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      <title>Decameron</title>
      <author>Giovanni Boccaccio</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <title type="part">Decameron</title>
        <author>Boccaccio, Giovanni</author>
        <editor id="ed">Branca, Vittore</editor>
        <publisher>Mondadori</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1976</date>
        <note>Tutte le opere di Giovanni Boccaccio a cura di Vittore Branca</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<front>
<div1 type="parte">
<argument><p>COMINCIA IL LIBRO CHIAMATO DECAMERON,
COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO, NEL QUALE SI
CONTENGONO CENTO NOVELLE IN DIECE DÌ DETTE
DA SETTE DONNE E DA TRE GIOVANI UOMINI.</p></argument>
<head><add resp="ed">Proemio</add></head>
<p>Umana cosa è aver compassione degli afflitti: e come che a
ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto
li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol
trovato in alcuni; fra' quali, se alcuno mai n'ebbe bisogno
o gli fu caro o già ne ricevette piacere, io sono uno di
quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovanezza infino a
questo tempo oltre modo essendo acceso stato d'altissimo e
nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione
non parrebbe, narrandolo, si richiedesse, quantunque appo
coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne io ne
fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli
di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà
della donna amata, ma per soverchio fuoco nella mente
concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a
niuno convenevole termine mi lasciava contento stare, più di
noia che bisogno non m'era spesse volte sentir mi facea.
Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli
ragionamenti d'alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni,
che io porto fermissima opinione per quelle essere avenuto
che io non sia morto. Ma sì come a Colui piacque il quale,
essendo Egli infinito, diede per legge incommutabile a tutte
le cose mondane aver fine, il mio amore, oltre a ogn'altro
fervente e il quale niuna forza di proponimento o di
consiglio o di vergogna evidente, o pericolo che seguir ne
potesse, aveva potuto né rompere né piegare, per se medesimo
in processo di tempo si diminuì in guisa, che sol di sé
nella mente m'ha al presente lasciato quel piacere che egli
è usato di porgere a chi troppo non si mette ne' suoi più
cupi pelaghi navigando; per che, dove faticoso esser solea,
ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser
rimaso.</p>
<p>Ma quantunque cessata sia la pena, non per ciò è la memoria
fuggita de' benifici già ricevuti, datimi da coloro a' quali
per benivolenza da loro a me portata erano gravi le mie
fatiche; né passerà mai, sì come io credo, se non per morte.
E per ciò che la gratitudine, secondo che io credo,
trall'altre virtù è sommamente da commendare e il contrario
da biasimare, per non parere ingrato ho meco stesso proposto
di volere, in quel poco che per me si può, in cambio di ciò
che io ricevetti, ora che libero dir mi posso, e se non a
coloro che me atarono, alli quali per avventura per lo lor
senno o per la loro buona ventura non abisogna, a quegli
almeno a' quali fa luogo, alcuno alleggiamento prestare. E
quantunque il mio sostentamento, o conforto che vogliam
dire, possa essere e sia a' bisognosi assai poco, nondimeno
parmi quello doversi più tosto porgere dove il bisogno
apparisce maggiore, sì perché più utilità vi farà e sì
ancora perché più vi fia caro avuto.</p>
<p>E chi negherà questo, quantunque egli si sia, non molto più
alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse
dentro a' dilicati petti, temendo e vergognando, tengono
l'amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza
abbian che le palesi coloro il sanno che l'hanno provate: e
oltre a ciò, ristrette da' voleri, da' piaceri, da'
comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de'
mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro
camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo
e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi
pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri.
E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio,
sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave
noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa:
senza che elle sono molto men forti che gli uomini a
sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì
come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna
malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti
modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro,
volendo essi, non manca l'andare a torno, udire e veder
molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare
o mercatare: de' quali modi ciascuno ha forza di trarre, o
in tutto o in parte, l'animo a sé e dal noioso pensiero
rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il
quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o
diventa la noia minore.</p>
<p>Adunque, acciò che in parte per me s'amendi il peccato
della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi
nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di
sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò
che all'altre è assai l'ago e 'l fuso e l'arcolaio, intendo
di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie
che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una
onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel
pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune
canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto.
Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d'amore e altri
fortunati avvenimenti si vederanno così ne' moderni tempi
avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne,
che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli
cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare,
in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e
che sia similmente da seguitare: le quali cose senza
passamento di noia non credo che possano intervenire. Il che
se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano
grazie, il quale liberandomi da' suoi legami m'ha conceduto
il potere attendere a' lor piaceri.</p></div1></front>
<body>
<div1 n="Prima giornata">
<argument><p>COMINCIA LA PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON, NELLA QUALE, DOPO LA DIMOSTRAZIONE FATTA DALL'AUTORE PER CHE CAGIONE AVVENISSE DI DOVERSI QUELLE PERSONE, CHE APPRESSO SI MOSTRANO, RAGUNARE A RAGIONARE INSIEME, SOTTO IL REGGIMENTO DI PAMPINEA SI RAGIONA DI QUELLO CHE PIÙ AGGRADA A CIASCHEDUNO.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando
riguardo quanto voi naturalmente tutte siete pietose, tante
conosco che la presente opera al vostro iudicio avrà grave e
noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della
pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno
che quella vide o altramenti conobbe dannosa, la quale essa
porta nella sua fronte. Ma non voglio per ciò che questo di
più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre tra' sospiri e
tralle lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido
cominciamento vi fia non altramenti che a' camminanti una
montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano
e dilettevole sia reposto, il quale tanto più viene lor
piacevole quanto maggiore è stata del salire e dello
smontare la gravezza. E sì come la estremità della
allegrezza il dolore occupa, così le miserie da
sopravegnente letizia sono terminate. A questa brieve noia
(dico brieve in quanto in poche lettere si contiene) seguita
prestamente la dolcezza e il piacere il quale io v'ho
davanti promesso e che forse non sarebbe da così fatto
inizio, se non si dicesse, aspettato. E nel vero, se io
potuto avessi onestamente per altra parte menarvi a quello
che io desidero che per così aspro sentiero come fia questo,
io l'avrei volentier fatto: ma per ciò che, qual fosse la
cagione per che le cose che appresso si leggeranno
avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion
dimostrare, quasi da necessità constretto a scriverle mi
conduco.</p>
<p>Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera
incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di
milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di
Fiorenza, oltre a ogn'altra italica bellissima, pervenne la
mortifera pestilenza: la quale, per operazion de' corpi
superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio
a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni
davanti nelle parti orientali incominciata, quelle
d'inumerabile quantità de' viventi avendo private, senza
ristare d'un luogo in uno altro continuandosi, verso
l'Occidente miserabilmente s'era ampliata. E in quella non
valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu
da molte immondizie purgata la città da officiali sopra ciò
ordinati e vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo e
molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora
umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni
ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone,
quasi nel principio della primavera dell'anno predetto
orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in
miracolosa maniera, a dimostrare. E non come in Oriente
aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era
manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel
cominciamento d'essa a' maschi e alle femine parimente o
nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle
quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come
uno uovo, e alcune più e alcun'altre meno, le quali i
volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo
predette infra brieve spazio cominciò il già detto
gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di
quello a nascere e a venire: e da questo appresso
s'incominciò la qualità della predetta infermità a permutare
in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le
cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a
molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come
il gavocciolo primieramente era stato e ancora era
certissimo indizio di futura morte, così erano queste a
ciascuno a cui venieno.</p>
<p>A cura delle quali infermità né consiglio di medico né
virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse
profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse o che la
ignoranza de' medicanti (de' quali, oltre al numero degli
scienziati, così di femine come d'uomini senza avere alcuna
dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto
grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per
consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente
pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra 'l terzo giorno
dalla apparizione de' sopra detti segni, chi più tosto e chi
meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente morivano.
E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa
dagli infermi di quella per lo comunicare insieme
s'avventava a' sani, non altramenti che faccia il fuoco alle
cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più
avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e
l'usare cogli infermi dava a' sani infermità o cagione di
comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra
cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco
quella cotale infermità nel toccator transportare.
Maravigliosa cosa è a udire quello che io debbo dire: il
che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato
veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di
scriverlo, quantunque da fededegna udito l'avessi. Dico che
di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata
nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente l'uomo
all'uomo, ma questo, che è molto più, assai volte
visibilmente fece, cioè che la cosa dell'uomo infermo stato,
o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori
della spezie dell'uomo, non solamente della infermità il
contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. Di
che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero
tra l'altre volte un dì così fatta esperienza: che, essendo
gli stracci d'un povero uomo da tale infermità morto gittati
nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli
secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co' denti
presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso,
dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso,
amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra.</p>
<p>Dalle quali cose e da assai altre a queste simiglianti o
maggiori nacquero diverse paure e imaginazioni in quegli che
rimanevano vivi, e tutti quasi a un fine tiravano assai
crudele, ciò era di schifare e di fuggire gl'infermi e le
lor cose; e così faccendo, si credeva ciascuno a se medesimo
salute acquistare. E erano alcuni, li quali avvisavano che
il viver moderatamente e il guardarsi da ogni superfluità
avesse molto a così fatto accidente resistere: e fatta lor
brigata, da ogni altro separati viveano, e in quelle case
ricogliendosi e racchiudendosi, dove niuno infermo fosse e
da viver meglio, dilicatissimi cibi e ottimi vini
temperatissimamente usando e ogni lussuria fuggendo, senza
lasciarsi parlare a alcuno o volere di fuori, di morte o
d'infermi, alcuna novella sentire, con suoni e con quegli
piaceri che aver poteano si dimoravano. Altri, in contraria
opinion tratti, affermavano il bere assai e il godere e
l'andar cantando a torno e sollazzando e il sodisfare d'ogni
cosa all'appetito che si potesse e di ciò che avveniva
ridersi e beffarsi esser medicina certissima a tanto male: e
così come il dicevano il mettevano in opera a lor potere, il
giorno e la notte ora a quella taverna ora a quella altra
andando, bevendo senza modo e senza misura, e molto più ciò
per l'altrui case faccendo, solamente che cose vi sentissero
che lor venissero a grado o in piacere. E ciò potevan far di
leggiere, per ciò che ciascun, quasi non più viver dovesse,
aveva, sì come sé, le sue cose messe in abandono: di che le
più delle case erano divenute comuni, e così l'usava lo
straniere, pure che a esse s'avvenisse, come l'avrebbe il
propio signore usate; e con tutto questo proponimento
bestiale sempre gl'infermi fuggivano a lor potere. E in
tanta afflizione e miseria della nostra città era la
reverenda auttorità delle leggi, così divine come umane,
quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e essecutori
di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o
morti o infermi o sì di famiglie rimasi stremi, che uficio
alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun
licito quanto a grado gli era d'adoperare. Molti altri
servavano, tra questi due di sopra detti, una mezzana via,
non strignendosi nelle vivande quanto i primi né nel bere e
nell'altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi, ma a
sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano e senza
rinchiudersi andavano a torno, portando nelle mani chi
fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di
spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere
ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare, con ciò
fosse cosa che l'aere tutto paresse dal puzzo de' morti
corpi e delle infermità e delle medicine compreso e
puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, come che
per avventura più fosse sicuro, dicendo niuna altra medicina
essere contro alle pistilenze migliore né così buona come il
fuggir loro davanti: e da questo argomento mossi, non
curando d'alcuna cosa se non di sé, assai e uomini e donne
abbandonarono la propia città, le proprie case, i lor luoghi
e i lor parenti e le lor cose, e cercarono l'altrui o almeno
il lor contado, quasi l'ira di Dio a punire le iniquità
degli uomini con quella pistolenza non dove fossero
procedesse, ma solamente a coloro opprimere li quali dentro
alle mura della lor città si trovassero, commossa
intendesse, o quasi avvisando niuna persona in quella dover
rimanere e la sua ultima ora esser venuta.</p>
<p>E come che questi così variamente oppinanti non morissero
tutti, non per ciò tutti campavano: anzi, infermandone di
ciascuna molti e in ogni luogo, avendo essi stessi, quando
sani erano, essemplo dato a coloro che sani rimanevano,
quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare che
l'uno cittadino l'altro schifasse e quasi niuno vicino
avesse dell'altro cura e i parenti insieme rade volte o non
mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento
questa tribulazione entrata ne' petti degli uomini e delle
donne, che l'un fratello l'altro abbandonava e il zio il
nepote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il
suo marito; e, che maggior cosa è e quasi non credibile, li
padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di
visitare e di servire schifavano. Per la qual cosa a coloro,
de' quali era la moltitudine inestimabile, e maschi e
femine, che infermavano, niuno altro subsidio rimase che o
la carità degli amici (e di questi fur pochi) o l'avarizia
de' serventi, li quali da grossi salari e sconvenevoli
tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero
divenuti: e quegli cotanti erano uomini o femine di grosso
ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi
di niuna altra cosa servieno che di porgere alcune cose
dagl'infermi adomandate o di riguardare quando morieno; e
servendo in tal servigio sé molte volte col guadagno
perdeano. E da questo essere abbandonati gl'infermi da'
vicini, da' parenti e dagli amici e avere scarsità di
serventi, discorse uno uso quasi davanti mai non udito: che
niuna, quantunque leggiadra o bella o gentil donna fosse,
infermando non curava d'avere a' suoi servigi uomo, qual che
egli si fosse o giovane o altro, e a lui senza alcuna
vergogna ogni parte del corpo aprire non altramenti che a
una femina avrebbe fatto, solo che la necessità della sua
infermità il richiedesse; il che in quelle che ne guerirono
fu forse di minore onestà, nel tempo che succedette,
cagione. E oltre a questo ne seguio la morte di molti che
per avventura, se stati fossero atati, campati sarieno; di
che, tra per lo difetto degli oportuni servigi, li quali
gl'infermi aver non poteano, e per la forza della
pistolenza, era tanta nella città la moltitudine di quegli
che di dì e di notte morieno, che uno stupore era a udir
dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessità,
cose contrarie a' primi costumi de' cittadini nacquero tra
coloro li quali rimanean vivi.</p>
<p>Era usanza, sì come ancora oggi veggiamo usare, che le
donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano e
quivi con quelle che più gli appartenevano piagnevano; e
d'altra parte dinanzi la casa del morto co' suoi prossimi si
ragunavano i suoi vicini e altri cittadini assai, e secondo
la qualità del morto vi veniva il chericato; e egli sopra
gli omeri de' suoi pari, con funeral pompa di cera e di
canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n'era
portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la
ferocità della pistolenza, o in tutto o in maggior parte
quasi cessarono e altre nuove in lor luogo ne sopravennero.
Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno
morivan le genti, ma assai n'eran di quegli che di questa
vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano
coloro a' quali i pietosi pianti e l'amare lagrime de' suoi
congiunti fossero concedute, anzi in luogo di quelle
s'usavano per li più risa e motti e festeggiar compagnevole;
la quale usanza le donne, in gran parte postposta la
donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente
appresa. E erano radi coloro i corpi de' quali fosser più
che da un diece o dodici de' suoi vicini alla chiesa
acompagnato; de' quali non gli orrevoli e cari cittadini ma
una maniera di beccamorti sopravenuti di minuta gente (che
chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi
prezzolata faceva) sotto entravano alla bara; e quella con
frettolosi passi, non a quella chiesa che esso aveva anzi la
morte disposto ma alla più vicina le più volte il portavano,
dietro a quatro o a sei cherici con poco lume e tal fiata
senza alcuno; li quali con l'aiuto de' detti becchini, senza
faticarsi in troppo lungo oficio o solenne, in qualunque
sepoltura disoccupata trovavano più tosto il mettevano.</p>
<p>Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana,
era il raguardamento di molto maggior miseria pieno: per ciò
che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle
lor case, nelle lor vicinanze standosi a migliaia per giorno
infermavano, e non essendo né serviti né atati d'alcuna
cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai
n'erano che nella strada publica o di dì o di notte
finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima
col puzzo de' lor corpi corrotti che altramenti facevano a'
vicini sentire sé esser morti: e di questi e degli altri che
per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da' vicini una
medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la
corruzione de' morti non gli offendesse, che da carità la
quale avessero a' trapassati. Essi, e per se medesimi e con
l'aiuto d'alcuni portatori, quando aver ne potevano,
traevano delle lor case li corpi de' già passati, e quegli
davanti alli loro usci ponevano, dove, la mattina
spezialmente, n'avrebbe potuti veder senza numero chi fosse
attorno andato: e quindi fatte venir bare, e tali furono che
per difetto di quelle sopra alcuna tavola, ne ponieno. Né fu
una bara sola quella che due o tre ne portò insiememente, né
avvenne pure una volta, ma se ne sarieno assai potute
annoverare di quelle che la moglie e 'l marito, di due o tre
fratelli, o il padre e il figliuolo, o così fattamente ne
contenieno. E infinite volte avvenne che, andando due preti
con una croce per alcuno, si misero tre o quatro bare, da'
portatori portate, di dietro a quella: e, dove un morto
credevano avere i preti a sepellire, n'avevano sei o otto e
tal fiata più. Né erano per ciò questi da alcuna lagrima o
lume o compagnia onorati, anzi era la cosa pervenuta a
tanto, che non altramenti si curava degli uomini che
morivano, che ora si curerebbe di capre: per che assai
manifestamente apparve che quello che il naturale corso
delle cose non avea potuto con piccoli e radi danni a' savi
mostrare doversi con pazienza passare, la grandezza de' mali
eziandio i semplici far di ciò scorti e non curanti. Alla
gran moltitudine de' corpi mostrata, che a ogni chiesa ogni
dì e quasi ogn'ora concorreva portata, non bastando la terra
sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun
luogo proprio secondo l'antico costume, si facevano per gli
cimiterii delle chiese, poi che ogni parte era piena, fosse
grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i
sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le
mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si
ricoprieno infino a tanto che della fossa al sommo si
pervenia.</p>
<p>E acciò che dietro a ogni particularità le nostre passate
miserie per la città avvenute più ricercando non vada, dico
che così inimico tempo correndo per quella, non per ciò meno
d'alcuna cosa risparmiò il circustante contado. Nel quale,
lasciando star le castella, che simili erano nella loro
piccolezza alla città, per le sparte ville e per li campi i
lavoratori miseri e poveri e le loro famiglie, senza alcuna
fatica di medico o aiuto di servidore, per le vie e per li
loro colti e per le case, di dì e di notte
indifferentemente, non come uomini ma quasi come bestie
morieno; per la qual cosa essi, così nelli loro costumi come
i cittadini divenuti lascivi, di niuna lor cosa o faccenda
curavano: anzi tutti, quasi quel giorno nel quale si
vedevano esser venuti la morte aspettassero, non d'aiutare i
futuri frutti delle bestie e delle terre e delle loro
passate fatiche ma di consumare quegli che si trovavano
presenti si sforzavano con ogni ingegno. Per che adivenne i
buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli e i
cani medesimi fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie
case cacciati, per li campi, dove ancora le biade
abbandonate erano, senza essere non che raccolte ma pur
segate, come meglio piaceva loro se n'andavano; e molti,
quasi come razionali, poi che pasciuti erano bene il giorno,
la notte alle lor case senza alcuno correggimento di pastore
si tornavano satolli.</p>
<p>Che più si può dire, lasciando stare il contado e alla
città ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltà del
cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra 'l
marzo e il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della
pestifera infermità e per l'esser molti infermi mal serviti
o abbandonati ne' lor bisogni per la paura ch'aveono i sani,
oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro
alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti,
che forse, anzi l'accidente mortifero, non si saria estimato
tanti avervene dentro avuti? O quanti gran palagi, quante
belle case, quanti nobili abituri per adietro di famiglie
pieni, di signori e di donne, infino al menomo fante rimaser
voti! O quante memorabili schiatte, quante ampissime
eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor
debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne,
quanti leggiadri giovani, li quali non che altri, ma
Galieno, Ipocrate o Esculapio avrieno giudicati sanissimi,
la mattina desinarono co' lor parenti, compagni e amici, che
poi la sera vegnente appresso nell'altro mondo cenaron con
li lor passati!</p>
<p>A me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie
ravolgendo: per che, volendo omai lasciare star quella parte
di quelle che io acconciamente posso schifare, dico che,
stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi
vota, addivenne, sì come io poi da persona degna di fede
sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella,
un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra
persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì
fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani
donne tutte l'una all'altra o per amistà o per vicinanza o
per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e
ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia
ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di
costumi e di leggiadra onestà. Li nomi delle quali io in
propria forma racconterei, se giusta cagione da dirlo non mi
togliesse, la quale è questa: che io non voglio che per le
raccontate cose da loro, che seguono, e per l'ascoltate nel
tempo avvenire alcuna di loro possa prender vergogna,
essendo oggi alquanto ristrette le leggi al piacere che
allora, per le cagioni di sopra mostrate, erano non che alla
loro età ma a troppo più matura larghissime; né ancora dar
materia agl'invidiosi, presti a mordere ogni laudevole vita,
di diminuire in niuno atto l'onestà delle valorose donne con
isconci parlari. E però, acciò che quello che ciascuna
dicesse senza confusione si possa comprendere appresso, per
nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in
parte intendo di nominarle: delle quali la prima, e quella
che di più età era, Pampinea chiameremo e la seconda
Fiammetta, Filomena la terza e la quarta Emilia, e appresso
Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l'ultima
Elissa non senza cagion nomeremo.</p>
<p>Le quali, non già da alcuno proponimento tirate ma per caso
in una delle parti della chiesa adunatesi, quasi in cerchio
a seder postesi, dopo più sospiri lasciato stare il dir de'
paternostri, seco della qualità del tempo molte e varie cose
cominciarono a ragionare.</p>
<p>E dopo alcuno spazio, tacendo l'altre, così Pampinea
cominciò a parlare:–Donne mie care, voi potete, così come
io, molte volte avere udito che a niuna persona fa ingiuria
chi onestamente usa la sua ragione. Natural ragione è, di
ciascuno che ci nasce, la sua vita quanto può aiutare e
conservare e difendere: e concedesi questo tanto, che alcuna
volta è già addivenuto che, per guardar quella, senza colpa
alcuna si sono uccisi degli uomini. E se questo concedono le
leggi, nelle sollecitudini delle quali è il ben vivere
d'ogni mortale, quanto maggiormente, senza offesa d'alcuno,
è a noi e a qualunque altro onesto alla conservazione della
nostra vita prendere quegli rimedii che noi possiamo? Ognora
che io vengo ben raguardando alli nostri modi di questa
mattina e ancora a quegli di più altre passate e pensando
chenti e quali li nostri ragionamenti sieno, io comprendo, e
voi similemente il potete comprendere, ciascuna di noi di se
medesima dubitare: né di ciò mi maraviglio niente, ma
maravigliomi forte, avvedendomi ciascuna di noi aver
sentimento di donna, non prendersi per voi a quello di che
ciascuna di voi meritamente teme alcun compenso. Noi
dimoriamo qui, al parer mio, non altramente che se essere
volessimo o dovessimo testimonie di quanti corpi morti ci
sieno alla sepoltura recati o d'ascoltare se i frati di qua
entro, de' quali il numero è quasi venuto al niente, alle
debite ore cantino i loro ufici, o a dimostrare a qualunque
ci apparisce, ne' nostri abiti, la qualità e la quantità
delle nostre miserie. E se di quinci usciamo, o veggiamo
corpi morti o infermi trasportarsi da torno, o veggiamo
coloro li quali per li loro difetti l'autorità delle
publiche leggi già condannò a essilio, quasi quelle
schernendo per ciò che sentono gli essecutori di quelle o
morti o malati, con dispiacevoli impeti per la terra
discorrere, o la feccia della nostra città, del nostro
sangue riscaldata, chiamarsi becchini e in istrazio di noi
andar cavalcando e discorrendo per tutto, con disoneste
canzoni rimproverandoci i nostri danni; né altra cosa alcuna
ci udiamo, se non ‘I cotali son morti’ e ‘Gli altretali sono
per morire’; e se ci fosse chi fargli, per tutto dolorosi
pianti udiremmo. E se alle nostre case torniamo, non so se a
voi così come a me adiviene: io, di molta famiglia, niuna
altra persona in quella se non la mia fante trovando,
impaurisco e quasi tutti i capelli adosso mi sento
arricciare, e parmi, dovunque io vado o dimoro per quella,
l'ombre di coloro che sono trapassati vedere, e non con
quegli visi che io soleva, ma con una vista orribile non so
donde in loro nuovamente venuta spaventarmi. Per le quali
cose, e qui e fuori di qui e in casa mi sembra star male, e
tanto più ancora quanto egli mi pare che niuna persona, la
quale abbia alcun polso e dove possa andare, come noi
abbiamo, ci sia rimasa altri che noi. E ho sentito e veduto
più volte, se pure alcuni ce ne sono, quegli cotali, senza
fare distinzione alcuna dalle cose oneste a quelle che
oneste non sono, solo che l'appetito le cheggia, e soli e
accompagnati, di dì e di notte, quelle fare che più di
diletto lor porgono; e non che le solute persone, ma ancora
le racchiuse ne' monisteri, faccendosi a credere che quello
a lor si convenga e non si disdica che all'altre, rotte
della obedienza le leggi, datesi a' diletti carnali, in tal
guisa avvisando scampare, son divenute lascive e dissolute.
E se così è, che essere manifestamente si vede, che faccian
noi qui, che attendiamo, che sognamo? perché più pigre e
lente alla nostra salute che tutto il rimanente de'
cittadini siamo? reputianci noi men care che tutte l'altre?
o crediamo la nostra vita con più forti catene esser legata
al nostro corpo che quella degli altri sia, e così di niuna
cosa curar dobbiamo la quale abbia forza d'offenderla? Noi
erriamo, noi siamo ingannate: che bestialità è la nostra se
così crediamo? quante volte noi ci vorrem ricordare chenti e
quali sieno stati i giovani e le donne vinte da questa
crudel pestilenzia, noi ne vedremo apertissimo argomento. E
per ciò, acciò che noi per ischifaltà o per traccutaggine
non cadessimo in quello di che noi per avventura per alcuna
maniera volendo potremmo scampare, non so se a voi quello se
ne parrà che a me ne parrebbe: io giudicherei ottimamente
fatto che noi, sì come noi siamo, sì come molti innanzi a
noi hanno fatto e fanno, di questa terra uscissimo, e
fuggendo come la morte i disonesti essempli degli altri
onestamente a' nostri luoghi in contado, de' quali a
ciascuna di noi è gran copia, ce ne andassimo a stare, e
quivi quella festa, quella allegrezza, quello piacere che
noi potessimo, senza trapassare in alcuno atto il segno
della ragione, prendessimo. Quivi s'odono gli uccelletti
cantare, veggionvisi verdeggiare i colli e le pianure, e i
campi pieni di biade non altramenti ondeggiare che il mare,
e d'alberi ben mille maniere, e il cielo più apertamente, il
quale, ancora che crucciato ne sia, non per ciò le sue
bellezze eterne ne nega, le quali molto più belle sono a
riguardare che le mura vote della nostra città; e èvvi,
oltre a questo, l'aere assai più fresco, e di quelle cose
che alla vita bisognano in questi tempi v'è la copia
maggiore e minore il numero delle noie. Per ciò che,
quantunque quivi così muoiano i lavoratori come qui fanno i
cittadini, v'è tanto minore il dispiacere quanto vi sono più
che nella città rade le case e gli abitanti. E qui d'altra
parte, se io ben veggio, noi non abbandoniam persona, anzi
ne possiamo con verità dire molto più tosto abbandonate: per
ciò che i nostri, o morendo o da morte fuggendo, quasi non
fossimo loro, sole in tanta afflizione n'hanno lasciate.
Niuna riprensione adunque può cadere in cotal consiglio
seguire: dolore e noia e forse morte, non seguendolo,
potrebbe avvenire. E per ciò, quando vi paia, prendendo le
nostre fanti e con le cose oportune faccendoci seguitare,
oggi in questo luogo e domane in quello quella allegrezza e
festa prendendo che questo tempo può porgere, credo che sia
ben fatto a dover fare; e tanto dimorare in tal guisa, che
noi veggiamo, se prima da morte non siam sopragiunte, che
fine il cielo riserbi a queste cose. E ricordivi che egli
non si disdice più a noi l'onestamente andare, che faccia a
gran parte dell'altre lo star disonestamente.–</p>
<p>L'altre donne, udita Pampinea, non solamente il suo
consiglio lodarono, ma disiderose di seguitarlo avevan già
più particularmente tra sé cominciato a trattar del modo,
quasi, quindi levandosi da sedere, a mano a mano dovessero
entrare in cammino.</p>
<p>Ma Filomena, la quale discretissima era, disse:–Donne,
quantunque ciò che ragiona Pampinea sia ottimamente detto,
non è per ciò così da correre a farlo, come mostra che voi
vogliate fare. Ricordivi che noi siamo tutte femine, e non
ce n'ha niuna sì fanciulla, che non possa ben conoscere come
le femine sien ragionate insieme e senza la provedenza
d'alcuno uomo si sappiano regolare. Noi siamo mobili,
riottose, sospettose, pusillanime e paurose: per le quali
cose io dubito forte, se noi alcuna altra guida non
prendiamo che la nostra, che questa compagnia non si
dissolva troppo più tosto e con meno onor di noi che non ci
bisognerebbe: e per ciò è buono a provederci avanti che
cominciamo.–</p>
<p>Disse allora Elissa:–Veramente gli uomini sono delle
femine capo e senza l'ordine loro rade volte riesce alcuna
nostra opera a laudevole fine: ma come possiam noi aver
questi uomini? Ciascuna di noi sa che de' suoi son la
maggior parte morti, e gli altri che vivi rimasi sono chi
qua e chi là in diverse brigate, senza saper noi dove, vanno
fuggendo quello che noi cerchiamo di fuggire: e il prender
gli strani non saria convenevole; per che, se alla nostra
salute vogliamo andar dietro, trovare si convien modo di sì
fattamente ordinarci, che, dove per diletto e per riposo
andiamo, noia e scandalo non ne segua.–</p>
<p>Mentre tralle donne erano così fatti ragionamenti, e ecco
entrar nella chiesa tre giovani, non per ciò tanto che meno
di venticinque anni fosse l'età di colui che più giovane era
di loro. Ne' quali né perversità di tempo né perdita d'amici
o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor non
che spegnere ma raffreddare. De' quali l'uno era chiamato
Panfilo e Filostrato il secondo e l'ultimo Dioneo, assai
piacevole e costumato ciascuno: e andavan cercando per loro
somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere
le lor donne, le quali per ventura tutte e tre erano tralle
predette sette, come che dell'altre alcune ne fossero
congiunte parenti d'alcuni di loro.</p>
<p>Né prima esse agli occhi corsero di costoro, che costoro
furono da esse veduti; per che Pampinea allor cominciò
sorridendo:–Ecco che la fortuna a' nostri cominciamenti è
favorevole, e hacci davanti posti discreti giovani e
valorosi, li quali volentieri e guida e servidor ne saranno,
se di prendergli a questo oficio non schiferemo.–</p>
<p>Neifile allora, tutta nel viso divenuta per vergogna
vermiglia per ciò che l'una era di quelle che dall'un de'
giovani era amata, disse:–Pampinea, per Dio, guarda ciò
che tu dichi. Io conosco assai apertamente niuna altra cosa
che tutta buona dir potersi di qualunque s'è l'uno di
costoro, e credogli a troppo maggior cosa che questa non è
sofficienti; e similmente avviso loro buona compagnia e
onesta dover tenere non che a noi ma a molto più belle e più
care che noi non siamo. Ma, per ciò che assai manifesta cosa
è loro essere d'alcune che qui ne sono innamorati, temo che
infamia e riprensione, senza nostra colpa o di loro, non ce
ne segua se gli meniamo.–</p>
<p>Disse allora Filomena:–Questo non monta niente; là dove
io onestamente viva né mi rimorda d'alcuna cosa la
coscienza, parli chi vuole in contrario: Idio e la verità
l'arme per me prenderanno. Ora, fossero essi pur già
disposti a venire, ché veramente, come Pampinea disse,
potremmo dire la fortuna essere alla nostra andata
favoreggiante.</p>
<p>L'altre, udendo costei così fattamente parlare, non
solamente si tacquero ma con consentimento concorde tutte
dissero che essi fosser chiamati e loro si dicesse la loro
intenzione e pregassersi che dovesse lor piacere in così
fatta andata lor tener compagnia. Per che senza più parole
Pampinea, levatasi in piè, la quale a alcun di loro per
consanguinità era congiunta, verso loro che fermi stavano a
riguardarle si fece e, con lieto viso salutatigli, loro la
lor disposizione fé manifesta e pregogli per parte di tutte
che con puro e fratellevole animo a tener lor compagnia si
dovessero disporre. I giovani si credettero primieramente
essere beffati, ma poi che videro che da dovero parlava la
donna, rispuosero lietamente sé essere apparecchiati; e
senza dare alcuno indugio all'opera, anzi che quindi si
partissono, diedono ordine a ciò che a fare avessono in sul
partire. E ordinatamente fatta ogni cosa oportuna
apparecchiare e prima mandato là dove intendevan d'andare,
la seguente mattina, cioè il mercoledì, in su lo schiarir
del giorno, le donne con alquante delle lor fanti e i tre
giovani con tre lor famigliari, usciti della città, si
misero in via: né oltre a due piccole miglia si dilungarono
da essa, che essi pervennero al luogo da loro primieramente
ordinato.</p>
<p>Era il detto luogo sopra una piccola montagnetta, da ogni
parte lontano alquanto alle nostre strade, di varii
arbuscelli e piante tutte di verdi fronde ripiene piacevoli
a riguardare; in sul colmo della quale era un palagio con
bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con
camere, tutte ciascuna verso di sé bellissima e di liete
dipinture raguardevole e ornata, con pratelli da torno e con
giardini maravigliosi e con pozzi d'acque freschissime e con
volte di preziosi vini: cose più atte a curiosi bevitori che
a sobrie e oneste donne. Il quale tutto spazzato, e nelle
camere i letti fatti, e ogni cosa di fiori quali nella
stagione si potevano avere piena e di giunchi giuncata la
vegnente brigata trovò con suo non poco piacere.</p>
<p>E postisi nella prima giunta a sedere, disse Dioneo, il
quale oltre a ogni altro era piacevole giovane e pieno di
motti:–Donne, il vostro senno più che il nostro
avvedimento ci ha qui guidati; io non so quello che de'
vostri pensieri voi v'intendete di fare: li miei lasciai io
dentro dalla porta della città allora che io con voi poco fa
me ne usci' fuori: e per ciò o voi a sollazzare e a ridere e
a cantare con meco insieme vi disponete (tanto, dico, quanto
alla vostra dignità s'appartiene), o voi mi licenziate che
io per li miei pensier mi ritorni e steami nella città
tribolata.–</p>
<p>A cui Pampinea, non d'altra maniera che se similmente tutti
i suoi avesse da sé cacciati, lieta rispose:–Dioneo,
ottimamente parli: festevolmente viver si vuole, né altra
cagione dalle tristizie ci ha fatte fuggire. Ma per ciò che
le cose che sono senza modo non possono lungamente durare,
io, che cominciatrice fui de' ragionamenti da' quali questa
così bella compagnia è stata fatta, pensando al continuar
della nostra letizia, estimo che di necessità sia convenire
esser tra noi alcuno principale, il quale noi e onoriamo e
ubidiamo come maggiore, nel quale ogni pensiero stea di
doverci a lietamente vivere disporre. E acciò che ciascun
pruovi il peso della sollecitudine insieme col piacere della
maggioranza e, per conseguente da una parte e d'altra
tratti, non possa chi nol pruova invidia avere alcuna, dico
che a ciascuno per un giorno s'attribuisca e il peso e
l'onore; e chi il primo di noi esser debba nella elezion di
noi tutti sia: di quegli che seguiranno, come l'ora del
vespro s'avicinerà, quegli o quella che a colui o a colei
piacerà che quel giorno avrà avuta la signoria; e questo
cotale, secondo il suo arbitrio, del tempo che la sua
signoria dee bastare, del luogo e del modo nel quale a
vivere abbiamo ordini e disponga.–</p>
<p>Queste parole sommamente piacquero, e a una voce lei prima
del primo giorno elessero; e Filomena, corsa prestamente a
uno alloro (per ciò che assai volte aveva udito ragionare di
quanto onore le frondi di quello eran degne e quanto degno
d'onore facevano chi n'era meritamente incoronato), di
quello alcuni rami colti, ne le fece una ghirlanda onorevole
e apparente; la quale, messale sopra la testa, fu poi mentre
durò la loro compagnia manifesto segno a ciascuno altro
della real signoria e maggioranza.</p>
<p>Pampinea, fatta reina, comandò che ogn'uom tacesse, avendo
già fatti i famigliari de' tre giovani e le loro fanti,
ch'eran quatro, davanti chiamarsi; e tacendo ciascun, disse:
–Acciò che io prima essemplo dea a tutti voi, per lo quale
di bene in meglio procedendo la nostra compagnia con ordine
e con piacere e senza alcuna vergogna viva e duri quanto a
grado ne fia, io primieramente constituisco Parmeno,
famigliare di Dioneo, mio siniscalco, e a lui la cura e la
sollecitudine di tutta la nostra famiglia commetto e ciò che
al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar di
Panfilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere e di
Parmeno seguiti i comandamenti. Tindaro al servigio di
Filostrato e degli altri due attenda nelle camere loro,
qualora gli altri, intorno alli loro ufici impediti,
attender non vi potessero. Misia, mia fante, e Licisca, di
Filomena, nella cucina saranno continue e quelle vivande
diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro saranno
imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia, di Fiammetta, al
governo delle camere delle donne intente vogliamo che stieno
e alla nettezza de' luoghi dove staremo. E ciascun
generalmente, per quanto egli avrà cara la nostra grazia,
vogliamo e comandiamo che si guardi, dove che egli vada,
onde che egli torni, che che egli oda o vegga, niuna novella
altra che lieta ci rechi di fuori.–</p>
<p>E questi ordini sommariamente dati, li quali da tutti
commendati furono, lieta drizzata in piè disse:–Qui sono
giardini, qui sono pratelli, qui altri luoghi dilettevoli
assai, per li quali ciascuno a suo piacer sollazzando si
vada; e come terza suona, ciascun qui sia, acciò che per lo
fresco si mangi.–</p>
<p>Licenziata adunque dalla nuova reina la lieta brigata, li
giovani insieme con le belle donne, ragionando dilettevoli
cose, con lento passo si misero per un giardino, belle
ghirlande di varie frondi faccendosi e amorosamente
cantando. E poi che in quello tanto fur dimorati quanto di
spazio dalla reina avuto aveano, a casa tornati trovarono
Parmeno studiosamente aver dato principio al suo ufficio,
per ciò che, entrati in una sala terrena, quivi le tavole
messe videro con tovaglie bianchissime e con bicchieri che
d'ariento parevano, e ogni cosa di fiori di ginestra
coperta; per che, data l'acqua alle mani, come piacque alla
reina, secondo il giudicio di Parmeno tutti andarono a
sedere. Le vivande dilicatamente fatte vennero e finissimi
vini fur presti: e senza più, chetamente li tre famigliari
servirono le tavole. Dalle quali cose, per ciò che belle e
ordinate erano, rallegrato ciascuno, con piacevoli motti e
con festa mangiarono. E levate le tavole con ciò fosse cosa
che tutte le donne carolar sapessero e similmente i giovani
e parte di loro ottimamente e sonare e cantare, comandò la
reina che gli strumenti venissero; e per comandamento di
lei, Dioneo preso un liuto e la Fiammetta una viuola,
cominciarono soavemente una danza a sonare; per che la reina
con l'altre donne insieme co' due giovani presa una carola,
con lento passo, mandati i famigliari a mangiare, a carolar
cominciarono; e quella finita, canzoni vaghette e liete
cominciarono a cantare. E in questa maniera stettero tanto
che tempo parve alla reina d'andare a dormire: per che, data
a tutti la licenzia, li tre giovani alle lor camere, da
quelle delle donne separate, se n'andarono, le quali co'
letti ben fatti e così di fiori piene come la sala
trovarono, e simigliantemente le donne le loro: per che,
spogliatesi, s'andarono a riposare.</p>
<p>Non era di molto spazio sonata nona, che la reina levatasi
tutte l'altre fece levare e similmente i giovani, affermando
esser nocivo il troppo dormire il giorno: e così se ne
andarono in un pratello nel quale l'erba era verde e grande
né vi poteva d'alcuna parte il sole; e quivi, sentendo un
soave venticello venire, sì come volle la lor reina, tutti
sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere, a' quali
ella disse così:–Come voi vedete, il sole è alto e il
caldo è grande, né altro s'ode che le cicale su per gli
ulivi, per che l'andare al presente in alcun luogo sarebbe
senza dubbio sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e
hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote
ciascuno, secondo che all'animo gli è più di piacere,
diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse,
non giucando, nel quale l'animo dell'una delle parti convien
che si turbi senza troppo piacere dell'altra o di chi sta a
vedere, ma novellando (il che può porgere, dicendo uno, a
tutta la compagnia che ascolta diletto) questa calda parte
del giorno trapasseremo. Voi non avrete compiuta ciascuno di
dire una sua novelletta, che il sole fia declinato e il
caldo mancato, e potremo dove più a grado vi fia andare
prendendo diletto: e per ciò, quando questo che io dico vi
piaccia, ché disposta sono in ciò di seguire il piacer
vostro, faccianlo; e dove non vi piacesse, ciascuno infino
all'ora del vespro quello faccia che più gli piace.–</p>
<p>Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il
novellare.</p>
<p>–Adunque,–disse la reina–se questo vi piace, per
questa prima giornata voglio che libero sia a ciascuno di
quella materia ragionare che più gli sarà a grado.–</p>
<p>E rivolta a Panfilo, il quale alla sua destra sedea,
piacevolmente gli disse che con una delle sue novelle
all'altre desse principio; laonde Panfilo, udito il
comandamento, prestamente, essendo da tutti ascoltato,
cominciò così.</p></div2>
<div2 type="novella">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Ser Cepparello con una falsa confessione inganna un santo
frate e muorsi; e, essendo stato un pessimo uomo in vita, è
morto reputato per santo e chiamato san Ciappelletto.</emph></p></argument>
<p>–Convenevole cosa è, carissime donne, che ciascheduna cosa
la quale l'uomo fa, dallo ammirabile e santo nome di Colui,
il quale di tutte fu facitore, le dea principio. Per che,
dovendo io al vostro novellare, sì come primo, dare
cominciamento, intendo da una delle sue maravigliose cose
incominciare, acciò che, quella udita, la nostra speranza in
Lui, sì come in cosa impermutabile, si fermi e sempre sia da
noi il suo nome lodato. Manifesta cosa è che, sì come le
cose temporali tutte sono transitorie e mortali, così in sé
e fuor di sé esser piene di noia, d'angoscia e di fatica e a
infiniti pericoli sogiacere; alle quali senza niuno fallo né
potremmo noi, che viviamo mescolati in esse e che siamo
parte d'esse, durare né ripararci, se spezial grazia di Dio
forza e avvedimento non ci prestasse. La quale a noi e in
noi non è da credere che per alcun nostro merito discenda,
ma dalla sua propria benignità mossa e da' prieghi di coloro
impetrata che, sì come noi siamo, furon mortali, e bene i
suoi piaceri mentre furono in vita seguendo ora con Lui
eterni son divenuti e beati; alli quali noi medesimi, sì
come a procuratori informati per esperienza della nostra
fragilità, forse non audaci di porgere i prieghi nostri nel
cospetto di tanto giudice, delle cose le quali a noi
reputiamo oportune gli porgiamo. E ancor più in Lui, verso
noi di pietosa liberalità pieno, discerniamo, che, non
potendo l'acume dell'occhio mortale nel segreto della divina
mente trapassare in alcun modo, avvien forse tal volta che,
da oppinione ingannati, tale dinanzi alla sua maestà
facciamo procuratore che da quella con eterno essilio è
iscacciato: e nondimeno Esso, al quale niuna cosa è occulta,
più alla purità del pregator riguardando che alla sua
ignoranza o allo essilio del pregato, così come se quegli
fosse nel suo cospetto beato, essaudisce coloro che 'l
priegano. Il che manifestamente potrà apparire nella novella
la quale di raccontare intendo: manifestamente, dico, non il
giudicio di Dio ma quel degli uomini seguitando.</p>
<p>Ragionasi adunque che essendo Musciatto Franzesi di
ricchissimo e gran mercatante in Francia cavalier divenuto e
dovendone in Toscana venire con messer Carlo Senzaterra,
fratello del re di Francia, da papa Bonifazio addomandato e
al venir promosso, sentendo egli li fatti suoi, sì come le
più volte son quegli de' mercatanti, molto intralciati in
qua e in là e non potersi di leggiere né subitamente
stralciare, pensò quegli commettere a più persone e a tutti
trovò modo: fuor solamente in dubbio gli rimase cui lasciar
potesse sofficiente al riscuoter suoi crediti fatti a più
borgognoni. E la cagione del dubbio era il sentire li
borgognoni uomini riottosi e di mala condizione e misleali;
e a lui non andava per la memoria chi tanto malvagio uom
fosse, in cui egli potesse alcuna fidanza avere, che opporre
alla loro malvagità si potesse. E sopra questa essaminazione
pensando lungamente stato, gli venne a memoria un ser
Cepparello da Prato, il quale molto alla sua casa in Parigi
si riparava; il quale, per ciò che piccolo di persona era e
molto assettatuzzo, non sappiendo li franceschi che si
volesse dir Cepparello, credendo che ‘cappello’, cioè
‘ghirlanda’ secondo il lor volgare a dir venisse, per ciò
che piccolo era come dicemmo, non Ciappello ma Ciappelletto
il chiamavano: e per Ciappelletto era conosciuto per tutto,
là dove pochi per ser Cepperello il conoscieno.</p>
<p>Era questo Ciappelletto di questa vita: egli, essendo
notaio, avea grandissima vergogna quando uno de' suoi
strumenti, come che pochi ne facesse, fosse altro che falso
trovato; de' quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse stato
richesto, e quegli più volentieri in dono che alcuno altro
grandemente salariato. Testimonianze false con sommo diletto
diceva, richesto e non richesto; e dandosi a quei tempi in
Francia a' saramenti grandissima fede, non curandosi fargli
falsi, tante quistioni malvagiamente vincea a quante a
giurare di dire il vero sopra la sua fede era chiamato.
Aveva oltre modo piacere, e forte vi studiava, in commettere
tra amici e parenti e qualunque altra persona mali e
inimicizie e scandali, de' quali quanto maggiori mali vedeva
seguire tanto più d'allegrezza prendea. Invitato a uno
omicidio o a qualunque altra rea cosa, senza negarlo mai,
volonterosamente v'andava, e più volte a fedire e a uccidere
uomini con le proprie mani si ritrovò volentieri.
Bestemmiatore di Dio e de' Santi era grandissimo, e per ogni
piccola cosa, sì come colui che più che alcuno altro era
iracundo. A chiesa non usava giammai, e i sacramenti di
quella tutti come vil cosa con abominevoli parole scherniva;
e così in contrario le taverne e gli altri disonesti luoghi
visitava volentieri e usavagli. Delle femine era così vago
come sono i cani de' bastoni; del contrario più che alcuno
altro tristo uomo si dilettava. Imbolato avrebbe e rubato
con quella coscienza che un santo uomo offerrebbe.
Gulosissimo e bevitor grande, tanto che alcuna volta
sconciamente gli facea noia. Giucatore e mettitore di
malvagi dadi era solenne. Perché mi distendo io in tante
parole? egli era il piggiore uomo forse che mai nascesse. La
cui malizia lungo tempo sostenne la potenzia e lo stato di
messer Musciatto, per cui molte volte e dalle private
persone, alle quali assai sovente faceva iniuria, e dalla
corte, a cui tuttavia la facea, fu riguardato.</p>
<p>Venuto adunque questo ser Cepparello nell'animo a messer
Musciatto, il quale ottimamente la sua vita conosceva, si
pensò il detto messer Musciatto costui dovere esser tale
quale la malvagità de' borgognoni il richiedea; e perciò,
fattolsi chiamare, gli disse così: “Ser Ciapelletto, come
tu sai, io sono per ritrarmi del tutto di qui: e avendo tra
gli altri a fare co' borgognoni, uomini pieni d'inganni, non
so cui io mi possa lasciare a riscuotere il mio da loro più
convenevole di te. E perciò, con ciò sia cosa che tu niente
facci al presente, ove a questo vogli intendere, io intendo
di farti avere il favore della corte e di donarti quella
parte di ciò che tu riscoterai che convenevole sia.”</p>
<p>Ser Ciappelletto, che scioperato si vedea e male agiato
delle cose del mondo e lui ne vedeva andare che suo sostegno
e ritegno era lungamente stato, senza niuno indugio e quasi
da necessità costretto si diliberò, e disse che volea
volentieri. Per che, convenutisi insieme, ricevuta ser
Ciappelletto la procura e le lettere favorevoli del re,
partitosi messer Musciatto, n'andò in Borgogna dove quasi
niuno il conoscea: e quivi fuori di sua natura benignamente
e mansuetamente cominciò a voler riscuotere e fare quello
per che andato v'era, quasi si riserbasse l'adirarsi al da
sezzo.</p>
<p>E così faccendo, riparandosi in casa di due fratelli
fiorentini, li quali quivi a usura prestavano e lui per amor
di messer Musciatto onoravano molto, avvenne che egli
infermò. Al quale i due fratelli fecero prestamente venir
medici e fanti che il servissero e ogni cosa oportuna alla
sua santà racquistare. Ma ogni aiuto era nullo, per ciò che
il buono uomo, il quale già era vecchio e disordinatamente
vivuto, secondo che i medici dicevano, andava di giorno in
giorno di male in peggio come colui che aveva il male della
morte; di che li due fratelli si dolevan forte.</p>
<p>E un giorno, assai vicini della camera nella quale ser
Ciappelletto giaceva infermo, seco medesimo cominciarono a
ragionare. “Che farem noi” diceva l'uno all'altro “di
costui? Noi abbiamo de' fatti suoi pessimo partito alle
mani: per ciò che il mandarlo fuori di casa nostra così
infermo ne sarebbe gran biasimo e segno manifesto di poco
senno, veggendo la gente che noi l'avessimo ricevuto prima e
poi fatto servire e medicare così sollecitamente, e ora,
senza potere egli aver fatta cosa alcuna che dispiacer ci
debbia, così subitamente di casa nostra e infermo a morte
vederlo mandar fuori. D'altra parte, egli è stato sì
malvagio uomo, che egli non si vorrà confessare né prendere
alcuno sagramento della Chiesa; e, morendo senza
confessione, niuna chiesa vorrà il suo corpo ricevere, anzi
sarà gittato a' fossi a guisa d'un cane. E, se egli si pur
confessa, i peccati suoi son tanti e sì orribili, che il
simigliante n'averrà, per ciò che frate né prete ci sarà che
'l voglia né possa assolvere: per che, non assoluto, anche
sarà gittato a' fossi. E se questo avviene, il popolo di
questa terra, il quale sì per lo mestier nostro, il quale
loro pare iniquissimo e tutto il giorno ne dicon male, e sì
per la volontà che hanno di rubarci, veggendo ciò si leverà
a romore e griderà: ‘Questi lombardi cani, li quali a chiesa
non sono voluti ricevere, non ci si voglion più sostenere’;
e correrannoci alle case e per avventura non solamente
l'avere ci ruberanno ma forse ci torranno oltre a ciò le
persone: di che noi in ogni guisa stiam male se costui
muore.”</p>
<p>Ser Ciappelletto, il quale, come dicemmo, presso giacea là
dove costoro così ragionavano, avendo l'udire sottile, sì
come le più volte veggiamo aver gl'infermi, udì ciò che
costoro di lui dicevano; li quali egli si fece chiamare e
disse loro: “Io non voglio che voi d'alcuna cosa di me
dubitiate né abbiate paura di ricevere per me alcun danno.
Io ho inteso ciò che di me ragionato avete e son certissimo
che così n'averrebbe come voi dite, dove così andasse la
bisogna come avvisate: ma ella andrà altramenti. Io ho,
vivendo, tante ingiurie fatte a Domenedio, che, per farnegli
io una ora in su la mia morte, né più né meno ne farà; e per
ciò procacciate di farmi venire un santo e valente frate, il
più che aver potete, se alcun ce n'è; e lasciate fare a me,
ché fermamente io acconcerò i fatti vostri e' miei in
maniera che starà bene e che dovrete esser contenti.”</p>
<p>I due fratelli, come che molta speranza non prendessono di
questo, nondimeno se n'andarono a una religione di frati e
domandarono alcuno santo e savio uomo che udisse la
confessione d'un lombardo che in casa loro era infermo; e fu
lor dato un frate antico di santa e di buona vita e gran
maestro in Iscrittura e molto venerabile uomo, nel quale
tutti i cittadini grandissima e speziale divozione aveano, e
lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser
Ciappelletto giacea e allato postoglisi a sedere, prima
benignamente il cominciò a confortare, e appresso il domandò
quanto tempo era che egli altra volta confessato si fosse.</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto, che mai confessato non s'era,
rispose: “ Padre mio, la mia usanza suole essere di
confessarsi ogni settimana almeno una volta, senza che assai
sono di quelle che io mi confesso più; è il vero che poi che
io infermai, che son passati da otto dì, io non mi confessai
tanta è stata la noia che la infermità m'ha data.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuol mio, bene hai fatto, e
così si vuol fare per innanzi; e veggio che, poi sì spesso
ti confessi, poca fatica avrò d'udire o di dimandare.”</p>
<p>Disse ser Ciappelletto: “Messer lo frate, non dite così:
io non mi confessai mai tante volte né sì spesso, che io
sempre non mi volessi confessare generalmente di tutti i
miei peccati che io mi ricordassi dal dì che io nacqui
infino a quello che confessato mi sono; e per ciò vi priego,
padre mio buono, che così puntalmente d'ogni cosa mi
domandiate come se mai confessato non mi fossi; e non mi
riguardate perché io infermo sia, ché io amo molto meglio di
dispiacere a queste mie carni che, faccendo agio loro, io
facessi cosa che potesse essere perdizione dell'anima mia,
la quale il mio Salvatore ricomperò col suo prezioso
sangue.”</p>
<p>Queste parole piacquero molto al santo uomo e parvongli
argomento di bene disposta mente: e poi che a ser
Ciappelletto ebbe molto commendato questa sua usanza, il
cominciò a domandare se egli mai in lussuria con alcuna
femina peccato avesse.</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto sospirando rispose: “Padre mio,
di questa parte mi vergogno io di dirvene il vero temendo di
non peccare in vanagloria.”</p>
<p>Al quale il santo frate disse: “Di' sicuramente, ché il
vero dicendo né in confessione né in altro atto si peccò
giammai.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “Poiché voi di questo mi
fate sicuro, e io il vi dirò: io son così vergine come io
usci' del corpo della mamma mia.”</p>
<p>“Oh, benedetto sia tu da Dio!” disse il frate “come bene
hai fatto! e, faccendolo, hai tanto più meritato, quanto,
volendo, avevi più d'arbitrio di fare il contrario che non
abbiam noi e qualunque altri son quegli che sotto alcuna
regola son constretti.”</p>
<p>E appresso questo il domandò se nel peccato della gola
aveva a Dio dispiaciuto. Al quale, sospirando forte, ser
Ciappelletto rispose di sì e molte volte; per ciò che, con
ciò fosse cosa che egli, oltre alli digiuni delle quaresime
che nell'anno si fanno dalle divote persone, ogni settimana
almeno tre dì fosse uso di digiunare in pane e in acqua, con
quello diletto e con quello appetito l'acqua bevuta aveva, e
spezialmente quando avesse alcuna fatica durata o adorando o
andando in pellegrinaggio, che fanno i gran bevitori il
vino; e molte volte aveva disiderato d'avere cotali
insalatuzze d'erbucce, come le donne fanno quando vanno in
villa, e alcuna volta gli era paruto migliore il mangiare
che non pareva a lui che dovesse parere a chi digiuna per
divozione, come digiunava egli.</p>
<p>Al quale il frate disse: “Figliuol mio, questi peccati
sono naturali e sono assai leggieri, e per ciò io non voglio
che tu ne gravi più la coscienza tua che bisogni. A ogni
uomo avviene, quantunque santissimo sia, il parergli dopo
lungo digiuno buono il manicare e dopo la fatica il bere.”</p>
<p>“Oh!” disse ser Ciappelletto “padre mio, non mi dite
questo per confortarmi: ben sapete che io so che le cose che
al servigio di Dio si fanno, si deono fare tutte nettamente
e senza alcuna ruggine d'animo: e chiunque altramenti fa,
pecca.”</p>
<p>Il frate contentissimo disse: “E io son contento che così
ti cappia nell'animo e piacemi forte la tua pura e buona
conscienza in ciò. Ma dimmi: in avarizia hai tu peccato
disiderando più che il convenevole o tenendo quello che tu
tener non dovesti?”</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto disse: “Padre mio, io non vorrei
che voi guardasti perché io sia in casa di questi usurieri:
io non ci ho a far nulla, anzi ci era venuto per dovergli
ammonire e gastigare e torgli da questo abominevole
guadagno; e credo mi sarebbe venuto fatto, se Idio non
m'avesse così visitato. Ma voi dovete sapere che mio padre
mi lasciò ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto,
diedi la maggior parte per Dio; e poi, per sostentar la vita
mia e per potere aiutare i poveri di Cristo, ho fatte mie
piccole mercatantie e in quelle ho disiderato di guadagnare.
E sempre co' poveri di Dio, quello che guadagnato ho, ho
partito per mezzo, la mia metà convertendo ne' miei bisogni,
l'altra metà dando loro: e di ciò m'ha sì bene il mio
Creatore aiutato, che io ho sempre di bene in meglio fatti i
fatti miei.”</p>
<p>“Bene hai fatto:” disse il frate “ma come ti se' tu
spesso adirato?”</p>
<p>“Oh!” disse ser Ciappelletto “cotesto vi dico io bene
che io ho molto spesso fatto; e chi se ne potrebbe tenere,
veggendo tutto il dì gli uomini fare le sconce cose, non
servare i comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii?
Egli sono state assai volte il dì che io vorrei più tosto
essere stato morto che vivo, veggendo i giovani andar dietro
alle vanità e udendogli giurare e spergiurare, andare alle
taverne, non visitar le chiese e seguir più tosto le vie del
mondo che quella di Dio.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuol mio, cotesta è buona ira,
né io per me te ne saprei penitenza imporre; ma per alcun
caso avrebbeti l'ira potuto inducere a fare alcuno omicidio
o a dire villania a persona o a fare alcuna altra
ingiuria?”</p>
<p>A cui ser Ciappelletto rispose: “Oimè, messere, o voi mi
parete uomo di Dio: come dite voi coteste parole? o s'io
avessi avuto pure un pensieruzzo di fare qualunque s'è l'una
delle cose che voi dite, credete voi che io creda che Idio
m'avesse tanto sostenuto? Coteste son cose da farle gli
scherani e i rei uomini, de' quali qualunque ora io n'ho mai
veduto alcuno, sempre ho detto: «Va, che Idio ti
converta».”</p>
<p>Allora disse il frate: “Or mi di', figliuol mio, che
benedetto sie tu da Dio: hai tu mai testimonianza niuna
falsa detta contra alcuno o detto male d'altrui o tolte
dell'altrui cose senza piacere di colui di cui sono?”</p>
<p>“Mai messer sì, “ rispose ser Ciappelletto “che io ho
detto male d'altrui; per ciò che io ebbi già un mio vicino
che, al maggior torto del mondo, non faceva altro che batter
la moglie, sì che io dissi una volta male di lui alli
parenti della moglie, sì gran pietà mi venne di quella
cattivella, la quale egli, ogni volta che bevuto avea
troppo, conciava come Dio vel dica.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Or bene, tu mi di' che se' stato
mercatante: ingannasti tu mai persona così come fanno i
mercatanti?”</p>
<p>“Gnaffé, “ disse ser Ciappelletto “messer sì, ma io non
so chi egli si fu: se non che, uno avendomi recati denari
che egli mi doveva dare di panno che io gli avea venduto e
io messigli in una mia cassa senza annoverare, ivi bene a un
mese trovai ch'egli erano quatro piccioli più che esser non
doveano; per che, non rivedendo colui e avendogli serbati
bene uno anno per rendergliele, io gli diedi per l'amor di
Dio.”</p>
<p>Disse il frate: “Cotesta fu piccola cosa, e facesti bene a
farne quello che ne facesti.”</p>
<p>E, oltre a questo, il domandò il santo frate di molte altre
cose, delle quali di tutte rispose a questo modo; e volendo
egli già procedere alla absoluzione, disse ser Ciappelletto:
“Messere, io ho ancora alcun peccato che io non v'ho
detto.”</p>
<p>Il frate il domandò quale; e egli disse: “Io mi ricordo
che io feci al fante mio, un sabato dopo nona, spazzare la
casa e non ebbi alla santa domenica quella reverenza che io
dovea.”</p>
<p>“Oh!” disse il frate “figliuol mio, cotesta è leggier
cosa.”</p>
<p>“Non, “ disse ser Ciappelletto “non dite leggier cosa,
ché la domenica è troppo da onorare, però che in così fatto
dì risuscitò da morte a vita il nostro Signore.”</p>
<p>Disse allora il frate: “O, altro hai tu fatto?”</p>
<p>“Messer sì, “ rispose ser Ciappelletto “ché io, non
avvedendomene, sputai una volta nella chiesa di Dio.”</p>
<p>Il frate cominciò a sorridere e disse: “Figliuol mio,
cotesta non è cosa da curarsene: noi, che siamo religiosi,
tutto il dì vi sputiamo.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “E voi fate gran villania,
per ciò che niuna cosa si convien tener netta come il santo
tempio, nel quale si rende sacrificio a Dio.”</p>
<p>E in brieve de' così fatti ne gli disse molti; e
ultimamente cominciò a sospirare e appresso a piagner forte,
come colui che il sapeva troppo ben fare quando volea.</p>
<p>Disse il santo frate: “Figliuol mio, che hai tu?”</p>
<p>Rispose ser Ciappelletto: “Oimè, messere, ché un peccato
m'è rimaso, del quale io non mi confessai mai, sì gran
vergogna ho di doverlo dire; e ogni volta che io me ne
ricordo piango come voi vedete, e parmi esser molto certo
che Idio mai non avrà misericordia di me per questo
peccato.”</p>
<p>Allora il santo frate disse: “Va via, figliuolo, che è ciò
che tu di'? Se tutti i peccati che furon mai fatti da tutti
gli uomini, o che si debbon fare da tutti gli uomini mentre
che il mondo durerà, fosser tutti in uno uom solo, e egli ne
fosse pentuto e contrito come io veggio te, si è tanta la
benignità e la misericordia di Dio, che, confessandogli
egli, gliele perdonerebbe liberamente: e per ciò dillo
sicuramente.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto sempre piagnendo forte:
“Oimè, padre mio, il mio è troppo gran peccato, e appena
posso credere, se i vostri prieghi non ci si adoperano, che
egli mi debba mai da Dio esser perdonato.”</p>
<p>A cui il frate disse: “Dillo sicuramente, ché io ti
prometto di pregare Idio per te.”</p>
<p>Ser Ciappelletto pur piagnea e nol dicea, e il frate pure
il confortava a dire; ma poi che ser Ciappelletto piagnendo
ebbe un grandissimo pezzo tenuto il frate così sospeso, e
egli gittò un gran sospiro e disse: “Padre mio, poscia che
voi mi promettete di pregare Idio per me, e io il vi dirò:
sappiate che, quando io era piccolino, io bestemmiai una
volta la mamma mia.” E così detto rincominciò a piagner
forte.</p>
<p>Disse il frate: “O figliuol mio, or parti questo così gran
peccato? o gli uomini bestemmiano tutto il giorno Idio, e sì
perdona Egli volentieri a chi si pente d'averlo bestemmiato;
e tu non credi che Egli perdoni a te questo? Non piagner,
confortati, ché fermamente, se tu fossi stato un di quegli
che il posero in croce, avendo la contrizione che io ti
veggio, sì ti perdonerebbe Egli.”</p>
<p>Disse allora ser Ciappelletto: “Oimè, padre mio, che dite
voi? la mamma mia dolce, che mi portò in corpo nove mesi il
dì e la notte e portommi in collo più di cento volte! troppo
feci male a bestemmiarla e troppo è gran peccato; e se voi
non pregate Idio per me, egli non mi serà perdonato.”</p>
<p>Veggendo il frate non essere altro restato a dire a ser
Ciappelletto, gli fece l'absoluzione e diedegli la sua
benedizione, avendolo per santissimo uomo, sì come colui che
pienamente credeva esser vero ciò che ser Ciappelletto avea
detto: e chi sarebbe colui che nol credesse, veggendo uno
uomo in caso di morte dir così?</p>
<p>E poi, dopo tutto questo, gli disse: “Ser Ciappelletto,
con l'aiuto di Dio voi sarete tosto sano; ma se pure
avvenisse che Idio la vostra benedetta e ben disposta anima
chiamasse a sé, piacevi egli che 'l vostro corpo sia
sepellito al nostro luogo?”</p>
<p>Al quale ser Ciappelletto rispose: “Messer sì, anzi non
vorrei io essere altrove, poscia che voi m'avete promesso di
pregare Idio per me: senza che io ho avuta sempre spezial
divozione al vostro Ordine. E per ciò vi priego che, come
voi al vostro luogo sarete, facciate che a me vegna quel
veracissimo corpo di Cristo il quale voi la mattina sopra
l'altare consecrate; per ciò che, come che io degno non ne
sia, io intendo con la vostra licenzia di prenderlo, e
appresso la santa e ultima unzione, acciò che io, se vivuto
son come peccatore, almeno muoia come cristiano.”</p>
<p>Il santo uomo disse che molto gli piacea e che egli diceva
bene, e farebbe che di presente gli sarebbe apportato; e
così fu.</p>
<p>Li due fratelli, li quali dubitavan forte non ser
Ciappelletto gl'ingannasse, s'eran posti appresso a un
tavolato, il quale la camera dove ser Ciappelletto giaceva
dividea da un'altra, e ascoltando leggiermente udivano e
intendevano ciò che ser Ciappelletto al frate diceva; e
aveano alcuna volta sì gran voglia di ridere, udendo le cose
le quali egli confessava d'aver fatte, che quasi
scoppiavano: e fra sé talora dicevano: “Che uomo è costui,
il quale né vecchiezza né infermità né paura di morte, alla
qual si vede vicino, né ancora di Dio, dinanzi al giudicio
del quale di qui a picciola ora s'aspetta di dovere essere,
dalla sua malvagità l'hanno potuto rimuovere, né far che
egli così non voglia morire come egli è vivuto?”. Ma pur
vedendo che sì aveva detto che egli sarebbe a sepoltura
ricevuto in chiesa, niente del rimaso si curarono.</p>
<p>Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò: e peggiorando
senza modo ebbe l'ultima unzione e poco passato vespro, quel
dì stesso che la buona confessione fatta avea, si morì. Per
la qual cosa li due fratelli, ordinato di quello di lui
medesimo come egli fosse onorevolemente sepellito e
mandatolo a dire al luogo de' frati, e che essi vi venissero
la sera a far la vigilia secondo l'usanza e la mattina per
lo corpo, ogni cosa a ciò oportuna dispuosero.</p>
<p>Il santo frate che confessato l'avea, udendo che egli era
trapassato, fu insieme col priore del luogo; e fatto sonare
a capitolo, alli frati ragunati in quello mostrò ser
Ciappelletto essere stato santo uomo, secondo che per la sua
confessione conceputo avea; e sperando per lui Domenedio
dovere molti miracoli dimostrare, persuadette loro che con
grandissima reverenzia e divozione quello corpo si dovesse
ricevere. Alla qual cosa il priore e gli altri frati creduli
s'acordarono: e la sera, andati tutti là dove il corpo di
ser Ciappelletto giaceva, sopr'esso fecero una grande e
solenne vigilia; e la mattina, tutti vestiti co' camisci e
co' pieviali, con li libri in mano e con le croci innanzi
cantando andaron per questo corpo e con grandissima festa e
solennità il recarono alla lor chiesa, seguendo quasi tutto
il popolo della città, uomini e donne. E nella chiesa
postolo, il santo frate, che confessato l'avea, salito in
sul pergamo di lui cominciò e della sua vita, de' suoi
digiuni, della sua virginità, della sua simplicità e
innocenzia e santità maravigliose cose a predicare, tra
l'altre cose narrando quello che ser Ciappelletto per lo suo
maggior peccato piangendo gli avea confessato, e come esso
appena gli avea potuto metter nel capo che Idio gliele
dovesse perdonare, da questo volgendosi a riprendere il
popolo che ascoltava, dicendo: “E voi, maladetti da Dio,
per ogni fuscello di paglia che vi si volge tra' piedi
bestemmiate Idio e la Madre e tutta la corte di Paradiso.”</p>
<p>E oltre a queste, molte altre cose disse della sua lealtà e
della sua purità: e in brieve con le sue parole, alle quali
era dalla gente della contrada data intera fede, sì il mise
nel capo e nella divozion di tutti coloro che v'erano, che,
poi che fornito fu l'uficio, con la maggior calca del mondo
da tutti fu andato a basciargli i piedi e le mani, e tutti i
panni gli furono indosso stracciati, tenendosi beato chi
pure un poco di quegli potesse avere: e convenne che tutto
il giorno così fosse tenuto, acciò che da tutti potesse
essere veduto e visitato. Poi, la vegnente notte, in una
arca di marmo sepellito fu onorevolemente in una cappella: e
a mano a mano il dì seguente vi cominciarono le genti a
andare e a accender lumi e a adorarlo, e per conseguente a
botarsi e a appicarvi le imagini della cera secondo la
promession fatta. E in tanto crebbe la fama della sua
santità e divozione a lui, che quasi niuno era che in alcuna
avversità fosse, che a altro santo che a lui si botasse, e
chiamaronlo e chiamano san Ciappelletto; e affermano molti
miracoli Idio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno
a chi divotamente si raccomanda a lui.</p>
<p>Così adunque visse e morì ser Cepparello da Prato e santo
divenne come avete udito. Il quale negar non voglio esser
possibile lui esser beato nella presenza di Dio, per ciò
che, come che la sua vita fosse scellerata e malvagia, egli
poté in su lo stremo aver sì fatta contrizione, che per
avventura Idio ebbe misericordia di lui e nel suo regno il
ricevette: ma per ciò che questo n'è occulto, secondo quello
che ne può apparire ragiono, e dico costui più tosto dovere
essere nelle mani del diavolo in perdizione che in Paradiso.
E se così è, grandissima si può la benignità di Dio
cognoscere verso noi, la quale non al nostro errore ma alla
purità della fé riguardando, così faccendo noi nostro
mezzano un suo nemico, amico credendolo, ci essaudisce, come
se a uno veramente santo per mezzano della sua grazia
ricorressimo. E per ciò, acciò che noi per la sua grazia
nelle presenti avversità e in questa compagnia così lieta
siamo sani e salvi servati, lodando il suo nome nel quale
cominciata l'abbiamo, Lui in reverenza avendo, ne' nostri
bisogni gli ci raccomanderemo sicurissimi d'essere uditi.–</p>
<p>E qui si tacque.</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in
corte di Roma; e, veduta la malvagità de' cherici, torna a
Parigi e fassi cristiano.</emph></p></argument>
<p>La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata
dalle donne: la quale diligentemente ascoltata e al suo fine
essendo venuta, sedendo appresso di lui Neifile, le comandò
la reina che, una dicendone, l'ordine dello incominciato
sollazzo seguisse. La quale, sì come colei che non meno era
di cortesi costumi che di bellezze ornata, lietamente
rispose che volentieri: e cominciò in questa guisa:</p>
<p>–Mostrato n'ha Panfilo nel suo novellare la benignità di
Dio non guardare a' nostri errori quando da cosa che per noi
veder non si possa procedano: e io nel mio intendo di
dimostrarvi quanto questa medesima benignità, sostenendo
pazientemente i difetti di coloro li quali d'essa ne deono
dare e con l'opere e con le parole vera testimonianza, il
contrario operando, di sé argomento d'infallibile verità ne
dimostri, acciò che quello che noi crediamo con più fermezza
d'animo seguitiamo.</p>
<p>Sì come io, graziose donne, già udii ragionare, in Parigi
fu un gran mercatante e buono uomo il quale fu chiamato
Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran
traffico d'opera di drapperia: e avea singulare amistà con
uno ricchissimo uomo giudeo chiamato Abraam, il quale
similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La
cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto,
gl'incominciò forte a increscere che l'anima d'un così
valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a
perdizione; e per ciò amichevolmente lo 'ncominciò a pregare
che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e
ritornassesi alla verità cristiana, la quale egli poteva
vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e
aumentarsi; dove la sua, in contrario, diminuirsi e venire
al niente poteva discernere.</p>
<p>Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona
fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in
quella intendeva e vivere e morire, né cosa sarebbe che mai
da ciò il facesse rimuovere. Giannotto non stette per questo
che egli, passati alquanti dì, non gli rimovesse simiglianti
parole, mostrandogli così grossamente, come il più i
mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era
migliore che la giudaica; e come che il giudeo fosse nella
giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o l'amicizia
grande che con Giannotto avea che il movesse o forse parole
le quali lo Spirito santo sopra la lingua dell'uomo idiota
poneva che sel facessero, al giudeo cominciarono forte a
piacere le dimostrazioni di Giannotto: ma pure, ostinato in
su la sua credenza, volger non si lasciava.</p>
<p>Così come egli pertinace dimorava, così Giannotto di
sollecitarlo non finava giammai, tanto che il giudeo, da
così continua instanzia vinto, disse: “Ecco, Giannotto, a
te piace che io divenga cristiano: e io sono disposto a
farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma e
quivi vedere colui il quale tu di' che è vicario di Dio in
terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e
similmente de' suoi fratelli cardinali; e se essi mi
parranno tali, che io possa tra per le tue parole e per
quegli comprendere che la vostra fede sia miglior che la
mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò quello
che detto t'ho: ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo
come io mi sono.”</p>
<p>Quando Giannotto intese questo, fu in se stesso oltre modo
dolente, tacitamente dicendo: “Perduta ho la fatica la
quale ottimamente mi pareva avere impiegata, credendomi
costui aver convertito: per ciò che, se egli va in corte di
Roma e vede la vita scellerata e lorda de' cherici, non che
egli di giudeo si faccia cristiano, ma se egli fosse
cristian fatto senza fallo giudeo si ritornerebbe.” E a
Abraam rivolto disse: “Deh! amico mio, perché vuoi tu
entrare in questa fatica e così grande spesa come a te sarà
d'andare di qui a Roma? senza che, e per mare e per terra, a
un ricco uomo come tu se' ci è tutto pien di pericoli. Non
credi tu trovar qui chi il battesimo ti dea? E, se forse
alcuni dubbii hai intorno alla fede che io ti dimostro, dove
ha maggior maestri e più savi uomini in quella, che son qui,
da poterti di ciò che tu vorrai o domanderai dichiarire? Per
le quali cose, al mio parere, questa tua andata è di
soperchio. Pensa che tali sono là i prelati quali tu gli hai
qui potuti vedere, e più, e tanto ancor migliori quanto essi
son più vicini al pastor principale; e per ciò questa fatica
per mio consiglio ti serberai in altra volta a alcuno
perdono, al quale io per avventura ti farò compagnia.”</p>
<p>A cui il giudeo rispose: “Io mi credo, Giannotto, che così
sia come tu mi favelli; ma recandoti le molte parole in una,
io son del tutto, se tu vuogli che io faccia quello di che
tu m'hai cotanto pregato, disposto a andarvi, e altramenti
mai non ne farò nulla.”</p>
<p>Giannotto, vedendo il voler suo, disse: “E tu va' con
buona ventura!” e seco avvisò lui mai non doversi far
cristiano come la corte di Roma veduta avesse; ma pur,
niente perdendovi, si stette.</p>
<p>Il giudeo montò a cavallo, e, come più tosto poté, se
n'andò in corte di Roma, dove pervenuto da' suoi giudei fu
onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire a
alcuno perché ito vi fosse, cautamente cominciò a riguardare
alle maniere del Papa e de' cardinali e degli altri prelati
e di tutti i cortigiani: e tra che egli s'accorse, sì come
uomo che molto avveduto era, e che egli ancora da alcuno fu
informato, egli trovò dal maggiore infino al minore
generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria,
e non solo nella naturale ma ancora nella sogdomitica, senza
freno alcuno di rimordimento o di vergogna, in tanto che la
potenza delle meretrici e de' garzoni in impetrare qualunque
gran cosa non v'era di picciol potere. Oltre a questo,
universalmente gulosi, bevitori, ebriachi e più al ventre
serventi a guisa d'animali bruti, appresso alla lussuria,
che a altro gli conobbe apertamente; e più avanti guardando,
in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che
parimente l'uman sangue, anzi il cristiano, e le divine
cose, chenti che elle si fossero o a sacrificii o a benefici
appartenenti, a denari e vendevano e comperavano, maggior
mercatantia faccendone e più sensali avendone che a Parigi
di drappi o d'alcuna altra cosa non erano, avendo alla
manifesta simonia ‘procureria’ posto nome e alla gulosità
‘substentazioni’, quasi Idio, lasciamo stare il significato
di vocaboli, ma la 'ntenzione de' pessimi animi non
conoscesse e a guisa degli uomini a' nomi delle cose si
debba lasciare ingannare. Le quali, insieme con molte altre
che da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a
colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver
veduto, propose di tornare a Parigi; e così fece.</p>
<p>Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna
cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne,
e gran festa insieme si fecero; e poi che riposato si fu
alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo
Padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.</p>
<p>Al quale il giudeo prestamente rispose: “Parmene male che
Idio dea a quanti sono: e dicoti così, che, se io ben seppi
considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna
buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che
cherico fosse veder mi parve, ma lussuria, avarizia e
gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e
piggiori, se piggiori esser possono in alcuno, mi vi parve
in tanta grazia di tutti vedere, che io ho più tosto quella
per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E per
quello che io estimi, con ogni sollecitudine e con ogni
ingegno e con ogni arte mi pare che il vostro pastore e per
consequente tutti gli altri si procaccino di riducere a
nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là
dove essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella. E
perciò che io veggio non quello avvenire che essi
procacciano, ma continuamente la vostra religione aumentarsi
e più lucida e più chiara divenire, meritamente mi par
discerner lo Spirito santo esser d'essa, sì come di vera e
di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno. Per la
qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi conforti e
non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io
per niuna cosa lascerei di cristian farmi: andiamo adunque
alla chiesa, e quivi secondo il debito costume della vostra
santa fede mi fa' battezzare.”</p>
<p>Giannotto, il quale aspettava dirittamente contraria
conclusione a questa, come lui così udì dire, fu il più
contento uomo che giammai fosse: e a Nostra Dama di Parigi
con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro
che a Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo
che esso l'adomandava, prestamente il fecero; e Giannotto il
levò del sacro fonte e nominollo Giovanni, e appresso a gran
valenti uomini il fece compiutamente ammaestrare nella
nostra fede, la quale egli prestamente apprese: e fu poi
buono e valente uomo e di santa vita.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Melchisedech giudeo con una novella di tre anella cessa un
gran pericolo dal Saladino apparechiatogli.</emph></p></argument>
<p>Poi che, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si
tacque, come alla reina piacque Filomena così cominciò a
parlare:</p>
<p>–La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il
dubbioso caso già avvenuto a un giudeo. Per ciò che già e di
Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato
detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti
degli uomini non si dovrà disdire: a narrarvi quella verrò,
la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte
alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose
compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte
trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria,
così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo
in grande e in sicuro riposo.</p>
<p>E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in
miseria alcun conduca, per molti essempli si vede, li quali
non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo
che tutto il dì mille essempli n'appaiano manifesti: ma che
il senno di consolazion sia cagione, come premisi, per una
novelletta mostrerò brievemente.</p>
<p>Il Saladino, il valore del quale fu tanto, che non
solamente di piccolo uomo il fé di Babillonia soldano ma
ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli
fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue
magnificenze speso tutto il suo tesoro e per alcuno
accidente sopravenutogli bisognandogli una buona quantità di
denari, né veggendo donde così prestamente come gli
bisognavano avergli potesse, gli venne a memoria un ricco
giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava a
usura in Alessandria. E pensossi costui avere da poterlo
servire, quando volesse, ma sì era avaro che di sua volontà
non l'avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per
che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar
modo come il giudeo il servisse, s'avisò di fargli una forza
da alcuna ragion colorata.</p>
<p>E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il
fece sedere e appresso gli disse: “Valente uomo, io ho da
più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio
senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te
quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o
la saracina o la cristiana.”</p>
<p>Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s'avisò
troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle
parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non
potere alcuna di queste tre più l'una che l'altre lodare,
che il Saladino non avesse la sua intenzione; per che, come
colui il qual pareva d'aver bisogno di risposta per la quale
preso non potesse essere, aguzzato lo 'ngegno, gli venne
prestamente avanti quello che dir dovesse; e disse: “Signor
mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene
dire ciò che io ne sento mi vi convien dire una novelletta,
qual voi udirete. Se io non erro, io mi ricordo aver molte
volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il
quale, intra l'altre gioie più care che nel suo tesoro
avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per
lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in
perpetuo lasciarlo ne' suoi discendenti, ordinò che colui
de' suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da
lui, fosse questo anello trovato, che colui s'intendesse
essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri esser come
maggiore onorato e reverito. E colui al quale da costui fu
lasciato tenne simigliante ordine ne' suoi discendenti, e
così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve
andò questo anello di mano in mano a molti successori, e
ultimamente pervenne alle mani a uno il quale avea tre
figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti,
per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i
giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì
come vaghi ciascuno d'essere il più onorato tra' suoi,
ciascun per sé, come meglio sapeva, pregava il padre, il
quale era già vecchio, che quando a morte venisse a lui
quello anello lasciasse. Il valente uomo, che parimente
tutti gli amava né sapeva esso medesimo eleggere a quale più
tosto lasciar lo volesse, pensò, avendolo a ciascun
promesso, di volergli tutti e tre sodisfare: e segretamente
a un buon maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono
simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli
aveva fare appena conosceva qual si fosse il vero; e venendo
a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli.
Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la
eredità e l'onore occupare e l'uno negandola all'altro, in
testimonanza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno
produsse fuori il suo anello; e trovatisi gli anelli sì
simili l'uno all'altro, che qual fosse il vero non si sapeva
cognoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede
del padre, in pendente: e ancor pende. E così vi dico,
signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio
padre, delle quali la quistion proponeste: ciascun la sua
eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti
dirittamente si crede avere e fare, ma chi se l'abbia, come
degli anelli, ancora ne pende la quistione.”</p>
<p>Il Saladino conobbe costui ottimamente esser saputo uscire
del laccio il quale davanti a' piedi teso gli aveva, e per
ciò dispose d'aprirgli il suo bisogno e vedere se servire il
volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse
avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non
gli avesse risposto. Il giudeo liberamente d'ogni quantità
che il Saladino il richiese il servì, e il Saladino poi
interamente il sodisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi
doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole
stato appresso di sé il mantenne.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Un monaco, caduto in peccato degno di gravissima
punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella
medesima colpa, si libera dalla pena.</emph></p></argument>
<p>Già si tacea Filomena dalla sua novella espedita, quando
Dioneo, che appresso di lei sedeva, senza aspettare dalla
reina altro comandamento, conoscendo già per l'ordine
cominciato che a lui toccava il dover dire, in cotal guisa
cominciò a parlare:</p>
<p>–Amorose donne, se io ho bene la 'ntenzione di tutte
compresa, noi siamo qui per dovere a noi medesimi novellando
piacere; e per ciò, solamente che contro a questo non si
faccia, estimo a ciascuno dovere esser licito (e così ne
disse la nostra reina, poco avanti, che fosse) quella
novella dire che più crede che possa dilettare: per che,
avendo udito che per li buoni consigli di Giannoto di
Civignì Abraam avere l'anima salvata e Melchisedech per lo
suo senno avere le sue ricchezze dagli aguati del Saladino
difese, senza riprensione attender da voi intendo di
raccontar brievemente con che cautela un monaco il suo corpo
di gravissima pena liberasse.</p>
<p>Fu in Lunigiana, paese non molto da questo lontano, un
monistero già di santità e di monaci più copioso che oggi
non è, nel quale tra gli altri era un monaco giovane, il
vigore del quale né la freschezza né i digiuni né le vigilie
potevano macerare. Il quale per ventura un giorno in sul
mezzodì, quando gli altri monaci tutti dormivano, andandosi
tutto solo da torno alla sua chiesa, la quale in luogo assai
solitario era, gli venne veduta una giovinetta assai bella,
forse figliuola d'alcuno de' lavoratori della contrada, la
quale andava per li campi certe erbe cogliendo: né prima
veduta l'ebbe, che egli fieramente assalito fu dalla
concupiscenza carnale. Per che, fattolesi più presso, con
lei entrò in parole e tanto andò d'una in altra, che egli si
fu accordato con lei e seco nella sua cella ne la menò, che
niuna persona se n'accorse.</p>
<p>E mentre che egli, da troppa volontà trasportato, men
cautamente con le' scherzava, avvenne che l'abate, da dormir
levatosi e pianamente passando davanti alla cella di costui,
sentio lo schiamazzio che costoro insieme faceano; e per
conoscere meglio le voci s'accostò chetamente all'uscio
della cella a ascoltare, e manifestamente conobbe che dentro
a quella era femina e tutto fu tentato di farsi aprire; poi
pensò di volere tenere in ciò altra maniera, e tornatosi
alla sua camera aspettò che il monaco fuori uscisse. Il
monaco, ancora che da grandissimo suo piacere e diletto
fosse con questa giovane occupato, pur nondimeno tuttavia
sospettava; e parendogli aver sentito alcuno stropicio di
piedi per lo dormitoro, a un piccol pertugio pose l'occhio e
vide apertissimamente l'abate stare a ascoltarlo, e molto
ben comprese l'abate aver potuto conoscere quella giovane
esser nella sua cella. Di che egli, sappiendo che di questo
gran pena gli dovea seguire, oltre modo fu dolente: ma pur,
sanza del suo cruccio niente mostrare alla giovane,
prestamente seco molte cose rivolse, cercando se a lui
alcuna salutifera trovar ne potesse. E occorsagli una nuova
malizia, la quale al fine imaginato da lui dirittamente
pervenne, e faccendo sembiante che esser gli paresse stato
assai con quella giovane, le disse: “Io voglio andare a
trovar modo come tu esca di qua entro senza esser veduta; e
per ciò statti pianamente infino alla mia tornata.”</p>
<p>E uscito fuori e serrata la cella con la chiave,
dirittamente se n'andò alla camera dell'abate; e,
presentatagli quella secondo che ciascun monaco facea quando
fuori andava, con un buon volto disse: “Messere, io non
potei stamane farne venire tutte le legne le quali io aveva
fatte fare, e per ciò con vostra licenzia io voglio andare
al bosco e farlene venire.”</p>
<p>L'abate, per potersi più pienamente informare del fallo
commesso da costui, avvisando che questi accorto non se ne
fosse che egli fosse stato da lui veduto, fu lieto di tale
accidente e volentier prese la chiave e similmente gli diè
licenzia. E come il vide andato via, cominciò a pensare qual
far volesse più tosto: o in presenza di tutti i monaci aprir
la cella di costui e far loro vedere il suo difetto, acciò
che poi non avesser cagione di mormorare contro di lui
quando il monaco punisse, o di voler prima da lei sentire
come andata fosse la bisogna. E pensando seco stesso che
questa potrebbe esser tal femina o figliuola di tale uomo,
che egli non le vorrebbe aver fatta quella vergogna d'averla
a tutti i monaci fatta vedere, s'avisò di voler prima veder
chi fosse e poi prender partito; e chetamente andatose alla
cella, quella aprì e entrò dentro e l'uscio richiuse. La
giovane vedendo venir l'abate tutta smarrì, e temendo di
vergogna cominciò a piagnere.</p>
<p>Messer l'abate, postole l'occhio adosso e veggendola bella
e fresca, ancora che vecchio fosse sentì subitamente non
meno cocenti gli stimoli della carne che sentiti avesse il
suo giovane monaco; e fra se stesso cominciò a dire: “Deh,
perché non prendo io del piacere quando io ne posso avere,
con ciò sia cosa che il dispiacere e la noia, sempre che io
ne vorrò, sieno apparecchiati? Costei è una bella giovane e
è qui che niuna persona del mondo il sa: se io la posso
recare a fare i piacer miei, io non so perché io nol mi
faccia. Chi il saprà? Egli nol saprà persona mai, e peccato
celato è mezzo perdonato. Questo caso non avverrà forse mai
più: io estimo ch'egli sia gran senno a pigliarsi del bene,
quando Domenedio ne manda altrui.”</p>
<p>E così dicendo e avendo del tutto mutato proposito da
quello per che andato v'era, fattosi più presso alla
giovane, pianamente la cominciò a confortare e a pregarla
che non piagnesse; e d'una parola in un'altra procedendo, a
aprirle il suo disidero pervenne. La giovane, che non era di
ferro né di diamante, assai agevolmente si piegò a' piaceri
dell'abate: il quale, abbracciatala e basciatala più volte,
in su il letticello del monaco salitosene, avendo forse
riguardo al grave peso della sua dignità e alla tenera età
della giovane, temendo forse di non offenderla per troppa
gravezza, non sopra il petto di lei salì ma lei sopra il suo
petto pose, e per lungo spazio con lei si trastullò.</p>
<p>Il monaco, che fatto avea sembiante d'andare al bosco,
essendo nel dormentoro occultato, come vide l'abate solo
nella sua cella entrare, così tutto rassicurato estimò il
suo avviso dovere avere effetto; e veggendol serrar dentro,
l'ebbe per certissimo. E uscito di là dove era, chetamente
n'andò a un pertugio per lo quale ciò che l'abate fece o
disse e udì e vide. Parendo all'abate essere assai con la
giovanetta dimorato, serratala nella cella, alla sua camera
se ne tornò; e dopo alquanto, sentendo il monaco e credendo
lui esser tornato dal bosco, avvisò di riprenderlo forte e
di farlo incarcerare acciò che esso solo possedesse la
guadagnata preda: e fattoselo chiamare, gravissimamente e
con mal viso il riprese e comandò che fosse in carcere
messo.</p>
<p>Il monaco prontissimamente rispose: “Messere, io non sono
ancora tanto all'Ordine di san Benedetto stato, che io possa
avere ogni particularità di quello apparata; e voi ancora
non m'avavate monstrato che' monaci si debban far dalle
femine premiere come da' digiuni e dalle vigilie; ma ora che
mostrato me l'avete, vi prometto, se questa mi perdonate, di
mai più in ciò non peccare, anzi farò sempre come io a voi
ho veduto fare.”</p>
<p>L'abate, che accorto uomo era, prestamente conobbe costui
non solamente aver più di lui saputo, ma veduto ciò che esso
aveva fatto; per che, dalla sua colpa stessa rimorso, si
vergognò di fare al monaco quello che egli, sì come lui,
aveva meritato. E perdonatogli e impostogli di ciò che
veduto aveva silenzio, onestamente misero la giovanetta di
fuori e poi più volte si dee credere ve la facesser tornare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>La marchesana di Monferrato con un convito di galline e
con alquante leggiadre parolette reprime il folle amore del
re di Francia.</emph></p></argument>
<p>La novella da Dioneo raccontata prima con un poco di
vergogna punse i cuori delle donne ascoltanti e con onesto
rossore nel loro viso apparito ne diede segno; e poi quella,
l'una l'altra guardando, appena del rider potendosi
abstenere, soghignando ascoltarono. Ma venuta di questa la
fine, poi che lui con alquante dolci parolette ebber morso,
volendo mostrare che simili novelle non fossero tra donne da
raccontare, la reina, verso la Fiammetta che appresso di lui
sopra l'erba sedeva rivolta, che essa l'ordine seguitasse le
comandò. La quale vezzosamente e con lieto viso incominciò:</p>
<p>–Sì perché mi piace noi essere entrati a dimostrare con le
novelle quanta sia la forza delle belle e pronte risposte, e
sì ancora perché quanto negli uomini è gran senno il cercar
d'amar sempre donna di più alto legnaggio che egli non è,
così nelle donne è grandissimo avvedimento il sapersi
guardare dal prendersi dell'amore di maggiore uomo che ella
non è, m'è caduto nell'animo, donne mie belle, di mostrarvi,
nella novella che a me tocca di dire, come e con opere e con
parole una gentil donna sé da questo guardasse e altrui ne
rimovesse.</p>
<p>Era il marchese di Monferrato, uomo d'alto valore,
gonfaloniere della Chiesa, oltremare passato in un general
passaggio da' cristiani fatto con armata mano. E del suo
valore ragionandosi nella corte del re Filippo il bornio, il
quale a quello medesimo passaggio andar di Francia
s'aparecchiava, fu per un cavalier detto non esser sotto le
stelle una simile coppia a quella del marchese e della sua
donna: però che, quanto tra' cavalieri era d'ogni virtù il
marchese famoso, tanto la donna tra tutte l'altre donne del
mondo era bellissima e valorosa. Le quali parole per sì
fatta maniera nell'animo del re di Francia entrarono, che,
senza mai averla veduta, di subito ferventemente la cominciò
a amare; e propose di non volere, al passaggio al quale
andava, in mare entrare altrove che a Genova, acciò che
quivi, per terra andando, onesta cagione avesse di dovere
andare la marchesana a vedere, avvisandosi che, non
essendovi il marchese, gli potesse venir fatto di mettere a
effetto il suo disio. E secondo il pensier fatto mandò a
essecuzione: per ciò che, mandato avanti ogni uomo, esso con
poca compagnia e di gentili uomini entrò in cammino; e,
avvicinandosi alle terre del marchese, un dì davanti mandò a
dire alla donna che la seguente mattina l'attendesse a
desinare.</p>
<p>La donna, savia e avveduta, lietamente rispose che questa
l'era somma grazia sopra ogn'altra e che egli fosse il ben
venuto. E appresso entrò in pensiero che questo volesse
dire, che uno così fatto re, non essendovi marito di lei, la
venisse a visitare: né la 'ngannò in questo l'aviso, cioè
che la fama della sua bellezza il vi traesse. Nondimeno,
come valorosa donna dispostasi a onorarlo, fattisi chiamar
di que' buoni uomini che rimasi v'erano, a ogni cosa
oportuna con lor consiglio fece ordine dare, ma il convito e
le vivande ella sola volle ordinare. E fatte senza indugio
quante galline nella contrada erano ragunare, di quelle sole
varie vivande divisò a' suoi cuochi per lo convito reale.</p>
<p>Venne adunque il re il giorno detto e con gran festa e
onore dalla donna fu ricevuto. Il quale, oltre a quello che
compreso aveva per le parole del cavaliere, riguardandola,
gli parve bella e valorosa e costumata, e sommamente se ne
maravigliò e commendolla forte, tanto nel suo disio più
accendendosi quanto da più trovava esser la donna che la sua
passata stima di lei. E dopo alcun riposo preso in camere
ornatissime di ciò che a quelle, per dovere un sì fatto re
ricevere, s'appartiene, venuta l'ora del desinare, il re e
la marchesana a una tavola sedettero, e gli altri secondo le
loro qualità a altre mense furono onorati.</p>
<p>Quivi essendo il re successivamente di molti messi servito
e di vini ottimi e preziosi, e oltre a ciò con diletto
talvolta la marchesana bellissima riguardando, sommo piacere
avea; ma pur, venendo l'un messo appresso l'altro, cominciò
il re alquanto a maravigliarsi conoscendo che quivi,
quantunque le vivande diverse fossero, non pertanto di niuna
cosa essere altro che di galline. E come che il re
conoscesse il luogo, là dove era, dovere esser tale che
copiosamente di diverse salvaggine avervi dovesse, e l'avere
davanti significata la sua venuta alla donna spazio l'avesse
dato di poter far cacciare, non pertanto, quantunque molto
di ciò si maravigliasse, in altro non volle prender cagion
di doverla mettere in parole se non delle sue galline; e con
lieto viso rivoltosi verso lei disse: “Dama, nascono in
questo paese solamente galline senza gallo alcuno?”</p>
<p>La marchesana, che ottimamente la dimanda intese, parendole
che secondo il suo disidero Domenedio l'avesse tempo mandato
oportuno a poter la sua intenzion dimostrare, al re
domandante baldanzosamente verso lui rivolta rispose:
“Monsignor no, ma le femine, quantunque in vestimenti e in
onori alquanto dall'altre variino, tutte per ciò son fatte
qui come altrove.”</p>
<p>Il re, udite queste parole, raccolse bene la cagione del
convito delle galline e la vertù nascosa nelle parole, e
accorsesi che invano con così fatta donna parole si
gitterebbono e che forza non v'avea luogo; per che così come
disavedutamente acceso s'era di lei, saviamente s'era da
spegnere per onor di lui il male concetto fuoco. E senza più
motteggiarla, temendo delle sue risposte, fuori d'ogni
speranza desinò; e, finito il desinare, acciò che il presto
partirsi ricoprisse la sua disonesta venuta, ringraziatala
dell'onor ricevuto da lei, accomandandolo ella a Dio, a
Genova se n'andò.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Confonde un valente uomo con un bel detto la maluagia
ipocresia de' religiosi.</emph></p></argument>
<p>Emilia, la quale appresso la Fiammetta sedea, essendo già
stato da tutte commendato il valore e il leggiadro
gastigamento della marchesana fatto al re di Francia, come
alla sua reina piacque, baldanzosamente a dir cominciò:</p>
<p>–Né io altressì tacerò un morso dato da un valente uomo
secolare a uno avaro religioso con un motto non meno da
ridere che da commendare.</p>
<p>Fu dunque, o care giovani, non è ancora gran tempo, nella
nostra città un frate minore inquisitore della eretica
pravità, il quale, come che molto s'ingegnasse di parer
santo e tenero amatore della cristiana fede, sì come tutti
fanno, era non meno buono investigatore di chi piena aveva
la borsa che di chi di scemo nella fede sentisse. Per la
quale sollecitudine per avventura gli venne trovato un buono
uomo, assai più ricco di denar che di senno, al quale, non
già per difetto di fede ma semplicemente parlando forse da
vino o da soperchia letizia riscaldato, era venuto detto un
dì a una sua brigata sé avere un vino sì buono che ne
berebbe Cristo. Il che essendo allo 'nquisitor rapportato, e
egli sentendo che li suoi poderi eran grandi e ben tirata la
borsa, <foreign lang="lat">cum gladiis et fustibus</foreign> impetuosissimamente corse
a formargli un processo gravissimo addosso, avvisando non di
ciò alleviamento di miscredenza nello inquisito ma empimento
di fiorini della sua mano ne dovesse procedere, come fece. E
fattolo richiedere, lui domandò se vero fosse ciò che contro
di lui era stato detto. Il buono uomo rispose del sì e
dissegli il modo.</p>
<p>A che lo 'nquisitore santissimo e divoto di san Giovanni
Barbadoro disse: “Dunque hai tu fatto Cristo bevitore e
vago de' vini solenni, come se Egli fosse Cinciglione o
alcuno altro di voi bevitori, ebriachi e tavernieri: e ora,
umilmente parlando, vuogli mostrare questa cosa molto esser
leggiera. Ella non è come ella ti pare: tu n'hai meritato il
fuoco, quando noi vogliamo, come dobbiamo, verso te
operare.”</p>
<p>E con queste e con altre parole assai, col viso dell'arme,
quasi costui fosse stato Epicuro negante la eternità
dell'anime, gli parlava. E in brieve tanto lo spaurì, che il
buono uomo per certi mezzani gli fece con una buona quantità
della grascia di san Giovanni Boccadoro ugner le mani (la
quale molto giova alle infermità delle pistilenziose
avarizie de' cherici, e spezialmente de' frati minori, che
denari non osan toccare) acciò che egli dovesse verso lui
misericordiosamente aparare. La quale unzione, sì come molto
virtuosa, avvegna che Galieno non ne parli in alcuna parte
delle sue medicine, sì e tanto adoperò, che il fuoco
minacciatogli di grazia si permutò in una croce; e, quasi al
passaggio d'oltremare andar dovesse, per far più bella
bandiera, gialla gliele pose in sul nero. E oltre a questo,
già ricevuti i denari, più giorni appresso di sé il
sostenne, per penitenza dandogli che egli ogni mattina
dovesse udire una messa in Santa Croce e all'ora del
mangiare davanti a lui presentarsi, e poi il rimanente del
giorno quello che più gli piacesse potesse fare.</p>
<p>Il che costui diligentemente faccendo, avvenne una mattina
tra l'altre che egli udì alla messa uno evangelio, nel quale
queste parole si cantavano “Voi riceverete per ognun cento
e possederete la vita eterna”, le quali esso nella memoria
fermamente ritenne; e secondo il comandamento fattogli, a
ora di mangiare davanti allo inquisitor venendo, il trovò
desinare. Il quale lo 'nquisitor domandò se egli avesse la
messa udita quella mattina.</p>
<p>Al quale esso prestamente rispose: “Messer sì.”</p>
<p>A cui lo 'nquisitor disse: “Udistù, in quella, cosa niuna
della quale tu dubiti o vogline dimandare?”</p>
<p>“Certo” rispose il buono uomo “di niuna cosa che io
udissi dubito, anzi tutte per fermo le credo vere. Udinne io
bene alcuna che m'ha fatto e fa avere di voi e degli altri
vostri frati grandissima compassione, pensando al malvagio
stato che voi di là nell'altra vita dovrete avere.”</p>
<p>Disse allora lo 'nquisitore: “E quale fu quella parola che
t'ha mosso a aver questa compassion di noi?”</p>
<p>Il buono uomo rispose: “Messere, ella fu quella parola
dello evangelio la qual dice: «Voi riceverete per ognun
cento».”</p>
<p>Lo 'nquisitore disse: “Questo è vero: ma perché t'ha per
ciò questa parola commosso?”</p>
<p>“Messer, “ rispose il buono uomo “io vel dirò. Poi che io
usai qui, ho io ogni dì veduto dar qui di fuori a molta
povera gente quando una e quando due grandissime caldaie di
broda, la quale a' frati di questo convento e a voi si
toglie, sì come soperchia, davanti; per che, se per ognuna
cento ve ne fieno rendute, di là voi n'avrete tanta, che voi
dentro tutti vi dovrete affogare.”</p>
<p>Come che gli altri che alla tavola dello inquisitore erano
tutti ridessono, lo 'nquisitore sentendo trafiggere la lor
brodaiuola ipocrisia tutto si turbò; e se non fosse che
biasimo portava di quello che fatto avea, un altro processo
gli avrebbe addosso fatto per ciò che con ridevol motto lui
e gli altri poltroni aveva morsi. E per bizzarria gli
comandò che quello che più gli piacesse facesse, senza più
davanti venirgli.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Bergamino con una novella di Primasso e dell'abate di
Clignì onestamente morde una avarizia nuova venuta in messer
Can della Scala.</emph></p></argument>
<p>Mosse la piacevolezza d'Emilia e la sua novella la reina e
ciascuno altro a ridere e a commendare il nuovo avviso del
crociato. Ma poi che le risa rimase furono e racquetato
ciascuno, Filostrato, al qual toccava il novellare, in cotal
guisa cominciò a parlare:</p>
<p>–Bella cosa è, valorose donne, il ferire un segno che mai
non si muti, ma quella è quasi maravigliosa, quando alcuna
cosa non usata apparisce di subito, se subitamente da uno
arciere è ferita. La viziosa e lorda vita de' cherici, in
molte cose quasi di cattività fermo segno, senza troppa
difficultà dà di sé da parlare, da mordere e da riprendere a
ciascuno che ciò disidera di fare. E per ciò, come che ben
facesse il valente uomo che lo inquisitore della ipocrita
carità de' frati, che quel lo danno a' poveri che
converrebbe loro dare al porco o gittar via, trafisse, assai
estimo più da lodare colui del quale, tirandomi a ciò la
precedente novella, parlar debbo: il quale messer Cane della
Scala, magnifico signore, d'una subita e disusata avarizia
in lui apparita morse con una leggiadra novella, in altrui
figurando quello che di sé e di lui intendeva di dire: la
quale è questa.</p>
<p>Sì come chiarissima fama quasi per tutto il mondo suona,
messer Can della Scala, al quale in assai cose fu favorevole
la fortuna, fu uno de' più notabili e de' più magnifichi
signori che dallo imperadore Federigo secondo in qua si
sapesse in Italia. Il quale, avendo disposto di fare una
notabile e maravigliosa festa in Verona, e a quella molta
gente e di varie parti fosse venuta e massimamente uomini di
corte d'ogni maniera, subito, qual che la cagion fosse, da
ciò si ritrasse, e in parte provedette coloro che venuti
v'erano e licenziolli. Solo uno, chiamato Bergamino, oltre
al credere di chi non l'udì presto parlatore e ornato, senza
essere d'alcuna cosa proveduto o licenzia datagli, si
rimase, sperando che non senza sua futura utilità ciò
dovesse essere stato fatto. Ma nel pensiero di messer Cane
era caduto ogni cosa che gli si donasse vie peggio esser
perduta che se nel fuoco fosse stata gittata: né di ciò gli
dicea o facea dire alcuna cosa.</p>
<p>Bergamino dopo alquanti dì, non veggendosi né chiamare né
richiedere a cosa che a suo mestier partenesse e oltre a ciò
consumarsi nello albergo co' suoi cavalli e co' suoi fanti,
incominciò a prender malinconia; ma pure aspettava, non
parendogli ben far di partirsi. E avendo seco portate tre
belle e ricche robe, che donate gli erano state da altri
signori, per comparire orrevole alla festa, volendo il suo
oste esser pagato, primieramente gli diede l'una e appresso,
soprastando ancora molto più, convenne, se più volle col suo
oste tornare, gli desse la seconda; e cominciò sopra la
terza a mangiare, disposto di tanto stare a vedere quanto
quella durasse e poi partirsi.</p>
<p>Ora, mentre che egli sopra la terza roba mangiava, avvenne
che egli si trovò un giorno, desinando messer Cane, davanti
da lui assai nella vista malinconoso; il quale messer Can
veggendo, più per istraziarlo che per diletto pigliare
d'alcun suo detto, disse: “Bergamino, che hai tu? tu stai
così malinconoso! Dinne alcuna cosa.”</p>
<p>Bergamino allora, senza punto pensare quasi molto tempo
pensato avesse, subitamente in acconcio de' fatti suoi disse
questa novella: “Signor mio, voi dovete sapere che Primasso
fu un gran valente uomo in gramatica e fu oltre a ogni altro
grande e presto versificatore: le quali cose il renderono
tanto raguardevole e sì famoso, che, ancora che per vista in
ogni parte conosciuto non fosse, per nome e per fama quasi
niuno era che non sapesse chi fosse Primasso. Ora avvenne
che, trovandosi egli una volta a Parigi in povero stato, sì
come egli il più del tempo dimorava per la vertù che poco
era gradita da coloro che possono assai, udì ragionare d'uno
abate di Clignì, il quale si crede che sia il più ricco
prelato di sue entrate che abbia la Chiesa di Dio dal Papa
in fuori; e di lui udì dire maravigliose e magnifiche cose
in tener sempre corte e non esser mai a alcuno, che andasse
là dove egli fosse, negato né mangiar né bere, solo che
quando l'abate mangiasse il domandasse. La qual cosa
Primasso udendo, sì come uomo che si dilettava di vedere i
valenti uomini e' signori, diliberò di volere andare a
vedere la magnificenza di questo abate e domandò quanto egli
allora dimorasse presso a Parigi. A che gli fu risposto che
forse a sei miglia, a un suo luogo; al quale Primasso pensò
di potervi essere, movendosi la mattina a buona ora, a ora
di mangiare. Fattasi adunque la via insegnare, non trovando
alcun che v'andasse, temette non per isciagura gli venisse
smarrita e quinci potere andare in parte dove così tosto non
troveria da mangiare; per che, se ciò avvenisse, acciò che
di mangiare non patisse disagio, seco pensò di portare tre
pani, avvisando che dell'acqua, come che ella gli piacesse
poco, troverebbe in ogni parte da bere. E quegli messisi in
seno, prese il suo cammino e vennegli sì ben fatto, che
avanti ora di mangiare pervenne là dove l'abate era. E
entrato dentro andò riguardando per tutto, e veduta la gran
moltitudine delle tavole messe e il grande apparecchio della
cucina e l'altre cose per lo desinare apprestate, fra se
medesimo disse: ‘Veramente è questi così magnifico come uom
dice.’ E, stando alquanto intorno a queste cose attento, il
siniscalco dell'abate, per ciò che ora era di mangiare,
comandò che l'acqua si desse alle mani; e, data l'acqua,
mise ogn'uomo a tavola. E per avventura avvenne che Primasso
fu messo a sedere appunto di rimpetto all'uscio della camera
donde l'abate dovea uscire per venire nella sala a mangiare.
Era in quella corte questa usanza, che in su le tavole vino
né pane né altre cose da mangiare o da ber si ponea già mai,
se prima l'abate non veniva a sedere alla tavola. Avendo
adunque il siniscalco le tavole messe, fece dire all'abate
che, qualora gli piacesse, il mangiare era presto. L'abate
fece aprir la camera per venir nella sala: e venendo si
guardò innanzi e per ventura il primo uomo che agli occhi
gli corse fu Primasso, il quale assai male era in arnese e
cui egli per veduta non conoscea: e come veduto l'ebbe,
incontanente gli corse nell'animo un pensiero cattivo e mai
più non statovi, e disse seco: ‘Vedi a cui io do mangiare il
mio!’ E tornandosi adietro, comandò che la camera fosse
serrata e domandò coloro che appresso lui erano se alcuno
conoscesse quel ribaldo che arrimpetto all'uscio della sua
camera sedeva alle tavole. Ciascuno rispose del no.
Primasso, il quale avea talento di mangiare, come colui che
camminato avea e uso non era di digiunare, avendo alquanto
aspettato e veggendo che l'abate non veniva, si trasse di
seno l'uno de' tre pani li quali portati aveva e cominciò a
mangiare. L'abate, poi che alquanto fu stato, comandò a uno
de' suoi famigliari che riguardasse se partito si fosse
questo Primasso. Il famigliare rispose: ‘Messer no, anzi
mangia pane, il quale mostra che egli seco recasse.’ Disse
allora l'abate: ‘Or mangi del suo, se egli n'ha, ché del
nostro non mangerà egli oggi.’ Avrebbe voluto l'abate che
Primasso da se stesso si fosse partito, per ciò che
accomiatarlo non gli pareva far bene. Primasso, avendo l'un
pane mangiato e l'abate non vegnendo, cominciò a mangiare il
secondo: il che similmente all'abate fu detto, che fatto
avea guardare se partito fosse. Ultimamente, non venendo
l'abate, Primasso mangiato il secondo cominciò a mangiare il
terzo: il che ancora fu all'abate detto, il quale seco
stesso cominciò a pensare e a dire: ‘Deh questa che novità è
oggi che nella anima m'è venuta, che avarizia, chente
sdegno, e per cui? Io ho dato mangiare il mio, già è
molt'anni, a chiunque mangiar n'ha voluto, senza guardare se
gentile uomo è o villano, o povero o ricco, o mercatante o
barattiere stato sia, e a infiniti ribaldi con l'occhio me
l'ho veduto straziare, né mai nell'animo m'entrò questo
pensiero che per costui mi c'è entrato. Fermamente avarizia
non mi dee avere assalito per uomo di piccolo affare:
qualche gran fatto dee esser costui che ribaldo mi pare,
poscia che così mi s'è rintuzzato l'animo d'onorarlo.’ E
così detto, volle saper chi fosse; e trovato che era
Primasso, quivi venuto a vedere della sua magnificenza
quello che n'aveva udito, il quale avendo l'abate per fama
molto tempo davante per valente uom conosciuto, si vergognò,
e vago di far l'amenda in molte maniere s'ingegnò
d'onorarlo. E appresso mangiare, secondo che alla
sufficienza di Primasso si conveniva, il fé nobilmente
vestire, e donatigli denari e pallafreno, nel suo albitrio
rimise l'andare e lo stare. Di che Primasso contento,
rendutegli quelle grazie le quali poté maggiori, a Parigi,
donde a piè partito s'era, ritornò a cavallo.”</p>
<p>Messer Cane, il quale intendente signore era, senza altra
dimostrazione alcuna ottimamente intese ciò che dir volea
Bergamino: e sorridendo gli disse: “Bergamino, assai
acconciamente hai mostrati i danni tuoi, la tua virtù e la
mia avarizia e quel che da me disideri: e veramente mai più
che ora per te da avarizia assalito non fui, ma io la
caccerò con quel bastone che tu medesimo hai divisato.” E
fatto pagare l'oste di Bergamino e lui nobilissimamente
d'una sua roba vestito, datigli denari e un pallafreno, nel
suo piacere per quella volta rimise l'andare e lo stare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Guglielmo Borsiere con leggiadre parole trafigge
l'avarizia di messer Ermino de' Grimaldi.</emph></p></argument>
<p>Sedeva appresso Filostrato Lauretta, la quale, poscia che
udito ebbe lodare la 'ndustria di Bergamino e sentendo a lei
convenir dire alcuna cosa, senza alcuno comandamento
aspettare piacevolmente così cominciò a parlare:</p>
<p>–La precedente novella, care compagne, m'induce a voler
dire come un valente uomo di corte similmente, e non senza
frutto, pugnesse d'un ricchissimo mercatante la cupidigia;
la quale, perché l'effetto della passata somigli, non vi dovrà
per ciò esser men cara, pensando che bene n'adivenisse
alla fine.</p>
<p>Fu adunque in Genova, buon tempo è passato, un gentile uomo
chiamato messere Ermino de' Grimaldi, il quale, per quello
che da tutti era creduto, di grandissime possessioni e di
denari di gran lunga trapassava la ricchezza d'ogni altro
ricchissimo cittadino che allora si sapesse in Italia. E sì
come egli di ricchezza ogni altro avanzava che italico
fosse, così d'avarizia e di miseria ogni altro misero e
avaro che al mondo fosse soperchiava oltre misura: per ciò
che non solamente in onorare altrui teneva la borsa stretta,
ma nelle cose oportune alla sua propria persona, contra il
general costume de' genovesi che usi sono di nobilemente
vestire, sosteneva egli per non ispendere difetti
grandissimi, e similmente nel mangiare e nel bere. Per la
qual cosa, e meritamente, gli era de' Grimaldi caduto il
sopranome e solamente messere Ermino Avarizia era da tutti
chiamato.</p>
<p>Avvenne che in questi tempi, che costui non ispendendo il
suo multiplicava, arrivò a Genova un valente uomo di corte e
costumato e ben parlante, il qual fu chiamato Guiglielmo
Borsiere, non miga simile a quegli li quali sono oggi, li
quali, non senza gran vergogna de' corrotti e vituperevoli
costumi di coloro li quali al presente vogliono essere
gentili uomini e signor chiamati e reputati, son più tosto
da dire asini nella bruttura di tutta la cattività de'
vilissimi uomini allevati che nelle corti. E là dove a que'
tempi soleva essere il lor mestiere e consumarsi la lor
fatica in trattar paci, dove guerre o sdegni tra gentili
uomini fosser nati, o trattar matrimonii, parentadi e
amistà, e con belli motti e leggiadri ricreare gli animi
degli affaticati e sollazzar le corti e con agre
riprensioni, sì come padri, mordere i difetti de' cattivi, e
questo con premii assai leggieri; oggi di rapportar male
dall'uno all'altro, in seminare zizzania, in dir cattività e
tristizie, e, che è peggio, in farle nella presenza degli
uomini, in rimproverare i mali, le vergogne e le tristezze
vere e non vere l'uno all'altro e con false lusinghe gli
uomini gentili alle cose vili e scellerate ritrarre
s'ingegnano il lor tempo di consumare. E colui è più caro
avuto e più da' miseri e scostumati signori onorato e con
premii grandissimi essaltato, che più abominevoli parole
dice o fa atti: gran vergogna e biasimevole del mondo
presente, e argomento assai evidente che le virtù, di qua
giù dipartitesi, hanno nella feccia de' vizii i miseri
viventi abbandonati.</p>
<p>Ma tornando a ciò che io cominciato avea, da che giusto
sdegno un poco m'ha trasviata più che io non credetti, dico
che il già detto Guiglielmo da tutti i gentili uomini di
Genova fu onorato e volentier veduto: il quale, essendo
dimorato alquanti giorni nella città e avendo udite molte
cose della miseria e della avarizia di messere Ermino, il
volle vedere. Messere Ermino aveva già sentito come questo
Guiglielmo Borsiere era valente uomo; e pure avendo in sé,
quantunque avaro fosse, alcuna favilluzza di gentilezza, con
parole assai amichevoli e con lieto viso il ricevette e con
lui entrò in molti e varii ragionamenti, e ragionando il
menò seco, insieme con altri genovesi che con lui erano, in
una sua casa nuova, la quale fatta aveva fare assai bella</p>
<p>E, dopo avergliele tutta mostrata, disse: “Deh, messer
Guiglielmo, voi che avete e vedute e udite molte cose,
saprestemi voi insegnare cosa alcuna che mai più non fosse
stata veduta, la quale io potessi far dipignere nella sala
di questa mia casa?”</p>
<p>A cui Guiglielmo, udendo il suo mal conveniente parlare,
rispose: “Messere, cosa che non fosse mai stata veduta non
vi crederei io sapere insegnare, se ciò non fosser già
starnuti o cose a quegli simiglianti; ma, se vi piace, io ve
ne insegnerò bene una che voi non credo che vedeste
giammai.”</p>
<p>Messere Ermino disse: “Deh, io ve ne priego, ditemi quale
è dessa”, non aspettando lui quello dover rispondere che
rispose.</p>
<p>A cui Guiglielmo allora prestamente disse: “Fateci
dipignere la Cortesia.”</p>
<p>Come messere Ermino udì questa parola, così subitamente il
prese una vergogna tale, che ella ebbe forza di fargli
mutare animo quasi tutto in contrario a quello che infino a
quella ora aveva avuto, e disse: “Messer Guiglielmo, io la
ci farò dipignere in maniera che mai né voi né altri con
ragione mi potrà più dire che io non l'abbia veduta e
conosciuta.”</p>
<p>E da questo dì innanzi, di tanta virtù fu la parola da
Guiglielmo detta, fu il più liberale e 'l più grazioso
gentile uomo e quello che più e' forestieri e i cittadini
onorò che altro che in Genova fosse a' tempi suoi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Il re di Cipri, da una donna di Guascogna trafitto, di
cattivo valoroso diviene.</emph></p></argument>
<p>A Elissa restava l'ultimo comandamento della reina; la
quale, senza aspettarlo, tutta festevole cominciò:</p>
<p>–Giovani donne, spesse volte già addivenne che quello che
varie riprensioni e molte pene date a alcuno non hanno
potuto in lui adoperare, una parola molte volte, per
accidente non che <foreign lang="lat">ex proposito</foreign> detta, l'ha operato. Il
che assai bene appare nella novella raccontata dalla
Lauretta, e io ancora con un'altra assai brieve ve lo
intendo dimostrare: perché, con ciò sia cosa che le buone
sempre possan giovare, con attento animo son da ricogliere,
chi che d'esse sia il dicitore.</p>
<p>Dico adunque che ne' tempi del primo re di Cipri, dopo il
conquisto fatto della Terra Santa da Gottifré di Buglione,
avvenne che una gentil donna di Guascogna in pellegrinaggio
andò al Sepolcro, donde tornando, in Cipri arrivata, da
alcuni scellerati uomini villanamente fu oltreggiata. Di che
ella senza alcuna consolazion dolendosi, pensò d'andarsene a
richiamare al re; ma detto le fu per alcuno che la fatica si
perderebbe, per ciò che egli era di sì rimessa vita e da sì
poco bene, che, non che egli l'altrui onte con giustizia
vendicasse, anzi infinite con vituperevole viltà a lui
fattene sosteneva, in tanto che chiunque aveva cruccio
alcuno, quello col fargli alcuna onta o vergogna sfogava.</p>
<p>La qual cosa udendo la donna, disperata della vendetta a
alcuna consolazione della sua noia propose di voler mordere
la miseria del detto re; e andatasene piagnendo davanti a
lui, disse: “Signor mio, io non vengo nella tua presenza
per vendetta che io attenda della ingiuria che m'è stata
fatta; ma in sodisfacimento di quella ti priego che tu
m'insegni come tu sofferi quelle le quali io intendo che ti
son fatte, acciò che, da te apparando, io possa
pazientemente la mia comportare: la quale, sallo Idio, se io
far lo potessi, volentieri te la donerei, poi così buono
portatore ne se'.”</p>
<p>Il re, infino allora stato tardo e pigro, quasi dal sonno
si risvegliasse, cominciando dalla ingiuria fatta a questa
donna, la quale agramente vendicò, rigidissimo persecutore
divenne di ciascuno che contro allo onore della sua corona
alcuna cosa commettesse da indi innanzi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Maestro Alberto da Bologna onestamente fa vergognare una
donna, la quale lui d'esser di lei innamorato voleva far
vergognare.</emph></p></argument>
<p>Restava, tacendo già Elissa, l'ultima fatica del novellare
alla reina; la quale donnescamente cominciando a parlar
disse:</p>
<p>–Valorose giovani, come ne' lucidi sereni sono le stelle
ornamento del cielo e nella primavera i fiori ne' verdi
prati, così de' laudevoli costumi e de' ragionamenti
piacevoli sono i leggiadri motti; li quali, per ciò che
brievi sono, molto meglio alle donne stanno che agli uomini,
in quanto più alle donne che agli uomini il molto parlare e
lungo, quando senza esso si possa far, si disdice, come che
oggi poche o niuna donna rimasa ci sia la quale o ne 'ntenda
alcun leggiadro o a quello, se pur lo 'ntendesse, sappia
rispondere: general vergogna è di noi e di tutte quelle che
vivono. Per ciò che quella vertù che già fu nell'anime delle
passate hanno le moderne rivolta in ornamenti del corpo; e
colei la quale si vede indosso li panni più screziati e più
vergati e con più fregi si crede dovere essere da molto più
tenuta e più che l'altre onorata, non pensando che, se fosse
chi adosso o indosso gliele ponesse, uno asino ne porterebbe
troppo più che alcuna di loro: né per ciò più da onorar
sarebbe che uno asino. Io mi vergogno di dirlo, per ciò che
contro all'altre non posso dire che io contro a me non dica:
queste così fregiate, così dipinte, così screziate o come
statue di marmo mutole e insensibili stanno o sì rispondono,
se sono addomandate, che molto sarebbe meglio l'aver
taciuto; e fannosi a credere che da purità d'animo proceda
il non saper tralle donne e co' valenti uomini favellare, e
alla lor milensaggine hanno posto nome onestà, quasi niuna
donna onesta sia se non colei che con la fante o con la
lavandaia o con la sua fornaia favella: il che se la natura
avesse voluto, come elle si fanno a credere, per altro modo
loro avrebbe limitato il cinguettare. È il vero che, così
come nell'altre cose, è in questa da riguardare e il tempo e
il luogo e con cui si favella, per ciò che talvolta avviene
che, credendo alcuna donna o uomo con alcuna paroletta
leggiadra fare altrui arrossare, non avendo ben le sue forze
con quelle di quel cotal misurate, quello rossore che in
altrui ha creduto gittare sopra sé l'ha sentito tornare. Per
che, acciò che voi vi sappiate guardare, e oltre a questo
acciò che per voi non si possa quello proverbio intendere
che comunemente si dice per tutto, cioè che le femine in
ogni cosa sempre pigliano il peggio, questa ultima novella
di quelle d'oggi, la quale a me tocca di dover dire, voglio
ve ne renda ammaestrate, acciò che, come per nobiltà d'animo
dall'altre divise siete, così ancora per eccellenzia di
costumi separate dall'altre vi dimostriate.</p>
<p>Egli non sono ancora molti anni passati che in Bologna fu
un grandissimo medico e di chiara fama quasi a tutto il
mondo, e forse ancora vive, il cui nome fu maestro Alberto.
Il quale, essendo già vecchio di presso a settanta anni,
tanta fu la nobiltà del suo spirito, che, essendo già del
corpo quasi ogni natural caldo partito, in sé non schifò di
ricevere l'amorose fiamme: avendo veduta a una festa una
bellissima donna vedova chiamata, secondo che alcuni dicono,
madonna Malgherida dei Ghisolieri e piaciutagli sommamente,
non altrimenti che un giovinetto quelle nel maturo petto
ricevette, in tanto che a lui non pareva quella notte ben
riposare che il dì precedente veduto non avesse il vago e
dilicato viso della bella donna; e per questo incominciò a
continuare, quando a piè e quando a cavallo secondo che più
in destro gli venia, la via davanti alla casa di questa
donna. Per la qual cosa e ella e molte altre donne
s'accorsero della cagione del suo passare e più volte
insieme ne motteggiarono, di vedere uno umo, così antico
d'anni e di senno, inamorato; quasi credessero questa
passione piacevolissima d'amore solamente nelle sciocche
anime de' giovani e non in altra parte capere e dimorare.</p>
<p>Per che, continuando il passar del maestro Alberto, avvenne
un giorno di festa che, essendo questa donna con molte altre
donne a sedere davanti alla sua porta e avendo di lontano
veduto il maestro Alberto verso loro venire, con lei insieme
tutte si proposero di riceverlo e di fargli onore, e
appresso di motteggiarlo di questo suo innamoramento; e così
fecero. Per ciò che levatesi tutte e lui invitato, in una
fresca corte il menarono, dove di finissimi vini e confetti
fecer venire; e al fine con assai belle e leggiadre parole
come questo potesse essere, che egli di questa bella donna
fosse innamorato, il domandarono, sentendo esso lei da molti
belli, gentili e leggiadri giovani essere amata.</p>
<p>Il maestro, sentendosi assai cortesemente pugnere, fece
lieto viso e rispose: “Madonna, che io ami, questo non dee
esser maraviglia a alcun savio, e spezialmente voi, per ciò
che voi il valete. E come che agli antichi uomini sieno
naturalmente tolte le forze le quali agli amorosi essercizii
si richeggiono, non è per ciò lor tolto la buona volontà né
lo intendere quello che sia da essere amato, ma tanto più
dalla natura conosciuto, quanto essi hanno più di
conoscimento che i giovani. La speranza, la qual mi muove
che io vecchio ami voi amata da molti giovani, è questa: io
sono stato più volte già là dove io ho vedute merendarsi le
donne e mangiare lupini e porri; e come che nel porro niuna
cosa sia buona, pur men reo e più piacevole alla bocca è il
capo di quello, il quale voi generalmente, da torto appetito
tirate, il capo vi tenete in mano e manicate le frondi, le
quali non solamente non sono da cosa alcuna ma son di
malvagio sapore. E che so io, madonna, se nello elegger
degli amanti voi vi faceste il simigliante? E se voi il
faceste, io sarei colui che eletto sarei da voi, e gli altri
cacciati via.”</p>
<p>La gentil donna, insieme con l'altre alquanto
vergognandosi, disse: “Maestro, assai bene e cortesemente
gastigate n'avete della nostra presuntuosa impresa; tuttavia
il vostro amor m'è caro, sì come di savio e valente uomo
esser dee, e per ciò, salva la mia onestà, come a vostra
cosa ogni vostro piacere imponete sicuramente.”</p>
<p>Il maestro, levatosi co' suoi compagni, ringraziò la donna:
e, ridendo e con festa da lei preso commiato, si partì. Così
la donna, non guardando cui motteggiasse, credendo vincer fu
vinta: di che voi, se savie sarete, ottimamente vi
guarderete.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Già era il sole inchinato al vespro e in gran parte il
caldo diminuito, quando le novelle delle giovani donne e de'
tre giovani si trovarono esser finite.</p>
<p>Per la qual cosa la loro reina piacevolemente disse:–
Omai, care compagne, niuna cosa resta più a fare al mio
reggimento per la presente giornata se non darvi reina
nuova, la quale di quella che è a venire, secondo il suo
giudicio, la sua vita e la nostra a onesto diletto disponga.
E quantunque il dì paia di qui alla notte durare, per ciò
che chi alquanto non prende di tempo avanti non pare che ben
si possa provedere per l'avvenire e acciò che quello che la
reina nuova dilibererà esser per domattina oportuno si possa
preparare, a questa ora giudico doversi le seguenti giornate
incominciare. E per ciò, a reverenza di Colui a cui tutte le
cose vivono e consolazione di voi, per questa seconda
giornata Filomena, discretissima giovane, reina guiderà il
nostro regno.–</p>
<p>E così detto, in piè levatasi e trattasi la ghirlanda dello
alloro, a lei reverente la mise, la quale essa prima e
appresso tutte l'altre e i giovani similemente salutaron
come reina, e alla sua signoria piacevolmente s'offersero.</p>
<p>Filomena, alquanto per vergogna arrossata veggendosi
coronata del regno e ricordandosi delle parole poco avanti
dette da Pampinea, acciò che milensa non paresse ripreso
l'ardire, primieramente gli ufici dati da Pampinea
riconfermò e dispose quello che per la seguente mattina e
per la futura cena far si dovesse quivi dimorando dove
erano; e appresso così cominciò a parlare:–Carissime
compagne, quantunque Pampinea, per sua cortesia più che per
mia vertù, m'abbia di voi tutte fatta reina, non sono io per
ciò disposta nella forma del nostro vivere dover solamente
il mio giudicio seguire, ma col mio il vostro insieme; e
acciò che quello che a me di far pare conosciate, e per
conseguente aggiugnere e menomar possiate a vostro piacere,
con poche parole ve lo intendo di dimostrare. Se io ho ben
riguardato oggi alle maniere da Pampinea tenute, egli me le
pare avere parimente laudevoli e dilettevoli conosciute; e
per ciò infino a tanto che elle o per troppa continuanza o
per altra cagione non ci divenisser noiose, quelle non
giudico da mutare. Dato adunque ordine a quello che abbiamo
già a fare cominciato, quinci levatici, alquanto n'andrem
sollazzando e, come il sole sarà per andar sotto, ceneremo
per lo fresco, e dopo alcune canzonette e altri sollazzi
sarà ben fatto l'andarsi a dormire. Domattina, per lo fresco
levatici, similmente in alcuna parte n'andremo sollazzando
come a ciascuno sarà più a grado di fare, e, come oggi avem
fatto, così all'ora debita torneremo a mangiare, balleremo;
e da dormir levatici, come oggi state siamo, qui al
novellare torneremo, nel quale mi par grandissima parte di
piacere e d'utilità similmente consistere. E il vero che
quello che Pampinea non poté fare, per lo esser tardi eletta
al reggimento, io il voglio cominciare a fare: cioè a
ristrignere dentro a alcun termine quello di che dobbiamo
novellare e davanti mostrarlovi, acciò che ciascuno abbia
spazio di poter pensare a alcuna bella novella sopra la data
proposta contare. La quale, quando questo vi piaccia, sia
questa: che, con ciò sia cosa che dal principio del mondo
gli uomini sieno stati da diversi casi della fortuna menati,
e saranno infino al fine, ciascun debba dire sopra questo:
chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla speranza
riuscito a lieto fine.–</p>
<p>Le donne e gli uomini parimente tutti questo ordine
commendarono e quello dissero da seguire; Dioneo solamente,
tutti gli altri tacendo già, disse:–Madonna, come tutti
questi altri hanno detto, così dico io sommamente esser
piacevole e commendabile l'ordine dato da voi. Ma di spezial
grazia vi cheggio un dono, il quale voglio che mi sia
confermato per infino a tanto che la nostra compagnia
durerà, il quale è questo: che io a questa legge non sia
costretto di dover dire novella secondo la proposta data, se
io non vorrò, ma qual più di dire mi piacerà. E acciò che
alcun non creda che io questa grazia voglia sì come uomo che
delle novelle non abbia alle mani, infino da ora son
contento d'esser sempre l'ultimo che ragioni.–</p>
<p>La reina, la quale lui e sollazzevole uomo e festevole
conoscea e ottimamente s'avisò questo lui non chieder se non
per dovere la brigata, se stanca fosse del ragionare,
rallegrare con alcuna novella da ridere, col consentimento
degli altri lietamente la grazia gli fece. E da seder
levatasi, verso un rivo d'acqua chiarissima, il quale d'una
montagnetta discendeva in una valle ombrosa da molti albori
fra vive pietre e verdi erbette, con lento passo se
n'andarono. Quivi, scalze e con le braccia nude per l'acqua
andando, cominciarono a prendere varii diletti fra se
medesime. E appressandosi l'ora della cena, verso il palagio
tornatesi con diletto cenarono; dopo la qual cena, fatti
venir gli strumenti, comandò la reina che una danza fosse
presa e, quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una
canzone da' leuto di Dioneo aiutata. Per lo qual
comandamento Lauretta prestamente prese una danza e quella
menò, cantando Emilia la seguente canzone amorosamente:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Io son sì vaga della mia bellezza,</l>
<l>che d'altro amor già mai</l>
<l>non curerò né credo aver vaghezza.</l></lg>
<lg>
<l>Io veggio in quella, ognora ch'io mi specchio,</l>
<l>quel ben che fa contento lo 'ntelletto:</l>
<l>né accidente nuovo o pensier vecchio</l>
<l>mi può privar di sì caro diletto.</l>
<l>Quale altro dunque piacevole obgetto</l>
<l>potrei veder già mai</l>
<l>che mi mettesse in cuor nuova vaghezza?</l></lg>
<lg>
<l>Non fugge questo ben qualor disio</l>
<l>di rimirarlo in mia consolazione:</l>
<l>anzi si fa incontro al piacer mio</l>
<l>tanto soave a sentir, che sermone</l>
<l>dir nol poria né prendere intenzione</l>
<l>d'alcun mortal già mai,</l>
<l>che non ardesse di cotal vaghezza.</l></lg>
<lg>
<l>E io, che ciascuna ora più m'accendo</l>
<l>quanto più fisi tengo gli occhi in esso,</l>
<l>tutta mi dono a lui, tutta mi rendo,</l>
<l>gustando già di ciò ch'el m'ha promesso:</l>
<l>e maggior gioia spero più dappresso</l>
<l>sì fatta, che già mai</l>
<l>simil non si sentì qui da vaghezza.</l></lg>
</lg>
<p>Questa ballatetta finita, alla qual tutti lietamente avean
risposto, ancor che alcuni molto alle parole di quella
pensar facesse, dopo alcune altre carolette fatte, essendo
già una particella della brieve notte passata, piacque alla
reina di dar fine alla prima giornata. E fatti torchi
accender, comandò che ciascuno infino alla seguente mattina
s'andasse a riposare: per che ciascuno alla sua camera
tornatosi così fece.
</p></div2></div1>
<div1 n="Seconda giornata">
<argument><p>FINISCE LA PRIMA GIORNATA DEL DECAMERON: E INCOMINCIA LA SECONDA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI FILOMENA, SI RAGIONA DI CHI, DA DIVERSE COSE INFESTATO, SIA OLTRE ALLA SUA SPERANZA RIUSCITO A LIETO FINE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Già per tutto aveva il sol recato con la sua luce il nuovo
giorno e gli uccelli su per li verdi rami cantando piacevoli
versi ne davano agli orecchi testimonanza, quando parimente
tutte le donne e i tre giovani levatisi ne' giardini se ne
entrarono, e le rugiadose erbe con lento passo scalpitando
d'una parte in un'altra, belle ghirlande faccendosi, per
lungo spazio diportando s'andarono. E sì come il trapassato
giorno avean fatto, così fecero il presente: per lo fresco
avendo mangiato, dopo alcun ballo s'andarono a riposare, e
da quello appresso la nona levatisi, come alla loro reina
piacque, nel fresco pratello venuti a lei dintorno si posero
a sedere. Ella, la quale era formosa e di piacevole aspetto
molto, della sua ghirlanda dello alloro coronata, alquanto
stata e tutta la sua compagnia riguardata nel viso, a
Neifile comandò che alle future novelle con una desse
principio. La quale, senza alcuna scusa fare, così lieta
cominciò a parlare.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Martellino, infignendosi attratto, sopra santo Arrigo fa
vista di guerire e, conosciuto il suo inganno, è battuto e
poi preso; e in pericol venuto d'essere impiccato per la
gola, ultimamente scampa.</emph></p></argument>
<p>Spesse volte, carissime donne, avvenne che chi altrui sé di
beffare ingegnò, e massimamente quelle cose che sono da
reverire, s'è con le beffe e talvolta col danno sé solo
ritrovato. Il che, acciò che io al comandamento della reina
ubidisca, e principio dea con una mia novella alla proposta,
intendo di raccontarvi quello che prima sventuratamente e
poi, fuori di tutto il suo pensiero, assai felicemente a un
nostro cittadino adivenisse.</p>
<p>Era, non è ancora lungo tempo passato, un tedesco a Trivigi
chiamato Arrigo, il quale, povero uomo essendo, di portare
pesi a prezzo serviva chi il richiedeva; e, con questo, uomo
di santissima vita e di buona era tenuto da tutti. Per la
qual cosa, o vero o non vero che si fosse, morendo egli
adivenne, secondo che i trivigiani affermavano, che nell'ora
della sua morte le campane della maggior chiesa di Trivigi
tutte, senza essere da alcun tirate, cominciarono a sonare.
Il che in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser
santo dicevano tutti; e concorso tutto il popolo della città
alla casa nella quale il suo corpo giacea, quello a guisa
d'un corpo santo nella chiesa maggior ne portarono, menando
quivi zoppi, attratti e ciechi e altri di qualunque
infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero da,
toccamento di questo corpo divenir sani.</p>
<p>In tanto tumulto e discorrimento di popolo, avvenne che in
Trivigi giunsero tre nostri cittadini, de' quali l'uno era
chiamato Stecchi, l'altro Martellino e il terzo Marchese,
uomini li quali, le corti de' signor visitando, di
contraffarsi e con nuovi atti contraffaccendo qualunque
altro uomo li veditori sollazzavano. Li quali quivi non
essendo stati già mai, veggendo correre ogni uomo, si
maravigliarono, e udita la cagione per che ciò era
disiderosi divennero d'andare a vedere.</p>
<p>E poste le lor cose a uno albergo, disse Marchese: “Noi
vogliamo andare a veder questo santo, ma io per me non
veggio come noi vi ci possiam pervenire, per ciò che io ho
inteso che la piazza è piena di tedeschi e d'altra gente
armata, la quale il signor di questa terra, acciò che romor
non si faccia, vi fa stare; e oltre a questo la chiesa, per
quel che si dica, è sì piena di gente che quasi niuna
persona più vi può entrare.”</p>
<p>Martellino allora, che di veder questa cosa disiderava,
disse: “Per questo non rimanga, ché di pervenire infino al
corpo santo troverò io ben modo.”</p>
<p>Disse Marchese: “Come?”</p>
<p>Rispose Martellino: “Dicolti. Io mi contraffarò a guisa
d'uno attratto, e tu dall'un lato e Stecchi dall'altro, come
se io per me andar non potessi, mi verrete sostenendo
faccendo sembianti di volermi là menare acciò che questo
santo mi guarisca: egli non sarà alcuno che veggendoci non
ci faccia luogo e lascici andare.”</p>
<p>A Marchese e a Stecchi piacque il modo: e senza alcuno
indugio usciti fuor dell'albergo, tutti e tre in un
solitario luogo venuti, Martellino si storse in guisa le
mani, le dita e le braccia e le gambe e oltre a questo la
bocca e gli occhi e tutto il viso, che fiera cosa pareva a
vedere; né sarebbe stato alcuno che veduto l'avesse, che non
avesse detto lui veramente esser tutto della persona perduto
e ratratto. E preso, così fatto, da Marchese e da Stecchi,
verso la chiesa si dirizzarono in vista tutti pieni di
pietà, umilemente e per l'amor di Dio domandando a ciascuno
che dinanzi lor si parava che loro luogo facesse, il che
agevolmente impetravano; e in brieve, riguardati da tutti e
quasi per tutto gridandosi “Fa luogo! fa luogo!”, là
pervennero ove il corpo di santo Arrigo era posto; e da
certi gentili uomini, che v'erano da torno, fu Martellino
prestamente preso e sopra il corpo posto, acciò che per
quello il beneficio della santà acquistasse. Martellino,
essendo tutta la gente attenta a veder che di lui avvenisse,
stato alquanto, cominciò, come colui che ottimamente fare lo
sapeva, a far sembiante di distendere l'uno de' diti e
appresso la mano e poi il braccio, e così tutto a venirsi
distendendo. Il che veggendo la gente, sì gran romore in
lode di santo Arrigo facevano, che i tuoni non si sarieno
potuti udire.</p>
<p>Era per avventura un fiorentino vicino a questo luogo, il
quale molto bene conoscea Martellino, ma per l'esser così
travolto quando vi fu menato non l'avea conosciuto; il
quale, veggendolo ridirizzato e riconosciutolo, subitamente
cominciò a ridere e a dire: “Domine fallo tristo! Chi non
avrebbe creduto, veggendol venire, che egli fosse stato
attratto da dovero?”</p>
<p>Queste parole udirono alcuni trivigiani, li quali
incotanente il domandarono: “Come! non era costui
attratto?”</p>
<p>A' quali il fiorentin rispose: “Non piaccia a Dio! Egli è
stato sempre diritto come qualunque è l'un di noi, ma sa
meglio che altro uomo, come voi avete potuto vedere, far
queste ciance di contraffarsi in qualunque forma vuole.”</p>
<p>Come costoro ebbero udito questo, non bisognò più avanti:
essi si fecero per forza innanzi e cominciarono a gridare:
“Sia preso questo traditore e beffatore di Dio e de' santi,
il quale, non essendo attratto, per ischernire il nostro
santo e noi, qui a guisa d'atratto è venuto!” E così
dicendo il pigliarono e giù del luogo dove era il tirarono,
e presolo per li capelli e stracciatili tutti i panni
indosso gl'incominciarono a dare delle pugna e de' calci; né
parea a colui essere uomo che a questo far non correa.
Martellin gridava “Mercé per Dio!” e quanto poteva
s'aiutava, ma ciò era niente: la calca gli multiplicava
ognora addosso maggiore.</p>
<p>La qual cosa veggendo Stecchi e Marchese cominciarono fra
sé a dire che la cosa stava male, e di se medesimi dubitando
non ardivano a aiutarlo, anzi con gli altri insieme gridando
ch'el fosse morto, avendo nondimeno pensiero tuttavia come
trarre il potessero delle mani del popolo; il quale
fermamente l'avrebbe ucciso, se uno argomento non fosse
stato il qual Marchese subitamente prese: che, essendo ivi
di fuori la famiglia tutta della signoria, Marchese, come
più tosto poté, n'andò a colui che in luogo del podestà
v'era e disse: “Mercé per Dio! Egli è qua un malvagio uomo
che m'ha tagliata la borsa con ben cento fiorin d'oro; io vi
priego che voi il pigliate, sì che io riabbia il mio.”</p>
<p>Subitamente, udito questo, ben dodici de' sergenti corsero
là dove il misero Martellino era senza pettine carminato, e
alle maggiori fatiche del mondo, rotta la calca, loro tutto
pesto e tutto rotto il trassero delle mani e menaronnelo a
palagio; dove molti seguitolo che da lui si tenevano
scherniti, avendo udito che per tagliaborse era stato preso,
non parendo loro avere alcuno altro più giusto titolo a
fargli dare la mala ventura, similmente cominciarono a dir
ciascuno da lui essergli stata tagliata la borsa. Le quali
cose udendo il giudice del podestà, il quale era un ruvido
uomo, prestamente da parte menatolo sopra ciò lo 'ncominciò
a essaminare. Ma Martellino rispondea motteggiando, quasi
per niente avesse quella presura: di che il giudice turbato,
fattolo legare alla colla, parecchie tratte delle buone gli
fece dare con animo di fargli confessare ciò che color
dicevano, per farlo poi appiccar per la gola.</p>
<p>Ma poi che egli fu in terra posto, domandandolo il giudice
se ciò fosse vero che coloro incontro a lui dicevano, non
valendogli il dir di no, disse: “Signor mio, io son presto
a confessarvi il vero, ma fatevi a ciascun che m'accusa dire
quando e dove io gli tagliai la borsa, e io vi dirò quello
che io avrò fatto e quel che no.”</p>
<p>Disse il giudice: “Questo mi piace”; e fattine alquanti
chiamare, l'un diceva che gliele avea tagliata otto dì eran
passati, l'altro sei, l'altro quatro, e alcuni dicevano quel
dì stesso.</p>
<p>Il che udendo Martellino disse: “Signor mio, essi mentono
tutti per la gola! e che io dica il vero, questa pruova ve
ne posso fare: che così non fossi io mai in questa terra
entrato come io mai non ci fui se non da poco fa in qua; e
come io giunsi, per mia disaventura andai a veder questo
corpo santo, dove io sono stato pettinato come voi potete
vedere; e che questo che io dico sia vero, ve ne può far
chiaro l'uficial del signore il quale sta alle presentagioni
e il suo libro e ancora l'oste mio. Per che, se così trovate
come io vi dico, non mi vogliate a instanzia di questi
malvagi uomini straziare e uccidere.”</p>
<p>Mentre le cose erano in questi termini, Marchese e Stecchi,
li quali avevan sentito che il giudice del podestà
fieramente contro a lui procedeva e già l'aveva collato,
temetter forte, seco dicendo: “Male abbiam procacciato; noi
abbiamo costui tratto della padella e gittatolo nel fuoco.”
Per che, con ogni sollecitudine dandosi attorno e l'oste
loro ritrovato, come il fatto era gli raccontarono; di che
esso ridendo, gli menò a un Sandro Agolanti, il quale in
Trivigi abitava e appresso al signore aveva grande stato; e
ogni cosa per ordine dettagli, con loro insieme il pregò che
de' fatti di Martellino gli tenesse.</p>
<p>Sandro, dopo molte risa, andatosene al signore impetrò che
per Martellino fosse mandato; e così fu. Il quale coloro che
per lui andarono trovarono ancora in camiscia dinanzi al
giudice e tutto smarrito e pauroso forte, per ciò che il
giudice niuna cosa in sua scusa voleva udire; anzi, per
avventura avendo alcuno odio ne' fiorentini, del tutto era
disposto a volerlo fare impiccar per la gola e in niuna
guisa rendere il voleva al signore, infino a tanto che
costretto non fu di renderlo a suo dispetto. Al quale poi
che egli fu davanti, e ogni cosa per ordine dettagli, porse
prieghi che in luogo di somma grazia via il lasciasse
andare, per ciò che infino che in Firenze non fosse sempre
gli parrebbe il capestro aver nella gola. Il signore fece
grandissime risa di così fatto accidente; e fatta donare una
roba per uomo, oltre alla speranza di tutti e tre di così
gran pericolo usciti, sani e salvi se ne tornarono a casa
loro.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Rinaldo d'Asti, rubato, capita a Castel Guiglielmo e è
albergato da una donna vedova; e, de' suo' danni ristorato
sano e salvo si torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza
modo risero le donne, e massimamente tra' giovani
Filostrato; al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea,
comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale
senza indugio alcuno incominciò:</p>
<p>–Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose
catoliche e di sciagure e d'amore in parte mescolata, la
quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e
spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi paesi d'amore
sono caminanti, ne' quali chi non ha detto il paternostro di
san Giuliano spesse volte, ancora che abbia buon letto,
alberga male.</p>
<p>Era adunque, al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un
mercatante chiamato Rinaldo d'Asti per sue bisogne venuto a
Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi,
avvenne che, uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona,
s'abbatté in alcuni li quali mercatanti parevano, e erano
masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione, con li
quali ragionando incautamente s'accompagnò. Costoro,
veggendol mercatante e estimando lui dovere portar denari,
seco diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di
rubarlo: e per ciò, acciò che egli niuna suspeccion
prendesse, come uomini modesti e di buona condizione pure
d'oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando,
rendendosi in ciò che potevano e sapevano umili e benigni
verso di lui: per che egli gli avergli trovati si reputava
in gran ventura, per ciò che solo era con un suo fante a
cavallo.</p>
<p>E così camminando, d'una cosa in altra, come ne'
ragionamenti addivien, trapassando, caddero in sul ragionare
delle orazioni che gli uomini fanno a Dio; e l'uno de'
masnadieri, che eran tre, disse verso Rinaldo: “E voi,
gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?”</p>
<p>Al quale Rinaldo rispose: “Nel vero io sono uomo di queste
cose materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì
come colui che mi vivo all'antica e lascio correr due soldi
per ventiquatro denari; ma nondimeno ho sempre avuto in
costume, camminando, di dir la mattina, quando esco
dell'albergo, un paternostro e una avemaria per l'anima del
padre e della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego
Idio e lui che la seguente notte mi deano buono albergo. E
assai volte già de' miei dì sono stato, camminando, in gran
pericoli, de' quali tutti scampato pur sono la notte poi
stato in buon luogo e bene albergato: per che io porto ferma
credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m'abbia
questa grazia impetrata da Dio; né mi parrebbe il dì bene
potere andare né dovere la notte vegnente bene arrivare, che
io non l'avessi la mattina detto.”</p>
<p>A cui colui, che domandato l'avea, disse: “E istamane
dicestel voi?”</p>
<p>A cui Rinaldo rispose: “Sì bene.”</p>
<p>Allora quegli, che già sapeva come andar doveva il fatto,
disse seco medesimo: “Al bisogno ti fia venuto, ché, se
fallito non ci viene, per mio avviso tu albergherai pur
male”; e poi gli disse: “Io similemente ho già molto
camminato e mai nol dissi, quantunque io l'abbia a molti
molto udito già commendare, né giammai non m'avenne che io
per ciò altro che bene albergassi; e questa sera per
avventura ve ne potrete avvedere chi meglio albergherà, o
voi che detto l'avete o io che non l'ho detto. Bene è il
vero che io uso in luogo di quello il <foreign lang="lat">dirupisti</foreign> o la
<emph>'ntemerata</emph> o il <foreign lang="lat">deprofundi</foreign>, che sono, secondo che
una mia avola mi solea dire, di grandissima virtù.”</p>
<p>E così di varie cose parlando e al lor cammin procedendo e
aspettando luogo e tempo al lor malvagio proponimento,
avvenne che, essendo già tardi, di là dal Castel Guiglielmo,
al valicar d'un fiume questi tre, veggendo l'ora tarda e il
luogo solitario e chiuso, assalitolo il rubarono, e, lui a
piè e in camiscia lasciato, partendosi dissero: “Va e sappi
se il tuo san Giuliano questa notte ti darà buono albergo,
ché il nostro il darà bene a noi”; e valicato il fiume
andaron via.</p>
<p>Il fante di Rinaldo veggendolo assalire, come cattivo,
niuna cosa al suo aiuto adoperò, ma volto il cavallo sopra
il quale era non si ritenne di correre sì fu a Castel
Guiglielmo, e in quello, essendo già sera, entrato, senza
darsi altro impaccio albergò.</p>
<p>Rinaldo, rimaso in camiscia e scalzo, essendo il freddo
grande e nevicando tuttavia forte, non sappiendo che farsi,
veggendo già sopravenuta la notte, tremando e battendo i
denti, cominciò a riguardare se da torno alcuno ricetto si
vedesse dove la notte potesse stare, che non si morisse di
freddo; ma niun veggendone, per ciò che poco davanti essendo
stata guerra nella contrada v'era ogni cosa arsa, sospinto
dalla freddura, trottando si dirizzò verso Castel
Guiglielmo, non sappiendo perciò che il suo fante là o
altrove si fosse fuggito, pensando, se dentro entrar vi
potesse, qualche soccorso gli manderebbe Idio. Ma la notte
obscura il sopraprese di lungi dal castello presso a un
miglio: per la qual cosa sì tardi vi giunse, che, essendo le
porte serrate e i ponti levati, entrar non vi poté dentro.
Laonde, dolente e isconsolato piagnendo, guardava dintorno
dove porre si potesse, che almeno addosso non gli nevicasse:
e per avventura vide una casa sopra le mura del castello
sportata alquanto in fuori, sotto il quale sporto diliberò
d'andarsi a stare infino al giorno. E là andatosene e sotto
quello sporto trovato uno uscio, come che serrato fosse, a
piè di quello ragunato alquanto di pagliericcio che vicin
v'era, tristo e dolente si pose a stare, spesse volte
dolendosi a san Giuliano, dicendo questo non essere della
fede che aveva in lui. Ma san Giuliano, avendo a lui
riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò buono
albergo.</p>
<p>Egli era in questo castello una donna vedova, del corpo
bellissima quanto alcuna altra, la quale il marchese Azzo
amava quanto la vita sua e quivi a instanzia di sé la facea
stare: e dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo
sporto della quale Rinaldo s'era andato a dimorare. E era il
dì dinanzi per avventura il marchese quivi venuto per
doversi la notte giacere con essolei, e in casa di lei
medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno e nobilmente
da cena. E essendo ogni cosa presta (e niuna altra cosa che
la venuta del marchese era da lei aspettata) avvenne che un
fante giunse alla porta, il quale recò novelle al marchese
per le quali a lui subitamente cavalcar convenne: per la
qual cosa, mandato a dire alla donna che non l'attendesse,
prestamente andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non
sappiendo che farsi, diliberò d'entrare nel bagno fatto per
lo marchese e poi cenare e andarsi a letto; e così nel bagno
se n'entrò.</p>
<p>Era questo bagno vicino all'uscio dove il meschino Rinaldo
s'era accostato fuori della terra; per che, stando la donna
nel bagno, sentì il pianto e 'l triemito che Rinaldo faceva,
il quale pareva diventato una cicogna: laonde, chiamata la
sua fante, le disse: “Va sù e guarda fuori del muro a piè
di questo uscio chi v'è e chi egli è e quel ch'el vi fa.”
La fante andò e aiutandola la chiarità dell'aere vide costui
in camiscia e scalzo quivi sedersi, come detto è, tremando
forte; per che ella il domandò chi el fosse. E Rinaldo, sì
forte tremando che appena poteva le parole formare, chi el
fosse e come e perché quivi quanto più brieve poté le disse:
e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se esser
potesse, quivi non lo lasciasse di freddo la notte morire.
La fante, divenutane pietosa, tornò alla donna e ogni cosa
le disse. La qual similmente pietà avendone, ricordatasi che
di quello uscio aveva la chiave, il quale alcuna volta
serviva alle occulte entrate del marchese, disse: “Va e
pianamente gli apri; qui è questa cena e non saria chi
mangiarla, e da poterlo albergar ci è assai.”</p>
<p>La fante, di questa umanità avendo molto commendata la
donna, andò e sì gli aperse; e dentro messolo, quasi
assiderato veggendolo, gli disse la donna: “Tosto, buono
uomo, entra in quel bagno, il quale ancora è caldo.”</p>
<p>E egli questo, senza più inviti aspettare, di voglia fece:
e tutto dalla caldezza di quello riconfortato da morte a
vita gli parve esser tornato. La donna gli fece apprestare
panni stati del marito di lei poco tempo davanti morto, li
quali, come vestiti s'ebbe, a suo dosso fatti parevano; e
aspettando quello che la donna gli comandasse incominciò a
ringraziare Idio e san Giuliano che di sì malvagia notte,
come egli aspettava, l'avevano liberato e a buono albergo,
per quello che gli pareva, condotto. Appresso questo la
donna, alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo
fuoco in una sua camminata, in quella se ne venne e del
buono uomo domandò che ne fosse.</p>
<p>A cui la fante rispose: “Madonna, egli s'è rivestito e è
un bello uomo e pare persona molto da bene e costumato.”</p>
<p>“Va dunque, “ disse la donna “e chiamalo e digli che qua
se ne venga: al fuoco si cenerà, ché so che cenato non ha.”</p>
<p>Rinaldo nella camminata entrato, e veggendo la donna e da
molto parendogli, reverentemente la salutò e quelle grazie
le quali seppe maggiori del beneficio fattogli le rendé. La
donna, vedutolo e uditolo e parendole quello che la fante
dicea, lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente
il fé sedere e dello accidente che quivi condotto l'avea il
domandò: alla quale Rinaldo per ordine ogni cosa narrò.
Aveva la donna, nel venire del fante di Rinaldo nel
castello, di questo alcuna cosa sentita, per che ella ciò
che da lui era detta interamente credette, e sì gli disse
ciò che del suo fante sapea e come leggiermente la mattina
appresso ritrovare il potrebbe. Ma poi che la tavola fu
messa, come la donna volle, Rinaldo con lei insieme, le mani
lavatesi, si pose a cenare. Egli era grande della persona e
bello e piacevole nel viso e di maniere assai laudevoli e
graziose e giovane di mezza età; al quale la donna avendo
più volte posto l'occhio addosso e molto commendatolo, e
già, per lo marchese che con lei doveva venire a giacersi,
il concupiscibile appetito avendo desto nella mente ricevuto
l'avea. Dopo la cena, da tavola levatasi, con la sua fante
si consigliò se ben fatto le paresse che ella, poi che il
marchese beffata l'avea, usasse quel bene che innanzi
l'aveva la fortuna mandato.</p>
<p>La fante, conoscendo il disiderio della sua donna, quanto
poté e seppe a seguirlo la confortò: per che la donna, al
fuoco tornatasi dove Rinaldo solo lasciato aveva,
cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse: “Deh,
Rinaldo, perché state voi così pensoso? non credete voi
potere essere ristorato d'un cavallo e d'alquanti panni che
voi abbiate perduti? Confortatevi, state lietamente, voi
siete in casa vostra. Anzi vi voglio dir più avanti: che,
veggendovi cotesti panni indosso, li quali del mio morto
marito furono, parendomi voi pur desso, m'è venuta stasera
forse cento volte voglia d'abracciarvi e di basciarvi: e,
s'io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo
io l'avrei fatto.”</p>
<p>Rinaldo, queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi
della donna veggendo, come colui che mentacatto non era,
fattolesi incontro con le braccia aperte, disse: “Madonna,
pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia
vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran
villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse
non m'ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro
d'abracciarmi e di basciarmi, ché io abraccerò e bascerò voi
vie più che volentieri.”</p>
<p>Oltre a queste non bisognar più parole. La donna, che tutta
d'amoroso disio ardeva, prestamente gli si gittò nelle
braccia; e poi che mille volte, disiderosamente
strignendolo, basciato l'ebbe e altrettante da lui fu
basciata, levatisi di quindi nella camera se ne andarono, e
senza niuno indugio coricatisi pienamente e molte volte,
anzi che il giorno venisse, i loro disii adempierono. Ma poi
che a apparir cominciò l'aurora, sì come alla donna piacque
levatisi, acciò che questa cosa non si potesse presummere
per alcuno, datigli alcuni panni assai cattivi e empiutagli
la borsa di denari, pregandolo che questo tenesse celato,
avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir
dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciuolo onde
era entrato il mise fuori.</p>
<p>Egli, fatto dì chiaro, mostrando di venire di più lontano,
aperte le porte, entrò nel castello e ritrovò il suo fante;
per che, rivestitosi de' panni suoi che nella valigia erano
e volendo montare in sul cavallo del fante, quasi per divino
miracolo addivenne che li tre masnadieri che la sera davanti
rubato l'aveano, per altro maleficio da lor fatto poco poi
appresso presi, furono in quello castel menati; e per
confessione da loro medesimi fatta, gli fu restituito il suo
cavallo, i panni e i denari, né ne perdé altro che un paio
di cintolini de' quali non sapevano i masnadieri che fatto
se n'avessero. Per la qual cosa Rinaldo, Idio e san Giulian
ringraziando, montò a cavallo e sano e salvo ritornò a casa
sua; e i tre masnadieri il dì seguente andaro a dare de'
calci a rovaio.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Tre giovani male il loro avere spendono, impoveriscono;
de' quali un nepote con uno abate accontatosi, tornandosi a
casa per disperato, lui truova essere la figliuola del re
d'Inghilterra, la quale lui per marito prende e de' suoi zii
ogni danno ristora, tornandogli in buono stato.</emph></p></argument>
<p>Furono con ammirazione ascoltati i casi di Rinaldo d'Asti
dalle donne e da' giovani e la sua divozion commendata e
Idio e san Giuliano ringraziati che al suo bisogno maggiore
gli avevano prestato soccorso; né fu per ciò, quantunque
cotal mezzo di nascoso si dicesse, la donna reputata sciocca
che saputo aveva pigliare il bene che Idio a casa l'aveva
mandato. E mentre che della buona notte che colei ebbe
soghignando si ragionava, Pampinea, che sé allato allato a
Filostrato vedea, avvisando, sì come avvenne, che a lei la
volta dovesse toccare, in se stessa recatasi quel che
dovesse dire cominciò a pensare; e, dopo il comandamento
della reina, non meno ardita che lieta così cominciò a
parlare:</p>
<p>–Valorose donne, quanto più si parla de' fatti della
fortuna, tanto più, a chi vuole le sue cose ben riguardare,
ne resta a poter dire: e di ciò niuno dee aver maraviglia,
se discretamente pensa che tutte le cose, le quali noi
scioccamente nostre chiamiamo, sieno nelle sue mani, e per
conseguente da lei, secondo il suo occulto giudicio, senza
alcuna posa d'uno in altro e d'altro in uno successivamente,
senza alcuno conosciuto ordine da noi, esser da lei
permutate. Il che, quantunque con piena fede in ogni cosa e
tutto il giorno si mostri e ancora in alcune novelle di
sopra mostrato sia, nondimeno, piacendo alla nostra reina
che sopra ciò si favelli, forse non senza utilità degli
ascoltanti aggiugnerò alle dette una mia novella, la quale
avviso dovrà piacere.</p>
<p>Fu già nella nostra città un cavaliere il cui nome fu
messer Tebaldo, il quale, secondo che alcuni vogliono, fu
de' Lamberti, e altri affermano lui essere stato degli
Agolanti, forse più dal mestier de' figliuoli di lui poscia
fatto, conforme a quello che sempre gli Agolanti hanno fatto
e fanno, prendendo argomento che da altro. Ma lasciando
stare di quale delle due case si fosse, dico che esso fu ne'
suoi tempi ricchissimo cavaliere, e ebbe tre figliuoli, de'
quali il primo ebbe nome Lamberto, il secondo Tedaldo e il
terzo Agolante, già belli e leggiadri giovani, quantunque il
maggiore a diciotto anni non aggiugnesse, quando esso messer
Tebaldo ricchissimo venne a morte e loro, sì come a
legittimi suoi eredi, ogni suo bene e mobile e stabile
lasciò. Li quali, veggendosi rimasi ricchissimi e di
contanti e di possessioni, senza alcuno altro governo che
del loro medesimo piacere, senza alcuno freno o ritegno
cominciarono a spendere, tenendo grandissima famiglia e
molti e buoni cavalli e cani e uccelli e continuamente
corte, donando e armeggiando e faccendo ciò non solamente
che a gentili uomini s'appartiene ma ancor quello che nello
appetito loro giovenile cadeva di voler fare. Né lungamente
fecero cotal vita, che il tesoro lasciato loro dal padre
venne meno; e non bastando alle cominciate spese solamente
le loro rendite, cominciarono a impegnare e a vendere le
possessioni: e oggi l'una e doman l'altra vendendo, appena
s'avvidero che quasi al niente venuti furono e aperse loro
gli occhi la povertà, li quali la ricchezza aveva tenuti
chiusi.</p>
<p>Per la qual cosa Lamberto, chiamati un giorno gli altri
due, disse loro qual fosse l'orrevolezza del padre stata e
quanta la loro e quale la loro ricchezza e chente la povertà
nella quale per lo disordinato loro spendere eran venuti; e
come seppe il meglio, avanti che più della loro miseria
apparisse, gli confortò con lui insieme a vendere quel poco
che rimaso era loro e andarsene via: e così fecero. E senza
commiato chiedere o fare alcuna pompa di Firenze usciti, non
si ritennero sì furono in Inghilterra; e quivi, presa in
Londra una casetta, faccendo sottilissime spese, agramente
cominciarono a prestare a usura; e sì fu in questo loro
favorevole la fortuna, che in pochi anni grandissima
quantità di denari avanzarono.</p>
<p>Per la qual cosa con quelli, successivamente or l'uno or
l'altro a Firenze tornandosi, gran parte delle loro
possessioni ricomperarono e molte dell'altre comperar sopra
quelle, e presero moglie; e continuamente in Inghilterra
prestando, a attendere a' fatti loro un giovane lor nepote,
che avea nome Allessandro, mandarono, e essi tutti e tre a
Firenze, avendo dimenticato a qual partito gli avesse lo
sconcio spendere altra volta recati, non obstante che in
famiglia tutti venuti fossero, più che mai
strabocchevolmente spendeano e erano sommamente creduti da
ogni mercatante, e d'ogni gran quantità di denari. Le quali
spese alquanti anni aiutò lor sostenere la moneta da
Alessandro lor mandata, il quale messo s'era in prestare a
baroni sopra castella e altre loro entrate, le quali da gran
vantaggio bene gli rispondeano.</p>
<p>E mentre così i tre fratelli largamente spendeano e
mancando denari accattavano, avendo sempre la speranza ferma
in Inghilterra, avvenne che, contra l'oppinion d'ogni uomo,
nacque in Inghilterra una guerra tra il re e un suo
figliuolo, per la quale tutta l'isola si divise, e chi tenea
con l'uno e chi con l'altro; per la qual cosa furono tutte
le castella de' baroni tolte a Alessandro, né alcuna altra
rendita era che di niente gli rispondesse. E sperandosi che
di giorno in giorno tra 'l figliuolo e 'l padre dovesse
esser pace, e per conseguente ogni cosa restituita a
Alessandro, e merito e capitale, Alessandro dell'isola non
si partiva, e i tre fratelli che in Firenze erano in niuna
cosa le loro spese grandissime limitavano, ogni giorno più
accattando. Ma poi che in più anni niuno effetto seguir si
vide alla speranza avuta, li tre fratelli non solamente la
credenza perderono ma, volendo coloro che aver doveano esser
pagati, furono subitamente presi; e non bastando al
pagamento le lor possessioni, per lo rimanente rimasono in
prigione, e le lor donne e i figliuoli piccioletti qual se
ne andò in contado e qual qua e qual là assai poveramente in
arnese, più non sappiendo che aspettar si dovessono se non
misera vita sempre.</p>
<p>Alessandro, il quale in Inghilterra la pace più anni
aspettata avea, veggendo che ella non venia e parendogli
quivi non meno in dubbio della vita sua che invano dimorare,
diliberato di tornarsi in Italia, tutto soletto si mise in
cammino. E per ventura di Bruggia uscendo, vide n'usciva
similmente uno abate bianco con molti monaci accompagnato e
con molta famiglia e con gran salmeria avanti; al quale
appresso venieno due cavalieri antichi e parenti del re, co'
quali, sì come con conoscenti, Alessandro accontatosi, da
loro in compagnia fu volentieri ricevuto.</p>
<p>Camminando adunque Alessandro con costoro, dolcemente gli
domandò chi fossero i monaci che con tanta famiglia
cavalcavano avanti e dove andassono. Al quale l'uno de'
cavalieri rispose: “Questi che avanti cavalca è un
giovinetto nostro parente, nuovamente eletto abate d'una
delle maggiori badie d'Inghilterra; e per ciò che egli è più
giovane che per le leggi non è conceduto a sì fatta dignità,
andiam noi con essolui a Roma a impetrare dal Santo Padre
che nel difetto della troppo giovane età dispensi con lui, e
appresso nella dignità il confermi: ma ciò non si vuol con
altrui ragionare.”</p>
<p>Camminando adunque il novello abate ora avanti e ora
appresso alla sua famiglia, sì come noi tutto il giorno
veggiamo per cammino avvenir de' signori, gli venne nel
cammino presso di sé veduto Alessandro, il quale era giovane
assai, di persona e di viso bellissimo, e, quanto alcuno
altro esser potesse, costumato e piacevole e di bella
maniera: il quale maravigliosamente nella prima vista gli
piacque quanto mai alcuna altra cosa gli fosse piaciuta; e
chiamatolo a sé, con lui cominciò piacevolmente a ragionare
e domandare chi fosse, donde venisse e dove andasse. Al
quale Alessandro ogni suo stato liberamente aperse e
sodisfece alla sua domanda, e sé a ogni suo servigio,
quantunque poco potesse, offerse. L'abate, udendo il suo
ragionare bello e ordinato e più partitamente i suoi costumi
considerando, e lui seco estimando, come che il suo mestiere
fosse stato servile, esser gentile uomo, più del piacere di
lui s'accese; e già pieno di compassion divenuto delle sue
sciagure, assai familiarmente il confortò e gli disse che a
buona speranza stesse, per ciò che, se valente uom fosse,
ancora Idio il riporrebbe là onde la fortuna l'aveva gittato
e più a alto: e pregollo che, poi verso Toscana andava, gli
piacesse d'essere in sua compagnia, con ciò fosse cosa che
esso là similmente andasse. Alessandro gli rendé grazie del
conforto e sé a ogni suo comandamento disse esser presto.</p>
<p>Camminando adunque l'abate, al quale nuove cose si volgean
per lo petto del veduto Alessandro, avvenne che dopo più
giorni essi pervennero a una villa la quale non era troppo
riccamente fornita d'alberghi. E volendo quivi l'abate
albergare, Alessandro in casa d'uno oste, il quale assai suo
dimestico era, il fece smontare, e fecegli la sua camera
fare nel meno disagiato luogo della casa. E quasi già
divenuto un siniscalco dell'abate, sì come colui che molto
era pratico, come il meglio si poté per la villa allogata
tutta la sua famiglia, chi qua e chi là, avendo l'abate
cenato e già essendo buona pezza di notte e ogni uomo andato
a dormire, Alessandro domandò l'oste là dove esso potesse
dormire.</p>
<p>Al quale l'oste rispose: “In verità io non so: tu vedi che
ogni cosa è pieno e puoi veder me e la mia famiglia dormire
su per le panche; tuttavia nella camera dell'abate son certi
granai a' quali io ti posso menare e porovvi suso alcun
letticello, e quivi, se ti piace, come meglio puoi questa
notte ti giaci.”</p>
<p>A cui Alessandro disse: “Come andrò io nella camera
dell'abate, che sai che è piccola e per istrettezza non v'è
potuto giacere alcuno de' suoi monaci? Se io mi fossi di ciò
accorto quando le cortine si tesero, io avrei fatto dormire
sopra i granai i monaci suoi e io mi sarei stato dove i
monaci dormono.”</p>
<p>Al quale l'oste disse: “L'opera sta pur così, e tu puoi,
se tu vuogli, quivi stare il meglio del mondo. L'abate dorme
e se' cortine son dinanzi: io vi ti porrò chetamente una
coltricetta, e dormiviti.”</p>
<p>Alessandro, veggendo che questo si potea fare senza dare
alcuna noia all'abate, vi s'accordò, e quanto più chetamente
poté vi s'acconciò. L'abate, il quale non dormiva anzi alli
suoi nuovi disii fieramente pensava, udiva ciò che l'oste e
Alessandro parlavano e similmente avea sentito dove
Allessandro s'era a giacer messo; per che, seco stesso forte
contento, cominciò a dire: “Idio ha mandato tempo a' miei
disiri: se io nol prendo, per avventura simile a pezza non
mi tornerà.”</p>
<p>E diliberatosi del tutto di prenderlo, parendogli ogni cosa
cheta per l'albergo, con sommessa voce chiamò Alessandro e
gli disse che appresso lui si coricasse: il quale, dopo
molte disdette spogliatosi, vi si coricò. L'abate, postagli
la mano sopra il petto, lo 'ncominciò a toccare non
altramenti che sogliano fare le vaghe giovani i loro amanti:
di che Alessandro si maravigliò forte e dubitò non forse
l'abate, da disonesto amor preso, si movesse a così
fattamente toccarlo. La qual dubitazione, o per presunzione
o per alcuno atto che Alessandro facesse, subitamente
l'abate conobbe e sorrise; e prestamente di dosso una
camiscia, ch'avea, cacciatasi, presa la mano d'Allessandro,
e quella sopra il petto si pose dicendo: “Alessandro,
caccia via il tuo sciocco pensiero, e, cercando qui, conosci
quello che io nascondo.” Alessandro, posta la mano sopra il
petto dell'abate, trovò due poppelline tonde e sode e
dilicate, non altramenti che se d'avorio fossono state; le
quali egli trovate e conosciuto tantosto costei esser
femina, senza altro invito aspettare, prestamente
abbracciatala la voleva basciare: quando ella gli disse:
“Avanti che tu più mi t'avicini, attendi quello che io ti
voglio dire. Come tu puoi conoscere, io son femina e non
uomo; e pulcella partitami da casa mia, al Papa andava che
mi maritasse: o tua ventura o mia sciagura che sia, come
l'altro dì ti vidi, sì di te m'accese Amore, che donna non
fu mai che tanto amasse uomo. E per questo io ho diliberato
di volere te avanti che alcuno altro per marito: dove tu me
per moglie non vogli, tantosto di qui ti diparti e nel tuo
luogo ritorna.”</p>
<p>Alessandro, quantunque non la conoscesse, avendo riguardo
alla compagnia che ella avea, lei stimò dovere essere nobile
e ricca, e bellissima la vedea: per che senza troppo lungo
pensiero rispose che, se questo a lei piacea, a lui era
molto a grado. Essa allora levatasi a sedere in su il letto,
davanti a una tavoletta dove Nostro Signore era effigiato
postogli in mano uno anello, gli si fece sposare; e appresso
insieme abbracciatisi, con gran piacer di ciascuna delle
parti quanto di quella notte restava si sollazzarono. E
preso tra loro modo e ordine alli lor fatti, come il giorno
venne, Alessandro levatosi e per quindi della camera uscendo
donde era entrato, senza sapere alcuno ove la notte dormito
si fosse, lieto oltre misura con l'abate e con sua compagnia
rientrò in cammino; e dopo molte giornate pervennero a Roma.</p>
<p>E quivi, poi che alcun dì dimorati furono, l'abate con li
due cavalieri e con Alessandro senza più entrarono al Papa;
e fatta la debita reverenza così cominciò l'abate a
favellare: “Santo Padre, sì come voi meglio che alcuno
altro dovete sapere, ciascun che bene e onestamente vuol
vivere dee, in quanto può, fuggire ogni cagione la quale a
altramenti fare il potesse conducere; il che acciò che io,
che onestamente viver disidero, potessi compiutamente fare,
nell'abito nel qual mi vedete fuggita segretamente con
grandissima parte de' tesori del re d'Inghilterra mio padre
(il quale al re di Scozia vecchissimo signore, essendo io
giovane come voi mi vedete, mi voleva per moglie dare), per
qui venire, acciò che la vostra Santità mi maritasse, mi
misi in via. Né mi fece tanto la vecchiezza del re di Scozia
fuggire, quanto la paura di non fare per la fragilità della
mia giovanezza, se a lui maritata fossi, cosa che fosse
contra le divine leggi e contra l'onore del real sangue del
padre mio. E così disposta venendo, Idio, il quale solo
ottimamente conosce ciò che fa mestiere a ciascuno, credo
per la sua misericordia colui che a Lui piacea che mio
marito fosse mi pose avanti agli occhi: e quel fu questo
giovane” e mostrò Alessandro “il quale voi qui appresso di
me vedete, li cui costumi e il cui valore son degni di
qualunque gran donna, quantunque forse la nobiltà del suo
sangue non sia così chiara come è la reale. Lui ho adunque
preso e lui voglio, né mai alcuno altro n'avrò, che che se
ne debba parere al padre mio o a altrui; per che la
principal cagione per la quale mi mossi è tolta via, ma
piacquemi di fornire il mio cammino sì per visitare li santi
luoghi e reverendi, de' quali questa città è piena, e la
vostra Santità, e sì acciò che per voi il contratto
matrimonio tra Alessandro e me solamente nella presenza di
Dio io facessi aperto nella vostra e per conseguente degli
altri uomini. Per che umilmente vi priego che quello che a
Dio e a me è piaciuto sia a grado a voi, e la vostra
benedizion ne doniate, acciò che con quella, sì come con più
certezza del piacere di Colui del quale voi sete vicario,
noi possiamo insieme all'onore di Dio e del vostro vivere e
ultimamente morire.”</p>
<p>Maravigliossi Alessandro udendo la moglie esser figliuola
del re d'Inghilterra e di mirabile allegrezza occulta fu
ripieno: ma più si maravigliarono li due cavalieri e sì si
turbarono, che, se in altra parte che davanti al Papa stati
fossero, avrebbono a Alessandro e forse alla donna fatta
villania. D'altra parte il Papa si maravigliò assai e dello
abito della donna e della sua elezione: ma conoscendo che
indietro tornare non si potea, le volle del suo priego
sodisfare. E primieramente racconsolati i cavalieri li quali
turbati conoscea e in buona pace con la donna e con
Alessandro rimessigli, diede ordine a quello che da far
fosse. E il giorno posto da lui essendo venuto, davanti a
tutti i cardinali e dimolti altri gran valenti uomini, li
quali invitati a una grandissima festa da lui apparecchiata
eran venuti, fece venire la donna realmente vestita, la
quale tanto bella e sì piacevol parea che meritamente da
tutti era commendata, e simigliantemente Alessandro
splendidamente vestito, in apparenza e in costumi non miga
giovane che a usura avesse prestato ma più tosto reale, e
da' due cavalieri molto onorato; e quivi da capo fece
solennemente le sponsalizie celebrare, e appresso, le nozze
belle e magnifiche fatte, con la sua benedizione gli
licenziò.</p>
<p>Piacque a Alessandro e similmente alla donna, di Roma
partendosi, di venire a Firenze, dove già la fama aveva la
novella recata; e quivi da' cittadini con sommo onore
ricevuti, fece la donna li tre fratelli liberare, avendo
prima fatto ogn'uom pagare, e loro e le lor donne rimise
nelle loro possessioni. Per la qual cosa con buona grazia di
tutti Alessandro con la sua donna, menandone seco Agolante,
si partì di Firenze, e a Parigi venuti onorevolmente dal re
ricevuti furono.</p>
<p>Quindi andarono i due cavalieri in Inghilterra e tanto col
re adoperarono, che egli le rendé la grazia sua e con
grandissima festa lei e 'l suo genero ricevette; il quale
egli poco appresso con grandissimo onore fé cavaliere e
donogli la contea di Cornovaglia. Il quale fu da tanto e
tanto seppe fare, che egli paceficò il figliulo col padre:
di che seguì gran bene all'isola, e egli n'acquistò l'amore
e la grazia di tutti i paesani, e Agolante ricoverò tutto
ciò che aver vi doveano interamente e ricco oltre modo si
tornò a Firenze, avendol prima il conte Alessandro cavalier
fatto. Il conte poi con la sua donna gloriosamente visse; e,
secondo che alcuni voglion dire, tra col suo senno e valore
e l'aiuto del suocero egli conquistò poi la Scozia e funne
re coronato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Landolfo Rufolo, impoverito, divien corsale e da' genovesi
preso rompe in mare e sopra una cassetta di gioie carissime
piena scampa; e in Gurfo ricevuto da una femina, ricco si
torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>La Lauretta appresso Pampinea sedea; la qual, veggendo lei
al glorioso fine della sua novella, senza altro aspettare a
parlar cominciò in cotal guisa:</p>
<p>–Graziosissime donne, niuno atto della fortuna, secondo il
mio giudicio, si può veder maggiore che vedere uno d'infima
miseria a stato reale elevare, come la novella di Pampinea
n'ha mostrato essere al suo Alessandro adivenuto. E per ciò
che a qualunque della proposta materia da quinci innanzi
novellerà converrà che infra questi termini dica, non mi
vergognerò io di dire una novella, la quale, ancora che
miserie maggiori in sé contenga, non per ciò abbia così
splendida riuscita. Ben so che, pure a quella avendo
riguardo, con minor diligenzia fia la mia udita: ma altro
non potendo sarò scusata.</p>
<p>Credesi che la marina da Reggio a Gaeta sia quasi la più
dilettevole parte d'Italia; nella quale assai presso a
Salerno è una costa sopra il mare riguardante, la quale gli
abitanti chiamano la costa d'Amalfi, piena di picciole
città, di giardini e di fontane e d'uomini ricchi e
procaccianti in atto di mercatantia sì come alcuni altri.
Tralle quali cittadette n'è una chiamata Ravello, nella
quale, come che oggi v'abbia di ricchi uomini, ve n'ebbe già
uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo; al
quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di
radoppiarla, venne presso che fatto di perder con tutta
quella se stesso.</p>
<p>Costui adunque, sì come usanza suole esser de' mercatanti,
fatti suoi avvisi, comperò un grandissimo legno e quello
tutto, di suoi denari, caricò di varie mercatantie e andonne
con esse in Cipri. Quivi, con quelle qualità medesime di
mercatantie che egli aveva portate, trovò essere più altri
legni venuti; per la qual cagione non solamente gli convenne
far gran mercato di ciò che portato avea, ma quasi, se
spacciar volle le cose sue, gliele convenne gittar via:
laonde egli fu vicino al disertarsi. E portando egli di
questa cosa seco gravissima noia, non sappiendo che farsi e
veggendosi di ricchissimo uomo in brieve tempo quasi povero
divenuto, pensò o morire o rubando ristorare i danni suoi,
acciò che là onde ricco partito s'era povero non tornasse. E
trovato comperatore del suo gran legno, con quegli denari e
con gli altri che della sua mercatantia avuti avea comperò
un legnetto sottile da corseggiare e quello d'ogni cosa
oportuna a tal servigio armò e guernì ottimamente, e diessi
a far sua della roba d'ogni uomo e massimamente sopra i
turchi.</p>
<p>Al qual servigio gli fu molto più la fortuna benivola che
alla mercatantia stata non era. Egli, forse infra uno anno,
rubò e prese tanti legni di turchi, che egli si trovò non
solamente avere racquistato il suo che in mercatantia avea
perduto ma di gran lunga quello aver raddoppiato. Per la
qual cosa, gastigato dal primo dolore della perdita,
conoscendo che egli aveva assai, per non incappar nel
secondo a se medesimo dimostrò quello che aveva, senza voler
più, dovergli bastare: e per ciò si dispose di tornarsi con
esso a casa sua. E pauroso della mercatantia, non s'impacciò
d'investire altramenti i suoi denari, ma con quello legnetto
col quale guadagnati gli avea, dato de' remi in acqua, si
mise al ritornare. E già nell'Arcipelago venuto, levandosi
la sera uno scilocco, il quale non solamente era contrario
al suo cammino ma ancora faceva grossissimo il mare, il
quale il suo picciolo legno non avrebbe bene potuto
comportare, in uno seno di mare, il quale una piccola
isoletta faceva da quello vento coperto, si raccolse, quivi
proponendo d'aspettarlo migliore. Nel quale seno poco stante
due gran cocche di genovesi, le quali venivano di
Costantinopoli, per fuggir quello che Landolfo fuggito avea,
con fatica pervennero; le genti delle quali, veduto il
legnetto e chiusagli la via da potersi partire, udendo di
cui egli era e già per fama conoscendol ricchissimo, sì come
uomini naturalmente vaghi di pecunia e rapaci a doverlo aver
si disposero. E messa in terra parte della lor gente con
balestra e bene armata, in parte la fecero andare che de'
legnetto neuna persona, se saettato esser non volea, poteva
discendere; e essi, fattisi tirare a' paliscalmi e aiutati
dal mare, s'accostarono al picciol legno di Landolfo e
quello con piccola fatica in picciolo spazio, con tutta la
ciurma senza perderne uomo, ebbero a man salva: e fatto
venire sopra l'una delle lor cocche Landolfo e ogni cosa del
legnetto tolta, quello sfondolarono lui in un povero
farsettino ritenendo.</p>
<p>Il dì seguente, mutatosi il vento, le cocche ver Ponente
vegnendo fer vela e tutto quel dì prosperamente vennero al
lor viaggio; ma nel fare della sera si mise un vento
tempestoso, il qual faccendo i mari altissimi divise le due
cocche l'una dall'altra. E per forza di questo vento
addivenne che quella sopra la quale era il misero e povero
Landolfo con grandissimo impeto di sopra all'isola di
Cifalonia percosse in una secca, e non altramenti che un
vetro percosso a un muro tutta s'aperse e si stritolò: di
che i miseri dolenti che sopra quella erano, essendo già il
mare tutto pieno di mercatantie che notavano e di casse e di
tavole, come in così fatti casi suole avvenire, quantunque
obscurissima notte fosse e il mare grossissimo e gonfiato,
notando quegli che notar sapevano, s'incominciarono a
appiccare a quelle cose che per ventura lor si paravan
davanti.</p>
<p>Intra li quali il misero Landolfo, ancora che molte volte
il dì davanti la morte chiamata avesse, seco eleggendo di
volerla più tosto che di tornare a casa sua povero come si
vedea, vedendola presta n'ebbe paura: e, come gli altri,
venutagli alle mani una tavola, a quella s'apiccò, se forse
Idio, indugiando egli l'affogare, gli mandasse qualche aiuto
allo scampo suo; e a cavallo a quella, come meglio poteva,
veggendosi sospinto dal mare e dal vento ora in qua e ora in
là, si sostenne infino al chiaro giorno. Il quale veduto,
guardandosi egli da torno, niuna cosa altro che nuvoli e
mare vedea e una cassa la quale sopra l'onde del mare
notando talvolta con grandissima paura di lui gli
s'appressava, temendo non quella cassa forse il percotesse
per modo che gli noiasse; e sempre che presso gli venia,
quando potea con mano, come che poca forza n'avesse, la
lontanava. Ma come che il fatto s'andasse, adivenne che
solutosi subitamente nell'aere un groppo di vento e percosso
nel mare sì grande in questa cassa diede e la cassa nella
tavola sopra la quale Landolfo era, che, riversata, per
forza Landolfo lasciatala andò sotto l'onde e ritornò suso
notando, più da paura che da forza aiutato, e vide da sé
molto dilungata la tavola: per che, temendo non potere a
essa pervenire, s'appressò alla cassa la quale gli era assai
vicina, e sopra il coperchio di quella posto il petto, come
meglio poteva, con le braccia la reggeva diritta. E in
questa maniera, gittato dal mare ora in qua e ora in là,
senza mangiare, sì come colui che non aveva che, e bevendo
più che non avrebbe voluto, senza sapere ove si fosse o
vedere altro che mare, dimorò tutto quel giorno e la notte
vegnente.</p>
<p>Il dì seguente appresso, o piacer di Dio o forza di vento
che 'l facesse, costui divenuto quasi una spugna, tenendo
forte con ammendune le mani gli orli della cassa a quella
guisa che far veggiamo a coloro che per affogar sono quando
prendono alcuna cosa, pervenne al lito dell'isola di Gurfo,
dove una povera feminetta per ventura suoi stovigli con la
rena e con l'acqua salsa lavava e facea belli. La quale,
come vide costui avvicinarsi, non conoscendo in lui alcuna
forma, dubitando e gridando si trasse indietro. Questi non
potea favellare e poco vedea, e per ciò niente le disse; ma
pur, mandandolo verso la terra il mare, costei conobbe la
forma della cassa, e più sottilmente guardando e vedendo
conobbe primieramente le braccia stese sopra la cassa,
quindi appresso ravisò la faccia e quello esser che era
s'immaginò. Per che, da compassion mossa, fattasi alquanto
per lo mare, che già era tranquillo, e per li capelli
presolo, con tutta la cassa il tirò in terra e quivi, con
fatica le mani dalla cassa sviluppategli e quella posta in
capo a una sua figlioletta che con lei era, lui come un
piccol fanciullo ne portò nella terra: e in una stufa
messolo, tanto lo stropicciò e con acqua calda lavò, che in
lui ritornò lo smarrito calore e alquante delle perdute
forze. E quando tempo le parve trattonelo, con alquanto di
buon vino e di confetto il riconfortò, e alcun giorno come
poté il meglio il tenne, tanto che esso, le forze
recuperate, conobbe là dove era. Per che alla buona femina
parve di dovergli la sua cassa rendere, la qual salvata gli
avea, e di dirgli che omai procacciasse sua ventura; e così
fece.</p>
<p>Costui, che di cassa non si ricordava, pur la prese,
presentandogliele la buona femina, avvisando quella non
potere sì poco valere, che alcun dì non gli facesse le
spese; e trovandola molto leggiera assai mancò della sua
speranza. Nondimeno, non essendo la buona femina in casa, la
sconficcò per vedere che dentro vi fosse: e trovò in quella
molte preziose pietre e legate e sciolte, delle quali egli
alquanto s'intendea: le quali veggendo e di gran valor
conoscendole, lodando Idio che ancora abbandonare non
l'aveva voluto, tutto si riconfortò. Ma sì come colui che in
piccol tempo fieramente era stato balestrato dalla fortuna
due volte, dubitando della terza, pensò convenirgli molta
cautela avere a voler quelle cose poter conducere a casa
sua: per che in alcuni stracci, come meglio poté, ravoltele,
disse alla buona femina che più di cassa non aveva bisogno,
ma che, se le piacesse, un sacco gli donasse e avessesi
quella.</p>
<p>La buona femina il fece volentieri; e costui, rendutele
quelle grazie le quali poteva maggiori del beneficio da lei
ricevuto, recatosi suo sacco in collo, da lei si partì; e
montato sopra una barca passò a Brandizio, e di quindi,
marina marina, si condusse infino a Trani, dove trovati de'
suoi cittadini, li quali eran drappieri, quasi per l'amor di
Dio fu da lor rivestito, avendo esso già loro tutti li suoi
accidenti narrati fuori che della cassa; e oltre a questo
prestatogli cavallo e datagli compagnia, infino a Ravello,
dove del tutto diceva di voler tornare, il rimandarono.</p>
<p>Quivi parendogli esser sicuro, ringraziando Idio che
condotto ve lo avea, sciolse il suo sacchetto: e con più
diligenzia cercata ogni cosa che prima fatto non avea, trovò
sé avere tante e sì fatte pietre, che, a convenevole pregio
vendendole e ancor meno, egli era il doppio più ricco che
quando partito s'era. E trovato modo di spacciar le sue
pietre, infino a Gurfo mandò una buona quantità di denari,
per merito del servigio ricevuto alla buona femina che di
mare l'avea tratto, e il simigliante fece a Trani a coloro
che rivestito l'aveano; e il rimanente, senza più voler
mercatare, si ritenne, e onorevolemente visse infino alla
fine.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli,
in una notte da tre gravi accidenti soprapreso, da tutti
scampato con un rubino si torna a casa sua.</emph></p></argument>
<p>–Le pietre da Landolfo trovate–cominciò la Fiammetta,
alla quale del novellare la volta toccava–m'hanno alla
memoria tornata una novella non guari meno di pericoli in sé
contenente che la narrata dalla Lauretta, ma in tanto
differente da essa, in quanto quegli forse in più anni e
questi nello spazio d'una sola notte addivennero, come
udirete.</p>
<p>Fu, secondo che io già intesi, in Perugia un giovane il cui
nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli; il quale,
avendo inteso che a Napoli era buon mercato di cavalli,
messisi in borsa cinquecento fiorin d'oro, non essendo mai
più fuori di casa stato, con altri mercatanti là se n'andò:
dove giunto una domenica sera in sul vespro, dall'oste suo
informato la seguente mattina fu in sul Mercato, e molti ne
vide e assai ne gli piacquero e di più e più mercato tenne,
né di niuno potendosi accordare, per mostrare che per
comperar fosse, sì come rozzo e poco cauto più volte in
presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa
sua borsa de' fiorini che aveva.</p>
<p>E in questi trattati stando, avendo esso la sua borsa
mostrata, avvenne che una giovane ciciliana bellissima, ma
disposta per piccol pregio a compiacere a qualunque uomo,
senza vederla egli, passò appresso di lui e la sua borsa
vide e subito seco disse: “Chi starebbe meglio di me se
quegli denari fosser miei?” e passò oltre. Era con questa
giovane una vecchia similmente ciciliana, la quale, come
vide Andreuccio, lasciata oltre la giovane andare,
affettuosamente corse a abbracciarlo: il che la giovane
veggendo, senza dire alcuna cosa, da una delle parti la
cominciò a attendere. Andreuccio, alla vecchia rivoltosi e
conosciutala, le fece gran festa, e promettendogli essa di
venire a lui all'albergo, senza quivi tenere troppo lungo
sermone, si partì: e Andreuccio si tornò a mercatare ma
niente comperò la mattina. La giovane, che prima la borsa
d'Andreuccio e poi la contezza della sua vecchia con lui
aveva veduta, per tentare se modo alcuno trovar potesse a
dovere aver quelli denari, o tutti o parte, cautamente
incominciò a domandare chi colui fosse o donde e che quivi
facesse e come il conoscesse. La quale ogni cosa così
particularmente de' fatti d'Andreuccio le disse come avrebbe
per poco detto egli stesso, sì come colei che lungamente in
Cicilia col padre di lui e poi a Perugia dimorata era, e
similmente le contò dove tornasse e perché venuto fosse.</p>
<p>La giovane, pienamente informata e del parentado di lui e
de' nomi, al suo appetito fornire con una sottil malizia,
sopra questo fondò la sua intenzione; e a casa tornatasi,
mise la vecchia in faccenda per tutto il giorno acciò che a
Andreuccio non potesse tornare; e presa una sua fanticella,
la quale essa assai bene a così fatti servigi aveva
ammaestrata, in sul vespro la mandò all'albergo dove
Andreuccio tornava.</p>
<p>La qual, quivi venuta, per ventura lui medesimo e solo
trovò in su la porta e di lui stesso il domandò. Alla quale
dicendole egli che era desso, essa, tiratolo da parte,
disse: “Messere, una gentil donna di questa terra, quando
vi piacesse, vi parleria volentieri.” Il quale vedendola,
tutto postosi mente e, parendogli essere un bel fante della
persona, s'avvisò questa donna dover di lui essere
innamorata, quasi altro bel giovane che egli non si trovasse
allora in Napoli, e prestamente rispose che era
apparecchiato e domandolla dove e quando questa donna parlar
gli volesse.</p>
<p>A cui la fanticella rispose: “Messere, quando di venir vi
piaccia, ella v'attende in casa sua.”</p>
<p>Andreuccio presto, senza alcuna cosa dir nell'albergo,
disse: “Or via mettiti avanti, io ti verrò appresso.”</p>
<p>Laonde la fanticella a casa di costei il condusse, la quale
dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale
quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra. Ma
esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in
uno onestissimo luogo andare e a una cara donna,
liberamente, andata la fanticella avanti, se n'entrò nella
sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella
già la sua donna chiamata e detto “Ecco Andreuccio”, la
vide in capo della scala farsi a aspettarlo.</p>
<p>Ella era ancora assai giovane, di persona grande e con
bellissimo viso, vestita e ornata assai orrevolemente; alla
quale come Andreuccio fu presso, essa incontrogli da tre
gradi discese con le braccia aperte, e avvinghiatogli il
collo alquanto stette senza alcuna cosa dire, quasi da
soperchia tenerezza impedita; poi lagrimando gli basciò la
fronte e con voce alquanto rotta disse: “O Andreuccio mio,
tu sii il ben venuto!”</p>
<p>Esso, maravigliandosi di così tenere carezze, tutto
stupefatto rispose: “Madonna, voi siate la ben trovata!”</p>
<p>Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala il
menò e di quella, senza alcuna altra cosa parlare, con lui
nella sua camera se n'entrò, la quale di rose, di fiori
d'aranci e d'altri odori tutta oliva, là dove egli un
bellissimo letto incortinato e molte robe su per le stanghe,
secondo il costume di là, e altri assai belli e ricchi
arnesi vide; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente
credette lei dovere essere non men che gran donna.</p>
<p>E postisi a sedere insieme sopra una cassa che appiè del
suo letto era, così gli cominciò a parlare: “Andreuccio, io
sono molto certa che tu ti maravigli e delle carezze le
quali io ti fo e delle mie lagrime, sì come colui che non mi
conosci e per avventura mai ricordar non m'udisti. Ma tu
udirai tosto cosa la quale più ti farà forse maravigliare,
sì come è che io sia tua sorella; e dicoti che, poi che Idio
m'ha fatta tanta grazia che io anzi la mia morte ho veduto
alcuno de' miei fratelli, come che io disideri di vedervi
tutti, io non morrò a quella ora che io consolata non muoia.
E se tu forse questo mai più non udisti, io tel vo' dire.
Pietro, mio padre e tuo, come io credo che tu abbi potuto
sapere, dimorò lungamente in Palermo, e per la sua bontà e
piacevolezza vi fu e è ancora da quegli che il conobbero
amato assai. Ma tra gli altri che molto l'amarono, mia
madre, che gentil donna fu e allora era vedova, fu quella
che più l'amò, tanto che, posta giù la paura del padre e de'
fratelli e il suo onore, in tal guisa con lui si dimesticò,
che io ne nacqui e sonne qual tu mi vedi. Poi, sopravenuta
cagione a Pietro di partirsi di Palermo e tornare in
Perugia, me con la mia madre piccola fanciulla lasciò, né
mai, per quello che io sentissi, più né di me né di lei si
ricordò: di che io, se mio padre stato non fosse, forte il
riprenderei avendo riguardo alla ingratitudine di lui verso
mia madre mostrata (lasciamo stare allo amore che a me come
a sua figliuola non nata d'una fante né di vil femina dovea
portare), la quale le sue cose e sé parimente, senza sapere
altrimenti chi egli si fosse, da fedelissimo amor mossa
rimise nelle sue mani. Ma che è? Le cose mal fatte e di gran
tempo passate sono troppo più agevoli a riprendere che a
emendare: la cosa andò pur così. Egli mi lasciò piccola
fanciulla in Palermo, dove, cresciuta quasi come io mi sono,
mia madre, che ricca donna era, mi diede per moglie a uno da
Gergenti, gentile uomo e da bene, il quale per amor di mia
madre e di me tornò a stare in Palermo; e quivi, come colui
che è molto guelfo, cominciò a avere alcuno trattato col
nostro re Carlo. Il quale, sentito dal re Federigo prima che
dare gli si potesse effetto, fu cagione di farci fuggire di
Cicilia quando io aspettava essere la maggior cavalleressa
che mai in quella isola fosse; donde, prese quelle poche
cose che prender potemmo (poche dico per rispetto alle molte
le quali avavamo), lasciate le terre e li palazzi, in questa
terra ne rifuggimmo, dove il re Carlo verso di noi trovammo
sì grato che, ristoratici in parte li danni li quali per lui
ricevuti avavamo, e possessioni e case ci ha date, e dà
continuamente al mio marito, e tuo cognato che è, buona
provisione, sì come tu potrai ancor vedere. E in questa
maniera son qui, dove io, la buona mercé di Dio e non tua,
fratel mio dolce, ti veggio.”</p>
<p>E così detto, da capo il rabbracciò e ancora teneramente
lagrimando gli basciò la fronte.</p>
<p>Andreuccio, udendo questa favola così ordinatamente, così
compostamente detta da costei, alla quale in niuno atto
moriva la parola tra' denti né balbettava la lingua, e
ricordandosi esser vero che il padre era stato in Palermo e
per se medesimo de' giovani conoscendo i costumi, che
volentieri amano nella giovanezza, e veggendo le tenere
lagrime, gli abbracciari e gli onesti basci, ebbe ciò che
ella diceva più che per vero: e poscia che ella tacque, le
rispose: “Madonna, egli non vi dee parer gran cosa se io mi
maraviglio: per ciò che nel vero, o che mio padre, per che
che egli sel facesse, di vostra madre e di voi non
ragionasse giammai, o che, se egli ne ragionò, a mia notizia
venuto non sia, io per me niuna conscienza aveva di voi se
non come se non foste; e èmmi tanto più caro l'avervi qui
mia sorella trovata, quanto io ci sono più solo e meno
questo sperava. E nel vero io non conosco uomo di sì alto
affare al quale voi non doveste esser cara, non che a me che
un picciolo mercatante sono. Ma d'una cosa vi priego mi
facciate chiaro: come sapeste voi che io qui fossi?”</p>
<p>Al quale ella rispose: “Questa mattina mel fé sapere una
povera femina la qual molto meco si ritiene, per ciò che con
nostro padre, per quello che ella mi dica, lungamente e in
Palermo e in Perugia stette; e se non fosse che più onesta
cosa mi parea che tu a me venissi in casa tua che io a te
nell'altrui, egli ha gran pezza che io a te venuta sarei.”</p>
<p>Appresso queste parole ella cominciò distintamente a
domandare di tutti i suoi parenti nominatamente, alla quale
di tutti Andreuccio rispose, per questo ancora più credendo
quello che meno di creder gli bisognava.</p>
<p>Essendo stati i ragionamenti lunghi e il caldo grande, ella
fece venire greco e confetti e fé dar bere a Andreuccio; il
quale dopo questo partir volendosi, per ciò che ora di cena
era, in niuna guisa il sostenne, ma sembiante fatto di forte
turbarsi abbracciandol disse: “Ahi lassa me, ché assai
chiaro conosco come io ti sia poco cara! Che è a pensare che
tu sii con una tua sorella mai più da te non veduta, e in
casa sua, dove, qui venendo, smontato esser dovresti, e
vogli di quella uscire per andare a cenare all'albergo? Di
vero tu cenerai con esso meco: e perché mio marito non ci
sia, di che forte mi grava, io ti saprò bene secondo donna
fare un poco d'onore.”</p>
<p>Alla quale Andreuccio, non sappiendo altro che rispondersi,
disse: “Io v'ho cara quanto sorella si dee avere, ma se io
non ne vado, io sarò tutta sera aspettato a cena e farò
villania.”</p>
<p>E ella allora disse: “Lodato sia Idio, se io non ho in
casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato! benché
tu faresti assai maggior cortesia, e tuo dovere, mandare a
dire a' tuoi compagni che qui venissero a cenare, e poi, se
pure andare te ne volessi, ve ne potresti tutti andar di
brigata.”</p>
<p>Andreuccio rispose che de' suoi compagni non volea quella
sera, ma, poi che pure a grado l'era, di lui facesse il
piacer suo. Ella allora fé vista di mandare a dire
all'albergo che egli non fosse atteso a cena; e poi, dopo
molti altri ragionamenti, postisi a cena e splendidamente di
più vivande serviti, astutamente quella menò per lunga
infino alla notte obscura; e essendo da tavola levati e
Andreuccio partir volendosi, ella disse che ciò in niuna
guisa sofferrebbe, per ciò che Napoli non era terra da
andarvi per entro di notte, e massimamente un forestiere; e
che come che egli a cena non fosse atteso aveva mandato a
dire, così aveva dello albergo fatto il somigliante. Egli,
questo credendo e dilettandogli, da falsa credenza
ingannato, d'esser con costei, stette. Furono adunque dopo
cena i ragionamenti molti e lunghi non senza cagione tenuti;
e essendo della notte una parte passata, ella, lasciato
Andreuccio a dormire nella sua camera con un piccol
fanciullo che gli mostrasse se egli volesse nulla, con le
sue femine in un'altra camera se n'andò.</p>
<p>Era il caldo grande: per la qual cosa Andreuccio,
veggendosi solo rimaso, subitamente si spogliò in farsetto e
trassesi i panni di gamba e al capo del letto gli si pose; e
richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo
peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo,
il quale nell'uno de' canti della camera gli mostrò uno
uscio e disse: Andate là entro.” Andreuccio dentro
sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè
sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta
dal travicello sopra il quale era, per la qual cosa
capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò quindi
giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella
caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della
bruttura, della quale il luogo era pieno, s'imbrattò. Il
quale luogo, acciò che meglio intendiate e quello che è
detto e ciò che segue, come stesse vi mostrerò. Egli era in
un chiassetto stretto, come spesso tra due case veggiamo:
sopra due travicelli, tra l'una casa e l'altra posti, alcune
tavole eran confitte e il luogo da seder posto, delle quali
tavole quella che con lui cadde era l'una.</p>
<p>Ritrovandosi adunque là giù nel chiassetto Andreuccio,
dolente del caso, cominciò a chiamare il fanciullo; ma il
fanciullo, come sentito l'ebbe cadere, così corse a dirlo
alla donna. La quale, corsa alla sua camera, prestamente
cercò se i suoi panni v'erano; e trovati i panni e con essi
i denari, li quali esso non fidandosi mattamente sempre
portava addosso, avendo quello a che ella di Palermo,
sirocchia d'un perugin faccendosi, aveva teso il lacciuolo,
più di lui non curandosi prestamente andò a chiuder l'uscio
del quale egli era uscito quando cadde.</p>
<p>Andreuccio, non rispondendogli il fanciullo, cominciò più
forte a chiamare: ma ciò era niente. Per che egli, già
sospettando e tardi dello inganno cominciandosi a accorgere,
salito sopra un muretto che quello chiassolino dalla strada
chiudea e nella via disceso, all'uscio della casa, il quale
egli molto ben riconobbe, se n'andò, e quivi invano
lungamente chiamò e molto il dimenò e percosse. Di che egli
piagnendo, come colui che chiara vedea la sua disaventura,
cominciò a dire: “Oimè lasso, in come piccol tempo ho io
perduti cinquecento fiorini e una sorella!”</p>
<p>E dopo molte altre parole, da capo cominciò a battere
l'uscio e a gridare; e tanto fece così, che molti de'
circunstanti vicini, desti, non potendo la noia sofferire,
si levarono; e una delle servigiali della donna, in vista
tutta sonnocchiosa, fattasi alla finestra proverbiosamente
disse: “Chi picchia là giù?”</p>
<p>“Oh!” disse Andreuccio “o non mi conosci tu? Io sono
Andreuccio, fratello di madama Fiordaliso.”</p>
<p>Al quale ella rispose: “Buono uomo, se tu hai troppo
bevuto, va dormi e tornerai domattina; io non so che
Andreuccio né che ciance son quelle che tu di'; va in buona
ora e lasciaci dormir, se ti piace.”</p>
<p>“Come” disse Andreuccio “non sai che io mi dico? Certo
sì sai; ma se pur son così fatti i parentadi di Cicilia, che
in sì piccol termine si dimentichino, rendimi almeno i panni
miei, li quali lasciati v'ho, e io m'andrò volentier con
Dio.”</p>
<p>Al quale ella quasi ridendo disse: “Buono uomo, e' mi par
che tu sogni”, e il dir questo e il tornarsi dentro e
chiuder la finestra fu una cosa.</p>
<p>Di che Andreuccio, già certissimo de' suoi danni, quasi per
doglia fu presso a convertire in rabbia la sua grande ira, e
per ingiuria propose di rivolere quello che per parole
riaver non potea; per che da capo, presa una gran pietra,
con troppi maggior colpi che prima fieramente cominciò a
percuoter la porta. La qual cosa molti de' vicini avanti
destisi e levatisi, credendo lui essere alcuno spiacevole il
quale queste parole fingesse per noiare quella buona femina,
recatosi a noia il picchiare il quale egli faceva, fattisi
alle finestre, non altramenti che a un can forestiere tutti
quegli della contrada abbaiano adosso, cominciarono a dire:
“Questa è una gran villania a venire a questa ora a casa le
buone femine e dire queste ciance; deh! va con Dio, buono
uomo; lasciaci dormir, se ti piace; e se tu hai nulla a far
con lei, tornerai domane, e non ci dar questa seccaggine
stanotte.”</p>
<p>Dalle quali parole forse assicurato uno che dentro dalla
casa era, ruffiano della buona femina, il quale egli né
veduto né sentito avea, si fece alle finestre e con una boce
grossa, orribile e fiera disse: “Chi è laggiù?”</p>
<p>Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il
quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dovere
essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al
volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse
sbadigliava e stropicciavasi gli occhi: a cui egli, non
senza paura, rispose: “Io sono un fratello della donna di
là entro.”</p>
<p>Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta,
anzi più rigido assai che prima disse: “Io non so a che io
mi tegno che io non vegno là giù, e deati tante bastonate
quante io ti vegga muovere, asino fastidioso e ebriaco che
tu dei essere, che questa notte non ci lascerai dormire
persona”; e tornatosi dentro serrò la finestra.</p>
<p>Alcuni de' vicini, che meglio conoscieno la condizion di
colui, umilmente parlando a Andreuccio dissero: “Per Dio,
buono uomo, vatti con Dio, non volere stanotte essere ucciso
costì: vattene per lo tuo migliore.”</p>
<p>Laonde Andreuccio, spaventato dalla voce di colui e dalla
vista e sospinto da' conforti di coloro li quali gli pareva
che da carità mossi parlassero, doloroso quanto mai alcuno
altro e de' suoi denar disperato, verso quella parte onde il
dì aveva la fanticella seguita, senza saper dove s'andasse,
prese la via per tornarsi all'albergo. E a se medesimo
dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui veniva, disideroso
di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e
su per una via chiamata la Ruga Catalana si mise. E verso
l'alto della città andando, per ventura davanti si vide due
che verso di lui con una lanterna in mano venieno, li quali
temendo non fosser della famiglia della corte o altri uomini
a mal far disposti, per fuggirli, in un casolare, il qual si
vide vicino, pianamente ricoverò. Ma costoro, quasi come a
quello proprio luogo inviati andassero, in quel medesimo
casolare se n'entrarono; e quivi l'un di loro, scaricati
certi ferramenti che in collo avea, con l'altro insieme
gl'incominciò a guardare, varie cose sopra quegli
ragionando.</p>
<p>E mentre parlavano, disse l'uno: “Che vuol dir questo? Io
sento il maggior puzzo che mai mi paresse sentire”; e
questo detto, alzata alquanto la lanterna, ebber veduto il
cattivel d'Andreuccio, e stupefatti domandar: “Chi è là?”</p>
<p>Andreuccio taceva, ma essi avvicinatiglisi con lume il
domandarono che quivi così brutto facesse: alli quali
Andreuccio ciò che avvenuto gli era narrò interamente.
Costoro, imaginando dove ciò gli potesse essere avvenuto,
dissero fra sé: “Veramente in casa lo scarabone Buttafuoco
fia stato questo.”</p>
<p>E a lui rivolti, disse l'uno: “Buono uomo, come che tu
abbi perduti i tuoi denari, tu hai molto a lodare Idio che
quel caso ti venne che tu cadesti né potesti poi in casa
rientrare: per ciò che, se caduto non fossi, vivi sicuro
che, come prima adormentato ti fossi, saresti stato amazzato
e co' denari avresti la persona perduta. Ma che giova
oggimai di piagnere? Tu ne potresti così riavere un denaio
come avere delle stelle del cielo: ucciso ne potrai tu bene
essere, se colui sente che tu mai ne facci parola.”</p>
<p>E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero:
“Vedi, a noi è presa compassion di te: e per ciò, dove tu
vogli con noi essere a fare alcuna cosa la quale a fare
andiamo, egli ci pare esser molto certi che in parte ti
toccherà il valere di troppo più che perduto non hai.”</p>
<p>Andreuccio, sì come disperato, rispuose ch'era presto.</p>
<p>Era quel dì sepellito uno arcivescovo di Napoli, chiamato
messer Filippo Minutolo, e era stato sepellito con
ricchissimi ornamenti e con un rubino in dito il quale
valeva oltre a cinquecento fiorin d'oro, il quale costoro
volevano andare a spogliare; e così a Andreuccio fecer
veduto.</p>
<p>Laonde Andreuccio, più cupido che consigliato, con loro si
mise in via; e andando verso la chiesa maggiore, e
Andreuccio putendo forte, disse l'uno: “Non potremmo noi
trovar modo che costui si lavasse un poco dove che sia, che
egli non putisse così fieramente?”</p>
<p>Disse l'altro: “Sì, noi siam qui presso a un pozzo al
quale suole sempre esser la carrucola e un gran secchione;
andianne là e laverenlo spacciatamente.”</p>
<p>Giunti a questo pozzo trovarono che la fune v'era ma il
secchione n'era stato levato: per che insieme diliberarono
di legarlo alla fune e di collarlo nel pozzo, e egli là giù
si lavasse e, come lavato fosse, crollasse la fune e essi il
tirerebber suso; e così fecero.</p>
<p>Avvenne che, avendol costor nel pozzo collato, alcuni della
famiglia della signoria, li quali e per lo caldo e perché
corsi erano dietro a alcuno avendo sete, a quel pozzo
venieno a bere: li quali come quegli due videro,
incontanente cominciarono a fuggire, li famigliari che quivi
venivano a bere non avendogli veduti. Essendo già nel fondo
del pozzo Andreuccio lavato, dimenò la fune. Costoro
assetati, posti giù lor tavolacci e loro armi e lor
gonnelle, cominciarono la fune a tirare credendo a quella il
secchion pien d'acqua essere appicato. Come Andreuccio si
vide alla sponda del pozzo vicino, così, lasciata la fune,
con le mani si gittò sopra quella. La qual cosa costor
vedendo, da subita paura presi, senza altro dir lasciaron la
fune e cominciarono quanto più poterono a fuggire: di che
Andreuccio si maravigliò forte, e se egli non si fosse bene
attenuto, egli sarebbe infin nel fondo caduto forse non
senza suo gran danno o morte; ma pure uscitone e queste arme
trovate, le quali egli sapeva che i suoi compagni non avean
portate, ancora più s'incominciò a maravigliare.</p>
<p>Ma dubitando e non sappiendo che, della sua fortuna
dolendosi, senza alcuna cosa toccar quindi diliberò di
partirsi: e andava senza saper dove. Così andando si venne
scontrato in que' due suoi compagni, li quali a trarlo del
pozzo venivano; e come il videro, maravigliandosi forte, il
domandarono chi del pozzo l'avesse tratto. Andreuccio
rispose che non sapea, e loro ordinatamente disse come era
avvenuto e quello che trovato aveva fuori del pozzo. Di che
costoro, avvisatisi come stato era, ridendo gli contarono
perché s'eran fuggiti e chi stati eran coloro che sù l'avean
tirato. E senza più parole fare, essendo già mezzanotte,
n'andarono alla chiesa maggiore, e in quella assai
leggiermente entrarono e furono all'arca, la quale era di
marmo e molto grande; e con lor ferro il coperchio, ch'era
gravissimo, sollevaron tanto quanto uno uomo vi potesse
entrare, e puntellaronlo.</p>
<p>E fatto questo, cominciò l'uno a dire: “Chi entrerà
dentro?”</p>
<p>A cui l'altro rispose: “Non io.”</p>
<p>“Né io” disse colui “ma entrivi Andreuccio.”</p>
<p>“Questo non farò io” disse Andreuccio.</p>
<p>Verso il quale ammenduni costoro rivolti dissero: “Come
non v'enterrai? In fé di Dio, se tu non v'entri, noi ti
darem tante d'uno di questi pali di ferro sopra la testa,
che noi ti farem cader morto.”</p>
<p>Andreuccio temendo v'entrò, e entrandovi pensò seco:
“Costoro mi ci fanno entrare per ingannarmi, per ciò che,
come io avrò loro ogni cosa dato, mentre che io penerò a
uscir dall'arca, essi se ne andranno pe' fatti loro e io
rimarrò senza cosa alcuna.” E per ciò s'avisò di farsi
innanzi tratto la parte sua; e ricordatosi del caro anello
che aveva loro udito dire, come fu giù disceso così di dito
il trasse all'arcivescovo e miselo a sé; e poi dato il
pasturale e la mitra e' guanti e spogliatolo infino alla
camiscia, ogni cosa diè loro dicendo che più niente v'avea.
Costoro, affermando che esser vi doveva l'anello, gli
dissero che cercasse per tutto: ma esso, rispondendo che nol
trovava e sembiante faccendo di cercarne, alquanto gli tenne
in aspettare. Costoro che d'altra parte eran sì come lui
maliziosi, dicendo pur che ben cercasse, preso tempo,
tiraron via il puntello che il coperchio dell'arca sostenea,
e fuggendosi lui dentro dall'arca lasciaron racchiuso. La
qual cosa sentendo Andreuccio, quale egli allor divenisse
ciascun sel può pensare.</p>
<p>Egli tentò più volte e col capo e con le spalle se alzare
potesse il coperchio, ma invano si faticava: per che da
grave dolor vinto, venendo meno cadde sopra il morto corpo
dell'arcivescovo; e chi allora veduti gli avesse
malagevolmente avrebbe conosciuto chi più si fosse morto, o
l'arcivescovo o egli. Ma poi che in sé fu ritornato,
dirottissimamente cominciò a piagnere, veggendosi quivi
senza dubbio all'un de' due fini dover pervenire: o in
quella arca, non venendovi alcuni più a aprirla, di fame e
di puzzo tra' vermini del morto corpo convenirlo morire, o
vegnendovi alcuni e trovandovi lui dentro, sì come ladro
dovere essere appiccato.</p>
<p>E in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì per
la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali, sì
come gli avvisava, quello andavano a fare che esso co' suoi
compagni avean già fatto: di che la paura gli crebbe forte.
Ma poi che costoro ebbero l'arca aperta e puntellata, in
quistion caddero chi vi dovesse entrare, e niuno il voleva
fare; pur dopo lunga tencione un prete disse: “Che paura
avete voi? credete voi che egli vi manuchi? Li morti non
mangian gli uomini: io v'entrerò dentro io.” E così detto,
posto il petto sopra l'orlo dell'arca, volse il capo in
fuori e dentro mandò le gambe per doversi giuso calare.
Andreuccio, questo vedendo, in piè levatosi prese il prete
per l'una delle gambe e fé sembiante di volerlo giù tirare.
La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e
presto dell'arca si gittò fuori; della qual cosa tutti gli
altri spaventati, lasciata l'arca aperta, non altramente a
fuggir cominciarono che se da centomilia diavoli fosser
perseguitati.</p>
<p>La qual cosa veggendo Andreuccio, lieto oltre a quello che
sperava, subito si gittò fuori e per quella via onde era
venuto se ne uscì della chiesa; e già avvicinandosi al
giorno, con quello anello in dito andando all'avventura,
pervenne alla marina e quindi al suo albergo si abbatté;
dove li suoi compagni e l'albergatore trovò tutta la notte
stati in sollecitudine de' fatti suoi. A' quali ciò che
avvenuto gli era raccontato, parve per lo consiglio
dell'oste loro che costui incontanente si dovesse di Napoli
partire; la qual cosa egli fece prestamente e a Perugia
tornossi, avendo il suo investito in uno anello, dove per
comperare cavalli era andato.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Madama Beritola, con due cavriuoli sopra una isola
trovata, avendo due figliuoli perduti, ne va in Lunigiana;
quivi l'un de' figliuoli col signore di lei si pone e con la
figliuola di lui giace e è messo in prigione: Cicilia
ribellata al re Carlo e il figliuolo riconosciuto dalla
madre, sposa la figliuola del suo signore e il suo fratel
ritrova e in grande stato ritornano.</emph></p></argument>
<p>Avevan le donne parimente e' giovani riso molto de' casi
d'Andreuccio dalla Fiammetta narrati, quando Emilia,
sentendo la novella finita, per comandamento della reina
così cominciò:</p>
<p>–Gravi cose e noiose sono i movimenti varii della fortuna,
de' quali però che quante volte alcuna cosa si parla, tante
è un destare delle nostre menti, le quali leggiermente
s'adormentano nelle sue lusinghe, giudico mai rincrescer non
dover l'ascoltare e a' felici e agli sventurati, in quanto
li primi rende avvisati e i secondi consola. E per ciò,
quantunque gran cose dette ne sieno avanti, io intendo di
raccontarvene una novella non meno vera che pietosa: la
quale ancora che lieto fine avesse, fu tanta e sì lunga
l'amaritudine, che appena che io possa credere che mai da
letizia seguita si radolcisse.</p>
<p>Carissime donne, voi dovete sapere che appresso la morte di
Federigo secondo imperadore fu re di Cicilia coronato
Manfredi, appo il quale in grandissimo stato fu un gentile
uomo di Napoli chiamato Arrighetto Capece, il qual per
moglie avea una bella e gentil donna similmente napoletana,
chiamata madama Beritola Caracciola. Il quale Arrighetto,
avendo il governo dell'isola nelle mani, sentendo che il re
Carlo primo aveva a Benevento vinto e ucciso Manfredi, e
tutto il Regno a lui si rivolgea, avendo poca sicurtà della
corta fede de' ciciliani, non volendo subdito divenire del
nemico del suo signore, di fuggire s'apparecchiava. Ma
questo da' ciciliani conosciuto, subitamente egli e molti
altri amici e servidori del re Manfredi furono per prigioni
dati al re Carlo e la possessione dell'isola appresso.
Madama Beritola in tanto mutamento di cose, non sappiendo
che d'Arrighetto si fosse e sempre di quello che era
avvenuto temendo, per tema di vergogna, ogni sua cosa
lasciata, con un suo figliuolo d'età forse d'otto anni,
chiamato Giuffredi, e gravida e povera montata sopra una
barchetta se ne fuggì a Lipari, e quivi partorì un altro
figliuol maschio, il quale nominò lo Scacciato; e presa una
balia, con tutti sopra un legnetto montò per tornarsene a
Napoli a' suoi parenti.</p>
<p>Ma altramenti avvenne che il suo avviso; per ciò che per
forza di vento il legno, che a Napoli andar dovea, fu
trasportato all'isola di Ponzo, dove, entrati in un picciol
seno di mare, cominciarono a attender tempo al lor viaggio.
Madama Beritola, come gli altri smontata in su l'isola e
sopra quella un luogo solitario e rimoto trovato, quivi a
dolersi del suo Arrighetto si mise tutta sola. E questa
maniera ciascun giorno tenendo, avvenne che, essendo ella al
suo dolersi occupata, senza che alcuno o marinaro o altri se
n'acorgesse, una galea di corsari sopravenne, la quale tutti
a man salva gli prese e andò via.</p>
<p>Madama Beritola, finito il suo diurno lamento, tornata al
lito per rivedere i figliuoli, come usata era di fare, niuna
persona vi trovò; di che prima si maravigliò e poi,
subitamente di quello che avvenuto era sospettando, gli
occhi infra 'l mar sospinse e vide la galea, non molto
ancora allungata, dietro tirarsi il legnetto: per la qual
cosa ottimamente cognobbe, sì come il marito, aver perduti i
figliuoli. E povera e sola e abbandonata, senza saper dove
mai alcuno doversene ritrovare, quivi vedendosi, tramortita
il marito e' figliuoli chiamando cadde in su il lito. Quivi
non era chi con acqua fredda o con altro argomento le
smarrite forze rivocasse, per che a bell'agio poterono gli
spiriti andar vagando dove lor piacque: ma poi che nel
misero corpo le partite forze insieme con le lagrime e col
pianto tornate furono, lungamente chiamò i figliuoli e molto
per ogni caverna gli andò cercando. Ma poi che la sua fatica
conobbe vana e vide la notte sopravenire, sperando e non
sappiendo che, di se medesima alquanto divenne sollecita, e
dal lito partitasi in quella caverna, dove di piagnere e di
dolersi era usa, si ritornò.</p>
<p>E poi che la notte con molta paura e con dolore
inestimabile fu passata e il dì nuovo venuto e già l'ora
della terza valicata, essa, che la sera davanti cenato non
avea, da fame constretta a pascer l'erbe si diede; e,
pasciuta come poté, piangendo a varii pensieri della sua
futura vita si diede. Ne' quali mentre ella dimorava, vide
venire una cavriuola e entrare ivi vicino in una caverna e
dopo alquanto uscirne e per lo bosco andarsene: per che
ella, levatasi, là entrò donde uscita era la cavriuola, e
videvi due cavriuoli forse il dì medesimo nati, li quali le
parevano la più dolce cosa del mondo e la più vezzosa; e non
essendolesi ancora del nuovo parto rasciutto il latte del
petto, quegli teneramente prese e al petto gli si pose. Li
quali, non rifiutando il servigio, così lei poppavano come
la madre avrebber fatto; e d'allora innanzi dalla madre a
lei niuna distinzion fecero. Per che, parendo alla gentil
donna avere nel diserto luogo alcuna compagnia trovata,
l'erbe pascendo e bevendo l'acqua e tante volte piagnendo
quante del marito e de' figliuoli e della sua preterita vita
si ricordava, quivi è a vivere e a morire s'era disposta,
non meno dimestica della cavriuola divenuta che de'
figliuoli.</p>
<p>E così dimorando la gentil donna divenuta fiera, avvenne
dopo più mesi che per fortuna similmente quivi arrivò uno
legnetto di pisani dove ella prima era arrivata, e più
giorni vi dimorò. Era sopra quel legno un gentile uomo
chiamato Currado de' marchesi Malespini con una sua donna
valorosa e santa; e venivano di pellegrinaggio da tutti i
santi luoghi li quali nel regno di Puglia sono e a casa loro
se ne tornavano. Il quale, per passare malinconia, insieme
con la sua donna e con alcun suoi famigliari e con suoi cani
un dì a andare fra l'isola si mise; e non guari lontano al
luogo dove era madama Beritola cominciarono i cani di
Currado a seguire i due cavriuoli, li quali già grandicelli
pascendo andavano: li quali cavriuoli, da' cani cacciati, in
nulla altra parte fuggirono che alla caverna dove era madama
Beritola. La quale, questo vedendo, levata in piè e preso un
bastone li cani mandò indietro: e quivi Currado e la sua
donna, che i lor cani seguitavan, sopravenuti, vedendo
costei che bruna e magra e pelosa divenuta era, si
maravigliarono, e ella molto più di loro. Ma poi che a'
prieghi di lei ebbe Currado i suoi cani tirati indietro,
dopo molti prieghi la piegarono a dire chi ella fosse e che
quivi facesse; la quale pienamente ogni sua condizione e
ogni suo accidente e il suo fiero proponimento loro aperse.
Il che udendo Currado, che molto bene Arrighetto Capece
conosciuto avea, di compassion pianse e con parole assai
s'ingegnò di rimuoverla da proponimento sì fiero,
offerendole di rimenarla a casa sua o di seco tenerla in
quello onore che sua sorella, e stesse tanto che Idio più
lieta fortuna le mandasse innanzi. Alle quali proferte non
piegandosi la donna, Currado con lei lasciò la moglie e le
disse che da mangiare quivi facesse venire e lei, che tutta
era stracciata, d'alcuna delle sue robe rivestisse, e del
tutto facesse che seco la ne menasse. La gentil donna con
lei rimasa, avendo prima molto con madama Beritola pianto
de' suoi infortunii, fatti venir vestimenti e vivande, con
la maggior fatica del mondo a prendergli e a mangiar la
condusse: e ultimamente, dopo molti prieghi, affermando ella
di mai non volere andare ove conosciuta fosse, la 'ndusse a
doversene seco andare in Lunigiana insieme co' due cavriuoli
e con la cavriuola la quale in quel mezzo tempo era tornata
e, non senza gran meraviglia della gentil donna, l'aveva
fatta grandissima festa.</p>
<p>E così venuto il buon tempo, madama Beritola con Currado e
con la sua donna sopra il lor legno montò, e con loro
insieme la cavriuola e i due cavriuoli, da' quali, non
sappiendosi per tutti il suo nome, ella fu Cavriuola
dinominata; e con buon vento tosto infino nella foce della
Magra n'andarono, dove smontati alle loro castella se ne
salirono. Quivi appresso la donna di Currado madama
Beritola, in abito vedovile, come una sua damigella, onesta
e umile e obediente stette, sempre a' suoi cavriuoli avendo
amore e faccendogli nutricare.</p>
<p>I corsari, li quali avevano a Ponzo preso il legno sopra il
quale madama Beritola venuta era, lei lasciata sì come da
lor non veduta, con tutta l'altra gente a Genova n'andarono;
e quivi tra' padroni della galea divisa la preda, toccò per
avventura, tra l'altre cose, in sorte a un messer Guasparrin
Doria la balia di madama Beritola e i due fanciulli con lei;
il quale lei co' fanciulli insieme a casa sua ne mandò per
tenergli a guisa di servi ne' servigi della casa. La balia,
dolente oltre modo della perdita della sua donna e della
misera fortuna nella quale sé e i due fanciulli caduti
vedea, lungamente pianse. Ma poi che vide le lagrime niente
giovare e sé esser serva con loro insieme, ancora che povera
femina fosse, pure era savia e avveduta; per che, prima come
poté il meglio riconfortatasi e appresso riguardando dove
erano pervenuti, s'avisò che se i due fanciulli conosciuti
fossono per avventura potrebbono di leggiere impedimento
ricevere: e oltre a questo sperando che, quando che sia, si
potrebbe mutar la fortuna e essi potrebbono, se vivi
fossero, nel perduto stato tornare, pensò di non palesare a
alcuna persona chi fossero, se tempo di ciò non vedesse; e a
tutti diceva, che di ciò domandata l'avessero, che suoi
figliuoli erano. E il maggiore non Giuffredi ma Giannotto di
Procida nominava, al minore non curò di mutar nome; e con
somma diligenzia mostrò a Giuffredi perché il nome cambiato
gli avea e a qual pericolo egli potesse essere se conosciuto
fosse, e questo non una volta ma molte e molto spesso gli
ricordava: la qual cosa il fanciullo, che intendente era,
secondo l'amaestramento della savia balia ottimamente
faceva. Stettero adunque, e mal vestiti e peggio calzati, a
ogni vil servigio adoperati, con la balia insieme
pazientemente più anni i due garzoni in casa messer
Guasparino.</p>
<p>Ma Giannotto, già d'età di sedici anni, avendo più animo
che a servo non s'apparteneva, sdegnando la viltà della
servil condizione, salito sopra galee che in Alessandria
andavano, dal servigio di messer Guasparino si partì e in
più parti andò in niente potendosi avanzare. Alla fine,
forse dopo tre o quatro anni appresso la partita fatta da
messer Guasparrino, essendo bel giovane e grande della
persona divenuto e avendo sentito il padre di lui, il quale
morto credeva che fosse, essere ancora vivo ma in prigione e
in captività per lo re Carlo guardato, quasi della fortuna
disperato vagabundo andando, pervenne in Lunigiana: e quivi
per ventura con Currado Malaspina si mise per famigliare,
lui assai acconciamente e a grado servendo. E come che rade
volte la sua madre, la quale con la donna di Currado era,
vedesse, niuna volta la conobbe, né ella lui: tanto la età
l'uno e l'altro, da quello che esser soleano quando
ultimamente si videro, gli avea trasformati.</p>
<p>Essendo adunque Giannotto al servigio di Currado, avvenne
che una figliuola di Currado, il cui nome era Spina, rimasa
vedova d'uno Niccolò da Grignano alla casa del padre tornò:
la quale, essendo assai bella e piacevole e giovane di poco
più di sedici anni, per ventura pose gli occhi addosso a
Giannotto, e egli a lei, e ferventissimamente l'uno
dell'altro s'innamorò. Il quale amore non fu lungamente
senza effetto, e più mesi durò avanti che di ciò niuna
persona s'accorgesse: per la qual cosa essi, troppo
assicurati, cominciarono a tener maniera men discreta che a
così fatte cose non si richiedea. E andando un giorno per un
bosco bello e folto d'alberi la giovane insieme con
Giannotto, lasciata tutta l'altra compagnia, entrarono
innanzi; e parendo loro molta di via aver gli altri
avanzati, in un luogo dilettevole e pien d'erba e di fiori e
d'alberi chiuso ripostisi, a prendere amoroso piacere l'un
dell'altro incominciarono. E come che lungo spazio stati già
fossero insieme, avendo il gran diletto fattolo loro parere
molto brieve, in ciò dalla madre della giovane prima e
appresso da Currado soprapresi furono. Il quale, doloroso
oltre modo questo vedendo, senza alcuna cosa dire del
perché, amenduni gli fece pigliare a tre suoi servidori e a
un suo castello legati menargliene; e d'ira e di cruccio
fremendo andava, disposto di fargli vituperosamente morire.</p>
<p>La madre della giovane, quantunque molto turbata fosse e
degna reputasse la figliuola per lo suo fallo d'ogni crudel
penitenza, avendo per alcuna parola di Currado compreso qual
fosse l'animo suo verso i nocenti, non potendo ciò
comportare, avacciandosi sopragiunse l'adirato marito e
cominciollo a pregare che gli dovesse piacere di non correr
furiosamente a volere nella sua vecchiezza della figliuola
divenir micidiale e a bruttarsi le mani del sangue d'un suo
fante, e ch'egli altra maniera trovasse a sodisfare all'ira
sua, sì come di fargli imprigionare e in prigione stentare e
piagnere il peccato commesso. E tanto e queste e molte altre
parole gli andò dicendo la santa donna, che essa da
uccidergli l'animo suo rivolse; e comandò che in diversi
luoghi ciascun di loro imprigionato fosse, e quivi guardati
bene e con poco cibo e con molto disagio servati infino a
tanto che esso altro diliberasse di loro; e così fu fatto.</p>
<p>Quale la vita loro in captività e in continue lagrime e in
più lunghi digiuni, che loro non sarien bisognati, si fosse,
ciascuno sel può pensare. Stando adunque Giannotto e la
Spina in vita così dolente e essendovi già uno anno, senza
ricordarsi Currado di loro, dimorati, avvenne che il re
Piero da Raona per trattato di messer Gian di Procida
l'isola di Cicilia ribellò e tolse al re Carlo; di che
Currado, come ghibellino, fece gran festa.</p>
<p>La quale Giannotto sentendo da alcuno di quegli che a
guardia l'aveano, gittò un gran sospiro e disse: “Ahi lasso
me! ché passati sono omai quattordici anni che io sono
andato tapinando per lo mondo, niuna altra cosa aspettando
che questa, la quale ora che venuta è, acciò che io mai
d'aver ben più non speri, m'ha trovato in prigione, della
qual mai se non morto uscir non spero!”</p>
<p>“E come?” disse il prigioniere “che monta a te quello
che i grandissimi re si facciano? che avevi tu a fare in
Cicilia?”</p>
<p>A cui Giannotto disse: “El pare che 'l cuor mi si schianti
ricordandomi di ciò che già mio padre v'ebbe a fare: il
quale, ancora che piccol fanciul fossi quando me ne fuggi',
pur mi ricorda che io nel vidi signore, vivendo il re
Manfredi.”</p>
<p>Seguì il prigioniere: “E chi fu tuo padre?”</p>
<p>“Il mio padre” disse Giannotto “posso io omai
sicuramente manifestare, poi nel pericolo mi veggio il quale
io temeva scoprendolo. Egli fu chiamato e è ancora, s'el
vive, Arrighetto Capece, e io non Giannotto ma Giuffredi ho
nome; e non dubito punto, se io di qui fossi fuori, che
tornando in Cicilia io non v'avessi ancora grandissimo
luogo.”</p>
<p>Il valente uomo, senza più avanti andare, come prima ebbe
tempo, tutto questo raccontò a Currado. Il che Currado
udendo, quantunque al prigioniere mostrasse di non
curarsene, andatosene a madama Beritola piacevolemente la
domandò se alcun figliuolo avesse d'Arrighetto avuto che
Giuffredi avesse nome. La donna piagnendo rispose che, se il
maggior de' suoi due che avuti avea fosse vivo, così si
chiamerebbe e sarebbe d'età di ventidue anni.</p>
<p>Questo udendo Currado avvisò lui dovere esser desso, e
caddegli nell'animo, se così fosse, che egli a una ora
poteva una gran misericordia fare e la sua vergogna e quella
della figliuola tor via dandola per moglie a costui; e per
ciò, fattosi segretamente Giannotto venire, partitamente
d'ogni sua passata vita l'esaminò; e trovando per assai
manifesti indizii lui veramente esser Giuffredi figliuolo
d'Arrighetto Capece, gli disse: “Giannotto, tu sai quanta e
quale sia la 'ngiuria la quale tu m'hai fatta nella mia
propria figliuola, là dove, trattandoti io bene e
amichevolemente, secondo che servidor si dee fare, tu dovevi
il mio onore e delle mie cose sempre e cercare e operare; e
molti sarebbero stati quegli, a' quali se tu quello avessi
fatto che a me facesti, che vituperosamente t'avrebbero
fatto morire: il che la mia pietà non sofferse. Ora, poi che
così è come tu mi di' che tu figliuol se' di gentile uomo e
di gentil donna, io voglio alle tue angosce, quando tu
medesimo vogli, porre fine e trarti della miseria e della
captività nella qual tu dimori, e a una ora il tuo onore e
'l mio nel suo debito luogo riducere. Come tu sai, la Spina
(la quale tu con amorosa, avvegna che sconvenevole a te e a
lei, amistà prendesti) è vedova, e la sua dota è grande e
buona; quali sieno i suoi costumi e il padre e la madre di
lei tu il sai; del tuo presente stato niente dico. Per che,
quando tu vogli, io sono disposto, dove ella disonestamente
amica ti fu, che ella onestamente tua moglie divenga e che
in guisa di mio figliuolo qui con esso meco e con lei quanto
ti piacerà dimori.”</p>
<p>Aveva la prigione macerate le carni di Giannotto, ma il
generoso animo dalla sua origine tratto non aveva ella in
cosa alcuna diminuito né ancora lo 'ntero amore il quale
egli alla sua donna portava. E quantunque egli ferventemente
disiderasse quello che Currado gli offereva e sé vedesse
nelle sue forze, in niuna parte piegò quello che la
grandezza dell'animo suo gli mostrava di dover dire, e
rispose: “Currado, né cupidità di signoria né disiderio di
denari né altra cagione alcuna mi fece mai alla tua vita né
alle tue cose insidie come traditor porre. Amai tua
figliuola e amo e amerò sempre, per ciò che degna la reputo
del mio amore; e se io seco fui meno che onestamente,
secondo la oppinion de' meccanici, quel peccato commisi il
qual sempre seco tiene la giovanezza congiunto e che, se via
si volesse torre, converrebbe che via si togliesse la
giovanezza, e il quale, se i vecchi si volessero ricordare
d'essere stati giovani e gli altrui difetti con li lor
misurare e li lor con gli altrui, non saria grave come tu e
molti altri fanno: e come amico, non come nemico il commisi.
Quello che tu offeri di voler fare sempre il disiderai, e se
io avessi creduto che conceduto mi dovesse esser suto, lungo
tempo che domandato l'avrei; e tanto mi sarà ora più caro
quanto di ciò la speranza è minore. Se tu non hai quello
animo che le tue parole dimostrano, non mi pascere di vana
speranza; fammi ritornare alla prigione e quivi quanto ti
piace mi fa affliggere, ché tanto quanto io amerò la Spina,
tanto sempre per amor di lei amerò te, che che tu mi facci,
e avrotti in reverenza.”</p>
<p>Currado, avendo costui udito, si maravigliò e di grande
animo il tenne e il suo amore fervente reputò e più ne
l'ebbe caro; e per ciò, levatosi in piè, l'abbracciò e
basciò, e senza dar più indugio alla cosa comandò che quivi
chetamente fosse menata la Spina. Ella era nella prigione
magra e pallida divenuta e debole, e quasi un'altra femina
che esser non soleva parea, e così Giannotto un altro uomo:
i quali nella presenzia di Currado di pari consentimento
contrassero le sponsalizie secondo la nostra usanza.</p>
<p>E poi che più giorni, senza sentirsi da alcuna persona di
ciò che fatto era alcuna cosa, gli ebbe di tutto ciò che
bisognò loro e di piacere era fatti adagiare, parendogli
tempo di farne le loro madri liete, chiamate la sua donna e
la Cavriuola, così verso lor disse: “Che direste voi,
madonna, se io vi facessi il vostro figliuolo maggior
riavere, essendo egli marito d'una delle mie figliuole?”</p>
<p>A cui la Cavriuola rispose: “Io non vi potrei di ciò altro
dire se non che, se io vi potessi più esser tenuta che io
non sono, tanto più vi sarei quanto voi più cara cosa, che
non sono io medesima a me, mi rendereste; e rendendomela in
quella guisa che voi dite, alquanto in me la mia perduta
speranza rivocareste”; e lagrimando si tacque.</p>
<p>Allora disse Currado alla sua donna: “E a te che ne
parebbe, donna, se io così fatto genero ti donassi?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Non che un di loro che gentili
uomini sono, ma un ribaldo, quando a voi piacesse, mi
piacerebbe.”</p>
<p>Allora disse Currado: “Io spero infra pochi dì farvi di
ciò liete femine.”</p>
<p>E veggendo già nella prima forma i due giovani ritornati,
onorevolemente vestitigli, domandò Giuffredi: “Che ti
sarebbe caro sopra l'allegrezza la qual tu hai, se tu qui la
tua madre vedessi?”</p>
<p>A cui Giuffredi rispose: “Egli non mi si lascia credere
che i dolori de' suoi sventurati accidenti l'abbian tanto
lasciata viva; ma, se pur fosse, sommamente mi saria caro,
sì come colui che ancora, per lo suo consiglio, mi crederei
gran parte del mio stato ricoverare in Cicilia.”</p>
<p>Allora Currado l'una e l'altra donna quivi fece venire.
Elle fecero ammendune maravigliosa festa alla nuova sposa,
non poco maravigliandosi quale spirazione potesse essere
stata che Currado avesse a tanta benignità recato, che
Giannotto con lei avesse congiunto. Al quale madama
Beritola, per le parole da Currado udite, cominciò a
riguardare, e da occulta vertù desta in lei alcuna
ramemorazione de' puerili lineamenti del viso del suo
figliuolo, senza aspettare altro dimostramento con le
braccia aperte gli corse al collo; né la soprabbondante
pietà e allegrezza materna le permisero di potere alcuna
parola dire, anzi sì ogni virtù sensitiva le chiusero, che
quasi morta nelle braccia del figliuolo ricadde. Il quale,
quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi d'averla
molte volte avanti in quel castel medesimo veduta e mai non
riconosciutala, pur nondimeno conobbe incontanente l'odor
materno; e, se medesimo della sua preterita trascutaggine
biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando
teneramente basciò. Ma poi che, madama Beritola pietosamente
dalla donna di Currado e dalla Spina aiutata, e con acqua
fredda e con altre loro arti in sé le smarrite forze ebbero
rivocate, rabracciò da capo il figliuolo con molte lagrime e
con molte parole dolci; e piena di materna pietà mille volte
o più il basciò, e egli lei reverentemente molto la vide e
ricevette.</p>
<p>Ma poi che l'accoglienze oneste e liete furo iterate tre e
quatro volte, non senza gran letizia e piacere de'
circunstanti, e l'uno all'altro ebbe ogni suo accidente
narrato, avendo già Currado a' suoi amici significato, con
gran piacer di tutti, il nuovo parentado fatto da lui, e
ordinando una bella e magnifica festa, gli disse Giuffredi:
“Currado, voi avete fatto me lieto di molte cose e
lungamente avete onorata mia madre: ora, acciò che niuna
parte in quello che per voi si possa ci resti a far, vi
priego che voi mia madre e la mia festa e me facciate lieti
della presenza di mio fratello, il quale in forma di servo
messer Guasparrin Doria tiene in casa, il quale, come io vi
dissi già, e lui e me prese in corso; e appresso, che voi
alcuna persona mandiate in Cicilia, il quale pienamente
s'informi delle condizioni e dello stato del paese, e
mettasi a sentire quello che è d'Arrighetto mio padre, se
egli è o vivo o morto, e, se è vivo, in che stato, e d'ogni
cosa pienamente informato a noi ritorni.”</p>
<p>Piacque a Currado la domanda di Giuffredi, e senza alcuno
indugio discretissime persone mandò e a Genova e in Cicilia.
Colui che a Genova andò, trovato messer Guasparrino, da
parte di Currado diligentemente il pregò che lo Scacciato e
la sua balia gli dovesse mandare, ordinatamente narrandogli
ciò che per Currado era stato fatto verso Giuffredi e verso
la madre.</p>
<p>Messer Guasparrin si maravigliò forte questo udendo, e
disse: “Egli è vero che io farei per Currado ogni cosa, che
io potessi, che gli piacesse; e ho bene in casa avuti, già
sono quattordici anni, il garzon che tu dimandi e una sua
madre, li quali io gli manderò volentieri. Ma dira'gli da
mia parte che si guardi di non aver troppo creduto o di non
credere alle favole di Giannotto, il qual di' che oggi si fa
chiamar Giuffredi, per ciò che egli è troppo più malvagio
che egli non s'avvisa.”</p>
<p>E così detto, fatto onorare il valente uomo, si fece in
segreto chiamar la balia e cautamente la essaminò di questo
fatto. La quale, avendo udita la rebellione di Cicilia e
sentendo Arrighetto esser vivo, cacciata via la paura che
già avuta avea, ordinatamente ogni cosa gli disse e le
cagioni gli mostrò per che quella maniera che fatto aveva
tenuta avesse. Messer Guasparrin, veggendo li detti della
balia con quegli dello ambasciador di Currado ottimamente
convenirsi, cominciò a dar fede alle parole; e per un modo e
per uno altro, sì come uomo che astutissimo era, fatta
inquisizion di questa opera e più ognora trovando cose che
più fede gli davano al fatto, vergognandosi del vil
trattamento fatto del garzone, in ammenda di ciò, avendo una
sua bella figlioletta d'età d'undici anni, conoscendo egli
chi Arrighetto era stato e fosse, con una gran dote gli diè
per moglie. E dopo una gran festa di ciò fatta, col garzone
e con la figliuola e con l'ambasciador di Currado e con la
balia montato sopra una galeotta bene armata, se ne venne a
Lerici; dove, ricevuto da Currado, con tutta la sua brigata
n'andò a un castel di Currado non molto di quivi lontano,
dove la festa grande era apparecchiata.</p>
<p>Quale la festa della madre fosse rivedendo il suo
figliuolo, qual quella de' due fratelli, qual quella di
tutti e tre alla fedel balia, qual quella di tutti fatta a
messer Guasparrino e alla sua figliuola e di lui a tutti e
di tutti insieme con Currado e con la sua donna e co'
figliuoli e co' suoi amici, non si potrebbe con parole
spiegare; e per ciò a voi, donne, la lascio a imaginare.
Alla quale, acciò che compiuta fosse, volle Domenedio,
abbondantissimo donatore quando comincia, sopragiugnere le
liete novelle della vita e del buono stato d'Arrighetto
Capece.</p>
<p>Per ciò che, essendo la festa grande e i convitati, le
donne e gli uomini, alle tavole ancora alla prima vivanda,
sopragiunse colui il quale andato era in Cicilia: e tra
l'altre cose raccontò d'Arrighetto che, essendo egli in
captività per lo re Carlo guardato, quando il romore contro
al re si levò nella terra, il popolo a furore corse alla
prigione e, uccise le guardie, lui n'avean tratto fuori, e
sì come capitale nemico del re Carlo l'avevano fatto lor
capitano e seguitolo a cacciare e a uccidere i franceschi.
Per la qual cosa egli sommamente era venuto nella grazia del
re Petro, il quale lui in tutti i suoi beni e in ogni suo
onore rimesso aveva, laonde egli era in grande e buono
stato; aggiugnendo che egli aveva lui con sommo onore
ricevuto e inestimabile festa aveva fatta della sua donna e
del figliuolo, de' quali mai dopo la presura sua neente
aveva saputo, e oltre a ciò mandava per loro una saettia con
alquanti gentili uomini li quali appresso venieno. Costui fu
con grande allegrezza e festa ricevuto e ascoltato; e
prestamente Currado con alquanti de' suoi amici incontro si
fecero a' gentili uomini che per madama Beritola e per
Giuffredi venieno, e loro lietamente ricevette e al suo
convito, il quale ancora al mezzo non era, gl'introdusse.</p>
<p>Quivi e la donna e Giuffredi e oltre a questi tutti gli
altri con tanta letizia gli videro, che mai simile non fu
udita; e essi, avanti che a mangiar si ponessero, da parte
d'Arrighetto e salutarono e ringraziarono, quanto il meglio
seppero e più poterono, Currado e la sua donna dell'onor
fatto e alla donna di lui e al figliuolo, e Arrighetto e
ogni cosa che per lui si potesse offersero al lor piacere.
Quindi a messer Guasparrin rivolti, il cui beneficio era
inoppinato, dissero sé esser certissimi che, qualora ciò che
per lui verso lo Scacciato stato era fatto da Arrighetto si
sapesse, che grazie simiglianti e maggiori rendute
sarebbono. Appreso questo, lietissimamente nella festa delle
due nuove spose e con li novelli sposi mangiarono.</p>
<p>Né solo quel dì fece Currado festa al genero e agli altri
suoi e parenti e amici, ma molti altri. La quale poi che
riposata fu, parendo a madama Beritola e a Giuffredi e agli
altri di doversi partire, con molte lagrime da Currado e
dalla sua donna e da messer Guasparrino, sopra la saettia
montati, seco la Spina menandone si partirono. E avendo
prospero vento, tosto in Cicilia pervennero, dove con tanta
festa da Arrighetto tutti parimente, e' figliuoli e le
donne, furono in Palermo ricevuti, che dir non si potrebbe
giammai. Dove poi molto tempo si crede che essi tutti
felicemente vivessero e, come conoscenti del ricevuto
beneficio, amici di messer Domenedio.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Il soldano di Babilonia ne manda una sua figliuola a
marito al re del Garbo, la quale per diversi accidenti in
ispazio di quatro anni alle mani di nove uomini perviene in
diversi luoghi: ultimamente, restituita al padre per
pulcella, ne va al re del Garbo, come prima faceva, per
moglie.</emph></p></argument>
<p>Forse non molto più si sarebbe la novella d'Emilia distesa,
che la compassione avuta dalle giovani donne a' casi di
madama Beritola loro avrebbe condotte a lagrimare. Ma poi
che a quella fu posta fine, piacque alla reina che Panfilo
seguitasse la sua raccontando; per la qual cosa egli, che
ubidentissimo era, incominciò:</p>
<p>–Malagevolmente, piacevoli donne, si può da noi conoscer
quello che per noi si faccia, per ciò che, sì come assai
volte s'è potuto vedere, molti estimando se essi ricchi
divinissero senza sollecitudine e sicuri poter vivere,
quello non solamente con prieghi a Dio adomandarono ma
sollecitamente, non recusando alcuna fatica o pericolo,
d'acquistarle cercarono; e, come che loro venisse fatto,
trovarono chi per vaghezza di così ampia eredità gli uccise,
li quali, avanti che arrichiti fossero, amavan la vita loro.
Altri di basso stato per mille pericolose battaglie, per
mezzo il sangue de' fratelli e degli amici loro saliti
all'altezza de' regni, in quegli somma felicità esser
credendo, senza le infinite sollecitudini e paure di che
piena la videro e sentirono, cognobbero, non senza la morte
loro, che nell'oro alle mense reali si beveva il veleno.
Molti furono che la forza corporale e la bellezza e certi
gli ornamenti con appetito ardentissimo disiderarono, né
prima d'aver mal disiderato s'avidero, che essi quelle cose
loro di morte essere o di dolorosa vita cagione. E acciò che
io partitamente di tutti gli umani disiderii non parli,
affermo niuno poterne essere con pieno avvedimento, sì come
sicuro da fortunosi casi, che da' viventi si possa eleggere:
per che, se dirittamente operar volessimo, a quello prendere
e possedere ci dovremmo disporre che Colui ci donasse, il
quale solo ciò che ci fa bisogno cognosce e puolci dare. Ma
per ciò che, come che gli uomini in varie cose pecchino
disiderando, voi, graziose donne, sommamente peccate in una,
cioè nel disiderare d'esser belle, in tanto che, non
bastandovi le bellezze che dalla natura concedute vi sono,
ancora con maravigliosa arte quelle cercate d'acrescere, mi
piace di raccontarvi quanto sventuratamente fosse bella una
saracina, alla quale in forse quatro anni avvenne per la sua
bellezza di fare nuove nozze da nove volte.</p>
<p>Già è buon tempo passato che di Babillonia fu un soldano,
il quale ebbe nome Beminedab, al quale ne' suoi dì assai
cose secondo il suo piacere avvennero. Aveva costui, tra gli
altri suoi molti figliuoli e maschi e femine, una figliuola
chiamata Alatiel, la qual, per quello che ciascun che la
vedeva dicesse, era la più bella femina che si vedesse in
que' tempi nel mondo; e per ciò che in una grande sconfitta,
la quale aveva data a una gran moltitudine d'arabi che
addosso gli eran venuti, l'aveva maravigliosamente aiutato
il re del Garbo, a lui, domandandogliele egli di grazia
speziale, l'aveva per moglie data; e lei con onorevole
compagnia e d'uomini e di donne e con molti nobili e ricchi
arnesi fece sopra una nave bene armata e ben corredata
montare, e a lui mandandola la accomandò a Dio.</p>
<p>I marinari, come videro il tempo ben disposto, diedero le
vele a' venti e del porto d'Allessandria si partirono e più
giorni felicemente navigarono: e già avendo la Sardigna
passata, parendo loro alla fine del loro cammino esser
vicini, si levarono subitamente un giorno diversi venti, li
quali, essendo ciascuno oltre modo impetuoso, sì faticaron
la nave dove la donna era e' marinari, che più volte per
perduti si tennero. Ma pure, come valenti uomini, ogni arte
e ogni forza operando, essendo da infinito mare combattuti,
due dì si sostennero; e surgendo già dalla tempesta
cominciata la terza notte e quella non cessando ma crescendo
tuttafiata, non sappiendo essi dove si fossero né potendolo
per estimazion marineresca comprendere né per vista, per ciò
che obscurissimo di nuvoli e di buia notte era il cielo,
essendo essi non guari sopra Maiolica, sentirono la nave
sdruscire.</p>
<p>Per la qual cosa, non veggendovi alcun rimedio al loro
scampo, avendo a mente ciascun se medesimo e non altrui, in
mare gittarono un paliscalmo, e sopra quello più tosto di
fidarsi disponendo che sopra la sdruscita nave si gittarono
i padroni; a' quali appresso or l'uno or l'altro di quanti
uomini erano nella nave, quantunque quegli che prima nel
paliscalmo eran discesi con le coltella in mano il
contradicessero, tutti si gittarono, e credendosi la morte
fuggire in quella incapparono: per ciò che, non potendone
per la contrarietà del tempo tanti reggere il paliscalmo,
andato sotto, tutti quanti perirono. E la nave, che da
impetuoso vento era sospinta, quantunque isdruscita fosse e
già presso che piena d'acqua, non essendovi sù rimasa altra
persona che la donna e le sue femine (e quelle tutte per la
tempesta del mare e per la paura vinte su per quella quasi
morte giacevano), velocissimamente correndo in una piaggia
dell'isola di Maiolica percosse. E fu tanta e sì grande la
foga di quella, che quasi tutta si ficcò nella rena, vicina
al lito forse una gittata di pietra: quivi, dal mar
combattuta, la notte senza poter più dal vento esser mossa
si stette.</p>
<p>Venuto il giorno chiaro e alquanto la tempesta acchetata,
la donna, che quasi mezza morta era, alzò la testa e così
debole come era cominciò a chiamare ora uno e ora un altro
della sua famiglia, ma per niente chiamava: i chiamati erano
troppo lontani. Per che, non sentendosi rispondere a alcuno
né alcuno veggendone, si maravigliò molto e cominciò a avere
grandissima paura; e come meglio poté levatasi, le donne che
in compagnia di lei erano e l'altre femine tutte vide
giacere, e or l'una e or l'altra dopo molto chiamare
tentando poche ve ne trovò che avessero sentimento, sì come
quelle che tra per grave angoscia di stomaco e per paura
morte s'erano; di che la paura alla donna divenne maggiore.
Ma nondimeno, strignendola necessità di consiglio, per ciò
che quivi tutta sola si vedeva, non conoscendo o sappiendo
dove si fosse, pure stimolò tanto quelle che vive erano, che
sù le fece levare; e trovando quelle non sapere dove gli
uomini andati fossero e veggendo la nave in terra percossa e
d'acqua piena, con quelle insieme dolorosamente cominciò a
piagnere. E già era ora di nona avanti che alcuna persona su
per lo lito o in altra parte vedessero a cui di sé potessero
far venire alcuna pietà a aiutarle.</p>
<p>In su la nona, per avventura da un suo luogo tornando,
passò di quindi un gentile uomo, il cui nome era Pericon da
Visalgo, con più suoi famigli a cavallo; il quale, veggendo
la nave, subitamente immaginò ciò che era, e comandò a un
de' famigli che senza indugio procacciasse di sù montarvi e
gli raccontasse ciò che vi fosse. Il famigliare, ancora che
con difficultà il facesse, pur vi montò sù: e trovò la
gentil giovane, con quella poca compagnia che avea, sotto il
becco della proda della nave tutta timida star nascosa. Le
quali come costui videro, piangendo più volte misericordia
adomandarono, ma accorgendosi che intese non erano né esse
lui intendevano con atti s'ingegnarono di dimostrare la loro
disaventura. Il famigliare, come poté il meglio ogni cosa
raguardata, raccontò a Pericone ciò che sù v'era. Il quale,
prestamente fattene giù torre le donne e le più preziose
cose che in essa erano e che aver si potessono, con esse
n'andò a un suo castello e quivi con vivande e con riposo
riconfortate le donne comprese per gli arnesi ricchi la
donna che trovata avea dovere essere gran gentil donna, e
lei prestamente conobbe all'onore che vedeva dall'altre fare
a lei sola. E quantunque pallida e assai male in ordine
della persona per la fatica del mare allora fosse la donna,
pur pareano le sue fattezze bellissime a Pericone: per la
qual cosa subitamente seco diliberò, se ella marito non
avesse, di volerla per moglie, e se per moglie aver non la
potesse, di volere avere la sua amistà.</p>
<p>Era Pericone uomo di fiera vista e robusto molto e avendo
per alcun dì la donna ottimamente fatta servire e per questo
essendo ella riconfortata tutta, veggendola esso oltre a
ogni estimazione bellissima, dolente senza modo che lei
intender non poteva né ella lui e così non poter saper chi
si fosse, acceso nondimeno della sua bellezza
smisuratamente, con atti piacevoli e amorosi s'ingegnò
d'inducerla a fare senza contenzione i suoi piaceri. Ma ciò
era niente: ella rifiutava del tutto la sua dimestichezza, e
intanto più s'accendeva l'ardore di Pericone. Il che la
donna veggendo, e già quivi per alcuni giorni dimorata e per
li costumi avvisando che tra cristiani era e in parte dove,
se pure avesse saputo, il farsi conoscere le montava poco,
avvisandosi che a lungo andare o per forza o per amore le
converrebbe venire a dovere i piaceri di Perdicon fare, con
altezza d'animo propose di calcare la miseria della sua
fortuna. E alle sue femine, che più che tre rimase non le ne
erano, comandò che a alcuna persona mai manifestassero chi
fossero, salvo se in parte si trovassero dove aiuto
manifesto alla lor libertà conoscessero; oltre a questo
sommamente confortandole a conservare la loro castità,
affermando sé avere seco proposto che mai di lei se non il
suo marito goderebbe. Le sue femine di ciò la commendarono e
dissero di servare al lor potere il suo comandamento.</p>
<p>Perdicone, più di giorno in giorno accendendosi e tanto più
quanto più vicina si vedeva la disiderata cosa e più negata,
e veggendo che le sue lusinghe non gli valevano, dispose lo
'ngegno e l'arti riserbandosi alla fine le forze. E
essendosi avveduto alcuna volta che alla donna piaceva il
vino, sì come a colei che usata non era di bere per la sua
legge che il vietava, con quello, sì come con ministro di
Venere, s'avisò di poterla pigliare: e mostrando di non aver
cura di ciò che ella si mostrava schifa, fece una sera per
modo di solenne festa una bella cena nella quale la donna
venne; e in quella, essendo di molte cose la cena lieta,
ordinò con colui che a lei servia che di varii vini
mescolati le desse bere. Il che colui ottimamente fece; e
ella, che di ciò non si guardava, dalla piacevolezza del
beveraggio tirata più ne prese che alla sua onestà non si
sarebbe richesto: di che ella, ogni avversità trapassata
dimenticando, divenne lieta, e veggendo alcune femine alla
guisa di Maiolica ballare essa alla maniera allessandrina
ballò. Il che veggendo Pericone, esser gli parve vicino a
quello che egli disiderava; e continuando in più abbondanza
di cibi e di beveraggi la cena, per grande spazio di notte
la prolungò.</p>
<p>Ultimamente, partitisi i convitati, con la donna solo se ne
entrò nella camera: la quale, più calda di vino che d'onestà
temperata, quasi come se Pericone una delle sue femine
fosse, senza alcuno ritegno di vergogna in presenzia di lui
spogliatasi, se n'entrò nel letto. Pericone non diede
indugio a seguitarla, ma spento ogni lume prestamente
dall'altra parte le si coricò allato e, in braccio
recatalasi senza alcuna contradizione di lei, con lei
incominciò amorosamente a sollazzarsi. Il che poi che ella
ebbe sentito, non avendo mai davanti saputo con che corno
gli uomini cozzano, quasi pentuta del non avere alle
lusinghe di Pericone assentito, senza attendere d'essere a
così dolci notti invitata, spesse volte se stessa invitava
non con le parole, ché non si sapea fare intendere, ma co'
fatti.</p>
<p>A questo gran piacere di Pericone e di lei, non essendo la
fortuna contenta d'averla di moglie d'un re fatta divenire
amica d'un castellano, le si parò davanti più crudele
amistà. Aveva Pericone un fratello d'età di venticinque
anni, bello e fresco come una rosa, il cui nome era Marato;
il quale, avendo costei veduta e essendogli sommamente
piaciuta, parendogli, secondo che per gli atti di lei poteva
comprendere, essere assai bene della grazia sua e estimando
che ciò che di lei disiderava niuna cosa gliele toglieva se
non la solenne guardia che faceva di lei Pericone, cadde in
un crudel pensiero: e al pensiero seguì senza indugio lo
scellerato effetto.</p>
<p>Era allora per ventura nel porto della città una nave la
quale di mercatantia era carica per andare in Chiarenza in
Romania, della quale due giovani genovesi eran padroni, e
già aveva collata la vela per doversi, come buon vento
fosse, partire; con li quali Marato convenutosi ordinò come
da loro con la donna la seguente notte ricevuto fosse. E
questo fatto, faccendosi notte, seco ciò che far doveva
avendo disposto, alla casa di Pericone, il quale di niente
da lui si guardava, sconosciutamente se n'andò con alcuni
suoi fidatissimi compagni li quali a quello che fare
intendeva richesti aveva, e nella casa, secondo l'ordine tra
lor posto, si nascose. E poi che parte della notte fu
trapassata, aperto a' suoi compagni là dove Pericon con la
donna dormiva e quella aperta, Pericone dormente uccisono e
la donna desta e piagnente minacciando di morte, se alcun
romor facesse, presero; e con gran parte delle più preziose
cose di Pericone, senza essere stati sentiti, prestamente
alla marina n'andarono, e quindi senza indugio sopra la nave
se ne montarono Marato e la donna, e' suoi compagni se ne
tornarono.</p>
<p>I marinari, avendo buon vento e fresco, fecero vela al lor
viaggio. La donna amaramente e della sua prima sciagura e di
questa seconda si dolfe molto; ma Marato col santo cresci in
man che Dio ci diè la cominciò per sì fatta maniera a
consolare, che ella, già con lui dimesticatasi, Pericone
dimenticato aveva; e già le pareva star bene quando la
fortuna l'apparecchiò nuova tristizia, quasi non contenta
delle passate. Per ciò che, essendo ella di forma
bellissima, sì come già più volte detto avemo, e di maniere
laudevoli molto, sì forte di lei i due giovani padroni della
nave s'innamorarono, che, ogni altra cosa dimenticatane, a
servirle e a piacerle intendevano, guardandosi sempre non
Marato s'accorgesse della cagione.</p>
<p>E essendosi l'un dell'altro di questo amore avveduto, di
ciò ebbero insieme segreto ragionamento e convennersi di
fare l'acquisto di questo amor comune, quasi amore così
questo dovesse patire come la mercatantia o i guadagni
fanno. E veggendola molto da Marato guardata, e per ciò alla
loro intenzione impediti, andando un dì a vela
velocissimamente la nave e Marato standosi sopra la poppa e
verso il mare riguardando, di niuna cosa da lor guardandosi,
di concordia andarono e, lui prestamente di dietro preso, il
gittarono in mare; e prima per ispazio di più d'un miglio
dilungati furono, che alcuno si fosse pure avveduto Marato
esser caduto in mare. Il che sentendo la donna e non
veggendosi via da poterlo ricoverare, nuovo cordoglio sopra
la nave a far cominciò.</p>
<p>Al conforto della quale i due amanti incontanente vennero e
con dolci parole e con promesse grandissime, quantunque ella
poco intendesse, lei, che non tanto il perduto Marato quanto
la sua sventura piagnea, s'ingegnavan di racchetare. E dopo
lunghi sermoni e una e altra volta con lei usati, parendo
loro lei quasi avere racconsolata, a ragionamento venner tra
se medesimi qual prima di loro la dovesse con seco menare a
giacere. E volendo ciascuno essere il primo né potendosi in
ciò tra loro alcuna concordia trovare, prima con parole
grave e dura riotta incominciarono, e da quella accesi
nell'ira, messo mano alle coltella, furiosamente s'andarono
adosso e più colpi, non potendo quegli che sopra la nave
eran dividergli, si diedono insieme: de' quali incontanente
l'un cadde morto e l'altro in molte parti della persona
gravemente fedito rimase in vita. Il che dispiacque molto
alla donna, sì come a colei che quivi sola senza aiuto o
consiglio d'alcun si vedea e temeva forte non sopra lei
l'ira si volgesse de' parenti e degli amici de' due padroni;
ma i prieghi del fedito e il prestamente pervenire a
Chiarenza dal pericolo della morte la liberarono. Dove col
fedito insieme discese in terra: e con lui dimorando in uno
albergo, subitamente corse la fama della sua gran bellezza
per la città, e agli orecchi del prenze della Morea, il
quale allora era in Chiarenza, pervenne. Laonde egli veder
la volle, e vedutala e oltre a quello che la fama portava
bella parendogli, sì forte di lei subitamente s'innamorò,
che a altro non poteva pensare; e avendo udito in che guisa
quivi pervenuta fosse, s'avvisò di doverla potere avere. E
cercando de' modi e i parenti del fedito sappiendolo, senza
altro aspettare prestamente gliele mandarono: il che al
prenze fu sommamente caro e alla donna altressì, per ciò che
fuori d'un gran pericolo esser le parve.</p>
<p>Il prenze vedendola oltre alla bellezza ornata di costumi
reali, non potendo altramenti saper chi ella si fosse,
nobile donna dovere essere la stimò e pertanto il suo amore
in lei si raddoppiò; e onorevolmente molto tenendola, non a
guisa d'amica ma di sua propria moglie la trattava. Il che,
avendo a' trapassati mali alcun rispetto la donna e
parendole assai bene stare, tutta riconfortata e lieta
divenuta, in tanto le sue bellezze fiorirono, che di niuna
altra cosa pareva che tutta la Romania avesse da favellare.</p>
<p>Per la qual cosa al duca d'Atene, giovane e bello e pro'
della persona, amico e parente del prenze, venne disidero di
vederla: e mostrando di venirlo a visitare, come usato era
talvolta di fare, con bella e onorevole compagnia se ne
venne a Chiarenza, dove onorevolemente fu ricevuto e con
gran festa. Poi, dopo alcun dì, venuti insieme a
ragionamento delle bellezze di questa donna, domandò il duca
se così era mirabil cosa come si ragionava.</p>
<p>A cui il prenze rispose: “Molto più! ma di ciò non le mie
parole ma gli occhi tuoi voglio ti faccian fede.”</p>
<p>A che sollecitando il duca il prenze, insieme n'andarono là
dove ella era. La quale costumatamente molto e con lieto
viso, avendo davanti sentita la lor venuta, gli ricevette. E
in mezzo di loro fattala sedere, non si poté di ragionar con
lei prender piacere, per ciò che essa poco o niente di
quella lingua intendeva; per che ciascun lei sì come
maravigliosa cosa guardava, e il duca massimamente, il quale
appena seco poteva credere lei essere cosa mortale; e non
acorgendosi, riguardandola, dell'amoroso veleno che egli con
gli occhi bevea, credendosi al suo piacer sodisfare
mirandola, se stesso miseramente impacciò, di lei
ardentissimamente innamorandosi. E poi che da lei insieme
col prenze partito si fu e ebbe spazio di poter pensare,
seco stesso estimava il prenze sopra ogni altro felice, sì
bella cosa avendo al suo piacere: e dopo molti e varii
pensieri, pesando più il suo focoso amore che la sua onestà,
diliberò, che che avvenir se ne dovesse, di privare di
questa felicità il prenze e sé a suo poter farne felice.</p>
<p>E avendo l'animo al doversi avacciare, lasciando ogni
ragione e ogni giustizia dall'una delle parti, agl'inganni
tutto il suo pensier dispose: e un giorno, secondo l'ordine
malvagio da lui preso, insieme con uno segretissimo
cameriere del prenze, il quale avea nome Ciuriaci,
segretissimamente tutti i suoi cavalli e le sue cose fece
mettere in assetto per doversene andare, e la notte vegnente
insieme con un compagno, tutti armati, messo fu dal predetto
Ciuriaci nella camera del prenze chetamente. Il quale egli
vide che per lo gran caldo che era, dormendo la donna, esso
tutto ignudo si stava a una finestra volta alla marina a
ricevere un venticello che da quella parte veniva. Per la
qual cosa, avendo il suo compagno davanti informato di
quello che avesse a fare, chetamente n'andò per la camera
infino alla finestra, e quivi con un coltello ferito il
prenze per le reni infino dall'altra parte il passò e
prestamente presolo dalla finestra il gittò fuori. Era il
palagio sopra il mare e alto molto, e quella finestra, alla
quale allora era il prenze, guardava sopra certe case
dall'impeto del mare fatte cadere, nelle quali rade volte o
non mai andava persona: per che avvenne, sì come il duca
davanti avea proveduto, che la caduta del corpo del prenze
da alcuno né fu né poté esser sentita.</p>
<p>Il compagno del duca ciò veggendo esser fatto, prestamente
un capestro da lui per ciò portato, faccendo vista di fare
carezze a Ciuriaci, gli gittò alla gola e tirò sì che
Ciuriaci niuno romore poté fare: e sopragiuntovi il duca,
lui strangolarono e dove il prenze gittato avea il
gittarono. E questo fatto, manifestamente conoscendo sé non
essere stati né dalla donna né da altrui sentiti, prese il
duca un lume in mano e quello portò sopra il letto, e
chetamente tutta la donna, la quale fisamente dormiva,
scoperse; e riguardandola tutta la lodò sommamente, e se
vestita gli era piaciuta, oltre a ogni comparazione ignuda
gli piacque. Per che, di più caldo disio accesosi, non
spaventato dal ricente peccato da lui commesso, con le mani
ancor sanguinose allato le si coricò e con lei tutta
sonnacchiosa, e credente che il prenze fosse, si giacque.</p>
<p>Ma poi che alquanto con grandissimo piacere fu dimorato con
lei, levatosi e fatti alquanti de' suoi compagni quivi
venire, fé prender la donna in guisa che romore far non
potesse e, per una falsa porta, donde egli entrato era,
trattala e a caval messala, quanto più poté tacitamente con
tutti i suoi entrò in camino e verso Atene se ne tornò. Ma
per ciò che moglie aveva, non in Atene ma a un suo
bellissimo luogo, che poco di fuori dalla città sopra il
mare aveva, la donna più che altra dolorosa mise, quivi
nascosamente tenendola e faccendola onorevolmente di ciò che
bisognava servire.</p>
<p>Aveano la seguente mattina i cortigiani del prenze infino a
nona aspettato che il prenze si levasse; ma niente sentendo,
sospinti gli usci delle camere che solamente chiusi erano e
niuna persona trovandovi, avvisando che occultamente in
alcuna parte andato fosse per istarsi alcun dì a suo diletto
con quella sua bella donna, più non si dierono impaccio. E
così standosi, avvenne che il dì seguente un matto, entrato
intra le ruvine dove il corpo del prenze e di Ciuriaci
erano, per lo capestro tirò fuori Ciuriaci e andavaselo
tirando dietro. Il quale non senza gran maraviglia fu
riconosciuto da molti, li quali con lusinghe fattisi menare
al matto là onde tratto l'avea, quivi con grandissimo dolore
di tutta la città quello del prenze trovarono, e
onorevolmente il sepellirono; e de' commettitori di così
grande eccesso investigando e veggendo il duca d'Atene non
esservi ma essersi furtivamente partito, estimarono, così
come era, lui dovere aver fatto questo e menatasene la
donna. Per che prestamente in lor prenze un fratello del
morto prenze substituendo, lui alla vendetta con ogni loro
potere incitarono; il quale, per più altre cose poi acertato
così essere come imaginato avieno, richesti e amici e
parenti e servidori di diverse parti, prestamente congregò
una bella e grande e poderosa oste, e a far guerra al duca
d'Atene si dirizzò.</p>
<p>Il duca, queste cose sentendo, a difesa di sé similmente
ogni suo sforzo apparecchiò, e in aiuto di lui molti signor
vennero, tra' quali, mandati dallo 'mperadore di
Constantinopoli, furono Constantino suo figliuolo e
Manovello suo nepote con bella e con gran gente. Li quali
dal duca onorevolemente ricevuti furono e dalla duchessa
più, per ciò che loro sirocchia era.</p>
<p>Appressandosi di giorno in giorno più alla guerra le cose,
la duchessa, preso tempo, ammenduni nella camera se gli fece
venire, e quivi con lagrime assai e con parole molte tutta
la istoria narrò, le cagioni della guerra narrando: mostrò
il dispetto a lei fatto dal duca della femina la quale
nascosamente si credeva tenere, e forte di ciò
condogliendosi gli pregò che all'onor del duca e alla
consolazion di lei quello compenso mettessero che per loro
si potesse il migliore. Sapevano i giovani tutto il fatto
come stato era: e per ciò, senza troppo adomandar, la
duchessa come seppero il meglio riconfortarono e di buona
speranza la riempierono; e da lei informati dove stesse la
donna si dipartirono.</p>
<p>E avendo molte volte udita la donna di maravigliosa
bellezza commendare, disideraron di vederla e il duca
pregarono che loro la mostrasse. Il quale, mal ricordandosi
di ciò che al prenze avvenuto era per averla mostrata a lui,
promise di farlo; e fatto in un bellissimo giardino, che nel
luogo dove la donna dimorava era, apparecchiare un magnifico
desinare, loro la seguente mattina con pochi altri compagni
a mangiar con lei menò. E sedendo Constanzio con lei, la
cominciò a riguardare pieno di maraviglia, seco affermando
mai sì bella cosa non aver veduta e che per certo per
iscusato si doveva avere il duca e qualunque altro che per
avere una sì bella cosa facesse tradimento o altra disonesta
cosa: e una volta e altra mirandola, e più ciascuna
commendandola, non altramenti a lui avvenne che al duca
avvenuto era. Per che, da lei inamorato partitosi, tutto il
pensier della guerra abbandonato, si diede al pensare come
al duca torre la potesse, ottimamente a ciascuna persona il
suo amor celando.</p>
<p>Ma mentre che esso in questo fuoco ardeva, sopravenne il
tempo d'uscire contro al prenze che già alle terre del duca
s'avicinava: per che il duca e Constanzio e gli altri tutti,
secondo l'ordine dato d'Atene usciti, andarono a contrastare
a certe frontiere acciò che più avanti non potesse il prenze
venire. E quivi per più dì dimorando, avendo sempre
Constanzio l'animo e 'l pensiere a quella donna, imaginando
che, ora che il duca non l'era vicino, assai bene gli
potrebbe venir fatto il suo piacere, per aver cagione di
tornarsi a Atene si mostrò forte della persona disagiato;
per che, con licenzia del duca, commessa ogni sua podestà in
Manovello, a Atene se ne venne alla sorella. E quivi, dopo
alcun dì, messala nel ragionare del dispetto che dal duca le
pareva ricevere per la donna la qual teneva, le disse che,
dove ella volesse, egli assai bene di ciò l'aiuterebbe,
faccendola di colà ove era trarre e menarla via. La
duchessa, estimando Constanzio questo per amor di lei e non
della donna fare, disse che molto le piacea, sì veramente
dove in guisa si facesse che il duca mai non risapesse che
essa a questo avesse consentito. Il che Constanzio
pienamente le promise, per che la duchessa consentì che
egli, come il meglio gli paresse, facesse.</p>
<p>Constanzio chetamente fece armare una barca sottile, e
quella una sera ne mandò vicina al giardino dove dimorava la
donna, informati de' suoi che sù v'erano quello che a fare
avessero; e appresso con altri n'andò al palagio dove era la
donna, dove da quegli che quivi al servigio di lei erano fu
lietamente ricevuto, e ancora dalla donna, e con essolui da'
suoi servidori accompagnata e da' compagni di Constanzio, sì
come gli piacque, se n'andò nel giardino.</p>
<p>E quasi alla donna da parte del duca parlar volesse, con
lei verso una porta che sopra il mare usciva solo se n'andò;
la quale già essendo da uno de' suoi compagni aperta e quivi
col segno dato chiamata la barca, fattala prestamente
prendere e sopra la barca porre, rivolto alla famiglia di
lei disse: “Niuno se ne muova né faccia motto, se egli non
vuol morire, per ciò che io intendo non di rubare al duca la
femina sua ma di torre via l'onta la quale egli fa alla mia
sorella.”</p>
<p>A questo niuno ardì di rispondere: per che Constanzio, co'
suoi sopra la barca montato e alla donna che piagnea
accostatosi, comandò che de' remi dessero in acqua e
andasser via. Li quali, non vocando ma volando, quasi in sul
dì del seguente giorno a Egina pervennero.</p>
<p>Quivi in terra discesi e riposandosi, Constanzio con la
donna, che la sua sventurata bellezza piangea, si sollazzò:
quindi, rimontati in su la barca, infra pochi giorni
pervennero a Chios, e quivi, per tema delle riprensioni del
padre e che la donna rubata non gli fosse tolta, piacque a
Constanzio come in sicuro luogo di rimanersi; dove più
giorni la bella donna pianse la sua disaventura, ma pur poi
da Constanzio riconfortata, come l'altre volte fatto avea,
s'incominciò a prender piacere di ciò che la fortuna avanti
l'apparecchiava.</p>
<p>Mentre queste cose andavano in questa guisa, Osbech, allora
re de' turchi, il quale in continua guerra stava con lo
'mperadore, in questo tempo venne per caso alle Smirre: e
quivi udendo come Constanzio in lasciva vita con una sua
donna, la quale rubata avea, senza alcuno provedimento si
stava in Chios, con alcuni legnetti armati là andatone una
notte e tacitamente con la sua gente nella terra entrato,
molti sopra le letta ne prese prima che s'accorgessero li
nemici esser sopravenuti; e ultimamente alquanti, che
risentiti erano all'arme corsi, n'uccisero, e arsa tutta la
terra e la preda e' prigioni sopra le navi posti, verso le
Smirre si ritornarono. Quivi pervenuti, trovando Osbech, che
giovane uomo era, nel riveder della preda la bella donna, e
conoscendo questa esser quella che con Constanzio era stata
sopra il letto dormendo presa, fu sommamente contento
veggendola; e senza niuno indugio sua moglie la fece e
celebrò le nozze e con lei si giacque più mesi lieto.</p>
<p>Lo 'mperadore il quale, avanti che queste cose avvenissero,
aveva tenuto trattato con Basano, re di Capadocia, acciò che
sopra Osbech dall'una parte con le sue forze discendesse e
egli con le sue l'assalirebbe dall'altra, né ancora
pienamente l'aveva potuto fornire per ciò che alcune cose,
le quali Basano adomandava, sì come meno convenevoli, non
aveva volute fare, sentendo ciò che al figliuolo era
avvenuto, dolente fuor di misura, senza alcuno indugio ciò
che il re di Capadocia domandava fece, e lui quanto più poté
allo scendere sopra Osbech sollecitò, apparecchiandosi egli
d'altra parte d'andargli addosso. Osbech, sentendo questo,
il suo essercito ragunato, prima che da' due potentissimi
signori fosse stretto in mezzo, andò contro al re di
Capadocia, lasciata nelle Smirre a guardia d'un suo fedele
famigliare e amico la sua bella donna e col re di Capadocia
dopo alquanto tempo affrontatosi combatté, e fu nella
battaglia morto e il suo essercito sconfitto e disperso. Per
che Basano vittorioso cominciò liberamente a venirsene verso
le Smirre: e, vegnendo, ogni gente a lui, sì come a
vincitore, ubidiva.</p>
<p>Il famigliar d'Osbech, il cui nome era Antioco, a cui la
bella donna era a guardia rimasa, ancora che attempato
fosse, veggendola così bella, senza servare al suo amico e
signor fede di lei s'innamorò: e sappiendo la lingua di lei
(il che molto a grado l'era, sì come a colei alla quale
parecchi anni a guisa quasi di sorda e di mutola era
convenuta vivere, per lo non aver persona inteso né essa
essere stata intesa da persona), da amore incitato cominciò
seco tanta familiarità a pigliare in pochi dì, che non dopo
molto, non avendo riguardo al signor loro che in arme e in
guerra era, fecero la dimestichezza non solamente amichevole
ma amorosa divenire, l'uno dell'altro pigliando sotto le
lenzuola maraviglioso piacere.</p>
<p>Ma sentendo costoro Osbech esser vinto e morto e Basano
ogni cosa venir pigliando, insieme per partito presero di
quivi non aspettarlo; ma, presa grandissima parte che quivi
eran d'Osbech, insieme nascosamente se n'andarono a Rodi, e
quivi non guari di tempo dimorarono, che Antioco infermò a
morte. Col quale tornando per ventura un mercatante
cipriano, da lui molto amato e sommamente suo amico,
sentendosi egli verso la fine venire, pensò di volere e le
sue cose e la sua cara donna lasciare a lui.</p>
<p>E già alla morte vicino, amenduni gli chiamò così dicendo:
“Io mi veggio senza alcuno fallo venir meno; il che mi
duole, per ciò che di vivere mai non mi giovò come ora
faceva. E il vero che d'una cosa contentissimo muoio, per
ciò che, pur dovendo morire, mi veggio morir nelle braccia
di quelle due persone le quali io più amo che alcune altre
che al mondo ne sieno, cioè nelle tue, carissimo amico, e in
quelle di questa donna, la quale io più che me medesimo ho
amata poscia che io la conobbi. E il vero che grave m'è, lei
sentendo qui forestiera e senza aiuto e senza consiglio,
morendomi io, rimanere, e più sarebbe grave ancora, se io
qui non sentissi te, il quale io credo che quella cura di
lei avrai per amor di me che di me medesimo avresti; e per
ciò quanto più posso ti priego che, s'egli avviene che io
muoia, che le mie cose e ella ti sien raccomandate, e quello
dell'une e dell'altra facci che credi ché sieno consolazione
dell'anima mia. E te, carissima donna, priego che dopo la
mia morte me non dimentichi, acciò che io di là vantar mi
possa che io di qua amato sia dalla più bella donna che mai
formata fosse dalla natura. Se di queste due cose voi mi
darete intera speranza, senza niun dubbio n'andrò
consolato.”</p>
<p>L'amico mercatante e la donna similmente, queste parole
udendo, piangevano; e avendo egli detto, il confortarono e
promisongli sopra la lor fede di quel fare che egli pregava,
se avvenisse che el morisse. Il quale non stette guari che
trapassò e da loro fu onorevolmente fatto sepellire.</p>
<p>Poi, pochi dì appresso, avendo il mercatante cipriano ogni
suo fatto in Rodi spacciato e in Cipri volendosene tornare
sopra una cocca di catalani che v'era, domandò la bella
donna quello che far volesse, con ciò fosse cosa che a lui
convenisse in Cipri tornare. La donna rispose che con lui,
se gli piacesse, volentieri se ne andrebbe, sperando che per
amor d'Antioco da lui come sorella sarebbe trattata e
riguardata. Il mercatante rispose che d'ogni suo piacere era
contento: e acciò che da ogni ingiuria, che sopravenire le
potesse avanti che in Cipri fosser, la difendesse, disse che
era sua moglie. E sopra la nave montati, data loro una
cameretta nella poppa, acciò che i fatti non paressero alle
parole contrarii, con lei in un lettuccio assai piccolo si
dormiva. Per la qual cosa avvenne quello che né dell'un né
dell'altro nel partir da Rodi era stato intendimento: cioè
che incitandogli il buio e l'agio e 'l caldo del letto, le
cui forze non son piccole, dimentica l'amistà e l'amor
d'Antioco morto, quasi da iguali appetito tirati,
cominciatisi a stuzzicare insieme, prima che a Baffa
giugnessero, là onde era il cipriano, insieme fecero
parentado; e a Baffa pervenuti, più tempo insieme col
mercatante si stette.</p>
<p>Avvenne per ventura che a Baffa venne per alcuna sua
bisogna un gentile uomo il cui nome era Antigono, la cui età
era grande ma il senno maggiore e la ricchezza piccola, per
ciò che in assai cose intramettendosi egli ne' servigi del
re di Cipri gli era la fortuna stata contraria. Il quale,
passando un giorno davanti la casa dove la bella donna
dimorava, essendo il cipriano mercatante andato con sua
mercatantia in Erminia, gli venne per ventura a una finestra
della casa di lei questa donna veduta; la qual, per ciò che
bellissima era, fisa cominciò a riguardare e cominciò seco
stesso a ricordarsi di doverla avere altra volta veduta, ma
il dove in niuna maniera ricordar si poteva. La bella donna,
la quale lungamente trastullo della fortuna era stata,
appressandosi il termine nel quale i suoi mali dovevano aver
fine, come ella Antigono vide così si ricordò di lui in
Alessandria ne' servigi del padre in non piccolo stato aver
veduto: per la qual cosa subita speranza prendendo di dover
potere ancora nello stato real ritornare per lo colui
consiglio, non sentendovi il mercatante suo, come più tosto
poté si fece chiamare Antigono. Il quale, a lei venuto, ella
vergognosamente domandò se egli Antigono di Famagosta fosse,
sì come ella credeva.</p>
<p>Antigono rispose del sì, e oltre a ciò disse: “Madonna, a
me pare voi riconoscere ma per niuna cosa mi posso ricordar
dove; per che io vi priego, se grave non v'è, che a memoria
mi riduciate chi voi siete.”</p>
<p>La donna, udendo che desso era, piangendo forte gli si
gittò con le braccia al collo; e, dopo alquanto, lui che
forte si maravigliava domandò se mai in Alessandra veduta
l'avesse. La qual domanda udendo, Antigono incontanente
riconobbe costei essere Alatiel figliuola del soldano, la
quale morta in mare si credeva che fosse, e vollele fare la
debita reverenza; ma ella nol sostenne e pregollo che seco
alquanto si sedesse. La qual cosa da Antigono fatta, egli
reverentemente la domandò come e quando e donde quivi venuta
fosse, con ciò fosse cosa che per tutta terra d'Egitto
s'avesse per certo lei in mare, già eran più anni passati,
essere annegata.</p>
<p>A cui la donna disse: “Io vorrei bene che così fosse stato
più tosto che avere avuta la vita la quale avuta ho, e credo
che mio padre vorrebbe il simigliante, se giammai il
saprà”; e così detto rincominciò maravigliosamente a
piagnere.</p>
<p>Per che Antigono le disse: “Madonna, non vi sconfortate
prima che vi bisogni: se vi piace, narratemi i vostri
accidenti e che vita sia stata la vostra; per avventura
l'opera potrà essere andata in modo che noi ci troveremo,
con l'aiuto di Dio, buon compenso.”</p>
<p>“Antigono, “ disse la bella donna “a me parve, come io ti
vidi, vedere il padre mio: e da quello amore e da quella
tenerezza, che io a lui tenuta son di portare, mossa,
potendomiti celare, mi ti feci palese. E di poche persone
sarebbe potuto addivenire d'aver vedute, delle quali io
tanto contenta fossi, quanto sono d'aver te innanzi a alcuno
altro veduto e riconosciuto; e per ciò quello che nella mia
malvagia fortuna ho sempre tenuto nascoso, a te sì come a
padre paleserò. Se vedi, poi che udito l'avrai, da potermi
in alcun modo nel mio pristino stato tornare, priegoti
l'adoperi; se nol vedi, ti priego che mai a alcuna persona
dichi d'avermi veduta o di me avere alcuna cosa sentita.”</p>
<p>E questo detto, sempre piagnendo, ciò che avvenuto l'era
dal dì che in Maiolica ruppe infino a quel punto li
raccontò; di che Antigono pietosamente a piagnere cominciò;
e poi che alquanto ebbe pensato disse: “Madonna, poi che
occulto è stato ne' vostri infortunii chi voi siate, senza
fallo più cara che mai vi renderò al vostro padre e appresso
per moglie al re del Garbo.”</p>
<p>E, domandato da lei del come, ordinatamente ciò che da far
fosse le dimostrò; e acciò che altro per indugio intervenir
non potesse, di presente si tornò Antigono in Famagosta e fu
al re, al qual disse: “Signor mio, se a voi aggrada, voi
potete a una ora a voi fare grandissimo onore, e a me, che
povero sono per voi, grande utile senza gran vostro costo.”</p>
<p>Il re domandò come. Antigono allora disse: “A Baffa è
pervenuta la bella giovane figliuola del soldano, di cui è
stata così lunga fama che annegata era; e ha, per servare la
sua onestà, grandissimo disagio sofferto lungamente, e al
presente è in povero stato e disidera di tornarsi al padre.
Se a voi piacesse di mandargliele sotto la mia guardia,
questo sarebbe grande onor di voi e di me gran bene; né
credo che mai tal servigio di mente al soldano uscisse.”</p>
<p>Il re, da una reale onestà mosso, subitamente rispose che
gli piacea; e onoratamente per lei mandando, a Famagosta la
fece venire, dove da lui e dalla reina con festa
inestimabile e con onor magnifico fu ricevuta. La quale poi
dal re e dalla reina de' suoi casi adomandata, secondo
l'ammaestramento datole da Antigono rispose e contò tutto. E
pochi dì appresso, adomandandolo ella, il re, con bella e
onorevole compagnia d'uomini e di donne, sotto il governo
d'Antigono la rimandò al soldano: dal quale se con festa fu
ricevuta niun ne dimandi, e Antigono similemente con tutta
la sua compagnia. La quale poi che alquanto fu riposata,
volle il soldano sapere come fosse che viva fosse, e dove
tanto tempo dimorata senza mai avergli fatto di suo stato
alcuna cosa sentire.</p>
<p>La donna, la quale ottimamente gli ammaestramenti
d'Antigono aveva tenuti a mente, appresso al padre così
cominciò a parlare: “Padre mio, forse il ventesimo giorno
dopo la mia partita da voi, per fiera tempesta la nostra
nave, sdruscita, percosse a certe piagge là in Ponente,
vicine d'un luogo chiamato Aguamorta, una notte; e che che
degli uomini, che sopra la nostra nave erano, io nol so né
seppi già mai. Di tanto mi ricorda che, venuto il giorno e
io quasi di morte a vita risurgendo, essendo già la
straccata nave da' paesani veduta e essi a rubar quella di
tutta la contrada corsi, io con due delle mie femine prima
sopra il lito poste fummo, e incontanente da giovani prese
chi qua con una e chi là con un'altra cominciarono a
fuggire. Che di loro si fosse io nol seppi mai: ma avendo me
contrastante due giovani presa e per le trecce tirandomi,
piagnendo io sempre forte, avvenne che, passando costoro che
mi tiravano una strada per entrare in un grandissimo bosco,
quatro uomini in quella ora di quindi passavano a cavallo:
li quali come quegli che mi tiravano videro, così lasciatami
prestamente presero a fuggire. Li quatro uomini, li quali
nel sembiante assai autorevoli mi parevano, veduto ciò,
corsero dove io era e molto mi domandarono, e io dissi
molto, ma né da loro fui intesa né io loro intesi. Essi,
dopo lungo consiglio postami sopra uno de' lor cavalli, mi
menarono a uno monastero di donne secondo la lor legge
religiose; e quivi, che che essi dicessero, io fui da tutte
benignissimamente ricevuta e onorata sempre, e con gran
divozione con loro insieme ho poi servito a san Cresci in
Valcava, a cui le femine di quel paese voglion molto bene.
Ma poi che per alquanto tempo con loro dimorata fui, e già
alquanta avendo della loro lingua apparata, domandandomi
esse chi io fossi e donde, e io conoscendo là dove io era e
temendo se il vero dicessi non fossi da lor cacciata sì come
nemica della lor legge, risposi che io era figliuola d'un
gran gentile uomo di Cipri, il quale mandandomene a marito
in Creti, per fortuna quivi eravam corsi e rotti. E assai
volte in assai cose, per tema di peggio, servai lor costumi:
e domandata dalla maggiore di quelle donne, la quale esse
appellan badessa, se in Cipri tornare me ne volessi, risposi
che niuna cosa tanto disiderava. Ma essa, tenera del mio
onore, mai a alcuna persona fidar non mi volle che verso
Cipri venisse, se non, forse due mesi sono, venuti quivi
certi buoni uomini di Francia con le loro donne, de' quali
alcun parente v'era della badessa, e sentendo essa che in
Ierusalem andavano a visitare il Sepolcro, dove colui cui
tengono per Idio fu sepellito poi che da' giudei fu ucciso,
allora mi raccomandò e pregogli che in Cipri a mio padre mi
dovessero presentare. Quanto questi gentili uomini
m'onorassono e lietamente mi ricevessero insieme con le lor
donne lunga istoria sarebbe a raccontare. Saliti adunque
sopra una nave, dopo più giorni pervenimmo a Baffa: e quivi
veggendomi pervenire, né persona conoscendovi né sappiendo
che dovermi dire a' gentili uomini che a mio padre mi volean
presentare, secondo che loro era stato imposto dalla
veneranda donna, m'apparecchiò Idio, al quale forse di me
incresceva, sopra il lito Antigono in quella ora che noi a
Baffa smontavamo; il quale io prestamente chiamai, e in
nostra lingua, per non essere da' gentili uomini né dalle
donne intesa, gli dissi che come figliuola mi ricevesse.
Egli prestamente m'intese: e fattami la festa grande, quegli
gentili uomini e quelle donne secondo la sua povera
possibilità onorò, e me ne menò al re di Cipri, il quale con
quello onore mi ricevette e qui a voi m'ha rimandata che mai
per me raccontare non si potrebbe. Se altro a dir ci resta,
Antigono, che molte volte da me ha questa mia fortuna udita,
il racconti.”</p>
<p>Antigono allora al soldano rivolto disse: “Signor mio, sì
come ella m'ha più volte detto e come quegli gentili uomini
con li quali venne mi dissero, v'ha raccontato. Solamente
una parte v'ha lasciata a dire, la quale io stimo che, per
ciò che bene non sta a lei di dirlo, l'abbia fatto: e questo
è quanto quegli gentili uomini e donne, con li quali venne,
dicessero della onesta vita la quale con le religiose donne
aveva tenuta e della sua virtù e de' suoi laudevoli costumi,
e delle lagrime e del pianto che fecero e le donne e gli
uomini quando, a me restituitola, si partiron da lei. Delle
quali cose se io volessi a pien dire ciò che essi mi
dissero, non che il presente giorno ma la seguente notte non
ci basterebbe: tanto solamente averne detto voglio che
basti, che, secondo che le loro parole mostravano e quello
ancora che io n'ho potuto vedere, voi vi potete vantare
d'avere la più bella figliuola e la più onesta e la più
valorosa che altro signore che oggi corona porti.”</p>
<p>Di queste cose fece il soldano maravigliosissima festa e
più volte pregò Idio che grazia gli concedesse di potere
degni meriti rendere a chiunque avea la figliuola onorata, e
massimamente al re di Cipri per cui onoratamente gli era
stata rimandata: e appresso alquanti dì, fatti grandissimi
doni apparecchiare a Antigono, al tornarsi in Cipri il
licenziò, al re per lettere e per ispeziali ambasciadori
grandissime grazie rendendo di ciò che fatto aveva alla
figliuola. Appresso questo, volendo che quello che
cominciato era avesse effetto, cioè che ella moglie fosse
del re del Garbo, a lui ogni cosa significò, scrivendogli
oltre a ciò che, se gli piacesse d'averla, per lei sì
mandasse. Di ciò fece il re del Garbo gran festa: e, mandato
onorevolmente per lei, lietamente la ricevette. E essa, che
con otto uomini forse diecemilia volte giaciuta era, allato
a lui si coricò per pulcella e fecegliele credere che così
fosse; e reina con lui lietamente poi più tempo visse. E per
ciò si disse: “Bocca basciata non perde ventura, anzi
rinnuova come fa la luna.”
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Il conte d'Anguersa, falsamente accusato, va in essilio;
lascia due suoi figliuoli in diversi luoghi in Inghilterra;
e egli, sconosciuto tornando di Scozia, lor truova in buono
stato; va come ragazzo nello essercito del re di Francia, e
riconosciuto innocente è nel primo stato ritornato.</emph></p></argument>
<p>Sospirato fu molto dalle donne per li varii casi della
bella donna: ma chi sa che cagione moveva que' sospiri?
Forse v'eran di quelle che non meno per vaghezza di così
spesse nozze che per pietà di colei sospiravano. Ma
lasciando questo stare al presente, essendosi da loro riso
per l'ultime parole da Panfilo dette e veggendo la reina in
quelle la novella di lui esser finita, a Elissa rivolta
impose che con una delle sue l'ordine seguitasse. La quale,
lietamente faccendolo, incominciò:</p>
<p>–Ampissimo campo è quello per lo quale noi oggi spaziando
andiamo, né ce n'è alcuno che, non che uno aringo ma diece
non ci potesse assai leggiermente correre, sì copioso l'ha
fatto la fortuna delle sue nuove e gravi cose; e per ciò,
vegnendo di quelle, che infinite sono, a raccontare alcuna,
dico</p>
<p>Che essendo lo 'mperio di Roma da' franceschi ne' tedeschi
transportato, nacque tra l'una nazione e l'altra grandissima
nimistà e acerba e continua guerra, per la quale, sì per
difesa del suo paese e sì per l'offesa dell'altrui, il re di
Francia e un suo figliuolo, con ogni sforzo del lor regno e
appresso d'amici e di parenti che far poterono, ordinarono
un grandissimo essercito per andare sopra i nemici. E avanti
che a ciò procedessero, per non lasciare il regno senza
governo, sentendo Gualtieri conte d'Anguersa gentile e savio
uomo e molto loro fedele amico e servidore, e ancora che
assai ammaestrato fosse nell'arte della guerra, per ciò che
loro più alle dilicatezze atto che a quelle fatiche parea,
lui in luogo di loro sopra tutto il governo del reame di
Francia general vicario lasciarono, e andarono al lor
cammino. Cominciò adunque Gualtieri e con senno e con ordine
l'uficio commesso, sempre d'ogni cosa con la reina e con la
nuora di lei conferendo; e benché sotto la sua custodia e
giurisdizione lasciate fossero, nondimeno come sue donne e
maggiori l'onorava. Era il detto Gualtieri del corpo
bellissimo e d'età forse di quaranta anni, e tanto piacevole
e costumato quanto alcuno altro gentile uomo il più esser
potesse; e, oltre a tutto questo, era il più leggiadro e il
più dilicato cavaliere che a quegli tempi si conoscesse e
quegli che più della persona andava ornato.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo il re di Francia e il figliuolo
nella guerra già detta, essendosi morta la donna di
Gualtieri e a lui un figliuol maschio e una femina piccoli
fanciulli rimasi di lei senza più, che costumando egli alla
corte delle donne predette e con loro spesso parlando delle
bisogne del regno, che la donna del figliuolo del re gli
pose gli occhi addosso e, con grandissima affezione la
persona di lui e' suoi costumi considerando, d'occulto amore
ferventemente di lui s'accese; e sé giovane e fresca
sentendo e lui senza alcuna donna, si pensò leggiermente
doverle il suo disidero venir fatto, e pensando niuna cosa a
ciò contrastare, se non vergogna, di manifestargliele
dispose del tutto e quella cacciar via. E essendo un giorno
sola e parendole tempo, quasi d'altre cose con lui ragionar
volesse, per lui mandò.</p>
<p>Il conte, il cui pensiero era molto lontano da quel della
donna, senza alcuno indugio a lei andò; e postosi, come ella
volle, con lei sopra un letto in una camera tutti soli a
sedere, avendola il conte già due volte domandata della
cagione per che fatto l'avesse venire e ella taciuto,
ultimamente da amor sospinta, tutta di vergogna divenuta
vermiglia, quasi piangendo e tutta tremante con parole rotte
così cominciò a dire: “Carissimo e dolce amico e signor
mio, voi potete, come savio uomo, agevolmente conoscere
quanta sia la fragilità e degli uomini e delle donne, e per
diverse cagioni più in una che in altra; per che debitamente
dinanzi a giusto giudice un medesimo peccato in diverse
qualità di persone non dee una medesima pena ricevere. E chi
sarebbe colui che dicesse che non dovesse molto più esser da
riprendere un povero uomo o una povera femina, a' quali con
la loro fatica convenisse guadagnare quello che per la vita
loro lor bisognasse, se da amore stimolati fossero e quello
seguissero, che una donna la quale, ricca e oziosa e a cui
niuna cosa che a' suoi disideri piacesse, mancasse? Certo io
non credo niuno. Per la quale ragione io estimo che
grandissima parte di scusa debbian fare le dette cose in
servigio di colei che le possiede, se ella per avventura si
lascia trascorrere a amare; e il rimanente debbia fare
l'avere eletto savio e valoroso amadore, se quella l'ha
fatto che ama. Le quali cose con ciò sia cosa che amendune,
secondo il mio parere, sieno in me, e oltre a queste più
altre le quali a amare mi debbono inducere, sì come è la mia
giovanezza e la lontananza del mio marito, ora convien che
surgano in servigio di me alla difesa del mio focoso amore
nel vostro conspetto: le quali, se quello vi potranno che
nella presenza de' savi debbono potere, io vi priego che
consiglio e aiuto in quello che io vi dimanderò mi porgiate.
Egli è il vero che, per la lontananza di mio marito non
potendo io agli stimoli della carne né alla forza d'amor
contrastare, le quali sono di tanta potenza, che i
fortissimi uomini non che le tenere donne hanno già molte
volte vinti e vincono tutto il giorno, essendo io negli agi
e negli ozii ne' quali voi mi vedete, a secondare li piaceri
d'amore e a divenire innamorata mi sono lasciata
trascorrere. E come che tal cosa, se saputa fosse, io
conosca non essere onesta, nondimeno essendo e stando
nascosa quasi di niuna cosa essere disonesta la giudichi,
pur m'è di tanto Amore stato grazioso, che egli non
solamente non m'ha il debito conoscimento tolto nello
elegger l'amante ma me n'ha molto in ciò prestato, voi degno
mostrandomi da dovere da una donna, fatta come sono io,
essere amato; il quale, se 'l mio avviso non m'inganna, io
reputo il più bello, il più piacevole e 'l più leggiadro e
'l più savio cavaliere che nel reame di Francia trovar si
possa; e sì come io senza marito posso dire che io mi
veggia, così voi ancora senza mogliere. Per che io vi
priego, per cotanto amore quanto è quello che io vi porto,
che voi non neghiate il vostro verso di me e che della mia
giovanezza v'incresca, la qual veramente, come il ghiaccio
al fuoco, si consuma per voi.”</p>
<p>A queste parole sopravennero in tanta abbondanza le
lagrime, che essa, che ancora più prieghi intendeva di
porgere, più avanti non ebbe poter di parlare, ma bassato il
viso e quasi vinta piagnendo sopra il seno del conte si
lasciò con la testa cadere. Il conte, il quale lealissimo
cavaliere era, con gravissime riprensioni cominciò a mordere
così folle amore e a sospignerla indietro, che già al collo
gli si voleva gittare, e con saramenti a affermare che egli
prima sofferrebbe d'essere squartato che tal cosa contro
all'onore del suo signore né in sé né in altrui consentisse.</p>
<p>Il che la donna udendo, subitamente dimenticato l'amore e
in fiero furore accesa, disse: “Dunque sarò io, villan
cavaliere, in questa guisa da voi del mio disidero
schernita? Unque a Dio non piaccia, poi che voi volete me
far morire, che io voi o morire o cacciar del mondo non
faccia.” E così detto, a una ora messesi le mani ne'
capelli e rabuffatigli e stracciatigli tutti e appresso nel
petto squarciandosi i vestimenti, cominciò a gridar forte:
“Aiuto, aiuto! ché 'l conte d'Anguersa mi vuol far forza.”</p>
<p>Il conte, veggendo questo e dubitando forte più della
invidia cortigiana che della sua conscienza, e temendo per
quella non fosse più fede data alla malvagità della donna
che alla sua innocenzia, levatosi come più tosto poté della
camera e del palagio s'uscì e fuggissi a casa sua, dove,
senza altro consiglio prendere, pose i suoi figliuoli a
cavallo, e egli montatovi altressì quanto più poté n'andò
verso Calese.</p>
<p>Al romor della donna corsero molti, li quali, vedutala e
udita la cagione del suo gridare, non solamente per quello
dieder fede alle sue parole, ma aggiunsero la leggiadria e
la ornata maniera del conte, per potere a quel venire,
essere stata da lui lungamente usata. Corsesi adunque a
furore alle case del conte per arestarlo; ma non trovando
lui, prima le rubar tutte e appresso infino a' fondamenti le
mandar giuso. La novella, secondo che sconcia si diceva,
pervenne nell'oste al re e al figliuolo; li quali turbati
molto a perpetuo essilio lui e i suoi discendenti dannarono,
grandissimi doni promettendo a chi o vivo o morto loro il
presentasse.</p>
<p>Il conte, dolente che d'innocente fuggendo s'era fatto
nocente, pervenuto senza farsi conoscere o essere conosciuto
co' suoi figliuoli a Calese, prestamente trapassò in
Inghilterra e in povero abito n'andò verso Londra. Nella
quale prima che entrasse, con molte parole ammaestrò i due
piccioli figliuoli e massimamente in due cose: prima, che
essi pazientemente comportassero lo stato povero nel quale
senza lor colpa la fortuna con lui insieme gli aveva recati;
e appresso, che con ogni sagacità si guardassero di mai non
manifestare a alcuno onde si fossero né di cui figliuoli, se
cara avevan la vita. Era il figliuolo, chiamato Luigi, di
forse nove anni, e la figliuola, che nome avea Violante,
n'avea forse sette; li quali, secondo che comportava la loro
tenera età, assai bene compresero l'amaestramento del padre
loro e per opera il mostrarono appresso. Il che, acciò che
meglio fare si potesse, gli parve da dover loro i nomi
mutare, e così fece; e nominò il maschio Perotto e Giannetta
la femina. E pervenuti poveramente vestiti in Londra, a
guisa che far veggiamo a questi paltoni franceschi, si
diedero a andar la limosina adomandando.</p>
<p>E essendo per ventura in tal servigio una mattina a una
chiesa, avvenne che una gran dama, la quale era moglie
dell'uno de' maliscalchi del re d'Inghilterra, uscendo della
chiesa vide questo conte e i due suoi figlioletti che
limosina adomandavano; il quale ella domandò donde fosse e
se suoi erano quegli figliuoli. Alla quale egli rispose che
era di Piccardia e che, per misfatto d'un suo maggior
figliuolo ribaldo con quegli due, che suoi erano, gli era
convenuto partire. La dama, che pietosa era, pose gli occhi
sopra la fanciulla e piacquele molto, per ciò che bella e
gentilesca e avvenente era, e disse: “Valente uomo, se tu
ti contenti di lasciare appresso di me questa tua
figlioletta, per ciò che buono aspetto ha, io la prenderò
volentieri; e se valente femina sarà, io la mariterò a quel
tempo che convenevole serà in maniera che starà bene.”</p>
<p>Al conte piacque molto questa domanda e prestamente rispose
di sì, e con lagrime gliele diede e raccomandò molto. E così
avendo la figliuola allogata e sappiendo bene a cui,
diliberò di più non dimorar quivi; e limosinando traversò
l'isola e con Perotto pervenne in Gales non senza gran
fatica, sì come colui che d'andare a piè non era uso. Quivi
era un altro de' maliscalchi del re, il quale grande stato e
molta famiglia tenea, nella corte del quale il conte alcuna
volta, e egli e 'l figliuolo, per aver da mangiare molto si
riparavano. E essendo in essa alcun figliuolo del detto
maliscalco e altri fanciulli di gentili uomini e faccendo
cotali pruove fanciullesche, sì come di correre e di
saltare, Perotto s'incominciò con loro a mescolare e a fare
così destramente, o più, come alcuno degli altri facesse
ciascuna pruova che tra lor si faceva. Il che il maliscalco
alcuna volta veggendo, e piacendogli molto la maniera e'
modi del fanciullo, domandò chi egli fosse. Fugli detto che
egli era figliuolo d'un povero uomo il quale alcuna volta
per limosina là entro veniva: a cui il maliscalco il fece
adomandare, e il conte, sì come colui che d'altro Idio non
pregava, liberamente gliel concedette, quantunque noioso gli
fosse il da lui dipartirsi. Avendo adunque il conte il
figliuolo e la figliuola acconci, pensò di più non volere
dimorare in Inghilterra ma come il meglio poté se ne passò
in Irlanda; e pervenuto a Stanforda, con un cavaliere d'un
conte paesano per fante si pose, tutte quelle cose faccendo
che a fante o a ragazzo possono appartenere. E quivi, senza
esser mai da alcuno conosciuto, con assai disagio e fatica
dimorò lungo tempo.</p>
<p>Violante, chiamata Giannetta, con la gentil donna in Londra
venne crescendo e in anni e in persona e in bellezza e in
tanta grazia e della donna e del marito di lei e di ciascuno
altro della casa e di chiunque la conoscea, che era a vedere
maravigliosa cosa; né alcuno era che a' suoi costumi e alle
sue maniere riguardasse, che lei non dicesse dovere esser
degna d'ogni grandissimo bene e onore. Per la qual cosa la
gentil donna che lei dal padre ricevuta avea, senza aver mai
potuto sapere chi egli si fosse altramenti che da lui udito
avesse, s'era proposta di doverla onorevolmente, secondo la
condizione della quale stimava che fosse, maritare. Ma Idio,
giusto riguardatore degli altrui meriti, lei nobile femina
conoscendo e senza colpa penitenzia portar dell'altrui
peccato, altramente dispose: e acciò che a mano di vile uomo
la gentil giovane non venisse, si dee credere che quello che
avvenne Egli per sua benignità permettesse.</p>
<p>Aveva la gentil donna, con la quale la Giannetta dimorava,
un solo figliuolo del suo marito, il quale e essa e 'l padre
sommamente amavano, sì perché figliuolo era e sì ancora
perché per vertù e per meriti il valeva, come colui che più
che altro e costumato e valoroso e pro' e bello della
persona era. Il quale, avendo forse sei anni più che la
Giannetta e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di
lei s'innamorò, che più avanti di lei non vedea. E per ciò
che egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non
solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per
moglie, ma, temendo non fosse ripreso che bassamente si
fosse a amar messo, quanto poteva il suo amore teneva
nascoso; per la qual cosa troppo più che se palesato
l'avesse lo stimolava. Laonde avvenne che per soverchio di
noia egli infermò, e gravemente; alla cura del quale essendo
più medici richesti e avendo un segno e altro guardato di
lui e non potendo la sua infermità tanto conoscere, tutti
comunemente si disperavano della sua salute. Di che il padre
e la madre del giovane portavano sì gran dolore e
malinconia, che maggiore non si saria potuta portare: e più
volte con pietosi prieghi il domandavano della cagione del
suo male, a' quali o sospiri per risposta dava o che tutto
si sentia consumare.</p>
<p>Avvenne un giorno che, sedendosi appresso di lui un medico
assai giovane ma in iscienza profondo molto e lui per lo
braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso,
la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui
sollecitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella
camera nella quale il giovane giacea. La quale come il
giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sentì con più
forza nel cuore l'amoroso ardore, per che il polso più forte
cominciò a battergli che l'usato: il che il medico sentì
incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere
quanto questo battimento dovesse durare. Come la Giannetta
uscì della camera, e il battimento ristette: per che parte
parve al medico avere della cagione della infermità del
giovane; e stato alquanto, quasi d'alcuna cosa volesse la
Giannetta adomandare, sempre tenendo per lo braccio lo
'nfermo, la si fé chiamare, al quale ella venne
incontanente: né prima nella camera entrò che 'l battimento
del polso ritornò al giovane e, lei partita, cessò.</p>
<p>Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza,
levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane,
disse loro: “La sanità del vostro figliuolo non è
nell'aiuto de' medici, ma nelle mani della Giannetta dimora,
la quale, sì come io ho manifestamente per certi segni
conosciuto, il giovane focosamente ama, come che ella non se
ne accorge, per quello che io vegga. Sapete omai che a fare
v'avete, se la sua vita v'è cara.”</p>
<p>Il gentile uomo e la sua donna questo udendo furon
contenti, in quanto pure alcun modo si trovava al suo
scampo, quantunque loro molto gravasse che quello, di che
dubitavano, fosse desso, cioè di dover dare la Giannetta al
loro figliuolo per isposa.</p>
<p>Essi adunque, partito il medico, se n'andarono allo
'nfermo: e dissegli la donna così: “Figliuol mio, io non
avrei mai creduto che da me d'alcun tuo disidero ti fossi
guardato, e spezialmente veggendoti tu, per non aver quello,
venir meno: per ciò che tu dovevi esser certo e dèi che
niuna cosa è che per contentamento di te far potessi,
quantunque meno che onesta fosse, che io come per me
medesima non la facessi. Ma poi che pur fatta l'hai, è
avvenuto che Domenedio è stato misericordioso di te più che
tu medesimo, e acciò che tu di questa infermità non muoi
m'ha dimostrata la cagione del tuo male, la quale niuna
altra cosa è che soperchio amore il quale tu porti a alcuna
giovane, qual che ella si sia. E nel vero di manifestar
questo non ti dovevi tu vergognare, per ciò che la tua età
il richiede: e se tu innamorato non fossi, io ti riputerei
da assai poco. Adunque, figliuol mio, non ti guardare da me,
ma sicuramente ogni tuo disidero mi scuopri; e la malinconia
e il pensiero, il quale hai e dal quale questa infermità
procede, gitta via e confortati e renditi certo che niuna
cosa sarà per sodisfacimento di te che tu m'imponghi, che io
a mio poter non faccia, sì come colei che te più amo che la
mia vita. Caccia via la vergogna e la paura, e dimmi se io
posso intorno al tuo amore adoperare alcuna cosa. E se tu
non truovi che io a ciò sia sollecita e a effetto tel rechi,
abbimi per la più crudel madre che mai partorisse
figliuolo.”</p>
<p>Il giovane, udendo le parole della madre, prima si
vergognò; poi, seco pensando che niuna persona meglio di lei
potrebbe al suo piacer sodisfare, cacciata via la vergogna
così le disse: “Madama, niuna altra cosa mi v'ha fatto
tenere il mio amor nascoso quanto l'essermi nelle più delle
persone avveduto che, poi che attempati sono, d'essere stati
giovani ricordar non si vogliono. Ma poi che in ciò discreta
vi veggio, non solamente quello, di che dite vi siete
accorta, non negherò esser vero, ma ancora di cui vi farò
manifesto: con cotal patto, che effetto seguirà alla vostra
promessa a vostro potere, e così mi potrete aver sano.”</p>
<p>Al quale la donna, troppo fidandosi di ciò che non le
doveva venir fatto nella forma nella quale già seco pensava,
liberamente rispose che sicuramente ogni suo disidero
l'aprisse, ché ella senza alcuno indugio darebbe opera a
fare che egli il suo piacere avrebbe.</p>
<p>“Madama, “ disse allora il giovane “l'alta bellezza e le
laudevoli maniere della nostra Giannetta e il non poterla
fare accorgere, non che pietosa, del mio amore e il non
avere ardito mai di manifestarlo a alcuno m'hanno condotto
dove voi mi vedete; e se quello che promesso m'avete o in un
modo o in un altro non segue, state sicura che la mia vita
fia brieve.”</p>
<p>La donna, a cui più tempo da conforto che da riprensioni
parea, sorridendo disse: “Ahi! figliuol mio, dunque per
questo t'hai tu lasciato aver male? Confortati e lascia fare
a me, poi che guarito sarai.”</p>
<p>Il giovane, pieno di buona speranza, in brevissimo tempo di
grandissimo miglioramento mostrò segni: di che la donna
contenta molto si dispose a voler tentare come quello
potesse oservare il che promesso avea. E chiamata un dì la
Giannetta per via di motti assai cortesemente la domandò se
ella avesse alcuno amadore.</p>
<p>La Giannetta, divenuta tutta rossa, rispose: “Madama, a
povera damigella e di casa sua cacciata, come io sono, e che
all'altrui servigio dimori, come io fo, non si richiede né
sta bene l'attendere a amore.”</p>
<p>A cui la donna disse: “E se voi non l'avete, noi ve ne
vogliamo donare uno, di che voi tutta giuliva viverete e più
della vostra biltà vi diletterete, per ciò che non è
convenevole che così bella damigella, come voi siete, senza
amante dimori.”</p>
<p>A cui la Giannetta rispose: “Madama, voi dalla povertà di
mio padre togliendomi come figliuola cresciuta m'avete, e
per questo ogni vostro piacere far dovrei: ma in questo io
non vi piacerò già, credendomi far bene. Se a voi piacerà di
donarmi marito, colui intendo io d'amare ma altro no; per
ciò che della eredità de' miei passati avoli niuna cosa
rimasa m'è se non l'onestà, quella intendo io di guardare e
di servare quanto la vita mi durerà.”</p>
<p>Questa parola parve forte contraria alla donna a quello a
che di venire intendea per dovere al figliuolo la promessa
servare, quantunque, sì come savia donna, molto seco
medesima ne commendasse la damigella; e disse: “Come,
Giannetta, se monsignor lo re, il quale è giovane cavaliere,
e tu se' bellissima damigella, volesse del tuo amore alcun
piacere, negherestigliele tu?”</p>
<p>Alla quale essa subitamente rispose: “Forza mi potrebbe
fare il re, ma di mio consentimento mai da me, se non quanto
onesto fosse, aver non potrebbe.”</p>
<p>La dama, comprendendo qual fosse l'animo di lei, lasciò
star le parole e pensossi di metterla alla pruova; e così al
figliuolo disse di fare, come guarito fosse, di metterla con
lui in una camera e ch'egli s'ingegnasse d'avere di lei il
suo piacere, dicendo che disonesto le pareva che essa, a
guisa d'una ruffiana, predicasse per lo figliuolo e pregasse
la sua damigella. Alla qual cosa il giovane non fu contento
in alcuna guisa e di subito fieramente peggiorò. Il che la
donna veggendo, aperse la sua intenzione alla Giannetta. Ma
più constante che mai trovandola, raccontato ciò che fatto
aveva al marito, ancora che grave loro paresse, di pari
consentimento diliberarono di dargliele per isposa, amando
meglio il figliuolo vivo con moglie non convenevole a lui
che morto senza alcuna; e così, dopo molte novelle, fecero.
Di che la Giannetta fu contenta molto e con divoto cuore
ringraziò Idio che lei non avea dimenticata: né per tutto
questo mai altro che figliuola d'un piccardo si disse. Il
giovane guerì e fece le nozze più lieto che altro uomo e
cominciossi a dar buon tempo con lei.</p>
<p>Perotto, il quale in Gales col maliscalco del re
d'Inghilterra era rimaso, similmente crescendo venne in
grazia del signor suo e divenne di persona bellissimo e pro'
quanto alcuno altro che nell'isola fosse, in tanto che né in
tornei né in giostre né in qualunque altro atto d'arme niuno
v'era nel paese che quello valesse che egli; per che per
tutto, chiamato da loro Perotto il piccardo, era conosciuto
e famoso. E come Idio la sua sorella dimenticata non avea,
così similmente d'aver lui a mente dimostrò: per ciò che,
venuta in quella contrada una pistilenziosa mortalità, quasi
la metà della gente di quella se ne portò, senza che
grandissima parte del rimaso per paura in altre contrade se
ne fuggirono, di che il paese tutto pareva abandonato. Nella
quale mortalità il maliscalco suo signore e la donna di lui
e un suo figliuolo e molti altri e fratelli e nepoti e
parenti tutti morirono, né altro che una damigella già da
marito di lui rimase e con alcuni altri famigliari Perotto.
Il quale, cessata alquanto la pestilenza, la damigella, per
ciò che prod'uomo e valente era, con piacere e consiglio
d'alquanti pochi paesani vivi rimasi per marito prese, e di
tutto ciò che a lei per eredità scaduto era il fece signore;
né guari di tempo passò che, udendo il re d'Inghilterra il
maliscalco esser morto e conoscendo il valor di Perotto il
piccardo, in luogo di quello che morto era il substituì e
fecelo suo maliscalco. E così brievemente avvenne de' due
innocenti figliuoli del conte d'Anguersa da lui per perduti
lasciati.</p>
<p>Era già il diceottesimo anno passato poi che il conte
d'Anguersa fuggito di Parigi s'era partito, quando a lui
dimorante in Irlanda, avendo in assai misera vita molte cose
patite, già vecchio veggendosi, venne voglia di sentire, se
egli potesse, quello che de' figliuoli fosse adivenuto. Per
che, del tutto della forma della quale esser solea
veggendosi trasmutato e sentendosi per lo lungo essercizio
più della persona atante che quando giovane in ozio
dimorando non era, partitosi assai povero e male in arnese
da colui col quale lungamente era stato, se ne venne in
Inghilterra e là se ne andò dove Perotto avea lasciato; e
trovò lui essere maliscalco e gran signore, e videlo sano e
atante e bello della persona: il che gli aggradì forte ma
farglisi cognoscere non volle infino a tanto che saputo non
avesse della Giannetta. Per che, messosi in cammino, prima
non ristette che in Londra pervenne: e quivi, cautamente
domandato della donna alla quale la figliuola lasciata avea
e del suo stato, trovò la Giannetta moglie del figliuolo, il
che forte gli piacque e ogni sua avversità preterita reputò
piccola, poi che vivi aveva ritrovati i figliuoli e in buono
stato. E disideroso di poterla vedere, cominciò come povero
uomo a ripararsi vicino alla casa di lei; dove un giorno
veggendol Giachetto Lamiens, che così era chiamato il marito
della Giannetta, avendo di lui compassione per ciò che
povero e vecchio il vide, comandò a uno de' suoi famigliari
che nella sua casa il menasse e gli facesse dare da mangiar
per Dio. Il che il famigliare volentier fece.</p>
<p>Aveva la Giannetta avuti di Giachetto già più figliuoli,
de' quali il maggiore non avea oltre a otto anni, e erano i
più belli e i più vezzosi fanciulli del mondo; li quali,
come videro il conte mangiare, così tutti quanti gli fur
dintorno e cominciarongli a far festa, quasi da occulta
virtù mossi avesser sentito costui loro avolo essere. Il
quale, suoi nepoti cognoscendoli, cominciò loro a mostrare
amore e a far carezze: per la qual cosa i fanciulli da lui
non si volean partire, quantunque colui che al governo di
loro attendea gli chiamasse. Per che la Giannetta, ciò
sentendo, uscì d'una camera e quivi venne là dove era il
conte e minacciogli forte di battergli se quello che il lor
maestro volea non facessero. I fanciulli cominciarono a
piagnere e a dire ch'essi volevano stare appresso a quel
prod'uomo, il quale più che il lor maestro gli amava: di che
e la donna e 'l conte si rise. Erasi il conte levato, non
miga a guisa di padre ma di povero uomo, a fare onore alla
figliuola sì come a donna, e maraviglioso piacere veggendola
avea sentito nell'animo; ma ella né allora né poi il conobbe
punto, per ciò che oltre modo era trasformato da quello che
esser soleva, sì come colui che vecchio e canuto e barbuto
era, e magro e bruno divenuto, e più tosto un altro uomo
pareva che il conte. E veggendo la donna che i fanciulli da
lui partire non si voleano, ma volendonegli partir
piangevano, disse al maestro che alquanto gli lasciasse
stare.</p>
<p>Standosi adunque i fanciulli col prod'uomo, avvenne che il
padre di Giachetto tornò e dal maestro loro sentì questo
fatto: per che egli, il quale a schifo avea la Giannetta,
disse: “Lasciagli star con la mala ventura che Dio dea
loro, ché essi fanno ritratto da quello onde nati sono: essi
son per madre discesi di paltoniere, e per ciò non è da
maravigliarsi se volentier dimoran co' paltonieri.”</p>
<p>Queste parole udì il conte e dolfergli forte; ma pure nelle
spalle ristretto, così quella ingiuria sofferse come molte
altre sostenute n'avea. Giachetto, che sentita aveva la
festa che i figliuoli al prod'uomo, cioè al conte, facevano,
quantunque gli dispiacesse, nondimeno tanto gli amava, che
avanti che piagner gli vedesse comandò che, se 'l prod'uomo
a alcun servigio là entro dimorar volesse, che egli vi fosse
ricevuto. Il quale rispose che vi rimanea volentieri, ma che
altra cosa far non sapea che attendere a' cavalli, di che
tutto il tempo della sua vita era usato. Assegnatoli adunque
un cavallo, come quello governato avea, al trastullare i
fanciulli intendea.</p>
<p>Mentre che la fortuna, in questa guisa che divisata è, il
conte d'Anguersa e i figliuoli menava, avvenne che il re di
Francia, molte triegue fatte con gli alamanni, morì, e in
suo luogo fu coronato il figliuolo, del quale colei era
moglie per cui il conte era stato cacciato. Costui, essendo
l'ultima triegua finita co' tedeschi, rincominciò asprissima
guerra: in aiuto del quale, sì come nuovo parente, il re
d'Inghilterra mandò molta gente sotto il governo di Perotto
suo maliscalco e di Giachetto Lamiens, figliuolo dell'altro
maliscalco: col quale il prod'uomo, cioè il conte, andò, e
senza essere da alcuno riconosciuto dimorò nell'oste per
buono spazio a guisa di ragazzo; e quivi, come valente uomo,
e con consigli e con fatti, più che a lui non si richiedea,
assai di bene adoperò.</p>
<p>Avvenne durante la guerra che la reina di Francia infermò
gravemente; e conoscendo ella se medesima venire alla morte,
contrita d'ogni suo peccato divotamente si confessò
dall'arcivescovo di Ruem, il quale da tutti era tenuto un
santissimo e buono uomo, e tra gli altri peccati gli narrò
ciò che per lei a gran torto il conte d'Anguersa ricevuto
avea. Né solamente fu a lui contenta di dirlo, ma davanti a
molti altri valenti uomini tutto come era stato riraccontò,
pregandogli che col re operassono che 'l conte, se vivo
fosse, e se non, alcun de' suoi figliuoli, nel loro stato
restituiti fossero: né guari poi dimorò che, di questa vita
passata, onorevolmente fu sepellita.</p>
<p>La quale confessione al re raccontata, dopo alcun doloroso
sospiro delle ingiurie fatte al valente uomo a torto, il
mosse a fare andare per tutto lo essercito, e oltre a ciò in
molte altre parti, una grida: che chi il conte d'Anguersa o
alcuno de' figliuoli gli rinsegnasse, maravigliosamente da
lui per ognuno guiderdonato sarebbe, con ciò fosse cosa che
egli lui per innocente di ciò per che in essilio andato era
l'avesse per la confessione fatta dalla reina, e nel primo
stato e in maggiore intendeva di ritornarlo. Le quali cose
il conte in forma di ragazzo udendo e sentendo che così era
il vero, subitamente fu a Giachetto e il pregò che con lui
insieme fosse con Perotto, per ciò che egli voleva loro
mostrare ciò che il re andava cercando.</p>
<p>Adunati adunque tutti e tre insieme, disse il conte a
Perotto, che già era in pensiero di palesarsi: “Perotto,
Giachetto, che è qui, ha tua sorella per mogliere né mai
n'ebbe alcuna dota; e per ciò, acciò che tua sorella senza
dote non sia, io intendo che egli e non altri abbia questo
beneficio che il re promette così grande per te, e ti
rinsegni sì come figliuolo del conte d'Anguersa, e per la
Violante tua sorella e sua mogliere, e per me che il conte
d'Anguersa e vostro padre sono.”</p>
<p>Perotto, udendo questo e fiso guardandolo, tantosto il
riconobbe: e piagnendo gli si gittò a' piedi e abbracciollo
dicendo: “Padre mio, voi siate il molto ben venuto!”</p>
<p>Giachetto, prima udendo ciò che il conte detto avea e poi
veggendo quello che Perotto faceva, fu a un'ora da tanta
maraviglia e da tanta allegrezza soprapreso, che appena
sapeva che far si dovesse. Ma pur, dando alle parole fede e
vergognandosi forte di parole ingiuriose già da lui verso il
conte ragazzo usate, piagnendo gli si lasciò cadere a' piedi
e umilmente d'ogni oltraggio passato domandò perdonanza: la
quale il conte assai benignamente, in piè rilevatolo, gli
diede. E poi che i varii casi di ciascuno tutti e tre
ragionati ebbero, e molto piantosi e molto rallegratosi
insieme, volendo Perotto e Giachetto rivestire il conte, per
niuna maniera il sofferse ma volle che, avendo prima
Giachetto certezza d'avere il guiderdon promesso, così fatto
e in quello abito di ragazzo, per farlo più vergognare,
gliele presentasse.</p>
<p>Giachetto adunque col conte e con Perotto appresso venne
davanti al re e offerse di presentargli il conte e i
figliuoli, dove, secondo la grida fatta, guiderdonare il
dovesse. Il re prestamente per tutti fece il guiderdon
venire maraviglioso agli occhi di Giachetto, e comandò che
via il portasse dove con verità il conte e' figliuoli
dimostrasse come promettea. Giachetto allora, voltatosi
indietro e davanti messisi il conte suo ragazzo e Perotto,
disse: “Monsignore, ecco qui il padre e 'l figliuolo; la
figliuola, ch'è mia mogliere e non è qui, con l'aiuto di Dio
tosto vedrete.”</p>
<p>Il re, udendo questo, guardò il conte: e quantunque molto
da quello che esser solea transmutato fosse, pur dopo
l'averlo alquanto guardato il riconobbe, e quasi con le
lagrime in su gli occhi lui che ginocchione stava levò in
piede e il basciò e abracciò; e amichevolmente ricevette
Perotto, e comandò che incontanente il conte di vestimenti,
di famiglia e di cavalli e d'arnesi rimesso fosse in
assetto, secondo che alla sua nobilità si richiedea; la qual
cosa tantosto fu fatta. Oltre a questo, onorò il re molto
Giachetto e volle ogni cosa sapere di tutti i suoi preteriti
casi; e quando Giachetto prese gli alti guiderdoni per
l'avere insegnati il conte e' figliuoli, gli disse il conte:
“Prendi cotesti doni dalla magnificenza di monsignore lo
re, e ricordera'ti di dire a tuo padre che i tuoi figliuoli,
suoi e miei nepoti, non son per madre nati di paltoniere.”</p>
<p>Giachetto prese i doni e fece a Parigi venir la moglie e la
suocera, e vennevi la moglie di Perotto; e quivi in
grandissima festa furono col conte, il quale il re avea in
ogni suo ben rimesso, e maggior fattolo che fosse già mai;
poi ciascuno con la sua licenzia tornò a casa sua. E esso
infino alla morte visse in Parigi più gloriosamente che mai.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Bernabò da Genova, da Ambruogiuolo ingannato, perde il suo
e comanda che la moglie innocente sia uccisa; ella scampa e
in abito d'uomo serve il soldano: ritrova lo 'ngannatore e
Bernabò conduce in Alessandria, dove, lo 'ngannatore punito,
ripreso abito feminile, col marito ricchi si tornano a
Genova.</emph></p></argument>
<p>Avendo Elissa con la sua compassionevole novella il suo
dover fornito, Filomena reina, la quale bella e grande era
della persona e nel viso più che altra piacevole e ridente,
sopra sé recatasi, disse:–Servar si vogliono i patti a
Dioneo, e però, non restandoci altri che egli e io a
novellare, io dirò prima la mia e esso, che di grazia il
chiese, l'ultimo fia che dirà.–E questo detto così
cominciò:</p>
<p>–Suolsi tra' volgari spesse volte dire un cotal proverbio:
che lo 'ngannatore rimane a piè dello 'ngannato; il quale
non pare che per alcuna ragione si possa mostrare esser
vero, se per gli accidenti che avvengono non si mostrasse. E
per ciò, seguendo la proposta, questo insiememente,
carissime donne, esser vero come si dice m'è venuto in
talento di dimostrarvi; né vi dovrà esser discaro d'averlo
udito, acciò che dagl'ingannatori guardar vi sappiate.</p>
<p>Erano in Parigi in uno albergo alquanti grandissimi
mercatanti italiani, qual per una bisogna e qual per
un'altra, secondo la loro usanza; e avendo una sera fra
l'altre tutti lietamente cenato, cominciarono di diverse
cose a ragionare, e d'un ragionamento in altro travalicando
pervennero a dire delle lor donne, le quali alle lor case
avevan lasciate.</p>
<p>E motteggiando cominciò alcuno a dire: “Io non so come la
mia si fa: ma questo so io bene, che quando qui mi viene
alle mani alcuna giovinetta, che mi piaccia, io lascio stare
dall'un de' lati l'amore il quale io porto a mia mogliere e
prendo di questa qua quello piacere che io posso.”</p>
<p>L'altro rispose: “E io fo il simigliante, per ciò che se
io credo che la mia donna alcuna sua ventura procacci, ella
il fa, e se io nol credo, sì 'l fa; e per ciò a fare a far
sia: quale asino dà in parete, tal riceve.”</p>
<p>Il terzo quasi in questa medesima sentenza parlando
pervenne: e brievemente tutti pareva che a questo
s'accordassero, che le donne lasciate da loro non volessero
perder tempo.</p>
<p>Un solamente, il quale avea nome Bernabò Lomellin da Genova
disse il contrario, affermando sé di spezial grazia da Dio
avere una donna per moglie la più compiuta di tutte quelle
virtù che donna o ancora cavaliere in gran parte o donzello
dee avere, che forse in Italia ne fosse un'altra: per ciò
che ella era bella del corpo e giovane ancora assai e destra
e atante della persona, né alcuna cosa era che a donna
appartenesse, sì come di lavorare lavorii di seta e simili
cose, che ella non facesse meglio che alcuna altra. Oltre a
questo, niuno scudiere, o famigliare che dir vogliamo,
diceva trovarsi il quale meglio né più accortamente servisse
a una tavola d'un signore, che serviva ella, sì come colei
che era costumatissima, savia e discreta molto. Appresso
questo la commendò meglio saper cavalcare un cavallo, tenere
uno uccello, leggere e scrivere e fare una ragione che se un
mercatante fosse; e da questo, dopo molte altre lode,
pervenne a quello di che quivi si ragionava, affermando con
saramento niuna altra più onesta né più casta potersene
trovar di lei; per la qual cosa egli credeva certamente che,
se egli diece anni o sempre mai fuori di casa dimorasse, che
ella mai a così fatte novelle non intenderebbe con altro
uomo.</p>
<p>Era tra questi mercatanti che così ragionavano un giovane
mercatante chiamato Ambruogiuolo da Piagenza, il quale di
questa ultima loda che Bernabò avea data alla sua donna
cominciò a far le maggior risa del mondo; e gabbando il
domandò se lo 'mperadore gli avea questo privilegio più che
a tutti gli altri uomini conceduto. Bernabò un poco
turbatetto disse che non lo 'mperadore ma Idio, il quale
poteva un poco più che lo 'mperadore, gli avea questa grazia
conceduta.</p>
<p>Allora disse Ambruogiuolo: “Bernabò, io non dubito punto
che tu non ti creda dir vero, ma, per quello che a me paia,
tu hai poco riguardato alla natura delle cose, per ciò che,
se riguardato v'avessi, non ti sento di sì grosso ingegno,
che tu non avessi in quella cognosciute cose che ti
farebbono sopra questa materia più temperatamente parlare. E
per ciò che tu non creda che noi, che molto largo abbiamo
delle nostre mogli parlato, crediamo avere altra moglie o
altramenti fatta che tu, ma da un naturale avvedimento mossi
così abbian detto, voglio un poco con teco sopra questa
materia ragionare. Io ho sempre inteso l'uomo essere il più
nobile animale che tra' mortali fosse creato da Dio, e
appresso la femina; ma l'uomo, sì come generalmente si crede
e vede per opere, è più perfetto; e avendo più di
perfezione, senza alcun fallo dee avere più di fermezza e
così ha, per ciò che universalmente le femine sono più
mobili, e il perché si potrebbe per molte ragioni naturali
dimostrare, le quali al presente intendo di lasciare stare.
Se l'uomo adunque è di maggior fermezza e non si può tenere
che non condiscenda, lasciamo stare a una che 'l prieghi, ma
pure a non disiderare una che gli piaccia, e, oltre al
disidero, di far ciò che può acciò che con quella esser
possa, e questo non una volta il mese ma mille il giorno
avvenirgli: che speri tu che una donna, naturalmente mobile,
possa fare a' prieghi, alle lusinghe, a' doni, a' mille
altri modi che userà uno uom savio che l'ami? credi che ella
si possa tenere? Certo, quantunque tu te l'affermi, io non
credo che tu il creda; e tu medesimo di' che la moglie tua è
femina e ch'ella è di carne e d'ossa come son l'altre. Per
che, se così è, quegli medesimi disideri deono essere i suoi
o quelle medesime forze che nell'altre sono a resistere a
questi naturali appetiti; per che possibile è, quantunque
ella sia onestissima, che ella quello che l'altre faccia, e
niuna cosa possibile è così acerbamente da negare, o da
affermare il contrario a quella, come tu fai.”</p>
<p>Al quale Bernabò rispose e disse: “Io son mercatante e non
fisofolo, e come mercatante risponderò. E dico che io
conosco ciò che tu di' potere avvenire alle stolte, nelle
quali non è alcuna vergogna; ma quelle che savie sono hanno
tanta sollecitudine dello onor loro che elle diventan forti
più che gli uomini, che di ciò non si curano, a guardarlo; e
di queste così fatte è la mia.”</p>
<p>Disse Ambruogiuolo: “Veramente se per ogni volta che elle
a queste così fatte novelle attendono nascesse loro un corno
nella fronte, il quale desse testimonianza di ciò che fatto
avessero, io mi credo che poche sarebber quelle che
v'atendessero; ma, non che il corno nasca, egli non se ne
pare, a quelle che savie sono, né pedata né orma, e la
vergogna e 'l guastamento dell'onore non consiste se non
nelle cose palesi: per che, quando possono occultamente, il
fanno, o per mattezza lasciano. E abbi questo per certo: che
colei sola è casta la quale o non fu mai da alcuno pregata o
se pregò non fu essaudita. E quantunque io conosca per
naturali e vere ragioni così dovere essere, non ne parlere'
io così a pieno, come io fo, se io non ne fossi molte volte
e con molte stato alla pruova. E dicoti così, che, se io
fossi presso a questa tua così santissima donna, io mi
crederei in brieve spazio di tempo recarla a quello che io
ho già dell'altre recate.”</p>
<p>Bernabò turbato rispose: “Il quistionar con parole
potrebbe distendersi troppo: tu diresti e io direi, e alla
fine niente monterebbe. Ma poi che tu di' che tutte sono
così pieghevoli e che 'l tuo ingegno è cotanto, acciò che io
ti faccia certo della onestà della mia donna, io son
disposto che mi sia tagliata la testa se tu mai a cosa che
ti piaccia in cotale atto la puoi conducere; e se tu non
puoi, io non voglio che tu perda altro che mille fiorin
d'oro.”</p>
<p>Ambruogiuolo, già in su la novella riscaldato, rispose:
“Bernabò, io non so quello che io mi facessi del tuo
sangue, se io vincessi; ma se tu hai voglia di vedere pruova
di ciò che io ho già ragionato, metti cinquemilia fiorin
d'oro de' tuoi, che meno ti deono essere cari che la testa,
contro a mille de' miei; e dove tu niuno termine poni, io mi
voglio obligare d'andare a Genova e infra tre mesi dal dì
che io mi partirò di qui avere della tua donna fatta mia
volontà, e in segno di ciò recarne meco delle sue cose più
care e sì fatti e tanti indizii, che tu medesimo confesserai
esser vero, sì veramente che tu mi prometterai sopra la tua
fede infra questo termine non venire a Genova né scrivere a
lei alcuna cosa di questa materia.”</p>
<p>Bernabò disse che gli piacea molto; e quantunque gli altri
mercatanti che quivi erano s'ingegnassero di sturbar questo
fatto, conoscendo che gran male ne potea nascere, pure erano
de' due mercatanti sì gli animi accesi, che, oltre al voler
degli altri, per belle scritte di lor mano s'obligarono
l'uno all'altro.</p>
<p>E fatta la obligagione, Bernabò rimase e Ambruogiuolo
quanto più tosto poté se ne venne a Genova; e dimoratovi
alcun giorno e con molta cautela informatosi del nome della
contrada e de' costumi della donna, quello e più ne 'ntese
che da Bernabò udito n'avea: per che gli parve matta impresa
aver fatta. Ma pure, accontatosi con una povera femina che
molto nella casa usava e a cui la donna voleva gran bene,
non potendola a altro inducere, con denari la corruppe e a
lei in una cassa artificiata a suo modo si fece portare non
solamente nella casa ma nella camera della gentil donna; e
quivi, come se in alcuna parte andar volesse, la buona
femina, secondo l'ordine datole da Ambruogiuolo, la
raccomandò per alcun dì.</p>
<p>Rimasa adunque la cassa nella camera e venuta la notte,
allora che Ambruogiuolo avvisò che la donna dormisse, con
certi suoi ingegni apertala, chetamente nella camera uscì
nella quale un lume acceso avea; per la qual cosa egli il
sito della camera, le dipinture e ogni altra cosa notabile
che in quella era cominciò a raguardare e a fermare nella
sua memoria. Quindi, avvicinatosi al letto e sentendo che la
donna e una piccola fanciulla che con lei era dormivan
forte, pianamente scopertala tutta, vide che così era bella
ignuda come vestita, ma niuno segnale da potere rapportare
le vide, fuori che uno che ella n'avea sotto la sinistra
poppa, ciò era un neo dintorno al quale erano alquanti
peluzzi biondi come oro; e ciò veduto, chetamente la
ricoperse, come che, così bella vedendola, in disiderio
avesse di mettere in avventura la vita sua e coricarlesi
allato. Ma pure, avendo udito lei essere così cruda e
alpestra intorno a quelle novelle, non s'arrischiò. E
statosi la maggior parte della notte per la camera a suo
agio, una borsa e una guarnacca d'un suo forzier trasse e
alcuno anello e alcuna cintura, e ogni cosa nella cassa sua
messa, egli altressi vi si ritornò e così la serrò come
prima stava; e in questa maniera fece due notti senza che la
donna di niente s'accorgesse. Vegnente il terzo dì, secondo
l'ordine dato, la buona femina tornò per la cassa sua e colà
la riportò onde levata l'avea; della quale Ambruogiuolo
uscito, e contentata secondo la promessa la femina, quanto
più tosto poté con quelle cose si tornò a Parigi avanti il
termine preso.</p>
<p>Quivi, chiamati que' mercatanti che presenti erano stati
alle parole e al metter de' pegni, presente Bernabò, disse
sé aver vinto il pegno tra lor messo per ciò che fornito
aveva quello di che vantato s'era: e che ciò fosse vero
primieramente disegnò la forma della camera e le dipinture
di quella, e appresso mostrò le cose che di lei n'aveva seco
recate affermando da lei averle avute. Confessò Bernabò così
essere fatta la camera come diceva e oltre a ciò sé
riconoscere quelle cose veramente della sua donna essere
state; ma disse lui aver potuto da alcuno de' fanti della
casa sapere la qualità della camera e in simil maniera avere
avute le cose; per che, se altro non dicea, non gli parea
che questo bastasse a dovere aver vinto.</p>
<p>Per che Ambruogiuolo disse: “Nel vero questo doveva
bastare: ma poi che tu vuogli che io più avanti ancor dica,
e io il dirò. Dicoti che madonna Zinevra tua mogliere ha
sotto la sinistra poppa un neo ben grandicello, dintorno al
quale son forse sei peluzzi biondi come oro.”</p>
<p>Quando Bernabò udì questo, parve che gli fosse dato d'un
coltello al cuore, sì fatto dolore sentì: e tutto nel viso
cambiato, eziandio se parola non avesse detta, diede assai
manifesto segnale ciò esser vero che Ambruogiuolo diceva; e
dopo alquanto disse: “Signori, ciò che Ambruogiuolo dice è
vero; e per ciò, avendo egli vinto, venga qualor gli piace e
sì si paghi.” E così fu il dì seguente Ambruogiuolo
interamente pagato.</p>
<p>E Bernabò, da Parigi partitosi, con fellone animo contro
alla donna verso Genova se ne venne. E appressandosi a
quella non volle in essa entrare, ma si rimase ben venti
miglia lontano a essa, a una sua possessione; e un suo
famigliare, in cui molto si fidava, con due cavalli e con
sue lettere mandò a Genova, scrivendo alla donna come
tornato era e che con colui a lui venisse; e al famiglio
segretamente impose che, come in parte fosse con la donna
che miglior gli paresse, senza niuna misericordia la dovesse
uccidere e a lui tornarsene. Giunto adunque il famigliare a
Genova e date le lettere e fatta l'ambasciata, fu dalla
donna con gran festa ricevuto; la quale la seguente mattina,
montata col famigliare a cavallo, verso la sua possessione
prese il cammino.</p>
<p>E camminando insieme e di varie cose ragionando, pervennero
in un vallone molto profondo e solitario e chiuso d'alte
grotte e d'alberi; il quale parendo al famigliare luogo da
dovere sicuramente per sé fare il comandamento del suo
signore, tratto fuori il coltello e presa la donna per lo
braccio, disse: “Madonna, raccomandate l'anima vostra a
Dio, ché a voi, senza passar più avanti, convien morire.”</p>
<p>La donna, vedendo il coltello e udendo le parole, tutta
spaventata disse: “Mercé per Dio! anzi che tu m'uccida
dimmi di che io t'ho offeso, che tu uccider mi debbi.”</p>
<p>“Madonna, “ disse il famigliare “me non avete offeso
d'alcuna cosa: ma di che voi offeso abbiate il vostro marito
io nol so, se non che egli mi comandò che senza alcuna
misericordia aver di voi io in questo cammin v'uccidessi; e
se io nol facessi mi minacciò di farmi impiccar per la gola.
Voi sapete bene quanto io gli son tenuto e come io di cosa
che egli m'imponga possa dir di no: sallo Idio che di voi
m'incresce ma io non posso altro.”</p>
<p>A cui la donna piagnendo disse: “Ahi! mercé per Dio! non
volere divenire micidiale di chi mai non t'offese, per
servire altrui. Idio, che tutto conosce, sa che io non feci
mai cosa per la quale io dal mio marito debbia così fatto
merito ricevere. Ma lasciamo ora star questo; tu puoi,
quando tu vogli, a un'ora piacere a Dio e al tuo signore e a
me in questa maniera: che tu prenda questi miei panni e
donimi solamente il tuo farsetto e un cappuccio, e con essi
torni al mio e tuo signore e dichi che tu m'abbi uccisa; e
io ti giuro, per quella salute la quale tu donata m'avrai,
che io mi dileguerò e andronne in parte che mai né a lui né
a te né in queste contrade di me perverrà alcuna novella.”</p>
<p>Il famigliare, che malvolentieri l'uccidea, leggiermente
divenne pietoso: per che, presi i drappi suoi e datole un
suo farsettaccio e un cappuccio e lasciatile certi denari li
quali essa avea, pregandola che di quelle contrade si
dileguasse, la lasciò nel vallone a piè; e andonne al signor
suo, al quale disse che 'l suo comandamento non solamente
era fornito, ma che il corpo di lei morta aveva tra parecchi
lupi lasciato. Bernabò dopo alcun tempo se ne tornò a Genova
e, saputosi il fatto, forte fu biasimato.</p>
<p>La donna, rimasa sola e sconsolata, come la notte fu
venuta, contraffatta il più che poté n'andò a una villetta
ivi vicina; e quivi da una vecchia procacciato quello che le
bisognava, racconciò il farsetto a suo dosso, e fattol corto
e fattosi della sua camiscia un paio di pannilini e i
capelli tondutisi e trasformatasi tutta in forma d'un
marinaro, verso il mare se ne venne, dove per avventura
trovò un gentile uom catalano, il cui nome era segner En
Cararh, il quale d'una sua nave, la quale alquanto di quivi
era lontana, in Alba già disceso era a rinfrescarsi a una
fontana. Col quale entrata in parole, con lui s'acconciò per
servidore e salissene sopra la nave faccendosi chiamare
Sicuran da Finale. Quivi, di miglior panni rimesso in arnese
dal gentile uomo, lo 'ncominciò a servir sì bene e sì
acconciamente, che egli gli venne oltre modo a grado.
Avvenne ivi a non guari tempo che questo catalano con un suo
carico navicò in Alessandria e portò certi falconi
pellegrini al soldano e presentogliele: al quale il soldano
avendo alcuna volta dato mangiare e veduti i costumi di
Sicurano, che sempre a servir l'andava, e piaciutigli, al
catalano il dimandò, e quegli, ancora che grave gli paresse,
gliele lasciò.</p>
<p>Sicurano in poco di tempo non meno la grazia e l'amor del
soldano acquistò col suo bene adoperare, che quella del
catalano avesse fatto: per che in processo di tempo avvenne
che, dovendosi in un certo tempo dell'anno a guisa d'una
fiera fare una gran ragunanza di mercatanti e cristiani e
saracini in Acri (la quale sotto la signoria del soldano
era), acciò che i mercatanti e le mercatantie sicure
stessero, era il soldano sempre usato di mandarvi, oltre
agli altri suoi uficiali, alcuno de' suoi grandi uomini con
gente che alla guardia attendesse. Nella quale bisogna,
sopravegnendo il tempo, diliberò di mandare Sicurano, il
quale già ottimamente la lingua sapeva; e così fece.</p>
<p>Venuto adunque Sicurano in Acri signore e capitano della
guardia de' mercatanti e della mercatantia, e quivi bene e
sollecitamente faccendo ciò che al suo uficio appartenea e
andando da torno veggendo, e molti mercatanti e ciciliani e
pisani è genovesi e viniziani e altri italiani vedendovi,
con loro volentieri si dimesticava per rimembranza della
contrada sua. Ora avvenne tra l'altre volte che, essendo
egli a un fondaco di mercatanti viniziani smontato, gli
vennero vedute tra altre gioie una borsa e una cintura le
quali egli prestamente riconobbe essere state sue, e
maravigliossi; ma senza altra vista fare, piacevolemente
domandò di cui fossero e se vendere si voleano.</p>
<p>Era quivi venuto Ambruogiuolo da Piagenza con molta
mercatantia in su una nave di viniziani; il quale, udendo
che il capitano della guardia domandava di cui fossero, si
trasse avanti e ridendo disse: “Messer, le cose son mie e
non le vendo; ma s'elle vi piacciono, io le vi donerò
volentieri.”</p>
<p>Sicurano, vedendol ridere, suspicò non costui in alcuno
atto l'avesse raffigurato; ma pur, fermo viso faccendo,
disse: “Tu ridi forse perché vedi me uom d'arme andar
domandando di queste cose feminili.”</p>
<p>Disse Ambruogiuolo: “Messere, io non rido di ciò, ma rido
del modo nel quale io le guadagnai.”</p>
<p>A cui Sicuran disse: “Deh, se Idio ti dea buona ventura,
se egli non è disdicevole diccelo come tu le guadagnasti.”</p>
<p>“Messere, “ disse Ambruogiuolo “queste mi donò con alcuna
altra cosa una gentil donna di Genova chiamata madonna
Zinevra, moglie di Bernabò Lomellin, una notte che io
giacqui con lei, e pregommi che per suo amore io le tenessi.
Ora risi io, per ciò che egli mi ricordò della sciocchezza
di Bernabò, il quale fu di tanta follia, che mise
cinquemilia fiorin d'oro contro a mille che io la sua donna
non recherei a' miei piaceri: il che io feci e vinsi il
pegno; e egli, che più tosto sé della sua bestialità punir
dovea che lei d'aver fatto quello che tutte le femine fanno,
da Parigi a Genova tornandosene, per quello che io abbia poi
sentito, la fece uccidere.”</p>
<p>Sicurano, udendo questo, prestamente comprese qual si fosse
la cagione dell'ira di Bernabò verso lei e manifestamente
conobbe costui di tutto il suo male esser cagione; e seco
pensò di non lasciargliene portare impunità. Mostrò adunque
Sicurano d'aver molto cara questa novella, e artatamente
prese con costui una stretta dimestichezza, tanto che per
gli suoi conforti Ambruogiuolo, finita la fiera, con essolui
e con ogni sua cosa se n'andò in Alessandria, dove Sicurano
gli fece fare un fondaco e misegli in mano de' suoi denari
assai: per che egli, util grande veggendosi, vi dimorava
volentieri. Sicurano, sollecito a voler della sua innocenzia
far chiaro Bernabò, mai non riposò infino a tanto che con
opera d'alcuni gran mercatanti genovesi che in Alessandria
erano, nuove cagioni trovando, non l'ebbe fatto venire: il
quale, in assai povero stato essendo, alcun suo amico
tacitamente fece ricevere, infino che tempo gli paresse a
quel fare che di fare intendea.</p>
<p>Aveva già Sicurano fatta raccontare a Ambruogiuolo la
novella davanti al soldano e fattone al soldano prender
piacere; ma poi che vide quivi Bernabò, pensando che alla
bisogna non era da dare indugio, preso tempo convenevole,
dal soldano impetrò che davanti venir si facesse
Ambruogiuolo e Bernabò, e in presenzia di Bernabò, se
agevolmente fare non si potesse, con severità da
Ambruogiuolo si traesse il vero come stato fosse quello di
che egli della moglie di Bernabò si vantava. Per la qual
cosa, Ambruogiuolo e Bernalbò venuti, il soldano in
presenzia di molti con rigido viso a Ambruogiuol comandò che
il vero dicesse come a Bernabò vinti avesse cinquemilia
fiorin d'oro: e quivi era presente Sicurano, in cui
Ambruogiuolo più avea di fidanza, il quale con viso troppo
più turbato gli minacciava gravissimi tormenti se nol
dicesse. Per che Ambruogiuolo, da una parte e d'altra
spaventato, e ancora alquanto costretto, in presenzia di
Bernabò e di molti altri, niuna pena più aspettandone che la
restituzione di fiorini cinquemilia d'oro e delle cose,
chiaramente, come stato era il fatto, narrò ogni cosa.</p>
<p>E avendo Ambruogiuol detto, Sicurano, quasi essecutore del
soldano, in quello rivolto a Bernabò disse: “E tu che
facesti per questa bugia alla tua donna?”</p>
<p>A cui Bernabò rispose: “Io, vinto dall'ira della perdita
de' miei denari e dall'onta della vergogna che mi parea
avere ricevuta dalla mia donna, la feci a un mio famigliare
uccidere; e, secondo che egli mi rapportò, ella fu
prestamente divorata da molti lupi.”</p>
<p>Queste cose così nella presenzia del soldan dette e da lui
tutte udite e intese, non sappiendo egli ancora a che
Sicurano, che questo ordinato avea e domandato, volesse
riuscire, gli disse Sicurano: “Signor mio, assai
chiaramente potete conoscere quanto quella buona donna
gloriar si possa d'amante e di marito: ché l'amante a un'ora
lei priva d'onor con bugie guastando la fama sua e diserta
il marito di lei; e il marito, più credulo alle altrui
falsità che alla verità da lui per lunga esperienza potuta
conoscere, la fa uccidere e mangiare a' lupi; e oltre a
questo, è tanto il bene e l'amore che l'amico e il marito le
porta, che, con lei lungamente dimorati, niun la conosce. Ma
per ciò che voi ottimamente conoscete quello che ciascun di
costoro ha meritato, ove voi mi vogliate di spezial grazia
fare di punire lo 'ngannatore e perdonare allo 'ngannato, io
la farò qui in vostra e in lor presenza venire.”</p>
<p>Il soldano, disposto in questa cosa di volere in tutto
compiacere a Sicurano, disse che gli piacea e che facesse la
donna venire. Maravigliavasi forte Bernabò, il quale lei per
fermo morta credea; e Ambruogiuolo, già del suo male
indovino, di peggio avea paura che di pagar denari, né sapea
che si sperare o che più temere, perché quivi la donna
venisse, ma più con maraviglia la sua venuta aspettava.</p>
<p>Fatta adunque la concession dal soldano a Sicurano, esso,
piagnendo e inginocchion dinanzi al soldano gittatosi, quasi
a un'ora la maschil voce e il più non volere maschio parere
si partì, e disse: “Signor mio, io sono la misera
sventurata Zinevra, sei anni andata tapinando in forma d'uom
per lo mondo, da questo traditor d'Ambruogiuolo falsamente e
reamente vituperata, e da questo crudele e iniquo uomo data
a uccidere a un suo fante e a mangiare a' lupi.” E
stracciando i panni dinanzi e mostrando il petto, sé esser
femina e al soldano e a ciascuno altro fece palese,
rivolgendosi poi a Ambruogiuolo ingiuriosamente domandandolo
quando mai, secondo che egli avanti si vantava, con lei
giaciuto fosse; il quale, già riconoscendola e per vergogna
quasi mutolo divenuto, niente dicea.</p>
<p>Il soldano, il quale sempre per uomo avuta l'avea, questo
vedendo e udendo venne in tanta maraviglia, che più volte
quello che egli vedeva e udiva credette più tosto esser
sogno che vero. Ma pur, poi che la maraviglia cessò, la
verità conoscendo, con somma laude la vita e la constanzia e
i costumi e la virtù della Ginevra, infino allora stata
Sicuran chiamata, commendò. E fattile venire onorevolissimi
vestimenti feminili e donne che compagnia le tenessero,
secondo la dimanda fatta da lei a Bernabò perdonò la
meritata morte. Il quale, riconosciutala, a' piedi di lei si
gittò piagnendo e domandò perdonanza, la quale ella,
quantunque egli mal degno ne fosse, benignamente gli diede,
e in piede il fece levare teneramente sì come suo marito
abbracciandolo.</p>
<p>Il soldano appresso comandò che incontanente Ambruogiuolo
in alcuno alto luogo nella città fosse al sole legato a un
palo e unto di mele, né quindi mai, infino a tanto che per
se medesimo non cadesse, levato fosse; e così fu fatto.
Appresso questo comandò che ciò che d'Ambruogiuolo stato era
fosse alla donna donato, che non era sì poco che oltre a
diecemilia dobbre non valesse: e egli, fatta apprestare una
bellissima festa, in quella Bernabò come marito di madonna
Zinevra e madonna Zinevra sì come valorosissima donna onorò,
e donolle che in gioie e che in vasellamenti d'oro e
d'ariento e che in denari, quello che valse meglio d'altre
diecemilia dobbre. E fatto loro apprestare un legno, poi che
fatta fu la festa, gli licenziò di potersi tornare a Genova
al lor piacere: dove ricchissimi e con grande allegrezza
tornarono, e con sommo onore ricevuti furono, e spezialmente
madonna Zinevra, la quale da tutti si credeva che morta
fosse; e sempre di gran virtù e da molto, mentre visse, fu
reputata.</p>
<p>Ambruogiuolo il dì medesimo che legato fu al palo e unto di
mele, con sua grandissima angoscia dalle mosche e dalle
vespe e da' tafani, de' quali quel paese è copioso molto, fu
non solamente ucciso ma infino all'ossa divorato: le quali
bianche rimase e a' nervi appiccate, poi lungo tempo, senza
esser mosse, della sua malvagità fecero a chiunque le vide
testimonianza. E così rimase lo 'ngannatore a piè dello
'ngannato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Paganino da Monaco ruba la moglie a messer Ricciardo di
Chinzica; il quale, sappiendo dove ella è, va, e diventa
amico di Paganino; raddomandagliele, e egli, dove ella
voglia, gliele concede; ella non vuol con lui tornare e,
morto messer Ricciardo, moglie di Paganin diviene.</emph></p></argument>
<p>Ciascuno della onesta brigata sommamente commendò per bella
la novella dalla loro reina contata, e massimamente Dioneo,
al qual solo per la presente giornata restava il novellare.
Il quale, dopo molte commendazioni di quella fatte, disse:</p>
<p>–Belle donne, una parte della novella della reina m'ha
fatto mutar consiglio di dirne una, che all'animo m'era, a
doverne un'altra dire: e questa è la bestialità di Bernabò,
come che bene ne gli avvenisse, e di tutti gli altri che
quello si danno a credere che esso di creder mostrava: cioè
che essi, andando per lo mondo e con questa e con quella ora
una volta ora un'altra sollazzandosi, s'immaginan che le
donne a casa rimase si tengan le mani a cintola, quasi noi
non conosciamo, che tra esse nasciamo e cresciamo e stiamo,
di che elle sien vaghe. La qual dicendo, a un'ora vi
mostrerò chente sia la sciocchezza di questi cotali, e
quanto ancora sia maggior quella di coloro li quali, sé più
che la natura possenti estimando, si credon quello con
dimostrazioni favolose potere che essi non possono, e
sforzansi d'altrui recare a quello che essi sono, non
patendolo la natura di chi è tirato.</p>
<p>Fu adunque in Pisa un giudice, più che di corporal forza
dotato d'ingegno, il cui nome fu messer Riccardo di
Chinzica; il quale, forse credendosi con quelle medesime
opere sodisfare alla moglie che egli faceva agli studii,
essendo molto ricco, con non piccola sollecitudine cercò
d'avere e bella e giovane donna per moglie, dove e l'uno e
l'altro, se così avesse saputo consigliar sé come altrui
faceva, doveva fuggire. E quello gli venne fatto, per ciò
che messer Lotto Gualandi per moglie gli diede una sua
figliuola il cui nome era Bartolomea, una delle più belle e
delle più vaghe giovani di Pisa, come che poche ve n'abbiano
che lucertole verminare non paiano. La quale il giudice
menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze
belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta
per consumare il matrimonio a toccarla e di poco fallò che
egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì
come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne
che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri
argomenti nel mondo si ritornasse.</p>
<p>Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue
forze che stato non era avanti, incominciò a insegnare a
costei un calendaro buono da fanciulli che stanno a leggere
e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che, secondo che
egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa ma
molte non ne fossero, a reverenza delle quali per diverse
cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi abstenere da così
fatti congiugnimenti, sopra questi aggiugnendo digiuni e
quatro tempora e vigilie d'apostoli e di mille altri santi e
venerdì e sabati e la domenica del Signore e la quaresima
tutta, e certi punti della luna e altre eccezion molte,
avvisandosi forse che così feria far si convenisse con le
donne nel letto, come egli faceva talvolta piatendo alle
civili. E questa maniera, non senza grave malinconia della
donna, a cui forse una volta ne toccava il mese e appena,
lungamente tenne, sempre guardandola bene, non forse alcuno
altro le 'nsegnasse conoscere li dì da lavorare, come egli
l'aveva insegnate le feste.</p>
<p>Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo
venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto
bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere
dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna.
E quivi standosi, per darle alcuna consolazione fece un
giorno pescare, e sopra due barchette, egli in su una co'
pescatori e ella in su un'altra con altre donne, andarono a
vedere; e tirandogli il diletto parecchi miglia quasi senza
accorgersene n'andarono infra mare. E mentre che essi più
attenti stavano a riguardare, subito una galeotta di Paganin
da Mare, allora molto famoso corsale, sopravenne e, vedute
le barche, si dirizzò a loro; le quali non poteron sì tosto
fuggire, che Paganin non giugnesse quella ove eran le donne:
nella quale veggendo la bella donna, senza altro volerne,
quella, veggente messer Riccardo che già era in terra, sopra
la sua galeotta posta andò via. La qual cosa veggendo messer
lo giudice, il quale era sì geloso che temeva dell'aere
stesso, se esso fu dolente non è da dimandare. Egli senza
pro, e in Pisa e altrove, si dolfe della malvagità de'
corsari, senza sapere chi la moglie tolta gli avesse o dove
portatala.</p>
<p>A Paganino, veggendola così bella, parve star bene; e non
avendo moglie, si pensò di sempre tenersi costei, e lei che
forte piagnea cominciò dolcemente a confortare. E venuta la
notte, essendo a lui il calendaro caduto da cintola e ogni
festa o feria uscita di mente, la cominciò a confortar co'
fatti, parendogli che poco fossero il dì giovate le parole;
e per sì fatta maniera la racconsolò, che, prima che a
Monaco giugnessero, e il giudice e le sue leggi le furono
uscite di mente, e cominciò a viver più lietamente del mondo
con Paganino; il quale, a Monaco menatala, oltre alle
consolazioni che di dì e di notte le dava, onoratamente come
sua moglie la tenea.</p>
<p>Poi a certo tempo pervenuto agli orecchi di messer Riccardo
dove la sua donna fosse, con ardentissimo disidero,
avvisandosi niuno interamente saper far ciò che a ciò
bisognava, esso stesso dispose d'andar per lei, disposto a
spendere per lo riscatto di lei ogni quantità di denari: e,
messosi in mare, se n'andò a Monaco e quivi la vide e ella
lui, la quale poi la sera a Paganino il disse e lui della
sua intenzione informò. La seguente mattina messer Riccardo,
veggendo Paganino, con lui s'accontò e fece in poca d'ora
una gran dimestichezza e amistà, infignendosi Paganino di
conoscerlo e aspettando a che riuscir volesse; per che,
quando tempo parve a messer Riccardo, come meglio seppe e il
più piacevolmente la cagione per la quale venuto era gli
discoperse, pregandolo che quello che gli piacesse prendesse
e la donna gli rendesse.</p>
<p>Al quale Paganino con lieto viso rispose: “Messer, voi
siate il ben venuto, e rispondendo in brieve vi dico così:
egli è vero che io ho una giovane in casa, la quale non so
se vostra moglie o d'altrui si sia, per ciò che voi io non
conosco né lei altressì se non in tanto quanto o ella è meco
alcun tempo dimorata. Se voi siete suo marito, come voi
dite, io, per ciò che piacevol gentile uom mi parete, vi
menerò da lei, e son certo che ella vi conoscerà bene. Se
essa dice che così sia come voi dite e vogliasene con voi
venire, per amor della vostra piacevolezza quello che voi
medesimo vorrete per riscatto di lei mi darete; ove così non
fosse, voi fareste villania a volerlami torre, per ciò che
io son giovane uomo e posso così come un altro tenere una
femina, e spezialmente lei che è la più piacevole che io
vidi mai.”</p>
<p>Disse allora messer Riccardo: “Per certo ella è mia
moglie, e se tu mi meni dove ella sia, tu il vederai tosto:
ella mi si gitterà incontanente al collo; e per ciò non
domando che altramente sia se non come tu medesimo hai
divisato.”</p>
<p>“Adunque” disse Paganino “andiamo.”</p>
<p>Andatisene adunque nella casa di Paganino e stando in una
sua sala, Paganino la fece chiamare; e ella vestita e
acconcia uscì d'una camera e quivi venne dove messer
Riccardo con Paganino era, né altramente fece motto a messer
Riccardo che fatto s'avrebbe a un altro forestiere che con
Paganino in casa sua venuto fosse. Il che vedendo il
giudice, che aspettava di dovere essere con grandissima
festa ricevuto da lei, si maravigliò forte e seco stesso
cominciò a dire: “Forse che la malinconia e il lungo dolore
che io ho avuto poscia che io la perdei m'ha sì
trasfigurato, che ella non mi riconosce.”</p>
<p>Per che egli disse: “Donna, caro mi costa il menarti a
pescare, per ciò che simil dolore non si sentì mai a quello
che io ho poscia portato che io ti perdei, e tu non par che
mi riconoschi, sì salvaticamente motto mi fai. Non vedi tu
che io sono il tu messer Riccardo, venuto qui per pagare ciò
che volesse questo gentile uomo in casa cui noi siamo, per
riaverti e per menartene? e egli, la sua mercé, per ciò che
io voglio mi ti rende.”</p>
<p>La donna rivolta a lui, un cotal pocolin sorridendo, disse:
“Messere, dite voi a me? Guardate che voi non m'abbiate
colta in iscambio, ché, quanto è io, non mi ricordo che io
vi vedessi giammai.”</p>
<p>Disse messer Riccardo: “Guarda ciò che tu di', guatami
bene: se tu ti vorrai ben ricordare, tu vedrai bene che io
sono il tuo Riccardo di Chinzica.”</p>
<p>La donna disse: “Messere, voi mi perdonerete: forse non è
egli così onesta cosa a me, come voi v'immaginate, il molto
guardarvi, ma io v'ho nondimeno tanto guardato, che io
conosco che io mai più non vi vidi.”</p>
<p>Imaginossi messer Riccardo che ella questo facesse per tema
di Paganino, di non volere in sua presenza confessar di
conoscerlo: per che dopo alquanto chiese di grazia a
Paganino che in camera solo con essolei le potesse parlare.
Paganin disse che gli piacea, sì veramente che egli non la
dovesse contra suo piacere basciare; e alla donna comandò
che con lui in camera andasse e udisse ciò che egli volesse
dire e come le piacesse gli rispondesse.</p>
<p>Andatisene adunque in camera la donna e messer Riccardo
soli, come a sedere si furon posti, incominciò messer
Riccardo a dire: “Deh, cuore del corpo mio, anima mia
dolce, speranza mia, or non riconosci tu Riccardo tuo che
t'ama più che se medesimo? come può questo esser? son io
così trasfigurato? deh, occhio mio bello, guatami pure un
poco.”</p>
<p>La donna incominciò a ridere e senza lasciarlo dir più
disse: “Ben sapete che io non sono sì smimorata, che io non
conosca che voi siete messer Riccardo di Chinzica mio
marito; ma voi, mentre che io fui con voi, mostraste assai
male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o
sete, come volete esser tenuto, dovavate bene avere tanto
conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e
fresca e gagliarda, e per conseguente cognoscere quello che
alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiare, benché
elle per vergogna nol dicano, si richiede: il che come voi
il faciavate, voi il vi sapete. E se egli v'era più a grado
lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate
pigliarla; benché a me non parve mai che voi giudice foste,
anzi mi paravate un banditor di sagre e di feste, sì ben le
sapavate, e le digiune e le vigilie. E dicovi che se voi
aveste tante feste fatte fare a' lavoratori che le vostre
possession lavorano, quante faciavate fare a colui che il
mio piccol campicello aveva a lavorare voi non avreste mai
ricolto granel di grano. Sommi abbattuta a costui, che ha
voluto Idio sì come pietoso raguardatore della mia
giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella
quale non si sa che cosa festa sia, dico di quelle feste che
voi, più divoto a Dio che a' servigi delle donne, cotante
celebravate; né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né
venerdì né vigilia né quatro tempora né quaresima, ch'è così
lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la
lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il
fatto andò da una volta in sù. E però con lui intendo di
starmi e di lavorare mentre sarò giovane, e le feste e le
perdonanze e' digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e
voi con la buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi
potete, e senza me fate feste quante vi piace.”</p>
<p>Messer Riccardo, udendo queste parole, sosteneva dolore
incomportabile, e disse, poi che lei tacer vide: “Deh,
anima mia dolce, che parole son quelle che tu di'? or non
hai tu riguardo all'onore de' parenti tuoi e al tuo? vuoi tu
innanzi star qui per bagascia di costui e in peccato
mortale, che a Pisa mia moglie? Costui, quando tu gli sarai
rincresciuta, con gran vitupero di te medesima ti caccerà
via: io t'avrò sempre cara e sempre, ancora che io non
volessi, sarai donna della casa mia. Dei tu per questo
appetito disordinato e disonesto lasciar l'onor tuo e me,
che t'amo più che la vita mia? Deh, speranza mia cara, non
dir più così, voglitene venir con meco: io da quinci
innanzi, poscia che io conosco il tuo disidero, mi sforzerò;
e però, ben mio dolce, muta consiglio e vientene meco, ché
mai ben non sentii poscia che tu tolta mi fosti.”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Del mio onore non intendo io che
persona, ora che non si può, sia più di me tenera: fosserne
stati i parenti miei quando mi diedero a voi! Li quali se
non furono allora del mio, io non intendo d'essere al
presente del loro; e se io ora sto in peccato mortaio, io
starò quando che sia in imbeccato pestello: non ne siate più
tenero di me. E dicovi così, che qui mi pare esser moglie di
Paganino e a Pisa mi pareva esser vostra bagascia, pensando
che per punti di luna e per isquadri di geometria si
convenieno tra voi e me congiugnere i pianeti, dove qui
Paganino tutta la notte mi tiene in braccio e strignemi e
mordemi, e come egli mi conci Dio vel dica per me. Anche
dite voi che vi sforzerete: e di che? di farla in tre pace e
rizzare a mazzata? Io so che voi siete divenuto un pro'
cavaliere poscia che io non vi vidi! Andate, e sforzatevi di
vivere, ché mi pare anzi che no che voi ci stiate a pigione,
sì tisicuzzo e tristanzuol mi parete. E ancor vi dico più:
che quando costui mi lascerà, che non mi pare a ciò disposto
dove io voglia stare, io non intendo per ciò di mai tornare
a voi, di cui, tutto premendovi, non si farebbe uno
scodellino di salsa, per ciò che con mio grandissimo danno e
interesse vi stetti una volta: per che in altra parte
cercherei mia civanza. Di che da capo vi dico che qui non ha
festa né vigilia, laonde io intendo di starmi; e per ciò,
come più tosto potete, v'andate con Dio, se non che io
griderò che voi mi vogliate sforzare.”</p>
<p>Messer Riccardo, veggendosi a mal partito e pure allora
conoscendo la sua follia d'aver moglie giovane tolta essendo
spossato, dolente e tristo s'uscì della camera e disse
parole assai a Paganino le quali non montavano un frullo. E
ultimamente, senza alcuna cosa aver fatta, lasciata la
donna, a Pisa si ritornò; e in tanta mattezza per dolor
cadde, che andando per Pisa, a chiunque il salutava o
d'alcuna cosa il domandava, niuna altra cosa rispondeva, se
non: “Il mal furo non vuol festa”; e dopo non molto tempo
si morì.</p>
<p>Il che Paganin sentendo e conoscendo l'amore che la donna
gli portava, per sua legittima moglie la sposò, e senza mai
guardar festa o vigilia o far quaresima, quanto le gambe ne
gli poteron portare lavorarono e buon tempo si diedono. Per
la qual cosa, donne mie care, mi pare che ser Bernabò
disputando con Ambruogiuolo cavalcasse la capra inverso il
chino.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Questa novella diè tanto che ridere a tutta la compagnia,
che niuna ve n'era a cui non dolessero le mascelle: e di
pari consentimento tutte le donne dissero che Dioneo diceva
vero e che Bernabò era stato una bestia. Ma poi che la
novella fu finita e le risa ristate, avendo la reina
riguardato che l'ora era omai tarda e che tutti avean
novellato e la fine della sua signoria era venuta, secondo
il cominciato ordine, trattasi la ghirlanda di capo, sopra
la testa la pose di Neifile con lieto viso dicendo:–Omai,
cara compagna, di questo piccol popolo il governo sia tuo–:
e a seder si ripose.</p>
<p>Neifile del ricevuto onore un poco arrossò, e tal nel viso
divenne qual fresca rosa d'aprile o di maggio in su lo
schiarir del giorno si mostra, con gli occhi vaghi e
sintillanti non altramenti che matutina stella, un poco
bassi. Ma poi che l'onesto romor de' circunstanti, nel quale
il favor loro verso la reina lietamente mostravano, si fu
riposato e ella ebbe ripreso l'animo, alquanto più alta che
usata non era sedendo, disse:–Poi che così è che io vostra
reina sono, non dilungandomi dalla maniera tenuta per quelle
che davanti a me sono state, il cui reggimento voi ubidendo
commendato avete, il parer mio in poche parole vi farò
manifesto, il quale se dal vostro consiglio sarà commendato,
quel seguiremo. Come voi sapete, domane è venerdì e il
seguente dì sabato, giorni, per le vivande le quali s'usano
in quegli, alquanto tediosi alle più genti; senza che
venerdì, avendo riguardo che in esso Colui che per la nostra
vita morì sostenne passione, è degno di reverenza, per che
giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, più
tosto a orazioni che a novelle vacassimo. E il sabato
appresso usanza è delle donne di lavarsi la testa, di tor
via ogni polvere, ogni sucidume che per la fatica di tutta
la passata settimana sopravenuta fosse; e soglion similmente
assai, a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio,
digiunare, e da indi in avanti per onor della sopravegnente
domenica da ciascuna opera riposarsi: per che, non potendo
così appieno in quel dì l'ordine da noi preso nel vivere
seguitare, similmente stimo sia ben fatto quel dì delle
novelle ci posiamo. Appresso, per ciò che noi qui quatro dì
dimorate saremo, se noi vogliam tor via che gente nuova non
ci sopravenga, reputo oportuno di mutarci di qui e andarne
altrove; e il dove io ho già pensato e proveduto. Quivi
quando noi saremo domenica appresso dormire adunati, avendo
noi oggi avuto assai largo spazio da discorrere ragionando,
sì perché più tempo da pensare avrete e sì perché sarà
ancora più bello che un poco si ristringa del novellare la
licenzia e che sopra uno de' molti fatti della fortuna si
dica, e ho pensato che questo sarà: di chi alcuna cosa molto
disiderata con industria acquistasse o la perduta
recuperasse. Sopra che ciascun pensi di dire alcuna cosa che
alla brigata esser possa utile o almeno dilettevole, salvo
sempre il privilegio di Dioneo.–</p>
<p>Ciascuno commendò il parlare e il diviso della reina, e
così statuiron che fosse. La quale, appresso questo, fattosi
chiamare il suo siniscalco, dove metter dovesse la sera le
tavole e quello appresso che far dovesse in tutto il tempo
della sua signoria pienamente gli divisò; e così fatto, in
piè dirizzata con la sua brigata, a far quello che più
piacesse a ciascuno gli licenziò.</p>
<p>Presero adunque le donne e gli uomini inverso un
giardinetto la via e quivi, poi che alquanto diportati si
furono, l'ora della cena venuta, con festa e con piacer
cenarono; e da quella levati, come alla reina piacque,
menando Emilia la carola, la seguente canzone da Pampinea,
rispondendo l'altre, fu cantata:
</p>
<lg type="canzone">
<lg>
<l>Qual donna canterà, s'io non canto io,</l>
<l>che son contenta d'ogni mio disio?</l></lg>
<lg>
<l>Vien dunque, Amor, cagion d'ogni mio bene,</l>
<l>d'ogni speranza e d'ogni lieto effetto;</l>
<l>cantiamo insieme un poco,</l>
<l>non de' sospir né delle amare pene</l>
<l>ch'or più dolce mi fanno il tuo diletto,</l>
<l>ma sol del chiaro foco,</l>
<l>nel quale ardendo in festa vivo e 'n gioco,</l>
<l>te adorando come un mio idio.</l></lg>
<lg>
<l>Tu mi ponesti innanzi agli occhi, Amore,</l>
<l>il primo dì ch'io nel tuo foco entrai,</l>
<l>un giovinetto tale,</l>
<l>che di biltà, d'ardir né di valore</l>
<l>non se ne troverebbe un maggior mai,</l>
<l>né pure a lui equale:</l>
<l>di lui m'accesi tanto, che aguale</l>
<l>lieta ne canto teco, signor mio.</l></lg>
<lg>
<l>E quel che 'n questo m'è sommo piacere</l>
<l>è ch'io gli piaccio quanto egli a me piace,</l>
<l>Amor, la tua merzede;</l>
<l>per che in questo mondo il mio volere</l>
<l>posseggo, e spero nell'altro aver pace</l>
<l>per quella intera fede</l>
<l>che io gli porto. Idio, che questo vede,</l>
<l>del regno suo ancor ne sarà pio.</l></lg>
</lg>
<p>Appresso questa, più altre se ne cantarono e più danze si
fecero e sonarono diversi suoni; ma estimando la reina tempo
essere di doversi andare a posare, co' torchi avanti
ciascuno alla sua camera se n'andò. E li due dì seguenti a
quelle cose vacando che prima la reina avea ragionate, con
disiderio aspettarono la domenica.
</p></div2></div1>
<div1 n="Terza giornata">
<argument><p>FINISCE LA SECONDA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA TERZA, NELLA QUALE SI RAGIONA, SOTTO IL REGGIMENTO DI NEIFILE, DI CHI ALCUNA COSA MOLTO DA LUI DISIDERATA CON INDUSTRIA ACQUISTASSE O LA PERDUTA RICOVERASSE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>L'aurora già di vermiglia cominciava, appressandosi il
sole, a divenir rancia, quando la domenica, la reina levata
e fatta tutta la sua compagnia levare e avendo già il
siniscalco gran pezzo davanti mandato al luogo dove andar
doveano assai delle cose oportune e chi quivi preparasse
quello che bisognava, veggendo già la reina in cammino,
prestamente fatta ogni altra cosa caricare, quasi quindi il
campo levato, con la salmeria n'andò e con la famiglia
rimasa appresso delle donne e de' signori.</p>
<p>La reina adunque con lento passo, accompagnata e seguita
dalle sue donne e dai tre giovani, alla guida del canto di
forse venti usignuoli e altri uccelli, per una vietta non
troppo usata ma piena di verdi erbette e di fiori, li quali
per lo sopravegnente sole tutti s'incominciavano a aprire,
prese il cammino verso l'occidente, e cianciando e
motteggiando e ridendo con la sua brigata, senza essere
andata oltre a dumilia passi, assai avanti che mezza terza
fosse a un bellissimo e ricco palagio, il quale alquanto
rilevato dal piano sopra un poggetto era posto, gli ebbe
condotti. Nel quale entrati e per tutto andati, e avendo le
gran sale, le pulite e ornate camere compiutamente ripiene
di ciò che a camera s'appartiene, sommamente il commendarono
e magnifico reputarono il signor di quello. Poi, abbasso
discesi e veduta l'ampissima e lieta corte di quello, le
volte piene d'ottimi vini e la freddissima acqua e in gran
copia che quivi surgea, più ancora il lodarono. Quindi,
quasi di riposo vaghi, sopra una loggia che la corte tutta
signoreggiava, essendo ogni cosa piena di quei fiori che
concedeva il tempo e di frondi, postesi a sedere, venne il
discreto siniscalco e loro con preziosissimi confetti e
ottimi vini ricevette e riconfortò.</p>
<p>Appresso la qual cosa, fattosi aprire un giardino che di
costa era al palagio, in quello, che tutto era da torno
murato, se n'entrarono; e parendo loro nella prima entrata
di maravigliosa bellezza tutto insieme, più attentamente le
parti di quello cominciarono a riguardare. Esso avea
dintorno da sé e per lo mezzo in assai parti vie ampissime,
tutte diritte come strale e coperte di pergolati di viti, le
quali facevano gran vista di dovere quello anno assai uve
fare, e tutte allora fiorite sì grande odore per lo giardin
rendevano, che, mescolato insieme con quello di molte altre
cose che per lo giardino olivano, pareva loro essere tra
tutta la spezieria che mai nacque in Oriente. Le latora
delle quali vie tutte di rosa' bianchi e vermigli e di
gelsomini erano quasi chiuse: per le quali cose, non che la
mattina, ma qualora il sole era più alto, sotto odorifera e
dilettevole ombra, senza esser tocco da quello, vi si poteva
per tutto andare. Quante e quali e come ordinate poste
fossero le piante che erano in quel luogo, lungo sarebbe a
raccontare; ma niuna n'è laudevole la quale il nostro aere
patisca, di che quivi non sia abondevolemente. Nel mezzo del
quale, quello che è non meno commendabile che altra cosa che
vi fosse ma molto più, era un prato di minutissima erba e
verde tanto, che quasi nera parea, dipinto tutto forse di
mille varietà di fiori, chiuso dintorno di verdissimi e vivi
aranci e di cedri, li quali, avendo i vecchi frutti e' nuovi
e i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi
ma ancora all'odorato facevan piacere. Nel mezzo del qual
prato era una fonte di marmo bianchissimo e con maravigliosi
intagli: iv'entro, non so se da natural vena o da
artificiosa, per una figura, la quale sopra una colonna che
nel mezzo di quella diritta era, gittava tanta acqua e sì
alta verso il cielo, che poi non senza dilettevol suono
nella fonte chiarissima ricadea, che di meno avria macinato
un mulino. La qual poi, quella dico che soprabondava al
pieno della fonte, per occulta via del pratello usciva e,
per canaletti assai belli e artificiosamente fatti fuor di
quello divenuta palese, tutto lo 'ntorniava; e quindi per
canaletti simili quasi per ogni parte del giardin discorrea,
raccogliendosi ultimamente in una parte dalla quale del bel
giardino avea l'uscita, e quindi verso il pian discendendo
chiarissima, avanti che a quel divenisse, con grandissima
forza e con non piccola utilità del signore due mulina
volgea.</p>
<p>Il veder questo giardino, il suo bello ordine, le piante e
la fontana co' ruscelletti procedenti da quella tanto
piacque a ciascuna donna e a' tre giovani, che tutti
cominciarono a affermare che, se Paradiso si potesse in
terra fare, non sapevano conoscere che altra forma che
quella di quel giardino gli si potesse dare, né pensare,
oltre a questo, qual bellezza gli si potesse agiugnere.
Andando adunque contentissimi dintorno per quello,
faccendosi di varii rami d'albori ghirlande bellissime,
tuttavia udendo forse venti maniere di canti d'uccelli quasi
a pruova l'un dell'altro cantare, s'accorsero d'una
dilettevol bellezza della quale, dall'altre soprapresi, non
s'erano ancora accorti: ché essi videro il giardin pieno
forse di cento varietà di belli animali, e l'uno all'altro
mostrandolo, d'una parte uscir conigli, d'altra parte correr
lepri, e dove giacer cavriuoli e in alcuna cerbiatti giovani
andar pascendo e, oltre a questi, altre più maniere di non
nocivi animali, ciascuno a suo diletto, quasi dimestichi
andarsi a sollazzo: le quali cose, oltre agli altri piaceri,
un vie maggior piacere aggiunsero.</p>
<p>Ma poi che assai, or questa cosa or quella veggendo, andati
furono, fatto dintorno alla bella fonte metter le tavole e
quivi prima sei canzonette cantate e alquanti balli fatti,
come alla reina piacque, andarono a mangiare: e con
grandissimo e bello e riposato ordine serviti e di buone e
dilicate vivande, divenuti più lieti sù si levarono, e a'
suoni e a' canti e a' balli da capo si dierono infino che
alla reina, per lo caldo sopravegnente, parve ora che, a cui
piacesse, s'andasse a dormire. De' quali chi v'andò e chi,
vinto dalla bellezza del luogo, andar non vi volle, ma quivi
dimoratisi, chi a legger romanzi, chi a giucare a scacchi e
chi a tavole, mentre gli altri dormiron, si diede.</p>
<p>Ma poi che, passato la nona, levato si fu, e il viso con la
fresca acqua rinfrescato s'ebbero, nel prato, sì come alla
reina piacque, vicini alla fontana venutine e in quello
secondo il modo usato postisi a sedere, a aspettar
cominciarono di dover novellare sopra la materia dalla reina
proposta. De' quali il primo a cui la reina tal carico
impose fu Filostrato, il quale cominciò in questa guisa.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Masetto da Lamporecchio si fa mutolo e diviene ortolano
d'un monistero di donne, le quali tutte concorrono a
giacersi con lui.</emph></p></argument>
<p>–Bellissime donne, assai sono di quegli uomini e di quelle
femine che sì sono stolti, che credono troppo bene che, come
a una giovane è sopra il capo posta la benda bianca e
indosso messole la nera cocolla, che ella più non sia femina
né più senta de' feminili appetiti se non come se di pietra
l'avesse fatta divenire il farla monaca: e se forse alcuna
cosa contra questa lor credenza n'odono, così si turbano
come se contra natura un grandissimo e scelerato male fosse
stato commesso, non pensando né volendo avere rispetto a se
medesimi, li quali la piena licenzia di potere far quello
che vogliono non può saziare, né ancora alle gran forze
dell'ozio e della sollecitudine. E similmente sono ancora di
quegli assai che credono troppo bene che la zappa e la vanga
e le grosse vivande e i disagi tolgano del tutto a'
lavoratori della terra i concupiscibili appetiti e rendon
loro d'intelletto e d'avedimento grossissimi. Ma quanto
tutti coloro che così credono sieno ingannati, mi piace, poi
che la reina comandato me l'ha, non uscendo della proposta
fattaci da lei, di farvene più chiare con una piccola
novelletta.</p>
<p>In queste nostre contrade fu e è ancora un munistero di
donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per
non diminuire in parte alcuna la fama sua) nel quale, non ha
gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una
badessa, e tutte giovani, era un buono omicciuolo d'un loro
bellissimo giardino ortolano: il quale, non contentandosi
del salario, fatta la ragion sua col castaldo delle donne, a
Lamporecchio, là onde egli era, se ne tornò. Quivi tra gli
altri che lietamente il raccolsono fu un giovane lavoratore
forte e robusto e secondo uomo di villa con bella persona,
il cui nome era Masetto; e domandollo dove tanto tempo stato
fosse. Il buono uomo, che Nuto aveva nome, gliele disse; il
qual Masetto domandò di che egli il monistero servisse.</p>
<p>A cui Nuto rispose: “Io lavorava un lor giardino bello e
grande e oltre a questo andava alcuna volta al bosco per le
legne, attigneva acqua e faceva cotali altri servigetti; ma
le donne mi davano sì poco salario, che io non ne poteva
appena pur pagare i calzari. E oltre a questo, elle son
tutte giovani e parmi ch'ell'abbiano il diavolo in corpo,
ché non si può far cosa niuna a lor modo. Anzi, quand'io
lavorava alcuna volta l'orto, l'una diceva: ‘Pon qui
questo’, e l'altra: ‘Pon qui quello’, e l'altra mi toglieva
la zappa di mano e dicea: ‘Questo non sta bene’, e davanmi
tanta seccaggine, che io lasciava stare il lavorio e
uscivami dell'orto: sì che, tra per l'una cosa e per
l'altra, io non vi volli star più e sommene venuto. Anzi mi
pregò il castaldo loro, quando io me ne venni, che, se io
n'avessi alcuno alle mani che fosse da ciò, che io gliele
mandassi, e io gliele promisi: ma tanto il faccia Idio san
delle reni, quanto io o ne procaccerò o ne gli manderò
niuno.”</p>
<p>A Masetto, udendo egli le parole di Nuto, venne nell'animo
un disidero sì grande d'esser con queste monache, che tutto
se ne struggeva, comprendendo per le parole di Nuto che a
lui dovrebbe potere venir fatto di quello che'egli
disiderava; e avvisandosi che fatto non gli verrebbe se a
Nuto ne dicesse niente, gli disse: “Deh, come ben facesti a
venirtene! Che è uno umo a star con femine? Egli sarebbe
meglio star con diavoli: elle non sanno delle sette volte le
sei quello che elle si vogliono elleno stesse.”</p>
<p>Ma poi, partito il lor ragionare, cominciò Masetto a
pensare che via dovesse tenere a dovere potere esser con
loro; e conoscendo che egli sapeva ben fare quegli servigi
che Nuto diceva, non dubitò di perder per quello, ma temette
di non dovervi essere ricevuto per ciò che troppo era
giovane e appariscente. Per che, molte cose divisate seco,
imaginò: “Il luogo è assai lontano di qui e niuno mi vi
conosce; se io so far vista d'esser mutolo, per certo io vi
sarò ricevuto.”</p>
<p>E in questa imaginazion fermatosi, con una sua scure in
collo, senza dire a alcuno dove s'andasse, in guisa d'un
povero uomo se n'andò al monistero: dove pervenuto entrò
dentro e trovò per ventura il castaldo nella corte, al
quale, faccendo suoi atti come i mutoli fanno, mostrò di
domandargli mangiare per l'amor di Dio e che egli, se
bisognasse, gli spezzerebbe delle legne. Il castaldo gli diè
da mangiar volentieri, e appresso questo gli mise innanzi
certi ceppi che Nuto non aveva potuti spezzare, li quali
costui, che fortissimo era, in poca d'ora ebbe tutti
spezzati. Il castaldo, che bisogno avea d'andare al bosco,
il menò seco e quivi gli fece tagliar delle legne: poscia,
messogli l'asino innanzi, con suoi cenni gli fece intendere
che a casa ne le recasse. Costui il fece molto bene, per che
il castaldo a far fare certe bisogne che gli eran luogo più
giorni vel tenne: de' quali avvenne che uno la badessa il
vide e domandò il castaldo chi egli fosse.</p>
<p>Il quale le disse: “Madonna, questi è un povero uomo
mutolo e sordo, il quale un di questi dì ci venne per
limosina, sì che io gli ho fatto bene e hogli fatte fare
assai cose che bisogno c'erano. Se egli sapesse lavorare
l'orto e volesseci rimanere, io mi credo che noi n'avremmo
buon servigio, per ciò che egli ci bisogna, e egli è forte e
potrebbene l'uomo fare ciò che volesse: e oltre a questo non
vi bisognerebbe d'aver pensiero che egli motteggiasse queste
vostre giovani.”</p>
<p>A cui la badessa disse: “In fé di Dio tu di' il vero!
sappi se egli sa lavorare e ingegnati di ritenercelo: dagli
qualche paio di scarpette, qualche cappuccio vecchio, e
lusingalo, fagli vezzi, dagli ben da mangiare.”</p>
<p>Il castaldo disse di farlo. Masetto non era guari lontano,
ma faccendo vista di spazzar la corte tutte queste parole
udiva e seco lieto diceva: “Se voi mi mettete costà entro,
io vi lavorerò sì l'orto, che mai non vi fu così lavorato.”</p>
<p>Ora, avendo il castaldo veduto che egli ottimamente sapeva
lavorare e con cenni domandatolo se egli voleva star quivi e
costui con cenni rispostogli che far volea ciò che egli
volesse, avendolo ricevuto, gl'impose che egli l'orto
lavorasse e mostrogli quello che a fare avesse; poi andò per
altre bisogne del monistero e lui lasciò. Il quale lavorando
l'un dì appresso l'altro, le monache incominciarono a dargli
noia e a metterlo in novelle, come spesse volte avviene che
altri fa de' mutoli, e dicevangli le più scellerate parole
del mondo, non credendo da lui essere intese; e la badessa,
che forse stimava che egli così senza coda come senza
favella fosse, di ciò poco o niente si curava.</p>
<p>Or pure avvenne che, costui un dì avendo lavorato molto e
riposandosi, due giovinette monache, che per lo giardino
andavano, s'appressarono là dove egli era e lui che
sembiante facea di dormire cominciarono a riguardare; per
che l'una, che alquanto era più baldanzosa, disse all'altra:
“Se io credessi che tu mi tenessi credenza, io ti direi un
pensiero che io ho avuto più volte, il quale forse anche a
te potrebbe giovare.”</p>
<p>L'altra rispose: “Dì sicuramente, ché per certo io nol
dirò mai a persona.”</p>
<p>Allora la baldanzosa incominciò: “Io non so se tu t'hai
posto mente come noi siamo tenute strette, né che mai qua
entro uomo alcuno osa entrare se non il castaldo ch'è
vecchio e questo mutolo; e io ho più volte a più donne che a
noi son venute udito dire che tutte l'altre dolcezze del
mondo sono una beffa a rispetto di quella quando la femina
usa con l'uomo. Per che io m'ho più volte messo in animo,
poi che con altrui non posso, di volere con questo mutolo
provare se così è; e egli è il miglior del mondo da ciò
costui, ché, perché egli pur volesse, egli nol potrebbe né
saprebbe ridire: tu vedi che egli è un cotal giovanaccio
sciocco, cresciuto innanzi al senno. Volentieri udirei
quello che a te ne pare.”</p>
<p>“Oimè!” disse l'altra “che è quel che tu di'? non sai tu
che noi abbiamo promessa la verginità nostra a Dio?”</p>
<p>“Oh” disse colei “quante cose gli si promettono tutto il
dì, che non se ne gli attiene niuna! se noi gliele abbiam
promessa, truovisi un'altra o dell'altre che gliele
attengano.”</p>
<p>A cui la compagna disse: “O se noi ingravidassimo, come
andrebbe il fatto?”</p>
<p>Quella allora disse: “Tu cominci a aver pensiero del mal
prima che egli ti venga: quando cotesto avvenisse, allora si
vorrà pensare; egli ci avrà mille modi da fare sì che mai
non si saprà, pur che noi medesime nol diciamo.”</p>
<p>Costei, udendo ciò, avendo già maggior voglia che l'altra
di provare che bestia fosse l'uomo, disse: “Or bene, come
faremo?”</p>
<p>A cui colei rispose: “Tu vedi che egli è in su la nona: io
mi credo che le suore sieno tutte a dormire, se non noi;
guatiamo per l'orto se persona ci è, e s'egli non c'è
persona, che abbian noi a far se non a pigliarlo per mano e
menarlo in questo capannetto, là dove egli fugge l'acqua, e
quivi l'una si stea dentro con lui e l'altra faccia la
guardia? Egli è sì sciocco, che egli s'acconcerà comunque
noi vorremo.”</p>
<p>Masetto udiva tutto questo ragionamento, e disposto a
ubidire niuna cosa aspettava se non l'esser preso dall'una
di loro. Queste, guardato ben per tutto e veggendo che da
niuna parte potevano esser vedute, appressandosi quella, che
mosse avea le parole, a Masetto, lui destò, e egli
incontanente si levò in piè; per che costei con atti
lusinghevoli presolo per la mano, e egli faccendo cotali
risa sciocche, il menò nel capannetto, dove Masetto senza
farsi troppo invitare quel fece che ella volle. La quale, sì
come leale compagna, avuto quel che volea, diede all'altra
luogo, e Masetto, pur mostrandosi semplice, faceva il lor
volere; per che, avanti che quindi si dipartissono, da una
volta in sù ciascuna provar volle come il mutolo sapeva
cavalcare: e poi, seco spesse volte ragionando, dicevano che
bene era così dolce cosa, e più, come udito aveano: e
prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a
trastullare.</p>
<p>Avvenne un giorno che una lor compagna, da una finestretta
della sua cella di questo fatto avvedutasi, a due altre il
mostrò; e prima tennero ragionamento insieme di doverle
accusare alla badessa, poi, mutato consiglio e con loro
accordatesi, partefici divennero del poder di Masetto: alle
quali l'altre tre per diversi accidenti divenner compagne in
varii tempi. Ultimamente la badessa, che ancora di queste
cose non s'accorgea, andando un dì tutta sola per lo
giardino, essendo il caldo grande, trovò Masetto, il quale
di poca fatica il dì per lo troppo cavalcar della notte
aveva assai, tutto disteso all'ombra d'un mandorlo dormirsi;
e avendogli il vento i panni dinanzi levati indietro, tutto
stava scoperto. La qual cosa riguardando la donna, e sola
vedendosi, in quello medesimo appetito cadde che cadute
erano le sue monacelle; e destato Masetto seco nella sua
camera nel menò, dove parecchi giorni, con gran querimonia
dalle monache fatta che l'ortolano non venia a lavorar
l'orto, il tenne, provando e riprovando quella dolcezza la
quale essa prima all'altre solea biasimare.</p>
<p>Ultimamente della sua camera alla stanzia di lui
rimandatolone e molto spesso rivolendolo e oltre a ciò più
che parte volendo da lui, non potendo Masetto sodisfare a
tante, s'avisò che il suo esser mutolo gli potrebbe, se più
stesse, in troppo gran danno resultare; e per ciò una notte,
con la badessa essendo, rotto lo scilinguagnolo cominciò a
dire: “Madonna, io ho inteso che un gallo basta assai bene
a diece galline, ma che diece uomini posson male o con
fatica una femina sodisfare, dove a me ne convien servir
nove; al che per cosa del mondo io non potrei durare, anzi
sono io, per quello che infino a qui ho fatto, a tal venuto
che io non posso fare né poco né molto; e per ciò o voi mi
lasciate andar con Dio o voi a questa cosa trovate modo.”</p>
<p>La donna, udendo costui parlare il quale ella teneva
mutolo, tutta stordì e disse: “Che è questo? Io credeva che
tu fossi mutolo.”</p>
<p>“Madonna, “ disse Masetto “io era ben così ma non per
natura, anzi per una infermità che la favella mi tolse, e
solamente da prima questa notte la mi sento essere
restituita, di che io lodo Idio quant'io posso.”</p>
<p>La donna sel credette e domandollo che volesse dir ciò che
egli a nove aveva a servire. Masetto le disse il fatto; il
che la badessa udendo, s'accorse che monaca non avea che
molto più savia non fosse di lei: per che, come discreta,
senza lasciar Masetto partire, dispose di voler con le sue
monache trovar modo a questi fatti, acciò che da Masetto non
fosse il monistero vituperato. E essendo di quei dì morto il
lor castaldo, di pari consentimento, apertosi tra tutte ciò
che per adietro da tutte era stato fatto, con piacer di
Masetto ordinarono che le genti circunstanti credettero che,
per le loro orazioni e per li meriti del santo in cui
intitolato era il monistero, a Masetto stato lungamente
mutolo la favella fosse restituita; e lui castaldo fecero e
per sì fatta maniera le sue fatiche partirono, che egli le
poté comportare. Nelle quali, come che esso assai monachin
generasse, pur sì discretamente procedette la cosa, che
niente se ne sentì se non dopo la morte della badessa,
essendo già Masetto presso che vecchio e disideroso di
tornarsi ricco a casa sua; la qual cosa, saputa, di leggier
gli fece venir fatto.</p>
<p>Così adunque Masetto vecchio, padre e ricco, senza aver
fatica di nutricare i figliuoli o spesa di quegli, per lo
suo avvedimento avendo saputo la sua giovanezza bene
adoperare, donde con una scure in collo partito s'era se ne
tornò, affermando che così trattava Cristo chi gli poneva le
corna sopra 'l cappello.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Un pallafreniere giace con la moglie d'Agilulf re, di che
Agilulf tacitamente s'accorge; truovalo e tondalo; il
tonduto tutti gli altri tonde, e così scampa della mala
ventura.</emph></p></argument>
<p>Essendo la fine venuta della novella di Filostrato, della
quale erano alcuna volta un poco le donne arrossate e alcuna
altra se n'avean riso, piacque alla reina che Pampinea
novellando seguisse: la quale con ridente viso incominciando
disse:</p>
<p>–Sono alcuni sì poco discreti nel voler pur mostrare di
conoscere e di sentire quello che per loro non fa di sapere,
che alcuna volta per questo, riprendendo i disaveduti
difetti in altrui, si credono la lor vergogna scemare là
dove essi l'acrescono in infinito: e che ciò sia vero nel
suo contrario, mostrandovi l'astuzia d'un forse di minor
valore tenuto che Masetto, nel senno d'un valoroso re, vaghe
donne, intendo che per me vi sia dimostrato.</p>
<p>Agilulf, re de' longobardi, sì come i suoi predecessori, in
Pavia, città di Lombardia, avevan fatto, fermò il solio del
suo regno, avendo presa per moglie Teudelinga, rimasa vedova
d'Auttari, re stato similmente de' longobardi: la quale fu
bellissima donna, savia e onesta molto ma male avventurata
in amadore. E essendo alquanto per la vertù e per lo senno
di questo re Agilulf le cose de' longobardi prospere e in
quiete, adivenne che un pallafreniere della detta reina,
uomo quanto a nazione di vilissima condizione ma per altro
da troppo più che da così vil mestiere, e della persona
bello e grande così come il re fosse, senza misura della
reina s'innamorò. E per ciò che il suo basso stato non gli
avea tolto che egli non conoscesse questo suo amore esser
fuori d'ogni convenienza, sì come savio a niuna persona il
palesava né eziandio a lei con gli occhi ardiva discoprirlo.
E quantunque senza alcuna speranza vivesse di dover mai a
lei piacere, pur seco si gloriava che in alta parte avesse
allogati i suoi pensieri; e, come colui che tutto ardeva in
amoroso fuoco, studiosamente faceva, oltre a ogni altro de'
suoi compagni, ogni cosa la qual credeva che alla reina
dovesse piacere. Per che intervenia che la reina, dovendo
cavalcare, più volentieri il pallafreno da costui guardato
cavalcava che alcuno altro: il che quando avveniva, costui
in grandissima grazia sel reputava e mai dalla staffa non le
si partiva, beato tenendosi qualora pure i panni toccar le
poteva.</p>
<p>Ma come noi veggiamo assai sovente avvenire, quando la
speranza diventa minore tanto l'amor maggior farsi, così in
questo povero pallafreniere avvenia, in tanto che gravissimo
gli era il poter comportare il gran disio così nascoso come
facea, non essendo da alcuna speranza atato; e più volte
seco, da questo amor non potendo disciogliersi, diliberò di
morire. E pensando seco del modo, prese per partito di
volere questa morte per cosa per la quale apparisse lui
morire per l'amore che alla reina aveva portato e portava: e
questa cosa propose di voler che tal fosse, che egli in essa
tentasse la sua fortuna in potere o tutto o parte aver del
suo disidero. Né si fece a voler dir parole alla reina o a
voler per lettere far sentire il suo amore, ché sapeva che
invano o direbbe o scriverebbe, ma a voler provare se per
ingegno con la reina giacer potesse; né altro ingegno né via
c'era se non trovar modo come egli in persona del re, il
quale sapea che del continuo con lei non giacea, potesse a
lei pervenire e nella sua camera entrare. Per che, acciò che
vedesse in che maniera e in che abito il re, quando a lei
andava, andasse, più volte di notte in una gran sala del
palagio del re, la quale in mezzo era tra la camera del re e
quella della reina, si nascose: e intra l'altre una notte
vide il re uscire della sua camera inviluppato in un gran
mantello e aver dall'una mano un torchietto acceso e
dall'altra una bacchetta, e andare alla camera della reina e
senza dire alcuna cosa percuotere una volta o due l'uscio
della camera con quella bacchetta e incontanente essergli
aperto e toltogli di mano il torchietto.</p>
<p>La qual cosa veduta, e similmente vedutolo ritornare, pensò
di così dover fare egli altressì: e trovato modo d'avere un
mantello simile a quello che al re veduto avea e un
torchietto e una mazzuola, e prima in una stufa lavatosi
bene acciò che non forse l'odor del letame la reina noiasse
o la facesse accorgere dello inganno, con queste cose, come
usato era, nella gran sala si nascose. E sentendo che già
per tutto si dormia e tempo parendogli o di dovere al suo
disiderio dare effetto o di far via con alta cagione alla
bramata morte, fatto con la pietra e con l'acciaio che seco
portato avea un poco di fuoco, il suo torchietto accese e
chiuso e avviluppato nel mantello se n'andò all'uscio della
camera e due volte il percosse con la bacchetta. La camera
da una cameriera tutta sonnacchiosa fu aperta e il lume
preso e occultato: laonde egli, senza alcuna cosa dire,
dentro alla cortina trapassato e posato il mantello, se
n'entrò nel letto nel quale la reina dormiva. Egli
disiderosamente in braccio recatalasi, mostrandosi turbato,
per ciò che costume del re esser sapea che quando turbato
era niuna cosa voleva udire, senza dire alcuna cosa o senza
essere a lui detta più volte carnalmente la reina cognobbe.
E come che grave gli paresse il partire, pur temendo non la
troppo stanza gli fosse cagione di volgere l'avuto diletto
in tristizia, si levò e ripreso il suo mantello e il lume,
senza alcuna cosa dire, se n'andò e come più tosto poté si
tornò al letto suo.</p>
<p>Nel quale appena ancora esser potea, quando il re,
levatosi, alla camera andò della reina, di che ella si
maravigliò forte; e essendo egli nel letto entrato e
lietamente salutatala, ella, dalla sua letizia preso ardire,
disse: “O signor mio, questa che novità è stanotte? voi vi
partite pur testé da me e oltre l'usato modo di me avete
preso piacere, e così tosto da capo ritornate? Guardate ciò
che voi fate.”</p>
<p>Il re, udendo queste parole, subitamente presunse la reina
da similitudine di costumi e di persona essere stata
ingannata, ma come savio subitamente pensò, poi vide la
reina accorta non se ne era né alcuno altro, di non
volernela fare accorgere: il che molti sciocchi non avrebbon
fatto ma avrebbon detto: “Io non ci fui io: chi fu colui
che ci fu? come andò? chi ci venne?” Di che molte cose nate
sarebbono, per le quali egli avrebbe a torto contristata la
donna e datale materia di disiderare altra volta quello che
già sentito avea: e quello che tacendo niuna vergogna gli
poteva tornare, parlando s'arebbe vitupero recato.</p>
<p>Risposele adunque il re, più nella mente che nel viso o che
nelle parole turbato: “Donna, non vi sembro io uomo da
poterci altra volta essere stato e ancora appresso questa
tornarci?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Signor mio, sì; ma tuttavia io vi
priego che voi guardiate alla vostra salute.”</p>
<p>Allora il re disse: “E egli mi piace di seguire il vostro
consiglio, e questa volta senza darvi più impaccio me ne vo'
tornare.”</p>
<p>E avendo l'animo già pieno d'ira e di maltalento per quello
che vedeva gli era stato fatto, ripreso il suo mantello,
s'uscì della camera e pensò di voler chetamente trovare chi
questo avesse fatto, imaginando lui della casa dovere essere
e, qualunque si fosse, non esser potuto di quella uscire.
Preso adunque un picciolissimo lume in una lanternetta, se
n'andò in una lunghissima casa che nel suo palagio era sopra
le stalle de' cavalli, nella quale quasi tutta la sua
famiglia in diversi letti dormiva; e estimando che,
qualunque fosse colui che ciò fatto avesse che la donna
diceva, non gli fosse potuto ancora il polso e 'l battimento
del cuore, per lo durato affanno, potuto riposare,
tacitamente, cominciato dall'un de' capi della casa, a tutti
cominciò a andar toccando il petto per sapere se gli
battesse.</p>
<p>Come che ciascuno altro dormisse forte, colui che con la
reina stato era non dormiva ancora; per la qual cosa,
vedendo venire il re e avvisandosi ciò che esso cercando
andava, forte cominciò a temere, tanto che sopra il
battimento della fatica avuta la paura n'agiunse un
maggiore; e avvisossi fermamente che, se il re di ciò
s'avvedesse, senza indugio il facesse morire. E come che
varie cose gli andasser per lo pensiero di doversi fare, pur
vedendo il re senza alcuna arme diliberò di far vista di
dormire e d'attender quello che il far dovesse. Avendone
adunque il re molti cerchi né alcun trovandone il quale
giudicasse essere stato desso, pervenne a costui e
trovandogli batter forte il cuore seco disse: “Questi è
desso.” Ma sì come colui che di ciò che fare intendeva
niuna cosa voleva che si sentisse, niuna altra cosa gli fece
se non che con un paio di forficette, le quali portate avea,
gli tondé alquanto dall'una delle parti i capelli, li quali
essi a quel tempo portavan lunghissimi, acciò che a quel
segnale la mattina seguente il riconoscesse; e questo fatto,
si dipartì e tornossi alla camera sua.</p>
<p>Costui, che tutto ciò sentito avea, sì come colui che
malizioso era, chiaramente s'avisò perché così segnato era
stato: laonde egli senza alcuno aspettar si levò, e trovato
un paio di forficette, delle quali per avventura v'erano
alcun paio per la stalla per lo servigio de' cavalli,
pianamente andando a quanti in quella casa ne giacevano, a
tutti in simile maniera sopra l'orecchie tagliò i capelli; e
ciò fatto, senza essere stato sentito, se ne tornò a
dormire.</p>
<p>Il re, levato la mattina, comandò che avanti che le porti
del palagio s'aprissono, tutta la sua famiglia gli venisse
davanti; e così fu fatto. Li quali tutti, senza alcuna cosa
in capo davanti standogli, esso cominciò a guardare per
riconoscere il tonduto da lui; e veggendo la maggior parte
di loro co' capelli a un medesimo modo tagliati, si
maravigliò, e disse seco stesso: “Costui, il quale io vo
cercando, quantunque di bassa condizion sia, assai ben
mostra d'essere d'alto senno.” Poi, veggendo che senza
romore non poteva avere quel ch'egli cercava, disposto a non
volere per piccola vendetta acquistar gran vergogna, con una
sola parola d'amonirlo e di mostrargli che avveduto se ne
fosse gli piacque; e a tutti rivolto disse: “Chi 'l fece
nol faccia mai più, e andatevi con Dio.”</p>
<p>Un altro gli avrebbe voluti far collare, martoriare,
essaminare e domandare; e ciò faccendo avrebbe scoperto
quello che ciascun dee andar cercando di ricoprire, e
essendosi scoperto, ancora che intera vendetta n'avesse
presa, non iscemata ma molto cresciuta n'avrebbe la sua
vergogna e contaminata l'onestà della donna sua. Coloro che
quella parola udirono si maravigliarono e lungamente fra sé
essaminarono che avesse il re voluto per quella dire, ma
niuno ve ne fu che la 'ntendesse se non colui solo a cui
toccava. Il quale, sì come savio, mai, vivente il re, non la
scoperse, né più la sua vita in sì fatto atto commise alla
fortuna.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una
donna innamorata d'un giovane induce un solenne frate, senza
avvedersene egli, a dar modo che il piacer di lei avesse
intero effetto.</emph></p></argument>
<p>Taceva già Pampinea, e l'ardire e la cautela del
pallafreniere era da' più di loro stata lodata e similmente
il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le
'mpose il seguitare: per la qual cosa Filomena vezzosamente
così incominciò a parlare:</p>
<p>–Io intendo di raccontarvi una beffa che fu da dovero
fatta da una bella donna a uno solenne religioso, tanto più
a ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e
uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli
altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga
sono da molto meno, sì come quegli che, per viltà d'animo
non avendo argomento come gli altri uomini di civanzarsi, si
rifuggono dove aver possano da mangiar, come 'l porco. La
quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per
seguire l'ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che
eziandio che i religiosi, a' quali noi oltre modo credule
troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta,
non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente
beffati.</p>
<p>Nella nostra città, più d'inganni piena che d'amore o di
fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil
donna di bellezze ornata e di costumi, d'altezza d'animo e
di sottili avvedimenti quanto alcuna altra dalla natura
dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla
presente novella appartenga come che io gli sappia, non
intendo di palesare, per ciò che ancora vivon di quegli che
per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe
con risa da trapassare.</p>
<p>Costei adunque, d'alto legnaggio veggendosi nata e maritata
a uno artefice lanaiuolo, per ciò che artefice era non
potendo lo sdegno dell'animo porre in terra, per lo quale
stimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque
ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno, e veggendo
lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa
essere più avanti che da sapere divisare un mescolato o fare
ordire una tela o con una filatrice disputar del filato,
propose di non voler de' suoi abbracciamenti in alcuna
maniera se non in quanto negare non gli potesse, ma di
volere a sodisfazione di se medesima trovare alcuno il quale
più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno. E
innamorossi d'uno assai valoroso uomo e di mezza età, tanto
che, qual dì nol vedea, non potea la seguente notte senza
noia passare; ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi,
niente ne curava, e ella, che molto cauta era, né per
ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele
sentire, temendo de' pericoli possibili a avvenire.</p>
<p>E essendosi accorta che costui usava molto con un
religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo,
nondimeno per ciò che di santissima vita era quasi da tutti
avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere
ottimo mezzano tra lei e 'l suo amante. E avendo seco
pensato che modo tener dovesse, se n'andò a convenevole ora
alla chiesa dove egli dimorava e fattosel chiamare disse,
quando gli piacesse, da lui si volea confessare.</p>
<p>Il frate, vedendola e estimandola gentil donna, l'ascoltò
volentieri; e essa dopo la confession disse: “Padre mio, a
me conviene ricorrere a voi per aiuto e per conseglio di ciò
che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l'ho, che
voi conoscete i miei parenti e 'l mio marito, dal quale io
sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che
da lui, sì come da ricchissimo uomo e che il può ben fare,
io non l'abbia incontanente; per le quali cose io più che me
stessa l'amo: e lasciamo stare che io facessi, ma se io pur
pensassi cosa niuna che contro al suo onore o piacer fosse,
niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sare' io Ora
uno (del quale nel vero io non so il nome ma persona da bene
mi pare e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi)
bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai
onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione
abbia come io ho, pare che m'abbia posto l'assedio; né posso
farmi né a uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli
incontanente non mi si pari innanzi, e maravigliomi io come
egli non è ora qui: di che io mi dolgo forte, per ciò che
questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste
donne acquistar biasimo. Hommi posto in cuore di fargliele
alcuna volta dire a' miei fratelli, ma poscia m'ho pensato
che gli uomini fanno alcuna volta l'ambasciate per modo che
le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle
parole si perviene a' fatti; per che, acciò che male e
scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e dilibera'mi
di dirlo più tosto a voi che a altrui, sì perché pare che
suo amico siate sì ancora perché a voi sta bene di così
fatte cose non che gli amici ma gli strani ripigliare. Per
che io vi priego per solo Idio che voi di ciò il dobbiate
riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci
sono dell'altre donne assai le quali per avventura son
disposte a queste cose, e piacerà loro d'esser guatate e
vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come
a colei che in niuno atto ho l'animo disposto a tal
materia.” E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la
testa.</p>
<p>Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse
di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di
questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello
esser vero che ella diceva, le promise d'operar sì e per tal
modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e
conoscendola ricca molto le lodò l'opera della carità e
della limosina, il suo bisogno raccontandole.</p>
<p>A cui la donna disse: “Io ve ne priego per Dio; e s'egli
questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella
che questo v'abbia detto e siamivene doluta.”</p>
<p>E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza,
ricordandosi de' conforti datile dal frate dell'opera della
limosina, empiutagli nascosamente la man di denari il pregò
che messe dicesse per l'anima de' morti suoi e dai piè di
lui levatasi a casa se ne tornò.</p>
<p>Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il
valente uomo; col quale poi che d'una cosa e d'altra ebbero
insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai
cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che
egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella
gli avea dato a intendere. Il valente uomo si maravigliò, sì
come colui che mai guatata non l'avea e radissime volte era
usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi
scusare ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli: “Or
non far vista di maravigliarti né perder parole in negarlo,
per ciò che tu non puoi. Io non ho queste cose sapute da'
vicini: ella medesima, forte di te dolendosi, me l'ha dette.
E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti
dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di
queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò, per onor
di te e per consolazion di lei, ti priego te ne rimanghi e
lascila stare in pace.”</p>
<p>Il valente uomo, più accorto che 'l santo frate, senza
troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando
alquanto di vergognarsi disse di più non intramettersene per
innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n'andò della
donna, la quale sempre attenta stava a una picciola
finestretta per doverlo vedere se vi passasse. E vedendol
venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli
assai ben poté comprendere sé avere il vero compreso dalle
parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con
suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della
donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse
cagione, continuò di passar per quella contrada.</p>
<p>Ma la donna dopo alquanto, già accortasi che ella a costui
così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più
accendere e certificare dell'amore che ella gli portava,
preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e
postaglisi nella chiesa a sedere a' piedi a piagnere
incominciò. Il frate, questo vedendo, la domandò
pietosamente che novella ella avesse.</p>
<p>La donna rispose: “Padre mio, le novelle che io ho non
sono altre che di quello maladetto da Dio vostro amico, di
cui io mi vi ramaricai l'altrieri, per ciò che io credo che
egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far
cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più
pormivi a' piedi.”</p>
<p>“Come!” disse il frate “non s'è egli rimaso di darti più
noia?”</p>
<p>“Certo no, “ disse la donna “anzi, poi che io mi ve ne
dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per
male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar
vi solea credo poscia vi sia passato sette. E, or volesse
Idio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato; ma
egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi
mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche,
e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole mi
mandò una borsa e una cintola: il che io ho avuta e ho sì
forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al
peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il
diavolo; ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né
dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere. E
oltre a questo, avendo io già renduto indietro la borsa e la
cintola alla feminetta che recata l'avea, ché gliele
riportasse, e brutto commiato datole, temendo che essa per
sé non la tenesse e a lui dicesse che io l'avessi ricevuta,
sì come io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai
indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla
recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate
che io non ho bisogno di sue cose, per ciò che, la mercé di
Dio e del marito mio, io ho tante borse e tante cintole che
io ve l'afogherei entro. E appresso questo, sì come a padre
mi vi scuso che, s'egli di questo non si rimane, io il dirò
al marito mio e a' fratei miei, e avvegnane che può; ché io
ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne
la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta!”</p>
<p>E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di
sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una
leggiadra e cara cinturetta e gittolle in grembo al frate;
il quale, pienamente credendo ciò che la donna dicea,
turbato oltre misura le prese e disse: “Figliuola, se tu di
queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so
ripigliare, ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio
consiglio. Io il ripresi l'altrieri, e egli m'ha male
attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello
e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì
fatta maniera riscaldar gli orecchi, che egli più briga non
ti darà: e tu, con la benedizion di Dio, non ti lasciassi
vincere tanto all'ira, che tu a alcun de' tuoi il dicessi,
ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che
mai, di questo, biasimo ti segua, ché io sarò sempre e
dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio
della tua onestà.”</p>
<p>La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto e
lasciate queste parole, come colei che l'avarizia sua e
degli altri conoscea, disse: “Messere, a queste notti mi
sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in
grandissime pene e non dimandino altro che limosine, e
spezialmente la mamma mia, la qual mi par sì afflitta e
cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti
grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo
nemico di Dio; e per ciò vorrei che voi mi diceste per
l'anime loro le quaranta messe di san Grigoro e delle vostre
orazioni, acciò che Idio gli tragga di quel fuoco pennace”;
e così detto gli pose in mano un fiorino.</p>
<p>Il santo frate lietamente il prese e con buone parole e con
molti essempli confermò la divozion di costei: e datale la
sua benedizione la lasciò andare. E partita la donna, non
accorgendosi che egli era uccellato, mandò per l'amico suo:
il quale venuto, e vedendol turbato, incontanente s'avisò
che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir
volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre
volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato
parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la
donna che egli doveva aver fatto. Il valente uomo, che ancor
non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente
negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al
frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse
la donna.</p>
<p>Ma il frate, acceso forte, disse: “Come il puoi tu negare,
malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piangendo me l'ha
recate: vedi se tu le conosci!”</p>
<p>Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:
“Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male e
giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di
questo voi non sentirete più parola.”</p>
<p>Ora le parole fur molte: alla fine il frate montone diede
la borsa e la cintura all'amico suo, e 'l dopo molto averlo
ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse e
egli avendogliele promesso, il licenziò. Il valente uomo,
lietissimo e della certezza che aver gli parea dell'amor
della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in
parte n'andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che
egli avea e l'una e l'altra cosa: di che la donna fu molto
contenta e più ancora per ciò che le parea che 'l suo avviso
andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se
non che il marito andasse in alcuna parte per dare all'opera
compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a
questo convenne al marito andare infino a Genova.</p>
<p>E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via,
così la donna n'andò al santo frate e dopo molte querimonie
piagnendo gli disse: “Padre mio, or vi dich'io bene che io
non posso più sofferire: ma per ciò che l'altrieri io vi
promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son
venuta a iscusarmivi. E acciò che voi crediate che io abbia
ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire
ciò che il vostro amico, anzi diavolo del Ninferno, mi fece
stamane poco innanzi matutino. Io non so qual mala ventura
gli si facesse assapere che il marito mio andasse ier
mattina a Genova: se non che stamane, all'ora che io v'ho
detta, egli entrò in un mio giardino e vennesene su per uno
albero alla finestra della camera mia, la qual è sopra 'l
giardino. E già aveva la finestra aperta e voleva nella
camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva
cominciato a gridare e avrei gridato, se non che egli, che
ancora dentro non era, mi chiese mercé per Dio e per voi,
dicendomi chi egli era; laonde io udendolo per amor di voi
tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serra'gli la
finestra nel viso, e egli nella sua malora credo che se ne
andasse, per ciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è
bella cosa e è da sofferire, vedetelvi voi: io per me non
intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per
amor di voi sofferte troppe.”</p>
<p>Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo e
non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se
ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.</p>
<p>A cui la donna rispose: “Lodato sia Idio, se io non
conosco ancor lui da un altro! Io vi dico che fu egli, e
perché egli il negasse non gliele credete.”</p>
<p>Disse allora il frate: “Figliuola, qui non ha altro da
dire se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo
mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di
mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che
Idio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai
il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che
senza dolertene a alcun tuo parente lasci fare a me, a veder
se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io
credeva che fosse un santo: e se io posso tanto fare che io
il tolga da questa bestialità, bene sta; e se io non potrò,
infino a ora con la mia benedizione ti do la parola che tu
ne facci quello che l'animo ti giudica che ben sia fatto.”</p>
<p>“Ora ecco” disse la donna “per questa volta io non vi
voglio turbare né disubidire, ma sì adoperate che egli si
guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più
per questa cagione a voi”; e senza più dire, quasi turbata,
dal frate si partì.</p>
<p>Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il
valente uom sopravenne e fu chiamato dal frate; al quale, da
parte tiratolo, esso disse la maggior villania che mai a
uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditore
chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea
che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento e
con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare,
primieramente disse: “Perché questo cruccio, messere? ho io
crocifisso Cristo?”</p>
<p>A cui il frate rispose: “Vedi svergognato! odi ciò ch'e'
dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due
fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue
tristizie e disonestà dimenticate. Ètti egli da stamane a
matutino in qua uscito di mente l'avere altrui ingiuriato?
ove fostù stamane poco avanti al giorno?”</p>
<p>Rispose il valente uomo: “Non so io ove io mi fui: molto
tosto ve n'è giunto il messo.”</p>
<p>“Egli è il vero” disse il frate “che il messo me ne è
giunto: io m'aviso che tu ti credesti, per ciò che il marito
non c'era, che la gentil donna ti dovesse incontanente
ricevere in braccio. Hi, meccere: ecco onesto uomo! è
divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor
d'alberi! Credi tu per improntitudine vincere la santità di
questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la
notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia come fai
tu: e tu pur ti vai riprovando! In verità, lasciamo stare
che ella te l'abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se'
molto bene ammendato per li miei gastigamenti! Ma così ti
vo' dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti
porti ma a instanzia de' prieghi miei, taciuto di ciò che
fatto hai; ma essa non tacerà più: conceduta l'ho la
licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, che ella
faccia il parer suo. Che farai tu se ella il dice a'
fratelli?”</p>
<p>–Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli
bisognava, come meglio seppe e poté con molte ampie promesse
racchetò il frate; e da lui partitosi, come il matutino
della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su
per l'albero salito e trovata la finestra aperta se n'entrò
nella camera, e come più tosto poté nelle braccia della sua
bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero
avendolo aspettato, lietamente il ricevette dicendo: “Gran
mercé a messer lo frate, che così bene t'insegno la via da
venirci.” E appresso, prendendo l'un dell'altro piacere,
ragionando e ridendo molto della semplicità di frate bestia,
biasimando i lucignoli e' pettini e gli scardassi, insieme
con gran diletto si sollazzarono.</p>
<p>E dato ordine a' lor fatti, sì fecero, che senza aver più a
tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari
letizia insieme si ritrovarono: alle quali io priego Idio
per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte
l'anime cristiane che voglia n'hanno.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Dom Felice insegna a frate Puccio come egli diverrà beato
facendo una sua penitenza: la quale frate Puccio fa, e dom
Felice in questo mezzo con la moglie del frate si dà buon
tempo.</emph></p></argument>
<p>Poi che Filomena, finita la sua novella, si tacque, avendo
Dioneo con dolci parole molto lo 'ngegno della donna
commendato e ancora la preghiera da Filomena ultimamente
fatta, la reina ridendo guardò verso Panfilo e disse:–Ora
appresso, Panfilo, continua con alcuna piacevol cosetta il
nostro diletto.–Panfilo prestamente rispose che volentieri
e cominciò:</p>
<p>–Madonna, assai persone sono che, mentre che essi si
sforzano d'andarne in Paradiso, senza avvedersene vi mandano
altrui: il che a una nostra vicina, non ha ancor lungo
tempo, sì come voi potrete udire, intervenne.</p>
<p>Secondo che io udi' già dire, vicino di San Brancazio
stette un buono uomo e ricco, il quale fu chiamato Puccio di
Rinieri, che poi essendo tutto dato allo spirito si fece
bizzoco di quegli di san Francesco e fu chiamato frate
Puccio: e seguendo questa sua vita spiritale, per ciò che
altra famiglia non avea che una donna e una fante, né per
questo a alcuna arte attender gli bisognava, usava molto la
chiesa. E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta,
diceva suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle
messe, né mai falliva che alle laude che cantavano i
secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e
bucinavasi che egli era degli scopatori. La moglie, che
monna Isabetta aveva nome, giovane ancora di ventotto in
trenta anni, fresca e bella e ritondetta che pareva una mela
casolana, per la santità del marito, e forse per la
vecchiezza, faceva molto spesso troppo più lunghe diete che
voluto non avrebbe; e quando ella si sarebbe voluta dormire
o forse scherzar con lui, e egli le raccontava la vita di
Cristo e le prediche di frate Nastagio o il lamento della
Magdalena o così fatte cose.</p>
<p>Tornò in questi tempi da Parigi un monaco chiamato don
Felice, conventuale di San Brancazio, il quale assai giovane
e bello della persona e d'aguto ingegno e di profonda
scienza: col quale frate Puccio prese una stretta
dimestichezza. E per ciò che costui ogni suo dubbio molto
ben gli solvea e, oltre a ciò, avendo la sua condizion
conosciuta gli si mostrava santissimo, se lo incominciò
frate Puccio a menare talvolta a casa e a dargli desinare e
cena, secondo che fatto gli venia; e la donna altressì per
amor di fra Puccio era sua dimestica divenuta e volentier
gli faceva onore. Continuando adunque il monaco a casa di
fra Puccio e veggendo la moglie così fresca e ritondetta,
s'avisò qual dovesse essere quella cosa della quale ella
patisse maggior difetto; e pensossi, se egli potesse, per
torre fatica a fra Puccio, di volerla supplire. E postole
l'occhio adosso e una volta e altra bene astutamente, tanto
fece che egli l'accese nella mente quello medesimo disidero
che aveva egli: di che accortosi il monaco, come prima
destro gli venne, con lei ragionò il suo piacere. Ma
quantunque bene la trovasse disposta a dover dare all'opera
compimento, non si poteva trovar modo, per ciò che costei in
niun luogo del mondo si voleva fidare a esser col monaco se
non in casa sua; e in casa sua non si potea però che fra
Puccio non andava mai fuor della terra; di che il monaco
avea gran malinconia. E dopo molto gli venne pensato un modo
da dovere potere essere con la donna in casa sua senza
sospetto, non obstante che fra Puccio in casa fosse.</p>
<p>E essendosi un dì andato a star con lui frate Puccio, gli
disse così: “Io ho già assai volte compreso, fra Puccio,
che tutto il tuo disidero è di divenir santo; alla qual cosa
mi par che tu vadi per una lunga via, là dove ce n'è una
ch'è molto corta, la quale il Papa e gli altri suoi maggior
prelati, che la sanno e usano non vogliono che ella si
mostri; per ciò che l'ordine chericato, che il più di
limosine vive, incontanente sarebbe disfatto, sì come quello
al quale più i secolari né con limosine né con altro
attenderebbono. Ma per ciò che tu se' mio amico e haimi
onorato molto, dove io credessi che tu a niuna persona del
mondo l'appalesassi e volessila seguire, io la
t'insegnerei.”</p>
<p>Frate Puccio, divenuto disideroso di questa cosa, prima
cominciò a pregare con grandissima instanzia che gliele
insegnasse e poi a giurare che mai, se non quanto gli
piacesse, a alcun nol direbbe, affermando che, se tal fosse
che esso seguir la potesse, di mettervisi.</p>
<p>“Poi che tu così mi prometti, “ disse il monaco “e io la
ti mostrerò. Tu dei sapere che i santi Dottori tengono che a
chi vuol divenir beato si convien fare la penitenzia che tu
udirai. Ma intendi sanamente: io non dico che dopo la
penitenzia tu non sii peccatore come tu ti se', ma avverrà
questo, che i peccati, che tu hai infino all'ora della
penitenzia fatti, tutti si purgheranno e sarannoti per
quella perdonati; e quegli che tu farai poi non saranno
scritti a tua dannazione, anzi se n'andranno con l'acqua
benedetta come ora fanno i veniali. Conviensi adunque l'uomo
principalmente con gran diligenzia confessare de' suoi
peccati quando viene a cominciar la penitenzia; e appresso
questo gli conviene cominciare un digiuno e una abstinenzia
grandissima, la quale convien che duri quaranta dì, ne'
quali, non che da altra femina ma da toccare la propria tua
moglie ti conviene astenere. E oltre a questo si conviene
avere nella tua propria casa alcun luogo donde tu possi la
notte vedere il cielo; e in su l'ora della compieta andare
in questo luogo e quivi avere una tavola molto larga
ordinata in guisa che, stando tu in piè, vi possi le reni
appoggiare e, tenendo i piedi in terra, distender le braccia
a guisa di crocifisso: e se tu quelle volessi appoggiare a
alcun cavigliuolo, puoil fare; e in questa maniera guardando
il cielo star senza muoverti punto infino a matutino. E se
tu fossi letterato, ti converrebbe in questo mezzo dire
certe orazioni che io ti darei: ma perché non se', ti
converrà dire trecento paternostri con trecento avemarie a
reverenzia della Trinità; e riguardando il cielo, sempre
aver nella memoria Idio essere stato creatore del cielo e
della terra, e la passion di Cristo, stando in quella
maniera che stette Egli in su la croce. Poi, come matutin
suona, te ne puoi, se tu vuogli, andare e così vestito
gittarti sopra il letto tuo e dormire: e la mattina appresso
si vuole andare alla chiesa e quivi udire almeno tre messe e
dire cinquanta paternostri con altrettante avemarie; e
appresso questo con simplicità fare alcuni tuoi fatti, se a
far n'hai alcuno, e poi desinare e essere appresso al vespro
nella chiesa e quivi dire certe orazioni che io ti darò
scritte, senza le quali non si può fare; e poi in su la
compieta ritornare al modo detto. E faccendo questo, sì come
io feci già, spero che anzi che la fine della penitenzia
venga tu sentirai maravigliosa cosa della beatitudine
eterna, se con divozione fatta l'avrai.”</p>
<p>Frate Puccio disse allora: “Questa non è troppo grave cosa
né troppo lunga, e deesi assai ben poter fare; e per ciò io
voglio al nome di Dio, cominciar domenica.”</p>
<p>E da lui partitosi e andatosene a casa, ordinatamente con
sua licenzia perciò, alla moglie disse ogni cosa. La donna
intese troppo bene, per lo star fermo infino a matutino
senza muoversi, ciò che il monaco voleva dire; per che,
parendole assai buon modo, disse che di questo e d'ogni
altro bene che egli per l'anima sua faceva ella era
contenta, e che, acciò che Idio gli facesse la sua
penitenzia profittevole, ella voleva con essolui digiunare
ma fare altro no.</p>
<p>Rimasi adunque in concordia, venuta la domenica frate
Puccio cominciò la sua penitenza; e messer lo monaco,
convenutosi con la donna, a ora che veduto non poteva
essere, le più delle sere con lei se ne veniva a cenare,
seco sempre recando e ben da mangiare e ben da bere; poi con
lei si giaceva infino all'ora del matutino, al quale
levandosi se n'andava e frate Puccio tornava a letto. Era il
luogo, il quale frate Puccio aveva alla sua penitenzia
eletto, allato alla camera nella quale giaceva la donna, né
da altro era da quella diviso che da un sottilissimo muro;
per che, ruzzando messer lo monaco troppo con la donna alla
scapestrata e ella con lui, parve a frate Puccio sentire
alcuno dimenamento di palco della casa; di che, avendo già
detti cento de' suo paternostri, fatto punto quivi, chiamò
la donna senza muoversi e domandolla ciò che ella faceva. La
donna, che motteggevole era molto, forse cavalcando allora
la bestia di san Benedetto o vero di san Giovanni Gualberto,
rispose: “Gnaffé, marito mio, io mi dimeno quanto io
posso.”</p>
<p>Disse allora frate Puccio: “Come ti dimeni? che vuol dir
questo dimenare?”</p>
<p>La donna ridendo (e di buon'aria e valente donna era e
forse avendo cagion di ridere) rispose: “Come non sapete
voi quello che questo vuol dire? Ora io ve l'ho udito dire
mille volte: «Chi la sera non cena, tutta notte si
dimena».”</p>
<p>Credettesi frate Puccio che il digiunare le fosse cagione
di non potere dormire e per ciò per lo letto si dimenasse;
per che egli di buona fede disse: “Donna, io t'ho ben
detto: ‘Non digiunare’; ma, poiché pur l'hai voluto fare,
non pensare a ciò, pensa di riposarti; tu dai tali volte per
lo letto, che tu fai dimenar ciò che ci è.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Non ve ne caglia, no; io so ben
ciò ch'io mi fo: fate pur ben voi, ché io farò ben io se io
potrò.”</p>
<p>Stettesi adunque cheto frate Puccio e rimise mano a' suoi
paternostri; e la donna e messer lo monaco da questa notte
innanzi, fatto in altra parte della casa ordinare un letto,
in quello quanto durava il tempo della penitenza di frate
Puccio con grandissima festa si stavano; e a una ora il
monaco se n'andava e la donna al suo letto tornava, e poco
stante dalla penitenzia a quello se ne venia frate Puccio.
Continuando adunque in così fatta maniera il frate la
penitenzia e la donna col monaco il suo diletto, più volte
motteggiando disse con lui: “Tu fai fare la penitenzia a
frate Puccio, per la quale noi abbiamo guadagnato il
Paradiso.” E parendo molto bene stare alla donna, sì
s'avezzò a' cibi del monaco, che, essendo dal marito
lungamente stata tenuta in dieta, ancora che la penitenzia
di frate Puccio si consumasse, modo trovò di cibarsi in
altra parte con lui e con discrezione lungamente ne prese il
suo piacere.</p>
<p>Di che, acciò che l'ultime parole non sieno discordanti
alle prime, avvenne che dove frate Puccio faccendo penitenza
si credette mettere in Paradiso, egli vi mise il monaco, che
da andarvi tosto gli avea mostrata la via, e la moglie, che
con lui in gran necessità vivea di ciò che messer lo monaco,
come misericordioso, gran divizia le fece.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Il Zima dona a messer Francesco Vergellesi un suo
pallafreno, e per quello con licenza di lui parla alla sua
donna; e ella tacendo, egli in persona di lei si risponde, e
secondola sua risposta poi l'effetto segue.</emph></p></argument>
<p>Aveva Panfilo non senza risa delle donne finita la novella
di frate Puccio, quando donnescamente la reina a Elissa
impose che seguisse: la quale anzi acerbetta che no, non per
malizia ma per antico costume, così cominciò a parlare:</p>
<p>–Credonsi molti, molto sappiendo, che altri non sappi
nulla, li quali spesse volte, mentre altrui si credono
uccellare, dopo il fatto sé da altrui essere stati uccellati
conoscono; per la qual cosa io reputo gran follia quella di
chi si mette senza bisogno a tentar le forze dell'altrui
ingegno. Ma perché forse ogni uom della mia opinion non
sarebbe, quello che a un cavalier pistolese n'adivenisse,
l'ordine dato del ragionar seguitando, mi piace di
raccontarvi.</p>
<p>Fu in Pistoia nella famiglia de' Vergellesi un cavaliere
nominato messer Francesco, uomo molto ricco e savio e
avveduto per altro ma avarissimo senza modo. Il quale,
dovendo andar podestà di Melano, d'ogni cosa oportuna a
dovere onorevolmente andare fornito s'era, se non d'un
pallafreno solamente che bello fosse per lui; né trovandone
alcuno che gli piacesse ne stava in pensiero. Era allora un
giovane in Pistoia il cui nome era Ricciardo, di picciola
nazione ma ricco molto, il quale sì ornato e sì pulito della
persona andava, che generalmente da tutti era chiamato il
Zima; e avea lungo tempo amata e vagheggiata infelicemente
la donna di messer Francesco, la quale era bellissima e
onesta molto. Ora aveva costui un de' più belli pallafren di
Toscana e avevalo molto caro per la sua bellezza; e essendo
a ogni uom publico lui vagheggiare la moglie di messer
Francesco, fu chi gli disse che, se egli quello
addimandasse, che egli l'avrebbe per l'amore il quale il
Zima alla sua donna portava. Messer Francesco, da avarizia
tirato, fattosi chiamare il Zima, in vendita gli domandò il
suo pallafreno, acciò che il Zima gliele proferesse in dono.</p>
<p>Il Zima udendo ciò, gli piacque e rispose al cavaliere:
“Messer, se voi mi donaste ciò che voi avete al mondo, voi
non potreste per via di vendita avere il mio pallafreno, ma
in dono il potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con
questa condizione: che io, prima che voi il prendiate, possa
con la grazia vostra e in vostra presenzia parlare alquante
parole alla donna vostra, tanto da ogni uom separato che io
da altrui che da lei udito non sia.”</p>
<p>Il cavaliere, da avarizia tirato e sperando di dover beffar
costui, rispose che gli piaceva e quantunque egli volesse; e
lui nella sala del suo palagio lasciato, andò nella camera
alla donna e, quando detto l'ebbe come agevolmente poteva il
pallafren guadagnare, le 'mpose che a udire il Zima venisse
ma ben si guardasse che a niuna cosa che egli dicesse
rispondesse né poco né molto. La donna biasimò molto questa
cosa, ma pure, convenendole seguire i piaceri del marito,
disse di farlo: e appresso al marito andò nella sala a udire
ciò che il Zima volesse dire.</p>
<p>Il quale, avendo col cavaliere i patti rifermati, da una
parte della sala assai lontano da ogni uomo con la donna si
pose a sedere e così cominciò a dire: “Valorosa donna, egli
mi pare esser certo che voi siete sì savia, che assai bene,
già è gran tempo, avete potuto comprendere a quanto amor
portarvi m'abbia condotto la vostra bellezza, la quale senza
alcun fallo trapassa ciascuna altra che veder mi paresse
giammai, lascio stare de' costumi laudevoli e delle virtù
singulari che in voi sono, le quali avrebbon forza di
pigliare ciascuno alto animo di qualunque uomo. E per ciò
non bisogna che io vi dimostri con parole quello essere
stato il maggiore e il più fervente che mai uomo a alcuna
donna portasse: e così sarà mentre la mia misera vita
sosterrà questi membri, e ancor più, ché, se di là come di
qua s'ama, in perpetuo v'amerò. E per questo vi potete
render sicura che niuna cosa avete, qual che ella si sia o
cara o vile, che tanto vostra possiate tenere e così in ogni
atto farne conto come di me, da quanto che io mi sia, e il
simigliante delle mie cose. E acciò che voi di questo
prendiate certissimo argomento, vi dico che io mi riputerei
maggior grazia che voi cosa che io far potessi che vi
piacesse mi comandaste, che io non terrei che, comandando
io, tutto il mondo prestissimo m'ubidisse. Adunque, se così
son vostro come udite che sono, non immeritamente ardirò di
porgere i prieghi miei alla vostra altezza, dalla qual sola
ogni mia pace, ogni mio bene e la mia salute venir mi puote,
e non altronde: e sì come umilissimo servidor vi priego,
caro mio bene e sola speranza dell'anima mia, che
nell'amoroso fuoco sperando in voi si nutrica, che la vostra
benignità sia tanta e sì ammollita la vostra passata durezza
verso di me dimostrata, che vostro sono, che io dalla vostra
pietà riconfortato possa dire che, come per la vostra
bellezza innamorato sono, così per quella aver la vita; la
quale, se a' miei prieghi l'altiero vostro animo non
s'inchina, senza alcun fallo verrà meno, e morrommi, e
potrete esser detta di me micidiale. E lasciamo stare che la
mia morte non vi fosse onore, nondimeno credo che,
rimordendovene alcuna volta la coscienza, ve ne dorrebbe
d'averlo fatto, e talvolta, meglio disposta, con voi
medesima direste: ‘Deh, quanto mal feci a non aver
misericordia del Zima mio!’ e questo pentere non avendo
luogo, vi sarebbe di maggior noia cagione. Per che, acciò
che ciò non avvegna, ora che sovenire mi potete, di ciò
v'incresca e anzi che io muoia a misericordia di me vi
movete, per ciò che in voi sola il farmi più lieto, e il più
dolente uomo che viva, dimora. Spero tanta essere la vostra
cortesia, che non sofferete che io per tanto e tale amore
morte riceva per guiderdone, ma con lieta risposta e piena
di grazia riconforterete gli spiriti miei, li quali
spaventati tutti trieman nel vostro cospetto.” E quinci
tacendo, alquante lagrime dietro a profondissimi sospiri
mandate per gli occhi fuori, cominciò a attender quello che
la gentil donna gli rispondesse.</p>
<p>La donna, la quale il lungo vagheggiare, l'armeggiare, le
mattinate l'altre cose simili a queste, per amor di lei
fatte dal Zima, muovere non avean potuto, mossero
l'affettuose parole dette dal ferventissimo amante: e
cominciò a sentire ciò che prima mai non aveva sentito, cioè
che amor si fosse. E quantunque, per seguire il comandamento
fattole dal marito, tacesse, non poté per ciò alcun
sospiretto nascondere quello che volentieri rispondendo al
Zima avrebbe fatto manifesto.</p>
<p>Il Zima, avendo alquanto atteso e veggendo che niuna
risposta seguiva, si maravigliò e poscia s'incominciò a
accorgere dell'arte usata dal cavaliere: ma pur, lei
riguardando nel viso e veggendo alcun lampeggiar d'occhi di
lei verso di lui alcuna volta e oltre a ciò raccogliendo i
sospiri li quali essa non con tutta la forza loro del petto
lasciava uscire, alcuna buona speranza prese e da quella
aiutato prese nuovo consiglio. E cominciò in forma della
donna, udendolo ella, a rispondere a se medesimo in cotal
guisa: “Zima mio, senza dubbio gran tempo ha che io
m'acorsi il tuo amor verso me esser grandissimo e perfetto,
e ora per le tue parole molto maggiormente il conosco e
sonne contenta, sì come io debbo. Tuttafiata, se dura e
crudele paruta ti sono, non voglio che tu creda che io
nell'animo stata sia quel che nel viso mi son dimostrata;
anzi t'ho sempre amato e avuto caro innanzi a ogni altro
uomo, ma così m'è convenuto fare e per paura d'altrui e per
servare la fama della mia onestà. Ma ora ne viene quel tempo
nel quale io ti potrò chiaramente mostrare se io t'amo e
renderti guiderdone dell'amore il quale portato m'hai e mi
porti; e per ciò confortati e sta a buona speranza, per ciò
che messer Francesco è per andare infra pochi dì a Melano
per podestà, sì come tu sai, che per mio amore donato gli
hai il bel pallafreno. Il quale come andato sarà, senza
alcun fallo ti prometto sopra la mia fé e per lo buono amore
il quale io ti porto, che infra pochi dì tu ti troverai
meco, e al nostro amore daremo piacevole e intero
compimento. E acciò che io non t'abbia altra volta a far
parlar di questa materia, infino a ora quel giorno il quale
tu vedrai due asciugatoi tesi alla finestra della camera
mia, la quale è sopra il nostro giardino, quella sera di
notte, guardando ben che veduto non sii, fa che per l'uscio
del giardino a me te ne venghi: tu mi troverai ivi che
t'aspetterò, e insieme avren tutta la notte festa e piacere
l'un dell'altro, sì come disideriamo.”</p>
<p>Come il Zima in persona della donna ebbe così parlato, e
egli incominciò per sé a parlare e così rispose: “Carissima
donna, egli è per soverchia letizia della vostra buona
risposta sì ogni mia vertù occupata, che appena posso a
rendervi debite grazie formar la risposta; e se io pur
potessi come io disidero favellare, niun termine è sì lungo
che mi bastasse a pienamente potervi ringraziare come io
vorrei e come a me di far si conviene; e per ciò nella
vostra discreta considerazion si rimanga a cognoscer quello
che io disiderando fornir con parole non posso. Soltanto vi
dico che, come imposto m'avete, così penserò di far senza
fallo; e allora forse più rassicurato di tanto dono quanto
conceduto m'avete, m'ingegnerò a mio poter di rendervi
grazie quali per me si potranno maggiori. Or qui non resta a
dire al presente altro; e però, carissima mia donna, Dio vi
dea quella allegrezza e quel bene che voi disiderate il
maggiore, e a Dio v'acomando.”</p>
<p>Per tutto questo non disse la donna una sola parola; laonde
il Zima si levò suso e verso il cavaliere cominciò a
tornare, il quale veggendolo levato gli si fece incontro e
ridendo disse: “Che ti pare? Ho t'io bene la promessa
servata?”</p>
<p>“Messer no, “ rispose il Zima “ché voi mi prometteste di
farmi parlar con la donna vostra, e voi m'avete fatto parlar
con una statua di marmo.”</p>
<p>Questa parola piacque molto al cavaliere, il quale, come
che buona oppinione avesse della donna, ancora ne la prese
migliore; e disse: “Omai è ben mio il pallafren che fu
tuo.”</p>
<p>A cui il Zima rispose: “Messer sì, ma se io avessi creduto
trarre di questa grazia ricevuta da voi tal frutto chente
tratto n'ho, senza domandarlavi ve l'avrei donato: e or
volesse Idio che io fatto l'avessi, per ciò che voi avete
comperato il pallafreno e io non l'ho venduto.”</p>
<p>Il cavaliere di questo si rise: e essendo fornito di
pallafreno ivi a pochi dì entrò in cammino e verso Melano se
n'andò in podesteria. La donna, rimasa libera nella sua
casa, ripensando alle parole del Zima e all'amore il quale
le portava e al pallafreno per l'amor di lei donato e
veggendol da casa sua molto spesso passare, disse seco
medesima: “Che fo io? perché perdo io la mia giovanezza?
Questi se ne è andato a Melano e non tornerà di questi sei
mesi; e quando me gli ristorerà egli giammai? quando io sarò
vecchia? E oltre a questo, quando troverò io mai un così
fatto amante come è il Zima? Io son sola, né ho d'alcuna
persona paura: io non so perché io non mi prendo questo buon
tempo mentre che io posso. Io non avrò sempre spazio come io
ho al presente: questa cosa non saprà mai persona: e, se
egli pur si dovesse risapere, si è egli meglio fare e
pentere che starsi e pentersi.”</p>
<p>E così seco medesima consigliata, un di puose due
asciugatoi alla finestra del giardino, come il Zima aveva
detto; li quali il Zima vedendo, lietissimo, come la notte
fu venuta, segretamente e solo se n'andò all'uscio del
giardino della donna e quello trovò aperto: e quindi n'andò
a un altro uscio che nella casa entrava dove trovò la gentil
donna che l'aspettava. La qual veggendol venire, levataglisi
incontro, con grandissima festa il ricevette, e egli
abbracciandola e basciandola centomilia volte sù per le
scale la seguitò; e senza alcuno indugio coricatisi gli
ultimi termini conobber d'amore. Né questa volta, come che
la prima fosse, fu però l'ultima; per ciò che mentre il
cavaliere fu a Melano, e ancor dopo la sua tornata, vi tornò
con grandissimo piacere di ciascuna delle parti il Zima
molte dell'altre volte.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Ricciardo Minutolo ama la moglie di Filippello Sighinolfi;
la quale sentendo gelosa, col mostrare Filippello il dì
seguente con la moglie di lui dovere essere a un bagno, fa
che ella vi va, e credendosi col marito essere stata si
truova che con Ricciardo è dimorata.</emph></p></argument>
<p>Niente restava più avanti a dire a Elissa, quando
commendata la sagacità del Zima, la reina impose alla
Fiammetta che procedesse con una; la qual tutta ridente
rispose:–Madonna, volentieri–e cominciò:</p>
<p>–Alquanto è da uscire della nostra città, la quale come
d'ogni altra cosa è copiosa, così è d'essempli a ogni
materia; e, come Elissa ha fatto, alquanto delle cose che
per l'altro mondo avvenute son raccontare, e per ciò, a
Napoli trapassando, come una di queste santesi, che così
d'amore schife si mostrano, fusse dallo 'ngegno d'un suo
amante prima a sentir d'amore il frutto condotta che i fiori
avesse conosciuti: il che a una ora a voi presterà cautela
nelle cose che possono avvenire e daravvi diletto
dell'avenute.</p>
<p>In Napoli, città antichissima e forse così dilettevole, o
più, come ne sia alcuna altra in Italia, fu già un giovane
per nobiltà di sangue chiaro e splendido per molte
ricchezze, il cui nome fu Ricciardo Minutolo. Il quale, non
obstante che una bellissima giovane e vaga per moglie
avesse, s'innamorò d'una la quale, secondo l'oppinion di
tutti, di gran lunga passava di bellezza tutte l'altre donne
napoletane, e fu chiamata Catella, moglie d'un giovane
similmente gentile uomo, chiamato Filippel Sighinolfo, il
quale ella, onestissima, più che altra cosa amava e avea
caro. Amando adunque Ricciardo Minutolo questa Catella, e
tutte quelle cose operando per le quali la grazia e l'amor
d'una donna si dee potere acquistare e per tutto ciò a niuna
cosa potendo del suo disidero pervenire, quasi si disperava;
e da amor o non sappiendo o non potendo disciogliersi, né
morir sapeva né gli giovava di vivere.</p>
<p>E in cotal disposizion dimorando, avvenne che da donne, che
sue parenti erano, fu un dì assai confortato che di tale
amore si dovesse rimanere, per ciò che invano faticava, con
ciò fosse cosa che Catella niuno altro bene avesse che
Filippello, del quale ella in tanta gelosia vivea, che ogni
uccel che per l'aere volava credeva gliele togliesse.
Ricciardo, udito della gelosia di Catella, subitamente prese
consiglio a' suoi piaceri e cominciò a mostrarsi dell'amor
di Catella disperato e per ciò in un'altra gentil donna
averlo posto: e per amor di lei cominciò a mostrar
d'armeggiare e di giostrare e di far tutte quelle cose le
quali per Catella soleva fare. Né guari di tempo ciò fece
che quasi a tutti i napoletani, e a Catella altressì, era
nell'animo che non più Catella ma questa seconda donna
sommamente amasse: e tanto in questo perseverò, che sì per
fermo da tutti si teneva, che, non ch'altri, ma Catella
lasciò una salvatichezza che con lui avea dell'amor che
portarle solea, e dimesticamente come vicino, andando e
vegnendo il salutava come faceva gli altri.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo il tempo caldo e molte brigate di
donne e di cavalieri, secondo l'usanza de' napoletani,
andassero a diportarsi a' liti del mare e a desinarvi e a
cenarvi, Ricciardo, sappiendo Catella con sua brigata
esservi andata, similmente con sua compagnia v'andò e nella
brigata delle donne di Catella fu ricevuto, faccendosi prima
molto invitare quasi non fosse molto vago di rimanervi.
Quivi le donne, e Catella insieme con loro, incominciarono
con lui a motteggiare del suo novello amore, del quale egli
mostrandosi acceso forte più loro di ragionare dava materia.
A lungo andare, essendo l'una donna andata in qua e l'altra
in là, come si fa in quei luoghi, essendo Catella con poche
rimasa quivi dove Ricciardo era, gittò Ricciardo verso lei
un motto d'un certo amore di Filippello suo marito, per lo
quale ella entrò in subita gelosia e dentro cominciò a arder
tutta di disidero di sapere ciò che Ricciardo volesse dire.
E poi che alquanto tenuta si fu, non potendo più tenersi,
pregò Ricciardo che, per amor di quella donna la quale egli
più amava, gli dovesse piacere di farla chiara di ciò che
detto aveva di Filippello.</p>
<p>Il quale le disse: “Voi m'avete scongiurato per persona,
che io non v'oso negar cosa che voi mi dimandiate, e per ciò
io son presto a dirlovi, sol che voi mi promettiate che
niuna parola ne farete mai né con lui né con altrui, se non
quando per effetto vederete esser vero quello che io vi
conterò, ché, quando vogliate, v'insegnerò come vedere il
potrete.”</p>
<p>Alla donna piacque questo che egli addomandava e più il
credette esser vero e giurogli di mai non dirlo. Tirati
adunque da una parte, ché da altrui uditi non fossero,
Ricciardo cominciò così a dire: “Madonna, se io v'amassi
come io già amai, io non avrei ardire di dirvi cosa che io
credessi che noiar vi dovesse; ma per ciò che quello amore è
passato, me ne curerò meno d'aprirvi il vero d'ogni cosa. Io
non so se Filippello si prese giammai onta dell'amore il
quale io vi portai, o se avuto ha credenza che io mai da voi
amato fossi; ma como che questo sia stato o no, nella mia
persona niuna cosa ne mostrò mai. Ma ora, forse aspettando
tempo quando ha creduto che io abbia men di sospetto, mostra
di volere fare a me quello che io dubito che egli non tema
che io facessi a lui, cioè di volere al suo piacere avere la
donna mia; e per quello che io truovo, egli l'ha da non
troppo tempo in qua segretissimamente con più ambasciate
sollecitata, le quali io ho tutte da lei risapute, e ella ha
fatte le risposte secondo che io l'ho imposto. Ma pure
stamane, anzi che io qui venissi, io trovai con la donna mia
in casa una femina a stretto consiglio, la quale io credetti
incontanente che fosse ciò che ella era, per che io chiamai
la donna mia e la dimandai quello che colei dimandasse. Ella
mi disse: ‘Egli è lo stimol di Filippello, il qual tu con
fargli risposte e dargli speranza m'hai fatto recare
addosso; e dice che del tutto vuol sapere quello che io
intendo di fare e che egli, quando io volessi, farebbe che
io potrei essere segretamente a un bagno in questa terra; e
di questo mi priega e grava: e se non fosse che tu m'hai
fatti, non so perché, tener questi mercati, io me lo avrei
per maniera levato da dosso, che egli mai non avrebbe
guatato là dove io fossi stata.’ Allora mi parve che questi
procedesse troppo innanzi e che più non fosse da sofferire,
e di dirlovi, acciò che voi conosceste che merito riceva la
vostra intera fede per la quale io fui già presso alla
morte. E acciò che voi non credeste queste esser parole e
favole, ma il poteste, quando voglia ve ne venisse,
apertamente e vedere e toccare, io feci fare alla donna mia
a colei che l'aspettava questa risposta, che ella era presta
d'esser domane in su la nona, quando la gente dorme, a
questo bagno; di che la femina contentissima si parti da
lei. Ora non credo io che voi crediate che io la vi
mandassi: ma se io fossi in vostro luogo, io farei che egli
vi troverebbe me in luogo di colei cui trovarvi si crede, e
quando alquanto con lui dimorata fossi, io il farei avvedere
con cui stato fosse e quello onore che a lui se ne
convenisse ne gli farei: e questo faccendo, credo sì fatta
vergogna gli fia, che a una ora la 'ngiuria che a voi e a me
far vuole vendicata sarebbe.”</p>
<p>Catella, udendo questo, senza avere alcuna considerazione a
chi era colui che gliele dicea o a' suoi inganni, secondo il
costume de' gelosi subitamente diede fede alle parole, e
certe cose state davanti cominciò a attare a questo fatto; e
di subita ira accesa, rispose che questo farà ella
certamente, non era egli sì gran fatica a fare, e che
fermamente, se egli vi venisse, ella gli farebbe sì fatta
vergogna, che sempre che egli alcuna donna vedesse gli si
girerebbe per lo capo. Ricciardo, contento di questo e
parendogli che 'l suo consiglio fosse stato buono e
procedesse, con molte altre parole la vi confermò sù e fece
la fede maggiore, pregandola nondimeno che dir non dovesse
già mai d'averlo udito da lui; il che ella sopra la sua fé
gliel promise.</p>
<p>La mattina seguente Ricciardo se n'andò a una buona femina
che quel bagno che egli aveva a Catella detto teneva, e le
disse ciò che egli intendeva di fare e pregolla che in ciò
fosse favorevole quanto potesse. La buona femina, che molto
gli era tenuta, disse di farlo volentieri e con lui ordinò
quello che a fare o a dire avesse. Aveva costei nella casa,
ove il bagno era, una camera oscura molto, sì come quella
nella quale niuna finestra che lume rendesse rispondea.
Questa, secondo l'amaestramento di Ricciardo, acconciò la
buona femina e fecevi entro un letto, secondo che poté il
migliore, nel quale Ricciardo, come desinato ebbe, si mise e
cominciò a aspettar Catella.</p>
<p>La donna, udite le parole di Ricciardo e a quelle data più
fede che non le bisognava, piena di sdegno tornò la sera a
casa, dove per avventura Filippello pieno d'altro pensiero
similmente tornò, né le fece forse quella dimestichezza che
era usato di fare. Il che ella vedendo, entrò in troppo
maggior sospetto che ella non era, seco medesima dicendo:
“Veramente costui ha l'animo a quella donna con la qual
domane si crede aver piacere e diletto, ma fermamente questo
non avverrà.” E sopra cotal pensiero e imaginando come dir
gli dovesse quando con lui stata fosse quasi tutta la notte
dimorò.</p>
<p>Ma che più? Venuta la nona, Catella prese sua compagnia e
senza mutare altramente consiglio se n'andò a quel bagno il
quale Ricciardo l'aveva insegnato; e quivi trovata la buona
femina la domandò se Filippello stato vi fosse quel dì.</p>
<p>A cui la buona femina ammaestrata da Ricciardo disse:
“Sete voi quella donna che gli dovete venire a parlare?”</p>
<p>Catella rispose: “Sì, sono.”</p>
<p>“Adunque, “ disse la buona femina “andatevene da lui.”</p>
<p>Catella, che cercando andava quello che ella non avrebbe
voluto trovare, fattasi alla camera menare dove Ricciardo
era, col capo coperto in quella entrò e dentro serrossi.
Ricciardo, vedendola venire, lieto si levò in piè e in
braccio ricevutala disse pianamente: “Ben vegna l'anima
mia!” Catella, per mostrarsi bene d'essere altra che ella
non era, abbracciò e basciò lui e fecegli la festa grande
senza dire alcuna parola, temendo, se parlasse, non fosse da
lui conosciuta. La camera era oscurissima, di che ciascuna
delle parti era contenta; né per lungamente dimorarvi
riprendevan gli occhi più di potere. Ricciardo la condusse
in su il letto, e quivi, senza favellare in guisa che
scorger si potesse la voce, per grandissimo spazio con
maggior diletto e piacere dell'una parte che dell'altra
stettero.</p>
<p>Ma poi che a Catella parve tempo di dovere il conceputo
sdegno mandar fuori, così di fervente ira accesa cominciò a
parlare: “Ahi quanto è misera la fortuna delle donne e come
è male impiegato l'amor di molte ne' mariti! Io, misera me,
già sono otto anni, t'ho più che la mia vita amato, e tu,
come io sentito ho, tutto ardi e consumiti nell'amore d'una
donna strana, reo e malvagio uom che tu se'! Or con cui ti
credi tu essere stato? Tu se' stato con colei la quale con
false lusinghe tu hai, già è assai, ingannata mostrandole
amore e essendo altrove innamorato. Io son Catella, non son
la moglie di Ricciardo, traditor disleal che tu se': ascolta
se tu riconosci la voce mia, io son ben dessa; e parmi mille
anni che noi siamo al lume, ché io ti possa svergognare come
tu se' degno, sozzo cane vituperato che tu se'. Oimè, misera
me! a cui ho io cotanti anni portato cotanto amore? A questo
can disleale che, credendosi in braccio avere una donna
strana, m'ha più di carezze e d'amorevolezze fatte in questo
poco tempo che qui stata son con lui, che in tutto l'altro
rimanente che stata son sua. Tu se' bene oggi, can
rinnegato, stato gagliardo, che a casa ti suogli mostrare
così debole e vinto e senza possa! Ma lodato sia Idio, che
il tuo campo, non l'altrui, hai lavorato, come tu ti
credevi. Non maraviglia che stanotte tu non mi ti
appressasti! tu aspettavi di scaricare le some altrove e
volevi giugnere molto fresco cavaliere alla battaglia: ma
lodato sia Idio e il mio avvedimento, l'acqua è pur corsa
alla ingiù come ella doveva! Ché non rispondi, reo uomo? ché
non di' qualche cosa? se' tu divenuto mutolo udendomi? In fé
di Dio io non so a che io mi tengo che io non ti ficco le
mani negli occhi e traggogliti! Credesti molto celatamente
saper fare questo tradimento? Par Dio! tanto sa altri quanto
altri; non t'è venuto fatto, io t'ho avuti miglior bracchi
alla coda che tu non credevi.”</p>
<p>Ricciardo in se medesimo godeva di queste parole e senza
rispondere alcuna cosa l'abbracciava e basciava, e più che
mai le facea le carezze grandi; per che ella seguendo il suo
parlar diceva: “Sì, tu mi credi ora con tue carezze infinte
lusingare, can fastidioso che tu se', e rapaceficare e
racconsolare; tu se' errato: io non sarò mai di questa cosa
consolata infino a tanto che io non te ne vitupero in
presenzia di quanti parenti e amici e vicini noi abbiamo. Or
non sono io, malvagio uomo, così bella come sia la moglie di
Ricciardo Minutolo? non sono io così gentil donna? ché non
rispondi, sozzo cane? che ha colei più di me? Fatti in
costà, non mi toccare, ché tu hai troppo fatto d'arme per
oggi. Io so bene che oggimai, poscia che tu conosci chi io
sono, che tu ciò che tu facessi faresti a forza: ma, se Dio
mi dea la grazia sua, io te ne farò ancora patir voglia; e
non so a che io mi tengo che io non mando per Ricciardo, il
quale più che sé m'ha amata e mai non poté vantarsi che io
il guatassi pure una volta; e non so che male si fosse a
farlo. Tu hai creduto avere la moglie qui, e è come se avuta
l'avessi in quanto per te non è rimaso: dunque, se io avessi
lui, non mi potresti con ragione biasimare.”</p>
<p>Ora le parole furono assai e il ramarichio della donna
grande: pure alla fine Ricciardo, pensando che se andare ne
lasciasse con questa credenza molto di male ne potrebbe
seguire, diliberò di palesarsi e di trarla dello inganno nel
quale era; e recatasela in braccio e presala bene sì che
partire non si poteva, disse: “Anima mia dolce, non vi
turbate: quello che io semplicemente amando aver non potei,
Amor con inganno m'ha insegnato avere, e sono il vostro
Ricciardo.”</p>
<p>Il che Catella udendo, e conoscendolo alla voce,
subitamente si volle gittar del letto ma non poté; ond'ella
volle gridare ma Ricciardo le chiuse con l'una delle mani la
bocca e disse: “Madonna, egli non può oggimai essere che
quello che è stato non sia pure stato, se voi gridaste tutto
il tempo della vita vostra; e se voi criderete o in alcuna
maniera farete che questo si senta mai per alcuna persona,
due cose n'averranno. L'una fia, di che non poco vi dee
calere, che il vostro onore e la vostra buona fama fia
guasta, per ciò che, come che voi diciate che io qui a
inganno v'abbia fatta venire, io dirò che non sia vero, anzi
vi ci abbia fatta venire per denari e per doni che io
v'abbia promessi, li quali per ciò che così compiutamente
dati non v'ho come speravate, vi siete turbata e queste
parole e questo romor ne fate: e voi sapete che la gente è
più acconcia a creder il male che il bene, e per ciò non fia
men tosto creduto a me che a voi. Appresso questo ne seguirà
tra vostro marito e me mortal nimistà, e potrebbe sì andare
la cosa, che io ucciderei altressi tosto lui, come egli me:
di che mai voi non dovreste esser poi né lieta né contenta.
E per ciò, cuor del corpo mio, non vogliate a una ora
vituperar voi e mettere in pericolo e in briga il vostro
marito e me. Voi non siete la prima né sarete l'ultima la
quale è ingannata: né io non v'ho ingannata per torvi il
vostro ma per soverchio amore che io vi porto e son disposto
sempre a portarvi, e a essere vostro umilissimo servidore. E
come che sia gran tempo che io e le mie cose e ciò che io
posso e vaglio vostre state sieno e al vostro servigio, io
intendo che da quinci innanzi sieno più che mai. Ora voi
siete savia nell'altre cose e così son certo che sarete in
questa.”</p>
<p>Catella, mentre che Ricciardo diceva queste parole,
piangeva forte; e come che molto turbata fosse e molto si
ramaricasse, nondimeno diede tanto luogo la ragione alle
vere parole di Ricciardo, che ella cognobbe esser possibile
a avvenire ciò che Ricciardo diceva, e per ciò disse:
“Ricciardo, io non so come Domenedio mi si concederà che io
possa comportare la 'ngiuria e lo 'nganno che fatto m'hai.
Non voglio gridar qui, dove la mia simplicità e soperchia
gelosia mi condusse, ma di questo vivi sicuro, che io non
sarò mai lieta se in un modo o in un altro io non mi veggio
vendica di ciò che fatto m'hai; e per ciò lasciami, non mi
tener più: tu hai avuto ciò che disiderato hai e ha'mi
straziata quanto t'è piaciuto. Tempo hai di lasciarmi:
lasciami, io te ne priego.”</p>
<p>Ricciardo, che conoscea l'animo suo ancora troppo turbato,
s'avea posto in cuore di non lasciarla mai se la sua pace
non riavesse: per che, cominciando con dolcissime parole a
raumiliarla, tanto disse e tanto pregò e tanto scongiurò,
che ella, vinta, con lui si paceficò; e di pari volontà di
ciascuno gran pezza appresso in grandissimo diletto
dimorarono insieme. E conoscendo allora la donna quanto più
saporiti fossero i basci dell'amante che quegli del marito,
voltata la sua durezza in dolce amore verso Ricciardo,
tenerissimamente da quel giorno innanzi l'amò, e
savissimamente operando molte volte goderono del loro amore.
Idio faccia noi goder del nostro.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze;
tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo, parla con la
donna e falla del suo error e conoscente, e libera il marito
di lei da morte, ché lui gli era provato che aveva ucciso, e
co' fratelli il pacefica; e poi saviamente con la sua donna
si gode.</emph></p></argument>
<p>Già si taceva Fiammetta lodata da tutti, quando la reina,
per non perder tempo, prestamente a Emilia commise il
ragionare; la quale incominciò:</p>
<p>–A me piace nella nostra città ritornare, donde alle due
passate piacque di dipartirsi, e come un nostro cittadino la
sua donna perduta racquistasse mostrarvi.</p>
<p>Fu adunque in Firenze un nobile giovane il cui nome fu
Tedaldo degli Elisei, il quale d'una donna, monna Ermellina
chiamata e moglie d'uno Aldobrandino Palermini, innamorato
oltre misura per li suoi laudevoli costumi, meritò di godere
del suo disiderio. Al qual piacere la fortuna, nemica de'
felici, s'oppose: per ciò che, qual che la cagion si fosse,
la donna, avendo di sé a Tedaldo compiaciuto un tempo, del
tutto si tolse dal volergli più compiacere, né a non volere
non solamente alcuna sua ambasciata ascoltare ma veder in
alcuna maniera: di che egli entrò in fiera malinconia e
ispiacevole, ma sì era questo suo amor celato, che della sua
malinconia niuno credeva ciò essere la cagione.</p>
<p>E poi che egli in diverse maniere si fu molto ingegnato di
racquistare l'amore che senza sua colpa gli pareva aver
perduto, e ogni fatica trovando vana, a doversi dileguar del
mondo, per non far lieta colei, che del suo male era
cagione, di vederlo consumar, si dispose. E presi quegli
denari che aver poté, segretamente, senza far motto a amico
o a parente, fuor che a un suo compagno il quale ogni cosa
sapea, andò via e pervenne a Ancona, Filippo di San Lodeccio
faccendosi chiamare; e quivi con un ricco mercatante
accontatosi, con lui si mise per servidore e in su una sua
nave con lui insieme n'andò in Cipri. I costumi del quale e
le maniere piacquero sì al mercatante, che non solamente
buon salario gli assegnò ma il fece in parte suo compagno,
oltre a ciò gran parte de' suoi fatti mettendogli tra le
mani: li quali esso fece sì bene e con tanta sollecitudine,
che esso in pochi anni divenne buono e ricco mercatante e
famoso. Nelle quali faccende, ancora che spesso della sua
crudel donna si ricordasse e fieramente fosse da amor
trafitto e molto disiderasse di rivederla, fu di tanta
constanza che sette anni vinse quella battaglia. Ma avvenne
che, udendo egli un dì in Cipri cantare una canzone già da
lui stata fatta, nella quale l'amore che alla sua donna
portava e ella a lui e il piacere che di lei aveva si
raccontava, avvisando questo non dover potere essere che
ella dimenticato l'avesse, in tanto disidero di rivederla
s'accese, che, più non potendo soffrir, si dispose a tornare
a Firenze.</p>
<p>E, messa ogni sua cosa in ordine, se ne venne con un suo
fante solamente a Ancona; dove essendo ogni sua roba giunta,
quella ne mandò a Firenze a alcuno amico dell'ancontano suo
compagno, e egli celatamente, in forma di pellegrino che dal
Sepolcro venisse, col fante suo se ne venne appresso; e in
Firenze giunti, se ne andò a uno alberghetto di due fratelli
che vicino era alla casa della sua donna. Né prima andò in
altra parte che davanti alla casa di lei, per vederla se
potesse; ma egli vide le finestre e le porti e ogni cosa
serrata, di che egli dubitò forte che morta non fosse o di
quindi mutatasi. Per che, forte pensoso, verso la casa de'
fratelli se n'andò, davanti la quale vide quatro suoi
fratelli tutti di nero vestiti, di che egli si maravigliò
molto: e conoscendosi in tanto trasfigurato e d'abito e di
persona da quello che esser soleva quando si partì, che di
leggier non potrebbe essere stato riconosciuto, sicuramente
s'accostò a un calzolaio e domandollo perché di nero fossero
vestiti coloro.</p>
<p>Al quale il calzolaio rispose: “Coloro sono di nero
vestiti per ciò che non sono quindici dì che un lor fratello
che di gran tempo non c'era stato, che avea nome Tedaldo, fu
ucciso: e parmi intendere che egli abbiano provato alla
corte che uno che ha nome Aldobrandino Palermini, il quale è
preso, l'uccidesse, per ciò che egli voleva bene alla moglie
e eraci tornato sconosciuto per esser con lei.”</p>
<p>Maravigliossi forte Tedaldo che alcuno in tanto il
somigliasse, che fosse creduto lui, e della sciagura
d'Aldobrandin gli dolfe. E avendo sentito che la donna era
viva e sana, essendo già notte, pieno di varii pensieri se
ne tornò all'albergo; e poi che cenato ebbe insieme col
fante suo quasi nel più alto della casa fu messo a dormire.
Quivi, sì per li molti pensieri che lo stimolavano e sì per
la malvagità del letto e forse per la cena ch'era stata
magra, essendo già la metà della notte andata, non s'era
ancor potuto Tedaldo adormentare: per che, essendo desto,
gli parve in su la mezzanotte sentire d'in su il tetto della
casa scender nella casa persone, e appresso per le fessure
dell'uscio della camera vide là sù venire un lume. Per che,
chetamente alla fessura accostatosi, cominciò a guardare che
ciò volesse dire; e vide una giovane assai bella tener
questo lume, e verso lei venir tre uomini che del tetto
quivi eran discesi; e dopo alcuna festa insieme fattasi,
disse l'uno di loro alla giovane: “Noi possiamo, lodato sia
Idio, oggimai star sicuri, per ciò che noi sappiamo
fermamente che la morte di Tedaldo Elisei è stata provata
da' fratelli addosso a Aldobrandin Palermini, e egli l'ha
confessata e già è scritta la sentenzia: ma ben si vuol
nondimeno tacere, per ciò che, se mai si risapesse che noi
fossimo stati, noi saremmo a quel medesimo pericolo che è
Aldobrandino.” E questo detto con la donna, che forte di
ciò si mostrò lieta, se ne scesono e andarsi a dormire.</p>
<p>Tedaldo, udito questo, cominciò a riguardare quanti e quali
fossero gli errori che potevano cadere nelle menti degli
uomini, prima pensando a' fratelli che uno strano avevan
pianto e sepellito in luogo di lui, e appresso lo innocente
per falsa suspizione accusato e con testimoni non veri
averlo condotto a dover morire, e oltre a ciò la cieca
severità delle leggi e de' rettori, li quali assai volte,
quasi solleciti investigatori delli errori, incrudelendo
fanno il falso provare, e sé ministri dicono della giustizia
e di Dio, dove sono della iniquità e del diavolo essecutori.
Appresso questo alla salute d'Aldobrandino il pensier volse
e seco ciò che a fare avesse compose.</p>
<p>E come levato fu la mattina, lasciato il suo fante, quando
tempo gli parve, solo se n'andò verso la casa della sua
donna. E per ventura trovata la porta aperta, entrò dentro e
vide la sua donna sedere in terra in una saletta terrena che
ivi era, e era tutta piena di lagrime e d'amaritudine; e
quasi per compassione ne lagrimò, e avvicinatolesi disse:
“Madonna, non vi tribolate: la vostra pace è vicina.”</p>
<p>La donna, udendo costui, levò alto il viso e piangendo
disse: “Buon uomo, tu mi pari un pellegrin forestiere: che
sai tu di pace o di mia afflizione?”</p>
<p>Rispose allora il pellegrino: “Madonna, io son di
Constantinopoli e giungo testé qui mandato da Dio a
convertir le vostre lagrime in riso e a liberare da morte il
vostro marito.”</p>
<p>“Come, “ disse la donna “se tu di Constantinopoli se' e
giugni pur testé qui, sai tu chi mio marito o io ci siamo?”</p>
<p>Il pellegrino, di capo fattosi, tutta la istoria
dell'angoscia d'Aldobrandino raccontò e a lei disse chi ella
era, quanto tempo stata maritata e altre cose assai, le
quali egli molto ben sapeva, de' fatti suoi. Di che la donna
si maravigliò forte e avendolo per uno profeta gli
s'inginocchiò a' piedi, per Dio pregandolo che, se per la
salute d'Aldobrandino era venuto, che egli s'avacciasse per
ciò che il tempo era brieve.</p>
<p>Il pellegrino, mostrandosi molto santo uomo, disse:
“Madonna, levate sù e non piagnete e attendete bene a
quello che io vi dirò, e guarderetevi bene di mai a alcun
non ridirlo. Per quello che Idio mi riveli, la tribulazione
la qual voi avete n'è per un peccato, il quale voi
commetteste già, avvenuta, il quale Domenedio ha voluto in
parte purgare con questa noia, e vuol del tutto che per voi
s'amendi; se non, sì ricadereste in troppo maggiore
affanno.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Messere, io ho peccati assai, né
so qual Domenedio più un che un altro si voglia che io
m'amendi; e per ciò, se voi il sapete, ditelmi, e io ne farò
ciò che io potrò per ammendarlo.”</p>
<p>“Madonna, “ disse allora il pellegrino “io so bene quale
egli è, né ve ne domanderò per saperlo meglio, ma per ciò
che voi medesima dicendolo n'abbiate più rimordimento. Ma
vegnamo al fatto. Ditemi, ricordavi egli che voi mai aveste
alcuno amante?”</p>
<p>La donna, udendo questo, gittò un gran sospiro e
maravigliossi forte, non credendo che mai alcuna persona
saputo l'avesse, quantunque di que' dì, che ucciso era stato
colui che per Tedaldo fu sepellito, se ne bucinasse per
certe parolette non ben saviamente usate dal compagno di
Tedaldo che ciò sapea; e rispose: “Io veggio che Idio vi
dimostra tutti i segreti degli uomini, e per ciò io son
disposta a non celarvi i miei. Egli è il vero che nella mia
giovanezza io amai sommamente lo sventurato giovane la cui
morte è apposta al mio marito: la qual morte io ho tanto
pianta, quanto dolent'è a me, per ciò che, quantunque io
rigida e salvatica verso di lui mi mostrassi anzi la sua
partita, né la sua partita né la sua lunga dimora né ancora
la sventurata morte mai me l'hanno potuto trarre del
cuore.”</p>
<p>A cui il pellegrin disse: “Lo sventurato giovane che fu
morto non amaste voi mai, ma Tedaldo Elisei sì. Ma ditemi:
qual fu la cagione per la quale voi con lui vi turbaste?
offesevi egli giammai?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Certo no che egli non m'offese
mai, ma la cagione del cruccio furono le parole d'un
maladetto frate dal quale io una volta mi confessai; per ciò
che, quando io gli dissi l'amore il quale io a costui
portava e la dimestichezza che io aveva seco, mi fece un
romore in capo che ancor mi spaventa, dicendomi che, se io
non me ne rimanessi, io n'andrei in bocca del diavolo nel
profondo del Ninferno e sarei messa nel fuoco pennace. Di
che sì fatta paura m'entrò, che io del tutto mi disposi a
non voler più la dimestichezza di lui e, per non averne
cagione, né sua lettera né sua ambasciata più volli
ricevere: come che io credo, se più fosse perseverato (come,
per quello che io presumma, egli se ne andò disperato),
veggendolo io consumare come si fa la neve al sole, il mio
duro proponimento si sarebbe piegato, per ciò che niun
disidero al mondo maggiore avea.”</p>
<p>Disse allora il pellegrino: “Madonna, questo è sol quel
peccato che ora vi tribola. Io so fermamente che Tedaldo non
vi fece forza alcuna: quando voi di lui v'innamoraste, di
vostra propria volontà il faceste, piacendovi egli, e come
voi medesima voleste a voi venne e usò la vostra
dimestichezza, nella quale e con parole e con fatti tanta di
piacevolezza gli mostraste, che, s'egli prima v'amava, in
ben mille doppi faceste l'amor raddoppiare. E se così fu,
che so che fu, qual cagion vi dovea poter muovere a torglivi
così rigidamente? Queste cose si volevan pensare innanzi
tratto; e se credavate dovervene, come di mal far, pentere,
non farle. Così come egli divenne vostro, così diveniste voi
sua. Che egli non fosse vostro potavate voi fare a ogni
vostro piacere, sì come del vostro; ma il voler torre voi a
lui che sua eravate, questa era ruberia e sconvenevole cosa
dove sua volontà stata non fosse. Or voi dovete sapere che
io son frate, e per ciò li loro costumi io conosco tutti; e
se io ne parlo alquanto largo a utilità di voi, non mi si
disdice come farebbe a un altro. E egli mi piace di
parlarne, acciò che per innanzi meglio gli conosciate che
per adietro non pare che abbiate fatto. Furon già i frati
santissimi e valenti uomini, ma quegli che oggi frati si
chiamano e così vogliono esser tenuti, niuna altra cosa
hanno di frate se non la cappa, né quella altressì è di
frate, per ciò che, dove dagl'inventori de' frati furono
ordinate strette e misere e di grossi panni e dimostratrici
dell'animo, il quale le temporali cose disprezzate avea
quando il corpo in così vile abito avviluppava, essi oggi le
fanno larghe e doppie e lucide e di finissimi panni, e
quelle in forma hanno recate leggiadra e pontificale, in
tanto che paoneggiar con esse nelle chiese e nelle piazze,
come con le lor robe i secolari fanno, non si vergognano. E
quale col giacchio il pescatore d'occupar ne' fiumi molti
pesci a un tratto, così costoro, con le fimbrie ampissime
avvolgendosi, molte pinzochere, molte vedove, molte altre
sciocche femine e uomini d'avilupparvi sotto s'ingegnano, e
è loro maggior sollecitudine che d'altro essercizio. E per
ciò, acciò che io più vero parli, non le cappe de' frati
hanno costoro ma solamente i colori delle cappe. E dove gli
antichi la salute disideravan degli uomini, quegli d'oggi
disiderano le femine e le ricchezze; e tutto il loro studio
hanno posto e pongono in ispaventare con romori e con
dipinture le menti degli sciocchi e in monstrare che con
limosine i peccati si purghino e con le messe, acciò che a
loro che per viltà, non per divozione, son rifuggiti a farsi
frati e per non durar fatica, porti questi il pane, colui
mandi il vino, quell'altro faccia la pietanza per l'anima
de' lor passati. E certo egli è il vero che le elemosine e
le orazioni purgano i peccati; ma se coloro che le fanno
vedessero a cui le fanno o il conoscessero, più tosto o a sé
il guarderieno o dinanzi a altrettanti porci il gitterieno.
E per ciò che essi conoscono quanti meno sono i possessori
d'una gran ricchezza tanto più stanno a agio, ognuno con
romori, con ispaventamenti s'ingegna di rimuovere altrui da
quello a che esso di rimaner solo disidera. Essi sgridano
contra gli uomini la lussuria, acciò che, rimovendosene gli
sgridati, agli sgridatori rimangano le femine; essi dannan
l'usura e i malvagi guadagni, acciò che, fatti restitutori
di quegli, si possan fare le cappe più larghe, procacciare i
vescovadi e l'altre prelature maggiori di ciò che mostrato
hanno dovere menare a perdizion chi l'avesse. E quando di
queste cose, e di molte altre che sconce fanno, ripresi
sono, l'avere risposto ‘Fate quello che noi diciamo e non
quello che noi facciamo’ estimano che sia degno scaricamento
d'ogni grave peso, quasi più alle pecore sia possibile
l'esser constanti e di ferro che a' pastori. E quanti sien
quegli a' quali essi fanno cotal risposta, che non la
'ntendono per lo modo che essi la dicono, gran parte di loro
il sanno. Vogliono gli odierni frati che voi facciate quello
che dicono, cioè che voi empiate loro le borse di denari,
fidiate loro i vostri segreti, serviate castità, siate
pazienti, perdoniate le 'ngiurie, guardiatevi del mal dire:
cose tutte buone, tutte oneste, tutte sante; ma queste
perché? Perché essi possan far quello che, se i secolari
faranno, essi far non potranno. Chi non sa che senza denari
la poltroneria non può durare? Se tu ne' tuoi diletti
spenderai i denari, il frate non potrà poltroneggiar
nell'Ordine; se tu andrai alle femine da torno, i frati non
avranno lor luogo; se tu non sarai paziente o perdonator
d'ingiurie, il frate non ardirà di venirti a casa a
contaminare la tua famiglia. Perché vo io dietro a ogni
cosa? Essi s'accusano quante volte nel cospetto
degl'intendenti fanno quella scusa. Perché non si stanno
egli innanzi a casa, se astinenti e santi non si credon
potere essere? o se pure a questo dar si vogliono, perché
non seguitano quell'altra santa parola dell'Evangelio
‘Incominciò Cristo a fare e a insegnare’? Facciano in prima
essi, poi ammaestrin gli altri. Io n'ho de' miei dì mille
veduti vagheggiatori, amatori, visitatori non solamente
delle donne secolari ma de' monisteri; e pur di quegli che
maggior romor fanno in su i pergami! A quegli adunque così
fatti andrem dietro? Chi 'l fa, fa quel che vuole, ma Idio
sa se egli fa saviamente. Ma posto pur che in questo sia da
concedere ciò che il frate che vi sgridò disse, cioè che
gravissima colpa sia rompere la matrimonial fede, non è
molto maggiore il rubare uno uomo? non è molto maggiore
l'ucciderlo o il mandarlo in essilio tapinando per lo mondo?
Questo concederà ciascuno. L'usare la dimestichezza d'uno
uomo una donna è peccato naturale: il rubarlo o ucciderlo o
il discacciarlo da malvagità di mente procede. Che voi
rubaste Tedaldo già di sopra v'ho dimostrato togliendogli
voi che sua di vostra spontanea volontà eravate divenuta.
Appresso dico che, in quanto in voi fu, voi l'uccideste per
ciò che per voi non rimase, mostrandovi ognora più crudele,
che egli non s'uccidesse con le sue mani: e la legge vuol
che colui che è cagione del mal che si fa sia in quella
medesima colpa che colui che 'l fa. E che voi del suo
essilio e dell'essere andato tapin per lo mondo sette anni
non siate cagone, questo non si può negare, sì che molto
maggior peccato avete commesso in qualunque s'è l'una di
queste tre cose dette che nella sua dimestichezza non
commettavate. Ma veggiamo: forse che Tedaldo meritò queste
cose? Certo non fece: voi medesima già confessato l'avete;
senza che io so che egli più che sé v'ama. Niuna cosa fu mai
tanto onorata, tanto essaltata, tanto magnificata quanto
eravate voi sopra ogni altra donna, quanto eravate voi da
lui se in parte si trovava dove onestamente e senza generar
sospetto di voi potea favellare. Ogni suo bene, ogni suo
onore, ogni sua libertà tutta nelle vostre mani era da lui
rimessa. Non era egli nobile giovane? non era egli tra gli
altri suoi cittadin bello? non era egli valoroso in quelle
cose che a' giovani s'appartengono? non amato, non avuto
caro, non volentier veduto da ogni uomo? Né di questo direte
di no. Adunque, come, per detto d'un fraticello pazzo,
bestiale e invidioso, poteste voi alcuno proponimento
crudele pigliare contro a lui? Io non so che errore s'è
quello delle donne, le quali gli uomini schifano e
prezzangli poco; dove esse, pensando a quello che elle sono
e quanta e qual sia la nobiltà da Dio oltre a ogni altro
animale data all'uomo, si dovrebbon gloriare quando da
alcuno amate sono, e colui aver sommamente caro e con ogni
sollecitudine ingegnarsi di compiacergli, acciò che da
amarla non si rimovesse giammai. Il che come voi faceste,
mossa dalle parole d'un frate, il qual per certo doveva
essere alcun brodaiuolo manicator di torte, voi il vi
sapete: e forse che disiderava egli di porre sé in quel
luogo onde egli s'ingegnava di cacciare altrui. Questo
peccato adunque è quello che la divina giustizia, la quale
con giusta bilancia tutte le sue operazion mena a effetto,
non ha voluto lasciare impunito: e così come voi senza
ragion v'ingegnaste di torre voi medesima a Tedaldo, così il
vostro marito senza ragione per Tedaldo è stato e è ancora
in pericolo e voi in tribulazione. Dalla quale se liberata
esser volete, quello che a voi convien promettere e molto
maggiormente fare, è questo: se mai avviene che Tedaldo del
suo lungo sbandeggiamento qui torni, la vostra grazia, il
vostro amore, la vostra benivolenzia e dimestichezza gli
rendiate e in quello stato il ripogniate nel quale era
avanti che voi scioccamente credeste al matto frate.”</p>
<p>Aveva il pellegrino le sue parole finite, quando la donna,
che attentissimamente le raccoglieva per ciò che verissime
le parevan le sue ragioni e sé per certo per quel peccato, a
lui udendol dire, estimava tribolata, disse: “Amico di Dio,
assai conosco vere le cose le quali ragionate e in gran
parte per la vostra dimostrazione conosco chi sieno i frati,
infino a ora da me tutti santi tenuti. E senza dubbio
conosco il mio difetto essere stato grande in ciò che contro
a Tedaldo adoperai e, se per me si potesse, volentieri
l'amenderei nella maniera che detta avete. Ma questo come si
può fare? Tedaldo non ci potrà mai tornare: egli è morto, e
per ciò quello che non si dee poter fare non so perché
bisogni che io il vi prometta.”</p>
<p>A cui il pellegrin disse: “Madonna, Tedaldo non è punto
morto, per quello che Idio mi dimostri, ma è vivo e sano e
in buono stato, se egli la vostra grazia avesse.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Guardate che voi diciate; io il
vidi morto davanti alla mia porta di più punte di coltello e
ebbilo in queste braccia e di molte mie lagrime gli bagnai
il morto viso, le quali forse furon cagione di farne parlare
quello cotanto che parlato se n'è disonestamente.”</p>
<p>Allora disse il pellegrino: “Madonna, che che voi vi
diciate, io v'acerto che Tedaldo è vivo; e dove voi quello
prometter vogliate per doverlo attenere, io spero che voi il
vedrete tosto.”</p>
<p>La donna allora disse: “Questo fo io e farò volentieri; né
cosa potrebbe avvenire che simile letizia mi fosse, che
sarebbe il vedere il mio marito libero senza danno e Tedaldo
vivo.”</p>
<p>Parve allora a Tedaldo tempo di palesarsi e di confortar la
donna con più certa speranza del suo marito, e disse:
“Madonna, acciò che io vi consoli del vostro marito, un
gran segreto mi vi convien di mostrare, il quale guarderete
che per la vita vostra voi mai non manifestiate.”</p>
<p>Essi erano in parte assai rimota e soli, somma confidenzia
avendo la donna presa della santità che nel pellegrino le
pareva che fosse; per che Tedaldo, tratto fuori uno anello
guardato da lui con somma diligenza, il quale la donna gli
avea donato l'ultima notte che con lei era stato, e
mostrandogliele, disse: “Madonna, conoscete voi questo?”</p>
<p>Come la donna il vide, così il riconobbe e disse: “Messer
sì, io il donai già a Tedaldo.”</p>
<p>Il pellegrino allora, levatosi in piè e prestamente la
schiavina gittatasi di dosso e di capo il cappello e
fiorentin parlando, disse: “E me conoscete voi?”</p>
<p>Quando la donna il vide, conoscendo lui esser Tedaldo,
tutta stordì, così di lui temendo come de' morti corpi, se
poi veduti andar come vivi, si teme; e non come Tedaldo
venuto di Cipri a riceverlo gli si fece incontro, ma come
Tedaldo dalla sepoltura quivi tornato fuggir si volle
temendo.</p>
<p>A cui Tedaldo disse: “Madonna, non dubitate, io sono il
vostro Tedaldo vivo e sano, e mai né mori' né fui morto, che
che voi e i miei fratelli si credano.”</p>
<p>La donna, rassicurata alquanto e temendo la sua boce e
alquanto più riguardatolo e seco affermando che per certo
egli era Tedaldo, piagnendo gli si gittò al collo e
basciollo dicendo: “Tedaldo mio dolce, tu sii il ben
tornato!”</p>
<p>Tedaldo, basciata e abbracciata lei, disse: “Madonna, egli
non è or tempo da fare più strette accoglienze: io voglio
andare a fare che Aldobrandino vi sia sano e salvo renduto,
della qual cosa spero che avanti che doman sia sera voi
udirete novelle che vi piaceranno; sì veramente, se io l'ho
buone, come io credo, della sua salute, io voglio stanotte
poter venire da voi e contarlevi per più agio che al
presente non posso.”</p>
<p>E rimessasi la schiavina e 'l cappello, basciata un'altra
volta la donna e con buona speranza riconfortatala, da lei
si partì e colà se ne andò dove Aldobrandino in prigione
era, più di paura della soprastante morte pensoso che di
speranza di futura salute; e quasi in guisa di confortatore,
col piacere de' pregionieri a lui se n'entrò e, postosi con
lui a sedere, gli disse: “Aldobrandino, io sono un tuo
amico a te mandato da Dio per la tua salute, al quale per la
tua innocenzia è di te venuta pietà; e per ciò, se a
reverenza di Lui un picciol dono che io ti domanderò
conceder mi vuogli, senza alcun fallo avanti che doman sia
sera, dove tu la sentenzia della morte attendi, quella della
tua absoluzione udirai.”</p>
<p>A cui Aldobrandin rispose: “Valente uomo, poi che tu della
mia salute se' sollecito, come che io non ti conosca né mi
ricordi di mai più averti veduto, amico dei essere come tu
di'. E nel vero il peccato per lo quale uom dice che io
debbo essere a morte giudicato, io nol commisi giammai;
assai degli altri ho già fatti, li quali forse a questo
condotto m'hanno. Ma così ti dico a reverenza di Dio: se
Egli ha al presente misericordia di me, ogni gran cosa, non
che una piccola, farei volentieri non che io promettessi; e
però quello che ti piace adomanda, ché senza fallo, ov'egli
avvenga che io scampi, io lo serverò fermamente.”</p>
<p>Il pellegrino allora disse: “Quello che io voglio niuna
altra cosa è se non che tu perdoni a' quatro fratelli di
Tedaldo l'averti a questo punto condotto, te credendo nella
morte del lor fratello esser colpevole, e abbigli per
fratelli e per amici dove essi di questo ti dimandin
perdono.”</p>
<p>A cui Aldobrandin rispose: “Non sa quanto dolce cosa si
sia la vendetta né con quanto ardor si disideri se non chi
riceve l'offese; ma tuttavia, acciò che Idio alla mia salute
intenda, volentieri loro perdonerò e ora loro perdono; e se
io quinci esco vivo e scampo, in ciò fare quella maniera
terrò che a grado ti fia.”</p>
<p>Questo piacque al pellegrino, e senza volergli dire altro
sommamente il pregò che di buon cuore stesse, ché per certo
che avanti che il seguente giorno finisse egli udirebbe
novella certissima della sua salute.</p>
<p>E da lui partitosi se n'andò alla Signoria e in segreto a
un cavaliere, che quella tenea, disse così: “Signor mio,
ciascun dee volentier faticarsi in fare che la verità delle
cose si conosca, e massimamente coloro che tengono il luogo
che voi tenete, acciò che coloro non portin le pene che non
hanno il peccato commesso e i peccatori sien puniti; la qual
cosa acciò che avvenga in onor di voi e in male di chi
meritato l'ha, io sono qui venuto a voi. E come voi sapete,
voi avete rigidamente contra Aldobrandin Palermini proceduto
e parvi aver trovato per vero lui essere stato quello che
Tedaldo Elisei uccise e siete per condannarlo; il che è
certissimamente falso, sì come io credo avanti che
mezzanotte sia, dandovi gli ucciditor di quel giovane nelle
mani, avervi mostrato.”</p>
<p>Il valoroso uomo, al quale d'Aldobrandino increscea,
volentier diede orecchi alle parole del pellegrino; e molte
cose da lui sopra ciò ragionate, per sua introduzione in sul
primo sonno i due fratelli albergatori e il lor fante a man
salva prese; e loro volendo, per rinvenire come stata fosse
la cosa, porre al martorio, nol soffersero ma ciascun per sé
e poi tutti insieme apertamente confessarono sé essere stati
coloro che Tedaldo Elisei ucciso aveano, non conoscendolo.
Domandati della cagione, dissero per ciò che egli alla
moglie dell'un di loro, non essendovi essi nell'albergo,
aveva molta noia data e volutala sforzare a fare il voler
suo.</p>
<p>Il pellegrino, questo avendo saputo, con licenzia del
gentile uomo si partì e occultamente alla casa di madonna
Ermellina se ne venne; e lei sola, essendo ogni altro della
casa andato a dormire, trovò che l'aspettava parimente
disiderosa d'udire buone novelle del marito e di
riconciliarsi pienamente col suo Tedaldo: alla qual venuto
con lieto viso disse: “Carissima donna mia, rallegrati, ché
per certo tu riavrai domane qui sano e salvo il tuo
Aldobrandino”, e per darle di ciò più intera credenza ciò
che fatto aveva pienamente le raccontò.</p>
<p>La donna di due così fatti accidenti e così subiti, cioè di
riaver Tedaldo vivo, il quale veramente credeva aver pianto
morto, e di veder libero dal pericolo Aldobrandino, il quale
fra pochi dì si credeva dover piagner morto, tanto lieta
quanto altra ne fosse mai affettuosamente abbracciò e basciò
il suo Tedaldo; e andatisene insieme a letto di buon volere
fecero graziosa e lieta pace, l'un dell'altro prendendo
dilettosa gioia. E come il giorno s'appressò, Tedaldo
levatosi, avendo già alla donna mostrato ciò che fare
intendeva e da capo pregatola che occultissimo fosse, pure
in abito pellegrino s'uscì della casa della donna per
dovere, quando ora fosse, attendere a' fatti d'Aldobrandino.</p>
<p>La signoria, venuto il giorno e parendole piena
informazione avere dell'opera, prestamente Aldobrandino
liberò, e pochi dì appresso a' mafattori dove commesso
avevano l'omicidio fece tagliar la testa. Essendo adunque
libero Aldobrandino, con gran letizia di lui e della sua
donna e di tutti i suoi amici e parenti, e conoscendo
manifestamente ciò essere per opera del pellegrino avvenuto,
lui alla loro casa condussero per tanto quanto nella città
gli piacesse di stare; e quivi di fargli onore e festa non
si potevano veder sazii, e spezialmente la donna, che sapeva
a cui farlosi.</p>
<p>Ma parendogli dopo alcun dì tempo di dovere i fratelli
riducere a concordia con Aldobrandino, li quali esso sentiva
non solamente per lo suo scampo scornati ma armati per tema,
domandò a Aldobrandino la promessa. Aldobrandino liberamente
rispose sé essere apparecchiato. A cui il pellegrino fece
per lo seguente dì apprestare un bel convito, nel quale gli
disse che voleva che egli co' suoi parenti e con le sue
donne ricevesse i quatro fratelli e le lor donne,
aggiugnendo che esso medesimo andrebbe incontanente a
invitargli alla sua pace e al suo convito da sua parte. E
essendo Aldobrandino di quanto al pellegrino piaceva
contento, il pellegrino tantosto n'andò a' quatro fratelli
e, con loro assai delle parole che intorno a tal materia si
richiedeano usate, alfine con ragioni inrepugnabili assai
agevolmente gli condusse a dovere, domandando perdono,
l'amistà d'Aldobrandino racquistare: e questo fatto, loro e
le lor donne a dover desinare la seguente mattina con
Aldobrandino gl'invitò, e essi liberamente, dalla sua fé
sicurati, tennero lo 'nvito.</p>
<p>La mattina adunque seguente, in su l'ora del mangiare,
primieramente i quatro fratelli di Tedaldo, così vestiti di
nero come erano, con alquanti loro amici vennero a casa
Aldobrandino, che gli attendeva; e quivi, davanti a tutti
coloro che a fare lor compagnia erano stati da Aldobrandino
invitati, gittate l'armi in terra, nelle mani d'Aldobrandino
si rimisero, perdonanza domandando di ciò che contro a lui
avevano adoperato. Aldobrandino lagrimando pietosamente gli
ricevette e tutti basciandogli in bocca, con poche parole
spacciandosi, ogni ingiuria ricevuta rimise. Appresso
costoro le sirocchie e le mogli loro tutte di bruno vestite
vennero, e da madonna Ermellina e dall'altre donne
graziosamente ricevute furono.</p>
<p>E essendo stati magnificamente serviti nel convito gli
uomini parimente e le donne, né avendo avuto in quello cosa
alcuna altro che laudevole, se non una, la taciturnità stata
per lo fresco dolore rappresentato ne' vestimenti obscuri
de' parenti di Tedaldo (per la qual cosa da alquanti il
diviso e lo 'nvito del pellegrino era stato biasimato e egli
se n'era accorto), ma, come seco disposto avea, venuto il
tempo da torla via, si levò in piè, mangiando ancora gli
altri le frutte, e disse: “Niuna cosa è mancata a questo
convito, a doverlo far lieto, se non Tedaldo; il quale, poi
ch'avendolo avuto continuamente con voi e non l'avete
conosciuto, io il vi voglio mostrare.”</p>
<p>E di dosso gittatosi la schiavina e ogni abito pellegrino,
in una giubba di zendado verde rimase, e non senza
grandissima maraviglia da tutti guatato e riconosciuto fu
lungamente, avanti che alcun s'arrischiasse a creder ch'el
fosse desso. Il che Tedaldo vedendo, assai de' lor
parentadi, delle cose tra loro avvenute, de' suoi accidenti
raccontò: per che i fratelli e gli altri uomini, tutti di
lagrime d'allegrezza pieni, a abbracciare il corsero, e il
simigliante appresso fecer le donne, così le non parenti
come le parenti, fuor che monna Ermellina.</p>
<p>Il che Aldobrandin veggendo disse: “Che è questo,
Ermellina? come non fai tu come l'altre donne festa a
Tedaldo?”</p>
<p>A cui, udendo tutti, la donna rispose: “Niuna ce n'è che
più volentieri gli abbia fatta festa o faccia, che fare'io,
sì come colei che più gli è tenuta che alcuna altra,
considerato che per le sue opere io t'abbia riavuto; ma le
disoneste parole dette ne' dì che noi piagnemmo colui che
noi credavam Tedaldo, me ne fanno stare.”</p>
<p>A cui Aldobrandin disse: “Va via, credi tu che io creda
agli abbaiatori? Esso, procacciando la mia salute, assai
bene dimostrato ha quelle essere stato fallo, senza che io
mai nol credetti; tosto leva sù, va abbraccialo.”</p>
<p>La donna, che altro non disiderava, non fu lenta in questo
a ubidire il marito; per che levatasi, come l'altre avevan
fatto, così ella abbracciandolo gli fece lieta festa. Questa
liberalità d'Aldobrandino piacque molto a' fratelli di
Tedaldo e a ciascuno uomo e donna che quivi era, e ogni
rugginuzza, che fosse nata nelle menti d'alcuni dalle parole
state, per questo si tolse via. Fatta adunque da ciascun
festa a Tedaldo, esso medesimo stracciò li vestimenti neri
indosso a' fratelli e i bruni alle sirocchie e alle cognate
e volle che quivi altri vestimenti si facessero venire; li
quali poi che rivestiti furono, canti e balli con altri
sollazzi vi si fecero assai: per la qual cosa il convito,
che tacito principio avuto avea, ebbe sonoro fine. E con
grandissima allegrezza, così come eran, tutti a casa di
Tedaldo n'andarono, e quivi la sera cenarono; e più giorni
appresso, questa maniera tegnendo, la festa continuarono.</p>
<p>Li fiorentini più giorni quasi come uno uomo risuscitato e
maravigliosa cosa riguardaron Tedaldo; e a molti, e a'
fratelli ancora, n'era un cotal dubbio debole nell'animo se
fosse desso o no, e non credevano ancor fermamente, né forse
avrebber fatto a pezza, se un caso avvenuto non fosse che
lor chiarò chi fosse stato l'ucciso: il qual fu questo.</p>
<p>Passavano un giorno fanti di Lunigiana davanti a casa loro,
e vedendo Tedaldo gli si fecero incontro dicendo: “Ben
possa star Faziuolo!”</p>
<p>A' quali Tedaldo in presenzia de' fratelli rispose: “Voi
m'avete colto in iscambio.”</p>
<p>Costoro, udendol parlare, si vergognarono e chiesongli
perdono dicendo: “In verità che voi risomigliate, più che
uomo che noi vedessimo mai risomigliare un altro, un nostro
compagno il qual si chiama Faziuolo da Pontriemoli, che
venne, forse quindici dì o poco più fa, qua, né mai potemmo
poi sapere che di lui si fosse. Bene è vero che noi ci
maravigliavamo dell'abito, per ciò che esso era, sì come noi
siamo, masnadiere.”</p>
<p>Il maggior fratel di Tedaldo, udendo questo, si fece
innanzi e domandò di che fosse stato vestito quel Faziuolo.
Costoro il dissero, e trovossi appunto così essere stato
come costoro dicevano; di che, tra per questo e per gli
altri segni, riconosciuto fu colui che era stato ucciso
essere stato Faziuolo e non Tedaldo, laonde il sospetto di
lui uscì a' fratelli e a ciascuno altro.</p>
<p>Tedaldo adunque, tornato ricchissimo, perseverò nel suo
amare, e senza più turbarsi la donna, discretamente
operando, lungamente goderon del loro amore. Dio faccia noi
goder del nostro.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e
dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto della
sepoltura è messo in prigione e fattogli credere che egli è
in Purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuol
dell'abate nella moglie di lui generato.</emph></p></argument>
<p>Venuta la fine della lunga novella d'Emilia, non per ciò
dispiaciuta a alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti
tenuto che brievemente narrata fosse stata avendo rispetto
alla quantità e alla varietà de' casi in essa raccontati,
per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il
suo disio, le diè cagione di così cominciare:</p>
<p>–Carissime donne, a me si para davanti a doversi far
raccontare una verità che ha, troppo più che di quello che
ella fu, di menzogna sembianza; e quella nella mente m'ha
ritornata l'avere udito un per un altro essere stato pianto
e sepellito. Dirò adunque come un vivo per morto sepellito
fosse, e come poi per risuscitato, e non per vivo, egli
stesso e molti altri lui credessero essere della sepoltura
uscito, colui di ciò essendo per santo adorato che come
colpevole ne dovea più tosto essere condannato.</p>
<p>Fu adunque in Toscana una badia, e ancora è, posta, sì come
noi ne veggiam molte, in luogo non troppo frequentato dagli
uomini, nella quale fu fatto abbate un monaco, il quale in
ogni cosa era santissimo fuori che nell'opera delle femine:
e questo sapeva sì cautamente fare, che quasi niuno, non che
il sapesse, ma ne suspicava; per che santissimo e giusto era
tenuto in ogni cosa. Ora avvenne che, essendosi molto con
l'abate dimesticato un ricchissimo villano il quale avea
nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (né per
altro la sua dimestichezza piaceva all'abate, se non per
alcune recreazioni le quali talvolta pigliava delle sue
simplicità), e in questa dimestichezza s'accorse l'abate
Ferondo avere una bellissima donna per moglie, della quale
esso sì ferventemente s'innamorò, che a altro non pensava né
dì né notte. Ma udendo che, quantunque Ferondo fosse in ogni
altra cosa semplice e dissipato, in amare questa sua moglie
e guardarla bene era savissimo, quasi se ne disperava. Ma
pure, come molto avveduto, recò a tanto Ferondo, che egli
insieme con la sua donna a prendere alcun diporto nel
giardino della badia venivano alcuna volta: e quivi con loro
della beatitudine di vita eterna e di santissime opere di
molti uomini e donne passate ragionava modestissimamente
loro, tanto che alla donna venne disidero di confessarsi da
lui e chiesene la licenzia da Ferondo e ebbela.</p>
<p>Venuta adunque a confessarsi la donna all'abate con
grandissimo piacere di lui e a' piè postaglisi a sedere,
anzi che a dire altro venisse, incominciò: “Messere, se
Idio m'avesse dato marito o non me l'avesse dato, forse mi
sarebbe agevole co' vostri ammaestramenti d'entrare nel
camino che ragionato n'avete che mena altrui a vita eterna;
ma io, considerato chi è Ferondo e la sua stoltizia, mi
posso dir vedova, e pur maritata sono, in quanto, vivendo
esso, altro marito aver non posso; e egli, così matto come
egli è, senza alcuna cagione è sì fuori d'ogni misura geloso
di me, che io per questo altro che in tribulazione e in mala
ventura con lui viver non posso. Per la qual cosa, prima che
io a altra confession venga, quanto più posso umilmente vi
priego che sopra questo vi piaccia darmi alcun consiglio,
per ciò che, se quinci non comincia la cagione del mio bene
potere adoperare, il confessarmi o altro ben fare poco mi
gioverà.”</p>
<p>Questo ragionamento con gran piacere toccò l'animo
dell'abate, e parvegli che la fortuna gli avesse al suo
maggior disidero aperta la via, e disse: “Figliuola mia, io
credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come
voi siete, aver per marito un mentecatto, ma molto maggior
la credo essere l'avere un geloso: per che, avendo voi e
l'uno e l'altro, agevolmente ciò che della vostra
tribulazion dite vi credo. Ma a questo, brievemente
parlando, niuno né consiglio né rimedio veggo fuor che uno,
il quale è che Ferondo di questa gelosia si guerisca. La
medicina da guerillo so io troppo ben fare, pur che a voi
dea il cuore di segreto tenere ciò che io vi ragionerò.”</p>
<p>La donna disse: “Padre mio, di ciò non dubitate, per ciò
che io mi lascerei innanzi morire che io cosa dicessi a
altrui che voi mi diceste che io non dicessi: ma come si
potrà far questo?”</p>
<p>Rispose l'abate: “Se noi vogliamo che egli guerisca, di
necessità convien che egli vada in Purgatorio.”</p>
<p>“E come” disse la donna “vi potrà egli andar vivendo?”</p>
<p>Disse l'abate: “Egli convien ch'e' muoia, e così v'andrà;
e quando tanta pena avrà sofferta che egli di questa sua
gelosia sarà gastigato, noi con certe orazioni pregheremo
Idio che in questa vita il ritorni, e Egli il farà.”</p>
<p>“Adunque, “ disse la donna “debbo io rimaner vedova?”</p>
<p>“Sì, “ rispose l'abate “per un certo tempo, nel quale vi
converrà molto ben guardare che voi a alcun non vi lasciate
rimaritare, per ciò che Idio l'avrebbe per male, e
tornandoci Ferondo vi converrebbe a lui tornare, e sarebbe
più geloso che mai.”</p>
<p>La donna disse: “Pur che egli di questa mala ventura
guerisca, ché egli non mi convenea sempre stare in prigione,
io son contenta; fate come vi piace.”</p>
<p>Disse allora l'abate: “E io il farò; ma che guiderdone
debbo io aver da voi di così fatto servigio?”</p>
<p>“Padre mio, “ disse la donna “ciò che vi piace, pur che
io possa: ma che puote una mia pari, che a un così fatto
uomo, come voi siete, sia convenevole?”</p>
<p>A cui l'abate disse: “Madonna, voi potete non meno
adoperar per me che sia quello che io mi metto a far per
voi, per ciò che, sì come io mi dispongo a far quello che
vostro bene e vostra consolazion dee essere, così voi potete
far quello che fia salute e scampo della vita mia.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Se così è, io sono
apparecchiata.”</p>
<p>“Adunque” disse l'abate “mi donerete voi il vostro amore
e faretemi contento di voi, per la quale io ardo tutto e mi
consumo.”</p>
<p>La donna, udendo questo, tutta sbigottita rispose: “Oimè,
padre mio, che è ciò che voi domandate? Io mi credeva che
voi foste un santo: or conviensi egli a' santi uomini di
richieder le donne, che a lor vanno per consiglio, di così
fatte cose?”</p>
<p>A cui l'abate disse: “Anima mia bella, non vi
maravigliate, ché per questo la santità non diventa minore,
per ciò che ella dimora nell'anima e quello che io vi
domando è peccato del corpo. Ma che che si sia, tanta forza
ha avuta la vostra vaga bellezza, che amore mi costrigne a
così fare; e dicovi che voi della vostra bellezza più che
altra donna gloriar vi potete, pensando che ella piaccia a'
santi, che sono usi di vedere quelle del cielo. E oltre a
questo, come che io sia abate, io sono uomo come gli altri
e, come voi vedete, io non sono ancor vecchio. E non vi dee
questo esser grave a dover fare, anzi il dovete disiderare,
per ciò che, mentre che Ferondo starà in Purgatoro, io vi
darò, faccendovi la notte compagnia, quella consolazione che
vi dovrebbe dare egli; né mai di questo persona alcuna
s'accorgerà, credendo ciascun di me quello, e più, che voi
poco avante ne credavate. Non rifiutate la grazia che Dio vi
manda, ché assai sono di quelle che quello disiderano che
voi potete avere e avrete, se savia crederete al mio
consiglio. Oltre a questo, io ho di belli gioielli e di
cari, li quali io non intendo che d'altra persona sieno che
vostra. Fate adunque, dolce speranza mia, per me quello che
io fo per voi volentieri.”</p>
<p>La donna teneva il viso basso, né sapeva come negarlo, e il
concedergliele non le pareva far bene: per che l'abate,
veggendola averlo ascoltato e dare indugio alla risposta,
parendogliele avere già mezza convertita, con molte altre
parole alle prime continuandosi, avanti che egli ristesse,
l'ebbe nel capo messo che questo fosse ben fatto: per che
essa vergognosamente disse sé essere apparecchiata a ogni
suo comando, ma prima non poter che Ferondo andato fosse in
Purgatoro. A cui l'abate contentissimo disse: “E noi faremo
che egli v'andrà incontanente; farete pure che domane o
l'altro dì egli qua con meco se ne venga a dimorare”; e
detto questo, postole celatamente in mano un bellissimo
anello, la licenziò. La donna, lieta del dono e attendendo
d'aver degli altri, alle compagne tornata maravigliose cose
cominciò a raccontare della santità dell'abate e con loro a
casa se ne tornò.</p>
<p>Ivi a pochi dì Ferondo se n'andò alla badia; il quale come
l'abate vide, così s'avisò di mandarlo in Purgatoro. E
ritrovata una polvere di maravigliosa vertù, la quale nelle
parti di Levante avuta avea da un gran prencipe (il quale
affermava quella solersi usare per lo Veglio della Montagna
quando alcun voleva dormendo mandare nel suo Paradiso o
trarlone, e che ella, più e men data, senza alcuna lesione
faceva per sì fatta maniera più e men dormire colui che la
prendeva, che, mentre la sua vertù durava, non avrebbe mai
detto colui in sé aver vita) e di questa tanta presane che a
far dormir tre giorni sufficiente fosse, e in un bicchier di
vino non ben chiaro ancora nella sua cella, senza
avvedersene Ferondo, gliele diè bere: e lui appresso menò
nel chiostro e con più altri de' suoi monaci di lui
cominciarono e delle sue sciocchezze a pigliar diletto. Il
quale non durò guari che, lavorando la polvere, a costui
venne un sonno subito e fiero nella testa, tale che stando
ancora in piè s'adormentò e adormentato cadde. L'abate
mostrando di turbarsi dell'accidente, fattolo scignere e
fatta recare acqua fredda e gittargliele nel viso e molti
suoi altri argomenti fatti fare, quasi da alcuna fumosità di
stomaco o d'altro che occupato l'avesse gli volesse la
smarrita vita e 'l sentimento rivocare, veggendo l'abate e'
monaci che per tutto questo egli non si risentiva,
toccandogli il polso e niun sentimento trovandogli, tutti
per constante ebbero ch'e' fosse morto: per che, mandatolo a
dire alla moglie e a' parenti di lui, tutti quivi
prestamente vennero; e avendolo la moglie con le sue parenti
alquanto pianto, così vestito come era il fece l'abate
mettere in uno avello.</p>
<p>La donna si tornò a casa, e da un piccol fanciullin che di
lui aveva disse che non intendeva partirsi giammai; e così
rimasasi nella casa il figliuolo e la ricchezza che stata
era di Ferondo cominciò a governare.</p>
<p>L'abate con un monaco bolognese, di cui egli molto si
confidava e che quel dì quivi da Bologna era venuto,
levatosi la notte, tacitamente Ferondo trassero della
sepoltura e lui in una tomba, nella quale alcun lume non si
vedea e che per prigione de' monaci che fallissero era stata
fatta, nel portarono; e trattigli i suoi vestimenti, a guisa
di monaco vestitolo sopra un fascio di paglia il posero e
lasciaronlo stare tanto che egli si risentisse. In questo
mezzo il monaco bolognese, dallo abate informato di quello
che avesse a fare, senza saperne alcuna altra persona niuna
cosa, cominciò a attender che Ferondo si risentisse.</p>
<p>L'abate il dì seguente con alcun de' suoi monaci per modo
di visitazione se n'andò a casa della donna, la quale di
nero vestita e tribolata trovò: e confortatala alquanto
pianamente la richiese della promessa. La donna, veggendosi
libera e senza lo 'mpaccio di Ferondo o d'altrui, avendogli
veduto in dito un altro bello anello, disse che era
apparecchiata, e con lui compose che la seguente notte
v'andasse. Per che, venuta la notte, l'abate, travestito de'
panni di Ferondo e dal suo monaco accompagnato, v'andò e con
lei infino al matutino con grandissimo diletto e piacere si
giacque e poi si ritornò alla badia, quel cammino per così
fatto servigio faccendo assai sovente. E da alcuni e
nell'andare e nel tornare alcuna volta essendo scontrato, fu
creduto ch'e' fosse Ferondo che andasse per quella contrada
penitenza faccendo, e poi molte novelle tralla gente grossa
della villa contatone, e alla moglie ancora, che ben sapeva
ciò che era, più volte fu detto.</p>
<p>Il monaco bolognese, risentito Ferondo e quivi trovandosi
senza sapere dove si fosse, entrato dentro con una voce
orribile, con certe verghe in mano, presolo, gli diede una
gran battitura.</p>
<p>Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che
domandare: “Dove sono io?”</p>
<p>A cui il monaco rispose: “Tu se' in Purgatoro.”</p>
<p>“Come?” disse Ferondo “Dunque son io morto?”</p>
<p>Disse il monaco: “Mai sì”; per che Ferondo se stesso e la
sua donna e 'l suo figliuolo cominciò a piagnere, le più
nuove cose del mondo dicendo.</p>
<p>Al quale il monaco portò alquanto da mangiare e da bere; il
che veggendo Ferondo disse: “O mangiano i morti?”</p>
<p>Disse il monaco: “Sì, e questo che io ti reco è ciò che la
donna che fu tua mandò stamane alla chiesa a far dir messe
per l'anima tua, il che Domenedio vuole che qui
rappresentato ti sia.”</p>
<p>Disse allora Ferondo: “Domine, dalle il buono anno! Io le
voleva ben gran bene anzi che io morissi, tanto che io me la
teneva tutta notte in braccio e non faceva altro che
basciarla e anche faceva altro quando voglia me ne veniva”;
e poi, gran voglia avendone, cominciò a mangiare e a bere, e
non parendogli il vino troppo buono, disse: “Domine falla
trista! ché ella non diede al prete del vino della botte di
lungo il muro.”</p>
<p>Ma poi che mangiato ebbe, il monaco da capo il riprese e
con quelle medesime verghe gli diede una gran battitura.</p>
<p>A cui Ferondo, avendo gridato assai, disse: “Deh, questo
perché mi fai tu?”</p>
<p>Disse il monaco: “Per ciò che così ha comandato Domenedio
che ogni dì due volte ti sia fatto.”</p>
<p>“E per che cagione?” disse Ferondo.</p>
<p>Disse il monaco: “Perché tu fosti geloso, avendo la
miglior donna che fosse nelle tue contrade per moglie.”</p>
<p>“Oimè!” disse Ferondo “tu di' vero, e la più dolce: ella
era più melata che 'l confetto, ma io non sapeva che
Domenedio avesse per male che l'uomo fosse geloso, ché io
non sarei stato.”</p>
<p>Disse il monaco: “Di questo ti dovevi tu avvedere mentre
eri di là e ammendartene; e se egli avvien che tu mai vi
torni, fa che tu abbi sì a mente quello che io ti fo ora,
che tu non sii mai più geloso.”</p>
<p>Disse Ferondo: “O ritornavi mai chi muore?”</p>
<p>Disse il monaco: “Sì, chi Dio vuole.”</p>
<p>“Oh!” disse Ferondo “se io vi torno mai, io sarò il
migliore marito del mondo; mai non la batterò, mai non le
dirò villania, se non del vino che ella ci ha mandato
stamane; e anche non ci ha mandato candela niuna, e èmmi
convenuto mangiare al buio.”</p>
<p>Disse il monaco: “Sì fece bene, ma elle arsero alle
messe.”</p>
<p>“Oh!” disse Ferondo “tu dirai vero: e per certo, se io
vi torno, io le lascerò fare ciò che ella vorrà. Ma dimmi,
chi se' tu che questo mi fai?”</p>
<p>Disse il monaco: “Io sono anche morto, e fui di Sardigna;
e perché io lodai già molto a un mio signore l'esser geloso,
sono stato dannato da Dio a questa pena, che io ti debba
dare mangiare e bere e queste battiture infino a tanto che
Idio dilibererà altro di te e di me.</p>
<p>Disse Ferondo: “Non c'è egli più persona che noi due?”</p>
<p>Disse il monaco: “Sì, a migliaia, ma tu non gli puoi né
vedere né udire se non come essi te.”</p>
<p>Disse allora Ferondo: “O quanto siam noi di lungi dalle
nostre contrade?”</p>
<p>“Ohioh!” disse il monaco “sèvi di lungi delle miglia più
di be' la cacheremo.”</p>
<p>“Gnaffé! cotesto è bene assai!” disse Ferondo “e per
quello che mi paia, noi dovremmo esser fuor del mondo, tanto
ci ha.”</p>
<p>Ora in così fatti ragionamenti e in simili, con mangiare e
con battiture, fu tenuto Ferondo da diece mesi, infra li
quali assai sovente l'abate bene avventurosamente visitò la
bella donna e con lei si diede il più bel tempo del mondo.
Ma, come avvengono le sventure, la donna ingravidò e,
prestamente accortasene, il disse all'abate: per che a
ammenduni parve che senza alcuno indugio Ferondo fosse da
dovere essere di Purgatorio rivocato a vita e che a lei si
tornasse, e ella di lui dicesse che gravida fosse.</p>
<p>L'abate adunque la seguente notte fece con una voce
contrafatta chiamar Ferondo nella prigione e dirgli:
“Ferondo, confortati, ché a Dio piace che tu torni al
mondo; dove tornato, tu avrai un figliuolo della tua donna,
il quale farai che tu nomini Benedetto, per ciò che per gli
prieghi del tuo santo abate e della tua donna e per amor di
san Benedetto ti fa questa grazia.”</p>
<p>Ferondo, udendo questo, fu forte lieto e disse: “Ben mi
piace: Dio gli dea il buono anno a messer Domenedio e
all'abate e a san Benedetto e alla moglie mia casciata,
melata, dolciata.”</p>
<p>L'abate, fattogli dare nel vino che egli gli mandava di
quella polvere tanta che forse quatro ore il facesse
dormire, rimessigli i panni suoi, insieme col monaco suo
tacitamente il tornarono nello avello nel quale era stato
sepellito. La mattina in sul far del giorno Ferondo si
risentì e vide per alcun pertugio dell'avello lume, il quale
egli veduto non avea ben diece mesi; per che, parendogli
esser vivo, cominciò a gridare “Apritemi, apritemi!” e
egli stesso a pontar col capo nel coperchio dello avello sì
forte, che ismossolo, per ciò che poca ismovitura aveva, lo
'ncominciava a mandar via, quando i monaci, che detto avean
matutino, corson colà e conobbero la voce di Ferondo e
viderlo già del monimento uscir fuori: di che spaventati
tutti per la novità del fatto cominciarono a fuggire e
all'abate n'andarono.</p>
<p>Il quale, sembianti faccendo di levarsi d'orazione, disse:
“Figliuoli, non abbiate paura; prendete la croce e l'acqua
santa e appresso di me venite, e veggiam ciò che la potenza
di Dio ne vuol mostrare”; e così fece.</p>
<p>Era Ferondo tutto pallido, come colui che tanto tempo era
stato senza vedere il cielo, fuori dello avello uscito; il
quale, come vide l'abate, così gli corse a' piedi e disse:
“Padre mio, le vostre orazioni, secondo che revelato mi fu,
e quelle di san Benedetto e della mia donna m'hanno delle
pene del Purgatoro tratto e tornato in vita; di che io
priego Idio che vi dea il buono anno e le buone calendi,
oggi e tuttavia.”</p>
<p>L'abate disse: “Lodata sia la potenza di Dio! Va dunque,
figliuolo, poscia che Idio t'ha qui rimandato, e consola la
tua donna, la quale sempre, poi che tu di questa vita
passasti, è stata in lagrime, e sii da quinci innanzi amico
e servidor di Dio.”</p>
<p>Disse Ferondo: “Messere, egli m'è ben detto così; lasciate
far pur me, ché, come io la troverò così la bascerò, tanto
ben le voglio.”</p>
<p>L'abate, rimaso co' monaci suoi, mostrò d'avere di questa
cosa una grande ammirazione e fecene divotamente cantare il
<foreign lang="lat">Miserere</foreign>. Ferondo tornò nella sua villa, dove chiunque
il vedeva fuggiva, come far si suole delle orribili cose, ma
egli richiamandogli affermava sé essere risuscitato. La
moglie similmente aveva di lui paura.</p>
<p>Ma poi che la gente alquanto si fu rassicurata con lui e
videro che egli era vivo, domandandolo di molte cose, quasi
savio ritornato, a tutti rispondeva e diceva loro novelle
dell'anime de' parenti loro e faceva da se medesimo le più
belle favole del mondo de' fatti del Purgatoro: e in pien
popolo raccontò la revelazione statagli fatta per la bocca
del Ragnolo Braghiello avanti che risuscitasse. Per la qual
cosa in casa con la moglie tornatosi e in possessione
rientrato de' suoi beni, la 'ngravidò al suo parere, e per
ventura venne che a convenevole tempo, secondo l'oppinion
degli sciocchi che credono la femina nove mesi appunto
portare i figliuoli, la donna partorì un figliuol maschio,
il quale fu chiamato Benedetto Ferondi.</p>
<p>La tornata di Ferondo e le sue parole, credendo quasi
ogn'uom che risuscitato fosse, acrebbero senza fine la fama
della santità dell'abate; e Ferondo, che per la sua gelosia
molte battiture ricevute avea, sì come di quella guerito,
secondo la promessa dell'abate fatta alla donna, più geloso
non fu per innanzi: di che la donna contenta, onestamente,
come soleva, con lui si visse, sì veramente che, quando
acconciamente poteva, volentieri col santo abate si trovava,
il quale bene e diligentemente ne' suoi maggior bisogni
servita l'avea.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d'una
fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il
quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per
isdegno; dove, vagheggiando una giovane, in persona di lei
Giletta giacque con lui e ebbene due figliuoli; per che egli
poi, avutala cara, per moglie la tenne.</emph></p></argument>
<p>Restava, non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo,
solamente a dire alla reina, con ciò fosse cosa che già
finita fosse la novella di Lauretta; per la qual cosa essa,
senza aspettare d'esser sollecitata da' suoi, così tutta
vaga cominciò a parlare:</p>
<p>–Chi dirà novella omai che bella paia, avendo quella di
Lauretta udita? Certo vantaggio ne fu che ella non fu la
primiera, ché poche poi dell'altre ne sarebbon piaciute: e
così spero che avverrà di quelle che per questa giornata
sono a raccontare. Ma pure, chente che ella si sia, quella
che alla proposta materia m'occorre vi conterò.</p>
<p>Nel reame di Francia fu un gentile uomo il quale chiamato
fu Isnardo, conte di Rossiglione, il quale, per ciò che poco
sano era, sempre appresso di sé teneva un medico chiamato
maestro Gerardo di Nerbona. Aveva il detto conte un suo
figliuol piccolo senza più, chiamato Beltramo, il quale era
bellissimo e piacevole; e con lui altri fanciulli della sua
età s'allevavano, tra' quali era una fanciulla del detto
medico, chiamata Giletta, la quale infinito amore e oltre al
convenevole della tenera età fervente pose a questo
Beltramo. Al quale, morto il conte e lui nelle mani del re
lasciato, ne convenne andare a Parigi, di che la giovinetta
fieramente rimase sconsolata: e non guari appresso essendosi
il padre di lei morto, se onesta cagione avesse potuta
avere, volentieri a Parigi per vedere Beltramo sarebbe
andata; ma essendo molto guardata, per ciò che ricca e sola
era rimasa, onesta via non vedea. E essendo ella già d'età
da marito, non avendo mai potuto Beltramo dimenticare, molti
a' quali i suoi parenti l'avevan voluta maritare rifiutati
n'avea senza la cagion dimostrare.</p>
<p>Ora avvenne che, ardendo ella dell'amor di Beltramo più che
mai, per ciò che bellissimo giovane udiva ch'era divenuto,
le venne sentita una novella, come al re di Francia, per una
nascenza che avuta avea nel petto e era male stata curata,
gli era rimasa una fistola la quale di grandissima noia e di
grandissima angoscia gli era, né s'era ancor potuto trovar
medico, come che molti se ne fossero espermentati, che di
ciò l'avesse potuto guerire ma tutti l'avean peggiorato: per
la qual cosa il re disperatosene, più d'alcun non volea né
consiglio né aiuto. Di che la giovane fu oltre modo
contenta, e pensossi non solamente per questo aver legittima
cagione d'andare a Parigi, ma, se quella infermità fosse che
ella credeva, leggiermente poterle venir fatto d'aver
Beltram per marito. Laonde, sì come colei che già dal padre
aveva assai cose apprese, fatta sua polvere di certe erbe
utili a quella infermità che avvisava che fosse, montò a
cavallo e a Parigi n'andò. Né prima altro fece che ella
s'ingegnò di veder Beltramo; e appresso nel cospetto del re
venuta, di grazia chiese che la sua infermità gli mostrasse.
Il re, veggendola bella giovane e avvenente, non gliele
seppe disdire, mostrogliele.</p>
<p>Come costei l'ebbe veduta, così incontanente si confortò di
doverlo guerire e disse: “Monsignore, quando vi piaccia,
senza alcuna noia o fatica di voi, io ho speranza in Dio
d'avervi in otto giorni di questa infermità renduto sano.”</p>
<p>Il re si fece in se medesimo beffe delle parole di costei
dicendo: “Quello che i maggior medici del mondo non hanno
potuto né saputo, una giovane femina come il potrebbe
sapere?” Ringraziolla adunque della sua buona volontà e
rispose che proposto avea seco di più consiglio di medico
non seguire.</p>
<p>A cui la giovane disse: “Monsignore, voi schifate la mia
arte perché giovane e femina sono, ma io vi ricordo che io
non medico con la mia scienza, anzi con l'aiuto di Dio e con
la scienza del maestro Gerardo nerbonese, il quale mio padre
fu e famoso medico mentre visse.”</p>
<p>Il re allora disse seco: “Forse m'è costei mandata da Dio;
perché non pruovo io ciò che ella sa fare, poi dice senza
noia di me in picciol tempo guerirmi?”; e accordatosi di
provarlo disse: “Damigella, e se voi non ci guerite,
faccendoci rompere il nostro proponimento, che volete voi
che ve ne segua?”</p>
<p>“Monsignore, “ rispose la giovane “fatemi guardare, e se
io infra otto giorni non vi guerisco, fatemi brusciare: ma
se io vi guerisco, che merito me ne seguirà?”</p>
<p>A cui il re rispose: “Voi me parete ancora senza marito;
se ciò farete, noi vi maritaremo bene e altamente.”</p>
<p>Al quale la giovane disse: “Monsignore, veramente mi piace
che voi mi maritiate, ma io voglio un marito tale quale io
il vi domanderò, senza dovervi domandare alcun de' vostri
figliuoli o della casa reale.”</p>
<p>Il re tantosto le promise di farlo. La giovane cominciò la
sua medicina e in brieve anzi il termine l'ebbe condotto a
sanità; di che il re, guerito sentendosi, disse:
“Damigella, voi avete ben guadagnato il marito.”</p>
<p>A cui ella rispose: “Adunque, monsignore, ho io a
guadagnato Beltramo di Rossiglione, il quale infino nella
mia puerizia io cominciai a amare e ho poi sempre sommamente
amato.”</p>
<p>Gran cosa parve al re dovergliele dare; ma poi che promesso
l'avea, non volendo della sua fé mancare, sel fece chiamare
e sì gli disse: “Beltramo, voi siete omai grande e fornito:
noi vogliamo che voi torniate a governare il vostro contado
e con voi ne meniate una damigella la quale noi v'abbiamo
per moglier data.”</p>
<p>Disse Beltramo: “E chi è la damigella, monsignore?”</p>
<p>A cui il re rispose: “Ella è colei la quale n'ha con le
sue medicine sanità renduta.”</p>
<p>Beltramo, il quale la conoscea e veduta l'avea, quantunque
molto bella gli paresse, conoscendo lei non esser di
legnaggio che alla sua nobiltà bene stesse, tutto sdegnoso
disse: “Monsignore, dunque mi volete voi dar medica per
mogliere? Già a Dio non piaccia che io sì fatta femina
prenda giammai.”</p>
<p>A cui il re disse: “Dunque volete voi che noi vegniamo
meno di nostra fede, la qual noi per riaver sanità donammo
alla damigella che voi in guiderdon di ciò domandò per
marito?”</p>
<p>“Monsignore, “ disse Beltramo “voi mi potete torre quanto
io tengo, e donarmi, sì come vostro uomo, a chi vi piace; ma
di questo vi rendo sicuro che mai io non sarò di tal
maritaggio contento.”</p>
<p>“Sì sarete” disse il re “per ciò che la damigella è
bella e savia e amavi molto: per che speriamo che molto più
lieta vita con lei avrete che con una dama di più alto
legnaggio non avreste.”</p>
<p>Beltramo si tacque, e il re fece fare l'apparecchio grande
per la festa delle nozze; e venuto il giorno a ciò
diterminato, quantunque Beltramo mal volentieri il facesse,
nella presenzia del re la damigella sposò che più che sé
l'amava. E questo fatto, come colui che seco già pensato
avea quello che far dovesse, dicendo che al suo contado
tornar si volea e quivi consumare il matrimonio, chiese
commiato al re: e montato a cavallo, non nel suo contado se
n'andò ma se ne venne in Toscana. E saputo che i fiorentini
guerreggiavano co' sanesi, a essere in lor favor si dispose;
dove lietamente ricevuto e con onore fatto di certa quantità
di gente capitano, e da loro avendo buona provisione, al
loro servigio si rimase e fu buon tempo.</p>
<p>La novella sposa, poco contenta di tal ventura, sperando di
doverlo, per suo bene operare, rivocare al suo contado, se
ne venne a Rossiglione, dove da tutti come lor donna fu
ricevuta. Quivi trovando ella, per lo lungo tempo che senza
conte stato v'era, ogni cosa guasta e scapestrata, sì come
savia donna con gran diligenzia e sollecitudine ogni cosa
rimise in ordine; di che i subgetti si contentaron molto e
lei ebbero molto cara e poserle grande amore, forte
biasimando il conte di ciò che egli di lei non si
contentava.</p>
<p>Avendo la donna tutto racconcio il paese, per due cavalieri
al conte il significò pregandolo che, se per lei stesse di
non venire al suo contado, gliele significasse, e ella per
compiacergli si partirebbe. Alli quali esso durissimo disse:
“Di questo faccia ella il piacer suo; io per me vi tornerò
allora a esser con lei che ella questo anello avrà in dito e
in braccio figliuolo di me acquistato.” Egli avea l'anello
assai caro né mai da sé il partiva per alcuna vertù che
stato gli era dato a intendere ch'egli avea. I cavalieri
intesero la dura condizione posta nelle due quasi
impossibili cose; e veggendo che per loro parole dal suo
proponimento nol potevan rimovere, si tornarono alla donna e
la sua risposta le raccontarono.</p>
<p>La quale, dolorosa molto, dopo lungo pensiero diliberò di
voler sapere se quelle due cose potessero venir fatto. Dove,
acciò che per conseguente il marito suo riavesse e avendo
quello che far dovesse avvisato, ragunati una parte de'
maggiori e de' migliori uomini del suo contado, loro assai
ordinatamente e con pietose parole raccontò ciò che già
fatto avea per amor del conte e mostrò quello che di ciò
seguiva: e ultimamente disse che sua intenzion non era che
per la sua dimora quivi il conte stesse in perpetuo essilio,
anzi intendeva di consumare il rimanente della sua vita in
pellegrinaggi e in servigi misericordiosi per salute
dell'anima sua; e pregogli che la guardia e il governo del
contado prendessero e al conte significassero lei avergli
vacua e espedita lasciata la possessione e dileguatasi con
intenzione di mai in Rossiglione non tornare. Quivi, mentre
ella parlava, furon lagrime sparte assai da' buoni uomini e
a lei porti molti prieghi che le piacesse di mutar consiglio
e di rimanere; ma niente montarono.</p>
<p>Essa, accomandati loro a Dio, con un suo cugino e con una
sua cameriera in abito di pellegrini, ben forniti a denari e
care gioie, senza sapere alcuno ove ella s'andasse, entrò in
camino né mai ristette sì fu in Firenze: e quivi per
avventura arrivata in uno alberghetto, il quale una buona
donna vedova teneva, pianamente a guisa di povera pellegrina
si stava, disiderosa di sentir novelle del suo signore.
Avvenne adunque che il seguente dì ella vide davanti
all'albergo passare Beltramo a cavallo con sua compagnia; il
quale quantunque ella molto ben conoscesse, nondimeno
domandò la buona donna dell'albergo chi egli fosse.</p>
<p>A cui l'albergatrice rispose: “Questi è un gentile uom
forestiere, il quale si chiama il conte Beltramo, piacevole
e cortese e molto amato in questa città, e è il più
innamorato uom del mondo d'una nostra vicina, la quale è
gentil femina ma è povera. Vero è che onestissima giovane è
e per povertà non si marita ancora ma con una sua madre,
savissima e buona donna, si sta; e forse, se questa sua
madre non fosse, avrebbe ella già fatto di quello che a
questo conte fosse piaciuto.”</p>
<p>La contessa queste parole intendendo raccolse bene e più
tritamente essaminando vegnendo ogni particularità e bene
ogni cosa compresa, formò il suo consiglio: e apparata la
casa e 'l nome della donna e della sua figliuola dal conte
amata, un giorno tacitamente in abito pellegrino là se ne
andò. E la donna e la sua figliuola trovate assai
poveramente, salutatele disse alla donna, quando le
piacesse, le volea parlare.</p>
<p>La gentil donna, levatasi, disse che apparecchiata era
d'udirla; e entratesene sole in una sua camera e postesi a
sedere, cominciò la contessa: “Madonna, e' mi pare che voi
siate delle nemiche della fortuna come sono io: ma, dove voi
voleste, per avventura voi potreste voi e me consolare.”</p>
<p>La donna rispose che niuna cosa disiderava quanto di
consolarsi onestamente.</p>
<p>Seguì la contessa: “A me bisogna la vostra fede nella
quale se io mi rimetto e voi m'ingannaste, voi guastereste i
vostri fatti e' miei.”</p>
<p>“Sicuramente” disse la gentil donna “ogni cosa che vi
piace mi dite, ché mai da me non vi troverete ingannata.”</p>
<p>Allora la contessa, cominciatasi dal suo primo
innamoramento, chi ella era e ciò che intervenuto l'era
infino a quel giorno le raccontò per sì fatta maniera che la
gentil donna, dando fede alle sue parole, sì come quella che
già in parte udite l'aveva da altrui, cominciò di lei a aver
compassione. E la contessa, i suoi casi raccontati, seguì:
“Udite adunque avete tra l'altre mie noie quali sieno
quelle due cose che aver mi convenga se io voglio avere il
mio marito; le quali niuna altra persona conosco che farmele
possa avere se non voi, se quello è vero che io intendo,
cioè che il conte mio marito sommamente ami vostra
figliuola.”</p>
<p>A cui la gentil donna disse: “Madonna, se il conte ama mia
figliuola io nol so, ma egli ne fa gran sembianti; ma che
posso io per ciò in questo adoperare che voi disiderate?”</p>
<p>“Madonna, “ rispose la contessa “io il vi dirò; ma
primieramente vi voglio mostrar quello che io voglio che ve
ne segua, dove voi mi serviate. Io veggio vostra figliuola
bella e grande da marito: e, per quello che io abbia inteso
e comprender mi paia, il non aver ben da maritarla ve la fa
guardare in casa. Io intendo che, in merito del servigio che
mi farete, di darle prestamente de' miei denari quella dote
che voi medesima a maritarla onorevolemente stimerete che
sia convenevole.”</p>
<p>Alla donna, sì come bisognosa, piacque la proferta ma
tuttavia, avendo l'animo gentil, disse: “Madonna, ditemi
quello che io possa per voi operare, e, se egli sarà onesto
a me, io il farò volentieri, e voi appresso farete quello
che vi piacerà.”</p>
<p>Disse allora la contessa: “A me bisogna che voi, per
alcuna persona di cui voi vi fidiate, facciate al conte mio
marito dire che vostra figliuola sia presta a fare ogni suo
piacere, dove ella possa esser certa che egli così l'ami
come dimostra; il che ella non crederà mai, se egli non le
manda l'anello il quale egli porta in mano e che ella ha
udito che egli ama cotanto: il quale se egli vi manda, voi
mi donerete. E appresso gli manderete a dire vostra
figliuola essere apparecchiata di fare il piacer suo, e qui
il farete occultamente venire e nascosamente me in iscambio
di vostra figliuola gli metterete allato. Forse mi farà Idio
grazia d'ingravidare: e così appresso, avendo il suo anello
in dito e il figliuolo in braccio da lui generato, io il
racquisterò e con lui dimorerò come moglie dee dimorar con
marito, essendone voi stata cagione.”</p>
<p>Gran cosa parve questa alla gentil donna, temendo non forse
biasimo ne seguisse alla figliuola: ma pur pensando che
onesta cosa era il dare opera che la buona donna riavesse il
suo marito e che essa a onesto fine a far ciò si mettea,
nella sua buona e onesta affezion confidandosi, non
solamente di farlo promise alla contessa, ma infra pochi
giorni con segreta cautela, secondo l'ordine dato da lei, e
ebbe l'anello, quantunque gravetto paresse al conte, e lei
in iscambio della figliuola a giacer col conte
maestrevolemente mise. Ne' quali primi congiugnimenti
affettuosissimamente dal conte cercati, come fu piacer di
Dio, la donna ingravidò in due figliuoli maschi, come il
parto al suo tempo venuto fece manifesto. Né solamente d'una
volta contentò la gentil donna la contessa degli
abbracciamenti del marito ma molte, sì segretamente operando
che mai parola non se ne seppe, credendosi sempre il conte
non con la moglie ma con colei la quale egli amava essere
stato; a cui, quando a partir si venia la mattina, avea
parecchi belle e care gioie donate, le quali tutte
diligentemente la contessa guardava.</p>
<p>La quale, sentendosi gravida, non volle più la gentil donna
gravare di tal servigio ma le disse: “Madonna, la Dio mercé
e la Vostra, io ho ciò che io disiderava, e per ciò tempo è
che per me si faccia quello che v'agraderà, acciò che io poi
me ne vada.”</p>
<p>La gentil donna le disse che, se ella aveva cosa che
l'agradisse, che le piaceva, ma che ciò ella non avea fatto
per alcuna speranza di guiderdone ma perché le pareva
doverlo fare a voler ben fare.</p>
<p>A cui la contessa disse: “Madonna, questo mi piace bene, e
così d'altra parte io non intendo di donarvi quello che voi
mi domanderete per guiderdone ma per far bene, ché mi pare
che si debba così fare.”</p>
<p>La gentil donna allora, da necessità costretta, con
grandissima vergogna cento lire le domandò per maritar la
figliuola. La contessa, cognoscendo la sua vergogna e udendo
la sua cortese domanda, le ne donò cinquecento e tanti belli
e cari gioielli che valeano per avventura altrettanto; di
che la gentil donna vie più che contenta, quelle grazie che
maggior poté alla contessa rendé, la quale da lei partitasi
se ne tornò all'albergo. La gentil donna, per torre materia
a Beltramo di più né mandar né venire a casa sua, insieme
con la figliuola se n'andò in contado a casa di suoi
parenti; e Beltramo ivi a poco tempo, da' suoi uomini
richiamato, a casa sua, udendo che la contessa s'era
dileguata, se ne tornò.</p>
<p>La contessa, sentendo lui di Firenze partito e tornato nel
suo contado, fu contenta assai; e tanto in Firenze dimorò,
che 'l tempo del parto venne, e partorì due figliuoli maschi
simigliantissimi al padre loro. Quegli fé diligentemente
nudrire e, quando tempo le parve, in cammino messasi, senza
essere da alcuna persona conosciuta, a Monpulier se ne
venne; e quivi più giorni riposata, e del conte e dove fosse
avendo spiato e sentendo lui il di d'Ognisanti in
Rossiglione dover fare una gran festa di donne e di
cavalieri, pure in forma di pellegrina, come uscita n'era,
là se n'andò.</p>
<p>E sentendo le donne e' cavalieri nel palagio del conte
adunati per dovere andare a tavola, senza mutare abito, con
questi suoi figlioletti in braccio salita in su la sala, tra
uomo e uomo là se n'andò dove il conte vide, e gittataglisi
a' piedi disse piagnendo: “Signor mio, io sono la tua
sventurata sposa, la quale, per lasciar te tornare e stare
in casa tua, lungamente andata son tapinando. Io ti
richeggio per Dio che le condizion postemi per li due
cavalieri che io ti mandai, tu le mi osservi: e ecco nelle
mie braccia non un sol figliuolo di te, ma due, e ecco qui
il tuo anello. Tempo è adunque che io debba da te sì come
moglie esser ricevuta secondo la tua promessa.”</p>
<p>Il conte udendo questo tutto misvenne e riconobbe l'anello
e i figliuoli ancora, sì simili erano a lui; ma pur disse:
“Come può questo essere intervenuto?”</p>
<p>La contessa, con gran maraviglia del conte e di tutti gli
altri che presenti erano, ordinatamente ciò che stato era e
come raccontò; per la qual cosa il conte, conoscendo lei
dire il vero e veggendo la sua perseveranza e il suo senno e
appresso due così be' figlioletti, e per servar quello che
promesso avea e per compiacere a tutti i suoi uomini e alle
donne, che tutti pregavano che lei come sua legittima sposa
dovesse omai raccogliere e onorare, pose giù la sua
obstinata gravezza e in piè fece levar la contessa e lei
abbracciò e basciò e per sua legittima moglie riconobbe, e
quegli per suoi figliuoli. E fattala di vestimenti a lei
convenevoli rivestire, con grandissimo piacere di quanti ve
n'erano e di tutti gli altri suoi vassalli che ciò
sentirono, fece non solamente tutto quel dì ma più altri
grandissima festa; e da quel dì innanzi lei sempre come sua
sposa e moglie onorando l'amò e sommamente ebbe cara.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Alibech divien romita, a cui Rustico monaco insegna
rimettere il diavolo in Inferno: poi, quindi tolta, diventa
moglie di Neerbale.</emph></p></argument>
<p>Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata
avea, sentendo che, finita era e che a lui solo restava il
dire, senza comandamento aspettare sorridendo cominciò a
dire:</p>
<p>–Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il
diavolo si rimetta in Inferno; e per ciò, senza partirmi
guari dall'effetto che voi tutto questo dì ragionato avete,
io il vi vo' dire: forse ancora ne potrete guadagnar l'anima
avendolo apparato, e potrete anche conoscere che, quantunque
Amore i lieti palagi e le morbide camere più volentieri che
le povere capanne abiti, non è egli per ciò che alcuna volta
esso fra' folti boschi e fra le rigide alpi e nelle diserte
spelunche non faccia le sue forze sentire: il perché
comprender si può alla sua potenza essere ogni cosa
subgetta.</p>
<p>Adunque, venendo al fatto, dico che nella città di Capsa in
Barberia fu già un ricchissimo uomo, il quale tra alcuni
altri suoi figliuoli aveva una figlioletta bella e
gentilesca, il cui nome fu Alibech. La quale, non essendo
cristiana e udendo a molti cristiani che nella città erano
molto commendare la cristiana fede e il servire a Dio, un dì
ne domandò alcuno in che maniera e con meno impedimento a
Dio si potesse servire. Il quale le rispose che coloro
meglio a Dio servivano che più dalle cose del mondo
fuggivano, come coloro facevano che nelle solitudini de'
diserti di Tebaida andati se n'erano. La giovane, che
semplicissima era e d'età forse di quattordici anni, non da
ordinato disidero ma da un cotal fanciullesco appetito,
senza altro farne a alcuna persona sentire, la seguente
mattina a andare verso il diserto di Tebaida nascosamente
tutta sola si mise; e con gran fatica di lei, durando
l'appetito, dopo alcun dì a quelle solitudini pervenne, e
veduta di lontano una casetta a quella n'andò, dove un santo
uomo trovò sopra l'uscio, il quale, maravigliandosi di quivi
vederla, la domandò quello che ella andasse cercando. La
quale rispose che, spirata da Dio, andava cercando d'essere
al suo servigio e ancora chi le 'nsegnasse come servire gli
si convenia.</p>
<p>Il valente uomo, veggendola giovane e assai bella, temendo
non il dimonio, se egli la ritenesse, lo 'ngannasse, le
commendò la sua buona disposizione; e dandole alquanto da
mangiare radici d'erbe e pomi salvatichi e datteri e bere
acqua, le disse: “Figliuola mia, non guari lontan di qui è
un santo uomo, il quale di ciò che tu vai cercando è molto
migliore maestro che io non sono: a lui te n'andrai”; e
misela nella via.</p>
<p>E ella, pervenuta a lui e avute da lui queste medesime
parole, andata più avanti, pervenne alla cella d'uno romito
giovane, assai divota persona e buona, il cui nome era
Rustico, e quella dimanda gli fece che agli altri aveva
fatta. Il quale, per volere fare della sua fermezza una gran
pruova, non come gli altri la mandò via o più avanti ma seco
la ritenne nella sua cella: e venuta la notte, un lettuccio
di frondi di palma le fece da una parte e sopra quello le
disse si riposasse.</p>
<p>Questo fatto, non preser guari d'indugio le tentazioni a
dar battaglia alle forze di costui: il quale, trovandosi di
gran lunga ingannato, da quelle senza troppi assalti voltò
le spalle e rendessi per vinto; e lasciati stare dall'una
delle parti i pensier santi e l'orazioni e le discipline, a
recarsi per la memoria la giovanezza e la bellezza di costei
incominciò, e oltre a questo a pensar che via e che modo
egli dovesse con lei tenere, acciò che essa non s'accorgesse
lui come uomo dissoluto pervenire a quello che egli di lei
disiderava. E tentato primieramente con certe domande, lei
non avere mai uomo conosciuto conobbe e così esser semplice
come parea: per che s'avisò come, sotto spezie di servire a
Dio, lei dovesse recare a' suoi piaceri. E primieramente con
molte parole le mostrò quanto il diavolo fosse nemico di
Domenedio, e appresso le diede a intendere che quel servigio
che più si poteva far grato a Dio si era rimettere il
diavolo in Inferno, nel quale Domenedio l'aveva dannato.</p>
<p>La giovanetta il domandò come questo si facesse; alla quale
Rustico disse: “Tu il saprai tosto, e perciò farai quello
che a me far vedrai”; e cominciossi a spogliare quegli
pochi vestimenti che avea e rimase tutto ignudo, e così
ancora fece la fanciulla; e posesi ginocchione a guisa che
adorar volesse e di rimpetto a sé fece star lei.</p>
<p>E così stando, essendo Rustico più che mai nel suo disidero
acceso per lo vederla così bella, venne la resurrezion della
carne; la quale riguardando Alibech e maravigliatasi disse:
“Rustico, quella che cosa è che io ti veggio che così si
pigne in fuori, e non l'ho io?”</p>
<p>“O figliuola mia, “ disse Rustico “questo è il diavolo di
che io t'ho parlato; e vedi tu ora egli mi dà grandissima
molestia, tanta che io appena la posso sofferire.”</p>
<p>Allora disse la giovane: “Oh lodato sia Iddio, ché io
veggio che io sto meglio che non stai tu, ché io non ho
cotesto diavolo io.”</p>
<p>Disse Rustico: “Tu di' vero, ma tu hai un'altra cosa che
non l'ho io, e haila in iscambio di questo.”</p>
<p>Disse Alibech: “O che?”.</p>
<p>A cui Rustico disse: “Hai il ninferno; e dicoti che io mi
credo che Idio t'abbia qui mandata per la salute dell'anima
mia, per ciò che se questo diavolo pur mi darà questa noia,
ove tu vogli aver di me tanta pietà e sofferire che io in
inferno il rimetta, tu mi darai grandissima consolazione e a
Dio farai grandissimo piacere e servigio, se tu per quello
fare in queste parti venuta se', che tu di'.”</p>
<p>La giovane di buona fede rispose: “O padre mio, poscia che
io ho il ninferno, sia pure quando vi piacerà.”</p>
<p>Disse allora Rustico: “Figliuola mia, benedetta sie tu!
Andiamo dunque e rimettianlovi sì che egli poscia mi lasci
stare.”</p>
<p>E così detto, menata la giovane sopra uno de' lor
letticelli, le 'nsegnò come star si dovesse a dovere
incarcerare quel maladetto da Dio.</p>
<p>La giovane, che mai più non aveva in inferno messo diavolo
alcuno, per la prima volta sentì un poco di noia, per che
ella disse a Rustico: “Per certo, padre mio, mala cosa dee
essere questo diavolo e veramente nemico di Dio, ché ancora
al ninferno, non che altrui, duole quando egli v'è dentro
rimesso.”</p>
<p>Disse Rustico: “Figliuola, egli non avverrà sempre così.”</p>
<p>E per fare che questo non avvenisse, da sei volte, anzi che
di su il letticel si movessero, vel rimisero, tanto che per
quella volta gli trassero sì la superbia del capo, che egli
si stette volentieri in pace.</p>
<p>Ma ritornatagli poi nel seguente tempo più volte e la
giovane ubidente sempre a trargliele si disponesse, avvenne
che il giuoco le cominciò a piacere e cominciò a dire a
Rustico: “Ben veggio che il vero dicevano que' valenti
uomini in Capsa, che il servire a Dio era così dolce cosa; e
per certo io non mi ricordo che mai alcuna altra io ne
facessi che di tanto diletto e piacer mi fosse, quanto è il
rimettere il diavolo in inferno; e per ciò io giudico ogni
altra persona, che a altro che a servire a Dio attende,
essere una bestia”; per la qual cosa essa spesse volte
andava a Rustico e gli dicea: “Padre mio, io son qui venuta
per servire a Dio e non per istare oziosa; andiamo a
rimettere il diavolo in inferno.”</p>
<p>La qual cosa faccendo, diceva ella alcuna volta: “Rustico,
io non so perché il diavolo si fugga di ninferno; ché,
s'egli vi stesse così volentieri come il ninferno il riceve
e tiene, egli non se ne uscirebbe mai.”</p>
<p>Così adunque invitando spesso la giovane Rustico e al
servigio di Dio confortandolo, sì la bambagia del farsetto
tratta gli avea, che egli a tal ora sentiva freddo che un
altro sarebbe sudato; e per ciò egli incominciò a dire alla
giovane che il diavolo non era da gastigare né da rimettere
in inferno se non quando egli per superbia levasse il capo:
“E noi per la grazia di Dio l'abbiamo sì isgannato, che
egli priega Idio di starsi in pace”, e così alquanto impose
di silenzio alla giovane.</p>
<p>La qual, poi che vide che Rustico non la richiedeva a
dovere il diavolo rimettere in inferno, gli disse un giorno:
“Rustico, se il diavol tuo è gastigato e più non ti dà
noia, me il mio ninferno non lascia stare: per che tu farai
bene che tu col tuo diavolo aiuti a attutare la rabbia al
mio ninferno com'io col mio ninferno ho aiutato a trarre la
superbia al tuo diavolo.”</p>
<p>Rustico, che di radici d'erba e d'acqua vivea, poteva male
rispondere alle poste; e dissele che troppi diavoli
vorrebbono essere a potere il ninferno attutare ma che egli
ne farebbe ciò che per lui si potesse. E così alcuna volta
le sodisfaceva, ma sì era di rado, che altro non era che
gittare una fava in bocca al leone: di che la giovane, non
parendole tanto servire a Dio quanto voleva, mormorava anzi
che no.</p>
<p>Ma mentre che tra il diavolo di Rustico e il ninferno
d'Alibech era, per troppo disiderio e per men potere, questa
quistione, avvenne che un fuoco s'apprese in Capsa, il quale
nella propria casa arse il padre d'Alibech con quanti
figliuoli e altra famiglia avea per la qual cosa Alibech
d'ogni suo bene rimase erede. Laonde un giovane chiamato
Neerbale, avendo in cortesia tutte le sue facultà spese,
sentendo costei esser viva, messosi a cercarla e ritrovatala
avanti che la corte i beni stati del padre, sì come d'uomo
senza erede morto, occupasse, con gran piacere di Rustico e
contro a' voler di lei la rimenò in Capsa e per moglie la
prese e con lei insieme del gran patrimonio di lei divenne
erede. Ma essendo ella domandata dalle donne di che nel
diserto servisse a Dio, non essendo ancora Neerbale giaciuto
con lei, rispose che Il serviva di rimettere il diavolo in
Inferno e che Neerbale avea fatto gran peccato d'averla
tolta da così fatto servigio.</p>
<p>Le donne domandarono come si rimette il diavolo in Inferno.
La giovane tra con parole e con atti il mostrò loro; di che
esse fecero sì gran risa, che ancor ridono, e dissono: “Non
ti dar malinconia, figliuola no, ché egli si fa bene anche
qua; Neerbale ne servirà bene con esso teco Domenedio.”</p>
<p>Poi l'una all'altra per la città ridicendolo, vi ridussono
in volgar motto che il più piacevol servigio che a Dio si
facesse era rimettere il diavolo in inferno: il qual motto,
passato di qua da mare, ancora dura. E per ciò voi, giovani
donne, alle quali la grazia di Dio bisogna, apparate a
rimettere il diavolo in inferno, per ciò che egli è forte a
grado a Dio e piacere delle parti, e molto bene ne può
nascere e seguire.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Mille fiate o più aveva la novella di Dioneo a rider mosse
l'oneste donne, tali e sì fatte lor parevan le sue parole;
per che, venuto egli al conchiuder di quella, conoscendo la
reina che il termine della sua signoria era venuto, levatasi
la laurea di capo, quella assai piacevolemente pose sopra la
testa a Filostrato e disse:–Tosto ci avedremo se i' lupo
saprà meglio guidar le pecore che le pecore abbiano i lupi
guidati.–</p>
<p>Filostrato, udendo questo, disse ridendo:–Se mi fosse
stato creduto, i lupi avrebbono alle pecore insegnato
rimettere il diavolo in inferno non peggio che Rustico
facesse a Alibech; e per ciò non ne chiamate lupi, dove voi
state pecore non siete: tuttavia, secondo che conceduto mi
fia, io reggerò il regno commesso.</p>
<p>A cui Neifile rispose:–Odi, Filostrato: voi avreste,
volendo a noi insegnare, potuto apparar senno come apparò
Masetto da Lamporecchio dalle monache e riaver la favella a
tale ora che l'ossa senza maestro avrebbono apparato a
sufolare.–</p>
<p>Filostrato, conoscendo che falci si trovavan non meno che
egli avesse strali, lasciato stare il motteggiare a darsi al
governo del regno commesso cominciò: e fattosi il siniscalco
chiamare, a che punto le cose fossero tutte volle sentire, e
oltre a questo, secondo che avvisò che bene stesse e che
dovesse sodisfare alla compagnia, per quanto la sua signoria
dovea durare, discretamente ordinò: e quindi, rivolto alle
donne, disse:–Amorose donne, per la mia disaventura,
poscia che io ben da mal conobbi, sempre per la bellezza
d'alcuna di voi stato sono a Amor subgetto, né l'essere
umile né l'essere ubidente né il seguirlo in ciò che per me
s'è conosciuto alla seconda in tutti i suoi costumi m'è
valuto, che io prima per altro abandonato e poi non sia
sempre di male in peggio andato; e così credo che io andrò
di qui alla morte. E per ciò non d'altra materia domane mi
piace che si ragioni se non di quello che a' miei fatti è
più conforme, cioè di coloro li cui amori ebbero infelice
fine, per ciò che io a lungo andar l'aspetto infelicissimo,
né per altro il nome, per lo quale voi mi chiamate, da tale
che seppe ben che si dire mi fu imposto–; e così detto, in
piè levatosi, per infino all'ora della cena licenziò
ciascuno.</p>
<p>Era sì bello il giardino e sì dilettevole, che alcuno non
vi fu che eleggesse di quello uscire per più piacere altrove
dover sentire anzi, non faccendo il sol già tiepido alcuna
noia a seguire, i cavriuoli e i conigli e gli altri animali
che erano per quello e che a lor sedenti forse cento volte,
per mezzo loro saltando, eran venuti a dar noia, si dierono
alcune a seguitare. Dioneo e la Fiammetta cominciarono a
cantare di messer Guiglielmo e della Dama del Vergiù,
Filomena e Panfilo si diedono a giucare a scacchi; e così,
chi una cosa e chi altra faccendo, fuggendosi il tempo,
l'ora della cena appena aspettata sopravenne: per che, messe
le tavole dintorno alla bella fonte, quivi con grandissimo
diletto cenaron la sera.</p>
<p>Filostrato, per non uscir del cammin tenuto da quelle che
reine avanti a lui erano state, come levate furon le tavole,
così comandò che la Lauretta una danza prendesse e dicesse
una canzone; la qual disse:–Signor mio, dell'altrui
canzoni io non so, né delle mie alcuna n'ho alla mente che
sia assai convenevole a così lieta brigata; se voi di quelle
ch'io so volete, io ne dirò volentieri.–</p>
<p>Alla quale il re disse:–Niuna tua cosa potrebbe essere
altro che bella e piacevole; e per ciò tale quale tu l'hai,
cotale la dì.–</p>
<p>La Lauretta allora, con voce assai soave ma con maniera
alquanto pietosa, rispondendo l'altre, cominciò così:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Niuna sconsolata</l>
<l>da dolersi ha quant'io,</l>
<l>ch'invan sospiro, lassa innamorata.</l></lg>
<lg>
<l>Colui che move il cielo e ogni stella</l>
<l>mi fece a suo diletto</l>
<l>vaga, leggiadra, graziosa e bella,</l>
<l>per dar qua giù a ogni alto intelletto</l>
<l>alcun segno di quella</l>
<l>biltà che sempre a Lui sta nel cospetto;</l>
<l>e il mortal difetto,</l>
<l>come mal conosciuta,</l>
<l>non mi gradisce, anzi m'ha dispregiata.</l></lg>
<lg>
<l>Già fu chi m'ebbe cara e volentieri</l>
<l>giovinetta mi prese</l>
<l>nelle sue braccia e dentro a' suoi pensieri,</l>
<l>e de' miei occhi tututto s'accese</l>
<l>e 'l tempo, che leggieri</l>
<l>sen vola, tutto in vagheggiarmi spese;</l>
<l>e io, come cortese,</l>
<l>di me il feci degno;</l>
<l>ma or ne son, dolente a me!, privata.</l></lg>
<lg>
<l>Femmisi innanzi poi presuntuoso</l>
<l>un giovinetto fiero,</l>
<l>sé nobil reputando e valoroso,</l>
<l>e presa tienmi e con falso pensiero</l>
<l>divenuto è geloso;</l>
<l>laond'io, lassa!, quasi mi dispero,</l>
<l>cognoscendo per vero,</l>
<l>per ben di molti al mondo</l>
<l>venuta, da uno essere occupata.</l></lg>
<lg>
<l>Io maledico la mia sventura,</l>
<l>quando, per mutar vesta,</l>
<l>sì dissi mai; sì bella nella oscura</l>
<l>mi vidi già e lieta, dove in questa</l>
<l>io meno vita dura,</l>
<l>vie men che prima reputata onesta.</l>
<l>O dolorosa festa,</l>
<l>morta foss'io avanti</l>
<l>che io t'avessi in tal caso provata!</l></lg>
<lg>
<l>O caro amante, del qual prima fui</l>
<l>più che altra contenta,</l>
<l>che or nel ciel se' davanti a Colui</l>
<l>che ne creò, deh! pietoso diventa</l>
<l>di me, che per altrui</l>
<l>te obliar non posso: fa ch'io senta</l>
<l>che quella fiamma spenta</l>
<l>non sia che per me t'arse,</l>
<l>e costà sù m'impetra la tornata.</l></lg>
</lg>
<p>Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, nella quale
notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa: e ebbevi
di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse
meglio un buon porco che una bella tosa; altri furono di più
sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al
presente recitar non accade. Il re, dopo questa, su l'erba e
'n su i fiori avendo fatti molti doppieri accendere ne fece
più altre cantare infino che già ogni stella a cader
cominciò che salia; per che, ora parendogli da dormire,
comandò che con la buona notte ciascuno alla sua camera si
tornasse.
</p></div2></div1>
<div1 n="Quarta giornata">
<argument><p>FINISCE LA TERZA GIORNATA DEL DECAMERON: E INCOMINCIA LA
QUARTA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI FILOSTRATO, SI
RAGIONA DI COLORO LI CUI AMORI EBBERO INFELICE FINE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Carissime donne, sì per le parole de' savi uomini udite e
sì per le cose da me molte volte e vedute e lette, estimava
io che lo 'mpetuoso vento e ardente della 'nvidia non
dovesse percuotere se non l'alte torri o le più levate cime
degli alberi: ma io mi truovo della mia estimazione
ingannato. Per ciò che, fuggendo io e sempre essendomi di
fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso
spirito, non solamente pe' piani ma ancora per le
profondissime valli mi sono ingegnato d'andare; il che assai
manifesto può apparire a chi le presenti novellette
riguarda, le quali non solamente in fiorentin volgare e in
prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in
istilo umilissimo e rimesso quanto il più si possono. Né per
tutto ciò l'essere da cotal vento fieramente scrollato, anzi
pressoché diradicato e tutto da' morsi della 'nvidia esser
lacerato, non ho potuto cessare; per che assai
manifestamente posso comprendere quello esser vero che
sogliono i savi dire, che sola la miseria è senza invidia
nelle cose presenti.</p>
<p>Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste
novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e
che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di
piacervi e di consolarvi e, alcuni han detto peggio, di
commendarvi, come io fo. Altri, più maturamente mostrando di
voler dire, hanno detto che alla mia età non sta bene
l'andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne
o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama
mostrandosi, dicono che io farei più saviamente a starmi con
le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi.
E son di quegli ancora che, più dispettosamente che
saviamente parlando, hanno detto che io farei più
discretamente a pensare donde io dovessi aver del pane che
dietro a queste frasche andarmi pascendo di vento. E certi
altri in altra guisa essere state le cose da me raccontatevi
che come io le vi porgo s'ingegnano in detrimento della mia
fatica di dimostrare.</p>
<p>Adunque da cotanti e da così fatti soffiamenti, da così
atroci denti, da così aguti, valorose donne, mentre io ne'
vostri servigi milito, sono sospinto, molestato e infino nel
vivo trafitto. Le quali cose io con piacevole animo, sallo
Idio, ascolto e intendo: e quantunque a voi in ciò tutta
appartenga la mia difesa, nondimeno io non intendo di
risparmiar le mie forze, anzi, senza rispondere quanto si
converrebbe, con alcuna leggiera risposta tormegli dagli
orecchi, e questo far senza indugio. Per ciò che, se già,
non essendo io ancora al terzo della mia fatica venuto, essi
son molti e molto presummono, io avviso che avanti che io
pervenissi alla fine essi potrebbono in guisa esser
multiplicati, non avendo prima avuta alcuna repulsa, che con
ogni piccola lor fatica mi metterebbono in fondo; né a ciò,
quantunque elle sien grandi, resistere varrebbero le forze
vostre. Ma avanti che io venga a far la risposta a alcuno,
mi piace in favor di me raccontare, non una novella intera,
acciò che non paia che io voglia le mie novelle con quelle
di così laudevole compagnia, quale fu quella che dimostrata
v'ho, mescolare, ma parte d'una, acciò che il suo difetto
stesso sé mostri non esser di quelle; e a' miei assalitori
favelando dico</p>
<p>Che nella nostra città, già è buon tempo passato, fu un
cittadino il quale fu nominato Filippo Balducci, uomo di
condizione assai leggiere, ma ricco e bene inviato e esperto
nelle cose quanto lo stato suo richiedea; e aveva una sua
donna moglie, la quale egli sommamente amava, e ella lui, e
insieme in riposata vita si stavano, a niuna altra cosa
tanto studio ponendo quanto in piacere interamente l'uno
all'altro. Ora avvenne, sì come di tutti avviene, che la
buona donna passò di questa vita, né altro di sé a Filippo
lasciò che un solo figliuolo di lui conceputo, il quale
forse d'età di due anni era. Costui per la morte della sua
donna tanto sconsolato rimase, quanto mai alcuno altro amata
cosa perdendo rimanesse; e veggendosi di quella compagnia,
la quale egli più amava, rimaso solo, del tutto si dispose
di non volere più essere al mondo ma di darsi al servigio di
Dio e il simigliante fare del suo piccol figliuolo. Per che,
data ogni sua cosa per Dio, senza indugio se n'andò sopra
Monte Asinaio, e quivi in una piccola celletta se mise col
suo figliuolo, col quale di limosine in digiuni e in
orazioni vivendo, sommamente si guardava di non ragionare,
là dove egli fosse, d'alcuna temporal cosa né di
lasciarnegli alcuna vedere acciò che esse da così fatto
servigio nol traessero, ma sempre della gloria di vita
eterna e di Dio e de' santi gli ragionava, nulla altro che
sante orazioni insegnandogli. E in questa vita molti anni il
tenne, mai della cella non lasciandolo uscire né alcuna
altra cosa che sé dimostrandogli.</p>
<p>Era usato il valente uomo di venire alcuna volta a Firenze:
e quivi secondo le sue oportunità dagli amici di Dio
sovenuto, alla sua cella tornava.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo già il garzone d'età di diciotto
anni e Filippo vecchio, un dì il domandò ov'egli andava.
Filippo gliele disse; al quale il garzon disse: “Padre mio,
voi siete oggimai vecchio e potete male durar fatica; perché
non mi menate voi una volta a Firenze, acciò che, faccendomi
cognoscere gli amici e divoti di Dio e vostri, io, che son
giovane e posso meglio faticar di voi, possa poscia pe'
nostri bisogni a Firenze andare quando vi piacerà, e voi
rimanervi qui?”</p>
<p>Il valente uomo, pensando che già questo suo figliuolo era
grande e era sì abituato al servigio di Dio, che
malagevolmente le cose del mondo a sé il dovrebbono omai
poter trarre, seco stesso disse: “Costui dice bene”; per
che, avendovi a andare, seco il menò.</p>
<p>Quivi il giovane veggendo i palagi, le case, le chiese e
tutte l'altre cose delle quali tutta la città piena si vede,
sì come colui che mai più per ricordanza vedute no' n'avea,
si cominciò forte a maravigliare e di molte domandava il
padre che fossero e come si chiamassero. Il padre gliele
diceva; e egli, avendolo udito, rimaneva contento e
domandava d'un'altra. E così domandando il figliuolo e il
padre rispondendo, per avventura si scontrarono in una
brigata di belle giovani donne e ornate, che da un paio di
nozze venieno: le quali come il giovane vide, così domandò
il padre che cosa quelle fossero.</p>
<p>A cui il padre disse: “Figliuol mio, bassa gli occhi in
terra, non le guatare, ch'elle son mala cosa.”</p>
<p>Disse allora il figliuolo: “O come si chiamano?”</p>
<p>Il padre, per non destare nel concupiscibile appetito del
giovane alcuno inchinevole disiderio men che utile, non le
volle nominare per lo proprio nome, cioè femine, ma disse:
“Elle si chiamano papere.”</p>
<p>Maravigliosa cosa a udire! Colui che mai più alcuna veduta
non avea, non curatosi de' palagi, non del bue, non del
cavallo, non dell'asino, non de' denari né d'altra cosa che
veduta avesse, subitamente disse: “Padre mio, io vi priego
che voi facciate che io abbia una di quelle papere.”</p>
<p>“Oimè, figliuol mio, “ disse il padre “taci: elle son
mala cosa.”</p>
<p>A cui il giovane domandando disse: “O son così fatte le
male cose?”</p>
<p>“Sì” disse il padre.</p>
<p>E egli allora disse: “Io non so che voi vi dite, né perché
queste sieno mala cosa: quanto è, a me non è ancora paruta
vedere alcuna così bella né così piacevole come queste sono.
Elle son più belle che gli agnoli dipinti che voi m'avete
più volte mostrati. Deh! se vi cal di me, fate che noi ce ne
meniamo una colà sù di queste papere, e io le darò
beccare.”</p>
<p>Disse il padre: “Io non voglio; tu non sai donde elle
s'imbeccano!” e senti incontanente più aver di forza la
natura che il suo ingegno; e pentessi d'averlo menato a
Firenze.</p>
<p>Ma avere infino a qui detto della presente novella voglio
che mi basti e a coloro rivolgermi alli quali l'ho
raccontata. Dicono adunque alquanti de' miei riprensori che
io fo male, o giovani donne, troppo ingegnandomi di
piacervi, e che voi troppo piacete a me. Le quali cose io
apertissimamente confesso, cioè che voi mi piacete e che io
m'ingegno di piacere a voi: e domandogli se di questo essi
si maravigliano, riguardando, lasciamo stare gli aver
conosciuti gli amorosi basciari e i piacevoli abbracciari e
i congiugnimenti dilettevoli che di voi, dolcissime donne,
sovente si prendono, ma solamente a aver veduto e veder
continuamente gli ornati costumi e la vaga bellezza e
l'ornata leggiadria e oltre a ciò la vostra donnesca onestà;
quando colui che nudrito, allevato, accresciuto sopra un
monte salvatico e solitario, infra li termini d'una piccola
cella, senza altra compagnia che del padre, come vi vide,
sole da lui disiderate foste, sole adomandate, sole con
l'affezion seguitate.</p>
<p>Riprenderannomi, morderannomi, lacererannomi costoro se io,
il corpo del quale il cielo produsse tutto atto a amarvi e
io dalla mia puerizia l'anima vi disposi sentendo la vertù
della luce degli occhi vostri, la soavità delle parole
melliflue e la fiamma accesa da' pietosi sospiri, se voi mi
piacete o se io di piacervi m'ingegno, e spezialmente
guardando che voi prima che altro piaceste a un romitello, a
un giovinetto senza sentimento, anzi a uno animal salvatico?
Per certo chi non v'ama e da voi non disidera d'essere
amato, sì come persona che i piaceri né la vertù della
naturale affezione né sente né conosce, così mi ripiglia: e
io poco me ne curo.</p>
<p>E quegli che contro alla mia età parlando vanno, mostra mal
che conoscano che, perché il porro abbia il capo bianco, che
la coda sia verde: a' quali, lasciando il motteggiar da l'un
de' lati, rispondo che io mai a me vergogna non reputerò
infino nello stremo della mia vita di dover compiacere a
quelle cose alle quali Guido Cavalcanti e Dante Alighieri
già vecchi e messer Cino da Pistoia vecchissimo onor si
tennero, e fu lor caro il piacer loro. E se non fosse che
uscir serebbe del modo usato del ragionare, io producerei le
istorie in mezzo, e quelle tutte piene mostrerei d'antichi
uomini e valorosi, ne' loro più maturi anni sommamente avere
studiato di compiacere alle donne: il che se essi non fanno,
vadano e sì l'apparino.</p>
<p>Che io con le Muse in Parnaso mi debbia stare, affermo che
è buon consiglio, ma tuttavia né noi possiamo dimorar con le
Muse né esse con essonoi. Se quando avviene che l'uomo da
lor si parte, dilettarsi di veder cosa che le somigli,
questo non è cosa da biasimare: le Muse son donne, e benché
le donne quel che le Muse vagliono non vagliano, pure esse
hanno nel primo aspetto simiglianza di quelle, sì che,
quando per altro non mi piacessero, per quello mi dovrebber
piacere; senza che le donne già mi fur cagione di comporre
mille versi, dove le Muse mai non mi furono di farne alcun
cagione. Aiutaronmi elle bene e mostraronmi comporre que'
mille; e forse a queste cose scrivere, quantunque sieno
umilissime, si sono elle venute parecchie volte a starsi
meco, in servigio forse e in onore della simiglianza che le
donne hanno a esse; per che, queste cose tessendo, né dal
monte Parnaso né dalle Muse non mi allontano quanto molti
per avventura s'avisano.</p>
<p>Ma che direm noi a coloro che della mia fame hanno tanta
compassione che mi consigliano che io procuri del pane?
Certo io non so, se non che, volendo meco pensare quale
sarebbe la loro risposta se io per bisogno loro ne
dimandassi, m'aviso che direbbono: “Va cercane tralle
favole.” E già più ne trovarono tralle loro favole i poeti,
che molti ricchi tra' loro tesori, e assai già, dietro alle
loro favole andando, fecero la loro età fiorire, dove in
contrario molti nel cercar d'aver più pane, che bisogno non
era loro, perirono acerbi. Che più? Caccinmi via questi
cotali qualora io ne domando loro, non che la Dio mercé
ancora non mi bisogna; e, quando pur sopravenisse il
bisogno, io so, secondo l'Appostolo, abbondare e necessità
sofferire; e per ciò a niun caglia più di me che a me.</p>
<p>Quegli che queste cose così non essere state dicono, avrei
molto caro che essi recassero gli originali: li quali se a
quel che io scrivo discordanti fossero, giusta direi la lor
riprensione e d'amendar me stesso m'ingegnerei; ma infino
che altro che parole non apparisce, io gli lascerò con la
loro oppinione, seguitando la mia, di loro dicendo quello
che essi di me dicono.</p>
<p>E volendo per questa volta assai aver risposto, dico che
dall'aiuto di Dio e dal vostro, gentilissime donne, nel
quale io spero, armato, e di buona pazienza, con esso
procederò avanti, dando le spalle a questo vento e
lasciandol soffiar: per ciò che io non veggo che di me altro
possa avvenire che quello che della minuta polvere avviene,
la quale, spirante turbo, o egli di terra non la muove, o se
la muove la porta in alto e spesse volte sopra le teste
degli uomini, sopra le corone dei re e degl'imperadori, e
talvolta sopra gli alti palagi e sopra le eccelse torri la
lascia; delle quali se ella cade, più giù andar non può che
il luogo onde levata fu. E se mai con tutta la mia forza a
dovervi in cosa alcuna compiacere mi disposi, ora più che
mai mi vi disporrò, per ciò che io conosco che altra cosa
dir non potrà alcuno con ragione, se non che gli altri e io,
che v'amiamo, naturalmente operiamo; alle cui leggi, cioè
della natura, voler contrastare troppo gran forze bisognano,
e spesse volte non solamente invano ma con grandissimo danno
del faticante s'adoperano. Le quali forze io confesso che io
non l'ho né d'averle disidero in questo; e se io l'avessi,
più tosto a altrui le presterei che io per me l'adoperassi.
Per che tacciansi i morditori, e se essi riscaldar non si
possono, assiderati si vivano: e ne' lor diletti, anzi
appetiti corrotti standosi, me nel mio, questa brieve vita
che posta n'è, lascino stare.</p>
<p>Ma da ritornare è, per ciò che assai vagati siamo, o belle
donne, là onde ci dipartimmo e l'ordine cominciato seguire.</p>
<p>Cacciata aveva il sole del cielo già ogni stella e dalla
terra l'umida ombra della notte, quando Filostrato levatosi
tutta la sua brigata fece levare, e nel bel giardino
andatisene quivi s'incominciarono a diportare: e l'ora del
mangiar venuta, quivi desinarono dove la passata sera cenato
aveano. E da dormire, essendo il sole nella sua maggior
sommità, levati, nella maniera usata vicini alla bella fonte
si posero a sedere, là dove Filostrato alla Fiammetta
comandò che principio desse alle novelle: la quale, senza
più aspettare che detto le fosse, donnescamente così
cominciò.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Tancredi, prenze di Salerno, uccide l'amante della
figliuola e mandale il cuore in una coppa d'oro; la quale,
messa sopr'esso acqua avvelenata, quella si bee e così
muore.</emph></p></argument>
<p>–Fiera materia di ragionare n'ha oggi il nostro re data,
pensando che, dove per rallegrarci venuti siamo, ci convenga
raccontar l'altrui lagrime, le quali dir non si possono che
chi le dice e chi l'ode non abbia compassione. Forse per
temperare alquanto la letizia avuta li giorni passati l'ha
fatto: ma che che se l'abbia mosso, poi che a me non si
conviene di mutare il suo piacere, un pietoso accidente,
anzi sventurato e degno delle nostre lagrime, racconterò.</p>
<p>Tancredi, prencipe di Salerno, fu signore assai umano e di
benigno ingegno, se egli nell'amoroso sangue nella sua
vecchiezza non s'avesse le mani bruttate; il quale in tutto
lo spazio della sua vita non ebbe che una figliuola, e più
felice sarebbe stato se quella avuta non avesse. Costei fu
dal padre tanto teneramente amata, quanto alcuna altra
figliuola da padre fosse giammai: e per questo tenero amore,
avendo ella di molti anni avanzata l'età del dovere avere
avuto marito, non sappiendola da sé partire, non la
maritava: poi alla fine a un figliuolo del duca di Capova
datala, poco tempo dimorata con lui, rimase vedova e al
padre tornossi.</p>
<p>Era costei bellissima del corpo e del viso quanto alcuna
altra femina fosse mai, e giovane e gagliarda e savia più
che a donna per avventura non si richiedea. E dimorando col
tenero padre, sì come gran donna, in molte dilicatezze, e
veggendo che il padre, per l'amor che egli le portava, poca
cura si dava di più maritarla, né a lei onesta cosa pareva
il richiedernelo, si pensò di volere avere, se esser
potesse, occultamente un valoroso amante. E veggendo molti
uomini nella corte del padre usare, gentili e altri, sì come
noi veggiamo nelle corti, e considerate le maniere e'
costumi di molti, tra gli altri un giovane valletto del
padre, il cui nome era Guiscardo, uom di nazione assai umile
ma per vertù e per costumi nobile, più che altro le piacque,
e di lui tacitamente, spesso vedendolo, fieramente s'accese,
ognora più lodando i modi suoi. E il giovane, il quale
ancora non era poco avveduto, essendosi di lei accorto,
l'aveva per sì fatta maniera nel cuor ricevuta, che da ogni
altra cosa quasi che da amar lei aveva la mente rimossa.</p>
<p>In cotal guisa adunque amando l'un l'altro segretamente,
niuna altra cosa tanto disiderando la giovane quanto di
ritrovarsi con lui, né vogliendosi di questo amore in alcuna
persona fidare, a dovergli significare il modo seco pensò
una nuova malizia. Essa scrisse una lettera, e in quella ciò
che a fare il dì seguente per esser con lei gli mostrò; e
poi quella messa in un bucciuolo di canna, sollazzando la
diede a Guiscardo e dicendo: “Fara'ne questa sera un
soffione alla tua servente, col quale ella raccenda il
fuoco.”</p>
<p>Guiscardo il prese, e avvisando costei non senza cagione
dovergliele aver donato e così detto, partitosi, con esso se
ne tornò alla sua casa: e guardando la canna e quella
vedendo fessa, l'aperse, e dentro trovata la lettera di lei
e lettala e ben compreso ciò che a fare avea, il più
contento uom fu che fosse già mai e diedesi a dare opera di
dovere a lei andare secondo il modo da lei dimostratogli.</p>
<p>Era allato al palagio del prenze una grotta cavata nel
monte, di lunghissimi tempi davanti fatta, nella qual grotta
dava alquanto lume uno spiraglio fatto per forza nel monte,
il quale, per ciò che abbandonata era la grotta, quasi da
pruni e da erbe di sopra natevi era riturato; e in questa
grotta per una segreta scala, la quale era in una delle
camere terrene del palagio la quale la donna teneva, si
poteva andare, come che da uno fortissimo uscio serrata
fosse. E era sì fuori delle menti di tutti questa scala, per
ciò che di grandissimi tempi davanti usata non s'era, che
quasi niuno che ella vi fosse si ricordava: ma Amore, agli
occhi del quale niuna cosa è sì segreta che non pervenga,
l'aveva nella memoria tornata alla innamorata donna. La
quale, acciò che niuno di ciò accorger si potesse, molti dì
con suoi ingegni penato avea anzi che venir fatto le potesse
d'aprir quello uscio: il quale aperto e sola nella grotta
discesa e lo spiraglio veduto, per quello aveva a Guiscardo
mandato a dire che di venir s'ingegnasse, avendogli
disegnata l'altezza che da quello infino in terra esser
poteva. Alla qual cosa fornire Guiscardo prestamente
ordinata una fune con certi nodi e cappi da potere scendere
e salire per essa e sé vestito d'un cuoio che da' pruni il
difendesse, senza farne alcuna cosa sentire a alcuno, la
seguente notte allo spiraglio n'andò, e accomandato bene
l'uno de' capi della fune a un forte bronco che nella bocca
dello spiraglio era nato, per quella si collò nella grotta e
attese la donna.</p>
<p>La quale il seguente dì, faccendo sembianti di voler
dormire, mandate via le sue damigelle e sola serratasi nella
camera, aperto l'uscio nella grotta discese, dove, trovato
Guiscardo, insieme maravigliosa festa si fecero; e nella sua
camera insieme venutine, con grandissimo piacere gran parte
di quel giorno si dimorarono; e dato discreto ordine alli
loro amori acciò che segreti fossero, tornatosi nella grotta
Guiscardo, e ella, serrato l'uscio, alle sue damigelle se ne
venne fuori. Guiscardo poi la notte vegnente, sù per la sua
fune sagliendo, per lo spiraglio donde era entrato se n'uscì
fuori e tornossi a casa; e avendo questo cammino appreso più
volte poi in processo di tempo vi ritornò.</p>
<p>Ma la fortuna, invidiosa di così lungo e di così gran
diletto, con doloroso avvenimento la letizia de' due amanti
rivolse in tristo pianto.</p>
<p>Era usato Tancredi di venirsene alcuna volta tutto solo
nella camera della figliuola e quivi con lei dimorarsi e
ragionare alquanto e poi partirsi. Il quale un giorno dietro
mangiare là giù venutone, essendo la donna, la quale
Ghismonda aveva nome, in un suo giardino con tutte le sue
damigelle, in quella senza essere stato da alcuno veduto o
sentito entratosene, non volendo lei torre dal suo diletto,
trovando le finestre della camera chiuse e le cortine del
letto abbattute, a piè di quello in un canto sopra un
carello si pose a sedere; e appoggiato il capo al letto e
tirata sopra sé la cortina, quasi come se studiosamente si
fosse nascoso, quivi s'adormentò. E così dormendo egli,
Ghismonda, che per isventura quel dì fatto aveva venir
Guiscardo, lasciate le sue damigelle nel giardino,
pianamente se ne entrò nella camera: e quella serrata, senza
accorgersi che alcuna persona vi fosse, aperto l'uscio a
Guiscardo che l'attendeva e andatisene in su il letto, sì
come usati erano, e insieme scherzando e sollazzandosi,
avvenne che Tancredi si svegliò e sentì e vide ciò che
Guiscardo e la figliuola facevano. E dolente di ciò
oltremodo, prima gli volle sgridare, poi prese partito di
tacersi e di starsi nascoso, s'egli potesse, per potere più
cautamente fare e con minor sua vergogna quello che già gli
era caduto nell'animo di dover fare. I due amanti stettero
per lungo spazio insieme, sì come usati erano, senza
accorgersi di Tancredi; e quando tempo lor parve discesi del
letto, Guiscardo se ne tornò nella grotta e ella s'uscì
della camera. Della quale Tancredi, ancora che vecchio
fosse, da una finestra di quella si calò nel giardino e
senza essere da alcun veduto, dolente a morte, alla sua
camera si tornò.</p>
<p>E per ordine da lui dato, all'uscir dello spiraglio la
seguente notte in sul primo sonno Guiscardo, così come era
nel vestimento del cuoio impacciato, fu preso da due e
segretamente a Tancredi menato; il quale, come il vide,
quasi piagnendo disse: “Guiscardo, la mia benignità verso
te non avea meritato l'oltraggio e la vergogna la quale
nelle mie cose fatta m'hai, sì come io oggi vidi con gli
occhi miei.”</p>
<p>Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo:
“Amor può troppo più che né voi né io possiamo.”</p>
<p>Comandò adunque Tancredi che egli chetamente in alcuna
camera di là entro guardato fosse; e così fu fatto.</p>
<p>Venuto il dì seguente, non sappiendo Ghismunda nulla di
queste cose, avendo seco Tancredi varie e diverse novità
pensate, appresso mangiare secondo la sua usanza nella
camera n'andò della figliuola: dove fattalasi chiamare e
serratosi dentro con lei, piangendo le cominciò a dire:
“Ghismunda, parendomi conoscere la tua vertù e la tua
onestà, mai non mi sarebbe potuto cader nell'animo,
quantunque mi fosse stato detto, se io co' miei occhi non
l'avessi veduto, che tu di sottoporti a alcuno uomo, se tuo
marito stato non fosse, avessi, non che fatto, ma pur
pensato; di che io, in questo poco di rimanente di vita che
la mia vecchiezza mi serba, sempre sarò dolente di ciò
ricordandomi. E or volesse Idio che, poi che a tanta
disonestà conducer ti dovevi, avessi preso uomo che alla tua
nobiltà decevole fosse stato; ma tra tanti che nella mia
corte n'usano eleggesti Guiscardo, giovane di vilissima
condizione, nella nostra corte quasi come per Dio da piccol
fanciullo infino a questo dì allevato; di che tu in
grandissimo affanno d'animo messo m'hai, non sappiendo io
che partito di te mi pigliare. Di Guiscardo, il quale io
feci stanotte prendere quando dello spiraglio usciva, e
hollo in prigione, ho io già meco preso partito che farne;
ma di te sallo Idio che io non so che farmi. Dall'una parte
mi trae l'amore il quale io t'ho sempre più portato che
alcun padre portasse a figliuola, e d'altra mi trae
giustissimo sdegno preso per la tua gran follia: quegli
vuole che io ti perdoni e questi vuole che io contro a mia
natura in te incrudelisca: ma prima che io partito prenda,
disidero d'udire quello che tu a questo dei dire”. E questo
detto bassò il viso, piagnendo sì forte come farebbe un
fanciul ben battuto.</p>
<p>Ghismunda, udendo il padre e conoscendo non solamente il
suo segreto amore esser discoperto ma ancora preso
Guiscardo, dolore inestimabile sentì e a mostrarlo con
romore e con lagrime, come il più le femine fanno, fu assai
volte vicina: ma pur questa viltà vincendo il suo animo
altiero, il viso suo con maravigliosa forza fermò, e seco,
avanti che a dovere alcun priego per sé porgere, di più non
stare in vita dispose, avvisando già esser morto il suo
Guiscardo.</p>
<p>Per che, non come dolente femina o ripresa del suo fallo,
ma come non curante e valorosa, con asciutto viso e aperto e
da niuna parte turbato così al padre disse: “Tancredi, né a
negare né a pregare son disposta, per ciò che né l'un mi
varrebbe né l'altro voglio che mi vaglia; e oltre a ciò in
niuno atto intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine
e 'l tuo amore: ma, il vero confessando, prima con vere
ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente
seguire la grandezza dell'animo mio. Egli è il vero che io
ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco,
l'amerò, e se appresso la morte s'ama, non mi rimarrò
d'amarlo: ma a questo non m'indusse tanto la mia feminile
fragilità, quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e
la virtù di lui. Esser ti dové, Tancredi, manifesto, essendo
tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di
pietra o di ferro; e ricordar ti dovevi e dei, quantunque tu
ora sie vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le
leggi della giovanezza: e come che tu, uomo, in parte ne'
tuoi migliori anni nell'armi essercitato ti sii, non dovevi
di meno conoscere quello che gli ozii e le dilicatezze
possano ne' vecchi non che ne' giovani. Sono adunque, sì
come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor
son giovane, e per l'una cosa e per l'altra piena di
concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze
hanno date l'aver già, per essere stato maritata, conosciuto
qual piacer sia a così fatto disidero dar compimento. Alle
quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che
elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi e
innamora'mi. E certo in questo opposi ogni mia vertù di non
volere a te né a me di quello a che natural peccato mi
tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare.
Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna fortuna assai
occulta via m'avean trovata e mostrata, per la quale, senza
sentirlo alcuno, io a' miei disideri perveniva: e questo,
chi che ti se l'abbia mostrato o come che tu il sappi, io
nol nego. Guiscardo non per accidente tolsi, come molte
fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi a ogni
altro e con avveduto pensiero a me lo 'ntrodussi e con savia
perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio
disio. Di che egli pare, oltre all'amorosamente aver
peccato, che tu, più la volgare opinione che la verità
seguitando, con più amaritudine mi riprenda, dicendo, quasi
turbato esser non ti dovessi se io nobile uomo avessi a
questo eletto, che io con uomo di bassa condizion mi son
posta: in che non t'accorgi che non il mio peccato ma quello
della fortuna riprendi, la quale assai sovente li non degni
a alto leva, abbasso lasciando i degnissimi. Ma lasciamo or
questo, e riguarda alquanto a' principii delle cose: tu
vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere e da
uno medesimo creatore tutte l'anime con iguali forze, con
iguali potenze, con iguali vertù create. La vertù
primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne
distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e
adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non
nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge
nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura
né da' buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente
adopera, apertamente sé mostra gentile, e chi altramenti il
chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama
commette difetto. Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini e
essamina la lor vita, i lor costumi e le loro maniere, e
d'altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai
senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi
tuoi nobili tutti esser villani. Delle virtù e del valor di
Guiscardo io non credetti al giudicio d'alcuna altra persona
che a quello delle tue parole e de' miei occhi. Chi il
commendò mai tanto quanto tu commendavi in tutte quelle cose
laudevoli che valoroso uomo dee essere commendato? E certo
non a torto: ché, se' miei occhi non m'ingannarono, niuna
laude da te data gli fu che io lui operarla, e più
mirabilmente che le tue parole non poteano esprimere, non
vedessi: e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto avessi, da
te sarei stata ingannata. Dirai dunque che io con uomo di
bassa condizion mi sia posta? Tu non dirai il vero: ma per
avventura se tu dicessi con povero, con tua vergogna si
potrebbe concedere, ché così hai saputo un valente uomo tuo
servidore mettere in buono stato; ma la povertà non toglie
gentilezza a alcuno ma sì avere. Molti re, molti gran
prencipi furon già poveri, e molti di quegli che la terra
zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne.
L'ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me far ti
dovessi, caccia del tutto via: se tu nella tua estrema
vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cioè a
incrudelir, se' disposto, usa in me la tua crudeltà, la
quale a alcun priego porgerti disposta non sono, sì come in
prima cagion di questo peccato, se peccato è; per ciò che io
t'acerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o farai, se
di me non fai il simigliante, le mie mani medesime il
faranno. Or via, va con le femine a spander le lagrime, e
incrudelendo, con un medesimo colpo, se così ti par che
meritato abbiamo, uccidi.”</p>
<p>Conobbe il prenze la grandezza dell'animo della sua
figliuola ma non credette per ciò in tutto lei sì fortemente
disposta a quello che le parole sue sonavano, come diceva;
per che, da lei partitosi e da sé rimosso di volere in
alcuna cosa nella persona di lei incrudelire, pensò con gli
altrui danni raffreddare il suo fervente amore, e comandò a'
due che Guiscardo guardavano che senza alcun romore lui la
seguente notte strangolassono; e trattogli il cuore a lui il
recassero. Li quali, così come loro era stato comandato,
così operarono.</p>
<p>Laonde, venuto il dì seguente, fattasi il prenze venire una
grande e bella coppa d'oro e messo in quella il cuor di
Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla
figliuola e imposegli che quando gliele desse dicesse: “Il
tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che
tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più
amava.”</p>
<p>Ghismunda, non smossa dal suo fiero proponimento, fattesi
venire erbe e radici velenose, poi che partito fu il padre,
quelle stillò e in acqua redusse, per presta averla se
quello di che ella temeva avvenisse. Alla quale venuto il
famigliare e col presento e con le parole del prenze, con
forte viso la coppa prese; e quella scoperchiata, come il
cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissimo
quello essere il cuor di Guiscardo; per che, levato il viso
verso il famigliar, disse: “Non si convenia sepoltura men
degna che d'oro a così fatto cuore chente questo è:
discretamente in ciò ha il mio padre adoperato.”</p>
<p>E così detto, appressatoselo alla bocca, il basciò, e poi
disse: “In ogni cosa sempre e infino a questo stremo della
vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre
l'amore, ma ora più che già mai; e per ciò l'ultime grazie,
le quali render gli debbo già mai, di così gran presento, da
mia parte gli renderai.”</p>
<p>Questo detto, rivolta sopra la coppa la quale stretta
teneva, il cuor riguardando disse: “Ahi! dolcissimo albergo
di tutti i miei piaceri, maladetta sia la crudeltà di colui
che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere! Assai
m'era con quegli della mente riguardarti a ciascuna ora. Tu
hai il tuo corso fornito, e di tale chente la fortuna tel
concedette ti se' spacciato: venuto se' alla fine alla qual
ciascun corre: lasciate hai le miserie del mondo e le
fatiche e dal tuo nemico medesimo quella sepoltura hai che
il tuo valore ha meritata. Niuna cosa ti mancava a aver
compiute essequie, se non le lagrime di colei la qual tu
vivendo cotanto amasti; le quali acciò che tu l'avessi, pose
Idio nell'animo al mio dispietato padre che a me ti
mandasse, e io le ti darò, come che di morire con gli occhi
asciutti e con viso da niuna cosa spaventato proposto
avessi; e dateleti, senza alcuno indugio farò che la mia
anima si congiugnerà con quella, adoperandol tu, che tu già
tanto cara guardasti. E con qual compagnia ne potre' io
andar più contenta o meglio sicura a' luoghi non conosciuti
che con lei? Io son certa che ella è ancora quincentro e
riguarda i luoghi de' suoi diletti e de' miei e, come colei
che ancora son certa che m'ama, aspetta la mia dalla quale
sommamente è amata.”</p>
<p>E così detto, non altramenti che se una fonte d'acqua nella
testa avuta avesse, senza fare alcun feminil romore, sopra
la coppa chinatasi piagnendo cominciò a versar tante
lagrime, che mirabile cosa furono a riguardare, basciando
infinite volte il morto cuore. Le sue damigelle, che da
torno le stavano, che cuore questo si fosse o che volesson
dir le parole di lei non intendevano, ma da compassion vinte
tutte piagnevano e lei pietosamente della cagion del suo
pianto domandavano invano e molto più, come meglio sapevano
e potevano, s'ingegnavano di confortarla.</p>
<p>La qual poi che quanto le parve ebbe pianto, alzato il capo
e rasciuttisi gli occhi, disse: “O molto amato cuore, ogni
mio uficio verso te è fornito, né più altro mi resta a fare
se non di venire con la mia anima a fare alla tua
compagnia.”</p>
<p>E questo detto, si fé dare l'orcioletto nel quale era
l'acqua che il dì davanti aveva fatta, la quale mise nella
coppa ove il cuore era da molte delle sue lagrime lavato; e
senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve e
bevutala con la coppa in mano se ne salì sopra il suo letto,
e quanto più onestamente seppe compose il corpo suo sopra
quello e al suo cuore accostò quello del morto amante: e
senza dire alcuna cosa aspettava la morte.</p>
<p>Le damigelle sue, avendo queste cose e vedute e udite, come
che esse non sapessero che acqua quella fosse la quale ella
bevuta aveva, a Tancredi ogni cosa avean mandato a dire; il
qual, temendo di quello che sopravenne, presto nella camera
scese della figliuola, nella qual giunse in quella ora che
essa sopra il suo letto si pose; e tardi con dolci parole
levatosi a suo conforto, veggendo ne' termini ne' quali era,
cominciò dolorosamente a piagnere.</p>
<p>Al quale la donna disse: “Tancredi, serbati coteste
lagrime a meno disiderata fortuna che questa, né a me le
dare, che non le disidero. Chi vide mai alcuno altro che te
piagnere di quello che egli ha voluto? Ma pure, se niente di
quello amore che già mi portasti ancora in te vive, per
ultimo don mi concedi che, poi a grado non ti fu che io
tacitamente e di nascoso con Guiscardo vivessi, che 'l mio
corpo col suo, dove che tu te l'abbi fatto gittare, morto
palese stea.”</p>
<p>L'angoscia del pianto non lasciò rispondere al prenze;
laonde la giovane, al suo fine esser venuta sentendosi,
strignendosi al petto il morto cuore, disse: “Rimanete con
Dio, ché io mi parto.” E velati gli occhi e ogni senso
perduto, di questa dolente vita si dipartì.</p>
<p>Così doloroso fine ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghismunda,
come udito avete: li quali Tancredi dopo molto pianto e
tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di
tutti i salernetani, onorevolmente ammenduni in un medesimo
sepolcro gli fé sepellire.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Frate Alberto dà a vedere a una donna che l'agnol
Gabriello è di lei innamorato, in forma del quale più volte
si giace con lei; poi, per paura de' parenti di lei della
casa gittatosi, in casa d'un povero uomo ricovera, il quale
in forma d'uom salvatico il dì seguente nella Piazza il
mena: dove riconosciuto e da' suoi frati preso, è
incarcerato.</emph></p></argument>
<p>Aveva la novella dalla Fiammetta raccontata le lagrime più
volte tirate infino in su gli occhi alle sue compagne; ma
quella già essendo compiuta, il re con rigido viso disse:–
Poco prezzo mi parrebbe la vita mia a dover dare per la metà
diletto di quello che con Guiscardo ebbe Ghismunda, né se ne
dee di voi maravigliare alcuna, con ciò sia cosa che io,
vivendo, ogni ora mille morti sento, né per tutte quelle una
sola particella di diletto m'è data. Ma lasciando al
presente li miei fatti ne' lor termini stare, voglio che ne'
fieri ragionamenti, e a' miei accidenti in parte simili,
Pampinea ragionando seguisca; la quale se, come Fiammetta ha
cominciato, andrà appresso, senza dubbio alcuna rugiada
cadere sopra il mio fuoco comincerò a sentire.–Pampinea, a
sé sentendo il comandamento venuto, più per la sua affezione
cognobbe l'animo delle compagne che quello del re per le sue
parole: e per ciò, più disposta a dovere alquanto recrear
loro che a dovere, fuori che del comandamento solo, il re
contentare, a dire una novella, senza uscir del proposto, da
ridere si dispose, e cominciò:</p>
<p>–Usano i volgari un così fatto proverbio: ‘Chi è reo e
buono è tenuto, può fare il male e non è creduto’, il quale
ampia materia a ciò che m'è stato proposto mi presta di
favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la
ipocresia de' religiosi, li quali co' panni larghi e lunghi
e co' visi artificialmente palidi e con le voci umili e
mansuete nel dimandar l'altrui, e altissime e rubeste in
mordere negli altri li loro medesimi vizii e nel mostrar sé
per torre e altri per lor donare venire a salvazione; e
oltre a ciò, non come uomini che il Paradiso abbiano a
procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di
quello danti a ciaschedun che muore, secondo la quantità de'
denari loro lasciata da lui, più e meno eccellente luogo,
con questo prima se medesimo, se così credono, e poscia
coloro che in ciò alle loro parole dan fede sforzandosi
d'ingannare. De' quali se quanto si convenisse fosse licito
a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello
che nelle lor cappe larghissime tengan nascoso. Ma ora fosse
piacere di Dio che così delle loro bugie a tutti
intervenisse come a un frate minore, non miga giovane, ma di
quelli che de' maggior cassesi era tenuto a Vinegia: del
quale sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli
animi vostri pieni di compassione per la morte di Ghismunda
forse con risa e con piacer rilevare.</p>
<p>Fu adunque, valorose donne, in Imola uno uomo di scelerata
vita e di corrotta, il quale fu chiamato Berto della Massa,
le cui vituperose opere molto dagl'imolesi conosciute a
tanto il recarono, che, non che la bugia ma la verità non
era in Imola chi gli credesse: per che, accorgendosi quivi
più le sue gherminelle non aver luogo, come disperato a
Vinegia, d'ogni bruttura ricevitrice, si trasmutò e quivi
pensò di trovare altra maniera al suo malvagio adoperare che
fatto non aveva in altra parte. E, quasi da coscienza
rimorso delle malvage opere nel preterito fatte da lui, da
somma umilità soprapreso mostrandosi e oltre a ogni altro
uomo divenuto catolico, andò e sì si fece frate minore e
fecesi chiamare frate Alberto da Imola: e in tale abito
cominciò a far per sembianti una aspra vita e a commendar
molto la penitenzia e l'astinenzia, né mai carne mangiava né
bevea vino, quando no' n'avea che gli piacesse. Né se ne fu
appena avveduto alcuno, che di ladrone, di ruffiano, di
falsario, d'omicida subitamente fu un gran predicator
divenuto, senza aver per ciò i predetti vizii abbandonati,
quando nascosamente gli avesse potuti mettere in opera; e
oltre a ciò fattosi prete, sempre all'altare quando
celebrava, se da molti veduto era, piagneva la passione del
Salvatore, sì come colui al quale poco costavan le lagrime
quando le volea. E in brieve, tra con le sue prediche e le
sue lagrime, egli seppe in sì fatta guisa li viniziani
adescare, che egli quasi d'ogni testamento che vi si faceva
era fedel commessario e dipositario, e guardatore di denari
di molti, confessoro e consigliatore quasi della maggior
parte degli uomini e delle donne: e così faccendo, di lupo
era divenuto pastore e era la sua fama di santità in quelle
parti troppo maggiore che mai non fu di san Francesco a
Ascesi.</p>
<p>Ora avvenne che una giovane donna bamba e sciocca, che
chiamata fu madonna Lisetta da ca' Quirino, moglie d'un gran
mercatante che era andato con le galee in Fiandra, s'andò
con altre donne a confessar da questo santo frate; la quale
essendogli a' piedi, sì come colei che viniziana era, e essi
son tutti bergoli, avendo parte detta de' fatti suoi, fu da
frate Alberto adomandata se alcuno amadore avesse.</p>
<p>Al quale ella con un mal viso rispose: “Deh, messer lo
frate, non avete voi occhi in capo? paionvi le mie bellezze
fatte come quelle di queste altre? Troppi n'avrei degli
amadori se io ne volessi; ma non son le mie bellezze da
lasciare amare da tale né da quale. Quante ce ne vedete voi
le cui bellezze sien fatte come le mie? ché sarei bella nel
Paradiso.” E oltre a ciò disse tante cose di questa sua
bellezza, che fu un fastidio a udire.</p>
<p>Frate Alberto conobe incontanente che costei sentia dello
scemo, e parendogli terreno da' ferri suoi, di lei
subitamente e oltre modo s'innamorò. Ma riserbandosi in più
commodo tempo le lusinghe, pur per mostrarsi santo quella
volta cominciò a volerla riprendere e a dirle che questa era
vanagloria e altre sue novelle; per che la donna gli disse
che egli era una bestia e che egli non conosceva che si
fosse più una bellezza che un'altra. Per che frate Alberto,
non volendola troppo turbare, fattale la confessione, la
lasciò andar via con l'altre.</p>
<p>E stato alquanti dì, preso un suo fido compagno, n'andò a
casa madonna Lisetta: e, trattosi da una parte in una sala
con lei e non potendo da altri esser veduto, le si gittò
davanti inginocchione e disse: “Madonna, io vi priego per
Dio che voi mi perdoniate di ciò che io domenica,
ragionandomi voi della vostra bellezza, vi dissi, per ciò
che sì fieramente la notte seguente gastigato ne fui, che
mai poscia da giacere non mi son potuto levar se non oggi.”</p>
<p>Disse allora donna mestola: “E chi ve ne gastigò così?”</p>
<p>Disse frate Alberto: “Io il vi dirò. Standomi io la notte
in orazione, sì come io soglio star sempre, io vidi
subitamente nella mia cella un grande splendore, né prima mi
pote' volger per veder che ciò fosse, che io mi vidi sopra
un giovane bellissimo con un grosso bastone in mano, il
quale, presomi per la cappa e tiratomisi a' piè, tante mi
diè, che tutto mi ruppe. Il quale io appresso domandai
perché ciò fatto avesse, e egli rispose: ‘Per ciò che tu
presummesti oggi di riprendere le celestiali bellezze di
madonna Lisetta, la quale io amo, da Dio in fuori, sopra
ogni altra cosa.’ E io allora domandai: ‘Chi siete voi?’ A
cui egli rispose che era l'agnol Gabriello. ‘O signor mio, ’
diss'io ‘io vi priego che voi mi perdoniate.’ E egli allora
disse: ‘E io ti perdono per tal convenente, che tu a lei
vadi come tu prima potrai e facciti perdonare: e dove ella
non ti perdoni, io ci tornerò e darottene tante, che io ti
farò tristo per tutto il tempo che tu ci viverai.’ Quello
che egli poi mi dicesse, io non ve l'oso dire, se prima non
mi perdonate.”</p>
<p>Donna zucca al vento, la quale era anzi che no un poco
dolce di sale, godeva tutta udendo queste parole e verissime
tutte le credea; e dopo alquanto disse: “Io vi diceva ben,
frate Alberto, che le mie bellezze eran celestiali; ma, se
Dio m'aiuti, di voi m'incresce, e infino a ora, acciò che
più non vi sia fatto male, io vi perdono, sì veramente che
voi mi diciate ciò che l'angelo poi vi disse.”</p>
<p>Frate Alberto disse: “Madonna, poi che perdonato m'avete,
io il vi dirò volentieri; ma una cosa vi ricordo, che cosa
che io vi dica voi vi guardiate di dire a alcuna persona che
sia nel mondo, se voi non volete guastare i fatti vostri,
che siete la più avventurata donna che oggi sia al mondo.
Questo agnol Gabriello mi disse che io vi dicessi che voi
gli piacete tanto, che più volte a starsi con voi venuto la
notte sarebbe, se non fosse per non ispaventarvi. Ora vi
manda egli dicendo per me che a voi vuol venire una notte e
dimorarsi una pezza con voi; e per ciò che egli è agnolo e
venendo in forma d'agnolo voi nol potreste toccare, dice che
per diletto di voi vuol venire in forma d'uomo, e per ciò
dice che voi gli mandiate a dire quando volete che egli
venga e in forma di cui, e egli ci verrà: di che voi, più
che altra donna che viva, tener vi potete beata.”</p>
<p>Madonna baderla allora disse che molto le piaceva se
l'agnolo Gabriello l'amava, per ciò che ella amava ben lui,
né era mai che una candela d'un mattapan non gli accendesse
davanti dove dipinto il vedea; e che, qualora egli volesse a
lei venire, egli fosse il ben venuto, ché egli la troverebbe
tutta sola nella sua camera: ma con questo patto, che egli
non dovesse lasciar lei per la Vergine Maria, ché l'era
detto che egli le voleva molto bene, e anche si pareva, ché
in ogni luogo che ella il vedeva le stava ginocchione
innanzi; e oltre a questo, che a lui stesse di venire in
qual forma volesse, pure che ella non avesse paura.</p>
<p>Allora disse frate Alberto: “Madonna, voi parlate
saviamente, e io ordinerò ben con lui quello che voi mi
dite. Ma voi mi potete fare una gran grazia e a voi non
costerà niente: e la grazia è questa, che voi vogliate che
egli venga con questo mie corpo. E udite in che voi mi
farete grazia: che egli mi trarrà l'anima mia di corpo e
metteralla in Paradiso, e egli entrerà in me, e quanto egli
starà con voi, tanto si starà l'anima mia in Paradiso.”</p>
<p>Disse allora donna pocofila: “Ben mi piace; io voglio che,
in luogo delle busse le quali egli vi diede a mie cagioni,
che voi abbiate questa consolazione.”</p>
<p>Allora disse frate Alberto: “Or farete che questa notte
egli truovi la porta della vostra casa per modo che egli
possa entrarci, per ciò che vegnendo in corpo umano, come
egli verrà, non potrebbe entrarci se non per l'uscio.”</p>
<p>La donna rispose che fatto sarebbe. Frate Alberto si partì,
e ella rimase faccendo sì gran galloria, che non le toccava
il cul la camiscia, mille anni parendole che l'agnolo
Gabriello a lei venisse. Frate Alberto, pensando che
cavaliere, non agnolo, esser gli convenia la notte, con
confetti e altre buone cose s'incominciò a confortare, acciò
che di leggiere non fosse da caval gittato; e avuta la
licenzia, con un compagno, come notte fu, se n'entrò in casa
d'una sua amica, dalla quale altra volta aveva prese le
mosse quando andava a correr le giumente: e di quindi,
quando tempo gli parve, trasformato se n'andò a casa della
donna, e in quella entrato, con sue frasche che portate
aveva, in agnolo si trasfigurò, e salitose suso, se n'entrò
nella camera della donna.</p>
<p>La quale, come questa cosa così bianca vide, gli
s'inginocchiò innanzi, e l'agnolo la benedisse e levolla in
piè e fecele segno che a letto s'andasse; il che ella,
volonterosa d'ubidire, fece prestamente, e l'agnolo appresso
con la sua divota si coricò. Era frate Alberto bell'uomo del
corpo e robusto, e stavangli troppo bene le gambe in su la
persona; per la qual cosa con donna Lisetta trovandosi, che
era fresca e morbida, altra giacitura faccendole che il
marito, molte volte la notte volò senza ali, di che ella
forte si chiamò per contenta, e oltre a ciò molte cose le
disse della gloria celestiale. Poi, appressandosi il dì,
dato ordine al ritornare, co' suoi arnesi fuor se n'uscì e
tornossi al compagno suo, al quale, acciò che paura non
avesse dormendo solo, aveva la buona femina della casa fatta
amichevole compagnia.</p>
<p>La donna, come desinato ebbe, presa sua compagnia se n'andò
a frate Alberto e novelle gli disse dell'agnol Gabriello e
ciò che da lui udito avea della gloria di vita eterna e come
egli era fatto, aggiugnendo oltre a questo maravigliose
favole.</p>
<p>A cui frate Alberto disse: “Madonna, io non so come voi vi
steste con lui; so io bene che stanotte, vegnendo egli a me
e io avendogli fatta la vostra ambasciata, egli ne portò
subitamente l'anima mia tra tanti fiori e tra tante rose,
che mai non se ne videro di qua tante, e stettimi in un de'
più dilettevoli luoghi che fosse mai infino a stamane a
matutino: quello che il mio corpo si divenisse, io non so.”</p>
<p>“Non vel dich'io?” disse la donna “il vostro corpo
stette tutta notte in braccio mio con l'agnol Gabriello; e
se voi non mi credete, guateretevi sotto la poppa manca, là
dove io diedi un grandissimo bascio all'agnolo, tale che
egli vi si parrà il segnale parecchi dì.”</p>
<p>Disse allora frate Alberto: “Ben farò oggi una cosa che io
non feci già è gran tempo più, che io mi spoglierò per
vedere se voi dite il vero.”</p>
<p>E dopo molto cianciare la donna se ne tornò a casa; alla
quale in forma d'agnolo frate Alberto andò poi molte volte
senza alcuno impedimento ricevere.</p>
<p>Pure avvenne un giorno che, essendo madonna Lisetta con una
sua comare e insieme di bellezze quistionando, per porre la
sua innanzi a ogni altra, sì come colei che poco sale avea
in zucca, disse: “Se voi sapeste a cui la mia bellezza
piace, in verità voi tacereste dell'altre.”</p>
<p>La comare, vaga d'udire, sì come colei che ben la conoscea,
disse: “Madonna, voi potreste dir vero, ma tuttavia, non
sappiendo chi questo si sia, altri non si rivolgerebbe così
di leggiero.”</p>
<p>Allora la donna, che piccola levatura avea, disse:
“Comare, egli non si vuol dire, ma lo 'ntendimento mio è
l'agnolo Gabriello, il quale più che sé m'ama, sì come la
più bella donna, per quello che egli mi dica, che sia nel
mondo o in Maremma.”</p>
<p>La comare ebbe allora voglia di ridere ma pur si tenne per
farla più avanti parlare, e disse: “In fé di Dio, madonna,
se l'agnolo Gabriello è vostro intendimento e dicevi questo,
egli dee bene esser così; ma io non credeva che gli agnoli
facesson queste cose.”</p>
<p>Disse la donna: “Comare, voi siete errata: per le plaghe
di Dio, egli il fa meglio che mio marido e dicemi che egli
si fa anche colassù; ma, per ciò che io gli paio più bella
che niuna che ne sia in cielo, s'è egli innamorato di me e
viensene a star con meco bene spesso: mo vedi vu?”</p>
<p>La comare, partita da madonna Lisetta, le parve mille anni
che ella fosse in parte ove ella potesse queste cose ridire;
e ragunatasi a una festa con una gran brigata di donne, loro
ordinatamente raccontò la novella. Queste donne il dissero
a' mariti e a altre donne, e quelle a quell'altre, e così in
meno di due dì ne fu tutta ripiena Vinegia. Ma tra gli altri
a' quali questa cosa venne agli orecchi furono i cognati di
lei, li quali, sanza alcuna cosa dirle, si posero in cuore
di trovar questo agnolo e di sapere se egli sapesse volare;
e più notti stettero in posta.</p>
<p>Avvenne che di questo fatto alcuna novelluzza ne venne a
frate Alberto agli orecchi; il quale, per riprender la donna
una notte andatovi, appena spogliato s'era che i cognati di
lei, che veduto l'avevan venire, furono all'uscio della sua
camera per aprirlo. Il che frate Alberto sentendo, e
avvisato ciò che era, levatosi né vedendo altro rifugio,
aperse una finestra la qual sopra il maggior canal
rispondea, e quindi si gittò nell'acqua. Il fondo v'era
grande e egli sapeva ben notare, sì che male alcun non si
fece: e notato dall'altra parte del canale, in una casa che
aperta v'era prestamente se n'entrò, pregando un buono uomo
che dentro v'era che per l'amor di Dio gli scampasse la
vita, sue favole dicendo perché quivi a quella ora e ignudo
fosse. Il buono uomo, mosso a pietà, convenendogli andare a
far sue bisogne, nel suo letto il mise e dissegli che quivi
infino alla sua tornata si stesse; e dentro serratolo, andò
a fare i fatti suoi.</p>
<p>I cognati della donna entrati nella camera trovarono che
l'agnol Gabriello, quivi avendo lasciate l'ali, se n'era
volato: di che quasi scornati grandissima villania dissero
alla donna, e lei ultimamente sconsolata lasciarono stare e
a casa loro tornarsi con gli arnesi dell'agnolo. In questo
mezzo, fattosi il dì chiaro, essendo il buono uomo in su il
Rialto, udì dire come l'agnolo Gabriello era la notte andato
a giacere con madonna Lisetta e, da' cognati trovatovi,
s'era per paura gittato nel canale, né si sapeva che
divenuto se ne fosse: per che prestamente s'avisò colui che
in casa avea esser desso. E là venutosene e riconosciutolo,
dopo molte novelle con lui trovò modo che, s'egli non
volesse che a' cognati di lei il desse, gli facesse venire
cinquanta ducati; e così fu fatto.</p>
<p>E appresso questo, disiderando frate Alberto d'uscir di
quindi, gli disse il buono: “Qui non ha modo alcuno, se già
in un non voleste. Noi facciamo oggi una festa, nella quale
chi mena uno uomo vestito a modo d'orso e chi a guisa d'uom
salvatico, e chi d'una cosa e chi d'un'altra, e in su la
piazza di San Marco si fa una caccia, la qual fornita, è
finita la festa; e poi ciascuno va, con quel che menato ha,
dove gli piace. Se voi volete anzi che spiar si possa che
voi siate qui, che io in alcun di questi modi vi meni, io vi
potrò menare dove voi vorrete; altrimenti non veggio come
uscirci possiate che conosciuto non siate: e i cognati della
donna, avvisando che voi in alcun luogo quincentro siate,
per tutto hanno messe le guardie per avervi.”</p>
<p>Come che duro paresse a frate Alberto l'andare in cotal
guisa, pur per la paura che aveva de' parenti della donna vi
si condusse: e disse a costui dove voleva esser menato, e
come il menasse era contento. Costui, avendol già tutto unto
di mele e empiuto di sopra di penna matta e messagli una
catena in gola e una maschera in capo e datogli dall'una
mano un gran bastone e dall'altra due gran cani che dal
macello avea menati, mandò uno al Rialto che bandisse che
chi volesse veder l'agnol Gabriello andasse in su la piazza
di San Marco: e fu lealtà viniziana questa. E questo fatto,
dopo alquanto il menò fuori e miseselo innanzi, e andandol
tenendo per la catena di dietro, non senza gran romore di
molti, che tutti dicean: “Che sé quel? che sé quel?”, il
condusse in su la Piazza, dove, tra quegli che venuti gli
eran dietro e quegli ancora che, udito il bando, dal Rialto
venuti v'erano, erano gente senza fine. Questi là pervenuto,
in luogo rilevato e alto legò il suo uom salvatico a una
colonna, sembianti faccendo d'attender la caccia; al quale
le mosche e' tafani, per ciò che di mele era unto, davan
grandissima noia.</p>
<p>Ma poi che costui vide la Piazza ben piena, faccendo
sembiante di volere scatenare il suo uom salvatico, a frate
Alberto trasse la maschera dicendo: “Signori, poi che il
porco non viene alla caccia, e non si fa, acciò che voi non
siate venuti invano, io voglio che voi veggiate l'agnolo
Gabriello, il quale di cielo in terra discende la notte a
consolare le donne viniziane.” Come la maschera fu fuori,
così fu frate Alberto incontanente da tutti conosciuto;
contra al quale si levaron le grida di tutti, dicendogli le
più vituperose parole e la maggior villania che mai a alcun
ghiotton si dicesse, e oltre a questo per lo viso
gittandogli chi una lordura e chi un'altra. E così
grandissimo spazio il tennero, tanto che, per ventura la
novella a' suoi frati pervenuta, infino a sei di loro
mossisi quivi vennero, e gittatagli una cappa indosso e
scatenatolo, non senza grandissimo romor dietro, infino a
casa loro nel menarono, dove, incarceratolo, dopo misera
vita si crede che egli morisse.</p>
<p>Così costui, tenuto buono e male adoperando, non essendo
creduto, ardì di farsi l'agnolo Gabriello, e di questo in
uom salvatico convertito, a lungo andare, come meritato
avea, vituperato senza pro pianse i peccati commessi. Così
piaccia a Dio che a tutti gli altri possa intervenire.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Tre giovani amano tre sorelle e con loro si fuggono in
Creti: la maggiore per gelosia il suo amante uccide; la
seconda concedendosi al duca di Creti scampa da morte la
prima, l'amante della quale l' uccide e con la prima si
fugge; ènne incolpato il terzo amante con la terza sirocchia
e presi il confessano; e per tema di morire con moneta la
guardia corrompono e fuggonsi poveri a Rodi; e in povertà
quivi muoiono.</emph></p></argument>
<p>Filostrato, udita la fine del novellar di Pampinea, sovra
se stesso alquanto stette e poi disse verso di lei:–Un
poco di buono e che mi piacque fu nella fine della vostra
novella; ma troppo più vi fu innanzi a quella da ridere, il
che avrei voluto che stato non vi fosse–; poi alla Lauretta
voltato disse:–Donna, seguite appresso con una migliore,
se esser può.–La Lauretta ridendo disse:–Troppo siete
contro agli amanti crudele, se pur malvagio fine disiderate
di loro; e io, per ubidirvi, ne racconterò una di tre li
quali igualmente mal capitarono, poco de' loro amori essendo
goduti.–E così detto, incominciò:</p>
<p>–Giovani donne, sì come voi apertamente potete conoscere,
ogni vizio può in gravissima noia tornar di colui che l'usa
e molte volte d'altrui. E tra gli altri che con più
abandonate redine ne' nostri pericoli ne trasporta, mi pare
che l'ira sia quello; la quale niuna altra cosa è che un
movimento subito e inconsiderato, da sentita tristizia
sospinto, il quale, ogni ragion cacciata e gli occhi della
mente avendo di tenebre offuscati, in ferventissimo furore
accende l'anima nostra. E come che questo sovente negli
uomini avvenga, e più in uno che in un altro, nondimeno già
con maggior danni s'è nelle donne veduto, per ciò che più
leggiermente in quelle s'accende e ardevi con fiamma più
chiara e con meno rattenimento le sospigne. Né è di ciò
maraviglia, per ciò che, se raguardar vorremo, vedremo che
il fuoco di sua natura più tosto nelle leggieri e morbide
cose s'apprende, che nelle dure e più gravanti; e noi pur
siamo (non l'abbiano gli uomini a male) più dilicate che
essi non sono e molto più mobili. Laonde, veggendoci
naturalmente a ciò inchinevoli, e appresso raguardato come
la nostra mansuetudine e benignità sia di gran riposo e di
piacere agli uomini co' quali a costumare abbiamo, e così
l'ira e il furore essere di gran noia e di pericolo, acciò
che da quella con più forte petto ci guardiamo l'amor di tre
giovani e d'altrettante donne, come di sopra dissi, per
l'ira d'una di loro di felice essere divenuti infelicissimi
intendo con la mia novella mostrarvi.</p>
<p>Marsilia, sì come voi sapete, è in Provenza sopra la marina
posta, antica e nobilissima città, e già fu di ricchi uomini
e di gran mercatanti più copiosa che oggi non si vede; tra'
quali ne fu un chiamato N'Arnald Civada, uomo di nazione
infima ma di chiara fede e leal mercatante, senza misura di
possessioni e di denari ricco, il quale d'una sua donna avea
più figliuoli, de' qua tre n'erano femine e eran di tempo
maggiori che gli altri che maschi erano. Delle quali le due,
nate a un corpo, erano d'età di quindici anni, la terza avea
quattordici; ne altro s'attendeva per li loro parenti a
maritarle che la tornata di N'Arnald, il qual con sua
mercatantia era andato in Ispagna. Erano i nomi delle due
prime, dell'una Ninetta e dell'altra Magdalena; la terza era
chiamata Bertella.</p>
<p>Della Ninetta era un giovane gentile uomo, avvegna che
povero fosse, chiamato Restagnone, innamorato quanto più
potea, e la giovane di lui; e sì avevan saputo adoperare,
che, senza saperlo alcuna persona del mondo, essi godevano
del loro amore. E già buona pezza goduti n'erano, quando
avvenne che due giovani compagni, de' quali l'uno era
chiamato Folco e l'altro Ughetto, morti i padri loro e
essendo rimasi ricchissimi, l'un della Magdalena e l'altro
della Bertella s'innamorarono. Della qual cosa avvedutosi
Restagnone, essendogli stato dalla Ninetta mostrato, pensò
di potersi ne' suoi difetti adagiare per lo costoro amore, e
con lor presa dimestichezza, or l'uno e or l'altro e
talvolta amenduni gli accompagnava a vedere le lor donne e
la sua.</p>
<p>E quando dimestico assai e amico di costoro esser gli
parve, un giorno in casa sua chiamatigli, disse loro:
“Carissimi giovani, la nostra usanza vi può aver renduti
certi quanto sia l'amore che io vi porto, e che io per voi
adopererei quello che io per me medesimo adoperassi; e per
ciò che io molto v'amo, quello che nell'animo caduto mi sia
intendo di dimostrarvi, e voi appresso con meco insieme quel
partito ne prenderemo che vi parrà il migliore. Voi, se le
vostre parole non mentono, e per quello ancora che ne'
vostri atti e di dì e di notte mi pare aver compreso, di
grandissimo amore delle due giovani amate da voi ardete, e
io della terza loro sorella; al quale ardore, ove voi vi
vogliate accordare, mi dà il cuore di trovare assai dolce e
piacevole rimedio, il quale è questo. Voi siete ricchissimi
giovani, quello che non sono io: dove voi vogliate recare le
vostre ricchezze in uno e me fare terzo posseditore con voi
insieme di quelle e diliberare in che parte del mondo noi
vogliamo andare a vivere in lieta vita con quelle, senza
alcun fallo mi dà il cuor di fare che le tre sorelle, con
gran parte di quello del padre loro, con essonoi dove noi
andar ne vorremo ne verranno; e quivi ciascun con la sua, a
guisa di tre fratelli, viver potremo li più contenti uomini
che altri che al mondo sieno. A voi omai sta il prender
partito in volervi di ciò consolare, o lasciarlo.”</p>
<p>Li due giovani, che oltre modo ardevano, udendo che le lor
giovani avrebbono, non penar troppo a diliberarsi ma
dissero, dove questo seguir dovesse, che essi erano
apparecchiati di così fare. Restagnone, avuta questa
risposta da' giovani, ivi a pochi giorni si trovò con la
Ninetta, alla quale non senza gran malagevolezza andar
poteva; e poi che alquanto con lei fu dimorato, ciò che co'
giovani detto avea le ragionò e con molte ragion s'ingegnò
di farle questa impresa piacere. Ma poco malagevole gli fu,
per ciò che essa molto più di lui disiderava di poter con
lui esser senza sospetto: per che liberamente rispostogli
che le piaceva e che le sorelle, e massimamente in questo,
quello farebbono che essa volesse, gli disse che ogni cosa
oportuna intorno a ciò quanto più tosto potesse ordinasse.
Restagnone a' due giovani tornato, li quali molto a ciò che
ragionato avea loro il sollecitavano, disse loro che dalla
parte delle lor donne l'opera era messa in assetto. E fra sé
diliberati di doverne in Creti andare, vendute alcune
possessioni le quali avevano, sotto titolo di volere co'
denari andar mercatando, e d'ogni altra lor cosa fatti
denari, una saettia comperarono e quella segretamente
armarono di gran vantaggio, e aspettarono il termine dato.
D'altra parte la Ninetta, che del disiderio delle sorelle
sapeva assai, con dolci parole in tanta volontà di questo
fatto l'accese, che esse non credevano tanto vivere che a
ciò pervenissero.</p>
<p>Per che, venuta la notte che salire sopra la saettia
dovevano, le tre sorelle, aperto un gran cassone del padre
loro, di quello grandissima quantità di denari e di gioie
trassono, e con esse di casa tutte e tre tacitamente uscite,
secondo l'ordine dato, li lor tre amanti che l'aspettavan
trovarono; con li quali senza alcuno indugio sopra la
saettia montate, dier de' remi in acqua e andar via e senza
punto rattenersi in alcun luogo la seguente sera giunsero a
Genova, dove i novelli amanti gioia e piacere primieramente
presero del loro amore. E rinfrescatisi di ciò che avean
bisogno, andaron via, e d'un porto in un altro, anzi che
l'ottavo dì fosse, senza alcuno impedimento pervennero in
Creti, dove grandissime e belle possessioni comperarono,
alle quali assai vicini di Candia fecero bellissimi abituri
e dilettevoli; e quivi con molta famiglia, con cani e con
uccelli e con cavalli, in conviti e in feste e in gioia con
le lor donne i più contenti uomini del mondo a guisa di
baroni cominciarono a vivere.</p>
<p>E in tal maniera dimorando, avvenne, sì come noi veggiamo
tutto il giorno avvenire che quantunque le cose molto
piacciano avendone soperchia copia rincrescono, che a
Restagnone, il quale molto amata avea la Ninetta, potendola
egli senza alcun sospetto a ogni suo piacere avere,
gl'incominciò a rincrescere e per conseguente a mancar verso
lei l'amore. E essendogli a una festa sommamente piaciuta
una giovane del paese, bella e gentil donna, e quella con
ogni studio seguitando, cominciò per lei a far maravigliose
cortesie e feste: di che la Ninetta accorgendosi, entrò di
lui in tanta gelosia, che egli non poteva andare un passo
che ella nol risapesse e appresso con parole e con crocci
lui e sé non ne tribolasse.</p>
<p>Ma così come la copia delle cose genera fastidio, così
l'esser le disiderate negate multiplica l'appetito: così i
crucci della Ninetta le fiamme del nuovo amore di Restagnone
accrescevano. E come che in processo di tempo s'avenisse, o
che Restagnone l'amistà della donna amata avesse o no, la
Ninetta, chi che gliele rapportasse, l'ebbe per fermo: di
che ella in tanta tristizia cadde e di quella in tanta ira e
per consequente in tanto furor transcorse, che, rivoltato
l'amore il quale a Restagnon portava in acerbo odio,
accecata dalla sua ira, s'avisò con la morte di Restagnone
l'onta che ricever l'era paruta vendicare. E avuta una
vecchia greca gran maestra di compor veleni, con promesse e
con doni a fare un'acqua mortifera la condusse: la quale
essa, senza altramenti consigliarsi, una sera a Restagnon
riscaldato e che di ciò non si guardava diè bere. La
potenzia di quella fu tale, che avanti che il matutino
venisse l'ebbe ucciso; la cui morte sentendo Folco e Ughetto
e le lor donne, senza sapere di che veleno fosse morto,
insieme con la Ninetta amaramente piansero e onorevolemente
il fecero sepellire. Ma non dopo molti giorni avvenne che
per altra malvagia opera fu presa la vecchia che alla
Ninetta l'acqua avvelenata composta avea, la quale tra gli
altri suoi mali, martoriata, confessò questo pienamente
mostrando ciò che per quello avvenuto ne fosse; di che il
duca di Creti, senza alcuna cosa dirne, tacitamente una
notte fu dintorno al palagio di Folco e senza romore o
contradizione alcuna presa ne menò la Ninetta, dalla quale
senza alcun martorio prestissimamente ciò che udir volle
ebbe della morte di Restagnone.</p>
<p>Folco e Ughetto occultamente dal duca avean sentito, e da
lor le lor donne, perché presa la Ninetta fosse, il che
forte dispiacque loro; e ogni studio ponevano in far che dal
fuoco la Ninetta dovesse campare, al quale avvisavano che
giudicata sarebbe, sì come colei che molto ben guadagnato
l'avea; ma tutto pareva niente, per ciò che il duca pur
fermo a volerne far giustizia stava. La Magdalena, la quale
bella giovane era e lungamente stata vagheggiata dal duca
senza mai aver voluta far cosa che gli piacesse, imaginando
che piacendogli potrebbe la sirocchia dal fuoco sottrarre,
per un cauto ambasciadore gli significò sé essere a ogni suo
comandamento, dove due cose ne dovesser seguire: la prima,
che ella la sua sorella salva e libera dovesse riavere;
l'altra, che questa cosa fosse segreta. Il duca, udita
l'ambasciata e piaciutagli, lungamente seco pensò se fare il
volesse, e alla fine vi s'accordò e rispose che era presto.
Fatto adunque di consentimento della donna, quasi da loro
informar si volesse del fatto, sostenere una notte Folco e
Ughetto, a albergare se n'andò segretamente con la
Magdalena. E fatto prima sembiante d'avere la Ninetta messa
in un sacco e doverla quella notte stessa fare in mar
mazzerare, seco la rimenò alla sua sorella e per prezzo di
quella notte gliele donò, la mattina nel dipartirsi
pregandola che quella notte, la quale prima era stata nel
loro amore, non fosse l'ultima; e oltre a questo le 'mpose
che via ne mandasse la colpevole donna, acciò che a lui non
fosse biasimo o non gli convenisse da capo contro di lei
incrudelire.</p>
<p>La mattina seguente Folco e Ughetto, avendo udito la
Ninetta la notte essere stata mazzerata e credendolo, furon
liberati; e alla lor casa per consolar le lor donne della
morte della sorella tornati, quantunque la Magdalena
s'ingegnasse di nasconderla molto, pur s'accorse Folco che
ella v'era: di che egli si maravigliò molto e subitamente
suspicò, già avendo sentito che il duca aveva la Magdalena
amata, e domandolla come questo esser potesse che la Ninetta
quivi fosse. La Magdalena ordì una lunga favola a
volergliele mostrare, poco da lui, che malizioso era,
creduta. Il quale a doversi dire il vero la costrinse; la
quale dopo molte parole gliele disse. Folco, da dolor vinto
e in furor montato, tirata fuori una spada, lei invano mercé
addomandante uccise.</p>
<p>E temendo l'ira e la giustizia del duca, lei lasciata nella
camera morta, se n'andò colà ove la Ninetta era, e con viso
infintamente lieto le disse: “Tosto andianne là dove
diterminato è da tua sorella che io ti meni, acciò che più
non venghi alle mani del duca.” La qual cosa la Ninetta
credendo e come paurosa disiderando di partirsi, con Folco,
senza altro commiato chiedere alla sorella, essendo già
notte si mise in via e con que' denari a' quali Folco poté
por mano, che furon pochi; e alla marina andatisene, sopra
una barca montarono, né mai si seppe dove arrivati si
fossero.</p>
<p>Venuto il dì seguente e essendosi la Magdalena trovata
uccisa, furono alcuni che, per invidia e odio che a Ughetto
portavano, subitamente al duca l'ebbero fatto sentire: per
la qual cosa il duca, che molto la Magdalena amava,
focosamente alla casa corso, Ughetto prese e la sua donna; e
loro, che di queste cose niente ancor sapeano, cioè della
partita di Folco e della Ninetta, constrinse a confessar sé
insieme con Folco esser della morte della Magdalena
colpevole. Per la qual confessione costoro meritamente della
morte temendo, con grande ingegno coloro che gli guardavano
corruppero, dando loro una certa quantità di denari li quali
nella lor casa nascosti per li casi oportuni guardavano: e
con le guardie insieme, senza avere spazio di potere alcuna
lor cosa torre, sopra una barca montati di notte se ne
fuggirono a Rodi, dove in povertà e in miseria vissero non
gran tempo.</p>
<p>Adunque a così fatto partito il folle amore di Restagnone e
l'ira della Ninetta sé condussero e altrui.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Gerbino, contra la fede data dal re Guglielmo suo avolo,
combatte una nave del re di Tunisi per torre una sua
figliuola; la quale uccisa da quegli che sù v'erano, loro
uccide, e a lui è poi tagliata la testa.</emph></p></argument>
<p>La Lauretta, fornita la sua novella, taceva, e fra la
brigata chi con un chi con un altro della sciagura degli
amanti si dolea, e chi l'ira della Ninetta biasimava, e chi
una cosa e chi altra diceva; quando il re, quasi da profondo
pensier tolto, alzò il viso e a Elissa fé segno che appresso
dicesse; la quale umilmente incominciò:</p>
<p>–Piacevoli donne, assai son coloro che credono Amor
solamente dagli occhi acceso le sue saette mandare, coloro
schernendo che tener vogliono che alcun per udita si possa
innamorare; li quali essere ingannati assai manifestamente
apparirà in una novella la qual dire intendo, nella quale
non solamente ciò la fama, senza aversi veduto giammai,
avere operato vedrete ma ciascuno a misera morte aver
condotto vi fia manifesto.</p>
<p>Guiglielmo secondo, re di Cicilia, come i ciciliani
vogliono, ebbe due figliuoli, l'uno maschio e chiamato
Ruggieri, l'altro femina, chiamata Gostanza. Il quale
Ruggieri, anzi che il padre morendo, lasciò un figliuolo
nominato Gerbino, il quale, dal suo avolo con diligenzia
allevato, divenne bellissimo giovane e famoso in prodezza e
in cortesia. Né solamente dentro a' termini di Cicilia
stette la sua fama racchiusa ma in varie parti del mondo
sonando in Barberia era chiarissima, la quale in quei tempi
al re di Cicilia tributaria era. E tra gli altri alle cui
orecchi la magnifica fama delle virtù e della cortesia del
Gerbin venne, fu a una figliuola del re di Tunisi, la qual,
secondo che ciascun che veduta l'aveva ragionava, era una
delle più belle creature che mai dalla natura fosse stata
formata, e la più costumata e con nobile e grande animo. La
quale, volentieri de' valorosi uomini ragionare udendo, con
tanta affezione le cose valorosamente operate dal Gerbino da
uno e da un altro raccontate raccolse, e sì le piacevano,
che essa, seco stessa imaginando come fatto esser dovesse,
ferventemente di lui s'innamorò, e più volentieri che
d'altro di lui ragionava e chi ne ragionava ascoltava.</p>
<p>D'altra parte era, sì come altrove, in Cicilia pervenuta la
grandissima fama della bellezza parimente e del valor di
lei, e non senza gran diletto né invano gli orecchi del
Gerbino aveva tocchi: anzi, non meno che di lui la giovane
infiammata fosse, lui di lei aveva infiamato. Per la qual
cosa infino a tanto che con onesta cagione dall'avolo
d'andare a Tunisi la licenzia impetrasse, disideroso oltre
modo di vederla, a ogni suo amico che là andava imponeva che
a suo potere il suo segreto e grande amor facesse, per quel
modo che migliore gli paresse, sentire e di lei novelle gli
recasse. De' quali alcuno sagacissimamente il fece, gioie da
donne portandole, come i mercatanti fanno, a vedere; e
interamente l'ardore del Gerbino apertole, lui e le sue cose
a' suoi comandamenti offerse apparecchiate. La quale con
lieto viso e l'ambasciadore e l'ambasciata ricevette: e
rispostovi che egli di pari amore ardeva, una delle sue più
care gioie in testimonianza di ciò gli mandò. La quale il
Gerbino con tanta allegrezza ricevette, con quanta qualunque
cara cosa ricever si possa, e a lei per costui medesimo più
volte scrisse e mandò carissimi doni, con lei certi trattati
tenendo da doversi, se la fortuna conceduto l'avesse, vedere
e toccare.</p>
<p>Ma andando le cose in questa guisa e un poco più lunghe che
bisognato non sarebbe, ardendo d'una parte la giovane e
d'altra il Gerbino, avvenne che il re di Tunisi la maritò al
re di Granata: di che ella fu crucciosa oltre modo, pensando
che non solamente per lunga distanzia al suo amante
s'allontanava ma che quasi del tutto tolta gli era; e se
modo veduto avesse, volentieri, acciò che questo avvenuto
non fosse, fuggita si sarebbe dal padre e venutasene al
Gerbino. Similmente il Gerbino, questo maritaggio sentendo,
senza misura ne viveva dolente e seco spesso pensava, se
modo veder potesse, di volerla torre per forza se avvenisse
che per mare a marito n'andasse.</p>
<p>Il re di Tunisi, sentendo alcuna cosa di questo amore e del
proponimento del Gerbino, e del suo valore e della potenzia
dubitando, venendo il tempo che mandare ne la dovea, al re
Guiglielmo mandò significando ciò che fare intendeva, e che,
sicurato da lui che né dal Gerbino né da altri per lui in
ciò impedito sarebbe, lo 'ntendeva di fare. Il re
Guiglielmo, che vecchio signore era né dello innamoramento
del Gerbino aveva alcuna cosa sentita, non immaginandosi che
per questo adomandata fosse tal sicurtà, liberamente la
concedette e in segno di ciò mandò al re di Tunisi un suo
guanto. Il quale, poi che la sicurtà ricevuta ebbe, fece una
grandissima e bella nave nel porto di Cartagine apprestare e
fornirla di ciò che bisogno aveva a chi sù vi doveva andare
e ornarla e acconciarla per sù mandarvi la figliuola in
Granata: né altro aspettava che tempo.</p>
<p>La giovane donna, che tutto questo sapeva e vedeva,
occultamente un suo servidore mandò a Palermo e imposegli
che il bel Gerbino da sua parte salutasse e gli dicesse come
ella infra pochi dì era per andarne in Granata; per che ora
si parrebbe se così fosse valente uomo come si diceva e se
cotanto l'amasse quanto più volte significato l'avea.
Costui, a cui imposta fu, ottimamente fé l'ambasciata e a
Tunisi ritornossi. Gerbino, questo udendo e sappiendo che il
re Guiglielmo suo avolo data avea la sicurtà al re di
Tunisi, non sapeva che farsi: ma pur da amor sospinto,
avendo le parole della donna intese e per non parer vile,
andatosene a Messina, quivi prestamente fece due galee
sottili armare, e messivi sù di valenti uomini con esse
sopra la Sardigna n'andò, avvisando quindi dovere la nave
della donna passare.</p>
<p>Né fu di lungi l'effetto al suo avviso; per ciò che pochi
dì quivi fu stato, che la nave con poco vento, non guari
lontana al luogo dove aspettandola riposto s'era,
sopravenne: la qual veggendo Gerbino a' suoi compagni disse:
“Signori, se voi così valorosi siete com'io vi tegno, niuno
di voi senza aver sentito o sentire amore credo che sia,
senza il quale, sì come io meco medesimo estimo, niun mortal
può alcuna vertù o bene in sé avere; e se innamorati stati
siete o sete, leggier cosa vi fia comprendere il mio disio.
Io amo: amor m'indusse a darvi la presente fatica; e ciò che
io amo nella nave che qui davanti ne vedete dimora, la
quale, insieme con quella cosa che io più disidero, è piena
di grandissime ricchezze; le quali, se valorosi uomini
siete, con poca fatica, virilmente combattendo, acquistar
possiamo. Della qual vittoria io non cerco che in parte mi
venga se non una donna, per lo cui amore i' muovo l'arme:
ogni altra cosa sia vostra liberamente infin da ora. Andiamo
adunque e bene avventurosamente assagliamo la nave; Idio,
alla nostra impresa favorevole, senza vento prestarle la ci
tien ferma.”</p>
<p>Non erano al bel Gerbino tante parole bisogno, per ciò che
i messinesi che con lui erano, vaghi della rapina, già con
l'animo erano a far quello di che il Gerbino gli confortava
con le parole; per che, fatto un grandissimo romore nella
fine del suo parlare che così fosse, le trombe sonarono e,
prese l'armi, dierono de' remi in acqua e alla nave
pervennero. Coloro che sopra la nave erano, veggendo di
lontan venir le galee, non potendosi partire, s'apprestarono
alla difesa. Il bel Gerbino, a quella pervenuto, fé
comandare che i padroni di quella sopra le galee mandati
fossero, se la battaglia non voleano. I saracini,
certificati chi erano e che domandassero, dissero sé esser
contro alla fede lor data dal re da loro assaliti: e in
segno di ciò mostrarono il guanto del re Guglielmo e del
tutto negaron di mai, se non per battaglia vinti, arrendersi
o cosa che sopra la nave fosse lor dare. Gerbino, il quale
sopra la poppa della nave veduta aveva la donna troppo più
bella assai che egli seco non estimava, infiammato più che
prima al mostrar del guanto rispose che quivi non avea
falconi al presente perché guanto v'avesse luogo, e per ciò,
ove dar non volesser la donna, a ricever la battaglia
s'apprestassero. La qual senza più attendere, a saettare e a
gittar pietre l'un verso l'altro fieramente incominciarono,
e lungamente con danno di ciascuna delle parti in tal guisa
combatterono.</p>
<p>Ultimamente, veggendosi Gerbino poco util fare, preso un
legnetto che di Sardigna menato aveano e in quel messo
fuoco, con amendue le galee quello accostò alla nave. Il che
veggendo i saracini e conoscendo sé di necessità o doversi
arrendere o morire, fatto sopra coverta la figliuola del re
venire, che sotto coverta piagnea, e quella menata alla
proda della nave e chiamato il Gerbino, presente agli occhi
suoi lei gridante mercé e aiuto svenarono, e in mar
gittandola disson: “Togli, noi la ti diamo qual noi
possiamo e chente la tua fede l'ha meritata.”</p>
<p>Gerbino, veggendo la crudeltà di costoro, quasi di morir
vago, non curando di saetta né di pietra, alla nave si fece
accostare; e quivi sù malgrado di quanti ve n'eran montato,
non altramenti che un leon famelico nell'armento de'
giovenchi venuto or questo or quello svenando prima co'
denti e con l'unghie la sua ira sazia che la fame, con una
spada in mano or questo or quel tagliando de' saracini
crudelmente molti n'uccise Gerbino; e già crescente il fuoco
nell'accesa nave, fattone a' marinari trarre quello che si
poté per appagamento di loro, giù se ne scese con poco lieta
vittoria de' suoi avversarii avere acquistata. Quindi, fatto
il corpo della bella donna ricoglier di mare, lungamente e
con molte lagrime il pianse, e in Cicilia tornandosi, in
Ustica, piccioletta isola quasi a Trapani di rimpetto,
onorevolmente il fé sepellire; e a casa più doloroso che
altro uomo si tornò.</p>
<p>Il re di Tunisi, saputa la novella, suoi ambasciadori di
nero vestiti al re Guiglielmo mandò, dogliendosi della fede
che gli era stata male observata: e raccontarono il come. Di
che il re Guiglielmo turbato forte, né vedendo via da poter
lor giustizia negare, ché la dimandavano, fece prendere il
Gerbino: e egli medesimo, non essendo alcun de' baron suoi
che con prieghi da ciò si sforzasse di rimuoverlo, il
condannò nella testa e in sua presenzia gliele fece
tagliare, volendo avanti senza nepote rimanere che esser
tenuto re senza fede.</p>
<p>Adunque così miseramente in pochi giorni i due amanti,
senza alcun frutto del loro amore aver sentito, di mala
morte morirono com'io v'ho detto.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>I fratelli d'Ellisabetta uccidon l'amante di lei: egli
l'apparise in sogno e mostrale dove sia sotterato; ella
occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di
bassilico, e quivi sù piagnendo ogni dì per una grande ora,
i fratelli gliele tolgono, e ella se ne muore di dolor poco
appresso.</emph></p></argument>
<p>Finita la novella d'Elissa e alquanto dal re commendata, a
Filomena fu imposto che ragionasse: la quale, tutta piena di
compassione del misero Gerbino e della sua donna, dopo un
pietoso sospiro incominciò:</p>
<p>–La mia novella, graziose donne, non sarà di genti di sì
alta condizione come costor furono de' quali Elissa ha
raccontato, ma ella per avventura non sarà men pietosa: e a
ricordarmi di quella mi tira Messina poco innanzi ricordata,
dove l'accidente avvenne.</p>
<p>Erano adunque in Messina tre giovani fratelli e mercatanti,
e assai ricchi uomini rimasi dopo la morte del padre loro,
il quale fu da San Gimignano; e avevano una loro sorella
chiamata Elisabetta, giovane assai bella e costumata, la
quale, che che se ne fosse cagione, ancora maritata non
aveano. E avevano oltre a ciò questi tre fratelli in un lor
fondaco un giovinetto pisano chiamato Lorenzo, che tutti i
lor fatti guidava e faceva; il quale, essendo assai bello
della persona e leggiadro molto, avendolo più volte
Lisabetta guatato, avvenne che egli le incominciò
stranamente piacere. Di che Lorenzo accortosi e una volta e
altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di
fuori, incominciò a porre l'animo a lei; e sì andò la
bisogna che, piacendo l'uno all'altro igualmente, non passò
gran tempo che, assicuratisi, fecero di quello che più
disiderava ciascuno.</p>
<p>E in questo continuando e avendo insieme assai di buon
tempo e di piacere, non seppero sì segretamente fare, che
una notte, andando Lisabetta là dove Lorenzo dormiva, che il
maggior de' fratelli, senza accorgersene ella, non se ne
accorgesse. Il quale, per ciò che savio giovane era,
quantunque molto noioso gli fosse a ciò sapere, pur mosso da
più onesto consiglio, senza far motto o dir cosa alcuna,
varie cose fra sé rivolgendo intorno a questo fatto, infino
alla mattina seguente trapassò. Poi, venuto il giorno, a'
suoi fratelli ciò che veduto aveva la passata notte
d'Elisabetta e di Lorenzo raccontò; e con loro insieme, dopo
lungo consiglio, diliberò di questa cosa, acciò che né a
loro né alla sirocchia alcuna infamia ne seguisse, di
passarsene tacitamente e d'infignersi del tutto d'averne
alcuna cosa veduta o saputa infino a tanto che tempo venisse
nel quale essi, senza danno o sconcio di loro, questa
vergogna, avanti che più andasse innanzi, si potessero torre
dal viso.</p>
<p>E in tal disposizion dimorando, così cianciando e ridendo
con Lorenzo come usati erano, avvenne che, sembianti
faccendo d'andare fuori della città a diletto tutti e tre,
seco menaron Lorenzo; e pervenuti in un luogo molto
solitario e rimoto, veggendosi il destro, Lorenzo, che di
ciò niuna guardia prendeva, uccisono e sotterrarono in guisa
che niuna persona se n'accorse. E in Messina tornatisi
dieder voce d'averlo per loro bisogne mandato in alcun
luogo; il che leggiermente creduto fu, per ciò che spesse
volte eran di mandarlo da torno, usati.</p>
<p>Non tornando Lorenzo, e Lisabetta molto spesso e
sollecitamente i fratei domandandone, sì come colei a cui la
dimora lunga gravava, avvenne un giorno che, domandandone
ella molto instantemente, che l'uno de' fratelli disse:
“Che vuol dir questo? che hai tu a far di Lorenzo, che tu
ne domandi così spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti
faremo quella risposta che ti si conviene.” Per che la
giovane dolente e trista, temendo e non sappiendo che, senza
più domandarne si stava e assai volte la notte pietosamente
il chiamava e pregava che ne venisse; e alcuna volta con
molte lagrime della sua lunga dimora si doleva e senza punto
rallegrarsi sempre aspettando si stava.</p>
<p>Avvenne una notte che, avendo costei molto pianto Lorenzo
che non tornava e essendosi alla fine piagnendo adormentata,
Lorenzo l'apparve nel sonno, pallido e tutto rabbuffato e
co' panni tutti stracciati e fracidi: e parvele che egli
dicesse: “O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e
della mia lunga dimora t'atristi e me con le tue lagrime
fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più
ritornarci, per ciò che l'ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi
fratelli m'uccisono.” E disegnatole il luogo dove sotterato
l'aveano, le disse che più nol chiamasse né l'aspettasse, e
disparve.</p>
<p>La giovane, destatasi e dando fede alla visione, amaramente
pianse. Poi la mattina levata, non avendo ardire di dire
alcuna cosa a' fratelli, propose di volere andare al
mostrato luogo e di vedere se ciò fosse vero che nel sonno
l'era paruto. E avuta la licenzia d'andare alquanto fuor
della terra a diporto, in compagnia d'una che altra volta
con loro era stata e tutti i suoi fatti sapeva, quanto più
tosto poté là se n'andò; e tolte via foglie secche che nel
luogo erano, dove men dura le parve la terra quivi cavò; né
ebbe guari cavato, che ella trovò il corpo del suo misero
amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto: per che
manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione. Di
che più che altra femina dolorosa, conoscendo che quivi non
era da piagnere, se avesse potuto volentier tutto il corpo
n'avrebbe portato per dargli più convenevole sepoltura; ma
veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello il meglio
che poté gli spiccò dallo 'mbusto la testa, e quella in uno
asciugatoio inviluppata, e la terra sopra l'altro corpo
gittata, messala in grembo alla fante, senza essere stata da
alcun veduta, quindi si dipartì e tornossene a casa sua.</p>
<p>Quivi con questa testa nella sua camera rinchiusasi, sopra
essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le
sue lagrime la lavò, mille basci dandole in ogni parte. Poi
prese un grande e un bel testo, di questi ne' quali si
pianta la persa o il basilico, e dentro la vi mise fasciata
in un bel drappo; e poi messavi sù la terra, sù vi piantò
parecchi piedi di bellissimo bassilico salernetano, e quegli
da niuna altra acqua che o rosata o di fior d'arancio delle
sue lagrime non innaffiava giammai. E per usanza aveva preso
di sedersi sempre a questo testo vicina e quello con tutto
il suo disidero vagheggiare, sì come quello che il suo
Lorenzo teneva nascoso: e poi che molto vagheggiato l'avea,
sopr'esso andatasene cominciava a piagnere, e per lungo
spazio, tanto che tutto il basilico bagnava, piagnea.</p>
<p>Il basilico, sì per lo lungo e continuo studio, sì per la
grassezza della terra procedente dalla testa corrotta che
dentro v'era, divenne bellissimo e odorifero molto; e
servando la giovane questa maniera del continuo, più volte
da' suoi vicin fu veduta. Li quali, maravigliandosi i
fratelli della sua guasta bellezza e di ciò che gli occhi le
parevano della testa fuggiti, il disser loro: “Noi ci siamo
accorti che ella ogni dì tiene la cotal maniera.” Il che
udendo i fratelli e accorgendosene, avendonela alcuna volta
ripresa e non giovando, nascosamente da lei fecero portar
via questo testo; il quale non ritrovando ella con
grandissima instanzia molte volte richiese, e non essendole
renduto, non cessando il pianto e le lagrime, infermò, né
altro che il testo suo nella infermità domandava. I giovani
si maravigliavan forte di questo adimandare, e per ciò
vollero vedere che dentro vi fosse; e versata la terra,
videro il drappo e in quello la testa non ancora sì
consumata, che essi alla capellatura crespa non conoscessero
lei essere quella di Lorenzo. Di che essi si maravigliaron
forte e temettero non questa cosa si risapesse: e sotterrata
quella, senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e
ordinato come di quindi si ritraessono, se n'andarono a
Napoli.</p>
<p>La giovane non restando di piagnere e pure il suo testo
adimandando, piagnendo si morì, e così il suo disaventurato
amore ebbe termine. Ma poi a certo tempo divenuta questa
cosa manifesta a molti, fu alcun che compuose quella canzone
la quale ancora oggi si canta, cioè:
</p>
<lg>
<l><emph>Qual esso fu lo malo cristiano,</emph></l>
<l><emph>che mi furò la grasta</emph>, et cetera.–</l>
</lg>
</div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>L'Andriuola ama Gabriotto: raccontagli un sogno veduto e
egli a lei un altro; muorsi di subito nelle sue braccia;
mentre che ella con una sua fante alla casa di lui nel
portano, son prese dalla signoria, e ella dice come l'opera
sta: il podestà la vuole sforzare, ella nol patisce: sentelo
il padre di lei e lei innocente trovata fa liberare, la
quale, del tutto rifiutando di star più al mondo, si fa
monaca.</emph></p></argument>
<p>Quella novella che Filomena aveva detta fu alle donne
carissima, per ciò che assai volte avevano quella canzone
udita cantare né mai avean potuto, per domandarne, sapere
qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta. Ma
avendo il re la fine di quella udita, a Panfilo impose che
all'ordine andasse dietro. Panfilo allora disse:</p>
<p>–Il sogno nella precedente novella raccontato mi dà
materia di dovervene raccontare una nella quale di due si fa
menzione, li quali di cosa che a venire era, come quello di
cosa intervenuta, furono; e appena furon finiti di dire da
coloro che veduti gli aveano, che l'effetto seguì
d'amenduni. E però, amorose donne, voi dovete sapere che
general passione è di ciascun che vive il vedere varie cose
nel sonno, le quali quantunque a colui che dorme, dormendo,
tutte paian verissime, e desto lui, alcune vere, alcune
verisimili e parte fuori da ogni verità giudichi, nondimeno
molte esserne avvenute si truovano. Per la qual cosa molti a
ciascun sogno tanta fede prestano quanta presterieno a
quelle cose le quali vegghiando vedessero, e per li lor
sogni stessi s'attristano e s'allegrano secondo che per
quegli o temono o sperano; e in contrario son di quegli che
niuno ne credono se non poi che nel premostrato pericolo
caduti si veggono; de' quali né l'uno né l'altro commendo,
per ciò che né sempre son veri né ogni volta falsi. Che essi
non sien tutti veri assai volte può ciascun di noi aver
conosciuto: e che essi tutti non sien falsi, già di sopra
nella novella di Filomena s'è dimostrato e nella mia, come
davanti dissi, intendo di dimostrarlo. Per che giudico che
nel virtuosamente vivere e operare di niuno contrario sogno
a ciò si dee temere né per quello lasciare i buoni
proponimenti: nelle cose perverse e malvage, quantunque i
sogni a quelle paiano favorevoli e con seconde dimostrazioni
chi gli vede confortano, niuno se ne vuol credere; e così
nel contrario a tutti dar piena fede. Ma vegniamo alla
novella.</p>
<p>Nella città di Brescia fu già un gentile uomo chiamato
messer Negro da Ponte Carraro, il quale, tra più altri
figliuoli, una figliuola aveva, nominata Andreuola, giovane
e bella assai e senza marito, la qual per ventura d'un suo
vicino che avea nome Gabriotto s'innamorò, uomo di bassa
condizione ma di laudevoli costumi pieno e della persona
bello e piacevole. E con l'opera e aiuto della fante della
casa operò tanto la giovane, che Gabriotto non solamente
seppe sé essere dalla Andreuola amato, ma ancora in un bel
giardino del padre di lei più e più volte a diletto dell'una
parte e dell'altra fu menato. E acciò che niuna cagione mai,
se non morte, potesse questo lor dilettevole amor separare,
marito e moglie segretamente divennero.</p>
<p>E così furtivamente li lor congiugnimenti continuando,
avvenne che alla giovane una notte dormendo parve in sogno
vedere sé essere nel suo giardino con Gabriotto e lui con
grandissimo piacer di ciascuno tener nelle sue braccia; e
mentre che così dimoravan, le pareva vedere del corpo di lui
uscire una cosa oscura e terribile, la forma della quale
essa non poteva conoscere, e parevale che questa cosa
prendesse Gabriotto e malgrado di lei con maravigliosa forza
gliele strappasse di braccio e con esso ricoverasse
sotterra, né mai più riveder potesse né l'un né l'altro. Di
che assai dolore e inestimabile sentiva, e per quello si
destò, e desta, come che lieta fosse veggendo che non così
era come sognato avea, nondimeno l'entrò del sogno veduto
paura. E per questo, volendo poi Gabriotto la seguente notte
venir da lei, quanto poté s'ingegnò di fare che la sera non
vi venisse; ma pure, il suo voler vedendo, acciò che egli
d'altro non sospecciasse, la seguente notte nel suo giardino
il ricevette. E avendo molte rose bianche e vermiglie colte,
per ciò che la stagione era, con lui a piè d'una bellissima
fontana e chiara, che nel giardino era, a starsi se n'andò;
e quivi, dopo grande e assai lunga festa insieme avuta,
Gabriotto la domandò qual fosse la cagione per che la venuta
gli avea il dì davanti vietata. La giovane, raccontandogli
il sogno da lei la notte davanti veduto e la suspizion presa
di quello, gliele contò.</p>
<p>Gabriotto udendo questo se ne rise e disse che grande
sciocchezza era porre ne' sogni alcuna fede, per ciò che o
per soperchio di cibo o per mancamento di quello avvenieno,
e esser tutti vani si vedeano ogni giorno; e appresso disse:
“Se io fossi voluto andar dietro a' sogni, io non ci sarei
venuto, non tanto per lo tuo quanto per uno che io altressì
questa notte passata ne feci. Il qual fu che a me pareva
essere in una bella e dilettevole selva e in quella andar
cacciando e aver presa una cavriuola tanto bella e tanto
piacevole quanto alcuna altra se ne vedesse giammai; e
pareami che ella fosse più che la neve bianca e in brieve
spazio divenisse sì mia dimestica, che punto da me non si
partiva. Tuttavia a me pareva averla sì cara, che, acciò che
da me non si partisse, le mi pareva nella gola aver messo un
collar d'oro, e quella con una catena d'oro tener con le
mani. E appresso questo mi pareva che, riposandosi questa
cavriuola una volta e tenendomi il capo in seno, uscisse non
so di che parte una veltra nera come carbone, affamata e
spaventevole molto nell'apparenza, e verso me se ne venisse,
alla quale niuna resistenza mi parea fare; per che egli mi
pareva che ella mi mettesse il muso in seno nel sinistro
lato e quello tanto rodesse, che al cuor perveniva, il quale
pareva che ella mi strappasse per portarsel via. Di che io
sentiva sì fatto dolore, che il mio sonno si ruppe, e desto
con la mano subitamente corsi a cercarmi il lato se niente
v'avessi; ma mal non trovandomivi, mi feci beffe di me
stesso che cercato v'avea. Ma che vuol questo per ciò dire?
De' così fatti e de' più spaventevoli assai n'ho già veduti,
né per ciò cosa del mondo più né meno me n'è intervenuto; e
per ciò lasciangli andare e pensiamo di darci buon tempo.”</p>
<p>La giovane, per lo suo sogno assai spaventata, udendo
questo divenne troppo più; ma, per non esser cagione
d'alcuno sconforto a Gabriotto, quanto più poté la sua paura
nascose. E come che con lui, abbracciandolo e basciandolo
alcuna volta e da lui essendo abbracciata e basciata, si
sollazzasse, suspicando e non sappiendo che, più che l'usato
spesse volte il riguardava nel volto e tal volta per lo
giardin riguardava se alcuna cosa nera vedesse venir
d'alcuna parte.</p>
<p>E in tal maniera dimorando, Gabriotto, gittato un gran
sospiro, l'abbracciò e disse: “Oimè, anima mia, aiutami,
ché io muoio”, e così detto ricadde in terra sopra l'erba
del pratello.</p>
<p>Il che veggendo la giovane e lui caduto ritirandosi in
grembo, quasi piagnendo disse: “O signor mio dolce, o che
ti senti tu?”</p>
<p>Gabriotto non rispose, ma ansando forte e sudando tutto
dopo non guari spazio passò della presente vita.</p>
<p>Quanto questo fosse grave e noioso alla giovane che più che
sé l'amava, ciascuna sel dee poter pensare. Ella il pianse
assai e assai volte invano il chiamò; ma poi che pur
s'accorse lui del tutto esser morto, avendolo per ogni parte
del corpo cercato e in ciascuna trovandolo freddo, non
sappiendo che far né che dirsi, così lagrimosa come era e
piena d'angoscia andò la sua fante a chiamare, la quale di
questo amor consapevole era, e la sua miseria e il suo
dolore le dimostrò.</p>
<p>E poi che miseramente insieme alquanto ebber pianto sopra
il morto viso di Gabriotto, disse la giovane alla fante:
“Poi che Idio m'ha tolto costui, io non intendo di più
stare in vita; ma prima che io a uccidermi venga, vorre' io
che noi prendessimo modo convenevole a servare il mio onore
e il segreto amore tra noi stato, e che il corpo, del quale
la graziosa anima s'è partita, fosse sepellito.”</p>
<p>A cui la fante disse: “Figliuola mia, non dir di volerti
uccidere, per ciò che, se tu l'hai qui perduto, uccidendoti
anche nell'altro mondo il perderesti, per ciò che tu
n'andresti in Inferno, là dove io son certa che la sua anima
non è andata, per ciò che buon giovane fu; ma molto meglio è
a confortarti e pensare d'aiutare con orazioni o con altro
bene l'anima sua, se forse per alcun peccato commesso n'ha
bisogno. Del sepellirlo è il modo presto qui in questo
giardino, il che niuna persona saprà giammai, per ciò che
niun sa che egli mai ci venisse; e se così non vuogli,
mettianlo qui fuori del giardino e lascianlo stare: egli
sarà domattina trovato e portatone a casa sua e fatto
sepellire da' suoi parenti.”</p>
<p>La giovane, quantunque piena fosse d'amaritudine e
continuamente piagnesse, pure ascoltava i consigli della sua
fante; e alla prima parte non accordatasi, rispose alla
seconda dicendo: “Già Dio non voglia che così caro giovane
e cotanto da me amato e mio marito io sofferi che a guisa
d'un cane sia sepellito o nella strada in terra lasciato.
Egli ha avute le mie lagrime e in quanto io potrò egli avrà
quelle de' suoi parenti, e già per l'animo mi va quello che
noi abbiamo in ciò a fare.”</p>
<p>E prestamente per una pezza di drappo di seta, la quale
aveva in un suo forziere, la mandò; e venuta quella e in
terra distesala, sù il corpo di Gabriotto vi posero, e
postagli la testa sopra uno origliere e con molte lagrime
chiusigli gli occhi e la bocca e fattagli una ghirlanda di
rose e tutto da torno delle rose che colte avevano
empiutolo, disse alla fante: “Di qui alla porta della sua
casa ha poca via; e per ciò tu e io, così come acconcio
l'abbiamo, quivi il porteremo e dinanzi a essa il porremo.
Egli non andrà guari di tempo che giorno fia e sarà ricolto;
e come che questo a' suoi niuna consolazion sia, pure a me,
nelle cui braccia egli è morto, sarà un piacere.”</p>
<p>E così detto, da capo con abondantissime lagrime sopra il
viso gli si gittò e per lungo spazio pianse; la qual molto
dalla fante sollecitata, per ciò che il giorno se ne veniva,
dirizzatasi, quello anello medesimo col quale da Gabriotto
era stata sposata del dito suo trattosi, il mise nel dito di
lui, con pianto dicendo: “Caro mio signore, se la tua anima
ora le mie lagrime vede e niuno conoscimento o sentimento
dopo la partita di quella rimane a' corpi, ricevi
benignamente l'ultimo dono di colei la qual tu vivendo
cotanto amasti”; e questo detto, tramortita adosso gli
ricadde.</p>
<p>E dopo alquanto risentita e levatasi, con la fante insieme
preso il drappo sopra il quale il corpo giaceva, con quello
del giardino uscirono e verso la casa di lui si dirizzaro. E
così andando, per caso avvenne che dalla famiglia del
podestà, che per caso andava a quella ora per alcuno
accidente, furon trovate e prese col morto corpo.
L'Andreuola, più di morte che di vita disiderosa, conosciuta
la famiglia della signoria, francamente disse: “Io conosco
chi voi siete e so che il volermi fuggire niente monterebbe;
io son presta di venir con voi davanti alla signoria e che
ciò sia di raccontarle; ma niuno di voi sia ardito di
toccarmi, se io obediente vi sono, né da questo corpo alcuna
cosa rimuovere, se da me non vuole essere accusato”; per
che, sanza essere da alcun tocca, con tutto il corpo di
Gabriotto n'andò in palagio.</p>
<p>La qual cosa il podestà sentendo, si levò e, lei nella
camera avendo, di ciò che intervenuto era s'informò; e fatto
da certi medici riguardare se con veleno o altramenti fosse
stato il buono uomo ucciso, tutti affermarono del no, ma che
alcuna posta vicina al cuore gli s'era rotta, che affogato
l'avea. Il quale, ciò udendo e sentendo costei in piccola
cosa esser nocente, s'ingegnò di mostrar di donarle quello
che vender non le potea, e disse, dove ella a' suoi piaceri
acconsentir si volesse, la libererebbe. Ma non valendo
quelle parole, oltre a ogni convenevolezza volle usar la
forza: ma l'Andreuola, da sdegno accesa e divenuta
fortissima, virilmente si difese, lui con villane parole e
altiere ributtando indietro.</p>
<p>Ma venuto il dì chiaro e queste cose essendo a messer Negro
contate, dolente a morte con molti de' suoi amici a palagio
n'andò, e quivi d'ogni cosa dal podestà informato, dolendosi
domandò che la figliuola gli fosse renduta. Il podestà,
volendosi prima accusare egli della forza che fare l'avea
voluta che egli da lei accusato fosse, lodando prima la
giovane e la sua constanza, per approvar quella venne a dir
ciò che fatto avea; per la qual cosa, vedendola di tanta
buona fermezza, sommo amore l'avea posto; e dove a grado a
lui, che suo padre era, e a lei fosse, non obstante che
marito avesse avuto di bassa condizione, volentieri per sua
donna la sposerebbe.</p>
<p>In questo tempo che costoro così parlavano, l'Andreuola
venne in conspetto del padre e piagnendo gli si gittò
innanzi e disse: “Padre mio, io non credo che bisogni che
io la istoria del mio ardire e della mia sciagura vi
racconti, ché son certa che udita l'avete e sapetela; e per
ciò quanto più posso umilmente perdono vi domando del fallo
mio, cioè d'avere senza vostra saputa chi più mi piacque
marito preso. E questo perdono non vi domando perché la vita
mi sia perdonata ma per morire vostra figliuola e non vostra
nemica”; e così piagnendo gli cadde a' piedi.</p>
<p>Messer Negro, che antico era oramai e uomo di natura
benigno e amorevole, queste parole udendo cominciò a
piagnere, e piagnendo levò la figliuola teneramente in piè e
disse: “Figliuola mia, io avrei avuto molto caro che tu
avessi avuto tal marito quale a te secondo il parer mio si
convenia, e se tu l'avevi tal preso quale egli ti piacea,
questo doveva anche a me piacere; ma l'averlo occultato
della tua poca fidanza mi fa dolere, e più ancora vedendotel
prima aver perduto che io l'abbia saputo. Ma pur, poi che
così è, quello che io per contentarti, vivendo egli,
volentieri gli avrei fatto, cioè onore sì come a mio genero,
facciaglisi alla morte”; e volto a' figliuoli e a' suo'
parenti comandò loro che l'essequie s'apparecchiassero a
Gabriotto grandi e onorevoli.</p>
<p>Eranvi in questo mezzo concorsi i parenti e le parenti del
giovane, che saputa avevano la novella, e quasi donne e
uomini quanti nella città v'erano; per che, posto nel mezzo
della corte il corpo sopra il drappo dell'Andreuola e con
tutte le sue rose, quivi non solamente da lei e dalle
parenti di lui fu pianto ma publicamente quasi da tutte le
donne della città e da assai uomini; e non a guisa di
plebeio ma di signore, tratto della corte publica, sopra gli
omeri de' più nobili cittadini con grandissimo onore fu
portato alla sepoltura. Quindi dopo alquanti dì, seguitando
il podestà quello che adomandato avea, ragionandolo messer
Negro alla figliuola, niuna cosa ne volle udire; ma,
volendole in ciò compiacere il padre, in un monistero assai
famoso di santità essa e la sua fante monache si renderono e
onestamente poi in quello per molto tempo vissero.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto, Pasquino
si frega a' denti una foglia di salvia e muorsi: è presa la
Simona, la quale volendo mostrare al giudice come morisse
Pasquino fregatasi una di quelle foglie a' denti similmente
si muore.</emph></p></argument>
<p>Panfilo era della sua novella diliberato, quando il re,
nulla compassion mostrando all'Andreuola, riguardando Emilia
sembianti le fé che a grado li fosse che essa a coloro che
detto aveano dicendo si continuasse; la quale senza alcuna
dimora fare incominciò:</p>
<p>–Care compagne, la novella detta da Panfilo mi tira a
doverne dire una in niuna cosa altra alla sua simile, se non
che, come l'Andreuola nel giardino perdé l'amante, e così
colei di cui dir debbo; e similmente presa, come l'Andreuola
fu, non con forza né con vertù ma con morte inoppinata si
diliberò dalla corte. E come altra volta tra noi è stato
detto, quantunque Amor volentieri le case de' nobili uomini
abiti, esso per ciò non rifiuta lo 'mperio di quelle de'
poveri, anzi in quelle sì alcuna volta le sue forze
dimostra, che come potentissimo signore da' più ricchi si fa
temere. Il che, ancora che non in tutto, in gran parte
apparirà nella mia novella con la qual mi piace nella nostra
città rientrare, della quale questo dì, diverse cose
diversamente parlando, per diverse parti del mondo
avvolgendoci cotanto allontanati ci siamo.</p>
<p>Fu adunque, non è ancora gran tempo, in Firenze una giovane
assai bella e leggiadra secondo la sua condizione, e di
povero padre figliuola, la quale ebbe nome Simona: e
quantunque le convenisse con le proprie braccia il pan che
mangiar volea guadagnare e filando lana sua vita reggesse,
non fu per ciò di sì povero animo che ella non ardisse
ricevere amore nella sua mente, il quale con gli atti e con
le parole piacevoli d'un giovinetto di non maggior peso di
lei, che dando andava per un suo maestro lanaiuolo lana a
filare, buona pezza mostrato aveva di volervi entrare.
Ricevutolo adunque in sé col piacevole aspetto del giovane
che l'amava, il cui nome era Pasquino, forte disiderando e
non attentando di far più avanti, filando a ogni passo di
lana filata che al fuso avvolgeva mille sospiri più cocenti
che fuoco gittava, di colui ricordandosi che a filar gliele
aveva data. Quegli dall'altra parte molto sollecito divenuto
che ben si filasse la lana del suo maestro, quasi quella
sola che la Simona filava, e non alcuna altra, tutta la tela
dovesse compiere, più spesso che l'altre era sollecitata.
Per che, l'un sollecitando e all'altra giovando d'esser
sollecitata, avvenne che l'un più d'ardir prendendo che aver
non solea, e l'altra molta della paura e della vergogna
cacciando che d'avere era usata, insieme a' piacer comuni si
congiunsono; li quali tanto all'una parte e all'altra
aggradirono, che, non che l'uno dall'altro aspettasse
d'essere invitato a ciò, anzi a dovervi essere si faceva
incontro l'uno all'altro invitando.</p>
<p>E così questo lor piacer continuando d'un giorno in un
altro e sempre più nel continuare accendendosi, avvenne che
Pasquino disse alla Simona che del tutto egli voleva che
ella trovasse modo di poter venire a un giardino, là dove
egli menar la voleva, acciò che quivi più a agio e con men
sospetto potessero essere insieme. La Simona disse che le
piaceva; e, dato a vedere al padre, una domenica dopo
mangiare, che andar voleva alla perdonanza a San Gallo, con
una sua compagna chiamata la Lagina al giardino statole da
Pasquino insegnato se n'andò, dove lui insieme con un suo
compagno, che Puccino avea nome ma era chiamato lo Stramba,
trovò; e quivi fatto uno amorazzo nuovo tra lo Stramba e la
Lagina, essi a far de' lor piaceri in una parte del giardin
si raccolsero, e lo Stramba e la Lagina lasciarono in
un'altra.</p>
<p>Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona
andati se n'erano, un grandissimo e bel cesto di salvia: a
piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatisi
insieme e molto avendo ragionato d'una merenda che in quello
orto a animo riposato intendevan di fare, Pasquino, al gran
cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con
essa s'incominciò a stropicciare i denti e le gengie,
dicendo che la salvia molto ben gli nettava d'ogni cosa che
sopr'essi rimasa fosse dopo l'aver mangiato. E poi che così
alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della
merenda della qual prima diceva: né guari di spazio perseguì
ragionando, che egli s'incominciò tutto nel viso a cambiare,
e appresso il cambiamento non stette guari che egli perdé la
vista e la parola e in brieve egli si morì. Le quali cose la
Simona veggendo, cominciò a piagnere e a gridare e a chiamar
lo Stramba e la Lagina; li quali prestamente là corsi e
veggendo Pasquino non solamente morto ma già tutto enfiato e
pieno d'oscure macchie per lo viso e per lo corpo divenuto,
subitamente gridò lo Stramba: “Ahi malvagia femina, tu
l'hai avvelenato!” E fatto il romor grande, fu da molti che
vicini al giardino abitavan sentito; li quali corsi al
romore e trovando costui morto e enfiato e udendo lo Stramba
dolersi e accusar la Simona che con inganno avvelenato
l'avesse, e ella, per lo dolore del subito accidente che il
suo amante tolto avesse quasi di sé uscita, non sappiendosi
scusare, fu reputato da tutti che così fosse come lo Stramba
diceva.</p>
<p>Per la qual cosa presola, piagnendo ella sempre forte, al
palagio del podestà ne fu menata. Quivi, prontando lo
Stramba e l'Atticiato e 'l Malagevole, compagni di Pasquino
che sopravenuti erano, un giudice, senza dare indugio alla
cosa, si mise a essaminarla del fatto; e non potendo
comprendere costei in questa cosa avere operata malizia né
esser colpevole, volle, lei presente, vedere il morto corpo
e il luogo e 'l modo da lei raccontatogli, per ciò che per
le parole di lei nol comprendeva assai bene. Fattola adunque
senza alcun tumulto colà menare dove ancora il corpo di
Pasquino giaceva gonfiato come una botte, e egli appresso
andatovi, maravigliatosi del morto, lei domandò come stato
era. Costei, al cesto della salvia accostatasi e ogni
precedente istoria avendo raccontata, per pienamente dargli
a intendere il caso sopravenuto, così fece come Pasquino
avea fatto, una di quelle foglie di salvia fregatasi a'
denti. Le quali cose mentre che per lo Stramba e per
l'Atticciato e per gli altri amici e compagni di Pasquino sì
come frivole e vane in presenzia del giudice erano
schernite, e con più instanzia la sua malvagità accusata,
niuna altra cosa per lor domandandosi se non che il fuoco
fosse di così fatta malvagità punitore, la cattivella, che
dal dolore del perduto amante e dalla paura della dimandata
pena dallo Stramba ristretta stava e per l'aversi la salvia
fregata a' denti, in quel medesimo accidente cadde che prima
caduto era Pasquino, non senza gran maraviglia di quanti
eran presenti.</p>
<p>O felici anime, alle quali in un medesimo dì adivenne il
fervente amore e la mortal vita terminare! e più felici, se
insieme a un medesimo luogo n'andaste! e felicissime, se
nell'altra vita s'ama e voi v'amate come di qua faceste! Ma
molto più felice l'anima della Simona innanzi tratto, quanto
è al nostro giudicio che vivi dietro a lei rimasi siamo, la
cui innocenzia non patì la fortuna che sotto la
testimonianza cadesse dello Stramba e dell'Atticiato e del
Malagevole, forse scardassieri o più vili uomini, più onesta
via trovandole con pari sorte di morte al suo amante a
svilupparsi dalla loro infamia e a seguitar l'anima tanto da
lei amata del suo Pasquino.</p>
<p>Il giudice, quasi tutto stupefatto dell'accidente insieme
con quanti ve n'erano, non sappiendo che dirsi, lungamente
soprastette; poi, in miglior senno rivenuto, disse: “Mostra
che questa salvia sia velenosa, il che della salvia non
suole avvenire. Ma acciò che ella alcuno altro offender non
possa in simil modo, taglisi infino alle radici e mettasi
nel fuoco.” La qual cosa colui che del giardino era
guardiano in presenza del giudice faccendo, non prima
abbattuto ebbe il gran cesto in terra, che la cagione della
morte de' due miseri amanti apparve. Era sotto il cesto di
quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui
venenifero fiato avvisarono quella salvia esser velenosa
divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire
d'appressarsi, fattale dintorno una stipa grandissima, quivi
insieme con la salvia l'arsero: e fu finito il processo di
messer lo giudice sopra la morte di Pasquin cattivello.</p>
<p>Il quale insieme con la sua Simona, così enfiati com'erano,
dallo Stramba e dall'Atticciato e da Guccio Imbratta e dal
Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della
quale per avventura erano popolani.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Girolamo ama la Salvestra: va costretto, a' prieghi della
madre, a Parigi; torna e truovala maritata; entrale di
nascoso in casa e muorle allato; e portato in una chiesa
muore la Salvestra allato a lui.</emph></p></argument>
<p>Aveva la novella d'Emilia il fine suo, quando per
comandamento del re Neifile così cominciò:</p>
<p>–Alcuni, al mio giudicio, valorose donne, sono li quali
più che l'altre genti si credon sapere e sanno meno; e per
questo non solamente a' consigli degli uomini ma ancora
contra la natura delle cose presummono d'opporre il senno
loro; della quale presunzione già grandissimi mali sono
avvenuti e alcun bene non se ne vide giammai. E per ciò che
tra l'altre naturali cose quella che meno riceve consiglio o
operazione in contrario è amore, la cui natura è tale che
più tosto per se medesimo consumar si può che per
avvedimento alcun torre via, m'è venuto nell'animo di
narrarvi una novella d'una donna la quale, mentre che ella
cercò d'esser più savia che a lei non s'apparteneva e che
non era e ancor che non sostenea la cosa in che studiava
mostrare il senno suo, credendo dello innamorato cuor trarre
amore, il qual forse v'avevano messo le stelle, pervenne a
cacciare a un'ora amore e l'anima del corpo al figliuolo.</p>
<p>Fu adunque nella nostra città, secondo che gli antichi
raccontano, un grandissimo mercatante e ricco, il cui nome
fu Leonardo Sighieri, il quale d'una sua donna un figliuolo
ebbe chiamato Girolamo, appresso la natività del quale,
acconci i suoi fatti ordinatamente, passò di questa vita. I
tutori del fanciullo insieme con la madre di lui bene e
lealmente le sue cose guidarono. Il fanciullo, crescendo co'
fanciulli degli altri suoi vicini, più che con alcuno altro
della contrada con una fanciulla del tempo suo, figliuola
d'un sarto, si dimesticò; e venendo più crescendo l'età,
l'usanza si convertì in amore tanto e sì fiero, che Girolamo
non sentiva ben se non tanto quanto costei vedeva: e certo
ella non amava men lui che da lui amata fosse.</p>
<p>La madre del fanciullo, di ciò avvedutasi, molte volte ne
gli disse male e nel gastigò; e appresso co' tutori di lui,
non potendosene Girolamo rimanere, se ne dolfe, e come colei
che si credeva per la gran ricchezza del figliuolo fare del
pruno un melrancio disse loro: “Questo nostro fanciullo, il
quale appena ancora non ha quattordici anni, è sì innamorato
d'una figliuola d'un sarto nostra vicina, che ha nome la
Salvestra, che, se noi dinanzi non gliele leviamo, per
avventura egli la si prenderà un giorno, senza che alcuno il
sappia, per moglie, e io non sarò mai poscia lieta, o egli
si consumerà per lei se a altrui la vedrà maritare; e per
ciò mi parrebbe che, per fuggir questo, voi il doveste in
alcuna parte mandare lontano di qui ne' servigi del fondaco,
per ciò che, dilungandosi da veder costei, ella gli uscirà
dell'animo e potrengli poscia dare alcuna giovane ben nata
per moglie.”</p>
<p>I tutori dissero che la donna parlava bene e che essi ciò
farebbero a lor potere: e fattosi chiamare il fanciullo nel
fondaco, gl'incominciò l'uno a dire assai amorevolmente:
“Figliuol mio, tu se' ogimai grandicello: egli è ben fatto
che tu incominci tu medesimo a vedere de' fatti tuoi; per
che noi ci contenteremmo molto che tu andassi a stare a
Parigi alquanto, dove gran parte della tua ricchezza vedrai
come si traffica, senza che tu diventerai molto migliore e
più costumato e più da bene là che qui non faresti, veggendo
quei signori e quei baroni e quei gentili uomini che vi sono
assai e de' lor costumi apprendendo; poi te ne potrai qui
venire.”</p>
<p>Il garzone ascoltò diligentemente e in brieve rispose
niente volerne fare, per ciò che egli credeva così bene come
un altro potersi stare a Firenze. I valenti uomini, udendo
questo, ancora con più parole il riprovarono; ma non potendo
trarne altra risposta alla madre il dissero. La quale
fieramente di ciò adirata, non del non volere egli andare a
Parigi ma del suo innamoramento, gli disse una gran
villania; e poi, con dolci parole raumiliandolo, lo
incominciò a lusingare e a pregar dolcemente che gli dovesse
piacere di far quello che volevano i suoi tutori; e tanto
gli seppe dire, che egli acconsentì di dovervi andare a
stare uno anno e non più: e così fu fatto.</p>
<p>Andato adunque Girolamo a Parigi fieramente innamorato,
d'oggi in doman ne verrai, vi fu due anni tenuto; donde più
innamorato che mai tornatosene, trovò la sua Salvestra
maritata a un buon giovane che faceva le trabacche, di che
egli fu oltre misura dolente. Ma pur, veggendo che altro
essere non poteva s'ingegnò di darsene pace: e spiato là
dove ella stesse a casa, secondo l'usanza de' giovani
innamorati incominciò a passare davanti a lei, credendo che
ella non avesse lui dimenticato se non come egli aveva lei:
ma l'opera stava in altra guisa. Ella non si ricordava di
lui se non come se mai non l'avesse veduto, e se pure alcuna
cosa se ne ricordava sì mostrava il contrario. Di che in
assai piccolo spazio di tempo il giovane s'accorse, e non
senza suo grandissimo dolore, ma nondimeno ogni cosa faceva
che poteva per rientrarle nell'animo; ma niente parendogli
adoperare, si dispose, se morir ne dovesse, di parlarle esso
stesso.</p>
<p>E da alcun vicino informatosi come la casa di lei stesse,
una sera che a vegghiare erano ella e 'l marito andati con
lor vicini, nascosamente dentro v'entrò e nella camera di
lei dietro a teli di trabacche che tesi v'erano si nascose;
e tanto aspettò, che, tornati costoro e andatisene a letto,
sentì il marito di lei adormentato, e là se ne andò dove
veduto aveva che la Salvestra coricata s'era; e postale la
sua mano sopra il petto pianamente disse: “O anima mia,
dormi tu ancora?”</p>
<p>La giovane, che non dormiva, volle gridare, ma il giovane
prestamente disse: “Per Dio, non gridare, ché io sono il
tuo Girolamo.”</p>
<p>Il che udendo costei, tutta tremante disse: “Deh, per Dio,
Girolamo, vattene: egli è passato quel tempo che alla nostra
fanciullezza non si disdisse l'essere innamorati. Io sono,
come tu vedi, maritata; per la qual cosa più non sta bene a
me d'attendere a altro uomo che al mio marito. Per che io ti
priego per solo Idio che tu te ne vada, ché se mio marito ti
sentisse, pogniamo che altro male non ne seguisse, sì ne
seguirebbe che mai in pace né in riposo con lui viver
potrei, dove ora amata da lui in bene e in tranquillità con
lui mi dimoro.”</p>
<p>Il giovane, udendo queste parole, sentì noioso dolore; e
ricordatole il passato tempo e 'l suo amore mai per
distanzia non menomato, e molti prieghi e promesse
grandissime mescolate, niuna cosa ottenne. Per che,
disideroso di morire, ultimamente la pregò che in merito di
tanto amore ella sofferisse che egli allato a lei si
coricasse tanto che alquanto riscaldar si potesse, ché era
agghiacciato aspettandola, promettendole che né le direbbe
alcuna cosa né la toccherebbe, e come un poco riscaldato
fosse se n'andrebbe. La Salvestra, avendo un poco compassion
di lui, con le condizioni date da lui il concedette.
Coricossi adunque il giovane allato a lei senza toccarla: e
raccolti in un pensiero il lungo amor portatole e la
presente durezza di lei e la perduta speranza, diliberò di
più non vivere; e ristretti in sé gli spiriti, senza alcun
motto fare, chiuse le pugna allato a lei si morì.</p>
<p>E dopo alquanto spazio la giovane maravigliandosi della sua
contenenza, temendo non il marito si svegliasse, cominciò a
dire: “Deh, Girolamo, ché non te ne vai tu?” Ma non
sentendosi rispondere, pensò lui essere adormentato: per
che, stesa oltre la mano, acciò che si svegliasse il
cominciò a tentare, e toccandolo il trovò come ghiaccio
freddo, di che ella si maravigliò forte; e toccatolo con più
forza e sentendo che egli non si movea, dopo più ritoccarlo
cognobbe che egli era morto: di che oltre modo dolente
stette gran pezza senza saper che farsi. Alla fine prese
consiglio di volere in altrui persone tentar quello che il
marito dicesse da farne; e destatolo quello che
presenzialmente a lui avvenuto era disse essere a un'altra
intervenuto, e poi il domandò se a lei avvenisse che
consiglio ne prenderebbe. Il buono uomo rispose che a lui
parrebbe che colui che morto fosse si dovesse chetamente
riportare a casa sua e quivi lasciarlo, senza alcuna
malavoglienza alla donna portarne, la quale fallato non gli
pareva ch'avesse.</p>
<p>Allora la giovane disse: “E così convien fare a noi”, e
presagli la mano, gli fece toccare il morto giovane. Di che
egli tutto smarrito si levò sù: e, acceso un lume, senza
entrar con la moglie in altre novelle, il morto corpo de'
suoi panni medesimi rivestito e senza alcuno indugio,
aiutandogli la sua innocenzia, levatoselo in su le spalle,
alla porta della casa di lui nel portò e quivi il pose e
lasciollo stare.</p>
<p>E venuto il giorno e veduto costui davanti all'uscio suo
morto, fu fatto il romor grande, e spezialmente dalla madre;
e cerco per tutto e riguardato e non trovatoglisi piaga né
percossa alcuna per li medici, generalmente fu creduto lui
di dolore esser morto così come era. Fu adunque questo corpo
portato in una chiesa, e quivi venne la dolorosa madre con
molte altre donne parenti e vicine, e sopra lui cominciaron
dirottamente, secondo l'usanza nostra, a piagnere e a
dolersi.</p>
<p>E mentre il corrotto grandissimo si facea, il buono uomo,
in casa cui morto era, disse alla Salvestra: “Deh, ponti
alcun mantello in capo e va a quella chiesa dove Girolamo è
stato recato e mettiti tralle donne e ascolterai quello che
di questo fatto si ragiona; e io farò il simigliante tra gli
uomini, acciò che noi sentiamo se alcuna cosa contro a noi
si dicesse.” Alla giovane, che tardi era divenuta pietosa,
piacque, sì come a colei che morto disiderava di veder colui
a cui vivo non avea voluto d'un sol bascio piacere; e
andovvi.</p>
<p>Maravigliosa cosa è a pensare quanto sieno difficili a
investigare le forze d'amore! Quel cuore, il quale la lieta
fortuna di Girolamo non aveva potuto aprire, la misera
l'aperse, e l'antiche fiamme risuscitatevi tutte subitamente
mutò in tanta pietà, come ella il viso morto vide, che sotto
il mantel chiusa, tra donna e donna mettendosi, non ristette
prima che al corpo fu pervenuta; e quivi, mandato fuori uno
altissimo strido, sopra il morto giovane si gittò col suo
viso, il quale non bagnò di molte lagrime, per ciò che prima
nol toccò che, come al giovane il dolore la vita aveva
tolta, così a costei tolse. Ma poi che, riconfortandola le
donne e dicendole che sù si levasse alquanto, non
conoscendola ancora, e poi che ella non si levava, levar
volendola e immobile trovandola, pur sollevandola, a una ora
lei essere la Salvestra e morta conobbero; di che tutte le
donne che quivi erano, vinte da doppia pietà,
rincominciarono il pianto assai maggiore.</p>
<p>Sparsesi fuor della chiesa tra gli uomini la novella: la
quale pervenuta agli orecchi del marito di lei, che tra loro
era, senza ascoltare consolazione o conforto da alcuno, per
lungo spazio pianse; e poi a assai di quegli che v'erano
raccontata la storia stata la notte di questo giovane e
della moglie, manifestamente per tutti si seppe la cagione
della morte di ciascuno, il che a tutti dolfe. Presa adunque
la morta giovane e lei così ornata come s'acconciano i corpi
morti, sopra quel medesimo letto allato al giovane la posero
a giacere, e quivi lungamente pianta, in una medesima
sepoltura furono sepelliti amenduni: e loro, li quali amor
vivi non aveva potuti congiugnere, la morte congiunse con
inseparabile compagnia.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Messer Guglielmo Rossiglione dà a mangiare alla moglie sua
il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno ucciso da lui e
amato da lei; il che ella sappiendo poi, si gitta da un'alta
finestra in terra e muore, e col suo amante è sepellita.</emph></p></argument>
<p>Essendo la novella di Neifile finita, non senza aver gran
compassion messa in tutte le sue compagne, il re, il quale
non intendeva di guastare il privilegio di Dioneo, non
essendovi altri a dire, incominciò:</p>
<p>–Èmmisi parata dinanzi, pietose donne, una novella alla
qual, poi che così degl'infortunati casi d'amore vi duole,
vi converrà non meno di compassione avere che alla passata,
per ciò che da più furono coloro a' quali ciò che io dirò
avvenne e con più fiero accidente che quegli de' quali è
parlato.</p>
<p>Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i
provenzali, in Provenza furon già due nobili cavalieri, de'
quali ciascuno e castella e vassalli aveva sotto di sé: e
aveva l'un nome messer Guiglielmo Rossiglione e l'altro
messer Guiglielmo Guardastagno. E perciò che l'uno e l'altro
era prod'uomo molto nell'arme, s'armavano assai e in costume
avean d'andar sempre a ogni torneamento o giostra o altro
fatto d'arme insieme e vestiti d'una assisa. E come che
ciascun dimorasse in un suo castello e fosse l'uno
dall'altro lontano ben diece miglia, pure avvenne che,
avendo messer Guiglielmo Rossiglione una bellissima e vaga
donna per moglie, messer Guiglielmo Guardastagno fuor di
misura, non obstante l'amistà e la compagnia che era tra
loro, s'innamorò di lei e tanto or con uno atto or con un
altro fece, che la donna se n'accorse; e conoscendolo per
valorosissimo cavaliere le piacque e cominciò a porre amore
a lui, in tanto che niuna cosa più che lui disiderava o
amava, né altro attendeva che da lui esser richesta: il che
non guari stette che adivenne, e insieme furono una volta e
altra amandosi forte.</p>
<p>E men discretamente insieme usando, avvenne che il marito
se n'accorse e forte ne sdegnò, in tanto che il grande amore
che al Guardastagno portava in mortale odio convertì; ma
meglio il seppe tener nascoso che i due amanti non avevan
saputo tenere il loro amore, e seco diliberò del tutto
d'ucciderlo. Per che, essendo il Rossiglione in questa
disposizione, sopravenne che un gran torneamento si bandì in
Francia; il che il Rossiglione incontanente significò al
Guardastagno e mandogli a dire che, se a lui piacesse, da
lui venisse e insieme diliberrebbono se andar vi volessono e
come. Il Guardastagno lietissimo rispose che senza fallo il
dì seguente andrebbe a cenar con lui.</p>
<p>Il Rossiglione, udendo questo, pensò il tempo esser venuto
da poterlo uccidere; e armatosi, il dì seguente con alcun
suo famigliare montò a cavallo e forse un miglio fuori del
suo castello in un bosco si ripuose in aguato donde doveva
il Guardastagno passare. E avendolo per un buono spazio
atteso, venir lo vide disarmato con due famigliari appresso
disarmati, sì come colui che di niente da lui si guardava; e
come in quella parte il vide giunto dove voleva, fellone e
pieno di maltalento, con una lancia sopra mano gli uscì
adosso gridando: “Traditor, tu se' morto!”, e il così dire
e il dargli di questa lancia per lo petto fu una cosa. Il
Guardastagno, senza potere alcuna difesa fare o pur dire una
parola, passato di quella lancia cadde e poco appresso morì.
I suoi famigliari, senza aver conosciuto chi ciò fatto
s'avesse, voltate le teste de' cavalli, quanto più poterono
si fuggirono verso il castello del lor signore. Il
Rossiglione, smontato, con un coltello il petto del
Guardastagno aprì e con le proprie mani il cuor gli trasse,
e quel fatto avviluppare in un pennoncello di lancia,
comandò a un de' suoi famigliari che nel portasse; e avendo
a ciascun comandato che niun fosse tanto ardito, che di
questo facesse parola, rimontò a cavallo e essendo già notte
al suo castello se ne tornò.</p>
<p>La donna, che udito aveva il Guardastagno dovervi esser la
sera a cena e con disidero grandissimo l'aspettava, non
vedendol venir si maravigliò forte e al marito disse: “E
come è così, messer, che il Guardastagno non è venuto?”</p>
<p>A cui il marito disse: “Donna, io ho avuto da lui che egli
non ci può essere di qui domane”, di che la donna un poco
turbatetta rimase.</p>
<p>Il Rossiglione, smontato, si fece chiamare il cuoco e gli
disse: “Prenderai quel cuor di cinghiare e fa che tu ne
facci una vivandetta la migliore e la più dilettevole a
mangiar che tu sai; e quando a tavola sarò, me la manda in
una scodella d'argento.” Il cuoco, presolo e postavi tutta
l'arte e tutta la sollecitudine sua, minuzzatolo e messevi
di buone spezie assai, ne fece un manicaretto troppo buono.</p>
<p>Messer Guiglielmo, quando tempo fu, con la sua donna si
mise a tavola. La vivanda venne, ma egli, per lo maleficio
da lui commesso nel pensiero impedito, poco mangiò. Il cuoco
gli mandò il manicaretto, il quale egli fece porre davanti
alla donna, sé mostrando quella sera svogliato, e lodogliele
molto. La donna, che svogliata non era, ne cominciò a
mangiare e parvele buono; per la qual cosa ella il mangiò
tutto.</p>
<p>Come il cavaliere ebbe veduto che la donna tutto l'ebbe
mangiato, disse: “Donna, chente v'è paruta questa
vivanda?”</p>
<p>La donna rispose: “Monsignore, in buona fé ella m'è
piaciuta molto.”</p>
<p>“Se m'aiti Idio, “ disse il cavaliere “io il vi credo, né
me ne maraviglio se morto v'è piaciuto ciò che vivo più che
altra cosa vi piacque.”</p>
<p>La donna, udito questo, alquanto stette; poi disse: “Come?
che cosa è questa che voi m'avete fatta mangiare?”</p>
<p>Il cavalier rispose: “Quello che voi avete mangiato è
stato veramente il cuore di messer Guiglielmo Guardastagno,
il qual voi come disleal femina tanto amavate; e sappiate di
certo che egli è stato desso, per ciò che io con queste mani
gliele strappai, poco avanti che io tornassi, del petto.”</p>
<p>La donna, udendo questo di colui cui ella più che altra
cosa amava, se dolorosa fu non è da dimandare; e dopo
alquanto disse: “Voi faceste quello che disleale e malvagio
cavalier dee fare; ché se io, non isforzandomi egli, l'avea
del mio amor fatto signore e voi in questo oltraggiato, non
egli ma io ne doveva la pena portare. Ma unque a Dio non
piaccia che sopra a così nobil vivanda, come è stata quella
del cuore d'un così valoroso e così cortese cavaliere come
messer Guiglielmo Guardastagno fu, mai altra vivanda vada!”</p>
<p>E levata in piè, per una finestra, la quale dietro a lei
era, indietro senza altra diliberazione si lasciò cadere. La
finestra era molto alta da terra, per che, come la donna
cadde, non solamente morì ma quasi tutta si disfece. Messer
Guiglielmo, vedendo questo, stordì forte e parvegli aver mal
fatto; e temendo egli de' paesani e del conte di Proenza,
fatti sellare i cavalli, andò via.</p>
<p>La mattina seguente fu saputo per tutta la contrata come
questa cosa era stata: per che da quegli del castello di
messer Guiglielmo Guardastagno e da quegli ancora del
castello della donna, con grandissimo dolore e pianto,
furono i due corpi ricolti e nella chiesa del castello
medesimo della donna in una medesima sepoltura fur posti, e
sopr'essa scritti versi significanti chi fosser quegli che
dentro sepolti v'erano, e il modo e la cagione della lor
morte.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>La moglie d'un medico per morto mette un suo amante
adoppiato in una arca, la quale con tutto lui due usurari se
ne portano in casa; questi si sente, è preso per ladro; la
fante della donna racconta alla signoria sé averlo messo
nell'arca dagli usurieri imbolata, laonde egli scampa dalle
forche e i prestatori d'avere l'arca furata son condennati
in denari.</emph></p></argument>
<p>Solamente a Dioneo, avendo già il re fatto fine al suo
dire, restava la sua fatica; il quale ciò conoscendo, e già
dal re essendogli imposto, incominciò:</p>
<p>–Le miserie degl'infelici amori raccontate, non che a voi,
donne, ma a me hanno già contristati gli occhi e 'l petto,
per che io sommamente disiderato ho che a capo se ne
venisse. Ora, lodato sia Idio, che finite sono (salvo se io
non volessi a questa malvagia derrata fare una mala giunta,
di che Idio mi guardi), senza andar più dietro a così
dolorosa materia, da alquanto più lieta e migliore
incomincerò, forse buono indizio dando a ciò che nella
seguente giornata si dee raccontare.</p>
<p>Dovete adunque sapere, bellissime giovani, che ancora non è
gran tempo che in Salerno fu un grandissimo medico in
cirugia, il cui nome fu maestro Mazzeo della Montagna. Il
quale, già all'ultima vecchiezza venuto, avendo presa per
moglie una bella e gentil giovane della sua città, di nobili
vestimenti e ricchi e d'altre gioie e tutto ciò che a una
donna può piacere meglio che altra della città teneva
fornita; vero è che ella il più del tempo stava infreddata,
sì come colei che nel letto era male dal maestro tenuta
coperta. Il quale, come messer Riccardo di Chinzica, di cui
dicemmo, alla sua insegnava le feste, così costui a costei
mostrava che il giacere con una donna una volta si penava a
ristorar non so quanti dì, e simili ciance; di che ella
viveva pessimamente contenta.</p>
<p>E sì come savia e di grande animo, per potere quello da
casa risparmiare, si dispose di gittarsi alla strada e voler
logorar dell'altrui; e più e più giovani riguardati, alla
fine uno ne le fu all'animo, nel quale ella pose tutta la
sua speranza, tutto il suo animo e tutto il ben suo. Di che
il giovane accortosi, e piacendogli forte, similmente in lei
tutto il suo amor rivolse. Era costui chiamato Ruggieri
d'Aieroli, di nazion nobile ma di cattiva vita e di
biasimevole stato, in tanto che parente né amico lasciato
s'avea che ben gli volesse o che il volesse vedere; e per
tutto Salerno di ladronecci e d'altre vilissime cattività
era infamato, di che la donna poco curò, piacendogli esso
per altro; e con una sua fante tanto ordinò, che insieme
furono. E poi che alquanto diletto preso ebbero, la donna
gli cominciò a biasimare la sua passata vita e a pregarlo
che, per amor di lei, di quelle cose si rimanesse; e a
dargli materia di farlo lo incominciò a sovenire quando
d'una quantità di denari e quando d'un'altra.</p>
<p>E in questa maniera perseverando insieme assai
discretamente, avvenne che al medico fu messo tralle mani
uno infermo, il quale aveva guasta l'una delle gambe: il cui
difetto avendo il maestro veduto, disse a' suoi parenti che,
dove uno osso fracido il quale aveva nella gamba non gli si
cavasse, a costui si convenia del tutto o tagliar tutta la
gamba o morire, e a trargli l'osso potrebbe guerire, ma che
egli altro che per morto nol prenderebbe; a che accordatisi
coloro a' quali apparteneva, per così gliele diedero. Il
medico, avvisando che l'infermo senza essere adoppiato non
sosterrebbe la pena né si lascerebbe medicare, dovendo
attendere in sul vespro a questo servigio, fé la mattina
d'una sua certa composizione stillare una acqua la quale
l'avesse, bevendola, tanto a far dormire quanto esso
avvisava di doverlo poter penare a curare; e quella
fattasene venire a casa, nella sua camera la pose senza dire
a alcuno ciò che si fosse.</p>
<p>Venuta l'ora del vespro, dovendo il maestro andare a
costui, gli venne un messo da certi suoi grandissimi amici
d'Amalfi che egli non dovesse lasciar per cosa alcuna che
incontanente là non andasse, per ciò che una gran zuffa
stata v'era, di che molti v'erano stati fediti. Il medico,
prolungata nella seguente mattina la cura della gamba,
salito in su una barchetta n'andò a Amalfi; per la qual cosa
la donna, sappiendo lui la notte non dovere tornare a casa,
come usata era, occultamente si fece venir Ruggieri e nella
sua camera il mise e dentro il vi serrò infino a tanto che
certe altre persone della casa s'andassero a dormire.</p>
<p>Standosi adunque Ruggier nella camera e aspettando la
donna, avendo o per fatica il dì durata o per cibo salato
che mangiato avesse o forse per usanza una grandissima sete,
gli venne nella finestra veduta questa guastadetta d'acqua
la quale il medico per lo 'nfermo aveva fatta, e credendola
acqua da bere, a bocca postalasi, tutta la bevé: né stette
guari che un gran sonno il prese, e fusi adormentato. La
donna come prima poté nella camera se ne venne, e trovato
Ruggier dormendo lo 'ncominciò a tentare e a dire con
sommessa voce che sù si levasse; ma questo era niente, egli
non rispondeva né si movea punto; per che la donna alquanto
turbata con più forza il sospinse dicendo: “Leva sù,
dormiglione, ché, se tu volevi dormire, tu te ne dovevi
andare a casa tua e non venir qui.”</p>
<p>Ruggieri, così sospinto, cadde a terra d'una cassa sopra la
quale era, né altra vista d'alcun sentimento fece che
avrebbe fatto un corpo morto; di che la donna, alquanto
spaventata, il cominciò a voler rilevare e a menarlo più
forte e a prenderlo per lo naso e a tirarlo per la barba, ma
tutto era nulla: egli aveva a buona caviglia legato l'asino.
Per che la donna cominciò a temere non fosse morto, ma pure
ancora gl'incominciò a strignere agramente le carni e a
cuocerlo con una candela accesa, ma niente era; per che
ella, che medica non era come che medico fosse il marito,
senza alcun fallo lui credette esser morto; per che,
amandolo sopra ogni altra cosa come facea, se fu dolorosa
non è da domandare; e non osando far romore, tacitamente
sopra lui cominciò a piagnere e a dolersi di così fatta
disaventura.</p>
<p>Ma dopo alquanto, temendo la donna di non aggiugnere al suo
danno vergogna, pensò che senza alcuno indugio da trovare
era modo come lui morto si traesse di casa; né a ciò
sappiendosi consigliare, tacitamente chiamò la sua fante e
la sua disaventura mostratale le chiese consiglio. La fante,
maravigliandosi forte e tirandolo ancora ella e strignendolo
e senza sentimento vedendolo, quel disse che la donna dicea,
cioè veramente lui esser morto, e consigliò che da metterlo
fuori di casa era.</p>
<p>A cui la donna disse: “E dove il potrem noi porre, che
egli non si suspichi domattina, quando veduto sarà, che di
qua entro sia stato tratto?”</p>
<p>A cui la fante rispose: “Madonna, io vidi questa sera al
tardi di rimpetto alla bottega di questo legnaiuolo nostro
vicino un'arca non troppo grande, la quale, se il maestro
non ha riposta in casa, verrà troppo in concio a' fatti
nostri, per ciò che dentro vel potrem mettere e dargli due o
tre colpi d'un coltello e lasciarlo stare. Chi in quella il
troverà, non so perché più di qua entro che d'altronde vi
sel creda messo; anzi si crederà, per ciò che malvagio
giovane è stato, che, andando a fare alcun male, da alcun
suo nemico sia stato ucciso e poi messo nell'arca.”</p>
<p>Piacque alla donna il consiglio della fante, fuor che di
dargli alcuna fedita, dicendo che non le potrebbe per cosa
del mondo sofferir l'animo di ciò fare: e mandolla a vedere
se quivi fosse l'arca dove veduta l'avea; la qual tornò e
disse di sì. La fante adunque, che giovane e gagliarda era,
dalla donna aiutata sopra le spalle si pose Ruggieri, e
andando la donna innanzi a guardar se persona venisse,
venute all'arca dentro vel misero e richiusala il lasciarono
stare.</p>
<p>Erano di quei dì alquanto più oltre tornati in una casa due
giovani li quali prestavano a usura: e volonterosi di
guadagnare assai e di spender poco, avendo bisogno di
masserizie, il dì davanti avean quella arca veduta e insieme
posto che, se la notte vi rimanesse, di portarnela in casa
loro. E venuta la mezzanotte, di casa usciti, trovandola,
senza entrare in altro raguardamento prestamente, ancora che
lor gravetta paresse, ne la portarono in casa loro e
allogaronla allato a una camera dove lor femine dormivano,
senza curarsi d'acconciarla troppo appunto allora; e
lasciatala stare se n'andarono a dormire.</p>
<p>Ruggieri, il quale grandissima pezza dormito avea e già
aveva digesto il beveraggio e la vertù di quel consumata,
essendo vicino a matutin si destò: e come che rotto fosse il
sonno e' sensi avessero la loro vertù recuperata, pur gli
rimase nel cerebro una stupefazione la quale non solamente
quella notte ma poi parecchie dì il tenne stordito; e aperti
gli occhi e non veggendo alcuna cosa e sparte le mani in qua
e in là, in questa arca trovandosi cominciò a smemorare e a
dir seco: “Che è questo? dove sono io? dormo io? o son
desto? Io pur mi ricordo che questa sera io venni nella
camera della mia donna, e ora mi pare essere in una arca.
Questo che vuol dire? Sarebbe il medico tornato o altro
accidente sopravenuto, per lo quale la donna, dormendo io,
qui m'avesse nascoso? Io il credo, e fermamente così serà.”</p>
<p>E per questo cominciò a star cheto e a ascoltare se alcuna
cosa sentisse; e così gran pezza dimorato, stando anzi a
disagio che no nell'arca che era piccola e dogliendogli il
lato in su il quale era, in su l'altro volger vogliendosi sì
destramente il fece, che, dato delle reni nell'un de' lati
dell'arca, la quale non era stata posta sopra luogo iguali,
la fé piegare e appresso cadere; e cadendo fece un gran
romore, per lo quale le femine che ivi allato dormivano si
destarono e ebber paura e per paura tacettono.</p>
<p>Ruggieri per lo cader dell'arca dubitò forte, ma sentendola
per lo cadere aperta volle avanti, se altro avvenisse,
esserne fuori che starvi dentro. E tra che egli non sapeva
dove si fosse e una cosa e un'altra, cominciò a andar
brancolando per la casa per sapere se scala o porta trovasse
donde andarsene potesse. Il qual brancolare sentendo le
femine che deste erano, cominciarono a dire: “Chi è là?”
Ruggieri, non conoscendo la boce, non rispondea: per che le
femine cominciarono a chiamare i due giovani, li quali, per
ciò che molto vegghiato aveano, dormivan forte né sentivano
d'alcuna di queste cose niente. Laonde le femine più paurose
divenute, levatesi e fattesi a certe finestre, cominciarono
a gridare “Al ladro, al ladro!”: per la qual cosa per
diversi luoghi più de' vicini, chi su per li tetti e chi per
una parte e chi per un'altra, corsono e entrar nella casa, e
i giovani similmente desti a questo romor si levarono.</p>
<p>E Ruggieri, il quale quivi vedendosi, quasi di sé per
maraviglia uscito, né da qual parte fuggir si dovesse o
potesse vedea, preso dierono nelle mani della famiglia del
rettor della terra, la qual quivi già era al romor corsa; e
davanti al rettor menatolo, per ciò che malvagissimo era da
tutti tenuto, senza indugio messo al martorio confessò nella
casa del prestatore essere per imbolare entrato; per che il
rettore pensò di doverlo senza troppo indugio fare impiccar
per la gola.</p>
<p>La novella fu la mattina per tutto Salerno che Ruggieri era
stato preso a imbolare in casa de' prestatori; il che la
donna e la sua fante udendo, di tanta maraviglia e di sì
nuova fur piene, che quasi eran vicine di far credere a se
medesime che quello che fatto avevan la notte passata non
l'avesser fatto ma avesser sognato di farlo: e oltre a
questo del pericolo nel quale Ruggieri era la donna sentiva
sì fatto dolore, che quasi n'era per impazzare. Non guari
appresso la mezza terza il medico, tornato da Amalfi,
domandò che la sua acqua gli fosse recata, per ciò che
medicare voleva il suo infermo; e trovandosi la guastadetta
vota, fece un gran romore che niuna cosa in casa sua durar
poteva in istato.</p>
<p>La donna, che da altro dolore stimolata era, rispose
adirata dicendo: “Che direste voi, maestro, d'una gran
cosa, quando d'una guastadetta d'acqua versata fate sì gran
romore? Non se ne truova egli più al mondo?”</p>
<p>A cui il maestro disse: “Donna, tu avvisi che quella fosse
acqua chiara; non è così, anzi era un'acqua lavorata da far
dormire”, e contolle per che cagion fatta l'avea.</p>
<p>Come la donna ebbe questo udito, così s'avisò che Ruggieri
quella avesse beuta e per ciò loro fosse paruto morto, e
disse: “Maestro, noi nol sapavamo, e per ciò rifatevi
dell'altra.” Il maestro, veggendo che altro esser non
poteva, fece far della nuova.</p>
<p>Poco appresso la fante, che per comandamento della donna
era andata a saper quello che di Ruggier si dicesse, tornò e
dissele: “Madonna, di Ruggier dice ogn'uom male, né, per
quello che io abbia potuto sentire, amico né parente alcuno
è che per aiutarlo levato si sia o si voglia levare; e
credesi per fermo che domane lo stradicò il farà impiccare.
E oltre a questo vi vo' dire una nuova cosa, che egli mi
pare aver compreso come egli in casa de' prestator
pervenisse: e udite come. Voi sapete bene il legnaiulo di
rimpetto al quale era l'arca dove noi il mettemmo; egli era
testé con uno, di cui mostra che quella arca fosse, alla
maggior quistion del mondo, ché colui domandava i denari
dell'arca sua e il maestro rispondeva che egli non aveva
venduta l'arca, anzi gli era la notte stata imbolata. Al
quale colui diceva: ‘Non è così, anzi l'hai venduta alli due
giovani prestatori, sì come essi stanotte mi dissero quando
in casa loro la vidi allora che fu preso Ruggieri.’ A cui il
legnaiuolo disse: ‘Essi mentono, per ciò che mai io non la
vendei loro ma essi questa notte passata me l'avranno
imbolata; andiamo a loro.’ E sì se ne andarono di concordia
a casa i prestatori, e io me ne son qui venuta; e come voi
potete vedere, io comprendo che in cotal guisa Ruggieri là
dove trovato fu transportato fosse: ma come quivi si
risuscitasse, non so vedere io.”</p>
<p>La donna allora comprendendo ottimamente come il fatto
stava, disse alla fante ciò che dal medico udito aveva e
pregolla che allo scampo di Ruggieri dovesse dare aiuto, sì
come colei che, volendo, a un'ora poteva Ruggieri scampare e
servare l'onor di lei.</p>
<p>La fante disse: “Madonna, insegnatemi come, e io farò
volentieri ogni cosa.”</p>
<p>La donna, sì come colei alla quale strignevano i cintolini,
con subito consiglio avendo avvisato ciò che da fare era,
ordinatamente di quello la fante informò.</p>
<p>La quale primieramente se n'andò al medico e piagnendo
gl'incominciò a dire: “Messere, a me conviene domandarvi
perdono d'un gran fallo il quale verso di voi ho commesso.”</p>
<p>Disse il maestro: “E di che?”</p>
<p>E la fante, non restando di lagrimar, disse: “Messer, voi
sapete che giovane Ruggieri d'Aieroli sia, al quale,
piaccendogli io, tra per paura e per amor mi convenne
uguanno divenire amica; e sappiendo egli iersera che voi non
c'eravate, tanto mi lusingò, che io in casa vostra nella mia
camera a dormir meco il menai, e avendo egli sete né io
avendo ove più tosto ricorrere o per acqua o per vino, non
volendo che la vostra donna, la quale in sala era, mi
vedesse, ricordandomi che nella vostra camera una
guastadetta d'acqua aveva veduta, corsi per quella e sì
gliele diedi bere e la guastada riposi donde levata l'aveva;
di che io truovo che voi in casa un gran romor n'avete
fatto. E certo io confesso che io feci male; ma chi è colui
che alcuna volta mal non faccia? Io ne son molto dolente
d'averlo fatto; non pertanto, per questo e per quello che
poi ne seguì, Ruggieri n'è per perdere la persona, per che
io quanto più posso vi priego che voi mi perdoniate e mi
diate licenzia che io vada a aiutare, in quello che per me
si potrà, Ruggieri.”</p>
<p>Il medico udendo costei, con tutto che ira avesse,
motteggiando rispose: “Tu te n'hai data la perdonanza tu
stessa, per ciò che, dove tu credesti questa notte un
giovane avere che molto bene il pilliccion ti scotesse,
avesti un dormiglione; e per ciò va e procaccia la salute
del tuo amante e per innanzi ti guarda di più in casa non
menarlo, ché io ti pagherei di questa volta e di quella.”</p>
<p>Alla fante per la prima broccata parendo aver ben
procacciato, quanto più tosto poté se n'andò alla prigione
dove Ruggieri era e tanto il prigionier lusingò, che egli
lasciò a Ruggier favellare; la quale, poi che informato
l'ebbe di ciò che risponder dovesse allo stradicò se scampar
volesse, tanto fece che allo stradicò andò davanti.</p>
<p>Il quale, prima che ascoltar la volesse, per ciò che fresca
e gagliarda era, volle una volta attaccar l'uncino alla
cristianella di Dio, e ella, per essere meglio udita, non ne
fu punto schifa; e dal macinio levatasi disse: “Messere,
voi avete qui Ruggieri d'Aieroli preso per ladro, e non è
così il vero.” E cominciatasi dal capo gli contò la storia
infin la fine, come ella, sua amica, in casa il medico
menato l'avea e come gli avea data bere l'acqua adoppiata
non conoscendola, e come per morto l'avea nell'arca messo; e
appresso questo ciò che tra 'l maestro legnaiuolo e il
signor dell'arca aveva udito gli disse, per quello
mostrandogli come in casa i prestatori fosse pervenuto
Ruggieri.</p>
<p>Lo stradicò, veggendo che leggier cosa era a ritrovare se
ciò fosse vero, prima il medico domandò se vero fosse
dell'acqua, e trovò che così era stato: e appresso fatti
richiedere il legnaiuolo e colui di cui stata era l'arca e'
prestatori, dopo molte novelle trovò li prestatori la notte
passata aver l'arca imbolata e in casa messalasi.
Ultimamente mandò per Ruggieri, e domandatolo dove la sera
dinanzi albergato fosse, rispose che dove albergato si fosse
non sapeva ma ben si ricordava che andato era a albergare
con la fante del maestro Mazzeo, nella camera della quale
aveva bevuta acqua per gran sete ch'avea, ma che poi di lui
stato si fosse, se non quando in casa i prestatori
destandosi s'era trovato in una arca, egli non sapea. Lo
stradicò, queste cose udendo e gran piacer pigliandone, e
alla fante e a Ruggieri e al legnaiuolo e a' prestatori più
volte ridir la fece.</p>
<p>Alla fine, cognoscendo Ruggieri essere innocente,
condannati i prestatori che imbolata avevan l'arca in diece
once, liberò Ruggieri; il che quanto a lui fosse caro, niun
ne domandi, e alla sua donna fu carissimo oltre misura. La
qual poi con lui insieme e con la cara fante, che dare gli
aveva voluto delle coltella, più volte rise e ebbe festa, il
loro amore e il loro sollazzo sempre continuando di bene in
meglio: il che vorrei che così a me avvenisse ma non d'esser
messo nell'arca.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Se le prime novelle li petti delle vaghe donne avevano
contristati, questa ultima di Dioneo le fece ben tanto
ridere, e spezialmente quando disse lo stradicò aver
l'uncino attaccato, che esse si poterono della compassione
avuta dell'altre ristorare. Ma veggendo il re che il sole
cominciava a farsi giallo e il termine della sua signoria
era venuto, con assai piacevoli parole alle belle donne si
scusò di ciò che fatto avea, cioè d'aver fatto ragionare di
materia così fiera come è quella della infelicità degli
amanti; e fatta la scusa, in piè si levò e della testa si
tolse la laurea, e aspettando le donne a cui porre la
dovesse, piacevolemente sopra il capo biondissimo della
Fiammetta la pose dicendo:–Io pongo a te questa corona sì
come a colei la quale meglio dell'aspra giornata d'oggi, che
alcuna altra, con quella di domane queste nostre compagne
racconsolar saprai.–</p>
<p>La Fiammetta, li cui capelli eran crespi, lunghi e d'oro e
sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti e il viso
ritondetto con un color vero di bianchi gigli e di vermiglie
rose mescolati tutto splendido, con due occhi in testa che
parean d'un falcon pellegrino e con una boccuccia piccolina
li cui labbri parevan due rubinetti, sorridendo rispose:–
Filostrato, e io la prendo volentieri; e acciò che meglio
t'aveggi di quel che fatto hai, infino a ora voglio e
comando che ciascun s'apparecchi di dover doman ragionare di
ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati
accidenti, felicemente avvenisse.–La qual proposizione a
tutti piacque: e essa, fattosi il siniscalco venire e delle
cose oportune con lui insieme avendo disposto, tutta la
brigata da seder levandosi per infino all'ora della cena
lietamente licenziò.</p>
<p>Costoro adunque, parte per lo giardino, la cui bellezza non
era da dover troppo tosto rincrescere, e parte verso le
mulina che fuor di quel macinavano, e chi qua e chi là, a
prender secondo i diversi appetiti diversi diletti si
diedono infino all'ora della cena. La qual venuta, tutti
raccolti, come usati erano, appresso della bella fonte con
grandissimo piacere e ben serviti cenarono. E da quella
levatisi, sì come usati erano, al danzare e al cantar si
diedono; e menando Filomena la danza disse la reina:–
Filostrato, io non intendo deviare da' miei passati; ma sì
come essi hanno fatto così intendo che per lo mio
comandamento si canti una canzone; e per ciò che io son
certa che tali sono le tue canzoni chenti sono le tue
novelle, acciò che più giorni che questo non sien turbati
de' tuoi infortunii, vogliamo che una ne dichi qual più ti
piace.–</p>
<p>Filostrato rispose che volentieri; e senza indugio in cotal
guisa cominciò a cantare:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Lagrimando dimostro</l>
<l>quanto si dolga con ragione il core</l>
<l>d'esser tradito sotto fede, Amore.</l></lg>
<lg>
<l>Amore, allora che primieramente</l>
<l>ponesti in lui colei per cui sospiro</l>
<l>senza sperar salute,</l>
<l>si piena la mostrasti di virtute,</l>
<l>che lieve reputava ogni martiro</l>
<l>che per te nella mente,</l>
<l>ch'è rimasa dolente,</l>
<l>fosse venuto; ma il mio errore</l>
<l>ora conosco, e non senza dolore.</l></lg>
<lg>
<l>Fatto m'ha conoscente dello 'nganno</l>
<l>vedermi abbandonato da colei</l>
<l>in cui sola sperava;</l>
<l>ch'allora ch'io più esser mi pensava</l>
<l>nella sua grazia e servidore a lei,</l>
<l>senza mirare al danno</l>
<l>del mio futuro affanno,</l>
<l>m'accorsi lei aver l'altrui valore</l>
<l>dentro raccolto e me cacciato fore.</l></lg>
<lg>
<l>Com'io conobbi me di fuor cacciato,</l>
<l>nacque nel core un pianto doloroso</l>
<l>che ancor vi dimora:</l>
<l>e spesso maladico il giorno e l'ora</l>
<l>che pria m'apparve il suo viso amoroso</l>
<l>d'alta biltate ornato</l>
<l>e più che mai infiammato!</l>
<l>La fede mia, la speranza e l'ardore</l>
<l>va bestemmiando l'anima che more.</l></lg>
<lg>
<l>Quanto 'l mio duol senza conforto sia,</l>
<l>signor, tu 'l puoi sentir, tanto ti chiamo</l>
<l>con dolorosa voce:</l>
<l>e dicoti che tanto e sì mi cuoce,</l>
<l>che per minor martir la morte bramo.</l>
<l>Venga dunque, e la mia</l>
<l>vita crudele e ria</l>
<l>termini col suo colpo, e 'l mio furore,</l>
<l>ch'ove ch'io vada il sentirò minore.</l></lg>
<lg>
<l>Nulla altra via, niuno altro conforto</l>
<l>mi resta più che morte alla mia doglia.</l>
<l>Dallami dunque omai,</l>
<l>pon fine, Amor, con essa alli miei guai,</l>
<l>e 'l cor di vita sì misera spoglia.</l>
<l>Deh fallo, poi ch'a torto</l>
<l>m'è gioia tolta e diporto.</l>
<l>Fa costei lieta, morend'io, signore,</l>
<l>come l'hai fatta di nuovo amadore.</l></lg>
<lg>
<l>Ballata mia, se alcun non t'appara</l>
<l>io non men curo, per ciò che nessuno,</l>
<l>com'io, ti può cantare.</l>
<l>Una fatica sola ti vo' dare:</l>
<l>che tu ritruovi Amore, e a lui solo uno</l>
<l>quanto mi sia discara</l>
<l>la trista vita amara</l>
<l>dimostri appien, pregandol che 'n migliore</l>
<l>porto ne ponga per lo suo onore.</l></lg>
</lg>
<p>Dimostrarono le parole di questa canzone assai chiaro qual
fosse l'animo di Filostrato e la cagione: e forse più
dichiarato l'avrebbe l'aspetto di tal donna nella danza era,
se le tenebre della sopravenuta notte il rossore nel viso di
lei venuto non avesser nascoso. Ma poi che egli ebbe a
quella posta fine, molte altre cantate ne furono infino a
tanto che l'ora dell'andare a dormir sopravenne: per che,
comandandolo la reina, ciascuna alla sua camera si raccolse.
</p></div2></div1>
<div1 n="Quinta giornata">
<argument><p>FINISCE LA QUARTA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA QUINTA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI FIAMMETTA, SI RAGIONA DI CIÒ CHE A ALCUNO AMANTE, DOPO ALCUNI FIERI O SVENTURATI ACCIDENTI, FELICEMENTE AVVENISSE.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Era già l'oriente tutto bianco e li surgenti raggi per
tutto il nostro emisperio avevan fatto chiaro, quando
Fiammetta da' dolci canti degli uccelli, li quali la prima
ora del giorno su per gli albuscelli tutti lieti cantavano,
incitata sù si levò e tutte l'altre e i tre giovani fece
chiamare; e con soave passo a' campi discesa, per l'ampia
pianura su per le rugiadose erbe, infino a tanto che
alquanto il sol fu alzato, con la sua compagnia, d'una cosa
e d'altra con lor ragionando, diportando s'andò. Ma sentendo
che già i solar raggi si riscaldavano, verso la loro stanza
volse i passi: alla qual pervenuti, con ottimi vini e con
confetti il leggiere affanno avuto fé ristorare, e per lo
dilettevole giardino infino all'ora del mangiare si
diportarono. La qual venuta, essendo ogni cosa dal
discretissimo siniscalco apparecchiata, poi che alcuna
stampita e una ballatetta o due furon cantate, lietamente,
secondo che alla reina piacque, si misero a mangiare. E
quello ordinatamente e con letizia fatto, non dimenticato il
preso ordine del danzare, e con gli strumenti e con le
canzoni alquante danzette fecero. Appresso alle quali infino
a passata l'ora del dormire la reina licenziò ciascheduno;
de' quali alcuni a dormire andarono e altri al lor sollazzo
per lo bel giardino si rimasero. Ma tutti, un poco passata
la nona, quivi, come alla reina piacque, vicini alla fonte
secondo l'usato modo si ragunarono; e essendosi la reina a
seder posta <foreign lang="lat">pro tribunali</foreign>, verso Panfilo riguardando,
sorridendo a lui impose che principio desse alle felici
novelle. Il quale a ciò volentier si dispose e così disse.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Cimone amando divien savio e Efigenia sua donna rapisce in
mare: è messo in Rodi in prigione, onde Lisimaco il trae, e
da capo con lui rapisce Efigenia e Cassandrea nelle lor
nozze, fuggendosi con esse in Creti; e quindi, divenute lor
mogli, con esse a casa loro son richiamati.</emph></p></argument>
<p>–Molte novelle, dilettose donne, a dover dar principio a
così lieta giornata come questa sarà, per dovere essere da
me raccontate mi si paran davanti: delle quali una più
nell'animo me ne piace, per ciò che per quella potrete
comprendere non solamente il felice fine per lo quale a
ragionare incominciamo, ma quanto sian sante, quanto
poderose e di quanto ben piene le forze d'Amore, le quali
molti, senza saper che si dicano, dannano e vituperano a
gran torto: il che, se io non erro, per ciò che innamorate
credo che siate, molto vi dovrà esser caro.</p>
<p>Adunque (sì come noi nell'antiche istorie de' cipriani
abbiam già letto) nell'isola di Cipri fu un nobilissimo uomo
il quale per nome fu chiamato Aristippo, oltre a ogni altro
paesano di tutte le temporali cose ricchissimo: e se d'una
cosa sola non l'avesse la fortuna fatto dolente, più che
altro si potea contentare. E questo era che egli, tra gli
altri suoi figliuoli, n'aveva uno il quale di grandezza e di
bellezza di corpo tutti gli altri giovani trapassava, ma
quasi matto era e di perduta speranza, il cui vero nome era
Galeso; ma, per ciò che mai né per fatica di maestro né per
lusinga o battitura del padre o ingegno d'alcuno altro gli
s'era potuto metter nel capo né lettera né costume alcuno,
anzi con la voce grossa e deforme e con modi più convenienti
a bestia che a uomo, quasi per ischerno da tutti era
chiamato Cimone, il che nella lor lingua sonava quanto nella
nostra ‘bestione’. La cui perduta vita il padre con
gravissima noia portava; e già essendosi ogni speranza a lui
di lui fuggita, per non aver sempre davanti la cagione del
suo dolore, gli comandò che alla villa n'andasse e quivi co'
suoi lavoratori si dimorasse; la qual cosa a Cimone fu
carissima, per ciò che i costumi e l'usanza degli uomini
grossi gli eran più a grado che le cittadine.</p>
<p>Andatosene adunque Cimone alla villa e quivi nelle cose
pertinenti a quella essercitandosi, avvenne che un giorno,
passato già il mezzodì, passando egli da una possessione a
un'altra con un suo bastone in collo, entrò in un boschetto
il quale era in quella contrada bellissimo, e, per ciò che
del mese di maggio era, tutto era fronzuto. Per lo quale
andando, s'avenne, sì come la sua fortuna il vi guidò, in un
pratello d'altissimi alberi circuito, nell'un de' canti del
quale era una bellissima fontana e fredda, allato alla quale
vide sopra il verde prato dormire una bellissima giovane con
un vestimento indosso tanto sottile, che quasi niente delle
candide carni nascondea, e era solamente dalla cintura in
giù coperta d'una coltre bianchissima e sottile; e a' piè di
lei similmente dormivano due femine e uno uomo, servi di
questa giovane.</p>
<p>La quale come Cimon vide, non altramenti che se mai più
forma di femina veduta non avesse, fermatosi sopra il suo
bastone, senza dire alcuna cosa, con ammirazion grandissima
la incominciò intentissimo a riguardare; e nel rozzo petto,
nel quale per mille ammaestramenti non era alcuna
impressione di cittadinesco piacere potuta entrare, sentì
destarsi un pensiero il quale nella materiale e grossa mente
gli ragionava costei essere la più bella cosa che già mai
per alcun vivente veduta fosse. E quinci cominciò a
distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali
d'oro estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le
braccia e sommamente il petto, poco ancora rilevato: e di
lavoratore, di bellezza subitamente giudice divenuto, seco
sommamente disiderava di veder gli occhi, li quali ella da
alto sonno gravati teneva chiusi; e per vedergli più volte
ebbe volontà di destarla. Ma parendogli oltre modo più bella
che l'altre femine per adietro da lui vedute, dubitava non
fosse alcuna dea; e pur tanto di sentimento avea, che egli
giudicava le divine cose essere di più reverenza degne che
le mondane, e per questo si riteneva, aspettando che da se
medesima si svegliasse; e come che lo 'ndugio gli paresse
troppo, pur, da non usato piacer preso, non si sapeva
partire.</p>
<p>Avvenne adunque che dopo lungo spazio la giovane, il cui
nome era Efigenia, prima che alcun de' suoi si risentì, e
levato il capo e aperti gli occhi e veggendosi sopra il suo
bastone appoggiato star davanti Cimone, si maravigliò forte
e disse: “Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco
cercando?”</p>
<p>Era Cimone, sì per la sua forma e sì per la sua rozzezza e
sì per la nobiltà e richezza del padre, quasi noto a ciascun
del paese. Egli non rispose alle parole d'Efigenia alcuna
cosa; ma come gli occhi di lei vide aperti, così in quegli
fiso cominciò a guardare, seco stesso parendogli che da
quegli una soavità si movesse la quale il riempiesse di
piacere mai da lui non provato.</p>
<p>Il che la giovane veggendo, cominciò a dubitare non quel
suo guardar così fiso movesse la sua rusticità a alcuna cosa
che vergogna le potesse tornare: per che, chiamate le sue
femine, si levò sù dicendo: “Cimone, rimanti con Dio.”</p>
<p>A cui allora Cimon rispose: “Io ne verrò teco.”</p>
<p>E quantunque la giovane sua compagnia rifiutasse, sempre di
lui temendo, mai da sé partir nol poté infino a tanto che
egli non l'ebbe infino alla casa di lei accompagnata; e di
quindi n'andò a casa il padre, affermando sé in niuna guisa
più in villa voler ritornare: il che quantunque grave fosse
al padre e a' suoi, pure il lasciarono stare aspettando di
vedere qual cagion fosse quella che fatto gli avesse mutar
consiglio.</p>
<p>Essendo adunque a Cimone nel cuore, nel quale niuna
dottrina era potuta entrare, entrata la saetta d'Amore per
la bellezza d'Efigenia, in brevissimo tempo, d'uno in altro
pensiero pervenendo, fece maravigliare il padre e tutti i
suoi e ciascuno altro che il conoscea. Egli primieramente
richiese il padre che il facesse andare di vestimenti e
d'ogni altra cosa ornato come i fratelli di lui andavano: il
che il padre contentissimo fece. Quindi usando co' giovani
valorosi e udendo i modi, quali a' gentili uomini si
convenieno e massimamente agl'innamorati, prima, con
grandissima ammirazione d'ognuno, in assai brieve spazio di
tempo non solamente le prime lettere apparò ma valorosissimo
tra' filosofanti divenne. E appresso questo, essendo di
tutto ciò cagione l'amore il quale a Efigenia portava, non
solamente la rozza voce e rustica in convenevole e cittadina
ridusse, ma di canto divenne maestro e di suono, e nel
cavalcare e nelle cose belliche, così marine come di terra,
espertissimo e feroce divenne. E in brieve, acciò che io non
vada ogni particular cosa delle sue virtù raccontando, egli
non si compié il quarto anno dal dì del suo primiero
innamoramento, che egli riuscì il più leggiadro e il meglio
costumato e con più particulari virtù che altro giovane
alcuno che nell'isola fosse di Cipri.</p>
<p>Che dunque, piacevoli donne, diremo di Cimone? Certo niuna
altra cosa se non che l'alte vertù dal cielo infuse nella
valorosa anima fossono da invidiosa fortuna in picciolissima
parte del suo cuore con legami fortissimi legate e
racchiuse, li quali tutti Amor ruppe e spezzò, sì come molto
più potente di lei; e come eccitatore degli adormentati
ingegni, quelle da crudele obumbrazione offuscate con la sua
forza sospinse in chiara luce, apertamente mostrando di che
luogo tragga gli spiriti a lui subgetti e in quale gli
conduca co' raggi suoi.</p>
<p>Cimone, adunque, quantunque amando Efigenia in alcune cose,
sì come i giovani amanti molto spesso fanno, trasandasse,
nondimeno Aristippo, considerando che amor l'avesse di
montone fatto tornare uno uomo, non solo pazientemente il
sostenea ma in seguir ciò in tutti i suoi piaceri il
confortava. Ma Cimone, che d'esser chiamato Galeso
rifiutava, ricordandosi che così da Efigenia era stato
chiamato, volendo onesto fine porre al suo disio, più volte
fece tentare Cipseo, padre d'Efigenia, che lei per moglie
gli dovesse dare; ma Cipseo rispose sempre sé averla
promessa a Pasimunda, nobile giovane rodiano, al quale non
intendeva venirne meno.</p>
<p>E essendo delle pattovite nozze d'Efigenia venuto il tempo
e il marito mandato per lei, disse seco Cimone: “Ora è
tempo di mostrare, o Efigenia, quanto tu sii da me amata. Io
son per te divenuto uomo: e se io ti posso avere, io non
dubito di non divenire più glorioso che alcuno idio: e per
certo io t'avrò o io morrò.”</p>
<p>E così detto, tacitamente alquanti nobili giovani richesti
che suoi amici erano, e fatto segretamente un legno armare
con ogni cosa oportuna a battaglia navale, si misse in mare,
attendendo il legno sopra il quale Efigenia trasportata
doveva essere in Rodi al suo marito. La quale, dopo molto
onore fatto dal padre di lei agli amici del marito, entrata
in mare, verso Rodi dirizzaron la proda e andar via. Cimone,
il quale non dormiva, il dì seguente col suo legno gli
sopragiunse, e di 'n su la proda a quegli che sopra il legno
d'Efigenia erano forte gridò: “Arrestatevi, calate le vele,
o voi aspettate d'esser vinti e sommersi in mare.”</p>
<p>Gli avversarii di Cimone avevano l'arme tratte sopra
coverta e di difendersi s'apparecchiavano: per che Cimone,
dopo le parole preso un rampicone di ferro, quello sopra la
poppa de' rodiani, che via andavan forte, gittò e quella
alla proda del suo legno per forza congiunse; e fiero come
un leone, sanza altro seguito d'alcuno aspettare, sopra la
nave de' rodiani saltò, quasi tutti per niente gli avesse; e
spronandolo amore, con maravigliosa forza fra' nemici con un
coltello in man si mise e or questo e or quello ferendo
quasi pecore gli abbattea. Il che vedendo i rodiani,
gittando in terra l'armi, quasi a una voce tutti si
confessaron prigioni.</p>
<p>Alli quali Cimon disse: “Giovani uomini, né vaghezza di
preda né odio che io abbia contra di voi mi fece partir di
Cipri a dovervi in mezzo mare con armata mano assalire. Quel
che mi mosse è a me grandissima cosa a avere acquistata e a
voi è assai leggiera a concederlami con pace: e ciò è
Efigenia, da me sopra ogni altra cosa amata, la quale non
potendo io avere dal padre di lei come amico e con pace, da
voi come nemico e con l'armi m'ha costretto amore a
acquistarla. E per ciò intendo io d'esserle quello che
esserle dovea il vostro Pasimunda: datelami e andate con la
grazia di Dio.”</p>
<p>I giovani, li quali più forza che liberalità costrignea,
piagnendo Efigenia a Cimon concedettono; il quale vedendola
piagnere disse: “Nobile donna, non ti sconfortare; io sono
il tuo Cimone, il quale per lungo amore t'ho molto meglio
meritata d'avere che Pasimunda per promessa fede.”</p>
<p>Tornossi adunque Cimone, lei già avendo sopra la sua nave
fatta portare senza alcuna altra cosa toccare de' rodiani,
a' suoi compagni, e loro lasciò andare. Cimone adunque, più
che altro uomo contento dell'acquisto di così cara preda,
poi che alquanto di tempo ebbe posto in dover lei piagnente
racconsolare, diliberò co' suoi compagni non essere da
tornare in Cipri al presente: per che, di pari diliberazion
di tutti, verso Creti, dove quasi ciascuno e massimamente
Cimone per antichi parentadi e novelli e per molta amistà si
credevano insieme con Efigenia esser sicuri, dirizzaron la
proda della lor nave.</p>
<p>Ma la fortuna, la quale assai lietamente l'acquisto della
donna avea conceduto a Cimone, non stabile, subitamente in
tristo e amaro pianto mutò la inestimabile letizia dello
innamorato giovane. Egli non erano ancora quatro ore
compiute poi che Cimone li rodiani aveva lasciati, quando,
sopravegnente la notte, la quale Cimone più piacevole che
alcuna altra sentita giammai aspettava, con essa insieme
surse un tempo fierissimo e tempestoso, il quale il cielo di
nuvoli e 'l mare di pistilenziosi venti riempié; per la qual
cosa né poteva alcun veder che si fare o dove andarsi, né
ancora sopra la nave tenersi a dover fare alcun servigio.
Quanto Cimone di ciò si dolesse non è da dimandare. Egli
pareva che gl'iddii gli avessero conceduto il suo disio
acciò che più noia gli fosse il morire, del quale senza esso
prima si sarebbe poco curato. Dolevansi similmente i suoi
compagni, ma sopra tutti si doleva Efigenia, forte piangendo
e ogni percossa dell'onda temendo: e nel suo pianto
aspramente maladiceva l'amor di Cimone e biasimava il suo
ardire, affermando per niuna altra cosa quella tempestosa
fortuna esser nata, se non perché gl'iddii non volevano che
colui, il quale lei contra li lor piaceri voleva aver per
isposa, potesse del suo presuntuoso disiderio godere, ma
vedendo lei prima morire egli appresso miseramente morisse.</p>
<p>Con così fatti lamenti e con maggiori, non sappiendo che
farsi i marinari, divenendo ognora il vento più forte, senza
sapere conoscere dove s'andassero, vicini all'isola di Rodi
pervennero; né conoscendo per ciò che Rodi si fosse quella,
con ogni ingegno, per campar le persone, si sforzarono di
dovere in essa pigliar terra se si potesse. Alla qual cosa
la fortuna fu favorevole e lor perdusse in un piccolo seno
di mare, nel quale poco avanti a loro li rodiani stati da
Cimon lasciati erano con la lor nave pervenuti; né prima
s'accorsero sé avere all'isola di Rodi afferrato che,
surgendo l'aurora e alquanto rendendo il cielo più chiaro,
si videro forse per una tratta d'arco vicini alla nave il
giorno davanti da lor lasciata. Della qual cosa Cimone senza
modo dolente, temendo non gli avvenisse quello che gli
avvenne, comandò che ogni forza si mettesse a uscir quindi,
e poi dove alla fortuna piacesse gli trasportasse, per ciò
che in alcuna parte peggio che quivi esser non poteano. Le
forze si misero grandi a dovere di quindi uscire ma invano:
il vento potentissimo poggiava in contrario, in tanto che,
non che essi del picciol seno uscir potessero, ma, o
volessero o no, gli sospinse alla terra.</p>
<p>Alla quale come pervennero, dalli marinari rodiani della
lor nave discesi furono riconosciuti; de' quali prestamente
alcun corse a una villa ivi vicina dove i nobili giovani
rodiani n'erano andati, e loro narrò quivi Cimone con
Efigenia sopra la lor nave per fortuna, sì come loro, essere
arrivati. Costoro udendo questo lietissimi, presi molti
degli uomini della villa, prestamente furono al mare; e
Cimone, che già co' suoi disceso aveva preso consiglio di
fuggire in alcuna selva vicina, insieme tutti con Efigenia
furon presi e alla villa menati; e di quindi, venuto dalla
città Lisimaco, appo il quale quello anno era il sommo
maestrato de' rodiani, con grandissima compagnia d'uomini
d'arme, Cimone e' suoi compagni tutti ne menò in prigione,
sì come Pasimunda, al quale le novelle eran venute, aveva,
col senato di Rodi dolendosi, ordinato.</p>
<p>In così fatta guisa il misero e innamorato Cimone perdé la
sua Efigenia poco davanti da lui guadagnata, senza altro
averle tolto che alcun bascio. Efigenia da molte nobili
donne di Rodi fu ricevuta e riconfortata sì del dolore avuto
della sua presura e sì della fatica sostenuta del turbato
mare; e appo quelle stette infino al giorno diterminato alle
sue nozze. A Cimone e a' suoi compagni, per la libertà il dì
davanti data a' giovani rodiani, fu donata la vita, la qual
Pasimunda a suo poter sollecitava di far lor torre, e a
prigion perpetua fur dannati: nella quale, come si può
credere, dolorosi stavano e senza speranza mai d'alcun
piacere. Ma Pasimunda quanto poteva l'apprestamento
sollecitava delle future nozze.</p>
<p>La fortuna, quasi pentuta della subita iniuria fatta a
Cimone, nuovo accidente produsse per la sua salute. Aveva
Pasimunda un fratello minor di tempo di lui ma non di virtù,
il quale avea nome Ormisda, stato in lungo trattato di dover
torre per moglie una nobile giovane e bella della città, e
era chiamata Cassandrea, la quale Lisimaco sommamente amava;
e erasi il matrimonio per diversi accidenti più volte
frastornato. Ora veggendosi Pasimunda per dovere con
grandissima festa celebrare le sue nozze, pensò ottimamente
esser fatto se in questa medesima festa, per non tornare più
alle spese e al festeggiare, egli potesse fare che Ormisda
similmente menasse moglie: per che co' parenti di Cassandrea
rincominciò le parole e perdussele a effetto; e insieme egli
e 'l fratello con loro diliberarono che quello medesimo dì
che Pasimunda menasse Efigenia, quello Ormisda menasse
Cassandrea.</p>
<p>La qual cosa sentendo Lisimaco, oltre modo gli dispiacque,
per ciò che si vedeva della sua speranza privare, nella
quale portava che, se Ormisda non la prendesse, fermamente
doverla avere egli. Ma, sì come savio, la noia sua dentro
tenne nascosa e cominciò a pensare in che maniera potesse
impedire che ciò non avesse effetto, né alcuna via vide
possibile se non il rapirla. Questo gli parve agevole per lo
uficio il quale aveva, ma troppo più disonesto il reputava
che se l'uficio non avesse avuto: ma in brieve, dopo lunga
diliberazione, l'onestà diè luogo a amore, e prese per
partito, che che avvenir ne dovesse, di rapir Cassandrea. E
pensando della compagnia che a far questo dovesse avere e
dell'ordine che tener dovesse, si ricordò di Cimone, il
quale co' suoi compagni in prigione avea; e immaginò niuno
altro compagno migliore né più fido dover potere avere che
Cimone in questa cosa.</p>
<p>Per che la seguente notte occultamente nella sua camera il
fé venire e cominciogli in cotal guisa a favellare:
“Cimone, così come gl'iddii sono ottimi e liberali donatori
delle cose agli uomini, così sono sagacissimi provatori
delle loro virtù, e coloro li quali essi truovano fermi e
constanti a tutti i casi, sì come più valorosi, di più alti
meriti fanno degni. Essi hanno della tua vertù voluta più
certa esperienza che quella che per te si fosse potuta
mostrare dentro a' termini della casa del padre tuo, il
quale io conosco abondantissimo di ricchezze: e prima colle
pugnenti sollecitudini d'amore da insensato animale, sì come
io ho inteso, ti recarono a essere uomo; poi con dura
fortuna e al presente con noiosa prigione voglion veder se
l'animo tuo si muta da quello che era quando poco tempo
lieto fosti della guadagnata preda. Il quale, se quello
medesimo è che già fu, niuna cosa tanto lieta ti prestarono
quanto è quella che al presente s'apparecchiano a donarti:
la quale, acciò che tu l'usate forze ripigli e divenghi
animoso, io intendo di dimostrarti. Pasimunda, lieto della
tua disaventura e sollecito procuratore della tua morte,
quanto può s'affretta di celebrare le nozze della tua
Efigenia, acciò che in quelle goda della preda la qual prima
lieta fortuna t'avea conceduta e subitamente turbata ti
tolse; la qual cosa quanto ti debbia dolere, se così ami
come io credo, per me medesimo il cognosco, al quale pari
ingiuria alla tua in un medesimo giorno Ormisda suo fratello
s'apparecchia di fare, a me, di Cassandrea, la quale io
sopra tutte l'altre cose amo. E a fuggire tanta ingiuria e
tanta noia della fortuna, niuna via ci veggio da lei essere
stata lasciata aperta se non la vertù de' nostri animi e
delle nostre destre, nelle quali aver ci convien le spade e
farci far via a te alla seconda rapina e a me alla prima
delle due nostre donne; per che, se la tua, non vo' dir
libertà, la qual credo che poco senza la tua donna curi, ma
la tua donna t'è cara di riavere, nelle tue mani, volendo me
alla mia impresa seguire, l'hanno posta gl'iddii.”</p>
<p>Queste parole tutto feciono lo smarrito animo ritornare in
Cimone, e senza troppo rispitto prendere alla risposta,
disse: “Lisimaco, né più forte né più fido compagno di me
puoi avere a così fatta cosa, se quello me ne dee seguire
che tu ragioni; e per ciò quello che a te pare che per me
s'abbia a fare, imponlomi e vedera' ti con maravigliosa
forza seguire.”</p>
<p>Al quale Lisimaco disse: “Oggi al terzo dì le novelle
spose entreranno primieramente nelle case de' lor mariti,
nelle quali tu co' tuoi compagni armato e con alquanti miei,
ne' quali io mi fido assai, in sul far della sera entreremo,
e quelle del mezzo de' conviti rapite a una nave, la quale
io ho fatta segretamente apprestare, ne meneremo, uccidendo
chiunque ciò contrastar presummesse.”</p>
<p>Piacque l'ordine a Cimone, e tacito infino al tempo posto
si stette in prigione.</p>
<p>Venuto il giorno delle nozze, la pompa fu grande e
magnifica, e ogni parte della casa de' due fratelli fu di
lieta festa ripiena. Lisimaco, ogni cosa oportuna avendo
appresta, Cimone e' suoi compagni e similmente i suoi amici,
tutti sotto i vestimenti armati, quando tempo gli parve,
avendogli prima con molte parole al suo proponimento accesi,
in tre parti divise, delle quali cautamente l'una mandò al
porto, acciò che niun potesse impedire il salire sopra la
nave quando bisognasse; e con l'altre due alle case di
Pasimunda venuti, una ne lasciò alla porta, acciò che alcun
dentro non gli potesse rinchiudere o a loro l'uscita
vietare, e col rimanente insieme con Cimone montò su per le
scale. E pervenuti nella sala dove le nuove spose con molte
altre donne già a tavola erano per mangiare assettate
ordinatamente, fattisi innanzi e gittate le tavole in terra,
ciascun prese la sua e, nelle braccia de' compagni messala,
comandarono che alla nave apprestata le menassero di
presente.</p>
<p>Le novelle spose cominciarono a piagnere e a gridare, e il
simigliante l'altre donne e i servidori, e subitamente fu
ogni cosa di romore e di pianto ripieno. Ma Cimone e
Lisimaco e' lor compagni, tirate le spade fuori, senza alcun
contasto, data loro da tutti la via, verso le scale se ne
vennero; e quelle scendendo, occorse lor Pasimunda, il quale
con un gran bastone in mano al romor traeva, cui
animosamente Cimone sopra la testa ferì e ricisegliele ben
mezza e morto sel fece cadere a' piedi. All'aiuto del quale
correndo il misero Ormisda, similmente da un de' colpi di
Cimon fu ucciso, e alcuni altri che appressar si vollero da'
compagni di Lisimaco e di Cimone fediti e ributtati indietro
furono. Essi, lasciata piena la casa di sangue, di romore e
di pianto e di tristizia, senza alcuno impedimento stretti
insieme con la loro rapina alla nave pervennero: sopra la
quale messe le donne e saliti essi e tutti i lor compagni,
essendo già il lito pieno di gente armata che alla riscossa
delle donne venia, dato de' remi in acqua lieti andaron pe'
fatti loro.</p>
<p>E pervenuti in Creti, quivi da molti e amici e parenti
lietamente ricevuti furono: e sposate le donne e fatta la
festa grande, lieti della loro rapina goderono. In Cipri e
in Rodi furono i romori e' turbamenti grandi e lungo tempo
per le costoro opere. Ultimamente, interponendosi e nell'un
luogo e nell'altro gli amici e i parenti di costoro,
trovaron modo che dopo alcuno essilio Cimone con Efigenia
lieto si tornò in Cipri e Lisimaco similmente con Cassandrea
ritornò in Rodi; e ciascun lietamente con la sua visse
lungamente contento nella sua terra.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Gostanza ama Martuccio Comito, la quale, udendo che morto
era, per disperata sola si mette in una barca, la quale dal
vento fu trasportata a Susa; ritruoval vivo in Tunisi,
palesaglisi; e egli grande essendo col re per consigli dati,
sposatala, ricco con lei in Lipari se ne torna.</emph></p></argument>
<p>La reina, finita sentendo la novella di Panfilo, poscia che
molto commendata l'ebbe, a Emilia impose che una dicendone
seguitasse; la quale così cominciò:</p>
<p>–Ciascun si dee meritamente dilettare di quelle cose alle
quali egli vede i guiderdoni secondo le affezioni seguitare:
e per ciò che amare merita più tosto diletto che afflizione
a lungo andare, con molto mio maggior piacere della presente
materia parlando ubidirò la reina, che della precedente non
feci il re.</p>
<p>Dovete adunque, dilicate donne, sapere che vicin di Cicilia
è una isoletta chiamata Lipari, nella quale non è ancor gran
tempo fu una bellissima giovane chiamata Gostanza, d'assai
orrevoli genti dell'isola nata; della quale un giovane che
dell'isola era, chiamato Martuccio Gomito, assai legiadro e
costumato e nel suo mestier valoroso, s'innamorò. La quale
sì di lui similmente s'accese, che mai ben non sentiva se
non quanto il vedeva; e disiderando Martuccio d'averla per
moglie, al padre di lei la fece adimandare, il quale rispose
lui esser povero e per ciò non volergliele dare. Martuccio,
sdegnato di vedersi per povertà rifiutare, con certi suoi
amici e parenti giurò di mai in Lipari non tornare se non
ricco; e quindi partitosi, corseggiando cominciò a
costeggiare la Barberia, rubando ciascuno che meno poteva di
lui: nella qual cosa assai gli fu favorevole la fortuna, se
egli avesse saputo porre modo alle felicità sue. Ma non
bastandogli d'essere egli e' suoi compagni in brieve tempo
divenuti ricchissimi, mentre che di trasricchire cercavano
avvenne che da certi legni di saracini, dopo lunga difesa,
co' suoi compagni fu preso e rubato, e di lor la maggior
parte da' saracini mazzerati e isfondolato il legno, esso
menato a Tunisi fu messo in prigione e in lunga miseria
guardato.</p>
<p>In Lipari tornò, non per uno o per due ma per molte e
diverse persone, la novella che tutti quegli che con
Martuccio erano sopra il legnetto erano stati annegati. La
giovane, la quale senza misura della partita di Martuccio
era stata dolente, udendo lui con gli altri esser morto,
lungamente pianse e seco dispose di non voler più vivere; e
non sofferendole il cuore di se medesima con alcuna
violenzia uccidere, pensò nuova necessità dare alla sua
morte e uscita segretamente una notte di casa il padre e al
porto venutasene, trovò per ventura alquanto separata
dall'altre navi una navicella di pescatori, la quale, per
ciò che pure allora smontati n'erano i signori di quella,
d'albero e di vela e di remi la trovò fornita. Sopra la
quale prestamente montata e co' remi alquanto in mar
tiratasi, ammaestrata alquanto dell'arte marineresca sì come
generalmente tutte le femine in quella isola sono, fece vela
e gittò via i remi e il timone e al vento tutta si commise,
avvisando dover di necessità avvenire o che il vento barca
senza carico e senza governator rivolgesse, o a alcuno
scoglio la percotesse e rompesse, di che ella, eziandio se
campar volesse, non potesse ma di necessità annegasse; e
avviluppatasi la testa in un mantello nel fondo della barca
piagnendo si mise a giacere.</p>
<p>Ma tutto altramenti adivenne che ella avvisato non avea:
per ciò che, essendo quel vento che traeva tramontana e
questo assai soave, e non essendo quasi mare e ben reggente
la barca, il seguente dì alla notte che sù montata v'era, in
sul vespro ben cento miglia sopra Tunisi a una piaggia
vicina a una città chiamata Susa ne la portò. La giovane
d'esser più in terra che in mare niente sentiva, sì come
colei che mai per alcuno accidente da giacere non aveva il
capo levato né di levare intendeva.</p>
<p>Era allora per avventura, quando la barca ferì sopra il
lito, una povera feminetta alla marina la quale levava dal
sole reti di suoi pescatori. La quale, vedendo la barca, si
maravigliò come con la vela piena fosse lasciata percuotere
in terra; e pensando che in quella i pescator dormissono,
andò alla barca e niuna altra persona che questa giovane vi
vide; la quale essalei che forte dormiva chiamò molte volte
e, alla fine fattala risentire e all'abito conosciutala che
cristiana era, parlando latino la dimandò come fosse che
ella quivi in quella barca così soletta fosse arrivata. La
giovane, udendo la favella latina, dubitò non forse altro
vento l'avesse a Lipari ritornata; e subitamente levatasi in
piè riguardò a torno e, non conoscendo le contrade e
veggendosi in terra, domandò la buona femina dove ella
fosse.</p>
<p>A cui la buona femina rispose: “Figliuola mia, tu se'
vicina a Susa in Barberia.”</p>
<p>Il che udito, la giovane, dolente che Idio non le aveva
voluto la morte mandare, dubitando di vergogna e non
sappiendo che farsi, a piè della sua barca a seder postasi
cominciò a piagnere. La buona femina, questo vedendo, ne le
prese pietà e tanto la pregò, che in una sua capannetta la
menò, e quivi tanto la lusingò, che ella le disse come quivi
arrivata fosse; per che, sentendola la buona femina essere
ancor digiuna, suo pan duro e alcun pesce e acqua
l'apparecchiò e tanto la pregò, che ella mangiò un poco. La
Gostanza appresso domandò chi fosse la buona femina che così
latin parlava; a cui ella disse che da Trapani era e aveva
nome Carapresa e quivi serviva certi pescatori cristiani. La
giovane, udendo dire ‘Carapresa’, quantunque dolente fosse
molto e non sappiendo ella stessa che ragione a ciò la si
movesse, in se stessa prese buono agurio d'aver questo nome
udito e cominciò a sperar senza saper che e alquanto a
cessare il disiderio della morte: e, senza manifestar chi si
fosse né donde, priegò caramente la buona femina che per
l'amor di Dio avesse misericordia della sua giovanezza e che
alcun consiglio le desse per lo quale ella potesse fuggire
che villania fatta non le fosse.</p>
<p>Carapresa, udendo costei, a guisa di buona femina, lei
nella capannetta lasciata, prestamente raccolte le sue reti
a lei ritornò, e tutta nel suo mantello stesso chiusala in
Susa con seco la menò; e quivi pervenuta le disse:
“Gostanza, io ti menerò in casa d'una bonissima donna
saracina, alla quale io fo molto spesso servigio di sue
bisogne, e ella è donna antica e misericordiosa; io le ti
raccomanderò quanto io potrò il più e certissima sono che
ella ti riceverà volentieri e come figliuola ti tratterà, e
tu, con lei stando, t'ingegnerai a tuo potere servendola
d'acquistare la grazia sua insino a tanto che Idio ti mandi
miglior ventura”; e come ella disse così fece.</p>
<p>La donna, la quale vecchia era oramai, udita costei, guardò
la giovane nel viso e cominciò a lagrimare e presala le
basciò la fronte, e poi per la mano nella sua casa ne la
menò, nella quale ella con alquante altre femine dimorava
senza alcuno uomo, e tutte di diverse cose lavoravano di lor
mano, di seta, di palma, di cuoio diversi lavorii faccendo.
De' quali la giovane in pochi dì apparò a fare alcuno e con
loro insieme incominciò a lavorare, e in tanta grazia e
buono amore venne della buona donna e dell'altre, che fu
maravigliosa cosa; e in poco spazio di tempo,
mostrandogliele esse, il lor linguaggio apparò.</p>
<p>Dimorando adunque la giovane in Susa, essendo già stata a
casa sua pianta per perduta e per morta, avvenne che,
essendo re di Tunisi uno che si chiamava Meriabdela, un
giovane di gran parentado e di molta potenza, il quale era
in Granata, dicendo che a lui il reame di Tunisi
apparteneva, fatta grandissima moltitudine di gente, sopra
il re di Tunisi se ne venne per cacciarlo del regno.</p>
<p>Le quali cose venendo a orecchie a Martuccio Gomito in
prigione, il quale molto bene sapeva il barbaresco, e udendo
che il re di Tunisi faceva grandissimo forzo a sua difesa,
disse a un di quegli li quali lui e' suoi compagni
guardavano: “Se io potessi parlare al re, e' mi dà il cuore
che io gli darei un consiglio per lo quale egli vincerebbe
la guerra sua.”</p>
<p>La guardia disse queste parole al suo signore, il quale al
re il rapportò incotanente; per la qual cosa il re comandò
che Martuccio gli fosse menato; e domandato da lui che
consiglio il suo fosse, gli rispose così: “Signor mio, se
io ho bene in altro tempo, che io in queste vostre contrade
usato sono, riguardato alla maniera la quale tenete nelle
vostre battaglie, mi pare che più con arcieri che con altro
quelle facciate; e per ciò, ove si trovasse modo che agli
arcieri del vostro avversario mancasse il saettamento e i
vostri n'avessero abbondevolmente, io avviso che la vostra
battaglia si vincerebbe.”</p>
<p>A cui il re disse: “Senza dubbio, se cotesto si potesse
fare, io mi crederei essere vincitore.”</p>
<p>Al quale Martuccio disse: “Signor mio, dove voi vogliate,
egli si potrà ben fare, e udite come. A voi convien far fare
corde molto più sottili agli archi de' vostri arcieri che
quelle che per tutti comunalmente s'usano e appresso far
fare saettamento, le cocche del quale non sien buone se non
a queste corde sottili; e questo convien che sia sì
segretamente fatto, che il vostro avversario nol sappia, per
ciò che egli ci troverebbe modo. E la cagione per che io
dico questo è questa: poi che gli arcieri del vostro nemico
avranno il suo saettamento saettato e i nostri il suo,
sapete che di quello che i vostri saettato avranno converrà,
durando la battaglia, che i vostri nemici ricolgano, e a'
nostri converrà ricoglier del loro; ma gli avversarii non
potranno il saettamento saettato da' vostri adoperare per le
picciole cocche che non riceveranno le corde grosse, dove a'
nostri avverrà il contrario del saettamento de' nemici, per
ciò che la sottil corda riceverà ottimamente la saetta che
avrà larga cocca: e così i vostri saranno di saettamento
copiosi, dove gli altri n'avranno difetto.”</p>
<p>Al re, il quale savio signore era, piacque il consiglio di
Martuccio; e interamente seguitolo, per quello trovò la sua
guerra aver vinta; laonde sommamente Martuccio venne nella
sua grazia e per conseguente in grande e ricco stato.</p>
<p>Corse la fama di queste cose per la contrada e agli orecchi
della Gostanza pervenne Martuccio Gomito esser vivo, il
quale lungamente morto aveva creduto; per che l'amor di lui,
già nel cuor di lei intiepidito, con subita fiamma si
raccese e divenne maggiore e la morta speranza suscitò. Per
la qual cosa alla buona donna con cui dimorava interamente
ogni suo accidente aperse, e le disse sé disiderare d'andare
a Tunisi, acciò che gli occhi saziasse di ciò che gli
orecchi con le ricevute voci fatti gli aveano disiderosi. La
quale il suo disiderio le lodò molto; e, come sua madre
stata fosse, entrata in una barca con lei insieme a Tunisi
andò, dove con la Gostanza in casa d'una sua parente fu
ricevuta onorevolemente. E essendo con lei andata Carapresa,
la mandò a sentire quello che di Martuccio trovar potesse; e
trovato lui esser vivo e in grande stato e rapportogliele,
piacque alla gentil donna di volere esser colei che a
Martuccio significasse quivi a lui esser venuta la sua
Gostanza.</p>
<p>E andatasene un di là dove Martuccio era, gli disse:
“Martuccio, in casa mia è capitato un tuo servidore che
vien da Lipari, e quivi ti vorrebbe segretamente parlare; e
per ciò, per non fidarmene a altri, sì come egli ha voluto,
io medesimo tel sono venuto a significare.” Martuccio la
ringraziò e appresso lei alla sua casa se n'andò.</p>
<p>Quando la giovane il vide, presso fu che di letizia non
morì, e non potendosene tenere subitamente con le braccia
aperte gli corse al collo e abbracciollo, e per compassione
de' passati infortunii e per la presente letizia, senza
potere alcuna cosa dire, teneramente cominciò a lagrimare.
Martuccio, veggendo la giovane, alquanto maravigliandosi
soprastette e poi sospirando disse: “O Gostanza mia, or se'
tu viva? Egli è buon tempo che io intesi che tu perduta eri,
né a casa nostra di te alcuna cosa si sapeva”; e questo
detto, teneramente lagrimando l'abracciò e basciò. La
Gostanza gli raccontò ogni suo accidente e l'onor che
ricevuto avea dalla gentil donna con la quale dimorata era.</p>
<p>Martuccio, dopo molti ragionamenti da lei partitosi, al re
suo signore n'andò e tutto gli raccontò, cioè gli suoi casi
e quegli della giovane, aggiugnendo che con sua licenzia
intendeva secondo la nostra legge di sposarla. Il re si
maravigliò di queste cose; e fatta la giovane venire e da
lei udendo che così era come Martuccio aveva detto, disse:
“Adunque l'hai tu per marito molto ben guadagnato.” E
fatti venire grandissimi e nobili doni, parte a lei ne diede
e parte a Martuccio, dando loro licenzia di fare intra sé
quello che più fosse a grado a ciascheduno.</p>
<p>Martuccio, onorata molto la gentil donna con la quale la
Gostanza dimorata era e ringraziatala di ciò che in servigio
di lei aveva adoperato e donatile doni quali a lei si
confaceano e accomandatala a Dio, non senza molte lagrime
dalla Gostanza, si partì; e appresso, con licenzia del re
sopra un legnetto montati, e con lor Carapresa, con prospero
vento a Lipari ritornarono, dove fu sì grande la festa, che
dire non si potrebbe giammai. Quivi Martuccio la sposò e
grandi e belle nozze fece; e poi appresso con lei insieme in
pace e in riposo lungamente goderono del loro amore.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Pietro Boccamazza si fugge con l'Agnolella; truova
ladroni: la giovane fugge per una selva e è condotta a un
castello, Pietro è preso e delle mani de' ladron fugge e
dopo alcuno accidente capita a quel castello dove
l'Agnolella era; e sposatala con lei se ne torna a Roma.</emph></p></argument>
<p>Niuno ne fu tra tutti che la novella d'Emilia non
commendasse; la quale conoscendo la reina esser finita,
volta a Elissa, che ella continuasse le 'mpose; la quale,
d'ubidire disiderosa, incominciò:</p>
<p>–A me, vezzose donne, si para dinanzi una malvagia notte
da due giovanetti poco discreti avuta; ma per ciò che a essa
seguitarono molti lieti giorni, sì come conforme al nostro
proposito mi piace di raccontarla.</p>
<p>In Roma, la quale come è oggi coda così già fu capo del
mondo, fu un giovane, poco tempo fa, chiamato Pietro
Boccamazza, di famiglia tralle romane assai onorevole, il
quale s'innamorò d'una bellissima e vaga giovane chiamata
Agnolella, figliuola d'uno ch'ebbe nome Gigliuozzo Saullo,
uomo plebeio ma assai caro a' romani. E amandola, tanto
seppe operare, che la giovane cominciò non meno a amar lui
che egli amasse lei. Pietro, da fervente amor costretto e
non parendogli più dover sofferir l'aspra pena che il
disiderio che avea di costei gli dava, la domandò per
moglie; la qual cosa come i suoi parenti seppero, tutti
furono a lui e biasimarogli forte ciò che egli voleva fare;
e d'altra parte fecero dire a Gigliuozzo Saullo che a niun
partito attendesse alle parole di Pietro, per ciò che, se 'l
facesse, mai per amico né per parente l'avrebbero.</p>
<p>Pietro, veggendosi quella via impedita per la qual sola si
credeva potere al suo disio pervenire, volle morir di
dolore; e se Gigliuozzo l'avesse consentito, contro al
piacere di quanti parenti avea per moglie la figliuola
avrebbe presa. Ma pur si mise in cuore, se alla giovane
piacesse, di far che questa cosa avrebbe effetto; e per
interposita persona sentito che a grado l'era, con lei si
convenne di doversi con lui di Roma fuggire. Alla qual cosa
dato ordine, Pietro una mattina per tempissimo levatosi con
lei insieme montò a cavallo, e presero il cammin verso
Alagna, là dove Pietro aveva certi amici de' quali esso
molto si confidava: e così cavalcando, non avendo spazio di
far nozze per ciò che temevano d'esser seguitati, del loro
amore andando insieme ragionando, alcuna volta l'un l'altro
basciava.</p>
<p>Ora avvenne che, non essendo a Pietro troppo noto il
cammino, come forse otto miglia da Roma dilungati furono,
dovendo a man destra tenere si misero per una via a
sinistra; né furono guari più di due miglia cavalcati che
essi si videro vicini a un castelletto del quale, essendo
stati veduti, subitamente uscirono da dodici fanti. E già
essendo loro assai vicini, la giovane gli vide, per che
gridando disse: “Pietro, campiamo, ché noi siamo
assaliti!”, e come seppe, verso una selva grandissima volse
il suo ronzino, e tenendogli gli sproni stretti al corpo,
attenendosi all'arcione. Il ronzino, sentendosi pugnere,
correndo per quella selva ne la portava.</p>
<p>Pietro, che più al viso di lei andava guardando che al
cammino, non essendosi tosto come lei de' fanti che venieno
avveduto, mentre che egli sanza vedergli ancora andava
guardando donde venissero, fu da lor sopragiunto e preso e
fatto del ronzino smontare; e domandato chi egli era, e
avendol detto, costor cominciaron fra loro a aver consiglio
e a dire: “Questi è degli amici de' nemici nostri: che ne
dobbian fare altro se non torgli quei panni e quel ronzino e
impiccarlo per dispetto degli Orsini a una di queste
querce?”</p>
<p>E essendosi tutti a questo consiglio accordati, avevano a
Pietro comandato che si spogliasse; il quale spogliandosi,
già del suo male indovino, avvenne che un guato di ben
venticinque fanti subitamente uscì adosso a costoro
gridando: “Alla morte, alla morte!” Li quali, soprapresi
da questo, lasciato star Pietro, si volsero alla lor difesa;
ma veggendosi molti meno che gli assalitori, cominciarono a
fuggire, e costoro a seguirgli. La qual cosa Pietro
veggendo, subitamente prese le cose sue e salì sopra il suo
ronzino e cominciò quanto poteva a fuggire per quella via
donde aveva veduto che la giovane era fuggita. Ma non
vedendo per la selva né via né sentiero, né pedata di caval
conoscendovi, poscia che a lui parve esser sicuro e fuor
delle mani di coloro che preso l'aveano e degli altri ancora
da cui quegli erano stati assaliti, non ritrovando la sua
giovane, più doloroso che altro uomo cominciò a piagnere e a
andarla or qua or là per la selva chiamando; ma niuna
persona gli rispondeva, e esso non ardiva a tornare adietro
e andando innanzi non conosceva dove arrivar si dovesse; e
d'altra parte delle fiere che nelle selve sogliono abitare
aveva a un'ora di se stesso paura e della sua giovane, la
qual tuttavia gli pareva vedere o da orso o da lupo
strangolare.</p>
<p>Andò adunque questo Pietro sventurato tutto il giorno per
questa selva gridando e chiamando, a tal ora tornando
indietro che egli si credeva innanzi andare; e già, tra per
lo gridare e per lo piagnere e per la paura e per lo lungo
digiuno, era sì vinto, che più avanti non poteva. E vedendo
la notte sopravenuta, non sappiendo che altro consiglio
pigliarsi, trovata una grandissima quercia, smontato del
ronzino a quella il legò, e appresso, per non esser dalle
fiere divorato la notte, sù vi montò; e poco appresso,
levatasi la luna e 'l tempo essendo chiarissimo, non avendo
Pietro ardire d'adormentarsi per non cadere, come che,
perché pure agio avuto n'avesse, il dolore né i pensieri che
della sua giovane avea non l'avrebber lasciato; per che
egli, sospirando e piagnendo e seco la sua disaventura
maladicendo, vegghiava.</p>
<p>La giovane fuggendo, come davanti dicemmo, non sappiendo
dove andarsi, se non come il suo ronzino stesso dove più gli
pareva la ne portava, si mise tanto fralla selva, che ella
non poteva vedere il luogo donde in quella entrata era: per
che, non altramenti che avesse fatto Pietro, tutto il dì,
ora aspettando e ora andando e piagnendo e chiamando e della
sua sciagura dolendosi, per lo salvatico luogo s'andò
avvolgendo. Alla fine, veggendo che Pietro non venia,
essendo già vespro s'abbatté a un sentieruolo, per lo qual
messasi e seguitandolo il ronzino, poi che più di due miglia
fu cavalcata, di lontano si vide davanti una casetta, alla
quale essa come più tosto poté se n'andò; e quivi trovò un
buono uomo attempato molto con una sua moglie che similmente
era vecchia.</p>
<p>Li quali, quando la videro sola, dissero: “O figliuola,
che vai tu a quest'ora così sola faccendo per questa
contrada?”</p>
<p>La giovane piagnendo rispose che aveva la sua compagnia
nella selva smarrita e domandò come presso fosse Alagna; a
cui il buono uomo rispose: “Figliuola mia, questa non è la
via d'andare a Alagna; egli ci ha delle miglia più di
dodici.”</p>
<p>Disse allora la giovane: “E come ci sono abitanze presso
da potere albergare?”</p>
<p>A cui il buono uomo rispose: “Non ci sono in luogo niun sì
presso, che tu di giorno vi potessi andare.”</p>
<p>Disse la giovane allora: “Piacerebbevi egli, poi che
altrove andar non posso, di qui ritenermi per l'amor di Dio
stanotte?”</p>
<p>Il buono uomo rispose: “Giovane, che tu con noi ti rimanga
per questa sera n'è caro; ma tuttavia ti vogliam ricordare
che per queste contrade e di dì e di notte e d'amici e di
nemici vanno di male brigate assai, le quali molte volte ne
fanno di gran dispiaceri e di gran danni; e se per
isciagura, essendoci tu, ce ne venisse alcuna, e',
veggendoti bella e giovane come tu se', e' ti farebbono
dispiacere e vergogna, e noi non te ne potremmo aiutare.
Vogliantelo aver detto, acciò che tu poi, se questo
avvenisse, non ti possi di noi ramaricare.”</p>
<p>La giovane, veggendo che l'ora era tarda, ancora che le
parole del vecchio la spaventassero, disse: “Se a Dio
piacerà, Egli ci guarderà e voi e me di questa noia; la
quale se pur m'avenisse, è molto men male esser dagli uomini
straziata che sbranata per li boschi dalle fiere.”</p>
<p>E così detto, discesa del suo ronzino, se n'entrò nella
casa del povero uomo e quivi con essoloro di quello che
avevano poveramente cenò, e appresso tutta vestita in su un
lor letticello con loro insieme a giacer si gittò: né in
tutta la notte di sospirar né di piagnere la sua sventura e
quella di Pietro, del quale non sapea che si dovesse sperare
altro che male, non rifinò.</p>
<p>E essendo già vicino al matutino, ella sentì un gran
calpestio di gente andare: per la qual cosa levatasi, se
n'andò in una gran corte, che la piccola casetta di dietro a
sé avea, e vedendo dall'una delle parti di quella molto
fieno, in quello s'andò a nascondere, acciò che, se quella
gente quivi venisse, non fosse così tosto trovata. E appena
di nasconder compiuta s'era, che coloro, che una gran
brigata di malvagi uomini era, furono alla porta della
piccola casa; e fattosi aprire e dentro entrati e trovato il
ronzin della giovane ancora con tutta la sella, domandaron
chi vi fosse.</p>
<p>Il buono uomo, non vedendo la giovane, rispose: “Niuna
persona ci è altri che noi: ma questo ronzino, a cui che
fuggito si sia, ci capitò iersera, e noi cel mettemmo in
casa acciò che i lupi nol manicassero.”</p>
<p>“Adunque” disse il maggiore della brigata “sarà egli
buon per noi, poi che altro signore non ha.”</p>
<p>Sparti adunque costor tutti per la piccola casa, parte
n'andò nella corte: e poste giù lor lance e lor tavolacci,
avvenne che uno di loro, non sappiendo altro che farsi,
gittò la sua lancia nel fieno e assai vicin fu a uccidere la
nascosa giovane e ella a palesarsi, per ciò che la lancia le
venne allato alla sinistra poppa, tanto che col ferro le
stracciò de' vestimenti, laonde ella fu per mettere un
grande strido temendo d'esser fedita; ma ricordandosi là
dove era, tutta riscossasi, stette cheta.</p>
<p>La brigata, chi qua e chi là, cotti lor cavretti e loro
altra carne e mangiato e bevuto, s'andaron pe' fatti loro e
menaronsene il ronzin della giovane. E essendo già dilungati
alquanto, il buono uomo cominciò a domandar la moglie: “Che
fu della nostra giovane che iersera ci capitò, ché io veduta
non la ci ho poi che noi ci levammo?”</p>
<p>La buona femina rispose che non sapea e andonne guatando.</p>
<p>La giovane, sentendo coloro esser partiti, uscì del fieno:
di che il buono uomo forte contento, poi che vide che alle
mani di coloro non era venuta e faccendosi già dì, le disse:
“Omai che il dì ne viene, se ti piace noi t'accompagneremo
infino a un castello che è presso di qui cinque miglia, e
serai in luogo sicuro; ma converratti venire a piè, per ciò
che questa mala gente che ora di qui si parte se n'ha menato
il ronzin tuo.” La giovane, datasi pace di ciò, gli pregò
per Dio che al castello la menassero; per che entrati in via
in su la mezza terza vi giunsero.</p>
<p>Era il castello d'uno degli Orsini, il quale si chiamava
Liello di Campo di Fiore, e per ventura v'era una sua donna,
la qual bonissima e santa donna era; e veggendo la giovane,
prestamente la ricognobbe e con festa la ricevette e
ordinatamente volle sapere come quivi arrivata fosse. La
giovane gliele contò tutto. La donna, che cognoscea
similmente Pietro, sì come amico del marito di lei, dolente
fu del caso avvenuto; e udendo dove stato fosse preso,
s'avisò che morto fosse stato. Disse adunque alla giovane:
“Poi che così è che Pietro tu non sai, tu dimorerai qui
meco infino a tanto che fatto mi verrà di potertene
sicuramente mandare a Roma.”</p>
<p>Pietro, stando sopra la quercia quanto più doloroso esser
potea, vide in sul primo sonno venir ben venti lupi, li
quali tutti, come il ronzin videro, gli furon dintorno. Il
ronzin sentendogli, tirata la testa ruppe le cavezzine e
cominciò a volersi fuggire, ma essendo intorniato e non
potendo gran pezza co' denti e co' calci si difese: alla
fine da loro atterrato e strozzato fu e subitamente
sventrato, e tutti pascendosi, senza altro lasciarvi che
l'ossa, il divorarono e andar via. Di che Pietro, al qual
pareva del ronzino avere una compagnia e un sostegno delle
sue fatiche, forte sbigottì, e imaginossi di non dover mai
di quella selva potere uscire.</p>
<p>E essendo già vicino al dì, morendosi egli sopra la quercia
di freddo, sì come quegli che sempre da torno guardava si
vide innanzi forse un miglio un grandissimo fuoco; per che,
come fatto fu il dì chiaro, non senza paura della quercia
disceso, verso là si dirizzò e tanto andò, che a quello
pervenne; dintorno al quale trovò pastori che mangiavano e
davansi buon tempo, da' quali esso per pietà fu raccolto. E
poi che egli mangiato ebbe e fu riscaldato, contata loro la
sua disaventura e come quivi solo arrivato fosse, gli
domandò se in quelle parti fosse villa o castello dove egli
andar potesse. I pastori dissero che ivi forse a tre miglia
era un castello di Liello di Campo di Fiore, nel quale al
presente era la donna sua; di che Pietro contentissimo gli
pregò che alcun di loro infino al castello l'accompagnasse,
il che due di loro fecero volentieri.</p>
<p>Al quale pervenuto Pietro e quivi avendo trovato alcun suo
conoscente, cercando di trovar modo che la giovane fosse per
la selva cercata, fu da parte della donna fatto chiamare; il
quale incontanente andò a lei, e vedendo con lei l'Agnolella
mai pari letizia non fu alla sua. Egli si struggea tutto
d'andarla a abracciare ma per vergogna, la quale avea della
donna, lasciava; e se egli fu lieto assai, la letizia della
giovane vedendolo non fu minore.</p>
<p>La gentil donna, raccoltolo e fattogli festa e avendo da
lui ciò che intervenuto gli era udito, il riprese molto di
ciò che contro al piacer de' parenti suoi far voleva; ma
veggendo che egli era pure a questo disposto e che alla
giovane aggradiva, disse: “In che m'affatico io? Costor
s'amano, costor si conoscono, ciascuno è parimente amico del
mio marito, e il lor desiderio è onesto e credo che egli
piaccia a Dio, poiché l'uno dalle forche ha campato e
l'altro dalla lancia e amenduni dalle fiere salvatiche: e
però facciasi.” E a loro rivolta disse: “Se pure questo
v'è all'animo di voler essere moglie e marito insieme, e a
me: facciasi, e qui le nozze s'ordinino alle spese di
Liello; la pace poi tra voi e' vostri parenti farò io ben
fare.”</p>
<p>Pietro lietissimo, e l'Agnolella più, quivi si sposarono; e
come in montagna si poté, la gentil donna fé loro onorevoli
nozze, e quivi i primi frutti del loro amore dolcissimamente
sentirono.</p>
<p>Poi, ivi a parecchi dì, la donna insieme con loro, montati
a cavallo e bene accompagnati se ne tornarono a Roma: dove,
trovati forte turbati i parenti di Pietro di ciò che fatto
aveva, con loro in buona pace il ritornò; e esso con molto
riposo e piacere con la sua Agnolella infino alla lor
vecchiezza si visse.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Ricciardo Manardi è trovato da messer Lizio da Valbona con
la figliuola, la quale egli sposa e col padre di lei rimane
in buona pace.</emph></p></argument>
<p>Tacendosi Elissa, le lode ascoltando dalle sue compagne
date alla sua novella, impose la reina a Filostrato che
alcuna ne dicesse egli; il quale ridendo incominciò:</p>
<p>–Io sono stato da tante di voi tante volte morso perché io
materia da crudeli ragionamenti e da farvi piagner v'imposi,
che a me pare, a volere alquanto questa noia ristorare,
esser tenuto di dover dire alcuna cosa per la quale io
alquanto vi faccia ridere; e per ciò uno amore, non da altra
noia che di sospiri e d'una brieve paura con vergogna
mescolata a lieto fin pervenuto, in una novelletta assai
piccola intendo di raccontarvi.</p>
<p>Non è adunque, valorose donne, gran tempo passato che in
Romagna fu un cavaliere assai da bene e costumato, il quale
fu chiamato messer Lizio di Valbona, a cui per ventura
vicino alla sua vecchiezza una figliuola nacque d'una sua
donna chiamata madonna Giacomina. La quale oltre a ogni
altra della contrada crescendo divenne bella e piacevole; e
per ciò che sola era al padre e alla madre rimasa,
sommamente da loro era amata e avuta cara e con maravigliosa
diligenza guardata, aspettando essi di far di lei alcun gran
parentado. Ora usava molto nella casa di messer Lizio, e
molto con lui si riteneva, un giovane bello e fresco della
persona il quale era de' Manardi da Brettinoro, chiamato
Ricciardo, del quale niuna altra guardia messer Lizio o la
sua donna prendevano che fatto avrebbon d'un lor figliuolo.
Il quale, una volta e altra veggendo la giovane bellissima e
leggiadra e di laudevoli maniere e costumi e già da marito,
di lei fieramente s'innamorò, e con gran diligenza il suo
amore teneva occulto. Del quale avvedutasi la giovane, senza
schifar punto il colpo, lui similmente cominciò a amare, di
che Ricciardo fu forte contento.</p>
<p>E avendo molte volte avuta voglia di doverle alcuna parola
dire e dubitando taciutosi, pure una, preso tempo e ardire,
le disse: “Caterina, io ti priego che tu non mi facci
morire amando.”</p>
<p>La giovane rispose subito: “Volesse Idio che tu non
facessi più morir me!”</p>
<p>Questa risposta molto di piacere e d'ardire aggiunse a
Ricciardo, e dissele: “Per me non starà mai cosa che a
grado ti sia, ma a te sta il trovar modo allo scampo della
tua vita e della mia.”</p>
<p>La giovane allora disse: “Ricciardo, tu vedi quanto io sia
guardata, e per ciò da me non so veder come tu a me ti possi
venire: ma se tu sai veder cosa che io possa senza mia
vergogna fare, dillami, e io la farò.”</p>
<p>Ricciardo, avendo più cose pensate, subitamente disse:
“Caterina mia dolce, io non so alcuna via vedere, se tu già
non dormissi o potessi venire in sul verone che è presso al
giardino di tuo padre; dove se io sapessi che tu di notte
fossi, senza fallo io m'ingegnerei di venirvi quantunque
molto alto sia.”</p>
<p>A cui la Caterina rispose: “Se quivi ti dà il cuor di
venire, io mi credo ben far sì che fatto mi verrà di
dormirvi.”</p>
<p>Ricciardo disse di sì; e questo detto una volta sola si
basciarono alla sfuggita e andar via.</p>
<p>Il dì seguente, essendo già vicino alla fine di maggio, la
giovane cominciò davanti alla madre a ramaricarsi che la
passata notte per lo soperchio caldo non aveva potuto
dormire.</p>
<p>Disse la madre: “O figliuola mia, che caldo fa egli? Anzi
non fu egli caldo veruno.”</p>
<p>A cui la Caterina disse: “Madre mia, voi dovreste dire ‘a
mio parere’, e forse vi direste il vero; ma voi dovreste
pensare quanto sieno più calde le fanciulle che le donne
attempate.”</p>
<p>La donna disse allora: “Figliuola mia, così è il vero; ma
io non posso fare caldo e freddo a mia posta, come tu forse
vorresti.I tempi si convegnon pur sofferir fatti come le
stagioni gli danno; forse quest'altra notte sarà più fresco,
e dormirai meglio.”</p>
<p>“Ora Idio il voglia, “ disse la Caterina “ma non suole
essere usanza che andando verso la state le notti si vadano
rinfrescando.”</p>
<p>“Dunque, “ disse la donna “che vuoi tu che si faccia?”</p>
<p>Rispose la Caterina: “Quando a mio padre e a voi piacesse,
io farei volentier fare un letticello in sul verone che è
allato alla sua camera e sopra il suo giardino e quivi mi
dormirei: e udendo cantar l'usignuolo e avendo il luogo più
fresco, molto meglio starei che nella vostra camera non
fo.”</p>
<p>La madre allora disse: “Figliuola, confortati: io il dirò
a tuo padre, e come egli vorrà così faremo.”</p>
<p>Le quali cose udendo messer Lizio dalla sua donna, per ciò
che vecchio era e da questo forse un poco ritrosetto, disse:
“Che rusignuolo è questo a che ella vuol dormire? Io la
farò ancora adormentare al canto delle cicale.”</p>
<p>Il che la Caterina sappiendo, più per isdegno che per caldo
non solamente la seguente notte non dormì ma ella non lasciò
dormir la madre, pur del gran caldo dolendosi; il che avendo
la madre sentito, fu la mattina a messer Lizio e gli disse:
“Messere, voi avete poco cara questa giovane: che vi fa
egli perché ella sopra quel veron si dorma? Ella non ha in
tutta notte trovato luogo di caldo; e oltre a ciò
maravigliatevi voi perché egli le sia in piacere l'udir
cantar l'usignuolo, che è una fanciullina? I giovani son
vaghi delle cose simiglianti a loro.”</p>
<p>Messer Lizio udendo questo disse: “Via, faccialevisi un
letto tale quale egli vi cape e fallo fasciar da torno
d'alcuna sargia: e dormavi e oda cantar l'usignuolo a suo
senno.”</p>
<p>La giovane, saputo questo, prestamente vi fece fare un
letto; e dovendovi la sera vegnente dormire, tanto attese
che ella vide Ricciardo e fecegli un segno posto tra loro,
per lo quale egli intese ciò che far si dovea. Messer Lizio,
sentendo la giovane essersi andata a letto, serrato uno
uscio che della sua camera andava sopra 'l verone,
similmente s'andò a dormire. Ricciardo, come d'ogni parte
sentì le cose chete, con l'aiuto d'una scala salì sopra un
muro, e poi di 'n su quel muro appiccandosi a certe morse
d'un altro muro, con gran fatica e pericolo se caduto fosse,
pervenne in sul verone, dove chetamente con grandissima
festa dalla giovane fu ricevuto; e dopo molti basci si
coricarono insieme e quasi per tutta la notte diletto e
piacer presono l'un dell'altro, molte volte faccendo cantar
l'usignuolo. E essendo le notti piccole e il diletto grande
e già al giorno vicino, il che essi non credevano, e sì
ancora riscaldati sì dal tempo e sì dallo scherzare, senza
alcuna cosa adosso s'adormentarono, avendo la Caterina col
destro braccio abracciato sotto il collo Ricciardo e con la
sinistra mano presolo per quella cosa che voi tra gli uomini
più vi vergognate di nominare.</p>
<p>E in cotal guisa dormendo, senza svegliarsi sopravenne il
giorno, e messer Lizio si levò; e ricordandosi la figliuola
dormire sopra 'l verone, chetamente l'uscio aprendo disse:
“Lasciami vedere come l'usignuolo ha fatto questa notte
dormire la Caterina.” E andato oltre pianamente levò alto
la sargia della quale il letto era fasciato, e Ricciardo e
lei vide ignudi e iscoperti dormire abbracciati nella guisa
di sopra mostrata; e avendo ben conosciuto Ricciardo, di
quindi s'uscì e andonne alla camera della sua donna e
chiamolla, dicendo: “Sù tosto, donna, lievati e vieni a
vedere che tua figliuola è stata sì vaga dell'usignuolo, che
ella l'ha preso e tienlosi in mano.”</p>
<p>Disse la donna: “Come può questo essere?”</p>
<p>Disse messer Lizio: “Tu il vedrai se tu vien tosto.”</p>
<p>La donna, affrettatasi di vestire, chetamente seguitò
messer Lizio; e giunti amenduni al letto e levata la sargia,
poté manifestamente vedere madonna Giacomina come la
figliuola avesse preso e tenesse l'usignuolo il quale ella
tanto disiderava d'udir cantare.</p>
<p>Di che la donna, tenendosi forte di Ricciardo ingannata,
volle gridare e dirgli villania: ma messer Lizio le disse:
“Donna, guarda che per quanto tu hai caro il mio amore tu
non facci motto, ché in verità, poscia che ella l'ha preso,
egli sì sarà suo. Ricciardo è gentile uomo e ricco giovane;
noi non possiamo aver di lui altro che buon parentado: se
egli si vorrà a buon concio da me partire, e' gli converrà
che primieramente la sposi, sì che egli si troverà aver
messo l'usignuolo nella gabbia sua e non nell'altrui.” Di
che la donna racconsolata, veggendo il marito non esser
turbato di questo fatto e considerando che la figliuola
aveva avuta la buona notte e erasi ben riposata e aveva
l'usignuol preso, si tacque.</p>
<p>Né guari dopo queste parole stettero, che Ricciardo si
svegliò; e veggendo che il giorno era chiaro si tenne morto
e chiamò la Caterina dicendo: “Oimè, anima mia, come
faremo, che il giorno è venuto e hammi qui colto?”</p>
<p>Alle quali parole messer Lizio, venuto oltre e levata la
sargia, rispose: “Faren bene.”</p>
<p>Quando Ricciardo il vide, parve che gli fosse il cuore del
corpo strappato; e levatosi a sedere in su il letto disse:
“Signor mio, io vi cheggio mercé per Dio. Io conosco, sì
come disleale e malvagio uomo, aver meritata morte, e per
ciò fate di me quello che più vi piace: ben vi priego io, se
esser può, che voi abbiate della mia vita mercé e che io non
muoia.”</p>
<p>A cui messer Lizio disse: “Ricciardo, questo non meritò
l'amore il quale io ti portava e la fede la quale io aveva
in te; ma pur, poi che così è e a tanto fallo t'ha
trasportato la giovanezza, acciò che tu tolga a te la morte
e a me la vergogna, sposa per tua legittima moglie la
Caterina, acciò che, come ella è stata questa notte tua,
così sia mentre ella viverà. E in questa guisa puoi e la mia
pace e la tua salvezza acquistare: e ove tu non vogli così
fare, raccomanda a Dio l'anima tua.”</p>
<p>Mentre queste parole si dicevano la Caterina lasciò
l'usignuolo, e ricopertasi cominciò fortemente a piagnere e
a pregare il padre che a Ricciardo perdonasse; e d'altra
parte pregava Ricciardo che quel facesse che messer Lizio
volea, acciò che con sicurtà e lungo tempo potessono insieme
di così fatte notti avere. Ma a ciò non furono troppi
prieghi bisogno: per ciò che d'una parte la vergogna del
fallo commesso e la voglia dello emendare e d'altra la paura
del morire e il disidero dello scampare, e oltre a questo
l'ardente amore e l'appetito del possedere la cosa amata,
liberamente e senza alcuno indugio gli fecer dire sé essere
apparecchiato a far ciò che a messer Lizio piaceva.</p>
<p>Per che, messer Lizio fattosi prestare a madonna Giacomina
uno de' suoi anelli, quivi, senza mutarsi, in presenzia di
loro Ricciardo per sua moglie sposò la Caterina. La qual
cosa fatta, messer Lizio e la donna partendosi dissono:
“Riposatevi oramai, ché forse maggior bisogno n'avete che
di levarvi.”</p>
<p>Partiti costoro, i giovani si rabracciarono insieme, e non
essendo più che sei miglia camminati la notte, altre due
anzi che si levassero ne camminarono e fecer fine alla prima
giornata. Poi levati e Ricciardo avuto più ordinato
ragionamento con messer Lizio, pochi dì appresso, sì come si
conveniva, in presenza degli amici e de' parenti da capo
sposo la giovane e con gran festa se ne la menò a casa e
fece onorevoli e belle nozze; e poi con lei lungamente in
pace e in consolazione uccellò agli usignuoli e di dì e di
notte quanto gli piacque.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Guidotto da Cremona lascia a Giacomin da Pavia una
fanciulla e muorsi; la qual Giannol di Severino e Minghino
di Mingole amano in Faenza: azzufansi insieme; riconoscesi
la fanciulla esser sirocchia di Giannole e dassi per moglie
a Minghino.</emph></p></argument>
<p>Aveva ciascuna donna, la novella dell'usignuolo ascoltando,
tanto riso, che ancora, quantunque Filostrato ristato fosse
di novellare, non per ciò esse di ridere si potevan tenere.
Ma pur, poi che alquanto ebbero riso, la reina disse:–
Sicuramente, se tu ieri ci affligesti, tu ci hai oggi tanto
dileticate, che niuna meritamente di te si dee ramaricare.–
E avendo a Neifile le parole rivolte, le 'mpose che
novellasse; la quale lietamente così cominciò a parlare:</p>
<p>–Poi che Filostrato ragionando in Romagna è intrato, a me
per quella similmente gioverà d'andare alquanto spaziandomi
col mio novellare.</p>
<p>Dico adunque che già nella città di Fano due lombardi
abitarono, de' quali l'un fu chiamato Guidotto da Cremona e
l'altro Giacomin da Pavia, uomini omai attempati e stati
nella lor gioventudine quasi sempre in fatti d'arme e
soldati. Dove, venendo a morte Guidotto e niun figliuolo
avendo né altro amico o parente di cui più si fidasse che di
Giacomin facea, una sua fanciulla d'età forse di diece anni
e ciò che egli al mondo avea, molto de' suoi fatti
ragionatogli, gli lasciò e morissi.</p>
<p>Avvenne in questi tempi che la città di Faenza, lungamente
in guerra e in mala ventura stata, alquanto in miglior
disposizion ritornò, e fu a ciascun che ritornar vi volesse
liberamente conceduto il potervi tornare; per la qual cosa
Giacomino, che altra volta dimorato v'era e piacendogli la
stanza, là con ogni sua cosa si tornò, e seco ne menò la
fanciulla lasciatagli da Guidotto, la quale egli come
propria figliuola amava e trattava.</p>
<p>La quale crescendo divenne bellissima giovane quanto alcuna
altra che allora fosse nella città; e così come era bella,
era costumata e onesta: per la qual cosa da diversi fu
cominciata a vagheggiare, ma sopra tutti due giovani assai
leggiadri e da bene igualmente le posero grandissimo amore,
in tanto che per gelosia insieme s'incominciarono a avere in
odio fuor di modo: e chiamavasi l'uno Giannole di Severino e
l'altro Minghino di Mingole. Né era alcun di loro, essendo
ella d'età di quindici anni, che volentier non l'avesse per
moglie presa se da' suoi parenti fosse stato sofferto: per
che, veggendolasi per onesta cagion vietare, ciascuno a
doverla, in quella guisa che meglio potesse, avere si diede
a procacciare.</p>
<p>Aveva Giacomino in casa una fante attempata e un fante che
Crivello aveva nome, persona sollazzevole e amichevole
assai: col quale Giannole dimesticatosi molto, quando tempo
gli parve, ogni suo amor discoperse pregandolo che a dovere
il suo disidero ottenere gli fosse favorevole, gran cose se
ciò facesse promettendogli. Al quale Crivello disse: “Vedi,
in questo io non potrei per te altro adoperare se non che,
quando Giacomino andasse in alcuna parte a cenare, metterti
là dove ella fosse, per ciò che, volendole io dir parole per
te, ella non mi starebbe mai a ascoltare. Questo, s'el ti
piace, io il ti prometto e farollo; fa tu poi, se tu sai,
quello che tu creda che bene stea.”</p>
<p>Giannole disse che più non volea e in questa concordia
rimase.</p>
<p>Minghino d'altra parte aveva dimesticata la fante e con lei
tanto adoperato, che ella avea più volte ambasciate portate
alla fanciulla e quasi del suo amor l'aveva accesa; e oltre
a questo gli aveva promesso di metterlo con lei come
avvenisse che Giacomino per alcuna cagione da sera fuori di
casa andasse.</p>
<p>Avvenne adunque, non molto tempo appresso queste parole,
che, opera di Crivello, Giacomino andò con un suo amico a
cenare; e fattolo sentire a Giannole, compose con lui che,
quando un certo cenno facesse, egli venisse e troverebbe
l'uscio aperto. La fante d'altra parte, niente di questo
sappiendo, fece sentire a Minghino che Giacomino non vi
cenava, e gli disse che presso della casa dimorasse, sì che
quando vedesse un segno ch'ella farebbe, egli venisse e
entrassesene dentro. Venuta la sera, non sappiendo i due
amanti alcuna cosa l'un dell'altro, ciascun sospettando
dell'altro, con certi compagni armati a dovere entrare in
tenuta andò: Minghino co' suoi a dovere il segno aspettar si
ripose in casa d'un suo amico vicin della giovane, Giannole
co' suoi alquanto dalla casa stette lontano.</p>
<p>Crivello e la fante, non essendovi Giacomino, s'ingegnavano
di mandare l'un l'altro via. Crivello diceva alla fante:
“Come non ti vai tu a dormire oramai? che ti vai tu pure
avviluppando per casa?”</p>
<p>E la fante diceva a lui: “Ma tu perché non vai per
signorto? che aspetti tu oramai qui, poi hai cenato?”</p>
<p>E così l'uno non poteva l'altro far mutar di luogo.</p>
<p>Ma Crivello, conoscendo l'ora posta con Giannole esser
venuta, disse seco: “Che curo io di costei? Se ella non
starà cheta, ella potrà aver delle sue”; e fatto il segno
posto andò a aprir l'uscio, e Giannole prestamente venuto
con due de' compagni andò dentro, e trovata la giovane nella
sala la presono per menarla via. La giovane cominciò a
resistere e a gridar forte, e la fante similmente; il che
sentendo Minghino prestamente co' suoi compagni là corse, e
veggendo la giovane già fuor dell'uscio tirare, tratte le
spade fuori, gridaron tutti: “Ahi traditori, voi siete
morti; la cosa non andrà così: che forza è questa?”; e
questo detto gl'incominciarono a ferire.</p>
<p>E d'altra parte la vicinanza uscita fuori al romore e co'
lumi e con arme, cominciarono questa cosa a biasimare e a
aiutar Minghino; per che, dopo lunga contesa, Minghino tolse
la giovane a Giannole e rimisela in casa di Giacomino. Né
prima si partì la mischia, che i sergenti del capitan della
terra vi sopragiunsero e molti di costor presero: e tra gli
altri furon presi Minghino e Giannole e Crivello, e in
prigione menatine. Ma poi racquietata la cosa e Giacomino
essendo tornato e di questo accidente molto malinconoso,
essaminando come stato fosse e trovato che in niuna cosa la
giovane aveva colpa, alquanto si diè più pace, proponendo
seco, acciò che più simil caso non avvenisse, di doverla
come più tosto potesse maritare.</p>
<p>La mattina venuta, i parenti dell'una parte e dell'altra,
avendo la verità del fatto sentita e conoscendo il male che
a' presi giovani ne poteva seguire volendo Giacomino quello
adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto, furono a lui e
con dolci parole il pregarono che alla ingiuria ricevuta dal
poco senno de' giovani non guardasse tanto, quanto all'amore
e alla benivolenza la qual credevano che egli a loro che il
pregavano portasse, offerendo appresso se medesimi e i
giovani che il male avevan fatto a ogni ammenda che a lui
piacesse di prendere.</p>
<p>Giacomino, il quale de' suoi dì assai cose vedute avea e
era di buon sentimento, rispose brievemente: “Signori, se
io fossi a casa mia come io sono alla vostra, mi tengo io sì
vostro amico, che né di questo né d'altro io non farei se
non quanto vi piacesse; e oltre a questo più mi debbo a'
vostri piaceri piegare in quanto voi a voi medisimi avete
offeso, per ciò che questa giovane, forse come molti
stimano, non è da Cremona né da Pavia, anzi è faentina, come
che io né ella né colui da cui io l'ebbi non sapessimo mai
di cui si fosse figliuola: per che di quello che pregate
tanto sarà per me fatto quanto me ne imporrete.”</p>
<p>I valenti uomini, udendo costei essere di Faenza, si
maravigliarono; e rendute grazie a Giacomino della sua
liberale risposta, il pregarono che gli piacesse di dover
loro dire come costei alle mani venuta gli fosse e come
sapesse lei essere faentina; a' quali Giacomin disse:
“Guidotto da Cremona fu mio compagno e amico; e venendo a
morte mi disse che quando questa città da Federigo
imperadore fu presa, andatoci a ruba ogni cosa, egli entrò
co' suoi compagni in una casa e quella trovò di roba piena
esser dagli abitanti abandonata, fuor solamente da questa
fanciulla, la qual, d'età di due anni o in quel torno, lui
sagliente su per le scale chiamò padre. Per la qual cosa a
lui venuta di lei compassione, insieme con tutte le cose
della casa seco ne la portò a Fano: e quivi morendo, con ciò
che egli avea costei mi lasciò, imponendomi che quando tempo
fosse io la maritassi e quello che stato fosse suo le dessi
in dota. E venuta nella età da marito, non m'è venuto fatto
di poterla dare a persona che mi piaccia: fare'l volentieri
anzi che altro caso simile a quel d'iersera me ne
avvenisse.”</p>
<p>Era quivi intra gli altri un Guiglielmino da Medicina, che
con Guidotto era stato a questo fatto e molto ben sapeva la
cui casa stata fosse quella che Guidotto avea rubata; e
vedendolo ivi tra gli altri, gli s'accostò e disse:
“Bernabuccio, odi tu ciò che Giacomin dice?”</p>
<p>Disse Bernabuccio: “Sì, e testé vi pensava più, per ciò
che io mi ricordo che in quegli rimescolamenti io perdei una
figlioletta di quella età che Giacomin dice.”</p>
<p>A cui Guiglielmin disse: “Per certo questa è dessa, per
ciò che io mi trovai già in parte ove io udii a Guidotto
divisare dove la ruberia avesse fatta e conobbi che la tua
casa era stata; e per ciò ramemorati se a alcun segnale
riconoscerla credessi e fanne cercare, ché tu troverai
fermamente che ella è tua figliuola.”</p>
<p>Per che pensando Bernabuccio si ricordò lei dovere avere
una margine a guisa d'una crocetta sovra l'orecchia
sinistra, stata d'una nascenza che fatta gli avea poco
davanti a quello accidente tagliare: per che, senza alcuno
indugio pigliare, accostatosi a Giacomino che ancora era
quivi, il pregò che in casa sua il menasse e veder gli
facesse questa giovane. Giacomino il vi menò volentieri e
lei fece venire dinanzi da lui. La quale come Bernabuccio
vide, così tutto il viso della madre di lei, che ancora
bella donna era, gli parve vedere; ma pur, non stando a
questo, disse a Giacomino che di grazia voleva da lui
poterle un poco levare i capelli sopra la sinistra orecchia,
di che Giacomino fu contento. Bernabuccio, accostatosi a lei
che vergognosamente stava, levati con la man dritta i
capelli, la croce vide; laonde veramente conoscendo lei
essere la sua figliuola teneramente cominciò a piagnere e a
abbracciarla, come che ella si contendesse.</p>
<p>E volto a Giacomin disse: “Fratel mio, questa è mia
figliuola; la mia casa fu quella che fu da Guidotto rubata,
e costei nel furor subito vi fu dentro dalla mia donna e sua
madre dimenticata, e infino a qui creduto abbiamo che costei
nella casa, che mi fu quel dì stesso arsa, ardesse.”</p>
<p>La giovane, udendo questo e vedendo l'uomo attempato e
dando alle parole fede e da occulta vertù mossa, sostenendo
li suoi abbracciamenti, con lui teneramente cominciò a
piagnere. Bernabuccio di presente mandò per la madre di lei
e per altre sue parenti e per le sorelle e per li fratelli
di lei; e a tutti mostratala e narrando il fatto, dopo mille
abbracciamenti, fatta la festa grande, essendone Giacomino
forte contento, seco a casa sua ne la menò.</p>
<p>Saputo questo il capitano della città, che valoroso uomo
era, e conoscendo che Giannole, cui preso tenea, figliuolo
era di Bernabuccio e fratel carnal di costei, avvisò di
volersi del fallo commesso da lui mansuetamente passare: e
intromessosi in queste cose, con Bernabuccio e con Giacomino
insieme a Giannole e a Minghino fece far pace; e a Minghino
con gran piacer di tutti i suoi parenti diede per moglie la
giovane, il cui nome era Agnesa, e con loro insieme liberò
Crivello e gli altri che impacciati v'erano per questa
cagione.</p>
<p>E Minghino appresso lietissimo fece le nozze belle e
grandi, e a casa menatalasi, con lei in pace e in bene
poscia più anni visse.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Gian di Procida, trovato con una giovane amata da lui e
stata data al re Federigo, per dovere essere arso con lei è
legato a un palo; riconosciuto da Ruggier de Loria, campa e
divien marito di lei.</emph></p></argument>
<p>Finita la novella di Neifile, assai alle donne piaciuta,
comandò la reina a Pampinea che a doverne alcuna dire si
disponesse; la qual prestamente, levato il chiaro viso,
incominciò:</p>
<p>–Grandissime forze, piacevoli donne, son quelle d'amore, e
a gran fatiche e a istrabocchevoli e non pensati pericoli
gli amanti dispongono, come per assai cose raccontate e oggi
e altre volte comprender si può; ma nondimeno ancora con
l'ardire d'un giovane innamorato m'agrada di dimostrarlo.</p>
<p>Ischia è una isola assai vicina di Napoli, nella quale fu
già tra l'altre una giovinetta bella e lieta molto, il cui
nome fu Restituta, e figliuola d'un gentile uom dell'isola,
che Marin Bolgaro avea nome; la quale un giovanetto, che
d'una isoletta a Ischia vicina, chiamata Procida, era e
nominato Gianni, amava sopra la vita sua e ella lui. Il
quale, non che il giorno da Procida a usare a Ischia per
vederla venisse, ma già molte volte di notte, non avendo
trovata barca, da Procida infino a Ischia notando era andato
per poter vedere, se altro non potesse, almeno le mura della
sua casa.</p>
<p>E durante questo amore così fervente avvenne che, essendo
la giovane un giorno di state tutta soletta alla marina di
scoglio in iscoglio andando marine conche con un coltellino
dalle pietre spiccando, s'avenne in un luogo fra gli scogli
riposto; sì per l'ombra e sì per lo destro d'una fontana
d'acqua freddissima che v'era, s'erano certi giovani
ciciliani, che da Napoli venivano, con una lor fregata
raccolti. Li quali, avendo la giovane veduta bellissima e
che ancora lor non vedea e vedendola sola, fra sé
diliberarono di doverla pigliare e portarla via: e alla
diliberazione seguitò l'effetto. Essi, quantunque ella
gridasse molto, presala, sopra la barca la misero e andar
via: e in Calavria pervenuti, furono a ragionamento di cui
la giovane dovesse essere e in brieve ciaschedun la volea;
per che, non trovandosi concordia fra loro, temendo essi di
non venire a peggio e per costei guastare i fatti loro,
vennero a concordia di doverla donare a Federigo re di
Cicilia, il quale era allora giovane e di così fatte cose si
dilettava; e a Palermo venuti, così fecero.</p>
<p>Il re, veggendola bella, l'ebbe cara; ma per ciò che
cagionevole era alquanto della persona, infino a tanto che
più forte fosse, comandò che ella fosse messa in certe case
bellissime d'un suo giardino, il quale chiamava la Cuba, e
quivi servita; e così fu fatto.</p>
<p>Il romore della rapita giovane fu in Ischia grande, e
quello che più lor gravava era che essi non potevan sapere
chi si fossero stati coloro che rapita l'avevano. Ma Gianni,
al quale più che a alcuno altro ne calea, non aspettando di
doverlo in Ischia sentire, sappiendo verso che parte n'era
la fregata andata, fattane armare una sù vi montò, e quanto
più tosto poté, discorsa tutta la marina dalla Minerva
infino alla Scalea in Calavria e per tutto della giovane
investigando, nella Scalea gli fu detto lei essere da
marinari ciciliani portata via a Palermo. Là dove Gianni
quanto più tosto poté si fece portare, e quivi, dopo molto
cercare, trovato che la giovane era stata donata al re e per
lui era nella Cuba guardata, fu forte turbato e quasi ogni
speranza perdé non che di doverla mai riavere ma pur vedere.</p>
<p>Ma pur, da amor ritenuto, mandatane la fregata, veggendo
che da niun conosciuto v'era, si stette; e sovente dalla
Cuba passando, gliele venne per ventura veduta un dì a una
finestra, e ella vide lui; di che ciascun fu contento assai.
E veggendo Gianni che il luogo era solingo, accostatosi come
poté, le parlò, e da lei informato della maniera che a
tenere avesse se più dappresso le volesse parlar, si partì,
avendo prima per tutto considerata la disposizione del
luogo: e aspettata la notte e di quella lasciata andar buona
parte, là se ne tornò e aggrappatosi per parti che non vi si
sarebbono appiccati i picchi nel giardin se n'entrò, e in
quello trovata una antennetta, alla finestra dalla giovane
insegnatagli l'appoggiò e per quella assai leggiermente se
ne saglì.</p>
<p>La giovane, parendole il suo onore avere omai perduto, per
la guardia del quale ella gli era alquanto nel passato stata
salvatichetta, pensando a niuna persona più degnamente che a
costui potersi donare e avvisando di poterlo inducere a
portarla via, seco aveva preso di compiacergli in ogni suo
disidero e per ciò aveva la finestra lasciata aperta, acciò
che egli prestamente dentro potesse passare. Trovatala
adunque Gianni aperta, chetamente se n'entrò dentro e alla
giovane, che non dormiva, allato si coricò. La quale, prima
che a altro venissero, tutta la sua intenzion gli aperse,
sommamente del trarla quindi e via portarnela pregandolo;
alla qual Gianni disse niuna cosa quanto questa piacergli, e
che senza alcun fallo, come da lei si partisse, in sì fatta
maniera in ordine il metterebbe, che la prima volta ch'el vi
tornasse via la ne menerebbe. E appresso questo, con
grandissimo piacere abbracciatisi, quello diletto presero
oltre al quale niun maggior ne puote amor prestare: e poi
che quello ebbero più volte reiterato, senza accorgersene
nelle braccia l'un dell'altro s'adormentarono.</p>
<p>Il re, al quale costei era molto nel primo aspetto
piaciuta, di lei ricordandosi, sentendosi bene della
persona, ancora che fosse al dì vicino diliberò d'andare a
starsi alquanto con lei; e con alcuno de' suoi servidori
chetamente se n'andò alla Cuba, e nelle case entrato, fatto
pianamente aprir la camera nella quale sapeva che dormiva la
giovane, in quella con un gran doppiere acceso innanzi se
n'entrò: e sopra il letto guardando, lei insieme con Gianni
ignudi e abbracciati vide dormire. Di che egli di subito si
turbò fieramente e in tanta ira montò, senza dire alcuna
cosa, che a poco si tenne che quivi con un coltello che
allato avea amenduni non gli uccise. Poi, estimando
vilissima cosa essere a qualunque uom si fosse, non che a un
re, due ignudi uccidere dormendo, si ritenne e pensò di
volergli in publico e di fuoco far morire; e volto a un sol
compagno che seco aveva disse: “Che ti par di questa rea
femina in cui io già la mia speranza avea posta?” e
appresso il domandò se il giovane conoscesse che tanto
d'ardire aveva avuto, che venuto gli era in casa a far tanto
d'oltraggio e di dispiacere.</p>
<p>Quegli che domandato era rispose non ricordarsi d'averlo
mai veduto.</p>
<p>Partissi adunque il re turbato della camera e comandò che i
due amanti, così ignudi come erano, fosser presi e legati e,
come giorno chiaro fosse, fossero menati a Palermo e in su
la piazza legati a un palo con le reni l'uno all'altro volte
e infino a ora di terza tenuti, acciò che da tutti potessero
esser veduti: in appresso fossero arsi sì come avea
meritato. E così detto se ne tornò in Palermo nella sua
camera assai cruccioso.</p>
<p>Partito il re, subitamente furon molti sopra i due amanti e
loro non solamente svegliarono ma prestamente senza alcuna
pietà presero e legarono; il che veggendo i due giovani, se
essi furon dolenti e temettero della lor vita o piansero e
ramaricaronsi assai può essere manifesto. Essi furono,
secondo il comandamento del re, menati in Palermo e legati a
un palo nella piazza, e davanti agli occhi loro fu la stipa
e 'l fuoco apparecchiata per dovergli ardere all'ora
comandata dal re.</p>
<p>Quivi subitamente tutti i palermitani, e uomini e donne,
concorsero a vedere i due amanti: gli uomini tutti a
riguardar la giovane si traevano e così come lei bella esser
per tutto e ben fatta lodavano, così le donne, che a
riguardare il giovane tutte correvano, lui d'altra parte
esser bello e ben fatto sommamente commendavano. Ma gli
sventurati amanti, amenduni vergognandosi forte, stavano con
le teste basse e il loro infortunio piagnevano, d'ora in ora
la crudel morte del fuoco aspettando. E mentre così infino
all'ora diterminata eran tenuti, gridandosi per tutto il
fallo da lor commesso e pervenendo agli orecchi di Ruggier
de Loria, uomo di valore inestimabile e allora ammiraglio
del re, per vedergli se n'andò verso il luogo dove erano
legati. E quivi venuto, prima riguardò la giovane e
commendolla assai di bellezza, e appresso venuto il giovane
a riguardare senza troppo penare il riconobbe, e più verso
lui fattosi, il domandò se Gianni di Procida fosse.</p>
<p>Gianni, alzato il viso e ricognoscendo l'amiraglio,
rispose: “Signor mio, io fui ben già colui di cui voi
domandate, ma io sono per non esser più.”</p>
<p>Domandollo allora l'amiraglio che cosa a quello l'avesse
condotto; a cui Gianni rispose: “Amore e l'ira del re.”</p>
<p>Fecesi l'amiraglio più la novella distendere; e avendo ogni
cosa udita da lui come stata era e partir volendosi, il
richiamò Gianni e dissegli: “Deh, signor mio, se esser può
impetrami una grazia da chi così mi fa stare.”</p>
<p>Ruggieri domandò: “Quale?” A cui Gianni disse: “Io
veggio che io debbo, e tostamente, morire; voglio adunque di
grazia che, come io sono con questa giovane, la quale io ho
più che la mia vita amata e ella me, con le reni a lei
voltato e ella a me, che noi siamo co' visi l'uno all'altro
rivolti, acciò che, morendo io e vedendo il viso suo, io ne
possa andar consolato.”</p>
<p>Ruggieri ridendo disse volentieri: “Io farò sì che tu la
vedrai ancora tanto, che ti rincrescerà.”</p>
<p>E partitosi da lui comandò a coloro, a' quali imposto era
di dovere questa cosa mandare a essecuzione, che senza altro
comandamento del re non dovessero più avanti fare che fatto
fosse; e senza dimorare, al re se n'andò. Al quale,
quantunque turbato il vedesse, non lasciò di dire il parer
suo e dissegli: “Re, di che t'hanno offeso i due giovani li
quali laggiù nella piazza hai comandato che arsi sieno?”</p>
<p>Il re gliele disse; seguitò Ruggieri: “Il fallo commesso
da loro il merita bene ma non da te; e come i falli meritan
punizione così i benefici meritan guiderdone oltre alla
grazia e alla misericordia. Conosci tu chi color sieno li
quali tu vuogli che s'ardano?”</p>
<p>Il re rispose di no; disse allora Ruggieri: “E io voglio
che tu gli conosca, acciò che tu vegghi quanto discretamente
tu ti lasci agl'impeti dell'ira trasportare. Il giovane è
figliuolo di Landolfo di Procida, fratel carnale di messer
Gian di Procida, per l'opera del quale tu se' re e signor di
questa isola; la giovane è figliuola di Marin Bolgaro, la
cui potenza fa oggi che la tua signoria non sia cacciata
d'Ischia. Costoro, oltre a questo, son giovani che
lungamente si sono amati insieme, e da amor costretti, e non
da volere alla tua signoria far dispetto, questo peccato, se
peccato dir si dee quel che per amor fanno i giovani, hanno
fatto. Perché dunque gli vuoi tu far morire dove con
grandissimi piaceri e doni gli dovresti onorare?”</p>
<p>Il re, udendo questo e rendendosi certo che Ruggieri il
vero dicesse, non solamente che egli a peggio dovere operar
procedesse ma di ciò che fatto avea gl'increbbe: per che
incontanente mandò che i due giovani fossero dal palo
sciolti e menati davanti da lui; e così fu fatto. E avendo
intera la lor condizion conosciuta, pensò che con onore e
con doni fosse la 'ngiuria fatta da compensare; e fattigli
onorevolmente rivestire, sentendo che di pari consentimento
era, a Gianni fece la giovinetta sposare. E fatti loro
magnifichi doni, contenti gli rimandò a casa loro, dove con
festa grandissima ricevuti lungamente in piacere e in gioia
poi vissero insieme.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Teodoro, innamorato della Violante, figliuola di messere
Amerigo suo signore, la 'ngravida e è alle forche
condannato; alle quali frustandosi essendo menato, dal padre
riconosciuto e prosciolto prende per moglie la Violante.</emph></p></argument>
<p>Le donne, le quali tutte temendo stavan sospese a udire se
i due amanti fossero arsi, udendogli scampati, lodando Idio
tutte si rallegrarono; e la reina, udita la fine, alla
Lauretta lo 'ncarico impose della seguente; la quale
lietamente prese a dire:</p>
<p>–Bellissime donne, al tempo che il buon re Guiglielmo la
Cicilia reggeva, era nell'isola un gentile uomo chiamato
messer Amerigo Abate da Trapani, il quale, tra gli altri ben
temporali, era di figliuoli assai ben fornito. Per che,
avendo di servidori bisogno e venendo galee di corsari
genovesi di Levante, li quali corseggiando l'Erminia molti
fanciulli avevan presi, di quegli, credendogli turchi,
alcuni comperò; tra' quali, quantunque tutti gli altri
paressero pastori, n'era uno il quale gentilesco e di
migliore aspetto che alcuno altro pareva, e era chiamato
Teodoro. Il quale, crescendo, come che egli a guisa di servo
trattato fosse nella casa pur co' figliuoli di messere
Amerigo si crebbe; e traendo più alla natura di lui che
all'accidente, cominciò a esser costumato e di bella
maniera, in tanto che egli piaceva sì a messere Amerigo, che
egli il fece franco; e credendo che turchio fosse, il fé
battezzare e chiamar Pietro e sopra i suoi fatti il fece il
maggiore, molto di lui confidandosi.</p>
<p>Come gli altri figliuoli di messere Amerigo, così
similmente crebbe una sua figliuola chiamata Violante, bella
e dilicata giovane, la quale, sopratenendola il padre a
maritare, s'innamorò per avventura di Pietro; e amandolo e
faccendo de' suoi costumi e delle sue opere grande stima,
pur si vergognava di discovrirgliele. Ma Amore questa fatica
le tolse, per ciò che, avendo Pietro più volte cautamente
guatatala, sì era di lei innamorato, che bene alcun non
sentiva se non quanto la vedea; ma forte temea non di questo
alcun s'accorgesse, parendogli far men che bene; di che la
giovane, che volentier lui vedeva, s'avide, e per dargli più
sicurtà contentissima, sì come era, se ne mostrava. E in
questo dimorarono assai, non attentandosi di dire l'uno
all'altro alcuna cosa, quantunque molto ciascuno il
disiderasse.</p>
<p>Ma mentre che essi così parimente nell'amorose fiamme
accesi ardevano, la fortuna, come se diliberato avesse
questo voler che fosse, loro trovò via da cacciare la
temorosa paura che gl'impediva. Aveva messere Amerigo, fuor
di Trapani forse un miglio, un suo molto bel luogo, al quale
la donna sua con la figliuola e con altre femine e donne era
usata sovente d'andare per via di diporto; dove essendo un
giorno, che era il caldo grande, andate e avendo seco menato
Pietro e quivi dimorando, avvenne, sì come noi veggiamo
talvolta di state avvenire, che subitamente il cielo si
chiuse d'oscuri nuvoli; per la qual cosa la donna con la sua
compagnia, acciò che il malvagio tempo non le cogliesse
quivi, si misero in via per tornare in Trapani, e andavanne
ratti quanto potevano.</p>
<p>Ma Pietro, che giovane era, e la fanciulla similemente
avanzavano nell'andare la madre di lei e l'altre compagne
assai, forse non meno da amor sospinti che da paura di
tempo: e essendo già tanto entrati innanzi alla donna e agli
altri, che appena si vedevano, avvenne che dopo molti tuoni
subitamente una gragnuola grossissima e spessa cominciò a
venire, la quale la donna con la sua compagnia fuggì in casa
d'un lavoratore. Pietro e la giovane, non avendo più presto
rifugio, se n'entrarono in una chiesetta antica e quasi
tutta caduta, nella quale persona non dimorava; e in quella
sotto un poco di tetto, che ancora rimaso v'era, si
ristrinsono amenduni, e costrinsegli la necessità del poco
coperto a toccarsi insieme; il qual toccamento fu cagione di
rassicurare un poco gli animi a aprire gli amorosi disii.</p>
<p>E prima cominciò Pietro a dire: “Or volesse Idio che mai,
dovendo io stare come io sto, questa grandine non
ristesse!”</p>
<p>E la giovane disse: “Ben mi sarebbe caro!”</p>
<p>E da queste parole vennero a pigliarsi per mano e
strignersi, e da questo a abracciarsi e poi a basciarsi,
grandinando tuttavia; e acciò che io ogni particella non
racconti, il tempo non si racconciò prima che essi, l'ultime
dilettazioni d'amor conosciute, a dover segretamente l'un
dell'altro aver piacere ebbero ordine dato. Il tempo
malvagio cessò, e all'entrar della città, che vicina era,
aspettata la donna, con lei a casa se ne tornarono. Quivi
alcuna volta, con assai discreto ordine e segreto, con gran
consolazione insieme si ritrovarono; e sì andò la bisogna
che la giovane ingravidò, il che molto fu e all'uno e
all'altro discaro; per che ella molte arti usò per dovere
contro al corso della natura disgravidare, né mai le poté
venir fatto.</p>
<p>Per la qual cosa Pietro, della vita di se medesimo temendo,
diliberato di fuggirsi, gliele disse; la quale udendolo
disse: “Se tu ti parti, senza alcun fallo io m'ucciderò.”</p>
<p>A cui Pietro, che molto l'amava, disse: “Come vuoi tu,
donna mia, che io qui dimori? La tua gravidezza scoprirà il
fallo nostro: a te fia perdonato leggiermente, ma io misero
sarò colui a cui del tuo peccato e del mio converrà portare
la pena.”</p>
<p>Al quale la giovane disse: “Pietro, il mio peccato si
saprà bene, ma sii certo che il tuo, se tu nol dirai, non si
saprà mai.”</p>
<p>Pietro allora disse: “Poi che tu così mi prometti, io
starò: ma pensa d'osservarlomi.”</p>
<p>La giovane, che quanto più potuto aveva la sua pregnezza
tenuta aveva nascosa, veggendo, per lo crescer che 'l corpo
facea, più non poterla nascondere, con grandissimo pianto un
dì il manifestò alla madre, lei per la sua salute pregando.
La donna, dolente senza misura, le disse una gran villania e
da lei volle sapere come andata fosse la cosa. La giovane,
acciò che a Pietro non fosse fatto male, compose una sua
favola, in altre forme la verità rivolgendo. La donna la si
credette, e per celare il difetto della figliuola a una lor
possessione ne la mandò.</p>
<p>Quivi, sopravenuto il tempo del partorire, gridando la
giovane come le donne fanno, non avvisandosi la madre di lei
che quivi messer Amerigo, che quasi mai usato non era,
dovesse venire, avvenne che, tornando egli da uccellare e
passando lunghesso la camera dove la figliuola gridava,
maravigliandosi, subitamente entrò dentro e domandò che
questo fosse. La donna, veggendo il marito sopravenuto,
dolente levatasi, ciò che alla figliuola era intervenuto gli
raccontò; ma egli, men presto a creder che la donna non era
stata, disse ciò non dovere esser vero che ella non sapesse
di cui gravida fosse, e per ciò del tutto il voleva sapere,
e dicendolo essa potrebbe la sua grazia racquistare: se non,
pensasse senza alcuna misericordia di morire. La donna
s'ingegnò, in quanto poteva, di dover fare stare contento il
marito a quello che ella aveva detto, ma ciò era niente.</p>
<p>Egli, salito in furore, con la spada ignuda in mano sopra
la figliuola corse, la quale mentre di lei il padre teneva
in parole aveva un figliuol maschio partorito, e disse: “O tu
manifesta di cui questo parto si generasse, o tu morrai
senza indugio.”</p>
<p>La giovane, la morte temendo, rotta la promessa fatta a
Pietro, ciò che tra lui e lei stato era tutto aperse; il che
udendo il cavaliere e fieramente divenuto fellone, appena
d'ucciderla si ritenne; ma poi che quello che l'ira gli
apparecchiava detto l'ebbe, rimontato a cavallo a Trapani se
ne venne e a uno messer Currado, che per lo re v'era
capitano, la ingiuria fattagli da Pietro contatagli,
subitamente, non guardandosene egli, il fé pigliare; e,
messolo al martorio, ogni cosa fatta confessò.</p>
<p>E essendo dopo alcun dì dal capitano condannato che per la
terra frustato fosse e poi appiccato per la gola, acciò che
una medesima ora togliesse di terra i due amanti e il lor
figliuolo, messere Amerigo, al quale per avere a morte
condotto Pietro non era l'ira uscita, mise veleno in un
nappo con vino e quello diede a un suo famigliare e un
coltello ignudo con esso, e disse: “Va con queste due cose
alla Violante e sì le dì da mia parte che prestamente prenda
qual vuole l'una di queste due morti, o del veleno o del
ferro: se non, che io nel cospetto di quanti cittadini ci ha
la farò ardere sì come ella ha meritato; e fatto questo,
piglierai il figliuolo pochi dì fa da lei partorito e,
percossogli il capo al muro, il gitta a mangiare a' cani.”
Data dal fiero padre questa crudel sentenzia contro alla
figliuola e al nepote, il famigliare, più a male che a ben
disposto, andò via.</p>
<p>Pietro condennato, essendo da' famigliari menato alle
forche frustando, passò, sì come a color che la brigata
guidavano piacque, davanti a uno albergo dove tre nobili
uomini d'Erminia erano, li quali dal re d'Erminia a Roma
ambasciadori eran mandati a trattar col Papa di grandissime
cose per un passaggio che far si dovea, quivi smontati per
rinfrescarsi e riposarsi alcun dì e molto stati onorati da'
nobili uomini di Trapani e spezialmente da messere Amerigo.
Costoro, sentendo passare coloro che Pietro menavano,
vennero a una finestra a vedere.</p>
<p>Era Pietro dalla cintura in sù tutto ignudo e con le mani
legate di dietro; il quale riguardando l'uno de' tre
ambasciadori, che uomo antico era e di grande autorità,
nominato Fineo, gli vide nel petto una gran macchia di
vermiglio, non tinta ma naturalmente nella pelle infissa, a
guisa che quelle sono che le donne qua chiamano ‘rose’. La
qual veduta, subitamente nella memoria gli corse un suo
figliuolo, il quale, già erano quindici anni passati, da'
corsali gli era stato sopra la marina di Laiazzo tolto, né
mai n'aveva potuta saper novella. E considerando l'età del
cattivello che frustato era, avvisò, se vivo fosse il suo
figliuolo, dovere di cotale età essere di quale colui
pareva; e cominciò a sospicar per quel segno non costui
desso fosse; e pensossi, se desso fosse, lui ancora doversi
del nome suo e di quel del padre e della lingua ermina
ricordare.</p>
<p>Per che, come gli fu vicino, chiamò: “O Teodoro!”</p>
<p>La qual voce Pietro udendo, subitamente levò il capo: al
quale Fineo in ermino parlando disse: “Onde fosti? e cui
figliuolo?”</p>
<p>Li sergenti che il menavano, per reverenza del valente
uomo, il fermarono, sì che Pietro rispose: “Io fui
d'Erminia, figliuolo d'uno che ebbe nome Fineo, qua piccol
fanciul trasportato da non so che gente.”</p>
<p>Il che Fineo udendo, certissimamente conobbe lui essere il
figliuolo che perduto avea: per che piagnendo co' suoi
compagni discese giuso e lui tra tutti i sergenti corse a
abracciare; e gittatogli addosso un mantello d'un
ricchissimo drappo che indosso avea, pregò colui che a
guastare il menava che gli piacesse d'attender tanto quivi,
che di doverlo rimenare gli venisse il comandamento. Colui
rispose che l'attenderebbe volentieri.</p>
<p>Aveva già Fineo saputa la cagione per che costui era menato
a morire, sì come la fama l'aveva portata per tutto; per che
prestamente co' suoi compagni e con la loro famiglia n'ando
a messer Currado, e sì gli disse: “Messere, colui il quale
voi mandate a morir come servo è libero uomo e mio
figliuolo, e è presto di torre per moglie colei la qual si
dice che della sua virginità ha privata; e però piacciavi di
tanto indugiare la essecuzione che saper si possa se ella
lui vuol per marito, acciò che contro alla legge, dove ella
il voglia, non vi troviate aver fatto.”</p>
<p>Messer Currado, udendo colui esser figliuolo di Fineo si
maravigliò; e vergognatosi alquanto del peccato della
fortuna, confessato quello esser vero che diceva Fineo,
prestamente il fé ritornare a casa, e per messer Amerigo
mandò e queste cose gli disse. Messer Amerigo, che già
credeva la figliuola e 'l nepote esser morti, fu il più
dolente uom del mondo di ciò che fatto avea, conoscendo dove
morta non fosse si poteva molto bene ogni cosa stata
emendare: ma nondimeno mandò correndo là dove la figliuola
era, acciò che, se fatto non fosse il suo comandamento, non
si facesse. Colui che andò, trovò il famigliare stato da
messer Amerigo mandato, che, avendole il coltello e 'l
veleno posto innanzi, perché ella così tosto non eleggeva,
le diceva villania e volevala costrignere di pigliar l'uno;
ma udito il comandamento del suo signore, lasciata star lei,
a lui se ne ritornò e gli disse come stava l'opera. Di che
messer Amerigo contento, andatosene là dove Fineo era, quasi
piagnendo, come seppe il meglio di ciò che intervenuto era
si scusò e domandonne perdono, affermando sé, dove Teodoro
la sua figliuola per moglie volesse, esser molto contento di
dargliele.</p>
<p>Fineo ricevette le scuse volentieri e rispose: “Io intendo
che mio figliuolo la vostra figliuola prenda; e dove egli
non volesse, vada innanzi la sentenzia letta di lui.”</p>
<p>Essendo adunque e Fineo e messer Amerigo in concordia, là
ove Teodoro era ancora tutto pauroso della morte e lieto
d'avere il padre ritrovato il domandarono intorno a questa
cosa del suo volere. Teodoro udendo che la Violante, dove
egli volesse, sua moglie sarebbe, tanta fu la sua letizia,
che d'Inferno gli parve saltare in Paradiso, e disse che
questo gli sarebbe grandissima grazia dove a ciascun di lor
piacesse. Mandossi adunque alla giovane a sentire del suo
volere: la quale, udendo ciò che di Teodoro era avvenuto e
era per avvenire, dove più dolorosa che altra femina la
morte aspettava, dopo molto, alquanta fede prestando alle
parole, un poco si rallegrò e rispose che, se ella il suo
disidero di ciò seguisse, niuna cosa più lieta le poteva
avvenire che d'esser moglie di Teodoro, ma tuttavia farebbe
quello che il padre le comandasse. Così adunque in concordia
fatta sposare la giovane, festa si fece grandissima con
sommo piacere di tutti i cittadini.</p>
<p>La giovane, confortandosi e faccendo nudrire il suo piccol
figliuolo, dopo non molto tempo ritornò più bella che mai; e
levata del parto e davanti a Fineo, la cui tornata da Roma
s'aspettò, venuta, quella reverenzia gli fece che a padre: e
egli, forte contento di sì bella nuora, con grandissima
festa e allegrezza fatte fare le lor nozze, in luogo di
figliuola la ricevette e poi sempre la tenne. E dopo
alquanti dì il suo figliuolo e lei e il suo picciol nepote,
montati in galea, seco ne menò a Laiazzo, dove con riposo e
con pace de' due amanti, quanto la vita lor durò,
dimorarono.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Nastagio degli Onesti, amando una de' Traversari, spende
le sue ricchezze senza essere amato; vassene pregato da'
suoi a Chiassi; quivi vede cacciare a un cavaliere una
giovane e ucciderla e divorarla da due cani; invita i
parenti suoi e quella donna amata da lui a un desinare, la
quale vede questa medesima giovane sbranare e temendo di
simile avvenimento prende per marito Nastagio.</emph></p></argument>
<p>Come la Lauretta si tacque, così per comandamento della
reina cominciò Filomena:</p>
<p>–Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così
ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la
crudeltà vendicata: il che acciò che io vi dimostri e
materia vi dea di cacciarla del tutto da voi, mi piace di
dirvi una novella non meno di compassion piena che
dilettevole.</p>
<p>In Ravenna, antichissima città di Romagna, furon già assai
nobili e gentili uomini, tra' quali un giovane chiamato
Nastagio degli Onesti, per la morte del padre di lui e d'un
suo zio, senza stima rimase ricchissimo. Il quale, sì come
de' giovani avviene, essendo senza moglie s'innamorò d'una
figliuola di messer Paolo Traversaro, giovane troppo più
nobile che esso non era, prendendo speranza con le sue opere
di doverla trarre a amar lui. Le quali, quantunque
grandissime, belle e laudevoli fossero, non solamente non
gli giovavano, anzi pareva che gli nocessero, tanto cruda e
dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta amata, forse
per la sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera
e disdegnosa divenuta, che né egli né cosa che gli piacesse
le piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gravosa a
comportare, che per dolore più volte dopo essersi doluto gli
venne in disidero d'uccidersi; poi, pur tenendosene, molte
volte si mise in cuore di doverla del tutto lasciare stare,
o se potesse d'averla in odio come ella aveva lui. Ma invano
tal proponimento prendeva, per ciò che pareva che quanto più
la speranza mancava, tanto più multiplicasse il suo amore.</p>
<p>Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello
spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti
che egli sé e 'l suo avere parimente fosse per consumare;
per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che
si dovesse di Ravenna partire e in alcuno altro luogo per
alquanto tempo andare a dimorare, per ciò che, così
faccendo, scemerebbe l'amore e le spese. Di questo consiglio
più volte fece beffe Nastagio; ma pure, essendo da loro
sollecitato, non potendo tanto dir di no, disse di farlo; e
fatto fare un grande apparecchiamento, come se in Francia o
in Ispagna o in alcuno altro luogo lontano andar volesse,
montato a cavallo e da' suoi molti amici accompagnato di
Ravenna uscì e andossen a un luogo fuor di Ravenna forse tre
miglia, che si chiama Chiassi; e quivi fatti venir
padiglioni e trabacche, disse a color che accompagnato
l'aveano che starsi volea e che essi a Ravenna se ne
tornassono. Attendatosi adunque quivi Nastagio cominciò a
fare la più bella vita e la più magnifica che mai si
facesse, or questi e or quegli altri invitando a cena e a
desinare, come usato s'era.</p>
<p>Ora avvenne che, venendo quasi all'entrata di maggio,
essendo un bellissimo tempo e egli entrato in pensiero della
sua crudel donna, comandato a tutta la sua famiglia che solo
il lasciassero per più poter pensare a suo piacere, piede
innanzi piè se medesimo trasportò pensando infino nella
pigneta. E essendo già passata presso che la quinta ora del
giorno e esso bene un mezzo miglio per la pigneta entrato,
non ricordandosi di mangiare né d'altra cosa, subitamente
gli parve udire un grandissimo pianto e guai altissimi messi
da una donna; per che, rotto il suo dolce pensiero, alzò il
capo per veder che fosse e maravigliossi nella pigneta
veggendosi. E oltre a ciò, davanti guardandosi, vide venire
per un boschetto assai folto d'albuscelli e di pruni,
correndo verso il luogo dove egli era, una bellissima
giovane ignuda, scapigliata e tutta graffiata dalle frasche
e da' pruni, piagnendo e gridando forte mercé; e oltre a
questo le vide a' fianchi due grandi e fieri mastini, li
quali duramente appresso correndole spesse volte crudelmente
dove la giugnevano la mordevano; e dietro a lei vide venire
sopra un corsier nero un cavalier bruno, forte nel viso
crucciato, con uno stocco in mano, lei di morte con parole
spaventevoli e villane minacciando. Questa cosa a un'ora
maraviglia e spavento gli mise nell'animo e ultimamente
compassione della sventurata donna, dalla qual nacque
disidero di liberarla da sì fatta angoscia e morte, se el
potesse. Ma senza arme trovandosi, ricorse a prendere un
ramo d'albero in luogo di bastone e cominciò a farsi
incontro a' cani e contro al cavaliere.</p>
<p>Ma il cavaliere che questo vide gli gridò di lontano:
“Nastagio, non t'impacciare, lascia fare a' cani e a me
quello che questa malvagia femina ha meritato.”</p>
<p>E così dicendo, i cani, presa forte la giovane ne' fianchi,
la fermarono, e il cavaliere sopragiunto smontò da cavallo;
al quale Nastagio avvicinatosi disse: “Io non so chi tu ti
se' che me così cognosci, ma tanto ti dico che gran viltà è
d'un cavaliere armato volere uccidere una femina ignuda e
averle i cani alle coste messi come se ella fosse una fiera
salvatica: io per certo la difenderò quant'io potrò.”</p>
<p>Il cavaliere allora disse: “Nastagio, io fui d'una
medesima terra teco, e eri tu ancora piccol fanciullo quando
io, il quale fui chiamato messer Guido degli Anastagia, era
troppo più innamorato di costei che tu ora non se' di quella
de' Traversari; e per la sua fierezza e crudeltà andò sì la
mia sciagura, che io un dì con questo stocco, il quale tu mi
vedi in mano, come disperato m'uccisi, e sono alle pene
eternali dannato. Né stette poi guari tempo che costei, la
qual della mia morte fu lieta oltre misura, morì, e per lo
peccato della sua crudeltà e della letizia avuta de' miei
tormenti, non pentendosene, come colei che non credeva in
ciò aver peccato ma meritato, similmente fu e è dannata alle
pene del Ninferno. Nel quale come ella discese, così ne fu e
a lei e a me per pena dato, a lei di fuggirmi davanti e a
me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come mortal
nemica, non come amata donna; e quante volte io la giungo,
tante con questo stocco, col quale io uccisi me, uccido lei
e aprola per ischiena, e quel cuor duro e freddo, nel qual
mai né amor né pietà poterono entrare, con l'altre interiora
insieme, sì come tu vedrai incontanente, le caccio di corpo
e dolle mangiare a questi cani. Né sta poi grande spazio che
ella, sì come la giustizia e la potenzia di Dio vuole, come
se morta non fosse stata, risurge e da capo incomincia la
dolorosa fugga, e i cani e io a seguitarla. E avviene che
ogni venerdì in su questa ora io la giungo qui e qui ne fo
lo strazio che vederai; e gli altri dì non credere che noi
riposiamo, ma giungola in altri luoghi ne' quali ella
crudelmente contro a me pensò o operò; e essendole d'amante
divenuto nemico, come tu vedi, me la conviene in questa
guisa tanti anni seguitar quanti mesi ella fu contro a me
crudele. Adunque lasciami la divina giustizia mandare a
essecuzione, né ti volere opporre a quello a che tu non
potresti contrastare.”</p>
<p>Nastagio, udendo queste parole, tutto timido divenuto e
quasi non avendo pelo addosso che arricciato non fosse,
tirandosi adietro e riguardando alla misera giovane,
cominciò pauroso a aspettare quello che facesse il
cavaliere; il quale, finito il suo ragionare, a guisa d'un
cane rabbioso con lo stocco in mano corse addosso alla
giovane, la quale inginocchiata e da' due mastini tenuta
forte gli gridava mercé, e a quella con tutta sua forza
diede per mezzo il petto e passolla dall'altra parte. Il
qual colpo come la giovane ebbe ricevuto, così cadde boccone
sempre piagnendo e gridando: e il cavaliere, messo mano a un
coltello, quella aprì nelle reni, e fuori trattone il cuore
e ogni altra cosa da torno, a' due mastini il gittò, li
quali affamatissimi incontanente il mangiarono. Né stette
guari che la giovane, quasi niuna di queste cose stata
fosse, subitamente si levò in piè e cominciò a fuggire verso
il mare, e i cani appresso di lei sempre lacerandola: e il
cavaliere, rimontato a cavallo e ripreso il suo stocco, la
cominciò a seguitare, e in picciola ora si dileguarono in
maniera che più Nastagio non gli poté vedere.</p>
<p>Il quale, avendo queste cose vedute, gran pezza stette tra
pietoso e pauroso: e dopo alquanto gli venne nella mente
questa cosa dovergli molto poter valere, poi che ogni
venerdì avvenia; per che, segnato il luogo, a' suoi
famigliari se ne tornò, e appresso, quando gli parve,
mandato per più suoi parenti e amici, disse loro: “Voi
m'avete lungo tempo stimolato che io d'amare questa mia
nemica mi rimanga e ponga fine al mio spendere, e io son
presto di farlo dove voi una grazia m'impetriate, la quale è
questa: che venerdì che viene voi facciate sì che messer
Paolo Traversari e la moglie e la figliuola e tutte le donne
lor parenti, e altre chi vi piacerà, qui sieno a desinar
meco. Quello per che io questo voglia, voi il vedrete
allora.”</p>
<p>A costor parve questa assai piccola cosa a dover fare; e a
Ravenna tornati, quando tempo fu, coloro invitarono li quali
Nastagio voleva, e come che dura cosa fosse il potervi
menare la giovane da Nastagio amata, pur v'andò con l'altre
insieme. Nastagio fece magnificamente apprestar da mangiare
e fece le tavole mettere sotto i pini dintorno a quel luogo
dove veduto aveva lo strazio della crudel donna; e fatti
metter gli uomini e le donne a tavola, sì ordinò, che
appunto la giovane amata da lui fu posta a seder di rimpetto
al luogo dove doveva il fatto intervenire.</p>
<p>Essendo adunque già venuta l'ultima vivanda, e il romor
disperato della cacciata giovane da tutti fu cominciato a
udire. Di che maravigliandosi forte ciascuno e domandando
che ciò fosse e niuno sappiendol dire, levatisi tutti
diritti e riguardando che ciò potesse essere, videro la
dolente giovane e 'l cavaliere e' cani; né guari stette che
essi tutti furon quivi tra loro. Il romore fu fatto grande e
a' cani e al cavaliere, e molti per aiutare la giovane si
fecero innanzi; ma il cavaliere, parlando loro come a
Nastagio aveva parlato, non solamente gli fece indietro
tirare ma tutti gli spaventò e riempié di maraviglia; e
faccendo quello che altra volta aveva fatto, quante donne
v'aveva (ché ve ne aveva assai che parenti erano state e
della dolente giovane e del cavaliere e che si ricordavano
dell'amore e della morte di lui) tutte così miseramente
piagnevano come se a se medesime quello avesser veduto fare.
La qual cosa al suo termine fornita, e andata via la donna e
'l cavaliere, mise costoro che ciò veduto aveano in molti e
varii ragionamenti. Ma tra gli altri che più di spavento
ebbero, fu la crudel giovane da Nastagio amata, la quale
ogni cosa distintamente veduta avea e udita e conosciuto che
a sé più che a altra persona che vi fosse queste cose
toccavano, ricordandosi della crudeltà sempre da lei usata
verso Nastagio; per che già le parea fuggire dinanzi da lui
adirato e avere i mastini a' fianchi.</p>
<p>E tanta fu la paura che di questo le nacque, che, acciò che
questo a lei non avvenisse, prima tempo non si vide, il
quale quella medesima sera prestato le fu, che ella, avendo
l'odio in amor tramutato, una sua fida cameriera
segretamente a Nastagio mandò, la quale da parte di lei il
pregò che gli dovesse piacere d'andare a lei, per ciò che
ella era presta di far tutto ciò che fosse piacer di lui.
Alla qual Nastagio fece rispondere che questo gli era a
grado molto, ma che, dove le piacesse, con onor di lei
voleva il suo piacere, e questo era sposandola per moglie.
La giovane, la qual sapeva che da altrui che da lei rimaso
non era che moglie di Nastagio stata non fosse, gli fece
risponder che le piacea. Per che, essendo ella medesima la
messaggera, al padre e alla madre disse che era contenta
d'essere sposa di Nastagio, di che essi furon contenti
molto.</p>
<p>E la domenica seguente Nastagio sposatala e fatte le sue
nozze, con lei più tempo lietamente visse. E non fu questa
paura cagione solamente di questo bene, anzi sì tutte le
ravignane donne paurose ne divennero, che sempre poi troppo
più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono che prima
state non erano.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia
spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale,
non avendo altro, dà a mangiare alla sua donna venutagli a
casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d'animo, il prende per
marito e fallo ricco.</emph></p></argument>
<p>Era già di parlar ristata Filomena, quando la reina, avendo
veduto che più niuno a dover dire, se non Dioneo per lo suo
privilegio, v'era rimaso, con lieto viso disse:</p>
<p>–A me omai appartiene di ragionare; e io, carissime donne,
da una novella simile in parte alla precedente il farò
volentieri, non acciò solamente che conosciate quanto la
vostra vaghezza possa ne' cuor gentili, ma perché
apprendiate d'essere voi medesime, dove si conviene,
donatrici de' vostri guiderdoni senza lasciarne sempre esser
la fortuna guidatrice, la qual non discretamente ma, come
s'aviene, smoderatamente il più delle volte dona.</p>
<p>Dovete adunque sapere che Coppo di Borghese Domenichi, il
quale fu nella nostra città, e forse ancora è, uomo di
grande e di reverenda auttorità ne' dì nostri, e per costumi
e per vertù molto più che per nobiltà di sangue chiarissimo
e degno d'eterna fama, essendo già d'anni pieno, spesse
volte delle cose passate co' suoi vicini e con altri si
dilettava di ragionare: la qual cosa egli meglio e con più
ordine e con maggior memoria e ornato parlare che altro uom
seppe fare. Era usato di dire, tra l'altre sue belle cose,
che in Firenze fu già un giovane chiamato Federigo di messer
Filippo Alberighi, in opera d'arme e in cortesia pregiato
sopra ogni altro donzel di Toscana. Il quale, sì come il più
de' gentili uomini avviene, d'una gentil donna chiamata
monna Giovanna s'innamorò, ne' suoi tempi tenuta delle più
belle donne e delle più leggiadre che in Firenze fossero; e
acciò che egli l'amor di lei acquistar potesse, giostrava,
armeggiava, faceva feste e donava, e il suo senza alcun
ritegno spendeva; ma ella, non meno onesta che bella, niente
di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le
faceva.</p>
<p>Spendendo adunque Federigo oltre a ogni suo potere molto e
niente acquistando, sì come di leggiere adiviene, le
ricchezze mancarono e esso rimase povero, senza altra cosa
che un suo poderetto piccolo essergli rimasa, delle rendite
del quale strettissimamente vivea e oltre a questo un suo
falcone de' miglior del mondo. Per che, amando più che mai
né parendogli più potere essere cittadino come disiderava, a
Campi, là dove il suo poderetto era, se n'andò a stare.
Quivi, quando poteva uccellando e senza alcuna persona
richiedere, pazientemente la sua povertà comportava.</p>
<p>Ora avvenne un dì che, essendo così Federigo divenuto allo
stremo, che il marito di monna Giovanna infermò, e
veggendosi alla morte venire fece testamento; e essendo
ricchissimo, in quello lasciò suo erede un suo figliuolo già
grandicello e appresso questo, avendo molto amata monna
Giovanna, lei, se avvenisse che il figliuolo senza erede
legittimo morisse, suo erede substituì, e morissi.</p>
<p>Rimasa adunque vedova monna Giovanna, come usanza è delle
nostre donne, l'anno di state con questo suo figliuolo se
n'andava in contado a una sua possessione assai vicina a
quella di Federigo. Per che avvenne che questo garzoncello
s'incominciò a dimesticare con Federigo e a dilettarsi
d'uccelli e di cani; e avendo veduto molte volte il falcon
di Federigo volare e stranamente piacendogli, forte
disiderava d'averlo ma pure non s'attentava di domandarlo,
veggendolo a lui esser cotanto caro. E così stando la cosa,
avvenne che il garzoncello infermò; di che la madre dolorosa
molto, come colei che più no' n'avea e lui amava quanto più
si poteva, tutto il dì standogli dintorno non restava di
confortarlo e spesse volte il domandava se alcuna cosa era
la quale egli disiderasse, pregandolo gliele dicesse, ché
per certo, se possibile fosse a avere, procaccerebbe come
l'avesse.</p>
<p>Il giovanetto, udite molte volte queste proferte, disse:
“Madre mia, se voi fate che io abbia il falcone di
Federigo, io mi credo prestamente guerire.”</p>
<p>La donna, udendo questo, alquanto sopra sé stette e
cominciò a pensar quello che far dovesse. Ella sapeva che
Federigo lungamente l'aveva amata, né mai da lei una sola
guatatura aveva avuta, per che ella diceva: “Come manderò
io o andrò a domandargli questo falcone, che è, per quel che
io oda, il migliore che mai volasse e oltre a ciò il mantien
nel mondo? E come sarò io sì sconoscente, che a un gentile
uomo al quale niuno altro diletto è più rimaso, io questo
gli voglia torre?” E in così fatto pensiero impacciata,
come che ella fosse certissima d'averlo se 'l domandasse,
senza sapere che dover dire, non rispondeva al figliuolo ma
si stava.</p>
<p>Ultimamente tanto la vinse l'amor del figliulo, che ella
seco dispose, per contentarlo, che che esser ne dovesse, di
non mandare ma d'andare ella medesima per esso e di
recargliele, e risposegli: “Figliuol mio, confortati e
pensa di guerire di forza, ché io ti prometto che la prima
cosa che io farò domattina, io andrò per esso e sì il ti
recherò.” Di che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò
alcun miglioramento.</p>
<p>La donna la mattina seguente, presa un'altra donna in
compagnia, per modo di diporto se n'andò alla piccola
casetta di Federigo e fecelo adimandare. Egli, per ciò che
non era tempo, né era stato a quei dì, d'uccellare, era in
un suo orto e faceva certi suoi lavorietti acconciare; il
quale, udendo che monna Giovanna il domandava alla porta,
maravigliandosi forte, lieto là corse.</p>
<p>La quale vedendol venire, con una donnesca piacevolezza
levataglisi incontro, avendola già Federigo reverentemente
salutata, disse: “Bene stea Federigo!” e seguitò: “Io son
venuta a ristorarti de' danni li quali tu hai già avuti per
me amandomi più che stato non ti sarebbe bisogno: e il
ristoro è cotale, che io intendo con questa mia compagna
insieme desinar teco dimesticamente stamane.”</p>
<p>Alla qual Federigo umilmente rispose: “Madonna, niun danno
mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto di bene che,
se io mai alcuna cosa valsi, per lo vostro valore e per
l'amore che portato v'ho adivenne. E per certo questa vostra
liberale venuta m'è troppo più cara che non sarebbe se da
capo mi fosse dato da spendere quanto per adietro ho già
speso, come che a povero oste siate venuto”; e così detto,
vergognosamente dentro alla sua casa la ricevette e di
quella nel suo giardino la condusse, e quivi non avendo a
cui farle tener compagnia a altrui, disse: “Madonna, poi
che altri non c'è, questa buona donna moglie di questo
lavoratore vi terrà compagnia tanto che io vada a far metter
la tavola.”</p>
<p>Egli, con tutto che la sua povertà fosse strema, non s'era
ancor tanto avveduto quanto bisogno gli facea che egli
avesse fuor d'ordine spese le sue richezze; ma questa
mattina niuna cosa trovandosi di che potere onorar la donna,
per amor della quale egli già infiniti uomini onorati avea,
il fé ravedere. E oltre modo angoscioso, seco stesso
maledicendo la sua fortuna, come uomo che fuor di sé fosse
or qua e or là trascorrendo, né denari né pegno trovandosi,
essendo l'ora tarda e il disidero grande di pure onorar
d'alcuna cosa la gentil donna e non volendo, non che altrui,
ma il lavorator suo stesso richiedere, gli corse agli occhi
il suo buon falcone, il quale nella sua saletta vide sopra
la stanga; per che, non avendo a che altro ricorrere,
presolo e trovatolo grasso, pensò lui esser degna vivanda di
cotal donna. E però, senza più pensare, tiratogli il collo,
a una sua fanticella il fé prestamente, pelato e acconcio,
mettere in uno schedone e arrostir diligentemente; e messa
la tavola con tovaglie bianchissime, delle quali alcuna
ancora avea, con lieto viso ritornò alla donna nel suo
giardino e il desinare, che per lui far si potea, disse
essere apparecchiato. Laonde la donna con la sua compagna
levatasi andarono a tavola e, senza saper che si
mangiassero, insieme con Federigo, il quale con somma fede
le serviva, mangiarono il buon falcone.</p>
<p>E levate da tavola e alquanto con piacevoli ragionamenti
con lui dimorate, parendo alla donna tempo di dire quello
per che andata era, così benignamente verso Federigo
cominciò a parlare: “Federigo, ricordandoti tu della tua
preterita vita e della mia onestà, la quale per avventura tu
hai reputata durezza e crudeltà, io non dubito punto che tu
non ti debbi maravigliare della mia presunzione sentendo
quello per che principalmente qui venuta sono; ma se
figliuoli avessi o avessi avuti, per li quali potessi
conoscere di quanta forza sia l'amor che lor si porta, mi
parrebbe esser certa che in parte m'avresti per iscusata. Ma
come che tu no' n'abbia, io che n'ho uno, non posso però le
leggi comuni dell'altre madri fuggire; le cui forze seguir
convenendomi, mi conviene, oltre al piacer mio e oltre a
ogni convenevolezza e dovere, chiederti un dono il quale io
so che sommamente t'è caro: e è ragione, per ciò che niuno
altro diletto, niuno altro diporto, niuna consolazione
lasciata t'ha la tua strema fortuna; e questo dono è il
falcon tuo, del quale il fanciul mio è sì forte invaghito,
che, se io non gliele porto, io temo che egli non aggravi
tanto nella infermità la quale ha, che poi ne segua cosa per
la quale io il perda. E per ciò ti priego, non per l'amore
che tu mi porti, al quale tu di niente se' tenuto, ma per la
tua nobiltà, la quale in usar cortesia s'è maggiore che in
alcuno altro mostrata, che ti debba piacere di donarlomi,
acciò che io per questo dono possa dire d'avere ritenuto in
vita il mio figliuolo e per quello averloti sempre
obligato.”</p>
<p>Federigo, udendo ciò che la donna adomandava e sentendo che
servir non ne la potea per ciò che mangiar gliele avea dato,
cominciò in presenza di lei a piagnere anzi che alcuna
parola risponder potesse. Il qual pianto la donna prima
credette che da dolore di dover da sé dipartire il buon
falcon divenisse più che da altro, e quasi fu per dire che
nol volesse; ma pur sostenutasi, aspettò dopo il pianto la
risposta di Federigo, il qual così disse: “Madonna, poscia
che a Dio piacque che io in voi ponessi il mio amore, in
assai cose m'ho reputata la fortuna contraria e sonmi di lei
doluto; ma tutte sono state leggieri a rispetto di quello
che ella mi fa al presente, di che io mai pace con lei aver
non debbo, pensando che voi qui alla mia povera casa venuta
siete, dove, mentre che ricca fu, venir non degnaste, e da
me un picciol don vogliate, e ella abbia sì fatto, che io
donar nol vi possa: e perché questo esser non possa vi dirò
brievemente. Come io udi' che voi, la vostra mercé, meco
desinar volavate, avendo riguardo alla vostra eccellenzia e
al vostro valore, reputai degna e convenevole cosa che con
più cara vivanda secondo la mia possibilità io vi dovessi
onorare, che con quelle che generalmente per l'altre persone
s'usano: per che, ricordandomi del falcon che mi domandate e
della sua bontà, degno cibo da voi il reputai, e questa
mattina arrostito l'avete avuto in sul tagliere, il quale io
per ottimamente allogato avea; ma vedendo ora che in altra
maniera il disideravate, m'è sì gran duolo che servire non
ve ne posso, che mai pace non me ne credo dare.”</p>
<p>E questo detto, le penne e' piedi e 'l becco le fé in
testimonianza di ciò gittare avanti. La qual cosa la donna
vedendo e udendo, prima il biasimò d'aver per dar mangiare a
una femina ucciso un tal falcone, e poi la grandezza
dell'animo suo, la quale la povertà non avea potuto né potea
rintuzzare, molto seco medesima commendò. Poi, rimasa fuori
della speranza d'avere il falcone e per quello della salute
del figliuolo entrata in forse, tutta malinconosa si dipartì
e tornossi al figliuolo. Il quale, o per malinconia che il
falcone aver non potea o per la 'nfermità che pure a ciò il
dovesse aver condotto, non trapassar molti giorni che egli
con grandissimo dolor della madre di questa vita passò.</p>
<p>La quale, poi che piena di lagrime e d'amaritudine fu stata
alquanto, essendo rimasa ricchissima e ancora giovane, più
volte fu da' fratelli costretta a rimaritarsi. La quale,
come che voluto non avesse, pur veggendosi infestare,
ricordatasi del valore di Federigo e della sua magnificenzia
ultima, cioè d'avere ucciso un così fatto falcone per
onorarla, disse a' fratelli: “Io volentieri, quando vi
piacesse, mi starei; ma se a voi pur piace che io marito
prenda, per certo io non ne prenderò mai alcuno altro, se io
non ho Federigo degli Alberighi.”</p>
<p>Alla quale i fratelli, faccendosi beffe di lei, dissero:
“Sciocca, che è ciò che tu di'? come vuoi tu lui che non ha
cosa del mondo?”</p>
<p>A' quali ella rispose: “Fratelli miei, io so bene che così
è come voi dite, ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno
di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d'uomo.”</p>
<p>Li fratelli, udendo l'animo di lei e conoscendo Federigo da
molto, quantunque povero fosse, sì come ella volle, lei con
tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale così fatta
donna e cui egli cotanto amata avea per moglie vedendosi, e
oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, miglior massaio
fatto, terminò gli anni suoi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Pietro di Vinciolo va a cenare altrove; la donna sua si fa
venire un garzone, torna Pietro, ella il nasconde sotto una
cesta da polli; Pietro dice essere stato trovato in casa
d'Ercolano, con cui cenava, un giovane messovi dalla moglie;
la donna biasima la moglie d'Ercolano; uno asino per
isciagura pon piede in su le dita di colui che era sotto la
cesta, egli grida, Pietro corre là, vedelo, cognosce lo
'nganno della moglie, con la quale ultimamente rimane in
concordia per la sua tristezza.</emph></p></argument>
<p>Il ragionare della reina era al suo fine venuto, essendo
lodato da tutti Idio che degnamente avea guiderdonato
Federigo, quando Dioneo, che mai comandamento non aspettava,
incominciò:</p>
<p>–Io non so se io mi dica che sia accidental vizio e per
malvagità di costume ne' mortali sopravenuto, o se pure è
nella natura peccato, il rider più tosto delle cattive cose
che delle buone opere, e spezialmente quando quelle cotali a
noi non pertengono. E per ciò che la fatica, la quale altra
volta ho impresa e ora son per pigliare, a niuno altro fine
riguarda se non a dovervi torre malinconia, e riso e
allegrezza porgervi, quantunque la materia della mia
seguente novella, innamorate giovani, sia in parte men che
onesta, però che diletto può porgere, ve la pur dirò. E voi,
ascoltandola, quello ne fate che usate siete di fare quando
ne' giardini entrate, che, distesa la dilicata mano,
cogliete le rose e lasciate le spine stare: il che farete
lasciando il cattivo uomo con la mala ventura stare con la
sua disonestà, e liete riderete degli amorosi inganni della
sua donna, compassione avendo all'altrui sciagure dove
bisogna.</p>
<p>Fu in Perugia, non è ancora molto tempo passato, un ricco
uomo chiamato Pietro di Vinciolo, il quale, forse più per
ingannare altrui e diminuire la generale oppinion di lui
avuta da tutti i perugini che per vaghezza che egli
n'avesse, prese moglie; e fu la fortuna conforme al suo
appetito in questo modo, che la moglie la quale egli prese
era una giovane compressa, di pel rosso e accesa, la quale
due mariti più tosto che uno avrebbe voluti, là dove ella
s'avvenne a uno che molto più a altro che a lei l'animo avea
disposto.</p>
<p>Il che ella in processo di tempo conoscendo, e veggendosi
bella e fresca e sentendosi gagliarda e poderosa, prima se
ne cominciò forte a turbare e a averne col marito disconce
parole alcuna volta e quasi continuo mala vita; poi,
veggendo che questo, suo consumamento più tosto che
ammendamento della cattività del marito potrebbe essere,
seco stessa disse: “Questo dolente abbandona me per volere
con le sue disonestà andare in zoccoli per l'asciutto, e io
m'ingegnerò di portare altrui in nave per lo piovoso. Io il
presi per marito e diedigli grande e buona dota sappiendo
che egli era uomo e credendol vago di quello che sono e
deono essere vaghi gli uomini; e se io non avessi creduto
ch'e' fosse stato uomo, io non l'avrei mai preso. Egli che
sapeva che io era femina, perché per moglie mi prendeva se
le femine contro all'animo gli erano? Questo non è da
sofferire. Se io non avessi voluto essere al mondo, io mi
sarei fatta monaca; e volendoci essere, come io voglio e
sono, se io aspetterò diletto o piacer di costui, io potrò
per avventura invano aspettando invecchiare; e quando io
sarò vecchia, ravedendomi, indarno mi dorrò d'avere la mia
giovanezza perduta, alla qual dover consolare m'è egli assai
buon maestro e dimostratore in farmi dilettare di quello che
egli si diletta. Il quale diletto fia a me laudevole, dove
biasimevole è forte a lui: io offenderò le leggi sole, dove
egli offende le leggi e la natura.”</p>
<p>Avendo adunque la buona donna così fatto pensiero avuto, e
forse più d'una volta, per dare segretamente a ciò effetto
si dimesticò con una vecchia che pareva pur santa Verdiana
che dà beccare alle serpi, la quale sempre co' paternostri
in mano andava a ogni perdonanza, né mai d'altro che della
vita de' Santi Padri ragionava e delle piaghe di san
Francesco e quasi da tutti era tenuta una santa. E quando
tempo le parve, l'aperse la sua intenzion compiutamente; a
cui la vecchia disse: “Figliuola mia, sallo Idio, che sa
tutte le cose, che tu molto ben fai; e quando per niuna
altra cosa il facessi, sì il dovresti far tu e ciascuna
giovane per non perdere il tempo della vostra giovanezza,
per ciò che niun dolore è pari a quello, a chi conoscimento
ha, che è a avere il tempo perduto. E da che diavol siam noi
poi, da che noi siam vecchie, se non da guardar la cenere
intorno al focolare? Se niuna il sa o ne può render
testimonianza, io sono una di quelle: che ora, che vecchia
sono, non senza grandissime e amare punture d'animo conosco,
e senza pro, il tempo che andar lasciai: e bene che io nol
perdessi tutto, ché non vorrei che tu credessi che io fossi
stata una milensa, io pur non feci ciò che io avrei potuto
fare, di che quando io mi ricordo, veggendomi fatta come tu
mi vedi, che non troverei chi mi desse fuoco a cencio, Dio
il sa che dolore io sento. Degli uomini non avvien così:
essi nascono buoni a mille cose, non pure a questa, e la
maggior parte sono da molto più vecchi che giovani; ma le
femine a niuna altra cosa che a fare questo e figliuoli ci
nascono, e per questo son tenute care. E se tu non te ne
avvedessi a altro, sì te ne dei tu avvedere a questo, che
noi siam sempre apparecchiate a ciò, che degli uomini non
avviene: e oltre a questo una femina stancherebbe molti
uomini, dove molti uomini non possono una femina stancare. E
per ciò che a questo siam nate, da capo ti dico che tu fai
molto bene a rendere al marito tuo pan per focaccia, sì che
l'anima tua non abbia in vecchiezza che rimproverare alle
carni. Di questo mondo ha ciascun tanto quanto egli se ne
toglie, e spezialmente le femine, alle quali si convien
troppo più d'adoperare il tempo quando l'hanno che agli
uomini, per ciò che tu puoi vedere, quando c'invecchiamo, né
marito né altri ci vuol vedere anzi ci cacciano in cucina a
dir delle favole con la gatta e a annoverare le pentole e le
scodelle; e peggio, ché noi siamo messe in canzone e dicono:
‘Alle giovani i buon bocconi e alle vecchie gli
stranguglioni’, e altre lor cose assai ancora dicono. E
acciò che io non ti tenga più in parole, ti dico infino a
ora che tu non potevi a persona del mondo scoprire l'animo
tuo che più utile ti fosse di me, per ciò che egli non è
alcun sì forbito, al quale io non ardisca di dire ciò che
bisogna, né sì duro o zotico, che io non ammorbidisca bene e
rechilo a ciò che io vorrò. Fa pure che tu mi mostri qual ti
piace, e lascia poscia fare a me: ma una cosa ti ricordo,
figliuola mia, che io ti sia raccomandata per ciò che io son
povera persona, e io voglio infino a ora che tu sii
partefice di tutte le mie perdonanze e di quanti paternostri
io dico, acciò che Idio gli faccia lume e candela a' morti
tuoi”; e fece fine.</p>
<p>Rimase adunque la giovane in questa concordia con la
vecchia, che se veduto le venisse un giovanetto, il quale
per quella contrada molto spesso passava, del quale tutti i
segni gli disse, che ella sapesse quello che avessesi a
fare: e datale un pezzo di carne salata, la mandò con Dio.
La vecchia, non passar molti dì, occultamente le mise colui,
di cui ella detto l'aveva, in camera, e ivi a poco tempo un
altro, secondo che alla giovane donna ne venivan piacendo;
la quale in cosa che far potesse intorno a ciò, sempre del
marito temendo, non ne lasciava a far tratto.</p>
<p>Avvenne che, dovendo una sera andare a cena il marito con
un suo amico, il quale aveva nome Ercolano, la giovane
impose alla vecchia che facesse venire a lei un garzone che
era de' più belli e de' più piacevoli di Perugia; la quale
prestamente così fece. E essendosi la donna col giovane
posti a tavola per cenare, e ecco Pietro chiamò all'uscio
che aperto gli fosse. La donna, questo sentendo, si tenne
morta; ma pur volendo, se potuto avesse, celare il giovane,
non avendo accorgimento di mandarlo o di farlo nascondere in
altra parte, essendo una sua loggetta vicina alla camera
nella quale cenavano, sotto una cesta da polli che v'era il
fece ricoverare e gittovvi suso un pannaccio d'un saccone
che fatto aveva il dì votare; e questo fatto, prestamente
fece aprire al marito.</p>
<p>Al quale entrato in casa ella disse: “Molto tosto l'avete
voi trangugiata, questa cena.”</p>
<p>Pietro rispose: “Non l'abbiam noi assaggiata.”</p>
<p>“E come è stato così?” disse la donna.</p>
<p>Pietro allora disse: “Dirolti. Essendo noi già posti a
tavola, Ercolano e la moglie e io, e noi sentimmo presso di
noi starnutire, di che noi né la prima volta né la seconda
ce ne curammo; ma quegli che starnutito aveva starnutendo
ancora la terza volta e la quarta e la quinta e molte altre,
tutti ci fece maravigliare; di che Ercolano, che alquanto
turbato con la moglie era per ciò che gran pezza ci avea
fatti stare all'uscio senza aprirci, quasi con furia disse:
‘Questo che vuol dire? Chi è questi che così starnutisce?’;
e levatosi da tavola, andò verso una scala la quale assai
vicina n'era, sotto la quale era un chiuso di tavole vicino
al piè della scala, da riporvi, chi avesse voluto, alcuna
cosa, come tutto dì veggiamo che fanno far coloro che le lor
case acconciano. E parendogli che di quindi venisse il suono
dello starnuto, aperse uno usciuolo il qual v'era; e come
aperto l'ebbe, subitamente n'uscì fuori il maggior puzzo di
solfo del mondo, benché davanti, essendocene venuto puzzo e
ramaricaticene, aveva detto la donna: ‘Egli è che dianzi io
imbiancai miei veli col solfo, e poi la tegghiuzza, sopra la
quale sparto l'avea perché il fummo ricevessero, io la misi
sotto quella scala, sì che ancora ne viene.’ E poi che
Ercolano aperto ebbe l'usciuolo e sfogato fu alquanto il
puzzo, guardando dentro vide colui il quale starnutito aveva
e ancora starnutiva, a ciò la forza del solfo strignendolo:
e come che egli starnutisse, gli aveva già il solfo sì il
petto serrato, che poco a stare avea che né starnutito né
altro non avrebbe mai. Ercolano, vedutolo, gridò: ‘Or
veggio, donna, quello per che poco avanti, quando ce ne
venimmo, tanto tenuti fuor della porta, senza esserci
aperto, fummo; ma non abbia io mai cosa che mi piaccia se io
non te ne pago!’ Il che la donna udendo, e vedendo che il
suo peccato era palese, senza alcuna scusa fare levatasi da
tavola, si fuggì, né so ove se n'andasse. Ercolano, non
accorgendosi che la moglie si fuggia, più volte disse a
colui che starnutiva che egli uscisse fuori; ma quegli, che
già più non potea, per cosa che Ercolano dicesse non si
movea; laonde Ercolano, presolo per l'uno de' piedi, nel
tirò fuori, e correva per un coltello per ucciderlo. Ma io,
temendo per me medesimo la segnoria, levatomi, non lo
lasciai uccidere né fargli alcun male, anzi gridando e
difendendolo fui cagione che quivi de' vicini traessero, li
quali, preso il già vinto giovane, fuori della casa il
portarono non so dove; per le quali cose la nostra cena
turbata, io non solamente non l'ho trangugiata, anzi non
l'ho pure assaggiata, come io dissi.”</p>
<p>Udendo la donna queste cose, conobbe che egli erano
dell'altre così savie come ella fosse, quantunque talvolta
sciagura ne cogliesse a alcuna, e volentieri avrebbe con
parole la donna d'Ercolano difesa; ma per ciò che col
biasimare il fallo altrui le parve dovere a' suoi far più
libera via, cominciò a dire: “Ecco belle cose! ecco buona e
santa donna che costei dee essere! ecco fede d'onesta donna,
che mi sarei confessata da lei, sì spirital mi parea! e
peggio, che essendo ella oggimai vecchia dà molto buono
essemplo alle giovani! Che maladetta sia l'ora che ella nel
mondo venne e ella altressì che viver si lascia,
perfidissima e rea femina che ella dee essere, universal
vergogna e vitupero di tutte le donne di questa terra: la
quale, gittata via la sua onestà e la fede promessa al suo
marito e l'onor di questo mondo, lui, che è così fatto uomo
e così onorevole cittadino e che così ben la trattava, per
un altro uomo non s'è vergognata di vituperare e se medesima
insieme con lui. Se Dio mi salvi, di così fatte femine non
si vorrebbe avere misericordia: elle si vorrebbero uccidere,
elle si vorrebbon vive vive metter nel fuoco e farne
cenere!”</p>
<p>Poi, del suo amico ricordandosi, il quale ella sotto la
cesta assai presso di quivi aveva, cominciò a pregar Pietro
che s'andasse a letto, per ciò che tempo n'era. Pietro, che
maggior voglia aveva di mangiare che di dormire, domandava
pure se da cena cosa alcuna vi fosse, a cui la donna
rispondeva: “Sì da cena ci ha! noi siamo molto usate di far
da cena, quando tu non ci se'! Sì, che io sono la moglie
d'Ercolano! Deh, ché non vai dormi per istasera? quanto
farai meglio!”</p>
<p>Avvenne che, essendo la sera certi lavoratori di Pietro
venuti con certe cose dalla villa e avendo messi gli asini
loro, senza dar lor bere, in una stalletta la quale allato
alla loggetta era, l'un degli asini, che grandissima sete
avea, tratto il capo del capestro era uscito della stalla e
ogni cosa andava fiutando se forse trovasse dell'acqua; e
così andando s'avenne per mei la cesta sotto la quale era il
giovinetto. Il quale avendo, per ciò che carpone gli
convenia stare, alquanto le dita dell'una mano stese in
terra fuori della cesta, tanta fu la sua ventura, o sciagura
che vogliam dire, che questo asino ve gii pose sù piede,
laonde egli, grandissimo dolor sentendo, mise un grande
strido.</p>
<p>Il quale udendo Pietro si maravigliò e avvidesi ciò esser
dentro alla casa; per che, uscito della camera e sentendo
ancora costui ramaricarsi, non avendogli ancora l'asino
levato il piè d'in su le dita ma premendol tuttavia forte,
disse: “Chi è là?” e corso alla cesta e quella levata,
vide il giovinetto, al quale, oltre al dolore avuto delle
dita premute dal piè dell'asino, tutto di paura tremava che
Pietro alcun male non gli facesse. Il quale essendo da
Pietro riconosciuto, sì come colui a cui Pietro per le sue
cattività era andato lungamente dietro, essendo da lui
domandato: “Che fai tu qui?” niente a ciò gli rispose ma
pregollo che per l'amor di Dio non gli dovesse far male.</p>
<p>A cui Pietro disse: “Leva sù, non dubitare che io alcun
mal ti faccia: ma dimmi come tu se' qui e perché.”</p>
<p>Il giovinetto gli disse ogni cosa; il quale Pietro, non men
lieto d'averlo trovato che la sua donna dolente, presolo per
mano con seco nel menò nella camera nella quale la donna con
la maggior paura del mondo l'aspettava.</p>
<p>Alla quale Pietro postosi a seder di rimpetto disse: “Or
tu maladicevi così testé la moglie d'Ercolano e dicevi che
arder si vorrebbe e che ella era vergogna di tutte voi: come
non dicevi di te medesima? o se di te dir non volevi, come
ti sofferiva l'animo di dir di lei, sentendoti quello
medesimo aver fatto che ella fatto avea? Certo niuna altra
cosa vi t'induceva se non che voi siete tutte così fatte, e
con l'altrui colpe guatate di ricoprire i vostri falli: che
venir possa fuoco da cielo che tutte v'arda, generazion
pessima che voi siete!”</p>
<p>La donna, veggendo che egli nella prima giunta altro male
che di parole fatto non l'avea e parendole conoscere lui
tutto gongolare per ciò che per man tenea un così bel
giovinetto, prese cuore e disse: “Io ne son molto certa che
tu vorresti che fuoco venisse da cielo che tutte ci ardesse,
sì come colui che se' così vago di noi come il can delle
mazze; ma alla croce di Dio egli non ti verrà fatto. Ma
volentieri farei un poco ragione con esso teco per sapere di
che tu ti ramarichi: e certo io starei pur bene se tu alla
moglie d'Ercolano mi volessi agguagliare, la quale è una
vecchia picchiapetto spigolistra e ha da lui ciò che ella
vuole, e tienla cara come si dee tener moglie, il che a me
non avviene. Ché, posto che io sia da te ben vestita e ben
calzata, tu sai bene come io sto d'altro e quanto tempo egli
ha che tu non giacesti con meco; e io vorrei innanzi andar
con gli stracci indosso e scalza e esser ben trattata da te
nel letto, che aver tutte queste cose trattandomi come tu mi
tratti. E intendi sanamente, Pietro, che io son femina come
l'altre e ho voglia di quel che l'altre, sì che, perché io
me ne procacci, non avendone da te, non è da dirmene male:
almeno ti fo io cotanto d'onore, che io non mi pongo né con
ragazzi né con tignosi.”</p>
<p>Pietro s'avide che le parole non eran per venir meno in
tutta notte; per che, come colui che poco di lei curava,
disse: “Or non più, donna: di questo ti contenterò io bene;
farai tu gran cortesia di fare che noi abbiamo da cena
qualche cosa, ché mi pare che questo garzone altressì, ben
com'io, non abbia ancor cenato.”</p>
<p>“Certo no, “ disse la donna “che egli non ha ancor
cenato; ché quando tu nella tua malora venisti ci ponavam
noi a tavola per cenare.”</p>
<p>“Or va dunque, “ disse Pietro “fa che noi ceniamo, e
appresso io disporrò di questa cosa in guisa che tu non
t'avrai che ramaricare.”</p>
<p>La donna levata sù, udendo il marito contento, prestamente
fatta rimetter la tavola, fece venir la cena la quale
apparecchiata avea, e insieme col suo cattivo marito e col
giovane lietamente cenò.</p>
<p>Dopo la cena quello che Pietro si divisasse a
sodisfacimento di tutti e tre m'è uscito di mente; so io ben
cotanto, che la mattina vegnente infino in su la Piazza fu
il giovane, non assai certo qual più stato si fosse la notte
o moglie o marito, accompagnato. Per che così vi vo' dire,
donne mie care, che chi te la fa, fagliele; e se tu non
puoi, tienloti a mente fin che tu possa, acciò che quale
asino dà in parete tal riceva.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Essendo adunque la novella di Dioneo finita, meno per
vergogna dalle donne risa che per poco diletto, e la reina
conoscendo che il fine del suo ragionamento era venuto,
levatasi in piè e trattasi la corona dello alloro, quella
piacevolmente mise in capo a Elissa dicendole:–A voi,
madonna, sta omai il comandare.–</p>
<p>Elissa, ricevuto l'onore, sì come per adietro era stato
fatto così fece ella: ché dato col siniscalco primieramente
ordine a ciò che bisogno facea per lo tempo della sua
signoria, con contentamento della brigata disse:–Noi
abbiamo già molte volte udito che con be' motti o con
risposte pronte o con avvedimenti presti molti hanno già
saputo con debito morso rintuzzare gli altrui denti o i
sopravegnenti pericoli cacciar via; e per ciò che la materia
è bella e può essere utile, voglio che domane con l'aiuto di
Dio infra questi termini si ragioni, cioè di chi, con alcun
leggiadro motto tentato, si riscotesse, o con pronta
risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno.–</p>
<p>Questo fu commendato molto da tutti: per la qual cosa la
reina levatasi in piè loro tutti infino all'ora della cena
licenziò. L'onesta brigata, vedendo la reina levata, tutta
si dirizzò, e, secondo il modo usato, ciascuno a quello che
più diletto gli era si diede.</p>
<p>Ma essendo già di cantar le cicale ristate, fatto ogn'uom
richiamare, a cena andarono; la quale con lieta festa
fornita, a cantare e a sonare tutti si diedero. E avendo già
con volere della reina Emilia una danza presa, a Dioneo fu
comandato che cantasse una canzone. Il quale prestamente
cominciò <emph>Monna Aldruda, levate la coda, Ché buone novelle
vi reco</emph>. Di che tutte le donne cominciarono a ridere, e
massimamente la reina, la quale gli comandò che quella
lasciasse e dicessene un'altra.</p>
<p>Disse Dioneo:–Madonna, se io avessi cembalo io direi
<emph>alzatevi i panni, monna Lapa</emph> o <emph>Sotto l'ulivello è
l'erba</emph>; o voleste voi che io dicessi <emph>L'onda del mare mi
fa sì gran male</emph>? Ma io non ho cembalo, e per ciò vedete
voi qual voi volete di queste altre. Piacerebbevi <emph>Esci
fuor che sie tagliato, Com'un mio in su la campagna</emph>?–</p>
<p>Disse la reina:–No, dinne un'altra.–</p>
<p>–Dunque,–disse Dioneo–dirò io <emph>Monna Simona imbotta
imbotta, E' non è del mese d'ottobre</emph>.–</p>
<p>La reina ridendo disse:–Deh in malora! dinne una bella,
se tu vuogli, ché noi non voglian cotesta.–</p>
<p>Disse Dioneo:–No, madonna, non ve ne fate male: pur qual
più vi piace? Io ne so più di mille. O volete <emph>Questo mio
nicchio, s'io nol picchio</emph> o <emph>Deh fa pian, marito mio</emph> o
<emph>Io mi comperai un gallo delle lire cento</emph>?–</p>
<p>La reina allora un poco turbata, quantunque tutte l'altre
ridessero, disse:–Dioneo, lascia stare il motteggiare e
dinne una bella; e se no, tu potresti provare come io mi so
adirare.–</p>
<p>Dioneo, udendo questo, lasciate star le ciance, prestamente
in cotal guisa cominciò a cantare:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Amor, la vaga luce</l>
<l>che move da' begli occhi di costei</l>
<l>servo m'ha fatto di te e di lei.</l></lg>
<lg>
<l>Mosse da' suoi begli occhi lo splendore</l>
<l>che pria la fiamma tua nel cor m'accese,</l>
<l>per li miei trapassando;</l>
<l>e quanto fosse grande il tuo valore,</l>
<l>il bel viso di lei mi fé palese;</l>
<l>il quale imaginando,</l>
<l>mi senti' gir legando</l>
<l>ogni vertù e sottoporla a lei,</l>
<l>fatta nuova cagion de' sospir miei.</l></lg>
<lg>
<l>Così de' tuoi, adunque, divenuto</l>
<l>son, signor caro, e ubidente aspetto</l>
<l>dal tuo poter merzede;</l>
<l>ma non so ben se 'ntero è conosciuto</l>
<l>l'alto disio che messo m'hai nel petto</l>
<l>né la mia intera fede</l>
<l>da costei, che possiede</l>
<l>sì la mia mente, che io non torrei</l>
<l>pace fuor che da essa, né vorrei.</l></lg>
<lg>
<l>Per ch'io ti priego, dolce signor mio,</l>
<l>che gliel dimostri e faccile sentire</l>
<l>alquanto del tuo foco</l>
<l>in servigio di me, ché vedi ch'io</l>
<l>già mi consumo amando e nel martire</l>
<l>mi sfaccio a poco a poco;</l>
<l>e poi, quando fia loco,</l>
<l>me raccomanda a lei, come tu dei,</l>
<l>che teco a farlo volentier verrei.</l></lg>
</lg>
<p>Da poi che Dioneo tacendo mostrò la sua canzone esser
finita, fece la reina assai dell'altre dire, avendo
nondimeno commendata molto quella di Dioneo. Ma poi che
alquanto della notte fu trapassata, e la reina, sentendo già
il caldo del dì esser vinto dalla freschezza della notte,
comandò che ciascuno infino al dì seguente a suo piacere
s'andasse a riposare.
</p></div2></div1>
<div1 n="Sesta giornata">
<argument><p>FINISCE LA QUINTA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA SESTA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO D'ELISSA, SI RAGIONA DI CHI CON ALCUN LEGGIADRO MOTTO, TENTATO, SI RISCOTESSE, O CON PRONTA RISPOSTA O AVVEDIMENTO FUGGÌ PERDITA O PERICOLO O SCORNO.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Aveva la luna, essendo nel mezzo del cielo, perduti i raggi
suoi, e già per la nuova luce vegnente ogni parte del nostro
mondo era chiara, quando la reina levatasi, fatta la sua
compagnia chiamare, alquanto con lento passo dal bel
palagio, su per la rugiada spaziandosi, s'allontanarono,
d'una e d'altra cosa varii ragionamenti tegnendo e della più
bellezza e della meno delle raccontate novelle disputando e
ancora de' varii casi recitati in quelle rinnovando le risa,
infino a tanto che, già più alzandosi il sole e
cominciandosi a riscaldare, a tutti parve di dover verso
casa tornare: per che, voltati i passi, là se ne vennero. E
quivi, essendo già le tavole messe e ogni cosa d'erbucce
odorose e di be' fiori seminata, avanti che il caldo
surgesse più, per comandamento della reina si misero a
mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro
facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate,
chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a tavole;
e Dioneo insieme con Lauretta di Troilo e di Criseida
cominciarono a cantare.</p>
<p>E già l'ora venuta del dovere a concistoro tornare, fatti
tutti dalla reina chiamare, come usati erano dintorno alla
fonte si posero a sedere; e volendo già la reina comandare
la prima novella, avvenne cosa che ancora adivenuta non
v'era, cioè che per la reina e per tutti fu un gran romore
udito che per le fanti e' famigliari si faceva in cucina.
Laonde, fatto chiamare il siniscalco e domandato qual
gridasse e qual fosse del romore la cagione, rispose che il
romore era tra Licisca e Tindaro ma la cagione egli non
sapea, sì come colui che pure allora giugnea per fargli star
cheti, quando per parte di lei era stato chiamato. Al quale
la reina comandò che incontanente quivi facesse venire la
Licisca e Tindaro; li quali venuti, domandò la reina qual
fosse la cagione del loro romore.</p>
<p>Alla quale volendo Tindaro rispondere, la Licisca, che
attempatetta era e anzi superba che no e in sul gridar
riscaldata, voltatasi verso lui con un mal viso disse:–
Vedi bestia d'uom che ardisce, là dove io sia, a parlare
prima di me! Lascia dir me–, e alla reina rivolta disse:–
Madonna, costui mi vuol far conoscere la moglie di Sicofante
e, né più né meno come se io con lei usata non fossi, mi
vuol dare a vedere che la notte prima che Sicofante giacque
con lei messer Mazza entrasse in Monte Nero per forza e con
ispargimento di sangue; e io dico che non è vero, anzi
v'entrò paceficamente e con gran piacer di quei d'entro. E è
ben sì bestia costui, che egli si crede troppo bene che le
giovani sieno sì sciocche, che elle stieno a perdere il
tempo loro stando alla bada del padre e de' fratelli, che
delle sette volte le sei soprastanno tre o quatro anni più
che non debbono a maritarle. Frate, bene starebbono se elle
s'indugiasser tanto! Alla fé di Cristo, ché debbo sapere
quello che io mi dico quando io giuro: io non ho vicina che
pulcella ne sia andata a marito, e anche delle maritate so
io ben quante e quali beffe elle fanno a' mariti: e questo
pecorone mi vuol far conoscer le femine, come se io fossi
nata ieri!–</p>
<p>Mentre la Licisca parlava, facevan le donne sì gran risa,
che tutti i denti si sarebbero loro potuti trarre, e la
reina l'aveva ben sei volte imposto silenzio ma niente
valea: ella non ristette mai infino a tanto che ella ebbe
detto ciò che ella volle.</p>
<p>Ma poi che fatto ebbe alle parole fine, la reina ridendo,
volta a Dioneo, disse:–Dioneo, questa è quistion da te: e
per ciò farai, quando finite fieno le nostre novelle, che tu
sopr'essa dei sentenzia finale.–</p>
<p>Alla qual Dioneo prestamente rispose:–Madonna, la
sentenzia è data senza udirne altro: e dico che la Licisca
ha ragione, e credo che così sia come ella dice, e Tindaro è
una bestia.–</p>
<p>La qual cosa la Licisca udendo cominciò a ridere, e a
Tindaro rivolta disse:–Ben lo diceva io: vatti con Dio,
credi tu saper più di me tu, che non hai ancora rasciutti
gli occhi? Gran mercé, non ci son vivuta invano io, no–; e,
se non fosse che la reina con un mal viso le 'mpose silenzio
e comandolle che più parola né romor facesse se esser non
volesse scopata e lei e Tindaro mandò via, niuna altra cosa
avrebbero avuta a fare in tutto quel giorno che attendere a
lei. Li quali poi che partiti furono, la reina impose a
Filomena che alle novelle desse principio; la quale
lietamente così cominciò.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Un cavalier dice a madonna Oretta di portarla con una
novella: e, mal compostamente dicendola, è da lei pregato
che a piè la ponga.</emph></p></argument>
<p>–Giovani donne, come ne' lucidi sereni sono le stelle
ornamento del cielo e nella primavera i fiori de' verdi
prati e de' colli i rivestiti albuscelli, così de' laudevoli
costumi e de' ragionamenti belli sono i leggiadri motti; li
quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle
donne che agli uomini quanto più alle donne che agli uomini
il molto parlar si disdice. E il vero che, qual si sia la
cagione, o la malvagità del nostro ingegno o inimicizia
singulare che a' nostri secoli sia portata da' cieli, oggi
poche o non niuna donna rimasa ci è la qual ne sappia ne'
tempi oportuni dire alcuno o, se detto l'è, intenderlo come
si conviene: general vergogna di tutte noi. Ma per ciò che
già sopra questa materia assai da Pampinea fu detto, più
oltre non intendo di dirne; ma per farvi avvedere quanto
abbiano in sé di bellezza a' tempi detti, un cortese impor
di silenzio fatto da una gentil donna a un cavaliere mi
piace di raccontarvi.</p>
<p>Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o possono
avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra città
fu una gentile e costumata donna e ben parlante, il cui
valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu adunque
chiamata madonna Oretta e fu moglie di messer Geri Spina; la
quale per avventura essendo in contado, come noi siamo, e da
un luogo a un altro andando per via di diporto insieme con
donne e con cavalieri, li quali a casa sua il dì avuti aveva
a desinare, e essendo forse la via lunghetta di là onde si
partivano a colà dove tutti a piè d'andare intendevano,
disse uno de' cavalieri della brigata: “Madonna Oretta,
quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che
a andare abbiamo, a cavallo con una delle belle novelle del
mondo.”</p>
<p>Al quale la donna rispuose: “Messere, anzi ve ne priego io
molto, e sarammi carissimo.”</p>
<p>Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la
spada allato che 'l novellar nella lingua, udito questo,
cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era
bellissima, ma egli or tre e quatro e sei volte replicando
una medesima parola e ora indietro tornando e talvolta
dicendo: “Io non dissi bene” e spesso ne' nomi errando, un
per un altro ponendone, fieramente la guastava: senza che
egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e gli
atti che accadevano, profereva.</p>
<p>Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un
sudore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse
stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non
poté, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio
né era per riuscirne, piacevolemente disse: “Messer, questo
vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego
che vi piaccia di pormi a piè.”</p>
<p>Il cavaliere, il quale per avventura era molto migliore
intenditor che novellatore, inteso il motto e quello in
festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle e quella
che cominciata aveva e mal seguita senza finita lasciò
stare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri
Spina d'una sua trascutata domanda.</emph></p></argument>
<p>Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar
di madonna Oretta lodato, il qual comandò la reina a
Pampinea che seguitasse; per che ella così cominciò:</p>
<p>–Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in
questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile
anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo
dotato d'anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro
cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire;
il qual Cisti, d'altissimo animo fornito, la fortuna fece
fornaio. E certo io maladicerei e la natura parimente e la
fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima
e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei
cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto
avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li
quali, incerti de' futuri casi, per le loro oportunità le
loro più care cose ne' più vili luoghi delle lor case, sì
come meno sospetti, sepelliscono, e quindi ne' maggior
bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente
servate che la bella camera non avrebbe. E così le due
ministre del mondo spesso le lor cose più care nascondono
sotto l'ombra dell'arti reputate più vili, acciò che di
quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro
splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il
dichiarasse, gli occhi dello 'ntelletto rimettendo a messer
Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata,
che sua moglie fu, m'ha tornata nella memoria, mi piace in
una novelletta assai piccola dimostrarvi.</p>
<p>Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale
messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in
Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran
bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e
egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne
che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi
ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti
a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo
forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale
quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in
quella gli era stata benigna, che egli n'era ricchissimo
divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare
splendidissimamente vivea, avendo tra l'altre sue buone cose
sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si
trovassero o nel contado.</p>
<p>Il quale, veggendo ogni mattina davanti all'uscio suo
passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il
caldo grande, s'avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor
bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua
condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta
cosa il presummere d'invitarlo ma pensossi di tener modo il
quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo
un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato
innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio che fornaio il
dimostravano, ogni mattina in su l'ora che egli avvisava che
messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva
davanti all'uscio suo recare una secchia nuova e stagnata
d'acqua fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del
suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d'ariento,
sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e
egli, poi che una volta o due spurgato s'era, cominciava a
ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n'avrebbe
fatta venir voglia a' morti.</p>
<p>La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta,
disse la terza: “Chente è, Cisti? è buono?”</p>
<p>Cisti, levato prestamente in piè, rispose: “Messer sì, ma
quanto non vi potre' io dare a intendere, se voi non
assaggiaste.”</p>
<p>Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che
l'usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva
fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo
disse: “Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino
di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non
ce ne penteremo”; e con loro insieme se n'andò verso Cisti.</p>
<p>Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuor
dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari,
che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse:
“Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio
fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia
infornare; e non aspettaste voi d'assaggiarne gocciola!” E
così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e
nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon
vino, diligentemente diede bere a messer Geri e a' compagni,
alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran
tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli
ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme
n'andò a ber messer Geri.</p>
<p>A' quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri
fece un magnifico convito, al quale invitò una parte de' più
orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per
niuna condizione andar vi volle. Impose adunque messer Geri
a uno de' suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin
di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle
prime mense. Il famigliare, forse sdegnato perché niuna
volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco.</p>
<p>Il quale come Cisti vide, disse: “Figliuolo, messer Geri
non ti manda a me.”</p>
<p>Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra
risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui
messer Geri disse: “Tornavi e digli che sì fo: e se egli
più così ti risponde, domandalo a cui io ti mando.”</p>
<p>Il famigliare tornato disse: “Cisti, per certo messer Geri
mi manda pure a te.”</p>
<p>Al quale Cisti rispose: “Per certo, figliuol, non fa.”</p>
<p>“Adunque, “ disse il famigliare “a cui mi manda?”</p>
<p>Rispose Cisti: “A Arno.”</p>
<p>Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli
occhi gli s'apersero dello 'ntelletto e disse al famigliare:
“Lasciami vedere che fiasco tu vi porti”; e vedutol disse:
“Cisti dice vero”; e dettagli villania gli fece torre un
fiasco convenevole.</p>
<p>Il quale Cisti vedendo disse: “Ora so io bene che egli ti
manda a me”, e lietamente glielo impié.</p>
<p>E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d'un
simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer
Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse: “Messere, io
non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane
m'avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di
mente ciò che io a questi dì co' miei piccoli orcioletti
v'ho dimostrato, cioè che questo non sia vin da famiglia,
vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo
d'esservene più guardiano, tutto ve l'ho fatto venire:
fatene per innanzi come vi piace.”</p>
<p>Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie
gli rendé che a ciò credette si convenissero, e sempre poi
per da molto l'ebbe e per amico.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Monna Nonna de' Pulci con una presta risposta al meno che
onesto motteggiare del vescovo di Firenze silenzio impone.</emph></p></argument>
<p>Quando Pampinea la sua novella ebbe finita, poi che da
tutti e la risposta e la liberalità di Cisti molto fu
commendata, piacque alla reina che Lauretta dicesse
appresso; la quale lietamente così a dir cominciò:</p>
<p>–Piacevoli donne, prima Pampinea e ora Filomena assai del
vero toccarono della nostra poca vertù e della bellezza de'
motti; alla qual per ciò che tornar non bisogna, oltre a
quello che de' motti è stato detto, vi voglio ricordare
essere la natura de' motti cotale, che essi, come la pecora
morde, deono così mordere l'uditore e non come 'l cane: per
ciò che, se come il cane mordesse il motto, non sarebbe
motto ma villania. La qual cosa ottimamente fecero e le
parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti. È il vero
che, se per risposta si dice e il risponditore morda come
cane, essendo come da cane prima stato morso, non par da
riprender come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe: e per
ciò è da guardare e come e quando e con cui e similmente
dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando già un
nostro prelato, non minor morso ricevette che 'l desse: il
che io in una piccola novella vi voglio mostrare.</p>
<p>Essendo vescovo di Firenze messere Antonio d'Orso, valoroso
e savio prelato, venne in Firenze un gentile uom catalano,
chiamato messer Dego della Ratta, maliscalco per lo re
Ruberto; il quale essendo del corpo bellissimo e vie più che
grande vagheggiatore, avvenne che fra l'altre donne
fiorentine una ne gli piacque, la quale era assai bella
donna e era nepote d'un fratello del detto vescovo. E avendo
sentito che il marito di lei, quantunque di buona famiglia
fosse, era avarissimo e cattivo, con lui compose di dovergli
dare cinquecento fiorin d'oro, e egli una notte con la
moglie il lasciasse giacere; per che, fatti dorare popolini
d'ariento, che allora si spendevano, giaciuto con la moglie,
come che contro al piacer di lei fosse, gliele diede. Il che
poi sappiendosi per tutto, rimasero al cattivo uomo il danno
e le beffe; e il vescovo, come savio, s'infinse di queste
cose niente sentire.</p>
<p>Per che, usando molto insieme il vescovo e 'l maliscalco,
avvenne che il dì di san Giovanni, cavalcando l'uno allato
all'altro veggendo le donne per la via onde il palio si
corre, il vescovo vide una giovane la quale questa
pistolenzia presente ci ha tolta donna, il cui nome fu monna
Nonna de' Pulci, cugina di messere Alesso Rinucci e cui voi
tutte doveste conoscere: la quale essendo allora una fresca
e bella giovane e parlante e di gran cuore, di poco tempo
avanti in Porta San Piero a marito venutane, la mostrò al
maliscalco; e poi, essendole presso, posta la mano sopra la
spalla del maliscalco, disse: “Nonna, che ti par di costui?
crederestil vincere?”</p>
<p>Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la
sua onestà o la dovesser contaminare negli animi di coloro,
che molti v'erano, che l'udirono; per che, non intendendol a
purgar questa contaminazione ma a render colpo per colpo,
prestamente rispose: “Messere, e forse non vincerebbe me;
ma vorrei buona moneta.”</p>
<p>La qual parola udita il maliscalco e 'l vescovo, sentendosi
parimente trafitti, l'uno sì come facitore della disonesta
cosa nella nepote del fratel del vescovo e l'altro sì come
ricevitore nella nepote del proprio fratello, senza guardar
l'un l'altro vergognosi e taciti se n'andarono, senza più
quel giorno dirle alcuna cosa. Così adunque, essendo la
giovane stata morsa, non le si disdisse il mordere altrui
motteggiando.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta
parola a sua salute l'ira di Currado volge in riso e sé
campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.</emph></p></argument>
<p>Tacevasi già la Lauretta e da tutti era stata sommamente
commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che
seguitasse; la qual disse:</p>
<p>–Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso
parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, a'
dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de'
paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone che
mai a animo riposato per lo dicitore si sareber sapute
trovare: il che io per la mia novella intendo di
dimostrarvi.</p>
<p>Currado Gianfigliazzi, sì come ciascuna di voi e udito e
veduto puote avere, sempre della nostra città è stato
notabile cittadino, liberale e magnifico, e vita
cavalleresca tenendo continuamente in cani e in uccelli s'è
dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando
stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a
Peretola una gru ammazzata, trovandola grassa e giovane,
quella mandò a un suo buon cuoco, il quale era chiamato
Chichibio e era viniziano; e sì gli mandò dicendo che a cena
l'arrostisse e governassela bene. Chichibio, il quale come
nuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a
fuoco e con sollecitudine a cuocer la cominciò. La quale
essendo già presso che cotta e grandissimo odor venendone,
avvenne che una feminetta della contrada, la quale Brunetta
era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò
nella cucina, e sentendo l'odor della gru e veggendola pregò
caramente Chichibio che ne le desse una coscia.</p>
<p>Chichibio le rispose cantando e disse: “Voi non l'avrì da
mi, donna Brunetta, voi non l'avrì da mi.”</p>
<p>Di che donna Brunetta essendo turbata, gli disse: “In fé
di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che
ti piaccia”, e in brieve le parole furon molte; alla fine
Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l'una
delle cosce alla gru, gliele diede.</p>
<p>Essendo poi davanti a Currado e a alcun suo forestiere
messa la gru senza coscia, e Currado, maravigliandosene,
fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta
l'altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo
subitamente rispose: “Signor mio, le gru non hanno se non
una coscia e una gamba.”</p>
<p>Currado allora turbato disse: “Come diavol non hanno che
una coscia e una gamba? Non vid'io mai più gru che questa?”</p>
<p>Chichibio seguitò: “Egli è, messer, com'io vi dico; e
quando vi piaccia, io il vi farò veder ne' vivi.”</p>
<p>Currado per amore de' forestieri che seco avea non volle
dietro alle parole andare, ma disse: “Poi che tu di' di
farmelo veder ne' vivi, cosa che io mai più non vidi né udi'
dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò
contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo che, se
altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera, che tu
con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del
nome mio.”</p>
<p>Finite adunque per quella sera le parole, la mattina
seguente, come il giorno apparve, Currado, a cui non era per
lo dormire l'ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e
comandò che i cavalli gli fossero menati; e fatto montar
Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva
della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle
gru, nel menò dicendo: “Tosto vedremo chi avrà iersera
mentito, o tu o io.”</p>
<p>Chichibio, veggendo che ancora durava l'ira di Currado e
che far gli conveniva pruova della sua bugia, non sappiendo
come poterlasi fare cavalcava appresso a Currado con la
maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si
sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora adietro e
dallato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru
fossero che stessero in due piè.</p>
<p>Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che a
alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le
quali tutte in un piè dimoravano, sì come quando dormono
soglion fare; per che egli, prestamente mostratele a
Currado, disse: “Assai bene potete, messer, vedere che
iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una
coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà
stanno.”</p>
<p>Currado vedendole disse: “Aspettati, che io ti mostrerò
che elle n'hanno due”, e fattosi alquanto più a quelle
vicino, gridò: “Ho, ho!”, per lo qual grido le gru,
mandato l'altro piè giù, tutte dopo alquanti passi
cominciarono a fuggire; laonde Currado rivolto a Chichibio
disse: “Che ti par, ghiottone? parti che elle n'abbian
due?”</p>
<p>Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde
si venisse, rispose: “Messer sì, ma voi non gridaste ‘ho,
ho!’ a quella d'iersera; ché se così gridato aveste ella
avrebbe così l'altra coscia e l'altro piè fuor mandata, come
hanno fatto queste.”</p>
<p>A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua
ira si convertì in festa e riso, e disse: “Chichibio, tu
hai ragione: ben lo doveva fare.”</p>
<p>Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta
Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo
signore.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto dipintore,
venendo di Mugello, l'uno la sparuta apparenza dell'altro
motteggiando morde.</emph></p></argument>
<p>Come Neifile tacque, avendo molto le donne preso di piacere
della risposta di Chichibio, così Panfilo per volere della
reina disse:</p>
<p>–Carissime donne, egli avviene spesso che, sì come la
fortuna sotto vili arti alcuna volta grandissimi tesori di
vertù nasconde, come poco avanti per Pampinea fu mostrato,
così ancora sotto turpissime forme d'uomini si truovano
maravigliosi ingegni dalla natura essere stati riposti. La
qual cosa assai apparve in due nostri cittadini de' quali io
intendo brievemente di ragionarvi: per ciò che l'uno, il
quale messer Forese da Rabatta fu chiamato, essendo di
persona piccolo e isformato, con viso piatto e ricagnato che
a qualunque de' Baronci più trasformato l'ebbe sarebbe stato
sozzo, fu di tanto sentimento nelle leggi, che da molti
valenti uomini uno armario di ragione civile fu reputato; e
l'altro, il cui nome fu Giotto, ebbe uno ingegno di tanta
eccellenzia, che niuna cosa dà la natura, madre di tutte le
cose e operatrice col continuo girar de' cieli, che egli con
lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse sì
simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa
paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si
truova che il visivo senso degli uomini vi prese errore,
quello credendo esser vero che era dipinto. E per ciò,
avendo egli quell'arte ritornata in luce, che molti secoli
sotto gli error d'alcuni, che più a dilettar gli occhi
degl'ignoranti che a compiacere allo 'ntelletto de' savi
dipignendo, era stata sepulta, meritamente una delle luci
della fiorentina gloria dir si puote; e tanto più, quanto
con maggiore umiltà, maestro degli altri in ciò, vivendo
quella acquistò, sempre rifiutando d'esser chiamato maestro.
Il qual titolo rifiutato da lui tanto più in lui
risplendeva, quanto con maggior disidero da quegli che men
sapevan di lui o da' suoi discepoli era cupidamente
usurpato. Ma quantunque la sua arte fosse grandissima, non
era egli per ciò né di persona né d'aspetto in niuna cosa
più bello che fosse messer Forese. Ma alla novella venendo,
dico.</p>
<p>Avevano in Mugello messer Forese e Giotto lor possessioni;
e essendo messer Forese le sue andate a vedere, in quegli
tempi di state che le ferie si celebran per le corti, e per
avventura in su un cattivo ronzin da vettura venendosene,
trovò il già detto Giotto, il quale similmente avendo le sue
vedute se ne tornava a Firenze; il quale né in cavallo né in
arnese essendo in cosa alcuna meglio di lui, sì come vecchi
a pian passo venendosene insieme s'accompagnarono. Avvenne,
come spesso di state veggiamo avvenire, che una subita piova
gli sopraprese: la quale essi, come più tosto poterono,
fuggirono in casa d'un lavoratore amico e conoscente di
ciascheduno di loro. Ma dopo alquanto, non faccendo l'acqua
alcuna vista di dover ristare e costoro volendo essere il dì
a Firenze, presi dal lavoratore in prestanza due mantellacci
vecchi di romagnuolo e due cappelli tutti rosi dalla
vecchiezza, per ciò che migliori non v'erano, cominciarono a
camminare.</p>
<p>Ora, essendo essi alquanto andati e tutti molli veggendosi
e per gli schizzi che i ronzini fanno co' piedi in quantità
zaccherosi, le quali cose non sogliono altrui accrescer
punto d'orrevolezza, rischiarandosi alquanto il tempo, essi,
che lungamente erano venuti taciti, cominciarono a
ragionare. E messer Forese, cavalcando e ascoltando Giotto,
il quale bellissimo favellatore era, cominciò a considerarlo
e da lato e da capo e per tutto, e veggendo ogni cosa così
disorrevole e così disparuto, senza avere a sé niuna
considerazione, cominciò a ridere e disse: “Giotto, a che
ora venendo di qua alla 'ncontro di noi un forestiere che
mai veduto non t'avesse, credi tu che egli credesse che tu
fossi il migliore dipintore del mondo, come tu se'?”</p>
<p>A cui Giotto prestamente rispose: “Messere, credo che egli
il crederebbe allora che, guardando voi, egli crederebbe che
voi sapeste l'abicì.”</p>
<p>Il che messer Forese udendo il suo error riconobbe, e
videsi di tal moneta pagato, quali erano state le derrate
vendute.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono
i più gentili uomini del mondo o di Maremma e vince una
cena.</emph></p></argument>
<p>Ridevano ancora le donne della bella e presta risposta di
Giotto, quando la reina impose il seguitare alla Fiammetta;
la quale così incominciò a parlare:</p>
<p>–Giovani donne, l'essere stati ricordati i Baronci da
Panfilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa
egli, m'ha nella memoria tornata una novella, nella quale
quanta sia la lor nobiltà si dimostra senza dal nostro
proposito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla.</p>
<p>Egli non è ancora guari di tempo passato che nella nostra
città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale era
il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo e le
più nuove novelle aveva per le mani; per la qual cosa i
giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si
trovavano, di potere aver lui. Ora avvenne un giorno che,
essendo egli con alquanti a Montughi, si cominciò tra loro
una quistion così fatta: quali fossero li più gentili uomini
di Firenze e i più antichi; de' quali alcuni dicevano gli
Uberti e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo
che nell'animo gli capea.</p>
<p>Li quali udendo lo Scalza cominciò a ghignare e disse:
“Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non
sapete ciò che voi vi dite: i più gentili uomini e i più
antichi, non che di Firenze ma di tutto il mondo o di
Maremma, sono i Baronci, e a questo s'accordano tutti i
fisofoli e ogni uomo che gli conosce come fo io: e acciò che
voi non intendeste d'altri, io dico de' Baronci vostri
vicini da Santa Maria Maggiore.”</p>
<p>Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire
altro, udiron questo, tutti si fecero beffe di lui e
dissero: “Tu ci uccelli, quasi come se noi non
cognoscessimo i Baronci come facci tu.”</p>
<p>Disse lo Scalza: “Alle guagnele non fo, anzi mi dico il
vero: e se egli ce n'è niuno che voglia metter sù una cena a
doverla dare a chi vince, con sei compagni quali più gli
piaceranno, io la metterò volentieri; e ancora vi farò più,
che io ne starò alla sentenzia di chiunque voi vorrete.”</p>
<p>Tra' quali disse uno, che si chiamava Neri Vannini: “Io
sono acconcio a voler vincere questa cena”; e accordatisi
insieme d'aver per giudice Piero di Fiorentino, in casa cui
erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri appresso per
vedere perdere lo Scalza e dargli noia, ogni cosa detta gli
raccontarono.</p>
<p>Piero, che discreto giovane era, udita primieramente la
ragione di Neri, poi allo Scalza rivolto disse: “E tu come
potrai mostrare questo che tu affermi?”</p>
<p>Disse lo Scalza: “Che? il mostrerò per sì fatta ragione,
che non che tu ma costui, che il niega, dirà che io dica il
vero. Voi sapete che, quanto gli uomini son più antichi, più
son gentili, e così si diceva pur testé tra costoro: e i
Baronci son più antichi che niuno altro uomo, sì che son più
gentili; e come essi sien più antichi mostrandovi, senza
dubbio io avrò vinta la quistione. Voi dovete sapere che i
Baronci furon fatti da Domenedio al tempo che Egli aveva
cominciato d'apparare a dipignere, ma gli altri uomini furon
fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di
questo il vero, ponete mente a' Baronci e agli altri uomini:
dove voi tutti gli altri vedrete co' visi ben composti e
debitamente proporzionati, potrete vedere i Baronci qual col
viso molto lungo e stretto, e quale averlo oltre a ogni
convenienza largo, e tal v'è col naso molto lungo e tale
l'ha corto, e alcuni col mento in fuori e in sù rivolto e
con mascelloni che paion d'asino; e èvvi tale che ha l'uno
occhio più grosso che l'altro, e ancora chi ha l'un più giù
che l'altro, sì come sogliono essere i visi che fanno da
prima i fanciulli che apparano a disegnare. Per che, come
già dissi, assai bene appare che Domenedio gli fece quando
apparava a dipignere, sì che essi son più antichi che gli
altri e così più gentili.”</p>
<p>Della qual cosa e Piero che era il giudice e Neri che aveva
messa la cena e ciascuno altro ricordandosi e avendo il
piacevole argomento dello Scalza udito, tutti cominciarono a
ridere e a affermare che lo Scalza aveva la ragione e che
egli aveva vinta la cena e che per certo i Baronci erano i
più gentili uomini e i più antichi che fossero, non che in
Firenze ma nel mondo o in Maremma.</p>
<p>E per ciò meritamente Panfilo, volendo la turpitudine del
viso di messer Forese mostrare, disse che stato sarebbe
sozzo a un de' Baronci.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata,
chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé
libera e fa lo statuto modificare.</emph></p></argument>
<p>Già si tacea la Fiammetta e ciascun rideva ancora del nuovo
argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra ogni altro i
Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che
novellasse; e egli a dir cominciò:</p>
<p>–Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben
parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove
la necessità il richiede; il che sì ben seppe fare una
gentil donna della quale intendo di ragionarvi, che non
solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de' lacci
di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete.</p>
<p>Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men
biasimevole che aspro, il quale senza alcuna distinzion far
comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito
fosse con alcun suo amante trovata in adulterio, come quella
che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse.
E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e
bella e oltre a ogni altra innamorata, il cui nome fu
madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una
notte da Rinaldo de' Pugliesi suo marito nelle braccia di
Lazzarino de' Guazzagliotri, nobile giovane e bello di
quella terra, il quale ella quanto se medesima amava. La
qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr
loro addosso e d'uccidergli si ritenne: e, se non fosse che
di se medesimo dubitava, seguitando l'impeto della sua ira
l'avrebbe fatto. Rattemperatosi adunque da questo, non si
poté temperare da voler quello dello statuto pratese che a
lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna.</p>
<p>E per ciò, avendo al fallo della donna provare assai
convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro
consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere.
La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser
soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che
sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del
tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità
confessando, con forte animo morire che, vilmente fuggendo,
per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così
fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la
notte passata. E assai bene accompagnata di donne e
d'uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà
venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che
egli a lei domandasse. Il podestà, riguardando costei e
veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto e,
secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo,
cominciò di lei a aver compassione, dubitando non ella
confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il
suo onor servare, farla morire.</p>
<p>Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che
opposto l'era, le disse: “Madonna, come voi vedete, qui è
Rinaldo vostro marito e duolsi di voi, la quale egli dice
che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò
domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole,
faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso se
voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi
rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito
v'accusa.”</p>
<p>La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole
rispose: “Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito e
che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di
Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto
amore che io gli porto, molte volte stata, né questo
negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi
deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a cui
toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa
solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto
meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre
a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci
prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata: per
le quali cose meritamente malvagia si può chiamare. E se voi
volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima,
esser di quella essecutore, a voi sta; ma, avanti che a
alcuna cosa giudicar procediate, vi priego che una piccola
grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se
io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di
no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no.”</p>
<p>A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il
domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la
donna a ogni sua richesta gli aveva di sé ogni suo piacer
conceduto.</p>
<p>“Adunque” seguì prestamente la donna “domando io voi,
messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli
è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel
che gli avanza? debbolo io gittare a' cani? non è egli molto
meglio servirne un gentile uomo che più che sé m'ama, che
lasciarlo perdere o guastare?”</p>
<p>Eran quivi a così fatta essaminazione e di tanta e sì
famosa donna quasi tutti i pratesi concorsi, li quali,
udendo così piacevol domanda, subitamente, dopo molte risa,
quasi a una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir
bene: e prima che di quivi si partissono, a ciò
confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e
lasciarono che egli s'intendesse solamente per quelle donne
le quali per denari a' lor mariti facesser fallo. Per la
qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si
partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal
fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli
spiacevoli, come diceva, l'erano a veder noiosi.</emph></p></argument>
<p>La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di
vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con onesto
rossore ne' lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l'una
l'altra guardando, appena dal ridere potendosi abstenere,
soghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla fine ne
fu venuto, la reina, a Emilia voltatasi, che ella seguitasse
le 'mpose; la quale, non altramenti che se da dormir si
levasse, soffiando incominciò:</p>
<p>–Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto di qui
m'ha tenuta gran pezza lontana, per ubidire alla nostra
reina, forse con molto minor novella che fatto non avrei, se
qui l'animo avessi avuto, mi passerò, lo sciocco error d'una
giovane raccontandovi con un piacevol motto corretto da un
suo zio, se ella da tanto stata fosse che inteso l'avesse.</p>
<p>Uno adunque, che si chiamò Fresco da Celatico, aveva una
sua nepote chiamata per vezzi Cesca: la quale, ancora che
bella persona avesse e viso, non però di quegli angelici che
già molte volte vedemmo, sé da tanto e sì nobile reputava,
che per costume aveva preso di biasimare e uomini e donne e
ciascuna cosa che ella vedeva, senza avere alcun riguardo a
se medesima, la quale era tanto più spiacevole, sazievole e
stizzosa che alcuna altra, che a sua guisa niuna cosa si
potea fare; e tanto, oltre a tutto questo, era altiera, che
se stata fosse de' Reali di Francia sarebbe stata soperchio.
E quando ella andava per via sì forte le veniva del cencio,
che altro che torcere il muso non faceva, quasi puzzo le
venisse di chiunque vedesse o scontrasse.</p>
<p>Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e
rincrescevoli, avvenne un giorno che, essendosi ella in casa
tornata là dove Fresco era e tutta piena di smancerie
postaglisi presso a sedere, altro non facea che soffiare;
laonde Fresco domandando le disse: “Cesca, che vuol dir
questo che, essendo oggi festa, tu te ne se' così tosto
tornata in casa?”</p>
<p>Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose: “Egli è il
vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non
credo che mai in questa terra fossero e uomini e femine
tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne
passa per via uno che non mi spiaccia come la mala ventura;
e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso
il vedere gli spiacevoli che è a me, e per non vedergli così
tosto me ne son venuta.”</p>
<p>Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote
dispiacevan fieramente, disse: “Figliuola, se così ti
dispiaccion gli spiacevoli, come tu di', se tu vuoi viver
lieta non ti specchiar giammai.”</p>
<p>Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pareva
pareggiar Salamone, non altramenti che un montone avrebbe
fatto intese il vero motto di Fresco, anzi disse che ella si
voleva specchiar come l'altre. E così nella sua grossezza si
rimase e ancor vi si sta.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a
certi cavalier fiorentini li quali soprapreso l'aveano.</emph></p></argument>
<p>Sentendo la reina che Emilia della sua novella s'era
diliberata e che a altro non restava dir che a lei, se non a
colui che per privilegio aveva il dir da sezzo, così a dir
cominciò:</p>
<p>–Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state
tolte da due in sù delle novelle delle quali io m'avea
pensato di doverne una dire, nondimeno me ne pure è una
rimasa da raccontare, nella conclusion della quale si
contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n'è alcuno
di tanto sentimento contato.</p>
<p>Dovete adunque sapere che ne' tempi passati furono nella
nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali
oggi niuna ve n'è rimasa, mercé della avarizia che in quella
con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l'ha
discacciate. Tralle quali n'era una cotale, che in diversi
luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini
delle contrade e facevano lor brigate di certo numero,
guardando di mettervi tali che comportare potessono
acconciamente le spese, e oggi l'uno, doman l'altro, e così
per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a
tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e
gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora
de' cittadini: e similmente si vestivano insieme almeno una
volta l'anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per la
città e talora armeggiavano, e massimamente per le feste
principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o
d'altro fosse venuta nella città.</p>
<p>Tralle quali brigate n'era una di messer Betto
Brunelleschi, nella quale messer Betto e' compagni s'erano
molto ingegnato di tirare Guido di messer Cavalcante de'
Cavalcanti, e non senza cagione: per ciò che, oltre a quello
che egli fu un de' miglior loici che avesse il mondo e
ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata
curava), si fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante
uom molto e ogni cosa che far volle e a gentile uom
pertenente seppe meglio che altro uom fare; e con questo era
ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui
nell'animo gli capeva che il valesse. Ma a messer Betto non
era mai potuto venir fatto d'averlo, e credeva egli co' suoi
compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta
speculando molto abstratto dagli uomini divenia; e per ciò
che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si
diceva tralla gente volgare che queste sue speculazioni
erano solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non
fosse.</p>
<p>Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d'Orto San
Michele e venutosene per lo Corso degli Adimari infino a San
Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo
arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e
molte altre dintorno a San Giovanni, e egli essendo tralle
colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di
San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata
a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, vedendo
Guido là tra quelle sepolture, dissero: “Andiamo a dargli
briga”; e spronati i cavalli, a guisa d'uno assalto
sollazzevole gli furono quasi prima che egli se ne
avvedesse, sopra e cominciarongli a dire: “Guido, tu
rifiuti d'esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu avrai
trovato che Idio non sia, che avrai fatto?”</p>
<p>A' quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente
disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che
vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che
grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un
salto e fusi gittato dall'altra parte, e sviluppatosi da
loro se n'andò.</p>
<p>Costoro rimaser tutti guatando l'un l'altro, e cominciarono
a dire che egli era uno smemorato e che quello che egli
aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa
che quivi dove erano non avevano essi a fare più che tutti
gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro.</p>
<p>Alli quali messer Betto rivolto, disse: “Gli smemorati
siete voi, se voi non l'avete inteso: egli ci ha onestamente
e in poche parole detta la maggior villania del mondo, per
ciò che, se voi riguarderete bene, queste arche sono le case
de' morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i
morti; le quali egli dice che son nostra casa, a dimostrarci
che noi e gli altri uomini idioti e non letterati siamo, a
comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio
che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa
nostra.”</p>
<p>Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e
vergognossi, né mai più gli diedero briga, e tennero per
innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro
la penna dell'agnolo Gabriello; in luogo della quale
trovando carboni, quegli dice esser di quegli che
arrostirono san Lorenzo.</emph></p></argument>
<p>Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito,
conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual
cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto
silenzio a quegli che il sentito motto di Guido lodavano,
incominciò:</p>
<p>–Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di
poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo
di volere da quella materia separarmi della quale voi tutte
avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le vostre
pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito
riparo uno de' frati di santo Antonio fuggisse uno scorno
che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser
grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto
in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora
a mezzo il cielo.</p>
<p>Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di
Valdelsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque
piccol sia, già di nobili uomini e d'agiati fu abitato; nel
quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo
tempo d'andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine
fatte loro dagli sciocchi un de' frati di santo Antonio, il
cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che
per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa
che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.
Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e
lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a
questo, niuna scienza avendo, sì ottimo parlatore e pronto
era, che chi conosciuto non l'avesse, non solamente un gran
rettorico l'avrebbe estimato, ma avrebbe detto esser Tulio
medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della
contrada era compare o amico o benvogliente.</p>
<p>Il quale, secondo la sua usanza, del mese d'agosto tra
l'altre v'andò una volta; e una domenica mattina, essendo
tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti
alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi
innanzi disse: “Signori e donne, come voi sapete, vostra
usanza è di mandare ogni anno a' poveri del baron messer
santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi
poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò
che il beato santo Antonio vi sia guardia de' buoi e degli
asini e de' porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò
solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra
compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si
paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio
maggiore, cioè da messer l'abate, stato mandato; e per ciò
con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare
le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io
al modo usato vi farò la predicazione, e bascerete la croce;
e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del
barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò
una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già
recai dalle sante terre d'oltremare: e questa è una delle
penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della
Vergine Maria rimase quando egli la venne a annunziare in
Nazarette.” E questo detto si tacque e ritornossi alla
messa.</p>
<p>Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli
altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato
l'uno Giovanni del Bragoniera e l'altro Biagio Pizzini, li
quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di
frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua
brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna
beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava
nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono
così se ne scesero alla strada, e all'albergo dove il frate
era smontato se n'andarono con questo proponimento, che
Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e
Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa
penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere
come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.</p>
<p>Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni
chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli
diceva Guccio Porco; il quale era tanto cattivo, che egli
non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di
cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con
la sua brigata e di dire: “Il fante mio ha in sé nove cose
tali che, se qualunque è l'una di quelle fosse in Salamone o
in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni
lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque
che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né
santità alcuna è, avendone nove!”; e essendo alcuna volta
domandato quali fossero queste nove cose e egli, avendole in
rima messe, rispondeva: “Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e
bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato,
smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre
teccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E
quel che sommamente è da rider de' fatti suoi è che egli in
ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e
avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser
bello e piacevole, che egli s'avisa che quante femine il
veggano tutte di lui s'innamorino, e, essendo lasciato, a
tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. È il vero che
egli m'è d'un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol
sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire;
e se avviene che io d'alcuna cosa sia domandato, ha sì gran
paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde
egli e sì e no, come giudica si convenga.”</p>
<p>A costui, lasciandolo all'albergo, aveva frate Cipolla
comandato che ben guardasse che alcuna persona non toccasse
le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, perciò che in
quelle erano le cose sacre. Ma Guccio Imbratta, il quale era
più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami
l'usignuolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna,
avendone in quella dell'oste una veduta, grassa e grossa e
piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due
ceston da letame e con un viso che parea de' Baronci, tutta
sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti
l'avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla
aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò; e
ancora che d'agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere,
cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in
parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e
che egli aveva de' fiorini più di millantanove, senza quegli
che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e
che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure
unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il
quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon
d'Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e
intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume,
con più macchie e di più colori che mai drappi fossero
tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e
alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il Siri di
Ciastiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese
e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran
possession d'avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e
altre cose assai: le quali quantunque molto affettuosamente
le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue
imprese facevano, tornarono in niente.</p>
<p>Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla
Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza
la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella
camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati,
la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia
nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un
gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la
quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della
coda d'un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser
quella che egli promessa avea di mostrare a' certaldesi. E
certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere,
per ciò che ancora non erano le morbidezze d'Egitto, se non
in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in
grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son
trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in
quella contrada quasi in niente erano dagli abitanti sapute;
anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non
che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior
parte mai uditi non gli avea ricordare. Contenti adunque i
giovani d'aver la penna trovata, quella tolsero e, per non
lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della
camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni
cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati
veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a
aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna
trovando carboni, dovesse dire.</p>
<p>Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano,
udendo che veder dovevano la penna dell'agnol Gabriello dopo
nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l'un
vicino all'altro e l'una comare all'altra, come desinato
ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel
castello, che appena vi capeano, con disidero aspettando di
veder questa penna. Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi
alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la
moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la
penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che là sù con le
campanelle venisse e recasse le sue bisacce. Il quale, poi
che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con
le cose addimandate con fatica lassù n'andò: dove ansando
giunto, per ciò che il ber dell'acqua gli avea molto fatto
crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla
andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le
campanelle a sonare.</p>
<p>Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla,
senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa,
cominciò la sua predica e in acconcio de' fatti suoi disse
molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna
dell'agnol Gabriello, fatta prima con gran solennità la
confessione, fece accender due torchi e soavemente
sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio,
fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune
parolette a laude e a commendazione dell'agnolo Gabriello e
della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena
di carboni vide, non sospicò che ciò Guccio Balena gli
avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il
maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse,
ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue
cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente,
disubidente, trascutato e smemorato. Ma non per tanto, senza
mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì
che da tutti fu udito: “O Idio, lodata sia sempre la tua
potenzia!”</p>
<p>Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:
“Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora
molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle
parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso
comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i
privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar
niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi.
Per la qual cosa messom'io in cammino, di Vinegia partendomi
e andandomene per lo Borgo de' Greci e di quindi per lo
reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in
Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto pervenni in
Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me
divisando? Io capitai, passato il Braccio di San Giorgio, in
Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli;
e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de'
nostri frati e d'altre religioni trovai assai, li quali
tutti il disagio andavan per l'amor di Dio schifando, poco
dell'altrui fatiche curandosi dove la loro utilità vedessero
seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per
quei paesi: e quindi passai in terra d'Abruzzi, dove gli
uomini e le femine vanno in zoccoli su pe' monti, rivestendo
i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai
gente che portano il pan nelle mazze e 'l vin nelle sacca:
da' quali alle montagne de' Bachi pervenni, dove tutte
l'acque corrono alla 'ngiù. E in brieve tanto andai adentro,
che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi
giuro per l'abito che io porto addosso che io vidi volare i
pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di
ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran
mercatante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva
gusci a ritaglio. Ma non potendo quello che io andava
cercando trovare, per ciò che da indi in là si va per acqua,
indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove
l'anno di state vi vale il pan freddo quatro denari e il
caldo v'è per niente. E quivi trovai il venerabile padre
messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di
Ierusalem. Il quale, per reverenzia dell'abito che io ho
sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io
vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé
aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare,
io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per
non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante. Egli
primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così
intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che
apparve a san Francesco, e una dell'unghie de' gherubini, e
una delle coste del Verbum-caro-fatti-alle-finestre e de'
vestimenti della santa Fé catolica, e alquanti de' raggi
della stella che apparve a' tre Magi in Oriente, e una
ampolla del sudore di san Michele quando combatté col
diavole, e la mascella della Morte di san Lazzero e altre. E
per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di
Monte Morello in volgare e d'alquanti capitoli del Caprezio,
li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli
partefice delle sue sante reliquie: e donommi uno de' denti
della Santa Croce e in una ampoletta alquanto del suono
delle campane del tempio di Salomone e la penna dell'agnol
Gabriello, della quale già detto v'ho, e l'un de' zoccoli di
san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a
Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha
grandissima divozione) e diedemi de' carboni co' quali fu il
beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io
tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.
È il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io
l'abbia mostrate infino a tanto che certificato non s'è se
desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse
e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n'è certo, m'ha
conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di
fidarle altrui, sempre le porto meco. Vera cosa è che io
porto la penna dell'agnol Gabriello, acciò che non si
guasti, in una cassetta e i carboni co' quali fu arrostito
san Lorenzo in un'altra; le quali son sì simiglianti l'una
all'altra, che spesse volte mi vien presa l'una per l'altra,
e al presente m'è avvenuto: per ciò che, credendomi io qui
avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata
quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato
sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata
di Dio e che Egli stesso la cassetta de' carboni ponesse
nelle mie mani ricordandom'io pur testé che la festa di san
Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Idio che io
col mostrarvi i carboni co' quali esso fu arrostito,
raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver
dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni
spenti dall'omor di quel santissimo corpo mi fé pigliare. E
per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua
divotamente v'appresserete a vedergli. Ma prima voglio che
voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di
croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco
nol cocerà che non si senta.”</p>
<p>E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san
Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi
che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione
reverentemente guardati, con grandissima calca tutti
s'appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che
usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava
ciascuno. Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi
carboni in mano, sopra li lor camiscion bianchi e sopra i
farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le
maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto
essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella
cassetta, sì come egli molte volte aveva provato.</p>
<p>E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo
tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece
coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna,
avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e
avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi
fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso, che eran
creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui
andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto
avevan gli discoprirono e appresso gli renderono la sua
penna; la quale l'anno seguente gli valse non meno che quel
giorno gli fosser valuti i carboni.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Questa novella porse igualmente a tutta la brigata
grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di
fra Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle
reliquie così da lui vedute come recate; la quale la reina
sentendo esser finita, e similmente la sua signoria, levata
in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a
Dioneo, e disse:–Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi
che carico sia l'aver donne a reggere e a guidare: sii
adunque re e sì fattamente ne reggi, che del tuo reggimento
nella fine ci abbiamo a lodare.–</p>
<p>Dioneo, presa la corona, ridendo rispose:–Assai volte già
ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo
più cari che io non sono; e per certo, se voi m'ubidiste
come vero re si dee ubidire, io vi farei goder di quello
senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma
lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.–E
fattosi secondo il costume usato venire il siniscalco, ciò
che a fare avesse quanto durasse la sua signoria
ordinatamente gl'impose, e appresso disse:–Valorose donne,
in diverse maniere ci s'è della umana industria e de' casi
varii ragionato tanto, che, se donna Licisca non fosse poco
avanti qui venuta, la quale con le sue parole m'ha trovata
materia a' futuri ragionamenti di domane, io dubito che io
non avessi gran pezza penato a trovar tema da ragionare.
Ella, come voi udiste, disse che vicina non aveva che
pulcella ne fosse andata a marito e sogiunse che ben sapeva
quante e quali beffe le maritate ancora facessero a' mariti.
Ma lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca,
reputo che la seconda debbia esser piacevole a ragionarne, e
per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca
data ce n'ha cagione, delle beffe le quali o per amore o per
salvamento di loro le donne hanno già fatte a' lor mariti,
senza essersene essi o avveduti o no.–</p>
<p>Il ragionare di sì fatta materia pareva a alcuna delle
donne che male a lor si convenisse, e pregavanlo che mutasse
la proposta già detta; alle quali il re rispose:–Donne, io
conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi, e
da imporlo non mi poté istorre quello che voi mi volete
mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e
gli uomini e le donne d'operar disonestamente, ogni
ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la
perversità di questa stagione, li giudici hanno lasciati i
tribunali? le leggi, così le divine come le umane, tacciono?
e ampia licenzia per conservar la vita è conceduta a
ciascuno? Per che, se alquanto s'allarga la vostra onestà
nel favellare, non per dover con l'opere mai alcuna cosa
sconcia seguire ma per dar diletto a voi e a altrui, non
veggio con che argomento da concedere vi possa nello
avvenire riprendere alcuno. Oltre a questo la nostra
brigata, dal primo dì infino a questa ora stata onestissima,
per cosa che detta ci si sia non mi pare che in atto alcuno
si sia maculata né si maculerà con l'aiuto di Dio. Appresso,
chi è colui che non conosca la vostra onestà? La quale non
che i ragionamenti sollazzevoli ma il terrore della morte
non credo che potesse smagare. E a dirvi il vero, chi
sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare
alcuna volta forse suspicherebbe che voi in ciò foste
colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che voi
mi fareste un bello onore, essendo io stato ubidente a
tutti, e ora, avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge
porre in mano, e di quello non dire che io avessi imposto.
Lasciate adunque questa suspizione più atta a' cattivi animi
che a' nostri, e con la buona ventura pensi ciascuna di
dirla bella.–Quando le donne ebbero udito questo, dissero
che così fosse come gli piacesse: per che il re per infino a
ora di cena di fare il suo piacere diede licenzia a
ciascuno.</p>
<p>Era ancora il sole molto alto, per ciò che il ragionamento
era stato brieve: per che, essendosi Dioneo con gli altri
giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l'altre
donne da una parte, disse:–Poi che noi fummo qui, ho io
disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo,
dove io non credo che mai alcuna fosse di voi, e chiamavisi
la Valle delle Donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi
menare se non oggi, sì è alto ancora il sole: e per ciò, se
di venirvi vi piace, io non dubito punto che quando vi
sarete non siate contentissime d'esservi state.–</p>
<p>Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una
delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire a' giovani,
si misero in via: né guari più d'un miglio furono andate,
che alla Valle delle Donne pervennero. Dentro dalla quale
per una via assai stretta, dall'una delle parti della qual è
un chiarissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella
e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il
caldo grande, quanto più si potesse divisare. E secondo che
alcuna di lor poi mi ridisse, il piano, che nella valle era,
così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto,
quantunque artificio della natura e non manual paresse: e
era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sei
montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di
ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d'un bel
castelletto.</p>
<p>Le piagge delle quali montagnette così digradando giuso
verso il pian discendevano, come ne' teatri veggiamo dalla
lor sommità i gradi infino all'infimo venire successivamente
ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro. E erano
queste piagge, quante alla piaga del mezzogiorno ne
riguardavano, tutte di vigne, d'ulivi, di mandorli, di
ciriegi, di fichi e d'altre maniere assai d'albori
fruttiferi piene senza spanna perdersene. Quelle le quali il
carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di
querciuoli, di frassini e d'altri arberi verdissimi e ritti
quanto più esser poteano. Il piano appresso, senza aver più
entrate che quella donde le donne venute v'erano, era pieno
d'abeti, di cipressi, d'allori e d'alcun pini sì ben
composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il
migliore artefice gli avesse piantati: e fra essi poco sole
o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo,
il quale era tutto un prato d'erba minutissima e piena di
fiori porporini e d'altri.</p>
<p>E oltre a questo, quel che non meno di diletto che altro
porgeva era un fiumicello il quale d'una delle valli, che
due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di
pietra viva, e cadendo faceva un romore a udire assai
dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che
d'alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al
piccol pian pervenia, così quivi in un bel canaletto
raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e
ivi faceva un piccol laghetto, quale talvolta per modo di
vivaio fanno ne' lor giardini i cittadini che di ciò hanno
destro. E era questo laghetto non più profondo che sia una
statura d'uomo infino al petto lunga; e senza avere in sé
mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser
d'una minutissima ghiaia, la quale tutta, chi altro non
avesse avuto a fare, avrebbe volendo potuta annoverare; né
solamente nell'acqua vi si vedeva il fondo riguardando, ma
tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al
diletto era una maraviglia; né da altra ripa era chiuso che
dal suolo del prato, tanto dintorno a quel più bello quanto
più dell'umido sentiva di quello. L'acqua la quale alla sua
capacità soprabondava un altro canaletto ricevea, per lo
qual fuori del valloncello uscendo, alle parti più basse se
ne correva.</p>
<p>In questo adunque venute le giovani donne, poi che per
tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo
il caldo grande e vedendosi il pelaghetto davanti e senza
alcun sospetto d'esser vedute, diliberaron di volersi
bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la
quale quivi s'entrava dimorasse e guardasse se alcun venisse
e loro il facesse sentire, tutte e sette si spogliarono e
entrarono in esso, il quale non altramenti li lor corpi
candidi nascondeva che farebbe una vermiglia rosa un sottil
vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò alcuna
turbazion d'acqua nascendone, cominciarono come potevano a
andare in qua in là di dietro a' pesci, i quali male avevan
dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare. E
poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate
furono alquanto, uscite di quello si rivestirono e senza
poter più commendare il luogo che commendato l'avessero,
parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave
passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino
si misero.</p>
<p>E al palagio giunte a assai buona ora, ancora quivi
trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano; alli
quali Pampinea ridendo disse:–Oggi vi pure abbiam noi
ingannati.–</p>
<p>–E come?–disse Dioneo–cominciate voi prima a far de'
fatti che a dir delle parole?–</p>
<p>Disse Pampinea:–Signor nostro, sì–, e distesamente gli
narrò donde venivano e come era fatto il luogo e quanto di
quivi distante e ciò che fatto avevano.</p>
<p>Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di
vederlo, prestamente fece comandar la cena: la qual poi che
con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani con li
lor famigliari, lasciate le donne, se n'andarono a questa
valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di
loro stato mai più, quella per una delle belle cose del
mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per
ciò che troppo tardi si faceva, tornarono a casa, dove
trovarono le donne che facevano una carola a un verso che
facea la Fiammetta; e con loro, fornita la carola, entrati
in ragionamenti della Valle delle Donne, assai di bene e di
lode ne dissero. Per la qual cosa il re, fattosi venire il
siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse
che fosse apparecchiato e portatovi alcun letto se alcun
volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo,
fatto venir de' lumi e vino e confetti e alquanto
riconfortatisi, comandò che ogn'uomo fosse in sul ballare; e
avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re
rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolemente:–Bella
giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il
voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa
che ne dichi qual più ti piace.–</p>
<p>A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave
voce incominciò in cotal guisa:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Amor, s'io posso uscir de' tuoi artigli,</l>
<l>appena creder posso</l>
<l>che alcuno altro uncin mai più mi pigli.</l></lg>
<lg>
<l>Io entrai giovinetta en la tua guerra,</l>
<l>quella credendo somma e dolce pace,</l>
<l>e ciascuna mia arma posi in terra,</l>
<l>come sicuro chi si fida face:</l>
<l>tu, disleal tiranno, aspro e rapace,</l>
<l>tosto mi fosti adosso</l>
<l>con le tue armi e co' crudel roncigli.</l></lg>
<lg>
<l>Poi, circundata delle tue catene,</l>
<l>a quel che nacque per la morte mia,</l>
<l>piena d'amare lagrime e di pene</l>
<l>presa mi desti, e hammi in sua balia;</l>
<l>e è sì cruda la sua signoria,</l>
<l>che giammai non l'ha mosso</l>
<l>sospir né pianto alcun che m'asottigli.</l></lg>
<lg>
<l>Li prieghi miei tutti glien porta il vento:</l>
<l>nullo n'ascolta né ne vuole udire,</l>
<l>per che ognora cresce il mio tormento,</l>
<l>onde 'l viver m'è noia né so morire.</l>
<l>Deh! dolgati, signor, del mio languire,</l>
<l>fa tu quel ch'io non posso:</l>
<l>dalmi legato dentro a' tuoi vincigli.</l></lg>
<lg>
<l>Se questo far non vuogli, almeno sciogli</l>
<l>i legami annodati da speranza.</l>
<l>Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;</l>
<l>ché, se tu 'l fai, ancor porto fidanza</l>
<l>di tornar bella qual fu mia usanza,</l>
<l>e, il dolor rimosso,</l>
<l>di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.</l></lg>
</lg>
<p>Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua
canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali
parole, niuno per ciò ve n'ebbe che potesse avvisare che di
così cantare le fosse cagione. Ma il re, che in buona
tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuori
traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece
fare molte danze; ma essendo già molta parte di notte
passata, a ciascun disse ch'andasse a dormire.
</p></div2></div1>
<div1 n="Settima giornata">
<argument><p>FINISCE LA SESTA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA SETTIMA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI DIONEO, SI RAGIONA DELLE BEFFE, LE QUALI O PER AMORE O PER SALVAMENTO DI LORO LE DONNE HANNO GIÀ FATTE A' SUOI MARITI, SENZA ESSERSENE AVVEDUTI O SÌ.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Ogni stella era già delle parti d'oriente fuggita, se non
quella sola la qual noi chiamiamo Lucifero che ancora luceva
nella biancheggiante aurora, quando il siniscalco levatosi
con una gran salmeria n'andò nella Valle delle Donne per
quivi disporre ogni cosa secondo l'ordine e il comandamento
avuto dal suo signore. Appresso alla quale andata non stette
guari a levarsi il re, il quale lo strepito de' caricanti e
delle bestie aveva desto; e levatosi fece le donne e'
giovani tutti parimente levare. Né ancora spuntavano li
raggi del sole ben bene, quando tutti entrarono in cammino;
né era ancora lor paruto alcuna volta tanto gaiamente cantar
gli usignuoli e gli altri uccelli, quanto quella mattina
pareva; da' canti de' quali accompagnati infino nella Valle
delle Donne n'andarono, dove da molti più ricevuti, parve
loro che essi della loro venuta si rallegrassero. Quivi
intorniando quella e riproveggendo tutta da capo, tanto
parve loro più bella che il dì passato, quanto l'ora del dì
era più alla bellezza di quella conforme. E poi che col buon
vino e co' confetti ebbero il digiun rotto, acciò che di
canto non fossero dagli uccelli avanzati, cominciarono a
cantare e la valle insieme con essoloro, sempre quelle
medesime canzoni dicendo che essi dicevano; alle quali tutti
gli uccelli, quasi non volessono esser vinti, dolci e nuove
note aggiugnevano.</p>
<p>Ma poi che l'ora del mangiar fu venuta, messe le tavole
sotto i vivaci albori e agli altri belli arbori vicine, al
bel laghetto, come al re piacque, così andarono a sedere; e,
mangiando, i pesci notar vedean per lo lago a grandissime
schiere: il che, come di riguardare, così talvolta dava
cagione di ragionare. Ma poi che venuta fu la fine del
desinare e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora più
lieti che prima cominciarono a cantare. Quindi, essendo in
più luoghi per la piccola valle fatti letti e tutti dal
discreto siniscalco di sarge francesche e di capoletti
intorniati e chiusi, con licenzia del re, a cui piacque, si
poté andare a dormire; e chi dormir non volle, degli altri
loro diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma venuta
già l'ora che tutti levati erano e tempo era da riducersi a
novellare, come il re volle, non guari lontani al luogo dove
mangiato aveano, fatti in su l'erba tappeti distendere e
vicini al lago a seder postisi, comandò il re a Emilia che
cominciasse; la quale lietamente così cominciò a dir
sorridendo.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l'uscio suo; desta
la moglie, e ella gli fa accredere che egli è la fantasima;
vanno a incantare con una orazione, e il picchiare si
rimane.</emph></p></argument>
<p>–Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato
fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a così
bella materia, come è quella di che parlar dobbiamo, dato
cominciamento; ma poi che egli v'agrada che io tutte l'altre
assicuri, e io il farò volentieri. E ingegnerommi carissime
donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell'avvenire,
per ciò che, se così son l'altre come io paurose e
massimamente della fantasima (la quale sallo Iddio che io
non so che cosa si sia né ancora alcuna trovai che 'l
sapesse, come che tutte ne temiamo igualmente), a quella
cacciar via quando da voi venisse, notando bene la mia
novella, potrete una santa e buona orazione e molto a ciò
valevole apparare.</p>
<p>Egli fu già in Firenze nella contrada di San Brancazio uno
stamaiuolo, il quale fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo
più avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per
ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso fatto
capitano de' laudesi di Santa Maria Novella, e aveva a
ritenere la scuola loro, e altri così fatti uficetti aveva
assai sovente, di che egli da molto più si teneva: e ciò gli
avveniva per ciò che egli molto spesso, sì come agiato uomo,
dava di buone pietanze a' frati. Li quali, per ciò che qual
calze e qual cappa e quale scapolare ne traevano spesso,
gl'insegnavano di buone orazioni e davangli il paternostro
in volgare e la canzone di santo Alesso e il lamento di san
Bernardo e la lauda di donna Matelda e cotali altri
ciancioni, li quali egli avea molto cari e tutti per la
salute dell'anima sua se gli serbava molto diligentemente.</p>
<p>Ora aveva costui una bellissima donna e vaga per moglie, la
quale ebbe nome monna Tessa e fu figliuola di Mannuccio
dalla Cuculia, savia e avveduta molto; la quale, conoscendo
la semplicità del marito, essendo innamorata di Federigo di
Neri Pegolotti, il quale bello e fresco giovane era, e egli
di lei, ordinò con una sua fante che Federigo le venisse a
parlare a un luogo molto bello che il detto Gianni aveva in
Camerata, al quale ella si stava tutta la state; e Gianni
alcuna volta vi veniva a cenare e a albergo, e la mattina se
ne tornava a bottega e talora a' laudesi suoi. Federigo, che
ciò senza modo disiderava, preso tempo un dì che imposto gli
fu, in sul vespro se n'andò là sù e, non venendovi la sera
Gianni, a grande agio e con molto piacere cenò e albergò con
la donna; e ella standogli in braccio la notte gl'insegnò da
sei delle laude del suo marito. Ma non intendendo essa che
questa fossi così l'ultima volta come stata era la prima né
Federigo altressì, acciò che ogni volta non convenisse che
la fante avesse a andar per lui, ordinarono insieme a questo
modo: che egli ognindì, quando andasse o tornasse da un suo
luogo che alquanto più suso era, tenesse mente in una vigna
la quale allato alla casa di lei era e egli vedrebbe un
teschio d'asino in su un palo di quegli della vigna: il
quale quando col muso volto vedesse verso Firenze,
sicuramente e senza alcun fallo la sera di notte se ne
venisse a lei, e se non trovasse l'uscio aperto pianamente
picchiasse tre volte e ella gli aprirebbe; e quando vedesse
il muso del teschio volto verso Fiesole, non vi venisse per
ciò che Gianni vi sarebbe. E in questa maniera faccendo
molte volte insieme si ritrovarono.</p>
<p>Ma tra l'altre volte una avvenne che, dovendo Federigo
cenare con monna Tessa, avendo ella fatti cuocere due grossi
capponi, avvenne che Gianni, che venire non vi doveva, molto
tardi vi venne: di che la donna fu molto dolente, e egli e
ella cenarono un poco di carne salata che da parte aveva
fatta lessare. E alla fante fece portare in una tovagliuola
bianca i due capponi lessi e molte vuova fresche e un fiasco
di buon vino in un suo giardino, nel quale andar si potea
senza andar per la casa e dove ella era usa di cenare con
Federigo alcuna volta, e dissele che a piè d'un pesco che
era allato a un pratello quelle cose ponesse. E tanto fu il
cruccio che ella ebbe, che ella non si ricordò di dire alla
fante che tanto aspettasse che Federigo venisse e dicessegli
che Gianni v'era e che egli quelle cose dell'orto prendesse.
Per che, andatisi ella e Gianni a letto, e similmente la
fante, non stette guari che Federigo venne e toccò una volta
pianamente la porta, la quale sì vicina alla camera era, che
Gianni incontanente il sentì, e la donna altressì; ma, acciò
che Gianni nulla suspicar potesse di lei, di dormire fece
sembiante.</p>
<p>E stando un poco, Federigo picchiò la seconda volta: di che
Gianni maravigliandosi punzechiò un poco la donna e disse:
“Tessa, odi tu quel ch'io? E' pare che l'uscio nostro sia
tocco.”</p>
<p>La donna, che molto meglio di lui udito l'avea, fece vista
di svegliarsi, e disse: “Come di'? eh?”</p>
<p>“Dico” disse Gianni “ch'e' pare che l'uscio nostro sia
tocco.”</p>
<p>Disse la donna: “Tocco? Oimè, Gianni mio or non sai tu
quello ch'egli è? Egli è la fantasima, della quale io ho
avuta a queste notti la maggior paura che mai s'avesse, tale
che, come io sentita l'ho, ho messo il capo sotto né mai ho
avuto ardir di trarlo fuori sì è stato dì chiaro.”</p>
<p>Disse allora Gianni: “Va, donna, non aver paura se ciò è,
ché io dissi dianzi il <foreign lang="lat">Te lucis</foreign> e la <emph>'ntemerata</emph> e
tante altre buone orazioni, quando a letto ci andammo, e
anche segnai il letto di canto in canto al nome del Patre e
del Filio e dello Spirito Sancto, che temere non ci bisogna:
ché ella non ci può, per potere ch'ella abbia, nuocere.”</p>
<p>La donna, acciò che Federigo per avventura altro sospetto
non prendesse e con lei si turbasse, diliberò del tutto di
doversi levare e di fargli sentire che Gianni v'era; e disse
al marito: “Bene sta, tu dì tue parole tu; io per me non mi
terrò mai salva né sicura se noi non la 'ncantiamo, poscia
che tu ci se'.”</p>
<p>Disse Gianni: “O come s'incanta ella?”</p>
<p>Disse la donna: “Ben la so io incantare, ché l'altrieri,
quando io andai a Fiesole alla perdonanza, una di quelle
romite, che è, Gianni mio, pur la più santa cosa che Iddio
tel dica per me, vedendomene così paurosa, m'insegnò una
santa e buona orazione e disse che provata l'avea più volte
avanti che romita fosse, e sempre l'era giovato. Ma sallo
Iddio che io non avrei mai avuto ardire d'andare sola a
provarla; ma ora che tu ci se', io voi che noi andiamo a
incantarla.”</p>
<p>Gianni disse che molto gli piacea; e levatisi se ne vennero
amenduni pianamente all'uscio, al quale ancor di fuori
Federigo, già sospettando, aspettava; e giunti quivi, disse
la donna a Gianni: “Ora sputerai, quando io il ti dirò.”</p>
<p>Disse Gianni: “Bene.”</p>
<p>E la donna cominciò l'orazione e disse: “Fantasima,
fantasima che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda
ritta te n'andrai: va nell'orto, a piè del pesco grosso
troverai unto bisunto e cento cacherelli della gallina mia:
pon bocca al fiasco e vatti via, e non far mal né a me né a
Gianni mio”, e così detto, disse al marito: “Sputa,
Gianni” e Gianni sputò.</p>
<p>E Federigo, che di fuori era e questo udiva, già di gelosia
uscito, con tutta la malinconia aveva sì gran voglia di
ridere, che scoppiava e pianamente, quando Gianni sputava,
diceva: “denti.” La donna, poi che in questa guisa ebbe
tre volte incantata la fantasima, a letto se ne tornò col
marito.</p>
<p>Federigo, che con lei di cenar s'aspettava, non avendo
cenato e avendo bene le parole della orazione intese se
n'andò nell'orto e a piè del pesco grosso trovati i due
capponi e 'l vino e l'uova a casa se ne gli portò e cenò a
grande agio; e poi dell'altre volte ritrovandosi con la
donna, molto di questa incantazione rise con essolei.</p>
<p>Vera cosa è che alcuni dicono che la donna aveva ben volto
il teschio dello asino verso Fiesole, ma un lavoratore per
la vigna passando v'aveva entro dato d'un bastone e fattol
girare intorno intorno, e era rimaso volto verso Firenze, e
per ciò Federigo, credendo esser chiamato, v'era venuto; e
che la donna aveva fatta l'orazione in questa guisa:
“Fantasima, fantasima, fatti con Dio, ché la testa
dell'asino non vols'io, ma altri fu, che tristo il faccia
Iddio, e io son qui con Gianni mio”; per che, andatosene,
senza albergo e senza cena era rimaso. Ma una mia vicina, la
quale è una donna molto vecchia, mi dice che l'una e l'altra
fu vera, secondo che ella aveva, essendo fanciulla, saputo;
ma che l'ultimo non a Gianni Lotteringhi era avvenuto, ma a
uno che si chiamò Gianni di Nello, che stava in Porta San
Piero, non meno sofficiente lavacecia che fosse Gianni
Lotteringhi. E per ciò, donne mie care, nella vostra
elezione sta di torre qual più vi piace delle due, o volete
amendune: elle hanno grandissima virtù a così fatte cose,
come per esperienzia avete udito: apparatele, e potravvi
ancor giovare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Peronella mette un suo amante in un doglio tornando il
marito a casa; il quale avendo il marito venduto, ella dice
che venduto l'ha a uno che dentro v'è a vedere se saldo gli
pare: il quale, saltatone fuori, il fa radere al marito e
poi portarsenelo a casa sua.</emph></p></argument>
<p>Con grandissime risa fu la novella d'Emilia ascoltata e
l'orazione per buona e per santa commendata da tutti; la
quale al suo fine venuta essendo, comandò il re a Filostrato
che seguitasse; il quale incominciò:</p>
<p>–Carissime donne mie, elle son tante le beffe che gli
uomini vi fanno, e spezialmente i mariti, che, quando alcuna
volta avviene che donna niuna alcuna al marito ne faccia,
voi non dovreste solamente esser contente che ciò fosse
avvenuto o di risaperlo o d'udirlo dire a alcuno, ma il
dovreste voi medesime andar dicendo per tutto, acciò che per
gli uomini si conosca che, se essi sanno, e le donne d'altra
parte anche sanno: il che altro che utile esser non vi può,
per ciò che, quando alcun sa che altri sappia, egli non si
mette troppo leggiermente a volerlo ingannare. Chi dubita
dunque che ciò che oggi intorno a questa materia diremo,
essendo risaputo dagli uomini, non fosse lor grandissima
cagione di raffrenamento al beffarvi, conoscendo che voi
similemente, volendo, ne sapreste beffare? È adunque mia
intenzion di dirvi ciò che una giovinetta, quantunque di
bassa condizione fosse, quasi in un momento di tempo per
salvezza di sé al marito facesse.</p>
<p>Egli non è ancora guari che in Napoli un povero uomo prese
per moglie una bella e vaga giovinetta chiamata Peronella, e
esso con l'arte sua, che era muratore, e ella filando,
guadagnando assai sottilmente, la lor vita reggevano come
potevano il meglio. Avvenne che un giovane de' leggiadri,
veggendo un giorno questa Peronella e piacendogli molto,
s'innamorò di lei: e tanto in un modo e in uno altro la
sollicitò, che con essolei si dimesticò. E a potere essere
insieme presero tra sé questo ordine: che, con ciò fosse
cosa che il marito di lei si levasse ogni mattina per tempo
per andare a lavorare o a trovar lavorio, che il giovane
fosse in parte che uscir lo vedesse fuori; e essendo la
contrada, che Avorio si chiama, molto solitaria dove stava,
uscito lui, egli in casa di lei se n'entrasse: e così molte
volte fecero.</p>
<p>Ma pur trall'altre avvenne una mattina che, essendo il
buono uomo fuori uscito e Giannello Scrignario, ché così
aveva nome il giovane, entratogli in casa e standosi con
Peronella, dopo alquanto, dove in tutto il dì tornar non
soleva, a casa se ne tornò; e trovato l'uscio serrato
dentro, picchiò e dopo 'l picchiare cominciò seco a dire:
“O Iddio, lodato sia tu sempre, ché, benché tu m'abbi fatto
povero, almeno m'hai tu consolato di buona e d'onesta
giovane di moglie! Vedi come ella tosto serrò l'uscio
dentro, come io ci usci', acciò che alcuna persona entrar
non ci potesse che noia le desse.”</p>
<p>Peronella, sentito il marito, ché al modo del picchiare il
conobbe, disse: “Oimè! Giannel mio, io son morta, ché ecco
il marito mio, che tristo il faccia Iddio, che ci tornò: e
non so che questo si voglia dire, ché egli non ci tornò mai
più a questa otta: forse che ti vide egli quando tu
c'entrasti! Ma per l'amore di Dio, come che il fatto sia,
entra in cotesto doglio che tu vedi costì, e io gli andrò a
aprire, e veggiamo quello che questo vuol dire di tornare
stamane così tosto a casa.”</p>
<p>Giannello prestamente entrò nel doglio, e Peronella andata
all'uscio aprì al marito e con un mal viso disse: “Ora
questa che novella è, che tu così tosto torni a casa
stamane? Per quello che mi paia vedere, tu non vuogli oggi
far nulla, ché io ti veggio tornare co' ferri tuoi in mano:
e se tu fai così, di che viverem noi? onde avrem noi del
pane? Credi tu che io sofferi che tu m'impegni la
gonnelluccia e gli altri miei pannicelli, che non fo il dì e
la notte altro che filare, tanto che la carne mi s'è
spiccata dall'unghia, per potere almeno aver tanto olio, che
n'arda la nostra lucerna? Marito, marito, egli non ci ha
vicina che non se ne maravigli e che non facci beffe di me,
di tanta fatica quanta è quella che io duro: e tu mi torni a
casa colle mani spenzolate quando tu dovresti essere a
lavorare.” E così detto, incominciò a piagnere e a dir da
capo: “Oimè, lassa me, dolente me, in che mal'ora nacqui,
in che mal punto ci venni! ché avrei potuto avere un giovane
così da bene e nol volli, per venire a costui che non pensa
cui egli s'ha menata a casa! L'altre si danno buon tempo
cogli amanti loro, e non ce n'ha niuna che non abbia chi due
o chi tre, e godono e mostrano a' mariti la luna per lo
sole; e io, misera me! perché son buona e non attendo a così
fatte novelle, ho male e mala ventura: io non so perché io
non mi pigli di questi amanti come fanno l'altre! Intendi
sanamente, marito mio, che se io volessi far male, io
troverrei ben con cui, ché egli ci son de' ben leggiadri che
m'amano e voglionmi bene e hannomi mandato proferendo
dimolti denari, o voglio io robe o gioie, né mai mel
sofferse il cuore, per ciò che io non fui figliuola di donna
da ciò: e tu mi torni a casa quando tu dei essere a
lavorare!”</p>
<p>Disse il marito: “Deh! donna, non ti dar malinconia, per
Dio! egli è il vero che io andai per lavorare, ma egli
mostra che tu nol sappi, come io medesimo nol sapeva. Egli è
oggi la festa di santo Galeone e non si lavora, e per ciò mi
sono tornato a questa ora a casa; ma io ho nondimeno
proveduto e trovato modo che noi avremo del pane per più
d'un mese, ché io ho venduto a costui, che tu vedi qui con
meco, il doglio, il qual tu sai che già è cotanto ha tenuta
la casa impacciata; e dammene cinque gigliati.”</p>
<p>Disse allora Peronella: “E tutto questo è del dolor mio:
tu, che se' uomo e vai attorno e dovresti sapere delle cose
del mondo, hai venduto un doglio cinque gigliati, il quale
io feminella che non fu' mai appena fuor dell'uscio,
veggendo lo 'mpaccio che in casa ci dava, l'ho venduto sette
a un buono uomo, il quale, come tu qui tornasti, v'entrò
dentro per vedere se saldo fosse.”</p>
<p>Quando il marito udì questo, fu più che contento e disse a
colui che venuto era per esso: “Buono uomo, vatti con Dio,
ché tu odi che mia mogliere l'ha venduto sette, dove tu non
me ne davi altro che cinque.”</p>
<p>Il buono uom disse: “In buona ora sia!” e andossene.</p>
<p>E Peronella disse al marito: “Vien sù tu, poscia che tu ci
se', e vedi con lui insieme i fatti nostri.”</p>
<p>Giannello, il quale stava con gli orecchi levati per vedere
se d'alcuna cosa gli bisognasse temere o provedersi, udite
le parole di Peronella, prestamente si gittò fuor del
doglio; e quasi niente sentito avesse della tornata del
marito, cominciò a dire: “Dove se', buona donna?”</p>
<p>Al quale il marito, che già veniva, disse: “Eccomi, che
domandi tu?”</p>
<p>Disse Giannello: “Qual se' tu? Io vorrei la donna con la
quale io feci il mercato di questo doglio.”</p>
<p>Disse il buono uomo: “Fate sicuramente meco, ché io son
suo marito.”</p>
<p>Disse allora Giannello: “Il doglio mi par ben saldo, ma
egli mi pare che voi ci abbiate tenuta entro feccia, ché
egli è tutto impastricciato di non so che cosa sì secca, che
io non ne posso levar con l'unghie, e però io nol torrei se
io nol vedessi prima netto.”</p>
<p>Disse allora Peronella: “No, per quello non rimarrà il
mercato; mio marito il netterà tutto.”</p>
<p>E il marito disse: “Sì bene”, e posti giù i ferri suoi e
ispogliatosi in camiscione, si fece accendere un lume e dare
una radimadia e fuvvi entrato dentro e cominciò a radere. E
Peronella, quasi veder volesse ciò che facesse, messo il
capo per la bocca del doglio, che molto grande non era, e
oltre a questo l'un de' bracci con tutta la spalla, cominciò
a dire: “Radi quivi e quivi e anche colà” e “Vedine qui
rimaso un micolino.”</p>
<p>E mentre che così stava e al marito insegnava e ricordava,
Giannello, il quale appieno non aveva quella mattina il suo
disidero ancor fornito quando il marito venne, veggendo che
come volea non potea, s'argomentò di fornirlo come potesse;
e a lei accostatosi, che tutta chiusa teneva la bocca del
doglio, e in quella guisa che negli ampi campi gli sfrenati
cavalli e d'amor caldi le cavalle di Partia assaliscono, a
effetto recò il giovinil desiderio; il quale quasi in un
medesimo punto ebbe perfezione e fu raso il doglio, e egli
scostatosi e la Peronella tratto il capo del doglio e il
marito uscitone fuori.</p>
<p>Per che Peronella disse a Giannello: “Te' questo lume,
buono uomo, e guata se egli è netto a tuo modo.”</p>
<p>Giannello, guardatovi dentro, disse che stava bene e che
egli era contento; e datigli sette gigliati a casa sel fece
portare.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Frate Rinaldo si giace colla comare; truovalo il marito in
camera con lei, e fannogli credere che egli incantava
vermini al figlioccio.</emph></p></argument>
<p>Non seppe sì Filostrato parlare obscuro delle cavalle
partice, che l'avedute donne non ne ridessono, sembiante
faccendo di rider d'altro. Ma poi che il re conobbe la sua
novella finita, a Elissa impose che ragionasse; la quale,
disposta a ubidire, incominciò:</p>
<p>–Piacevoli donne, lo 'ncantar della fantasima d'Emilia
m'ha fatto tornare alla memoria una novella d'un'altra
incantagione, la quale, quantunque così bella non sia come
fu quella, per ciò che altra alla nostra materia non me ne
occorre al presente, la racconterò.</p>
<p>Voi dovete sapere che in Siena fu già un giovane assai
leggiadro e d'orrevole famiglia, il quale ebbe nome Rinaldo;
e amando sommamente una sua vicina, e assai bella donna e
moglie d'un ricco uomo, e sperando, se modo potesse avere di
parlarle senza sospetto, dovere aver da lei ogni cosa che
egli disiderasse, non vedendone alcuno e essendo la donna
gravida, pensossi di volere suo compar divenire: e
accontatosi col marito di lei, per quel modo che più onesto
gli parve gliele disse, e fu fatto. Essendo adunque Rinaldo
di madonna Agnesa divenuto compare e avendo alquanto
d'albritrio più colorato di poterle parlare, assicuratosi,
quello della sua intenzione con parole le fece conoscere che
ella molto davanti negli atti degli occhi suoi avea
conosciuto: ma poco per ciò gli valse, quantunque d'averlo
udito non dispiacesse alla donna.</p>
<p>Addivenne non guari poi, che che si fosse la ragione, che
Rinaldo si rendé frate, e chente che egli trovasse la
pastura egli perseverò in quello. E avvegna che egli
alquanto, di que' tempi che frate si fece, avesse dall'un
de' lati posto l'amore che alla sua comar portava e certe
altre sue vanità, pure in processo di tempo, senza lasciar
l'abito, se le riprese; e cominciò a dilettarsi d'apparere e
di vestir di buon panni e d'essere in tutte le sue cose
leggiadretto e ornato e a fare delle canzoni e de' sonetti e
delle ballate e a cantare, e tutto pieno d'altre cose a
queste simili.</p>
<p>Ma che dico io di frate Rinaldo nostro di cui parliamo?
Quali son quegli che così non facciano? Ahi vitupero del
guasto mondo! Essi non si vergognano d'apparir grassi,
d'apparir coloriti nel viso, d'apparir morbidi ne'
vestimenti e in tutte le cose loro, e non come colombi ma
come galli tronfi colla cresta levata pettoruti procedono: e
che è peggio (lasciamo stare d'aver le lor celle piene
d'alberelli di lattovari e d'unguenti colmi, di scatole di
varii confetti piene, d'ampolle e di guastadette con acque
lavorate e con oli, di bottacci di malvagia e di greco e
d'altri vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non
celle di frati ma botteghe di speziali o d'unguentarii
appaiono più tosto a' riguardanti) essi non si vergognano
che altri sappia loro esser gottosi, e credonsi che altri
non conosca e sappia che i digiuni assai, le vivande grosse
e poche e il viver sobriamente faccia gli uomini magri e
sottili e il più sani; e se pure infermi ne fanno, non
almeno di gotte gl'infermano, alle quali si suole per
medicina dare la castità e ogn'altra cosa a vita di modesto
frate appartenente. E credonsi che altri non conosca, oltra
la sottil vita, le vigilie lunghe, l'orare e il
disciplinarsi dover gli uomini pallidi e afflitti rendere, e
che né san Domenico né san Francesco, senza aver quatro
cappe per uno, non di tintillani né d'altri panni gentili ma
di lana grossa fatti e di natural colore, a cacciare il
freddo e non a apparere si vestissero. Alle quali cose Iddio
provega, come all'anime de' semplici che gli nutricano fa
bisogno.</p>
<p>Così adunque ritornato frate Rinaldo ne' primi appetiti,
cominciò a visitare molto spesso la comare; e cresciutagli
baldanza, con più instanzia che prima non faceva la cominciò
a sollicitare a quello che egli di lei disiderava. La buona
donna, veggendosi molto sollicitare e parendole frate
Rinaldo forse più bello che non pareva, essendo un dì molto
da lui infestata a quello ricorse che fanno tutte quelle che
voglia hanno di concedere quello che è addimandato, e disse:
“Come, frate Rinaldo, o fanno così fatte cose i frati?”</p>
<p>A cui frate Rinaldo rispose: “Madonna, qualora io avrò
questa cappa fuor di dosso, che me la traggo molto
agevolmente, io vi parrò uno uomo fatto come gli altri e non
frate.”</p>
<p>La donna fece bocca da ridere e disse: “Oimè trista! voi
siete mio compare: come si farebbe questo? Egli sarebbe
troppo gran male, e io ho molte volte udito che egli è
troppo gran peccato: e per certo, se ciò non fosse, io farei
ciò che voi voleste.”</p>
<p>A cui frate Rinaldo disse: “Voi siete una sciocca se per
questo lasciate. Io non dico che non sia peccato, ma de'
maggiori perdona Iddio a chi si pente. Ma ditemi: chi è più
parente del vostro figliuolo, o io che il tenni a battesimo
o vostro marito che il generò?”</p>
<p>La donna rispose: “È più suo parente mio marito.”</p>
<p>“E voi dite il vero, “ disse il frate “e vostro marito
non si giace con voi?”</p>
<p>“Mai sì” rispose la donna.</p>
<p>“Adunque” disse il frate “e io, che son men parente di
vostro figliuolo che non è vostro marito, così mi debbo
poter giacere con voi come vostro marito.”</p>
<p>La donna, che loica non sapeva e di piccola levatura aveva
bisogno, o credette o fece vista di credere che il frate
dicesse vero, e rispose: “Chi saprebbe rispondere alle
vostre savie parole?”; e appresso, non obstante il
comparatico, si recò a dover fare i suoi piaceri. Né
incominciarono per una volta ma sotto la coverta del
comparatico avendo più agio, perché la sospezione era
minore, più e più volte si ritrovarono insieme.</p>
<p>Ma tra l'altre una avvenne che, essendo frate Rinaldo
venuto a casa la donna e vedendo quivi niuna persona essere
altri che una fanticella della donna, assai bella e
piacevoletta, mandato il compagno suo con essolei nel palco
de' colombi a insegnarle il paternostro, egli colla donna,
che il fanciullin suo avea per mano, se n'entrarono nella
camera e dentro serrati sopra un lettuccio da sedere, che in
quella era, s'incominciarono a trastullare. E in questa
guisa dimorando, avvenne che il compar tornò e, senza esser
sentito da alcuno, fu all'uscio della camera e picchiò e
chiamò la donna.</p>
<p>Madonna Agnesa, questo sentendo, disse: “Io son morta, ché
ecco il marito mio: ora sì pure avvedrà egli qual sia la
cagione della nostra dimestichezza.”</p>
<p>Era frate Rinaldo spogliato, cioè senza cappa e senza
scapolare, in tonicella; il quale questo udendo disse: “Voi
dite vero: se io fossi pur vestito, qualche modo ci avrebbe;
ma se voi gli aprite e egli mi truovi così, niuna scusa ci
potrà essere.”</p>
<p>La donna, da subito consiglio aiutata, disse: “Or vi
vestite; e vestito che voi siete, recatevi in braccio vostro
figlioccio e ascolterete bene ciò che io gli dirò, sì che le
vostre parole poi s'accordino colle mie: e lasciate fare a
me.”</p>
<p>Il buono uomo non era ancora ristato di picchiare, che la
moglie rispose “Io vengo a te”, e levatasi, con un buon
viso se n'andò all'uscio della camera e aperselo e disse:
“Marito mio, ben ti dico che frate Rinaldo nostro compare
ci si venne, e Iddio il ci mandò; ché per certo, se venuto
non ci fosse, noi avremmo oggi perduto il fanciul nostro.”</p>
<p>Quando il bescio sanctio udì questo, tutto svenne e disse:
“Come?”</p>
<p>“O marido mio, “ disse la donna “e' gli venne dianzi di
subito uno sfinimento, che io mi credetti ch'e' fosse morto
e non sapeva né che mi far né che mi dire, se non che frate
Rinaldo nostro compare ci venne in quella e recatoselo in
collo disse: ‘Comare, questi son vermini che egli ha in
corpo, gli quali gli s'appressano al cuore e ucciderebbolo
troppo bene; ma non abbiate paura, ché io gl'incanterò e
farogli morir tutti, e innanzi che io mi parta di qui voi
vederete il fanciul sano come voi vedeste mai.’ E per ciò
che tu ci bisognavi per dir certe orazioni, e non ti seppe
trovar la fante, sì le fece dire al compagno suo nel più
alto luogo della nostra casa, e egli e io qua entro ce
n'entrammo. E per ciò che altri che la madre del fanciullo
non può essere a così fatto servigio, perché altri non
c'impacciasse, qui ci serrammo; e ancora l'ha egli in
braccio, e credom'io che egli non aspetti se non che il
compagno suo abbia compiuto di dire l'orazioni, e sarebbe
fatto per ciò che il fanciullo è già tutto tornato in sé.”</p>
<p>Il santoccio credendo queste cose, tanto l'affezion del
figliuol lo strinse, che egli non pose l'animo allo 'nganno
fattogli dalla moglie ma gittato un gran sospiro disse: “Io
il voglio andare a vedere.”</p>
<p>Disse la donna: “Non andare, ché tu guasteresti ciò che
s'è fatto; aspettati, io voglio vedere se tu vi puoi andare
e chiamerotti.”</p>
<p>Frate Rinaldo, che ogni cosa udito avea e erasi rivestito a
bello agio e avevasi recato il fanciullo in braccio, come
ebbe disposte le cose a suo modo, chiamò: “O comare, non
sent'io di costà il compare?”</p>
<p>Rispose il santoccio: “Messer sì.”</p>
<p>“Adunque” disse frate Rinaldo “venite qua”; il
santoccio andò là, al quale frate Rinaldo disse: “Tenete il
vostro figliuolo per la grazia di Dio sano, dove io
credetti, ora fu, che voi nol vedeste vivo a vespro; e
farete di far porre una statua di cera della sua grandezza a
laude di Dio dinanzi alla figura di messer santo Ambruogio,
per li meriti del quale Idio ve n'ha fatta grazia.”</p>
<p>Il fanciullo, veggendo il padre, corse a lui e fecegli
festa come i fanciulli piccoli fanno; il quale recatoselo in
braccio, lagrimando non altramenti che della fossa il
traesse, il cominciò a basciare e a render grazie al suo
compare che guerito gliele avea. Il compagno di frate
Rinaldo, che non un paternostro ma forse più di quatro
n'aveva insegnati alla fanticella e donatale una borsetta di
refe bianco la quale a lui aveva donata una monaca e fattala
sua divota, avendo udito il santoccio alla camera della
moglie chiamare, pianamente era venuto in parte della quale
e vedere e udire ciò che vi si facesse poteva; veggendo la
cosa in buoni termini, se ne venne giuso e entrato nella
camera disse: “Frate Rinaldo, quelle quatro orazioni che
m'imponeste, io l'ho dette tutte.”</p>
<p>A cui frate Rinaldo disse: “Fratel mio, tu hai buona lena
e hai fatto bene. Io per me, quando mio compar venne, no'
n'aveva dette che due, ma Domenedio tra per la tua fatica e
per la mia ci ha fatta grazia che il fanciullo è guerito.”</p>
<p>Il santoccio fece venire di buon vini e di confetti e fece
onore al suo compare e al compagno di ciò che essi avevano
maggior bisogno che d'altro; poi, con loro insieme uscito di
casa, gli accomandò a Dio, e senza alcuno indugio fatta fare
la imagine di cera, la mandò a appiccare coll'altre dinanzi
alla figura di santo Ambruogio, ma non a quel di Melano.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Tofano chiude una notte fuor di casa la moglie, la quale,
non potendo per prieghi rientrare, fa vista di gittarsi in
un pozzo e gittavi una gran pietra; Tofano esce di casa e
corre là, e ella in casa se n'entra e serra lui di fuori e
sgridandolo il vitupera.</emph></p></argument>
<p>Il re, come la novella d'Elissa sentì aver fine, così senza
indugio verso la Lauretta rivolto le dimostrò che gli piacea
che ella dicesse; per che essa, senza stare, così cominciò:</p>
<p>–O Amore, chenti e quali sono le tue forze, chenti i
consigli e chenti gli avvedimenti! Qual filosofo, quale
artista mai avrebbe potuto o potrebbe mostrare quegli
accorgimenti, quegli avvedimenti, quegli dimostramenti che
fai tu subitamente a chi seguita le tue orme? Certo la
dottrina di qualunque altro è tarda a rispetto della tua, sì
come assai bene comprender si può nelle cose davanti
mostrate; alle quali, amorose donne, io una n'agiugnerò
d'una semplicetta donna adoperata, tale che io non so chi
altri se l'avesse potuta mostrare che Amore.</p>
<p>Fu adunque già in Arezzo un ricco uomo, il qual fu Tofano
nominato. A costui fu data per moglie una bellissima donna,
il cui nome fu monna Ghita, della quale egli senza saper
perché prestamente divenne geloso, di che la donna
avvedendosi prese sdegno; e più volte avendolo della cagione
della sua gelosia addomandato né egli alcuna avendone saputa
assegnare se non cotali generali e cattive, cadde nell'animo
alla donna di farlo morire del male del quale senza cagione
aveva paura. E essendosi avveduta che un giovane, secondo il
suo giudicio molto da bene, la vagheggiava, discretamente
con lui s'incominciò a intendere; e essendo già tra lui e
lei tanto le cose innanzi, che altro che dare effetto con
opera alle parole non vi mancava, pensò la donna di trovare
similmente modo a questo. E avendo già tra' costumi cattivi
del suo marito conosciuto lui dilettarsi di bere, non
solamente gliele cominciò a commendare ma artatamente a
sollicitarlo a ciò molto spesso. E tanto ciò prese per uso,
che quasi ogni volta che a grado l'era infino allo
inebriarsi bevendo il conducea; e quando bene ebbro il
vedea, messolo a dormire, primieramente col suo amante si
ritrovò, e poi sicuramente più volte di ritrovarsi con lui
continuò, e tanto di fidanza nella costui ebbrezza prese,
che non solamente avea preso ardire di menarsi il suo amante
in casa, ma ella talvolta gran parte della notte s'andava
con lui a dimorare alla sua, la qual di quivi non era guari
lontana.</p>
<p>E in questa maniera la innamorata donna continuando,
avvenne che il doloroso marito si venne accorgendo che ella,
nel confortare lui a bere, non beveva per ciò essa mai; di
che egli prese sospetto non così fosse come era, cioè che la
donna lui inebriasse per poter poi fare il piacer suo mentre
egli adormentato fosse. E volendo di questo, se così fosse,
far pruova, senza avere il dì bevuto, una sera mostrandosi
il più ebbro uomo e nel parlare e ne' modi, che fosse mai,
il che la donna credendo né estimando che più bere gli
bisognasse a ben dormire, il mise prestamente. E fatto ciò,
secondo che alcuna volta era usata di fare, uscita di casa,
alla casa del suo amante se n'andò e quivi infino alla
mezzanotte dimorò.</p>
<p>Tofano, come la donna non vi senti, così si levò e
andatosene alla sua porta quella serrò dentro e posesi alle
finestre, acciò che tornare vedesse la donna e le facesse
manifesto che egli si fosse accorto delle maniere sue; e
tanto stette che la donna tornò, la quale, tornando a casa e
trovatasi serrata di fuori, fu oltre modo dolente e cominciò
a tentare se per forza potesse l'uscio aprire. Il che poi
che Tofano alquanto ebbe sofferto, disse: “Donna, tu ti
fatichi invano, per ciò che qua entro non potrai tu tornare.
Va tornati là dove infino a ora se' stata: e abbi per certo
che tu non ci tornerai mai infino a tanto che io di questa
cosa, in presenza de' parenti tuoi e de' vicini, te n'avrò
fatto quello onore che ti si conviene.”</p>
<p>La donna lo 'ncominciò a pregar per l'amor di Dio che
piacer gli dovesse d'aprirle, per ciò che ella non veniva
donde s'avvisava ma da vegghiare con una sua vicina, per ciò
che le notti eran grandi e ella nolle poteva dormir tutte né
sola in casa vegghiare. Li prieghi non giovavano alcuna
cosa, per ciò che quella bestia era pur disposto a volere
che tutti gli aretin sapessero la lor vergogna, là dove niun
la sapeva.</p>
<p>La donna, veggendo che il pregar non le valeva, ricorse al
minacciare e disse: “Se tu non m'apri, io ti farò il più
tristo uom che viva.”</p>
<p>A cui Tofano rispose: “E che mi puoi tu fare?”</p>
<p>La donna, alla quale Amore aveva già aguzzato co' suoi
consigli lo 'ngegno, rispose: “Innanzi che io voglia
sofferire la vergogna che tu mi vuoi fare ricevere a torto,
io mi gitterò in questo pozzo che qui è vicino: nel quale
poi essendo trovata morta, niuna persona sarà che creda che
altri che tu per ebrezza mi v'abbia gittata; e così o ti
converrà fuggire e perder ciò che tu hai e essere in bando,
o converrà che ti sia tagliata la testa sì come a micidial
di me che tu veramente sarai stato.”</p>
<p>Per queste parole niente si mosse Tofano dalla sua sciocca
opinione; per la qual cosa la donna disse: “Or ecco, io non
posso più sofferire questo tuo fastidio: Dio il ti perdoni!
farai riporre questa mia rocca che io lascio qui”; e questo
detto, essendo la notte tanto obscura, che appena si sarebbe
potuto veder l'un l'altro per la via, se n'andò la donna
verso il pozzo; e, presa una grandissima pietra che a piè
del pozzo era, gridando “Idio, perdonami!” la lasciò
cadere entro nel pozzo.</p>
<p>La pietra giugnendo nell'acqua fece un grandissimo romore,
il quale come Tofano udì credette fermamente che essa
gittata vi si fosse; per che, presa la secchia colla fune,
subitamente si gittò di casa per aiutarla e corse al pozzo.
La donna, che presso all'uscio della sua casa nascosa s'era,
come vide correre al pozzo, così ricoverò in casa e serrossi
dentro e andossene alle finestre e cominciò a dire: “Egli
si vuole inacquare quando altri il bee, non poscia la
notte.”</p>
<p>Tofano, udendo costei, si tenne scornato e tornossi
all'uscio; e non potendovi entrare le cominciò a dire che
gli aprisse.</p>
<p>Ella, lasciato stare il parlar piano come infino allora
aveva fatto, quasi gridando cominciò a dire: “Alla croce di
Dio, ubriaco fastidioso, tu non c'enterai stanotte; io non
posso più sofferire questi tuoi modi: egli convien che io
faccia vedere a ogn'uomo chi tu se' e a che ora tu torni la
notte a casa.”</p>
<p>Tofano d'altra parte crucciato le 'ncominciò a dir villania
e a gridare; di che i vicini sentendo il romore si levarono,
e uomini e donne, e fecersi alle finestre e domandarono che
ciò fosse.</p>
<p>La donna cominciò piangendo a dire: “Egli è questo reo
uomo, il quale mi torna ebbro la sera a casa o s'adormenta
per le taverne e poscia torna a questa otta; di che io
avendo lungamente sofferto e non giovandomi, non potendo più
sofferire, ne gli ho voluta fare questa vergogna di serrarlo
fuor di casa per vedere se egli se ne ammenderà.”</p>
<p>Tofano bestia, d'altra parte, diceva come il fatto era
stato e minacciavala forte.</p>
<p>La donna co' suoi vicini diceva: “Or vedete che uomo egli
è! Che direste voi se io fossi nella via come è egli, e egli
fosse in casa come sono io? In fé di Dio che io dubito che
voi non credeste che egli dicesse il vero: ben potete a
questo conoscere il senno suo! Egli dice a punto che io ho
fatto ciò che io credo che egli abbia fatto egli. Egli mi
credette spaventare col gittare non so che nel pozzo, ma or
volesse Iddio che egli vi si fosse gittato da dovero e
affogato, sì che egli il vino, il quale egli di soperchio ha
bevuto, si fosse molto bene inacquato.”</p>
<p>I vicini, e gli uomini e le donne, cominciaro a riprendere
tututti Tofano e a dar la colpa a lui e a dirgli villania di
ciò che contro alla donna diceva: e in brieve tanto andò il
romore di vicino in vicino, che egli pervenne infino a'
parenti della donna. Li quali venuti là, e udendo la cosa e
da un vicino e da altro, presero Tofano e diedergli tante
busse, che tutto il ruppono; poi, andati in casa, presero le
cose della donna e con lei si ritornarono a casa loro
minacciando Tofano di peggio. Tofano, veggendosi mal parato
e che la sua gelosia l'aveva mal condotto, sì come quegli
che tutto 'l suo bene voleva alla donna, ebbe alcuni amici
mezzani; e tanto procacciò, che egli con buona pace riebbe
la donna a casa sua, alla quale promise di mai più non esser
geloso: e oltre a ciò le diè licenzia che ogni suo piacer
facesse, ma sì saviamente, che egli non se ne avvedesse. E
così, a modo del villan matto, dopo danno fé patto. E viva
amore, e muoia soldo, e tutta la brigata.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Un geloso in forma di prete confessa la moglie, al quale
ella dà a vedere che ama un prete che viene a lei ogni
notte; di che mentre che il geloso nascosamente prende
guardia all'uscio, la donna per lo tetto si fa venire un suo
amante e con lui si dimora.</emph></p></argument>
<p>Posto aveva fine la Lauretta al suo ragionamento; e avendo
già ciascun commendata la donna che ella bene avesse fatto e
come a quel cattivo si conveniva, il re, per non perder
tempo, verso la Fiammetta voltatosi, piacevolmente il carico
le 'mpose del novellare; per la qual cosa ella così
cominciò:</p>
<p>–Nobilissime donne, la precedente novella mi tira a dovere
similmente ragionar d'un geloso, estimando che ciò che si fa
loro dalla lor donna, e massimamente quando senza cagione
ingelosiscono, esser ben fatto. E se ogni cosa avessero i
componitori delle leggi guardata, giudico che in questo essi
dovessero alle donne non altra pena aver constituta che essi
constituirono a colui che alcuno offende sé difendendo: per
ciò che i gelosi sono insidiatori della vita delle giovani
donne e diligentissimi cercatori della lor morte. Esse
stanno tutta la settimana rinchiuse e attendono alle bisogne
familiari e domestiche, disiderando, come ciascun fa, d'aver
poi il dì delle feste alcuna consolazione, alcuna quiete, e
di potere alcun diporto pigliare, sì come prendono i
lavoratori de' campi, gli artefici delle città e i reggitori
delle corti, come fé Idio che il dì settimo da tutte le sue
fatiche si riposò, e come vogliono le leggi sante e le
civili, le quali, allo onor di Dio e al ben comune di
ciascun riguardando, hanno i dì delle fatiche distinti da
quegli del riposo. Alla qual cosa fare niente i gelosi
consentono, anzi quegli dì che a tutte l'altre son lieti
fanno a esse, più serrate e più rinchiuse tenendole, esser
più miseri e più dolenti: il che quanto e qual consumamento
sia delle cattivelle quelle sole il sanno che l'hanno
provato. Per che conchiudendo, ciò che una donna fa a un
marito geloso a torto, per certo non condennare ma
commendare si dovrebbe.</p>
<p>Fu adunque in Arimino un mercatante ricco e di possessioni
e di denari assai, il quale avendo una bellissima donna per
moglie di lei divenne oltre misura geloso; né altra cagione
a questo avea, se non che, come egli molto l'amava e molto
bella la teneva e conosceva che ella con tutto il suo studio
s'ingegnava piacergli, così estimava che ogn'uomo l'amasse e
che ella a tutti paresse bella e ancora che ella
s'ingegnasse così piacere altrui come a lui (argomento di
cattivo uomo e con poco sentimento era). E così ingelosito
tanta guardia ne prendeva e sì stretta la tenea, che forse
assai son di quegli che a capital pena son dannati, che non
sono da' pregionieri con tanta guardia servati. La donna,
lasciamo stare che a nozze o a festa o a chiesa andar
potesse o il piè della casa trarre in alcun modo, ma ella
non osava farsi a alcuna finestra né fuor della casa
guardare per alcuna cagione; per la qual cosa la vita sua
era pessima, e essa tanto più impazientemente sosteneva
questa noia quanto meno si sentiva nocente.</p>
<p>Per che, veggendosi a torto fare ingiuria al marito,
s'avvisò a consolazion di se medesima di trovar modo, se
alcuno ne potesse trovare, di far sì che a ragione le fosse
fatto. E per ciò che a finestra far non si potea e così modo
non avea di potersi mostrare contenta dello amore d'alcuno
che atteso l'avesse per la sua contrada passando, sappiendo
che nella casa la quale era allato alla sua aveva alcun
giovane e bello e piacevole, si pensò, se pertugio alcun
fosse nel muro che la sua casa divideva da quella, di dovere
per quello tante volte guatare, che ella vedrebbe il giovane
in atto da potergli parlare, e di donargli il suo amore, se
egli il volesse ricevere; e, se modo vi si potesse vedere,
di ritrovarsi con lui alcuna volta e in questa maniera
trapassare la sua malvagia vita infino a tanto che il
fistolo uscisse da dosso al suo marito.</p>
<p>E venendo ora in una parte e ora in una altra, quando il
marito non v'era, il muro della casa guardando, vide per
avventura in una parte assai segreta di quella il muro
alquanto da una fessura essere aperto; per che, riguardando
per quella, ancora che assai male discerner potesse
dall'altra parte, pur s'avide che quivi era una camera dove
capitava la fessura e seco disse: “Se questa fosse la
camera di Filippo, “ cioè del giovane suo vicino “io sarei
mezza fornita.” E cautamente da una sua fante, a cui di lei
incresceva, ne fece spiare, e trovò che veramente il giovane
in quella dormiva tutto solo; per che, visitando la fessura
spesso, e quando il giovane vi sentiva faccendo cader
pietruzze e cotali fuscellini, tanto fece, che, per veder
che ciò fosse, il giovane venne quivi. Il quale ella
pianamente chiamò, e egli, che la sua voce conobbe, le
rispose; e ella, avendo spazio, in brieve tutto l'animo suo
gli aprì. Di che il giovane contento assai, sì fece, che dal
suo lato il pertugio si fece maggiore, tuttavia in guisa
faccendo che alcuno avvedere non se ne potesse: e quivi
spesse volte insieme si favellavano e toccavansi la mano, ma
più avanti per la solenne guardia del geloso non si poteva.</p>
<p>Ora, appressandosi la festa del Natale, la donna disse al
marito che, se gli piacesse, ella voleva andar la mattina
della pasqua alla chiesa e confessarsi e comunicarsi come
fanno gli altri cristiani: alla quale il geloso disse: “E
che peccati ha' tu fatti, che tu ti vuoi confessare?”</p>
<p>Disse la donna: “Come? credi tu che io sia santa perché tu
mi tenghi rinchiusa? ben sai che io fo de' peccati come
l'altre persone che ci vivono; ma io non gli vo' dire a te,
ché tu non se' prete.”</p>
<p>Il geloso prese di queste parole sospetto e pensossi di
voler saper che peccati costei avesse fatti e avvisossi del
modo nel quale ciò gli verrebbe fatto; e rispose che era
contento ma che non volea che ella andasse a altra chiesa
che alla cappella loro, e quivi andasse la mattina per tempo
e confessassesi o dal cappellan loro o da qualche prete che
il cappellan le desse e non da altrui, e tornasse di
presente a casa. Alla donna pareva mezzo avere inteso; ma
senza altro dire rispose che sì farebbe.</p>
<p>Venuta la mattina della pasqua, la donna si levò in su
l'aurora e acconciossi e andossene alla chiesa impostale dal
marito. Il geloso, d'altra parte, levatosi se n'andò a
quella medesima chiesa e fuvvi prima di lei; e avendo già
col prete di là entro composto ciò che far voleva, messasi
prestamente una delle robe del prete con un cappuccio grande
a gote, come noi veggiamo che i preti portano, avendosel
tirato un poco innanzi, si mise a sedere in coro. La donna
venuta alla chiesa fece domandare il prete. Il prete venne,
e udendo dalla donna che confessar si volea disse che non
potea udirla ma che le manderebbe un suo compagno; e
andatosene, mandò il geloso nella sua malora. Il quale molto
contegnoso vegnendo, ancora che egli non fosse molto chiaro
il dì e egli s'avesse molto messo il cappuccio innanzi agli
occhi, non si seppe sì occultare, che egli non fosse
prestamente conosciuto dalla donna; la quale, questo
vedendo, disse seco medesimo: “Lodato sia Iddio che costui
di geloso è divenuto prete; ma pure lascia fare, ché io gli
darò quello che egli va cercando.” Fatto adunque sembiante
di non conoscerlo, gli si pose a sedere a' piedi. Messer lo
geloso s'avea messe alcune petruzze in bocca, acciò che esse
alquanto la favella gl'impedissero, sì che egli a quella
dalla moglie riconosciuto non fosse, parendogli in ogn'
altra cosa sì del tutto esser divisato, che esser da lei
riconosciuto a niun partito credeva. Or venendo alla
confessione, tra l'altre cose che la donna gli disse,
avendogli prima detto come maritata era, si fu che ella era
innamorata d'un prete il quale ogni notte con lei s'andava a
giacere.</p>
<p>Quando il geloso udì questo, e' gli parve che gli fosse
dato d'un coltello nel cuore: e se non fosse che volontà lo
strinse di saper più innanzi, egli avrebbe la confessione
abbandonata e andatosene; stando adunque fermo domandò la
donna: “E come? non giace vostro marito con voi?”</p>
<p>La donna rispose: “Messer sì.”</p>
<p>“Adunque, “ disse 'l geloso “come vi puote anche il prete
giacere?”</p>
<p>“Messere, “ disse la donna “il prete con che arte il si
faccia non so: ma egli non è in casa uscio sì serrato, che,
come egli il tocca, non s'apra; e dicemi egli che, quando
egli è venuto a quello della camera mia, anzi che egli
l'apra, egli dice certe parole per le quali il mio marito
incontanente s'adormenta, e come adormentato il sente, così
apre l'uscio e viensene dentro e stassi con meco: e questo
non falla mai.”</p>
<p>Disse allora il geloso: “Madonna, questo è mal fatto e del
tutto egli ve ne conviene rimanere.”</p>
<p>A cui la donna disse: “Messere, questo non crederei io mai
poter fare per ciò che io l'amo troppo.”</p>
<p>“Dunque” disse il geloso “non vi potrò io absolvere.”</p>
<p>A cui disse la donna: “Io ne son dolente: io non venni qui
per dirvi le bugie; se io il credessi poter fare, io il vi
direi.”</p>
<p>Disse allora il geloso: “In verità, madonna, di voi
m'incresce, ché io vi veggio a questo partito perder
l'anima; ma io in servigio di voi ci voglio durar fatica in
far mie orazioni speziali a Dio in vostro nome, le quali
forse sì vi gioveranno: e sì vi manderò alcuna volta un mio
cherichetto a cui voi direte se elle vi saranno giovate o
no; e se elle vi gioveranno, sì procederemo innanzi.”</p>
<p>A cui la donna disse: “Messer, cotesto non fate voi che
voi mi mandiate persona a casa, ché, se il mio marito il
risapesse, egli è sì forte geloso, che non gli trarrebbe del
capo tutto il mondo che per altro che per male vi si
venisse, e non avrei ben con lui di questo anno.”</p>
<p>A cui il geloso disse: “Madonna, non dubitate di questo,
ché per certo io terrò sì fatto modo, che voi non ne
sentirete mai parola da lui.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Se questo vi dà il cuore di fare,
io son contenta”; e fatta la confessione e presa la
penitenzia e da' piè levataglisi, se n'andò a udire la
messa.</p>
<p>Il geloso con la sua mala ventura, soffiando, s'andò a
spogliare i panni del prete e tornossi a casa, disideroso di
trovar modo da dovere il prete e la moglie trovare insieme
per fare un mal giuoco e all'uno e all'altro. La donna tornò
dalla chiesa e vide bene nel viso al marito che ella gli
aveva data la mala pasqua; ma egli quanto poteva s'ingegnava
di nasconder ciò che fatto avea e che saper gli parea.</p>
<p>E avendo seco stesso diliberato di dovere la notte vegnente
star presso all'uscio della via e aspettare se il prete
venisse, disse alla donna: “A me conviene questa sera
essere a cena e a albergo altrove, e per ciò serrerai ben
l'uscio da via e quello da mezza scala e quello della
camera, e quando ti parrà t'andrai a letto.”</p>
<p>La donna rispose: “In buona ora.”</p>
<p>E quando tempo ebbe se n'andò alla buca e fece il segno
usato, il quale come Filippo sentì così di presente a quel
venne; al quale la donna disse ciò che fatto avea la mattina
e quello che il marito appresso mangiare l'aveva detto, e
poi disse: “Io son certa che egli non uscirà di casa ma si
metterà a guardia dell'uscio, e per ciò truova modo che su
per lo tetto tu venghi stanotte di qua, sì che noi siamo
insieme.”</p>
<p>Il giovane contento molto di questo fatto disse: “Madonna,
lasciate far me.”</p>
<p>Venuta la notte, il geloso con sue armi tacitamente si
nascose in una camera terrena. E la donna avendo fatti
serrar tutti gli usci, e massimamente quello da mezza scala
acciò che il geloso sù non potesse venire, quando tempo le
parve e il giovane per via assai cauta dal suo lato se ne
venne; e andaronsi a letto, dandosi l'un dell'altro piacere
e buon tempo; e venuto il dì, il giovane se ne tornò in casa
sua.</p>
<p>Il geloso, dolente e senza cena, morendo di freddo, quasi
tutta la notte stette con le sue armi allato all'uscio e
aspettare se il prete venisse; e appressandosi il giorno,
non potendo più vegghiare, nella camera terrena si mise a
dormire. Quindi vicin di terza levatosi, essendo già l'uscio
della casa aperto, faccendo sembiante di venire altronde, se
ne salì in casa sua e desinò. E poco appresso mandato un
garzonetto, a guisa che stato fosse il cherico del prete che
confessata l'avea, la mandò dimandando se colui cui ella
sapeva più venuto vi fosse. La donna, che molto bene conobbe
il messo, rispose che venuto non v'era quella notte e che,
se così facesse, che egli le potrebbe uscir di mente,
quantunque ella non volesse che di mente l'uscisse.</p>
<p>Ora che vi debbo dire? Il geloso stette molte notti per
volere giugnere il prete all'entrata, e la donna
continuamente col suo amante dandosi buon tempo. Alla fine
il geloso, che più sofferir non poteva, con turbato viso
domandò la moglie ciò che ella avesse al prete detto la
mattina che confessata s'era. La donna rispose che non
gliele voleva dire, per ciò che ella non era onesta cosa né
convenevole.</p>
<p>A cui il geloso disse: “Malvagia femina, a dispetto di te
io so ciò che tu gli dicesti, e convien del tutto che io
sappia chi è il prete di cui tu tanto se' innamorata e che
teco per suoi incantesimi ogni notte si giace, o io ti
segherò le veni.”</p>
<p>La donna disse che non era vero che ella fosse inamorata
d'alcun prete.</p>
<p>“Come?” disse il geloso “non dicestù così e così al
prete che ti confessò?”</p>
<p>La donna disse: “Non che egli te l'abbia ridetto ma egli
basterebbe se tu fossi stato presente; mai sì che io gliele
dissi.”</p>
<p>“Dunque” disse il geloso “dimmi chi è questo prete e
tosto.”</p>
<p>La donna cominciò a sorridere e disse: “Egli mi giova
molto quando un savio uomo è da una donna semplice menato
come si mena un montone per le corna in becheria: benché tu
non se' savio, né fosti da quella ora in qua che tu ti
lasciasti nel petto entrare il maligno spirito della gelosia
senza saper perché: e tanto quanto tu se' più sciocco e più
bestiale, cotanto ne diviene la gloria mia minore. Credi tu,
marito mio, che io sia cieca degli occhi della testa, come
tu se' cieco di quegli della mente? Certo no; e vedendo
conobbi chi fu il prete che mi confessò, e so che tu fosti
desso tu; ma io mi puosi in cuore di darti quello che tu
andavi cercando, e dieditelo. Ma se tu fossi stato savio,
come esser ti pare, non avresti per quel modo tentato di
sapere i segreti della tua buona donna, e senza prender vana
sospezion ti saresti avveduto di ciò che ella ti confessava
così essere il vero, senza avere ella in cosa alcuna
peccato. Io ti dissi che io amava un prete: e non eri tu, il
quale io a gran torto amo, fatto prete? Dissiti che niuno
uscio della mia casa gli si potea tener serrato quando meco
giacer volea: e quale uscio ti fu mai in casa tua tenuto,
quando tu colà dove io fossi se' voluto venire? Dissiti che
il prete si giaceva ogni notte con meco: e quando fu che tu
meco non giacessi? E quante volte il tuo cherico a me
mandasti, tante sai, quante tu meco non fosti, ti mandai a
dire che il prete meco stato non era. Quale smemorato altri
che tu, che alla gelosia tua t'hai lasciato accecare, non
avrebbe queste cose intese? E se'ti stato in casa a far la
notte la guardia all'uscio e a me credi aver dato a vedere
che tu altrove andato sii a cena e a albergo! Ravvediti
oggimai e torna uomo come tu esser solevi e non far far
beffe di te a chi conosce i modi tuoi come fo io e lascia
star questo solenne guardar che tu fai; ché io giuro a Dio,
se voglia me ne venisse di porti le corna, se tu avessi
cento occhi come tu n'hai due, mi darebbe il cuore di fare i
piacer miei in guisa che tu non te ne avvedresti.”</p>
<p>Il geloso cattivo, a cui molto avvedutamente pareva avere
il segreto della donna sentito, udendo questo si tenne
scornato; e senza altro rispondere, ebbe la donna per buona
e per savia, e quando la gelosia gli bisognava del tutto se
la spogliò, così come quando bisogno non gli era se l'aveva
vestita. Per che la savia donna, quasi licenziata a' suoi
piaceri, senza far venire il suo amante su per lo tetto come
vanno le gatte ma pur per l'uscio discretamente operando poi
più volte con lui buon tempo e lieta vita si diede.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Madonna Isabella, con Leonetto standosi, amata da un
messer Lambertuccio è visitata e torna il marito di lei:
messer Lambertuccio con un coltello in mano fuor di casa sua
ne manda, e il marito di lei poi Lionetto accompagna.</emph></p></argument>
<p>Maravigliosamente era piaciuta a tutti la novella della
Fiammetta, affermando ciascuno ottimamente la donna aver
fatto e quel che si convenia al bestiale uomo. Ma poi che
finita fu, il re a Pampinea impose che seguitasse; la quale
incominciò a dire:</p>
<p>–Molti sono li quali, semplicemente parlando, dicono che
Amore trae altrui del senno e quasi chi ama fa divenire
smemorato. Sciocca opinione mi pare: e assai le già dette
cose l'hanno mostrato, e io ancora intendo di dimostrarlo.</p>
<p>Nella nostra città, copiosa di tutti i beni, fu una giovane
donna e gentile e assai bella, la qual fu moglie d'un
cavaliere assai valoroso e da bene. E come spesso avviene
che sempre non può l'uomo usare un cibo ma talvolta disidera
di variare, non sodisfaccendo a questa donna molto il suo
marito, s'innamorò d'un giovane il quale Leonetto era
chiamato, assai piacevole e costumato, come che di gran
nazion non fosse, e egli similmente s'innamorò di lei: e
come voi sapete che rade volte è senza effetto quello che
vuole ciascuna delle parti, a dare al loro amor compimento
molto tempo non si interpose.</p>
<p>Ora avvenne che, essendo costei bella donna e avvenevole,
di lei un cavalier chiamato messer Lambertuccio s'innamorò
forte, il quale ella, per ciò che spiacevole uomo e
sazievole le parea, per cosa del mondo a amar lui disporre
non si potea; ma costui con ambasciate sollicitandola molto
e non valendogli, essendo possente uomo la mandò minacciando
di vituperarla se non facesse il piacer suo; per la qual
cosa la donna, temendo e conoscendo come fatto era, si
condusse a fare il voler suo.</p>
<p>E essendosene la donna, che madonna Isabella avea nome,
andata, come nostro costume è di state, a stare a una sua
bellissima possessione in contado, avvenne, essendo una
mattina il marito di lei cavalcato in alcun luogo per dovere
stare alcun giorno, che ella mandò per Lionetto che si
venisse a star con lei; il quale lietissimo incontanente
v'andò. Messer Lambertuccio, sentendo il marito della donna
essere andata altrove, tutto solo montato a cavallo a lei se
n'andò e picchiò alla porta. La fante della donna vedutolo
n'andò incontanente a lei, che in camera era con Lionetto, e
chiamatala le disse: “Madonna, messer Lambertuccio è
quaggiù tutto solo.”</p>
<p>La donna, udendo questo, fu la più dolente femina del
mondo; ma temendol forte, pregò Leonetto che grave non gli
fosse il nascondersi alquanto dietro alla cortina del letto
infino a tanto che messer Lambertuccio se n'andasse.
Leonetto, che non minor paura di lui avea che avesse la
donna, vi si nascose; e ella comandò alla fante che andasse
a aprire a messer Lambertuccio; la quale apertogli, e egli,
nella corte smontato d'un suo pallafreno e quello appiccato
ivi a uno arpione, se ne salì suso. La donna, fatto buon
viso e venuta infino in capo della scala, quanto più poté in
parole lietamente il ricevette e domandollo quello che egli
andasse faccendo. Il cavaliere, abbracciatala e basciatala,
disse: “Anima mia, io intesi che vostro marito non c'era,
sì ch'io mi son venuto a stare alquanto con essolei.” E
dopo queste parole entratisene in camera e serratisi dentro,
cominciò messer Lambertuccio a prender diletto di lei.</p>
<p>E così con lei standosi, tutto fuori della credenza della
donna avvenne che il marito di lei tornò: il quale quando la
fante vicino al palagio vide, così subitamente corse alla
camera della donna e disse: “Madonna, ecco messer che
torna: io credo che egli sia già giù nella corte.”</p>
<p>La donna, udendo questo e sentendosi aver due uomini in
casa (e conosceva che il cavaliere non si poteva nascondere
per lo suo pallafreno che nella corte era), si tenne morta;
nondimeno, subitamente gittatasi del letto in terra prese
partito e disse a messer Lambertuccio: “Messere, se voi mi
volete punto di bene e voletemi da morte campare, farete
quello che io vi dirò. Voi vi recherete in mano il vostro
coltello ignudo e con un mal viso e tutto turbato ve
n'andrete giù per le scale e andrete dicendo: ‘Io fo boto a
Dio che io il coglierò altrove’; e se mio marito vi volesse
ritenere o di niente vi domandasse, non dite altro che
quello che detto v'ho, e montato a cavallo per niuna cagione
seco ristate.”</p>
<p>Messer Lambertuccio disse che volentieri; e tirato fuori il
coltello, tutto infocato nel viso tra per la fatica durata e
per l'ira avuta della tornata del cavaliere, come la donna
gl'impose così fece. Il marito della donna, già nella corte
smontato, maravigliandosi del pallafreno e volendo sù
salire, vide messer Lambertuccio scendere e maravigliossi e
delle parole e del viso di lui e disse: “Che è questo,
messere?”</p>
<p>Messer Lambertuccio, messo il piè nella staffa e montato
sù, non disse altro se non: “Al corpo di Dio, io il
giugnerò altrove” e andò via.</p>
<p>Il gentile uomo montato sù trovò la donna sua in capo della
scala tutta sgomentata e piena di paura; alla quale egli
disse: “Che cosa è questa? cui va messer Lambertuccio così
adirato minacciando?”</p>
<p>La donna, tiratasi verso la camera acciò che Leonetto
l'udisse, rispose: “Messere, io non ebbi mai simil paura a
questa. Qua entro si fuggì un giovane, il quale io non
conosco e che messer Lambertuccio col coltello in man
seguitava, e trovò per ventura questa camera aperta e tutto
tremante disse: ‘Madonna, per Dio aiutatemi, ché io non sia
nelle braccia vostre morto!’ Io mi levai diritta, e come il
voleva domandare chi fosse e che avesse, e ecco messer
Lambertuccio venir sù dicendo: ‘Dove se', traditore?’ Io mi
parai in su l'uscio della camera: e volendo egli entrar
dentro, il ritenni, e egli in tanto fu cortese, che, come
vide che non mi piaceva che egli qua entro entrasse, dette
molte parole, se ne venne giù come voi vedeste.”</p>
<p>Disse allora il marito: “Donna, ben facesti: troppo ne
sarebbe stato gran biasimo se persona fosse stata qua entro
uccisa; e messer Lambertuccio fece gran villania a seguitar
persona che qua entro fuggita fosse.” Poi domandò dove
fosse quel giovane.</p>
<p>La donna rispose: “Messere, io non so dove egli si sia
nascosto.”</p>
<p>Il cavaliere allora disse: “Ove se' tu? Esci fuori
sicuramente.”</p>
<p>Leonetto, che ogni cosa udita avea, tutto pauroso, come
colui che paura aveva avuta da dovero, uscì fuori del luogo
dove nascoso s'era.</p>
<p>Disse allora il cavaliere: “Che hai tu a fare con messer
Lambertuccio?”</p>
<p>Il giovane rispose: “Messere, niuna cosa che sia in questo
mondo, e per ciò io credo fermamente che egli non sia in
buon senno, o che egli m'abbia colto in iscambio: per ciò
che, come poco lontano da questo palagio nella strada mi
vide, così mise mano al coltello e disse: ‘Traditor, tu se'
morto!’ Io non mi posi a domandare per che ragione ma quanto
potei cominciai a fuggire e qui me ne venni, dove, mercé di
Dio e di questa gentil donna, scampato sono.”</p>
<p>Disse allora il cavaliere: “Or via, non aver paura alcuna;
io ti porrò a casa tua sano e salvo, e tu poi sappi far
cercar quello che con lui hai a fare.”</p>
<p>E, come cenato ebbero, fattol montare a cavallo a Firenze
il ne menò e lasciollo a casa sua; il quale, secondo
l'amaestramento della donna avuto, quella sera medesima
parlò con messer Lambertuccio occultamente e sì con lui
ordinò, che, quantunque poi molte parole ne fossero, mai per
ciò il cavalier non s'accorse della beffa fattagli dalla
moglie.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Lodovico discuopre a madonna Beatrice l'amore il quale
egli le porta: la qual manda Egano suo marito in un giardino
in forma di sé e con Lodovico si giace; il quale poi
levatosi va e bastona Egano nel giardino.</emph></p></argument>
<p>Questo avvedimento di madonna Isabella da Pampinea
raccontato fu da ciascun della brigata tenuto maraviglioso;
ma Filomena, alla quale il re imposto aveva che secondasse,
disse:</p>
<p>–Amorose donne, se io non ne sono ingannata, io ve ne
credo uno non men bello raccontare, e prestamente.</p>
<p>Voi dovete sapere che in Parigi fu già un gentile uomo
fiorentino, il quale per povertà divenuto era mercatante e
eragli sì bene avvenuto della mercatantia, che egli n'era
fatto ricchissimo; e avea della sua donna un figliuol senza
più, il quale egli aveva nominato Lodovico. E perché egli
alla nobiltà del padre e non alla mercatantia si traesse,
non l'aveva il padre voluto mettere a alcun fondaco ma
l'avea messo a essere con altri gentili uomini al servigio
del re di Francia, là dove egli assai di be' costumi e di
buone cose aveva apprese.</p>
<p>E quivi dimorando, avvenne che certi cavalieri li quali
tornati erano dal Sepolcro, sopravvegnendo a un ragionamento
di giovani, nel quale Lodovico era, e udendogli fra sé
ragionare delle belle donne di Francia e d'Inghilterra e
d'altre parti del mondo, cominciò l'un di loro a dir che per
certo di quanto mondo egli aveva cerco e di quante donne
vedute aveva mai, una simigliante alla moglie d'Egano de'
Galluzzi di Bologna, madonna Beatrice chiamata, veduta non
avea di bellezza: a che tutti i compagni suoi, che con lui
insieme in Bologna l'avean veduta, s'accordarono. La qual
cosa ascoltando Lodovico, che d'alcuna ancora inamorato non
s'era, s'accese in tanto disidero di doverla vedere, che a
altro non poteva tenere il suo pensiere; e del tutto
disposto d'andare infino a Bologna a vederla e quivi ancora
dimorare se ella gli piacesse, fece veduta al padre che al
Sepolcro voleva andare: il che con gran malagevolezza
ottenne.</p>
<p>Postosi adunque nome Anichino, a Bologna pervenne; e, come
la fortuna volle, il dì seguente vide questa donna a una
festa e troppo più bella gli parve assai che stimato non
avea: per che, inamoratosi ardentissimamente di lei, propose
di mai di Bologna non partirsi se egli il suo amore non
acquistasse. E seco divisando che via dovesse a ciò tenere,
ogn'altro modo lasciando stare, avvisò che, se divenir
potesse famigliar del marito di lei, il qual molti ne
teneva, per avventura gli potrebbe venir fatto quel che egli
disiderava. Venduti adunque i suoi cavalli e la sua famiglia
acconcia in guisa che stava bene, avendo lor comandato che
sembiante facessero di non conoscerlo, essendosi accontato
coll'oste suo, gli disse che volentier per servidore d'un
signore da bene, se alcun ne potesse trovare, starebbe; al
quale l'oste disse: “Tu se' dirittamente famiglio da dovere
esser caro a un gentile uomo di questa terra che ha nome
Egano, il qual molti ne tiene e tutti gli vuole appariscenti
come tu se' : io ne gli parlerò.”</p>
<p>E come disse così fece; e avanti che da Egano si partisse,
ebbe con lui acconcio Anichino; il che, quanto più poté
esser, gli fu caro. E con Egano dimorando e avendo copia di
vedere assai spesso la sua donna, tanto bene e sì a grado
cominciò a servire Egano, che egli gli pose tanto amore, che
senza lui niuna cosa sapeva fare; e non solamente di sé ma
di tutte le sue cose gli aveva commesso il governo.</p>
<p>Avvenne un giorno che, essendo andato Egano a uccellare e
Anichino rimaso, madonna Beatrice, che dello amore di lui
accorta non s'era ancora (e quantunque seco, lui e' suoi
costumi guardando, più volte molto commendato l'avesse e
piacessele), con lui si mise a giucare a scacchi; e
Anichino, che di piacerle disiderava, assai acconciamente
faccendolo, si lasciava vincere, di che la donna faceva
maravigliosa festa. E essendosi da vedergli giucare tutte le
femine della donna partite e soli giucando lasciatigli,
Anichino gittò un grandissimo sospiro.</p>
<p>La donna guardatolo disse: “Che avesti, Anichino? Duolti
così che io ti vinco?”</p>
<p>“Madonna, “ rispose Anichino “troppo maggior cosa che
questa non è fu cagion del mio sospiro.”</p>
<p>Disse allora la donna: “Deh! dilmi per quanto ben tu mi
vuogli.”</p>
<p>Quando Anichino si sentì scongiurare ‘per quanto ben tu mi
vuogli’ a colei la quale egli sopra ogn'altra cosa amava,
egli ne mandò fuori un troppo maggiore che non era stato il
primo; per che la donna ancor da capo il ripregò che gli
piacesse di dirle qual fosse la cagione de' suoi sospiri;
alla quale Anichin disse: “Madonna, io temo forte che egli
non vi sia noia se io il vi dico; e appresso dubito che voi
a altra persona nol ridiciate.”</p>
<p>A cui la donna disse: “Per certo egli non mi sarà grave: e
renditi sicuro di questo, che cosa che tu mi dica, se non
quanto ti piaccia, io non dirò mai a altrui.”</p>
<p>Allora disse Anichino: “Poi che voi mi promettete così, e
io il vi dirò”; e quasi colle lagrime in su gli occhi le
disse chi egli era, quel che di lei aveva udito e dove e
come di lei s'era innamorato e perché per servidor del
marito di lei postosi: e appresso umilemente, se esser
potesse, la pregò che le dovesse piacere d'aver pietà di
lui, e in questo suo segreto e sì fervente disidero di
compiacergli; e che, dove questo far non volesse, che ella,
lasciandolo star nella forma nella qual si stava, fosse
contenta che egli l'amasse.</p>
<p>O singular dolcezza del sangue bolognese! quanto se' tu
sempre stata da commendare in così fatti casi! Mai di
lagrime né di sospir fosti vaga, e continuamente a' prieghi
pieghevole e agli amorosi disiderii arrendevol fosti: se io
avessi degne lode da commendarti, mai sazia non se ne
vedrebbe la voce mia.</p>
<p>La gentil donna, parlando Anichino, il riguardava; e, dando
piena fede alle sue parole, con sì fatta forza ricevette per
li prieghi di lui il suo amore nella mente, che essa
altressì cominciò a sospirare, e dopo alcun sospiro rispose:
“Anichino mio dolce, sta di buon cuore: né doni né promesse
né vagheggiare di gentile uomo né di signore né d'alcuno
altro, ché sono stata e sono ancor vagheggiata da molti, mai
mi poté muovere l'animo mio tanto che io alcuno n'amassi; ma
tu m'hai fatta in così poco spazio, come le tue parole
durate sono, troppo più tua divenire che io non son mia. Io
giudico che tu ottimamente abbi il mio amor guadagnato, e
per ciò io il ti dono e sì ti prometto che io te ne farò
godente avanti che questa notte che viene tutta trapassi. E
acciò che questo abbia effetto, farai che in su la
mezzanotte tu venghi alla camera mia: io lascerò l'uscio
aperto, tu sai da qual parte del letto io dormo; verrai là e
se io dormissi tanto mi tocca che io mi svegli, e io ti
consolerò di così lungo disio come avuto hai. E acciò che tu
questo creda, io ti voglio dare un bascio per arra”; e
gittatogli il braccio in collo, amorosamente il basciò, e
Anichin lei.</p>
<p>Queste cose dette, Anichin lasciata la donna andò a fare
alcune sue bisogne, aspettando con la maggior letizia del
mondo che la notte sopravvenisse. Egano tornò da uccellare,
e come cenato ebbe, essendo stanco, s'andò a dormire, e la
donna appresso, e, come promesso avea, lasciò l'uscio della
camera aperto. Al quale, all'ora che detta gli era stata,
Anichin venne e pianamente entrato nella camera e l'uscio
riserrato dentro dal canto donde la donna dormiva se n'andò
e, postale la mano in sul petto, lei non dormente trovò. La
quale come sentì Anichino esser venuto, presa la sua mano
con amendune le sue e tenendol forte, volgendosi per lo
letto tanto fece, che Egano che dormiva destò; al quale ella
disse: “Io non ti volli iersera dir cosa niuna, per ciò che
tu mi parevi stanco; ma dimmi, se Dio ti salvi, Egano, quale
hai tu per lo migliore famigliare e più leale e per colui
che più t'ami, di quegli che tu in casa hai?”</p>
<p>Rispose Egano: “Che è ciò, donna, di che tu mi domandi?
nol conosci tu? Io non ho né ebbi mai alcuno di cui io tanto
mi fidassi o fidi o ami, quant'io mi fido e amo Anichino; ma
perché me ne domandi tu?”</p>
<p>Anichino, sentendo desto Egano e udendo di sé ragionare,
aveva più volte a sé tirata la mano per andarsene, temendo
forte non la donna il volesse ingannare; ma ella l'aveva sì
tenuto e teneva, che egli non s'era potuto partire né
poteva. La donna rispose a Egano e disse: “Io il ti dirò.
Io mi credeva che fosse ciò che tu di' e che egli più fede
che alcuno altro ti portasse: ma me ha egli sgannata, per
ciò che, quando tu andasti oggi a uccellare, egli rimase qui
e, quando tempo gli parve, non si vergogna di richiedermi
che io dovessi a' suoi piaceri acconsentirmi; e io, acciò
che questa cosa non mi bisognasse con troppe pruove
mostrarti e per farlati toccare e vedere, risposi che io era
contenta e che stanotte, passata mezzanotte, io andrei nel
giardino nostro e a piè del pino l'aspetterei. Ora io per me
non intendo d'andarvi; ma se vuogli la fedeltà del tuo
famiglio cognoscere, tu puoi leggiermente, mettendoti
indosso una delle guarnacche mie e in capo un velo, e andare
laggiuso a aspettare se egli vi verrà, ché son certa del
sì.”</p>
<p>Egano udendo questo disse: “Per certo io il convengo
vedere”; e levatosi, come meglio seppe al buio si mise una
guarnacca della donna e un velo in capo e andossene nel
giardino e appiè d'un pino cominciò a attendere Anichino.</p>
<p>La donna, come sentì lui levato e uscito della camera, così
si levò e l'uscio di quella dentro serrò. Anichino, il quale
la maggior paura che avesse mai avuta avea e che quanto
potuto avea s'era sforzato d'uscire delle mani della donna e
centomilia volte lei e il suo amore e sé, che fidato se
n'era, avea maladetto, sentendo ciò che alla fine aveva
fatto fu il più contento uomo che fosse mai; e essendo la
donna tornata nel letto, com'ella volle con lei si spogliò,
e insieme presero piacere e gioia per un buono spazio di
tempo. Poi, non parendo alla donna che Anichino dovesse più
stare, il fece levar suso e rivestire e sì gli disse:
“Bocca mia dolce, tu prenderai un buon bastone e andra'tene
al giardino e faccendo sembianti d'avermi richesta per
tentarmi, come se io fossi dessa, dirai villania a Egano e
sonera'mel bene col bastone, per ciò che di questo ne
seguirà maraviglioso diletto e piacere.”</p>
<p>Anichino levatosi e nel giardino andatosene con un pezzo di
saligastro in mano, come fu presso al pino e Egano il vide
venire, così levatosi come con grandissima festa riceverlo
volesse, gli si faceva incontro; al quale Anichin disse:
“Ahi malvagia femina, dunque ci se' venuta e hai creduto
che io volessi o voglia al mio signore far questo fallo? Tu
sii la mal venuta per le mille volte!”, e alzato il bastone
lo incominciò a sonare.</p>
<p>Egano, udendo questo e veggendo il bastone, senza dir
parola cominciò a fuggire, e Anichino appresso sempre
dicendo: “Via, che Dio vi metta in malanno, rea femina, ché
io il dirò domattina a Egano per certo.”</p>
<p>Egano, avendone avute parecchi delle buone, come più tosto
poté se ne tornò alla camera; il quale la donna domandò se
Anichin fosse al giardin venuto. Egano disse: “Così non
fosse egli, per ciò che, credendo esso che io fossi te, m'ha
con un bastone tutto rotto e dettami la maggior villania che
mai si dicesse a niuna cattiva femina: e per certo io mi
maravigliava forte di lui che egli con animo di far cosa che
mi fosse vergogna t'avesse quelle parole dette; ma per ciò
che così lieta e festante ti vede, ti volle provare.”</p>
<p>Allora disse la donna: “Lodato sia Idio che egli ha me
provata con parole e te con fatti; e credo che egli possa
dire che io porti con più pazienzia le parole che tu i fatti
non fai. Ma poi che tanta fede ti porta, si vuole aver caro
e fargli onore.”</p>
<p>Egano disse: “Per certo tu di' il vero.”</p>
<p>E da questo prendendo argomento, era in opinione d'avere la
più leal donna e il più fedel servidore che mai avesse alcun
gentile uomo; per la qual cosa, come che poi più volte con
Anichino e egli e la donna ridesser di questo fatto,
Anichino e la donna ebbero assai agio di quello per
avventura avuto non avrebbeno a far di quello che loro era
diletto e piacere, mentre a Anichin piacque dimorar con
Egano in Bologna.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Un diviene geloso della moglie, e ella, legandosi uno
spago al dito la notte, sente il suo amante venire a lei; il
marito se n'accorge, e mentre seguita l'amante la donna
mette in luogo di sé nel letto un'altra femina, la quale il
marito batte e tagliale le trecce, e poi va per li fratelli
di lei; li quali, trovando ciò non esser vero, gli dicono
villania.</emph></p></argument>
<p>Stranamente pareva a tutti madonna Beatrice essere stata
maliziosa in beffare il suo marito, e ciascuno affermava
dovere essere stata la paura d'Anichino grandissima quando
tenuto forte dalla donna l'udì dire che egli d'amore l'aveva
richesta. Ma poi che il re vide Filomena tacersi, verso
Neifile voltosi disse:–Dite voi–; la qual, sorridendo
prima un poco, cominciò:</p>
<p>–Belle donne, gran peso mi resta se io vorrò con una bella
novella contentarvi, come quelle che davanti hanno detto
contentate v'hanno; del quale con l'aiuto di Dio io spero
assai bene scaricarmi.</p>
<p>Dovete dunque sapere che nella nostra città fu già un
ricchissimo mercatante chiamato Arriguccio Berlinghieri, il
quale scioccamente, sì come ancora oggi fanno tutto 'l dì i
mercatanti, pensò di volere ingentilire per moglie; e prese
una giovane gentil donna male a lui convenientesi, il cui
nome fu monna Sismonda. La quale, per ciò che egli, sì come
i mercatanti fanno, andava molto da torno e poco con lei
dimorava, s'innamorò d'un giovane chiamato Ruberto, il quale
lungamente vagheggiata l'avea. E avendo presa sua
dimestichezza e quella forse men discretamente usando, per
ciò che sommamente le dilettava, avvenne, o che Arriguccio
alcuna cosa ne sentisse o come che s'andasse, egli ne
diventò il più geloso uomo del mondo e lascionne stare
l'andar da torno e ogn'altro suo fatto e quasi tutta la suo
sollicitudine aveva posta in guardar ben costei, né mai
adormentato si sarebbe se lei primieramente non avesse
sentita entrar nel letto: per la qual cosa la donna sentiva
gravissimo dolore, per ciò che in guisa niuna col suo
Ruberto esser poteva.</p>
<p>Or pure, avendo molti pensieri avuti a dover trovare alcun
modo d'esser con essolui e molto ancora da lui essendone
sollicitata, le venne pensato di tener questa maniera: che,
con ciò fosse cosa che la sua camera fosse lungo la via e
ella si fosse molte volte accorta che Arriguccio assai a
adormentarsi penasse ma poi dormiva saldissimo, avvisò di
dover far venire Ruberto in su la mezzanotte all'uscio della
casa e d'andargli a aprire e a starsi alquanto con essolui
mentre il marito dormiva forte. E a fare che ella il
sentisse quando venuto fosse, in guisa che persona non se ne
accorgesse, divisò di mandare uno spaghetto fuori della
finestra della camera, il quale con l'un de' capi vicino
alla terra aggiugnesse, e l'altro capo mandatol basso infin
sopra 'l palco e conducendolo al letto suo, quello sotto i
panni mettere, e quando essa nel letto fosse, legallosi al
dito grosso del piede; e appresso mandato questo a dire a
Ruberto, gl'impose che, quando venisse, dovesse lo spago
tirare, e ella, se il marito dormisse, il lascerebbe andare
e andrebbegli a aprire; e se egli non dormisse, ella il
terrebbe fermo e tirerebbelo a sé, acciò che egli non
aspettasse. La qual cosa piacque a Ruberto: e assai volte
andatovi, alcuna gli venne fatto d'esser con lei e alcuna
no.</p>
<p>Ultimamente, continuando costoro questo artificio così
fatto, avvenne una notte che, dormendo la donna e Arriguccio
stendendo il piè per lo letto, gli venne questo spago
trovato; per che, postavi la mano e trovatolo al dito della
donna legato, disse seco stesso: “Questo dee essere qualche
inganno.” E avvedutosi poi che lo spago usciva fuori per la
finestra, l'ebbe per fermo: per che, pianamente tagliatolo
dal dito della donna, al suo il legò e stette attento per
vedere quel che questo volesse dire. Né stette guari che
Ruberto venne e tirato lo spago, come usato era, Arriguccio
si sentì; e non avendoselo ben saputo legare, e Ruberto,
avendo tirato forte e essendogli lo spago in man venuto,
intese di doversi aspettare; e così fece.</p>
<p>Arriguccio, levatosi prestamente e prese sue armi, corse
all'uscio per dover vedere chi fosse costui e per fargli
male. Ora era Arriguccio, con tutto che fosse mercatante, un
fiero uomo e un forte; e giunto all'uscio e non aprendolo
soavemente come soleva far la donna, e Ruberto che
aspettava, sentendolo, s'avvisò esser ciò che era, cioè che
colui che l'uscio apriva fosse Arriguccio: per che
prestamente cominciò a fuggire, e Arriguccio a seguitarlo.
Ultimamente, avendo Ruberto un gran pezzo fuggito e colui
non cessando di seguitarlo, essendo altressì Ruberto armato,
tirò fuori la spada e rivolsesi, e incominciarono l'uno a
volere offendere e l'altro a difendersi.</p>
<p>La donna, come Arriguccio aprì la camera svegliatasi e
trovatosi tagliato lo spago dal dito, incontanente s'accorse
che il suo inganno era scoperto: e sentendo Arriguccio esser
corso dietro a Ruberto, prestamente levatasi, avvisandosi
ciò che doveva potere avvenire, chiamò la fante sua, la
quale ogni cosa sapeva, e tanto la predicò, che ella in
persona di sé nel suo letto la mise, pregandola che senza
farsi conoscere quelle busse pazientemente ricevesse che
Arriguccio le desse, per ciò che ella ne le renderebbe sì
fatto merito, che ella non avrebbe cagione donde dolersi. E
spento il lume che nella camera ardeva, di quella s'uscì e
nascosa in una parte della casa cominciò a aspettare quello
che dovesse avvenire.</p>
<p>Essendo tra Arriguccio e Ruberto la zuffa, i vicini della
contrada sentendola e levatisi cominciarono loro a dir male,
e Arriguccio, per tema di non esser conosciuto, senza aver
potuto sapere chi il giovane si fosse o d'alcuna cosa
offenderlo, adirato e di mal talento, lasciatolo stare, se
ne tornò verso la casa sua; e pervenuto nella camera
adiratamente cominciò a dire: “Ove se' tu, rea femina? Tu
hai spento il lume perché io non ti truovi, ma tu l'hai
fallita!” E andatosene al letto, credendosi la moglie
pigliare, prese la fante, e quanto egli poté menare le mani
e' piedi tante pugna e tanti calci le diede, tanto che tutto
il viso l'amaccò; e ultimamente le tagliò i capegli, sempre
dicendole la maggior villania che mai a cattiva femina si
dicesse.</p>
<p>La fante piagneva forte, come colei che aveva di che; e
ancora che ella alcuna volta dicesse “Oimè! mercé per
Dio!”, o “Non più!”, era sì la voce dal pianto rotta e
Arriguccio impedito dal suo furore, che discerner non poteva
più quella esser d'un'altra femina che della moglie.
Battutala adunque di santa ragione e tagliatile i capelli,
come dicemmo, disse: “Malvagia femina, io non intendo di
toccarti altramenti, ma io andrò per li tuoi fratelli e dirò
loro le tue buone opere, e appresso che essi vengan per te e
faccianne quello che essi credono che loro onor fia e
menintene: ché per certo in questa casa non starai tu mai
più.” E così detto, uscito della camera, la serrò di fuori
e andò tutto sol via.</p>
<p>Come monna Sismonda, che ogni cosa udita aveva, sentì il
marito essere andato via, così, aperta la camera e racceso
il lume, trovò la fante sua tutta pesta che piangeva forte;
la quale come poté il meglio racconsolò e nella camera di
lei la rimise, dove poi chetamente fattala servire e
governare, sì di quello d'Arriguccio medesimo la sovvenne,
che ella si chiamò per contenta. E come la fante nella sua
camera rimessa ebbe, così prestamente il letto della sua
rifece e quella tutta racconciò e rimise in ordine, come se
quella notte niuna persona giaciuta vi fosse, e raccese la
lampana e sé rivestì e racconciò, come se ancora a letto non
si fosse andata; e accesa una lucerna e presi suoi panni, in
capo della scala si pose a sedere e cominciò a cucire e a
aspettare quello a che il fatto dovesse riuscire.</p>
<p>Arriguccio, uscito di casa sua, quanto più tosto poté
n'andò alla casa de' fratelli della moglie, e quivi tanto
picchiò, che fu sentito e fugli aperto. Li fratelli della
donna, che eran tre, e la madre di lei, sentendo che
Arriguccio era, tutti si levarono e fatto accendere de' lumi
vennero a lui e domandaronlo quello che egli a quella ora e
così solo andasse cercando. A' quali Arriguccio,
cominciandosi dallo spago che trovato aveva legato al dito
del piè di monna Sismonda, infino all'ultimo di ciò che
trovato e fatto avea narrò loro; e per fare loro intera
testimonianza di ciò che fatto avesse, i capelli che alla
moglie tagliati aver credeva lor pose in mano, aggiugnendo
che per lei venissero e quel ne facessero che essi
credessero che al loro onore appartenesse, per ciò che egli
non intendeva di mai più in casa tenerla. I fratelli della
donna, crucciati forte di ciò che udito avevano e per fermo
tenendolo, contro a lei innanimati, fatti accender de'
torchi, con intenzione di farle un mal giuoco con Arriguccio
si misero in via e andaronne a casa sua. Il che veggendo la
madre di loro, piagnendo gl'incominciò a seguitare or l'uno
e or l'altro pregando che non dovessero queste cose così
subitamente credere senza vederne altro o saperne, per ciò
che il marito poteva per altra cagione esser crucciato con
lei e averle fatto male e ora apporle questo per iscusa di
sé; dicendo ancora che ella si maravigliava forte come ciò
potesse essere avvenuto, per ciò che ella conosceva ben la
sua figliuola, sì come cole' che infino da piccolina l'aveva
allevata, e molte altre parole simiglianti.</p>
<p>Pervenuti adunque a casa d'Arriguccio e entrati dentro,
cominciarono a salir le scale; li quali monna Sismonda
sentendo venir disse: “Chi è là?”</p>
<p>Alla quale l'un de' fratelli rispose: “Tu il saprai bene,
rea femina, chi è.”</p>
<p>Disse allora monna Sismonda: “Ora che vorrà dir questo?
Domine aiutaci!” e levatasi in piè disse: “Fratelli miei,
voi siate i ben venuti; che andate voi cercando a questa ora
tutti e tre?”</p>
<p>Costoro, avendola veduta sedere e cuscire e senza alcuna
vista nel viso d'essere stata battuta, dove Arriguccio aveva
detto che tutta l'aveva pesta, alquanto nella prima giunta
si maravigliarono e rifrenarono l'impeto della loro ira e
domandarolla come stato fosse quello di che Arriguccio di
lei si doleva, minacciandola forte se ogni cosa non dicesse
loro.</p>
<p>La donna disse: “Io non so ciò che io mi vi debba dire, né
di che Arriguccio di me vi si debba esser doluto.”
Arriguccio, vedendola, la guatava come smemorato,
ricordandosi che egli l'aveva dati forse mille punzoni per
lo viso e graffiatogliele e fattole tutti i mali del mondo,
e ora la vedeva come se di ciò niente fosse stato. In brieve
i fratelli le dissero ciò che Arriguccio loro aveva detto e
dello spago e delle battiture e di tutto.</p>
<p>La donna, rivolta a Arriguccio, disse: “Oimè, marito mio,
che è quel ch'i' odo? Perché fai tu tener me rea femina con
tua gran vergogna, dove io non sono, e te malvagio uomo e
crudele di quello che tu non se'? E quando fostù questa
notte più in questa casa, non che con meco? o quando mi
battesti? Io per me non me ne ricordo.”</p>
<p>Arriguccio cominciò a dire: “Come, rea femina, non ci
andammo noi a letto insieme? non ci tornai io, avendo corso
dietro all'amante tuo? non ti diedi io dimolte busse e
taglia'ti i capelli?”</p>
<p>La donna rispose: “In questa casa non ti coricasti tu
iersera. Ma lasciamo stare di questo, ché non ne posso altra
testimonianza fare che le mie vere parole, e vegniamo a
quello che tu di', che mi battesti e tagliasti i capelli. Me
non battestù mai, e quanti n'ha qui e tu altressì mi ponete
mente se io ho segno alcuno per tutta la persona di
battitura: né ti consiglierei che tu fossi tanto ardito, che
tu mano addosso mi ponessi, ché, alla croce di Dio, io ti
sviserei. Né i capelli altressì mi tagliasti, che io
sentissi o vedessi, ma forse il facesti che io non me ne
avvidi: lasciami vedere se io gli ho tagliati o no.” E
levatisi suoi veli di testa mostrò che tagliati non gli avea
ma interi.</p>
<p>Le quali cose e vedendo e udendo i fratelli e la madre
cominciarono verso d'Arriguccio a dire: “Che vuoi tu dire,
Arriguccio? Questo non è già quello che tu ne venisti a dire
che avevi fatto: e non sappiam noi come tu ti proverrai il
rimanente.”</p>
<p>Arriguccio stava come trasognato e voleva pur dire: ma
veggendo che quello che egli credeva poter mostrare non era
così, non s'attentava di dir nulla.</p>
<p>La donna rivolta verso i fratelli disse: “Fratei miei, io
veggio che egli è andato cercando che io faccia quello che
io non volli mai fare, cioè che io vi racconti le miserie e
le cattività sue: e io il farò. Io credo fermamente che ciò
che egli v'ha detto gli sia intervenuto e abbial fatto, e
udite come. Questo valente uomo, al qual voi nella mia mala
ora per moglie mi deste, che si chiama mercatante e che
vuole esser creduto e che dovrebbe esser più temperato che
uno religioso e più onesto che una donzella, son poche sere
che egli non si vada inebbriando per le taverne e or con
questa cattiva femina e or con quella rimescolando; e a me
si fa infino a mezzanotte e talora infino a matutino
aspettare nella maniera che mi trovaste. Son certa che,
essendo bene ebbro, si mise a giacere con alcuna sua trista
e a lei, destandosi, trovò lo spago al piede e poi fece
tutte quelle sue gagliardie che egli dice, e ultimamente
tornò a lei e battella e tagliolle i capelli; e non essendo
ancora ben tornato in sé, si credette, e son certa che egli
crede ancora, queste cose aver fatte a me: e se voi il
porrete ben mente nel viso, egli è ancora mezzo ebbro. Ma
tuttavia, che che egli s'abbia di me detto, io non voglio
che voi il vi rechiate se non come da uno ubriaco; e poscia
che io gli perdono io, gli perdonate voi altressì.”</p>
<p>La madre di lei, udendo queste parole, cominciò a fare
romore e a dire: “Alla croce di Dio, figliuola mia, cotesto
non si vorrebbe fare, anzi si vorrebbe uccidere questo can
fastidioso e sconoscente, ché egli non ne fu degno d'avere
una figliuola fatta come se' tu. Frate, bene sta! basterebbe
se egli t'avesse ricolta del fango! Col malanno possa egli
essere oggimai, se tu dei stare al fracidume delle parole
d'un mercatantuzzo di feccia d'asino, che venutici di
contado e usciti delle troiate vestiti di romagnuolo, con le
calze a campanile e colla penna in culo, come egli hanno tre
soldi, vogliono le figliuole de' gentili uomini e delle
buone donne per moglie, e fanno arme e dicono: ‘I' son de'
cotali’ e ‘Quei di casa mia fecer così’. Ben vorrei che'
miei figliuoli n'avesser seguito il mio consiglio, che ti
potevano così orrevolmente acconciare in casa i conti Guidi
con un pezzo di pane, e essi vollon pur darti a questa bella
gioia, che, dove tu se' la miglior figliuola di Firenze e la
più onesta, egli non s'è vergognato di mezzanotte di dir che
tu sii puttana, quasi noi non ti conoscessimo. Ma alla fé di
Dio, se me ne fosse creduto, e' se ne gli darebbe sì fatta
gastigatoia, che gli putirebbe.” E rivolta a' figliuoli
disse: “Figliuoli miei, io il vi dicea bene che questo non
doveva potere essere. Avete voi udito come il buono vostro
cognato tratta la sirocchia vostra, mercatantuolo di quatro
denari che egli è? Ché, se io fossi come voi, avendo detto
quello che egli ha di lei e faccendo quello che egli fa, io
non mi terrei mai né contenta né appagata se io nol levassi
di terra; e se io fossi uomo come io son femina, io non
vorrei che altri ch'io se ne 'mpacciasse. Domine, fallo
tristo, ubriaco doloroso che non si vergogna!”</p>
<p>I giovani, vedute e udite queste cose, rivoltisi a
Arriguccio gli dissero la maggior villania che mai a niun
cattivo uom si dicesse; e ultimamente dissero: “Noi ti
perdoniam questa sì come a ebbro, ma guarda che per la vita
tua da quinci innanzi simili novelle noi non sentiamo più,
ché per certo, se più nulla ce ne viene agli orecchi, noi ti
pagheremo di questa e di quella”; e così detto se
n'andarono.</p>
<p>Arriguccio, rimaso come uno smemorato, seco stesso non
sappiendo se quello che fatto avea era stato vero o se egli
aveva sognato, senza più farne parola lasciò la moglie in
pace; la qual non solamente con la sua sagacità fuggì il
pericolo soprastante ma s'aperse la via a poter fare nel
tempo avvenire ogni suo piacere, senza paura alcuna più aver
del marito.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Lidia moglie di Nicostrato ama Pirro: il quale, acciò che
credere il possa, le chiede tre cose le quali ella gli fa
tutte; e oltre a questo in presenza di Nicostrato si
sollazza con lui e a Nicostrato fa credere che non sia vero
quello che ha veduto.</emph></p></argument>
<p>Tanto era piaciuta la novella di Neifile, che né di ridere
né di ragionar di quella si potevano le donne tenere,
quantunque il re più volte silenzio loro avesse imposto,
avendo comandato a Panfilo che la sua dicesse: ma pur poi
che tacquero, così Panfilo incominciò:</p>
<p>–Io non credo, reverende donne, che niuna cosa sia,
quantunque sia grave e dubbiosa, che a far non ardisca chi
ferventemente ama; la qual cosa, quantunque in assai novelle
sia stato dimostrato, nondimeno io il mi credo molto più con
una che dirvi intendo mostrare, dove udirete d'una donna
alla quale nelle sue opere fu troppo più favorevole la
fortuna che la ragione avveduta. E per ciò non consiglierei
io alcuna che dietro alle pedate di colei, di cui dire
intendo, s'arrischiasse d'andare, per ciò che non sempre è
la fortuna disposta, né sono al mondo tutti gli uomini
abbagliati igualmente.</p>
<p>In Argo, antichissima città d'Acaia, per li suoi passati re
molto più fomosa che grande, fu già uno nobile uomo il quale
appellato fu Nicostrato, a cui già vicino alla vecchiezza la
fortuna concedette per moglie una gran donna non meno ardita
che bella, detta per nome Lidia. Teneva costui, sì come
nobile uomo e ricco, molta famiglia e cani e uccegli, e
grandissimo diletto prendea nelle cacce; e aveva tra gli
altri suoi famigliari un giovinetto leggiadro e addorno e
bello della persona e destro a qualunque cosa avesse voluta
fare, chiamato Pirro, il quale Nicostrato oltre a ogn'altro
amava e più di lui si fidava. Di costui Lidia s'innamorò
forte, tanto che né dì né notte che in altra parte che con
lui aver poteva il pensiere: del quale amore o che Pirro non
s'avvedesse o non volesse niente mostrava se ne curasse; di
che la donna intollerabile noia portava all'animo.</p>
<p>E disposta del tutto di fargliele sentire, chiamò a sé una
sua cameriera nomata Lusca, della quale ella si confidava
molto, e sì le disse: “Lusca, li benifici li quali tu hai
da me ricevuti ti debbono fare obediente e fedele: e per ciò
guarda che quello che io al presente ti dirò niuna persona
senta già mai se non colui al quale da me ti fia imposto.
Come tu vedi, Lusca, io son giovane e fresca donna e piena e
copiosa di tutte quelle cose che alcuna può disiderare, e
brievemente fuor che d'una non mi posso ramaricare: e questa
è che gli anni del mio marito son troppi se co' miei si
misurano, per la qual cosa di quello che le giovani donne
prendono più piacere io vivo poco contenta. E pur come
l'altre disiderandolo, è buona pezza che io diliberai meco
di non volere, se la fortuna m'è stata poco amica in darmi
così vecchio marito, essere io nimica di me medesima in non
saper trovar modo a' miei diletti e alla mia salute. E per
avergli così compiuti in questo come nell'altre cose, ho per
partito preso di volere, sì come di ciò più degno che alcun
altro, che il nostro Pirro co' suoi abbracciamenti gli
supplisca, e ho tanto amore in lui posto, che io non sento
mai bene se non tanto quanto io il veggio o di lui penso: e
se io senza indugio non mi ritruovo seco per certo io me ne
credo morire. E per ciò, se la mia vita t'è cara, per quel
modo che miglior ti parrà, il mio amore gli significherai e
sì 'l pregherrai da mia parte che gli piaccia di venire a me
quando tu per lui andrai.”</p>
<p>La cameriera disse che volentieri; e come prima tempo e
luogo le parve, tratto Pirro da parte, quanto seppe il
meglio l'ambasciata gli fece della sua donna. La qual cosa
udendo Pirro si maravigliò forte, sì come colui che mai
d'alcuna cosa avveduto non se n'era, e dubitò non la donna
ciò facesse dirgli per tentarlo; per che subito e
ruvidamente rispose: “Lusca, io non posso credere che
queste parole vengano della mia donna, e per ciò guarda quel
che tu parli; e se pure da lei venissero, non credo che con
l'animo dir te le faccia; e se pur con l'animo dir le
facesse, il mio signore mi fa più onore che io non vaglio,
io non farei a lui sì fatto oltraggio per la vita mia; e
però guarda che tu più di sì fatte cose non mi ragioni.”</p>
<p>La Lusca non sbigottita per lo suo rigido parlare gli
disse: “Pirro, e di queste e d'ogn'altra cosa che la mia
donna m'imporrà ti parlerò io quante volte ella il mi
comanderà, o piacere o noia che egli ti debbia essere: ma tu
se' una bestia!”</p>
<p>E turbatetta con le parole di Pirro se ne tornò alla donna,
la quale udendole disiderò di morire; e dopo alcun giorno
riparlò alla cameriera e disse: “Lusca, tu sai che per lo
primo colpo non cade la quercia; per che a me pare che tu da
capo ritorni a colui che in mio progiudicio nuovamente vuol
divenir leale, e prendendo tempo convenevole gli mostra
interamente il mio ardore e in tutto t'ingegna di far che la
cosa abbia effetto; però che, se così s'intralasciasse, io
ne morrei e egli si crederebbe essere stato beffato; e, dove
il suo amor cerchiamo, ne seguirebbe odio.”</p>
<p>La cameriera confortò la donna, e cercato di Pirro il trovò
lieto e ben disposto e sì gli disse: “Pirro, io ti mostrai
pochi dì sono in quanto fuoco la tua donna e mia stea per
l'amor che ella ti porta, e ora da capo te ne rifò certo,
che, dove tu in su la durezza che l'altrieri dimostrasti
dimori, vivi sicuro che ella viverà poco. Per che io ti
priego che ti piaccia di consolarla del suo disiderio; e
dove tu pure in su la tua obstinazione stessi duro, là dove
io per molto savio t'aveva, io t'avrò per uno scioccone. Che
gloria ti può egli essere che una così fatta donna, così
bella, così gentile te sopra ogn'altra cosa ami! Appresso
questo, quanto ti può' tu conoscere alla fortuna obligato,
pensando che ella t'abbia parata dinanzi così fatta cosa e
a' disideri della tua giovanezza atta e ancora un così fatto
rifugio a' tuoi bisogni! Qual tuo pari conosci tu che per
via di diletto meglio stea che starai tu, se tu sarai savio?
quale altro troverrai tu che in arme, in cavalli, in robe e
in denari possa star come tu starai, volendo il tuo amor
concedere a costei? Apri adunque animo alle mie parole e in
te ritorna: ricordati che una volta senza più suole avvenire
che la fortuna si fa altrui incontro col viso lieto e col
grembo aperto; la quale chi allora non sa ricevere, poi
trovandosi povero e mendico, di sé e non di lei s'ha a
ramaricare. E oltre a questo non si vuol quella lealtà tra
servidori usare e signori, che tra gli amici e par si
conviene; anzi gli deono così i servidori trattare, in quel
che possono, come essi da loro trattati sono. Speri tu, se
tu avessi o bella moglie o madre o figliuola o sorella che a
Nicostrato piacesse, che egli andasse la lealtà ritrovando
che tu servar vuoi a lui della sua donna? Sciocco se' se tu
'l credi: abbi di certo, se le lusinghe e' prieghi non
bastassono, che che ne dovesse a te parere, e' vi si
adoperrebbe la forza. Trattiamo adunque loro e le lor cose
come essi noi e le nostre trattano. Usa il benificio della
fortuna: non la cacciare, falleti incontro e lei vegnente
ricevi, ché per certo, se tu nol fai, lasciamo stare la
morte la qual senza fallo alla tua donna ne seguirà, ma tu
ancora te ne penterai tante volte, che tu ne vorrai
morire.”</p>
<p>Pirro, il qual più fiate sopra le parole che la Lusca dette
gli avea avea ripensato, per partito avea preso che, se ella
a lui ritornasse, di fare altra risposta e del tutto recarsi
a compiacere alla donna, dove certificar si potesse che
tentato non fosse; e per ciò rispuose: “Vedi, Lusca, tutte
le cose che tu mi di' io le conosco vere: ma io conosco
d'altra parte il mio signore molto savio e molto avveduto, e
ponendomi tutti i suoi fatti in mano, io temo forte che
Lidia con consiglio e voler di lui questo non faccia per
dovermi tentare; e per ciò, dove tre cose che io domanderò
voglia fare a chiarezza di me, per certo niuna cosa mi
comanderà poi che io prestamente non faccia. E quelle tre
cose che io voglio son queste: primieramente che in
presenzia di Nicostrato ella uccida il suo buono sparviere,
appresso che ella mi mandi una ciochetta della barba di
Nicostrato, e ultimamente un dente di quegli di lui
medesimo, de' migliori.”</p>
<p>Queste cose parvono alla Lusca gravi e alla donna
gravissime: ma pure Amore, che è buono confortatore e gran
maestro di consigli, le fece diliberar di farlo, e per la
sua cameriera gli mandò dicendo che quello che egli aveva
addimandato pienamente farebbe, e tosto; e oltre a ciò, per
ciò che egli così savio reputava Nicostrato, disse che in
presenzia di lui con Pirro si sollazzerebbe e a Nicostrato
farebbe credere che ciò non fosse vero.</p>
<p>Pirro adunque cominciò a aspettare quello che far dovesse
la gentil donna: la quale, avendo ivi a pochi dì Nicostrato
dato un gran desinare, sì come usava spesse volte di fare, a
certi gentili uomini e essendo già levate le tavole, vestita
d'uno sciamito verde e ornato molto e uscita della sua
camera, in quella sala venne dove costoro erano; e veggente
Pirro e ciascuno altro, se n'andò alla stanga sopra la quale
lo sparviere era cotanto da Nicostrato tenuto caro, e
scioltolo quasi in mano sel volesse levare e presolo per li
geti al muro il percosse e ucciselo.</p>
<p>E gridando verso lei Nicostrato: “Oimè, donna, che hai tu
fatto?” niente a lui rispose, ma rivolta a' gentili uomini
che con lui avevan mangiato disse: “Signori, mal prenderei
vendetta d'un re che mi facesse dispetto se d'uno sparviere
non avessi ardir di pigliarla. Voi dovete sapere che questo
uccello tutto il tempo da dovere esser prestato dagli uomini
al piacer delle donne lungamente m'ha tolto; per ciò che, sì
come l'aurora suole apparire, così Nicostrato s'è levato e
salito a cavallo col suo sparviere in mano n'è andato alle
pianure aperte a vederlo volare; e io, qual voi mi vedete,
sola e malcontenta nel letto mi son rimasa; per la qual cosa
ho più volte avuta voglia di far ciò che io ho ora fatto, né
altra cagione m'ha di ciò ritenuta se non l'aspettar di
farlo in presenzia d'uomini che giusti giudici sieno alla
mia querela, sì come io credo che voi sarete.”</p>
<p>I gentili uomini che l'udivano, credendo non altramenti
esser fatta la sua affezione a Nicostrato che sonasser le
parole, ridendo ciascuno e verso Nicostrato rivolti, che
turbato era, cominciarono a dire: “Deh, come la donna ha
ben fatto a vendicar la sua ingiuria con la morte dello
sparviere!” e con diversi motti sopra così fatta materia,
essendosi già la donna in camera ritornata, in riso
rivolsero il cruccio di Nicostrato.</p>
<p>Pirro, veduto questo, seco medesimo disse: “Alti principii
ha dati la donna a' miei felici amori: faccia Idio che ella
perseveri!”</p>
<p>Ucciso adunque da Lidia lo sparviere, non trapassar molti
giorni che, essendo ella nella sua camera insieme con
Nicostrato, faccendogli carezze con lui incominciò a
cianciare, e egli per sollazzo alquanto tiratala per li
capelli le diè cagione di mandare a effetto la seconda cosa
a lei domandata da Pirro: e prestamente lui per un picciolo
lucignoletto preso della sua barba e ridendo, sì forte il
tirò, che tutto dal mento gliele divelse. Di che
ramaricandosi Nicostrato, ella disse: “Or che avesti, che
fai cotal viso per ciò che io t'ho tratti forse sei peli
della barba? Tu non sentivi quel ch'io, quando tu mi tiravi
testeso i capelli!” E così d'una parola in un'altra
continuando il lor sollazzo, la donna cautamente guardò la
ciocca della barba che tratta gli avea e il dì medesimo la
mandò al suo caro amante.</p>
<p>Della terza cosa entrò la donna in più pensiero; ma pur, sì
come quella che era d'alto ingegno e amor la faceva vie più,
s'ebbe pensato che modo tener dovesse a darle compimento. E
avendo Nicostrato due fanciulli datigli da' padri loro acciò
che in casa sua, però che gentili uomini erano, apparassono
alcun costume, de' quali quando Nicostrato mangiava l'uno
gli tagliava innanzi e l'altro gli dava bere, fattigli
chiamare ammenduni fece lor vedere che la bocca putiva loro
e ammaestrogli che, quando a Nicostrato servissono, tira
sono il capo indietro il più che potessono né questo mai
dicessono a persona. I giovinetti, credendole, cominciarono
a tener quella maniera che la donna aveva lor mostrata; per
che ella una volta domandò Nicostrato: “Se'ti tu accorto di
ciò che questi fanciulli fanno quando ti servono?”</p>
<p>Disse Nicostrato: “Mai sì, anzi gli ho io voluti domandare
perché il facciano.”</p>
<p>A cui la donna disse: “Non fare, ché io il ti so dire io,
e holti buona pezza taciuto per non fartene noia: ma ora che
io m'accorgo che altri comincia a avvedersene, non è più da
celarloti. Questo non t'avien per altro se non che la bocca
ti pute fieramente, e non so qual si sia la cagione per ciò
che ciò non soleva essere; e questa è bruttissima cosa
avendo tu a usare co' gentili uomini, e per ciò si vorrebe
veder modo da curarla.”</p>
<p>Disse allora Nicostrato: “Che potrebbe ciò essere? avrei
io in bocca dente niuno guasto?”</p>
<p>A cui Lidia disse: “Forse che sì”; e menatolo a una
finestra, gli fece aprire la bocca, e poscia che ella ebbe
d'una parte e d'altra riguardato disse: “O Nicostrato, e
come il puoi tu tanto aver patito? Tu n'hai uno da questa
parte il quale, per quello che mi paia, non solamente è
magagnato ma egli è tutto fracido, e fermamente, se tu il
terrai guari in bocca, egli guasterà quegli che son dallato:
per che io ti consiglierei che tu il ne cacciassi fuori
prima che l'opera andasse più innanzi.”</p>
<p>Disse allora Nicostrato: “Da poi che egli ti pare, e egli
mi piace: mandisi senza più indugio per uno maestro il qual
mel tragga.”</p>
<p>Al quale la donna disse: “Non piaccia a Dio che qui per
questo venga maestro: e' mi pare che egli stea in maniera
che senza alcun maestro io medesima tel trarrò ottimamente.
E d'altra parte questi maestri son sì crudeli a far questi
servigi, che il cuore nol mi patirebbe per niuna maniera di
vederti o di sentirti tralle mani a niuno; e per ciò del
tutto io voglio fare io medesima, ché almeno, se egli ti
dorrà troppo, ti lascerò io incontanente: quello che il
maestro non farebbe.”</p>
<p>Fattisi adunque venire i ferri da tal servigio e mandato
fuori della camera ogni persona, solamente seco la Lusca
ritenne; e dentro serratesi, fecero distender Nicostrato
sopra un desco, e messegli le tanaglie in bocca e preso uno
de' denti suoi, quantunque egli forte per dolor gridasse,
tenuto fermamente dall'una, fu dall'altra per viva forza un
dente tirato fuori; e quel serbatosi e presone un altro il
quale sconciamente magagnato Lidia aveva in mano, a lui
doloroso e quasi mezzo morto il mostrarono, dicendo: “Vedi
quello che tu hai tenuto in bocca già è cotanto.” Egli
credendoselo, quantunque gravissima pena sostenuta avesse e
molto se ne ramaricasse, pur, poi che fuor n'era, gli parve
esser guerito: e con una cosa e con altra riconfortato,
essendo la pena alleviata, s'uscì della camera. La donna,
preso il dente, tantosto al suo amante il mandò: il quale
già certo del suo amore sé a ogni suo piacere offerse
apparecchiato.</p>
<p>La donna, disiderosa di farlo più sicuro e parendole ancora
ogni ora mille che con lui fosse, volendo quello che
proferto gli avea attenergli, fatto sembiante d'essere
inferma e essendo un dì appresso mangiare da Nicostrato
visitata, non veggendo con lui altro che Pirro, il pregò per
alleggiamento della sua noia che aiutar la dovessero a
andare infino nel giardino. Per che Nicostrato dall'un de'
lati e Pirro dall'altro presala, nel giardin la portarono e
in un pratello a piè d'un bel pero la posarono: dove stati
alquanto sedendosi, disse la donna, che già avea fatto
informar Pirro di ciò che avesse a fare: “Pirro, io ho gran
disidero d'avere di quelle pere, e però montavi suso e
gittane giù alquante.”</p>
<p>Pirro, prestamente salitovi, cominciò a gittar giù delle
pere: e mentre le gittava cominciò a dire: “Eh, messere,
che è ciò che voi fate? e voi, madonna, come non vi
vergognate di sofferirlo in mia presenza? credete voi che io
sia cieco? Voi eravate pur testé così forte malata: come
siete voi sì tosto guerita, che voi facciate tali cose? le
quali se pur far volete, voi avete tante belle camere:
perché non in alcuna di quelle a far queste cose ve
n'andate? e sarà più onesto che farlo in mia presenza!”</p>
<p>La donna rivolta al marito disse: “Che dice Pirro?
farnetica egli?”</p>
<p>Disse allora Pirro: “Non farnetico no, madonna: non
credete voi che io veggia?”</p>
<p>Nicostrato si maravigliava forte, e disse: “Pirro,
veramente io credo che tu sogni.”</p>
<p>Al quale Pirro rispose: “Signor mio, non sogno né mica, né
voi anche non sognate, anzi vi dimenate ben sì, che se così
si dimenasse questo pero, egli non ce ne rimarrebbe sù
niuna.”</p>
<p>Disse la donna allora: “Che può questo essere? potrebbe
egli esser vero che gli paresse vero ciò ch'e' dice? Se Dio
mi salvi, se io fossi sana come io fui già, che io vi sarrei
suso per vedere che maraviglie sieno queste che costui dice
che vede.”</p>
<p>Pirro di 'n sul pero pur diceva e continuava queste
novelle; al quale Nicostrato disse: “Scendi giù”, e egli
scese; a cui egli disse: “Che di' tu che vedi?”</p>
<p>Disse Pirro: “Io credo che voi m'abbiate per ismemorato o
per trasognato: vedeva voi addosso alla donna vostra, poi
pur dir mel conviene; e poi discendendo, io vi vidi levare e
porvi costi dove voi siete a sedere.”</p>
<p>“Fermamente” disse Nicostrato “eri tu in questo
smemorato, ché noi non ci siamo, poi che in sul pero
salisti, punto mossi se non come tu vedi.”</p>
<p>Al quale Pirro disse: “Perché ne facciam noi quistione? Io
vi pur vidi; e se io vi vidi, io vi vidi in sul vostro.”</p>
<p>Nicostrato più ognora si maravigliava, tanto che egli
disse: “Ben vo' vedere se questo pero è incantato e che chi
v'è sù vegga le maraviglie!” e montovvi sù; sopra il quale
come egli fu, la donna insieme con Pirro s'incominciarono a
sollazzare; il che Nicostrato veggendo cominciò a gridare:
“Ahi rea femina, che è quel che tu fai? e tu, Pirro, di cui
io più mi fidava?” e così dicendo cominciò a scender del
pero.</p>
<p>La donna e Pirro dicevan: “Noi ci seggiamo”; e lui
veggendo discendere a seder si tornarono in quella guisa che
lasciati gli avea. Come Nicostrato fu giù e vide costoro
dove lasciati gli avea, così lor cominciò a dir villania.</p>
<p>Al quale Pirro disse: “Nicostrato, ora veramente confesso
io che, come voi diciavate davanti, che io falsamente
vedessi mentre fui sopra il pero; né a altro il conosco se
non a questo, che io veggio e so che voi falsamente avete
veduto. E che io dica il vero, niuna altra cosa vel mostri
se non l'aver riguardo e pensare a che ora la vostra donna,
la quale è onestissima e più savia che altra, volendo di tal
cosa farvi oltraggio, si recherebbe a farlo davanti agli
occhi vostri; di me non vo' dire, che mi lascerei prima
squartare che io il pur pensassi, non che io il venissi a
fare in vostra presenzia. Per che di certo la magagna di
questo trasvedere dee procedere del pero; per ciò che tutto
il mondo non m'avrebbe fatto discredere che voi qui non
foste con la vostra donna carnalmente giaciuto, se io non
udissi dire a voi che egli vi fosse paruto che io facessi
quello che io so certissimamente che io non pensai, non che
io facessi mai.”</p>
<p>La donna appresso, che quasi tutta turbata s'era levata in
piè, cominciò a dire: “Sia con la mala ventura, se tu m'hai
per sì poco sentita, che, se io volessi attendere a queste
tristezze che tu di' che vedevi, io le venissi a fare
dinanzi agli occhi tuoi. Sii certo di questo, che, qualora
volontà me ne venisse, io non verrei qui, anzi mi crederei
sapere essere in una delle nostre camere in guisa e in
maniera che gran cosa mi parrebbe che tu il risapessi già
mai.”</p>
<p>Nicostrato, al quale vero parea ciò che dicea l'uno e
l'altro, che essi quivi dinanzi a lui mai a tale atto non si
dovessero esser condotti, lasciate stare le parole e le
riprensioni di tal maniera, cominciò a ragionare della
novità del fatto e del miracolo della vista che così si
cambiava a chi sù vi montava.</p>
<p>Ma la donna, che della opinione che Nicostrato mostrava
d'avere avuta di lei si mostrava turbata, disse: “Veramente
questo pero non ne farà mai più niuna, né a me né a altra
donna, di queste vergogne, se io potrò; e per ciò, Pirro,
corri e va e reca una scure e a un'ora te e me vendica
tagliandolo, come che molto meglio sarebbe a dar con essa in
capo a Nicostrato, il quale senza considerazione alcuna così
tosto si lasciò abbagliar gli occhi dello 'ntelletto: ché,
quantunque a quegli che tu hai in testa paresse ciò che tu
di', per niuna cosa dovevi nel giudicio della tua mente
comprendere o consentir che ciò fosse.”</p>
<p>Pirro prestissimo andò per la scure e tagliò il pero: il
quale come la donna vide caduto, disse verso Nicostrato:
“Poscia che io veggio abbattuto il nemico della mia onestà,
la mia ira è ita via”; e a Nicostrato, che di ciò la
pregava, benignamente perdonò, imponendogli che più non gli
avvenisse di presummere, di colei che più che sé l'amava,
una così fatta cosa già mai.</p>
<p>Così il misero marito schernito con lei insieme e col suo
amante nel palagio se ne tornarono, nel quale poi molte
volte Pirro di Lidia e ella di lui con più agio presero
piacere e diletto. Dio ce ne dea a noi.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Due sanesi amano una donna comare dell'uno: muore il
compare e torna al compagno secondo la promessa fattagli e
raccontagli come di là si dimori.</emph></p></argument>
<p>Restava solamente al re il dover novellare; il quale, poi
che vide le donne racchetate, che del pero tagliato che
colpa avuta non avea si dolevano, incominciò:</p>
<p>–Manifestissima cosa è che ogni giusto re primo servatore
dee essere delle leggi fatte da lui, e se altro ne fa, servo
degno di punizione e non re si dee giudicare: nei quale
peccato e riprensione a me, che vostro re sono, quasi
costretto cader conviene. Egli è il vero che io ieri la
legge diedi a' nostri ragionamenti fatti oggi con intenzione
di non voler questo dì il mio privilegio usare ma
soggiacendo con voi insieme a quella, di quello ragionare
che voi tutti ragionato avete. Ma egli non solamente è stato
ragionato quello che io imaginato avea di raccontare, ma
sonsi sopra quello tante altre cose e molto più belle dette,
che io per me, quantunque la memoria ricerchi, ramentar non
mi posso né conoscere che io intorno a sì fatta materia dir
potessi cosa che alle dette s'appareggiasse. E per ciò,
dovendo peccare nella legge da me medesimo fatta, sì come
degno di punigione infino a ora a ogni ammenda che comandata
mi fia mi proffero apparecchiato, e al mio privilegio
usitato mi tornerò. E dico che la novella detta da Elissa
del compare e della comare e appresso la bessaggine de'
sanesi hanno tanta forza, carissime donne, che, lasciando
star le beffe agli sciocchi mariti fatte dalle lor savie
mogli, mi tirano a dovervi contare una novelletta di loro:
la quale, ancora che in sé abbia assai di quello che creder
non si dee, nondimeno sarà in parte piacevole a ascoltare.</p>
<p>Furono adunque in Siena due giovani popolari, de' quali
l'uno ebbe nome Tingoccio Mini e l'altro fu chiamato Meuccio
di Tura, e abitavano in Porta Salaia; e quasi mai non
usavano se non l'un con l'altro, e per quello che paresse
s'amavano molto. E andando, come gli uomini vanno, alle
chiese e alle prediche, più volte udito avevano e della
gloria e della miseria che all'anime di color che morivano
era, secondo li lor meriti, conceduta nell'altro mondo;
delle quali cose disiderando di saper certa novella né
trovando il modo, insieme si promisero che qual prima di lor
morisse, a colui che vivo fosse rimaso, se potesse,
ritornerebbe e direbbegli novelle di quello che egli
disiderava: e questo fermaron con giuramento.</p>
<p>Avendosi adunque questa promession fatta e insieme
continuamente usando, come è detto, avvenne che Tingoccio
divenne compare d'uno Ambruogio Anselmini, che stava in
Camporeggi, il quale d'una sua donna chiamata monna Mita
aveva avuto un figliuolo. Il quale Tingoccio insieme con
Meuccio visitando alcuna volta questa sua comare, la quale
era una bellissima e vaga donna, non obstante il comparatico
s'inamorò di lei; e Meuccio similemente, piacendogli ella
molto e molto udendola commendare a Tingoccio, se ne
innamorò. E di questo amore l'un si guardava dall'altro, ma
non per una medesima ragione: Tingoccio si guardava di
scoprirlo a Meuccio per la cattività che a lui medesimo
parea fare d'amare la comare, e sarebbesi vergognato che
alcuno l'avesse saputo; Meuccio non se ne guardava per
questo ma perché già avveduto s'era che ella piaceva a
Tingoccio, laonde egli diceva: “Se io questo gli discuopro,
egli prenderà gelosia di me, e potendole a ogni suo piacere
parlare, sì come compare, in ciò che egli potrà la mi
metterà in odio, e così mai cosa che mi piaccia di lei io
non avrò.”</p>
<p>Ora, amando questi due giovani come detto è, avvenne che
Tingoccio, al quale era più destro il potere alla donna
aprire ogni suo disiderio, tanto seppe fare e con atti e con
parole, che egli ebbe di lei il piacer suo; di che Meuccio
s'accorse bene, e quantunque molto gli dispiacesse, pure,
sperando di dovere alcuna volta pervenire al fine del suo
disiderio, acciò che Tingoccio non avesse materia né cagione
di guastargli o d'impedirgli alcun suo fatto, faceva pur
vista di non avvedersene.</p>
<p>Così amando i due compagni, l'uno più felicemente che
l'altro, avvenne che, trovando Tingoccio nelle possessioni
della comare il terren dolce, tanto vangò e tanto lavorò,
che una infermità ne gli sopravvenne; la quale dopo alquanti
dì sì l'aggravò forte, che, non potendola sostenere,
trapassò di questa vita. E trapassato il terzo dì appresso,
ché forse prima non avea potuto, se ne venne, secondo la
promession fatta, una notte nella camera di Meuccio e lui,
il quale forte dormiva, chiamò.</p>
<p>Meuccio destatosi disse: “Qual se' tu?”</p>
<p>A cui egli rispose: “Io son Tingoccio, il quale, secondo
la promessione che io ti feci, sono a te tornato a dirti
novelle dell'altro mondo.”</p>
<p>Alquanto si spaventò Meuccio veggendolo, ma pure
rassicurato disse: “Tu sie il ben venuto, fratel mio!”, e
poi il domandò se egli era perduto.</p>
<p>Al quale Tingoccio rispose: “Perdute son le cose che non
si ritruovano: e come sare' io in mei chi se io fossi
perduto?”</p>
<p>“Deh, “ disse Meuccio “io non dico così, ma io ti dimando
se tu se' tra l'anime dannate nel fuoco pennace di
Ninferno.”</p>
<p>A cui Tingoccio rispose: “Costetto no, ma io son bene, per
li peccati da me commessi, in gravissime pene e angosciose
molto.”</p>
<p>Domandò allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene
si dessero di là per ciascun de' peccati che di qua si
commettono, e Tingoccio gliele disse tutte. Poi il domandò
Meuccio se egli avesse di qua per lui a fare alcuna cosa. A
cui Tingoccio rispose di sì, e ciò era che egli facesse per
lui dire delle messe e delle orazioni e fare delle limosine,
per ciò che queste cose molto giovavano a quei di là; a cui
Meuccio disse di farlo volentieri.</p>
<p>E partendosi Tingoccio da lui, Meuccio si ricordò della
comare, e sollevato alquanto il capo disse: “Ben che mi
ricorda, o Tingoccio: della comare con la quale tu giacevi
quando eri di qua, che pena t'è di là data?”</p>
<p>A cui Tingoccio rispose: “Fratel mio, come io giunsi di
là, si fu uno il qual pareva che tutti i miei peccati
sapesse a mente, il quale mi comandò che io andassi in quel
luogo nel quale io piansi in grandissima pena le colpe mie,
dove io trovai molti compagni a quella medesima pena
condannati che io; e stando io tra loro e ricordandomi di
ciò che già fatto avea con la comare e aspettando per quello
troppo maggior pena che quella che data m'era, quantunque io
fossi in un gran fuoco e molto ardente, tutto di paura
tremava. Il che sentendo un che m'era dallato, mi disse:
‘Che hai tu più che gli altri che qui sono, che triemi
stando nel fuoco?’ ‘O, ’ diss'io ‘amico mio, io ho gran paura
del giudicio che io aspetto d'un gran peccato che io feci
già.’ Quegli allora mi domandò che peccato quel fosse. A cui
io dissi: ‘Il peccato fu cotale, che io mi giaceva con una
mia comare, e giacquivi tanto, che io me ne scorticai.’ E
egli allora, faccendosi beffe di ciò, mi disse: ‘Va,
sciocco, non dubitare, ché di qua non si tiene ragione
alcuna delle comari!’; il che io udendo tutto mi
rassicurai.” E detto questo, appressandosi il giorno disse:
“Meuccio, fatti con Dio, ché io non posso più esser con
teco”; e subitamente andò via.</p>
<p>Meuccio, avendo udito che di là niuna ragion si teneva
delle comari, cominciò a far beffe della sua sciocchezza,
per ciò che già parecchie n'avea risparmiate; per che,
lasciata andar la sua ignoranza, in ciò per innanzi divenne
savio. Le quali cose se frate Rinaldo avesse sapute, non gli
sarebbe stato bisogno d'andar silogizzando quando convertì
a' suoi piaceri la sua buona comare.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>
Zefiro era levato per lo sole che al ponente s'avicinava,
quando il re, finita la sua novella né altro alcun
restandovi a dire, levatasi la corona di testa, sopra il
capo la pose alla Lauretta dicendo:–Madonna, io vi corono
di voi medesima reina della nostra brigata; quello omai che
crederete che piacer sia di tutti e consolazione, sì come
donna comanderete–; e riposesi a sedere.</p>
<p>La Lauretta, divenuta reina, si fece chiamare il
siniscalco, al quale impose che ordinasse che nella
piacevole valle alquanto a migliore ora che l'usato si
mettesser le tavole, acciò che poi adagio si potessero al
palagio tornare; e appresso ciò che a fare avesse, mentre il
suo reggimento durasse, gli divisò. Quindi, rivolta alla
compagnia, disse:–Dioneo volle ieri che oggi si ragionasse
delle beffe che le donne fanno a' mariti; e, se non fosse
che io non voglio mostrare d'essere di schiatta di can
botolo che incontanente si vuol vendicare, io direi che
domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno
alle lor mogli. Ma lasciando star questo, dico che ciascun
pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno o donna a
uomo o uomo a donna o l'uno uomo all'altro si fanno; e credo
che in questo sarà non meno di piacevole ragionare che stato
sia questo giorno–; e così detto, levatasi in piè, per
infino a ora di cena licenziò la brigata.</p>
<p>Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de'
quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono a
andare, e altri tra' belli e diritti arbori sopra il verde
prato s'andavano diportando. Dioneo e la Fiammetta gran
pezza cantarono insieme d'Arcita e di Palemone: e così varii
e diversi diletti pigliando, il tempo infino all'ora della
cena con grandissimo piacer trapassarono. La qual venuta e
lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di
mille uccelli, rinfrescati sempre da una aura soave che da
quelle montagnette da torno nasceva, senza alcuna mosca,
riposatamente e con letizia cenarono. E levate le tavole,
poi che alquanto la piacevole valle ebbero circuita, essendo
ancora il sole alto a mezzo vespro, sì come alla loro reina
piacque, inverso la loro usata dimora con lento passo
ripresero il cammino; e motteggiando e cianciando di ben
mille cose, così di quelle che il dì erano state ragionate
come d'altre, al bel palagio assai vicino di notte
pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la
fatica del picciol cammin cacciata via, intorno della bella
fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono
della cornamusa di Tindaro e quando d'altri suon carolando.
Ma alla fine la reina comandò a Filomena che dicesse una
canzone; la quale così incominciò:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Deh lassa la mia vita!</l>
<l>Sarà giammai ch'io possa ritornar</l>
<l>donde mi tolse noiosa partita?</l></lg>
<lg>
<l>Certo io non so, tanto è 'l disio focoso,</l>
<l>che io porto nel petto,</l>
<l>di ritrovarmi ov'io, lassa, già fui.</l>
<l>O caro bene, o solo mio riposo,</l>
<l>che 'l mio cuor tien distretto,</l>
<l>deh dilmi tu, ché 'l domandarne altrui</l>
<l>non oso, né so cui.</l>
<l>Deh, signor mio, deh fammelo sperare,</l>
<l>si ch'io conforti l'anima smarrita.</l></lg>
<lg>
<l>Io non so ben ridir qual fu 'l piacere</l>
<l>che sì m'ha infiammata,</l>
<l>che io non trovo dì né notte loco.</l>
<l>Per che l'udire e 'l sentire e 'l vedere</l>
<l>con forza non usata</l>
<l>ciascun per sé accese nuovo foco,</l>
<l>nel qual tutta mi coco;</l>
<l>né mi può altri che tu confortare</l>
<l>o ritornar la virtù sbigottita.</l></lg>
<lg>
<l>Deh dimmi s'esser dee e quando fia</l>
<l>ch'io ti trovi giammai</l>
<l>dov'io basciai quegli occhi che m'han morta;</l>
<l>dimmel, caro mio bene, anima mia,</l>
<l>quando tu vi verrai,</l>
<l>e col dir'Tosto' alquanto mi conforta.</l>
<l>Sia la dimora corta</l>
<l>d'ora al venire e poi lunga allo stare,</l>
<l>ch'io non men curo, sì m'ha Amor ferita.</l></lg>
<lg>
<l>Se egli avvien che io mai più ti tenga,</l>
<l>non so s'io sarò sciocca,</l>
<l>com'io or fui a lasciarti partire.</l>
<l>Io ti terrò, e che può sì n'avenga;</l>
<l>e della dolce bocca</l>
<l>convien ch'io sodisfaccia al mio disire.</l>
<l>D'altro non voglio or dire:</l>
<l>dunque vien tosto, vienmi a abracciare,</l>
<l>ché 'l pur pensarlo di cantar m'invita.</l></lg>
</lg>
<p>Estimar fece questa canzone a tutta la brigata che nuovo e
piacevole amore Filomena strignesse; e per ciò che per le
parole di quella pareva che ella più avanti che la vista
sola n'avesse sentito, tenendonela più felice, invidia per
tali vi furono ne le fu avuta. Ma poi che la sua canzon fu
finita, ricordandosi la reina che il dì seguente era
venerdì, così a tutti piacevolemente disse:–Voi sapete,
nobili donne e voi giovani, che domane è quel dì che alla
passione del nostro Signore è consecrato, il quale, se ben
vi ricorda, noi divotamente celebrammo essendo reina Neifile
e a' ragionamenti dilettevoli demmo luogo; e il simigliante
facemmo del sabato subsequente. Per che, volendo il buono
essemplo datone da Neifile seguitare, estimo che onesta cosa
sia che domane e l'altro dì, come i passati giorni facemmo,
dal nostro dilettevole novellare ci astegniamo, quello a
memoria riducendoci che in così fatti giorni per la salute
delle nostre anime adivenne.–</p>
<p>Piacque a tutti il divoto parlare della loro reina; dalla
quale licenziati, essendo già buona pezza di notte passata,
tutti s'andarono a riposare.
</p></div2></div1>
<div1 n="Ottava giornata">
<argument><p>FINISCE LA SETTIMA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA L'OTTAVA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI LAURETTA, SI RAGIONA DI QUELLE BEFFE CHE TUTTO IL GIORNO O DONNA A UOMO O UOMO A DONNA O L'UNO UOMO ALL'ALTRO SI FANNO.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Già nella sommità de' più alti monti apparivano, la
domenica mattina, i raggi della surgente luce e, ogni ombra
partitasi, manifestamente le cose si conosceano, quando la
reina levatasi con la sua compagnia primieramente alquanto
su per le rugiadose erbette andarono, e poi in su la mezza
terza una chiesetta lor vicina visitata, in quella il divino
officio ascoltarono. E a casa tornatisene, poi che con
letizia e con festa ebber mangiato, cantarono e danzarono
alquanto; e appresso, licenziati dalla reina, chi volle
andare a riposarsi poté. Ma avendo il sol già passato il
cerchio di meriggio, come alla reina piacque, al novellare
usato tutti appresso la bella fontana a seder posti, per
comandamento della reina così Neifile cominciò.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Gulfardo prende da Guasparruolo denari in prestanza, e con
la moglie di lui accordato di dover giacer con lei per
quegli sì gliele dà; e poi in presenza di lei a Guasparruol
dice che a lei gli diede, e ella dice che è il vero.</emph></p></argument>
<p>–Se così ha disposto Idio che io debba alla presente
giornata con la mia novella dar cominciamento, e el mi
piace. E per ciò, amorose donne, con ciò sia cosa che molto
si sia detto delle beffe fatte dalle donne agli uomini, una
fattane da uno uomo a una donna mi piace di raccontarne, non
già perché io intenda in quella di biasimare ciò che l'uom
fece o di dire che alla donna non fosse bene investito, anzi
per commendar l'uomo e biasimar la donna e per mostrare che
anche gli uomini sanno beffare chi crede loro, come essi da
cui egli credono son beffati. Avvegna che, chi volesse più
propriamente parlare, quel che io dir debbo non si direbbe
beffa anzi si direbbe merito: per ciò che, con ciò sia cosa
debba essere onestissima e la sua castità come la sua vita
guardare né per alcuna cagione a contaminarla conducersi (e
questo non possendosi, così appieno tuttavia come si
converrebbe, per la fragilità nostra), affermo colei esser
degna del fuoco la quale a ciò per prezzo si conduce; dove
chi per amor, conoscendo le sue forze grandissime, perviene,
da giudice non troppo rigido merita perdono, come, pochi dì
son passati, ne mostrò Filostrato essere stato in madonna
Filippa observato in Prato.</p>
<p>Fu adunque già in Melano un tedesco al soldo il cui nome fu
Gulfardo, pro' della persona e assai leale a coloro ne' cui
servigi si mettea, il che rade volte suole de' tedeschi
avvenire. E per ciò che egli era nelle prestanze de' denari
che fatte gli erano lealissimo renditore, assai mercatanti
avrebbe trovati che per piccolo utile ogni quantità di
denari gli avrebber prestata. Pose costui, in Melan
dimorando, l'amor suo in una donna assai bella chiamata
madonna Ambruogia, moglie d'un ricco mercatante che aveva
nome Guasparruol Cagastraccio, il quale era assai suo
conoscente e amico: e amandola assai discretamente, senza
avvedersene il marito né altri, le mandò un giorno a
parlare, pregandola che le dovesse piacere d'essergli del
suo amor cortese e che egli era dalla sua parte presto a
dover far ciò che ella gli comandasse. La donna, dopo molte
novelle, venne a questa conclusione, che ella era presta di
far ciò che Gulfardo volesse dove due cose ne dovesser
seguire: l'una, che questo non dovesse mai per lui esser
manifestato a alcuna persona; l'altra, che, con ciò fosse
cosa che ella avesse per alcuna sua cosa bisogno di fiorini
dugento d'oro, voleva che egli, che ricco uomo era, gliele
donasse, e appresso sempre sarebbe al suo servigio.</p>
<p>Gulfardo, udendo la 'ngordigia di costei, isdegnato per la
viltà di lei la quale egli credeva che fosse una valente
donna, quasi in odio transmutò il fervente amore e pensò di
doverla beffare: e mandolle dicendo che molto volontieri e
quello e ogni altra cosa, che egli potesse, che le piacesse;
e per ciò mandassegli pure a dire quando ella volesse che
egli andasse a lei, ché egli gliele porterebbe, né che mai
di questa cosa alcun sentirebbe, se non un suo compagno di
cui egli si fidava molto e che sempre in sua compagnia
andava in ciò che faceva. La donna, anzi cattiva femina,
udendo questo fu contenta, e mandogli dicendo che
Guasparuolo suo marito doveva ivi a pochi dì per sue bisogne
andare insino a Genova, e allora ella gliele farebbe
assapere e manderebbe per lui.</p>
<p>Gulfardo, quando tempo gli parve, se n'andò a Guasparuolo e
sì gli disse: “Io son per fare un mio fatto per lo quale mi
bisognan fiorini dugento d'oro, li quali io voglio che tu mi
presti con quello utile che tu mi suogli prestar degli
altri.” Guasparuolo disse che volentieri e di presente gli
annoverò i denari.</p>
<p>Ivi a pochi giorni Guasparuolo andò a Genova, come la donna
aveva detto; per la qual cosa la donna mandò a Gulfardo che
a lei dovesse venire e recare li dugento fiorin d'oro.
Gulfardo, preso il compagno suo, se n'andò a casa della
donna; e trovatala che l'aspettava, la prima cosa che fece,
le mise in mano questi dugento fiorin d'oro, veggente il suo
compagno, e sì le disse: “Madonna, tenete questi denari e
daretegli a vostro marito quando sarà tornato.”</p>
<p>La donna gli prese e non s'avide perché Gulfardo dicesse
così, ma si credette che egli il facesse acciò che il
compagno suo non s'accorgesse che egli a lei per via di
prezzo gli desse; per che ella disse: “Io il farò
volentieri ma io voglio veder quanti sono”; e versatigli
sopra una tavola e trovatigli esser dugento, seco forte
contenta gli ripose. E tornò a Gulfardo e, lui nella sua
camera menato, non solamente quella notte ma molte altre,
avanti che il marito tornasse da Genova, della sua persona
gli sodisfece.</p>
<p>Tornato Guasparuolo da Genova, di presente Gulfardo, avendo
appostato che insieme con la moglie era, se n'andò a lui e
in presenza di lei disse: “Guasparuolo, i denari, cioè li
dugento fiorin d'oro che l'altrier mi prestasti, non m'ebber
luogo, per ciò che io non potei fornir la bisogna per la
quale gli presi: e per ciò io gli recai qui di presente alla
donna tua e sì gliele diedi, e per ciò dannerai la mia
ragione.”</p>
<p>Guasparuolo, volto alla moglie, la domandò se avuti gli
avea; ella, che quivi vedeva il testimonio, nol seppe negare
ma disse: “Mai sì che io gli ebbi, né m'era ancor ricordata
di dirloti.”</p>
<p>Disse allora Guasparruolo: “Gulfardo, io son contento:
andatevi pur con Dio, ché io acconcerò bene la vostra
ragione.”</p>
<p>Gulfardo partitosi, e la donna rimasa scornata diede al
marito il disonesto prezzo della sua cattività: e così il
sagace amante senza costo godé della sua avara donna.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Il prete da Varlungo si giace con monna Belcolore,
lasciale pegno un suo tabarro; e accattato da lei un
mortaio, il rimanda e fa domandare il tabarro lasciato per
ricordanza: rendelo proverbiando la buona donna.</emph></p></argument>
<p>Commendavano igualmente e gli uomini e le donne ciò che
Gulfardo fatto aveva alla 'ngorda melanese, quando la reina
a Panfilo voltatasi sorridendo gl'impose ch'el seguitasse;
per la qual cosa Panfilo incominciò:</p>
<p>–Belle donne, a me occorre di dire una novelletta contro a
coloro li quali continuamente n'offendono senza poter da noi
del pari essere offesi, cioè contro a' preti, li qual sopra
le nostre mogli hanno bandita la croce, e par loro non
altramenti aver guadagnato il perdono di colpa e di pena,
quando una se ne posson metter sotto, che se d'Allessandria
avessero il soldano menato legato a Vignone. Il che i
secolari cattivelli non possono a lor fare, come che nelle
madri, nelle sirocchie, nelle amiche e nelle figliuole con
non meno ardore, che essi le lor mogli assaliscano,
vendichin l'ire loro. E per ciò io intendo raccontarvi uno
amorazzo contadino, più da ridere per la conclusione che
lungo di parole, del quale ancora potrete per frutto
cogliere che a' preti non sia sempre ogni cosa da credere.</p>
<p>Dico adunque che a Varlungo, villa assai vicina di qui,
come ciascuna di voi o sa o puote avere udito, fu un valente
prete e gagliardo della persona ne' servigi delle donne, il
quale, come che legger non sapesse troppo, pur con molte
buone e sante parolozze la domenica a piè dell'olmo ricreava
i suoi popolani; e meglio le lor donne, quando essi in
alcuna parte andavano, che altro prete che prima vi fosse
stato, visitava, portando loro della festa e dell'acqua
benedetta e alcun moccolo di candela talvolta infino a casa,
dando loro la sua benedizione.</p>
<p>Ora avvenne che, tra l'altre sue popolane che prima gli
eran piaciute, una sopra tutte ne gli piacque, che aveva
nome monna Belcolore, moglie d'un lavoratore che si facea
chiamare Bentivegna del Mazzo; la qual nel vero era pure una
piacevole e fresca foresozza, brunazza e ben tarchiata e
atta a meglio saper macinar che alcuna altra; e oltre a ciò
era quella che meglio sapeva sonare il cembalo e cantare
<emph>L'acqua corre la borrana</emph> e menar la ridda e il
ballonchio, quando bisogno faceva, che vicina che ella
avesse, con bel moccichino e gente in mano. Per le quali
cose messer lo prete ne 'nvaghì sì forte, che egli ne menava
smanie e tutto il dì andava aiato per poterla vedere; e
quando la domenica mattina la sentiva in chiesa, diceva un
<emph>Kyrie</emph> e un <foreign lang="lat">Sanctus</foreign> sforzandosi ben di mostrarsi un
gran maestro di canto, che pareva uno asino che ragghiasse,
dove, quando non la vi vedea, si passava assai leggiermente;
ma pur sapeva sì fare, che Bentivegna del Mazzo non se ne
avvedeva, né ancora vicina che egli avesse. E per poter più
avere la dimestichezza di monna Belcolore, a otta a otta la
presentava: e quando le mandava un mazzuol d'agli freschi,
ch'egli aveva i più belli della contrada in un suo orto che
egli lavorava a sue mani, e quando un canestruccio di
baccelli e talora un mazzuolo di cipolle malige o di
scalogni; e, quando si vedeva tempo, guatatala un poco in
cagnesco, per amorevolezza la rimorchiava, e ella cotal
salvatichetta, faccendo vista di non avvedersene, andava
pure oltre in contegno; per che messer lo prete non ne
poteva venire a capo.</p>
<p>Ora avvenne un dì che, andando il prete di fitto meriggio
per la contrada or qua or là zazeato, scontrò Bentivegna del
Mazzo con uno asino pien di cose innanzi, e fattogli motto
il domandò dove egli andava.</p>
<p>A cui Bentivegna rispose: “Gnaffé, sere, in buona verità
io vo infino a città per alcuna mia vicenda: e porto queste
cose a ser Bonaccorri da Ginestreto, ché m'aiuti di non so
che m'ha fatto richiedere per una comparigione del
parentorio per lo pericolator suo il giudice del dificio.”</p>
<p>Il prete lieto disse: “Ben fai, figliuole; or va con la
mia benedizione e torna tosto; e se ti venisse veduto
Lapuccio o Naldino, non t'esca di mente di dir loro che mi
rechino quelle combine per li coreggiati miei.”</p>
<p>Bentivegna disse che sarebbe fatto; e venendosene verso
Firenze, si pensò il prete che ora era tempo d'andare alla
Belcolore e di provar sua ventura; e messasi la via tra'
piedi non ristette sì fu a casa di lei; e entrato dentro
disse: “Dio ci mandi bene: chi è di qua?”</p>
<p>La Belcolore, che era andata in balco, udendol disse: “O
sere, voi siate il ben venuto: che andate voi zaconato per
questo caldo?”</p>
<p>Il prete rispose: “Se Dio mi dea bene, che io mi veniva a
star con teco un pezzo, per ciò che io trovai l'uom tuo che
andava a città.”</p>
<p>La Belcolore, scesa giù, si pose a sedere e cominciò a
nettare sementa di cavolini che il marito avea poco innanzi
trebbiati. Il prete le cominciò a dire: “Bene, Belcolore,
de'mi tu far sempre mai morire a questo modo?”</p>
<p>La Belcolore cominciò a ridere e a dire: “O che ve fo
io?”</p>
<p>Disse il prete: “Non mi fai nulla ma tu non mi lasci fare
a te quel che io vorrei e che Idio comandò.”</p>
<p>Disse la Belcolore: “Deh! andante andate: o fanno i preti
così fatte cose?”</p>
<p>Il prete rispose: “Sì facciam noi meglio che gli altri
uomini: o perché no? E dicoti più, che noi facciamo vie
miglior lavorio; e sai perché? perché noi maciniamo a
raccolta: ma in verità bene a tuo uopo, se tu stai cheta e
lascimi fare.”</p>
<p>Disse la Belcolore: “O che bene a mio uopo potrebbe esser
questo? ché siete tutti quanti più scarsi che 'l fistolo.”</p>
<p>Allora il prete disse: “Io non so, chiedi pur tu: o vuogli
un paio di scarpette o vuogli un frenello o vuogli una bella
fetta di stame o ciò che tu vuogli.”</p>
<p>Disse la Belcolore: “Frate, bene sta! Io me n'ho di
coteste cose; ma se voi mi volete cotanto bene, ché non mi
fate voi un servigio, e io farò ciò che voi vorrete?”</p>
<p>Allora disse il prete: “Dì ciò che tu vuogli, e io il farò
volentieri.”</p>
<p>La Belcolore allora disse: “Egli mi conviene andar sabato
a Firenze a render lana che io ho filata e a far racconciare
il filatoio mio: e se voi mi prestate cinque lire, che so
che l'avete, io ricoglierò dall'usuraio la gonnella mia del
perso e lo scaggiale dai dì delle feste che io recai a
marito, ché vedete che non ci posso andare a santo né in
niun buon luogo, perché io non l'ho; e io sempre mai poscia
farò ciò che voi vorrete.”</p>
<p>Rispose il prete: “Se Dio mi dea il buono anno, io non gli
ho allato: ma credimi che, prima che sabato sia, io farò che
tu gli avrai molto volontieri.”</p>
<p>“Sì, “ disse la Belcolore “tutti siete così gran
promettitori, e poscia non attenete altrui nulla: credete
voi fare a me come voi faceste alla Biliuzza, che se n'andò
col ceteratoio? Alla fé di Dio non farete, ché ella n'è
divenuta femina di mondo pur per ciò: se voi non gli avete,
e voi andate per essi.”</p>
<p>“Deh!” disse il prete “non mi fare ora andare infino a
casa, ché vedi che ho così ritta la ventura testé che non
c'è persona, e forse quand'io ci tornassi ci sarebbe chi che
sia che c'impaccerebbe: e io non so quando e' mi si venga
così ben fatto come ora.”</p>
<p>E ella disse: “Bene sta: se voi volete andar, sì andate;
se non, sì ve ne durate.”</p>
<p>Il prete, veggendo che ella non era acconcia a far cosa che
gli piacesse se non a <foreign lang="lat">salvum me fac</foreign>, e egli volea fare
<foreign lang="lat">sine costodia</foreign>, disse: “Ecco, tu non mi credi che io te
gli rechi; acciò che tu mi creda io ti lascerò pegno questo
mio tabarro di sbiavato.”</p>
<p>La Belcolore levò alto il viso e disse: “Sì, cotesto
tabarro, o che vale egli?”</p>
<p>Disse il prete: “Come, che vale? Io voglio che tu sappi
ch'egli è di duagio infino in treagio, e hacci di quegli nel
popolo nostro che il tengon di quattragio; e non ha ancora
quindici dì che mi costò da Lotto rigattiere delle lire ben
sette, e ebbine buon mercato de' soldi ben cinque, per quel
che mi dica Buglietto, che sai che si cognosce così bene di
questi panni sbiavati.”</p>
<p>“O sie?” disse la Belcolore “se Dio m'aiuti, io non
l'avrei mai creduto: ma datemelo in prima.”</p>
<p>Messer lo prete, che aveva carica la balestra, trattosi il
tabarro gliele diede; e ella, poi che riposto l'ebbe, disse:
“Sere, andiancene qua nella capanna, ché non vi vien mai
persona”; e così fecero.</p>
<p>E quivi il prete, dandole i più dolci basciozzi del mondo e
faccendola parente di messer Domenedio, con lei una gran
pezza si sollazzò: poscia partitosi in gonnella, che pareva
che venisse da servire a nozze, se ne tornò al santo.</p>
<p>Quivi, pensando che quanti moccoli ricoglieva in tutto
l'anno d'offerta non valeva la metà di cinque lire, gli
parve aver mal fatto e pentessi d'avere lasciato il tabarro
e cominciò a pensare in che modo riaver lo potesse senza
costo. E per ciò che alquanto era maliziosetto, s'avisò
troppo bene come dovesse fare a riaverlo, e vennegli fatto:
per ciò che il dì seguente, essendo festa, egli mandò un
fanciullo d'un suo vicino in casa questa monna Belcolore, e
mandolla pregando che le piacesse di prestargli il mortaio
suo della pietra, per ciò che desinava la mattina con lui
Binguccio dal Poggio e Nuto Buglietti, sì che egli voleva
far della salsa. La Belcolore gliele mandò.</p>
<p>E come fu in su l'ora del desinare, el prete appostò quando
Bentivegna del Mazzo e la Belcolor manicassero; e chiamato
il cherico suo gli disse: “Togli quel mortaio e riportalo
alla Belcolore, e dì: «Dice il sere che gran mercé, e che
voi gli rimandiate il tabarro che il fanciullo vi lasciò per
ricordanza».” Il cherico andò a casa della Belcolore con
questo mortaio e trovolla insieme con Bentivegna a desco che
desinavano; quivi posto giù il mortaio fece l'ambasciata del
prete.</p>
<p>La Belcolore udendosi richiedere il tabarro volle
rispondere; ma Bentivegna con un mal viso disse: “Dunque
toi tu ricordanza al sere? Fo boto a Cristo che mi vien
voglia di darti un gran sergozzone: va rendigliel tosto, che
canciola te nasca! e guarda che di cosa che voglia mai, io
dico s'e' volesse l'asino nostro, non ch'altro, non gli sia
detto di no.”</p>
<p>La Belcolore brontolando si levò, e andatasene al
soppediano ne trasse il tabarro e diello al cherico e disse:
“Dirai così al sere da mia parte: «La Belcolor dice che fa
prego a Dio che voi non pesterete mai più salsa in suo
mortaio: non l'avete voi sì bello onor fatto di questa.»”</p>
<p>Il cherico se n'andò col tabarro e fece l'ambasciata al
sere; a cui il prete ridendo disse: “Dira'le, quando tu la
vedrai, che s'ella non ci presterà il mortaio, io non
presterò a lei il pestello; vada l'un per l'altro.”</p>
<p>Bentivegna si credeva che la moglie quelle parole dicesse
perché egli l'aveva garrito, e non se ne curò; ma la
Belcolore venne in iscrezio col sere e tennegli favella
insino a vendemmia. Poscia, avendola minacciata il prete di
farnela andare in bocca del lucifero maggiore, per bella
paura entro, col mosto e con le castagne calde si rappatumò
con lui, e più volte insieme fecer poi gozzoviglia. E in
iscambio delle cinque lire le fece il prete rincartare il
cembal suo e appiccovvi un sonagliuzzo, e ella fu contenta.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Calandrino, Bruno e Buffalmacco giù per lo Mugnone vanno
cercando di trovar l'elitropia, e Calandrino se la crede
aver trovata; tornasi a casa carico di pietre; la moglie il
proverbia e egli turbato la batte, e a' suoi compagni
racconta ciò che essi sanno meglio di lui.</emph></p></argument>
<p>Finita la novella di Panfilo, della quale le donne avevano
tanto riso che ancora ridono, la reina a Elissa commise che
seguitasse; la quale ancora ridendo incominciò:</p>
<p>–Io non so, piacevoli donne, se egli mi si verrà fatto di
farvi con una mia novelletta non men vera che piacevole
tanto ridere quanto ha fatto Panfilo con la sua: ma io me ne
ingegnerò.</p>
<p>Nella nostra città, la qual sempre di varie maniere e di
nuove genti è stata abondevole, fu, ancora non è gran tempo,
un dipintore chiamato Calandrino, uom semplice e di nuovi
costumi. Il quale il più del tempo con due altri dipintori
usava, chiamati l'un Bruno e l'altro Buffalmacco, uomini
sollazzevoli molto ma per altro avveduti e sagaci, li quali
con Calandrino usavan per ciò che de' modi suoi e della sua
simplicità sovente gran festa prendevano. Era similmente
allora in Firenze un giovane di maravigliosa piacevolezza in
ciascuna cosa che far voleva, astuto e avvenevole, chiamato
Maso del Saggio; il quale, udendo alcune cose della
semplicità di Calandrino, propose di voler prender diletto
de' fatti suoi col fargli alcuna beffa o fargli credere
alcuna nuova cosa.</p>
<p>E per avventura trovandolo un dì nella chiesa di San
Giovanni e vedendolo stare attento a riguardare le dipinture
e gl'intagli del tabernaculo il quale è sopra l'altare della
detta chiesa, non molto tempo davanti postovi, pensò
essergli dato luogo e tempo alla sua intenzione. E informato
un suo compagno di ciò che fare intendeva, insieme
s'accostarono là dove Calandrino solo si sedeva, e faccendo
vista di non vederlo insieme incominciarono a ragionare
delle virtù di diverse pietre, delle quali Maso così
efficacemente parlava come se stato fosse un solenne e gran
lapidario. A' quali ragionamenti Calandrino posta orecchie,
e dopo alquanto levatosi in piè, sentendo che non era
credenza, si congiunse con loro, il che forte piacque a
Maso; il quale, seguendo le sue parole, fu da Calandrin
domandato dove queste pietre così virtuose si trovassero.
Maso rispose che le più si trovavano in Berlinzone, terra
de' baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi, nella
quale si legano le vigne con le salsicce e avevavisi un'oca
a denaio e un papero giunta; e eravi una montagna tutta di
formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan
genti che niuna altra cosa facevano che far maccheroni e
raviuoli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan
quindi giù, e chi più ne pigliava più se n'aveva; e ivi
presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che
mai si bevve, senza avervi entro gocciola d'acqua.</p>
<p>“Oh!” disse Calandrino “cotesto è buon paese; ma dimmi,
che si fa de' capponi che cuocon coloro?”</p>
<p>Rispose Maso: “Mangiansegli i baschi tutti.”</p>
<p>Disse allora Calandrino: “Fostivi tu mai?”</p>
<p>A cui Maso rispose: “Di' tu se io vi fu' mai? Sì vi sono
stato così una volta come mille.”</p>
<p>Disse allora Calandrino: “E quante miglia ci ha?”</p>
<p>Maso rispose: “Haccene più di millanta, che tutta notte
canta.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Dunque dee egli essere più là che
Abruzzi.”</p>
<p>“Sì bene, “ rispose Maso “sì è cavelle.”</p>
<p>Calandrino semplice, veggendo Maso dir queste parole con un
viso fermo e senza ridere, quella fede vi dava che dar si
può a qualunque verità è più manifesta, e così l'aveva per
vere; e disse: “Troppo ci è di lungi a' fatti miei: ma se
più presso ci fosse, ben ti dico che io vi verrei una volta
con esso teco pur per veder fare il tomo a quei maccheroni e
tormene una satolla. Ma dimmi, che lieto sie tu, in queste
contrade non se ne truova niuna di queste pietre così
virtuose?”</p>
<p>A cui Maso rispose: “Sì, due maniere di pietre ci si
truovano di grandissima virtù. L'una sono i macigni da
Settignano e da Montisci, per vertù de' quali, quando son
macine fatti, se ne fa la farina, e per ciò si dice egli in
que' paesi di là che da Dio vengon le grazie e da Montisci
le macine; ma ècci di questi macigni sì gran quantità, che
appo noi è poco prezzata, come appo loro gli smeraldi, de'
quali v'ha maggior montagne che Monte Morello, che rilucon
di mezzanotte vatti con Dio; e sappi che chi facesse le
macine belle e fatte legare in anella prima che elle si
forassero e portassele al soldano, n'avrebbe ciò che
volesse. L'altra si è una pietra, la quale noi altri
lapidarii appelliamo elitropia, pietra di troppo gran vertù,
per ciò che qualunque persona la porta sopra di sé, mentre
la tiene, non è da alcuna altra persona veduto dove non è.”</p>
<p>Allora Calandrin disse: “Gran virtù son queste; ma questa
seconda dove si truova?”</p>
<p>A cui Maso rispose che nel Mugnone se ne solevan trovare.</p>
<p>Disse Calandrino: “Di che grossezza è questa pietra? o che
colore è il suo?”</p>
<p>Rispose Maso: “Ella è di varie grossezze, ché alcuna n'è
più, alcuna meno, ma tutte son di colore quasi come nero.”</p>
<p>Calandrino, avendo tutte queste cose seco notate, fatto
sembianti d'avere altro a fare, si partì da Maso e seco
propose di volere cercare di questa pietra; ma diliberò di
non volerlo fare senza saputa di Bruno e di Buffailmacco, li
quali spezialissimamente amava. Diessi adunque a cercar di
costoro, acciò che senza indugio e prima che alcuno altro
n'andassero a cercare, e tutto il rimanente di quella
mattina consumò in cercargli. Ultimamente, essendo già l'ora
della nona passata, ricordandosi egli che essi lavoravano
nel monistero delle donne di Faenza, quantunque il caldo
fosse grandissimo, lasciata ogni altra sua faccenda, quasi
correndo n'andò a costoro e chiamatigli così disse loro:
“Compagni, quando voi vogliate credermi, noi possiamo
divenire i più ricchi uomini di Firenze: per ciò che io ho
inteso da uomo degno di fede che in Mugnone si truova una
pietra, la qual chi la porta sopra non è veduto da niuna
altra persona; per che a me parrebbe che noi senza alcuno
indugio, prima che altra persona v'andasse, v'andassimo a
cercar. Noi la troverem per certo, per ciò che io la
conosco; e trovata che noi l'avremo, che avrem noi a fare
altro se non mettercela nella scarsella e andare alle tavole
de' cambiatori, le quali sapete che stanno sempre cariche di
grossi e di fiorini, e torcene quanti noi ne vorremo? Niuno
ci vedrà; e così potremo arricchire subitamente, senza avere
tutto dì a schiccherare le mura a modo che fa la lumaca.”</p>
<p>Bruno e Buffalmacco, udendo costui, fra se medesimi
cominciarono a ridere, e guatando l'un verso l'altro fecer
sembianti di maravigliarsi forte e lodarono il consiglio di
Calandrino; ma domandò Buffalmacco come questa pietra avesse
nome.</p>
<p>A Calandrino, che era di grossa pasta, era già il nome
uscito di mente; per che egli rispose: “Che abbiam noi a
far del nome poi che noi sappiamo la vertù? A me parrebbe
che noi andassomo a cercare senza star più.”</p>
<p>“Or ben” disse Bruno “come è ella fatta?”</p>
<p>Calandrin disse: “Egli ne son d'ogni fatta ma tutte son
quasi nere; per che a me pare che noi abbiamo a ricogliere
tutte quelle che noi vederem nere, tanto che noi ci
abbattiamo a essa; e per ciò non perdiam tempo, andiamo.”</p>
<p>A cui Bruno disse: “Or t'aspetta”; e volto a Buffalmacco
disse: “A me pare che Calandrino dica bene, ma non mi pare
che questa sia ora da ciò, per ciò che il sole è alto e dà
per lo Mugnone entro e ha tutte le pietre rasciutte, per che
tali paion testé bianche, delle pietre che vi sono, che la
mattina, anzi che il sole l'abbia rasciutte, paion nere: e
oltre a ciò molta gente per diverse cagioni è oggi, che è dì
da lavorare, per lo Mugnone, li quali vedendoci si
potrebbono indovinare quello che noi andassomo faccendo e
forse farlo essi altressì; e potrebbe venire alle mani a
loro, e noi avremmo perduto il trotto per l'ambiadura. A me
pare, se pare a voi, che questa sia opera da dover far da
mattina, che si conoscon meglio le nere dalle bianche, e in
dì di festa, che non vi sarà persona che ci vegga.”</p>
<p>Buffalmacco lodò il consiglio di Bruno, e Calandrino vi
s'accordò: e ordinarono che la domenica mattina vegnente
tutti e tre fossero insieme a cercar di questa pietra; ma
sopra ogni altra cosa gli pregò Calandrino che essi non
dovesser questa cosa con persona del mondo ragionare, per
ciò che a lui era stata posta in credenza. E ragionato
questo, disse loro ciò che udito avea della contrada di
Bengodi, con saramenti affermando che così era. Partito
Calandrino da loro, essi quello che intorno a questo
avessero a fare ordinarono fra se medesimi.</p>
<p>Calandrino con disidero aspettò la domenica mattina: la
qual venuta, in sul far del dì si levò. E chiamati i
compagni, per la porta a San Gallo usciti e nel Mugnon
discesi cominciarono a andare in giù della pietra cercando.
Calandrino andava, e come più volenteroso, avanti e
prestamente or qua e or là saltando, dovunque alcuna pietra
nera vedeva si gittava e quella ricogliendo si metteva in
seno. I compagni andavano appresso, e quando una e quando
un'altra ne ricoglievano; ma Calandrino non fu guari di via
andato, che egli il seno se n'ebbe pieno, per che, alzandosi
i gheroni della gonnella, che alla analda non era, e
faccendo di quegli ampio grembo, bene avendogli alla
coreggia attaccati d'ogni parte, non dopo molto gli empié, e
similmente, dopo alquanto spazio, fatto del mantello grembo,
quello di pietre empié. Per che, veggendo Buffalmacco e
Bruno che Calandrino era carico e l'ora del mangiare
s'avicinava, secondo l'ordine da sé posto disse Bruno a
Buffalmacco: “Calandrino dove è?”</p>
<p>Buffalmacco, che ivi presso sel vedea, volgendosi intorno e
or qua e or là riguardando, rispose: “Io non so, ma egli
era pur poco fa qui dinanzi da noi.”</p>
<p>Disse Bruno: “Ben che fa poco! a me par egli esser certo
che egli è ora a casa a desinare e noi ha lasciati nel
farnetico d'andar cercando le pietre nere giù per lo
Mugnone.”</p>
<p>“Deh come egli ha ben fatto” disse allor Buffalmacco
“d'averci beffati e lasciati qui, poscia che noi fummo sì
sciocchi, che noi gli credemmo. Sappi! chi sarebbe stato sì
stolto, che avesse creduto che in Mugnone si dovesse trovare
una così virtuosa pietra, altri che noi?”</p>
<p>Calandrino, queste parole udendo, imaginò che quella pietra
alle mani gli fosse venuta e che per la vertù d'essa coloro,
ancor che loro fosse presente, nol vedessero. Lieto adunque
oltre modo di tal ventura, senza dir loro alcuna cosa, pensò
di tornarsi a casa; e volti i passi indietro se ne cominciò
a venire.</p>
<p>Vedendo ciò, Buffalmacco disse a Bruno: “Noi che faremo?
ché non ce ne andiam noi?”</p>
<p>A cui Bruno rispose: “Andianne; ma io giuro a Dio che mai
Calandrino non me ne farà più niuna; e se io gli fossi
presso come stato sono tutta mattina, io gli darei tale di
questo ciotto nelle calcagna, che egli si ricorderebbe forse
un mese di questa beffa”; e il dir le parole e l'aprirsi e
'l dar del ciotto nel calcagno a Calandrino fu tutto uno.
Calandrino, sentendo il duolo, levò alto il piè e cominciò a
soffiare ma pur si tacque e andò oltre.</p>
<p>Buffalmacco, recatosi in mano uno de' codoli che raccolti
avea, disse a Bruno: “Deh vedi bel codolo: così giugnesse
egli testé nelle reni a Calandrino!” e lasciato andare, gli
diè con esso nelle reni una gran percossa; e in brieve in
cotal guisa, or con una parola e or con un'altra, su per lo
Mugnone infino alla porta a San Gallo il vennero lapidando.
Quindi, in terra gittate le pietre che ricolte aveano,
alquanto con le guardie de' gabellieri si ristettero; le
quali, prima da loro informate, faccendo vista di non vedere
lasciarono andar Calandrino con le maggior risa del mondo.
Il quale senza arrestarsi se ne venne a casa sua, la quale
era vicina al Canto alla Macina; e in tanto fu la fortuna
piacevole alla beffa, che, mentre Calandrino per lo fiume ne
venne e poi per la città, niuna persona gli fece motto, come
che pochi ne scontrasse per ciò che quasi a desinare era
ciascuno.</p>
<p>Entrossene adunque Calandrino così carico in casa sua. Era
per avventura la moglie di lui, la quale ebbe nome monna
Tessa, bella e valente donna, in capo della scala: e
alquanto turbata della sua lunga dimora, veggendol venire
cominciò proverbiando a dire: “Mai, frate, il diavol ti ci
reca! Ogni gente ha già desinato quando tu torni a
desinare.”</p>
<p>Il che udendo Calandrino e veggendo che veduto era, pieno
di cruccio e di dolore cominciò a gridare: “Oimè, malvagia
femina, o eri tu costì? Tu m'hai diserto, ma in fé di Dio io
te ne pagherò!” e salito in una sua saletta e quivi
scaricate le molte pietre che recate avea, niquitoso corse
verso la moglie e presala per le trecce la si gittò a'
piedi, e quivi, quanto egli poté menar le braccia e' piedi,
tanto le diè per tutta la persona: pugna e calci, senza
lasciarle in capo capello o osso adosso che macero non fosse
le diede, niuna cosa valendole il chieder mercé con le mani
in croce.</p>
<p>Buffalmacco e Bruno, poi che co' guardiani della porta
ebbero alquanto riso, con lento passo cominciarono alquanto
lontani a seguitar Calandrino; e giunti a piè dell'uscio di
lui sentirono la fiera battitura la quale alla moglie dava,
e faccendo vista di giugnere pure allora il chiamarono.
Calandrino tutto sudato, rosso e affannato si fece alla
finestra e pregogli che suso a lui dovessero andare. Essi,
mostrandosi alquanto turbati, andaron suso e videro la sala
piena di pietre e nell'un de' canti la donna scapigliata,
stracciata, tutta livida e rotta nel viso, dolorosamente
piagnere; e d'altra parte Calandrino, scinto e ansando a
guisa d'uom lasso, sedersi.</p>
<p>Dove, come alquanto ebbero riguardato, dissero: “Che è
questo, Calandrino? vuoi tu murare, ché noi veggiamo qui
tante pietre?” e oltre a questo sugiunsero: “E monna Tessa
che ha? E' par che tu l'abbi battuta: che novelle son
queste?” Calandrino, faticato dal peso delle pietre e dalla
rabbia con la quale la donna aveva battuta e del dolore
della ventura la quale perduta gli pareva avere, non poteva
raccoglier lo spirito a formare intera la parola alla
risposta; per che soprastando, Buffalmacco rincominciò:
“Calandrino, se tu avevi altra ira, tu non ci dovevi per
ciò straziare come fatto hai; ché, poi sodotti ci avesti a
cercar teco della pietra preziosa, senza dirci a Dio né a
diavolo, a guisa di due becconi nel Mugnon ci lasciasti e
venistitene, il che noi abbiamo forte per male; ma per certo
questa fia la sezzaia che tu ci farai mai.”</p>
<p>A queste parole Calandrino sforzandosi rispose: “Compagni,
non vi turbate, l'opera sta altramenti che voi non pensate.
Io, sventurato!, aveva quella pietra trovata; e volete udire
se io dico il vero? Quando voi primieramente di me
domandaste l'un l'altro, io v'era presso a men di diece
braccia e veggendo che voi ve ne venavate e non mi vedavate
v'entrai innanzi, e continuamente poco innanzi a voi me ne
son venuto.” E cominciandosi dall'un de' capi infin la fine
raccontò loro ciò che essi fatto e detto aveano e mostrò
loro il dosso e le calcagna come i ciotti conci
gliel'avessero; e poi seguitò: “E dicovi che, entrando alla
porta con tutte queste pietre in seno che voi vedete qui,
niuna cosa mi fu detta, ché sapete quanto esser sogliano
spiacevoli e noiosi que' guardiani a volere ogni cosa
vedere; e oltre a questo ho trovati per la via più miei
compari e amici, li quali sempre mi soglion far motto e
invitarmi a bere, né alcun fu che parola mi dicesse né
mezza, sì come quegli che non mi vedeano. Alla fine, giunto
qui a casa, questo diavolo di questa femina maladetta mi si
parò dinanzi e ebbemi veduto, per ciò che, come voi sapete,
le femine fanno perder la vertù a ogni cosa: di che io, che
mi poteva dire il più avventurato uom di Firenze, sono
rimaso il più sventurato; e per questo l'ho tanto battuta
quanto io ho potuto menar le mani e non so a quello che io
mi tengo che io non le sego le veni, che maladetta sia l'ora
che io prima la vidi e quando ella mai venne in questa
casa!” E raccesosi nell'ira si voleva levare per tornare a
batterla da capo.</p>
<p>Buffalmacco e Bruno, queste cose udendo, facevan vista di
maravigliarsi forte e spesso affermavano quello che
Calandrino diceva, e avevano sì gran voglia di ridere, che
quasi scoppiavano; ma vedendolo furioso levare per battere
un'altra volta la moglie, levatiglisi alla 'ncontro il
ritennero, dicendo di queste cose niuna colpa aver la donna
ma egli, che sapeva che le femine facevano perdere la vertù
alle cose e non l'aveva detto che ella si guardasse
d'apparirgli innanzi quel giorno: il quale avvedimento Idio
gli aveva tolto o per ciò che la ventura non doveva esser
sua o perché egli aveva in animo d'ingannare i suoi
compagni, a' quali, come s'avedeva averla trovata, il dovea
palesare. E dopo molte parole, non senza gran fatica la
dolente donna riconciliata con essolui e lasciandol
malinconoso con la casa piena di pietre, si partirono.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Il proposto di Fiesole ama una donna vedova: non è amato
da lei e, credendosi giacer con lei, giace con una sua
fante, e i fratelli della donna vel fanno trovare al vescovo
suo.</emph></p></argument>
<p>Venuta Elissa alla fine della sua novella non senza gran
piacere di tutta la compagnia avendola raccontata, quando la
reina a Emilia voltatasi le mostrò voler che ella appresso
d'Elissa la sua raccontasse; la quale prestamente così
cominciò:</p>
<p>–Valorose donne, quanto i preti e' frati e ogni cherico
sieno sollecitatori delle menti nostre in più novelle dette
mi ricorda esser mostrato; ma per ciò che dire non se ne
potrebbe tanto, che ancora più non ne fosse, io oltre a
quelle intendo di dirvene una d'un proposto il quale,
malgrado di tutto il mondo, voleva che una gentil donna
vedova gli volesse bene, o volesse ella o no: la quale, sì
come molto savia, il trattò sì come egli era degno.</p>
<p>Come ciascuna di voi sa, Fiesole, il cui poggio noi
possiamo di quinci vedere, fu già antichissima città e
grande, come che oggi tutta disfatta sia, né per ciò è mai
cessato che vescovo avuto non abbia, e ha ancora. Quivi
vicino alla maggior chiesa ebbe già una gentil donna vedova,
chiamata monna Piccarda, un suo podere con una casa non
troppo grande; e per ciò che la più agiata donna del mondo
non era, quivi la maggior parte dell'anno dimorava, e con
lei due suoi fratelli, giovani assai da bene e cortesi. Ora
avvenne che, usando questa donna alla chiesa maggiore e
essendo ancora assai giovane e bella e piacevole, di lei
s'innamorò sì forte il proposto della chiesa, che più qua né
più là non vedea; e dopo alcun tempo fu di tanto ardire, che
egli medesimo disse a questa donna il piacer suo, e pregolla
che ella dovesse esser contenta del suo amore e d'amar lui
come egli lei amava.</p>
<p>Era questo proposto d'anni già vecchio ma di senno
giovanissimo, baldanzoso e altiero, e di sé ogni gran cosa
presummeva, con suoi modi e costumi pien di scede e di
spiacevolezze, e tanto sazievole e rincrescevole, che niuna
persona era che ben gli volesse; e se alcuno ne gli voleva
poco, questa donna era colei, ché non solamente non ne gli
volea punto, ma ella l'aveva più in odio che il mal del
capo; per che ella, sì come savia, gli rispose: “Messer,
che voi m'amiate mi può esser molto caro, e io debbo amar
voi e amerovvi volontieri; ma tra il vostro amore e 'l mio
niuna cosa disonesta dee cader mai. Voi siete mio padre
spirituale e siete prete, e già v'appressate molto bene alla
vecchiezza, le quali cose vi debbono fare e onesto e casto;
e d'altra parte io non son fanciulla, alla quale questi
innamoramenti steano oggimai bene, e son vedova, che sapete
quanta onestà nelle vedove si richiede; e per ciò abbiatemi
per iscusata, che al modo che voi mi richiedete io non
v'amere' mai né così voglio essere amata da voi.”</p>
<p>Il proposto, per quella volta non potendo trarre da lei
altro, non fece come sbigottito o vinto al primo colpo, ma
usando la sua trascutata prontezza la sollecitò molte volte
e con lettere e con ambasciate e ancora egli stesso quando
nella chiesa la vedeva venire; per che, parendo questo
stimolo troppo grave e troppo noioso alla donna, si pensò di
volerlosi levar da dosso per quella maniera la quale egli
meritava, poscia che altramenti non poteva; ma cosa alcuna
far non volle, che prima co' fratelli nol ragionasse. E
detto loro ciò che il proposto verso lei operava e quello
ancora che ella intendeva di fare e avendo in ciò piena
licenzia da loro, ivi a pochi giorni andò alla chiesa come
usata era; la quale come il proposto vide, così se ne venne
verso lei e, come far soleva, per un modo parentevole seco
entrò in parole.</p>
<p>La donna, vedendol venire e verso lui riguardando, gli fece
lieto viso; e da una parte tiratisi, avendole il proposto
molte parole dette al modo usato, la donna dopo un gran
sospiro disse: “Messere, io ho udito assai volte che egli
non è alcun castello sì forte, che, essendo ogni dì
combattuto, non venga fatto d'esser preso una volta; il che
io veggo molto bene in me essere avvenuto. Tanto ora con
dolci parole e ora con una piacevolezza e ora con un'altra
mi sete andato da torno, che voi m'avete fatto rompere il
mio proponimento: e son disposta, poscia che io così vi
piaccio, a volere esser vostra.”</p>
<p>Il proposto tutto lieto disse: “Madonna, gran mercé; e a
dirvi il vero, io mi sono forte maravigliato come voi vi
siete tanto tenuta, pensando che mai più di niuna non
m'avenne: anzi ho io alcuna volta detto: ‘Se le femine
fossero d'ariento, elle non varrebbon denaio, per ciò che
niuna se ne terrebbe a martello’. Ma lasciamo andare ora
questo: quando e dove potrem noi essere insieme?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Signor mio dolce, il quando
potrebbe essere qualora più ci piacesse, per ciò che io non
ho marito a cui mi convenga render ragione delle notti; ma
io non so pensare il dove.</p>
<p>Disse il proposto: “Come no? o in casa vostra?”</p>
<p>Rispose la donna: “Messer, voi sapete che io ho due
fratelli giovani, li quali e di dì e di notte vengono in
casa con lor brigate, e la casa mia non è troppo grande: e
per ciò esser non vi si potrebbe, salvo chi non volesse
starvi a modo di mutolo senza far motto o zitto alcuno e al
buio a modo di ciechi: vogliendo far così, si potrebbe, per
ciò che essi non s'impacciano nella camera mia, ma è la loro
sì allato alla mia, che paroluzza sì cheta non si può dire,
che non si senta.”</p>
<p>Disse allora il proposto: “Madonna, per questo non rimanga
per una notte o per due, intanto che io pensi dove noi
possiamo essere in altra parte con più agio.”</p>
<p>La donna disse: “Messere, questo stea pure a voi, ma d'una
cosa vi priego: che questo stea segreto, che mai parola non
se ne sappia.”</p>
<p>Il proposto disse allora: “Madonna, non dubitate di ciò,
e, se esser puote, fate che istasera noi siamo insieme.”</p>
<p>La donna disse: “Piacemi”, e datogli l'ordine come e
quando venir dovesse, si partì e tornossi a casa.</p>
<p>Aveva questa donna una sua fante, la quale non era però
troppo giovane, ma ella aveva il più brutto viso e il più
contraffatto che si vedesse mai: ché ella aveva il naso
schiacciato forte e la bocca torta e le labbra grosse e i
denti mal composti e grandi, e sentiva del guercio, né mai
era senza mal d'occhi, con un color verde e giallo che
pareva che non a Fiesole ma a Sinagaglia avesse fatta la
state, e oltre a tutto questo era sciancata e un poco monca
dal lato destro; e il suo nome era Ciuta, e perché così
cagnazzo viso aveva, da ogni uomo era chiamata Ciutazza; e
benché ella fosse contraffatta della persona, ella era pure
alquanto maliziosetta. La quale la donna chiamò a sé e
dissele: “Ciutazza, se tu mi vuoi fare un servigio
stanotte, io ti donerò una bella camiscia nuova.”</p>
<p>La Ciutazza, udendo ricordar la camiscia, disse: “Madonna,
se voi mi date una camiscia, io mi gitterò nel fuoco, non
che altro.”</p>
<p>“Or ben, “ disse la donna “io voglio che tu giaccia
stanotte con uno uomo entro il letto mio e che tu gli faccia
carezze e guarditi ben di non far motto, sì che tu non fossi
sentita da' fratei miei, che sai che ti dormono allato; e
poscia io ti darò la camiscia.”</p>
<p>La Ciutazza disse: “Sì, dormirò io con sei, non che con
uno, se bisognerà.”</p>
<p>Venuta adunque la sera, messer lo proposto venne come
ordinato gli era stato, e i due giovani, come la donna
composto avea, erano nella camera loro e facevansi ben
sentire: per che il proposto, tacitamente e al buio nella
camera della donna entratosene, se n'andò, come ella gli
disse, al letto, e dall'altra parte la Ciutazza, ben dalla
donna informata di ciò che a fare avesse. Messer lo
proposto, credendosi aver la donna sua allato, si recò in
braccio la Ciutazza e cominciolla a basciare senza dir
parola, e la Ciutazza lui; e cominciossi il proposto a
sollazzar con lei, la possession pigliando de' beni
lungamente disiderati.</p>
<p>Quando la donna ebbe questo fatto, impose a' fratelli che
facessero il rimanente di ciò che ordinato era; li quali,
chetamente della camera usciti, n'andarono verso la piazza,
e fu lor la fortuna in quello che far voleano più favorevole
che essi medesimi non dimandavano; per ciò che, essendo il
caldo grande, aveva domandato il vescovo di questi due
giovani, per andarsi infino a casa lor diportando e ber con
loro. Ma come venir gli vide, così detto loro il suo
disidero con loro si mise in via; e in una lor corticella
fresca entrato, dove molti lumi accesi erano, con gran
piacer bevve d'un lor buon vino.</p>
<p>E avendo bevuto, dissono i giovani: “Messer, poi che tanta
di grazia n'avete fatta, che degnato siete di visitar questa
nostra piccola casetta, alla quale noi venavamo a invitarvi,
noi vogliam che vi piaccia di voler vedere una cosetta che
noi vi vogliam mostrare.”</p>
<p>Il vescovo rispose che volentieri: per che l'un de'
giovani, preso un torchietto acceso in mano e messosi
innanzi, seguitandolo il vescovo e tutti gli altri, si
dirizzò verso la camera dove messer lo proposto giaceva con
la Ciutazza; il quale, per giugner tosto, s'era affrettato
di cavalcare e era, avanti che costor quivi venissero,
cavalcato già delle miglia più di tre, per che istanchetto,
avendo non ostante il caldo la Ciutazza in braccio, si
riposava. Entrato adunque con lume in mano il giovane nella
camera, e il vescovo appresso e poi tutti gli altri, gli fu
mostrato il proposto con la Ciutazza in braccio. In questo
destatosi messer lo proposto e veduto il lume e questa gente
da tornosi, vergognandosi forte e temendo, mise il capo
sotto i panni; al quale il vescovo disse una gran villania e
fecegli trarre il capo fuori e vedere con cui giaciuto era.
Il proposto, conosciuto lo 'nganno della donna, sì per
quello e sì per lo vituperio che aver gli parea, subito
divenne il più doloroso uomo che fosse mai; e per
comandamento del vescovo rivestitosi, a patire gran
penitenza del peccato commesso con buona guardia ne fu
mandato alla casa. Volle il vescovo appresso sapere come
questo fosse avvenuto, che egli quivi con la Ciutazza fosse
a giacere andato. I giovani gli dissero ordinatamente ogni
cosa; il che il vescovo udito, commendò molto la donna e i
giovani altressi, che, senza volersi del sangue de' preti
imbrattar le mani, lui sì come egli era degno avean
trattato.</p>
<p>Questo peccato gli fece il vescovo piagnere quaranta dì ma
amore e isdegno gliele fecero piagnere più di quarantanove;
senza che, poi a un gran tempo, egli non poteva mai andar
per via che egli non fosse da' fanciulli mostrato a dito, li
quali dicevano: “Vedi colui che giacque con la Ciutazza”;
il che gli era sì gran noia, che egli ne fu quasi in su lo
'mpazzare. E in così fatta guisa la valente donna si tolse
da dosso la noia dello impronto proposto, e la Ciutazza
guadagnò la camiscia.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Tre giovani traggono le brache a un giudice marchigiano in
Firenze, mentre che egli, essendo al banco, teneva
ragione.</emph></p></argument>
<p>Fatto aveva Emilia fine al suo ragionamento, essendo stata
la vedova donna commendata da tutti, quando la reina a
Filostrato guardando disse:–A te viene ora il dover dire.–
Per la qual cosa egli prestamente rispose sé essere
apparecchiato, e cominciò:</p>
<p>–Dilettose donne, il giovane che Elissa poco avanti
nominò, cioè Maso del Saggio, mi farà lasciare stare una
novella la quale io di dire intendeva, per dirne una di lui
e d'alcuni suoi compagni: la quale ancora che disonesta non
sia per ciò che vocaboli in essa s'usano che voi d'usar vi
vergognate, nondimeno è ella tanto da ridere, che io la pur
dirò.</p>
<p>Come voi tutte potete avere udito, nella nostra città
vegnono molto spesso rettori marchigiani, li quali
generalmente sono uomini di povero cuore e di vita tanto
strema e tanto misera, che altro non pare ogni lor fatto che
una pidocchieria: e per questa loro innata miseria e
avarizia menan seco e giudici e notari che paiono uomini
levati più tosto dall'aratro o tratti dalla calzoleria, che
delle scuole delle leggi. Ora, essendovene venuto uno per
podestà, tra gli altri molti giudici che seco menò, ne menò
uno il quale si facea chiamare messer Niccola da San
Lepidio, il quale pareva più tosto un magnano che altro a
vedere, e fu posto costui tra gli altri giudici a udire le
quistion criminali. E come spesso avviene che, bene che i
cittadini non abbiano a fare cosa del mondo a Palagio, pur
talvolta vi vanno, avvenne che Maso del Saggio una mattina,
cercando d'un suo amico, v'andò; e venutogli guardato là
dove questo messer Niccola sedeva, parendogli che fosse un
nuovo uccellone, tutto il venne considerando. E come che
egli gli vedesse il vaio tutto affummicato in capo e un
pennaiuolo a cintola e più lunga la gonnella che la
guarnacca e assai altre cose tutte strane da ordinato e
costumato uomo, tra queste una, ch'è più notabile che alcuna
dell'altre al parer suo, ne gli vide, e ciò fu un paio di
brache, le quali, sedendo egli e i panni per istrettezza
standogli aperti dinanzi, vide che il fondo loro infino a
mezza gamba gli agiugnea.</p>
<p>Per che, senza star troppo a guardarle, lasciato quello che
andava cercando, incominciò a far cerca nuova; e trovò due
suoi compagni, de' quali l'uno aveva nome Ribi e l'altro
Matteuzzo, uomini ciascun di loro non meno sollazzevoli che
Maso, e disse loro: “Se vi cal di me, venite meco infino a
Palagio, ché io vi voglio mostrare il più nuovo squasimodeo
che voi vedeste mai.”</p>
<p>E con loro andatisene in Palagio, mostrò loro questo
giudice e le brache sue. Costoro dalla lungi cominciarono a
ridere di questo fatto: e fattisi più vicini alle panche
sopra le quali messer lo giudice stava, vider che sotto
quelle panche molto leggiermente si poteva andare, e oltre a
ciò videro rotta l'asse sopra la quale messer lo giudicio
teneva i piedi, tanto che a grande agio vi si poteva mettere
la mano e 'l braccio.</p>
<p>E allora Maso disse a' compagni: “Io voglio che noi gli
traiamo quelle brache del tutto, per ciò che si può troppo
bene.”</p>
<p>Aveva già ciascun de' compagni veduto come: per che, fra sé
ordinato che dovessero fare e dire, la seguente mattina vi
ritornarono: e essendo la corte molto piena d'uomini,
Matteuzzo, che persona non se ne avvide, entrò sotto il
banco e andossene a punto sotto il luogo dove il giudice
teneva i piedi.</p>
<p>Maso, dall'un de' lati accostatosi a messer lo giudice, il
prese per lo lembo della guarnacca; e Ribi accostatosi
dall'altro e fatto il simigliante, incominciò Maso a dire:
“Messer, o messere: io vi priego per Dio che, innanzi che
cotesto ladroncello, che v'è costì dallato, vada altrove,
che voi mi facciate rendere un mio paio d'uose le quali egli
m'ha imbolate, e dice pur di no; e io il vidi, non è ancora
un mese, che le faceva risolare.”</p>
<p>Ribi dall'altra parte gridava forte: “Messere, non gli
credete, ché egli è un ghiottoncello; e perché egli sa che
io son venuto a richiamarmi di lui d'una valigia la quale
egli m'ha imbolata, è egli testé venuto e dice dell'uose,
che io m'aveva in casa infin vie l'altrieri; e se voi non mi
credeste, io vi posso dare per testimonia la trecca mia da
lato e la Grassa ventraiuola e uno che va ricogliendo la
spazzatura da Santa Maria a Verzaia, che 'l vide quando egli
tornava di villa.”</p>
<p>Maso d'altra parte non lasciava dire a Ribi, anzi gridava,
e Ribi gridava ancora. E mentre che il giudice stava ritto e
loro più vicino per intendergli meglio, Matteuzzo, preso
tempo, mise la mano per lo rotto dell'asse e pigliò il fondo
delle brache del giudice e tirò giù forte: le brache ne
venner giuso incontanente, per ciò che il giudice era magro
e sgroppato. Il quale, questo fatto sentendo e non sappiendo
che ciò si fosse, volendosi tirare i panni dinanzi e
ricoprirsi e porsi a sedere, Maso dall'un lato e Ribi
dall'altro pur tenendolo e gridando forte: “Messer, voi
fate villania a non farmi ragione e non volermi udire e
volervene andare altrove; di così piccola cosa, come questa
è, non si dà libello in questa terra”, e tanto in queste
parole il tennero per li panni, che quanti nella corte
n'erano s'accorsero essergli state tratte le brache. Ma
Matteuzzo, poi che alquanto tenute l'ebbe, lasciatele, se ne
uscì fuori e andossene senza esser veduto.</p>
<p>Ribi, parendogli avere assai fatto, disse: “Io fo boto a
Dio d'aiutarmene al sindacato!”</p>
<p>E Maso d'altra parte, lasciatagli la guarnacca, disse:
“No, io ci pur verrò tante volte, che io non vi troverò
così impacciato come voi siete paruto stamane”, e l'uno in
qua e l'altro in là, come più tosto poterono, si partirono.</p>
<p>Messer lo giudice, tirate in sù le brache in presenza
d'ogni uomo, come se da dormir si levasse, accorgendosi pure
allora del fatto, domandò dove fossero andati quegli che
dell'uose e della valigia avevan quistione; ma non
ritrovandosi, cominciò a giurare per le budella di Dio che
e' gli conveniva cognoscere e saper se egli s'usava a
Firenze di trarre le brache a' giudici quando sedevano al
banco della ragione. Il podestà d'altra parte, sentitolo,
fece un grande schiamazzio: poi per suoi amici mostratogli
che questo non gli era fatto se non per mostrargli che i
fiorentin conoscevano che, dove egli doveva aver menati
giudici, egli aveva menati becconi per averne miglior
mercato, per lo migliore si tacque, né più avanti andò la
cosa per quella volta.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Bruno e Buffalmacco imbolano un porco a Calandrino;
fannogli fare la sperienza da ritrovarlo con galle di
gengiovo e con vernaccia, e a lui ne danno due, l'una dopo
l'altra, di quelle del cane confettate in aloè, e pare che
l'abbia avuto egli stesso: fannolo ricomperare, se egli non
vuole che alla moglie il dicano.</emph></p></argument>
<p>Non ebbe prima la novella di Filostrato fine, della quale
molto si rise, che la reina a Filomena impose che seguitando
dicesse; la quale incominciò:</p>
<p>–Graziose donne, come Filostrato fu dal nome di Maso
tirato a dover dire la novella la quale da lui udita avete,
così né più né men son tirata io da quello di Calandrino e
de' compagni suoi a dirne un'altra di loro, la qual, sì come
io credo, vi piacerà.</p>
<p>Chi Calandrino, Bruno e Buffalmacco fossero non bisogna che
io vi mostri, ché assai l'avete di sopra udito: e per ciò,
più avanti faccendomi, dico che Calandrino aveva un suo
poderetto non guari lontan da Firenze, che in dote aveva
avuto dalla moglie, del quale, tra l'altre cose che sù vi
ricoglieva, n'aveva ogni anno un porco; e era sua usanza
sempre colà di dicembre d'andarsene la moglie e egli in
villa, e ucciderlo e quivi farlo salare.</p>
<p>Ora avvenne una volta tra l'altre che, non essendo la
moglie ben sana, Calandrino andò egli solo a uccidere il
porco; la qual cosa sentendo Bruno e Buffalmacco e sappiendo
che la moglie di lui non v'andava, se n'andarono a un prete
loro grandissimo amico, vicino di Calandrino, a starsi con
lui alcun dì. Aveva Calandrino, la mattina che costor
giunsero il dì, ucciso il porco; e vedendogli col prete, gli
chiamò e disse: “Voi siate i ben venuti: io voglio che voi
veggiate che massaio io sono”; e menatigli in casa, mostrò
loro questo porco.</p>
<p>Videro costoro il porco esser bellissimo e da Calandrino
intesero che per la famiglia sua il voleva salare; a cui
Brun disse: “Deh! come tu se' grosso! Vendilo e godianci i
denari e a mogliata dì che ti sia stato imbolato.”</p>
<p>Calandrin disse: “No, ella nol crederebbe, e caccerebbomi
fuor di casa: non v'impacciate, ché io nol farei mai.”</p>
<p>Le parole furono assai ma niente montarono. Calandrino
gl'invitò a cena cotale alla trista, sì che costor non vi
vollon cenare e partirsi da lui.</p>
<p>Disse Bruno a Buffalmacco: “Vogliangli noi imbolare
stanotte quel porco?”</p>
<p>Disse Buffalmacco: “O come potremmo noi?”</p>
<p>Disse Bruno: “Il come ho io ben veduto, se egli nol muta
di là ove egli era testé.”</p>
<p>“Adunque” disse Buffalmacco “faccianlo; perché nol
faremmo noi? E poscia cel goderemo qui insieme col</p>
<p>domine.”</p>
<p>Il prete disse che gli era molto caro; disse allora Bruno:
“Qui si vuole usare un poco d'arte. Tu sai, Buffalmacco,
come Calandrino è avaro e come egli bee volentieri quando
altri paga: andiamo e menianlo alla taverna; quivi il prete
faccia vista di pagar tutto per onorarci e non lasci pagare
a lui nulla: egli si ciurmerà, e verracci troppo ben fatto
poi, per ciò che egli è solo in casa.”</p>
<p>Come Brun disse, così fecero. Calandrino, veggendo che il
prete non lo lasciava pagare, si diede in sul bere, e benché
non ne gli bisognasse troppo, pur si caricò bene: e essendo
già buona ora di notte quando dalla taverna si partì, senza
volere altramenti cenare, se n'entrò in casa, e credendosi
aver serrato l'uscio il lasciò aperto e andossi a letto.
Buffalmacco e Bruno se n'andarono a cenar col prete: e, come
cenato ebbero, presi loro argomenti per entrare in casa
Calandrino là onde Bruno aveva divisato, là chetamente
n'andarono; ma trovando aperto l'uscio, entraron dentro e
ispiccato il porco via a casa del prete nel portarono e,
ripostolo, se n'andarono a dormire.</p>
<p>Calandrino, essendogli il vino uscito del capo, si levò la
mattina; e come scese giù guardò e non vide il porco suo e
vide l'uscio aperto: per che, domandato quello e quell'altro
se sapessero chi il porco s'avesse avuto, e non trovandolo,
incominciò a fare il romor grande: oisé, dolente sé, che il
porco gli era stato imbolato. Bruno e Buffalmacco levatisi
se ne andarono verso Calandrino per udir ciò che egli del
porco dicesse; il quale, come gli vide, quasi piagnendo
chiamati, disse: “Oimè, compagni miei, che il porco mio m'è
stato imbolato!”</p>
<p>Bruno accostatoglisi pianamente gli disse: “Maraviglia che
se' stato savio una volta!”</p>
<p>“Oimè” disse Calandrino “ché io dico da dovero.”</p>
<p>“Così dì, “ diceva Bruno “grida forte, sì che paia bene
che sia stato così.”</p>
<p>Calandrino gridava allora più forte e diceva: “Al corpo di
Dio, che io dico da dovero che egli m'è stato imbolato.”</p>
<p>E Brun diceva: “Ben dì, ben dì: e' si vuol ben dir così,
grida forte, fatti ben sentire, sì che egli paia vero.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Tu mi faresti dar l'anima al nemico: io
dico che tu non mi credi, se io non sia impiccato per la
gola, che egli m'è stato imbolato!”</p>
<p>Disse allora Bruno: “Deh! come dee potere esser questo? Io
il vidi pure ieri costì: credimi tu far credere che egli sia
volato?”</p>
<p>Disse Calandrino: “Egli è come io ti dico.”</p>
<p>“Deh!” disse Bruno “può egli essere?”</p>
<p>“Per certo” disse Calandrino “egli è così, di che io son
diserto e non so come io mi torni a casa: mogliema nol mi
crederà, e se ella il mi pur crede, io non avrò uguanno pace
con lei.”</p>
<p>Disse allora Bruno: “Se Dio mi salvi, questo è mal fatto,
se vero è; ma tu sai, Calandrino, che ieri io t'insegnai dir
così: io non vorrei che tu a un'ora ti facessi beffe di
moglieta e di noi.”</p>
<p>Calandrino incominciò a gridare e a dire: “Deh perché mi
farete disperare? e bestemmiare Idio e' santi e ciò che v'è?
Io vi dico che il porco m'è stato stanotte imbolato.”</p>
<p>Disse allora Buffalmacco: “S'egli è pur così, vuolsi veder
via, se noi sappiamo, di riaverlo.”</p>
<p>“E che via” disse Calandrino “potrem noi trovare?”</p>
<p>Disse allora Buffalmacco: “Per certo egli non c'è venuto
d'India niuno a torti il porco: alcuno di questi tuoi vicini
dee essere stato, e per ciò, se tu gli potessi ragunare, io
so fare la esperienza del pane e del formaggio e vederemmo
di botto chi l'ha avuto.”</p>
<p>“Sì, “ disse Bruno “ben farai con pane e con formaggio a
certi gentilotti che ci ha da torno! ché son certo che alcun
di lor l'ha avuto, e avvederebbesi del fatto e non ci
vorrebbe venire.”</p>
<p>“Come è adunque da fare?” disse Buffalmacco.</p>
<p>Rispose Bruno: “Vorrebbesi fare con belle galle di
gengiovo e con bella vernaccia, e invitargli a bere: essi
non sel penserebbono e verrebbono, e così si possono
benedicer le galle del gengiovo come il pane e 'l cascio.”</p>
<p>Disse Buffalmacco: “Per certo tu di' il vero; e tu,
Calandrino, che di'? voglianlo fare?”</p>
<p>Disse Calandrino: “Anzi ve ne priego io per l'amor di Dio;
ché, se io sapessi pure chi l'ha avuto, sì mi parrebbe
essere mezzo consolato.”</p>
<p>“Or via, “ disse Bruno “io sono acconcio d'andare infino
a Firenze per quelle cose in tuo servigio, se tu mi dai i
denari.”</p>
<p>Aveva Calandrino forse quaranta soldi, li quali egli gli
diede. Bruno, andatosene a Firenze a un suo amico speziale,
comperò una libra di belle galle e fecene far due di quelle
del cane, le quali egli fece confettare in uno aloè patico
fresco; poscia fece dar loro le coverte del zucchero come
avevan l'altre, e per non ismarrirle o scambiarle fece lor
fare un certo segnaluzzo, per lo quale egli molto ben le
conoscea; e comperato un fiasco d'una buona vernaccia, se ne
tornò in villa a Calandrino e dissegli: “Farai che tu
inviti domattina a ber con teco tutti coloro di cui tu hai
sospetto: egli è festa, ciascun verrà volentieri, e io farò
stanotte insieme con Buffalmacco la 'ncantagione sopra le
galle e recherolleti domattina a casa, e per tuo amore io
stesso le darò e farò e dirò ciò che fia da dire e da
fare.”</p>
<p>Calandrino così fece. Ragunata adunque una buona brigata
tra di giovani fiorentini che per la villa erano e di
lavoratori, la mattina vegnente, dinanzi alla chiesa intorno
all'olmo, Bruno e Buffalmacco vennono con una scatola di
galle e col fiasco del vino: e fatti stare costoro in
cerchio, disse Bruno: “Signori, e' mi vi convien dir la
cagione per che voi siete qui, acciò che, se altro avvenisse
che non vi piacesse, voi non v'abbiate a ramaricar di me. A
Calandrin, che qui è, fu ier notte tolto un suo bel porco,
né sa trovare chi avuto se l'abbia; e per ciò che altri che
alcun di noi che qui siamo non gliele dee potere aver tolto,
esso, per ritrovar chi avuto l'ha, vi dà a mangiar queste
galle una per uno, e bere; e infino da ora sappiate che chi
avuto avrà il porco non potrà mandar giù la galla, anzi gli
parrà più amara che veleno e sputeralla; e per ciò, anzi che
questa vergogna gli sia fatta in presenza di tanti è forse
meglio che quel cotale che avuto l'avesse in penitenza il
dica al sere, e io mi rimarrò di questo fatto.”</p>
<p>Ciascun che v'era disse che ne voleva volentier mangiare:
per che Bruno, ordinatigli e messo Calandrino tra loro,
cominciatosi all'un de' capi, cominciò a dare a ciascun la
sua; e, come fu per mei Calandrino, presa una delle canine,
gliele pose in mano. Calandrino prestamente la si gittò in
bocca e cominciò a masticare, ma sì tosto come la lingua
sentì l'aloè, così Calandrino, non potendo l'amaritudine
sostenere, la sputò fuori. Quivi ciascun guatava nel viso
l'uno all'altro per veder chi la sua sputasse; e non avendo
Bruno ancora compiuto di darle, non faccendo sembiante
d'intendere a ciò, s'udì dir dietro: “Eia, Calandrino, che
vuol dir questo?” per che prestamente rivolto e veduto che
Calandrino la sua aveva sputata, disse: “Aspettati, forse
che alcuna altra cosa gliele fece sputare: tenne un'altra”;
e presa la seconda, gliele mise in bocca e fornì di dare
l'altre che a dare avea. Calandrino, se la prima gli era
paruta amara, questa gli parve amarissima: ma pur
vergognandosi di sputarla, alquanto masticandola la tenne in
bocca, e tenendola cominciò a gittar le lagrime che parevan
nocciuole sì eran grosse; e ultimamente, non potendo più, la
gittò fuori come la prima aveva fatto. Buffalmacco faceva
dar bere alla brigata e Bruno: li quali insieme con gli
altri questo vedendo tutti dissero che per certo Calandrino
se l'aveva imbolato egli stesso; e furonvene di quegli che
aspramente il ripresero.</p>
<p>Ma pur, poi che partiti si furono, rimasi Bruno e
Buffalmacco con Calandrino, gl'incominciò Buffalmacco a
dire: “Io l'aveva per lo certo tuttavia che tu te l'avevi
avuto tu, e a noi volevi mostrare che ti fosse stato
imbolato per non darci una volta bere de' denari che tu
n'avesti.”</p>
<p>Calandrino, il quale ancora non aveva sputata l'amaritudine
dello aloè, incominciò a giurare che egli avuto non l'avea.</p>
<p>Disse Buffalmacco: “Ma che n'avesti, sozio, alla buona fé?
avestine sei?”</p>
<p>Calandrino, udendo questo, s'incominciò a disperare; a cui
Brun disse: “Intendi sanamente, Calandrino, che egli fu
tale nella brigata che con noi mangiò e bevé, che mi disse
che tu avevi quinci sù una giovinetta che tu tenevi a tua
posta e davile ciò che tu potevi rimedire, e che egli aveva
per certo che tu l'avevi mandato questo porco. Tu sì hai
apparato a esser beffardo! Tu ci menasti una volta giù per
lo Mugnone raccogliendo pietre nere: e quando tu ci avesti
messi in galea senza biscotto, e tu te ne venisti e poscia
ci volevi far credere che tu l'avessi trovata! e ora
similmente ti credi co' tuoi giuramenti far credere altressì
che il porco, che tu hai donato o ver venduto, ti sia stato
imbolato. Noi sì siamo usi delle tue beffe e conoscianle; tu
non ce ne potresti far più! E per ciò, a dirti il vero, noi
ci abbiamo durata fatica in far l'arte, per che noi
intendiamo che tu ci doni due paia di capponi, se non che
noi diremo a monna Tessa ogni cosa.”</p>
<p>Calandrino, vedendo che creduto non gli era, parendogli
avere assai dolore, non volendo anche il riscaldamento della
moglie, diede a costoro due paia di capponi; li quali,
avendo essi salato il porco, portatisene a Firenze,
lasciaron Calandrino col danno e con le beffe.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Uno scolare ama una donna vedova, la quale, innamorata
d'altrui, una notte di verno il fa stare sopra la neve a
aspettarsi; la quale egli poi, con un suo consiglio, di
mezzo luglio ignuda tutto un dì la fa stare in sù una torre
alle mosche e a' tafani e al sole.</emph></p></argument>
<p>Molto avevan le donne riso del cattivello di Calandrino, e
più n'avrebbono ancora, se stato non fosse che loro increbbe
di vedergli torre ancora i capponi a coloro che tolto gli
avevano il porco. Ma poi che la fine fu venuta, la reina a
Pampinea impose che dicesse la sua; e essa prestamente così
cominciò:</p>
<p>–Carissime donne, spesse volte avviene che l'arte è
dall'arte schernita, e per ciò è poco senno il dilettarsi di
schernire altrui. Noi abbiamo per più novellette dette riso
molto delle beffe state fatte, delle quali niuna vendetta
esserne stata fatta s'è raccontato: ma io intendo di farvi
avere alquanta compassione d'una giusta retribuzione a una
nostra cittadina renduta, alla quale la sua beffa presso che
con morte, essendo beffata, ritornò sopra il capo. E questo
udire non sarà senza utilità di voi, per ciò che meglio di
beffare altrui vi guarderete, e farete gran senno.</p>
<p>Egli non sono ancora molti anni passati che in Firenze fu
una giovane del corpo bella e d'animo altiera e di legnaggio
assai gentile, de' beni della fortuna convenevolmente
abondante, e nominata Elena. La quale rimasa del suo marito
vedova mai più maritar non si volle, essendosi ella d'un
giovinetto bello e leggiadro a sua scelta innamorato; e da
ogni altra sollecitudine sviluppata, con l'opera d'una sua
fante, di cui ella si fidava molto, spesse volte con lui con
maraviglioso diletto si dava buon tempo. Avvenne in questi
tempi che un giovane chiamato Rinieri, nobile uomo della
nostra città, avendo lungamente studiato a Parigi, non per
vender poi la sua scienza a minuto, come molti fanno, ma per
sapere la ragion delle cose e la cagion d'esse, il che
ottimamente sta in gentile uomo, tornò da Parigi a Firenze;
e quivi onorato molto sì per la sua nobiltà e sì per la sua
scienza cittadinescamente viveasi.</p>
<p>Ma come spesso avviene coloro ne' quali è più l'avvedimento
delle cose profonde più tosto da amore essere incapestrati,
avvenne a questo Rinieri. Al quale, essendo egli un giorno
per via di diporto andato a una festa, davanti agli occhi si
parò questa Elena, vestita di nero sì come le nostre vedove
vanno, piena di tanta bellezza al suo giudicio e di tanta
piacevolezza quanto alcuna altra ne gli fosse mai paruta
vedere; e seco estimò colui potersi beato chiamare al quale
Idio grazia facesse lei potere ignuda nelle braccia tenere.
E una volta e altra cautamente riguardatala, e conoscendo
che le gran cose e care non si possono senza fatica
acquistare, seco diliberò del tutto di porre ogni pena e
ogni sollecitudine in piacere a costei, acciò che per lo
piacerle il suo amore acquistasse e per questo il potere
aver copia di lei.</p>
<p>La giovane donna, la quale non teneva gli occhi fitti in
inferno ma, quello e più tenendosi che ella era,
artificiosamente movendogli si guardava dintorno e
prestamente conosceva chi con diletto la riguardava; e
accortasi di Rinieri, in se stessa ridendo disse: “Io non
ci sarò oggi venuta invano, ché, se io non erro, io avrò
preso un paolin per lo naso.” E cominciatolo con la coda
dell'occhio alcuna volta a guardare, in quanto ella poteva
s'ingegnava di dimostrargli che di lui gli calesse, d'altra
parte pensandosi che quanti più n'adescasse e prendesse col
suo piacere, tanto di maggior pregio fosse la sua bellezza e
massimamente a colui al quale ella insieme col suo amore
l'aveva data.</p>
<p>Il savio scolare, lasciati i pensier filosofici da una
parte, tutto l'animo rivolse a costei; e, credendosi doverle
piacere, la sua casa apparata, davanti v'incominciò a
passare con varie cagioni colorando l'andate. Al quale la
donna, per la cagion già detta di ciò seco stessa vanamente
gloriandosi, mostrava di vederlo assai volentieri: per la
qual cosa lo scolare, trovato modo, s'accontò con la fante
di lei e il suo amor le scoperse e la pregò che con la sua
donna operasse sì, che la grazia di lei potesse avere.</p>
<p>La fante promise largamente e alla sua donna il raccontò;
la quale con le maggior risa del mondo l'ascoltò e disse:
“Hai veduto dove costui è venuto a perdere il senno che
egli ci ha da Parigi recato? Or via, diangli di quello ch'e'
va cercando. Dira'gli, qualora egli ti parla più, che io amo
molto più lui che egli non ama me, ma che a me si convien di
guardar l'onestà mia, sì che io con l'altre donne possa
andare a fronte scoperta: di che egli, se così è savio come
si dice, mi dee molto più cara avere.” Ahi cattivella,
cattivella! ella non sapeva ben, donne mie, che cosa è il
mettere in aia con gli scolari. La fante, trovatolo, fece
quello che dalla donna sua le fu imposto. Lo scolar lieto
procedette a più caldi prieghi e a scriver lettere e a
mandar doni, e ogni cosa era ricevuta ma indietro non
venivan risposte se non generali: e in questa guisa il tenne
gran tempo in pastura.</p>
<p>Ultimamente, avendo ella al suo amante ogni cosa scoperta e
egli essendose con lei alcuna volta turbato e alcuna gelosia
presane, per mostrargli che a torto di ciò di lei
sospicasse, sollecitandola lo scolar molto, la sua fante gli
mandò, la quale da sua parte gli disse che ella tempo mai
non aveva avuto da poter far cosa che gli piacesse poi che
del suo amore fatta l'aveva certa, se non che per le feste
del Natale che s'apressava ella sperava di potere esser con
lui: e per ciò la seguente sera alla festa, di notte, se gli
piacesse, nella sua corte se ne venisse, dove ella per lui,
come prima potesse, andrebbe. Lo scolare, più che altro uom
lieto, al tempo impostogli andò alla casa della donna: e
messo dalla fante in una corte e dentro serratovi quivi la
donna cominciò a aspettare.</p>
<p>La donna, avendosi quella sera fattosi venire il suo amante
e con lui lietamente avendo cenato, ciò che fare quella
notte intendeva gli ragionò aggiugnendo: “E potrai vedere
quanto e quale sia l'amore il quale io ho portato e porto a
colui del quale scioccamente hai gelosia presa.” Queste
parole ascoltò l'amante con gran piacer d'animo, disideroso
di veder per opera ciò che la donna con parole gli dava a
intendere. Era per avventura il dì davanti a quello nevicato
forte, e ogni cosa di neve era coperta; per la qual cosa lo
scolare fu poco nella corte dimorato, che egli cominciò a
sentir più freddo che voluto non avrebbe; ma aspettando di
ristorarsi pur pazientemente il sosteneva.</p>
<p>La donna al suo amante disse dopo alquanto: “Andiancene in
camera e da una finestretta guardiamo ciò che colui, di cui
se' divenuto geloso, fa, e quello che egli risponderà alla
fante la quale io gli ho mandata a favellare.”</p>
<p>Andatisene adunque costoro a una finestretta e veggendo
senza esser veduti, udiron la fante da un'altra favellare
allo scolare e dire: “Rinieri, madonna è la più dolente
femina che mai fosse, per ciò che egli ci è stasera venuto
un de' suoi fratelli e ha molto con lei favellato, e poi
volle cenar con lei e ancora non se n'è andato, ma io credo
che egli se n'andrà tosto; e per questo non è ella potuto
venire a te ma tosto verrà oggimai: ella ti priega che non
ti incresca l'aspettare.”</p>
<p>Lo scolare, credendo questo esser vero, rispose: “Dirai
alla mia donna che di me niun pensier si dea infino a tanto
che ella possa con suo acconcio per me venire, ma che questo
ella faccia come più tosto può.”</p>
<p>La fante dentro tornatasi se n'andò a dormire; la donna
allora disse al suo amante: “Ben, che dirai? credi tu che
io, se quel ben gli volessi che tu temi, sofferissi che egli
stesse là giù a agghiacciare?” E questo detto, con l'amante
suo, che già in parte era contento, se n'andò a letto, e
grandissima pezza stettero in festa e in piacere, del misero
scolare ridendosi e faccendosi beffe.</p>
<p>Lo scolare andando per la corte sé essercitava per
riscaldarsi, né aveva dove porsi a sedere né dove fuggire il
sereno, e maladiceva la lunga dimora del fratel con la
donna; e ciò che udiva credeva che uscio fosse che per lui
dalla donna s'aprisse, ma invano sperava.</p>
<p>Essa infino vicino della mezzanotte col suo amante
sollazzatasi, gli disse: “Che ti pare, anima mia, dello
scolar nostro? qual ti par maggiore o il suo senno o l'amor
ch'io gli porto? faratti il freddo che io gli fo patire
uscir del petto quello che per li miei motti vi t'entrò
l'altrieri?”</p>
<p>L'amante rispose: “Cuor del corpo mio, sì, assai conosco
che così come tu se' il mio bene e il mio reposo e il mio
diletto e tutta la mia speranza, così sono io la tua.”</p>
<p>“Adunque” diceva la donna “or mi bascia ben mille volte,
a veder se tu di' vero.” Per la qual cosa l'amante
abbracciandola stretta, non che mille ma più di centomilia
la basciava.</p>
<p>E poi che in cotale ragionamento stati furono alquanto,
disse la donna: “Deh! levianci un poco e andiamo a vedere
se 'l fuoco è punto spento nel quale questo mio novello
amante tutto il dì mi scrivea che ardeva.”</p>
<p>E levati, alla finestretta usata n'andarono; e nella corte
guardando, videro lo scolare far su per la neve una carola
trita, al suono d'un batter di denti che egli faceva per
troppo freddo, sì spessa e ratta, che mai simile veduta non
aveano. Allora disse la donna: “Che dirai, speranza mia
dolce? parti che io sappia far gli uomini carolare senza
suono di trombe o di cornamusa?”</p>
<p>A cui l'amante ridendo rispose: “Diletto mio grande, sì.”</p>
<p>Disse la donna: “Io voglio che noi andiamo in fin giù
all'uscio: tu ti starai cheto e io gli parlerò: e udirem
quello che egli dirà e per avventura n'avremo non men festa
che noi abbiam di vederlo.” E aperta la camera chetamente
se ne scesero all'uscio: e quivi, senza aprir punto, la
donna con voce sommessa da un pertugetto che v'era il
chiamò.</p>
<p>Lo scolare, udendosi chiamare, lodò Idio credendosi troppo
bene entrar dentro, e accostatosi all'uscio disse: “Eccomi
qui, madonna: aprite per Dio, ché io muoio di freddo.”</p>
<p>La donna disse: “O sì, che io so che tu se' uno
assiderato! e anche è il freddo molto grande, perché costì
sia un poco di neve! Già so io che elle sono molto maggiori
a Parigi. Io non ti posso ancora aprire, per ciò che questo
mio maladetto fratello, che iersera ci venne meco a cenare,
non se ne va ancora: ma egli se n'andrà tosto, e io verrò
incontanente a aprirti. Io mi son testé con gran fatica
scantonata da lui per venirti a confortare che l'aspettar
non t'incresca.”</p>
<p>Disse lo scolare: “Deh! madonna, io vi priego per Dio che
voi m'apriate, acciò che io possa costì dentro stare al
coperto, per ciò che da poco in qua s'è messa la più folta
neve del mondo, e nevica tuttavia; e io v'attenderò quanto
vi sarà a grado.”</p>
<p>Disse la donna: “Oimè, ben mio dolce, che io non posso,
ché questo uscio fa sì gran romore quando s'apre, che
leggiermente sarei sentita da fratelmo se io t'aprissi: ma
io voglio andare a dirgli che se ne vada, acciò che io possa
poi tornare a aprirti.”</p>
<p>Disse lo scolare: “Ora andate tosto; e priegovi che voi
facciate fare un buon fuoco, acciò che, come io entrerò
dentro, io mi possa riscaldare, ché io son tutto divenuto sì
freddo, che appena sento di me.”</p>
<p>Disse la donna: “Questo non dee potere essere, se quello è
vero che tu m'hai più volte scritto, cioè che tu per l'amor
di me ardi tutto; ma io son certa che tu mi beffi. Ora io
vo: aspettati e sie di buon cuore.”</p>
<p>L'amante, che tutto udiva e aveva sommo piacere, con lei
nel letto tornatosi, poco quella notte dormirono, anzi quasi
tutta in lor diletto e in farsi beffe dello scolare
consumarono.</p>
<p>Lo scolar cattivello, quasi cicogna divenuto sì forte
batteva i denti, accorgendosi d'esser beffato più volte
tentò l'uscio se aprir lo potesse e riguardò se altronde ne
potesse uscire; né vedendo il come, faccendo le volte del
leone, maladiceva la qualità del tempo, la malvagità della
donna e la lunghezza della notte insieme con la sua
semplicità, e sdegnato forte verso di lei, il lungo e
fervente amor portatole subitamente in crudo e acerbo odio
trasmutò, seco gran cose e varie volgendo a trovar modo alla
vendetta, la quale ora molto più disiderava che prima
d'esser con la donna non avea disiato.</p>
<p>La notte, dopo molta e lunga dimoranza, s'avicinò al dì e
cominciò l'alba a apparire; per la qual cosa la fante della
donna ammaestrata scesa giù aperse la corte, e mostrando
d'aver compassion di costui disse: “Mala ventura possa egli
avere che iersera ci venne! Egli n'ha tutta notte tenuta in
bistento e te ha fatto agghiacciare: ma sai che? Portatelo
in pace, ché quello che stanotte non è potuto essere sarà
un'altra volta: so io bene che cosa non potrebbe essere
avvenuta che tanto fosse dispiaciuta a madonna.”</p>
<p>Lo scolare isdegnoso, sì come savio il qual sapeva niuna
altra cosa le minacce essere che arme del minacciato, serrò
dentro al petto suo ciò che la non temperata volontà
s'ingegnava di mandar fuori; e con voce sommessa, senza
punto mostrarsi crucciato, disse: “Nel vero io ho avuta la
piggior notte che io avessi mai, ma bene ho conosciuto che
di ciò non ha la donna alcuna colpa, per ciò che essa
medesima, sì come pietosa di me, infin qua giù venne a
scusar sé e a confortar me; e come tu di', quello che
stanotte non è stato sarà un'altra volta: raccomandalemi e
fatti con Dio.”</p>
<p>E quasi tutto rattrappato, come poté a casa sua se ne
tornò; dove, essendo stanco e di sonno morendo, sopra il
letto si gittò a dormire, donde tutto quasi perduto delle
braccia e delle gambe si destò; per che, mandato per alcun
medico e dettogli il freddo che avuto avea, alla sua salute
fé provedere. Li medici con grandissimi argomenti e con
presti aiutandolo appena dopo alquanto di tempo il poterono
de' nervi guerire e far sì che si distendessero; e se non
fosse che egli era giovane e sopraveniva il caldo, egli
avrebbe avuto troppo da sostenere. Ma ritornato sano e
fresco, dentro il suo odio servando, vie più che mai si
mostrava innamorato della vedova sua.</p>
<p>Ora avvenne, dopo certo spazio di tempo, che la fortuna
apparecchiò caso da poter lo scolare al suo disiderio
sodisfare; per ciò che, essendosi il giovane che dalla
vedova era amato, non avendo alcun riguardo allo amor da lei
portatogli, innamorato d'un'altra donna e non volendo né
poco né molto dire né fare cosa che a lei fosse a piacere,
essa in lagrime e in amaritudine si consumava. Ma la sua
fante, la quale gran compassion le portava, non trovando
modo da levare la sua donna dal dolor preso per lo perduto
amante, vedendo lo scolare al modo usato per la contrada
passare, entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che
l'amante della donna sua a amarla come far solea si dovesse
potere riducere per alcuna nigromantica operazione e che di
ciò lo scolare dovesse esser gran maestro; e disselo alla
sua donna. La donna poco savia, senza pensare che se lo
scolare saputa avesse nigromantia per sé adoperata
l'avrebbe, pose l'animo alle parole della sua fante, e
subitamente le disse che da lui sapesse se fare il volesse e
sicuramente gli promettesse che, per merito di ciò, ella
farebbe ciò che a lui piacesse.</p>
<p>La fante fece l'ambasciata bene e diligentemente; la quale
udendo lo scolare, tutto lieto seco medesimo disse: “Idio,
lodato sie tu: venuto è il tempo che io farò col tuo aiuto
portar pena alla malvagia femina della ingiuria fattami in
premio del grande amore che io le portava”; e alla fante
disse: “Dirai alla mia donna che di questo non stea in
pensiero, ché, se il suo amante fosse in India, io gliele
farò prestamente venire e domandar mercé di ciò che contro
al suo piacere avesse fatto: ma il modo che ella abbia a
tenere intorno a ciò attendo di dire a lei quando e dove più
le piacerà: e così le dì e da mia parte la conforta.” La
fante fece la risposta, e ordinossi che in Santa Lucia dal
Prato fossero insieme.</p>
<p>Quivi venuta la donna e lo scolare, e soli insieme
parlando, non ricordandosi ella che lui quasi alla morte
condotto avesse, gli disse apertamente ogni suo fatto e
quello che disiderava e pregollo per la sua salute; a cui lo
scolar disse: “Madonna, egli è il vero che tra l'altre cose
che io apparai a Parigi si fu nigromantia, della quale per
certo io so ciò che n'è; ma per ciò che ella è di
grandissimo dispiacer di Dio, io avea giurato di mai, né per
me né per altrui, d'adoperarla. E il vero che l'amore il
quale io vi porto è di tanta forza, che io non so come io mi
nieghi cosa che voi vogliate che io faccia; e per ciò, se io
ne dovessi per questo solo andare a casa del diavolo, sì son
presto di farlo poi che vi piace. Ma io vi ricordo che ella
è più malagevole cosa a fare che voi per avventura non
v'avisate, e massimamente quando una donna vuole rivocare
uno uomo a amar sé o l'uomo una donna, per ciò che questo
non si può fare se non per la propria persona a cui
appartiene; e a far ciò convien che chi 'l fa sia di sicuro
animo, per ciò che di notte si convien fare e in luoghi
solitarii e senza compagnia: le quali cose io non so come
voi vi siate a far disposta.”</p>
<p>A cui la donna, più innamorata che savia, rispose: “Amor
mi sprona per sì fatta maniera, che niuna cosa è la quale io
non facessi per riavere colui che a torto m'ha abbandonata;
ma tuttavia, se ti piace, mostrami in che mi convenga esser
sicura.”</p>
<p>Lo scolare, che di mal pelo avea taccata la coda, disse:
“Madonna, a me converrà fare una imagine di stagno in nome
di colui il quale voi disiderate di racquistare: la quale
quando io v'avrò mandata, converrà che voi, essendo la luna
molto scema, ignuda in un fiume vivo, in sul primo sonno e
tutta sola, sette volte con lei vi bagniate; e appresso così
ignuda n'andiate sopra a uno albero o sopra una qualche casa
disabitata, e volta a tramontana con la imagine in mano
sette volte diciate certe parole che io vi darò scritte, le
quali come dette avrete, verranno a voi due damigelle delle
più belle che voi vedeste mai e sì vi saluteranno e
piacevolmente vi domanderanno quello che voi vogliate che si
faccia. A queste farete che voi diciate bene e pienamente i
disideri vostri (e guardatevi che non vi venisse nominato un
per un altro), e come detto l'avrete, elle si partiranno e
voi ve ne potrete scendere al luogo dove i vostri panni
avrete lasciati e rivestirvi e tornarvene a casa. E per
certo egli non sarà mezza la seguente notte che il vostro
amante piagnendo vi verrà a dimandar mercé e misericordia: e
sappiate che mai da questa ora innanzi egli per alcuna altra
non vi lascerà.”</p>
<p>La donna, udendo queste cose e intera fede prestandovi,
parendole il suo amante già riaver nelle braccia, mezza
lieta divenuta disse: “Non dubitare, che queste cose farò
io troppo bene; e ho il più bel destro da ciò del mondo, ché
io ho un podere verso il Valdarno di sopra, il quale è assai
vicino alla riva del fiume; e egli è testé di luglio, che
sarà il bagnarsi dilettevole. E ancora mi ricorda essere non
guari lontana dal fiume una torricella disabitata, se non
che per cotali scale di castagnuoli che vi sono salgono
alcuna volta i pastori sopra un battuto che v'è a guatar di
lor bestie smarrite, luogo molto solingo e fuor di mano;
sopra la quale io saglirò e quivi il meglio del mondo spero
di fare quello che m'imporrai.”</p>
<p>Lo scolare, che ottimamente sapeva e il luogo della donna e
la torricella, contento d'esser certificato della sua
intenzion disse: “Madonna, io non fui mai in coteste
contrade e per ciò non so il podere né la torricella; ma se
così sta come voi dite, non può essere al mondo migliore. E
per ciò, quando tempo sarà, vi manderò la imagine e
l'orazione; ma ben vi priego che, quando il vostro disiderio
avrete e conoscerete che io v'avrò ben servita, che vi
ricordi di me e d'attenermi lo promesso.” A cui la donna
disse di farlo senza alcun fallo; e preso da lui commiato se
ne tornò a casa.</p>
<p>Lo scolar, lieto di ciò che il suo avviso pareva dovere
avere effetto, fece una imagine con sue cateratte e scrisse
una sua favola per orazione; e, quando tempo gli parve, la
mandò alla donna e mandolle a dire che la notte vegnente
senza più indugio dovesse far quello che detto l'avea; e
appresso segretamente con un suo fante se n'andò a casa d'un
suo amico, che assai vicino stava alla torricella, per
dovere al suo pensiero dare effetto.</p>
<p>La donna d'altra parte con la sua fante si mise in via e al
suo poder se n'andò; e come la notte fu venuta, vista
faccendo d'andarsi a letto, la fante ne mandò a dormire; e
in su l'ora del primo sonno, di casa chetamente uscita,
vicino alla torricella sopra la riva d'Arno se n'andò, e
molto da torno guatatosi, né veggendo né sentendo alcuno,
spogliatasi e i suoi panni sotto un cespuglio nascosi, sette
volte con la imagine si bagnò, e appresso, ignuda con la
imagine in mano verso la torricella n'andò. Lo scolare, il
quale in sul fare della notte col suo fante tra salci e
altri alberi presso della torricella nascoso s'era e aveva
tutte queste cose veduto, e passandogli ella quasi allato
così ignuda e egli veggendo lei con la bianchezza del suo
corpo vincere le tenebre della notte e appresso
riguardandole il petto e l'altre parti del corpo e vedendole
belle e seco pensando quali infra piccol termine dovean
divenire, sentì di lei alcuna compassione; e d'altra parte
lo stimolo della carne l'assalì subitamente e fece tale in
piè levare che si giaceva e confortavalo che egli da guato
uscisse e lei andasse a prendere e il suo piacer ne facesse:
e vicin fu a essere tra dall'uno e dall'altro vinto. Ma
nella memoria tornandosi chi egli era e qual fosse la
'ngiuria ricevuta e perché e da cui, e per ciò nello sdegno
raccesosi e la compassione e il carnale appetito cacciati,
stette nel suo proponimento fermo e lasciolla andare. La
donna, montata in su la torre e a tramontana rivolta,
cominciò a dir le parole datele dallo scolare; il quale,
poco appresso nella torricella entrato, chetamente a poco a
poco levò quella scala che saliva in sul battuto dove la
donna era e appresso aspettò quello che ella dovesse dire e
fare.</p>
<p>La donna, detta sette volte la sua orazione, cominciò a
aspettare le due damigelle, e fu sì lungo l'aspettare, senza
che fresco le faceva troppo più che voluto non avrebbe, ella
vide l'aurora apparire; per che, dolente che avvenuto non
era ciò che lo scolare detto l'avea, seco disse: “Io temo
che costui non m'abbia voluta dare una notte chente io diedi
a lui; ma se per ciò questo m'ha fatto, mal s'è saputo
vendicare, ché questa non è stata lunga per lo terzo che fu
la sua, senza che il freddo fu d'altra qualità.” E perché
il giorno quivi non la cogliesse cominciò a volere smontar
della torre, ma ella trovò non esservi la scala. Allora,
quasi come se il mondo sotto i piedi venuto le fosse meno,
le fuggì l'animo e vinta cadde sopra il battuto della torre.
E poi che le forze le ritornarono, miseramente cominciò a
piagnere e a dolersi; e assai ben conoscendo questa dovere
essere stata opera dello scolare, s'incominciò a ramaricare
d'avere altrui offeso e appresso d'essersi troppo fidata di
colui il quale ella doveva meritamente creder nemico; e in
ciò stette lunghissimo spazio.</p>
<p>Poi, riguardando se via alcuna da scender vi fosse e non
veggendola, rincominciato il pianto, entrò in uno amaro
pensiero a se stessa dicendo: “O sventurata, che si dirà
da' tuoi fratelli, da' parenti e da' vicini, e generalmente
da tutti i fiorentini, quando si saprà che tu sii qui
trovata ignuda? La tua onestà, stata cotanta, sarà
conosciuta essere stata falsa; e se tu volessi a queste cose
trovare scuse bugiarde, che pur ce ne avrebbe, il maladetto
scolare, che tutti i fatti tuoi sa, non ti lascerà mentire.
Ahi misera te, che a un'ora avrai perduto il male amato
giovane e il tuo onore!” E dopo queste venne in tanto
dolore, che quasi fu per gittarsi della torre in terra.</p>
<p>Ma essendosi già levato il sole e ella alquanto più
dall'una delle parti più al muro accostatosi della torre,
guardando se alcun fanciullo quivi con le bestie
s'accostasse cui essa potesse mandare per la sua fante,
avvenne che lo scolare, avendo a piè d'un cespuglio dormito
alquanto, destandosi la vide e ella lui; alla quale lo
scolar disse: “Buon dì, madonna: sono ancora venute le
damigelle?”</p>
<p>La donna, vedendolo e udendolo, rincominciò a piagner forte
e pregollo che nella torre venisse, acciò che essa potesse
parlargli. Lo scolare le fu di questo assai cortese.</p>
<p>La donna, postasi a giacer boccone sopra il battuto, il
capo solo fece alla cateratta di quello e piagnendo disse:
“Rinieri, sicuramente, se io ti diedi la mala notte, tu ti
se' ben di me vendicato, per ciò che, quantunque di luglio
sia, mi sono io creduta questa notte stando ignuda
assiderare: senza che io ho tanto pianto e lo 'nganno che io
ti feci e la mia sciocchezza che ti credetti, che maraviglia
è come gli occhi mi sono in capo rimasi. E per ciò io ti
priego, non per amor di me, la quale tu amar non dei, ma per
amor di te, che se' gentile uomo, che ti basti per vendetta
della ingiuria la quale io ti feci quello che infino a
questo punto fatto hai, e faccimi i miei panni recare e che
io possa di qua sù discendere. E non mi voler tor quello che
tu poscia vogliendo render non mi potresti, cioè l'onor mio:
ché, se io tolsi a te l'esser con meco quella notte, io,
ognora che a grado ti fia, te ne posso render molte per
quella una. Bastiti adunque questo: e, come a valente uomo,
sieti assai l'esserti potuto vendicare e l'averlomi fatto
conoscere. Non voler le tue forze contro a una femina
essercitare: niuna gloria è a una aquila l'aver vinta una
colomba; dunque, per l'amor di Dio e per onor di te,
t'incresca di me.”</p>
<p>Lo scolare, con fiero animo seco la ricevuta ingiuria
rivolgendo e veggendo piagnere e pregare, a un'ora aveva
piacere e noia nell'animo: piacere della vendetta la quale
più che altra cosa disiderata avea, e noia sentiva movendolo
la umanità sua a compassion della misera; ma pur, non
potendo la umanità vincere la fierezza dell'appetito,
rispose: “Madonna Elena, se i miei prieghi, li quali nel
vero io non seppi bagnar di lagrime né far melati come tu
ora sai porgere i tuoi, m'avessero impetrato, la notte che
io nella tua corte di neve piena moriva di freddo, di potere
essere stato messo da te pure un poco sotto il coperto,
leggier cosa mi sarebbe al presente i tuoi essaudire; ma se
cotanto ora più che per lo passato del tuo onor ti cale e
ètti grave il costà sù ignuda dimorare, porgi cotesti
prieghi a colui nelle cui braccia non t'increbbe, quella
notte che tu stessa ricordi, ignuda stare, me sentendo per
la tua corte andare i denti battendo e scalpitando la neve,
e a lui ti fa aiutare, a lui ti fa i tuoi panni recare, a
lui ti fa por la scala per la qual tu scenda, in lui
t'ingegna di metter tenerezza del tuo onore, per cui quel
medesimo, e ora e mille altre volte, non hai dubitato di
mettere in periglio. Come nol chiami tu che ti venga a
aiutare? e a cui appartiene egli più che a lui? Tu se' sua:
e quali cose guarderà egli o aiuterà, se egli non guarda e
aiuta te? Chiamalo, stolta che tu se', e pruova se l'amore
il quale tu gli porti e il tuo senno col suo ti possono
dalla mia sciocchezza liberare; la qual, sollazzando con
lui, domandasti quale gli pareva maggiore o la mia
sciocchezza o l'amor che tu gli portavi. Né essere a me ora
cortese di ciò che io non disidero né negare il mi puoi se
io il disiderassi: al tuo amante le tue notti riserba, se
egli avvien che tu di qui viva ti parti: tue si sieno e di
lui: io n'ebbi troppo d'una, e bastimi d'essere stato una
volta schernito. E ancora, la tua astuzia usando nel
favellare, t'ingegni col commendarmi la mia benivolenzia
acquistare e chiamimi gentile uomo e valente, e tacitamente
che io come magnanimo mi ritragga dal punirti della tua
malvagità t'ingegni di fare; ma le tue lusinghe non
m'adombreranno ora gli occhi dello 'ntelletto, come già
fecero le tue disleali promessioni: io mi conosco, né tanto
di me stesso apparai mentre dimorai a Parigi, quanto tu in
una sola notte delle tue mi facesti conoscere. Ma
presupposto che io pur magnanimo fossi, non se' tu di quelle
in cui la magnanimità debba i suoi effetti mostrare: la fine
della penitenza nelle salvatiche fiere come tu se', e
similmente della vendetta, vuole essere la morte, dove negli
uomini quello dee bastare che tu dicesti. Per che,
quantunque io aquila non sia, te non colomba ma velenosa
serpe conoscendo, come antichissimo nemico con ogni odio e
con tutta la forza di perseguire intendo, con tutto che
questo che io ti fo non si possa assai propriamente vendetta
chiamare ma più tosto gastigamento, in quanto la vendetta
dee trapassar l'offesa, e questo non v'agiugnerà: per ciò
che se io vendicar mi volessi, riguardando a che partito tu
ponesti l'anima mia, la tua vita non mi basterebbe
togliendolati, né cento altre alla tua simiglianti, per ciò
che io ucciderei una vile e cattiva e rea feminetta. E da
che diavol, togliendo via cotesto tuo pochetto di viso, il
quale pochi anni guasteranno riempiendolo di crespe, se' tu
più che qualunque altra dolorosetta fante? dove per te non
rimase di far morire un valente uomo, come tu poco avanti mi
chiamasti, la cui vita ancora potrà più in un dì essere
utile al mondo che centomilia tue pari non potranno mentre
il mondo durar dee. Insegnerotti adunque con questa noia che
tu sostieni che cosa sia lo schernir gli uomini che hanno
alcun sentimento e che cosa sia lo schernir gli scolari; e
darotti materia di giammai più in tal follia non cader, se
tu campi. Ma se tu n'hai così gran voglia di scendere, ché
non te ne gitti tu in terra? E a un'ora con l'aiuto di Dio,
fiaccandoti tu il collo, uscirai della pena nella quale
esser ti pare e me farai il più lieto uom del mondo. Ora io
non ti vo' dir più: io seppi tanto fare che io costà sù ti
feci salire; sappi tu ora tanto fare che tu ne scenda, come
tu mi sapesti beffare”.</p>
<p>Parte che lo scolare questo diceva, la misera donna
piagneva continuo e il tempo se n'andava, sagliendo tuttavia
il sol più alto; ma poi che ella il sentì tacer, disse:
“Deh! crudele uomo, se egli ti fu tanto la maladetta notte
grave e parveti il fallo mio così grande, che né ti posson
muovere a pietate alcuna la mia giovane bellezza, le amare
lagrime né gli umili prieghi, almeno muovati alquanto e la
tua severa rigidezza diminuisca questo solo mio atto,
l'essermi di te nuovamente fidata e l'averti ogni mio
segreto scoperto col quale ho data via al tuo disidero in
potermi fare del mio peccato conoscente; con ciò sia cosa
che, senza fidarmi io di te, niuna via fosse a te a poterti
di me vendicare, il che tu mostri con tanto ardore aver
disiderato. Deh, lascia l'ira tua e perdonami omai! io sono,
quando tu perdonar mi vogli e di quinci farmi discendere,
acconcia d'abandonare del tutto il disleal giovane e te solo
avere per amadore e per signore, quantunque tu molto la mia
bellezza biasimi brieve e poco cara mostrandola; la quale,
chente che ella, insieme con quella dell'altre, si sia, pur
so che, se per altro non fosse da aver cara, sì è per ciò
che vaghezza e trastullo e diletto è della giovanezza degli
uomini: e tu non se' vecchio. E quantunque io crudelmente da
te trattata sia, non posso per ciò credere che tu volessi
vedermi fare così disonesta morte come sarebbe il gittarmi a
guisa di disperata quinci giù dinanzi agli occhi tuoi, a'
quali, se tu bugiardo non eri come se' diventato, già
piacqui cotanto. Deh, increscati di me per Dio e per pietà!
il sole s'incomincia a riscaldar troppo, e come il troppo
fresco questa notte m'offese, così il caldo m'incomincia a
far grandissima noia.”</p>
<p>A cui lo scolare, che a diletto la teneva a parole,
rispose: “Madonna, la tua fede non si rimise ora nelle mie
mani per amore che tu mi portassi ma per racquistar quello
che tu perduto avevi, e per ciò niuna cosa merita altro che
maggior male: e mattamente credi, se tu credi questa sola
via, senza più, essere alla disiderata vendetta da me
oportuna stata. Io n'aveva mille altre, e mille lacciuoli
col mostrar d'amarti t'aveva tesi intorno a' piedi, né guari
di tempo era a andare, che di necessità, se questo avvenuto
non fosse, ti conveniva in uno incappare, né potevi
incappare in alcuno, che in maggior pena e vergogna che
questa non ti fia caduta non fossi: e questo presi non per
agevolarti, ma per esser più tosto lieto. E dove tutti
mancati mi fossero, non mi fuggiva la penna, con la quale
tante e sì fatte cose di te scritte avrei e in sì fatta
maniera, che, avendole tu risapute, ché l'avresti, avresti
il dì mille volte disiderato di mai non esser nata. Le forze
della penna son troppo maggiori che coloro non estimano che
quelle con conoscimento provate non hanno. Io giuro a Dio (e
se Egli di questa vendetta che io di te prendo mi faccia
allegro infin la fine come nel cominciamento m'ha fatto) che
io avrei di te scritte cose che, non che dell'altre persone
ma di te stessa vergognandoti, per non poterti vedere
t'avresti cavati gli occhi: e per ciò non rimproverare al
mare d'averlo fatto crescere il piccolo ruscelletto. Del tuo
amore o che tu sii mia, non ho io, come già dissi, alcuna
cura: sieti pur di colui di cui stata se', se tu puoi; il
quale come io già odiai, così al presente amo riguardando a
ciò che egli ha ora verso te operato. Voi v'andate
innamorando e disiderate l'amor de' giovani, per ciò che
alquanto con le carni più vive e con le barbe più nere gli
vedete e sopra sé andare e carolare e giostrare: le quali
cose tutte ebber coloro che più alquanto attempati sono e
quel sanno che coloro hanno a imparare. E oltre a ciò gli
stimate miglior cavalieri e far di più miglia le lor
giornate che gli uomini più maturi. Certo io confesso che
essi con maggior forza scuotano i pilliccioni, ma gli
attempati, sì come esperti, sanno meglio i luoghi dove
stanno le pulci, e di gran lunga è da elegger più tosto il
poco e saporito che il molto e insipido; e il trottar forte
rompe e stanca altrui, quantunque sia giovane, dove il
soavemente andare, ancora che alquanto più tardi altrui meni
all'albergo, egli il vi conduce almen riposato. Voi non
v'accorgete, animali senza intelletto, quanto di male sotto
quella poca di bella apparenza stea nascoso. Non sono i
giovani d'una contenti, ma quante ne veggono tante ne
disiderano, di tante par loro esser degni; per che esser non
può stabile il loro amore, e tu ora ne puoi per pruova esser
verissima testimonia. E par loro esser degni d'esser
reveriti e careggiati dalle lor donne, né altra gloria hanno
maggiore che il vantarsi di quelle che hanno avute: il qual
fallo già sotto a' frati, che nol ridicono, ne mise molte.
Benché tu dichi che mai i tuoi amori non seppe altri che la
tua fante e io, tu il sai male e mal credi se così credi: la
sua contrada quasi di niuna altra cosa ragiona, e la tua; ma
le più volte è l'ultimo, a cui cotali cose agli orecchi
pervengono, colui a cui elle appartengono. Essi ancora vi
rubano, dove dagli attempati v'è donato. Tu adunque, che
male eleggesti, sieti di colui a cui tu ti desti, e me, il
quale schernisti, lascia stare a altrui, ché io ho trovata
donna da molto più che tu non se', che meglio m'ha
conosciuto che tu non facesti. E acciò che tu del desidero
degli occhi miei possi maggior certezza nell'altro mondo
portare che non mostra che tu in questo prenda dalle mie
parole, gittati giù pur tosto, e l'anima tua, sì come io
credo già ricevuta nelle braccia del diavolo, potrà vedere
se gli occhi miei d'averti veduta strabocchevolmente cadere
si seranno turbati o no. Ma per ciò che io credo che di
tanto non mi vorrai far lieto, ti dico che, se il sole ti
comincia a scaldare, ricordati del freddo che tu a me
facesti patire, e se con cotesto caldo il mescolerai, senza
fallo il sol sentirai temperato.”</p>
<p>La sconsolata donna, veggendo che pure a crudel fine
riuscivano le parole dello scolare, rincominciò a piagnere e
disse: “Ecco, poi che niuna mia cosa di me a pietà ti
muove, muovati l'amore il qual tu porti a quella donna che
più savia di me di' che hai trovata e da cui tu di' che se'
amato: e per amor di lei mi perdona e i miei panni mi reca,
ché io rivestir mi possa, e quinci mi fa smontare.”</p>
<p>Lo scolare allora cominciò a ridere; e veggendo che già la
terza era di buona ora passata rispose: “Ecco, io non so
ora dir di no, per tal donna me n'hai pregato: insegnamegli
e io andrò per essi e farotti di costà sù scendere.”</p>
<p>La donna, ciò credendo, alquanto si riconfortò e insegnogli
il luogo dove aveva i panni posti. Lo scolare, della torre
uscito, comandò al fante suo che di quindi non si partisse
anzi vi stesse vicino e a suo poter guardasse che alcuno non
v'intrasse dentro infino a tanto che egli tornato fosse: e
questo detto, se n'andò a casa del suo amico e quivi a
grande agio desinò e appresso, quando ora gli parve, s'andò
a dormire.</p>
<p>La donna, sopra la torre rimasa, quantunque da sciocca
speranza un poco riconfortata fosse, pure oltre misura
dolente si dirizzò a sedere e a quella parte del muro dove
un poco d'ombra era s'accostò, e cominciò accompagnata da
amarissimi pensieri a aspettare: e ora pensando e ora
piagnendo, e ora sperando e or disperando della tornata
dello scolar co' panni, e d'un pensiero in altro saltando,
sì come quella che dal dolore era vinta e che niente la
notte passata aveva dormito, s'adormentò. Il sole, il quale
era ferventissimo essendo già al mezzogiorno salito, feriva
alla scoperta e al diritto sopra il tenero e dilicato corpo
di costei e sopra la sua testa, da niuna cosa coperta, con
tanta forza, che non solamente le cosse le carni tanto
quanto ne vedea ma quelle minuto minuto tutte l'aperse; e fu
la cottura tale, che lei che profondamente dormiva costrinse
a destarsi.</p>
<p>E sentendosi cuocere e alquanto movendosi, parve nel
muoversi che tutta la cotta pelle le s'aprisse e
ischiantasse, come veggiamo avvenire d'una carta di pecora
abrusciata se altri la tira: e oltre a questo, le doleva sì
forte la testa, che pareva che le si spezzasse: il che niuna
maraviglia era. E il battuto della torre era fervente tanto,
che ella né co' piè né con altro vi poteva trovar luogo: per
che, senza star ferma, or qua or là si tramutava piagnendo.
E oltre a questo, non faccendo punto di vento, v'erano
mosche e tafani in grandissima quantità abbondati, li quali,
pognendolesi sopra le carni aperte, sì fieramente la
stimolavano, che ciascuna le pareva una puntura d'uno
spuntone: per che ella di menare le mani attorno non restava
niente, sé, la sua vita, il suo amante e lo scolare sempre
maladicendo. E così essendo dal caldo inestimabile, dal
sole, dalle mosche e da' tafani, e ancor dalla fame ma molto
più dalla sete e per aggiunta da mille noiosi pensieri
angosciata e stimolata e trafitta, in piè drizzata cominciò
a guardare se vicin di sé o vedesse o udisse alcuna persona,
disposta del tutto, che che avvenire ne gli dovesse, di
chiamarla e di domandare aiuto. Ma anche questo l'aveva la
sua nemica fortuna tolto.</p>
<p>I lavoratori eran tutti partiti de' campi per lo caldo,
avvegna che quel dì niuno ivi appresso era andato a
lavorare, sì come quegli che allato alle lor case tutti le
lor biade battevano: per che niuna altra cosa udiva che
cicale e vedeva Arno, il quale, porgendole disiderio delle
sue acque, non iscemava la sete ma l'acresceva. Vedeva
ancora in più luoghi boschi e ombre e case, le quali tutte
similmente l'erano angoscia disiderando. Che direm più della
sventurata vedova? Il sol di sopra e il fervor del battuto
di sotto e le trafitture delle mosche e de' tafani da lato
sì per tutto l'avean concia, che ella, dove la notte passata
con la sua bianchezza vinceva le tenebre, allora rossa
divenuta come rabbia e tutta di sangue chiazzata, sarebbe
paruta a chi veduta l'avesse la più brutta cosa del mondo.</p>
<p>E così dimorando costei, senza consiglio alcuno o speranza,
più la morte aspettando che altro, essendo già la mezza nona
passata, lo scolare, da dormir levatosi e della sua donna
ricordandosi, per vedere che di lei fosse se ne tornò alla
torre e il suo fante che ancora era digiuno ne mandò a
mangiare; il quale avendo la donna sentito, debole e della
grave noia angosciosa, venne sopra la cateratta e postasi a
sedere piangendo cominciò a dire: “Rinieri, ben ti se'
oltre misura vendico, ché, se io feci te nella mia corte di
notte agghiacciare, tu hai me di giorno sopra questa torre
fatta arrostire, anzi ardere, e oltre a ciò di fame e di
sete morire: per che io ti priego per solo Idio che qua sù
salghi e, poi che a me non soffera il cuore di dare a me
stessa la morte, dallami tu, ché io la disidero più che
altra cosa, tanto e tale è il tormento che io sento. E se tu
questa grazia non mi vuoi fare, almeno un bicchier d'acqua
mi fa venire che io possa bagnarmi la bocca, alla quale non
bastano le mie lagrime, tanta è l'asciugaggine e l'arsura la
quale io v'ho dentro.”</p>
<p>Ben conobbe lo scolare alla voce la sua debolezza e ancor
vide in parte il corpo suo tutto riarso dal sole, per le
quali cose e per gli umili suoi prieghi un poco di
compassione gli venne di lei; ma non per tanto rispose:
“Malvagia donna, delle mie mani non morrai tu già, tu
morrai pur delle tue, se voglia te ne verrà; e tanta acqua
avrai da me a sollevamento del tuo caldo, quanto fuoco io
ebbi da te a alleggiamento del mio freddo. Di tanto mi dolgo
forte, che la infermità del mio freddo col caldo del letame
puzzolente si convenne curare, ove quella del tuo caldo col
freddo della odorifera acqua rosa si curerà; e dove io per
perdere i nervi e la persona fui, tu da questo caldo
scorticata non altramenti rimarrai bella che faccia la serpe
lasciando il vecchio cuoio.”</p>
<p>“O misera me!” disse la donna “queste bellezze in così
fatta guisa acquistate dea Idio a quelle persone che mal mi
vogliono; ma tu, più crudele che ogni altra fiera, come hai
potuto sofferire di straziarmi a questa maniera? Che più
doveva io aspettar da te o da alcuno altro, se io tutto il
tuo parentado sotto crudelissimi tormenti avessi uccisi?
Certo io non so qual maggior crudeltà si fosse potuta usare
in un traditore che tutta una città avesse messa a
uccisione, che quella alla qual tu m'hai posta a farmi
arrostire al sole e manicare alle mosche: e oltre a questo
non un bicchier d'acqua volermi dare, che a' micidiali
dannati dalla ragione, andando essi alla morte, è dato ber
molte volte del vino pur che essi ne domandino. Ora ecco,
poscia che io veggio te star fermo nella tua acerba crudeltà
né poterti la mia passione in parte alcuna muovere, con
pazienzia mi disporrò alla morte ricevere, acciò che Idio
abbia misericordia dell'anima mia, il quale io priego che
con giusti occhi questa tua operazion riguardi.” E queste
parole dette, sì trasse con gravosa sua pena verso il mezzo
del battuto, disperandosi di dovere da così ardente caldo
campare; e non una volta ma mille, oltre agli altri suoi
dolori, credette di sete spasimare, tuttavia piagnendo forte
e della sua sciagura dolendosi.</p>
<p>Ma essendo già vespro e parendo allo scolare avere assai
fatto, fatti prendere i panni di lei e inviluppare nel
mantello del fante, verso la casa della misera donna se
n'andò; e quivi sconsolata e trista e senza consiglio la
fante di lei trovò sopra la porta sedersi, alla quale egli
disse: “Buona femina, che è della donna tua?”</p>
<p>A cui la fante rispose: “Messere, io non so: io mi credeva
stamane trovarla nel letto dove iersera me l'era paruta
vedere andare, ma io non la trovai né quivi né altrove, né
so che si sia divenuta: di che io vivo con grandissimo
dolore. Ma voi, messere, saprestemene dire niente?”</p>
<p>A cui lo scolar rispose: “Così avess'io avuta te con lei
insieme là dove io ho lei avuta, acciò che io t'avessi della
tua colpa così punita come io ho lei della sua! Ma
fermamente tu non mi scapperai delle mani che io non ti
paghi sì dell'opere tue, che mai di niuno uomo farai beffe
che di me non ti ricordi.” E questo detto disse al suo
fante: “Dalle cotesti panni e dille che vada per lei,
s'ella vuole.”</p>
<p>Il fante fece il suo comandamento; per che la fante,
presigli e riconosciutigli, udendo ciò che detto l'era,
temette forte non l'avessero uccisa e appena di gridar si
ritenne; e subitamente, piagnendo, essendosi già lo scolar
partito, con quegli verso la torre n'andò correndo.</p>
<p>Aveva per isciacura un lavoratore di questa donna quel dì
due suoi porci smarriti: e, andandogli cercando, poco dopo
la partita dello scolare a quella torricella pervenne e
andando guatando per tutto se i suoi porci vedesse sentì il
miserabile pianto che la sventurata donna faceva: per che
salito sù quanto poté gridò: “Chi piagne là sù?”</p>
<p>La donna cognobbe la voce del suo lavoratore e chiamatol
per nome gli disse: “Deh! vammi per la mia fante e fa sì
che ella possa qua sù a me venire.”</p>
<p>Il lavoratore, conosciutala, disse: “Oimè! madonna, e chi
vi portò costà sù? La fante vostra v'è tutto dì oggi andata
cercando: ma chi avrebbe mai pensato che voi doveste essere
stata qui?”</p>
<p>E presi i travicelli della scala, la cominciò a drizzar
come star dovea e a legarvi con ritorte i bastoni a
traverso; e in questo la fante di lei sopravenne, la quale
nella torre entrata, non potendo più la voce tenere,
battendosi a palme cominciò a gridare: “Oimè! donna mia
dolce, ove siete voi?”</p>
<p>La donna udendola, come più forte poté disse: “O sirocchia
mia, io son qua sù: non piagnere, ma recami tosto i panni
miei.”</p>
<p>Quando la fante l'udì parlare, quasi tutta riconfortata
salì su per la scala già presso che racconcia da'
lavoratore, e aiutata da lui in sul battuto pervenne; e
vedendo la donna sua non corpo umano ma più tosto un
cepperello inarsicciato parere, tutta vinta, tutta spunta, e
giacere in terra ignuda, messesi l'unghie nel viso cominciò
a piagnere sopra di lei non altramenti che se morta fosse.
Ma la donna la pregò per Dio che ella tacesse e lei
rivestire aiutasse; e avendo da lei saputo che niuna persona
sapeva dove ella stata fosse, se non coloro che i panni
portati l'aveano e il lavoratore che al presente v'era,
alquanto di ciò racconsolata, gli pregò per Dio che mai a
alcuna persona di ciò niente dicessero. Il lavoratore, dopo
molte novelle, levatasi la donna in collo che andar non
poteva, salvamente infino fuori della torre la condusse. La
fante cattivella, che di dietro era rimasa, scendendo meno
avvedutamente, smucciandole il piede, cadde della scala in
terra e ruppesi la coscia, e per lo dolor sentito cominciò a
mugghiar che pareva un leone.</p>
<p>Il lavoratore, posata la donna sopra a uno erbaio, andò a
vedere che avesse la fante, e trovatala con la coscia rotta
similmente nello erbaio la recò e allato alla donna la pose;
la quale veggendo questo a giunta degli altri suoi mali
avvenuto e colei avere rotta la coscia da cui ella sperava
essere aiutata più che da altrui, dolorosa senza modo
rincominciò il suo pianto tanto miseramente, che non
solamente il lavoratore non la poté racconsolare ma egli
altressì cominciò a piagnere. Ma essendo già il sol basso,
acciò che quivi non gli cogliesse la notte, come alla
sconsolata donna piacque, n'andò alla casa sua: e quivi
chiamati due suoi fratelli e la moglie e là tornati con una
tavola, sù v'acconciaron la fante e alla casa ne la
portarono; e riconfortata la donna con un poco d'acqua
fresca e con buone parole, levatalasi il lavoratore in
collo, nella camera di lei la portò. La moglie del
lavoratore, datole mangiar pan lavato e poi spogliatala, nel
letto la mise; e ordinarono che essa e la fante fosser la
notte portate a Firenze, e così fu fatto.</p>
<p>Quivi la donna, che aveva a gran divizia lacciuoli, fatta
una sua favola tutta fuori dell'ordine delle cose avvenute,
sì di sé e sì della sua fante fece a' suoi fratelli e alle
sirocchie e a ogni altra persona credere che per
indozzamenti di demoni questo loro fosse avvenuto. I medici
furon presti, e non senza grandissima angoscia e affanno
della donna, che tutta la pelle più volte appicata lasciò
alle lenzuola, lei d'una fiera febbre e degli altri
accidenti guerirono, e similmente la fante della coscia. Per
la qual cosa la donna, dimenticato il suo amante, da indi
innanzi e di beffare e d'amare si guardò saviamente; e lo
scolar, sentendo alla fante la coscia rotta, parendogli
avere assai intera vendetta, lieto senza altro dirne se ne
passò.</p>
<p>Così adunque alla stolta giovane adivenne delle sue beffe,
non altramenti con uno scolare credendosi frascheggiare che
con un altro avrebbe fatto, non sappiendo bene che essi, non
dico tutti ma la maggior parte, sanno dove il diavolo tien
la coda. E per ciò guardatevi, donne, dal beffare, e gli
scolari spezialmente.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Due usano insieme: l'uno con la moglie dell'altro si
giace; l'altro, avvedutosene, fa con la sua moglie che l'uno
è serrato in una cassa, sopra la quale, standovi l'un
dentro, l'altro con la moglie dell'un si giace.</emph></p></argument>
<p>Gravi e noiosi erano stati i casi d'Elena a ascoltare alle
donne, ma per ciò che in parte giustamente avvenutigli gli
estimavano, con più moderata compassione gli avean
trapassati, quantunque rigido e constante fieramente, anzi
crudele, reputassero lo scolare. Ma essendo Pampinea
venutane alla fine, la reina alla Fiammetta impose che
seguitasse; la quale, d'ubidire disiderosa, disse:</p>
<p>–Piacevoli donne, per ciò che mi pare che alquanto
trafitte v'abbia la severità dell'offeso scolare, estimo che
convenevole sia con alcuna cosa più dilettevole ramorbidare
gl'innacerbiti spiriti; e per ciò intendo di dirvi una
novelletta d'un giovane, il quale con più mansueto animo una
ingiuria ricevette e quella con più moderata operazion
vendicò; per la quale potrete comprendere che assai dee
bastare a ciascuno se quale asino dà in parete tal riceve,
senza volere, soprabondando oltre la convenevolezza della
vendetta, ingiuriare, dove l'uomo si mette alla ricevuta
ingiuria vendicare.</p>
<p>Dovete adunque sapere che in Siena, sì come io intesi, già
furon due giovani assai agiati e di buone famiglie popolane,
de' quali l'uno ebbe nome Spinelloccio Tavena e l'altro ebbe
nome Zeppa di Mino, e amenduni eran vicini a casa in
Camollia. Questi due giovani sempre usavano insieme e, per
quello che mostrassono, così s'amavano, o più, come se stati
fosser fratelli; e ciascun di loro avea per moglie una donna
assai bella.</p>
<p>Ora avvenne che Spinelloccio, usando molto in casa del
Zeppa, e essendovi il Zeppa e non essendovi, per sì fatta
maniera con la moglie del Zeppa si dimesticò, che egli
incominciò a giacersi con essolei; e in questo continuarono
una buona pezza avanti che persona se n'avedesse. Pure al
lungo andare, essendo un giorno il Zeppa in casa e non
sappiendolo la donna, Spinelloccio venne a chiamarlo. La
donna disse che egli non era in casa: di che Spinelloccio,
prestamente andato sù e trovata la donna nella sala e
veggendo che altri non v'era, abbracciatala la cominciò a
basciare, e ella lui. Il Zeppa, che questo vide, non fece
motto ma nascoso si stette a veder quello a che il giuoco
dovesse riuscire; e brievemente egli vide la sua moglie e
Spinelloccio così abbracciati andarsene in camera e in
quella serrarsi; di che egli si turbò forte. Ma conoscendo
che per far romore né per altro la sua ingiuria non ne
diveniva minore, anzi ne crescea la vergogna, si diede a
pensar che vendetta di questa cosa dovesse fare, che, senza
sapersi da torno, l'animo suo rimanesse contento; e dopo
lungo pensiero parendogli aver trovato il modo, tanto stette
nascoso quanto Spinelloccio stette con la donna.</p>
<p>Il quale come andato se ne fu, così egli nella camera se
n'entrò, dove trovò la donna che ancora non s'era compiuta
di racconciare i veli in capo, li quali scherzando
Spinelloccio fatti l'aveva cadere, e disse: “Donna, che fai
tu?”</p>
<p>A cui la donna rispose: “Nol vedi tu?”</p>
<p>Disse il Zeppa: “Sì bene, sì, ho io veduto anche altro che
io non vorrei!” e con lei delle cose state entrò in parole;
e essa con grandissima paura dopo molte novelle quello
avendogli confessato che acconciamente della sua
dimestichezza con Ispinelloccio negar non potea, piagnendo
gl'incominciò a chieder perdono.</p>
<p>Alla quale il Zeppa disse: “Vedi, donna, tu hai fatto
male; il quale se tu vuogli che io ti perdoni, pensa di far
compiutamente quello che io t'imporrò, il che è questo.</p>
<p>Io voglio che tu dichi a Spinelloccio che domattina in su
l'ora della terza egli truovi qualche cagione di partirsi da
me e venirsene qui a te; e quando egli ci sarà, io tornerò,
e come tu mi senti così il fa entrare in questa cassa e
serracel dentro: poi quando questo fatto avrai, e io ti dirò
il rimanente che a fare avrai; e di far questo non aver
dottanza niuna, ché io ti prometto che io non gli farò male
alcuno.” La donna, per sodisfargli, disse di farlo, e così
fece.</p>
<p>Venuto il dì seguente, essendo il Zeppa e Spinelloccio
insieme in su la terza, Spinelloccio, che promesso aveva
alla donna d'andare a lei a quella ora, disse al Zeppa: “Io
debbo staman desinare con alcuno amico, al quale io non mi
voglio fare aspettare, e per ciò fatti con Dio.”</p>
<p>Disse il Zeppa: “Egli non è ora di desinare di questa
pezza.”</p>
<p>Spinelloccio disse: “Non fa forza; io ho altressì a parlar
seco d'un mio fatto, sì che egli mi vi convien pure essere a
buona ora.”</p>
<p>Partitosi adunque Spinelloccio dal Zeppa, data una sua
volta, fu in casa con la moglie di lui; e essendosene
entrati in camera, non stette guari che il Zeppa tornò; il
quale come la donna sentì, mostratasi paurosa molto, lui
fece ricoverare in quella cassa che il marito detto l'avea e
serrollovi entro e uscì della camera.</p>
<p>Il Zeppa giunto suso disse: “Donna, è egli otta di
desinare?”</p>
<p>La donna rispose: “Sì, oggimai.”</p>
<p>Disse allora il Zeppa: “Spinelloccio è andato a desinare
stamane con un suo amico e ha la donna sua lasciata sola:
fatti alla finestra e chiamala e dì che venga a desinar con
essonoi.”</p>
<p>La donna, di se stessa temendo e per ciò molto ubidente
divenuta, fece quello che il marito le 'mpose. La moglie di
Spinelloccio, pregata molto dalla moglie del Zeppa, vi
venne, udendo che il marito non vi doveva desinare; e quando
ella venuta fu, il Zeppa, faccendole le carezze grandi e
presala dimesticamente per mano, comandò pianamente alla
moglie che in cuscina n'andasse, e quella seco ne menò in
camera, nella quale come fu, voltatosi adietro, serrò la
camera dentro. Quando la donna vide serrare la camera
dentro, disse: “Oimè, Zeppa, che vuol dir questo? dunque mi
ci avete voi fatta venir per questo? ora è questo l'amore
che voi portate a Spinelloccio e la leale compagnia che voi
gli fate?”</p>
<p>Alla quale il Zeppa, accostatosi alla cassa dove serrato
era il marito di lei e tenendola bene, disse: “Donna, in
prima che tu ti ramarichi, ascolta ciò che io ti vo' dire.
Io ho amato e amo Spinelloccio come fratello; e ieri, come
che egli nol sappia, io trovai che la fidanza la quale io ho
di lui avuta era pervenuta a questo, che egli con la mia
donna così si giace come con teco. Ora, per ciò che io
l'amo, non intendo di volere di lui pigliare se non quale è
stata l'offesa: egli ha la mia donna avuta, e io intendo
d'aver te. Dove tu non vogli, per certo egli converrà che io
il ci colga; e per ciò che io non intendo di lasciare questa
vendetta impunita, io gli farò giuco che né tu né egli
sarete mai lieti.”</p>
<p>La donna, udendo questo, e dopo molte riconfermazioni
fattelene dal Zeppa credendol, disse: “Zeppa mio, poi che
sopra me dee cadere questa vendetta, e io son contenta, sì
veramente che tu mi facci, di questo che far dobbiamo,
rimanere in pace con la tua donna, come io, non obstante
quello che ella m'ha fatto, intendo di rimaner con lei.”</p>
<p>A cui il Zeppa rispose: “Sicuramente io il farò; e oltre a
questo ti donerò un così caro e bel gioiello come niuno
altro che tu n'abbi”; e così detto, abbracciatala e
cominciatala a basciare, la distese sopra la cassa nella
quale era il marito di lei serrato e quivi sù, quanto gli
piacque, con lei si sollazzò e ella con lui.</p>
<p>Spinelloccio, che nella cassa era e udite aveva tutte le
parole dal Zeppa dette e la risposta della sua moglie e poi
avea sentita la danza trivigiana che sopra il capo fatta gli
era, una grandissima pezza sentì tal dolore, che parea che
morisse; e se non fosse che egli temeva del Zeppa, egli
avrebbe detta alla moglie una gran villania così rinchiuso
come era. Poi, pur ripensandosi che da lui era la villania
incominciata e che il Zeppa aveva ragione di far ciò che
egli faceva e che verso di lui umanamente e come compagno
s'era portato, seco stesso disse di volere esser più che mai
amico del Zeppa, quando volesse.</p>
<p>Il Zeppa, stato con la donna quanto gli piacque, scese
della cassa; e domandando la donna il gioiello promesso,
aperta la camera fece venir la moglie, la quale niuna altra
cosa disse se non: “Madonna, voi m'avete renduto pan per
focaccia” e questo disse ridendo.</p>
<p>Alla quale il Zeppa disse: “Apri questa cassa”, e ella il
fece: nella quale il Zeppa mostrò alla donna il suo
Spinelloccio.</p>
<p>E lungo sarebbe a dire qual più di lor due si vergognò, o
Spinelloccio vedendo il Zeppa e sappiendo che egli sapeva
ciò che fatto aveva, o la donna vedendo il suo marito e
conoscendo che egli aveva e udito e sentito ciò che ella
sopra il capo fatto gli aveva.</p>
<p>Alla quale il Zeppa disse: “Ecco il gioiello il quale io
ti dono.”</p>
<p>Spinelloccio, uscito della cassa, senza far troppe novelle
disse: “Zeppa, noi siam pari pari, e per ciò è buono, come
tu dicevi dianzi alla mia donna, che noi siamo amici come
solavamo e, non essendo tra noi dua niuna altra cosa che le
mogli divisa, che noi quelle ancora comunichiamo.”</p>
<p>Il Zeppa fu contento, e nella miglior pace del mondo tutti
e quatro desinarono insieme; e da indi innanzi ciascuna di
quelle donne ebbe due mariti e ciascun di loro ebbe due
mogli, senza alcuna quistione o zuffa mai per quello insieme
averne.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Maestro Simone medico da Bruno e da Buffalmacco, per esser
fatto d'una brigata che va in corso, fatto andar di notte in
alcun luogo, è da Buffalmacco gittato in una fossa di
bruttura e lasciatovi.</emph></p></argument>
<p>Poi che le donne alquanto ebber cianciato dello accomunar
le mogli fatto da' due sanesi, la reina, alla qual sola
restava a dire per non fare iniuria a Dioneo, incominciò:</p>
<p>–Assai bene, amorose donne, si guadagnò Spinelloccio la
beffa che fatta gli fu dal Zeppa; per la qual cosa non mi
pare che agramente sia da riprendere, come Pampinea volle
poco innanzi mostrare, chi fa beffa alcuna a colui che la va
cercando o che la si guadagna. Spinelloccio la si guadagnò;
e io intendo di dirvi d'uno che se l'andò cercando,
estimando che quegli che gliele fecero non da biasimare ma
da commendar sieno. E fu colui a cui fu fatta un medico che
a Firenze da Bologna, essendo una pecora, tornò tutto
coperto di pelli di vai.</p>
<p>Sì come noi veggiamo tutto il dì, i nostri cittadini da
Bologna ci tornano qual giudice e qual medico e qual notaio,
co' panni lunghi e larghi e con gli scarlatti e co' vai e
con altre assai apparenze grandissime, alle quali come gli
effetti succedano anche veggiamo tutto giorno. Tra' quali un
maestro Simone da Villa, più ricco di ben paterni che di
scienza, non ha gran tempo, vestito di scarlatto e con un
gran batalo, dottor di medicine, secondo che egli medesimo
diceva, ci ritornò, e prese casa nella via la quale noi oggi
chiamiamo la Via del Cocomero. Questo maestro Simone,
novellamente tornato sì come è detto, tra gli altri suoi
costumi notabili aveva in costume di domandare chi con lui
era chi fosse qualunque uomo veduto avesse per via passare;
e quasi degli atti degli uomini dovesse le medicine che dar
doveva a' suoi infermi comporre, a tutti poneva mente e
raccoglievagli.</p>
<p>E intra gli altri, li quali con più efficacia gli vennero
gli occhi addosso posti, furono due dipintori de' quali s'è
oggi qui due volte ragionato, Bruno e Buffalmacco, la
compagnia de' quali era continua, e eran suoi vicini. E
parendogli che costoro meno che alcuni altri del mondo
curassero e più lieti vivessono, sì come essi facevano, più
persone domandò di lor condizione; e udendo da tutti costoro
essere poveri uomini e dipintori, gli entrò nel capo non
dover potere essere che essi dovessero così lietamente
vivere della lor povertà, ma s'avisò, per ciò che udito
aveva che astuti uomini erano, che d'alcuna altra parte non
saputa dagli uomini dovesser trarre profetti grandissimi; e
per ciò gli venne in disidero di volersi, se esso potesse,
con ammenduni, o con l'uno almeno, dimesticare; e vennegli
fatto di prender dimestichezza con Bruno. E Bruno,
conoscendolo in poche di volte che con lui stato era questo
medico essere uno animale, cominciò di lui a avere il più
bel tempo del mondo con sue nuove novelle; e il medico
similemente cominciò di lui a prendere maraviglioso piacere.
E avendolo alcuna volta seco invitato a desinare e per
questo credendosi dimesticamente con lui poter ragionare,
gli disse la maraviglia che egli si faceva di lui e di
Buffalmacco, che essendo poveri uomini così lietamente
viveano; e pregollo che gl'insegnasse come faceano.</p>
<p>Bruno, udendo il medico e parendogli la dimanda dell'altre
sue sciocche e dissipite, cominciò a ridere e pensò di
rispondergli secondo che alla sua pecoraggine si convenia, e
disse: “Maestro, io nol direi a molte persone come noi
facciamo, ma di dirlo a voi, perché siete amico e so che a
altrui nol direte, non mi guarderò. Egli è vero che il mio
compagno e io viviamo così lietamente e così bene come vi
pare e più; né di nostra arte né d'altro frutto, che noi
d'alcune possessioni traiamo, avremmo da poter pagar pur
l'acqua che noi logoriamo. Né voglio per ciò che voi
crediate che noi andiamo a imbolare, ma noi andiamo in
corso, e di questo ogni cosa che a noi è di diletto o di
bisogno, senza alcun danno d'altrui, tutto traiamo: e da
questo viene il nostro viver lieto che voi vedete.”</p>
<p>Il medico, udendo questo e senza saper che si fosse
credendolo, si maravigliò molto e subitamente entrò in
disidero caldissimo di sapere che cosa fosse l'andare in
corso, affermandogli che per certo mai a niuna persona il
direbbe.</p>
<p>“Omè!” disse Bruno “maestro, che mi domandate voi? Egli
è troppo gran segreto quello che voi volete sapere, e è cosa
da disfarmi e da cacciarmi del mondo, anzi da farmi mettere
in bocca del lucifero da San Gallo, se altri il risapesse:
ma sì è grande l'amor che io porto alla vostra qualitativa
mellonaggine da Legnaia e alla fidanza la quale ho in voi,
che io non posso negarvi cosa che voi vogliate; e per ciò io
il vi dirò con questo patto, che voi per la croce a
Montesone mi giurerete che mai, come promesso avete, a niuno
il direte.”</p>
<p>Il maestro affermò che non farebbe.</p>
<p>“Dovete adunque, “ disse Bruno “maestro mio dolciato,
sapere che egli non è ancora guari che in questa città fu un
gran maestro in nigromantia il quale ebbe nome Michele
Scotto, per ciò che di Scozia era, e da molti gentili
uomini, de' quali pochi oggi son vivi, ricevette grandissimo
onore; e volendosi di qui partire, a instanzia de' prieghi
loro ci lasciò due suoi sufficienti discepoli, a' quali
impose che a ogni piacere di questi cotali gentili uomini,
che onorato l'aveano, fossero sempre presti. Costoro adunque
servivano i predetti gentili uomini di certi loro
innamoramenti e d'altre cosette liberamente; poi, piacendo
loro la città e i costumi degli uomini, ci si disposero a
voler sempre stare e preserci di grandi e di strette amistà
con alcuni, senza guardare chi essi fossero, più gentili che
non gentili o più ricchi che poveri, solamente che uomini
fossero conformi a' lor costumi. E per compiacere a questi
così fatti loro amici ordinarono una brigata forse di
venticinque uomini, li quali due volte almeno il mese
insieme si dovessero ritrovare in alcun luogo da loro
ordinato: e quivi essendo, ciascuno a costoro il suo
disidero dice, e essi prestamente per quella notte il
forniscono. Co' quali due avendo Buffalmacco e io singulare
amistà e dimestichezza, da loro in cotal brigata fummo messi
e siamo. E dicovi così che, qualora egli avvien che noi
insieme ci raccogliamo, è maravigliosa cosa a vedere i
capoletti intorno alla sala dove mangiamo e le tavole messe
alla reale e la quantità de' nobili e belli servidori, così
femine come maschi, al piacer di ciascuno che è di tal
compagnia, e i bacini, gli orciuoli, i fiaschi e le coppe e
l'altro vasellamento d'oro e d'argento, ne' quali noi
mangiamo e beamo; e oltre a questo le molte e varie vivande,
secondo che ciascun disidera, che recate ci sono davanti
ciascheduna a suo tempo. Io non vi potrei mai divisare
chenti e quanti sieno i dolci suoni d'infiniti strumenti e i
canti pieni di melodia che vi s'odono, né vi potrei dire
quanta sia la cera che vi s'arde a queste cene né quanti
sieno i confetti che vi si consumano e come sieno preziosi i
vini che vi si beono. E non vorrei, zucca mia da sale, che
voi credeste che noi stessomo là in questo abito o con
questi panni che ci vedete: egli non ve ne è niuno sì
cattivo che non vi paresse uno imperadore, sì siamo di cari
vestimenti e di belle cose ornati. Ma sopra tutti gli altri
piaceri che vi sono si è quello delle belle donne, le quali
subitamente, pur che l'uom voglia, di tutto il mondo vi son
recate. Voi vedreste quivi la donna de' barbanicchi, la
reina de' baschi, la moglie del soldano, la 'mperadrice
d'Osbech, la ciancianfera di Norrueca, la semistante di
Berlinzone e la scalpedera di Narsia. Che vi vo io
annoverando? E' vi sono tutte le reine del mondo, io dico
infino alla schinchimurra del Presto Giovanni; or vedete
oggimai voi! Dove, poi che hanno bevuto e confettato, fatta
una danza o due, ciascuna con colui a cui stanza v'è fatta
venire se ne va nella sua camera. E sappiate che quelle
camere paiono un paradiso a vedere, tanto son belle, e sono
non meno odorifere che sieno i bossoli dalle spezie della
bottega vostra, quando voi fate pestare il comino; e havvi
letti che vi parrebber più belli che quello del doge di
Vinegia, e in quegli a riposar se ne vanno. Or che menar di
calcole e di tirar le casse a sé, per fare il panno serrato,
faccian le tessitrici, lascerò io pensar pur a voi! Ma tra
gli altri che meglio stanno, secondo il parer mio, siam
Buffalmacco e io, per ciò che Buffalmacco le più delle volte
vi fa venir per sé la reina di Francia e io per me quella
d'Inghilterra, le quali son due pur le più belle donne del
mondo; e sì abbiamo saputo fare, che elle non hanno altro
occhio in capo che noi. Per che da voi medesimo pensar
potete se noi possiamo e dobbiamo vivere e andare più che
gli altri uomini lieti, pensando che noi abbiamo l'amore di
due così fatte reine: senza che, quando noi vogliamo un
mille o un dumilia fiorini da loro, noi non gli abbiamo. E
questa cosa chiamiam noi volgarmente l'andare in corso: per
ciò che sì come i corsari tolgono la roba d'ogni uomo, e
così facciam noi: se non che di tanto siamo differenti da
loro, che eglino mai non la rendono e noi la rendiamo, come
adoperata l'abbiamo. Ora avete, maestro mio da bene, inteso
ciò che noi diciamo l'andare in corso; ma quanto questo
voglia esser segreto, voi il vi potete vedere, e per ciò più
nol vi dico né ve priego.”</p>
<p>Il maestro, la cui scienza non si stendeva forse più oltre
che il medicare i fanciulli del lattime, diede tanta fede
alle parole di Bruno quanta si saria convenuta a qualunque
verità; e in tanto disiderio s'accese di volere essere in
questa brigata ricevuto, quanto di qualunque altra cosa più
disiderabile si potesse essere acceso. Per la qual cosa a
Bruno rispose che fermamente maraviglia non era se lieti
andavano, e a gran pena si temperò in riservarsi di
richiederlo che essere il vi facesse infino a tanto che, con
più onor fattogli, gli potesse con più fidanza porgere i
prieghi suoi. Avendoselo adunque riservato, cominciò più a
continuare con lui l'usanza e a averlo da sera e da mattina
a mangiar seco e a mostrargli smisurato amore; e era sì
grande e sì continua questa loro usanza, che non parea che
senza Bruno il maestro potesse né sapesse vivere.</p>
<p>Bruno, parendogli star bene, acciò che ingrato non paresse
di questo onor fattogli dal medico, gli aveva dipinta nella
sala sua la Quaresima e uno agnusdei all'entrar della camera
e sopra l'uscio della via uno orinale, acciò che coloro che
avessero del suo consiglio bisogno il sapessero riconoscer
dagli altri; e in una sua loggetta gli aveva dipinta la
battaglia de' topi e delle gatte, la quale troppo bella cosa
pareva al medico; e oltre a questo diceva alcuna volta al
maestro, quando con lui non aveva cenato: “Stanotte fu' io
alla brigata: e essendomi un poco la reina d'Inghilterra
rincresciuta, mi feci venir la gumedra del gran can
d'Altarisi.”</p>
<p>Diceva il maestro: “Che vuol dir gumedra? Io non
gl'intendo questi nomi.”</p>
<p>“O maestro mio, “ diceva Bruno “io non me ne maraviglio,
ché io ho bene udito dire che Porcograsso e Vannaccena non
ne dicon nulla.”</p>
<p>Disse il maestro: “Tu vuoi dire Ipocrasso e Avicena.”</p>
<p>Disse Bruno: “Gnaffé! io non so: io m'intendo così male
de' vostri nomi come voi de' miei; ma la gumedra in quella
lingua del gran cane vuol tanto dire quanto imperadrice
nella nostra. O ella vi parrebbe la bella feminaccia! Ben vi
so dire che ella vi farebbe dimenticare le medicine e gli
argomenti e ogni impiastro.”</p>
<p>E così dicendogli alcuna volta per più accenderlo, avvenne
che, parendo a messer lo maestro una sera a vegghiare (parte
che il lume teneva a Bruno e ch'e' la battaglia de' topi e
delle gatte dipigneva) bene averlo co' suoi onor preso, che
egli si dispose d'aprirgli l'animo suo; e soli essendo gli
disse: “Bruno, come Idio sa, egli non vive oggi alcuna
persona per cui io facessi ogni cosa come io farei per te, e
per poco, se tu mi dicessi che io andassi di qui a Peretola,
io credo che io v'andrei; e per ciò non voglio che tu ti
maravigli se io te dimesticamente e a fidanza richiederò.
Come tu sai, egli non è guari che tu mi ragionasti de' modi
della vostra lieta brigata, di che sì gran disidero
d'esserne m'è venuto, che mai niuna altra cosa si disiderò
tanto. E questo non è senza cagione, come tu vedrai se ma
avviene che io ne sia: ché infino a ora voglio io che tu ti
faccia beffe di me se io non vi fo venire la più bella fante
che tu vedessi già è buona pezza, che io vidi pur
l'altr'anno a Cacavincigli, a cui io voglio tutto il mio
bene; e per lo corpo di Cristo che io le volli dare diece
bolognin grossi e ella mi s'acconsentisse, e non volle. E
però quanto più posso ti priego che m'insegni quello che io
abbia a fare per dovervi potere essere, e che tu ancora
facci e adoperi che io vi sia; e nel vero voi avrete di me
buono e fedel compagno e orrevole. Tu vedi innanzi innanzi
come io sono bello uomo e come mi stanno bene le gambe in su
la persona, e ho un viso che pare una rosa; e oltre a ciò
son dottore di medicine, che non credo che voi ve ne abbiate
niuno, e so dimolte belle cose e di belle canzonette, e
vo'tene dire una”; e di botto incominciò a cantare.</p>
<p>Bruno aveva sì gran voglia di ridere, che egli in se
medesimo non capeva, ma pur si tenne; e finita la canzone el
maestro disse: “Che te ne pare?”</p>
<p>Disse Bruno: “Per certo con voi perderieno le cetere de'
sagginali, sì artagoticamente stracantate.”</p>
<p>Disse il maestro: “Io dico che tu non l'avresti mai
creduto, se tu non m'avessi udito.”</p>
<p>“Per certo voi dite vero” disse Bruno.</p>
<p>Disse il maestro: “Io so bene anche dell'altre, ma
lasciamo ora star questo. Così fatto come tu mi vedi, mio
padre fu gentile uomo, benché egli stesse in contado, e io
altressì son nato per madre di quegli da Valecchio: e, come
tu hai potuto vedere, io ho pure i più be' libri e le più
belle robe che medico di Firenze. In fé di Dio, i' ho roba
che costò, contata ogni cosa, delle lire presso a cento di
bagattini, già è degli anni più di diece! Per che quanto più
posso ti priego che facci che io ne sia: e in fé di Dio, se
tu il fai, sie pure infermo, se tu sai, che mai di mio
mestiere io non ti torrò un denaio.”</p>
<p>Bruno, udendo costui e parendogli, sì come altre volte
assai paruto gli era, un lavaceci, disse: “Maestro, fate un
poco il lume più qua, e non v'incresca infin tanto che io
abbia fatte le code a questi topi: e poi vi risponderò.”</p>
<p>Fornite le code, e Bruno faccendo vista che forte la
petizion gli gravasse, disse: “Maestro mio, gran cose son
quelle che per me fareste, e io il conosco: ma tuttavia
quella che a me adimandate, quantunque alla grandezza del
vostro cervello sia piccola, pure è a me grandissima, né so
alcuna persona del mondo per cui io potendo la mi facesse,
se io non la facessi per voi, sì perché v'amo quanto si
conviene e sì per le parole vostre, le quali son condite di
tanto senno, che trarrebbono le pinzochere degli usatti non
che me del mio proponimento; e quanto più uso con voi, più
mi parete savio. E dicovi ancora così, che se altro non mi
vi facesse voler bene, sì vi vo' bene perché veggio che
innamorato siete di così bella cosa come diceste. Ma tanto
vi vo' dire: io non posso in queste cose quello che voi
avvisate e per questo non posso per voi quello che
bisognerebbe adoperare; ma ove voi mi promettiate sopra la
vostra grande e calterita fede di tenerlomi credenza, io vi
darò il modo che a tenere avrete, e parmi esser certo,
avendo voi così be' libri e l'altre cose che di sopra dette
m'avete, ch'egli vi verrà fatto.”</p>
<p>A cui il maestro disse: “Sicuramente dì: io veggio che tu
non mi conosci bene e non sai ancora come io so tenere
segreto. Egli erano poche cose che messer Guasparuolo da
Saliceto facesse, quando egli era giudice della podestà di
Forlimpopoli, che egli non me le mandasse a dire, perché mi
trovava così buon segretaro. E vuoi vedere se io dico vero?
Io fui il primaio uomo a cui egli dicesse che egli era per
isposare la Bergamina: vedi oggimai tu!”</p>
<p>“Or bene sta dunque:” disse Bruno “se cotestui se ne
fidava, ben me ne posso fidare io. Il modo che voi avrete a
tener fia questo. Noi sì abbiamo a questa nostra brigata
sempre un capitano con due consiglieri, li quali di sei in
sei mesi si mutano, e senza fallo a calendi sarà capitano
Buffalmacco e io consigliere, e così è fermato: e chi è
capitano può molto in mettervi e far che messo vi sia chi
egli vuole; e per ciò a me parrebbe che voi, in quanto voi
poteste, voi prendeste la dimestichezza di Buffalmacco e
facestegli onore. Egli è uomo che, veggendovi così savio,
s'innamorerà di voi incontanente, e quando voi l'avrete col
senno vostro e con queste buone cose che avete un poco
dimesticato, voi il potrete richiedere: egli non vi saprà
dir di no. Io gli ha già ragionato di voi, e vuolvi il
meglio del mondo; e quando voi avrete fatto così, lasciate
far me con lui.”</p>
<p>Allora disse il maestro: “Troppo mi piace ciò che tu
ragioni; e se egli è uomo che si diletti de' savi uomini e
favellami pure un poco, io farò bene che egli m'andrà sempre
cercando, per ciò che io n'ho tanto del senno, che io ne
potrei fornire una città e rimarrei savissimo.”</p>
<p>Ordinato questo, Brun disse ogni cosa a Buffalmacco per
ordine: di che a Buffalmacco parea mille anni di dovere
essere a far quello che questo maestro sapa andava cercando.
Il medico, che oltre modo disiderava d'andare in corso, non
mollò mai che egli divenne amico di Buffalmacco, il che
agevolmente gli venne fatto; e cominciogli a dare le più
belle cene e i più belli desinari del mondo, e a Bruno con
lui altressì, e essi si carapignavano, come que' signori li
quali, sentendogli bonissimi vini e di grossi capponi e
d'altre buone cose assai, gli si tenevano assai di presso e
senza troppi inviti, dicendo sempre che con un altro ciò non
farebbono, si rimanevan con lui.</p>
<p>Ma pure, quando tempo parve al maestro, sì come Bruno aveva
fatto, così Buffalmacco richiese; di che Buffalmacco si
mostrò molto turbato e fece a Bruno un gran romore in testa,
dicendo: “Io fo boto all'alto Dio da Pasignano che io mi
tengo a poco che io non ti do tale in su la testa, che il
naso ti caschi nelle calcagna, traditor che tu se', ché
altri che tu non ha queste cose manifestate al maestro.”</p>
<p>Ma il maestro lo scusava forte dicendo e giurando sé averlo
d'altra parte saputo; e dopo molte delle sue savie parole
pure il paceficò.</p>
<p>Buffalmacco rivolto al maestro disse: “Maestro mio, egli
si par bene che voi siete stato a Bologna e che voi infino
in questa terra abbiate recata la bocca chiusa e ancora vi
dico più, che voi non apparaste miga l'abicì in su la mela,
come molti sciocconi voglion fare, anzi l'apparaste bene in
sul mellone, ch'è così lungo; e se io non m'inganno, voi
foste battezzato in domenica. E come che Bruno m'abbia detto
che voi studiaste là in medicine, a me pare che voi
studiaste in apparare a pigliare uomini: il che voi, meglio
che altro uomo che io vidi mai, sapete fare con vostro senno
e con vostre novelle.”</p>
<p>Il medico, rompendogli la parola in bocca, verso Brun
disse: “Che cosa è a favellare e a usare co' savi? chi
avrebbe tosto ogni particularità compresa del mio
sentimento, come ha questo valente uomo? Tu non te ne
avvedesti miga così tosto tu di quel che io valeva, come ha
fatto egli; ma dì almeno quello che io ti dissi quando tu mi
dicesti che Buffalmacco si dilettava de' savi uomini: parti
che io l'abbia fatto?”</p>
<p>Disse Bruno: “Meglio.”</p>
<p>Allora il maestro disse a Buffalmacco: “Altro avresti
detto se tu m'avessi veduto a Bologna, dove non era niun
grande né piccolo, né dottore né scolare, che non mi volesse
il meglio del mondo, sì tutti gli sapeva appagare col mio
ragionare e col senno mio. E dirotti più, che io non vi
dissi mai parola che io non facessi ridere ogni uomo, sì
forte piaceva loro; e quando io me parti', fecero tutti il
maggior pianto del mondo e volevano tutti che io vi pur
rimanessi, e fu a tanto la cosa perché io vi stessi, che
vollono lasciare a me solo che io leggessi a quanti scolari
v'avea le medicine; ma io non volli, ché io era pur disposto
a venir qua a grandissime eredità che io ci ho, state sempre
di quei di casa mia; e così feci.”</p>
<p>Disse allora Bruno a Buffalmacco: “Che ti pare? Tu nol mi
credevi quando io il ti diceva. Alle guagnele! egli non ha
in questa terra medico che s'intenda d'orina d'asino a petto
a costui, e fermamente tu non ne troveresti un altro di qui
alle porti di Parigi de' così fatti. Va tienti oggimai tu di
non far ciò ch'e' vuole!”</p>
<p>Disse il medico: “Brun dice il vero, ma io non ci son
conosciuto. Voi siete anzi gente grossa che no, ma io vorrei
che voi mi vedeste tra' dottori, come io soglio stare.”</p>
<p>Allora disse Buffalmacco: “Veramente, maestro, voi le
sapete troppo più che io non avrei mai creduto: di che io,
parlandovi come si vuole parlare a' savi come voi siete,
frastagliatamente vi dico che io procaccerò senza fallo che
voi di nostra brigata sarete.”</p>
<p>Gli onori dal medico fatti a costoro appresso questa
promessa multiplicarono: laonde essi, godendo, gli facean
cavalcar la capra delle maggiori sciocchezze del mondo e
impromisongli di dargli per donna la contessa di Civillari,
la quale era la più bella cosa che si trovasse in tutto il
culattario dell'umana generazione.</p>
<p>Domandò il medico chi fosse questa contessa; al quale
Buffalmacco disse: “Pinca mia da seme, ella è una troppo
gran donna, e poche case ha per lo mondo nelle quali ella
non abbia alcuna giurisdizione, e non che altri, ma i frati
minori a suon di nacchere le rendon tributo. E sovvi dire
che, quand'ella va da torno, ella si fa ben sentire, benché
ella stea il più rinchiusa: ma non ha per ciò molto che ella
vi passò innanzi all'uscio una notte che andava a Arno a
lavarsi i piedi e per pigliare un poco d'aria: ma la sua più
continua dimora è in Laterino. Ben vanno per ciò de' suoi
sergenti spesso da torno, e tutti a dimostrazion della
maggioranza di lei portano la verga e 'l piombino. De' suoi
baroni si veggon per tutto assai, sì come è il Tamagnin
dalla Porta, don Meta, Manico di Scopa, lo Squacchera e
altri, li quali vostri dimestichi credo che sieno ma ora non
ve ne ricordate. A così gran donna adunque, lasciata star
quella da Cacavincigli, se 'l pensier non c'inganna, vi
metterem nelle dolci braccia.”</p>
<p>Il medico, che a Bologna nato e cresciuto era, non
intendeva i vocaboli di costoro, per che egli della donna si
chiamò per contento; né guari dopo queste novelle gli
recarono i dipintori che egli era per ricevuto. E venuto il
dì che la notte seguente si dovean ragunare, il maestro gli
ebbe ammenduni a desinare; e desinato ch'egli ebbero, gli
domandò che modo gli conveniva tenere a venire a questa
brigata; al quale Buffalmacco disse: “Vedete, maestro, a
voi conviene esser molto sicuro, per ciò che, se voi non
foste molto sicuro, voi potreste ricevere impedimento e fare
a noi grandissimo danno; e quello a che egli vi conviene
esser molto sicuro, voi l'udirete. A voi si convien trovar
modo che voi siate stasera in sul primo sonno in su uno di
quegli avelli rilevati che poco tempo ha si fecero di fuori
a Santa Maria Novella, con una delle vostre più belle robe
indosso, acciò che voi per la prima volta compariate
orrevole dinanzi alla brigata e sì ancora per ciò che (per
quello che detto ne fosse: non vi fummo noi poi), per ciò
che voi siete gentile uomo, la contessa intende di farvi
cavalier bagnato alle sue spese; e quivi v'aspettate tanto,
che per voi venga colui che noi manderemo. E acciò che voi
siate d'ogni cosa informato, egli verrà per voi una bestia
nera e cornuta non molto grande, e andrà faccendo per la
piazza dinanzi da voi un gran sufolare e un gran saltare per
ispaventarvi; ma poi, quando vedrà che voi non vi
spaventiate, ella vi s'accosterà pianamente. Quando
accostata vi si sarà, e voi allora senza alcuna paura
scendete giù dell'avello e senza ricordare o Idio o santi vi
salite suso, e come suso vi siete acconcio, così, a modo che
se steste cortese, vi recate le mani al petto, senza più
toccar la bestia. Ella allora soavemente si moverà e
recheravvene a noi: ma insino a ora, se voi ricordaste Idio
o santi, o aveste paura, vi dich'io che ella vi potrebbe
gittare o percuotere in parte che vi putirebbe. E per ciò,
se non vi dà il cuore d'esser ben sicuro, non vi venite, ché
voi fareste danno a noi senza fare a voi pro niuno.”</p>
<p>Allora il medico disse: “Voi non mi conoscete ancora: voi
guardate forse perché io porto i guanti in mano e' panni
lunghi. Se voi sapeste quello che io ho già fatto di notte a
Bologna, quando io andava talvolta co' miei compagni alle
femine, voi vi maravigliereste. In fé di Dio, egli fu tal
notte che, non volendone una venir con noi (e era una
tristanzuola, ch'è peggio, che non era alta un sommesso) io
le diè prima dimolte pugna, poscia, presala di peso, credo
che io la portassi presso a una balestrata; e pur convenne,
sì feci, che ella ne venisse con noi. E un'altra volta mi
ricorda che io, senza esser meco altri che un mio fante,
colà un poco dopo l'avemaria, passai allato al cimitero de'
frati minori, e eravi il dì stesso stata sotterrata una
femina, e non ebbi paura niuna: e per ciò di questo non vi
sfidate, ché sicuro e gagliardo son io troppo. E dicovi che
io, per venirvi bene orrevole, mi metterò la roba mia dello
scarlatto con la quale io fui conventato: e vedrete se la
brigata si rallegrerà quando mi vedrà e se io sarò fatto a
mano a man capitano. Vedrete pure come l'opera andrà quando
io vi sarò stato, da che, non avendomi ancora quella
contessa veduto, ella s'è sì innamorata di me che ella mi
vuol fare cavalier bagnato: e forse che la cavalleria mi
starà così male, e saprolla così mal mantenere o pur bene!
Lascerete pur far me!”</p>
<p>Buffalmacco disse: “Troppo dite bene, ma guardate che voi
non ci faceste la beffa e non vi veniste o non vi foste
trovato quando per voi manderemo; e questo dico per ciò che
egli fa freddo e voi signor medici ve ne guardate molto.”</p>
<p>“Non piaccia a Dio!” disse il medico “io non sono di
questi assiderati, io non curo freddo: poche volte è mai che
io mi lievi la notte così per bisogno del corpo, come l'uom
fa talvolta, che io mi metta altro che il pilliccion mio
sopra 'l farsetto; e per ciò io vi sarò fermamente.”</p>
<p>Partitisi adunque costoro, come notte si venne faccendo il
maestro trovò sue scuse in casa con la moglie; e trattane
celatamente la sua bella roba, come tempo gli parve,
messalasi indosso se n'andò sopra uno de' detti avelli; e
sopra quegli marmi ristrettosi, essendo il freddo grande,
cominciò a aspettar la bestia. Buffalmacco, il quale era
grande e atante della persona, ordinò d'avere una di queste
maschere che usare si soleano a certi giuochi li quali oggi
non si fanno; e messosi indosso un pillicion nero a
rivescio, in quello s'acconciò in guisa che pareva pure un
orso, se non che la maschera aveva viso di diavolo e era
cornuta. E così acconcio, venendogli Bruno appresso per
vedere come l'opera andasse, se n'andò nella piazza nuova di
Santa Maria Novella; e come egli si fu accorto che messer lo
maestro v'era, così cominciò a saltabellare e a fare un
nabissare grandissimo su per la piazza e a sufolare e a
urlare e a stridire in guisa che se imperversato fosse.</p>
<p>Il quale come il maestro sentì e vide, così tutti i peli
gli s'arricciarono adosso e tutto cominciò a tremare, come
colui che era più che una femina pauroso; e fu ora che egli
vorrebbe essere stato innanzi a casa sua che quivi. Ma non
per tanto pur, poi che andato v'era, si sforzò
d'assicurarsi, tanto il vinceva il disidero di giugnere a
vedere le maraviglie dettegli da costoro. Ma poi che
Buffalmacco ebbe alquanto imperversato, come è detto,
faccendo sembianti di rappaceficarsi, s'accostò all'avello
sopra il quale era il maestro e stette fermo. Il maestro, sì
come quegli che tutto tremava di paura, non sapeva che
farsi, se sù vi salisse o se si stesse. Ultimamente, temendo
non gli facesse male se sù non vi salisse, con la seconda
paura cacciò la prima: e sceso dello avello, pianamente
dicendo “Dio m'aiuti!” sù vi sali e acconciossi molto
bene; e sempre tremando tutto si recò con le mani a star
cortese, come detto gli era stato.</p>
<p>Allora Buffalmacco pianamente s'incominciò a dirizzare
verso Santa Maria della Scala, e andando carpone infino
presso le donne di Ripole il condusse. Erano allora per
quella contrada fosse, nelle quali i lavoratori di quei
campi facevan votare la contessa a Civillari per ingrassare
i campi loro. Alle quali come Buffalmacco fu vicino,
accostatosi alla proda d'una e preso tempo, messa la mano
sotto all'un de' piedi del medico e con essa sospintosi da
dosso, di netto col capo innanzi il gittò in essa e cominciò
a ringhiar forte e a saltare e a imperversare e a andarsene
lungo Santa Maria della Scala verso il prato d'Ogni santi,
dove ritrovò Bruno che per non poter tener le risa fuggito
s'era: e ammenduni festa faccendosi di lontan si misero a
veder quello che il medico impastato facesse. Messer lo
medico, sentendosi in questo luogo così abominevole, si
sforzò di rilevare e di volersi aiutar per uscirne, e ora in
qua e ora in là ricadendo, tutto dal capo al piè impastato,
dolente e cattivo, avendone alquante dragme ingozzate, pur
n'uscì fuori e lasciovvi il cappuccio: e spastandosi con le
mani come poteva il meglio, non sappiendo che altro
consiglio pigliarsi, se ne tornò a casa sua e picchiò tanto
che aperto gli fu.</p>
<p>Né prima, essendo egli entrato dentro così putente, fu
l'uscio riserrato, che Bruno e Buffalmacco furono ivi per
udire come il maestro fosse dalla sua donna raccolto. Li
quali stando a udir, sentirono alla donna dirgli la maggior
villania che mai si dicesse a niun tristo, dicendo: “Deh,
come ben ti sta! Tu eri ito a qualche altra femina e volevi
comparire molto orrevole con la roba dello scarlatto. Or non
ti bastava io? Frate, io sarei sofficiente a un popolo, non
che a te. Deh, or t'avessono essi affogato, come essi ti
gittarono là dove tu eri degno d'esser gittato! Ecco medico
onorato, aver moglie e andar la notte alle femine
d'altrui!” E con quelle e con altre assai parole,
faccendosi il medico tutto lavare, infino alla mezzanotte
non rifinò la donna di tormentarlo.</p>
<p>Poi la mattina vegnente Bruno e Buffalmacco, avendosi tutte
le carni dipinte soppanno di lividori a guisa che far
soglion le battiture, se ne vennero a casa del medico e
trovaron lui già levato; e entrati dentro a lui, sentirono
ogni cosa putirvi, ché ancora non s'era sì ogni cosa potuta
nettare, che non vi putisse. E sentendo il medico costor
venire a lui, si fece loro incontro dicendo che Idio desse
loro il buon dì; al quale Bruno e Buffalmacco, sì come
proposto aveano, risposero con turbato viso: “Questo non
diciam noi a voi, anzi preghiamo Idio che vi dea tanti
malanni, che voi siate morto a ghiado, sì come il più
disleale e il maggior traditor che viva, per ciò che egli
non è rimaso per voi, ingegnandoci noi di farvi onore e
piacere, che noi non siamo stati morti come cani. E per la
vostra dislealtà abbiamo stanotte avute tante busse, che di
meno andrebbe uno asino a Roma: senza che noi siamo stati a
pericolo d'essere stati cacciati della compagnia nella quale
noi avavamo ordinato di farvi ricevere. E se voi non ci
credete, ponete mente le carni nostre come elle stanno”; e
a un cotal barlume, apertisi i panni dinanzi, gli mostrarono
i petti loro tutti dipinti e richiusongli senza indugio.</p>
<p>Il medico si volea scusare e dir delle sue sciagure e come
e dove egli era stato gittato; al quale Buffalmacco disse:
“Io vorrei che egli v'avesse gittato dal ponte in Arno:
perché ricordavate voi o Dio o santi? non vi fu egli detto
dinanzi?”</p>
<p>Disse il medico: “In fé di Dio non ricordava.”</p>
<p>“Come” disse Buffalmacco “non ricordavate? Voi ve ne
ricordate molto! ché ne disse il messo nostro che voi
tremavate come verga e non sapavate dove voi vi foste. Or
voi ce l'avete ben fatta, ma mai più persona non la ci farà,
e a voi ne faremo ancora quello onore che vi se ne
conviene.”</p>
<p>Il medico cominciò a chieder perdono e a pregargli per Dio
che nol dovesser vituperare, e con le migliori parole che
egli poté s'ingegnò di paceficargli; e per paura che essi
questo suo vitupero non palesassero, se da indi adietro
onorati gli avea, molto più gli onorò e careggiò con conviti
e altre cose da indi innanzi. Così adunque, come udito
avete, senno s'insegna a chi tanto non apparò a Bologna.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Una ciciliana maestrevolmente toglie a un mercatante ciò
che in Palermo ha portato; il quale, sembiante faccendo
d'esservi tornato con molta più mercatantia che prima, da
lei accattati denari, le lascia acqua e capecchio.</emph></p></argument>
<p>Quanto la novella della reina in diversi luoghi facesse le
donne ridere, non è da domandare: niuna ve ne era a cui per
soperchio riso non fossero dodici volte le lagrime venute in
su gli occhi. Ma poi che ella ebbe fine, Dioneo, che sapeva
che a lui toccava la volta, disse:</p>
<p>–Graziose donne, manifesta cosa è tanto più l'arti piacere
quanto più sottile artefice è per quelle artificiosamente
beffato. E per ciò, quantunque bellissime cose tutte
raccontate abbiate, io intendo di raccontarne una tanto più
che alcuna altra dettane da dovervi aggradire, quanto colei
che beffata fu era maggior maestra di beffare altrui che
alcuno altro beffato fosse di quegli o di quelle che avete
contate.</p>
<p>Soleva essere, e forse che ancora oggi è, una usanza in
tutte le terre marine che hanno porto così fatta, che tutti
i mercatanti che in quelle con mercatantie capitano,
faccendole scaricare, tutte in un fondaco, il quale in molti
luoghi è chiamato dogana, tenuta per lo comune o per lo
signor della terra, le portano; e quivi, dando a coloro che
sopra ciò sono per iscritto tutta la mercatantia e il pregio
di quella, è dato per li detti al mercatante un magazzino
nel quale esso la sua mercatantia ripone e serralo con la
chiave; e li detti doganieri poi scrivono in su il libro
della dogana a ragione del mercatante tutta la sua
mercatantia, faccendosi poi del loro diritto pagare al
mercatante o per tutta o per parte della mercatantia che
egli della dogana traesse. E da questo libro della dogana
assai volte s'informano i sensali e delle qualità e delle
quantità delle mercatantie che vi son, e ancora chi sieno i
mercatanti che l'hanno; con li quali poi essi, secondo che
lor cade per mano, ragionan di cambi, di baratti e di
vendite e d'altri spacci.</p>
<p>La quale usanza, sì come in molti altri luoghi, era in
Palermo in Cicilia, dove similemente erano, e ancor sono,
assai femine del corpo bellissime ma nemiche dell'onestà, le
quali, da chi non le conosce, sarebbono e son tenute grandi
e onestissime donne. E essendo non a radere ma a scorticare
uomini date del tutto, come un mercatante forestiere vi
veggono, così da' libro della dogana s'informano di ciò che
egli v'ha e di quanto può fare: e appresso con lor piacevoli
e amorosi atti e con parole dolcissime questi cotali
mercatanti s'ingegnano d'adescare e di trarre nel loro
amore: e già molti ve n'hanno tratti, a' quali buona parte
della loro mercatantia hanno delle mani tratta, e a assai
tutta; e di quegli vi sono stati che la mercatantia e 'l
navilio e le polpe e l'ossa lasciate v'hanno, sì ha
soavemente la barbiera saputo menare il rasoio.</p>
<p>Ora, non è ancor molto tempo, adivenne che quivi, da' suoi
maestri mandato, arrivò un giovane nostro fiorentino detto
Niccolò da Cignano, come che Salabaetto fosse chiamato, con
tanti pannilani che alla fiera di Salerno gli erano
avanzati, che potevano valere un cinquecento fiorin d'oro; e
dato il legaggio di quegli a' doganieri, gli mise in un
magazzino, e senza mostrar troppo gran fretta dello spaccio
s'incominciò a andare alcuna volta a sollazzo per la terra.
E essendo egli bianco e biondo e leggiadro molto, e
standogli ben la vita, avvenne che una di queste barbiere,
che si facea chiamare madama Iancofiore, avendo alcuna cosa
sentita de' fatti suoi, gli pose l'occhio addosso; di che
egli accorgendosi, estimando che ella fosse una gran donna,
s'avvisò che per la sua bellezza le piacesse e pensossi di
volere molto cautamente menar questo amore; e senza dirne
cosa alcuna a persona incominciò a far le passate dinanzi
alla casa di costei. La quale accortasene, poi che alquanti
dì l'ebbe bene con gli occhi acceso, mostrando ella di
consumarsi per lui, segretamente gli mandò una sua femina la
quale ottimamente l'arte sapeva del ruffianesimo. La quale,
quasi con le lagrime in su gli occhi, dopo molte novelle gli
disse che egli con la bellezza e con la piacevolezza sua
aveva sì la sua donna presa, che ella non trovava luogo né
dì né notte; e per ciò, quando a lui piacesse, ella
disiderava più che altra cosa di potersi con lui a un bagno
segretamente trovare; e appresso questo, trattosi uno anello
di borsa, da parte della sua donna gliele donò. Salabaetto,
udendo questo, fu il più lieto uomo che mai fosse; e preso
l'anello e fregatoselo agli occhi e poi basciatolo, sel mise
in dito e rispuose alla buona femina che, se madama
Iancofiore l'amava, che ella n'era ben cambiata per ciò che
egli amava più lei che la sua propria vita e che egli era
disposto d'andare dovunque a lei fosse a grado e a ogn'ora.</p>
<p>Tornata adunque la messaggera alla sua donna con questa
risposta, a Salabaetto fu a mano a man detto a qual bagno il
dì seguente passato vespro la dovesse aspettare; il quale,
senza dirne cosa del mondo a persona, prestamente all'ora
impostagli v'andò e trovò il bagno per la donna esser preso.
Dove egli non stette guari che due schiave venner cariche:
l'una aveva un materasso di bambagia bello e grande in capo
e l'altra un grandissimo paniere pien di cose; e steso
questo materasso in una camera del bagno sopra una lettiera,
vi miser sù un paio di lenzuola sottilissime listate di seta
e poi una coltre di bucherame cipriana bianchissima con due
origlieri lavorati a maraviglie; e appresso questo
spogliatesi e entrate nel bagno, quello tutto lavarono e
spazzarono ottimamente. Né stette guari che la donna con due
sue altre schiave appresso al bagno venne; dove ella, come
prima ebbe agio, fece a Salabaetto grandissima festa e dopo
i maggiori sospiri del mondo, poi che molto e abbracciato e
basciato l'ebbe, gli disse: “Non so chi mi si avesse a
questo potuto conducere altri che tu; tu m'hai miso lo foco
all'arma, toscano acanino.”</p>
<p>Appresso questo, come a lei piacque, ignudi ammenduni se ne
entraron nel bagno e con loro due delle schiave. Quivi,
senza lasciargli por mano addosso a altrui, ella medesima
con sapone moscoleato e con garofanato maravigliosamente e
bene tutto lavò Salabaetto, e appresso sé fece e lavare e
stropicciare alle schiave. E fatto questo, recaron le
schiave due lenzuoli bianchissimi e sottili, de' quali
veniva sì grande odor di rose, che ciò che v'era pareva
rose; e l'una inviluppò nell'uno Salabaetto e l'altra
nell'altro la donna e in collo levatigli ammenduni nel letto
fatto ne gli portarono. E quivi, poi che di sudare furon
restati, dalle schiave fuori di que' lenzuoli tratti,
rimasono ignudi negli altri. E tratti del paniere oricanni
d'ariento bellissimi e pieni qual d'acqua rosa, qual d'acqua
di fior d'aranci, qual d'acqua di fiori di gelsomino e qual
d'acqua nanfa, tutti costoro di queste acque spruzzarono; e
appresso tirate fuori scatole di confetti e preziosissimi
vini alquanto si confortarono. A Salabaetto pareva essere in
Paradiso, e mille volte aveva riguardato costei, la quale
era per certo bellissima, e cento anni gli pareva
ciascun'ora che queste schiave se n'andassero e che egli
nelle braccia di costei si ritrovasse. Le quali poi che per
comandamento della donna, lasciato un torchietto acceso
nella camera, andate se ne furon fuori, costei abbracciò
Salabaetto e egli lei, e con grandissimo piacer di
Salabaetto, al quale pareva che costei tutta si struggesse
per suo amore, dimorarono una lunga ora.</p>
<p>Ma poi che tempo parve di levarsi alla donna, fatte venir
le schiave, si vestirono e un'altra volta bevendo e
confettando si riconfortarono alquanto; e il viso e le mani
di quelle acque odorifere lavatesi e volendosi partire,
disse la donna a Salabaetto: “Quando a te fosse a grado, a
me sarebbe grandissima grazia che questa sera te ne venissi
a cenare e a albergo meco.”</p>
<p>Salabaetto, il qual già e dalla bellezza e dalla
artificiosa piacevolezza di costei era preso, credendosi
fermamente da lei essere come il cuore del corpo amato,
rispose: “Madonna, ogni vostro piacere m'è sommamente a
grado, e per ciò e istasera e sempre intendo di far quello
che vi piacerà e che per voi mi fia comandato.”</p>
<p>Tornatasene adunque la donna a casa e fatta bene di sue
robe e di suoi arnesi ornar la camera sua e fatto
splendidamente far da cena, aspettò Salabaetto; il quale,
come alquanto fu fatto oscuro, là se n'andò e lietamente
ricevuto con gran festa e ben servito cenò. Poi, nella
camera entratisene, sentì quivi maraviglioso odore di legno
aloè e d'uccelletti cipriani, vide il letto ricchissimo e
molte belle robe su per le stanghe. Le quali cose, tutte
insieme e ciascuna per sé, gli fecero stimare costei dovere
essere una grande e ricca donna. E quantunque in contrario
avesse della vita di lei udito buscinare, per cosa del mondo
nol voleva credere, e se pure alquanto ne credeva lei già
alcuno aver beffato, per cosa del mondo non poteva credere
questo dovere a lui intervenire. Egli giacque con
grandissimo suo piacere la notte con essolei, sempre più
accendendosi.</p>
<p>Venuta la mattina, ella gli cinse una bella e leggiadra
cinturetta d'argento con una bella borsa, e sì gli disse:
“Salabaetto mio dolce, io mi ti raccomando: e così come la
mia persona è al piacer tuo, così è ciò che ci è, e ciò che
per me si può è allo comando tuio.” Salabaetto, lieto
abbracciatala e basciatala, s'uscì di casa costei e
vennesene là dove usavano gli altri mercatanti.</p>
<p>E usando una volta e altra con costei senza costargli cosa
del mondo e ognora più invescandosi, avvenne che egli vendé
i panni suoi a contanti e guadagnonne bene. Il che la buona
donna non da lui ma da altrui sentì incontanente; e essendo
Salabaetto da lei andato una sera, costei incominciò a
cianciare e a ruzzar con lui, a basciarlo e abbracciarlo
mostrandosi sì forte di lui infiammata, che pareva che ella
gli volesse d'amor morir nelle braccia; e volevagli pur
donare due bellissimi nappi d'argento che ella aveva. Li
quali Salabaetto non voleva torre, sì come colui che da lei
tra una volta e altra aveva avuto quello che valeva ben
trenta fiorin d'oro, senza aver potuto fare che ella da lui
prendesse tanto che valesse un grosso. Alla fine, avendol
costei bene acceso col mostrar sé accesa e liberale, una
delle sue schiave, sì come ella aveva ordinato, la chiamò:
per che ella, uscita della camera e stata alquanto, tornò
dentro piagnendo e sopra il letto gittatasi boccone cominciò
a fare il più doloroso lamento che mai facesse femina.</p>
<p>Salabaetto, maravigliandosi, la si recò in braccio e
cominciò a piagner con lei e a dire: “Deh, cuor del corpo
mio, che avete voi così subitamente? che è la cagione di
questo dolore? Deh, ditemelo, anima mia!”</p>
<p>Poi che la donna s'ebbe assai fatta pregare, e ella disse:
“Oimè, signor mio dolce, io non so né che mi fare né che mi
dire! Io ho testé ricevute lettere da Messina, e scrivemi
mio fratello che, se io dovessi vendere e impegnare ciò che
ci è, che senza alcun fallo io gli abbia fra qui e otto dì
mandati mille fiorin d'oro, se non che gli sarà tagliata la
testa; e io non so quello che io mi debbia fare che io gli
possa così prestamente avere: ché, se io avessi spazio pur
quindici dì, io troverei modo da civirne d'alcun luogo donde
io ne debbo aver molti più, o io venderei alcuna delle
nostre possessioni; ma, non potendo, io vorrei esser morta
prima che quella mala novella mi venisse”; e detto questo,
forte mostrandosi tribolata, non restava di piagnere.</p>
<p>Salabaetto, al quale l'amorose fiamme avevano gran parte
del debito conoscimento tolto, credendo quelle verissime
lagrime e le parole ancor più vere, disse: “Madonna, io non
vi potrei servire di mille ma di cinquecento fiorin d'oro sì
bene, dove voi crediate potermegli rendere di qui a quindici
dì; e questa è vostra ventura che pure ieri mi vennero
venduti i panni miei ché, se così non fosse, io non vi
potrei prestare un grosso.”</p>
<p>“Oimè!” disse la donna “dunque hai tu patito disagio di
denari? o perché non me ne richiedevi tu? Perché io non
abbia mille, io n'aveva ben cento e anche dugento da darti:
tu m'hai tolta tutta la baldanza da dovere da te ricevere il
servigio che tu mi profferi.”</p>
<p>Salabaetto vie più che preso da queste parole, disse:
“Madonna, per questo non voglio io che voi lasciate, ché,
se fosse così bisogno a me come egli fa a voi, io v'avrei
ben richesta.”</p>
<p>“Oimè!” disse la donna “Salabaetto mio, ben conosco che
il tuo è vero e perfetto amore verso di me, quando, senza
aspettar d'esser richesto, di così gran quantità di moneta
in così fatto bisogno liberamente mi sovieni. E per certo io
era tutta tua senza questo e con questo sarò molto
maggiormente; né sarà mai che io non riconosca da te la
testa di mio fratello. Ma sallo Idio che io malvolentier gli
prendo, considerando che tu se' mercatante e i mercatanti
fanno co' denari tutti i fatti loro: ma per ciò che il
bisogno mi strigne e ho ferma speranza di tosto rendergliti,
io gli pur prenderò, e per l'avanzo, se più presta via non
troverò, impegnerò tutte queste mie case”; e così detto
lagrimando sopra il viso di Salabaetto si lasciò cadere.
Salabaetto la cominciò a confortare; e stato la notte con
lei, per mostrarsi bene liberalissimo suo servidore, senza
alcuna richesta di lei aspettare, le portò cinquecento be'
fiorin d'oro, li quali ella ridendo col cuore e piagnendo
con gli occhi prese, attenendosene Salabaetto alla sua
semplice promessione.</p>
<p>Come la donna ebbe i denari, così s'incominciarono le
'ndizioni a mutare; e dove prima era libera l'andata alla
donna ogni volta che a Salabaetto era in piacere, così
incominciaron poi a sopravenire delle cagioni per le quali
non gli veniva delle sette volte l'una fatto il potervi
entrare, né quel viso né quelle carezze né quelle feste più
gli eran fatte che prima. E passato d'un mese e di due il
termine, non che venuto, al quale i suoi denari riaver
dovea, richiedendogli, gli eran date parole in pagamento.
Laonde, avvedendosi Salabaetto dell'arte della malvagia
femina e del suo poco senno e conoscendo che di lei niuna
cosa più che le si piacesse di questo poteva dire, sì come
colui che di ciò non aveva né scritta né testimonio, e
vergognandosi di ramaricarsene con alcuno, sì perché n'era
stato fatto avveduto dinanzi e sì per le beffe le quali
meritamente della sua bestialità n'aspettava, dolente oltre
modo seco medesimo la sua sciocchezza piagnea. E avendo da'
suoi maestri più lettere avute che egli quegli denari
cambiasse e mandassegli loro, acciò che, non faccendolo
egli, quivi non fosse il suo difetto scoperto, diliberò di
partirsi: e in su un legnetto montato, non a Pisa, come
dovea, ma a Napoli se ne venne.</p>
<p>Era quivi in quei tempi nostro compar Pietro dello
Canigiano, trasorier di madama la 'mperatrice di
Constantinopoli, uomo di grande intelletto e di sottile
ingegno, grandissimo amico e di Salabaetto e de' suoi: col
quale, sì come con discretissimo uomo, dopo alcun giorno
Salabaetto dolendosi raccontò ciò che fatto aveva e il suo
misero accidente e domandogli aiuto e consiglio in fare che
esso quivi potesse sostentar la sua vita, affermando che mai
a Firenze non intendeva di ritornare.</p>
<p>Il Canigiano, dolente di queste cose, disse: “Male hai
fatto, mal ti se' portato, male hai i tuoi maestri ubiditi,
troppi denari a un tratto hai spesi in dolcitudine: ma che?
Fatto è, vuolsi vedere altro”; e, sì come avveduto uomo,
prestamente ebbe pensato quello che era da fare e a
Salabaetto il disse; al quale piacendo il fatto, si mise in
avventura di volerlo seguire.</p>
 <p>E avendo alcun denaio e il Canigiano avendonegli alquanti
prestati, fece molte balle ben legate e ben magliate; e
comperate da venti botti da olio e empiutele e caricato ogni
cosa, se ne tornò in Palermo. E il legaggio delle balle dato
a' doganieri e similmente il costo delle botti e fatto ogni
cosa scrivere a sua ragione, quelle mise ne' magazzini,
dicendo che infino che altra mercatantia, la quale egli
aspettava, non veniva, quelle non voleva toccare.
Iancofiore, avendo sentito questo e udendo che ben dumilia
fiorin d'oro valeva o più quello che al presente aveva
recato, senza quello che egli aspettava che valeva più di
tremilia, parendole aver tirato a pochi, pensò di
restituirgli i cinquecento per potere avere la maggior parte
de' cinquemilia; e mandò per lui.</p>
<p>Salabaetto divenuto malizioso v'andò; al quale ella,
faccendo vista di niente sapere di ciò che recato s'avesse,
fece maravigliosa festa e disse: “Ecco, se tu fossi
crucciato meco perché io non ti rende' così al termine i
tuoi denari... ?”</p>
<p>Salabaetto cominciò a ridere e disse: “Madonna, nel vero
egli mi dispiacque bene un poco, sì come a colui che mi
trarrei il cuor per darlovi, se io credessi piacervene; ma
io voglio che voi udiate come io son crucciato con voi. Egli
è tanto e tale l'amor che io vi porto, che io ho fatto
vendere la maggior parte delle mie possessioni: e ho al
presente recata qui tanta mercatantia che vale oltre a
dumilia fiorini e aspettone di Ponente tanta che varrà oltre
a tremilia; e intendo di fare in questa terra un fondaco e
di starmi qui per esservi sempre presso, parendomi meglio
stare del vostro amore che io creda che stea alcuno
innamorato del suo.”</p>
<p>A cui la donna disse: “Vedi, Salabaetto, ogni tuo acconcio
mi piace forte, sì come di quello di colui il quale io amo
più che la vita mia, e piacemi forte che tu con intendimento
di starci tornato ci sii, però che spero d'avere ancora
assai di buon tempo con teco; ma io mi ti voglio un poco
scusare che, di quei tempi che tu te n'andasti, alcune volte
ci volesti venire e non potesti, e alcune ci venisti e non
fosti così lietamente veduto come solevi, e oltre a questo
di ciò che io al termine promesso non ti rendei i tuoi
denari. Tu dei sapere che io era allora in grandissimo
dolore e in grandissima afflizione, e chi è in così fatta
disposizione, quantunque egli ami molto altrui, non gli può
far così buon viso né attendere tuttavia a lui come colui
vorrebbe: e appresso dei sapere ch'egli è molto malagevole a
una donna il poter trovar mille fiorin d'oro, e sonci tutto
il dì dette delle bugie e non c'è attenuto quello che c'è
promesso e per questo conviene che noi altressì mentiamo
altrui; e di quinci venne, e non da altro difetto, che io i
tuoi denari non ti rendei. Ma io gli ebbi poco appresso la
tua partita: e se io avessi saputo dove mandargliti, abbi
per certo che io te gli avrei mandati; ma perché saputo non
l'ho, gli t'ho guardati.” E fattasi venire una borsa dove
erano quegli medesimi che esso portati l'avea, gliele pose
in mano e disse: “Annovera se son cinquecento.”</p>
<p>Salabaetto non fu mai sì lieto, e annoveratigli e
trovatigli cinquecento e ripostigli, disse: “Madonna, io
conosco che voi dite vero, ma voi n'avete fatto assai: e
dicovi che per questo e per l'amore che io vi porto voi non
ne vorreste da me per niun vostro bisogno quella quantità
che io potessi fare, che io non ve ne servissi; e come io ci
sarò acconcio voi ne potrete essere alla pruova.” E in
questa guisa reintegrato con lei l'amore in parole,
rincominciò Salabaetto vezzatamente a usar con lei, e ella a
fargli i maggior piaceri e i maggiori onori del mondo, e a
mostrargli il maggiore amore.</p>
<p>Ma Salabaetto, volendo col suo inganno punire lo 'nganno di
lei, avendogli ella il dì mandato che egli a cena e a
albergo con lei andasse, v'andò tanto malinconoso e tanto
tristo, che egli pareva che volesse morire. Iancofiore,
abbracciandolo e basciandolo, lo 'ncominciò a domandare
perché egli questa malinconia avea. Egli, poi che una buona
pezza s'ebbe fatto pregare, disse: “Io son diserto per ciò
che il legno, sopra il quale è la mercatantia che io
aspettava, è stato preso da' corsari di Monaco e riscattasi
diecemilia fiorin d'oro, de' quali ne tocca a pagare a me
mille, e io non ho un denaio, per ciò che li cinquecento che
mi rendeste incontanente mandai a Napoli a investire in tele
per far venir qui. E se io vorrò al presente vendere la
mercatantia la quale ho qui, per ciò che non è tempo, appena
che io abbia delle due derrate un denaio; e io non ci sono
sì ancora conosciuto che io ci trovassi chi di questo mi
sovenisse, e per ciò io non so che mi fare né che mi dire; e
se io non mando tosto i denari, la mercatantia ne fia
portata a Monaco e non ne riavrò mai nulla.”</p>
<p>La donna, forte crucciosa di questo, sì come colei alla
quale tutto il pareva perdere, avvisando che modo ella
dovesse tenere acciò che a Monaco non andasse, disse: “Dio
il sa che ben me ne incresce per tuo amore: ma che giova il
tribolarsene tanto? Se io avessi questi denari, sallo Idio
che io gli ti presterei incontanente, ma io no' gli ho. È
il vero che egli ci è alcuna persona il quale l'altrieri mi
servì de' cinquecento che mi mancavano, ma grossa usura ne
vuole, ché egli non ne vuol meno che a ragione di trenta per
centinaio; se da questa cotal persona tu gli volessi,
converrebbesi far sicuro di buon pegno, e io per me sono
acconcia d'impegnar per te tutte queste robe e la persona
per tanto quanto egli ci vorrà sù prestare, per poterti
servire: ma del rimanente come il sicurerai tu?”</p>
<p>Conobbe Salabaetto la cagione che movea costei a fargli
questo servigio e accorsesi che di lei dovevano essere i
denari prestati; il che piacendogli, prima la ringraziò, e
appresso disse che già per pregio ingordo non lascerebbe,
strignendolo il bisogno; e poi disse che egli il sicurerebbe
della mercatantia la quale aveva in dogana, faccendola
scrivere in colui che i denar gli prestasse, ma che egli
voleva guardare la chiave de' magazzini, sì per potere
mostrare la sua mercatantia se richesta gli fosse e sì acciò
che niuna cosa gli potesse essere tocca o tramutata o
scambiata. La donna disse che questo era ben detto, e era
assai buona sicurtà; e per ciò, come il dì fu venuto, ella
mandò per un sensale di cui ella si confidava molto e,
ragionato con lui questo fatto, gli diè mille fiorin d'oro
li quali il sensale prestò a Salabaetto e fece in suo nome
scrivere alla dogana ciò che Salabaetto dentro v'avea; e
fattesi loro scritte e contrascritte insieme e in concordia
rimasi, attesero a' loro altri fatti.</p>
<p>Salabaetto, come più tosto poté montato in su un legnetto,
con millecinquecento fiorini d'oro a Pietro dello Canigiano
se ne tornò a Napoli, e di quindi buona e intera ragione
rimandò a Firenze a' suoi maestri che co' panni l'avevan
mandato. E pagato Pietro e ogni altro a cui alcuna cosa
doveva, più dì col Canigiano si diè buon tempo dello inganno
fatto alla ciciliana; poi di quindi, non volendo più
mercatante essere, se ne venne a Ferrara.</p>
<p>Iancofiore, non trovandosi Salabaetto in Palermo,
s'incominciò a maravigliare e divenire sospettosa; e poi che
ben due mesi aspettato l'ebbe, veggendo che non veniva, fece
che il sensale fece schiavare i magazzini. E primieramente
tastate le botti che si credeva che piene d'olio fossero,
trovò quelle esser piene d'acqua marina, avendo in ciascuna
forse un baril d'olio di sopra vicino al cocchiume; poi,
sciogliendo le balle, tutte, fuor che due che panni erano,
piene le trovò di capecchio; e in brieve, tra ciò che v'era,
non valeva oltre a dugento fiorini. Di che Iancofiore
tenendosi scornata, lungamente pianse i cinquecento renduti
e troppo più i mille prestati, spesse volte dicendo: “Chi
ha a far con tosco, non vuole esser losco.” E così,
rimasasi col danno e con le beffe, trovò che tanto seppe
altri quanto altri.–</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Come Dioneo ebbe la sua novella finita, così Lauretta,
conoscendo il termine esser venuto oltre al quale più regnar
non dovea, commendato il consiglio di Pietro Canigiano che
apparve dal suo effetto buono e la sagacità di Salabaetto
che non fu minore a mandarlo a essecuzione, levatasi la
laurea di capo, in testa a Emilia la pose donnescamente
dicendo:–Madonna, io non so come piacevole reina noi avrem
di voi, ma bella la pure avrem noi: fate adunque che alle
vostre bellezze l'opere sien rispondenti–; e tornossi a
sedere.</p>
<p>Emilia, non tanto dell'esser reina fatta quanto del vedersi
così in publico commendare di ciò che le donne sogliono
esser più vaghe, un pochetto si vergognò e tal nel viso
divenne quali in su l'aurora son le novelle rose; ma pur,
poi che tenuti ebbe gli occhi alquanto bassi e ebbe il
rossor dato luogo, avendo col suo siniscalco de' fatti
pertinenti alla brigata ordinato, così cominciò a parlare:–
Dilettose donne assai manifestamente veggiamo che, poi che i
buoi alcuna parte del giorno hanno faticato sotto il giogo
ristretti, quegli esser dal giogo alleviati e disciolti, e
liberamente dove lor più piace, per li boschi lasciati sono
andare alla pastura: e veggiamo ancora non esser men belli
ma molto più i giardini di varie piante fronzuti che i
boschi ne' quali solamente querce veggiamo; per le quali
cose io estimo, avendo riguardo quanti giorni sotto certa
legge ristretti ragionato abbiamo, che, sì come a bisognosi,
di vagare alquanto e vagando riprender forze a rientrar
sotto il giogo non solamente sia utile ma oportuno. E per
ciò quello che domane, seguendo il vostro dilettevole
ragionar, sia da dire non intendo di ristrignervi sotto
alcuna spezialtà, ma voglio che ciascuno secondo che gli
piace ragioni, fermamente tenendo che la varietà delle cose
che si diranno non meno graziosa ne fia che l'avere pur
d'una parlato; e così avendo fatto, chi appresso di me nel
reame verrà, sì come più forti, con maggior sicurtà ne potrà
nell'usate leggi ristrignere.–E detto questo, infino
all'ora della cena libertà concedette a ciascuno.</p>
<p>Comendò ciascun la reina delle cose dette sì come savia; e
in piè drizzatisi, chi a un diletto e chi a un altro si
diede: le donne a far ghirlande e a trastullarsi, i giovani
a giucare e a cantare; e così infino all'ora della cena
passarono. La quale venuta, intorno alla bella fontana con
festa e con piacer cenarono, e dopo la cena al modo usato
cantando e ballando si trastullarono. Alla fine la reina,
per seguire de' suoi predecessori lo stilo, non obstanti
quelle che volontariamente avean dette più di loro, comandò
a Panfilo che una ne dovesse cantare; il quale liberamente
così cominciò:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Tanto è, Amore, il bene</l>
<l>ch'io per te sento, e l'allegrezza e 'l gioco,</l>
<l>ch'io son felice ardendo nel tuo foco.</l></lg>
<lg>
<l>L'abondante allegrezza ch'è nel core,</l>
<l>dell'alta gioia e cara</l>
<l>nella qual m'hai recato,</l>
<l>non potendo capervi esce di fore,</l>
<l>e nella faccia chiara</l>
<l>mostra 'l mio lieto stato;</l>
<l>ch'essendo innamorato</l>
<l>in così alto e raguardevol loco,</l>
<l>lieve mi fa lo star dov'io mi coco.</l></lg>
<lg>
<l>Io non so col mio canto dimostrare,</l>
<l>né disegnar col dito,</l>
<l>Amore, il ben ch'io sento;</l>
<l>e s'io sapessi, mel convien celare;</l>
<l>ché, s'el fosse sentito,</l>
<l>torneria in tormento:</l>
<l>ma io son sì contento,</l>
<l>ch'ogni parlar sarebbe corto e fioco</l>
<l>pria n'avessi mostrato pure un poco.</l></lg>
<lg>
<l>Chi potrebbe estimar che le mie braccia</l>
<l>aggiugnesser già mai</l>
<l>là dov'io l'ho tenute,</l>
<l>e ch'io dovessi giunger la mia faccia</l>
<l>là dov'io l'accostai</l>
<l>per grazia e per salute?</l>
<l>Non mi sarien credute</l>
<l>le mie fortune; ond'io tutto m'infoco,</l>
<l>quel nascondendo ond'io m'allegro e gioco.</l></lg>
</lg>
<p>La canzone di Panfilo aveva fine, alla quale quantunque per
tutti fosse compiutamente risposto, niun ve n'ebbe che, con
più attenta sollecitudine che a lui non apparteneva, non
notasse le parole di quella, ingegnandosi di quello volersi
indovinare che egli di convenirgli tener nascoso cantava; e
quantunque varii varie cose andassero imaginando, niun per
ciò alla verità del fatto pervenne. Ma la reina, poi che
vide la canzon di Panfilo finita e le giovani donne e gli
uomini volentier riposarsi, comandò che ciascuno se
n'andasse a dormire.
</p></div2></div1>
<div1 n="Nona giornata">
<argument><p>FINISCE L'OTTAVA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA NONA,
NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO D'EMILIA, SI RAGIONA
CIASCUNO SECONDO CHE GLI PIACE E DI QUELLO CHE PIÙ GLI
AGRADA.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>La luce, il cui splendore la notte fugge, aveva già
l'ottavo cielo d'azzurrino in color cilestro mutato tutto, e
cominciavansi i fioretti per li prati a levar suso, quando
Emilia levatasi fece le sue compagne e i giovani parimente
chiamare; li quali venuti e appresso alli lenti passi della
reina avviatisi, infino a un boschetto non guari al palagio
lontano se n'andarono, e per quello entrati, videro gli
animali, sì come cavriuoli, cervi e altri, quasi sicuri da'
cacciatori per la soprastante pistolenzia, non altramenti
aspettargli che se senza tema o dimestichi fossero divenuti.
E ora a questo e ora a quell'altro appressandosi, quasi
giugnere gli dovessero, faccendogli correre e saltare, per
alcuno spazio sollazzo presero: ma già inalzando il sole,
parve a tutti di ritornare.</p>
<p>Essi eran tutti di frondi di quercia inghirlandati, con le
man piene o d'erbe odorifere o di fiori; e chi scontrati gli
avesse, niuna altra cosa avrebbe potuto dire se non: “O
costor non saranno dalla morte vinti o ella gli ucciderà
lieti.” Così adunque, piede innanzi piè venendosene,
cantando a cianciando e motteggiando, pervennero al palagio,
dove ogni cosa ordinatamente disposta e li lor famigliari
lieti e festeggianti trovarono. Quivi riposatisi alquanto,
non prima a tavola andarono che sei canzonette più liete
l'una che l'altra da' giovani e dalle donne cantate furono.
Appresso alle quali, data l'acqua alle mani, tutti secondo
il piacere della reina gli mise il siniscalco a tavola,
dove, le vivande venute, allegri tutti mangiarono: e da
quello levati, al carolare e al sonare si dierono per
alquanto spazio, e poi, comandandolo la reina, chi volle
s'andò a riposare. Ma già l'ora usitata venuta, ciascuno nel
luogo usato s'adunò a ragionare, dove la reina, a Filomena
guardando, disse che principio desse alle novelle del
presente giorno; la quale sorridendo cominciò in questa
guisa.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Madonna Francesca, amata da un Rinuccio e da uno
Alessandro, e niuno amandone, col fare entrare l'un per
morto in una sepoltura e l'altro quello trarne per morto,
non potendo essi venire al fine imposto, cautamente se gli
leva da dosso.</emph></p></argument>
<p>–Madonna, assai m'agrada, poi che vi piace, che per questo
campo aperto e libero, nel quale la vostra magnificenzia
n'ha messi, del novellare, d'esser colei che corra il primo
aringo: il quale se ben farò, non dubito che quegli che
appresso verranno non facciano bene e meglio. Molte volte
s'è, o vezzose donne, ne' nostri ragionamenti mostrato
quante e quali sieno le forze d'amore; né però credo che
pienamente se ne sia detto né sarebbe ancora, se di qui a
uno anno d'altro che di ciò non parlassimo: e per ciò che
esso non solamente a varii dubbii di dover morire gli amanti
conduce ma quegli ancora a entrare nelle case de' morti per
morti tira, m'agrada di ciò raccontarvi, oltre a quelle che
dette sono, una novella nella quale non solamente la
potenzia d'amore comprenderete, ma il senno da una valorosa
donna usato a torsi da dosso due, che contro al suo piacere
l'amavan, cognoscerete.</p>
<p>Dico adunque che nella città di Pistoia fu già una
bellissima donna vedova, la qual due nostri fiorentini, che
per aver bando di Firenze dimoravano, chiamati l'uno
Rinuccio Palermini e l'altro Alessandro Chiarmontesi, senza
sapere l'uno dell'altro, per caso di costei presi,
sommamente amavano, operando cautamente ciascuno ciò che per
lui si poteva a dovere l'amor di costei acquistare. E
essendo questa gentil donna, il cui nome fu madonna
Francesca de' Lazzari, assai sovente stimolata da 'mbasciate
e da prieghi di ciascun di costoro, e avendo ella a esse men
saviamente più volte gli orecchi porti e volendosi
saviamente ritrarre e non potendo, le venne, acciò che la
loro seccaggine si levasse da dosso, un pensiero: e quel fu
di volergli richiedere d'un servigio il quale ella pensò
niuno dovergliele fare, quantunque egli fosse possibile,
acciò che, non faccendolo essi, ella avesse onesta o
colorata ragione di più non volere le loro ambasciate udire;
e 'l pensiero fu questo.</p>
<p>Era, il giorno che questo pensiero le venne, morto in
Pistoia uno il quale, quantunque stati fossero i suoi
passati gentili uomini, era riputato il piggiore uomo che,
non che in Pistoia, ma in tutto il mondo fosse; e oltre a
questo vivendo era sì contrafatto e di sì divisato viso, che
chi conosciuto non l'avesse, vedendol da prima, n'avrebbe
avuta paura. E era stato sotterrato in uno avello fuori
della chiesa de' frati minori; il quale ella avvisò dovere
in parte essere grande acconcio del suo proponimento.</p>
<p>Per la qual cosa ella disse a una sua fante: “Tu sai la
noia e l'angoscia la quale io tutto il dì ricevo
dell'ambasciate di questi due fiorentini, da Rinuccio e da
Allessandro. Ora io non son disposta a dover loro del mio
amor compiacere e per torglimi da dosso m'ho posto in cuore,
per le grandi proferte che fanno, di volergli in cosa
provare la quale io son certa che non faranno, e così questa
seccaggine torrò via: e odi come. Tu sai che istamane fu
sotterato al ugo de' frati minori lo Scannadio” così era
chiamato quel reo uomo di cui di sopra dicemmo del quale,
non che morto ma vivo, i più sicuri uomini di questa terra,
vedendolo, avevan paura; e però tu te n'andrai segretamente
in prima a Alessandro e sì gli dirai: ‘Madonna Francesca ti
manda dicendo che ora è venuto il tempo che tu puoi avere il
suo amore, il quale tu hai cotanto disiderato, e esser con
lei dove tu vogli, in questa forma. A lei dee, per alcuna
cagione che tu poi saprai, questa notte esser da un suo
parente recato a casa il corpo di Scannadio che stamane fu
sepellito: e ella, sì come quella che ha di lui, così morto
come egli è, paura, nol vi vorrebbe. Per che ella ti priega,
in luogo di gran servigio, che ti debba piacere d'andare
stasera in sul primo sonno e entrare in quella sepoltura
dove Scannadio è sepellito, e metterti i suo' panni indosso
e stare come se tu desso fossi infino a tanto che per te sia
venuto, e senza alcuna cosa dire o motto fare di quella
trarre ti lasci e recare a casa sua, dove ella ti riceverà,
e con lei poi ti starai e a tua posta ti potrai partire,
lasciando del rimanente il pensiero a lei.’ E se egli dice
di volerlo fare, bene sta; dove dicesse di non volerlo fare,
sì gli dì da mia parte che più dove io sia non apparisca e,
come egli ha cara la vita, si guardi che più né messo né
ambasciata mi mandi. E appresso questo, te n'andrai a
Rinuccio Palermini e sì gli dirai: ‘Madonna Francesca dice
che è presta di volere ogni tuo piacer fare, dove tu a lei
facci un gran servigio, cioè che tu stanotte in su la
mezzanotte te ne vadi all'avello dove fu stamane sotterrato
Scannadio, e lui, senza dire alcuna parola di cosa che tu
oda o senta, tragghi di quello soavemente e rechigliele a
casa. Quivi perché ella el voglia vedrai e di lei avrai il
piacer tuo; e dove questo non ti piaccia di fare, ella
infino a ora t'impone che tu mai più non le mandi né messo
né ambasciata.’</p>
<p>La fante n'andò a amenduni e ordinatamente a ciascuno,
secondo che imposto le fu, disse: alla quale risposto fu da
ognuno che non che in una sepoltura ma in Inferno andrebber,
quando le piacesse. La fante fé la risposta alla donna, la
quale aspettò di vedere se sì fossero pazzi che essi il
facessero.</p>
<p>Venuta adunque la notte e essendo già primo sonno,
Alessandro Chiarmontesi spogliatosi in farsetto, uscì di
casa sua per andare a stare in luogo di Scannadio
nell'avello; e andando gli venne un pensier molto pauroso
nell'animo, e cominciò a dir seco: “Deh, che bestia sono
io? dove vo io? o che so io se i parenti di costei, forse
avvedutisi che io l'amo, credendo essi quel che non è, le
fanno far questo per uccidermi in quello avello? Il che se
avvenisse, io m'avrei il danno, né mai cosa del mondo se ne
saprebbe che lor nocesse. O che so io se forse alcun mio
nemico questo m'ha procacciato, il quale ella forse amando,
di questo il vuol servire?” E poi dicea: “Ma pogniam che
niuna di queste cose sia, e che pure i suoi parenti a casa
di lei portar mi debbano; io debbo credere che essi il corpo
di Scannadio non vogliono per doverlosi tenere in braccio o
metterlo in braccio a lei, anzi si dee credere che essi ne
voglian far qualche strazio, sì come di colui che forse già
d'alcuna cosa gli diservì. Costei dice che di cosa che io
senta io non faccia motto: o se essi mi cacciasser gli occhi
o mi traessero i denti o mozzassermi le mani o facessermi
alcuno altro così fatto giuoco, a che sare' io? come potre'
io star cheto? E se io favello, e' mi conosceranno e per
avventura mi faranno male; ma come che essi non me ne
facciano, io non avrò fatto nulla, ché essi non mi
lasceranno con la donna; e la donna dirà poi che io abbia
rotto il suo comandamento e non farà mai cosa che mi
piaccia.”</p>
<p>E così dicendo fu tutto che tornato a casa: ma pure il
grande amore il sospinse innanzi con argomenti contrarii a
questi e di tanta forza, che all'avello il condussero; il
quale egli aperse, e entratovi dentro e spogliato Scannadio
e sé rivestito e l'avello sopra sé richiuso e nel lugo di
Scannadio postosi, gl'incominciò a tornare a mente chi
costui era stato e le cose che già aveva udite dire che di
notte erano intervenute non che nelle sepolture de' morti ma
ancora altrove. Tutti i peli gli s'incominciarono a
arricciare addosso a, e parevagli tratto tratto che
Scannadio si dovesse levar ritto e quivi scannar lui. Ma da
fervente amore aiutato, questi e gli altri paurosi pensier
vincendo, stando come se egli il morto fosse, cominciò a
aspettare che di lui dovesse intervenire.</p>
<p>Rinuccio, appressandosi la mezzanotte, uscì di casa sua per
far quello che dalla sua donna gli era stato mandato a dire;
e andando, in molti e varii pensieri entrò delle cose
possibili a intervenirgli, sì come di poter col corpo, sopra
le spalle, di Scannadio venire alle mani della signoria e
esser come malioso condennato al fuoco, o di dovere, se egli
si risapesse, venire in odio de' suoi parenti, e d'altri
simili, da' quali tutto che rattenuto fu. Ma poi rivolto
disse: “Deh, dirò io di no della prima cosa che questa
gentil donna, la quale io ho cotanto amata e amo, m'ha
richesto, e spezialmente dovendone la sua grazia acquistare?
Non ne dovess'io di certo morire, che io non me ne metta a
far ciò che promesso l'ho”; e andato avanti giunse alla
sepoltura e quella leggiermente aperse.</p>
<p>Alessandro sentendola aprire, ancora che gran paura avesse,
stette pur cheto. Rinuccio entrato dentro, credendosi il
corpo di Scannadio prendere, prese Alessandro pe' piedi e
lui fuor ne tirò e in su le spalle levatoselo verso la casa
della gentil donna cominciò a andare; e così andando e non
riguardandolo altramenti, spesse volte il percoteva ora in
un canto e ora in uno altro d'alcune panche che allato alla
via erano; e la notte era sì buia e sì oscura che egli non
poteva discernere ove s'andava. E essendo già Rinuccio a piè
dell'uscio della gentil donna, la quale alle finestre con la
sua fante stava per sentire se Rinuccio Alessandro recasse,
già da sé armata in modo da mandargli ammendun via, avvenne
che la famiglia della signoria, in quella contrada ripostasi
e chetamente standosi aspettando di dover pigliare uno
sbandito, sentendo lo scalpiccio che Rinuccio co' piè
faceva, subitamente tratto fuori un lume per veder che si
fare e dove andarsi e mossi i pavesi e le lance gridò: “Chi
è là?” La quale Rinuccio conoscendo, non avendo tempo da
troppo lunga diliberazione, lasciatosi cadere Alessandro,
quanto le gambe nel poteron portare andò via. Alessandro
levatosi prestamente, con tutto che i panni del morto avesse
indosso, li quali erano molto lunghi, pure andò via
altressì.</p>
<p>La donna, per lo lume tratto fuori dalla famiglia,
ottimamente veduto aveva Rinuccio con Alessandro dietro alle
spalle e similmente aveva scorto Alessandro esser vestito
de' panni di Scannadio; e maravigliossi molto del grande
ardir di ciascuno, ma con tutta la maraviglia rise assai del
veder gittar giuso Alessandro e del vedergli poscia fuggire.
E essendo di tale accidente molto lieta e lodando Idio che
dallo 'mpaccio di costoro tolta l'avea, se ne tornò dentro e
andossene in camera, affermando con la fante senza alcun
dubbio ciascun di costoro amarla molto, poscia quello avevan
fatto, sì come appariva, che ella loro aveva imposto.</p>
<p>Rinuccio, dolente e bestemmiando la sua sventura, non se ne
tornò a casa per tutto questo ma, partita di quella contrada
la famiglia, colà tornò dove Alessandro aveva gittato e
cominciò brancolone a cercare se egli il ritrovasse per
fornire il suo servigio; ma non trovandolo e avvisando la
famiglia quindi averlo tolto, dolente a casa se ne tornò.
Alessandro non sappiendo altro che farsi, senza aver
conosciuto chi portato se l'avesse, dolente di tale sciagura
similmente a casa sua se n'andò.</p>
<p>La mattina, trovata aperta la sepoltura di Scannadio né
dentro vedendovisi, per ciò che nel fondo l'aveva Alessandro
voltato, tutta Pistoia ne fu in varii ragionamenti,
estimando gli sciocchi lui da' diavoli essere stato portato
via. Nondimeno ciascun de' due amanti, significato alla
donna ciò che fatto avea e quello che era intervenuto e con
questo scusandosi se fornito non avean pienamente il suo
comandamento, la sua grazia e il suo amore adimandava. La
qual mostrando a niun ciò voler credere, con recisa risposta
di mai per loro niente voler fare, poi che essi ciò che essa
adomandato avea non avean fatto, se gli tolse da dosso.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Levasi una badessa in fretta e al buio per trovare una sua
monaca, a lei accusata, col suo amante nel letto; e essendo
con lei un prete, credendosi il saltero de' veli aver posto
in capo, le brache del prete vi si pose; le quali vedendo
l'accusata, e fattalane accorgere, fu diliberata e ebbe agio
di starsi col suo amante.</emph></p></argument>
<p>Già si tacea Filomena, e il senno della donna a torsi da
dosso coloro li quali amar non volea da tutti era stato
commendato; e così in contrario non amor ma pazzia era stata
tenuta da tutti l'ardita presunzion degli amanti, quando la
reina a Elissa vezzosamente disse:–Elissa, segui–; la
qual prestamente incominciò:</p>
<p>–Carissime donne, saviamente si seppe madonna Francesca,
come detto è, liberar dalla noia sua; ma una giovane monaca,
aiutandola la fortuna, sé da un soprastante pericolo
leggiadramente parlando diliberò. E come voi sapete, assai
sono li quali, essendo stoltissimi, maestri degli altri si
fanno e gastigatori, li quali, sì come voi potrete
comprendere per la mia novella, la fortuna alcuna volta e
meritamente vitupera: e ciò addivenne alla badessa sotto la
cui obedienzia era la monaca della quale debbo dire.</p>
<p>Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo
monistero di santità e di religione, nel quale, tra l'altre
donne monache che v'erano, v'era una giovane di sangue
nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta
chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta,
d'un bel giovane che con lui era s'innamorò; e esso, lei
veggendo bellissima, già il suo disidero avendo con gli
occhi concetto, similmente di lei s'accese: e non senza gran
pena di ciascuno questo amore un gran tempo senza frutto
sostennero. Ultimamente, essendone ciascuno sollecito, venne
al giovane veduta una via da potere alla sua monaca
occultissimamente andare; di che ella contentandosi, non una
volta ma, molte con gran piacer di ciascuno la visitò.</p>
<p>Ma continuandosi questo, avvenne una notte che egli da una
delle donne di là entro fu veduto, senza avvedersene e egli
o ella, dall'Isabetta partirsi e andarsene. Il che costei
con alquante altre comunicò; e prima ebber consiglio
d'accusarla alla badessa, la quale madonna Usimbalda ebbe
nome, buona e santa donna secondo la oppinion delle donne
monache e di chiunque la conoscea; poi pensarono, acciò che
la negazione non avesse luogo, di volerla far cogliere col
giovane alla badessa; e così taciutesi, tra sé le vigilie e
le guardie segretamente partirono per incoglier costei.</p>
<p>Or, non guardandosi l'Isabetta da questo né alcuna cosa
sappiendone, avvenne che ella una notte vel fece venire, il
che tantosto sepper quelle che a ciò badavano; le quali,
quando a lor parve tempo, essendo già buona pezza di notte,
in due si divisero, e una parte se ne mise a guardia
dell'uscio della cella dell'Isabetta e un'altra n'andò
correndo alla camera della badessa; e picchiando l'uscio, a
lei che già rispondeva dissero: “Sù, madonna, levatevi
tosto, ché noi abbiam trovato che l'Isabetta ha un giovane
nella cella.”</p>
<p>Era quella notte la badessa accompagnata d'un prete il
quale ella spesse volte in una cassa si faceva venire. La
quale, udendo questo, temendo non forse le monache per
troppa fretta o troppo volonterose tanto l'uscio
sospignessero, che egli s'aprisse, spacciatamente si levò
suso e come il meglio seppe si vesti al buio; e credendosi
torre certi veli piegati, li quali in capo portano e
chiamangli il saltero, le venner tolte le brache del prete;
e tanta fu la fretta, che senza avvedersene in luogo del
saltero le si gittò in capo e uscì fuori e prestamente
l'uscio si riserrò dietro dicendo: “Dove è questa maladetta
da Dio?” E con l'altre, che sì focose e sì attente erano a
dover far trovare in fallo l'Isabetta, che di cosa che la
badessa in capo avesse non s'avvedieno, giunse all'uscio
della cella, e quello, dall'altre aiutata, pinse in terra: e
entrate dentro nel letto trovarono i due amanti abbracciati.
Li quali, da così subito sopraprendimento storditi, non
sappiendo che farsi, stettero fermi. La giovane fu
incontanente dall'altre monache presa e per comandamento
della badessa menata in capitolo. Il giovane s'era rimaso; e
vestitosi aspettava di veder che fine la cosa avesse, con
intenzione di fare un mal giuoco a quante giugner ne
potesse, se alla sua giovane novità niuna fosse fatta, e di
lei menarne con seco.</p>
<p>La badessa, postasi a sedere in capitolo in presenzia di
tutte le monache, le quali solamente alla colpevole
riguardavano, incominciò a dirle la maggior villania che mai
a femina fosse detta, sì come a colei la quale la santità,
l'onestà, la buona fama del monistero con le sue sconce e
vituperevoli opere, se di fuor si sapesse, contaminate avea:
e dietro alla villania aggiugnea gravissime minacce.</p>
<p>La giovane, vergognosa e timida, sì come colpevole non
sapeva che si rispondere, ma tacendo di sé metteva
compassion nell'altre: e, multiplicando pur la badessa in
novelle, venne alla giovane alzato il viso e veduto ciò che
la badessa aveva in capo e gli usulieri che di qua e di là
pendevano: di che ella, avvisando ciò che era, tutta
rassicurata disse: “Madonna, se Dio v'aiuti, annodatevi la
cuffia e poscia mi dite ciò che voi volete.”</p>
<p>La badessa, che non la 'ntendeva, disse: “Che cuffia, rea
femina? ora hai tu viso da motteggiare? parti egli aver
fatta cosa che i motti ci abbian luogo?”</p>
<p>Allora la giovane un'altra volta disse: “Madonna, io vi
priego che voi v'annodiate la cuffia; poi dite a me ciò che
vi piace”; laonde molte delle monache levarono il viso al
capo della badessa e, ella similmente ponendovisi le mani,
s'accorsero perché l'Isabetta così diceva.</p>
<p>Di che la badessa, avvedutasi del suo medesimo fallo e
vedendo che da tutte veduto era né aveva ricoperta, mutò
sermone e in tutta altra guisa che fatto non aveva cominciò
a parlare, e conchiudendo venne impossibile essere il
potersi dagli stimoli della carne difendere; e per ciò
chetamente, come infino a quel dì fatto s'era, disse che
ciascuna si desse buon tempo quando potesse; e liberata la
giovane, col suo prete si tornò a dormire, e l'Isabetta col
suo amante. Il qual poi molte volte, in dispetto di quelle
che di lei avevano invidia, vi fé venire; l'altre che senza
amante erano, come seppero il meglio, segretamente
procacciaron lor ventura.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Maestro Simone a instanzia di Bruno e di Buffalmacco e di
Nello fa credere a Calandrino che egli è pregno: il quale
per medicine dà a' predetti capponi e denari, e guerisce
senza partorire.</emph></p></argument>
<p>Poi che Elissa ebbe la sua novella finita, essendo da tutti
rendute grazie a Dio che la giovane monaca aveva con lieta
uscita tratta de' morsi delle invidiose compagne, la reina a
Filostrato comandò che seguitasse; il quale, senza più
comandamento aspettare, incominciò:</p>
<p>–Bellissime donne, lo scostumato giudice marchigiano, di
cui ieri vi novellai, mi trasse di bocca una novella di
Calandrino la quale io era per dirvi; e per ciò che ciò che
di lui si ragiona non può altro che multiplicar la festa,
benché di lui e de' suoi compagni assai ragionato si sia,
ancor pur quella che ieri aveva in animo vi dirò.</p>
<p>Mostrato è di sopra assai chiaro chi Calandrin fosse e gli
altri de' quali in questa novella ragionar debbo; e per ciò,
senza più dirne, dico che egli avvenne che una zia di
Calandrin si morì e lasciogli dugento lire di piccioli
contanti: per la qual cosa Calandrino cominciò a dire che
egli voleva comperare un podere, e con quanti sensali aveva
in Firenze, come se da spendere avesse avuti diecemilia
fiorin d'oro, teneva mercato, il qual sempre si guastava
quando al prezzo del poder domandato si perveniva. Bruno e
Buffalmacco, che queste cose sapevano, gli avean più volte
detto che egli farebbe il meglio a goderglisi con loro
insieme, che andar comperando terra come se egli avesse
avuto a far pallottole; ma, non che a questo, essi non
l'aveano mai potuto conducere che egli loro una volta desse
mangiare.</p>
<p>Per che un dì dolendosene, e essendo a ciò sopravenuto un
lor compagno che aveva nome Nello, dipintore, diliberar
tutti e tre di dover trovar modo da ugnersi il grifo alle
spese di Calandrino. E senza troppo indugio darvi, avendo
tra sé ordinato quello che a fare avessero, la seguente
mattina appostato quando Calandrino di casa uscisse, non
essendo egli guari andato, gli si fece incontro Nello e
disse: “Buondì, Calandrino.”</p>
<p>Calandrino gli rispose che Idio gli desse il buondì e 'l
buono anno. Appresso questo Nello, rattenutosi un poco, lo
'ncominciò a guardar nel viso: a cui Calandrin disse: “Che
guati tu?”</p>
<p>E Nello disse a lui: “Haiti tu sentita stanotte cosa
niuna? Tu non mi par desso.”</p>
<p>Calandrino incontanente cominciò a dubitare e disse:
“Oimè! come? che ti pare egli che io abbia?”</p>
<p>Disse Nello: “Deh! io nol dico per ciò, ma tu mi pari
tutto cambiato: fia forse altro”; e lasciollo andare.</p>
<p>Calandrino tutto sospettoso, non sentendosi per ciò cosa
del mondo, andò avanti; ma Buffalmacco, che guari non era
lontano, vedendol partito da Nello, gli si fece incontro e
salutatolo il domandò se egli si sentisse niente. Calandrino
rispose: “Io non so, pur testé mi diceva Nello che io gli
pareva tutto cambiato; potrebbe egli essere che io avessi
nulla?”</p>
<p>Disse Buffalmacco: “Sì, potrestù aver cavelle, non che
nulla: tu par mezzo morto.”</p>
<p>A Calandrino pareva già aver la febbre; e ecco Bruno
sopravenire, e prima che altro dicesse disse: “Calandrino,
che viso è quello? E' par che tu sie morto: che ti senti
tu?”</p>
<p>Calandrino, udendo ciascun di costoro così dire, per
certissimo ebbe seco medesimo d'esser malato, e tutto
sgomentato gli domandò: “Che fo?”</p>
<p>Disse Bruno: “A me pare che tu te ne torni a casa e
vaditene in su il letto e facciti ben coprire, e che tu
mandi il segnal tuo al maestro Simone, che è così nostra
cosa come tu sai. Egli ti dirà incontanente ciò che tu avrai
a fare, e noi ne verrem teco e, se bisognerà far cosa niuna,
noi la faremo.”</p>
<p>E con loro aggiuntosi Nello, con Calandrino se ne tornarono
a casa sua; e egli entratosene tutto affaticato nella camera
disse alla moglie: “Vieni e cuoprimi bene, ché io mi sento
un gran male.”</p>
<p>Essendo adunque a giacer posto, il suo segnale per una
fanticella mandò al maestro Simone, il quale allora a
bottega stava in Mercato Vecchio alla 'nsegna del mellone; e
Bruno disse a' compagni: “Voi vi rimarrete qui con lui, e
io voglio andare a sapere che il medico dirà, e, se bisogno
sarà, a menarloci.”</p>
<p>Calandrino allora disse: “Deh! sì, compagno mio, vavvi e
sappimi ridire come il fatto sta, ché io mi sento non so che
dentro.”</p>
<p>Bruno, andatose al maestro Simone, vi fu prima che la
fanticella che il segno portava e ebbe informato maestro
Simon del fatto; per che, venuta la fanticella e il maestro,
veduto il segno, disse alla fanticella: “Vattene e dì a
Calandrino che egli si tenga ben caldo, e io verrò a lui
incontanente e dirogli ciò che egli ha e ciò che egli avrà a
fare.”</p>
<p>La fanticella così rapportò, né stette guari che il medico
e Brun vennero; e postoglisi il medico a sedere allato,
gl'incominciò a toccare il polso, e dopo alquanto, essendo
ivi presente la moglie, disse: “Vedi, Calandrino, a
parlarti come a amico, tu non hai altro male se non che tu
se' pregno.”</p>
<p>Come Calandrino udì questo, dolorosamente cominciò a
gridare e a dire: “Oimè! Tessa, questo m'hai fatto tu, che
non vuogli stare altro che di sopra: io il ti diceva bene!”</p>
<p>La donna, che assai onesta persona era, udendo così dire al
marito tutta di vergogna arrossò; e bassata la fronte senza
risponder parola s'uscì della camera. Calandrino,
continuando il suo ramarichio, diceva: “Oimè, tristo me,
come farò io? come partorirò io questo figliuolo? onde
uscirà egli? Ben veggo che io son morto per la rabbia di
questa mia moglie, che tanto la faccia Idio trista quanto io
voglio esser lieto; ma così fossi io sano come io non sono,
ché io mi leverei e dare' le tante busse, che io la romperei
tutta, avvegna che egli mi stea molto bene, ché io non la
doveva mai lasciar salir di sopra. Ma per certo, se io
scampo di questa, ella se ne potrà ben prima morir di
voglia.”</p>
<p>Bruno e Buffalmacco e Nello avevano sì gran voglia di
ridere che scoppiavano, udendo le parole di Calandrino, ma
pur se ne tenevano; ma il maestro Scimmione rideva sì
squaccheratamente, che tutti i denti gli si sarebber potuti
trarre. Ma pure, a lungo andare, raccomandandosi Calandrino
al medico e pregandolo che in questo gli dovesse dar
consiglio e aiuto, gli disse il maestro: “Calandrino, io
non voglio che tu ti sgomenti, ché, lodato sia Idio, noi ci
siamo sì tosto accorti del fatto, che con poca fatica e in
pochi dì ti dilibererò; ma conviensi un poco spendere.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Oimè! maestro mio, sì, per l'amor di
Dio. Io ho qui da dugento lire di che io volea comperare un
podere: se tutti bisognano, tutti gli togliete, pur che io
non abbia a partorire, ché io non so come io mi facessi; ché
io odo fare alle femine un sì gran romore quando son per
partorire, con tutto che elle abbiano buon cotal grande
donde farlo, che io credo, se io avessi quel dolore, che io
mi morrei prima che io partorissi.”</p>
<p>Disse il medico: “Non aver pensiero. Io ti farò fare una
certa bevanda stillata molto buona e molto piacevole a bere,
che in tre mattine risolverà ogni cosa, e rimarrai più sano
che pesce; ma farai che tu sii poscia savio e più non
incappi in queste sciocchezze. Ora ci bisogna per quella
acqua tre paia di buon capponi e grossi, e per altre cose
che bisognano darai a un di costoro cinque lire di piccioli,
che le comperi, e fara'mi ogni cosa recare alla bottega; e
io al nome di Dio domattina ti manderò di quel beveraggio
stillato, e comincera'ne a bere un buon bicchier grande per
volta.”</p>
<p>Calandrino, udito questo, disse: “Maestro mio, ciò siane
in voi”; e date cinque lire a Bruno e denari per tre paia
di capponi, il pregò che in suo servigio in queste cose
durasse fatica.</p>
<p>Il medico, partitosi, gli fece fare un poco di chiarea e
mandogliele. Bruno, comperati i capponi e altre cose
necessarie al godere, insieme col medico e co' compagni suoi
se gli mangiò. Calandrino bevé tre mattine della chiarea; e
il medico venne da lui, e i suoi compagni, e toccatogli il
polso gli disse: “Calandrino, tu se' guerito senza fallo; e
però sicuramente oggimai va a fare ogni tuo fatto, né per
questo star più in casa.”</p>
<p>Calandrino lieto, levatosi, s'andò a fare i fatti suoi,
lodando molto, ovunque con persona a parlar s'avveniva, la
bella cura che di lui il maestro Simone aveva fatta,
d'averlo fatto in tre dì senza alcuna pena spregnare; e
Bruno e Buffalmacco e Nello rimaser contenti d'aver con
ingegni saputa schernire l'avarizia di Calandrino,
quantunque monna Tessa, avvedendosene, molto col marito ne
brontolasse.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Bonconvento ogni sua
cosa e i denari di Cecco di messere Angiolieri; e in
camiscia correndogli dietro e dicendo che rubato l'avea, il
fa pigliare a' villani; e i panni di lui si veste e monta
sopra il pallafreno, e lui, venendosene, lascia in
camiscia.</emph></p></argument>
<p>Con grandissime risa di tutta la brigata erano state
ascoltate le parole da Calandrin dette della sua moglie; ma
tacendosi Filostrato, Neifile, sì come la reina volle,
incominciò.</p>
<p>–Valorose donne, se egli non fosse più malagevole agli
uomini il mostrare altrui il senno e la vertù loro, che sia
la sciocchezza e 'l vizio, invano si faticherebber molti in
por freno alle lor parole: e questo v'ha assai manifestato
la stoltizia di Calandrino, al quale di niuna necessità era,
a voler guerire del male che la sua semplicità gli faceva
accredere che egli avesse, i segreti diletti della sua donna
in publico adimostrare. La qual cosa una a sé contraria
nella mente me n'ha recata: cioè come la malizia d'uno il
senno soperchiasse d'un altro con grave danno e scorno del
soperchiato: il che mi piace di raccontarvi.</p>
<p>Erano, non sono molti anni passati, in Siena due già per
età compiuti uomini, ciascuno chiamato Cecco ma l'uno di
messere Angiulieri e l'altro di messer Fortearrigo. Li
quali, quantunque in molte altre cose male insieme di
costumi si convenissero, in uno, cioè che ammenduni li loro
padri odiavano, tanto si convenieno, che amici n'erano
divenuti e ispesso n'usavano insieme. Ma parendo
all'Angiulieri, il quale e bello e costumato uomo era, mal
dimorare in Siena della provisione che dal padre donata gli
era, sentendo nella Marca d'Ancona esser per legato del Papa
venuto un cardinale che molto suo signore era, si dispose a
volersene andare a lui, credendone la sua condizion
migliorare. E fatto questo al padre sentire, con lui ordinò
d'avere a un'ora ciò che in sei mesi gli dovesse dare, acciò
che vestir si potesse e fornir di cavalcatura e andare
orrevole.</p>
<p>E cercando d'alcuno il quale seco menar potesse al suo
servigio, venne questa cosa sentita al Fortarrigo: il quale
di presente fu all'Angiulieri e cominciò, come il meglio
seppe, a pregarlo che seco il dovesse menare, e che egli
voleva essere e fante e famiglio e ogni cosa e senza alcun
salario sopra le spese. Al quale l'Angiulieri rispose che
menar nol volea, non perché egli nol conoscesse bene a ogni
servigio sufficiente, ma per ciò che egli giucava e oltre a
ciò s'innebriava alcuna volta; a che il Fortarrigo rispose
che dell'uno e dell'altro senza dubbio si guarderebbe e con
molti saramenti gliele affermò, tanti prieghi sopragiugnendo
che l'Angiulieri, sì come vinto, disse che era contento.</p>
<p>E entrati una mattina in cammino amenduni a desinar
n'andarono a Bonconvento: dove avendo l'Angiulier desinato e
essendo il caldo grande, fattosi acconciare un letto
nell'albergo e spogliatosi, dal Fortarrigo aiutato s'andò a
dormire e dissegli che come nona sonasse il chiamasse. Il
Fortarrigo, dormendo l'Angiulieri, se n'andò in su la
taverna e quivi, alquanto avendo bevuto, cominciò con alcuni
a giucare, li qua', in poca d'ora alcuni denari che egli
aveva avendogli vinti, similmente quanti panni egli aveva
indosso gli vinsero: onde egli, disideroso di riscuotersi,
così in camiscia come era se n'andò là dove dormiva
l'Angiulieri, e vedendol dormir forte di borsa gli trasse
quanti denari egli avea, e al giuoco tornatosi così gli
perdé come gli altri.</p>
<p>L'Angiulieri destatosi si levò e vestissi e domandò del
Fortarrigo: il quale non trovandosi, avvisò l'Angiulieri lui
in alcun luogo ebbro dormirsi, sì come altra volta era usato
di fare; per che, diliberatosi di lasciarlo stare, fatta
mettere la sella e la valigia a un suo pallafreno, avvisando
di fornirsi d'altro famigliare a Corsignano, volendo per
andarsene l'oste pagare, non si trovò denaio: di che il
romor fu grande e tutta la casa dell'oste fu in turbazione,
dicendo l'Angiulieri che egli là entro era stato rubato e
minacciando egli, di farnegli tutti presi andare a Siena. E
ecco venire in camiscia il Fortarrigo, il quale per torre i
panni, come fatto aveva i denari, veniva: e veggendo
l'Angiulieri in concio di cavalcar, disse: “Che è questo,
Angiulieri? vogliancene noi andare ancora? Deh aspettati un
poco: egli dee venir qui testeso uno che ha pegno il mio
farsetto per trentotto soldi: son certo che egli cel renderà
per trentacinque pagandol testé.”</p>
<p>E duranti ancora le parole, sopravenne uno il quale fece
certo l'Angiulieri il Fortarrigo essere stato colui che i
suoi denar gli avea tolti, col mostrargli la quantità di
quegli che egli aveva perduti. Per la qual cosa l'Angiulier
turbatissimo disse al Fortarrigo una grandissima villania, e
se più d'altrui che di Dio temuto non avesse, gliele avrebbe
fatta: e, minacciandolo di farlo impiccar per la gola o
fargli dar bando delle forche di Siena, montò a cavallo.</p>
<p>Il Fortarrigo, non come se l'Angiulieri a lui ma a un altro
dicesse, diceva: “Deh, Angiulieri, in buonora lasciamo
stare ora costette parole che non montan cavelle; intendiamo
a questo: noi il riavrem per trentacinque soldi ricogliendol
testé, ché, indugiandosi pure di qui a domane, non ne vorrà
meno di trentotto come egli me ne prestò: e fammene questo
piacere perché io gli misi a suo senno. Deh, perché non ci
miglioriam noi questi tre soldi?”</p>
<p>L'Angiulieri, udendol così parlare, si disperava e
massimamente veggendosi guatare a quegli che v'eran da
torno, li quali parea che credessero non che il Fortarrigo i
denari dell'Angiulieri avesse giucati ma che l'Angiulieri
ancora avesse de' suoi; e dicevagli: “Che ho io a fare di
tuo farsetto, che appicato sie tu per la gola? ché non
solamente m'hai rubato e giucato il mio, ma sopra ciò hai
impedita la mia andata, e anche ti fai beffe di me.”</p>
<p>Il Fortarrigo stava pur fermo come se a lui non dicesse, e
diceva: “Deh, perché non mi vuoi tu migliorar qui tre
soldi? non credi tu che io te gli possa ancor servire? Deh,
fallo, se ti cal di me! perché hai tu questa fretta? Noi
giugnerem bene ancora stasera a buonora a Torrenieri. Fa
truova la borsa: sappi che io potrei cercar tutta Siena e
non ve ne troverei uno che così mi stesse ben come questo: e
a dire che il lasciassi a costui per trentotto soldi! Egli
vale ancora quaranta o più, sì che tu mi piggiorresti in due
modi.”</p>
<p>L'Angiulieri, da gravissimo dolor punto veggendosi rubato
da costui e ora tenersi a parole, senza più rispondergli,
voltata la testa del pallafreno prese il camin verso
Torrenieri. Al quale il Fortarrigo, in una sottil malizia
entrato, così in camiscia cominciò a trottar dietro: e
essendo già ben due miglia andato pur del farsetto pregando,
andandone l'Angiulier forte per levarsi quella seccaggine
dagli orecchi, venner veduti al Fortarrigo lavoratori in un
campo vicini alla strada dinanzi all'Angiulieri; a' quali il
Fortarrigo gridando forte incominciò a dire: “Pigliatel,
pigliatelo!” Per che essi con vanga e chi con marra nella
strada paratisi dinanzi all'Angiulieri, avvisando che rubato
avesse colui che in camiscia dietro gli veniva gridando, il
ritennero e presono: al quale, per dir loro chi egli fosse e
come il fatto stesse, poco giovava.</p>
<p>Ma il Fortarrigo giunto là con un mal viso disse: “Io non
so come io non t'uccido, ladro disleale che ti fuggivi col
mio!”; e a' villani rivolto disse: “Vedete, signori, come
egli m'aveva lasciato nell'albergo in arnese, avendo prima
ogni sua cosa giucata! Ben posso dire che per Dio e per voi
io abbia questo cotanto racquistato, di che io sempre vi
sarò tenuto.”</p>
<p>L'Angiulieri diceva egli altressì ma le sue parole non
erano ascoltate. Il Fortarrigo con l'aiuto de' villani il
mise in terra del pallafreno e, spogliatolo, de' suoi panni
si rivestì; e a caval montato, lasciato l'Angiulieri in
camiscia e scalzo, a Siena se ne tornò per tutto dicendo sé
il pallafreno e' panni aver vinti all'Angiulieri.
L'Angiulieri, che ricco si credeva andare al cardinal nella
Marca, povero e in camiscia si tornò a Bonconvento, né per
vergogna a qui tempi ardì di tornare a Siena, ma statigli
panni prestati, in sul ronzino che cavalcava Fortarrigo se
n'andò a' suoi parenti a Corsignano, co' quali si stette
tanto che da capo dal padre fu sovenuto. E così la malizia
del Fortarrigo turbò il buono avviso dell'Angiulieri,
quantunque da lui non fosse a luogo e a tempo lasciata
impunita.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Calandrino s'innamora d'una giovane, al quale Bruno fa un
brieve, col quale come egli la tocca ella va con lui; e
dalla moglie trovato ha gravissima e noiosa quistione.</emph></p></argument>
<p>Finita la non lunga novella di Neifile, senza troppo o
riderne o parlarne passatasene la brigata, la reina, verso
la Fiammetta rivolta, che ella seguitasse le comandò; la
quale tutta lieta rispose che volentieri, e cominciò:</p>
<p>–Gentilissime donne, sì come io credo che voi sappiate,
niuna cosa è di cui tanto si parli, che sempre più non
piaccia, dove il tempo e il luogo che quella cotal cosa
richiede si sappi per colui che parlar ne vuole debitamente
eleggere. E per ciò, se io riguardo quello per che noi siam
qui, che per aver festa e buon tempo e non per altro ci
siamo, stimo che ogni cosa che festa e piacer possa porgere
qui abbia e luogo e tempo debito; e benché mille volte
ragionato ne fosse, altro che dilettar non debbia
altrettanto parlandone. Per la qual cosa, posto che assai
volte de' fatti di Calandrino detto si sia tra noi,
riguardando, sì come poco avanti disse Filostrato, che essi
son tutti piacevoli, ardirò oltre alle dette dirvene una
novella: la quale, se io dalla verità del fatto mi fossi
scostare voluta o volessi, avrei ben saputo e saprei sotto
altri nomi comporla e raccontarla; ma per ciò che il
partirsi dalla verità delle cose state nel novellare è gran
diminuire di diletto negl'intendenti, in propria forma,
dalla ragion di sopra detta aiutata, la vi dirò.</p>
<p>Niccolò Cornacchini fu nostro cittadino e ricco uomo: e tra
l'altre sue possessioni una bella n'ebbe in Camerata, sopra
la quale fece fare uno orrevole e bello casamento e con
Bruno e con Buffalmacco che tutto gliele dipignessero si
convenne; li quali, per ciò che il lavorio era molto, seco
aggiunsero e Nello e Calandrino e cominciarono a lavorare.
Dove, benché alcuna camera fornita di letto e dell'altre
cose oportune fosse e una fante vecchia dimorasse sì come
guardiana del luogo, per ciò che altra famiglia non v'era,
era usato un figliuolo del detto Niccolò, che avea nome
Filippo, sì come giovane e senza moglie, di menar talvolta
alcuna femina a suo diletto e tenervela un dì o due e poscia
mandarla via.</p>
<p>Ora tra l'altre volte avvenne che egli ve ne menò una che
aveva nome la Niccolosa, la quale un tristo, che era
chiamato il Mangione, a sua posta tenendola in una casa da
Camaldoli, prestava a vettura. Aveva costei bella persona e
era ben vestita e secondo sua pari assai costumata e ben
parlante; e essendo ella un dì di meriggio della camera
uscita in un guarnel bianco e co' capelli ravolti al capo e
a un pozzo che nella corte era del casamento lavandosi le
mani e 'l viso, avvenne che Calandrino quivi venne per acqua
e dimesticamente la salutò. Ella, rispostogli, il cominciò a
guatare più perché Calandrino le pareva un nuovo uomo che
per altra vaghezza. Calandrino cominciò a guatar lei, e
parendogli bella cominciò a trovar sue cagioni e non tornava
a' compagni con l'acqua: ma non conoscendola niuna cosa
ardiva di dirle. Ella, che avveduta s'era del guatar di
costui, per uccellarlo, alcuna volta guardava lui, alcun
sospiretto gittando; per la qual cosa Calandrino subitamente
di lei s'imbardò, né prima si partì della corte che ella fu
da Filippo nella camera richiamata.</p>
<p>Calandrino, tornato a lavorare, altro che soffiar non
facea; di che Bruno accortosi, per ciò che molto gli poneva
mente alle mani, sì come quegli che gran diletto prendeva
de' fatti suoi, disse: “Che diavolo hai tu, sozio
Calandrino? Tu non fai altro che soffiare.”</p>
<p>A cui Calandrino disse: “Sozio, se io avessi chi
m'aiutasse, io starei bene.”</p>
<p>“Come?” disse Bruno.</p>
<p>A cui Calandrin disse: “E' non si vuol dire a persona:
egli è una giovane qua giù, che è più bella che una lammia,
la quale è sì forte innamorata di me, che ti parrebbe un
gran fatto: io me ne avvidi testé quando io andai per
l'acqua.”</p>
<p>“Oimè!” disse Bruno “guarda che ella non sia la moglie
di Filippo.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Io il credo, per ciò che egli la
chiamò, e ella se n'andò a lui nella camera; ma che vuol per
ciò dir questo? Io la fregherei a Cristo di così fatte cose,
non che a Filippo. Io ti vo' dire il vero, sozio: ella mi
piace tanto, che io nol ti potrei dire.”</p>
<p>Disse allora Bruno: “Sozio, io ti spierò chi ella è; e se
ella è la moglie di Filippo, io acconcerò i fatti tuoi in
due parole, per ciò che ella è molto mia dimestica. Ma come
farem noi che Buffalmacco nol sappia? Io non le posso mai
favellare ch'e' non sia meco.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Di Buffalmacco non mi curo io, ma
guardianci di Nello, ché egli è parente della Tessa e
guasterebbeci ogni cosa.”</p>
<p>Disse Bruno: “Ben di'.”</p>
<p>Or sapeva Bruno chi costei era, sì come colui che veduta
l'avea venire, e anche Filippo gliel'avea detto; per che,
essendosi Calandrino un poco dal lavorio partito e andato
per vederla, Bruno disse ogni cosa a Nello e a Buffalmacco,
e insieme tacitamente ordinarono quello che far gli
dovessero di questo suo innamoramento.</p>
<p>E come egli ritornato fu, disse Bruno pianamente:
“Vedestila?”</p>
<p>Rispose Calandrino: “Oimè, sì, ella m'ha morto!”</p>
<p>Disse Bruno: “Io voglio andare a vedere se ella è quella
che io credo; e se così sarà, lascia poscia far me.”</p>
<p>Sceso adunque Bruno giuso e trovato Filippo e costei,
ordinatamente disse loro chi era Calandrino e quello che
egli aveva lor detto, e con loro ordinò quello che ciascun
di loro dovesse fare e dire per aver festa e piacere dello
innamoramento di Calandrino; e a Calandrino tornatosene
disse: “Bene è dessa: e per ciò si vuol questa cosa molto
saviamente fare, per ciò che, se Filippo se n'avedesse,
tutta l'acqua d'Arno non ci laverebbe. Ma che vuoi tu che io
le dica da tua parte se egli avvien che io le favelli?”</p>
<p>Rispose Calandrino: “Gnaffé! tu sì le dirai in prima in
prima che io le voglio mille moggia di quel buon bene da
impregnare, e poscia che io son suo servigiale e se ella
vuol nulla: ha'mi bene inteso?”</p>
<p>Disse Bruno: “Sì, lascia far me.”</p>
<p>Venuta l'ora della cena e costoro, avendo lasciata opera e
giù nella corte discesi, essendovi Filippo e la Niccolosa,
alquanto in servigio di Calandrino ivi si posero a stare;
dove Calandrino cominciò a guardare la Niccolosa e a fare i
più nuovi atti del mondo, tali e tanti, che se ne sarebbe
avveduto un cieco. Ella, d'altra parte, ogni cosa faceva per
la quale credesse bene accenderlo e secondo la informazione
avuta da Bruno, il miglior tempo del mondo prendendo de'
modi di Calandrino. Filippo con Buffalmacco e con gli altri
faceva vista di ragionare e di non avvedersi di questo
fatto.</p>
<p>Ma pur dopo alquanto, con grandissima noia di Calandrino,
si partirono; e venendose verso Firenze disse Bruno a
Calandrino: “Ben ti dico che tu la fai struggere come
ghiaccio a sole: per lo corpo di Dio, se tu ci rechi la
ribeba tua e canti un poco con essa di quelle tue canzoni
innamorate, tu la farai gittare a terra delle finestre per
venire a te.”</p>
<p>Disse Calandrino: “Parti, sozio? parti che io la rechi?”</p>
<p>“Sì” rispose Bruno.</p>
<p>A cui Calandrino disse: “Tu non mi credevi oggi, quando io
il ti diceva: per certo, sozio, io m'aveggio che io so
meglio che altro uomo far ciò che io voglio. Chi avrebbe
saputo, altri che io, far così tosto innamorare una così
fatta donna come è costei? A buon'otta l'avrebber saputo far
questi giovani di tromba marina, che tutto il dì vanno in
giù e in sù, e in mille anni non saprebbero accozzare tre
man di noccioli! Ora io vorrò che tu mi vegghi un poco con
la ribeba: vedrai bel giuoco! E intendi sanamente che io non
son vecchio come io ti paio: ella se ne è bene accorta ella;
ma altramenti ne la farò io accorgere se io le pongo la
branca adosso, per lo verace corpo di Cristo, ché io le farò
giuoco che ella mi verrà dietro come va la pazza al
figliuolo.”</p>
<p>“Oh!” disse Bruno “tu te la griferai: e' mi par pur
vederti morderle con cotesti tuoi denti fatti a bischeri
quella sua bocca vermigliuzza e quelle sue gote che paion
due rose e poscia manicarlati tutta quanta.”</p>
<p>Calandrino udendo queste parole gli pareva essere a' fatti,
e andava cantando e saltando tanto lieto, che non capeva nel
cuoio. Ma l'altro dì, recata la ribeba, con gran diletto di
tutta la brigata cantò più canzoni con essa; e in brieve in
tanta sosta entrò dello spesso veder costei, che egli non
lavorava punto, ma mille volte il dì ora alla finestra, ora
alla porta e ora nella corte correva per veder costei, la
quale, astutamente secondo l'amaestramento di Bruno
adoperando, molto bene ne gli dava cagione. Bruno d'altra
parte gli rispondeva alle sue ambasciate e da parte di lei
ne gli faceva talvolta: quando ella non v'era, che era il
più del tempo, gli faceva venir lettere da lei nelle quali
esso gli dava grande speranza de' desideri suoi, mostrando
che ella fosse a casa di suoi parenti là dove egli allora
non la poteva vedere. E in questa guisa Bruno e Buffalmacco,
che tenevano mano al fatto, traevano de' fatti di Calandrino
il maggior piacer del mondo, faccendosi talvolta dare, sì
come domandato dalla sua donna, quando un pettine d'avorio e
quando una borsa e quando un coltellino e cotali ciance,
allo 'ncontro recandogli cotali anelletti contraffatti di
niun valore, de' quali Calandrino faceva maravigliosa festa;
e oltre a questo n'avevan da lui di buone merende e d'altri
onoretti, acciò che solleciti fossero a' fatti suoi.</p>
<p>Ora avendol tenuti costoro ben due mesi in questa forma
senza più aver fatto, vedendo Calandrino che il lavorio si
veniva finendo e avvisando che, se egli non recasse a
effetto il suo amore prima che finito fosse il lavorio, mai
più fatto non gli potesse venire, cominciò molto a strignere
e a sollecitar Bruno; per la qual cosa, essendovi la giovane
venuta, avendo Bruno prima con Filippo e con lei ordinato
quello che fosse da fare, disse a Calandrino: “Vedi, sozio,
questa donna m'ha ben mille volte promesso di dover fare ciò
che tu vorrai e poscia non ne fa nulla, e parmi che ella ti
meni per lo naso; e per ciò, poscia che ella nol fa come
ella promette, noi gliele farem fare o voglia ella o no, se
tu vorrai.”</p>
<p>Rispose Calandrino: “Deh! sì, per l'amor di Dio, facciasi
tosto.”</p>
<p>Disse Bruno: “Dratti egli il cuore di toccarla con un
brieve che io ti darò?”</p>
<p>Disse Calandrino: “Sì bene.”</p>
<p>“Adunque” disse Bruno “fa che tu mi rechi un poco di
carta non nata e un vispistrello vivo e tre granella
d'incenso e una candela benedetta, e lascia far me.”</p>
<p>Calandrino stette tutta la sera vegnente con suoi artifici
per pigliare un vispistrello, e alla fine presolo con
l'altre cose il portò a Bruno; il quale, tiratosi in una
camera, scrisse in su quella carta certe sue frasche con
alquante cateratte e portogliele e disse: “Calandrino,
sappi che se tu la toccherai con questa scritta, ella ti
verrà incontanente dietro e farà quello che tu vorrai. E
però, se Filippo va oggi in niun luogo, accostaleti in
qualche modo e toccala e vattene nella casa della paglia
ch'è qui da lato, ch'è il miglior luogo che ci sia, per ciò
che non vi bazzica mai persona: tu vedrai che ella vi verrà;
quando ella v'è, tu sai bene ciò che tu t'hai a fare.”</p>
<p>Calandrino fu il più lieto uomo del mondo e presa la
scritta disse: “Sozio, lascia far me.”</p>
<p>Nello, da cui Calandrino si guardava, avea di questa cosa
quel diletto che gli altri e con loro insieme teneva mano a
beffarlo: e per ciò, sì come Bruno gli aveva ordinato, se
n'andò a Firenze alla moglie di Calandrino e dissele:
“Tessa, tu sai quante busse Calandrino ti diè senza ragione
il dì che egli ci tornò con le pietre di Mugnone, e per ciò
io intendo che tu te ne vendichi: e se tu nol fai, non
m'aver mai né per parente né per amico. Egli sì s'è
innamorato d'una donna colassù, e ella è tanto trista che
ella si va rinchiudendo assai spesso con essolui, e poco fa
si dieder la posta d'essere insieme via via; e per ciò io
voglio che tu vi venghi e vegghilo e gastighil bene.”</p>
<p>Come la donna udì questo, non le parve giuoco: ma levatasi
in piè cominciò a dire: “Oimè, ladro piuvico, faimi tu
questo? Alla croce di Dio, ella non andrà così, che io non
te ne paghi.”</p>
<p>E preso suo mantello e una feminetta in compagnia, vie più
che di passo insieme con Nello lassù n'andò; la quale come
Bruno vide venir di lontano, disse a Filippo: “Ecco l'amico
nostro.”</p>
<p>Per la qual cosa Filippo, andato colà dove Calandrino e gli
altri lavoravano, disse: “Maestri, a me convien testé
andare a Firenze: lavorate di forza”; e partitosi, s'andò a
nascondere in parte che egli poteva, senza esser veduto,
veder ciò che facesse Calandrino.</p>
<p>Calandrino, come credette che Filippo alquanto dilungato
fosse, così se ne scese nella corte dove egli trovò sola la
Niccolosa; e entrato con lei in novelle, e ella, che sapeva
ben ciò che a far s'aveva, accostataglisi, un poco di più
dimestichezza che usata non era gli fece, donde Calandrino
la toccò con la scritta. E come tocca l'ebbe, senza dir
nulla volse i passi verso la casa della paglia, dove la
Niccolosa gli andò dietro; e, come dentro fu, chiuso l'uscio
abracciò Calandrino e in su la paglia che era ivi in terra
il gittò e saligli addosso a cavalcione e tenendogli le mani
in su gli omeri, senza lasciarlosi appressare al viso, quasi
come un suo gran disidero il guardava dicendo: “O Calandrin
mio dolce, cuor del corpo mio, anima mia, ben mio, riposo
mio, quanto tempo ho io disiderato d'averti e di poterti
tenere a mio senno! Tu m'hai con la piacevolezza tua tratto
il filo della camiscia; tu m'hai agratigliato il cuor con la
tua ribeba: può egli esser vero che io ti tenga?”</p>
<p>Calandrino, appena potendosi muover, diceva: “Deh! anima
mia dolce, lasciamiti basciare.”</p>
<p>La Niccolosa diceva: “O tu hai la gran fretta! Lasciamiti
prima vedere a mio senno: lasciami saziar gli occhi di
questo tuo viso dolce!”</p>
<p>Bruno e Buffalmacco n'erano andati da Filippo, e tutti e
tre vedevano e udivano questo fatto; e essendo già
Calandrino per voler pur la Niccolosa basciare, ecco giugner
Nello con monna Tessa; il quale come giunse disse: “Io fo
boto a Dio che sono insieme”; e all'uscio della casa
pervenuti, la donna, che arrabbiava, datovi delle mani il
mandò oltre, e entrata dentro vide la Niccolosa addosso a
Calandrino; la quale, come la donna vide, subitamente
levatasi fuggì via e andossene là dove era Filippo.</p>
<p>Monna Tessa corse con l'unghie nel viso a Calandrino, che
ancora levato non era, e tutto gliele graffiò; e presolo per
li capelli e in qua e in là tirandolo cominciò a dire:
“Sozzo can vituperato, dunque mi fai tu questo? Vecchio
impazzato, che maladetto sia il bene che io t'ho voluto:
dunque non ti pare aver tanto a fare a casa tua, che ti vai
innamorando per l'altrui? Ecco bello innamorato! Or non ti
conosci tu, tristo? non ti conosci tu, dolente? che
premendoti tutto, non uscirebbe tanto sugo che bastasse a
una salsa. Alla fé di Dio, egli non era ora la Tessa quella
che t'impregnava, che Dio la faccia trista chiunque ella è,
ché ella dee ben sicuramente esser cattiva cosa a aver
vaghezza di così bella gioia come tu se'!”</p>
<p>Calandrino, vedendo venir la moglie, non rimase né morto né
vivo, né ebbe ardire di far contro di lei difesa alcuna: ma
pur così graffiato e tutto pelato e rabbuffato, ricolto il
cappuccio suo e levatosi, cominciò umilmente a pregar la
moglie che non gridasse se ella non volesse che egli fosse
tagliato tutto a pezzi, per ciò che colei, che con lui era,
era moglie del signor della casa. La donna disse: “Sia, che
Idio le dea il malanno!”</p>
<p>Bruno e Buffalmacco, che con Filippo e con la Niccolosa
avevan di questa cosa riso a lor senno, quasi al romor
venendo, colà trassero; e dopo molte novelle rappaceficata
la donna, dieron per consiglio a Calandrino che a Firenze se
n'andasse e più non vi tornasse, acciò che Filippo, se
niente di questa cosa sentisse, non gli facesse male. Così
adunque Calandrino tristo e cattivo, tutto pelato e tutto
graffiato, a Firenze tornatosene, più colassù non avendo
ardir d'andare, il dì e la notte molestato e afflitto da'
rimbrotti della moglie, a suo fervente amor pose fine,
avendo molto dato da ridere a' suoi compagni e alla
Niccolosa e a Filippo.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Due giovani albergano con uno, de' quali l'uno si va a
giacere con la figliuola, e la moglie di lui disavedutamente
si giace con l'altro; quegli che era con la figliuola si
corica col padre di lei e dicegli ogni cosa, credendo dire
al compagno; fanno romore insieme; la donna, ravedutasi,
entra nel letto della figliuola e quindi con certe parole
ogni cosa pacefica.</emph></p></argument>
<p>Calandrino, che altre volte la brigata aveva fatta ridere,
similmente questa volta la fece: de' fatti del quale poscia
che le donne si tacquero, la reina impose a Panfilo che
dicesse; il quale disse:</p>
<p>–Laudevoli donne, il nome della Niccolosa amata da
Calandrino m'ha nella memoria tornata una novella d'un'altra
Niccolosa, la quale di raccontarvi mi piace, per ciò che in
essa vedrete un subito avvedimento d'una buona donna avere
un grande scandalo tolto via.</p>
<p>Nel pian di Mugnone fu, non ha guari, un buono uomo, il
quale a' viandanti dava pe' lor denari mangiare e bere; e
come che povera persona fosse e avesse piccola casa, alcuna
volta, per un bisogno grande, non ogni persona ma alcun
conoscente albergava. Ora aveva costui una sua moglie assai
bella femina, della quale aveva due figliuoli: e l'uno era
una giovanetta bella e leggiadra, d'età di quindici o di
sedici anni, che ancora marito non avea; l'altro era un
fanciul piccolino che ancora non aveva uno anno, il quale la
madre stessa allattava.</p>
<p>Alla giovane aveva posti gli occhi addosso un giovinetto
leggiadro e piacevole e gentile uomo della nostra città, il
quale molto usava per la contrada, e focosamente l'amava; e
ella, che d'esser da un così fatto giovane amata forte si
gloriava, mentre di ritenerlo con piacevoli sembianti nel
suo amor si sforzava, di lui similmente s'innamorò; e più
volte per grado di ciascuna delle parti avrebbe tale amore
avuto effetto, se Pinuccio (che così avea nome il giovane)
non avesse schifato il biasimo della giovane e 'l suo. Ma
pur di giorno in giorno multiplicando l'ardore, venne
disiderio a Pinuccio di doversi pur con costei ritrovare; e
caddegli nel pensiero di trovar modo di dovere col padre
albergare, avvisando, sì come colui che la disposizion della
casa della giovane sapeva, che, se questo facesse, gli
potrebbe venir fatto d'esser con lei senza avvedersene
persona; e come nell'animo gli venne, così senza indugio
mandò a effetto.</p>
<p>Esso insieme con un suo fidato compagno chiamato Adriano,
il quale questo amor sapeva, tolti una sera al tardi due
ronzini a vettura e postevi sù due valige, forse piene di
paglia, di Firenze uscirono, e presa una lor volta sopra il
pian di Mugnon cavalcando pervennero essendo già notte. E di
quindi, come se di Romagna tornassero, data la volta verso
le case se ne vennero, e alla casa del buon uom picchiarono;
il quale, sì come colui che molto era dimestico di ciascuno,
aperse la porta prestamente: al quale Pinuccio disse:
“Vedi, a te conviene stanotte albergarci: noi ci credemmo
dover potere entrare in Firenze e non ci siamo sì saputi
studiare, che noi non siam qui pure a così fatta ora, come
tu vedi, giunti.”</p>
<p>A cui l'oste rispose: “Pinuccio, tu sai bene come io sono
agiato di poter così fatti uomini, come voi siete,
albergare; ma pur, poi che questa ora v'ha qui sopra giunti,
né tempo ci è da potere andare altrove, io v'albergherò
volentieri come io potrò.”</p>
<p>Ismontati adunque i due giovani e nell'alberghetto entrati,
primieramente i lor ronzini adagiarono e appresso, avendo
ben seco portato da cena, insieme con l'oste cenarono. Ora
non avea l'oste che una cameretta assai piccola, nella quale
eran tre letticelli messi come il meglio l'oste avea saputo;
né v'era per tutto ciò tanto di spazio rimaso, essendone due
dall'una delle facce della camera e 'l terzo di rincontro a
quegli dall'altra, che altro che strettamente andar vi si
potesse. Di questi tre letti fece l'oste il men cattivo
acconciar per li due compagni e fecegli coricare; poi dopo
alquanto, non dormendo alcun di loro come che di dormir
mostrassero, fece l'oste nell'un de' due che rimasi erano
coricar la figliuola, e nell'altro s'entrò egli e la donna
sua, la quale allato del letto dove dormiva pose la culla
nella quale il suo piccolo figlioletto teneva.</p>
<p>E essendo le cose in questa guisa disposte e Pinuccio
avendo ogni cosa veduta, dopo alquanto spazio, parendogli
che ogni uomo adormentato fosse, pianamente levatosi se
n'andò al letticello dove la giovane amata da lui si
giaceva, e miselesi a giacere allato: dalla quale, ancora
che paurosamente il facesse, fu lietamente raccolto, e con
essolei di quel piacere che più disideravano prendendo si
stette. E standosi così Pinuccio con la giovane, avvenne che
una gatta fece certe cose cadere, le quali la donna
destatasi sentì; per che levatasi temendo non fosse altro,
così al buio levatasi come era se n'andò là dove sentito
aveva il romore. Adriano, che a ciò non avea l'animo, per
avventura per alcuna oportunità natural si levò, alla quale
espedire andando trovò la culla postavi dalla donna, e non
potendo senza levarla oltre passare, presala, la levò del
luogo dove era e posela allato al letto dove esso dormiva; e
fornito quello per che levato s'era e tornandosene, senza
della culla curarsi, nel letto se n'entrò.</p>
<p>La donna, avendo cerco e trovato che quello che caduto era
non era tal cosa, non si curò d'altramenti accender lume per
vederlo, ma garrito alla gatta nella cameretta se ne tornò e
a tentone dirittamente al letto dove il marito dormiva se
n'andò; ma non trovandovi la culla disse seco stessa:
“Oimè, cattiva me, vedi quel che io faceva! in fé di Dio,
che io me n'andava dirittamente nel letto degli osti
miei!”; e, fattasi un poco più avanti e trovata la culla,
in quello letto al quale ella era allato insieme con Adriano
si coricò, credendosi col marito coricare. Adriano, che
ancora radormentato non era, sentendo questo la ricevette
bene e lietamente, e senza fare altramenti motto da una
volta in sù caricò l'orza con gran piacer della donna.</p>
<p>E così stando, temendo Pinuccio non il sonno con la sua
giovane il sopraprendesse, avendone quello piacer preso che
egli disiderava, per tornar nel suo letto a dormire le si
levò d'allato: e là venendone, trovando la culla, credette
quello essere quel dell'oste; per che, fattosi un poco più
avanti, insieme con l'oste si coricò, il quale per la venuta
di Pinuccio si destò. Pinuccio, credendosi essere allato a
Adriano, disse: “Ben ti dico che mai sì dolce cosa non fu
come è la Niccolosa! Al corpo di Dio, io ho avuto con lei il
maggior diletto che mai uomo avesse con femina, e dicoti che
io sono andato da sei volte in suso in villa, poscia che io
mi parti' quinci.”</p>
<p>L'oste, udendo queste novelle e non piacendogli troppo,
prima disse seco stesso: “Che diavol fa costui qui?” poi,
più turbato che consigliato, disse: “Pinuccio, la tua è
stata una gran villania, e non so perché tu mi t'abbi a far
questo: ma per lo corpo di Dio io te ne pagherò.”</p>
<p>Pinuccio, che non era il più savio giovane del mondo,
avveggendosi del suo errore, non ricorse a emendare come
meglio avesse potuto, ma disse: “Di che mi pagherai? che mi
potrestù far tu?”</p>
<p>La donna dell'oste, che col marito si credeva essere, disse
a Adriano: “Oimè! odi gli osti nostri che hanno non so che
parole insieme.”</p>
<p>Adriano ridendo disse: “Lasciagli far, che Idio gli metta
in malanno: essi bever troppo iersera.”</p>
<p>La donna, parendole avere udito il marito garrire e udendo
Adriano, incontanente conobbe là dove stata era e con cui:
per che, come savia, senza alcuna parola dire subitamente si
levò, e presa la culla del suo figlioletto, come che punto
lume nella camera non si vedesse, per avviso la portò allato
al letto dove dormiva la figliuola e con lei si coricò; e
quasi desta fosse per lo romor del marito, il chiamò e
domandollo che parole egli avesse con Pinuccio; il marito
rispose: “Non odi tu ciò ch'e' dice che ha fatto stanotte
alla Niccolosa?”</p>
<p>La donna disse: “Egli mente ben per la gola, ché con la
Niccolosa non è egli giaciuto: ché io mi ci coricai io in
quel punto che io non ho mai poscia potuto dormire; e tu se'
una bestia che gli credi. Voi bevete tanto la sera, che
poscia sognate la notte e andate in qua e in là senza
sentirvi e parvi far maraviglie: egli è gran peccato che voi
non vi fiaccate il collo! Ma che fa egli costì Pinuccio?
perché non si sta egli nel letto suo?”</p>
<p>D'altra parte Adriano, veggendo che la donna saviamente la
sua vergogna e quella della figliuola ricopriva, disse:
“Pinuccio, io te l'ho detto cento volte che tu non vada
attorno, ché questo tuo vizio del levarti in sogno e di dire
le favole che tu sogni per vere ti daranno una volta la mala
ventura: torna qua, che Dio ti dea la mala notte!”</p>
<p>L'oste, udendo quello che la donna diceva e quello che
diceva Adriano, cominciò a creder troppo bene che Pinuccio
sognasse: per che, presolo per la spalla, lo 'ncominciò a
dimenare e a chiamar, dicendo: “Pinuccio, destati, tornati
al letto tuo.”</p>
<p>Pinuccio, avendo raccolto ciò che detto s'era, cominciò a
guisa d'uom che sognasse a entrare in altri farnetichi: di
che l'oste faceva le maggiori risa del mondo. Alla fine, pur
sentendosi dimenare, fece sembiante di destarsi e chiamando
Adrian disse: “E egli ancora dì, che tu mi chiami?”</p>
<p>Adrian disse: “Sì, vienne qua.”</p>
<p>Costui, infignendosi e mostrandosi ben sonnacchioso, al
fine si levò d'allato all'oste e tornossi al letto con
Adriano; e venuto il giorno e levatosi, l'oste incominciò a
ridere e a farsi beffe di lui e de' suoi sogni.</p>
<p>E così d'uno in altro motto, acconci i due giovani i lor
ronzini e messe le lor valige e bevuto con l'oste, rimontati
a cavallo se ne vennero a Firenze, non meno contenti del
modo in che la cosa avvenuta era, che dello effetto stesso
della cosa. E poi appresso, trovati altri modi, Pinuccio con
la Niccolosa si ritrovò, la quale alla madre affermava lui
fermamente aver sognato; per la qual cosa la donna,
ricordandosi dell'abracciar d'Adriano, sola seco diceva
d'aver vegghiato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Talano d'Imole sogna che un lupo squarcia tutta la gola e
'l viso alla moglie; dicele che se ne guardi; ella nol fa, e
avvienle.</emph></p></argument>
<p>Essendo la novella di Panfilo finita e l'avvedimento della
donna commendato da tutti, la reina a Pampinea disse che
dicesse la sua; la quale allora cominciò:</p>
<p>–Altra volta, piacevoli donne, delle verità dimostrate da'
sogni, le quali molte scherniscono, s'è fra noi ragionato; e
però, come che detto ne sia, non lascerò io che con una
novelletta assai brieve io non vi narri quello che a una mia
vicina, non è ancora guari, addivenne, per non crederne uno
di lei dal marito veduto.</p>
<p>Io non so se voi vi conosceste Talano d'Imolese, uomo assai
onorevole. Costui, avendo una giovane, chiamata Margherita,
bella tra tutte l'altre per moglie presa, ma sopra ogni
altra bizzarra, spiacevole e ritrosa, in tanto che a senno
di niuna persona voleva fare alcuna cosa, né altri far la
poteva a suo. Il che quantunque gravissimo fosse a
comportare a Talano, non potendo altro fare, sel sofferiva.</p>
<p>Ora avvenne una notte, essendo Talano con questa sua
Margherita in contado a una lor possessione, dormendo egli,
gli parve in sogno vedere la donna sua andar per un bosco
assai bello, il quale essi non guari lontano alla lor casa
avevano; e mentre così andar la vedeva, gli parve che d'una
parte del bosco uscisse un grande e fiero lupo, il quale
prestamente s'avventava alla gola di costei e tiravala in
terra e lei gridante aiuto si sforzava di tirar via; e poi
di bocca uscitagli, tutta la gola e 'l viso pareva l'avesse
guasto.</p>
<p>Il quale, la mattina appresso levatosi, disse alla moglie:
“Donna, ancora che la tua ritrosia non abbia mai sofferto
che io abbia potuto avere un buon dì con teco, pur sare' io
dolente quando mal t'avenisse; e per ciò, se tu crederai al
mio consiglio, tu non uscirai oggi di casa”; e domandato da
lei del perché, ordinatamente le contò il sogno suo.</p>
<p>La donna crollando il capo disse: “Chi mal ti vuol, mal ti
sogna: tu ti fai molto di me pietoso ma tu sogni di me
quello che tu vorresti vedere; e per certo io me ne
guarderò, e oggi e sempre, di non farti né di questo né
d'altro mio male mai allegro.”</p>
<p>Disse allora Talano: “Io sapeva bene che tu dovevi dir
così, per ciò cotal grado ha chi tigna pettina; ma credi che
ti piace: io per me il dico per bene, e ancora da capo te ne
consiglio che tu oggi ti stea in casa o almeno ti guardi
d'andare nel nostro bosco.”</p>
<p>La donna disse: “Bene, io il farò”, e poi seco stessa
cominciò a dire: “Hai veduto come costui maliziosamente si
crede avermi messa paura d'andare oggi al bosco nostro? là
dove egli per certo dee aver data posta a qualche cattiva, e
non vuole che io il vi truovi. Oh! egli avrebbe buon manicar
co' ciechi, e io sarei bene sciocca se io nol conoscessi e
se io il credessi! Ma per certo e' non gli verrà fatto: e'
convien pur che io vegga, se io vi dovessi star tutto dì,
che mercatantia debba esser questa che egli oggi far
vuole.”</p>
<p>E come questo ebbe detto, uscito il marito d'una parte
della casa, e ella uscì dall'altra; e come più nascosamente
poté, senza alcuno indugio se n'andò nel bosco e in quello,
nella più folta parte che v'era, si nascose, stando attenta
e guardando or qua or là se alcuna persona venir vedesse. E
mentre in questa guisa stava senza alcun sospetto di lupo, e
ecco vicino a lei uscir d'una macchia folta un lupo grande e
terribile: né poté ella, poi che veduto l'ebbe, appena dire
“Domine, aiutami!” che il lupo le si fu avventato alla
gola, e presala forte la cominciò a portar via come se stata
fosse un piccolo agnelletto. Essa non poteva gridare, sì
aveva la gola stretta, né in altra maniera aiutarsi; per
che, portandosenela il lupo, senza fallo strangolata
l'avrebbe, se in certi pastori non si fosse scontrato, li
quali sgridandolo a lasciarla il costrinsero; e essa misera
e cattiva, da' pastori riconosciuta e a casa portatane, dopo
lungo studio da' medici fu guerita, ma non sì che tutta la
gola e una parte del viso non avesse per sì fatta maniera
guasta, che, dove prima era bella, non paresse poi sempre
sozzissima e contrafatta. Laonde ella, vergognandosi
d'apparire dove veduta fosse, assai volte miseramente pianse
la sua ritrosia e il non avere, in quello che niente le
costava, al vero sogno del marito voluta dar fede.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Biondello fa una beffa a Ciacco d'un desinare, della quale
Ciacco cautamente si vendica faccendo lui sconciamente
battere.</emph></p></argument>
<p>Universalmente ciascuno della lieta compagnia disse quel
che Talano veduto aveva dormendo non essere stato sogno ma
visione, sì a punto, senza alcuna cosa mancarne, era
avvenuto. Ma tacendo ciascuno, impose la reina alla Lauretta
che seguitasse; la qual disse:</p>
<p>–Come costoro, savissime donne, che oggi davanti da me
hanno parlato, quasi tutti da alcuna cosa già detta mossi
sono stati a ragionare, così me muove la rigida vendetta,
ieri raccontata da Pampinea, che fé lo scolare, a dover dire
d'una assai grave a colui che la sostenne, quantunque non
fosse per ciò tanto fiera.</p>
<p>E per ciò dico che essendo in Firenze uno da tutti chiamato
Ciacco, uomo ghiottissimo quanto alcuno altro fosse giammai,
e non potendo la sua possibilità sostener le spese che la
sua ghiottornia richiedea, essendo per altro assai costumato
e tutto pieno di belli e di piacevoli motti, si diede a
essere non del tutto uom di corte ma morditore e a usare con
coloro che ricchi erano e di mangiar delle buone cose si
dilettavano; e con questi a desinare e a cena, ancor che
chiamato non fosse ogni volta, andava assai sovente. Era
similmente in quei tempi in Firenze uno il quale era
chiamato Biondello, piccoletto della persona, leggiadro
molto e più pulito che una mosca, con sua cuffia in capo,
con una zazzerina bionda e per punto senza un capel torto
avervi, il quale quello medesimo mestiere usava che Ciacco.</p>
<p>Il quale essendo una mattina di quaresima andato là dove il
pesce si vende e comperando due grossissime lamprede per
messer Vieri de' Cerchi, fu veduto da Ciacco; il quale
avvicinatosi a Biondello disse: “Che vuol dir questo?”</p>
<p>A cui Biondel rispose: “Iersera ne furon mandate tre altre
troppo più belle che queste non sono e uno storione a messer
Corso Donati, le quali non bastandogli per voler dar
mangiare a certi gentili uomini, m'ha fatte comperare
quest'altre due: non vi verrai tu?”</p>
<p>Rispose Ciacco: “Ben sai che io vi verrò.”</p>
<p>E quando tempo gli parve, a casa messer Corso se ne andò e
trovollo con alcuni suoi vicini che ancora non era andato a
desinare; al quale egli, essendo da lui domandato che
andasse faccendo, rispose: “Messere, io vengo a desinar con
voi e con la vostra brigata.”</p>
<p>A cui messer Corso disse: “Tu sie 'l ben venuto: e per ciò
che egli è tempo, andianne.”</p>
<p>Postisi adunque a tavola, primieramente ebbero del cece e
della sorra, e appresso del pesce d'Arno fritto, senza più.
Ciacco, accortosi dello 'nganno di Biondello e in sé non
poco turbatosene, propose di dovernel pagare; né passar
molti dì che egli in lui si scontrò, il qual già molti aveva
fatti rider di questa beffa. Biondello, vedutolo, il salutò
e ridendo il domandò chenti fossero state le lamprede di
messer Corso; a cui Ciacco rispondendo disse: “ Avanti che
otto giorni passino tu il saprai molto meglio dir di me.”</p>
<p>E senza mettere indugio al fatto, partitosi da Biondello,
con un saccente barattier si convenne del prezzo; e datogli
un bottaccio di vetro il menò vicino della loggia de'
Cavicciuli e mostrogli in quella un cavaliere chiamato
messer Filippo Argenti, uom grande e nerboruto e forte,
sdegnoso, iracundo e bizzarro più che altro, e dissegli:
“Tu te n'andrai a lui con questo fiasco in mano e dira'gli
così: ‘Messere, a voi mi manda Biondello, e mandavi pregando
che vi piaccia d'arubinargli questo fiasco del vostro buon
vin vermiglio, ch'e' si vuole alquanto sollazzar con suoi
zanzeri’; e sta bene accorto che egli non ti ponesse le mani
addosso, per ciò che egli ti darebbe il mal dì, e avresti
guasti i fatti miei.”</p>
<p>Disse il barattiere: “Ho io a dire altro?”</p>
<p>Disse Ciacco: “No, va pure; e come tu hai questo detto,
torna qui a me col fiasco, e io ti pagherò.”</p>
<p>Mossosi adunque il barattiere fece a messer Filippo
l'ambasciata. Messer Filippo, udito costui, come colui che
piccola levatura avea, avvisando che Biondello, il quale
egli conosceva, si facesse beffe di lui, tutto tinto nel
viso dicendo: “Che ‘arrubinatemi’ e che ‘zanzeri’ son
questi? che nel malanno metta Idio te e lui!” si levò in
piè e distese il braccio per pigliar con la mano il
barattiere; ma il barattiere, come colui che attento stava,
fu presto e fuggì via e per altra parte ritornò a Ciacco, il
quale ogni cosa veduta avea, e dissegli ciò che messer
Filippo aveva detto.</p>
<p>Ciacco contento pagò il barattiere, e non riposò mai che
egli ebbe ritrovato Biondello, al quale egli disse: “Fostù
a questa pezza dalla loggia de' Cavicciuli?”</p>
<p>Rispose Biondello: “Mai no; perché me ne domandi tu?”</p>
<p>Disse Ciacco: “Per ciò che io ti so dire che messer
Filippo ti fa cercare, non so quel ch'e' si vuole.”</p>
<p>Disse allora Biondello: “Bene, io vo verso là, io gli farò
motto.”</p>
<p>Partitosi Biondello, Ciacco gli andò appresso per vedere
come il fatto andasse. Messer Filippo, non avendo potuto
giugnere il barattiere, era rimaso fieramente turbato e
tutto in se medesimo si rodea, non potendo dalle parole
dette dal barattiere cosa del mondo trarre altro, se non che
Biondello, a instanzia di cui che sia, si facesse beffe di
lui; e in questo che egli così si rodeva, e Biondel venne.
Il quale come egli vide, fattoglisi incontro, gli diè nel
viso un gran punzone.</p>
<p>“Oimè! messer, “ disse Biondel “che è questo?”</p>
<p>Messer Filippo, presolo per li capelli e stracciatagli la
cuffia in capo e gittato il cappuccio per terra e dandogli
tuttavia forte, diceva: “Traditore, tu il vedrai bene ciò
che questo è: che ‘arrubinatemi’ e che ‘zanzari’ mi mandi tu
dicendo a me? paioti io fanciullo da dovere essere
uccellato?”</p>
<p>E così dicendo con le pugna, le quali aveva che parevan di
ferro, tutto il viso gli ruppe né gli lasciò in capo capello
che ben gli volesse; e, convoltolo per lo fango, tutti i
panni indosso gli stracciò; e sì a questo fatto si studiava,
che pure una volta dalla prima innanzi non gli poté
Biondello dire una parola né domandare perché questo gli
facesse. Aveva egli bene inteso dello ‘arrubinatemi’ e de'
‘zanzeri’, ma non sapeva che ciò si volesse dire. Alla fine,
avendol messer Filippo ben battuto e essendogli molti
dintorno, alla maggior fatica del mondo gliele trasser di
mano così rabbuffato e malconcio com'era; e dissergli perché
messer Filippo questo avea fatto, riprendendolo di ciò che
mandato gli aveva dicendo, e dicendogli che egli doveva bene
oggimai cognoscere messer Filippo e che egli non era uomo da
motteggiar con lui. Biondello piagnendo si scusava e diceva
che mai a messer Filippo non aveva mandato per vino; ma poi
che un poco si fu rimesso in assetto, tristo e dolente se ne
tornò a casa, avvisando questa essere stata opera di Ciacco.</p>
<p>E poi che dopo molti dì, partiti i lividori del viso,
cominciò di casa a uscire, avvenne che Ciacco il trovò e
ridendo il domandò: “Biondello, chente ti parve il vino di
messer Filippo?”</p>
<p>Rispose Biondello: “Tali fosser parute a te le lamprede di
messer Corso!”</p>
<p>Allora disse Ciacco: “A te sta oramai: qualora tu mi
vuogli così ben dare da mangiare come facesti, io darò a te
così ben da ber come avesti.”</p>
<p>Biondello, che conosceva che contro a Ciacco egli poteva
più aver mala voglia che opera, pregò Idio della pace sua e
da indi innanzi si guardò di mai più beffarlo.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Due giovani domandan consiglio a Salamone, l'uno come
possa essere amato, l'altro come gastigare debba la moglie
ritrosa: all'un risponde che ami e all'altro che vada al
Ponte all'Oca.</emph></p></argument>
<p>Niuno altro che la reina, volendo il privilegio servare a
Dioneo, restava a dover novellare; la qual, poi che le donne
ebbero assai riso dello sventurato Biondello, lieta cominciò
così a parlare:</p>
<p>–Amabili donne, se con sana mente sarà riguardato l'ordine
delle cose, assai leggermente si conoscerà tutta la
universal moltitudine delle femine dalla natura e da'
costumi e dalle leggi essere agli uomini sottomessa e
secondo la discrezione di quegli convenirsi reggere e
governare, e però, a ciascuna che quiete, consolazione e
riposo vuole con quegli uomini avere a' quali s'appartiene,
dee essere umile, paziente e ubidente oltre all'essere
onesta, il che è sommo e spezial tesoro di ciascuna savia. E
quando a questo le leggi, le quali il ben comune riguardano
in tutte le cose, non ci ammaestrassono, e l'usanza, o
costume che vogliamo dire, le cui forze son grandissime e
reverende, la natura assai apertamente cel mostra, la quale
ci ha fatte ne' corpi dilicate e morbide, negli animi timide
e paurose, nelle menti benigne e pietose, e hacci date le
corporali forze leggieri, le voci piacevoli e i movimenti
de' membri soavi: cose tutte testificanti noi avere
dell'altrui governo bisogno. E chi ha bisogno d'essere
aiutato e governato, ogni ragion vuol lui dovere essere
obediente e subgetto e reverente al governator suo: e cui
abbiam noi governatori e aiutatori se non gli uomini? Dunque
agli uomini dobbiamo, sommamente onorandoli, soggiacere; e
qual da questo si parte, estimo che degnissima sia non
solamente di riprension grave ma d'aspro gastigamento. E a
così fatta considerazione, come che altra volta avuta
l'abbia, pur poco fa mi ricondusse ciò che Pampinea della
ritrosa moglie di Talano raccontò, alla quale Idio quello
gastigamento mandò che il marito dare non aveva saputo; e
per ciò nel mio giudicio cape tutte quelle esser degne, come
già dissi, di rigido e aspro gastigamento che dall'esser
piacevoli, benivole e pieghevoli, come la natura, l'usanza e
le leggi voglion, si partono. Per che m'agrada di
raccontarvi un consiglio renduto da Salomone, sì come utile
medicina a guerire quelle che così son fatte da cotal male;
il quale niuna che di tal medicina degna non sia reputi ciò
esser detto per lei, come che gli uomini un cotal proverbio
usino: “Buon cavallo e mal cavallo vuole sprone, e buona
femina e mala femina vuol bastone”. Le quali parole chi
volesse sollazzevolemente interpretare, di leggier si
concederebbe da tutte così esser vero; ma pur vogliendole
moralmente intendere, dico che è da concedere. Son
naturalmente le femine tutte labili e inchinevoli, e per ciò
a correggere la iniquità di quelle che troppo fuori de'
termini posti loro si lasciano andare si conviene il baston
che le punisca; e a sostentar la vertù dell'altre, ché
trascorrer non si lascino, si conviene il bastone che le
sostenga e che le spaventi. Ma lasciando ora stare il
predicare, a quel venendo che di dire ho nell'animo, dico.</p>
<p>Che essendo già quasi per tutto il mondo l'altissima fama
del miracoloso senno di Salamone discorsa per l'universo e
il suo esser di quello liberalissimo mostratore a chiunque
per esperienza ne voleva certezza, molti di diverse parti
del mondo a lui per loro strettissimi e ardui bisogni
concorrevano per consiglio; e tra gli altri che a ciò
andavano, si partì un giovane, il cui nome fu Melisso,
nobile e ricco molto, della città di Laiazzo, là onde egli
era e dove egli abitava. E verso Ierusalem cavalcando,
avvenne che uscendo d'Antiocia con un altro giovane chiamato
Giosefo, il qual quel medesimo cammin teneva che faceva
esso, cavalcò per alquanto spazio; e, come costume è de'
camminanti, con lui cominciò a entrare in ragionamenti.
Avendo Melisso già da Giosefo di sua condizione e donde
fosse saputo, dove egli andasse e perché il domandò; al
quale Giosefo disse che a Salamone andava per aver consiglio
da lui che via tener dovesse con una sua moglie più che
altra femina ritrosa e perversa, la quale egli né con
prieghi né con lusinghe né in alcuna altra guisa dalle sue
ritrosie ritrar poteva; e appresso lui similmente donde
fosse e dove andasse e perché domandò.</p>
<p>Al quale Melisso rispose: “Io son di Laiazzo, e sì come tu
hai una disgrazia, così n'ho io un'altra; io son ricco
giovane e spendo il mio in metter tavola e onorare i miei
cittadini, e è nuova e strana cosa a pensare che per tutto
questo io non posso trovare uomo che ben mi voglia; e per
ciò io vado dove tu vai, per aver consiglio come addivenir
possa che io amato sia.”</p>
<p>Camminarono adunque i due compagni insieme, e in Ierusalem
pervenuti, per introdotto d'un de' baroni di Salomone,
davanti dal lui furon messi; al quale brievemente Melisso
disse la sua bisogna; a cui Salamone rispose: “Ama.”</p>
<p>E detto questo, prestamente Melisso fu messo fuori, e
Giosefo disse quello per che v'era; al quale Salamone nulla
altro rispose se non: “Va al Ponte all'Oca”; il che detto,
similmente Giosefo fu senza indugio dalla presenza del re
levato, e ritrovò Melisso il quale l'aspettava e dissegli
ciò che per risposta aveva avuto.</p>
<p>Li quali, a queste parole pensando e non potendo d'esse
comprendere né intendimento né frutto alcuno per la loro
bisogna, quasi scornati a ritornarsi indietro entrarono in
cammino. E poi che alquante giornate camminati furono,
pervennero a un fiume sopra il quale era un bel ponte; e per
ciò che una gran carovana di some sopra muli e sopra cavalli
passavano, gli convenne sofferir di passar tanto che quelle
passate fossero. E essendo già quasi che tutte passate, per
ventura v'ebbe un mulo il quale adombrò, sì come sovente gli
veggiam fare, né volea per alcuna maniera avanti passare:
per la qual cosa un mulattiere, presa una stecca, prima
assai temperatamente lo 'ncominciò a battere perché 'l
passasse. Ma il mulo, ora da questa parte della via e ora da
quella attraversandosi e talvolta indietro tornando, per
niun partito passar volea: per la qual cosa il mulattiere
oltre modo adirato gl'incominciò con la stecca a dare i
maggior colpi del mondo, ora nella testa e ora ne' fianchi e
ora sopra la groppa; ma tutto era nulla.</p>
<p>Per che Melisso e Giosefo, li quali questa cosa stavano a
vedere, sovente dicevano al mulattiere: “Deh, cattivo, che
farai? vuoil tu uccidere? perché non t'ingegni tu di menarlo
bene e pianamente? Egli verrà più tosto che a bastonarlo
come tu fai.”</p>
<p>A' quali il mulattier rispose: “Voi conoscete i vostri
cavalli, e io conosco il mio mulo: lasciate far me con
lui”; e questo detto rincominciò a bastonarlo, e tante
d'una parte e d'altra ne gli diè, che il mulo passò avanti,
sì che il mulattiere vinse la pruova.</p>
<p>Essendo adunque i due giovani per partirsi, domandò Giosefo
un buono uomo, il quale a capo del ponte sedeva, come quivi
si chiamasse; al quale il buono uomo rispose: “Messer, qui
si chiama il Ponte all'Oca.”</p>
<p>Il che come Giosefo ebbe udito, così si ricordò delle
parole di Salamone e disse verso Melisso: “Or ti dico io,
compagno, che il consiglio datomi da Salamone potrebbe esser
buono e vero, per ciò che assai manifestamente conosco che
io non sapeva battere la donna mia: ma questo mulattiere
m'ha mostrato quello che io abbia a fare.”</p>
<p>Quindi, dopo alquanti dì divenuti a Antiocia, ritenne
Giosefo Melisso seco a riposarsi alcun dì; e essendo assai
ferialmente dalla donna ricevuto, le disse che così facesse
far da cena come Melisso divisasse; il quale, poi vide che a
Giosefo piaceva, in poche parole se ne dilivrò. La donna, sì
come per lo passato era usata, non come Melisso divisato
avea, ma quasi tutto il contrario fece.</p>
<p>Il che Giosefo vedendo, turbato disse: “Non ti fu egli
detto in che maniera tu facessi questa cena fare?”</p>
<p>La donna, rivoltasi con orgoglio, disse: “Ora che vuol dir
questo? deh! ché non ceni, se tu vuoi cenare? Se mi fu detto
altramenti, a me parve da far così; se ti piace, sì ti
piaccia; se non, sì te ne sta.”</p>
<p>Maravigliossi Melisso della risposta della donna e
biasimolla assai: Giosefo, udendo questo, disse: “Donna,
ancor se' tu quel che tu suogli, ma credimi che io ti farò
mutar modo”; e a Melisso rivolto disse: “Amico, tosto
vedremo chente sia stato il consiglio di Salamone; ma io ti
priego non ti sia grave lo stare a vedere e di reputare per
un giuco quello che io farò. E acciò che tu non
m'impedischi, ricorditi della risposta che ci fece il
mulattiere quando del suo mulo c'increbbe.”</p>
<p>Al quale Melisso disse: “Io sono in casa tua, dove dal tuo
piacere io non intendo di mutarmi.”</p>
<p>Giosefo, trovato un baston tondo d'un querciuolo giovane,
se n'andò in camera, dove la donna, per istizza da tavola
levatasi, brontolando se n'era andata; e presala per le
trecce, la si gittò a' piedi e cominciolla fieramente a
battere con questo bastone. La donna cominciò prima a
gridare e poi a minacciare; ma veggendo che per tutto ciò
Giosefo non ristava, già tutta rotta cominciò a chieder
mercé per Dio che egli non l'uccidesse, dicendo oltre a ciò
di mai dal suo piacer non partirsi. Giosefo per tutto questo
non rifinava, anzi con più furia l'una volta che l'altra, or
per lo costato, ora per l'anche e ora su per le spalle
battendola forte, l'andava le costure ritrovando, né prima
ristette che egli fu stanco: e in brieve niuno osso né
alcuna parte rimase nel dosso della buona donna, che
macerata non fosse. E questo fatto, ne venne a Melisso e
dissegli: “Doman vedrem che pruova avrà fatto il consiglio
del «Va al Ponte all'Oca»”; e riposatosi alquanto e poi
lavatesi le mani, con Melisso cenò, e quando fu tempo
s'andarono a diposare.</p>
<p>La donna cattivella a gran fatica si levò di terra e in su
il letto si gittò, dove, come poté il meglio, riposatasi, la
mattina vegnente per tempissimo levatasi fé domandar Giosefo
quello che voleva si facesse da desinare. Egli, di ciò
insieme ridendosi con Melisso, il divisò; e poi, quando fu
ora, tornati, ottimamente ogni cosa e secondo l'ordine dato
trovaron fatta: per la qual cosa il consiglio prima da lor
male inteso sommamente lodarono.</p>
<p>E dopo alquanti dì partitosi Melisso da Giosefo e tornato a
casa sua, a alcun, che savio uomo era, disse ciò che da
Salamone avuto avea; il quale gli disse: “Niuno più vero
consiglio né migliore ti potea dare. Tu sai che tu non ami
persona, e gli onori e' servigi li quali tu fai, gli fai non
per amore che tu a alcun porti ma per pompa. Ama adunque,
come Salamon ti disse, e sarai amato.”</p>
<p>Così adunque fu gastigata la ritrosa, e il giovane amando
fu amato.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Donno Gianni a instanzia di compar Pietro fa lo
'ncantesimo per far diventar la moglie una cavalla; e quando
viene a appiccar la coda, compar Pietro dicendo che non vi
voleva coda guasta tutto lo 'ncantamento.</emph></p></argument>
<p>Questa novella dalla reina detta diede un poco da mormorare
alle donne e da ridere a' giovani. Ma poi che ristate
furono, Dioneo così cominciò a parlare:</p>
<p>–Leggiadre donne, infra molte bianche colombe agiugne più
di bellezza un nero corvo che non farebbe un candido cigno;
e così tra molti savi alcuna volta un men savio è non
solamente accrescere splendore e bellezza alla loro
maturità, ma ancora diletto e sollazzo. Per la qual cosa,
essendo voi tutte discretissime e moderate, io, il quale
sento anzi dello scemo che no, faccendo la vostra virtù più
lucente col mio difetto più vi debbo esser caro che se con
più valore quella facessi divenire più oscura; e per
conseguente più largo arbitrio debbo avere in dimostrarvi
tal qual io sono, e più pazientemente dee da voi esser
sostenuto, che non dovrebbe se io più savio fossi, quel
dicendo che io dirò. Dirovvi adunque una novella non troppo
lunga, nella quale comprenderete quanto diligentemente si
convengano observare le cose imposte da coloro che alcuna
cosa per forza d'incantamento fanno e quanto piccol fallo in
quelle commesso ogni cosa guasti dallo 'ncantator fatta.</p>
<p>L'altr'anno fu a Barletta un prete, chiamato donno Gianni
di Barolo, il qual, per ciò che povera chiesa aveva, per
sostentar la vita sua con una cavalla cominciò a portar
mercatantia in qua e in là per le fiere di Puglia e a
comperare e a vendere. E così andando, prese stretta
dimestichezza con uno che si chiamava Pietro da Tresanti,
che quello medesimo mestiero con un suo asino faceva; e in
segno d'amorevolezza e d'amistà, alla guisa pugliese, nol
chiamava se non compar Pietro; e quante volte in Barletta
arrivava, sempre alla chiesa sua nel menava e quivi il
teneva seco a albergo e come poteva l'onorava.</p>
<p>Compar Pietro d'altra parte, essendo poverissimo e avendo
una piccola casetta in Tresanti appena bastevole a lui e a
una sua giovane e bella moglie e all'asino suo, quante volte
donno Gianni in Tresanti capitava tante sel menava a casa, e
come poteva, in riconoscimento che da lui in Barletta
riceveva, l'onorava. Ma pure al fatto dell'albergo, non
avendo compar Pietro se non un piccol letticello nel quale
con la sua bella moglie dormiva, onorar nol poteva come
voleva, ma conveniva che, essendo in una sua stalletta
allato all'asino suo allogata la cavalla di donno Gianni,
che egli allato a lei sopra alquanto di paglia si giacesse.
La donna, sappiendo l'onor che il prete faceva al marito a
Barletta, era più volte, quando il prete vi veniva,
volutasene andare a dormire con una sua vicina, che aveva
nome Zita Carapresa di Giudice Leo, acciò che il prete col
marito dormisse nel letto, e avevalo molte volte al prete
detto, ma egli non aveva mai voluto.</p>
<p>E tra l'altre volte, una le disse: “Comar Gemmata, non ti
tribolar di me, ché io sto bene, per ciò che quando mi piace
io fo questa cavalla diventare una bella zitella e stommi
con essa, e poi, quando voglio, la fo diventar cavalla; e
per ciò non mi partirei da lei.”</p>
<p>La giovane si maravigliò e credettelo e al marito il disse,
agiugnendo: “Se egli è così tuo come tu di', ché non ti fai
tu insegnare quello incantesimo, che tu possa far cavalla di
me e fare i fatti tuoi con l'asino e con la cavalla, e
guadagneremo due cotanti? E quando a casa fossimo tornati,
mi potresti rifar femina come io sono.”</p>
<p>Compar Pietro, che era anzi grossetto uom che no, credette
questo fatto e accordossi al consiglio e, come meglio seppe,
cominciò a sollicitar donno Gianni che questa cosa gli
dovesse insegnare; donno Gianni s'ingegnò assai di trarre
costui di questa sciocchezza, ma pur non potendo disse:
“Ecco, poi che voi pur volete, domattina ci leveremo, come
noi sogliamo, anzi dì e io vi mosterrò come si fa. E il vero
che quello che più è malagevole in questa cosa si è
l'apiccar la coda, come tu vedrai.”</p>
<p>Compar Pietro e comar Gemmata, a pena avendo la notte
dormito con tanto desidero questo fatto aspettavano, come
vicino a dì fu, si levarono e chiamarono donno Gianni, il
quale, in camiscia levatosi, venne nella cameretta di compar
Pietro e disse: “Io non so al mondo persona a cui io questo
facessi se non a voi, e per ciò, poi che vi pur piace, io il
farò: vero è che far vi conviene quello che io vi dirò, se
voi volete che venga fatto.”</p>
<p>Costor dissero di far ciò che egli dicesse: per che donno
Gianni, preso un lume, il pose in mano a compar Pietro e
dissegli: “Guata ben com'io farò, e che tu tenghi bene a
mente come io dirò; e guardati, quanto tu hai caro di non
guastare ogni cosa, che, per cosa che tu oda o veggia, tu
non dica una parola sola; e priega Iddio che la coda
s'appichi bene.”</p>
<p>Compar Pietro, preso il lume, disse che ben lo farebbe.</p>
<p>Appresso donno Gianni fece spogliare ignudanata comar
Gemmata e fecela stare con le mani e co' piedi in terra a
guisa che stanno le cavalle, ammaestrandola similmente che
di cosa che avvenisse motto non facesse; e con le mani
cominciandole a toccare il viso e la testa cominciò a dire:
“Questa sia bella testa di cavalla”; e toccandole i
capelli disse: “Questi sieno belli crini di cavalla”; e
poi toccandole le braccia disse: “E queste sieno belle
gambe e belli piedi di cavalla”; poi toccandole il petto e
trovandolo sodo e tondo, risvegliandosi tale che non era
chiamato e sù levandosi, disse: “E questo sia bel petto di
cavalla”; e così fece alla schiena e al ventre e alle
groppe e alle cosce e alle gambe; e ultimamente, niuna cosa
restandogli a fare se non la coda, levata la camiscia e
preso il pivuolo col quale egli piantava gli uomini e
prestamente nel solco per ciò fatto messolo, disse: “E
questa sia bella coda di cavalla.”</p>
<p>Compar Pietro, che attentamente infino allora aveva ogni
cosa guardata, veggendo questa ultima e non parendonegli
bene disse: “O donno Gianni, io non vi voglio coda, io non
vi voglio coda!”</p>
<p>Era già l'umido radicale per lo quale tutte le piante
s'appiccano venuto, quando donno Gianni tiratolo indietro
disse: “Oimè, compar Pietro, che hai tu fatto? non ti
diss'io che tu non facessi motto di cosa che tu vedessi? La
cavalla era per esser fatta, ma tu favellando hai guasta
ogni cosa, né più ci ha modo da poterla rifare oggimai.”</p>
<p>Compar Pietro disse: “Bene sta, io non vi voleva quella
coda io: perché non diciavate voi a me: ‘Falla tu’? e anche
l'appiccavate troppo bassa.”</p>
<p>Disse donno Gianni: “Perché tu non l'avresti per la prima
volta saputa appiccar sì com'io.”</p>
<p>La giovane, queste parole udendo, levatasi in piè di buona
fé disse al marito: “Bestia che tu se', perché hai tu
guasti li tuoi fatti e' miei? qual cavalla vedestù mai senza
coda? Se m'aiuti Dio, tu se' povero, ma egli sarebbe mercé
che tu fossi molto più.”</p>
<p>Non avendo adunque più modo a dover fare della giovane
cavalla, per le parole che dette avea compar Pietro, ella
dolente e malinconosa si rivestì, e compar Pietro con uno
asino, come usato era, attese a fare il suo mestiero antico;
e con donno Gianni insieme n'andò alla fiera di Bitonto né
mai più di tal servigio il richiese.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>Quanto di questa novella si ridesse, meglio dalle donne
intesa che Dioneo non voleva, colei sel pensi che ancora ne
riderà. Ma essendo le novelle finite e il sole già
cominciando a intiepidire, e la reina conoscendo il fine
della sua signoria esser venuto, in piè levatasi e trattasi
la corona, quella in capo mise a Panfilo, il quale solo di
così fatto onore restava a onorare, e sorridendo disse:–
Signor mio, gran carico ti resta, sì come è l'avere il mio
difetto e degli altri che il luogo hanno tenuto che tu
tieni, essendo tu l'ultimo, a emendare: di che Idio ti
presti grazia, come a me l'ha prestato di farti re.–</p>
<p>Panfilo, lietamente l'onor ricevuto, rispose:–La vostra
virtù e degli altri miei subditi farà sì, che io, come gli
altri sono stati, sarò da lodare–; e secondo il costume de'
suoi predecessori col siniscalco delle cose oportune avendo
disposto, alle donne aspettanti si rivolse e disse:–
Innamorate donne, la discrezion d'Emilia, nostra reina stata
questo giorno, per dare alcun riposo alle vostre forze
arbitrio vi diè di ragionare ciò che più vi piacesse; per
che, già riposati essendo, giudico che sia bene il ritornare
alla legge usata, e per ciò voglio che domane ciascuna di
voi pensi di ragionare sopra questo, cioè: di chi
liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse
intorno a' fatti d'amore o d'altra cosa. Queste cose e
dicendo e faccendo senza alcun dubbio gli animi vostri ben
disposti a valorosamente adoperare accenderà: ché la vita
nostra, che altro che brieve esser non può nel mortal corpo,
si perpetuerà nella laudevole fama; il che ciascuno che al
ventre solamente, a guisa che le bestie fanno, non serve,
dee non solamente desiderare ma con ogni studio cercare e
operare.–</p>
<p>La tema piacque alla lieta brigata, la quale con licenzia
del nuovo re tutta levatasi da sedere, agli usati diletti si
diede, ciascuno secondo quello a che più dal desidero era
tirato; e così fecero insino all'ora della cena. Alla quale
con festa venuti, e serviti diligentemente e con ordine,
dopo la fine di quella si levarono a' balli costumati, e
forse mille canzonette più sollazzevoli di parole che di
canto maestrevoli avendo cantate, comandò il re a Neifile
che una ne cantasse a suo nome; la quale con voce chiara e
lieta così piacevolemente e senza indugio incominciò:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>Io mi son giovinetta, e volentieri</l>
<l>m'allegro e canto en la stagion novella,</l>
<l>merzé d'amore e de' dolci pensieri.</l></lg>
<lg>
<l>Io vo pe' verdi prati riguardando</l>
<l>i bianchi fiori e' gialli e i vermigli,</l>
<l>le rose in su le spini e' bianchi gigli,</l>
<l>e tutti quanti gli vo somigliando</l>
<l>al viso di colui che me amando</l>
<l>ha presa e terrà sempre, come quella</l>
<l>ch'altro non ha in disio che' suoi piaceri.</l></lg>
<lg>
<l>De' quai quand'io ne truovo alcun che sia,</l>
<l>al mio parer, ben simile di lui,</l>
<l>il colgo e bascio e parlomi con lui:</l>
<l>e com'io so, così l'anima mia</l>
<l>tututta gli apro e ciò che 'l cor disia:</l>
<l>quindi con altri il metto in ghirlandella</l>
<l>legato co' miei crin biondi e leggieri.</l></lg>
<lg>
<l>E quel piacer che di natura il fiore</l>
<l>agli occhi porge, quel simil mel dona</l>
<l>che s'io vedessi la propia persona</l>
<l>che m'ha accesa del suo dolce amore:</l>
<l>quel che mi faccia più il suo odore</l>
<l>esprimer nol potrei con la favella,</l>
<l>ma i sospir ne son testimon veri.</l></lg>
<lg>
<l>Li quai non escon già mai del mio petto,</l>
<l>come dell'altre donne, aspri né gravi,</l>
<l>ma se ne vengon fuor caldi e soavi</l>
<l>e al mio amor sen vanno nel conspetto:</l>
<l>il qual, come gli sente, a dar diletto</l>
<l>di sé a me si move e viene in quella</l>
<l>ch'i' son per dir: «Deh! vien, ch'i' non disperi.»</l>
<l>Assai fu e dal re e da tutte le donne comendata la</l>
<l>canzonetta di Neifile; appresso alla quale, per ciò che già</l>
<l>molta notte andata n'era, comandò il re che ciascuno per</l>
<l>infino al giorno s'andasse a riposare.</l></lg>
</lg>
<p>Assai fu e dal re e da tutte le donne comendata la
canzonetta di Neifile; appresso alla quale, per ciò che già
molta notte andata n'era, comandò il re che ciascuno per
infino al giorno s'andasse a riposare.
</p></div2></div1>
<div1 n="Decima giornata">
<argument><p>FINISCE LA NONA GIORNATA DEL DECAMERON: INCOMINCIA LA DECIMA
E ULTIMA, NELLA QUALE, SOTTO IL REGGIMENTO DI PANFILO, SI RAGIONA DI CHI LIBERALMENTE O VERO MAGNIFICAMENTE ALCUNA COSA OPERASSE INTORNO A' FATTI D'AMORE O D'ALTRA COSA.</p></argument>
<div2 n="Introduzione">
<p>Ancora eran vermigli certi nuvoletti nell'occidente,
essendo già quegli dello oriente nelle loro estremità simili
a oro lucentissimi divenuti per li solari raggi che molto
loro avvicinandosi li ferieno, quando Panfilo, levatosi, le
donne e' suoi compagni fece chiamare. E venuti tutti, con
loro insieme diliberato del dove andar potessero al lor
diletto, con lento passo si mise innanzi accompagnato da
Filomena e da Fiammetta, tutti gli altri apresso
seguendogli; e molte cose della loro futura vita insieme
parlando e dicendo e rispondendo, per lungo spazio s'andaron
diportando; e data una volta assai lunga, cominciando il
sole già troppo a riscaldare, al palagio si ritornarono. E
quivi dintorno alla chiara fonte, fatti risciacquare i
bicchieri, chi volle alquanto bevve, e poi fra le piacevoli
ombre del giardino infino a ora di mangiare s'andarono
sollazzando. E poi ch'ebber mangiato e dormito, come far
soleano, dove al re piacque si ragunarono, e quivi il primo
ragionamento comandò il re a Neifile; la quale lietamente
così cominciò.
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">1</add></head>
<argument><p><emph>Un cavaliere serve al re di Spagna; pargli male esser
guiderdonato, per che il re con esperienzia certissima gli
mostra non esser colpa di lui ma della sua malvagia fortuna,
altamente donandogli poi.</emph></p></argument>
<p>–Grandissima grazia, onorabili donne, reputar mi debbo che
il nostro re me a tanta cosa, come è a raccontar della
magnificenzia, m'abbia preposta: la quale, come il sole è di
tutto il cielo bellezza e ornamento, è chiarezza e lume di
ciascun'altra virtù. Dironne adunque una novelletta assai
leggiadra, al mio parere, la quale ramemorarsi per certo non
potrà esser se non utile.</p>
<p>Dovete adunque sapere che, tra gli altri valorosi cavalieri
che da gran tempo in qua sono stati nella nostra città, fu
un di quegli, e forse il più da bene, messer Ruggieri de'
Figiovanni; il quale, essendo e ricco e di grande animo e
veggendo che, considerata la qualità del vivere e de'
costumi di Toscana, egli in quella dimorando poco o niente
potrebbe del suo valor dimostrare, prese per partito di
volere un tempo essere appresso a Anfonso re di Spagna, la
fama del valore del quale quella di ciascun altro signor
trapassava a que' tempi; e assai onorevolemente in arme e in
cavalli e in compagnia a lui se n'andò in Ispagna, e
graziosamente fu dal re ricevuto.</p>
<p>Quivi adunque dimorando messer Ruggieri, e splendidamente
vivendo e in fatti d'arme maravigliose cose faccendo, assai
tosto si fece per valoroso cognoscere. E essendovi già buon
tempo dimorato, molto alle maniere del re riguardando, gli
parve che esso ora a uno e ora a un altro donasse castella e
città e baronie assai poco discretamente, sì come dandole a
chi nol valea; e per ciò che a lui, che da quello che egli
era si teneva, niente era donato, estimò che molto ne
diminuisse la fama sua: per che di partirsi diliberò e al re
domandò commiato. Il re gliele concedette, e donogli una
delle miglior mule che mai si cavalcasse e la più bella, la
quale per lo lungo camino che a fare avea fu cara a messere
Ruggieri. Appresso questo, commise il re a un suo discreto
famigliare che, per quella maniera che miglior gli paresse,
s'ingegnasse di cavalcare con messer Ruggieri in guisa che
egli non paresse dal re mandato e ogni cosa che egli dicesse
di lui raccogliesse sì che ridire gliele sapesse; e l'altra
mattina appresso gli comandasse che egli indietro al re
tornasse. Il famigliare, stato attento, come messer Ruggieri
uscì della terra, così assai acconciamente con lui si fu
accompagnato, dandogli a vedere che esso veniva verso
Italia.</p>
<p>Cavalcando adunque messer Ruggieri sopra la mula dal re
datagli e costui d'una cosa e d'altra parlando, essendo
vicino a ora di terza, disse: “Io credo che sia ben fatto
che noi diamo stalla a queste bestie.”</p>
<p>E entrati in una stalla, tutte l'altre fuor che la mula
stallarono; per che cavalcando avanti, stando sempre lo
scudiere attento alle parole del cavaliere, vennero a un
fiume e quivi, abeverando le lor bestie, la mula stallò nel
fiume; il che veggendo messer Ruggieri disse: “Deh! dolente
ti faccia Dio, bestia, ché tu se' fatta come il signore che
a me ti donò.”</p>
<p>Il famigliare questa parola ricolse, e come che molte ne
ricogliesse camminando tutto il dì seco, niun'altra se non
in somma lode del re dirne gli udì: per che la mattina
seguente, montati a cavallo e volendo cavalcare verso
Toscana, il famigliare gli fece il comandamento del re, per
lo quale messer Ruggieri incontanente tornò adietro. E
avendo già il re saputo quello che egli della mula aveva
detto, fattolsi chiamare, con lieto viso il ricevette e
domandollo perché lui alla sua mula avesse assomigliato o
vero la mula a lui.</p>
<p>Messer Ruggieri con aperto viso gli disse: “Signor mio,
per ciò ve la assomigliai, perché, come voi donate dove non
si conviene e dove si converrebbe non date, così ella dove
si conveniva non stallò e dove non si convenia sì.”</p>
<p>Allora disse il re: “Messer Ruggieri, il non avervi donato
come fatto ho a molti li quali a comparazion di voi da
niente sono, non è avvenuto perché io non abbia voi
valorosissimo cavalier conosciuto e degno d'ogni gran dono:
ma la vostra fortuna, che lasciato non m'ha, in ciò ha
peccato e non io. E che io dica vero, io il vi mosterrò
manifestamente.”</p>
<p>A cui messer Ruggieri rispose: “Signor mio, io non mi
turbo di non aver dono ricevuto da voi, per ciò che io nol
desiderava per esser più ricco, ma del non aver voi in
alcuna cosa testimonianza renduta alla mia virtù: nondimeno
io ho la vostra per buona scusa e per onesta e son presto di
veder ciò che vi piacerà, quantunque io vi creda senza
testimonio.”</p>
<p>Menollo adunque il re in una sua gran sala, dove, sì come
egli davanti aveva ordinato, erano due gran forzieri
serrati, e in presenzia di molti gli disse: “Messer
Ruggieri, nell'uno di questi forzieri è la mia corona, la
verga reale e 'l pomo e molte mie belle cinture, fermagli,
anella e ogn'altra cara gioia che io ho: l'altro è pieno di
terra. Prendete adunque l'uno, e quello che preso avrete si
sia vostro, e potrete vedere chi è stato verso il vostro
valore ingrato, o io o la vostra fortuna.”</p>
<p>Messer Ruggieri, poscia che vide così piacere al re, prese
l'uno, il quale il re comandò che fosse aperto, e trovossi
esser quello che era pien di terra; laonde il re ridendo
disse: “Ben potete vedere, messer Ruggieri, che quello è
vero che io vi dico della fortuna; ma certo il vostro valor
merita che io m'opponga alle sue forze. Io so che voi non
avete animo di divenire spagnuolo, e per ciò non vi voglio
qua donare né castel né città, ma quel forziere che la
fortuna vi tolse, quello in dispetto di lei voglio che sia
vostro, acciò che nelle vostre contrade nel possiate portare
e della vostra virtù con la testimonianza de' miei doni
meritamente gloriar vi possiate co' vostri vicini.”</p>
<p>Messer Ruggieri, presolo e quelle grazie rendute al re che
a tanto dono si confaceano, con esso lieto se ne ritornò in
Toscana.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">2</add></head>
<argument><p><emph>Ghino di Tacco piglia l'abate di Clignì e medicalo del
male dello stomaco e poi il lascia; il quale, tornato in
corte di Roma, lui rinconcilia con Bonifazio papa e fallo
friere dello Spedale.</emph></p></argument>
<p>Lodata era già stata la magnificenzia del re Anfonso nel
fiorentin cavaliere usata, quando il re, al quale molto era
piaciuta, a Elissa impose che seguitasse; la quale
prestamente incominciò:</p>
<p>–Dilicate donne, l'essere stato un re magnifico e l'avere
la sua magnificenzia usata verso colui che servito l'avea
non si può dire che laudevole e gran cosa non sia: ma che
direm noi se si racconterà un cherico aver mirabil
magnificenzia usata verso persona che, se inimicato
l'avesse, non ne sarebbe stato biasimato da persona? Certo
non altro se non che quella del re fosse virtù e quella del
cherico miracolo, con ciò sia cosa che essi tutti avarissimi
troppo più che le femine sieno, e d'ogni liberalità nimici a
spada tratta: e quantunque ogn'uomo naturalmente appetisca
vendetta delle ricevute offese, i cherici, come si vede,
quantunque la pazienzia predichino e sommamente la rimession
delle offese commendino, più focosamente che gli altri
uomini a quella discorrono. La qual cosa, cioè come un
cherico magnifico fosse, nella mia seguente novella potrete
conoscere aperto.</p>
<p>Ghino di Tacco, per la sua fierezza e per le sue ruberie
uomo assai famoso, essendo di Siena cacciato e nimico de'
conti di Santafiore, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma:
e in quel dimorando, chiunque per le circustanti parti
passava rubar faceva a' suoi masnadieri. Ora, essendo
Bonifazio papa ottavo in Roma, venne a corte l'abate di
Clignì, il quale si crede essere un de' più ricchi prelati
del mondo; e quivi guastatoglisi lo stomaco, fu da' medici
consigliato che egli andasse a' bagni di Siena e guerirebbe
senza fallo; per la qual cosa, concedutogliele il Papa,
senza curar della fama di Ghino, con gran pompa d'arnesi e
di some e di cavalli e di famiglia entrò in camino.</p>
<p>Ghino di Tacco, sentendo la sua venuta, tese le reti e
senza perderne un sol ragazzetto l'abate con tutta la sua
famiglia e le sue cose in uno stretto luogo racchiuse; e
questo fatto, un de' suoi, il più saccente, bene
accompagnato mandò allo abate, al quale da parte di lui
assai amorevolmente gli disse che gli dovesse piacere
d'andare a smontare con esso Ghino al castello. Il che
l'abate udendo, tutto furioso rispose che egli non ne voleva
far niente, sì come quegli che con Ghino niente aveva a
fare, ma che egli andrebbe avanti e vorrebbe veder chi
l'andar gli vietasse.</p>
<p>Al quale l'ambasciadore umilmente parlando disse:
“Messere, voi siete in parte venuto dove, dalla forza di
Dio in fuori, di niente ci si teme per noi, e dove le
scomunicazioni e gl'interdetti sono scomunicati tutti; e per
ciò piacciavi per lo migliore di compiacere a Ghino di
questo.”</p>
<p>Era già, mentre queste parole erano, tutto il luogo di
masnadieri circundato: per che l'abate, co' suoi preso
veggendosi, disdegnoso forte con l'ambasciadore prese la via
verso il castello, e tutta la sua brigata e li suoi arnesi
con lui; e smontato, come Ghino volle, tutto solo fu messo
in una cameretta d'un palagio assai obscura e disagiata, e
ogn'altro uomo secondo la sua qualità per lo castello fu
assai bene adagiato, e i cavalli e tutto l'arnese messo in
salvo senza alcuna cosa toccarne.</p>
<p>E questo fatto, se n'andò Ghino all'abate e dissegli:
“Messere, Ghino, di cui voi siete oste, vi manda pregando
che vi piaccia di significarli dove voi andavate e per qual
cagione.”</p>
<p>L'abate che, come savio, aveva l'altierezza giù posta gli
significò dove andasse e perché. Ghino, udito questo, si
partì e pensossi di volerlo guerire senza bagno: e faccendo
nella cameretta sempre ardere un gran fuoco e ben guardarla,
non tornò a lui infino alla seguente mattina, e allora in
una tovagliuola bianchissima gli portò due fette di pane
arrostito e un gran bicchiere di vernaccia da Corniglia, di
quella dello abate medesimo; e sì disse all'abate: “Messer,
quando Ghino era più giovane, egli studiò in medicina, e
dice che apparò niuna medicina al mal, dello stomaco esser
miglior che quella che egli vi farà, della quale queste cose
che io vi reco sono il cominciamento; e per ciò prendetele e
confortatevi.”</p>
<p>L'abate, che maggior fame aveva che voglia di motteggiare,
ancora che con isdegno il facesse, sì mangiò il pane e bevve
la vernaccia e poi molte cose altiere disse e dimolte
domandò e molte ne consigliò, e in ispezieltà chiese di
poter veder Ghino. Ghino, udendo quelle, parte ne lasciò
andar sì come vane e a alcuna assai cortesemente rispose,
affermando che, come Ghino più tosto potesse, il
visiterebbe; e questo detto da lui si partì, né prima vi
tornò che il seguente dì, con altrettanto pane arrostito e
con altrettanta vernaccia; e così il tenne più giorni, tanto
che egli s'accorse l'abate aver mangiate fave secche le
quali egli studiosamente e di nascoso portate v'aveva e
lasciate.</p>
<p>Per la qual cosa egli il domandò da parte di Ghino come
star gli pareva dello stomaco; al quale l'abate rispose: “A
me parrebbe star bene, se io fossi fuori delle sue mani; e
appresso questo, niun altro talento ho maggior che di
mangiare, sì ben m'hanno le sue medicine guerito.”</p>
<p>Ghino adunque, avendogli de' suoi arnesi medesimi e alla
sua famiglia fatta acconciare una bella camera e fatto
apparecchiare un gran convito, al quale con molti uomini del
castello fu tutta la famiglia dello abate, a lui se n'andò
la mattina seguente e dissegli: “Messere, poi che voi ben
vi sentite, tempo è d'uscire d'infermeria”; e per la man
presolo, nella camera apparecchiatagli nel menò, e in quella
co' suoi medesimi lasciatolo, a far che il convito fosse
magnifico attese.</p>
<p>L'abate co' suoi alquanto si ricreò e qual fosse la sua
vita stata narrò loro, dove essi in contrario tutti dissero
sé essere stati maravigliosamente onorati da Ghino; ma l'ora
del mangiar venuta, l'abate e tutti gli altri ordinatamente
e di buone vivande e di buoni vini serviti furono, senza
lasciarsi Ghino ancora all'abate conoscere. Ma poi che
l'abate alquanti dì in questa maniera fu dimorato, avendo
Ghino in una sala tutti li suoi arnesi fatti venire e in una
corte che di sotto a quella era tutti i suoi cavalli infino
al più misero ronzino, allo abate se n'andò e domandollo
come star gli pareva e se forte si credeva essere da
cavalcare; a cui l'abate rispose che forte era egli assai e
dello stomaco ben guerito e che starebbe bene qualora fosse
fuori delle mani di Ghino.</p>
<p>Menò allora Ghino l'abate nella sala dove erano i suoi
arnesi e la sua famiglia tutta: e fattolo a una finestra
accostare donde egli poteva tutti i suoi cavalli vedere
disse: “Messer l'abate, voi dovete sapere che l'esser
gentile uomo e cacciato di casa sua e povero e avere molti e
possenti nimici hanno, per potere la sua vita difendere e la
sua nobiltà, e non malvagità d'animo, condotto Ghino di
Tacco, il quale io sono, a essere rubatore delle strade e
nimico della corte di Roma. Ma per ciò che voi mi parete
valente signore, avendovi io dello stomaco guerito come io
ho, non intendo di trattarvi come un altro farei, a cui,
quando nelle mie mani fosse come voi siete, quella parte
delle sue cose mi farei che mi paresse: ma io intendo che
voi a me, il mio bisogno considerato, quella parte delle
vostre cose facciate che voi medesimo volete. Elle sono
interamente qui dinanzi da voi tutte, e i vostri cavalli
potete voi da cotesta finestra nella corte vedere: e per ciò
e la parte e 'l tutto come vi piace prendete, e da questa
ora innanzi sia e l'andare e lo stare nel piacer vostro.”</p>
<p>Maravigliossi l'abate che in un rubator di strada fosser
parole sì libere: e piacendogli molto, subitamente la sua
ira e lo sdegno caduti, anzi in benivolenzia mutatisi, col
cuore amico di Ghino divenuto, il corse a abbracciar
dicendo: “Io giuro a Dio che, per dover guadagnar l'amistà
d'uno uomo fatto come omai io giudico che tu sii, io
sofferrei di ricevere troppo maggiore ingiuria che quella
che infino a qui paruta m'è che tu m'abbi fatta. Maladetta
sia la fortuna, la quale a sì dannevole mestier ti
costrigne!” E appresso questo, fatto delle sue molte cose
pochissime e oportune prendere e de' cavalli similemente, e
l'altre lasciategli tutte, a Roma se ne tornò.</p>
<p>Aveva il Papa saputa la presura dello abate: e come che
molto gravata gli fosse, veggendolo il domandò come i bagni
fatto gli avesser pro: al quale l'abate sorridendo rispose:
“Santo Padre, io trovai più vicino che' bagni un valente
medico, il quale ottimamente guerito m'ha”; e contogli il
modo, di che il Papa rise: al quale l'abate, seguitando il
suo parlare, da magnifico animo mosso, domandò una grazia.</p>
<p>Il Papa, credendo lui dover domandare altro, liberamente
offerse di far ciò che domandasse; allora l'abate disse:
“Santo Padre, quello che io intendo di domandarvi è che voi
rendiate la grazia vostra a Ghino di Tacco mio medico, per
ciò che tra gli altri uomini valorosi e da molto che io
accontai mai, egli è per certo un de' più, e quel male il
quale egli fa, io il reputo molto maggior peccato della
fortuna che suo: la qual se voi con alcuna cosa dandogli,
donde egli possa secondo lo stato suo vivere, mutate, io non
dubito punto che in poco di tempo non ne paia a voi quello
che a me ne pare.”</p>
<p>Il Papa, udendo questo, sì come colui che di grande animo
fu e vago de' valenti uomini, disse di farlo volentieri se
da tanto fosse come diceva, e che egli il facesse
sicuramente venire. Venne adunque Ghino, fidato, come allo
abate piacque, a corte; né guari appresso del Papa fu che
egli il reputò valoroso, e riconciliatoselo gli donò una
gran prioria di quelle dello Spedale, di quello avendol
fatto far cavaliere; la quale egli, amico e servidore di
santa Chiesa e dello abate di Clignì, tenne mentre visse.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">3</add></head>
<argument><p><emph>Mitridanes, invidioso della cortesia di Natan, andando per
ucciderlo, senza conoscerlo capita a lui e, da lui stesso
informato del modo, il truova in un boschetto come ordinato
avea; il quale riconoscendolo si vergogna e suo amico
diviene.</emph></p></argument>
<p>Simil cosa a miracolo per certo pareva a tutti avere udito,
cioè che un cherico alcuna cosa magnificamente avesse
operata; ma riposandosene già il ragionare delle donne,
comandò il re a Filostrato che procedesse; il quale
prestamente incominciò:</p>
<p>–Nobili donne, grande fu la magnificenzia del re di Spagna
e forse cosa più non udita già mai quella dell'abate di
Clignì; ma forse non meno maravigliosa cosa vi parrà l'udire
che uno, per liberalità usare a un altro che il suo sangue,
anzi il suo spirito, disiderava, cautamente a dargliele si
disponesse: e fatto l'avrebbe se colui prender l'avesse
voluto, sì come io in una mia novelletta intendo di
dimostrarvi.</p>
<p>Certissima cosa è, se fede si può dare alle parole d'alcuni
genovesi e d'altri uomini che in quelle contrade stati sono,
che nelle parti del Cattaio fu già uno uomo di legnaggio
nobile e ricco senza comparazione, per nome chiamato Natan.
Il quale, avendo ricetto vicino a una strada per la qual
quasi di necissità passava ciascuno che di Ponente verso
Levante andar voleva o di Levante in Ponente e avendo
l'animo grande e liberale e disideroso che fosse per opera
conosciuto, quivi avendo molti maestri fece in piccolo
spazio di tempo fare un de' più belli e de' maggiori e de'
più ricchi palagi che mai fosse stato veduto, e quello di
tutte quelle cose che oportune erano a dovere gentili uomini
ricevere e onorare fece ottimamente fornire. E avendo grande
e bella famiglia, con piacevolezza e con festa chiunque
andava e veniva faceva ricevere e onorare; e in tanto
perseverò in questo laudevol costume, che già non solamente
il Levante ma quasi tutto il Ponente per fama il conoscea.</p>
<p>E essendo egli già d'anni pieno, né però del corteseggiar
divenuto stanco, avvenne che la sua fama agli orecchi
pervenne d'un giovane chiamato Mitridanes, di paese non
guari al suo lontano; il quale, sentendosi non meno ricco
che Natan fosse, divenuto della sua fama e della sua virtù
invidioso, seco propose con maggior liberalità quella o
annullare o offuscare. E fatto fare un palagio simile a
quello di Natan, cominciò a fare le più smisurate cortesie
che mai facesse alcuno altro a chi andava o veniva per
quindi; e sanza dubbio in piccol tempo assai divenne famoso.</p>
<p>Ora avvenne un giorno che dimorando il giovane tutto solo
nella corte del suo palagio, una feminella entrata dentro
per una delle porti del palagio gli domandò limosina e
ebbela; e ritornata per la seconda porta pure a lui, ancora
l'ebbe e così successivamente insino alla duodecima; e la
tredecima volta tornata, disse Mitridanes: “Buona femina,
tu se' assai sollicita a questo tuo dimandare” e nondimeno
le fece limosina.</p>
<p>La vecchierella, udita questa parola, disse: “O liberalità
di Natan, quanto se' tu maravigliosa ché per trentadue porti
che ha il suo palagio, sì come questo, entrata e
domandatagli limosina, mai da lui, che egli mostrasse,
riconosciuta non fui e sempre l'ebbi: e qui non venuta
ancora se non per tredici e riconosciuta e proverbiata sono
stata”; e così dicendo senza più ritornarvi si dipartì.</p>
<p>Mitridanes, udite le parole della vecchia, come colui che
ciò che della fama di Natan udiva diminuimento della sua
estimava, in rabbiosa ira acceso cominciò a dire: “Ahi
lasso a me! quando aggiugnerò io alla liberalità delle gran
cose di Natan, non che io il trapassi come io cerco, quando
nelle piccolissime io non gli posso avvicinare? Veramente io
mi fatico invano, se io di terra nol tolgo: la qual cosa,
poscia che la vecchiezza nol porta via, convien senza alcuno
indugio che io faccia con le mie mani.”</p>
<p>E con questo impeto levatosi, senza comunicare il suo
consiglio a alcuno, con poca compagnia montato a cavallo
dopo il terzo dì dove Natan dimorava pervenne; e a' compagni
imposto che sembianti facessero di non esser con lui né di
conoscerlo e che di stanzia si procacciassero infino che da
lui altro avessero, quivi in sul fare della sera pervenuto e
solo rimaso, non guari lontano al bel palagio trovò Natan
tutto solo, il quale senza alcuno abito pomposo andava a suo
diporto; cui egli, non conoscendolo, domandò se insegnar gli
sapesse dove Natan dimorasse.</p>
<p>Natan lietamente rispose: “Figliuol mio, niuno è in questa
contrada che meglio di me cotesto ti sappia mostrare: e per
ciò, quando ti piaccia, io vi ti menerò.”</p>
<p>Il giovane disse che questo gli sarebbe a grado assai ma
che, dove esser potesse, egli non voleva da Natan esser
veduto né conosciuto: al qual Natan disse: “E cotesto
ancora farò, poi che ti piace.”</p>
<p>Ismontato adunque Mitridanes con Natan, che in
piacevolissimi ragionamenti assai tosto il mise, infino al
suo bel palagio n'andò. Quivi Natan fece a un de' suoi
famigliari prendere il caval del giovane, e accostatoglisi
agli orecchi gl'impose che egli prestamente con tutti quegli
della casa facesse che niuno al giovane dicesse lui esser
Natan: e così fu fatto. Ma poi che nel palagio furono, mise
Mitridanes in una bellissima camera dove alcuno nol vedeva,
se non quegli che egli al suo servigio diputati avea; e
sommamente faccendolo onorare, esso stesso gli tenea
compagnia.</p>
<p>Col quale dimorando Mitridanes, ancora che in reverenzia
come padre l'avesse, pur lo domandò chi el fosse: al quale
Natan rispose: “Io sono un picciol servidor di Natan, il
quale dalla mia fanciullezza con lui mi sono invecchiato, né
mai a altro che tu mi vegghi mi trasse; per che, come che
ogn'altro uomo molto di lui si lodi, io me ne posso poco
lodare io.”</p>
<p>Queste parole porsero alcuna speranza a Mitridanes di
potere con più consiglio e con più salvezza dare effetto al
suo perverso intendimento: il qual Natan assai cortesemente
domandò chi egli fosse e qual bisogno per quindi il
portasse, offerendo il suo consiglio e il suo aiuto in ciò
che per lui si potesse. Mitridanes soprastette alquanto al
rispondere, e ultimamente diliberando di fidarsi di lui, con
una lunga circuizion di parole la sua fede richiese e
appresso il consiglio e l'aiuto; e chi egli era e perché
venuto e da che mosso interamente gli discoperse.</p>
<p>Natan, udendo il ragionare e il fiero proponimento di
Mitridanes, in sé tutto si cambiò, ma senza troppo stare,
con forte animo e con fermo viso gli rispose: “Mitridanes,
nobile uomo fu il tuo padre, dal quale tu non vuogli
degenerare, sì alta impresa avendo fatta come hai, cioè
d'essere liberale a tutti; e molto la invidia che alla virtù
di Natan porti commendo, per ciò che, se di così fatte
fossero assai, il mondo, che è miserissimo, tosto buon
diverrebbe. Il tuo proponimento mostratomi senza dubbio sarà
occulto, al quale io più tosto util consiglio che grande
aiuto posso donare: il quale è questo. Tu puoi di quinci
vedere, forse un mezzo miglio vicin di qui, un boschetto,
nel quale Natan quasi ogni mattina va tutto solo prendendo
diporto per ben lungo spazio: quivi leggier cosa ti fia il
trovarlo e farne il tuo piacere. Il quale se tu uccidi,
acciò che tu possa senza impedimento a casa tua ritornare,
non per quella via donde tu qui venisti ma per quella che tu
vedi a sinistra uscir fuor del bosco n'andrai, per ciò che,
ancora che un poco più salvatica sia, ella è più vicina a
casa tua e per te più sicura.”</p>
<p>Mitridanes, ricevuta la informazione e Natan da lui essendo
partito, cautamente a' suoi compagni, che similmente là
entro erano, fece sentire dove aspettare il dovessero il dì
seguente. Ma poi che il nuovo dì fu venuto, Natan, non
avendo animo vario al consiglio dato a Mitridanes né quello
in parte alcuna mutato, solo se n'andò al boschetto a dover
morire.</p>
<p>Mitridanes, levatosi e preso il suo arco e la sua spada,
ché altra arme non avea, e montato a cavallo, n'andò al
boschetto e di lontano vide Natan tutto soletto andar
passeggiando per quello; e diliberato avanti che l'assalisse
di volerlo vedere e d'udirlo parlare, corse verso lui e
presolo per la benda, la quale in capo avea, disse:
“Vegliardo, tu se' morto!”</p>
<p>Al quale niun'altra cosa rispose Natan se non: “Dunque
l'ho io meritato.”</p>
<p>Mitridanes, udita la voce e nel viso guardatolo,
subitamente riconobbe lui esser colui che benignamente
l'avea ricevuto e familiarmente accompagnato e fedelmente
consigliato; per che di presente gli cadde il furore e la
sua ira si convertì in vergogna; laonde egli, gittata via la
spada, la qual già per ferirlo aveva tirata fuori, da caval
dismontato piagnendo corse a' piè di Natan e disse:
“Manifestamente conosco, carissimo padre, la vostra
liberalità, riguardando con quanta cautela venuto siate per
darmi il vostro spirito, del quale io, niuna ragione avendo,
a voi medesimo disideroso mostra'mi: ma Idio, più al mio
dover sollicito che io stesso, a quel punto che maggior
bisogno è stato gli occhi m'ha aperto dello 'ntelletto, li
quali misera invidia m'avea serrati. E per ciò quanto voi
più pronto stato siete a compiacermi, tanto più mi cognosco
debito alla penitenzia del mio errore: prendete adunque di
me quella vendetta che convenevole estimate al mio
peccato.”</p>
<p>Natan fece levar Mitridanes in piede e teneramente
l'abbracciò e basciò e gli disse: “Figliuol mio, alla tua
impresa, chente che tu la vogli chiamare o malvagia o
altrimenti, non bisogna di domandar né di dar perdono, per
ciò che non per odio la seguivi ma per potere essere tenuto
migliore. Vivi adunque di me sicuro, e abbi di certo che
niuno altro uom vive il quale te quant'io ami, avendo
riguardo all'altezza dello animo tuo, il quale non a amassar
denari, come i miseri fanno, ma a ispender gli ammassati s'è
dato. Né ti vergognare d'avermi voluto uccidere per divenir
famoso, né credere che io me ne maravigli. I sommi
imperadori e i grandissimi re non hanno quasi con altra arte
che d'uccidere, non uno uomo come tu volevi fare ma
infiniti, e ardere paesi e abbattere le città, li loro regni
ampliati, e per conseguente la fama loro: per che, se tu per
più farti famoso me solo uccider volevi, non maravigliosa
cosa né nuova facevi ma molto usata.”</p>
<p>Mitridanes, non iscusando il suo desidero perverso ma
commendando l'onesta scusa da Natan trovata a esso,
ragionando pervenne a dire sé oltre modo maravigliarsi come
a ciò fosse Natan potuto disporre e a ciò dargli modo e
consiglio: al quale Natan disse: “Mitridanes, io non voglio
che tu del mio consiglio e della mia disposizione ti
maravigli, per ciò che, poi che io nel mio albitrio fui e
disposto a fare quello medesimo che tu hai a fare impreso,
niun fu che mai a casa mia capitasse, che io nol contentasse
a mio potere di ciò che da lui mi fu domandato. Venistivi tu
vago della mia vita, per che, sentendolati domandare, acciò
che tu non fossi solo colui che sanza la sua dimanda di qui
si partisse, prestamente diliberai di donarlati, e acciò che
tu l'avessi quel consiglio ti diedi che io credetti che buon
ti fossi a aver la mia e non perder la tua; e per ciò ancora
ti dico e priego che, s'ella ti piace, che tu la prenda e te
medesimo ne sodisfaccia: io non so come io la mi possa
meglio spendere. Io l'ho adoperata già ottanta anni, e ne'
miei diletti e nelle mie consolazioni usata: e so che,
seguendo il corso della natura, come gli altri uomini fanno
e generalmente tutte le cose, ella mi può omai piccol tempo
esser lasciata: per che io iudico molto meglio esser quella
donare, come io ho sempre i miei tesori donati e spesi, che
tanto volerla guardare, che ella mi sia contro a mia voglia
tolta dalla natura. Piccol dono è donare cento anni: quanto
adunque è minor donarne sei o otto che io a starci abbia?
Prendila adunque, se ella t'agrada, io te ne priego; per ciò
che, mentre vivuto ci sono, niuno ho ancor trovato che
disiderata l'abbia né so quando trovar me ne possa veruno,
se tu non la prendi che la dimandi. E se pure avvenisse che
io ne dovessi alcun trovare, conosco che quanto più la
guarderò di minor pregio sarà; e però, anzi che ella divenga
più vile, prendila, io te ne priego.”</p>
<p>Mitridanes, vergognandosi forte, disse: “Tolga Iddio che
così cara cosa come la vostra vita è, non che io, da voi
dividendola, la prenda, ma pur la disideri, come poco avanti
faceva; alla quale non che io diminuissi gli anni suoi ma io
l'agiugnerei volentier de' miei.”</p>
<p>A cui prestamente Natan disse: “E se tu puoi, vuo' nele tu
aggiugnere? E farai a me fare verso di te quello che mai
verso alcuno altro non feci, cioè delle tue cose pigliare,
che mai dell'altrui non pigliai.”</p>
<p>“Sì” disse subitamente Mitridanes.</p>
<p>“Adunque” disse Natan “farai tu come io ti dirò. Tu
rimarrai, giovane come tu se', qui nella mia casa e avrai
nome Natan, e io me n'andrò nella tua e farommi sempre
chiamar Mitridanes.”</p>
<p>Allora Mitridanes rispose: “Se io sapessi così bene
operare come voi sapete e avete saputo, io prenderei senza
troppa diliberazione quello che m'offerete; ma per ciò che
egli mi pare esser molto certo che le mie opere sarebbon
diminuimento della fama di Natan, e io non intendo di
guastare in altrui quello che in me io non so acconciare,
nol prenderò.”</p>
<p>Questi e molti altri piacevoli ragionamenti stati tra Natan
e Mitridanes, come a Natan piacque, insieme verso il palagio
se ne tornarono, dove Natan più giorni sommamente onorò
Mitridanes, e lui con ogni ingegno e saper confortò nel suo
alto e grande proponimento. E volendosi Mitridanes con la
sua compagnia ritornare a casa, avendogli Natan assai ben
fatto conoscere che mai di liberalità nol potrebbe avanzare,
il licenziò.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">4</add></head>
<argument><p><emph>Messer Gentil de' Carisendi, venuto da Modona, trae della
sepoltura una donna amata da lui, sepellita per morta; la
quale riconfortata partorisce un figliuol maschio, e messer
Gentile lei e 'l figliuolo restituisce a Niccoluccio
Caccianimico marito di lei.</emph></p></argument>
<p>Maravigliosa cosa parve a tutti che alcuno del propio
sangue fosse liberale: e veramente affermaron Natan aver
quella del re di Spagna e dello abate di Clignì trapassata.
Ma poi che assai e una cosa e altra detta ne fu, il re,
verso Lauretta riguardando, le dimostrò che egli desiderava
che ella dicesse; per la qual cosa Lauretta prestamente
incominciò:</p>
<p>–Giovani donne, magnifice cose e belle sono state le
raccontate, né mi pare che alcuna cosa restata sia a noi che
abbiamo a dire, per la qual novellando vagar possiamo, sì
son tutte dall'altezza delle magnificenzie raccontate
occupate, se noi ne' fatti d'amore già non mettessimo mano,
li quali a ogni materia prestano abondantissima copia di
ragionare. E per ciò, sì per questo e sì per quello a che la
nostra età ci dee principalmente inducere, una magnificenzia
da uno inamorato fatta mi piace di raccontarvi, la quale,
ogni cosa considerata, non vi parrà per avventura minore che
alcuna delle mostrate, se quello è vero che i tesori si
donino, le inimicizie si dimentichino e pongasi la propia
vita, l'onore e la fama, ch'è molto più, in mille pericoli
per potere la cosa amata possedere.</p>
<p>Fu adunque in Bologna, nobilissima città di Lombardia, un
cavaliere per virtù e per nobiltà di sangue raguardevole
assai, il qual fu chiamato messer Gentil Carisendi, il qual
giovane d'una gentil donna chiamata madonna Catalina, moglie
d'un Niccoluccio Caccianemico, s'innamorò; e perché male
dello amor della donna era, quasi disperatosene, podestà
chiamato di Modona, v'andò.</p>
<p>In questo tempo, non essendo Niccoluccio a Bologna e la
donna a una sua possessione forse tre miglia alla terra
vicina essendosi, per ciò che gravida era, andata a stare,
avvenne che subitamente un fiero accidente la sopraprese, il
quale fu tale e di tanta forza, che in lei spense ogni segno
di vita e per ciò eziandio da alcun medico morta giudicata
fu; e per ciò che le sue più congiunte parenti dicevan sé
avere avuto da lei non essere ancora di tanto tempo gravida,
che perfetta potesse essere la creatura, senza altro
impaccio darsi, quale ella era, in uno avello d'una chiesa
ivi vicina dopo molto pianto la sepellirono.</p>
<p>La qual cosa subitamente da un suo amico fu significata a
messer Gentile, il qual di ciò, ancora che della sua grazia
fosse poverissimo, si dolfe molto, ultimamente seco dicendo:
“Ecco, madonna Catalina, tu se' morta: io, mentre che
vivesti, mai un solo sguardo da te aver non potei: per che,
ora che difender non ti potrai, convien per certo che, così
morta come tu se', io alcun bascio ti tolga.”</p>
<p>E questo detto, essendo già notte, dato ordine come la sua
andata occulta fosse, con un suo famigliare montato a
cavallo, senza ristare colà pervenne dove sepellita era la
donna; e aperta la sepoltura in quella diligentemente entrò,
e postolesi a giacere allato il suo viso a quello della
donna accostò, e più volte con molte lagrime piangendo il
basciò. Ma sì come noi veggiamo l'appetito degl'uomini a
niun termine star contento ma sempre più avanti desiderare,
e spezialmente quello degli amanti, avendo costui seco
diliberato di più non starvi, disse: “Deh! perché non le
tocco io, poi che io son qui, un poco il petto? Io non la
debbo mai più toccare né mai più la toccai.”</p>
<p>Vinto adunque da questo appetito le mise la mano in seno: e
per alquanto spazio tenutalavi gli parve sentire alcuna cosa
battere il cuore a costei. Il quale, poi che ogni paura ebbe
cacciata da sé, con più sentimento cercando, trovò costei
per certo non esser morta, quantunque poca e debole
estimasse la vita: per che soavemente quanto più poté, dal
suo famigliare aiutato, del monimento la trasse e, davanti
al caval messalasi, segretamente in casa sua la condusse in
Bologna.</p>
<p>Era quivi la madre di lui, valorosa e savia donna, la qual,
poscia che dal figliuolo ebbe distesamente ogni cosa udita,
da pietà mossa chetamente con grandissimi fuochi e con alcun
bagno in costei rivocò la smarrita vita; la quale come
rivenne, così gittò un gran sospiro e disse: “Oimè! ora ove
sono io?”</p>
<p>A cui la valente donna rispose: “Confortati, tu se' in
buon luogo.”</p>
<p>Costei, in sé tornata e dintorno guardandosi, non bene
conoscendo dove ella fosse e veggendosi davanti messer
Gentile, piena di maraviglia la madre di lui pregò che le
dicesse in che guisa ella quivi venuta fosse: alla quale
messer Gentile ordinatamente contò ogni cosa. Di che ella
dolendosi, dopo alquanto quelle grazie gli rendé che ella
poté, e appresso il pregò, per quello amore il quale egli
l'aveva già portato e per cortesia di lui, che in casa sua
ella da lui non ricevesse cosa che fosse meno che onor di
lei e del suo marito e, come il dì venuto fosse, alla sua
propia casa la lasciasse tornare.</p>
<p>Alla quale messer Gentile rispose: “Madonna, chente che il
mio disiderio si sia stato ne' tempi passati, io non intendo
al presente né mai per innanzi (poi che Idio m'ha questa
grazia conceduta, che da morte a vita mi v'ha renduta,
essendone cagione l'amore che io v'ho per adietro portato)
di trattarvi né qui né altrove se non come cara sorella. Ma
questo mio benificio operato in voi questa notte merita
alcun guiderdone; e per ciò io voglio che voi non mi
neghiate una grazia la quale io vi domanderò.”</p>
<p>Al quale la donna benignamente rispose sé essere
apparecchiata, solo che ella potesse e onesta fosse: messer
Gentile allora disse: “Madonna, ciascun vostro parente e
ogni bolognese credono e hanno per certo voi esser morta,
per che niuna persona è la quale più a casa v'aspetti; e per
ciò io voglio di grazia da voi che vi debbia piacere di
dimorarvi tacitamente qui con mia madre infino a tanto che
io da Modona torni, che sarà tosto. E la cagione per che io
questo vi cheggio è per ciò che io intendo di voi, in
presenzia de' migliori cittadini di questa terra, fare un
caro e uno solenne dono al vostro marito.”</p>
<p>La donna, conoscendosi al cavaliere obligata e che la
domanda era onesta, quantunque molto disiderasse di
rallegrare della sua vita i suoi parenti, si dispuose a far
quello che messer Gentile domandava; e così sopra la sua
fede gli promise. E appena erano le parole della sua
risposta finite, che ella sentì il tempo del partorire esser
venuto: per che, teneramente dalla madre di messer Gentile
aiutata, non molto stante partorì un bel figliuol maschio,
la qual cosa in molti doppi multiplicò la letizia di messer
Gentile e di lei. Messer Gentile ordinò che le cose oportune
tutte vi fossero e che così fosse servita costei come se sua
propia moglie fosse; e a Modona segretamente se ne tornò.</p>
<p>Quivi fornito il tempo del suo uficio e a Bologna
dovendosene tornare, ordinò, quella mattina che in Bologna
entrar doveva, di molti e gentili uomini di Bologna, tra'
quali fu Niccoluccio Caccianimico, un grande e bel convito
in casa sua; e tornato e ismontato e con lor trovatosi,
avendo similmente la donna ritrovata più bella e più sana
che mai e il suo figlioletto star bene, con allegrezza
incomparabile i suoi forestieri mise a tavola e quegli fece
di più vivande magnificamente servire.</p>
<p>E essendo già vicino alla sua fine il mangiare, avendo egli
prima alla donna detto quello che di fare intendeva e con
lei ordinato il modo che dovesse tenere, così cominciò a
parlare: “Signori, io mi ricordo avere alcuna volta inteso
in Persia essere, secondo il mio iudicio, una piacevole
usanza, la quale è che, quando alcuno vuole sommamente
onorare il suo amico, egli lo 'nvita a casa sua e quivi gli
mostra quella cosa, o moglie o amica o figliuola o che che
si sia, la quale egli ha più cara, affermando che, se egli
potesse, così come questo gli mostra, molto più volentieri
gli mosterria il cuor suo; la quale io intendo di volere
observare in Bologna. Voi, la vostra mercé, avete onorato il
mio convito, e io voglio onorar voi alla persesca,
mostrandovi la più cara cosa che io abbia nel mondo o che io
debbia aver mai. Ma prima che io faccia questo, vi priego mi
diciate quello che sentite d'un dubbio il quale io vi
moverò. Egli è alcuna persona la quale ha in casa un suo
buono e fedelissimo servidore, il quale inferma gravemente;
questo cotale, senza attendere il fine del servo infermo, il
fa portate nel mezzo della strada né più ha cura di lui;
viene uno strano e mosso a compassione dello 'nfermo e' sel
reca a casa e con gran sollicitudine e con ispesa il torna
nella prima sanità. Vorrei io ora sapere se, tenendolsi e
usando i suoi servigi, il suo signore si può a buona equità
dolere o ramaricare del secondo, se egli raddomandandolo
rendere nol volesse.”</p>
<p>I gentili uomini, fra sé avuti varii ragionamenti e tutti
in una sentenzia concorrendo, a Niccoluccio Caccianimico,
per ciò che bello e ornato favellatore era, commisero la
risposta. Costui, commendata primieramente l'usanza di
Persia, disse sé con gli altri insieme essere in questa
opinione, che il primo signore niuna ragione avesse più nel
suo servidore, poi che in sì fatto caso non solamente
abandonato ma gittato l'avea, e che per li benifici del
secondo usati giustamente parea di lui il servidore
divenuto, per che, tenendolo, niuna noia, niuna forza, niuna
ingiuria faceva al primiero; gli altri tutti che alle tavole
erano, ché v'avea di valenti uomini, tutti insieme sé tener
quello che da Niccoluccio era stato risposto.</p>
<p>Il cavaliere, contento di tal risposta e che Niccoluccio
l'avesse fatta, affermò sé essere in quella opinione
altressi, e appresso disse: “Tempo è omai che io secondo la
promessa v'onori”; e chiamati due de' suoi famigliari, gli
mandò alla donna, la quale egli egregiamente avea fatta
vestire e ornare, e mandolla pregando che le dovesse piacere
di venire a far lieti i gentili uomini della sua presenzia.</p>
<p>La qual, preso in braccio il figliolin suo bellissimo, da'
due famigliari accompagnata nella sala venne, e come al
cavalier piacque appresso a un valente uomo si pose a
sedere; e egli disse: “Signori, questa è quella cosa che io
ho più cara e intendo d'avere che alcun'altra: guardate se
egli vi pare che io abbia ragione.”</p>
<p>I gentili uomini, onoratola e commendatala molto e al
cavaliere affermato che cara la doveva avere, la
cominciarono a riguardare; e assai ve n'eran che lei
avrebbon detto colei chi ella era, se lei per morta non
avessero avuta. Ma sopra tutti la riguardava Niccoluccio, il
quale, essendosi alquanto partito il cavaliere, sì come
colui che ardeva di sapere chi ella fosse, non potendosene
tenere, la domandò se bolognese fosse o forestiera. La
donna, sentendosi al suo marito domandare, con fatica di
risponder si tenne: ma pur per servare l'ordine posto
tacque. Alcun altro la domandò se suo era quel figlioletto,
e alcuno se moglie fosse di messer Gentile o in altra
maniera sua parente; a' quali niuna risposta fece.</p>
<p>Ma sopravvegnendo messer Gentile, disse alcun de' suoi
forestieri: “Messere, bella cosa è questa vostra, ma ella
ne par mutola: è ella così?”</p>
<p>“Signori, “ disse messer Gentile “il non avere ella al
presente parlato è non piccolo argomento della sua virtù.”</p>
<p>“Diteci adunque voi” seguitò colui “chi ella è.”</p>
<p>Disse il cavaliere: “Questo farò io volentieri, sol che
voi mi promettiate, per cosa che io dica, niuno doversi
muovere del luogo suo fino a tanto che io non ho la mia
novella finita.”</p>
<p>Al quale avendol promesso ciascuno e essendo già levate le
tavole, messer Gentile, allato alla donna sedendo, disse:
“Signori, questa donna è quello leale e fedel servo del
quale io poco avanti vi fe' la dimanda; la quale, da' suoi
poco avuta cara e così come vile e più non utile nel mezzo
della strada gittata, da me fu ricolta e colla mia
sollicitudine e opera delle mani la trassi alla morte: e
Iddio, alla mia buona affezion riguardando, di corpo
spaventevole così bella divenir me l'ha fatta. Ma acciò che
voi più apertamente intendiate come questo avvenuto mi sia,
brievemente vel farò chiaro.” E cominciatosi dal suo
innamorarsi di lei, ciò che avvenuto era infino allora
distintamente narrò con gran maraviglia degli ascoltanti: e
poi soggiunse: “Per le quali cose, se mutata non avete
sentenzia da poco in qua, e Niccoluccio spezialmente, questa
donna meritamente è mia, né alcuno con giusto titolo me la
può radomandare.”</p>
<p>A questo niun rispose, anzi tutti attendevan quello che
egli più avanti dovesse dire. Niccoluccio e degli altri che
v'erano e la donna di compassion lagrimavano; ma messer
Gentile, levatosi in piè e preso nelle sue braccia il
picciol fanciullino e la donna per la mano e andato verso
Niccoluccio, disse: “Leva sù, compare; io non ti rendo tua
mogliere, la quale i tuoi e suoi parenti gittarono via, ma
io ti voglio donare questa donna mia comare con questo suo
figlioletto, il qual son certo che fu da te generato e il
quale io a battesimo tenni e nomina'lo Gentile. E priegote
che, perch'ella sia nella mia casa vicin di tre mesi stata,
ella non ti sia men cara; ché io ti giuro per quello Iddio
che forse già di lei innamorar mi fece acciò che il mio
amore fosse, sì come stato è, cagion della sua salute, che
ella mai o col padre o colla madre o con teco più
onestamente non visse, che ella appresso di mia madre ha
fatto nella mia casa.” E questo detto, si rivolse alla
donna e disse: “Madonna, omai da ogni promessa fattami io
v'assolvo e libera vi lascio di Niccoluccio”; e rimessa la
donna e 'l fanciul nelle braccia di Niccoluccio si tornò a
sedere.</p>
<p>Niccoluccio disiderosamente ricevette la sua donna e 'l
figliuolo, tanto più lieto quanto più n'era di speranza
lontano, e come meglio poté e seppe ringraziò il cavaliere;
e gli altri, che tutti di compassion lagrimavano, di questo
il commendaron molto, e commendato fu da chiunque l'udì. La
donna con maravigliosa festa fu in casa sua ricevuta e quasi
risuscitata con ammirazione fu più tempo guatata da'
bolognesi; e messer Gentile sempre amico visse di
Niccoluccio e de' suoi parenti e di quei della donna.</p>
<p>Che adunque qui, benigne donne, direte? estimerete l'aver
donato un re lo scettro e la corona, e uno abate senza suo
costo avere rinconciliato un malfattore al Papa, o un
vecchio porgere la sua gola al coltello del nimico, essere
stato da aguagliare al fatto di messer Gentile? Il quale
giovane e ardente, e giusto titolo parendogli avere in ciò
che la tracutaggine altrui aveva gittato via e egli per la
sua buona fortuna aveva ricolto, non solo temperò
onestamente il suo fuoco, ma liberalmente quello che egli
soleva con tutto il pensier disiderare e cercare di rubare,
avendolo, restituì. Per certo niuna delle già dette a questa
mi par simigliante.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">5</add></head>
<argument><p><emph>Madonna Dianora domanda a messer Ansaldo un giardino di
gennaio bello come di maggio; messer Ansaldo con l'obligarsi
a uno nigromante gliele dà; il marito le concede che ella
faccia il piacere di messer Ansaldo, il quale, udita la
liberalità del marito, l'assolve della promessa, e il
nigromante, senza volere alcuna cosa del suo, assolve
messere Ansaldo.</emph></p></argument>
<p>Per ciascuno della lieta brigata era già stato messer
Gentile con somme lode tolto infino al cielo, quando il re
impose a Emilia che seguisse; la qual baldanzosamente, quasi
di dire disiderosa, così cominciò:</p>
<p>–Morbide donne, niun con ragion dirà messer Gentile non
aver magnificamente operato, ma il voler dire che più non si
possa, il più potersi non fia forse malagevole a mostrarsi:
il che io avviso in una mia novelletta di raccontarvi.</p>
<p>In Frioli, paese quantunque freddo lieto di belle montagne,
di più fiumi e di chiare fontane, è una terra chiamata
Udine, nella quale fu già una bella e nobile donna, chiamata
madonna Dianora e moglie d'un gran ricco uomo nominato
Gilberto, assai piacevole e di buona aria. E meritò questa
donna per lo suo valore d'essere amata sommamente da un
nobile e gran barone, il quale aveva nome messere Ansaldo
Gradense, uomo d'alto affare e per arme e per cortesia
conosciuto per tutto. Il quale, ferventemente amandola e
ogni cosa faccendo che per lui si poteva per essere amato da
lei e a ciò spesso per sue ambasciate sollicitandola, invano
si faticava. E essendo alla donna gravi le sollicitazioni
del cavaliere, e veggendo che, per negare ella ogni cosa da
lui domandatole, esso per ciò d'amarla né di sollicitarla si
rimaneva, con una nuova e al suo giudicio impossibil domanda
si pensò di volerlosi torre da dosso.</p>
<p>E a una femina che a lei da parte di lui spesse volte
veniva, disse indi così: “Buona femina, tu m'hai molte
volte affermato che messere Ansaldo sopra tutte le cose
m'ama e maravigliosi doni m'hai da sua parte proferti; li
quali voglio che si rimangano a lui, per ciò che per quegli
mai a amar lui né a compiacergli mi recherei. E se io
potessi esser certa che egli cotanto m'amasse quanto tu di',
senza fallo io mi recherei a amar lui e a far quello che
egli volesse; e per ciò, dove di ciò mi volesse far fede con
quello che io domanderò, io sarei a' suoi comandamenti
presta.”</p>
<p>Disse la buona femina: “Che è quello, madonna, che voi
disiderate ch'el faccia?”</p>
<p>Rispose la donna: “Quello che io disidero è questo: io
voglio, del mese di gennaio che viene, appresso di questa
terra un giardino pieno di verdi erbe, di fiori e di
fronzuti albori, non altrimenti fatto che se di maggio
fosse; il quale dove egli non faccia, né te né altri mi
mandi mai più, per ciò che, se più mi stimolasse, come io
infino a qui del tutto al mio marito e a' miei parenti
tenuto ho nascoso, così, dolendomene loro, di levarlomi da
dosso m'ingegnerei.”</p>
<p>Il cavaliere, udita la domanda e la proferta della sua
donna, quantunque grave cosa e quasi impossibile a dover
fare gli paresse e conoscesse per niun'altra cosa ciò essere
dalla donna addomandato se non per torlo dalla sua speranza,
pur seco propose di voler tentare quantunque fare se ne
potesse e in più parti per lo mondo mandò cercando se in ciò
alcun si trovasse che aiuto o consiglio gli desse; e
vennegli uno alle mani il quale, dove ben salariato fosse,
per arte nigromantica profereva di farlo. Col quale messer
Ansaldo per grandissima quantità di moneta convenutosi,
lieto aspettò il tempo postogli; il qual venuto, essendo
freddi grandissimi e ogni cosa piena di neve e di ghiaccio,
il valente uomo in un bellissimo prato vicino alla città con
sue arti fece sì, la notte alla quale il calen di gennaio
seguitava, che la mattina apparve, secondo che color che 'l
vedevan testimoniavano, un de' più be' giardini che mai per
alcun fosse stato veduto, con erbe e con alberi e con frutti
d'ogni maniera. Il quale come messere Ansaldo lietissimo
ebbe veduto, fatto cogliere de' più be' frutti e de' più be'
fior che v'erano, quegli occultamente fé presentare alla sua
donna e lei invitare a vedere il giardino da lei adomandato,
acciò che per quel potesse lui amarla conoscere e ricordarsi
della promission fattagli e con saramento fermata, e come
leal donna poi procurar d'attenergliele.</p>
<p>La donna, veduti i fiori e' frutti e già da molti del
maraviglioso giardino avendo udito dire, s'incominciò a
pentere della sua promessa, ma con tutto il pentimento, sì
come vaga di veder cose nuove, con molte altre donne della
città andò il giardino a vedere; e non senza maraviglia
commendatolo assai, più che altra femina dolente a casa se
ne tornò a quel pensando a che per quello era obligata. E fu
il dolore tale, che, nol potendol ben dentro nascondere,
convenne che, di fuori apparendo il marito di lei se
n'accorgesse; e volle del tutto da lei di quello saper la
cagione. La donna per vergogna il tacque molto: ultimamente,
constretta, ordinatamente gli aperse ogni cosa.</p>
<p>Gilberto primieramente ciò udendo si turbò forte: poi,
considerata la pura intenzion della donna, con miglior
consiglio cacciata via l'ira, disse: “Dianora, egli non è
atto di savia né d'onesta donna d'ascoltare alcuna
ambasciata delle così fatte, né di pattovire sotto alcuna
condizione con alcuno la sua castità. Le parole per gli
orecchi dal cuore ricevute hanno maggior forza che molti non
stimano, e quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile.
Male adunque facesti prima a ascoltare e poscia a pattovire;
ma per ciò che io conosco la purità dello animo tuo, per
solverti da' legame della promessa, quello ti concederò che
forse alcuno altro non farebbe, inducendomi ancora la paura
del nigromante, al qual forse messer Ansaldo, se tu il
beffassi, far ci farebbe dolenti. Voglio io che tu a lui
vada e, se per modo alcun puoi, t'ingegni di far che,
servata la tua onestà, tu sii da questa promessa disciolta:
dove altramenti non si potesse, per questa volta il corpo ma
non l'animo gli concedi.”</p>
<p>La donna, udendo il marito, piagneva e negava sé cotal
grazia voler da lui. A Gilberto, quantunque la donna il
negasse molto, piacque che così fosse: per che, venuta la
seguente mattina, in su l'aurora, senza troppo ornarsi, con
due suoi famigliari innanzi e con una cameriera appresso
n'andò la donna a casa messere Ansaldo.</p>
<p>Il quale udendo la sua donna a lui esser venuta si
maravigliò forte; e levatosi e fatto il nigromante chiamare
gli disse: “Io voglio che tu vegghi quanto di bene la tua
arte m'ha fatto acquistare”; e incontro andatile, senza
alcun disordinato appetito seguire, con reverenza
onestamente la ricevette, e in una bella camera a un gran
fuoco se n'entrar tutti; e fatto lei porre a seder disse:
“Madonna, io vi priego, se il lungo amore il quale io v'ho
portato merita alcun guiderdone, che non vi sia noia
d'aprirmi la vera cagione che qui a così fatta ora v'ha
fatta venire e con cotal compagnia.”</p>
<p>La donna vergognosa e quasi con le lagrime sopra gli occhi
rispose: “Messere, né amor che io vi porti né promessa fede
mi menan qui ma il comandamento del mio marito, il quale,
avuto più rispetto alle fatiche del vostro disordinato amore
che al suo e mio onore, mi ci ha fatta venire; e per
comandamento di lui disposta sono per questa volta a ogni
vostro piacere.”</p>
<p>Messere Ansaldo, se prima si maravigliava, udendo la donna
molto più s'incominciò a maravigliare: e dalla liberalità di
Giliberto commosso il suo fervore in compassione cominciò a
cambiare e disse: “Madonna, unque a Dio non piaccia, poscia
che così è come voi dite, che io sia guastatore dello onore
di chi ha compassione al mio amore; e per ciò l'esser qui
sarà, quanto vi piacerà, non altramenti che se mia sorella
foste, e quando a grado vi sarà liberamente vi potrete
partire, sì veramente che voi al vostro marito di tanta
cortesia, quanta la sua è stata, quelle grazie renderete che
convenevoli crederete, me sempre per lo tempo avvenire
avendo per fratello e per servidore.”</p>
<p>La donna, queste parole udendo, più lieta che mai disse:
“Niuna cosa mi poté mai far credere, avendo riguardo a'
vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia venuta
che quello che io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò
sempre obligata.” E preso commiato, onorevolmente
accompagnata si tornò a Gilberto e raccontogli ciò che
avvenuto era; di che strettissima e leale amistà lui e
messer Ansaldo congiunse.</p>
<p>Il nigromante, al quale messer Ansaldo di dare il promesso
premio s'apparecchiava, veduta la liberalità di Giliberto
verso messer Ansaldo e quella di messer Ansaldo verso la
donna, disse: “Già Dio non voglia, poi che io ho veduto
Giliberto liberale del suo onore e voi del vostro amore, che
io similmente non sia liberale del mio guiderdone; e per
ciò, conoscendo quello a voi star bene, intendo che vostro
sia.”</p>
<p>Il cavaliere si vergognò e ingegnossi di fargli o tutto o
parte prendere; ma poi che invano si faticava, avendo il
nigromante dopo il terzo dì tolto via il suo giardino e
piacendogli di partirsi, il comandò a Dio: e spento del
cuore il concupiscibile amore, verso la donna acceso
d'onesta carità si rimase.</p>
<p>Che direm qui, amorevoli donne? preporremo la quasi morta
donna e il già rattiepidito amore per la spossata speranza a
questa liberalità di messer Ansaldo, più ferventemente che
mai amando ancora e quasi da più speranza acceso e nelle sue
mani tenente la preda tanto seguita? Sciocca cosa mi
parrebbe a dover credere che quella liberalità a questa
comparar si potesse.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">6</add></head>
<argument><p><emph>Il re Carlo vecchio, vittorioso, d'una giovinetta
innamoratosi, vergognandosi del suo folle pensiero, lei e
una sua sorella onorevolmente marita.</emph></p></argument>
<p>Chi potrebbe pienamente raccontare i varii ragionamenti
tralle donne stati, qual maggior liberalità usasse, o
Giliberto o messer Ansaldo o il nigromante, intorno a' fatti
di madonna Dianora? Troppo sarebbe lungo. Ma poi che il re
alquanto disputare ebbe conceduto, alla Fiammetta guardando,
comandò che novellando traesse lor di quistione; la quale,
niuno indugio preso, incominciò:</p>
<p>–Splendide donne, io fui sempre in opinione che nelle
brigate, come la nostra è, si dovesse sì largamente
ragionare, che la troppa strettezza della intenzion delle
cose dette non fosse altrui materia di disputare: il che
molto più si conviene nelle scuole tra gli studianti che tra
noi, le quali appena alla rocca e al fuso bastiamo. E per
ciò io, che in animo alcuna cosa dubbiosa forse avea,
veggendovi per le già dette alla mischia, quella lascerò
stare e una ne dirò, non mica d'uomo di poco affare ma d'un
valoroso re, quello che egli cavallerescamente operasse in
nulla movendo il suo onore.</p>
<p>Ciascuna di voi molte volte può avere udito ricordare il re
Carlo vecchio o ver primo, per la cui magnifica impresa e
poi per la gloriosa vittoria avuta del re Manfredi furon di
Firenze i ghibellin cacciati e ritornaronvi i guelfi. Per la
qual cosa un cavalier, chiamato messer Neri degli Uberti,
con tutta la sua famiglia e con molti denari uscendone, non
si volle altrove che sotto le braccia del re Carlo riducere.
E per essere in solitario luogo e quivi finire in riposo la
vita sua, a Castello da mare di Stabia se n'andò; e ivi
forse una balestrata rimosso dall'altre abitazioni della
terra, tra ulivi e nocciuoli e castagni, de' quali la
contrada è abondevole, comperò una possessione, sopra la
quale un bel casamento e agiato fece e allato a quello un
dilettevole giardino, nel mezzo del quale, a nostro modo,
avendo d'acqua viva copia, fece un bel vivaio e chiaro e
quello di molto pesce riempié leggiermente.</p>
<p>E a niun'altra cosa attendendo che a fare ogni dì più bello
il suo giardino, avvenne che il re Carlo, nel tempo caldo,
per riposarsi alquanto a Castello a mar se n'andò; dove
udita la bellezza del giardino di messer Neri disiderò di
vederlo. E avendo udito di cui era, pensò che, per ciò che
di parte avversa alla sua era il cavaliere, più
familiarmente con lui si volesse fare: e mandogli a dire che
con quatro compagni chetamente la seguente sera con lui
voleva cenare nel suo giardino. Il che a messer Neri fu
molto caro, e magnificamente avendo apparecchiato e con la
sua famiglia avendo ordinato ciò che far si dovesse, come
più lietamente poté e seppe il re nel suo bel giardino
ricevette. Il qual, poi che il giardin tutto e la casa di
messer Neri ebbe veduta e commendata, essendo le tavole
messe allato al vivaio, a una di quelle, lavato, si mise a
sedere, e al conte Guido di Monforte, che l'un de' compagni
era, comandò che dall'un de' lati di lui sedesse e messer
Neri dall'altro, e a altri tre che con loro erano venuti
comandò che servissero secondo l'ordine posto da messer
Neri. Le vivande vi vennero dilicate, e i vini vi furono
ottimi e preziosi, e l'ordine bello e laudevole molto senza
alcun sentore e senza noia: il che il re commendò molto.</p>
<p>E mangiando egli lietamente e del luogo solitario
giovandogli, e nel giardino entrarono due giovinette d'età
forse di quindici anni l'una, bionde come fila d'oro e co'
capelli tutti inanellati e sopr'essi sciolti una leggier
ghirlandetta di provinca, e nelli lor visi più tosto agnoli
parevan che altra cosa, tanto gli avevan dilicati e belli; e
eran vestite d'un vestimento di lino sottilissimo e bianco
come neve in su le carni, il quale dalla cintura in sù era
strettissimo e da indi 'n giù largo a guisa d'un padiglione
e lungo infino a' piedi. E quella che dinanzi veniva recava
in su le spalle un paio di vangaiuole, le quali colla
sinistra man tenea, e nella destra aveva un baston lungo;
l'altra che veniva appresso, aveva sopra la spalla sinistra
una padella e sotto quel braccio medesimo un fascetto di
legne e nella mano un trepiede, e nell'altra mano uno utel
d'olio e una faccellina accesa; le quali il re vedendo si
maravigliò e sospeso attese quello che questo volesse dire.</p>
<p>Le giovinette, venute innanzi onestamente e vergognose,
fecero reverenzia al re; e appresso, là andatesene onde nel
vivaio s'entrava, quella che la padella aveva, postala giù e
l'altre cose appresso, preso il baston che l'altra portava,
e amendune nel vivaio, l'acqua del quale loro infino al
petto agiugnea, se n'entrarono. Uno de' famigliari di messer
Neri prestamente quivi accese il fuoco e, posta la padella
sopra il treppiè e dello olio messovi, cominciò a aspettare
che le giovani gli gittasser del pesce. Delle quali l'una
frugando in quelle parti dove sapeva che i pesci si
nascondevano e l'altra le vangaiuole parando, con
grandissimo piacere del re che ciò attentamente guardava, in
piccolo spazio di tempo presero pesce assai; e al famigliar
gittatine, che quasi vivi nella padella gli metteva, sì come
ammaestrate erano state cominciarono a prendere de' più
begli e a gittare su per la tavola davanti al re e al conte
Guido e al padre. Questi pesci su per la mensa guizzavano,
di che il re aveva maraviglioso piacere; e similmente egli
prendendo di questi alle giovani cortesemente gli gittava
indietro, e così per alquanto spazio cianciarono, tanto che
il famigliare quello ebbe cotto che dato gli era stato; il
qual, più per uno intramettere che per molto cara o
dilettevol vivanda avendol messer Neri ordinato, fu messo
davanti al re.</p>
<p>Le fanciulle, veggendo il pesce cotto e avendo assai
pescato, essendosi tutto il bianco vestimento e sottile loro
appiccato alle carni né quasi cosa alcuna del dilicato lor
corpo celando, usciron del vivaio; e ciascuna le cose recate
avendo riprese, davanti al re vergognosamente passando, in
casa se ne tornarono. Il re e 'l conte e gli altri, che
servivano, avevano molto queste giovinette considerate, e
molto in se medesimo l'avea lodate ciascuno per belle e per
ben fatte, e oltre a ciò per piacevoli e per costumate; ma
sopra a ogn'altro erano al re piaciute, il quale sì
attentamente ogni parte del corpo loro aveva considerata,
uscendo esse dell'acqua, che chi allora l'avesse punto non
si sarebbe sentito. E più a loro ripensando, senza saper chi
si fossero né come, si sentì nel cuore destare un
ferventissimo disidero di piacer loro, per lo quale assai
ben conobbe sé divenire innamorato se guardia non se ne
prendesse; né sapeva egli stesso qual di lor due si fosse
quella che più gli piacesse, si era di tutte cose l'una
simiglievole all'altra.</p>
<p>Ma poi che alquanto fu sopra questo pensier dimorato,
rivolto a messer Neri il domandò chi fossero le due
damigelle; a cui messer Neri rispose: “Monsignore, queste
son mie figliuole a un medesimo parto nate, delle quali
l'una ha nome Ginevra la bella e l'altra Isotta la bionda.”
A cui il re le commendò molto, confortandolo a maritarle:
dal che messer Neri, per più non poter, si scusò.</p>
<p>E in questo, niuna cosa fuor che le frutte restando a dar
nella cena, vennero le due giovinette in due giubbe di
zendado bellissime, con due grandissimi piattelli d'argento
in mano pieni di varii frutti, secondo che la stagion
portava, e quegli davanti al re posarono sopra la tavola. E
questo fatto, alquanto indietro tiratesi, cominciarono a
cantare un suono le cui parole cominciano:
<q rend="block">
<lg>
<l><emph>Là ov'io son giunto, Amore,</emph></l>
<l><emph>non si poria contare lungamente,</emph></l>
</lg></q></p>
<p rend="noindent">con tanta dolcezza e sì piacevolmente, che al re, che con
diletto le riguardava e ascoltava, pareva che tutte le
gerarcie degli angeli quivi fossero discese a cantare; e
quel detto, inginocchiatesi, reverentemente commiato
domandarono dal re, il quale, ancora che la lor partita gli
gravasse, pure in vista lietamente il diede. Finita adunque
la cena e il re co' suoi compagni, rimontati a cavallo e
messer Neri lasciato, ragionando d'una cosa e d'altra al
reale ostiere se ne tornarono.</p>
<p>Quivi, tenendo il re la sua affezion nascosa né per grande
affare che sopravvenisse potendo dimenticar la bellezza e la
piacevolezza di Ginevra la bella, per amor di cui la sorella
a lei simigliante ancora amava, sì nell'amorose panie
s'invescò, che quasi a altro pensar non poteva: e altre
cagioni dimostrando, con messer Neri teneva una stretta
dimestichezza e assai sovente il suo bel giardin visitava
per vedere la Ginevra. E già più avanti sofferir non potendo
e essendogli, non sappiendo altro modo vedere, nel pensier
caduto di dover non solamente l'una ma amendune le
giovinette al padre torre, e il suo amore e la sua
intenzione fé manifesta al conte Guido.</p>
<p>Il quale, per ciò che valente uomo era, gli disse:
“Monsignore, io ho gran maraviglia di ciò che voi mi dite,
e tanto ne l'ho maggiore che un altro non avrebbe, quanto mi
par meglio dalla vostra fanciullezza infino a questo dì
avere i vostri costumi conosciuti che alcun altro. E non
essendomi paruto già mai nella vostra giovanezza, nella
quale Amor più leggiermente doveva i suoi artigli ficcare,
aver tal passion conosciuta, sentendovi ora che già siete
alla vecchiezza vicino, m'è sì nuovo e sì strano che voi per
amore amiate, che quasi un miracol mi pare. E se a me di ciò
cadesse il riprendervi, io so bene ciò che io ve ne direi,
avendo riguardo che voi ancora siete con l'arme indosso nel
regno nuovamente acquistato, tra nazion non conosciuta e
piena d'inganni e di tradimenti, e tutto occupato di
grandissime sollicitudini e d'alto affare, né ancora vi
siete potuto porre a sedere: e intra tante cose abbiate
fatto luogo al lusinghevole amore. Questo non è atto di re
magnanimo anzi d'un pusillanimo giovinetto. E oltre a
questo, che è molto peggio, dite che diliberato avete di
torre le due figliuole al povero cavaliere il quale in casa
sua oltre al poter suo v'ha onorato, e per più onorarvi
quelle quasi ignude v'ha dimostrate, testificando per quello
quanta sia la fede che egli ha in voi, e che esso fermamente
creda voi essere re e non lupo rapace. Ora èvvi così tosto
della memoria caduto le violenze fatte alle donne da
Manfredi avervi l'entrata aperta in questo regno? qual
tradimento si commise già mai più degno d'eterno supplicio,
che saria questo, che voi a colui che v'onora togliate il
suo onore e la sua speranza e la sua consolazione? che si
direbbe di voi se voi il faceste? Voi forse estimate che
sufficiente scusa fosse il dire: ‘Io il feci per ciò che
egli è ghibellino’. Ora è questa della giustizia del re, che
coloro che nelle lor braccia ricorrono in cotal forma, chi
che essi si sieno, in così fatta guisa si trattino? Io vi
ricordo, re, che grandissima gloria v'è aver vinto Manfredi,
ma molto maggiore è se medesimo vincere; e per ciò voi, che
avete gli altri a correggere, vincete voi medesimo e questo
appetito raffrenate, né vogliate con così fatta macchia ciò
che gloriosamente acquistato avete guastare.”</p>
<p>Queste parole amaramente punsero l'animo del re e tanto più
l'afflissero quanto più vere le conoscea; per che, dopo
alcun caldo sospiro, disse: “Conte, per certo ogn'altro
nimico, quantunque forte, estimo che sia al bene ammaestrato
guerriere assai debole e agevole a vincere a rispetto del
suo medesimo appetito; ma quantunque l'affanno sia grande e
la forza bisogni inestimabile, sì m'hanno le vostre parole
spronato, che conviene, avanti che troppi giorni trapassino,
che io vi faccia per opera vedere che, come io so altrui
vincere, così similmente so a me medesimo soprastare.”</p>
<p>Né molti giorni appresso a queste parole passarono che
tornato il re a Napoli, sì per torre a sé materia d'operar
vilmente alcuna cosa e sì per premiare il cavaliere dello
onore ricevuto da lui, quantunque duro gli fosse il fare
altrui possessor di quello che egli sommamente per sé
disiderava, nondimen si dispose di voler maritare le due
giovani, e non come figliuole di messer Neri ma come sue. E
con piacer di messer Neri, magnificamente dotatele, Ginevra
la bella diede a messer Maffeo da Palizzi e Isotta la bionda
a messer Guiglielmo della Magna, nobili cavalieri e gran
baron ciascuno; e loro assegnatele, con dolore inestimabile
in Puglia se n'andò, e con fatiche continue tanto e si
macerò il suo fiero appetito, che, spezzate e rotte
l'amorose catene, per quanto viver dovea libero rimase da
tal passione.</p>
<p>Saranno forse di quei che diranno piccola cosa essere a un
re l'aver maritate duo giovinette, e io il consentirò; ma
molto grande e grandissima la dirò, se diremo un re
innamorato questo abbia fatto, colei maritando cui egli
amava senza aver preso o pigliare del suo amore fronda o
fiore o frutto. Così adunque il magnifico re operò, il
nobile cavaliere altamente premiando, l'amate giovinette
laudevolmente onorando e se medesimo fortemente vincendo.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">7</add></head>
<argument><p><emph>Il re Piero, sentito il fervente amore portatogli dalla
Lisa inferma, lei conforta e appresso a un gentil giovane la
marita; e lei nella fronte basciata, sempre poi si dice suo
cavaliere.</emph></p></argument>
<p>Venuta era la Fiammetta al fin della sua novella, e
commendata era stata molto la virile magnificenzia del re
Carlo, quantunque alcuna, che quivi era ghibellina,
commendar nol volesse; quando Pampinea, avendogliele il re
imposto, incominciò:</p>
<p>–Niun discreto, raguardevoli donne, sarebbe che non
dicesse ciò che voi dite del buon re Carlo, se non costei
che gli vuol mal per altro; ma per ciò che a me va per la
memoria una cosa non meno commendevole forse che questa,
fatta da un suo avversario in una nostra giovane fiorentina,
quella mi piace di raccontarvi.</p>
<p>Nel tempo che i franceschi di Cicilia furon cacciati, era
in Palermo un nostro fiorentino speziale, chiamato Bernardo
Puccini, ricchissimo uomo, il quale d'una sua donna, senza
più, aveva una figliuola bellissima e già da marito. E
essendo il re Pietro di Raona signor della isola divenuto,
faceva in Palermo maravigliosa festa co' suoi baroni; nella
qual festa, armeggiando egli alla catalana, avvenne che la
figliuola di Bernardo, il cui nome era Lisa, da una finestra
dove ella era con altre donne, il vide correndo egli e sì
maravigliosamente le piacque, che, una volta e altra poi
riguardandolo di lui ferventemente s'innamorò.</p>
<p>E cessata la festa e ella in casa del padre standosi, a
niun'altra cosa poteva pensare se non a questo suo magnifico
e alto amore; e quello che intorno a ciò più l'offendeva era
il cognoscimento della sua infima condizione, il quale niuna
speranza appena le lasciava pigliare di lieto fine: ma non
per tanto da amare il re indietro si voleva tirare e per
paura di maggior noia a manifestar non l'ardiva. Il re di
questa cosa non s'era accorto né si curava: di che ella,
oltre a quello che si potesse estimare, portava
intollerabile dolore. Per la qual cosa avvenne che,
crescendo in lei amor continuamente e una malinconia
sopr'altra agiugnendosi, la bella giovane più non potendo
infermò, e evidentemente di giorno in giorno come la neve al
sole si consumava. Il padre di lei e la madre, dolorosi di
questo accidente, con conforti continui e con medici e con
medicine in ciò che si poteva l'atavano; ma niente era, per
ciò che ella, sì come del suo amore disperata, aveva eletto
di più non volere vivere.</p>
<p>Ora avvenne che, offerendole il padre di lei ogni suo
piacere, le venne in pensiero, se acconciamente potesse, di
volere il suo amore e il suo proponimento, prima che
morisse, fare al re sentire; e per ciò un dì il pregò che
egli le facesse venire Minuccio d'Arezzo. Era in que' tempi
Minuccio tenuto un finissimo cantatore e sonatore e
volentieri dal re Pietro veduto, il quale Bernardo avvisò
che la Lisa volesse per udirlo alquanto e sonare e cantare:
per che fattogliele dire, egli, che piacevole uomo era,
incontanente a lei venne e, poi che alquanto con amorevoli
parole confortata l'ebbe, con una sua viuola dolcemente sonò
alcuna stampita e cantò appresso alcuna canzone, le quali
allo amor della giovane erano fuoco e fiamma là dove egli la
credea consolare.</p>
<p>Appresso questo disse la giovane che a lui solo alquante
parole voleva dire; per che partitosi ciascun altro, ella
gli disse: “Minuccio, io ho eletto te per fidissimo
guardatore d'un mio segreto, sperando primieramente che tu
quello a niuna persona, se non a colui che io ti dirò, debbi
manifestar già mai, e appresso che in quello che per te si
possa tu mi debbi aiutare: così ti priego. Dei adunque
sapere, Minuccio mio, che il giorno che il nostro signore re
Pietro fece la gran festa della sua essaltazione, mel venne,
armeggiando egli, in sì forte punto veduto, che dello amor
di lui mi s'accese un fuoco nell'anima che al partito m'ha
recata che tu mi vedi; e conoscendo io quanto male il mio
amore a un re si convenga e non potendolo non che cacciare
ma diminuire e egli essendomi oltre modo grave a comportare,
ho per minor doglia eletto di voler morire; e così farò. È
il vero che io fieramente n'andrei sconsolata, se prima egli
nol sapesse: e non sappiendo per cui potergli questa mia
disposizion fargli sentire più acconciamente che per te, a
te commettere la voglio e priegoti che non rifiuti di farlo;
e quando fatto l'avrai, assapere mel facci, acciò che io
consolata morendo mi sviluppi da queste pene”; e questo
detto piagnendo si tacque.</p>
<p>Maravigliossi Minuccio dell'altezza dello animo di costei e
del suo fiero proponimento e increbbenegli forte; e
subitamente nello animo corsogli come onestamente la poteva
servire, le disse: “Lisa, io t'obligo la mia fede, della
quale vivi sicura che mai ingannata non ti troverrai; e
appresso commendandoti di sì alta impresa, come è aver
l'animo posto a così gran re, t'offero il mio aiuto, col
quale io spero, dove tu confortar ti vogli, sì adoperare,
che avanti che passi il terzo giorno ti credo recar novelle
che sommamente ti saran care; e per non perder tempo, voglio
andare a cominciare.” La Lisa, di ciò da capo pregatol
molto e promessogli di confortarsi, disse che s'andasse con
Dio.</p>
<p>Minuccio partitosi, ritrovò un Mico da Siena, assai buon
dicitore in rima a quei tempi, e con prieghi lo strinse a
far la canzonetta che segue:
</p>
<lg type="canzonetta">
<lg>
<l>Muoviti, Amore, e vattene a Messere,</l>
<l>e contagli le pene ch'io sostegno;</l>
<l>digli ch'a morte vegno,</l>
<l>celando per temenza il mio volere.</l></lg>
<lg>
<l>Merzede, Amore, a man giunte ti chiamo,</l>
<l>ch'a Messer vadi là dove dimora.</l>
<l>Dì che sovente lui disio e amo,</l>
<l>sì dolcemente lo cor m'innamora;</l>
<l>e per lo foco ond'io tutta m'infiamo</l>
<l>temo morire, e già non saccio l'ora</l>
<l>ch'i' parta da sì grave pena dura,</l>
<l>la qual sostegno per lui disiando,</l>
<l>temendo e vergognando:</l>
<l>deh! il mal mio, per Dio, fagli assapere.</l></lg>
<lg>
<l>Poi che di lui, Amor, fu' innamorata,</l>
<l>non mi donasti ardir quanto temenza</l>
<l>che io potessi sola una fiata</l>
<l>lo mio voler dimostrare in parvenza</l>
<l>a quegli che mi tien tanto affannata;</l>
<l>così morendo, il morir m'è gravenza!</l>
<l>Forse che non gli saria spiacenza,</l>
<l>se el sapesse quanta pena i' sento,</l>
<l>s'a me dato ardimento</l>
<l>avesse in fargli mio stato sapere.</l></lg>
<lg>
<l>Poi che 'n piacere non ti fu, Amore,</l>
<l>ch'a me donassi tanta sicuranza,</l>
<l>ch'a Messer far savessi lo mio core,</l>
<l>lasso, per messo mai o per sembianza,</l>
<l>mercé ti chero, dolce mio signore,</l>
<l>che vadi a lui e donagli membranza</l>
<l>del giorno ch'io il vidi a scudo e lanza</l>
<l>con altri cavalieri arme portare:</l>
<l>presilo a riguardare</l>
<l>innamorata sì, che 'l mio cor pere.</l>
</lg></lg>
<p>Le quali parole Minuccio prestamente intonò d'un suono
soave e pietoso sì come la materia di quelle richiedeva, e
il terzo dì se n'andò a corte, essendo ancora il re Pietro a
mangiare; dal quale gli fu detto che egli alcuna cosa
cantasse con la sua viuola. Laonde egli cominciò sì
dolcemente sonando a cantar questo suono, che quanti nella
real sala n'erano parevano uomini adombrati, sì tutti
stavano taciti e sospesi a ascoltare, e il re per poco più
che gli altri. E avendo Minuccio il suo canto fornito, il re
il domandò donde questo venisse che mai più non gliele
pareva avere udito.</p>
<p>“Monsignore, “ rispose Minuccio “e' non sono ancora tre
giorni che le parole si fecero e 'l suono”; il quale,
avendo il re domandato per cui, rispose: “Io non l'oso
scovrir se non a voi.”</p>
<p>Il re, disideroso d'udirlo, levate le tavole nella camera
sel fé venire, dove Minuccio ordinatamente ogni cosa udita
gli raccontò; di che il re fece gran festa e commendò la
giovane assa' e disse che di sì valorosa giovane si voleva
aver compassione; e per ciò andasse da sua parte a lei e la
confortasse e le dicesse che senza fallo quel giorno in sul
vespro la verrebbe a visitare.</p>
<p>Minuccio, lietissimo di portare così piacevole novella,
alla giovane senza ristare con la sua viuola n'andò; e con
lei sola parlando ogni cosa stata raccontò e poi la canzon
cantò con la sua viuola. Di questo fu la giovane tanto lieta
e tanto contenta, che evidentemente senza alcuno indugio
apparver segni grandissimi della sua sanità; e con disidero,
senza sapere o presummere alcun della casa che ciò si fosse,
cominciò a aspettare il vespro nel quale il suo signor veder
dovea. Il re, il quale liberale e benigno signore era,
avendo poi più volte pensato alle cose udite da Minuccio e
conoscendo ottimamente la giovane e la sua bellezza, divenne
ancora più che non era pietoso; e in su l'ora del vespro
montato a cavallo, sembiante faccendo d'andare a suo
diporto, pervenne là dov'era la casa dello speziale: e
quivi, fatto domandare che aperto gli fosse un bellissimo
giardino il quale lo speziale avea, in quello smontò e dopo
alquanto domandò Bernardo che fosse della figliuola, se egli
ancora maritata l'avesse.</p>
<p>Rispose Bernardo: “Monsignore, ella non è maritata, anzi è
stata e ancora è forte malata: è il vero che da nona in qua
ella è maravigliosamente migliorata.”</p>
<p>Il re intese prestamente quello che questo miglioramento
voleva dire e disse: “In buona fé, danno sarebbe che ancora
fosse tolta al mondo sì bella cosa: noi la vogliamo venire a
visitare.”</p>
<p>E con due compagni solamente e con Bernardo nella camera di
lei poco appresso se n'andò e, come là entro fu, s'accostò
al letto dove la giovane alquanto sollevata con disio
l'aspettava e lei per la man prese dicendo: “Madonna, che
vuol dir questo? voi siete giovane e dovreste l'altre
confortare, e voi vi lasciate aver male? Noi vi vogliam
pregare che vi piaccia per amor di noi di confortarvi in
maniera che voi siate tosto guerita.”</p>
<p>La giovane, sentendosi toccare alle mani di colui il quale
ella sopra tutte le cose amava, come che ella alquanto si
vergognasse, pur sentiva tanto piacere nell'animo quanto se
stata fosse in Paradiso; e come poté gli rispose: “Signor
mio, il volere io le mie poche forze sottoporre a gravissimi
pesi m'è di questa infermità stata cagione, dalla quale voi,
vostra buona mercé, tosto libera mi vedrete.”</p>
<p>Solo il re intendeva il coperto parlare della giovane e da
più ogn'ora la reputava, e più volte seco stesso maladisse
la fortuna che di tale uomo l'aveva fatta figliuola; e poi
che alquanto fu con lei dimorato e più ancora confortatala,
si partì. Questa umanità del re fu commendata assai e in
grande onor fu attribuita allo speziale e alla figliuola; la
quale tanto contenta rimase quanto altra donna di suo amante
fosse già mai; e da migliore speranza aiutata in pochi
giorni guerita, più bella diventò che mai fosse.</p>
<p>Ma poi che guerita fu, avendo il re con la reina diliberato
qual merito di tanto amore le volesse rendere, montato un dì
a cavallo con molti de' suoi baroni a casa dello spezial se
n'andò, e nel giardino entratosene fece lo spezial chiamare
e la sua figliuola: e in questo venuta la reina con molte
donne e la giovane tra lor ricevuta, cominciarono
maravigliosa festa. E dopo alquanto il re insieme con la
reina chiamata la Lisa, le disse il re: “Valorosa giovane,
il grande amor che portato n'avete v'ha grande onore da noi
impetrato, del quale noi vogliamo che per amor di noi siate
contenta: e l'onore è questo, che, con ciò sia cosa che voi
da marito siate, vogliamo che colui prendiate per marito che
noi vi daremo, intendendo sempre, non obstante questo,
vostro cavaliere appellarci senza più di tanto amor voler da
voi che un sol bascio.”</p>
<p>La giovane, che di vergogna tutta era nel viso divenuta
vermiglia, faccendo suo il piacer del re, con bassa voce
così rispose: “Signor mio, io son molto certa che, se egli
si sapesse che io di voi innamorata mi fossi, la più della
gente me ne reputerebbe matta, credendo forse che io a me
medesima fossi uscita di mente e che io la mia condizione e
oltre a questo la vostra non conoscessi; ma come Idio sa,
che solo i cuori de' mortali vede, io nell'ora che voi prima
mi piaceste conobbi voi essere re e me figliuola di Bernardo
speziale, e male a me convenirsi in sì alto luogo l'ardore
dello animo dirizzare. Ma sì come voi molto meglio di me
conoscete, niuno secondo debita elezione ci s'innamora ma
secondo l'appetito e il piacere: alla qual legge più volte
s'opposero le forze mie, e, più non potendo, v'amai e amo e
amerò sempre. È il vero che, com'io a amore di voi mi
senti' prendere, così mi disposi di far sempre del vostro
voler mio; e per ciò, non che io faccia questo di prender
volentier marito e d'aver caro quello il quale vi piacerà di
donarmi, che mio onore e stato sarà, ma se voi diceste che
io dimorassi nel fuoco, credendovi io piacere, mi sarebbe
diletto. Aver voi re per cavaliere sapete quanto mi si
conviene, e per ciò più a ciò non rispondo; né il bascio che
solo del mio amor volete senza licenzia di madama la reina
vi sarà conceduto. Nondimeno di tanta benignità verso me
quanta è la vostra e quella di madama la reina che è qui,
Idio per me vi renda e grazie e merito, ché io da render non
l'ho”; e qui si tacque.</p>
<p>Alla reina piacque molto la risposta della giovane, e
parvele così savia come il re l'aveva detto. Il re fece
chiamare il padre della giovane e la madre: e sentendogli
contenti di ciò che fare intendeva, si fece chiamare un
giovane, il quale era gentile uomo ma povero, ch'avea nome
Perdicone, e postegli certe anella in mano a lui non
recusante di farlo fece sposare la Lisa.</p>
<p>A' quali incontanente il re, oltre a molte gioie e care che
egli e la reina alla giovane donarono, gli donò Cefalù e
Calatabellotta, due bonissime terre e di gran frutto,
dicendo: “Queste ti doniam noi per dote della donna: quello
che noi vorremo fare a te, tu tel vedrai nel tempo
avvenire”; e questo detto, rivolto alla giovane disse:
“Ora vogliam noi prender quel frutto che noi del vostro
amore aver dobbiamo”; e presole con amenduni le mani il
capo le basciò la fronte.</p>
<p>Perdicone e 'l padre e la madre della Lisa, e ella
altressì, contenti grandissima festa fecero e liete nozze; e
secondo che molti affermano, il re molto bene servò alla
giovane il convenente, per ciò che mentre visse sempre
s'appellò suo cavaliere né mai in alcun fatto d'arme andò
che egli altra sopransegna portasse che quella che dalla
giovane mandata gli fosse.</p>
<p>Così adunque operando si pigliano gli animi de' subgetti,
dassi altrui materia di bene operare e le fame eterne
s'acquistano: alla qual cosa oggi pochi o niuno ha l'arco
teso dello 'ntelletto, essendo li più de' signori divenuti
crudeli e tiranni.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">8</add></head>
<argument><p><emph>Sofronia, credendosi esser moglie di Gisippo, è moglie di
Tito Quinzio Fulvo e con lui se ne va a Roma, dove Gisippo
in povero stato arriva; e credendo da Tito esser disprezzato
sé avere uno uomo ucciso, per morire, afferma; Tito,
riconosciutolo, per iscamparlo dice sé averlo morto; il che
colui che fatto l'avea vedendo se stesso manifesta; per la
qual cosa da Ottaviano tutti sono liberati, e Tito dà a
Gisippo la sorella per moglie e con lui comunica ogni suo
bene.</emph></p></argument>
<p>Filomena, per comandamento del re, essendo Pampinea di
parlar ristata e già avendo ciascuna commendato il re
Pietro, e più la ghibellina che l'altre, incominciò:</p>
<p>–Magnifiche donne, chi non sa li re poter, quando
vogliono, ogni gran cosa fare e loro altressì
spezialissimamente richiedersi l'esser magnifico? Chi
adunque, possendo, fa quello che a lui s'appartiene, fa
bene; ma non se ne dee l'uomo tanto maravigliare né alto con
somme lode levarlo, come un altro si converria che il
facesse, a cui per poca possa meno si richiedesse. E per
ciò, se voi con tante parole l'opere del re essaltate e
paionvi belle, io non dubito punto che molto più non vi
debbian piacere e esser da voi commendate quelle de' nostri
pari, quando sono a quelle de' re simiglianti o maggiori;
per che una laudevole opera e magnifica usata tra due
cittadini amici ho proposto in una novella di raccontarvi.</p>
<p>Nel tempo adunque che Ottavian Cesare, non ancora chiamato
Augusto ma nello uficio chiamato triumvirato, lo 'mperio di
Roma reggeva, fu in Roma un gentile uomo chiamato Publio
Quinzio Fulvo; il quale avendo un suo figliuolo, Tito
Quinzio Fulvo nominato, di maraviglioso ingegno, a imprender
filosofia il mandò a Atene e quantunque più poté il
raccomandò a un nobile uomo chiamato Cremete, il quale era
antichissimo suo amico. Dal quale Tito nelle propie case di
lui fu allogato in compagnia d'un suo figliuolo nominato
Gisippo, e sotto la dottrina d'un filosofo, chiamato
Aristippo, e Tito e Gisippo furon parimente da Cremete posti
a imprendere.</p>
<p>E venendo i due giovani usando insieme, tanto si trovarono
i costumi loro esser conformi, che una fratellanza e una
amicizia sì grande ne nacque tra loro, che mai poi da altro
caso che da morte non fu separata: niun di loro aveva né ben
né riposo se non tanto quanto erano insieme. Essi avevano
cominciati gli studii, e parimente ciascuno d'altissimo
ingegno dotato saliva alla gloriosa altezza della filosofia
con pari passo e con maravigliosa laude: e in cotal vita con
grandissimo piacer di Cremete, che quasi l'un più che
l'altro non avea per figliuolo, perseveraron ben tre anni.
Nella fine de' quali, sì come di tutte le cose addiviene,
addivenne che Cremete già vecchio di questa vita passò: di
che essi pari compassione, sì come di comun padre,
portarono, né si discernea per gli amici né per gli parenti
di Cremete qual più fosse per lo sopravvenuto caso da
racconsolar di lor due.</p>
<p>Avvenne, dopo alquanti mesi, che gli amici di Gisippo e i
parenti furon con lui e insieme con Tito il confortarono a
tor moglie: e trovarongli una giovane di maravigliosa
bellezza e di nobilissimi parenti discesa e cittadina
d'Atene, il cui nome era Sofronia, d'età forse di quindici
anni. E appressandosi il termine delle future nozze, Gisippo
pregò un dì Tito che con lui andasse a vederla, ché veduta
ancora non l'avea; e nella casa di lei venuti e essa sedendo
in mezzo d'amenduni, Tito, quasi consideratore della
bellezza della sposa del suo amico, la cominciò
attentissimamente a riguardare; e ogni parte di lei
smisuratamente piacendogli, mentre quelle seco sommamente
lodava sì fortemente, senza alcun sembiante mostrarne, di
lei s'accese, quanto alcuno amante di donna s'accendesse già
mai; ma poi che alquanto con lei stati furono, partitisi, a
casa se ne tornarono.</p>
<p>Quivi Tito, solo nella sua camera entratosene, alla
piaciuta giovane cominciò a pensare, tanto più accendendosi
quanto più nel pensier si stendea: di che accorgendosi, dopo
molti caldi sospiri seco cominciò a dire: “Ahi! misera la
vita tua, Tito! Dove e in che pon tu l'animo e l'amore e la
speranza tua? or non conosci tu, sì per li ricevuti onori da
Cremete e dalla sua famiglia e sì per la intera amicizia la
quale è tra te e Gisippo, di cui costei è sposa, questa
giovane convenirsi avere in quella reverenza che sorella?
che dunque ami? dove ti lasci transportare allo 'ngannevole
amore? dove alla lusinghevole speranza? Apri gli occhi dello
'ntelletto e te medesimo, o misero, riconosci; dà luogo alla
ragione, raffrena il concupiscibile appetito, tempera i
disideri non sani e a altro dirizza i tuoi pensieri;
contrasta in questo cominciamento alla tua libidine e vinci
te medesimo mentre che tu hai tempo. Questo non si conviene
che tu vuogli, questo non è onesto; questo a che tu seguir
ti disponi, eziandio essendo certo di giugnerlo, che non
se', tu il dovresti fuggire, se quello riguardassi che la
vera amistà richiede e che tu dei. Che dunque farai, Tito?
Lasciarai lo sconvenevole amore, se quello vorrai fare che
si conviene.” E poi, di Sofronia ricordandosi, in contrario
volgendo, ogni cosa detta dannava dicendo: “Le leggi
d'amore sono di maggior potenzia che alcune altre: elle
rompono non che quelle della amistà ma le divine. Quante
volte ha già il padre la figliuola amata, il fratello la
sorella, la matrigna il figliastro? Cose più monstruose che
l'uno amico amar la moglie dell'altro, già fattosi mille
volte. Oltre a questo io son giovane, e la giovanezza è
tutta sottoposto all'amorose leggi: quello adunque che a
amor piace a me convien che piaccia. L'oneste cose
s'appartengono a' più maturi: io non posso volere se non
quello che amor vuole. La bellezza di costei merita d'essere
amata da ciascheduno; e se io l'amo, che giovane sono, chi
me ne potrà meritamente riprendere? Io non l'amo perché ella
sia di Gisippo, anzi l'amo che l'amerei di chiunque ella
stata fosse. Qui pecca la fortuna che a Gisippo mio amico
l'ha conceduta più tosto che a un altro; e se ella dee
essere amata, che dee e meritamente per la sua bellezza, più
dee esser contento Gisippo, risappiendolo, che io l'ami io
che un altro.” E da questo ragionamento faccendo beffe di
se medesimo tornando in sul contrario, e di questo in quello
e di quello in questo, non solamente quel giorno e la notte
seguente consumò, ma più altri, in tanto che, il cibo e 'l
sonno perdutone per debolezza fu constretto a giacere.</p>
<p>Gisippo, il qual più dì l'avea veduto di pensier pieno e
ora il vedeva infermo, se ne doleva forte e con ogni arte e
sollicitudine, mai da lui non partendosi, s'ingegnava di
confortarlo, spesso e con instanzia domandandolo della
cagione de' suoi pensieri e della infermità; ma avendogli
più volte Tito dato favole per risposta e Gisippo avendole
conosciute, sentendosi pur Tito constrignere, con pianti e
con sospiri gli rispose in cotal guisa: “Gisippo, se agli
dii fosse piaciuto, a me era assai più a grado la morte che
il più vivere, pensando che la fortuna m'abbi condotto in
parte che della mia virtù mi sia convenuto far pruova e
quella con grandissima vergogna di me truovi vinta; ma certo
io n'aspetto tosto quel merito che mi si conviene, cioè la
morte, la qual mi fia più cara che il vivere con rimembranza
della mia viltà, la quale, per ciò che a te né posso né
debbo alcuna cosa celare, non senza gran rossor ti
scoprirrò.” E cominciatosi da capo, la cagion de' suoi
pensieri e' pensieri e la battaglia di quegli e ultimamente
de' quali fosse la vittoria e sé per l'amor di Sofronia
perire gli discoperse, affermando che, conoscendo egli
quanto questo gli si sconvenisse, per penitenzia n'avea
preso il voler morire, di che tosto credeva venire a capo.</p>
<p>Gisippo, udendo questo e il suo pianto vedendo, alquanto
prima sopra sé stette, sì come quegli che del piacere della
bella giovane, avvegna che più temperatamente, era preso; ma
senza indugio diliberò la vita dello amico più che Sofronia
dovergli esser cara, e così, dalle lagrime di lui al
lagrimare invitato, gli rispose piangendo: “Tito, se tu non
fossi di conforto bisognoso come tu se', io di te a te
medesimo mi dorrei, sì come d'uomo il quale hai la nostra
amicizia violata, tenendomi sì lungamente la tua gravissima
passione nascosa. E come che onesto non ti paresse, non son
per ciò le disoneste cose se non come l'oneste da celare
all'amico, per ciò che chi amico è, come delle oneste con
l'amico prende piacere, così le non oneste s'ingegna di
torre dello animo dello amico; ma ristarommene al presente e
a quel verrò che di maggior bisogno esser conosco. Se tu
ardentemente ami Sofronia a me sposata, io non me ne
maraviglio, ma maraviglierem'io ben se così non fosse,
conoscendo la sua bellezza e la nobiltà dell'animo tuo, atta
tanto più a passion sostenere quanto ha più d'eccellenza la
cosa che piaccia. E quanto tu ragionevolmente ami Sofronia,
tanto ingiustamente della fortuna ti duoli, quantunque tu
ciò non esprimi, che a me conceduta l'abbia, parendoti il
tuo amarla onesto se d'altrui fosse stata che mia. Ma se tu
se' savio come suoli, a cui la poteva la fortuna concedere,
di cui tu più l'avessi a render grazie che d'averla a me
conceduta? Qualunque altro avuta l'avesse, quantunque il tuo
amore onesto stato fosse, l'avrebbe egli a sé amata più
tosto che a te, il che di me, se così mi tieni amico come io
ti sono, non dei sperare; e la cagione è questa, che io non
mi ricordo, poi che amici fummo, che io alcuna cosa avessi
che così non fosse tua come mia. Il che, se tanto fosse la
cosa avanti che altramenti esser non potessi, così ne farei
come dell'altre; ma ella è ancora in sì fatti termini, che
di te solo la posso fare e così farò, per ciò che io non so
quello che la mia amistà ti dovesse esser cara, se io d'una
cosa che onestamente far si puote, non sapessi d'un mio
voler far tuo. Egli è il vero che Sofronia è mia sposa e che
io l'amava molto e con gran festa le sue nozze aspettava; ma
per ciò che tu, sì come molto più intendente di me, con più
fervor disideri così cara cosa come ella è, vivi sicuro che
non mia ma tua moglie verrà nella mia camera. E per ciò
lascia il pensiero, caccia la malinconia, richiama la
perduta santà e il conforto e l'allegrezza, e da questa ora
innanzi lieto aspetta i meriti del tuo molto più degno amore
che il mio non era.”</p>
<p>Tito, udendo così parlare a Gisippo, quanto la lusinghevole
speranza di quello gli porgeva piacere, tanto la debita
ragion gli recava vergogna, mostrandogli che quanto più era
di Gisippo la liberalità tanto di lui a usarla pareva la
sconvenevolezza maggiore; per che, non ristando di piagnere,
con fatica così gli rispose: “Gisippo, la tua liberale e
vera amistà assai chiaro mi mostra quello che alla mia
s'appartenga di fare. Tolga via Iddio che mai colei, la
quale Egli sì come a più degno ha a te donata, che io da te
la riceva per mia. Se Egli avesse veduto che a me si
convenisse costei, né tu né altri dee credere che mai a te
conceduta l'avesse. Usa adunque lieto la tua elezione e il
discreto consiglio e il suo dono, e me nelle lagrime, le
quali Egli sì come a indegno di tanto bene m'ha
apparecchiate, consumar lascia, le quali o io vincerò e
saratti caro, o esse me vinceranno e sarò fuor di pena.”</p>
<p>Al quale Gisippo disse: “Tito, se la nostra amistà mi può
concedere tanto di licenzia, che io a seguire un mio piacer
ti sforzi e te a doverlo seguire puote inducere, questo fia
quello in che io sommamente intendo d'usarla: e dove tu non
condiscenda piacevole a' prieghi miei, con quella forza che
ne' beni dello amico usar si dee farò che Sofronia fia tua.
Io conosco quanto possono le forze d'amore e so che elle non
una volta ma molte hanno a infelice morte gli amanti
condotti; e io veggio te sì presso, che tornare adietro né
vincere potresti le lagrime ma procedendo vinto verresti
meno: al quale io senza alcun dubbio tosto verrei appresso.
Adunque, quando per altro io non t'amassi, m'è acciò che io
viva cara la vita tua. Sarà adunque Sofronia tua, ché di
leggiere altra che così ti piacesse non troverresti; e io,
il mio amore leggiermente a un'altra volgendo, avrò te e me
contentato. Alla qual cosa forse così liberal non sarei, se
così rade o con quella difficultà le mogli si trovasser che
si truovan gli amici: e per ciò, potend' io
leggerissimamente altra moglie trovare ma non altro amico,
io voglio innanzi (non vo' dir perder lei, ché non la
perderò dandola a te, ma a un altro me la transmuterò di
bene in meglio) transmutarla che perder te. E per ciò, se
alcuna cosa possono in te i prieghi miei, io ti priego che,
di questa afflizion togliendoti, a una ora consoli te e me e
con buona speranza ti disponghi a pigliar quella letizia che
il tuo caldo amore della cosa amata disidera.”</p>
<p>Come che Tito di consentire a questo, che Sofronia sua
moglie divenisse, si vergognasse e per questo duro stesse
ancora, tirandolo da una parte amore e d'altra i conforti di
Gisippo sospignendolo, disse: “ Ecco, Gisippo, io non so
quale io mi dica che io faccia più, o il mio piacere o il
tuo, faccendo quello che tu pregando mi di' che tanto ti
piace; e poi che la tua liberalità è tanta che vince la mia
debita vergogna, e io il farò. Ma di questo ti rendi certo,
che io nol fo come uomo che non conosca me da te ricever non
solamente la donna amata ma con quella la vita mia. Facciano
gl' iddii, se esser può, che con onore e con ben di te io ti
possa ancora mostrare quanto a grado mi sia ciò che tu verso
me, più pietoso di me che io medesimo, adoperi.”</p>
<p>Appresso queste parole disse Gisippo: “Tito, in questa
cosa, a volere che effetto abbia, mi par da tenere questa
via. Come tu sai, dopo lungo trattato de' miei parenti e di
quei di Sofronia, essa è divenuta mia sposa; e per ciò, se
io andassi ora a dire che io per moglie non la volessi,
grandissimo scandalo ne nascerebbe e turberei i suoi e' miei
parenti. Di che niente mi curerei se io per questo vedessi
lei dover divenir tua; ma io temo, se io a questo partito la
lasciassi, che i parenti suoi non la dieno prestamente a un
altro, il qual forse non sarai desso tu, e così tu avrai
perduto quello che io non avrò acquistato. E per ciò mi
pare, dove tu sii contento, che io con quello che cominciato
ho seguiti avanti, e sì come mia me la meni a casa e faccia
le nozze; e tu poi occultamente, sì come noi saprem fare,
con lei sì come con tua moglie ti giacerai. Poi a luogo e a
tempo manifesteremo il fatto; il quale se lor piacerà, bene
starà, se non piacerà, sarà pur fatto, e, non potendo
indietro tornare, converrà per forza che sien contenti.”</p>
<p>Piacque a Tito il consiglio: per la qual cosa Gisippo come
sua nella sua casa la ricevette, essendo già Tito guarito e
ben disposto; e fatta la festa grande, come fu la notte
venuta, lasciar le donne la nuova sposa nel letto del suo
marito e andar via.</p>
<p>Era la camera di Tito a quella di Gisippo congiunta e
dell'una si poteva nell'altra andare: per che, essendo
Gisippo nella sua camera e ogni lume avendo spento, a Tito
tacitamente andatosene gli disse che con la sua donna
s'andasse a coricare. Tito vedendo questo, vinto da
vergogna, si volle pentere e recusava l'andata; ma Gisippo,
che con intero animo, come con le parole, al suo piacere era
pronto, dopo lunga tencione vel pur mandò. Il quale, come
nel letto giunse, presa la giovane quasi come sollazzando
chetamente la domandò se sua moglie esser voleva. Ella,
credendo lui esser Gisippo, rispose di sì; ond'egli un bello
e ricco anello le mise in dito dicendo: “E io voglio esser
tuo marito.” E quinci consumato il matrimonio, lungo e
amoroso piacer prese di lei, senza che ella o altri mai
s'accorgesse che altro che Gisippo giacesse con lei.</p>
<p>Stando adunque in questi termini il maritaggio di Sofronia
e di Tito, Publio suo padre di questa vita passò: per la
qual cosa a lui fu scritto che senza indugio a vedere i
fatti suoi a Roma se ne tornasse, e per ciò egli d'andarne e
di menarne Sofronia diliberò con Gisippo; il che, senza
manifestarle come la cosa stesse, far non si dovea né poteva
acconciamente. Laonde, un dì nella camera chiamatala,
interamente come il fatto stava le dimostrarono, e di ciò
Tito per molti accidenti tra lor due stati la fece chiara.
La qual, poi che l'uno e l'altro un poco sdegnosetta ebbe
guatato, dirottamente cominciò a piagnere sé dello 'nganno
di Gisippo ramaricando: e prima che nella casa di Gisippo
nulla parola di ciò facesse, se n'andò a casa il padre suo e
quivi a lui e alla madre narrò lo 'nganno il quale ella e
eglino da Gisippo ricevuto avevano, affermando sé esser
moglie di Tito e non di Gisippo come essi credevano. Questo
fu al padre di Sofronia gravissimo, e co' suoi parenti e con
que' di Gisippo ne fece una lunga e gran querimonia, e furon
le novelle e le turbazion molte e grandi. Gisippo era a'
suoi e a que' di Sofronia in odio, e ciascun diceva lui
degno non solamente di riprensione ma d'aspro gastigamento.
Ma egli sé onesta cosa aver fatta affermava e da dovernegli
esser rendute grazie da' parenti di Sofronia, avendola a
miglior di sé maritata.</p>
<p>Tito d'altra parte ogni cosa sentiva e con gran noia
sosteneva; e conoscendo costume esser de' greci tanto
innanzi sospignersi co' romori e con le minacce quanto
penavano a trovar chi loro rispondesse, e allora non
solamente umili ma vilissimi divenire, pensò più non fossero
senza risposta da comportare le lor novelle. E avendo esso
animo romano e senno ateniese, con assai acconcio modo i
parenti di Gisippo e que' di Sofronia in un tempio fé
ragunare, e in quello entrato accompagnato da Gisippo solo,
così agli aspettanti parlò: “Credesi per molti filosofanti
che ciò che s'adopera da' mortali sia degl'iddii immortali
disposizione e provedimento, e per questo vogliono alcuni
esser di necessità ciò che ci si fa o farà mai, quantunque
alcuni altri sieno che questa necessità impongano a quel
ch'è fatto solamente. Le quali oppinioni se con alcuno
avvedimento riguardate fieno, assai apertamente si vedrà che
il riprender cosa che frastornar non si possa, niuna altra
cosa è a fare se non volersi più savio mostrar che gl'iddii,
li quali noi dobbiam credere che con ragion perpetua e senza
alcuno error dispongano e governino noi e le nostre cose;
per che, quanto le loro operazion ripigliare sia matta
presunzione e bestiale, assai leggiermente il potete vedere
e ancora chenti e quali catene color meritino che tanto in
ciò si lasciano trasportar dall'ardire. De' quali, secondo
il mio giudicio, voi siete tutti, se quello è vero che io
intendo che voi dovete aver detto e continuamente dite, per
ciò che mia moglie Sofronia è divenuta dove lei a Gisippo
avavate dato, non riguardando che <foreign lang="lat">ab eterno</foreign> disposto
fosse che ella non di Gisippo divenisse ma mia, sì come per
effetto si conosce al presente. Ma per ciò che il parlare
della segreta providenzia e intenzion degl' iddii pare a
molti duro e grave a comprendere, presupponendo che essi di
niuno nostro fatto s'impaccino, mi piace di condiscendere a'
consigli degli uomini; de' quali dicendo, mi converrà far
due cose molto a' miei costumi contrarie. L'una ha alquanto
me commendare; e l'altra il biasimare alquanto altrui o
avvilire. Ma per ciò che dal vero né nell'una né nell'altra
non intendo partirmi, e la presente materia il richiede, il
pur farò. vostri ramarichii, più da furia che da ragione
incitati, con continui mormorii, anzi romori, vituperano,
mordono e dannano Gisippo per ciò che colei m'ha data per
moglie col suo consiglio, che voi a lui col vostro avavate
data, là dove io estimo che egli sia sommamente da
commendare; e le ragioni son queste: l'una perché egli ha
fatto quello che amico dee fare; l'altra perché egli ha più
saviamente fatto che voi non avavate. Quello che le sante
leggi della amicizia vogliono che l'uno amico per l'altro
faccia, non è mia intenzione di spiegare al presente,
essendo contento d'avervi tanto solamente ricordato di
quelle, che il legame dell'amistà troppo più stringa che
quel del sangue o del parentado, con ciò sia cosa che gli
amici noi abbiamo quali ce gli eleggiamo e i parenti quali
ce gli dà la fortuna. E per ciò, se Gisippo amò più la mia
vita che la vostra benivolenza, essendo io suo amico come io
mi tengo, niuno se ne dee maravigliare. Ma vegnamo alla
seconda ragione, nella quale con più instanzia vi si convien
dimostrare lui più essere stato savio che voi non siete, con
ciò sia cosa che della providenzia degl'iddii niente mi pare
che voi sentiate e molto men conosciate dell'amicizia gli
effetti. Dico che il vostro avvedimento, il vostro consiglio
e la vostra diliberazione aveva Sofronia data a Gisippo
giovane e filosofo, quello di Gisippo la diede a giovane e
filosofo; il vostro consiglio la diede a ateniese, e quel di
Gisippo a romano; il vostro a un gentil giovane, quel di
Gisippo a un più gentile; il vostro a un ricco giovane, quel
di Gisippo a un ricchissimo; il vostro a un giovane il quale
non solamente non l'amava ma appena la conosceva, quel di
Gisippo a un giovane il quale sopra ogni sua felicità e più
che la propria vita l'amava. E che quello che io dico sia
vero e più da commendare che quello che voi fatto avavate,
riguardisi a parte a parte. Che io giovane e filosofo sia
come Gisippo, il viso mio e gli studii, senza più lungo
sermon farne, il possono dichiarare: una medesima età è la
sua e la mia, e con pari passo sempre proceduti siamo
studiando. E il vero che egli è ateniese e io romano. Se
della gloria delle città si disputerà, io dirò che io sia di
città libera e egli di tributaria; io dirò che io sia di
città donna di tutto il mondo e egli di città obediente alla
mia; io dirò che io sia di città fiorentissima d'arme,
d'imperio e di studii dove egli non potrà la sua se non di
studii commendare. Oltre a questo, quantunque voi qui scolar
mi veggiate assai umile, io non son nato della feccia del
popolazzo di Roma: le mie case e i luoghi publici di Roma
son pieni d'antiche imagini de' miei maggiori, e gli annali
romani si troveranno pieni di molti triunfi menati da'
Quinzii in sul roman Capitolio: né è per vecchiezza marcita,
anzi oggi più che mai fiorisce la gloria del nostro nome. Io
mi taccio per vergogna delle mie ricchezze, nella mente
avendo che l'onesta povertà sia antico e larghissimo
patrimonio de' nobili cittadini di Roma; la quale, se dalla
opinione de' volgari è dannata e son commendati i tesori, io
ne sono, non come cupido ma come amato dalla fortuna,
abondante. E assai conosco che egli v'era qui, e doveva
essere e dee, caro d'aver per parente Gisippo; ma io non vi
debbo per alcuna cagione meno essere a Roma caro,
considerando che di me là avrete ottimo oste e utile e
sollecito e possente padrone, così nelle publiche oportunità
come ne' bisogni privati. Chi dunque, lasciando star la
volontà e con ragion riguardando, più i vostri consigli
commenderà che quegli del mio Gisippo? Certo niuno. E
adunque Sofronia ben maritata a Tito Quinzio Fulvo, nobile,
antico e ricco cittadin di Roma e amico di Gisippo: per che
chi di ciò si duole o si ramarica, non fa quello che dee né
sa quello che egli si fa. Saranno forse alcuni che diranno
non dolersi Sofronia esser moglie di Tito ma dolersi del
modo nel quale sua moglie è divenuta, nascosamente, di
furto, senza saperne amico o parente alcuna cosa. E questo
non è miracolo, né cosa che di nuovo avvenga. Io lascio star
volentieri quelle che già contro a' voleri de' padri hanno i
mariti presi e quelle che si sono con li loro amanti
fuggite, e prima amiche sono state che mogli, e quelle che
prima con le gravidezze o co' parti hanno i matrimonii
palesati che con la lingua, e hagli fatti la necessità
aggradire: quello che di Sofronia non è avvenuto, anzi
ordinatamente, discretamente e onestamente da Gisippo a Tito
è stata data. E altri diranno colui averla maritata a cui di
maritarla non apparteneva: sciocche lamentanze son queste e
feminili e da poca considerazion procedenti. Non usa ora la
fortuna di nuovo varie vie e istrumenti nuovi a recare le
cose agli effetti diterminati? Che ho io a curare se il
calzolaio più tosto che il filosofo avrà d'un mio fatto
secondo il suo giudicio disposto o in occulto o in palese,
se il fine è buono? Debbomi io ben guardare, se il calzolaio
non è discreto, che egli più non ne possa fare, e
ringraziarlo del fatto. Se Gisippo ha ben Sofronia maritata,
l'andarsi del modo dolendo e di lui è una stoltizia
superflua; se del suo senno voi non vi confidate, guardatevi
che egli più maritar non ne possa, e di questa il
ringraziate. Nondimeno dovete sapere che io non cercai né
con ingegno né con fraude d'imporre alcuna macula all'onestà
e alla chiarezza del vostro sangue nella persona di
Sofronia; e quantunque io l'abbia occultamente per moglie
presa, io non venni come rattore a torle la sua verginità né
come nemico la volli men che onestamente avere, il vostro
parentado rifiutando; ma ferventemente acceso della sua vaga
bellezza e della vertù di lei, conoscendo, se con quello
ordine che voi forse volete dire cercata l'avessi, che,
essendo ella molto amata da voi, per tema che io a Roma
menata non ne l'avessi, avuta non l'avrei. Usai adunque
l'arte occulta che ora vi puote essere aperta, e feci
Gisippo, a quello che egli di fare non era disposto,
consentire in mio nome; e appresso, quantunque io
ardentemente l'amassi, non come amante ma come marito i suoi
congiugnimenti cercai, non appressandomi prima a lei, sì
come essa medesima può con verità testimoniare, che io e con
le debite parole e con l'anello l'ebbi sposata, domandandola
se ella me per marito volea: a che ella rispose di sì. Se
esser le pare ingannato, non io ne son da riprendere, ma
ella, che me non dimandò chi io fossi. Questo è adunque il
gran male, il gran peccato, il gran fallo adoperato da
Gisippo amico e da me amante, che Sofronia occultamente sia
divenuta moglie di Tito Quinzio; per questo il lacerate,
minacciate e insidiate. E che ne fareste voi più, se egli a
un villano, a un ribaldo, a un servo data l'avesse? quali
catene, qual carcere, quali croci ci basterieno? Ma lasciamo
ora star questo: egli è venuto il tempo il quale io ancora
non aspettava, cioè che mio padre sia morto e che a me
conviene a Roma tornare, per che, meco volendone Sofronia
menare, v'ho palesato quello che io forse ancora v'avrei
nascoso; il che, se savi sarete, lietamente comporterete per
ciò che, se ingannare o oltreggiare v'avessi voluto,
schernita ve la poteva lasciare: ma tolga Idio via questo,
che in romano spirito tanta viltà albergar possa giammai.
Ella adunque, cioè Sofronia, per consentimento degl'iddii e
per vigor delle leggi umane e per lo laudevole senno del mio
Gisippo e per la mia amorosa astuzia è mia. La qual cosa
voi, per avventura più che gl'iddii o che gli altri uomini
savi tenendovi, bestialmente in due maniere forte a me
noiose mostra che voi danniate: l'una è Sofronia tenendovi,
nella quale, più che mi piaccia, alcuna ragion non avete; e
l'altra è il trattar Gisippo, al quale meritamente obligati
siete, come nemico. Nelle quali quanto scioccamente facciate
io non intendo al presente di più aprirvi, ma come amici vi
consigliare che si pongan giuso gli sdegni vostri, e i
crucci presi si lascino tutti e che Sofronia mi sia
restituita, acciò che io lietamente vostro parente mi parta
e viva vostro: sicuri di questo che, o piacciavi o non
piacciavi quel che è fatto, se altramenti operare
intendeste, io vi torrò Gisippo, e senza fallo, se a Roma
pervengo, io riavrò colei che è meritamente mia, mal grado
che voi n'abbiate; e quanto lo sdegno de' romani animi
possa, sempre nimicandovi, vi farò per esperienza
conoscere.”</p>
<p>Poi che Tito così ebbe detto, levatosi in piè tutto nel
viso turbato, preso Gisippo per mano, mostrando d'aver poco
a cura quanti nel tempio n'erano, di quello crollando la
testa e minacciando s'uscì.</p>
<p>Quegli che là entro rimasono, in parte dalle ragioni di
Tito al parentado e alla sua amistà indotti e in parte
spaventati dall'ultime sue parole, di pari concordia
diliberarono essere il migliore d'aver Tito per parente, poi
che Gisippo non aveva esser voluto, che aver Gisippo per
parente perduto e Tito per nemico acquistato. Per la qual
cosa andati, ritrovar Tito e dissero che piaceva lor che
Sofronia fosse sua, e d'aver lui per caro parente e Gisippo
per buono amico: e fattasi parentevole e amichevole festa
insieme, si dipartirono e Sofronia gli rimandarono; la
quale, sì come savia, fatta della necessità vertù, l'amore
il quale aveva a Gisippo prestamente rivolse a Tito, e con
lui se n'andò a Roma, dove con grande onore fu ricevuta.</p>
<p>Gisippo, rimasosi in Atene quasi da tutti poco a capital
tenuto, dopo non molto tempo per certe brighe cittadine con
tutti quegli di casa sua povero e meschino fu d'Atene
cacciato e dannato a essilio perpetuo. Nel quale stando
Gisippo e divenuto non solamente povero ma mendico, come
poté il men male a Roma se ne venne per provare se di lui
Tito si ricordasse; e saputo lui esser vivo e a tutti i
roman grazioso e le sue case apparate, dinanzi a esse si
mise a star tanto che Tito venne. Al quale egli per la
miseria nella quale era non ardì di far motto ma ingegnossi
di farglisi vedere, acciò che Tito ricognoscendolo il
facesse chiamare; per che, passato oltre Tito e a Gisippo
parendo che egli veduto l'avesse e schifatolo, ricordandosi
di ciò che già per lui fatto aveva, sdegnoso e disperato si
dipartì.</p>
<p>E essendo già notte e esso digiuno e senza denari, senza
sapere dove s'andasse, più che d'altro di morir disideroso,
s'avenne in un luogo molto salvatico della città: dove
veduta una gran grotta, in quella per istarvi quella notte
si mise, e sopra la nuda terra e male in arnese, vinto dal
lungo pianto, s'adormentò. Alla qual grotta due, li quali
insieme erano la notte andati a imbolare, col furto fatto
andarono in sul matutino e a quistion venuti, l'uno, che era
più forte, uccise l'altro e andò via. La qual cosa avendo
Gisippo sentita e veduta, gli parve alla morte molto da lui
disiderata, senza uccidersi egli stesso, aver trovata via; e
per ciò senza partirsi tanto stette che i sergenti della
corte, che già il fatto aveva sentito, vi vennero e Gisippo
furiosamente ne menarono preso. Il quale essaminato confessò
sé averlo ucciso, né mai poi esser potuto della grotta
partirsi; per la qual cosa il pretore, che Marco Varrone era
chiamato, comandò che fosse fatto morire in croce, sì come
allora s'usava.</p>
<p>Era Tito per ventura in quella ora venuto al pretorio; il
quale, guardando nel viso il misero condennato e avendo
udito il perché, subitamente il riconobbe esser Gisippo e
maravigliossi della sua misera fortuna e come quivi arrivato
fosse; e ardentissimamente disiderando d'aiutarlo, né
veggendo alcuna altra via alla sua salute se non d'accusar
sé e di scusar lui, prestamente si fece avanti e gridò:
“Marco Varrone, richiama il povero uomo il quale tu dannato
hai, per ciò che egli è innocente: io ho assai con una colpa
offesi gl'iddii uccidendo colui il quale i tuoi sergenti
questa mattina morto trovarono, senza volere ora con la
morte d'un altro innocente offendergli.”</p>
<p>Varrone si maravigliò e dolfegli che tutto il pretorio
l'avesse udito; e non potendo con suo onore ritrarsi da far
quello che comandavan le leggi, fece indietro ritornar
Gisippo e in presenzia di Tito gli disse: “Come fostù sì
folle che, senza alcuna pena sentire, tu confessassi quello
che tu non facesti giammai, andandone la vita? Tu dicevi che
eri colui il quale questa notte avevi ucciso l'uomo, e
questi or viene e dice che non tu ma egli l'ha ucciso.”</p>
<p>Gisippo guardò e vide che colui era Tito e assai ben
conobbe lui far questo per la sua salute, sì come grato del
servigio già ricevuto da lui; per che, di pietà piagnendo,
disse: “Varrone, veramente io l'uccisi, e la pietà di Tito
alla mia salute è omai troppo tarda.”</p>
<p>Tito d'altra parte diceva: “Pretore, come tu vedi, costui
è forestiere e senza arme fu trovato allato all'ucciso, e
veder puoi la sua miseria dargli cagione di voler morire: e
per ciò liberalo, e me, che l'ho meritato, punisci.”</p>
<p>Maravigliossi Varrone della instanzia di questi due e già
presummeva niuno dovere esser colpevole; e pensando al modo
della loro absoluzione, e ecco venire un giovane, chiamato
Publio Ambusto, di perduta speranza e a tutti i romani
notissimo ladrone, il quale veramente l'omicidio avea
commesso; e conoscendo niuno de' due esser colpevole di
quello di che ciascun s'accusava, tanta fu la tenerezza che
nel cuor gli venne per la innocenzia di questi due, che, da
grandissima compassion mosso, venne dinanzi a Varrone e
disse: “Pretore, i miei fati mi traggono a dover solvere la
dura question di costoro, e non so quale idio dentro mi
stimola e infesta a doverti il mio peccato manifestare: e
per ciò sappi niun di costoro esser colpevole di quello che
ciascun se medesimo accusa. Io son veramente colui che
quello uomo uccisi istamane in sul dì; e questo cattivello
che qui è là vid'io che si dormiva mentre che io i furti
fatti dividea con colui cui io uccisi. Tito non bisogna che
io scusi: la sua fama è chiara per tutto lui non essere uomo
di tal condizione: adunque liberagli e di me quella pena
piglia che le leggi m'impongono.”</p>
<p>Aveva già Ottaviano questa cosa sentita, e fattiglisi tutti
e tre venire, udir volle che cagion movesse ciascuno a
volere essere il condennato; la quale ciascun narrò.
Ottaviano li due per ciò che erano innocenti e il terzo per
amor di lor liberò.</p>
<p>Tito, preso il suo Gisippo e molto prima della sua
tiepidezza e diffidenza ripresolo, gli fece maravigliosa
festa e a casa sua nel menò, là dove Sofronia con pietose
lagrime il ricevette come fratello. E ricreatolo alquanto e
rivestitolo e ritornatolo nell'abito debito alla sua vertù e
gentilezza, primieramente con lui ogni suo tesoro e
possessione fece comune e appresso una sua sorella
giovinetta, chiamata Fulvia, gli diè per moglie; e quindi
gli disse: “Gisippo, a te sta omai o il volere qui appresso
di me dimorare o volerti con ogni cosa che donata t'ho in
Acaia tornare.” Gisippo, costrignendolo da una parte
l'essilio che aveva della sua città e d'altra l'amore il
qual portava debitamente alla grata amistà di Tito, a
divenir romano s'accordò; dove con la sua Fulvia, e Tito con
la sua Sofronia, sempre in una casa gran tempo e lietamente
vissero, più ciascun giorno, se più potevano essere,
divenendo amici.</p>
<p>Santissima cosa adunque è l'amistà, e non solamente di
singular reverenzia degna ma d'essere con perpetua laude
commendata, sì come discretissima madre di magnificenzia e
d'onestà, sorella di gratitudine e di carità, e d'odio e
d'avarizia nemica, sempre, senza priego aspettar, pronta a
quello in altrui virtuosamente operare che in sé vorrebbe
che fosse operato; li cui sacratissimi effetti oggi
radissime volte si veggiono in due, colpa e vergogna della
misera cupidigia de' mortali, la qual solo alla propria
utilità riguardando ha costei fuor degli estremi termini
della terra in essilio perpetuo rilegata. Quale amore, qual
richezza, qual parentado avrebbe il fervore, le lagrime e'
sospiri di Tito con tanta efficacia fatte a Gisippo nel cuor
sentire, che egli per ciò la bella sposa gentile e amata da
lui avesse fatta divenir di Tito, se non costei? Quali
leggi, quali minacce, qual paura le giovenili braccia di
Gisippo ne' luoghi solitari, ne' luoghi oscuri, nel letto
proprio avrebbe fatto astenere dagli abbracciamenti della
bella giovane, forse talvolta invitatrice, se non costei?
Quali stati, quai meriti, quali avanzi avrebbon fatto
Gisippo non curar di perdere i suoi parenti e quei di
Sofronia, non curar de' disonesti mormorii del popolazzo,
non curar delle beffe e degli scherni per sodisfare
all'amico, se non costei? E d'altra parte, chi avrebbe Tito
senza alcuna diliberazione, possendosi egli onestamente
infignere di vedere, fatto prontissimo a procurar la propria
morte per levar Gisippo dalla croce la quale egli stesso si
procacciava, se non costei? Chi avrebbe Tito senza alcuna
dilazione fatto liberalissimo a comunicare il suo ampissimo
patrimonio con Gisippo al quale la fortuna il suo aveva
tolto, se non costei? Chi avrebbe Tito senza alcuna
suspizione fatto ferventissimo a concedere la propria
sorella a Gisippo, il quale vedeva poverissimo e in estrema
miseria posto, se non costei?</p>
<p>Disiderino adunque gli uomini la moltitudine de' consorti,
le turbe de' fratelli e la gran quantità de' figliuoli e con
gli lor denari il numero de' servidori s'acrescano; e non
guardino, qualunque s'è l'un di questi, ogni menomo suo
pericolo più temere che sollecitudine aver di tor via i
grandi del padre o del fratello o del signore, dove tutto il
contrario far si vede all'amico.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">9</add></head>
<argument><p><emph>Il Saladino in forma di mercatante è onorato da messer
Torello; fassi il passaggio; messer Torello dà un termine
alla donna sua a rimaritarsi; è preso e per acconciare
uccelli viene in notizia del soldano, il quale, riconosciuto
e sé fatto riconoscere, sommamente l'onora; messer Torello
inferma e per arte magica in una notte n'è recato a Pavia; e
alle nozze che della rimaritata sua moglie si facevano da
lei riconosciuto con lei a casa sua se ne torna.</emph></p></argument>
<p>Aveva alle sue parole già Filomena fatta fine, e la
magnifica gratitudine di Tito da tutti parimente era stata
commendata molto, quando il re, il deretano luogo riserbando
a Dioneo, così cominciò a parlare:</p>
<p>–Vaghe donne, senza alcun fallo Filomena, in ciò che
dell'amistà dice, racconta il vero e con ragione nel fine
delle sue parole si dolfe lei oggi così poco da' mortali
esser gradita. E se noi qui per dover correggere i difetti
mondani o pur per riprendergli fossimo, io seguiterei con
diffuso sermone le sue parole; ma per ciò che altro è il
nostro fine, a me è caduto nell'animo di dimostrarvi, forse
con una istoria assai lunga ma piacevol per tutto, una delle
magnificenzie del Saladino, acciò che per le cose che nella
mia novella udirete, se pienamente l'amicizia d'alcuno non
si può per li nostri vizii acquistare, almeno diletto
prendiamo del servire, sperando che quando che sia di ciò
merito ci debba seguire.</p>
<p>Dico adunque che, secondo che alcuni affermano, al tempo
dello 'mperador Federigo primo a racquistar la Terra Santa
si fece per li cristiani un general passaggio. La qual cosa
il Saladino, valentissimo signore e allora soldano di
Babilonia, alquanto dinanzi sentendo, seco propose di voler
personalmente vedere gli parecchiamenti de' signori
cristiani a quel passaggio, per meglio poter provedersi. E
ordinato in Egitto ogni suo fatto, sembiante faccendo
d'andare in pellegrinaggio, con due de' suoi maggiori e più
savi uomini e con tre famigliari solamente, in forma di
mercatante si mise in cammino. E avendo cerche molte
province cristiane e per Lombardia cavalcando per passare
oltre a' monti, avvenne che, andando da Melano a Pavia e
essendo già vespro, si scontrarono in un gentile uomo, il
cui nome era messer Torello di Stra da Pavia: il quale con
suoi famigliari e con cani e con falconi se n'andava a
dimorare a un suo bel luogo il quale sopra 'l Tesino aveva.</p>
<p>Li quali come messer Torel vide, avvisò che gentili uomini
e stranier fossero e disiderò d'onorargli; per che,
domandando il Saladino un de' suoi famigliari quanto ancora
avesse di quivi a Pavia e se a ora giugner potesser
d'entrarvi, non lasciò rispondere al famigliar ma rispose
egli: “Signori, voi non potrete a Pavia pervenire a ora che
dentro possiate entrare.”</p>
<p>“Adunque, “ disse il Saladino “piacciavi d' insegnarne,
per ciò che stranier siamo, dove noi possiamo meglio
albergare.”</p>
<p>Messer Torello disse: “Questo farò io volentieri; io era
testé in pensiero di mandare un di questi miei infin vicin
di Pavia per alcuna cosa: io nel manderò con voi, e egli vi
conducerà in parte dove voi albergherete assai
convenevolemente.”</p>
<p>E al più discreto de' suoi accostatosi, gl'impose quello
che egli avesse a fare e mandol con loro; e egli al suo
luogo andatosene, prestamente, come si poté il meglio, fece
ordinare una bella cena e metter le tavole in un suo
giardino; e questo fatto, sopra la porta se ne venne a
aspettargli. Il famigliare, ragionando co' gentili uomini di
diverse cose, per certe strade gli trasviò e al luogo del
suo signore, senza che essi se n'accorgessero, condotti gli
ebbe.</p>
<p>Li quali come messer Torel vide, tutto a piè fattosi loro
incontro ridendo disse: “Signori, voi siate i molto ben
venuti.”</p>
<p>Il Saladino, il quale accortissimo era, s'avide che questo
cavaliere aveva dubitato che essi non avesser tenuto lo
'nvito se, quando gli trovò, invitati gli avesse; per ciò,
acciò che negar non potessero d'esser la sera con lui, con
ingegno a casa sua gli aveva condotti; e risposto al suo
saluto, disse: “Messere, se de' cortesi uomini l'uom si
potesse ramaricare, noi ci dorremmo di voi il quale,
lasciamo stare del nostro cammino che impedito alquanto
avete ma senza altro essere stata da noi la vostra
benivolenzia meritata che d'un sol saluto, a prender sì alta
cortesia, come la vostra è, n'avete quasi costretti.”</p>
<p>Il cavalier, savio e ben parlante, disse: “Signori, questa
che voi ricevete da me, a rispetto di quella che vi si
converrebbe, per quello che io ne' vostri aspetti comprenda,
fia povera cortesia; ma nel vero fuor di Pavia voi non
potreste essere stati in luogo alcun che buon fosse, e per
ciò non vi sia grave l'avere alquanto la via traversata per
un poco meno disagio avere.” E così dicendo, la sua
famiglia venuta da torno a costoro, come smontati furono, i
cavalli adagiarono; e messer Torello i tre gentili uomini
menò alle camere per loro apparecchiate, dove gli fece
scalzare e rinfrescare alquanto con freschissimi vini e in
ragionamenti piacevoli infino all'ora di poter cenare gli
ritenne.</p>
<p>Il Saladino e' compagni e' famigliari tutti sapevan latino,
per che molto bene intendevano e erano intesi, e pareva a
ciascun di loro che questo cavalier fosse il più piacevole e
'l più costumato uomo e quegli che meglio ragionasse che
alcuno altro che ancora n'avesser veduto. A messer Torello
d'altra parte pareva che costoro fossero magnifichi uomini e
da molto più che avanti stimato non avea, per che seco
stesso si dolea che di compagnia e di più solenne convito
quella sera non gli poteva onorare; laonde egli pensò di
volere la seguente mattina ristorare, e informato un de'
suoi famigli di ciò che far volea, alla sua donna, che
savissima era e di grandissimo animo, nel mandò a Pavia,
assai quivi vicina e dove porta alcuna non si serrava.</p>
<p>E appresso questo menati i gentili uomini nel giardino,
cortesemente gli domandò chi e' fossero; al quale il
Saladino rispose: “Noi siamo mercatanti cipriani e di Cipri
vegniamo e per nostre bisogne andiamo a Parigi.”</p>
<p>Allora disse messer Torello: “Piacesse a Dio che questa
nostra contrada producesse così fatti gentili uomini, chenti
io veggio che Cipri fa mercatanti!”</p>
<p>E di questi ragionamenti in altri stati alquanto, fu di
cenar tempo: per che a loro l'onorarsi alla tavola commise,
e quivi, secondo cena sproveduta, furono assai bene e
ordinatamente serviti. Né guari, dopo le tavole levate,
stettero che, avvisandosi messer Torello loro essere
stanchi, in bellissimi letti gli mise a riposare, e esso
similmente poco appresso s'andò a dormire.</p>
<p>Il famigliar mandato a Pavia fé l'ambasciata alla donna, la
quale non con feminile animo ma con reale, fatti prestamente
chiamar degli amici e de' servidori di messer Torello assai,
ogni cosa oportuna a grandissimo convito fece apparecchiare
e al lume di torchio molti de' più nobili cittadini fece al
convito invitare, e fé torre panni e drappi e vai e
compiutamente mettere in ordine ciò che dal marito l'era
stato mandato a dire.</p>
<p>Venuto il giorno, i gentili uomini si levarono, co' quali
messer Torello montato a cavallo e fatti venire i suoi
falconi, a un guazzo vicin gli menò e mostrò loro come essi
volassero; ma dimandando il Saladino d'alcuno che a Pavia e
al migliore albergo gli conducesse, disse messer Torello:
“Io sarò desso, per ciò che esser mi vi conviene.” Costoro
credendolsi furon contenti e insieme con lui entrarono in
cammino; e essendo già terza e essi alla città pervenuti,
avvisando d'essere al migliore albergo inviati, con messer
Torello alle sue case pervennero, dove già ben cinquanta de'
maggior cittadini eran venuti per ricevere i gentili uomini,
a' quali subitamente furon dintorno a' freni e alle staffe.</p>
<p>La qual cosa il Saladino e' compagni veggendo, troppo ben
s'avisaron ciò che era e dissono: “Messer Torello, questo
non è ciò che noi v'avam domandato: assai n'avete questa
notte passata fatto e troppo più che noi non vagliamo, per
che acconciamente ne potavate lasciare andare al camin
nostro.”</p>
<p>A' quali messer Torello rispose: “Signori, di ciò che
iersera vi fu fatto, so io grado alla fortuna più che a voi,
la quale a ora vi colse in cammino che bisogno vi fu di
venire alla mia piccola casa: di questo di stamattina sarò
io tenuto a voi, e con meco insieme tutti questi gentili
uomini che dintorno vi sono, a' quali se cortesia vi par
fare il negar di voler con lor desinare, far lo potete, se
voi volete.”</p>
<p>Il Saladino e' compagni vinti smontarono, e ricevuti da'
gentili uomini lietamente furono alle camere menati, le
quali ricchissimamente per loro erano apparecchiate; e posti
giù gli arnesi da camminare e rinfrescatisi alquanto, nella
sala, dove splendidamente era apparecchiato, vennero; e data
l'acqua alle mani e a tavola messi con grandissimo ordine e
bello, di molte vivande magnificamente furon serviti, in
tanto che, se lo 'mperadore venuto vi fosse, non si sarebbe
più potuto fargli d'onore. E quantunque il Saladino e'
compagni fossero gran signori e usi di veder grandissime
cose, nondimeno si maravigliarono essi molto di questa, e
lor pareva delle maggiori, avendo rispetto alla qualità del
cavaliere il qual sapevano che era cittadino e non signore.</p>
<p>Finito il mangiare e le tavole levate, avendo alquanto
d'alte cose parlato, essendo il caldo grande, come a messer
Torel piacque, i gentili uomini di Pavia tutti s'andarono a
riposare; e esso con li suoi tre rimase, e con loro in una
camera entratosene, acciò che niuna sua cara cosa rimanesse
che essi veduta non avessero, quivi si fece la sua valente
donna chiamare. La quale, essendo bellissima e grande della
persona e di ricchi vestimenti ornata, in mezzo di due suoi
figlioletti, che parevan due agnoli, se ne venne davanti a
costoro e piacevolmente gli salutò. Essi vedendola si
levarono in piè e con reverenzia la ricevettero, e fattala
seder fra loro gran festa fecero de' due belli suoi
figlioletti. Ma poi che con loro in piacevoli ragionamenti
entrata fu, essendosi alquanto partito messer Torello, essa
piacevolmente donde fossero e dove andassero gli domandò;
alla quale i gentili uomini così risposero come a messer
Torello avevan fatto.</p>
<p>Allora la donna con lieto viso disse: “Adunque veggo io
che il mio feminile avviso sarà utile, e per ciò vi priego
che di spezial grazia mi facciate di non rifiutare né avere
a vile quel piccioletto dono il quale io vi farò venire, ma
considerando che le donne secondo il lor picciol cuore
piccole cose danno, più al buono animo di chi dà riguardando
che alla quantità del don, riguardiate.” E fattesi venire
per ciascuno due paia di robe, l'un foderato di drappo e
l'altro di vaio, non miga cittadine né da mercatanti ma da
signore, e tre giubbe di zendado e pannilini, disse:
“Prendete queste: io ho delle robe il mio signore vestito
con voi: l'altre cose, considerando che voi siate alle
vostre donne lontani e la lunghezza del cammin fatto e
quella di quel che è a fare e che i mercatanti son netti e
dilicati uomini, ancor che elle vaglian poco, vi potranno
esser care.”</p>
<p>I gentili uomini si maravigliarono e apertamente conobber
messer Torello niuna parte di cortesia voler lasciare a far
loro, e dubitarono, veggendo la nobilità delle robe non
mercatantesche, di non essere da messer Torel conosciuti: ma
pure alla donna rispose l'un di loro: “Queste son, madonna,
grandissime cose e da non dover di leggier pigliare, se i
vostri prieghi a ciò non ci strignessero, alli quali dir di
no non si puote.”</p>
<p>Questo fatto, essendo già messer Torel ritornato, la donna,
accomandatigli a Dio, da lor si partì, e di simili cose di
ciò, quali a loro si convenieno, fece provedere a'
famigliari. Messer Torello con molti prieghi impetrò da loro
che tutto quel dì dimorasson con lui; per che, poi che
dormito ebbero, vestitesi le robe loro, con messer Torello
alquanto cavalcar per la città, e l'ora della cena venuta
con molti onorevoli compagni magnificamente cenarono.</p>
<p>E quando tempo fu, andatisi a riposare, come il giorno
venne sù si levarono e trovarono in luogo de' loro ronzini
stanchi tre grossi pallafreni e buoni, e similmente nuovi
cavalli e forti alli lor famigliari; la qual cosa veggendo
il Saladino, rivolto a' suoi compagni disse: “Io giuro a
Dio che più compiuto uomo né più cortese né più avveduto di
costui non fu mai; e se li re cristiani son così fatti re
verso di sé chente costui è cavaliere, al soldano di
Babilonia non ha luogo l'aspettarne pure un, non che tanti,
per addosso andargliene, veggiam che s'apparecchiano!”; ma
sappiendo che il rinunziargli non avrebbe luogo, assai
cortesemente ringraziandolne montarono a cavallo.</p>
<p>Messer Torello con molti compagni gran pezza di via gli
accompagnarono fuori della città, e quantunque al Saladino
il partirsi da messer Torello gravasse, tanto già innamorato
se n'era, pure, strignendolo l'andata, il pregò che indietro
se ne tornasse; il quale, quantunque duro gli fosse il
partirsi da loro, disse: “Signori, io il farò poi che vi
piace, ma così vi vo' dire: io non so chi voi vi siete, né
di saperlo più che vi piaccia addomando; ma chi che voi vi
siate, che voi siate mercatanti non lascerete voi per
credenza a me questa volta: e a Dio vi comando.”</p>
<p>Il Saladino, avendo già da tutti i compagni di messer
Torello preso commiato, gli rispose dicendo: “Messere, egli
potrà ancora avvenire che noi vi farem vedere di nostra
mercatantia, per la quale noi la vostra credenza
raffermeremo: e andatevi con Dio.”</p>
<p>Partissi adunque il Saladino e' compagni con grandissimo
animo, se vita gli durasse e la guerra la quale aspettava
nol disfacesse, di fare ancora non minore a messer Torello
che egli a lui fatto avesse; e molto e di lui e della sua
donna e di tutte le sue cose e atti e fatti ragionò co'
compagni, ogni cosa più commendando. Ma poi che tutto il
Ponente non senza gran fatica ebbe cercato, entrato in mare,
co' suoi compagni se ne tornò in Alessandra, e pienamente
informato si dispose alla difesa. Messer Torello se ne tornò
in Pavia, e in lungo pensier fu chi questi tre esser
potessero, né mai al vero non aggiunse né s'apressò.</p>
<p>Venuto il tempo del passaggio e faccendosi
l'apparecchiamento grande per tutto, messer Torello, non
obstanti i prieghi della sua donna e le lagrime, si dispose
a andarvi del tutto: e avendo ogni appresto fatto e essendo
per cavalcare, disse alla sua donna, la quale egli
sommamente amava: “Donna, come tu vedi, io vado in questo
passaggio sì per onor del corpo e sì per salute dell'anima:
io ti raccomando le nostre cose e 'l nostro onore; e per ciò
che io sono dell'andar certo e del tornare, per mille casi
che possan sopravenire, niuna certezza ho, voglio io che tu
mi facci una grazia: che che di me s'avegna, ove tu non abbi
certa novella della mia vita, che tu m'aspetti uno anno e un
mese e un dì senza rimaritarti, incominciando da questo dì
che io mi parto.”</p>
<p>La donna, che forte piagneva, rispose: “Messer Torello, io
non so come io mi comporterò il dolore nel qual, partendovi,
voi mi lasciate; ma dove la mia vita sia più forte di lui e
altro di voi avvenisse, vivete e morite sicuro che io viverò
e morrò moglie di messer Torello e della sua memoria.”</p>
<p>Alla qual messer Torel disse: “Donna, certissimo sono che,
quanto in te sarà, che questo che tu mi prometti avverrà; ma
tu se' giovane donna e se' bella e se' di gran parentado, e
la tua vertù è molta e è conosciuta per tutto. Per la qual
cosa io non dubito punto che molti grandi e gentili uomini,
se niente di me si suspicherà, non ti dimandino a' tuoi
fratelli e parenti, dagli stimoli de' quali, quantunque tu
vogli, non ti potrai difendere e per forza ti converrà
compiacere a' voler loro: e questa è la cagion per la quale
io questo termine e non maggior ti domando.”</p>
<p>La donna disse: “Io farò ciò che io potrò di quello che
detto v'ho; e quando pure altro far mi convenisse, io
v'ubidirò di questo che m'imponete certamente. Priego io
Idio che a così fatti termini né voi né me rechi a questi
tempi!”</p>
<p>Finite le parole, la donna piagnendo abracciò messer
Torello e trattosi di dito uno anello gliele diede dicendo:
“Se egli avviene che io muoia prima che io vi rivega,
ricordivi di me quando il vedrete.”</p>
<p>E egli presolo montò a cavallo e, detto a ogn'uomo adio,
andò a suo viaggio: e pervenuto a Genova con sua compagnia,
montato in galea andò via, e in poco tempo pervenne a Acri e
con l'altro essercito di cristian si congiunse. Nel quale
quasi a mano a man cominciò una grandissima infermeria e
mortalità, la qual durante, qual che si fosse l'arte o la
fortuna del Saladino, quasi tutto il rimaso degli scampati
cristiani da lui a man salva fur presi, e per molte città
divisi e impregionati. Fra' quali presi messer Torello fu
uno, e in Alessandria: menato in prigione: dove non essendo
conosciuto, e temendo esso di farsi conoscere, da necessità
costretto si diede a conciare uccelli, di che egli era
grandissimo maestro. E per questo a notizia venne del
Saladino: laonde egli di prigione il trasse e ritennelo per
suo falconiere. Messer Torello, che per altro nome che il
cristiano del Saladino non era chiamato, il quale egli non
riconosceva né il soldan lui, solamente in Pavia l'animo
avea e più volte di fuggirsi aveva tentato né gli era venuto
fatto; per che esso, venuti certi genovesi per ambasciadori
al Saladino per la ricompera di certi lor cittadini e
dovendosi partire, pensò di scrivere alla donna sua come
egli era vivo e a lei come più tosto potesse tornerebbe e
che ella l'attendesse, e così fece; e caramente pregò un
degli ambasciadori, che conoscea, che facesse che quelle
alle mani dell'abate di San Piero in Ciel d'oro, il quale
suo zio era, pervenissero.</p>
<p>E in questi termini stando messer Torello, avvenne un
giorno che, ragionando con lui il Saladino di suoi uccelli,
messer Torello cominciò a sorridere e fece uno atto con la
bocca il quale il Saladino, essendo a casa sua a Pavia,
aveva molto notato; per lo quale atto al Saladino tornò alla
mente messer Torello, e cominciò fiso a riguardallo e
parvegli desso: per che, lasciato il primo ragionamento,
disse: “Dimmi, cristiano, di che paese se' tu di Ponente?”</p>
<p>“Signor mio, “ disse messer Torello “io son lombardo,
d'una città chiamata Pavia, povero uomo e di bassa
condizione.”</p>
<p>Come il Saladino udì questo, quasi certo di quel che
dubitava, fra sé lieto disse: “Dato m'ha Idio tempo di
mostrare a costui quanto mi fosse a grado la sua cortesia”:
e senza altro dire, fattisi tutti i suoi vestimenti in una
camera acconciare, nel menò dentro e disse: “Guarda,
cristiano, se tra queste robe n'è alcuna che tu vedessi già
mai.”</p>
<p>Messer Torello cominciò a guardare e vide quelle che al
Saladino aveva la sua donna donate ma non estimò dover
potere essere che desse fossero; ma tuttavia rispose:
“Signor mio, niuna ce ne conosco: è ben vero che quelle due
somiglian robe di che io già con tre mercatanti, che a casa
mia capitorono, vestito ne fui.”</p>
<p>Allora il Saladino, più non potendo tenersi, teneramente
l'abracciò dicendo: “Voi siete messer Torel di Stra e io
son l'uno de' tre mercatanti a' quali la donna vostra donò
queste robe; e ora è venuto il tempo di far certa la vostra
credenza qual sia la mia mercatantia, come nel partirmi da
voi dissi che potrebbe avvenire.”</p>
<p>Messer Torello, questo udendo, cominciò a esser lietissimo
e a vergognarsi: a esser lieto d'avere avuto così fatto
oste, a vergognarsi che poveramente gliele pareva aver
ricevuto; a cui il Saladin disse: “Messer Torello, poi che
Idio qui mandato mi v'ha, pensate che non io oramai, ma voi
qui siate il signore.”</p>
<p>E fattasi la festa insieme grande, di reali vestimenti il
fé vestire; e nel cospetto menatolo di tutti i suoi maggior
baroni e molte cose in laude del suo valor dette, comandò
che da ciascun, che la sua grazia avesse cara, così onorato
fosse come la sua persona. Il che da quindi innanzi ciascun
fece ma molto più che gli altri i due signori li quali
compagni erano stati del Saladino in casa sua. L'altezza
della subita gloria, nella quale messer Torel si vide,
alquanto le cose di Lombardia gli trassero della mente e
massimamente per ciò che sperava fermamente le sue lettere
dovere essere al zio pervenute.</p>
<p>Era nel campo o vero essercito de' cristiani, il dì che dal
Saladin furon presi, morto e sepellito un cavalier
provenzale di piccol valore, il cui nome era messer Torel di
Dignes; per la qual cosa, essendo messer Torel di Stra per
la sua nobiltà per lo essercito conosciuto, chiunque udì
dire “Messer Torello è morto” credette di messer Torel di
Stra e non di quel di Dignes; e il caso, che sopravenne,
della presura non lasciò sgannar gl'ingannati; per che molti
italici tornarono con questa novella, tra' quali furon de'
sì presuntuosi che ardiron di dire sé averlo veduto morto e
essere stati alla sepoltura. La qual cosa saputa dalla donna
e da' parenti di lui fu di grandissima e inestimabile doglia
cagione non solamente a loro, ma a ciascuno che conosciuto
l'avea.</p>
<p>Lungo sarebbe a mostrare qual fosse e quanto il dolore e la
tristizia e 'l pianto della sua donna; la quale dopo
alquanti mesi che con tribulazion continua doluta s'era e a
men dolersi avea cominciato, essendo ella da' maggiori
uomini di Lombardia domandata, da' fratelli e dagli altri
suoi parenti fu cominciata a sollecitar di maritarsi. Il che
ella molte volte e con grandissimo pianto avendo negato,
costretta alla fine le convenne far quello che vollero i
suoi parenti, con questa condizione, che ella dovesse stare
senza a marito andarne tanto quanto ella aveva promesso a
messer Torello.</p>
<p>Mentre in Pavia eran le cose della donna in questi termini
e già forse otto dì al termine del doverne ella andare a
marito eran vicini, avvenne che messer Torello in
Alessandria vide un dì uno il quale veduto avea con gli
ambasciador genovesi montar sopra la galea che a Genova ne
venia; per che, fattolsi chiamare, il domandò che viaggio
avuto avessero e quando a Genova fosser giunti. Al quale
costui disse: “Signor mio, malvagio viaggio fece la galea,
sì come in Creti senti', là dove io rimasi; per ciò che,
essendo ella vicina di Cicilia, si levò una tramontana
pericolosa che nelle secche di Barbaria la percosse, né ne
scampò testa, e intra gli altri due miei fratelli vi
perirono.”</p>
<p>Messer Torello, dando alle parole di costui fede, ch'eran
verissime, e ricordandosi che il termine ivi a pochi dì
finiva da lui domandato alla donna e avvisando niuna cosa di
suo stato doversi sapere a Pavia, ebbe per constante la
donna dovere essere rimaritata; di che egli in tanto dolor
cadde, che, perdutone il mangiare e a giacer postosi,
diliberò di morire. La qual cosa come il Saladin sentì, che
sommamente l'amava, venne da lui. Dopo molti prieghi e
grandi fattigli, saputa la cagion del suo dolore e della sua
infermità, il biasimò molto che avanti non gliele aveva
detto e appresso il pregò che si confortasse, affermandogli
che, dove questo facesse, egli adopererebbe sì, che egli
sarebbe in Pavia al termine dato; e dissegli come. Messer
Torello, dando fede alle parole del Saladino e avendo molte
volte udito dire che ciò era possibile e fatto s'era assai
volte, s'incominciò a confortare e a sollecitare il Saladino
che di ciò si diliberasse. Il Saladino a un suo nigromante,
la cui arte già espermentata aveva, impose che egli vedesse
via come messer Torello sopra un letto in una notte fosse
portato a Pavia; a cui il nigromante rispose che ciò saria
fatto, ma che egli per ben di lui il facesse dormire.</p>
<p>Ordinato questo, tornò il Saladino a messer Torello: e
trovandol del tutto disposto a voler pure essere in Pavia al
termine dato, se esser potesse, e se non potesse, a voler
morire, gli disse così: “Messer Torello, se voi
affettuosamente amate la donna vostra e che ella d'altrui
non divegna dubitate, sallo Idio che io in parte alcuna non
ve ne so riprendere, per ciò che di quante donne mi parve
veder mai ella è colei li cui costumi, le cui maniere e il
cui abito, lasciamo star la bellezza ch'è fior caduco, più
mi paion da commendare e da aver care. Sarebbemi stato
carissimo, poi che la fortuna qui v'aveva mandato, che quel
tempo, che voi e io viver dobbiamo, nel governo del regno
che io tengo parimente signori vivuti fossimo insieme: e se
questo pur non mi dovea esser conceduto da Dio, dovendovi
questo cader nell'animo o di morire o di ritrovarvi al
termine posto in Pavia, sommamente avrei disiderato d'averlo
saputo a tempo che io con quello onore, con quella
grandezza, con quella compagnia che la vostra vertù merita
v'avessi fatto porre a casa vostra; il che poi che conceduto
non è e voi pur disiderate d'esser là di presente, come io
posso, nella forma che detto v'ho, ve ne manderò.”</p>
<p>Al quale messer Torel disse: “Signor mio, senza le vostre
parole m'hanno gli effetti assai dimostrata della vostra
benivolenzia, la quale mai da me in sì suppremo grado non fu
meritata, e di ciò che voi dite, eziandio non dicendolo,
vivo e morrò certissimo; ma poi che così preso ho per
partito, io vi priego che quello che mi dite di fare si
faccia tosto, per ciò che domane è l'ultimo dì che io debbo
essere aspettato.”</p>
<p>Il Saladino disse che ciò senza fallo era fornito: e il
seguente dì, attendendo di mandarlo via la vegnente notte,
fece il Saladin fare in una gran sala un bellissimo e ricco
letto di materassi tutti, secondo la loro usanza tutti di
velluti e di drappi a oro, e fecevi por suso una coltre
lavorata a certi compassi di perle grossissime e di
carissime pietre preziose, la qual fu poi di qua stimata
infinito tesoro, e due guanciali quali a così fatto letto si
richiedeano; e questo fatto, comandò che a messer Torello,
il quale era già forte, fosse messa indosso una roba alla
guisa saracinesca, la più ricca e la più bella cosa che mai
fosse stata veduta per alcuno, e in testa alla lor guisa una
delle sue lunghissime bende ravolgere. E essendo già l'ora
tarda, il Saladino con molti de' suoi baroni nella camera là
dove messer Torello era se n'andò, e postoglisi a sedere
allato, quasi lagrimando a dir cominciò: “Messer Torello,
l'ora che da voi divider mi dee s'appressa, e per ciò che io
non posso né accompagnarvi né farvi accompagnare per la
qualità del cammino che a fare avete, che nol sostiene, qui
in camera da voi mi conviene prender commiato, al qual
prendere venuto sono. E per ciò, prima che io a Dio vi
comandi, vi priego per quello amore e per quella amistà la
quale è tra noi, che di me vi ricordi; e, se possibile è,
anzi che i nostri tempi finiscano, che voi, avendo in ordine
poste le vostre cose di Lombardia, una volta almeno a veder
mi vegniate, acciò che io possa in quella, essendomi
d'avervi veduto rallegrato, quel diletto supplire che ora
per la vostra fretta mi convien commettere; e infino che
questo avvenga non vi sia grave visitarmi con lettere e di
quelle cose che vi piaceranno richiedermi, ché più volentier
per voi che per alcuno uom che viva le farò certamente.”</p>
<p>Messer Torello non poté le lagrime ritenere: e per ciò da
quelle impedito con poche parole rispose impossibil che mai
i suoi benefici e il suo valore di mente gli uscissero e che
senza fallo quello che egli comandava farebbe, dove tempo
gli fosse prestato. Per che il Saladino, teneramente
abbracciatolo e basciatolo, con molte lagrime gli disse
“Andate con Dio” e della camera s'uscì; e gli altri baroni
appresso tutti da lui s'acommiatarono e col Saladino in
quella sala ne vennero là dove egli aveva fatto il letto
acconciare.</p>
<p>Ma essendo già tardi e il nigromante aspettando lo spaccio
e affrettandolo, venne un medico con un beveraggio e,
fattogli vedere che per fortificamento di lui gliele dava,
gliel fece bere; né stette guari che adormentato fu. E così
dormendo, fu portato per comandamento del Saladino in su il
bel letto, sopra il quale esso una grande e bella corona
pose di gran valore e sì la segnò, che apertamente fu poi
compreso quella dal Saladino alla donna di messer Torello
esser mandata. Appresso mise in dito a messer Torello uno
anello nel quale era legato un carbunculo tanto lucente, che
un torchio acceso pareva, il valor del quale appena si
poteva stimare; quindi gli fece una spada cignere il cui
guernimento non si saria di leggieri apprezzato; e oltre a
questo un fermaglio gli fé davanti appiccare nel quale erano
perle mai simili non vedute con altre care pietre assai; e
poi da ciascun de' lati di lui due grandissimi bacin d'oro
pieni di dobre fé porre, e molte reti di perle e anella e
cinture e altre cose, le quali lungo sarebbe a raccontare,
gli fece metter da torno. E questo fatto, da capo basciò
messer Torello e al nigromante disse che si spedisse; per
che incontanente in presenzia del Saladino il letto con
tutto messer Torello fu tolto via, e il Saladino co' suoi
baroni di lui ragionando si rimase.</p>
<p>Era già nella chiesa di San Piero in Ciel d'oro di Pavia,
sì come dimandato avea, stato posato messer Torello con
tutti i sopradetti gioielli e ornamenti, e ancor si dormiva,
quando sonato già il matutino il sagrestano nella chiesa
entrò con un lume in mano, e occorsegli subitamente di
vedere il ricco letto. Non solamente si maravigliò ma avuta
grandissima paura indietro fuggendo si tornò. Il quale
l'abate e' monaci veggendo fuggire si maravigliarono e
domandaron della cagione. Il monaco la disse.</p>
<p>“Oh!” disse l'abate “e sì non se' tu oggimai fanciullo
né se' in questa chiesa nuovo, che tu così leggiermente
spaventar ti debbi: ora andiam noi, veggiamo chi t'ha fatto
baco.”</p>
<p>Accesi adunque più lumi, l'abate con tutti i suoi monaci
nella chiesa entrati videro questo letto così maraviglioso e
ricco e sopra quello il cavalier che dormiva; e mentre
dubitosi e timidi, senza punto al letto accostarsi, le
nobili gioie riguardavano, avvenne che, essendo la vertù del
beveraggio consumata, che messer Torel destatosi gittò un
gran sospiro. Li monaci come questo videro, e l'abate con
loro, spaventati e gridando “Domine, aiutaci” tutti
fuggirono. Messer Torello, aperti gli occhi e da torno
guardatosi, conobbe manifestamente sé essere là dove al
Saladino domandato avea, di che forte fu seco contento: per
che, a seder levatosi e partitamente guardando ciò che da
torno avea, quantunque prima avesse la magnificenzia del
Saladin conosciuta, ora gli parve maggiore e più la conobbe.
Non per tanto, senza altramenti mutarsi, sentendo i monaci
fuggire e avvisatosi il perché, cominciò per nome a chiamar
l'abate e a pregarlo che egli non dubitasse, per ciò che
egli era Torel suo nepote. L'abate, udendo questo, divenne
più pauroso, come colui che per morto l'avea dimolti mesi
innanzi; ma dopo alquanto, da veri argomenti rassicurato,
sentendosi pur chiamare, fattosi il segno della santa croce
andò a lui.</p>
<p>Al qual messer Torel disse: “O padre mio, di che dubitate
voi? Io son vivo, la Dio mercé, e qui d'oltremar
ritornato.”</p>
<p>L'abate, con tutto che egli avesse la barba grande e in
abito arabesco fosse, pur dopo alquanto il raffigurò: e
rassicuratosi tutto il prese per la mano e disse: “Figliuol
mio, tu sii il ben tornato” e seguitò: “Tu non ti dei
maravigliare della nostra paura, per ciò che in questa terra
non ha uomo che non credi fermamente che tu morto sii, tanto
che io ti so dire che madonna Adalieta tua moglie, vinta da'
prieghi e dalle minacce de' parenti suoi e contra suo
volere, è rimaritata; e questa mattina ne dee ire al nuovo
marito, e le nozze e ciò che a festa bisogno fa è
apparecchiato.”</p>
<p>Messer Torello, levatosi di'n su il ricco letto e fatta
all'abate e a' monaci maravigliosa festa, ognun pregò che di
questa sua tornata con alcun non parlasse infino a tanto che
egli non avesse una sua bisogna fornita. Appresso questo,
fatte le ricche gioie porre in salvo, ciò che avvenuto gli
fosse infino a quel punto raccontò all'abate. L'abate, lieto
delle sue fortune, con lui insieme rendé grazie a Dio.
Appresso questo domandò messer Torel l'abate chi fosse il
nuovo marito della sua donna. L'abate gliele disse.</p>
<p>A cui messer Torel disse: “Avanti che di mia tornata si
sappia, io intendo di veder che contenenza fia quella di mia
mogliere in queste nozze; e per ciò, quantunque usanza non
sia le persone religiose andare a così fatti conviti, io
voglio che per amor di me voi ordiniate che noi v'andiamo.”</p>
<p>L'abate rispose che volentieri; e come giorno fu fatto
mandò al nuovo sposo dicendo che con un compagno voleva
essere alle sue nozze; a cui il gentile uom rispose che
molto gli piacea. Venuta dunque l'ora del mangiare, messer
Torello in quello abito che era con l'abate se n'andò alla
casa del novello sposo, con maraviglia guatato da chiunque
il vedeva ma riconosciuto da nullo; e l'abate a tutti diceva
lui essere un saracino mandato dal soldano al re di Francia
ambasciadore. Fu adunque messer Torello messo a una tavola
appunto rimpetto alla donna sua, la quale egli con
grandissimo piacer riguardava, e nel viso gli pareva turbata
di queste nozze. Ella similmente alcuna volta guardava lui
non già per riconoscenza alcuna che ella n'avesse, ché la
barba grande e lo strano abito e la ferma credenza che aveva
che egli fosse morto gliele toglievano.</p>
<p>Ma poi che tempo parve a messer Torello di volerla tentare
se di lui si ricordasse, recatosi in mano l'anello che dalla
donna nella sua partita gli era stato donato, si fece
chiamare un giovinetto che davanti a lei serviva e dissegli:
“Dì da mia parte alla nuova sposa che nelle mie contrade
s'usa, quando alcun forestier, come io son qui, mangia al
convito d'alcuna sposa nuova, come ella è, in segno d'aver
caro che egli venuto vi sia a mangiare ella la coppa con la
qual bee gli manda piena di vino; con la qual poi che il
forestiere ha bevuto quello che gli piace, ricoperchiata la
coppa, la sposa bee il rimanente.”</p>
<p>Il giovinetto fé l'ambasciata alla donna, la quale, sì come
costumata e savia, credendo costui essere un gran
barbassoro, per mostrare d'avere a grado la sua venuta, una
gran coppa dorata la qual davanti avea comandò che lavata
fosse e empiuta di vino e portata al gentile uomo; e così fu
fatto. Messer Torello, avendosi l'anello di lei messo in
bocca, sì fece che bevendo il lasciò cader nella coppa,
senza avvedersene alcuno, e poco vino lasciatovi quella
ricoperchiò e mandò alla donna. La quale presala, acciò che
l'usanza da lui compiesse, scoperchiatala, se la mise a
bocca e vide l'anello e senza dire alcuna cosa alquanto il
riguardò: e riconosciuto che egli era quello che dato avea
nel suo partire a messer Torello, presolo e fiso guardato
colui il qual forestier credeva e già conoscendolo, quasi
furiosa divenuta fosse gittata in terra la tavola che
davanti aveva, gridò: “Questi è il mio signore, questi
veramente è messer Torello!” E corsa alla tavola alla quale
esso sedeva, senza avere riguardo a' suoi drappi o a cosa
che sopra la tavola fosse, gittatasi oltre quanto poté,
l'abracciò strettamente, né mai dal suo collo fu potuta, per
detto o per fatto d'alcuno che quivi fosse, levare infino a
tanto che per messer Torello non le fu detto che alquanto
sopra sé stesse, per ciò che tempo da abracciarlo le sarebbe
ancora prestato assai.</p>
<p>Allora ella drizzatasi, essendo già le nozze tutte turbate
e in parte più liete che mai per lo racquisto d'un così
fatto cavaliere, pregandone egli, ogn'uomo stette cheto; per
che messer Torello dal dì della sua partita infino a quel
punto ciò che avvenuto gli era a tutti narrò, conchiudendo
che al gentile uomo, il quale, lui morto credendo, aveva la
sua donna per moglie presa, se egli essendo vivo la si
ritoglieva, non doveva spiacere. Il nuovo sposo, quantunque
alquanto scornato fosse, liberamente e come amico rispose
che delle sue cose era nel suo volere quel farne che più le
piacesse. La donna e l'anella e la corona avute dal nuovo
sposo quivi lasciò e quello che della coppa aveva tratto si
mise e similmente la corona mandatale dal soldano: e usciti
della casa dove erano, con tutta la pompa delle nozze infino
alla casa di messer Torel se n'andarono; e quivi gli
sconsolati amici e parenti e tutti i citadini, che quasi per
un miracolo il riguardavano, con lunga e lieta festa
racconsolarono.</p>
<p>Messer Torello, fatta delle sue care gioie parte e a colui
che avute aveva le spese delle nozze e all'abate e a molti
altri, e per più d'un messo significata la sua felice
repatriazione al Saladino, suo amico e suo servidor
ritenendosi, più anni con la sua valente donna poi visse,
più cortesia usando che mai.</p>
<p>Cotale adunque fu il fine delle noie di messer Torello e di
quelle della sua cara donna e il guiderdone delle lor liete
e preste cortesie; le quali molti si sforzan di fare che,
benché abbian di che, sì mal far le sanno, che prima le
fanno assai più comperar che non vagliono, che fatte
l'abbiano: per che, se loro merito non ne segue, né essi né
altri maravigliar se ne dee.–
</p></div2>
<div2 type="parte">
<head><add resp="ed">10</add></head>
<argument><p><emph>Il marchese di Sanluzzo da' prieghi de' suoi uomini
costretto di pigliar moglie, per prenderla a suo modo piglia
una figliuola d'un villano, della quale ha due figliuoli, li
quali le fa veduto d'ucidergli; poi, mostrando lei essergli
rincresciuta e avere altra moglie presa a casa faccendosi
ritornare la propria figliuola come se sua moglie fosse, lei
avendo in camiscia cacciata e a ogni cosa trovandola
paziente, più cara che mai in casa tornatalasi, i suoi
figliuoli grandi le mostra e come marchesana l'onora e fa
onorare.</emph></p></argument>
<p>Finita la lunga novella del re, molto a tutti nel sembiante
piaciuta, Dioneo ridendo disse:–Il buono uomo, che
aspettava la seguente notte di fare abbassare la coda ritta
della fantasima, avrebbe dati men di due denari di tutte le
lode che voi date a messer Torello–; e appresso, sappiendo
che a lui solo restava il dire, incominciò:</p>
<p>–Mansuete mie donne, per quel che mi paia, questo dì
d'oggi è stato dato a re e a soldani e a così fatta gente: e
per ciò, acciò che io troppo da voi non mi scosti, vo'
ragionar d'un marchese, non cosa magnifica ma una matta
bestialità, come che ben ne gli seguisse alla fine; la quale
io non consiglio alcun che segua, per ciò che gran peccato
fu che a costui ben n'avenisse.</p>
<p>Già è gran tempo, fu tra' marchesi di Sanluzzo il maggior
della casa un giovane chiamato Gualtieri, il quale, essendo
senza moglie e senza figliuoli, in niuna altra cosa il suo
tempo spendeva che in uccellare e in cacciare, né di prender
moglie né d'aver figliuoli alcun pensiero avea; di che egli
era da reputar molto savio. La qual cosa a' suoi uomini non
piaccendo, più volte il pregaron che moglie prendesse, acciò
che egli senza erede né essi senza signor rimanessero,
offerendosi di trovargliel tale e di sì fatto padre e madre
discesa, che buona speranza se ne potrebbe avere e esso
contentarsene molto.</p>
<p>A' quali Gualtieri rispose: “Amici miei, voi mi strignete
a quello che io del tutto aveva disposto di non far mai,
considerando quanto grave cosa sia a poter trovare chi co'
suoi costumi ben si convenga e quanto del contrario sia
grande la copia, e come dura vita sia quella di colui che a
donna non bene a sé conveniente s'abbatte. E il dire che voi
vi crediate a' costumi de' padri e delle madri le figliuole
conoscere, donde argomentate di darlami tal che mi piacerà,
è una sciocchezza, con ciò sia cosa che io non sappia dove i
padri possiate conoscere né come i segreti delle madri di
quelle: quantunque, pur cognoscendogli, sieno spesse volte
le figliuole a' padri e alle madri dissimili. Ma poi che
pure in queste catene vi piace d'annodarmi, e io voglio
esser contento; e acciò che io non abbia da dolermi d'altrui
che di me, se mal venisse fatto, io stesso ne voglio essere
il trovatore, affermandovi che, cui che io mi tolga, se da
voi non fia come donna onorata, voi proverete con gran
vostro danno quanto grave mi sia l'aver contra mia voglia
presa mogliere a' vostri prieghi.” I valenti uomini
risposon ch'eran contenti, sol che esso si recasse a prender
moglie.</p>
<p>Erano a Gualtieri buona pezza piaciuti i costumi d'una
povera giovinetta che d'una villa vicina a casa sua era, e
parendogli bella assai estimò che con costei dovesse potere
aver vita assai consolata. E per ciò, senza più avanti
cercare, costei propose di volere sposare: e fattosi il
padre chiamare, con lui, che poverissimo era, si convenne di
torla per moglie.</p>
<p>Fatto questo, fece Gualtieri tutti i suoi amici della
contrada adunare e disse loro: “Amici miei, egli v'è
piaciuto e piace che io mi disponga a tor moglie, e io mi vi
son disposto più per compiacere a voi che per disiderio che
io di moglie avessi. Voi sapete quello che voi mi
prometteste, cioè d'esser contenti e d'onorar come donna
qualunque quella fosse che io togliessi; e per ciò venuto è
il tempo che io sono per servare a voi la promessa e che io
voglio che voi a me la serviate. Io ho trovata una giovane
secondo il cuor mio assai presso di qui, la quale io intendo
di tor per moglie e di menarlami fra qui e pochi dì a casa;
e per ciò pensate come la festa delle nozze sia bella e come
voi onorevolmente ricever la possiate, acciò che io mi possa
della vostra promession chiamar contento come voi della mia
vi potrete chiamare.”</p>
<p>I buoni uomini lieti tutti risposero ciò piacer loro e che,
fosse chi volesse, essi l'avrebber per donna e onorerebbonla
in tutte cose sì come donna; e appresso questo tutti si
misero in assetto di far bella e grande e lieta festa, e il
simigliante fece Gualtieri. Egli fece preparar le nozze
grandissime e belle e invitarvi molti suoi amici e parenti e
gran gentili uomini e altri da torno; e oltre a questo fece
tagliare e far più robe belle e ricche al dosso d'una
giovane la quale della persona gli pareva che la giovinetta
la quale avea proposto di sposare; e oltre a questo
apparecchiò cinture e anella e una ricca e bella corona e
tutto ciò che a novella sposa si richiedea.</p>
<p>E venuto il dì che alle nozze predetto avea, Gualtieri in
su la mezza terza montò a cavallo, e ciascuno altro che a
onorarlo era venuto; e ogni cosa oportuna avendo disposta,
disse: “Signori, tempo è d'andare per la novella sposa”; e
messosi in via con tutta la compagnia sua, pervennero alla
villetta. E giunti a casa del padre della fanciulla e lei
trovata che con acqua tornava dalla fonte in gran fretta per
andar poi con altre femine a veder venire la sposa di
Gualtieri; la quale come Gualtier vide, chiamatala per nome,
cioè Griselda, domandò dove il padre fosse; al quale ella
vergognosamente rispose: “Signor mio, egli è in casa.”</p>
<p>Allora Gualtieri, smontato e comandato a ogni uom che
l'aspettasse, solo se n'entrò nella povera casa, dove trovò
il padre di lei, che avea nome Giannucole, e dissegli: “Io
sono venuto a sposar la Griselda, ma prima da lei voglio
sapere alcuna cosa in tua presenza”; e domandolla se ella
sempre, togliendola egli per moglie, s'ingegnerebbe di
compiacergli e di niuna cosa che egli dicesse o facesse non
turbarsi, e se ella sarebbe obediente e simili altre cose
assai, delle quali ella a tutte rispose di sì.</p>
<p>Allora Gualtieri, presala per mano, la menò fuori e in
presenza di tutta la sua compagnia e d'ogn'altra persona la
fece spogliare ignuda: e fattisi quegli vestimenti che fatti
aveva fare, prestamente la fece vestire e calzare e sopra i
suoi capelli, così scarmigliati come erano, le fece mettere
una corona; e appresso questo, maravigliandosi ogn'uomo di
questa cosa, disse: “Signori, costei è colei la quale io
intendo che mia moglie sia, dove ella me voglia per
marito”; e poi a lei rivolto, che di se medesima vergognosa
e sospesa stava, le disse: “Griselda, vuoimi tu per tuo
marito?”</p>
<p>A cui ella rispose: “Signor mio, sì.”</p>
<p>E egli disse: “E io voglio te per mia moglie”; e in
presenza di tutti la sposò; e fattala sopra un pallafren
montare, orrevolmente accompagnata a casa la si menò. Quivi
furon le nozze belle e grandi e la festa non altramenti che
se presa avesse la figliuola del re di Francia.</p>
<p>La giovane sposa parve che co' vestimenti insieme l'animo
e' costumi mutasse. Ella era, come già dicemmo, di persona e
di viso bella: e così come bella era, divenne tanto
avvenevole, tanto piacevole e tanto costumata, che non
figliuola di Giannucole e guardiana di pecore pareva stata
ma d'alcun nobile signore, di che ella faceva maravigliare
ogn'uom che prima conosciuta l'avea; e oltre a questo era
tanto obediente al marito e tanto servente, che egli si
teneva il più contento e il più appagato uomo del mondo. E
similmente verso i subditi del marito era tanto graziosa e
tanto benigna, che niun ve ne era che più che sé non
l'amasse e che non l'onorasse di grado, tutti per lo suo
bene e per lo suo stato e per lo suo essaltamento pregando,
dicendo, dove dir soleano Gualtieri aver fatto come poco
savio d'averla per moglie presa, che egli era il più savio e
il più avveduto uomo che al mondo fosse, per ciò che niuno
altro che egli avrebbe mai potuta conoscere l'alta vertù di
costei nascosa sotto i poveri panni e sotto l'abito
villesco. E in brieve non solamente nel suo marchesato ma
per tutto, anzi che gran tempo fosse passato, seppe ella sì
fare, che ella fece ragionare del suo valore e del suo bene
adoperare, e in contrario rivolgere, se alcuna cosa detta
s'era contro al marito per lei quando sposata l'avea.</p>
<p>Ella non fu guari con Gualtieri dimorata che ella
ingravidò, e al tempo partorì una fanciulla, di che
Gualtieri fece gran festa. Ma poco appresso, entratogli un
nuovo pensier nell'animo, cioè di volere con lunga
esperienzia e con cose intollerabili provare la pazienzia di
lei, e' primieramente la punse con parole, mostrandosi
turbato e dicendo che i suoi uomini pessimamente si
contentavano di lei per la sua bassa condizione e
spezialmente poi che vedevano che ella portava figliuoli, e
della figliuola che nata era tristissimi altro che mormorar
non faceano.</p>
<p>Le quali parole udendo la donna, senza mutar viso o buon
proponimento in alcuno atto, disse: “Signor mio, fa di me
quello che tu credi che più tuo onore o consolazion sia, ché
io sarò di tutto contenta, sì come colei che conosco che io
sono da men di loro e che io non era degna di questo onore
al quale tu per tua cortesia mi recasti.” Questa risposta
fu molto cara a Gualtieri, conoscendo costei non essere in
alcuna superbia levata per onore che egli o altri fatto
l'avesse.</p>
<p>Poco tempo appresso, avendo con parole generali detto alla
moglie che i subditi non potevan patir quella fanciulla di
lei nata, informato un suo famigliare, il mandò a lei, il
quale con assai dolente viso le disse: “Madonna, se io non
voglio morire, a me convien far quello che il mio signor mi
comanda. Egli m'ha comandato che io prenda questa vostra
figliuola e ch'io...” e non disse più.</p>
<p>La donna, udendo le parole e vedendo il viso del famigliare
e delle parole dette ricordandosi, comprese che a costui
fosse imposto che egli l'uccidesse: per che prestamente
presala della culla e basciatala e benedetola, come che gran
noia nel cuor sentisse, senza mutar viso in braccio la pose
al famigliare e dissegli: “Te', fa compiutamente quello che
il tuo e mio signore t'ha imposto, ma non la lasciar per
modo che le bestie e gli uccelli la divorino, salvo se egli
nol ti comandasse.” Il famigliare, presa la fanciulla e
fatto a Gualtier sentire ciò che detto aveva la donna,
maravigliandosi egli della sua constanzia, lui con essa ne
mandò a Bologna a una sua parente, pregandola che, senza mai
dire cui figliuola si fosse, diligentemente allevasse e
costumasse.</p>
<p>Sopravenne appresso che la donna da capo ingravidò e al
tempo debito partorì un figliuol maschio, il che carissimo
fu a Gualtieri; ma non bastandogli quello che fatto avea con
maggior puntura trafisse la donna, e con sembiante turbato
un dì le disse: “Donna, poscia che tu questo figliuol
maschio facesti, per niuna guisa con questi miei viver son
potuto, sì duramente si ramaricano che un nepote di
Giannucolo dopo me debbia rimaner lor signore: di che io mi
dotto, se io non ci vorrò esser cacciato, che non mi
convenga fare di quello che io altra volta feci e alla fine
lasciar te e prendere un'altra moglie.” La donna con
paziente animo l'ascoltò né altro rispose se non: “Signor
mio, pensa di contentar te e di sodisfare al piacer tuo e di
me non avere pensiere alcuno, per ciò che niuna cosa m'è
cara se non quanto io la veggo a te piacere.”</p>
<p>Dopo non molti dì Gualtieri, in quella medesima maniera che
mandato aveva per la figliuola, mandò per lo figliuolo: e
similmente dimostrato d'averlo fatto uccidere, a nutricar
nel mandò a Bologna, come la fanciulla aveva mandata; della
qual cosa la donna né altro viso né altre parole fece che
della fanciulla fatte avesse, di che Gualtieri si
maravigliava forte e seco stesso affermava niuna altra
femina questo poter fare che ella faceva; e se non fosse che
carnalissima de' figliuoli, mentre gli piacea, la vedea, lei
avrebbe creduto ciò fare per più non curarsene, dove come
savia lei farlo cognobbe. I subditi suoi, credendo che egli
uccidere avesse fatti i figliuoli, il biasimavan forte e
reputavanlo crudele uomo e alla donna avevan grandissima
compassione. La quale con le donne, le quali con lei de'
figliuoli così morti si condoleano, mai altro non disse se
non che quello ne piaceva a lei che a colui che generati gli
avea.</p>
<p>Ma essendo più anni passati dopo la natività della
fanciulla, parendo tempo a Gualtieri di fare l'ultima pruova
della sofferenza di costei, con molti de' suoi disse che per
niuna guisa più sofferir poteva d'aver per moglie Griselda e
che egli cognosceva che male e giovenilmente aveva fatto
quando l'aveva presa, e per ciò a suo potere voleva
procacciar col Papa che con lui dispensasse che un'altra
donna prender potesse e lasciar Griselda; di che egli da
assai buoni uomini fu molto ripreso; a che nulla altro
rispose se non che conveniva che così fosse. La donna,
sentendo queste cose e parendole dovere sperare di ritornare
a casa del padre e forse a guardar le pecore come altra
volta aveva fatto e vedere a un'altra donna tener colui al
quale ella voleva tutto il suo bene, forte in se medesima si
dolea; ma pur, come l'altre ingiurie della fortuna aveva
sostenute, così con fermo viso si dispose a questa dover
sostenere.</p>
<p>Non dopo molto tempo Gualtieri fece venire sue lettere
contrafatte da Roma e fece veduto a' suoi subditi il Papa
per quelle aver seco dispensato di poter torre altra moglie
e lasciar Griselda; per che, fattalasi venir dinanzi, in
presenzia di molti le disse: “Donna, per concession fattami
dal Papa io posso altra donna pigliare e lasciar te; e per
ciò che i miei passati sono stati gran gentili uomini e
signori di queste contrade, dove i tuoi stati son sempre
lavoratori, io intendo che tu più mia moglie non sia, ma che
tu a casa Giannucolo te ne torni con la dote che tu mi
recasti, e io poi un'altra, che trovata n'ho convenevole a
me, ce ne menerò.”</p>
<p>La donna, udendo queste parole, non senza grandissima
fatica, oltre alla natura delle femine, ritenne le lagrime e
rispose: “Signor mio, io conobbi sempre la mia bassa
condizione alla vostra nobilità in alcun modo non
convenirsi, e quello che io stata son con voi da Dio e da
voi il riconoscea, né mai, come donatolmi, mio il feci o
tenni ma sempre l'ebbi come prestatomi; piacevi di
rivolerlo, e a me dee piacere e piace di renderlovi: ecco il
vostro anello col quale voi mi sposaste, prendetelo.
Comandatemi che io quella dota me ne porti che io ci recai:
alla qual cosa fare né a voi pagatore né a me borsa
bisognerà né somiere, per ciò che di mente uscito non m'è
che ignuda m'aveste; e se voi giudicate onesto che quel
corpo nel quale io ho portati i figliuoli da voi generati
sia da tutti veduto, io me n'andrò ignuda; ma io vi priego,
in premio della mia virginità che io ci recai e non ne la
porto, che almeno una sola camiscia sopra la dota mia vi
piaccia che io portar ne possa.”</p>
<p>Gualtieri, che maggior voglia di piagnere aveva che
d'altro, stando pur col viso duro, disse: “E tu una
camiscia ne porta.”</p>
<p>Quanti dintorno v'erano il pregavano che egli una roba le
donasse, ché non fosse veduta colei che sua moglie tredici
anni o più era stata di casa sua così poveramente e così
vituperosamente uscire, come era uscirne in camiscia; ma
invano andarono i prieghi; di che la donna, in camiscia e
scalza e senza alcuna cosa in capo, accomandatigli a Dio,
gli uscì di casa e al padre se ne tornò con lagrime e con
pianto di tutti coloro che la videro. Giannucolo, che creder
non avea mai potuto questo esser ver che Gualtieri la
figliuola dovesse tener moglie, e ogni dì questo caso
aspettando, guardati l'aveva i panni che spogliati s'avea
quella mattina che Gualtier la sposò; per che recatigliele e
ella rivestitiglisi, a' piccioli servigi della paterna casa
si diede sì come far soleva, con forte animo sostenendo il
fiero assalto della nemica fortuna.</p>
<p>Come Gualtieri questo ebbe fatto, così fece veduto a' suoi
che presa aveva una figliuola d'uno de' conti da Panago; e
faccendo fare l'apresto grande per le nozze mandò per la
Griselda che a lui venisse; alla quale venuta disse: “Io
meno questa donna la quale io ho nuovamente tolta e intendo
in questa sua prima venuta d'onorarla; e tu sai che io non
ho in casa donne che mi sappiano acconciar le camere né fare
molte cose che a così fatta festa si richeggiono: e per ciò
tu, che meglio che altra persona queste cose di casa sai,
metti in ordine quello che da far ci è, e quelle donne fa
invitar che ti pare e ricevile come se donna di qui fossi:
poi, fatte le nozze, te ne potrai a casa tua tornare.”</p>
<p>Come che queste parole fossero tutte coltella al cuor di
Griselda, come a colei che non aveva così potuto por giù
l'amore che ella gli portava come fatto aveva la buona
fortuna, rispose: “Signor mio, io son presta e
apparecchiata.” E entratasene co' suoi pannicelli
romagnuoli e grossi in quella casa della qual poco avanti
era uscita in camiscia, cominciò a spazzar le camere e
ordinarle e a far porre capoletti e pancali per le sale, a
fare apprestar la cucina, e a ogni cosa, come se una piccola
fanticella della casa fosse, porre le mani, né mai ristette
che ella ebbe tutto acconcio e ordinato quanto si conveniva.
E appresso questo, fatto da parte di Gualtieri invitar tutte
le donne della contrada, cominciò a attender la festa; e
venuto il giorno delle nozze, come che i panni avesse poveri
indosso, con animo e costume donnesco tutte le donne che a
quelle vennero, e con lieto viso, ricevette.</p>
<p>Gualtieri, il quale diligentemente aveva i figliuoli fatti
allevare in Bologna alla sua parente che maritata era in
casa de' conti da Panago, essendo già la fanciulla d'età di
dodici anni la più bella cosa che mai si vedesse (e il
fanciullo era di sei), avea mandato a Bologna al parente suo
pregandol che gli piacesse di dovere con questa sua
figliuola e col figliuolo venire a Sanluzzo e ordinare di
menar bella e onorevole compagnia con seco e di dire a tutti
che costei per sua mogliere gli menasse, senza manifestare
alcuna cosa a alcuno chi ella si fosse altramenti. Il
gentile uomo, fatto secondo che il marchese il pregava,
entrato in cammino dopo alquanti dì con la fanciulla e col
fratello e con nobile compagnia in su l'ora del desinare
giunse a Sanluzzo, dove tutti i paesani e molti altri vicini
da torno trovò che attendevan questa novella sposa di
Gualtieri. La quale dalle donne ricevuta e nella sala dove
erano messe le tavole venuta, Griselda, così come era, le si
fece lietamente incontro dicendo: “Ben venga la mia
donna.” Le donne, che molto avevano, ma invano, pregato
Gualtieri che o facesse che la Griselda si stesse in una
camera o che egli alcuna delle robe che sue erano state le
prestasse, acciò che così non andasse davanti a' suoi
forestieri, furon messe a tavola e cominciate a servire. La
fanciulla era guardata da ogn'uomo, e ciascun diceva che
Gualtieri aveva fatto buon cambio; ma intra gli altri
Griselda la lodava molto, e lei e il suo fratellino.</p>
<p>Gualtieri, al qual pareva pienamente aver veduto quantunque
disiderava della pazienza della sua donna, veggendo che di
niente la novità delle cose la cambiava e essendo certo ciò
per mentecattaggine non avvenire, per ciò che savia molto la
conoscea, gli parve tempo di doverla trarre dell'amaritudine
la quale stimava che ella sotto il forte viso nascosa
tenesse; per che, fattalasi venire, in presenzia d'ogn'uomo
sorridendo le disse: “Che ti par della nostra sposa?”</p>
<p>“Signor mio, “ rispose Griselda “a me ne par molto bene;
e se così è savia come ella è bella, che 'l credo, io non
dubito punto che voi non dobbiate con lei vivere il più
consolato signor del mondo; ma quanto posso vi priego che
quelle punture, le quali all'altra, che vostra fu, già
deste, non diate a questa, ché appena che io creda che ella
le potesse sostenere, sì perché più giovane è e sì ancora
perché in dilicatezze è allevata, ove colei in continue
fatiche da piccolina era stata.”</p>
<p>Gualtieri, veggendo che ella fermamente credeva costei
dovere esser sua moglie, né per ciò in alcuna cosa men che
ben parlava, la si fece sedere allato e disse: “Griselda,
tempo è omai che tu senta frutto della tua lunga pazienzia,
e che coloro li quali me hanno reputato crudele e iniquo e
bestiale conoscano che ciò che io faceva a antiveduto fine
operava, volendoti insegnar d'esser moglie e a loro di
saperla tenere, e a me partorire perpetua quiete mentre teco
a vivere avessi: il che, quando venni a prender moglie, gran
paura ebbi che non m'intervenisse, e per ciò, per prova
pigliarne, in quanti modi tu sai ti punsi e trafissi. E però
che io mai non mi sono accorto che in parola né in fatto dal
mio piacere partita ti sii, parendo a me aver di te quella
consolazione che io disiderava, intendo di rendere a te a
un'ora ciò che io tra molte ti tolsi e con somma dolcezza le
punture ristorare che io ti diedi. E per ciò con lieto animo
prendi questa che tu mia sposa credi, e il suo fratello, per
tuoi e miei figliuoli: essi sono quegli li quali tu e molti
altri lungamente stimato avete che io crudelmente uccider
facessi; e io sono il tuo marito, il quale sopra ogni altra
cosa t'amo, credendomi poter dar vanto che niuno altro sia
che, sì com'io, si possa di sua moglier contentare.”</p>
<p>E così detto l'abracciò e basciò: e con lei insieme, la
qual d'allegrezza piagnea, levatosi n'andarono là dove la
figliuola tutta stupefatta queste cose ascoltando sedea e,
abbracciatala teneramente e il fratello altressì, lei e
molti altri che quivi erano sgannarono. Le donne lietissime,
levate dalle tavole, con Griselda n'andarono in camera e con
migliore agurio trattile i suoi pannicelli d'una nobile roba
delle sue la rivestirono; e come donna, la quale ella
eziandio negli stracci pareva, nella sala la rimenarono. E
quivi fattasi co' figliuoli maravigliosa festa, essendo ogni
uomo lietissimo di questa cosa, il sollazzo e 'l festeggiar
multiplicarono e in più giorni tirarono; e savissimo
reputaron Gualtieri, come che troppo reputassero agre e
intollerabili l'esperienze prese della sua donna, e sopra
tutti savissima tenner Griselda.</p>
<p>Il conte da Panago si tornò dopo alquanti dì a Bologna; e
Gualtieri, tolto Giannucolo dal suo lavorio, come suocero il
pose in istato, che egli onoratamente e con gran
consolazione visse e finì la sua vecchiezza. E egli
appresso, maritata altamente la sua figliuola, con Griselda,
onorandola sempre quanto più si potea, lungamente e
consolato visse.</p>
<p>Che si potrà dir qui? se non che anche nelle povere case
piovono dal cielo de' divini spiriti, come nelle reali di
quegli che sarien più degni di guardar porci che d'avere
sopra uomini signoria. Chi avrebbe, altri che Griselda,
potuto col viso non solamente asciutto ma lieto sofferir le
rigide e mai più non udite pruove da Gualtier fatte? Al
quale non sarebbe forse stato male investito d'essersi
abbattuto a una che quando, fuor di casa, l'avesse fuori in
camiscia cacciata, s'avesse sì a un altro fatto scuotere il
pilliccione che riuscito ne fosse una bella roba.–
</p></div2>
<div2 n="Conclusione">
<p>La novella di Dioneo era finita, e assai le donne, chi
d'una parte e chi d'altra tirando, chi biasimando una cosa,
un'altra intorno a essa lodandone, n'avevan favellato,
quando il re, levato il viso verso il cielo e vedendo che il
sole era già basso all'ora di vespro, senza da seder levarsi
così cominciò a parlare:</p>
<p>–Addorne donne, come io credo che voi conosciate, il senno
de' mortali non consiste solamente nell'avere a memoria le
cose preterite o conoscere le presenti, ma per l'una e per
l'altra di queste sapere antiveder le future è da' solenni
uomini senno grandissimo riputato. Noi, come voi sapete,
domane saranno quindici dì, per dovere alcun diporto
pigliare a sostentamento della nostra santà e della vita,
cessando le malinconie e' dolori e l'angosce, le quali per
la nostra città continuamente, poi che questo pistolenzioso
tempo incominciò, si veggono, uscimmo di Firenze; il che,
secondo il mio giudicio, noi onestamente abbiam fatto, per
ciò che, se io ho saputo ben riguardare, quantunque liete
novelle e forse attrattive a concupiscenzia dette ci sieno e
del continuo mangiato e bevuto bene e sonato e cantato (cose
tutte da incitare le deboli menti a cose meno oneste), niuno
atto, niuna parola, niuna cosa né dalla vostra parte né
dalla nostra ci ho conosciuta da biasimare: continua onestà,
continua concordia, continua fraternal dimestichezza mi ci è
paruta vedere e sentire; il che senza dubbio in onore e
servigio di voi e di me m'è carissimo. E per ciò, acciò che
per troppa lunga consuetudine alcuna cosa che in fastidio si
convertisse nascer non ne potesse, e perché alcuno la nostra
troppo lunga dimoranza gavillar non potesse, e avendo
ciascun di noi la sua giornata avuta la sua parte dell'onore
che in me ancora dimora, giudicherei, quando piacer fosse di
voi, che convenevole cosa fosse omai il tornarci là onde ci
partimmo. Senza che, se voi ben riguardate, la nostra
brigata, già da più altre saputa da torno, per maniera
potrebbe multiplicare che ogni nostra consolazion ci
torrebbe; e per ciò, se voi il mio consiglio approvate, io
mi serverò la corona donatami per infino alla nostra
partita, che intendo che sia domattina; ove voi altramente
diliberaste, io ho già pronto cui per lo dì seguente ne
debbia incoronare.–</p>
<p>I ragionamenti furon molti tralle donne e tra' giovani, ma
ultimamente presero per utile e per onesto il consiglio del
re e così di fare diliberarono come egli aveva ragionato:
per la qual cosa esso, fattosi il siniscalco chiamare, con
lui del modo che a tenere avesse nella seguente mattina
parlò e, licenziata la brigata infino all'ora della cena, in
piè si levò.</p>
<p>Le donne e gli altri levatisi, non altramenti che usati si
fossero, chi a un diletto e chi a un altro si diede; e l'ora
della cena venuta, con sommo piacere furono a quella; e dopo
quella a cantare e a sonare e a carolare cominciarono; e
menando la Lauretta una danza, comandò il re alla Fiammetta
che dicesse una canzone; la quale assai piacevolemente così
incominciò a cantare:
</p>
<lg type="ballata">
<lg>
<l>S'amor venisse senza gelosia,</l>
<l>io non so donna nata</l>
<l>lieta com'io sarei e qual vuol sia.</l></lg>
<lg>
<l>Se gaia giovanezza</l>
<l>in bello amante dee donna appagare,</l>
<l>o pregio di virtute</l>
<l>o ardire o prodezza,</l>
<l>senno, costumi o ornato parlare</l>
<l>o leggiadrie compiute,</l>
<l>io son colei per certo in cui salute,</l>
<l>essendo innamorata,</l>
<l>tutte le veggio en la speranza mia.</l></lg>
<lg>
<l>Ma per ciò ch'io m'aveggio</l>
<l>che altre donne savie son com'io,</l>
<l>io triemo di paura,</l>
<l>e pur credo il peggio:</l>
<l>di quello avviso en l'altre esser disio</l>
<l>ch'a me l'anima fura.</l>
<l>E così quel'che m'è somma ventura</l>
<l>mi fa isconsolata</l>
<l>sospirar forte e stare in vita ria.</l></lg>
<lg>
<l>Se io sentissi fede</l>
<l>nel mio signor quant'io sento valore</l>
<l>gelosa non sarei:</l>
<l>ma tanto se ne vede,</l>
<l>pur che sia chi inviti l'amadore,</l>
<l>ch'io gli ho tutti per rei.</l>
<l>Questo m'acuora, e volentier morrei,</l>
<l>e di chiunque il guata</l>
<l>sospetto e temo non nel porti via.</l></lg>
<lg>
<l>Per Dio, dunque, ciascuna</l>
<l>donna pregata sia che non s'attenti</l>
<l>di farmi in ciò oltraggio;</l>
<l>ché, se ne fia nessuna</l>
<l>che con parole o cenni o blandimenti</l>
<l>in questo in mio dannaggio</l>
<l>cerchi o procuri, s'io il risapraggio,</l>
<l>se io non sia svisata,</l>
<l>piagner farolle amara tal follia.</l></lg>
</lg>
<p>Come la Fiammetta ebbe la sua canzon finita, così Dioneo,
che allato l'era, ridendo disse:–Madonna, voi fareste una
gran cortesia a farlo cognoscere a tutte, acciò che per
ignoranzia non vi fosse tolta la possessione, poi che così
ve ne dovete adirare.–Appresso questa, se cantaron più
altre; e già essendo la notte presso che mezza, come al re
piacque, tutti s'andarono a riposare.</p>
<p>E come il nuovo giorno apparve, levati, avendo già il
siniscalco via ogni lor cosa mandata, dietro alla guida del
discreto re verso Firenze si ritornarono; e i tre giovani,
lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con
loro partiti s'erano, da esse accommiatatosi, a' loro altri
piaceri attesero, e esse, quando tempo lor parve, se ne
tornarono alle lor case.
</p></div2></div1>
<div1 type="parte">
<head>Conclusione dell'autore</head>
<p>Nobilissime giovani, a consolazion delle quali io a così
lunga fatica messo mi sono, io mi credo, aiutantemi la
divina grazia, sì come io avviso, per li vostri pietosi
prieghi non già per li miei meriti, quello compiutamente
aver fornito che io nel principio della presente opera
promisi di dover fare: per la qual cosa Idio primieramente e
appresso voi ringraziando, è da dare alla penna e alla man
faticata riposo. Il quale prima che io le conceda,
brievemente a alcune cosette, le quali forse alcuna di voi o
altri potrebbe dire (con ciò sia cosa che a me paia esser
certissimo queste non dovere avere spezial privilegio più
che l'altre cose, anzi non averlo mi ricorda nel principio
della quarta giornata aver mostrato), quasi a tacite
quistion mosse di rispondere intendo.</p>
<p>Saranno per avventura alcune di voi che diranno che io
abbia nello scriver queste novelle troppa licenzia usata, sì
come in fare alcuna volta dire alle donne e molto spesso
ascoltare cose non assai convenienti né a dire né a
ascoltare a oneste donne. La qual cosa io nego, per ciò che
niuna sì disonesta n'è, che, con onesti vocaboli dicendola,
si disdica a alcuno: il che qui mi pare assai
convenevolmente bene aver fatto.</p>
<p>Ma presuppognamo che così sia, ché non intendo di piatir
con voi, che mi vincereste. Dico a rispondere perché io
abbia ciò fatto assai ragion vengon prontissime.
Primieramente se alcuna cosa in alcuna n'è, la qualità delle
novelle l'hanno richesta, le quali se con ragionevole occhio
da intendente persona fian riguardate, assai aperto sarà
conosciuto, se io quelle della lor forma trar non avessi
voluto, altramenti raccontar non poterlo. E se forse pure
alcuna particella è in quella, alcuna paroletta più liberale
che forse a spigolistra donna non si conviene, le quali più
le parole pesan che' fatti e più d'apparer s'ingegnan che
d'esser buone, dico che più non si dee a me esser disdetto
d'averle scritte che generalmente si disdica agli uomini e
alle donne di dir tutto dì ‘foro’ e ‘caviglia’ e ‘mortaio’ e
‘pestello’ e ‘salsiccia’ e ‘mortadello’ , e tutto pien di
simiglianti cose. Sanza che alla mia penna non dee essere
meno d'auttorità conceduta che sia al pennello del
dipintore, il quale senza alcuna riprensione, o almen
giusta, lasciamo stare che egli faccia a san Michele ferire
il serpente con la spada o con la lancia e a san Giorgio il
dragone dove gli piace, ma egli fa Cristo maschio e Eva
femina, e a Lui medesimo, che volle per la salute della
umana generazione sopra la croce morire, quando con un
chiovo e quando con due i piè gli conficca in quella.</p>
<p>Appresso assai ben si può cognoscere queste cose non nella
chiesa, delle cui cose e con animi e con vocaboli
onestissimi si convien dire, quantunque nelle sue istorie
d'altramenti fatte che le scritte da me si truovino assai;
né ancora nelle scuole de' filosofanti dove l'onestà non
meno che in altra parte è richesta, dette sono; né tra
cherici né tra filosofi in alcun luogo ma ne' giardini, in
luogo di sollazzo, tra persone giovani benché mature e non
pieghevoli per novelle, in tempo nel quale andar con le
brache in capo per iscampo di sé era alli più onesti non
disdicevole, dette sono.</p>
<p>Le quali, chenti che elle si sieno, e nuocere e giovar
possono, sì come possono tutte l'altre cose, avendo riguardo
all'ascoltatore. Chi non sa ch'è il vino ottima cosa a'
viventi, secondo Cinciglione e Scolaio e assai altri, e a
colui che ha la febbre è nocivo? direm noi, per ciò che
nuoce a' febricitanti, che sia malvagio? Chi non sa che il
fuoco è utilissimo, anzi necessario a' mortali? direm noi,
per ciò che egli arde le case e le ville e le città, che sia
malvagio? L'arme similmente la salute difendon di coloro che
pacificamente di viver disiderano, e anche uccidon gli
uomini molte volte, non per malizia di loro, ma di coloro
che malvagiamente l'adoperano.</p>
<p>Niuna corrotta mente intese mai sanamente parola: e così
come le oneste a quella non giovano, così quelle che tanto
oneste non sono la ben disposta non posson contaminare, se
non come il loto i solari raggi o le terrene brutture le
bellezze del cielo. Quali libri, quali parole, quali lettere
son più sante, più degne, più reverende che quelle della
divina Scrittura? E sì sono egli stati assai che, quelle
perversamente intendendo, sé e altrui a perdizione hanno
tratto. Ciascuna cosa in se medesima è buona a alcuna cosa,
e male adoperata può essere nociva di molte; e così dico
delle mie novelle. Chi vorrà da quelle malvagio consiglio e
malvagia operazion trarre, elle nol vieteranno a alcuno, se
forse in sé l'hanno, e torte e tirate fieno a averlo: e chi
utilità e frutto ne vorrà, elle nol negheranno, né sarà mai
che altro che utile e oneste sien dette o tenute, se a que'
tempi o a quelle persone si leggeranno per cui e pe' quali
state son raccontate. Chi ha a dir paternostri o a fare il
migliaccio o la torta al suo divoto, lascile stare; elle non
correranno di dietro a niuna a farsi leggere, benché e le
pinzochere altressì dicono e anche fanno delle cosette otta
per vicenda!</p>
<p>Saranno similmente di quelle che diranno qui esserne alcune
che, non essendoci, sarebbe stato assai meglio. Concedasi:
ma io non pote' né doveva scrivere se non le raccontate, e
per ciò esse che le dissero le dovevan dir belle e io
l'avrei scritte belle. Ma se pur prosuppor si volesse che io
fossi stato di quelle e lo 'nventore e lo scrittore, che non
fui, dico che io non mi vergognerei che tutte belle non
fossero, per ciò che maestro alcun non si truova, da Dio in
fuori, che ogni cosa faccia bene e compiutamente; e Carlo
Magno, che fu il primo facitor di paladini, non ne seppe
tanti creare che esso di lor soli potesse fare oste.</p>
<p>Conviene nella moltitudine delle cose diverse qualità di
cose trovarsi. Niun campo fu mai sì ben coltivato, che in
esso o ortica o triboli o alcun pruno non si trovasse
mescolato tra l'erbe migliori. Senza che, a avere a
favellare a semplici giovinette, come voi il più siete,
sciocchezza sarebbe stata l'andar cercando e faticandosi in
trovar cose molte esquisite, e gran cura porre di molto
misuratamente parlare. Tuttavia chi va tra queste leggendo,
lasci star quelle che pungono e quelle che dilettano legga:
elle, per non ingannare alcuna persona, tutte nella fronte
portan segnato quello che esse dentro dal loro seno nascose
tengono.</p>
<p>E ancora, credo, sarà tal che dirà che ce ne son di troppo
lunghe; alle quali ancora dico che chi ha altra cosa a fare,
follia fa a queste leggere, eziandio se brievi fossero. E
come che molto tempo passato sia da poi che io a scriver
cominciai infino a questa ora che io al fine vengo della mia
fatica, non m'è per ciò uscito di mente me avere questo mio
affanno offerto all'oziose e non all'altre: e a chi per
tempo passar legge, niuna cosa puote esser lunga, se ella
quel fa per che egli l'adopera. Le cose brievi si convengon
molto meglio agli studianti, li quali non per passare ma per
utilmente adoperare il tempo faticano, che a voi donne, alle
quali tanto del tempo avanza quanto negli amorosi piaceri
non ispendete. E oltre a questo, per ciò che né a Atene né a
Bologna o a Parigi alcuna di voi non va a studiare, più
distesamente parlar vi si conviene che a quegli che hanno
negli studii gl'ingegni assottigliati.</p>
<p>Né dubito punto che non sien di quelle ancor che diranno le
cose dette esser troppe, piene e di motti e di ciance, e mal
convenirsi a un uomo pesato e grave aver così fattamente
scritto. A queste son io tenuto di render grazie e rendo,
per ciò che da buon zelo movendosi tenere sono della mia
fama. Ma così alla loro opposizion vo' rispondere. Io
confesso d'esser pesato e molte volte de' miei dì essere
stato; e per ciò, parlando a quelle che pesato non m'hanno,
affermo che io non son grave, anzi son io sì lieve, che io
sto a galla nell'acqua; e considerato che le prediche fatte
da' frati per rimorder delle lor colpe gli uomini, il più
oggi piene di motti e di ciance e di scede, estimai che
quegli medesimi non stesser male nelle mie novelle, scritte
per cacciar la malinconia delle femine. Tuttavia, se troppo
per questo ridessero, il lamento di Germia, la passione del
Salvatore e il ramarichio della Magdalena ne le potrà
agevolmente guerire.</p>
<p>E chi starà in pensiero che ancor di quelle non si truovino
che diranno che io abbia mala lingua e velenosa, per ciò che
in alcun luogo scrivo il ver de' frati? A queste che così
diranno si vuol perdonare, per ciò che non è da credere che
altro che giusta cagione le muova, per ciò che i frati son
buone persone e fuggono il disagio per l'amor di Dio e
macinano a raccolta e nol ridicono; e se non che di tutti un
poco vien del caprino, troppo sarebbe più piacevole il piato
loro.</p>
<p>Confesso nondimeno le cose di questo mondo non avere
stabilità alcuna ma sempre essere in mutamento, e così
potrebbe della mia lingua essere intervenuto; la quale, non
credendo io al mio giudicio, il quale a mio potere io fuggo
nelle mie cose, non ha guari mi disse una mia vicina che io
l'aveva la migliore e la più dolce del mondo: e in verità,
quando questo fu, egli erano poche a scrivere delle
soprascritte novelle. E per ciò che animosamente ragionan
quelle cotali, voglio che quello che è detto basti lor per
risposta.</p>
<p>E lasciando omai a ciascheduna e dire e credere come le
pare, tempo è da por fine alle parole, Colui umilmente
ringraziando che dopo sì lunga fatica col suo aiuto n'ha al
disiderato fine condotto. E voi, piacevoli donne, con la sua
grazia in pace vi rimanete, di me ricordandovi, se a alcuna
forse alcuna cosa giova l'averle lette.</p>
<trailer>QUI FINISCE LA DECIMA E ULTIMA GIORNATA DEL LIBRO CHIAMATO DECAMERON COGNOMINATO PRENCIPE GALEOTTO.</trailer>
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</text>
</TEI.2>
