<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Risposta di Roma a Plutarco</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
    </titleStmt>
    <extent>124 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
      <idno>bibit000391</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>500</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Oratoria</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione - OCR</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2007-03-27T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Valeriano Fiori</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2007-04-19T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1 type="dedica"><head>Proemio</head>
<opener><salute>A MONSIGNOR FABIO ORSINO DE' SIGNORI DI LAMENTANA.</salute></opener>
<p>Io soglio alcuna volta, per la noia delle cose presenti e per l'insolenza delle nuove, ripensare a quelle degli antichissimi tempi, ed inalzar quasi me stesso con la contemplazione da quell'infimo grado di stima, nel quale mi tiene oppresso o la fortuna comune di questo secolo, o la mia propria avversità: ed in questa guisa considerando, bench'io sia molto dubbioso del mio stato, ho fatta nondimeno certa deliberazione, e conchiuso fra me stesso, che se le Republiche più celebrate, ed i Regni, e gl'Imperi più gloriosi potessero così insieme contender della prima lode, come già fra loro guerreggiarono della somma potenza, non estimerebbono meno questa nuova gloria con la ragione ricercata, che quell'antica vittoria con le forze acquistata; anzi, non altramente i costumi contra i costumi, e l'animosità contra l'animosità, e gli argomenti contra gli argomenti sarebbono ordinati, di quello che già fossero gli uomini a gli uomini, e i cavalli a' cavalli, e l'arme a l'arme opposte e collocate nell'ordinanza: tanto sarebbe da ciascuna parte il desiderio di sovrastare, e tanta da tutti i lati la cupidità di trionfare. E niun campo, per mio avviso, si potrebbe paragonar con questo. Non quel di Tebe, dove fu negata a' morti la sepoltura: non quel di Troia, ove fu venduta con egual crudeltà, ma con avarizia, senza dubbio, più imitata: non le solitudini degli Sciti, nelle quali la pietà costrinse la barbara nazione a difender i sepolcri de' maggiori: non le campagne in cui Ciro saziò co 'l sangue la rabbia di Tomiri: non l'altre famose per la vittoria e per la morte d'un altro Ciro: non Termopile, non Maratona, non Leuttra, non Mantinea, non Granico, o la terra ch'egli divide; non il giogo del Tauro, non il monte Caucaso, non l'arene mal passate da Cambise; non Isso; non altro testimonio del valor d'Alessandro; non Allia, non Trebbia, non Trasimeno non Canne; non il paese di Cartagine, che si tinse del sangue africano, quando Annibale fu vinto da Scipione, e la moltitudine discorde di vari popoli da la virtù Romana fu superata; non i campi Filippici o Farsalici; non l'Africa medesima, per cui un'altra volta dell'imperio del mondo fu combattuto, ed il nome fatale di Scipione cedette, come l'altre cose, a la fortuna di Cesare vittorioso.</p>
<p>E qual sarebbe questo campo? ed in qual parte della terra si troverebbe? Quello (s'io non sono errato) che da Platone è chiamato il Campo della verità; il quale è più tosto celeste che terreno, ed anzi divino che umano dovrebbe esser riputato. In questo non sarebbono giudici il caso e la fortuna, che spesse volte danno la sentenza in favor della parte peggiore; ma chi suole delle cose contrarie più dirittamente giudicare: e verrebbero, senza fallo, in questa contesa gli Sciti con gli Egizii, che d'antichità ancora solevano contrastare; e gli Egizii con gli Etiopi, e i Troiani co' Greci, e gli Assiri co' Medi, e i Medi co' Persi, e gli Argivi co' Lacedemoni, e i Tebani con gli uni e con gli altri. Contenderebbono gli Ateniesi con gli Spartani più tosto di gloria che di libertà; contenderebbono i Romani co' Francesi e con gli Africani della vita e dell'essere; contenderebbono i medesimi con questi e con gli Epiroti della signoria; contenderebbono in somma Barbari con Barbari, Greci con Greci, Romani con Romani; e i Romani co' Greci e co' Barbari farebbero ostinatissima battaglia; nè questi o quelli verso di sè, o con gli altri, sarebbono meno importuni per la speranza della vittoria gloriosa. Ma niuna sarebbe maggiore o più dubbia questione, che fra i Macedoni e i Romani, o più tosto fra i Romani ed Alessandro; perchè cedono gli altri, resiste il re solamente, non contento d'aver compagnia nel regno, o eguale nella gloria: e solo opponsi a' Romani da Plutarco greco filosofo, ma della greca virtù e della romana giudizioso estimatore.</p>
<p>L'altre antiche differenze sono minori di queste: perciò che la monarchia de' Macedoni, essendo stata maggiore di tutte l'antiche, per ampiezza di paesi posseduti e per gloria di cose magnanimamente adoperate; per angustia di tempo e per divisione di capitani fu dell'altre minore. Si dubita nondimeno, o si crede, che s'Alessandro avesse potuto stender più oltre i termini della vita, avrebbe molto ampliati quelli dell'Imperio, facendo eguale la memoria del suo nome a l'eternità della fama, e la signoria del suo regno a l'abitazione della terra. Altri stimano, che il corso delle sue vittorie sarebbe stato più lento, e non meno interrotto di quello di Pirro e d'Alessandro, di cui si legge appresso i nostri Poeti:
<quote rend="block"><lg><l>Vedi un altro Alessandro non lunge indi,</l>
<l>Non già correr così, ch'ebbe altro intoppo.</l>
<l>Quanto dal vero onor, fortuna, scindi!</l></lg></quote></p>
<p>Ma questa lite, che non fu diffinita con l'arme de' capitani, nè pur cominciata, ebbe principio, più tosto che fine, per la discordia degli scrittori: laonde non so chi possa esser giudice fra tanto senno, e sedere, come si dice, a scranna; perchè fra loro è simile la riputazione, ma dissimile l'opinione. Io non ardirei, a guisa di giudice, darne la sentenza; nè come oratore, posso appigliarmi a l'una delle parti: perchè al giudizio manca l'autorità e la dottrina; a l'orazione, l'affetto ed il favore. Scriverò nondimeno con libertà filosofica quel che da me ne fu altre volte ragionato; e scriverollo a Vostra Signoria illustrissima, che in questa nobilissima città può rinovare l'antica gloria e la virtù invecchiata de' Romani; sì come Quella ch'è nata d'antichissima prosapia e di gentilissimo sangue; del quale, dopo la declinazione dell'Imperio, niun altro fu più glorioso.</p>
<p>Imperò che questa sacra monarchia, instituita a somiglianza della celeste, è così obligata a' Principi, a' Cardinali, a' Pontefici della casa Orsina, come fosse l'Imperio de' Gentili a' Fabi, a gli Scipioni ed agli Augusti: anzi, se fra le cose antiche e le più nuove dovesse farsi comparazione, quelle cedono tanto d'autorità, di dignità, di gloria e di grazia a le più moderne, quanto è ragionevole che le violente a le giuste, le superstiziose a le religiose, le profane a le sacre, l'umane a le divine debbano umiliarsi. Laonde in questo medesimo campo niuna lite sarebbe, niuna guerra di contrarie opinioni fra l'ecclesiastica gerarchia e la milizia terrena de' grandissimi Re e de' potentissimi Imperatori. Cessino, dunque, l'armi sacre; s'acquetino gli eserciti spirituali; concedano pace i fulmini della suprema autorità; e siami lecito, in questa contesa de' Gentili contra l'umana ragione, il discorso umano filosoficamente adoperare.</p></div1>
<div1 type="parte"><head>Risposta di Roma a Plutarco</head>
<p>Fra coloro, che celebrarono la virtù degli uomini valorosi, non vi fu il maggiore di Plutarco; però che in lui non è solamente fede di testimonio ed eloquenza d'oratore, ma autorità di giudice. Tre persone così diverse, e di tanto peso, è atto a sostener il filosofo; ma come filosofo giudica fra Greci, e fra Romani, e fra Barbari; e la sua eloquenza non è popolare, ma filosofica eloquenza. Prova tutte le cose, e d'esempi oltre a tutti gli altri è copiosissimo; vibra gli entimemi, e nella testimonianza ancora non si dimentica d'esser filosofo; in guisa va mescolando le cose naturali con le civili, e paragonando l'une con l'altre: laonde più tosto accresce maraviglia e grandezza a le cose assomigliate, che notizia e chiarezza; e come che le faccia più illustri, lor dà luce simile a quella che abbaglia con l'illustrare; spesso ci volge a la contemplazione delle cose umane e delle divine, a le quali gli occhi del nostro intelletto sono assai volte infermi, come quelli d'uccello notturno al Sole.</p>
<p>Veramente, se Minerva significa l'umana sapienza, o quella de' Gentili, niun altro uccello più le si conveniva, perchè noi andiamo spesso ricercando la verità fra le tenebre, illustrate dal debol lume dell'umana ragione o dell'umana prudenza; come fu conosciuto in Pericle, che lo portava scolpito nello scudo: ma a la divina sapienza può in qualche modo assomigliarsi l'aquila volante, a la quale s'assomiglia Plutarco nel volo della sua eloquenza; tanto s'inalza co 'l suo peregrino e leggiadro stile. Ma se mai volò in alto, se mai passò le nubi dell'invidia, se mai s'affissò nel Sole della gloria, ciò avvenne per la contesa descritta da lui fra' Romani ed Alessandro, o più tosto fra la virtù e la fortuna; nella quale egli introducendo la Filosofia a ragionare, tolto Alessandro con somme lodi infino al cielo, nega a la Fortuna ogni onore ed ogni parte nell'Imperio acquistato; ma in quel de' Romani, vuol che la fortuna sia quasi l'architetto, e la virtù quasi fabro, e quasi lento ministro nell'operazioni. Laonde io dubito che nell'altezza del volo l'acuto Filosofo perdesse l'acume della vista, troppo avvicinato al Sole della divina sapienza, onde si potrebbe di lui scrivere:
<quote rend="block"><l>Ch'al troppo lume fosse oscuro e lippo,</l></quote>
come scrisse il Petrarca di Metrodoro e d'Aristippo e di molti altri che men altamente hanno filosofato.</p>
<p>Io volendo considerare le cose scritte da Plutarco in tre libretti, l'uno de' quali porta in fronte questo titolo, <title>Della fortuna de' Romani</title>; gli altri, <title>Della fortuna o virtù d'Alessandro</title>; considererò le cose altissime quasi di lontano, temendo egualmente di cecità e di precipizio, e farò a guisa di mergo che, volando intorno a le rive del mare, rimiri nell'acque l'imagini delle cose celesti, amando meglio il poterle considerar quasi nello specchio, che 'l perder la vista nella soverchia luce. E prima considererò i titoli de' tre libretti; cioè, <title>Della fortuna de' Romani</title>, <title>Della fortuna o della virtù d'Alessandro</title>; e con queste voci, quasi con suono che rimbombi altamente, cercherò di risvegliar Roma dal sonno, e di collocarla nel giudizio contra la greca filosofia, o contra il greco Filosofo, o contra la fortuna più tosto: e s'ella a pena desta, non comparirà con la corona dell'alloro con la quale vide i suoi Duci trionfar nel Campidoglio; nè con quella imperiale che poi circondò le chiome de' suoi gloriosi Augusti; nè con l'altra, quasi merlata di torri, da Cibele conceduta; se non porterà lo scettro co 'l quale comandava a' popoli, a le genti, a' re, a' tiranni della terra; se non vedrà i fasci de' suoi littori; se non ispiegherà l'aquile nell'oro, ed i dragoni, e l'altre insegne delle sue vittorie; se non mostrerà le ricchissime spoglie e le prede, le sarisse, le faretre, gli elmi, gli scudi, i vasi d'oro e d'argento, le maniglie, gli anelli, i guernimenti di cavallo, e gli altri doni militari; se non condurrà nella pompa i colossi o l'imagini delle città vinte e soggiogate; se non cingerà i sette colli, e 'l fonte e la foce del Tevere con l'armi de' suoi eserciti (da le quali i mari medesimi che circondano l'Italia furono circondati, anzi le più riposte parti della terra abitata, e gli ultimi lidi dell'Oceano); almeno a le chiome canute, a la maestà del volto, a la gravità del passo e delle parole sarà conosciuta.</p>
<p>Non sono (dice), o Plutarco, non sono Roma trionfante, non sono Roma regina del mondo; ma Roma ristorata per la virtù d'uno, anzi di molti santissimi Pontefici; Roma divenuta umile di superba, pacifica di guerriera, e quasi celeste di terrena; che nella nuova gloria della verissima religione, non tanto mi vanto della prima grandezza, quanto delle cose presenti mi rallegro. E parlerò teco senza spaventarti con lo strepito dell'armi, da le quali il mio Cicerone medesimo fu spaventato: e parlerò con questa nuova lingua con la quale son usa di favellare, e tu forse l'intenderai; perchè dopo la morte cominci a ragionare in tutte le favelle, quantunque vivo nella tua sola ti degnassi di ragionare: e parlerò alcuna volta a guisa di filosofo e di oratore; perchè di questi e di quegli io molti produssi, e molti ammaestrai, e da molti fui ammaestrata; ma sempre come amica della virtù, non meno che di gloria e d'autorità: e benchè si poteva risvegliar Cicerone medesimo, al cui tuono tu saresti paruto roco, in ogni altra causa che in questa, la quale contro me altamente difendesti; nondimeno ho voluto ragionare io medesima, non senza pericolo di parer troppo affettuosa, per la memoria de' tempi passati e dell'antica gloria: ma la mia animosità, che non fu mai scompagnata da l'arme, ora è congiunta con molta ragione.</p>
<p>Ma consideriamo, se ti piace, o Plutarco, le cose da te scritte, brevemente filosofando, come a Roma è conveniente. Tu vuoi, o Plutarco, che nel mio nascimento, e co' primi fondamenti, la virtù e la fortuna contendessero insieme, non altramente che se venisse in questo giudizio ed in questa contesa la terra, il mare, il cielo, il sole con tutte le stelle, ricercando chi fusse il maestro di così maraviglioso magistero; la fortuna, o la providenza più tosto. Da poi, dici che si congiunsero insieme, e si fece quasi una lega ed una unione, come nella creazione del mondo il fuoco e la terra fecero i primi e più necessarii elementi, acciò ch'egli insieme si potesse vedere e toccare; perciò che l'una diede lo stabilimento e quasi il peso co 'l quale il tiene librato; l'altro, il colore, la forma e la luce; e l'aria e l'acqua, che sono nature di mezzo, mitigarono la dissimilitudine degli estremi, affine che fusse un tempio augusto e stabile della generazione umana, e quasi un'ancora nell'onde tempestose e negli errori di questa vita mortale. Non contento di questa similitudine Platonica, aggiungi la seconda di Democrito, ed affermi ch'il mio regno nascesse da le rovine degli altri, e s'accrescesse delle medesime, raccogliendo insieme i popoli e le genti nate sotto un medesimo cielo, e quelli da' quali fin da la natività abborriamo, ed i principati de' re, che signoreggiano oltre mare, con questi congiungendo; laonde somiglia il mondo fatto d'atomi, parte minuti, e fortunosamente di qua e di là agitati e quasi sdrucciolanti, mentre fuggono d'esser toccati, parte più grossi, e meglio composti, e con più fiera battaglia e con più torbidi movimenti usi a combattere: e soggiungi, che l'agitazione e la tempesta prima fu assai grande, e tutte le cose piene d'errori, di naufragi e di confusione. Da poi il mondo prese questa forma; e fu stabilita e fissa, e quasi librata, questa eterna sede e questa giusta potenza del mio imperio.</p>
<p>Tali o non molto dissomiglianti cose scrivesti, o Plutarco; benchè, s'io non sono errata, siano assai diverse fra se medesime, e per poco opposte e contrarie: perchè nel principio colleghi insieme la virtù e la fortuna; da poi nel progresso del ragionamento, quasi pentito d'avermi fatto tanto onore, segui l'opinione di Democrito, e concedi la fabrica del mondo, e l'artificio di questi globi e di questa mole immensa a la fortuna. Tanta nemicizia, o Plutarco, che non ti curi esser nemico del mondo, per oscurar la gloria di Roma? Quale inopinata mutazione di sentenza è questa? Da le scuole de' Peripatetici, e quasi da gli alloggiamenti, passi in quelli de' Platonici. Concedasi, come ad amico senza mutar insegne. Come fuggi poi in quelli di Democrito? quasi dal porto tranquillo della providenza al mare tempestoso della fortuna, dal tempio sicuro della virtù a la selva perigliosa della temerità. A la selva rifuggi, o Plutarco? a la materia agitata e tumultuosa ti ricoveri? Ma siami lecito d'accettar parte di quello che mi concedi, o che mi paghi più tosto, come tributo debito a la mia virtù; e di renderti l'altro, ch'è proprio della tua eloquenza. Ricevo questo: Che 'l principio del mio regno sia somigliante a la creazione del mondo. Non passar più oltre; contentati d'avermi fatto questo dono, ed ascolta quel ch'io rispondo.</p>
<p>L'imperio Romano ebbe l'origine simile a quella del mondo: dunque non v'ha parte la fortuna. Questo è il mio entimema; teco non fa uopo il sillogismo, tanto sei dotto, o Plutarco! Ma tua è la maggior proposizione; tu medesimo la conferma, s'alcuna prova le fa mestieri: la conclusione forse, o la minore, che tu puoi aggiunger, ha bisogno di confermazione. Ma io cercherò, se così ti pare, di mostrar la sua necessità con molte ragioni.</p>
<p>Una medesima causa è quella che fece il mondo e che 'l conserva; nè in altro modo il fece, in altro il conserva; ma nell'istessa guisa, e con l'istesso magistero. Il fece con la providenza, come disse uno degli amici miei:
<quote rend="block"><l>Quel, ch'infinita providenza ed arte</l>
<l>Mostrò nel suo mirabil magistero;</l></quote>
con la providenza dunque il conserva. Similmente le prime cause sono cagioni de' primi effetti; ma la providenza e l'intelletto sono molto prima della fortuna. Oltre a ciò, nelle cose determinate non si può trovar la fortuna, ch'è causa indeterminata ed infinita: ma il coro delle stelle, oltre a tutte l'altre cose è ordinatissimo; non è, dunque, possibile che ivi regni la fortuna. L'ordine, o Plutarco, è certissimo argomento della providenza, o si considera eterno ed infallibile ne' movimenti de' corpi celesti. Girasi il primo cielo da l'oriente a l'occidente; girano da l'occaso a l'orto gli altri cieli; e quelli che sono chiamati erranti, ne' movimenti de' quali, o negli errori più tosto, è certo ordine e certa legge. Sempre ci porta il Sole dal Cancro i lunghissimi giorni, e i brevissimi dal Capricorno; sempre nell'Ariete e nella Libra agguaglia i giorni e le notti; sempre sono più brevi i suoi giri e più veloci dal Capricorno al Cancro, più tardi dal Cancro al Capricorno; sempre nella parte settentrionale più lento, più veloce nell'australe; sempre velocissimo e dirittissimo è Saturno congiunto al Sole, tardissimo e ritroso quando al Sole è opposto; e velocemente s'avvicina a quella linea che divide il cerchio degli animali; ma pigro, e quasi indietro tornando, se n'allontana. Simili a lui sono Giove e Marte ne' lor movimenti; ma Venere e Mercurio hanno insieme gran somiglianza, e sono quasi compagni del Sole; ora quasi messaggieri precorrendo, ora seguendo; nè l'uno nè l'altro è mai veduto opporsi al Sole: ma Venere è sempre velocissima nell'opposizione, nella congiunzione tardissima; se la mattina s'allontana dal Sole, con tardi movimenti se n'allontana; se gli s'appressa, con veloce corso gli si appressa; la sera a l'incontro è veloce nel dilungarsi, tarda nell'avvicinarsi. Mercurio, quasi imitatore di Venere, alcuna volta la mattina è veduto farsi vicino al Sole, alcuna la sera dopo lui. La Luna ora opposta al Sole dimostra la faccia ritonda, ora congiungendosi quasi sparisce; ora mezza si vede, ora piena, ora fa le corna, secondo ch'ella variamente è rivolta al Sole: nell'opposizione ella s'ecclissa; nella congiunzione è cagione che s'oscuri il Sole, facendo sempre maggiore oscurità quando è nel settentrione, minore quando più s'avvicina al mezzogiorno.</p>
<p>Che dirò delle stelle fisse? Credi tu, o Plutarco, ch'io non abbia mai vagheggiato il Cielo da' sette Colli, quantunque l'altezza non sia quella del monte Caucaso, o l'ampiezza come si rimira nelle campagne Babiloniche o d'Egitto? So che l'Orsa non s'asconde già mai, nè l'altre stelle che fanno intorno al polo un breve giro: so ch'altre sogliono manifestarsi e nascondersi vicendevolmente; so che alcune da me non furono vedute già mai, come è Canopo e la Chioma di Berenice, le quali sono rimirate da quelli d'Alessandria: ed ha gente in quella parte, a cui prima nasce il Cane che l'Anticane: a noi avviene il contrario. Ma pure queste cose avvengono sempre al modo istesso, e nella somma varietà è grandissima costanza, ed ordine certissimo. Ma fin'ora ho parlato di que' corpi eterni e luminosi ne' quali si crede la providenza aver il suo regno, anzi per certissimi argomenti si dimostra: or che dirò della terra, dell'aria e del mare, in cui si stima la fortuna aver il suo imperio? La terra con ordine alterno riceve la successione de' giorni e delle notti; ed il caldo degli uni ed il freddo dell'altre sono cagioni del suo temperamento; e si spoglia e si riveste all'ordine vicendevole delle stagioni, facendosi quasi una ghirlanda ed un manto di fiori e d'erbe, dopo le nevi ed i ghiacci del verno; nella state si corona di spighe; nell'autunno di dolcissimi pomi e di verdissimi pampini, e fa le vendemmie; nella serenità del verno indurandosi, rende l'agricoltore quasi ozioso.</p>
<p>Ma qual cosa è più incerta de' venti? qual più instabile dell'onde? pur nell'onde e ne' venti si conosce l'ordine quasi stabile della natura, e la certa legge della providenza. Stanno i fiumi dentro il letto, e non occupano a guisa di tiranno i confini della terra; ma tosto cedono le rive e le campagne per breve spazio usurpate; e spesse volte sono cagione della fertilità della terra, come si legge del Nilo. Il mare non passa i termini prefissi, nè ricopre quella parte che rimase scoperta di lei, ch'è grevissima oltre a tutti gli altri elementi, quantunque sia più alto il letto del mare, come si scrive particolarmente del Mar Rosso, di cui è più bassa la terra del Nilo tre cubiti. Laonde Sesostride prima, e poi alcuno de' miei antichi Romani non s'assicurarono di tagliar quel breve spazio di terra interposta, e di tirar una fossa fino al Nilo, per temenza di non affondar l'Egitto.</p>
<p>Che diremo del flusso e del riflusso, di cui fu recata la causa al Sole ed alla Luna, la quale più vicina a gli elementi, fa le sue operazioni più manifeste? Due volte il mare fra due nascimenti della Luna crescendo inonda il lido, e torna indietro nel calare; prima gonfiandosi con la Luna che s'inalza; da poi, nel suo declinare dal cerchio meridiano, ritirandosi in se medesimo, e riducendo nelle sue usate pianezze l'onde troppo gonfiate, ed un'altra volta ondeggiando da l'occaso, mentr'ella è sotto le parti più basse, e contrarie al cerchio del merigge; e quando ella di nuovo appare, egli par che torni ad inghiottir l'onde sue medesime; in tal guisa, con pari intervallo di sei in sei ore equinoziali, reciproca il suo flusso ed il riflusso, e mostra la medesima costanza nell'imitar l'incostanza della Luna. Ne' primi sette giorni, mentre la Luna è nuova, l'onde non gonfiano molto; mentre ella s'empie, il mare è più colmo; e gonfio affatto, quando ella è piena: gli ultimi sette giorni cominciano di nuovo i flutti a placarsi; quando ella è aquilonare, è più lontana da la terra, laonde il mare è men tempestoso; ma dove più s'avvicini a l'austro, con più vicino sforzo esercita il suo imperio nell'onde: ne' due equinozii elle sono gonfie oltre modo, e più nell'autunnale che in quel della primavera; nella bruma paion quasi vacue, e più nel solstizio: non dico ne' punti medesimi, ma pochi giorni dopo; perciò che gli effetti del cielo caggiono più tardi nella terra: così ancora il mare fa le sue mutazioni, non quando la Luna è piena, o novissima, ma da poi. Le inondazioni nell'Oceano ricoprono maggiore spazio, e più sono sottoposte a queste mutazioni vicine al lido, che in alto mare: nondimeno in molte parti, per la diversità delle stelle, sono diverse l'inondazioni, e discordi per tempo più tosto che per ragione. Come nelle Sirti, alcuni luoghi hanno propria e particolar natura; nell'Euripo di Tauri spesso, nell'Eubea sette volte fra 'l giorno e la notte cresce e diminuisce il mare.</p>
<p>Ne' venti ancora è manifesta la legge della natura e della providenza, che nelle cose instabili il tempo ed il fine ha prescritto. Tu sai che 'l vento e la pioggia sono a se medesimi vicendevolmente cagione della morte e della vita, e che ogni vento suole acquetarsi a l'impeto del suo contrario; sai che in tre diverse stagioni dell'anno sono stabiliti i tempi della pace e del silenzio de' venti; il verno, dico, la state e la primavera; ma per varie cagioni. Sai parimente che non solo hanno determinato il tempo della quiete, ma quello del nascimento: perchè l'etesie sogliono spirare settanta giorni dopo il solstizio del verno, co 'l fiorir delle rose, con l'aura placidissima nella quale gli uccelli fanno l'uova, ed il Sole ha il suo albergo ne' Pesci. Ma altri de' nostri scrissero altre cose non molto diverse; cioè, che mentre il Sole è nell'Aquario, e la primavera apre il mare a' naviganti, favonio tempra il rigor del verno, e spira settanta giorni dopo la bruma, quando le rondinelle cominciano ad apparire: subsolano è contrario per nove giorni, e nasce mentre le vergilie sono nella nona parte del Tauro: gli aquiloni, che sono detti prodromi, otto giorni precedono il nascimento della Canicola: due giorni dopo l'istesso soffiano i medesimi venti aquilonari con maggior costanza; nè tacciono per quaranta giorni, ma con altro nome si chiamano etesie. Non sono venti di questi più stabili, nè de' quali per temperamento del soverchio calore s'abbia ne' paesi caldi maggior obligo a la providenza. Dopo l'etesie, assai spesso spirano gli austri, fino al nascimento d'Arturo, nove giorni avanti l'equinozio d'autunno: con questi comincia coro, proprio di quella stagione, a cui è contrario vulturno. Dopo l'equinozio quarantaquattro giorni, e l'occaso delle vergilie, comincia il verno: spirano in quel tempo gelati ed impetuosi aquiloni, assai diversi da gli estivi, a' quali i venti d'Africa sono contrari. Avanti la bruma sette giorni, e dopo altrettanti, il mar si placa a gli alcioni: nell'altro tempo è chiuso, e tentato appena da l'ardimento de' corsari.</p>
<p>Ecco l'ordine maraviglioso nelle cose che mostrano d'esser inordinate; ecco la determinazione di quelle che paiono senza termine; ecco la legge della natura nella temerità della fortuna, e nella varietà de' paesi la concordia delle varie opinioni. Se regna, dunque, la providenza in quello ch'è stimato regno della fortuna, chi può dubitare ch'ella nel proprio imperio non abbia podestà? E come può essere somma autorità e compagnia? Se i regni terreni scacciano la moltitudine de' re, come vuoi che sia nel regno del Cielo? Se tu dài compagno a la providenza, distruggi la monarchia celeste, ed introduci là su una republica popolare, simile a la tirannide, o una violenta potenza di pochi colleghi. Ma tu potresti rispondere: Platone anche nelle sue Leggi mette la fortuna con Dio al governo delle cose umane. Concedasi a Platone questo, che si potrebbe negare, sì veramente che non se gli dia per compagna, nè per eguale, nè si preponga al governo d'altre cose che dell'umane, dov'ella a guisa di serva e di ministra faccia il suo officio: ma tu assomigliasti la mia origine a la creazione del mondo, ed il mio regno a l'Imperio degl'Iddii, ad imitazione del quale fu formato. Non è questo il regno di Sparta, che dia luogo a due re; ma quello in cui due fratelli non potevano regnare insieme. Oltre ciò, per fondar la mia risposta nel tuo esempio e nella tua similitudine medesima, la terra ed il fuoco non si potevano congiunger senza le nature di mezzo; ma non sono tanto contrari il leggerissimo ed il gravissimo, quanto la providenza e la fortuna, la sapienza e la temerità. Come si potevano collegare e congiunger questi due contrari senza il mezzo? o qual mezzo adducesti fra l'uno e l'altro estremo, o qual potevi addurre? benchè uno solamente non fusse bastato, se l'unione doveva esser ferma ed indissolubile, com'è quella che stringe le parti dell'universo? E tu medesimo il confessasti, volendo che velocissimo fosse il corso della fortuna, tardissimo il passo della virtù. Nelle cose celesti i tardi co' veloci si muovono in guisa, che tutti insieme hanno fornito il lor viaggio: ma tu vuoi che la fortuna velocissima, di lunghissimo spazio si lasci a dietro la negligente virtù. Qual'unione, o Filosofo maraviglioso, qual lega, qual'amicizia può esser in tanta dissimilitudine, in tanta disuguaglianza, in tanta diversità?</p>
<p>Voglio parlar teco non con le mie, ma con le tue parole medesime, che da te furono in altro proposito usate: dicesti, scrivesti, e lasciasti eterno testimonio della tua opinione, <emph>Che Iddio fa le cose grandi per se stesso, ma commette le picciole a la fortuna</emph>. Se la mia origine, se 'l nascimento, se la culla, se l'imperio, se la sepoltura medesima non sono fra le picciole, come vuoi che siano opere della fortuna? come non riconosci il magistero della providenza nel principio e nell'accrescimento del regno? Ricordati di quel che scrivesti in un altro tuo libretto, che intitolasti pur <title>Della Fortuna</title>: ivi si legge, ch'a la natura non fa mestieri dell'aiuto della fortuna nelle sue operazioni. La natura, dunque, non ha bisogno della fortuna; e l'avrà la virtù? l'avrà la providenza? l'avrà Iddio medesimo? A l'arti ancora è poco necessario il suo favore: e di quali arti intendi? di quelle forse degli uomini, delle quali disse un de' vostri Greci filosofi, o poeta ch'egli fusse:
<quote rend="block"><l>L'arte ama la fortuna, e 'n simil guisa</l>
<l>È l'arte ancor da la fortuna amata.</l></quote>
E peraventura intende solamente dell'arti men perfette, o men esquisite, le quali ricercano il consiglio o la consultazione, che vogliam dirla, e non ricusano la fortuna; perchè le perfettissime non si curano nè dell'una nè dell'altra. S'a gli umani artificii, adunque, non è d'uopo il favor della fortuna, o non sempre, nè a tutti; la potenza e 'l magistero divino, e l'artificio della providenza ricercherà la compagnia della fortuna e dividerà seco l'onor delle sue operazioni, e quasi partirà insieme l'imperio? Ma se l'arti furono ritrovate da Prometeo, e Prometeo altro non è, o non significa, che la providenza; non è maraviglia che lor sia poco necessaria l'amistà della benigna fortuna. Vuoi ch'io reciti i versi d'Eschilo nel suo Prometeo, acciò che io paia tua discepola, come fu Traiano imperatore, imparando quelli di Sofocle e d'Euripide, e di questo poeta medesimo? Ma credo che tu mi conceda agevolmente, che l'arte divina ricusi l'aiuto, rifiuti la compagnia, disprezzi il consorzio dell'indegna fortuna, quantunque sia favorevole a gli artificii degli uomini; come tu medesimo insegnasti con l'esempio del pittore, che gittando la spugna, dipinse così bene la spuma del cavallo.</p>
<p>Ma veggio il tuo rifugio, m'avveggio dove pensi di ricoverare; a quello che dicesti, che la fortuna e la sapienza sia la medesima. Ma come ciò può essere, se l'una opera costantemente, l'altra non discretamente, ma come s'avviene, e smoderatamente il più delle volte? Fu questa nondimeno opinione di molti antichi Filosofi; e potresti di loro addurre un lungo numero, che seguirono il trionfo della fortuna, non altrimenti che tu soglia annoverare i miei Romani, che di lei divennero seguaci. Posso ricordarti, dico, Leucippo, Democrito, Empedocle, Epicuro, Metrodoro, Lucrezio, che usarono la fortuna nel magisterio del mondo; Teofrasto, che nella felicità troppo concedeva a la fortuna; Eudemo e Simplicio, che la posero nelle cause intellettuali e nella distinzione dell'idee; Luciano, che degli Stoici si fa beffe, e della providenza medesima; Dante, che la ripone fra l'altre menti celesti, e la prepone al governo di questa sfera mondana, e la difende da le calunnie; Omero medesimo, più antico di tutti, che mette la fortuna, o vero il caso, nelle porte del Cielo, perchè della fortuna, come altri vogliono, nè egli nè i più antichi fecero menzione. Eccettuerò nondimeno Platone, e 'l trarrò di questo numero; quantunque, per opinione degli altri, dica che 'l fuoco e l'aria e l'acqua e la terra furono fatti per fortuna, e poi il cielo di queste cose inanimate: il che quanto sia falso, non ha mestieri di prova, non essendo convenevole che la fortuna abbia parte negli effetti nobilissimi, come il cielo, e molto meno, ch'egli sia fatto dopo queste cose materiali; perchè egli è il primo effetto visibile della prima cagione invisibile.</p>
<p>Concedasi, dunque, luogo a la fortuna nella mistione degli elementi, se pur alcun luogo se le dee lasciare fra l'operazioni della natura: ma io gia t'ho detto, che queste sono fatte con tant'ordine, che appena vi potrebbe capire; e non aspettar che io a guisa di gentile teologo ti ragioni, dicendo che la fortuna e la sapienza sia la medesima, e che niuno fosse così perspicace, che potesse conoscer i discreti giudicii della fortuna; o che la fortuna sia una dea preposta a le cose di qua giù, o dea della giustizia, o dea della sanità; o se l'una e l'altra è l'istessa, come vogliono che sia così copiosa di nomi come di beni, e che porti per questa cagione in una mano il corno della copia, pieno non solamente di frutti, ma di metalli ancora, come tu dici, e delle più fine gemme dell'Oriente, nell'altra il timone, o 'l governo della nave. Ma questa sarebbe lite e questione di nomi, o Plutarco: e se ogni fortuna fosse buona, e tutti i suoi mali fossero beni, sarebbe peraventura l'istessa che la providenza; o sarebbe, come tu dici, figliuola e sorella della giustizia e dell'eloquenza, la quale è cagione alcuna volta de' premii, alcun'altra delle pene. Ma noi conosciamo il male non solamente nella colpa, ma nella pena, e stimiamo alcune pene medicamenti, non di colui ch'è punito, ma degli altri a' quali si giova con l'esempio. Ma ragionando teco a tuo modo, o Plutarco, tu presupponesti ch'altra cosa fusse la virtù, altra la fortuna, e però fra loro introducesti così fiero contrasto: ed io in questa parte non sono da te discorde. Però consideriamo l'altre cose, le quali contro la mia dignità volesti lasciare scritte, e quasi scolpite nell'eternità.</p>
<p>Tu dici appresso, ma con ordine perturbato, ch'al regno di Romolo la fortuna fece i fondamenti, ed a la fortuna attribuisci il modo del nascimento e la divinità dell'origine: però che nella sua generazione s'oscurò il giorno, congiungendosi il Sole con la Luna; nella natività egli ritardò il suo viaggio, e la notte fu lunghissima, e somigliante a quella di Ercole: essendo mandato ad esporre, come Edipo e come Ciro, la sua misera fortuna, aperse il cuore del fiero ministro, e riempiutolo di pietà, ebbe potenza di moverlo dal suo iniquo proponimento; laonde il posò nell'erboso prato della verde riva del fiume, dove prima soleva ristagnar l'acqua che l'aveva inondata, sotto l'ombra de' piccioli arbuscelli. Quivi sopragiunse la fera a caso priva de' figli, con le mammelle gonfie di latte; la qual volendosi alleggerire del peso, si pose sovra i bambini a guisa di lusinghevol nutrice desiderosa d'abbracciarli, e lor diede a succhiar le poppe. Nel medesimo tempo a lor volò il sacro uccello, ch'è detto il Pico Marzio, e piacevolmente si pose sovra il volto de' fanciulli, ed aprendo loro la bocca con l'unghia, vi poneva un picciol boccone del consueto cibo. E tutte queste cose tu rechi a la fortuna? Qual maraviglia che tu dica, che per fortuna il fiume si ritirasse, l'uccello gli nutricasse, la fera gli allattasse; contradicendo a l'opinione de' tuoi Peripatetici, e del lor Maestro, il qual non vuole che le cose inanimate, o le fere, o i fanciulli facciano alcuna cosa per fortuna? Qual maraviglia che tu attribuisca la fortuna a queste infime nature; poichè la collochi nelle supreme, quasi collega dell'altre menti celesti, e non dubiti d'affermare che per fortuna il Sole ritardasse il suo viaggio, e per fortuna il medesimo oscurasse il suo splendore? Oh fortunata eloquenza! o ardita, anzi arditissima sapienza! a le quali fu conceduto, mentre Roma signoreggiava il mondo, e contro Roma, e contro la verità quistionare.</p>
<p>Gli altri hanno detto ch'il Sole per fortuna trovò il suo luogo nel Zodiaco, concedendo a la fortuna quel che può esser della natura: ma tu dài a la fortuna quel ch'è proprio della providenza. Chi può toglier la luce al Sole, se non Quel che gli donò il lume? chi può farlo più tardo, se non Colui che gli diede il movimento? Introduci poi la fortuna a ragionar con la virtù, rimproverandole quello ch'il giorno di lavoro può rimproverare al dì di festa, che segue appresso, il qual gode oziosamente degli apparecchi ch'erano fatti per lo primo occupato da grandissime sollecitudini, e perturbato da lo strepito di tumultuante famiglia. Splendidi e grandi sono i tuoi fatti d'arme, dice a la virtù di Romolo la fortuna, ed hai mostrato chiaramente che sei nata di sangue e di progenie divina: ma conosci nondimeno quanto io ti superi, e ti vada innanzi; perchè s'io non fossi stata presente ne' pericoli, se non ti avessi sovvenuto nelle necessità, se i fanciulli avessi abbandonati, se traditi gli esposti; in qual guisa saresti illustre, o da qual parte risplenderesti? Se non si fosse avvenuta in quel tempo la fiera femina gonfia di latte, cercando più tosto chi nutrire che di che nutrirsi, se da la natura incrudelita, se da la fame venìa stimolata, queste famose insegne della tua virtù, i tempii, i reali palagi, le piazze, le loggie, i teatri sarebbono capanne di pastori e stalle di guardiani degli armenti, fatte per servizio di qualche Albano o Toscano o Latino. Però, essendo il principio principalissima parte di tutte le cose, e massimamente nell'edificar le città, questa Città è debitrice del suo a la fortuna, la quale salvò il Fondatore: la virtù fece grande Romolo; ma la fortuna il mantenne fino a tanto ch'egli fusse cresciuto.</p>
<p>Così introducendo, o Plutarco, a ragionar la fortuna, di nuovo mi costringi a filosofare: ma filosoferò con poche parole, vergognandomi della lunghezza usata per l'a dietro. Fra le cause, come tu sai, alcune sono per sè, altre per accidente: prima sono quelle per sè, quelle per accidente da poi. Ma se la virtù è causa per sè, la fortuna per accidente; prima senza fallo è la virtù: e non importerebbe ch'ella fosse prima per tempo, o per natura, o per dignità, purchè ella fusse prima; ma è prima in tutti i modi, avvengachè sia prima l'intelletto e la natura, da poi la fortuna, come dicono tutti i filosofi. Ma qual paragone fai tu del giorno di lavoro e sollecito, e del festo ed ozioso? Se la virtù non è mai scioperata, come può esser paragonata co 'l giorno ozioso, e non con l'altro? Oziosa è la fortuna; e s'ella è prospera, fa gli uomini il più delle volte oziosi. Però i Greci pittori dipinsero Timoteo, figliuolo di Conone, o, come altri vogliono, Timoleonte corintio, al quale, mentr'egli dormiva, la fortuna circondava le città con le reti, perchè incappassero ne' suoi lacci. Questa medesima prosperità di fortuna fece Annibale dopo le vittorie ozioso in Capua, Lucullo in Roma, Cesare e Marc'Antonio in Egitto.</p>
<p>Ma passiamo al secondo re, a Numa, dico; il quale tu vuoi ch'albergasse con la fortuna; io direi più tosto con la providenza, perchè della providenza non della fortuna è officio il far le leggi, avvengachè tutte le cose da la providenza sono determinate, da la fortuna niuna è diffinita. Dici appresso, che agevolmente un re filosofo sarebbe stato oppresso da la guerra; quasi la pace fusse operazione della sua fortuna, e non della prudenza più tosto, o della filosofia, il cui fine non è il negozio, ma l'ozio; non il tumulto, ma la quiete, non l'accrescimento de' regni, ma la conservazione della giustizia.</p>
<p>Or benchè il filosofo operi a questo fine, non è così poco atto a la guerra, come tu fingi: ma chi sa queste cose meglio di te, o chi meglio le scrisse? da chi abbiamo maggior cognizione dell'amicizia fra i principi e i filosofi? chi più loda Agesilao? chi più chiaramente n'insegna, come Epaminonda il Tebano congiungesse la virtù militare con la filosofia? o come Pericle uscisse ammaestrato al guerreggiare da le scuole di Anassagora? e con gli ammaestramenti di Socrate Alcibiade, e con quelli d'Aristotile Alessandro? E ciò tu scrivesti in questi libri medesimi, quasi dimenticato dell'ingiuria fatta a la filosofia: cosa in vero assai più agevole da riprendere che da emendare. Ma poichè vago di far emenda, in molte maniere ti sei ingegnato d'onorarla; a te più si conviene la correzione di te medesimo, ch'a gli altri la riprensione. Ma non fu solamente Numa filosofo tra' miei Romani; altri ancora filosofando acquistò molte vittorie. Filosofò Scipione Emiliano, che espugnò Numanzia, e vinse Cartagine la terza volta; e Lelio, suo compagno, per la filosofia acquistò il nome di sapiente: filosofò Lucullo, che riportò gloriosa vittoria di Mitridate: filosofò Pompeo, il qual corse il mondo vittorioso: filosofò Catone, e disprezzò filosofando l'altrui vittoria, e la sua morte medesima: filosofò il tuo Traiano, che fu da te ammaestrato, quasi da nuovo Aristotile nuovo Alessandro; e peraventura meglio, perchè imparò di filosofare ne' conviti, acciò che la filosofia fosse anche sicura, e conservasse la sua riputazione fra gl'inviti e le tazze de' bevitori: filosofò il mio Marco Aurelio, un altro de' più gloriosi imperatori. Ma s'io ti parrò più amica della filosofia che della fortuna, non me ne doglio; quantunque potessi parer dissimile a me stessa, ch'altre volte scacciai i filosofi, e ritenni i fortunati: ma riducianci a mente quel detto di Platone, ch'allora saranno le città felici, che i re filosoferanno o i filosofi regneranno. E certo era necessaria la prudenza di Numa, acciò che Roma, la quale a guisa di nave fatta con le percosse, si doleva ancora de' fieri colpi della fortuna, potesse respirare con l'arti della pace e con le leggi d'un re giustissimo ed amico della quiete, ed apparecchiarsi fra tanto, come atleta, nell'ozio di quarant'anni, a raccoglier le forze eguali a' nemici co' quali doveva guerreggiare.</p>
<p>In questo tempo non fame, non sete, non isterilità di terra, non istemperamento di stagione, non altra avversità turbò il mio buono e pacifico stato, e la mia somma felicità: laonde io debbo ringraziar la providenza di Chi sempre governa tutte le cose e la prudenza di Numa ch'allora regnava; l'una divina, umana l'altra, ma l'una e l'altra miglior governatrice delle cose terrene e mortali, e più giusta permutatrice de' regni, e più stabile conservatrice degl'imperi. E s'allora furon serrate le porte a Giano, le quali chiamano fortuna della guerra; è verisimile ch'ella medesima non si volesse rinchiuder co 'l furore e con la discordia, ma ch'altri la non pacifica fortuna nel tempio di Giano riserrasse, o fosse la pace, o la prudenza, fra le quali è tanta congiunzione e tanta amicizia, quanta è fra la guerra e la fortuna; e queste medesime, in lunghissimo spazio di tempo, solamente due volte furono rinchiuse: la seconda dopo la guerra Cartaginese, la terza dopo le Civili. Così è malagevole il por freno a la temerità ed a la moltitudine de' nemici concitata; perchè non altrimenti, per mio giudizio, le guerre succedono a le guerre, inondando di sangue le città e le regioni, che nel turbato mare l'onde dopo l'onde sogliano percuoter il lido, o per lunghissimo spazio ricoprirlo. È dunque la fortuna simile a la guerra, e la pace a la tranquillità.</p>
<p>Ma i re che furono successori della grandezza confermata, adorarono la fortuna come nutrice della città: a la Fortuna dirizzò il tempio Anco Marzio, sì come colui che a vincere aveva avuto maggior aiuto da la fortuna che da la fortezza: a la Fortuna feminile fu parimente consecrato, come tutti sanno, da poi che le donne volsero in altra parte Coriolano e l'esercito che nemichevolmente veniva per espugnar le mura di Roma. Servio Tullio, a tuo giudizio ancora fortissimo e prudentissimo, si vantava d'aver pratica con la fortuna: però inalzò in Campidoglio il tempio della Fortuna primogenita, e quello della Fortuna clemente, o lusinghevole, che vogliam dirla; ma della Fortuna privata il tempio è in palazzo edificato. Si trova ancora il tempio della Fortuna inveschiatrice, e della vergine Fortuna appresso al fonte muscoso. Oltre a questi, un tempietto della maschia Fortuna; ed altri infiniti, che furono consecrati con titoli onorevoli da Servio; il quale nato di progenie servile, a l'altezza del regno era pervenuto: tanti furono, ch'io medesima non me ne ricordava; però ho tenute a memoria le tue parole. Ma quello della Mente fu consecrato molti anni da poi da Emilio Scauro ne' tempi della guerra de' Cimbri: quello della Virtù, da Scipione Numantino; ma della Virtù e dell'Onore insieme, da Marco Marcello fu edificato. Laonde tu argomenti che molto prima fosse adorata in Roma la fortuna che la virtù, e che questa sia nuova deità, quello antichissimo idolo di Roma.</p>
<p>Mi maraviglio, o Plutarco, che tu non soggiunga che nella tua Grecia avvenisse altramente, e che molto tardi fossero edificati dalle Città i tempii a la Fortuna; ed io, come poco savia, o più tosto come troppo amica del vero, ora te lo ricordo: ma ciò forse non avvenne perchè la virtù fusse ultima in Roma, e prima la fortuna; ma perchè i Romani stimarono la virtù cosa propria, però non vollero così tosto deificar se medesimi, nè mostrar tanta superbia, quantunque riponessero nel numero degl'iddii Quirino, fondator del regno Romano. Oltre a ciò, l'animo di ciascuno, o Plutarco, è tempio; e questo culto interiore è veramente la Pietà, virtù più grata a Dio che ciascun'altra. Chi ricerca più nobil tempio della virtù? ma nelle cose esteriori, essendo popolari, come tu dici, vollero compiacer al popolo, ed accrescergli ardimento e buona speranza con questa quasi imagine di religione.</p>
<p>Non fu, dunque, la fortuna prima adorata in Roma, se l'adorazione e la pietà è virtù della mente; ma i sacrificii della virtù furono più occulti, come gli altri misteri e l'altre cerimonie; ma quando Curzio consecrava la vita, a la virtù la consecrava; a la virtù Lucrezia faceva vittima di se medesima; a la virtù Bruto celebrava il sacrificio del figliuolo; a la virtù Muzio Scevola ardeva la destra: a la virtù i tre Deci sodisfacevano con l'adempimento del voto terribile, ma glorioso. E chiedi qual fusse il tempio della Temperanza, o della Tolleranza, o della Fortezza, o della Magnanimità? Tanti erano i tempii della Virtù, quanti erano gli animi pronti a morir per la patria, e per la gloria immortale. O tempii veramente maravigliosi! o sacrificii senza dubbio gloriosi! Agguaglia a questi, se ti pare, l'opere degli scoltori e de' pittori, e i fonti muscosi, e i boschi, e i titoli onorati di Fortuna maschia, o di femina, o di piacevole e lusingante Fortuna: qual Fidia o qual Prassitele, qual Lisippo, qual Zeusi, qual Polignoto, qual Apelle non si vergognerebbe di far questo paragone; dove il pittore delle forme è l'intelletto; la tela non dipinta, l'anima; i colori, l'umane azioni; l'archetipo, o l'esempio, la divina virtù? E chiedi dove fosse il tempio della Sapienza? Nel petto di chi scrisse o di chi insegnò a' Romani queste cose; di Tullio, dico, di Catone, di Varrone, e forse molto prima di Fabio Massimo, di Paolo, di Scevola, e degli altri che fecero le leggi o l'emendarono, o di quelli che sedevano al governo della republica ne' tempi più turbati, e negli accidenti più fortunosi. Aspetti ch'io dica il tempio di Minerva? Questo ancora fu tempio della sapienza in quell'età che non fu illustrata da la vera luce: ma ora è tempio della vera sapienza e della vera religione, con la quale altrimenti ragionerei di molte cose: ma fin'ora m'è stato per grazia conceduto ch'io parli come gentile, con un filosofo de' Gentili. E perchè tu molto dimorasti, e quasi ti spaziasti nel ragionamento di Servio Tullio, parendoti aver conchiuso ch'il regno prima non cercato da lui, poi rifiutato, fosse dono della fortuna; io non passerò questo luogo con silenzio, stimando che se il regno, il qual non sia desiderato ma offerto, e dono della fortuna; il desiderato non debba esser della fortuna: adunque nè Cesare, nè Augusto, nè gli altri i quali si sforzarono d'acquistarsi il regno, e che acquistato non vollero deporlo, non regnarono per fortuna. Donisi a la fortuna il regno di Servio, pur che si conceda a la virtù l'imperio di Cesare e d'Augusto: e veramente la tua fie concessione giusta e necessaria; il mio sarà dono magnanimo e volontario: perchè non si può attribuir a la fortuna cosa lungamente pensata, affettuosamente desiderata, valorosamente guadagnata; ma a la virtù si concedono ancora que' premi ch'ella non dimanda, e si danno spontaneamente quegli onori ch'ella rifiuta, come rifiutò il vostro Senofonte d'esser capitano generale de' Greci, ed il nostro Cesare il diadema che da M. Antonio gli era portato; ed assai volte l'imperio da coloro da' quali fu meglio governato, più gloriosamente fu deposto.</p>
<p>Ma passiamo da' Re a' Consoli, a' Dittatori, a' Tribuni, quasi da le tenebre degli antichi secoli a la luce ed a lo splendore delle cose più nuove, le quali io non posso meglio ornare che con le tue parole medesime. I trofei, l'uno sovra l'altro sono inalzati; i trionfi da nuovi trionfi sono sopragiunti; l'armi calde di sangue si lavano co 'l nuovo sangue; le vittorie si numerano co' monti de' corpi morti e di spoglie, anzi co' popoli soggiogati, co' regni ridotti in servitù, con l'isole, con la terra ferma aperta a l'armata de' Romani: con una zuffa Filippo rovinò la Macedonia; per una uccisione delle sue genti Antioco cedette l'Asia; in una battaglia superati i Cartaginesi perderono l'Africa; al fine, un uomo solo, con l'impeto d'un solo esercito, aggiunse a l'Imperio Armenia, Ponto, l'Eussino, Siria, Arabia, gl'Ircani e gl'Iberi, e tutti coloro che sono di qua dal monte Caucaso: tre volte lui vide vittorioso l'Oceano che circonda la terra; respinse i Numidi in Libia fino a' lidi volti a mezzogiorno; soggiogò fino a l'Atlante la Spagna, la qual con Sertorio ribellava; e i Re degli Albani, perseguendoli, cacciò dentro al Mar Caspio. In tutte queste guerre Pompeo sconfisse i nemici con l'aiuto della publica Fortuna, da la quale abbandonato, al fine cadde con la sua medesima sciagura. Però grida l'Imperio, sè non esser fatto ed accresciuto con la forza umana, ma con la guida e co 'l favor degli Dei, e con gli auspicii della guidatrice Fortuna, e con le sue vele al suo prospero vento spiegate.</p>
<p>Nè io dico ch'egli taccia, come se fosse tanto empio che negasse la divina Providenza, o tanto ingrato che non voglia confessar l'obligo della salute conservata, o della maestà ricuperata. Ma quando d'un effetto medesimo posson esser due cagioni tra sè diverse e differenti, quella debbiamo stimar vera causa ch'è più conveniente: ma è convenevole che delle vittorie giustamente acquistate sia più tosto causa la virtù che la fortuna. Perchè, dunque, introduciamo la fortuna, quasi per machina, nel teatro di questo mondo? A l'incontro, dove una causa possa produrre due effetti, suol produrre il più nobile più volentieri: dunque, la religione è solita di far gli uomini più virtuosi che fortunati; perchè niun dono di Dio grandissimo è maggiore, o più nobile, o più caro della virtù. Con la virtù, dunque, donata da Dio acquistarono i Romani tante vittorie. Questo fu quel gran genio il quale non aspirò a la gloria d'un picciol giorno, come quel de' Macedoni; nè fiorì per un breve tempo, nè fu solo terrestre, come quel de' Lacedemoni; nè solamente marittimo, come l'Ateniese; nè tardi desto, come il Persiano; o subito indebolito, a guisa del Colofonio: ma fin dal primo nascimento di Roma cresciuto, e fatto giovane e poderoso, trattando la Republica con un medesimo tenore, e conservandosi il medesimo in mare, in terra, nella pace e nella guerra, fra' Greci e fra le barbare nazioni.</p>
<p>Qual altro genio è questo che dici, per cui, come disse alcun altro de' vostri, noi siamo felici e beati? Se tu vuoi che questo genio e la fortuna siano il medesimo; come può ciò avvenire, essendo la felicità cosa stabile e ferma, la fortuna instabile ed incostante? E se è vero che per fortuna avvengano quelle cose che succedon di rado, come ardisci d'affermare ch'i Romani vincessero per fortuna, vincendo sempre, o il più delle volte? Fu dunque un Angelo destinato al governo della Provincia o dell'Imperio, somigliante a quel degli Ebrei, o a quel de' Persiani, od altro sì fatto, come dicono i Cristiani poeti, non solamente i Cristiani teologi. Ma gli Angeli difficilmente sono mutabili: questa, che tu chiami fortuna, è mutabilissima, ed i suoi movimenti varii, e fallaci nelle mondane cose. Però mi concederesti più tosto, che il costume sia il demone di ciascuno.</p>
<p>Fu dunque, parlando teco a tuo senno, il genio de' Romani la virtù e la disciplina militare, per la quale gli uomini nati sotto un cielo clementissimo, in paese temperatissimo, nell'abbondanza di tutti i beni, nella vaghezza e nell'ornamento di tutte le cose, sopportarono più agevolmente i ghiacci e le nevi di Francia e di Germania, gli ardori insoliti di Siria e di Mauritania: per questa ancora passarono con animo invitto l'arene ed i serpenti d'Africa, e le solitudini de' Parti; con questa da una parte fecero il ponte al Reno, da l'altra a l'Arasse: e quinci cercarono la selva Ercinia, e navigarono il grandissimo Oceano; e quindi superarono i gioghi del monte Tauro, e del monte Caucaso, e le porte de' Battriani: da questa furono ammaestrati a navigar nel mare non conosciuto, a vogar nell'arena; e niun'altra cagione più certa si può addurre delle vittorie avute nel mare contra i popoli marittimi, nell'alpi e ne' monti de' popoli alpestri: nè con l'aiuto d'alcun altro vinsero più agevolmente la natura istessa delle cose, la qual con le selve, con le paludi, co' deserti, co 'l soverchio caldo e co 'l freddo eccessivo non potè in guisa difendere le barbare nazioni, o i re oltramontani ed oltramarini, che da la virtù de' Romani non fossero soggiogati. Ella prima raffrenò Annibale, a guisa di torrente diffuso per l'Italia, con la tardità e co 'l consiglio: ella fu di tant'animo e di tanto valore fino a quel tempo, che essendo occupata nella guerra de' Cartaginesi, non dubitò di mover guerra a' Macedoni: ella d'Antioco, di Filippo, di Perseo, di Iugurta, di Mitridate, di Tigrane, di Siface, di Iuba riportò gloriosa vittoria: ella, dopo la calamità d'Allia, dopo la presa di Roma e l'assedio del Campidoglio, rimase invitta; quantunque da l'invidiosa fortuna fosse abbandonata. Ma tu di nuovo fai strepito con la voce dell'oca, e vuoi che della salute de' Romani si dia l'onore a la fortuna, o a l'oche più tosto. Concedasi che la Providenza ancora nelle minime ed ignobilissime cose possa manifestarsi, e con le picciolissime a le grandissime sovvenire, affine che avveduti dell'umana debolezza, non c'avvezziamo ad insuperbire soverchiamente.</p>
<p>Non per tutto ciò io concederei tanta gloria a la fortuna, ma dimostrerei a l'incontro, come ne' Senatori vestiti con gli abiti e con gli ornamenti, ed assisi nelle sedie de' lor magistrati, mentre essi aspettavano con forte animo e con forte viso l'ultimo colpo della nemica fortuna, non mancasse la maestà della Romana Republica. Non poteva il valore o la magnanimità esser maggiore di quel ch'ella fu in Camillo, il quale
<quote rend="block"><l>Sgombrò l'oro, e menò la spada a cerco,</l></quote>
e poi con la virtù istessa ritenne Roma nella sua medesima sede, acciò ch'ella non fosse altrove trasportata, e non abbandonasse il fiume, opportunissimo a portar da' paesi mediterranei le biade, da' marittimi l'altre cose necessarie; i colli, dove per la bontà dell'aria gli uomini vivono sanissimi; il mezzo delle regioni d'Italia; le strade dove tante volte avevano trionfato; gli altari e i tempii adorni delle spoglie de' nemici: ed in somma, il luogo destinato a' publici ed a' privati sacrificii, a la religione, a la maestà dell'Imperio, a la fortuna del luogo, la qual sola non poteva essere trasportata. Consentiva nondimeno ch'altri si partisse, e cedesse quella città a' nemici de' Romani e del nome italiano; i quali potevano forse ritornare a Roma, e di nuovo occuparla. Tacea, dico, la fortuna del luogo; ma la virtù antica de' Romani, la qual poteva altrove trapassare, ed era la medesima in Ardea, ed in Veio, e nella patria, e nell'esilio, gridava con la voce di Camillo, ed ammoniva la plebe, ed i suoi magistrati, che non volessero aver maggior riguardo ad una breve commodità che ad una eterna gloria. Fu dunque Roma riedificata per la virtù del Padre della patria, e di nuovo la sede gloriosissima del Romano imperio fu stabilita. Maraviglioso spettacolo è veramente il paragonar la mestizia di que' tempi con la felicità degli altri che seguirono da poi. Ma i Camilli, i Manlii, i Postumi, i Papirii, principi di nobilissime famiglie, furon cagione della felicità de' successori, non l'oche turbatrici del sonno, e la fortuna amica della temerità.</p>
<p>Riguardiamo, se ti piace, riguardiamo (ch'io son lieta per la memoria dell'antica felicità) e di sovra e di sotto, ed a destra ed a sinistra, la nobiltà, i pregi, i doni, le mostre dell'arti e de' magisteri, la liberalissima ambizione della città, le corone de' re, tutte le cose che produce la terra e 'l mare, l'isole, il continente, i fiumi, gli sterpi, i campi, i colli, i metalli e le gemme più preziose. Ma chi le riguarderà tutte insieme, quasi in un paragone di bellezza e di gloria, pensi che poco mancò ch'elle non fossero, o non fossero vedute, e sepolte nelle rovine e fra gl'incendii, o coperte da una orribile e tenebrosa caligine, e sommerse nel sangue de' suoi cittadini e dei barbari mescolato, e nella moltitudine delle spoglie e de' corpi morti, e ringrazii prima la divina Providenza, poi la virtù e la magnanimità di quegli antichi, i quali a gli altri furon cagione di tanta felicità e di tanto imperio.</p>
<p>Ma veniamo a gli ultimi che l'alzarono sovra ogni altezza terrena, a Cesare, dico, e ad Augusto. Chi può dubitar della lor virtù? Dunque, alcune poche parole dette dal primo ad un marinaio possono muover il tuo dubbio? E l'altezza dell'animo dimostrata nel passar a mezzo il verno l'onde tempestose in una picciola barchetta, non è atta a rimuover ogni dubitazione? o pur il nuoto d'Alessandria con la destra sollevata, nella quale teneva i libri scritti per memoria? O quanto mi maraviglio che la Fortuna pel venire a Roma si spogliasse l'ale, e le deponesse quasi stanca del volo; perchè non volò mai più velocemente, che con l'insegne de' Romani, e con quelle di Cesare particolarmente: e 'l volo delle sue vittorie parve simile ad un fulmine ardente, che spaventi e percuota in un tempo istesso. Ma forse l'ale dell'aquila e de' dragoni furono quelle della fortuna, che giunta a Roma, non volle volar con altre penne: e se non fu la fortuna che volasse, perch'era affissa al luogo, quasi testuggine a la sua casa, volò la gloria e la virtù de' Romani: quella che tu chiamasti lenta e quasi negligente virtù, lasciando in Roma la fortuna spennacchiata, andò volando a l'orto ed a l'occaso, a l'austro ed al settentrione. Ma ascolta, se ti piace, o Plutarco, i versi d'un nuovo Poeta:
<quote rend="block"><lg><l>Poscia che Costantin l'Aquila volse</l>
<l>Contra 'l corso del Ciel, che la seguìo</l>
<l>Dietro l'Antico, che Lavinia tolse;</l></lg>
<lg><l>Cento e cent'anni e più l'Uccel di Dio</l>
<l>Nello stremo d'Europa si ritenne</l>
<l>Vicino a' monti, de' quai prima uscìo:</l></lg>
<lg><l>E sotto l'ombra delle sacre penne</l>
<l>Governò 'l mondo lì di mano in mano,</l>
<l>E sì cangiando, in su la mia pervenne.</l></lg>
<lg><l>Cesare fui, e son Giustiniano.</l></lg></quote>
</p>
<p>Ma troncando la soverchia lunghezza:
<quote rend="block"><lg><l>Sai quel che fè portato da gli egregi</l>
<l>Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,</l>
<l>E 'ncontr'a gli altri principi e collegi.</l></lg>
<lg><l>Onde Torquato e Quinzio che dal cirro</l>
<l>Negletto fu nomato, e Deci, e Fabi</l>
<l>Ebber la fama che volentier mirro.</l></lg>
<lg><l>Esso atterrò l'orgoglio degli Arabi,</l>
<l>Che di retro ad Annibale passâro</l>
<l>L'alpestre rocce, Po, di che tu labi.</l></lg>
<lg><l>Sott'esso giovanetti trionfâro</l>
<l>Scipione e Pompeo, ed a quel colle,</l>
<l>Sotto il qual tu nascesti, parve amaro.</l></lg>
<lg><l>Poi presso 'l tempo, che tutto 'l Ciel volle</l>
<l>Ridur lo mondo a suo modo sereno,</l>
<l>Cesare per voler di Roma il tolle.</l></lg>
<lg><l>E quel che fè da Varo infino al Reno,</l>
<l>Isara vide, ed Era, e vide Senna,</l>
<l>Ed ogni valle onde 'l Rodano è pieno.</l></lg>
<lg><l>Quel che fè poi ch'egli uscì di Ravenna.</l>
<l>E saltò il Rubicon, fu di tal volo,</l>
<l>Che non seguiterìa lingua nè penna.</l></lg>
<lg><l>In vêr la Spagna rivolse lo stuolo;</l>
<l>Poi vêr Durazzo, e Farsaglia percosse,</l>
<l>Sì ch'al Nil caldo fè sentir del duolo.</l></lg>
<lg><l>Antandro e Simoenta, onde si mosse,</l>
<l>Rivide, e là dov'Ettore si cuba,</l>
<l>E mal per Tolomeo poi si riscosse,</l></lg>
<lg><l>Da onde scese folgorando a Giuba;</l>
<l>Poi si rivolse nel vostro Occidente,</l>
<l>Ove sentìa la Pompeiana tuba.</l></lg>
<lg><l>Di quel che fè col baiulo seguente,</l>
<l>Bruto con Cassio nello 'nferno latra,</l>
<l>E Modona e Perugia anco è dolente.</l></lg>
<lg><l>Piangene ancor la trista Cleopatra,</l>
<l>Che, fuggendogli innanzi, dal colubro</l>
<l>La morte prese subitana ed atra.</l></lg>
<lg><l>Con costui corse infino al lito Rubro,</l>
<l>Con costui pose il mondo in tanta pace,</l>
<l>Che fu serrato a Giano il suo delubro.</l></lg></quote></p>
<p>Odi, Plutarco, il volo dell'Aquila, odi le vittorie, riconosci la virtù d'Augusto. Oserai dove l'Aquila combatte, far menzione della contesa delle quaglie e delle coturnici, e le cose picciole a le grandi, e quelle da giuoco a le gravi paragonare? Ma perchè descrivesti la compagnia della virtù e della fortuna, quasi riguardando da verone o d'altana; tornianla a rimirare da la cima d'alcuno de' sette Colli, od a le loggie di Vaticano medesimo. Vedi com'è grave e mansueto il passo della virtù; come il volto sempre sereno, e co' medesimi sembianti; come nella contesa mostra una magnanima vergogna dell'indegno paragone. La conducono, e con le schiere la circondano cavalieri e pedoni armati d'armi sanguinose, pieni di ferite, stillanti di sangue mescolato co 'l sudore, appoggiandosi a' rotti tronconi di lance ed a l'insegne squarciate. S'alcun dimanda chi siano, sappia che sono i Fabricii, i Camilli, i Lucii, i Cincinnati, i Fabii Massimi, i Claudii Marcelli. Veggio ancora C. Mario odioso a la fortuna, e lo Scevola con la mano mezzo infiammata gridando: Questa ancora darai a la fortuna? e Marco Orazio nelle rive del Tevere quasi seppellito da gli strali, gloriandosi d'esser zoppo. Ma la fortuna velocissima, e con aspetto feroce, stando sovra una palla, volubile si dimostra; e, come tu dici, somiglia Venere Spartana, che passi il fiume Eurota, e lasciando lo specchio e gli ornamenti feminili, prenda lo scudo e l'asta; e non pare stanca d'aver lasciati i Persi, gli Assiri, e volato in Macedonia, e ricercato Egitto, e i Cartaginesi: ma quantunque entrata in palazzo lasciasse l'instabil palla, e deliberasse di fermarsi fra quegli uomini egregi, da' quali tu dicevi che era accompagnata; Numa Pompilio, L. Tarquinio, re peregrini, P. Emilio, Cecilio Metello, Emilio Scauro, tutti sono con la virtù: anzi P. Emilio grida di non averla mai seguìta, e racconta la sua vittoria contra Perseo, nella quale egli vibrando l'arme, e valorosamente combattendo, cacciò il Re nemico da la battaglia; l'altro riputato felice, non niega d'esser felice, ma non vuole il nome di fortunato, e narra molte sue calamità; l'essere stato preso a forza da Q. Labieno tribuno, e quasi precipitato dal monte Tarpeio, e per poco strangolato; si lamenta de' beni confiscati, e d'aver lasciata senza vendetta la sceleraggine di Vatinio; si rammarica che non fosse eguale di gloria e di virtù a Scipione Emiliano, e più si duole d'essergli stato nemico; e qualunque fusse la sua felicità, da la propria virtù la riconosce e da quella de' figliuoli, i quali avendo egli il cognome di Macedonico, avevano già il titolo di Balearici, di Cretici, di Dalmatici; titoli veramente gloriosi.</p>
<p>Odi ancora, odi le querele d'Augusto, che si rammarica della repulsa nel magistrato de' cavalli appresso il zio medesimo, e di Lepido a lui anteposto, e dell'odio, e dell'invidia nella proscrizione, della compagnia di pessimi cittadini nel Triumvirato, dell'infermità nella guerra di Farsaglia, e della fuga, e della palude in cui infermo si nascose, e dell'idropisia, e de' naufragi navali, e della spelonca in cui di nuovo si occultò: ci ricorda ancora il pensiero della contesa di Perugia, la sollecitudine della guerra d'Azio e di Pannonia, le rovine del ponte, tante sedizioni di soldati, così pericolose infermità, i desiderii di Marcello sospetti, il vergognoso esilio di Agrippa, la vita tante volte insidiata, le morti de' figliuoli, i pianti de' dolenti ancora per altra cagione, gli adulterii della figliuola, la congiura scoperta, l'ingiuriosa ritirata di Nerone, un altro adulterio della nipote; e con tanti mali congiunto il bisogno del danaio per pagar i soldati, la ribellione d'Illiria, la scelta fatta de' servi per difetto della gioventù atta a guerreggiare, la peste della città, la fame d'Italia e la sete, la deliberazione di morire, e l'inedia di quattro giorni, e la morte quasi entrata nel corpo: oltre a ciò, l'uccisione di Vario, e la sua offesa maestà, i secreti rivelati, i pensieri di Tiberio e della moglie, il cielo più tosto meritato che acquistato, e l'imperio non lasciato al proprio figliuolo, ma a l'erede d'un suo nemico.</p>
<p>Or vedi l'insegne della fortuna quasi abbandonate da gli uomini illustri, che a la sua nemica son trapassati: vedila tutta sdegnosa mugghiar come toro e ruggir come lione, e risalita sopra la sua volubile sfera girar gli occhi a' Vandali, a' Goti, a' Longobardi, a gli Unni, a gli Eruli, a' Saracini, a' Tartari, a gli Sciti ed a' Persiani, volgendo nell'animo di trovar nuova sede al suo imperio violento. Io non la scaccio, nè la ritengo contro sua voglia; perchè nel mio imperio non può esser duce, ma seguace; non regina, ma serva; non imperatrice, ma ministra, e de' miei comandamenti esecutrice. Regni, se vuole, oltra i gioghi del Tauro e dell'Amano; perturbi i deserti dell'Africa, e faccia tempesta nell'arena; scuota l'alpestri rupi del monte Caucaso; apra le porte Caspie o le Caucasee al diluvio raccolto delle barbare genti; e se fra di noi dee contendersi, contendiamo, giudice la divina Providenza; perchè con la medesima ingiustizia e con l'istessa temerità volgendosi contro ambedue, a me tenta d'usurpar la corona e l'imperio, a lei il nome ed il governo delle cose celesti, cercando con vergogna comune, che di nuovo gl'idoli, gli altari ed i tempii le siano consecrati. Aspra veramente, o Plutarco, è stata la contesa fra la mia virtù e la fortuna, la quale non voglio chiamar mia, s'ella non cede a la virtù il principato, anzi l'imperio; contenta di militare a' suoi servigi e sotto le sue insegne, e di seguir il suo trionfo come compagna.</p>
<p>Ma con la filosofia e con Alessandro farò men fiero contrasto, e devrebbe esser anzi di cortesia che di nemicizia; perchè una fortuna peraventura può esser contraria a l'altra; ma virtù nemica a virtù non si trovò già mai: laonde niuno salì per merito e per valore al solio reale, il quale di strettissima e vera amistà non potesse essermi congiunto. Posso fin da gli antichissimi tempi raccontar la mia nemicizia con Porsenna, a cui con la pace impose fine la virtù dell'uno e dell'altra; perciò che egli da la virtù di M. Orazio e di Muzio Scevola e di Clelia e dell'altre Vergini che passarono il fiume a nuoto, fu mosso a liberarmi da l'assedio. Non dico (chè non voglio ora gloriarmi) che la virtù d'una città assediata mettesse maraviglia e spavento nell'animo d'un Re circondato d'un'oste poderosa; ma s'ella non fu spaventevole in apparenza, almeno al magnanimo Re parve maravigliosa, e degna della sua amistà. Laonde nel suo partire, non solamente mi donò gli alloggiamenti pieni di tutte le cose necessarie, ma da poi la mia libertà a l'amicizia di Tarquinio antepose.</p>
<p>Ma scendendo a' tempi men remoti, che dirò della virtù di Ierone siracusano? che della magnificenza e della liberalità meco usata dopo la rotta di Trasimeno? che della providenza con la quale volle ch'io accettassi, oltre a trecentomila moggia d'orzo e di frumento, un'imagine aurea della Vittoria di dugentocinquanta pesi, i quali io per vergogna in altra forma avrei rifiutati? Ma chi poteva rifiutar la Vittoria? Non posso con silenzio trapassar la virtù d'Attalo, che nel testamento mi lasciò l'Asia; non quella di Nicomede, che similmente mi lasciò la Bitinia: e fin'ora assai volentieri ho rammemorata la virtù di quei Re, da' quali io ricevei beneficio, non cercando con l'ingratitudine lode di magnanimità: ma non voglio tacer il merito di tutti coloro i quali da me furon riposti nel regno. Primo fra tutti, e tra gli altri singolarissimo, è Massinissa re de' Numidi, il cui valore non può essere trapassato con silenzio; ma taccio di Tolomeo re d'Egitto, taccio d'Erode, a' quali fu da' Romani o restituito il regno o confermato; taccio di Prusia, con publico onore albergato; taccio di molti altri, de' quali stabilii la dignità ed il regno, chiamandogli compagni ed amici del popolo Romano; e d'Attalo medesimo, al quale vivo io donai quella ricchissima provincia, ch'egli mi lasciò nella morte. Ma veramente io non fui più amica del governo popolare o degli ottimati, che del regno; nè, come la Republica degli Ateniesi, favoreggiai il governo popolare solamente; nè, come gli Spartani, il distrussi, introducendo la tirannide, o la potenza di pochi; nè imitai Alessandro nello stimar mio nemico ciascuno che volesse signoreggiare: ma amai sempre quella forma di Republica, la qual fusse congiunta con la virtù. Però non essendo mossa da alcuna animosità o da alcuna propria utilità, ma persuasa da l'onestà e da l'amicizia, ad alcuni ho restituito il regno, ad altri la libertà; estimando ch'egualmente convenisse a la maestà dell'imperio Romano il dar altrui la libertà e la signoria, e l'imporre ad alcuni il giogo della giusta servitù, altri alleggerire di questo gravissimo peso. Laonde non più mi glorio della libertà data in un giorno a tutta la Grecia, con l'umanità del mio Quinzio Flaminio, che della dignità e del regno medesimo donato a Massinissa dal mio Scipione: l'uno distrusse l'imperio d'una potentissima Republica, che tirannicamente aveva soggiogata l'Africa, e l'isole vicine contra i patti usurpate; l'altro sollevò molte Republiche oppresse, con l'oppressione d'alcuni tiranni.</p>
<p>Laonde in dissomiglianti operazioni furono molto somiglianti le virtù, e direi pari in molta disparità di cose, s'a la virtù del Maggiore Africano alcuno si potesse agguagliare: e s'egli fosse stato al tempo d'Alessandro, sarebbe men difficile il solver sì dura questione; perchè a la terribil virtù d'Alessandro niun altro più convenevolmente si poteva porre a l'incontro; ma perchè furono in tempi diversi, io medesima non so quel che fosse avvenuto, s'egli volgeva in Italia l'esercito vittorioso.</p>
<p>Ma io non feci mai alcuna guerra ingiusta; ed in quelle che giustamente guerreggiai, maggior fondamento feci nella giustizia della causa che nella potenza dell'arme; laonde non volendo io in quel tempo muover guerra a' Macedoni, co' quali non aveva alcuna nimistà, non era, per mio avviso, ragionevole ch'io l'aspettassi: poteva nondimeno la cupidità del signoreggiar nell'Occidente incitar l'animo giovanile d'Alessandro il Macedone, come aveva prima concitato quel d'Alessandro il Molosso, che da' Bruzii e da' Lucani fu ucciso a Pandesia. E questo poteva esser anzi il pretesto che la cagion della guerra; perch'io della morte d'Alessandro non mi rallegrai, e da poi mi dolsi della nemicizia ch'ebbi con Pirro re degli Epiroti, co 'l quale contesi di gloria in modo assai diverso da quello ch'io tenni con Annibale e con altri miei capitalissimi nemici. E se mi fusse lecito d'accusar la severità d'Appio il cieco
<quote rend="block"><l>Che Pirro fè di veder Roma indegno:</l></quote>
allora me ne sarei doluta, ed ora me ne rammaricherei, perchè la mia magnificenza in niun'altra cosa più volentieri dimostrai, che nell'albergar i re amici. Tal poteva esser prima Pirro, ed Alessandro da poi: piacque altramente a la fortuna, o più tosto a la virtù de' Romani, a la quale non si conveniva ricever le condizioni della pace dopo la sconfitta, ma darle dopo la vittoria; e meno era conveniente che si trattasse di pace mentre Pirro era armato in Italia.</p>
<p>Ben s'avvide di quest'altezza d'animo romano Annone cartaginese, quand'egli disse che più tosto da' vincitori Romani che da' vinti si poteva sperar la pace: ma io, che non volli con le calunnie diminuir parte alcuna della gloria di Pirro, molto meno penserei di menomar quella d'Alessandro, nè cercherei d'oscurar in modo alcuno la sua illustrissima fama; perchè 'l superar i vili e gli oscuri nemici è comune a tutte le nazioni; ma il vincer di valore i valorosi, di gloria i gloriosi, è proprio della Romana. Però in questa contesa, o più tosto lite, con un gloriosissimo Re, stimerei quella vittoria più lodevole, che fosse con maggior accrescimento della sua laude. Dogliomi nondimeno che nel risponder a le fatte opposizioni, e nel conservar la mia dignità, io sarò astretta ad aver minor riguardo a la maestà d'Alessandro, ch'io medesima non avrei voluto: ma scusimi la necessità e la qualità della contesa, e, se v'è colpa alcuna, s'attribuisca non tanto a quel valoroso Re, quanto a' vanissimi Greci, che la gloria de' Parti ancora contra i Romani, non solamente quella d'Alessandro, vollero favoreggiare; e furon in ciò più superbi della fortuna medesima, poichè hanno voluto diffinir con la penna quel che la sorte di ciascuno non potè determinar co 'l ferro, quasi turbando la pace e la quiete di quell'anime, che la cura di queste cose avevano abbandonata; e risvegliando l'ombre da' sepolcri, anzi richiamando gli spiriti da la morte, e presentandogli nel giudizio d'una curiosissima quistione.</p>
<p>Ma tu non fosti il primo: però non accuso più i Greci che i miei medesimi, a' quali non posso esser tanto contraria, che non difenda la lor opinione con la difesa della mia riputazione. Fra le prime cose che Alessandro e la filosofia sdegnati dicono contra la fortuna, è il rimproverar le piaghe e l'altre percosse del corpo; perciò che la gloria o 'l regno con molto sangue acquistato, pare a ciascuno con gran valore meritato; ed ingiusta è la fortuna, e nemica di coloro a' quali prima tentò d'abbreviar la vita, e poi si sforzò di scemar la gloria. Però non senza ragione Alessandro tutto sdegnato, e simile ad un fulmine impetuoso, vuol che sia opera e quasi creatura della fortuna Ciro, il quale di servo divenne re de' Persiani; e Sardanapalo, a cui, mentre egli pettinava la porpora, furono portate l'insegne reali: ma egli per Arbela fino a Susa trapassò tutti i pericoli, soggiogando ciò che gli si faceva a l'incontro: Cilicia gli aperse l'Egitto, e Cilicia fu aperta al suo esercito da la vittoria avuta a Granico, il qual valicò sovra il corpo di Spitridate e di Mitridate. Vantar si dee la fortuna ne' regni interi, e nelle battaglie non sanguinose; perchè fortunati senza dubbio furono gli Ochi e gli Artasersi, i quali a pena nati collocò la fortuna nella sedia di Ciro. Ma nel corpo d'Alessandro non sono impressi pochi segni della nemica fortuna: prima, fra gl'Illirii gli fu pesto il capo da un sasso, e 'l collo da un pestello; a Granico, da la spada d'un barbaro fu ferito nella testa; ad Isso, nel fianco; appresso i Mecadarti, una saetta gli trafisse la gamba; l'altre sue ferite Indiane; la spalla trapassata da l'arme istesse; ne' Gandridi, la gamba di nuovo saettata: oltre a ciò, appresso i Malloti uno strale uscito da l'arco gli lasciò il ferro profondamente immerso nel petto: ultimamente fu da un altro pestello percosso nella nuca; e rompendosi le scale appoggiate a le mura, la fortuna quasi il fece prigioniero, e per poco quell'ignobil borgo di Barbari fu suo infelicissimo sepolcro. Ma non poteva, o Alessandro, l'ignobil sepoltura oscurar la tua morte; anzi la tua morte poteva illustrar l'indegna sepoltura: bastò nondimeno il tuo ardire e 'l tuo sangue a dargli altissima fama e perpetua memoria. Ma tu, che per la stima della tua virtù credevi d'esser immortale, per lo spargimento del sangue t'avvedesti d'esser mortale; essendo l'azion tua quasi divina, non meriti lode umana; e ti puoi gloriare che nel patire fusti simile a gli uomini, nell'operare a gl'Iddii più tosto somigliante.</p>
<p>Furono, dunque, le tue piaghe quasi ammonizione del soverchio ardimento. Nè io voglio paragonar con le tue ferite quelle d'Orazio, che dal ponte insieme co 'l cavallo si gettò nel mio fiume: nè quelle di M. Sergio, del Dentato, di Sceva, e d'altri miei centurioni; perchè non è convenevol paragone fra un grandissimo Re de' Macedoni ed un soldato Romano. Ma le piaghe di Servilio console non sono indegne di questa comparazione, nè la morte del padre e del zio di Scipione Africano, e di Paolo, e di M. Marcello fece men gloriose le ferite: ma se quelle che tu sostenesti, togliono a la fortuna ogni parte della tua gloria, le cicatrici di tanti miei Romani, anzi l'uccisioni di tanti miei eserciti non le dee conceder ch'ella s'usurpi l'onore che mi si conviene. Sono, dunque, in ciò le ragioni pari; perchè o le tue piaghe danno a la fortuna alcuna parte della vittoria, o le ferite de' miei e le morti non concedono ch'ella se l'usurpi.</p>
<p>Ma se 'l mio Scipione o 'l mio Cesare, che non meno di te combatteva, fu meno di te ferito, non so se fusse per favor della fortuna o per merito della prudenza, la qual suol cessar molti pericoli: ma io sono assai certa che a' Re ed a' Capitani degli eserciti non conviene esporsi a quei medesimi, a' quali si espongono i soldati, se non in pochissime occasioni, come disse Callicratide: <emph>La mia morte non farà peggior lo stato de' Lacedemoni, ed a me non mi conviene il sofferir vergogna</emph>. Simile a questa fu peraventura quella nella quale morirono i Deci: ma in alcune no 'l ricerca la propria dignità, no 'l consente il publico peso, no 'l sostiene la salute; perchè spesso con la morte de' Re e de' Capitani si pèrdono le vittorie ed i regni acquistati, come avvenne per la morte di Ciro minore; a l'incontro Artaserse suo fratello, conservando la vita, conservò l'imperio. Ma tu volesti, o Alessandro, seguir l'esempio di tuo padre, il quale similmente si pose in molti pericoli, combattè con molti nemici, ed ebbe molte ferite; in tanto men fortunato di te, che fu accecato d'un occhio. Ma s'è vero quel che si dice, che l'orazioni e l'epistole d'Isocrate a lui scritte l'infiammassero a l'impresa d'Asia contra i Persiani, ti doveva parimente ammonire la sua libera riprensione; perchè non dubitò di ripigliar Filippo tuo padre, come più sollecito della propria laude che della somma delle cose, quantunque a lui non accadesse di riprenderlo: laonde a questi tempi alcuno estimerebbe, che non minor temerità fosse nel riprensore che nel ripreso.</p>
<p>Ma strabocchevoli sono alcuna volta i pericoli a' quali ci espone il desiderio di gloria; e dove ha parte la temerità, è necessario che l'abbia la fortuna. Io medesima oltremodo mi dolsi della sciagura di Paolo e di Marcello, a le cui vittorie la fortuna peraventura non aveva prima negato il suo aiuto, per condurlo negli agguati d'Annibale: laonde si può stimare che l'altre sue felici imprese fossero quasi inganni dell'insidiosa fortuna: ma nelle azioni di Fabio Massimo niuna parte ella se ne può attribuire, niuna usurparsene, perchè il prudentissimo Capitano non volle ch'io ad alcun pericolo soggiacessi, ma con sottilissimo avvedimento mi trasse di quelli, ne' quali io era prima caduta per temerità degli altri Capitani. Or consideriamo quel che delle sue fatiche dice Alessandro, dimostrando ch'a la sua impresa furon contrarie le procelle, lo squallor de' soldati, le voragini de' fiumi, i precipizii dove non possono anco volar gli uccelli, forme di bestie inusitate, ferine vivande, mutazioni di capitani, e tradimenti; le quali cose tutte con la sua virtù, non con la sua fortuna (come parve a Plutarco) furono superate. Concedasi, se così vuole; sì veramente ch'a me non si nieghi che la virtù di Pompeo e di Lucullo avesse eguali o simili difficoltà nella guerra dell'Asia; che non fosse men gloriosa la vittoria riportata di Tigrane e di Mitridate, che l'aver superato Dario e Poro re degl'Indiani: considerisi quanto la milizia di Metello nell'Africa fosse piena di pericolo; quanto penasse Catone con l'esercito nell'istessa Provincia; quanto Ventidio nella guerra contra i Parti; quanto Cesare nella guerra contra i Francesi e contra i Germani e contra gl'Inglesi, nella quale egli consumò dieci anni, guerreggiando non solo con la natura de' luoghi, con l'alpi coperte d'altissime nevi, co' dirupi, con le solitudini de' monti, con l'oscurità delle selve incognite, con l'impeto de' fiumi e de' torrenti, con l'inondazioni del non conosciuto oceano; ma con le fortissime nazioni e non usate al giogo della servitù nè dell'obedienza; là dove i popoli usati nelle morbidezze dell'Asia a servire a' Re, consentivano di leggieri a l'impeto della nuova signoria.</p>
<p>Dunque le fatiche da me sostenute e da' miei Capitani nelle guerre fatte oltremonti e di là dal mare, non fanno men certa testimonianza della mia virtù e dell'antico valore. Ma torniamo a le cose da Plutarco similmente considerate. Loda oltre a ciò Alessandro, che non seguisse gli ammaestramenti di Aristotile, il quale gli aveva insegnato che de' Barbari doveva esser signore, de' Greci più tosto liberatore. Nè gli aveva peraventura insegnata nuova disciplina; perchè questo medesimo prima fu scritto da Isocrate a Filippo suo padre: ma Alessandro, come giustissimo re, volle a tutti esser eguale, anzi l'istesso, imitando quel Giove padre degli uomini e degli Dei, di cui si dice <foreign lang="lat">Iuppiter omnibus idem</foreign>. A tutti faceva parte della sua grazia, ma secondo i meriti di ciascuno; e sì come colui, che si stimava esser mandato dal Cielo quasi giudice o arbitro a diffinir le discordie del mondo, coloro che non poteva accordar con le parole, soggiogò con l'arme, e tutte le cose insieme congiunse, mescolando la vita, i costumi, i matrimoni, le leggi: e volle che ciascuno estimasse patria il mondo, e parenti gli uomini valorosi, chiari di fede, di virtù risplendenti; i malvagi, stranieri giudicasse. Oltre a ciò, non volle che i Greci da' Persiani fossero distinti per la corazza, o con lo scudo, o co 'l pugnale, nè co 'l barbarico diadema; ma che i Greci più tosto fosser conosciuti a la virtù, i Barbari al vizio.</p>
<p>Ottima distinzione veramente, e degna d'Alessandro, che meglio distinse fra lo strepito dell'arme e la confusione degli eserciti, che nelle scuole de' peripatetici o de' Platonici non si farebbe: ma in questa disciplina medesima fu superato da' miei Romani; perch'egli non escluse alcun buono dal suo servizio, o da l'amistà; io non solo concedeva la città e 'l magistrato a gli stranieri che per virtù il valessero, ma il regno medesimo. Chiamai ne' primi tempi a l'altezza Reale Numa Pompilio uomo sabino, e Tarquinio Prisco di Corinto: negli ultimi, da le straniere nazioni elessi gli ottimi Imperatori; laonde non l'Appennino, non l'Alpe, non i Pirenei, non i fiumi o i torrenti o 'l mare tempestoso hanno potuto divider da me coloro che la virtù mi faceva congiunti. Or canti Alessandro gli imenei sotto le tese tende; canti coronato con cento spose di Persia, e con altrettanti sposi Greci e di Macedonia, divenuto anch'egli sposo di una, e di tutte accordatore; congiunga l'Asia e l'Europa in questa guisa, non co' legni nè con le navi ne co' legami, senza animo e senz'affetto: ma le genti diverse co 'l legittimo amore, e co' matrimonii, e co' pegni de' figliuoli insieme collegando. Vestasi (se gli pare) non solamente l'abito persiano misto co 'l macedonico, ma quel di Media più disusato, e simile a la pompa delle tragedie; sia lecito solo ad Apelle il dipingerlo; si conceda solo a Lisippo lo scolpirlo, e lo scolpisca con la faccia rivolta al Cielo, quasi dimandi a Giove questo premio del suo valore: non si contenti di queste pitture e di queste statue, nè si degni che nel monte Ato sia intagliata l'effigie del suo corpo; ma voglia che 'l mar Caspio e 'l monte Caucaso siano delle sue opere eterno simulacro, e dia esempio di fuggir la vana e di bramar la vera e soda gloria a' miei Romani istessi; desideri che rinasca Omero a cantar le sue lodi, ed insegni a gli Scipioni ed a gli Augusti l'amor e la stima della poesia e degli eccellentissimi ingegni; sia preso dal piacer di Rossane, e la sposi filosoficamente, e come filosofo faccia tutte l'altre cose: non sia nelle sue azioni alcuna differenza di virtù in guisa che questa paia propria della fortezza, quella dell'umanità, un'altra della continenza; ma ogni sua operazione sia quasi composta e congiunta di tutte le virtù insieme. Lodisi in Alessandro l'umanità bellicosa, la fortezza piacevole e mansueta, la liberalità non inutile, l'ira placabile, il modesto amore, l'ozio negozioso; sì veramente che a me sia lecito d'andar annoverando queste lodi ne' miei medesimi. Ma non mi curo di mostrar ch'alcuno il superasse di modestia, altri di mansuetudine, qual di temperanza; bastandomi ch'alcuno l'avanzasse di tutte insieme, come il mio Scipione Africano, anzi i due Africani, i quali non furono vinti da alcuna avversità, nè da alcuna intrinseea passione soverchiati. Sarebbe ancora grande argomento di nemicizia, se io volessi aggrandir a l'incontro quel suo seggio d'oro, in quel suo paradiso, o quel suo letto co' piedi d'argento, in cui sedendo con le sue concubine rendeva ragione a' magistrati, o le sue belle cene, nelle quali si vestiva a guisa di Pallade, con l'elmo e con l'asta; alcuna volta somigliava Mercurio co 'l cappello e con la verga; alcun'altra addobbato come il dio d'Amore, di veste purpurea si velava le corna. Soverchio ancora sarebbe il parlar del platano d'oro, della vite d'oro similmente con l'uve di smeraldo, e de' carbonchi e d'altre pietre preziose del suo padiglione, con auree colonne, e dell'altre sue conosciute magnificenze.</p>
<p>Nè di tal ragionamento mi rimarrò per tema di non offender la magnificenza di Lucullo, o la pompa de' miei spettacoli maravigliosi, o la superbia d'Aureliano che primo portò il diadema, o quella di Diocleziano che prima volle esser adorato, o la pazzia di Gallieno che imitò la foggia d'Ercole, pigliando la clava e la pelle del lione; ma mi ritiene il rispetto del re medesimo, a cui può recar maggior biasimo un'azione non lodevole o non degna d'Alessandro, che, nella copia di tanti ottimi Principi ed Imperatori, l'imperfezione o la malvagità d'alcuni. Fu veramente Alessandro imitato dai miei così nella virtù come nell'altre cose: ma nel valore malagevolmente poteva esser superato o agguagliato; ne' vizii (s'egli n'ebbe alcuni) o più tosto nell'incontinenza, molto debbo dolermi ch'i nostri molto il soverchiassero: ma la sua è scusata da la giovanezza e dal favor della fortuna; ai malvagi diedi io medesima aspro castigo, ed esempio a' successori.</p>
<p>Scrive ancora Plutarco dell'esercito, e non vuol che fosse molto grande, ma poderosa l'oste con la quale Alessandro fu ardito di sperar Babilone e Susa; nè solamente Susa e Babilone, ma di promettersi ancora l'imperio dell'Asia; perciò che egli passò il mare, confidatosi nella virtù di trentamila fanti e di quattromila cavalli. Tanti erano, se crediamo ad Aristobolo; se al re Tolomeo, trentamila fanti e cinquemila cavalli; se prestiamo più tosto credenza ad Anerassimene, da quarantamila uomini a piedi e cinquemila e cinquecento a cavallo. Ma la provisione del danaio fu di settanta talenti, come scrisse l'istesso Aristobolo; e se non fosse bastata la vettovaglia di trenta dì, come Duri lasciò scritto, che si potrebbe dire? forse, che temerariamente e senza consiglio s'esponesse a così pericolosa guerra? Cessi Iddio che della sua virtù, dell'altezza dell'animo in tal guisa si ragioni; perchè niuno mai, confidandosi di maggiori e di più belle occasioni, passò a l'acquisto delle provincie e de' regni. Si fidava, dico, nella magnanimità, nell'intelligenza delle cose, nella moderazione, nella fortezza, e negli ammaestramenti della filosofia, e peraventura ne' versi d'Omero; li quali, come egli medesimo diceva, gli erano quasi una provisione per viaggio.</p>
<p>Ma non furono maggiori gli eserciti de' Romani, co' quali s'acquistarono tante vittorie, non pur verso Oriente, ma verso Occidente; non solo spiegando l'insegne contro il Mezzogiorno, ma rivolgendole al Settentrione: anzi, s'è lecito dir il vero senza riprensione d'arroganza, i Romani con minori eserciti ebbero più volte maggiori vittorie, ed acquistarono maggior imperio; perchè nell'ostiere de' Romani, oltre a due legioni di soldati, non v'era altra gente che l'aiuto de' Compagni; e rade volte si legge che quattro legioni insieme militassero co' nostri Consoli o co' Dittatori. Egli, come imitatore d'Ercole suo progenitore e di Bacco, fece guerra nell'estreme parti della terra, e dirizzò trofei, edificò città, pose termini, acciò che, in comparazione delle Colonne d'Ercole, fossero celebrati gli altari d'Alessandro. Noi non lasciammo quella parte della terra senza terrore delle nostre vittorie; ma nella parte ancora opposta del mondo furono dirizzati, quasi confini o termini, gli altari di Cesare e di Druso, ad eterna memoria della virtù de' Romani. Compagni della sua alta impresa, e quasi maestri furono i libri d'Omero; perchè Aristotile non volle la fatica di così lunga milizia, ma in sua vece mandò Calistene suo discepolo. I nostri Consoli ed i Proconsoli, e gli altri ch'ebbero imperio militare, guerreggiarono nell'istesso modo con gli ammaestramenti della filosofia: Scipione non lasciava mai l'opere di Senofonte; Marco Tullio, facendo guerra in Cicilia, desideroso del trionfo, in tre giorni spiegò, com'egli dice, tutta la vita di Ciro: a Scipione Emiliano furono compagni nella milizia Polibio e Panezio, Possidonio a Paolo Emilio, a Lucillo Antioco; e niuno di costoro per disdegno o per ira fu ucciso, ma tutti sommamente onorati.</p>
<p>Fu ancora (come dice Plutarco) Alessandro filosofo, e non ricusò, quasi freno, le cose prescritte da la filosofia; quantunque Clizia ed Alcibiade e Clitofonte prima l'avessero ricusate. Ed i discepoli d'Alessandro con quelli di Socrate e di Platone possono paragonarsi. Concedasi, e passiamo con silenzio la morte di Calistene e di Clito, il fanciullo in vita amato ed in morte deificato, il rifiuto di Filippo vero padre, e l'ambizione d'esser creduto figliuol di Giove Ammone, la superbia del farsi adorare, l'uso del vino, e l'ira smoderata; ed oltre a tutte le altre cose, gli amori di Taide meretrice, ed il convito nel quale la Regina de' Persiani fu accesa; e facciamo sembiante di non veder il Re, quasi ballando con una face in mano, porre ogni opera e sollecitudine in piacere ad una vile e malvagia femina. Ma la disciplina d'Alessandro fu insegnare il matrimonio a gli Ircani, l'agricoltura a gli Aracosii, a' Sogdiani la pietà verso i padri, i quali prima uccidevano, e poi furono costretti di nutrire: insegnò similmente a' Persi, che portassero riverenza a le madri. Maravigliosa filosofia in vero, per la quale i Greci adorarono gl'Iddii, gli Sciti sepellirono i morti. Ma le genti da noi domate lasciaron similmente i barbari costumi.</p>
<p>Qual nazione fu mai più fiera della Tedesca? la qual, come si legge, soleva sacrificar gli uomini a Mercurio. Qual divenne, ed è ora più nemica d'ogni ferità, o più illustre per arti, e per costumi, e per nobiltà, e per disciplina militare? Di qual'altra regione si legge, che i popoli non avessero città, nè case o abitazioni congiunte, ma l'uno abitasse lontan da l'altro ne' boschi o ne' campi; o presso qualche fontana? Qual fu poi, ed è ora, più copiosa di nobilissime città, e più ornata di belle abitazioni? L'istesso possiamo affermar della Spagna, della Francia, dell'Inghilterra, e delle più remote parti della terra, e dell'isole più lontane, nelle quali gli uomini mansueti e valorosi fioriscono nell'arme e nelle lettere; vita non pur civile, ma cavaleresca tenendo, ed a quella de' Romani somigliante; laonde nazione alcuna non può chiamarsi barbara, che i costumi romani o le romane leggi abbia ricevuto. Permettevano a molti le Republiche della Grecia, permetteva a molti Alessandro, che vivessero con le lor leggi, quasi consentendo che si rimanessero nell'antica ignoranza: ma i Romani, dando a' vinti le leggi, volsero che d'ogni malvagia operazione si rimanessero, e participarono co' vinti la virtù de' vincitori. Più convenevolmente, dunque, i popoli soggiogati da' Romani posson dir queste parole: O felicissimo giogo, o fortunata servitù, per la quale siamo divenuti simili a' vittoriosi negli studi, nella disciplina, nell'armi, e nell'imperio!</p>
<p>Veramente, s'alcuna parte rimase nel mondo la quale non fosse illustrata da l'arme e da le vittorie de' Romani, restò nella caligine perpetua e nelle tenebre eterne, non altrimenti che de' popoli Cimmeri sogliano favoleggiar i poeti. E chi meglio di Roma mise ad esecuzione quel che Zenone lasciò scritto, quasi fingendo un sogno, ed un'imagine della civile o più tosto della cristiana filosofia, e dell'equalità delle leggi? Perciò che s'aspetta ancora quel tempo nel quale sia un solo ovile ed un solo pastore; per opera e per pietà del santissimo Pastor romano. Ma non molte centinaia d'anni, da poi che Plutarco passò di questa vita, il mondo aveva presa questa forma per la pietà, per la giustizia, per l'autorità e per la potenza de' Pontefici Romani, e de' Romani Imperatori; la Spagna, l'Inghilterra, la Scozia, l'Irlanda, l'isole più lontane dell'Oceano, la Francia, la Germania, la Pannonia, la Sarmazia, l'Illirio, l'una e l'altra Misia, la Tracia, la Macedonia, l'Epiro, la Grecia, le fecondissime provincie dell'Asia fino all'Eufrate, e di là ancora da l'Eufrate, le regioni dell'Africa fino a gli Etiopi, che sono lontani dal nostro mare, la Sicilia, la Sardigna, l'isole tutte del Mediterraneo, l'Arabia, l'Egitto: laonde il mondo era quasi una sola Republica, e solo un Imperio, e sola una Chiesa. E se vorremo paragonar i termini ed i confini del Romano imperio con quelli degli altri, troveremo che i Romani tanto superarono l'altre monarchie d'ampiezza e di moltitudine di provincie e d'abondanza di cose, quanto le vinsero con la disciplina, con la fortezza e con la religione.</p>
<p>Perciò che i confini del gran Re de' Persiani, del qual fu scritto che avesse diviso l'imperio con Giove, furono quasi ristretti da gli Eoli, e da quelli d'Ionia, i quali spesso erano soliti d'occupargli in guisa, che tutto il mare terminava il suo imperio, là dove quello de' Romani fu terminato da l'Atlantico solamente; e ciò, dico, avvenne quando la potenza de' Persiani era spaventevole a ciascuno. Ma risorgendo la fortuna degli Ateniesi, non fu lecito al Re con l'esercito terrestre discender al fiume Ali, e con le navi lunghe a Faselide: non comandava, dunque, se non fino a' Lidi, o al più fino a gl'Ionii, e da l'isole Guinee, le quali son verso Occidente, non vedeva il mare. In questa guisa sedendo i successori di Dario nel solio di Ciro, nella loro non inclinata fortuna furono abbreviati e quasi rinchiusi i termini di quell'imperio, che dicevano aver diviso con Giove. Quando, adunque, più si dilatarono, erano terminati da quel mare che divide l'Asia da l'Europa; quando meno, da un fiume. Non voglio ancora riprovare l'autorità degli antichi, ma nella tua discreta considerazione si rimanga, che qualunque fosse colui che divise in due parti tutto ciò che dal giro del Cielo è ricoperto, lasciò l'Africa nella divisione, quasi compresa nell'Europa; o se pur se ne ricordò, tacque quanto agevolmente i Re de' Persiani non solo da l'altre parti dell'Europa, ma da l'Egitto fossero discacciati: laonde quella monarchia non fu superata da la Romana d'un tiro di mano o di balestra solamente, ma della metà del mondo.</p>
<p>Ma i Macedoni signoreggiarono in Europa, da l'Adria al fiume Istro, la quale è una picciola parte di quella regione: da poi, avendo superati i Persi, occuparono il regno dell'Asia, ma di questa ancora lasciarono gran parte senza toccarla: di Sardigna, di Sicilia e d'Africa non cominciaron pur a contendere; perchè la vita d'Alessandro mancò nel corso delle vittorie: onde si può dire ch'egli non regnasse, ma più tosto acquistasse il regno: simile a colui che vince i giuochi Olimpici, il quale non avendo ben ferma la corona in testa, si muore nella vittoria; nè dopo la morte lasciò alcuna legge. Ma Roma con le sue governò le più nobili provincie della terra da lei soggiogate; nè si contentò di terminare con l'Atlantico, co 'l Danubio e con l'Eufrate; ma il tuo discepolo, o Plutarco, prima fece una provincia di là da l'Istro, tre oltra l'Eufrate, Assiria, Mesopotamia ed Armenia; quantunque Adriano, quasi invidioso della sua gloria, ritirasse i suoi confini sino al fiume. Non potevi dunque, o Plutarco, dubitar della grandezza di Roma, poichè nascesti nel tempo del più giusto e valoroso Imperatore e del più ampio imperio ch'ella già mai possedesse; ma fosti quasi invidioso della tua gloria medesima, o non conoscesti d'avanzar nella felicità del discepolo Aristotile, che agguagliasti nella dottrina.</p>
<p>Or se tale e così grande fu in comparazione degl'imperi e delle monarchie, quale e quanta parrebbe, se con le republiche e co' regni minori si facesse il paragone? Però non voglio considerare che i Lacedemoni, avendo lungamente contrastato dell'imperio, appena signoreggiarono dodici anni liberamente: lascerò ancora nel tuo ben disposto giudicio, che la signoria degli Ateniesi, la quale fu più durevole, non durò nondimeno oltre a sessantacinque anni; nè ricorderò che quegli in una sola guerra ed in una sola giornata contra i Tebani furono spogliati dello stato di terraferma, e vinti da Conone in una battaglia, perderono l'imperio del mare; e questi acquistarono l'imperio marittimo, con la perdita della buona disciplina, e dell'antica e più lodata Republica; ed al fine, con questo dannoso acquisto, non fuggirono il pericolo e la perdita di tutte le cose.</p>
<p>Ma non posso tacere che tutte le loro contese furon fatte per una picciola parte dell'Europa. In Asia non posero il piede, o ponendovelo, come si legge di Clearco e d'Agesilao, furono tosto costretti di ritirarsi: dell'Egitto non poterono insignorirsi: laonde gli eserciti de' Lacedemoni e l'armate degli Ateniesi, quantunque di Conone e di Cimone e di Temistocle sogliano gloriarsi, accrebbero più tosto la fama delle cose adoperate, che la potenza delle possedute. Ma l'imperio de' Romani fu durevolissimo per lungo spazio di tempo, ampissimo per moltitudine di regni e di provincie, potentissimo per disciplina e per virtù militare, felicissimo per giustizia di magistrati e per benevolenza di soggetti. Nè l'imperio marittimo diminuì a Roma la signoria della terraferma, nè corruppe la disciplina della città; ma l'uno imperio accrebbe a l'altro forza ed ornamento. Laonde io, che per l'acquisto delle parti occidentali era divenuta più forte e poderosa, con le ricchezze dell'Asia, e con le statue, e con l'altre opere d'eccellentissimi artefici portate d'oltremare, divenni più bella e più maravigliosa, e le cose ben acquistate seppi bene e felicemente adoperare; perchè di me fu detto da un de' vostri medesimi, da Aristide, dico, che tra' Greci ebbe grandissima fama, che Roma avanzò tanto i Greci nella sapienza, quanto i Barbari nella potenza aveva superati.</p>
<p>Ma mi pare ormai tempo ch'io, rispondendo a le altre cose proposte da Plutarco, faccia paragone dell'Imperio de' Macedoni e della Republica de' Romani, quale era in quel tempo che Alessandro poteva moverle guerra. Ed in questa comparazione tre cose posson considerarsi: la forma del governo, la virtù de' capitani degli eserciti, e la fortuna. E quantunque in quel tempo in questa città la signoria d'un solo avesse fatta mutazione in quella degli ottimati, mescolata co 'l governo popolare; nondimeno, per affezione ch'io porti a quel tempo ed a quegli uomini, non posso dimenticarmi della bontà degli altri: ma perchè il mio principio cominciò co 'l regno, ed il mio fine parimente fu co 'l regno, o più tosto fu il regno o l'imperio, non sono di tanta considerazione i tempi di mezzo, ne' quali io trionfai ora sotto i Dittatori, ora co' miei Consoli, e quando co' Tribuni; alcuna volta più simile a l'aristocrazia, altra a la democrazia più somigliante.</p>
<p>È dunque il regno o l'imperio proprio di Roma; l'altre forme non sono così convenevoli la mia maestà; in tutte nondimeno e con tutte, io fui Roma temperata, forte, giusta, prudente, magnanima e gloriosa; con tutte vinsi, e trionfai con ciascuna: e sì come l'avorio e l'argento e l'oro risplende in tutte le figure; così la mia virtù in tutte fu lucente: e non altrimenti che Diana o altra stella del Cielo soglia dimostrar la sua luce in varii aspetti; apparve la maestà e la grandezza di Roma in diversi sembianti, e mentre regnavano i sette Re, e poi con la forma di Republica, o molto più con Cesare, con Augusto, con Tito, con Vespasiano, con Nerva e con Traiano: chè fino a questo termine poteva discender il mio ragionamento, che fu termine non solamente della tua età, ma quasi della mia grandezza, che non poteva di leggieri ricever nuovo accrescimento.</p>
<p>In quel tempo nondimeno, che Alessandro poteva passar in Italia, vivendo Roma come republica, avrebbe potuto resister a le forze d'un regno, ed a la fortuna d'un fortissimo Re: quantunque alcune ragioni si possano addurre a l'incontro; perchè l'occasioni sono prese più agevolmente da uno che da molti; e meglio sotto l'imperio d'un solo si fanno le genti, e si ragunano insieme; laonde spesso in questa città da' Tribuni della plebe fu impedita la scelta de' soldati, o come i Latini dicono, <foreign lang="lat">delectus</foreign>; e spesso era necessario il Dittatore, che reprimesse l'insolenza de' plebei magistrati. Con minor difficoltà si raccoglie il denaio, e più prontamente è dato lo stipendio, dove l'autorità d'un solo non abbia impedimento nel finir le guerre; le quali spesso per la moltitudine de' capitani, e per l'invidia che è propria delle Republiche, o non hanno quel fortunato fine che avrebbono per altro, o non l'hanno così agevolmente; come si può provare con l'esempio di Epaminonda e di Pelopida, i quali ritennero l'imperio contra la volontà de' Tebani; o con quel di Metello, a cui contra la sua propria fu mandato successore: in somma, la somma delle cose consiste in alcuni quasi momenti e punti, non altramente che 'l Cielo sovra i suoi poli: laonde è necessaria la suprema autorità d'un solo, e la virtù non impedita, com'era quella d'Agesilao, che dal corso delle vittorie fu richiamato a la patria. I re solamente, che non abbiano compagnia o egualità nel regno, o quasi freno a l'autorità, sono liberi da tutti gl'impedimenti, e signori de' tempi e delle cose, tirano il tutto co' lor consigli, no 'l seguono: ma gli altri sono costretti di seguir l'occasioni. Vero senza fallo sarebbe tutto ciò che si è detto contro a la Republica, se fusse il suo fine l'acquisto degli altrui regni o degl'imperi: ma proponendosi la Republica per obietto la conservazione della libertà, niun'altra è più atta a difenderla; perchè gli uomini che vivono sotto il regno, combattono per le cose altrui più tosto che per le proprie, nè vincono a se stessi, ma al re: laonde paiono più negligenti nella difesa, e men pronti al morir per la patria: a l'incontro, i liberi cittadini corrono a la morte per la libertà, come disse quel mio Poeta:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Aeneadae in ferrum pro libertate ruebant;</l></quote>
e perduta, la ritornano a ricuperare, e la ritengono quasi co' denti, come si raccoglie da le parole del mio eloquentissimo Oratore: <foreign lang="lat">Acriores sunt intermissae libertatis morsus, quam retentae</foreign>. E forse, sì come il ferro non è atto a punger in tutte le forme, nè in ciascuna egualmente è micidiale; così la virtù militare ed il desiderio della libertà è più acuto e più pungente nella Republica; però convenevolmente fu detto da Plutarco, ch'Alessandro passando in Italia avrebbe trovato Roma a l'incontro a guisa d'una spada pungente; nella qual forma ella poteva meglio che in alcun'altra resistere, ed offender nella resistenza: e di ciò può esser esempio il buon Pirro, che da poi successe, non solamente Porsenna re de' Toscani, contra i quali la virtù delle donne fu maravigliosa; perchè l'uno non potè ritener gli ostaggi, l'altro da le donne Argive fu ucciso nell'assalto delle mura. Che avrebbon fatto le Romane contra un Macedone? contra uno straniero? contra un nemico del nome Italiano? poichè contra il Re de' Toscani mostrarono tanto ardimento.</p>
<p>Ma lasciamo Porsenna da parte, ed Alessandro il Molosso, e parliamo di Pirro solamente, co 'l quale non si può vergognar Alessandro d'essere paragonato; perciò che la virtù e la disciplina militare fu in Pirro di somma eccellenza; laonde se Pirro non vinse i Romani, non è forse ragionevole ch'Alessandro gli avesse vinti, quantunque di Dario e di Poro e degli altri Capitani avesse riportata vittoria: anzi, se Alessandro si vuol contentar del giudicio degli uomini, Pirro, per opinione d'Antigono, e per testimonianza di Plutarco, fu il maggiore della sua età; per giudicio d'Annibale, soverchiò i Capitani di tutti i secoli di perizia o di sagacità: ma se ricusa il giudicio degli uomini, e vuol quel degl'Iddii più tosto, non fu Alessandro maggior d'ogni altro capitano; ma Scipione, come si legge nel vostro Luciano medesimo. Non dee adunque Alessandro rifiutar il giudicio de' Greci, e degl'Iddii, o di coloro che per opinione di giustizia furono Dei riputati. Ma se fu Scipione il più eccellente, per fermo coloro che prima nella medesima città, co 'l medesimo valore e con la medesima disciplina avevan guerreggiato, non dovevan più temer d'Alessandro, che Scipione temesse d'Annibale. Ma si potrebbe replicare, che non sempre il giudicio di Plutarco o 'l giudicio d'Annibale sia il medesimo, perchè altrove prepose Alessandro a Pirro; eccettuò nondimeno Scipione, quasi maggiore d'ogni paragone: laonde, mentre la sentenza è in favore d'un Romano, par che sia in favor di tutti, che furono nell'istesso modo disposti a morir per la dignità e per la patria, e, come abbiamo detto, con la medesima disciplina passata a' posteri, e quasi data di mano in mano. Non debbono esser taciute le parole dette da Appio Claudio nel Senato, con le quali rimprovera l'arroganza ed il vanto spesso datoli, e (s'è lecito dirlo) le millanterie di quei tempi; però che si vantavano che se Alessandro fosse passato, avrebbe accresciuta con la sua morte o con la fuga la gloria e la riputazione della patria. E quantunque in quella orazione Pirro non sia agguagliato ad Alessandro, si fa più tosto comparazione fra due regni che fra due re; ma se consideriamo il valore e la sapienza di Pirro, con altri non avrebbono potuto i nostri far guerra più malagevole e piena di pericolo. Laonde fu detto da Fabrizio, che non erano stati vinti i Romani da gli Epiroti o da' Molossi, ma Albino da Pirro: tuttavolta la sconfitta d'Albino poteva più tosto accrescer lo sdegno de' Romani, che diminuir le forze; tanta era la potenza di quella Republica, e la virtù degli eserciti e de' capitani; laonde aveva detto Claudio, che la perdita di mille Albini non doveva mover i Romani a far la pace con Pirro.</p>
<p>Ma in niuna età Roma fu più feconda di capitani, che in quella che doveva passare Alessandro: nondimeno fra tutti gli altri gli aveva destinato con l'animo Papirio Cursore, se fosse avvenuto che Alessandro, domata l'Asia con l'arme, l'avesse rivolte contra l'Italia. Egregio capitano fu veramente Alessandro; ma il fa più illustre l'essere stato solo, giovanetto, la morte immatura, nel colmo della sua grandezza, senz'aver provata la fortuna contraria: ma se fusse più vivuto, peraventura la sua fortuna poteva invecchiarsi, e perder il vigore con l'età, come quella di Ciro, di Pompeo e di Crasso: laonde tu dici, che fu buona fortuna de' Romani che Alessandro morisse quasi con l'armi in dosso nel regno nuovamente acquistato; io stimo più tosto, che la sua fortuna, non potendolo far vittorioso con la servitù de' Romani, il facesse invitto con la sua morte medesima: perchè se da la cupidigia di Pirro possiamo far argomento di quella d'Alessandro, egli non contento de' regni dell'Asia, avrebbe voluto tentar l'Africa, e la Sicilia, e l'Italia. Ma che bisognano argomenti, parlando di colui che pianse per la moltitudine de' mondi introdotta da Democrito, non contento dell'acquisto d'un solo? Se fosse passato, avrebbe mosso ingiusta guerra: i Romani, da l'altra parte, giustamente avrebbono difesa la propria libertà, e quella de' Compagni.</p>
<p>E perchè la felicità de' Romani, guerreggiando, consisteva nella giustizia; non è ragionevole che questa difesa solamente fusse stata giusta ed infelice; nè la fortezza e la magnanimità in questo pericolo solo gli avrebbe abbandonati: laonde Alessandro sarebbe stato costretto a guerreggiar con molti uomini fortissimi, anzi famosissimi capitani; con Valerio Corvino, dico, con M. Rutilio, con Manlio Torquato, con Publio Filone, con Papirio Cursore, con Fabio Massimo, co' Decii, con Volumnio, con M. Curio. Seguono da poi uomini grandissimi, s'avesse fatta prima la guerra Africana che quella di Roma. In ciascun di costoro era la medesima grandezza d'animo che in Alessandro, e la disciplina militare, quasi da' primi principii della città, data di mano in mano: così i Re avevan fatto le guerre, così coloro che gli scacciarono (parlo de' Iuni e de' Valeri); così Furio Camillo, il quale vecchio era stato veduto da due giovani. Avrebbon forse ceduto nell'officio di soldato ad Alessandro, se peraventura l'avessero incontrato nella battaglia, Manlio Torquato o Valerio Corvino, prima soldati valorosi, che d'eserciti capitani? avrebbon ceduto i Deci, che sacrificando la vita a la Vittoria, apersero le squadre de' nemici co 'l proprio petto? avrebbe ceduto Papirio Cursore, con quel vigor d'animo e di corpo? sarebbe stato vinto dal consiglio d'un solo quel Senato, la cui forma fu solamente intesa da colui che disse, ch'egli era fatto di tanti re? Era forse pericolo che Alessandro con maggior arte o con maggior industria d'alcuno de' già nominati, pigliasse il luogo degli alloggiamenti? spedisse la vettovaglia? schifasse l'insidie? eleggesse il tempo della battaglia, ordinasse le schiere, e le confermasse con gli aiuti? Non avrebbe avuto a combattere con Dario, il quale quasi carico dell'apparato della sua fortuna, conduceva fra la porpora e l'oro una schiera di femine e di eunuchi, preda più tosto che nemici. Altra cosa gli sarebbe paruta l'Italia che l'India, per la qual caminò con una schiera d'ubbriachi, quasi di convito in convito, riguardando la Puglia, ed i monti Lucani, ed i segni della domestica uccisione. E parliamo d'Alessandro non ancora sommerso nella sua prosperità: che ci parrebbe, s'egli fosse riguardato con l'abito della nuova fortuna e del nuovo ingegno, più tosto simile a Dario che ad Alessandro? Sia grande quanto si vuole la grandezza d'un re, pur grandezza d'un uomo, raccolta nella felicità di dieci anni, la qual molti inalzano fino al cielo; perchè il popolo Romano fu vinto in molte battaglie, ed Alessandro in niuna: ma non intendono che fanno comparazione fra le cose fatte da un uomo assai giovane, e quelle d'un popolo che ottocento anni ha guerreggiato. Qual maraviglia se la fortuna ha più varii mutamenti da questa che da quella parte; se da l'una si numerano più secoli che da l'altra anni non si posson annoverare? Quanti sono i duci Romani che in niuna battaglia ebber la fortuna contraria? Ed acciò che meno ci maravigliamo d'Alessandro, alcuno in dieci o 'n venti giorni esercitò la Dittatura, niuno più che in un anno il Consolato; impediti da' Tribuni della plebe nel far le genti, tardi andarono a la guerra, e quasi dopo l'occasione; avanti il tempo furono richiamati a l'elezione de' nuovi magistrati; e posson accusar quando l'inesperienza de' nuovi soldati, quando la malignità de' compagni nell'officio: ma i Re sono, come ho detto, signori de' tempi e dell'occasioni, e soli nell'autorità. Laonde Sparta ancora, che aveva due re, uno a la città, l'altro a l'esercito preponeva.</p>
<p>Dunque Alessandro invitto, se la sua fortuna di nascoso non gli temprava i veleni, con invitti capitani avria combattuto: ma i soldati di Macedonia avrebbono avuto un solo Alessandro, che non solo era esposto, ma si offeriva a molti pericoli. A' Romani non sarebbono mancati eguali ad Alessandro nella gloria e nella grandezza delle cose valorosamente operate, de' quali ciascuno co 'l suo proprio fato, senza publico pericolo, sarebbe morto, o vivuto gloriosamente.</p>
<p>Or paragoniamo gli eserciti con gli eserciti, e di numero, e di genere, e di qualità di soldati, o di moltitudine d'aiuti. Ne' lustri di quella età, in ogni ribellione o mancamento de' Latini o de' Compagni di questo nome, si potevano scriver dieci legioni; e quattro o cinque eserciti de' Romani in quel tempo assai spesso guerreggiarono in Toscana, in Umbria, fra' Sanniti e fra' Lucani, e contra' Francesi: tutto il Lazio, co' Sabini, co' Volsci, con gli Equi, con la Campagna, e parte dell'Umbria e della Toscana, co' Picentini, co' Marsi, co' Peligni, con tutti i Greci ch'abitano le riviere del mare inferiore fino a Napoli, a Luni, ad Ostia, averebbon dato aiuto a' Romani: trovava i Sanniti, o compagni de' Romani, o già rotti nella guerra. Egli passando in Italia co 'l pretesto di vendicar Alessandro Molosso, si faceva nemici a prima giunta i Bruzii ed i Lucani, ed altri popoli vicini, senza alcuna nuova amistà: là dove Pirro chiamato da' Tarentini, con l'aiuto loro, e quasi co' loro servigi militò. Tanto, dunque, l'impresa avrebbe avuta maggior difficoltà, quanto la cagione o 'l pretesto della guerra sarebbe stato più spaventoso a gl'Italiani: sarebbe passato, per opinione di Livio, con trentamila fanti de' Macedoni, e con quattromila cavalieri di Tessaglia; come stima Plutarco, con cento e trentamila soldati, avvezzi al combattere. Altri de' miei Istorici afferma, che nell'esercito d'Alessandro contra Poro, tutte le carrette di quattro cavalli erano falcate; quelle di due arrivavano al numero di mille e dugento; vi aveva trenta squadroni di cavalli, trecentocinquantamila pedoni, duemila muli ed altrettanti cameli, buoi e dromedarii.</p>
<p>E quantunque potessero esser vere tutte queste cose insieme, che paiono descritte con diversa opinione; nondimeno il nervo e lo sforzo dell'esercito de' Macedoni e de' cavalieri di Tessaglia era quello che abbiamo detto; gli altri erano aiuti d'Indi e di Persiani, anzi impedimenti; laonde avrebbon più tosto ritardata l'impresa, che agevolata la vittoria: ma se oltra i trenta o quarantamila, gli altri erano bellicosi, essendo soggiogati e vinti di nuovo, e quasi nemici, non se ne poteva fidare; se poco atti a la guerra, e di poco valore, come è più credibile, parevano condotti più tosto a l'uccisione ed a la fuga, che al contrasto della battaglia; e quantunque, per giudizio di Polibio vostro, un esercito composto di varie nazioni, come fu questo prima, e poi quello di Annibale, non sia sedizioso; è nondimeno men pronto al combattere, e non è sicura cosa che i proprii soldati da gli stranieri siano di tanto numero superati. Oltre a ciò i Romani potevan accrescer l'esercito, e rifarlo; ad Alessandro, guerreggiando nell'altrui paese, sarebbe succeduto quello che poi incontrò ad Annibale; e' vi sarebbe invecchiato con l'essere ito. I Macedoni avevano (per quello che scrive Livio) il clipeo e la sarissa; i Romani, lo scudo e 'l pilo: lo scudo era maggior difesa del corpo, il pilo era alquanto minor dell'asta, e lanciato con maggior violenza: l'uno e l'altro soldato, come dicono, era statario, ed atto a servar l'ordine: ma quella era falange immobile, e d'una sorte medesima: la battaglia de' Romani era più distinta, e composta di molte parti, che facilmente si dividevano quando era bisogno, ed agevolmente si congiungevano: laonde i Romani, cedendo, non perdevano; e dividendosi, non eran rotti; e reintegrandosi, ripigliavan forze; ed i primi a' secondi, ed i secondi a gli ultimi facevan parte de' pericoli e delle fatiche; e da' Principi a gli Astati, e da gli Astati a' Triarii si raccomandava la vittoria; afinchè tutti avesser parte nell'onore. Ma la falange Macedonica non poteva sostener tanta varietà di fortuna, ne' luoghi diseguali s'apriva di leggieri, ed era sconfitta; come fu quella di Perseo da Paolo Emilio, che dividendo le sue coorti, occupò gli spazii voti della falange. Se ne vide ancora l'esempio nell'esercito d'Antioco e di Filippo, che furon vinti senza uccisione de' Romani e senza pericolo.</p>
<p>Due cose, dunque, maravigliose, e quasi contrarie, si potevan osservare nell'esercito de' Romani: la gravezza dell'armi, con la quale rispingevano e mettevano in fuga le schiere; e l'agilità nell'aprirle, e nel volger l'ordine. La Macedonica, a l'incontro, era più leggiera d'arme, e più tarda di movimento: avevano i Macedoni piccioli scudi, e picciole spade ancora, come dice Plutarco, opposte a le gravissime spade che portavano i Romani. Chi può dunque dubitare da qual parte fusse stata la vittoria? Siami lecito dir il vero senza invidia; mai da cavalli nemici, mai da fanti, mai in campo aperto, mai in luogo eguale o disuguale, non furono superati di valore i miei Romani. Qual altro esercito fu, in cui l'ordinanze da' fanti fossero più sicure con l'ale de' cavalli? quale, in cui così tosto si facesse l'ordinanza quadra, e con maggior facilità si volgesse la schiera? qual più atto a le fatiche ed a l'opere militari? qual disprezzò più l'impeto degli elefanti, o co' guerrieri tutti coperti d'arme, e, come dicevano, catafratti? o, quel ch'è più maraviglioso, con gli armati a la leggiera, o con due cavalli congiunti in un carro, da' quali gli elefanti con lunghissime lance erano percossi? Niuno già mai. Seppelo Pirro in Lucania, Annone in Africa, Antioco in Oriente, Iugurta in Numidia; e saputo l'avrebbe Alessandro in Italia, se così fieri mostri avesse condotti contra la virtù Romana. Voi Dragoni, spaventose insegne de' Romani; voi aquile sempre vittoriose; voi imagini di gloriosi Imperatori, voi Tempii, che nell'ordinanze e fra gli eserciti gli accompagnaste; voi tutti fuste anzi testimoni della fortuna che della virtù de' Romani? E non è alcuna sì orrida regione de' Barbari, alcuna sì deserta e sì muta solitudine, che non risuoni del mio nome e della mia gloria. Le mie vittorie, i trionfi, le spoglie, i trofei, furon senza numero, e senza paragone; il mio imperio terminò con l'Oceano, e la mia fama appena dal cielo e da le stelle fu terminata.</p></div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
