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    <titleStmt>
      <title>Prose varie (1809)</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>30 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo «Entro dipinta gabbia». Tutti gli scritti inediti, rari e editi 1809-1810 di Giacomo Leopardi, a cura di M. Corti, Milano, Bompiani, 1972; G.L., Tutte le opere, ed. Binni-Ghidetti, vol. I.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<div1 type="parte"><head>Descrizione di un incendio</head>
<p>Pallida sul cielo volveasi la luna, e fra le squarciate nubi mostravasi di volo. Tutto era silenzio, ed i stanchi corpi dormivano in tranquillo riposo. Quando all'improviso mi desto da insolito rumore, che sentesi in confuso eccheggiar per l'aria. Sorgo frettolosamente, scendo le scale, e già son fuori dalle domestiche mura. Ed oh qual spettacolo degno in vero di compassione mi si presenta! Vedo non lungi compreso tutto, e circondato dalle fiamme di un mio caro amico l'albergo. Il fuoco divoratore in breve tempo l'abbatte, ed al suolo l'uguaglia. Stride la fiamma, e si raddoppia, e gira in vortici frementi finchè trova pascolo, e sembra che questo ripeter voglia anche dal duro sasso. Mi accosto tremante, ed oh lacrimevole scena! Vedo là mucchj di annerite pietre, quà abbruciati legni, da quali esce furtiva una qualche infocata scintilla. Ad altra parte mi volgo, e vedo! aimè che vedo?... vedo un afflitta donna, che seduta sul suolo graffiasi le chiome sparuta, e mesta. Dagli occhi manda una qualche lacrima, che gli striscia sul volto, e sulle labbra spunta un qualche interotto sospiro. Vicino ad essa un vecchio scarmo stassi, e sparuto, che sta lottando tra la morte, e l'affanno. Anche un fanciullo, che non ben comprende della nemica sorte i colpi, vedesi fra le macerie cercare se il fuoco avesse pur anche risparmiata alcuna cosa fra quelle, che una volta furono frutto de' sudori dell'afflitto Padre. Tutto annunzia duolo, e desolazione. Oh casa, che fosti una volta d'innocente amicizia l'albergo qual ti rivedo adesso! È fuggita da te la gioja, ed il contento, e solo vi alberga l'affanno, ed il cordoglio. Barbare fiamme! per voi piange l'amico, e per voi di amarezza ho colmo il seno.</p></div1>
<div1 type="parte"><head>L'Amicizia</head>
<p>Fra i migliori beni, che goder possa l'uomo in questa del pianto misera valle, non v'ha dubbio esservi l'amicizia. Ella è questa un frutto delizioso, del quale sembra la terra avara mentre, o non nasce, o inaridisce spuntato appena; o quando ciò non sia, degenera ben presto dal puro suo seme. Felice chi giunse a possederlo. Un vero amico è un tesoro. Renda pure col suo caldo l'Estate noiosi i suoi lunghi giorni: l'invernal bufera soffi pure, ed il rigido gelo impedisca all'erbe di germogliare: l'aspro affanno opprima il cuore, e la morte crudele ruoti sul capo l'adunca falce; l'amico sarà sempre di ristoro, e con esso il duolo si calmerà della sorte avversa. La saviezza, e la felicità nell'uomo si uniscono per l'amicizia. Se un affare di gran rilievo debbasi da alcuno trattare sempre dell'amico ricercansi i consigli, i quali son di ajuto per poter prosperamente condurre a fine l'opre incominciate. Sia pur anche un misero in oscuro carcere ristretto se la sorte di un vero amico gli fece dono avrà per questi un appoggio onde poter esserne liberato. Sia uno di ogni amico spogliato, d'ogni conforto ancora sarà privo, e costretto sarà a bere l'amaro calice delle sventure fino all'ultima feccia. L'uomo non nasce per se stesso, ma per la società. Che s'egli passar vorrà i suoi giorni nel silenzio di una solitudine, e lontano dal consorzio de' suoi simili, i suoi pensieri quantunque colti, ed adorni di tutte quelle cognizioni, che render possono l'uomo saggio, non agitati da quelli di un amico, rozzi diverranno, ed, o a se, o alla società funesti: simile appunto alle acque de' laghi, le quali perchè non mosse dal vento facilmente s'imputridiscono; quelle poi del mare perchè di continuo da questo a quel lido agitate, e scosse, mai si corrompono.</p>
<p>Sì, che in vano tenta l'uomo di passar tranquillamente i suoi giorni; in vano cerca felicità in questa terra. Sieda pur egli su d'alto soglio fra le delizie di rumorosa corte, se non possiede un amico felicità non potrà giammai rinvenire. Tenga pur anche il possente scettro sopra l'universo, senza di questo nulla possiederà. Oh bell'amicizia quanto sei cara, e preziosa! Ma dove ritrovarti? Il nome d'amico è comune, ma la vera amicizia oh quanto è rara!</p></div1>
<div1 type="parte"><head>Quanto la Buona Educazione sia da preferirsi ad ogni altro studio</head>
<p>Nasce l'uomo adorno di ragione, e questa signore lo rende non meno delle bestie tutte, che di se stesso ancora. Se ad essa sola ci si attenesse risparmierebbesi tanti affanni, che nojosa, e grave gli rendon la vita. Ma sorgon le passioni a farle guerra, è ben tosto, o fra le caligini l'avvolgono di mille errori, o fra i lor ceppi imprigionata la tengono. Felice chi a tempo giunse ad estirpar dal cuore questa maligna zizzania. Libero allora dalle catene del vizio potrà facilmente all'arduo aspirare della virtù movendo sicuro il piede fra gl'inciampi, e i pericoli. A tanto però l'uomo da se stesso giunger non potrà giammai. Inclina egli dalla natura piuttosto al vizio, che alla virtù, ma se da un amica mano scosso egli venga fino dagli anni più verdi, e il bello della virtù, e l'orror del vizio gli si mostri, facilmente della natura corregge il difetto, e calcar comincia l'orme gloriose del giusto, e del retto. Molto adunque importa che a questo studio si applichi, anzi se questo gli manca inutile ogni altro adiviene. Infatti che giova all'uomo, che domar sappia le fiere, e vincere i nemici, se domare, e vincere non sa se stesso. V'è chi da un genio secreto fra lo strepito dell'armi vien chiamato, altri ad oltrepassare i mari per accumular ricchezze, o il suo nome celebrare fra gente straniera: v'ha chi de' piaceri solo, è amante, e vorrebbe tutta la vita all'ozio, e al diletto consecrata; ma sa egli se tutto questo al suo bene gli torni? Vada pure fra l'armi, e colla spada alla mano affronti l'inimico, ma sappia che incerta è la vittoria, sicuri i pericoli, che de' sudati allori pochi raccolgono il frutto, che spesso perdesi quella gloria che già credesi avere in pugno? che finalmente la fortuna, è varia, e spesso corona de' suoi doni chi meno degno ne sarebbe, e il vile, e il debole confonde col coraggioso, e col forte. Sappia tutto questo, e poi, se può, si risolva a cercar fortuna, e gloria a traverso di un mar di sangue, fra le strida, e i lamenti di chi langue, e chi muore. Che se fra l'armi difficile è l'acquistar gloria assai più difficile sarà il ritrovarla solcando ampj mari, cercando estranei lidi. Più, e più volte uomini audaci, ed avidi di gloria, e di ricchezze, nel loro seno abbandonatisi trovarono in essi l'inesorabil morte. Sul lor dorso vengono spesso a combatter fra se gli austri furiosi, e l'euro, e il noto, e l'Affrico, e l'aquilone, ed innalzano fino alle stelle le onde spumanti: piovono allora dal cielo veloci folgori, terribili, e strepitosi tuoni rumoreggiano orrendamente, rotte sono da spessi lampi le folte tenebre dell'aere oscuro tutto è orrore, tutto è spavento. Si pente allora di essersi al mare affidato, ma tardi poichè spesse volte si è costretto a subire la morte. Vero è che non sempre regnan sulle acque gl'impetuosi venti, e gonfj sono i flutti, ma non per questo mancano pericoli, e timori. Barbari corsari infestano talora le placide marine: nemiche terre, isole sconosciute, esser possono il porto dell'infelice naviglio. E con tutto questo amar si potrà di oltrepassare navigando i mari? Che dirò poi dell'ozio? nulla certamente può esser bastante per esprimere il pessimo carattere di questo mostro. L'uomo, che ad esso si abbandona sebbene nobile di nascita, nondimeno a tutti è ignoto, oltredicchè alle bestie assomiglia. Egli è nojoso a se stesso, ed inutile alla patria, poichè l'uomo ozioso non può attendere in alcun modo alle scienze, e queste non curando come potrà essere di consigliere, all'afflitto, di guida all'ignorante, di sostegno al debole? Come potrà dalla patria allontanare i pericoli, ed essere a quella di forte appoggio, e di robusta difesa? Eh pianghino gli oziosi fra le miserie avvolti dell'ignoranza, che figli esser questi mai possono di una buona educazione. Questa ogni altro studio vuol precedere, perchè apre la strada alla vera virtù, e mostra nel suo vero aspetto il vizio, che sempre, e in qualunque circostanza deve fuggirsi. Oh ben felice, e mille volte fortunato chi dagli anni suoi più verdi approfittò in questa scienza! Può esser sicuro, che saprà ben conoscere, ed eseguire i suoi doveri con Dio, col prossimo, e con se stesso, e di goder quel bene, e quella pace, di cui può esser capace un uomo in questa del pianto misera valle.</p></div1>
<div1 type="parte"><head>I Pastori, che scambievolmente s'invitano per adorare il nato Bambino</head>
<p>Già sovra l'ali dell'ore giunta era la notte alla metà del suo corso, in quel tempo, nel quale ricoperta essendo la terra di candida neve, gelo diffondevasi per tutto; nel quale il sole men fervidi i caldi suoi raggi spandeva sopra la terra. I Pastori rinchiusa aveano nelle loro cappanne la greggia, ed accanto ad essa prendeano un tranquillo sonno. Quando da improviso, e piacevole rumorio vengon destati Sorgono frettolosi, escono all'aperto, ed in ogni parte del campo rivolgono il timoroso sguardo. Ed ecco che veggono non più prive di fiori le campagne, non più sfrondati gli alberi, ma tutto fiorito, tutto giocondo; non odono più fischiare gelato il vento, ma aleggiare mollemente un placido, e leggier zeffiretto. Ciò ancor non basta. Vedono fra splendida luce Angeli a turme, uno de' quali ratto volando dai compagni diviso loro arreca il lieto annunzio della nascita del tanto aspettato Messia. A sì gioconda novella pieni essi di gratitudine, e di allegrezza, si danno ad invitarsi vicendevolmente, e andiamo dice l'uno, andiamo risponde l'altro, andiamo a venerare il nato Salvatore, offriamo a Lui il nostro cuore, e tutti noi stessi. Così uniti insieme i pij Pastorelli carichi di que' doni, che comportava la loro povertà verso la cappanna s'incaminano. Ivi giunti adorano affettuosamente il Santo Bambino, ed offrono dipoi i poveri loro doni. Ciò fatto lieti ritornano ai loro tugurj.</p></div1>
<div1 type="parte"><head>Descrizione del Sole per i suoi effetti</head>
<p>Ammirabile è Iddio in tutte le sue operazioni, e alle umane forze infinitamente superiore. Le piante, gli alberi, i fiori, i frutti ben lo dimostrano. Il mondo di tutto ciò è adorno. E in vero molto è vago il suo aspetto, allorchè presenta, e prati ricoperti di verdi erbette, e di fiori smaltati, ed alberi, e piante cariche di frondi, e di frutti, l'anima di dolce consolazione riempie. Ma di questa consolazione il cuor non goderebbe giammai se tutti questi ameni, e dilettevoli oggetti mirar non si potessero. Il Sole è quello, che al guardo li presenta. In questo Pianeta mirabilmente risplende la potenza di Dio. Questo è una delle opere sue più ammirabili. Per lui le delizie tutte della terra si godono, per lui è fecondo il terreno, e le piante maturano in saporose frutta. Tutto il vago, e dilettevole, che la terra presenta perdesi a un tratto tostochè i raggi del luminoso pianeta obliquamente si diriggono. Oh qual'orrido quadro mostrano allora, e gli alberi sfrondati, e le deserte campagne! Dovunque il guardo si volge in immagini si riscontra di mestizia, e di affanno. Urlano da lontano, e da vicino i maligni venti settentrionali, che spesso coprono di gelide nevi i monti non solo scoscesi, e deserti, ma le colline ben anche le più amene, e le pianure più fertili. Il freddo gelo inceppa sotterra i più bei germi, e vagano soltanto le fiere dall'arrabbiata fame spinte a ricercare il vitto. Lunghe, e penose sono le notti, e per fino gli armenti languiscono nelle loro stalle. Ma torni il Sole ad alzarsi sullo zodiaco, ed incominci a riscaldare il suolo, che ben tosto fugate le sonanti tempeste, piacevoli zeffiretti si odono sussurrare dolcemente, ed ecco ritornare i pinti canori augelli dalle oltremarine contrade, e svolazzando salutare gorgheggiando, fin dall'aurora il sol nascente, e invitarsi poscia nei lor modi a noi incogniti, e al verde fiorito prato, e al chiaro zampillante ruscello. Fin l'onde marine si abbelliscono dal vago aspetto del sole, il quale, dopo di essersi in quelle ampiamente specchiato, e dopo di avere le alte cime de' monti vagamente indorate, lascia il basso orizonte, e sul vasto cielo s'innalza per mostrarsi a tutti, e i doni suoi profondere a tutto quanto sulla terra si trova. Da lui svegliati i pastori s'alzano a cavare dalle stalle fumanti e i lanuti armenti, e i tardi buovi, e quelli al pascolo condurre, e questi all'aratro aggiogare. Ed ecco in un tratto popolate le campagne d'industri contadini, e qual d'essi apre col duro vomere il seno alla terra, qual altro impugna colla mano callosa il tagliente ferro, e gl'inutili tralci va togliendo, e le pampinose viti va potando, qual spezza le assodate glebe, qual sparge semi, qual raccoglie frutti, qual guida rigagnoli, qual tosa le siepi, e tutti in opra sono sotto l'aspetto benigno del sole. Cresce egli frattanto nel suo cammino, e già al mezzo corso si accosta, e dardeggiando raddoppia e il calore, e la luce. Bello è allora il vedere gli stanchi agricoltori lasciar l'aratro, e l'armento, ed affrettarsi al riposo sotto l'ombra opaca di un verde platano, o di un alto faggio, ed ivi rasciugando la fronte molle di sudore aspettare l'usato ristoro, quanto povero, e frugale, altrettanto lieto e giocondo. Stesi sulla fresca gramigna, oh quanto più felici sono dei Principi, e grandi della terra! Quì sicura alberga la pace, ed è bandito il tradimento, e la frode. Ruvido pane, erbe incolte saziano la fame matutina de' Rustici, ma non saziano quella de' Grandi i saporiti cibi, e le condite vivande. La parca mensa è già terminata, e alla primiera fatica ciascuno lieto, e indefesso ritorna. Intanto il sole declina all'orizonte, e tacita si accosta sulle umide ali la notte. Placido il zeffiro scuote le frondi, limpido scorre il ruscelletto per le fiorite campagne, e gli alberi risuonano di stridule cicale. Tramonta il sole, ed ecco spandersi le oscure tenebre. Tutto il bello sparisce, e mesto silenzio, e tetro orrore regna per tutto. O sole, benefico sole, chi non riconosce e adora in te del Divino Signore l'infinita beneficenza?</p></div1>
<div1 type="parte"><head>Il Trionfo della Verità Veduto in Samaria, e sul Carmelo: </head>
<opener><salute>Dedicato alla Signora Contessa Virginia, Mosca, Leopardi</salute></opener>
<p>Uomo, che nel buio nasci dell'ignoranza, per poco t'arresta, e ardimentoso, e franco spingi uno sguardo a traverso della mole immensa, dove tu abiti. Sai tu della esistenza del tutto l'origine, il modo, il fondamento, il perchè? Sai delle rotanti sfere l'armonia, de' lucidi Pianeti il giro invariabile, dell'agile, e sotil luce gli effetti ammirabili? Tu vedi molto, ma poco sai, e meno conosci. Tant'è, una densa nebbia, una oscura caligine, avvolti ci tiene fra il bujo d'invincibile ignoranza. In mezzo a queste tenebre però un astro splende luminoso, e bello, che da ognuno veder si fa, e conoscere. Ella è questa la verità. Dall'eterno Divin sole questa luce dimana. Penetra, ed illumina ogni oscuro recinto e le tenebre dirada più profonde del cuore. Ella non entra solo dove le sì chiude dispettosamente l'ingresso, ma ciò nonostante restar non vuole sconosciuta per sempre. A fronte di qualunque contrasto scevra la verità si mantiene da ogni macchia. Ella non può esser che sola. Sfianca dell'errore i più forti ripari, e sulle ruine grandeggia della menzogna. Il Cielo fu il primo testimonio delle sue glorie, ed ella fu che aprì a suoi ribelli l'inferno. Tremi chiunque non gli è amico, e voi, pia Dama, mia dolce Nonna gioite perchè della verità siete seguace. Non vi sia dunque discaro di accettare questa, che a voi consacro, mia debol fatica. La verità mi sarà sempre cara egualmente che a voi, nè sarà mai che l'impugni per non provare i fulmini terribili del suo sdegno. So quante sventure afflissero Acabbo perchè della Verità si fece nemico. Un bel trionfo di questa si ammira in Samaria, e sul Carmelo. Andiamo insieme a vederlo: io vi sarò di guida, e quando bene vi avrò condotta, non dispero dal vostro buon cuore un benigno compatimento.</p>
<div2 type="paragrafo"><head>I.</head><p>È proprio di Dio l'esser clemente, ma dopo lunga pazienza alza adirata la mano, e i fulmini spaventosi vibra del suo furore. S'inganna chi crede di potere a lui far fronte. Paga il fio della sua temerità chiunque ardimentoso ubidienza gli nega. Spesso uomini di gran nascita, e di esteso dominio precipitati dal soglio si son veduti umiliarsi quando troppo fidarono su di se stessi, e le spalle rivolsero alla verità. Ben di ciò l'empio Acabbo fu testimonio, ed in se suo malgrado la verità dimostrò. Incauto, egli Iddio non teme, e ad esso ribelle fra le laute mense, e l'abbondanza di tutto nella sua reggia placidamente dimora. Non presta fede, che a' falsi Profeti, che lo adulano, e perseguita, e cerca a morte Elia, che la verità gli predica. Infelice! che avrà poi fatto? Suo malgrado dovrà ricredersi dell'errore. Per il suo delitto già Samaria tutta piange nella miseria avvolta di una infelice siccità. Il cielo divenuto di bronzo gli nega ogni minor copia d'acqua, e sordo alle sue preghiere resta inflessibile. Gl'infelici cittadini estenuati da rabbiosa, ed ostinata fame, tutto avidamente addentano. I miseri pargoletti dimàndano invano pane alle afflitte lor madri, che affamate anch'elle si abbandonano sul suolo accanto ai corpi de' moribondi figliuoli. Cadono digiuni i bifolchi sopra lo sterile solco, ed i mugghianti buoi stanchi dalla lunga ed inutile fatica si arrestano languenti, ed oppressi dalla fame sull'inaridito terreno. Muojono d'ogni parte gli animali privi del necessario alimento, e d'ogni intorno la desolazione si spande. Il solo Elia era quegli, che dalle nubi potea pregando ottenerne la pioggia, ma Iddio non vi acconsentiva, se prima Acabbo non ritornava sul retto sentiero della virtù. Elia spesso questa verità gli avea predicata, ma egli nella sua empietà ostinato ascoltar non volea nè preghiere nè minaccie.</p>
<p>Passano intanto i lunghi, e nojosi giorni della calda Estate, nè il cielo di alcuna nube si ricopre. Che affanno, che smania! Tutto è pianto, ma il ciel non si move. L'avvicinarsi dell'inverno riconduce una qualche leggiera speranza. Sembra ad ognuno, che di umidi vapori l'aria si riempia; già la fantasia dolente s'immagina che il ruscello, il torrente, il fiume si gonfino per la ridondante pioggia. Ma soffiano gelati gli austri, e gli Aquiloni; si spogliano i prati delle poch'erbe, cadono dagli alberi le canute frondi, nè in cielo un segno di pioggia apparisce. Misera, Infelice Samaria! per i delitti dell'empio suo Rè ridotta si vede agli estremi da una ostinata siccità, e costretti si trovano gl'infelici suoi abitanti a languir per la fame, e a desiderare l'istessa morte, come la sola, che possa dar fine a tanti stenti, ed affanni. Ma Acabbo intanto che fa? perchè la verità non conosce, e dell'errore non si ravvede? Poteva certamente ravvedersi, e ritornare all'ubbidienza di Dio, ma poichè odia la Verità che lo riprende, e i suoi delitti gli rinfaccia, non vuole nè colle preghiere, nè colli castighi riconoscere il vero Dio, e la Verità. Vede ben egli, che la minaccia di Elia si avvera, e che la fame tormenta tutta la sua monarchìa, ode i gemiti desolati degli afflitti suoi sudditi, che per la siccità affamati languiscono, conosce la mano adirata di Dio, che lo percuote, e i fulmini del suo sdegno, che sopra di lui, e del suo regno piombano, ma ciònonostante ostinato nella sua infedeltà si mantiene, e di Dio, e della Verità si ride. Sente nel suo cuore indurato i stimoli della coscienza, che lo sollecitano a ravvedersi, e a riconoscere la Verità che disprezza; ma quantunque conosce, che operando in siffatta maniera avrebbe liberato il suo regno dalla siccità, dalla fame, e dalle sventure, nondimeno fermo nel suo proposito si mantiene. Sente per ogni parte le voci del duolo, mira la scarma inedia, e l'imperiosa indigenza introdursi perfino nella Reggia: vorrebbe a tanti mali chiudere il passo; ma tutto è inutile. Le minaccie di Elia si avverano in tutto. Non v'ha più luogo a dubitarne. Il solo Elia può il termine porre a tanti mali; ma Elia dov'è? Si è fatto cercare invano per più di trè anni. Oh quanto la sua presenza opportuna sarebbe! Tutta Samaria lo sospira, e fa voti al Cielo pel suo ritorno. Dunque Samaria si è ravveduta dell'errore? dunque la Verità ha finalmente conosciuta? Torni dunque Elia. Si Elia tornerà, ma per vieppiù confondere l'empia Samaria, e per accrescere sempre più luminoso della Verità il bel trionfo.</p></div2>
<div2 type="paragrafo"><head>II.</head><p>Tacite oscure caverne dell'Orebbo aprite l'uscita al solingo Eremita, e rendetelo all'afflitta, e desolata gente di Samaria, che da gran tempo lo sospira, e lo piange. Ma egli è già partito. Da quali, e quanti pensieri nel camino non sarà stato agitato! L'aspetto truce, e minaccioso dell'infierito Acabbo, gli armati suoi satelliti, lo sdegno, e il furore, che nulla rispetta; tutto gli si sarà parato d'innanzi, e quai timori, ed immagini funeste avranno turbata la mente. Ben ha ragione di temere di Acabbo. Costui non solo odia la Verità, ma la vita ben anche di chi la Verità e cerca, ed ama. Buon per lui, che mai non conobbe timore se non dal vizio prodotto. Sa ben egli, che un Dio Onnipotente lo guida. Entra coraggioso in città. La speranza, e il timore occupano a vicenda gli afflitti cittadini. Chi mercè le preghiere di Elia spera imminente la bramata pioggia; chi per lui teme un più funesto castigo. V'è chi lo cerca, e v'è chi lo fugge: ma il Re lo vuole; al Re dunque si presenti. Minaccioso, accigliato, e fiero questi lo accoglie, e tu fremendo gli dice tu sei quello, che si fattamente turbi Israele. Punto non si commuove Elia, ne lo sdegno dell'irritato Re paventa, ma intrepido, e dalla Verità assistito: non io, gli risponde, ma tu sei quello, che a Sammaria le infelicità, e la fame procuri. E fino a quando tu e i Sammaritani tuoi restar vorrete sepolti fra le tenebre della cecità, e dell'ignoranza? È tempo omai che il vero Dio, e la Verità riconosciate. Se il Dio d'Abramo, è il vero Dio, lui solo seguir si deve, e dar dovete per sempre il bando alle menzognere vostre Divinità. Sul Carmelo si vedrà qual de' Numi debba essere adorato. Ivi raduna, o Re, quanti Profeti hanno i vostri Dei. Preparata sull'altare la vittima, implorino essi da Baal il sospirato fuoco, che l'offerta consumi. Io farò lo stesso dalla mia parte, e quegli che dal cielo le consumatrici fiamme farà discendere di quegli sarà vero il suo Dio. Se desideri che cessi il flagello eseguisci ciò prontamente. Acabbo dalla lunga carestia afflitto, e sperando di vederne il sospirato termine; senza dimora sul Carmelo l'Israelitica assemblea, e i falsi Profeti raduna. Affollato il popolo vi accorre, sui volti colla mestizia la speranza vedesi combattere, e forte ad ognuno batte nel seno il cuore. Il medesimo Acabbo non vi manca. Già i falsi Profeti sul monte sono radunati, e Acabbo, ed Elia con essi. Il popolo in folla li circonda. Alzate sono le cataste, e pronti i buoi, che esser debbono la vittima, e tutto è disposto per il sacrifizio. Gli occhj d'ognuno son fissi all'Altare, e ai Profeti. Incerti pendono fra la speranza, e il timore. I pareri sono divisi, restano i cuori perplessi, ma fra poco tutto sarà deciso, e la Verità sarà in trionfo. I profani Profeti il bue pongono in pezzi e sulla catasta arditi li dispongono. Circondano dipoi schiamazzando l'altare, e dal falso lor Dio il fuoco con alte grida implorano. Forsennati sovra, ed attorno di esso saltano e passano. L'aria è assordata dalle loro altissime grida. Ma tutto è vano, e il fuoco bramato non scende. Disperati già credono irato il lor Dio, e quindi a placarlo si accingono impiagandosi con affilate coltella, e con acute lancette. Quai baccanti si aggirano per ogni parte, e la terra, e l'altare di caldo sangue innondano. Di sangue già grondano le legna, sangue piove sopra la vittima, sangue tinge l'altare istesso. Ma tutto questo è ancor vano. Stolti! Ma Satanno gli accieca, e dilettandosi di sangue umano vuole, che questo barbaro rito, e crudelissimo costume di sacrifizio pazzamente abbraccino. Già molte ore della mattina sono trascorse. I falsi Profeti dopo lunghe preghiere, e grida sono stanchi, e ormai disperati di vedere il fuoco. Resta paziente Elia ad ascoltare, e a mirare i loro schiamazzi, e i loro gesti: ma veggendo finalmente, che invano essi si affaticano, e mandano invano al cielo urli e preghiere: e via, dice insultandoli, non siete voi quelli il di cui Nume tanto è possente? più alto ancora mandate le vostre voci; certamente Baal sta in qualche luogo a diporto, o chiuso in qualche gabinetto prende riposo, e le vostre preghiere non ode; più forte, ancora, più forte gridate per destarlo. Ciò detto comanda agli Israeliti di seguirlo. È obbedito. Ristora dunque l'altare del vero Dio, e un canale d'acqua vi scava intorno. Sopra vi conpone le legna, e la vittima, e quattro idrie d'acqua sopra vi versa. Tutto gronda d'acqua che scorre sopra, ed intorno dell'altare. Ogni cosa è pronta. Ad ognuno si raddoppia l'attenzione, e l'anima corre sugli occhi per essere spettatrice dell'aspettato prodigio: quando il Profeta Elìa nella Verità confidando si accosta all'altare, e questa breve orazione pronunzia. O Dio di Abramo tu ben conosci, che io sono tuo servo, e che a' tuoi comandi obbedisco. Dall'alto tuo seggio di gloria odimi o Signore odimi, e fa che questo popolo riconosca te, e la Verità. Non ha ancora terminato di dir queste parole, quando d'improviso vedesi risplendere per l'aria il fuoco. Subito una gioja mista di meraviglia, e di timore si spande per ogni parte. Il fuoco è già disceso, e già la vittima è consumata. Galleggiando la fiamma lambe l'acqua quasi olio fosse, che pascolo gli dia. Un fragoroso applauso per ogni parte s'innalza. Ognuno riconosce la verità e adora il Dio di Abramo, Dio di verità eterna. Così confusa, ed avvilita restò la menzogna, e l'errore, e il bel Trionfo fu compito a gloria dell'infallibile, sola, ed unica Verità. Elìa ne riscuote gli applausi, e vola gloriosa la fama a eterna memoria del nome suo non solo, che del vero suo Dio. Così esser possa un giorno anche la memoria di noi. Lo sarà certamente se dell'eterna Verità fermi seguaci saremo. Dio, il nostro Dio ce la inspira: e perchè dunque non dovrem seguirla? Voi, o mia Ava esemplarissima, me ne date un luminosissimo esempio. Reggete adunque benignamente i miei passi, che io mi protesto voler sempre animoso calcare della Verità la via felice.</p></div2></div1>
<div1 type="parte"><head>L'entrata di Gesù in Gerosolima,</head>
<opener><salute>dedicata a S.E. la Signora Contessa Adelaide Leopardi,</salute>
<byline>da Giacomo Leopardi</byline>
<dateline>[Domenica delle Palme 1809]</dateline></opener>
<p>Apritevi, o Cieli, e voi venite, o Angeli beati, a contemplare il Re della gloria assiso su vil giumento entrare in Gerosolima. Mirate come d'intorno ad esso si affollano esultanti gli Ebrei, e sulla via stendono le vestimenta, ed innalzano verdi rami di olivo. Udite i gridi di allegrezza, e le voci, che il giubilo del loro cuore dimostrano. Evviva, evviva il figliol di Davidde, benedetto sia quegli che viene in nome del Dio d'Israello, Ma oimè, sento che voi mesti mi rispondete, noi non possiamo mirarlo senza rammentarci che fra pochi giorni, dentro le mura di questa stessa città, noi lo vedremo sospeso ad una croce, palpitare, agonizzare, spirare. Che questi medesimi, i quali ora lieti ed esultanti l'accolgono, saranno i suoi crocifissori. Questa è l'amara rimembranza che intorbida tutta l'allegrezza di questa trionfante entrata. Ben voi dite, Angeli santi, ben è ragionevole la vostra risposta. Oh Dio, oh Dio quanto sei per patire affin di redimerci!</p>
<space type="stacco-narrativo"/>
<p>Carissima signora Madre,</p>
<p rend="noindent">Già ben prevedo, che una critica inevitabile mi sia preparata. Questa composizione, mi par di sentire, è troppo breve, ed in qualche luogo lo stile è basso. Io non so che rispondere a questa critica, ma mi contento di pregarla a considerare la scarsezza del mio ingegno e a credermi</p>
<p rend="noindent">Di Lei carissima signora madre</p>
<closer><signed>Dev.mo, Umil.mo, Obbl.mo Servo Giacomo Leopardi</signed></closer></div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
