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      <title>Discorso dell'arte del dialogo</title>
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        <author>Tasso, Torquato</author>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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IL PADRE DON ANGELO GRILLO</hi></head>
<p>Voi mi pregate, Padre molto reverendo, nelle vostre lettere, ch' io vo<lb/>
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dotti a favellare, resta che parliamo dell'ultima parte, la quale <lb/>
è l'elocuzione: e se crediamo ad Artemone, che ricopiò l'epistole <lb/>
d'<name>Aristotele</name>, bisogna scriver co 'l medesimo stilo il dialogo e <pb n="343"/><lb/>
l'epi<lb/>
stola, perch'il dialogo è quasi una sua parte. Ma <name>Demetrio Fa<lb/>
lereo</name> dice ch'il dialogo è imitazione del ragionare a l'improviso;<lb/>
ma l'epistola si scrive, e si manda in dono in qualche modo:<lb/>
però dee esser fatta e polita con maggiore studio. Tuttavolta né <lb/>
<name>Platone</name> né <name>Marco Tullio</name> par che sempre avessero questa considera<lb/>
zione: perché ne' dialogi l'elocuzione dell'uno e dell'altro non è <lb/>
meno ornata che quella dell'epistole: e 'n tutti gli altri ornamenti <lb/>
i dialogi paiono superiori. E ciò non par fatto senza molta ragione,<lb/>
conciosiacosa che i dialogi di <name>Platone</name> e di <name>Marco Tullio</name> sono imita<lb/>
zione de' migliori: e nell'imitazioni sì fatte, le persone e le cose <lb/>
imitate debbono più tosto accrescere che diminuire, come ci inse<lb/>
gna Demetrio medesimo, il qual vuol che la magnificenza sia nelle <lb/>
cose, s'il parlare è del cielo o della terra. Oltre di ciò, là dove egli <lb/>
parla del periodo, ne fa tre generi: il primo, istorico; il secondo,<lb/>
dialogico; il terzo, oratorio: e vuol che l'istorico sia nel mezzo del<lb/>
l'uno e dell'altro, non molto ritondo né molto rimesso. Ma la forma <lb/>
dell'oratorio sia contorta e circolarie; e quella del dialogico più <lb/>
semplice dell'istorico, in guisa ch'a pena dimostri d'esser periodo. I <lb/>
quali ammaestramenti sono stati meglio osservati da' Greci che da <lb/>
<name>Marco Tullio</name>, ch'imitò <name>Platone</name> solamente: perch'egli così nel periodo,<lb/>
com'in ciascun'altra parte, ricercò la grandezza più di <name>Senofonte</name> <lb/>
e degli altri. Laonde usa le metafore pericolosamente in luogo delle <lb/>
imagini, che sono usate da <name>Senofonte</name>: e somiglia colui il quale ca<lb/>
mina in luogo dove è pericolo di sdrucciolare, compiacendo a se <lb/>
medesimo, ed avendo molto ardire, sì come è proprio delle nature <lb/>
sublimi talché fu detto di lui ch'egli molto s'inalzava sovra il <pb n="344"/><lb/>
par<lb/>
lar pedestre; e ch'il suo parlare non era in tutto simile al verso,<lb/>
né 'n tutto simile a la prosa; e ch'egli usava l'ingegno non altra<lb/>
mente ch'i re facciano la podestà; ed in somma, niun ornamento <lb/>
di parole, niun color retorico, niun lume d'oratore par che sia ri<lb/>
fiutato da <name>Platone</name>. Ma s'in alcuna parte del dialogo debbiamo aver<lb/>
risguardo a gli avertimenti di Demetrio, è in quella nella qual si <lb/>
disputa, perch'in lei si conviene la purità e la simplicità dell'elo<lb/>
cuzione; e 'l soverchio ornamento par ch'impedisca gli argomenti e <lb/>
che rintuzzi, per così dire, l'acume e la sottilità. Ma l'altre parti <lb/>
debbono esser ornate con maggiore diligenza; e dovendo lo scrit<lb/>
tor del dialogo assomigliare i poeti nell'espressione e nel por le <lb/>
cose inanzi a gli occhi, <name>Platone</name> meglio di ciascuno ce le fa quasi <lb/>
vedere: il qual nel <title>Protagora</title>, parlando d'Ippocrate che s'era arros<lb/>
sito essendo ancora di notte, soggiunge: «Già appariva la luce,<lb/>
onde il color poteva esser veduto» E la chiarezza, ch'evidenza è <lb/>
chiamata da' Latini, nasce da la cura usata nel parlare e da l'es<lb/>
sersi ricordato ch'Ippocrate era a lui veduto di notte. E nel mede<lb/>
simo dialogo leggiamo con maraviglioso diletto che l'Eunuco por<lb/>
tinaio, perché i Sofisti gli erano venuti a noia, serra con ambe <lb/>
le mani la porta a <name>Socrate</name> ed al compagno; ed a pena l'apre, uden<lb/>
do che non erano di loro. E ci piace il passeggiar di <name>Protagora</name> e <lb/>
degli altri che, passeggiando con tanto ordine, ascoltavano il ra<lb/>
gionare: e ci par di vedere <name>Ippia</name> seder nel trono e <name>Prodico</name> giacere <lb/>
avviluppato. E con piacer incredibile leggiamo similmente che due <lb/>
giovanetti appoggiati sovra il gombito descrivessero cerchi e altre <lb/>
inchinazioni della sfera: e che <name>Socrate</name> pur col gombito dimandasse <lb/>
di che ragionavano. Né con minor espressione ci pone inanzi a gli <lb/>
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occhi <name>Carmide</name> e gli amici: e quasi veggiamo gli estremi, che sede<lb/>
vano da questa parte e da quella, l'uno cadere e l'altro esser co<lb/>
stretto a levarsi. Ma sopra tutte le cose c'empie di compassione e <lb/>
di maraviglia il venir di <name>Carmide</name> a la prigione inanzi al giorno, e <lb/>
l'aspettar che si destasse <name>Socrate</name> condannato a la morte: e poi <lb/>
ch'il medesimo raccoglia la gamba, la quale era stata legata, e <lb/>
grattandosi discorra del dolore e del piacere, la estremità de' quali <lb/>
son congiunte insieme: e distendendosi, e postosi a sedere sovra la <lb/>
lettiera, dia principio a maggiore e più alta contemplazione. E <lb/>
nel medesimo dialogo tempera il dolore, quando scherza con le belle <lb/>
chiome di Fedone, le quali dovevano il giorno tagliarsi; e nella <lb/>
descrizione parimente è maraviglioso. E se leggiamo i ragionamenti <lb/>
di <name>Socrate</name> sotto il platano, e quelli del Forestiero ateniese a l'om<lb/>
bra degli alberi frondosi, mentre co 'l Lacedemonio e co 'l <name>Can<lb/>
diano</name> vanno a l'antro di <name>Giove</name>, ci par di vedere ed ascoltare quel che <lb/>
leggiamo. Queste son le perfezioni di <name>Platone</name>, veramente maravi<lb/>
gliose: le quali, se ben saranno considerate, non ci rimarrà dubbio <lb/>
alcuno che lo scrittor del dialogo non sia imitatore, o quasi mezzo <lb/>
fra 'l poeta e 'l dialettico. Abbiam, dunque, che 'l dialogo sia imita<lb/>
zione di ragionamento, fatto in prosa per giovamento degli uomini <lb/>
civili e speculativi, per la qual cagione egli non ha bisogno di <lb/>
scena o di palco; e che due sian le specie: l'una nel soggetto, della <lb/>
quale sono i problemi che risguardano l'elezione e la fuga; l'altra <lb/>
speculativa, la qual prende per subietto quistione ch'appertiene <lb/>
a la verità e a la scienza; e nell'una e nell'altra non imita solamente<lb/>
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la disputa, ma il costume di coloro che disputano, con elocuzioni <lb/>
in alcune parti piene di ornamento, in altre di purità, come par <lb/>
che si convenga a la materia.</p>
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