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      <title>Relazione di Daniele Dolfin, 1793</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume quarto va dal 1658 al 1793.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1 n="Relazione finale di Daniel Dolfin (1793)">
<div2 n="Parte 1">
<opener><salute>Serenissimo Principe. </salute></opener>
<p>Con provido e sapiente consiglio istituirono i nostri maggiori, 
che i cittadini ritornando dagl'impieghi, e spezialmente dalle Ambasciate presso le Corti estere, debbano con apposita relazione 
sottoporre a venerati riflessi della publica autorità tutto ciò che 
rispetto alle interne cariche, che sostennero, o riguardo agli Stati de' 
Principi, presso cui fecero residenza, credono degno della cognizione 
dell'Eccellentissimo Senato. Questo è un doveroso tributo, che il cittadino 
è obbligato di consacrare alla Patria in ricambio della fiducia, 
ch'essa in lui collocò, e dell'onore, ch'egli ritrasse dal carattere luminoso, di cui fu rivestito dalla degnazione di Vostre Eccellenze. Da tali 
relazioni si forma in oltre un ammasso di cognizioni e di lumi, che 
possono al bisogno servire alle direzioni del Principato sì per l'interno governo de' sudditi, che per quegli esterni legami, che la 
maturità del Senato credesse tal volta opportuno d'incontrare. </p>
<p>Sostenuta per quasi sette anni consecutivi l'importantissima 
Ambasciata presso la Corte di Vienna, m'accingo ora con tutta 
quella diligenza, di cui sono capace, ad estenderne la relizione. 
Supplico istantemente Vostre Eccellenze onorarmi di benigna e cortese 
attenzione, poiché si tratta di una Potenza, che non solamente e 
delle primarie d'Europa, ma che ha infiniti rapporti colla Serenissima 
Repubblica, confinando quasi ovunque cogli Stati Veneti, e vigendo 
fra le due Sovranità una reciproca corrispondenza. </p>
<p>Per maggior ordine e chiarezza della materia dividerò questa 
mia relazione in tre sommi capi. Tratterò nel primo della forza intrinseca della Monarchia Austriaca. Esaminerò nel secondo i 
rapporti, che passano tra essa e le altre Potenze. Riserberò nel terzo 
l'argomento più importante, ch'è quello di versare sugli affari, e 
sugl'interessi immediati tra la Casa d'Austria, e Vostre Ececellenze. </p>
<p>A comodo dell'Eccellentissimo Senato ho divisato di esporre li 
sopraindicati sommi capi in tre dispacci separati. Questi potranno 
per conseguenza essere letti e assoggettati alle pubbliche Sovrane 
considerazioni in tre reduzioni di questo Augusto Consesso, e 
formeranno indi un totale dei moltissimi, vari, e importantissimi 
oggetti, che il lungo servizio prestato in tal impiego mi ha dimostrato 
come degni di riflesso. Confido tanto più, che la mia direzione 
ottenga il compatimento di Vostre Eccellenze quanto che avendo io seguito 
lo stesso metodo anche per la relazione dell'Ambasciata di Francia 
da me imperfettamente sostenuta per il non breve periodo d'anni 
sei, fui onorato della graziosa pubblica approvazione. </p>
<p>So che a mettere in chiaro, e a maneggiar degnamente argomento di sì gran peso, si richiederebbe penna migliore della mia, e 
mente più illuminata. Ma la pubblica clemenza saprà condonare i 
difetti di divoto cittadino animato dal desiderio ardentissimo di servire nel miglior modo la Patria, giacché procurerò supplire colla 
diligenza alla debolezza dell'ingegno, e alla scarsezza de' miei 
talenti. </p>
<p>Ho avuto l'onore di rappresentare l'Eccellentissimo Senato presso tre 
consecutivi Sovrani di Casa d'Austria. Allora che giunsi da Parigi 
in Vienna, regnava sul Trono Cesareo l'Imperator Giuseppe secondo di gloriosissima memoria. Questo Principe era dotato si somma 
perspicacia, e di un intendimento capace di abbracciare, e di estendersi sopra qualunque oggetto di governo. Successore alla troppo 
liberale Maria Teresa cercò con utilissime riforme economiche di 
estinguere i grandiosi debiti, di cui era aggravata la Monarchia, 
cominciando dal ristringere talmente le spese risguardanti la propria 
persona, che il di lui mantenimento non costò mai alcuna cosa allo 
Stato, essendo sempre vissuto con quel danaro, che ricavava da 
propri beni allodiali, e rifondendo anzi il resto di questi nel pubblico erario. Si applicò con incredibile assiduità agli affari, volle 
vedere tutto da sé. Corresse le antiche leggi, istituì un nuovo ordine 
forense. Fece un nuovo e più regolato catasto delle terre. Animò 
soprattutto e con ogni mezzo l'industria, ed il commercio, di modo 
tale che se le manifatture ed il traffico prosperano sensibilmente in 
adesso negli Austriaci Stati, e con esse aumenta la popolazione, ciò 
proviene dalli fondamenti gettati dalla di lui antivedenza. Propenso 
per principi di umanità, e di politica a sollevare dalla miseria la 
classe più indigente, ed insieme la più operosa del popolo, diminuì i 
privilegi de' Grandi e ristrinse la esorbitante ricchezza del clero. 
Ridusse ai termini dovuti la soverchia autorità della Corte di Roma, 
e soppresse superflui Conventi, facendo entrare le loro rendite in 
una cassa particolare detta di Religione destinata allo stabilmento di 
utili Parrocchie, Istituti, ed Ospedali, onde soccorrere più facilmente 
l'indigenza del povero. </p>
<p>Basterebbe per immortalare Giuseppe secondo, e renderlo 
celebre ne' fasti della storia e dell'umanità rammemorare i due cardinali editti emanati nel principio del suo regno. Con uno di questi 
libera, e scioglie la tanto vergognosa schiavitù, nella quale gemevano i sudditi della Boemia. Coll'altro, che vien nominato editto di 
tolleranza, si permette ai Protestanti, e ai Greci non Uniti, ossia 
Scismatici, di aver ovunque pubbliche chiese, esercitar la loro religione secondo il proprio rito, soggiornar, ottener l'Incolato, la Cittadinanza, e gl'Impieghi civili e posseder tranquillamente negli Stati 
Austriaci all'ombra delle leggi, nel mentre che per lo avanti non 
erano, che tacitamente tollerati. Da ciò provenne il sommo avvantaggio, che un gran numero di sudditi non porga più orecchio alle 
seduzioni di altre Corti, che hanno sempre cercato sotto tale pretesto di distoglierli, e farli disertare dai Domini della Casa d'Austria. 
Felice la Monarchia Austriaca, se allo spirito discernitore de' disordini 
e inventore de' piani utilissimi, quel Sovrano avesse saputo congiungere la paziente costanza per l'esecuzione, se non avesse ceduto 
troppo facilmente agli ostacoli, che insorgevano, se avesse posto più 
concatenamento d'idee ne' suoi sistemi, se si fosse abbatuto in Ministri, che di buona fede, e con persuasione d'animo avessero secondato le di lui mire salutari; e soprattutto se, a solo bene per 
verità di sollecitarne gli effetti, non si fosse spesse volte servito 
dell'odioso mezzo del dispotismo! Felice la Monarchia Austriaca, 
se l'alleanza colla Russia non avesse immerso Giuseppe secondo 
nella guerra contro i Turchi, che portò piaghe acerbe allo Stato, e 
cagionò allo stesso Sovrano e per disagi sofferti, e per sommi dispiaceri 
la malattia, per cui fatalmente finì di vivere li 20 Febbraio 1790 
-nella fresca età d'anni quarantanove, dopo averne regnato 
nove e alcuni mesi. Io lo accompagnai alla tomba con vero rincrescimento d'animo, poiché oltre a tante egregie qualità, che lo fregiavano, era sinceramente amico dalla Serenissima Repubblica, della di cui 
sublime Costituzione e Governo nutriva vera e profonda estimazione. </p>
<p>Alla morte di Giuseppe secondo la monarchia Austriaca si trovò 
in difficili e scabrose circostanze. Ardeva la guerra contro i Turchi: 
il Re di Prussia di lei nemico naturale e alleato della Porta Ottomana 
minacciava con un esercito ben agguerito d'invadere la Boemia: si 
erano apertamente ribellati i Paesi Bassi: le altre Provincie, e sopratutto l'importantissimo regno d'Ungheria, si trovavano, se non in 
una decisa rivolta, almeno in gravissimo fermento, e sul punto di 
sollevarsi. </p>
<p>Il giorno 12 Marzo 1790 -giunse in Vienna da Firenze il 
non mai abbastanza lodato Leopoldo secondo. Nodriva egli un 
genio aureo, e sommamente pacifico, che alcuni hanno persino 
tacciato di titubanza, e di timidezza. La storia nulla dimeno riporterà a distinto di lui merito, che nel breve spazio di soli due anni 
che regnò abbia saputo, cedendo destramente alla imperiosa necessità delle circostanze, conchiuder in Sistovi la pace coi Turchi; 
riacquistare le sempre turbolente Provincie Belgiche senza spargere 
una stilla di sangue; non solamente impedire, ma sedare l'imminente rivolta dell'Ungheria; e ridurre a tranquillità le altre Provincie. Ciò che merita poi maggior considerazione è l'alleanza, che 
seppe combinare colla Prussia, che è una Potenza formidabile, e di 
naturale animosità contro la Casa d'Austria. Una morte immatura 
egualmente che improvisa rapì quest'ultimo Sovrano il primo giorno 
di Marzo 1792, e la Repubblica perdette in lui un Principe affezionatissimo, e quasi appassionato per le cose Venete, e per Vostre 
Eeccellenze; giacché avendo anche nel 1791 dimorato per molti giorni 
tanto lietamente in questa dominante, se ne compiaceva al maggior 
grado, chiamando Venezia il soggiorno della vera libertà, sicurezza, 
e calma. Non può l'animo mio patrio rammentare il giorno della 
morte di Leopoldo secondo senza sentire il più vivo dolore per 
l'altra perdita fatta nella mancanza del sublime Eroe, che copriva 
e comandava con tanto onore e pubblico vantaggio le Venete flotte. 
Sembra che tal volta la natura riunisca in un sol punto le disgrazie, 
come suole riunire in altro punto le prosperità. Il primo di Marzo 
Vostre Eccellenze hanno pur troppo perduto nel medesimo giorno un gran 
cittadino e un gran Sovrano amico. Francesco secondo di lui figlio 
primogenito siede ora sul trono Austriaco od Imperiale, ed io ebbi 
il sommo onore, rappresentando Vostra Serenità, di accompagnarvelo. Comincia il suo regno con una guerra tanto più grave e pericolosa, quanto che convien combattere non solo contro le armi de' 
Francesi, ma altresì contro le erronee e scandalose ma seducenti 
loro massime ed opinioni. Nulla dimeno l'ottima educazione ricevuta, 
e le molte egregie qualità, di cui è fregiato, non che le varie vicissitudini, delle quali, benché tuttora in età giovanile, gli è toccato 
essere testimonio, fanno concepire speranze di un felice e savio 
governo. Al pari del Zio e del Genitore egli professa vera amicizia 
e estima per Vostre Eccellenze e sono certo, che neppure sotto tale Sovrano sarà per alterarsi quella buona armonia e corrispondenza, che 
lega da sì lungo tempo il Veneto e l'Austriaco Dominio, e che mi 
sono accuratamente adoprato in tutto il corso del mio ministero di 
tener sempre più consolidata. </p>
<p>Ciò premesso, sottometterò ora a' riflessi di Vostra Signoria il primo capo 
della mia relazione, ch'è quello, in cui mi propongo di referire 
l'attuale forza intrinseca della Casa d'Austria. </p>
<p>Quali sieno le vaste provincie, e i regni, che formano il complesso della grandiosa Austriaca monarchia, a tutti è palese. Io non 
usurperò il tempo preziosissimo dell'Eccellentissimo Senato coll'entrare in 
un minuto ragguaglio dei prodotti di ciascuna delle suddette provincie. Basterà il dire, ch'essi sono vari, abbondanti ed ubertosi, e 
consistono in grano, vino, lane, pascoli, bestiami, selvaggine, minerali d'ogni sorta; che le manifatture de' cristalli, e de' vetri arrecano 
grande utilità alla Boemia, e che sono riputatissime le razze de' 
cavalli della Transilvania. </p>
<p>Il Regno d'Ungheria potrebbe esso solo formare un Monarca 
molto potente. Questo Regno secondo le ultime anagrafi contiene 
circa nove milioni d'abitanti, e secondo le ultime misure comprende 
tre mila settecento cinque leghe quadrate di Germania, avvertendo, 
che per formar una lega di Germania occorrono cinque miglia 
Italiane. </p>
<p>Abbondante d'ogni sorta di grano, fecondo di preziose miniere 
d'oro, d'argento, e d'argento-vivo, di cui la Corte di Vienna fa 
un commercio lucroso per la via di Trieste colla Spagna; copioso di 
bestiami saporiti per il cibo, e utili all'agricoltura; fertile di 
generosi vini, fra quali il Tokay somministra una sorgente di richezza 
più effettiva e solida, che qualunque altro dominio della monarchia 
Austriaca. I Sovrani trovarono sempre nell'Ungheria un appoggio 
nell'angustiose loro circostanze, quando o stretti da guerre, o molestati da altre calamità ricorsero a quella nazione. Se si potesse introdurvi manifatture, ed arti capaci d'incivilire gli abitanti nel totale 
molto incolti, animare il commercio; e proccurare uno sfogo a' suoi 
prodotti, l'Ungheria monterebbe a un grado sorprendente di prosperità. La dieta attuale rivolge i suoi studi a questo rilevante 
oggetto, non meno che a quello di stabilirvi con regole fisse la tolleranza di religione, ed abolirvi del tutto la servitù. </p>
<p>Ho già accennato qui sopra, che alla morte di Giuseppe secondo 
il regno d'Ungheria era sul punto di sollevarsi a motivo delle moltiplici riforme, ch'egli volle fare in quella costituzione. L'Imperatore 
Leopoldo, concedendo agli Ungheresi di rimetter le cose nell'antico 
sistema, e ridonando alla dieta la pristina autorità, venne a capo di 
sedare l'agitazione degli animi, e di ridurre il tutto in calma. Per 
vieppiù vincolare quella nazione al trono volle darle per Capo l'Arciduca Leopoldo suo figlio quarto genito facendolo eleggere Palatino del regno. </p>
<p>Credette con ciò non solo di procurare convenevole stabilimento all'Arciduca, ma altresì che il figlio per massima di natura, e 
di educazione avrebbe impiegato l'autorità della sua carica per favorire e far eseguire nell'Ungheria i disegni della Corte di Vienna. 
Contemplando soltanto l'esigenza del momento, il piano di Leopoldo 
fu specioso, ma se si vuole spingere un giusto sguardo indagatore 
dell'avvenire, si scorge di leggieri quanto questo passo pecchi contro le regole della prudenza, e in sostanza quanto si possa chiamare 
veramente antipolitico. Posto che il Palatino si mariti, ed abbia 
figliuolanza, non è fuori di ragione il credere, che cercherà di perpetuare nella sua discedenza una tale dignità; e chi sa, se col volger 
degli anni, e disciogliendosi a poco a poco i legami di parentela, 
che non sono giammai molto forti tra Principi, e si rallentano in 
proporzione della distanza dal commune stipite, qualche Palatino 
mosso dall'ambizione, e sostenuto dagli stessi Ungheresi, e specialmente da' Magnati, non procuri la propria indipendenza, e divenga 
Monarca assoluto, staccando un dominio così prezioso dal trono 
Austriaco? </p>
<p>Dopo la decisiva battaglia di Gemmape ossia di Mons, seguita 
li 6 Novembre 1792, i Paesi Bassi Austriaci sono occupati dalle armi 
Francesi; e la Corte di Vienna ha perduto con ciò due milioni 
cinque cento mila sudditi, e almeno dieci milioni di fiorini annui di 
rendita. </p>
<p>Benché quelle dieci provincie siano fertili, ricche, e popolose, 
hanno però il sommo inconveniente di essere del tutto separate 
dagli altri domini della Casa d'Austria, il che rende tanto dispendiosa ed incomoda qualunque spedizione di truppe ed altri trasporti, 
che alcuni credono persino, che il loro possesso abbia costato col 
volger degli anni più all'erario di quello che ne ricavasse di rendita. </p>
<p>Il Gabinetto di Vienna sino dal principio del secolo, dopo la 
guerra per la successione di Spagna, ha coltivato il progretto di 
cambiarli colla Baviera, ch'è contigua alle altre possessioni Austriache. Giuseppe secondo impiegò ogni sua possa per effettuarlo; ma 
la sagacità del Gran Federico Re di Prussia sturbò le mire di Cesare, 
e architettò nel 1784 la famosa Lega Germanica avente per iscopo 
di mantenere l'Impero nella situazione, in cui si trova, ch'è quanto 
dire in sostanza, d'impedire il cambio de' Paesi Bassi colla Baviera. 
Per verità torna a conto a tutte le Potenze vicine, e confinanti colle 
Provincie Belgiche, ch'esse continuino a formar una parte de' domini Austriaci; ma gli eventi della guerra sono così vari, e il risultato de' maneggi per la pace riesce talvolta così inaspettato, che non 
è possibile in adesso avventurar sul proposito fondate congetture. </p>
<p>I fertili Ducati di Milano, e di Mantova risentono il medesimo 
inconveniente, che i Paesi Bassi, ciòe quello di essere disgiunti 
dalla massa dei domini Austriaci. La Corte di Vienna, com'è noto, non 
vi fa alcuna spedizione senza chieder un passaporto di transito 
all'Ambasciatore di Vostre Eccellenze atteso che la Veneta Terra Ferma si 
frappone e divide i detti due Ducati dagli Stati Cesarei di Germania. 
Oltre a ciò, le circostanze presenti dimostrano vie più chiaramente, 
quanto costi all'erario il premunire la Lombardia Austriaca da un 
invasione nimica. </p>
<p>La popolazione di tutti gli Stati Austriaci ammonta, secondo 
quanto si è anche di recente rilevato col mezzo della coscrizione 
militare, a circa ventidue milioni di abitanti. </p>
<p>Cade però quì in acconcio di riflettere, che la forza di tale popolazione sarebbe molto più riflessibile, se fosse composta di una 
sola nazione. Ma siccome è formata da genti fra loro diverse di genio, 
di costumi, d'idioma, e di religione; così non può avere la forza e 
l'energia, che presenterebbe al primo colpo d'occhio un tanto numero 
d'abitanti. </p>
<p>Convien fare una seconda osservazione, ed è, che quasi ogni 
provincia ha la propria Costituzione, e i propri privilegi; di modo 
che il Monarca non è egualmente Sovrano in ognuna delle medesime, 
né può esercitarvi la stessa autorità, ciò che restringe non poco il 
totale del di lui potere. Giuseppe secondo pensò togliere tal differenza col far la divisione de' Paesi in Circoli, coll'introdurvi il medesimo 
metodo forense; col prescrivere che la lingua Tedesca si usasse 
esclusivamente ne' tribunali, e ne' dicasteri, col promulgare leggi 
uniformi per tutti li suoi Stati ereditari; coll'istituire finalmente sugli 
stessi principi la pubblica nazionale educazione nelle scuole normali, 
ne' Seminari, e nelle Università. Credette con tal modo formar dalle 
varie nazioni un sol corpo ben compatto e solido; ma provò tante 
difficoltà persino ne' medesimi Ministri che dovevano eseguire le di 
lui prescrizioni; eccitò tanto malcontentamento nelle provincie respettive, che sì vasto edifizio crollò in gran parte anche prima della di 
lui morte. </p>
<p>Rimarcherò per ultimo, che negli Stati Austriaci esistono presso 
che tre milioni di Greci non Uniti, ossia Scismatici. Questi riconoscono per capo della loro religione il Patriarca, che risiede in 
Pietroburgo, e per gli stessi legami di religione sono in parte ligi 
della Czarina, che risguardano come lor protettrice. Non omette 
quell'avveduta Sovrana di fomentare con doni, e abbondanti soccorsi 
ora per le famiglie povere, ora per le chiese, la benevolenza, che 
i detti Greci a lei portano. Queste largizioni della Czarina, e 
quest'affezione de' Greci non lasciò di non dare nell'occhio alla 
stessa Imperatrice Maria Teresa. Fu proposto di staccarli 
dall'obbedienza del Patriarca Greco residente in Pietroburgo, e sottometterli a quello di Costantinopoli, riputandosi tal nuova dipendenza meno pericolosa. Ciò nulla ostante per scrupoli di coscienza 
concepiti dall'Imperatrice Maria Teresa la cosa rimase, com'era, 
e resta tuttavia ne' medesimi termini. </p>
<p>Ma se vaste, e fertili sono le Provincie Austriache: se numerosa 
la loro popolazione, non sono meno grandiose per conseguenza le 
rendite, che ridondano nel pubblico Erario. Esse ammontano 
secondo un calcolo moderato almeno a cento dieci milioni annui di 
fiorini, ch'è quanto dire a circa settanta milioni di ducati d'argento. </p>
<p>Le forze militari della Casa d'Austria consistono in tempo di 
pace in un armata di duecento cinquanta mila uomini, ripartita per 
corpi nelle differenti provincie; senza però computare i molti reggimenti detti di frontiera, che a un dì presso corrispondono alle Cernide. Le truppe sono aguerrite e ben disciplinate. Regna fra esse 
una perfetta unione e dipendenza. I vari reggimenti tanto di cavalleria, che d'infanteria, sono sì ben disposti, ed allestiti di tutto, che 
possono intraprendere dentro lo spazio di ventiquattr'ore qualunque 
marcia. In tempo di guerra l'armata giunge a più di trecento mila 
uomini; e compresi i sopraindicati reggimenti di frontiera sorpassa 
i quattrocento mila. Per mezzo della coscrizione militare il consiglio 
aulico conosce esattamente quanti sudditi sieno capaci di portar le 
armi senza spogliare d'agricoltori la campagna, o d'artefici le manifatture. Dopo che l'economia militare di tutte le armate di Sua 
Maestà è passata sotto l'ispezione del Signor Maresciallo Lacy, si 
sono erette in molte provincie certe case dette di commissione, nelle 
quali si travaglia tutto ciò che serve a montare le truppe, ed è fissato a qual reggimento ogni distretto debba fornire le reclute. </p>
<p>Il suddetto Signor Maresciallo Lacy è il vero fondatore e istitutore dell'ottimo sistema, in cui ora si trova l'armata Austriaca, 
avendola esso ridotta a un'interna formazione, e a una disciplina, 
che la rende formidabile. Questo personaggio oltre le vaste cognizioni militari che possede, è anche fornito di lumi politici, in 
maniera ch'è uno dei più utili ed istrutti membri della Conferenza 
di Stato. </p>
<p>Un suddito di Vostra Signoria il Maresciallo Conte Pellegrini di Verona 
è il Capo e Direttore del Corpo degl'Ingegneri, ed ha l'ispezione 
delle scuole erette in Vienna per ammaestrare quella gioventù, che 
si applica agli studi del Genio. Non voglio passar sotto silenzio, 
che in Neustadt città tre poste lontana da Vienna fu eretta 
un'Accademia militare sino al tempo di Maria Teresa, e venne poscia 
accresciuta, ed ampliata da Giuseppe secondo, il quale dopo i suoi 
viaggi, e principalmente dopo di avere esaminato, ed ammirato il 
Collegio Militare di Verona v'introdusse alcune nuove regole e discipline. Quest'Accademia composta di quattrocento Alunni che 
devono essere tutti figli d'Offiziali, e che sono gratuitamente 
mantenuti ed ammaestrati, somministra un numero d'istrutti e bravi 
militari. </p>
<p>Alcuni intendenti della Tattica osservano, che le armate 
Austriache scarseggiano per troppa economia di bassi Offiziali, che 
ne sono l'anima. Si riflette in oltre che li posti d'Offizial Superiore 
si concedono non rade volte più in contemplazione della nobiltà, che 
del merito. Da quì ne nasce che fra gli eserciti Austriaci non vi sia 
gran numero di abili e distinti Generali e Comandanti. </p>
<p>Ma per ridurre al suo giusto valore la forza intrinseca della 
Casa d'Austria convien esaminare altresì i pesi, gli aggravi, e li 
Dispendi, in cui è costretta impiegare le grandiose sue rendite. </p>
<p>Ciò che maggiormente costa all'Erario, è il mantener in piedi 
un'Armata tanto numerosa. Tale dispendio ammonta in adesso, compresovi il mantenimento delle fortezze, a trentacinque milioni annui 
di fiorini. </p>
<p>Una Monarchia così vasta e con tanti rapporti politici non può 
restare lungo tempo, come la ragione e l'esperienza lo insegna, 
senza le calamità della guerra. Questa oltre al distruggere la popolazione, e danneggiar l'agricoltura e le manifatture, cagiona all'erario grandiosi dispendi straordinari. La recente guerra contro i 
Turchi, la quale non durò che tre anni, costò, oltre l'ordinario, 
novantasette milioni di fiorini. Per tali spese si ricorre a tributi straordinari nominati Imposizioni per la Guerra, e a degl'Imprestiti 
con un annuale interesse, ciò che accresce sempre più la massa dei 
debiti pubblici. 
La guerra attuale contro i Francesi ha già costato somme non 
indifferenti, massime per la perdita di molti magazzini depredati da 
nemici sì nella Germania, che ne' Paesi Bassi. Nulla dimeno non si 
parla né d'Imposizione straordinaria, né d'Imprestiti; poiché l'Imperatore non solo col ricavato dei beni allodiali, ma col grandioso 
peculio lasciatogli dal Padre, e dal Zio ha supplito, e supplisce alle 
cose principali. So che il Consiglio Aulico di Guerra ha fondi 
bastevoli per la seconda, e quasi anche per tutta una terza campagna, se sventuratamente questo flagello dell'umanità dovrà continuare. </p>
<p>I debiti pubblici aggravanti la monarchia Austriaca si calcolano 
di oltre trecento milioni di fiorini. L'annuale loro interesse è di più 
sorti, essendo di 4, di 5, e 5 1/2 per cento. Facendo pertanto un 
adeguato, e comprendendovi anche il milione destinato ad affrancare 
ogni anno altrettanti capitali passivi, l'aggravio della Cassa per 
questo oggetto ascenderà almeno a diciotto milioni di fiorini annui. </p>
<p>Dopo ciò si deve computare il mantenimento dell'ora numerosissima 
Cesarea Famiglia, quello de' Palazzi, e delle Regie Villeggiature; le 
feste a carico della Corte, ed altri simili oggetti, che in tutto importano dodici milioni trecento mila fiorini annui. </p>
<p>Le Pensioni danno un aggravio annuo di circa quattro milioni 
e ottocento mila fiorini. Gli onorari per li Ministri impiegati tanto 
nell'interno, che nell'estero, e per li Consiglieri; le spese di 
Governo ordinarie ed estraordinarie; i Regali che la Corte suol dispensare, ed altro formano la grandiosa somma di vent'otto milioni 
e duecento mila fiorini annui. Le opere pie, le sovvenzioni a poveri 
ammontano a un milione e ottocento mila fiorini annui. </p>
<p>Se a tutto questo si aggiunge qualche Deficit nella percezione 
dell'Entrate, alcune occorenze impensate; e si ripartano fra un 
certo numero d'anni que' residui di spese per le guerre così frequenti, che non sono coperti dai tributi straordinari, o dagl'imprestiti, si vedrà facilmente come siano consunte le riflessibili rendite, 
ch'entrano nell'Imperiale Erario sia dalle Imposizioni sui beni stabili, sia sul commercio, sia sull'industria di tanta popolazione. </p>
<p>La sapienza e penetrazione dell'Eccellentissimo Senato conoscerà evidentemente da quanto mi sono onorato di esporre sin qui rispetto 
alla forza intrinseca della Casa d'Austria, che conviene a questa 
Potenza lo stare ben attenta per non sbilanciare maggiormente il suo 
erario, e non produrre quegli annui deficit tanto funesti alla sussistenza dei Governi, e che furono la principal cagione, che ha pur 
troppo prodotto la così strepitosa rivoluzione Francese. I sudditi 
Austriaci esorbitantemente aggravati non sarebbero al certo in istato 
di somministrare al Sovrano e al Governo maggiori tributi; se l'amministrazione delle rendite non fosse in seguito condotta con somma 
accuratezza e parsimonia. </p></div2>
<div2 n="Parte 2">
<head>II. </head>
<p>Dopo di aver trattato nel precedente dispaccio della forza intrinseca della Casa d'Austria, mi rivolgerò ad esaminare i rapporti, 
che passano tra essa, e le altre Potenze d'Europa. Questo secondo 
capo della mia relazione merita egualmente tutta l'attenzione dell'Eccellentissimo Senato. Moltissime sarebbero in vero le 
osservazioni, che avrei da sottoporre alla sapienza e penetrazione di 
Vostre Eccellenze, massime se volessi diffondermi intorno la preponderanza 
ch'essa tiene nel Corpo Germanico, i di cui membri sovrani, sia 
per ragione di parentela e di politica, sia per religione ossia per 
bisogno di assistenza e protezione le sono intieramente ligi, e se 
volessi contemplare i legami, che la uniscono alla Corte di Pietroburgo. Ma oltreché ciò occuperebbe, forse superfluamente, 
troppo il tempo prezioso di Vostra Signoria, le circostanze presenti non 
permettono di estendermi, che sulla recente inaspettata alleanza 
colla Prussia, e sull'emergenze, in cui si trova ora la Casa d'Austria 
a motivo del disastroso e lagrimevole rovesciamento della Monarchia 
Francese. </p>
<p>La Potenza più considerabile di Germania, dopo quella di 
Vienna, è la Corte di Berlino. Note sono le passate rivalità della 
Casa d'Austria, e della Casa di Brandeburgo; né su questo articolo 
è d'uopo far parole ulteriori. In acconcio però delle attuali circostanze mi convien dire che durante la recente guerra tra gli Austriaci, 
e i Musulmani, il Re di Prussia si collegò colla Porta Ottomana, ed 
essendo spalleggiato dall'Inghilterra, e dall'Ollanda, ed avendo 
radunato un poderoso esercito nella Slesia, costrinse il Gabinetto 
Cesareo a sottoscrivere le dichiarazioni di Reichenbach, per le 
quali l'Imperator Leopoldo restituì ai Turchi tutte le conquiste. 
Inturbidandosi in seguito le cose tra la Francia e l'Impero a motivo 
delle moltiplici lesioni fatte dalla usurpatrice Assemblea Costituente 
di Parigi dei diritti feudali competenti nell'Alsazia, e nella Lorena ai 
Principi della Germania, e a cagione dell'asile accordato a' Fuorusciti Francesi, i Capi dei quali eransi particolarmente rifugiati in 
Coblentz presso l'Elettore di Treveri, il suddetto Imperatore Leopoldo, e il Re di Prussia, deponendo l'antica animosità e gelosia, 
pensarono di fare a comune loro sicurezza un'Alleanza. I due Sovrani 
ebbero in Pilnitz li 27 Agosto 1791 un abboccamento, nel quale 
stabilirono un trattato, e concertarono anche la tanto celebre 
dichiarazione risguadante la Francia. Recò somma maraviglia vedere 
due Potenze da sì lungo tempo rivali stringersi in amicizia, e far 
publicare alla Dieta di Ratisbona con sensi di reciproca compiacenza 
per mezzo de' rispettivi Ministri sì fatta colleganza. </p>
<p>E siccome il Conte d'Hertzberg, il più riputato ed esperto fra 
li Ministri del Gabinetto Prussiano, allievo, ed imbevuto delle massime 
del Gran Federico si era mostrato contrario a tal Alleanza; così
sulla positiva richiesta di Cesare fu dimesso dal Ministero.</p>
<p>È pregio dell'opera, e siami permesso l'indagare, se l'Alleanza
tra l'Austria e la Prussia abbia ad essere durevole, oppure se debba
svanire fra poco a guisa di quelle meteore luminose, che sfavillano
e abbagliano per qualche momento e poscia sfumano e si dileguano.</p>
<p>A probabile soluzione di questo problema politico convien
riflettere, che la Prussia  montata all'attual grandezza fra le Potenze d'Europa soprattutto colle spoglie della Casa d'Austria; che
torna a conto al Gabinetto Prussiano, che l'Austria s'indebolisca,
affinché non possa mai riprendere quanto le fu tolto, e affinché non
torni a tener in suggezione la Casa di Brandeburgo, e i Principi di
lei aderenti; che la Corte di Berlino conoscendosi molto inferiore di
forze a quella di Vienna, deve necessariamente nutrire diffidenza
per la Casa d'Austria; come suole sempre fare il più debole, allora
quando si collega col più forte.</p>
<p>D'altra parte la Corte di Vienna deve risguardare quella di
Berlino come ricca e potente per le conquiste fatte nel presente
secolo sugli Stati Austriaci; non  dimentica, che Federico secondo
portò la guerra e devastò il Regno di Boemia; che attraversò sempre
i di lei disegni diretti, ora ad occupar la Baviera, ed ora a commutarla coi Paesi Bassi, né può finalmente dissimulare a sé medesima
essere interesse della Prussia, che la Casa d'Austria scemi di grandezza, e di autorità.</p>
<p>Quando due Alleati nutrono in forza della naturale loro situazione tali sentimenti, possono bensì all'occasione d'inopinata circostanza, e in vista di qualche passaggiero avvantaggio, o per evitar un
momentaneo pericolo far lega scambievole; ma ogni ragion vuole,
che questa non abbia ad essere di lunga durata.</p>
<p>Un riflesso di sommo peso circa l'unione della Prussia coll'Austria, che sino a tanto ch'essa sussiste, la libertà del Corpo
Germanico è periclitante; poiché non v'ha nell'Impero Potenza
alcuna, che abbia forze bastevoli per opporsi a quanto sarà adottato
e stabilito concordemente dai Gabinetti Austriaco e Prussiano.</p>
<p>Durante il mio Ministero in Vienna scoppiò in Francia nell'anno
1789 li 14 Luglio la più sorprendente rivoluzione fra le tante, 
di cui fa menzione la storia. Avendo avuto l'onore di servire l'Eccellentissimo 
Senato presso Sua Maestà Cristianissima, mi feci debito di prevenire più
volte Vostre Eccellenze, che quel governo non poteva durare lungo tempo
nello stato di violenza in cui si trovava, e che o presto o tardi l'enorme
deficit delle finanze doveva divenir funesto alla Corte medesima,
benché in allora regnasse un ottimo, ma sventurato Monarca, che
nutriva le migliori disposizioni di rimediare ai disordini. Ma il
male era troppo inveterato, né poteva più risanarsi colli palliativi,
che il Necker, ed altri Ministri di finanze procurarono applicarvi.
La mancanza di danaro, e l'impossibilità di ritrarne a cagione de'
grandiosi debiti della Corona, e degli enormi pesi ed imposizioni,
di cui erano gravati i sudditi, fu la principal causa della rivoluzione,
quantunque vi abbia contribuito il dispotismo della Corte, e de'
Grandi; l'esenzioni della nobiltà, e del clero; e in particolar modo
le massime d'indipendenza bevute da parecchi uffiziali, che fecero
la guerra in America a favore degli Stati uniti, allora quando col
soccorso della Francia si sottrassero dall'obbedienza della Gran
Brettagna; e finalmente l'ambizione e i rei maneggi del non mai
abbastanza abborrito Duca d'Orleans.</p>
<p>La necessità costrinse quel Sovrano a chiamare i Notabili del
Regno, da' quali non potendo ricavar alcun soccorso, fu obbligato
di radunare gli Stati Generali. Questi spinti da forte partito condotto dall'eloquenza di Mirabeau, confusero i tre ordini, di cui
per l'innanzi era composto il Regno, cioè clero, nobiltà e terzo
stato, e si trasformarono in assemblea nazionale a pretesto di riformare gli abusi, dai quali caddero in altri molto peggiori. Il clero
fu spogliato de' suoi beni; la nobiltà de' suoi titoli e prerogative;
la Corte di Roma di quelle possessioni, che aveva in Francis sino
nel quattordicesimo secolo; e molti Principi della Germania dei loro
diritti feudali, che all'ombra dei trattati tenevano nella Lorena, e
nell'Alsazia. L'assemblea nazionale, non contenta delle suddette
usurpazioni, s'impadronì di tutto il governo, trasfondendo in sé il
potere legislativo, esecutivo, e giudiziario, ciò che è il colmo del
dispotismo, e per sostenersi coll'aiuto del popolo nell'esercizio di
tanta autorità, lo sciolse dal pagamento dei tributi, e promulgando i
chimerici diritti dell'uomo, e l'impossibile comune egualianza, lo
staccò dall'obbedienza delle leggi sociali e civili, che sole formano
la vera libertà del genere umano.</p>
<p>Rifugge l'animo mio dal pensare, e la mia penna dal descrivere
i delitti e la stragi, che hanno quindi accompagnato la rivoluzione
Francese, e pare impossibile, che una nazione tanto colta che si
credeva tanto dolce di costumi e di maniere, e così ammorbidita
dal lusso abbia potuto trascorrere a sì gravi eccessi.</p>
<p>L'Assemblea legislativa sospese il Sovrano dalle Reggie funzioni nella tremenda giornata dei 10 Agosto 1792; e la Convenzion
nazionale abolì indi per sempre la Reggia autorità li 22 del Settembre
susseguente, cangiando la Monarchia in governo repubblicano rappresentativo. La stessa Convenzion nazionale condannò lo sventurato Luigi XVI con una tenuissima pluralità di voti in confronto
dell'importanza della causa, e in mezzo all'agitazione di una session
tumultuosa; senza procedere colle dovute formalità, poiché nello
stesso tempo essa era l'offeso, l'accusatore, e il giudice; e senza
neppure badare all'appellazione fatta dal Re al popolo, che vien
tanto decantato per sovrano. Fu vivissimo il dolore e profonda la
ferita degli animi in tutta l'Europa, e specialmente nella Corte di
Vienna.</p>
<p>Trovasi dunque ora la Francia senza costituzione; e continua
la Convenzion nazionale ad esercitar indistitamente i tre poteri;
poiché essa fa leggi; emana giornalmente decreti di condanna e di
assoluzione; corrisponde coi generali d'armata, e provvede alle
vettovaglie ed altro. In mezzo però a tale ondeggiamento di cose, e
direi quasi di perfetta anarchia, i Francesi spingono la guerra colla
maggior forza e vigore. I prosperi successi della passata campagna,
per cui ridondarono trenta milioni di franchi nel tesoro nazionale in
tante contribuzioni levate ne' paesi conquistati, e per cui si accrebbero più di tre milioni di sudditi alla nascente Repubblica, infondono
coraggio e brama di tentare di nuove imprese. Colla speranza di arricchirsi delle spoglie del commercio Inglese e Batavo hanno dichiarato
la guerra alla Gran Bretagna, e agli Stati Generali, e sono di già
entrati in Ollanda. Venne decretato dalla Convenzion nazionale, che
il numero delle truppe terrestri ammonti a circa seicento mila uomini;
e con tale armata non sarà forse difficile, che riescano ad estendersi
lungo le sponde del Reno. So di certo che il progetto fondamentale
del Consiglio esecutivo di Parigi  di dilatare il territorio di quella
Repubblica sino ai seguenti vastissimi confini, cioè i Pirenei, i due
Mari Oceano e Mediterraneo, le Alpi, e il Reno. È vero, che i Francesi
provocando le primarie Potenze d'Europa, si sono tirati addosso
bellicosi, e moltiplici nemici; ma è vero altresì, ch'essi avranno quei
vantaggi, che avrà sempre una nazione numerosa, intraprendente, e
ardita, che pugna per sé riscaldata dall'opinione di sostener la propria libertà, e combatte contro alleati d'interesse e di mire
diversi.</p>
<p>Le armi dei Francesi sono tanto più pericolose, quanto che il
veleno delle loro massime si diffonde ovunque, e precedendo le loro
armate ne facilita i successi. Imagina il popolo con tali dottrine di
ottenere un sollievo alla sua povertà, e si lusinga di essere a parte
delle richezze del Proprietario, senza badare alla falsità, e insussistenza di dette opinioni, e senza riflettere ai mali inevitabili e gravissimi, cui va soggetta qualunque rivoluzione. Egli è cosa degna
di sommo rimarco, come anche l'infima plebe, e i contadini, che per
lo più dediti al loro travaglio per guadagnarsi il pane, non si curavano
per l'innanzi di sapere quanto passa in Europa, facciano ora attenzione
alla guerra presente e ragionino alla loro foggia, circa li motivi, che
l'hanno accesa. Massime di governo, costituzione, distinzion de'
poteri, sovranità del popolo erano termini una volta solo cogniti a
quegli uomini che si dedicavano allo studio della politica; ma in
adesso sono sulle labra di qualunque ceto di persone, e la rivoluzione Francese opera insensibilmente un'altra egualmente pericolosa
rivoluzione nella maniera universale di pensare. La Corte di Vienna,
stanca già della guerra recente e dispendiosa contro i Turchi, era
ben lontana dall'incontrarne un'altra colla Francia. Ma per dire il
vero, non si è diretta con quella prudenza, che si richiedea per evitarla. La circolare dell'Imperator Leopoldo datata da Padova; la sua
dichiarazione di Pilnitz: la nota del Principe di Kaunitz dei 18 Marzo
dell'anno decorso, e l'accoglimento fatto a' Fuorusciti, benché ristretto
ad alcune moderate condizioni, soministrarono a' Francesi, vogliosi
per motivi d'interna politica di far la guerra, il pretesto di attaccar la
Casa d'Austria. Quanto sarebbe stato meglio per lei se avesse tenuto
una condotta più cauta rispetto alla Francia, non mescolandosi punto
in quegli affari, e lasciando che i diversi partiti dividessero e indebolissero quella nazione. Se l'avveduto e naturalmente pacifico Leopoldo fosse ancora stato sul trono, oserei dire, ch'egli avrebbe, malgrado gl'impegni in cui si era avvanzato, ritrovato modi per sottrarsi
dalla guerra; poiché colla somma di lui perspicacia avrebbe conosciuto essere questo il solo mezzo di salvare quell'infelice Monarca,
e la di lui Reale famiglia, e di far succedere una controrivoluzione.</p>
<p>Divenute le cose all'estremità di una rottura, il Gabinetto di Vienna
ha commesso il secondo massimo fallo di non spingere tosto la guerra
con tutta la forza, e di non ponderare accuratamente prima di adottare
il piano di Brunswic, che pretendeva domar una nazione di venticinque
milioni di Abitanti, facendo un'invasione in Francia con un armata di
soli settanta mila uomini mal provveduti soprattutto di vettovaglia. I
Fuorusciti hanno persuaso i Gabinetti di Vienna e di Berlino di aver
ovunque segrete intelligenze; di modo che al presentarsi degli Austriaci e de' Prussiani il popolo Francese sarebbe sollevato in lor favore, i Comandanti avrebbero aperto le porte delle fortezze, e le
armate Francesi sarebbero passate sotto le insegne degli alleati.
Ma tali intelligenze o non esistevano in fatti, o furono troncate nella
giornata dei 10 d'Agosto, ed era della prudenza e circospezione
delle due Corti il prepararsi a quella impresa in maniera, che quand'anche le promesse de' Fuorusciti dovessero andar fallite, non avessero
a soffrirne le armi collegate.</p>
<p>Da tale negligenza, e dal disprezzo, che si aveva delle guardie
nazionali, computandole una masnada di gente senza disciplina, senza
artiglieria, e senza provisioni, nacquero tutte quelle calamità e perdite, che resero tanto funesta la passata campagna. Dopo di aver
caldamente maneggiato tutte le primarie Corti d'Europa, e messo
colla naturale sua influenza in gran movimento l'Impero, la Corte di
Vienna si adopra in adesso col maggior vigore per porsi in istato di
riparare i sofferti danni, facendo grandiosi militari preparativi. Saranno all'aprirsi della stagione pronti ad agire sul Reno più di ottanta mila Austriaci, poiché anche durante l'inverno non si rimase dal
fare spedizioni di truppe. Se a questi si aggiungono almeno settanta mila Prussiani, e l'armata dell'Impero di circa quaranta mila
uomini, sarà con ciò formata e riunita in quelle sole parti una massa
di forze di duecento mila combattenti.</p>
<p>I sudditi Austriaci esacerbati al maggior segno contro i Francesi, massime dopo l'infelice destino del Re, hanno fatti a Cesare
vari spontanei doni patriotici. Benché la somma non sia molto considerabile a fronte dell'immense spese che si richiedono in queste
circostanze; nulla dimeno non lascia di non essere riflessible, spezialmente perché dimostra l'affetto del suddito verso il Sovrano, e palesa
una ferma disposizione di rispingere le armi de' Francesi, e le loro
dottrine.</p>
<p>Quale debba essere lo scioglimento delle attuali complicatissime
vicende, non saprebbe con fondamento l'insufficienza mia pronosticarlo a Vostra Serenità. Ma siami permesso umiliare, esser mia riverente opinione, che se la Nazione Francese resta fra sé riunita, e coll'ardore
che attualmente l'anima, sarà difficile a suoi nimici il soggiogarla;
tanti sono i mezzi, sebben ingiusti ed usurpati, che si è procacciata
per aver danaro, e tanto copioso è il numero de' soldati, che può
mettere in piedi. Se poi le interne discordie, che continuamente pullulano, si rinvigorissero, sia per arte de' suoi nimici, sia per li capi
ambiziosi di quella nazione, e soprattutto per il detestabile Duca
d'Orleans, il di cui partito aumenta sempre più di forza, sommi
potrebbero essere gli avvantaggi delle armi collegate, e forse terminare con altra inaspettata rivoluzione.</p>
<p>L'animo mio cittadino, sommamente appassionato per le cose, e
per il bene della mia Patria, sente la più viva consolazione nel vedere
le ottime prudentissime direzioni tenute nel frattempo di questo
grande affare dall'Eccellentissimo Senato, dalle quali scorgo un prospero e
felice avvenire per la tranquillità della Serenissima Repubblica. E siccome specialmente l'Italia non può essere disgiunta dagl'interessi di
Vostra Signoria così mi compiaccio, che le flotte Inglesi avvezze a riportare sull'istabile elemento continue vittorie, promettino in adesso
la quiete della medesima, e sopra tutto quella degli Stati spettanti
al capo della santa nostra religione, tanto minacciati dall'ingiustizia e dalla violenza de' Francesi.</p>
<p>Non posso dispensarmi, prima di chiuder questa umilissima seconda parte della relazione, dal fare qualche breve cenno della rivoluzione di Polonia, poiché questa ha di già in addesso tanti rapporti cogl'interessi della Corte di Vienna, e ne avrà probabilmente in seguito anche
de' maggiori. Una nuova costituzione nella forma di governo di quella
Repubblica, per cui si rendeva il trono ereditario, e si offeriva la corona 
all'Elettor di Sassonia, fu decretata li 3 Maggio 1791 dalla Dieta
confederata. Ma la detta rivoluzione ebbe brevissima durata, poiché la
Confederazione di Targowitz fatta dal Conte Potocky sotto gli auspici
della Czarina, e molto più le armi Russe vi posero fine l'anno decorso.
Il Re, che per segreti ambiziosi motivi di stabilire ereditariamente sul
trono un suo nipote, destinandolo marito all'unica figlia dell'Elettor
di Sassonia, aveva formato la nuova costituzione, fu costretto di
rinunciarvi, e di sottoscrivere la confederazione suddetta.</p>
<p>Sembrava, che la Dieta, e quel Sovrano avesse tutto concertato preventivamente colla Corte di Berlino, e che questa dovesse
all'occasione colla forza delle sue armi sostener la nuova costituzione. Ma si scorge in adesso sempre più quanto creduli ed incauti
furono i Polacchi in tal maneggio. Si trova la Prussia ora perfettamente d'accordo colla Russia, e coll'Austria, che sono le tre Potenze
che hanno sino dal 1773 garantito scambievolmente la forma del
Governo Polacco, che fu in allora stabilito. Dopo l'ingresso delle
truppe Russe nella Polonia si vedono ora entrati venticinque mila
Prussiani, e sul momento di porvi piede altrettanti Austriaci. Temo
pur troppo, che porzione degli Stati di quella Repubblica non abbia
a servire un giorno di compenso con una seconda obbrobriosa divisione, soprattutto a quelle perdite, che le Corti di Berlino e di
Vienna fossero per incontrare nella guerra presente. L'instabilità
del Governo Polacco, l'ambizione smisurata de' Grandi, e la schiavitù in cui giace il popolo, indebolisce e separa in modo quel considerabile regno, che non è capace di resistere né agli esterni, né
agl'interni suoi nimici; ed è costretto per conseguenza dipendere
dalla volontà delle tre grandi Potenze, che lo circondano; tanto più
che ora la Porta Ottomana è ridotta in istato da non potergli prestare aiuto.</p></div2>
<div2 n="Parte 3">
<head>III.</head>
<p>Moltiplici sono stati gli affari alla Corte di Vienna, che dall'autorità dell'Eccellentissimo Senato furono appoggiati all'insufficienza mia 
nel non breve spazio di tempo, in cui sostenni quell'importante Ambasciata. Stanno essi diffusamente descritti nella lunga serie de' miei
riverenti Dispacci, e provo l'umile compiacenza nel vedere, che
terminarono tutti secondo i venerati comandi di Vostre Eccellenze. Ne
riassumerò ora li più rimarchevoli, aggiungendovi quelle considerazioni, che stimo degne della publica utilità, e perciò imploro anche
per questo terzo ed ultimo capo della divota mia relazione la clemente benigna attenzione di Vostra Serenità.</p>
<p>La gelosissima materia confinaria sì riflessibile per la conservazione delle Venete possessioni nella loro integrità ha somministrato
frequentemente soggetto alle mie trattazioni. Questa si trova per
verità così chiaramente stabilita da trattati; ed è soprattutto condotta con tanta avvedutezza e prudenza dall'Eccellentissima Camera de' 
Confini, che è quasi impossibile, che insorgano sensibili alterazioni, o
discrepanze fra le due Sovranità territoriali. Gli affari, che la
contiguità de' rispettivi Domini fece nascere giornalmente, furono
tutti consumati con felicità, e con reciproca soddisfazione.</p>
<p>Altro argomento di non lieve importanza ha esercitato tutto il mio
impegno; voglio dire la soppressione della Doppia Steura, ossia Doppia
Gravezza, cui andavano soggetti tutti que' Veneti, che possedendo beni
nell'Austriaco, non vi dimoravano almeno per sei mesi all'anno. Il riflesso
da me opportunemente messo a campo, che i Patrizi per alti riguardi
di Governo e per leggi saliche di costituzione possono rade volte
farvi la dimora voluta da quegl'Imperiali statuti, ha soprattutto condotto quel difficilissimo dicastero di finanze ad accondiscendere alle
mie richieste; e ad abolire con Cesarea decreto la suddetta Doppia
Gravezza. Dall'ottima riuscita del mio maneggio ne hanno per conseguenza risentito un sommo benefizio anche tutti i sudditi di Vostra Signoria
possidenti beni nello Stato Austriaco.</p>
<p>La recente guerra degli Austro-Russi contro i Turchi ha pur
troppo presentato alla Serenissima Repubblica circostanze dilicatissime.
Le sapienti ottime istruzioni dell'Eccellentissimo Senato hanno soccorso l'insufficienza mia, e all'ombra degli ordini di Vostre Eccellenze eseguiti da
me con tutta l'esattezza ebbi la compiacenza di vedere sciolta la
Patria da que' disturbi, in cui emergenza così grave, specialmente
per lo sbarco de' Cesarei in Montenero, avrebbe potuto avvolgerla.</p>
<p>Ma è dover mio richiamare a' venerati riflessi dell'Eccellentissimo Senato l'affar sommo, di cui precipuamente fui incaricato nelle Sovrane
commissioni di Vostra Signoria, e siccome esso riguardava in maniera riflessibile la pubblica dignità, così impegnò l'esercizio particolare del patrio
mio zelo, e della mia attenzione. Quest'è il ripristino dell'Ambasciata Cesarea presso Vostra Signoria e Vostre Eccellenze Vari ed insistenti sono
stati i passi, che ho fatto, moltissimi i discorsi, che ho tenuto, per
giungere allo scopo prescrittomi. Raccolsi replicate promesse dalla
bocca stessa dell'Imperator Giuseppe; ma così torbidi ed inquieti
per tante gravissime emergenze furono gli ultimi anni del di lui
regno, che il detto Sovrano non poté mandarle ad effetto, come mi
aveva assicurato di voler fare tosto che fosse terminata la guerra, che
allora vigeva. Nel periodo della lunga malattia, che fece languire
quel monarca, io ebbi cura di tenere non interrotti maneggi col
Signor Principe Rosenberg, Ministro che ho sempre trovato 
impegnato a favore delle cose Venete, e che mi era noto goder tutto il 
credito presso il Gran Duca di Toscana successore naturale alla 
monarchia Austriaca, col quale era in continuo carteggio. Informando 
gradatamente con tal mezzo esso Gran Duca delle giuste convenienze 
della Serenissima Republica, prepararai da lungi la riuscita del negozio. Di fatto mancato appena a' vivi Giuseppe secondo; e asceso sul 
trono Leopoldo ripristinò tosto l'Ambasciata Cesarea in Venezia; e 
con ciò ebbero il miglior successo le mie trattazioni, e furono soddisfatti gli ossequiati comandi dell'Eccellentissimo Senato. Si è per conseguenza 
rinovata e riconfermata quella reciprocità nel carattere de' rispettivi 
Ministri tanto necessaria alla pubblica dignità, e che è passata da tanto 
tempo fra Cesare e Vostre Eccellenze. </p>
<p>Siccome l'anima degli Stati, e la prosperità delle nazioni dipende soprattutto dal Commercio; così ho voluto esaminare con 
qualche attenzione quello, che passa fra Veneti, e gli Austriaci. Mi 
sono perciò sommamente compiaciuto nel vedere, che il risultato 
delle mie perquisizioni porti che presi in massa tutti gli articoli, la 
bilancia preponderi sensibilmente a vantaggio degli Stati di Vostra 
Serenità. </p>
<p>I prodotti che i domini Cesarei forniscono a' Veneti, consistono 
principalmente in Ferro, Rame, Argento-Vivo, Piombo, Tele e Rovi 
della Stiria e dell'Ungheria. </p>
<p>La natura ad oggetto di riunire gli uomini in società e tenerli 
sempre più fra essi legati con vincoli di mutuo commercio, ha distribuito a norma del suolo e del clima prodotti diversi, perché gli abitanti de' rispettivi paesi siano in necessità di commutarli. L'avvedutezza de' Governi può mettere ordini e incoraggiamenti tali, che si 
diminuisca il bisogno di ricorrere all'estere produzioni, e si accresca 
nella bilancia del commercio la ricchezza nazionale. Esistono di già 
provvide e sublimi terminazioni ne' peculiari magistrati, e nelle conferenze dalla pubblica sapienza a tempo debito istituite sì per la coltura delle materie prime, come per l'incremento e la prosperità delle 
manifatture. Ma la vicissitudine delle cose umane fa, che tali 
provvedimenti o non siano scrupolosamente eseguiti, o siano antiquati, e negletti. Specialmente l'oggetto di aumentare i pascoli nello 
Stato, e in conseguenza il prodotto de' bovi merita la maggior attenzione delle paterne cure dell'Eccellentissimo Senato; giacché l'abbondanza 
e la copia de' bovi nostrani, i quali sono anche più saporiti, che i 
forestieri, toglierebbe lo Stato, e soprattutto la Capitale di Vostre 
Eccellenze da quella dipendenza, e da quegl'imbarazzi, in cui si trova 
allora, quando per ragioni indispensabili di politica la Corte di Vienna 
ne vieta rigorosamente l'estrazione dalla Stiria e dall'Ungheria. </p>
<p>Molti però sono gli articoli, che da' Veneti si vendono agli Austriaci. Tra essi articoli si hanno principalmente da computare i grani, 
e le sete. Queste servono ad alimentare le manifatture Austriache; ciò 
per tal capo solo ridonda ne' domini di Vostra Signoria la riflessibile somma 
di più milioni annui di Ducati secondo il calcolo d'istrutti ed avveduti 
negozianti. </p>
<p>La sollecitudine, e la vigilanza dell'Imperator Giuseppe fece 
ogni sforzo possibile per aumentare ne' suoi Stati il prodotto delle sete. 
Si coltivano Gelsi nell'Ungheria; giacché quel regno per la fertitità del suolo, e per la sua posizione è capace di sì fatta coltura. Le 
sete però, che ivi si raccolgono, non riuscindo né di bella qualità, né 
abbondanti, sono ben lungi dal sostenere il confronto di quelle, che 
produconsi negli Stati felicissimi di Vostra Serenità, e di Vostre Eccellenze. 
La medesima cosa deve dirsi altresì delle sete di Roveredo, e di 
qualunque altra proveniente ne' domini Austriaci, di maniera tale che 
questo ramo di commercio sarà sempre di sommo avvantaggio ai 
Veneti, e chiama perciò vie più la cura e l'attenzione pubblica per 
animarlo, proteggerlo ed ampliarlo. </p>
<p>Ma l'oggetto, che merita maggior considerazione, sono le relazioni politiche, poiché spettano immediatemente agli alti riguardi 
del Principato. I Veneti domini sono quasi ovunque circondati dalle 
possessioni Austriache; la famiglia Cesarea tiene floridissimi Stati 
in Italia e non andrà guari, che a lei toccherà pure il Ducato di 
Modena. </p>
<p>A pretesto di mantenere l'integrità dell'Impero Germanico, il 
di cui scettro riposa in essa da tanto tempo, e servendosi dei rapporti col Ducato di Milano, oppure con altri titoli, tutti per verità o 
non attendibili per mancanza di fondamento, o antiquati per prescrizione e per il corso de' secoli, il gabinetto Cesareo potrebbe colorir 
la voglia di promovere disturbi. </p>
<p>Da questa situazione di cose ne deriva necessariamente, che la 
Potenza più importante ed essenziale per la Serenissima Repubblica 
si è la Casa d'Austria, e che si deve coltivare col maggiore studio 
la di lei amicizia e buona corrispondenza. </p>
<p>Se apro le storie patrie, ritrovo, che l'avvedutezza e la somma 
prudenza de' nostri Maggiori si è sempre possibilmente occupata 
a porre argine all'esorbitante grandezza della Casa d'Austria e ad 
equilibrarne il potere tenendosi stretti nell'amicizia colla Francia. 
In adesso ognun sa in quale stato si trovi quella nazione; e credo, 
che non vi abbia persona prudente e perspicace, la quale sia ora 
capace di pronosticare l'esito di tanti eventi. Ma se la nazion Francese può resistere alle armi delle Potenze collegate; se abbattuti 
i capi promoventi intestine discordie, que' spiriti per verità troppo 
vivaci, e troppo facili a darsi in preda a partiti violenti ed estremi 
rientrassero nelle vie della moderazione, e dell'equità; se in somma 
quella nascente Repubblica si consolidasse, adottando una ragionata 
e ben intesa costituzione, essa formerebbe uno Stato di forza insuperabile, e di cui non esisterà l'eguale in Europa. </p>
<p>Potrebbe divenire per conseguenza l'alleata più utile alla 
Serenissima Republica, e tener in freno la Casa d'Austria, la quale 
trovasi a portata di disturbare più prontamente di qualunque altra 
Potenza i Veneti domini. </p>
<p>Per il medesimo oggetto la sapienza dell'Eccellentissimo Senato pondererà, se fosse opportuno annodare una diretta corrispondenza colla 
Prussia, tenendo un Veneto Ministro alla Corte di Berlino. A ciò 
fare mi sembra che possa movere il seguente dilemma. O il gabinetto Prussiano continua nella buona armonia colla Casa d'Austria, 
e in allora i di lui offizi presso la Corte di Vienna possono al bisogno 
essere di sommo giovamento alle Venete convenienze. O ritorna ad 
accendersi la sopita animosità e gelosia tra quelle due Potenze, e in 
allora, se mai il gabinetto Cesareo risvegliasse qualche progetto di 
disturbo alla Serenissima Repubblica, potrebbe esserne distolto efficacemente dalla Prussia. Posso accertare Vostre Eccellenze, che simile dilemma 
persuase il Divano ad entrare in stretta alleanza colla Corte di Berlino, e di fatto ognun sa quanto la Porta Ottomana ne abbia risentito 
benefizio nel famoso trattato di pace conchiuso nel 1791 in Sistovi. </p>
<p>Sarà poi della prudenza dell'Eccellentissimo Senato sciegliere il momento 
favorevole ed innocuo per effettuare il summentovato piano senza 
dar ombra né alla Francia, né alla Corte di Vienna. Questa essendo 
alleata in adesso colla Casa di Brandeburgo, non potrebbe che risguardare di buon occhio tale corrispondenza. Ma la Francia attualmente in guerra colla Prussia potrebbe ingelosirsene. Quindi la 
sapienza dell'Eccellentissimo Senato scorge, che conviene temporeggiare 
con cautela, sino a tanto che si calmi il fermento generale, che tiene 
in agitazione tutta l'Europa, e sino a tanto che gli affari politici riprendano il naturale loro corso. Cogliere il tempo opportuno nel maneggio 
de' negozi e soprattutto nel concatenare le relazioni tra Principe e 
Principe è sempre stato della più alta rilevanza, ed è ciò che seppe 
praticare in ogni occasione la maturità di questo augusto consesso. </p>
<p>Questi cenni per altro non sono, che di semplice precauzione per 
l'avvenire, poiché attualmente siede sul trono Cesareo un Sovrano, 
che nutre sincera amicizia per la Serenissima Republica, e dal quale 
avendone io avuto replicate testimonianze, oserei quasi assicurare 
Vostre Eccellenze che non saranno dal medesimo recate molestie. Ma siccome col volgere degli anni si cambiano i Monarchi sul solio, e si 
alterano le massime di politica, e i sistemi di governare nei gabinetti: 
così essendo più giovevole prevenire i mali di quello che escogitare 
il riparo allora che sono accaduti, fa di mestieri prendere a tempo 
debito le relative misure. </p>
<p>Per dar compimento a questa mia riverente relazione mi è d'uopo 
aggiungere alcune cose intorno la dignità Imperiale collocata da sì 
lungo tempo nella Casa d'Austria, e circa la maniera, con cui si trattano in Vienna gli affari politici, nonché sui Ministri che compongono 
il Cesareo gabinetto, tanto più che la conoscenza del loro carattere 
personale può molto influire nella direzione da tenersi ne' maneggi. </p>
<p>Essendo stato testimonio dell'assunzione di due Imperatori al 
trono, ho avuto occasione di rimarcare con quanto movimento ed 
impegno cerchi la Casa d'Austria di perpetuare in sé lo scettro dei 
Cesari, e quanto ambisca ed apprezzi una tale dignità; benché in 
sostanza questa non le apporti direttamente rendite riflessibili in 
confronto dei pesi, cui va soggetta. Ma con questo mezzo essa primeggia fra Sovrani d'Europa, ha una grandissima influenza nel Corpo 
Germanico, e procura non tenui utilità a' suoi Stati. Il Consiglio 
Aulico Imperiale, la Cancelleria dell'Impero, ed altri Dicasteri, che 
devono dimorare nella residenza di Cesare, chiamano da ogni parte 
di Germania una quantità di persone, che accrescono la popolazione 
di Vienna, e vi apportano somme ricchezze. A ciò si deve aggiungere tutte le Investiture de' feudi dipendenti dall'Impero e tutti que' 
Ministri Diplomatici, Incaricati d'Affari e Agenti, che sono accreditati e trovansi presso il Sovrano, soltanto perché è Capo del Corpo 
Germanico. Dalla somma di questi indiretti avvantaggi alcuni hanno 
desunto ed asserito, che sia scopo segreto della Casa d'Austria 
rendere presso di sé ereditaria la corona e la dignità Imperiale.</p>
<p>Il Gabinetto di Vienna consiste in un'unione di Ministri chiamata Conferenza di Stato, alle considerazioni della quale vengono 
sottomessi tutti gli affari sommi di governo, e specialmente i politici. 
Questa è ora composta dal Principe di Kaunitz, dal Conte Cobentzl, 
dal Principe Stharemberg, dal Maresciallo Lacy, dal Principe 
Rosenberg, e dal Conte Francesco Colloredo. </p>
<p>La celebrità del Principe di Kaunitz tanto cognito all'Eccellentissimo Senato per il lungo maneggio degli affari, e per la costante sua propensione a favorire le cose Venete mi dispensa dal tessere encomi 
alla perspicacia, e all'illibata condotta tenuta mai sempre da questo 
ottuagenario Ministro sommamente benemerito, e riputato. Egli ha 
cominciato a servire la Casa d'Austria sino sotto Carlo sesto, è stato 
poscia costantemente alla testa degli affari nei quattro regni, che 
hanno susseguitato; e seppe sempre cattivarsi coll'utilità de' suoi 
consigli l'approvazione, e la benevolenza de' Sovrani, nonché la 
stima generale dell'Europa. Specialmente fino a tanto che regnò 
Maria Teresa, egli ha goduto del maggior credito, e furono in quel 
frattempo quasi nelle sole sue mani le redini del Governo. Nello 
scorso Agosto chiese di essere dimesso dalle funzioni di Cancelliere 
di Corte e Stato; al che Sua Maestà aderì, esigendo però che ritenga 
il titolo, i proventi, e le onorificenze della carica. Stante l'avanzata età, è dispensato dall'assistere personalmente alla Conferenza 
di Stato; ma per informarlo di quanto si propone nella medesima, 
vi si ammette il Barone Spielman col titolo di Referendario, il quale 
gli riporta le materie trattate, raccoglie l'opinione del Principe di 
Kaunitz, e ne rende consapevole la Conferenza. L'influenza però di 
questo esperto Ministro è in adesso diminuita. Nulla ostante non si 
prendono deliberazioni importanti senza accuratamente consultarlo. </p>
<p>Il Barone Spielman benché d'oscurissimi parenti, è giunto in 
grazia di merito distinto personale all'onorifica carica di Referendario 
della Conferenza di Stato. Egli è molto istrutto, e rapporto agli 
affari risguardanti il diritto Germanico, e la costituzione dell'Impero 
sorpassa in cognizioni qualunque altro. Viene per conseguenza consultato, ed impiegato nelle cose di maggior rilevanza. Ha conchiuso 
e sottoscritto le famose dichiarazioni di Reichenbach, ed è stato 
uno de' principali stromenti, per cui si formò l'alleanza dell'Austria 
colla Prussia. Quantunque sia Ministro di ordine secondario, pure 
sarà sempre utile tenerselo ben affetto a cagione della grandissima 
influenza, che ora ha nel governo Cesareo. </p>
<p>Il Conte Cobentzl maneggia al presente il dipartimento degli 
affari forestieri. È dotato di carattere dolce, onesto, e circospetto. 
Forse i suoi talenti non sono tanto sublimi, ed estesi; come sembra 
lo dovrebbe richiedere la mole degli affari. Procura però di supplire 
colla diligenza, e colla ponderazione. Io l'ho sempre esperimentato 
dispostissimo a prestarsi all'adempimento delle premure dell'Eccellentissimo 
Senato. </p>
<p>Il Principe Stharemberg avendo impiegato molti anni nella 
carriera diplomatica ha somma pratica e conoscenza in tal materia; 
e si stima la di lui opinione. È fornito di fino criterio; ma è così 
ritenuto e grave di contegno, che vie, ne persino tacciato d'alterigia. </p>
<p>Pochi Ministri possono mettersi a paragone del Maresciallo Lacy, 
essendo egli dotato di merito veramente singolare. Ho già parlato 
delle cognizioni militari, che possede, e delle vantaggiose discipline 
e riforme da lui introdotte nelle armate Cesaree. Non meno vasti ed 
utili sono i lumi politici, di cui è fornito. Riputatissima perciò è la 
sua opinione nella Conferenza di Stato, avendosi giustamente meritata la fama di non essere diretta ad altro oggetto, che al solo bene 
del suo Sovrano, e della sua nazione. Quantunque egli sia di natura 
modestissimo, e riservato, pure conta un gran numero d'invidiosi; 
giacché la gelosia, e la malignità ha per costume di mordere il 
talento e la virtù. Conoscitore il Maresciallo Lacy dell'intrinseco 
pregio della Veneta Costituzione, e dell'equità, che regna nelle deliberazioni dell'Eccellentissimo Senato, ha costantemente appoggiato i miei 
maneggi, e le brame di Vostra Signoria e di Vostre Eccellenze. </p>
<p>Un aureo carattere, una mente sublime, profonde cognizioni in 
ogni genere, distinguono il Principe di Rosenberg. Provo la più viva 
soddisfazione nel riferire, che ho ritrovato in qualunque incontro 
questo degnissimo Ministro non solo propenso ed inclinato, ma direi 
quasi appassionato per la Serenissima Repubblica. Dice di essere Veneziano, e questo era il titolo, col quale voleva essere sempre da me 
chiamato. Io ho posto studio sommo di coltivare l'amicizia, che non ha 
mai cessato d'impartirmi, poiché godendo egli per le sue eminenti 
qualità della più intima stima e cordialità dell'Imperatore e di tutta la 
Cesarea famiglia, è di grandissimo utile ai riguardi dell'Eccellentissimo 
Senato. A gloria della verità devo confessare, che l'esito felice de' 
negozi da me maneggiati fu sempre opera sua, avendo io costantemente riposto in questo egregio e raro personaggio l'intiera mia 
fiducia. </p>
<p>Il Conte Francesco Colloredo è stato Aio dell'Imperatore; e 
perciò Cesare ha collocato in lui una speciale confidenza. Non ha 
gran penetrazione d'ingegno: ma è uomo di purissimi costumi; 
pieno di religione, e amantissimo della giustizia e della rettitudine. </p>
<p>Quando nella conferenza di Stato si trattano affari risguardanti 
il Regno di Boemia, o quello d'Ungheria, sogliono respettivamente 
chiamarsi i due Gran Cancellieri; cioè, il Conte Kollowrat per il primo, 
e il Conte Carlo Palffy per il secondo. Questi due Ministri sono molto 
intelligenti e pratici per la direzione interna dei summenzionati 
Regni, ed essendovi influentissimi per aderenze e per parentele, sono 
riputati, considerati, e non poco accarezzati alla Corte. </p>
<p>Oltre la conferenza di Stato vi ha il Gabinetto privato dell'Imperatore. Ne è direttore il suddetto Conte Francesco Colloredo, 
avendo Sua Maestà a solo di lui riguardo creato tale lucrosa e onorificentissima carica. Quivi passano tutti li moltissimi memoriali, e li 
progetti d'ogni sorta, che sono presentati direttamente a Cesare. </p>
<p>Il Consiglio Aulico di guerra dirigge le cose militari in ciò che 
risguarda la loro esecuzione, e quelle spettanti al Corpo Germanico 
si portano alla Cancelleria dell'Impero diretta dal Principe Colloredo 
col titolo di Vice Cancelliere. Questo ministro, egualmente che il suddetto Conte Francesco essendo oriondi di famiglia suddita, e conservando tuttora nello Stato stretti vincoli di parentela, nutrono affetto, 
e divozione per la Serenissima Repubblica. </p>
<p>Ecco, Principe Serenissimo, raccolte nella presente ossequiosa 
relazione le principali osservazioni, che ho fatto nel corso dell'Ambasciata da me sostenuta presso tre consecutivi Cesari. Risulta dalle 
medesime che la Corte di Vienna per la sua forza intrinseca è una 
delle primarie Potenze d'Europa, che per li suoi rapporti politici ha 
in ogni rispetto grandissima influenza, e che per gl'immediati oggetti 
risguardanti Vostre Eccellenze la di lei buona corrispondenza si 
rende di sommo peso per la Serenissima Repubblica. Se quanto ho 
rassegnato imperfettamente bensì, ma con fervore e patrio zelo, 
sarà giudicato non del tutto disconvenevole alla Maestà di questo 
Augusto Consesso. Se potrà ridondare in qualche pubblico avvantaggio, 
avrò ottenuto la maggior ricompensa, cui deve aspirare un ingenuo 
cittadino, che ha consecrato tutta la sua vita nell'onorevole servizio 
della Patria; e che sarà troppo felice, se anche in seguito gli sarà 
permesso di tributare a Vostra Serenità e a Vostre Eccellenze 
l'omaggio dell'opra sua, e di tutto se stesso. </p>
<closer><dateline>Venezia lì 21 marzo 1793. </dateline>
<signed>Grazie. Daniel Dolfin primo, Cavalier, 
Ambasciator ritornato dalla Corte di Vienna. </signed></closer></div2></div1></body></text></TEI.2>
