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            <title>Pensieri</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>158360 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit000436</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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               <title>Tutte le opere di Giacomo Leopardi</title>
               <title type="part">v.</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Flora, Francesco</editor>
               <publisher>Mondadori</publisher>
               <pubPlace>Milano</pubPlace>
               <date>1962</date>
               <note>Fa parte di: Tutte le opere di Giacomo Leopardi, 7. ed., a cura di F. Flora; Milano: A. Mondadori, 1962</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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         </editorialDecl>
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            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
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            <date>800</date>
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            <language id="ita">Italiano</language>
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            <keywords scheme="CGB">
               <term>Trattati</term>
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            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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            <item>Digitalizzazione</item>
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               <name>Marco Fucini</name>
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               <name>Carla Deiana</name>
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         <div1 type="cap">
            <head>I</head>
            <p>Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui sotto, perché,
                    oltre che la natura mia era troppo rimota da esse, e che l’animo tende sempre a
                    giudicare gli altri da se medesimo, la mia inclinazione non è stata mai d’odiare
                    gli uomini, ma di amarli. In ultimo l’esperienza quasi violentemente me le ha
                    persuase: e sono certo che quei lettori che si troveranno aver praticato cogli
                    uomini molto e in diversi modi, confesseranno che quello ch’io sono per dire è
                    vero; tutti gli altri lo terranno per esagerato, finché l’esperienza, se mai
                    avranno occasione di veramente fare esperienza della società umana, non lo ponga
                    loro dinanzi agli occhi.</p>
            <p>Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili
                    contro i generosi. Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta,
                    facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito
                    si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano
                    inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha
                    contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con
                    lealtà e che non gl’inganna; se con genti onorate, è impossibile che non manchi
                    loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché
                    sieno persone animose, e capaci di vendicarsi; perché ha speranza, come quasi
                    sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura. Io ho veduto più
                    volte uomini paurosissimi, trovandosi fra un birbante più pauroso di loro, e una
                    persona da bene piena di coraggio, abbracciare per paura le parti del birbante:
                    anzi questa cosa accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni
                    simili: perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici,
                    quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le
                    cose ignote fanno più paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle
                    vendette dei generosi, dalle quali la stessa viltà e la paura ti salvano; ma
                    nessuna paura e nessuna viltà è bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete,
                    dalle insidie, né dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili.
                    Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio è temuto pochissimo; anche
                    perché, essendo scompagnato da ogni impostura, è privo di quell’apparato che
                    rende le cose spaventevoli; e spesso non gli è creduto; e i birbanti sono temuti
                    anche come coraggiosi, perché, per virtù d’impostura, molte volte sono tenuti
                    tali.</p>
            <p>Rari sono i birbanti poveri: perché, lasciando tutto l’altro, se un uomo da bene
                    cade in povertà, nessuno lo soccorre, e molti se ne rallegrano; ma se un ribaldo
                    diventa povero, tutta la città si solleva per aiutarlo. La ragione si può
                    intendere di leggeri: ed è che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di
                    chi ci è compagno e consorte, perché pare che sieno altrettante minacce a noi
                    stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perché il trascurarle
                    pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell’occasione,
                    il simile sia fatto a noi. Ora i birbanti, che al mondo sono i più di numero, e
                    i più copiosi di facoltà, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non
                    cogniti a sé di veduta, per compagni e consorti loro, e nei bisogni si sentono
                    tenuti a soccorrerli per quella specie di lega, come ho detto, che v’è tra essi.
                    Ai quali anche pare uno scandalo che un uomo conosciuto per blrbante sia veduto
                    nella miseria; perché questa dal mondo, che sempre in parole è onoratore della
                    virtù, facilmente in casi tali è chiamata gastigo, cosa che ritorna in
                    obbrobrio, e che può ritornare in danno, di tutti loro. Però in tor via questo
                    scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di
                    ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna,
                    non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile.</p>
            <p>All’opposto i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalità, sono tenuti
                    dalla medesima quasi creature d’altra specie, e conseguentemente non solo non
                    avuti per consorti né per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti
                    sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto più o meno gravemente,
                    quanto la bassezza d’animo e la malvagità del tempo e del popolo nei quali si
                    abbattono a vivere, sono più o meno insigni; perché come nei corpi degli animali
                    la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si
                    confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle
                    aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce
                    grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza è anche
                    contrarietà, con ogni sforzo sia cercato distruggere o discacciare. Anche
                    sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono
                    sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano,
                    il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo
                    nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e
                    potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli; essendo gli uomini
                    prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in
                    parole ne sieno salvi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>II</head>
            <p>Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non
                    per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi,
                    ai quali non sia mancato il padre nella prima età. Lascio stare che, parlando di
                    quelli che vivono di entrata, colui che ha il padre vivo, comunemente è un uomo
                    senza facoltà; e per conseguenza non può nulla nel mondo: tanto più che nel
                    tempo stesso è facoltoso in aspettativa, onde non si dà pensiero di procacciarsi
                    roba coll’opera propria; il che potrebbe essere occasione a grandi fatti; caso
                    non ordinario però, poiché generalmente quelli che hanno fatto cose grandi, sono
                    stati o copiosi o certo abbastanza forniti de’ beni della fortuna insino dal
                    principio. Ma lasciando tutto questo, la potestà paterna appresso tutte le
                    nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de’ figliuoli; che,
                    per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che,
                    comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o
                    dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai
                    di produrre: e questo è un sentimento che l’uomo, finché ha il padre vivo, porta
                    perpetuamente nell’animo; confermatogli dall’opinione che visibilmente ed
                    inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di
                    dependenza, e di non essere libero signore di se medesimo, anzi di non essere,
                    per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di
                    appartenere il suo nome ad altrui più che a sé. Il qual sentimento, più profondo
                    in coloro che sarebbero più atti alle cose, perché avendo lo spirito più
                    svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità
                    della propria condizione, è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col
                    fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù,
                    l’uomo che in età di quaranta o di cinquant’anni sente per la prima volta di
                    essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che,
                    se ne provasse, non avrebbe più impeto né forze né tempo sufficienti ad azioni
                    grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al
                    mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poiché l’utilità
                    inestimabile del trovarsi innanzi nella giovanezza una guida esperta ed amorosa,
                    quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una
                    sorte di nullità e della giovanezza e generalmente della vita.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>III</head>
            <p>La sapienza economica di questo secolo si può misurare dal corso che hanno le
                    edizioni che chiamano compatte, dove è poco il consumo della carta, e infinito
                    quello della vista. Sebbene in difesa del risparmio della carta nei libri, si
                    può allegare che l’usanza del secolo è che si stampi molto e che nulla si legga.
                    Alla quale usanza appartiene anche l’avere abbandonati i caratteri tondi, che si
                    adoperarono comunemente in Europa ai secoli addietro, e sostituiti in loro vece
                    i caratteri lunghi, aggiuntovi il lustro della carta; cose quanto belle a
                    vederle, tanto e più dannose agli occhi nella lettura; ma ben ragionevoli in un
                    tempo nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>IV</head>
            <p>Questo che segue, non è un pensiero, ma un racconto, ch’io pongo qui per
                    isvagamento del lettore. Un mio amico, anzi compagno della mia vita, Antonio
                    Ranieri, giovane che, se vive, e se gli uomini non vengono a capo di rendere
                    inutili i doni ch’egli ha dalla natura, presto sarà significato abbastanza dal
                    solo nome, abitava meco nel 1831 in Firenze. Una sera di state, passando per Via
                    buia, trovò in sul canto, presso alla piazza del Duomo, sotto una finestra
                    terrena del palazzo che ora è de’ Riccardi, fermata molta gente, che diceva
                    tutta spaventata: ih, la fantasima! E guardando per la finestra nella stanza,
                    dove non era altro lume che quello che vi batteva dentro da una delle lanterne
                    della città, vide egli stesso come un’ombra di donna, che scagliava le braccia
                    di qua e di là, e nel resto immobile. Ma avendo pel capo altri pensieri, passò
                    oltre, e per quella sera né per tutto il giorno vegnente non si ricordò di
                    quell’incontro.</p>
            <p>L’altra sera, alla stessa ora, abbattendosi a ripassare dallo stesso luogo, vi
                    trovò raccolta più moltitudine che la sera innanzi, e udì che ripetevano collo
                    stesso terrore: ih, la fantasima! E riguardando per entro la finestra, rivide
                    quella stessa ombra, che pure, senza fare altro moto, scoteva le braccia. Era la
                    finestra non molto più alta da terra che una statura d’uomo, e uno tra la
                    moltitudine che pareva un birro, disse: s’i’ avessi qualcuno che mi sostenessi
                    ’n sulle spalle, i’ vi monterei, per guardare che v’è là drento. Al che
                    soggiunse il Ranieri: se voi mi sostenete, monterò io. E dettogli da quello,
                    montate, montò su, ponendogli i piedi in su gli omeri, e trovò presso
                    all’inferriata della finestra, disteso in sulla spalliera di una seggiola, un
                    grembiale nero, che agitato dal vento, faceva quell’apparenza di braccia che si
                    scagliassero; e sopra la seggiola, appoggiata alla medesima spalliera, una rocca
                    da filare, che pareva il capo dell’ombra: la quale rocca il Ranieri presa in
                    mano, mostrò al popolo adunato, che con molto riso si disperse.</p>
            <p>A che questa storiella? Per ricreazione, come ho detto, de’ lettori, e inoltre
                    per un sospetto ch’io ho, che ancora possa essere non inutile alla critica
                    storica ed alla filosofia sapere che nel secolo decimonono, nel bel mezzo di
                    Firenze, che è la città più culta d’Italia, e dove il popolo in particolare è
                    più intendente e più civile, si veggono fantasmi, che sono creduti spiriti, e
                    sono rocche da filare. E gli stranieri si tengano qui di sorridere, come fanno
                    volentieri delle cose nostre; perché troppo è noto che nessuna delle tre grandi
                    nazioni che, come dicono i giornali, marchent à la tête de la civilisation,
                    crede agli spiriti meno dell’italiana.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>V</head>
            <p>Nelle cose occulte vede meglio sempre il minor numero, nelle palesi il maggiore.
                    È assurdo l’addurre quello che chiamano consenso delle genti nelle quistioni
                    metafisiche: del qual consenso non si fa nessuna stima nelle cose fisiche, e
                    sottoposte ai sensi; come per esempio nella quistione del movimento della terra,
                    e in mille altre. Ed all’incontro è temerario, pericoloso, ed, al lungo andare,
                    inutile, il contrastare all’opinione del maggior numero nelle materie
                civili.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>VI</head>
            <p>La morte non è male: perché libera l’uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli
                    toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i
                    piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno
                    gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>VII</head>
            <p>Havvi, cosa strana a dirsi, un disprezzo della morte e un coraggio più abbietto e
                    più disprezzabile che la paura: ed è quello de’ negozianti ed altri uomini
                    dediti a far danari, che spessissime volte, per guadagni anche minimi, e per
                    sordidi risparmi, ostinatamente ricusano cautele e provvidenze necessarie alla
                    loro conservazione, e si mettono a pericoli estremi dove non di rado, eroi vili,
                    periscono con morte vituperata. Di quest’obbrobrioso coraggio si sono veduti
                    esempi insigni, non senza seguirne danni e stragi de’ popoli innocenti,
                    nell’occasione della peste, chiamata più volentieri cholera morbus, che ha
                    flagellata la specie umana in questi ultimi anni.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>VIII</head>
            <p>Uno degli errori gravi nei quali gli uomini incorrono giornalmente, è di credere
                    che sia tenuto loro il segreto. Né solo il segreto di ciò che essi rivelano in
                    confidenza, ma anche di ciò che senza loro volontà, o mal grado loro, è veduto o
                    altrimenti saputo da chicchessia, e che ad essi converrebbe che fosse tenuto
                    occulto. Ora io dico che tu erri ogni volta che sapendo che una cosa tua è nota
                    ad altri che a te stesso, non tieni già per fermo che ella sia nota al pubblico,
                    qualunque danno o vergogna possa venire a te di questo. A gran fatica per la
                    considerazione dell’interesse proprio, si tengono gli uomini di non manifestare
                    le cose occulte; ma in causa d’altri, nessuno tace: e se vuoi certificarti di
                    questo, esamina te stesso, e vedi quante volte o dispiacere o danno o vergogna
                    che ne venga ad altri, ti ritengono di non palesare cosa che tu sappi; di non
                    palesarla, dico, se non a molti, almeno a questo o a quell’amico, che torna il
                    medesimo. Nello stato sociale nessun bisogno è più grande che quello di
                    chiacchierare, mezzo principalissimo di passare il tempo, ch’è una delle prime
                    necessità della vita. E nessuna materia di chiacchiere è più rara che una che
                    svegli la curiosità e scacci la noia: il che fanno le cose nascoste e nuove.
                    Però prendi fermamente questa regola: le cose che tu non vuoi che si sappia che
                    tu abbi fatte, non solo non le ridire, ma non le fare. E quelle che non puoi
                    fare che non sieno o che non sieno state, abbi per certo che si sanno, quando
                    bene tu non te ne avvegga.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>IX</head>
            <p>Chi contro all’opinione d’altri ha predetto il successo di una cosa nel modo che
                    poi segue, non si pensi che i suoi contraddittori, veduto il fatto, gli dieno
                    ragione, e lo chiamino più savio o più intendente di loro: perché o negheranno
                    il fatto, o la predizione, o allegheranno che questa e quello differiscano nelle
                    circostanze, o in qualunque modo troveranno cause per le quali si sforzeranno di
                    persuadere a se stessi e agli altri che l’opinione loro fu retta, e la contraria
                    torta.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>X</head>
            <p>La maggior parte delle persone che deputiamo a educare i figliuoli, sappiamo di
                    certo non essere state educate. Né dubitiamo che non possano dare quello che non
                    hanno ricevuto, e che per altra via non si acquista.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XI</head>
            <p>V’è qualche secolo che, per tacere del resto, nelle arti e nelle discipline
                    presume di rifar tutto, perché nulla sa fare.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XII</head>
            <p>Colui che con fatiche e con patimenti, o anche solo dopo molto aspettare, ha
                    conseguito un bene, se vede altri conseguire il medesimo con facilità e presto,
                    in fatti non perde nulla di ciò che possiede, e nondimeno tal cosa è
                    naturalmente odiosissima, perché nell’immaginativa il bene ottenuto scema a
                    dismisura se diventa comune a chi per ottenerlo ha speso e penato poco o nulla.
                    Perciò l’operaio della parabola evangelica si duole come d’ingiuria fatta a se,
                    della mercede uguale alla sua, data a quelli che avevano lavorato meno; e i
                    frati di certi ordini hanno per usanza di trattare con ogni sorte di acerbità i
                    novizi, per timore che non giungano agiatamente a quello stato al quale essi
                    sono giunti con disagio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XIII</head>
            <p>Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un
                    avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro
                    dì dell’anno, paiono avere con quello un’attinenza particolare, e che quasi
                    un’ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti:
                    onde è medicato in parte il tristo pensiero dell’annullamento di ciò che fu, e
                    sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che
                    ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto.
                    Come trovandoci in luoghi dove sieno accadute cose o per se stesse o verso di
                    noi memorabili, e dicendo, qui avvenne questo, e qui questo, ci reputiamo, per
                    modo di dire, più vicini a quegli avvenimenti, che quando ci troviamo altrove;
                    così quando diciamo, oggi è l’anno, o tanti anni, accadde la tal cosa, ovvero la
                    tale, questa ci pare, per dir così, più presente, o meno passata, che negli
                    altri giorni. E tale immaginazione è sì radicata nell’uomo, che a fatica pare
                    che si possa credere che l’anniversario sia così alieno dalla cosa come ogni
                    altro dì: onde il celebrare annualmente le ricordanze importanti, sì religiose
                    come civili, sì pubbliche come private, i dì natalizi e quelli delle morti delle
                    persone care, ed altri simili, fu comune, ed è, a tutte le nazioni che hanno,
                    ovvero ebbero, ricordanze e calendario. Ed ho notato, interrogando in tal
                    proposito parecchi, che gli uomini sensibili, ed usati alla solitudine, o a
                    conversare internamente, sogliono essere studiosissimi degli anniversari, e
                    vivere, per dir così, di rimembranze di tal genere, sempre riandando, e dicendo
                    fra sé: in un giorno dell’anno come il presente mi accadde questa o questa
                cosa.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XIV</head>
            <p>Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e soprattutto dei parenti, se
                    pensassero, quello che è verissimo, che i loro figliuoli, qualunque indole
                    abbiano sortita, e qualunque fatica, diligenza e spesa si ponga in educarli,
                    coll’uso poi del mondo, quasi indubitabilmente, se la morte non li previene,
                    diventeranno malvagi. Forse questa risposta sarebbe più valida e più ragionevole
                    di quella di Talete, che dimandato da Solone perché non si ammogliasse, rispose
                    mostrando le inquietudini dei genitori per gl’infortunii e i pericoli de’
                    figliuoli. Sarebbe, dico, più valido e più ragionevole lo scusarsi dicendo di
                    non volere aumentare il numero dei malvagi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XV</head>
            <p>Chilone, annoverato fra i sette sapienti della Grecia, ordinava che l’uomo forte
                    di corpo, fosse dolce di modi, a fine, diceva, d’ispirare agli altri più
                    riverenza che timore. Non è mai soverchia l’affabilità, la soavità de’ modi, e
                    quasi l’umiltà in quelli che di bellezza o d’ingegno o d’altra cosa molto
                    desiderata nel mondo, sono manifestamente superiori alla generalità: perché
                    troppo grave è la colpa della quale hanno a impetrar perdono, e troppo fiero e
                    difficile il nemico che hanno a placare; l’una la superiorità, e l’altro
                    l’invidia. La quale credevano gli antichi, quando si trovavano in grandezze e in
                    prosperità, che convenisse placare negli stessi Dèi, espiando con umiliazioni,
                    con offerte e con penitenze volontarie il peccato appena espiabile della
                    felicità o dell’eccellenza.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XVI</head>
            <p>Se al colpevole e all’innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito, è
                    apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire meritamente. Poco diversi
                    pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla
                    virtù, entrati nel mondo, e provata l’ingratitudine, l’ingiustizia, e l’infame
                    accanimento degli uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi,
                    abbracciano la malvagità; non per corruttela, né tirati dall’esempio, come i
                    deboli; né anche per interesse, né per troppo desiderio dei vili e frivoli beni
                    umani; né finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale;
                    ma per un elezione libera, e per vendicarsi degli uomini, e rendere loro il
                    cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle quali persone
                    è tanto più profonda, quanto nasce da esperienza della virtù; e tanto più
                    formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza
                    d’animo, ed è una sorte d’eroismo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XVII</head>
            <p>Come le prigioni e le galee sono piene di genti, al dir loro, innocentissime,
                    così gli uffizi pubblici e le dignità d’ogni sorte non sono tenute se non da
                    persone chiamate e costrette a ciò loro mal grado. È quasi impossibile trovare
                    alcuno che confessi di avere o meritato pene che soffra, o cercato né desiderato
                    onori che goda: ma forse meno possibile questo, che quello.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XVIII</head>
            <p>Io vidi in Firenze uno che strascinando, a modo di bestia da tiro, come colà è
                    stile, un carro colmo di robe, andava con grandissima alterigia gridando e
                    comandando alle persone di dar luogo; e mi parve figura di molti che vanno pieni
                    d’orgoglio, insultando agli altri, per ragioni non dissimili da quella che
                    causava l’alterigia in colui, cioè tirare un carro.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XIX</head>
            <p>V’ha alcune poche persone al mondo, condannate a riuscir male cogli uomini in
                    ogni cosa, a cagione che, non per inesperienza né per poca cognizione della vita
                    sociale, ma per una loro natura immutabile, non sanno lasciare una certa
                    semplicità di modi, privi di quelle apparenze e di non so che mentito ed
                    artifiziato, che tutti gli altri, anche senza punto avvedersene, ed anche gli
                    sciocchi, usano ed hanno sempre nei modi loro, e che è in loro e ad essi
                    medesimi malagevolissimo a distinguere dal naturale. Quelli ch’io dico, essendo
                    visibilmente diversi dagli altri, come riputati inabili alle cose del mondo,
                    sono vilipesi e trattati male anco dagl’inferiori, e poco ascoltati o ubbiditi
                    dai dipendenti: perché tutti si tengono da più di loro, e li mirano con
                    alterigia. Ognuno che ha a fare con essi, tenta d’ingannarli e di danneggiarli a
                    profitto proprio più che non farebbe con altri, credendo la cosa più facile, e
                    poterlo fare impunemente: onde da tutte le parti è mancato loro di fede, e usate
                    soverchierie, e conteso il giusto e il dovuto. In qualunque concorrenza sono
                    superati, anche da molto inferiori a loro, non solo d’ingegno o d’altre qualità
                    intrinseche, ma di quelle che il mondo conosce ed apprezza maggiormente, come
                    bellezza, gioventù, forza, coraggio, ed anche ricchezza. Finalmente qualunque
                    sia il loro stato nella società, non possono ottenere quel grado di
                    considerazione che ottengono gli erbaiuoli e i facchini. Ed è ragione in qualche
                    modo; perché non è piccolo difetto o svantaggio di natura, non potere apprendere
                    quello che anche gli stolidi apprendono facilissimamente, cioè quell’arte che
                    sola fa parere uomini gli uomini ed i fanciulli: non potere, dico, non ostante
                    ogni sforzo. Poiché questi tali, quantunque di natura inclinati al bene, pure
                    conoscendo la vita e gli uomini meglio di molti altri, non sono punto, come
                    talora paiono, più buoni di quello che sia lecito essere senza meritare
                    l’obbrobrio di questo titolo; e sono privi delle maniere del mondo non per
                    bontà, o per elezione propria, ma perché ogni loro desiderio e studio
                    d’apprenderle ritorna vano. Sicché ad essi non resta altro, se non adattare
                    l’animo alla loro sorte, e guardarsi soprattutto di non voler nascondere o
                    dissimulare quella schiettezza e quel fare naturale che è loro proprio: perché
                    mai non riescono così male, né così ridicoli, come quando affettano
                    l’affettazione ordinaria degli altri.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XX</head>
            <p>Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la
                    Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo
                    incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi
                    presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro
                    di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo
                    del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale,
                    essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile,
                    perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è
                    trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e
                    una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma verità il dire, che
                    per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose; e che non v’è ora
                    né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e
                    sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose
                    senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo
                    giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali
                    recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre
                    alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime
                    cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale
                    estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da
                    altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a se medesimo; di
                    quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri.
                    Perché, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che è
                    a lui sempre l’udire le cose d’altri; vedendo sbigottire e divenire smorte le
                    persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per
                    iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere; nondimeno con
                    fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed
                    insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha
                    destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi
                    al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali
                    che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi
                    sempre più fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi
                    per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo
                    dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché
                    non sazio. Nel qual tempo, e nella quale carnificina che l’uomo fa del suo
                    prossimo, certo è ch’egli prova un piacere quasi sovrumano e di paradiso: poiché
                    veggiamo che le persone lasciano per questo tutti gli altri piaceri, dimenticano
                    il sonno e il cibo, e spariscono loro dagli occhi la vita e il mondo. E questo
                    piacere consiste in una ferma credenza che l’uomo ha, di destare ammirazione e
                    di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al
                    deserto, che alle persone. Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode
                    (pensatamente dico sempre ode, e non ascolta), lo sa per esperienza ciascuno, e
                    colui che recita lo vede; e io so ancora, che molti eleggerebbero, prima che un
                    piacere simile, qualche grave pena corporale. Fino gli scritti più belli e di
                    maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualità di uccidere
                    annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se è vero che
                    Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell’Eneide, fosse presa da uno
                    svenimento, è credibile che le accadesse ciò, non tanto per la memoria, come
                    dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere.</p>
            <p>Tale è l’uomo. E questo vizio ch’io dico, sì barbaro e sì ridicolo, e contrario
                    al senso di creatura razionale, è veramente un morbo della specie umana: perché
                    non v’è nazione così gentile, né condizione alcuna d’uomini, né secolo, a cui
                    questa peste non sia comune. Italiani, Francesi, Inglesi, Tedeschi; uomini
                    canuti, savissimi nelle altre cose, pieni d’ingegno e di valore; uomini
                    espertissimi della vita sociale, compitissimi di modi, amanti di notare le
                    sciocchezze e di motteggiarle; tutti diventano bambini crudeli nelle occasioni
                    di recitare le cose loro. E come è questo vizio de’ tempi nostri, così fu di
                    quelli d’Orazio, al quale parve già insopportabile; e di quelli di Marziale, che
                    dimandato da uno perché non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: per non udire
                    i tuoi: e così anche fu della migliore età della Grecia, quando, come si
                    racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d’altri, tutti moribondi dalla
                    noia, ad una di tali lezioni, e vedendo nelle mani dell’autore, alla fine del
                    libro, comparire il chiaro della carta, disse: fate cuore, amici; veggo terra.</p>
            <p>Ma oggi la cosa è venuta a tale, che gli uditori, anche forzati, a fatica possono
                    bastare alle occorrenze degli autori. Onde alcuni miei conoscenti, uomini
                    industriosi, considerato questo punto, e persuasi che il recitare i componimenti
                    propri sia uno de’ bisogni della natura umana, hanno pensato di provvedere a
                    questo, e ad un tempo di volgerlo, come si volgono tutti i bisogni pubblici, ad
                    utilità particolare. Al quale effetto in breve apriranno una scuola o accademia
                    ovvero ateneo di ascoltazione; dove, a qualunque ora del giorno e della notte,
                    essi, o persone stipendiate da loro, ascolteranno chi vorrà leggere a prezzi
                    determinati: che saranno per la prosa, la prima ora, uno scudo, la seconda due,
                    la terza quattro, la quarta otto, e così crescendo con progressione aritmetica.
                    Per la poesia il doppio. Per ogni passo letto, volendo tornare a leggerlo, come
                    accade, una lira il verso. Addormentandosi l’ascoltante, sarà rimessa al lettore
                    la terza parte del prezzo debito. Per convulsioni, sincopi, ed altri accidenti
                    leggeri o gravi, che avvenissero all’una parte o all’altra nel tempo delle
                    letture, la scuola sarà fornita di essenze e di medicine, che si dispenseranno
                    gratis. Così rendendosi materia di lucro una cosa finora infruttifera, che sono
                    gli orecchi, sarà aperta una nuova strada all’industria, con aumento della
                    ricchezza generale.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXI</head>
            <p>Parlando, non si prova piacere che sia vivo e durevole, se non quanto ci è
                    permesso discorrere di noi medesimi, e delle cose nelle quali siamo occupati, o
                    che ci appartengono in qualche modo. Ogni altro discorso in poca d’ora viene a
                    noia; e questo, ch’è piacevole a noi, è tedio mortale a chi l’ascolta. Non si
                    acquista titolo di amabile, se non a prezzo di patimenti: perché amabile,
                    conversando, non è se non quegli che gratifica all’amor proprio degli altri, e
                    che, in primo luogo, ascolta assai e tace assai, cosa per lo più noiosissima;
                    poi lascia che gli altri parlino di sé e delle cose proprie quanto hanno voglia;
                    anzi li mette in ragionamenti di questa sorte, e parla egli stesso di cose tali;
                    finché si trovano, al partirsi, quelli contentissimi di sé, ed egli
                    annoiatissimo di loro. Perché, in somma, se la miglior compagnia è quella dalla
                    quale noi partiamo più soddisfatti di noi medesimi, segue ch’ella è appresso a
                    poco quella che noi lasciamo più annoiata. La conchiusione è, che nella
                    conversazione, e in qualunque colloquio dove il fine non sia che intertenersi
                    parlando, quasi inevitabilmente il piacere degli uni è noia degli altri, né si
                    può sperare se non che annoiarsi o rincrescere, ed è gran fortuna partecipare di
                    questo e di quello ugualmente.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXII</head>
            <p>Assai difficile mi pare a decidere se sia o più contrario ai primi principii
                    della costumatezza il parlare di sé lungamente e per abito, o più raro un uomo
                    esente da questo vizio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXIII</head>
            <p>Quello che si dice comunemente, che la vita è una rappresentazione scenica, si
                    verifica soprattutto in questo, che il mondo parla costantissimamente in una
                    maniera, ed opera costantissimamente in un’altra. Della quale commedia oggi
                    essendo tutti recitanti, perché tutti parlano a un modo, e nessuno quasi
                    spettatore, perché il vano linguaggio del mondo non inganna che i fanciulli e
                    gli stolti, segue che tale rappresentazione è divenuta cosa compiutamente
                    inetta, noia e fatica senza causa. Però sarebbe impresa degna del nostro secolo
                    quella di rendere la vita finalmente un’azione non simulata ma vera, e di
                    conciliare per la prima volta al mondo la famosa discordia tra i detti e i
                    fatti. La quale, essendo i fatti, per esperienza oramai bastante, conosciuti
                    immutabili, e non convenendo che gli uomini si affatichino più in cerca
                    dell’impossibile, resterebbe che fosse accordata con quel mezzo che è, ad un
                    tempo, unico e facilissimo, benché fino a oggi intentato: e questo è, mutare i
                    detti, e chiamare una volta le cose coi nomi loro.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXIV</head>
            <p>O io m’inganno, o rara è nel nostro secolo quella persona lodata generalmente, le
                    cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca. Tanto è l’egoismo, e
                    tanta l’invidia e l’odio che gli uomini portano gli uni agli altri, che volendo
                    acquistar nome, non basta far cose lodevoli, ma bisogna lodarle, o trovare, che
                    torna lo stesso, alcuno che in tua vece le predichi e le magnifichi di continuo,
                    intonandole con gran voce negli orecchi del pubblico, per costringere le persone
                    sì mediante l’esempio, e sì coll’ardire e colla perseveranza, a ripetere parte
                    di quelle lodi. Spontaneamente non isperare che facciano motto, per grandezza di
                    valore che tu dimostri, per bellezza d’opere che tu facci. Mirano e tacciono
                    eternamente; e, potendo, impediscono che altri non vegga. Chi vuole innalzarsi,
                    quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia. Ancora in questa parte il
                    mondo è simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene
                    nulla.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXV</head>
            <p>Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, né lo conosce sì addentro, né
                    tanto l’ha in ira, che guardato un tratto da esso con benignità, non se gli
                    senta in parte riconciliato; come nessuno è conosciuto da noi sì malvagio, che
                    salutandoci cortesemente, non ci apparisca meno malvagio che innanzi. Le quali
                    osservazioni vagliono a dimostrare la debolezza dell’uomo, non a giustificare né
                    i malvagi né il mondo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXVI</head>
            <p>L’inesperto della vita, e spesso anche l’esperto, in sui primi momenti che si
                    conosce colto da qualche infortunio, massime dove egli non abbia colpa, se pure
                    gli corrono all’animo gli amici e i familiari, o in generale gli uomini, non
                    aspetta da loro altro che commiserazione e conforto, e, per tacere qui d’aiuto,
                    che gli abbiano o più amore o più riguardo che innanzi; né cosa alcuna è sì
                    lungi dal cadergli in pensiero, come vedersi, a causa della sventura occorsagli,
                    quasi degradato nella società, diventato agli occhi del mondo quasi reo di
                    qualche misfatto, venuto in disgrazia degli amici, gli amici e i conoscenti da
                    tutti i lati in fuga, e di lontano rallegrarsi della cosa, e porre lui in
                    derisione. Similmente, accadendogli qualche prosperità, uno de’ primi pensieri
                    che gli nascono, è di avere a dividere la sua gioia cogli amici, e che forse di
                    maggior contento riesca la cosa a loro che a lui; né gli sa venire in capo che
                    debbano, all’annunzio del suo caso prospero, i volti de’ suoi cari distorcersi
                    ed oscurarsi, e alcuno sbigottire; molti sforzarsi in principio di non credere,
                    poi di rappiccinire nell’estimazione sua, e nella loro propria e degli altri, il
                    suo nuovo bene; in certi, a causa di questo, intepidirsi l’amicizia, in altri
                    mutarsi in odio; finalmente non pochi mettere ogni loro potere ed opera per
                    ispogliarlo di esso bene. Così è l’immaginazione dell’uomo ne’ suoi concetti, e
                    la ragione stessa, naturalmente lontana e aborrente dalla realtà della vita.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXVII</head>
            <p>Nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e
                    filosofica tutta la vita.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXVIII</head>
            <p>Il genere umano e, dal solo individuo in fuori, qualunque minima porzione di
                    esso, si divide in due parti: gli uni usano prepotenza, e gli altri la soffrono.
                    Né legge né forza alcuna, né progresso di filosofia né di civiltà potendo
                    impedire che uomo nato o da nascere non sia o degli uni o degli altri, resta che
                    chi può eleggere, elegga. Vero è che non tutti possono, né sempre.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXIX</head>
            <p>Nessuna professione è sì sterile come quella delle lettere. Pure tanto è al mondo
                    il valore dell’impostura, che con l’aiuto di essa anche le lettere diventano
                    fruttifere. L’impostura è anima, per dir così, della vita sociale, ed arte senza
                    cui veramente nessun’arte e nessuna facoltà, considerandola in quanto agli
                    effetti suoi negli animi umani, è perfetta. Sempre che tu esaminerai la fortuna
                    di due persone che sieno l’una di valor vero in qualunque cosa, l’altra di valor
                    falso, tu troverai che questa è più fortunata di quella; anzi il più delle volte
                    questa fortunata, e quella senza fortuna. L’impostura vale e fa effetto anche
                    senza il vero; ma il vero senza lei non può nulla. Né ciò nasce, credo io, da
                    mala inclinazione della nostra specie, ma perché essendo il vero sempre troppo
                    povero e difettivo, è necessaria all’uomo in ciascuna cosa, per dilettarlo o per
                    muoverlo, parte d’illusione e di prestigio, e promettere assai più e meglio che
                    non si può dare. La natura medesima è impostora verso l’uomo, né gli rende la
                    vita amabile o sopportabile, se non per mezzo principalmente d’immaginazione e
                    d’inganno.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXX</head>
            <p>Come suole il genere umano, biasimando le cose presenti, lodare le passate, così
                    la più parte de’ viaggiatori, mentre viaggiano, sono amanti del loro soggiorno
                    nativo, e lo preferiscono con una specie d’ira a quelli dove si trovano. Tornati
                    al luogo nativo, colla stessa ira lo pospongono a tutti gli altri luoghi dove
                    sono stati.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXI</head>
            <p>In ogni paese i vizi e i mali universali degli uomini e della società umana, sono
                    notati come particolari del luogo. Io non sono mai stato in parte dov’io non
                    abbia udito: qui le donne sono vane e incostanti, leggono poco, e sono male
                    istruite; qui il pubblico è curioso de’ fatti altrui, ciarliero molto e
                    maldicente; qui i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna
                    l’invidia, e le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove
                    le cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, e
                    risoluti di credersi miseri per accidente.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXII</head>
            <p>Venendo innanzi nella cognizione pratica della vita, l’uomo rimette ogni giorno
                    di quella severità per la quale i giovani, sempre cercando perfezione, e
                    aspettando trovarne, e misurando tutte le cose a quell’idea della medesima che
                    hanno nell’animo, sono sì difficili a perdonare i difetti, ed a concedere stima
                    alle virtù scarse e manchevoli, ed ai pregi di poco momento, che occorrono loro
                    negli uomini. Poi, vedendo come tutto è imperfetto, e persuadendosi che non v’è
                    meglio al mondo di quel poco buono che essi disprezzano, e che quasi nessuna
                    cosa o persona è stimabile veramente, a poco a poco, cangiata misura, e
                    ragguagliando ciò che viene loro avanti, non più al perfetto, ma al vero, si
                    assuefanno a perdonare liberalmente, e a fare stima di ogni virtù mediocre, di
                    ogni ombra di valore, di ogni piccola facoltà che trovano; tanto che finalmente
                    paiono loro lodevoli molte cose e molte persone che da prima sarebbero parute
                    loro appena sopportabili. La cosa va tant’oltre, che, dove a principio non
                    avevano quasi attitudine a sentire stima, in progresso di tempo diventano quasi
                    inabili a disprezzare; maggiormente quanto sono più ricchi d’intelligenza.
                    Perché in vero l’essere molto disprezzante ed incontentabile passata la prima
                    giovinezza, non è buon segno: e questi tali debbono, o per poco intelletto, o
                    certo per poca esperienza, non aver conosciuto il mondo; ovvero essere di quegli
                    sciocchi che disprezzano altrui per grande stima che hanno di se medesimi. In
                    fine apparisce poco probabile, ma è vero, né viene a significare altro che
                    l’estrema bassezza delle cose umane il dire, che l’uso del mondo insegna più a
                    pregiare che a dispregiare.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXIII</head>
            <p>Gl’ingannatori mediocri, e generalmente le donne, credono sempre che le loro
                    frodi abbiano avuto effetto, e che le persone vi sieno restate colte: ma i più
                    astuti dubitano, conoscendo meglio da un lato le difficoltà dell’arte,
                    dall’altro la potenza, e come quel medesimo che vogliono essi, cioè ingannare,
                    sia voluto da ognuno; le quali due cause ultime fanno che spesso l’ingannatore
                    riesce ingannato. Oltre che questi tali non istimano gli altri così poco
                    intendenti, come suole immaginarli chi intende poco.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXIV</head>
            <p>I giovani assai comunemente credono rendersi amabili, fingendosi malinconici. E
                    forse, quando è finta, la malinconia per breve spazio può piacere, massime alle
                    donne. Ma vera, è fuggita da tutto il genere umano; e al lungo andare non piace
                    e non è fortunata nel commercio degli uomini se non l’allegria: perché
                    finalmente, contro a quello che si pensano i giovani, il mondo, e non ha il
                    torto, ama non di piangere, ma di ridere.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXV</head>
            <p>In alcuni luoghi tra civili e barbari, come è, per esempio, Napoli, è osservabile
                    più che altrove una cosa che in qualche modo si verifica in tutti i luoghi: cioè
                    che l’uomo riputato senza danari, non è stimato appena uomo; creduto denaroso, è
                    sempre in pericolo della vita. Dalla qual cosa nasce, che in sì fatti luoghi è
                    necessario, come vi si pratica generalmente, pigliare per partito di rendere lo
                    stato proprio in materia di danari un mistero; acciocché il pubblico non sappia
                    se ti dee disprezzare o ammazzare; onde tu non sii se non quello che sono gli
                    uomini ordinariamente, mezzo disprezzato e mezzo stimato, e quando voluto
                    nuocere e quando lasciato stare.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXVI</head>
            <p>Molti vogliono e condursi teco vilmente, e che tu ad un tempo, sotto pena del
                    loro odio, da un lato sii tanto accorto, che tu non dia impedimento alla loro
                    viltà, dall’altro non li conoschi per vili.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXVII</head>
            <p>Nessuna qualità umana è più intollerabile nella vita ordinaria, né in fatti
                    tollerata meno, che l’intolleranza.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXVIII</head>
            <p>Come l’arte dello schermire è inutile quando combattono insieme due schermitori
                    uguali nella perizia, perché l’uno non ha più vantaggio dall’altro, che se
                    fossero ambedue imperiti; così spessissime volte accade che gli uomini sono
                    falsi e malvagi gratuitamente, perché si scontrano in altrettanta malvagità e
                    simulazione, di modo che la cosa ritorna a quel medesimo che se l’una e l’altra
                    parte fosse stata sincera e retta. Non è dubbio che, al far de’ conti, la
                    malvagità e la doppiezza non sono utili se non quando o vanno congiunte alla
                    forza, o si abbattono ad una malvagità o astuzia minore, ovvero alla bontà. Il
                    quale ultimo caso è raro; il secondo, in quanto a malvagità, non è comune;
                    perché gli uomini, la maggior parte sono malvagi a un modo, poco più o meno.
                    Però non è calcolabile quante volte potrebbero essi, facendo bene gli uni agli
                    altri, ottenere con facilità quel medesimo che ottengono con gran fatica, o
                    anche non ottengono, facendo ovvero sforzandosi di far male.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XXXIX</head>
            <p>Baldassar Castiglione nel <title>Cortegiano</title> assegna molto
                    convenientemente la cagione perché sogliano i vecchi lodare il tempo in cui
                    furono giovani, e biasimare il presente. «La causa adunque, dice, di questa
                    falsa opinione nei vecchi, estimo io per me ch’ella sia perché gli anni,
                    fuggendo, se ne portan seco molte comodità, e tra l’altre levano dal sangue gran
                    parte degli spiriti vitali, onde la complession si muta, e divengon debili gli
                    organi per i quali l’anima opera le sue virtù. Però dei cuori nostri in quel
                    tempo, come allo autunno le foglie degli alberi, caggiono i soavi fiori di
                    contento, e nel luogo dei sereni e chiari pensieri entra la nubilosa e torbida
                    tristizia, di mille calamità compagnata: di modo che non solamente il corpo, ma
                    l’animo ancora è infermo, né dei passati piaceri riserva altro che una tenace
                    memoria, e la immagine di quel caro tempo della tenera età, nella quale quando
                    ci ritroviamo, ci pare che sempre il cielo e la terra ed ogni cosa faccia festa
                    e rida intorno agli occhi nostri, e nel pensiero, come in un delizioso e vago
                    giardino, fiorisca la dolce primavera d’allegrezza. Onde forse saria utile,
                    quando già nella fredda stagione comincia il sole della nostra vita,
                    spogliandoci di quei piaceri, andarsene verso l’occaso, perdere insieme con essi
                    ancor la loro memoria, e trovar, come disse Temistocle, un’arte che a scordar
                    insegnasse; perché tanto sono fallaci i sensi del corpo nostro, che spesso
                    ingannano ancora il giudicio della mente. Però parmi che i vecchi siano alla
                    condizion di quelli che partendosi dal porto tengon gli occhi in terra, e par
                    loro che la nave stia ferma e la riva si parta; e pur è il contrario, che il
                    porto, e medesimamente il tempo e i piaceri, restano nel suo stato, e noi con la
                    nave della mortalità fuggendo, n’andiamo l’un dopo l’altro per quel procelloso
                    mare che ogni cosa assorbe e divora; né mai più ripigliar terra ci è concesso,
                    anzi, sempre da contrari venti combattuti, al fine in qualche scoglio la nave
                    rompemo. Per esser adunque l’animo senile subietto disproporzionato a molti
                    piaceri, gustar non gli può; e come ai febbricitanti, quando dai vapori corrotti
                    hanno il palato guasto, paiono tutti i vini amarissimi, benché preziosi e
                    delicati siano, così ai vecchi per la loro indisposizione, alla qual però non
                    manca il desiderio, paion i piaceri insipidi e freddi e molto differenti da
                    quelli che già provati aver si ricordano, benché i piaceri in sé siano i
                    medesimi. Però, sentendosene privi, si dolgono, e biasimano il tempo presente
                    come malo; non discernendo che quella mutazione da sé e non dal tempo procede.
                    E, per contrario, recandosi a memoria i passati piaceri, si arrecano ancor il
                    tempo nel quale avuti gli hanno; e però lo laudano come buono; perché pare che
                    seco porti un odore di quello che in esso sentiano quando era presente. Perché
                    in effetto gli animi nostri hanno in odio tutte le cose che state sono compagne
                    de’ nostri dispiaceri, ed amano quelle che state sono compagne dei piaceri».</p>
            <p>Così il Castiglione, esponendo con parole non meno belle che ridondanti, come
                    sogliono i prosatori italiani, un pensiero verissimo. A confermazione del quale
                    si può considerare che i vecchi pospongono il presente al passato, non solo
                    nelle cose che dipendono dall’uomo, ma ancora in quelle che non dipendono,
                    accusandole similmente di essere peggiorate, non tanto, com’è il vero, in essi e
                    verso di essi, ma generalmente e in se medesime. Io credo che ognuno si ricordi
                    avere udito da’ suoi vecchi più volte, come mi ricordo io da’ miei, che le
                    annate sono divenute più fredde che non erano, e gl’inverni più lunghi; e che,
                    al tempo loro, già verso il dì di pasqua si solevano lasciare i panni
                    dell’inverno, e pigliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo
                    essi, appena nel mese di maggio, e talvolta di giugno, si può patire. E non ha
                    molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto
                    raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento delle
                    montagne, e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha
                    luogo: poiché anzi al contrario è cosa, a cagione d’esempio, notata da qualcuno
                    per diversi passi d’autori antichi, che l’Italia ai tempi romani dovette essere
                    più fredda che non è ora. Cosa credibilissima anche perché da altra parte è
                    manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini
                    venendo innanzi, rende l’aria, ne’ paesi abitati da essi, di giorno in giorno
                    più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolarmente in America, dove,
                    per così dire, a memoria nostra, una civiltà matura è succeduta parte a uno
                    stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo
                    all’età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il
                    cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va
                    scemando in loro, scemi nell’aria o nella terra. La quale immaginazione è così
                    fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi,
                    affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai
                    contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva: «egli è
                    pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in
                    Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo
                    smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho
                    udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pasqua di
                    resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar
                    la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della
                    minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno».</p>
            <p>Questo scriveva il Magalotti in data del 1683. L’Italia sarebbe più fredda oramai
                    che la Groenlandia, se da quell’anno a questo, fosse venuta continuamente
                    raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora. E quasi soverchio
                    l’aggiungere che il raffreddamento continuo che si dice aver luogo per cagioni
                    intrinseche nella massa terrestre, non ha interesse alcuno col presente
                    proposito, essendo cosa, per la sua lentezza, non sensibile in decine di secoli,
                    non che in pochi anni.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XL</head>
            <p>Cosa odiosissima è il parlar molto di sé. Ma i giovani, quanto sono più di natura
                    viva, e di spirito superiore alla mediocrità, meno sanno guardarsi da questo
                    vizio: e parlano delle cose proprie con un candore estremo, credendo per
                    certissimo che chi ode, le curi poco meno che le curano essi. E così facendo,
                    sono perdonati; non tanto a contemplazione dell’inesperienza, ma perché è
                    manifesto il bisogno che hanno d’aiuto, di consiglio e di qualche sfogo di
                    parole alle passioni onde è tempestosa la loro età. Ed anco pare riconosciuto
                    generalmente che ai giovani si appartenga una specie di diritto di volere il
                    mondo occupato nei pensieri loro.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLI</head>
            <p>Rade volte è ragione che l’uomo si tenga offeso di cose dette di lui fuori della
                    sua presenza, o con intenzione che non dovessero venirgli alle orecchie: perché
                    se vorrà ricordarsi, ed esaminare diligentemente l’usanza propria, egli non ha
                    così caro amico, e non ha personaggio alcuno in tanta venerazione, al quale non
                    fosse per fare gravissimo dispiacere d’intendere molte parole e molti discorsi
                    che fuggono a lui di bocca intorno ad esso amico o ad esso personaggio assente.
                    Da un lato l’amor proprio è così a dismisura tenero, e così cavilloso, che quasi
                    è impossibile che una parola detta di noi fuori della presenza nostra, se ci è
                    recata fedelmente, non ci paia indegna o poco degna di noi, e non ci punga;
                    dall’altro è indicibile quanto la nostra usanza sia contraria al precetto del
                    non fare agli altri quello che non vogliamo fatto a noi, e quanta libertà di
                    parlare in proposito d’altri sia giudicata innocente.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLII</head>
            <p>Nuovo sentimento è quello che prova l’uomo di età di poco più di venticinque
                    anni, quando, come a un tratto, si conosce tenuto da molti de’ suoi compagni più
                    provetto di loro, e, considerando, si avvede che v’è in fatti al mondo una
                    quantità di persone giovani più di lui, avvezzo a stimarsi collocato, senza
                    contesa alcuna, come nel supremo grado della giovinezza, e se anche si reputava
                    inferiore agli altri in ogni altra cosa, credersi non superato nella gioventù da
                    nessuno; perché i più giovani di lui, ancora poco più che fanciulli, e rade
                    volte suoi compagni, non erano parte, per dir così, del mondo. Allora incomincia
                    egli a sentire come il pregio della giovinezza, stimato da lui quasi proprio
                    della sua natura e della sua essenza, tanto che appena gli sarebbe stato
                    possibile d’immaginare se stesso diviso da quello, non è dato se non a tempo; e
                    diventa sollecito di così fatto pregio, sì quanto alla cosa in sé, e sì quanto
                    all’opinione altrui. Certamente di nessuno che abbia passata l’età di
                    venticinque anni, subito dopo la quale incomincia il fiore della gioventù a
                    perdere, si può dire con verità, se non fosse di qualche stupido, ch’egli non
                    abbia esperienza di sventure; perché se anco la sorte fosse stata prospera ad
                    alcuno in ogni cosa, pure questi, passato il detto tempo, sarebbe conscio a se
                    stesso di una sventura grave ed amara fra tutte l’altre, e forse più grave ed
                    amara a chi sia dalle altre parti meno sventurato; cioè della decadenza o della
                    fine della cara sua gioventù.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLIII</head>
            <p>Uomini insigni per probità sono al mondo quelli dai quali, avendo familiarità con
                    loro, tu puoi, senza sperare servigio alcuno, non temere alcun disservigio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLIV</head>
            <p>Se tu interroghi le persone sottoposte ad un magistrato, o ad un qualsivoglia
                    ministro del governo, circa le qualità e i portamenti di quello, massime
                    nell’ufficio; anche concordando le risposte nei fatti, tu ritroverai gran
                    dissensione nell’interpretarli; e quando pure le interpretazioni fossero
                    conformi, infinitamente discordi saranno i giudizi, biasimando gli uni quelle
                    cose che gli altri esalteranno. Solo circa l’astenersi o no dalla roba d’altri e
                    del pubblico, non troverai due persone che, accordandosi nel fatto, discordino o
                    nell’interpretarlo o nel farne giudizio, e che ad una voce, semplicemente, non
                    lodino il magistrato dell’astinenza, o per la qualità contraria, non lo
                    condannino. E pare che in somma il buono e il cattivo magistrato non si conosca
                    né si misuri da altro che dall’articolo dei danari; anzi magistrato buono vaglia
                    lo stesso che astinente, cattivo lo stesso che cupido. E che l’ufficiale
                    pubblico possa disporre a suo modo della vita, dell’onestà e d’ogni altra cosa
                    dei cittadini; e di qualunque suo fatto trovare non solo scusa ma lode; purché
                    non tocchi i danari. Quasi che gli uomini, discordando in tutte l’altre
                    opinioni, non convengano che nella stima della moneta: o quasi che i danari in
                    sostanza sieno l’uomo; e non altro che i danari: cosa che veramente pare per
                    mille indizi che sia tenuta dal genere umano per assioma costante, massime ai
                    tempi nostri. Al qual proposito diceva un filosofo francese del secolo passato:
                    i politici antichi parlavano sempre di costumi e di virtù; i moderni non parlano
                    d’altro che di commercio e di moneta. Ed è gran ragione, soggiunge qualche
                    studente di economia politica, o allievo delle gazzette in filosofia: perché le
                    virtù e i buoni costumi non possono stare in piedi senza il fondamento
                    dell’industria; la quale provvedendo alle necessità giornaliere, e rendendo
                    agiato e sicuro il vivere a tutti gli ordini di persone, renderà stabili le
                    virtù, e proprie dell’universale. Molto bene. Intanto, in compagnia
                    dell’industria, la bassezza dell’animo, la freddezza, l’egoismo, l’avarizia, la
                    falsità e la perfidia mercantile, tutte le qualità e le passioni più
                    depravatrici e più indegne dell’uomo incivilito, sono in vigore, e moltiplicano
                    senza fine; ma le virtù si aspettano.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLV</head>
            <p>Gran rimedio della maldicenza, appunto come delle afflizioni d’animo, è il tempo.
                    Se il mondo biasima qualche nostro istituto o andamento, buono o cattivo, a noi
                    non bisogna altro che perseverare. Passato poco tempo, la materia divenendo
                    trita, i maledici l’abbandonano, per cercare delle più recenti. E quanto più
                    fermi ed imperturbati ci mostreremo noi nel seguitar oltre, disprezzando le
                    voci, tanto più presto ciò che fu condannato in principio, o che parve strano,
                    sarà tenuto per ragionevole e per regolare: perché il mondo, il quale non crede
                    mai che chi non cede abbia il torto, condanna alla fine sé, ed assolve noi. Onde
                    avviene, cosa assai nota, che i deboli vivono a volontà del mondo, e i forti a
                    volontà loro.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLVI</head>
            <p>Non fa molto onore, non so s’io dica agli uomini o alla virtù, vedere che in
                    tutte le lingue civili, antiche e moderne, le medesime voci significano bontà e
                    sciocchezza, uomo da bene e uomo da poco. Parecchie di questo genere, come in
                    italiano dabbenaggine, in greco <foreign lang="grc">εύηφής,
                        εύήφεια</foreign>,
                    prive del significato proprio, nel quale forse sarebbero poco utili, non
                    ritengono, o non ebbero dal principio, altro che il secondo. Tanta stima della
                    bontà è stata fatta in ogni tempo dalla moltitudine; i giudizi della quale, e
                    gl’intimi sentimenti, si manifestano, anche mal grado talvolta di lei medesima,
                    nelle forme del linguaggio. Costante giudizio della moltitudine, non meno che,
                    contraddicendo al linguaggio il discorso, costantemente dissimulato, è, che
                    nessuno che possa eleggere, elegga di esser buono: gli sciocchi sieno buoni,
                    perché altro non possono.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLVII</head>
            <p>L’uomo è condannato o a consumare la gioventù senza proposito, la quale è il solo
                    tempo di far frutto per l’età che viene, e di provvedere al proprio stato; o a
                    spenderla in procacciare godimenti a quella parte della sua vita, nella quale
                    egli non sarà più atto a godere.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLVIII</head>
            <p>Quanto sia grande l’amore che la natura ci ha dato verso i nostri simili, si può
                    comprendere da quello che fa qualunque animale, e il fanciullo inesperto, se si
                    abbatte a vedere la propria immagine in qualche specchio; che, credendola una
                    creatura simile a sé, viene in furore e in ismanie, e cerca ogni via di nuocere
                    a quella creatura e di ammazzarla. Gli uccellini domestici, mansueti come sono
                    per natura e per costume, si spingono contro allo specchio stizzosamente,
                    stridendo, colle ali inarcate e col becco aperto, e lo percuotono; e la scimmia,
                    quando può, lo gitta in terra, e lo stritola co’ piedi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XLIX</head>
            <p>Naturalmente l’animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto
                    all’interesse proprio, l’offende. Perciò l’odio né le ingiurie degli uomini non
                    si possono fuggire: il disprezzo si può in gran parte. Onde sono il più delle
                    volte poco a proposito gli ossequi che i giovani e le persone nuove nel mondo
                    prestano a chi viene loro alle mani, non per viltà, né per altro interesse, ma
                    per un desiderio benevolo di non incorrere inimicizie e di guadagnare gli animi.
                    Del qual desiderio non vengono a capo, e in qualche modo nocciono alla loro
                    estimazione; perché nell’ossequiato cresce il concetto di se medesimo, e quello
                    dell’ossequioso scema. Chi non cerca dagli uomini utilità o grido, né anche
                    cerchi amore, che non si ottiene; e, se vuole udire il mio consiglio, mantenga
                    la propria dignità intera, rendendo non più che il debito a ciascheduno.
                    Alquanto più odiato e perseguitato sarà così che altrimenti, ma non molte volte
                    disprezzato.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>L</head>
            <p>In un libro che hanno gli Ebrei di sentenze e di detti vari, tradotto, come si
                    dice, d’arabico, o più verisimilmente, secondo alcuni, di fattura pure ebraica,
                    fra molte altre cose di nessun rilievo, si legge, che non so qual sapiente,
                    essendogli detto da uno, io ti vo’ bene, rispose: oh perché no? se non sei né
                    della mia religione, né parente mio, né vicino, né persona che mi mantenga.
                    L’odio verso i propri simili, è maggiore verso i più simili. I giovani sono, per
                    mille ragioni, più atti all’amicizia che gli altri. Nondimeno è quasi
                    impossibile un’amicizia durevole tra due che menino parimente vita giovanile;
                    dico quella sorte di vita che si chiama così oggi, cioè dedita principalmente
                    alle donne. Anzi tra questi tali è meno possibile che mai, sì per la veemenza
                    delle passioni, sì per le rivalità in amore e le gelosie che nascono tra essi
                    inevitabilmente, e perché, come è notato da Madama di Staël, gli altrui successi
                    prosperi colle donne sempre fanno dispiacere, anche al maggior amico del
                    fortunato. Le donne sono, dopo i danari, quella cosa in cui la gente è meno
                    trattabile e meno capace di accordi, e dove i conoscenti, gli amici, i fratelli
                    cangiano l’aspetto e la natura loro ordinaria: perché gli uomini sono amici e
                    parenti, anzi sono civili e uomini, non fino agli altari, giusta il proverbio
                    antico, ma fino ai danari e alle donne: quivi diventano selvaggi e bestie. E
                    nelle cose donnesche, se è minore l’inumanità, l’invidia è maggiore che nei
                    danari: perché in quelle ha più interesse la vanità; ovvero, per dir meglio,
                    perché v’ha interesse un amor proprio, che fra tutti è il più proprio e il più
                    delicato. E benché ognuno nelle occasioni faccia altrettanto, mai non si vede
                    alcuno sorridere o dire parole dolci a una donna, che tutti i presenti non si
                    sforzino, o di fuori o fra se medesimi, di metterlo amaramente in derisione.
                    Onde, quantunque la metà del piacere dei successi prosperi in questo genere,
                    come anche per lo più negli altri, consista in raccontarli, è al tutto fuori di
                    luogo il conferire che i giovani fanno le loro gioie amorose, massime con altri
                    giovani: perché nessun ragionamento fu mai ad alcuno più rincrescevole; e
                    spessissime volte, anche narrando il vero, sono scherniti.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LI</head>
            <p>Vedendo quanto poche volte gli uomini nelle loro azioni sono guidati da un
                    giudizio retto di quello che può loro giovare o nuocere, si conosce quanto
                    facilmente debba trovarsi ingannato chi proponendosi d’indovinare alcuna
                    risoluzione occulta, esamina sottilmente in che sia posta la maggiore utilità di
                    colui o di coloro a cui tale risoluzione si aspetta. Dice il Guicciardini nel
                    principio del decimosettimo libro, parlando dei discorsi fatti in proposito dei
                    partiti che prenderebbe Francesco primo, re di Francia, dopo la sua liberazione
                    dalla fortezza di Madrid: «considerarono forse quegli che discorsero in questo
                    modo, più quello che ragionevolmente doveva fare, che non considerarono quale
                    sia la natura e la prudenza dei Franzesi; errore nel quale certamente spesso si
                    cade nelle consulte e nei giudizi che si fanno della disposizione e volontà di
                    altri». Il Guicciardini è forse il solo storico tra i moderni, che abbia e
                    conosciuti molto gli uomini, e filosofato circa gli avvenimenti attenendosi alla
                    cognizione della natura umana, e non piuttosto a una certa scienza politica,
                    separata dalla scienza dell’uomo, e per lo più chimerica, della quale si sono
                    serviti comunemente quegli storici, massime oltramontani ed oltramarini, che
                    hanno voluto pur discorrere intorno ai fatti, non contentandosi, come la maggior
                    parte, di narrarli per ordine, senza pensare più avanti.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LII</head>
            <p>Nessuno si creda avere imparato a vivere, se non ha imparato a tenere per un
                    purissimo suono di sillabe le profferte che gli sono fatte da chicchessia, e più
                    le più spontanee, per solenni e per ripetute che possano essere: ne solo le
                    profferte, ma le istanze vivissime ed infinite che molti fanno acciocché altri
                    si prevalga delle facoltà loro; e specificano i modi e le circostanze della
                    cosa, e con ragioni rimuovono le difficoltà. Che se alla fine, o persuaso, o
                    forse vinto dal tedio di sì fatte istanze, o per qualunque causa, tu ti conduci
                    a scoprire ad alcuno di questi tali qualche tuo bisogno, tu vedi colui subito
                    impallidire, poi mutato discorso, o risposto parole di nessun rilievo, lasciarti
                    senza conchiusione; e da indi innanzi, per lungo tempo, non sarà piccola fortuna
                    se, con molta fatica, ti verrà fatto di rivederlo, o se, ricordandotegli per
                    iscritto, ti sarà risposto. Gli uomini non vogliono beneficare, e per la
                    molestia della cosa in sé, e perché i bisogni e le sventure dei conoscenti non
                    mancano di fare a ciascuno qualche piacere; ma amano l’opinione di benefattori,
                    e la gratitudine altrui, e quella superiorità che viene dal benefizio. Però
                    quello che non vogliono dare, offrono: e quanto più ti veggono fiero, più
                    insistono, prima per umiliarti e per farti arrossire, poi perché tanto meno
                    temono che tu non accetti le loro offerte. Così con grandissimo coraggio si
                    spingono oltre fino all’ultima estremità, disprezzando il presentissimo pericolo
                    di riuscire impostori, con isperanza di non essere mai altro che ringraziati;
                    finché alla prima voce che significhi domanda, si pongono in fuga.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LIII</head>
            <p>Diceva Bione, filosofo antico: è impossibile piacere alla moltitudine, se non
                    diventando un pasticcio, o del vino dolce. Ma questo impossibile, durando lo
                    stato sociale degli uomini, sarà cercato sempre, anco da chi dica, ed anco da
                    chi talvolta creda di non cercarlo: come, durando la nostra specie, i più
                    conoscenti della condizione umana, persevereranno fino alla morte cercando
                    felicità, e promettendosene.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LIV</head>
            <p>Abbiasi per assioma generale che, salvo per tempo corto, l’uomo, non ostante
                    qualunque certezza ed evidenza delle cose contrarie, non lascia mai tra sé e sé,
                    ed anche nascondendo ciò a tutti gli altri, di creder vere quelle cose, la
                    credenza delle quali gli è necessaria alla tranquillità dell’animo, e, per dir
                    così, a poter vivere. Il vecchio, massime se egli usa nel mondo, mai fino
                    all’estremo non lascia di credere nel segreto della sua mente, benché ad ogni
                    occasione protesti il contrario, di potere, per un’eccezione singolarissima
                    dalla regola universale, in qualche modo ignoto e inesplicabile a lui medesimo,
                    fare ancora un poco d’impressione alle donne: perché il suo stato sarebbe troppo
                    misero, se egli fosse persuaso compiutamente di essere escluso in tutto e per
                    sempre da quel bene in cui finalmente l’uomo civile, ora a un modo ora a un
                    altro, e quando più quando meno aggirandosi, viene a riporre l’utilità della
                    vita. La donna licenziosa, benché vegga tutto giorno mille segni dell’opinione
                    pubblica intorno a sé, crede costantemente di essere tenuta dalla generalità per
                    donna onesta; e che solo un piccolo numero di suoi confidenti antichi e nuovi
                    (dico piccolo a rispetto del pubblico) sappiano, e tengano celato al mondo, ed
                    anche gli uni di loro agli altri, il vero dell’esser suo. L’uomo di portamenti
                    vili, e, per la stessa sua viltà e per poco ardire, sollecito dei giudizi
                    altrui, crede che le sue azioni sieno interpretate nel miglior modo, e che i
                    veri motivi di esse non sieno compresi. Similmente nelle cose materiali, il
                    Buffon osserva che il malato in punto di morte non dà vera fede né a medici né
                    ad amici, ma solo all’intima sua speranza, che gli promette scampo dal pericolo
                    presente. Lascio la stupenda credulità e incredulità de’ mariti circa le mogli,
                    materia di novelle, di scene, di motteggi e di riso eterno a quelle nazioni
                    appresso le quali il matrimonio è irrevocabile. E così discorrendo, non è cosa
                    al mondo tanto falsa né tanto assurda, che non sia tenuta vera dagli uomini più
                    sensati, ogni volta che l’animo non trova modo di accomodarsi alla cosa
                    contraria, e di darsene pace. Non tralascerò che i vecchi sono meno disposti che
                    i giovani a rimuoversi dal credere ciò che fa per loro, e ad abbracciare quelle
                    credenze che gli offendono: perché i giovani hanno più animo di levare gli occhi
                    incontro ai mali, e più attitudine o a sostenerne la coscienza o a perirne.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LV</head>
            <p>Una donna è derisa se piange di vero cuore il marito morto, ma biasimata
                    altamente se, per qualunque grave ragione o necessità, comparisce in pubblico, o
                    smette il bruno, un giorno prima dell’uso. È assioma trito, ma non perfetto, che
                    il mondo si contenta dell’apparenza. Aggiungasi per farlo compiuto, che il mondo
                    non si contenta mai, e spesso non si cura, e spesso è intollerantissimo della
                    sostanza. Quell’antico si studiava più d’esser uomo da bene che di parere; ma il
                    mondo ordina di parere uomo da bene, e di non essere.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LVI</head>
            <p>La schiettezza allora può giovare, quando è usata ad arte, o quando, per la sua
                    rarità, non l’è data fede.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LVII</head>
            <p>Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che
                    ricevono. Però ad ottenere che gl’ingiuriatori si vergognino, non v’è altra via,
                    che di rendere loro il cambio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LVIII</head>
            <p>I timidi non hanno meno amor proprio che gli arroganti; anzi più, o vogliamo dire
                    più sensitivo; e perciò temono: e si guardano di non pungere gli altri, non per
                    istima che ne facciano maggiore che gl’insolenti e gli arditi, ma per evitare
                    d’esser punti essi, atteso l’estremo dolore che ricevono da ogni puntura.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LIX</head>
            <p>È cosa detta più volte, che quanto decrescono negli stati le virtù solide, tanto
                    crescono le apparenti. Pare che le lettere sieno soggette allo stesso fato,
                    vedendo come, al tempo nostro, più che va mancando, non posso dire l’uso, ma la
                    memoria delle virtù dello stile, più cresce il nitore delle stampe. Nessun libro
                    classico fu stampato in altri tempi con quella eleganza che oggi si stampano le
                    gazzette, e l’altre ciance politiche, fatte per durare un giorno: ma dell’arte
                    dello scrivere non si conosce più né s’intende appena il nome. E credo che ogni
                    uomo da bene, all’aprire o leggere un libro moderno, senta pietà di quelle carte
                    e di quelle forme di caratteri così terse, adoperate a rappresentar parole sì
                    orride, e pensieri la più parte sì scioperati.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LX</head>
            <p>Dice il La Bruyère una cosa verissima; che è più facile ad un libro mediocre di
                    acquistar grido per virtù di una riputazione già ottenuta dall’autore, che ad un
                    autore di venire in riputazione per mezzo di un libro eccellente. A questo si
                    può soggiungere, che la via forse più diritta di acquistar fama, è di affermare
                    con sicurezza e pertinacia, e in quanti più modi è possibile, di averla
                    acquistata.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXI</head>
            <p>Uscendo della gioventù, l’uomo resta privato della proprietà di comunicare e, per
                    dir così, d’ispirare colla presenza sé agli altri; e perdendo quella specie
                    d’influsso che il giovane manda ne’ circostanti, e che congiunge questi a lui, e
                    fa che sentano verso lui sempre qualche sorte d’inclinazione, conosce, non senza
                    un dolore nuovo, di trovarsi nelle compagnie come diviso da tutti, e intorniato
                    di creature sensibili poco meno indifferenti verso lui che quelle prive di
                    senso.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXII</head>
            <p>Il primo fondamento dell’essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi, è
                    il molto apprezzarsi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXIII</head>
            <p>Il concetto che l’artefice ha dell’arte sua o lo scienziato della sua scienza,
                    suol essere grande in proporzione contraria al concetto ch’egli ha del proprio
                    valore nella medesima.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXIV</head>
            <p>Quell’artefice o scienziato o cultore di qualunque disciplina, che sarà usato
                    paragonarsi, non con altri cultori di essa, ma con essa medesima, più che sarà
                    eccellente, più basso concetto avrà di sé: perché meglio conoscendo le
                    profondità di quella, più inferiore si troverà nel paragone.</p>
            <p>Così quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perché si paragonano
                    continuamente, non cogli altri, ma con quell’idea del perfetto che hanno dinanzi
                    allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e
                    considerano quanto sieno lontani dal conseguirla. Dove che i volgari facilmente,
                    e forse alle volte con verità, si credono avere, non solo conseguita, ma
                    superata quell’idea di perfezione che cape negli animi loro.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXV</head>
            <p>Nessuna compagnia è piacevole al lungo andare, se non di persone dalle quali
                    importi o piaccia a noi d’essere sempre più stimati. Perciò le donne, volendo
                    che la loro compagnia non cessi di piacere dopo breve tempo, dovrebbero studiare
                    di rendersi tali, che potesse essere desiderata durevolmente la loro stima.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXVI</head>
            <p>Nel secolo presente i neri sono creduti di razza e di origine totalmente diversi
                    da’ bianchi, e nondimeno totalmente uguali a questi in quanto è a diritti umani.
                    Nel secolo decimosesto i neri, creduti avere una radice coi bianchi, ed essere
                    una stessa famiglia, fu sostenuto, massimamente da’ teologi spagnuoli, che in
                    quanto a diritti, fossero per natura, e per volontà divina, di gran lunga
                    inferiori a noi. E nell’uno e nell’altro secolo i neri furono e sono venduti e
                    comperati, e fatti lavorare in catene sotto la sferza. Tale è l’etica; e tanto
                    le credenze in materia di morale hanno che fare colle azioni.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXVII</head>
            <p>Poco propriamente si dice che la noia è mal comune. Comune è l’essere
                    disoccupato, o sfaccendato per dir meglio; non annoiato. La noia non è se non di
                    quelli in cui lo spirito è qualche cosa. Più può lo spirito in alcuno, più la
                    noia è frequente, penosa e terribile. La massima parte degli uomini trova
                    bastante occupazione in che che sia, e bastante diletto in qualunque occupazione
                    insulsa; e quando è del tutto disoccupata, non prova perciò gran pena. Di qui
                    nasce che gli uomini di sentimento sono sì poco intesi circa la noia, e fanno il
                    volgo talvolta maravigliare e talvolta ridere, quando parlano della medesima e
                    se ne dolgono con quella gravità di parole, che si usa in proposito dei mali
                    maggiori e più inevitabili della vita.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXVIII</head>
            <p>La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda
                    che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi
                    hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da
                    alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare
                    l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei
                    mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio;
                    immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che
                    l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e
                    sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e
                    voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si
                    vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun
                    momento, e pochissimo o nulla agli altri animali.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXIX</head>
            <p>Dalla famosa lettera di Cicerone a Lucceio, dove induce questo a comporre una
                    storia della congiura di Catilina, e da un’altra lettera meno divulgata e non
                    meno curiosa, in cui Vero imperatore prega Frontone suo maestro a scrivere, come
                    fu fatto, la guerra partica amministrata da esso Vero; lettere somigliantissime
                    a quelle che oggi si scrivono ai giornalisti, se non che i moderni domandano
                    articoli di gazzette, e quelli, per essere antichi, domandavano libri; si può
                    argomentare in qualche piccola parte di che fede sia la storia, ancora quando è
                    scritta da uomini contemporanei e di gran credito al loro tempo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXX</head>
            <p>Moltissimi di quegli errori che si chiamano fanciullaggini, in cui sogliono
                    cadere i giovani inesperti del mondo, e quelli che, o giovani o vecchi, sono
                    condannati dalla natura ad essere più che uomini e parere sempre fanciulli, non
                    consistono, a considerarli bene, se non in questo; che i sopraddetti pensano e
                    si governano come se gli uomini fossero meno fanciulli di quel che sono.
                    Certamente quella cosa che prima e forse più di qualunque altra percuote di
                    maraviglia l’animo de’ giovani bene educati, all’entrare che fanno nel mondo, è
                    la frivolezza delle occupazioni ordinarie, dei passatempi, dei discorsi, delle
                    inclinazioni e degli spiriti delle persone: alla qual frivolezza eglino poi
                    coll’uso a poco a poco si adattano, ma non senza pena e difficoltà, parendo loro
                    da principio di avere a tornare un’altra volta fanciulli. E così è veramente;
                    che il giovane di buona indole e buona disciplina, quando incomincia, come si
                    dice, a vivere, dee per forza rifarsi indietro, e rimbambire, per dir così, un
                    poco; e si trova molto ingannato dalla credenza che aveva, di dovere allora in
                    tutto diventar uomo, e deporre ogni avanzo di fanciullezza. Perché al contrario
                    gli uomini in generalità, per quanto procedano negli anni, sempre continuano a
                    vivere in molta parte fanciullescamente.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXI</head>
            <p>Dalla sopraddetta opinione che il giovane ha degli uomini, cioè perché li crede
                    più uomini che non sono, nasce che si sgomenta ad ogni suo fallo, e si pensa
                    aver perduta la stima di quelli che ne furono spettatori o consapevoli. Poi di
                    là a poco si riconforta, non senza maraviglia, vedendosi trattare da quei
                    medesimi coi modi di prima. Ma gli uomini non sono sì pronti a disistimare,
                    perché non avrebbero mai a far altro, e dimenticano gli errori, perché troppi ne
                    veggono e ne commettono di continuo. Né sono sì consentanei a se stessi, che non
                    ammirino facilmente oggi chi forse derisero ieri. Ed è manifesto quanto spesso
                    da noi medesimi sia biasimata, anche con parole assai gravi, o messa in burla
                    questa o quella persona assente, né perciò privata in maniera alcuna della
                    nostra stima, o trattata poi, quando è presente, con altri modi che innanzi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXII</head>
            <p>Come il giovane è ingannato dal timore in questo, così sono ingannati dalla loro
                    speranza quelli che avvedendosi di essere o caduti o abbassati nella stima
                    d’alcuno, tentano di rilevarsi a forza di uffici e di compiacenze che fanno a
                    quello. La stima non è prezzo di ossequi: oltre che essa, non diversa in ciò
                    dall’amicizia, è come un fiore, che pesto una volta gravemente, o appassito, mai
                    più non ritorna. Però da queste che possiamo dire umiliazioni, non si raccoglie
                    altro frutto che di essere più disistimato. Vero è che il disprezzo, anche
                    ingiusto, di chicchessia è sì penoso a tollerare, che veggendosene tocchi, pochi
                    sono sì forti che restino immobili, e non si dieno con vari mezzi, per lo più
                    inutilissimi, a cercare di liberarsene. Ed è vezzo assai comune degli uomini
                    mediocri, di usare alterigia e disdegno cogl’indifferenti e con chi mostra
                    curarsi di loro, e ad un segno o ad un sospetto che abbiano di noncuranza,
                    divenire umili per non soffrirla, e spesso ricorrere ad atti vili. Ma anche per
                    questa ragione il partito da prendere se alcuno mostra disprezzarti, è di
                    ricambiarlo con segni di altrettanto disprezzo o maggiore: perché, secondo ogni
                    verisimiglianza, tu vedrai l’orgoglio di quello cangiarsi in umiltà. Ed in ogni
                    modo non può mancare che quegli non senta dentro tale offensione, e al tempo
                    medesimo tale stima di te, che sieno abbastanza a punirlo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXIII</head>
            <p>Come le donne quasi tutte, così ancora gli uomini assai comunemente, e più i più
                    superbi, si cattivano e si conservano colla noncuranza e col disprezzo, ovvero,
                    al bisogno, con dimostrare fintamente di non curarli e di non avere stima di
                    loro. Perché quella stessa superbia onde un numero infinito d’uomini usa
                    alterigia cogli umili e con tutti quelli che gli fanno segno d’onore, rende lui
                    curante e sollecito e bisognoso della stima e degli sguardi di quelli che non lo
                    curano, o che mostrano non badargli. Donde nasce non di rado, anzi spesso, né
                    solamente in amore, una lepida alternativa tra due persone, o l’una o l’altra,
                    con vicenda perpetua, oggi curata e non curante, domani curante e non curata.
                    Anzi si può dire che simile giuoco ed alternativa apparisce in qualche modo, più
                    o manco, in tutta la società umana; e che ogni parte della vita è piena di genti
                    che mirate non mirano, che salutate non rispondono, che seguitate fuggono, e che
                    voltando loro le spalle, o torcendo il viso, si volgono, e s’inchinano, e
                    corrono dietro ad altrui.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXIV</head>
            <p>Verso gli uomini grandi, e specialmente verso quelli in cui risplende una
                    straordinaria virilità, il mondo è come donna. Non gli ammira solo, ma gli ama:
                    perché quella loro forza l’innamora. Spesso, come nelle donne, l’amore verso
                    questi tali è maggiore per conto ed in proporzione del disprezzo che essi
                    mostrano, dei mali trattamenti che fanno, e dello stesso timore che ispirano
                    agli uomini. Così Napoleone fu amatissimo dalla Francia, ed oggetto, per dir
                    così, di culto ai soldati, che egli chiamò carne da cannone, e trattò come tali.
                    Così tanti capitani che fecero degli uomini simile giudizio ed uso, furono
                    carissimi ai loro eserciti in vita, ed oggi nelle storie fanno invaghire di sé i
                    lettori. Anche una sorte di brutalità e di stravaganza piace non poco in questi
                    tali, come alle donne negli amanti. Però Achille è perfettamente amabile;
                    laddove la bontà di Enea e di Goffredo, e la saviezza di questi medesimi e di
                    Ulisse, generano quasi odio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXV</head>
            <p>In più altri modi la donna è come una figura di quello che è il mondo
                    generalmente: perché la debolezza è proprietà del maggior numero degli uomini;
                    ed essa, verso i pochi forti o di mente o di cuore o di mano, rende le
                    moltitudini tali, quali sogliono essere le femmine verso i maschi. Perciò quasi
                    colle stesse arti si acquistano le donne e il genere umano: con ardire misto di
                    dolcezza, con tollerare le ripulse, con perseverare fermamente e senza vergogna,
                    si viene a capo, come delle donne, così dei potenti, dei ricchi, dei più degli
                    uomini in particolare, delle nazioni e dei secoli. Come colle donne abbattere i
                    rivali, e far solitudine dintorno a sé, così nel mondo è necessario atterrare
                    gli emuli e i compagni, e farsi via su pei loro corpi: e si abbattono questi e i
                    rivali colle stesse armi; delle quali due sono principalissime, la calunnia e il
                    riso. Colle donne e cogli uomini riesce sempre a nulla, o certo è malissimo
                    fortunato, chi gli ama d’amore non finto e non tepido, e chi antepone
                    gl’interessi loro ai propri. E il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode
                    di lui, e lo calpesta.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXVI</head>
            <p>Nulla è più raro al mondo, che una persona abitualmente sopportabile.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXVII</head>
            <p>La sanità del corpo è riputata universalmente come ultimo dei beni, e pochi sono
                    nella vita gli atti e le faccende importanti, dove la considerazione della
                    sanità, se vi ha luogo, non sia posposta a qualunque altra. La cagione può
                    essere in parte, ma non però in tutto, che la vita è principalmente dei sani, i
                    quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono poter perdere ciò che
                    posseggono. Per recare un esempio fra mille, diversissime cause fanno e che un
                    luogo è scelto a fondarvi una città, e che una città cresce di abitatori; ma tra
                    queste cause non si troverà forse mai la salubrità del sito. Per lo contrario
                    non v’è sito in sulla terra tanto insalubre e tristo, nel quale, indotti da
                    qualche opportunità, gli uomini non si acconcino di buon grado a stare. Spesso
                    un luogo saluberrimo e disabitato è in prossimità di uno poco sano ed
                    abitatissimo: e si veggono continuamente le popolazioni abbandonare città e
                    climi salutari, per concorrere sotto cieli aspri, e in luoghi non di rado
                    malsani, e talora mezzo pestilenti, dove sono invitate da altre comodità.
                    Londra, Madrid e simili, sono città di condizioni pessime alla salute, le quali,
                    per essere capitali, tutto giorno crescono della gente che lascia le abitazioni
                    sanissime delle province. E senza muoverci de’ paesi nostri, in Toscana Livorno,
                    a causa del suo commercio, da indi in qua che fu cominciato a popolare, è
                    cresciuto costantemente d’uomini, e cresce sempre; e in sulle porte di Livorno,
                    Pisa, luogo salutevole, e famoso per aria temperatissima e soave, già piena di
                    popolo, quando era città navigatrice e potente, è ridotta quasi un deserto, e
                    segue perdendo ogni giorno più.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXVIII</head>
            <p>Due o più persone in un luogo pubblico o in un’adunanza qualsivoglia, che stieno
                    ridendo tra loro in modo osservabile, né sappiano gli altri di che, generano in
                    tutti i presenti tale apprensione, che ogni discorso tra questi divien serio,
                    molti ammutoliscono, alcuni si partono, i più intrepidi si accostano a quelli
                    che ridono, procurando di essere accettati a ridere in compagnia loro. Come se
                    si udissero scoppi di artiglierie vicine, dove fossero genti al buio: tutti
                    n’andrebbero in iscompiglio, non sapendo a chi possano toccare i colpi in caso
                    che l’artiglieria fosse carica a palla. Il ridere concilia stima e rispetto
                    anche dagl’ignoti, tira a sé l’attenzione di tutti i circostanti, e dà fra
                    questi una sorte di superiorità. E se, come accade, tu ti ritrovassi in qualche
                    luogo alle volte o non curato, o trattato con alterigia o scortesemente, tu non
                    hai a far altro che scegliere tra i presenti uno che ti paia a proposito, e con
                    quello ridere franco e aperto e con perseveranza, mostrando più che puoi che il
                    riso ti venga dal cuore: e se forse vi sono alcuni che ti deridano, ridere con
                    voce più chiara e con più costanza che i derisori. Tu devi essere assai
                    sfortunato se, avvedutisi del tuo ridere, i più orgogliosi e i più petulanti
                    della compagnia, e quelli che più torcevano da te il viso, fatta brevissima
                    resistenza, o non si danno alla fuga, o non vengono spontanei a chieder pace,
                    ricercando la tua favella, e forse profferendotisi per amici. Grande tra gli
                    uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella
                    sua coscienza trova sé munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è
                    padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXIX</head>
            <p>Il giovane non acquista mai l’arte del vivere, non ha, si può dire, un successo
                    prospero nella società, e non prova nell’uso di quella alcun piacere, finché
                    dura in lui la veemenza dei desiderii. Più ch’egli si raffredda, più diventa
                    abile a trattare gli uomini e se stesso. La natura, benignamente come suole, ha
                    ordinato che l’uomo non impari a vivere se non a proporzione che le cause di
                    vivere gli s’involano; non sappia le vie di venire a’ suoi fini se non cessato
                    che ha di apprezzarli come felicità celesti, e quando l’ottenerli non gli può
                    recare allegrezza più che mediocre; non goda se non divenuto incapace di
                    godimenti vivi. Molti si trovano assai giovani di tempo in questo stato ch’io
                    dico; e riescono non di rado bene, perché, desiderano leggermente; essendo nei
                    loro animi anticipata da un concorso di esperienza e d’ingegno, l’età virile.
                    Altri non giungono al detto stato mai nella vita loro: e sono quei pochi in cui
                    la forza de’ sentimenti è sì grande in principio, che per corso d’anni non vien
                    meno: i quali più che tutti gli altri godrebbero nella vita, se la natura avesse
                    destinata la vita a godere. Questi per lo contrario sono infelicissimi, e
                    bambini fino alla morte nell’uso del mondo, che non possono apprendere.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXX</head>
            <p>Rivedendo in capo di qualche anno una persona ch’io avessi conosciuta giovane,
                    sempre alla prima giunta mi è paruto vedere uno che avesse sofferto qualche
                    grande sventura. L’aspetto della gioia e della confidenza non è proprio che
                    della prima età: e il sentimento di ciò che si va perdendo, e delle incomodità
                    corporali che crescono di giorno in giorno, viene generando anche nei più
                    frivoli o più di natura allegra, ed anco similmente nei più felici, un abito di
                    volto ed un portamento, che si chiama grave, e che per rispetto a quello dei
                    giovani e dei fanciulli, veramente è tristo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXI</head>
            <p>Accade nella conversazione come cogli scrittori: molti de’ quali in principio,
                    trovati nuovi di concetti, e di un color proprio, piacciono grandemente; poi,
                    continuando a leggere, vengono a noia, perché una parte dei loro scritti è
                    imitazione dell’altra. Così nel conversare, le persone nuove spesse volte sono
                    pregiate e gradite pei loro modi e pei loro discorsi; e le medesime vengono a
                    noia coll’uso e scadono nella stima: perché gli uomini necessariamente, alcuni
                    più ed alcuni meno, quando non imitano gli altri, sono imitatori di se medesimi.
                    Però quelli che viaggiano, specialmente se sono uomini di qualche ingegno e che
                    posseggano l’arte del conversare, facilmente lasciano di sé nei luoghi da cui
                    passano, un’opinione molto superiore al vero, atteso l’opportunità che hanno di
                    celare quella che è difetto ordinario degli spiriti, dico la povertà. Poiché
                    quel tanto che essi mettono fuori in una o in poco più occasioni, parlando
                    principalmente delle materie più appartenenti a loro, in sulle quali, anche
                    senza usare artifizio, sono condotti dalla cortesia o dalla curiosità degli
                    altri, è creduto, non la loro ricchezza intera, ma una minima parte di quella,
                    e, per dir così, moneta da spendere alla giornata, non già, come è forse il più
                    delle volte, o tutta la somma, o la maggior parte dei loro danari. E questa
                    credenza riesce stabile, per mancanza di nuove occasioni che la distruggano. Le
                    stesse cause fanno che i viaggiatori similmente dall’altro lato sono soggetti ad
                    errare, giudicando troppo altamente delle persone di qualche capacità, che ne’
                    viaggi vengono loro alle mani.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXII</head>
            <p>Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatto una grande esperienza di sé, la quale
                    rivelando lui a lui medesimo, e determinando l’opinione sua intorno a se stesso,
                    determina in qualche modo la fortuna e lo stato suo nella vita. A questa grande
                    esperienza, insino alla quale nessuno nel mondo riesce da molto più che un
                    fanciullo, il vivere antico porgeva materia infinita e pronta: ma oggi il vivere
                    de’ privati è sì povero di casi, e in universale di tal natura, che, per
                    mancamento di occasioni, molta parte degli uomini muore avanti all’esperienza
                    ch’io dico, e però bambina poco altrimenti che non nacque. Agli altri il
                    conoscimento e il possesso di se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni,
                    o da qualche passione grande, cioè forte; e per lo più dall’amore; quando
                    l’amore è gran passione; cosa che non accade in tutti come l’amare. Ma accaduta
                    che sia, o nel principio della vita, come in alcuni, ovvero più tardi, e dopo
                    altri amori di minore importanza, come pare che occorra più spesse volte, certo
                    all’uscire di un amor grande e passionato, l’uomo conosce già mediocremente i
                    suoi simili, fra i quali gli è convenuto aggirarsi con desiderii intensi, e con
                    bisogni gravi e forse non provati innanzi; conosce ab esperto la natura delle
                    passioni, poiché una di loro che arda, infiamma tutte l’altre; conosce la natura
                    e il temperamento proprio; sa la misura delle proprie facoltà e delle proprie
                    forze; e oramai può far giudizio se e quanto gli convenga sperare o disperare di
                    sé, e, per quello che si può intendere del futuro, qual luogo gli sia destinato
                    nel mondo. In fine la vita a’ suoi occhi ha un aspetto nuovo, già mutata per lui
                    di cosa udita in veduta, e d’immaginata in reale; ed egli si sente in mezzo ad
                    essa, forse non più felice, ma per dir così, più potente di prima, cioè più atto
                    a far uso di sé e degli altri.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXIII</head>
            <p>Se quei pochi uomini di valor vero che cercano gloria, conoscessero ad uno ad uno
                    tutti coloro onde è composto quel pubblico dal quale essi con mille estremi
                    patimenti si sforzano di essere stimati, è credibile che si raffredderebbero
                    molto nel loro proposito, e forse che l’abbandonerebbero. Se non che l’animo
                    nostro non si può sottrarre al potere che ha nell’immaginazione il numero degli
                    uomini: e si vede infinite volte che noi apprezziamo, anzi rispettiamo, non dico
                    una moltitudine, ma dieci persone adunate in una stanza, ognuna delle quali da
                    sé reputiamo di nessun conto.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXIV</head>
            <p>Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e
                    precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere;
                    quell’avversario d’ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell’uomo;
                    derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se
                    lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore
                    degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo, che gli dura
                    in tutte le lingue colte insino al presente. Questa idea generale, che è di
                    tanta verità, e che poscia è stata e sarà sempre di tanto uso, non credo che
                    avanti quel tempo fosse nata ad altri, né mi ricordo che si trovi, intendo dire
                    sotto una voce unica o sotto una forma precisa, in alcun filosofo gentile. Forse
                    perché avanti quel tempo la viltà e la frode non fossero affatto adulte, e la
                    civiltà non fosse giunta a quel luogo dove gran parte dell’esser suo si confonde
                    con quello della corruzione.</p>
            <p>Tale in somma quale ho detto di sopra, e quale fu significato da Gesù Cristo, è
                    l’uomo che chiamiamo civile: cioè quell’uomo che la ragione e l’ingegno non
                    rivelano, che i libri e gli educatori annunziano, che la natura costantemente
                    reputa favoloso, e che sola l’esperienza della vita fa conoscere, e creder vero.
                    E notisi come quell’idea che ho detto, quantunque generale, si trovi convenire
                    in ogni sua parte a innumerabili individui.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXV</head>
            <p>Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo
                    società o mondo, non si trova mai considerata né mostrata risolutamente come
                    nemica della virtù, né come certa corruttrice d’ogni buona indole, e d’ogni
                    animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel
                    Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto
                    agli antichi. E questo non farà maraviglia a chi considererà un fatto assai
                    manifesto e semplice, il quale può servire di specchio a ciascuno che voglia
                    paragonare in materia morale gli stati antichi ai moderni: e ciò è che laddove
                    gli educatori moderni temono il pubblico, gli antichi lo cercavano; e dove i
                    moderni fanno dell’oscurità domestica, della segregazione e del ritiro, uno
                    schermo ai giovani contro la pestilenza dei costumi mondani, gli antichi
                    traevano la gioventù, anche a forza, dalla solitudine, ed esponevano la sua
                    educazione e la sua vita agli occhi del mondo, e il mondo agli occhi suoi,
                    riputando l’esempio atto più ad ammaestrarla che a corromperla.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXVI</head>
            <p>Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non
                    trapassarli.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXVII</head>
            <p>Chi viaggia molto, ha questo vantaggio dagli altri, che i soggetti delle sue
                    rimembranze presto divengono remoti; di maniera che esse acquistano in breve
                    quel vago e quel poetico, che negli altri non è dato loro se non dal tempo. Chi
                    non ha viaggiato punto, ha questo svantaggio, che tutte le sue rimembranze sono
                    di cose in qualche parte presenti, poiché presenti sono i luoghi ai quali ogni
                    sua memoria si riferisce.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXVIII</head>
            <p>Avviene non di rado che gli uomini vani e pieni del concetto di se medesimi, in
                    cambio d’essere egoisti e d’animo duro, come parrebbe verisimile, sono dolci,
                    benevoli, buoni compagni, ed anche buoni amici e servigievoli molto. Come si
                    credono ammirati da tutti, così ragionevolmente amano i loro creduti ammiratori,
                    e gli aiutano dove possono, anche perché giudicano ciò conveniente a quella
                    maggioranza della quale stimano che la sorte gli abbia favoriti. Conversano
                    volentieri, perché credono il mondo pieno del loro nome; ed usano modi umani,
                    lodandosi internamente della loro affabilità, e di sapere adattare la loro
                    grandezza ad accomunarsi ai piccoli. Ed ho notato che crescendo nell’opinione di
                    se medesimi, crescono altrettanto in benignità. Finalmente la certezza che hanno
                    della propria importanza, e del consenso del genere umano in confessarla, toglie
                    dai loro costumi ogni asprezza, perché niuno che sia contento di se stesso e
                    degli uomini, è di costumi aspri; e genera in loro tale tranquillità, che alcune
                    volte prendono insino aspetto di persone modeste.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>LXXXIX</head>
            <p>Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si
                    trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non
                    già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si
                    ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XC</head>
            <p>Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre era contrariato in
                    qualche cosa, diceva: <emph rend="italic">ah, ho inteso, ho inteso: la mamma è
                        cattiva</emph>. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi la maggior
                    parte degli uomini, benché non esprima il suo discorso con altrettanta
                    semplicità.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCI</head>
            <p>Chi t’introduce a qualcuno, se vuole che la raccomandazione abbia effetto, lasci
                    da canto quelli che sono tuoi pregi più reali e più propri, e dica i più
                    estrinseci e più appartenenti alla fortuna. Se tu sei grande e potente nel
                    mondo, dica grande e potente; se ricco, dica ricco; se non altro che nobile,
                    dica nobile: non dica magnanimo, né virtuoso, né costumato, né amorevole, né
                    altre cose simili, se non per giunta, ancorché siano vere ed in grado insigne. E
                    se tu fossi letterato, e come tale fossi celebre in qualche parte, non dica
                    dotto, né profondo, né grande ingegno, né sommo; ma dica celebre: perché, come
                    ho detto altrove, la fortuna è fortunata al mondo, e non il valore.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCII</head>
            <p>Dice Giangiacomo Rousseau che la vera cortesia de’ modi consiste in un abito di
                    mostrarsi benevolo. Questa cortesia forse ti preserva dall’odio, ma non ti
                    acquista amore, se non di quei pochissimi ai quali l’altrui benevolenza è
                    stimolo a corrispondere. Chi vuole, per quanto possono le maniere, farsi gli
                    uomini amici, anzi amanti, dimostri di stimarli. Come il disprezzo offende e
                    spiace più che l’odio, così la stima è più dolce che la benevolenza; e
                    generalmente gli uomini hanno maggior cura, o certo maggior desiderio, d’essere
                    pregiati che amati. Le dimostrazioni di stima, vere o false (che in tutti i modi
                    trovano fede in chi le riceve), ottengono gratitudine quasi sempre: e molti che
                    non alzerebbero il dito in servigio di chi gli ama veramente, si gitteranno ad
                    ardere per chi farà vista di apprezzarli. Tali dimostrazioni sono ancora
                    potentissime a riconciliare gli offesi, perché pare che la natura non ci
                    consenta di avere in odio una persona che dica di stimarci. Laddove, non solo è
                    possibile, ma veggiamo spessissime volte gli uomini odiare e fuggire chi gli
                    ama, anzi chi li benefica. Che se l’arte di cattivare gli animi nella
                    conversazione consiste in fare che gli altri si partano da noi più contenti di
                    se medesimi che non vennero, è chiaro che i segni di stima saranno più valevoli
                    ad acquistare gli uomini, che quelli di benevolenza. E quanto meno la stima sarà
                    dovuta, più sarà efficace il dimostrarla. Coloro che hanno l’abito della
                    gentilezza ch’io dico, sono poco meno che corteggiati in ogni luogo dove si
                    trovano; correndo a gara gli uomini, come volano le mosche al mele, a quella
                    dolcezza del credere di vedersi stimati. E per lo più questi tali sono
                    lodatissimi: perché dalle lodi che essi, conversando, porgono a ciascuno, nasce
                    un gran concento delle lodi che tutti danno a loro, parte per riconoscenza, e
                    parte perché è dell’interesse nostro che siano lodati e stimati quelli che ci
                    stimano. In tal maniera gli uomini senza avvedersene, e ciascuno forse contro la
                    volontà sua, mediante il loro accordo in celebrare queste tali persone, le
                    innalzano nella società molto di sopra a se medesimi, ai quali esse
                    continuamente accennano di tenersi inferiori.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCIII</head>
            <p>Molti, anzi quasi tutti gli uomini che da se medesimi e dai conoscenti si credono
                    stimati nella società, non hanno altra stima che quella di una particolar
                    compagnia, o di una classe, o di una qualità di persone, alla quale appartengono
                    e nella quale vivono. L’uomo di lettere, che si crede famoso e rispettato nel
                    mondo, si trova o lasciato da un canto o schernito ogni volta che si abbatte in
                    compagnie di genti frivole, del qual genere sono tre quarti del mondo. Il
                    giovane galante, festeggiato dalle donne e dai pari suoi, resta negletto e
                    confuso nella società degli uomini d’affari. Il cortigiano, che i suoi compagni
                    e i dipendenti colmeranno di cerimonie, sarà mostrato con riso o fuggito dalle
                    persone di bel tempo. Conchiudo che, a parlar proprio, l’uomo non può sperare, e
                    quindi non dee voler conseguire la stima, come si dice, della società, ma di
                    qualche numero di persone; e dagli altri, contentarsi di essere, quando ignorato
                    affatto, e quando, più o meno, disprezzato; poiché questa sorte non si può
                    schivare.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCIV</head>
            <p>Chi non è mai uscito di luoghi piccoli, dove regnano piccole ambizioni ed
                    avarizia volgare, con un odio intenso, di ciascuno contro ciascuno, come ha per
                    favola i grandi vizi, così le sincere e solide virtù sociali. E nel particolare
                    dell’amicizia, la crede cosa appartenente ai poemi ed alle storie, non alla
                    vita. E s’inganna. Non dico Piladi o Piritoi, ma buoni amici e cordiali, si
                    trovano veramente nel mondo, e non sono rari. I servigi che si possono aspettare
                    e richiedere da tali amici, dico da quelli che dà veramente il mondo, sono, o di
                    parole, che spesso riescono utilissime, o anco di fatti qualche volta: di roba,
                    troppo di rado; e l’uomo savio e prudente non ne dee richiedere di sì fatti. Più
                    presto si trova chi per un estraneo metta a pericolo la vita, che uno che, non
                    dico spenda, ma rischi per l’amico uno scudo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCV</head>
            <p>Né sono gli uomini in ciò senza qualche scusa: perché raro è chi veramente abbia
                    più di quello che gli bisogna; dipendendo i bisogni in modo quasi principale
                    dalle assuefazioni, ed essendo per lo più proporzionate alle ricchezze le spese,
                    e molte volte maggiori. E quei pochi che accumulano senza spendere, hanno questo
                    bisogno di accumulare; o per loro disegni, o per necessità future o temute. Né
                    vale che questo o quel bisogno sia immaginario; perché troppo poche sono le cose
                    della vita che non consistano o del tutto o per gran parte nella
                immaginazione.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCVI</head>
            <p>L’uomo onesto, coll’andar degli anni, facilmente diviene insensibile alla lode e
                    all’onore, ma non mai, credo, al biasimo né al disprezzo. Anzi la lode e la
                    stima di molte persone egregie non compenseranno il dolore che gli verrà da un
                    motto o da un segno di noncuranza di qualche uomo da nulla. Forse ai ribaldi
                    avviene al contrario; che, per essere usati al biasimo, e non usati alla lode
                    vera, a quello saranno insensibili, a questa no, se mai per caso ne tocca loro
                    qualche saggio.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCVII</head>
            <p>Ha sembianza di paradosso, ma coll’esperienza della vita si conosce essere
                    verissimo, che quegli uomini che i francesi chiamano originali, non solamente
                    non sono rari, ma sono tanto comuni che sto per dire che la cosa più rara nella
                    società è di trovare un uomo che veramente non sia, come si dice, un originale.
                    Né parlo già di piccole differenze da uomo a uomo: parlo di qualità e di modi
                    che uno avrà propri, e che agli altri riusciranno strani, bizzarri, assurdi: e
                    dico che rade volte ti avverrà di usare lungamente con una persona anche
                    civilissima, che tu non iscuopra in lei e ne’ suoi modi più d’una stranezza o
                    assurdità o bizzarria tale, che ti farà maravigliare.</p>
            <p>A questa scoperta arriverai più presto in altri che nei francesi, più presto
                    forse negli uomini maturi o vecchi che ne’ giovani, i quali molte volte pongono
                    la loro ambizione nel rendersi conformi agli altri, ed ancora, se sono bene
                    educati, sogliono fare più forza a se stessi. Ma più presto o più tardi
                    scoprirai questa cosa alla fine nella maggior parte di coloro coi quali
                    praticherai. Tanto la natura è varia: e tanto è impossibile alla civiltà, la
                    quale tende ad uniformare gli uomini, di vincere in somma la natura.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCVIII</head>
            <p>Simile alla soprascritta osservazione è la seguente, che ognuno che abbia o che
                    abbia avuto alquanto a fare cogli uomini, ripensando un poco, si ricorderà di
                    essere stato non molte ma moltissime volte spettatore, e forse parte, di scene,
                    per dir così, reali, non differenti in nessuna maniera da quelle che vedute ne’
                    teatri, o lette ne’ libri delle commedie o de’ romanzi, sono credute finte di là
                    dal naturale per ragioni d’arte. La qual cosa non significa altro, se non che la
                    malvagità, la sciocchezza, i vizi d’ogni sorte, e le qualità e le azioni
                    ridicole degli uomini, sono molto più solite che non crediamo, e che forse non è
                    credibile, a passare quei segni che stimiamo ordinari, ed oltre ai quali
                    supponghiamo che sia l’eccessivo.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>XCIX</head>
            <p>Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non
                    sono. Il povero, l’ignorante, il rustico, il malato, il vecchio, non sono mai
                    ridicoli mentre si contentano di parer tali, e si tengono nei limiti voluti da
                    queste loro qualità, ma sì bene quando il vecchio vuol parer giovane, il malato
                    sano, il povero ricco, l’ignorante vuol fare dell’istruito, il rustico del
                    cittadino. Gli stessi difetti corporali, per gravi che fossero, non desterebbero
                    che un riso passeggero, se l’uomo non si sforzasse di nasconderli, cioè non
                    volesse parere di non averli, che è come dire diverso da quel ch’egli è. Chi
                    osserverà bene, vedrà che i nostri difetti o svantaggi non sono ridicoli essi,
                    ma lo studio che noi ponghiamo per occultarli e il voler fare come se non gli
                    avessimo.</p>
            <p>Quelli che per farsi più amabili affettano un carattere morale diverso dal
                    proprio, errano di gran lunga. Lo sforzo che dopo breve tempo non è possibile a
                    sostenere, che non divenga palese, e l’opposizione del carattere finto al vero,
                    il quale da indi innanzi traspare di continuo, rendono la persona molto più
                    disamabile e più spiacevole ch’ella non sarebbe dimostrando francamente e
                    costantemente l’esser suo. Qualunque carattere più infelice, ha qualche parte
                    non brutta, la quale, per esser vera, mettendola fuori opportunamente, piacerà
                    molto più, che ogni più bella qualità falsa.</p>
            <p>E generalmente, il voler essere ciò che non siamo, guasta ogni cosa al mondo: e
                    non per altra causa riesce insopportabile una quantità di persone, che sarebbero
                    amabilissime solo che si contentassero dell’esser loro. Né persone solamente, ma
                    compagnie, anzi popolazioni intere: ed io conosco diverse città di provincia
                    colte e floride, che sarebbero luoghi assai grati ad abitarvi, se non fosse
                    un’imitazione stomachevole che vi si fa delle capitali, cioè un voler esser per
                    quanto è in loro, piuttosto città capitali che di provincia.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>C</head>
            <p>Tornando ai difetti o svantaggi che alcuno può avere, non nego che molte volte il
                    mondo non sia come quei giudici ai quali per legge è vietato di condannare il
                    reo, quantunque convinto, se da lui medesimo non si ha confessione espressa del
                    delitto. E veramente non per ciò che l’occultare con istudio manifesto i propri
                    difetti è cosa ridicola, io loderei che si confessassero spontaneamente, e meno
                    ancora, che alcuno desse troppo ad intendere di tenersi a causa di quelli
                    inferiore agli altri. La qual cosa non sarebbe che un condannare se stesso con
                    quella sentenza finale, che il mondo, finché tu porterai la testa levata, non
                    verrà mai a capo di profferire. In questa specie di lotta di ciascuno contro
                    tutti, e di tutti contro ciascuno, nella quale, se vogliamo chiamare le cose coi
                    loro nomi, consiste la vita sociale; procurando ognuno di abbattere il compagno
                    per porvi su i piedi, ha gran torto chi si prostra, e ancora chi s’incurva, e
                    ancora chi piega il capo spontaneamente: perché fuori d’ogni dubbio (eccetto
                    quando queste cose si fanno con simulazione, come per istratagemma) gli sarà
                    subito montato addosso o dato in sul collo dai vicini, senza né cortesia né
                    misericordia nessuna al mondo. Questo errore commettono i giovani quasi sempre,
                    e maggiormente quanto sono d’indole più gentile: dico di confessare a ogni poco,
                    senza necessità e fuori di luogo, i loro svantaggi e infortuni; movendosi parte
                    per quella franchezza che è propria della loro età, per la quale odiano la
                    dissimulazione, e provano compiacenza nell’affermare, anche contro se stessi, il
                    vero; parte perché come sono essi generosi, così credono con questi modi ottener
                    perdono e grazia dal mondo alle loro sventure. E tanto erra dalla verità delle
                    cose umane quella età d’oro della vita, che anche fanno mostra dell’infelicità,
                    pensandosi che questa li renda amabili, ed acquisti loro gli animi. Né, a dir
                    vero, è altro che ragionevolissimo che così pensino, e che solo una lunga e
                    costante esperienza propria persuada a spiriti gentili che il mondo perdona più
                    facilmente ogni cosa che la sventura; che non l’infelicità, ma la fortuna è
                    fortunata, e che però non di quella, ma di questa sempre, anche a dispetto del
                    vero, per quanto è possibile, s’ha a far mostra; che la confessione de’ propri
                    mali non cagiona pietà ma piacere, non contrista ma rallegra, non i nemici
                    solamente ma ognuno che l’ode, perché è quasi un’attestazione d’inferiorità
                    propria, e d’altrui superiorità; e che non potendo l’uomo in sulla terra
                    confidare in altro che nelle sue forze, nulla mai non dee cedere né ritrarsi
                    indietro un passo volontariamente, e molto meno rendersi a discrezione, ma
                    resistere difendendosi fino all’estremo, e combattere con isforzo ostinato per
                    ritenere o per acquistare, se può, anche ad onta della fortuna, quello che mai
                    non gli verrà impetrato da generosità de’ prossimi né da umanità. Io per me
                    credo che nessuno debba sofferire né anche d’essere chiamato in sua presenza
                    infelice né sventurato: i quali nomi quasi in tutte le lingue furono e sono
                    sinonimi di ribaldo, forse per antiche superstizioni, quasi l’infelicità sia
                    pena di scelleraggini; ma certo in tutte le lingue sono e saranno eternamente
                    oltraggiosi per questo, che chi li profferisce, qualunque intenzione abbia,
                    sente che con quelli innalza sé ed abbassa il compagno, e la stessa cosa è
                    sentita da chi ode.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CI</head>
            <p>Confessando i propri mali, quantunque palesi, l’uomo nuoce molte volte ancora
                    alla stima, e quindi all’affetto, che gli portano i suoi più cari: tanto è
                    necessario che ognuno con braccio forte sostenga se medesimo, e che in qualunque
                    stato, e a dispetto di qualunque infortunio, mostrando di sé una stima ferma e
                    sicura, dia esempio di stimarlo agli altri, e quasi li costringa colla sua
                    propria autorità. Perché se l’estimazione di un uomo non comincia da esso,
                    difficilmente comincerà ella altronde: e se non ha saldissimo fondamento in lui,
                    difficilmente starà in piedi. La società degli uomini è simile ai fluidi; ogni
                    molecola dei quali, o globetto, premendo fortemente i vicini di sotto e di sopra
                    e da tutti i lati, e per mezzo di quelli i lontani, ed essendo ripremuto nella
                    stessa guisa, se in qualche posto il resistere e il risospingere diventa minore,
                    non passa un attimo, che, concorrendo verso colà a furia tutta la mole del
                    fluido, quel posto è occupato da globetti nuovi.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CII</head>
            <p>Gli anni della fanciullezza sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi
                    favolosi della sua vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi
                    sono quelli della fanciullezza delle medesime.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CIII</head>
            <p>Le lodi date a noi, hanno forza di rendere stimabili al nostro giudizio materie e
                    facoltà da noi prima vilipese, ogni volta che ci avvenga di essere lodati in
                    alcuna di così fatte.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CIV</head>
            <p>L’educazione che ricevono, specialmente in Italia, quelli che sono educati (che a
                    dir vero, non sono molti), è un formale tradimento ordinato dalla debolezza
                    contro la forza, dalla vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai
                    giovani: fuggite i piaceri propri della vostra età, perché tutti sono pericolosi
                    e contrari ai buoni costumi, e perché noi che ne abbiamo presi quanti più
                    abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo altrettanti, non ci
                    siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate di vivere oggi; ma siate
                    ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non
                    sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto
                    è possibile dal far uso della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle
                    fatiche. Della vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi,
                    che indirizzeremo il tutto all’utile nostro. Tutto il contrario di queste cose
                    ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare se ringiovanisse:
                    ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri fatti passati, né alle
                    nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi conoscenti ed esperti delle cose
                    umane, che voi sarete felici. Io non so che cosa sia inganno e fraude, se non è
                    il promettere felicità agl’inesperti sotto tali condizioni.</p>
            <p>L’interesse della tranquillità comune, domestica e pubblica, è contrario ai
                    piaceri ed alle imprese dei giovani; e perciò anche l’educazione buona, o così
                    chiamata, consiste in gran parte nell’ingannare gli allievi, acciocché
                    pospongano il comodo proprio all’altrui. Ma senza questo, i vecchi tendono
                    naturalmente a distruggere, per quanto è in loro, e a cancellare dalla vita
                    umana la gioventù, lo spettacolo della quale abborrono. In tutti i tempi la
                    vecchiaia fu congiurata contro la giovinezza, perché in tutti i tempi fu propria
                    degli uomini la viltà di condannare e perseguitare in altri quei beni che essi
                    più desidererebbero a se medesimi. Ma però non lascia d’esser notabile che, tra
                    gli educatori, i quali, se mai persona al mondo, fanno professione di cercare il
                    bene dei prossimi, si trovino tanti che cerchino di privare i loro allievi del
                    maggior bene della vita, che è la giovinezza. Più notabile è, che mai padre né
                    madre, non che altro istitutore, non sentì rimordere la coscienza del dare ai
                    figliuoli un’educazione che muove da un principio così maligno. La qual cosa
                    farebbe più maraviglia, se già lungamente, per altre cause, il procurare
                    l’abolizione della gioventù, non fosse stata creduta opera meritoria.</p>
            <p>Frutto di tale cultura malefica, o intenta al profitto del cultore con rovina
                    della pianta, si è, o che gli alunni, vissuti da vecchi nell’età florida, si
                    rendono ridicoli e infelici in vecchiezza, volendo vivere da giovani; ovvero,
                    come accade più spesso, che la natura vince, e che i giovani vivendo da giovani
                    in dispetto dell’educazione, si fanno ribelli agli educatori, i quali se
                    avessero favorito l’uso e il godimento delle loro facoltà giovanili, avrebbero
                    potuto regolarlo, mediante la confidenza degli allievi, che non avrebbero mai
                    perduta.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CV</head>
            <p>L’astuzia, la quale appartiene all’ingegno, è usata moltissime volte per supplire
                    la scarsità di esso ingegno, e per vincere maggior copia del medesimo in
                altri.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CVI</head>
            <p>Il mondo a quelle cose che altrimenti gli converrebbe ammirare ride; e biasima,
                    come la volpe d’Esopo, quelle che invidia. Una gran passione d’amore, con grandi
                    consolazioni di grandi travagli, è invidiata universalmente; e perciò biasimata
                    con più calore. Una consuetudine generosa, un’azione eroica, dovrebb’essere
                    ammirata ma gli uomini se ammirassero, specialmente negli uguali, si
                    crederebbero umiliati; e perciò, in cambio d’ammirare, ridono. Questa cosa va
                    tant’oltre, che nella vita comune è necessario dissimulare con più diligenza la
                    nobilità dell’operare, che la viltà: perché la viltà è di tutti, e però almeno è
                    perdonata; la nobiltà è contro l’usanza, e pare che indichi presunzione, o che
                    da se richiegga lode; la quale il pubblico, e massime i conoscenti, non amano di
                    dare con sincerità.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CVII</head>
            <p>Molte scempiataggini si dicono in compagnia per voglia di favellare. Ma il
                    giovane che ha qualche stima di se medesimo, quando da principio entra nel
                    mondo, facilmente erra in altro modo: e questo è, che per parlare aspetta che
                    gli occorrano da dir cose straordinarie di bellezza o d’importanza. Così,
                    aspettando, accade che non parla mai. La più sensata conversazione del mondo, e
                    la più spiritosa, si compone per la massima parte di detti e discorsi frivoli o
                    triti, i quali in ogni modo servono all’intento di passare il tempo parlando. Ed
                    è necessario che ciascuno si risolva a dir cose la più parte comuni, per dirne
                    di non comuni solo alcune volte.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CVIII</head>
            <p>Grande studio degli uomini finché sono immaturi, è di parere uomini fatti, e
                    poiché sono tali, di parere immaturi. Oliviero Goldsmith, l’autore del romanzo
                    The Vicar of Wakefield, giunto all’età di quarant’anni, tolse dal suo indirizzo
                    il titolo di dottore; divenutagli odiosa in quel tempo tale dimostrazione di
                    gravità, che gli era stata cara nei primi anni.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CIX</head>
            <p>L’uomo è quasi sempre tanto malvagio quanto gli bisogna. Se si conduce
                    dirittamente, si può giudicare che la malvagità non gli è necessaria. Ho visto
                    persone di costumi dolcissimi, innocentissimi, commettere azioni delle più
                    atroci, per fuggire qualche danno grave, non evitabile in altra guisa.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CX</head>
            <p>È curioso a vedere che quasi tutti gli uomini che vagliono molto, hanno le
                    maniere semplici; e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio
                    di poco valore.</p>
         </div1>
         <div1 type="cap">
            <head>CXI</head>
            <p>Un abito silenzioso nella conversazione, allora piace ed è lodato, quando si
                    conosce che la persona che tace ha quanto si richiede e ardimento e attitudine a
                    parlare.</p>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>