaventura. Il famigliare, come poté il meglio ogni cosa
raguardata, raccontò a Pericone ciò che sù v'era. Il quale,
prestamente fattene giù torre le donne e le più preziose
cose che in essa erano e che aver si potessono, con esse
n'andò a un suo castello e quivi con vivande e con riposo
riconfortate le donne comprese per gli arnesi ricchi la
donna che trovata avea dovere essere gran gentil donna, e
lei prestamente conobbe all'onore che vedeva dall'altre fare
a lei sola. E quantunque pallida e assai male in ordine
della persona per la fatica del mare allora fosse la donna,
pur pareano le sue fattezze bellissime a Pericone: per la
qual cosa subitamente seco diliberò, se ella marito non
avesse, di volerla per moglie, e se per moglie aver non la
potesse, di volere avere la sua amistà.</p>
<p>Era Pericone uomo di fiera vista e robusto molto e avendo
per alcun dì la donna ottimamente fatta servire e per questo
essendo ella riconfortata tutta, veggendola esso oltre a
ogni estimazione bellissima, dolente senza modo che lei
intender non poteva né ella lui e così non poter saper chi
si fosse, acceso nondimeno della sua bellezza
smisuratamente, con atti piacevoli e amorosi s'ingegnò
d'inducerla a fare senza contenzione i suoi piaceri. Ma ciò
era niente: ella rifiutava del tutto la sua dimestichezza, e
intanto più s'accendeva l'ardore di Pericone. Il che la
donna veggendo, e già quivi per alcuni giorni dimorata e per
li costumi avvisando che tra cristiani era e in parte dove,
se pure avesse saputo, il farsi conoscere le montava poco,
avvisandosi che a lungo andare o per forza o per amore le
converrebbe venire a dovere i piaceri di Perdicon fare, con
altezza d'animo propose di calcare la miseria della sua
fortuna. E alle sue femine, che più che tre rimase non le ne
erano, comandò che a alcuna persona mai manifestassero chi
fossero, salvo se in parte si trovassero dove aiuto
manifesto alla lor libertà conoscessero; oltre a questo
sommamente confortandole a conservare la loro castità,
affermando sé avere seco proposto che mai di lei se non il
suo marito goderebbe. Le sue femine di ciò la commendarono e
dissero di servare al lor potere il suo comandamento.</p>
<p>Perdicone, più di giorno in giorno accendendosi e tanto più
quanto più vicina si vedeva la disiderata cosa e più negata,
e veggendo che le sue lusinghe non gli valevano, dispose lo
'ngegno e l'arti riserbandosi alla fine le forze. E
essendosi avveduto alcuna volta che alla donna piaceva il
vino, sì come a colei che usata non era di bere per la sua
legge che il vietava, con quello, sì come con ministro di
Venere, s'avisò di poterla pigliare: e mostrando di non aver
cura di ciò che ella si mostrava schifa, fece una sera per
modo di solenne festa una bella cena nella quale la donna
venne; e in quella, essendo di molte cose la cena lieta,
ordinò con colui che a lei servia che di varii vini
mescolati le desse bere. Il che colui ottimamente fece; e
ella, che di ciò non si guardava, dalla piacevolezza del
beveraggio tirata più ne prese che alla sua onestà non si
sarebbe richesto: di che ella, ogni avversità trapassata
dimenticando, divenne lieta, e veggendo alcune femine alla
guisa di Maiolica ballare essa alla maniera allessandrina
ballò. Il che veggendo Pericone, esser gli parve vicino a
quello che egli disiderava; e continuando in più abbondanza
di cibi e di beveraggi la cena, per grande spazio di notte
la prolungò.</p>
<p>Ultimamente, partitisi i convitati, con la donna solo se ne
entrò nella camera: la quale, più calda di vino che d'onestà
temperata, quasi come se Pericone una delle sue femine
fosse, senza alcuno ritegno di vergogna in presenzia di lui
spogliatasi, se n'entrò nel letto. Pericone non diede
indugio a seguitarla, ma spento ogni lume prestamente
dall'altra parte le si coricò allato e, in braccio
recatalasi senza alcuna contradizione di lei, con lei
incominciò amorosamente a sollazzarsi. Il che poi che ella
ebbe sentito, non avendo mai davanti saputo con che corno
gli uomini cozzano, quasi pentuta del non avere alle
lusinghe di Pericone assentito, senza attendere d'essere a
così dolci notti invitata, spesse volte se stessa invitava
non con le parole, ché non si sapea fare intendere, ma co'
fatti.</p>
<p>A questo gran piacere di Pericone e di lei, non essendo la
fortuna contenta d'averla di moglie d'un re fatta divenire
amica d'un castellano, le si parò davanti più crudele
amistà. Aveva Pericone un fratello d'età di venticinque
anni, bello e fresco come una rosa, il cui nome era Marato;
il quale, avendo costei veduta e essendogli sommamente
piaciuta, parendogli, secondo che per gli atti di lei poteva
comprendere, essere assai bene della grazia sua e estimando
che ciò che di lei disiderava niuna cosa gliele toglieva se
non la solenne guardia che faceva di lei Pericone, cadde in
un crudel pensiero: e al pensiero seguì senza indugio lo
scellerato effetto.</p>
<p>Era allora per ventura nel porto della città una nave la
quale di mercatantia era carica per andare in Chiarenza in
Romania, della quale due giovani genovesi eran padroni, e
già aveva collata la vela per doversi, come buon vento
fosse, partire; con li quali Marato convenutosi ordinò come
da loro con la donna la seguente notte ricevuto fosse. E
questo fatto, faccendosi notte, seco ciò che far doveva
avendo disposto, alla casa di Pericone, il quale di niente
da lui si guardava, sconosciutamente se n'andò con alcuni
suoi fidatissimi compagni li quali a quello che fare
intendeva richesti aveva, e nella casa, secondo l'ordine tra
lor posto, si nascose. E poi che parte della notte fu
trapassata, aperto a' suoi compagni là dove Pericon con la
donna dormiva e quella aperta, Pericone dormente uccisono e
la donna desta e piagnente minacciando di morte, se alcun
romor facesse, presero; e con gran parte delle più preziose
cose di Pericone, senza essere stati sentiti, prestamente
alla marina n'andarono, e quindi senza indugio sopra la nave
se ne montarono Marato e la donna, e' suoi compagni se ne
tornarono.</p>
<p>I marinari, avendo buon vento e fresco, fecero vela al lor
viaggio. La donna amaramente e della sua prima sciagura e di
questa seconda si dolfe molto; ma Marato col santo cresci in
man che Dio ci diè la cominciò per sì fatta maniera a
consolare, che ella, già con lui dimesticatasi, Pericone
dimenticato aveva; e già le pareva star bene quando la
fortuna l'apparecchiò nuova tristizia, quasi non contenta
delle passate. Per ciò che, essendo ella di forma
bellissima, sì come già più volte detto avemo, e di maniere
laudevoli molto, sì forte di lei i due giovani padroni della
nave s'innamorarono, che, ogni altra cosa dimenticatane, a
servirle e a piacerle intendevano, guardandosi sempre non
Marato s'accorgesse della cagione.</p>
<p>E essendosi l'un dell'altro di questo amore avveduto, di
ciò ebbero insieme segreto ragionamento e convennersi di
fare l'acquisto di questo amor comune, quasi amore così
questo dovesse patire come la mercatantia o i guadagni
fanno. E veggendola molto da Marato guardata, e per ciò alla
loro intenzione impediti, andando un dì a vela
velocissimamente la nave e Marato standosi sopra la poppa e
verso il mare riguardando, di niuna cosa da lor guardandosi,
di concordia andarono e, lui prestamente di dietro preso, il
gittarono in mare; e prima per ispazio di più d'un miglio
dilungati furono, che alcuno si fosse pure avveduto Marato
esser caduto in mare. Il che sentendo la donna e non
veggendosi via da poterlo ricoverare, nuovo cordoglio sopra
la nave a far cominciò.</p>
<p>Al conforto della quale i due amanti incontanente vennero e
con dolci parole e con promesse grandissime, quantunque ella
poco intendesse, lei, che non tanto il perduto Marato quanto
la sua sventura piagnea, s'ingegnavan di racchetare. E dopo
lunghi sermoni e una e altra volta con lei usati, parendo
loro lei quasi avere racconsolata, a ragionamento venner tra
se medesimi qual prima di loro la dovesse con seco menare a
giacere. E volendo ciascuno essere il primo né potendosi in
ciò tra loro alcuna concordia trovare, prima con parole
grave e dura riotta incominciarono, e da quella accesi
nell'ira, messo mano alle coltella, furiosamente s'andarono
adosso e più colpi, non potendo quegli che sopra la nave
eran dividergli, si diedono insieme: de' quali incontanente
l'un cadde morto e l'altro in molte parti della persona
gravemente fedito rimase in vita. Il che dispiacque molto
alla donna, sì come a colei che quivi sola senza aiuto o
consiglio d'alcun si vedea e temeva forte non sopra lei
l'ira si volgesse de' parenti e degli amici de' due padroni;
ma i prieghi del fedito e il prestamente pervenire a
Chiarenza dal pericolo della morte la liberarono. Dove col
fedito insieme discese in terra: e con lui dimorando in uno
albergo, subitamente corse la fama della sua gran bellezza
per la città, e agli orecchi del prenze della Morea, il
quale allora era in Chiarenza, pervenne. Laonde egli veder
la volle, e vedutala e oltre a quello che la fama portava
bella parendogli, sì forte di lei subitamente s'innamorò,
che a altro non poteva pensare; e avendo udito in che guisa
quivi pervenuta fosse, s'avvisò di doverla potere avere. E
cercando de' modi e i parenti del fedito sappiendolo, senza
altro aspettare prestamente gliele mandarono: il che al
prenze fu sommamente caro e alla donna altressì, per ciò che
fuori d'un gran pericolo esser le parve.</p>
<p>Il prenze vedendola oltre alla bellezza ornata di costumi
reali, non potendo altramenti saper chi ella si fosse,
nobile donna dovere essere la stimò e pertanto il suo amore
in lei si raddoppiò; e onorevolmente molto tenendola, non a
guisa d'amica ma di sua propria moglie la trattava. Il che,
avendo a' trapassati mali alcun rispetto la donna e
parendole assai bene stare, tutta riconfortata e lieta
divenuta, in tanto le sue bellezze fiorirono, che di niuna
altra cosa pareva che tutta la Romania avesse da favellare.</p>
<p>Per la qual cosa al duca d'Atene, giovane e bello e pro'
della persona, amico e parente del prenze, venne disidero di
vederla: e mostrando di venirlo a visitare, come usato era
talvolta di fare, con bella e onorevole compagnia se ne
venne a Chiarenza, dove onorevolemente fu ricevuto e con
gran festa. Poi, dopo alcun dì, venuti insieme a
ragionamento delle bellezze di questa donna, domandò il duca
se così era mirabil cosa come si ragionava.</p>
<p>A cui il prenze rispose: “Molto più! ma di ciò non le mie
parole ma gli occhi tuoi voglio ti faccian fede.”</p>
<p>A che sollecitando il duca il prenze, insieme n'andarono là
dove ella era. La quale costumatamente molto e con lieto
viso, avendo davanti sentita la lor venuta, gli ricevette. E
in mezzo di loro fattala sedere, non si poté di ragionar con
lei prender piacere, per ciò che essa poco o niente di
quella lingua intendeva; per che ciascun lei sì come
maravigliosa cosa guardava, e il duca massimamente, il quale
appena seco poteva credere lei essere cosa mortale; e non
acorgendosi, riguardandola, dell'amoroso veleno che egli con
gli occhi bevea, credendosi al suo piacer sodisfare
mirandola, se stesso miseramente impacciò, di lei
ardentissimamente innamorandosi. E poi che da lei insieme
col prenze partito si fu e ebbe spazio di poter pensare,
seco stesso estimava il prenze sopra ogni altro felice, sì
bella cosa avendo al suo piacere: e dopo molti e varii
pensieri, pesando più il suo focoso amore che la sua onestà,
diliberò, che che avvenir se ne dovesse, di privare di
questa felicità il prenze e sé a suo poter farne felice.</p>
<p>E avendo l'animo al doversi avacciare, lasciando ogni
ragione e ogni giustizia dall'una delle parti, agl'inganni
tutto il suo pensier dispose: e un giorno, secondo l'ordine
malvagio da lui preso, insieme con uno segretissimo
cameriere del prenze, il quale avea nome Ciuriaci,
segretissimamente tutti i suoi cavalli e le sue cose fece
mettere in assetto per doversene andare, e la notte vegnente
insieme con un compagno, tutti armati, messo fu dal predetto
Ciuriaci nella camera del prenze chetamente. Il quale egli
vide che per lo gran caldo che era, dormendo la donna, esso
tutto ignudo si stava a una finestra volta alla marina a
ricevere un venticello che da quella parte veniva. Per la
qual cosa, avendo il suo compagno davanti informato di
quello che avesse a fare, chetamente n'andò per la camera
infino alla finestra, e quivi con un coltello ferito il
prenze per le reni infino dall'altra parte il passò e
prestamente presolo dalla finestra il gittò fuori. Era il
palagio sopra il mare e alto molto, e quella finestra, alla
quale allora era il prenze, guardava sopra certe case
dall'impeto del mare fatte cadere, nelle quali rade volte o
non mai andava persona: per che avvenne, sì come il duca
davanti avea proveduto, che la caduta del corpo del prenze
da alcuno né fu né poté esser sentita.</p>
<p>Il compagno del duca ciò veggendo esser fatto, prestamente
un capestro da lui per ciò portato, faccendo vista di fare
carezze a Ciuriaci, gli gittò alla gola e tirò sì che
Ciuriaci niuno romore poté fare: e sopragiuntovi il duca,
lui strangolarono e dove il prenze gittato avea il
gittarono. E questo fatto, manifestamente conoscendo sé non
essere stati né dalla donna né da altrui sentiti, prese il
duca un lume in mano e quello portò sopra il letto, e
chetamente tutta la donna, la quale fisamente dormiva,
scoperse; e riguardandola tutta la lodò sommamente, e se
vestita gli era piaciuta, oltre a ogni comparazione ignuda
gli piacque. Per che, di più caldo disio accesosi, non
spaventato dal ricente peccato da lui commesso, con le mani
ancor sanguinose allato le si coricò e con lei tutta
sonnacchiosa, e credente che il prenze fosse, si giacque.</p>
<p>Ma poi che alquanto con grandissimo piacere fu dimorato con
lei, levatosi e fatti alquanti de' suoi compagni quivi
venire, fé prender la donna in guisa che romore far non
potesse e, per una falsa porta, donde egli entrato era,
trattala e a caval messala, quanto più poté tacitamente con
tutti i suoi entrò in camino e verso Atene se ne tornò. Ma
per ciò che moglie aveva, non in Atene ma a un suo
bellissimo luogo, che poco di fuori dalla città sopra il
mare aveva, la donna più che altra dolorosa mise, quivi
nascosamente tenendola e faccendola onorevolmente di ciò che
bisognava servire.</p>
<p>Aveano la seguente mattina i cortigiani del prenze infino a
nona aspettato che il prenze si levasse; ma niente sentendo,
sospinti gli usci delle camere che solamente chiusi erano e
niuna persona trovandovi, avvisando che occultamente in
alcuna parte andato fosse per istarsi alcun dì a suo diletto
con quella sua bella donna, più non si dierono impaccio. E
così standosi, avvenne che il dì seguente un matto, entrato
intra le ruvine dove il corpo del prenze e di Ciuriaci
erano, per lo capestro tirò fuori Ciuriaci e andavaselo
tirando dietro. Il quale non senza gran maraviglia fu
riconosciuto da molti, li quali con lusinghe fattisi menare
al matto là onde tratto l'avea, quivi con grandissimo dolore
di tutta la città quello del prenze trovarono, e
onorevolmente il sepellirono; e de' commettitori di così
grande eccesso investigando e veggendo il duca d'Atene non
esservi ma essersi furtivamente partito, estimarono, così
come era, lui dovere aver fatto questo e menatasene la
donna. Per che prestamente in lor prenze un fratello del
morto prenze substituendo, lui alla vendetta con ogni loro
potere incitarono; il quale, per più altre cose poi acertato
così essere come imaginato avieno, richesti e amici e
parenti e servidori di diverse parti, prestamente congregò
una bella e grande e poderosa oste, e a far guerra al duca
d'Atene si dirizzò.</p>
<p>Il duca, queste cose sentendo, a difesa di sé similmente
ogni suo sforzo apparecchiò, e in aiuto di lui molti signor
vennero, tra' quali, mandati dallo 'mperadore di
Constantinopoli, furono Constantino suo figliuolo e
Manovello suo nepote con bella e con gran gente. Li quali
dal duca onorevolemente ricevuti furono e dalla duchessa
più, per ciò che loro sirocchia era.</p>
<p>Appressandosi di giorno in giorno più alla guerra le cose,
la duchessa, preso tempo, ammenduni nella camera se gli fece
venire, e quivi con lagrime assai e con parole molte tutta
la istoria narrò, le cagioni della guerra narrando: mostrò
il dispetto a lei fatto dal duca della femina la quale
nascosamente si credeva tenere, e forte di ciò
condogliendosi gli pregò che all'onor del duca e alla
consolazion di lei quello compenso mettessero che per loro
si potesse il migliore. Sapevano i giovani tutto il fatto
come stato era: e per ciò, senza troppo adomandar, la
duchessa come seppero il meglio riconfortarono e di buona
speranza la riempierono; e da lei informati dove stesse la
donna si dipartirono.</p>
<p>E avendo molte volte udita la donna di maravigliosa
bellezza commendare, disideraron di vederla e il duca
pregarono che loro la mostrasse. Il quale, mal ricordandosi
di ciò che al prenze avvenuto era per averla mostrata a lui,
promise di farlo; e fatto in un bellissimo giardino, che nel
luogo dove la donna dimorava era, apparecchiare un magnifico
desinare, loro la seguente mattina con pochi altri compagni
a mangiar con lei menò. E sedendo Constanzio con lei, la
cominciò a riguardare pieno di maraviglia, seco affermando
mai sì bella cosa non aver veduta e che per certo per
iscusato si doveva avere il duca e qualunque altro che per
avere una sì bella cosa facesse tradimento o altra disonesta
cosa: e una volta e altra mirandola, e più ciascuna
commendandola, non altramenti a lui avvenne che al duca
avvenuto era. Per che, da lei inamorato partitosi, tutto il
pensier della guerra abbandonato, si diede al pensare come
al duca torre la potesse, ottimamente a ciascuna persona il
suo amor celando.</p>
<p>Ma mentre che esso in questo fuoco ardeva, sopravenne il
tempo d'uscire contro al prenze che già alle terre del duca
s'avicinava: per che il duca e Constanzio e gli altri tutti,
secondo l'ordine dato d'Atene usciti, andarono a contrastare
a certe frontiere acciò che più avanti non potesse il prenze
venire. E quivi per più dì dimorando, avendo sempre
Constanzio l'animo e 'l pensiere a quella donna, imaginando
che, ora che il duca non l'era vicino, assai bene gli
potrebbe venir fatto il suo piacere, per aver cagione di
tornarsi a Atene si mostrò forte della persona disagiato;
per che, con licenzia del duca, commessa ogni sua podestà in
Manovello, a Atene se ne venne alla sorella. E quivi, dopo
alcun dì, messala nel ragionare del dispetto che dal duca le
pareva ricevere per la donna la qual teneva, le disse che,
dove ella volesse, egli assai bene di ciò l'aiuterebbe,
faccendola di colà ove era trarre e menarla via. La
duchessa, estimando Constanzio questo per amor di lei e non
della donna fare, disse che molto le piacea, sì veramente
dove in guisa si facesse che il duca mai non risapesse che
essa a questo avesse consentito. Il che Constanzio
pienamente le promise, per che la duchessa consentì che
egli, come il meglio gli paresse, facesse.</p>
<p>Constanzio chetamente fece armare una barca sottile, e
quella una sera ne mandò vicina al giardino dove dimorava la
donna, informati de' suoi che sù v'erano quello che a fare
avessero; e appresso con altri n'andò al palagio dove era la
donna, dove da quegli che quivi al servigio di lei erano fu
lietamente ricevuto, e ancora dalla donna, e con essolui da'
suoi servidori accompagnata e da' compagni di Constanzio, sì
come gli piacque, se n'andò nel giardino.</p>
<p>E quasi alla donna da parte del duca parlar volesse, con
lei verso una porta che sopra il mare usciva solo se n'andò;
la quale già essendo da uno de' suoi compagni aperta e quivi
col segno dato chiamata la barca, fattala prestamente
prendere e sopra la barca porre, rivolto alla famiglia di
lei disse: “Niuno se ne muova né faccia motto, se egli non
vuol morire, per ciò che io intendo non di rubare al duca la
femina sua ma di torre via l'onta la quale egli fa alla mia
sorella.”</p>
<p>A questo niuno ardì di rispondere: per che Constanzio, co'
suoi sopra la barca montato e alla donna che piagnea
accostatosi, comandò che de' remi dessero in acqua e
andasser via. Li quali, non vocando ma volando, quasi in sul
dì del seguente giorno a Egina pervennero.</p>
<p>Quivi in terra discesi e riposandosi, Constanzio con la
donna, che la sua sventurata bellezza piangea, si sollazzò:
quindi, rimontati in su la barca, infra pochi giorni
pervennero a Chios, e quivi, per tema delle riprensioni del
padre e che la donna rubata non gli fosse tolta, piacque a
Constanzio come in sicuro luogo di rimanersi; dove più
giorni la bella donna pianse la sua disaventura, ma pur poi
da Constanzio riconfortata, come l'altre volte fatto avea,
s'incominciò a prender piacere di ciò che la fortuna avanti
l'apparecchiava.</p>
<p>Mentre queste cose andavano in questa guisa, Osbech, allora
re de' turchi, il quale in continua guerra stava con lo
'mperadore, in questo tempo venne per caso alle Smirre: e
quivi udendo come Constanzio in lasciva vita con una sua
donna, la quale rubata avea, senza alcuno provedimento si
stava in Chios, con alcuni legnetti armati là andatone una
notte e tacitamente con la sua gente nella terra entrato,
molti sopra le letta ne prese prima che s'accorgessero li
nemici esser sopravenuti; e ultimamente alquanti, che
risentiti erano all'arme corsi, n'uccisero, e arsa tutta la
terra e la preda e' prigioni sopra le navi posti, verso le
Smirre si ritornarono. Quivi pervenuti, trovando Osbech, che
giovane uomo era, nel riveder della preda la bella donna, e
conoscendo questa esser quella che con Constanzio era stata
sopra il letto dormendo presa, fu sommamente contento
veggendola; e senza niuno indugio sua moglie la fece e
celebrò le nozze e con lei si giacque più mesi lieto.</p>
<p>Lo 'mperadore il quale, avanti che queste cose avvenissero,
aveva tenuto trattato con Basano, re di Capadocia, acciò che
sopra Osbech dall'una parte con le sue forze discendesse e
egli con le sue l'assalirebbe dall'altra, né ancora
pienamente l'aveva potuto fornire per ciò che alcune cose,
le quali Basano adomandava, sì come meno convenevoli, non
aveva volute fare, sentendo ciò che al figliuolo era
avvenuto, dolente fuor di misura, senza alcuno indugio ciò
che il re di Capadocia domandava fece, e lui quanto più poté
allo scendere sopra Osbech sollecitò, apparecchiandosi egli
d'altra parte d'andargli addosso. Osbech, sentendo questo,
il suo essercito ragunato, prima che da' due potentissimi
signori fosse stretto in mezzo, andò contro al re di
Capadocia, lasciata nelle Smirre a guardia d'un suo fedele
famigliare e amico la sua bella donna e col re di Capadocia
dopo alquanto tempo affrontatosi combatté, e fu nella
battaglia morto e il suo essercito sconfitto e disperso. Per
che Basano vittorioso cominciò liberamente a venirsene verso
le Smirre: e, vegnendo, ogni gente a lui, sì come a
vincitore, ubidiva.</p>
<p>Il famigliar d'Osbech, il cui nome era Antioco, a cui la
bella donna era a guardia rimasa, ancora che attempato
fosse, veggendola così bella, senza servare al suo amico e
signor fede di lei s'innamorò: e sappiendo la lingua di lei
(il che molto a grado l'era, sì come a colei alla quale
parecchi anni a guisa quasi di sorda e di mutola era
convenuta vivere, per lo non aver persona inteso né essa
essere stata intesa da persona), da amore incitato cominciò
seco tanta familiarità a pigliare in pochi dì, che non dopo
molto, non avendo riguardo al signor loro che in arme e in
guerra era, fecero la dimestichezza non solamente amichevole
ma amorosa divenire, l'uno dell'altro pigliando sotto le
lenzuola maraviglioso piacere.</p>
<p>Ma sentendo costoro Osbech esser vinto e morto e Basano
ogni cosa venir pigliando, insieme per partito presero di
quivi non aspettarlo; ma, presa grandissima parte che quivi
eran d'Osbech, insieme nascosamente se n'andarono a Rodi, e
quivi non guari di tempo dimorarono, che Antioco infermò a
morte. Col quale tornando per ventura un mercatante
cipriano, da lui molto amato e sommamente suo amico,
sentendosi egli verso la fine venire, pensò di volere e le
sue cose e la sua cara donna lasciare a lui.</p>
<p>E già alla morte vicino, amenduni gli chiamò così dicendo:
“Io mi veggio senza alcuno fallo venir meno; il che mi
duole, per ciò che di vivere mai non mi giovò come ora
faceva. E il vero che d'una cosa contentissimo muoio, per
ciò che, pur dovendo morire, mi veggio morir nelle braccia
di quelle due persone le quali io più amo che alcune altre
che al mondo ne sieno, cioè nelle tue, carissimo amico, e in
quelle di questa donna, la quale io più che me medesimo ho
amata poscia che io la conobbi. E il vero che grave m'è, lei
sentendo qui forestiera e senza aiuto e senza consiglio,
morendomi io, rimanere, e più sarebbe grave ancora, se io
qui non sentissi te, il quale io credo che quella cura di
lei avrai per amor di me che di me medesimo avresti; e per
ciò quanto più posso ti priego che, s'egli avviene che io
muoia, che le mie cose e ella ti sien raccomandate, e quello
dell'une e dell'altra facci che credi ché sieno consolazione
dell'anima mia. E te, carissima donna, priego che dopo la
mia morte me non dimentichi, acciò che io di là vantar mi
possa che io di qua amato sia dalla più bella donna che mai
formata fosse dalla natura. Se di queste due cose voi mi
darete intera speranza, senza niun dubbio n'andrò
consolato.”</p>
<p>L'amico mercatante e la donna similmente, queste parole
udendo, piangevano; e avendo egli detto, il confortarono e
promisongli sopra la lor fede di quel fare che egli pregava,
se avvenisse che el morisse. Il quale non stette guari che
trapassò e da loro fu onorevolmente fatto sepellire.</p>
<p>Poi, pochi dì appresso, avendo il mercatante cipriano ogni
suo fatto in Rodi spacciato e in Cipri volendosene tornare
sopra una cocca di catalani che v'era, domandò la bella
donna quello che far volesse, con ciò fosse cosa che a lui
convenisse in Cipri tornare. La donna rispose che con lui,
se gli piacesse, volentieri se ne andrebbe, sperando che per
amor d'Antioco da lui come sorella sarebbe trattata e
riguardata. Il mercatante rispose che d'ogni suo piacere era
contento: e acciò che da ogni ingiuria, che sopravenire le
potesse avanti che in Cipri fosser, la difendesse, disse che
era sua moglie. E sopra la nave montati, data loro una
cameretta nella poppa, acciò che i fatti non paressero alle
parole contrarii, con lei in un lettuccio assai piccolo si
dormiva. Per la qual cosa avvenne quello che né dell'un né
dell'altro nel partir da Rodi era stato intendimento: cioè
che incitandogli il buio e l'agio e 'l caldo del letto, le
cui forze non son piccole, dimentica l'amistà e l'amor
d'Antioco morto, quasi da iguali appetito tirati,
cominciatisi a stuzzicare insieme, prima che a Baffa
giugnessero, là onde era il cipriano, insieme fecero
parentado; e a Baffa pervenuti, più tempo insieme col
mercatante si stette.</p>
<p>Avvenne per ventura che a Baffa venne per alcuna sua
bisogna un gentile uomo il cui nome era Antigono, la cui età
era grande ma il senno maggiore e la ricchezza piccola, per
ciò che in assai cose intramettendosi egli ne' servigi del
re di Cipri gli era la fortuna stata contraria. Il quale,
passando un giorno davanti la casa dove la bella donna
dimorava, essendo il cipriano mercatante andato con sua
mercatantia in Erminia, gli venne per ventura a una finestra
della casa di lei questa donna veduta; la qual, per ciò che
bellissima era, fisa cominciò a riguardare e cominciò seco
stesso a ricordarsi di doverla avere altra volta veduta, ma
il dove in niuna maniera ricordar si poteva. La bella donna,
la quale lungamente trastullo della fortuna era stata,
appressandosi il termine nel quale i suoi mali dovevano aver
fine, come ella Antigono vide così si ricordò di lui in
Alessandria ne' servigi del padre in non piccolo stato aver
veduto: per la qual cosa subita speranza prendendo di dover
potere ancora nello stato real ritornare per lo colui
consiglio, non sentendovi il mercatante suo, come più tosto
poté si fece chiamare Antigono. Il quale, a lei venuto, ella
vergognosamente domandò se egli Antigono di Famagosta fosse,
sì come ella credeva.</p>
<p>Antigono rispose del sì, e oltre a ciò disse: “Madonna, a
me pare voi riconoscere ma per niuna cosa mi posso ricordar
dove; per che io vi priego, se grave non v'è, che a memoria
mi riduciate chi voi siete.”</p>
<p>La donna, udendo che desso era, piangendo forte gli si
gittò con le braccia al collo; e, dopo alquanto, lui che
forte si maravigliava domandò se mai in Alessandra veduta
l'avesse. La qual domanda udendo, Antigono incontanente
riconobbe costei essere Alatiel figliuola del soldano, la
quale morta in mare si credeva che fosse, e vollele fare la
debita reverenza; ma ella nol sostenne e pregollo che seco
alquanto si sedesse. La qual cosa da Antigono fatta, egli
reverentemente la domandò come e quando e donde quivi venuta
fosse, con ciò fosse cosa che per tutta terra d'Egitto
s'avesse per certo lei in mare, già eran più anni passati,
essere annegata.</p>
<p>A cui la donna disse: “Io vorrei bene che così fosse stato
più tosto che avere avuta la vita la quale avuta ho, e credo
che mio padre vorrebbe il simigliante, se giammai il
saprà”; e così detto rincominciò maravigliosamente a
piagnere.</p>
<p>Per che Antigono le disse: “Madonna, non vi sconfortate
prima che vi bisogni: se vi piace, narratemi i vostri
accidenti e che vita sia stata la vostra; per avventura
l'opera potrà essere andata in modo che noi ci troveremo,
con l'aiuto di Dio, buon compenso.”</p>
<p>“Antigono, “ disse la bella donna “a me parve, come io ti
vidi, vedere il padre mio: e da quello amore e da quella
tenerezza, che io a lui tenuta son di portare, mossa,
potendomiti celare, mi ti feci palese. E di poche persone
sarebbe potuto addivenire d'aver vedute, delle quali io
tanto contenta fossi, quanto sono d'aver te innanzi a alcuno
altro veduto e riconosciuto; e per ciò quello che nella mia
malvagia fortuna ho sempre tenuto nascoso, a te sì come a
padre paleserò. Se vedi, poi che udito l'avrai, da potermi
in alcun modo nel mio pristino stato tornare, priegoti
l'adoperi; se nol vedi, ti priego che mai a alcuna persona
dichi d'avermi veduta o di me avere alcuna cosa sentita.”</p>
<p>E questo detto, sempre piagnendo, ciò che avvenuto l'era
dal dì che in Maiolica ruppe infino a quel punto li
raccontò; di che Antigono pietosamente a piagnere cominciò;
e poi che alquanto ebbe pensato disse: “Madonna, poi che
occulto è stato ne' vostri infortunii chi voi siate, senza
fallo più cara che mai vi renderò al vostro padre e appresso
per moglie al re del Garbo.”</p>
<p>E, domandato da lei del come, ordinatamente ciò che da far
fosse le dimostrò; e acciò che altro per indugio intervenir
non potesse, di presente si tornò Antigono in Famagosta e fu
al re, al qual disse: “Signor mio, se a voi aggrada, voi
potete a una ora a voi fare grandissimo onore, e a me, che
povero sono per voi, grande utile senza gran vostro costo.”</p>
<p>Il re domandò come. Antigono allora disse: “A Baffa è
pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui è
stata così lunga fama che annegata era; e ha, per servare la
sua onestà, grandissimo disagio sofferto lungamente, e al
presente è in povero stato e disidera di tornarsi al padre.
Se a voi piacesse di mandargliele sotto la mia guardia,
questo sarebbe grande onor di voi e di me gran bene; né
credo che mai tal servigio di mente al soldano uscisse.”</p>
<p>Il re, da una reale onestà mosso, subitamente rispose che
gli piacea; e onoratamente per lei mandando, a Famagosta la
fece venire, dove da lui e dalla reina con festa
inestimabile e con onor magnifico fu ricevuta. La quale poi
dal re e dalla reina de' suoi casi adomandata, secondo
l'ammaestramento datole da Antigono rispose e contò tutto. E
pochi dì appresso, adomandandolo ella, il re, con bella e
onorevole compagnia d'uomini e di donne, sotto il governo
d'Antigono la rimandò al soldano: dal quale se con festa fu
ricevuta niun ne dimandi, e Antigono similemente con tutta
la sua compagnia. La quale poi che alquanto fu riposata,
volle il soldano sapere come fosse che viva fosse, e dove
tanto tempo dimorata senza mai avergli fatto di suo stato
alcuna cosa sentire.</p>
<p>La donna, la quale ottimamente gli ammaestramenti
d'Antigono aveva tenuti a mente, appresso al padre così
cominciò a parlare: “Padre mio, forse il ventesimo giorno
dopo la mia partita da voi, per fiera tempesta la nostra
nave, sdruscita, percosse a certe piagge là in Ponente,
vicine d'un luogo chiamato Aguamorta, una notte; e che che
degli uomini, che sopra la nostra nave erano, io nol so né
seppi già mai. Di tanto mi ricorda che, venuto il giorno e
io quasi di morte a vita risurgendo, essendo già la
straccata nave da' paesani veduta e essi a rubar quella di
tutta la contrada corsi, io con due delle mie femine prima
sopra il lito poste fummo, e incontanente da giovani prese
chi qua con una e chi là con un'altra cominciarono a
fuggire. Che di loro si fosse io nol seppi mai: ma avendo me
contrastante due giovani presa e per le trecce tirandomi,
piagnendo io sempre forte, avvenne che, passando costoro che
mi tiravano una strada per entrare in un grandissimo bosco,
quatro uomini in quella ora di quindi passavano a cavallo:
li quali come quegli che mi tiravano videro, così lasciatami
prestamente presero a fuggire. Li quatro uomini, li quali
nel sembiante assai autorevoli mi parevano, veduto ciò,
corsero dove io era e molto mi domandarono, e io dissi
molto, ma né da loro fui intesa né io loro intesi. Essi,
dopo lungo consiglio postami sopra uno de' lor cavalli, mi
menarono a uno monastero di donne secondo la lor legge
religiose; e quivi, che che essi dicessero, io fui da tutte
benignissimamente ricevuta e onorata sempre, e con gran
divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci in
Valcava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene.
Ma poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui, e già
alquanta avendo della loro lingua apparata, domandandomi
esse chi io fossi e donde, e io conoscendo là dove io era e
temendo se il vero dicessi non fossi da lor cacciata sì come
nemica della lor legge, risposi che io era figliuola d'un
gran gentile uomo di Cipri, il quale mandandomene a marito
in Creti, per fortuna quivi eravam corsi e rotti. E assai
volte in assai cose, per tema di peggio, servai lor costumi:
e domandata dalla maggiore di quelle donne, la quale esse
appellan badessa, se in Cipri tornare me ne volessi, risposi
che niuna cosa tanto disiderava. Ma essa, tenera del mio
onore, mai a alcuna persona fidar non mi volle che verso
Cipri venisse, se non, forse due mesi sono, venuti quivi
certi buoni uomini di Francia con le loro donne, de' quali
alcun parente v'era della badessa, e sentendo essa che in
Ierusalem andavano a visitare il Sepolcro, dove colui cui
tengono per Idio fu sepellito poi che da' giudei fu ucciso,
allora mi raccomandò e pregogli che in Cipri a mio padre mi
dovessero presentare. Quanto questi gentili uomini
m'onorassono e lietamente mi ricevessero insieme con le lor
donne lunga istoria sarebbe a raccontare. Saliti adunque
sopra una nave, dopo più giorni pervenimmo a Baffa: e quivi
veggendomi pervenire, né persona conoscendovi né sappiendo
che dovermi dire a' gentili uomini che a mio padre mi volean
presentare, secondo che loro era stato imposto dalla
veneranda donna, m'apparecchiò Idio, al quale forse di me
incresceva, sopra il lito Antigono in quella ora che noi a
Baffa smontavamo; il quale io prestamente chiamai, e in
nostra lingua, per non essere da' gentili uomini né dalle
donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse.
Egli prestamente m'intese: e fattami la festa grande, quegli
gentili uomini e quelle donne secondo la sua povera
possibilità onorò, e me ne menò al re di Cipri, il quale con
quello onore mi ricevette e qui a voi m'ha rimandata che mai
per me raccontare non si potrebbe. Se altro a dir ci resta,
Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita,
il racconti.”</p>
<p>Antigono allora al soldano rivolto disse: “Signor mio, sì
come ella m'ha più volte detto e come quegli gentili uomini
con li quali venne mi dissero, v'ha raccontato. Solamente
una parte v'ha lasciata a dire, la quale io stimo che, per
ciò che bene non sta a lei di dirlo, l'abbia fatto: e questo
è quanto quegli gentili uomini e donne, con li quali venne,
dicessero della onesta vita la quale con le religiose donne
aveva tenuta e della sua virtù e de' suoi laudevoli costumi,
e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli
uomini quando, a me restituitola, si partiron da lei. Delle
quali cose se io volessi a pien dire ciò che essi mi
dissero, non che il presente giorno ma la seguente notte non
ci basterebbe: tanto solamente averne detto voglio che
basti, che, secondo che le loro parole mostravano e quello
ancora che io n'ho potuto vedere, voi vi potete vantare
d'avere la più bella figliuola e la più onesta e la più
valorosa che altro signore che oggi corona porti.”</p>
<p>Di queste cose fece il soldano maravigliosissima festa e
più volte pregò Idio che grazia gli concedesse di potere
degni meriti rendere a chiunque avea la figliuola onorata, e
massimamente al re di Cipri per cui onoratamente gli era
stata rimandata: e appresso alquanti dì, fatti grandissimi
doni apparecchiare a Antigono, al tornarsi in Cipri il
licenziò, al re per lettere e per ispeziali ambasciadori
grandissime grazie rendendo di ciò che fatto aveva alla
figliuola. Appresso questo, volendo che quello che
cominciato era avesse effetto, cioè che ella moglie fosse
del re del Garbo, a lui ogni cosa significò, scrivendogli
oltre a ciò che, se gli piacesse d'averla, per lei sì
mandasse. Di ciò fece il re del Garbo gran festa: e, mandato
onorevolmente per lei, lietamente la ricevette. E essa, che
con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato
a lui si coricò per pulcella e fecegliele credere che così
fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E per
ciò si disse: “Bocca basciata non perde ventura, anzi
rinnuova come fa la luna.”
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Il conte d'Anguersa, falsamente accusato, va in essilio;
lascia due suoi figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra;
e egli, sconosciuto tornando di Scozia, lor truova in buono
stato; va come ragazzo nello essercito del re di Francia, e
riconosciuto innocente è nel primo stato ritornato.</emph></p></argument>
<p>Sospirato fu molto dalle donne per li varii casi della
bella donna: ma chi sa che cagione moveva que' sospiri?
Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così
spesse nozze che per pietà di colei sospiravano. Ma
lasciando questo stare al presente, essendosi da loro riso
per l'ultime parole da Panfilo dette e veggendo la reina in
quelle la novella di lui esser finita, a Elissa rivolta
impose che con una delle sue l'ordine seguitasse. La quale,
lietamente faccendolo, incominciò:</p>
<p>–Ampissimo campo è quello per lo quale noi oggi spaziando
andiamo, né ce n'è alcuno che, non che uno aringo ma diece
non ci potesse assai leggiermente correre, sì copioso l'ha
fatto la fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per ciò,
vegnendo di quelle, che infinite sono, a raccontare alcuna,
dico</p>
<p>Che essendo lo 'mperio di Roma da' franceschi ne' tedeschi
transportato, nacque tra l'una nazione e l'altra grandissima
nimistà e acerba e continua guerra, per la quale, sì per
difesa del suo paese e sì per l'offesa dell'altrui, il re di
Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno e
appresso d'amici e di parenti che far poterono, ordinarono
un grandissimo essercito per andare sopra i nemici. E avanti
che a ciò procedessero, per non lasciare il regno senza
governo, sentendo Gualtieri conte d'Anguersa gentile e savio
uomo e molto loro fedele amico e servidore, e ancora che
assai ammaestrato fosse nell'arte della guerra, per ciò che
loro più alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea,
lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di
Francia general vicario lasciarono, e andarono al lor
cammino. Cominciò adunque Gualtieri e con senno e con ordine
l'uficio commesso, sempre d'ogni cosa con la reina e con la
nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e
giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e
maggiori l'onorava. Era il detto Gualtieri del corpo
bellissimo e d'età forse di quaranta anni, e tanto piacevole
e costumato quanto alcuno altro gentile uomo il più esser
potesse; e, oltre a tutto questo, era il più leggiadro e il
più dilicato cavaliere che a quegli tempi si conoscesse e
quegli che più della persona andava ornato.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo il re di Francia e il figliuolo
nella guerra già detta, essendosi morta la donna di
Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli
fanciulli rimasi di lei senza più, che costumando egli alla
corte delle donne predette e con loro spesso parlando delle
bisogne del regno, che la donna del figliuolo del re gli
pose gli occhi addosso e, con grandissima affezione la
persona di lui e' suoi costumi considerando, d'occulto amore
ferventemente di lui s'accese; e sé giovane e fresca
sentendo e lui senza alcuna donna, si pensò leggiermente
doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna cosa a
ciò contrastare, se non vergogna, di manifestargliele
dispose del tutto e quella cacciar via. E essendo un giorno
sola e parendole tempo, quasi d'altre cose con lui ragionar
volesse, per lui mandò.</p>
<p>Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della
donna, senza alcuno indugio a lei andò; e postosi, come ella
volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a
sedere, avendola il conte già due volte domandata della
cagione per che fatto l'avesse venire e ella taciuto,
ultimamente da amor sospinta, tutta di vergogna divenuta
vermiglia, quasi piangendo e tutta tremante con parole rotte
così cominciò a dire: “Carissimo e dolce amico e signor
mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere
quanta sia la fragilità e degli uomini e delle donne, e per
diverse cagioni più in una che in altra; per che debitamente
dinanzi a giusto giudice un medesimo peccato in diverse
qualità di persone non dee una medesima pena ricevere. E chi
sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto più esser da
riprendere un povero uomo o una povera femina, a' quali con
la loro fatica convenisse guadagnare quello che per la vita
loro lor bisognasse, se da amore stimolati fossero e quello
seguissero, che una donna la quale, ricca e oziosa e a cui
niuna cosa che a' suoi disideri piacesse, mancasse? Certo io
non credo niuno. Per la quale ragione io estimo che
grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in
servigio di colei che le possiede, se ella per avventura si
lascia trascorrere a amare; e il rimanente debbia fare
l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l'ha
fatto che ama. Le quali cose con ciò sia cosa che amendune,
secondo il mio parere, sieno in me, e oltre a queste più
altre le quali a amare mi debbono inducere, sì come è la mia
giovanezza e la lontananza del mio marito, ora convien che
surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso amore
nel vostro conspetto: le quali, se quello vi potranno che
nella presenza de' savi debbono potere, io vi priego che
consiglio e aiuto in quello che io vi dimanderò mi porgiate.
Egli è il vero che, per la lontananza di mio marito non
potendo io agli stimoli della carne né alla forza d'amor
contrastare, le quali sono di tanta potenza, che i
fortissimi uomini non che le tenere donne hanno già molte
volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi
e negli ozii ne' quali voi mi vedete, a secondare li piaceri
d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata
trascorrere. E come che tal cosa, se saputa fosse, io
conosca non essere onesta, nondimeno essendo e stando
nascosa quasi di niuna cosa essere disonesta la giudichi,
pur m'è di tanto Amore stato grazioso, che egli non
solamente non m'ha il debito conoscimento tolto nello
elegger l'amante ma me n'ha molto in ciò prestato, voi degno
mostrandomi da dovere da una donna, fatta come sono io,
essere amato; il quale, se 'l mio avviso non m'inganna, io
reputo il più bello, il più piacevole e 'l più leggiadro e
'l più savio cavaliere che nel reame di Francia trovar si
possa; e sì come io senza marito posso dire che io mi
veggia, così voi ancora senza mogliere. Per che io vi
priego, per cotanto amore quanto è quello che io vi porto,
che voi non neghiate il vostro verso di me e che della mia
giovanezza v'incresca, la qual veramente, come il ghiaccio
al fuoco, si consuma per voi.”</p>
<p>A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le
lagrime, che essa, che ancora più prieghi intendeva di
porgere, più avanti non ebbe poter di parlare, ma bassato il
viso e quasi vinta piagnendo sopra il seno del conte si
lasciò con la testa cadere. Il conte, il quale lealissimo
cavaliere era, con gravissime riprensioni cominciò a mordere
così folle amore e a sospignerla indietro, che già al collo
gli si voleva gittare, e con saramenti a affermare che egli
prima sofferrebbe d'essere squartato che tal cosa contro
all'onore del suo signore né in sé né in altrui consentisse.</p>
<p>Il che la donna udendo, subitamente dimenticato l'amore e
in fiero furore accesa, disse: “Dunque sarò io, villan
cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero
schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me
far morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non
faccia.” E così detto, a una ora messesi le mani ne'
capelli e rabuffatigli e stracciatigli tutti e appresso nel
petto squarciandosi i vestimenti, cominciò a gridar forte:
“Aiuto, aiuto! ché 'l conte d'Anguersa mi vuol far forza.”</p>
<p>Il conte, veggendo questo e dubitando forte più della
invidia cortigiana che della sua conscienza, e temendo per
quella non fosse più fede data alla malvagità della donna
che alla sua innocenzia, levatosi come più tosto poté della
camera e del palagio s'uscì e fuggissi a casa sua, dove,
senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a
cavallo, e egli montatovi altressì quanto più poté n'andò
verso Calese.</p>
<p>Al romor della donna corsero molti, li quali, vedutala e
udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello
dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e
la ornata maniera del conte, per potere a quel venire,
essere stata da lui lungamente usata. Corsesi adunque a
furore alle case del conte per arestarlo; ma non trovando
lui, prima le rubar tutte e appresso infino a' fondamenti le
mandar giuso. La novella, secondo che sconcia si diceva,
pervenne nell'oste al re e al figliuolo; li quali turbati
molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono,
grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il
presentasse.</p>
<p>Il conte, dolente che d'innocente fuggendo s'era fatto
nocente, pervenuto senza farsi conoscere o essere conosciuto
co' suoi figliuoli a Calese, prestamente trapassò in
Inghilterra e in povero abito n'andò verso Londra. Nella
quale prima che entrasse, con molte parole ammaestrò i due
piccioli figliuoli e massimamente in due cose: prima, che
essi pazientemente comportassero lo stato povero nel quale
senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati;
e appresso, che con ogni sagacità si guardassero di mai non
manifestare a alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se
cara avevan la vita. Era il figliuolo, chiamato Luigi, di
forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante,
n'avea forse sette; li quali, secondo che comportava la loro
tenera età, assai bene compresero l'amaestramento del padre
loro e per opera il mostrarono appresso. Il che, acciò che
meglio fare si potesse, gli parve da dover loro i nomi
mutare, e così fece; e nominò il maschio Perotto e Giannetta
la femina. E pervenuti poveramente vestiti in Londra, a
guisa che far veggiamo a questi paltoni franceschi, si
diedero a andar la limosina adomandando.</p>
<p>E essendo per ventura in tal servigio una mattina a una
chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era moglie
dell'uno de' maliscalchi del re d'Inghilterra, uscendo della
chiesa vide questo conte e i due suoi figlioletti che
limosina adomandavano; il quale ella domandò donde fosse e
se suoi erano quegli figliuoli. Alla quale egli rispose che
era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior
figliuolo ribaldo con quegli due, che suoi erano, gli era
convenuto partire. La dama, che pietosa era, pose gli occhi
sopra la fanciulla e piacquele molto, per ciò che bella e
gentilesca e avvenente era, e disse: “Valente uomo, se tu
ti contenti di lasciare appresso di me questa tua
figlioletta, per ciò che buono aspetto ha, io la prenderò
volentieri; e se valente femina sarà, io la mariterò a quel
tempo che convenevole serà in maniera che starà bene.”</p>
<p>Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose
di sì, e con lagrime gliele diede e raccomandò molto. E così
avendo la figliuola allogata e sappiendo bene a cui,
diliberò di più non dimorar quivi; e limosinando traversò
l'isola e con Perotto pervenne in Gales non senza gran
fatica, sì come colui che d'andare a piè non era uso. Quivi
era un altro de' maliscalchi del re, il quale grande stato e
molta famiglia tenea, nella corte del quale il conte alcuna
volta, e egli e 'l figliuolo, per aver da mangiare molto si
riparavano. E essendo in essa alcun figliuolo del detto
maliscalco e altri fanciulli di gentili uomini e faccendo
cotali pruove fanciullesche, sì come di correre e di
saltare, Perotto s'incominciò con loro a mescolare e a fare
così destramente, o più, come alcuno degli altri facesse
ciascuna pruova che tra lor si faceva. Il che il maliscalco
alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera e'
modi del fanciullo, domandò chi egli fosse. Fugli detto che
egli era figliuolo d'un povero uomo il quale alcuna volta
per limosina là entro veniva: a cui il maliscalco il fece
adomandare, e il conte, sì come colui che d'altro Idio non
pregava, liberamente gliel concedette, quantunque noioso gli
fosse il da lui dipartirsi. Avendo adunque il conte il
figliuolo e la figliuola acconci, pensò di più non volere
dimorare in Inghilterra ma come il meglio poté se ne passò
in Irlanda; e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un
conte paesano per fante si pose, tutte quelle cose faccendo
che a fante o a ragazzo possono appartenere. E quivi, senza
esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica
dimorò lungo tempo.</p>
<p>Violante, chiamata Giannetta, con la gentil donna in Londra
venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza e in
tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno
altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a vedere
maravigliosa cosa; né alcuno era che a' suoi costumi e alle
sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere esser
degna d'ogni grandissimo bene e onore. Per la qual cosa la
gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai
potuto sapere chi egli si fosse altramenti che da lui udito
avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, secondo la
condizione della quale stimava che fosse, maritare. Ma Idio,
giusto riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina
conoscendo e senza colpa penitenzia portar dell'altrui
peccato, altramente dispose: e acciò che a mano di vile uomo
la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello che
avvenne Egli per sua benignità permettesse.</p>
<p>Aveva la gentil donna, con la quale la Giannetta dimorava,
un solo figliuolo del suo marito, il quale e essa e 'l padre
sommamente amavano, sì perché figliuolo era e sì ancora
perché per vertù e per meriti il valeva, come colui che più
che altro e costumato e valoroso e pro' e bello della
persona era. Il quale, avendo forse sei anni più che la
Giannetta e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di
lei s'innamorò, che più avanti di lei non vedea. E per ciò
che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non
solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per
moglie, ma, temendo non fosse ripreso che bassamente si
fosse a amar messo, quanto poteva il suo amore teneva
nascoso; per la qual cosa troppo più che se palesato
l'avesse lo stimolava. Laonde avvenne che per soverchio di
noia egli infermò, e gravemente; alla cura del quale essendo
più medici richesti e avendo un segno e altro guardato di
lui e non potendo la sua infermità tanto conoscere, tutti
comunemente si disperavano della sua salute. Di che il padre
e la madre del giovane portavano sì gran dolore e
malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e più
volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del
suo male, a' quali o sospiri per risposta dava o che tutto
si sentia consumare.</p>
<p>Avvenne un giorno che, sedendosi appresso di lui un medico
assai giovane ma in iscienza profondo molto e lui per lo
braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso,
la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui
sollecitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella
camera nella quale il giovane giacea. La quale come il
giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sentì con più
forza nel cuore l'amoroso ardore, per che il polso più forte
cominciò a battergli che l'usato: il che il medico sentì
incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere
quanto questo battimento dovesse durare. Come la Giannetta
uscì della camera, e il battimento ristette: per che parte
parve al medico avere della cagione della infermità del
giovane; e stato alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la
Giannetta adomandare, sempre tenendo per lo braccio lo
'nfermo, la si fé chiamare, al quale ella venne
incontanente: né prima nella camera entrò che 'l battimento
del polso ritornò al giovane e, lei partita, cessò.</p>
<p>Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza,
levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane,
disse loro: “La sanità del vostro figliuolo non è
nell'aiuto de' medici, ma nelle mani della Giannetta dimora,
la quale, sì come io ho manifestamente per certi segni
conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se
ne accorge, per quello che io vegga. Sapete omai che a fare
v'avete, se la sua vita v'è cara.”</p>
<p>Il gentile uomo e la sua donna questo udendo furon
contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo
scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che
dubitavano, fosse desso, cioè di dover dare la Giannetta al
loro figliuolo per isposa.</p>
<p>Essi adunque, partito il medico, se n'andarono allo
'nfermo: e dissegli la donna così: “Figliuol mio, io non
avrei mai creduto che da me d'alcun tuo disidero ti fossi
guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver quello,
venir meno: per ciò che tu dovevi esser certo e dèi che
niuna cosa è che per contentamento di te far potessi,
quantunque meno che onesta fosse, che io come per me
medesima non la facessi. Ma poi che pur fatta l'hai, è
avvenuto che Domenedio è stato misericordioso di te più che
tu medesimo, e acciò che tu di questa infermità non muoi
m'ha dimostrata la cagione del tuo male, la quale niuna
altra cosa è che soperchio amore il quale tu porti a alcuna
giovane, qual che ella si sia. E nel vero di manifestar
questo non ti dovevi tu vergognare, per ciò che la tua età
il richiede: e se tu innamorato non fossi, io ti riputerei
da assai poco. Adunque, figliuol mio, non ti guardare da me,
ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia
e il pensiero, il quale hai e dal quale questa infermità
procede, gitta via e confortati e renditi certo che niuna
cosa sarà per sodisfacimento di te che tu m'imponghi, che io
a mio poter non faccia, sì come colei che te più amo che la
mia vita. Caccia via la vergogna e la paura, e dimmi se io
posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa. E se tu
non truovi che io a ciò sia sollecita e a effetto tel rechi,
abbimi per la più crudel madre che mai partorisse
figliuolo.”</p>
<p>Il giovane, udendo le parole della madre, prima si
vergognò; poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei
potrebbe al suo piacer sodisfare, cacciata via la vergogna
così le disse: “Madama, niuna altra cosa mi v'ha fatto
tenere il mio amor nascoso quanto l'essermi nelle più delle
persone avveduto che, poi che attempati sono, d'essere stati
giovani ricordar non si vogliono. Ma poi che in ciò discreta
vi veggio, non solamente quello, di che dite vi siete
accorta, non negherò esser vero, ma ancora di cui vi farò
manifesto: con cotal patto, che effetto seguirà alla vostra
promessa a vostro potere, e così mi potrete aver sano.”</p>
<p>Al quale la donna, troppo fidandosi di ciò che non le
doveva venir fatto nella forma nella quale già seco pensava,
liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero
l'aprisse, ché ella senza alcuno indugio darebbe opera a
fare che egli il suo piacere avrebbe.</p>
<p>“Madama, “ disse allora il giovane “l'alta bellezza e le
laudevoli maniere della nostra Giannetta e il non poterla
fare accorgere, non che pietosa, del mio amore e il non
avere ardito mai di manifestarlo a alcuno m'hanno condotto
dove voi mi vedete; e se quello che promesso m'avete o in un
modo o in un altro non segue, state sicura che la mia vita
fia brieve.”</p>
<p>La donna, a cui più tempo da conforto che da riprensioni
parea, sorridendo disse: “Ahi! figliuol mio, dunque per
questo t'hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare
a me, poi che guarito sarai.”</p>
<p>Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo di
grandissimo miglioramento mostrò segni: di che la donna
contenta molto si dispose a voler tentare come quello
potesse oservare il che promesso avea. E chiamata un dì la
Giannetta per via di motti assai cortesemente la domandò se
ella avesse alcuno amadore.</p>
<p>La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose: “Madama, a
povera damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che
all'altrui servigio dimori, come io fo, non si richiede né
sta bene l'attendere a amore.”</p>
<p>A cui la donna disse: “E se voi non l'avete, noi ve ne
vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e più
della vostra biltà vi diletterete, per ciò che non è
convenevole che così bella damigella, come voi siete, senza
amante dimori.”</p>
<p>A cui la Giannetta rispose: “Madama, voi dalla povertà di
mio padre togliendomi come figliuola cresciuta m'avete, e
per questo ogni vostro piacere far dovrei: ma in questo io
non vi piacerò già, credendomi far bene. Se a voi piacerà di
donarmi marito, colui intendo io d'amare ma altro no; per
ciò che della eredità de' miei passati avoli niuna cosa
rimasa m'è se non l'onestà, quella intendo io di guardare e
di servare quanto la vita mi durerà.”</p>
<p>Questa parola parve forte contraria alla donna a quello a
che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa
servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco
medesima ne commendasse la damigella; e disse: “Come,
Giannetta, se monsignor lo re, il quale è giovane cavaliere,
e tu se' bellissima damigella, volesse del tuo amore alcun
piacere, negherestigliele tu?”</p>
<p>Alla quale essa subitamente rispose: “Forza mi potrebbe
fare il re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto
onesto fosse, aver non potrebbe.”</p>
<p>La dama, comprendendo qual fosse l'animo di lei, lasciò
star le parole e pensossi di metterla alla pruova; e così al
figliuolo disse di fare, come guarito fosse, di metterla con
lui in una camera e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il
suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a
guisa d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse
la sua damigella. Alla qual cosa il giovane non fu contento
in alcuna guisa e di subito fieramente peggiorò. Il che la
donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma
più constante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto
aveva al marito, ancora che grave loro paresse, di pari
consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando
meglio il figliuolo vivo con moglie non convenevole a lui
che morto senza alcuna; e così, dopo molte novelle, fecero.
Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore
ringraziò Idio che lei non avea dimenticata: né per tutto
questo mai altro che figliuola d'un piccardo si disse. Il
giovane guerì e fece le nozze più lieto che altro uomo e
cominciossi a dar buon tempo con lei.</p>
<p>Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re
d'Inghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in
grazia del signor suo e divenne di persona bellissimo e pro'
quanto alcuno altro che nell'isola fosse, in tanto che né in
tornei né in giostre né in qualunque altro atto d'arme niuno
v'era nel paese che quello valesse che egli; per che per
tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto
e famoso. E come Idio la sua sorella dimenticata non avea,
così similmente d'aver lui a mente dimostrò: per ciò che,
venuta in quella contrada una pistilenziosa mortalità, quasi
la metà della gente di quella se ne portò, senza che
grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se
ne fuggirono, di che il paese tutto pareva abandonato. Nella
quale mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui
e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e
parenti tutti morirono, né altro che una damigella già da
marito di lui rimase e con alcuni altri famigliari Perotto.
Il quale, cessata alquanto la pestilenza, la damigella, per
ciò che prod'uomo e valente era, con piacere e consiglio
d'alquanti pochi paesani vivi rimasi per marito prese, e di
tutto ciò che a lei per eredità scaduto era il fece signore;
né guari di tempo passò che, udendo il re d'Inghilterra il
maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il
piccardo, in luogo di quello che morto era il substituì e
fecelo suo maliscalco. E così brievemente avvenne de' due
innocenti figliuoli del conte d'Anguersa da lui per perduti
lasciati.</p>
<p>Era già il diceottesimo anno passato poi che il conte
d'Anguersa fuggito di Parigi s'era partito, quando a lui
dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose
patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se
egli potesse, quello che de' figliuoli fosse adivenuto. Per
che, del tutto della forma della quale esser solea
veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo essercizio
più della persona atante che quando giovane in ozio
dimorando non era, partitosi assai povero e male in arnese
da colui col quale lungamente era stato, se ne venne in
Inghilterra e là se ne andò dove Perotto avea lasciato; e
trovò lui essere maliscalco e gran signore, e videlo sano e
atante e bello della persona: il che gli aggradì forte ma
farglisi cognoscere non volle infino a tanto che saputo non
avesse della Giannetta. Per che, messosi in cammino, prima
non ristette che in Londra pervenne: e quivi, cautamente
domandato della donna alla quale la figliuola lasciata avea
e del suo stato, trovò la Giannetta moglie del figliuolo, il
che forte gli piacque e ogni sua avversità preterita reputò
piccola, poi che vivi aveva ritrovati i figliuoli e in buono
stato. E disideroso di poterla vedere, cominciò come povero
uomo a ripararsi vicino alla casa di lei; dove un giorno
veggendol Giachetto Lamiens, che così era chiamato il marito
della Giannetta, avendo di lui compassione per ciò che
povero e vecchio il vide, comandò a uno de' suoi famigliari
che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar
per Dio. Il che il famigliare volentier fece.</p>
<p>Aveva la Giannetta avuti di Giachetto già più figliuoli,
de' quali il maggiore non avea oltre a otto anni, e erano i
più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo; li quali,
come videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fur
dintorno e cominciarongli a far festa, quasi da occulta
virtù mossi avesser sentito costui loro avolo essere. Il
quale, suoi nepoti cognoscendoli, cominciò loro a mostrare
amore e a far carezze: per la qual cosa i fanciulli da lui
non si volean partire, quantunque colui che al governo di
loro attendea gli chiamasse. Per che la Giannetta, ciò
sentendo, uscì d'una camera e quivi venne là dove era il
conte e minacciogli forte di battergli se quello che il lor
maestro volea non facessero. I fanciulli cominciarono a
piagnere e a dire ch'essi volevano stare appresso a quel
prod'uomo, il quale più che il lor maestro gli amava: di che
e la donna e 'l conte si rise. Erasi il conte levato, non
miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla
figliuola sì come a donna, e maraviglioso piacere veggendola
avea sentito nell'animo; ma ella né allora né poi il conobbe
punto, per ciò che oltre modo era trasformato da quello che
esser soleva, sì come colui che vecchio e canuto e barbuto
era, e magro e bruno divenuto, e più tosto un altro uomo
pareva che il conte. E veggendo la donna che i fanciulli da
lui partire non si voleano, ma volendonegli partir
piangevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse
stare.</p>
<p>Standosi adunque i fanciulli col prod'uomo, avvenne che il
padre di Giachetto tornò e dal maestro loro sentì questo
fatto: per che egli, il quale a schifo avea la Giannetta,
disse: “Lasciagli star con la mala ventura che Dio dea
loro, ché essi fanno ritratto da quello onde nati sono: essi
son per madre discesi di paltoniere, e per ciò non è da
maravigliarsi se volentier dimoran co' paltonieri.”</p>
<p>Queste parole udì il conte e dolfergli forte; ma pure nelle
spalle ristretto, così quella ingiuria sofferse come molte
altre sostenute n'avea. Giachetto, che sentita aveva la
festa che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano,
quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava, che
avanti che piagner gli vedesse comandò che, se 'l prod'uomo
a alcun servigio là entro dimorar volesse, che egli vi fosse
ricevuto. Il quale rispose che vi rimanea volentieri, ma che
altra cosa far non sapea che attendere a' cavalli, di che
tutto il tempo della sua vita era usato. Assegnatoli adunque
un cavallo, come quello governato avea, al trastullare i
fanciulli intendea.</p>
<p>Mentre che la fortuna, in questa guisa che divisata è, il
conte d'Anguersa e i figliuoli menava, avvenne che il re di
Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, morì, e in
suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era
moglie per cui il conte era stato cacciato. Costui, essendo
l'ultima triegua finita co' tedeschi, rincominciò asprissima
guerra: in aiuto del quale, sì come nuovo parente, il re
d'Inghilterra mandò molta gente sotto il governo di Perotto
suo maliscalco e di Giachetto Lamiens, figliuolo dell'altro
maliscalco: col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò, e
senza essere da alcuno riconosciuto dimorò nell'oste per
buono spazio a guisa di ragazzo; e quivi, come valente uomo,
e con consigli e con fatti, più che a lui non si richiedea,
assai di bene adoperò.</p>
<p>Avvenne durante la guerra che la reina di Francia infermò
gravemente; e conoscendo ella se medesima venire alla morte,
contrita d'ogni suo peccato divotamente si confessò
dall'arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto un
santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narrò
ciò che per lei a gran torto il conte d'Anguersa ricevuto
avea. Né solamente fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a
molti altri valenti uomini tutto come era stato riraccontò,
pregandogli che col re operassono che 'l conte, se vivo
fosse, e se non, alcun de' suoi figliuoli, nel loro stato
restituiti fossero: né guari poi dimorò che, di questa vita
passata, onorevolmente fu sepellita.</p>
<p>La quale confessione al re raccontata, dopo alcun doloroso
sospiro delle ingiurie fatte al valente uomo a torto, il
mosse a fare andare per tutto lo essercito, e oltre a ciò in
molte altre parti, una grida: che chi il conte d'Anguersa o
alcuno de' figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da
lui per ognuno guiderdonato sarebbe, con ciò fosse cosa che
egli lui per innocente di ciò per che in essilio andato era
l'avesse per la confessione fatta dalla reina, e nel primo
stato e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali cose
il conte in forma di ragazzo udendo e sentendo che così era
il vero, subitamente fu a Giachetto e il pregò che con lui
insieme fosse con Perotto, per ciò che egli voleva loro
mostrare ciò che il re andava cercando.</p>
<p>Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a
Perotto, che già era in pensiero di palesarsi: “Perotto,
Giachetto, che è qui, ha tua sorella per mogliere né mai
n'ebbe alcuna dota; e per ciò, acciò che tua sorella senza
dote non sia, io intendo che egli e non altri abbia questo
beneficio che il re promette così grande per te, e ti
rinsegni sì come figliuolo del conte d'Anguersa, e per la
Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte
d'Anguersa e vostro padre sono.”</p>
<p>Perotto, udendo questo e fiso guardandolo, tantosto il
riconobbe: e piagnendo gli si gittò a' piedi e abbracciollo
dicendo: “Padre mio, voi siate il molto ben venuto!”</p>
<p>Giachetto, prima udendo ciò che il conte detto avea e poi
veggendo quello che Perotto faceva, fu a un'ora da tanta
maraviglia e da tanta allegrezza soprapreso, che appena
sapeva che far si dovesse. Ma pur, dando alle parole fede e
vergognandosi forte di parole ingiuriose già da lui verso il
conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasciò cadere a' piedi
e umilmente d'ogni oltraggio passato domandò perdonanza: la
quale il conte assai benignamente, in piè rilevatolo, gli
diede. E poi che i varii casi di ciascuno tutti e tre
ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi
insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per
niuna maniera il sofferse ma volle che, avendo prima
Giachetto certezza d'avere il guiderdon promesso, così fatto
e in quello abito di ragazzo, per farlo più vergognare,
gliele presentasse.</p>
<p>Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne
davanti al re e offerse di presentargli il conte e i
figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il
dovesse. Il re prestamente per tutti fece il guiderdon
venire maraviglioso agli occhi di Giachetto, e comandò che
via il portasse dove con verità il conte e' figliuoli
dimostrasse come promettea. Giachetto allora, voltatosi
indietro e davanti messisi il conte suo ragazzo e Perotto,
disse: “Monsignore, ecco qui il padre e 'l figliuolo; la
figliuola, ch'è mia mogliere e non è qui, con l'aiuto di Dio
tosto vedrete.”</p>
<p>Il re, udendo questo, guardò il conte: e quantunque molto
da quello che esser solea transmutato fosse, pur dopo
l'averlo alquanto guardato il riconobbe, e quasi con le
lagrime in su gli occhi lui che ginocchione stava levò in
piede e il basciò e abracciò; e amichevolmente ricevette
Perotto, e comandò che incontanente il conte di vestimenti,
di famiglia e di cavalli e d'arnesi rimesso fosse in
assetto, secondo che alla sua nobilità si richiedea; la qual
cosa tantosto fu fatta. Oltre a questo, onorò il re molto
Giachetto e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti
casi; e quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per
l'avere insegnati il conte e' figliuoli, gli disse il conte:
“Prendi cotesti doni dalla magnificenza di monsignore lo
re, e ricordera'ti di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli,
suoi e miei nepoti, non son per madre nati di paltoniere.”</p>
<p>Giachetto prese i doni e fece a Parigi venir la moglie e la
suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in
grandissima festa furono col conte, il quale il re avea in
ogni suo ben rimesso, e maggior fattolo che fosse già mai;
poi ciascuno con la sua licenzia tornò a casa sua. E esso
infino alla morte visse in Parigi più gloriosamente che mai.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Bernabò da Genova, da Ambruogiuolo ingannato, perde il suo
e comanda che la moglie innocente sia uccisa; ella scampa e
in abito d'uomo serve il soldano: ritrova lo 'ngannatore e
Bernabò conduce in Alessandria, dove, lo 'ngannatore punito,
ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a
Genova.</emph></p></argument>
<p>Avendo Elissa con la sua compassionevole novella il suo
dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era
della persona e nel viso più che altra piacevole e ridente,
sopra sé recatasi, disse:–Servar si vogliono i patti a
Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a
novellare, io dirò prima la mia e esso, che di grazia il
chiese, l'ultimo fia che dirà.–E questo detto così
cominciò:</p>
<p>–Suolsi tra' volgari spesse volte dire un cotal proverbio:
che lo 'ngannatore rimane a piè dello 'ngannato; il quale
non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser
vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E
per ciò, seguendo la proposta, questo insiememente,
carissime donne, esser vero come si dice m'è venuto in
talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser discaro d'averlo
udito, acciò che dagl'ingannatori guardar vi sappiate.</p>
<p>Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi
mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per
un'altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra
l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse
cose a ragionare, e d'un ragionamento in altro travalicando
pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case
avevan lasciate.</p>
<p>E motteggiando cominciò alcuno a dire: “Io non so come la
mia si fa: ma questo so io bene, che quando qui mi viene
alle mani alcuna giovinetta, che mi piaccia, io lascio stare
dall'un de' lati l'amore il quale io porto a mia mogliere e
prendo di questa qua quello piacere che io posso.”</p>
<p>L'altro rispose: “E io fo il simigliante, per ciò che se
io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella
il fa, e se io nol credo, sì 'l fa; e per ciò a fare a far
sia: quale asino dà in parete, tal riceve.”</p>
<p>Il terzo quasi in questa medesima sentenza parlando
pervenne: e brievemente tutti pareva che a questo
s'accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero
perder tempo.</p>
<p>Un solamente, il quale avea nome Bernabò Lomellin da Genova
disse il contrario, affermando sé di spezial grazia da Dio
avere una donna per moglie la più compiuta di tutte quelle
virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello
dee avere, che forse in Italia ne fosse un'altra: per ciò
che ella era bella del corpo e giovane ancora assai e destra
e atante della persona, né alcuna cosa era che a donna
appartenesse, sì come di lavorare lavorii di seta e simili
cose, che ella non facesse meglio che alcuna altra. Oltre a
questo, niuno scudiere, o famigliare che dir vogliamo,
diceva trovarsi il quale meglio né più accortamente servisse
a una tavola d'un signore, che serviva ella, sì come colei
che era costumatissima, savia e discreta molto. Appresso
questo la commendò meglio saper cavalcare un cavallo, tenere
uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione che se un
mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode,
pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con
saramento niuna altra più onesta né più casta potersene
trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che,
se egli diece anni o sempre mai fuori di casa dimorasse, che
ella mai a così fatte novelle non intenderebbe con altro
uomo.</p>
<p>Era tra questi mercatanti che così ragionavano un giovane
mercatante chiamato Ambruogiuolo da Piagenza, il quale di
questa ultima loda che Bernabò avea data alla sua donna
cominciò a far le maggior risa del mondo; e gabbando il
domandò se lo 'mperadore gli avea questo privilegio più che
a tutti gli altri uomini conceduto. Bernabò un poco
turbatetto disse che non lo 'mperadore ma Idio, il quale
poteva un poco più che lo 'mperadore, gli avea questa grazia
conceduta.</p>
<p>Allora disse Ambruogiuolo: “Bernabò, io non dubito punto
che tu non ti creda dir vero, ma, per quello che a me paia,
tu hai poco riguardato alla natura delle cose, per ciò che,
se riguardato v'avessi, non ti sento di sì grosso ingegno,
che tu non avessi in quella cognosciute cose che ti
farebbono sopra questa materia più temperatamente parlare. E
per ciò che tu non creda che noi, che molto largo abbiamo
delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o
altramenti fatta che tu, ma da un naturale avvedimento mossi
così abbian detto, voglio un poco con teco sopra questa
materia ragionare. Io ho sempre inteso l'uomo essere il più
nobile animale che tra' mortali fosse creato da Dio, e
appresso la femina; ma l'uomo, sì come generalmente si crede
e vede per opere, è più perfetto; e avendo più di
perfezione, senza alcun fallo dee avere più di fermezza e
così ha, per ciò che universalmente le femine sono più
mobili, e il perché si potrebbe per molte ragioni naturali
dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare stare.
Se l'uomo adunque è di maggior fermezza e non si può tenere
che non condiscenda, lasciamo stare a una che 'l prieghi, ma
pure a non disiderare una che gli piaccia, e, oltre al
disidero, di far ciò che può acciò che con quella esser
possa, e questo non una volta il mese ma mille il giorno
avvenirgli: che speri tu che una donna, naturalmente mobile,
possa fare a' prieghi, alle lusinghe, a' doni, a' mille
altri modi che userà uno uom savio che l'ami? credi che ella
si possa tenere? Certo, quantunque tu te l'affermi, io non
credo che tu il creda; e tu medesimo di' che la moglie tua è
femina e ch'ella è di carne e d'ossa come son l'altre. Per
che, se così è, quegli medesimi disideri deono essere i suoi
o quelle medesime forze che nell'altre sono a resistere a
questi naturali appetiti; per che possibile è, quantunque
ella sia onestissima, che ella quello che l'altre faccia, e
niuna cosa possibile è così acerbamente da negare, o da
affermare il contrario a quella, come tu fai.”</p>
<p>Al quale Bernabò rispose e disse: “Io son mercatante e non
fisofolo, e come mercatante risponderò. E dico che io
conosco ciò che tu di' potere avvenire alle stolte, nelle
quali non è alcuna vergogna; ma quelle che savie sono hanno
tanta sollecitudine dello onor loro che elle diventan forti
più che gli uomini, che di ciò non si curano, a guardarlo; e
di queste così fatte è la mia.”</p>
<p>Disse Ambruogiuolo: “Veramente se per ogni volta che elle
a queste così fatte novelle attendono nascesse loro un corno
nella fronte, il quale desse testimonianza di ciò che fatto
avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che
v'atendessero; ma, non che il corno nasca, egli non se ne
pare, a quelle che savie sono, né pedata né orma, e la
vergogna e 'l guastamento dell'onore non consiste se non
nelle cose palesi: per che, quando possono occultamente, il
fanno, o per mattezza lasciano. E abbi questo per certo: che
colei sola è casta la quale o non fu mai da alcuno pregata o
se pregò non fu essaudita. E quantunque io conosca per
naturali e vere ragioni così dovere essere, non ne parlere'
io così a pieno, come io fo, se io non ne fossi molte volte
e con molte stato alla pruova. E dicoti così, che, se io
fossi presso a questa tua così santissima donna, io mi
crederei in brieve spazio di tempo recarla a quello che io
ho già dell'altre recate.”</p>
<p>Bernabò turbato rispose: “Il quistionar con parole
potrebbe distendersi troppo: tu diresti e io direi, e alla
fine niente monterebbe. Ma poi che tu di' che tutte sono
così pieghevoli e che 'l tuo ingegno è cotanto, acciò che io
ti faccia certo della onestà della mia donna, io son
disposto che mi sia tagliata la testa se tu mai a cosa che
ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non
puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin
d'oro.”</p>
<p>Ambruogiuolo, già in su la novella riscaldato, rispose:
“Bernabò, io non so quello che io mi facessi del tuo
sangue, se io vincessi; ma se tu hai voglia di vedere pruova
di ciò che io ho già ragionato, metti cinquemilia fiorin
d'oro de' tuoi, che meno ti deono essere cari che la testa,
contro a mille de' miei; e dove tu niuno termine poni, io mi
voglio obligare d'andare a Genova e infra tre mesi dal dì
che io mi partirò di qui avere della tua donna fatta mia
volontà, e in segno di ciò recarne meco delle sue cose più
care e sì fatti e tanti indizii, che tu medesimo confesserai
esser vero, sì veramente che tu mi prometterai sopra la tua
fede infra questo termine non venire a Genova né scrivere a
lei alcuna cosa di questa materia.”</p>
<p>Bernabò disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri
mercatanti che quivi erano s'ingegnassero di sturbar questo
fatto, conoscendo che gran male ne potea nascere, pure erano
de' due mercatanti sì gli animi accesi, che, oltre al voler
degli altri, per belle scritte di lor mano s'obligarono
l'uno all'altro.</p>
<p>E fatta la obligagione, Bernabò rimase e Ambruogiuolo
quanto più tosto poté se ne venne a Genova; e dimoratovi
alcun giorno e con molta cautela informatosi del nome della
contrada e de' costumi della donna, quello e più ne 'ntese
che da Bernabò udito n'avea: per che gli parve matta impresa
aver fatta. Ma pure, accontatosi con una povera femina che
molto nella casa usava e a cui la donna voleva gran bene,
non potendola a altro inducere, con denari la corruppe e a
lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare non
solamente nella casa ma nella camera della gentil donna; e
quivi, come se in alcuna parte andar volesse, la buona
femina, secondo l'ordine datole da Ambruogiuolo, la
raccomandò per alcun dì.</p>
<p>Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la notte,
allora che Ambruogiuolo avvisò che la donna dormisse, con
certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera uscì
nella quale un lume acceso avea; per la qual cosa egli il
sito della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile
che in quella era cominciò a raguardare e a fermare nella
sua memoria. Quindi, avvicinatosi al letto e sentendo che la
donna e una piccola fanciulla che con lei era dormivan
forte, pianamente scopertala tutta, vide che così era bella
ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare
le vide, fuori che uno che ella n'avea sotto la sinistra
poppa, ciò era un neo dintorno al quale erano alquanti
peluzzi biondi come oro; e ciò veduto, chetamente la
ricoperse, come che, così bella vedendola, in disiderio
avesse di mettere in avventura la vita sua e coricarlesi
allato. Ma pure, avendo udito lei essere così cruda e
alpestra intorno a quelle novelle, non s'arrischiò. E
statosi la maggior parte della notte per la camera a suo
agio, una borsa e una guarnacca d'un suo forzier trasse e
alcuno anello e alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua
messa, egli altressi vi si ritornò e così la serrò come
prima stava; e in questa maniera fece due notti senza che la
donna di niente s'accorgesse. Vegnente il terzo dì, secondo
l'ordine dato, la buona femina tornò per la cassa sua e colà
la riportò onde levata l'avea; della quale Ambruogiuolo
uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto
più tosto poté con quelle cose si tornò a Parigi avanti il
termine preso.</p>
<p>Quivi, chiamati que' mercatanti che presenti erano stati
alle parole e al metter de' pegni, presente Bernabò, disse
sé aver vinto il pegno tra lor messo per ciò che fornito
aveva quello di che vantato s'era: e che ciò fosse vero
primieramente disegnò la forma della camera e le dipinture
di quella, e appresso mostrò le cose che di lei n'aveva seco
recate affermando da lei averle avute. Confessò Bernabò così
essere fatta la camera come diceva e oltre a ciò sé
riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere
state; ma disse lui aver potuto da alcuno de' fanti della
casa sapere la qualità della camera e in simil maniera avere
avute le cose; per che, se altro non dicea, non gli parea
che questo bastasse a dovere aver vinto.</p>
<p>Per che Ambruogiuolo disse: “Nel vero questo doveva
bastare: ma poi che tu vuogli che io più avanti ancor dica,
e io il dirò. Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha
sotto la sinistra poppa un neo ben grandicello, dintorno al
quale son forse sei peluzzi biondi come oro.”</p>
<p>Quando Bernabò udì questo, parve che gli fosse dato d'un
coltello al cuore, sì fatto dolore sentì: e tutto nel viso
cambiato, eziandio se parola non avesse detta, diede assai
manifesto segnale ciò esser vero che Ambruogiuolo diceva; e
dopo alquanto disse: “Signori, ciò che Ambruogiuolo dice è
vero; e per ciò, avendo egli vinto, venga qualor gli piace e
sì si paghi.” E così fu il dì seguente Ambruogiuolo
interamente pagato.</p>
<p>E Bernabò, da Parigi partitosi, con fellone animo contro
alla donna verso Genova se ne venne. E appressandosi a
quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti
miglia lontano a essa, a una sua possessione; e un suo
famigliare, in cui molto si fidava, con due cavalli e con
sue lettere mandò a Genova, scrivendo alla donna come
tornato era e che con colui a lui venisse; e al famiglio
segretamente impose che, come in parte fosse con la donna
che miglior gli paresse, senza niuna misericordia la dovesse
uccidere e a lui tornarsene. Giunto adunque il famigliare a
Genova e date le lettere e fatta l'ambasciata, fu dalla
donna con gran festa ricevuto; la quale la seguente mattina,
montata col famigliare a cavallo, verso la sua possessione
prese il cammino.</p>
<p>E camminando insieme e di varie cose ragionando, pervennero
in un vallone molto profondo e solitario e chiuso d'alte
grotte e d'alberi; il quale parendo al famigliare luogo da
dovere sicuramente per sé fare il comandamento del suo
signore, tratto fuori il coltello e presa la donna per lo
braccio, disse: “Madonna, raccomandate l'anima vostra a
Dio, ché a voi, senza passar più avanti, convien morire.”</p>
<p>La donna, vedendo il coltello e udendo le parole, tutta
spaventata disse: “Mercé per Dio! anzi che tu m'uccida
dimmi di che io t'ho offeso, che tu uccider mi debbi.”</p>
<p>“Madonna, “ disse il famigliare “me non avete offeso
d'alcuna cosa: ma di che voi offeso abbiate il vostro marito
io nol so, se non che egli mi comandò che senza alcuna
misericordia aver di voi io in questo cammin v'uccidessi; e
se io nol facessi mi minacciò di farmi impiccar per la gola.
Voi sapete bene quanto io gli son tenuto e come io di cosa
che egli m'imponga possa dir di no: sallo Idio che di voi
m'incresce ma io non posso altro.”</p>
<p>A cui la donna piagnendo disse: “Ahi! mercé per Dio! non
volere divenire micidiale di chi mai non t'offese, per
servire altrui. Idio, che tutto conosce, sa che io non feci
mai cosa per la quale io dal mio marito debbia così fatto
merito ricevere. Ma lasciamo ora star questo; tu puoi,
quando tu vogli, a un'ora piacere a Dio e al tuo signore e a
me in questa maniera: che tu prenda questi miei panni e
donimi solamente il tuo farsetto e un cappuccio, e con essi
torni al mio e tuo signore e dichi che tu m'abbi uccisa; e
io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m'avrai,
che io mi dileguerò e andronne in parte che mai né a lui né
a te né in queste contrade di me perverrà alcuna novella.”</p>
<p>Il famigliare, che malvolentieri l'uccidea, leggiermente
divenne pietoso: per che, presi i drappi suoi e datole un
suo farsettaccio e un cappuccio e lasciatile certi denari li
quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si
dileguasse, la lasciò nel vallone a piè; e andonne al signor
suo, al quale disse che 'l suo comandamento non solamente
era fornito, ma che il corpo di lei morta aveva tra parecchi
lupi lasciato. Bernabò dopo alcun tempo se ne tornò a Genova
e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.</p>
<p>La donna, rimasa sola e sconsolata, come la notte fu
venuta, contraffatta il più che poté n'andò a una villetta
ivi vicina; e quivi da una vecchia procacciato quello che le
bisognava, racconciò il farsetto a suo dosso, e fattol corto
e fattosi della sua camiscia un paio di pannilini e i
capelli tondutisi e trasformatasi tutta in forma d'un
marinaro, verso il mare se ne venne, dove per avventura
trovò un gentile uom catalano, il cui nome era segner En
Cararh, il quale d'una sua nave, la quale alquanto di quivi
era lontana, in Alba già disceso era a rinfrescarsi a una
fontana. Col quale entrata in parole, con lui s'acconciò per
servidore e salissene sopra la nave faccendosi chiamare
Sicuran da Finale. Quivi, di miglior panni rimesso in arnese
dal gentile uomo, lo 'ncominciò a servir sì bene e sì
acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
Avvenne ivi a non guari tempo che questo catalano con un suo
carico navicò in Alessandria e portò certi falconi
pellegrini al soldano e presentogliele: al quale il soldano
avendo alcuna volta dato mangiare e veduti i costumi di
Sicurano, che sempre a servir l'andava, e piaciutigli, al
catalano il dimandò, e quegli, ancora che grave gli paresse,
gliele lasciò.</p>
<p>Sicurano in poco di tempo non meno la grazia e l'amor del
soldano acquistò col suo bene adoperare, che quella del
catalano avesse fatto: per che in processo di tempo avvenne
che, dovendosi in un certo tempo dell'anno a guisa d'una
fiera fare una gran ragunanza di mercatanti e cristiani e
saracini in Acri (la quale sotto la signoria del soldano
era), acciò che i mercatanti e le mercatantie sicure
stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre
agli altri suoi uficiali, alcuno de' suoi grandi uomini con
gente che alla guardia attendesse. Nella quale bisogna,
sopravegnendo il tempo, diliberò di mandare Sicurano, il
quale già ottimamente la lingua sapeva; e così fece.</p>
<p>Venuto adunque Sicurano in Acri signore e capitano della
guardia de' mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e
sollecitamente faccendo ciò che al suo uficio appartenea e
andando da torno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e
pisani è genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi,
con loro volentieri si dimesticava per rimembranza della
contrada sua. Ora avvenne tra l'altre volte che, essendo
egli a un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli
vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura le
quali egli prestamente riconobbe essere state sue, e
maravigliossi; ma senza altra vista fare, piacevolemente
domandò di cui fossero e se vendere si voleano.</p>
<p>Era quivi venuto Ambruogiuolo da Piagenza con molta
mercatantia in su una nave di viniziani; il quale, udendo
che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si
trasse avanti e ridendo disse: “Messer, le cose son mie e
non le vendo; ma s'elle vi piacciono, io le vi donerò
volentieri.”</p>
<p>Sicurano, vedendol ridere, suspicò non costui in alcuno
atto l'avesse raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo,
disse: “Tu ridi forse perché vedi me uom d'arme andar
domandando di queste cose feminili.”</p>
<p>Disse Ambruogiuolo: “Messere, io non rido di ciò, ma rido
del modo nel quale io le guadagnai.”</p>
<p>A cui Sicuran disse: “Deh, se Idio ti dea buona ventura,
se egli non è disdicevole diccelo come tu le guadagnasti.”</p>
<p>“Messere, “ disse Ambruogiuolo “queste mi donò con alcuna
altra cosa una gentil donna di Genova chiamata madonna
Zinevra, moglie di Bernabò Lomellin, una notte che io
giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi.
Ora risi io, per ciò che egli mi ricordò della sciocchezza
di Bernabò, il quale fu di tanta follia, che mise
cinquemilia fiorin d'oro contro a mille che io la sua donna
non recherei a' miei piaceri: il che io feci e vinsi il
pegno; e egli, che più tosto sé della sua bestialità punir
dovea che lei d'aver fatto quello che tutte le femine fanno,
da Parigi a Genova tornandosene, per quello che io abbia poi
sentito, la fece uccidere.”</p>
<p>Sicurano, udendo questo, prestamente comprese qual si fosse
la cagione dell'ira di Bernabò verso lei e manifestamente
conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco
pensò di non lasciargliene portare impunità. Mostrò adunque
Sicurano d'aver molto cara questa novella, e artatamente
prese con costui una stretta dimestichezza, tanto che per
gli suoi conforti Ambruogiuolo, finita la fiera, con essolui
e con ogni sua cosa se n'andò in Alessandria, dove Sicurano
gli fece fare un fondaco e misegli in mano de' suoi denari
assai: per che egli, util grande veggendosi, vi dimorava
volentieri. Sicurano, sollecito a voler della sua innocenzia
far chiaro Bernabò, mai non riposò infino a tanto che con
opera d'alcuni gran mercatanti genovesi che in Alessandria
erano, nuove cagioni trovando, non l'ebbe fatto venire: il
quale, in assai povero stato essendo, alcun suo amico
tacitamente fece ricevere, infino che tempo gli paresse a
quel fare che di fare intendea.</p>
<p>Aveva già Sicurano fatta raccontare a Ambruogiuolo la
novella davanti al soldano e fattone al soldano prender
piacere; ma poi che vide quivi Bernabò, pensando che alla
bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole,
dal soldano impetrò che davanti venir si facesse
Ambruogiuolo e Bernabò, e in presenzia di Bernabò, se
agevolmente fare non si potesse, con severità da
Ambruogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di
che egli della moglie di Bernabò si vantava. Per la qual
cosa, Ambruogiuolo e Bernalbò venuti, il soldano in
presenzia di molti con rigido viso a Ambruogiuol comandò che
il vero dicesse come a Bernabò vinti avesse cinquemilia
fiorin d'oro: e quivi era presente Sicurano, in cui
Ambruogiuolo più avea di fidanza, il quale con viso troppo
più turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol
dicesse. Per che Ambruogiuolo, da una parte e d'altra
spaventato, e ancora alquanto costretto, in presenzia di
Bernabò e di molti altri, niuna pena più aspettandone che la
restituzione di fiorini cinquemilia d'oro e delle cose,
chiaramente, come stato era il fatto, narrò ogni cosa.</p>
<p>E avendo Ambruogiuol detto, Sicurano, quasi essecutore del
soldano, in quello rivolto a Bernabò disse: “E tu che
facesti per questa bugia alla tua donna?”</p>
<p>A cui Bernabò rispose: “Io, vinto dall'ira della perdita
de' miei denari e dall'onta della vergogna che mi parea
avere ricevuta dalla mia donna, la feci a un mio famigliare
uccidere; e, secondo che egli mi rapportò, ella fu
prestamente divorata da molti lupi.”</p>
<p>Queste cose così nella presenzia del soldan dette e da lui
tutte udite e intese, non sappiendo egli ancora a che
Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse
riuscire, gli disse Sicurano: “Signor mio, assai
chiaramente potete conoscere quanto quella buona donna
gloriar si possa d'amante e di marito: ché l'amante a un'ora
lei priva d'onor con bugie guastando la fama sua e diserta
il marito di lei; e il marito, più credulo alle altrui
falsità che alla verità da lui per lunga esperienza potuta
conoscere, la fa uccidere e mangiare a' lupi; e oltre a
questo, è tanto il bene e l'amore che l'amico e il marito le
porta, che, con lei lungamente dimorati, niun la conosce. Ma
per ciò che voi ottimamente conoscete quello che ciascun di
costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia
fare di punire lo 'ngannatore e perdonare allo 'ngannato, io
la farò qui in vostra e in lor presenza venire.”</p>
<p>Il soldano, disposto in questa cosa di volere in tutto
compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e che facesse la
donna venire. Maravigliavasi forte Bernabò, il quale lei per
fermo morta credea; e Ambruogiuolo, già del suo male
indovino, di peggio avea paura che di pagar denari, né sapea
che si sperare o che più temere, perché quivi la donna
venisse, ma più con maraviglia la sua venuta aspettava.</p>
<p>Fatta adunque la concession dal soldano a Sicurano, esso,
piagnendo e inginocchion dinanzi al soldano gittatosi, quasi
a un'ora la maschil voce e il più non volere maschio parere
si partì, e disse: “Signor mio, io sono la misera
sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d'uom
per lo mondo, da questo traditor d'Ambruogiuolo falsamente e
reamente vituperata, e da questo crudele e iniquo uomo data
a uccidere a un suo fante e a mangiare a' lupi.” E
stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto, sé esser
femina e al soldano e a ciascuno altro fece palese,
rivolgendosi poi a Ambruogiuolo ingiuriosamente domandandolo
quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei
giaciuto fosse; il quale, già riconoscendola e per vergogna
quasi mutolo divenuto, niente dicea.</p>
<p>Il soldano, il quale sempre per uomo avuta l'avea, questo
vedendo e udendo venne in tanta maraviglia, che più volte
quello che egli vedeva e udiva credette più tosto esser
sogno che vero. Ma pur, poi che la maraviglia cessò, la
verità conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e
i costumi e la virtù della Ginevra, infino allora stata
Sicuran chiamata, commendò. E fattile venire onorevolissimi
vestimenti feminili e donne che compagnia le tenessero,
secondo la dimanda fatta da lei a Bernabò perdonò la
meritata morte. Il quale, riconosciutala, a' piedi di lei si
gittò piagnendo e domandò perdonanza, la quale ella,
quantunque egli mal degno ne fosse, benignamente gli diede,
e in piede il fece levare teneramente sì come suo marito
abbracciandolo.</p>
<p>Il soldano appresso comandò che incontanente Ambruogiuolo
in alcuno alto luogo nella città fosse al sole legato a un
palo e unto di mele, né quindi mai, infino a tanto che per
se medesimo non cadesse, levato fosse; e così fu fatto.
Appresso questo comandò che ciò che d'Ambruogiuolo stato era
fosse alla donna donato, che non era sì poco che oltre a
diecemilia dobbre non valesse: e egli, fatta apprestare una
bellissima festa, in quella Bernabò come marito di madonna
Zinevra e madonna Zinevra sì come valorosissima donna onorò,
e donolle che in gioie e che in vasellamenti d'oro e
d'ariento e che in denari, quello che valse meglio d'altre
diecemilia dobbre. E fatto loro apprestare un legno, poi che
fatta fu la festa, gli licenziò di potersi tornare a Genova
al lor piacere: dove ricchissimi e con grande allegrezza
tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente
madonna Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta
fosse; e sempre di gran virtù e da molto, mentre visse, fu
reputata.</p>
<p>Ambruogiuolo il dì medesimo che legato fu al palo e unto di
mele, con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle
vespe e da' tafani, de' quali quel paese è copioso molto, fu
non solamente ucciso ma infino all'ossa divorato: le quali
bianche rimase e a' nervi appiccate, poi lungo tempo, senza
esser mosse, della sua malvagità fecero a chiunque le vide
testimonianza. E così rimase lo 'ngannatore a piè dello
'ngannato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo di
Chinzica; il quale, sappiendo dove ella è, va, e diventa
amico di Paganino; raddomandagliele, e egli, dove ella
voglia, gliele concede; ella non vuol con lui tornare e,
morto messer Ricciardo, moglie di Paganin diviene.</emph></p></argument>
<p>Ciascuno della onesta brigata sommamente commendò per bella
la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo,
al qual solo per la presente giornata restava il novellare.
Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse:</p>
<p>–Belle donne, una parte della novella della reina m'ha
fatto mutar consiglio di dirne una, che all'animo m'era, a
doverne un'altra dire: e questa è la bestialità di Bernabò,
come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che
quello si danno a credere che esso di creder mostrava: cioè
che essi, andando per lo mondo e con questa e con quella ora
una volta ora un'altra sollazzandosi, s'immaginan che le
donne a casa rimase si tengan le mani a cintola, quasi noi
non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo,
di che elle sien vaghe. La qual dicendo, a un'ora vi
mostrerò chente sia la sciocchezza di questi cotali, e
quanto ancora sia maggior quella di coloro li quali, sé più
che la natura possenti estimando, si credon quello con
dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e
sforzansi d'altrui recare a quello che essi sono, non
patendolo la natura di chi è tirato.</p>
<p>Fu adunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza
dotato d'ingegno, il cui nome fu messer Riccardo di
Chinzica; il quale, forse credendosi con quelle medesime
opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studii,
essendo molto ricco, con non piccola sollecitudine cercò
d'avere e bella e giovane donna per moglie, dove e l'uno e
l'altro, se così avesse saputo consigliar sé come altrui
faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ciò
che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua
figliuola il cui nome era Bartolomea, una delle più belle e
delle più vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n'abbiano
che lucertole verminare non paiano. La quale il giudice
menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze
belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta
per consumare il matrimonio a toccarla e di poco fallò che
egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì
come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne
che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri
argomenti nel mondo si ritornasse.</p>
<p>Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue
forze che stato non era avanti, incominciò a insegnare a
costei un calendaro buono da fanciulli che stanno a leggere
e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che, secondo che
egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa ma
molte non ne fossero, a reverenza delle quali per diverse
cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi abstenere da così
fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e
quatro tempora e vigilie d'apostoli e di mille altri santi e
venerdì e sabati e la domenica del Signore e la quaresima
tutta, e certi punti della luna e altre eccezion molte,
avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le
donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle
civili. E questa maniera, non senza grave malinconia della
donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena,
lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno
altro le 'nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli
l'aveva insegnate le feste.</p>
<p>Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo
venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto
bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere
dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna.
E quivi standosi, per darle alcuna consolazione fece un
giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co'
pescatori e ella in su un'altra con altre donne, andarono a
vedere; e tirandogli il diletto parecchi miglia quasi senza
accorgersene n'andarono infra mare. E mentre che essi più
attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin
da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne e, vedute
le barche, si dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto
fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne:
nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne,
quella, veggente messer Riccardo che già era in terra, sopra
la sua galeotta posta andò via. La qual cosa veggendo messer
lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dell'aere
stesso, se esso fu dolente non è da dimandare. Egli senza
pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagità de'
corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove
portatala.</p>
<p>A Paganino, veggendola così bella, parve star bene; e non
avendo moglie, si pensò di sempre tenersi costei, e lei che
forte piagnea cominciò dolcemente a confortare. E venuta la
notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni
festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortar co'
fatti, parendogli che poco fossero il dì giovate le parole;
e per sì fatta maniera la racconsolò, che, prima che a
Monaco giugnessero, e il giudice e le sue leggi le furono
uscite di mente, e cominciò a viver più lietamente del mondo
con Paganino; il quale, a Monaco menatala, oltre alle
consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come
sua moglie la tenea.</p>
<p>Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Riccardo
dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero,
avvisandosi niuno interamente saper far ciò che a ciò
bisognava, esso stesso dispose d'andar per lei, disposto a
spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di denari: e,
messosi in mare, se n'andò a Monaco e quivi la vide e ella
lui, la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della
sua intenzione informò. La seguente mattina messer Riccardo,
veggendo Paganino, con lui s'accontò e fece in poca d'ora
una gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di
conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse; per che,
quando tempo parve a messer Riccardo, come meglio seppe e il
più piacevolmente la cagione per la quale venuto era gli
discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse
e la donna gli rendesse.</p>
<p>Al quale Paganino con lieto viso rispose: “Messer, voi
siate il ben venuto, e rispondendo in brieve vi dico così:
egli è vero che io ho una giovane in casa, la quale non so
se vostra moglie o d'altrui si sia, per ciò che voi io non
conosco né lei altressì se non in tanto quanto o ella è meco
alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come voi
dite, io, per ciò che piacevol gentile uom mi parete, vi
menerò da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene. Se
essa dice che così sia come voi dite e vogliasene con voi
venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi
medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove così non
fosse, voi fareste villania a volerlami torre, per ciò che
io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una
femina, e spezialmente lei che è la più piacevole che io
vidi mai.”</p>
<p>Disse allora messer Riccardo: “Per certo ella è mia
moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vederai tosto:
ella mi si gitterà incontanente al collo; e per ciò non
domando che altramente sia se non come tu medesimo hai
divisato.”</p>
<p>“Adunque” disse Paganino “andiamo.”</p>
<p>Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una
sua sala, Paganino la fece chiamare; e ella vestita e
acconcia uscì d'una camera e quivi venne dove messer
Riccardo con Paganino era, né altramente fece motto a messer
Riccardo che fatto s'avrebbe a un altro forestiere che con
Paganino in casa sua venuto fosse. Il che vedendo il
giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima
festa ricevuto da lei, si maravigliò forte e seco stesso
cominciò a dire: “Forse che la malinconia e il lungo dolore
che io ho avuto poscia che io la perdei m'ha sì
trasfigurato, che ella non mi riconosce.”</p>
<p>Per che egli disse: “Donna, caro mi costa il menarti a
pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a quello
che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non par che
mi riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu
che io sono il tu messer Riccardo, venuto qui per pagare ciò
che volesse questo gentile uomo in casa cui noi siamo, per
riaverti e per menartene? e egli, la sua mercé, per ciò che
io voglio mi ti rende.”</p>
<p>La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:
“Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m'abbiate
colta in iscambio, ché, quanto è io, non mi ricordo che io
vi vedessi giammai.”</p>
<p>Disse messer Riccardo: “Guarda ciò che tu di', guatami
bene: se tu ti vorrai ben ricordare, tu vedrai bene che io
sono il tuo Riccardo di Chinzica.”</p>
<p>La donna disse: “Messere, voi mi perdonerete: forse non è
egli così onesta cosa a me, come voi v'immaginate, il molto
guardarvi, ma io v'ho nondimeno tanto guardato, che io
conosco che io mai più non vi vidi.”</p>
<p>Imaginossi messer Riccardo che ella questo facesse per tema
di Paganino, di non volere in sua presenza confessar di
conoscerlo: per che dopo alquanto chiese di grazia a
Paganino che in camera solo con essolei le potesse parlare.
Paganin disse che gli piacea, sì veramente che egli non la
dovesse contra suo piacere basciare; e alla donna comandò
che con lui in camera andasse e udisse ciò che egli volesse
dire e come le piacesse gli rispondesse.</p>
<p>Andatisene adunque in camera la donna e messer Riccardo
soli, come a sedere si furon posti, incominciò messer
Riccardo a dire: “Deh, cuore del corpo mio, anima mia
dolce, speranza mia, or non riconosci tu Riccardo tuo che
t'ama più che se medesimo? come può questo esser? son io
così trasfigurato? deh, occhio mio bello, guatami pure un
poco.”</p>
<p>La donna incominciò a ridere e senza lasciarlo dir più
disse: “Ben sapete che io non sono sì smimorata, che io non
conosca che voi siete messer Riccardo di Chinzica mio
marito; ma voi, mentre che io fui con voi, mostraste assai
male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o
sete, come volete esser tenuto, dovavate bene avere tanto
conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e
fresca e gagliarda, e per conseguente cognoscere quello che
alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiare, benché
elle per vergogna nol dicano, si richiede: il che come voi
il faciavate, voi il vi sapete. E se egli v'era più a grado
lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate
pigliarla; benché a me non parve mai che voi giudice foste,
anzi mi paravate un banditor di sagre e di feste, sì ben le
sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi
aveste tante feste fatte fare a' lavoratori che le vostre
possession lavorano, quante faciavate fare a colui che il
mio piccol campicello aveva a lavorare voi non avreste mai
ricolto granel di grano. Sommi abbattuta a costui, che ha
voluto Idio sì come pietoso raguardatore della mia
giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella
quale non si sa che cosa festa sia, dico di quelle feste che
voi, più divoto a Dio che a' servigi delle donne, cotante
celebravate; né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né
venerdì né vigilia né quatro tempora né quaresima, ch'è così
lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la
lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il
fatto andò da una volta in sù. E però con lui intendo di
starmi e di lavorare mentre sarò giovane, e le feste e le
perdonanze e' digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e
voi con la buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi
potete, e senza me fate feste quante vi piace.”</p>
<p>Messer Riccardo, udendo queste parole, sosteneva dolore
incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide: “Deh,
anima mia dolce, che parole son quelle che tu di'? or non
hai tu riguardo all'onore de' parenti tuoi e al tuo? vuoi tu
innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato
mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai
rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà
via: io t'avrò sempre cara e sempre, ancora che io non
volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo
appetito disordinato e disonesto lasciar l'onor tuo e me,
che t'amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non
dir più così, voglitene venir con meco: io da quinci
innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò;
e però, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché
mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Del mio onore non intendo io che
persona, ora che non si può, sia più di me tenera: fosserne
stati i parenti miei quando mi diedero a voi! Li quali se
non furono allora del mio, io non intendo d'essere al
presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io
starò quando che sia in imbeccato pestello: non ne siate più
tenero di me. E dicovi così, che qui mi pare esser moglie di
Paganino e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando
che per punti di luna e per isquadri di geometria si
convenieno tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui
Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e
mordemi, e come egli mi conci Dio vel dica per me. Anche
dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace e
rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un pro'
cavaliere poscia che io non vi vidi! Andate, e sforzatevi di
vivere, ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione,
sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico più:
che quando costui mi lascerà, che non mi pare a ciò disposto
dove io voglia stare, io non intendo per ciò di mai tornare
a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno
scodellino di salsa, per ciò che con mio grandissimo danno e
interesse vi stetti una volta: per che in altra parte
cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha
festa né vigilia, laonde io intendo di starmi; e per ciò,
come più tosto potete, v'andate con Dio, se non che io
griderò che voi mi vogliate sforzare.”</p>
<p>Messer Riccardo, veggendosi a mal partito e pure allora
conoscendo la sua follia d'aver moglie giovane tolta essendo
spossato, dolente e tristo s'uscì della camera e disse
parole assai a Paganino le quali non montavano un frullo. E
ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la
donna, a Pisa si ritornò; e in tanta mattezza per dolor
cadde, che andando per Pisa, a chiunque il salutava o
d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva, se
non: “Il mal furo non vuol festa”; e dopo non molto tempo
si morì.</p>
<p>Il che Paganin sentendo e conoscendo l'amore che la donna
gli portava, per sua legittima moglie la sposò, e senza mai
guardar festa o vigilia o far quaresima, quanto le gambe ne
gli poteron portare lavorarono e buon tempo si diedono. Per
la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò
disputando con Ambruogiuolo cavalcasse la capra inverso il
chino.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Questa novella diè tanto che ridere a tutta la compagnia,
che niuna ve n'era a cui non dolessero le mascelle: e di
pari consentimento tutte le donne dissero che Dioneo diceva
vero e che Bernabò era stato una bestia. Ma poi che la
novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina
riguardato che l'ora era omai tarda e che tutti avean
novellato e la fine della sua signoria era venuta, secondo
il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra
la testa la pose di Neifile con lieto viso dicendo:–Omai,
cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo–:
e a seder si ripose.</p>
<p>Neifile del ricevuto onore un poco arrossò, e tal nel viso
divenne qual fresca rosa d'aprile o di maggio in su lo
schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e
sintillanti non altramenti che matutina stella, un poco
bassi. Ma poi che l'onesto romor de' circunstanti, nel quale
il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu
riposato e ella ebbe ripreso l'animo, alquanto più alta che
usata non era sedendo, disse:–Poi che così è che io vostra
reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle
che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubidendo
commendato avete, il parer mio in poche parole vi farò
manifesto, il quale se dal vostro consiglio sarà commendato,
quel seguiremo. Come voi sapete, domane è venerdì e il
seguente dì sabato, giorni, per le vivande le quali s'usano
in quegli, alquanto tediosi alle più genti; senza che
venerdì, avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra
vita morì sostenne passione, è degno di reverenza, per che
giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, più
tosto a orazioni che a novelle vacassimo. E il sabato
appresso usanza è delle donne di lavarsi la testa, di tor
via ogni polvere, ogni sucidume che per la fatica di tutta
la passata settimana sopravenuta fosse; e soglion similmente
assai, a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio,
digiunare, e da indi in avanti per onor della sopravegnente
domenica da ciascuna opera riposarsi: per che, non potendo
così appieno in quel dì l'ordine da noi preso nel vivere
seguitare, similmente stimo sia ben fatto quel dì delle
novelle ci posiamo. Appresso, per ciò che noi qui quatro dì
dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente nuova non
ci sopravenga, reputo oportuno di mutarci di qui e andarne
altrove; e il dove io ho già pensato e proveduto. Quivi
quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, avendo
noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando,
sì perché più tempo da pensare avrete e sì perché sarà
ancora più bello che un poco si ristringa del novellare la
licenzia e che sopra uno de' molti fatti della fortuna si
dica, e ho pensato che questo sarà: di chi alcuna cosa molto
disiderata con industria acquistasse o la perduta
recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che
alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo
sempre il privilegio di Dioneo.–</p>
<p>Ciascuno commendò il parlare e il diviso della reina, e
così statuiron che fosse. La quale, appresso questo, fattosi
chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le
tavole e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo
della sua signoria pienamente gli divisò; e così fatto, in
piè dirizzata con la sua brigata, a far quello che più
piacesse a ciascuno gli licenziò.</p>
<p>Presero adunque le donne e gli uomini inverso un
giardinetto la via e quivi, poi che alquanto diportati si
furono, l'ora della cena venuta, con festa e con piacer
cenarono; e da quella levati, come alla reina piacque,
menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea,
rispondendo l'altre, fu cantata:
</p>
<lg type="canzone">
<lg>
<l>Qual donna canterà, s'io non canto io,</l>
<l>che son contenta d'ogni mio disio?</l></lg>
<lg>
<l>Vien dunque, Amor, cagion d'ogni mio bene,</l>
<l>d'ogni speranza e d'ogni lieto effetto;</l>
<l>cantiamo insieme un poco,</l>
<l>non de' sospir né delle amare pene</l>
<l>ch'or più dolce mi fanno il tuo diletto,</l>
<l>ma sol del chiaro foco,</l>
<l>nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco,</l>
<l>te adorando come un mio idio.</l></lg>
<lg>
<l>Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,</l>
<l>il primo dì ch'io nel tuo foco entrai,</l>
<l>un giovinetto tale,</l>
<l>che di biltà, d'ardir né di valore</l>
<l>non se ne troverebbe un maggior mai,</l>
<l>né pure a lui equale:</l>
<l>di lui m'accesi tanto, che aguale</l>
<l>lieta ne canto teco, signor mio.</l></lg>
<lg>
<l>E quel che 'n questo m'è sommo piacere</l>
<l>è ch'io gli piaccio quanto egli a me piace,</l>
<l>Amor, la tua merzede;</l>
<l>per che in questo mondo il mio volere</l>
<l>posseggo, e spero nell'altro aver pace</l>
<l>per quella intera fede</l>
<l>che io gli porto. Idio, che questo vede,</l>
<l>del regno suo ancor ne sarà pio.</l></lg>
</lg>
<p>Appresso questa, più altre se ne cantarono e più danze si
fecero e sonarono diversi suoni; ma estimando la reina tempo
essere di doversi andare a posare, co' torchi avanti
ciascuno alla sua camera se n'andò. E li due dì seguenti a
quelle cose vacando che prima la reina avea ragionate, con
disiderio aspettarono la domenica.
</p></div2></div1>
<div1 n="Terza giornata">
<argument><p>FINISCE LA SECONDA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA TERZA, NELLA QUALE SI RAGIONA, SOTTO IL REGGIMENTO DI NEIFILE, DI CHI ALCUNA COSA MOLTO DA LUI DISIDERATA CON INDUSTRIA ACQUISTASSE O LA PERDUTA RICOVERASSE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il
sole, a divenir rancia, quando la domenica, la reina levata
e fatta tutta la sua compagnia levare e avendo già il
siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar
doveano assai delle cose oportune e chi quivi preparasse
quello che bisognava, veggendo già la reina in cammino,
prestamente fatta ogni altra cosa caricare, quasi quindi il
campo levato, con la salmeria n'andò e con la famiglia
rimasa appresso delle donne e de' signori.</p>
<p>La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita
dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di
forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non
troppo usata ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali
per lo sopravegnente sole tutti s'incominciavano a aprire,
prese il cammino verso l'occidente, e cianciando e
motteggiando e ridendo con la sua brigata, senza essere
andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza
fosse a un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto
rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe
condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le
gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente ripiene
di ciò che a camera s'appartiene, sommamente il commendarono
e magnifico reputarono il signor di quello. Poi, abbasso
discesi e veduta l'ampissima e lieta corte di quello, le
volte piene d'ottimi vini e la freddissima acqua e in gran
copia che quivi surgea, più ancora il lodarono. Quindi,
quasi di riposo vaghi, sopra una loggia che la corte tutta
signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che
concedeva il tempo e di frondi, postesi a sedere, venne il
discreto siniscalco e loro con preziosissimi confetti e
ottimi vini ricevette e riconfortò.</p>
<p>Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di
costa era al palagio, in quello, che tutto era da torno
murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata
di maravigliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le
parti di quello cominciarono a riguardare. Esso avea
dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime,
tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le
quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve
fare, e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin
rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre
cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra
tutta la spezieria che mai nacque in Oriente. Le latora
delle quali vie tutte di rosa' bianchi e vermigli e di
gelsomini erano quasi chiuse: per le quali cose, non che la
mattina, ma qualora il sole era più alto, sotto odorifera e
dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva
per tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste
fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a
raccontare; ma niuna n'è laudevole la quale il nostro aere
patisca, di che quivi non sia abondevolemente. Nel mezzo del
quale, quello che è non meno commendabile che altra cosa che
vi fosse ma molto più, era un prato di minutissima erba e
verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di
mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi
aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e' nuovi
e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi
ma ancora all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual
prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi
intagli: iv'entro, non so se da natural vena o da
artificiosa, per una figura, la quale sopra una colonna che
nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì
alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono
nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato
un mulino. La qual poi, quella dico che soprabondava al
pieno della fonte, per occulta via del pratello usciva e,
per canaletti assai belli e artificiosamente fatti fuor di
quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e quindi per
canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea,
raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel
giardino avea l'uscita, e quindi verso il pian discendendo
chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima
forza e con non piccola utilità del signore due mulina
volgea.</p>
<p>Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e
la fontana co' ruscelletti procedenti da quella tanto
piacque a ciascuna donna e a' tre giovani, che tutti
cominciarono a affermare che, se Paradiso si potesse in
terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che
quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare,
oltre a questo, qual bellezza gli si potesse agiugnere.
Andando adunque contentissimi dintorno per quello,
faccendosi di varii rami d'albori ghirlande bellissime,
tuttavia udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi
a pruova l'un dell'altro cantare, s'accorsero d'una
dilettevol bellezza della quale, dall'altre soprapresi, non
s'erano ancora accorti: ché essi videro il giardin pieno
forse di cento varietà di belli animali, e l'uno all'altro
mostrandolo, d'una parte uscir conigli, d'altra parte correr
lepri, e dove giacer cavriuoli e in alcuna cerbiatti giovani
andar pascendo e, oltre a questi, altre più maniere di non
nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi
andarsi a sollazzo: le quali cose, oltre agli altri piaceri,
un vie maggior piacere aggiunsero.</p>
<p>Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati
furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole e
quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti,
come alla reina piacque, andarono a mangiare: e con
grandissimo e bello e riposato ordine serviti e di buone e
dilicate vivande, divenuti più lieti sù si levarono, e a'
suoni e a' canti e a' balli da capo si dierono infino che
alla reina, per lo caldo sopravegnente, parve ora che, a cui
piacesse, s'andasse a dormire. De' quali chi v'andò e chi,
vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma quivi
dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e
chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.</p>
<p>Ma poi che, passato la nona, levato si fu, e il viso con la
fresca acqua rinfrescato s'ebbero, nel prato, sì come alla
reina piacque, vicini alla fontana venutine e in quello
secondo il modo usato postisi a sedere, a aspettar
cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina
proposta. De' quali il primo a cui la reina tal carico
impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano
d'un monistero di donne, le quali tutte concorrono a
giacersi con lui.</emph></p></argument>
<p>–Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle
femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come
a una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e
indosso messole la nera cocolla, che ella più non sia femina
né più senta de' feminili appetiti se non come se di pietra
l'avesse fatta divenire il farla monaca: e se forse alcuna
cosa contra questa lor credenza n'odono, così si turbano
come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse
stato commesso, non pensando né volendo avere rispetto a se
medesimi, li quali la piena licenzia di potere far quello
che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze
dell'ozio e della sollecitudine. E similmente sono ancora di
quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga
e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a'
lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendon
loro d'intelletto e d'avedimento grossissimi. Ma quanto
tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi
che la reina comandato me l'ha, non uscendo della proposta
fattaci da lei, di farvene più chiare con una piccola
novelletta.</p>
<p>In queste nostre contrade fu e è ancora un munistero di
donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per
non diminuire in parte alcuna la fama sua) nel quale, non ha
gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una
badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d'un loro
bellissimo giardino ortolano: il quale, non contentandosi
del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a
Lamporecchio, là onde egli era, se ne tornò. Quivi tra gli
altri che lietamente il raccolsono fu un giovane lavoratore
forte e robusto e secondo uomo di villa con bella persona,
il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato
fosse. Il buono uomo, che Nuto aveva nome, gliele disse; il
qual Masetto domandò di che egli il monistero servisse.</p>
<p>A cui Nuto rispose: “Io lavorava un lor giardino bello e
grande e oltre a questo andava alcuna volta al bosco per le
legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma
le donne mi davano sì poco salario, che io non ne poteva
appena pur pagare i calzari. E oltre a questo, elle son
tutte giovani e parmi ch'ell'abbiano il diavolo in corpo,
ché non si può far cosa niuna a lor modo. Anzi, quand'io
lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: ‘Pon qui
questo’, e l'altra: ‘Pon qui quello’, e l'altra mi toglieva
la zappa di mano e dicea: ‘Questo non sta bene’, e davanmi
tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e
uscivami dell'orto: sì che, tra per l'una cosa e per
l'altra, io non vi volli star più e sommene venuto. Anzi mi
pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io
n'avessi alcuno alle mani che fosse da ciò, che io gliele
mandassi, e io gliele promisi: ma tanto il faccia Idio san
delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò
niuno.”</p>
<p>A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell'animo
un disidero sì grande d'esser con queste monache, che tutto
se ne struggeva, comprendendo per le parole di Nuto che a
lui dovrebbe potere venir fatto di quello che'egli
disiderava; e avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a
Nuto ne dicesse niente, gli disse: “Deh, come ben facesti a
venirtene! Che è uno umo a star con femine? Egli sarebbe
meglio star con diavoli: elle non sanno delle sette volte le
sei quello che elle si vogliono elleno stesse.”</p>
<p>Ma poi, partito il lor ragionare, cominciò Masetto a
pensare che via dovesse tenere a dovere potere esser con
loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi
che Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette
di non dovervi essere ricevuto per ciò che troppo era
giovane e appariscente. Per che, molte cose divisate seco,
imaginò: “Il luogo è assai lontano di qui e niuno mi vi
conosce; se io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi
sarò ricevuto.”</p>
<p>E in questa imaginazion fermatosi, con una sua scure in
collo, senza dire a alcuno dove s'andasse, in guisa d'un
povero uomo se n'andò al monistero: dove pervenuto entrò
dentro e trovò per ventura il castaldo nella corte, al
quale, faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostrò di
domandargli mangiare per l'amor di Dio e che egli, se
bisognasse, gli spezzerebbe delle legne. Il castaldo gli diè
da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi
certi ceppi che Nuto non aveva potuti spezzare, li quali
costui, che fortissimo era, in poca d'ora ebbe tutti
spezzati. Il castaldo, che bisogno avea d'andare al bosco,
il menò seco e quivi gli fece tagliar delle legne: poscia,
messogli l'asino innanzi, con suoi cenni gli fece intendere
che a casa ne le recasse. Costui il fece molto bene, per che
il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più
giorni vel tenne: de' quali avvenne che uno la badessa il
vide e domandò il castaldo chi egli fosse.</p>
<p>Il quale le disse: “Madonna, questi è un povero uomo
mutolo e sordo, il quale un di questi dì ci venne per
limosina, sì che io gli ho fatto bene e hogli fatte fare
assai cose che bisogno c'erano. Se egli sapesse lavorare
l'orto e volesseci rimanere, io mi credo che noi n'avremmo
buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, e egli è forte e
potrebbene l'uomo fare ciò che volesse: e oltre a questo non
vi bisognerebbe d'aver pensiero che egli motteggiasse queste
vostre giovani.”</p>
<p>A cui la badessa disse: “In fé di Dio tu di' il vero!
sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo: dagli
qualche paio di scarpette, qualche cappuccio vecchio, e
lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.”</p>
<p>Il castaldo disse di farlo. Masetto non era guari lontano,
ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole
udiva e seco lieto diceva: “Se voi mi mettete costà entro,
io vi lavorerò sì l'orto, che mai non vi fu così lavorato.”</p>
<p>Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapeva
lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star quivi e
costui con cenni rispostogli che far volea ciò che egli
volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto
lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi andò per
altre bisogne del monistero e lui lasciò. Il quale lavorando
l'un dì appresso l'altro, le monache incominciarono a dargli
noia e a metterlo in novelle, come spesse volte avviene che
altri fa de' mutoli, e dicevangli le più scellerate parole
del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa,
che forse stimava che egli così senza coda come senza
favella fosse, di ciò poco o niente si curava.</p>
<p>Or pure avvenne che, costui un dì avendo lavorato molto e
riposandosi, due giovinette monache, che per lo giardino
andavano, s'appressarono là dove egli era e lui che
sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare; per
che l'una, che alquanto era più baldanzosa, disse all'altra:
“Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un
pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a
te potrebbe giovare.”</p>
<p>L'altra rispose: “Dì sicuramente, ché per certo io nol
dirò mai a persona.”</p>
<p>Allora la baldanzosa incominciò: “Io non so se tu t'hai
posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua
entro uomo alcuno osa entrare se non il castaldo ch'è
vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne che a
noi son venute udito dire che tutte l'altre dolcezze del
mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina
usa con l'uomo. Per che io m'ho più volte messo in animo,
poi che con altrui non posso, di volere con questo mutolo
provare se così è; e egli è il miglior del mondo da ciò
costui, ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né
saprebbe ridire: tu vedi che egli è un cotal giovanaccio
sciocco, cresciuto innanzi al senno. Volentieri udirei
quello che a te ne pare.”</p>
<p>“Oimè!” disse l'altra “che è quel che tu di'? non sai tu
che noi abbiamo promessa la verginità nostra a Dio?”</p>
<p>“Oh” disse colei “quante cose gli si promettono tutto il
dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam
promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele
attengano.”</p>
<p>A cui la compagna disse: “O se noi ingravidassimo, come
andrebbe il fatto?”</p>
<p>Quella allora disse: “Tu cominci a aver pensiero del mal
prima che egli ti venga: quando cotesto avvenisse, allora si
vorrà pensare; egli ci avrà mille modi da fare sì che mai
non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo.”</p>
<p>Costei, udendo ciò, avendo già maggior voglia che l'altra
di provare che bestia fosse l'uomo, disse: “Or bene, come
faremo?”</p>
<p>A cui colei rispose: “Tu vedi che egli è in su la nona: io
mi credo che le suore sieno tutte a dormire, se non noi;
guatiamo per l'orto se persona ci è, e s'egli non c'è
persona, che abbian noi a far se non a pigliarlo per mano e
menarlo in questo capannetto, là dove egli fugge l'acqua, e
quivi l'una si stea dentro con lui e l'altra faccia la
guardia? Egli è sì sciocco, che egli s'acconcerà comunque
noi vorremo.”</p>
<p>Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto a
ubidire niuna cosa aspettava se non l'esser preso dall'una
di loro. Queste, guardato ben per tutto e veggendo che da
niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella, che
mosse avea le parole, a Masetto, lui destò, e egli
incontanente si levò in piè; per che costei con atti
lusinghevoli presolo per la mano, e egli faccendo cotali
risa sciocche, il menò nel capannetto, dove Masetto senza
farsi troppo invitare quel fece che ella volle. La quale, sì
come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra
luogo, e Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor
volere; per che, avanti che quindi si dipartissono, da una
volta in sù ciascuna provar volle come il mutolo sapeva
cavalcare: e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che
bene era così dolce cosa, e più, come udito aveano: e
prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a
trastullare.</p>
<p>Avvenne un giorno che una lor compagna, da una finestretta
della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre il
mostrò; e prima tennero ragionamento insieme di doverle
accusare alla badessa, poi, mutato consiglio e con loro
accordatesi, partefici divennero del poder di Masetto: alle
quali l'altre tre per diversi accidenti divenner compagne in
varii tempi. Ultimamente la badessa, che ancora di queste
cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo
giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto, il quale
di poca fatica il dì per lo troppo cavalcar della notte
aveva assai, tutto disteso all'ombra d'un mandorlo dormirsi;
e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto
stava scoperto. La qual cosa riguardando la donna, e sola
vedendosi, in quello medesimo appetito cadde che cadute
erano le sue monacelle; e destato Masetto seco nella sua
camera nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia
dalle monache fatta che l'ortolano non venia a lavorar
l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la
quale essa prima all'altre solea biasimare.</p>
<p>Ultimamente della sua camera alla stanzia di lui
rimandatolone e molto spesso rivolendolo e oltre a ciò più
che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a
tante, s'avisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più
stesse, in troppo gran danno resultare; e per ciò una notte,
con la badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo cominciò a
dire: “Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene
a diece galline, ma che diece uomini posson male o con
fatica una femina sodisfare, dove a me ne convien servir
nove; al che per cosa del mondo io non potrei durare, anzi
sono io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto
che io non posso fare né poco né molto; e per ciò o voi mi
lasciate andar con Dio o voi a questa cosa trovate modo.”</p>
<p>La donna, udendo costui parlare il quale ella teneva
mutolo, tutta stordì e disse: “Che è questo? Io credeva che
tu fossi mutolo.”</p>
<p>“Madonna, “ disse Masetto “io era ben così ma non per
natura, anzi per una infermità che la favella mi tolse, e
solamente da prima questa notte la mi sento essere
restituita, di che io lodo Idio quant'io posso.”</p>
<p>La donna sel credette e domandollo che volesse dir ciò che
egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il fatto; il
che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che
molto più savia non fosse di lei: per che, come discreta,
senza lasciar Masetto partire, dispose di voler con le sue
monache trovar modo a questi fatti, acciò che da Masetto non
fosse il monistero vituperato. E essendo di quei dì morto il
lor castaldo, di pari consentimento, apertosi tra tutte ciò
che per adietro da tutte era stato fatto, con piacer di
Masetto ordinarono che le genti circunstanti credettero che,
per le loro orazioni e per li meriti del santo in cui
intitolato era il monistero, a Masetto stato lungamente
mutolo la favella fosse restituita; e lui castaldo fecero e
per sì fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le
poté comportare. Nelle quali, come che esso assai monachin
generasse, pur sì discretamente procedette la cosa, che
niente se ne sentì se non dopo la morte della badessa,
essendo già Masetto presso che vecchio e disideroso di
tornarsi ricco a casa sua; la qual cosa, saputa, di leggier
gli fece venir fatto.</p>
<p>Così adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver
fatica di nutricare i figliuoli o spesa di quegli, per lo
suo avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene
adoperare, donde con una scure in collo partito s'era se ne
tornò, affermando che così trattava Cristo chi gli poneva le
corna sopra 'l cappello.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Un pallafreniere giace con la moglie d'Agilulf re, di che
Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondalo; il
tonduto tutti gli altri tonde, e così scampa della mala
ventura.</emph></p></argument>
<p>Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della
quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e alcuna
altra se n'avean riso, piacque alla reina che Pampinea
novellando seguisse: la quale con ridente viso incominciando
disse:</p>
<p>–Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di
conoscere e di sentire quello che per loro non fa di sapere,
che alcuna volta per questo, riprendendo i disaveduti
difetti in altrui, si credono la lor vergogna scemare là
dove essi l'acrescono in infinito: e che ciò sia vero nel
suo contrario, mostrandovi l'astuzia d'un forse di minor
valore tenuto che Masetto, nel senno d'un valoroso re, vaghe
donne, intendo che per me vi sia dimostrato.</p>
<p>Agilulf, re de' longobardi, sì come i suoi predecessori, in
Pavia, città di Lombardia, avevan fatto, fermò il solio del
suo regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova
d'Auttari, re stato similmente de' longobardi: la quale fu
bellissima donna, savia e onesta molto ma male avventurata
in amadore. E essendo alquanto per la vertù e per lo senno
di questo re Agilulf le cose de' longobardi prospere e in
quiete, adivenne che un pallafreniere della detta reina,
uomo quanto a nazione di vilissima condizione ma per altro
da troppo più che da così vil mestiere, e della persona
bello e grande così come il re fosse, senza misura della
reina s'innamorò. E per ciò che il suo basso stato non gli
avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser
fuori d'ogni convenienza, sì come savio a niuna persona il
palesava né eziandio a lei con gli occhi ardiva discoprirlo.
E quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a
lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse
allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in
amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre a ogni altro de'
suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina
dovesse piacere. Per che intervenia che la reina, dovendo
cavalcare, più volentieri il pallafreno da costui guardato
cavalcava che alcuno altro: il che quando avveniva, costui
in grandissima grazia sel reputava e mai dalla staffa non le
si partiva, beato tenendosi qualora pure i panni toccar le
poteva.</p>
<p>Ma come noi veggiamo assai sovente avvenire, quando la
speranza diventa minore tanto l'amor maggior farsi, così in
questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo
gli era il poter comportare il gran disio così nascoso come
facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte
seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliberò di
morire. E pensando seco del modo, prese per partito di
volere questa morte per cosa per la quale apparisse lui
morire per l'amore che alla reina aveva portato e portava: e
questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa
tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del
suo disidero. Né si fece a voler dir parole alla reina o a
voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che
invano o direbbe o scriverebbe, ma a voler provare se per
ingegno con la reina giacer potesse; né altro ingegno né via
c'era se non trovar modo come egli in persona del re, il
quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a
lei pervenire e nella sua camera entrare. Per che, acciò che
vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei
andava, andasse, più volte di notte in una gran sala del
palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e
quella della reina, si nascose: e intra l'altre una notte
vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran
mantello e aver dall'una mano un torchietto acceso e
dall'altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e
senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l'uscio
della camera con quella bacchetta e incontanente essergli
aperto e toltogli di mano il torchietto.</p>
<p>La qual cosa veduta, e similmente vedutolo ritornare, pensò
di così dover fare egli altressì: e trovato modo d'avere un
mantello simile a quello che al re veduto avea e un
torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi
bene acciò che non forse l'odor del letame la reina noiasse
o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come
usato era, nella gran sala si nascose. E sentendo che già
per tutto si dormia e tempo parendogli o di dovere al suo
disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla
bramata morte, fatto con la pietra e con l'acciaio che seco
portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese e
chiuso e avviluppato nel mantello se n'andò all'uscio della
camera e due volte il percosse con la bacchetta. La camera
da una cameriera tutta sonnacchiosa fu aperta e il lume
preso e occultato: laonde egli, senza alcuna cosa dire,
dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se
n'entrò nel letto nel quale la reina dormiva. Egli
disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato,
per ciò che costume del re esser sapea che quando turbato
era niuna cosa voleva udire, senza dire alcuna cosa o senza
essere a lui detta più volte carnalmente la reina cognobbe.
E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la
troppo stanza gli fosse cagione di volgere l'avuto diletto
in tristizia, si levò e ripreso il suo mantello e il lume,
senza alcuna cosa dire, se n'andò e come più tosto poté si
tornò al letto suo.</p>
<p>Nel quale appena ancora esser potea, quando il re,
levatosi, alla camera andò della reina, di che ella si
maravigliò forte; e essendo egli nel letto entrato e
lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire,
disse: “O signor mio, questa che novità è stanotte? voi vi
partite pur testé da me e oltre l'usato modo di me avete
preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò
che voi fate.”</p>
<p>Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina
da similitudine di costumi e di persona essere stata
ingannata, ma come savio subitamente pensò, poi vide la
reina accorta non se ne era né alcuno altro, di non
volernela fare accorgere: il che molti sciocchi non avrebbon
fatto ma avrebbon detto: “Io non ci fui io: chi fu colui
che ci fu? come andò? chi ci venne?” Di che molte cose nate
sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la
donna e datale materia di disiderare altra volta quello che
già sentito avea: e quello che tacendo niuna vergogna gli
poteva tornare, parlando s'arebbe vitupero recato.</p>
<p>Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che
nelle parole turbato: “Donna, non vi sembro io uomo da
poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa
tornarci?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Signor mio, sì; ma tuttavia io vi
priego che voi guardiate alla vostra salute.”</p>
<p>Allora il re disse: “E egli mi piace di seguire il vostro
consiglio, e questa volta senza darvi più impaccio me ne vo'
tornare.”</p>
<p>E avendo l'animo già pieno d'ira e di maltalento per quello
che vedeva gli era stato fatto, ripreso il suo mantello,
s'uscì della camera e pensò di voler chetamente trovare chi
questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere essere
e, qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire.
Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta, se
n'andò in una lunghissima casa che nel suo palagio era sopra
le stalle de' cavalli, nella quale quasi tutta la sua
famiglia in diversi letti dormiva; e estimando che,
qualunque fosse colui che ciò fatto avesse che la donna
diceva, non gli fosse potuto ancora il polso e 'l battimento
del cuore, per lo durato affanno, potuto riposare,
tacitamente, cominciato dall'un de' capi della casa, a tutti
cominciò a andar toccando il petto per sapere se gli
battesse.</p>
<p>Come che ciascuno altro dormisse forte, colui che con la
reina stato era non dormiva ancora; per la qual cosa,
vedendo venire il re e avvisandosi ciò che esso cercando
andava, forte cominciò a temere, tanto che sopra il
battimento della fatica avuta la paura n'agiunse un
maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di ciò
s'avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che
varie cose gli andasser per lo pensiero di doversi fare, pur
vedendo il re senza alcuna arme diliberò di far vista di
dormire e d'attender quello che il far dovesse. Avendone
adunque il re molti cerchi né alcun trovandone il quale
giudicasse essere stato desso, pervenne a costui e
trovandogli batter forte il cuore seco disse: “Questi è
desso.” Ma sì come colui che di ciò che fare intendeva
niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece
se non che con un paio di forficette, le quali portate avea,
gli tondé alquanto dall'una delle parti i capelli, li quali
essi a quel tempo portavan lunghissimi, acciò che a quel
segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo fatto,
si dipartì e tornossi alla camera sua.</p>
<p>Costui, che tutto ciò sentito avea, sì come colui che
malizioso era, chiaramente s'avisò perché così segnato era
stato: laonde egli senza alcuno aspettar si levò, e trovato
un paio di forficette, delle quali per avventura v'erano
alcun paio per la stalla per lo servigio de' cavalli,
pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a
tutti in simile maniera sopra l'orecchie tagliò i capelli; e
ciò fatto, senza essere stato sentito, se ne tornò a
dormire.</p>
<p>Il re, levato la mattina, comandò che avanti che le porti
del palagio s'aprissono, tutta la sua famiglia gli venisse
davanti; e così fu fatto. Li quali tutti, senza alcuna cosa
in capo davanti standogli, esso cominciò a guardare per
riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte
di loro co' capelli a un medesimo modo tagliati, si
maravigliò, e disse seco stesso: “Costui, il quale io vo
cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben
mostra d'essere d'alto senno.” Poi, veggendo che senza
romore non poteva avere quel ch'egli cercava, disposto a non
volere per piccola vendetta acquistar gran vergogna, con una
sola parola d'amonirlo e di mostrargli che avveduto se ne
fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse: “Chi 'l fece
nol faccia mai più, e andatevi con Dio.”</p>
<p>Un altro gli avrebbe voluti far collare, martoriare,
essaminare e domandare; e ciò faccendo avrebbe scoperto
quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire, e
essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n'avesse
presa, non iscemata ma molto cresciuta n'avrebbe la sua
vergogna e contaminata l'onestà della donna sua. Coloro che
quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra sé
essaminarono che avesse il re voluto per quella dire, ma
niuno ve ne fu che la 'ntendesse se non colui solo a cui
toccava. Il quale, sì come savio, mai, vivente il re, non la
scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla
fortuna.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una
donna innamorata d'un giovane induce un solenne frate, senza
avvedersene egli, a dar modo che il piacer di lei avesse
intero effetto.</emph></p></argument>
<p>Taceva già Pampinea, e l'ardire e la cautela del
pallafreniere era da' più di loro stata lodata e similmente
il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le
'mpose il seguitare: per la qual cosa Filomena vezzosamente
così incominciò a parlare:</p>
<p>–Io intendo di raccontarvi una beffa che fu da dovero
fatta da una bella donna a uno solenne religioso, tanto più
a ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e
uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli
altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga
sono da molto meno, sì come quegli che, per viltà d'animo
non avendo argomento come gli altri uomini di civanzarsi, si
rifuggono dove aver possano da mangiar, come 'l porco. La
quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per
seguire l'ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che
eziandio che i religiosi, a' quali noi oltre modo credule
troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta,
non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente
beffati.</p>
<p>Nella nostra città, più d'inganni piena che d'amore o di
fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil
donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza d'animo e
di sottili avvedimenti quanto alcuna altra dalla natura
dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla
presente novella appartenga come che io gli sappia, non
intendo di palesare, per ciò che ancora vivon di quegli che
per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe
con risa da trapassare.</p>
<p>Costei adunque, d'alto legnaggio veggendosi nata e maritata
a uno artefice lanaiuolo, per ciò che artefice era non
potendo lo sdegno dell'animo porre in terra, per lo quale
stimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque
ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno, e veggendo
lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa
essere più avanti che da sapere divisare un mescolato o fare
ordire una tela o con una filatrice disputar del filato,
propose di non voler de' suoi abbracciamenti in alcuna
maniera se non in quanto negare non gli potesse, ma di
volere a sodisfazione di se medesima trovare alcuno il quale
più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno. E
innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza età, tanto
che, qual dì nol vedea, non potea la seguente notte senza
noia passare; ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi,
niente ne curava, e ella, che molto cauta era, né per
ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele
sentire, temendo de' pericoli possibili a avvenire.</p>
<p>E essendosi accorta che costui usava molto con un
religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo,
nondimeno per ciò che di santissima vita era quasi da tutti
avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere
ottimo mezzano tra lei e 'l suo amante. E avendo seco
pensato che modo tener dovesse, se n'andò a convenevole ora
alla chiesa dove egli dimorava e fattosel chiamare disse,
quando gli piacesse, da lui si volea confessare.</p>
<p>Il frate, vedendola e estimandola gentil donna, l'ascoltò
volentieri; e essa dopo la confession disse: “Padre mio, a
me conviene ricorrere a voi per aiuto e per conseglio di ciò
che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l'ho, che
voi conoscete i miei parenti e 'l mio marito, dal quale io
sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che
da lui, sì come da ricchissimo uomo e che il può ben fare,
io non l'abbia incontanente; per le quali cose io più che me
stessa l'amo: e lasciamo stare che io facessi, ma se io pur
pensassi cosa niuna che contro al suo onore o piacer fosse,
niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sare' io Ora
uno (del quale nel vero io non so il nome ma persona da bene
mi pare e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi)
bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai
onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione
abbia come io ho, pare che m'abbia posto l'assedio; né posso
farmi né a uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli
incontanente non mi si pari innanzi, e maravigliomi io come
egli non è ora qui: di che io mi dolgo forte, per ciò che
questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste
donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele
alcuna volta dire a' miei fratelli, ma poscia m'ho pensato
che gli uomini fanno alcuna volta l'ambasciate per modo che
le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle
parole si perviene a' fatti; per che, acciò che male e
scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e dilibera'mi
di dirlo più tosto a voi che a altrui, sì perché pare che
suo amico siate sì ancora perché a voi sta bene di così
fatte cose non che gli amici ma gli strani ripigliare. Per
che io vi priego per solo Idio che voi di ciò il dobbiate
riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci
sono dell'altre donne assai le quali per avventura son
disposte a queste cose, e piacerà loro d'esser guatate e
vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come
a colei che in niuno atto ho l'animo disposto a tal
materia.” E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la
testa.</p>
<p>Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse
di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di
questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello
esser vero che ella diceva, le promise d'operar sì e per tal
modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e
conoscendola ricca molto le lodò l'opera della carità e
della limosina, il suo bisogno raccontandole.</p>
<p>A cui la donna disse: “Io ve ne priego per Dio; e s'egli
questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella
che questo v'abbia detto e siamivene doluta.”</p>
<p>E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza,
ricordandosi de' conforti datile dal frate dell'opera della
limosina, empiutagli nascosamente la man di denari il pregò
che messe dicesse per l'anima de' morti suoi e dai piè di
lui levatasi a casa se ne tornò.</p>
<p>Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il
valente uomo; col quale poi che d'una cosa e d'altra ebbero
insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai
cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che
egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella
gli avea dato a intendere. Il valente uomo si maravigliò, sì
come colui che mai guatata non l'avea e radissime volte era
usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi
scusare ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: “Or
non far vista di maravigliarti né perder parole in negarlo,
per ciò che tu non puoi. Io non ho queste cose sapute da'
vicini: ella medesima, forte di te dolendosi, me l'ha dette.
E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti
dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di
queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò, per onor
di te e per consolazion di lei, ti priego te ne rimanghi e
lascila stare in pace.”</p>
<p>Il valente uomo, più accorto che 'l santo frate, senza
troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando
alquanto di vergognarsi disse di più non intramettersene per
innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n'andò della
donna, la quale sempre attenta stava a una picciola
finestretta per doverlo vedere se vi passasse. E vedendol
venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli
assai ben poté comprendere sé avere il vero compreso dalle
parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con
suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della
donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse
cagione, continuò di passar per quella contrada.</p>
<p>Ma la donna dopo alquanto, già accortasi che ella a costui
così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più
accendere e certificare dell'amore che ella gli portava,
preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e
postaglisi nella chiesa a sedere a' piedi a piagnere
incominciò. Il frate, questo vedendo, la domandò
pietosamente che novella ella avesse.</p>
<p>La donna rispose: “Padre mio, le novelle che io ho non
sono altre che di quello maladetto da Dio vostro amico, di
cui io mi vi ramaricai l'altrieri, per ciò che io credo che
egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far
cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più
pormivi a' piedi.”</p>
<p>“Come!” disse il frate “non s'è egli rimaso di darti più
noia?”</p>
<p>“Certo no, “ disse la donna “anzi, poi che io mi ve ne
dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per
male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar
vi solea credo poscia vi sia passato sette. E, or volesse
Idio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato; ma
egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi
mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche,
e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole mi
mandò una borsa e una cintola: il che io ho avuta e ho sì
forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al
peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il
diavolo; ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né
dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. E
oltre a questo, avendo io già renduto indietro la borsa e la
cintola alla feminetta che recata l'avea, ché gliele
riportasse, e brutto commiato datole, temendo che essa per
sé non la tenesse e a lui dicesse che io l'avessi ricevuta,
sì come io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai
indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla
recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate
che io non ho bisogno di sue cose, per ciò che, la mercé di
Dio e del marito mio, io ho tante borse e tante cintole che
io ve l'afogherei entro. E appresso questo, sì come a padre
mi vi scuso che, s'egli di questo non si rimane, io il dirò
al marito mio e a' fratei miei, e avvegnane che può; ché io
ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne
la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta!”</p>
<p>E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di
sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una
leggiadra e cara cinturetta e gittolle in grembo al frate;
il quale, pienamente credendo ciò che la donna dicea,
turbato oltre misura le prese e disse: “Figliuola, se tu di
queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so
ripigliare, ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio
consiglio. Io il ripresi l'altrieri, e egli m'ha male
attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello
e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì
fatta maniera riscaldar gli orecchi, che egli più briga non
ti darà: e tu, con la benedizion di Dio, non ti lasciassi
vincere tanto all'ira, che tu a alcun de' tuoi il dicessi,
ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che
mai, di questo, biasimo ti segua, ché io sarò sempre e
dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio
della tua onestà.”</p>
<p>La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto e
lasciate queste parole, come colei che l'avarizia sua e
degli altri conoscea, disse: “Messere, a queste notti mi
sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in
grandissime pene e non dimandino altro che limosine, e
spezialmente la mamma mia, la qual mi par sì afflitta e
cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti
grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo
nemico di Dio; e per ciò vorrei che voi mi diceste per
l'anime loro le quaranta messe di san Grigoro e delle vostre
orazioni, acciò che Idio gli tragga di quel fuoco pennace”;
e così detto gli pose in mano un fiorino.</p>
<p>Il santo frate lietamente il prese e con buone parole e con
molti essempli confermò la divozion di costei: e datale la
sua benedizione la lasciò andare. E partita la donna, non
accorgendosi che egli era uccellato, mandò per l'amico suo:
il quale venuto, e vedendol turbato, incontanente s'avisò
che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir
volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre
volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato
parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la
donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor
non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente
negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al
frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse
la donna.</p>
<p>Ma il frate, acceso forte, disse: “Come il puoi tu negare,
malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piangendo me l'ha
recate: vedi se tu le conosci!”</p>
<p>Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:
“Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male e
giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di
questo voi non sentirete più parola.”</p>
<p>Ora le parole fur molte: alla fine il frate montone diede
la borsa e la cintura all'amico suo, e 'l dopo molto averlo
ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse e
egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo,
lietissimo e della certezza che aver gli parea dell'amor
della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in
parte n'andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che
egli avea e l'una e l'altra cosa: di che la donna fu molto
contenta e più ancora per ciò che le parea che 'l suo avviso
andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se
non che il marito andasse in alcuna parte per dare all'opera
compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a
questo convenne al marito andare infino a Genova.</p>
<p>E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via,
così la donna n'andò al santo frate e dopo molte querimonie
piagnendo gli disse: “Padre mio, or vi dich'io bene che io
non posso più sofferire: ma per ciò che l'altrieri io vi
promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son
venuta a iscusarmivi. E acciò che voi crediate che io abbia
ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire
ciò che il vostro amico, anzi diavolo del Ninferno, mi fece
stamane poco innanzi matutino. Io non so qual mala ventura
gli si facesse assapere che il marito mio andasse ier
mattina a Genova: se non che stamane, all'ora che io v'ho
detta, egli entrò in un mio giardino e vennesene su per uno
albero alla finestra della camera mia, la qual è sopra 'l
giardino. E già aveva la finestra aperta e voleva nella
camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva
cominciato a gridare e avrei gridato, se non che egli, che
ancora dentro non era, mi chiese mercé per Dio e per voi,
dicendomi chi egli era; laonde io udendolo per amor di voi
tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serra'gli la
finestra nel viso, e egli nella sua malora credo che se ne
andasse, per ciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è
bella cosa e è da sofferire, vedetelvi voi: io per me non
intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per
amor di voi sofferte troppe.”</p>
<p>Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo e
non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se
ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.</p>
<p>A cui la donna rispose: “Lodato sia Idio, se io non
conosco ancor lui da un altro! Io vi dico che fu egli, e
perché egli il negasse non gliele credete.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuola, qui non ha altro da
dire se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo
mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di
mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che
Idio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai
il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che
senza dolertene a alcun tuo parente lasci fare a me, a veder
se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io
credeva che fosse un santo: e se io posso tanto fare che io
il tolga da questa bestialità, bene sta; e se io non potrò,
infino a ora con la mia benedizione ti do la parola che tu
ne facci quello che l'animo ti giudica che ben sia fatto.”</p>
<p>“Ora ecco” disse la donna “per questa volta io non vi
voglio turbare né disubidire, ma sì adoperate che egli si
guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più
per questa cagione a voi”; e senza più dire, quasi turbata,
dal frate si partì.</p>
<p>Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il
valente uom sopravenne e fu chiamato dal frate; al quale, da
parte tiratolo, esso disse la maggior villania che mai a
uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditore
chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea
che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento e
con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare,
primieramente disse: “Perché questo cruccio, messere? ho io
crocifisso Cristo?”</p>
<p>A cui il frate rispose: “Vedi svergognato! odi ciò ch'e'
dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due
fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue
tristizie e disonestà dimenticate. Ètti egli da stamane a
matutino in qua uscito di mente l'avere altrui ingiuriato?
ove fostù stamane poco avanti al giorno?”</p>
<p>Rispose il valente uomo: “Non so io ove io mi fui: molto
tosto ve n'è giunto il messo.”</p>
<p>“Egli è il vero” disse il frate “che il messo me ne è
giunto: io m'aviso che tu ti credesti, per ciò che il marito
non c'era, che la gentil donna ti dovesse incontanente
ricevere in braccio. Hi, meccere: ecco onesto uomo! è
divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor
d'alberi! Credi tu per improntitudine vincere la santità di
questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la
notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia come fai
tu: e tu pur ti vai riprovando! In verità, lasciamo stare
che ella te l'abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se'
molto bene ammendato per li miei gastigamenti! Ma così ti
vo' dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti
porti ma a instanzia de' prieghi miei, taciuto di ciò che
fatto hai; ma essa non tacerà più: conceduta l'ho la
licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, che ella
faccia il parer suo. Che farai tu se ella il dice a'
fratelli?”</p>
<p>–Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli
bisognava, come meglio seppe e poté con molte ampie promesse
racchetò il frate; e da lui partitosi, come il matutino
della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su
per l'albero salito e trovata la finestra aperta se n'entrò
nella camera, e come più tosto poté nelle braccia della sua
bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero
avendolo aspettato, lietamente il ricevette dicendo: “Gran
mercé a messer lo frate, che così bene t'insegno la via da
venirci.” E appresso, prendendo l'un dell'altro piacere,
ragionando e ridendo molto della semplicità di frate bestia,
biasimando i lucignoli e' pettini e gli scardassi, insieme
con gran diletto si sollazzarono.</p>
<p>E dato ordine a' lor fatti, sì fecero, che senza aver più a
tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari
letizia insieme si ritrovarono: alle quali io priego Idio
per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte
l'anime cristiane che voglia n'hanno.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Dom Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato
facendo una sua penitenza: la quale frate Puccio fa, e dom
Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon
tempo.</emph></p></argument>
<p>Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo
Dioneo con dolci parole molto lo 'ngegno della donna
commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente
fatta, la reina ridendo guardò verso Panfilo e disse:–Ora
appresso, Panfilo, continua con alcuna piacevol cosetta il
nostro diletto.–Panfilo prestamente rispose che volentieri
e cominciò:</p>
<p>–Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si
sforzano d'andarne in Paradiso, senza avvedersene vi mandano
altrui: il che a una nostra vicina, non ha ancor lungo
tempo, sì come voi potrete udire, intervenne.</p>
<p>Secondo che io udi' già dire, vicino di San Brancazio
stette un buono uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di
Rinieri, che poi essendo tutto dato allo spirito si fece
bizzoco di quegli di san Francesco e fu chiamato frate
Puccio: e seguendo questa sua vita spiritale, per ciò che
altra famiglia non avea che una donna e una fante, né per
questo a alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la
chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta,
diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle
messe, né mai falliva che alle laude che cantavano i
secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e
bucinavasi che egli era degli scopatori. La moglie, che
monna Isabetta aveva nome, giovane ancora di ventotto in
trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela
casolana, per la santità del marito, e forse per la
vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che
voluto non avrebbe; e quando ella si sarebbe voluta dormire
o forse scherzar con lui, e egli le raccontava la vita di
Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della
Magdalena o così fatte cose.</p>
<p>Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don
Felice, conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane
e bello della persona e d'aguto ingegno e di profonda
scienza: col quale frate Puccio prese una stretta
dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto
ben gli solvea e, oltre a ciò, avendo la sua condizion
conosciuta gli si mostrava santissimo, se lo incominciò
frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e
cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per
amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier
gli faceva onore. Continuando adunque il monaco a casa di
fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta,
s'avisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella
patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per
torre fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E postole
l'occhio adosso e una volta e altra bene astutamente, tanto
fece che egli l'accese nella mente quello medesimo disidero
che aveva egli: di che accortosi il monaco, come prima
destro gli venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma
quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all'opera
compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in
niun luogo del mondo si voleva fidare a esser col monaco se
non in casa sua; e in casa sua non si potea però che fra
Puccio non andava mai fuor della terra; di che il monaco
avea gran malinconia. E dopo molto gli venne pensato un modo
da dovere potere essere con la donna in casa sua senza
sospetto, non obstante che fra Puccio in casa fosse.</p>
<p>E essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli
disse così: “Io ho già assai volte compreso, fra Puccio,
che tutto il tuo disidero è di divenir santo; alla qual cosa
mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce n'è una
ch'è molto corta, la quale il Papa e gli altri suoi maggior
prelati, che la sanno e usano non vogliono che ella si
mostri; per ciò che l'ordine chericato, che il più di
limosine vive, incontanente sarebbe disfatto, sì come quello
al quale più i secolari né con limosine né con altro
attenderebbono. Ma per ciò che tu se' mio amico e haimi
onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del
mondo l'appalesassi e volessila seguire, io la
t'insegnerei.”</p>
<p>Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima
cominciò a pregare con grandissima instanzia che gliele
insegnasse e poi a giurare che mai, se non quanto gli
piacesse, a alcun nol direbbe, affermando che, se tal fosse
che esso seguir la potesse, di mettervisi.</p>
<p>“Poi che tu così mi prometti, “ disse il monaco “e io la
ti mostrerò. Tu dei sapere che i santi Dottori tengono che a
chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu
udirai. Ma intendi sanamente: io non dico che dopo la
penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se', ma avverrà
questo, che i peccati, che tu hai infino all'ora della
penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per
quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno
scritti a tua dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua
benedetta come ora fanno i veniali. Conviensi adunque l'uomo
principalmente con gran diligenzia confessare de' suoi
peccati quando viene a cominciar la penitenzia; e appresso
questo gli conviene cominciare un digiuno e una abstinenzia
grandissima, la quale convien che duri quaranta dì, ne'
quali, non che da altra femina ma da toccare la propria tua
moglie ti conviene astenere. E oltre a questo si conviene
avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la
notte vedere il cielo; e in su l'ora della compieta andare
in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga
ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi le reni
appoggiare e, tenendo i piedi in terra, distender le braccia
a guisa di crocifisso: e se tu quelle volessi appoggiare a
alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando
il cielo star senza muoverti punto infino a matutino. E se
tu fossi letterato, ti converrebbe in questo mezzo dire
certe orazioni che io ti darei: ma perché non se', ti
converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a
reverenzia della Trinità; e riguardando il cielo, sempre
aver nella memoria Idio essere stato creatore del cielo e
della terra, e la passion di Cristo, stando in quella
maniera che stette Egli in su la croce. Poi, come matutin
suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito
gittarti sopra il letto tuo e dormire: e la mattina appresso
si vuole andare alla chiesa e quivi udire almeno tre messe e
dire cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e
appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a
far n'hai alcuno, e poi desinare e essere appresso al vespro
nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò
scritte, senza le quali non si può fare; e poi in su la
compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come
io feci già, spero che anzi che la fine della penitenzia
venga tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine
eterna, se con divozione fatta l'avrai.”</p>
<p>Frate Puccio disse allora: “Questa non è troppo grave cosa
né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io
voglio al nome di Dio, cominciar domenica.”</p>
<p>E da lui partitosi e andatosene a casa, ordinatamente con
sua licenzia perciò, alla moglie disse ogni cosa. La donna
intese troppo bene, per lo star fermo infino a matutino
senza muoversi, ciò che il monaco voleva dire; per che,
parendole assai buon modo, disse che di questo e d'ogni
altro bene che egli per l'anima sua faceva ella era
contenta, e che, acciò che Idio gli facesse la sua
penitenzia profittevole, ella voleva con essolui digiunare
ma fare altro no.</p>
<p>Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica frate
Puccio cominciò la sua penitenza; e messer lo monaco,
convenutosi con la donna, a ora che veduto non poteva
essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare,
seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere; poi con
lei si giaceva infino all'ora del matutino, al quale
levandosi se n'andava e frate Puccio tornava a letto. Era il
luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia
eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna, né
da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro;
per che, ruzzando messer lo monaco troppo con la donna alla
scapestrata e ella con lui, parve a frate Puccio sentire
alcuno dimenamento di palco della casa; di che, avendo già
detti cento de' suo paternostri, fatto punto quivi, chiamò
la donna senza muoversi e domandolla ciò che ella faceva. La
donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora
la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto,
rispose: “Gnaffé, marito mio, io mi dimeno quanto io
posso.”</p>
<p>Disse allora frate Puccio: “Come ti dimeni? che vuol dir
questo dimenare?”</p>
<p>La donna ridendo (e di buon'aria e valente donna era e
forse avendo cagion di ridere) rispose: “Come non sapete
voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l'ho udito dire
mille volte: «Chi la sera non cena, tutta notte si
dimena».”</p>
<p>Credettesi frate Puccio che il digiunare le fosse cagione
di non potere dormire e per ciò per lo letto si dimenasse;
per che egli di buona fede disse: “Donna, io t'ho ben
detto: ‘Non digiunare’; ma, poiché pur l'hai voluto fare,
non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per
lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci è.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Non ve ne caglia, no; io so ben
ciò ch'io mi fo: fate pur ben voi, ché io farò ben io se io
potrò.”</p>
<p>Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano a' suoi
paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte
innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto,
in quello quanto durava il tempo della penitenza di frate
Puccio con grandissima festa si stavano; e a una ora il
monaco se n'andava e la donna al suo letto tornava, e poco
stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio.
Continuando adunque in così fatta maniera il frate la
penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte
motteggiando disse con lui: “Tu fai fare la penitenzia a
frate Puccio, per la quale noi abbiamo guadagnato il
Paradiso.” E parendo molto bene stare alla donna, sì
s'avezzò a' cibi del monaco, che, essendo dal marito
lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia
di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in
altra parte con lui e con discrezione lungamente ne prese il
suo piacere.</p>
<p>Di che, acciò che l'ultime parole non sieno discordanti
alle prime, avvenne che dove frate Puccio faccendo penitenza
si credette mettere in Paradiso, egli vi mise il monaco, che
da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che
con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco,
come misericordioso, gran divizia le fece.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Il Zima dona a messer Francesco Vergellesi un suo
pallafreno, e per quello con licenza di lui parla alla sua
donna; e ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e
secondola sua risposta poi l'effetto segue.</emph></p></argument>
<p>Aveva Panfilo non senza risa delle donne finita la novella
di frate Puccio, quando donnescamente la reina a Elissa
impose che seguisse: la quale anzi acerbetta che no, non per
malizia ma per antico costume, così cominciò a parlare:</p>
<p>–Credonsi molti, molto sappiendo, che altri non sappi
nulla, li quali spesse volte, mentre altrui si credono
uccellare, dopo il fatto sé da altrui essere stati uccellati
conoscono; per la qual cosa io reputo gran follia quella di
chi si mette senza bisogno a tentar le forze dell'altrui
ingegno. Ma perché forse ogni uom della mia opinion non
sarebbe, quello che a un cavalier pistolese n'adivenisse,
l'ordine dato del ragionar seguitando, mi piace di
raccontarvi.</p>
<p>Fu in Pistoia nella famiglia de' Vergellesi un cavaliere
nominato messer Francesco, uomo molto ricco e savio e
avveduto per altro ma avarissimo senza modo. Il quale,
dovendo andar podestà di Melano, d'ogni cosa oportuna a
dovere onorevolmente andare fornito s'era, se non d'un
pallafreno solamente che bello fosse per lui; né trovandone
alcuno che gli piacesse ne stava in pensiero. Era allora un
giovane in Pistoia il cui nome era Ricciardo, di picciola
nazione ma ricco molto, il quale sì ornato e sì pulito della
persona andava, che generalmente da tutti era chiamato il
Zima; e avea lungo tempo amata e vagheggiata infelicemente
la donna di messer Francesco, la quale era bellissima e
onesta molto. Ora aveva costui un de' più belli pallafren di
Toscana e avevalo molto caro per la sua bellezza; e essendo
a ogni uom publico lui vagheggiare la moglie di messer
Francesco, fu chi gli disse che, se egli quello
addimandasse, che egli l'avrebbe per l'amore il quale il
Zima alla sua donna portava. Messer Francesco, da avarizia
tirato, fattosi chiamare il Zima, in vendita gli domandò il
suo pallafreno, acciò che il Zima gliele proferesse in dono.</p>
<p>Il Zima udendo ciò, gli piacque e rispose al cavaliere:
“Messer, se voi mi donaste ciò che voi avete al mondo, voi
non potreste per via di vendita avere il mio pallafreno, ma
in dono il potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con
questa condizione: che io, prima che voi il prendiate, possa
con la grazia vostra e in vostra presenzia parlare alquante
parole alla donna vostra, tanto da ogni uom separato che io
da altrui che da lei udito non sia.”</p>
<p>Il cavaliere, da avarizia tirato e sperando di dover beffar
costui, rispose che gli piaceva e quantunque egli volesse; e
lui nella sala del suo palagio lasciato, andò nella camera
alla donna e, quando detto l'ebbe come agevolmente poteva il
pallafren guadagnare, le 'mpose che a udire il Zima venisse
ma ben si guardasse che a niuna cosa che egli dicesse
rispondesse né poco né molto. La donna biasimò molto questa
cosa, ma pure, convenendole seguire i piaceri del marito,
disse di farlo: e appresso al marito andò nella sala a udire
ciò che il Zima volesse dire.</p>
<p>Il quale, avendo col cavaliere i patti rifermati, da una
parte della sala assai lontano da ogni uomo con la donna si
pose a sedere e così cominciò a dire: “Valorosa donna, egli
mi pare esser certo che voi siete sì savia, che assai bene,
già è gran tempo, avete potuto comprendere a quanto amor
portarvi m'abbia condotto la vostra bellezza, la quale senza
alcun fallo trapassa ciascuna altra che veder mi paresse
giammai, lascio stare de' costumi laudevoli e delle virtù
singulari che in voi sono, le quali avrebbon forza di
pigliare ciascuno alto animo di qualunque uomo. E per ciò
non bisogna che io vi dimostri con parole quello essere
stato il maggiore e il più fervente che mai uomo a alcuna
donna portasse: e così sarà mentre la mia misera vita
sosterrà questi membri, e ancor più, ché, se di là come di
qua s'ama, in perpetuo v'amerò. E per questo vi potete
render sicura che niuna cosa avete, qual che ella si sia o
cara o vile, che tanto vostra possiate tenere e così in ogni
atto farne conto come di me, da quanto che io mi sia, e il
simigliante delle mie cose. E acciò che voi di questo
prendiate certissimo argomento, vi dico che io mi riputerei
maggior grazia che voi cosa che io far potessi che vi
piacesse mi comandaste, che io non terrei che, comandando
io, tutto il mondo prestissimo m'ubidisse. Adunque, se così
son vostro come udite che sono, non immeritamente ardirò di
porgere i prieghi miei alla vostra altezza, dalla qual sola
ogni mia pace, ogni mio bene e la mia salute venir mi puote,
e non altronde: e sì come umilissimo servidor vi priego,
caro mio bene e sola speranza dell'anima mia, che
nell'amoroso fuoco sperando in voi si nutrica, che la vostra
benignità sia tanta e sì ammollita la vostra passata durezza
verso di me dimostrata, che vostro sono, che io dalla vostra
pietà riconfortato possa dire che, come per la vostra
bellezza innamorato sono, così per quella aver la vita; la
quale, se a' miei prieghi l'altiero vostro animo non
s'inchina, senza alcun fallo verrà meno, e morrommi, e
potrete esser detta di me micidiale. E lasciamo stare che la
mia morte non vi fosse onore, nondimeno credo che,
rimordendovene alcuna volta la coscienza, ve ne dorrebbe
d'averlo fatto, e talvolta, meglio disposta, con voi
medesima direste: ‘Deh, quanto mal feci a non aver
misericordia del Zima mio!’ e questo pentere non avendo
luogo, vi sarebbe di maggior noia cagione. Per che, acciò
che ciò non avvegna, ora che sovenire mi potete, di ciò
v'incresca e anzi che io muoia a misericordia di me vi
movete, per ciò che in voi sola il farmi più lieto, e il più
dolente uomo che viva, dimora. Spero tanta essere la vostra
cortesia, che non sofferete che io per tanto e tale amore
morte riceva per guiderdone, ma con lieta risposta e piena
di grazia riconforterete gli spiriti miei, li quali
spaventati tutti trieman nel vostro cospetto.” E quinci
tacendo, alquante lagrime dietro a profondissimi sospiri
mandate per gli occhi fuori, cominciò a attender quello che
la gentil donna gli rispondesse.</p>
<p>La donna, la quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le
mattinate l'altre cose simili a queste, per amor di lei
fatte dal Zima, muovere non avean potuto, mossero
l'affettuose parole dette dal ferventissimo amante: e
cominciò a sentire ciò che prima mai non aveva sentito, cioè
che amor si fosse. E quantunque, per seguire il comandamento
fattole dal marito, tacesse, non poté per ciò alcun
sospiretto nascondere quello che volentieri rispondendo al
Zima avrebbe fatto manifesto.</p>
<p>Il Zima, avendo alquanto atteso e veggendo che niuna
risposta seguiva, si maravigliò e poscia s'incominciò a
accorgere dell'arte usata dal cavaliere: ma pur, lei
riguardando nel viso e veggendo alcun lampeggiar d'occhi di
lei verso di lui alcuna volta e oltre a ciò raccogliendo i
sospiri li quali essa non con tutta la forza loro del petto
lasciava uscire, alcuna buona speranza prese e da quella
aiutato prese nuovo consiglio. E cominciò in forma della
donna, udendolo ella, a rispondere a se medesimo in cotal
guisa: “Zima mio, senza dubbio gran tempo ha che io
m'acorsi il tuo amor verso me esser grandissimo e perfetto,
e ora per le tue parole molto maggiormente il conosco e
sonne contenta, sì come io debbo. Tuttafiata, se dura e
crudele paruta ti sono, non voglio che tu creda che io
nell'animo stata sia quel che nel viso mi son dimostrata;
anzi t'ho sempre amato e avuto caro innanzi a ogni altro
uomo, ma così m'è convenuto fare e per paura d'altrui e per
servare la fama della mia onestà. Ma ora ne viene quel tempo
nel quale io ti potrò chiaramente mostrare se io t'amo e
renderti guiderdone dell'amore il quale portato m'hai e mi
porti; e per ciò confortati e sta a buona speranza, per ciò
che messer Francesco è per andare infra pochi dì a Melano
per podestà, sì come tu sai, che per mio amore donato gli
hai il bel pallafreno. Il quale come andato sarà, senza
alcun fallo ti prometto sopra la mia fé e per lo buono amore
il quale io ti porto, che infra pochi dì tu ti troverai
meco, e al nostro amore daremo piacevole e intero
compimento. E acciò che io non t'abbia altra volta a far
parlar di questa materia, infino a ora quel giorno il quale
tu vedrai due asciugatoi tesi alla finestra della camera
mia, la quale è sopra il nostro giardino, quella sera di
notte, guardando ben che veduto non sii, fa che per l'uscio
del giardino a me te ne venghi: tu mi troverai ivi che
t'aspetterò, e insieme avren tutta la notte festa e piacere
l'un dell'altro, sì come disideriamo.”</p>
<p>Come il Zima in persona della donna ebbe così parlato, e
egli incominciò per sé a parlare e così rispose: “Carissima
donna, egli è per soverchia letizia della vostra buona
risposta sì ogni mia vertù occupata, che appena posso a
rendervi debite grazie formar la risposta; e se io pur
potessi come io disidero favellare, niun termine è sì lungo
che mi bastasse a pienamente potervi ringraziare come io
vorrei e come a me di far si conviene; e per ciò nella
vostra discreta considerazion si rimanga a cognoscer quello
che io disiderando fornir con parole non posso. Soltanto vi
dico che, come imposto m'avete, così penserò di far senza
fallo; e allora forse più rassicurato di tanto dono quanto
conceduto m'avete, m'ingegnerò a mio poter di rendervi
grazie quali per me si potranno maggiori. Or qui non resta a
dire al presente altro; e però, carissima mia donna, Dio vi
dea quella allegrezza e quel bene che voi disiderate il
maggiore, e a Dio v'acomando.”</p>
<p>Per tutto questo non disse la donna una sola parola; laonde
il Zima si levò suso e verso il cavaliere cominciò a
tornare, il quale veggendolo levato gli si fece incontro e
ridendo disse: “Che ti pare? Ho t'io bene la promessa
servata?”</p>
<p>“Messer no, “ rispose il Zima “ché voi mi prometteste di
farmi parlar con la donna vostra, e voi m'avete fatto parlar
con una statua di marmo.”</p>
<p>Questa parola piacque molto al cavaliere, il quale, come
che buona oppinione avesse della donna, ancora ne la prese
migliore; e disse: “Omai è ben mio il pallafren che fu
tuo.”</p>
<p>A cui il Zima rispose: “Messer sì, ma se io avessi creduto
trarre di questa grazia ricevuta da voi tal frutto chente
tratto n'ho, senza domandarlavi ve l'avrei donato: e or
volesse Idio che io fatto l'avessi, per ciò che voi avete
comperato il pallafreno e io non l'ho venduto.”</p>
<p>Il cavaliere di questo si rise: e essendo fornito di
pallafreno ivi a pochi dì entrò in cammino e verso Melano se
n'andò in podesteria. La donna, rimasa libera nella sua
casa, ripensando alle parole del Zima e all'amore il quale
le portava e al pallafreno per l'amor di lei donato e
veggendol da casa sua molto spesso passare, disse seco
medesima: “Che fo io? perché perdo io la mia giovanezza?
Questi se ne è andato a Melano e non tornerà di questi sei
mesi; e quando me gli ristorerà egli giammai? quando io sarò
vecchia? E oltre a questo, quando troverò io mai un così
fatto amante come è il Zima? Io son sola, né ho d'alcuna
persona paura: io non so perché io non mi prendo questo buon
tempo mentre che io posso. Io non avrò sempre spazio come io
ho al presente: questa cosa non saprà mai persona: e, se
egli pur si dovesse risapere, si è egli meglio fare e
pentere che starsi e pentersi.”</p>
<p>E così seco medesima consigliata, un di puose due
asciugatoi alla finestra del giardino, come il Zima aveva
detto; li quali il Zima vedendo, lietissimo, come la notte
fu venuta, segretamente e solo se n'andò all'uscio del
giardino della donna e quello trovò aperto: e quindi n'andò
a un altro uscio che nella casa entrava dove trovò la gentil
donna che l'aspettava. La qual veggendol venire, levataglisi
incontro, con grandissima festa il ricevette, e egli
abbracciandola e basciandola centomilia volte sù per le
scale la seguitò; e senza alcuno indugio coricatisi gli
ultimi termini conobber d'amore. Né questa volta, come che
la prima fosse, fu però l'ultima; per ciò che mentre il
cavaliere fu a Melano, e ancor dopo la sua tornata, vi tornò
con grandissimo piacere di ciascuna delle parti il Zima
molte dell'altre volte.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello Sighinolfi;
la quale sentendo gelosa, col mostrare Filippello il dì
seguente con la moglie di lui dovere essere a un bagno, fa
che ella vi va, e credendosi col marito essere stata si
truova che con Ricciardo è dimorata.</emph></p></argument>
<p>Niente restava più avanti a dire a Elissa, quando
commendata la sagacità del Zima, la reina impose alla
Fiammetta che procedesse con una; la qual tutta ridente
rispose:–Madonna, volentieri–e cominciò:</p>
<p>–Alquanto è da uscire della nostra città, la quale come
d'ogni altra cosa è copiosa, così è d'essempli a ogni
materia; e, come Elissa ha fatto, alquanto delle cose che
per l'altro mondo avvenute son raccontare, e per ciò, a
Napoli trapassando, come una di queste santesi, che così
d'amore schife si mostrano, fusse dallo 'ngegno d'un suo
amante prima a sentir d'amore il frutto condotta che i fiori
avesse conosciuti: il che a una ora a voi presterà cautela
nelle cose che possono avvenire e daravvi diletto
dell'avenute.</p>
<p>In Napoli, città antichissima e forse così dilettevole, o
più, come ne sia alcuna altra in Italia, fu già un giovane
per nobiltà di sangue chiaro e splendido per molte
ricchezze, il cui nome fu Ricciardo Minutolo. Il quale, non
obstante che una bellissima giovane e vaga per moglie
avesse, s'innamorò d'una la quale, secondo l'oppinion di
tutti, di gran lunga passava di bellezza tutte l'altre donne
napoletane, e fu chiamata Catella, moglie d'un giovane
similmente gentile uomo, chiamato Filippel Sighinolfo, il
quale ella, onestissima, più che altra cosa amava e avea
caro. Amando adunque Ricciardo Minutolo questa Catella, e
tutte quelle cose operando per le quali la grazia e l'amor
d'una donna si dee potere acquistare e per tutto ciò a niuna
cosa potendo del suo disidero pervenire, quasi si disperava;
e da amor o non sappiendo o non potendo disciogliersi, né
morir sapeva né gli giovava di vivere.</p>
<p>E in cotal disposizion dimorando, avvenne che da donne, che
sue parenti erano, fu un dì assai confortato che di tale
amore si dovesse rimanere, per ciò che invano faticava, con
ciò fosse cosa che Catella niuno altro bene avesse che
Filippello, del quale ella in tanta gelosia vivea, che ogni
uccel che per l'aere volava credeva gliele togliesse.
Ricciardo, udito della gelosia di Catella, subitamente prese
consiglio a' suoi piaceri e cominciò a mostrarsi dell'amor
di Catella disperato e per ciò in un'altra gentil donna
averlo posto: e per amor di lei cominciò a mostrar
d'armeggiare e di giostrare e di far tutte quelle cose le
quali per Catella soleva fare. Né guari di tempo ciò fece
che quasi a tutti i napoletani, e a Catella altressì, era
nell'animo che non più Catella ma questa seconda donna
sommamente amasse: e tanto in questo perseverò, che sì per
fermo da tutti si teneva, che, non ch'altri, ma Catella
lasciò una salvatichezza che con lui avea dell'amor che
portarle solea, e dimesticamente come vicino, andando e
vegnendo il salutava come faceva gli altri.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo il tempo caldo e molte brigate di
donne e di cavalieri, secondo l'usanza de' napoletani,
andassero a diportarsi a' liti del mare e a desinarvi e a
cenarvi, Ricciardo, sappiendo Catella con sua brigata
esservi andata, similmente con sua compagnia v'andò e nella
brigata delle donne di Catella fu ricevuto, faccendosi prima
molto invitare quasi non fosse molto vago di rimanervi.
Quivi le donne, e Catella insieme con loro, incominciarono
con lui a motteggiare del suo novello amore, del quale egli
mostrandosi acceso forte più loro di ragionare dava materia.
A lungo andare, essendo l'una donna andata in qua e l'altra
in là, come si fa in quei luoghi, essendo Catella con poche
rimasa quivi dove Ricciardo era, gittò Ricciardo verso lei
un motto d'un certo amore di Filippello suo marito, per lo
quale ella entrò in subita gelosia e dentro cominciò a arder
tutta di disidero di sapere ciò che Ricciardo volesse dire.
E poi che alquanto tenuta si fu, non potendo più tenersi,
pregò Ricciardo che, per amor di quella donna la quale egli
più amava, gli dovesse piacere di farla chiara di ciò che
detto aveva di Filippello.</p>
<p>Il quale le disse: “Voi m'avete scongiurato per persona,
che io non v'oso negar cosa che voi mi dimandiate, e per ciò
io son presto a dirlovi, sol che voi mi promettiate che
niuna parola ne farete mai né con lui né con altrui, se non
quando per effetto vederete esser vero quello che io vi
conterò, ché, quando vogliate, v'insegnerò come vedere il
potrete.”</p>
<p>Alla donna piacque questo che egli addomandava e più il
credette esser vero e giurogli di mai non dirlo. Tirati
adunque da una parte, ché da altrui uditi non fossero,
Ricciardo cominciò così a dire: “Madonna, se io v'amassi
come io già amai, io non avrei ardire di dirvi cosa che io
credessi che noiar vi dovesse; ma per ciò che quello amore è
passato, me ne curerò meno d'aprirvi il vero d'ogni cosa. Io
non so se Filippello si prese giammai onta dell'amore il
quale io vi portai, o se avuto ha credenza che io mai da voi
amato fossi; ma como che questo sia stato o no, nella mia
persona niuna cosa ne mostrò mai. Ma ora, forse aspettando
tempo quando ha creduto che io abbia men di sospetto, mostra
di volere fare a me quello che io dubito che egli non tema
che io facessi a lui, cioè di volere al suo piacere avere la
donna mia; e per quello che io truovo, egli l'ha da non
troppo tempo in qua segretissimamente con più ambasciate
sollecitata, le quali io ho tutte da lei risapute, e ella ha
fatte le risposte secondo che io l'ho imposto. Ma pure
stamane, anzi che io qui venissi, io trovai con la donna mia
in casa una femina a stretto consiglio, la quale io credetti
incontanente che fosse ciò che ella era, per che io chiamai
la donna mia e la dimandai quello che colei dimandasse. Ella
mi disse: ‘Egli è lo stimol di Filippello, il qual tu con
fargli risposte e dargli speranza m'hai fatto recare
addosso; e dice che del tutto vuol sapere quello che io
intendo di fare e che egli, quando io volessi, farebbe che
io potrei essere segretamente a un bagno in questa terra; e
di questo mi priega e grava: e se non fosse che tu m'hai
fatti, non so perché, tener questi mercati, io me lo avrei
per maniera levato da dosso, che egli mai non avrebbe
guatato là dove io fossi stata.’ Allora mi parve che questi
procedesse troppo innanzi e che più non fosse da sofferire,
e di dirlovi, acciò che voi conosceste che merito riceva la
vostra intera fede per la quale io fui già presso alla
morte. E acciò che voi non credeste queste esser parole e
favole, ma il poteste, quando voglia ve ne venisse,
apertamente e vedere e toccare, io feci fare alla donna mia
a colei che l'aspettava questa risposta, che ella era presta
d'esser domane in su la nona, quando la gente dorme, a
questo bagno; di che la femina contentissima si parti da
lei. Ora non credo io che voi crediate che io la vi
mandassi: ma se io fossi in vostro luogo, io farei che egli
vi troverebbe me in luogo di colei cui trovarvi si crede, e
quando alquanto con lui dimorata fossi, io il farei avvedere
con cui stato fosse e quello onore che a lui se ne
convenisse ne gli farei: e questo faccendo, credo sì fatta
vergogna gli fia, che a una ora la 'ngiuria che a voi e a me
far vuole vendicata sarebbe.”</p>
<p>Catella, udendo questo, senza avere alcuna considerazione a
chi era colui che gliele dicea o a' suoi inganni, secondo il
costume de' gelosi subitamente diede fede alle parole, e
certe cose state davanti cominciò a attare a questo fatto; e
di subita ira accesa, rispose che questo farà ella
certamente, non era egli sì gran fatica a fare, e che
fermamente, se egli vi venisse, ella gli farebbe sì fatta
vergogna, che sempre che egli alcuna donna vedesse gli si
girerebbe per lo capo. Ricciardo, contento di questo e
parendogli che 'l suo consiglio fosse stato buono e
procedesse, con molte altre parole la vi confermò sù e fece
la fede maggiore, pregandola nondimeno che dir non dovesse
già mai d'averlo udito da lui; il che ella sopra la sua fé
gliel promise.</p>
<p>La mattina seguente Ricciardo se n'andò a una buona femina
che quel bagno che egli aveva a Catella detto teneva, e le
disse ciò che egli intendeva di fare e pregolla che in ciò
fosse favorevole quanto potesse. La buona femina, che molto
gli era tenuta, disse di farlo volentieri e con lui ordinò
quello che a fare o a dire avesse. Aveva costei nella casa,
ove il bagno era, una camera oscura molto, sì come quella
nella quale niuna finestra che lume rendesse rispondea.
Questa, secondo l'amaestramento di Ricciardo, acconciò la
buona femina e fecevi entro un letto, secondo che poté il
migliore, nel quale Ricciardo, come desinato ebbe, si mise e
cominciò a aspettar Catella.</p>
<p>La donna, udite le parole di Ricciardo e a quelle data più
fede che non le bisognava, piena di sdegno tornò la sera a
casa, dove per avventura Filippello pieno d'altro pensiero
similmente tornò, né le fece forse quella dimestichezza che
era usato di fare. Il che ella vedendo, entrò in troppo
maggior sospetto che ella non era, seco medesima dicendo:
“Veramente costui ha l'animo a quella donna con la qual
domane si crede aver piacere e diletto, ma fermamente questo
non avverrà.” E sopra cotal pensiero e imaginando come dir
gli dovesse quando con lui stata fosse quasi tutta la notte
dimorò.</p>
<p>Ma che più? Venuta la nona, Catella prese sua compagnia e
senza mutare altramente consiglio se n'andò a quel bagno il
quale Ricciardo l'aveva insegnato; e quivi trovata la buona
femina la domandò se Filippello stato vi fosse quel dì.</p>
<p>A cui la buona femina ammaestrata da Ricciardo disse:
“Sete voi quella donna che gli dovete venire a parlare?”</p>
<p>Catella rispose: “Sì, sono.”</p>
<p>“Adunque, “ disse la buona femina “andatevene da lui.”</p>
<p>Catella, che cercando andava quello che ella non avrebbe
voluto trovare, fattasi alla camera menare dove Ricciardo
era, col capo coperto in quella entrò e dentro serrossi.
Ricciardo, vedendola venire, lieto si levò in piè e in
braccio ricevutala disse pianamente: “Ben vegna l'anima
mia!” Catella, per mostrarsi bene d'essere altra che ella
non era, abbracciò e basciò lui e fecegli la festa grande
senza dire alcuna parola, temendo, se parlasse, non fosse da
lui conosciuta. La camera era oscurissima, di che ciascuna
delle parti era contenta; né per lungamente dimorarvi
riprendevan gli occhi più di potere. Ricciardo la condusse
in su il letto, e quivi, senza favellare in guisa che
scorger si potesse la voce, per grandissimo spazio con
maggior diletto e piacere dell'una parte che dell'altra
stettero.</p>
<p>Ma poi che a Catella parve tempo di dovere il conceputo
sdegno mandar fuori, così di fervente ira accesa cominciò a
parlare: “Ahi quanto è misera la fortuna delle donne e come
è male impiegato l'amor di molte ne' mariti! Io, misera me,
già sono otto anni, t'ho più che la mia vita amato, e tu,
come io sentito ho, tutto ardi e consumiti nell'amore d'una
donna strana, reo e malvagio uom che tu se'! Or con cui ti
credi tu essere stato? Tu se' stato con colei la quale con
false lusinghe tu hai, già è assai, ingannata mostrandole
amore e essendo altrove innamorato. Io son Catella, non son
la moglie di Ricciardo, traditor disleal che tu se': ascolta
se tu riconosci la voce mia, io son ben dessa; e parmi mille
anni che noi siamo al lume, ché io ti possa svergognare come
tu se' degno, sozzo cane vituperato che tu se'. Oimè, misera
me! a cui ho io cotanti anni portato cotanto amore? A questo
can disleale che, credendosi in braccio avere una donna
strana, m'ha più di carezze e d'amorevolezze fatte in questo
poco tempo che qui stata son con lui, che in tutto l'altro
rimanente che stata son sua. Tu se' bene oggi, can
rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli mostrare
così debole e vinto e senza possa! Ma lodato sia Idio, che
il tuo campo, non l'altrui, hai lavorato, come tu ti
credevi. Non maraviglia che stanotte tu non mi ti
appressasti! tu aspettavi di scaricare le some altrove e
volevi giugnere molto fresco cavaliere alla battaglia: ma
lodato sia Idio e il mio avvedimento, l'acqua è pur corsa
alla ingiù come ella doveva! Ché non rispondi, reo uomo? ché
non di' qualche cosa? se' tu divenuto mutolo udendomi? In fé
di Dio io non so a che io mi tengo che io non ti ficco le
mani negli occhi e traggogliti! Credesti molto celatamente
saper fare questo tradimento? Par Dio! tanto sa altri quanto
altri; non t'è venuto fatto, io t'ho avuti miglior bracchi
alla coda che tu non credevi.”</p>
<p>Ricciardo in se medesimo godeva di queste parole e senza
rispondere alcuna cosa l'abbracciava e basciava, e più che
mai le facea le carezze grandi; per che ella seguendo il suo
parlar diceva: “Sì, tu mi credi ora con tue carezze infinte
lusingare, can fastidioso che tu se', e rapaceficare e
racconsolare; tu se' errato: io non sarò mai di questa cosa
consolata infino a tanto che io non te ne vitupero in
presenzia di quanti parenti e amici e vicini noi abbiamo. Or
non sono io, malvagio uomo, così bella come sia la moglie di
Ricciardo Minutolo? non sono io così gentil donna? ché non
rispondi, sozzo cane? che ha colei più di me? Fatti in
costà, non mi toccare, ché tu hai troppo fatto d'arme per
oggi. Io so bene che oggimai, poscia che tu conosci chi io
sono, che tu ciò che tu facessi faresti a forza: ma, se Dio
mi dea la grazia sua, io te ne farò ancora patir voglia; e
non so a che io mi tengo che io non mando per Ricciardo, il
quale più che sé m'ha amata e mai non poté vantarsi che io
il guatassi pure una volta; e non so che male si fosse a
farlo. Tu hai creduto avere la moglie qui, e è come se avuta
l'avessi in quanto per te non è rimaso: dunque, se io avessi
lui, non mi potresti con ragione biasimare.”</p>
<p>Ora le parole furono assai e il ramarichio della donna
grande: pure alla fine Ricciardo, pensando che se andare ne
lasciasse con questa credenza molto di male ne potrebbe
seguire, diliberò di palesarsi e di trarla dello inganno nel
quale era; e recatasela in braccio e presala bene sì che
partire non si poteva, disse: “Anima mia dolce, non vi
turbate: quello che io semplicemente amando aver non potei,
Amor con inganno m'ha insegnato avere, e sono il vostro
Ricciardo.”</p>
<p>Il che Catella udendo, e conoscendolo alla voce,
subitamente si volle gittar del letto ma non poté; ond'ella
volle gridare ma Ricciardo le chiuse con l'una delle mani la
bocca e disse: “Madonna, egli non può oggimai essere che
quello che è stato non sia pure stato, se voi gridaste tutto
il tempo della vita vostra; e se voi criderete o in alcuna
maniera farete che questo si senta mai per alcuna persona,
due cose n'averranno. L'una fia, di che non poco vi dee
calere, che il vostro onore e la vostra buona fama fia
guasta, per ciò che, come che voi diciate che io qui a
inganno v'abbia fatta venire, io dirò che non sia vero, anzi
vi ci abbia fatta venire per denari e per doni che io
v'abbia promessi, li quali per ciò che così compiutamente
dati non v'ho come speravate, vi siete turbata e queste
parole e questo romor ne fate: e voi sapete che la gente è
più acconcia a creder il male che il bene, e per ciò non fia
men tosto creduto a me che a voi. Appresso questo ne seguirà
tra vostro marito e me mortal nimistà, e potrebbe sì andare
la cosa, che io ucciderei altressi tosto lui, come egli me:
di che mai voi non dovreste esser poi né lieta né contenta.
E per ciò, cuor del corpo mio, non vogliate a una ora
vituperar voi e mettere in pericolo e in briga il vostro
marito e me. Voi non siete la prima né sarete l'ultima la
quale è ingannata: né io non v'ho ingannata per torvi il
vostro ma per soverchio amore che io vi porto e son disposto
sempre a portarvi, e a essere vostro umilissimo servidore. E
come che sia gran tempo che io e le mie cose e ciò che io
posso e vaglio vostre state sieno e al vostro servigio, io
intendo che da quinci innanzi sieno più che mai. Ora voi
siete savia nell'altre cose e così son certo che sarete in
questa.”</p>
<p>Catella, mentre che Ricciardo diceva queste parole,
piangeva forte; e come che molto turbata fosse e molto si
ramaricasse, nondimeno diede tanto luogo la ragione alle
vere parole di Ricciardo, che ella cognobbe esser possibile
a avvenire ciò che Ricciardo diceva, e per ciò disse:
“Ricciardo, io non so come Domenedio mi si concederà che io
possa comportare la 'ngiuria e lo 'nganno che fatto m'hai.
Non voglio gridar qui, dove la mia simplicità e soperchia
gelosia mi condusse, ma di questo vivi sicuro, che io non
sarò mai lieta se in un modo o in un altro io non mi veggio
vendica di ciò che fatto m'hai; e per ciò lasciami, non mi
tener più: tu hai avuto ciò che disiderato hai e ha'mi
straziata quanto t'è piaciuto. Tempo hai di lasciarmi:
lasciami, io te ne priego.”</p>
<p>Ricciardo, che conoscea l'animo suo ancora troppo turbato,
s'avea posto in cuore di non lasciarla mai se la sua pace
non riavesse: per che, cominciando con dolcissime parole a
raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto scongiurò,
che ella, vinta, con lui si paceficò; e di pari volontà di
ciascuno gran pezza appresso in grandissimo diletto
dimorarono insieme. E conoscendo allora la donna quanto più
saporiti fossero i basci dell'amante che quegli del marito,
voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo,
tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò, e
savissimamente operando molte volte goderono del loro amore.
Idio faccia noi goder del nostro.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze;
tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo, parla con la
donna e falla del suo error e conoscente, e libera il marito
di lei da morte, ché lui gli era provato che aveva ucciso, e
co' fratelli il pacefica; e poi saviamente con la sua donna
si gode.</emph></p></argument>
<p>Già si taceva Fiammetta lodata da tutti, quando la reina,
per non perder tempo, prestamente a Emilia commise il
ragionare; la quale incominciò:</p>
<p>–A me piace nella nostra città ritornare, donde alle due
passate piacque di dipartirsi, e come un nostro cittadino la
sua donna perduta racquistasse mostrarvi.</p>
<p>Fu adunque in Firenze un nobile giovane il cui nome fu
Tedaldo degli Elisei, il quale d'una donna, monna Ermellina
chiamata e moglie d'uno Aldobrandino Palermini, innamorato
oltre misura per li suoi laudevoli costumi, meritò di godere
del suo disiderio. Al qual piacere la fortuna, nemica de'
felici, s'oppose: per ciò che, qual che la cagion si fosse,
la donna, avendo di sé a Tedaldo compiaciuto un tempo, del
tutto si tolse dal volergli più compiacere, né a non volere
non solamente alcuna sua ambasciata ascoltare ma veder in
alcuna maniera: di che egli entrò in fiera malinconia e
ispiacevole, ma sì era questo suo amor celato, che della sua
malinconia niuno credeva ciò essere la cagione.</p>
<p>E poi che egli in diverse maniere si fu molto ingegnato di
racquistare l'amore che senza sua colpa gli pareva aver
perduto, e ogni fatica trovando vana, a doversi dileguar del
mondo, per non far lieta colei, che del suo male era
cagione, di vederlo consumar, si dispose. E presi quegli
denari che aver poté, segretamente, senza far motto a amico
o a parente, fuor che a un suo compagno il quale ogni cosa
sapea, andò via e pervenne a Ancona, Filippo di San Lodeccio
faccendosi chiamare; e quivi con un ricco mercatante
accontatosi, con lui si mise per servidore e in su una sua
nave con lui insieme n'andò in Cipri. I costumi del quale e
le maniere piacquero sì al mercatante, che non solamente
buon salario gli assegnò ma il fece in parte suo compagno,
oltre a ciò gran parte de' suoi fatti mettendogli tra le
mani: li quali esso fece sì bene e con tanta sollecitudine,
che esso in pochi anni divenne buono e ricco mercatante e
famoso. Nelle quali faccende, ancora che spesso della sua
crudel donna si ricordasse e fieramente fosse da amor
trafitto e molto disiderasse di rivederla, fu di tanta
constanza che sette anni vinse quella battaglia. Ma avvenne
che, udendo egli un dì in Cipri cantare una canzone già da
lui stata fatta, nella quale l'amore che alla sua donna
portava e ella a lui e il piacere che di lei aveva si
raccontava, avvisando questo non dover potere essere che
ella dimenticato l'avesse, in tanto disidero di rivederla
s'accese, che, più non potendo soffrir, si dispose a tornare
a Firenze.</p>
<p>E, messa ogni sua cosa in ordine, se ne venne con un suo
fante solamente a Ancona; dove essendo ogni sua roba giunta,
quella ne mandò a Firenze a alcuno amico dell'ancontano suo
compagno, e egli celatamente, in forma di pellegrino che dal
Sepolcro venisse, col fante suo se ne venne appresso; e in
Firenze giunti, se ne andò a uno alberghetto di due fratelli
che vicino era alla casa della sua donna. Né prima andò in
altra parte che davanti alla casa di lei, per vederla se
potesse; ma egli vide le finestre e le porti e ogni cosa
serrata, di che egli dubitò forte che morta non fosse o di
quindi mutatasi. Per che, forte pensoso, verso la casa de'
fratelli se n'andò, davanti la quale vide quatro suoi
fratelli tutti di nero vestiti, di che egli si maravigliò
molto: e conoscendosi in tanto trasfigurato e d'abito e di
persona da quello che esser soleva quando si partì, che di
leggier non potrebbe essere stato riconosciuto, sicuramente
s'accostò a un calzolaio e domandollo perché di nero fossero
vestiti coloro.</p>
<p>Al quale il calzolaio rispose: “Coloro sono di nero
vestiti per ciò che non sono quindici dì che un lor fratello
che di gran tempo non c'era stato, che avea nome Tedaldo, fu
ucciso: e parmi intendere che egli abbiano provato alla
corte che uno che ha nome Aldobrandino Palermini, il quale è
preso, l'uccidesse, per ciò che egli voleva bene alla moglie
e eraci tornato sconosciuto per esser con lei.”</p>
<p>Maravigliossi forte Tedaldo che alcuno in tanto il
somigliasse, che fosse creduto lui, e della sciagura
d'Aldobrandin gli dolfe. E avendo sentito che la donna era
viva e sana, essendo già notte, pieno di varii pensieri se
ne tornò all'albergo; e poi che cenato ebbe insieme col
fante suo quasi nel più alto della casa fu messo a dormire.
Quivi, sì per li molti pensieri che lo stimolavano e sì per
la malvagità del letto e forse per la cena ch'era stata
magra, essendo già la metà della notte andata, non s'era
ancor potuto Tedaldo adormentare: per che, essendo desto,
gli parve in su la mezzanotte sentire d'in su il tetto della
casa scender nella casa persone, e appresso per le fessure
dell'uscio della camera vide là sù venire un lume. Per che,
chetamente alla fessura accostatosi, cominciò a guardare che
ciò volesse dire; e vide una giovane assai bella tener
questo lume, e verso lei venir tre uomini che del tetto
quivi eran discesi; e dopo alcuna festa insieme fattasi,
disse l'uno di loro alla giovane: “Noi possiamo, lodato sia
Idio, oggimai star sicuri, per ciò che noi sappiamo
fermamente che la morte di Tedaldo Elisei è stata provata
da' fratelli addosso a Aldobrandin Palermini, e egli l'ha
confessata e già è scritta la sentenzia: ma ben si vuol
nondimeno tacere, per ciò che, se mai si risapesse che noi
fossimo stati, noi saremmo a quel medesimo pericolo che è
Aldobrandino.” E questo detto con la donna, che forte di
ciò si mostrò lieta, se ne scesono e andarsi a dormire.</p>
<p>Tedaldo, udito questo, cominciò a riguardare quanti e quali
fossero gli errori che potevano cadere nelle menti degli
uomini, prima pensando a' fratelli che uno strano avevan
pianto e sepellito in luogo di lui, e appresso lo innocente
per falsa suspizione accusato e con testimoni non veri
averlo condotto a dover morire, e oltre a ciò la cieca
severità delle leggi e de' rettori, li quali assai volte,
quasi solleciti investigatori delli errori, incrudelendo
fanno il falso provare, e sé ministri dicono della giustizia
e di Dio, dove sono della iniquità e del diavolo essecutori.
Appresso questo alla salute d'Aldobrandino il pensier volse
e seco ciò che a fare avesse compose.</p>
<p>E come levato fu la mattina, lasciato il suo fante, quando
tempo gli parve, solo se n'andò verso la casa della sua
donna. E per ventura trovata la porta aperta, entrò dentro e
vide la sua donna sedere in terra in una saletta terrena che
ivi era, e era tutta piena di lagrime e d'amaritudine; e
quasi per compassione ne lagrimò, e avvicinatolesi disse:
“Madonna, non vi tribolate: la vostra pace è vicina.”</p>
<p>La donna, udendo costui, levò alto il viso e piangendo
disse: “Buon uomo, tu mi pari un pellegrin forestiere: che
sai tu di pace o di mia afflizione?”</p>
<p>Rispose allora il pellegrino: “Madonna, io son di
Constantinopoli e giungo testé qui mandato da Dio a
convertir le vostre lagrime in riso e a liberare da morte il
vostro marito.”</p>
<p>“Come, “ disse la donna “se tu di Constantinopoli se' e
giugni pur testé qui, sai tu chi mio marito o io ci siamo?”</p>
<p>Il pellegrino, di capo fattosi, tutta la istoria
dell'angoscia d'Aldobrandino raccontò e a lei disse chi ella
era, quanto tempo stata maritata e altre cose assai, le
quali egli molto ben sapeva, de' fatti suoi. Di che la donna
si maravigliò forte e avendolo per uno profeta gli
s'inginocchiò a' piedi, per Dio pregandolo che, se per la
salute d'Aldobrandino era venuto, che egli s'avacciasse per
ciò che il tempo era brieve.</p>
<p>Il pellegrino, mostrandosi molto santo uomo, disse:
“Madonna, levate sù e non piagnete e attendete bene a
quello che io vi dirò, e guarderetevi bene di mai a alcun
non ridirlo. Per quello che Idio mi riveli, la tribulazione
la qual voi avete n'è per un peccato, il quale voi
commetteste già, avvenuta, il quale Domenedio ha voluto in
parte purgare con questa noia, e vuol del tutto che per voi
s'amendi; se non, sì ricadereste in troppo maggiore
affanno.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Messere, io ho peccati assai, né
so qual Domenedio più un che un altro si voglia che io
m'amendi; e per ciò, se voi il sapete, ditelmi, e io ne farò
ciò che io potrò per ammendarlo.”</p>
<p>“Madonna, “ disse allora il pellegrino “io so bene quale
egli è, né ve ne domanderò per saperlo meglio, ma per ciò
che voi medesima dicendolo n'abbiate più rimordimento. Ma
vegnamo al fatto. Ditemi, ricordavi egli che voi mai aveste
alcuno amante?”</p>
<p>La donna, udendo questo, gittò un gran sospiro e
maravigliossi forte, non credendo che mai alcuna persona
saputo l'avesse, quantunque di que' dì, che ucciso era stato
colui che per Tedaldo fu sepellito, se ne bucinasse per
certe parolette non ben saviamente usate dal compagno di
Tedaldo che ciò sapea; e rispose: “Io veggio che Idio vi
dimostra tutti i segreti degli uomini, e per ciò io son
disposta a non celarvi i miei. Egli è il vero che nella mia
giovanezza io amai sommamente lo sventurato giovane la cui
morte è apposta al mio marito: la qual morte io ho tanto
pianta, quanto dolent'è a me, per ciò che, quantunque io
rigida e salvatica verso di lui mi mostrassi anzi la sua
partita, né la sua partita né la sua lunga dimora né ancora
la sventurata morte mai me l'hanno potuto trarre del
cuore.”</p>
<p>A cui il pellegrin disse: “Lo sventurato giovane che fu
morto non amaste voi mai, ma Tedaldo Elisei sì. Ma ditemi:
qual fu la cagione per la quale voi con lui vi turbaste?
offesevi egli giammai?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Certo no che egli non m'offese
mai, ma la cagione del cruccio furono le parole d'un
maladetto frate dal quale io una volta mi confessai; per ciò
che, quando io gli dissi l'amore il quale io a costui
portava e la dimestichezza che io aveva seco, mi fece un
romore in capo che ancor mi spaventa, dicendomi che, se io
non me ne rimanessi, io n'andrei in bocca del diavolo nel
profondo del Ninferno e sarei messa nel fuoco pennace. Di
che sì fatta paura m'entrò, che io del tutto mi disposi a
non voler più la dimestichezza di lui e, per non averne
cagione, né sua lettera né sua ambasciata più volli
ricevere: come che io credo, se più fosse perseverato (come,
per quello che io presumma, egli se ne andò disperato),
veggendolo io consumare come si fa la neve al sole, il mio
duro proponimento si sarebbe piegato, per ciò che niun
disidero al mondo maggiore avea.”</p>
<p>Disse allora il pellegrino: “Madonna, questo è sol quel
peccato che ora vi tribola. Io so fermamente che Tedaldo non
vi fece forza alcuna: quando voi di lui v'innamoraste, di
vostra propria volontà il faceste, piacendovi egli, e come
voi medesima voleste a voi venne e usò la vostra
dimestichezza, nella quale e con parole e con fatti tanta di
piacevolezza gli mostraste, che, s'egli prima v'amava, in
ben mille doppi faceste l'amor raddoppiare. E se così fu,
che so che fu, qual cagion vi dovea poter muovere a torglivi
così rigidamente? Queste cose si volevan pensare innanzi
tratto; e se credavate dovervene, come di mal far, pentere,
non farle. Così come egli divenne vostro, così diveniste voi
sua. Che egli non fosse vostro potavate voi fare a ogni
vostro piacere, sì come del vostro; ma il voler torre voi a
lui che sua eravate, questa era ruberia e sconvenevole cosa
dove sua volontà stata non fosse. Or voi dovete sapere che
io son frate, e per ciò li loro costumi io conosco tutti; e
se io ne parlo alquanto largo a utilità di voi, non mi si
disdice come farebbe a un altro. E egli mi piace di
parlarne, acciò che per innanzi meglio gli conosciate che
per adietro non pare che abbiate fatto. Furon già i frati
santissimi e valenti uomini, ma quegli che oggi frati si
chiamano e così vogliono esser tenuti, niuna altra cosa
hanno di frate se non la cappa, né quella altressì è di
frate, per ciò che, dove dagl'inventori de' frati furono
ordinate strette e misere e di grossi panni e dimostratrici
dell'animo, il quale le temporali cose disprezzate avea
quando il corpo in così vile abito avviluppava, essi oggi le
fanno larghe e doppie e lucide e di finissimi panni, e
quelle in forma hanno recate leggiadra e pontificale, in
tanto che paoneggiar con esse nelle chiese e nelle piazze,
come con le lor robe i secolari fanno, non si vergognano. E
quale col giacchio il pescatore d'occupar ne' fiumi molti
pesci a un tratto, così costoro, con le fimbrie ampissime
avvolgendosi, molte pinzochere, molte vedove, molte altre
sciocche femine e uomini d'avilupparvi sotto s'ingegnano, e
è loro maggior sollecitudine che d'altro essercizio. E per
ciò, acciò che io più vero parli, non le cappe de' frati
hanno costoro ma solamente i colori delle cappe. E dove gli
antichi la salute disideravan degli uomini, quegli d'oggi
disiderano le femine e le ricchezze; e tutto il loro studio
hanno posto e pongono in ispaventare con romori e con
dipinture le menti degli sciocchi e in monstrare che con
limosine i peccati si purghino e con le messe, acciò che a
loro che per viltà, non per divozione, son rifuggiti a farsi
frati e per non durar fatica, porti questi il pane, colui
mandi il vino, quell'altro faccia la pietanza per l'anima
de' lor passati. E certo egli è il vero che le elemosine e
le orazioni purgano i peccati; ma se coloro che le fanno
vedessero a cui le fanno o il conoscessero, più tosto o a sé
il guarderieno o dinanzi a altrettanti porci il gitterieno.
E per ciò che essi conoscono quanti meno sono i possessori
d'una gran ricchezza tanto più stanno a agio, ognuno con
romori, con ispaventamenti s'ingegna di rimuovere altrui da
quello a che esso di rimaner solo disidera. Essi sgridano
contra gli uomini la lussuria, acciò che, rimovendosene gli
sgridati, agli sgridatori rimangano le femine; essi dannan
l'usura e i malvagi guadagni, acciò che, fatti restitutori
di quegli, si possan fare le cappe più larghe, procacciare i
vescovadi e l'altre prelature maggiori di ciò che mostrato
hanno dovere menare a perdizion chi l'avesse. E quando di
queste cose, e di molte altre che sconce fanno, ripresi
sono, l'avere risposto ‘Fate quello che noi diciamo e non
quello che noi facciamo’ estimano che sia degno scaricamento
d'ogni grave peso, quasi più alle pecore sia possibile
l'esser constanti e di ferro che a' pastori. E quanti sien
quegli a' quali essi fanno cotal risposta, che non la
'ntendono per lo modo che essi la dicono, gran parte di loro
il sanno. Vogliono gli odierni frati che voi facciate quello
che dicono, cioè che voi empiate loro le borse di denari,
fidiate loro i vostri segreti, serviate castità, siate
pazienti, perdoniate le 'ngiurie, guardiatevi del mal dire:
cose tutte buone, tutte oneste, tutte sante; ma queste
perché? Perché essi possan far quello che, se i secolari
faranno, essi far non potranno. Chi non sa che senza denari
la poltroneria non può durare? Se tu ne' tuoi diletti
spenderai i denari, il frate non potrà poltroneggiar
nell'Ordine; se tu andrai alle femine da torno, i frati non
avranno lor luogo; se tu non sarai paziente o perdonator
d'ingiurie, il frate non ardirà di venirti a casa a
contaminare la tua famiglia. Perché vo io dietro a ogni
cosa? Essi s'accusano quante volte nel cospetto
degl'intendenti fanno quella scusa. Perché non si stanno
egli innanzi a casa, se astinenti e santi non si credon
potere essere? o se pure a questo dar si vogliono, perché
non seguitano quell'altra santa parola dell'Evangelio
‘Incominciò Cristo a fare e a insegnare’? Facciano in prima
essi, poi ammaestrin gli altri. Io n'ho de' miei dì mille
veduti vagheggiatori, amatori, visitatori non solamente
delle donne secolari ma de' monisteri; e pur di quegli che
maggior romor fanno in su i pergami! A quegli adunque così
fatti andrem dietro? Chi 'l fa, fa quel che vuole, ma Idio
sa se egli fa saviamente. Ma posto pur che in questo sia da
concedere ciò che il frate che vi sgridò disse, cioè che
gravissima colpa sia rompere la matrimonial fede, non è
molto maggiore il rubare uno uomo? non è molto maggiore
l'ucciderlo o il mandarlo in essilio tapinando per lo mondo?
Questo concederà ciascuno. L'usare la dimestichezza d'uno
uomo una donna è peccato naturale: il rubarlo o ucciderlo o
il discacciarlo da malvagità di mente procede. Che voi
rubaste Tedaldo già di sopra v'ho dimostrato togliendogli
voi che sua di vostra spontanea volontà eravate divenuta.
Appresso dico che, in quanto in voi fu, voi l'uccideste per
ciò che per voi non rimase, mostrandovi ognora più crudele,
che egli non s'uccidesse con le sue mani: e la legge vuol
che colui che è cagione del mal che si fa sia in quella
medesima colpa che colui che 'l fa. E che voi del suo
essilio e dell'essere andato tapin per lo mondo sette anni
non siate cagone, questo non si può negare, sì che molto
maggior peccato avete commesso in qualunque s'è l'una di
queste tre cose dette che nella sua dimestichezza non
commettavate. Ma veggiamo: forse che Tedaldo meritò queste
cose? Certo non fece: voi medesima già confessato l'avete;
senza che io so che egli più che sé v'ama. Niuna cosa fu mai
tanto onorata, tanto essaltata, tanto magnificata quanto
eravate voi sopra ogni altra donna, quanto eravate voi da
lui se in parte si trovava dove onestamente e senza generar
sospetto di voi potea favellare. Ogni suo bene, ogni suo
onore, ogni sua libertà tutta nelle vostre mani era da lui
rimessa. Non era egli nobile giovane? non era egli tra gli
altri suoi cittadin bello? non era egli valoroso in quelle
cose che a' giovani s'appartengono? non amato, non avuto
caro, non volentier veduto da ogni uomo? Né di questo direte
di no. Adunque, come, per detto d'un fraticello pazzo,
bestiale e invidioso, poteste voi alcuno proponimento
crudele pigliare contro a lui? Io non so che errore s'è
quello delle donne, le quali gli uomini schifano e
prezzangli poco; dove esse, pensando a quello che elle sono
e quanta e qual sia la nobiltà da Dio oltre a ogni altro
animale data all'uomo, si dovrebbon gloriare quando da
alcuno amate sono, e colui aver sommamente caro e con ogni
sollecitudine ingegnarsi di compiacergli, acciò che da
amarla non si rimovesse giammai. Il che come voi faceste,
mossa dalle parole d'un frate, il qual per certo doveva
essere alcun brodaiuolo manicator di torte, voi il vi
sapete: e forse che disiderava egli di porre sé in quel
luogo onde egli s'ingegnava di cacciare altrui. Questo
peccato adunque è quello che la divina giustizia, la quale
con giusta bilancia tutte le sue operazion mena a effetto,
non ha voluto lasciare impunito: e così come voi senza
ragion v'ingegnaste di torre voi medesima a Tedaldo, così il
vostro marito senza ragione per Tedaldo è stato e è ancora
in pericolo e voi in tribulazione. Dalla quale se liberata
esser volete, quello che a voi convien promettere e molto
maggiormente fare, è questo: se mai avviene che Tedaldo del
suo lungo sbandeggiamento qui torni, la vostra grazia, il
vostro amore, la vostra benivolenzia e dimestichezza gli
rendiate e in quello stato il ripogniate nel quale era
avanti che voi scioccamente credeste al matto frate.”</p>
<p>Aveva il pellegrino le sue parole finite, quando la donna,
che attentissimamente le raccoglieva per ciò che verissime
le parevan le sue ragioni e sé per certo per quel peccato, a
lui udendol dire, estimava tribolata, disse: “Amico di Dio,
assai conosco vere le cose le quali ragionate e in gran
parte per la vostra dimostrazione conosco chi sieno i frati,
infino a ora da me tutti santi tenuti. E senza dubbio
conosco il mio difetto essere stato grande in ciò che contro
a Tedaldo adoperai e, se per me si potesse, volentieri
l'amenderei nella maniera che detta avete. Ma questo come si
può fare? Tedaldo non ci potrà mai tornare: egli è morto, e
per ciò quello che non si dee poter fare non so perché
bisogni che io il vi prometta.”</p>
<p>A cui il pellegrin disse: “Madonna, Tedaldo non è punto
morto, per quello che Idio mi dimostri, ma è vivo e sano e
in buono stato, se egli la vostra grazia avesse.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Guardate che voi diciate; io il
vidi morto davanti alla mia porta di più punte di coltello e
ebbilo in queste braccia e di molte mie lagrime gli bagnai
il morto viso, le quali forse furon cagione di farne parlare
quello cotanto che parlato se n'è disonestamente.”</p>
<p>Allora disse il pellegrino: “Madonna, che che voi vi
diciate, io v'acerto che Tedaldo è vivo; e dove voi quello
prometter vogliate per doverlo attenere, io spero che voi il
vedrete tosto.”</p>
<p>La donna allora disse: “Questo fo io e farò volentieri; né
cosa potrebbe avvenire che simile letizia mi fosse, che
sarebbe il vedere il mio marito libero senza danno e Tedaldo
vivo.”</p>
<p>Parve allora a Tedaldo tempo di palesarsi e di confortar la
donna con più certa speranza del suo marito, e disse:
“Madonna, acciò che io vi consoli del vostro marito, un
gran segreto mi vi convien di mostrare, il quale guarderete
che per la vita vostra voi mai non manifestiate.”</p>
<p>Essi erano in parte assai rimota e soli, somma confidenzia
avendo la donna presa della santità che nel pellegrino le
pareva che fosse; per che Tedaldo, tratto fuori uno anello
guardato da lui con somma diligenza, il quale la donna gli
avea donato l'ultima notte che con lei era stato, e
mostrandogliele, disse: “Madonna, conoscete voi questo?”</p>
<p>Come la donna il vide, così il riconobbe e disse: “Messer
sì, io il donai già a Tedaldo.”</p>
<p>Il pellegrino allora, levatosi in piè e prestamente la
schiavina gittatasi di dosso e di capo il cappello e
fiorentin parlando, disse: “E me conoscete voi?”</p>
<p>Quando la donna il vide, conoscendo lui esser Tedaldo,
tutta stordì, così di lui temendo come de' morti corpi, se
poi veduti andar come vivi, si teme; e non come Tedaldo
venuto di Cipri a riceverlo gli si fece incontro, ma come
Tedaldo dalla sepoltura quivi tornato fuggir si volle
temendo.</p>
<p>A cui Tedaldo disse: “Madonna, non dubitate, io sono il
vostro Tedaldo vivo e sano, e mai né mori' né fui morto, che
che voi e i miei fratelli si credano.”</p>
<p>La donna, rassicurata alquanto e temendo la sua boce e
alquanto più riguardatolo e seco affermando che per certo
egli era Tedaldo, piagnendo gli si gittò al collo e
basciollo dicendo: “Tedaldo mio dolce, tu sii il ben
tornato!”</p>
<p>Tedaldo, basciata e abbracciata lei, disse: “Madonna, egli
non è or tempo da fare più strette accoglienze: io voglio
andare a fare che Aldobrandino vi sia sano e salvo renduto,
della qual cosa spero che avanti che doman sia sera voi
udirete novelle che vi piaceranno; sì veramente, se io l'ho
buone, come io credo, della sua salute, io voglio stanotte
poter venire da voi e contarlevi per più agio che al
presente non posso.”</p>
<p>E rimessasi la schiavina e 'l cappello, basciata un'altra
volta la donna e con buona speranza riconfortatala, da lei
si partì e colà se ne andò dove Aldobrandino in prigione
era, più di paura della soprastante morte pensoso che di
speranza di futura salute; e quasi in guisa di confortatore,
col piacere de' pregionieri a lui se n'entrò e, postosi con
lui a sedere, gli disse: “Aldobrandino, io sono un tuo
amico a te mandato da Dio per la tua salute, al quale per la
tua innocenzia è di te venuta pietà; e per ciò, se a
reverenza di Lui un picciol dono che io ti domanderò
conceder mi vuogli, senza alcun fallo avanti che doman sia
sera, dove tu la sentenzia della morte attendi, quella della
tua absoluzione udirai.”</p>
<p>A cui Aldobrandin rispose: “Valente uomo, poi che tu della
mia salute se' sollecito, come che io non ti conosca né mi
ricordi di mai più averti veduto, amico dei essere come tu
di'. E nel vero il peccato per lo quale uom dice che io
debbo essere a morte giudicato, io nol commisi giammai;
assai degli altri ho già fatti, li quali forse a questo
condotto m'hanno. Ma così ti dico a reverenza di Dio: se
Egli ha al presente misericordia di me, ogni gran cosa, non
che una piccola, farei volentieri non che io promettessi; e
però quello che ti piace adomanda, ché senza fallo, ov'egli
avvenga che io scampi, io lo serverò fermamente.”</p>
<p>Il pellegrino allora disse: “Quello che io voglio niuna
altra cosa è se non che tu perdoni a' quatro fratelli di
Tedaldo l'averti a questo punto condotto, te credendo nella
morte del lor fratello esser colpevole, e abbigli per
fratelli e per amici dove essi di questo ti dimandin
perdono.”</p>
<p>A cui Aldobrandin rispose: “Non sa quanto dolce cosa si
sia la vendetta né con quanto ardor si disideri se non chi
riceve l'offese; ma tuttavia, acciò che Idio alla mia salute
intenda, volentieri loro perdonerò e ora loro perdono; e se
io quinci esco vivo e scampo, in ciò fare quella maniera
terrò che a grado ti fia.”</p>
<p>Questo piacque al pellegrino, e senza volergli dire altro
sommamente il pregò che di buon cuore stesse, ché per certo
che avanti che il seguente giorno finisse egli udirebbe
novella certissima della sua salute.</p>
<p>E da lui partitosi se n'andò alla Signoria e in segreto a
un cavaliere, che quella tenea, disse così: “Signor mio,
ciascun dee volentier faticarsi in fare che la verità delle
cose si conosca, e massimamente coloro che tengono il luogo
che voi tenete, acciò che coloro non portin le pene che non
hanno il peccato commesso e i peccatori sien puniti; la qual
cosa acciò che avvenga in onor di voi e in male di chi
meritato l'ha, io sono qui venuto a voi. E come voi sapete,
voi avete rigidamente contra Aldobrandin Palermini proceduto
e parvi aver trovato per vero lui essere stato quello che
Tedaldo Elisei uccise e siete per condannarlo; il che è
certissimamente falso, sì come io credo avanti che
mezzanotte sia, dandovi gli ucciditor di quel giovane nelle
mani, avervi mostrato.”</p>
<p>Il valoroso uomo, al quale d'Aldobrandino increscea,
volentier diede orecchi alle parole del pellegrino; e molte
cose da lui sopra ciò ragionate, per sua introduzione in sul
primo sonno i due fratelli albergatori e il lor fante a man
salva prese; e loro volendo, per rinvenire come stata fosse
la cosa, porre al martorio, nol soffersero ma ciascun per sé
e poi tutti insieme apertamente confessarono sé essere stati
coloro che Tedaldo Elisei ucciso aveano, non conoscendolo.
Domandati della cagione, dissero per ciò che egli alla
moglie dell'un di loro, non essendovi essi nell'albergo,
aveva molta noia data e volutala sforzare a fare il voler
suo.</p>
<p>Il pellegrino, questo avendo saputo, con licenzia del
gentile uomo si partì e occultamente alla casa di madonna
Ermellina se ne venne; e lei sola, essendo ogni altro della
casa andato a dormire, trovò che l'aspettava parimente
disiderosa d'udire buone novelle del marito e di
riconciliarsi pienamente col suo Tedaldo: alla qual venuto
con lieto viso disse: “Carissima donna mia, rallegrati, ché
per certo tu riavrai domane qui sano e salvo il tuo
Aldobrandino”, e per darle di ciò più intera credenza ciò
che fatto aveva pienamente le raccontò.</p>
<p>La donna di due così fatti accidenti e così subiti, cioè di
riaver Tedaldo vivo, il quale veramente credeva aver pianto
morto, e di veder libero dal pericolo Aldobrandino, il quale
fra pochi dì si credeva dover piagner morto, tanto lieta
quanto altra ne fosse mai affettuosamente abbracciò e basciò
il suo Tedaldo; e andatisene insieme a letto di buon volere
fecero graziosa e lieta pace, l'un dell'altro prendendo
dilettosa gioia. E come il giorno s'appressò, Tedaldo
levatosi, avendo già alla donna mostrato ciò che fare
intendeva e da capo pregatola che occultissimo fosse, pure
in abito pellegrino s'uscì della casa della donna per
dovere, quando ora fosse, attendere a' fatti d'Aldobrandino.</p>
<p>La signoria, venuto il giorno e parendole piena
informazione avere dell'opera, prestamente Aldobrandino
liberò, e pochi dì appresso a' mafattori dove commesso
avevano l'omicidio fece tagliar la testa. Essendo adunque
libero Aldobrandino, con gran letizia di lui e della sua
donna e di tutti i suoi amici e parenti, e conoscendo
manifestamente ciò essere per opera del pellegrino avvenuto,
lui alla loro casa condussero per tanto quanto nella città
gli piacesse di stare; e quivi di fargli onore e festa non
si potevano veder sazii, e spezialmente la donna, che sapeva
a cui farlosi.</p>
<p>Ma parendogli dopo alcun dì tempo di dovere i fratelli
riducere a concordia con Aldobrandino, li quali esso sentiva
non solamente per lo suo scampo scornati ma armati per tema,
domandò a Aldobrandino la promessa. Aldobrandino liberamente
rispose sé essere apparecchiato. A cui il pellegrino fece
per lo seguente dì apprestare un bel convito, nel quale gli
disse che voleva che egli co' suoi parenti e con le sue
donne ricevesse i quatro fratelli e le lor donne,
aggiugnendo che esso medesimo andrebbe incontanente a
invitargli alla sua pace e al suo convito da sua parte. E
essendo Aldobrandino di quanto al pellegrino piaceva
contento, il pellegrino tantosto n'andò a' quatro fratelli
e, con loro assai delle parole che intorno a tal materia si
richiedeano usate, alfine con ragioni inrepugnabili assai
agevolmente gli condusse a dovere, domandando perdono,
l'amistà d'Aldobrandino racquistare: e questo fatto, loro e
le lor donne a dover desinare la seguente mattina con
Aldobrandino gl'invitò, e essi liberamente, dalla sua fé
sicurati, tennero lo 'nvito.</p>
<p>La mattina adunque seguente, in su l'ora del mangiare,
primieramente i quatro fratelli di Tedaldo, così vestiti di
nero come erano, con alquanti loro amici vennero a casa
Aldobrandino, che gli attendeva; e quivi, davanti a tutti
coloro che a fare lor compagnia erano stati da Aldobrandino
invitati, gittate l'armi in terra, nelle mani d'Aldobrandino
si rimisero, perdonanza domandando di ciò che contro a lui
avevano adoperato. Aldobrandino lagrimando pietosamente gli
ricevette e tutti basciandogli in bocca, con poche parole
spacciandosi, ogni ingiuria ricevuta rimise. Appresso
costoro le sirocchie e le mogli loro tutte di bruno vestite
vennero, e da madonna Ermellina e dall'altre donne
graziosamente ricevute furono.</p>
<p>E essendo stati magnificamente serviti nel convito gli
uomini parimente e le donne, né avendo avuto in quello cosa
alcuna altro che laudevole, se non una, la taciturnità stata
per lo fresco dolore rappresentato ne' vestimenti obscuri
de' parenti di Tedaldo (per la qual cosa da alquanti il
diviso e lo 'nvito del pellegrino era stato biasimato e egli
se n'era accorto), ma, come seco disposto avea, venuto il
tempo da torla via, si levò in piè, mangiando ancora gli
altri le frutte, e disse: “Niuna cosa è mancata a questo
convito, a doverlo far lieto, se non Tedaldo; il quale, poi
ch'avendolo avuto continuamente con voi e non l'avete
conosciuto, io il vi voglio mostrare.”</p>
<p>E di dosso gittatosi la schiavina e ogni abito pellegrino,
in una giubba di zendado verde rimase, e non senza
grandissima maraviglia da tutti guatato e riconosciuto fu
lungamente, avanti che alcun s'arrischiasse a creder ch'el
fosse desso. Il che Tedaldo vedendo, assai de' lor
parentadi, delle cose tra loro avvenute, de' suoi accidenti
raccontò: per che i fratelli e gli altri uomini, tutti di
lagrime d'allegrezza pieni, a abbracciare il corsero, e il
simigliante appresso fecer le donne, così le non parenti
come le parenti, fuor che monna Ermellina.</p>
<p>Il che Aldobrandin veggendo disse: “Che è questo,
Ermellina? come non fai tu come l'altre donne festa a
Tedaldo?”</p>
<p>A cui, udendo tutti, la donna rispose: “Niuna ce n'è che
più volentieri gli abbia fatta festa o faccia, che fare'io,
sì come colei che più gli è tenuta che alcuna altra,
considerato che per le sue opere io t'abbia riavuto; ma le
disoneste parole dette ne' dì che noi piagnemmo colui che
noi credavam Tedaldo, me ne fanno stare.”</p>
<p>A cui Aldobrandin disse: “Va via, credi tu che io creda
agli abbaiatori? Esso, procacciando la mia salute, assai
bene dimostrato ha quelle essere stato fallo, senza che io
mai nol credetti; tosto leva sù, va abbraccialo.”</p>
<p>La donna, che altro non disiderava, non fu lenta in questo
a ubidire il marito; per che levatasi, come l'altre avevan
fatto, così ella abbracciandolo gli fece lieta festa. Questa
liberalità d'Aldobrandino piacque molto a' fratelli di
Tedaldo e a ciascuno uomo e donna che quivi era, e ogni
rugginuzza, che fosse nata nelle menti d'alcuni dalle parole
state, per questo si tolse via. Fatta adunque da ciascun
festa a Tedaldo, esso medesimo stracciò li vestimenti neri
indosso a' fratelli e i bruni alle sirocchie e alle cognate
e volle che quivi altri vestimenti si facessero venire; li
quali poi che rivestiti furono, canti e balli con altri
sollazzi vi si fecero assai: per la qual cosa il convito,
che tacito principio avuto avea, ebbe sonoro fine. E con
grandissima allegrezza, così come eran, tutti a casa di
Tedaldo n'andarono, e quivi la sera cenarono; e più giorni
appresso, questa maniera tegnendo, la festa continuarono.</p>
<p>Li fiorentini più giorni quasi come uno uomo risuscitato e
maravigliosa cosa riguardaron Tedaldo; e a molti, e a'
fratelli ancora, n'era un cotal dubbio debole nell'animo se
fosse desso o no, e non credevano ancor fermamente, né forse
avrebber fatto a pezza, se un caso avvenuto non fosse che
lor chiarò chi fosse stato l'ucciso: il qual fu questo.</p>
<p>Passavano un giorno fanti di Lunigiana davanti a casa loro,
e vedendo Tedaldo gli si fecero incontro dicendo: “Ben
possa star Faziuolo!”</p>
<p>A' quali Tedaldo in presenzia de' fratelli rispose: “Voi
m'avete colto in iscambio.”</p>
<p>Costoro, udendol parlare, si vergognarono e chiesongli
perdono dicendo: “In verità che voi risomigliate, più che
uomo che noi vedessimo mai risomigliare un altro, un nostro
compagno il qual si chiama Faziuolo da Pontriemoli, che
venne, forse quindici dì o poco più fa, qua, né mai potemmo
poi sapere che di lui si fosse. Bene è vero che noi ci
maravigliavamo dell'abito, per ciò che esso era, sì come noi
siamo, masnadiere.”</p>
<p>Il maggior fratel di Tedaldo, udendo questo, si fece
innanzi e domandò di che fosse stato vestito quel Faziuolo.
Costoro il dissero, e trovossi appunto così essere stato
come costoro dicevano; di che, tra per questo e per gli
altri segni, riconosciuto fu colui che era stato ucciso
essere stato Faziuolo e non Tedaldo, laonde il sospetto di
lui uscì a' fratelli e a ciascuno altro.</p>
<p>Tedaldo adunque, tornato ricchissimo, perseverò nel suo
amare, e senza più turbarsi la donna, discretamente
operando, lungamente goderon del loro amore. Dio faccia noi
goder del nostro.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e
dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto della
sepoltura è messo in prigione e fattogli credere che egli è
in Purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol
dell'abate nella moglie di lui generato.</emph></p></argument>
<p>Venuta la fine della lunga novella d'Emilia, non per ciò
dispiaciuta a alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti
tenuto che brievemente narrata fosse stata avendo rispetto
alla quantità e alla varietà de' casi in essa raccontati,
per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il
suo disio, le diè cagione di così cominciare:</p>
<p>–Carissime donne, a me si para davanti a doversi far
raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che
ella fu, di menzogna sembianza; e quella nella mente m'ha
ritornata l'avere udito un per un altro essere stato pianto
e sepellito. Dirò adunque come un vivo per morto sepellito
fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli
stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura
uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come
colpevole ne dovea più tosto essere condannato.</p>
<p>Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come
noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli
uomini, nella quale fu fatto abbate un monaco, il quale in
ogni cosa era santissimo fuori che nell'opera delle femine:
e questo sapeva sì cautamente fare, che quasi niuno, non che
il sapesse, ma ne suspicava; per che santissimo e giusto era
tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto con
l'abate dimesticato un ricchissimo villano il quale avea
nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per
altro la sua dimestichezza piaceva all'abate, se non per
alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue
simplicità), e in questa dimestichezza s'accorse l'abate
Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale
esso sì ferventemente s'innamorò, che a altro non pensava né
dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni
altra cosa semplice e dissipato, in amare questa sua moglie
e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma
pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che egli
insieme con la sua donna a prendere alcun diporto nel
giardino della badia venivano alcuna volta: e quivi con loro
della beatitudine di vita eterna e di santissime opere di
molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente
loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da
lui e chiesene la licenzia da Ferondo e ebbela.</p>
<p>Venuta adunque a confessarsi la donna all'abate con
grandissimo piacere di lui e a' piè postaglisi a sedere,
anzi che a dire altro venisse, incominciò: “Messere, se
Idio m'avesse dato marito o non me l'avesse dato, forse mi
sarebbe agevole co' vostri ammaestramenti d'entrare nel
camino che ragionato n'avete che mena altrui a vita eterna;
ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltizia, mi
posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo
esso, altro marito aver non posso; e egli, così matto come
egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d'ogni misura geloso
di me, che io per questo altro che in tribulazione e in mala
ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che
io a altra confession venga, quanto più posso umilmente vi
priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio,
per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio bene
potere adoperare, il confessarmi o altro ben fare poco mi
gioverà.”</p>
<p>Questo ragionamento con gran piacere toccò l'animo
dell'abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo
maggior disidero aperta la via, e disse: “Figliuola mia, io
credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come
voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggior
la credo essere l'avere un geloso: per che, avendo voi e
l'uno e l'altro, agevolmente ciò che della vostra
tribulazion dite vi credo. Ma a questo, brievemente
parlando, niuno né consiglio né rimedio veggo fuor che uno,
il quale è che Ferondo di questa gelosia si guerisca. La
medicina da guerillo so io troppo ben fare, pur che a voi
dea il cuore di segreto tenere ciò che io vi ragionerò.”</p>
<p>La donna disse: “Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò
che io mi lascerei innanzi morire che io cosa dicessi a
altrui che voi mi diceste che io non dicessi: ma come si
potrà far questo?”</p>
<p>Rispose l'abate: “Se noi vogliamo che egli guerisca, di
necessità convien che egli vada in Purgatorio.”</p>
<p>“E come” disse la donna “vi potrà egli andar vivendo?”</p>
<p>Disse l'abate: “Egli convien ch'e' muoia, e così v'andrà;
e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua
gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo
Idio che in questa vita il ritorni, e Egli il farà.”</p>
<p>“Adunque, “ disse la donna “debbo io rimaner vedova?”</p>
<p>“Sì, “ rispose l'abate “per un certo tempo, nel quale vi
converrà molto ben guardare che voi a alcun non vi lasciate
rimaritare, per ciò che Idio l'avrebbe per male, e
tornandoci Ferondo vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe
più geloso che mai.”</p>
<p>La donna disse: “Pur che egli di questa mala ventura
guerisca, ché egli non mi convenea sempre stare in prigione,
io son contenta; fate come vi piace.”</p>
<p>Disse allora l'abate: “E io il farò; ma che guiderdone
debbo io aver da voi di così fatto servigio?”</p>
<p>“Padre mio, “ disse la donna “ciò che vi piace, pur che
io possa: ma che puote una mia pari, che a un così fatto
uomo, come voi siete, sia convenevole?”</p>
<p>A cui l'abate disse: “Madonna, voi potete non meno
adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per
voi, per ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che
vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete
far quello che fia salute e scampo della vita mia.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Se così è, io sono
apparecchiata.”</p>
<p>“Adunque” disse l'abate “mi donerete voi il vostro amore
e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi
consumo.”</p>
<p>La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: “Oimè,
padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che
voi foste un santo: or conviensi egli a' santi uomini di
richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così
fatte cose?”</p>
<p>A cui l'abate disse: “Anima mia bella, non vi
maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore,
per ciò che ella dimora nell'anima e quello che io vi
domando è peccato del corpo. Ma che che si sia, tanta forza
ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a
così fare; e dicovi che voi della vostra bellezza più che
altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a'
santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a
questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri
e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee
questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare,
per ciò che, mentre che Ferondo starà in Purgatoro, io vi
darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazione che
vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona alcuna
s'accorgerà, credendo ciascun di me quello, e più, che voi
poco avante ne credavate. Non rifiutate la grazia che Dio vi
manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che
voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio
consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di
cari, li quali io non intendo che d'altra persona sieno che
vostra. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che
io fo per voi volentieri.”</p>
<p>La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il
concedergliele non le pareva far bene: per che l'abate,
veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta,
parendogliele avere già mezza convertita, con molte altre
parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse,
l'ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto: per che
essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata a ogni
suo comando, ma prima non poter che Ferondo andato fosse in
Purgatoro. A cui l'abate contentissimo disse: “E noi faremo
che egli v'andrà incontanente; farete pure che domane o
l'altro dì egli qua con meco se ne venga a dimorare”; e
detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo
anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo
d'aver degli altri, alle compagne tornata maravigliose cose
cominciò a raccontare della santità dell'abate e con loro a
casa se ne tornò.</p>
<p>Ivi a pochi dì Ferondo se n'andò alla badia; il quale come
l'abate vide, così s'avisò di mandarlo in Purgatoro. E
ritrovata una polvere di maravigliosa vertù, la quale nelle
parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale
affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna
quando alcun voleva dormendo mandare nel suo Paradiso o
trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione
faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la
prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai
detto colui in sé aver vita) e di questa tanta presane che a
far dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di
vino non ben chiaro ancora nella sua cella, senza
avvedersene Ferondo, gliele diè bere: e lui appresso menò
nel chiostro e con più altri de' suoi monaci di lui
cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il
quale non durò guari che, lavorando la polvere, a costui
venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando
ancora in piè s'adormentò e adormentato cadde. L'abate
mostrando di turbarsi dell'accidente, fattolo scignere e
fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso e molti
suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di
stomaco o d'altro che occupato l'avesse gli volesse la
smarrita vita e 'l sentimento rivocare, veggendo l'abate e'
monaci che per tutto questo egli non si risentiva,
toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti
per constante ebbero ch'e' fosse morto: per che, mandatolo a
dire alla moglie e a' parenti di lui, tutti quivi
prestamente vennero; e avendolo la moglie con le sue parenti
alquanto pianto, così vestito come era il fece l'abate
mettere in uno avello.</p>
<p>La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di
lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e così
rimasasi nella casa il figliuolo e la ricchezza che stata
era di Ferondo cominciò a governare.</p>
<p>L'abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si
confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto,
levatosi la notte, tacitamente Ferondo trassero della
sepoltura e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si
vedea e che per prigione de' monaci che fallissero era stata
fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti, a guisa
di monaco vestitolo sopra un fascio di paglia il posero e
lasciaronlo stare tanto che egli si risentisse. In questo
mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello
che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna
cosa, cominciò a attender che Ferondo si risentisse.</p>
<p>L'abate il dì seguente con alcun de' suoi monaci per modo
di visitazione se n'andò a casa della donna, la quale di
nero vestita e tribolata trovò: e confortatala alquanto
pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi
libera e senza lo 'mpaccio di Ferondo o d'altrui, avendogli
veduto in dito un altro bello anello, disse che era
apparecchiata, e con lui compose che la seguente notte
v'andasse. Per che, venuta la notte, l'abate, travestito de'
panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v'andò e con
lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si
giacque e poi si ritornò alla badia, quel cammino per così
fatto servigio faccendo assai sovente. E da alcuni e
nell'andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu
creduto ch'e' fosse Ferondo che andasse per quella contrada
penitenza faccendo, e poi molte novelle tralla gente grossa
della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva
ciò che era, più volte fu detto.</p>
<p>Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi
senza sapere dove si fosse, entrato dentro con una voce
orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una
gran battitura.</p>
<p>Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che
domandare: “Dove sono io?”</p>
<p>A cui il monaco rispose: “Tu se' in Purgatoro.”</p>
<p>“Come?” disse Ferondo “Dunque son io morto?”</p>
<p>Disse il monaco: “Mai sì”; per che Ferondo se stesso e la
sua donna e 'l suo figliuolo cominciò a piagnere, le più
nuove cose del mondo dicendo.</p>
<p>Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; il
che veggendo Ferondo disse: “O mangiano i morti?”</p>
<p>Disse il monaco: “Sì, e questo che io ti reco è ciò che la
donna che fu tua mandò stamane alla chiesa a far dir messe
per l'anima tua, il che Domenedio vuole che qui
rappresentato ti sia.”</p>
<p>Disse allora Ferondo: “Domine, dalle il buono anno! Io le
voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la
teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che
basciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva”;
e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e
non parendogli il vino troppo buono, disse: “Domine fal