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      <title>Proemio al libro III dei Libri della famiglia</title>
      <author>Leon Battista Alberti</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Latino, grammatica, volgare : storia di una questione umanistica</title>
        <author>Tavoni, Mirko</author>
        <publisher>Antenore</publisher>
        <pubPlace>Padova</pubPlace>
        <date>1984</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>470.9 - LINGUA LATINA. STORIA</term>
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      <item>Validazione</item>
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<div1><head>Dal proemio al libro III della "Famiglia".</head>
<opener><salute>A Francesco D'Altobianco Alberti.</salute></opener>
<p>Messere Antonio Alberti, uomo litteratissimo tuo zio,  Francesco, quanto nostro padre Lorenzo Alberti a noi spesso  referiva, non raro solea co' suoi studiosi amici in que'  vostri bellissimi orti passeggiando disputare quale stata  fosse perdita maggiore; o quella dello antiquo amplissimo  nostro imperio, o della antiqua nostra gentilissima lingua  latina. </p>
<p>Né dubitava nostro padre a noi populi italici così  trovarci privati della quasi devuta a noi per le nostre  virtù da tutte le genti riverenza e obedienza molto essere  minore infelicità che vederci così spogliati di quella  emendatissima lingua, in quale tanti nobilissimi scrittori  notorono tutte le buone arti a bene e beato vivere. </p>
<p>Avea certo in sé l'antico nostro imperio dignità e  maiestà maravigliosa, ove a tutte le genti amministrava  intera iustizia e summa equità, ma tenea non forse minore  ornamento e autorità in un principe la perizia della  lingua e lettere latine che qualunque fosse altro sommo  grado a lui concesso dalla fortuna. </p>
<p>E forse non era da molto maravigliarsi se le genti tutte da  natura cupide di libertà suttrassero sé, e contumace  sdegnorono e fuggirono e' ditti nostri e leggi. Ma chi  stimasse mai sia stato se non propria nostra infelicità  così perdere quello che niun ce lo suttrasse, niun se lo  rapì? </p>
<p>E pare a me non prima fusse estinto lo splendor del nostro  imperio che occecato quasi ogni lume e notizia della lingua  e lettere latine. </p>
<p>Cosa maravigliosa intanto trovarsi corrotto o mancato  quello che per uso si conserva, e a tutti in que' tempi  certo era in uso. </p>
<p>Forse potrebbesi giudicare questo conseguisse la  nostra suprema calamità. Fu Italia più volte occupata e  posseduta da varie nazioni: Gallici, Goti, Vandali,  Longobardi, e altre simili barbare e molto asprissime  genti. </p>
<p>E, come o necessità o volontà inducea, i popoli, parte  per bene essere intesi, parte per più ragionando piacere a  chi essi obediano, così apprendevano quella o quell'altra  lingua forestiera, e quelli strani e avventizii uomini el  simile se consuefaceano alla nostra, credo con molti  barbarismi e corruttela del proferire. Onde per questa  mistura di dì in dì insalvatichì e viziossi la nostra  prima cultissima ed emendatissima lingua. </p>
<p>Né a me qui pare da udire coloro, e' quali di tanta  perdita maravigliandosi, affermano in que' tempi e prima  sempre in Italia essere stata questa una qual oggi  adoperiamo lingua commune, e dicono non poter credere che  in que' tempi le femmine sapessero quante cose oggi sono in  quella lingua latina molto a' bene dottissimi difficile e  oscure, e per questo concludono la lingua in quale  scrissero e' dotti essere una quasi arte e invenzione  scolastica più tosto intesa che saputa da' molti. </p>
<p>Da' quali, se qui fusse luogo da disputare, dimanderei chi  apresso gli antichi non dico in arti scolastice e scienze,  ma di cose ben vulgari e domestice ma' scrivesse alla  moglie, a' figliuoli, a' servi in altro idioma che solo in  latino? </p>
<p>E domanderei chi in publico o privato alcuno ragionamento  mai usasse se non quella una, quale perché a tutti era  commune, però in quella tutti scrivevano quanto e al  popolo e tra gli amici proferiano? </p>
<p>E ancora domanderei se credono meno alle strane genti  essere difficile, netto e sincero profferire questa oggi  nostra quale usiamo lingua, che a noi quella quale usavano  gli antichi? </p>
<p>Non vediamo noi quanto sia difficile a' servi nostri  profferire le dizioni in modo che sieno intesi, solo  perché non sanno, né per uso possono variare casi e  tempi, e concordare quanto ancora nostra lingua oggi  richiede? </p>
<p>E quante si trovorono femmine a que' tempi in ben  profferire la lingua latina molto lodate, anzi quasi di  tutte più si lodava la lingua che degli uomini, come dalla  conversazione dell'altre genti meno contaminata! </p>
<p>E quanti furono oratori in ogni erudizione imperiti al  tutto e sanza niuna lettera! </p>
<p>E con che ragione arebbono gli antichi scrittori cerco con  sì lunga fatica essere utili a tutti e' suoi cittadini  scrivendo in lingua da pochi conosciuta? </p>
<p>Ma non par luogo qui stenderci in questa materia; forse  altrove più a pieno di questo disputaréno. Benché stimo  niuno dotto negarà quanto a me pare qui da credere, che  tutti gli antichi scrittori scrivessero in modo che da  tutti e' suoi molto voleano essere intesi. </p>
<p>Se adunque così era, e tu, Francesco, uomo eruditissimo,  così reputi, qual giudicio di chi si sia ignorante sarà  apresso di noi da temere? E chi sarà quel temerario che  pur mi perseguiti biasimando s'io non scrivo in modo che  lui non m'intenda? </p>
<p>Più tosto forse e' prudenti mi loderanno s'io, scrivendo  in modo che ciascuno m'intenda, prima cerco giovare a molti  che piacere a pochi, ché sai quanto siano pochissimi a  questi dì e' litterati. E molto qui a me piacerebbe se chi  sa biasimare, ancora altanto sapesse dicendo farsi lodare. </p>
<p>Ben confesso quella antiqua latina lingua essere copiosa  molto e ornatissima, ma non però veggo in che sia la  nostra oggi toscana tanto d'averla in odio, che in essa  qualunque benché ottima cosa scritta ci dispiaccia. </p>
<p>A me par assai di presso dire quel ch'io voglio, e in  modo ch'io sono pur inteso, ove questi biasimatori in  quella antica sanno se non tacere, e in questa moderna  sanno se non biasimare chi non tace. </p>
<p>E sento io questo: chi fusse più di me dotto, o tale quale  molti vogliono essere riputati, costui in questa oggi  commune troverrebbe non meno ornamenti che in quella, quale  essi tanto prepongono e tanto in altri desiderano. </p>
<p>Né posso io patire che a molti dispiaccia quello che pur  usano, e pur lodino quello che né intendono, né in sé  curano d'intendere. Troppo biasimo chi richiede in altri  quello che in sé stessi recusa. </p>
<p>E sia quanto dicono quella antica apresso di tutte le genti  piena d'autorità, solo perché in essa molti dotti  scrissero, simile certo sarà la nostra s'e' dotti la  vorranno molto con suo studio e vigilie essere elimata e  polita. </p>
<p>E se io non fuggo essere come inteso così giudicato da  tutti e' nostri cittadini, piaccia quando che sia a chi mi  biasima o deponer l'invidia, o pigliar più utile materia  in qual sé demonstrino eloquenti. Usino quando che sia la  perizia sua in altro che in vituperare chi non marcisce in  ozio. </p>
<p>Io non aspetto d'essere commendato se non della volontà  qual me muove a quanto in me sia ingegno, opera e industria  porgermi utile a' nostri Alberti; e parmi più utile così  scrivendo essercitarmi, che tacendo fuggire el giudicio de'  detrattori. [...]</p></div1></body></text></TEI.2>
