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      <title>Relazione di Francia di Nicolò Foscarini e Lorenzo Tiepolo (1723)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Relazione di Foscarini e Tiepolo">
<opener><salute>Serenissimo Principe, </salute></opener>
<p>Siamo ritornati noi ambasciatori estraordinari di Vostra Serenità 
dal più florido e vigoroso Regno d'Europa, il quale abbiamo ritrovato 
governarsi da un Reggente, il più celebre e memorabile di quanti hanno 
sostenute le veci reali ne' secoli antepassati. Onorati però a rappresentarvi la figura di così cospicua legazione, vi si siamo applicati con 
tutto l'impegno del nostro zelo e delle nostre forze. Era corso lunghissimo tempo da che la Corte di Francia non aveva veduti ministri 
estraordinarii di Vostra Serenità, contandosi per gli ultimi quelli che 
furono destinati a felicitare l'avvenimento alla corona di Lodovico XIV, 
nel qual tempo la prudenza de' maggiori conobbe per necessario il 
guadagnarsi le primizie del genio di così gran Re. Ma per quelle fatali 
vicende, per cui volgonsi le cose umane, è accaduto per strani casi 
che la successione al Regno siasi devoluta per fino alla minorità del 
pronipote. </p>
<p>Tuttoché siano solite le Reggenze di germogliare discordie, era in 
tal quiete quel Regno, ed in tal auge di riputazione, che tratteneva li 
sudditi, e dava dell'agitazione ai vicini ed ai lontani, ancora memori 
della sempre armata potenza del Re defonto. Chiuse questo l'estremo 
periodo de' suoi giorni in una prosperosa decrepità di settantasette anni, 
superati gli esempii de' Re preceduti, e per l'estesa de' confini e per 
quella del vivere. Non vi fu principe al mondo, che meglio s'abbia servito delle sue forze per conquistare, e della prudenza nel dimettere le 
conquiste, sorprendendo l'Olanda, la Spagna e l'Imperio nelle sue 
prodigiose, sollecite esecuzioni di piazze espugnate e vinte e poi in parte 
rilasciate, per avanzare più col mezzo del rilascio, che dell'avanzo. 
E chi ben comparasse li tempi d'azione e di guerra con gli effetti del 
disarmo e delle paci, verrebbe a comprendere che l'avere la Francia ritirati i passi non fu altro che moltiplicarli, per inoltrarsi più forte 
ne' vasti impegni dell'avvenire. </p>
<p>In tal modo, e con arte sì fine di governo, dappoi aver sostenuta 
l'Europa sul braccio per il corso di circa venti anni, nelle due formidabili guerre, ch'ebbero fine nelle famose paci di Nimega e di Resvich, 
puoté riassumere la terza e più feroce di tutte per il corso di dodici anni 
continui, e conseguire l'oggetto tanto tempo innanzi concepito di succedere all'emola Monarchia di Spagna e spogliarne la Casa d'Austria. 
Con tale aumento d'imperio, stringendosi le due reali famiglie di Borbone nel sangue e nelle massime, fanno un aspetto diverso dai tempi 
e generazioni passate e rendono osservabile che una Casa conspiri a 
fare già grande l'altra e lasci nella caligine dell'avvenire l'arcano di 
quei più estesi disegni, de' quali ne appariscono ormai non lievi gl'indizi nell'attuale trattazione di pace a Cambrai. </p>
<p>Se però sino a questo termine può francamente dirsi, che tutte le 
cose riuscissero a quel gran Re prospere e felici, convenne per anche 
ad esso di tollerare il cambiamento di così insolita e rara felicità, in una 
serie lagrimevole di fatali disavventure, quali furono le replicate perdite 
di tante e così importanti battaglie, e di piazze sì riguardevoli, che le 
fecero temere di vedere avanzati li suoi nemici sino nelle viscere della 
Francia. </p>
<p>Funestata finalmente la Reggia con la morte immatura e successiva 
di tanti principi della real famiglia, restò in dubbio se mancasse più 
felice che infelice, com'altresì è certissimo ch'egli con cristianissima 
rassegnazione sopportò colpi tanto gravi e sensibili. Lasciò di sé un 
desiderio non corrispondente alla grandezza delle sue azioni, il quale 
poscia venne abbondantemente risarcito dalle susseguenti emergenze 
che tanto hanno afflitto quel nobilissimo Regno. Sembra che la Casa 
di Borbone sia soggetta al destino delle minorità, imperocché, toltone 
il Re Enrico IV, che fu il primo della stessa che salisse al trono, e può 
giustamente dirsi erede e conquistatore della sua corona, tutti e tre 
gli altri Re sono succeduti al Regno in età minore. Niuna cosa travagliò più ferocemente il Reame di Francia, che l'essere più volte, 
per l'acerba morte dei Re, caduto il dominio in un principe d'età immatura, ed incapace di governarlo, anzi si trova essere avvenuto, per 
aumento di disgrazie, che in questi casi abbondassero sempre internamente genî turbolenti ed amatori di cose nuove; e che al di fuori le 
altre Potenze cercassero, a chi meglio sapeva approfittarsi de' torbidi de' vicini. Sicché unite fatalmente l'intenzioni dei malcontenti 
a quelle degli esterni, ne venivano a seguire perniciosissimi effetti, 
quali erano, nel medesimo tempo, guerre forastiere e civili. Ma questo 
destino ormai familiare alla Francia parve avere cessato dopo essere 
passata la corona nella Casa di Borbone. Il che chiaramente apparisce 
nelle minorità di Lodovico XIII e XIV, nelle quali, punite e estinte 
l'interne dissensioni, sostenne la Francia sanguinosissime guerre straniere, essendone uscita con aumento di riputazione e di Stati, e col 
decoro d'aver sostenuto con l'armi e con il negozio l'onore e l'interesse dei Principi collegati ed amici. </p>
<p>Ora la minorità di Lodovico XV -attuale regnante -non s'è 
accostata alla natura d'alcuna delle passate. Imperocché oppressi e 
come distrutti li grandi ne' Regni antecedenti, e quelli, che in ora 
sussistono, privi essendo dei mezzi e delle qualità che si richiedono 
per le massime imprese, è avvenuto, in tempi forse non meno disposti 
alle turbolenze delli trascorsi, che niuno abbia potuto o saputo prevalersene. E la pace conservata con tutti fuor, che con la Spagna, 
fornisce argomenti alle riflessioni, molto diversi dalle passate memorie. 
Chiusa per tanto la Reggenza così al di dentro, come al di fuori, trovossi 
in piena libertà di prendere quelle misure, che più reputò convenirsi, 
non meno al bene dello Stato, che a sé medesima. Ella però era legata 
nelle sue disposizioni dal testamento e codicillo di Lodovico XIV, il 
quale nell'estesa loro ben diede a conoscere quanto ne apprendesse 
le direzioni e le conseguenze. Qui si comprendono le agitazioni e le 
diffidenze che affliggevano la di lui gran mente. V'instituì un Consiglio; 
ne fissò il numero e le persone, che oltrepassar non potesse quello dei 
sette. Prescrisse il metodo di sostituire in caso di mancanza d'alcuno 
e vietò ogni sorte di mutazione sino che il Re non fosse venuto maggiore. Tutti gli affari della guerra, della pace, delle finanze, le disposizioni delle cariche e dignità così ecclesiastiche che militari, in somma 
ogni cosa, doveva essere intieramente deliberata e disposta dal Consiglio senza che il Duca d'Orleans potesse da sé solo definirla, prevalendo 
però in egual numero il voto di lui. Né lasciogli tampoco autorità alcuna 
sopra gli officiali della Casa del Re, che sottomise all'ubbidienza del 
Duca d'Imena, ed in sua vece del Conte di Tolosa, suoi figli naturali, 
in favore de' quali confermò l'editto da lui già fatto alcuni anni prima, 
che li abilitava alla successione in difetto delle linee legittime. In tal 
modo lasciando al Duca d'Orleans il solo titolo di capo della Reggenza, 
e devolvendo in essa tutta la potestà del Governo, ben facile era a 
comprendersi che il duca, rimastone poco contento, avrebbe tentate tutte 
le vie per farsi dichiarare Reggente assoluto. Portossi pertanto nel 
Parlamento, ove dovevano leggersi il testamento e codicillo del Re 
defonto, e prima maneggiati e guadagnati gli animi di molti che l'appoggiarono, e dette alcune brevi ed accomodate parole, spiegossi in 
quanto alla Reggenza, ch'egli la pretendeva con due titoli, l'uno 
peculiare e tutto suo proprio, come il più prossimo alla Corona; l'altro in 
virtù delle regie disposizioni di Lodovico XIV. Pregare il Parlamento 
di voler avere in considerazione il primo, cioè il dritto suo naturale, 
ed eccitarlo nel medesimo tempo a comunicargli a misura delle esigenze 
li suoi consigli per il bene dello Stato, accertandolo che ne avrebbe 
fatto il caso conveniente. Quindi il Parlamento, in parte superato ed 
in parte allettato, tagliò il testamento e codicillo, ed accordò al Duca 
l'autorità indipendente, come l'avevano goduta le due ultime Regine 
Reggenti. Si vuole che l'abbia indotto a sì grave passo, ed a perdere 
la riverenza dovuta alla memoria di così gran Re, l'animosità, che anzi 
contro al medesimo conservava, per averle egli principalmente levate 
le sue più riguardevoli prerogative, nella fiducia di ricuperarle dalla 
propensione del Duca, in di cui riflesso tanto avea eseguito. Ma ben presto 
ebbe a pentirsene, come esponeremo, mentre gli convenne soffrire una 
più dura legge di prima, e vedersi non solo abbandonato, ma negletto 
e vilipeso. </p>
<p>Questa deliberazione produsse in seguito l'alterazione di tutte le 
cautele e provisioni nel testamento stabilite. Causò l'abbassamento 
o l'allontanamento volontario d'alcuni soggetti destinati al Consiglio 
di Reggenza, e recise tutte le speranze a' ministri della vecchia Corte. 
Il Reggente, o mosso dal fine di farsi delle creature, o da quello più 
precipuo di confondere sotto colore d'un miglior bene tutte le cose, 
creò nuovi separati consigli di guerra, di marina, di finanze, ed altri 
ancora, col motivo che le materie vi venissero sedatamente esaminate, 
e si portassero meglio digerite. Ma dentro lo spazio d'un anno in circa, 
riconosciute per più salutari le massime antecedenti, o soppresse, o lasciò 
languidi ed inoperosi li consigli stessi, riducendo il comando a quell'unità 
ch'è alla Francia sì peculiare e potrebbe ancora giudicarsi al suo 
temperamento giovevole e necessaria. </p>
<p>Attratta dunque a sé la direzione universale delle cose, ne continuò 
tuttavia alcuna comunicazione al Consiglio di Reggenza, sin che 
l'abbate du Bois nel 1717, in considerazione dei suoi servizi, 
com'esprimeva la sua patente, fu ammesso nel Consiglio di Stato, e creato 
segretario di Gabinetto del Re, nelle cui mani è, di là in poi, caduta tutta 
la somma e l'amministrazione degli affari. Esposte le prime vicende 
del nuovo Regno e la costituzione del suo Governo, ora passeremo 
a riferire alcuno de' suoi più rimarcabili avvenimenti, fra i quali ben 
merita luoco principale il risoluto progetto del Lavs, e la fatale sua 
esecuzione a tanti sudditi innocenti. </p>
<p>Dopo la morte di Lodovico XIV, comparvero gli affari delle finanze 
in una positura quasi rovinosa e cadente. Tanti erano li debiti pubblici, 
così di frequente s'eran fatte de' medesimi le diminuzioni, e d'ogni 
sorte de' biglietti, che per avanti, in vece di moneta reale, solevasi 
in quel Regno praticare, era cotanto universalmente da tutti aborrita, 
che la fede reale se ne giaceva meschinamente senza credito, né v'era 
modo di ritrovarsi chi si fidasse di fare imprestiti al Re negli 
urgentissimi suoi bisogni. Giunto però Filippo d'Orleans alla Reggenza, uno 
de' suoi primi pensieri fu di rimettere in credito la fede publica, al qual 
fine niun mezzo riputò più potente, che quello di restituire l'uso de' 
biglietti, in quel tempo miseramente decaduti. Per l'esecuzione di un 
tale consiglio, a cui però non hanno mancate sinistre interpretazioni di 
fini ed oggetti particolari, cioè d'acquistare per sé ricchezze e 
premunirsi per poter accogliere ogni invito della fortuna, fu prescielto in 
ministro quello solo, che n'era stato l'autore. Fu questi il Lavs di nazione 
inglese, che, appunto per giungere alla fine di rimettere il corso de' biglietti 
ha istituito la banca, e poi la compagnia, la quale d'Occidente e del 
Missipì fu nominata, cotanto celebre e strepitosa in tutta l'Europa. 
Di tutte e due noi parleremo con brevità e con chiarezza al possibile 
per renderne una giusta idea, e per iscuoprire nelle medesime l'unico 
e principalissimo scopo a cui furono ordinate. E primieramente siccome 
non era modo di sodisfare in contanti, essendo esausto il pubblico 
erario, alli debiti di Stato di somme importanti e di grandissimo 
numero, così era necessario far valere le monete di carta, cioè i biglietti 
de' quali in ogni tempo se n'era fatto uso utilissimo in quel Regno. 
Ma si come, dopo la morte di Lodovico XIV, erano in sommo discredito 
quelli che sin allora si erano praticati, così Lavs reputò 
necessario di proporre un nuovo sistema d'altri nell'erezione d'una 
gran banca. </p>
<p>A questa non volle egli con somma sagacità dare ne' di lei 
principî per fondamento la fede pubblica o regale, per li molti debiti 
discreditata, ma la divulgò appoggiata ad una compagnia potente detta del 
Missipì, che avrebbe un fondo bastevole per corrispondere ai 
particolari le somme, che vi avessero depositate. Furono le apparenze così 
luminose, ed ogni cosa fu creduta così ben stabilita, che a poco a poco, 
vinta la diffidenza di molti, fu tratta la credulità universale di tutti. 
Per istabilire dunque la banca, furono in primo luogo scielte alcune 
persone, le quali con le loro facoltà ne facessero un fondo di sei milioni 
di franchi, e colle prerogative del loro merito accreditassero tuttociò 
che si operava. Indi si ordinò, che i biglietti fossero pagati in contanti 
senza portare interesse di sorta, a quelli però solamente che avevano 
titolo dal giorno in cui la nuova banca fu stabilita. Emanarono in 
appresso alcuni editti del Re, in vigore de' quali si permetteva alle 
provincie di poter sodisfare per mezzo di questa carta alle loro 
imposizioni, conferendola nel regio erario, in luogo di vivo danaro, siccome 
anco il Re pagava in tal modo li suoi creditori. Si osservò finalmente 
la pontualità della banca, la quale per un anno intiero non aveva mai 
mancato, né traboccato un sol momento, sodisfacendo anco a quelli, 
che dei biglietti ricevuti da pubblici cassieri, per motivo di poca fede, 
se ne erano privati. Tutte queste provisioni, alle quali corrispondevano 
vantaggi manifesti, accrebbero di tal maniera il credito della banca, 
che principiarono a persuadersi li più increduli, là onde, ogni qualvolta 
correva voce di ridurre le monete, ch'erano ascese molto più del dovere, 
era stupore il vedere la gran folla di gente che portava alla banca il 
proprio argento, ricevendo a proporzione altrettanti biglietti, per 
evitare il danno della diminuzione delle monete stesse. Ma il numero de' 
biglietti s'era a dismisura moltiplicato, essendo ormai l'unico mezzo, 
con cui da' privati si facevano li pagamenti alla Corona, e da questa 
similmente veniva loro corrisposto. Quindi si vide il Lavs naturalmente 
condotto al primo fine, ch'ebbe sin dall'istituzione del progetto, di far 
dichiarare la banca regale, e sotto la protezione del Re. Così fu fatto 
con pubblico decreto, ed in circostanze tali, che tutti lo desideravano 
e lo esigevano, riflettendo, che supposto il cumulo quasi immenso dei 
biglietti, sin allora per il Regno dispersi, v'era precisa necessità, che non 
avesse mano in questo grande affare solamente un uomo privato, quale 
era il Lavs, ma che il Re medesimo se ne facesse garante. In conformità 
di che emanarono ben tosto molti e varî editti, per li quali si proibiva 
l'uso dell'oro, e solo in pezze di venti soldi ed in altre più minute si 
permetteva quello dell'argento. Si comandava agli amministratori delle 
regie entrate di pagar unicamente in biglietti, e si concedeva a questa sorta 
di pagamento il vantaggio di 5, poi di 10, e per sino di 20 per cento, 
ed erano obligati li publici nodari di riceverli per sé ancora in stipendio 
degli atti che notavano. Ma, ad estendere il commercio di questa carta, 
valse l'obbligazione ingionta ai creditori privati di doverla accettare 
a proprio risarcimento. La quale permissione fu avidamente ricevuta 
e posta in uso da tutti quelli ch'erano aggravati di debiti, preferendo 
di buon grado l'esborso de' biglietti a quello del soldo reale, le cui 
specie in quei tempi erano artificiosamente tenute in un continuo moto 
d'alterazione e accrescimento. Anzi vi fu un tempo nel quale molti, 
che di tutto ciò che s'operava erano diffidenti, furono costretti di 
perdere 5 per 100 comprando biglietti alla banca per sodisfare a' 
creditori, ch'esigevano il suo, e solo in biglietti 10 volevano sodisfatto. 
Delle quali cose ben comprese, resta dimostrato con quali artificî, con quali 
lusinghe, e con quanta forza, fossero rimessi in fiore per mezzo della 
nuova banca, i biglietti di Stato, che in principio della Reggenza erano 
da tutti universalmente negletti ed aborriti. </p>
<p>Ora passeremo alla descrizione della compagnia dell'Occidente, o 
sia del Missipì, che anco metterà in giorno più chiaro l'affare della banca 
a cui la compagnia fu sempre unita, e farà intieramente scuoprire 
tutta la vastità del mistero. Appena ebbe Lavs stabilita la sua banca, 
che formò la Compagnia suddetta, la quale a condizione d'alcuni 
privilegi, ch'il Re le accordasse, s'obbligava di sodisfare appieno un 
centinaio di milioni di biglietti di Stato, che allora rendevano 60 per 100, 
ed erano quelli fatti sotto Lodovico XIV. Per ciò eseguire, formò egli 
ducento mille azioni, che davano diritto di partecipare dell'utile di detta 
Compagnia, ciascuna di 500 franchi, da pagarsi in biglietti di Stato, 
le quali ben presto furono comprate principalmente da principi e 
signori privati, a' quali Lavs volle far distinzione e piacere. Giacque 
sopito l'affare di questa compagnia molti mesi, così volendo l'istesso 
Lavs sino che, avendo egli assicurato lo stabilimento della sua banca, 
e per essa ritrovandosi padrone di tanta somma d'oro dello Stato, 
incominciò a promuovere con calore il suo Missipì, con far ricomprare 
sotto mano le azioni, che di già aveva vendute, della Compagnia. Poco 
tempo vi volle, ch'esse montassero a 900 per 100. Osservato dunque 
un incaminamento così favorevole delle prime azioni, ottenne sotto 
pretesto di voler unire questa nuova Compagnia a quella dell'Indie, 
di moltiplicarne altre 50 mila, che ordinò fussero vendute 530 franchi 
l'una, a differenza delle prime, che non costavano che 500, e queste 
in biglietti di Stato. Tra pochi giorni, a cagione del prodigioso concorso de' sottoscrittori, fu bisogno di formarne altre 50 mila, con nuovo 
prescritto, che niuno sarebbe ammesso a ricevere le nuove azioni, se 
non presentasse in altrettante vecchie azioni la quarta parte del fondo 
che volesse impiegare nell'acquisto delle nuove. Noi qui considereremo 
non senza meraviglia, com'essendo sinora state formate in tre volte 300 
mila azioni, ed esse a 900 per 100, montando alla somma di mille cinquecento e cinquanta milioni, a niuno sia caduto in pensiero per motivo 
di buona prudenza, e di giusta cautela, come e d'onde il Lavs avesse 
tanto fondo per sostenere in un piede sì alto le sue azioni. Anzi divulgatasi la fama per tutto il Regno delle fortune grandi fatte dagli azionari, fu di nuovo assediato da un numero infinito di persone d'ogni 
stato e condizione, che ad ogni costo volevano delle azioni, alle quali, 
dopo di averle trattenute, ora con lusinghe ed ora con rifiuti, mostrò 
finalmente di condiscendere quasi per forza, per farne grazia. Per lo 
che, avendo di nuovo ottenuto dal Re, che per anni 60, la compagnia 
dell'Indie restasse unita alla sua dell'Occidente, o Missipì, creò 100 mila 
azioni, sul piede di 5 mila franchi per ciascheduna, che dovevano pagarsi in dieci mesi, a ragione di 500 per mese. Né qui si diede fine al moltiplico delle azioni, che tra poco tempo se ne formarono due altre creazioni, l'una e l'altra egualmente di 100 mila; in tanta riputazione 
erano esse pervenute, ed in tanto numero erano cresciuti li sottoscrittori. Ora è facile di comprendere le somme immense di danaro che si 
trasse nella vendita d'un numero così grande d'azioni, delle quali, 
mentre facevano sin più di mille per 100, sbrigarsi con precipizio e poi 
senza dilazione di tempo le fece abbassare di 400 ed anco di 500 per cento; 
dal quale improviso operare ne trasse due effetti a' quali unicamente 
avea aspirato; l'uno d'obbligare li azionari di tenere le sue azioni per 
non venderle in tempo di tale diminuzione, l'altro di levare sollecitamente dalla banca tutto l'oro ed argento, che negli ultimi mesi fu portato in gran quantità, rimettendo tanti biglietti in sua vece. </p>
<p>Con tutto che ormai trapelasse qualche barlume del gravissimo inganno, che sin allora aveva tenuto in abbaglio le menti quasi d'un mondo 
intiero, nulla di meno si continuò nell'operare con la forza degli editti, 
per condurre i Francesi a fare tutto il loro commercio in carta. Molte 
però furono in tali occasioni le ordinazioni del Re, nelle quali si prescriveva, che in avvenire la sola Compagnia delle Indie facesse il commercio delle azioni, che fosse sbandito l'oro e l'argento da ogni sorte 
di traffico, che niun pagamento eccedente la picciola summa di 20 franchi si facesse che in moneta di carta, che non si tenesse in casa più di 
500 franchi di moneta, soggettando tutti alle visite ed alle confiscazioni, se fossero ritrovati disobedienti, e si aggiunse finalmente un altro 
editto, per cui furono alzate le monete correnti ad un terzo di più del 
suo vero valore, per necessitare tanto più gli uomini a conservare li 
biglietti, e valersi de' medesimi nel comune commercio. Ecco adunque 
ognuno privo dell'oro ed argento, perché portato alla banca, e ripieno 
in concambio de' biglietti, li quali poi, per dar fine all'esterminio sino 
a questo punto condotto, (non trovandosi altro mezzo) furono con l'uso 
di violenti arbitrî, e di mendicati pretesti ridotti a poco, e per fino 
al niente. Per ciò eseguire si venne al ripiego delle liquidazioni, nelle 
quali si annientarono tutti quei biglietti, che senza danaro reale, e 
senza vendita di fondo si ritrovarono acquistati, e quegli stessi che si 
trovarono di tale natura furono diminuiti pur essi e ridotti a poco, 
secondo molti altri esami che si facevano della quantità e della qualità 
de' fondi e di guadagni sin'allora fatti, o di altre circostanze meditate 
per ridurre a poca quantità il numero prodigioso de' biglietti rilasciati, 
di modo che al nostro partire erano in un totale discredito anco li liquidati, mentre tutti gli altri si consideravano come perduti. Di tutto 
ciò facevasi poco conto dalla Corte, che rifletteva rispetto alla Corona 
esserle riuscita l'esecuzione del progetto di massima utilità, e che quello 
a molti s'era levato, negli altri essendosi trasfuso, sussisteva nel complesso del Regno l'istesso vigore di prima. In fatti si sono, col mezzo 
dell'arbitrarie universali liquidazioni e detrazioni, diminuiti a milioni 
li debiti della Corona in biglietti di Stato nel Regno antecedente contratti e calcolavansi entrati nel regio erario l'anno 1721 cento e ottantacinque milioni di rendita. </p>
<p>Esposta in tal modo la serie di sì grave materia, aggiungeremo solo 
due cose di necessaria considerazione, che toccò sofferire al Parlamento 
con preteso pregiudizio de' suoi dritti, e con disprezzo del suo credito 
in relazione della banca e compagnia sudetta. Diremo in primo luogo 
che svelato in parte l'inganno, fu costretto Lavs di far dispensare alla 
banca alcune monete, per acquietare al possibile i strepiti della gente, 
che sempre si facevano maggiori, e tanto fu il concorso e la calca del 
popolo desideroso di godere del benefizio delle monete che si dispensavano, che cinque o sei persone restarono estinte. Allora fu, che insorto 
precipitoso tumulto, furono portati i cadaveri alla Corte del Louvre, 
ed inseguito il Lavs, che, trattosi dal pericolo, fu obligato di fuggire 
da Parigi per salvarsi. </p>
<p>Ma era argomento di temere cose maggiori, se vi fusse stato alcun 
principe del sangue d'animo di tentarle. Per lo che dubitando il Reggente, che il Parlamento, il quale già apertamente reclamava contro 
le direzioni sudette, potesse in tal caso dichiarare il Re fuori di minorità, lo confinò, se bene sotto colore d'altri motivi, a Pontoise, dove 
per qualche tempo fu trattenuto. Vennero in oltre con sensibile disprezzo 
rigettate alcune rimostranze, che in occasione di due regî editti furono 
dal Parlamento stesso al Re presentate, secondo l'antico costume, che 
professava sempre mai dal principio di quella Monarchia osservato. 
Alli 17 d'aprile 1720 e 27 giugno dell'istesso anno, rimostrò esso con 
differenti scritture gl'inconvenienti gravissimi, che sarebbero insorti 
dalle esecuzioni degl'editti, che ordinavano la conversione di tutte 
le fortune de' privati in carta, e la rifusione generale delle monete 
con intollerabile accrescimento delle medesime. Con tutto che vi fossero 
ben esposti gl'iminenti mali, che certamente sarebbero cagionati da 
editti di tale natura, cioè l'impoverimento de' sudditi, la desolazione 
della città, l'impossibilità delle Colonie, il crollo del commercio, la 
distruzione delle manifatture, d'ogni arte anche ingenua e liberale; 
ed infine, per quanto appartiene all'augumento delle monete, quantunque si notassero sotto gli occhi i funesti eventi, che si videro 
l'anno 1298 sotto Filippo il Bello; l'anno 1356 sotto Carlo V, e l'anno 1420 
sotto Carlo VII, niun riflesso si fece di tali rimostranze, anzi fu significato a nome del Re la poca sodisfazione, che aveva di simile condotta, 
che arrogavasi il Parlamento. </p>
<p>Per lo che fu questi obligato di far vedere il dritto di cui godeva, 
di fare le sue rimostranze ogni qualvolta ritrovasse nell'esame degli 
editti qualche cosa di pernizioso agl'interessi del Regno e dello Stato, 
richiamando gli esempî illustri di Lodovico il Giusto, di Carlo il Savio, 
di Luigi XI, di Francesco I, d'Enrico IV, che avevano rivocati o 
modificati gli editti loro e recentemente del medesimo Duca Reggente, il 
quale, più di tutti persuaso delle ragioni del Parlamento, erasi espresso 
più volte in favore del medesimo, allora quando per lui solo fu dichiarato il dritto della Reggenza contro la disposizione di Lodovico XIV, 
ma tuttavia niente valse per trattenere il corso alle così intraprese, che 
furono continuate sino al compimento dei concepiti disegni. </p>
<p>Non minore, e forse più pericoloso, sconcerto avrebbero prodotto 
le controversie di religione, se l'autorità della Corte, vigorosamente 
esercitata, non avesse finalmente trattenuto l'ardore degli animi e l'animosità dei partiti. Ma come quello, che non è arrivato potrebbe un 
giorno sopravvenire, così ne faremo un breve cenno alla Serenità Vostra. 
La bolla <hi rend="italic">unigenitus</hi> di Clemente XI, per cui occasione sono nati nella 
Chiesa di Francia e tuttavia seguono gravissimi tumulti e sconcerti, 
con risentimento universale di tutta la Chiesa di Dio, comprende cent'una proposizioni con varie sorti di censure proscritte e condannate, 
le quali versano sopra varie materie di dogma e di disciplina, ma particolarmente sopra quelle, che strepito non minore vi cagionarono in 
riguardo alle cinque proposizioni di Giansenio. Sono esse estratte da 
un libro di riflessioni morali sopra il nuovo testamento, composte da 
Pascasio Quesnel, primo prete della congregazione dell'Oratorio di Gesù, 
dalla quale poi uscitone, sdegnando di sottoscrivere ad una certa formula 
dal suo superiore proposta a fine di purgare li studi della congregazione 
dal fermento gianseniano, si rese sempre più sospetto per l'amicizia 
indivisa di Arnaldo, allora, per i medesimi motivi di Giansenismo, 
dalla Francia relegato, e per vari scritti da esso pubblicati in favore 
del vescovo di Sebasti, vicario apostolico in Olanda, dal Pontefice 
della sua dignità deposto, ed in difesa del libro di Giansenio contro una 
bolla di fresco emanata di Clemente medesimo. Con tutto che le predette riflessioni del Quesnel ebbero nel suo comparire alcuni vescovi 
approvatori e massimamente Lodovico Antonio cardinal di Noalles 
arcivescovo di Parigi, v'incontrarono anco degl'inimici, e tra questi 
i religiosi della Compagnia di Gesù, che le publicorono ripiene degli 
errori condannati di Giansenio, persuasero alcuni vescovi alla condanna 
delle medesime, ed ottennero un breve condannatorio di Clemente XI. 
Seguì in appresso un'altra denoncia più strepitosa del medesimo libro, 
che si fece nelle forme al supremo tribunale del Pontefice, con una serie 
di molte proposizioni estratte, e giudicate degne di censura, le quali 
poste in esame in una congregazione di due cardinali e dodici censori , 
restarono proscritte, e come tali a tutta la Chiesa proposte nella bolla, 
che <hi rend="italic">unigenitus</hi> volgarmente si appella. </p>
<p>Recata essa in Francia per essere nelle forme solenni accettata, 
non ottenne il Pontefice quel buon effetto ch'egli sperava, perché in 
tre classi si divisero, ed ancora si mantengono divisi i vescovi, e con 
essi loro i preti del secondo ordine. </p>
<p>La prima classe è formata di quelli che l'accettarono semplicemente, 
credendo giustamente condannate le proposizioni nel senso naturale 
e primiero, che rileva chiunque le legge. La seconda è di quelli, che solo 
si soggettarono alla condanna relativamente ad alcune esplicazioni da 
loro date; e la terza d'altri, che hanno rigettato di riceverla, interposto 
però l'appello al futuro Concilio. </p>
<p>Di tutti e tre pertanto questi partiti solamente il primo ha prestata 
quell'ubbidienza, che dal Pontefice si esige, e non solo il terzo degli 
appellanti, ma anco il secondo degli accettanti, con esplicazioni s'oppongono manifestamente all'autorità ed all'intenzione di esso. Né il 
motivo d'impegni così fervidi è solamente quello, che si lusingavano 
i due ultimi partiti d'avere nelle proposizioni medesime, da loro stimate 
men degne di così acerbe censure, ma pretendono in oltre di non esser 
obligati alla soggezione che si desidera, per l'irregolarità del giudizio 
emanato, e per la lesione che fatta credono alla libertà della Chiesa 
Gallicana. </p>
<p>Danno ad intendere l'irregolarità del giudizio, perché dovea discutersi in prima istanza la causa del Quesnel dalli vescovi di Francia, 
e non mai dal tribunale di Roma, perché la medesima è stata giudicata privatamente contro il tenore de' canoni, e perché all'autore del 
libro non è stato permesso di farsi intendere, come egli avea ricercato. 
Vorrebbono poi persuadere offese per essa costituzione le libertà gallicane, per diversi motivi, che ritraggono dall'espressione d'assoluto comando, dalla menzione d'alcuni decreti non mai dal Parlamento accettati, dalla condanna autoritativa di tutti li libri scritti e che si scrivessero sopra tale materia, dalla pena della scomunica appostavi, e 
finalmente dall'avvilimento dell'autorità de' vescovi da Dio messi nella 
sua Chiesa per reggerla e governarla. </p>
<p>Quindi è naturale però il riflettere, che li gravissimi sconcerti, che 
lacerano la sacra veste di Cristo e della Chiesa sua sposa, cagionati 
dall'opposizioni sudette, riusciranno sempre difficilissimi a superarsi. 
Frattanto dell'autorità regale varie sono state le condotte. </p>
<p>Luigi XIV, sì come con tutto l'impegno l'aveva presa contro li 
difensori della dottrina di Giansenio, e dell'autore medesimo così con 
egual ardore vi protesse la condanna delle nuove proposizioni, dichiarate per la maggior parte di gianseniano essere condannate. </p>
<p>Averebbesi potuto sperare dalla di lui attenzione la pace della 
Chiesa, che per la di lui morte per anco non si gode. </p>
<p>Imperocché il Reggente ne' primi anni del suo incarico, ritirato 
almeno il braccio della regia autorità, lasciò ogni cosa in balìa del Clero, 
che per ciò, spento ogni timore, si commosse sempre più contro la costituzione. </p>
<p>Allora fu, che furiosamente appellarono al futuro Concilio molte 
comunità regolari e secolari, e l'Università di Parigi, giustificando 
con pubblici scritti le loro risoluzioni. Non vi corse gran tempo che il 
Reggente cangiò di stile, rivoltando con l'opera del cardinal du Bois 
tutti li suoi sforzi a favor della bolla, che vuole eseguita. Vi sono però 
editti, che impongono silenzio ed inibiscono ogni sorte di scritto o di 
pubblica controversia. Si fanno rigorosissime esecuzioni contro li disobedienti. Si propone a' vescovi e ad altri prelati ecclesiastici di nuovo 
eletti l'accettazione e si obligano le comunità regolari a non eleggere 
superiori, che alla costituzione non si siano assoggettati. Potrebbesi 
confidare a riguardo di tutto ciò il buon effetto, che si pretende, se bene 
il medesimo spirito d'opposizione, che conserva al di dentro un tanto 
numero di malcontenti, reca ragionevole motivo di prevedere nell'avvenire forse maggiori movimenti. </p>
<p>Se gli affari delle finanze e quelli della religione erano in tanto 
sconcerto, anco ne' corpi più riguardevoli s'introddusse la dissensione. 
Insorse una disputa tra li Duchi ed il Parlamento, pretendendo 
quelli che il primo presidente dovesse levarsi la beretta nel dimandar 
loro li suffraggi, ed un'altra questione fecero nascer li Duchi medesimi 
tra essi e la nobiltà nel voler formare un corpo da quella separato, e 
godere titolo e trattamento distinto sino nelle lettere e nelle pubbliche 
patenti. Né la Corte curavasi di conciliare queste discrepanze, le quali 
forse non mal volentieri ella vedeva suscitate, riponendo anco nella 
diffidenza tra corpi così cospicui la più facile esecuzione de' proprî 
consigli. </p>
<p>Sopra tutto poi grave e che poteva riuscire ferace di moleste conseguenze, se li tempi e gli uomini presenti si fossero incontrati consimili 
alli trascorsi, fu la querela tra' principi del sangue legitimi, e li naturali legitimati di Luigi XIV da lui dichiarati capaci della successione 
alla Corona. Il Duca di Borbone, animato contro quello d'Umena 
per motivi d'alcune particolari controversie, pose in campo l'esclusione 
de' Principi naturali dal diritto della successione, anco in caso, che le 
linee de' legittimi fossero venute a mancare. Unitisi questi fra di loro 
supplicarono con un memoriale la Maestà Sua di niente decidere nel tempo 
della minorità, e di non prononciare sentenza intorno alla successione 
della Corona, avanti che li Stati del Regno, legitimamente radunati, 
avessero deliberato su l'interesse, che la Nazione poteva avere nell'editto di luglio 1714, in loro favore emanato, e se gli era utile e 
avantagioso il dimandarne la rivocazione. Vi aggionsero una protestazione 
in atti di nodaro con la ricerca che fusse registrata nel Parlamento. 
Il Re non vi assentì, complendo allora al Duca Reggente la buona 
intelligenza con quello di Borbone e però rispose, che a lui non aspettava la decisione. </p>
<p>In conseguenza dichiarò in uno suo editto, che dalla disposizione 
di Lodovico XIV nasceva divisione tra principi legitimi e legitimati, 
e convenirsi d'estinguerla nella sua nascita. Che se mancassero le 
linee legitime, toccarebbe alla Nazione di provedervi con la saviezza della sua scielta; e poiché le leggi fondamentali del Regno 
costituiscono il Re nella felice impotenza d'alienare il dominio della 
Corona, egli pure facevasi una gloria di riconoscere che si trovava 
ancora men libero a disponere della Corona medesima; che per tanto 
rinovava in favore della Nazione un editto, sopra cui non fu consultata; non riconoscere per principi del suo sangue che li legitimi, 
e conservare agli altri in riguardo del possesso gli onori sin allora 
goduti, riservandosi di spiegare le sue intenzioni intorno al 
Principe di Dombes, ed al Conte d'Eu, figliuoli del Duca d'Umena, quando 
fossero arrivati all'età d'entrare nel Parlamento. Successe indi a poco 
tempo che caduto in suspizione il medesimo Duca d'Umena, a causa 
delle ben note emergenze col Re Cattolico nella scoperta cospirazione, 
fosse egli esiliato dalla Corte unitamente colla moglie, e spogliato pure 
di tutti quegli onori, che come s'è detto di sopra, se gli erano riservati, e di quello principalissimo ancora di presiedere all'educazione e 
sicurezza del Re, a cui subentrò l'emolo Duca di Borbone, che vi aspirava con molto ardore. Per il quale avvenimento noi non abbiamo 
potuto praticare col Duca d'Umena le visite consuete, che però eseguimmo col fratello Conte di Tolosa, da cui ci vennero, secondo il costume, ricambiate. Principe ch'è molto stimato per la capacità, saviezza, e moderazione dell'anima, col mezzo delle quali si è conservata 
la benevolenza e considerazione del Duca Reggente. </p>
<p>È Filippo Duca d'Orleans d'anni quarantanove, reggente di sì gran 
Monarchia, figlio di Filippo d'Orleans, fratello del Re defunto. 
Visse molt'anni dell'età sua più da privato che da principe, nel 
corso de' quali non venne impiegato dal Re negli offizii della Corona, 
e nelle guerre straniere. Ebbe però largo campo d'applicare alle scienze 
ed alli studii, con sì abbondante profitto, che giustamente si è acquistata la fama di essere uno dei più eruditi ed illuminati principi dell'Europa. Possiede una così universale cognizione delle cose ed una 
facondia così nobile e naturale nell'esponerle, che non vi è persona, 
che a lui s'accosti, che non ne parta con meraviglia. Aggiunge poi all'efficacia delle sue parole una grazia e vivacità mirabile nell'esprimerle. Finalmente adoperato dal Re all'occasione di alcune guerre, 
e principalmente nell'ultima, diede ben pieni saggi di sé medesimo. 
Sono noti e presenti alla felice memoria di Vostre Eccellenze li dissapori e sospetti professati dal Re Filippo contro la di lui persona, allora 
che comandava le regie truppe nella Catalogna, la semente de' quali 
ha generati così infausti germogli negli anni della Reggenza. </p>
<p>Gl'esordî di questa furono al di lui nome, ed alla espettazione che 
se n'era concepita assai fortunati. </p>
<p>Vi contribuì non poco la dolcezza delle di lui maniere, la facilità e 
la prontezza nel beneficare, e la speranza, che s'era diffusa ne' popoli 
afflitti, d'essere sollevati da qualche parte de' pesi immensi che toleravano. Ma l'esperienza avendo fatto conoscere diversamente, anzi 
essendosi accresciute e moltiplicate le calamità, li giudizî si sono ben 
presto in di lui disavantaggio cangiati. </p>
<p>Negli affari di Stato il comune parere lo fa espertissimo, se bene è 
lontano dall'ostentazione di comparirvi. Quanta sia la secretezza di 
lui in custodire li proprî pensieri, e quanta la sollecitudine in darvi 
esecuzione, s'è potuto più volte conoscere, mentre per i soli effetti 
si sono manifestate le sue deliberazioni, e se n'è veduto il compimento, 
prima di scuoprirsene l'intenzione. </p>
<p>Essendo però egli pure inclinato al divertimento ed amante delle 
distrazioni, l'abitudine delle medesime fece attribuire una gran parte 
almeno dell'esecuzione alla condotta del cardinale. Con tutto ciò pretendevasi da molti che il Duca, dotato di finissimo intendimento, servendo ai tempi, ed alle congiunture non troppo felici, cercasse per tal 
via di far cadere sopra il cardinale la disapprovazione di molti non 
grati avvenimenti. Se li danni immensi sofferti dalla Nazione nell'esorbitante rialzamento delle monete, e quelli infinitamente maggiori universalmente inferiti nell'adempimento del progetto tanto detestato del 
Lavs, e la guerra intrapresa contro il Re Filippo non avessero eccitate 
le lamentazioni de' popoli oppressi, e le mormorazioni relative alli di 
lui fini tante volte diversi, potrebbe dirsi giustamente, che l'egregie 
sue virtù, le quali lo rendono capacissimo a reggere utilmente e lodevolmente lo Stato, le avrebbero conciliato l'amore e l'estimazione 
de' sudditi e de' vicini, e l'applauso di tutta l'Europa. </p>
<p>Ha questo principe cinque figli legittimi, cioè un maschio e quattro femmine, e tre figli naturali. </p>
<p>Il Duca di Chartres, primo figlio legitimo, trovasi vicino all'età di 
venti anni. In stagione ancora immatura, e senza aver data alcuna 
prova di sé medesimo, non somministra argomento onde poter formarne 
un sicuro giudizio. La di lui complessione non è molto vigorosa. Per altro 
congionge ad un'aria assai nobile e dolce, uno spirito conveniente, 
che sempre va acquistando cognizione degli affari, mentre è ammesso 
nel Consiglio della Reggenza. Gode l'illustre posto di luogotenente generale d'Infanteria, altre volte soppresso, a causa della soverchia autorità di cui era illustrato. Quando mai venisse a vacare il trono reale, 
egli, dopo il padre, diverrebbe il più prossimo successore della Corona. </p>
<p>Il Duca Reggente non mostrava alcuna disposizione di maritarlo, 
ascoltando e lasciando cadere varii partiti, il che come suole succedere 
a tutte le azioni de' principi, forniva argomento a' discorsi ed alle 
interpretazioni. </p>
<p>La prima figlia legitima è abbadessa di Chelles; la seconda è moglie del 
principe erede di Modena; la terza d'anni diciannove trovasi in Spagna 
destinata in moglie al principe d'Asturias; e la quarta d'anni nove è 
stabilita in isposa dell'infante don Carlo, che non ha più d'anni sette. </p>
<p>Succede il primo tra' figli naturali, ch'è il cavalier d'Orleans legitimato, a cui il padre ha conferito il cospicuo impiego di capitan generale delle Galere, ed il titolo illustre di Gran Priore di Francia. </p>
<p>Il secondo è l'abbate di Sant'Albin, che non è legitimato. Egli è 
abbate e vescovo di Langres, è però duca e pari di Francia, e le 
viene permesso l'uso dell'armi di Borbone. La figlia è maritata col 
signor di Segur, che è di cospicua famiglia, e che ha conseguito in dote, 
oltre molto dinaro, un considerabile governo. </p>
<p>Noi dispensandoci di esporre l'indole, e le particolarità d'alcuni 
altri principi del sangue, come quelli che non hanno né sono per avere 
ingerenza alcuna nel Governo, ci restringeremo a fare alcun cenno intorno al Duca di Borbone, ed al Conte di Clemont di lui fratello minore, 
come personaggi che sono in molta figura, e possono rappresentarla 
ancora più distinta in quella gran Corte. 
Deriva il Duca di Borbone dalla cospicua famiglia di Condé, che 
ha prodotti alla Francia principi tanto rinomati, e che ebbero parte 
così principale nelle varie fluttuazioni, che agitarono quella Corona 
ne' tempi passati. </p>
<p>Ebbe più egli in pensiero di segnalarsi con qualche illustre azione 
nel tempo della Reggenza. Ma, o sia, che gli abbino mancate le aderenze e la riputazione de' suoi maggiori, o che essi avessero animo se 
non più forte, almeno più costante, e migliori opportunità, non corrispose all'espettazione che se n'era concepita, né al desiderio suo proprio. Come però il di lui spirito è portato alla risoluzione, ed alla resistenza, così non ha lasciato di prodursi con franchezza e vigore in varii 
incontri, affettando di proteggere ora le rimostranze de' Parlamenti, 
ora li clamori de' popoli. Disapprovò similmente con libertà de' concetti l'allontanamento del maresciallo di Villaroj, e sopra tutto l'elevazione del cardinale al posto tanto ambito di primo ministro, opponendovisi nel Consiglio, e con vive considerazioni al Reggente medesimo. Erasi in tal modo costituito in grado di rendersi rispettabile, 
ma essendosi poi potuto condurre nell'assenso delle risoluzioni, che si 
sono prese, dall'autorità del Reggente, ed industria del cardinale, col 
mezzo delle beneficenze, e con quello più potente delle sue inclinazioni, 
dalle quali era fortemente dominato, ne derivò ch'egli si ritirasse altrettanto subitamente da quelle dichiarazioni ed impegni, ne' quali 
con molto ardore erasi prima avanzato, dalla quale direzione altro non 
riportò finalmente, che di scuoprirsi alieno d'animo ed irresoluto 
ne' suoi consigli. E però non era né temuto, né amato. All'incontro 
il fratello Conte di Clermont, se bene in età assai tenera, e coetanea 
a quella del Re, possede uno spirito più temperato e prudente. Affabile di tratto ed insinuante nelle sue maniere, si concilia universale 
l'applauso. È dotato di mente pronta e vivace. Pensa e parla aggiustatamente e si produce con molta grazia nelle sue azioni. Rivoltosi verso 
di lui il genio reale, sa tenerlo fermo nella sua inclinazione, e però li 
venivano fatti li più fausti presagi ed ognuno facevasi uno studio particolare di coltivarlo. Questa regia volontà così ben portata verso di lui 
introdusse non lieve agitazione nel cuore del Reggente e del cardinale, 
dubitando essi, che il Duca di Borbone possa un giorno pervenire con 
l'opera di lui a quei fini, che non ha mai intieramente rinonciati. </p>
<p>Erano però consigliati di richiamare il ministro predetto ed il 
Duca d'Umena, ed unendosi ad essi, tentare di far contrapunto, ma il 
poco che si potevano fidare di persone così maltrattate, e sì esacerbate, 
li persuase a soffrire l'apprensione dell'avvenire, e rivogliersi ad altri 
mezzi, per non arrischiarsi al risentimento del genio sensitivo del 
Duca d'Umena, ed all'elatezza invincibile del ministro. Per verità non 
si era meditato di espellerlo assolutamente dal fianco di Sua Maestà, ben sì, 
essendosi dubitato che egli trattasse seco delle direzioni della Reggenza, con discredito e disapprovazione, per le notizie che già si tenevano, che le censurasse liberamente ne' suoi giornalieri discorsi, studiavasi di guadagnarlo. </p>
<p>Insorte però, in un incontro tra esso ed il cardinale, alcune parole 
assai risentite, questo cercò poscia di riconciliarsi con lui. Le fece per 
tanto esibire di far creare uno de' suoi figli cardinale e l'altro ministro 
di Francia. Ma fattogli rispondere dal ministro che la sua casa, avvezza 
a ricevere i regî favori, non curavasi d'ottenerli dall'abbate du Bois, 
ciò diede l'ultima mano alla di lui espulsione, non sperandosi da lui 
il bene, e temendosi il male. </p>
<p>La susseguente repentina risoluzione del vescovo di Frejus, precettore di Sua Maestà, di fuggire come dalla Corte, alla quale, con la sola 
dilazione di un giorno si è poi, per regio comando e con inaspettata 
prontezza, restituito, lascia tuttavia incerti gli animi del motivo che 
l'abbia indotto a passo così risoluto. Se veramente ne ha avuto, conviene che fusse di natura molto delicata, quando non ha cercato di 
palesarlo per espurgarsi dalla nota di soverchia timidità ed inconsideratezza. Dopo il di lui ritorno, conosciutosi da lui e dal cardinale il 
bisogno che potevano avere l'uno dell'altro, parve che si fosse introdotto tra essi un qualche sincero accomodamento. </p>
<p>È Guglielmo cardinale du Bois d'anni sessantaquattro, oriundo di 
mediocri natali, né ebbe altro uffizio che di sotto precettore del Duca 
d'Orleans Reggente. Venne adoperato dal Re defonto appresso del 
Duca stesso per indurlo ad acconsentire di prender in moglie madamigella di Blois figlia sua naturale. Nel che, avendo felicemente riuscito, 
ne riportò in ricompensa da Sua Maestà una pensione. </p>
<p>Né poi venne promosso ad alcun impiego, o procurò di conseguirlo. 
Era, e conservasi sempre in molta grazia appresso del Duca, se bene 
alcuni altri soggetti la godessero in grado eguale, e forse ancora più 
distinto. Ma con l'abilità ed industria de' suoi talenti, avendo saputo 
farsi conoscere più atto di loro a servire alla fortuna del suo Principe, 
ebbe la sorte di guadagnarsi la di lui confidenza e di rendersene meritevole. Pervenuto per tanto il duca alla Reggenza lo fece a parte de' suoi 
disegni, per valersi del consiglio ed opera sua. Corrispose egli in sì fatto 
modo alla sua espettazione, che prevenendone la volontà più tosto 
ch'eseguirla, giunse a grado, che ogni più occulto pensiero le fosse fatto 
palese. Elevato al posto di segretario di Stato, ed alla direzione degli 
affari interni ed esteri, incominciò ad esercitare l'autorità di principale ministro, prima ancora di averne ottenuta la dignità e la figura. 
Due soli oggetti regolavano tutte le sue azioni. L'uno di promovere 
l'interesse del Duca; l'altro di perfezionare l'opera della sua esaltazione. Tutto dunque rivolto a fini così alti, e principalmente a sollevare 
sé stesso, non si prese allora alcuna cura di promovere il bene degli 
altri, e di farsi delle creature. Anzi apparve più risoluto nel risentirsi, 
che facile nel favorire. Applicò per tanto con ogni studio ad allontanare 
dalla confidenza del Reggente quelli, che le potevano contendere, o 
disturbarle il suo avanzamento. </p>
<p>Quindi si videro dal medesimo Duca abbandonati ed espulsi li più 
antichi e fedeli suoi dipendenti, ed anco li più sinceri ed esperimentati 
per calmare l'inquietudini del cardinale, avvezzo a non desistere 
da' presi impegni, sino a volergli vedere felicemente riusciti. Verificandosi in tal modo, che li principi stessi convengono tutto donare alle 
persone ch'essi medesimi si sono rese necessarie, per averle ammesse 
ad una troppo intrinseca confidenza e cooperazione dei loro più occulti 
e più importanti interessi. Per verità il cardinale è dotato d'una perspicacissima mente. Facile nel comprendere, prudente nel deliberare, 
sollecito nell'eseguire, tenace nei suoi propositi, indefesso nell'applicazione, opera tutto da sé medesimo, e geloso del pari dell'arcano, ed 
autorità sua, non ne fa alcuno compartecipe. Rispetto agli affari politici, le istruzioni escono dalle di lui mani, e si custodiscono appresso 
di esso con le risposte. Li ministri, che esistono alle Corti sono di secondo rango e da lui dipendenti. Lo prova chiaramente il cavalier 
di Champeò tanto adoperato nei suoi viaggi d'Italia, e ne' massimi negozii, che si sono maneggiati e conclusi col Re Cattolico. Se tale scorgesi la sua massima di valersi di persone, che per l'elevatezza della 
nascita, o per quella de' loro talenti non possono darle soggezione, 
ed adombramento alcuno, gli è riuscito in certo modo d'effettuarla 
anco ne' ministri stranieri. Da ciò nacque, che non riuscendole grato 
milord Stairs, ambasciatore del Re Brittanico, trattasse con esso in 
modo così ristretto, che togliendole sino le occasioni di meritare col suo 
Sovrano, lo necessitò da sé medesimo a ricercare e conseguire il proprio 
ritorno. Venendole sostituito il cavalier Schaub, che trasse la sua origine nell'Elvezia, e gode la sorte di essere uno dei suoi più intrinsechi 
confidenti, come quello ch'era tanto favorito da milord Stanop, con 
cui il cardinale teneva sì stretta unione d'amicizia ed oggetti. Anco il 
conte di Penteriden, ambasciatore di Cesare, dopo la seguita riconciliazione col Re di Spagna, si vide così negletto a differenza del tempo 
antecedente, che, non potendo sofferire un tal cambiamento, pensava 
di prendere per sé medesimo lo stesso consiglio allora quando opportunemente le fu comandato di trasferirsi a Cambrai. E qui cade a proposito il considerare, che, come il temperamento del cardinale è assai 
ardente, così gl'esordii dei suoi discorsi a misura delle sinistre impressioni introdotte nel di lui animo, e delle frequenti e gravi agitazioni, 
che lo perturbano, riescono talvolta alquanto forti ed accesi. Se bene 
poi, come ravvedendosi, cerca di far partire ognuno sodisfatto. </p>
<p>Non ostante, ascolta volentieri, lascia l'adito aperto ai ragionamenti e fa travedere, quando si sente persuaso dalla ragione. Li ministri stranieri, i quali non giudicavano proprio di cimentare la loro 
dignità ed interesse, spiavano in certo modo l'interne disposizioni della 
di lui mente, e quando la penetravano inquieta, omettevano e declinavano di trattare in quel giorno gli affari dei loro Sovrani. Accopiandosi per altro, come si è detto di sopra, in lui una singolare capacità, 
che lo rende attivissimo a presciegliere i più opportuni espedienti, ed 
una somma prudenza ed efficacia nel condurli al termine desiderato, 
non è meraviglia, se abbia potuto, col favore incessante ed inalterabile 
del Duca Reggente, giungere come a volo a farsi creare cardinale e 
primo ministro, a fronte dell'invidia, e dell'opposizioni de' 
principali soggetti della Corona. Ora, come i mezzi, per i quali egli 
principalmente è salito a così alto apice di grandezza, sono connessi agli 
affari di Stato, c'introdurremo con l'esposizione loro a discorrere intorno al presente politico sistema della medesima. </p>
<p>Non passava tra la Corte di Francia e quella di Londra la migliore 
intelligenza sotto il Regno di Lodovico XIV. Reciso con la mancanza 
della Regina Anna il filo a quei più profondi oggetti, che tra ambidue 
si volevano concepiti a favore del Pretendente, subentrò la gelosia 
nell'animo del Re nel vedere elevato al trono della Gran Brettagna 
un principe così poderoso nella Germania e che aveva tante relazioni 
con la Corte di Vienna. Trascurate però quelle misure, che sogliono 
conservarsi fra principi veramente concordi, faceva il Re Cristianissimo progredire il lavoro del canale, e delle fortificazioni di Mardich, 
nulla curando i continui reclami della Corte Brittanica che lo accusava 
d'infrattore della pace d'Utrecht. Alla quale imputazione il Re adduceva in sua difesa essersi bensì patuita in quel trattato la demolizione 
di Donquerque, da lui poscia fedelmente eseguita, ma non già vietata 
la formazione di nuovi canali e l'erezione d'altre fortificazioni ove più 
le paresse, dentro li confini del proprio dominio. </p>
<p>Come ciò riusciva sensibilissimo alla Nazione Inglese, così, per divertire l'effetto, s'aprì l'adito alle negoziazioni susseguenti. Sopravenuta 
in tale congiuntura la minorità, e la Reggenza, il cardinale, allora 
abate du Bois, indotto forse dalla necessità dei tempi, o da altri occulti 
pensieri, a riputare più utile consiglio quello d'assicurarsi dell'amicizia de' Principi confinanti, e sopra tutto di quella dell'Inghilterra, 
persuase al Duca d'Orleans essere ella desiderabile ed ai di lui interessi 
opportuna. </p>
<p>La qual massima, approvata dal Duca, divenne poi il primo movente di tutti li consigli e di tutti gli eventi. Accolse pertanto egli 
l'invito, che le fece milord Stairs ambasciatore britannico in nome 
del suo Re, d'intavolare un progetto da ridursi in positivo trattato 
toccante la sicurezza e manutenzione delle reciproche successioni alli 
loro Regni. Per un tale maneggio fu fatta l'espedizione in Annover, e 
poi in Olanda, ed a Londra dell'abate du Bois, contro il parere del 
maresciallo d'Uxelles, ministro di tanto credito, e che allora sosteneva 
l'impiego, di cui era ben degno, di segretario di Stato. </p>
<p>Come li fini d'ambe le parti erano li medesimi, così fu facile il convenire. Ma accortosi il Brittanico del vivo ardore, con cui dal Reggente veniva tale unione desiderata e promossa, seppe così ben prevalersene, che ne ritrasse il trattato 1717 4 gennaro tra lui, l'Olanda e 
la Francia firmato. Obligavasi in esso il Reggente d'astringere il pretendente d'uscire dal Contado d'Avignone, ove erasi ricovrato, e soggiornare di qua dall'Alpi, e che non le sarebbe permesso il ritorno in 
Avignone, né il passaggio per la Francia, o per la Lorena. Che il 
canale di Mardich non servirebbe ad altro uso, che allo scolo dell'acque, e commercio necessario alla sussistenza de' popoli nella parte 
de' Paesi Bassi. Che li bastimenti che lo navigassero non averebbero 
più di 16 piedi di larghezza, e però verrebbe distrutto il passaggio 
delle nuove escluse di Mardich, che aveva 40 piedi di latitudine, determinando finalmente una distanza di due leghe, dentro le quali non si 
potesse dalla Francia costruire alcun altro porto, né praticare la navigazione. Si stabilì inoltre di prestarsi una reciproca assistenza in caso 
di guerre intestine, e di respettivamente sostenere il possesso, e le 
ragioni concernenti la successione d'ambi li Regni. In conseguenza di 
tali condizioni, il pretendente convenne uscire da Avignone li 
6 febraro 1717, e la Francia le adempì intorno al canale e fortificazioni di Mardich. </p>
<p>Tale fu il tenore di questo trattato, che invano il duca di Monteleone, ambasciatore Cattolico, affaticossi che non venisse sottoscritto 
dalli Stati Generali, li quali, in merito d'esserne entrati vi conseguirono 
la prerogativa da tanto tempo sospirata, che li loro ambasciatori appresso il Re Cristianissimo, nella prima ed ultima publica udienza, 
fossero accompagnati da un Principe come praticasi con quelli delle 
Corone e di Vostra Serenità. </p>
<p>Insorta poi, nel fine dell'istesso anno 1717, l'occupazione fatta 
dal Re di Spagna della Sardegna, e nel 1718 di quella in gran parte 
della Sicilia, Milord Stanop, che attrovasi alla primaria direzione degli 
affari della Corona Brittanica, propose all'abate du Bois il secondo 
trattato della quadruplice alleanza, il quale le promise di persuaderne 
con ogni vigore il Duca Reggente. Per lo che si sono legati in modo 
gli animi di questi due ministri, che Milord Stanop ricusò poi di firmare 
il trattato stesso, se prima il Reggente non dichiarava segretario di Stato 
lo stesso abate du Bois, allegando in ragione che avrebbe sempre diffidato dell'esecuzione di esso, se ad ogni altra persona ella venisse raccomandata. Alla qual richiesta, il Reggente portatissimo a concludere, 
e ben disposto verso l'abate ha facilmente, e di buon cuore assentito. 
Diceva Milord Stanop, che nel trattato d'Utrecht era rimasto un 
vacuo, il quale convenivasi di riempire. Questo essere la pace tra l'Imperatore e la Spagna che né allora né dappoi erasi potuto concludere. 
Considerava che le rinoncie del Re Cattolico alla Corona di Francia 
erano il fondamento di quella pace e dell'equilibrio dell'Europa. Riponeva però nella riconciliazione di questi principi la maggiore validità. 
Considerava che le rinoncie del Re Cattolico alla Corona di Francia 
erano il fondamento di quella pace e dell'equilibrio dell'Europa. Riponeva però nella riconciliazione di questi principi la maggiore validità 
delle rinoncie stesse, formando una tal quale dubitazione, che il Re Filippo potrebbe un giorno pretenderle invalide, col motivo che non si 
poteva farle rinonciare la certa, e preziosa eredità del Regno paterno, 
per conservarsi quello delle Spagne impugnato e conteso dall'Imperatore, il quale ne manteneva il titolo, ne esercitava le prerogative 
e vi professava sì vive ragioni. Doversi per ciò fare in modo che l'Imperatore riconoscesse il Re Filippo per Re Cattolico, e questo cedesse 
a quello qualunque pretesa sopra gli Stati, ch'egli possedeva in Italia, 
e riconfermasse le rinoncie inserite nel trattato d'Utrecht alla  
Corona di Francia. Essere l'affare di troppa rilevanza per lasciarlo negli 
equivoci, e nelle fatali interpretazioni dell'avvenire. Niun linguaggio 
poteva riuscire al Reggente più grato di quello, che le assicurava il 
titolo alla successione della Corona, e n'escludeva il Re Cattolico e la 
sua discendenza. </p>
<p>Penetrato però egualmente dall'apprensione di tali dubitazioni, e 
dall'interesse di sì utile consiglio, prese tanto più agevolmente la deliberazione di entrare nella quadruplice alleanza, da cui erano per 
derivarle effetti così vantaggiosi. Compariscono da ciò ben chiare le 
ragioni della fede costante, con cui l'ha eseguita, delli considerabili 
sussidii all'Imperatore, ed all'Inghilterra in virtù della stessa somministrati, della guerra unitamente ad essi contro la Spagna intrapresa 
e finalmente della pace, a cui sforzò la medesima d'acconsentire, con 
l'ingrandimento per fino della potenza di Cesare, cui fu astretto il 
Duca di Savoia di cedere la Sicilia. Basta leggere gli articoli della quadruplice alleanza per riconoscere queste verità. De' successi di quella 
guerra, come noti all'eccellentissimo Senato, noi non faremo menzione 
alcuna. Solo accenneremo, che, come fu comune opinione, che se la 
Francia si fosse mantenuta pacifica, anco l'Inghilterra sarebbesi conservata neutrale, così venne imputato alla Reggenza il mal esito dell'imprese del Re Cattolico. </p>
<p>Se ne giustificava il Duca d'Orleans con allegare, che, se fosse anco 
stato possibile al Re Filippo l'acquisto intiero della Sicilia, dall'altra 
parte l'Imperatore, irritato dal senso di tanta perdita, averebbe portate 
le armi ne' stati di Toscana e di Parma. Dalla quale risoluzione ne 
sarebbe derivata la fatale necessità, o di lasciarlo signore di tutta 
l'Italia, o di entrare in una feroce guerra contro di lui, il che, alla situazione della Corona di Francia, allora sua, ed a suoi più intrinsechi 
interessi non conveniva. Non poter dolersi il Re di Spagna, che niente 
in quella guerra aveva perduto, anzi dovere dalla quadruplice aleanza 
e dall'appoggio della Reggenza, riconoscere le due successioni in favore 
di don Carlo, nella medesima stabilite ed assicurate. Qualunque siasi 
la verità di questi assunti, il fatto è che Cesare ha col mezzo della 
Francia acquistata la Sicilia, e che il Reggente, pentitosi di averlo in 
tal modo ingrandito, e particolarmente di aver marcate con titolo di 
feudo le due successioni, ha studiato di poi tutti li mezzi per debilitare 
le cose fatte, e comparire alla maggioranza del Re con l'amicizia riassodata tra le due Corone nella triplice immatura conclusione de' matrimonii, e col promuovere gl'interessi del Re Cattolico nell'attuale congresso di Cambrai. Di questo congresso poco ci resta d'aggiungere, 
oltre le particolarità rassegnate nei nostri riverenti dispacci. Sussistevano tuttavia le difficoltà principali intorno al modo dell'investiture, 
che s'intendevano estese su la norma di quella accordata dall'Imperatore Carlo V a Filippo II suo figlio. Vorrebbesi limitare, e convenire 
intorno li casi e la quantità delle contribuzioni, facilitare il passaggio 
di don Carlo in Italia, e modificare l'articolo dei presidii svizzeri in favore del Re Cattolico, che pure desiderarebbe potervi introdurre una 
parte de' propri. Rimangono similmente da evacuarsi le controversie 
rispetto ai titoli, alla disposizione del tosone e de' grandati di Spagna, 
non potendosi ancora penetrare, se saranno avanzate ulteriori ricerche. 
Cesare non appariva inclinato a compiacere la maggior parte di queste 
premure, ed osservando la Porta agitata dagli acquisti del Czaro, e la 
Francia nella massima di conservarsi in pace, tanto più si teneva fermo, 
quanto più si conosceva sicuro. Ma terminata la Reggenza, e riconfermato il di lei Governo, e sciolti li Turchi dall'apprensioni sudette, potrebbe darsi che l'animo dell'Imperatore si rendesse più moderato e 
flessibile. Sembra per tanto, che, da una parte complendo allo stesso 
di evitare li pericoli che possono soprastarli, e giovando dall'altra alla 
Francia, come pure al Duca d'Orleans, a' quali si scorge uniformarsi 
la Spagna, di concludere la pace in Cambrai, ella avesse finalmente 
a stabilirvisi, se non d'intiera sodisfazione d'ambe le parti, almeno con 
temperamenti sufficientemente onorevoli ed opportuni. Ma quando perseverino li Principi nelle proprie ripugnanze, potrebbe darsi che, invece 
di unirne il sospirato bene dell'universale tranquillità, ne nascesse un 
incendio di nuove atrocissime guerre. Noi avevamo ragionevoli motivi 
di poter giudicare, che nella previdenza possibile delle medesime, il 
cardinale coltivasse secretamente alcune massime, che potevano condurre le cose a termini così avanzati. Viveva egli in somma apprensione dell'imprese del Czaro, e delle gelosie, che ne poteva concepire 
la Porta Ottomana. Ce ne fece a noi stessi frequenti interpellazioni, 
e traspirava nel fervore delle medesime l'interno suo sentimento. 
Mirava egualmente e tenersi l'una e l'altro benevoli, ed astringere con 
ambi due la migliore corrispondenza. Non le piaceva che la Porta, 
indotta dalle sue politiche diffidenze, movesse la guerra al Moscovita, 
per non perdere il vantaggio d'averla parata ad agire contro l'Imperatore, o almeno a tenerlo insospettito dalle di lei improvise aggressioni, e nutriva altresì la confidenza di condurre il Czaro nella amicizia della Corona, e di farlo autore, occorrendo, d'una terribile diversione nella Germania. Siamo arrivati a scuoprire con fondamento negli 
ultimi momenti del nostro soggiorno, che la Corte aveva fatta un'espressa 
spedizione a Costantinopoli al signor di Ponac suo ambasciatore, con ordine preciso di valersi di tutti i mezzi, a fine di dissuadere il primo Visir 
dalla massima di impugnar l'armi contro quel Principe, facendole conoscere più adattato un amicabile componimento, e forse ancora assai 
dubia la quiete d'Europa. Né senza prudenti motivi la Francia riduceva 
le sue più vive speranze in queste due Potenze. Vedeva la Svezia abbattuta; il di lei governo cambiato, abolita in esso la regia potestà 
e devoluta la principale decisione degli affari alla volontà del Senato; 
in oltre il Re medesimo senza successione e di massime irresolute. 
Dell'Inghilterra non potersi promettere, che per conservare la pace 
universale, anzi essere da temerne, quando unita la Francia alla Spagna 
meditasse di ripigliar l'armi, e riassumere l'usato suo predominio. 
L'Olanda oppressa da debiti, deliberata a vivere in quiete, per quanto 
ella poteva, anco a costo d'aver a tolerare qualche molestia, né, per 
altro, mai portata a lasciar accostare quella Corona alle sue provincie. 
Con gli elettori più riguardevoli non mantenersi più che un'apparente 
corrispondenza ed essersi raffreddate l'antiche amicizie con gli altri 
principi dell'Imperio. Concepiva, che il matrimonio con l'arciduchessa 
faceva disperare di più prevalersi della Casa di Baviera, amaestrata 
anco abbastanza dalle sofferte disgrazie, e che il Palatino e Sassonia 
erano più rivolti alla Casa d'Austria. Nel Re di Prussia, anco per le 
relazioni che tiene con la Casa d'Annover, non potersi sperare migliori 
disposizioni. Due soli casi vi sarebbero per render loro desiderabile la 
sua amicizia. L'uno l'elezione d'un Re dei Romani, l'altro una guerra 
di religione. Ma se bene frequentemente se ne discorresse, non scorgevansi né così facili né così vicini. Dalle considerazioni sudette, egli 
è ben facile a rilevarsi quanto prossima sia per riuscire la più certa 
cognizione dei pensieri e dei disegni del Czaro nel fine di dedurne l'influenza che potrebbe produrre ne' massimi affari correnti. Noi, ben 
conscî della grande relazione, che possono avere li publici con li di 
lui interessi, abbiamo con uno studio molto attento coltivata la migliore 
intelligenza co' suoi ministri, col mezzo della quale e della persuasione, 
che ci è sortito di radicare negli animi loro della perfetta estimazione 
ed ottima volontà di Vostre Eccellenze verso il loro Sovrano, potemo 
rilevare alcune particolarità di non lieve rimarco. Premetteremo una 
notizia assai riguardevole, che rileva ben chiaramente l'applicazione, 
la mente e le vedute di quel signor Principe. Trattiene egli alle Corti 
principali soggetti di molta esperienza e valore, quali non solo adopera 
egli separatamente presso i Principi, secondo il comune costume, ma 
vuole ancora che di tratto in tratto convengano insieme, affine che 
unitamente stendano una accurata relazione del sistema universale 
d'Europa, che soggeriscano con libertà di zelo quei consigli, che reputano al di lui servizio già conferenti. In esecuzione di tale comando 
dovevano, dopo il Sacro di Sua Maestà ritrovarsi assieme in un luogo intermedio alla Francia e all'Olanda, il principe Curachin loro ambasciatore agli Stati Generali, ed il principe Dolgoruchi, ed il baron Sleinitz, il primo suo ambasciatore, e l'altro suo incaricato appresso il Re 
Cristianissimo. Il Dolgoruchi poi era caricato di trasferirsi in persona a 
Mosca, per animare anco con la viva voce quello che contenesse la relazione medesima. Erano in quel tempo quei due ministri sollecitati 
dalla Francia a promovere una lega tra essa ed il Czaro. </p>
<p>Studiava il cardinale di far apparire molte reciproche utilità nella 
di lei conclusione. Per guadagnar l'animo di quel Sovrano fece per 
tanto la motivata spedizione a Costantinopoli. Il beneficio che dalla 
stessa poteva risultarne, persuase quei prudenti ministri a dar credito, 
come da sé, al pensiero di tale unione, indicando, che averebbero reso 
conto de' tenuti discorsi; ma poi pesando la situazione della quale il 
Czaro si ritrovava, non riconoscevano così facile ed avvantagiosa la 
conclusione di quelle pratiche, almeno nel tempo in cui s'erano introdotte. Lo consideravano impegnato in imprese grandi, incerte e rimote, 
e però riflettevano, che secondo il diverso sistema delli di lui interessi, 
le riuscirebbe più utile l'intelligenza con l'una, o con l'altra Potenza, 
dalle quali veniva con pari studio ricercato, e che potendo in certo 
modo sciegliere, era della prudenza l'attenderne l'opportunità. Avanzando le considerazioni e le confidenze, due situazioni figuravano nella 
potenza del Czaro: l'una allora quando dilatasse nella Persia le sue 
conquiste; l'altra, quando dalla difficoltà ed opposizioni, che n'incontrasse, venisse astretto a ritirarsene. Si espressero in quanto alla 
prima, ch'egli nella Persia non concepiva oggetti più estesi, oltre li 
luochi occupati, che d'impadronirsi di Samachai, città ove finisce il 
principale commercio delle sete di quelle parti, e nella quale si fanno 
molte fiere in vari tempi dell'anno; ch'in tal modo si facilitarebbe la 
navigazione del Mar Caspio, ed il commercio con la China, evitando 
li lunghissimi deserti della G. Tartaria, che per via di terra convengono passare li Moscoviti con infiniti dispendii, e non minori pericoli 
delle rubberie ed incursioni de' Tartari, li quali ben spesso prendevano 
le caravane. Aggiunsero, che occupate situazioni così importanti, sarebbesi rivolto il Czaro ad acquietare la Porta, avertendola, che non 
sarebbe più oltre progredito; che tuttavia prevedendo, ed apprendendo 
pure un giorno o l'altro le di lei infide aggressioni, divisava per assicurarsene il possesso, di ricercare di esser ammesso nella lega difensiva, 
che sussiste tra Vostra Serenità e l'Imperatore, nella confidenza d'esservi ben volentieri ricevuto, per il reciproco bene, che sarebbe per risultarne; averle per verità l'Imperatore fatti degl'inviti, allora quando 
ultimamente il conte Knischi attrovavasi appresso il Czaro, li quali 
egli aveva pure con sue lettere poi rinovati; ma che volendo la Corte 
di Vienna stabilire una lega difensiva universale contro tutti li Principi, il Czaro non l'avea assentita, per non impegnarsi principalmente 
contro la Francia, la quale non avea assistita la Svezia, se bene amica, 
contro di lui, né disturbata la sua pace. Nel giro de' discorsi ci parve 
pure di poter comprendere, che quando il Czaro si fosse stabilito nella 
Persia, sarebbe unicamente rivolto a conservare gli acquisti, come pure 
quegli tanto gelosi del Nort, senza voler prendere alcuna forte ingerenza 
negli affari della Germania. Se poi gli eventi della Persia non seguissero 
così felici, diversamente ne discorrevano, ammettendo la possibilità 
d'alcun nuovo impegno. Stabilirono nel loro discorso due massime 
principali; cioè, che conveniva al loro Sovrano, o farsi degl'amici, o 
riconciliarsi più solidamente coi suoi nemici. Dichiaravansi, che un 
Principe, che ha disgustate ed ingelosite tante potenze, non poteva 
senza grave pericolo ridursi solo alla propria difesa. Come però qualunque aleanza, ch'egli avesse contratta, lo avrebbe astretto ad assumere 
impegni molto avanzati, ai quali non avrebbe mai corrisposto il beneficio che potesse ritrarne, così giudicavano più utile consiglio il secondo, 
esprimendo tale pur essere il sentimento del loro padrone, nel tentare 
tutte le vie per venire con la Svezia ad un sincero e stretto accomodamento; il quale in ogni positura ch'egli si ritrovasse sommamente 
le conveniva. Da questo principalmente dipendere la sicurezza de' suoi 
acquisti nel Baltico. Unito alla Svezia farsi superiore il di lui commercio 
in quei mari sopra ogni altra Nazione. Li di lui porti rendersegli non 
solo opportuni, ma necessari, non avendone de' comodi e sufficientemente sicuri. Divenire ambidue in tal guisa arbitri nel Nort, e rispettabili a tutto il Settentrione. Che ogni qual volta potesse giungere a 
questo fine, riputato per massimo, l'Imperatore e la Francia lo averebbero desiderato e temuto, e che egli averebbesi in stato di mantenersi in pace o di estendere ancora li suoi disegni. Concludevano, che 
quando cessasse la necessità di ripararsi dagli Ottomani, con Cesare 
era difficile l'occasione di congiongersi; né poter mai pure pensarsi 
ad alcuna unione con la Francia, quando non avesse amica la Svezia, 
contro cui quella Corona non lo avrebbe assistito. Al qual passo lasciarono cadere un cenno, che quando non potesse il Czaro da sé solo conseguire quest'alleanza con la Svezia, ed al cardinale riuscisse di promuoverla e stabilirla, in prezzo d'una opera tanto importante e gradita 
potrebbe egli firmarne un'altra con il Re Cristianissimo. In varie occasioni poi ci hanno espressamente significata la molta considerazione 
del Czaro verso la Serenissima Repubblica, e ch'era ottimamente portato per li di lei interessi. Tali sono le notizie da noi raccolte, le quali 
ben meritano per la loro rilevanza, e per li canali da' quali ci sono pervenute, d'esser esposte alla sublime intelligenza dell'eccellentissimo 
Senato. </p>
<p>Esposti gli oggetti, e li maneggi della pace in Cambrai, considerate 
le nuove fatali contingenze, che produr potrebbe il di lei scioglimento, 
e rilevate le massime e gl'interessi della Corte di Francia, si avanzaremo a far alcun cenno intorno gli effetti e le conseguenze della pace 
medesima, nell'introduzione del principe don Carlo in Italia, che non 
lasciava nello spirito di molti di promuovere gravi, e pesate considerazioni. </p>
<p>Facevasi particolare riflesso sopra il modo arbitrario ed assoluto 
di cui si servono a' giorni nostri li Principi maggiori per acquietare le 
loro discordie. Pareva, e tali erano le misure degli altri tempi, che nel 
conservare e nel cedere una porzione dell'acquistato, e nell'eseguire 
alcuni concambî e compensazioni si decidesse il destino delle paci fra 
Principi. Ma l'ultima universal guerra, prodotta dalla successione delle 
Spagne, e la susseguente pace d'Utrecht hanno introdotto altro metodo 
di consiglio e di direzione. Dispostosi di quella Monarchia, anco prima 
della morte di Carlo II, a titolo di divertire le calamità d'Europa, 
s'usò pure l'istesso arbitrio nella pace, in cui le parti principali vennero 
non solo astrette a ricevere la legge dagl'indifferenti, ma furono sforzate di cederne a varie potenze molte preziose porzioni. Pure, se ciò 
allora accadé, l'amore e la necessità della quiete, la ricchezza delle 
spoglie, il fondamento relativo de' titoli, il merito dei collegati nella 
guerra, per li rischi e danni inestimabili da loro patiti, poterono giustificare una tal direzione. </p>
<p>Altro sistema di pacificazione ricercava però l'ultima guerra mossa 
dalla Spagna contro l'Imperatore, per sopire la quale, la ragione, e le 
garanzie non potevano pretendere, o esigere di più, che la restituzione 
e i risarcimenti. Ma avendo appreso li Principi maggiori a saziare la 
sete di dominare con l'arbitrare degli altrui Stati, rispettando i proprii, 
si è conciliata tra loro e sta per sigillarsi una pace, parte col rapire, 
parte col preventivamente disponere dei dominii de' Principi innocenti. 
Quindi è, che non toccando né pure un palmo di terra della Corona 
di Spagna, che diede mano all'armi, si è spogliato il Duca di Savoia 
del Regno della Sicilia, non per altro motivo che per compiacere l'appetito dell'Imperatore d'impadronirsene, e tirarlo nel consenso di destinare a' figli del secondo letto del Re Cattolico incerte successioni 
e contesi dominii, dichiarandoli feudi imperiali, con manifesta ingiuria 
ed usurpazione dei dritti, che li Principi e li popoli avevano, di prescegliere il successore, che dovesse possederli; e spogliando gli attuali 
Principi di Toscana e di Parma del più specifico della Sovranità, ch'è 
l'indipendenza, nel munimento delle loro piazze, coll'introduzione 
de' forastieri presidii. Non appariva, che altro suffragio potessero sperare, di quello assai sfortunato di giustificare la propria impotenza, 
nell'uso non considerato d'alcune scritture sinora corse, ed in quello 
d'inutili, e forse non ammesse proteste, che congiungano la ragione 
del titolo con la perdita dell'autorità; alle quali proteste con osservabile esempio dovranno facilmente unirsi ancora quelle del Pontefice. 
Lo stabilimento d'un principe di Spagna in Italia, pare sia per elevarci 
una potenza di qualche peso, che, convertendo l'attuale inabilità 
de' Duchi di Toscana e di Parma, in fondamento della di lei difesa, 
sia per ponere un certo freno all'Imperatore, e moderare l'apprensioni 
del temuto di lui predominio. </p>
<p>Se però l'oggetto, in sé medesimo comparisce per salutare, e forse 
necessario, sembra tutta volta che il modo non ben corrisponda all'intento; non sapevasi comprendere da persone molto sensate come 
si voglia far passare a titolo di protegere la Provincia, la disposizione 
di quei dominii, introducendovi dei stranieri, e sopra tutto la Casa 
di Borbone, quando in altri tempi la Francia assunse l'impegno dell'armi per il solo fine di far succedere un principe mediocre nello Stato 
di Mantova, ed espellerne l'Imperatore. Né di questa decantata libertà 
d'Italia sapevasi più riconoscere l'imagine, non che la sostanza, nell'osservarsi il Regno di Napoli, Milano, e Mantova in mano di Cesare, 
Parma e Toscana in quelle di don Carlo; di modo che, toltane la Serenissima Repubblica e lo Stato della Chiesa, altro più non le rimarrebbe che il nudo nome. Consideravasi che il Duca di Savoia, che ha 
tanto interesse nella costituzione d'Italia, potrebbe contribuire, unitamente con gli altri, alla di lei sicurezza e preservazione. 
Ma come quella Casa ha fondato i suoi pensieri nel crescere, ed è 
avezza a tentare fra li pericoli il proprio ingrandimento, così riesce 
desiderabile ch'ella sia allora per riconoscere il beneficio d'accomodare 
le sue massime alle necessità di quei tempi. Eransi di già fatte palesi 
le di lui apprensioni, che un giorno la Spagna occupando lo Stato di 
Milano nuovamente lo chiudesse tra lei e la Francia in una situazione 
da lui aborrita, e, per sottrarsi dalla quale, egli ha incontrati gl'impegni 
e gli azzardi della guerra decorsa; perciò giudicavasi che non mirasse 
di buon occhio lo stabilimento di don Carlo in Italia. Insorgendovi 
la guerra tra le due Case rivali d'Austria e di Borbone, se ne preveggono le calamità e le conseguenze; e la pace in mezzo a queste potenze, 
giudicasi non abbia ad esser esente da gravi fastidi e moleste dissimulazioni. Costituita in questo nuovo sistema la Provincia, né potendosi 
sperare almeno per ora di restituirla allo splendore della pristina sua 
libertà, con l'esclusione delle nazioni straniere, altro studio non rimarrebbe, di quello di conservarle in equilibrio, e rivolgere l'applicazioni 
alla meta di mantenerle nel possesso di quello che godevano, non lasciando che alcuna di esse cresca o diminuisca d'autorità e di potenza. 
Se la Francia e la Spagna non assumono un giorno il grand'impegno 
di cacciarne gli Alemanni, cogliendo le occasioni della guerra ottomana, 
o d'un incendio nella Germania, nelle quali contingenze non apparisce 
forse tanto impossibile la riuscita di sì vasto disegno, potrebbe l'Italia 
ritrovare la propria quiete e sicurezza negli stessi nemici della sua libertà. Ma, se all'opposto la di lei disgrazia generasse un così fatale 
avvenimento, non si possono presagire che nuove disavventure e notabili cambiamenti. Confidando adunque, che abbia ad esser lontano 
un così strano successo, vi restarebbe in questa nuova figura di cose 
tutto quel bene, che suole ricavarsi dal minor male. La somma prudenza dell'eccellentissimo Senato ben giunge a comprendere quanto 
in sì ardua costituzione de' tempi, sia per rendersi importante la massima di conservarli l'uno e l'altro in bilancia, per custodire la pace, 
e la somma difficoltà di tenerli quieti e divisi, mentre egualmente la 
discordia e l'unione loro presenta all'animo degli oggetti troppo ingrati 
e spiacevoli. </p>
<p>Altro non ci rimane per dar compimento a questa parte così essenziale di relazione, che di discorrere intorno agl'interessi particolari 
di Vostra Serenità, li quali ricevono non lieve influenza dal giudizio, 
che quella Corona forma della Serenissima Repubblica rispetto agli 
affari d'Italia. Conserva ella favorevoli disposizioni verso della medesima. Le relazioni dell'antiche massime, l'uniformità che pur sussiste 
degl'interessi, e l'attuale opportunità, l'indurrebbero più facilmente 
a rinnovarne la distinzione e la pratica. </p>
<p>Ma la sottigliezza e la penetrazione profonda di quella Corte, vuole 
riflettere poco favorevolmente sopra le direzioni presenti e venture 
dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>Ben conosce, che le distrazioni della potenza Ottomana e li vincoli 
sempre maggiori che si sono stretti tra Cesare e la Repubblica, contro 
la stessa, hanno promosso le ulteriori condescendenze del trattato segnato pure per l'Italia, ed arriva a concepire il di più, che in quel caso 
è rimasto nel cuore della pubblica prudenza. V'è un concetto assai 
radicato, che Vostre Eccellenze non siano per entrare in deliberazioni 
azzardose ed a Cesare dispiacevoli, e che anzi non prenderanno parte 
in alcuno di quei successi, de' quali in altri non remoti tempi fecero 
tutto l'impegno della saviezza e della gloria della Repubblica. Il 
cardinale ce ne parlò assai francamente, e se bene da noi venissero, con 
adattate e caute risposte, moderate le di lui sinistre impressioni, con 
tutto ciò non appariva cambiato nel suo sentimento. Potrebbe considerarsi che lo abbia sufficientemente manifestato nell'intiero silenzio, 
che s'è da quella Corte e dalla Spagna ancora, con li ministri di Vostra Serenità professato, in un tempo, che può dirsi si tratti la pace 
d'Italia e li casi della guerra nella medesima non compariscono forse 
tanto remoti. Quali effetti un sì fatto giudizio possa produrre nel maneggio de' pubblici affari è pur troppo facile a concepirsi. </p>
<p>La Corte di Francia, avvezza per costume a trattare con una certa 
superiorità, eccede ben spesso li limiti, verso quelli da' quali non spera 
profitto, e forse apprende discapiti. L'impuntamento delle visite si è 
da noi maneggiato fra tali spinose contingenze. Potiamo asserire con 
verità, che, se la forza delle ragioni, e la costante fermezza dei nostri 
animi, non si fossero assieme congionte, difficilmente sarebbesi trattenuto l'impeto del torrente che minacciava. Mal impresso lo spirito 
del cardinale coll'insidiose relazioni del signor di Fremont, per il corso 
di tant'anni replicate, senza che vi fusse chi in nome di Vostra Serenità potesse distruggerle, ci convenne incontrare l'urto di quei primi 
discorsi, che furono dallo stesso con molto calore introdotti. La forza 
delle nostre risposte e dichiarazioni, e fra tutti li motivi quello della 
custodia della pubblica libertà, come pure l'averlo persuaso che non 
si poteva recedere, l'hanno fatto piegare e riconoscere la ragione. </p>
<p>In fatti egli prese impegno con noi di parlarne al consiglio della 
marina, e di cooperare al bene; il che ci espresse di poi d'avere eseguito, 
ma che il consiglio medesimo si teneva ancora resistente, e che averebbe 
continuato a fare tutti li buoni uffizii, come abbiamo rappresentato 
nei nostri dispacci; e l'eccellentissimo signor ambasciator Morosini, lo ha 
pure comprobato ne' propri. Dopo le prime assai calde conferme trattò 
sempre con noi cortesemente nella materia. Se in ora ne pensasse diversamente, non potiamo persuadersi che non sia ugualmente convinto 
della giustizia della pubblica causa. </p>
<p>La cognizione che abbiamo del di lui temperamento e di quello 
della Corte, ci fa dubitare ch'ella non sia per venire così facilmente ad 
alcun accordo, come si è praticato con l'Inghilterra. Pare, ch'ella sia 
più tosto disposta a dissimulare che ad acconsentire. Il non essersi 
convenuto con l'Imperatore può fornirle un nuovo interno argomento 
alla dilazione. </p>
<p>La Francia è portata di sua natura a tenere vive le querele, ne 
cerca sempre un qualche guadagno nel cederle. Un'eguale condotta e li 
motivi della libertà della Dominante, riusciranno sempre li mezzi più 
salutari, o per definire la controversia, o per tenerla sospesa col beneficio 
dell'esecuzion della legge. Quando agitavasi da noi questo grave negozio, e continuava il cardinale nell'aperture intorno al medesimo, 
la Corte si è staccata per Rheims, nel qual tempo dovemmo eseguire 
il replicato comando di Vostre Eccellenze nel sollecito nostro ritorno. </p>
<p>Della controversia col Duca di Savoia abbiamo sì amplamente 
trattato, che non ci resta che aggiungere. Diremo solo, che il ministro 
d'Olanda trovatosi nella necessità di subentrare nella stessa, ha convenuto cedere al tempo ed alla volontà della Corte. Scoperta da noi 
la medesima opportunemente senza ponersi in vista, ci è sortito di 
sottrarsi dal molesto incontro con l'approvazione di Vostra Serenità. 
Un altro negozio manca d'ultimarsi, ed è quello de' schiavi di Costantinopoli per il preteso rimborso alla nazione francese. L'eccellentissimo Senato ci prescrisse di non tenerne proposito alcuno. </p>
<p>Ciò ci è riuscito facile, non essendocene stata fatta parola. Ci facciamo però lecito a solo motivo di zelo, di considerare, che sarebbe 
bene d'intieramente consumarlo, mentre ogni pretesto può sempre 
suscitare nuovo calore nell'affare più importante delle visite. </p>
<p>L'ambasciata Ottomana è stata accolta con le dimostrazioni più 
distinte, e si sono usate verso la stessa le dovute onorificenze. Tutta 
la Corte, e qualunque ordine di persone ha palesato un pienissimo 
compiacimento della restituita corrispondenza tra ambi li Principi, e 
la Maestà Sua l'ha particolarmente gradita. Non può riuscire, che molto proficuo l'aver coltivato il di lei animo, mentre era sul margine d'uscire 
dalla minorità. </p>
<p>In tale costituzione de' tempi e d'interessi esterni ed interni, quali 
li abbiamo rappresentati, Lodovico XV Re di Francia doveva nel giorno 
23 febbraio decorso, e dell'età sua il tredicesimo, essere dichiarato maggiore. La natura lo ha dotato di nobile ed avvenente presenza, e di maniere tanto gravi e gentili quanto possa un principe desiderarsi. La maturità del giudizio ha in lui prevenuto quella degli anni, se bene poi, per 
mancamento d'esperienza e di pratiche cognizioni, si è ritenuto studiosamente dal farne alcun chiaro e publico esperimento. Esercitavasi giornalmente ne' suoi studî sotto la direzione del vescovo di Frejus, di lui 
precettore, il quale con singolare prudenza si prendeva ad erudirlo 
sopra di quelli, che erano più confacenti alla reale sua condizione. 
Fra questi compiacevasi di leggere l'istorie, e principalmente quelle 
della Corona, ricercando e facendosi spiegare con singolare attenzione 
gli avvenimenti de' tempi trascorsi. Ma è altresì degno d'osservazione, 
che quanto era avido d'intendere le cose remote, siasi mostrato altrettanto incurioso degli affari presenti e delle direzioni della Reggenza. 
Della quale cauta ed arcana riserva, in un animo per altro dominato 
dalla cupidità di dominio, non sapressimo assegnare altra cagione, se 
non che ad una tale simulata condotta sia stato indotto dal riguardo 
del zio, le cui azioni non le paresse bene d'indagare. </p>
<p>E in fatti s'è egli sempre tenuto lontano dal far cosa, che da questo 
principio si discostasse pur un poco; accogliendo per fino mal volentieri 
le suppliche, e non lasciando travedere volontà e desiderio alcuno di 
beneficare persona veruna. Anzi che il Duca stesso non lasciò più volte 
di presentargliene occasioni, con mira di conciliarsi (dando effetto alle 
premure di Sua Maestà) la di lei benevolenza, che non compariva verso 
di essa né del cardinale in azione sua alcuna. Ma non puoté perciò 
ridurlo giammai ad atto di grazia e di beneficenza, dando a quelli che 
se gli presentavano questa sola e ristretta risposta, che ciò che avesse 
determinato suo zio, sarebbe stato ben fatto. Nulla di meno un tale 
contegno di sua natura apparendo molto differente dal temperamento 
dell'età sua, avvezza a discorrere, ed a ricercare, e più tosto a dilatarsi, 
che a contenersi nell'autorità del comando, rendeva dubî e perplessi 
molto li giudizî degli uomini, tanto più che l'osservazioni formate non 
parevano caminare d'accordo con la manifesta passione che Sua Maestà 
palesava frequentemente d'uscire con visibile impazienza, e dichiarandosi, che allora sarebbe stato assoluto padrone. </p>
<p>Ma se il silenzio da lui sì tenacemente custodito, e l'indifferenza 
che ha sempre professata di sapere le cose che si facevano, hanno tenuti 
incerti gli animi di quello egli fosse per riuscire non ha però lasciata 
la curiosità di cercarne alcun riscontro nelle private sue azioni, e di formalizarsi alquanto intorno alle stesse. Deducevasi da questo esame, 
ch'egli fosse inclinato al sospetto ed alla dissimulazione, facilmente 
portata dal sangue materno, e che il suo genio piegasse più al forte 
che al facile. Alcune parole uscitegli dalla bocca hanno indicato e fatto 
supponere, che fosse più portato a farsi temere che a farsi amare, e 
che sarebbe risoluto d'animo, e di esecuzione. Da tuttociò arguivasi, 
che quando l'età sua fosse accompagnata dei necessarî talenti che lo 
abilitassero a governare lo Stato, comparirebbe forse egualmente assoluto che incomunicabile, e si sarebbe attirato l'intiera autorità del 
dominio. Il desiderio per tanto, da cui era fortemente posseduto di 
esercitare la sovranità, potrebbe servirle nel tempo avvenire di stimolo 
assai efficace ed acuto per istruirsi de negozî, e rendersi capace di sì 
grave comando. Mentre in ora, essendo assai prudente per risentire 
la propria deficenza e la necessità d'essere assistito, era comune opinione che sarebbesi per qualche tempo lasciato reggere come prima, 
e che, circondato da dipendenti della Reggenza, questi l'averebbero 
facilmente indotto a lasciar continuare il Duca e il cardinale nell'amministrazione del Governo, così portando l'interesse della Corona. Allora 
quando fu allontanato il maresciallo di Villaroj, apparve il regio animo 
alquanto commosso, ancorché abbia celato con tutta l'industria possibile il suo dispiacere e siasi astenuto di farne parola alcuna, a segno 
che, per quanto si sappia, d'allora in poi non fu udito mai più pronunciare il nome del maresciallo. Usò bensì alcune cortesi dimostrazioni 
verso il duca di lui figlio, e quello di Retz suo nipote, li quali eransi 
inalzati alla confidenza di vedere risalita la domestica fortuna alla 
maggioranza del Re. Né pure quando staccossi il suo precettore, diede 
maggiori indizî di sensibilità, quantunque lo trattasse con distinzione. 
Se bene con un suo ordine le pervenisse il sollecito ritorno alla Corte, 
egli tutta volta non derivò dal spontaneo suo movimento, ma dalle 
insinuazioni del Reggente e del cardinale, che apprendevano il rumore 
che avevano suscitato questo secondo riguardevole ritiro, che veniva 
loro universalmente imputato con ragionamenti troppo liberi e disavantaggiosi. Un solo affetto del proprio animo ha la Maestà Sua reso 
manifesto nella parzialità dimostrata, che perseverava di palesare verso 
il conte di Clermont, fratello del duca di Borbone. Quando continuasse 
a distinguerlo con tale predilezione, potrebbe egli ascendere un giorno 
a grado molto eminente di favore e di autorità. L'età intempestiva 
dell'uno e dell'altro, rende tuttavia assai contingente il destino di 
tale inclinazione. Se ella non si cambia nel Re, il conte è dotato di 
maniere assai amabili, e di mente abbastanza destra, e capace per 
conservarsene il prezioso possesso. </p>
<p>Il tempo farà vedere più chiaro ciò che ora si discorre intorno Sua Maestà, 
sopra congetture sì varie, e che si vuole dedurre dall'interne inclinazioni 
e disposizioni del di lei animo, che non si sono rese per anco a sufficienza 
palesi nella propria condotta. Verso l'Infanta destinatagli in moglie, 
non s'è mai veduto usare segno d'attenzione o benevolenza alcuna, 
ancor che ella sia ornata di spirito e vivacità incredibile, e che tutti 
li di lei pensieri ed azioni fossero unicamente rivolte a ricercare del 
Re, a compiacerlo ed a palesare il suo tenero vivissimo affetto verso 
di lui. </p>
<p>Può essere che ciò derivasse dall'età assai improporzionata che 
corre tra ambidue non avendo ella più d'anni cinque compiti l'ultimo 
del mese decorso; se le relazioni con la Spagna non rendessero come 
indissolubile questo nodo sì sacro potrebbe più facilmente essere a cambiamenti soggetto. Li popoli che mal volentieri soffrono di vedere tant'oltre prolungate le speranze della reale successione, ne sarebbero molto 
contenti. Né hanno lasciato di censurare gli oggetti del Duca Reggente 
nel stabilire un matrimonio di così remota esecuzione. </p>
<p>Venne illustrata l'ambasciata estraordinaria di Vostra Serenità dalla presenza 
di soggetti patrizî, uno de quali è stato il N. H.. conte Scipion Colalto, 
il quale, con la nobiltà de' costumi e con le distinte prerogative che lo 
adornano, ha portato splendore alla nostra residenza in quella gran Corte, 
e s'è conciliata fama di niente inferiore al carattere che sostiene. </p>
<p>S'unì parimenti a noi nei primi giorni del nostro arrivo il N. H. Sebastian Giustinian dei messer Marcantonio procurator, ponendo così 
fine al nobilissimo corso de' suoi viaggi, dai quali ha riportati frutti 
non volgari di prudenza e di cognizione, che sono alla Patria insigni 
fondamenti di ben certe speranze. </p>
<p>All'uno ed altro di questi due soggetti, ha avuto l'onore di associarsi 
ser Marco, figlio di messer Foscarini. </p>
<p>Abbiamo avuto per segretario dell'ambasciata il circospetto segretario Maffio Bianchi, il quale ha aggionto questo nuovo testimonio 
della sua rassegnazione, ed ubbidienza ai tanti altri già dati da lui 
e dal circospetto signor Vendramino suo fratello nell'esercizio di gravi 
e benemeriti impieghi. È egli ancora dotato di tutte le condizioni, 
che si ricercano al buon servicio di Vostra Serenità, mentre né in capacità, né in attenzione, né in assiduità di travaglio, ha lasciato in noi, 
che desiderare, se non di vedergli reso qualche publico testimonio della 
regia approvazione dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>È stato compagno delle sue fatiche, in figura di coadiutore, il fedelissimo Domenico Maria Cavalli, giovine non meno fornito di talento, 
che ben disposto di volontà, e che è rimasto a Parigi, dove l'hanno 
Vostre Eccellenze confermato al servicio dell'eccellentissimo signor ambasciator 
ordinario, e però per tali duplicati sagrifizî s'è reso pur egli ben degno 
delle publiche grazie. </p>
<p>Alle molte onorificenze praticate al carattere di ministri di Vostra Serenità non ha mancato quella del consueto ritratto del Re contornato di diamanti, e d'una catena di più fila d'oro, che presentiamo 
in rassegnazione alle leggi, sì come pure depositiamo nel seno della 
Serenissima Patria questo nuovo testimonio da noi dato della nostra 
ubbidienza, il cui esercizio riputeremo sempre fortunato e glorioso, 
se averà meritato di conciliarci il publico generoso aggradimento. 
Grazie. </p>
<closer><dateline>Venezia, li 13 aprile 1723. </dateline></closer>
<signed>NICOLÒ FOSCARINI cavalier procurator
LORENZO TIEPOLO cavalier procurator, ritornati dall'ambasciata straordinaria di 
Francia.</signed></div1></body></text></TEI.2>
