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      <title>Memorie autobiografiche</title>
      <author>Antonio Genovesi</author>
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        <title>Autobiografia, lettere e altri scritti</title>
        <author>Genovesi, Antonio</author>
        <editor id="ed">Savarese, Gennaro</editor>
        <publisher>Feltrinelli</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1962</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<body><div1 n="VITA DI ANTONIO GENOVESE">
<p>Antonio Genovese, mio avo, per ciò che aveva ereditato da suo padre, e per la dote di sua moglie Giustina Genovese, aveva in terre tanto onde, con poca industria, avrebbe potuto non solo vivere con comodità, ma di molto accrescere il suo patrimonio. La sua poltroneria lo scemò. Ebbe sette figli, tre maschi e quattro femine. Delle femine due morirono pulcelle: due furono maritate. De' maschi il secondo morì cherico, l'ultimo cambiò cielo e si stabilì altrove. Mio padre, erede d'una quarta parte del non molto grande patrimonio del padre, sposò Adriana Alfenito di S. Mango, che gli apportò buona dote. Era di docilissimo costume e di molta civiltà. Il carattere di Salvadore Genovese, mio padre, era sanguigno colerico: uomo anzi corto che no: d'un colore rosso acceso: di un fuoco e di uno spirito poco ordinario: di una gran penetrazione di mente: di forte memoria: di grande eloquenza: d'animo franco e ardito: amante all'eccesso dell'onore. Ora che scrivo vive di 79 anni. Mia madre era di giusta corporatura: aveva il volto bianco, in cui il rosso bastava ad animarlo: gli occhi negri: le membra assai proporzionate: era delle belle donne. Aveva l'animo dolce e gentile: le maniere civili: educata da uno zio e un fratello prete era piena di religione, ma tutta semplice. Era di S. Mango, due piccioli migli distante da Castiglione. Mio padre ebbe di lei quattro figli: Antonio, Adriano, Tommaso, Pietro. Aveva destinato il primo al sacerdozio, il secondo al negozio, il terzo alla medicina, il quarto al foro. Il secondo di picciolissimo corpo, di spirito pronto, vivo, intrepido, morì tobico a 18 anni. Il terzo di bel corpo, di gran capo, di una stupenda memoria, di animo docile e naturalmente buono, per una faticosa cacciagione fatta d'inverno, morì d'un butto di sangue di anni 22. Il quarto nacque nell'ultima infermità di sua madre. La sua nutrice fu una capra e una donna ch'aveva del furioso e del matto. Egli è di mediocre corpo, di colore verdastro, d'occhi negri: di spirito impetuoso, ma non ardito, di animo versipelle e furbo: di mente mediocre e atta alla cultura.</p>
	<p>Mia madre morì ettica di 28 anni, dopo avere soverchio affettuosamente assistito ad una lunga malattia di suo fratello, il quale morì tobico. Era prete educato da suo zio, pur prete in Salerno: era buon teologo: d'una rara bontà e onestà: gran cacciatore: e molto dilettantesi de' studi d'agricoltura.</p>
	<p>Io nacqui la notte del 1° di novembre dell'anno 1712. Mio padre mi fece insegnare il leggere e lo scrivere sino a 5 anni da D. Domenico Genovese, canonico della nostra chiesa di Castiglione. Lui morto, D. Adriano Vitolo, canonico anche egli, m'istradò a' primi rudimenti della lingua latina: poi mi coltivò un poco più Ignazio Genovese: finalmente io gli compii sotto la disciplina di D. Scipione Genovese allora prete, poi canonico. Ivi appresi le lettere umane e la rettorica. Tutti costoro erano paesani: niuno non dirò di buon gusto, ma nemmeno di mediocre. Io finii questi studii di 14 anni.</p>
	<p>Era pur dianzi tornato di Napoli Niccolò Genovese giovane medico e stretto nostro congiunto; mio padre mi fe' da lui istruire nella filosofia. Egli m'intertenne due anni nella filosofia peripatetica della setta de' Gesuiti, e uno nella cartesiana. Io divenni sì contenzioso nella peripatetica, per la continua cura che aveva mio padre di farmi disputare con i frati, ch'io tutto che disputassi quasi sempre senza intendermi, n'era riputato peritissimo e avea posto spavento a' professori anche consumati. Io scriveva pro e contro sopra tutto. Era un vero scettico. Proccurava da tutte le parti libri, gli leggeva spesso senza intendergli. Dove non intendeva mi servivano di occasione per creare. Mi ricordo che in tutti questi studi aveva sempre una voglia di migliorare. Più, una sentenza di uomo serio mi bastava a fare una riforma a' miei pensieri. Sapeva imitare quei ch'io stimava.</p>
	<p>Intanto D. Saverio Parrilli, prete e galantuomo delle prime famiglie di Castiglione, con cui io aveva della strettissima amicizia, mi pose nell'animo la cavalleria errantesca. Come io aveva un temperamento che ha tre quarti di sanguigno e uno di collerico e ch'era nella stagione, in cui la fantasia può molto, avendogli udito raccontare i casi di Calloandro fedele e di Leonilda, ne fui estremamente invogliato.</p>
	<p>Egli mi diè a leggere il piccolo romanzo del <hi rend="italic">Teatro dell'amicizia</hi>.</p>
	<p>Io il divorai: piansi amaramente alla sventurata morte di Floridaura. Mi diè il <hi rend="italic">Calloandro</hi>, che mi fece perdere il sonno. Quanto più leggeva di queste inette favole, più ne diveniva voglioso.</p>
	<p><hi rend="italic">La Cleopatra</hi>, la <hi rend="italic">Cassandra</hi>, ed alcuni romanzacci spagnoli furono in poco tempo letti. Io correvo alla mia ruina. I studii filosofici mi parevano insipidi. Io mi ero rallentato nello studio. Mio padre, che se n'era accorto, spiò la cagione e la ritrovò. Egli era severissimo, e me ne castigò forse più di quello ch'io meritava. M'interdisse ogni pratica col mio direttore di romanzi. Io studiava allora la filosofia cartesiana: il gusto per i romanzi, e l'oscurità della peripatetica, me la resero cara. Un altro frutto io raccolsi dalla lettura di quelle favole: cominciai ad amar la storia. Il primo libro che lessi fu Curzio, analogo a' romanzi: il secondo le vite degli uomini illustri di Plutarco. Questo mi fe' vedere qual differenza ci è tra 'l mondo incantato e il reale. Con tutte le proibizioni di mio padre, io aveva trovata l'arte di leggere a certe ore l'Ariosto, il Tasso, il Petrarca, ma per quest'ultimo, come per Dante, io ebbi singolare piacere.</p>
	<p>Era frattanto divenuto cherico d'ordini minori, e aveva l'obbligazione di servire alla mia parrocchia. Era già d'anni 18. Questo diciottesimo anno era stato da me impiegato allo studio de' Canoni e della teologia. Una mattina, il secondo giorno di Pentecoste, assistiva al parroco, che amministrava alla sacra mensa la S. Comunione. Io porgeva la borsa a coloro che si comunicavano. Nel numero di costoro era una pizzonchera della mia età, e la più bella giovine che fosse in quei luoghi, ove ce n'ha delle bellissime. Era ben fatta della persona: avea il volto rotondo e pienotto: il color bianco e rosso: gli occhi negri e pieni di natural verecondia. Come io porsi la borsa, ella, che, come poi seppi, molto prima mi guardava non senza particolarità, mi gettò gli occhi in faccia pregni dell'umido di cui si nutrisce amore. La devozione ve l'aveva ancora meglio disposta. Due divoti di due sessi e di fresca età hanno sempre figure combacciantisi. Non ci è esca in cui meglio s'appigli amore. Io ne fui sì preso, ch'io impallidii e tremai. Come fui in casa, io non sapevo io medesimo ciocché mi fusse avvenuto. Mi si risvegliò tutto il genio de' romanzi e de' poeti. Io non era viziato, e in me l'amore era de' più puri. Prima di quest'avventura io non era tanto devoto che amassi più che ogni altra cosa lo andare in chiesa. Dopo il divenni. Io vi trovava tutta la mia felicità a vedere la mia pizzonchera. Ella se n'era accorta: ma io non aveva lo spirito di parlarle. Noi ci amammo cogli occhi tre mesi. La fortuna ci aprì l'occasione di parlarci. Verso la fine della state, una sera, io era presso ad una chiara e fresca fonte all'occidente della terra, dentro opaca selva. Questa fonte chiamasi Fuorini. Ella dà l'acqua a gran parte della terra. Io sedeva sopra un poggio che è quivi accanto, leggendo i <hi rend="italic">Trionfi</hi>del Petrarca.</p>
	<p>Ella, che ritornava da un suo poderetto accompagnata da una sua zia e una amica poco giovane, mi sorprese. Io desiderava questa occasione: ma io non seppi profittarne. Io divampai, mi confusi, divenni mutolo: esse, che se ne accorsero, cominciarono, come sono le donne più pronte, a dileggiarmene. Io mi scossi e ragionai da filosofo. Ma questa mia affettazione non impedì che l'altre due non si accorgessero del mio male. Come io ebbi superato questo primo argine, non fu difficile di trovar delle altre occasioni di parlarle con più comodità. Noi ci scoprimmo: noi ci giurammo fede. Io credeva di essere amato dalla più bella e dalla più onesta donzella. Questo amore durò due anni prima che mio padre se ne accorgesse. Io non istudiai però meno, anzi con più ardore e spirito. Io faceva gloria de' miei studii. Mi pareva che ella gli approvasse. Questo mi dava quello spirito che i romanzieri dicono aver dato a' cavalieri nell'imprese militari le memorie delle loro donne. Questo male era venuto per perdermi, e mi fu utile. Questa donzella chiamavasi Angela Dragone, ed era figliuola d'un contadino. Come mio padre fu avvertito de' miei amori e de' miei impegni, ch'erano già a tutto il paese pubblici, così senza molto riflettere e, contro il suo naturale, senza sgridarmene, due giorni dopo mi ordinò che il seguissi. Erano pronti due cavalli. Io non sapeva dove: ma io fui condotto in Bucino, 36 migli quindi distante nei confini di Basilicata e di Principato, ove avea un suo parente. Qui mi lasciò con severissimi ordini. Io era il più dolorante giovane del mondo. Mi pungeva soprattutto l'onore. Lasciare la sua amante senza dirle niente! Io scrissi al mio amico D. Saverio Parrilli, e le protestai per suo mezzo un'eterna fedeltà. Ella mi rispose nei medesimi termini. Era di 20 anni: avvezzo alle dispute e allo spirito contenzioso: ma nell'istesso rispettoso. La terra di Bucino è ben grande. Ci ha tre monasteri agostiniani, francescani zoccolanti e carmelitani, e una chiesa ricettizia. Ben presto fui amico di tutti questi religiosi, che si compiaceano del mio spirito. Eraci tra' preti D. Giovanni Abbamonte arciprete, ch'era stato allievo del seminario di Aversa. Egli sapeva con gusto la teologia e i canoni, le leggi civili, la lingua greca e la latina. Ma non era filosofo. E s'accorse che d'intorno al mio spirito, ch'egli amava, eranci infinite cose di cattivo gusto. La mia lingua latina era mezzo barbara. L'italiana romanzesca: lo scolastichesmo aveva guastato tutti i miei studi. Io avea letto in teologia e filosofia scolastica quanto un lettore giubilato, ma io non aveva letto niente di buono. Egli intraprese a polirmi. Mi diè un anno di lezzioni teologiche, canoniche, civili. Mi fe' leggere Cornelio Nipote, i <hi rend="italic">Commentarii</hi>di Cesare, Terenzio. Volle ch'io mi esercitassi ad insegnare l'aritmetica e la poetica ad un giovane chiamato Gerardo Gerbasio, d'un raro talento, e ora de' primi chirurgi di Napoli, che avrebbe potuto essere un uomo singolare del Regno, se avesse avuto più aggio.</p>
	<p>Ma dopo un anno e mezzo io fui obbligato di ritrarmi per una grave infermità di mio padre. Io tornava con nuovi lumi, e coll'istesso amore.</p>
	<p>Melchior Cano aveami dato del gusto per la teologia: e Malebranche e Lamy per la metafisica e geometria. La lingua latina cominciava a piacermi, e amava la greca. Giunto a mia casa trovai mio padre migliore del suo morbo, e la mia amante maritata. Mio padre, consapevole di tutti li miei intrighi, non aveva riposato finché non l'aveva veduta maritata.</p>
	<p>Ella aveva preso un ispido e feroce capraio: io fui di sasso. Ella cercò di farmi penetrare le sue discolpe. Ma io, che mi credeva tradito, non volli ascoltarle: le stimai anche pericolose, dopo il passo ch'ella aveva dato. I bisogni di mia casa s'unirono a farmi pensare più seriamente. Io mi posi ad insegnar lettere umane. Dopo non molti mesi io mi feci ordinar suddiacono. L'arcivescovo di Salerno D. Fabrizio di Capua, che intervenne al mio esame, il quale fu di pura teologia dommatica, concepì per me della stima e dell'amore. D. Sabbato Alfenito, zio di mia madre, prete e confessore delle monache della Maddalena e sacristano maggiore della chiesa di S. Matteo, era per la sua virtù molto amato da questo arcivescovo. Monsignore gli parlò di me, e convennero che non dovessi essere abbandonato. Il novembre, principio del 24° della mia età, io fui chiamato dall'arcivescovo per maestro di rettorica nel seminario di Salerno, uno dei principali del Regno. Monsignore mi vi ricevette con gran finezza, e mio zio con austerità, ch'era il suo carattere. Era allora in quel seminario D. Antonio Doti, prete di Basilicata. Esercitava da vice-rettore. Era uomo di bello spirito: assai versato nella poesia, e eloquenza latina e italiana. Dilettavasi molto della lingua francese. Io gli divenni subbito amico, e il coltivai con grande attenzione. Egli mi ammaestrò nella lingua francese e mi ripulì nella latina e nell'italiana.</p>
	<p>Io insegnai in questo seminario due anni. Per attendere a' studi de' padri della storia ecclesiastica, della Scrittura e della filosofia, cominciai a non cenar la sera. La prima metà delle notti leggeva e scriveva: questo m'indebolì di salute e mi offese il petto. Il principio del 25° di mia età, fui ordinato prete nel Natale. Il marzo morì l'arcivescovo, che mi amava come figlio, e che aveva fatto degli altri disegni su di me. L'ottobre seguente mio zio, per una caduta, dopo un mese di malattia, andò a godere i frutti di sua virtù. Era uomo di santissima vita. Come non aveva nipoti maschi, divise l'eredità tra tre sue nipoti, una delle quali era stata mia madre. Io l'aveva assistito con grandissima diligenza tutto il tempo della sua infermità. Egli mi distinse nel testamento. Avendo in questa maniera raccolti da 600 ducati di contante, mi ritirai in Napoli il principio del 26° della mia età. Mi posi a frequentare i Regi Studii e i letterati della città. Mio fratello, l'ultimo nato, aveva finito i suoi studi di lettere umane nel collegio dei Gesuiti di Salerno, e le intendeva assai bene. Era già di 16 anni: io il portai con me. Mio padre in partendomi mi aveva consigliato ch'io prendessi la via del foro. Io ci salii tre volte, e me ne ristuccai. Osservai poca conformità di quella professione colle massime del puro Cristianesimo, ch'io aveva molto studiato. Per la qual cosa scelsi la vita filosofica. Misi mio fratello sotto la condotta de' migliori maestri, e io mi posi a voler riformare tutti i miei studii. Dopo due anni di meditazione e lettura, avendomi fatto de' nuovi piani di filosofia e di teologia, avendone avuta l'occasione di alcuni giovani galantuomini miei paesani, mi posi ad insegnare questi nuovi piani. Io ebbi più concorso di quello ch'io credeva.</p>
	<p>Un giorno capitò alla mia scuola privata il sig. D. Niccolò de Pertis, giovane studioso e d'una antica e civile famiglia di Dragone presso Alifa. Nel ragionamento ch'avemmo insieme, come io gli dissi molto del disordine e della imperfezione dei studii di Napoli, s'invogliò di vedere il piano che io aveva fatto d'una etica. Gliel diedi. Egli, senza nulla dirmi, il comunicò a D. Marcello Cusano, allora professore primario del codice, ora arcivescovo di Palermo, di cui era discepolo. Cusano volle conoscermi, e mi protestò la sua amicizia. Si credette doverne parlare a M. Galliano, Cappellano Maggiore di quel tempo: e il Galliano amò di conoscermi, e conosciutomi, mi onorò della sua intima amicizia. D. Celestino Galliano era uomo di bella taglia: di facile abbordo: di gran mente e fornita delle migliori cognizioni, spezialmente per quello che appartiene alla filosofia e alla mattematica. Amava di portare avanti gli abili giovani, ch'egli sapeva conoscere. Ma non aveva il cuore eguale allo spirito: intraprendeva facilmente, ma con egual faciltà abbandonava i gran proggetti. Conosceva molto il mondo, ma non aveva potuto affatto affatto vincere certi ostacoli al grande, contratti nel chiostro: perciocché è difficilissimo che noi ci spogliamo in tutto degli abiti e delle affezioni della prima educazione. Le lettere di Napoli gli debbono molto. I studii erano barbari prima di lui. Non v'era catedra di storia naturale, non di fisica sperimentale, non di astronomia. La metafisica era di maestrìo, e l'etica un vecchio gergo. Non ci era catedra delle leggi napoletane. Tutto questo si deve a Galliano. Egli avrebbe certamente più fatto, se avesse trovato nella corte chi l'avesse voluto secondare, massimamente sotto un sovrano giovine e naturalmente amante di gloria.</p>
	<p>Poco tempo dopo, per isperimentare il pubblico giudizio, io promulgai la prima parte degli elementi metafisici. Io non aveva allora che 30 anni. Un prete napoletano, a cui era stato commesso di rivedergli da parte dell'arcivescovo, cominciò a fare delle difficoltà fino nelle cose più manifeste. Era un grand'ignorante, che voleva far da dotto. Io me ne ristuccai, e avendo avuto l'approvazione del revisore regio, D. Giuseppe Orlandi, professore di fisica sperimentale, ora vescovo di Giovenazzo, ch'era molto mio amico, feci tirare avanti l'edizione. Ella finì il mese di settembre 1743. Ne consegnai gli esemplari al sig. Benedetto Gessari libraio, ch'era a parte della spesa, e me ne andai a villeggiare a Somma col sig. D. Carlo de Dura, cavaliere napoletano, ch'era mio scolare in teologia. Al ritorno trovai che in Napoli si faceva gran rumore pel mio libro. Il prete revisore, credendosi beffato, mi aveva fatta cattiva relazione all'arcivescovo, ch'era Giuseppe Spinelli, cardinale. Si erano tenuti dei secreti consigli de' teologi napolitani, molti de' quali caratterizzavano il mio libro per empio, almeno perché non l'intendevano. Il metodo geometrico, alcune dottrine nuove, la lingua non barbara, certe espressioni enfatiche, la storia fedele degli errori ch'io combatteva, i di loro argomenti riferiti con nettezza, la libertà di filosofare ch'io vi promoveva, gli facevano gridare. Il cardinale Spinelli era in quei tempi venerato dal Re e dalla Regina come un prelato di rara virtù: ed era temuto dalla corte e dai napoletani, che ne conoscevano il carattere. Egli è d'un corpo secco, e di giusta statura: ha il naso grande: il colore acceso. Il suo temperamento è colerico ippocondrico all'eccesso. La sua passione dominante è l'ambizione. Questa gli faceva coprire l'indole, ch'è feroce. Vestito del manto della religione, abusava della pietà dei Sovrani, e portava avanti le sue mire di dominare nel Regno. Io non avevo avuto, fin qui, motivo di conoscerlo: ma il sig. duca De Dura, cavaliere di fino giudizio e prudenza, morto qui di 86 anni il 1753, mi diceva che Spinelli era l'uomo il meglio fatto per essere gran Visire di Costantinopoli. Il tempo dimostrò che questo giudizio era vero. Ora egli parlò del mio libro al Re, e gli disse ch'era pernizioso. Ed era per succedere una tempesta, se Galliani, ch'era del cardinale amicissimo, non avesse riparato. Io fui dal cardinale, che mi ricevette con gran segni di stima e con molte carezze. Mi parlò del mio libro, e mi fece vedere alcuni luoghi ch'e' stimava pericolosi. Io conobbi in questo ragionamento che l'uomo non era ignorante, ed aveva molta penetrazione; ma si vedeva ne' suoi moti e ne' suoi discorsi una finissima dissimulazione. Si convenne ch'io dilucidassi alcuni luoghi, e che rispondessi più diffusamente agli argomenti de' scettici.</p>
	<p>Ciò che io feci in una appendice, che gli dedicai e che fu stampata il seguente anno. Questa persecuzione, che pareva dovermi opprimere, si convertì in un mezzo d'ingrandirmi. Io aveva dimostrato in tutto questo affare grande spirito e molta docilità. Il rumore mosse la curiosità di molti per conoscermi. Io contrassi delle grandi amicizie, una delle quali fu quella di D. Matteo di Sarno, privato galantuomo, che poi fu fatto presidente di Camera ed ebbe il titolo di marchese. Matteo di Sarno è un uomo di giusta statura, assai magro: non ignorante: di animo ambizioso, ma amantissimo del ben pubblico. Aveva raccolta un'assai copiosa biblioteca, e più grande di quello che si conviene ad un privato. Due giorni della settimana, il mercoledì e il sabato, vi si raccoglieva un buon numero di più dotti uomini della città, ch'egli trattava con molta gentilezza e liberalità. Si trattenevano in discorsi letterarii. Era una delle più belle scuole della gioventù, che in simili radunanze può apprendere in un'ora quelle verità che han costato spesso a chi le comunica molti anni di fatiga. Io mi ci feci de' nemici e degli invidiosi. Posso dire di esserne stato per molti anni l'anima.</p>
	<p>Intanto il 1744 il marchese di Monteallegro, primo secretario del Re e Primo Consigliero di Stato, ricercò M. Galliano d'un uomo di lettere, che gli mettesse in ordine la sua biblioteca. Egli era allora vicino alla sua partenza. Galliano mi propose. Io ebbi l'onore di trattarlo con confidenza in circa a sei mesi. Egli era ben fatto della persona e di allegro aspetto. Il suo temperamento era sanguigno, colerico: soggetto perciò a' facili cambia[me]nti delle grandi passioni. Era ambizioso e cupido di danaro, con cui sosteneva il suo posto: magnifico nella sua vita. Aveva pronta e facile memoria, di cui si piccava molto: spirito penetrante: era eloquentissimo: come il suo posto e la sua ambizione gli faceva dei nemici, per potersi mantenere e per secondare i consigli e i desiderii della Regina di Spagna, Elisabetta Farnese, ebbe bisogno di molto denaro. I mezzi che sceglieva per averne disonorarono il suo ministerio. Era molto dato alla libidine: ma sapeva nascondere i suoi fatti.</p>
	<p>Nella guerra di Velletri rapì una giovanetta, che tenne seppellita lungo tempo in una casa, ove non entrò mai lume di sole. Questo è un anecdoto noto a pochi. Finalmente i suoi nemici ebbero il disopra, sicché fu richiamato a Spagna. Io non ebbi da lui altra ricompensa che due grosse scatole di dolci di Sicilia, d'incirca settanta libre, e un barile di muscato di Siracusa.</p>
	<p>Intanto, essendo il P. Sances de Luna, monaco cassinese, professore di etica, passato alla catedra primaria di teologia, il cappellano maggiore s'adoperò perché io avessi per regio dispaccio la catedra di etica. Io l'ebbi. Questa catedra, che era primaria, che poi era stata dismessa per non esservi de' scolari, e di nuovo poi rimessa per promuovere il Sances, rendeva 120 ducati. Sances non vi aveva avuta miglior fortuna de' suoi antecessori. E si trovò qualche volta con tre scolari. Io cominciai a pensar donde avesse potuto ciò addivenire, poiché si conviene che i studii d'etica sono de' più importanti. Io trovai:</p>
	<p>I. Che questi studii erano de' più disprezzati, perciocché tra di noi, per lo cattivo gusto de' secoli passati, niuna altra facoltà era apprezzata, che una barbara giurisprudenza, la medicina e una teologia ancora più barbara.</p>
	<p>II. Che i maestri d'etica non avevano tenuto quel metodo che si conveniva.</p>
	<p>III. Che non avevano quelle cognizioni e quella eloquenza che questa professione ricerca. Per la qual cosa io formai un nuovo piano d'etica. Divisi i miei elementi in 4 libri. Nel primo esaminava il fisico dell'uomo, onde dipendono le nostre inclinazioni, le passioni, le virtù, i vizi. Vi spiegava la natura dell'anima, le sue proprietà, i suoi difetti. Nel 2° dimostrava che un cotal uomo abbia bisogno d'una legge regolatrice per poter ben vivere, dimostrava l'esistenza d'un legislatore dell'universo e della legge di natura: e vi confutava le opinioni perverse di alcuni filosofi. Nel 3° vi spiegava i principali sistemi de' granduomini sulla legge naturale. E nel 4° vi parlava de' varii doveri degli uomini. Questo metodo, animato dalla storia umana e dall'eloquenza, ebbe tutto il successo ch'io ne sperava. I scolari crebbero, e io fui obbligato di cambiar catedra, essendo la prima angusta. Vi furono delle volte che sorpassarono 200.</p>
	<p>Il 1745 io diedi alla luce un nuovo metodo di logica, sotto il nome di <hi rend="italic">Ars Logico-Critica</hi>.</p>
	<p>Io vi proponeva la logica in nuovo aspetto e le faceva abbracciar delle materie che erano generalmente omesse in quest'arte di filosofare. Ella ebbe dell'approvazione generale in Italia, e mi procurò l'amicizia di molti letterati, e fra gli altri del Muratori, con cui ho io coltivato il carteggio sino alla sua morte. Poco dopo io diedi alla luce la 2° parte di metafisica, e fecine una dedica generale al Papa Benedetto XIV, da cui ebbi due risposte, che poi si sono impresse dietro la <hi rend="italic">Logica</hi>. Quasi ne' medesimi tempi procurai l'edizione degli elementi fisici di Musschenbroeck, per insegnargli a' miei privati scolari. V'aggiunsi la disertazione su i principi de' corpi e alcune note ne' primi fogli: l'altre sono di Orlandi, con cui lavoravamo di concerto.</p>
	<p>Intanto il P. Sances fu nominato dal Re vescovo d'Ariano, e la sua catedra teologica esposta al pubblico concorso. Ella rende 200 ducati. Io credei di poterla pretendere. I concorrenti furono molti e frati e preti. L'abbate Molinari, ch'era in Roma, e che aveva insegnato canoni ne' Regi Studii da straordinario, fu uno de' pretendenti. Il Cappellano Maggiore non gli era molto amico. Eransi di già fatti in gran parte i concorsi, non ne restando che quattro a concorrere, de' quali io doveva essere il penultimo, e il P. S. Colonna, olivetano, l'ultimo. Io aveva della stima e delle amicizie, e si vedeva già anticipatamente che la catedra sarebbe stata mia colla maggior parte dei suffragii. L'abbate Molinari, per acquistar del tempo, perché non era ancora tornato di Roma, e per toglirmisi davanti, presentò al Papa una lista di 14 proposizioni ereticali, che diceva essere state estratte da' miei manoscritti teologici. Il cardinale di Stato Valenti Gonzaga la rimise a Napoli. Il rumore in Corte fu grande: il Re fu vicino ad arrestarmi. Questo colpo fu a tempo. Perciocché, benché la lista non contenesse che manifeste calunnie, mise in sospetto la Corte. Io fui chiamato dal Segretario di Stato, il marchese Brancone, uomo di piccolo spirito, di niuna letteratura: molto divoto e vanamente ambizioso. Egli mi amava: ma i preti di Napoli, il cardinale, la lettera di Roma cominciavanlo a far sospettare della mia ortodossia. Mi domandò i miei scritti, e li mandò a prendere per un ufficiale di segreteria, chiamato Giuseppe Cartore, ch'era de' miei amici. Il Re ne commise la revisione al P. Barba giesuita spagnolo, venuto per precettore delle principesse e principi reali. Io tremai alla scelta del giudice. Uno spagnolo privo dello spirito della moderna filosofia, ch'io aveva dovuto adoperare disputando contro gli atei, i scettici, i deisti, i sociniani; ignorante della critica della <hi rend="italic">Bibbia</hi>e della storia ecclesiastica, di cui io faceva molto uso; attaccato alla teologia scolastica peripatetica, ch'io aveva molto malmenata; giesuita ambizioso, e affettante gran devozione: io doveva tutto da lui temere. Ma tre cose mi salvarono. 1. I giesuiti erano nemici del cardinale Spinelli e del clero napoletano, che erano i principali attori nella mia causa. 2. Io era mezzo molinista nella materia di grazia. 3. Ed era amico del P. Coppola, provinciale de' Giesuiti di Napoli, uomo di spirito dolce, amante de' buoni studii, e naturalmente nemico dell'oppressione. Io aggiunsi de' maneggi in Roma; e risposi a' 14 capi con una scrittura, che i miei amici fecero girar per Roma. La Corte di Roma si quietò, né ulterior premura. Galliano aveva scritto in mio favore in Roma: ma s'avvilì in Napoli. Era stato riferito al Re ch'egli era il principale autore de' miei sentimenti. Questo lo atterrì, e come era naturalmente troppo amante del suo stato, e perciò timido, non intraprese quel che doveva; perciocché egli avrebbe potuto richiamare a sé la causa. In questo mentre Barba fece la sua relazione. E' rappresentava al Re che i miei scritti teologici erano pieni di buone cose: che non vi aveva trovato gli errori impostimi: che però erano pericolosi per due ragioni: 1. perché molte cose vi erano troppo in accorcio esposte, onde avrebbero potuto prendere motivo di errare i giovani. 2. Che gli argomenti de' nemici della religione, e degli eterodossi, vi erano rapportati con troppa vivacità, e vi si rispondeva con brevità. Aggiunse che vi era soverchio disprezzata la scolastica. Ma intanto avrebbero potuto essere utili alla gioventù ecclesiastica, se si fossero dilatati e castigati, e quindi impressi per la via ordinaria. Il marchese Brancone, che mi riferì questo giudizio, mi disse che il Re ordinava che io non insegnassi più questi scritti: ma che desiderava ch'io li stampassi: che io non pensassi più alla catedra di teologia, la quale si provvederebbe per dispaccio in persona che fosse fuor del numero de' pretensori. La risoluzione di proibirmi d'insegnar teologia era provvenuta dal Cappellano Maggiore, il quale, temendo il mio natural fuoco, credette che per mio riposo fosse necessario ch'io me ne astenessi, almeno fino a tanto che si fosse calmato il bollore delle passioni. Ma questa risoluzione nocque molto alla mia stima, e diè vinta la causa a' miei nemici.</p>
	<p>Ma io, animato dal desiderio del Re, e dallo spirito di vendicarmi coll'esporre al giudizio pubblico la mia istituzione teologica, pensai ad imprimerla, consultando più la passione che la ragione, come suole avvenire in simili casi. Volli, però, prima placare il cardinale Spinelli. Era il mese di agosto. Io fui a riverirlo. Egli mi ricevette con profusione di gentilezze. Mi protestò ch'egli aveva dispiacere della persecuzione mossami da' miei nemici, ch'egli non ci aveva avuta alcuna parte: ch'egli era disposto ad aiutarmi in tutto quello che per lui si poteva: che faticassi pure allegramente per mettere in istato d'imprimersi la mia istituzione teologica: perciocché questa era la via di far vedere al mondo tutto la mia ortodossia e di confondere i miei nemici. Egli trattava con fina politica un uomo avvezzo alla simplicità, e naturalmente nemico della dissimulazione. Io diedi nella pania. Faticai 4 mesi a mettere in ordine il primo tomo della mia teologia, che abbracciava i principii teologici e parte della religione naturale e cristiana in generale. Il mese di Natale il portai al cardinale, e il pregai d'un revisore che fosse filosofo, versato nella buona teologia, né mio nemico. Io trovai il cardinale cambiato. Mi ricevette con freddezza, e mi propose per revisore il can. Perrelli, teologo della chiesa napoletana, uomo ignorante, superbissimo e dichiarato mio nemico. Io il rifiutai. Io sapeva che tutti i studii di quest'uomo erano stati qualche trattato di scolastica, e un poco di teologia morale: e' ignorava affatto la filosofia: le lingue ebrea e greca: la storia della Chiesa: la critica. Tutta la sua biblioteca erano alcune opere di Bossuet. In una parola, egli era il più barbaro del clero napolitano: io aveva tutto l'aggio di conoscerlo nella conversazione del signor Sarno, ove egli qualche volta solea venire. A tutto ciò aggiungeva una mente confusa, piena di puerili pregiudizii, un animo altiero e disprezzante, e una persuasione d'essere grand'uomo.</p>
	<p>Io aveva avuto con lui l'anno addietro una questione, nella quale egli era rimasto molto mortificato e deriso. Erami lasciato dire che la profezia d'Isaia, «<q rend="block"><p>ecce Virgo concipiet, et pariet filium</p></q>» etc. aveva due sensi, uno dei quali si rapportava alla moglie del Profeta e al figlio che generò; l'altro a nostra Donna ed a Gesù Cristo; de' quali il primo era riconosciuto dal Profeta istesso, e l'altro da S. Matteo. Egli ebbe l'ardire di dire pubblicamente che questa era un'eresia. Come io appellai alla Scrittura stessa, che di ciò parla troppo chiaramente, mi disse ch'io non l'intendeva. Gli citai il Calmet: rispose che non era teologo. Mi disse che leggessi Bossuet. Ma quando io feci vedere pubblicamente che Bossuet diceva ciocché io aveva detto, e che la conversazione applaudiva, e' ne fu sì dispettoso, che, come sono per ordinario i teologi, non la mi perdonò più. Adunque io rifiutai questo revisore. Ma come egli n'aveva richiesto il cardinale per potersi di me vendicare, e il cardinale ci aveva i suoi conti, fu inutile ogni mia protesta. Se io avessi veduto chiaro, era facile d'accorgermi del complotto, e di cessare dall'intrapresa di stampare. Ma la passione m'aggitava. Io proposi che il can. Perrelli non avesse autorità di definire, ma che si chiamasse una congregazione di teologi, che esaminassero i suoi dubbii, e che io intervenissi. Così si fece. Il cardinale nominò Mr. Torno can[oni]co del vescovado, vecchio, inteso della buona teologia, ma più politico che cristiano. Era il più gran furbo che fusse in Napoli, il più amante della potenza ecclesiastica. L'abbate Latilla, monaco di S. Pietro Martire, ora vescovo di Avellino, uomo mezzanamente dotto, ma molto gonfio: D. Giuseppe Simioli, professore di teologia nella scuola arcivescovile, uomo assai versato nelle cose ecclesiastiche e poco favorevole a' studii del clero napoletano: il P. Altamura giesuita, filosofo e teologo di gusto assai buono: D. Ciro de Alteriis, ora vescovo di Monopoli, uomo versato nella storia ecclesiastica, che aveva gran lettura di libri giansenisti, e ch'era e' medesimo loro gran partegiano: ed alcuni altri meno noti. Perrelli lesse: si chiamò la congregazione: vi espose una lista lunghissima di proposizioni erronee: io non fui chiamato.</p>
	<p>Tuttoché il cardinale avesse ordinato che tutto fosse secreto, cominciò a gridarsi per Napoli che si erano trovate nei miei mss. più di 100 eresie: io ne fui commosso. Corsi dal cardinale a lamentarmene. Mi disse che non erano più che dieci le proposizioni che non si potevano passare. Io fui curioso di saperle: e' aveva il mio ms., e me lo mostrò. Io trasecolai a sentire sì ridicole difficoltà, come, per esempio, ch'io diceva che alcuni principii della ragione naturale dovevano aversi tanto certi, quanto le cose da Dio revelate: che i peccatori ostinati, prima di essere cacciati dalla Chiesa, erano del corpo della Chiesa, ma non animati dal suo spirito: che il corpo di Cristo è sempre sotto una estensione della materia consecrata, non dandosi in natura l'inestenso corporeo, etc. Ci erano de' più ridicoli ancora. Io aveva detto che la tradizione era stata la regola colla quale gli Ebrei interpretarono il Testamento Vecchio. Fra gli altri argomenti, che ciò provavano, uno era che gli apostoli, a certe antiche profezie, davano altri sensi di quei che le loro parole paiono esiggere, e ciò nelle loro prediche presso gli Ebrei, ciò che non avrebbero fatto, se non avessero saputo che gli Ebrei per tradizione avevano ricevuto cotali sensi. Le mie parole erano queste: «<q rend="block"><p>sunt quaedam in veteri testamento prophetiae quae non videntur secundum litteram de Christo prolatae, tamen Apostoli in suis ad Ebreos concionibus confidentissime de Christo usurpabant, quod profecto non fecissent, nisi ex traditione constitisset eas et de Christo fuisse prolatas</p></q>». In queste parole si trovarono tre eresie.<hi rend="italic">Quaedam</hi>era preso per <hi rend="italic">omnes</hi>, sicché io mi trovava aver negato le profezie letterali di Cristo. <hi rend="italic">Usurpabant</hi> voleva dire <hi rend="italic">trarre a forza</hi>. E <hi rend="italic">confidentissime</hi> significava <hi rend="italic">ingiustamente</hi>.</p>
	<p>Io mi difesi col cardinale con franchezza e con un poco di deriso. Questo fu delitto. Spinelli disse ch'io era ostinato e combatteva il giudizio della Chiesa. La Chiesa era egli col canonico Perrelli: perciocché alcuni de' teologi mi avevano giustificato su questi punti. L'abbate Latilla mi aveva difeso su tutto il resto, come egli mi disse, fuorché su l'<hi rend="italic">usurpabant</hi>, ch'ei non mi poteva perdonare. Altamura mi disse che sull'<hi rend="italic">usurpabant</hi> m'aveva difeso con un luogo di Cicerone. Torno mi accordava tutto, fuorché la prima proposizione. "E che," gli dissi io, "M[onsigno]re, <hi rend="italic">totum est maius sua parte</hi>, non sarà così certo come la resurrezione? Se ciò è, noi non abbiamo principii certi per i calcoli della nostra ragione. Adunque noi saremo o scettici o fanatici." "No," mi rispose egli, "quella massima è certa, ma non così come quelle di fede. Ecco i gradi in certezza." Io feci una piccola scrittura contro queste accuse, e la mandai al cardinale. Ella era scritta con molta umiltà: si giustificavano le mie proposizioni con dei luoghi de' Santi Padri. Questa scrittura esacerbò ancora più il cardinale. Io non me ne curai molto: e distesi dieci lettere ad uso delle <hi rend="italic">Provinciali</hi> sopra i dieci punti che il cardinale Spinelli stimava rei: ne feci fare alcune poche copie per gli amici, e alcune ne mandai in Roma. Un dotto romano scrisse ad un suo amico che era già convinto che in Napoli non si sapeva di teologia.</p>
	<p>Per poter però intendere qual cagione movesse il cardinale Spinelli di operare in questa maniera, si vuol sapere che negli anni addietro, per avere in mano un istrumento formidabile da dominare nel Regno, non bastandogli l'amicizia de' Sovrani, aveva pensato di stabilire qui il Tribunale dell'Inquisizione, cosa della quale i napoletani non hanno giammai avuta più terribile. Per riuscirvi, aveva dato ad intendere a' Sovrani che in Napoli ci erano sopra 18000 atei, e gran numero d'eretici. Faceva intendere sì fatte cose al marchese Brancone per mezzo di D. Castrese Scaia, prete devoto e furbo, che da bassi principii essendo stato maestro di Brancone, era pervenuto ad avere la cattedra primaria di teologia nella Regia Accademia, e che ora è vescovo di Oira. Egli, con molti raggiri, cercava condurvi i Sovrani, naturalmente buoni, e i quali, ammaestrati dagli antichi successi, odiavano in Napoli questo Tribunale, il quale è contra la legge di natura e contra l'Evangelio. Per trarvigli più facilmente, avea loro persuaso essere un tribunale della S. Fede e per le vie ordinarie. Ma sparsasi questa intrapresa nella città, e avendo l'arcivescovo fatto, con processo chiuso e con solennità dell'inquisizione, condannar due persone, ch'erano per delitti, come dicevasi, di religione, nelle sue carceri, fu incredibile il rumore che vi si eccitò. Non ci era ceto di persone che dallo spavento preso non tumultuasse; e ci erano di coloro che tra per la grandezza della cosa e delle sue conseguenze, e per non essere amici di Spinelli, tutto ingrandivano, e predicando in diversi luoghi, dipingevano l'inquisizione come d'estrema desolazione della città e del regno. Tra quei che più agitavano il pubblico erano i tribunalisti, gente come la più colta, così la più nemica del despotismo e specialmente de' preti: e la deputazione de' nobili, detta del S. Ufficio, la cui cura è di vegliare sulle intraprese di Roma e degli arcivescovi di Napoli, per quello che appartiene a questo formidabile e sanguinario tribunale. Erano inoltre i nobili agitati da due altre cagioni, una l'esempio de' loro maggiori, i quali avevano sempre con estremo coraggio combattute queste intraprese, e de' quali essi non volevano parer meno forti, l'altra la causa di S. Angelo a Nilo, nella quale l'arcivescovo, abusandosi della confidenza de' Sovrani, cercava di privar quella chiesa di quei privilegi che i nobili tanto più stimarono, quanto meno gl'intendevano. Per la qual cosa il Re, udito il pubblico tumulto, che minacciava qualcosa di peggio, alla richiesta della città comandò alla Camera Reale che esaminasse la condotta dell'arcivescovo, e vedesse se la condannazione dei due rei era stata fatta secondo la via ordinaria. L'arcivescovo, confidando nella bontà del Re, scrisse in questo mentre una lettera al Re, nella quale, con i più tremendi giuramenti, attestava al Sovrano che nella sua condotta non vi era stato niente di irregolare, e che ei aveva proceduto per la via ordinaria, secondo che le nostre leggi ricercano. Ma la Camera di S. Chiara, avendo esaminato i processi, e ben crivellatigli, e raccolte le minime circostanze di quella condannazione, in una assai ben fatta relazione dimostrò al Re che l'arcivescovo vi aveva usato tutte le regole e le solennità dell'inquisizione. Erano allora nella Camera di S. Chiara uomini dotti e abili, e molto pratici delle cose umane, tra' quali il marchese Nicolò Fragianni, delegato della giurisdizione del Re contro le intraprese dei preti. Costui, uomo di piccolissima statura e corpo smunto e sparuto, aveva mente grande ed elevata: molta lettura: spirito filosofico: cuor grande e intrepido, secondo trovasi in tutti i piccoli corpi: sangue freddo, e perciò mente sempre serena, ed atta a pesar tutto con giudizio. Il Re fu scosso da questa relazione, e credette che il cardinale fosse un solenne spergiuro. Per la qual cosa, con una rigorosa prammatica, ordinò che s'abolissero le carceri dette del S. Officio: che si radesse il nome di S. Officio che vi era di sopra scritto: che nelle cause di religione si procedesse per la via ordinaria: e che in ciò i vescovi di tutto il Regno dovessero ottenere il beneplacito de' ministri regi. Al cardinale fu chiuso l'adito de' Sovrani, che gli era stato sempre aperto. L'arcivescovo credettesi ferito da un fulmine. Roma adoperò la sua autorità per riparare questo colpo e mandò in Napoli il cardinale Landi, allora arcivescovo di Benevento. Questo cardinale non fu più mirato di quel che fosse un semplice prete, e gli convenne partire senza nulla. Ora, l'arcivescovo cominciò a spiare e prendere tutte le occasioni per dimostrare al Re e al mondo ch'egli aveva avuto ragione di volere così adoperare, per i molti atei e eretici ch'ei credeva in Napoli. Ecco una delle cause perché si facesse sì gran rumore nel mio affare. Ma il pubblico gli credette assai poco: ed egli, odiato dai Sovrani, e più dalla Corte e dal popolo, si ritirò in Roma, donde, dopo gravi maneggi, non potendo rimettersi nel primo onore, quasi da rabbia e da vendetta mosso, rinunciò l'arcivescovado, che fu conferito ad un prete di Sorrento, il quale, essendo nobile sorrentino e di una famiglia di fresco aggregata a Napoli, era sì povero che, ridottosi in Napoli, era stato per l'opera di Spinelli prima fatto cappellano del Tesoro con dieci ducati il mese, poi canonico, poi, per opera dello stesso Spinelli, arcivescovo di Brindisi e quindi di Taranto, con inaudita fortuna: uomo di bello e allegro aspetto, di spirito dolce ed amabile, di niuna letteratura e di niuna pratica del mondo. Intanto, per ritornare alle mie cose, Spinelli mi fece sapere per bocca del padre Torres, dotto filosofo e matematico, e suo e mio amico, ch'era di parere ch'io dovessi sospendere l'impressione della mia <hi rend="italic">Istituzione teologica</hi>, fino a tanto che gli animi si fossero calmati. Io, che era cominciato a tediarmi di questi intrighi teologici e che cominciava ad avere in orrore studi sì turbolenti, e spesso sanguinosi, feci di più: mi ripresi i miei manoscritti, e deliberai fermamente di non pensar più a queste materie: quindi per qualunque richiesta e offerta ch'io avessi da Roma e da Venezia, non volli mai più dargli.</p>
	<p>Questa persecuzione era venuta per ischiantarmi dalle radici, e non conferì poco a mettermi in gravi sospetti a' Sovrani. Ma da lei io conosco quel bene ch'io non avrei altronde sperato, ciò che mi conferma sempre più che per gli uomini onesti di spirito e di giudizio, una persecuzione può essere grandissimo e actissimo mezzo di fortuna. Fra gli uomini che io conobbi in mezzo a queste persecuzioni, uno fu il sig. Don Bartolomeo Intieri. Era costui nato nel contado di Firenze, e essendo ancora figliolo erasi ricoverato in Napoli. Aveva bel corpo e leggiadrissimo aspetto: spirito vivo e pronta memoria: eloquente come quasi tutti i fiorentini. Cominciò a studiare la filosofia e la matematica, e determinò d'applicarsi ad insegnarle quando era ancora in bassa fortuna. Ma come era quanto scrupoloso dell'onestà, altrettanto riflessivo e ritenuto nei suoi passi, onde nasceva un certo che di timidezza nell'eseguire le sue intraprese, lasciò correre tanto il tempo, finché un'applicazione di diverso genere nel distolse, e questa fu l'agenzia della casa Rinuccini. La casa Corsini ha delle gran tenute nell'agro capuano: gliene fu commessa la cura. Come egli era naturalmente amante della meccanica e dell'economica, questo officio in un tempo istesso fece grande utile alla casa Corsini, e pose lui in uno stato da mantenersi con aggio e con isplendore. Egli dimostrò in questa cura grande e singolare abilità, una più che umana integrità e fedeltà. Questo il promosse ad un posto maggiore; e' fu fatto agente dei stati medicei della corte di Toscana col soldo di 600 scudi l'anno, che ancora ritiene per clemenza del nostro Re. Ma non trascurò egli in questo tempo i suoi studii di mattematica, nella quale aveva dato fuori due trattati molto riputati, e specialmente uno che ha per titolo..., sulle varie specie delle... Sotto Galliani si mise in piedi un'accademia di scienze di cui egli fu membro. Quest'accademia durò poco. Gli accademici non avevano pensione e l'uomo difficilmente intraprende delle fatighe per la sola gloria. Egli vuol vivere: e si sa che non si vive di sola gloria. Inoltre, egli aveva posto in su uno studio di negozio a conto della casa Rinuccini, e vi allevava degli abili giovani. Questo studio passò in mano del sig. marchese Rinuccini, poiché il sig. Intieri, amando una vita più tranquilla, si ritirò. Egli era stato amico di gran personaggi, di Papa Clemente XII, e di molti cardinali: del Viceré Conte di Arac, di Puisieu ambasciatore di Francia, del conte di S. Stefano nella venuta del sovrano, del marchese di Monteallegro. Come egli aveva eloquenza, spirito, sapere e grande onestà, era stato sempre le delizie delle più grandi conversazioni. Aveva inoltre, con le sue invenzioni meccaniche, fatto di sé molto parlare: tra queste si contano l'invenzione delle stampe delle polise del lotto, la stufa dei grani, i magazzini da conservarli. Avendosi adunque con la sua industria e virtù fattosi delle non piccole ricchezze, stimò dover lasciare il mondo qualche tempo prima di quello che il mondo suole abbandonarci. Ma per vivere col piacere dei savi, aveva cercato di avere una conversazione d'uomini dotti, ch'ei trattava con gentilezza e liberalità. In questo stato io il trovai, condottovi dall'abbate Orlandi.</p>
	<p>Il sig. Intieri cominciò ad avere per me una speciale amicizia, e aver il piacere di avermi spesso seco a pranzo. In questo mezzo io diedi fuora la terza e quarta parte della <hi rend="italic">Metafisica</hi> più per compimento della istituzione, che perché io le stimassi degne del pubblico giudizio, e che io ho in mente di rifare, secondo ch'io n'ho concepito il piano, se averò vita. I teologi mi lasciarono in pace, tutto che queste due parti fossero meno conformi alle loro barbare idee di quel che erano tutti gli miei libri. Forse, o erano stracqui di perseguitarmi, o erano contenti della ottenuta vittoria di avermi distaccato dai studi teologici, senza riflettere ch'io n'ero assai più allegro di quello che essi fossero. Come la quarta parte è indirizzata al sig. Viviani, mio grandissimo amico, è ben che si sappia chi egli si fosse. Nicola Viviani è un galantuomo della città di Campagna, posta nel Principato. Ha giusta statura di corpo, ma estremamente magra. Il suo temperamento è flemmatico colerico: egli ha fatto de' grandi studi di cose politiche, critiche, pneumatiche. Ha il cuore scrupolosamente onesto: egli è carattere de' veri stoici. Nemico d'ogni ombra [di] vizio: impetuoso nel declamare contro la disonestà, e in favor della virtù. Alieno da ogni ambizione e da ogni posto, mena una vita filosofica, amante de' libri e degli uomini di lettere. Uomo rispettabile per la sua virtù, poco amabile nella vita socievole, per la sua severità.</p>
	<p>La maggior parte dei discorsi, nella picciola <hi rend="italic">ma</hi> brillante conversazione del sig. Intieri, era d'intorno al progresso della ragione umana, delle arti, del commercio, della economia dello stato, della meccanica, della fisica: perciocché il sig. Intieri era nemico così delle inutili astrazioni, come de' pedanteschi studii delle parole, de' quali gli uomini niun vero frutto possono ritrarre.</p>
	<p>Come egli aveva gran pratica delle cose del mondo, e aveva in queste scienze molto studiato, era da tutti udito come oracolo. Certo è che il suo giudizio era eccellente. Ora, in breve, i discorsi cominciarono tutti a volgersi d'intorno all'economia dello stato e alla meccanica. Cominciò a persuadersi che dovesse esserci in tutte le Accademie d'Europa un professore di economia e di commercio: e che fosse restar barbari il voler seguire, senza verun cambiamento, i stabilimenti litterarii de' secoli passati; che la ragione umana, per opra della stampa e del commercio delle nazioni, aveva fatto de' gran passi; e che perciò, scoverte nuove idee, nuove cose, nuovi modi di vivere, nuove maniere di ragionare, o sia calcolare l'idee e le cose, e in conseguenza nuove scienze, e infinitamente più utili, si dovesse attendere a queste diffondere nella più bassa parte del popolo, e non occuparsi solo di speculazione, come nei tempi passati. Questi pensieri gli posero in animo un generoso proggetto, di erigere a spese sue nella nostra regia Università una scuola di commercio e di meccanica, da insegnarsi in lingua italiana. E mi comunicò la prima volta questo proggetto, e mi disse che voleva dotarla di 600 ducati, e che cercava di mettervi un uomo che potesse essere molto utile al pubblico. Come egli era in quei tempi amicissimo di D. Celestino Orlandi, monaco celestino e ex-procurator generale dell'ordine, ora vescovo di Molfetta, uomo di grande e bella mente, di amabile costume, e studiosissimo di queste scienze, e ch'era mio singolare amico, io credetti che volesse intendere di lui. Io era persuaso della utilità di questo stabilimento: perloché non cessai d'incoraggiarlo. Ma un giorno, spiegandosi più chiaramente, mi disse che aveva posti gli occhi su della mia persona. Io il ringraziai dell'amore e stima che aveva per me: ma gli dissi ch'egli avesse pensato meglio; perché, per lo genere de' studii che io aveva fatto, io non mi credeva in istato di secondar la sua idea. D'allora in poi non gliene parlai più, facendomi credere il mio onore di non dovere abusarmi della sua amicizia. Ma, essendo il 1753 stato attaccato da un mal di punta, onde si credette che dovesse por fine alla sua mortale, ei fece il suo testamento, e in esso stabilì che della sua eredità si facesse un fondo di rendita di 600 ducati annui per la detta scuola, e che si supplicasse sua maestà di volerla, per la prima volta, addossare a me. Ma e' si riebbe di questa infermità, e per tutta la state di quest'anno non si parlò più di catedra di commercio.</p>
	<p>L'ottobre di quest'anno volle che io facessi con lui la villeggiatura su de' monti di Vico, dove egli si aveva fabbricata una bella e magnifica casa, in luogo assai elevato e ameno. Quivi, in una conversazione savia e allegra, passammo quel mese. Egli aveva una non piccola libreria, e di sceltissimi libri composta, buona parte della quale faceva ciascun anno trasportare dalla città alla campagna, e che serviva di dolcissima compagnia. Io condussi meco Giuseppe de Sanctis, giovane abruzzese della città di Penne, dedito a' studii della filosofia e della medicina, di bello spirito, di facile e dolce costume, ch'io aveva introdotto alla conversazione del sig. Intieri. Adunque, parte leggendo, parte ragionando, e parte passeggiando, noi vi passammo quella stagione con incredibile piacere. Verso la fine, quando io era per ritornarmene, approssimandosi già il tempo della apertura dei studii, e' mi disse una sera ch'ei non aveva abbandonato il primo proggetto, ma ch'e' ci pensava ancora assai.</p>
	<p>Io non credei dovergli rispondere.</p>
	<p>Tornato in Napoli, io intrapresi a ristampare un piccolo discorso sull'agricoltura dell'abbate Montelatici toscano, ch'eraci per que' giorni pervenuto. Questo padre era stato l'autore a Firenze di stabilire un'accademia d'agricoltura, cioè dell'arte più utile al genere umano. Io vi aggiunsi un discorso sul vero fine e sulla vera utilità delle scienze, ch'io indirizzai al signor Intieri.</p>
	<p>Ma il 4 gennaio 1754 un colpo mortale ebbe a toglierci il sig. Intieri, ch'era ancora nelle montagne di Vico. Un attacco di petto e di testa gli tolse affatto la memoria, e fu vicino a togliergli la vita. Egli aveva in circa ai 78 anni. Come si fu un poco riavuto, mandossi colà a chiamare l'avvocato Avena, di cui si era servito, e il notaio, e fece altro testamento. Vi stabilì la medesima catedra, ma con 300 ducati di dote, e colla sua libreria. Verso la fine di gennaro si ritirò in Napoli. Ma la sua memoria era sì lesa, che appena aveva alcuni lucidi intervalli in cui si ricordasse delle cose più famigliari. Io sono testimonio ch'e' spesso si domandava ch'io fossi, e qual fosse il mio nome.</p>
	<p>Si sollevò poi pian piano, e pensò dovere fornire il suo gran proggetto, sé vivente; per la qual cosa ne supplicò Sua Maestà.</p>
	<p>Questa supplica conteneva che egli, per amor del ben pubblico, voleva fondare nella Regia Università una catedra di commercio e di meccanica, e dotarla di 300 scudi: e che voleva da prima nominarsi l'abbate Genovese, che voleva che in appresso si provedesse per concorso, a cui non potessero però pretendere religiosi di niun ordine, ma soli laici e preti: che si dovesse insegnare in lingua italiana.</p>
	<p>Il Re approvò con real dispaccio cotal proggetto, e comandò che si stabilissero i fondi. La stipulazione fu fatta il mese di maggio, e doveva cominciarsi a leggere il mese di novembre.</p>
	<p>Il sig. marchese Brancone, Secretario di Stato del Dispaccio Ecclesiastico, era colui per le cui mani doveva questo affare esser condotto. Perciocché come la state antecedente era morto m[onsigno]r Galliano di apoplessia, era stato creato Cappellano Maggiore monsig. Villarosa, vescovo di Pozzuoli, uomo rustico di letteratura, poco amico agli uomini di lettere, molto bigotto, d'una semplicità puerile, il quale, in conseguenza, non era atto ai maneggi dell'accademia, e niente faceva senza l'istruzione del sig. Brancone, uomo come è detto, in letteratura eguale al Cappellano Maggiore, ma cui la pratica della Corte rendeva più scaltro. Dopo le passate contese teologiche il signor Brancone era da me rimasto alienato, parte per i sospetti della mia ortodossia che gli avevano suggeriti i preti napoletani, dai quali egli si lasciava governare; e parte perché io non mi era molto lodato della sua condotta, ed aveva, come suole avvenire nelle forti passioni, parlato di lui non certo con falsità, ma non secondo la sua ambizione. Egli intraprese adunque ad attraversare lo stabilimento del sig. Intieri, riputandolo inutile, più per desio di non far nulla che fosse in mio vantaggio, che per altra causa. Perlocché non volle ricevere la supplica del sig. Intieri. Ed essendo andato io ad informarlo dell'utilità di questa catedra, e' che voleva nuocermi sotto specie di amicizia, arte propria de' cortigiani, mi disse che non aveva voluto proporre un tale affare al Re per timore di nuocermi, sapendo quanto il Re, per le passate contese, era d'animo alieno alla mia persona. Non era difficile a comprendere i motivi che il facevano così operare: onde io intrapresi di rompergliela in mano. Io era amico col principe di S. Severo, D. Raimondo di Sangro, uomo della mia età, colonnello delle truppe di S.M., cavaliere dell'ordine di S. Gennaro, e gentiluomo ordinario di Camera del Re.</p>
	<p>Questo signore è di corta statura, di gran capo, di bello e gioviale aspetto: filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche: di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato: amante la conversazione d'uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di aver forte fantasia, per cui è portato qualche volta a credere cose poco verisimili, potrebbe passare per uno de' perfetti filosofi. Egli era degli intimi amici delle Maestà loro: ma la lettera apologetica <hi rend="italic">De Quipue</hi>, scritta con più di libertà di quello che i teologi avrebbero voluto, e l'essersi poi scoverto capo dei liberi muratori di Napoli, gli concitarono tale nemicizia de' preti, e spezialmente del cardinale Spinelli, che niuna occasione ometteva per giustificare i suoi antecedenti passi che il minarono nell'animo del Re. Era costui amicissimo del duca Miranda, il solo spagnolo che il Re amava teneramente, e che per la sua virtù vi era degno. Io feci informare il Re per questa via. Il sig. Intieri era ben conosciuto, e da Miranda, e dal marchese Fogliani, ministro di Stato. Il signor marchese Rinuccini vi andò a parlare al sig. Fogliani, gli presentò la supplica, che presentata al Re fu commendata ed accettata. Brancone si accomodò al tempo, e mi fece sapere per mezzo del sig. Sarno ch'ei aveva tutto fatto per favorirmi. Ecco il carattere de' cortigiani.</p>
	<p>L'ottobre di quest'anno io feci la villeggiatura col sig. Intieri, nelle montagne di Somma. Ivi cominciai a distendere gli elementi del commercio. I cinque di novembre feci una orazione generale in commendazione di questa scienza. Il concorso fu grande di tutti i ceti di persone; e ne ritrassi grande applauso.</p>
	<p>Io ebbi gran concorso. Il signor Intieri, vedendo l'esito felice della sua catedra, ne gongolava; e questo piacere non contribuì poco a ristabilirgli la salute. Erasi intanto la catedra di etica, dopo molti raggiri, provveduta in persona del P. Capece, cavaliere napoletano, monaco teatino, giovane di 33 o 34 anni, che era stato sostituto per sette anni alla catedra di Scrittura Sacra del sig. Mazzocchi, sì famoso nella repubblica letteraria. Capece è un uomo di spirito, ma poco amante di fatica: e' non sapeva gran fatto di <hi rend="italic">Bibbia</hi>, e poco di filosofia. La catedra d'etica ha bisogno d'un maestro di molte e diverse cognizioni. Ella adunque cominciò a mancare, e si ridusse allo stato disprezzabile in cui l'aveva trovata quando la rilevai.</p>
	<p>In quest'anno cominciai a rimettermi in grazia del duca di Castropignano, generalissimo delle fanterie regie. Per ciò intendere si vuol sapere che dopo i turbini teologici, la duchessa di Castropignano, ch'era la confidente della Regina, mi fece ricercare per maestro dei suoi figli, ch'erano assai ancor bambini. Il primo che ne parlò fu il sig. D. Nicola de Martino, catedratico di mattematica, e molto mio amico. Il sig. de Martino era uno dei gran genii; molto debbono a lui i nostri studii mattematici; egli aveva fra di noi fatto vedere tutto ciò che di migliore in queste materie avevan prodotto gli Inglesi e i Francesi. Ma le conversazioni de' grandi, nemiche a studii profondi, gli erano molto piaciute, egli non aveva portati questi studii fin dove avrebbe potuto, e dopo le sezzioni coniche e l'algebre, e un picciol corso di geometria italiana per la Scuola Militare, a cui era stato preposto, s'era impoltronito. Io, ch'era poco amante de' rumori delle corti, ringraziai l'offerto, e mi scusai sulla mia vita ritirata e l'umore malinconico, che non mi permettevano d'impiegarmi a simili opere. La duchessa di Castropignano mi mandò il P. Cavalcanti, nobile di Cosenza, teatino, grand'oratore sacro, e allora predicatore di palazzo. Io me ne scusai colle stesse ragioni, e rifiutai tutte le più grandi offerte che mi si fecero. Il 3° che intraprese a persuadermi fu D. Ciccio Buonocore, medico del Re, e mio amico. E' fu a trovarmi, e mi sollecitò coll'idee le più adulatorie per un uomo un poco più di me ambizioso. Io resistei fermo. Vedendo egli la mia ostinazione, mi indusse a fare almeno una visita alla signora duchessa, cui io doveva ringraziare per questa offerta, fattami in tempo sì poco a me favorevole. Egli sapeva ch'io non avrei avuto l'ardire di contraddire in faccia ad una dama di quella autorità, di spirito destro, e capace di gran cose. Io ci fui. Ella mi mostrò i suoi figli, e volle che gli esaminassi in quelle poche cognizioni che avevano appreso. Era una ragazza di 10 anni e un ragazzo di 7. Le premure e le arti di questa dama furono molte. Io dissi che voleva rifletterci un altro poco: poi restai fermo in negare. Di che offesasi questa dama mi aveva quasi sempre guardato di mal'occhio. In quest'anno si destò in Corte un gran turbine contro di sua casa, ch'io narrerò con più distinzione.</p>
	<p>Il duca Miranda aveva da molto tempo amata la duchessa Minervino, dama salernitana, stata una delle più belle giovani di suo tempo. Ella era moglie del duca di Minervino, nipote di Francesco Ventura, ch'era stato Regente del Collaterale, poi Presidente del Tribunale del Commercio, il quale, per l'iniquità del suo capo e per le furberie di molti de' subalterni, fu in appresso quasi ch'estinto.</p>
	<p>La duchessa di Castropignano, la favorita della Regina, non guardava di buon occhio la Minervino, non solo per doverle cedere in beltà, ma perché, essendo il duca Miranda il favorito del Re, ella aveva tanto minor potenza colla Regina, e perciò col Re, quanto maggiore era quella della Minervino col favorito del Re. Questa gelosia fece che queste due dame si guardassero lungo tempo con attenzione, e si spiassero. Ma la Minervino, contenta del suo presente stato, non s'istudiava di nuocere: al contrario la Castropignano, dama intricantesi e ambiziosa, voleva dominar sola la Corte. Il Re, il cui carattere è di amare la pace, nemico di contrasti, e amico de' suoi piaceri, più ancora innamorato della moglie, dissimulava, perché, ignorando le cagioni vere di queste fazioni, credeva che non [fossero] che leggierezze feminili. La Regina cominciò anche ella ad entrar pian piano negli affetti della Castropignano, e tanto maggiormente, quanto che, vedutasi amata dal Re, le dispiaceva che altri avesse parte nel suo amore. Ma si vedeva bene ch'era difficile il tentare di distaccare il Re dallo affetto di Miranda. Si pensò dunque di affliggerlo, e nell'istesso tempo di adombrarlo nell'animo religiosissimo del Sovrano. Si rappresentò al Re che l'amicizia del duca di Miranda colla Minervino non fosse solo scandalosa, ma anche pericolosa per lo governo, la Minervino abusandosi in molte cose dello amore di Miranda, e costui di quello del Re, perciocché si credeva che la Minervino vendesse quei posti che il Re, informato da Miranda, credeva di conferire a persone meritevoli. Si diceva in Napoli che fu questo tentato dalla Castropignano, per aver sola il <hi rend="italic">jus</hi> di vendere; e che ella faceva questa mercatanzia a parte colla Regina. Il Re, pieno di rettitudine, di giustizia, di amore per i suoi popoli, di religione, e tale in somma che l'Italia da lungo tempo non ne ha veduto un migliore, con tuttoché non fusse di ciò affatto persuaso, si lasciò vincere da' prieghi della moglie, più per non contrastar con lei, essendo nemico d'ogni inquietitudine, che perché credesse Miranda reo dell'abusarsi della sua confidenza. La Minervino ebbe l'ordine di partire, annunziatoli a bocca dal marchese Tanucci, secretario di Stato, che si volle adoperare, avendo del rispetto per Miranda. Questo colpo riuscì a' due amanti acerbissimo, alla Minervino per l'onta e per la perdita di tuttociò che può lusingare la vanità d'una donna: a Miranda, perché oltre al vedersi in pericolo di perdere la confidenza del Sovrano, gli veniva da quella parte onde meno avrebbe voluto: Minervino partì per Surrento: e Miranda dissimulò altamente la ferita, la quale, tuttoché il mortificasse, niente però gli fece perdere dell'amicizia del Re. Ma non dimenticossi della mano onde eragli avvenuta.</p>
	<p>Il 1754 il Re fu fatto inteso che il duca di Castropignano teneva mano ad alcune furberie che si commettevano nelle promozioni militari, e ch'era a parte del guadagno: e che la duchessa cercasse di tutto vendere per ciò che appartiene a magistrati del governo civile. Il Re n'ebbe degli argomenti sicuri. Questo colpo si credette venuto da Miranda, per opprimere la casa Castropignano. Di fatto il Re tolse al duca il secretario, e il confinò: egli e la moglie furono per alcun tempo in grave sdegno del Sovrano, che non si dubitava che non avesse pensato a qualche grave castigo. Il duca ebbe la destrezza di far ricorrere alcuni dal Re, ricercando di esser pagati di grosse somme. In questa maniera egli, apparendo debitore di circa 90000 ducati, si credeva dimostrare la sua integrità. Questo diversivo non avrebbe giovato, se l'unione tra la Castropignano e la Regina non avesse avuti ligami da non potersi disciorre. Io non entrerò a ricercarli, sì perché i segreti de' Sovrani vogliono coprirsi, massime ove si sospetti di essere meno giusti, come perché non è cosa facile di mettergli in chiaro. La Regina adunque, secondando le prime... del Re, si separò per qualche tempo dalla Castropignano, e se le mostrò indifferente, sulle quali apparenze si credeva dal pubblico oppressa la dominazione di questa ambiziosa e avara dama. Ma il tempo dimostrò che il giudizio pubblico era falso. La Regina adoperò tutto il potere che aveva sullo spirito del Re per sostenere la Castropignano, e vi riuscì. Il Re, per quello stesso principio dell'amore della sua quiete e de' suoi piaceri, per cui non si era potuto molto dipartirsi dall'amore per Miranda, non si seppe sdegnare quanto conveniva contro la casa Castropignano. Egli è vero che crebbe nel suo animo l'avversione per queste due persone; ma lasciò le cose nell'istesso stato in cui erano.</p>
	<p>In questo intervallo, il duca di Castropignano, fatto più popolare, come suole avvenire nelle persecuzioni, pensò in una pubblica adunanza di gente di lettere fare dar conto de' suoi studii geometrici al suo figliolo, colui che doveva essere mio allievo.</p>
	<p>Io ci fui invitato. Questo ragazzo di 13 in 14 anni vi dimostrò tutto il primo libro di Euclide, e con grande maestrìa e spirito; sicché fu comune giudizio dover riuscire eccellente nelle mattematiche, se e' continuasse con egual fervore. E ciò fu nel mese di dicembre di quest'anno 1755. Fra gli altri, che intervennero a questi esercizi, fu il conte Firmian, inviato dell'Imperadore dei Tedeschi, uomo di grazia, bello, e maestoso aspetto, e di mente e cuore egualmente grandi e amabili. Come egli aveva desiderato di conoscermi, la principessa di Colubrano, dama intelligentissima delle mattematiche e della filosofia, che aveva per me non piccola bontà, mi fece l'onore di presentarmegli. Io ebbi il piacere di conoscere un uomo di quel valore, e molto amante degli uomini di lettere.</p>
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</TEI.2>
