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      <title>Della fama di Orazio presso gli antichi</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<head>DELLA FAMA DI ORAZIO PRESSO GLI ANTICHI</head>
<p>Se incomparabili e soli autori di bella letteratura furono in tutta l'antichità i Greci e i Latini, (e possa chi lo nega rimanersi in pace eternamente nella beatissima opinion sua), manifesta cosa è che in somma riverenza e in pregio altissimo debbesi avere i giudizi che delle opere di genio (dirò alla francese per nol saper dire altramente) portarono essi medesimi, ove sia vero che quella età ben giudica la quale ben fa. Per che assai volte meco ho deplorato di cuore lo infelicissimo smarrimento della grande opera che “Catalogo degli Scrittori d'ogni maniera“ si intitolava, partita in ben centoventi libri, e lavoro di Callimaco, il caro scrittor degl'Inni e di tante altre cose che al mondo non son più: a non dir nulla dell'altra pure assai vasta in cui di molti e molti antichi scrittori ragionava e diceva sua sentenza il gran Critico di Longino. Certo troppo amaro lamento non potrò far mai contra quegli scioperati degli antichi scrivani e que’ disgraziati de’ barbari secoli, che tante operacce degne che per esse ci dian
<quote rend="block"><lg>
<l>qualche diletto</l>
<l>Le monachine quando vanno a letto,</l>
</lg></quote>
con impertinente diligenza e copia di esemplari ci hanno trasmesso, mentre, colpa della loro sciaguratissima goffaggine, tante fatiche di sublimissimi ingegni, tanti carmi di divini cantori, tanti dolcissimi frutti di amabili fantasie nati in terre sopra quante ne vede il sole benedette dalle nove sorelle, sono morti per sempre e non altramente che se mai non fossero stati al mondo, inutili ed in gran parte ignoti per tutti i secoli alla posterità: sì che par non si possa correre la Biblioteca greca del Fabricio senza piangere e dispettare, da che un terzo di quella è indice de’ danni che il tempo ci ha fatto, e un altro terzo, de’ servigi che non ci ha fatto. Chi più che di buon grado non darebbe le ridicole stampite di Proclo sopra Platone, e le vergognose baie d'Artemidoro sopra i sogni, e le mortali disputazioni di Alessandro Afrodisiense, di Ammonio, del Filopono di Olimpiodoro, di Siriano, e tutta quella farragine di alchimisti greci che è uno sfinimento a leggerne l'indice, e due terzi della soprabbondantissima mano di Grammatici e di Rettorici stampati o manoscritti, e gran parte di Filone, di Sesto Empirico, di Porfirio, dei misteri di Plotino più eterni che l'argomento del settimo della terza Enneade, dei comenti di Simplicio, delle ciarle d'Aristide e di Libanio, della frotta di cose apocrife che ci avanza, e della immensa marmaglia di libri manoscritti che non si stampano perchè non si leggerebbero, in pagamento di alcuno dei tanti poemi perduti che gli antichi citano sotto il nome di Omero, delle estinte poesie di Alceo, di Anacreonte, di Simonide, di Stesicoro e di quella gran donna di Saffo di cui abbiamo poco più che niente; di qualche tragedia delle trecento e più che di Eschilo, di Sofocle, di Euripide furono e non sono più al mondo; delle orazioni di Licurgo e d'Iperide: delle opere astronomiche geografiche e cronografiche di Aristarco Samio, di Eratostene e d'Ipparco, degl'<title>Idilli</title> smarriti di Teocrito, di Bione, di Mosco, dell'<title>Elegie</title> di Callimaco che fu tenuto principe in questo genere di poesia, dei venticinque libri perduti di Diodoro siciliano, e degli altri tanti e tanti di Dione Cassio, delle <title>Vite</title> di Epaminonda di Scipione di Esiodo di Pindaro e di altri molti scritte da Plutarco, delle storie astronomiche di Teofrasto e di Eudemo, e della geometrica del secondo: anzi chi per ogni tomo in foglio di quelle misere opere non istarebbe contento ad un volumetto di queste preziosissime? Ma perchè il lamento sarebbe infinito e di niuna utilità, e noi sul bel principio di cammino piegheremmo dalla via, come dicono i Latini, ad un viottolo che ci menerebbe le mille miglia lontano dall'argomento, tornerò in sentiero e dirò come mi piace di ragionare (già si sa brevemente) della nominanza in che Orazio fu presso gli antichi: della sua nominanza, non di lui; perchè niuno s'aspetti che delle sue opere o di altra cosa che lo ragguardi, io dica parola non detta dagli antichi Scrittori.</p>
<p>E per cominciare con buona cronologia dai contemporanei, basta aver letto la <title>Vita</title> che di Orazio lasciò Svetonio, per sapere non esser lui stato di coloro cui fama sopraggiunge dopo la morte, e tristissima necessità stringe ad appellare alla sentenza de’ posteri: che anzi, se i beneficii e la famigliarità de’ Grandi fan beato un sapiente, egli fu beatissimo e rarissimo esempio di felicità: imperocchè Mecenate a lui uscito di bassa stirpe giunse a indirizzare quell'epigramma:
<quote rend="block">
<lg lang="lat">
<l>Ni te visceribus meis, Horati,</l>
<l>Plus iam diligo, tu tuum sodalem,</l>
<l>Ninno me videas strigosiorem:</l>
</lg></quote>
e ad Augusto scrisse: <quote rend="block">“Di Orazio Flacco ti ricordi non altramente che di me“:</quote><note place="foot"><foreign lang="lat">Horatii Flacci ut mei esto memor.</foreign><bibl>Maecenas, ad August. ap. Sveton., V. Horat.</bibl></note> lo imperatore poi adoperava seco in guisa, che amico con amico di pari condizione non può nè più famigliarmente nè più piacevolmente adoperare. Ed anco da uomini, per altro grandi che per la fievolezza de’ cittadini, fu egli tenuto in alta stima, avvengachè Virgilio, Tibullo, Vario ed altri tali di quel tempo ebbe amicissimi, e morto fu commendato da Ovidio in quel distico ove si dà lode all'armonia de’ suoi versi:<note place="foot"><bibl>Ovidius, Trist., Lib. 4, Eleg. 10.</bibl></note>
<quote rend="block">
<lg lang="lat">
<l>Et tenuit nostras numerosus Horatius aures</l>
<l>Dum ferit Ausonia carmina culta lyra.</l>
</lg></quote></p>

<p>Mezzo secolo appresso piacque a Petronio in Orazio certa <foreign lang="lat">curiosa felicitas</foreign>, e il fa palese egli là dove, detto doversi "dare opera che le sentenze non risaltino dal corpo del discorso, ma facciano ben vedere come colori onde veste è intessuta", cita Omero e i Lirici e Virgilio e quella proprietà di Orazio. <note place="foot"><foreign lang="lat">Praeterea curandum est ne sententiae emineant extra corpus orationis expressae, sed intexto vestibus colore niteant. Homerus testis et Lyrici, Romanusque Vergilius et Horatii curiosa felicitas.</foreign><bibl>Petronius, Satyric.</bibl></note>Dilicato, <foreign lang="lat">gracilem</foreign> chiamollo nella stessa età Lucano, ove egli sia autore del poemetto a Pisone che se gli ascrive:<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Maecenas alta Thoantis</l>
<l>Eruit, et populis ostendit nomina Graiis.</l>
<l>Carmina Romanis etiam resonantia chordis</l>
<l>Ausoniamque chelyn gracilis patefecit Horati.</l></lg>
<bibl>Lucanus, ad Calpurn. Pison. ver. 227.</bibl></note>
e Marziale alquanto dopo diè vista di tenerlo principe de' latini lirici;
<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Sic Maro nec Calabri tentavit carmina Flacci,</l>
<l>Pindaricos posset cum superare modos.</l></lg>
<bibl>Martialis, Epigr. lib. 8, Ep. 18.</bibl></note>
sì come anco in più bassi tempi Ausonio
<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Te praeunte, nepos, modulata poemata Flacci</l>
<l>Altisonumque iterum fas est didicisse Maronem.</l></lg>
<bibl>Ausonius, protrept. ad nepot., vers. 57.</bibl></note>
e S. Girolamo<note place="foot"><p><foreign lang="lat">Denique quid Psalterio canorius? quod in morem nostri Flacci et Graeci Pindari, nunc iambico currit, nunc alcaico personat, nunc sapphico tumet, nunc semipede ingreditur. Hieronymus, Praef. in Chron.</foreign></p></note>
e Sidonio Apollinare<note place="foot"><p><foreign lang="lat">In lyricis autem Flaccum sequutus, nunc ferebatur in iambico citus, nunc in choriambico gravis, nunc in alcaico flexuosus, nunc in sapphico inflatus... ut eum iure censeres post Horatianos et Pindaricos cycnos gloriae pennis evolaturum.<bibl>Sidonius Apollinaris, Epist. lib. 8, ep. 11.</bibl>Praeter hoc poscis ut Horatiana incude formatos Asclepiadeos tibi quospiam quibus inter bibendum pronuntiandis exercearis, transmittam.</foreign><bibl>Idem, l. c., lib. 9, ep. 13.</bibl></p>
<lg lang="lat">
<l>Sed tu per Calabri tramitis aggerem</l>
<l>Vis ut nostra dehinc cursitet orbita,</l>
<l>Qua Flaccus lyricos Pindaricum ad melos</l>
<l>Fraenis flexit equos plectripotentibus.</l>
</lg>
<bibl>Idem, l. c.</bibl>
<lg lang="lat">
<l>At uterque vatum si lyrae poeticae</l>
<l>Latiare carmen aptet absque Dorico,</l>
<l>Venusina, Flacce, plectra ineptus exeras.</l>
</lg>
<bibl>Idem, l. c., ep. 15.</bibl></note>
che nel secolo quinto l'antipose ad Alceo,<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Nunc stylus aut Maronianus,</l>
<l>Aut quo tu Latium beas, Horati,</l>
<l>Alcaeo potior lyristes ipso.</l>
</lg><bibl>Idem, l. c., lib. 8, ep. 11.</bibl></note>
ed annoverò in cinque versi tutte le sue opere;
<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Non quod per satyras epistolarum</l>
<l>Sermonumque sales novumque epodon,</l>
<l>Libros carminis ac poeticam artem,</l>
<l>Phoebi laudibus et vagae Dianae</l>
<l>Conscriptis voluit sonare Flaccus.</l></lg>
<bibl>Idem, Carm. 9, vers. 218.</bibl></note>
e Venanzio Fortunato che nel sesto secolo il disse Pindarico, e in altro luogo, a sè singolarmente caro.<note place="foot">
<lg lang="lat">
<l>Pindarus Graius, mens inde Flaccus</l>
<l>Sapphico metro modulante plectro,</l>
<l>Molliter pangens citharista blando</l>
<l>Carmine lusit.</l></lg>
<bibl>Venantius Fortunatus, Poemat. lib. 8, cap. 7, ver. 9.</bibl></note>E questo delle Odi. Delle Satire bello elogio fe’ Persio (e bene a lui si conveniva parlarne) in quel noto passo:<note place="foot"><bibl>Pers. Sat. I, ver. 116.</bibl></note>
<quote rend="block">
<lg lang="lat">
<l>Omne vafer vitium ridenti Flaccus amico</l>
<l>Tangit, et admissus circum praecordia ludit,</l>
<l>Callidus excusso populum suspendere naso.</l></lg>
</quote>Ed anche Giovenale, giudice egli pure competentissimo, onorevolmente ricordolle là dove disse:<note place="foot"><bibl>Iuvenalis, Sat. I, ver. 51.</bibl></note><quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Haec ego non credam Venusina digna lucerna?</l>
<l>Haec ego non agitem?</l></lg></quote>
</p>

<p>Intorno di due secoli poi, quelle, emendatissime, e l'autor loro, massimo poeta chiamò Lattanzio; <note place="foot"><foreign lang="lat">Sed Flaccus ut satyrici carminis scriptor, derisit hominum vanitatem... Denique poeta maximus, homo in caeteris prudens, in hoc solo non poetice sed aniliter desipuit, cum in illis emendatissimis libris etiam fieri hoc iubet.</foreign><bibl>Lactantius, Divin. Instit. lib. 2, cap. 4.</bibl></note> ed assai appresso uno degli antichi comentatori di Orazio disse avere la sua satira l'asperità di Lucilio e la soavità di Giovenale, e tenere il mezzo tra le satire di questi due.<note place="foot"><foreign lang="lat">Horatii Satyra inter Lucilii et Iuvenalis Satyram media est. Nam et asperitatem habet ut Lucilius et suavitatem ut Iuvenalis. Schol. Vet. in Horat.</foreign></note>
Ma troppo più autorevole è il giudizio di Quintiliano che delle <title>Satire</title> e delle <title>Odi</title> lasciò scritto: <quote rend="block">“Io quanto da essi, altrettanto da Orazio disconsento, il quale fa stima che Lucilio corra limaccioso, di maniera però che v'abbia alcun che da poterne raccogliere: perocchè in lui è meravigliosa erudizione e libertà, e quindi acerbezza e copia di sali. Molto più limpido e puro si è Orazio, scrittor precipuo per lo rimprocciamento degli umani costumi... Ma de’ Lirici presso che solo merita che lo si legga l'istesso Orazio. Avvengachè si leva a quando a quando, ed è ricco di giocondità e di grazia, e nell'uso di diverse figure e parole felicissimamente ardito“.</quote><note place="foot"><foreign lang="lat">Ego quantum ab illis, tantum ab Horatio dissentio qui Lucilium fluere lutulentum, et esse aliquid quod tollere possis, putat. Nam et eruditio in eo mira, et libertas, atque inde acerbitas et abunde salis. Multo est tersior ac purus magis Horatius, et ad notandos hominum mores praecipuus... At Lyricorum idem Horatius fere solus legi dignus. Nam et insurgit aliquando, et plenus est iocunditatis et gratiae, et variis figuris et verbis felicissime audax.</foreign><bibl>Quintilianus, Instit. Orat. lib. 10, Cap. 1.</bibl></note>. L'autore del <title>Dialogo sulle cause della corrotta eloquenza</title> dice che si volea a que' tempi in un oratore <quote rend="block">“certa poetica avvenenza, non lorda della ruggine d'Accio e di Pacuvio, ma cavata del sacrario di Orazio, di Virgilio, di Lucano“</quote>, <note place="foot"><foreign lang="lat">Exigitur enim iam ab Oratore etiam poeticus decor, non Accii aut Pacuvii veterno inquinatus, sed ex Horatii et Virgilii et Lucani sacrario prolatus.</foreign><bibl>De causis corruptae eloquentiae, Cap. 20.</bibl></note> e ripiglia coloro che leggeano Lucilio e Lucrezio in vece di Orazio e Virgilio. <note place="foot"><foreign lang="lat">Sed vobis utique versantur ante oculos qui Lucilium pro Horatio, et Lucretium pro Vergilio legunt.</foreign><bibl>Ibid. cap. 23.</bibl></note>. All'ultimo, dello imperatore Alessandro Severo si ricorda per Lampridio che dilettavasi di leggere Orazio; <note place="foot"><foreign lang="lat">Latina cum legeret, non alia magis legebat quam de Officiis Ciceronis et de Republica; nonnunquam et Oratores et Poetas in queis Serenum Sammonicum quem ipse noverat et dilexerat, et Horatium. Lampridius,</foreign><bibl>in Alex. Severo.</bibl></note> e di un Passieno Paolo poeta Lirico ed Elegiaco dice Plinio il giovane, suo amicissimo, che fu grande imitatore del nostro nelle <title>Odi</title>, e di Properzio che ebbe tra' suoi maggiori, nelle <title>Elegie</title>.<note place="foot"><foreign lang="lat">Nuper ad lyrica deflexit in quibus ita Horatium ut in illis (elegis) illum alterum (Propertium) effingi putes; si quid in studiis cognatio valet, etiam huius propinquum: magna varietas, magna nobilitas.</foreign><bibl>Plinius, Epist. lib. 9, ep. 22.</bibl></note></p>
<p>Ma, dirà taluno per avventura, che vuoi tu insegnarci con coteste tue ciance? Che di Orazio fecero grandissima stima gli antichi sì come noi? E nol sapevamo già per noi stessi senza una filastroccola di citazioni? Rispondo che per lo contrario voglio farti sapere come Orazio presso i più antichi (nota che io dissi i più antichi e non gli antichi, e volli dire quelli de’ primi secoli dopo lui) non fu in quella nominanza altissima che per noi si crede; e questo è il fine principale del mio ragionare. Sappi dunque che Orazio non fu ne’ più antichi tempi tenuto sì grande e sovrano poeta come ora si tiene, e come Virgilio in tutti i tempi, ed egli stesso dopo non guari spazio si tenne. E che sia vero, ecco un luogo di Frontone: e sarà questa forse la prima volta che in Italia si allega l'autorità e le parole di questo prestantissimo scrittore. Parla di una sua Orazione. “Assai facezie hammi somministrato in quel luogo Orazio Flacco, ricordevol poeta, e a me, per amor di Mecenate e de’ Mecenaziani orti miei, non discaro“. <note place="foot"><foreign lang="lat">Plane multum mihi facetiarum contulit istic Horatius Flaccus, memorabilis poeta, mihi que propter Mecenatem et Mecenatianos hortos meos non alienus.</foreign><bibl>Fronto, Epist. ad M. Caesar., lib. I, Ep. 1.</bibl></note>Non ti par egli che Frontone, dicendo Orazio poeta non isprezzabile, quasi discordi dalla comune sentenza? e per qual misera ragione! perchè possedea gli orti che erano stati di Mecenate? Io certo meravigliai non poco quando prima lessi queste parole. Chi tra noi dicesse: Orazio non mi spiace, direbbe ridicola cosa; men ridicola chi dicesse: Orazio non mi va a gusto. E' si convien dunque dire o che Frontone scrisse cosa insulsissima, che di quello esimio ingegno non voglio nè potrei credere; o che Orazio a quel tempo, se per molti dottissimi uomini si riputava gran poeta, non era tuttavolta per comune consentimento pervenuto a quel supremo grado di fama che tiene ora presso noi. Questo m'appare evidente. Un Fiorentino potrebbe dire: Il Cavalcanti, per cagione della patria, non m'è spiacevole; poichè questo poeta non è di sì alto merito e fama che tutti insieme fuori d'ogni dubitazione ne convengano: ma non senza stoltizia direbbe: Dante è poeta ricordevole e a me, per amore della sua patria e mia, non disgrato; perocchè Dante, per ogni sano di Firenze o d'altro luogo, è tenuto non già ricordevole, ma divino. Poichè dunque Frontone disse Orazio non essergli disaggradevole, ed aggiunse lepida ragione, “per amor di Mecenate e degli orti miei Mecenaziani“, ci bisogna pensare che Orazio non fosse allora giunto a tanto altissima rinomanza da fare che alcuno non potesse senza destar maraviglia sentire men che onorevolmente delle sue opere; sì come non v'è giunto il Cavalcanti mentovato a cagione di esempio.</p>

<p>Altra prova recherò, tuttochè non così poderosa. Ho io in un codice scritto nel 1475, vivente l'autore che morì due anni appresso, due piccole opere non anco stampate di Pier Candido Decembrio, la prima delle quali che s'intitola <title>Peregrinae historiae libri tres</title>, ha nel fine un capo colla inscrizione <title>Epilogus de Imperatoribus illustribus et Poetis</title>; e tra i poeti de’ quali vi si ragiona è il nostro. È da notare come in ambedue le operette, soventi volte (che era costumanza degli scrittori di que’ tempi) l'autore usa luoghi e sentenze di antichi Latini senza far motto di essi;<note place="foot">A cagion d'esempio, nell'altra operetta, <title>Grammaticon libri duo</title>, cioè <title>Liber primus de usu et antiquitate scribendi</title> e <title>Liber secundus de proprietate verborum latinorum</title>; <bibl>faccia 109 del Codice libro I</bibl>, si legge d'Augusto: <foreign lang="lat">Is quippe in epistolis suis assidue ponit baccolum </foreign>leggi: <foreign lang="lat">baceolumpro stulto, apud pullum, pulleaceum, et pro cerrito,vacerrosum, et vapide se habere pro male, et beticare </foreign>cioè<foreign lang="lat">, betissare<hi rend="italic">pro languere. Item</hi> simus <hi rend="italic">pro sumus, et</hi> domis</foreign>leggi:<foreign lang="lat">domos<hi rend="italic">in genetivo casu singulari pro domus</hi></foreign>.Tutto questo presso Svetonio che usa le stesse parole e non è citato dal Decembrio, occorre nella <bibl>Vita di Augusto, capo 87</bibl>. Nota intanto in quel <hi rend="italic">baceolum</hi> che taluno presso Svetonio mal vorrebbe cangiare in <foreign lang="lat"><hi rend="italic">bacelum</hi></foreign>, ed è diminuitivo di <foreign lang="lat"><hi rend="italic">baceum</hi></foreign>, la manifestissima origine della parola <hi rend="italic">baggeo</hi> (onde <hi rend="italic">baggiano, baggianata, baggiane</hi>) che vale inetto, scempiato, ed è portata senza esempio dalla Crusca, solo avvertendosi che è voce bassa.</note> perchè potrebbe aver tolto a qualche antico quello che dice di Orazio, e che io qui trascrivo. Ecco le sue parole:<quote rend="block"><foreign lang="lat"><hi rend="italic">Horatius Flaccus libertino patre natus, ob scientiam atque poesim, clarorum hominum benevolentiam adeptus est. In primisque Mecenati illi magno a Virgilio commendatus,</hi> (Cod. comendatus) <hi rend="italic">ad lirica carmina se convertit, in quis miram consequutus</hi> (Cod. consetus) <hi rend="italic">laudem et gloriam, variis sub inde sermonibus et epistolis, opus licet parvum, praecipuae tamen utilitatis potius quam venustatis effecit. Addidit et limaciorem in poeticis scribendi artem atque doctrinam quam poetriam appellat; ditior profecto sententiis, eloquentia vero horridior et inferior, licet nonnullis ea dicendi austeritas non secus quam in vino amaritudo quaedam oblectet. Eius tamen ingenium philosophiae potissimum, et quidem Epicureorum sectae, inclinare propensius visum est: ut nec nudis verbis abstineat, et plerumque sententiis minus honestis et obsoletis abutatur: auctoritate tamen summorum virorum, ac scribendi studio et disciplina, merito praeclaris poetis annumerandus est</hi></foreign></quote>. E seguita dicendo di Giovenale:<quote rend="block"><foreign lang="lat"><hi rend="italic">Iunius Iuvenalis Aquinas, id enim oppido nomen est, oriundus, Horatio Flacco aetate atque ordine posterior, eloquentia ingenio suavitate atque doctrina longe prior</hi></foreign></quote>. Quest'è giudizio assai disfavorevole al misero Flacco. E potrei anche allegare il silenzio di Velleio, che certo a chi tenga altra opinione che la mia parrà maraviglioso; perocchè quegli annoverando gli Scrittori dell'aureo secolo, ricorda Cicerone, Ortensio, Crasso, Catone, Sulpicio, Bruto, Calvo, Giulio Cesare, Messala Corvino, Sallustio, Varrone, Lucrezio, Catullo, Virgilio <foreign lang="lat"><hi rend="italic">principem carminum</hi></foreign>, Livio, Tibullo, Ovidio, e sino a Calidio, Celio, Pollione, Rabirio; e d'Orazio non ha parola.<note place="foot"><bibl>Velleius, Hist. lib. II, cap. 36</bibl></note>. E certo, comecchè gli argomenti negativi sieno per lo più di scarso peso, ove si tratti di rinomanza, non è così, manifesta cosa essendo che non è molto famoso colui di chi si tace, se già non fosse un Erostrato.</p>

<p>Ora avendo io, se non erro, fatto bastevolmente chiaro avere Orazio presso i più antichi tenuto altro grado di fama da quello che presso noi tiene, parmi sia da cercare la cagione di questa differenza. Niun dica l'antichità riputarsi dal volgo pregio massimo di uno Scrittore, e Frontone, il quale fu un secolo e mezzo dopo Orazio, esser vivuto in età che questi non si poteva anco dire antico e però manco estimar classico da tutti: avvegnachè infiniti esempi mostrano un secolo e mezzo esser più che sufficiente a dar nome di antico e di classico a un grande Scrittore. E senza uscir d'Italia, nel seicento e nell'istesso cinquecento l'Ariosto e il Tasso si citavano come ora, così che i personaggi de’ loro poemi eran famosi tra noi a paro degli Omerici e de’ Virgiliani. E di Dante morto nel 1321 è noto che la <title>Divina Commedia</title> si leggeva e si spiegava nel 1373 pel Boccaccio in Firenze, e nello stesso secolo per Benvenuto de’ Rambaldi in Bologna, e per Francesco da Buti in Pisa, e per Gabriello Squaro in Venezia, e per Filippo da Reggio in Piacenza. Virgilio poi venne subito a quel grado di riputazione in che sempre è stato e starà eternamente, per modo che Properzio, quasi suo contemporaneo, scrisse della <title>Eneide</title> il notissimo distico: <note place="foot"><bibl>Propertius, Eleg. lib. II, El. 34, ver. 65.</bibl></note></p>
<lg lang="lat">
<l>Cedite Romani Scriptores, cedite Graii:</l>
<l>Nescio quid maius nascitur Iliade; </l></lg>
<p rend="noindent">e Ovidio contemporaneo di Properzio disse che di quel poema <foreign lang="lat"><hi rend="italic">nullum Latio clarius extat opus</hi></foreign>,<note place="foot"><bibl>Ovidius, Art. amator. lib. III.</bibl></note> e altrove: <note place="foot"><bibl>Ovidius, Amor. lib. I.</bibl></note></p>
<lg lang="lat">
<l>Tityrus et segetes AEneiaque arma legentur</l>
<l>Roma triumphati dum caput orbis erit;</l></lg>
<p rend="noindent">e Silio Italico per età assai meno distante da Virgilio che Frontone da Orazio, scrisse della patria del poeta: <note place="foot"><bibl>Silius Italicus, de Bel. Punic. secun. lib. 8.</bibl></note></p>
<lg lang="lat">
<l>Mantua Musarum domus, atque ad sidera cantu</l>
<l>Evecta Andino, et Smyrnaeis aemula plectris;</l></lg>
<p rend="noindent">onorava poi grandemente la sua immagine e solennizzava il dì natale di lui “più religiosamente che il proprio, massime in Napoli dov'era uso di recarsi al suo monumento come a tempio“;<note place="foot"><bibl>Plinius, Epist. lib. III, Ep. 7.</bibl></note> e Stazio nel fine della Tebaide disse favellando al suo poema:</p>
<lg lang="lat">
<l>Nec tu divinam AEneida tenta,</l>
<l>Sed longe sequere, et vestigia semper adora:</l></lg>
<p rend="noindent">e Giovenale:<note place="foot"><bibl>Iuvenalis, Sat. XI.</bibl></note></p>
<lg lang="lat">
<l>Conditor Iliadis cantabitur, atque Maronis</l>
<l>Altisoni dubiam facientia carmina palmam. </l></lg>


<p>A bello studio ho voluto recare tutti questi passi, perchè si noti la differenza che fu ne’ primi tempi tra la fama di Virgilio e quella di Orazio. Posciachè noi, occorrendo di mentovare insieme questi due poeti, diciamo senza badare, così Orazio e Virgilio come Virgilio e Orazio; ma altramente andò la bisogna presso i più antichi, nè Frontone avrebbe mai detto, Virgilio esser poeta degno di ricordazione e a sè non disgrato per cagione d'una bagattella, Frontone il quale si valse di Virgilio come d'autor precipuo di lingua ne’ suoi <title>Exempla elocutionum</title>.</p>

<p>Cagion prima di questa difformità io reputo essere stata la difformità delle opere. La <title>Eneide</title> vasto poema di grande argomento ed ai Romani grato in singolar guisa, creduto per molti infin dal suo nascere, superiore all'<title>Iliade</title>, all'<title>Iliade</title> creduta per tanti secoli impareggiabile, comprese gli animi di stupore e fece immantinente aver l'autor suo per lo poeta dell'altissimo canto tra’ latini. Le piccole <title>Odi</title> di Orazio lette con piacere da molti, con maraviglia da pochi, non poteano nè per la mole nè per l'argomento loro levarsi subito a sì alto grido; e le <title>Satire</title> e le <title>Epistole</title> giudicate per assai gente prosa misurata, e dall'autore medesimo intitolate <title>Sermoni</title>, si riputarono per lo volgo buoni componimenti e nulla più. E chi farà matura considerazione sopra i Lirici e gli Epici di ciascun popolo, verrà chiaro che i secondi tengono d'ordinario nella comune estimazione più alto grado che i primi, non solo perchè la perfezione, se è sì difficile e necessaria in ogni genere di poesia, difficilissima e necessarissima è nella lirica; ma ancora perchè il volgo (e quando dico volgo, intendo non la plebe, ma la massima parte de' letterati, arbitra della fama degli Scrittori) suol dare più sublime luogo all'epica che alla lirica poesia. Il Petrarca, che appo noi sta degnissimamente allato dell'Ariosto e del Tasso, è raro esempio, nè la sua maniera di poesia può confondersi con quella di Orazio. E che talvolta appresso a qualche popolo, in qualche età anche felicissima, alcun genere di scrittura sia tenuto in poco pregio, il quale in altra felicissima età salga ad alta riputazione, si parrà chiaro per questo esempio. Chi negherà che secolo per le lettere venturosissimo sia stato il Cinquecento? Pure è noto che delle traduzioni si facea allora scarso conto, per modo che ’l Caro avendo impreso quella preclarissima dell'<title>Eneide</title> che l'ha fatto famoso, scriveva ad un suo amico: <quote rend="block">“So che fo cosa di poca lode traducendo d'una lingua in un'altra, ma io non ho per fine d'esserne lodato“</quote>. <note place="foot"><bibl>Caro, Lettere, Ediz. Ven. 1763, vol. 2, lett. 247.</bibl></note> E ne’ seguenti secoli sino al decimonono, non era quasi traduttore che nella prefazione della sua opera non recitasse una filatera sul pregio delle traduzioni, che per molti non si tenean buone ad altro che a metter le opere in condizione da esser lette per chi non ha appreso le lingue de’ testi. Ora finalmente si è conosciuto un gran traduttore essere un grande scrittore, e non poter dirsi raro perchè la Fenice non è rara. Imperciò non è maraviglia che Virgilio sommo poeta nel suo genere di poesia, fosse avuto da più di Orazio sommo poeta nel suo.</p>

<p>Frontone poi ebbe, se mal non avviso, particolar cagione di non amar grandemente il Nostro. Perocchè questi fu fabbricatore non assai scrupoloso di parole, onde gran novatore lo disse il Bentley: e basta leggere quello che in tal proposito ei lasciò scritto nell'Arte poetica, ove anco, sì come in altre sue opere, s'appalesò poco tenero degli antichi, e profferì contra Plauto quel famosissimo giudizio che <foreign lang="lat"><hi rend="italic">sine iudicio</hi></foreign> chiamò lo Scaligero, il quale, a dire del Lipsio, non leggea mai quel luogo senza uno sdegnuccio, <foreign lang="lat"><hi rend="italic">sine indignatiuncula</hi></foreign>. Queste cose a Frontone tenacissimo dell'antichità e sollecito oltremodo della purità della favella, non doveano saper buone. Ed io noto che Gellio, famigliare di Frontone ed amante anch'egli di quell'aurea purità, nelle <title>Notti Attiche</title> ove sì frequentemente si ragiona di parole e di grammatica, non citò Orazio che transitoriamente una volta, ma Virgilio sì bene assai volte allegò. Quanto al Decembrio, io penso che ’l suo disamore pel Nostro sia venuto dall'aver lui (o se la sua sentenza è tolta a qualche antico, colui ond'egli l'ebbe) antiposto la satira di Giovenale alla sua; che anco per altri s'è fatto: e di ciò non vo’ dir parola.</p>
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</TEI.2>
