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      <title>Dissertazione sopra le virtù morali in particolare</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>16 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1><head>Dissertazione sopra le virtù morali in particolare</head> <p>La virtù Morale, quella, che sola può render l'uomo perfettamente felice varie specie comprende, nelle quali diversamente vien divisa da' diversi Filosofi. Nè son questi da biasimarsi in conto alcuno se giammai caddero in qualche errore nel divider le virtù, e definirne le diverse specie perciocchè volendo eglino assumere un tale incarico non poterono gran fatto discostarsi dalle popolari definizioni, e distinzioni diversamente resi si sarìano affatto inintellegibili. Ora non essendo le volgari definizioni, e distinzioni totalmente consentanee alla retta Filosofìa come quelle che dettate vengono dal capriccio di uomini indotti, o di Oratori, o di Poeti, che non molto attendono all'intimo significato, e valore delle divisioni, e de' vocaboli sono certamente da scusarsi coloro, che grandemente da queste distinzioni, e da queste voci universalmente ammesse non poteano allontanarsi. Non è però, che volendo i Morali Filosofi prendere a distinguere, e definire le diverse specie della virtù non abbiano con ogni studio proccurato di seguire i dettami della giusta Filosofìa quanto lor permetteva di farlo il comodo, e l'utilità degli Oratori, e de' Poeti. Noi tra le diverse definizioni, e distinzioni delle varie specie di Virtù Morali eleggeremo a preferenza delle altre quelle del Filosofo di Stagira, le quali seguendo le volgari opinioni non sembrano assai discostarsi dalle traccie della ragione. Parleremo adunque della <hi rend="italic">Fortezza</hi>, della <hi rend="italic">Temperanza</hi>, della <hi rend="italic">Liberalità</hi> della <hi rend="italic">Magnificenza</hi>, della <hi rend="italic">Mansuetudine</hi>, della <hi rend="italic">Verità</hi> della <hi rend="italic">Gentilezza</hi>, della <hi rend="italic">Piacevolezza</hi>, e della <hi rend="italic">Giustizia</hi>, senza molto curarci delle altre virtù di Aristotele della <hi rend="italic">Magnanimità</hi> cioè, e di un'altra, che egli stesso non seppe come nominare, le quali non sono certamente di grande importanza all'uman vivere, e furono da molti Filosofi escluse dal novero delle virtù. Seguendo mai sempre nel restante le traccie d'Aristotele noi proporremo la definizione delle diverse specie di virtù Morali, e ne assegneremo gli estremi brevemente trattando sul fine delle colpe, e de' vizj.</p>
<p>Prima nel novero delle virtù da noi sovraccennato si è la <hi rend="italic">Fortezza</hi>. Questa virtù è quella, per cui l'uomo sopporta con animo grande le avversità, e le sventure, ed incontra con forte petto i pericoli, vale a dire non li teme più di quello, che dettagli la ragione. Nè alla virtù della <hi rend="italic">Fortezza</hi> si oppone colui, il quale si attrista nelle sventure, ma bensì colui, che troppo si attrista nè cerca di consolarsi, e di animarsi con quei beni, che ancor gli restano, e specialmente con il piacere, che a ciascuno arreca l'esatta osservanza delle regole dell'onesto. <hi rend="italic">Scipione Affricano</hi>, che accusato dagl'ingrati Cittadini di delitti a lui sconosciuti sopporta con animo invitto le sventure, che da siffatte calunnie derivangli, e cerca di sollevare il suo animo collo studio delle lettere, e colle delizie della villa di <hi rend="italic">Linterno</hi> ci somministra un perfetto esempio di uomo forte, e magnanimo. Gli estremi della <hi rend="italic">Fortezza</hi> sono come è assai chiaro la pusillanimità, e l'audacia. <hi rend="italic">Dolone</hi> presso <hi rend="italic">Omero</hi>, e <hi rend="italic">Corebo</hi> presso <hi rend="italic">Virgilio</hi> ci presentano ancor essi degli esempj il primo di pusillanimità con abbassarsi per vile timor della morte avanti <hi rend="italic">Diomede</hi>, ed <hi rend="italic">Ulisse</hi> e con isvelar loro i disegni dell'armata <hi rend="italic">Trojana</hi>, e l'altro di audacia col lanciarsi egli solo in mezzo a migliaja di nemici per toglier <hi rend="italic">Cassandra</hi> dalle loro mani.</p>
<p>La temperanza, è quella virtù, per cui l'uomo moderatamente si astiene da quei piaceri, che appartengono al gusto, ed alla concupiscenza. Molti Filosofi de' passati secoli ci han somministrato degli esempj di temperanza in riguardo ai piaceri spettanti al gusto, e <hi rend="italic">Scipione Affricano</hi> con la sua continenza con <hi rend="italic">Sofonisba</hi>, e con quella donzella, che per la sua beltà attraeva a se gli sguardi di tutto l'esercito <hi rend="italic">Romano</hi> ci porge altresì uno de' più rari esempj di Temperanza in ciò, che risguarda i piaceri spettanti alla concupiscenza. Gli estremi della virtù, di cui parliamo sono assai facili a conoscersi.</p>
<p>La liberalità è una virtù, per cui l'uomo dona ad altri moderatamente, e senza eccesso ciò, che è suo. E si chiama liberale colui, il quale dona danaro, o roba od altro, che venga in commercio non però quegli, il quale è ad altri cortese della sua protezione, o lo ammaestra nelle scienze da lui possedute, o fa altrettali cose, il quale sebbene sia co' suoi simili cortese, e benefico non è però considerato come liberale. C. Giulio Cesare Ottaviano Augusto vien da tutti considerato come un perfetto modello di liberalità specialmente verso i letterati. Colui, che dona ad altri il suo smodatamente, ed oltre le proprie forze trascorre nell'eccesso della liberalità come nel difetto cade colui, che troppo è rattenuto, e ristretto nel far parte ad altri de' proprj beni. Nè questi due estremi della liberalità possono altrimenti chiamarsi l'uno prodigalità l'altro avarizia come poco ragionevolmente si usa nel volgare discorso giacchè può uno esser prodigo solo nello spendere pei passatempi, e pei giuochi, e pure essere nel donare ristrettissimo, e così può uno non esser liberale ma non perciò avaro, ed anzi esser prodigo. E qui si vede assai chiaramente quanto dalla retta Filosofìa si allontanino le popolari opinioni, e quanto poco sien sufficienti ad esprimere i caratteri di una virtù, o di un vizio le definizioni del volgo.</p>
<p>La magnificenza fa, che l'uomo adequatamente, e come ragion vuole faccia le grandi spese, che occorrono, e che sono quasi necessarie al proprio decoro. Ed in ciò differisce la magnificenza dalla liberalità, che questa consiste nel donare moderatamente, e quella nello spendere come si conviene nelle particolari occorrenze. Presso i Romani la necessità, in cui erano gli edili curuli di dare al popolo a proprie spese degli spettacoli porgevano ad essi occasione di esercitare la virtù della magnificenza, e non pochi diffatto in essa si distinsero sebbene assai spesso con soverchia profusione. Cadono negli estremi della virtù della magnificenza coloro, che vogliono esercitarla senza, che le loro sostanze sien sufficienti a somministrargli quanto per ciò fa di mestieri, o coloro, i quali per sordido amor del denaro ristringono soverchiamente le spese, o coloro finalmente, che con profusione immoderata fanno uso delle loro ricchezze nell'esercitar questa virtù.</p>
<p>La mansuetudine è quella virtù, per cui l'uomo non si adira se non quanto ragion vuole, e quanto richiedono le circostanze, in cui si ritrova. Colui, che sfrenatamente si dà in preda al furore, o colui, che istupidamente sopporta qualsivoglia affronto cade negli estremi della mansuetudine. C. Giulio Cesare, che a' molti suoi vizj accoppiava molte, e rare virtù fu presso i Romani un esempio di mansuetudine perdonando egli bene spesso, e premiando ancora coloro, che le armi portate aveano contro di lui, ma nondimeno egli seppe usare all'uopo grandissima severità con le truppe a lui ribelli, le quali però con questa severità trasse mai sempre alla dovuta soggezione.</p>
<p>La verità, che da Aristotele vien posta nel numero delle virtù si è quella, per cui l'uomo loda talvolta se stesso come, e quando ragion lo richiede. Così Quinto Orazio Flacco lodò se stesso nell'ode ultima del libro 3. dicendo:
<quote rend="block" lang="lat"><l>"Exegi monumentum aere perennius,</l>
<l>Regalique situ pyramidum altius...</l>
<l>Non omnis moriar multaque pars mei</l>
<l>Vitabit Libitinam. Usque ego postera</l>
<l>Crescam laude recens dum Capitolium</l>
<l>Scandet cum tacita Virgine Pontifex. etc.</l></quote>
ed altrove:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Libera per vacuum posui vestigia princeps</l>
<l>Non aliena meo pressi pede"</l></quote>
le quali parole però, sebbene non sia disdicevole ad un poeta lodar talvolta se stesso parran forse ad alcuni soverchio ampollose. Gli estremi di questa virtù facilmente potran conoscersi da quanto abbiam detto.</p>
<p>La Gentilezza è quella virtù, per cui l'uomo loda, ed approva le altrui operazioni per solo fine di onestà, e secondo ragione. Colui, che per una specie d'amor proprio non s'induce, che a stento a lodar altri cade nel difetto della virtù, di cui parliamo, come nell'eccesso trascorre colui, che qualsivoglia altrui operazione loda, ed approva senza ragionevol causa, e per fine d'interesse, o di propria utilità. <hi rend="italic">Quinto Orazio Flacco</hi> propone nella sua poetica come modello di gentilezza <hi rend="italic">Quintilio</hi>, il quale giammai adular non sapea, ma semplicemente esponendo la sua opinione lodar soltanto quanto ragion richiedeva.</p>
<p>La piacevolezza si è quella virtù, per cui l'uomo tien lieti i suoi compagni col mezzo di motti arguti, e faceti, la qual virtù se alcun trascurasse essendo per natura disposto ad esercitarla cadrebbe nel difetto della piacevolezza, mentre nell'eccesso trascorrebbe chi volesse esercitarla senza esservi per natura inclinato, o chi prendesse per soggetto de' suoi motteggi la santa Religione ovvero cose oscene, e laide, che avviliscono colui, che le pone in campo. Molti presso gli antichi vi furono, che il vanto si diedero di faceti, e piacevoli, e tra gli altri il Padre della Romana Eloquenza <hi rend="italic">Marco Tullio Cicerone</hi>. <hi rend="italic">Decimo Laberio</hi> cavaliere romano volendo un giorno dopo aver nel teatro rappresentata una sua opera porsi a sedere nel suo luogo tra i cavalieri, questi si unirono in modo tra di loro, che a Laberio non fu possibile ritrovare il proprio luogo. Vedendo <hi rend="italic">Marco Tullio Cicerone</hi> il suo smarrimento io ti darei luogo gli disse ma noi medesimi siamo qui sì ristretti, che ci è impossibile l'ammetter altri tra di noi: alludendo al gran numero di cavalieri creati da Cesare. Al che <hi rend="italic">Laberio</hi>, ciò mi fa meraviglia, rispose, sapendo, che tu sei solito a seder su due sedie volendo con ciò additare la neutralità mantenuta quasi sempre da Cicerone tra i diversi partiti, che dividevano la Repubblica. Devesi però evitare in questa sorta di motti piacevoli quell'arguzia pungente, e Satirica, nella quale forse degenerano quelli, che al presente accennammo.</p>
<p>Ultima nell'indicata divisione della virtù Morale ma prima nell'utilità, e nell'eccellenza si è la Giustizia. Questa suol distinguersi in distributiva, e commutativa. La distributiva si è quella, per cui l'uomo distribuisce, ed assegna i premj, e le pene a seconda dell'altrui merito. La Giustizia distributiva è posta in una certa proporzione tra il merito, e il premio, o tra il delitto, e la pena, la qual proporzione se venga tolta sarà tolta ancora la giustizia distributiva. Colui che dà più, o meno di quel, che richiede la proporzione tra il merito, e il premio, o il delitto, e la pena manca alla giustizia distributiva nè tuttavìa è sempre degno di biasimo mentre gastigando men di quel, che richiede la proporzione tra il delitto, e la pena può uno usar clemenza, e non giustizia, ovvero usar liberalità premiando più di ciò, che richiede la suddetta proporzione tra il merito, e il premio. La giustizia commutativa è quella, per cui si fa tra gli uomini cambio di beni, e di roba senza, che l'uno de' commutanti resti soverchiato dall'altro. Questa giustizia consiste nell'eguaglianza tra i beni, che si commutano giacchè conducendo i beni di lor natura alla felicità, e avendo ognuno ugual diritto a conseguirla giusto non sarebbe il cambio di detti beni se tutti ugualmente non conducessero alla felicità. E quei beni, che per se stessi non hanno tra loro alcuna proporzione come sarebbono una casa, ed un podere, un oriuolo, ed una pittura, e simili divengono uguali tra loro per riguardo al denaro, il quale serve a stabilire l'uguaglianza tra cose fra di se dissomigliantissime. Colui, che dà meno di quel che riceve, o più riceve di quel, che dà, il che in diversi termini esprime la cosa medesima manca alla giustizia commutativa, e da ciò possono intendersi i suoi estremi. Tra tutti gli antichi Greci <hi rend="italic">Aristide</hi> fu quello, che più d'ogni altro meritossi il nome di giusto, il quale però fu causa di molte sue sventure. Avendo Temistocle concepito un disegno di grande utilità agli Ateniesi egli richiese in pubblica assemblèa di palesarlo ad un solo a scelta del popolo. Questo elesse tra tutti <hi rend="italic">Aristide</hi> a cui, trattolo in disparte, manifestò <hi rend="italic">Temistocle</hi> il suo progetto. <hi rend="italic">Aristide</hi> uditolo disse al popolo, che nulla potea esservi di più utile, ma nel tempo stesso nulla di più ingiusto di ciò, che <hi rend="italic">Temistocle</hi> avea immaginato. Ciò solo fu bastante a fare, che nulla si effettuasse di quanto <hi rend="italic">Temistocle</hi> avea proposto.</p>
<p>Pone qui in campo Aristotele una questione, nella quale a sostener prende la parte affermativa, ed è questa: se avendosi una virtù in grado eccellentissimo si abbian tutte. Checchè sia dell'opinione d'Aristotele, sopra la quale non istimiamo opportuno il trattenerci, osserverem di passaggio esser la parte affermativa assai consentanea alla retta ragione giacchè colui, che per qualche parte è virtuoso in grado eccellentissimo mostra avere un grande amor per l'onesto, il che fa, che egli sia virtuoso per ogni parte. Che se alcuna virtù egli trovasi inabile ad esercitare come sarebbono la magnificenza la liberalità, e simili ciò non fa, che egli non le possegga, mentre la sua volontà sarebbe disposta ad esercitarle qualora ne avesse i mezzi.</p>
<p>Alle finquì indicate virtù sono opposte le colpe, ed i vizi. Colpa è tutto quello, che discorda da ciò, che l'onesto ci impone, vizio è un abito di commetter colpe. Ed è da avvertirsi, che colpa non è se non ciò, che discorda dall'onesto in quanto egli commanda, e non in quanto egli consiglia, mentre vi sono alcune cose, le quali sono soltanto suggerite dall'onestà, e il discordar da queste non è colpa. Nè credo qui necessario il dimostrare potere una colpa esser maggiore di un'altra, il che pazzamente secondo il lor solito negaron gli Stoici essendo assai chiaro, che quell'azione, la quale discorda dall'onesto in tutte le sue circostanze sarà colpa maggiore di quella, che dall'onesto discorda soltanto in alcune.</p>
<p>Quanto sinaddora abbiam detto contiene in brevi parole compendiata l'opinion d'Aristotele sopra le virtù, la quale a preferenza dell'altre eleggemmo come più consentanea alla sana ragione, e alla retta Filosofìa.</p></div1>
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