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      <title>Sopra due voci italiane</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>17 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa rfierimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>858.7 - MISCELLANEA ITALIANA. 1814-1859</term>
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<div1><head>Sopra due voci italiane</head>

<p>Nella Gazzetta di Milano ho veduto condannarsi due volte come barbari il participio <hi rend="italic">reso</hi> e il verbo <hi rend="italic">sortire</hi> in senso di <hi rend="italic">uscire</hi>, usati da Angelo Dalmistro in una sua scrittura. Ho deliberato di dire che cosa io pensi di questa condanna, primieramente perchè credo che il tesoro della lingua si voglia piuttosto accrescere, potendo, che scemare; poi, perchè capitando molto spesso l'opportunità di adoperare la prima di queste voci, sarebbe male che altri ci avesse scrupolo o non lo volesse fare, quando potesse, senza peccato. Dico dunque che <hi rend="italic">reso</hi> e <hi rend="italic">sortire</hi> per <hi rend="italic">uscire</hi> sono voci italiane; ed aggiungo che di quella io stesso all'occasione mi servirei, di questa no. Si legge in quella Gazzetta che <hi rend="italic">reso</hi> per <hi rend="italic">renduto</hi>, è contro la grammatica. La qual cosa è falsa: e questa volta non dico nè <hi rend="italic">mi pare</hi> nè <hi rend="italic">penso</hi>, ma affermo che così è, perchè è cosa più che chiara. <hi rend="italic">Reso</hi> è voce bonissima e da usare senza punto pensarci sopra. Ed ha per sè tutto quello che può avere una voce, che è quanto dire la ragione, l'uso e l'autorità. La ragione (che in grammatica spesso è una cosa coll'analogia), perchè l'uscita in <hi rend="italic">eso</hi> è frequentissima ne' participi de' verbi in <hi rend="italic">endere</hi>. Se da <hi rend="italic">accendere</hi> si fa <hi rend="italic">acceso</hi>, da <hi rend="italic">appendere appeso</hi> (e da' fratelli <hi rend="italic">spendere</hi> e <hi rend="italic">sospendere speso</hi> e <hi rend="italic">sospeso</hi>), da <hi rend="italic">offendere offeso</hi> (e così da <hi rend="italic">difendere difeso</hi>), da <hi rend="italic">prendere preso</hi> (e dai derivati <hi rend="italic">appreso, compreso, impreso, intrapreso, ripreso</hi>), da <hi rend="italic">scendere sceso</hi> (e dai derivati <hi rend="italic">asceso</hi> e <hi rend="italic">disceso</hi>), da <hi rend="italic">tendere teso</hi> (e dai derivati <hi rend="italic">steso, esteso, inteso, conteso</hi>), perchè non si potrà da <hi rend="italic">rendere reso</hi>? Tanto è più frequente ne' participi di questi tali verbi questa terminazione in <hi rend="italic">eso</hi> di quella in <hi rend="italic">enduto</hi>, che io non mi so ricordare, oltre al nostro <hi rend="italic">renduto</hi> di altri che abbiano questa seconda, fuori di <hi rend="italic">penduto</hi> da <hi rend="italic">pendere</hi>, e così dai derivati <hi rend="italic">impendere</hi> e <hi rend="italic">dipendere, impenduto</hi> e <hi rend="italic">dipenduto</hi>, tutti pressochè disusati, e <hi rend="italic">venduto</hi> da <hi rend="italic">vendere</hi>. Già non farebbe niente chi opponesse che <hi rend="italic">reso</hi> non si può dire perchè molti ottimi autori sovente o sempre hanno detto <hi rend="italic">renduto</hi>. Forsechè da <hi rend="italic">concedere</hi> non si fa <hi rend="italic">concesso</hi> e <hi rend="italic">conceduto</hi>, da <hi rend="italic">parere parso</hi> e <hi rend="italic">paruto</hi>, e così da cento altri? Ma che più? <hi rend="italic">Arrendere</hi> non è derivato di <hi rend="italic">rendere</hi>? e oltre <hi rend="italic">arrenduto</hi>, che ora pochissimo s'usa, non ha per participio <hi rend="italic">arreso</hi> che tutti usano? e di questo non porta anche la Crusca l'esempio del Davanzati? Ma la ragione non basta a difendere una voce. Primieramente basta a fare che questa voce non sia contraria alla grammatica. In secondo luogo veniamo all'uso. Ma che questo è tutto per me, è cosa tanto nota e manifesta a chicchessia, ch'io non ci voglio spendere troppe parole sopra. Solamente dirò che come <hi rend="italic">reso</hi> lo sento tutto giorno e lo leggo nelle scritture usuali, così <hi rend="italic">renduto</hi> l'ho ancora da sentire per la prima volta in bocca non dico de' parlatori civili e colti, ma de' più affettati: e questo medesimo credo che tutti possano dire, se però questo participio non s'usasse per avventura in Toscana: il che nè posso negare nè ho alcun motivo di credere. Ma l'uso volgare non basta senza l'autorità de' buoni scrittori. Primieramente basta tanto che avanza quand'è, come questo è, universale e d'accordo colla grammatica e coll'indole della lingua. E nota che quest'uso non è già effetto della rabbia gallica, perchè, lasciando stare ch'è più antico, come più sotto cogli esempi si mostrerà, è chiaro che questa avrebbe dovuto più tosto mettere in usanza <hi rend="italic">renduto</hi>, ma non l'è venuto fatto. Inoltre ho asserito che la nostra voce è difesa anche dall'autorità, e lo provo. Il Vocabolario della Crusca nelle Giunte incorporate poi coll'opera, RESO. <hi rend="italic">Add. da Rendere</hi> ec. <hi rend="italic">Buon. Fier.</hi> 5.3.8. (Buonarrotti, <hi rend="italic">Fiera</hi>, Giornata 5, atto 3, scena 8). <hi rend="italic">E contrastanti dar lor morte</hi> o RESI <hi rend="italic">Sottoporli alla pena</hi>. Parrebbe che questo dovesse bastare; parrebbe che una voce italiana quando è secondo la grammatica, usata da tutti, approvata dalla Crusca, non si potesse condannare. Ma senzachè a' nostri tempi sono molti che prima di condannare una voce non si scomodano più a rimenare la Crusca, forse altri non sarà contento di un solo esempio. Si potrebbe dire che infinite altre voci hanno questa stessa disgrazia di non avere nella Crusca altro che un esempio, le quali se non si potessero usare, da che spesso non hanno l'equivalente, bisognerebbe lasciare molti spazi in bianco nelle scritture. Ma non accade questa risposta. Altri esempi. Il Poliziano, <hi rend="italic">Orfeo</hi>, atto 4, faccia 47, edizione dell'Affò:

<quote rend="block">
<lg>
<l>RESA sia con tal legge</l>
<l>Che mai tu non la vegge,</l>
<l>Finchè tra vivi pervenuta sia.</l></lg>
</quote>
Il Caro, <hi rend="italic">Lettera</hi> 178. v. 1, facc. 181, ediz. di Venezia 1763: <hi rend="italic">Che per poco che m'aveste ancora aspettato, forse forse che v'avrei</hi> RESO <hi rend="italic">il cambio della corsa che mi faceste fare a Piacenza</hi>. Il medesimo, <hi rend="italic">Traduzione della Retorica d'Aristotile</hi>, lib. 3, cap. 15, faccia 254, edizione prima, Venezia 1570 (libro di lingua per chiunque l'ha letto): <hi rend="italic">Innanzi al quale egli n'havea</hi> RESO <hi rend="italic">conto: et era per renderne di nuovo, pur che quivi fosse convenuto</hi>. Galileo, <hi rend="italic">Dialogo</hi>, Giornata 1, faccia 78, edizione padovana: <hi rend="italic">Il ricordarvi solamente alcune cose sapute da per voi, e non insegnate da me, ve n'ha</hi> RESO <hi rend="italic">certo</hi>. Questo esempio è citato (ma non riportato) dal Bergantini, <hi rend="italic">Voci scoperte e difficoltà incontrate nel Vocabolario ultimo della Crusca, Difficoltà</hi>, faccia 72, dove ne accenna anche due altri del Bembo, <hi rend="italic">Lettere</hi>, vol. 1, facce 113 e 114, ediz. di Venezia 1575; e uno del Redi, <hi rend="italic">Lettere</hi>, vol. 2, faccia 51 ediz. di Firenze 1727; che a me pure basterà di avere indicati. Andrea del Sarto, <hi rend="italic">Guerra de' topi e de' ranocchi</hi>, cant. 1, st. 26, faccia 9, Firenze 1788:

<quote rend="block">
<lg>
<l>Tu del consorzio uman RESO nemico</l>
<l>Hai pastura nell'acqua, ed esca vile.</l></lg>
</quote>
Il medesimo, ivi, canto 2, st. 19, faccia 20:

<quote rend="block">
<lg>
<l>Che del decoro principal s'è RESO</l>
<l>Privo il lor regno, ond'avea fama e vanto.</l></lg>
</quote>
Questo poemetto fu stampato molto dopo il Vocabolario della Crusca, e non è citato; ma l'autore è fiorentino e antico e di uno de' buoni secoli, cioè del cinquecento; l'editore è fiorentino, e benchè scriva male, pur mostra che non sia de' più ignoranti in lingua, e nelle note dà a vedere che il libro ridonda d'idiotismi pretti fiorentini, de' quali più d'un terzo manca al Vocabolario; il poemetto piacque al Menzini che lo copiò tutto di sua mano, e al Redi che lo ornò di una sua prefazioncella dove arriva a dire che <hi rend="italic">è una delle più belle cose che abbia la nostra toscana favella, fatta con grazia, con ispirito, con isceltezza di parole, e con frase poetica naturalissima</hi>. E credo che al giudizio di questi due tutti possano stare quanto alla lingua. Chi più tosto che i Toscani volesse di quegli scrittori di stile nè carne nè pesce che chiamano italiano, sappia che nel Maffei, nel Muratori, nel Metastasio, che sono de' più corretti (benchè non sempre corretti), troverà, volendo, il nostro <hi rend="italic">reso</hi> spessissime volte, e questo affermo, e <hi rend="italic">renduto</hi> non mai o quasi non mai, e di questo affermo quello che posso, cioè che io leggendo molte opere di quegli autori, non ce l'ho mai notato, contuttochè badassi a questo, quanto può chi legge per tutt'altro. Perchè poi chi nega che <hi rend="italic">reso</hi> participio si possa dire, nè anche vorrà che s'adopri il passato perfetto <hi rend="italic">rese</hi> per <hi rend="italic">rendè</hi>, dico io che anche per questo potrei recare, oltre alla ragione e all'uso, molti esempi di scrittori classici che tralascio per risparmiare tedio e carta. Con tutte queste cose io non intendo già di provare che <hi rend="italic">reso</hi> si debba dire piuttosto che <hi rend="italic">renduto</hi>: anzi dirò pure quello ch'è vero, cioè che a volere stare in sulla squisita eleganza e vagliare anche il grano buono e purgato, è meglio <hi rend="italic">renduto</hi> che <hi rend="italic">reso</hi>, ma così come mille altre parole sono migliori di mille altre bonissime che si possono usare e si usano alla giornata dagli scrittori diligenti e corretti, anzi molte volte vanno usate più tosto che quelle altre più eleganti.</p>
<p>Del verbo <hi rend="italic">sortire</hi> in significato d'<hi rend="italic">uscire</hi> dirò poche parole, perchè credo bene che si possa usare, ma non che sia da usare. <hi rend="italic">Sortire</hi> per <hi rend="italic">uscire</hi> è voce tanto francese, quanto infinite altre voci italiane. Il tutto sta che l'uso l'abbia accettata e fatta nostra. E questo in verità l'avrebbe fatta tale: ma l'uso d'oggi con questa maledetta peste gallica che c'è sopravvenuta per li nostri peccati, non fa gran caso. Bisogna ricorrere ai buoni scrittori: e i buoni scrittori ne somministrano qualche esempio. Fra Guittone, <hi rend="italic">Lettere</hi> (avverti ch'io piglio questo passo dalla Crusca, v. <hi rend="italic">Agugliotto e Sortito</hi>, e non ho tempo di pescarlo nell'edizione del Bottari): <hi rend="italic">Come agugliotto non</hi> SORTITO <hi rend="italic">dal nido. Cioè</hi> USCITO, nota la Crusca. Il Buonarroti, <hi rend="italic">Fiera</hi>, Giornata 3, at. 1, sc. 2:

<quote rend="block">
<lg>
<l>Vorrestici tu forse esser SORTITI</l>
<l>I villan co' forconi?</l></lg>
</quote>
La Crusca, v. <hi rend="italic">Sortire</hi>, par. 3, riporta questo passo, e soggiunge: «qui vale semplicemente: <hi rend="italic">usciti fuori</hi>». Andrea del Sarto, <hi rend="italic">Guerra de' topi e de' ranocchi</hi>, canto 2, st. 1, facc. 14:

<quote rend="block">
<lg>
<l>Che SORTITO talor dalla cantina</l>
<l>Rassembra, e non dal luogo del riposo.</l></lg>
</quote>
Io so ancora di aver trovato questo verbo preso in questo senso presso un autore citato, diverso dai sopraddetti, ma non mi ricordo quale, se non che mi passa per la mente il Castiglione nel <hi rend="italic">Cortigiano</hi>, ma non l'affermo in verun modo. Questi esempi provano che <hi rend="italic">sortire</hi> per <hi rend="italic">uscire</hi> non è un barbarismo, ma non così che s'abbia ad accettare per buona moneta, non trovandosi quasi mai adoperato dagli scrittori corretti, salvo i citati, e non potendosi una voce difendere coll'uso di un tempo com'è il nostro, corrottissimo e fracido, quando chi volesse scrivere appunto nel modo che si parla (come dicono) civilmente e pulitamente, potrebbe tenere scuola di lingua barbaresca. Questo significato poi di questo verbo non è stato accolto dalla plebe conservatrice della purità della favella, ma da chi o per vezzo o per abito pigliato senz'avvedersene, parla il linguaggio che adesso si chiama colto, e a' tempi del Maffei faceva stizzare quella fantesca che fra le molte cose non sapeva intendere se chi <hi rend="italic">va a venire</hi>, vada o venga. Conchiudo che delle due voci condannate dalla Gazzetta di Milano, la prima, cioè <hi rend="italic">reso</hi>, è italiana e ottima e usata e da usare; la seconda, cioè <hi rend="italic">sortire</hi> per <hi rend="italic">uscire</hi>, è italiana ma di bassa lega. Dopo aver conchiuso, mi vien voglia di ridere di certi giudicaopere e scrivarticoli di giornali, che di quando in quando (non parlo di nessuno in particolare) ricordandosi che nelle opere si guarda anche alla lingua, cominciano a frugare in quella roba, e dopo molto rovistare, ci colgono e ti danno per non italiane tre o quattro parole o modi molto più italiani che essi non sono. La bella è che il più delle volte in quelle opere ch'egli hanno tra l'ugne, gli spropositi di lingua veri e reali ci stanno stivati di maniera che più non ce ne capono: e questi Lincei che quelli che ci sono non vedono, vedono quelli che non ci sono: come un fanciullo che rimescolando un mucchio di pula, ci scoprisse qualche granello rimasoci per disgrazia, e come immondezza lo mostrasse a tutti e lo gittasse via. Ma che maraviglia? Se costoro non conoscono altri libri di lingua che i tradotti dal francese (sieno traduzioni propriamente dette, o sieno originali, che è tutt'uno), è naturale che poichè scambiano quella lingua coll'italiana, le parole e frasi buone secondo loro sieno spropositi, e gli spropositi stieno in regola. Se non che a questi tali si potrebbe fare quella vecchissima domanda: perchè scrivano della lingua se non la sanno. Ma potrebbero rispondere che a non volere scrivere altro che di quello che sapessero, non iscriverebbero niente: e poi non iscrivono già per li dotti ma per gl'ignoranti, per li quali possono senza pericolo: ed egli è cosa convenevole che altri conversi co' suoi pari. Che poi non iscrivano o non istampino, non sono sacrifizi da domandargli a nessuno. Questi che così scrive non è Angelo Dalmistro, ma G.L. </p></div1></body></text></TEI.2>
