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      <title>Dissertazione sopra la felicità</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1><head>Sopra la felicità</head>
<p>L'uomo non sembra esser nato, che per la Felicità. Tutte quelle azioni, che in Metafisica appellansi umane non son dirette, che a conseguire una qualche specie di Felicità. L'uomo giugne per acquistarla a violare i patti più sacri, e le leggi dell'equità, e della giustizia. M. Porcio Catone, di cui Cornelio "<quote lang="lat">Quoad vixit virtutum laude crevit</quote>" non si fè scrupolo di gettare in terra nel mezzo del Senato Romano de' fichi ancor freschi recentemente giunti dall'Affrica, ed ammirandone i Senatori la bellezza, e la grossezza impareggiabile, sappiate egli disse, che non son, che pochissimi giorni, che queste frutta furon colte dalla pianta medesima, che le ha prodotte per così dimostrare la necessità di distrugger Cartagine. E pure alcuna ragionevol causa non v'era a ciò fare se non quella, che venìa suggerita dalla politica, e dalla gelosìa del comando. Anzi allorquando gli ambasciatori dell'infelice città giunti al cospetto del senato altro non fecero, che por se stessi, i loro beni, e la città loro nelle mani de' Padri Coscritti, e allorquando il Console Romano in contraccambio di sì umile soggettazione impose agli sventurati cittadini di Cartagine di consegnar le loro armi, e dopo che ebber ciò fatto di sgombrar tostamente dalle patrie mura, che già condannate erano alle fiamme, cuor bennato non fuvvi, che non gemesse alla crudele sciagura degli oppressi Cartaginesi, e frattanto lo spietato Censore non cessava di declamar nelle pubbliche assemblèe per la distruzione dell'innocente Cartagine. Ella era questa il fine di siffatte azioni, e la distruzione della città nemica tenendo nel suo cuore il luogo di una spezie di Felicità, e non lasciandosi in ciò guidar dalla ragione, egli dovea senza alcun dubbio fare ogni sforzo per conseguirla. Volendo noi dunque analizzare questa specie di passione, o d'inclinazione, per cui l'uomo è spinto a ricercar sempre nelle sue azioni la felicità esamineremo in prima in che precisamente consista questa felicità, e se possa un uomo esser più dell'altro felice, e considereremo in ultimo le varie maniere di beni.</p>
<p>Epicuro Filosofo, il di cui solo nome è bastante per iscreditare qualsivoglia ipotesi afferma, che la felicità non consiste, che nel piacere. Sembra diffatto, che l'uomo non possa nelle sue azioni tendere ad altro, che a questo, poichè se l'uomo si applica a praticar la virtù, e a fuggire il vizio, egli lo fa per quell'interno piacere, che ciascuno prova nel seguir le leggi dettategli dalla natura, il quale è inseparabile dall'azione virtuosa. Se l'uomo si studia di conseguir gloria, e buon nome egli opera per quel piacere, il quale va sempre unito all'acquisto della fama, e dell'onore. Se l'uomo procura di rendersi utile alla patria, agli amici, alla società egli è mosso a ciò fare da quel piacere che ciascuno esperimenta nel rendersi utile ai suoi simili. Così qualunque azione faccia l'uomo, egli non la fa, che per quell'interno, o esterno piacere, il quale non può mai andar disgiunto dalle umane operazioni. Per quanto speciosa però apparir possa questa ipotesi essa non è in conto alcuno ammissibile, giacchè l'uomo virtuoso non pratica la virtù, che per se stessa, e questa medesima è premio sufficientissimo a' suoi seguaci</p>
<quote rend="block" lang="lat"><l>"Ipsa quidem virtus sibimet pulcherrima merces".</l></quote>
<p>Che se nella virtù ritrovasi necessariamente il piacere ciò non fa, che questo sia il fine di chi la pratica, poichè un uom virtuoso pratica la virtù con piacere ma non per il piacere. Così coloro, i quali di buon grado sopportano acerbissimi patimenti, e pene gravissime, o in difesa della Fede, o della verità etc. nol fanno già per alcun piacere sebben piacere in tali azioni ritrovino, ma per amor solamente di colui, per cui l'uomo venne creato. Può dunque affermarsi senza alcuna tema di errare, che se il piacere forma talvolta, e pur troppo bene spesso il fine delle umane azioni egli non lo forma però sempre, e non può dirsi per conseguenza la felicità esser posta nel solo piacere.</p>
<p>Nè meno speciosa dell'opinione di <hi rend="italic">Epicuro</hi> si è quella degli <hi rend="italic">Stoici</hi>, i quali sostengono la felicità non esser posta, che nella sola virtù. Felice diffatto esser non può secondo il loro parere colui che la virtù non possiede, e questa sola può render l'uomo perfettamente felice. Cesare Augusto tra le maggiori dolcezze della Corte mentre sconfitto Bruto, e Cassio, superato Sesto Pompeo, vinta la resistenza del Senato ai suoi voleri vedeasi ad uno ad uno toglier dal lato i suoi compagni nel governo rimanendo egli solo assoluto padrone quasi dell'intero universo amato da' domestici, rispettato da' sudditi temuto da' nemici, solea dire, che una cosa mancavagli per esser felice, e che sebbene ignorasse qual cosa fosse cotesta pure la mancanza di questa sola bastava per renderlo infelice. Ciò avvenìa solamente perchè essendo la felicità posta nella sola virtù non eran sufficienti a renderlo felice le dolcezze del governo le Vittorie riportate sopra i suoi nemici la fedeltà de' suoi domestici qualora la vera virtù non conseguisse. È questa l'argomentazion degli Stoici, a cui rispondiamo, che se la felicità fosse posta soltanto nella virtù l'uomo dovrebbe sempre determinarsi a praticarla, giacchè secondo il principio universalmente ammesso in Metafisica l'anima umana non può volere se non ciò, che bene per qualche parte gli sembra, e non può non volere se non ciò, che come male vien da lei considerato. Laonde se la felicità non fosse posta, che nella virtù l'uomo non potrebbe giammai determinarsi a praticare il vizio. E qui preghiamo gli <hi rend="italic">Stoici</hi> a non allontanarsi dalla proposta questione, giacchè noi non ricerchiamo qual dovrebbe essere il fine di tutte le umane azioni, ma quale realmente egli è, e però essendo certo, che l'uomo non tende nelle sue azioni soltanto all'acquisto della virtù, che anzi bene spesso dirigge le sue operazioni ad un fine del tutto opposto può sicuramente affermarsi, che la felicità, che l'uomo proccura in ogni sua azione di conseguire non è posta nella sola virtù.</p>
<p>Più magnifica, sebbene non meno falsa delle precedenti si è l'ipotesi di Platone per intender la quale fa di mestieri rimontar più alto. Platone, il quale s'immaginava, che le nostre anime avessero esistito prima della loro congiunzione col corpo supponeva, che queste anime avessero contemplate, e vedute assai davvicino le idèe del buono, del bello, del giusto, dell'onesto ec. ed avessero apprese tutte le scienze, che quasi del tutto furon poste da esse in dimenticanza nel momento della loro unione coi corpi. E qui fa d'uopo avvertire che Platone supponea che l'idèe astratte delle cose, come quelle del bello, del buono etc. esistessero ancora fuor dell'anime nostre, e fossero immutabili eterne, e assolutamente necessarie, il che è certamente ammissibile qualora si considerino queste idèe come esistenti nella mente Divina della qual cosa parlasi assai diffusamente da' Metafisici nell'ontologìa. Ora considerando Platone la bellezza, e grandezza di queste idèe affermò, che l'uomo qualora avesse nel corso di sua vita rettamente operato conseguirebbe dopo morte il bene secondo il suo parere inestimabile di appressarsi di nuovo all'idèa della bontà, e che considerandola, e come immergendosi nella contemplazione della medesima sarebbe perfettamente felice. Questo genere di ultimo fine non è certamente ammissibile, giacchè se la felicità non fosse posta, che nella contemplazion di un'idèa l'uomo dovrebbe in ogni sua azione tendere a conseguirla eppure tutto l'opposto ci persuade l'interno testimonio della propria conoscenza. Laonde la contemplazione di queste idèe non può chiamarsi il fine delle operazioni dell'uomo, e per conseguenza la felicità non è posta solamente nella contemplazione sopraddetta. Ed infatti come può mai dirsi, che <hi rend="italic">Giulio Cesare</hi> allorquando violati gli ordini della repubblica passato il Rubicone assalita l'Italia portossi a Roma, e discacciati con minaccie coloro, che contrastar gli voleano l'ingresso al pubblico erario ingiustissimamente se ne impadronì come può mai dirsi che egli in tutto il corso di queste iniquissime azioni ad altro non tendesse, che all'acquisto della contemplazion di un'idèa? Come può dirsi che <hi rend="italic">Milziade</hi> il terror de' Persiani superate, e sconfitte a <hi rend="italic">Maratona</hi> le loro truppe con un numero dieci volte minore di armati, e liberata la Grecia dai barbari, e l'Europa dal terrore apportatogli dai medesimi s'impadronì di moltissime città, ed isole, che prestato aveano ajuto ai Persiani come può dirsi che nel corso di tutte queste valorosissime azioni ad altro egli non tendesse, che a contemplar davvicino l'idèa del buono? E se questo non può in modo alcuno affermarsi come poi affermarsi potrà, che la felicità non sia posta, che nella contemplazion di un'idèa mentre gli uomini a tutt'altro tendono nelle loro operazioni? Nè qui si ricerca quale esser debba l'ultimo fine delle umane azioni, ed in che sia posta quella felicità, che l'uomo ricercar dee nell'operare, ma quale realmente sia il fine delle azioni umane, ed a che tendano gli uomini in qualsivoglia loro operazione. Che se nel contrario aspetto si riguardi la Platonica ipotesi ella è certamente consentanea in gran parte, a quanto insegnato ci viene dalla Cattolica Fede, la quale ci ammaestra, che l'unica vera felicità dell'uomo non è posta, che nel conseguimento dell'eterna Vita, e che tutte le altre sorte di felicità non sono, che chimere, il che però non toglie, che l'uomo non tenda nelle sue azioni ancora al conseguimento di queste. È dunque da ricercarsi quale precisamente sia il fine delle umane azioni, e questo è ciò, che assai chiaramente vien mostrato da Aristotele Filosofo di Stagira.</p>
<p>Egli afferma adunque, che la felicità civile ossìa di un uomo, che vive nel consorzio de' suoi simili è posta nella somma di tutti i beni, che si convengono alla natura dell'uomo. Nulla di più facile a dimostrarsi. La natura dell'uomo si è la ragionevolezza, e un essere ragionevole ama la virtù, i piaceri, la gloria, la scienza, la propria comodità, e tutto ciò ricerca nelle sue azioni. Un essere ragionevole ama i proprj simili, gli amici, i congiunti, e proccura nelle sue azioni il loro bene quantunque benespesso al proprio il posponga. Un essere ragionevole conosce la necessità dell'esistenza di un Essere Supremo, la sua sovranità sopra tutte le creature, il diritto, che egli ha di essere da queste onorato, ed ubbidito, e proccura nelle sue azioni la gloria il culto l'ubbidienza a questo Essere, o in se medesimo, o negli altri. Vero è che l'uomo assai sovente si allontana dalle regole prescrittegli dalla ragione, e tutt'altro ricerca, che la virtù, il bene de' suoi simili, la gloria, ed il culto dell'Essere Supremo ma ciò avviene perchè oltre alla ragione appartengono alla natura dell'uomo ancora le passioni, da cui lasciandosi egli guidare non ascolta le voci della ragione, che gli grida di seguir mai sempre nell'operare le leggi naturali.</p>
<p>Posta adunque questa ipotesi egli è assai facile il comprendere come un uomo esser possa più felice di un altro giacchè colui, che è più giusto più temperante, più prudente, e più forte, colui, che meglio segue i dettami della ragione, colui finalmente, cui meno rimane a desiderare di quei beni, che si convengono alla natura dell'uomo, e specialmente in quanto egli è creatura ragionevole sarà più felice di quelli, cui più rimane a desiderare di quei beni, che alla natura dell'uomo si confanno. Nè occorre qui combatter l'opinione degli Stoici, i quali affermando, che felice esser non può se non quello, che pervenne ad un tal grado di virtù, che non può giammai dagli uomini oltrepassarsi vengono a dedurne, che l'uno non può essere più felice dell'altro. La falsità di questa proposizione viene bastantemente dimostrata dalla falsità del principio medesimo, da cui vien dedotta essendo assai chiaro, che un uomo può chiamarsi virtuoso, e felice sebbene giunto non sia ad un tal grado di virtù, che giammai non possa dagli uomini oltrepassarsi. Se si ammettesse diffatto l'opinion degli Stoici l'acquisto della Felicità sarebbe non solo difficilissimo ma, quasi dissi, impossibile. Ma di ciò si è detto abbastanza: parleremo ora delle varie maniere di beni.</p>
<p>Sonovi alcuni, i quali dividono i beni in dilettevoli, ed onesti. In ciascuno di questi beni ritrovasi il piacere con questa differenza però, che ne' dilettevoli si trova il piacere ricercandolo, laddove negli onesti si ritrova senza cercarlo. Alcuni aggiungono a questi beni quelli, che essi appellano utili senza avvedersi, che l'utile non è per se medesimo un bene, ma un mezzo per giungere all'acquisto del bene. E riguardo a ciò, che appellasi utile ell'è questione agitata tra i Filosofi se l'azione contraria alle leggi naturali possa giammai chiamarsi utile. Tenendo gli Stoici per fermo principio, che la felicità non sia posta, che nella virtù affermano, che questa sorta di azioni non può giammai chiamarsi utile giacchè non conduce anzi allontana l'uomo dalla felicità allontandolo dalla virtù. Questa opinione però potrebbe facilmente dimostrarsi falsa per esser falso il principio su cui ella è fondata: ma in qualunque modo ciò esser si voglia, è certo, che le azioni opposte alle leggi naturali come ancora alle leggi Divine, e civili non possono giammai chiamarsi veramente utili giacchè essendo la felicità civile posta nella somma di tutti i beni che si convengono alla natura dell'uomo, e per conseguenza non meno nel piacere, che nella virtù, utili chiamarsi non possono, che quelli i quali, o all'uno, e all'altra conducono l'uomo, o all'uno soltanto senza allontanarlo dall'altra, non mai però quelle, che conducendo solo al piacere allontanano l'uomo dalla virtù.</p>
<p>Noi terminiamo coll'affermare, che in questa sola è riposta la vera felicità civile, e naturale, e che questa è il solo mezzo per giungere a quella felicità, cui solo tendere dovrebbono i pensieri, e le operazioni tutte dell'uom Cattolico. Possano finalmente riconoscer gli uomini questa importantissima verità, e indirizzarsi a quel fine, che solo forma lo scopo di tutti i precetti della Moral Filosofia.</p></div1>
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