<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Epistolario</title>
      <author>Vincenzo Monti</author>
    </titleStmt>
    <extent>4.515 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
      <idno>bibit000460</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Epistolario : Raccolto, ordinato e annotato da Alfonso Bertoldi. Vol. VI ed ultimo. 1824 1828. Con Appendice e indice generale</title>
        <title type="part">vol.</title>
        <author>Monti, Vincenzo</author>
        <editor id="ed">Bertoldi, Alfonso</editor>
        <publisher>Le Monnier</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1931</date>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>700</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language><language id="fre">Francese</language><language id="ger">Tedesco</language><language id="eng">Inglese</language><language id="grc">Greco antico</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Lettere ed epistolari</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>TIL</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>TIL</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2000-05-21T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Luca Frassineti</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica SGML del testo in base al livello 1 del progetto TIL.
Altri codificatori: Francesca Luppichini, Selene Sarteschi.</item>
    </change>
    <change>
      <date>2005-07-04T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Valeriano Fiori</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Revisione codifica XML</item>
    </change>
    <change>
      <date>2005-07-04T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1 type="libro"><head>Volume I</head>
<div2 type="epistola"><head>1</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Faenza</add>, a dì 3 di Luglio <add resp="ed">1771] </add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Io godo ottima e perfetta salute, ed ho piacere che sia l'istesso di voi. La mia partenza sarà quanto prima. L'accademia si va avanzando, ed il maestro si trova in grande imbroglio per non aver nessuno de' suoi scolari, che sia capace di tirar giù bene una qualche composizione. Mi va consegnando da correggere le composizioni fatte da' suoi scolari, ma bisogna che io le rifaccia da capo tutte quante di mia testa perché in esse non si trova né connessione, né sentimento, né pulizia.</p>
<p>Mi stupisco che quelli di casa non vi abbiano avvisato della risoluzione che ho preso di farmi religioso di S. Francesco. Io sono accettato da molto tempo in qua, ed aggregato alla figliolanza del convento di Faenza. Il mio noviziato si farà in Ferrara, e la mia partenza da casa sarà alla fine di Settembre. Io ne ho avvisato il padre, ed egli me ne ha concesso il suo assenso e spero che voi pure vi troverete contento che io abbia eletto questo stato per maggior sicurezza dell'anima mia. Vi prego ad acquietarvi, e a non volere tentarmi colla rimembranza d'un amore che troppo mi tiene agitato, e spogliatevi di qualunque affetto abbiate con me, perché già fin da questo momento comincio a provare quanto mi costi sopra d'ogn'altro l'amor vostro, e veggo che, se voi lo destate, può essermi funesto e di non poco inciampo. Concorrete dunque anche voi al mio desiderio, che è retto e giusto, e esattamente considerato. So che dispiace assai a quelli di casa, ma io mi sento in caso da non dover loro ubbidire, e da non potere e non volere in alcuna maniera retrocedere.</p>
<closer>State sano. Addio. Di Voi, car.mo fratello, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Verso la metà di questo mese vado a Forlí dal Provinciale per farmi esaminare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ferrara,</add>, 6 Aprile <add resp="ed">1773</add>.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Padre.</p>
<p>Contemporaneamente alla sua, ne ricevo una di Don Cesare, scritta in tali termini, che io non so per qual parte interpretarli per non far torto a lui e non ingannar me, e che finiscono di persuadermi che è vano cercar ingannar me, e che finiscono di persuadermi che è vano cercar ne' miei fratelli un giusto e necessario compatimento, se questo io non lo cerco nell'animo dei miei genitori. Io non so più qual debba essere per me il tempo destinato alla quiete, giacché pare che tutto cospiri a farmela perdere. Il vedere i miei fratelli male impressionati di me, e pieni a mio riguardo d'un zelo e d'un amore, che io non posso per verun modo intendere, e che in una parola ha sembianza di tutto fuorché d'amore; il sapere che Ella e la madre sono in angustie per me e in sospetti oramai troppo ingiuriosi all'onestà de' miei andamenti: queste al certo sono cose, che mi dovrebbero far piangere dì e notte. Sento che il rammarico mi divide il core in tante parti, che a poco a poco io comincio a non conoscer me stesso.</p>
<p>Tralascio un punto che mi è troppo sensibile, e vengo alla di lei carissima, in risposta della quale le dico con ischiettezza che se il sig. Manzoni mi ha lasciato, in questo io non ne ho alcuna colpa, che se non mi resolvo ad ubbidirlo in istudiar ciò che a lui piacerebbe, nessuna persona dabbene sa darmi il torto, e che chiunque ne è informato si meraviglia e condanna apertamente il sig. Manzoni. Il suo superiore il sig. Pasti, uomo per prudenza ed esperienza niente inferiore a lui, ha parlato su di questo con risentimento al fratello, e si è opposto di fronte a questo, come egli lo chiama, pregiudizio palpabile del sig. Manzoni, che è contrarissimo ai medici, non sapendoli differenziare da un boia, e che ha fatto l'istesso ad altri, quali per il medesimo motivo furono da lui licenziati, e che ad onta di tutti i suoi presagi adesso per virtù e onoratezza sono il decoro della lor patria, come fra gli altri vediamo nel sig. Donato Zaffarini, giovine di 32 in 33 anni, che prima si confessava dal sig. Manzoni e che adesso è lettor pubblico di anatomia in questa Università, mio maestro e mio confidentissimo, e che per atto di familiarità mi fa coraggio a star allegro e a proseguir con disinvoltura nell'intrapreso studio. Il fratello e il ridetto sig. Manzoni vorrebbero che attendessi alla legge, e il primo ha detto con altri che non me la perdonerà mai perché ho abbandonato un tal studio. Ma, santo Iddio, che razza di pensare è mai questo? Ho io da studiar quel che piace a loro, spogliandomi del mio libero ed incontrastabile arbitrio col sacrificare alla loro voglia il mio genio che è portato per altra parte, o pure ho io da studiar quel che più è adatto alla natura del mio talento? Tralascio da parte che la medicina è una scienza mille volte più onorata, e da che mondo è mondo sempre più rispettata e premiata in confronto della iurisprudenza; tralascio che Iddio stesso nell'Ecclesiastico comanda e dice <quote lang="lat">«honora Medicum</quote> (e non dice <foreign lang="lat">Advocatum</foreign>), <quote lang="lat">quia illum creavit Altissimus: disciplina medici exaltabit caput illius, et in conspectu magnatum collaudabitur»</quote>, con altri elogi venerabili, perché usciti dalla bocca di un ispirato da Dio forse più del sig. Manzoni; tralascio tutto questo, e dirò solo quel che disse il sig. Pasti al sig. Manzoni, che se Iddio dà l'inclinazione per una scienza dà anche la forza per praticarla; che l'avvocatura è senza paragone più pericolosa della medicina (e su questo passo oh quante cose potrei addurre!), e che infine era <quote>debolezza di giudizio</quote> l'opporsi a questa mia deliberazione. In somma, Ella si accerti che questo è tutto effetto di una fiera antipatia alla medicina, vale a dire con santa pace che <quote lang="lat">quisque suos patitur manes</quote>. Comunque sia, per contentar Lei e me, pregherò per la seconda volta il sig. Pasti a far in maniera che il sig. Manzoni si cavi di testa l'errore e mi riceva di nuovo sotto la sua direzione, come desidero. In quanto alla dipendenza, le dico che se il fratello si lamentasse in questo, assolutamente si lamenterebbe a torto. Se Ella non lo crede a me, abbia la bontà di chiederne esatta ed ingenua informazione dal sig. Giuseppe e da tutti di casa Finotti che sono giornalieri spettatori de' nostri andamenti in casa, dove in modo speciale me gli devo mostrar soggetto. Se intanto il fratello, come m
colpevole e condannabile tra fratelli e fratelli, e sopratutto volesse levarsi di capo la falsa ed irragionevole idea che io voglia <quote>regolarmi di capriccio</quote> e <quote>non riconoscer superiore</quote>, egli vedrebbe se io desidero la concordia e la armonia in tutto. Ho detto <quote>non usasse tanta austerità</quote>, perché alle volte in certe cose è cosí serio, che dà pena ed evidente soggezione anche agli stessi signori Finotti; molto più deve darne a me. In qualunque modo però egli si regoli meco, io rispetterò in lui la persona del Padre, ed amerò in lui la persona del fratello; e se nell'ultimo di questi capi non sarò corrisposto, mi stimerò assai contento in sapere che non mi manca l'amor de' genitori, quale mi deve esser più caro, perché diretta ed immediata immagine di quell'amore con cui Iddio ama noi.</p>
<p>In ordine ai libri, non mandi denaro, perché volentieri mi spriverò del mio in provvedere il necessario: molto più perché non avrei pace se D. Cesare, o Francesco stesso lo sapesse. Quello che da Lei desidero si è che Ella taccia e non faccia alcun risentimento con chiunque possa averla insospettita con prepostera informazione. Una cosa mi consola, ed è la speranza che ho di far vedere a tutti, quanto s'ingannino quelli che mi credono un vizioso, capriccioso, volubile e libertino. Spero in Dio, lo vedranno. Mi saluti caramente la madre, la quale desidero sentir in calma per mia consolazione. Mi saluti anche D. Pietro, a cui sono obbligato per mille titoli, come persona che senza riserva ha della premura ed amor grande per Lei, per me e per tutti ed a' di cui savi consigli io dovrò una tranquillità, che spero una volta possedere, purché Ella intanto mi creda di vero cuore e con filiale rispetto di Lei, carissimo sig. Padre,</p>
<closer>umil.mo aff.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 23 Aprile <add resp="ed">1773</add>.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Padre.</p>
<p>La di Lei carissima mi ha calmato e quietato quanto basta, e però s'accerti ch'io non mi prendo ulteriore rammarico.</p>
<p>Dica alla Dorotea che non si scordi maggiormente di mandarmi le calzette che lasciai a casa per farle tingere, e le reti che prima di partire da Fusignano ordinai alla Bartolomea. Ho anche bisogno di un paio di scarpe da estate che in città si logorano facilmente, e perciò scrissi a Don Pietro che le ordinasse a Pier Ignazio, e temo che il primo siasi scordato ordinarle, perché non le veggo comparire, ed io ne ho un poco bisogno. Per la conferma di questo tesoriere Panzacchi tutti i Ferraresi hanno mostrata la loro abilità in compor sonetti, canzoni ed altro. Anche a me venne la voglia di far un sonetto, e fatto che fu lo presentai io in persona al sig. tesoriere accompagnato dal segretario di casa Calcagnini, che ha servitù grande col medesimo. Egli lo gradì sommamente, ed io, animato da questo aggradimento, lavorai in un giorno solo la corona di dieci sonetti, che portai similmente subito a quel cortesissimo signore, che li gradì al maggior segno. Composi dopo in altri ritagli di tempo altri sonetti che, uniti ai primi, sono al numero di 16, ed anche in ultimo un'elegia latina. Tutte queste mie composizioni si sono recitate alla conversazione del tesoriere, e se ne sono fatte moltissime copie, che girano qua e là per Ferrara. Si sono mandate a Bologna, e il segretario del tesoriere Odorici ha scritto che anche là si sono sparse non poco, ed hanno voluto sapere il nome dell'autore, per mandarle a Roma. Questa è stata la prima volta che il fratello Francesco abbia mostrato piacere di vedermi comporre, perché ne ha voluto una copia per sé, per darla a leggere a moltissimi che glieli domandavano, e parecchi ne hanno fatte le congratulazioni con lui credendolo per equivoco l'autore. In somma, a tutti sono piaciute, ed io non mi sono scomposto in verun modo per comporle, perché pochi momenti mi sono bastati a tal effetto, perché mi preme non perder di mira la medicina.</p>
<p>Mi riverisca la sig.ra Romana, alla quale dirà che B. Laurenti l'avrà per lettera informata di quanto chiedeva.</p>
<closer>Mi saluti caramente tutti di casa, ed in fretta io sono con tutto il rispetto e l'amore ubb.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>4</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 26 Aprile <add resp="ed">1773</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Sig. Padre.</p>
<p>Credo che Lei avrà ricevuta dalla Santona la cesta dei dolci. Questi mi erano stati regalati da una suora per averla servita di due composizioni per una vestizione. Ho piacere che il fratello Francesco li abbia mandati a Lei, ma spiacemi che l'abbia fatto senza mio consentimento, perché io li aveva destinati assieme con altre sei libre di cioccolata fina similmente regalatami da un signore di Ferrara per alcune composizioni, li aveva, dico destinati per regalo al mio maestro di lingua greca, giacché non mi trovo in istato di soddisfar col denaro alla fatica ch'egli prende nell'insegnarmi. Adesso mi trovo imbrogliato e non devo per polizia saldare tutto l'incomodo del maestro con sole sei libre di cioccolata quando un altro mio compagno parimenti studente di lingua greca lo ha ricompensato con un regalo di non poca spesa. Io senza spender un denaro mi era guadagnato il modo di soddisfar a' miei obblighi, ma, come dico, il fratello Francesco mi ha burlato, non sapendo egli la mia intenzione. Io scrivo queste cose a Lei, acciò conosca se è cosa doverosa l'usar qualche riconoscenza a chi si prende la briga d'insegnarmi con tanta pazienza.</p>
<p>Dalle Romagnole io intendo sempre ottime nuove riguardanti il di Lei ben stare, e di queste io ne provo quella consolazione che deve provar un figlio.</p>
<p>Dirà alla madre, che io sono senza faccioletti da sudore, e che me ne mandi se ne ha. Le dirà ancora che mi mandi i ritagli del mio sott'abito di seta, perché ne ho di bisogno assieme con un paio di calzoni di stamina che devono esser restati in casa, perché in Ferrara io non li ho. In Ferrara quasi non passa giorno che non si sentano morti improvvise, oltre agli altri molti che muoiono per decadenza di male. Dicesi che sul Veronese siasi prodotta una spezie di peste, che fa una strage grande di quel paese. È un'osservazione d'una persona letterata, che in ogni secolo passato vi è sempre stata qualche invasione di peste, e che questo è l'unico secolo che finora ne sia andato esente, e che perciò dalle osservazioni costanti vi è molto da temere. Queste sono le nuove.</p>
<closer>I miei saluti alla madre, a Don Cesare, alle sorelle e a tutti di casa. Noi due stiamo benissimo, ed io starò sempre meglio se sarò sicuro d'essere amato e raccomandato al Signore da un padre a cui devo tutto quell'amore figliale col quale sarò sempre obb.mo aff.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>5</head>
<opener lang="lat"><salute>H. FERRIO <del resp="ed">[…]</del></salute>
<byline>VINCENTIUS MONTIUS</byline>
<salute>S.P.D.</salute>
<date>Ferrariæ, pridie Non. Iul. 1773.</date></opener>
<p lang="lat">Ubi, ubi es, Ferri suavissime, aut quonam te nobis surripuisti? Itane vero tui absentiam tam moleste ferimus, ut quæ antea, te præsente, mirifice nos recreabat Ferrariæ celebritas et domicilium, modo ad nauseam usque sordescat? Ita profecto. In hoc tamen animi mœrore id unum me reficit, quod te absentem litteris convenire, et meam qua semper maxima in te fui observantiam et studium satis perspectum facere potero, siquando fiet ut aliqua in re, nostram, qualiscumque tandem illa sit, operam tibi navare, et vel minimam tuorum beneficiorum partem officiis consequi valeamus. Scribam igitur, et quam sæpissime scribam, tum quia litterulas nostras rudiusculas et nimis invenustas comiter, ut spero, excipies, tum quia in æquabili hoc scribendi genere non mediocriter, te Magistro, stilum exercebimus. Heri a prandio ad inambulationem me deferens, in Marchionem Obbitium forte fortuna incidi, qui de te multa sciscitatus est. Nominis tui gloriam valde ille prædicat, et idoneum certe habes in illo tuarum laudum præconem. Pœticarum lucubrationum libellum mihi consignavit, quem, ut eidem placet, tibi quam primum proferendum curabo. Ego vero id maxime velim ut ad optimum com. Marescalchium per te novus mihi pateat aditus; ex quo enim migrasti, nondum ad illum conferre me potui. Quem virum Dii boni! humanitatis et benevolentiæ plenum! quam ad omnium officiorum genera præstantissimum! Facies igitur, Ferri mi, ut idem tuo nomine mihi sit adeundus. De meo patriam versus discessu cogitare adhuc non licuit; sed tandem aliquando ad eam, Phœbo favente, convolabimus.</p>
<p lang="lat">Tu modo ama me, ut soles, tibique persuade me tui amantissimum et studiosissimum esse. Vale.</p>
<p>P. S. Certi critici ferraresi desiderano una risposta decisiva sopra quel <foreign lang="lat">Litteris</foreign> nel di lei distico: <quote lang="lat">Scipio res litteris</quote>, e i di lei amici la desiderano con ansietà io poi più di tutti, e spero che debbano tacere questi cornacchioni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>6</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 21 Settembre 1773.</date></opener>
<p>In Fusignano ho avuto la sorte di riverire in persona l'ornatissimo sig. conte Marescalchi, e ultimamente in Alfonsine il signor marchese Teofilo. Ambedue in modo particolare hanno mormorato con me e con altri della sua persona secondo il merito, e nulla più e mi hanno imposto di farle i loro saluti. Ed ecco che adesso mi sgravo di quest'obbligo con mio piacere.</p>
<p>Parlando d'altro, io mi credo lecito, attesa la bontà di lei, confidarle il sistema d'una stravagante circostanza in cui mi trovo, sicuro, se non altro, di ricevere qualche giovamento dal di lei consiglio. I miei fratelli colle loro bizzarre intenzioni assolutamente mi vogliono precipitare. Ella sa molto bene le ripugnanze di mio fratello secolare fatte al mio studio di medicina. A cagione di questo solo, avendo io, se ben si ricorda, disertato, o, per dire la verità, essendo stato scacciato dal P. Manzoni, <foreign lang="lat">quondam</foreign> mio direttore spirituale, può immaginarsi che vi è voluto poco a far credere alla madre, che va crepando d'ambascia, essere io stato abbandonato dal detto signor Manzoni non per altro, se non per la mia mala condotta e per i miei cattivi costumi, perché (secondo lui) la medicina non è la mia vocazione, dovendo per tutti i fini attendere alla legge (che io non voglio in corpo se fossi sicuro d'essere trattato peggio di Marsia), dalla quale ho abdicato per secondare e sciogliere tutta la mia libertà nell'altro studio. Cose che non istanno né in cielo né in terra; ma l'amor di madre, e di una madre del carattere della mia, è troppo credulo quando deve temere il pericolo di un figlio. Prima di arrivare alla conclusione avvertasi un'altra cosa, che, attesa la impotenza di mio padre di attendere agl'interessi domestici, per essere rimasto privo del miglior sentimento, e capace solo di una superficiale riflessione, che non si estende ad un mezzo niente, mio fratello dovrà abbandonare gli studi in Ferrara e ridursi per tutto l'anno alla casa; nel qual caso, resto solo a Ferrara per l'avanti. A questo punto non vuole, né sa accomodarsi la madre, quando non mi vegga restituito alla custodia del signor Manzoni, ch'ella non conosce per ombra, ma che, mediante le divine e sacrosante informazioni, datele dai fratelli, di questo Ilarione, secondo lei, è necessario per me, dovendo restar in Ferrara. Sicché per tutti i santi del cielo ha fatto pregare e scongiurare per una terza persona di senno questo Ilarione a volermi perdonare del mal fatto, e a degnarsi per Gesù e Maria di ricevermi nuovamente sotto l'ombra celeste della sua custodia, e in fine a voler sacrificare tutte le sue ripugnanze alla compassione per una madre afflitta da senno. La misericordia e la risposta del santo Padre fu un triplicato non lo voglio; ma che per grazia soprannaturale mi riceverebbe nulladimeno, a patto che io lasciassi medicina e ripigliassi legge.</p>
<quote rend="block"><lg type="terzina"><l>Oh gran bestialità! Come delira</l>
<l>L'umana gente, né a guarirla basta</l>
<l>Quanto elleboro nasce in Anticira.</l></lg></quote>
<p>Io per altro mi trovo intricato; o risuscitare ed accrescere il disgusto della madre col seguitar medicina, o tradir me stesso e sacrificarmi per studiar legge. Se mio padre fosse capace d'intendimento, non avrei paura; ma la dittatura è passata in mano e potestà dei fratelli, che hanno intenzione risoluta (avverta bene questa prepotenza) di levarmi da Ferrara dove non ho più la compagnia del fratello, e forse e senza forse lasciarmi e confinarmi in casa ad attendere al vantaggio delle cose domestiche, con dar bando ai libri (i quali hanno minacciato di abbruciare, capacissimi di eseguirne il disegno) e girare continuamente su e giù sulla schiena di un cavallo. Non mica per bisogno, perché, lode a Dio, la mia casa ha quanto basta da sguazzare <foreign lang="lat">in charitate Domini</foreign>, ma a castigarmi per non voler io fare a modo loro. Insomma, sono una massa di matti, ed io matto più di tutti se non mi liberassi a qualunque costo dalle loro soperchierie. Signor Maestro, adesso parlo sul sodo, e dopo averci pensato sopra un poco. Se ella scopre per accidente un nicchio, io sono in caso d'entrarvi dentro a pié pari, e in qualità di quel che si vuole, e presso chiunque. In un baleno non posso esser preparato neppur io, ma metterò per impegno alle strette tutto il debole mio spirito per farla in barba ai miei tiranni. Del resto poi, non vi sarà più giustizia in questo mondo?</p>
<p>Le do la nuova che il nostro p. confessore di S. Silvestro abbandona Ferrara, e a me è toccato di piangere in un sonetto la sua partenza a nome delle sue monache. Alla fine di ottobre mancherà ancora il gentilissimo padre Federici suo fratello. Sicché S. Benedetto colla perdita del padre priore Lauri ha cominciata la sua per noi flebile vedovanza, e adesso vuol compirla. Attenderò suo cortese riscontro, e il di lei consiglio sarà sempre per me la miglior medicina.</p>
<closer>Mi continui l'amor suo, e mi creda con tutta la stima il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>7</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, Il primo di Ottobre <add resp="ed">1773</add>.</date></opener>
<p>Il suo consiglio è ottimo e sano, ed io non mancherò quanto posso di prevalermene; ma io sono ancora negli stessi piedi d'acqua. Io non so per qual fatalità i miei fratelli trovano sempre nuovi motivi di angariarmi; so bene che non hanno avuta perfino la menoma difficoltà di farmi sapere che in Bologna vi è una Camera di correzione. Questi sono eccessi, e non vi è argine che li rompa. Per quanto abbia procurato d'indagare per terza persona se il fratello sia per tornare a Ferrara, non ho potuto saper niente di preciso. Dubito che l'inverno (nel qual tempo poco o nulla d'interessi ha la casa) possa passar colà, per avermi sott'occhio, posto però che non abbiano fisso in testa di tenermi a casa. Nulla ostante io toccherei il cielo col dito se potessi in qualche modo lusingarmi della di lei compagnia. In ogni caso ella potrebbe scrivere al padrone di casa il sig. Giuseppe Finotti se si trovi in comodo di ricevere un terzo dozzinante, sicuro, se non sbaglio, che dirà di sì, posto che sappia che mio fratello sarà per mancargli. In ordine al resto io poi mi accomoderei a tutto per lei, e i miei fratelli, se non hanno bisogno di quercia invece di elleboro, dovrebbero restar soddisfatti. Insomma procuri di spuntarla se si può. Se dalla mia banda si scoprirà qualche cosa la renderò subito avvisata.</p>
<p>Il signor marchese Teofilo e la dama replicano i loro complimenti, e desiderano di rinnovarli a bocca in Ferrara.</p>
<closer>Mi continui l'amor suo, e cerchi per me un porto, che mi liberi in qualche angolo dalle mie tempeste, e sono tutto suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Cara ella mi dia notizia del nostro padre Federici, il quale non so se sia vivo o morto da un mese in qua.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>8</head>
<opener><salute>Al signor VALLICELLI <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, la Vigilia di Natale 1773.</date></opener>
<p>Sig. Vallicelli mio car.mo.</p>
<p>La ringrazio distintamente dei versi assai graziosi de' quali ha voluto favorirmi, tanto a me più cari, quanto più inaspettati. Mi scuserà se non rispondo, come dovrei, nell'istesso modo, con cui Ella ha voluto scrivermi, perché l'occupazione della scuola non me lo permette. Il sig. ab. Ferri di cui Ella mi fa menzione, non solo lo conosco, ma sappia che sono giornalmente in sua compagnia, e che il medesimo ha grande parzialità per me. Gli ho mostrata la di Lei lettera, e ne ha avuto piacere. Mi ha anche detto qualmente Ella dovea venire a Ferrara per proseguire i suoi studi, e che ne è stata impedita per mancanza d'una commoda dozzena. Mi dispiace che questo ostacolo l'abbia trattenuta dal presentarsi in questa città, ma spero che un altr'anno si rimedierà a tutto mediante il sig. D. Ferri, e che io avrò il contento di mostrarmi allora coi fatti, quale adesso con semplici parole </p>
<closer>mi si permette protestarmi per Lei, sig. Vallicelli mio car.mo, dev.mo e aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il sig. ab. Ferri la saluta caramente e le fa sapere che tanto egli quanto io avremo un piacer sommo se qualche volta ci scriverà nella maniera incominciata e con tutta confidenza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>9</head>
<opener><salute>All'ab. FRANCESCO BERTOLDI — Argenta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, li 22 del 1774.</date></opener>
<p>Signor mio Padrone riveritissimo.</p>
<p>Signor mio Padrone riveritissimo. Mercoledì giorno 26 del corrente, a Dio piacendo, sarò in Argenta coll'ordinario. Fidato pertanto sulla generosità delle cortesi di lei esibite, ardisco pregarla a star in pratica di qualche barca, che nel giorno susseguente del giovedì sia il caso di partire per il Passetto o sia Madonna del Bosco. Non occorre però che ne faccia l'accordo, o che la fermi a nostro conto potendo come succede alle volte, da qualche improvviso ostacolo restar impedito il nostro arrivo. Cattivo preludio, che nella prima volta che ho il vantaggio di scriverle, ella debba incomodarsi a mio riguardo.</p>
<closer>Vorrei però che quanto mi prova sollecito nel darle incomodo, mi credesse altrettanto desideroso di mostrarmi coi fatti quale in fretta, ma con vera stima mi dichiaro di lei, reverendissimo signor mio stimatissimo, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>10</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 5 Luglio 1774.</date></opener>
<p>Caro sig. Maestro e Padron mio reverendissimo.</p>
<p>Lode al Signore, mio padre è ormai fuori di pericolo, e va migliorando di giorno in giorno benché lentamente. Spero che in avanti acquisterà sempre più in ragione duplicata, per <emph>parlareggiare</emph> da fisico. Che ne dice, sig. Maestro? Pare a lei che questi termini siano proprio d'uno che pochi giorni fa non distingueva il giorno dalla notte per l'afflizione? Chi sta per perdere una cosa cara, e poi la vede in salvo fuori d'aspettazione, non può fare a meno di non esser soggetto ad un moto che svegli nella macchina quella sensazione e impressione che ha nome di allegrezza. Tanto è vero essere io in questo caso, che ho permesso alle Muse di stuzzicarmi un poco il cervello a loro piacimento, per non lasciarle lungamente in ozio. Ho fatto dunque due sonetti. Legga il primo e dall'argomento giudichi dell'umore del poeta.</p>
<lg type="sonetto"><head>IL MATRIMONIO ALLA MODA.</head>
<lg type="quartina"><l>Più sul capo non ha fiorite e rosse</l>
<l>Foglie Imeneo, ché tutte via gittolle,</l>
<l>E papavero al crin cinse di grosse</l>
<l>Inerti onde letee grondante e molle.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Quindi l'Indifferenza alfin si mosse</l>
<l>Ed il lambicco u' Gelosia più bolle</l>
<l>Chiuse, e il vecchio Timor tre volte scosse</l>
<l>Dai nervi, e dalle stupide midolle.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ragion che il torto a vendicar correa,</l>
<l>E chiuso ai sensi ritrovò l'ingresso,</l>
<l>Feroce in atto a minacciar si fea:</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ma Indifferenza le serrò la bocca:</l>
<l>Taci (gridando) che la guardia adesso</l>
<l>Del nodo maritale a me sol tocca.</l></lg></lg>
<p>Desidero che gli dia un'occhiata, sig. Maestro, per ovviare agli errori che possono sempre sfuggire.</p>
<p>Dacché sono in patria non ho fatto ancora sentire alla penna l'odore de' versi latini. Ma se Apollo non si disgusta, vo' terminare le mie elegie.</p>
<p>Quando non possa esserle di disturbo, la terrò ragguagliata di quanto andrò cantarellando sul colascione. Per ora faccio pausa.</p>
<closer>Mi continui l'amor suo e mi creda sempre il suo devotissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Indirizzo la lettera a Longiano per maggior sicurezza, non sapendo quanto possa trattenersi in viaggio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>11</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'ab.</add> <add resp="ed">FRANCESCO BERTOLDI</add> — <add resp="ed">Argenta</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, <add resp="ed">Luglio 1774</add>.</date></opener>
<p>D. Francesco carissimo.</p>
<p>D. Conversi mi fa noto che vi siete restituito alla patria; onde non sono più incerto dove indirizzar le lettere. Vi scrivo dunque e vi do buone nuove. Mio padre comincia a star bene, ed è quasi affatto fuor di pericolo. Tanto è vero che le Muse, trovandomi alquanto calmato dalla afflizione, si sono questa mattina preso l'ardire di stuzzicarmi il cervello. Ho dunque <emph>assortito</emph> ossia schiccherato un sonetto, da molto tempo obbligato ad un certo padre di S. Andrea, sicché finalmente <foreign lang="lat">libero fidem</foreign>. Eccovelo, sopra la B. Vergine della Cintura.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Perché, Vergin, perché grave e stridente</l>
<l>Ho io di colpe una catena al fianco,</l>
<l>E tu sì bella ognor porti pendente</l>
<l>Fascia di luce al destro lato e al manco?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>La tua d'immensi rai sparge un torrente,</l>
<l>Talché a guardarla occhio mortal vien manco;</l>
<l>Nera e sozza è la mia, sì che repente</l>
<l>Al sol pensarla di spavento imbianco.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Né v'è speme che a far le antiche prove</l>
<l>Tenti Ragion spezzarne i nodi orrendi,</l>
<l>Ch'ella è spenta, o s'ascose io non so dove.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Deh! Tu che scorgi ogni mia cruda pena,</l>
<l>Dammi, o gran Madre, la tua Fascia, e prendi,</l>
<l>Se pietosa pur sei, la mia catena.</l></lg></lg>
<p>Dunque se verseggio, come dico, è segno di buon umore.</p>
<closer>Salutatemi l'amico Vandini e Laurenti. Addio in fretta. <foreign lang="lat">Hæc sub vespere</foreign> e senza lume. Scrivetemi. Il vostro aff.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Non posso fare a meno di scriver questo. Quando passai da Argenta nel restituirmi precipitosamente, come sapete, alla patria, mi passai un momento da Marangone. Stando alla sua finestra, passò il sig. dottor Ferri da quel sì fatto sonetto. Si dava l'aria di Aspasio e in <foreign lang="lat">curta lucidus endromide</foreign> pareva uscito fuori dall'isola di Cipro. Sebbene avessi il dolore e il pianto sugli occhi, pure mi venne da ridere sì forte, che durò fino alla porta; e me ne ricordo ancora. Ve l'ho scritto; la notte invece d'inchiostro sparge le tenebre sulla carta. Addio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>12</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 21 Luglio <add resp="ed">1774</add>.</date></opener>
<p>Sig. Maestro mio riveritissimo.</p>
<p>La faccenda del sig. Taglioni colle vecchie padrone mi riesce del tutto nuova, e non intendo il motivo di questa sua impolitezza. Io credeva che egli avesse procurata una dozzena per sé e per lei, sapendo benissimo che egli erasi noiato di star col nuovo suo padrone, ma circa al pensiero di ritornare all'antico tugurio è stato meco sempre in un geloso silenzio. Saranno due settimane che io gli scrissi lettera duplicata di semplice complimento, come s'usa fra gli amici, e non ha degnato di rispondermi un ette. Ma uno sgarbo ne tira seco degli altri di tutte le fatta.</p>
<p>La riflessione sul verso <hi rend="italic">«Ho io di colpe, ecc.»</hi> la feci ancor io, ma mi parve che l'orecchio non trovasse niente di urto, perciò lo lasciai così. Di simili elisioni trascurate ne abbiamo spessi esempi presso buoni poeti latini e toscani, e per verità che nel mio caso sta per me la necessità che vi è di proferire interi que' due monosillabi, che in tal maniera vengono a separarsi l'uno dall'altro. Nulla ostante ci penserò meglio, e mi prevalerò dell'avviso. <foreign lang="lat">Si vacat</foreign>, legga questi due sonetti per nozze. L'ottimo stato di mio padre mi fa stare allegro, e mi fa scrivere cose allegre.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Duolsi ciascuno (e la cagione spesso</l>
<l>Lunga portanla in capo e questi e quelli)</l>
<l>Che troppo Imene va compagno adesso</l>
<l>A Pane, a Fauno e agli altri suoi fratelli.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Tu ch'or Donna, o Signor, ti senti appresso</l>
<l>Di geni ed atti così onesti e belli,</l>
<l>Temerai di vederti in fronte impresso</l>
<l>Quel che tante aggravò teste e cervelli?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>S'io mogliera simìl trovar potessi,</l>
<l>Sarìa stoltezza che per tal ventura</l>
<l>La libertà di stato io non vendessi.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ma la stampa n'è rotta, onde con strano</l>
<l>Sbaglio cader non vuo' per mia sciagura</l>
<l>Vittima inaugurata al Dio Silvano.</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Se sia d'aspetto burbero, o cortese,</l>
<l>O di cuor dolce Imene, o disumano,</l>
<l>Se sia di padre Tartaro, o Francese,</l>
<l>Io nol so, ché il cercai più volte invano.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Ben m'è noto abbastanza e assai palese</l>
<l>Quel suo superbo traditor germano</l>
<l>Che Amor vien detto, e ch'anzi all'empie imprese</l>
<l>È un Trace, un Garamanto, un Africano.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ma poiché d'Imeneo vi leggo impresso</l>
<l>Il caro Genio in fronte in dì sì bello,</l>
<l>L'indole sua gentil comprendo adesso.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Né stupisco se è ver che questo e quello</l>
<l>Sien germani fra lor, che un seme istesso</l>
<l>Talor produce il buono e il rio fratello.</l></lg></lg>
<p>Io ho un'orazione di Carlo Sigonio da lui recitata nel Seminario di Padova, che comincia: <quote lang="lat">«Si quis mihi dies unquam nobilissimi Auditores»</quote> e termina: <quote lang="lat">«Meo studio et labore aliqua fortasse ex parte renovaretur»</quote>. Questa è fuori del numero di quelle sette che io ho d'aggiunta ad una edizione di quelle del Mureto. Il che mi fa credere che sia rara e ch'Ella non l'abbia mai letta. Gliene do la nuova acciocché Ella mi faccia sapere se io abbia trovato una rarità.</p>
<closer>Mi continui l'amor suo, e condoni il disturbo, che intanto io con tutto il rispetto mi do l'onore d'essere il suo umilissimo servo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>13</head>
<opener><salute>All'ab. FRANCESCO BERTOLDI — Argenta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, <add resp="ed">1774</add>.</date></opener>
<p>Guardate se io sono un ragazzo di garbo e svelto in servire le persone che mi premono. Appena voi mi avete domandato un Sonetto per san Niccolò, ch'io ve ne mando due, l'uno vecchio e l'altro giovane. Voi scegliete quello che più vi aggrada: <foreign lang="lat">et si neuter placet</foreign>, mandatemi la vita di san Niccolò, perché a me sono così ignoti i fatti di questo santo, che non sapevo nemmeno se fosse stato al mondo. Ecco intanto i sonetti. Il primo è il vecchio, e credo benissimo che altre volte lo abbiate sentito.</p>
<lg type="sonetto"><head>IL MIRACOLO DE' TRE FANCIULLI.</head>
<lg type="quartina"><l>Che fai, crudele? Il fatal colpo arresta</l>
<l>E guarda in chi ferisci, empio inumano:</l>
<l>Ma il colpo ohimè già scese, e la funesta</l>
<l>Ferita aperse e il mio gridar fu vano!</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Inorridì natura, e afflitta e mesta</l>
<l>Velossi i rai colla tremante mano,</l>
<l>Di mirar ricusando or quella or questa</l>
<l>Salma, trafitta da furore insano.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ma poiché vide al chiaro dì risorte</l>
<l>Sol per opra di te, campione invitto,</l>
<l>Quell'alme che già preda eran di morte,</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Serenò allor d'un bel gioire accesa</l>
<l>Le pupille, dicendo: Ecco il mio dritto</l>
<l>Già vendicato. Oh non più udita impresa!</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Se un prego umìl l'orecchio tuo non fugge,</l>
<l>Qual sveglierai per me grazia o portento</l>
<l>In larghi e colti campi a me non mugge</l>
<l>Di voti ampi cagion, candido armento.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Ben, siccome leon che impasto rugge</l>
<l>Capri ed agnelle ad inghiottirsi intento,</l>
<l>Ahi che dell'alma Belzebù mi strugge</l>
<l>I bei tesori, e li disperde al vento!</l></lg>
<lg type="terzina"><l>E già pendente sulla stigia fossa</l>
<l>M'urta e m'incalza ognor più fiero e acerbo:</l>
<l>Deh! chi sarà che contro star gli possa?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Dammi, spirto immortal, fortezza e nerbo,</l>
<l>Ond'io nel nome tuo d'aspra percossa</l>
<l>Fiacchi il corno una volta a quel superbo.</l></lg></lg>
<p>Abbiate mo' pazienza se questo sonetto è appropriabile a qualunque santo, perché, come ho detto, non so che cosa sia san Niccolò.</p>
<p>Il p. Federici mi scrive spesso, e duolsi di non saper novella alcuna del nostro sig. ab. Ferri, di cui sono all'oscuro ancor io. Non è molto che io, <foreign lang="lat">coram pluribus</foreign> e donne e preti, feci un sacrificio a Vulcano di tutte quante le mie cose poetiche, non perdonandola né anche alle elegie, che adesso sono cenere e polvere. Per esse non si discorre più di stampa, perché sono diventato scrupoloso, senza essermene accorto. Sono però in impegno di andar trascrivendo in lettera al p. Federici quelle che mi restano ancora fresche in memoria. Intanto io adesso non ho né voglio avere più un verso solo del mio, scritto presso di me. Servirò e canterò per chi mi comanda: ma carta bianca. Sicché non vi incomodate a mandarmi qualche copia del sonetto per san Niccolò, quando non voleste favorirmene uno di seta, che allora mi contento.</p>
<closer>Salve intanto, sig. Antiquario, salve tre volte <foreign lang="lat">et me ama</foreign>. I miei saluti all'amico Vandini, e sono a rompicollo il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Sotto il sonetto voglio il nome del sig. Teseo Citaride: due sole parole.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>14</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Savignano per Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, Luglio <add resp="ed">1774</add>.</date></opener>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Eterno Redentor, se ai preghi e al pianto</l>
<l>Di questo agli occhi tuoi popol diletto</l>
<l>Piovono i nembi di tue grazie, e intanto</l>
<l>Fugge de' mali il detestato aspetto;</l></lg>
<lg type="quartina"><l>E delle nubi il rugiadoso ammanto</l>
<l>S'apre a ristoro del terren soggetto,</l>
<l>O il fosco vel delle procelle infranto,</l>
<l>Il sol fiammeggia più sereno e schietto;</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Deh tu dell'ali tue coll'ombra fida</l>
<l>Quest'alme ancor proteggi, e all'ore estreme</l>
<l>Nella beata eternità le guida.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Tu riconforta così bella speme:</l>
<l>In Te col giusto il peccator s'affida,</l>
<l>Ché sei pietoso, e onnipotente insieme.</l></lg></lg>
<p>Ecco il sonetto. Lo ritocchi dove ne ha di bisogno, e lo lasci correre alle stampe senza mio nome, quando Lei non pensi diversamente. Le trascrivo un altro sonetto per S. Niccolò d'Argenta. I due terzetti mi sono costati fatica molta avendoli mutati tre o quattro volte. Nella maniera in cui finalmente li ho ridotti parmi che non debbano dispiacere. Tuttavia mi favorisca d'un suo sollecito parere, dovendolo mandar quanto prima al suo destino. Nel secondo quadernario si allude a una tempesta di mare calmata dal Santo, ed al miracolo dei tre fanciulli trucidati e posti in tavola per vivanda.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Chi v'ha dall'affricane aduste arene</l>
<l>Al più freddo Trion, che non rammenti,</l>
<l>Eroe di Licia, l'inesauste vene</l>
<l>E l'alto grido de' tuoi bei portenti?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Qua di Nettuno sull'ondose schiene</l>
<l>Fermi le penne ai procellosi venti;</l>
<l>Là d'un Tieste sull'orrende cene</l>
<l>Ravvivi le scannate alme innocenti.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>E dissipando ognor rischi e paura</l>
<l>Sospendi in mano all'inflessibil parca</l>
<l>Il ferro struggitor della natura.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Onde il nero Nocchier d'ombre men carca</l>
<l>Laggiù per la letea palude oscura</l>
<l>Spinge col remo la tremenda barca.</l></lg></lg>
<closer>Mi continui l'amor suo, ché io sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>15</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, <add resp="ed">Luglio 1774</add>.</date></opener>
<p>Sig. Maestro stimatissimo.</p>
<p>A dir vero quell'<hi rend="italic">alme</hi> aveva fatto scrupolo anche a me. Ma l'ho lasciato così coll'esempio di buoni autori. Il padre Fusconi nel suo famoso sonetto sopra la Decollazione di san Giovanni Battista, fa discendere al limbo l'anima del Precursore <quote>«Sparsa di sangue e tinta di furore»</quote>, lo che non è veramente in senso proprio.</p>
<p>Non comprendo quali siano i versi da me promessi. La prego avvisarmene perché assolutamente non me ne sovviene.</p>
<p>Il cavalier Pompilio mi ha scritto, e mi ha imposto d'avanzare i suoi complimenti.</p>
<closer>Io non le raccomando d'amarmi, poiché essendone persuaso crederei di farle un torto: dirò piuttosto che stia sana, e mi comandi ove posso, giacché sono il suo affezionatissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>16</head>
<opener><salute>All'ab. FRANCESCO BERTOLDI — Argenta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 30 Luglio 1774.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Voi parlate coi calcagni, sig. Antiquario, e poco conoscete il pregio delle mie imprese. Io sono sempre stato un ragazzo savio in tutte le cose, e tutti i galantuomini mi predicano per tale. Se ho fatto un sacrificio a Vulcano de' miei scartafacci, cosa potevasi far di meglio? Il fuoco è un purgante maraviglioso, e i speziali non ne sanno compor dei simili. Dunque col fuoco io ho purgati i miei versi, e così far si potesse del nostro cervello, ché allora avressimo in capo un peso non del tutto inutile.</p>
<p>Ho fatto un altro sonetto per san Niccolò, e ve lo mando. Questo è più relativo al Santo e più proprio per Argenta. Servitevene come volete; a me basta di farvi nota l'attenzione che ho di servirvi anche in <foreign lang="lat">minimis</foreign>.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Campion che fosti domator flagello</l>
<l>Di morte, che pur tutti urta e dissolve,</l>
<l>Sol perché non ti mostri a noi più quello</l>
<l>Forse or fredda diremti inutil polve?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Chiuse ai prodigi tuoi l'arcano ostello</l>
<l>Lassù Giustizia, e in sacro orror gl'involve,</l>
<l>Né trarli di là speri empio e rubello</l>
<l>Uom che in pensiero iniquità rivolve.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Argenta, ohimé! Sul labbro altro non hai</l>
<l>Che strida e preci: e chi pietoso udralle</l>
<l>Se ancor nel vizio idolatrando vai?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Scuoti l'error dall'aggravate spalle,</l>
<l>E l'alta possa di Costui vedrai</l>
<l>Largo ai portenti riaprirsi il calle.</l></lg></lg>
<p>Discorrendo sul serio, vi assicuro che sono fortemente disgustato. Quale attenzione merita da voi Taglioni, che non sia in caso di esigerla ancor io con più ragione? Da Bagnacavallo a Fusignano v'erano quattro passi, e la strada di Fusignano è la più comoda di tutte per Argenta. E voi, ad onta di tutto questo, vi siete involato al desiderio di un amico par mio? Andate, che per parte vostra mi vergogno di un'azione sì fatta. Cosa direste voi se, volendo io andare a Ferrara, prendessi la strada di Comacchio, e m'imbarcassi per Po Grande per non vedervi passando per Argenta? Basta, sarò memore del mio torto e ne farò vendetta.</p>
<closer>I miei saluti all'amico Vandini e all'irco crescente dell'ammogliato Laurenti. Addio, addio. Il vostro affezionatissimo amico — <signed lang="lat">Nota Manus</signed>.</closer>
<ps><p>P. S. Jeri l'altro ricevetti lettera dall'ab. Ferri.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>17</head>
<opener><salute>A GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 9 Agosto <add resp="ed">1774</add>.</date></opener>
<p>Sig. Maestro stimatissimo.</p>
<p>L'altro ieri una persona in una semi—erudita radunanza citò la grammatica del <hi rend="italic">Lazareone</hi>, scrittore, diceva questi, del quattrocento. Citò pur anche le opere del <hi rend="italic">Cluenio</hi>, e non D'Ovenio. Desidero sapere da lei se abbia mai letto o veduto questo <hi rend="italic">Lazareone</hi> e questo <hi rend="italic">Cluenio</hi>, essendomi venuto in sospetto che questi autori possano essere imaginati. Mi è capitato un <hi rend="italic">Properzio</hi> del Volpi, vol. 2, da comprare; pel quale mi vengono domandati due zecchini per ultimo prezzo. Ella forse può essere a giorno del prezzo che ha al presente questo libro, e però la prego aver la bontà di avvisarmi. Io mi diverto come posso, e le Muse italiane hanno in me scacciate le latine. Ho fatti vari sonetti, due dei quali trascrivo qui, acciò li consideri e li castighi secondo il solito. Sono per san Niccolò d'Argenta, e fatti ad istanza dell'amico Bertoldi.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Campion che fosti domator flagello</l>
<l>Di morte, che pur tutti urta e dissolve,</l>
<l>Sol perché non ti mostri a noi più quello</l>
<l>Forse or fredda diremti inutil polve?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Chiuse ai prodigi tuoi l'arcano ostello</l>
<l>Lassù Giustizia, e in sacro orror gl'involve,</l>
<l>Né trarli di là speri empio e rubello</l>
<l>Uom che in pensiero iniquità rivolve.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Argenta, ohimé! Sul labbro altro non hai</l>
<l>Che strida e preci: e chi pietoso udralle</l>
<l>Se ancor nel vizio idolatrando vai?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Scuoti l'error dall'aggravate spalle,</l>
<l>E l'alta possa di Costui vedrai</l>
<l>Largo ai portenti riaprirsi il calle.</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Se un prego umìl l'orecchio tuo non fugge</l>
<l>Di morte, che pur tutti urta e dissolve,</l>
<l>Sol perché non ti mostri a noi più quello</l>
<l>Forse or fredda diremti inutil polve?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Chiuse ai prodigi tuoi l'arcano ostello</l>
<l>Lassù Giustizia, e in sacro orror gl'involve,</l>
<l>Né trarli di là speri empio e rubello</l>
<l>Uom che in pensiero iniquità rivolve.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Argenta, ohimé! Sul labbro altro non hai</l>
<l>Che strida e preci: e chi pietoso udralle</l>
<l>Se ancor nel vizio idolatrando vai?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Scuoti l'error dall'aggravate spalle,</l>
<l>E l'alta possa di Costui vedrai</l>
<l>Largo ai portenti riaprirsi il calle.</l></lg></lg>
<p>Quantunque io non abbia l'onore di conoscere se non di nome codesto signor Ranieri, nulla ostante la prego porgere a sì polito coltivatore i miei ossequi, disponendolo a perdonarmi questa libertà, <foreign lang="lat">tamquam</foreign> una licenza poetica.</p>
<p>Mi continui l'amor suo e mi creda sempre con tutta la stima il suo aff.mo servo.</p>
<p>P. S. Il P. Federici mi visita spesso con mio piacere, e ci scriviamo mille cose tutte graziose e da endecasillabi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>18</head>
<opener><salute>All'ab. FRANCESCO BERTOLDI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, <add resp="ed">Ottobre 1774</add>.</date></opener>
<p>È già un pezzo che voi sapete ch'io sono un ragazzo assai di garbo, e che sa il suo dovere; laonde non vi stupirete se rispondo gentilmente alla vostra preziosissima. Sicché dunque mi scrivete che state bene: vi assicuro da galantuomo che sto bene ancor io, e ci sto volentieri. Voi adesso ve la godete in Ferrara, ve la divertite con le vostre anticaglie, e forse state in cerca della lanterna di Esopo e per compir qualche raccolta di lanternoni; ed io mi moro di melanconia fra questi satiri capripedi Fusignanesi. Presentemente però, cioè adesso in questo tempo siamo di missione, che vien data da due <emph>barbe</emph>. Immaginatevi se sto con divozione e raccoglimento, e se metto il cervello a partito. Tutta questa sera (con ciò sia cosa qualmente che scrivo a lume di candela sulle quattro) tutta questa sera non ho fatto che piangere per aver sentita la meditazione su la morte. Mo' la è una gran brutta cosa la morte! Non credo d'averla mai provata, ma assolutamente temo che la sia in verità poco di buono, e voi invece di addobbare la vostra abitazione e di logorarvi il cervello su quelle logore antichità, fareste meglio a pensare un poco sul serio alla morte, imperciocché io verrò a Ferrara per i Santi, se il fiume di Cotignola non farà qualche rotta. Direte all'amico Vandini che io lo tengo <emph>in quel sito dove la gallina fa il coccò</emph>, e che però lo ringrazio di cuore dell'incomodo che si è preso di mandarmi a salutare. Direte poi in una orecchia al P. Federici che ora non gli scrivo perché son diventato scrupoloso. Intanto riveritelo da mia parte <emph>a rotta di collo</emph>, e a rivederci quando vi vedrò, posto che prima della mia venuta non vogliate far ridere il beccamorto.</p>
<p>Il letto mi chiama sotto le coltrici, ed io ho il sonno negli occhi alto una settimana.</p>
<p>Addio, addio, amico delle anticaglie, addio. Tutto vostro amico.</p>
<p>P. S. Altre due parole. Sento dire che abbiate in Ferrara in vostra compagnia, la <emph>sirocchia</emph>, la germana, o sia la sorella di vostro fratello. I miei complimenti dunque a questa ragazza, e allegramente ché adesso in tempo di missione non penso più a donne.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>19</head>
<opener><salute>A CARLO SOLIERI — Cotignola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 11 Marzo <add resp="ed">1775</add>.</date></opener>
<p>Amico caro.</p>
<p>Vi do avviso che nell'ordinario di ieri l'altro non è altrimenti venuto il gruppo de' noti danari. Guardate che il postiere di Lugo non lo abbia trattenuto, e che non voglia rilasciarlo senza che gli venga pagata la consegna; onde regolatevi. Sto attendendo questo vostro trafficante. Che caro trafficante! Voi mi parlate di lui in modo tale, da farmi capire che egli mi appartiene, e che voi appunto siete quello. Se così è, venga pure questo galantuomo, e venga presto, che le mie labbra e le mie braccia gli hanno preparato…; basta, so io quello che gli han preparato. Mille saluti per me alla vostra signora moglie. Che motivo ha ella di sospettare che io possa essere mancatore di parola? La cagione per cui non venni a Cotignola pel Rosario fu che per la mattina del lunedì entrante io era stato informato che doveva arrivare a Fusignano il cardinal Borghese col cardinal Antonelli; onde volli, anzi stimai mio dovere di andarli ad incontrare fino al Passo del Gatto, come feci di fatto. Questa volta però io non avrò tali impedimenti, e se vostra moglie seguiterà a dubitare di me, son capace di vendicarmi dei dubbi suoi col fermarmi a Cotignola almeno una giornata, ed anche più. Vi prego di ringraziare vivamente per me il signor Gramigna per la premura avuta in favorirmi. Desidero le occasioni di contraccambio. Tu procura di volermi bene e di scrivermi quando non sei occupato.</p>
<closer>Addio, caro il mio trafficante. Addio. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>20</head>
<opener><salute>All'ab. GIOACCHINO PIZZI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 16 Luglio 1775.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Sig. Padrone Colendissimo.</p>
<p>L'onore pregiatissimo compartitomi da V. S. Ill.ma nell'ammettermi a cotesta ragguardevole Adunanza d'Arcadia tanto più mi ha fatto ammirare la compitezza e degnazion sua inverso di me, quanto sono a me stesso consapevole del poco merito che mi ha procacciato un favor sì distinto. Sento pertanto e confesso tutta l'obbligazione che debbo a V. S. Ill., che ha voluto contentarsi d'un tenue mio componimento poetico per giudicarmi capace d'essere ascritto al numero di tanti uomini dotti e valorosi, che del loro nome adornano l'Arcadia e l'italiana nostra poesia. Corrispondenti ai sentimenti dell'obbligazion mia verso di lei sono altresì quelli della più viva mia riconoscenza, per cui ora le rendo que' ringraziamenti, che per me si possono maggiori, e che convengonsi alla singolar sua gentilezza, e all'esimio merito di un tanto illustre e celebre Custode generale d'Arcadia. Se non sarà grave a V. S. Ill.ma il vedere qualche saggio de' miei componimenti, troverallo in mano del rev. p. Bongiochi, il quale prontamente glielo consegnerà, ond'Ella abbia ulteriori prove, non già di valore, ma dell'inclinazione che nutrisco per la poesia; al qual genio nuovo stimolo s'aggiunge dal nuovo onore onde le è piaciuto di fomentarlo ed accenderlo maggiormente; e cui io procurerò, sotto l'ombra favorevole della sua protezione, di sostenere meglio che mi sarà possibile;</p>
<closer>mentre colla più alta stima e coll'ossequio più parziale ed obbligato dommi il vantaggio di confermarmi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>21</head>
<opener><salute>A … ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 26 Luglio 1775.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Che razza di scrivere è il vostro, caro il mio Marchese epitetante? Un tenebroso nuvolo di rabbiosi epiteti è la quintessenza delle vostre lettere. Ditemi, in grazia: la vostra penna ha forse la diarrea degli epiteti? Siete voi forse in capitale inimicizia coi sostantivi, che vi piacciono sì poco? Che vi possano piombare addosso tanti malanni, quanti sono gli epiteti coi quali mi avete tempestato! Se la forza degli epiteti che usate si deve calcolare dalla loro sperticata abbondanza, e se deve computarsi in ragione diretta della loro sperticata lunghezza, li potete vendere ai Moscoviti, acciò se ne servano per cannonare e bombardare <gap/>… desidero, perché ho paura di un qualche smisurato epiteto che mi schiacci la testa. Neppure io vi mando i sonetti che mi dimandate, perché non voglio metterli in pericolo d'essere epitetati dal vostro epitetante giudicio.</p>
<closer>Desidero bensì i vostri comandi, ma li desidero senza epiteti, siccome è senza epiteto quell'amore e quell'attaccamento col quale sono il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>22</head>
<opener><salute>All'ab. GIROLAMO FERRI — Longiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, 19 Agosto 1775.</date></opener>
<p>Signor Maestro gentilissimo.</p>
<p>Qualunque sia il <emph>Messere che vuol farsi bello colle mie penne</emph>, se mai questo cotale fosse a di lei notizia, io la prego tacere, e non dargli la mortificazione di plagiario, essendo io obbligato per vincolo d'amicizia a tenerlo celato. Io credo d'essere inteso, e spero di ottenere da lei questo offizio di silenzio.</p>
<p>Le turbolenze domestiche non sono mai state tanto fatali alla mia quiete e alla mia sofferenza quanto in quest'anno. Caro signor Maestro, se vedesse, se sentisse! So che gli farei compassione e ribrezzo. Non mi giova procedere con un metodo di vita che io mi studio di rendere inappuntabile, per levare a' miei tiranni il motivo di accusarmi. Si danno per me talvolta dei contrattempi così critici, che io stesso non intendo in qual maniera possa esser provveduto di tanta pazienza. Ma sarà forza una qualche volta che io mi abbandoni a qualche disperata risoluzione. Queste cose io le dico adesso a lei con quella angustia di animo e di sentimenti, che in me vien prodotta da un urto ed insulto continuo di cattivi non meritati trattamenti.</p>
<p>La copia de' miei versi si farà: ma sarà scarsa, essendo poche le composizioni, delle quali io ardisca di compiacermi. Tuttavia non sarà tenue riguardo all'autore, a cui le afflizioni dell'animo ordinariamente vietano la salita in Parnaso, ove non poggiano se non i cigni allegri e tranquilli.</p>
<closer>A me basta però di possedere l'amor suo, e d'essere creduto pieno di stima e rispetto il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Se scrive al sig. conte Marescalchi mi tenga raccomandato caldamente a quel cavaliere già per sé stesso disposto a proteggermi. Io non ho mai avuto bisogno tanto dell'altrui appoggio quanto presentemente.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>23</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 6 Dicembre 1775.</date></opener>
<p>Carissimo Sig. Padre.</p>
<p>Sento dalla donna di Bagnacavallo che Lei e la madre si lagnano del mio silenzio. Io non ho scritto, perché non ne ho avuto il motivo, e quando non hanno nuove di me, possono e devono credere che certamente io sia in ottimo stato di salute.</p>
<p>Io proseguo il mio studio della medicina, ma non posso dimenticarmi quello delle belle lettere. Questo mi ha procacciato ultimamente in una accademia la benevolenza del sig. Cardinale e di mons. Vicelegato, i quali mi hanno dati certi contrassegni di parzialità col lodare o, per dir meglio, col compatire le mie cose. Sono stato questa mattina a bevere una cioccolata dal segretario del su detto E.mo Borghesi, e mi ha animato a congiungere questo ornamento di studio coll'altro della medicina, col mettermi davanti agli occhi il vantaggio che a tempo e luogo me ne potrà risultare. Lei può credere che io non mi dimentico del mio dovere, ma che nell'istesso tempo io coltivo quel poco di talento che Dio mi ha dato con un esercizio, che non può né deve disdire alle massime di giovine studioso.</p>
<p>Dica alla madre che mi mandi quel paio di scarpe, che io prima di partire ordinai a Pier Ignazio.</p>
<closer>I miei affettuosi saluti alla signora madre, a Don Cesare e alla Rosina, e desiderando di operar sempre tutte le cose a di Lei piacimento e consolazione, le bacio con filiale rispetto le mani. Aff.mo ubb.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Domenica passata fui a pranzo dal sig. ab. Giorgetti di S. Giovanni Battista. Questo Rev.mo mi si è affezionato talmente, che mi vorrebbe sempre in sua compagnia. Sono debitore a lui della conoscenza e servitù che ho contratta con tutte le persone più rispettabili di Ferrara.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>24</head><opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 27 Aprile 1776.</date></opener>
<p>Carissimo Sig. Padre.</p>
<p>Dalla Santona mi viene significato per parte sua un dispiacere da Lei provato in sapere che io abbia fatta stampare una poesia. Può credere che questa cosa fuor di dubbio mi rincresce. I disgusti suoi sono miei nell'istesso tempo, perché l'amore e il rispetto che il padre esige dal figlio è sempre venerabile e sacrosanto. Tuttavia io mi consolo che il mio dispiacere non è finalmente originato da un rimorso di coscienza, che conosca d'aver mancato. Io volli che uscisse alla luce quella mia composizione, perché ne fui consigliato da persone, che non potranno mai insinuarmi cosa alcuna di mio pregiudizio. Col mezzo di questa stampa, la quale non importa finalmente che la misera spesa di 18 paoli, io credo d'aver acquistato qualche buon concetto al mio nome non solamente in Ferrara, ma anche fuori di paese, e sopra tutto in Roma, dove a quest'ora posso contar l'amicizia di molte persone celebri per letteratura, e la protezione ancora e la benevolenza di non pochi personaggi assai ragguardevoli. Questi sono vantaggi che nella bilancia di chi pensa saggiamente devono pesar qualche cosa, e il tempo farà conoscere la verità delle mie parole. Anche fuori di un tal riflesso io sarò sempre contento d'aver reso pubblico colle stampe quel componimento, giacché col mezzo di questo io ho trovato l'adito alla protezione del sig. Cardinal Legato e Vicelegato. L'uno e l'altro si è espresso con me in termini significanti e pieni di ogni affabile cortesia, e da questi mi veggo riguardato con quell'occhio d'amore e di condiscendenza, che forse potrebbe destar l'invidia di qualcheduno. Se il cuor generoso di questi principi non mi fa sperimentare gli effetti delle loro beneficenze, e da chi dovrò sperare un appoggio migliore e una migliore assistenza alle occasioni, con vantaggio non solo di me, ma anche della mia casa?</p>
<p>Le mando un libretto, che è tutto frutto de' miei studi poetici. Il nome del mecenate che porta in fronte spero che non debba meritare i di lei disgusti. Io non ho impiegato il valor d'un soldo, perché le mie critiche circostanze non lo hanno permesso. Una dama di Ferrara, nata per beneficare e mia gran protettrice, ha voluto darmi un attestato della sua liberalità col soccombere a tutta la spesa, che sarà stata di venti scudi e forse anche più. Il fratello però ha dovuto spendere per me 49 paoli per la legatura del libretto della dedica. Non ho potuto esimermi dall'aggravarlo di questo incomodo, perché denari io non ne ho, e non ne domando per non accrescere i di Lei dispiaceri. Mi duole che da qui avanti bisognerà che io tralasci di scrivere e di andar alla posta a riscuoter le mie lettere, perché nessuno vuol pagarle per me.</p>
<p>Ho ricevuto i braghini e il sott'abito da estate, ma dica alla madre che mi mandi più presto che potrà anche il giustacuore, e lo faccia mettere al rovescio, se ne ha di bisogno, giacché il sartore è più comodo per loro, che per me.</p>
<closer>I miei saluti alla madre e a tutti di casa, e pregandola della solita paterna benedizione, sono in fretta il suo aff.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>25</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'ab.</add> <add resp="ed">ONOFRIO MINZONI</add> <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, Ferrara, 25 Maggio 1776.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Sig. Padron Col.mo.</p>
<p>Dal Rev.mo P. Martinengo mi è stato significato il Compatimento da V. S. Ill.ma mostrato per la mia <title>Visione</title>, e il desiderio di averne copia. Io ho sempre creduto di non dover far conto alcuno delle cose mie, perché frutti d'un talento troppo giovanile, che appena ha cominciato a gustare la soavità degli studi e delle scienze, e che non senza gran paura pone il piede nel santuario delle Muse. Contuttociò le confesso ingenuamente che questa volta non ho potuto rattenere il dolce impeto dell'amor proprio, sì che non mi tenti a stimar qualche poco i miei versi, unicamente perché desiderati da Lei. Serve però di ritegno a questa tentazione il timore che, sottomettendoli di nuovo alla finezza del suo giudizio, non li trovi meritevoli della prima approvazione. Comunque sia, io mi pregio molto d'aver ubbidito V. S. Ill.ma, e di essermi reso noto a un celebre poeta, che con tante sue produzioni ha illustrata l'Italia e il suo secolo.</p>
<closer>Pieno intanto di alta stima e di profonda venerazione sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>26</head>
<opener><salute>Al Conte PAOLO EMILIO CAMPI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 25 Maggio 1776.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Fin da quando lessi la <title>Bibli</title> io non potei dispensarmi dal concepire per V. S. quella stima, che la nobiltà delle sue poesie inspira a chiunque ama lo spirito del bello e del sublime. Questa stessa opinione, che io porto del suo merito, dovrebbe intimorirmi, e rattenermi dall'assoggettare all'acutezza del suo giudizio una meschina produzione del mio scarso ingegno, se il desiderio da lei mostrato di averla non desse a me il coraggio di mandargliela. Se ciò non basta per giustificare la mia arditezza, dovrà però bastare a me il sapere che io non sarò mai tanto insolente, quanto ella degnevole e cortese. Oltre tutto questo, V. S. è obbligata a perdonarmi; e sa perché? Perché io le apro il campo di esercitare una delle più belle virtù morali, che è quella di compatire.</p>
<closer>Con questo riflesso si compiaccia adunque di usarmi benignità, mentre io mi do l'onore di essere, con tutta stima ed ossequio, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>27</head>
<opener><salute>All'ab. GIAN BATTISTA VICINI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 6 Luglio 1776.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Padron Col.mo .</p>
<p>Per amor del Cielo non parli V. S. Ill.ma tanto vantaggiosamente di me e de' miei versi, se non vuole che le lodi mi facciano commettere un peccato di troppa compiacenza. Non basterà che io sia consapevole a me medesimo di non meritarle, perché la dignità e la celebrità del lodatore avrà sopra l'animo mio una forza troppo grande per farmene insuperbire. Questo però non toglie ch'io non le debba rendere quei maggiori ringraziamenti che posso, assicurandola che il vedermi tanto gentilmente compatito mi dà coraggio a salir con maggior intrepidezza una montagna fertile di cadute e di precipizi.</p>
<p>Le sue ottave sono sparse da capo a piedi di quei lumi poetici, che io son solito di ammirare in tutte le di lei poesie, e mi sono piaciute moltissimo. Da queste con mio rossore ho preso un altro motivo di riconoscere il mio niente.</p>
<p>Le trasmetto, ma con somma ripugnanza, la mia Anacreontica. Una poesia cominciata per capriccio, terminata con dispetto, e quel ch'è peggio fatta stampare da un amico senza mia saputa e senza che io potessi ritoccarla in molte cose, non meritava certamente l'onore di una sua richiesta. Giacché V. S. Ill.ma mostra di gradir tanto gli sforzi della debole mia Musa, trascriverò in fine dell'Anacreontica un mio sonetto sopra il <title>Ratto di Orizia</title> fatto ad imitazione del <title>Ratto di Proserpina</title>. Se mai incontrasse pienamente la sua approvazione, lo comunichi al signor abate Cassiani.</p>
<p>Vedendo lo stimatissimo sig. conte Campi, la prego di ossequiarlo distintamente in mio nome. Io devo ringraziarlo del grazioso dono della sua nobile tragedia, ma differisco il farlo a miglior opportunità.</p>
<closer>Mi continui l'amor suo, e me ne dia le prove coll'ommettere i titoli speciosi che mal si competono alla mia tenuità e coll'onore de' suoi comandamenti, in attenzione de' quali mi dichiaro colla più profonda stima e venerazione di V. S. illustrissima umilissimo devotissimo e obbligatissimo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.— Sono assai voglioso di aver il mirabile sonetto di V. S. Ill.ma sopra <title>Annibale su l'Alpi</title>. Un mio amico mi ha recitato i quadernari, ma i terzetti non so da chi averli più sicuramente che dall'autore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>28</head>
<opener><salute>Al Conte PAOLO EMILIO CAMPI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 2 Agosto 1776.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Io mando volentieri una seconda mia Visione all'Ecc.za V., perché so di mandarla ad un ottimo maestro dell'arte poetica, che per effetto di mera gentilezza la gradirà e scuserà ancora de' suoi difetti. Io avrei voluto che l'argomento fosse stato men misero e triviale; ma per lo più, o per convenienza, o per ubbidienza, io son costretto a logorar la fantasia sopra quelle cose, che per l'appunto sono atte a distruggere e smungere l'idee poetiche piuttosto che a fecondarle. Io porto invidia a chi è libero nello scegliere e nel comporre; e rileggendo la nobilissima sua tragedia, riconosco maggiormente la bellezza di questa libertà. V. Ecc.za ha secondato il proprio genio, ed ha scritto mirabilmente. Piaccia al santo padre delle Muse, che io possa cantar una volta a mio capriccio; e non si stanchi frattanto l'Ecc.za V. di continuarmi l'onor della sua padronanza;</p>
<closer>giacché io sono con tutta la stima e venerazione <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>29</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, il primo di Febbraio 1777.</date></opener>
<p>Ornatissimo Cavaliere.</p>
<p>Due sono i motivi che mi movono a scrivervi, pregiatissimo ed elegantissimo signor Cavaliere. Il primo mi nasce dall'obbligo di ringraziarvi in particolar modo della patente di Accademico Agiato, e del vantaggioso giudizio che voi avete dato della mia Visione. Il secondo deriva tutto dal desiderio di entrar nel numero de' vostri amici, come lo sono già da molto tempo in quello dei vostri ammiratori. Più volte ho avuta l'occasione di leggere i vostri scritti, e per conseguenza di stimarvi, e di riconoscere in voi un terso, un leggiadro, un elegante scrittore. Gradite la sincerità di questi miei sentimenti, e scusate nello stesso tempo la confidenza con cui vi scrivo, lasciando da parte la liturgia dei titoli speciosi, che sono il flagello della società letteraria.</p>
<closer>Amatemi dunque, e se far nol potete per genio, fatelo pel dovere che vi corre di non voler del male ad uno, che con vera stima e venerazione ha l'onor di protestarsi vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>30</head>
<opener><salute>All'ab. ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, il 1 di Febbraio 1777.</date></opener>
<p>Ornatissimo signor Abate.</p>
<p>Il nome d'una dama, che era un tempo a voi cara, pregiatissimo mio signor Abate, e che ora è stata il soggetto dei versi che vi trasmetto, saprà giustificarmi abbastanza della libertà che mi prendo di scrivervi. È molto, ch'io bramavo un'opportuna occasione di significarvi il desiderio mio d'entrare nel numero de' vostri amici, come lo sono già in quello de' vostri ammiratori. Finalmente l'ho trovata di tutta mia soddisfazione. Voi stesso dovete compiacervene, perché vi rinnova alla memoria l'idea d'un'amabilissima persona, che con me parla frequentemente di voi, che vi stima al pari di me, che insomma confessa di amarvi, senza considerare che mi rende geloso delle vostre fortune.</p>
<closer>Questo però non toglie, né toglierà mai, che con tutta la venerazione dovuta al merito d'un coltissimo e dolcissimo poeta, quale voi siete, io mi pregi sempre di essere vostro obbligatissimo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>31</head>
<opener><salute>Ad ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 17 Aprile 1777.</date></opener>
<p>Amico Pregiatissimo.</p>
<p>Mi arrossisco di dover dire, che da un mese e più mi trovo in debito di ringraziarvi e delle belle poesie che m'avete regalate, e molto più dell'onore che sì gentilmente mi accordate della vostra pregevole amicizia. Ma bisogna che io confessi la mia negligenza, e che ne domandi perdono, assicurandovi che la grazia non mi darà stimolo ad abusarmene per l'avvenire.</p>
<p>Tutti i vostri componimenti si distinguono da quelli degli altri e per forza di fantasia, e per immagini, e assai più per quel vivo colorito, che anima le cose ancor più minute, e caratterizza il poeta che crea, ed ingrandisce gli oggetti. Io li ho letti e riletti con piacere, con ammirazione, ed insieme con mia confusione, e li custodisco come un pegno prezioso dell'amor vostro.</p>
<p>L'ammirabile signora contessina Eleonora è stata recentemente aggregata alle pastorelle d'Arcadia. Io le presentai i vostri sonetti e i vostri complimenti. Gli uni e gli altri le furono graditissimi, e avendole dato a leggere il paragrafo della vostra lettera a lei spettante, ebbi il piacere di vederla diventar rossa. Segno evidente ch'ella ne fu molto sensibile.</p>
<p>Per le nozze del sig. Marchese Bevilacqua colla Principessa D. Laura Altieri le Muse Eridanie si affaticano in preparare canti epitalamici, ed invitano le più lontane a festeggiarne la celebrità. Se l'estro vi somministra qualche vivace immagine, vestitela di colori poetici, e mandatela, ché in tal modo farete piacer sommo e a me, che ve ne prego, e ai poeti ferraresi, che l'aspettano. Avete tutto il tempo che sapete bramare per eseguire i vostri pensieri, poiché le nozze non seguiranno che alla primavera dell'anno venturo.</p>
<closer>Non vogliate stancarvi di continuarmi l'amor vostro, e credetemi senza riserva vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>32</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignamo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 9 Maggio 1777.</date></opener>
<p>Amatissimo Signor Padre.</p>
<p>Permettetemi che questa volta, scrivendovi, io mi prevalga del <emph>Voi</emph>; giacché il rispetto di un figlio verso del padre non consiste nelle parole. Spiacemi di sentir dal fratello, che siete rimasto mortificato per la proposta da lui fattavi a nome mio di portarmi a Roma. Parmi che dovreste anzi compiacervene certamente, perché siete amoroso verso di me, e premuroso de' miei vantaggi. È d'uopo che restiate omai persuaso, che l'aria o di Ferrara o di Fusignano non è salubre per me; voglio dire che, rimanendo in queste parti, io sarei sempre un ozioso, un meschino, costretto da una quasi totale impossibilità di rendersi vantaggioso a sé medesimo, utile al decoro della casa, perché condannato a seppellire in una oscurità perpetua quei pochi talenti che Dio mi ha compartiti. Vi ho già detto altre volte che lo studio legale, medico, matematico o altro, non è per me. Il mio genio non può combinarsi con siffatte scienze; e chi è che pretende di deviarlo, se egli dalla natura è portato ad altra parte? So che qualcuno la pensa diversamente; ma questi dovrebbe vergognarsi di sé medesimo, e non volere che tutti sieno avvolti nei pregiudizi dell'interesse; poiché l'uomo, intento solo senza bisogno ad accumulare, non glorifica la mano di Dio che l'ha creato. Per l'altra parte, intendo bene quanto sia difficile ad un padre che ama, staccarsi da un figlio, che, allontanandosi da lui per lungo tratto di paese, toglie di mezzo la possibilità di rivedersi spesso e vicendevolmente. Io sono troppo sensibile a queste riflessioni; e nel riandarle colla mente, mi sento fortemente combattere dalla tenerezza, dall'amore per una parte, e dall'altra dal dovere in cui sono di pensare a me medesimo. Ma poscia, portando lo sguardo sull'avvenire, veggo troppo grande il bisogno di non pregiudicare al mio proprio interesse. Voi stesso, negando di acconsentire alle mie risoluzioni presenti, con qual coraggio potreste un giorno mirarmi languire in un ozio vergognoso al vostro fianco, condannato ad un genere di vita troppo indegno di me e delle speranze che si sono concepite con quel talento che finora è rimasto sepolto? —Io aveva un figlio— potreste allora dire, —che poteva formare il mio contento coll'acquistarsi concetto e fama non mediocre (poiché l'esaltamento dei figli ridonda in onore dei genitori), che poteva stabilire la propria fortuna e il decoro della famiglia, che avrebbe insomma assicurata la felicità de' suoi giorni; ed eccolo adesso, per cagion mia, per essermi lasciato tradir dall'amore e dagli altrui consigli, eccolo ridotto ad una perpetua oscurità—. Questi sarebbero i sentimenti che vi nascerebbero in cuore, effetto di un rimorso, di cui forse dovreste rendere stretto conto al Signore nel punto di morte. Insomma, riflettete seriamente su questo affare; e spero che Dio v'illuminerà, acciò accordiate l'assenso alla mia partenza per Roma. Le persone che spontaneamente si prendono l'incarico di avere una particolar cura di me, devono assicurarvi abbastanza della mia buona condotta. Sapete quanto mi voglia bene questo nostro amabilissimo Cardinale Borghese, e questo piissimo Vice—Legato Serra, il quale a quest'ora mi ha dato, con dimostrazioni di particolare amorevolezza, mille stimoli per effettuare il mio disegno. Aggiungasi a questo, che in Roma io sono conosciuto, e che vado là assistito da una prevenzione assai favorevole. Tutte queste cose devono muovere il vostro animo, e disporlo ad un facile assenso per non mettermi in costernazione, e ridurmi a violare disperatamente l'obbligo che mi corre di obbedirvi. Ciò non sarà mai, perché voi siete ragionevole, e conoscete troppo la forza del dovere in cui siete, di non impedire i vantaggi de' vostri figli.</p>
<closer>Intanto salutatemi caramente la madre, e disponetela con buone considerazioni a soffrire il dispiacere di staccarsi da me che l'amo, e che fin da questo momento comincio a risentirmi di questa amara divisione. Vi abbraccio col cuore e sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>33</head>
<opener><salute>Al Dott. LUIGI REMONDINI — Finale.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 24 di Giugno <add resp="ed">1777</add>.</date></opener>
<p>Amico gentilissimo.</p>
<p>Mi rincresce che la prima lettera che vi scrivo debba essere una lettera di rimprovero. Io sono ormai fuori di speranza di abbracciarvi in Ferrara: questa mia doglianza dovrebbe bastare per farvi capire che mi avete mancato di parola. Voi però ne siete colpevole al mio tribunale, e lo sarete fino a tanto che non giustifichiate voi stesso. Ma essendo il delitto assai grave, io temo che non vi sarà perdonato se non venite in persona a perorare la vostra causa.</p>
<p>Abbracciate per me il vostro anzi nostro amico Borsari, e vedendo la signora Vittoria Tavecchi, umiliatele il mio rispetto. Fate pure lo stesso colla signora Ippolitina; ma affrettatevi a venire, perché la mia aspettazione già si cangia in intolleranza. Sapete quanto vi amo, e quanto mi compiaccio della vostra simpatica presenza; onde vedete che giusti sono i motivi della mia impazienza. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>34</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 30 Settembre 1777.</date></opener>
<p>Amico singolarissimo.</p>
<p>Sarà un mese e forse più che il nostro signor abate Zorzi mi trasmise un foglio enciclopedico in cui trovai stampata la mia <title>Visione</title> pel vescovo di Trento, e preceduta da un elogio assai grande e poco da me meritato. Io so che ho obbligo di tutto alla vostra gentilezza, e fin d'allora io doveva avanzarvene i miei ringraziamenti. Scusate per carità questa mia mancanza, e non vogliate ripeterla dal non aver io sommamente gradite le vostre generose attenzioni. Colpa di tutto è stata la mia invitta pigrizia, la quale in queste orride solitudini di Fusignano ove mi trovo confinato, si è impossessata talmente del mio corpo e del mio spirito, che tutta l'elettricità di Beccaria e di Franklino non basterebbe per iscuotermi. Ora però che parla in me finalmente la voce del dovere e della civiltà, ve ne rendo mille grazie e ve ne resto di più oltre modo obbligato. La mia trascuratezza verso di voi non faccia che voi vi dimentichiate di me; e giacché dal vertice de' vostri capelli fino alla punta de' piedi siete tutto pieno di eleganze latine, fate che ne gusti ancor io qualche volta, vale a dire scrivetemi in latino piuttosto che in italiano.</p>
<closer>Amatemi e persuadetevi di quell'alta stima, colla quale mi dico vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>35</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 16 del 1778.</date></opener>
<p>Amico mio singolarissimo.</p>
<p>Mi ha detto l'abate Zorzi che voi desiderate una informazione specifica intorno alla mia Anacreontica, e la nota dei passi alterati. Riguardo alla prima io non posso dirvi altro, se non che essendo stata impressa questa Anacreontica in Venezia senza nome, senza titolo e senza indicazione di anno e di luogo in cui fosse stampata, ed un mio amico (che è il Padre Federici, Monaco Cassinese, uomo celebre pe' suoi incredibili talenti) avendone mandata una copia a Firenze al canonico Bandini, uno dei compilatori delle <title>Novelle Letterarie</title> di quella città, questo garbatissimo e birbantissimo signor novellista, che spesse volte si è compiaciuto e si compiace tutt'ora del mestier di plagiario, si è fatto lecito di ristamparla l'anno scaduto nel decimo tomo della <title>Biblioteca Galante</title> dopo di averla in qualche luogo sfigurata, avendo mutato fra l'altre cose l'Eridano nell'Arno, acciò non restasse alcun dubbio a chi la leggesse che non fosse d'autore fiorentino. È vero che la sua temerità non giunse a segno di porre in fronte all'Anacreontica il suo nome, ma è vero altresì ch'egli l'ha fatta girare sulle tolette delle sue Madame come cosa propria, e il Padre Federici, essendosene per lettera seco lui lagnato fortemente, non ha ancora potuto essere onorato di risposta. Circa poi alle mutazioni queste non sono molte, ma sono però tali, che bastano per deformarla, e chi ha l'animo delicato in genere di poesia resta disgustato d'ogni termine men che pulito ed elegante. Io non ho in pronto il tomo su cui fu impressa per notarvi tutto, ma mi sovviene però che dove, dopo la proposizione, io comincio così:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Una Ninfa tutta cosa</l>
<l>Lusinghiera, e grazïosa,</l>
<l>Una Ninfa Eridanina</l>
<l>Di sembianza pellegrina,</l>
<l>Che palesa quanto belle</l>
<l>Sian del Po le pastorelle, ecc.</l></lg></quote>
<p>il leggiadrissimo signor Canonico ha fatto</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Una Ninfa spiritosa</l>
<l>Di sembianza grazïosa,</l>
<l>Che palesa quanto belle</l>
<l>Sian dell'Arno le donzelle ecc..</l></lg></quote>
<p>Quel <emph>spiritosa</emph> quando lo lessi mi fe' venir tanta rabbia, che io avrei cavati gli occhi al signor correttore se mi fosse stato presente. Il fine dell'Anacreontica altresì era cangiato in questi versi, che non sono però cattivi:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Ma io non posso abbandonarti</l>
<l>Benché ingrata, e voglio amarti</l>
<l>Finch'io vivo, ed ancor quando</l>
<l>Ombra ignuda andrò vagando</l>
<l>Per gli amabili Mirteti</l>
<l>Fra gli amanti, e fra i poeti.</l></lg></quote>
<p>Parecchie altre cose vi erano alterate, ma queste alterazioni erano di semplici parole. Nulla di meno si vedeva che l'Arcifanfano ne sapeva tanto in buon gusto di poesia quanto ne sapeva la berretta di Bertoldo. Ecco ciò che posso significarvi per darvi maggior lume, caso mai che non vi fosse discaro il vendicarmi per mezzo del <title>Giornale Enciclopedico</title>.</p>
<p>Prima di terminare questa lettera io vorrei dirvi un poco quattro parole amorose per attestarvi il mio attaccamento e la mia vera tenerezza né più né meno. Non vi ho mai veduto, né forse vi vedrò mai; ma pure nell'immaginazione io mi sono fatto un idolo capriccioso della vostra persona, e gli do tutti quegli attributi che attraggono tutta la mia simpatia. E perché non venite una volta a Ferrara ad abbracciare tre o quattro amici che vi amano teneramente, e a sentire come parlano di voi i nostri letterati ferraresi, ai quali siete più noto, che i nastri e il belletto alle donne?</p>
<p>Abbiamo notizia che Serrano sta scrivendo, ma con impegno. Egli è arrabbiato contro tutte queste Effemeridi, per conseguenza vorrà attaccarle, e combatterle con arma bianca. Chi sa che tutto Marziale non se gli sia infuso nella fantasia, e che non l'inspiri come Apollo inspirava le Sibille?</p>
<closer>È tempo di finire, e di dirvi che io v'amo, che vi venero, vi stimo, e che sono il vostro affezionatissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>36</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, primo di Maggio 1778.</date></opener>
<p>Amico incomparabile.</p>
<p>Eccovi davanti un colpevole pieno di rossore, di confusione e di pentimento. Io sono reo presso di voi di negligenza, d'ingratitudine, d'inciviltà, in somma di tutti i peccati che si possono commettere contro le leggi del dovere e dell'amicizia. Buon per me che ho che fare con un giudice sempre gentile e misericordioso. Questo riflesso mi toglie la vergogna di fare una intera confessione delle mie colpe. Prima di tutto adunque con un vero dolore, e con un sodo proponimento di non peccar mai più, mi accuso di aver ricevuto fin dal mese di Marzo l'articolo vostro apologetico sulla mia Anacreontica, e di non avere per effetto di una grandissima mia infingardaggine in me cagionata da una potentissima passione amorosa, alla quale almeno una volta l'anno è soggetto il mio temperamento, di non aver, dico, mai reso a voi quei milioni di grazie che io vi dovevo, e che adesso vi rendo con tutta l'anima. In secondo luogo mi accuso di avervi somministrato dei giusti motivi di lagnarvi di me, ed insieme una occasion prossima di mandarmi a far buggiarare in buon lombardo. Ma a parlarvi sinceramente io sono avvezzo a confessarmi rade volte, onde è meglio che io lasci da parte le formole del confessionario, e che parli con voi più semplicemente.</p>
<p>Se dicessi che il vostro articoletto mi è piaciuto moltissimo, mi sembrerebbe di dir poco. Io ravviso in esso i tratti dell'attaccamento vostro alla mia persona, e la vivacità d'un critico dalla cui penna colano le grazie e i vezzi più cari del mondo. Che sì che il signor Canonico emenderà il suo vizio! Ma voi vi siete lasciato trasportar troppo dall'amore che avete per me, e mi avete profuse delle lodi che possono essere smentite. Basta: Dio vi perdoni le derisioni che per questa cosa di me si faranno gl'imparziali conoscitori della verità. In quanto a me, io non posso non amarvi sempre di più per tante finezze che mi compartite. Non ripeto i miei ringraziamenti perché voi nol volete, e perché io non voglio entrar in complimenti.</p>
<p>Tempo fa mandai una mia Elegia di argomento amoroso ad un amico in Faenza, il quale mostra piacere di leggere talvolta i miei versi. Egli, non contento di averla comunicata agli amici, ha voluto ancora stamparla. Giacché mi trovo averne una copia nelle mani, ve la spedisco acciò io svegli, se è possibile, nel cuor degli amici quella compassione alle mie pene, che non so ritrovare nel cuore della mia tiranna. Se non avete l'animo disposto alla malinconia e alla tenerezza, io vi consiglio a non leggerla, perché vi stuccherà. Se poi il caso volesse che voi pure foste innamorato, e che la signora Bettina vi facesse co' suoi rigori piangere qualche volta, allora ardirei compromettermi della vostra approvazione.</p>
<p>Sono sei giorni che mi sono restituito a Ferrara dopo esserne stato lontano più d'un mese in viaggio. Ora sto preparando il mio bagaglio per incamminarmi verso Roma ai dodici del corrente. Ciò vi serva di regola per l'indirizzo delle vostre lettere quando mi scriverete.</p>
<p>La versione di Klopstock era cominciata, ma si è interrotta per esser io occupato in altre faccende poetiche. Se voi non foste tanto confinato là verso il Settentrione e che a me capitassero le occasioni di trasmettervi con sicurezza qualche libricciuolo, io vi farei leggere qualche cosa lavorata con tutto il mio gusto. Ma la distanza è troppo enorme, e i trasporti troppo dispendiosi. Nulla di meno, o presto, o tardi, soddisferò al desiderio che ho di regalarvi quattro bagatelle del poetico mio scrigno. Non saranno gemme Eritree, o diamanti di Golconda o Visapur; ma non saranno mercanzie di piombo, o di sovero.</p>
<closer>Io vi prego e vi supplico di amarmi. Amate prima la signora Bettina, ma ricordatevi anche di me, che sono il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Dentro il mese di Maggio io conto di essere in Roma. Se colà avete qualche amico da farmi conoscere, l'avrò per somma finezza. Se no, io vi farò conoscere i miei e studierò di inspirare ai buoni amatori delle Lettere quella stima, quella ammirazione, quell'amore che io ho per voi e che voi meritate. <foreign lang="lat">Vale</foreign>, o figlio legittimo di Cicerone e di sua moglie, che era la bella e da pochi ora conosciuta lingua latina.</p>
<p>Se mai vi fosse rimasta una copia della Visione pel Vescovo di Trento e dell'articolo sopra l'Anacreontica, mi fareste cosa gratissima a mandarmela.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>37</head>
<opener><salute><add resp="ed">A Don</add> <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Giugno 1778.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Da altra mia scrittavi subito che arrivai a Roma avrete già inteso che il mio viaggio è stato felice.</p>
<p>La Tratta di formentone importa scudi sette: quella del grano scudi 6.96. Ho comunicata la vostra lettera al sig. segretario per sentire cosa pensava intorno alle pretese del sig. Marchese. Mi ha risposto che il Papa è quello che concede le Tratte; e che il privilegio del sig. marchese Calcagnini non può impedire al Principe l'uso della sua autorità. Io però vi consiglio a usargli tutta quella dipendenza che la politica richiede.</p>
<p>Io temo, se le Tratte non vi servano adesso, che non possiate farle sottoscrivere per un altro anno, poiché la legazione dell'E.mo Borghese è già finita. In tal caso converrà che abbiate pazienza.</p>
<p>Il nuovo Legato di Ferrara sarà il Cardinal Caraffa. Io ho avuta occasione di complimentarlo il giorno stesso della sua elezione, ed ho procurato ancora di fare un poco di amicizia col di lui maestro di casa, il quale col suo padrone può molto. Ma costui è un furbo di prima sfera, che è ghiotto al denaro quanto l'orso al miele. Temo che i Ferraresi dovranno sospirare più d'una volta il loro Borghese. Il successore ha l'animo generoso, ma porta seco un debito di trenta e più mila scudi. Si dice che anni fa egli ebbe a dire in una conversazione, non so perché, queste parole: se io fossi Legato di una provincia del Papa vorrei far vedere come si fa a <emph>saper comandare, e a farsi ubbidire</emph>. Egli è stato esaudito senza ch'egli lo sperasse, poiché egli non solamente non se l'aspettava, ma nemmeno vi pensava. Il suo Uditore, che porterà seco, è un uomo polito, ma piuttosto indietro di scrittura, come suol dirsi.</p>
<p>Dimani col segretario Parisi devo portarmi dal segretario del Cardinal Camerlengo. Procurerò di piantar con esso una buona amicizia secondo i vostri consigli, per prevalermene in un bisogno.</p>
<p>Continuate ad amarmi. Per quanto è dal canto mio io procurerò di rendermi degno dell'amor vostro. La mia condotta non vi farà arrossire, e più per vostra che per mia soddisfazione io desidero che le mie cose vadano bene. Io lo spero, e la mia speranza è fondata sul non alzar troppo le mie mire, acciocché per accidente non ottenendo nulla, io possa almeno vantarmi d'aver preteso poco.</p>
<p>Se le fedi della tonsura mi bisogneranno, ve lo scriverò: intanto custoditele.</p>
<closer>Un abbraccio affettuoso per me ai genitori, al fratello, alla cognata e alla sorella. I miei saluti al sig. Arciprete e a Don Santoni. State sano, e ricordatevi di me. Addio. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Monsignor Castracani è stato eletto Vicelegato di Ferrara; e Legato di Ravenna il Cardinal Valenti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>38</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Luglio 1778.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Sono anni che non veggo vostre lettere. Siate più liberale in darmi nuove di voi e dei genitori. Io mi sono pienamente ristabilito dal mio incomodo. Ho però preso l'uso di bevere ogni mattina il brodo di endivia, ch'è molto rinfrescante, e che dolcifica il sangue non poco col prenderne spesso. Ho ancora tralasciato affatto l'uso del vino; ma questo cominciai a farlo fin da quando arrivai in Roma. I vini di Roma non sono cattivi, anzi sono buoni, per quanto dicono; ma io non posso più assaggiarli; anzi l'odor solo mi offende. Non manca altro se non che io mi astenga dal mangiar carne, e poi sono un vero Pittagorico. La sera pure non prendo altro cibo, che poche fette di pane inzuppate nell'acqua delle Fontane di Trevi, un ramo delle quali passa dentro al palazzo Panfili, dove io abito. Questo sistema di vivere mi giova moltissimo e fa che io possa reggermi al tavolino quanto voglio senza sentirne alla testa alcun pregiudizio.</p>
<p>Se leggerete i foglietti passati di Firenze e del Diario Romano, se pure troverete nessuno che gli abbia, vedrete che parlano della mia recita fatta ultimamente in Arcadia. Io mi trovo molto soddisfatto della parzialità con cui sono stato accolto da questi letterati. Il Sig. Duca di Ceri, figlio del Duca di Bracciano, ha voluto ammettermi alle radunanze che si fanno ogni giovedì in sua casa da parecchie dottissime persone, di cui egli è affezionato Mecenate; e in tal modo mi ha offerto il campo di conoscere a poco a poco una gran parte di Roma.</p>
<p>Il cardinal Borghese sarà presto di ritorno al Tevere. Il nuovo Legato è impaziente di subentrargli. Sarà un prodigio se i Ferraresi ne rimangono contenti. È vero che l'hanno avuto un'altra volta per Vice—Legato, e che non se ne sono rammaricati; ma la qualità di Legato cangia aspetto alla cosa. Dio voglia ch'io m'inganni; ma il carattere che in Roma ne hanno fatto le persone che lo conoscono <foreign lang="lat">intus et in cute</foreign>, fa temere di molte stravaganze.</p>
<p>Ricordatevi che io ho dovuto vestirmi da capo a piedi con abito da mezza stagione e da estate, e pagare tre mesi di dozzina anticipati, oltre le spese del viaggio, delle Tratte e vari altri comoducci per mio uso. Ringrazio però il Signore che da qui innanzi io non ho più altre spese che la semplice dozzina; perché del resto, quando sono provvisto del mio bisognevole per l'equipaggio, io non ho che spendere.</p>
<p>Il fratello Francesco avrà ricevuta la risposta alla sua lettera fino dagli scorsi ordinari.</p>
<closer>Un abbraccio per me ai genitori, al fratello e a tutti. Un saluto al Sig. Arciprete, un altro a Don Santoni, e mille a voi, di cui sono e sarò sempre affezionatissimo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>39</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Luglio 1778.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Prima di partire da Ferrara io consegnai alle poste una lettera ben lunga per voi, piena de' miei più vivi ringraziamenti per quel leggiadrissimo articolo del Giornale Enciclopedico e accompagnata dalle stampe d'una mia Elegia italiana d'argomento amoroso, e vi diedi notizia della mia prossima partenza verso Roma, pregandovi e scongiurandovi a farmi giungere fin qua le vostre nuove. Io però non ho ancora avuta la consolazione di vedere una vostra sillaba sola, e saranno oramai due mesi che io ne sto in aspettazione. E che vuol dire tanto silenzio? Vi siete forse dimenticato di me? Avete forse finito di amarmi? Se mai ciò fosse, io mi precipito nel Tevere. Guardate bene di non rendervi colpevole della mia morte davanti a Dio, e pensate che io sono al servizio di Apollo. Guai a voi se vi tirate addosso l'indignazione di questo Nume! Ricordatevi di Pitone e di Coronide, e temete.</p>
<p>Nella lettera mia di cui v'ho parlato vi pregava ancora di trasmettermi una copia, se mai vi fosse rimasta, dell'articolo vostro sopra l'Anacreontica, e similmente della Visione pel Vescovo di Trento. Io sono ancora in tempo di gradir moltissimo l'una e l'altra se me le manderete.</p>
<p>Ieri l'altro ebbi una prolissa lettera del nostro comune amico Zorzi. Egli mi stimola a far la traduzione di Klopstock, ma vorrebbe che io imparassi un po' di tedesco. Santo Dio! come sarà egli ciò possibile? Se mi metto a studiare questa lingua aquilonare, alla pronunzia di quelle parole infernali tutte le immagini e i pensieri poetici si spaventeranno, e fuggiranno via dal mio capo per la paura, in quella guisa appunto che gli Americani si cacciavano in fuga in sentire lo scoppio dei cannoni di Colombo. Basta; su di questo ci penserò meglio. Certo è però che io voglio mettermi all'impresa di dare alla poesia italiana questo bizzarro e fantastico poema nel nostro dolce linguaggio.</p>
<p>Datemi nuove di vostri studi, e fate che io non sia l'ultimo a gustare qualche cosa della vostra vena socratica. Anche in Roma, se nol sapete, avete molte persone che vi ammirano, e che sanno il valor vostro. Nessuno però vi ammira e vi ama al par di me. La nostra età, la somiglianza de' nostri studi fa che io mi senta per voi un secreto attaccamento, una secreta forza d'amore, che io non intendo, e ch'io non so spiegarvi se non col dirvi che v'amo assaissimo. Ingrato! E voi mi compensate sì malamente? Rispondetemi, consolatemi coi vostri caratteri, e non permettete che le mie lettere abbiano sempre la stessa fortuna.</p>
<closer><foreign lang="lat">Ama me, et vale</foreign>. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>40</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Luglio 1778.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Il vostro silenzio mi spiacerà sempre; ma quando poi sia proveniente dalle faccende domestiche, mi riescirà meno sensibile. Guardatevi però dal trascurare la vostra salute coll'attendere di troppo a cose che sono meno pregevoli della medesima. Avrò piacere di sentire se i nostri raccolti siano andati bene.</p>
<p>Pazienza se le Tratte vi sono rimaste inutili, e pazienza se il sig. Governatore di Fusignano non si è degnato di sottoscriverle. Noi non possiamo attendere altre gentilezze da questo ipocrita. Non importa che io abbia l'appoggio del Card. Camerlengo per ottenerne delle altre; perché egli fa d'uopo che stia alle informazioni che vengono da Ferrara. In questo caso io ho l'aiuto dell'abate Migliore, mio stretto strettissimo amico, il quale è stato fatto Uditore di Camera del nuovo Legato. Da lui ho dei diritti di sperar tutto. Basta che voi mi avvisiate per tempo, e basta che abbiate gli attestati di avere sui vostri granai quella quantità di grano di cui dimanderete la Tratta, senza che vi prendiate fastidio che questo sia stato raccolto dentro o fuori di Vice—legazione.</p>
<p>In Roma pure ho un amico, il quale in un bisogno mi darà aiuto per questo particolare.</p>
<p>Se la sorella Maddalena vuol tornare in monastero, Dio l'accompagni. Veramente la nostra è una fatalità. Appena è terminata una spesa, che subito ne viene un'altra. Possibile che una volta non abbiano a finir tutte!</p>
<p>In Roma si patisce un gran caldo. Io, che non vi sono avvezzo, ne risentirei del danno notabile, se non avessi l'espediente di non uscirmene di casa per tutta la giornata che verso le ventiquattro. In quell'ora il fresco è sì gagliardo, che la primavera d'inverno non ne dà il maggiore.</p>
<p>Per due volte sono stato a San Callisto, né mai ho potuto trovar chi cercavo. Veramente il luogo è distante qualche miglio da quello ove io abito, e mi conviene aspettar tempo opportuno per tornarvi.</p>
<closer>Un abbraccio per me ai genitori e a tutti di casa. Un saluto agli amici, cioè al sig. Arciprete e don Santoni, col quale ho motivo di lagnarmi perché non mi scrive mai. Amatemi e credetemi in fretta il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>41</head>
<opener><salute>All'ab. FRANCESCO BERTOLDI — Argenta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Luglio 1778.</date></opener>
<p>Voi avete malamente provveduto alla mia estimazione col mostrare al degnissimo signor abate Zacchiroli quella mia elegia. Che concetto può egli formare di me da una poesia così nuda, e povera di novità e di estro? Tuttavia vi sono obbligatissimo dell'officio che mi avete prestato presso di un giovine così rispettabile pe' suoi talenti. Ossequiatelo in nome mio, e ditegli che se io non ho la fortuna di essere nel numero de' suoi amici, ho quella però di non essere l'ultimo de' suoi ammiratori. Io mi sarei presa più volte la libertà di scrivergli, e aprir col medesimo qualche carteggio. Ma il timore di sembrar troppo ardito presso di lui mi ha trattenuto dal farlo.</p>
<p>Dal mio silenzio non dovete prender motivo di credermi immemore degli amici, e specialmente di voi. I migliori fra gli amici non sono sempre quelli che ogni ordinario vi opprimono di lettere. Il nostro amore non ha bisogno di queste deboli risorse per mantenersi vivo da una parte e dall'altra.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi intanto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Roma è sprovvista di nuove; aspetterò che nascano per comunicarvele.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>42</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Dicembre 1778.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p><foreign lang="lat">Incidimus in mala tempora</foreign>. Finalmente ho penetrato il motivo che ritarda la informazione delle Tratte. Ve lo scrivo, ma non ne fate molto uso. Il sig. Legato ha fatte pressantissime istanze a Roma per ottenere il breve di dispensar le Tratte senza dipendere dalla Camera. Ha sperato di essere esaudito, ma inutilmente. In questo frattempo la Legazione s'è mostrata per non intesa di aver ricevuto un numero non picciolo di memoriali di Tratte <foreign lang="lat">pro informatione</foreign>, ed ecco il motivo per cui, con mia somma maraviglia, non sono mai comparse queste informazioni, venute le quali io aveva un mezzo sicuro per ottenere subito il rescritto. Adesso che il Legato è fuori di speranza di conseguire l'intento s'indurrà a dare le informazioni, e in questo caso io sarò dei primi mediante le premure dell'ab. Migliore e del segretario Toselli, a cui è stato raccomandato l'affare dell'abate Parisi con una lettera scritta da me. Ma vi so dir che il nuovo Legato cercherà tutte le strade per far denari. Egli ne ha di bisogno, e purché trovi il suo utile, poco gl'importerà che il suddito resti di sotto. So che nemmeno i privilegiati hanno potuto godere dei loro diritti.</p>
<p>Ho data commissione al sig. Luigi Finotti di pagare l'informazione quando si farà, onde voi non ve ne dimenticate. Questa si paga uno zecchino.</p>
<p>Il barigello di Roma è stato bandito da tutto lo Stato da questo Governatore, inesorabile in far la giustizia con chiunque. Sono secoli che non si era dato un esempio simile. I suoi delitti non si sanno ancora precisamente, ma si stamperà il suo processo. Un'altra volta vi scriverò qualche cosa spettante a me, e dell'occasione che mi era capitata di andarmene in Inghilterra, occasione la quale sussiste ancora, e ch'io però non abbraccerò mai per qualche motivo cristiano. Vi dirò altre cose.</p>
<closer>Un abbraccio per me ai genitori, al fratello e a tutti di casa. Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Io crederei che poteste azzardare di comprar qualche cosa. Se il Legato comincerà a dar le informazioni, e se gli altri le otterranno, son sicuro che le avremo ancor noi. Nel corso della posta di lunedì venturo aspetto lettera dell'ab. Migliore. Chi sa che non mi dia buone nuove. Per essere informato degli andamenti della Legazione potete intendervela col sig. Luigi Finotti, che è aiutante di segreteria e che è solito a stendere le buone copie per le informazioni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>43</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 Dicembre 1778.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Io sperava di potervi spedire come avevo promesso dentro questo ordinario le Tratte, ma nuovi ostacoli le ritardano fino a tanto che siano passate le feste di Natale. La enorme tardanza di queste informazioni, originate dalla lusinga che aveva il Legato di ottenere il privilegio della dispensa delle Tratte, ha prodotto un terribile ammasso di disordine. Ed ecco come. La provincia della Marca è stata d'un mese e mezzo più sollecita in avanzare le informazioni per i ricorrenti. Il Camerlengo non ha potuto far a meno di segnar le Tratte per tutti quelli che l'avevano avute favorevoli, e il numero di questi è stato grandissimo. Adesso che sono venute quelle di Ferrara dopo che la Marca è rimasta esaurita, nascono i timori che possano i grani abbisognar per lo Stato. Quindi è che il Camerlengo ha avuto ordine da S. Santità di sospendere la segnatura, poiché egli medesimo vuol essere informato di tutto il piano de' suoi Stati. E quantunque pochissimi siano stati i ricorrenti, i quali abbiano ottenute da Ferrara le informazioni favorevoli (pochi fra quelli di Lugo che soli sono stati i contenti, cioè Pignocchi e Telarini, se non sbaglio), nulla di meno nessuno ha per ancora conseguite le cartelle. Intanto le Tratte per il formentone si daranno dopo le feste, come il Camerlengo ha promesso, ma quelle per i grani si sospenderanno tutte. Io ho messe sossopra quante persone ho potuto per ottenere le nostre e quelle del marchese Calcagnini. Si è risposto dal Camarlengo che per quelle di formentone io sarò dei primi sicuramente ad essere soddisfatto, ma che per le seconde egli non può arbitrarsi di cosa alcuna, avendo legate le mani dal Sovrano: ha aggiunto per altro che se si daranno agli altri, si daranno anche a me. Ecco tutto lo stato delle cose e il dettaglio dei danni che nascono dalla maledetta tardanza di queste informazioni.</p>
<p>Siate sicuro che il progetto fattomi di passare in Inghilterra non verrà abbracciato. Io ho promesso di dare una precisa risposta su di ciò alla persona che mi aveva proposto un tale viaggio, e che ora si trova in Napoli per ritornarsene a Roma, e incamminarsi quindi al suo paese. Vedrò pertanto di rompere un impegno, che finora non ha avuta altra esistenza che nella immaginazione di chi mi faceva questa istanza. Ma di ciò vivete sicuro.</p>
<p>L'Arcivescovo di Capua mi vuol bene assai, e si conta per certo che egli debba essere eletto Cardinale nella prima promozione. Se mai mi facesse qualche invito a mettermi con lui, sareste voi lontano dal darmene il permesso? In quanto a me, veramente io non mi sentirei questa voglia. Io non son contento se non vado con qualche Nunzio. La riputazione (permettetemi l'espressione) che mi sono acquistato non mi fa più temere di trovar un nicchio, o presto, o tardi. Un Cardinale assai rispettabile mi diceva l'altro giorno che le persone di abilità si cercano dai signori colla lanterna di Esopo, e che io non avessi fretta di cercare un nicchio ove allogarmi, se non voglio precipitare la mia miglior fortuna. Questi consigli mi sembrano degni di essere abbracciati, tanto più che mi trovo ancora in caso di poter destare in Roma una maggiore opinione di me. Non ci diamo dunque fretta, e voi lasciate che io mi goda ancora per qualche tempo la bella mia libertà.</p>
<p>Se mai mandaste a Ferrara nessun maiale, fatemi il piacere di ordinare che un mezzo di questi si converta in tanti salami per me, e poi lasciate al sig. Clemente o al sig. Giuseppe la cura di mandarmeli.</p>
<p>Ricordatevi di pagare al sig. Luigi le informazioni per le Tratte. Subito poi che io otterrò le medesime (il che avverrà nella futura settimana almeno per quella di formentone), le respingerò al sig. Luigi acciò le faccia segnare dall'E.mo Legato. Onde intendetevela con lui acciò le rimandi subito a voi.</p>
<closer>Vi do le buone feste e v'abbraccio col cuore. Faccio l'istesso coi genitori e con tutti di casa, e sono vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>44</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Gennaio <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>In questo corso di posta non posso informarvi dei nomi di quelli che hanno conseguite le Tratte: ma quand'anche potessi dirvelo, è meglio che ne prendiate pratica dal sig. Luigi Finotti, il quale potrà farlo, essendo necessario che queste Tratte vengano confermate dalla Legazione dopo che si sono ottenute da Roma. Esser vero che molti siano finora restati esclusi, ciò è indubitabile: potrebbe darsi per altro che il Camerlengo le concedesse queste Tratte finora negate.</p>
<p>D. Santoni non mi ha data nessuna commissione, e il vostro sospetto è ingiusto. Caso mai che suo zio si risolva di morire, desidero che il nostro amico trovi nel testamento dello zio degli articoli che lo consolino.</p>
<p>La persona che mi aveva progettato di andarmene in Inghilterra è una persona che certamente voi non conoscerete anche dopo che ve l'avrò detto. Il suo cognome e M. Sherlock irlandese uomo trasportatissimo per ogni sorta di letteratura e specialmente per la poesia, che da cinque anni a questa parte non ha fatto altro che viaggiare per l'Europa. Avendomi egli sentito parecchie volte in Arcadia, mi distinse e mi onorò della sua amicizia e confidenza: ed essendogli sembrato di scoprire in me delle buone disposizioni per riuscir un buon tragico, mostrò desiderio di portarmi in Londra e di avermi compagno de' suoi studi. Per la letteratura degli Italiani è tanto fanatico, che, essendo egli ultimamente passato a Napoli, ha stampato colà un libro sopra la poesia italiana, esponendo non altro nella sua opera che le riflessioni migliori che egli ha potuto raccogliere dai molti discorsi meco fatti e con altri su questo particolare: ma l'opera contuttociò è riuscita un poco stravagante, e doveva riuscir tale ad un irlandese. Mi figuro che voi già siate persuaso ch'egli sia un protestante, e tale è difatti; ma, prescindendo da questa cosa, la quale non gli fa nessun disonore perché ciascheduno ha diritto di pensare e di vivere secondo le massime della religione in cui è nato, nel restante è un uomo d'infinito merito e compitezza, come lo sono molti altri della stessa nazione, coi quali ho occasione di trovarmi qualche volta. Eccovi in chiaro sopra ciò che mi avete chiesto.</p>
<p>Starò aspettando che mio fratello mi mandi il denaro. In proposito delle stampe non dubitate che la cosa non sia per aver un buon esito e del lucro per me. Il libretto sarà dedicato alla marchesa Bevilacqua, la quale me ne dimanda conto ogni ordinario.</p>
<p>Monsignor Spinelli, principe napoletano e governatore di Roma, mi ha regalato ieri l'altro, per alcuni sonetti stampati in di lui lode, un bellissimo cammeo circondato di diamantini, del valore di più di quaranta zecchini. Oltre di ciò mi ha fatte tali interrogazioni sopra la intenzione mia di stabilirmi in Roma, che non me lo fanno credere alieno dal prendermi seco, essendo arrivato a dirmi che, avendo egli beneficato abbastanza il suo presente segretario coll'avergli fatta un'entrata di mille e più scudi, non sarebbe impossibile che egli non se ne disfacesse, e che allora ricevesse me in quella vece. State certo che se egli si determina a liberarsene senza pregiudicargli, siate certo che io vado con lui, poiché egli me ne ha data fede giurata. Vi dirò per altro ch'io prevedo di trovarmi in qualche imbroglio, perché temo di essere richiesto da qualcun altro coll'andar del tempo; il che mi dispiacerebbe.</p>
<p>Non ho più voglia di scrivere perché suonano le sei ore di notte e la posta sta per partire.</p>
<p>Addio. Vostro aff.mo fratello. Un abbraccio ai genitori.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>45</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 del '79.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Saranno tre mesi e più che io vi scrissi una ben lunga lettera, accompagnandola con mille ringraziamenti per l'apologia che mi mandaste al discorso del vescovo Zaguri, se ben mi ricordo del nome, supplicandovi nello stesso tempo di trasmettermene un'altra copia, giacché m'era convenuto privarmi di quella che mi avevate regalata. Vi aveva aggiunto di più molte mie composizioni manoscritte di vario genere, e vi significava la risoluzione presa di stampare una raccoltina scelta delle mie poesie. Sul qual affare dimandava la vostra assistenza, trovandomi costretto di procurarmene la stampa fuori di Roma e dello Stato Pontificio a cagione delle difficoltà che gl'inquisitori mi avrebbero fatte. Questa lettera, per quanto vedo, non vi è giunta alle mani. Io non replicai allora, né dopo, perché fui sopraggiunto da molte briglie, che mi hanno finora impedito di mandar ad effetto le mie prese determinazioni. Ora però che mi trovo alquanto libero, ho ripigliato l'interrotto pensiero, e mi sono risoluto di far imprimere ai torchi di Siena questo mio libretto. Questo consisterà a un dipresso in dodici capitoli di vario stile, toltone il bernesco, in altrettanti sonetti, e sei canzonette, o anacreontiche, e qualche altra cosetta. Metterovvi in fronte un discorso accademico recitato in Arcadia sopra questo argomento: <emph>Il maggior elogio che da Platone far si potesse ai poeti era quello di scacciarli, come ha fatto, dalla sua Repubblica</emph>. Il ragionamento è tutto metafisico e di genere morale dimostrativo.</p>
<p>L'abate Serassi ha passate nelle mie mani le due copie della vostra lettera sopra la versione del Corsetti. Il ceto arcadico ha avuta la sua, e per mezzo mio ne avanza a voi i suoi ringraziamenti <foreign lang="lat">peculiari modo</foreign>. Forse il custode ve ne scriverà qualche cosa. L'altra l'ho riserbata per me e per i miei amici, i quali hanno fatto a gara per leggerla. Essa è scritta con una critica assai fina e delicata, con un gusto, con un sapore e con un vezzo particolarissimo. Quantunque gli effemeridisti romani ne parlassero con tutto il vantaggio quando fu pubblicata questa traduzione, e sia perciò un punto pericoloso il farne presentemente nei loro fogli la censura, nulla di meno io spererei che dovessero annunziare un articoletto da me steso collo spirito di verità e di disinteresse sopra la vostra lettera critica. Ve ne saprò dar conto.</p>
<p>Per compensare con un dono cattivo quel buono che avete voi fatto a me, vi trasmetto sei copie di alcuni miei componimenti che sono stati ultimamente inseriti in un tomo di rime dedicate a Sua Santità. Li troverete per conseguenza tutti seri e lontani dall'essere una lezione d'amore e di galanteria, come l'elegia che vi mandai l'estate passato e l'anacreontica dell'altarino. Un'altra volta, pur che abbia voglia di scrivere, vi manderò qualche cosa di mio genio, o piuttosto aspetterò che sia stampato il <title>Saggio</title> di cui v'ho parlato. Per ora non vi aggiungo altro che un sonetto sopra la ritrattazione di Giustino Febronio, sonetto che l'Inquisizione non mi ha voluto passare per la stampa, e che io vi prego di far inserire, se sarà possibile, in qualche foglio letterario. Eccolo:</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Sei tu, parla, sei tu quel transalpino</l>
<l>Spirto nemico del maggior dei troni,</l>
<l>Che urtasti audace ingegno peregrino</l>
<l>Della sposa di Dio l'alte ragioni?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Dov'è l'arma possente, onde tu doni</l>
<l>Speme altrui di più libero domino,</l>
<l>L'arma che verso i gelidi Trioni</l>
<l>Fe' Roma dubitar del suo destino?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>La gittai, mi risponde, allor che un lampo</l>
<l>Della luce che in volto arde al gran Pio</l>
<l>L'Alpi trascorse e m'atterrò sul campo.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Caddi qual Saulo, e or chiaro alfin vegg'io,</l>
<l>Rotta la benda, che fe' agli occhi inciampo,</l>
<l>Che a Piero non sovrasta altri che Dio.</l></lg></lg>
<p>Nelle stampe che vi mando incontrerete un sonetto che comincia coll'ultimo verso d'un mio capitolo, e che è d'un zoccolante. Se mai vi dispiacesse datene la colpa a questo frate, che lui ha rotta l'anima perché ve lo lasci. Il sonetto in lode di monsignor Spinelli con altri due mi ha fruttato il regalo di un bellissimo cammeo, rappresentante un germanico giovane in pietra di color biondo e delicato, che va a perdersi insensibilmente nel bianco a misura che la testa si scarna, e contornato di brillanti. Che bel mestiere che sarebbe quello del poeta, se i versi fossero tutti e da tutti così rimunerati! Ma in Roma la cosa va al rovescio, ed è un accidente se va bene qualche volta. Forse il dispregio in cui dai Romani per l'ordinario si tengono i poeti procede dall'esser questi troppi di numero, e insieme troppo cattivi di gusto. Qui la poesia generalmente è corrotta, e quelli che vi son nominati per i migliori non scrivono altro che <quote lang="lat">versus inopes rerum nugasque canoras</quote>. Fra le cose che vi mando troverete alcune poesie dell'ab. Godard, il quale è frugoniano per la vita, e che è riputato per uno de' migliori, ed alcune altre dell'ab. Golt, il quale ha in capo la persuasione di essere il primo cigno d'Italia. Forse io m'inganno, ma spero che vi incontrerete del vuoto assai grande, del ridicolo, dell'affettato e del fumo assai odoroso ma niente sostanzioso, quantunque a prima vista giungano qualche volta a destar dell'impressione. Ciò accade perché hanno sul volto una gran quantità di belletto, che da lontano seduce.</p>
<p>La prima volta che io mi presentai all'Arcadia restai sbalordito in udire farsi applauso a certe poesie, che a me sembravano stravaganze ed eresie di Parnaso, e aveva quasi risoluto di non recitare un verso solo del mio, per timore di essere fischiato. Tuttavia, dopo di essermi fatto pregar più d'una volta dal custode, finalmente recitai, e recitai un componimento di un genere di poesia certamente tutta opposta a quella che fino allora mi era toccato di sentire. Parve buona la cosa, perché parve nuova, e chi diceva che io aveva levata a Dante la ruggine (quantunque siano assai poche le terzine di Dante che io leggo), chi voleva che io non avessi mai letto altro che l'Ariosto, e chi più gentilmente giurava che i componimenti che recitavo non potevano essere miei, perché il mio esteriore annunziava molto meno di quel che facevo sentire. Eccoti per ciò mille ciarle per volta, ed eccoti tutta Roma a poco a poco venire all'Arcadia che già era divenuta un deserto dopo lo scisma di Corilla, e popolar di nuovo il Serbatoio per curiosità di sentirmi. Disingannai le imposture, persuasi i più ritrosi, e in poco tempo molti dei più giovani s'invogliarono della mia maniera di comporre. L'ab. Godard però, che era invecchiato nel suo lusso frugoniano seguitò a battere più arrabbiatamente le orme servili del suo inimitabile modello. Io me ne sono stato sempre tranquillo e senza darmi la briga di intorbidare agli altri il fonte a cui bevono, ho continuato a secondare il mio genio recitando componimenti d'ogni stile e d'ogni genere. Un giorno che egli recitò una canzone sopra la malinconia che fece dello strepito, appena ebbe finito il mio rivale che io mi levai in piedi, e colla maggior energia che mi fu possibile incominciai a dire un capitolo sullo stesso argomento. La cosa mi riuscì così bene, che io gettai in disperazione l'antagonista, e da quel giorno in poi mi ha sempre guardato con un occhio il più dispettoso del mondo, ad onta di tutte le più obbliganti maniere con cui io ho sempre procurato di trattarlo. Le nostre gare però saranno finite, perché egli se ne anderà fra poco a Parigi con Cambiasi, che l'ha preso per suo quasi secretario.</p>
<p>Mi avvedo di avervi scritto finora delle freddure. Chi sa che cosa penserete di me dopo questa diceria? chi sa quanto vanaglorioso mi giudicherete? Giudicatemi però come volete, che non importa: basta che vi persuadiate che io vi scrivo queste minchionerie unicamente per trattenermi più lungamente con voi, e compensare in qualche modo il silenzio di tanti mesi. Concludiamo che la poesia è assai corrotta a' nostri giorni, e che il prurito d'essere filosofi, astronomi, matematici, teologi e poeti fa che molti, in vece di assodarsi l'immaginazione, impiastricciano nei loro versi — o vi entri, o no — il metodo geometrico, il prisma newtoniano, la paralassi, il vacuo, la luce, la velocità, il sole, i pianeti, il zenit, il nadir, il diavolo che li porti, e tante altre sciocchezze, che empiono la bocca senza riempiere l'intelletto. In tal modo rendono la poesia un mercato di bagatelle filosofiche, e destano nelle anime sagge ed economiche la nausea e l'aborrimento per tutti questi versi che ammorbano in sì gran numero questo povero stivale d'Europa.</p>
<p>Oh quanto volentieri scriverei qualche lettera lunga sopra questa materia, ma non trovo chi mi stuzzichi la fantasia. Se voi non foste tanto nemico delle bagatelle poetiche, potreste darmene l'impulso onde giustificare il motivo per cui mi fossi preso il fastidio di urtare dentro questo vespaio.</p>
<p>Ma non ho più voglia di scrivere.</p>
<p>State sano, mandatemi le produzioni del vostro invidiabile ingegno e ricordatevi che io vi amo e vi amerò sempre, perché sempre durerà il merito vostro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>46</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 17 Aprile <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Tre ordinari sono vi scrivo una lettera, e vi avviso che la permuta delle Tratte non è ottenibile. Credo che il servitore di casa la porti alla posta, e ieri mattina con mio stupore me la trovo sul tavolino. Egli se la dimenticò, ed eccovi il motivo per cui avete tardato ad aver riscontro sopra quell'affare.</p>
<p>Qui si sente l'incommodo d'una siccità di sei mesi, la quale fa dubitare di pestilenza. Tutte le campagne sono desolate. I grani inariditi, le bestie cascanti di fame, le acque mancanti, e dappertutto le cose mal disposte.</p>
<p>Il Papa non si sa come stia. Chi dice bene, e chi male. Io godo buona salute, ma ho dovuto ancor io farmi alleggerire la vena per buona precauzione. Sono stato tutti questi giorni a Frascati, e l'aria balsamica di quelle deliziose ville mi ha restituito il perduto vigore.</p>
<p>È morta ultimamente la Duchessa di Caserta, sorella del Cardinal Corsini. Questa è stata non picciola disgrazia per me. Io contava in lei una donna molto ben affetta per me. Un mese prima di morire mi aveva data l'incombenza di fare un componimento drammatico da cantarsi per le nozze del Principe di Sermoneta suo figlio colla principessa Albani. Ero sicuro di una buona ricompensa alle mie fatiche già terminate, ed ora non so se il Duca di Caserta, il quale pure avevami data la stessa commissione, non so, dico, se egli avrà ereditato i pensieri della morta sua moglie.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori, e amatemi ché io sono il vostro fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>47</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Maggio 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Guardate quanto è infelice il nostro carteggio. Io vi mando un pacchetto di ms. e questo va smarrito, e cagiona tra l'uno e l'altro un silenzio di qualche mese. Voi mandate a me una lettera gentilissima con alcune stampe, e questa mi vien ritardata due mesi interi, perché sono tre giorni soli che io l'ho ricevuta. Convien dire che la sorte voglia sperimentare la nostra amicizia col metterla in cimento di raffreddarsi per mancanza di lettere che la vadano alimentando. Buon per noi che i nostri animi sono più amici tra di loro di quello che lo siano le nostre penne, e che possiamo azzardare una negligenza scambievole di lettere, senza che l'amor nostro ne resti pregiudicato. <foreign lang="lat">De his hactenus</foreign>.</p>
<p>L'abate Zorzi mi aveva già reso avvertito della vostra disgrazia per la caduta. Il dispiacere che provai allora di una tale notizia mi viene ora emendato dal sentirvi ristabilito. Consolatevi però nella memoria delle vostre calamità, poiché siete in possesso della predilezione di Dio, nel vedere che egli vi ha castigato in quelle parti che saranno forse le meno colpevoli.</p>
<p>L'articolo delle <title>Effemeridi</title> sopra la vostra critica al Corsetti era indegno di voi, perché i signori compilatori me lo mozzarono tutto, né so perché. Nella maniera con cui l'avevo steso io, non si defraudava tanto la vostra lode quanto si fece poi dopo, senza mia intelligenza. V'assicuro ch'io ne ebbi un rincrescimento tale, che io non potei far a meno di farne una qualche doglianza al presidente. Ciò vi basti per non formalizzarvi della scarsa giustizia che si fece ai vostri talenti in quel misero estratto. Per altro io emenderò l'altrui indiscretezza, giacché volete ch'io fregi del vostro nome il mio volumetto. Questo uscirà alla fine di questo mese, dopo molte difficoltà superate. Spererei che non dovesse essere un libro di versi affatto miserabile. L'intitolerò un <title>Saggio di Poesie Italiane</title>, e vi sarà componimento d'ogni stile, anche di drammatico. Parerà difficile che io possa riuscire in questo ultimo genere di poesia. Pure, sappiate che dopo averne fatte le prove, mi son trovato aver fatta una Cantata a tre voci, non indegna d'esser letta. In Roma è stata piaciuta estremamente, e v'è stato di più qualche giudice parziale che non l'ha reputata niente inferiore a quelle di Metastasio. Se non sapessi quanto voi siate prevenuto in favor mio, ne chiederei il vostro giudicio quando vi capiterà nelle mani, ma l'amicizia vi fa travedere. Tuttavolta quantunque io conosca di non meritar tutta la lode di cui voi mi siete liberale, mi lusingo di trovar e approvatori e compratori; e crederei di più di non commettere il primo dei sette peccati capitali se mi compromettessi d'una presta ristampa del mio libro nelle parti della Lombardia. Ma io sono, non volendo, più vanaglorioso del soldato di Plauto.</p>
<p>Non ho ringraziamenti bastanti per la stampa del sonetto contro Febronio. Voi sapete obbligare le persone per tutte le vie. Se la Caminer lo ristamperà nel suo giornale ne avrò piacere.</p>
<p>Veniamo alla vostra satira. Io non sapeva che voi foste sì eccellente in suonar la cetera, o per meglio dire in maneggiare la frusta Venosina. Questo componimento è bellissimo, e sparso di un certo sale latino, di un certo sapore che piace infinitamente. Egli è troppo meritevole d'essere enunciato. Si farà uso di tutta quella prudenza che voi credete necessaria. Spiacemi però che non si debba sapere chi ne sia l'autore. Io l'ho letto e riletto, e lo rileggerò ancora perché veramente lo merita. Le note del sig. Mirdace sono corrispondenti ai versi del signor Dosseno,</p>
<closer>ed io sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Avvisatemi del modo in cui possa farvi giungere il mio canzoniere subito che sarà uscito. Voi non siete scarso di amicizie. Potreste perciò pregar qualche amico per ecc.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>48</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Maggio 1779.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Con mio sommo rincrescimento è venuto a Roma il sig. computista di S. Vitale, e non ho ricevuto il denaro, che mi dicevate avergli consegnato. Forse non sarete stato in tempo di farlo. Vi prego perciò di improntarmi senza indugio una cambiale quando non abbiate altro mezzo. L'avanzamento della mia stampa, che a quest'ora mi costa da trenta scudi, mi fa abbisognare di questo denaro. Io ho un numero non mediocre di associati, ma io non voglio essere importuno col chieder loro la paga prima di consegnar loro il libro, il quale sarà vendibile a cinque paoli la copia, a motivo dei rametti e della carta fina che vi s'impiega. Le copie che faccio tirare sono nel numero di cinquecento, e se la cosa mi anderà bene, come ne sono sicuro (ma con un poco di pazienza), io ci guadagnerò più d'un centinaio di scudi, oltre al regalo che io son certo di avere dalla marchesa Bevilacqua, a cui è dedicato. Se mai qualche mio amico in Fusignano volesse far acquisto del libro, ditegli che prepari i cinque paoli. Diversamente, fuori di una copia unica che io manderò per quelli di casa, nessuno si lusinghi di esserne regalato, se fosse anche nipote del Re di Spagna.</p>
<p>Mandatemi dunque il denaro di cui abbiamo parlato, e subito che potete: altrimenti le stampe restano sospese con mio pregiudizio.</p>
<closer>Un abbraccio per me ai genitori, un saluto al fratello, alla cognata e agli amici, e sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Nelle campagne di Roma si sono già cominciate le mietiture un mese prima del solito degli altri anni, per quanto mi dicono. Tutto ciò a motivo della terribile siccità, che ha disseccate tutte le campagne all'intorno di Roma a segno tale, che molti raccolti non si mieteranno nemmeno perché è maggiore la spesa di quello sia il frutto. Il frumento già si paga fin d'adesso scudi 12 il rubbio.</p>
<p>Nel libro che stampo io metterò il mio nome col patronimico di Ferrarese. Se ciò dispiacesse molto ai Fusignanesi, potrò cambiarlo in quello di Fusignanese, giacché il titolo è l'ultima cosa che si fa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>49</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Giugno <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sono stato dal P. Cellerario. Essendo questo il mese dei pagamenti a cui soccombe il convento di S. Paolo, e trovandosi perciò in carestia somma di denaro, appena ho potuto per grazia avere da lui la somma di scudi 21. Onde vi prego trasmettermi il rimanente in una cambiale, o in qualche altra maniera, e più presto che sia possibile. Le mie stampe sono a buon termine e ne sono molto contento.</p>
<p>Dal medesimo P. Cellerario mi fermai in un discorso di quasi due ore sopra varie materie. Si parlò della tenuta della Mariana, e si mostrò pochissimo soddisfatto del P. Cupis, il quale tende al dispotismo, secondo lui, e non regola bene le cose. Mi ha perciò detto voler aprire immediato carteggio con voi per essere fedelmente informato degli affari tutti della Mariana, perché il P. Cupis quando scrive a Roma sull'entrate di questa, ne scrive sempre in un modo, che pare che questa tenuta non produca altro che della peste, e che siano terreni maledetti dal cielo. Mi ha imposto di salutarvi intanto, e di accennarvi queste sue intenzioni. Egli poi se la intenderà con voi per lettera.</p>
<p>In Roma sono usciti dei bandi severissimi sopra il fieno. È convenuto che il Sovrano obblighi tutte le famiglie che mantengono cavalli, dal principe fino all'avvocato, di privarsi dei cavalli superflui, di modo che adesso ne sono usciti dalla città circa un migliaio e mezzo. Sedicimila carri di fieno abbisognano a Roma ogni anno per il mantenimento dei cavalli, e presentemente non se ne raccoglie da tutte le campagne che ottomila.</p>
<p>La siccità dura tuttavia. Ad onta di questo Roma però è inondata dalle fontane, le acque tutte delle quali unite insieme formerebbero un volume d'acqua sei volte maggiore di quello che porti il nostro canale di Fusignano quando è pieno.</p>
<p>Monsignor Spinelli sta bene ed è fuori di pericolo.</p>
<closer>I miei saluti a tutti di casa, e sono con tutto il cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>50</head>
<opener><salute>Ad ENNIO QUIRINO VISCONTI <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Giugno 1779</add>.</date></opener>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Venne la Morte, e su l'inferme spoglie</l>
<l>Di Fernando la man cruda stendea,</l>
<l>E il Ciel che sempre il meglio si ritoglie,</l>
<l>Verso l'alma gentil si dischiudea:</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Troppo, gridando, di splendor ne coglie</l>
<l>Il Tebro, s'ella resta: e non vedea</l>
<l>Che se volava in sull'empiree soglie</l>
<l>Troppo il Tebro di luce in lei perdea.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Fra il comun pianto e la quercia udita</l>
<l>Rapirla ardir non ebbe, e della stolta</l>
<l>Parca sospese la fatal ferita;</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ché nei primi delitti allor sepolta</l>
<l>Roma sariasi vista, e Astrea sbandita</l>
<l>Tornar sul cielo la seconda volta.</l></lg></lg>
<p>Varianti lezioni, ma cattive:</p>
<lg><l><add resp="ed">v. 4</add> Allo spirto gentil si dischiudea.</l></lg>
<lg><l><add resp="ed">v. 6</add> Il Tebro, s'ei piu resta.</l></lg>
<lg><l><add resp="ed">v. 8</add> Troppo il Tebro di luce in lui perdea.</l></lg>
<lg><l><add resp="ed">v. 10</add> Rapirlo ardir non ebbe.</l></lg>
<p>Quel <hi rend="italic">gridando</hi> non è in bocca della Morte, ma del Cielo a cui si deve riferire essendo più prossimo, piuttosto che alla Morte, la quale è più indietro, e non agisce più in tutto il sonetto. Sicché tutto il sentimento è appoggiato sul <hi rend="italic">Cielo</hi>, il quale per ripigliarsi quest'anima <hi rend="italic">gentile</hi> grida che Roma ne acquista troppo di splendore. Mi pare che Virgilio nel sesto dell'<title>Eneide</title> parlando di Marcello dica una cosa consimile. La riflessione poi che, morendo Mons., il Tebro perdesse troppo di luce, è riflessione del poeta e dell'uomo in genere, il quale per entusiasmo di amore verso Mons. vuol far vedere che il Cielo sarebbe stato ingiusto in privar Roma di questa vita. Esaminato il sentimento sotto questo aspetto, non mi parrebbe che dovesse esser difettoso. Convien per altro dire che sia tale, perché Ella tale lo ha trovato. Desidero perciò che lui additi la maniera di ridurlo, e a tal effetto glielo trascrivo a tergo del foglio. Ho veduto questa mattina alcuni componimenti per la ricuperata salute di Mons. da inserirsi nella raccolta. Oh che peste poetica! Il suo sonetto, se mai lo fa, ci starà male. Io lo compiango dal primo verso fino all'ultimo.</p>
<p>Per rendere meno equivoco il <hi rend="italic">gridando</hi>, mi pare che si potrebbe far così:</p>
<lg type="quartina"><l>Venne la Morte, e mentre sulle spoglie</l>
<l>Di Fernando la man stender volea,</l>
<l>Il Ciel che sempre il meglio si ritoglie</l>
<l>Verso l'alma gentil si dischiudea.</l></lg></div2>
<div2 type="epistola"><head>51</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Giugno 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Eccovi servito. Questa mattina appunto lo stampatore mi ha mandate le correzioni d'una lettera a voi diretta e che precederà alcuni miei componimenti amorosi che io intendo a voi dedicati. Questa lettera viene ad essere nel mezzo della mia raccolta, e verte sopra la poesia erotica, sulla quale io faccio di passaggio alcune riflessioni. È lunghetta, ma è tutta galante, e adattata al soggetto. Per trovare presso il pubblico un qualche pretesto d'indirizzarvi questa lettera, faccio un certo supposto che son sicuro che vi farà ridere. Vi ripeto intanto quello che vi scrissi lo scorso ordinario, che sarà d'uopo che voi mi additiate un mezzo per cui farvi giungere alcune copie di questo mio libretto, il quale non oltrepasserà, cred'io, duecento pagine.</p>
<p>Dimani o posdimani stenderò un articoletto per il vostro discorso satirico. Per verità che a leggerlo la seconda volta è sempre più bello, e sempre più mi piace. Pare impossibile che chi è tanto eccellente nella prosa, debba esserlo ancora nei versi.</p>
<p>Nella lettera passata mi dimenticai di Sherlock. Del resto sappiate che questi è veramente un inglese, e non certamente un Bertòla. Io era suo amico prima della stampa del suo libretto, e molte volte pranzai con lui. Molte volte egli minacciava questa sua operetta; ma io la credevo una celia. Finalmente egli andette a Napoli e là mise fuori il suo <title>Consiglio</title>. Ritornato a Roma, venne a trovarmi, e per quattro volte mi feci negare. Finalmente la convenienza mi obbligò a restituirgli la visita. Mi era proposto di non entrargli in discorso del suo libro per niun modo. Ma, dopo una mezz'ora di parole indifferenti, egli mi costrinse a dirne qualche cosa. Gli dimandai il permesso di dire il mio sentimento, e, a lettere cubitali, gli dissi che egli era una bestia, privo di senso comune, ignorante, superbo e fanatico. Gli dissi che egli aveva giudicato dei poeti italiani senza averli mai capiti e senza averli letti; e mille altre cose simili. In quel momento sopraggiunse l'abate Scarpelli, uomo ridicolo, il quale, per saper pronunciare qualche parola in francese, credesi una testa di sfera superiore. Costui aveva disteso pochi giorni avanti l'elogio del libro di Sherlock nell'<title>Effemeridi</title>. Riscaldato come ero, rivoltai il discorso a questo paladino della letteratura francese, e vi assicuro che gli lavai il muso col miglior sapone che la rabbia poteva somministrarmi. Tuttavia, solo in mezzo a costoro, io doveva temere un qualche insulto, e forse sarebbe andata male, se a sorte non sopraggiungeva un mio amico, il quale venne per dare il buon viaggio a Sherlock. Che volete? La presenza di una quarta persona in mio favore mi animò tanto, che io credo che da orecchio umano non siasi giammai sentita una strapazzatura simile. Furono tante le cose che io dissi, che, fino negli ultimi periodi del nostro congresso e nell'atto stesso di dargli il buon viaggio, io non potei trattenermi dal dirgli queste precise parole: Tutto quello, Signore, che io le ho detto non è altro che il sentimento del core. Acciocché non creda che io abbia scherzato, le ripeto che ella è una bestia in logica, e che le auguro un felice e sollecito ritorno all'Irlanda, perché Roma e l'Italia è stata abbastanza ammorbata dal suo libro pestilenziale, e perché basta che rimanga il suo panegirista a far le sue veci. Ecco il mio piccolo aneddoto sopra il Sherlock.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Sigillata questa lettera, è venuto da me lo stampatore delle <title>Effemeridi </title>, il quale mi ha portato l'estratto che dànno i signori effemeridisti d'un mio componimento drammatico. Questo estratto lo potrete leggere nel num. 25, 19 giugno. I poeti drammatici sono scarsi, e scarsi perciò i drammi. Se dalle vostre parti hanno bisogno gl'impresari d'un dramma nuovo, io mi esibisco ad un onesto prezzo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>52</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Giugno 1779.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Buon per me che da qualche tempo in qua mi sono assuefatto a non inquietarmi così facilmente sulle cose. Del resto la tardanza della spedizione del denaro mi avrebbe fatto dare in una di quelle solite ridicole impazienze che voi sapete. Per tal motivo si sono ritardate nuovamente le mie stampe, le quali sono su gli ultimi fogli. Aspetto però nell'ordinario di lunedì qualche lettera che provveda allo sconcerto.</p>
<p>Io sono stato questi giorni passati, e lo sono ancora, in una crudele perplessità. Mi era stato, un mese fa, da un cavaliere mio amico esibito di andar per gentiluomo con Durazzo ambasciatore di Vienna in Venezia, poiché appunto la persona che ne parlò a me aveva avuta la commissione di trovargli un giovane che fosse a proposito. Accettai il partito, e prima di essere palesato volli che si scrivesse a Durazzo per minuto il carattere, l'indole, gli anni e i costumi della persona che si esibiva. Ne venne risposta che questo tale, che ero io, qualunque fosse, poteva porsi in viaggio per Venezia, che la cosa sarebbe stata conchiusa purché avesse avuti i requisiti descritti. A condizione però di vestir da secolare, e di far compagnia alla signora contessa qualunque ora le piacesse, di andar con lei a spasso, in visite e in tutto, ed essere considerato più come confidente che persona di servizio. La paga poi otto zecchini il mese, e tavola, e casa. Siccome il genere di vita e posto mi pareva che occupasse troppa parte del giorno, senza che io potessi vedervi il campo di attendere un poco allo studio perché tutte le ore del giorno in questo io le trovavo occupate, così feci richiedere qualche libertà, o qualche altra incombenza. Fu risposto che il Sig. Ambasciatore dimandava che la persona esibentesi avesse volontà di rinunciare allo studio, che non si poteva combinare coll'impiego, e volesse piuttosto far uso dell'imparato. Io ho fatto rispondere che non cederei il piacere della compagnia dei morti e della contemplazione della mente per cinquanta zecchini il giorno, e che perciò io non era a proposito. Questa cosa m'ha tuttavia dato un po' dopo qualche dispiacere; ma, pensandoci bene, io son contento di quello che ho fatto.</p>
<p>Vi accludo un foglio dell'<title>Effemeridi</title> di Roma. Questo è un giornale critico, che dà relazione di tutti i libri che escono non solamente in Italia, ma in tutta l'Europa. Nel foglio di ieri diedero l'estratto di una mia poesia drammatica, e ve ne accludo però il giudizio, che è quello del paese. Non vi dispiaccia se ve ne mando una carta sola, perché il resto non vi ha che fare.</p>
<closer>I miei saluti a tutti di casa. In fretta in fretta sulle cinque della notte. Il vostro fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>53</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Giugno 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Aveva risoluto di spedirvi la lettera che ho inserito nel mio <title>Saggio</title> a voi diretta, e vertente sopra la poesia erotica. Essa è già stampata e sta in fronte ad alcuni componimenti amorosi. Ma nel pericolo in cui siamo di perdere il nostro Zorzi io non ho il coraggio di mandarvi delle cose allegre. L'altro giorno io ebbi nuove che egli ha avuto alcuni sbocchi di sangue, i quali l'hanno ridotto agli estremi. Questo accidente mi trafigge l'anima, e ne piango perché io l'amo quanto egli è degno di essere amato, cioè moltissimo. Amico caro, che vi dice il core in queste circostanze? Non ho bisogno di saperlo, perché misuro il vostro dolore dal mio. Consoliamoci l'un l'altro, se è possibile, e se mai il Cielo ce lo invidia, facciamo sapere al mondo l'amor nostro verso un sì tenero amico.</p>
<p>Non potrò spedirvi le copie del mio <title>Saggio</title> per gli alunni del Collegio germanico, perché non sono ancora terminate. Oltre alla lettera che troverete a voi diretta ve ne saranno altre due. Una all'abate Minzoni celebre, e l'altra a mons. Visconti di Roma, giovane dell'età mia, e di talenti maravigliosi ed unici in questa città. In tutte tre queste lettere io do delle sferzate da orbo qua e là sopra i poeti. Son sicuro che molti vi troveranno il proprio carattere: ma io non faccio torto alla verità. Questo è un Nume troppo sacrosanto per me. Se costoro trovano in me quei difetti che io imputo loro, mi restituiscano il pan bollito, che io mi contento. Il pubblico intanto giudicherà, ed io ne starò attendendo la sentenza in santa pace.</p>
<p>Non dubito punto che la vostra epistoletta sopra i poeti del Nadir e del Zenith non debba essere una cosa graziosa. Non avrà altro difetto se non quello di essere diretta a me. Ne sto attendendo con impazienza le copie, tanto più che saranno accompagnate, come mi promettete, da altre vostre cose.</p>
<p>Un articoletto sopra la satiretta di Dosseno è stato raccomandato ad un amico che è solito intendersela coi sigg. Effemeridisti, ma non so quando uscirà. Ordinariamente, bisogna aspettare dei mesi. Non comparisco io medesimo in simili affari, perché uno di questi compilatori delle <title>Effemeridi</title> è un mio nemico terribile. Il nome di costui forse non vi sarà ignoto, perché, ad onta della sua ignoranza superlativa, si è comprato e stampato da sé medesimo il nome di celebre e di chiarissimo sopra tutte le gazzette letterarie. Insomma egli è un certo Amaduzzi.</p>
<p>Uomo più superbo e più insolente di costui non si dà. Si spaccia per filosofo metafisico, per antiquario e altro; e scrive in un italiano che è più inintelligibile del greco. Ultimamente, in casa d'un'amica mia, ebbi quistione con costui sopra le lettere di Zorzi. Siccome egli era amico di Sherlock così ne faceva l'apologia, e parlava delle lettere di Zorzi, che voi sapete quanto sono belle, con quel disprezzo con cui si parlerebbe dell'opera d'un pedante o d'un misero grammaticuccio. Questo niente vi basti per distinguere <foreign lang="lat">ex ungue leonem</foreign>. Ecco il motivo per cui nelle <title>Effemeridi</title> non sono state enunciate queste lettere. Tuttavia mi vien detto che vi deve essere tra poco un certo non so che su questo particolare. Dopo la notizia delle mie inimistà con Amaduzzi voi vi maraviglierete dell'elogio che fanno gli Effemeridisti al mio componimento drammatico; e ne stupisco pure io medesimo. Ho saputo che autrice di quell'articolo è stata una persona, che comanda nel giornale un po' più d'Amaduzzi.</p>
<p>Sono stanco dallo scrivere e convien finire. Amiamoci, o caro Clementino. Siamo giovani ambidue e ambidue di una quasi istessa età. Facciamo che il mondo legga i nostri nomi uniti insieme quanto più spesso si può, e preparatevi ad un progetto che io vi comunicherò quando saranno terminate le mie stampe, che tende a illuminare, se è possibile, l'Italia sopra tanti suoi pregiudizi. L'uno e l'altro di noi, non bisogna dissimularlo, abbiamo del talento e dell'ardire. Dunque facciamone uso.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Mi vien recato in questo momento l'involtino tutto pieno delle vostre merci letterarie. L'angustia del tempo in cui mi trovo non mi lascia campo di leggere altro che il pezzo più piccolo di mole, cioè l'<title>Elogio</title> per Fedrigotti. L'ho scorso volando, e l'ho trovato scritto in istile tutto d'oro. Si vede bene che voi avete tutta l'anima di Cicerone nel corpo. Per altro, noi siamo in contradizione di pensieri. Voi date a monsieur Thomas la lode di chiarissimo, ed io penso ch'ei meriti piuttosto quella di oscurissimo. Se l'eloquenza non è che una convulsione perpetua, se uno stile idropico può adattarsi con delicatezza al panegirico, se le massime, le sentenze, le riflessioni ammassate una sopra l'altra e moltiplicate fino al disgusto possono divenir l'ornamento naturale del discorso, finalmente se la sublimità dello stile dipende dalla gonfiezza delle parole piuttostoché dai sentimenti, certamente m. Thomas deve essere risguardato come il modello degli oratori, e Demostene e Cicerone non sono altro che freddi pedanti. Ritrattatevi dunque della vostra eresia o difendetevi dai miei risentimenti. Non lasciate però di amarmi e di esser memore dell'articolo per il mio libro. Addio. Ferri vi saluta e vi manda un bacio.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>54</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Luglio <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Dal sig. Angelo Manzoni ho ricevuti i dieci zecchini. Le cambiali di S. Vitale sono venute, ma non si potranno esigere altro che in Agosto. Vedete se stavo fresco.</p>
<p>Non solamente sono contento di non aver accettato il partito di cui vi scrissi, ma me ne faccio una gloria. So a un di presso quale sia la catena di uno che debba fare da gentiluomo. Mille volte all'ora avrei maledetta la mia sciocchezza. Oltre di questo mi pare che la coscienza ancora vi debba aver qualche parte.</p>
<p>Se io volessi comprarmi una fortuna accompagnata dall'inquietudini, anche adesso avrei l'occasione di farlo. Monsignor Herzan, Ministro di Vienna, che tra pochi giorni sarà Cardinale, ha bisogno di un segretario italiano. Ne aveva uno poco buono, se volete, ma almeno paziente. Tuttavia il padrone è così strambo, così sofistico, che dalla disperazione se ne è andato. Intanto questo signore si becca il cervello per trovarne un altro. Il Cardinal Boschi mi aveva messa in vista questa occasione di passar le Alpi e andarmene in Tedescheria, giacché questo Herzan partirà per quelle parti dopo ottenuto il cappello; ma lo stesso Cardinal Boschi non ha saputo né voluto prestarmi il suo consiglio. Queste sono seccature le quali mi accadono ogni mese, onde da qui innanzi non ve ne scrivo più.</p>
<closer>Salutatemi tutti di casa e datemi nuove del nipotino e della sua madre. Addio. Vostro fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Il mio libro è a buon termine. Vi saranno delle lettere scritte ad alcune persone celebri d'Italia, ed anche una per Metastasio. Vedrete che mi farà onore, e che questo mi aprirà la strada a quel che cerco. Addio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>55</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Luglio 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>La lettera qui acclusa è del Sig. Giov. Ferri. Questi è mio buon amico e alcuni interessi lo fanno diventar anche vostro, purché non lo crediate indegno della vostra amicizia. Egli ha lette tutte le vostre operette, e le ha gustate sommamente. Ha perciò della stima infinita dei vostri talenti, e, desideroso di aprir carteggio con voi, ha voluto che io ne sia il mediatore. Io lo faccio volentieri, perché egli è un giovane di rarissimo ingegno e, quel che io conto ancora di più italiano e buon difenditore della sua nazione contro i francesi. È stato sedici anni in Parigi, portato colà da un suo zio negli anni più teneri, ha scritti alcuni opuscoletti che io vi trasmetterò a suo tempo, pieni di una critica assai matura e purgata, ed ha intrapresa, dacché è in Italia, un'opera, la quale gli farà molt'onore. In questa egli si è proposto di dare un quadro dello spirito dei più celebri scrittori italiani per vendicarli dalle ridicole censure dei francesi, e far palesi al pubblico tutti i plagi che la Francia ha fatto all'Italia. Per riuscire in questa opera egli ha radunato tutti quei materiali che ha potuto; e siccome conosce che voi siete in caso di potergli somministrare dei lumi, così non ha voluto perder l'occasione di diventarvi amico. Io pretendo di fare a voi un regalo nella persona di questo amabile giovane, e pretendo di farlo a lui, nella vostra. Leggete la sua lettera. È scritta in francese, perché è il linguaggio ch'esso possiede più di tutti.</p>
<p>La vostra <title>Epistola</title> piace sempre più e vi acquista sempre più degli ammiratori. Giacché vedo che voi riuscite così bene in questo genere, io proporrei una cosa, e sarebbe di seguitare a farne delle altre fintantoché avete della materia, e la materia non potrebbe mancarvi, purché prendeste in mano le poesie di Mazza, di Rezzonico ecc. ecc.. Terminate che fossero le mie stampe e un'altra piccola cosetta, io vi andrei rispondendo e, quando ne avessimo unite insieme una sola mezza dozzina, io mi comprometterei di vederne dei buoni effetti. A buon conto tutte le persone di buon senso sono dalla nostra. Si può mostrar dappertutto per Frugoni la stima che esso merita, e si può rivedere il pelo ai suoi ridicoli imitatori, che fanno della poesia un semplice giuoco di parole, come fanno i fanciulli delle noci, quando giocano a castelletto. Siete disposto? Rispondetemi.</p>
<closer>Addio. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>56</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 30 Luglio 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Non parliamo più di lagrime, o mio caro Vannetti. Sono giuste, sono cavate dal fondo del nostro core, ma non ritornano in vita l'amico perduto. Povero Zorzi! Questo nome che mi sonava una volta sì dolce alla memoria, oh quanto si è fatto ora doloroso e funesto per me! Voi non trovate chi vi consoli, voi vi abbandonate al pianto e non potete dimenticarvi di lui: e pure siete meno assai infelice di me. Voi avete perduto l'amico, ma non l'avete conosciuto di vista. Non potete temere che l'immagine sua vi si presenti al pensiero, o almeno fa d'uopo che l'immaginazìone supplisca con un vano fantasma, che tratto non essendo dalle reali sembianze, non può portarvi alla mente altro che scosse languide e passeggiere. Ma io non ho bisogno di far violenza all'immaginativa per averlo presente agli occhi. La sua ombra m'insegue dappertutto, e, allorché sono ritirato nelle mie stanze io lo veggo assiso al mio fianco, se scrivo; io lo veggo sulla sponda del letto, se cerco il riposo. Egli mi guarda, ma egli non parla e questo silenzio mi avvisa che questa appunto è una larva che mi perseguita e che il mio amico, il mio Zorzi non v'è più. Tronchiamo questo discorso. Il passo è troppo delicato e patetico ed il mio cuore è sensibile più del dovere. Questa sensibilità, questa tenerezza non è sempre un favore del cielo, ed io ho adesso troppe ragioni di lamentarmi col cielo di questo dono.</p>
<p>Tutto il mondo applaudirà al vostro elogio per Zorzi. I miei amici ai quali era caro il nome di Zorzi, vi benedicono, e aspettano questo attestato di amicizia e di giustizia per un uomo di tanto merito. Io vi farò eco coi versi, ma forse non sarò a tempo di unirli alla vostra prosa, perché il dovere esige da me che io termini prima una cantata drammatica per la ricuperata salute di mons. Spinelli, e una canzonetta per il Papa. Le ho promesse, e convien mantener la parola. In tutti i casi aggiungerò il capitolo che penso di comporre per l'amico alle risposte delle quali sarò debitore alle vostre epistolette in versi, di cui parleremo un'altra volta.</p>
<p>Giacché volete che vi mandi per la posta il mio libro, invece di trasmettervelo foglio per foglio io penso che sarà cosa meno dispendiosa per voi e per me il mandarlo tutto in corpo. Così adunque farò, e nel venturo ordinario voi l'avrete sicuramente. Troverete che nella lettera a voi diretta io nomino due volte l'amico. Sarebbe stato necessario ch'io avessi ristampato il foglio; ma chi sa che l'amico è morto, verrà in chiaro che io non l'avrei nominato se egli non fosse stato vivo quando scrissi quella lettera.</p>
<p>Molte cose bisognerebbe che io vi scrivessi sopra il mio libro, e di molte bisognerebbe che io vi pregassi. Ma il dolore della perdita del nostro Zorzi non ha ancora rallentato abbastanza. Dunque mi riserberò al venturo ordinario.</p>
<p>Intanto consoliamoci l'un l'altro, e s'accrescano sempre più dall'uno e dall'altro i motivi del nostro amore. Io desidererei che siccome uniti sono i nostri cuori, uniti pure così fossero sempre anche i nostri nomi. Il mondo letterario ci applaudirebbe, e le anime amiche della virtù si compiacerebbero di vedere in noi un esempio di quella vera amicizia, che certi superbi metafisici pensano affatto distrutta al mondo, perché non possono persuadersi che gli altri siano virtuosi quando essi sono così malvagi.</p>
<p>Ferri vi saluta cordialmente, e con esso tutti i miei amici, che hanno già da molto tempo imparato da me a stimarvi e a innamorarsi delle vostre qualità.</p>
<p>Addio. I miei ossequi ai sigg. Baroni e Martini.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>57</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Agosto <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Con questo corso di posta riceverete una copia della mia raccolta. Eccola finalmente nelle vostre mani. Voi troverete nella medesima molti periodi in prosa, che non potranno far a meno di non attizzarmi contro tutta la canaglia di Parnaso. Sono tanto sicuro di questo quanto sono sicuro di morire. Tuttavolta siccome mi pregio di non dire che la verità, così starò attendendo con tranquillità le satire e le bestemmie che si scaglieranno contro di me. Questo però sarà il mio trionfo, e le persone di buon senno che, benché poche, nulla ostante non mancano anche in Roma, mi applaudiranno. Spiacemi solamente che io sono il solo fra questi poeti che abbia il coraggio di opporsi alla corrente impetuosa di uno scrivere diabolico e pestilenziale che inonda l'Arcadia e tutta Roma. Ma non importa. È necessario che qualcuno sia il primo a rompere il ghiaccio, e ad esporsi al pericolo. Molti mi terranno dietro fra non molto. Se voi foste al mio fianco io vorrei mandare a tutti il biglietto di disfida, e sterminarli tutti ad uno ad uno. Anche lontano però voi potete e dovete pigliar le armi in mia difesa. Io non sono Racine, ma pure voi sarete il mio Boileau, e mi sosterrete dall'oppressione dei moderni Cotin e Pradon del Parnaso. Non dubitiate di esser solo. Qualch'uomo di buona lega e di buona critica s'è esibito spontaneamente di farne parlare i giornali, e si dà il carico di una qualche rivoluzione nel regno poetico. Io da voi non voglio tanto, perché sarei indiscreto, e perché l'<title>Elogio</title> del nostro Zorzi vi terrà troppo occupato. Nulladimeno ad onta di queste occupazioni io vi prego di far l'estratto del mio libro, ma ragionato e stringente. Non risparmiate censura ove occorre, ma nel tempo istesso non perdonate alla moderna corrutela. Le mie lettere, quando le leggerete nel libro, vi sapranno dire quale sia la mia intenzione, e quali siano quei punti di lode che possono solleticare il mio amor proprio. Io non mi do vanto sopra nessuno, specialmente dacché voi siete entrato nel Serbatoio delle Muse con versi assai più leggiadri di quelli che soglio io recitare nel Serbatoio d'Arcadia. Ciò non ostante io non crederei di essere peggiore dei Godard e dei Golt. Se non avessi altro merito, ho quello di non essere nel mio stile imitator schiavo di nessuno. Io ho procurato di farmi un impasto che sia tutto di mia giurisdizione, e di non seguire nessun partito. Questa è una vanità che mi è stata inspirata in Roma da tutti quelli che non sono poeti, o almeno da quei pochi che declamano non indarno contro la decadenza della buona poesia. Io ho studiato altresì di variar stile e colore al variare del soggetto, e di non essere sempre monotono. Il capitolo eroico è diverso dal satirico, l'anacreontica è diversa dall'ode e dalla canzone ecc. ecc.. So bene che io non ho alcun merito in questo, ma siccome siamo ridotti ad un tempo in cui le cetre dei poeti non sono armate d'ordinario che d'una sola corda, così mi pare che la mia debba meritare qualche distinzione se ne ha più d'una. Finiamo queste dicerie. Io spero che voi non mi negherete il piacere di stendermi un estratto critico e ragionato per il Giornale della Caminer, e di farne tirare una ventina di copie da spedirmi a suo tempo. So che siete amico di Tiraboschi, onde potrete compiere le vostre grazie col far aggiungere qualche cosa nel Giornale di Modena, che in Roma conta molto. Non mancherà tempo in cui scontarvi questi servigi.</p>
<p>Il sig. Duca di Ceri vi saluta, e con lui tutta l'assemblea. Ognuno vi stima e vi ama, e a quest'ora voi, senza saperlo, avete in Roma tanti ammiratori del vostro merito quanti sono i miei amici, che non sono pochi. Nessuno di questi però si picca di dittatura in poesia, e ognuno saria buon difensore della repubblica poetica, se in Roma vi fosse la libertà di combattere senza pregiudicare gl'interessi propri.</p>
<p>Se non è terminato il vostro <title>Elogio</title> per Zorzi, ricordatevi che io sono stato nel numero de' suoi stretti amici, e che a questo titolo io voglio essere nominato.</p>
<p>Il mio discorso accademico sopra l'esilio dei poeti dalla repubblica di Platone non ha potuto aver luogo nel mio libro, perché non ho avuto né tempo né comodo di ridurlo come io voleva. Sono rimasti pure indietro, con mio sommo rincrescimento, molti componimenti, che mi avriano acquistato alquanto più di riputazione se avessi potuto inserirli.</p>
<p>Vedrete che ho corrette parecchie cose nei Capitoli che tempo fa vi mandai, specialmente nell'<title>Entusiasmo Malenconico</title>. Non vi faccia nausea l'ortografia e l'interpunzione, perché, quantunque io non sia tanto amante delle virgole, nulladimeno è riuscita viziosa parte per colpa mia, parte per colpa altrui. Amatemi, o mio Vannetti, e persuadetevi che se io sono capace di amore, lo sono per voi più che per qualunque altro. Questo è un sentimento dettato dal core.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.<foreign lang="lat">Obsignatis litteris</foreign>, ecco il conte Ondedei mio grande amico e grande ammiratore de' vostri latini, che mi porta una sua leggiadra canzonetta sopra l'Orsa maggiore in occasione di nozze, per le quali sono state scritte altre poesie tutte sopra le stelle polari, e applicate poscia al soggetto. Questo mio amico sottomette al vostro giudizio i suoi versi, e nel medesimo tempo intende di avvezzarvi alla lettura de' suoi cattivi caratteri (sue precise parole) perché possiate leggere un giorno con maggiore speditezza qualche sua lettera. Vi dico per altro che il merito di questo amico nella poesia è un niente in proporzione dello squisito suo gusto per la critica. Non ho tempo di diffondermi sulle lodi del medesimo. Un'altra volta saprete meglio i diritti che egli ha alla vostra stima.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>58</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Agosto 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Già avrete letto il mio <title>Saggio</title>. Gli errori che sono occorsi nella stampa si moltiplicano a misura che lo leggo. Uno grossissimo e poco da avvertirsi per isbaglio di stampa piuttosto che della buona logica del poeta, è quello che sta nella lettera a Visconti ove dicesi <hi rend="italic">ma io vorrei essere Omero piuttosto che Anacreonte, e rinuncierei di buon grado a cento leggiadre cose di quello per avere dieci sole bellezze di questo</hi>, invece di mettere prima il pronome <hi rend="italic">questo</hi> e dopo <hi rend="italic">quello</hi>.</p>
<p>Del rimanente io mi raccomando nuovamente per l'estratto del mio <title>Saggio</title>. Io non ho amicizia con nessun giornalista. Mi premerebbe che quello di Modena ne dicesse qualche parola. Una cosa fra l'altre voglio avvertirvi. I miei critici, quelli cioè che si piccano d'esser filosofi perché sanno qualche termine tecnico, mi dànno la taccia di essere arido e vuoto di filosofia ne' miei componimenti. La ragione si è perché non nomino mai circolo, quadrato, diagonale, prisma, telescopio, iride, cometa, attrazione, vortici, <foreign lang="lat">et cætera</foreign>. Desidero che facciate capire a costoro che essi conoscono poco la filosofia di cui deve far uso un poeta, che Omero è stato il più gran filosofo che sia stato al mondo, e che nulladimeno i suoi versi non fanno tanto strepito. Aristotele pretendeva che le canzonette di Anacreonte fossero più piene di filosofia che tutti i sistemi dei filosofi antichi. Oh quante belle cose si possono dire su questo punto! Voi le sapete, né io voglio usar l'impudenza di ripetervele. Io non so il giudizio che ne daranno i nostri Effemeridisti. Certo è che io non ho supplicato nessuno. So però che i miei amici hanno disteso un articolo assai calzante e che tentano le strade per farlo inserire. Ma difficilmente la spunteranno, perché Amaduzzi e Scarpelli, l'uno e l'altro espositori di qualche frivolo articoletto, e assai potenti per altro nell'affare delle Effemeridi, sicuramente faranno delle opposizioni. In quanto a me io voglio affliggermene poco. Nella risposta che farò alle vostre Epistole darò sfogo alle mie vendette. A proposito delle Epistole, il pensiero di indirizzarle al signor Duca di Ceri non va bene. Come c'entrerò io allora a farne le risposte? Io penso piuttosto che, terminate che siano, si stampino dedicate al suo nome. In tal guisa egli sarà lusingato di più.</p>
<p>Vado leggendo le vostre operette. Il <title>Lazzaretto</title> è una cosa assai graziosa. Io l'ho gustato assaissimo assaissimo. Ferri ha avuto una copia di tutte le vostre cosette. Sentirete da lui il suo giudizio, che è lo stesso che il mio. Ma queste non sono cosette, sono cose. Io vi porto invidia qualche volta. Il vostro criterio è particolare, ed io ne avrei bisogno di qualche porzione. Non entro in dettaglio del restante delle vostre produzioni perché non ho tempo. Rallegratevi per parte mia con madama vostra madre. Io non sapeva di avere in Arcadia una compastorella di tanto valore. Spiacemi che <add resp="ed">siamo</add> lontani una dall'altro e che non possiamo confon<add resp="ed">dere</add> qualche volta tra loro i nostri armenti e cant<add resp="ed">are insie</add>me qualche spiritosa canzonetta. Certo che i past<add resp="ed">ori</add> <add resp="ed">sta</add>rebbero a sentirci per maraviglia, e gli orni e le q<add resp="ed">uercie</add> discenderebbero giù dalle montagne per farci om<add resp="ed">bra</add>. Baciate la mano per me a questa valorosa amica <add resp="ed">delle</add> Muse. Il mondo letterario le è obbligato assai, perché ha messo alla luce, senza l'aiuto delle stampe, un'opera così rara come siete voi.</p>
<p>Mille saluti al sig. Baroni e sig. Martini. Visconti, Ondedei, La—Barthe, ecc., ecc., tutta gente di valore, vi mandano per mezzo mio un saluto distinto. Io poi ve ne mando un milione. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>59</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 24 Agosto <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Non vedo ancora riscontro del mio libro. Chi sa se voi avete coraggio di scrivermi per timore di tradire la vostra sincerità e confessare che il mio saggio di poesie è un saggio di coglionerie. Intanto io vi mando, per non star ozioso, una canzonetta recitata domenica sera al Bosco Parrasio per i voti quinquennali in onore di N. S. Pio Sesto. Dacché sono in Roma io non ho mai detta in Accademia cosa che abbia dettato maggior strepito di questa canzonetta, <add resp="ed">la quale</add> non è la cosa la più insoffribile, eppure fu ste<add resp="ed">sa nel termine</add> di due soli giorni. Un Cardinale ha pensato <add resp="ed">che si</add> debba far copiare in carattere dorato (vedete che pazzia!) e attaccarla con un bottone di metallo tra due laminette di cedro all'erma di Pericle, quando sarà portata in Vaticano. Ma non si farà niente di questo, perché io non darò mai a' miei nemici questa occasione di mettermi in ridicolo. Questa canzonetta si stampa adesso in Roma da due stampatori differenti in due raccolte, e si stamperà forse ancora in Ferrara, perché un mio amico l'ha mandata colà a questo effetto. Io rido del fanatismo, per destar il quale ci vuole così poco. Leggete voi il componimento, e conoscete quanto siano sciocche le menti degli uomini.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>60</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Agosto 1779.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Voi siete stato eletto perito per certi affari dei beni de' Monti Bentivoglio, e non mi scrivete niente. Per altro la cosa dipende da Roma, e voi per tutte le buone cautele potevate rendermi informato di tutto, tanto più che monsignor Soderini, il quale è l'agente principale, non solo è mio padrone, ma stretto amico. Potete credere ch'egli ha avuto piacer sommo di sentire che il perito fosse mio fratello.</p>
<p>Già saprete della lettera che D. Cesare scrisse a Paccheroni sopra di me. Io gli do tutta la ragione se è sollecito di vedermi impiegato, ma per altro la sua fretta sarà la ruina della mia miglior fortuna. Io mi trovo in una città dove s'impara a guardar le cose con una certa superiorità, che agli altri può comparir negligenza ed è anzi prudenza. Io ho incamminati degli impegni per la segreteria del cardinale Herzan, il quale sarà ministro dell'Imperatore e della Corte di Vienna dopo la morte del cardinal Alessandro Albani. Lo è de—Bernis di quella di Francia, ma vi confesso ingenuamente che io ne sono pentito, e prego il Cielo che Herzan, disgustato del disprezzo che io ne feci quando mi fu proposto la prima volta questa segreteria, ricusi la mia persona. Alcuni Cardinali, ai quali ho confidata questa cosa, mi hanno condannato e mi presagiscono un mondo di disturbi, perché Hertzan è una bestia.</p>
<p>Dovreste aver ricevuto il mio libro. Non vorrei che mio padre si disgustasse di alcune cose di galanteria che sono sparse qua e là. Io non ho ancora ottenuto il <foreign lang="lat">pubblicetur</foreign>, perché vi sono alcune difficoltà fratesche. Ma le appianerò.</p>
<p>Domenica sera al Bosco Parrasio si tenne adunanza per i voti quinquennali del Papa. Io recitai una canzonetta, la quale mise furore in tutta l'udienza, finita la quale i Cardinali che erano venuti a sentire l'Accademia in numero di sette, mi chiamarono e si rallegrarono meco di una maniera particolare. Sopra tutti il Cardinale Segretario di Stato, da cui devo portarmi dimattina con una copia ben polita della canzonetta. Ve ne saprò dir l'esito. In questa adunanza pure furono recitate da monsignor Kloz quattordici ottave, le quali fecero strepito grande. Queste ottave gliele ho fatte io dalla prima fino all'ultima sillaba. Molti però hanno fatti dei sospetti, e questi crescono tutto giorno sempre più. Per altro è impossibile che io tradisca in Roma il secreto.</p>
<p>Finiamo queste seccature. Se Francesco della Checca si lascierà vedere dal Cardinal Borghese, egli avrà il pan bollito, e lo farò anche cacciar prigione: basta che io ne parli a monsignor Spinelli.</p>
<p>Ho parlato a Boschi sull'affitto. Egli dice di non aver altrimenti la nota tenuta da affittare, perché questa è già stata finora affittata da Mangelli (se pur non erro nel nome) di Forlì, il quale quest'anno ne rinnova l'affitto. Non mancheranno occasioni di tentar la vostra fortuna. I miei fratelli però saranno sempre in mediocrità a cagione di tante loro fanciullesche cautele.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>61</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Settembre 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Ho io da credere veramente che il mio libro vi piaccia tanto! La vostra lettera è così piena di entusiasmo, che sembra inutile il dubitare della vostra sincerità. Ecco che io comincio a cogliere il frutto della lode quando io posso contar tanto su la vostra. Spiacemi però che eguale alla lode che mi dànno gli amici non sia anche il denaro che ne ritraggo. In Roma appena ho potuto venderne finora una sessantina di copie, perché m'è convenuto regalarne più d'un centinaio. Se non do spaccio al restante delle copie fuori di Roma, io non mi rifaccio delle spese. Basta: converrà che le cacci nella Lombardia, ove pare che molti facciano qualche conto de' miei versi, perché li cercavano fin da quando era io in Ferrara. Io non vi prego di darmi un poco di mano per questo affare, perché non voglio abusarmi della vostra condiscendenza, ma non la rifiuterò se mai me la porgeste.</p>
<p>E così? come va l'<title>Elogio</title> del nostro Zorzi? Io sono impaziente di vederlo, e meco lo sono i nostri amici. Ferri partirà presto per Parigi. Egli vi scriverà di questa sua partenza, se forse non l'ha fatto per ancora.</p>
<p>Oh finché mi ricordo. Nel mio libro v'è un errore così grosso, che sfido tutta la vostra eloquenza a difendermi. Bisognerà che ritrattiate la metà delle vostre lodi. Nella elegia latina <title lang="lat">De Christo nato</title> che è mia e a cui io aveva destinato di aggiungerne alcune altre di diverso argomento (cosa che poi non ho potuto fare per mancanza di tempo e di volontà) in quella elegia v'è una sillaba sbagliata. Eccola: <foreign lang="lat">in tepido deponeretve sinu</foreign>. Un mio amico si è accorto per accidente di questo errore. Fuori di lui nessuno ancora vi ha fatto avvertenza. Onde correggerete così: <foreign lang="lat">Necteret, aut tepido poneret ille sinu</foreign>. Io tengo preparato un fagotto per voi da consegnare al sig. ab. Baroni. Egli ha promesso di mandarlo a prendere, ma non s'è ancor veduto.</p>
<p>Addio, <foreign lang="lat">rerum dulcissime</foreign>. Un saluto per me alla signora Bettina e niente più.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>62</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Settembre <add resp="ed">1779</add>.</date></opener>
<p>Fratello car.mo .</p>
<p>Non ho ancora potuto andare da monsignor Soderini per far valere in vostro vantaggio le notizie che mi date sopra il Sig. Pignocchi. Per altro state sicuro che, se la cosa è fattibile, voi sarete prescelto.</p>
<p>Vi mando il giudizio degli Effemeridisti sopra il mio libro. Quantunque il medesimo sia infinitamente onorifico per me, sappiate per altro che è un nulla in proporzione di quello che ne dicono i giornali di Modena, di Pisa e di Vicenza. Il mio libro viene considerato da quei letterati come il migliore che nel suo genere sia uscito in Italia, in tutto questo secolo, e lo esaltano come originale sì nei versi che nelle prose. Io non ho ancora potuto mandarne delle copie in Lombardia e in Ferrara per esitarle, perché non capitano mai occasioni. A poco alla volta per altro le esiterò tutte. Io posso, o per meglio dire voi potete scrivere al sig. Clemente, che sarà il riscossore del denaro, di consegnarlo a voi, e voi intanto, per farmi un servizio, potreste anticiparmelo, che mi fareste un piacere particolare. Per vostra regola potreste contare almeno sopra un centinaio di copie a quattro paoli l'una.</p>
<p>Ebbi un bizzarro e interessante colloquio col Cardinale Segretario di Stato. Non ve lo scrivo perché è lungo. Vi basti sapere che egli è interessatissimo per impiegarmi, e che ha provato del dispiacere che io mi sia ingolfato nell'impegno con Hertzan.</p>
<p>Se mai volete mandarmi il denaro, mandatelo presto.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.I miei abbracciamcnti ai genitori, al fratello e a tutti di casa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>63</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Settembre 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Voi prendete la cosa con troppo calore. Io ho piacere che facciate l'estratto del mio libro, ma non voglio che la vostra salute, che a me preme più dell'estratto, ne abbia a patire. Laonde abbiate giudizio, e guardatevi dal recarmi un disturbo, col farmi sapere un giorno o l'altro che voi siete ammalato.</p>
<p>All'ab. Baroni ho consegnato un involtino di dieci copie del mio libro, delle quali potrete disporre a vostro talento perché intendo che siano tutte vostre. Se sapessi in qual modo inviarvene una cinquantina di copie da esitare, lo farei. Ma la distanza è sì enorme, che non bisogna nemmeno pensarvi.</p>
<p>Al medesimo ab. Baroni ho consegnato pure una copia del mio libro da lasciare in nome vostro a Tiraboschi nel passare che farà per Modena. L'ho caricato di più con un terzo piccolo involtino per voi contenente dieci copie delle ottave che vi accludo. Esse sono frutto di tre giorni, e non più. La mia canzonetta a Pericle non è ancora liberata dai torchi, onde non posso unirla alle ottave. Se voi voleste porla in sul fine dell'articolo che avete destinato per la Turra, non potrei far altro che ringraziarvene. Ma io non voglio opprimervi. Diavolo! bisognerebbe che voi foste un Centimano. Aspetto con ansietà questo <hi rend="italic">Elogio Zorziano</hi>, di cui farò l'elogio poi io se mi crederete degno di farlo. Il nostro Zorzi oh quanto godrà di vedere che la sua morte ha in certo modo contribuito a renderci più legati in amicizia.</p>
<p>Tornando alle ottave, per saltar di palo in frasca, esse sono fatte per le feste notturne date dal Principe Borghese ai Romani nel suo domestico giardino. La magnificenza di questo spettacolo non si può descrivere. Fate conto cosa deve comparire in un giardino non molto grande rischiarato da quattro mila lumi, parte circondati dentro tanti vasi di vetro da acque di spirito tutte colorate, e parte rinchiusi in tante campane di caffettano d'Inghilterra a vari colori. Aggiungete a questo, due bande di istrumenti, rinfreschi, balli ecc.. Si fa conto che ogni sera il Principe vi abbia avuto trecento zecchini di spesa, senza contare le prime spese che ascendono a migliaia. Io <add resp="ed">ho</add> voluto comporre per capriccio queste ottave su tale soggetto, e le ho fatte stampare segretamente. Non le pubblicherò se prima non sono sicuro che il Principe le possa gradire. Il che ad onta di tutta la sua magnificenza sarà piuttosto difficile.</p>
<p>Il Cardinale che vorrebbe la canzonetta di Pericle appesa al busto del medesimo è Boschi.</p>
<p>Darò questa sera al conte Ondedei la vostra lettera e lo farò giubilare. Sentirete dalla sua risposta cosa saprà suggerirgli la stima ch'egli ha per voi.</p>
<p>I miei saluti ai vostri due amici dottissimi, e i miei rispetti alla egregia compastorella vostra madre. Addio.</p>
<p>P. S.Per intelligenza della quinta ottava bisogna sapere che le cittadine hanno ricusato d'intervenire a queste feste perché non hanno voluto trovarsi mescolate per il recinto del giardino colle artiste e mercantesse, quantunque però anche le principesse non isdegnassero di ballare in compagnia delle medesime.</p>
<p>Dimani leggerò con tutto il piacere la storiella di Rovereto, che sarà bella.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>64</head>
<opener><salute>All'ab. AURELIO BERTÒLA — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Settembre 1779.</date></opener>
<p>Egregio Signor Bertòla.</p>
<p>Io non trovo termini sufficienti per ringraziarla del prezioso dono fattomi del suo Saggio sulla poesia alemanna. Io fui dei più solleciti a provvedermi di questo libro quando fu pubblicato; ma adesso mi diventa più caro, perché mi viene dalle mani stesse del valente traduttore. Acciocché ella comprenda quanto male io sconti le mie obbligazioni, le spedisco alcune ottave uscite di fresco per le feste notturne del Principe Borghese. Non sono degne dell'autore delle <title>Notti Clementine</title>; ma la botte, come suol dirsi, dà di quel vino che ha. Anche il mio <title>Saggio di Poesie</title> non meritava di comparirle davanti; eppure il nostro signor abate Amaduzzi mi assicura del di lei compatimento. Dunque ancora le ottave possono sperare la medesima fortuna, alla quale io vorrei che si aggiungesse anche quella della di lei amicizia.</p>
<closer>Io me ne comprometto dalla somma gentilezza del p. Bertòla; e prendo perciò l'ardire di sottoscrivermi suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Mi è nota la grande amicizia di lei col signor Duca di Belforte. La prego perciò di presentare al medesimo, a nome mio, una copia delle ottave che le trasmetto. So che esso è fabbro valoroso di ottave, e il <title>Cinto di Venere</title> ne è una prova. Io stimo questo signore per gran poeta, e dovrei vergognarmi di fargli leggere una poesia così cattiva come la mia. Ma questa vergogna non mi è venuta nell'atto di mandarla al signor Bertòla: dunque non è dovere che mi venga adesso.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>65</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al marchese</add> <add resp="ed">FRANCESCO ALBERGATI</add> — <add resp="ed">Bologna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Settembre 1779.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Quale scusa addurre, che giustifichi l'ardir che mi prendo d'inviare a V. E. un libro, e quel che è peggio, un libro di poesie cattive? Niun'altra fuorché un consiglio dell'ottimo signore abate La Barthe e il desiderio ch'Ella medesima si compiace di significare in un paragrafo di lettera che troppo mi onora. Io non voglio affaticarmi per farle comprendere quanto sia mal fondata la di lei favorevole prevenzione a riguardo mio. V. E. è in errore, ed io bramerei che sempre restasse nel medesimo. Troppo torna conto l'essere in possesso dell'approvazione di quelli che il mondo venera. Ma il mio libro formerà il suo disinganno. Spero però che se esso non è degno di lei, scrittore leggiadrissimo ed autore di tante belle cose, le somministrerà almeno una qualche prova di quella profonda stima e venerazione colla quale</p>
<closer>sono di V. E. umilissimo e devotissimo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>66</head>
<opener><salute>A GIROLAMO TIRABOSCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Settembre—Ottobre 1779</add>.</date></opener>
<p>Ill.mo sig.re Sig. Padrone col.mo .</p>
<p>I ringraziamenti si debbono a V. S. Ill.ma, che si è degnata di gradire il mio libro, e non a me che mi son preso l'ardire di mandarglielo. Vorrei che i miei versi meritassero le lodi delle quali Ella mi è cortese, ma temo che l'entusiasmo del nostro Vannetti abbia di troppo pregiudicato alla di Lei sincerità col prevenirla tanto in mio vantaggio. Tutta volta non posso far a meno di non compiacermene sommamente, perché mi vengono dal maggior letterato d'Italia, e perché mi assicurano se non altro della di Lei bontà, porgendomi nel medesimo tempo la felice occasione </p>
<closer>di dichiararmi pieno di profondissima stima e rispetto di V. S. Ill.ma umilissimo, obbl.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>67</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Ottobre 1779.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Già vi scrissi l'ordinario passato che il Cardinal Boschi aveva avanzata lettera di raccomandazione a codesto Monsignore di Faenza per mio fratello. Io non so che effetto possa produrre, giacché mi scrivete che in questo affare c'entra anche la persona del sig. Marchese. Ma se mai non si concludesse nulla, quando siate sicuro che la patente di Loreto vaglia, mi porterò io medesimo dal Cardinale Pallavicini a cui sono abbastanza cognito. Per ora bisogna sospendere questo passo, perché sarebbe un offendere la persona del Cardinal Boschi il diffidare della sua raccomandazione. Intanto la lettera che voi mi scriverete fate che sia ostensibile e che metta in chiaro la cosa di non aver voluto codesto tribunale menarvi buona la sudetta patente. Del rimanente poi io non mi maraviglio punto se in Fusignano vi siano delle persone che si compiacciano di questi scompigli. Mi maraviglio bene come si facciano dipendere le ragioni del sig. Vecchi dall'abito. Con questa ragione può autorizzarsi qualunque delitto. Questo è bene un bell'ordine di giustizia, di cui non si acquista idea altro che in Fusignano. Ma spero che le cose piglieranno buona piega. Diversamente io non avrò il timore di fare intendere la voce della ragione anche al sig. Marchese, quantunque mi trovi in Roma. Se si vuol rompere il ghiaccio, rompiamolo. Ma ci resti almeno la consolazione di parlare con libertà, e di far conoscere che il suddito non è un vile, se il padrone è un prepotente.</p>
<p>Monsignor Soderini è in villeggiatura, e non ritornerà che alla fine del mese. Io gli parlerò caldamente per il fratello ma, torno a ripetere, suggeritemi voi l'utile che Monsignore ne possa trarre da una nuova amministrazione. Bisogna pure che esso abbia prima qualche ragione onde poter mutare il ministro.</p>
<closer>Salutate caramente i genitori e amatemi, ché io sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>68</head>
<opener><salute>Al marchese FRANCESCO ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Novembre 1779.</date></opener>
<p>Ritorno questa mattina dalla villeggiatura, e prendo subito la penna per rispondere al gentilissimo foglio di V. E. Il giudizio ch'ella dà de' miei versi e delle prose, oh quanto mi lusinga e mi seduce! Sarei quasi tentato di credermi qualche cosa, se potessi persuadermi che la di lei bontà non vi avesse avuto alcuna parte. Ma io non voglio ricusare le lodi ch'ella mi dà, per non mettere maggiormente in contribuzione la liberalità di chi me le compartisce, e obbligarla a rinnovarmele per complimento.</p>
<p>Può ben credere V. E. che le lettere che sono sparse nel mio libro, non bastonano certamente alla cieca. Io ho avuto di mira qualche corruttore della buona poesia, e mi sarei sicuramente levata la maschera, se Roma fosse meno pericolosa di quello che è. Siamo in tempi di troppa corruttela poetica, caro signor Marchese, ed il Parnaso italiano ritorna alla barbarie del Seicento, se si prosegue di questo passo. Io vorrei poter gridare libertà; ma non si trovano nella repubblica di Apollo i Bruti e i Cassi come in quella di Roma. I miei anni sono troppo deboli, la mia riputazione è troppo piccola, gli aiuti troppo scarsi ed incerti; ed io non ho di grande che il cuore, arma inutile quando non viene maneggiata dalla forza. Intanto starò aspettando che una età più matura mi somministri, con l'aiuto della riflessione, vigore abbastanza da rompere le corna a qualche Vandalo di Parnaso. Mi continui V. E. l'amor suo e la sua padronanza. L' ab. La Barthe le ricorda la sua servitù. Noi ci occupiamo spesso nella piacevole ed utile lettura delle di lei opere, e gareggiamo nel rilevarne le bellezze.</p>
<closer>Sono con tutto l'ossequio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>69</head>
<opener><salute>All'ab. AURELIO BERTÒLA — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Novembre 1779.</date></opener>
<p>E che mi scrivete voi mai, stimatissimo e valoroso mio Bertòla? Io vorrei ben essere meritevole di tutte le lodi delle quali mi siete prodigo; ma sento di non esserlo. I miei anni sono scarsi, e più scarsi sono i miei talenti e le mie cognizioni. Non trovo a mia disposizione altro che un gran coraggio; ma questo non vale, se le forze del core non corrispondono a quelle dello spirito. Io sono lontanissimo dal credermi capace di ristorare l'avvilita poesia d'oggidì; voi siete più atto di me a questa impresa; ma pure, quando si trattasse di liberare la povera repubblica di Apollo dall'altrui tirannia, io sarei dei primi ad impugnare le armi. Basterebbe il trovar qua e là qualche Cassio e qualche Bruto, e poi gridar libertà. Se voi vi sentite disposto ad una congiura, io son pronto.</p>
<p>Pur troppo io sono già stanco di scriver versi sempre su frivoli argomenti. Il componimento tragico è quello che mi piacerebbe più di tutti; ma come appagare l'antica smania che mi divora di scriver tragedie, se non ho mai potuto mettermi finora in calma lo spirito, costretto a perdere i pensieri in cose che nulla hanno a che fare colla poesia? Cento volte ho cominciato, e cento volte ho interrotto il lavoro. Figuratevi, dopo ciò, se io sono in istato di accingermi alla versione della Messiade. A proposito della Messiade: e quando verrà fuori il secondo tomo di poesia alemanna? Sono impaziente di vederlo. Sto pure attendendo con ansietà le vostre campestri poesie. Saranno dolcissime e delicatissime, perché sono del p. Bertòla. Non sono le prime che io ho lette su questo genere scritte da voi. Che innocenza di pensieri, che anatomia dello spirito umano ho trovato nelle medesime! Ma io aspetto di parlarvene diffusamente quando avrò ricevuto il libretto, il quale non avrà forse altra macchia, che quella di far menzione di me, se è vero quel che mi scrivete. Darete all'ornatissimo signor Marchese Belforte l'accluso foglio. Sono alcune strofette mal pensate e mal digerite in risposta al suo grazioso estemporaneo.</p>
<p>Se avete piacere di prendervi spasso qualche volta colla lettura di geroglifici d'Arcadia, vi servirò io. Tengo delle cose preziose, e me ne ricreo quando mi viene il timore di essere un pessimo poeta. Mi servono di un salutare disinganno.</p>
<p>Se volete qualche volta onorarmi di vostre lettere, bandite i complimenti, e imitate l'esempio di un vostro affezionatissimo amico e servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>70</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Novembre 1779.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Io non ho mancato di esporre al Cardinal Boschi le pretensioni e le minacce ridicole di codesto Monsignor Vicario, delle quali mio fratello mi scrive. Facilmente egli rinnoverà le sue premure al Vescovo di Faenza. Ma o si vuole imbarazzarsi in una lite, e allora bisogna metter da parte le raccomandazioni; o si vuole porre la cosa in silenzio, e allora fa d'uopo tollerare l'altrui indiscretezza. Per altro io non solo anderei dal Vicario per far quella qualunque parte di dovere ch'esso pretende, ma altresì per fargli comprendere che ha operato da birbante, e in termini semplici e politi gli direi tutta la mia ragione per mortificarlo. In questo modo mi umilia l'altrui arroganza, senza che nessuno possa imputarvelo a delitto. Ma ci vuole un buon capitale di tranquillità inalterabile e d'intrepidezza.</p>
<p>La prima volta che D. Giovannino mi scriverà, non dubitate che io farò appuntino quello che mi suggerite. Di ciò assicuratene pure il sig. Parroco. Ora parliamo un poco di me.</p>
<p>Vi scrissi tempo fa che probabilmente avrei presto trovato un impiego. Vi ripeto adesso la stessa cosa, e con tutta la mia soddisfazione. Io ho dei secreti che non posso per ora violare; tutto quello che posso dirvi è che voi e tutti di casa sarete contenti di me. Se io avessi voluto procacciarmi un appannaggio sufficiente da vivere senza recar nessun utile alla casa, avrei potuto farlo già molto prima. Ma sarei stato costretto a rinunciare alla mia libertà senza contentare la mia gloria, la quale è divenuta per me un idolo, che esige qualunque sacrificio. Oltre di ciò io ho dei doveri di amore, di gratitudine verso i miei fratelli, che sommamente interessano il mio core. È un anno e mezzo che mi trovo in Roma, ed essi non mi hanno giammai recato un minimo motivo di essere malcontento di loro. Voi mi avete sempre soddisfatto nelle mie dimande, ne' miei bisogni. È dovere dunque che io mi faccia un debito di tutte le vostre premure. Che volete di più? Io voglio, mio caro fratello, non solamente liberare la casa mia da qualunque dispendio, ma voglio anche, nel primo passo che farò, trovarmi in caso di ristorarvi di tutto, e recarvi dell'utile in fin che vivo. Né solamente questo; farò in maniera ancora, che ne venga qualche decoro e qualche lustro alla mia famiglia. Voi ben vedete che tutto questo discorso suppone dei grandi antecedenti, e certamente che io vi direi tutto se potessi, e se non volessi riserbarmi il piacere di abbracciarvi all'improvviso in Fusignano, ed ivi dirvi tutto. Non vi lusingate però che questo debba essere così subito. Ora mai bisogna che io dipenda ancora dalla volontà di qualchedun altro. In qualunque modo io vi prego di lasciar fare a me, e di tener celato tutto quello che io vi scrivo anche a mio padre e a mia madre, ai quali voglio assolutamente aver il contento di fare una sorpresa, prima di abbandonarmi al mio buon destino. Sareste voi forse tanto indiscreto da negarmi questo piacere? Non vi vieto però di farne avvisato il fratello del contenuto misterioso di questa lettera. Dio sa se vi amo tutti e due! Prima di partire da Roma io vorrei pure assicurargli qualche impiego in questo Ministero dei Montisti, e desidererei che egli m'insegnasse la maniera, come gli ho scritto le tante volte. Che che ne debba essere, la mia mancanza da Roma non gli sarà di pregiudizio, perché in qualunque luogo mi trovi, io potrò forse far più colle lettere, che colla presenza. Già mi figuro che egli avrà ricevuta una mia lettera scrittagli da Bassano riguardo al campione Manzieri per ordine di mons. Soderini. Dimani il prelato sarà di ritorno e la prima cosa sarà quella di mostrargli il paragrafo della lettera del fratello spettante al detto campione, sul quale è inutile che il sig. Pignocchi si lusinghi di far i suoi conti, perché non l'avrà nelle mani mai in eterno.</p>
<p>Finora io vi ho parlato da uomo grave; permettete mo' adesso che io vi parli un poco da uomo capriccioso. I capricci sono un capitale di natura in tutti più o meno, ma i poeti ne hanno più di tutti da soddisfare, ed io sono bene in possesso della vostra condiscendenza, perché non dobbiate negarmi di contentare adesso i miei, tanto più che questo sarà l'ultimo incomodo che vi reca vostro fratello. Io preveggo che, allontanandomi da Roma, non sarò forse nel caso di ritornarvi per qualche tempo. Sarebbe bene una cosa assai vergognosa, che io, il quale per mio essenziale dovere dovrò essere enciplopedico nei discorsi e nel luogo in cui un giorno mi troverò, dovessi partire dalla parte più interessante dell'Italia senza aver fatto un viaggetto fino a Napoli. Questo non sarà mai certamente. Abbia piuttosto un po' meno di fretta la sorella di seppellirsi dentro un monastero, ma non sia mai vero che io mi discosti dal luogo ove sono, se prima non ho veduto le maraviglie più grandi dell'arte e della natura, delle quali sono seminate le vie che separano Napoli da Roma. Gli oggetti che ci fecondano la mente di grandi idee, e che ci dànno allo spirito una tinta di sublime e di straordinario, sono quelli che ci vengono presentati dalla natura e dalla imitazione, vale a dire dall'arte. Chi non vede non può essere capace di grandi pensieri, perché è mancante d'idee, e la vista è quel sensorio, che ci arricchisce d'idee più di quello che facciano tutti gli altri quattro insieme. Ma io entro, senza accorgermene, in filosofia, e non m'avvedo che voi siete tanto indulgente quanto sono io filosofo, ed anche più. Alle corte, io voglio fare come fanno le monache prima d'entrare in monastero per fare la vestizione. Sforzatevi per mandarmi una buona somma di denaro, perché io intendo di farmi onore. So che stenterete a trovarlo attese le cattive circostanze, ma voi dovete contentarmi se foste anche costretto a vendere mia cognata. A proposito di cognata, io tengo per essa una bella scatola da regalarle; giacché io non so cosa farmene perché non prendo tabacco. Ricordatevi, vedete, di esser generoso per l'ultima volta, se volete obbligarmi maggiormente, e avvertite che alla fine di questo mese è stabilita la mia gita a Napoli. Io vedo che questa è una specie di strozzatura, ma il chiodo è fisso, e voi sapete la mia ostinazione. Oltre al bisognevole per il mio viaggio e altre spese delle quali è inutile che vi renda conto, bisognerà che io vi dica che ho un debituccio di venti scudi con Arduini da saldare. Gli ho promesso il pagamento a tutto novembre, e non voglio fare una cattiva figura, tanto più che pare che egli tema di qualche forzata dilazione. Orsù finiamo. Ho delle visite di complimento da fare, perché sono solamente due giorni che sono ritornato in Roma, e queste mi premono quasi quanto il viaggio.</p>
<closer>Consolatevi, compiacetemi; o io sarò solamente per metà vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>71</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Novembre 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Le vostre riflessioni al mio sciolto sono giustissime. E come non esserlo quando sono vostre? Io medesimo le ho fatte prima di voi, ma in generale a tutto il componimento, il quale per questa parte è difettosissimo. Sappiate per altro che questo è il primo sciolto che io abbia scritto. Procurerò di correggere il mio difetto quando farò le risposte alla vostra <title>Epistola</title>; forse le farò più presto di quello che io credeva.</p>
<p>Per tenervi <emph>a giorno delle mie dotte produzioni</emph>, eccovi due canzonette, una sopra il culo, e l'altra per la nascita d'una femmina. Per castigarvi, da qui innanzi riempirò di versi tutte le lettere che dovrò scrivervi. Serviranno per aggravarvi la malinconia d'Isera, e non avranno altro merito che quello di darvi poca <emph>suddizione</emph>, caso mai che vi venisse in capo di farne dei migliori.</p>
<p>I vostri versi a Baroni mi piacciono. Quanto è mai disinvolto e felice il pensiero degli ultimi cinque! Questo sì che si chiama sapere imitar Orazio! ed eguagliarlo. È falso che Pazzini abbia dato sfogo alla vostra commissione. Ve ne do avviso per vostra regola, ma per carità sollecitate la spedizione dell'<hi rend="italic">Elogio Zorziano</hi>. Gli amici mi seccano e mi rompono il culo, assai più di quello che m'abbiano fatto l'emorroidi.</p>
<p>Io non ho mai avuta intenzione di andare ad agghiacciarmi nel settentrione. Metastasio merita d'esser veduto, ma egli è vecchio, e la sua compagnia non varrebbe per me la metà della vostra. A proposito di Metastasio, sappiate che da molto tempo egli mi ha scritto. La sua lettera è bella, ma, confesso la verità, le sue lodi sono troppo affettate e sterminate. Il di lui giudizio non mi lusinga per nulla, perché egli ha la viltà di lodar tutto a rotta di collo, come suol dirsi, e in Roma non v'è abatino adultero delle Muse, il quale non sia onorato degli amplissimi elogi di Metastasio. Questo è il maggior difetto di quel gran d'uomo. Oh quanto è migliore e più consolante per me la lettera di Tiraboschi! La lode dei formolari mi stomaca; e mi piace solamente, quando se ne rende ragione. Che te ne pare, amico mio incomparabile? Non ho io ragione?</p>
<p>Per riempire il foglio eccoti un sonetto satirico sopra un certo canonico Turris, dittatore d'una certa accademia degli Aborigeni, che Pizzi chiama la Turdinona. Così appellarsi in Roma il teatro dove recitansi le commedie e le tragedie per il popolaccio transteverino. Questo Turris fu promulgatore di quella satira sopra i <hi rend="italic">Voti quinquennali</hi>, di cui vi scrissi tempo fa, attribuita a Galfo, e in risposta della quale io feci quei due sonetti. Notate lo stile epistolare:</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Pizzi agli Arcadi invitti<note place="inter"><hi rend="italic">Arcadi invitti, Arcadi immortali</hi> sono le solite enfatiche espressioni ab.</note>. Ho alfin saputo,</l>
<l>Dopo aver tutte con prudenza prese</l>
<l>Le mie giuste misure, e coll'aiuto</l>
<l>Del diavolo, che sempre mi difese,</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Che il canonico Turris piemontese,</l>
<l>Quel birbo ignorantaccio asin fotuto,</l>
<l>Il più fino il più tristo Maganzese</l>
<l>Che dentro Roma io m'abbia conosciuto,</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Egli è che ha sparso in tutti li cantoni</l>
<l>Quel sonettaccio fatto contro noi</l>
<l>Da tre o quattro Aborigeni coglioni;</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Onde l'Accademiaccia di que' suoi</l>
<l>Disgraziati poeti Turdinoni</l>
<l>Atterri quella che faceste Voi<note place="inter">Gli Aborigeni avevano recitato pochi giorni prima la loro Accademia per il medesimo soggetto</note>.</l></lg>
<lg type="nc"><l>Or ecco, Arcadi eroi, </l>
<l>Come questo briccon, capo—sbirraglia</l>
<l>Della vile Aborigene canaglia,</l>
<l>S'affatica e travaglia</l>
<l>Machiavellando di far male a me</l>
<l>Per desiderio di far bene a sé.</l>
<l>Ma i versi chi li fe'?</l>
<l>Non so dirvi se Galfo, o pur Casali,</l>
<l>O Nardecchia, o Berardi<note place="inter">Questo furibondo assassino di Parnaso accennato sul fine della mia lettera a Visconti, quello che rifrigge i bisticci dell'Adone, quell'energumeno che attacca le penne di pavone alla coda di un passero. L'autore poi di questo impertinentissimo sonetto è il vostro M.</note> od altri tali</l>
<l>Poetici animali.</l>
<l>Vi basti di sapere in conclusione</l>
<l>Che furon tante birbe buggerone.</l></lg></lg>
<ps><p>P. S.Salutatemi l'abate Baroni, e gli altri.</p>
<p>Mi giunge nuova che le <title>Novelle fiorentine</title> parlino del mio libro. Dimani mo' vedrò un poco di chiarirmene, <add resp="ed">se</add> pure troverò chi abbia queste Effemeridi, il che non è tanto facile, per l'incredibile disprezzo in cui tengono quel foglio i Romani.</p>
<p>Potreste mandare a nome mio una copia del mio <title>Saggio</title> a Bettinelli, e soggiungergli che l'avrei fatto io medesimo, se non mi avesse trattenuto la troppa venerazione che io ho per lui. La mia impertinenza non arriva a tanto con questa sorta di gente.</p>
<p>Prendi un amplesso e vattene a dormire.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>72</head>
<opener><salute>All'ab. AURELIO BERTÒLA — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Dicembre 1779.</date></opener>
<p>Un paragrafo di vostra lettera ad Amaduzzi, nel quale lo avvertite di dirmi che voi mi avete scritto, mi fa sospettare con fondamento, che voi non abbiate ricevuta la mia risposta. Io la diedi subito il giorno dopo ricevuto il vostro foglio, e vi acclusi pure alcune strofe pel signor Duca di Belforte. Ma siccome io non feci bene la soprascritta, non sapendo che fosse necessario l'indirizzarla a Monte Oliveto Maggiore, lunsingato che bastasse la sola direzione a Napoli, così niente più facile che la lettera sia rimasta all'ufficio della Posta. Vi prego di farne ricerca per mia giustificazione e vostra sicurezza.</p>
<p>Ho letto, ho divorato tutte le vostre poesie campestri e marittime. Se è vero che ogni poeta, dipingendo gli altri dipinge sé medesimo, voi dovete essere la più dolce compagnia del mondo. Quella delicatezza, quella innocenza di pensieri, d'immaginazioni, di similitudini, di colori m'incanta e mi seduce. Il Sepolcro campestre, la Malinconia, la Vendemmia, il Modello d'Amore, la State; tutto insomma da capo a piedi il libretto è aureo. Voi avete l'arte di obbligar la natura a somministrarvi dei colori e delle idee dalle cose più minute. In questa guisa si desta la sorpresa e la secreta soddisfazione di trovarvi dentro la verità, quella verità che tanto più t'innamora, quanto più è sparsa di novità. Io v'invidio ancora l'amenità del luogo che voi decantate nei vostri versi. Un soggiorno tranquillo, in cui non s'ascolta altra voce che quella della natura, la quale vi parla per tanti oggetti piacevoli, è il paradiso terrestre dei poeti. Aggiungete a tutto ciò la compagnia di un amico come Belforte.</p>
<p>È molto tempo che io dimando al Signore una simile fortuna, ma le mie preghiere non si esaudiscono. Io mi sento in petto una fame di scriver tragedie, che propriamente mi uccide. Questa è la mia smania, e sono disperato perché ho paura di morire prima di poter comporre una tragedia. Pregate qualche volta i Santi per me, se avete niente di familiarità coi medesimi, acciò mi liberino alquanto dai bisogni che mi circondano, e dalle pestilenze d'Arcadia, ove bisogna perdere qualche volta la riputazione per complimento.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Mi rallegro con voi della nuova carica. Voi meritate tutte le fortune, ma le Muse non meritano che voi minacciate di abbandonarle. Spero per altro che senza scrupolo sarete pronto a violare i vostri voti quando occorrerà.</p>
<p>Secondo P. S. Eccovi un incomodo. Saranno ormai due mesi che io consegnai ad un Religioso Somasco un rotolo di alcune copie del mio Saggio da consegnare al libraro Emmanuele Terres, dal quale furono richieste ad un mio amico. Non so più nuova né dei libri, né del signor Emmanuele. Mi farete voi il piacere di commettere a qualcheduno la briga d'informarsi che cosa sia successo di questo rotolo? I miei ossequi all'incomparibile signor Duca Belforte. Pregatelo ad essere spesso liberale de' suoi versi ad Amaduzzi. Così ne godrò ancor io.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>73</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Dicembre 1779.</date></opener>
<p>Amico di mele e di butiro.</p>
<p>Oh diavolo! Una lettera così corta dopo due settimane di silenzio! La scusa che mi adducete è la più misera che mai si possa immaginare. Come! Il mio libro, un complesso di coglionerie poetiche, vi ha da occupare per tanto tempo e vi ha da togliere il comodo di scriver lettere, di consolare gli amici e di comunicarvi con loro? Eh via, finitela una volta, e abbiate un poco di ribrezzo in far dei commenti a cose che non lo meritano. Voglio bene che l'articolo non debba esser corto, ma spiacemi poi che riesca lungo oltre il dovere. Hanno tutta la ragione di dire che alle vostre lodi bisogna che io faccia la sottrazione. L'articolo di Firenze l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Non v'è pericolo che lo peschi di più. Per quanto sia esso onorifico per me, non basterà mai a giustificare quella falsa opinione che avete concepita di me. Oh che io sono pur piccolo! Amico caro, io t'assicuro che comincio a vergognarmi di aver stampato tanti versi, e vorrei, se potessi, che il mio libro non oltrepassasse le cinquanta pagine. Sono due settimane che non sento più nominar versi. Ho allontanato dal mio tavolino tutti i libri di poesia, e non ho tra le mani altro che Lokche e i suoi discepoli. Oh quanto sono più luminosi e nobili i secreti della metafisica che quelli delle Muse! Oh quanto la contemplazione di se medesimo pasce la nostra mente più che le guerre di Troia e la venuta di Enea in Italia! Insomma non mi parlate mai più di versi; parlatemi di metafisica, fatemi dei problemi, assalitemi coi sillogismi, intronatemi l'orecchio con bestemmiare sulla materia, sulla spiritualità. Ecco le mie novelle passioni. Vi lascio, perché Lokche mi si raccomanda, che io non interrompa le mie meditazioni. Questo sta in mezzo del tavolino. Quelli che lo circondano sono Leibnitzio, Wolfio, Bonnet, Condillac, Elvezio e il <title>Sistema della natura</title>. Senato piccolo, ma composto di galantuomini e di baroni fotuti.</p>
<p>Amami, <foreign lang="lat">o dulcis super mel et favum</foreign>, e credimi sempre tuo amico vero vero.</p>
<p>P. S.Pazzini sarà senza denari, e non mi meraviglio perciò che egli non abbia ancora adempiti i vostri ordini; chi sa che non creda che voi scherziate, o che io sia morto. Ricordatevi l'elogio di Zorzi e l'epistolario. Vi rinnovo le premure mie e degli amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>74</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, il giorno di Natale 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Ricevo in questo punto la vostra lettera, e per fare a modo vostro converrà rispondervi subito e non perder tempo, perché la posta non può tardare molto a partire. Io non pretendo d'invilupparmi affatto nei laberinti della metafisica e dimenticarmi dei freschi boschetti d'Elicona. Dico solamente che le cose della metafisica se sono più abbondanti di spine, sono almeno più odorose e più durevoli che quelle della poesia, e che in conseguenza è vano lo sperare che io rinunci per adesso al piacere di coglierle, finché dura in me quest'orgasmo filosofico, di cui fa d'uopo che io mi approfitti. Lasciatemi dunque correr dietro in pace alle smilze idee che mi tormentano il cervello, lasciatemi impazzire sopra a una materia che gitta la disperazione nell'ingegno degli uomini. Questo è un mar burrascoso ove si naviga senza stelle. Si vede qua e là strisciar spesso qualche lampo, ma questo non lascia la traccia di se stesso. Tutti però credono di vedervi chiaramente le cose ed accade che i più ciechi di tutti sono quelli che si lusingano di veder più di tutti. Chi non dirà, dopo tutto questo, che di poeta io sono diventato uno scettico perfetto?</p>
<p>Quantunque ora io cominci a dubitar di tutto, non dubito però che il vostro articolo sul mio libro, non sia una bella cosa. Sono vogliosissimo di vederlo stampato, e presto.</p>
<p>L'articolo, fiorentino è onorificentissimo, per me; ma sembrami una cosa assai lontana dal mio genere di poetare il predicarmi <emph>emulatore di Pindaro</emph>. V'è tanta differenza tra i miei capitoli e le canzoni di Pindaro, quanta ve n'ha fra l'abito di Alcibiade e quello d'un Domenicano. Pindaro è un signore di garbo, ma io mi sono sempre astenuto dal fargli la scimmia per paura di farmi un abito da Arlecchino, o piuttosto di rubargli tutta la guardaroba per non restar nudo senza camicia.</p>
<p>La vostra canzonetta contiene varie cosette che mi piacciono, e qualche pensiero che mi sembra degno di essere infiorato un tantino più. Quel <hi rend="italic">padre Len</hi>, abbiate pazienza, merita di essere proscritto. Mi sembra un fiume zoppo.</p>
<p>Che debbo io rispondere al gentilissimo sig. Martini? I suoi versi mi onorano più che io non merito assolutamente, e mi mettono nella costernazione di non sapere come accozzargliene una risposta per le rime. Io conosco bene il prezzo delle sue eleganze, e diffido delle mie, specialmente in un tempo in cui sembro esser divenuto ribelle di Parnaso. Chi sa quanto dovrà costarmi un giorno il ritorno alle Muse? Chi sa quanto troverò imbarazzato il sentiero? Nulla ostante dite al sig. Martini che l'abate Zorzi avrà sicuramente, o presto o tardi, le mie nenie, e che i suoi inviti contribuiranno non poco a facilitarmi le lagrime e le tristi immagini sull'ombra dell'estinto amico.</p>
<p>Ricordatevi che è più di un mese che aspetto il vostro libro. Pazzini è un bravo stampatore, ma un pessimo pagatore. Egli si burla di me e di voi con una tranquillità sorprendente. Vedremo che effetto produrranno le vostre querele.</p>
<p>I miei saluti al signor Martini e un bacio a voi sopra l'occhio destro. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>75</head>
<opener><salute>Al marchese FRANCESCO ALBERGATI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 del 1780.</date></opener>
<p>Il mio Pericle adunque è un buon pezzo di poesia? Il giudizio di V. E. fa che io gli pigli un po' più di affezione. Non so però se i due sonetti che le trascriverò sul fine di questa lettera, sapranno riscuotere il solito suo compatimento. Essi riguardano tutti e due le lodi di Pio VI, e sono di diverso carattere tra loro.</p>
<p>Il dramma, di cui le scrissi, è serio ed è mio. So molto bene che i teatri di costà si servono per lo più di opere vecchie; tuttavolta potrebbe essere che se ne accettasse ancora qualcheduna che fosse nuova. Non mi è noto cosa se le facciano pagare codesti drammatici, ma io non mi sentirei di rilasciare un dramma per meno di 50 zecchini. Io non sono Metastasio che li scriveva per 100 doppie l'uno; ma non sono nemmeno un Verazzi, un Roccaforte, o altro simile ciarlatano del Parnaso. Son sicuro che V. E. per sua gentilezza non sdegnerà di tentarne l'esito, posto che sia possibile, onde non rinnovo le mie raccomandazioni.</p>
<p>I miei saluti a Venezia, e specialmente a Ponte Rialto, alle cui vicinanze professo delle somme obbligazioni. Mi onori de' suoi comandi, e si ricordi qualche volta che La Barthe ed io abbiamo bisogno di essere consolati da qualche sua nuova produzione teatrale.</p>
<closer>Sono e sarò sempre con tutta la venerazione <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>76</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 dell'80.</date></opener>
<p>D. Cesare mi offende, e non poco. Non contento di ricorrere al P. Paccheroni per dar pascolo ai suoi sospetti, gli lascia di più l'incombenza di farmi da correttore. Come? Mio fratello vuol far meco dei lamenti, e deve aver difficoltà di scrivermi egli medesimo le sue querele? E quando ho io meritata la sua diffidenza? Su qual fondamento mi crede irragionevole? Sono io forse ancora nell'età dei quindici anni, che mi tratta come i ragazzi? Se egli pensa di aver ragione ne' suoi risentimenti, e perché raccomandarli all'eloquenza di un frate? e se teme che io possa sentirli con qualche disgusto, me ne scema egli forse il dispiacere col parteciparmeli per mezzo d'altri? Se io merito riprensione, me la renderà forse meno amara un delatore, che un fratello? Mi lusingava che egli mi amasse un po' più. Mi sono ingannato, ma sarò memore dell'inganno per non ricadervi. Intanto per non espormi ad un qualche cimento con Paccheroni, perché ho l'animo esacerbatissimo contro di lui, mi sono contentato di lasciar ordine al servitore di casa di dire a lui e a quanti verranno in nome suo, che sono sempre fuori di casa.</p>
<p>Scrivo in questo stesso ordinario di posta una lettera a D. Cesare. Uso con lui una moderazione maggiore di quella che esiga l'affare. Ma la sua maniera di agire verso di me non mi serve di regola, e per quanto il suo contegno mi oltraggi, io non saprò mai dimenticarmi della dipendenza che il caso e la natura gli hanno accordato sopra di me.</p>
<p>E pure chi non avrebbe pensato che quel poco di riputazione e di grido che mi sono acquistato dovesse raddolcire la severità delle sue massime, e recar da lontano qualche diletto e speranza al core de' miei fratelli? Quanto crudele è la mercede e il premio che essi mi rendono con la loro ingiuriosa diffidenza! Questa sola fa perdere tutto il merito a tutti i buoni pensieri che si son presi per me. Non s'aspetti D. Cesare che io gli continui le nuove di ciò che mi succede. Se diventassi anche Papa, lo saprà da tutti fuori che da me. Intanto io vi prego d'un piacere, e si è di mandarmi la nota di tutto il denaro che finora mi avete spedito, cominciando dal giorno della mia partenza, e contandovi pure quello che portai meco. Di tanto vi prego e vi supplico.</p>
<closer>Nello stesso tempo vi abbraccio, e sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Tenetevi caro il Padre Paccheroni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>77</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Marzo 1780.</date></opener>
<p>Sono molte le cose che debbo scrivervi. Cominciamo dalla prima. <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Ferry mi scrive da Parigi una lettera, in cui trovo due paragrafi che riguardano Voi. Ve li trascrivo tali e quali. <quote lang="fre"> «Puis—je, mon cher, me flatter que le C. Vannetti ne m'ait pas entierement oublié? En verité je me croirois bien malheureux s'il falloit renoncer à l'espérance qu'il m'a donnée d'obtenir son amitié. J'ai désiré d'Ãªtre son ami de le premier moment que vous m'en avez parlé. C'est vous qui avez fait naitre ce sentiment, et c'est à vous à le satisfaire. Je lui écrivis de Parme pour lui faire part de mon retour en France, mais j'ignore s'il a reçu ma lettre. Je lui écrivis dernierement pour lui demander son amitié et le prier d'entretenir un commerce de lettres avec moi. J'entrai dans quelques détails sur mon Ouvrages, et lui proposai d'y cooperer»</quote>. Dopo qualche periodo così segue: <quote lang="fre">«J'ai demandé au C. Vannetti les notices de l'Academie de Rovereto, celles de Girolamo Tartarotti, et celles de son père le C. Valerian Vannetti. Nous ajouterons ce qui regarde le fils, et nous pourrons faire son éloge sans le flatter. Quand vous lui écrirez, priez—le de ne me refuser, et de cooperer à un ouvrage trop necessaire pour venger notre Patrie. Le mépris qu'on a ici pour les Italiens ne fait que croitre»</quote>.</p>
<p>Seguita quindi a scrivermi molte cose di Sherlock, e dell'incontro che il suo <title>Consiglio</title> ha ottenuto in Parigi, ove si è ristampato fino al numero di dieci mila copie. Tornando poi alla sua opera circa la maniera di stendere questi articoli critici analitici e istorici sopra gli autori dei quali è d'uopo far menzione, egli mi scrive che bisogna che questi articoli siano corti più che sia possibile, che non offrano niente che non sia interessante. <quote lang="fre">«Les notices historiques de chaque auteur contiendront les époques de leur vie, les anecdotes, les bons mots, et quelques traits de leur caractère. L'idée, ou la notice de leurs ouvrages sera plus étendue, et présentera quelfois de courtes analises. Il foudra y semer des réflexions à fin de donner à l'ouvrage un vernis philosophique, et l'orner de quelques passages des poetes italiens…. Vous n'aurez qu'à prendre les vies deja écrites, et le rédiger avec soin et avec goût. Je n'aurai qu'a les traduire en françois. Je ne prétends pas au reste usurper ce qui ne sera pas mon ouvrage. Je mettrai au bas des articles qu'on m'enverra, le nom des auteurs»</quote>. Scrivete dunque al nostro Ferri, e unitevi con gli amici suoi a dargli quell'aiuto di cui abbisogna. La direzione della lettera è questa: <foreign lang="fre">«Ferry, recommandée au R. Père de Noguès Général des Barnabites, à Paris»</foreign>.</p>
<p>Finalmente ho ricevuto i denari da Pazzini, e quel che più mi consola il vostro Commentario. Non l'ho letto, ma l'ho divorato insieme con tutto l'Epistolario. Dio buono! Se questo non è scriver latino, e qual sarà mai? Egli è bello bellissimo, elegante elegantissimo <foreign lang="lat">a vertice usque ad pedes</foreign>. Non so se potrò far uso di critica nell'estratto per l'Effemeridi. Desidererei però che gli Effemeridisti mi permettessero di essere alquanto diffuso. Altrimenti come dir tutto? Ho cominciato a far la consegna delle copie da voi individuate, e già ho spedita la sua a Visconti, a Serassi, e al Duca di Ceri. Questa mattina stessa esco fuori di casa per portarne una a Taruffi. Un'altra pure l'ho regalata all'abate La Barthe segretario regio in Roma della Corte di Polonia e di Baviera. Questo è mio sommo amico e vostro ammiratore. Se mai vi scrivesse mostratevi inteso di aver io ricevuta da voi medesimo la commissione di regalargli questa copia del vostro libro, perché così di fatti gli ho dato, non so come, ad intendere io stesso. Del resto egli è un bel talento, e un critico eccellente. Spero di esitar presto le 14 copie che mi resteranno. <add resp="ed">In vece</add> di portarne una al cardinal Borghesi, col quale sono in rottura, l'ho portata piuttosto al cardinal Boschi, il quale è ottimo giudice delle eleganze latine.</p>
<p>Attendo questa seconda Epistola. Per mia disgrazia io non ho ancora trovata una settimana libera, in cui abbandonarmi all'amicizia, e rispondervi qualche cosa nel linguaggio di Apollo. Anche adesso sono occupato in un Capitolo per il nostro Minzoni, il quale spopola Roma tutta colla sua eloquenza. Si corre alla chiesa come al teatro e fa d'uopo mettere i soldati alle porte. Nulla ostante egli ha contro un partito terribile, e v'entrano dei Cardinali in mezzo, i quali hanno tentato di pregiudicargli presso il Papa a motivo delle gran verità che fulmina dal pulpito. La carta è piena.</p>
<p lang="lat">Vale et salve et me ama.</p>
<p>P. S.Se la vostra lettera scrittami in data dei 16 Febbraio non mi fosse arrivata solamente ai 4 di Marzo, io avrei potuto dar tutto lo sfogo alla vostra raccomandazione per il sig. abate Lorenzi, tanto più che per questo affare io avrei avuto qualche sicuro canale. Ad onta della tardanza della vostra lettera io avrei nulla ostante cercato di ottenere la richiesta dispensa, ma voi mi avvertite che questa non sarebbe giovata più a nulla, se non fosse giunta prima degli 8 di Marzo, il che era impossibile.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>78</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, il primo di Aprile dell'80.</date></opener>
<p>Rallegratevi meco. Sono stato a fare i Santi Esercizi, e mi sono convertito in <foreign lang="lat">lacrimis et amaritudine</foreign>. In mezzo però ai sacri silenzi del mio ritiro ho avuto qualche congresso colle Muse, non con quelle del Parnaso, ma con quelle del Giordano, vale a dire in termini naturali ho scritto delle Ottave per la Passione da recitarsi in Arcadia. Ve le trasmetto, e ne attendo il vostro giudizio.</p>
<p>Il vostro articoletto sul mio libro è per me onorificentissimo, e non contento di ringraziarne voi che l'avete fatto, vorrei poter ringraziarne anche la signora Bettina Caminer, che l'ha pubblicato. Avvisatemi che indirizzo io debba tenere per scriverle. Voglio aprir carteggio seco lei per aver il commodo di parteciparle, quando mi capita, qualche aneddoto che meriti luogo nel suo giornale. Crederei di non far cosa che fosse di suo dispiacere.</p>
<p>La vostra Epistola a Malfatti è bella, più bella dell'altra scritta a Zorzi, ma men bella di quella scritta a me. Per altro è più condita di belle moralità. Ma discorrendo sul sodo sapete mo' voi che in Parnaso voi cominciate a darmi della gelosia? Io mi lusingava di esservi qualche poco superiore in versi, giacché voi superate me infinitamente in prosa e in tutt'altro: ma corpo d'un diavolo, voi mi fate trasecolare. Se questi vostri versi sono il frutto delle ore disoccupate, che sarà se cominciate a consacrar alle Muse la metà dei vostri pensieri? Oh povero me! oh povera la mia gloria poetica! Concludiamo che voi siete maraviglioso in tutto. Avete tutta la ragione se mi fate da maestro nella seconda vostra Epistola, che sto attendendo con impazienza.</p>
<p>Perché non abbia a patire la vostra modestia nell'estratto del vostro Elogio Zorziano, ho acconsentito che il conte Masi amico sviscerato del nostro defonto, e ottimo conoscitore delle grazie della lingua latina assai più di quello che io non lo sia, ho, dico, acconsentito alle istanze del medesimo per l'estensione di questo articolo, a patto però che io ne sia pienamente soddisfatto non già per la vostra gloria e quella di Zorzi, che l'una e l'altra vi starà bene, ma per alcune mie particolari critiche riflessioni che io penso d'inserirvi. Circa poi al giudizio di questi letterati voi avrete lettera dell'abate La Barthe. Da Visconti no, ché egli è sì pigro, che non iscriverebbe nemmeno alla Santissima Trinità. Quanto egli è nemico dello scrivere, altrettanto è affamato e divoratore nel leggere. Siate certo ch'egli ha lodato il vostro libro più di quel ch'abbia saputo far io. Non so se Taruffi avrà il campo di scrivervi, ma, in poche parole, le vostre eleganze e quelle di Zorzi hanno superato la sua mirabile incontentabilità. Ne ha fatto il paragone con quelle di Zanotti morto.</p>
<p>Il ritratto di Zorzi non rassomiglia per nulla all'originale. Spiacemi di sentire che Malfatti stia di cattivo umore con voi. Forse la perdita di Zorzi lo avrà troppo sconcertato. Diversamente è impossibile ch'egli non vi ami, come prima. E in verità chi non vi amerebbe?</p>
<p>Per molte ragioni e per molti riguardi è convenuto che io lasci a mezza via il mio Capitolo per Minzoni. Gli animi romani sono troppo sconvolti contro di lui. Egli ha il vanto di aver equilibrata tutta Roma in due partiti formidabili, e di aver il più forte e il più numeroso a suo favore. Per altro non può negarsi che la parte favorevole e la contraria non siano ambedue animate da un gran fanatismo. Io che mi credo esente da questo, dico che Minzoni è un ingegno divino, ma non senza i suoi difetti. Questi difetti però indosso a lui pare che perdano la loro qualità, e acquistino una tinta di virtù. In fondo alle Ottave trascrivo un sonetto in lode del medesimo, sonetto che ha concitata <add resp="ed">la</add> bile di tutti i suoi fraticelli nemici, giacché questi formano il corpo più universale de' suoi malevoli.</p>
<closer><foreign lang="lat">Ama me, et vale</foreign>. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Ho mandate sei copie del vostro libro a Faenza, ove troveranno presto il compratore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>79</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 Aprile 1780.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Ch'io torni, o no alla poesia, non importa. La vostra pistola sarà sempre bella. Golt e Godard vi avranno somministrate delle vaghe idee. I loro versi sono la salsa la più saporosa che sparger si possa in un sermoncino cronico. Di Colpani non ho mai letto nulla, ma sarà anch'esso sicuramente qualche appestato di Parnaso, poiché l'avete imbiancato <foreign lang="lat">de eadem fidelia</foreign>. Fortuna per me che godo della vostra amicizia. Senza questo privilegio, che avreste mai fatto de' miei miseri versi? A quelli di Godard la frusta e ai miei il culo. Che sì che allora non vi sarebbero parse tanto belle le mie poetiche coglionerie.</p>
<p>Varie cose, tra quelle che avete notato nelle mie ottave, sono degne di critica; nel rimanente avete torto. Potrete osservar l'uso che farò delle vostre riflessioni, quando vedrete stampati questi versi nel tomo decimoquarto d'Arcadia, che adesso si stampa, dedicato al sig. Duca di Ceri. Quantunque gli autori debbano essere tutti romani, o almeno abitanti in Roma, nulladimeno, se avete qualche cosa da inserirvi, ne potremo lasciar la cura al detto signor Duca.</p>
<p>Masi ha finito l'articolo, il quale si stamperà, cred'io, in due volte, essendo un po' lunghetto. È scritto con sapore di lingua e di critica ancora, ma questa non vi può campeggiar se non che poco. Non me lo ha ancora consegnato netto e pulito, ma dimani o posdimani lo farà, e subito sarà raccomandato all'abate Amaduzzi. Oh diavolo! direte voi. La cosa è strana, ma Amaduzzi sarà quello che ne solleciterà la stampa. Sappiate che sono parecchi mesi che ricevo da lui mille attenzioni, e vi sia noto di più che gli ho da portare una copia del vostro <title>Elogio</title> Zorziano. Nove copie di questo si sono finora vendute; le altre con un po' di pazienza. Scrivetemi come debba rimettervi il denaro. Sono sei giorni che non ho veduto La Barthe, ma egli mi disse che in questo corso di posta sicuramente vi avrebbe scritto.</p>
<p>Fino dai 16 Aprile la licenza per il sig. abate Lorenzi fu spedita.</p>
<closer>Amatemi e credetemi <foreign lang="lat">in omnibus et per omnia</foreign> il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Quando l'articolo delle Effemeridi si stamperà, voi sarete servito di quattro copie del medesimo. Ma vi avviso che l'abate Pessuti, estensore delle medesime, si prende tutti i suoi comodi, e che di più è necessario regalargli una copia del libro, senza del quale non si fa nulla.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>80</head>
<opener><salute>A GIROLAMO TIRABOSCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Maggio 1780.</date></opener>
<p>Chiarissimo Sig. Abate.</p>
<p>Ricevo per mezzo del signor abate Cancellieri dodici copie dell'analisi, che il cav. Vannetti ha fatta del mio libro, e che V. S. Ill.ma non ha sdegnato d'inserire nel suo giornale. Quali ringraziamenti le farò io per tanta bontà? Il mio nome non meritava certamente di comparire in sì accreditato giornale, molto meno di comparirvi con tanta profusione di lodi. Le protesto da uomo onorato, mio veneratissimo sig. abate Tiraboschi, che, a dispetto di tutto quel gran capitale d'amor proprio che mai non manca ai poeti, io non ho potuto non arrossire; tanto più, che a sangue placato, sono stato costretto a ravvisare nel mio libro un numero infinito di cose mediocri e puerili, la stampa delle quali da qualche tempo in qua mi pesa sull'anima. Tant'è vero che chi ha fretta di stampare ha fretta di pentirsi. Scrivo oggi a Vannetti, e invece di ringraziarlo, mi lagno con esso lui. E ne ho tutta la ragione, perché cento volte prima gli scrissi che nell'analisi fosse inesorabile. Bisogna spogliarsi d'ogni onestà e discrezione per compiacersi senza scrupolo di una lode perenne, la quale, dando sospetto di decisa parzialità, fa nascere ancora la tentazione di prendere il libro in mano, e mostrare che il commentatore ha peccato in buona critica col notare soltanto le bellezze e tralasciarne i difetti. A gloria di Vannetti però l'estratto è scritto magistralmente e con infinita eleganza, in grazia della quale V. S. Ill.ma forse gli avrà perdonato la soverchia prolissità, come vorrei ancora che a me si perdonasse la mia fastidiosa delicatezza in grazia della profonda stima e rispetto che mi costituisce</p>
<closer>di V. S. Ill.ma umil.mo obb.mo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>81</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Maggio 1780.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Per cagion vostra ho trovato che dire coll'abate Serassi sul proposito del vostro libro. Questo bilingue idolatra di tutte le merde del Cinquecento e dei periodi che mai non finiscono, non trova cosa che gli piaccia nelle lettere di Zorzi. La sua precisione francese e Alambertiana gli dispiace, e non considera Zorzi che per uomo superficiale. Voi, secondo Serassi, avete malamente spese le vostre fatiche in far l'elogio di uno che vi è infinitamente inferiore. Vedete bene che una razza simile di giudizio meritava quattro parole di risposta. Gli ho dunque cantato ancor io il mio parere, e l'ho terminato con dirgli, o che esso non aveva ben letto le lettere di Zorzi, o che aveva avuta la disgrazia di non capirle. La disputa fu lunga, ed occupò tutto il tempo di una deliziosa passeggiata che facemmo con tutto il corpo degli Accademici Occulti ad un casino di campagna del Duca di Ceri, ove si celebrò con un pranzo sontuoso il primo giorno di Maggio. Ora osservate un poco quanto delicato era l'impegno! L'abate Taruffi, che la mattina aveva meco riletta tutta la terza e la quarta lettera, se non approvava le obbiezioni di Zorzi circa la lingua latina, almeno seppe in lui riconoscere l'uomo grande che le faceva. Non è questa la prima volta che io mi sono letterariamente azzuffato coll'abate Serassi. Il Tasso e l'Ariosto più di una volta ci hanno fatto disputar acremente. Io gli perdono tutte le bestemmie che per il passato ha vomitato contro l'Ariosto che egli non ha mai letto, ma non gli posso perdonare il poco conto che egli fa di un uomo qual era Zorzi, molto meno poi gli perdono il pericolo in cui egli mi ha messo di dir male di voi per vendicare l'amico estinto. Finisco questo aneddoto con dirvi che Taruffi vi saluta, e che vi ama, vi stima e vi loda moltissimo. Non sa persuadersi che la vostra età sia così fresca, e che circa sei anni fa abbiate saputo rintuzzar così bene la tracotanza di Serrano in quel vostro libretto contro Marziale. Se gli manderete una copia della vostra seconda Epistola gli farete una cosa di suo sommo piacere, molto più se accompagnerete il vostro donativo con una breve lettera latina.</p>
<p>Stupisco come non abbiate ricevuta lettera da La Barthe. Egli forse non avrà avuta l'avvertenza di farne la consegna alla posta, o forse ancora non vi ha scritto. Egli non è l'uomo il più disoccupato. Ha sopra le spalle due segreterie che l'ammazzano: quella di Polonia e quella di Baviera.</p>
<p>Dimani, o post dimani consegnerò all'abate Valdambrini trenta paoli ricavati dalla vendita di dieci copie del vostro libro. Il denaro dovrebbe essere di più, ma io metto a vostro conto le legature che è convenuto farvi per presentarle al Duca di Ceri, a Boschi, a Visconti, a Taruffi ecc..</p>
<p>L'altro giorno trovai sul mio tavolino dodici copie dell'Estratto di Modena. Lo divorai subito. Ad onta di un gran capitale di amor proprio che mi predomina, mi sono vergognato delle lodi che mi profondete. Io tralascio che è scritto eccellentemente, e da par vostro: osservo solo che qualche volta voi avete servito alla vostra erudizione più che ai miei versi. Ho notato ancora che in quei medesimi passi de' miei componimenti che voi citate, avete qualche volta soppresso versi che possono meritar della critica. Questo si chiama sacrificare la nuda verità all'amicizia. Caro Vannetti, abbiate pazienza, voi avete tradito l'ufficio di rigoroso censore quale io vi pregai di essere. Gli ultimi periodi del vostro Estratto non bastano per medicare la soverchia profusione delle vostre lodi. Un mese dopo che il mio libro era uscito, la vostra analisi mi sarebbe parsa assai giusta. Allora il fervore delle idee riscaldate da quella vanità che è sì comune ad un autore che stampa, non mi avrebbe permesso di riflettere che il mio libro conteneva delle cose mediocri. Adesso che questo libro mi comparisce quello che è, non posso compiacermi come vorrei di una analisi così parziale. Che dirà Bettinelli? Egli è cieco se non vi biasima. Con tutto ciò voi avete notate delle cose le quali mi sforzano a perdonarvi, e certi passi da voi considerati, della bellezza dei quali io sono sempre stato persuaso, mi tentano quasi di credere che come non vi siete ingannato in questi, non vi siate ingannato neppure nel resto. Per esempio, nel primo Capitolo quel fermento d'idee che mi cagiona la solitudine, quella riflessione <quote>Forse un tempo segnar ecc.</quote> e specialmente quella voltata secca contro di Amore. Così pure quell'<quote>Ah fuggi ah fuggi</quote>. Ma molto più quel riflesso sopra di me nell'atto d'invitare la morte. Dico lo stesso di varie altre cose osservate negli altri capitoli, nei quali per altro avreste potuto esercitare un poco la critica, e con ragione. Nella prima Elegia è vero verissimo che in quei terzetti nei quali risolvo di morire, e mi vo consolando colla memoria delle lodi che mi hanno guadagnato i versi, e dell'ingegno ecc. è verissimo, dico, che in tutto quello squarcio io ebbi di mira le parole di Didone. Nel resto è mero accidente se qualche volta mi combino coi pensieri di Ovidio e Properzio. Assicuratevi che quando l'anima è veramente riscaldata non può né ha bisogno d'improntare gli altrui pensieri. Quanto però non vi sono io obbligato per avermi fatto riflettere che in realtà qualche volta io ho superato il calore di quei sommi poeti! Ma che dico? Io vi sono obbligato di quasi tutta la mia riputazione. Questi sono i vostri demeriti. È egli difficile che io non vi assolva? o per meglio dire sarà egli così facile che io trovi termini corrispondenti per ringraziarvi? Racine, che voi citate in fine dell'estratto, mi ha messo in testa un pensiero che voglio confidarvi. Voi sapete che quel povero galantuomo non avrebbe riscossa in Parigi tutta quella lode e stima che gli era dovuta se l'autorità del gran Boileau non l'avesse sostenuto, e difeso dalle arrabbiate critiche de' suoi nemici. Voi avete tutte le qualità, tutto il carattere di Boileau; Dio voglia che io possa acquistar quello di Racine, giacché per nemici non gliela cedo. Ecco il pensiero che vi diceva. È ridicolo, ma chi sa che un giorno io e voi non ci abbiamo a compiacere di averlo riflettuto? Voi vedrete che non sarà tanto disprezzabile quando vi manderò il Dramma, di cui credo avervi scritto un'altra volta. Vi accludo una lettera che tempo fa ricevetti da Ferri, e che mi sono sempre dimenticato di trasmettervi. In questo stesso corso di posta scrivo alla Caminer e a Tiraboschi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>82</head>
<opener><salute>A MARCANTONIO TALLEONI — Osimo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Maggio 1780.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Padrone Col.mo .</p>
<p>Tocca a me il ringraziare V. S. Ill.ma della buona accoglienza fatta al mio libro, non a Lei il ringraziar me d'averglielo mandato. Non so se il medesimo meriti lode di sorta alcuna, so bene che non merita certamente tutte quelle delle quali Ella mi è così liberale. E non creda mica che io ostenti umiltà unicamente per mettere in maggior contribuzione i suoi elogi. Quello che dico è tutta forza di sentimenti, poiché fa d'uopo ch'io confessi che, se avessi avuto, quando stampai questo libro, le idee alquanto placate, la metà dei componimenti sarebbe rimasta fra la polvere di una oscura cantoniera, donde solo me li avrebbe fatto trarre talvolta il bisogno di riempire l'orecchie di trenta o quaranta persone, che vengono il giovedì in Arcadia a pascersi di poetiche bagatelle. Comunque siasi, io Le sono sommamente obbligato del compatimento ch'Ella accorda a' miei versi.</p>
<p>Il silenzio delle <title>Effemeridi</title> sopra il mio <title>Saggio</title> saria vergognoso, se il medesimo non dipendesse da certi impedimenti, che sembravano volerle rendere vantaggioso questo ritardo con qualche cosa di più massiccio, che una semplice lode de' suoi versi, i quali sono superiori a tutti gli elogi delle <title>Effemeridi</title>. Io li ho letti, e mi sono piaciuti. Per uno, quale mi son io, che dà di naso a tutto, questo è un dir quanto basta. Il sonetto però per l'assedio di Genova, a senso mio, è sufficiente da sé solo a caratterizzare un poeta.</p>
<closer>Desidero che Ella faccia esperimento della mia stima e della mia servitù, giacché l'una e l'altra mi costituisce di V. S. Ill.ma dev.mo obb.mo serv. vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>83</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Maggio 1780.</date></opener>
<p>L'abate Taruffi avendo dato il vostro libro a monsignor Bonamici e a monsignor Stay, l'uno e l'altro hanno desiderato d'averne copia, e all'uno e all'altro io l'ho fatta presentare in nome vostro. Il dono non poteva essere più grato per essi, né più ampie per voi le lodi delle quali essi vi hanno fatto un giusto tributo. Io poi non poteva ricavarne una maggior soddisfazione in veder magnificato il vostro nome. È convenuto dar qualche dilazione alla stampa dell'estratto, perché il conte Masi, non contento del primo suo lavoro, ha voluto rimpastarlo, o per meglio dire storpiarlo. Occuperà tre porzioni di Effemeridi, e sabato venturo, se Amaduzzi non mi canzona, dovrebbe cominciarsi. Egli non ha ancora avuto tempo di leggere del vostro libro altro che il Commentario, quale non sembra che gli sia dispiaciuto. Certamente che ne loda lo stile, ma siccome egli forse aspettavasi la vita di un Neutono, di un Galileo, e non mai quella di un filosofo privato, che non ancora, per così dire, aveva cominciato a sparger la luce de' suoi talenti e del suo ingegno, così, per quanto m'è parso, egli non è persuaso che l'estinto amico nostro meritasse un sì affezionato e splendido lodatore. Questa ridicola albagia di pensare non vi fa ella stomaco? Aspetterò che abbia letto le lettere di Zorzi (cosa che veramente non può fare adesso perché in realtà è occupato nella pubblicazione di un libretto sopra Raffaello Mengs) e allora sentirò fin dove giunga la sua filosofica petulanza. Con Pessuti non ho parlato, né lo conosco. Ma egli è certamente miglior giudice di Amaduzzi.</p>
<p>Non parliam più dell'estratto. Egli a quest'ora mi ha fruttato troppe amarezze. Ha creata l'invidia, le ha poste le armi in mano, ed io ne risento la pena.</p>
<p>Sarò molto contento che il mio Dramma si abbandoni alla censura del signor abate Bettinelli. O io ho la benda sopra gli occhi, o i miei amici mi adulano dal primo fino all'ultimo, o questo dramma è assolutamente qualche cosa di buono. Quello che è certo si è che i miei occhi sono stati fedeli testimoni del pallore che ho sparso sopra più di una gota in leggendolo, e delle lagrime che qualche pietosa donna non ha saputo contenere. Io mi sono studiato di unire in questo componimento due cose insieme, e incatenarle una coll'altra, tenerezza e terrore.</p>
<p>Il vostro Epistolio al signor Todeschi è oraziano da capo a piedi, specialmente nell'ultimo. Quel <quote>pollo che amori e zuffe meditava indarno</quote> mi piace più del torello di Orazio. I primi versi però non mi piacciono un zero, specialmente quella copulazione di verso <quote>e insiem la lode ecc.</quote>.</p>
<p>A Ferri manderò tutto quel che mi segnate nella vostra.</p>
<p>Con Serassi non si è fatta parola della passata controversia. Egli ha poca stima dei filosofi, io ne ho poca dei pedanti: tutti e due però mostriamo di essere amici, ma egli più di me, perché conosce che io non ho per lui il demerito di esser filosofo come il nostro Zorzi. L'abate Taruffi presentemente ha per le mani il suo Prodromo. Egli è innamorato di Zorzi come di Voi, due amori che fanno il suo elogio e quello de' miei amici.</p>
<p>Quando vi scrivo non la finirei mai. Misuro la lunghezza delle mie lettere dell'amor che vi porto: ma questa volta bisogna finire perché ho molto di che occuparmi.</p>
<closer>Addio, <emph>cara e innocente cagione de' miei disturbi letterari</emph>. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Con qual titolo Bettinelli mi chiama secondogenito, o primogenito di Frugoni? Questa è lode, o biasimo? E caso che io sia il secondogenito, chi è questo primogenito? Non vorrei che egli mi battezzasse per Frugoniano: cosa che mi sarebbe di somma mortificazione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>84</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Giugno 1780.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Non vi fate caso se l'Effemeridista anche per questa volta ha differita la stampa dell'articolo sul vostro libro. La colpa è mia, e vi dirò tutto quando nell'ordinario futuro vi spedirò i fogli. Cunich ha fatto un Tetrastico in vostra lode, e lo troverete stampato nelle Effemeridi.</p>
<p>Ho letta e riletta l'Epistola del signor Lagarinio. Sempre più mi confermo in ciò che altre volte vi ho scritto, cioè che questo genere di poesia è fatto per voi. Parmi che sia un bel pezzo di poesia non minore della prima che m'indirizzaste. E voi ben sapete che allora ve ne scrissi mille lodi. Non crediate però che io sia senza scrupoli. Vi ho notati dei piccoli nei, ma non meritano la pena di essere manifestati. Uno solo non ne posso tollerare in alcun modo, ed è quel <quote>« vil volumi »</quote>. <hi rend="italic">Vil</hi> in plurale mi dà una stilettata nell'orecchio, e se vi perdono <quote>«gl'inutil rami»</quote>, è tutto quello che posso perdonare. E perché non far piuttosto <hi rend="italic">«i rei volumi»</hi>? Se io non ho perduto il gusto, assolutamente va meglio così. Correggetelo a penna.</p>
<p>Per ciò che spetta alle note, quasi la metà di queste si poteva omettere. Questa minuta accuratezza di notare perfino i mezzi versi tradotti o imitati da Orazio, Virgilio ecc. è troppo noiosetta (perdonate il termine) e fa un non so quale oltraggio al lettore, cui non bisogna supporre poi tanto indotto. Che se lo fate per delicatezza di coscienza, e per mostrare che restituite a Cesare ciò che è di Cesare, io sarei tentato di assomigliarvi a quella donnicciuola devota, la quale non lascia di tormentare l'orecchio del paziente confessore se prima non l'ha martirizzato colla minuta e lunga storia di tutti i suoi peccatucci. Il resto delle annotazioni era necessario, e fa onore al vostro criterio e al vostro buon gusto, il quale per altro talvolta è un po' caustico. Quei pezzi dell'ode di Klopstock che mettete in ridicolo non sono poi tanto ridicoli. Fintantoché voi state attaccato alle nude parole, non solamente Klopstock, ma Pindaro, Omero, David sono pieni di buffonerie. Una sola pagina dell'Iliade del Salvini basta per giustificare quel ch'io dico. Ogni lingua ha il suo entusiasmo, e quando un traduttore non è pago di trasportare nel suo idioma il sentimento del suo autore, e vestirlo dei colori che gli somministra la sua lingua, ma vuole di più lasciargli in dosso le stesse forme, il traduttore sarà sempre cattivo. Bertòla in questo ha peccato molte volte. Io vorrei ch'egli ed ognun che traduce imitasse Virgilio, Orazio, Properzio, i quali han saputo tradurre sì bene i più bei pezzi di Omero di Pindaro di Callimaco, che li hanno resi propri. Del rimanente se v'internerete nel pensiero di Klopstock, e lo sbarazzerete dell'involucro di una frase che in italiano mal suona, e in tedesco suonerà benissimo, se voi in somma v'appiglierete al midollo dell'immagine, lungi dal trovarla difettosa e stravagante, voi ci troverete dentro un certo patetico che vi riempie di piacere. Io per me, quando leggo questi poeti mi dimentico sempre delle parole e della stravaganza medesima che li accompagna, e procuro di adattarmi io alla loro intenzione, al loro pensiero, senza aspettare che essi si adattino alla mia intelligenza. Per esempio sentite come Shakespeare descrive il nascere del sole. <quote>Il mattino dall'occhio grigio sorride sulla torva notte ricamando le nubi orientali con liste di luce, e l'oscurità pezzata si ritira brancolando come un ubbriaco davanti ai passi del giorno e alle rote ardenti di Titano</quote>. Questo quadro stravagante non è egli pieno di tinte delicatissime e parlanti? Quell'<hi rend="italic">occhio grigio</hi> non vi presenta egli subito l'immagine di un crepuscolo che manca? quel <hi rend="italic">sorride</hi> non è egli pieno della soavità di Teocrito? quel <hi rend="italic">ricamo di liste di luce</hi> non vi dice quanto basta per cavarne fuori una bellezza originale, purché vi assista un poco di buon gusto? e sopra tutto quell'<hi rend="italic">oscurità pezzata</hi> non è ella un'immagine piena di verità ed evidenza, perché rappresenta appunto quell'interrompimento di luce e di tenebre che risulta dalle rupi dalle valli dai boschi? finalmente che ve ne pare di quel <hi rend="italic">brancolando?</hi> io per me dico che è mirabile. Eppure, se stiamo alle nude parole, v'ha cosa più ridicola di questa descrizione? Sono d'accordo con voi e con Bettinelli che la maggior parte dei nostri poeti, sedotta dalla novità transalpina, è insoffribile; v'accordo ancora che gli esemplari tedeschi, inglesi, francesi sono la fonte di tanta corruttela. Ma bisogna che anche voi mi accordiate che il gregge di questi nostri poeti intedescati, infranciosati è un gregge di talenti mediocri e puerili. Dov'è quel buon poeta che, meditando questi medesimi esemplari, cada nelle debolezze di costoro? Il morbo adunque da cui l'Italia è inondata è colpa dei nostri poeti, e non dei tedeschi. Essi fanno uso di tutta la energia della loro lingua, co
terminerò le mie riflessioni sopra questo particolare, e principalmente sopra la riflessione che fa Klopstock in proposito di quella <emph> polvere</emph>.</p>
<p>Vi accludo alcune osservazioni che mi nacquero in mente l'altro giorno sulla poesia lirica. Probabilmente dovrò servirmene. Desidero che le esaminiate, e che vi mettiate un poco le mani dentro se vi resta un momento di tempo libero, e le amplifichiate, giacché io fui costretto dall'angustia del tempo a non usar tutta la precisione. Vedrete che hanno bisogno di ornamento.</p>
<closer>Amatemi e credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Mandatemi pure una copia, anzi molte copie dell'epistola per Taruffi e per altri miei amici. Fa onore a voi e a me, e l'uno e l'altro deve aver caro che si pubblichi. Taruffi è fuori di Roma, ma presto tornerà. Assicuratevi che riceverete da lui e ringraziamenti e congratulazioni.</p>
<p>Nell'atto di sigillare questi fogli, ecco una vostra lettera. Capperi! La signora contessa Roberti <emph>mi ama quasi al paro di voi?</emph> Oh questo è un cordiale che veramente m'imparadisa tutta l'anima. Se è così, commetto dunque subito una infedeltà: tralascio di amar voi per amar lei. Mi contento però che l'amicizia vi sia trasmutata nella carica di mezzano. Sarete il confidente de' miei novelli amori, e l'interprete, e l'ambasciatore. Lasciando le burle, se scrivete a questa amabile e celebre letterata, significatele il mio rispetto, la mia stima pe' suoi talenti, e ditele che io ho gran timore che la lettura del mio libro non la guarisca dalla seduzione, che ha in lei causato il vostro estratto.</p>
<p>Scrivetemi <foreign lang="lat">quommodo</foreign> io debba spedirvi il mio dramma. Per la posta non è cosa da farsi.</p>
<p>È uscito ultimamente un dramma intitolato il <title>Socrate</title> dell'abate Galfo. Dacché si fanno versi non s'è mai sentita cosa più ereticale. Eppure il povero monsignor Visconti è stato costretto, per certi riguardi crudeli, a farne l'approvazione e lodarlo. Golt ha fatto lo stesso, ma con questa differenza che Visconti va gridando per Roma di aver fatta una corbelleria, e Golt è impegnato a difendere che il dramma merita ogni lode. Sentite brevemente l'epilogo della prima scena che è tra Melito sacerdote (ammogliato) ed amante di Argene, figlia di Lachete arconte d'Atene, e scolara di Socrate.</p>
<quote rend="block"><sp><speaker>Mel.</speaker><p>Bella Argene, siam soli.</p></sp>
<sp><speaker>Arg.</speaker><p>E ben!</p></sp>
<sp><speaker>Mel.</speaker><p>Lascia che io ti baci la mano.</p></sp>
<sp><speaker>Arg.</speaker><p>Tu vaneggi.</p>
<p>A te conviene quell'atto riverente che irragionevolmente offri ad Argene.</p></sp>
<sp><speaker>Mel.</speaker><p>Io non posso far a meno di amarti. Tu meriti l'amor mio perché sei figliuola dell'arconte. Sei una Venere, sei una Pallade, e quando ti vedo mi dimentico di esser sacerdote, e ovunque sei son teco, che sempre a me presente nella mia mente e nel mio cor ti reco.</p></sp>
<sp><speaker>Arg.</speaker><p>(Numi, che sento!)</p></sp>
<sp><speaker>Mel.</speaker><p>Forse ragione non consiglia ad amar?</p>
<p>Ha amato Ercole, Teseo ecc. e quella Dea che ora splende fra gli astri, quando fra noi vivea…</p></sp>
<sp><speaker>Arg.</speaker><p>Taci, che tutta L'istoria io so di quella donna impura.</p></sp>
<sp><speaker>Mel.</speaker><p>Venere impura appelli? Ecco quai son le arcane le divine Socratiche dottrine.</p></sp>
<sp><speaker>Arg.</speaker><p>Misero te se mentre all'uom filosofia co' suoi bei rai il chiaro dì conduce Pari al notturno augello odii la luce</p></sp></quote>
<p>(Nel manoscritto dicea — in vece di <hi rend="italic">pari al notturno augello — umano pipistrello</hi>).</p>
<quote rend="block"><sp><p>Io non approvo taluni che vorrebber le donne all'uom comuni.</p>
<p>Menippe che è tua moglie deve soddisfare la tua voglia impura, e se ancora sei tanto ingordo che non ti basti la moglie, va da colei che lusinghiera in viso vende pubblicamente i vezzi il riso. </p></sp></quote>
<p>Non vi do la pena di tirar innanzi l'estratto, perché questa sola mezza scena che è, come dico, la prima, basta per giudicare del resto con sicurezza. Eppure scommetto che Galfo troverà il modo d'inserirne l'elogio nelle Effemeridi.</p>
<p>Vi raccomando le riflessioni sopra la lirica. Se non basta che io abbia aggiunto all'ode un terzo genere, aggiungetevene anche un quarto e un quinto. In materie di critica voi mi state innanzi di molto, e perciò non avete bisogno di suggerimento. Vi prego solo a non proibirmi la lettura degli oltramontani, da' quali ritraggo un infinito vantaggio, senza che l'amore che io loro porto mi faccia chiuder gli occhi per non ravvisarne i difetti, i quali sono innumerevoli, ma compensati da altrettante bellezze poetiche, di una specie assolutamente poco cognita agli Italiani.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>85</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ELISABETTA CAMINER—TURRA</add> — <add resp="ed">lsqb;Vicenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 di Giugno 1780.</date></opener>
<p>E qual piacere è il vostro, Madama, di cimentare la mia sofferenza con tante ingiurie? Dunque io perché sono Poeta (almeno lo dicono) non posso esser più un uom dabbene? dunque sono un vivente di razza pericolosa, malvagia e screditata, e in prova di tutto ciò mi citate Platone? Non mi aveste mai ricordato questo Filosofo, né la sua Repubblica, né l'esiglio dei Poeti dalla medesima! Voi vi siete mal appoggiata sicuramente e siete in errore se vi lusingate che per dar credito alle vostre spiritose maldicenze basti por loro in fronte il nome di Platone. Avete voi bene ponderate le ragioni per cui egli ci condanna? Vi siete voi data la pena di riflettere, che al termine generico di esiglio non sempre va congiunta una idea di biasimo e d'infamia? che, cangiate le cause e le circostanze, questo motto può trarsi dietro un'idea affatto contraria, e che onorifico in Atene fu l'esiglio di Cimone, se vituperoso fu in Roma quello di Tarquinio? Lasciate che io vi faccia osservar queste cose, lasciate che io estragga il balsamo dalla ferita, e vi addimostri che il decreto del vostro Platone non è poi tanto ai Poeti ingiurioso quanto voi lo credete: — che anzi (guardate stravaganza di pensare!) che anzi ne forma l'elogio. Sì; io voglio combattervi coll'armi istesse che voi avete impugnate contro di me.</p>
<p>Ma come far argine alla forza del pregiudizio, dell'errore e dell'opinione? come persuadervi che Platone ha tessuto il panegirico della Poesia nell'atto stesso di volerla deprimere e di proscriverla? Non dubitate, Madama, che io non sia qua per provarvi tutto ad evidenza. Così potessi convincervi di questa verità, la quale sarà il soggetto di alcune Lettere che io penso di scrivervi per ricrear me col piacere di occuparvi qualche momento, e per inspirare a voi, se sia possibile, un po' più di amore e di stima per l'arte la più amica del nostro core e delle nostre passioni, arte che in tutti i tempi ha saputo intenerire le belle, e trionfar più d'una volta del loro rigore. Sebbene io non ispero di ottener giammai per questa via la minima vittoria sopra di Voi. Io non son né Catullo, né Properzio, e voi non avete dall'altro canto la docilità né di Lesbia, né di Cintia, benché siate per avventura più bella di ambedue. Ma lasciamo la galanteria, nella quale io non ho garbo: veniamo al nostro proposito, e per procedere con metodo e chiarezza, indaghiamo tre cose. Le ragioni per le quali Platone dà il bando ai Poeti, la insussistenza delle medesime, e la lode che da queste ne risulta alla Poesia.</p>
<p>Qual sorta di Repubblica fosse quella di Platone voi dovreste saperlo, voi che avete la picciola vanagloria di spacciarvi innamorata di lui, e che gli avete accordato sul vostro tavolino il primo posto a preferenza di tanti dorati libriccioli nemici del criterio e della salute, che piovono dall'Alpi per ornamento delle illustri tolette italiane. Non potrete adunque sospettare che io sia una mala lingua se dico che questa Repubblica altro non è in sostanza che un bel delirio d'immaginazion filosofica. Il piano delle sue leggi sarebbe stato ottimo per il paradiso terrestre, ed io credo che Platone le abbia scritte per gli abitatori di quel suo Mondo intelligibile, non mai per quelli del nostro globo, ove si potranno porre in opera allor quando, per un qualche scompiglio della natura, succeda che gli nomini restino affatto senza passioni, o che abbiansi a governare come una mandra di bruti. Che ve ne pare di quella sua costituzione tanto raccomandata, che le donne esser debbano comuni, incerti i figli, sconosciuti i genitori? Che bel piano di legislazione gli è mai questo, in cui madri, figlie, sorelle, nipoti possono esser le mogli d'un solo; in cui si autorizzano anzi si comandano tal volta gli aborti, le esposizioni; in cui finalmente si predica, che tutto ciò che è utile è onesto, e che è turpe soltanto ciò che nuoce! Il fine che proponsi Platone in questo sistema di governo è quello di formare una sola famiglia di tutta la Città dilatando le parentele; e non s'accorge che in questa guisa egli indebolisce il sentimento dell'amore col dividerlo in tante parti, e che lo annientisce privandolo d'un oggetto fisso. Era necessario, Madama, che io vi facessi dar uno sguardo al piano di questa sua Repubblica, in cui si vuole che tutto sia nello stato d'uguaglianza, che nulla sia soggetto a rivoluzione e cambiamento. Queste notizie spargeranno di lume tutto ciò che andrem dicendo in appresso. Apriamo ora il decimo libro, in cui la causa dei Poeti appunto si tratta.</p>
<p>Chi avrebbe mai creduto di trovar qui Platone nemico de' Poeti? Platone che ne' suoi Dialoghi ne parla con tanta lode? Egli li ha chiamati ora padri e condottieri della sapienza, ora custodi della religione, ora interpreti degli Dei e maestri della virtù. Che anzi, non pago di averli onorati col titolo ristretto entro gli umani confini, propagini divine e menti inspirate li appellò: onde nell'Jone e nel Fedro dice, che indarno picchia alla casa di Apollo chi non gode il privilegio di un entusiasmo soprannaturale. Questa verità riempir dovrebbe di santo spavento la maggior parte dei nostri Poeti, i quali si renderebbero più benemeriti della Società coll'applicarsi all'agricoltura. Così non udirebbesi più la querela che a' nostri dì il numero dei pessimi coltivatori della poesia supera quello dei nemici che la combattono. E per tornare a Platone, egli dappertutto si manifesta l'uomo parziale delle Muse, e l'innamorato di Omero quanto mai poté essernelo Arcesilao ed Alcibiade: per la qual cosa ebbe a dire Massimo Tirio, che Platone fu alunno di Omero più che di Socrate. Ma donde adunque questa repentina inimicizia coi Poeti? perché ora parlarne con tanto disprezzo? O convien dire, mio caro Platone, che l'arte de' Poeti non è poi sì vile, come adesso vuoi darci ad intendere, o che tu sei in contradizione con te stesso. Scusate, Madama, se adopro col vostro Filosofo un linguaggio di troppa confidenza. Vi assicuro che senza pregiudizio della sua divinità, qualche volta gli si può dir liberamente che sbaglia ed ha torto. Infatti ascoltatelo, e decidete.</p>
<p>Egli proscrive la Poesia: ma quale? la poesia d'imitazione, quella, cioè, che descrive le azioni e passioni degli uomini o riferendole, come ne' poemi, o rappresentandole, come nelle tragedie e commedie: ma per quale ragione? Primieramente la verità, dic'egli, è l'idea della cosa nella mente di Dio. Da questa nasce l'imitazione che ne fa la natura, che è una copia della idea divina; e la imitazione della poesia è una copia di quella che ne ha fatta la natura. Non ve ne curate, Madama, se la Filosofia di Platone è poco uniforme a quella dei nostri Metafisici. Non v'imbarazzate per ora nei loro sistemi, che non entrano nella nostra questione. Dunque, prosiegue Platone, la poesia imitatrice è distante tre gradi dalla verità; si aggira intorno alle ombre, all'apparenze, e non si propone di decidere qual cosa sia onesta, o turpe. Egli è tutto occupato in dipingerla con vivi colori qualunque ella sia, perché non comprende la essenza della cosa, ma l'immagine di essa. E qui parla di Omero sforzandosi di provare, che se è abile a rappresentare passioni degli uomini, non sa dire con quai mezzi li possa rendere migliori; e conchiude, che d'uopo essendo guidar l'uomo alla verità non all'apparenza, la poesia imitatrice non è buona per essi. Ecco la prima delle sue ragioni. Quanto sia misera e inconcludente lo vedrete nella seconda lettera.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>86</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>,<add resp="ed">fra il 4 Giugno e il 10 Luglio 1780</add>.</date></opener>
<p>Amico soavissimo.</p>
<p>M'è convenuto impiegare tutta la serata di ieri e tutta questa giornata per porre in carta alla meglio che ho potuto le riflessioni che vi trasmetto concernenti le altre che vi mandai, e le vostre postille. Onde figuratevi che non ne posso più.</p>
<p>Vi mando una copia sola dell'articolo delle Effemeridi, perché non ho ancora ricevute le altre. Ho differito tanto a farlo stampare, perché il conte Masi avendo voluto rimpiastricciare il suo articolo in una maniera che dispiaceva a me, e piaceva a lui, sono stato costretto a farmelo stendere da Taruffi. Vedrete come vi ha servito, e dopo averlo letto, son sicuro che mi manderete una copia, anzi più copie dell'Epistola del signor Lagarinio, acciò gliene faccia un dono. Io non so come possiate sospettare che i vostri versi non mi siano piaciuti. Vi ripeto che io non ho perduto il senso comune, e che la vostra Epistola mi piace infinitamente, quantunque mi sia dispiaciuta la troppa abbondanza delle note.</p>
<p>Sigillo la lettera, e poi me ne vado subito a letto perché sono già sonate le quattro, e la posta starà poco a partire.</p>
<closer>Vi abbraccio, vi bacio e sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>87</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 Luglio 1780.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Sono stato obbligato al letto parecchi giorni e non ho potuto prima d'ora inviarvi le copie del vostro estratto. Io aspettava intanto risposta all'ultima mia lunghissima, e una lettera di ringraziamento nel tempo stesso per l'abate Taruffi, a cui dovete assolutamente mandar una copia della vostra Epistola subito che troverete opportuna occasione. Egli l'aspetta con ansietà, perché infinitamente vi stima ed ama le cose vostre, nel che quasi mi supera. Vorrei ancora che il tempo e la volontà vi avessero permesso e indotto ad accozzare in un corpo solo quelle poche riflessioni sopra la lirica che in due volte vi ho mandato. Ma vedo che questa è importunità e indiscretezza somma. Non replico dunque le mie preghiere.</p>
<closer>La—Barthe, Parisi, Taruffi vi salutano, ed io vi abbraccio col core, e sono in fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Se scrivete alla contessa Roberti, ricordatele che il paragrafo della sua lettera da voi trascrittomi mi tiene ancora la fantasia in iscompiglio. Assicurati, amico, che una calda immaginazione non è sempre il miglior dono che la natura abbia fatto a un poeta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>88</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Luglio <add resp="ed">1780</add>.</date></opener>
<p>Se non avete ancora spedito il plico delle vostre epistole rimandatemi nello stesso rotolo le mie ultime riflessioni sulla Lirica. Non mi ricordo quasi niente di ciò che scrissi, ma parmi impossibile che io sia trascorso in certe proposizioni che voi mi ribattete. Scommetto che non mi avete inteso. Entusiasmo, fantasia, ingegno nella vostra mente si estendono alla metà di meno delle cose cui si estendono nella mia, e per questo noi disputiamo senza aver prima ben fissati i termini della questione. Siete della razza di un certo Spagnuolo, col quale sere sono in una conversazione ebbi una fiera lite metafisica. Si parlava di educazione. Io intendeva parlare della educazion fisica e costui s'era messo in testa che io parlassi della civile. Per quanto mi affaticassi per farlo entrare nel mio pensiero, non vi potei riuscire, e così dopo lungo altercare si terminò la lite, e lo Spagnuolo partì persuasissimo che io avessi detta una eresia filosofica, perché mi era avanzato a questa proposizione, che cangiata la educazion fisica, cioè la maniera e i mezzi di acquistar le idee, Milton sarebbe stato Newton, e Newton Milton, dato sempre che la Natura avesse dotato il cervello dell'uno e dell'altro di una eguale finezza di fiore. Tornando alle mie riflessioni, io non ho certamente pensiero di pubblicarle, ma bensì di cavarne un discorso da recitarsi in Arcadia.</p>
<p>Vi accludo la ricevuta dell'abate Valdambrini in data delli 20 dello scorso Giugno. Fu fatta tardi al medesimo la consegna del denaro, perché quando fino dai primi di Maggio io mi portai da lui per consegnarglielo, egli si trovavava fuori di Roma in Frascati, né alcuno di casa seppe dirmi quando sarebbe ritornato. Onde io me la presi comoda per pigrizia e per distrazione.</p>
<p>Taruffi attende la vostra Epistola. Son sicuro che gli piacerà tranne una cosa sola, il disprezzo cioè nel quale in sostanza voi avete i Tedeschi e gl'Inglesi. Egli ama Klopstock, ma Milton poi non gli si può toccare. Dell'uno e dell'altro ne sa a mente degli squarci lunghissimi, e dice che Bettinelli è una bestia (sue parole), perché ha preteso di mettere in ridicolo la morte di Adamo tragedia di Klopstock, nel che io sono dello stesso sentimento con Taruffi.</p>
<p>Sono mesi ed anni ormai che non ho fatto sonetti. Tra ieri e questa mattina per mia disgrazia m'è convenuto farne tre. Ecco un Lucilio, direte voi. Vi trascrivo il più fresco. È fatto per un non so quale cavalier lombardo, buon poeta, mi dicono, che prende la laurea dottorale.</p>
<p>Già non vi piacerà, tanto più che la chiusa è di pensiero ingegnoso.</p>
<p>Copierò il dramma, e mi prevarrò del mezzo di Tiraboschi per mandarlo a Bettinelli.</p>
<p>Non ho propriamente voglia di scrivere, ed è un incantesimo della nostra amicizia se qualche volta vi scrivo delle lettere così lunghe.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>89</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Luglio 1780.</date></opener>
<p>Io non conosco questo Felice Manchini, di cui si vuole informazione, ma sono stato assicurato che è persona di sufficiente abilità. Per altro io non so se i SS.ri di Fusignano potranno, anche volendo, lasciarlo agente loro, perché il conte Pasolini di Faenza dimorante in Roma ha fatto correre qualche impegno col marchese Calcagnini per avere l'agenzia di Fusignano.</p>
<p>Non so perché dobbiate dubitare di essere eletto in ispettor generale dei beni dei Montisti. Io ve ne ho assicurato, ed io non sono più un bamboccio, o uno smemorato, come parmi che siate voi. Vi pregai di aggiungere altri cinque scudi di più alli dieci che il sig. marchese Ercole doveva pagare a Ruggero Ragazzi. Mi scriveste d'averlo fatto, e mi scriveste una solenne bugia, la quale mi ha disgustato per le ridicole conseguenze che ne sono nate. Orsù: emendate la vostra trascuratezza, pagate al detto sig. marchese questi altri cinque scudi, e pregatelo a farli passare, per mezzo del suo ministro, a Ruggero Ragazzi, e non per altra persona, perché questa minchioneria, acciò finisca con certe mie convenienze, bisogna che per mano del sig. marchese o del suo ministro, e non per altri, passi al detto Ragazzi. Non potete figurarvi che impiccio, che molestia, che pettegolezzo abbia cagionato questo ritardo di pagamento.</p>
<p>Ho bisogno che mi permettiate di ritenermi una quindicina di scudi sopra la paga che vi si darà dalla Congregazione dei Monti per la vostra perizia. Io non ho ancora potuto aver niente dal teatro di Napoli per il mio dramma, e forse bisognerà che aspetti fino a tanto che vada in scena. Non si tratta di una paga convenuta, ma solamente di un regalo ad arbitrio dei deputati sopraintendenti al teatro, coi quali io non ho voluto pattuire alcun prezzo, per veder dopo di stabilire un'apoca per gli anni venturi. Dunque scrivetemi una lettera ostensibile a monsignor Soderini, acciò col vostro permesso mi rilasci questi quindici scudi.</p>
<p>Il cugino Francesco Antonio Monti che sta in Faenza, ha incombenza di farvi recapitare un plico, in cui troverete delle buone prove della mia qualunque siasi letteraria riputazione. Io vi manderei qualche volta le opericciuole in versi, o in prosa, letterarie o filosofiche che scrivo continuamente; ma queste benedette occasioni di spedirle senza dispendio sono rare come le mosche bianche.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori, e scrivetemi qualche volta le loro nuove. Potete ben figurarvi se ho piacere di sentirle. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>90</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">1780</add>.</date></opener>
<p><gap/>…</p>
<p>Vi prego pure, se andate a Ferrara, di pagare al sig. Chiozzini libraio non so quanti baiocchi e paoli per il porto d'una balla di libri provenienti da Venezia, e che bramerei mi fosse spedita per qualche occasione particolare, che mi risparmiasse una spesa ulteriore, tanto più che questi benedetti libri mi costano salati.</p>
<p>Mons. Boschi mi scrisse ultimamente un mondo di bene di vostra moglie. Se capitate a Faenza, fategli una visita a nome mio.</p>
<p>Dovreste aver ricevuto a quest'ora un pacchetto di carte dal sig. Angelo Manzoni. Avvisatemi. Che figura meschina e ridicola che fanno mai questi signori Manzoni a Roma! Quanto sono limitati, precisi, e stortamente esatti nelle loro idee e nella loro condotta! Anche il cugino Francescantonio doveva consegnarvi, come altra volta v'ho scritto, un rotolo di carte. Giacché egli non si degna di rispondermi, rispondetemi almeno voi. Abbracciate per me teneramente i genitori, il fratello e tutti.</p>
<closer>Amatemi e credetemi il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>91</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Luglio 1780.</date></opener>
<p>Buon per me che Algarotti è del mio sentimento sulla questione di Milton e Newton. Diversamente voi sareste stato del parere dello Spagnuolo.</p>
<p>Non importa che mi rimandiate la copia delle prime mie Riflessioni sulla Lirica, delle quali conservo una minuta. Mi bastano solamente le seconde. Del rimanente se voi badate bene alla definizione che io premetto dell'ingegno, e vi degnate di riflettere che io non ho mai inteso di patrocinare né i giuocolini di parole, né le brillanterie ricercate, ma solamente i pensieri ingegnosi, intendetemi bene, voi, se non siete una bestiolina, dovete convenir meco, e accordarmi che la chiusa del mio sonetto è mero pretto ingegno. La correzione al primo verso della prima terzina mi piace, e duolmi solo che non sono più in tempo di emendarlo.</p>
<p>La vostra Canzonetta Iseriana mi fa l'istesso effetto, che fannomi certe donne, che mi piacciono solamente dal mezzo in giù. E certamente che le prime strofe sono il rovescio della medaglia delle quattro ultime, che sono semplici, e piene di tranquillità e morbidezza. Cosa mo' dovrà sembrare a voi la canzonetta che vi mando? Per carità non me ne dir male, perché le voglio bene, e per l'amore che porto alla persona per cui è scritta, e per la diligenza con cui è scritta. Non aver paura che sia ingegnosa, ella è anzi tutta quanta suggerita da una tranquilla ed innocente tenerezza, che non ho provato mai più. E infatti io sono innamorato questa volta di una maniera tutta particolare. La mia vita ha gradito la canzonetta, ed io per farmi un merito maggiore la voglio stampare. Ma come? Nel Giornale di Vicenza, a cui mi sono associato io e molti miei amici, come era ben di dovere per dar prove della mia premura alla signora Bettina. Non manca altro che tu mi aiuti col premettere alla canzonetta quattro sole parole non in lode mia, che non la merito, ma bensì della bella giovanetta che io celebro. Ma in che modo, se non la conosco? direte voi. Oh questo è appunto ciò che deve esser opera tutta del vostro spirito. Ma avvertite bene per carità che la cosa sia naturale. L'avrei scritta io questa prefazioncina. Ma siccome non si può far a meno di far menzione della canzonetta con qualche sorta di vantaggio, se vuolsi lodare il soggetto, così mi sono vergognato. Voi mi renderete felice se mi secondate in questa mia passioncella. Scrivo oggi alla Caminer pregandola che la stampi subito subito, e che me ne mandi una copia volante. Dunque voi fateci un poco di testa, correggetela in ciò che non vi soddisfa (e questo ve lo comando), e spingetela immediatamente alla Caminer. Ma che la testa sia piccinina e corta, vedete. In premio ti voglio mandare una copia del <title>Socrate</title>, che ti sarà un mirabile elixir contro la malinconia, e vi aggiungerò anche una copia del Mar Grande dell'abate Sperandio, che già è uscito, e fa furore.</p>
<p>Una bella nuova. L'abate Golt, edile dell'Accademia dei Quirini, o per meglio dire l'Accademia dei Quirini vi ha fatto suo socio, e io tengo la patente da spedirvi. Cosa ho da fare? Ve l'ho da mandare, o l'ho da bruciare? Sarà meglio mandarla per non eccedere.</p>
<p>Il vostro lavoro sopra i traduttori di Orazio è degno del vostro criterio, ma io vi proporrei un soggetto, che, ben eseguito, deve piacere a tutti e per forza. E sarebbe di lavorare in vari capitoli un trattato tutto quanto ironico <emph>dell'arte di compor drammi sorprendenti</emph>, come Swift ha fatto l'Antisublime. Il vostro modello deve essere il Socrate (e qualche altro dramma moderno), che v'assicuro io essere il non plus ultra, e gli autori di rinforzo per appoggiare le vostre opinioni tirate dallo spirito del Socrate devono essere il Mar Grande, i Secentisti, e le Comedie Spagnuole, come sarebbero per esempio gli Amori di Gesucristo colla Maddalena, o gli amori e le gelosie di S. Giuseppe colla Madonna ecc.. Sappiate che io ho steso in carta qualche pensiero su questo soggetto, e che in vita mia non ho trovato né una materia più fertile, né più cara, ne più da pia<add resp="ed">cere</add>. Avrei seguitato se l'amore mi lasciasse stare; ma se abbracciate il mio consiglio, io vi comunicherò le mie riflessioni. Scrivetemi subito se siate per abbracciarlo. Per verità che vi lasciereste scappare una bella occasione da far spicco della più galante e più soda critica che l'Italia possa mai aspettarsi. E quel che è buono ancora, è che in capo a meno di un mese voi avete finito sicuramente. Ma quasi, lo credereste? mi pento di avervi comunicato questo pensiero, e bisogna che io vi preghi a divider meco la fatica per partecipare poi ancor io della lode che ne trarremo, come fecero appunto Pope, Swift e Arbuthnot coll'Antisublime, o sia <title lang="fre">l'Art de ramper en poesie</title>. E se vi pare che a noi due si aggiunga un terzo ed anche un quarto, facciamolo, e non dimentichiamoci del sig. Clemente Baroni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>92</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Agosto 1780.</date></opener>
<p>È morta la povera Clarisse. Se gli Angeli potessero morire non morirebbero diversamente. Ieri appunto volli ripigliare in mano questo libro divino, e rinnovarmi alla mente questo spettacolo compassionevole. In verità che non ho potuto far a meno di piangere. Ho tutt'ora davanti agli occhi il suo cadavere, i suoi funerali, la sua sepoltura, e finché avrò vita non tralascierò più di leggere un libro, che è il primo capo d'opera d'immaginazione, e che riempie l'anima di sorprendenti pensieri. La differenza che passa tra Giulia e Clarisse, è quella che passa tra una smorfiosa puttanella e un angelo. Crederete voi che l'altro giorno Taruffi mi giurò di averlo letto una quindicina di volte questo libro?</p>
<p>Le espressioni da correggersi nella mia canzonetta sono giuste, ma io non posso assolutamente, né voglio emendarle tutte, perché amo piuttosto di esser prosaico, che di stiracchiare il sentimento, che a me piace franco, disinvolto e pieno di agilità. Tuttavolta dopo il versetto <hi rend="italic">Non sentirsi è delitto</hi>, attaccate subito <hi rend="italic">Io ritrarla vorrei</hi>, e levate via <hi rend="italic">L'amo e sarei dolente</hi> con tutto il resto.</p>
<p>Dopo il verso <hi rend="italic">O beltà peregrina</hi>, tralasciate quel <hi rend="italic">Nice Licori ecc.</hi> e fate seguire <hi rend="italic">Sotto terrena veste ecc.</hi> o pure <hi rend="italic">Nel vel d'umana veste</hi>. <emph>Presuntuosa</emph> è di Petrarca: <quote>Lingua mortal presuntuosa vegna</quote>. <hi rend="italic">Dal color non dipende</hi> correggetelo voi se vi dà l'animo senza pregiudicare alla chiarezza del sentimento. Se non vi piace <hi rend="italic">il valor d'un sorriso</hi>, fate <hi rend="italic">il poter d'un sorriso</hi>. <emph>Combattuto</emph> mi garbeggia infinitamente, ed esprime appuntino quel palpito che si risente alla presenza d'un oggetto che si ama. L'Ariosto si servì di questo traslato parlando di un zefiro che increspa leggermente il mare, e paragonandolo per l'appunto alla respirazione che comparisce sul petto delle donne, e ne solleva le mammelle, <quote>che vengono e van com'onda al primo margo quando piacevol aura il mar combatte</quote>. Il restante dei difetti notati correggetelo voi: in quanto a me, io non cangio altro che quel <hi rend="italic">regolar gli amori</hi> in <hi rend="italic">moderar</hi>, o <hi rend="italic">governar</hi>.</p>
<p>Lascia pure che Cesarotti schiamazzi e ti voglia mangiar vivo perché hai biasimato M. Thomas. Egli ha il torto, e la ragione è tutta per te. E poi non ti basta il bacio che ti ha spedito la signora Contessa Franco? Oh bacio gentile! oh bacio fragrante e dolcissimo! Per carità se sei in tempo rinuncia a questo bacio, cedilo a me, che voglio comporvi sopra un poema. Giacché questa dama è ostinata in voler leggere il mio canzoniere, mandaglielo in mio nome, e chiedile il permesso che io le scriva una lettera di ringraziamento, perché si degna di farne ricerca.</p>
<p>Non mi parlar più di Serassi. Egli è un vero asino. La lettera di Taruffi ti ricompenserà dei torti che ti fa questo agghiacciato pedante. So che in questa lettera mormora di me e della mia poltroneria. Oh <add resp="ed">mormo</add>rate mo' quello che il diavolo v'inspira voi, Taruffi, e il malanno che vi colga, che io non mi curo di saperlo, e sto saldo nelle mie massime.</p>
<p>La fiacchezza della vostra lettera scritta a Cunich non intendo che derivi dal latino, ma dai pensieri. E in verità che è di molto inferiore all'altra scritta a Taruffi. Tuttavolta ha il suo bello, e non perde di pregio se non per confronto.</p>
<p>Se non avete spedita la copia di quelle mie seconde riflessioni, non importa più. Già le ho raccapezzate, e ricucite colle prime, tanto che ne ho formato un discorso sufficientemente lungo da recitare nell'apertura di Arcadia. Taruffi me lo ha riveduto e lodato, sì lodato, e infinitamente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>93</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Settembre <add resp="ed">1780</add>.</date></opener>
<p>Monsignor Soderini s'è regolato secondo le informazioni e le insinuazioni del sig. Pignocchi. Veramente egli è un birbo in cremisino. La cosa è fatta, ma il danno che ne avete ricevuto vi sarà compensato in altro modo. Non dubitate che non siate per essere eletto inspettor generale e successore inoltre di Pignocchi dopo che la morte se lo sarà preso. Soderini è troppo inoltrato meco in questo impegno, ed oltre che desidera che l'elezione cada sopra di voi piuttosto che sopra un altro, egli non può, quand'anche il volesse, retrocedere. Solo si sta temporeggiando, unicamente per farvi, cred'io, correre l'assegnamento al principio dell'anno.</p>
<p>Quantunque Soderini sia il capo di questa Congregazione, nulladimeno fa d'uopo che alla sua volontà s'accordi ancora quella degli altri. Diversamente si sarebbe troncato ogni indugio.</p>
<p>Vi ripeto dunque che siate sicuro per questa parte. Usate per altro della circospezione con Pignocchi, e non vi esternate mai con esso su questo particolare finché la cosa non sia già finita.</p>
<closer>Amatemi e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.L'epidemia che devasta Roma è sì grande, che si contano già a quest'ora da quaranta mila ammalati, e quel che è peggio le malattie crescono invece di allentare. Questa cosa fa mormorar molto sul diseccamento delle Paludi.</p></ps>
<ps><p>P. S.Scrivetemi se abbiate poi mai ricevuto un plico dal cugino Monti che studia in Faenza, a cui lo indirizzai per mezzo di casa Boschi. Se no, fatene fare diligente ricerca.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>94</head>
<opener><salute>All'ab. GIAN CRISTOFANO AMADUZZI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 17 Settembre 1780.</date></opener>
<p>Ecco l'avviso letterario, <foreign lang="lat">de quo heri vespere</foreign>. Glielo raccomando, sig. abate Amaduzzi gentilissimo, con tutto il calore, e la prego di contenersi bene contro qualunque ostacolo ne possa fare il sig. abate Pessuti. Egli ha buona opinione di questo Galfo, e in ciò veramente è da compatire, perché si tratta di poesia, non già di una proposizione di Euclide. Se poi a lei parrà che l'avviso non sia ben concepito, gli dia di penna; ma torno a ripetere che non si fidi di Pessuti. Si ricordi che bisogna assolutamente pubblicarlo nel foglio di sabato,</p>
<p>e si ricordi nel tempo istesso ch'io sono suo aff.mo servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>95</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Ottobre 1780.</date></opener>
<p>L'altro giorno entrai nuovamente in discorso con monsig. Soderini del saldo delle vostre perizie. Egli mi ha ripetuto che il sig. Pignocchi aveva scritto alla Congregazione che voi non potevate pretender di più, e che di tanto appunto eravate contento. Vedete bene che Pignocchi è un uomo veramente detestabile. Soderini non è lontano dal persuadersi ancor esso di una tal verità; ma in questo affare egli condanna piuttosto voi di dabbenaggine, che lui di accortezza. Del rimanente, Pignocchi è così diligente, attivo ed utile nella sua amministrazione (e questo poi è indubitato), che quand'anche la Congregazione lo conosca, riguardo agli altri, per l'uomo il più fraudolento di tutti, essa non ostante ne farà sempre quel conto, che far si deve di un abile ministro. In somma, Pignocchi a della molta perversità unisce dei grandi talenti, e per questo esige della riserva in tutte le occasioni.</p>
<p>M'ha detto Soderini che avete avuta una commissione di fresco per altro affare dei Montisti. Forse ne avrete delle altre in seguito; e queste vi saranno messe tutte a credito, fintantoché non siate nominato ispettor generale al principio dell'81. Non saprei indurmi a credere che Pignocchi sia veramente autore della lettera scritta contro di voi. Tuttavolta voi non dovete far uso con lui di una dissimulazione così decisa e palpabile, che egli se ne accorga. Mostrate di non aver punto alterato il vostro carattere e la vostra condotta verso di lui. In tal guisa voi gli date campo di esser meno diffidente, e vi mettete sull'avvantaggio di penetrar meglio le sue intenzioni. Del resto, tornando alla lettera, sappiate che un'altra pure dello stesso carattere e della stessa tinta ne è stata scritta contro di voi similmente alla Congregazione de' Montisti. Soderini me l'ha mostrata ed ha barzellettato molto sopra di essa. Mi ha vietato di farvene avvertito per non mettervi in costernazione; ma siccome sono colpi buttati all'aria, e voi siete abbastanza ragionevole per non prenderne molto fastidio, così non ho voluto farvene un mistero. Tre cose fra le altre si dicono contro di voi in questa lettera: «che avete poca abilità, niente di onoratezza, e che l'interesse vi fa prevaricare». Notate questa parola <emph>prevaricare</emph>. Ella è tutta del vocabolario di Fusignano: e quantunque la lettera non porti nessuna data, io non ostante la credo un prodotto di qualche bel talento fusignanese. Bramerei che penetraste chi ne è stato l'autore, unicamente per prendervene spasso e per sollecitarlo a non deporre sì presto la penna eloquente. Ma parlando sul serio, lasciate che questi sciocchi ed invidiosi calunniatori scrivano delle lettere quanto vogliano, ché avranno tutte il medesimo esito, e voi state di buon animo, e ridete.</p>
<p>M'invitate e mi stimolate a venirmene a casa. In verità che per ora non posso. A dirvela sinceramente sono stato alcun poco incomodato, e temo precipitarmi coll'espormi a un viaggio sì lungo. Oltre di che sarebbe, per così dire, impossibile che i miei cortesi ed amorosi ospiti mi lasciassero partire. Ho risoluto, subito che mi sentirò più in vigore, di bevere per tutto novembre l'aria e le acque di Frascati, ove con altri due amici abbiamo preso una casa in affitto, ed ove la passeremo allegramente, perché il paese sarà pieno di convalescenti. Sebbene, a tutto rigore, io non possa contarmi fra questo numero, perché i miei incomodi sono stati effimeri e di poca molestia. Tuttavolta il timore che diventino seri mi farà allontanare da Roma.</p>
<p>Di denaro veramente non ne ho bisogno. I miei ospiti non mi lasciano desiderare cosa alcuna, e non ho altro che un poco mi affligga, se non il peso dei loro beneficii. Per verità che mi sembra di aver perduta in questi una gran parte della mia libertà, e di essermi fatta una tal quale necessità e obbligo di non abbandonarmi più. Ogni giorno crescono le loro premure, e con esse le mie scontentezze, perché io so di non far niente per loro; e questo è ciò che mi diventa insopportabile. Anche l'altr'ieri, essendo passato dal mercante per pagare una pezza di raso, trovai che il marchese avea saldato il mio debito nell'occasione di pagar il suo, servendosi egli di questo stesso mercante. In tale stato di cose nulla mi manca: né mancherebbemi neppure il bisognevole per i miei piaceri minuti e letterari, se la vergogna mi permettesse di accettare il loro denaro, che essi non cessano d'esibirmi a titolo d'imprestito: ma per questi signori imprestarmi e donarmi una cosa è lo stesso.</p>
<p>L'accidente del mercante, che vi ho detto, mi ha costretto prevalermi di un altro per farmi un abito da campagna. Qui confesso che mi farete un piacere di pagarmelo voi, se potete, col mandarmi 15 o 20 scudi per la posta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>96</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Novembre 1780.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Se non vi scrivo adesso che ricevo la vostra lettera, vi converrà aspettarne la risposta Dio sa quando.</p>
<p>Io però non sono né ammalato, né innamorato, né fuori di Roma. Vi amo come prima, vale a dire quanto me stesso, fo spesso menzione di voi cogli amici, mi lamento con essi del vostro silenzio, vi lodo, vi biasimo, vi desidero, e voi solo occupate la metà de' miei pensieri. Siete contento? Avete adesso più bisogno che vi mandi dei versi in segno, dite voi, della nostra amicizia? Via: mandiamo ancora dei versi. Lasciatemi aggiungere altre due righe a questa lettera, e vi copio subito un poemetto sopra la <title>Solitudine</title>. Lo composi nel settembre passato, e lo recitai nell'ultima adunanza che fu tenuta in Arcadia, nella quale il Padre Jacquier pronunciò una elegante ed egregia prosa sopra le rivoluzioni del Globo. A questo poemetto aggiungerò due Cantate composte per un mio amico che si diverte nella musica e resuscita in se stesso il genio di Jomelli.</p>
<p>L'abate Galfo ha pubblicato l'Apologia del suo Socrate contro la lettera dell'Antologia con questo titolo: <title>Il trionfo della verità; ossia lettera che fa la Scarsella del signor ab. G… alla penna dell'abate M…</title>. L'Apologia corrisponde perfettamente al Dramma; ed è un capo d'opera. Vi trascrivo il primo paragrafo di questa lettera: <quote>«<hi rend="italic">Amabilissima mia benefattrice, io non so come ringraziarti che basti delle ridevoli critiche date al Socrate</hi> del mio padrone, perché con questo <hi rend="italic">tuo malgrado mi colmi di bei papetti, e se il signor abate M… non avesse onde provvederti del bisognevole, io, io stessa mi caverei dalla bocca ciò che m'entra nel seno, e comprerei dell'inchiostro per dissetar le tue labbra</hi>»</quote>. Che ve ne pare di questa Scarsella? Mi dispiace per sentimento d'umanità che corra voce, che il povero abate Galfo sia alquanto impazzito fra le montagne della Sabina ove era andato a villeggiare. Se more, l'abate Golt ne farà l'elogio per l'<title>Antologia</title>.</p>
<p>Dimani vedrò Taruffi, e gli porterò i vostri saluti. Il libro di Bianconi è degno di tutte le vostre lodi: ma se le lettere del Tiraboschi sopra il Testi vi sembrano un'immagine delle mie, per verità che il suo libro sarà pessimo. Per carità non mi parlate più del mio libro. Non posso più ricordarmi di averlo stampato senza maledire l'entusiasmo che mi venne di stamparlo. Sia quel che si vuole, io detesto la metà delle cose che contiene, e se la Franco ve ne ha scritto con vantaggio, sarà stato per far la corte al vostro eccellente eccellentissimo estratto. Basta. Il mio dramma ristabilirà la mia riputazione.</p>
<p>Vi accludo la patente de' Quirini. Se non termino la lettera, non mi rimane più tempo da copiarvi i versi promessi. Ma tant'è: con voi non posso né so esser breve. Il mio trasporto per voi precipita l'azione delle mie dita, e mi fa trovar materia da scrivere a misura che la distendo sulla carta.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Monti</signed>. La povera Clarisse non può vivere in pace con quel diavolo di Lovelace, e vi saluta teneramente.</closer>
<ps><p>Le cantate, un'altra volta, padron mio. Adesso sono troppo stanco dallo scrivere, e non ho tempo nemmeno di rileggere lo scritto. Intendetelo a discrezione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>97</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Novembre 1780.</date></opener>
<p>Sento con piacere che Francescantonio sia partito per Ferrara onde prendere le richieste informazioni sulla nota tenuta. Essendo sicuro che questa lettera non lo troverà in Fusignano, accludo a voi un'altra lettera a lui diretta dal sig. abate Scarpelli segretario di monsignor Soderini e della Congregazione de' Monti Bentivoglio, nella quale gli dà avviso di essersi finalmente stabilita la sua elezione in amministratore generale di detti Monti Bentivoglio. Ho piacere che l'abate Scarpelli gli comunichi questa notizia, perché da ciò s'apre campo al fratello di carteggiare direttamente con esso lui con tutta la libertà. Vero è che nell'atto che il fratello riceverà il mandato di elezione sarà necessario che egli ricompensi il mentovato signor abate, il quale non sarebbesi poi presa questa sollecitudine, di avvisarnelo, se non fosse stato per mettergli davanti agli occhi, che l'impiego non si acquista senza esser grato ai ministri che vi presiedono. Una ricognizione pure, o, per meglio dire, la mancia fa d'uopo usare, secondo il costume di Roma, alla sala, all'anticamera e ai camerieri di monsignor Soderini; lo stesso conviensi al notaro che stende l'istrumento. Ma su di questo vi scriverò più precisamente nel venturo ordinario quando mi sarò meglio informato.</p>
<p>Potete aprire intanto la lettera che viene al fratello, e comunicarla anche ai genitori, quali vi prego abbracciare per me.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Se mai Francescantonio tardasse a ritornare, potreste voi rispondere per lui con una lettera di ringraziamento all'abate Scarpelli, della qual lettera vi manderò io una minuta nell'ordinario venturo. Ora non posso farlo, perché scrivo fuori di casa, e senza voglia di scrivere, trovandomi la testa alquanto addolorata, del che potete accorgervi dalla sciocca lettera che v'ho scritto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>98</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Dicembre 1780.</date></opener>
<p>Eccovi il mandato di procura per la vostra elezione in ministro del Monte, ed eccovi pure le minute di tre lettere che scriverete una a monsignor Soderini, la seconda ai difensori, la terza all'ab. Scarpelli, e quest'ultima l'accompagnerete coi quindici zecchini, che assolutamente bisogna regalargli se non vogliamo fare un'infelice figura. Si è scritta dalla Congregazione anche una lettera al commissario Cedri, nella quale gli si dà avviso della vostra elezione, e vidi pregato di non esigere da voi la minima dipendenza, e di somininistrarvi soltanto tutte le notizie delle quali potrete aver bisogno.</p>
<p>Le altre spese sono già state pagate, e attendo che mi rimborsiate.</p>
<p>Non avrete bisogno che vi suggerisca di preparare tutte quelle cose che credete poter abbisognarvi per questo impiego, cioè libri di conti, e libri di lettere e di registro, ed altro che voi saprete provvedere.</p>
<p>Quando intanto vi troverete in caso di fare o chiedere qualche cosa senza renderne intesa a dirittura la Congregazione, scrivete liberamente a Scarpelli o a Monsignore, avvisandovi essere un po' più corretto nell'ortografia e nella sintassi, se non volete farvi disonore. Per il restante siate conciso, netto nelle vostre idee, e, sbarazzato dalle ricercatezze, entrate subito nelle vostre materie, date un po' di vibrazione e di franchezza alle vostre ragioni, e quando potete spargete di un po' di ridicolo i vostri sentimenti, poiché Monsignore ama molto la disinvoltura e la critica, quando è ben condita e civile. Insomma, procurate di compensarlo della noia che gli danno le lunghissime e inelegantissime dicerie del sig. Pignocchi, che scrive da bestia, perché il carattere del suo animo è lo stesso che quello delle sue lettere. Provvedetevi della carta fina da scrivere, della quale in casa nostra vi è sempre stata carestia, e compiegate le lettere nella maniera che troverete il foglio in cui vi accludo le riferite minute, ricordandovi di farci sempre la sopracoperta, toltone quando scriverete all'ab. Scarpelli, col quale ve la passerete senza complimenti.</p>
<p>Mi trovo sul tavolino molte lettere a cui devo rispondere, perciò vi sono schiavo e finisco.</p>
<closer>Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Un caro abbraccio per me ai genitori, e un saluto al fratello e alla cognata.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>99</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Dicembre 1780.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Padre.</p>
<p>Si è portato da me Luigi Soriani, e insieme coi vostri saluti mi ha partecipate le vostre afflizioni perché non vi scrivo mai. In verità che mi ha commosso, tanto più che le vostre lagnanze non sono che giuste. Ve ne dimando perdono, e vi prometto di emendare in avvenire le mie mancanze. Per altro, mi stupisco che i miei fratelli non si ricordino di comunicarvi le lettere che loro scrivo, perché non credo di averne scritta neppur una in cui tanto voi che mia madre non siate nomimati. Ciò almeno potrebbe servirvi di qualche prova che non sono dimentico di Voi. Ma che dico dimentico di Voi? Questo solo pensiero mi spaventa, e non sarei più degno di vivere, se potesse la mia ingratitudine giungere a questo eccesso. Non temiate dunque che giammai io possa allontanare un sol momento dalla memoria l'immagine de' miei genitori. Essi sono il più dolce, il più tenero, il più sacro de' miei pensieri, e lo saranno eternamente.</p>
<p>Per non duplicar lettera, dite a Francescantonio che ieri mattina portai al Duca di Ceri le sue informazioni sopra la Mesola, e che questo, oltre l'averle sommamente gradite, mi ha imposto di fargliene dei vivi ringraziamenti. Che in quanto alla visita pastorale per ora la sospenda, e che mi saprà dire se sia necessaria. La morte della Regina di Ungheria, per quanto mi accorgo, ha sconcertato un poco i progetti di questo signore. Ma non importa: io sono lieto di averlo servito.</p>
<p>Avvisatelo che ho ricevuto li dieci zecchini, e ringraziatelo.</p>
<closer>Un saluto a D. Cesare e a mia cognata, e mille alla mia cara madre e a Voi. Non vi dimenticate di me nelle vostre orazioni, e ricordatevi che sono con tutta la riverenza e la tenerezza il vostro obbediente e aff.mo figlio <signed>Vincenzo</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>100</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Dicembre 1780.</date></opener>
<p>In questo ordinario riceverete lettera dall'ab. Scarpelli e da mons. Soderini. Intenderete da essi quanto abbiano gradito i vostri sentimenti e la vostra maniera di scrivere, sopra la quale si sono congratulati meco per riguardo vostro. Vorrei che nello scrivere foste un po' più diligente nell'ortografia, ed anche in qualche cosa di più importanza. Per divertimento vi voglio notare tutti gli errori della lettera ultima che mi avete scritta. — <quote>tanto esse</quote> (lettere) <quote>mi sono piacciute per la sua eleganza:</quote> <emph>sua</emph> in vece di <emph>loro</emph> è sproposito di lingua: quando il numero è plurale, va sempre detto <hi rend="italic">loro.</hi> — <quote>Li avrete ricevuti:</quote> la <emph>v</emph> dell'<hi rend="italic">avrete</hi> va sempre consonante. — <quote>Chichesia</quote> va scritto con due <emph>cc</emph> — <quote>apresso</quote> con due <emph>pp</emph> — <quote>dovrò</quote> col <emph>v</emph> consonante come l'<hi rend="italic">avrete</hi> — <emph>Soderini</emph>, e non <quote>Suderini</quote> — <quote>avertimenti</quote> con due <emph>vv</emph> — <quote>continvo</quote> coll'<emph>u</emph> vocale — <quote>poiche</quote> coll'accento sopra l'<emph>e</emph> — <quote>vilane</quote> con due <emph>ll</emph> — <quote>leggierò</quote> senza l'<emph>i</emph> — <quote>voluntieri</quote> non mai, ma <emph>volontieri</emph> o <emph>volentieri</emph> — <quote>avisatemi</quote> con due <emph>vv</emph> — <emph>colà</emph> e non <quote>collà</quote>.</p>
<p>Non c'è bisogno di lettere di buone feste, né di altro denaro. Una cosa sola vi consiglierei di fare, e sarebbe di mandar in regalo a mons. Soderini una cassettina di cotighini o salami ferraresi, tanto più che ne parteciperei anch'io quando vado a pranzo da lui. Potreste farli fare apposta, e indirizzarli a lui, che poco spende alla dogana. A tal effetto io vi spedirò la minuta di una letterina con cui accompagnarli.</p>
<p>Non importava che mi mandaste i cinque zecchini per complimento. Tuttavia ve ne ringrazio, ma gradisco l'intenzione più che la maniera di significarla. Tra di noi le cerimonie sono colpevoli.</p>
<p>Dalla lettera che scrissi l'ordinario scorso al padre avrete inteso quanto il Duca di Ceri abbia gradite le informazioni che gli avete mandate. Egli vi si professa obbligato in modo particolare.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori, ma non ve ne dimenticate. Date loro per parte mia le buone feste. Salutatemi tutti e lasciatemi finire, perché bisogna che io studi la lezione del cembalo prima che venga il maestro.</p>
<p>P. S.Prima di mandar le lettere alla posta ho tempo di farvi un P. S. Mi lusingo che l'ab. Scarpelli vi indirizzerà le lettere a Fusignano. Tuttavolta se non le ricevete contemporaneamente a questa mia, convien dire che l'abbia inviate a Ferrara. Veramente io mi sono dimenticato di avvertirlo su questo proposito. Tuttavolta per qualunque accidente possa occorrere è bene che incarichiate qualche amico di Ferrara di riscuotere le vostre lettere, e di spedirvele dove vorrete.</p>
<p>Quando dovrete scrivere alla Congregazione è bene che comunichiate la lettera a D. Cesare acciò sia più corretta che si può. Mi dimandate qualche libro da leggere per acquistar qualche eleganza di scrivere. Io non conosco, in riga di Epistole, libro migliore delle Epistole di Cicerone la maggior parte delle quali verte sopra negozi. Leggetele, e fatevi un piccolo repertorio, in cui possiate notare i più bei sentimenti che potete prevedere dover esservi una volta necessari.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>101</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Dicembre 1780.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>In questo ordinario riceverete da Scarpelli una lettera, dalla quale intenderete che vi è della disposizione a pagarvi le operazioni fatte finora pel Monte Bentivoglio. Egli mi ha detta la cosa in confuso; ma dovendo voi rispondere ai sigg. difensori, maturate una risposta in cui si riconosca la gratitudine, il disinteresse, e si rilevi con grazia la carità evangelica del sig. Pignocchi in darvi la mercede di soli cinquanta zecchini, quando, al tribunale ancora di un circonciso, vi se ne dovevano 150. Non tralasciate di far notare che le vostre fatiche sono state maggiori di quelle del sig. Pasi, e che intanto vi prendete l'ardire di rilevar queste cose in quanto che li volete pregare a permettervi di non riconoscere in avvenire altro capo che le SS. LL. Ill.me e Rev.me, per togliere al sig. Pignocchi l'occasione di farsi un merito con esse a' spese dell'equità. Ma dopo ciò regolatevi secondo l'insegnamento di Scarpelli, e se accade che veniate rifatto nella vostra mercede, mandategli una mezza dozzina di salami. Per quelli che manderete a Monsignore (e vorrei che fossero buoni, e non meno di dodici) troverete a tergo di questa la minuta della lettera con cui li accompagnerete, consegnando cioè la lettera alla posta, quando consegnerete la cassetta all'ordinario.</p>
<p>Salutatemi i genitori e buone feste. Sono il vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>102</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, L'ultimo giorno dell'80.</date></opener>
<p>Carissimo Sig. Padre.</p>
<p>L'involtino che il fratello consegnò al sig. ab. Cantova, saranno ormai tre mesi, l'ho ricevuto solamente ieri, e con sommo stento, poiché m'è convenuto mandare per ben quattro volte il servitore. Ho trovato dentro l'involto sei reti, quattro paia di sottocalzette e un fascetto di scapinelle. Presentemente più che di calzette ho bisogno di camicie, la maggior parte delle quali mi si è logorata dacché manco da casa. Onde vi prego di dire a mia madre, che se può allestirmene quattro o cinque, mi farà una carità. Desidero che non siano molto sottili, ma di tela piuttosto forte, e coi manichetti e scamiciate di tela che chiamano <emph>battista</emph>, ma buona. Questa può essere incombenza di mia cognata, la quale mi figuro che non ricuserà di obbligarmi per questa maniera. Se colle camicie mi mandaste ancora un rotoletto di seta grigia da farmi lavorare delle calzette, ne sarei doppiamente contento. Il mezzo poi di mandarmi tutto si è di indirizzarmelo con raccomandazione a monsignor Boschi o al Principe don Luigi Onesti con far capitare l'involto a Cesena al sig. canonico Bartolini; ma la più comoda è di mandarlo a Faenza al conte Vincenzo Boschi, il quale avrà la bontà di unirlo ai fagotti che frequentemente si spediscono da Cesena al cardinal Boschi. A tal effetto scriverò, quando mi si voglia mandare quello che chiedo, al suddetto conte Vincenzo, pregandolo di prendersi questo fastidio.</p>
<p>Saranno venti giorni che vi scrissi un'altra lettera, che spero che avrete ricevuto. Non importa che pensiate a darmi nessuna risposta; mi basta solo che mi facciate sapere dai fratelli di aver ricevute le mie lettere.</p>
<closer> Conservatevi sano, e il Signore aggiunga i miei ai vostri anni, che vorrei perderli per donarli a voi, a voi che siete la più dolce occupazione dei pensieri del vostro amatissimo e obb.mo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Mille e mille saluti a mia madre. Credo di non farvi cosa discara se vi trascrivo una cantata di argomento morale, che composi giorni sono per farla mettere in musica dal mio maestro di cembalo. Servirà a divertirvi, sapendo io che qualche volta avete desiderato di leggere le mie cose.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>103</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 di Febbraio 1781.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>In questo ordinario riceverete una lettera di monsignor Soderini. Ella è di somma importanza, ed io ho voluto accompagnarla con una mia, acciò non siate imbrogliato a rispondere.</p>
<p>Fin da quando io procurai presso mons. Soderini di farvi eleggere in ministro dei beni Bentivoglio, io intesi non tanto di cercarvi uno stabile impiego, quanto di facilitarvi il mezzo di sprigionarvi dalla solitudine di Fusignano, in cui mi diceste di essere invidiato, mal veduto e scontento, e collocarvi a poco a poco in Ferrara, ove sono certamente più che in Fusignano aperte le strade del lucro. Mi erano note le ripugnanze del padre, e temendo che voi non avreste avuto tutto il coraggio di superarle, nell'atto medesimo della vostra elezione ho voluto tacervi che questo impiego di ministro dei Monti Bentivoglio esige moltissimo la vostra presenza per una buona parte dell'anno, e che queste erano pure le intenzioni di mons. Soderini. Adesso che avete accettato, e che siete nella rete, e avete voi medesimo colla vostra ultima lettera aperto il campo a mons. Soderini di manifestarvi le sue intenzioni, intenderete da lui medesimo la necessità in cui siete di trovarvi più spesso in Ferrara, e di piantarvi, con vostro comodo, residenza, e comprenderete da lui nel tempo stesso l'estensione che si lascia alla vostra libertà di attendere al vostro mestiere qualunque occasione vi capiti di esercitare la vostra professione. Vedrete che il Monte stesso intende di mettervi a buon credito qualunque passo dobbiate fare fuori dei beni che stanno sul Ferrarese e qualunque operazione anche minima che non sia compresa nei patti. Risolvetevi dunque di passare in Ferrara almeno per qualche buona parte dell'anno, tanto più che il commissario Cedri nell'ultima sua lettera ha messo in cattiva vista la vostra lontananza dal luogo in cui sono gl'interessi che appartengono al vostro ministero. Già Soderini è informato da me del desiderio, che voi e vostra moglie avete avuto una volta e che dovete aver tuttavia, di vivere piuttosto in Ferrara che in Fusignano, e sa che tutto l'ostacolo deriva da vostro padre e da vostra madre; onde troverete la sua lettera concepita in termini ostensibili ai medesimi, acciò con questa possiate farvi forte, e liberarvi una volta da questo maledetto paese di Fusignano, in cui mi addoloro di vedervi confinato colla mia povera cognata. Anche stando in Ferrara avete campo di fare le vostre villeggiature e di consolare i genitori colla vostra presenza; ma, Dio benedetto, io non intendo come possiate vivere continuamente in un paese sì detestabile e bestiale, senza diventar bestia anche voi con vostra moglie e i vostri figli. A proposito di figli, io vi manderò presto un libro di educazione, su cui desidero che regoliate quella dei vostri figli, e ve ne troverete contento.</p>
<p>Nella risposta che darete alla lettera di mons. Soderini fategli comprendere che le sue intenzioni vanno di perfetta intelligenza colle vostre, e che le avreste a quest'ora prevenute collo stabilirvi in Ferrara, se la vecchiezza dei genitori, che aborriscono l'idea di allontanarsi da un luogo in cui amano di finire i loro giorni lungi dallo strepito della città, e se la vostra tenerezza per i medesimi vi avessero potuto far superare il dolore e la ripugnanza di abbandonarli. Ditegli che per altro adesso sperate che l'importanza della sua lettera debba acquistarvi presso di essi un motivo di distaccarvi da loro, almeno per qualche parte dell'anno; ma che non potreste farlo istantaneamente senza prima famigliarizzarli a poco a poco col pensiero di dovervi lasciar vivere lontano da loro, e che questa separazione esige della delicatezza e del tempo. Pregatelo di accordarvi un termine discreto per l'esito di questo affare, e a non stancarsi di darvi prove della sua amorevolezza coll'avvertirvi di ciò che richiede il perfetto adempimento dell'incarico che vi ha addossato.</p>
<p>Aspetto a darvi un'altra prova del mio attaccamento ai vostri interessi quando sarete pronto a compiacer me e mons. Soderini, il quale ha della stima e dell'amor per voi, e che di voi ha fatto degli elogi col Duca di Ceri.</p>
<p>Procurate di mandar dentro carnevale quei salami. Non capisco perché i vetturali delle dogane non li abbiano da accettare. Guardate che in vece di mandarli per questi mulattieri, che portano tutto giorno casse e balle da un paese all'altro, non li mandaste per il corriere, poiché allora so ancor io che difficilmente li accetteranno, né voi dovete prevalervi di questo mezzo, poiché fareste spendere in dogana a Soderini il doppio di quel che vagliono li salami.</p>
<closer>Abbracciate D. Cesare per me e consigliatevi con lui, ma non vi allontanate da ciò che vi ho suggerito per la risposta. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>104</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date> A dì 7 Aprile 1781.</date></opener>
<p>La vostra lettera mi ha ritrovato nel ritiro di San Giovanni e Paolo a far gli esercizi. Ho scritto subito un biglietto a Scarpelli. È venuto egli in persona per darmi la risposta. Io era in chiesa alla meditazione; ed egli, non avendo potuto aspettare, mi ha lasciato scritto sopra questo foglio di carta quanto basta per chetare i vostri vani dubbi.</p>
<p>La risoluzione di mio padre e di don Cesare è strana, ma da non farsene caso. Veramente ci vuol della pazienza; ma la loro maniera di pensare sarà sempre la stessa. Voi però non ve ne prendete tanto fastidio, quand'anche don Cesare si alienasse dai vostri interessi. Nell'asse paterno io vi ho la mia parte quanto lui, e di questa voi potrete disporre a vostro piacimento e a qualunque condizione. Vi dico ciò con tutto il sentimento, e ve ne manterrò la parola, qualunque volta lo vogliate. Finisco, perché non ho tempo.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>105</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Maggio <add resp="ed">1781</add>.</date></opener>
<p>Quantunque io abbia tutte le ragioni di credere che monsignor Soderini non vorrà farvi il torto di preferirvi nessun altro per la sopravvivenza al sig. Pignocchi, nulladimeno coll'intelligenza di Scarpelli io ho voluto assicurarmene meglio in questa maniera. Scarpelli ha osservato che tra il vostro carattere e il mio vi passa poca differenza. Egli dunque mi ha fatto scrivere una lettera a nome vostro a monsignor Soderini, in cui gli date conto dell'indisposizione in cui avete trovato Pignocchi nel fargli una visita. Sul dubbio perciò che possa intervenire ai sig. Montisti qualche affare che non patisca dilazione, voi esibite in vece sua l'opera vostra, e gli rendete ragione della maniera in cui potete invigilar e sul Ferrarese e sulla Romagna nel tempo stesso, e della comodità in cui siete di farlo per la vicinanza di Fusignano in cui trovansi appunto i beni della Romagna: e molte altre cose. Non temiate che Monsignore si accorga dell'inganno, poiché Scarpelli avrà la prevenzione di aprire egli stesso e di leggere, come è solito di fare, le lettere che spettano al Monte, senza che Monsignore vi passi sopra coll'occhio; e dimattina che è giorno di posta, questa lettera si leggerà da Scarpelli a Monsignore e alla Congregazione. In tal guisa vi fate un merito coi difensori, e aprite il campo a Scarpelli di suggerire ai medesimi tutti quei motivi che debbono determinarli a farvi succedere in luogo di Pignocchi. Vi avviso di tutto questo, acciò che vi regoliate e non temiate.</p>
<p>Ho ricevuto questa mattina la lettera d'avviso del sig. Finotti per la cassettina dei salami. Spero che oggi mi sarà portata fino a casa. Le esibizioni che vi feci ultimamente ve le rinnovo anche adesso, e perché vediate che io voglio impegnarvi a farmi contrarre delle obbligazioni con voi, onde possiate accettare le offerte con minor scrupolo, vi prego di m<add resp="ed">an</add>darmi subito che potete dieci zecchini pe<add resp="ed">r</add> la <add resp="ed">po</add>sta.</p>
<p>Indirizzo queste lettere a Ferrara, ove crederei vi doveste trovare più presto che in Fusignano.</p>
<p>Ecco una leggenda assai lunga per chi la scrive.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>106</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Giugno 1781.</date></opener>
<p>Intenderete da Scarpelli che tutte le perizie, tutti i passi che farete pei signori Montisti, fuori di quelli che vi sono stati prescritti nell'istrumento, vi saranno messi a credito, e vi si pagheranno con un'annuale ricognizione. Oltre di ciò non abbiate più verun dubbio, che l'agenzia di Pignocchi non diventi tutta vostra dopo la di lui morte. Soderini me ne <add resp="ed">ha</add> data parola.</p>
<p>Ho ricevuto li 10zecchini. Ma non bastano. Conviene che io faccia un debito, ed è meglio il farlo con voi, che con altri. Sembrerà che mi abusi della vostra indulgenza, ma conviene che vi sforziate a mandarmene altri venti: sono stato sopraggiunto da un bisogno straordinario e impensato di questo denaro, e senza obbligarmi a dirvelo, io credo che voi mi compiacerete senza molta ripugnanza; tanto più che si tratta di impegnarmi sempre più a mantenervi la parola che vi ho dato.</p>
<p>Sento l'occasione che vi si è data di un nuovo impiego. A dirvela schietta, non è di tutta mia soddisfazione, e mi disgusta infinitamente quel <emph>fattore cavalcante</emph>. L'impiego sarà utile quanto volete, ma io vorrei inoltre che fosse onorifico. Tuttavolta io farò dei passi, o li farò fare, per meglio dire. Questo D. Luigi Amador mi è affatto incognito: ma lo scoprirò. Per altro mi fa maraviglia come il sig. avv. Beltrami, che dice di aver ottenuto il mandato di procura per succedere al dott. Ferraresi, e che si mostra sì soddisfatto della vostra persona, non abbia egli stesso informato il detto sig. D. Luigi Amador dei lumi che voi gli avete prestati per la sua causa, e dell'ottima scelta che si potrebbe fare di voi nell'impiego che bramate, trattandosi di far mutazione di ministri. Mi pare che egli stesso meglio di ogni altro, come quello che direttamente ha commercio di affari con questo agente, dovesse dar le prime mosse alla cosa, e poi lasciar agir me. È certo che questo agente si regolerà secondo le insinuazioni del detto sig. avvocato, trattandosi di sceglier persone di servizio in una città, in cui esso agente non può aver notizia di soggetti capaci. Questa negligenza del signor avvocato stimatissimo mi da nel naso, perché rifletto che un uomo che vi ha delle obbligazioni, e che, per quanto dite, vi ha del concetto, si doveva far un piacere di operare per voi spontaneamente, subito che sente da voi medesimo che questo impiego sarebbe di vostro desiderio. Io prescinderò da tutte queste mie riflessioni, e dimani cercherò di questo Amador, e mi adoprerò. Vi avverto però di essere più cauto con Beltrami. Io lo conosco, so qualche suo miracolo operato in Roma, e so che è della scuola dell'avv. Bellandi, che è uno dei più solenni Maganzesi della Curia romana.</p>
<closer>Ricordatevi di me, mentre io mi ricordo di voi, e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Sabato vi saprò scrivere qualche cosa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>107</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Giugno 1781.</date></opener>
<p>Per mezzo di un mio amico ho fatto impegnare il cav. don Nicola d'Azzara, primo agente del Re di Spagna alla corte di Roma, acciò raccomandi la vostra persona al sig. Giovanni Riva, che è uno dei sopraintendenti delle poste spagnuole. Gli si è lasciata una informatizia promemoria, scritta di mio proprio pugno, e questa sera, o domani alla più lunga, avrà il suo sfogo; poiché d'Azzara ha promesso di farlo con tutto il calore, e lo farà sicuramente. Per altro egli ha fatto riflettere al mio amico che questo vecchio Riva è un impicciamestieri e un progettista visionario, che disegna in mente cento cose al giorno, e non ne eseguisce mai una, ed ha assicurato di più che la principessa Pio non è pienamente soddisfatta dell'amministratura di quest'uomo. Può darsi per altro che nel nostro caso non vi sia da temere di un disegno aereo; e la cosa andando bene, state certo che la vostra causa è ben incamminata.</p>
<p>Scrivo in questo corso di posta a Giovannardi che consegni l'involto della biancheria a Zarletti, corriere del Papa. Ricordatevi dei denari che vi ho chiesti, e fate tutto il possibile per mandarmeli presto.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Abbracciate per me i genitori e d. Cesare.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>108</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Giugno 1781.</date></opener>
<p>Si è parlato al sig. Riva, e la sua risposta è stata che volentierissimo egli avrà in veduta la persona di Francesco Monti, tanto più che questo esibisce la persona del sig. avv. Beltrami per giudice de' suoi requisiti, giacché Beltrami sarebbe stato quello a cui appunto avrebbe ricorso per chiederne le necessarie informazioni. Ma avverte però che se prima vi era idea di riformare tutta l'amministrazione della sua principale in Ferrara, al presente la medesima è sospesa per essersi accomodati gl'insorti disordini. Nulladimeno non accerta che da un giorno all'altro non possa accadere che si debba fare questa mutazione. In questo egli non si dimenticherà del Monti, in cui concorrono troppi requisiti che fanno al suo intento.</p>
<p>Il sig. D. Giulio Rossi è un politissimo uomo, ma un uomo senza maniera e senza creanza è suo fratello. Egli è di quei molti Romagnoli, i quali non vengono a Roma che per invandalirsi e irromagnolarsi sempre più. Il diavolo se li porti tutti quanti. Mandatemi per la posta i chiesti 20 zecchini se volete favorirmeli, e non mi fate più spendere dei passi per aver un servigio da questi villani.</p>
<p>Vi siete regolato prudentissimamente coll'avvertire mons. Soderini della commissione datavi da Pignocchi. Se vi occorre altro simile accidente, scrivetene (sempre con tutta la cautela) ai signori difensori. Non vi faccia specie se mai Soderini non vi rispondesse subito. Il poveretto è inviluppato in un brutto affare di liti e di strapazzature con sua cognata figlia del principe Gabrieli. Vi si è frammischiata la persona dello stesso Papa il quale ha ordinato l'arresto del povero ab. Scarpelli il quale commise l'imprudenza di unirsi a Monsignore nell'insultare la cognata e darle tutte due il titolo di porca bug… alla presenza di tutti i servitori sì di lei che di lui. Insomma, vi è un foco da inferno per volta; e se Scarpelli non si trovasse ritirato a Santa Francesca Romana presso quei monaci suoi amici, il medesimo al presente sarebbe in Castello. Voi non vi mostrate inteso per niente di queste cose, e seguitate a fare i fatti vostri con tutta pace e tranquillità.</p>
<p>Addio. Sono il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S.Scrivetemi, se vi capita qualche altra occasione per impiegarvi, e assicuratevi di tutto il mio impegno.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>109</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 Giugno <add resp="ed">1781</add>.</date></opener>
<p>Le cose vanno malissimo per l'ab. Scarpelli. Se gli riesce di fuggire da Roma è tutto quello che può desiderare. Non v'è più speranza di accomodamento, e conviene che si dia pace, perché i sassi di Roma non sono più fatti pe' suoi piedi.</p>
<p>Monsignore è in un grandissimo abbattimento, e questo disordine gli ha scemato per lo meno dieci anni di vita. Sono stato a trovarlo, e mi ha fatto pietà. Gli volevo raccomandare un mio amico perché lo prendesse in loco dell'impiego di Scarpelli, e non ho avuto il coraggio di farlo. Mi sono esibito di servirlo ove gli abbisogni intanto di qualche lettera, e non ha ricusato l'opera mia, che io ben volentieri adoprerò per esso fintantoché siasi provveduto d'un segretario. Il male per Monsignore si è che sua cognata ha messa sossopra tutta Roma, e tratto interamente dal suo partito il Papa medesimo, il quale è fortemente irritato contro Monsignore. Sperasi che il parentado e il corpo dei Prelati Rotali faranno sì che si calmino le cose, e che si faccia la pace. Diversamente Monsignore è sicuro di andare a far qualche settimana d'esercizio ai Monaci della Polveriera, che è la solita penale che si dà ai prelati quando hanno delinquito in qualche cosa. Io ho il piacere di aver segretamente operato per esso più di quello che esso e Roma possa immaginarsi, poiché ho disposto in suo favore l'animo di D. Luigi Onesti, il quale, se troverà un contrattempo in cui il Papa sia rimesso dalla sua collera, parlerà per esso. Nessun è inteso di questo buon officio che io gli ho fatto, fuori dell'amico di cui mi sono prevalso per interessare in suo favore il detto D. Luigi. Non vi mostrate inteso con Pignocchi di queste cose, e state bene. Attendo i denari.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>110</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Luglio <add resp="ed">1781</add>.</date></opener>
<p>Vengo di ricevere dal sig. abate Polzi li scudi 41 che gentilmente mi avete mandati. Vedendo tardar tanto la spedizione di questo denaro e trovandomene sprovvisto affatto, fui costretto martedì passato di ricorrere mio malgrado al signor abate Rossi, e tanto lo supplicai che mi diede una cedola di quindici scudi. Questi li restituirò io subito che potrò cambiar quella di quarantuno che mi ha favorito il signor abate Polzi. Onde non occorre che voi li rimborsiate al sig. D. Giulio quando vi porterà la ricevuta che io ne feci al fratello.</p>
<p>Ho ricevuto le camicie n. 4 con tre paia di manichetti e mezza libra di seta.</p>
<p>State in attenzione di qualche impiego, e prevaletevi di me ove posso.</p>
<closer>Salutatemi caramente i genitori, il fratello e la cognata, e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>111</head>
<opener><salute><add resp="ed"> A FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Agosto 1781.</date></opener>
<p>Sono stato ammalato, e lo sono ancora. Tuttavolta rispondo all'ultima vostra.</p>
<p>L'ab. Ridolfi, e non Pandolfi, è mio amico. Eccovi acclusa una lettera a lui. Leggetela, e se siete più dell'intenzione che mi scriveste, mandategliela per la posta; ché egli la crederà addirittura venuta da Roma. Prevedo che nulla otterrete, perché questi commissari hanno seco il loro merito. Tuttavolta ecc., ecc.. Può darsi ancora che siate stato prevenuto da qualche perito ravennate.</p>
<p>Due volte passai dal sig. Rossi, né mai lo trovai. Se volete, posso mandargli i suoi scudi 15; ma se voi li pagate al sig. Giulio, vi risparmiate un'altra delle mie solite importunità.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>112</head>
<opener><salute>All'ab. RIDOLFI Commissario Pontificio in Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Agosto 1781.</date></opener>
<p>Amico ornatissimo.</p>
<p>Nemmeno il Demonio di Socrate poteva farvi cader in mente che io vi scrivessi una lettera. Ma a che fine vi scrivo io? Per ottenere un piacere da voi. Voi potete e dovete accordarmelo, e perché io sono ragionevole nelle mie dimande, e perché voi siete portato per le cose ragionevoli. Ascoltatemi.</p>
<p>Io so che per far l'estimo dei beni della Romagna, voi e il vostro agrimensore compagno, mancanti, come è ben da credersi, della pratica necessaria, vi servite dei periti di costà, e che dalle loro relazioni deducete il reddito annuale delle possidenze. So di più che al vostro arrivo si è pubblicato un editto che, trovandosi qualche possidente che non sia stato fedele nelle denunzie già date sino dall'anno scorso della rispettiva quantità di terreno che possiede e che abbia denunciato di meno, debba rimaner punito colla privazione di quella quantità che ha occultato o per sbaglio, o per malizia. Dal che parmi che si debba venire in appresso ad una misura generale. Altrimenti come è possibile rilevare se la denuncia sia giusta o no? Nel caso adunque che si debba fare una tal misura e che questa debba commettersi ai periti di questi paesi, io bramerei che voi fra gli altri vi prevaleste dell'opera di uno che sa perfettamente il suo mestiere, e di cui vi farei un lunghissimo elogio, se questi non fosse mio fratello. Egli abita in Fusignano, egli è noto a tutta Ferrara e a tutta la Romagna, e in Ravenna stessa potete sapere il merito della persona. Posso io supplicarvi per cosa più equa per voi, e più interessante per me?</p>
<p>Non voglio temere di una negativa. Tuttavolta, se mai le mie raccomandazioni fossero tardi, vi prego di un'altra cosa ben essenziale pe' miei interessi. Sul territorio di Fusignano, sul Leonino, ed anche su quello di Lugo, cred'io, la mia casa possiede varie pezze di terreno. So che molte volte i periti non pratici fanno delle stime molto aggravanti. Vorrei che quelle che apparterranno alla mia casa non fossero se non che giuste, e a tal effetto mi raccomando alla vostra onoratezza e discrezione.</p>
<p>Ecco le due preghiere che avevo da farvi, alle quali ne aggiungerò una terza, ed è questa: Se passate da Fusignano, smontate a casa mia. Vi troverete una famiglia piena di ospitalità, di cuore, di rispetto e venerazione per un tanto ospite. Le gentilezze del marchese Calcagnini vi sedurranno, e vi faran forse riguardar con disprezzo le soglie d'una porta minore. Ma il sig. marchese Calcagnini è tanto cortese, che vi accorderà qualche giorno da consumare anche fra le pareti della mia casa.</p>
<p>Ad onta di una penosa convalescenza di alcune febbri sofferte i giorni passati coll'incomodo delle mie solite emorroidi, vi ho scritto una lettera assai lunga.</p>
<closer>Dai vostri comandi comprenderò se io debba nominarmi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Monsignor Roberti e il marchese Tullio vi salutano. Scarponio sta ancora esiliato. Egli è creduto autore dell'abbruciata <title>Memoria Cattolica</title> e la passerà malamente per un pezzo.</p>
<p>Sta per morire la signora Caterina Datti. Ne sono afflitto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>113</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Agosto <add resp="ed">1781</add>.</date></opener>
<p>Si è parlato con calore al sig. Riva, ed ecco il risultato. Il Sig. Cotignoli avea alcuni affitti di Casa Pio, dei quali fu spogliato con aggravio e ingiustizia. L'oppresso intimò la lite, la quale ancora <foreign lang="lat">viget</foreign>. Fin d'allora il sig. Riva, conoscendo che il Cotignoli era stato aggravato senza ragione, promise che in caso che la lite avesse un esito cattivo egli avrebbe cercato di compensarlo dei danni, e fu allora che gli promise l'impiego che voi dimandate. Ora dunque il sig. Riva ha dato parola di scegliervi a queste due condizioni; prima che il Cotignoli vinca la lite, seconda che il sig. avvocato Beltrami gli scriva una lettera di raccomandazione per voi, o che voi facciate istanza al sig. Riva, e gliela mandiate accompagnata dalle informazioni favorevoli del sig. avv. Beltrami, di cui egli si fida in tutto e per tutto.</p>
<p>Invigilate adunque sulla causa del Cotignoli e tenetevi amico e parziale il sig. avvocato, che il resto è fatto.</p>
<p>A forza di cassia, della quale ne prendo mezz'oncia tutte le sere, e di lavativi di malva, dei quali me ne entrano in corpo tre o quattro il giorno, finalmente comincio a star meglio. Ma ho acquistato un certo spirito di malinconia, che non istò bene se non quando son solo.</p>
<p>Ha fatto e fa tuttavia strepito grande per Roma un capitolo, o canto, come volete, che io recitai domenica passata nell'Accademia del Bosco Parrasio sopra la <title>Bellezza dell'Universo</title> in occasione che l'Arcadia fece l'acclamazione dei nepoti del Papa, ai quali soprattutto fece un'impressione grandissima. Il Papa medesimo è invogliato di leggerlo, e presentemente lo sto correggendo ad effetto di farglielo presentare per mano di D. Luigi, e poi stamparlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>114</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Settembre 1781.</date></opener>
<p>Mi sono note per altra parte ancora le querele di casa Calcagnini per la nullità che Roma mostra di voler dare ai privilegi del feudo leonino. Il non aver l'ab. Ridolfi (e non Pandolfi) nissuna libertà di arbitrare sopra un tal punto, fa veder manifestamente che Roma vuol far man bassa sopra tutti terreni. E non è solo il marchese Calcagnini che soggiaccia a questo gravame. Il marchese Colloredo che da qualche giorno trovasi in Roma alloggiato in casa dei miei ospiti, racconta che la Marca è ad un peggior partito della Romagna, tanto più che l'ab. Devoti, commissario di quella provincia, opera assai più risoluto e severo di quello sia capace di fare l'ab. Ridolfi, il quale, cauto e circospetto com'è, non è possibile che si azzardi di far passo alcuno senza informarne prima la Congregazione del Buon Governo. Del rimanente io conosco tutti i prelati che compongono questa Congregazione, e direi anche di goder della loro amicizia, se l'amicizia in Roma non vi fosse che per apparenza e per politica. Potrei dunque parlar ancor io, e adoperarmi, e interpor mediazioni perché venissero riconosciuti i privilegi del territorio leonino. Tanto più volentieri ancor il farei, perché opererei pure in vantaggio di casa nostra, la quale vi possiede qualche terreno. Ma Roma ha bisogno di denaro, e chi ha bisogno di denaro non riconosce né patenti, né condizioni. La sagrestia non costa meno di un milione, e non è finita; il museo arriva sui centomila; le Paludi Pontine han già passato li trecento mila. Aggiungete a queste mille altre spese, le quali unite insieme formano una spesa perenne, e poco minore delle accennate. Nulladimeno io prenderò lingua sopra gli affari di casa Calcagnini, e se vedrò aperta la strada di giovare agli interessi che toccano anche noi sì da vicino, assicuratevi che parlerò e impronterò ancora le parole di validi mediatori.</p>
<p>Non ho potuto informarmi sopra l'affare dell'ab. Betti. Poco mi è lecito uscire di casa. Ma in questo difetto mi servirò dei biglietti.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori. Sono il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S.Vi manderò quanto prima alcune copie di un poemetto che ho scritto ultimamente sopra la <title>Bellezza dell'Universo</title>, e che recitai al Parrasio in occasione che furono acclamati i nipoti del Papa. È stato tradotto in francese, e con questa traduzione a fronte lo stampo per la seconda volta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>115</head>
<opener><salute>A FEDELE MARIA MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Ottobre 1781.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Padre.</p>
<p>So che è molto tempo che Ella desiderava di sentirmi impiegato. Non mi sarebbe mancato il modo di farlo fin dal primo anno della mia dimora in Roma, se io non fossi sempre stato difficile a contentarmi. Finalmente ho trovato di che pienamente soddisfarmi. Sono stato eletto segretario del Principe Braschi nipote di Nostro Signore. L'impiego non potrebbe essere più onorifico. Si tratta di servire primieramente un Principe, e in secondo luogo un nipote favorito del Sovrano regnante, di cui egli è l'arbitro unico ed assoluto. I secreti più gelosi dell'uno e dell'altro vengono a passar per le mie mani, ed onorano la mia condizione. Non parlo dell'utile e del bene che io posso fare agli amici, molto più alla mia casa; perché in quanto a me il solo decoro mi basta.</p>
<p>Spero che Ella dovrà trovar consolante questa novella, e che adesso conoscerà che la mia riputazione e la mia condotta in Roma è stata sempre lodevole, poiché è giunta ad interessare il pensiero del Papa medesimo e di suo nipote, senza che io abbia fatto il minimo impegno presso di loro, e senza che né l'uno né l'altro mi conoscessero se non che di nome e di stampa.</p>
<p>Ne comunichi la nuova alla mia cara madre, e mi conceda la sua benedizione.</p>
<closer>Amantissimo figlio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>116</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Ottobre 1781.</date></opener>
<p>Nell'acclusa do la nuova a mio padre dell'impiego ottenuto, come rapidamente vi scrissi l'ordinario passato. Ma indovinate a chi sono debitore di questa fortuna? All'ab. Mami, che vi deve esser ben noto perché è stato a' vostri tempi nel Seminario di Faenza. Egli è amico di D. Luigi, ed ha operato il mio affare presso di lui senza che io sapessi nulla. L'aver D. Luigi lette molte cose mie, e l'avermi sentito recitare, saran due mesi, in Arcadia l'invogliarono di aver una esatta notizia della mia persona. L' ab. Mami s'accorse che egli avea formata qualche idea vantaggiosa sopra di me, e non mancò di coltivarla, tanto che D. Luigi gli confidò che aveva in animo di disfarsi del suo segretario, e investigare se io avrei accettato di entrare con questo titolo presso di lui. Si trattava solamente di distruggere un forte impegno fatto da Gnudi presso il Papa a favore di un altro, che aveva rinunciato alla segreteria del cardinal Antamoro per essere stato dal detto Gnudi assicurato che presto o tardi sarebbe entrato per segretario col nipote del Papa. Ma D. Luigi si oppose apertamente alle intenzioni del Papa e proponendo al medesimo la mia persona il Papa rispose: L'ab. Monti ci è noto, e ne abbiam sentito parlare più volte; ma chi sa se quest'uomo vuol venire con Voi: ci è stato dipinto per una testa piena di talento e di stravaganza. Al che rispose il Nipote che sarebbe stata sua cura di levarmi dalla casa dei marchesi Roberti miei ospiti, la compagnia de' quali sapeva egli essermi venuta in fastidio (il che è verissimo).</p>
<p>Avuto dunque il permesso di scegliere il segretario, mi fece parlare per l'ab. Mami, e potete figurarvi se esitai ad accettarlo.</p>
<p>Non sono ancora passato presso di lui, perché bisogna dispor prima molte cose, una delle quali è di prevenire Donna Costanza sua moglie, la quale protegge moltissimo il segretario che ha presentemente, e che D. Luigi vuol far passare per sottosegretario.</p>
<p>Intanto mi ha fatto interrogare sopra le mie pretensioni, al che ho risposto che io intendo di servirlo per genio e non per mercede. E in realtà io lo lascio in libertà su di questo, consigliato così dal cardinal Boschi, a cui ho fatta la confidenza di tutto. In questa maniera io maneggio meglio i miei vantaggi; oltre di che gl'incerti soli mi ascenderanno a più di venti scudi il mese, senza contare la casa ch'egli mi accorda e la tavola sua stessa, che pure ha intenzione di accordarmi contro il costume di tutti i Principi Romani e Cardinali, purché gli riesca di far prima dimenticare alla principessina sua moglie il dispiacere della caduta del suo antico favorito segretario.</p>
<p>Mandatemi dunque del denaro. Molte sono le spese che mi converrà fare pel mio ingresso. Mance pei servitori pei lacché pei camerieri, per le donzelle della signora ecc.. Abiti per me, provvisioni per l'appartamento che mi verrà assegnato, e mille cosette, che, unite insieme, portano innanzi.</p>
<p>Intanto voglio che scriviate una lettera di ringraziamento all'ab. Mami. Egli è quello che ha operato tutto per me, e che ha parlato pure per voi circa al vostro interesse del Principe Pio, su cui non mi avete poi scritto altro. La lettera potete concepirla nei termini della acclusa minuta.</p>
<closer>Amatemi e credetemi sempre vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Salutate e abbracciate D. Cesare per me.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>117</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20<add resp="ed">Ottobre 1781</add>.</date></opener>
<p>C. Fratello.</p>
<p>Sto in aspettazione del denaro, perché in verità spiacerebbemi di cominciare il mio impiego senza essere prima ammobiliato e corredato di tutto il bisognevole. La decenza e la pulizia con cui il Principe Onesti medesimo mi vedrà entrare al suo servigio gli accrescerà la buona idea che ha di me, e Roma non potrà dire che questa sia una conseguenza del lucro che mi frutterà la secreteria, e che per farmi un buon equipaggio io avessi bisogno della medesima. Dunque sentitemi bene: io vi darò un poco d'incommodo, ma guardatevi dall'aver la minima ripugnanza in contentarmi. Sono sensibile alle finezze egualmente che alle negative, e mi ricordo bene delle une e dell'altre. Vi dico fin d'adesso che avrete a lodarvi di me, e che tanto più mi obbligherete, quanto maggiore sarà il vostro incommodo. Facendo bene il calcolo di quel che mi bisogna, non so se basteranno duecento scudi. Tuttavolta per ora non esigo di più. Suppongo che il denaro che vi pregai di spedirmi nell'atto di darvi avviso del mio impiego, suppongo, dissi, che poco potrà tardare ad arrivare. Dunque terminate di compiacermi, e tiratemi al banco Ciola, o Belloni, o in qualunque altro modo sicuro una cambiale di cento cinquanta da pagarsi a vista. Se non li avete pronti, non sarà gran male che li troviate a censo. Questa cambiale unita all'altro denaro mi basterà.</p>
<p>Don Luigi è partito questa mattina per Tivoli, ove si tratterrà cinque o sei giorni per visitare alcuni beni che il Papa gli ha fatto acquistare pel valore di circa cento mila scudi. Nei giorni passati fu a prender possesso del suo feudo di Nemi. Quando sarà ritornato, tarderà poco a cominciare la mia segreteria. Intanto mons. Maggiordomo suo fratello mi colma di finezze, e la cosa essendosi saputa per Roma, ricevo dei complimenti e delle scappellate da tutte le parti. Questa è la prima volta che comincio a conoscere la cortigianeria, e mi accade di dover arrossire anche per parte di molte persone prelatizie, le quali mi si vogliono mostrar amiche unicamente perché veggono che da qui innanzi sarò in istato di far loro del male e del bene quando lo voglia.</p>
<closer>State sano, salutatemi i genitori, e mandatemi il denaro che vi dimando con tutto il calore. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>118</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Ottobre 1781.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Che sì che mi credete dimentico di voi? Il mio silenzio di tanti mesi chi sa quanto vi avrà fatto mormorare di me? Ma sappiate che nell'amicizia io sono ortodosso buono, e che sono lo stesso di otto mesi addietro, e che tale sarò a riguardo vostro <foreign lang="lat">ultra cineres.</foreign></p>
<p>Una volta vi mostravate premuroso di leggere miei versi. Non so se duri più in voi questa premura, e se siasi in voi cancellato quel poco di buona opinione che avevate per me. Con tutto ciò voglio trasmettervi una copia d'un poemetto che ho fatto ultimamente sopra la Bellezza dell'Universo, e se mi promettete di esser candido giudice, ve ne comunicherò un altro sopra l'armonia del Leibnizio, e poi un altro sopra il vincolo della poesia colla filosofia; sopra il qual argomento ho scritto anche una piccola prolusione critica concernente le stravaganze dei poeti moderni, che troppo e malamente si abusano della filosofia, e dei moderni cinquecentisti, che affatto lo disprezzano.</p>
<closer>State sano, ridonatemi l'amor vostro, comunicatemi i vostri studi, e credetemi inalterabilmente il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>119</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Novembre 1781.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho ricevuto dal signor Polzi scudi 105. Mi resta debitore di scudi 18, quali era passato stamattina in segreteria per darmeli, e, non avendomi trovato, ha lasciato detto che tornerà. Vi ringrazio quanto so e posso, e sarò memore delle vostre compiacenze. Non vi avrei chiesto tutto questo denaro, se non avessi avuto bisogno di farmi abiti, provveder letto, burrò, commò, sedie e mille altre cose. Inoltre debbo farvi nota una carità, della quale sono sì lieto, che in vita mia non ho provato miglior piacere. Ho fatto l'elemosina di scudi 30 ad una povera giovane vedova di circa trent'anni, la quale, essendo diventata inabile alla fatica di servire, e assalita essendo continuamente da mali organici, e da mille altri mali cagionatile dal pericolo e dal timore in cui si trovò tempo fa di essere uccisa dal proprio figliastro, ha desiderato di passare il restante de' suoi giorni nel Conservatorio di S. Sisto. Oltre li trenta scudi ne ho spesi altri scudi 15 in provvederla di tutto il bisognevole; mi sono sprovveduto di calzette, di camicie e di un baule, e non le ho fatto mancar nemmeno gli aghi da cucire.</p>
<p>Questa si è saputa per Roma, perché questa povera donna, e le persone di quella casa in cui serviva e dove io son solito passar la serata, l'han pubblicata per tutto. Il Principe mio Padrone l'ha risaputa, e mi ha fatto mille elogi. V'assicuro ingenuamente che questa è la più bella di tutte le mie azioni, e che io non potevo collocare in anima più santa e costumata le mie elemosine. Questa poveretta non può campar molto, e presto andrà in cielo a pregare per me.</p>
<p>Il mio Padrone mi consola, ha della somma bontà per me, e si loda molto di me. I nostri naturali si uniformano perfettamente, e la nostra maniera di pensare è la stessa.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori, salutatemi e ringraziate il fratello, e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>120</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Dicembre 1781.</date></opener>
<p>C. F. .</p>
<p>Mi è accaduto di conoscere in persona il sig. Giovanni della Riva, e di fargli parlar nuovamente per voi. Egli ha rinnovate le sue promesse, e ha detto che qualunque volta il signor avv. Beltrami vi proponga e si faccia mallevadore della vostra abilità e onoratezza, egli non si scosterà punto dai suggerimenti e raccomandazioni di lui. Rinnovate dunque al suddetto sign. avvocato le vostre premure, e insinuategli a non perdere di mira l'impiego ch'egli cerca per sé in loco del dott. Ferraresi, perché credo realmente, che non sia lontano dall'ottenerlo; purché sappia maneggiare l'animo del sig. della Riva.</p>
<p>Circa ai salariati dell'Arcivescovo di Ravenna, mandatemi una pro—memoria di ciò che voi desiderate, e, se sarà possibile, vi farò ottenere quel che vorrete quando si farà l'elezione, e se l'impegno del mio Padrone sarà a tempo.</p>
<p>Scrivo all'ab. Migliore per raccomandargli la vostra persona. Andate in persona a trovarlo, e portategli i miei saluti.</p>
<p>Io non ho ancora finito di provvedermi di tutto il mio bisognevole, e mi resta ancora qualche spesa, e sei o otto zecchini mi bastano. Se potete mandarmeli ve ne resterò obbligato.</p>
<closer>Salutatemi la cognata, e amatemi, ché sono in fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Devo prevenirvi che vi guardiate dal prendere impegni di raccomandarmi chicchessia per qualsiasi cosa. Troppi ancora sono i riguardi che m'impediscono dal far uso di quella autorità che mi viene dalla situazione in cui sono. Solo per voi e per quelli di casa io sono disposto a parlare in tutti i tempi e in tutte le occasioni. Vi do questo avvertimento perché appunto da Ferrara mi piovono le seccature.</p>
<p>Non vi dimenticate di portarvi più presto che potete dall'abate Migliore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>121</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Dicembre 1781.</date></opener>
<p>Dall'acclusa lettera dell'ab. Migliore comprenderete l'esito della mia raccomandazione.</p>
<p>Non mi dimenticherò di far tutti gl'impegni possibili per uno dei due impieghi arcivescovili che voi bramate. Ma bisogna aspettare l'elezione del nuovo Arcivescovo, la quale, a dirvela in confidenza, non si farà che dopo la promozione dei nuovi Cardinali. Il Papa aveva esibito quell'arcivescovato al card. Bandi: ma egli, innamorato del suo S. Cassiano, non ha accettata l'offerta. Questa lettera di esibizione fu scritta al suddetto Cardinale di pugno proprio dal mio Padrone, fin da quando si seppe la nuova della morte di Cantoni.</p>
<p>Non rispondo alle vostre premure pel governo di Rimini, perché già vi ho significati i miei sentimenti. Procedo con una gelosia incredibile sopra questo particolare. Ho rifiutato perfino una ricognizione di duecento doppie, per non raccomandare un memoriale che mi si voleva affidare. Non parlo delle offerte di 30, 60 e 100 scudi, perché queste sono giornaliere. Tutta la mia mira è diretta ad ottenere delle pensioni, che sono qualche cosa più che un regalo: e queste non le otterrò, se il Papa viene a sapere che io traffichi la buona grazia del Padrone.</p>
<p>Addio in fretta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>122</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Dicembre 1781.</date></opener>
<p>Amico caro.</p>
<p>È più d'un mese che io debbo ringraziarvi delle due vostre epistole che mi avete mandato e congratularmene seco Voi. Vi ho detto altre volte che in questo genere di poesia Voi siete eccellente. Non posso far altro che ripetervelo, e quantunque non tutti i vostri versi mi piacciano per l'espressione, nulladimeno crederei di far torto a me stesso se mi fermassi nella censura delle piccole cose, quando sono compensato e inebbriato dalla bellezza di cui abbondano. Questo mio metodo di giudicare mi ha fatto scandolezzare delle vostre riflessioni sopra quel passo del mio canto, in cui considero la bellezza nei fenomeni funesti e terribili della natura. Quanti lo han letto tutti sono convenuti che questo è il più bel pezzo di quel poemetto, ed io medesimo ne sono d'accordo. L'affare è tutto di sentimento. Se Voi da Voi stesso non sentite una tal verità, la lite è finita e non occorre parlarne. Vorrei solo che vi persuadeste che certe immagini che Voi chiamate settentrionali sono immagini italiane eziandio, perché sono cavate dagli oggetti della natura, la quale parla istessamente agli occhi di Londra e di Parigi che a quelli di Roma. Basta che ci degniamo di riguardarla, e questa buona maestra insegnerà a tutti egualmente i fonti della vera poesia, di quella poesia cioè che trasporta, che commove, che penetra e che, immergendo l'anima nel sentimento del poeta, ci fa dimenticare delle parole con cui si esprime. Contuttociò io sarò una bestia in certi pensieri, ma giacché sono tale, lasciatemi la soddisfazione di esserlo da me medesimo e di non aver bisogno degli oltramontani per esserlo.</p>
<p>Vi do le buone feste. Quando mi scriverete, aggiungete nella soprascritta: Ab. Monti, segretario di S. E. il Principe Braschi, nipote di N. S. In questa maniera mi risparmierete la briga di andare o mandare alla posta, e me la farete giungere più sollecitamente.</p>
<p>Datemi nuove dei vostri studi e del vostro Orazio. Ho letto il quarto o quinto tomo che sia di Bettinelli. Quanto mi fa pietà! Egli declama contro i poeti d'oltremonti e i loro lodatori, egli che ha rubato tutto quel che ha di buono ai medesimi, egli che ha copiato il suo poemetto delle Raccolte dalla <title>Dunciade</title> di Pope. Quest'uomo è un perfetto egoista e un pazzo fanatico, e il suo egoismo e fanatismo lo rende così rabbioso, per la ragione che non trova chi gli faccia l'onor di rispondere alle sue impertinenti pedanterie. Quel che mi fa ridere è il vedere che molti lo temono e per timore lo lodano. Tuttavolta io lo sceglierei sempre per giudice privato delle cose mie, perché le sue sottigliezze medesime mi metterebbero in salvo dai piccoli difetti che non ponno cader sotto l'occhio di una mente riscaldata e tutta inebbriata del pensiero che getta in carta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>123</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 del 1782.</date></opener>
<p>Scusate se non v'ho risposto più presto. Potete credere che sono occupato.</p>
<p>Mi rallegro che abbiate abbandonato finalmente le solitudini di Fusignano. Mi figuro per altro il vostro rammarico e quello dei genitori in separarvi. Ma in queste cose vi vuol flemma e coraggio.</p>
<p>Non mi sono dimenticato della vostra premura circa all'amministrazione ferrarese dell'Arcivescovo di Ravenna. Non si sa ancora sopra chi cadrà la scelta. Certo che non mai sopra monsignor Onesti, come scioccamente si era sparsa la nuova costà. Subito che si saprà l'elezione, sarò sollecito per farvi raccomandare dal mio Padrone. Egli mi vuol bene, e ne ricevo ogni giorno delle prove. Fra poco avrò un abboccamento con N. S.. Pregate Dio che mi vada bene.</p>
<closer>Salutatemi vostra moglie, e scrivetemi, sebbene non vediate le mie risposte.—Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille complimenti e saluti all'ornatissimo sig. march. Ercole. Da qui innanzi per più sicurezza aggiungete nella soprascritta alle lettere che mi scrivete, segretario di S. E. il signor Principe Braschi, nipote di N. S..</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>124</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 del 1782.</date></opener>
<p>Vi ringrazio e della cambiale e dei cotighini, che già sono arrivati. Questa mattina ne abbiamo fatto il saggio; ma in verità me li credeva migliori. Non mi han fatto molto onore. Ma vi vuole pazienza.</p>
<p>Chi vi ha detto che mons. Onesti sia stato destinato Arcivescovo di Ravenna? Non lo crediate. Qualunque però debba essere l'eletto, assicuratevi che io sarò memore di voi. Sopra di ciò è inutile che mi scriviate più.</p>
<p>Vedrò ancora di far qualche officio in favore del sig. Delfini. Il sig. Manzoni ha diritto di comandarmi e di farmi dimenticare le mie determinazioni. Ditegli che la sua memoria mi ha risvegliato della tenerezza nel cuore, e che mi raccomando alle di lui orazioni. Mi trovo in un pelago di cabale, d'insidie, di raggiri, di frodi e di peccati, e sono inesperto. Vi vuole un santo che mi assista e preghi per me.</p>
<closer>Sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>125</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Febbraio 1782.</date></opener>
<p>Dopo un mese di continua fatica finalmente respiro. Sono stato per tutto questo tempo occupato in comporre due <emph>componimenti drammatici</emph> da cantarsi verso la fine di questo mese nel palazzo del cardinale De Bernis per festeggiare la nascita del Delfino di Francia. Vi saprò poi dire cosa mi ha fruttato. Se il regalo è minore del valore di cento zecchini per lo meno, v'assicuro che rinuncio per sempre alla poesia.</p>
<p>Vi promisi di darvi informazione del ricevimento che mi fece il Papa. Non è possibile che io possa esprimervi la bontà con cui mi accolse. Fui introdotto dal mio Padrone; e il mio primo abboccamento durò per due buone ore. Chi può dirvi la sensazione che mi fece? Mi presentai pieno di timore, e ne uscii pieno di tenerezza; e quando gli baciai i piedi nell'atto che stava per montare in carrozza per andare a fare una passeggiata, mi vennero agli occhi le lagrime. Questo fu il primo abboccamento, di cui ne ho ancora fresca la memoria. Adesso quando mi vede e che io me gli presento, mi fa sempre qualche carezza.</p>
<p>Da ciò potete comprendere l'agitazione in cui sono per la imminente sua partenza per Vienna. Egli è risoluto di fare il viaggio <foreign lang="lat">more pauperum</foreign>, e di non prender seco né Cardinali, né Prelati, né Nepoti. Il mio Padrone, che l'ama teneramente, ne è afflittissimo, e la sua afflizione passa nell'animo mio, che gli sono al fianco. Tutto il suo equipaggio non sarà più di trenta persone. Vi scrivo queste cose in tutta confidenza. Guardatevi dal leggere neppure un solo periodo di questa lettera ad alcuno. Se avrò tempo, nel venturo ordinario vi scriverò più precisamente.</p>
<p>Non ho ancora fatto confermare la patente del signor Aleotti, ma lo farò quanto prima. Per ottenere la Tratta era necessaria la raccomandazione di qualche altra persona autorevole, come sentirete dal biglietto dell'abate Parisi, che ho accluso a D. Cesare, acciò si possa giustificare con chi gli aveva data tale incombenza. Io non ho voluto parlarne al mio Padrone, perché non è cosa che appartenga a nessuno di casa mia. Se la Tratta avesse dovuto servire per voi, in quel caso mi sarei adoperato efficacemente, come ho promesso di fare in simili circostanze.</p>
<closer>Salutatemi la cognata, e sono in fretta <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>126</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Febbraio <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Sono stato occupatissimo per tutto questo mese. La commissione avuta di comporre due Cantate a tre voci per festeggiare la nascita del reale Delfino di Francia unita agli affari della mia segreteria, mi ha tenuto in una continua angustia di tempo, e di spirito. Grazie al cielo sono terminate ambedue. L'essere io stato prescelto a questa incombenza ha svegliato l'invidia di tutti i poeti di Roma. Il sig. cardinale De Bernis, che me ne ha dato l'incarico, si è trovato imbrogliato nello sbarazzarsi dalle seccature che gli venivano date. Il Papa ne ha avuto piacere, e l'altra mattina ebbe la bontà di scherzar meco a lungo sopra questo particolare. Il regalo che me ne verrà, spero che non debba essere così lieve, e attesa la persona che me lo deve fare, e la circostanza per cui ho scritto, e la situazione in cui mi trovo, e la premura che deve avere il cardinale De Bernis di farsi onore col Papa, che vi ha preso interesse.</p>
<p>Scusate adunque se non vi ho scritto per tutto questo tempo. Le Tratte che mi raccomandaste, non le avevo dimenticate. Ma avendole raccomandate all'ab. Parisi, egli non è potuto riuscire in ciò presso il Camerlengo, il quale gli ha risposto che non accorda Tratte quando i postulanti non siano appoggiati da qualche raccomandazione. A tale effetto vi accludo il suo biglietto medesimo, perché vi serva di giustificazione presso la persona che ve ne aveva dato l'incarico.</p>
<p>Tutta Roma è in costernazione per la gita imminente del Papa a Vienna. Il viaggio è fissato <foreign lang="lat">more pauperum</foreign>, senza corteggio di Cardinali, Prelati, e qualunque altra persona strepitosa. Può darsi che il mio Padrone lo accompagni fino a Cesena; nel quale caso io sarò con lui, e forse potrò dare una scappata fino a Fusignano. Oh quanto lo bramerei per abbracciar voi, i miei genitori e tutta la mia famiglia!</p>
<closer>Sono affollato di lettere; onde finisco e sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>127</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 febbraio 1782.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Questa mattina alle 13 è partito il Nostro Santo Padre da Roma. Tutta la città lo ha accompagnato fin sulle porte coi pianti e colle grida. Non si è mai veduto spettacolo più tenero. Egli era ridente e infocato nel volto, e di quando in quando piangeva nel mirare la commozione del popolo. Del rimanente pareva che andasse al trionfo. Non ha voluto condur seco né i nipoti, né alcun Cardinale, né alcun Principe romano, ma soltanto un corteggio modesto di poche persone e di pochi piccoli prelati, rispettabili soltanto per l'età e per la pietà, unicamente per viaggiare in qualità di pastore e colle divise dell'umiltà. Non ha voluto neppure farsi accompagnare da nessun teologo, perché egli dice di andar per comporre le cose pacificamente e colle preghiere, e non per litigare e disputare. Conosce il pericolo a cui espone la sua vita per gl'incomodi della sua età avanzata, ma egli si protesta di esser pronto a lasciare anche la testa sotto una mannaia, quando sia d'uopo per difendere la Chiesa. Per altro se ne spera da tutti un buon esito e un fortunato ritorno. Nel qual caso ha permesso ai nipoti di venire ad incontrarlo in Cesena. Sicché mi lusingo di abbracciarvi in quel tempo. Il mio Padrone è inconsolabile. Il suo congedo col Papa ha cavato le lagrime. A tavola non ha potuto gustar cibo, e così pure è accaduto di me, che mi trovo anche di più indisposto per una febbre che l'altra notte mi sopraggiunse. Il Papa passerà per Faenza circa il giovedì della futura settimana. Si fermerà in Imola, poscia in Bologna un giorno intero, di poi in Ferrara, di dove imbarcandosi al Ponte di Lagoscuro si invierà al porto di Monster.</p>
<p>Comunicate la lettera presente ai genitori e abbracciateli per me.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi era dimenticato un aneddoto risguardante la mia persona. Il sig. Mario Falconieri, padre della Principessa mia Padrona, col pretesto di voler andare a veder un suo figlio dimorante in Vienna, ha preso dal Papa il permesso di precederlo e l'ha ottenuto. In questa occasione, siccome questo signore mi guarda di buon occhio, così aveva chiesta la mia persona a D. Luigi, per suo compagno di viaggio. Il Padrone, che realmente mi ama, non ha saputo dire né di sì né di no, per timore e dispiacere di perdermi. Si è rimesso al mio proprio arbitrio, e questa sera appunto mi ha fatto la proposta. Io che facilmente gli ho letto nel core, mi sono protestato, senza esitare un momento, che mai l'avrei abbandonato specialmente in queste circostanze, in cui la lontananza di N. S. gli rende necessaria la mia assistenza. Confesso la verità che una circostanza più luminosa e più bella di viaggiare non mi poteva capitare. Ma io ho fatto il mio dovere, e ne sono contento.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>128</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Marzo 1782.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Informatevi precisamente quando il sig. Zaffarini abbia intenzione di chiedere la giubilazione. Ma guardatevi che non vi diano a credere quel che non è. State attento in darmi questo avviso, e lasciatevi servire. Ho dato ordine per la Tratta. Scusate se non v'ho ancora mandata la conferma della patente del signor Aleotti. Parliamo adesso d'un affare più serio.</p>
<p>Il sig. Mario Falconieri, fratello della principessa Santa Croce e padre della mia Padrona, vale a dire una delle persone più importanti di Roma, viaggia per Vienna sulle tracce del Santo Padre. Egli doveva e voleva condur me per suo compagno di viaggio, se al Padrone non fosse troppo rincresciuto di privarsi di me in queste desolazioni. Sabbato sera, o alla più lunga domenica sera egli troverassi in Ferrara, poiché vien dietro al Papa sempre un giorno dopo. Io gli ho esibita la vostra casa, ed egli, per liberarsi da qualunque invito del Legato o di altro, volentieri ha accettata la mia esibizione in grazia della buona amicizia che mi comparte. Questo signore adunque verrà a smontare direttamente da voi, venendo da Bologna. Gli ho dato la direzione sulla piazza di S. Giuseppe, sulla via grande, perché parmi appunto che una volta voi mi scriveste che la vostra casa era situata in quelle vicinanze. Caso che avessi sbagliato, potete tener pronta qualche persona sul luogo che io ho indicato al sig. Mario acciò lo possa condurre alla vostra casa. Già verrà innanzi per tempo il suo corriere, sicché potrete regolarvi. Non vi dia imbarazzo la sua venuta. Egli è l'uomo il più amabile del mondo. Non ama la soggezione, e lo troverete alla mano sopra ogni credere. Potrete vedere in lui la differenza che passa tra un signore romano, e un signore de' nostri paesi. Conduce seco quattro sole persone: il suo segretario, un cameriere, un servitore che cucina, e un cocchiere. Ecco adunque qual è l'equipaggio del vostro ospite, il quale per altro non sarà più vostro, quando si dia la combinazione che Gnudi sia in Ferrara. Sicché prima invigilate di sapere se Gnudi deve trovarvisi, acciò non abbiate da far alcun moto inutilmente. Vi dirò intanto alcune istruzioni per vostro regolamento. Prima di tutto preparategli i letti necessari uno a lui, uno al segretario ed uno al cameriere, quale potrete far dormire presso qualche vostro amico, caso che non abbiate comodo bastante. Mi figuro che siate provveduto di servitore, altrimenti provvedetene uno per questo poco di tempo. E questa sia la seconda cosa. In terzo loco ordinate ad un abile coco una scarsa, ma elegante cenetta, e prendete ad imprestito argenterie, tondini e tutto quel che vi bisogna. L'ab. Migliore potrà provvedervi di tutto il bisognevole, o piuttosto il sig. marchese Calcagnini, cui anzi potrete pregare di venire la sera a fargli un poco di compagnia. In quarto loco sbarazzate la casa alla meglio che sia possibile. Già vi ripeto che egli è nemico de' complimenti. Tuttavolta voi non dovete ometter nulla di ciò che riguardi la polizia. In quinto loco dite a mia cognata che allontani per quella sera i figli da casa, e che procuri di trovarsi in abito semplice, ma polito senza polvere sul capo, pettinatura negligente, ma studiata, insomma disinvolta e brillante, e soprattutto procuri di non prendersi soggezione. Riguardo ai titoli, siccome nissun signore romano che non sia o Principe o Duca non vien trattato coll'Eccellenza, così voi pure trattatelo col Lei e coll'Ella, ma non mi fate la figura da uomo di poco spirito. Riguardo al resto regolatevi come crederete opportuno. Io non so cosa suggerirvi perché ho la testa fuori del busto. Consigliatevi col marchesino Ercole, a cui direte che pel venturo ordinario risponderò. Vi ripeto che se Gnudi è in Ferrara, è inutile che l'aspettiate. Solamente allora ve gli presenterete per farvi dare un pacchetto che gli ho consegnato per voi di alcune copie delle mie cantate, che potrete dare all' 
riceverete un'altra dall'ab. Migliore, nella quale vi dirò in breve le stesse cose. Intendetemi a discrezione, e compiacetevi dell'ospite che vi ho procurato, perché vi dirò poi quanti siano i vantaggi che da ciò ne deriveranno e a voi, e a me.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>129</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Marzo 1782.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Sul timore che vi venga ritardata una lettera che vi scrivo in quest'oggi, replico anche questa, e ve la trasmetto per mezzo dell'ab. Migliore. Il motivo della mia somma premura eccovelo.</p>
<p>Un giorno dopo che sarà passato il Papa da Ferrara, arriverà costì il sig. Mario Falconieri, che viaggia sulle tracce del Papa. Saprete che egli è una delle persone più importanti di Roma, fratello della principessa Santa Croce, e padre della principessa mia Padrona. Se non ritrova Gnudi in Ferrara, e se gli riesce di evitare qualunque invito gli possa fare il Legato, egli verrà a smontare da voi. Questo sarebbe il suo desiderio per liberarsi dai disturbi. Conduce seco quattro sole persone, il suo segretario, un cameriere, un servitore che cucina, e un cocchiere. Laonde caso mai si dasse la combinazione che Gnudi da Bologna non accompagnasse il Papa fino a Ferrara, aspettatevi a casa il suddetto sig. Mario, a cui ho dato perfino l'indirizzo della vostra abitazione, cioè sulla via grande passata la chiesa di S. Giuseppe. E se mai avessi sbagliato in dirigerlo, potrete, per tutti i casi possibili, far stare sulla piazza di S. Giuseppe qualcuno, che, quando arriva il corriere, lo conduca a casa vostra. Veramente è difficile che il sig. Card. Legato non gli usi l'attenzione d'invitarlo e fermarlo presso di sé. Tuttavolta non si può mai sapere come vadano le cose, ed io vi scrivo questo soltanto, perché vi disponiate per qualunque bisogno possa occorrere. Il sig. marchesino Ercole e il sig. ab. Migliore potranno assistervi in tutto ciò che vi bisogna, ed anche fare un poco di compagnia la sera al vostro ospite. Non vi affannate di questa sorpresa, perché v'assicuro io che questo è il signore il più amabile che mai possiate conoscere. Sebbene però egli mi abbia promesso di pernottare in casa vostra, è più probabile nulladimeno che ciò non accada. Nel qual caso procurate di essere cionnonostante avvisato quando egli arriva, per presentarvegli, e per riscuotere un pacchetto a voi diretto, ove troverete alcune copie delle mie cantate, tre delle quali darete all'ab. Migliore. Sono stanco di scrivere, e la penna mi cade.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Fate diligenza per avere subito le lettere, perché ne riceverete un'altra su questo stesso, la quale vi servirà più di regola</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>130</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Marzo <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>C. Fratello.</p>
<p>Aspetto poi di sapere se il sig. Mario Falconieri sia stato vostro ospite, e se abbiate ricuperato da lui l'involto speditovi.</p>
<p>Per avere la Tratta sarà necessario che stendiate il memoriale, e che lo facciate accompagnare dal permesso di codesto sig. Legato. L'ab. Migliore che vi ama può farvi questo piacere. Dopo me lo manderete, ed io a vista vi spedirò la Tratta. Ricordatevi di avvisarmi circa la giubilazione di Zaffarini.</p>
<closer>Amatemi e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>131</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Marzo <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Pazientate ancora per qualche giorno la Tratta. L'abate Migliore è pacificato con me e mi ama dieci volte di più. Giacché questo galantuomo è sì disposto a farci del bene, interessatelo nelle vostre mire circa la sopravvivenza di Zaffarini. Intendetevela con esso circa l'esposizione della supplica e il bisogno che vi sarà dei requisiti. Per quel che dipende da Roma, io m'ingegnerò di rendervi contento. Ma gioverà molto che andiate munito anche della approvazione di codesto Card. Legato. Riguardo al Commissario, penso di scrivergli questa sera una lettera di complimento.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori, datemi nuove di loro, del fratello d. Cesare e della sig. cognata. Amatemi e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>133</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Aprile 1782.</date></opener>
<p>Ho rabbia di non aver ottenuta una cosa da niente, vale a dire la Tratta. Il Camerlengo è fuori di Roma in visita fino dalla settimana passata. Volevo scrivergli; ma, dico il vero, siccome credo che la mancanza di questa Tratta vi debba essere di poco pregiudizio, così non mi sono voluto impuntare per una frivolezza, né obbligare il Camerlengo a concedere per forza ciò che ha negato per grazia. Quel che mi preme non è la Tratta, ma bensì il vostro stabilimento. La vostra situazione mi tocca. Aspetto i necessari documenti per appoggiare la dimanda di sopravvivenza al Zaffarini. Ho in animo di consegnarla io in persona nelle mani del Papa, subito che sarà tornato; e se questo non è impiego che vi quadri, pensate a qualche altra cosa. Io vi ripeto che stiate di buon animo, perché spero e desidero di farvi del bene. In grazia vostra io mi risparmio di prendere mille altri impegni, che tutto giorno mi capitano. Non voglio stancare il mio benefattore, e renderlo lento quando verrà il bisogno di pregarlo per voi.</p>
<p>Vi accludo la lettera che ho ricevuto da Cedri.</p>
<p>Il regalo di Bernis sono stati 50 zecchini con una ripetizione di altrettanto valore.</p>
<p>Vi raccomando quanto dimandai a D. Cesare nell'ultima mia lettera, e vi raccomando ancora di procedere con tutta l'intelligenza del signor padre, cui vi prego di abbracciare insieme colla madre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>134</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Aprile 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Pazienza se non potete mandarmi tutto il denaro che vi ho chiesto. Vedrò di trovarlo in altra maniera. L'avv. Arduini, a cui sono note le mie intenzioni, forse non avrà difficoltà di farmi questo servigio. Intanto sto aspettando la somma che potete mandarmi.</p>
<p>Mio padre avrebbe ragione di stupirsi se io volessi far il mestiere che ei crede. Ma io non faccio altro che azzardare un denaro, che, per male che vada, io non potrò perdere. Del resto, non direste di non saper capire come questa sia la stagione delle bonificazioni, se voi sapeste cosa sono queste paludi. Se voi doveste seminare per l'anno che viene <foreign lang="lat">exempli gratia</foreign> il bosco di Corbalestro, aspettereste voi a sterparlo e pulirlo quando è il tempo di seminare? Fate conto che le paludi sono qualche cosa di peggio. I terreni acquistati dall'acque e che si van coltivando, in quel luogo sono foreste terribili, ingombrate di alberi, che contano 400, 500anni di vita, e che non si disperdono se non che a forza di ferro e di foco. Per far ciò vi vogliono denari, e fa d'uopo cominciare un buon anno prima. I Bolognesi, che han più giudizio dei Romani e sono più attivi, han vendute tutte le loro sostanze e le loro case, e sono venuti coi figli e con le mogli a coltivar le paludi e a farsi d'oro. Costà possono dir quel che vogliono, ma non bisogna credere alle ciarle, ma bensì agli occhi. Comunque sia, io sono in impegno, e non retrocedo sicuramente dalle mie promesse. Se al principio del mese non ho in pronto la mia porzione, io ci farò una miserabile figura. Ma mediante le vostre attenzioni e l'aiuto di Arduini (se pure egli non avesse difficoltà di affidarmi questo denaro, giacché in certe circostanze anche gli amici si dimenticano d'esser tali), io spero di comparir galantuomo.</p>
<p>Spiacerebbemi bene se vi deste a credere che la mancanza della Tratta fosse provenuta da poca mia diligenza, e mi tacciaste d'ingrato. Io ne sono rammaricato più di voi: ma la combinazione che ha voluto che voi vi siate risoluto assai tardi a dimandarla, e l'altra che il Camerlengo sia fuori di Roma, e la terza che io non debba per niun conto ricorrere a un impegno per una freddura simile, tutto ciò ha portato questo disordine, al quale non si può rimediare se il Camerlengo non torna in Roma, e forse anche nemmeno a questa condizione, giacché ci siamo ridotti un po' tardi.</p>
<p>Finisco la lettera. La mia obbligazione è tanto maggiore quanto è maggiore il vostro incommodo: ma vi torno a ripetere che questo incommodo non si ridurrà ad altro che alla pena che avrete avuto in procurarmelo, perché intendo che tutto vada a conto mio, e voi vedrete se dico da vero.</p>
<p>Vogliatemi bene, abbracciate i genitori e il fratello. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>135</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Maggio 1782.</date></opener>
<p>Abbiate pazienza sull'affare della Tratta. Giacché la cosa fu incagliata fin da principio per una solita testardaggine del Camerlengo, io non voglio mettere in campo un impegno per una cosa che poi nol merita. Riserbiamoci d'interporre la mediazione del mio Principe per cose più importanti.</p>
<p>Non ho ancora ricevuta la cambiale per i 50 zecchini che mi mandate. Sembrami cosa ben strana il fidarvi d'un ebreo. Fortuna che ho trovato ad imprestito quello che mi bisognava, e che in altra maniera ho supplito alla somma che voi non avete potuto compire. Probabilmente scriverò nel venturo ordinario al padre, per intendermela con lui circa questi e gli altri denari di cui vi vado debitore.</p>
<p>Rapporto alla mercede che vi si deve dai signori Montisti, giacché io debbo e sono costretto a non trattar più con monsignor Soderini, a motivo della cattiva vista in cui è il medesimo presso il Papa e i nipoti, così io crederei che gli faceste scrivere da Cedri, o gli scriveste voi medesimo un'altra lettera col dimandargli primieramente perdono dell'importunità che gli rinnovate, e col dirgli che, avendo scritto al fratello due volte su questo affare, non avete mai dal medesimo avuto risposta su ciò (e qui potete mostrargli di esser perciò mal soddisfatto del mio silenzio). Onde potrete dire che, essendo stato abbandonato dai suggerimenti di vostro fratello, fareste un torto alla bontà di S. S. Ill.ma e R.ma se non ricorreste a lui stesso, e se non vi prendeste il coraggio di esporgli la qualità delle vostre operazioni straordinarie in servigio dei signori Montisti. Una lettera concepita su queste tracce, e sparsa di un poco di ben beata adulazione, produrrà il suo effetto.</p>
<p>Salutatemi l'abate Migliore, e mandatemi il memoriale della vostra supplica per la nota sopravvivenza. Non so se ci rivedremo nel ritorno del Papa, poiché il Papa ha scritto ultimamente al Padrone, che non è dovere che parta per venire ad incontrarlo, stante le critiche circostanze del parto di donna Costanza, la quale non lo lascierebbe partire senza affliggersi eccessivamente. Per altro tenete per certo che a settembre marito e moglie verranno a Cesena, e che io sarò con loro.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Mi era dimenticato della licenza da Libri. Scusate la mia incredibile distrazione, a cui porrò riparo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>136</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Maggio <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Il computista di casa è anche esattore delle lettere che vengono dal banco Gnudi di Bologna. Né a lui né a me sono ancora giunte le cambiali delli 50 zecchini consegnati al sig. Finzi. Io vi ho sempre stimato, ma questa volta, abbiate pazienza, vi siete regolato male col fidarvi d'un ebreo, o avete con ciò voluto darmi motivo d'inquietarmi terribilmente. E ne ho tutta la ragione, perché il mio Padrone medesimo, a cui resi nota la somma che aspettavo di giorno in giorno, mi ha permesso di farmela anticipare a suo conto dal suddetto computista. Onde adesso io ne vado debitore al Padrone, e se più tarda a venire la cambiale, io perdo la pazienza, e giacché non posso prendermela contro di voi perché vi amo sinceramente, sarete cagione che l'ebreo mi renderà conto della sua negligenza.</p>
<closer>Abbracciate per me il sig. padre. Mille saluti a voi e abbracciandovi di cuore, sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>137</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 <add resp="ed">Maggio 1782</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Il tesorier Gnudi mi scrive così—Vi veggo, amico, impegnato a procurar del bene a due vostri fratelli, ed eccomi pronto all'opera. Uno lo vorreste compreso nel ministero di Romagna, e l'altro perito sostituto a Zaffarini. In quanto al primo, sempre che il sig. D. Luigi lasci a me le mani libere, e creda a quell'impegno che ho per il suo decoro e vantaggio e conosca che chi deve fare da istitutore deve aver dominio e potere sul ministero, voi sarete senz'altri discorsi servito, e quando io avrò saputa l'abilità del giovine, saprò ove impiegarlo onestamente. In quanto poi al perito, sappiate in tutta confidenza che anni sono il Papa fece un breve al cavalier Morelli, col quale lo dichiarava coadiutore dei tre periti di Romagna, Ferrara e Bologna. Così vedete che l'opera per questo non può farsi così come voi supponete. Bensì il mio cuore, che pensa a' vostri vantaggi e della vostra famiglia, mi suggerisce il seguente piano. È impossibile che Morelli, dandosi la vacanza di tutte tre queste provincie, possa incombere a tutte. Si potrebbe adunque trattare con lui la dimissione di quella di Ferrara, facendo una divisione di vantaggi in quel modo che si crederà più conveniente per tutti. Ditemene il vostro sentimento.</p>
<p>Risolvete e scrivetemi. L'originale della lettera di Gnudi l'ho mandato a D. Cesare. Ma per dio D. Cesare è matto, tre volte matto. Per questa volta gli perdono la insolentissima maniera con cui mi scrive senza motivo. Lo suppongo ubbriaco. Mi deve mandare gli altri scudi 100, e con questo si crede lecito di strapazzarmi.</p>
<p>Mi sono fatta una violenza grandissima per dargli una risposta placida, ma è stata l'ultima volta.</p>
<p>Aspetto le mie poesie.</p>
<closer>Amatemi e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>138</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Maggio <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Di chi debbo lagnarmi? di voi, o del signor Finzi? In verità che resto amaramente disgustato, né so credere che voi non vi abbiate la metà della colpa. Comunque sia, mi permetterete di dirvi che se voi avete dei motivi di burlarmi, io ne ho degli altri per non soffrirlo, e per mostrarvi che qualunque sia la mia domanda, non torna conto il negarmela. Desidero di aver io tutto il torto; diversamente, dopo un altro poco di sofferenza, io prenderò un temperamento che mi metterà in avvenire fuori del bisogno di chiedervi dei favori che nulla vi costavano, e che si sarebbero fatti a mie spese.</p>
<closer>Sono intanto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>139</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 giugno <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Resto sommamente mortificato di avervi scritta senza ragione una lettera risentita. Scusatemi, e attribuite quello sfogo al timore in cui era di fare una trista figura col computista di casa. Quantunque la cambiale non sia ancor giunta, né vi sia riscontro alcuno al banchista di Gnudi, nulladimeno la vostra lettera, e un'altra che ne ho ricevuta dall'ebreo Finzi, mi giustifica bastantemente. Per altro assicuratevi che il banchiere di Bologna, quantunque abbia scritta lettera d'avviso a Finzi, non si è assolutamente degnato di far il suo dovere come ha preteso di far credere. Questo accidente coll'aver prodotto un disturbo mi fa crescere le mie obbligazioni per voi. Spiacerebbemi se ve ne foste avuto a male, e ben ne avete ragione. Ma nuovamente io vi prego di perdonarmi.</p>
<p>Alli 13 di questo mese il Papa arriverà in Roma. Non potete figurarvi il trasporto di codesta città. I suoi malevoli, che sono molti, ne fremono di rabbia; perché egli torna trionfante contro tutta l'aspettazione. Ha ottenute dall'Imperatore le cose di maggior importanza, ha sostenuti i diritti vacillanti della Santa Sede, ed ha stretta una tenera amicizia coll'Imperatore, da cui si aspetta molto per i vantaggi della religione e dei nepoti.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori, e a rivederci a settembre. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>140</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 giugno 1782.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>È tempo che mandiate i documenti necessari per chiedere la sopravvivenza del sig. Zaffarini.</p>
<p>Si crede in Roma che il principe Pio possa licenziare dalla sua agenzia il sig. Giovanni della Riva.</p>
<p>Su questo dubbio si sono fatte dal mio Padrone e dalla Principessa Santa Croce sua zia delle forti premure presso Mugnino, primo ministro di Spagna, perché questo impiego venga conferito all'ab. Mami. Se riesce l'impegno, potete figurarvi l'utile che a voi ne verrà. Al suddetto ab. Mami io ho scontate abbondantemente le mie obbligazioni col fargli ottenere l'uditorato del principe Chigi, il quale ha voluto darmi questa dimostrazione d'affetto in vantaggio dell'amico per un servigio importante che io gli aveva reso col mezzo del mio Padrone. Salutatemi la signora cognata e il sig. Aleotti, alla cui lettera non rispondo perché non serve. Fra poco vi manderò la patente del sig. Aleotti, la quale sarà in vita, e così non avrà più bisogno di rinnovarla.</p>
<p>Addio.</p>
<p>Mille saluti al nostro ab. Migliore, a cui vi prego di far visite più frequenti. Gli direte che sto travagliando un poemetto sopra il Papa intitolato: <title>Il Peregrino Apostolico</title>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>141</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Giugno 1782.</date></opener>
<p>Eccovi la patente pel sig. Aleotti. Vale per fino che campa, e costa 12 paoli, che vi farete dare. Vi consiglio a non abbandonare l'idea della nota sopravvivenza, e a non temere, perché io farò tutto il possibile per farvela conseguire. Se questa non vi piace, indicatemi altra via di stabilirvi e assicuratevi che non mi stancherò di agire per voi. Consigliatevi seriamente coll'ab. Migliore. Egli è il miglior amico che vi sia in Ferrara. Se codesta città ha degl'impieghi che vogliate occupare, e che dipendano dal Card. Legato, se non basta l'assistenza dell'amico, io vi porrò di mezzo le più forti raccomandazioni del mio Padrone.</p>
<p>La cambiale non l'ho ancora ricevuta, ed è più d'un mese che l'aspetto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>142</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Giugno 1782.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Avevo già fatto un memoriale a nome vostro e mio, per chiedere l'enfiteusi di cui mi scrivete. Col mezzo del mio Padrone dalla Segreteria de' Memoriali si era fatta rimettere la nostra supplica al cardinale Pallotta, presso del quale il sig. Principe avrebbe in persona fatto le più calde premure per noi, tanto più che egli si era veramente impegnato, in vista della vostra lettera, che io gli avea comunicata. Quando l'abate Mami, essendo andato a riscontrare nell'officio della Camera l'istrumento di questa enfiteusi, ha trovato che il conte Brandolini avea la facoltà d'investirne i suoi eredi, che sono certi conti Dall'Aste di Forlì. Ciò egli ha fatto prima di morire, ond'è che nell'atto che io vi stava preparando una lettera tutta consolante, l'abate Mami mi ha recata questa notizia, e mi costringe a sospendere qualunque altro impegno. Pazienza per questa volta.</p>
<p>Con un'antidata di 40 giorni addietro ho ricevuta finalmente la cambiale. Dimani si attende il Papa alle ventidue. State sano e vigilate sopra le occasioni di far qualche buon colpo.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>143</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Giugno <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Ho ricevuto finalmente la cambiale con una data anticipata di quaranta giorni. Ciò vi serva di regola e vi accerti della mia somma obbligazione.</p>
<p>Fin dallo scorso ordinario scrissi al fratello sull'affare dell'enfiteusi del Brandolini. Avevo steso un memoriale a nome mio e del fratello al Santo Padre, si era ottenuto per mezzo di Don Luigi il rescritto favorevole dalla Segreteria dei Memoriali, e non vi mancava altro se non che il semplice permesso del Santo Padre. Nel mentre che io stava per scrivere al fratello queste buone nuove, l'ab. Mami uditore di casa, che si era dato il pensiero di riscontrare l'istrumento di questa enfiteusi, ha trovato che il conte Brandolini aveva la facoltà d'investirne i suoi eredi, e che infatti ciò avea eseguito nella persona di certi conti Dall'Aste di Forlì. Pazienza.</p>
<p>Giovedì sera dopo le ventitré arrivò il Papa dentro Roma. Non è possibile figurarsene l'ingresso e gli applausi. D. Luigi fu ad incontrarlo tre miglia fuori di Roma. Colà si abbracciarono teneramente, e dopo il Papa, con due cardinali, Antonelli e Albani, montò nella sua carrozza di mezzo treno, e s'incamminò a Roma. In quel giorno le finestre delle case si affittarono fino a quattro e cinque scudi l'una, e le carrozze a vettura cinque e sei zecchini. Da ciò argomentate il fanatismo del popolo romano, fanatismo per altro lodevole e generoso.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori, e dite loro che spero di abbracciarli in persona da qui a non molto. Addio. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>144</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Giugno 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Si faranno al card. Mattei tutte le raccomandazioni che voi volete. Ma io amerei che queste risguardassero qualche vacanza d'impiego. Se in Ferrara v'è qualche posto che dipenda dall'Arcivescovo e che abbia bisogno di provvista, scrivete pure, ché immediatamente si faranno gl'impegni opportuni. Diversamente se gl'impieghi non vi sono, io non li posso creare. Dell'Arcivescovo di Ravenna nulla ancora si parla. Chiunque sarà eletto, procurerò di esser sollecito per servirvi. Intanto state di buon animo. Il Papa promette di dover campar molto. Dunque speriamo, se il vento dura a tirar favorevole.</p>
<p>Non vi dimenticate di coltivarvi l'abate Migliore e di salutarlo caramente a nome mio. I miei complimenti alla cognata.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>145</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 Giugno 1782.</date></opener>
<p>Non mi sorprende la gentilezza del march. Calcagnini. Il suo buon animo verso di voi, l'amore che ha sempre dimostrato a me, mi han sempre assicurato dell'interesse che egli avrebbe preso nelle occasioni pei vostri vantaggi. Non vorrei per altro che l'impiego propostovi si opponesse alle idee che io aveva formate sopra di voi. Tralascio che la qualità dell'impiego non parmi la più decorosa. Se il bisogno chiedesse che vi sacrificaste a questa condizione, loderei che il faceste piuttosto col sig. don Ridolfo Varrani, che con altro. Mi è noto il cavaliere, e so quanto sia lodato per carattere e per cortesia, e cospicuo per titoli. Tuttavolta io non dispererei di procacciarvi, con un poco di tempo, un posto più confacente alla delicatezza d'un uomo polito, e ai riguardi che il pubblico esige. Non manca che una felice apertura, e il Principe mio Padrone farà tanto, lo spero, che saprà contentarvi. Nulla di meno non voglio che vi rendiate schiavo dei pregiudizi. Se impieghi consimili in Ferrara non disdicono ad un uom delicato e civile, abbracciatelo. Non vi si precluderà, cred'io, per questo la strada ad un avanzamento maggiore, qualunque volta l'occasione il presenti. Diversamente vi consiglierei di tollerare le vostre angustie presenti, a patto però che non incontriate il disgusto del vostro benefattore. Egli merita tutti i riguardi, e qualunque volta egli dovesse rimanerne mal soddisfatto, sacrificate a questo amico e padrone generoso le vostre ripugnanze e le vostre speranze. In somma risolvete, ma non disgustate il Marchese, ed abbiate nel tempo in considerazione che io penso a voi e al vostro stabilimento.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>146</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">29 Giugno 1782</add>.</date></opener>
<p>Ieri l'altro ricevetti la vostra lettera, ieri fu il giorno della Chinea, oggi di S. Pietro, dimani domenica&gt;/date&gt;; sicché altro che lunedì posso riscontrare l'affare del Brandolini, e rimettere in campo l'impegno del mio Padrone per questa enfiteusi, lo che farò con tutto il calore.</p>
<p>Alli 12 partiamo da Roma. Si faceva conto di essere in Cesena alli venti; ma si è pensato di fermarci alla fiera di Sinigaglia, ond'è che solo alla fine del mese saremo in Romagna.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>147</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Luglio 1782.</date></opener>
<p>L'impegno per l'enfiteusi del Brandolini è già incamminato. Sappiate che vi sono altri due concorrenti, Adamo Utili e l'abate Betti. Sin dallo scorso ordinario fu spedito all'abate Cedri pro informazione, oggi si spedirà per voi, e l'esser venuto dopo di loro non deve pregiudicare. Resta solo da esaminare l'animo del Cardinale Tesoriere da cui dipende l'investitura, e questo si farà prima di partire da Roma, il che si farà da dimani otto.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>148</head>
<opener><salute>Ai DEPUTATI DELLA CITTÀ DI CESENA.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Sinigaglia, 22 Luglio 1782.</date></opener>
<p>Avendo penetrato il sig. Principe Onesti che le SS. VV. Ill.me possano essersi portate in Rimino per complimentarlo, né potendo Egli passar domani per costà secondo il concertato de' suoi appuntamenti, a cagione d'un piccolo raffreddore che l'obbliga a fermarsi in Sinigaglia qualch'altro giorno; né soffrendo dall'altra parte la sua delicatezza, che la gentilezza delle SS. VV. Ill.me giunga tant'oltre, ha incaricato me di pregarle a non volersi movere per niun conto. Egli è penetrato da quest'atto cortese, ma gli riuscirebbe di amaro rincrescimento se Elle non desistessero da questo obbligante pensiere, tanto più che adesso, stante questo suo incommodo, si rende incerto il giorno della sua venuta.</p>
<closer>Ho l'onore di essere con tutto l'ossequio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>149</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Rimino, <add resp="ed">10</add> Agosto <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Amica car.ma.</p>
<p>Vi scrivo da Rimino, ove siamo arrivati questa notte alle cinque. Ho fatto per istrada il sonetto per la vostra fuggitiva, e così ho passata la noia del viaggio, occupandomi del pensiero d'ubbidirvi.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Sola e furtiva dal paterno tetto</l>
<l>La coraggiosa Vergine fuggìa;</l>
<l>E Castità d'appresso le venìa</l>
<l>Nei begli atti modesta e nell'aspetto.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Amor la vide, e si percosse il petto,</l>
<l>E supplice gridar dietro s'udìa:</l>
<l>Ferma, incauta, non ir per quella via,</l>
<l>Guarda che il calle è doloroso e stretto.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Prendi quest'altro, che di grato olezzo</l>
<l>L'alma conforta. E in così dir le pose</l>
<l>La mano al manto, e lo scotea con vezzo.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ella irata il respinse, e non rispose.</l>
<l>Poscia il crin si recise, e con disprezzo</l>
<l>Lo gittò su la strada, e si nascose.</l></lg></lg>
<p>Prima di farne uso mostratelo a Sparziani, e dategli la libertà di mutarlo a suo piacimento.</p>
<p>Non mi dilungo perché il corriere è sulle mosse. Fra due ore si parte di nuovo, e questa sera a Cesena.</p>
<p>Salutate caramente Morelli e tutti gli amici. Dite a Paoluccio che non iscrivo a lui, perché, scrivendo a voi, lo credo superfluo. Salutate anche Giuseppino e il segretario regio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>150</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 11 Agosto 1782.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Non è ancora andata l'informazione del commissario per la nota enfiteusi, ma l'affare non resta pregiudicato. D. Cesare si fa paura di tutto, ed io ho molti motivi di viver tranquillo sopra di ciò.</p>
<p>Se per vostro divertimento vi troverete in Faenza alli 18 del mese, noi ci vedremo per un quarto d'ora. Questa brevità di tempo non merita però un tale incomodo. Dunque a Lugo ci abbraccieremo, o in Imola, se venite alla vestizione della sorella. Io farò qualche visita alla medesima, ma non potrò essere degl'invitati. Anzi vi prego di far sapere a quelle monache, che non si scandalizzassero di me, se mi diportassi con loro in maniera da far credere che questa funzione poco mi aggradisse. Spiacerebbemi che vi fosse il fratello cappuccino. So il vizio di questi Rev. Religiosi, che non si stancano mai di far visite. È vero ch'egli è mio fratello, ma io non voglio assolutamente esser visitato da lui. Io con lui piuttosto farò quest'officio, e così resteremo d'accordo.</p>
<p>Se condurrete a Lugo vostra moglie, la presenterò alla signora Principessa, ma sarà bene che io abbia prima il contento di baciarle la mano in mia casa, ove sono impaziente d'abbracciare i miei cari genitori e D. Cesare.</p>
<p>L'ab. Mami è stato fatto agente del principe Pio, invece del sig. Gio.. della Riva. Egli è tutto a vostra e mia disposizione, se vi sarà occasione di giovarvi.</p>
<p>Qui godo l'amabile compagnia del sig. march. Ercolino. Ha parlato molto di voi, e comprendo che ha in idea di farvi del bene quando sarà in stato di farlo. Questo signore esige da voi fin d'adesso un totale sacrificio di voi stesso in servirlo. Ve ne troverete contento.</p>
<p>State sano. Addio.</p>
<p>P. S. La posta è partita inaspettatamente e questa lettera mi convien consegnarla al sig. marchese Calcagnini, dalle cui mani la riceverete.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>151</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIOVANNI COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Cesena</add>, <add resp="ed">Agosto 1782</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Dopo molte peregrinazioni e pericoli eccomi finalmente a Cesena. Qui giunto, il primo de' miei pensieri è quello di rispondere alla cara tua lettera, che incredibilmente mi è stata grata, perché piena della tua amicizia. Io te ne ringrazio anche più della visita che avevi tentato di farmi prima della mia partenza, e che poi fu interrotta e guastata dal mio Padrone, a cui mi convenne far compagnia nella restituzione dei complimenti. Questa privazione però, se dal mio cuore giudico bene, del tuo, non diviene che un eccitamento maggiore della nostra amicizia, la quale siccome l'amore, è stato ben fatto che non abbia avuto campo di saziarsi e pregiudicarsi.</p>
<p>Per tua regola io mi tratterrò in questo morto paese fino alli 25 del corrente.</p>
<closer>Se mi vuoi scrivere, fallo; se non ne hai voglia, né tempo, vivi persuaso che dopo un secolo di silenzio, io sarò sempre, come sono al presente, il tuo vero ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. A tutta la casa Massari e a Marietta i miei complimenti, e a Gallizioli un saluto. La contessa Rossi era fuori di Lugo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>152</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Cesena,</add>, 28 Settembre 1782.</date></opener>
<p>Vi accludo il mandato di procura dell'abate Mami.</p>
<p>È per soli sc. 500 perché tanti gli scrissi che finora si erano trovati. Mi fa per altro delle nuove premure per altri sc. 500 almeno, onde gli ho risposto che spedisca un altro mandato di procura.</p>
<p>Mi scrive il fratello che l'abate Migliore si adopra per fargli avere un posto di giudice d'argine, impiego compatibile coll'altro che occupa, e che frutta sc. 18 al mese. Sono consolatissimo di vedere che le mie raccomandazioni gli sono state giovevoli. Spero che non mi mancheranno occasioni di fargli qualche altro vantaggio. In questo stesso giro di posta vi scrivo la lettera ostensibile per rapporto al Canal Navilio.</p>
<p>Scrivete al signor Antonio che sia memore della commissione datagli, e se occorre date una sfuggita voi stesso a Faenza. Obbligherete infinitamente il mio Padrone e me. Raccolte che avrete le necessarie notizie, fatene un foglio dimostrativo di <emph>vostro carattere.</emph></p>
<p>Un abbraccio ai genitori. Scriverò anche al sig. padre per la convenzione di cui restammo d'accordo io e voi, ma nol farò che nel venturo ordinario.</p>
<p>State sano ed amatemi. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>153</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 28 Settembre 1782.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi rinnovo le mie raccomandazioni per l'affare dell'abate Mami, di cui avrete con altra mia già ricevuto il mandato.</p>
<p>Vi debbo ripetere che il sig. Principe non ha il minimo interesse nell'impresa del Canal Naviglio di Faenza. Non contento di quanto vi dissi a voce, ho voluto esternarmi con esso, e l'ho fatto maravigliare esponendogli l'opinione che si ha per la Romagna, che sia egli alla testa di questa impresa, di cui presagisce malissimamente. Crediate a quel che vi scrivo io, e persuadetevi che tutto il resto è ciarla.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori, ed amate il vostro affezionatissimo fratello.</p>
<p>P. S. Quella tal somma di denaro speditela a me per un espresso sicuro, o consegnatela al corriere, drizzandola al mio Padrone. Basta per altro che mi avvisiate un ordinario prima. Per questo stesso mezzo voglio evitare qualunque spesa per mandarla a Roma.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>154</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 5 Ottobre 1782.</date></opener>
<p>Dall'acclusa dell'abate Migliore comprenderete che non bisogna disperarsi poi tanto del buon esito dell'impiego a cui ha lusingato nostro fratello.</p>
<p>Prendete pur subito li scudi 600 che avete trovati per l'amico. Io gli scriverò domattina che mandi l'obbligazione di buona fede sottoscritta, subito che voi gliene avrete spedita la minuta. Sono impaziente di vederlo in qualche parte servito.</p>
<p>Sono le otto della notte, ed ho bisogno di andarmene a letto. Questa sarà la trentesima lettera che ho scritto quest'oggi e questa sera.</p>
<closer>I miei saluti ai genitori e sono il vostro affezionatissimo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La nostra partenza resta fissata alli 16 corrente. Ricordatevi dell'affare degli ex-gesuiti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>155</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date> <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Incomparabile Amica.</p>
<p>La mia situazione è pur dolorosa. Tra pochi momenti debbo andar lungi da una tenera amica e da una tenera amante. Io mi sento dividere tra questi due cari oggetti, ambedue mi commovono l'animo e mi gettano in una feroce desolazione. Io raccomando alla vostra amicizia me stesso, e la persona che m'ha innamorato. Voi siate la direttrice dei suoi affetti e della sua condotta. Diventerà la persona più amabile di questo mondo se prenderà ad imitare la vostra virtù, e a coltivarsi sull'esempio del vostro spirito e de' vostri talenti. Fate che i vostri consigli se le stampino nel cuore, e insegnatele a resistere un po' più ai tumulti dell'animo, a non perdere con veruno, molto meno col suo cugino, la solita giovialità pregatela di accarezzarlo, di blandirlo, di amarlo e di rispettarlo. Insomma procurate di trasfondere in essa tutte le vostre perfezioni, e consolatela, e datele un bacio per me.</p>
<p>Addio, ammirabile amica, addio. Vi considererò sempre come la donna più prodigiosa e più rispettabile di questo mondo. Addio, anche una volta, in grandissima fretta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>156</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Siena, 4 Novembre 1782.</date></opener>
<p>Incomparabile e rispettabile Amica.</p>
<p>Fate quel che volete dell'accluso. Se credete di non doverlo consegnare a Carlotta, nol consegnate. Se vi preme, al contrario, di obbligar un amico, leggetelo, fatelo leggere sotto i vostri occhi medesimi e poi laceratelo. Io mi abuso forse un po' troppo della vostra condiscendenza, ma compatitemi. Io amo Carlotta sopra ogni credere, la mia tenerezza mi ha dettato alcune parole e vorrei che queste passassero sotto i suoi occhi. Amo Carlotta, la vostra tenera Carlotta, e l'amor mio è di un carattere non più sperimentato. Ho sentito più volte il furore delle passioni, mi sono abbandonato in preda qualche volta ai disordini, mi sono lusingato che la mia felicità potesse consistere nei disordini e nelle colpe. Mi sono orribilmente ingannato. Carlotta mi ha fatto sentire che non si può esser felice in amore se non si ama un oggetto virtuoso e innocente. Fa d'uopo assolutamente che io procuri di possedere questa amabile creatura, non posso vivere senza di lei, né posso dimenticarmi di lei. Se tralascio d'amarla, io sono il peggiore di tutti gli uomini, e merito d'essere detestato da tutti, e specialmente da voi, che siete la depositaria dei miei segreti e del mio cuore. Mia dolce amica, rendetemi giustizia presso la mia amante, informatemi dei suoi sentimenti, inspiratele le vostre virtù oltre tutte l'altre che del proprio fondo possiede, ed io vi sarò debitore della mia felicità.</p>
<p>Io parto domattina da Siena e sarò in Roma circa li dieci. Colà attendo vostre lettere. Ricordatevi che sono geloso della vostra preziosa amicizia, quanto sono ammiratore dei vostri talenti, ed incantato della vostra modestia e delle vostre maniere amabilissime.</p>
<p>Con questi sentimenti io sono e sarò sempre il vostro amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>157</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Novembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ieri sera arrivai in Roma sano e salvo. Ricordatevi di pregar nuovamente il sig. Fornari, a cui farete i miei complimenti, per trovar costà delle corrispondenze curiali all'amico mio, di cui vi parlai in Ferrara, che è il sig. ab. Stanislao Norcia. Quest'uomo è uno dei più abili, e, quel che più conta, dei più onorati in questa difficile professione. Mi obbligherete sommamente, se avrete a cuore questa mia premura.</p>
<p>Fate per me una visita alla sig. contessa Pacheni, a cui direte per parte mia mille dolcezze, se le sapete dire. Riveritemi anche il sig. Commissario e la signora. Cento saluti all'ab. Migliore e alla cognata.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>158</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Novembre 1782.</date></opener>
<p>Amica Car.ma.</p>
<p>Ieri giunsi in Roma felicemente. Benché mi trovi affollato di lettere, non posso tralasciare di darvene avviso. Mi lusingavo di trovare nella posta di Firenze qualche riscontro alla lettera che vi scrissi da Siena, ma non vedo ancora alcun segno di vita. Sono impaziente di saper l'esito di quel foglio, e sentir le nuove della mia Carlotta. Non ho passato, per così dire, un momento senza ricordarmi di voi e di lei. Oh se vi fossero note le tempre del mio cuore… Non le intendo neppur io. Intendo solo che Carlotta mi è necessaria e che io l'amo incredibilmente. Custodisco il cerchietto ch'ella mi diede come la cosa più preziosa ch'io m'abbia, e quando son solo lo bacio come la reliquia d'un qualche Santo. Ho scritto quest'oggi a Livorno perché mi sia mandata qualche galanteria per corrispondere in qualche parte al dono della mia Carlotta.</p>
<p>Voi potreste intanto additarmi la maniera di farvi pervenir tutto sicuramente, e darmi qualche indirizzo, giacché pel corriere direttamente non torna conto, tanto più che ho intenzione di trasmettervi anche un esemplare delle mie poesie stampate.</p>
<p>Il mio pensiero sta sempre in casa Vinci.</p>
<p>Salutatemi tutta quell'amabile compagnia, e ringraziateli delle finezze che mi han fatte.</p>
<p>Conservatemi la vostra preziosa amicizia. Se vi basta la mia, io ve la dono tutta. Ma il dono sarebbe troppo misero, se il cuore non vi avesse la sua gran parte.</p>
<closer>Assicuratemi adunque che io non sarò mai pago abbastanza, se non mi accordate ancora qualche cosa più in là d'una fredda amicizia in corrispondenza dell'affetto con cui sono e sarò sempre il vostro amico vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>159</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Novembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Quanto mi ha consolato la vostra lettera! Mia rispettabile amica, se voi mi conservate l'amor di Carlotta, la mia vita sarà una riconoscenza perpetua. No, non è possibile che io manchi di fedeltà ad un oggetto sì innocente e sì caro. La mia tenerezza è stabilita sul fondamento della sua virtù. Sarà dunque perpetua. Parlatemi sempre dell'innocenza del suo cuore e de' suoi costumi, ed io sarò sempre l'amante il più passionato di questo mondo. Qualunque volta io medito sopra l'amor mio, sempre più mi confermo nella risoluzione di tentar tutto, e far tutto per possedere Carlotta. Ho in animo di parlarne francamente al Papa; ho pensato alla maniera di palesargli la mia situazione e d'implorare le sue beneficenze, ho mille cose da dirgli per commuoverlo e intenerirlo, e vado aspettando il contrattempo di azzardare la mia fortuna o la mia rovina. Felice me, se potrò far passare nell'animo del mio Sovrano uno solo de' miei sentimenti! Io lo spero, e questa seducente speranza è la mia consolatrice, e il solo conforto che mi rimane nella tormentosa distanza che mi divide dalla mia Carlotta. Povera Carlotta! Quanto mi ha intenerito il sentire che ancora mi ama, e che è passata nel suo Ritiro. Vi supplico di visitarla qualche volta per me, e di assicurarla dei miei sentimenti.</p>
<p>Sto aspettando che m'indichiate la via di trasmettervi le cose di cui vi scrissi l'ordinario passato.</p>
<p>Roma è piena della vostra fama, ed è impaziente di vedervi e ascoltarvi.</p>
<p>Mi suona ancora nel cuore la dolcezza dei vostri versi e della vostra voce, e sono ben tenui le espressioni colle quali mi protesto di essere vostro ammiratore, servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>160</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Novembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>In questo corso di posta vi scrive di pugno l'abate Mami per cose di molta premura e gelosia. Procurate di servirlo da par vostro e con sollecitudine. Non potrete spendere per amico migliore i vostri pensieri, né avrete a pentirvi di questo incontro.</p>
<p>I miei saluti alla cognata e un bacio per me ai vostri figli. Cento saluti anche all'ab. Migliore e ricordatevi sempre che egli è il vostro benefattore. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>161</head>
<opener><salute>A D. CESARE BALDINI, Arciprete — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Novembre 1782.</date></opener>
<p>Sig. Arciprete stimatissimo.</p>
<p>Veramente è un po' troppo oltraggioso il cerimoniale con cui Ella mi scrive. Dovrei vendicarmene col negarle d'interessarmi pel suo raccomandato; ma non voglio per questo dimenticarmi del Vangelo. Io mi presterò dunque volentieri a giovare ove potrò il Bini, che ben m'è noto. Ma il mio giovamento sarà ben tenue, quando quest'uomo non abbia delle idee discrete. Non so la sua abilità: mi figuro ch'egli pensi a servire da cameriere. L'impiego è difficile a trovarsi quanto la dottrina di un Cardinale. Tuttavolta le ripeto che per mia parte non mancherò di raccomandarlo nelle occorrenze in attestato della stima ed affetto con cui mi dichiaro suo devotissimo obbligatissimo servitore vero.</p>
<p>Mille saluti a tutti di mia casa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>162</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 Novembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Sono stato tutt'oggi in attenzione della lettera che mi significate nel primo paragrafo dell'ultima vostra. Ma indarno. Veniamo a Carlotta. È dunque vero che questa innocente creatura mi ama! Quanto sono felice! Non è ancor tempo che io vi racconti l'esito delle mie premure per questa amabile vostra amica. Vi basti sapere che non ho taciuto. Ma i miei sentimenti finora sono stati ricevuti in aria di scherzo poetico. Oh Dio! non sanno che sono dettati dal cuore, né io ho ancora il coraggio di disingannarli, perché la presenza del Sovrano dà sempre apprensione. Spero però di dovere quanto prima sentire qualche effetto della sua clemenza. Stiamo a vedere se si avrà riguardo alla mia libertà.</p>
<p>Non volete indicarmi un qualche mezzo di farvi pervenire la galanteria di cui vi ho scritto. Quanto siete delicata nel vostro pensare! Sono veramente uno sciocco. Questo sarà dunque tutto incarico mio.</p>
<p>Mille saluti di cuore alla cara persona. Amatemi tanto quanto io amo voi e credetemi senza riserva vostro servitore vero ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>163</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Novembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Farò il possibile per servire l'amico Migliore. Potete crederlo. Voi fate altrettanto per l'ab. Mami. La sig. contessa Crispi mi dà questa commissione: la prima volta che scriverà al suo sig. fratello, lo ringrazi per me della finezza usatami di una sua visita, che gradii molto nei giorni scaduti. In risposta io le ho trascritto l'intero periodo della vostra lettera che riguardava questa dama. Ricordatevi adunque di farle visita qualche volta, e significatele i sentimenti di gratitudine che io nudro per lei. Questa è una delle rare persone nate per far del bene. Sempre mille saluti all'ab. Migliore. Ricordatevi delle preghiere che vi ho fatto nelle lettere passate.</p>
<closer>Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>164</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">Gio. Costabili Containi</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Novembre 1782.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ho tutto il piacer di sentire che andiate d'accordo coll'amica. Povera donna! Ha un cuore che merita di essere adorato. Potete figurarvi se ho procurato di metterla in buona veduta del padre, che trovasi in Roma, come saprete. Non ho veramente trovato in lui indignazion tale che mi spaventi; ma così mal disposto però lo veggo, che sarà difficile il piegarlo a farle del bene, se la condotta che ella terrà in Ferrara non sarà delle più regolate. Da questa dipende la fortuna di suo marito. Onde io vi raccomando, per quanto avete di più caro, a non porre in cimento la passione che ella ha per voi. Per carità, fatevi tra di voi due un sacrificio scambievole della vostra tenerezza. Scrivetele che soprattutto procuri di coltivare la contessa Mosti, e che soffra tutte le stravaganze delle persone che possono dare al padre cattiva relazione di lei e fargli la spia. Se io fossi nella vostra situazione, giacché voi solo siete la cagione di tutti i suoi mali, io saprei il partito che dovrei prendere. Giacché meditate di venire a Roma, questo sarebbe il tempo, tanto più che andiamo incontro a carnovale, in cui, restando in Ferrara, non è possibile che non succeda qualche cosa tra voi e lei che dia nell'occhio, o somministri se non altro dei motivi di dirne male. Il consiglio è duro; ma riflettete che, mancando voi, manca tutta l'origine delle persecuzioni che ella soffre. Vi sono amico, e lo sono egualmente a quell'altra, ma siate sicuro perdio che questa povera donna è precipitata, se non vi allontanate da lei. Abbiate compassione delle sue pene, e mostratevi degno dell'amor suo col fuggirla.</p>
<p>Addio, caro amico, addio di cuore.</p>
<p>P. S. Soprattutto coltivate l'ab. Migliore, ma senza affettazione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>165</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Sono restato senza vostre lettere, e quella da Braon, che m'indicaste, non l'ho ancora ricevuta. Dio buono, io sono in agitazione e sarà d'uopo che voi mi leviate di pena. Col corriere di Milano, che parte questa sera, trasmetto al sig. Giuseppe Cremoncini un involto, che vi sarà recapitato senza dispendio. Troverete in questo una copia di alcune mie poesie, il canto sopra la Bellezza dell'Universo, e due bagatelle per l'amabile Carlotta, consistenti in una medaglia da petto co' suoi pendentini, e in una boccetta da odori da portarsi per secondo orologio colla sua catenella, secondo la moda. In verità che mi vergogno di mandarle una cosa sì lieve. Ma mi ha trattenuto il pensiero della sua delicatezza. Temo pur tanto che non si ricordi più di me. Io l'amo nulladimeno dello stesso tenore, vale a dire moltissimo e da uomo d'onore. Dentro il pacchettino, che potete aprire, vi sono anche due righe innocenti. Vi prego di lasciarle al suo loco e di scusarle voi stessa agli occhi della cara persona.</p>
<p>Scrivetemi per carità; e ricordatevi che ho bisogno di consolazione. Io meno una vita da romito, e faccio trasecolare gli amici. La sera mi riduco a casa sempre di buon'ora, ho abbandonato tutte le conversazioni, m'alzo la mattina per tempo, mi pongo a studiare, penso tutto giorno a Carlotta, ch'è l'unico oggetto che interrompa il mio studio; ed ecco come passo i miei giorni. Questo è tutto miracolo d'amore.</p>
<p>Ecco una lettera assai lunga per un segretario, e assai mal scritta per la fretta che ho.</p>
<p>Perdonatemi, incomparabile amica, state sana, e credetemi sempre di cuore vostro servitore ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>166</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Cara amica.</p>
<p>Un'altra lettera io vi aveva scritto in questo giro di posta. Ma siccome temo sia stata mal impostata e che possiate ritardare a riceverla, così replico la seconda per avvertirvi in qualunque caso, che, appunto questa sera, spedisco pel corriere di Milano al signor Giuseppe Cremoncini un involto franco, che da lui vi sarà recapitato. Tuttavolta se mai se ne dimenticasse, vi prego di farne fare ricerca presso del medesimo, rimettendomi all'altra lettera quando la riceverete.</p>
<p>Vi scrivo in grandissima fretta. Voglio però dirvi che sono di cuore vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>167</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Pazienza, amica mia cara, pazienza. Questo è il secondo ordinario che non veggo vostre lettere. Il vostro silenzio è ben crudele, sì, crudele all'estremo. Io, per altro, non mi spavento, e due sono i motivi che mi fanno essere importuno: la vostra amicizia e la mia tenerezza per Carlotta.</p>
<p>Pel corriere di Milano vi trasmisi mercoledì passato un involtino colla direzione al signor Giuseppe Cremoncini. Lo accompagnai con due lettere, una delle quali temei che fosse stata mal impostata, e con questo timore scrissi l'altra. Nell'involtino suddetto, che a quest'ora già dovrebbe essere nelle vostre mani, avrete trovato, oltre il libro per voi, due bigiù per Carlotta. Ma datemi dello stordito, che ben me lo merito. Guai quando l'amore mi fa girare la testa: io non faccio cosa che vada pel suo verso. Ai due bigiù che vi ho detto, sappiate che manca il più importante, manca, cioè, un piccolo ricordino con una cifra che, per la sua picciolezza, mi sfuggì dagli occhi, e mi dimenticai d'attaccarlo alla catena della boccetta. Oh Dio! chi sa che cosa avrete detto e pensato di me in vedere che io contraccambio con sì poco il prezioso donativo del cerchietto. Scusate la mia balordaggine e sospendete, se siete ancora in tempo, di dare alla cara persona la bagatella che vi ho mandato, fintantoché vi sia giunta l'altra ch'è rimasta indietro e che, ad onta delle difficoltà che può correre per la spedizione, io troverò la maniera di farvi avere nelle mani con sicurezza.</p>
<p>Dopo tanto tempo che non ho nuove né di voi, né di Carlotta, io non ho più coraggio di dimandare come sto nel cuore dell'una e dell'altra. Il mio è tutto d'ambidue, ma che giova, quando forse nessuna di voi ne fa caso!</p>
<p>Consolatemi per carità, e credetemi vostro affezionatissimo amico e servitore vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>168</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Ho ricevuto tutte le vostre lettere. Sapevo che non era possibile che vi foste dimenticata di me. Sento dal sig. Giovanni, uomo veramente obbligantissimo, che abbiate già ricevuto l'involtino. In questo corso di posta, pel mezzo di codesto Ministro Imperiale, vi sarà recapitato un altro involto, quale non contiene altro che un libro di devozione e in fondo alla custodia di questo un poco di bambace con entro il ricordino di cui già v'ho scritto. Direte alla mia cara Carlotta che il primo le servirà per studiare la lingua francese anche in chiesa, e che il secondo le deve somministrare un modello dell'unione dei nostri cuori nella cifra che vi troverà. Oh quanto sono lieto in sentire che si è applicata al francese, e oh! quanto andrei in trasporti se il suo signor padre si risolvesse a farle imparare anche un poco di musica! Io vi raccomando questo punto con tutto il calore. Ieri sera ebbi la vostra lettera e la vostra commissione, a cui non mi è stato possibile dar luogo dentro quest'oggi. Qualunque sia la persona per cui vi interessate, questa mi premerà sempre quando preme a voi. Questa è forse la sessantesima lettera che ho scritto in quest'oggi. Figuratevi se la mia mano è ubbidiente. Vi prego di far le mie scuse col degnissimo vostro sig. Giovanni se non gli rispondo in questo corso di posta. Oh amica! quanto siete stimabile anche allorquando mi tacete le vostre disgrazie: vi prego di confidarmi qualche volta le vostre afflizioni. Le deporrete nel seno di un amico, ch'è pieno di ammirazione e di stima per voi.</p>
<p>Mille saluti alla mia cara Carlotta. Assicuratevi pure ch'io l'amo, e che penso all'amor mio seriamente.</p>
<p>Non ho tempo di rileggere, onde scusate. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>169</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>È gran tempo che non vedo vostre lettere. L'ab. Migliore mi scrive che vi portate assai bene nel vostro impiego, e che il sig. Cardinale vi stima.</p>
<p>Nelle dispense delle provviste N. S. si è ricordato di me. Mi ha accordata una pensione di scudi 50 annui coll'aumento ogni anno, mi ha promesso il primo posto che vaca di bossolante, impiego di nessuna fatica e di semplice onore, che frutta scudi 10 al mese finché si campa, e mi ha considerato come palatino. Ne scrivo a D. Cesare acciò mi mandi denaro per la spedizione delle bolle.</p>
<p>Portatevi a casa Crispi e fate i miei complimenti di buone feste colla signora contessa. Fateli ancora colla signora contessa Pecheni e col signor Commissario.</p>
<p>Un saluto per me a vostra moglie. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>170</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Scrissi nello scorso ordinario che il non veder vostre lettere, e il non sapere che voi ricevevate le mie, mi faceva sospettare che Panzacchi e Bottoni intercettassero le mie e vostre lettere. Bisogna assolutamente che io venga in chiaro di questa faccenda. Ditemi adunque primieramente se abbiate mai ricevuta una mia, di cui v'ho fatto parola altre volte, nella quale eravi un P. S. dell'ab. Mami, scrittavi un ordinario prima dell'altra che poi vi scrisse egli stesso. Ditemi, in secondo loco, se ne abbiate avuta un'altra, fra molte, nella quale vi significavo che l'ab. Mami era rammaricato che voi non aveste avuta la lettera del P. S., pregandovi io di rispondermi che l'avevate ricevuta, quand'anche ciò non fosse vero, e tutto questo a solo fine di calmare i sospetti dell'amico. Notate, in terzo loco, se in questo stesso ordinario ne riceverete un'altra alla posta segnata collo stesso sigillo di questa. Inoltre sappiatemi dire a un dipresso quante volte voi mi abbiate scritto. Passiamo ad altro.</p>
<p>Dall'ab. Migliore e da quanto vi scrivo nell'altra lettera avrete inteso le prime beneficenze del Papa verso di me. Ho la consolazione di essere ben veduto dal medesimo, e spero che non cesserà così presto d'amarmi.</p>
<p>Ne scrivo al fratello D. Cesare, e lo prego di mandarmi scudi 100per la spedizione delle bolle, non che tanto mi debbano costare, perché col mezzo del mio Padrone spero di diminuire la spesa e ridurla a soli circa scudi 50, ma perché questo denaro mi abbisogna per altro affare. Già mio padre mi scrisse ultimamente di proprio pugno, che non dubitassi che io fossi di danno alla porzione de' miei fratelli, perché nel suo testamento ha lasciato che, toltine i primi due anni, tutto il restante del mio soggiorno in Roma vada a mio conto; e che inoltre li scudi 500 dati all'ab. Mami erano stati assicurati sopra un fondo assegnatomi nel testamento. Vi metto in chiaro di ciò, acciocché non vi sgomentiate se vi faccio far delle spese. Oltre adunque il denaro che può restarmi dalla spedizione delle bolle, io ho bisogno di altri scudi 100, e per trovarli o a cambio, o a imprestito, scrivo all'ab. Migliore che vi consegnerà la presente, acciò vi dia una mano per trovarli, senza che io debba aver il rammarico di ricorrere alla borsa di D. Cesare. Vedrò se siete buono da consolarmi, e quanto io possa contare su l'amor vostro.</p>
<p>Mille saluti a mia cognata e un bacio per me ai vostri figli. Addio.</p>
<p>P. S. Mi ricordo che vi scrissi pure ultimamente che poteva darsi che presto fosse seguita l'elezione dell'Arcivescovo di Ravenna, e che però mi avvisaste se avevate più intenzione di essere suo agente in Ferrara. Su di ciò non ho mai avuta risposta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>171</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Non è bugia se vi dico che appena ho tempo di scriver due righe. Saprete dal fratello che il Papa mi ha assegnata una pensione di annui scudi cinquanta, coll'aumento di altri scudi cinquanta per sette anni, avendomi considerato come palatino e della sua stessa famiglia. Inoltre mi ha dato parola di darmi un posto di bossolante nella prima vacanza. Questa carica non ha alcun peso, e frutta dieci scudi il mese vita natural durante. Per spedire le bolle mi abbisogneranno circa scudi 100. Non credo che mi darete il dispiacere di ricusarmeli in una tal circostanza.</p>
<p>Ieri l'altro morì il cardinale Borghesi. Questa nuova vi sorprenderà. Ma un'altra che vi darà piacere perché interessa anche me è questa. Il marchese Don Amanzio Lepri fratello del morto Giuseppe Lepri, ricco d'un milione e trecento mila scudi, ha fatta una solenne ed irrevocabile donazione <foreign lang="lat">inter vivos</foreign> di tutto il suo immenso capitale al Papa, a condizione che questi lo lasci al nipote, mio padrone, il quale è già stato riconosciuto come possessore di tutto.</p>
<closer>Abbracciate caramente per me i genitori ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>172</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Essendo partito questa mattina un mio amico che passa per Firenze, ho consegnato al di lui corriere una lettera per voi, indicandogli la situazione della Villa Vinci, ove mi scrive il sig. Giovanni che voi vi trovate ammalata. In quella lettera vi pregavo di consegnare al latore della medesima il dramma che vi lasciai. Se il corriere non ha saputo trovarvi, non ve ne prendete fastidio. Non mancherà maniera di spedirmelo. Veniamo a quello che più mi preme. La vostra malattia mi disturba assaissimo. Io sono pur sensibile alla vostra situazione, e tanto più lo sono, perché questa v'impedisce di darmi nuove di Carlotta. Assolutamente bisogna che per una quiete le permettiate di scrivermi. Le sue lettere mi diventano necessarie anche per un altro motivo. Io ho interessato nelle mie idee anche la mia Padrona, e un altro personaggio assai ragguardevole che assai mi ama, che desidera farmi del bene, che può farlo, e che brama di vedermi contento, tanto più che, trovandosi ultimamente in Firenze, gli venne fatto di sentir parlare di Carlotta con molta lode, e del mio amore per la medesima. Questo signore adunque e la mia Padrona mi chieggono continuamente nuove di Carlotta, e vorrebbero sentire dalle sue lettere medesime i suoi sentimenti per me. Per carità, se è vero che questa mi ami, e che desideri di esser mia, come lo desidero ardentemente io stesso, per carità permettetele che qualche volta mi scriva. Non voglio espressioni, né tenerezze studiate. Bramo solo ch'ella faccia pompa della sua virtù, de' suoi onesti pensieri, e di tutti quei sentimenti che possono nobilitare un'anima innamorata senza avvilirla.</p>
<p>Ecco un altro accidente, che rende ancor migliore la mia situazione, e più facile e più comodo in conseguenza il mio stabilimento. Un certo marchese don Amanzio Lepri, ricco d'un milione e trecento mila scudi, ha fatto la donazione irrevocabile <foreign lang="lat">inter vivos</foreign> di tutto il suo capitale al Papa, a condizione che questi ne lasci erede il nipote. Ne viene in seguito di questo che il principe Braschi vede accresciuta la sua entrata di circa cinquantamila scudi di più, senza contare quella che può sperare vivendo il Papa. La fortuna d'un Padrone ridonda sempre anche in vantaggio di chi lo serve, molto più di me, che sono il primo dopo di lui nella sua casa.</p>
<p>Vi prego di tenermi raccomandato all'amor di Carlotta. Io l'amo pur tanto! Sì, tanto che non è credibile. E Carlotta si ricorda di me? mi sarà fedele? Sono pieno di timori e d'angustie. Fate che mi scriva se volete che si calmi il cuore del vostro</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>173</head>
<opener><salute>All'ab. PAOLO FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date> <add resp="ed">1782</add>.</date></opener>
<p>Sig. abate Ferretti stimatissimo.</p>
<p>L'abate Morelli doveva averla pregata in mio nome di ricuperare la tragedia dell'abate Beccatini intitolata l'<title>Ottavia</title>, ch'Ella si ricorderà esser passata una volta in di lei mani per darla a non so chi. Ora dunque la prego di consegnarla al latore del presente, che in nome dell'autore me la ricerca.</p>
<p>E pregandola insieme de' miei complimenti alla signora Clementina, con sentimenti di vera e costante amicizia mi confermo obb.mo e dev.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>174</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 dell'83.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>La vostra lettera mi ha liberato da molti timori e sospetti, quali avrete intesi dall'ultima mia.</p>
<p>L'abate Cicerone è un vero birbante. Appena ricevetti io il memoriale e le premure dell'amico, che ne parlai subito al mio Padrone, il quale diede ordine al suo Uditore di andar subito da mons. Campanella Uditor santissimo. Il tesorier Gnudi è un buon testimonio di quanto io pregai, e quanto D. Luigi ne prendesse dell'impegno. Ma siccome il giudizio era già cominciato da qualche tempo, così non era possibile ottener il rescritto. L'affare non era più vergine. Si ottenne per altro che l'Uditor santissimo si rendesse tutto favorevole, come di fatti lo è e lo sarà, e ciò in vista del mio operato, non del signor Cicerone, il quale, torno a dire, è un birbante di prima classe, e piuttosto che giovare, nuoce all'affare più che mai. Informai l'ab. Migliore della disposizione favorevole <add resp="ed">di</add> mons. Campanella, e lo pregai di suggerirmi cosa altro potessi fare, che tutto sarebbesi fatto; e sto attendendo presentemente i suoi ordini. Vi prego di rendere intesi Migliore e Fornari de' miei sentimenti, e se io potessi far loro una preghiera, li pregherei di levare a Cicerone la causa e lasciarla nelle mani d'un galantuomo. Così potrò impegnarmi con più core e franchezza.</p>
<p>Vi raccomando quei denari. Avrete inteso le fortune del mio Padrone, a cui è stata donata <foreign lang="lat">inter vivos</foreign> la roba Lepri. Sappiate in confidenza che ha ottenuto ancora la Tesoreria di Romagna. Quello che sarà in testa all'impresa sarà un certo Vizzani di Bologna. Se nella distribuzione degli impieghi vi fosse qualche cosa che potesse fare per voi, avvisatemi. Dell'agenzia di Ravenna non dubitate. Si farà il possibile. Vien Gnudi a Ferrara. Presentatevi a lui, e ringraziatelo dell'amor che mi porta e del bene che mi ha fatto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>175</head>
<opener><salute>A GIOVANNI FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 dell'83.</date></opener>
<p>Signor Giovanni carissimo.</p>
<p>Ella non è sola a risentire la malattia della signora Fortunata. Io sono il primo ad essere a parte del suo dolore, e se Ella ha un cuor d'un marito, io ho il cuore d'un amico. Ma spero che le sue angustie e le mie avranno termine finalmente, e che l'ammalata tornerà a star bene per consolazione di ambedue.</p>
<p>Perdoni se ricado di nuovo nel discorso della nota persona. Ella mi scrive che la signora Fortunata teme di trovare delle difficoltà nella delicatezza del padre e della figlia. Io non posso intendere da che possano nascere. Tuttavia questo pensiero mi tormenta assaissimo. La giovane mi piace, io l'amo, e per farla mia impiegherò tutti i pensieri, purché essa mi corrisponda e sia contenta di cangiar Firenze in Roma. Questa però non è cosa da farsi su due piedi. Nulladimeno io vorrei esser certo dell'approvazione del padre, per invigilare intanto più seriamente sulla mia fortuna, la quale non è molto difficile a fabbricarsi nella presente mia situazione. Sappia per altro che fin d'adesso io son padrone di circa seicento scudi l'anno. Le mie speranze si estendono più in là, e dipende dalla mia sola condotta il migliorare il mio stato. Sono in buona veduta al Sovrano, e la mia situazione, nel suo genere, è la più luminosa. Io non dimando dote, dimando solo la giovane, e tutta la dote che il padre vorrà assegnarle non sarà toccata dalle mie mani, e occorrendo di prevalermene, verrà prima assicurata sui beni stabili che possiedo. Se questo sarà poco le farò la contradote. Carlotta avrà in me un amante, un marito e un fratello; sarà trattata con una decenza che nulla le lascierà che bramare, e quando queste condizioni abbiano bisogno di esser fatte evidenti, sarò ben contento di farle toccar con mano. Ma io esigo del silenzio, e quando si vogliano le mie personali informazioni, si può interrogar Ferrara, ove la mia famiglia da poco tempo si è stabilita come cittadina, e molto più Roma, ove son ben conosciuto, e, mi si permetta il dirlo, anche rispettato ed amato. Ma per ora non è tempo di far nulla di tutto ciò. Ho voluto soltanto accennare i miei sentimenti, ad unico fine di far comprendere quanto mi piaccia la delicatezza ed onoratezza nel procedere. Mille saluti a Carlotta, da cui attendo due righe, ed altri mille alla signora Fortunata, a cui la prego di baciare le mani per me.</p>
<p>Scusi la mia prolissità nello scrivere, e mi creda invariabilmente suo devotissimo obbligatissimo servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Se la persona a cui Ella voleva procurare un impiego nelle milizie pontificie volesse passarsene in quelle di Madrid al servizio immediato di quel Monarca, io posso sperare di poterla servire. L'avverto però, che la sola paga dell'impiego a cui può essere promosso non basterà per mantenersi decentemente nello splendore di quella corte. Sarei curioso di sapere il cognome di questo soggetto, che tanto a lei preme ed alla signora Fortunata. M'è venuto in sospetto che questi sia il fratello di Carlotta o il cugino. Qualunque sia di questi due, giacché impiegarlo nelle milizie del Papa non è possibile, mi farò un pregio di muovere da Roma qualunque impegno per ottenergli in Firenze un qualche impiego, purché questo dipenda dai ministri di questa corte, o da altra persona che abbia in Roma delle relazioni e delle parentele. Ciò le serva di regola.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>176</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Gennaio 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi compatirete se sono breve. L'enfiteusi de' beni exgesuitici faentini è un affare assai lieve nella presente situazione del mio Padrone. Onde non se ne fa niente. Il progetto della tenuta Mariana è più interessante, ma non tanto da sperare che vi accudisca. È difficile assai, anzi impossibile che per un lucro di poche centinaia di scudi si mova ad una tal compra. Sappiate che abbiam per capo delle idee ben più assai importanti. Siavi detto nella massima confidenza. Si studia di indurre il Papa a vendere la Sammartina al mio Padrone. Il valore di questa ascenderà a quattrocento mila scudi da pagarsi alla Camera, che tanti appunto ne spese d'investimento, e ad altri duecento mila di guadagno immediato pel compratore. Vi dirò ancora un'altra cosa. Si darà qualche botta a tutti i beni del Principe Pio posti sul ferrarese, e che Panzacchi tiene adesso in affitto per quattordici o sedici mila scudi di corrisposta. Vi raccomando un rigoroso silenzio, come anche sull'articolo della Tesoreria di Romagna, di cui vi scrissi nell'ultima mia. Attendo dalla vostra bontà di essere consolato nelle preghiere che ultimamente vi ho fatto, e in quelle ancora che vi ha fatto il fratello. Dalla mia ripugnanza a scrivervene immediatamente, arguirete il rispetto che ho per voi e il timore che ho di darvi disturbo. Abbracciate per me il sig. padre, a cui solo potete confidare il contenuto di questa lettera. Abbracciatemi anche mia madre, e datele le buone feste. Non pensavo di esser tanto lungo.</p>
<closer>Amatemi e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il mio Padrone è già stato riconosciuto da tutti i feudi di Lepri, fra' quali v'è pure il grosso principato di Rocca Sinibalda.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>177</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Gennaio 1783.</date></opener>
<p>Noi ci scriviamo una volta l'anno, e questa è la cosa più civile del mondo. Tutto questo intervallo di tempo però non passa senza ch'io vi doni molti pensieri, e ch'io vi senta ricordare da molti. Sono stato quattro mesi in Romagna, e colà tutte le persone che san leggere, rispettano il vostro nome e la vostra riputazione. In Bologna soprattutto, e in Firenze e in Siena (giacché anche nel paradiso d'Italia ho passati giocondamente molti giorni) ho avuto occasione di farmi bello col vantarmi della vostra amicizia.</p>
<p>E pur vedete stravaganza d'un uomo. Non solo io non v'ho mai ringraziato del bene che il vostro nome mi ha fatto, ma era determinato di non farlo giammai, se un qualche motivo non mi nasceva di scrivervi. Voi mel somministrate col vostro prezioso dono di poetiche mercatanzie, che l'ab. Serassi mi ha presentate, unitamente alla giudiziosa operetta di vostra madre.</p>
<p>Io stimo bene il criterio e la savia dogmatica di questa rispettabile donna: ma i suoi insegnamenti non son fatti per Roma, né per le costumanze presenti, nelle quali non si fa conto che delle follie. Io per altro, se piglierò mai moglie (e forse il farò quest'altr'anno con un'amabile fiorentina), vo' che il libro di vostra madre sia il suo Vangelo, come debbonlo essere i vostri precetti per nostri intolleranti preti.</p>
<p>Mi accade spesso di leggere sui giornali le vostre querele e quelle del partito contrario. Vi compatisco pur tanto. È un male, un vero male che una persona di tanto discernimento e di aspettazione come voi, si avvilisca in una disputa, in cui ognuno rimarrà sempre del suo parere, perché ognuno ha la sua maniera di sentire. Se avverrà mai che la natura degli spiriti umani si cangi, e che tutti abbiano l'istesse idee degli oggetti, come le si hanno d'un triangolo, allora solamente, cred'io, voi giungerete a persuader gli altri, o gli altri a persuader voi.</p>
<p>A me sembra sicuramente, e sembra ancora ad uomini sensatissimi, che siavi torto da una parte e dall'altra, perché da una parte e dall'altra vi son degli eccessi. Il senso comune non è mai stato un privilegio esclusivo dei soli Italiani. Vada al diavolo il gregge dei servili imitatori, ma si faccia un poco di distinzione tra gl'Italiani che imitano per pazzia, e tra quelli che lodano per giustizia, ed hanno il coraggio di dire che anche le estere nazioni han dei buoni poeti, che fa d'uopo leggere e ammirare. Se voi non convenite meco di questo, gettate al fuoco David, Isaia, Ezechiello e tutti gli altri profeti, le cui immagini e pensieri ed espressioni sono ben più stravaganti di quelle del Klopstock e del Milton. La mia conclusione è che vi stimo assaissimo quando inveite contro certi nostri poeti, e che altrettanto vi biasimo quando tentate di degradar quelli d'Alemagna e di Londra.</p>
<p>Ma io non mi era avveduto che troppo mi sono allontanato dal motivo, per cui questa lettera vi scriveva. Era mia intenzione dir qualche cosa della vostra epistola al Bettinelli e del sermone al conte Bevilacqua. Sebbene che poteva io dirvi? Null'altro, se non che questi due componimenti mi son piaciuti moltissimo. E son piaciuti non solo a me, la cui approvazione niente è valutabile, ma a tutta l'Occulta Accademia e sopra tutto all'ottimo Principe della medesima, il quale finalmente vi scrive per ringraziarvi e congratularsi de' vostri talenti. Io poi, Vannetti amatissimo, non faccio altrettanto, perché già mille volte l'ho fatto, e perché amo piuttosto di essere nel fondo del cuore, che di avere soltanto in parole l'apparenza di</p>
<closer>vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Si stampa in Parma il mio <title>Pellegrino Apostolico</title>. Volete che ve ne serbi una copia?</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>178</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Gennaio 1783.</date></opener>
<p>Amica singolarissima.</p>
<p>Ci vuol pur poco per disturbarmi. Nell'ordinario di ieri non ho avuta lettera né da voi, né dal signor Giovanni, né dal signor Giuseppe. Eppure quest'ultimo doveva aver ricevuta la mia risposta in tempo di darmene riscontro. Ero impaziente di sapere se chiamasi soddisfatto dei miei sentimenti, e se avea passato nelle mani di Carlotta il mio foglio. Sono all'oscuro di tutto ciò e sono afflitto. Oh amica preziosa! Qualche gran bene m'ha da succedere, o qualche gran male. O io sono destinato ad esser felice con Carlotta, o a morir disperato nel perderla. Io non intendo più me medesimo. Io non penso che a lei, non imploro dal cielo che lei. Senza di lei tutto l'universo si annienta ai miei occhi, tutta la natura è un deserto. I miei sensi sono tranquilli e quasi stupidi, ma il mio spirito è fieramente alterato, la mia ragione si è smarrita, anzi, per meglio dire, la mia ragione ha preso foco ancor essa, o si è trovata d'accordo col cuore, e tutte due insieme cospirano a farmi soffrire, a farmi pianger come un fanciullo. Vi confesso la mia debolezza, e non me ne vergogno, perché la sola testimonianza del mio cuor retto ed onesto mi fa anzi insuperbire delle mie stravaganze e dei miei deliri. Non ho trattato Carlotta che cinque giorni, ma parmi che questa giovine meriti le adorazioni di tutto il mondo. Voi che ne dite? Non dubito che non siate del mio sentimento, ma temo bene che non vi lamentiate delle mie seccature, le quali saranno la vostra seconda malattia. Quando vi sarete affatto ristabilita, scrivetemi, datemi nuove di Carlotta, visitatela spesso per me, ditele mille tenerezze a mio conto, investigate se mi ama, assicuratela della mia fedeltà, raccomandatele di coltivare il suo spirito, ammaestratela, inspiratele la vostra disinvoltura e l'amore della virtù, non di quella virtù rozza e selvaggia, che talvolta è peggiore del vizio, ma di quella socievole e dolce virtù, che previene i cuori in suo favore, e che si fa rispettare senza offendere. In somma, rendetela simile a voi, e allora non vi sarà al mondo persona più contenta del</p>
<p>vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S In questo giro di posta scrivo due righe al sig. Giuseppe. Fate ricerca se codesto Molini mercante di libri abbia la <title>Messiade di Klopstock</title> tradotta in francese. Se non l'ha, commettetegli di farla venir subito, e pagatela quel che vuole. Ne ho di bisogno, anzi necessità.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>179</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Gennaio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Eccovi una lettera pel sig. Giuseppe, un'altra per Carlotta, e una carta legalizzata, quale aspettava di mandarla con un piccolo bisù. Ma non ho voluto differirla. Dal giorno in cui il notaro l'ha riconosciuta comprenderete quali erano i miei sentimenti, prima di ricevere la seconda lettera del sig. Giuseppe. Nella seconda parte della risposta che gli ho fatto, troverete il motivo per cui vi prego di non far per ora alcun uso di questa carta. Non starò a ripetervi ciò che ho scritto a lui stesso. Aggiungerò solo che sempre sarò più contento del suo procedere, se continuerà a parlarmi con franchezza e senza velo, come faccio io con esso. L'anima degli affari è la sincerità e la nettezza delle idee. Io non conosco raggiri, io non isfuggo le obbiezioni, non cerco di dare alle cose un soverchio colorito di sostanza, piacemi di essere semplice, naturale ed onorato, insomma mi picco di far sempre qualche cosa più di quel che fan gli altri. Disingannate su questo il sig. Giuseppe, e assicuratelo che non v'è bisogno di raddolcire le proposizioni e le espressioni quando s'ha da fare con un uomo della mia tempra. Ditegli anzi che l'unica via di raffreddarmi negl'impegni è il contegno e la diffidenza. O egli mi vuol dare la figlia a patto che io la mantenga da sua pari (e da par mio ancora), ed in questo caso mi lasci operare. O pensa diversamente, e me lo dica senza cerimonie.</p>
<p>Confesso il vero. Amar Carlotta, essere amato da lei (se pure posso fidarmi delle vostre espressioni) e non poter carteggiare discretamente con essa, questa è una catena assai grave. Tuttavolta bisogna aver pazienza, e far tutto il possibile per persuadere a me stesso che Carlotta veramente mi ama. Ma sappiate che su questo articolo non posso viver quieto e tranquillo. Due sole parole sue, una sola linea, bastano per calmare i miei timori. Insomma, se sono amato, io voglio saperlo da lei, e non da voi, né dal sig. Giuseppe.</p>
<p>Mi rallegro che finalmente vi siate liberata dal vostro male. Ma abbiti riguardo mia cara amica, e rifletti che mi è necessaria la tua salute.</p>
<p>Mille ossequi al degno sig. Giovanni, e credetemi sempre <foreign lang="lat">absque ullo termine</foreign> tutto vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S. Vi raccomando Klopstock, e vi prego di comunicare a Carlotta le lettere accluse e la carta di promessa. Ho voluto francar questo plico non per far torto alla vostra borsa, ma unicamente per maggior sicurezza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>180</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Gennaio 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ho ricevuto la prima cambiale di scudi cento. Vi rinnovo i miei cordialissimi ringraziamenti.</p>
<p>Attendo riscontro alla lettera del passato ordinario e all'altra in cui vi pregava di dirmi se avreste accudito all'affitto della tenuta Mariana. Mi ha assicurato mons. Chiaramonti che veramente cercano d'affittarla, giacché non trovano chi la compri, e m'ha assicurato ancora che, quando il vogliate, voi sarete preferito a qualunque oblatore. Che anzi mi ha detto che il P. Cellerario avrà piacere di abboccarsi meco su questo.</p>
<p>Per mia quiete da qui innanzi sarà bene che mi riscontriate tutte le lettere che vi scrivo.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori e amate il vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>181</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Due sole parole per dirvi che ho già cominciato a parlare per voi circa all'esser fatto sostituto di Zaffarini. Vi scriverò dopo come sarà andata la cosa.</p>
<p>Passate da Minzoni, fatevi consegnare le poesie che gli trasmisi, corrette o non corrette ch'ei le abbia. Fatene un involto, e dirigetelo al mio Padrone acciò non si perda. Prima di spedirlo potete comunicare alla signora contessa Crispi il poemetto del <title>Pellegrino Apostolico</title>, o piuttosto farne tirare una copia da lasciare nelle mani della dama.</p>
<p>State sano. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>182</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Circa l'affitto della Mariana, scrivetemi come debbo regolarmi. La Tesoreria di Romagna contatela per certa. Nessuno può toglierla, neppure la morte. Potete credere che non tralascierò di far qualche utile a noi nella distribuzione degl'impieghi. Mi fa paura solamente la vostra qualità di sacerdote. L'altro fratello non conviene che abbandoni Ferrara, ove mi darò d'attorno perché sia provveduto bene. Al qual effetto ho già cominciato un impegno per farlo essere sostituto del Perito Camerale colla paga di scudi 500. Non so qual esito ne verrà, ma certo non sarà mia colpa, né mia lentezza.</p>
<p>Spiacemi molto la nuova dell'incommodo di mio padre. Non vorrei che il male fosse grande, e che voi mel taceste per non addolorarmi. Scrivetemi la verità.</p>
<p>Vi ricordo alla memoria (e vi prego scusarmi) gli altri scudi 100, che sto attendendo.</p>
<closer>Sono con tutta fretta vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>183</head>
<opener><salute>A <add resp="ed"> G. B. COSTABILI CONTAINI</add> <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>A. c.mo.</p>
<p>L'accluso biglietto v'instruirà delle premure da me fatte per la vostra causa.</p>
<p>Mi consolano le nuove che mi date della Contessa. Io le professo una sincera amicizia, e il soverchio desiderio di sentir lodare da tutti la sua condotta mi ha qualche volta fatto essere importuno. Sono ben lontano dal farle da pedante. Ma siccome gli eccessi sono propri soltanto dei cuori appassionati, qualunque ne sia la passione, così spero che la mia indiscretezza avrà meritato il suo perdono. Io non ho tempo di scriverle in questo ordinario. Lo feci nello scorso, e questa volta voi farete le mie veci col salutarla e coll'assicurarla della mia povera ma cordiale amicizia.</p>
<closer>Ti abbraccio e sono il tuo aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>184</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Siete pur buono a credere ch'io sia disgustato con voi. Ma perché? Per la condiscendenza addimostrata alle mie dimande? Non vi lasciate venir più pel capo questi scrupoli.</p>
<p>Vi scrissi nell'ordinario passato che ho già fatto qualche passo sul noto affare. Quando saprò l'esito delle mie raccomandazioni, ve ne renderò informato.</p>
<p>Nessuno più di me è rattristato nel cattivo esito della causa del nostro Migliore. Non si deve attribuire che ad una sciocca stortura di mons. Uditor santissimo. Sappiate che il mio Padrone non ha mai parlato tanto quanto per questa cosa. Si sono scritti dei biglietti ragionati, forti, e potete credere che, essendone stato io l'autore, non ho risparmiato la frase. Ma tutto indarno. Dirò di più, che poco è mancato che non nasca una rottura tra l'Uditore e il mio Padrone, il quale nel discorso non è molto padrone di sé stesso. Ne avrebbe parlato a Nostro Signore, ma questi rispetta tanto le decisioni dell'Uditore, che assolutamente sarebbe peggio. Si sono consultati molti legali su questo punto, e tutti sono rimasti scandolezzati di una sì sciocca sentenza: particolarità che il Padrone non poté trattenersi dal dirla all'Uditore in presenza dell'abate Mami. Nello stato presente la cosa è irrimediabile, perché quand'anche il giudice riconosca di aver torto, nulladimeno il suo amor proprio è impegnato a sostenere il fallo commesso. Nulladimeno sentirò l'ab. Cicerone, e concerterò con esso la maniera di ottenere questa sanazione di nullità che voi proponete. Io certo, dal canto mio, a costo di divenir importuno, non starò quieto.</p>
<p>Sto in attenzione degli altri cento scudi.</p>
<closer>Amatemi e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>185</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Oh Dio! che mai mi scrivete? Possibile ch'io abbia tanti nemici? Crudeli. In che gli ho io offesi? In che mi trovano colpevole? Mia cara ed unica amica, se voi mi abbandonate io sono disperato, sì disperatissimo, perché non mi è possibile di vivere senza Carlotta. Degnatevi di prescrivermi ciò che debbo fare. Insegnatemi la via di raddolcire e guadagnar l'animo dei miei persecutori. Io volerò in Firenze per buttarmi a' loro piedi. Amica, disponete della mia volontà, assistetemi, difendetemi, proteggetemi, e sopra tutto asciugate le lagrime della povera Carlotta, giacché non potete rasciugare le mie. Quanto mi avete intenerito col raccontarmi in dettaglio la visita che le faceste e le parole e la commozione con cui v'accolse. Divina fanciulla! Andate, ve ne prego, a trovarla e ditele che finché avrò fiato io l'adorerò, e che senza di lei non so che farmi di questa misera vita. Ditele che si armi di coraggio e che si fidi della mia tenerezza, ditele insomma tutto ciò che il cuor vi suggerisce. Finché sarò sicuro ch'essa mi ami, io soffrirò tutto e a tutto sarò preparato, anche alla morte. Ma voi, se sapete che cosa è amore, non ci private del vostro appoggio. Io non ho altro avvocato che la vostra amicizia, di questa sola mi fido. Scrivetemi chiaramente, e nominate pur liberamente le persone e le circostanze, e state sicura che tutto sarà sepolto in un profondo silenzio.</p>
<p>Frattanto l'ultima lettera dell'amico l'ho trovata sì dolce e discreta, che mi sono tenuto in dovere di rispondergli dello stesso tenore ed anche con maggiore mansuetudine. Vi accludo la sua, non in questo ordinario perché non l'ho qui pronta, ma nel venturo, e vi pregherò di dirmi come deggio io combinare la sua obbligante maniera di scrivermi con ciò che voi mi significate. Sarei io forse ingannato? Se le sue ripugnanze, come vuol farmi credere, derivano da sola tenerezza di padre, io gli do ragione. Se poi nascessero da qualche sospetto sopra l'onestà del mio carattere, questa sarebbe un'offesa che mi passerebbe l'anima. Ma non lo credo capace di questa bassezza.</p>
<p>Una mia amica di Siena mi scrive il seguente paragrafo: <quote>Mi si è data occasione di dover parlare di voi, del vostro talento, ecc.; dalle domande ho scoperto in voi uno sposo. Vi immaginerete le mie risposte, coerenti alla vera stima che ho per voi</quote>. Approfittandomi della notizia che voi mi date de' miei contrarii, e di quanto mi scrive l'amica, non ho tralasciato di darne un tasto al sig. Giuseppe, facendogli capire che dalle ciarle che mi vengono scritte ho motivo di credere che vi sono delle persone che cercano di initorbidare il nostro trattato coll'andar mendicando, qua e là delle informazioni sopra di me, non per altro, forse, che per trovarmi delle eccezioni. Questo sfogo glielo fo di una maniera, che deve obbligarlo e interessarlo sicuramente.</p>
<p>Mi dite un non so che del fratello di Carlotta. Parlatemi schiettamente e ditemi se in lui pure devo contare un nemico. Palesatemi nettamente cosa ne pensino gli altri suoi parenti. Quando sarò informato delle loro critiche, mi sarà più facile il distruggerle. Commettete pure immediatamente Klopstock, perché questo libro mi preme moltissimo.</p>
<p>Perdonatemi, mia dolce amica, la mia importunità e ricordatevi sempre del vostro vero servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>186</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>È stato da me il padre Cellerario di San Callisto. Mi ha detto che nelle offerte voi sarete il preferito. Loro intenzione per ora è di affittare, non di vendere. Son state presentate alcune schedole, ma non m'è stato possibile il sapere di qual somma, né io poteva trovar un pretesto conveniente per dimandarlo. Mi ha sollecitato di scrivervi che, se voi volete concorrere, presentiate anche voi la vostra schedola. Intanto io potrò tentare di scoprire il merito delle altre.</p>
<p>Quando poi venissero alla determinazione di vendere la tenuta, allora faremo degli altri discorsi. L'ho prevenuto sopra le ricerche fatte dal sig. Marchese nostro, ed era superfluo, perché è cognito.</p>
<p>Ho scritto a Gnudi perché v'abbia in considerazione nella distribuzione degli impieghi per la Tesoreria. Vi saprò dire cosa mi risponderà. Ma fin d'ora vi ripeto che il grado di ecclesiastico farà ostacolo.</p>
<p>D. Amanzio Lepri ha fatta al mio Padrone la donazione dell'usufrutto di tutto il patrimonio, confermando solennemente la prima. Si è riserbato soli cinquecento scudi ogni mese per proprio mantenimento. Il resto dell'entrata è di trentamila. Il Papa lo ha fatto prelato di mantelletta, e le cose van tutte bene. Attendo la schedola e li scudi 100, e vi prego di aver pazienza.</p>
<p>State sano. Addio. È superfluo che vi ricordi di abbracciar sempre per me i genitori, quali godo che stieno bene.</p>
<p>P. S. Ritornate i miei complimenti al sig. Scipione Zanelli.</p>
<p>Sono stato incaricato di tentare un affitto, o pure l'enfiteusi dei molini di Lugo, spirato che sarà il presente novennio. Sappiatemi dire se è negozio da mettervi una zampa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>187</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 15 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Eccovi la lettera dell'amico, che non potei mandarvi l'ordinario passato. Sono senza nuove della mia Carlotta e bisogna ch'io vi scriva. Bisogna ch'io mi intrattenga un momento con voi, che siete la depositaria delle mie afflizioni, e che mi onorate della vostra assistenza e della vostra compassione.</p>
<p>Una terribile idea si è insinuata nell'anima mia; un'idea che mi perseguita e mi presenta dinanzi agli occhi un avvenire tenebroso e funesto. Mia dolce amica, sarebbe egli mai decretato nel Cielo che Carlotta non dovesse esser mia? Questo amore così ardente, così puro, che io sento per una così amabile creatura, sarà egli mai fortunato e felice? Io non domando al Cielo che questo solo bene, io non sono sensibile che a questo pensiero, io non mi occupo che di questa larva seducente e soave. Soave finché non sottentra un timore crudele che la dissipa, e dilegua l'incanto delle mie dolci speranze. Oh Dio! Chi può spiegarvi il tumulto dell'animo mio? Son misero sì, tre volte misero. Non so donde abbiano origine i presentimenti che mi serrano il cuore. So che tutte le mattine io mi sveglio bagnato di lagrime. Non trovo altro sollievo che a lasciarle correre in gran copia dagli occhi, altro conforto che a gemere e singhiozzare e stendere le mani verso del Cielo. Mi alzo dal letto col cuore oppresso, mi aggiro vagabondo su e giù per le stanze, e mi nudro ora di fantasmi che mi spaventano, ora di lusinghe che sconvolgono tutta la mia tenerezza. Cerco sempre il silenzio e la solitudine. Aborrisco la società e non conto nel numero de' miei amici altro che i poveri e gli afflitti. Mi porto qualche volta al teatro, ma solamente allorquando si recitano delle tragedie. Mi nascondo da me solo nel fondo di un palco, e là mi abbandono intieramente all'orrore patetico della rappresentazione; mi immergo nel pianto e nella compassione delle altrui sventure; ed ogni sentimento ed ogni espressione mi piomba sul cuore. Così, lontano da tutti, non ho altri in mia compagnia che la dolce immagine di Carlotta. Questa mi sta davanti immobile nella veglia e nel sonno. L'ho dentro gli occhi allorquando mi addormento, la ritrovo nei miei occhi allorquando mi sveglio, con essa io parlo, con essa mi perdo in teneri colloqui, e sento che il cuore si allarga e raddoppia i suoi palpiti e non mi cape nel petto. Oh Dio! mia dolce amica, oh Dio! non è possibile che io vi esprima i trasporti dell'animo mio, né che voi possiate immaginarveli. No, non è possibile. Una sola scintilla dell'amore che porto a Carlotta…, una sola scintilla sarebbe bastante ad infiammare il cuore più freddo e duro che si trovi nella natura. Ma che dico un cuor solo? Dovevo dir mille cuori. Concludo, o mia rispettabile amica, ch'io non posso vivere senza Carlotta e che vi fa d'uopo aver tutta la pietà della mia situazione. So che la tenerezza di Carlotta non può esser paragonabile colla mia, e perciò rinnovatele spesso la memoria d'un misero che l'adora, movetela a compassione delle mie pene, ed ispiratele il necessario coraggio per resistere alle difficoltà che si vanno attraversando alla nostra felicità. Leggetele questa mia lettera. Ve ne prego con tutta l'anima. Non temiate in lei una commozione soverchia e pericolosa. Non v'è cosa tanto dolce quanto l'intenerirsi sopra i mali di una persona che s'ama. Informatela dunque de' miei sentimenti, acciò servano questi di sprone al suo cuore, e scrivetemi minutamente le sue parole, i suoi gesti, le sue riflessioni, le sue risposte. Fatemi un quadro esatto della maniera con cui discorre di me e s'intrattiene con voi, e perdonatemi se vi riesco noioso, ricordandovi che non sarei tale assolutamente se non fossi sicuro della vostra bontà, come voi dovete esserlo della sincerità ed affetto con cui sarò sempre</p>
<closer>vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivo questa lettera in mezzo al rumore di una pioggia dirotta, che mi fa sovvenire di quella che voi vi pigliaste quando vi portaste da Carlotta. Una grazia fattami con tanto vostro incomodo non ha prezzo, ed io che non farei per mostrarvi la mia gratitudine? Baciate per me la mano a Carlotta e ditele che la più rigida virtù non resta offesa in alcun modo, se un amor puro, come il nostro, fa prendere qualche volta la penna, e scrivere due righe di nascosto del padre.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>188</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Io finora ho risposto a tutte le vostre lettere, almeno quando ve n'era di bisogno. Io non faccio antidate. Io non so cosa farvi se in questi offici di posta vi si ritardano. Io non sono un impostore. Io non sono immerso nei divertimenti. Bado al mio impiego, e cerco di far del bene alla casa. Ve lo dirà l'acclusa.</p>
<p>Se volessi imitare il vostro stile, vi farei arrossire. Ma lascio a voi la gloria d'insultarmi con sì poca decenza. Nella causa tra il Marchese e la Legazione io non posso che sollecitare la sentenza, non mai mutarne il corso. Qui i tribunali sono diversi da quel che credete. Rapporto all'affare della Mariana vi ho scritto già il risultato del mio abboccamento col Padre Cellerario. Vi ripeto che sarete preferito fra i concorrenti. Le offerte che gli altri han fatto io non posso saperle, né il Cellerario è così sciocco a comunicarle. Vi ripeto ancora che intenzione di venderla per ora non c'è. Ma quand'anche vi fosse, sarebbe impossibile il trovar qui una somma di denaro come a voi bisognerebbe, e il chiedere al mio Padrone la sicurtà, abbiate pazienza, non è cosa che convenga.</p>
<p>Vi domando scusa, caro fratello, se non ho letto, anzi se l'ho stracciata, per non leggerla, la lettera che mi avete ultimamente mandata per mezzo dell'ab. Mami. Io non so come possiate amarmi, e vilipendermi nel modo che fate. Moderatevi, D. Cesare mio, e prima di condannarmi, esaminate se sono reo. Vedo che la Mariana vi sta a cuore. Io non do sfogo a tutte le piccole notizie che mi date, né a tutti i sospetti che vi formate, perché lo credo superfluo. Quando son sicuro che voi sarete preferito nell'affitto, cosa posso fare di più?</p>
<p>Già v'ho scritto che la persona del Marchese è in cattivo concetto presso il Cellerario e tutta la Religione. Dunque perché vi fate tante paure?</p>
<p>Potrebbe darsi che le mie lettere vi fossero intercettate e che forse lo stesso nostro signor Marchese ve le intercettasse. Su questo dubbio, mi servo questa volta della direzione del nostro signor Arciprete e di altro sigillo. Vedrete che non v'inganno, supposto che le mie non vi siano pervenute, specialmente l'ultima, in cui vi rendevo informato del discorso tenuto col P. Cellerario, che a tal effetto si portò in persona da me. E sussistendo i nostri sospetti, io crederei che doveste trovarvi d'accordo col postiere di Lugo, acciò fermasse tutte le vostre, e ve le spedisse per altra via. Basta, fate voi, purché vi persuadiate che avete torto di lagnarvi di me.</p>
<p>Starò attendendo cosa risolviate sull'esibita che mi fa Gnudi d'impiegarvi nel ministero della Tesoreria.</p>
<closer>Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>L'ab. Mami non vi risponde, giacché è superfluo, subito che sapete da me che la vostra lettera mi è stata consegnata. Quella che voi gli avete scritta l'ho letta.</p>
<p>Riguardo al Barigello già v'ho scritto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>189</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 Febbraio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Il sentire da voi che il sig. Giuseppe lusingavasi che io gli avrei scritto, e il sapere che realmente io gli scrissi in data delli 8 di questo mese e contemporaneamente alla lettera scritta a voi, di cui ricevo oggi la risposta, mi fa sospettare che il mio foglio siasi smarrito o ritardato. Spiacemi, prima, perché comparisco negligente con esso, quando anzi, se non fosse il timore di essere importuno, sarei troppo assiduo nello scrivere, e spiacemi ancora perché v'erano accluse alcune righe per Carlotta, secondo il solito. Desidero di essere rischiarato sopra i miei dubbi per riparare al pericolo che le mie lettere vadano un'altra volta perdute. Rendetelo avvisato che in questo ordinario sicuramente gli scrivo.</p>
<p>Se il mio impiego mel permettesse, io volerei a Firenze. Ma per ora non è cosa da sperarsi. Forse in ottobre potrò dare una scappata. Sebbene io non intendo come la mia presenza possa distruggere quelle difficoltà, che non si distruggono dalle mie lettere. Voi mi opponete la delicatezza del signor Giuseppe, e il suo tenero amore verso Carlotta. Parmi soverchia la prima, perché offende alquanto la mia onestà, e parmi soverchio anche il secondo, perché, se ama Carlotta, ei dovrebbe cercare di contentarla. Tuttavolta io non posso lagnarmi della sua condotta, che, per quanto sia minuta, fa sempre elogio al suo cuore e alla sua onoratezza. Se potrò un giorno abboccarmi con esso, io spero di commoverlo, di vincerlo e di fargli comprendere che non sono indegno del tutto di ottenere la mano di sua figlia. Mia cara amica, assicuratevi che se egli conoscesse a fondo il mio carattere e la mia situazione, non esiterebbe un momento. Da un istante all'altro si può dare un qualche buon colpo di sorte per me, e state certa ch'io sto con gli occhi aperti e che il mio Padrone dal suo canto è dispostissimo a procurarmi del bene, quantunque la prima volta che gli feci la confidenza delle mie intenzioni e dell'impegno in cui mi trovavo, fieramente si opponesse al mio desiderio, e cercasse dopo di farmi abbandonare questo pensiero con tutti i mezzi possibili. La mia costanza, le mie preghiere, le mie lagrime, e molto più il forte amore ch'egli mi porta, lo mossero finalmente e lo interessarono nel mio disegno. Onde adesso si sta in attenzione di qualche favorevole apertura, che faccia al mio proposito e mi ponga in uno stato più comodo. Sebbene anche il presente, crediatelo, sarebbe bastante, perché seicento scudi in mia mano vagliono quanto mille nelle mani d'un altro in altra situazione. Ma io voglio procedere in questo affare con tutta la riserva, e ben volentieri mi rimetto perciò a non pretendere Carlotta se prima non ho accresciuti i miei emolumenti, tanto che io mi trovi in istato di mantenere la moglie, senza toccare l'entrata patrimoniale, quale potrò mettere da parte in aumento di capitale. Insomma, io sento la necessità di sistemarmi bene, e di rendermi degno di Carlotta. Vi prego di consegnarle il foglio di promessa. Basterà se non altro per assicurarla della sincerità dei miei sentimenti. Così potess'io persuadermi de' suoi. Che differenza tra il suo stile ed il mio! Eppure quando due cuori s'intendono, assicuratevi che parlano ambedue lo stesso linguaggio. Il nostro è ben diverso; o almeno il suo è ben freddo in proporzione del mio. Scusate le mie sottigliezze, e prendetele come argomento di una tenerezza decisa.</p>
<p>Mi affliggete col darmi delle nuove sì poco buone di vostra salute. Mi parlate di convulsioni; se non v'è altro, la dieta vi guarirà. Quando vedrete Carlotta, ditele mille cose per me.</p>
<p>Addio, dilettissima amica, addio.</p>
<p>P. S. Vi rendo grazie per Klopstock. Pazienza se deve tardar tanto.</p>
<p>Nell'atto di sigillare la lettera ne ricevo da voi una seconda venutami col corriere di Milano, nella quale mi dissuadete dal portarmi a Firenze. Già vi ho scritto quanto ciò sia difficile. Del rimanente, potrete dire al sig. Giuseppe che pigli pur tempo quanto vuole per informare i suoi fratelli di questo nostro trattato, e per far bassare la dote. Intanto io posso andar disponendo meglio le mie cose. La casa l'ho pigliata. Star nel palazzo del mio Padrone non conviene, né il soffre la mia delicatezza per riguardo di Carlotta. Ho cominciato ad ammobigliarmi un elegante appartamento, che per due persone, come saremo noi, sarà sorprendente, cioè sufficiente. Insomma io non perdo di vista questo matrimonio che interessa la mia felicità.</p>
<p>Aspetto impazientemente la spiegazione di quanto mi prometteste nell'ultima vostra. Addio. Mille saluti per me al signor Giovanni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>190</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Marzo 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>È arrivato questa mattina in Roma il march. Calcagnini. Sono andato ad incontrarlo colla carrozza alla posta, e l'ho condotto all'alloggio che gli avevo trovato. Questa sera lo porterò al teatro; e poi farò tutto il possibile dal canto mio per divertirlo e farlo star allegro. I pochi momenti che sono stato con esso non mi han permesso ancora di chiedergli il motivo della sua venuta improvvisa. Ma me lo sono ben figurato, e non m'inganno col credere che vi sia di mezzo qualche affare di passione.</p>
<p>Sto attendendo che D. Cesare mi mandi gli altri scudi 100, de' quali vi prego fargli premura, tanto più che, dovendo io spender questi nel terminare di accomodarmi la casa, potrò liberare il nostro Marchese dalla spesa della locanda col dargli il mio appartamento. Dunque non differite per carità.</p>
<p>Non dimenticate di rispondermi rapporto alla lettera di Gnudi.</p>
<p>Salutatemi D. Cesare, e credetemi vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>191</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Marzo 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Gran cattiva cosa dover trattare gli affari per lettera, e doverli trattar presto, e con persone che non vogliono persuadersi. Per verità io son stanco di ripetervi le medesime cose. Che serve che mi facciate dei piani delle entrate passate? Io volevo che aveste fatta la vostra offerta, qualunque fosse. Voi pretendereste che il Cellerario dovesse comunicarmi quelle degli altri. Quanto siete in errore! Lo fareste voi se foste nel suo piede? Ma giacché voi non avete ancora voluto indurvi a questo passo, sarà necessario che, secondo le istruzioni che mi date, io ne faccia una a nome vostro. Avrò l'avvertenza di tenermi al disotto di quella del Vicari che voi mi accennate. Oltre di questo farò l'esibizione di prenderla in economia, secondo le condizioni che voi indicate. San Callisto è lontano due miglia, e incerto il trovarvi Cellerario. Tuttavolta nel venturo ordinario vi darò riscontro del risultato.</p>
<p>Quando il Nenci non sia troppo frettoloso, io non mancherò di averlo in memoria, se mi si darà occasione di metterlo in Consulta.</p>
<p>Parevami d'avervi scritto che l'opera del de Vecchis è in tre tomi e che non si può avere per meno di cinque scudi. Se il prezzo non dispiace al vostro amico, avvisatemi.</p>
<p>Vi prego di non farmi aspettar più la seconda cambiale. Voi perdete tutto il merito della finezza che mi fate col differirmela tanto, e col farmi tante interrogazioni. Sembrerebbemi che la maniera con cui mi sono regolato col padre riguardo alle somme spedite, vi dovesse aver inspirato un po' più di delicatezza a mio riguardo. Per carità trattatemi con più dolcezza. Ho dell'amore per voi, ma ne ho anche per me, e tanto è di dovere l'uno quanto l'altro.</p>
<p>Sull'affare del molino di Lugo io non farò alcun passo senza vostro avviso.</p>
<closer>Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>192</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Marzo <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Il marchesino Calcagnini è stato presente al discorso che ho tenuto col P. Cellerario e con Carocci. Non starò a farvi delle litanie. Vi dirò solo che a suo tempo le offerte degli altri concorrenti mi saranno comunicate, e che a norma di queste voi farete la vostra, essendo sì l'abate che il Cellerario dispostissimi a preferirvi in tutte le maniere. Vi prego di non trovar delle oscurità nelle mie espressioni, e di non movere tanti dubbi. Le lettere lunghe mi pesano assai, specialmente quando non servono. Le condizioni saranno:</p>
<list><label>1a</label> <item>Pagare in Roma la corrisposta, ed esibire per questa una sigurtà.</item>
<label>2a</label> <item>Prender la tenuta con tutti gli aggravi a conto proprio.</item>
<label>3a</label> <item>Obbligarsi a fare quelle tali bonificazioni, che saran giudicate oneste e possibili.</item></list>
<p>Qui si sta in voglia di mandare qualcuno di questi religiosi a fare una visita alla tenuta prima d'affittarla. Il P. Cellerario e Carocci mi han pregato d'indirizzarlo a voi. Ho accettato l'impegno, e giacché questo inviato non potrà venir colla posta che fino a Faenza, così sarà d'uopo che voi andiate a prenderlo, e lo conduciate con voi a Fusignano per una notte, e poi sulla tenuta o a Ravenna, secondo che gli piacerà maggiormente. Ma di tutto sarete per tempo avvertito, e specialmente del giorno in cui deve arrivare.</p>
<p>Il signor Scipione Zanelli aveva fatto impegno presso il mio Padrone per mettere un certo suo guardiano Casalini nel posto del barigello di Cotignola. La Consulta glielo negò, e con ragioni che persuasero. Esibì invece il barigellato di Melara, quale è stato accettato, e per cui si deve spedir la patente. Ecco ciò ch'io credevo d'avervi scritto sul proposito delle premure di questo Nenci. Attendo di nuovo riscontro alla lettera di Gnudi.</p>
<closer>Salutatemi i genitori, il fratello e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>193</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Marzo <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>V'intendo, mia cara amica. Mi guarderò bene d'importunarvi per l'avvenire, come ho fatto per lo passato. Ma converrà che soffriate anche una molestia, e sarà l'ultima. Mi trovo di aver consegnato al corriere di Milano un involto a voi diretto con entro sei tomi d'<hi rend="italic">Arnaud</hi> e le lettere di <foreign lang="fre">Ninon de l'Enclos</foreign>. I primi erano destinati per Carlotta, giacché l'opera è tutta di sentimento e assai istruttiva. Era poi mia intenzione che le seconde servissero a voi d'una piacevole e galante lettura. Io non ho il coraggio di pregarvi, ma voi sapete il mio desiderio, e vedete cosa sana d'uopo di fare per obbligarmi.</p>
<p>Vi rendo grazie delle notizie, e dei vostri consigli. Non mancherò di farne uso.</p>
<p>Ho fatto ultimamente dei versi, e se non siete diventata nemica anche delle mie Muse, ve li manderò, a condizione che me ne facciate il cambio con altrettanti dei vostri. Parlai di voi ultimamente col marchese Tana. Se non temessi di offendere la vostra delicatezza, vi direi che dal discorso qualcuno credette che io fossi vostro innamorato, e che io mi compiacqui infinitamente di questo errore, che sì poco è lontano dalla verità.</p>
<p>Vi prego di rinnovarmi servitore al vostro sig. Giovanni, e comandar qualche volta al vostro servo vero ed amico.</p>
<p>P. S. L'involto viene a Firenze contemporaneamente a questa lettera.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>194</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Marzo <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Vi posso finalmente ringraziare della cambiale speditami. Ho comunicati a Gavelli i vostri sentimenti sull'affare di perito camerale.</p>
<p>Tratterò con Giacchi che ben conosco l'altro dei molini di Lugo, ma io e voi non ci possiamo entrare se non che di associazione. Le prime premure mi sono state fatte da persona di costì, a cui non posso fare, né il deggio, una mala grazia.</p>
<p>Ho scritto a D. Cesare la conferenza avuta col Cellerario circa il negozio della Mariana.</p>
<p>Sono affollatissimo, e potete accorgervene dallo stile della mia lettera. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>195</head>
<opener><salute>A GIOVANNI FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 Marzo 1783.</date></opener>
<p>Signor Giovanni carissimo.</p>
<p>Sono arrabbiatissimo per queste febbri di vostra moglie, e non so se ci patisca più lei o io. Per carità fatela star bene, perché sapete quanto mi sia necessaria la sua salute. Non posso significarvi la mia gratitudine per la premura ch'ella si prende per Carlotta. Questo si chiama un obbligarmi per tutta la vita. Le mie obbligazioni si estendono anche a voi che, come segretario, ci avete tanta parte, e più come amico, adesso specialmente che con mio sommo piacere avete lasciato da parte i complimenti.</p>
<p>Desidero sapere se il corriere di Milano del passato ordinario recapitasse a vostra casa l'involto di libri che gli consegnai.</p>
<p>In questo corso di posta scrivo al sig. Giuseppe e a Carlotta, e raccomando a quest'ultima lo studio della lingua francese. Non mi preme che sappia filare e cucire, mi preme bensì che abbia lo spirito coltivato, e che possa comparire tra le sue pari senza esser minore delle altre. Perciò inculco alla medesima di studiare anche un poco di musica tanto quanto basta per conoscere le note. Quando sarà mia toccherà poi a me il farle imparare tutto quel che mi piace. Per quel poco tempo che l'ho trattata, parvemi di scoprire in lei del talento e dello spirito. Ditemi per carità se mi sono ingannato. D'un'altra cosa ancora vorrei esser schiarito. V'è stata persona che mi ha voluto far credere che Carlotta abbia sul collo una cicatrice, che un poco la guasta. A dir vero non è cosa che mi abbia molto disturbato. L'amo tanto che io non avrei difficoltà a sposarla anche senza testa. Tuttavolta per mia curiosità informatemi sinceramente di tutto.</p>
<p>Quanto prima invierò a Firenze il mio ritratto collocato sopra una bella galanteria, che vorrei si passasse nelle mani della mia povera Carlotta. Chi sa quanto patisce nel suo Ritiro!</p>
<p>Andatela a consolare qualche volta anche voi, se volete far cosa grata al vostro affezionatissimo amico e servo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>196</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Aprile 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Lode al Cielo che siete di nuovo guarita. Me ne congratulo con voi e con me.</p>
<p>Da ciò che mi scrive Carlotta e il sig. Giuseppe, comprendo che bisogna abbandonare il pensiero di farle studiar musica. Le ho scritto che non ci pensi più, e voi confermatele lo stesso. Spiacerebbemi se fosse in pena per questo.</p>
<p>Mi dice suo padre che la ragazza dorme in una stanza ove sono tre letti, e che non ha altro comodo di scrivere che la sera, quando se ne va a letto. Ma dunque questa sarà una prigione, e non un convento! Mi patisce il cuore in pensare a tal cosa, e mi vien dubbio che Carlotta e la sua educazione resti un po' trascurata. Se il padre l'ama davvero, perché non affidarla alle mani di sua zia, o di qualche altra parente, e tenervela a dozzena, piuttostoché abbandonarla in mani straniere, e in mezzo ad una truppa di donne piene di pregiudizio, e spogliate di quell'amore e attaccamento, di cui ha bisogno la condotta di questa giovane? Io non so intenderla, e crederò di errare nelle mie riflessioni, giacché mi sembra difficile che suo padre non vi pensi seriamente.</p>
<p>Il medesimo mi ha pure chiesto alcuni dettagli riguardo ai miei assegnamenti. La sua curiosità è ragionevole, ed io non ho mancato di soddisfarlo, pregandolo di prendere altronde egli stesso le sue informazioni sopra di me e sopra la mia condotta in Roma. Mi rimetto su questo alla lettera che gli ho scritta, e che voi vi potete far leggere.</p>
<p>Mi tocca a preparare la prosa per l'Accademia del Venerdì Santo, onde comprenderete che sono pochissimo ozioso per essere prolisso.</p>
<closer>Addio. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>197</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Aprile 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>È stato da me il vostro fraticello raccomandatomi. Compiango le sue circostanze, ma io gli ho detto che se vuole che io faccia impegno per la sua beatificazione, lo farò volentieri, anche con speranza di riuscirvi, ma che tentare la sua secolarizzazione è cosa impossibile, almeno se non si aspetta che il Papa presente sia morto, e ne venga un altro il quale la pensi diversamente. Gli ho esibita la mia servitù in tutt'altro, e lo farò di cuore in virtù delle vostre premure. Ma lasciamo il frate e veniamo a Carlotta.</p>
<p>Senza restar convinto delle vostre scuse di non aver potuto consegnare alla medesima la mia lettera, vi sono obbligato se non altro di averle detto a voce quel che io le diceva in iscritto.</p>
<p>Mi esortate ad aprirvi il mio cuore, e parlare come la sento. Io credeva di non aver fatt'altro finora. È forse necessario ripetervi le medesime cose? Amo Carlotta, senza di lei tutto mi è noia, desidero <emph>violentemente</emph> di possederla, e il mio è desiderio d'animo e non di senso. Spero di giungere a' miei fini, suo padre non parmi niente indisposto, ho piacere anzi che non mi faccia fretta, perché se mi costringesse a pigliarla dentro quest'anno, guasterei i miei interessi; insomma, finora tutto ha la prospettiva ridente, e non altro mi affligge che il timore di essere poco degno di Carlotta. La quale, se potesse dubitare della verità dell'amor mio, per convincerla, mi crederei allora in obbligo d'instruirla del sacrifizio che giorni sono le ho fatto. Ella non ha altro nemico che il mio Padrone, ma nemico d'amore più che d'avversione. Egli tenta la mia costanza in tutte le maniere e vuol abbagliarmi col presentarmi il crine della fortuna.</p>
<p>Io non ho mai, al contrario, sentito tanto la mia superiorità, quanto nel disprezzo delle sue profferte. Più mi combatte, più forte mi sento, e sarà pur necessario ch'egli riconosca che io son pronto a rinunciare a tutto fuorché a Carlotta.</p>
<p>Non posso diffondermi, e conviene che vi lasci e vi ripeta che sono incredibilmente vostro amico e servitore.</p>
<p>Mille saluti al sig. Giovanni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>198</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Aprile 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Non disconvengo che, se il negozio della Mariana si fosse potuto fare da noi soli, la cosa non fosse stata di miglior utile. Ma posto che Morelli ha progettato d'entrare in società, bisogna lasciarvelo entrare, e le mie ragioni son queste, che sottopongo al vostro parere. Primieramente trattasi con una persona, da cui state per attendere voi stesso un importante servigio. Vale a dire la cessione dell'impiego di perito camerale, di cui Gnudi gli ha già fatto cenno prima di partire da Bologna, e che io e lui ultimeremo con Morelli, giunto che sarà in Roma. Convien pensare, secondariamente, che Morelli può farci del danno se lo disgustiamo, e al contrario farci dell'utile se lo teniamo amico. Egli è uomo di fortuna, e l'associarsi cogli uomini di questa specie vuol dire saper fare i suoi conti. Egli gode la confidenza del Papa, può disporre di Gnudi, può ottener da Zanelli tutto quello che vuole, o almeno più assai di quello che possiamo ottener noi. Negoziando con esso, non si arrischia niente. Egli gode sul territorio d'Imola molti fondi di fresco acquisto, e se altro non possedesse che la casa ove abita, questa è tale che vale una tenuta. Ma riguardo alla sicurezza mi stupisco che l'abbiate progettato. Rifletto ancora, che facendo questa associazione con esso, tal cosa verrà facilmente a notizia dello stesso Papa, il quale non potrà che compiacersene. In somma, la politica c'insegna a non rigettare quest'uomo. Diversamente vi predìco che farem male i nostri interessi, e vi protesto fin d'ora che io non sarò mai per lodarvi di averlo ricusato.</p>
<p>Mediterò bene le vostre lettere e quelle di D. Cesare, e poi mi abboccherò col P. Cellerario, e ne saprete il risultato.</p>
<closer>Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Comunicherete la mia lettera a D. Cesare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>199</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Aprile 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>L'affare da voi proposto al sig. Don Ridolfo e al sig. march. Ercole finora va divinamente. Il mio Padrone vi prenderà interessanza ancor esso, e si è addossato tutto l'impegno di maneggiarlo. Ma per salvare un mio errore sarà necessario che voi mi scriviate una lettera concepita nel seguente tenore: <hi rend="italic">«Tralasciate d'angustiarvi, poiché l'affare del principe Pio è tutto proposto da me, e miei sono tutti i fogli che verranno esibiti. Il sig. Don Ridolfo aveva voluto esigere da me un rigoroso silenzio, e questo è il motivo, per cui non volli neppure renderne informato voi. Giacché adesso ne siete venuto in chiaro senza che io ve n'abbia scritto, volentieri vi ripeto esser stato io l'autore di questo progetto, e godo che il vostro Padrone ne abbia preso l'impegno»</hi>. Voi potete seguitare la lettera sul piano trascrittovi, e dir tutto quello che volete e credete, ma in aria di affare vergine, e come se fosse la prima volta che me ne scrivete. Circa l'affare della Mariana già ho scritto a D. Cesare, e gli ho notificate le ragioni per cui sono assolutamente di parere che non dobbiamo escludere il cavaliere Morelli, se fa delle premure per essere associato.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>200</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Aprile <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Non è possibile che vi mandi la patente del mio Padrone pel vostro raccomandato, giacché per ora sono tutte sospese, né si daranno fintantoché non sia dichiarato Principe assistente. A suo tempo ve ne darò avviso.</p>
<p>Ho consegnata la polizza al P. Cellerario, e mi sono riserbato di tener lungo discorso con esso quando potrò trovarlo di libertà. Prima che si aprano quelle degli altri, e tutte, vi saranno ancora da quindici giorni.</p>
<p>Quanto più ci penso, tanto più mi confermo nella opinione di ammettere il cav. Morelli nella società e tollerarlo. Quest'uomo ci può far del male se l'escludiamo, e far dell'utile se lo accettiamo. Crediatelo a me, e soffrite questa disgrazia, la quale avrà il suo compenso nella cessione ch'egli farà al nostro fratello dell'impiego di perito camerale. Giova più aver del vantaggio in questo che nell'affitto. Tuttavolta, per fargli giustizia, posso assicurarvi che appena giunto in Roma mi è entrato in discorso dell'affitto con tutta la disposizione a ritirarsi indietro, e con tutta l'onestà. Ma la convenienza e le circostanze mi hanno costretto a dirgli che voi siete contento di associarlo, ma che per altro gli fate riflettere che vostro cognato non può restar indietro. Al che mi ha risposto che sarà contento in qualunque modo lo mettiamo.</p>
<p>Ho fretta, e non posso diffondermi. Basta solo che vi persuadiate che il solo fine del mio e vostro vantaggio mi fa pensare e operare nella maniera che v'ho detta.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>201</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">TERESA BANDETTINI LANDUCCI[</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Maggio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Latore della presente è M.r Gouttembrun. In occasione che egli portasi in Firenze desidera di conoscer voi e i vostri talenti, de' quali mi son preso la libertà di fargli molte volte l'elogio. Nessuno più di lui è degno di sentire l'incanto de' vostri Improvvisi, e nessuna più di voi merita l'amicizia d'un giovine, che senza dubbio è il più eccellente e il più leggiadro pittore che la Germania ci abbia mandato. Non parlo delle sue colte ed oneste maniere. Due momenti di conversazione con esso ve le faran rilevare più assai che una lunga mia lettera. Dopo ciò è inutile il pregarvi di accoglierlo cortesemente.</p>
<p>Vi pregherò piuttosto di conservarmi la vostra preziosa amicizia e di credermi costantemente di Voi, carissima amica, devotissimo servitore ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>202</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Maggio 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Orsù, per questa volta non andate in collera. La malizia delle mie accuse sul vostro silenzio vi prova se non altro il desiderio che ho delle vostre lettere. Ma non intendo per qual motivo non mi scriviate neppure una parola di Carlotta. Questo è castigo ben maggiore della mia colpa. Vi prego di non lasciar mai più questo vuoto nelle vostre lettere. La povera innocente mi stimola perché solleciti la mia venuta a Firenze, e il padre, al contrario, mi prega di non farlo per ora, fintantoché non abbia guadagnato, dic'egli, l'animo di suo fratello. Questo del suo fratello è tuttavia un enigma per me, di cui vorrei pure una volta essere illuminato. Voi che siete il mio buon genio, il mio demone tutelare, voi toglietemi questo velo dagli occhi, e ditemi finalmente in che consistono le ripugnanze di questo mio avversario, e quali siano le eccezioni che in me trova. Starò a vedere se i vostri scrupoli s'estendono fino a tacermi la verità per troppa delicatezza.</p>
<p>Vi abbraccio (senza pregiudizio del nostro sig. Giovanni, cui vi prego di salutar caramente) e senza complimenti sono il vostro amico e servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>203</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Maggio 1783.</date></opener>
<p>C. Fratello.</p>
<p>In breve vi dirò il risultato del mio congresso. I concorrenti sono molti, e strane l'esibite. In generale questi frati se inclinano ad alcuno, voi siete quello. Ma la vostra polizza non piace. Essi m'han pregato di scrivervi che ne facciate un'altra, in cui restino salve queste principali condizioni:</p>
<list><label>1.</label> <item>A foco e fiamma.</item>
<label>2.</label> <item>Tutte le gravezze a carico dell'affittuario.</item>
<label>3.</label> <item>Annua corrisposta di mille e seicento.</item>
<label>4.</label> <item>Piantata di 400 alberi ed altri bonifici.</item>
<label>5.</label> <item>Manutenzione e consegna di case, bestiami ecc..</item>
<label>6.</label> <item>Paga in Roma e metà in contanti.</item>
<label>7.</label> <item>Le imposizioni a danno dell'Abazia se crescono, e a suo favore se calano.</item>
<label>8.</label> <item>Altri patti di minor conseguenza.</item></list>
<p>Io non ho dato loro nessuna speranza che voi siate in grado di accrescere l'esibizione, ed ho esagerato per quanto ho potuto l'utilità della prima offerta. Tuttavolta non ho potuto dispensarmi dal significarvi che essi attendono assolutamente altra esibita, senza la quale dicono di non poter accordarvi la tenuta. Per quanto Morelli ed io ci studiassimo di farci comunicare le polizze degli altri, non ci fu rimedio. Dal che arguisco che non vi vogliano far la pappa, come suol dirsi. Per altro, in ciò mancano di parola, ma ci vuol pazienza.</p>
<p>Riguardo a Morelli, io gli ho letta la vostra lettera. Egli è pronto a tutte le condizioni, e accertatevi che è galantuomo e che va trattato come tale, senza stitichezze e cattiva fede. Attendo le vostre risposte.</p>
<p>Questa sera è arrivato l'Elettor di Baviera.</p>
<closer>Addio. Il vostro e aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>204</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, il primo di Giugno <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Ho parlato con Arduini e mi ha detto che tutte le facoltà le ha il Commissario della Camera, e che potete procedere nel contratto sicuramente, quando lo abbiate cautelato con le necessarie dispense. Ho piacere ancora che abbiate da fare con d. Ridolfo Varrani, perché questi, essendo amico del marchese Ercole, vi userà tutte le possibili onestà.</p>
<p>Vi raccomando nuovamente di non ritardare lo sborso delli scudi 15, delli quali vi scrissi l'ordinario passato. Se il marchese Ercole non vuole prendersi il fastidio di sborsarli al sig. Ruggiero Ragazzi, datene voi la commissione a qualcun altro, e non mancate.</p>
<p>Sentirò volentieri se il contratto di questa compra vada innanzi, e come, e quando.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori, e amatemi, ché io sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>205</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 Giugno 1783.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho fatto sapere al Cellerario e a Carocci le vostre intenzioni, e non ho saputo più nuove di loro. Io non so che lodarvi della vostra fermezza. Non mancheranno altri negozi, e giacché non vi rincresce proporne l'associazione a Morelli, io ve ne do liberamente la spinta. Morelli è un uomo scaltro ma onesto, ed è fornito di tutti i necessari talenti per riuscire benissimo negli affari. Assicuratevi che non può che giovare l'averlo compagno. Dal nulla egli ha messo da parte un capitale di circa ottantamila scudi, sopra de' quali nessuno ha il minimo credito. Bensì il suo capitale sporco è di altri cinquantamila in circa, ma questo non ha che fare con quello. Vi consiglierei dunque di scrivergli con tutta confidenza e notificargli le vostre idee.</p>
<p>Calcagnini sicuramente non starà molto bene a denari. Ne ha spesi molti in Roma, e molti ne spenderà probabilmente in Napoli, ove trovasi presentemente.</p>
<p>Cappi, cognato di Gnudi, ha ottenuto il rescritto della Tesoreria di Romagna invece di Vizzani, di cui vi scrissi tempo fa, e che spontaneamente gliene ha fatta la cessione. Ma il principale interessato è il mio Padrone, il quale non ha piacere che ciò si sappia.</p>
<p>Da Spagna si attende fra giorni qualche riscontro sull'affare di Pio. Ve ne renderò informato subito che si saprà qualche cosa.</p>
<p>Vi prego di dire a mia madre che mi mandi un poco di tela per rinnovare la mia biancheria specialmente quella da letto.</p>
<p>State sano ed amatemi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>206</head>
<opener><salute>All'arciprete don CESARE BALDINI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 14 Giugno <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Bravo l'astrologo. Avete indovinato per metà e il resto lo saprete da me. Mi fido adunque di voi ed eccovi tutta la mia confessione. Nel mio passaggio per Firenze il caso mi fece conoscere colà una giovinetta di forse diecisette anni. Le fiorentine sono educate e custodite con molta maggior riserva delle romane. Nulladimeno siccome eravamo nell'autunnale villeggiatura, e la libertà campestre è maggiore, e dall'altra parte io mi era guadagnato fin dal primo momento la benevolenza della compagnia in cui fui introdotto, così mi fu permesso di trattare la giovine, e in poche ore, in pochi momenti innamorarci perdutamente l'uno dell'altro. Non ho ancora potuto sapere cosa di buono abbia trovato in me questa giovane. So bene che io trovai in lei cento motivi per divenirne appassionato. Passa per uno dei più bei volti fiorentini. Ma non fu la bellezza che mi sedusse. Le sue virtù morali, virtù che da molto tempo, anzi mai non aveva io potuto trovar nelle donne, candore di sentimenti e certa tenerezza innocente più facile a sentirsi che ad esprimersi, e certo bisogno di cuore, che mi parlava per lei, e mille altre simili ragioni mi fecero senza difficoltà ascoltare la proposizione che un'amica sua e mia mi fece di sposarla. Si tenne un congresso segreto, a cui intervenne anche Carlotta (che tale è il nome della ragazza). Parlai molto dell'amore che avevo concepito per lei, esagerai il desiderio che avrei avuto d'impegnare con essa la mia parola, ma feci ancora il quadro delle mie circostanze e della mia situazione, e conclusi che la scarsezza dei miei proventi patrimoniali e personali non mi permettevano di abbandonarmi al progetto d'un tal matrimonio. L'amica trovò che io la discorrevo da uomo onorato, ma l'amante pensò che la mia onoratezza troncava tutte le sue più belle speranze. Caro Arciprete, se tu l'avessi veduta, tu pure ti saresti commosso. Si abbandonò ai rimproveri e al pianto, e poi a un disperato silenzio. Non v'era che un giorno da restare in Firenze. Mi pressava l'amore e molto più le angustie di Carlotta. Per non smentire il mio carattere di uomo d'onore, e per calmare i trasporti della giovine, abbracciai un altro progetto ch'ella stessa mi fece, e fu questo: di sposarla qualunque volta la mia situazione si fosse resa più comoda, e il Papa mi avesse beneficato senza legare la mia libertà. Con questa condizione le lasciai in iscritto la mia promessa, e partii.</p>
<p>Ritornato in Roma, ho sentito piucché mai crescere la mia passione. Ho aperto carteggio col padre della medesima, il quale sin d'allora avendomi preso a voler bene, volontieri acconsente che sua figlia mi ami e mi scriva, a patto però che le nostre lettere passino tutte sotto i suoi occhi, e diversamente non sarebbe possibile di scriverci, poiché Carlotta sta in convento, di dove esce a piacimento del padre. Nasce da una delle migliori famiglie di Firenze nel rango di cittadini, ha tre mila scudi di dote, e senza contrasto è la più amabile persona ch'io m'abbia mai conosciuto e trattato.</p>
<p>Potete dunque credere se mi sta a cuore di fissare in qualche modo la mia fortuna per condurre a buon termine le mie brame. Il principe Chigi mio antico padrone, a cui ne feci la confidenza, e che trovandosi in Firenze dopo ch'io ne fui partito, avea sentito parlar molto colà de' miei amori con Carlotta, mi ha fatto generosamente un assegnamento di sessanta scudi l'anno. Ma il mio Padrone è affatto contrario a' miei disegni. Tuttavia mi ama moltissimo, e le sue opposizioni derivano piuttosto dal desiderio che egli ha de' miei vantaggi, che da altro. Il Papa non ne sa niente. Ma son certo che molto dispiacere non ne mostrerebbe. Le mie cose sono in buon piede, ma il tempo è lento, e senza il tempo il mio stabilimento non può succedere.</p>
<p>In questo stato di cose non crediate che il mio amore non si faccia sentire. Ormai è divenuto necessità, e la passione è in me tanto più forte, perché ha investito lo spirito, e niente vi ha interessato la materia. Il mio riposo vuol dunque ch'io tenti tutte le strade per facilitarmi il possesso di questa giovane, la quale se mi ha fatto perdere molti vizi, è stata cagione, dall'altra parte, che la mia economia ne ha risentito e ne risente del pregiudizio.</p>
<p>Colla lusinga che i miei affari si possano sistemare, e mettermi inaspettatamente e da un momento all'altro nel caso di prender moglie, ho presi innanzi i miei passi. Ho pigliato casa da me (giacché, volendo e potendo ammogliarmi, diversamente non si può fare) e, per dir tutto, con una spesa finora di cinquecento e più scudi, mi sono ammobiliato in gran parte un appartamento di sei stanze con tutti gli annessi. Questa novità fa discorrere il paese, ma per tirare innanzi m'è convenuto impegnar orologi ed anelli, oltre a molti altri denari che D. Cesare mi mandò fin dal principio di quest'anno; e mi conviene di più lasciare insolute molte piccole partite, per esempio, di falegname, di ferraro, di pittore, d'indoratore, ecc., le quali finora non sono saldate che per metà. Ma queste non son cose che mi affliggono, perché gli operai mi fan credito per quanto voglio, e posso farli aspettare fino all'ottocento, senza che nessuno ardisca di chiedermi un baiocco. Quel che mi angustia è un debito di cento cinquanta scudi che io feci in Roma prima di venire in Romagna (ove sappiate che avrò speso da cento doppie per commetter cento disordini. Dio me li perdoni). Arduini mi fece la sigurtà di questa somma, ma volle limitarla ad un anno solo, e questo va a spirare li otto dell'entrante. Io mi contentai allora di questo termine, perché era ben lontano dal credere ch'io dovessi pensare ad ammogliarmi, e sospettare di non aver cento cinquanta scudi a mio comando per pagare il mio debito. Ma queste sono inutili riflessioni. La conclusione si è che, essendomi disgustato da qualche tempo contro Arduini per una porcheria fattami, mi starebbe a cuore quanto la vita di poter soddisfare al mio debito, per togliere a questo birbante il campo di empir Roma di ciarle, e farmi del danno nell'opinione degli altri. Per riparare a questo inconveniente, avrei potuto ricorrere all'abate Mami. Ma che volete che io vi dica? Dopo che sono stato il primo a piantare i fondamenti della sua fortuna, la sua amicizia si è raffreddata e mi convien trattarlo con riserva. Qui dunque vi vuol del coraggio. Bisogna che mio padre sia pienamente inteso delle mie angustie e che egli vi faccia scrivere all'ab. Mami una lettera del tenore seguente:</p>
<p>Ill.mo Signore ecc..</p>
<p>Di commissione del sig. Fedele Monti scrivo la presente a V. S. Ill.ma. Riceve egli lettera da codesto suo figlio Vincenzo, in cui gli fa note le angustie in cui trovasi per certo debito fatto fin dall'anno passato di cento cinquanta scudi con certo sig. ab. Norcia, e con sigurtà del sig. avv. Arduini per un solo anno. Fa credere ancora d'aver fatte molte altre spese per metter su casa da sé, e di avere a questo effetto impegnato orologio ed anello per ritrarne del denaro, oltre duecento scudi che al cominciare dell'anno gli furono spediti da suo fratello. Due favori adunque da Lei chiede il suddetto sig. Fedele, come da persona di somma onestà, impegno e segretezza. Primieramente, ch'Ella s'informi se realmente sussista l'esposto dal figlio. E trovando che tutto sia vero, gli fa d'uopo impetrare da Lei un secondo piacere. Siccome viene esposto che la sigurtà del sig. Arduini e il termine del debito delli scudi 150 spira verso li otto dell'entrante, e converrebbe dall'altra parte o rinnovare la suddetta, il che non è possibile stante li dissapori da qualche tempo insorti tra l'abate Monti e il sig. avv. Arduini, e a me ben noti, egualmente che al sig. Fedele, oppure soddisfare a dirittura a questo piccolo debito, il che sembra assai meglio, così il medesimo prega V. S. Ill.ma di volere, giacché il può più d'ogni altro, improntare per lui questa somma, da rivalersene poscia nella estinzione del noto censo, che vive contro di Lei. Per di Lei sicurezza il sig. Fedele è pronto a segnare per mano mia qualunque carta Ella mi manderà. Dico per mano mia, poiché esso per un'apoplessia trovasi da molti anni inabilitato a metter penna in carta, diversamente le avrebbe scritto di pugno. Avrebbe anche egli stesso mandato al figlio la somma richiesta, ma il maneggio della casa trovandosi tutto nelle mani del figlio maggiore, non gli è possibile il farlo senza scoprir tutto, al qual passo egli non vuol venire per quiete della casa.</p>
<p>Scrivo contemporaneamente a Vincenzo, informandolo che il suo sig. padre ha rimesso tutto nelle di Lei mani, e che perciò venga ad abboccamento con Lei. Conosce il medesimo che questo è un grave fastidio. Ma sa ancora quanto Ella sia piena d'amicizia per suo figlio, e la vera amicizia è quella che regge e sussiste contro gl'incommodi ecc. ecc..</p>
<p>Eccovi, a un dipresso, il contenuto della lettera che assolutamente bisogna scrivere all'abate Mami, e farlo dentro questo mese, e nello stesso giro di posta avvisarmi acciocché possa venire a discorso con esso.</p>
<p>Avrei molte cose da aggiungere, ma il tempo manca. Se credete di dover differire di confidar tutto a mio padre, e scrivere intanto la divisata lettera, giacché questa estrema armonia di cose non è necessaria per ora, e i miei affari si possono accomodare senza precipitare una tal confidenza, fate come vi sembra più acconcio. Vi prego solo di riflettere che v'è di mezzo la mia delicatezza, e che la mia quiete dipende dal liberarmi da questo debito.</p>
<closer>Vi raccomando il silenzio; e, senza voler sapere quanti spropositi vi abbia scritti perché non ho voglia di rilegger la lettera, sono il vostro aff.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sono ricordevole del vostro Morra.</p>
<p>P. S. Aggiungo che mi fareste una somma carità se mi poteste mettere assieme una dozzina di zecchini e mandarmeli, giacché vedete che sono un debitor galantuomo. Ma voi direte, come sia possibile che io sia tanto sprovvisto di danaro. Vi ripeto che ho speso più di scudi 500 e che presentemente i miei incerti sono <emph>cessati </emph>, perché si sono sospese tutte le patenti, fintantoché il mio Padrone piglierà la nuova investitura dei feudi. Vedremo se sarete un amico generoso.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>207</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI (con una cesta) <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add> <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Carissima Comare.</p>
<p>Vi do nuova che sono conclusi i miei sponsali colla Fiorentina. Son molti giorni che avrei dovuto avvisarvene, ma voi sapete che son divenuto muto da qualche tempo.</p>
<p>Questo è un pensiero, che mi fa dimenticare di tutti fuori che di voi, di cui, quanto meno vel figurate,</p>
<closer>sono per dovere e per genio vero servitore ed amico <signed>Vincenzo M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi scordava di dirvi che vi mando quattr'ova. I miei saluti a Ferretti. Questa sera non avrete il rammarico di vedermi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>208</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Giugno <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sia questa la prima e l'ultima volta in cui vi servite del padre Cupis per la spedizione di denaro. Il P. Cellerario non ha ancora ricevute le rimesse della tenuta; per conseguenza, nemmeno ancora i miei trenta zecchini, e né le prime, né i secondi giungeranno se non verso la fine del mese futuro. Il suddetto P. Cellerario è sulle furie, e credo che abbia scritto una lettera di fuoco al reverendo Cupis, che, sia detto con vostra pace, è un uomo assai bisbetico. E su questo particolare vi faccio sapere che voi non dovete avere nessuna soggezione di lui, quando il P. Cellerario di San Paolo circa gli affari della Mariana può comandare e comanda al padre Cupis come mio padre comanda a me. Onde, quando il Cellerario voglia che voi l'informiate di tutto, l'opporsi alla sua volontà è lo stesso che opporsi a quella del Papa. Per altro egli medesimo sarà il primo a far note queste sue intenzioni all'ab. di Ravenna, qualunque volta si risolva d'intraprendere con voi questo carteggio. Ciò vi serva di regola.</p>
<p>Ritornando a me, il P. Cellerario per somma finezza mi ha dato altri venti scudi. Se io non avessi avuta per le mani la stampa del libro che sapete, non sarebbero ormai due mesi e più che io vi rompo la devozione perché mi mandiate del denaro. Questa stampa io la faccio con qualche sorta di polizia e con abbondanza di rami e finezza di carta ed ampiezza di margini. Per conseguenza, mi anderà a costare una sessantina di scudi, e forse di più. Io ne ho speso fino al giorno d'oggi, in cui si è tirato il decimo foglio, vicino a cinquanta. Onde vedete bene che bisogna che per necessità mi inquieti qualche poco se non posso ricevere tutto in una volta il mio denaro, poiché bisogna ancora che io pensi al mio mantenimento. Aggiungasi che converrà che anche terminata la stampa io stia per qualche tempo in isborso, perché non potrò subito esitarne tante copie che mi rifacciano della spesa; e sarà d'uopo perciò che io aspetti di poterle spedire e in Napoli, e in Firenze, e in Ferrara, e per la Lombardia, e dappertutto ove ho degli amici, ed ove posso sperare di smerciarle. Vengo a concludere con tutto questo che, per non dare a voi la seccatura di rinforzarmi dell'altro denaro, io prenderò l'espediente di impegnare al Monte di pietà o l'orologio o l'anello, poiché io non voglio mai e poi mai che sappiasi il bisogno in cui mi trovo se ne chiedessi in imprestito da qualche amico, come potrei fare da un momento all'altro. Anzi non ho voluto ricevere nemmeno le anticipazioni delle associazioni di molti amici, una cinquantina de' quali me le aveva esibite.</p>
<p>Il foglio è pieno ed io ho sonno. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>209</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 5 Luglio <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>Mi riporto alla lettera che vi scrive l'ab. Mami sopra ambedue le cose delle quali mi avete scritto.</p>
<p>Certamente sono assai tenuto alla bontà del sig. D. Ridolfo, e io stesso gliene scriverei, se tra le mie occupazioni di segreteria e quelle de' miei studi particolari trovassi tempo di farlo. Voi fate le mie scuse e quei ringraziamenti che gli sono dovuti, anche per la parzialità con cui risguarda voi stesso.</p>
<p>I miei saluti ed ossequi alla sig. contessa Pacheni, ed altrettanto alla sig. contessa Crispi, a cui direte che la prima parte de' miei versi è stampata colla dedica al Papa, e che, terminata che sia la seconda, la pregherò di gradirne una copia.</p>
<p>State sano. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>210</head>
<opener><salute>Alla Contessa ELEONORA CICOGNARA AVENTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Luglio 1783.</date></opener>
<p>Ill.ma Sig.ra Contessa Stimatissima.</p>
<p>Questa mattina mi è stata consegnata dal nostro mons. Tedeschi la sua lettera coll'acclusa, e questa sera ho il contento di darle un favorevole riscontro. Il signor D. Luigi farà quanto potrà per servirla; e dalla sua lettera rileverà i suoi sentimenti. Egli non è molto amico de' complimenti; tuttavolta io la consiglierei di scrivergli un ringraziamento, ma ringraziamento che sia lusinghiero, e degno di quella madre, che per iscritto mi promette tanta riconoscenza, e in persona così poco gradiva i tributi di un poeta che l'adorava.</p>
<p>Ecco una lettera assai lunga per un uomo che è martire della penna, e che appena ha campo di professarsi, con tutto l'ossequio antico e moderno, suo u.mo dev.mo obb.mo servitore vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>211</head>
<opener><salute>A FORTUNATA SULGHER FANTASTICI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Agosto 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Datene la colpa o alle mie brighe o alla mia poltroneria, se ho tardato a rispondere all'ultima vostra. Vi sono primieramente tenuto della buona opinione che portate de' miei versi. Ma voi non sapete che il mio libro in Firenze è proibito. Il revisor secolare non ha voluto accordarne la pubblicazione, e lo stampatore di Siena sarà costretto a mutarne il frontespizio e apporvi la data di un altro luogo. Questa notizia vi trattenga dal dare ad altri il mio libro.</p>
<p>Vengo a Carlotta. Suo padre continua meco il carteggio, e parmi che sia ben lontano dal negarmi la figlia. Il ritardo di questo trattato procede da me piucché da loro. Io gli ho esposto che la mia situazione non è ancor tale da dover azzardare di condurmi in casa la moglie. Un provento di seicento scudi è scarso, e fintantoché io non abbia assicurato qualche cosa di più, la prudenza vuole ch'io differisca la conclusione. Cosa ne pensino i parenti nol so, né mi curo di saperlo. A me basta che Carlotta seguiti ad amarmi, e di questo me ne lusingo; se le sue lettere meritano fede. Del rimanente mi fa specie la condotta che si tiene con voi. Sembrami poco onesta ed io sono il primo a risentirmene. Quest'aria di mistero è troppo oltraggiosa, e voi dovreste procurare di sbrogliarne l'arcano. Volete che io vi manifesti un mio sospetto? I parenti di Carlotta cercano di tenervi occulta la cosa, perché hanno intenzione di circonvenirmi in modo da non poter fuggire, e perché temono che voi mi possiate avvertire dei loro maneggi. Se io m'inganno, sarà un miracolo. Se mi siete amica, non mi lasciate nelle tenebre, e mettetemi a giorno della loro condotta esteriore a riguardo mio, giacché vedete che il vostro M. non merita d'essere tradito.</p>
<p>Scrivo due righe a Gouttembrun, il quale mi ha fatto mille ringraziamenti per lettera in proposito della vostra persona. Mi accorgo che l'avete incantato, e che avete corrisposto alle mie speranze.</p>
<p>Conservatemi la vostra preziosa amicizia e credetemi sempre vostro servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Mi dimenticavo di dirvi che la principessa Giustiniani vi saluta, e che io faccio altrettanto col sig. Giovanni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>212</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Agosto 1783.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi ripeto per la terza volta che non abbiate nessun timore per conto mio. La burrasca è stata delle più terribili, ma il mio piloto e la mia onoratezza han superato tutti i pericoli, ed io mi trovo in porto, e lasci o che il mare mormori quanto vuole. Io sono contento della mia presente situazione, anche più di prima, e debbo ringraziare i miei nemici che, volendo atterrarmi, mi hanno esaltato. E a dir vero potete ben credere che il mio amor proprio si compiace non poco dello strepito che era stato contro me suscitato, di modo che Roma pareva tutta in delirio; né maggior fracasso sarebbesi fatto se si fosse trattato d'impiccare un Cardinale. Ma lasciamo queste miserie.</p>
<p>Boncompagni non è ancora arrivato; e quando lo sarà, procurerò di coltivarlo, sebbene si fosse sparso per Roma che ancor esso è mio nemico. Il che io non credo, perché non gliene ho dato certamente verun motivo. Comunque sia, saprò guadagnarmelo. Attenderò pertanto che mi manifestiate le vostre idee, alle quali mi presterò con tutto l'impegno.</p>
<p>Abbracciate per me il fratello, se trovasi ancora costà, e salutate caramente la madre. Addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>213</head>
<opener><salute>Alla Contessa ELEONORA CICOGNARA AVENTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">20 Agosto 1783</add>.</date></opener>
<p>Ill.ma Sig.ra Contessa Sig.ra Padrona Colendissima.</p>
<p>Allo spiritoso poscritto di S. E. aggiungo io segretario altre due righe, nelle quali dimando perdono se mi dimenticai di darle riscontro sull'ultima lettera di ringraziamento al mio Padrone. Parevami che la materia nol richiedesse, e questo pensiero mi tolse l'altro di risponderle. La lusinga di riceverne il perdono mi fa quasi prendere compiacenza della mia colpa. Ma lasciamo lo stile della galanteria, che mal si conviene ad un uomo di serio carattere. La conclusione si è che monsignor Campanella è tal quale vien dipinto da lei.</p>
<p>Le premure del sig. D. Luigi saran rinnovate e se ne deve sperar bene.</p>
<p>Credo di non aver in vita mia scritto una lettera più insignificante di questa. L'unico periodo che vada a tuono sarà l'ultimo, nel quale mi confermerò in fretta, con tutto il rispetto, umilissimo dev.mo obb.mo servo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>214</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Settembre 1783.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Solamente adesso rispondo all'ultima vostra carissima. Una strana serie di apparenze e di conseguenze ci aveva fatto sospettare che fossimo stati traditi nell'affare del Principe Pio. Il mio Padrone ne avea già scritto al sig. march. Calcagnini, e forse da esso vi saran stati confidati i di lui sentimenti. Una lettera venuta ieri di Spagna ci fa credere che ci siamo ingannati. Scrive il suddetto Principe, che da Ferrara gli sono state fatte delle offerte di due mila e cinquecento scudi d'aumento, senza nominar gli oblatori. In vista di ciò il mio Padrone replica dimani direttamente un'altra lettera al Principe esibendo lo stesso aumento. Se la delibera dell'affitto non è stata fatta e la lettera giunge in tempo, v'è luogo a lusingarsi che l'impegno possa essere ascoltato. L'ab. Mami comunica questa sera una tal notizia al sig. d. Ridolfo Varrani. Voi fate il medesimo col sig. march. Calcagnini, giacché temo che non mi rimarrà tempo di scrivergliene io stesso.</p>
<closer>I miei saluti a tutti di casa. Vostro affezionatissimo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>215</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FORTUNATA SULGHER FANTASTICI</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Settembre 1783.</date></opener>
<p>Amica carissima.</p>
<p>Premerebbemi sommamente che l'accluso mio sonetto fosse inserito nella <title>Gazzetta di Firenze</title>. Vorrei che il signor gazzettiere si compiacesse di porvi innanzi due parole, nelle quali annunziasse che il sonetto vien attribuito all'ab. Monti, ma in modo che non apparisse esser certo l'autore.</p>
<p>Ricorro pertanto alla vostra amicizia, e senza che mi adduciate ragioni in contrario, io pretendo da voi questo favore, e quanto più presto me lo farete, tanto maggiore sarà la mia obbligazione.</p>
<p>Che fa il nostro Gouttembrun? Che fa il sig. Giovanni gentilissimo? Che fate voi, che fanno le vostre Muse? Vi prego di soddisfare a tutte queste curiosità. Altrimenti se mi sarete sempre così avara di vostre lettere, voi affliggerete il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>216</head>
<opener><salute><add resp="ed">A D. CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Novembre 1783.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sul timore che il sig. marchese Ercole non sia più all'Alfonsine, vi accludo questa lettera, a cui, sul supposto, farete la soprascritta coll'indirizzo a Ferrara.</p>
<p>La tela l'ho ricevuta, ma per minchionaggine del sig. Antonio che tralasciò di farne l'indirizzo al mio Padrone, come gli avevo scritto, la tela è stata in dogana, e per ricuperarla avrei dovuto spendere cinque scudi, se non avessi fatto valere il nome del mio Padrone.</p>
<p>Vorrei che voi mi sapeste indicare le occasioni di esservi di profitto. Certamente io non mancherò mai di darvi tutta la mano, non essendovi cosa che tanto mi prema quanto l'utile di mia casa.</p>
<p>L'affare dell'affitto della Pianta sta come sul principio, e su di questo ne ha scritto ultimamente al fratello l'abate Mami, il quale vi ringrazia delle vostre buone intenzioni, che per altro da lui non si accettano per non offendere l'amicizia.</p>
<p>Io sono stato molti giorni incommodato. Ora sto bene.</p>
<p>Abbracciate i genitori per parte mia ed amatemi.</p>
<p>P. S. Mi preme la lettera del Marchese.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>217</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Dicembre 1783.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Calmatevi, e conoscetemi meglio. È verissimo che mi è stata proposta una Fiorentina che io conobbi nel mio passaggio per quelle parti, è verissimo che l'amo, che ne sono riamato, e che volentieri la sposerei. Ma mi trattiene un ostacolo, che non ho potuto, né potrò mai superare. Questo ostacolo non è altro che il timore di far dispiacere ad un'altra persona, che amo anche più della Fiorentina, e questa persona è mio fratello.</p>
<p>Io sono dunque memore delle promesse che una volta vi feci, e voi vedete che due cose assai importanti vi sacrifico, il mio interesse e la mia tenerezza. Quest'ultima è ben maggiore di quanto possiate immaginarvi, e se una volta sarò costretto a secondarla, ciò non sarà prima di aver assicurato i vostri vantaggi, e aver salvato la mia parola d'onore. Su questo articolo mi spiegherò con più commodo. Per ora permettetemi di troncare un discorso che mi tocca il più vivo dell'anima. Quando sapeste tutto, conoscereste che il mio cuore non è fatto per ingannare. Vorrei intanto sapere donde abbiate ricevuta questa notizia. In Roma altro che i miei Padroni sono a giorno di questo segreto, ed un amico, da cui sicuramente non è possibile che l'abbiate penetrato. Cavatemi adunque questa curiosità.</p>
<p>State di buon animo, e riflettete che voi non siete quello che più soffre.</p>
<p>Vi abbraccio e sono il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S. Date un bacio per me ai miei nepoti. Vorrei regalar qualche buon pesce al mio Padrone per la vigilia di Natale, o qualche dozzina di cotichini ma buoni, e non cattivi come quelli dell'anno passato, che in verità erano pessimi. Se vi risolvete a mandar qualche cosa, indirizzatelo a Sua Eccellenza medesima. Ma se dovesse questo regalo esser grave e incommodar di molto la borsa, vi consiglio, anzi vi prego a non farlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>218</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Gennaio 1784.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Vi torno a scrivere sull'affitto dei molini di Lugo. Il cav. Morelli è amico stretto del sig. marchese Belloni, da cui dipende tutto. Per altro egli è persuaso, che questo negozio non possa esser molto felice per cagion del Naviglio. Voi esaminate bene le cose prima d'imbarcarmi in qualche trattato. Il qual trattato però vi avverto che può diventar ottimo negli anni di siccità coll'aiuto del molino imolese detto il Rosso, che presentemente è di proprietà del suddetto cav. Morelli.</p>
<p>Passiamo ad un altro affare. La casa Cibo di Modena possiede una grossa tenuta e una decima a Massa Lombarda, l'affitto della quale spirerà da qui a cinqu'anni. Ora è divisa in quattro affittuari Basoli, Mazzini, Foschini e un altro. Morelli è di parere che questo possa essere un buon negozio, e siccome ha un sicuro canale presso la Duchessa di Modena, così vorrebbe che si prendessero le necessarie notizie per vedere che proposizioni si possono fare. Potrete adunque con tutta segretezza informarmi e proporre la persona d'un terzo socio, giacché due soli non bastano.</p>
<closer>Abbracciate per me i genitori e credetemi sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Pazienza se non mi avete voluto mandare i formaggi. Li ho avuti per altra parte, e sono arrivati sani ed ottimi, e quando sulle cassette qualunque sieno si fa questo indirizzo a S. E. il sig. Principe Braschi, nessun corriere ha coraggio di ricusarle. La tela fu ricusata, perché di vostro proprio carattere vi era questo indirizzo: A Mons. l'Abbé Monti in casa di S. E. il signor D. Luigi Braschi. Non bisogna maravigliarsi se non la volevano accettare. Ma non ne parliamo più.</p>
<p>Addio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>219</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ARMANDI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Febbraio 1784.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>È un piacere, un dovere il ricordarsi degli amici, e di voi specialmente, che tra questi avrete sempre un loco distinto nell'animo mio. Non ho perduta la memoria di quei giorni felici che ho passati con voi e col nostro lepido Giovannardi, di cui avrei gradito di sapere qualche nuova, come di persona che sempre mi è piaciuta.</p>
<p>Vostro fratello governatore mi preme, ed egli sa che per me non si manca di raccomandarlo. Ma finora le mosse dei Governi di Romagna rimangono sospese. Vorrei che le mie premure avessero qualche peso, ma sento che sono ben deboli. Tuttavolta sono sincere e derivanti dal core.</p>
<p>Su questo solo io posso contare, e protestarvi che non v'è cosa che tanto sia vera, quanto l'affetto con cui sono vostro servitore devotissimo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>220</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Marzo 1784.</date></opener>
<p>F. C..</p>
<p>Perché non abbiate ad affliggervi più per la Fiorentina, vi do nuova che prende altro marito. Ecco finite le vostre smanie.</p>
<p>Ho parlato a Soderini, e venendo a mancare Pignocchi, mi lusingo che non vi si farà torto.</p>
<p>Fra non molto potremo trattare l'altro affare col cav. Morelli. Aspetto solo che il Tesoriere di Roma approvi la cessione fatta al sig. Farina e suo nipote per la Romagna. Sul suo esempio faremo approvare anche l'altra fatta a voi per il Ferrarese.</p>
<p>I miei saluti alla cognata, e credetemi vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>221</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Aprile 1784.</date></opener>
<p>Fratello car.mo.</p>
<p>Il cav. Morelli succede a Zaffarini interamente, e non per una semplice ispezione d'architettura. Onde ecc..</p>
<p>Suggerirò a mons. Soderini quanto mi dite.</p>
<p>State sano, e pensate ad amare il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S. Saprete che sono bussolante del Papa, e che ho messo collaro pavonazzo. L'ab. Migliore mi deve mandare alcuni pochi zecchini. Se volete aggiungervene qualcuno de' vostri, dirò che siete un uomo di garbo. Sappiatemi dire che riuscita vi fa in talenti il vostro primogenito.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>222</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, Giugno 1784.</date></opener>
<p>C. Fratello.</p>
<p>Senza preamboli, ho da dirvi che Caraffa vi è contrario egualmente che a Baruffaldi. Protegge e propone un terzo, che non si sa chi sia.</p>
<p>Ma Monsignor Tesoriere è tutto nostro. Lo sentirete anche dalla march. Lepri, che ha parlato per voi, e questa sera Gnudi e Morelli ne parleranno al Papa. Se sarò in tempo di scrivervi il risultato, lo farò.</p>
<p>Intanto tenete per certo che Baruffaldi non sarà mai l'eletto.</p>
<p>Non mi scordo del sig. Ferraresi, a cui direte che mi riserbo a rispondergli quando avrò fatto qualche cosa di più.</p>
<p>Per tutto ciò che dipende da me e dal mio Padrone, state di buon animo.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Anche il march. Calcagnini è impegnatissimo per Baruffaldi. Nel caso che il Papa dimandi un'informazione di voi, procurerò che si cerchi piuttosto dal dott. Bonati e march. Corelli. Così eviteremo se potremo chi può darla contraria. Regolatevi, ma tenete il segreto.</p>
<p>Mi scordavo di dirvi che Nicolai è un birbone e un buffone. Egli sa che Mons. Tesoriere vi è favorevole, e probabilmente se ne farà un merito. Ma vi ripeto che è un impostore.</p>
<p>Prevenendo Bonati, fatelo in modo che non traspiri il vostro disegno. Se poi potete fidarvene, svelateglielo. Questa sera medesima io prego per lettera un amico di Faenza di prevenire il march. Corelli, nel caso che ecc.. ecc..</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>223</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Bagni di Nocera,</add> 12 Luglio <add resp="ed">1784</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi trovo ai Bagni di Nocera in compagnia de' miei Padroni, onde non posso far subito quanto mi scrivete. Tornato che sarò in Roma, mi abboccherò con Soderini e colla Lepri, e procurerò di servirvi. Mi figuro intanto che la dilazione di qualche giorno non debba portar pregiudizio.</p>
<p>Se le porcellane del sig. march. Calcagnini non sono state accettate, ritiratele, che io poi me l'intenderò col sig. Marchese.</p>
<p>Abbracciate per me i genitori e d. Cesare. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>224</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bagni di Nocera, 2 Agosto 1784.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Io non ho più canale per impegnare il principe Pio. Eravi quello di Mognino, ma Mognino da molto tempo è disgustato col principe Pio, e sono nemici. Non so qual altro mezzo potesse essere opportuno. Ma giacché è noto che Bottoni ha modo di far valere col medesimo le sue premure, come si è veduto dagli effetti, io farei un poco di corte a Bottoni, e non avrei difficoltà di lisciarlo e pregarlo, o farlo pregare. In quanto poi all'ab. Mami, io non me ne fiderei tanto. Tuttavolta potreste mandargli un foglio di offerta da trasmettersi in Spagna. Questo foglio, qualora sia vantaggioso, come mi dite, a Pio, parlerà forse da sé medesimo, e con un leggiero ufficio di Bottoni riuscirete. In questo affare io non posso darvi aiuto, almeno se voi non mi suggerite la maniera. Inquanto all'altro dei molini di Lugo, lo tratterò con tutto l'impegno e fino da questa sera comincia a far dei passi.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>225</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Bagni di Nocera</add> 4 Agosto <add resp="ed">1784</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Vi lodo moltissimo d'aver mandato al diavolo il porco tedesco. A dirvela schietta era impossibile che al mio ritorno avessi potuto soffrirlo.</p>
<p>Poco è mancato che questi bagni mi abbiano fatto la burla dell'altra volta. Una potente diarrea mi avea talmente emunto tutte le forze, che tuttavia non mi posso ben reggere in piedi. Sono tentato di scrivere dei versi contro quelle acque che mi hanno assassinato per la seconda volta.</p>
<p>Volevo scrivere a Sparziani e a Biamonti, ma il dolore mi è salito alla testa, e ho bisogno di riposo. Onde vi prego di manifestare loro se non altro il buon desiderio.</p>
<p>Ieri sera avemmo una minaccia di temporale. I tuoni, imprigionati fra queste montagne, facevano un'armonia d'inferno, e voi sareste morta di paura…</p>
<p>Salutate Ferretti e ringraziatelo dell'estinzione del censo. Salutate anche Giuseppino e il segretario regio e Braccani e tutti gli amici. Un bacio a Nanna e a rivederci prima della fine di questo mese.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>226</head>
<opener><salute>A MELCHIORRE CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Agosto 1784.</date></opener>
<p>Ornatissimo sig. Abate padrone stimatissimo.</p>
<p>Fu il signor ab. Taruffi, che mi diede impulso a mandarle la piccola collezione delle mie poesie e che mi fece vincere il timore di comparir temerario. Conosco ora che la mia diffidenza faceva gran torto alla sua gentilezza. Non contenta di gradire il mio libro, Ella vuole ancora incoraggiarmi colle lodi, e queste poi così libere ed espressive, che mi sforzano a prendere una miglior opinione di me medesimo. Io mi compiaccio adunque incredibilmente della sua approvazione, e la mia compiacenza nasce dalla persuasione, in cui sono da molto tempo, che il mio lodatore sia senza dubbio il critico più illuminato della mia nazione. Questa non è certamente stima di consenso, ma stima di sentimento, stima che non otterranno giammai i convulsionari del Parnaso italiano, de' quali non è abbondante la sola Lombardia. La nostra letteratura, ornatissimo sig. Abate, è attaccata da una gagliarda infiammazione di fantasie, e non guarirà fintantoché starà in mano di questi medici.</p>
<p>Io mi vado ricreando colla lettura delle sue belle traduzioni dal greco. Ma perché non veggo ancora fra queste l'Evangelio d'Apollo, voglio dire l'Iliade? In mezzo alle più illustri sue fatiche si ricordi qualche volta d'un oscuro amatore delle Muse, che sfugge le corrispondenze letterarie, perché sono ordinariamente cambio d'adulazioni, ma che sarebbe molto desideroso d'aver quella di Cesarotti.</p>
<closer>Sono con tutto il rispetto il suo vero servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>227</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 4 Settembre <add resp="ed">1784</add>.</date></opener>
<p>Io non trascuro di far coltivare il march. Belloni. Voi adoperatevi presso il proprietario in Spagna, giacché mi dite d'aver trovato il canale.</p>
<closer>Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>228</head>
<opener><salute>A LUIGI MASSARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Settembre <add resp="ed">1784</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>La vostra lettera è un nuovo tratto della vostra degnazione, che maggiormente rinsalda l'amicizia che intendo di professarvi, quando mel permettiate.</p>
<p>Un uomo come son io martire della penna e del tempo, non può esser molto prolisso. Ma anche dalla mia brevità potrete rilevar il candore de' miei sentimenti. Desidero per altro che non mettiate a questi alcun prezzo, se prima non li ponete alle prove. Onoratemi adunque de' vostri comandi, e questo dritto sia di tutta la vostra casa.</p>
<p>Vi rendo grazie della diligenza con cui vi siete liberato dalle mie commissioni. Il figliuolo di Maia non poteva essermi più sollecito ambasciatore.</p>
<p>Il noto affare è in profondo silenzio. Se verrò in chiaro di nulla, ne sarete avvertito.</p>
<p>Un bacio per me al vostro amabile cugino anche per parte della bella Irene, che lo sospira. Addio. Il vostro serv.e ed amico.</p>
<p>P. S. Un saluto a Costabili.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>229</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Ottobre 1784.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Non è possibile che il mio Padrone prenda impegno contro il Sig. Marchese Paolucci, e la ragione non è necessario di dirla. Ma quand'anche si potesse e il facesse, sarebbe inutile, perché il Papa non ammette raccomandazioni in cause che vanno decise <foreign lang="lat">prout de jure</foreign>.</p>
<p>Oltre di questo il Papa si rimette sempre all'informazione del suo Uditore, il quale a dir vero non è un codice di giurisprudenza, ma è giusto, e cerca almeno di esser giusto. Se la causa di cui mi scrivete può ammettere degli arbitrii, io volentieri mi prenderò l'impegno d'ottenerli senza seccare il mio Padrone. Vorrei per altro sapere chi è il difensore. Onde mi darete riscontro.</p>
<p>Sono afflitto per la nuova che mi date del sig. padre, e non vorrei che mi occultaste la verità per non funestarmi. Qualunque sia il suo stato siate sincero, e salutatelo intanto, ed abbracciatelo caramente in mio nome, chiedendogli la benedizione per me. Della madre non mi dite niente. Segno che sta bene.</p>
<p>Anche a lei mille saluti, e se volete farmi piacere datemi più spesso le loro nuove.</p>
<p>Alli 6, o alli 13 Dicembre avremo la promozione, e sarà numerosa.</p>
<closer>Addio Addio! Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>230</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Novembre 1784.</date></opener>
<p>È arrivato in Roma il march. Corelli, e m'è dispiaciuto moltissimo il sentire da esso che vi avesse destinato per suo compagno nella visita delle Marmore, e che poi questo pensiero non sia stato eseguito. Mi sarei consolato molto in vedervi.</p>
<p>Mi farò un dovere di servire ove posso il Padre Priore della Certosa, giacché mi dite che egli ha tanta bontà per voi. Il cardinale Zelada non mi vede di mal occhio, e se l'affare è ragionevole, non dispero di tutto il buon esito. Onde me ne potrete informare quando volete.</p>
<p>Se Bottoni è piccato, fategli delle carezze, e gonfiatelo con umili parole e fategli qualche riverenza ad angolo retto. Così guadagnerete la sua protezione.</p>
<p>Addio. Il vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>231</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Novembre 1784</add>.</date></opener>
<p>L'Arcivescovo di Ravenna è Codronchi. Suo agente in Roma probabilmente sarò io, ma voi non potrete esserlo in Ferrara, e a dir vero la colpa è tutta mia, che ho parlato per voi due ore più tardi. Ma pensiamo all'altro affare di cui mi scrivete, e mandatemi il progetto che voi pensate di esibire. Mi rimetto all'altra mia dello scorso ordinario.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>232</head>
<opener><salute>Al Conte CESARE NALDI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 4 Dicembre 1784.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Due righe. Io vi ho sempre amato e sempre v'amerò, né voi dovete offendere coi sospetti la mia amicizia.</p>
<p>Circa la vostra causa vi confermo quanto Strocchi vi scrisse. Io piango fra le scene. Che bella cosa piangere ed insegnare agli uomini il pianto, che è la prima ed ultima affezione che apre e chiude i nostri occhi!</p>
<closer>Scrivete tragedie, ed amatemi, perché sono eternamente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>233</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Dicembre 1784.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>L'ab. Mami è stato da me dopo un anno che più non ci eravamo parlati, perché il mio Padrone l'ha cacciato di casa, e mi ha mostrati non so quali conti di dare ed avere tra noi, nei quali mi ha fatto apparire suo debitore di scudi 112. E realmente io gli avrò ricevuti questi denari, onde vi prego di detrarli dal suo debito, e non attendere che io ve li rimborsi, perché mi abbisognano per spedire le bolle della pensione che mi tocca in quest'anno.</p>
<p>Mi sono incontrato questa mattina nel Padre… di pelo rosso di S. Callisto (voi capirete chi sia) e mi ha detto che voi avevate scritto al P. Cellerario che vi dispiaceva che egli dimettesse la sua carica nel tempo appunto che voi avevate bisogno che egli prendesse per voi non so qual impegno rapporto all'abazia di Ferrara. Dal suo discorso io non ho potuto comprendere cosa sia questo impegno, ma qualunque esso sia, voi, in mancanza del Cellerario, indirizzatevi al Padre dal pelo rosso, il quale, avendo il fratello abate in Ferrara, ha promesso di assistervi, ove bisogna.</p>
<closer>Vi prego di abbracciar per me i genitori, e dar loro le buone feste. Amatemi e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>234</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 del 1785.</date></opener>
<p>C. Fratello.</p>
<p>Nostro padre sta certo meglio di noi. Ma a dir vero ha lasciato a star male il povero fratello Francesco. Egli mi ha fatto un dettaglio del testamento, e mi prega di permettergli che si ritenga il suo capitale castrense. Dal canto mio sono contentissimo, e spero che lo sarete anche voi. Ecco la prima occasione che vi si presenta di far conoscere che voi amate i vostri fratelli. Ma il vostro cuore non deve aver bisogno di stimoli, né io posso dubitarne.</p>
<p>Il mio debito coll'ab. Mami ha avuta ben altra origine. Ma vi risparmio la pena di sentire un pettegolezzo. Vi basti che sono men reo di quel che credete, e vel farò toccar con mano altra volta, perché mi preme ancora di giustificarmi dalle accuse che mi date.</p>
<p>Vorrei una copia del testamento, e uno specchio di tutta l'eredità tanto in terreni, che in censi e mobili. Circa l'amministrazione mi rimetto a voi, e siate certo che i vostri fratelli saranno ragionevoli.</p>
<p>Mi scriveste ultimamente che avevate una cosa di cui pregarmi. Dunque spiegatevi. Perché volete temere che io non debba procurar di servirvi? La lite della Comunità di Forlì che mi raccomandaste è ben incamminata, e v'ho mantenuto quanto vi scrissi.</p>
<p>Amatemi e credetemi vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>235</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 del 1785.</date></opener>
<p>Amatissimo Fratello.</p>
<p>Avete ben ragione di lagnarvi del testamento di nostro padre, e io per rispetto alla sua memoria tralascio di farci sopra le mie riflessioni. Mi pregate perché mi contenti che vi riteniate il vostro capitale castrense. Non si fanno preghiere per simili bagatelle. Desidero che D. Cesare abbia per voi gl'istessi miei sentimenti, e voglio sperarlo. Dal canto mio non avrete disgusti sicuramente. Nel venturo ordinario potrò forse diffondermi un po' più su questa materia. Intanto scrivo a D. Cesare una lettera, che, se ha cuore, dovrebbe ispirargli un po' più d'amore per voi.</p>
<p>So che la coadiutoria di Pignocchi vi è già stata assicurata: onde me ne consolo.</p>
<p>Il mio Padrone ha fatto egli stesso a mons. Codronchi per voi le sue premure, ed ha fatto pure lo stesso con Gnudi, col quale per altro credo che saranno inutili, perché la compra della Mesola non si effettuerà.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>236</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 26 del 1785.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Già v'ho scritto che Soderini m'aveva informato della coadiutoria concessavi di Pignocchi. Questo tratto di umanità con voi praticato mi ha fatto ritornar di buon umore con esso. Tanto è vero che l'altra mattina fui a pranzo da lui, e così andiamo d'accordo come prima.</p>
<p>Circa il posto d'archivista chiesto a Codronchi, ho dei fondamenti da credere che sarete preferito, anzi, per non far mistero, la cosa è certa, ad onta di molti impegni assai forti, fra quali quello del Legato di Bologna per un certo Porcari.</p>
<p>Verificandosi poi la compra della Mesola, Gnudi ha promesso e ripromesso al mio Padrone, che si ricorderà specialmente di voi.</p>
<p>Anche l'affare dei molini di Lugo non si è perduto di vista, e a suo tempo saprete quello che si è operato. Sebbene l'osso è assai duro, perché non è possibile cacciar via Tebaldi. Ma qualche temperamento si prenderà.</p>
<p>Inoltre Morelli non si ritira niente dalla parola datami di cedervi il suo posto di perito camerale in Ferrara, dandosene la vacanza. Insomma, io procuro di farvi del bene, e dall'ultima mia scrittavi relativamente alla morte di nostro padre e al suo testamento, spero che avrete potuto comprendere quanto mi premano i vostri vantaggi.</p>
<p>Rapporto ai nostri interessi col fratello, io mi uniformerò a quello che farete voi. Essendo stato da esso rimproverato che io spendo troppo, mi sono creduto in obbligo di giustificarmi. Onde nella lettera dell'ordinario passato gli ho fatto un piccolo dettaglio delle mie spese, e gli ho mostrato che nel piede in cui sono, appena mi bastano quattrocento scudi, e che altri cento cinquanta me ne vorrebbero se dovessi pensare alla tavola. Bisogna stare in Roma per conoscer Roma. Gli ho ancora posto sotto degli occhi un capitale di un buon migliaio e mezzo di scudi che io possiedo in mia casa in tanti mobili, il qual capitale è stato tutto da me acquistato in contanti nel termine di due anni. Non devo per altro tacere che cogli artisti che mi hanno servito tengo ancora vivo il debito di circa trecento scudi, che vado scontando poco alla volta. Sul qual proposito io penso di proporre o a voi o a D. Cesare il partito di far io con voi o con lui un debito equivalente, e rilasciarvi la mia porzione d'entrata patrimoniale fintantoché questo debito rimanga saldato, giacché né io mi trovo in bisogno di ritrarre dalla casa il mio assegnamento, né altro mi premerebbe che di liberarmi in Roma da questi debitucci, i quali tanto più mi molestano, quanto che sono divisi in tante parti quanti sono gli artisti, di cui mi sono servito, ai quali artisti mi è convenuto assegnare un tanto il mese per uno, per esempio a chi quattro scudi, a chi sei, a chi tre, cosa che sommamente m'inquieta, perché non fa buon credito alla mia borsa, e rende eterno il mio debito.</p>
<p>Scrivetemi dunque il vostro pensiero su questo, e ditemi cosa debbo compromettermi da D. Cesare se gli propongo questa permuta, o imprestanza, o cambio che vogliate chiamarlo. Questo articolo mi preme infinitamente.</p>
<p>Saran due mesi ch'io ringraziai per lettera la sig.a Giacometti per le persicate che mi ha favorite. Questa lettera convien dire che siasi smarrita, perché con una sua che nell'ultimo ordinario ho ricevuta, la signora mi dimanda qualche nuova di queste persicate. Non so a che attribuire questo smarrimento; so bene che altra volta è succeduto, e temo che non se ne sia fatta gran diligenza alla posta. La direzione che io son solito dare è la stessa che vedrete nell'acclusa, quale vi prego di portarle in persona, facendo le mie scuse e i miei ringraziamenti.</p>
<p>Un'altra volta vi dimandai se il vostro primogenito era dotato di buon talento. Torno adesso a farvi la stessa dimanda. Io son solo, e la compagnia d'un nipote, da cui potessi sperare una buona riuscita, non mi dispiacerebbe.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>237</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>. </salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 di Febbraio 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Eccovi una lettera di Gnudi relativa alla raccomandazione fattagli per voi, e un'altra di D. Cesare.</p>
<p>Rapporto alla prima, non vi resti alcun dubbio sulla sincerità de' sentimenti dell'amico. In quanto poi alla seconda, regolatevi con prudenza. Io rispondo a D. Cesare che mi rimetterò in tutto e per tutto al vostro esempio. Intanto avrete, cred'io, esaminato quanto ultimamente vi scrissi. Vi confermo anche in questa le medesime proteste, e spero che per qualunque accidente non avrete a lagnarvi di me. Vi spiegai le mie circostanze e i motivi che m'inducono a procurare di saldar i miei debiti, che mi sono rimasti di circa trecento scudi. Vi dissi che pensavo di cedere a voi o a D. Cesare la mia porzione d'entrata fintantoché fosse pareggiata questa somma, che da qualcuno di voi due avrei aspettato o a titolo di prestanza, o di cambio. Ora vi prego di far un'altra cosa, vi prego cioè di mandarmi una cedola bancaria, che potete spiccare dal banco di Bottoni, o di Guitti, o di Coen, pagando quindici paoli per cento, se non m'inganno, e facendogli soltanto la sicurtà. Questa bancaria la vorrei sul banco del marchese Cioja, o del marchese Belloni, dall'uno e l'altro de' quali posso averla per tutto il tempo che voglio senza pagarne il frutto. Così, invece di far un censo, posso fare i fatti miei colla sola sicurtà che voi potete farmi costà, e che io poi vi rileverò sul mio. Non mi sono forse spiegato bene, ma basta che diciate a Bottoni, che avete bisogno d'una bancaria di trecento scudi; penso che non ricuserà di farvela a posta corrente, quando la vostra sicurtà lo assicuri.</p>
<p>Questa grazia ve la domando con tutto il calore.</p>
<p>Circa gli altri nostri affari mi riporto alle altre mie lettere. Vi raccomando la lettera per la signora Giacometti, che non vorrei patisse naufragio come l'altra che le scrissi, e mi facesse comparir poco civile. Non vi dimenticate di mio nipote, sopra del quale vi ripeto le stesse cose.</p>
<closer>Addio. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>238</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Febbraio 1785.</date></opener>
<p>A tutto penso fuorché ad una divisione. Vi prego di non pigliar in sinistro le mie parole. Io vorrei che mi credeste più ingenuo e più attaccato a' miei fratelli. Spero che il tempo potrà convincervi de' miei sentimenti. Per ora vi dico che sono tanto lontano dal fare delle stravaganze e dar motivo alle ciarle, che anzi prometto di sottoscrivermi a qualunque progetto vogliate farmi. Il mio cuore è schietto, e non può ispirarmi la minima diffidenza, sopra di voi. Quando vi scrissi che i vostri fratelli sarebbero stati ragionevoli, volli dire che io dal canto mio mi sarei regolato a seconda de' vostri suggerimenti. Mi basta che non vi disgustiate col fratello. Voi sapete le sue circostanze. Io m'interesso per lui, e credo che questo mio attaccamento per esso debba finir di convincervi che a me medesimo poco vi penso, per non dir nulla. Saprete che egli ha avuto la sopravvivenza a Pignocchi coll'aumento di altri dieci scudi al mese. Saprete ancora che per impegno del mio Padrone e della contessa Pacheni gli è stato assicurato il posto di archivista dell'Arcivescovo di Ravenna in Ferrara, con un onorario assai rispettabile, per quanto mi è stato detto. Oltre tutto ciò, se la Camera farà l'acquisto della Mesola, di cui sta in trattato, vi sarà per lui un altro posto di lucro. Arguite da questo, che io procuro dal canto mio di aiutarlo. Voi potete farlo ancora più di me, e lo spero; perché poi finalmente il fondo del vostro cuore è stato sempre buono.</p>
<p>Spiacemi che vi siate prevalso d'altri che di me per i vostri bisogni in Roma. Almeno aveste provato se io ero capace di servirvi. Quelli che sanno che in Roma avete un fratello, che diranno, vedendo che ricorrete a tutt'altri? Se questa cosa non fa disonore a voi, lo fa a me, di cui si potrebbe sospettare che non godessi dell'amor vostro.</p>
<p>Non mi fate più questo torto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>239</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Febbraio 1785</add>.</date></opener>
<p>Ho ricevuto il testamento, e l'inventario. Di questo veramente non ve n'era di bisogno; ed io ve l'avrò sicuramente dimandato per distrazione.</p>
<p>Anche a me scrive il fratello, che pensa di venire ad una divisione. Per me sono indifferentissimo. Ho trovato nel testamento di mio padre alcune esortazioni che mi hanno vivamente commosso, e che mi stanno nel cuore. Io non voglio assolutamente dar moto alla minima lite. Mi adatterò volentieri a quel che farete voi altri; sarò l'ultimo a parlare, e il primo a tacere. In quanto al fratello, una sola cosa in lui mi dispiace, ed è la sua perpetua diffidenza. Dio buono! Essendo giusto ed onorato io stesso, non sono portato a credere che gli altri siano diversi, molto meno i miei fratelli. Per altro io lo scuso; egli è padre, e il pensiero de' figli lo rende compatibile. Se vi sarà bisogno che io dia una scappata a casa per sistemare i nostri interessi, io tenterò di ottenerne il permesso. Il che più facilmente potrebbe combinarsi per il futuro ottobre.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Abbracciate mia madre, e dimandatele per me la sua benedizione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>240</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Febb.o 1785.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>O voi non m'avete capito, o voi non avete intenzione di farmi il piacer che v'ho chiesto. Io vi ho chiesto una cedola di banco, non una lettera di cambio. Non si tratta d'improntar denaro, ma di obbligarsi soltanto per quello a cui si dà la bancaria. In somma, non è che un imprestito che il banchiere di Roma fa a quello di Ferrara in terza persona. Se Bottoni vi reputa uomo denaroso, tanto più volentieri sarebbesi indotto a farvi questo misero piacere. Non potevate addurmi delle ragioni più ridicole per negarmi una cosa da niente, e m'avete fortemente scandalezzato, giacché finalmente non si riduceva tutto questo grande incommodo che ad una parola e a una sottoscrizione di nome.</p>
<p>Or basta: giacché voi siete così delicato, bisognerà che io nol sia tanto. La piazza di Roma non dà luogo a far censi se non si va oltre il migliaio. Io non avevo bisogno di far tanto debito per pagarne uno minore. Ma converrà prendere un migliaio di scudi a cambio se voi ricusate di favorirmi, e per non far una cosa che un giorno ritornerà in vostro danno, sospenderò la mia determinazione fino a nuova risposta.</p>
<p>Se vi preme di venir alla divisione, io sono indifferentissimo, anzi verrò a tal effetto in persona a Fusignano. Intanto potete disporre le cose.</p>
<p>Non mi pento di quel che ho fatto e scritto, e tornerei a scrivere e a far mille volte lo stesso. Ma mi duole d'aver due fratelli, che non mi corrispondono molto, uno per durezza di cuore, e l'altro per debolezza e pusillanimità.</p>
<p>Senza il voto del sig. ab. Migliore io non ricuso di accordarvi anche l'altra dimanda circa la dote di vostra moglie. Ma sembra che voi in questo modo pretendiate di farmi conoscere che questo vi si deve per giustizia. Ciò è lo stesso che volersi spogliare di qualunque gratitudine. Onde io sarei in caso di contrastarvelo. Scrivo amaro, perché sono stomacato della vostra negativa.</p>
<closer>Tuttavolta non cesserò di essere vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>241</head>
<opener><salute>Al Sig. GONFALONIERE di Rieti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Febbraio 1785.</date></opener>
<p>Ill.mo Signore.</p>
<p>Il conto trasmessomi è stato consegnato al sig. Mattei computista del Buon Governo, il quale mi dice che il mandato di rimborso non potrà aversi che finito questo mese.</p>
<p>Ho parlato al sig. avvocato Norcia, e si sono rinnovate le istanze per la nota lite colla Comunità di Cottanello, di cui il presente Mons. Segretario era affatto all'oscuro. Al medesimo pertanto è stato raccomandato questo affare.</p>
<p>Le licenze da olio io le dimando sempre per Spoleti o per altro luogo vicino, e Mons. Rinuccini le accorda sempre al rovescio, non avendo persino avuto difficultà di darla una volta per Perugia, come è ben noto al di Lei antecessore. Staremo a vedere se quella che gli dimanderò pel venturo ordinario sarà per Spoleti o per l'Indie Orientali.</p>
<closer>Sono con tutto il rispetto e la venerazione <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>242</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Marzo 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Al signor D. Ippolito Giorgenghi farò tutte le attenzioni possibili, né voi avrete a dolervi di me.</p>
<p>Vi manderò presto i rasoi che bramate, e li riceverete per mezzo del signor Scipione Zanelli.</p>
<p>Poco potrò adoprarmi pel signor Lugaresi. Tuttavolta in riguardo vostro lo farò raccomandare a Mons. Segretario di Consulta, perché lo abbia in veduta. Ma da Serra de' Conti passar a Nocera il salto non è naturale. Tuttavolta si tenterà una promozione ragionevole.</p>
<p>Siccome sento che il censo contro l'ab. Mami è assicurato sopra un fondo di terreno a me spettante, così vi prego di mandarmi tutte le carte concernenti questo affare e spedirmele o franche di posta, o con sopraccoperta dirigendole al mio Padrone; intendo però che dentro questa ci mettiate la direzione al mio nome, e che sia ben sigillata.</p>
<closer>I miei saluti alla madre, a cui chiederete la benedizione per me. Addio. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>243</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FANTINI FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Mi alzo in questo punto, e sono le dodici. Ho messo il capo fuori della finestra, ed ho salutato il sole che scappa dal Colosseo, e va scacciando la nebbia che gli manda incontro quest'orto, come un incenso. E sembra veramente tale, perché è tutta impregnata dell'odore di prezzemolo, di salvia e d'insalatina, che sono la ricchezza di quest'orto, confusi con una gran moltitudine di broccoli e di carciofi, che crescono colla benedizione del sole e di S. Francesco, e sono il primo fondamento della enorme vegetazione di questi frati. Il divertimento più bello però è un'orchestra di allegri uccelletti (essi godono la protezione dei zoccolanti), i quali si rispondono di qua e di là con una dissonanza gratissima. Questo solo piacere merita bene il fastidio di quattro giorni di ritiro. Veniteci anche voi, e staremo allegramente, e impareremo delle belle cose da questi uccelletti.</p>
<p>Odo che il Padrone s'alza ancor esso in questo momento. Mi do una spruzzata di polvere sul capo, mi metto le scarpe, e vo a dargli il ben levato. Dopo si scende a far del bene (non so ancora in che modo), e a meditar sull'inferno, che Dio ne scampi tutti, specialmente me, e voi, e i nostri amici, che saluterete tutti cominciando da tutta la casa Morelli, e terminando nella persona di Galantino.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Dite a vostra moglie, cioè a vostro marito, che tenga preparato l'istrumento da lavativi, perché appena entrato qui mi si sono svegliate le emorroidi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>244</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">CLEMENTINA FERRETTI</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Eccovi un frutto dei Santi Esercizi; un sonetto. Leggetelo alla compagnia, ma con devozione. Addio.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Mormoravano i venti, e nel mio petto</l>
<l>Tacean le cure in alto sonno immerse;</l>
<l>Quando del Genitor l'ombra s'offerse</l>
<l>In sulla sponda dell'angusto letto.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Figlio, disse, peccasti, e in questo tetto</l>
<l>A piangere s'impara ed a dolerse.</l>
<l>Ma se qui porti ohimè! voglie diverse,</l>
<l>Figlio, al cielo ritorno, e non t'aspetto.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>No, caro Padre, attendi: a Dio ritrose</l>
<l>Non son mie brame: ma ragion finora…</l>
<l>Ma le mie forze… tu lo sai… tu il vedi…</l></lg>
<lg type="terzina"><l>A questo lamentar levossi in piedi,</l>
<l>Sparve torva quell'ombra e non rispose.</l>
<l>Io mi svegliai tremante, e tremo ancora.</l></lg></lg>
<p>Vi mando un mazzetto di viole fresche. Dimani non aspettate le mie nuove, perché ho delle gran cose da fare, e il mondo non vi può entrar di mezzo.</p>
<p>Un saluto a Paoluccio e a tutti gli amici, pei quali farò orazione particolare.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>245</head>
<opener><salute>All'ab. PAOLO FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Dalla Polveriera, <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Fate conto di questa carta perché santa è la mano che scrive. Un paziente e canuto servo di Dio mi ha rimesso nell'amicizia del Signore, e mi sento veramente allegro come una gallina che ha fatto l'ovo, la quale dura un quarto d'ora a cantare dalla consolazione. Sono impaziente di rivedervi, perché voglio applicar seriamente alla vostra cenversione e a quella pure de' nostri amici, i quali tutti stanno presentemente nelle mani del diavolo. Io mi troverò dimattina prima delle 17 in mia casa, onde avvisatene Lorenza. Vi aspetto se potete, e con voi tutte le altre anime perdute, senza escluder quella di Paoluccio, che caramente saluterete.</p>
<p>Addio, addio.</p>
<p>L'ultimo verso della prima terzina e il primo della seconda del sonetto che vi mandai correggetelo così:</p>
<lg type="nc"><l>Ma il cor ribelle…, e le traenti cose…</l></lg>
<lg type="nc"><l>Levossi in piedi gravemente allora;</l>
<l part="I">Sparve ecc.</l></lg></div2>
<div2 type="epistola"><head>246</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Aprile <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Ill.mo sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>Ragionevole come sono, non posso dissimulare la forza delle sue difficoltà rapporto al soggetto da me propostole. Capisco ch'Ella non è libera d'accettarlo, perché in caso ancora di qualche mancanza, la sua parola è impegnata. Intanto però, perché Ella conosca che la persona che io le raccomandava non era indegna della sua considerazione, io gliela nominerò, giacché so non esserle ignoto il suo nome. Egli è il sig. ab. Colizzi, mio buon amico, giovane, che, con molta soddisfazione di Roma e di questa Curia, si disimpegna da qualunque affare ed ha tutti i mezzi per condurli a buon fine, perché gode di potenti aderenze e protezioni. Ella deve ricordarsi d'essere stata amica di monsig. Miselli suo zio, ed io su questo riflesso gliel'aveva proposta. Ora non se ne parli più. Il console di Venezia ancora si desidera, e si vive in somma curiosità. La mia però è piuttosto agitazione, perché Ella sa quanto m'interessi la scelta di questo soggetto.</p>
<closer>Mi onori de'suoi comandi, e a tutte riprove mi creda quale con tutta l'obbligazione e la stima mi protesto di V. S. <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>247</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 Aprile 1785.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Al sig. D. Giorgenghi faccio tutte le attenzioni possibili, e vedo ch'egli le gradisce, perché viene da me quasi ogni mattina. Il medesimo è rammaricato, perché teme che qualcuno vi abbia intercettate le lettere che vi ha scritte.</p>
<p>I rasoi sono all'ordine. Solo aspetto quest'altro sabato per consegnarli ad un corriere di mia conoscenza, che li porterà senza interesse.</p>
<p>Coll'ab. Mami sono abbastanza premunito. Desidererei per altro che il censo di questi scudi 500 lo estingueste più presto che fosse possibile, almeno poco alla volta, se non si può tutto in una.</p>
<closer>I miei saluti alla madre, e sono di cuore vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>248</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Aprile 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>L'affare da voi proposto al signor don Ridolfo e al signor <gap/>… finora va divinamente. Il mio Padrone vi prenderà interessanza ancor'esso, e si è addossato tutto l'impegno di maneggiarlo. Ma per salvare un mio errore sarà necessario che voi mi scriviate una lettera concepita nel seguente tenore:</p>
<p>«Tralasciate d'angustiarvi, poiché l'affare del principe Pio è tutto proposto da me, e miei sono tutti i fogli che verranno esibiti. Il sig. don Ridolfo aveva voluto esigere da me un rigoroso silenzio, e questo è il motivo, per cui non volli neppure renderne informato voi. Giacché adesso ne siete venuto in chiaro senza che io ve n'abbia scritto, volentieri vi ripeto essere stato io l'autore di questo progetto, e godo che il vostro Padrone ne abbia preso l'impegno».</p>
<p>Voi potrete seguitar la lettera sul piano trascrittovi, e dir tutto quello che volete e credete; ma in aria di affare vergine, e come se fosse la prima volta che me ne scrivete. Circa l'affare della Mariana già ho scritto a d. Cesare, e gli ho notificate le ragioni, per cui sono assolutamente di parere che non dobbiamo escludere il cav. Morelli, se fa delle premure per essere associato.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>249</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Aprile <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Dimani si scrive in Spagna, e corre un fortissimo impegno pel noto affare. Sollecitate intanto a mandare tutti i fogli opportuni al sig. Marchese.</p>
<p>State sano. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>250</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Maggio 1785.</date></opener>
<p>Coll'ordinario di stasera trasmetto ad un amico di Faenza uno stuccio con entro quattro rasoi, colla pietra da affilarli e stecchetta da levare e dar il taglio ai medesimi, colle forbici da tagliar i capelli, e specchio da farsi la barba e boccetta per la saponata; tutto quello, insomma, che può abbisognare per questo effetto. I rasoi sono di tre qualità. Mi saprete dire qual è il migliore (che, a parer mio, dovrebbe esser quello dal manico tutto nero e liscio) e facendovi buona riuscita, ve ne manderò altri due della stessa fatta. Lo stuccio vi arriverà senza che voi ci pensiate.</p>
<p>Mi lusingava di poter dar in settembre una scappata a Fusignano per sistemare i nostri interessi. Ma prevedendo che non mi sarà permesso, perché almeno un mese mi converrebbe star assente da Roma, così ho pensato di mandar al sig. arciprete Baldini una procura, pregando d'intervenir esso in mia vece. Mi si era esibito per questo effetto il sig. mar. Ercole Calcagnini, ma poi ho riflettuto, che questa per lui e per voi altri sarebbe troppa soggezione, onde mi sono appigliato a quest'altro pensiero. Prima però d'eseguirlo desidero la vostra approvazione.</p>
<p>Ho raccomandato a Mons. Segretario di Consulta il sig. Lugaresi e potrete dargli speranza di promozione qualora si dia vacanza opportuna.</p>
<p>Coll'ab. Mami, come v'ho scritto, ho assicurate le mie partite. Sua intenzione è di estinguer presto questo censo, e per questo io v'ho pregato di cominciar questa estinzione. Ma ieri fu egli da me, e mi ha pregato di aspettar fino ad ottobre pel pagamento del suo debito, sopra del quale io aveva già poste le mie mire per servirmene a pagar i debiti di cui altra volta v'ho scritto e che presentemente sono ridotti a poco più di duecento. Essendomi ora mancato questo mezzo, mi conviene cercar altro ripiego, giacché assolutamente non voglio aver più sulle spalle neppur un baiocco di debito, specialmente in Roma, ove, trattandosi d'operai, o bisogna valersi della prepotenza, o pagar i conti più presto che si può, o litigar sempre e far la figura di spiantato.</p>
<p>Per la qual cosa prego voi, e vi prego perché non posso far di meno, e perché con un fratello si può passar sopra a qualunque riguardo, e far con esso un debito piuttosto che con un altro, vi prego, dissi, di far tutto il possibile per mandarmi dentro questo mese se non duecento scudi, almeno cento cinquanta, quella maggior somma che potete. E che lo possiate me ne persuado; basta che, in mancanza di denaro in cassa, vendiate qualche capo di bestie. Insomma, in qualunque modo fatemi questo piacere, e liberatemi da un tormento, che non posso più tollerare. Vi ricordo che ne ho bisogno prima che il mese sia spirato.</p>
<p>Se mi dimandate perché non cerco di trovar in Roma questa somma, vi dirò che censi o cambi per piccole somme qui non si fanno, e quand'anche si facessero, qui non si dà uno scudo senza attergazione di Monte. Di modo che senza questo non vale né aver possidenze, né aver relazioni. Onde vedete che la disperazione è quella che mi fa essere con voi importuno.</p>
<closer>Datemi subito riscontro e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La causa de' Forlivesi che voi mi raccomandaste è tutta sotto la protezione del mio Padrone, che ne ha assunto l'impegno, come per lettera ne ha assicurato la stessa Comunità.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>251</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Maggio 1785.</date></opener>
<p>Che in cassa non abbiate denari me lo persuado, ma che non abbiate modo di trovar subito un centinaio di scudi, questo nol posso credere. Vi ripeto perciò le mie premure, e attendo assolutamente da voi questa grazia, la quale non mi sarebbe negata da un amico e deve negarmisi molto meno da voi, che nulla ci rimettete del vostro se non che il servigio, e che non potete far a meno di riflettere che chi ve lo dimanda</p>
<closer>è il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>252</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Giugno <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Bisogna che mi persuada delle vostre angustie e della mia importunità. Onde aspetterò la vendita delle sete, sperando che alla fine del mese sarete in istato di mandarmi qualche cosa.</p>
<p>Lo stuccio de' rasoi l'avrete ricevuto.</p>
<closer>Addio. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>253</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 18 Giugno 1785.</date></opener>
<p>Il mandato di procura sarà pronto dopo S. Pietro, e potrete farlo sapere al fratello, acciò si trasferisca in Fusignano. Io non ho alcun odio co' miei fratelli; son essi forse che ne hanno con me.</p>
<p>Tutta la magnificenza con cui tratto il signor D. Giorgenghi consiste in un letto e in un paio di lenzuoli, vale a dire in niente. La sua compagnia non serve a me d'imbarazzo, e dall'altra parte ho guadagnato un nemico. Per altro egli mi ha sempre parlato di voi con vantaggio e con molto riguardo. Non posso perciò combinare il suo col vostro linguaggio. Avete gran paura che io gli chieda qualche somministrazione. Consolatevi che non ho avuto bisogno di farlo, perché, in mancanza vostra, ho trovato un galantuomo che mi ha fatto un prestito di cento scudi. Circa la divisione, mi riserbo a spiegarvi i miei sentimenti quando saremo al punto.</p>
<closer>Mille saluti alla madre, e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>254</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 22 Giugno 1785.</date></opener>
<p>Nel primo di luglio io sarò in Fusignano. Procurate adunque di trovarvi colà per ultimare e fissare la nostra divisione. A bocca vi darò conto dei passi che ho fatti per impiegarvi nell'amministrazione della Mesola.</p>
<closer>E col desiderio di presto abbracciarvi, sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>255</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 12 Luglio <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Fratello car.mo.</p>
<p>Essendomi capitata occasione di far giungere fino a Belricetto le rotelle per i baldacchini, le ho indirizzate al sig. Sante Giri, pregandolo a spedirvele subitamente, onde possiate, se sarete in tempo, alzar le tendine. Lunedì alla più lunga dovreste averle.</p>
<p>Ai 15 di questo mese si terrà la Congregazione, dopo la quale (forse alli 17 o pure ai 19) io partirò con Arduini, come già v'ho scritto, il quale si porta costà a porre rimedio ad alcune Comunità intorno a vari disordini. Dio volesse che vi fosse anche quella di Fusignano. Egli verrà in compagnia del Dr. Bonnati, onde tutti e tre arriveremo inaspettatamente alla Breda. La mia camera e quella di Don Cesare servirà loro per dormire. Io mi raccomando che facciate in modo che debbano essere trattati come meritano per quei pochi momenti che resteranno a favorirci. Vi consiglierei ancora a trasportar la tavola da cenare piuttosto in sala, poiché nella stanza a pian terreno in cui siam soliti di pranzare, assolutamente è una porcheria che non istà bene quel caminaccio così nero senza paravento. Essi desiderano ancora di vedere la risara del Marchese, il che farà forse che si trattengano almeno un giorno. Ieri il marchese Fiaschi mi disse che era stato a trovar la cognata, e n'ebbi piacere. Mi fece menzione dell'incomparabile Don Santoni, e Arduini, ch'era presente e che ne sentì gli elogi, avrà piacere di vederlo, e di averlo in compagnia. Non mi dilungo perché non ho tempo.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Sul timore che non abbiate in casa della cioccolata, vedrò di portarne meco se avrò denari. In tutti i casi voi potreste scrivere al sig. Arlotti che ne provvedesse e che me la consegnasse.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>256</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Luglio 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>L'ultima vostra è tanto obbligante ed affettuosa, che per calmar maggiormente il vostro spirito vi scriverò anche questa sera a dispetto del tempo che mi manca. Vi replico adunque che tutte le ciarle sono finite, e che nessuna delle accuse datemi è vera, perché la mia condotta è sempre stata onorata. Onde gl'invidiosi, che credevano di avermi atterrato, non han fatto che sollevarmi, e questa tempesta che aveva messa in convulsione tutta Roma, tutto lo Stato e tutta la Lombardia, è stata una crisi salutare, che ha rassodata la mia riputazione. Qualunque cosa venga scritta in contrario, date del coglione a chi la spaccia, e fategli un vento sul muso.</p>
<p>Date per me un abbraccio alla madre, e salutatemi l'Arciprete, D. Santoni e gli amici. Anche alla signora Ballotta un complimento, ma con tutta la distinzione.</p>
<closer>Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>257</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Agosto 1785.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Per carità lasciate da parte le caricature, e quando scrivete a un fratello ricordatevi che non vi ha luogo né la <quote>riconoscenza</quote>, né i <quote>grandi benefici</quote>, né la <quote>grandezza dell'animo</quote>, né <quote>quella del cuore</quote>, ed altre <emph>simili convulsioni</emph>.</p>
<p>Avrete sentito da Migliore che il fanatismo suscitato contro di me è svanito. I miei nemici non m'hanno atterrato questa volta, non mi atterreranno più sicuramente. Mi burlo dei loro tentativi, e niente altro si è innovato nella mia condotta se non che la porta di casa non si apre più a tanti come prima.</p>
<p>Il Tesoriere nella lettera di ier l'altro ripete che non è dimentico di voi, e che dovendo portarsi in Roma per render conto al Papa di tutto il suo operato e del piano che avrà pensato, in voce combinerà meglio le cose, e ciò lo promette non a me solamente, ma al mio Padrone.</p>
<closer>Dunque non disperate ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>258</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">CLEMENTINA FANTINI FERRETTI</add> <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Vi scrivo da Frascati, ove siamo venuti questa mattina a riprenderci un pranzo alla villa Falconieri. Qui ho sentito per la prima volta in quest'anno il canto delle cicale, che, con buona pace d'Omero, cantano in metro molto noioso. Non così noioso però come la compagnia in cui mi trovo, e sentite se ho ragione. Un Bolognetti colla barba di Pantalone; un Bocella, che rompe a tutti i … co' suoi versi, colla sua musica e colla sua pretensione; un Gavotti, che fa tutto in un tempo il buffone, il c… ed il satiro; un Odescalchi … ma io non voglio sporcare maggiormente queste carte e la mia immaginazione con siffatte pitture. Fra poco ripiglieremo la strada di Nemi, e vorrei piuttosto quella di Roma unicamente per salutarvi personalmente ed abbracciare gli amici, vale a dire tutta la compagnia di casa Morelli e Serpieri. — Salutate Nanna e Ferretti, divertitevi e fate che quando ritornerò io trovi in voi il profitto che avete cavato dalla predica che vi è stata fatta.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>259</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 7 Settembre <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi accludo una lettera del P. Cardoni, il fine della quale vi deve interessare e servir di prova che, cercando di far servigi a persone che possono farlo a voi, ho avuto in vista principalmente il vostro vantaggio e quello del fratello che desidero intimamente persuaso dell'amor mio.</p>
<closer>Abbracciate per me la madre, e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>260</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Settembre 1785.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi lusingo di far gustare all'amico il vostro progetto. Maturatelo, esponetelo e mandatemelo. Dalle accoglienze con cui mi riceve, devo sperare udienza favorevole. Ma silenzio e destrezza.</p>
<p>Mi deste speranza di mandarmi in settembre o in ottobre qualche piccola somma. Io non voglio tormentarvi, ma se vi contentate, vi sarà il nostro amico d. Santoni, che supplirà alle vostre veci e che si accomoderà con voi pel rimborso.</p>
<p>Tutto quello che mi scrivete circa i miei malevoli è verissimo. Ma se sapeste mille altre cose, che nessuno può sapere fuori di pochi, voi perdereste il sentimento. Grazie a Dio io sono lo stesso di prima, anzi ho migliorato d'assai, e ne son debitore a' miei nemici. Non s'impara mai tanto come dalle persecuzioni. Vi sono gratissimo di quanto mi suggerite, e continuatemi pure i vostri consigli, perché questa sarà la maggior prova del vostro amore, quale io voglio che sempre mi conserviate.</p>
<closer>Vi abbraccio e vi prego de' miei saluti alla madre. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>261</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 24 Settembre 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi ringrazio della cambiale speditami di scudi 41 per mezzo del fratello Francesco.</p>
<p>Non mi date del prodigo perché nol merito. Tutto quello che spendo, lo spendo nella casa. Invece di cambiar il mio primo sistema, ho dovuto anzi mantenerlo più splendido per smentire una delle tante imposture addossatemi dai miei nemici. Ho disdette però le conversazioni, e per farlo con un motivo, m'è convenuto allegarne un divieto avuto dal mio Padrone. Crediate insomma che il senno non l'ho perduto e non mi rammaricate coi vostri sospetti.</p>
<p>Sto in attenzione del noto progetto, di cui avrò tutta la premura possibile.</p>
<closer>Vogliatemi bene, salutatemi la madre e credetemi sempre vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>262</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 28 Settembre 1785.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi ringrazio della cambiale di scudi 41 speditami in nome di don Cesare, a cui pure ne do l'avviso. Mi sembra impossibile quello che tempo fa mi scriveste, cioè che Gnudi abbia già distribuiti tutti gl'impieghi della Mesola, dopo tutte le cose scritte a me e al mio Padrone. Io nol posso credere fintantoché non mi sia abboccato con esso, il che non tarderà molto a seguire, dovendo egli venir presto a Roma.</p>
<p>So che avete scritto al fratello d'aver dei sospetti sopra di me a riguardo vostro. Vi prego di non farmi questo torto. Quando anche in Fusignano avessi avuto con voi qualche dissapore, persuadetevi che sono tornato l'istesso e che in qualunque tempo mi sarà sempre caro il potervi dar prove sicure dell'amor mio.</p>
<p>All'abate Migliore mille saluti. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>263</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 4 Ottobre 1785.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ho tardato un ordinario a rispondervi perché ho voluto assicurarmi con agio dei sentimenti del signor Duca rapporto alla lettera di codesto Pubblico. A dir vero la medesima non parve sul primo né legittima, né caritatevole, né opportuna, poiché la sottoscrizione sembrava dover essere più regolare, e il contenuto non era né in loco né in tempo. Il signor Duca non ha mai assunta la protezione del noto soggetto in pregiudizio di codesto Pubblico, di cui ignorava del tutto la causa col preteso suo prepotente concittadino. Al contrario la lettera supponeva l'esistenza di questo impegno, e voi ben vedete che questo era un affronto. Ora però posso assicurarvi che nessuna amarezza è rimasta nell'animo di sua Eccellenza, e che più non vi pensa. Io medesimo, che avevo sposato gli stessi sentimenti, ora me ne spoglio ben volentieri e intendo di donarli tutti all'amicizia. Ma per non convertire la cosa in pettegolezzo, sono di parere che non se ne debba far più motto né per l'una parte, né per l'altra.</p>
<p>Scrivetemi più spesso. Io mi conforto moltissimo nelle vostre lettere, e ne fo conserva, perché godo d'aver spesso sotto degli occhi la rimembranza d'un'amicizia, di cui fo conto e di cui sarò sempre geloso.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>264</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 12 Novembre 1785.</date></opener>
<p>Vi faccio di nuovo un cattivo complimento perché vi scrivo per aver quattrini. Non vi limito la quantità perché non so quanti ne abbiate. Mi basta qualche somma. Io non mi ricordo di quanto rimanessi creditore nella nostra transazione, ma ve ne ricorderete voi, e ciò basta.</p>
<p>Attendevo il progetto che mi accennaste da proporre al Segretario di Stato. Non so perché non l'abbiate mandato.</p>
<p>Col Baccarini procurerò che non facciate cattiva figura, come procurerò di non farla io. Ma siate pur certo che in riga d'impegni ho fissato il chiodo, e fuori di me medesimo e de' miei fratelli, io sono morto per tutti. Voglio per altro resuscitare, e lo vedrete fra pochi mesi, e la mia resurrezione vi darà gusto.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Vi raccomando il denaro. Per carità non mancate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>265</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Fratello carissimo.</p>
<p>Il Duca mio Padrone è fuori di Roma alle Paludi. Tornato che sia, gli darò la pianta, e gli dirò tutto quello che mi suggerite.</p>
<p>Dispero di servirvi su gli altri due articoli. Non posso che parlare, e far parlare. Ma vi vorrebbe un ricorso di tutta la provincia per far venire un ordine all'idrostatico dell'acque bolognesi.</p>
<p>Parlato che avrò al Padrone, non potrò far a meno di scrivervi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>266</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Marzo 1786.</date></opener>
<p>Non v'ho mai dato riscontro delli 25 zecchini che sul finire di gennaro mi furono finalmente consegnati dall'ab. Bonazzoli. Ve ne farò adesso i miei ringraziamenti, e tornerò a pregarvi di mandarmi altro denaro, giacché avrei piacere che poco alla volta mi saldaste il credito che mi restò con voi nel foglio di divisione. Tanto più mi abbisogna denaro, quanto che presto mi dovrò porre in viaggio col mio Padrone, il quale porterà la Signora ai Bagni di Lucca, ed ivi lasciandola proseguirà il suo viaggio alla Corte di Torino, coll'intenzione di essere a Venezia per l'Ascensione. Onde prima di partire mi preme di saldar in Roma tutti i miei conti e aver denaro ancora per me.</p>
<p>Io sto bene, e starò meglio quando avrò da voi una buona cambiale. Abbracciate mia madre, ed amatemi, né vi formalizzate se non scrivo quasi mai, perché, tolte le lettere di segreteria, non pongo più penna in carta senza bisogno.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Il P. Boari vi saluta. Quest'anno avrete gran quaglie, avendo il Papa proibito il pigliarle a marina colle reti, coll'uso delle quali non se ne sterminavano meno di dodici e quattordici mila per giorno.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>267</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Aprile 1786.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ho ricevuta la cambiale trasmessami nello scorso ordinario di venticinque zecchini. E ve ne ringrazio vivamente, tanto più che mi dite che non avete nessun obbligo di mandarmi questo denaro, ed esser un equivoco il mio nel credere che nella divisione de' mobili io rimanessi creditore di trecento settanta scudi (se non erro). Forse mi sbaglierò, ma nol credo. Nella carta di transazione non vi sarà certo questa particola, e se v'è stata compresa, confesso che sono stato da voi ingannato. Ma non vi credo di ciò capace, onde rileggete bene la transazione, e vedrete che l'errore è vostro e che non è mai possibile che nella corrisposta che mi date di annui scudi centosettanta siavi compreso anche l'usofrutto della biancheria, delle cantine e di tutti gli altri mobili domestici, che furono tra noi divisi amichevolmente e separatamente dai terreni, che soli intesi di cedervi per la corrisposta suddetta. Interrogatene anche mia madre, che fu presente, e lo stesso Gasparoni, che notariò la transazione.</p>
<p>Se non vi accusai l'altra volta la ricevuta delli 27 e 50 del censo Zanotti, l'accuso adesso.</p>
<closer>Amatemi e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>268</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ferrara</add>, <add resp="ed">fine dell'Aprile 1786</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>L'esito del mio viaggio lo intenderete da Giuseppe. M'è convenuto far mettere i ferri di dietro alla Stella, perché quasi ad ogni passo cedeva colle gambe di dietro. Mi hanno fatto osservare che questa cavalla ha qualche principio non indifferente di mal di formelle. Fatela considerare da persona pratica e rimediateci con un poco di ferro prima che la cosa si renda seria.</p>
<p>Arrivato a Ferrara, la prima interrogazione fatta al signor Luigi Finotti è stata quella delle Tratte. Ho avuto il dispiacere di sentirmi dire che le Tratte per formento non si concedono a chicchessia <foreign lang="lat">nisi ex speciali gratia</foreign>, e che fa d'uopo ricorrere a Roma. Per quelle poi di formentone la cosa non è sì difficile. Tuttavia per le cinquanta moggia di formento io non dispero. Riguardo all'altra di 150 tenteremo la strada di Roma. Ma nella posta di giovedì, io saprò dirvi qualche cosa di più preciso, dopo che avrò parlato col signor segretario e col signor Arduini.</p>
<p>Non ho tempo di essere prolisso.</p>
<p>Amatemi, e salutatemi tutti di casa. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>269</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ferrara,</add> 2 Maggio <add resp="ed">1786</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>V'ho già scritto un'altra volta circa l'affare delle Tratte. Le due che serviranno per nostro uso io spero di portarvele in persona quando passeremo per Fusignano. Circa poi a quella di Mercatelli io dispero di ottenerla, perché la marchesa istessa Bevilacqua non si fida di pregare Sua Eminenza a farla venir da Roma col timore d'una negativa, tanto più che anche giorni sono appena le riuscì di ottenerne una per sé di cento moggia, quantunque fosse roba esente. Il marchese Ercole egli pure ne cercherebbe una di 150 moggia, e a tale effetto aveva parlato a me; ma bisognerà che si contenti di aver quella di cui ha pregato Sua Eminenza, la quale si otterrà, perché il Cardinale, per quanto ho potuto rilevare dal segretario, l'ha raccomandata a Roma come di frumento privilegiato, in vigore delle esenzioni dai Pontefici concesse alle famiglie Calcagnini. Tuttavia io vi dico nuovamente, come vi dissi nella lettera dello scorso ordinario, che prima di partire voglio azzardare una supplica. Questo è ciò che per ora posso dirvi con tutta schiettezza.</p>
<p>Se il giorno stabilito per la nostra partenza non si altera, noi saremo dunque a pranzo alla Breda ai 13 del mese. Per far una cosa di piacere al sig. segretario io desidererei di poter portar meco una ventina di formaggetti di monte, che in Roma vengono considerati come cosa più singolare del salame ferrarese. A tal effetto io vi prego di provvederli se è possibile, e di prepararli dentro in una cassettina da portar sotto i piedi, e se dentro questa si potesse collocare anche un paio dei nostri presciutti, io mi farei un merito grande col sig. segretario, e nello stesso tempo ve ne sarei sommamente obbligato.</p>
<p>Sull'affare di cui vi scrivo di sopra, è inutile che io replichi lettera, perché la faccenda sta come ve la conto.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, e amatemi, ché io sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate il sig. Arciprete, e ditegli che io darò in persona risposta alla sua gentil lettera. Ricordatevi che la Tratta per frumentone è di cento moggia, e che potete liberamente incettarlo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>270</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Giugno 1786.</date></opener>
<p>Io non ho la fortuna di esserle cognito, e ben mi spiace ch'Ella debba cominciarne la conoscenza da una seccatura. Ma è sì buona l'opinione che ho della sua gentilezza, che spero vorrà darmene un contrassegno con permettere che il manoscritto della tragedia, che le spedisco franco di posta, venga impresso in codesta sua Ducale Stamperia. Mi guarderò di prefiggerle veruna cosa circa il modo dell'edizione, né dirò altro, se non che la desidero bella e veramente bodoniana. Alla sua intelligenza tipografica affido adunque intieramente questo pensiero; avvertendola soltanto, che in fronte al libro dovrà trovarsi un rame, di cui le accludo la misura per suo regolamento, e che quanto prima le trasmetterò.</p>
<p>Intanto io supplico di dar mano alla stampa, e onorarmi insieme di suo cortese riscontro; significandomi in quali mani io debba poi sborsare il pagamento dell'edizione, della quale non farà tirare che cinquecento esemplari, e di questi una diecina in carta finissima.</p>
<p>Al conto che V. S. Ill. mi manderà, io non farò il ribasso d'un soldo; avendo io troppa fede nella sua discretezza ed onoratezza. Bensì la prego di affrettarne la stampa il più che sia possibile, e dirmi dentro qual termine potrò sperare d'averla.</p>
<p>In quanto all'ortografia, qualora non abbia Ella tempo d'incaricarsi di questa briga, potrà affidarla al P. Affò, a cui l'ab. Serassi deve avere scritto a questo fine medesimo. Del rimanente il manoscritto non le serva niente di norma; non dovendo io fidarmi molto della mia esattezza e pazienza nello scrivere e nel correggere.</p>
<p>Per sua istruzione nel rispondermi, io mi troverò in Roma fino alli sedici del corrente. Dopo sarò ai Bagni di Lucca, ove mi trasferisco in compagnia dei signori Principi Braschi Onesti. Perciò, scrivendomi, abbia l'avvertenza di porre la mansione presso le medesime Eccellenze Loro; ché in tal modo le lettere mi perverranno sicurissime.</p>
<closer>Sono con tutta la stima <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>271</head>
<opener><salute>All'Ab. GIOACCHINO PIZZI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Dai Bagni di Lucca, 6 Luglio 1786.</date></opener>
<p>Amico e Padrone riveritissimo.</p>
<p>Anche a me Bodoni ha già scritto che avrà tutto l'impegno perché la nota edizione riesca corrispondente al mio desiderio. E nel significarmi le premure che voi gliene avete fatto, si esprime meco della maniera la più obbligante che io potessi desiderarmi. Ond'io ve ne ringrazio quanto mai posso.</p>
<p>Io non m'avvidi altrimenti dello sbaglio accaduto nel Sonetto per S. Antonio. Il passo di Virgilio, ove parla d'Antenore, avrà indotto voi nell'errore, come v'indusse me certamente. Il peccato non è mortale, né per questo saremo, cred'io, condannati all'Inferno poetico.</p>
<closer>Almedonte, a cui ho recato i vostri complimenti, vi saluta, ed io vi prego di far altrettanto con Rocchetti, a cui egualmente che a voi raccomando d'aver memoria del vostro vero servitore ed amico che si chiama <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>272</head>
<opener><salute>Al Conte LODOVICO SAVIOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Livorno, 29 Luglio 1786.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Scrivo a Savioli poeta, e gli do il nome d'amico. Quando scriverò a Savioli senatore, gli darò quello d'Eccellenza; e questo non varrà l'altro sicuramente. Pongo dunque in dimenticanza che io sono un plebeo di Fusignano, e voi un Quaranta di Bologna, e senza cerimonie vi ringrazio d'avermi scritto; né vi ringrazio io solo, ma il signor Don Luigi ancora, e la signora Donna Costanza, all'uno e all'altro de' quali ho mostrata la vostra lettera. Non istò a farvi la ripetizione de' loro sentimenti a riguardo vostro. Voi conoscete il loro cuore, ed essi conoscono il vostro merito. Contate dunque moltissimo su questi due fondamenti, e se vi piace d'aver in considerazione anche quelli che v'amano, contate qualche cosa ancora sopra il cuor mio, che, per Dio, è tutto vostro.</p>
<p>Non vi faccia meraviglia se il libro <title lang="lat">De Gente Honestia</title> non è ancora venuto. Il Maestro di casa Braschi si è ammalato, e le chiavi della stanza ove sta questo libro non può consegnarle ad alcuno. Ma se non è crepato, non tarderete molto ad averlo.</p>
<p>Alle ventuna noi partiremo da Livorno, e al primo del mese saremo al casino di Gnudi.</p>
<closer>In qualunque luogo io vada, il mio pensiero verrà in cerca di voi, e finché io viva, voi sarete sempre un grand'oggetto di stima e d'amore pel vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al signor Conte Aurelio mille saluti, ed altrettanti a voi per parte de' miei Padroni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>273</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 5 Agosto 1786.</date></opener>
<p>Sono in Imola, e vorrei passare ancora in Fusignano per abbracciarvi. Ma la fermata è breve, e dimani sera dobbiamo essere in Cesena. Spero colà aver ozio bastante per disporre liberamente di tre o quattro giorni, e venire a veder mia madre, della quale non mi scrivete mai nulla. Non mi avete scritto neppure se al march. Calcagnini abbiate pagati li scudi 40 di cui vi pregai, e se abbiate similmente appurata la particola della nostra transazione, nella quale mi diceste esser anche compresa la valuta che nella somma di scudi 370fu convenuta a mio favore nella divisione della mobilia domestica. Questo punto vi prego schiarirmelo, perché assolutamente non può stare come voi tempo fa mi voleste supporre.</p>
<p>Nel caso che non avessi tempo di portarmi fino a Fusignano, potressimo darci un appuntamento in Faenza, e fissarne voi la giornata, avvisandomene per tempo. Comunicatemi il vostro pensiero.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore, e vi prego di far lo stesso con mia madre. Addio. Le sorelle e il fratello vi salutano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>274</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 5 Agosto <add resp="ed">1786</add>.</date></opener>
<p>Son pochi momenti che sono da Bologna qui giunto, e mentre gli altri dormono io prenderò il mio riposo scrivendovi.</p>
<p>Se i miei sogni non mi hanno ingannato voi dovreste aver partorito, e felicissimamente partorito. Figuratevi la mia consolazione, e quanto sarà maggiore se mi farete sapere che ho sognato la verità.</p>
<p>Nella mia fermata a Bologna non mi sono dimenticato le carte da giuoco. Io le ho meco. Ma trattandosi di contrabbando, mi conviene aspettare il passaggio di qualche corriere di confidenza per mandarvele, e questo non tarderà molto. Ho anche qualche altra cosa da spedirvi, ma son dubbioso se debba piuttosto portarla io medesimo. Ad ogni modo voi adesso siete in puerperio, e il mio ritorno non sarà più tardi degli ultimi di settembre.</p>
<p>Interrogate Strocchi se abbia ricevuta l'ultima mia, e se la mia commissione sia stata eseguita.</p>
<closer>Abbracciatelo poscia per parte mia, cioè salutatelo, e l'abbracciamento riserbatelo per vostro marito e pure pel vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se voi non siete in istato di scrivermi, Strocchi sia il vostro segretario, ed egli sotto la vostra dettatura mi dia le nuove minutamente del vostro parto, della vostra salute, de' vostri pensieri e di tutto. Ed ora che le lettere non possono perire, mandatele direttamente alla mia direzione. Dimani sera sarò in Cesena. Oh quanto più volentieri sarei in Roma! Vi lascio per buttarmi sul letto, ove ho bisogno di dormire come un fanciullo, come un ignorante, come una pietra che serve di fondamento.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>275</head>
<opener><salute>Al sig. GIUSEPPE ARMANDI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 9 Agosto 1786.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Solamente ieri l'altro ho ricevuto la vostra carissima, che da Roma respinta a Cesena, mi stava qui aspettando da molti ordinari. Vi fo dunque prima le mie condoglianze per la morte del fratello, e poi le mie congratulazioni per la sposa che avete acquistata, e vi lodo moltissimo che da buon cittadino, in beneficio della vostra patria, vi siate finalmente risoluto di gittar via la vostra virginità, la virtù degli sciocchi. Non vi lodo però che voi vogliate sporcare il vostro talamo co' miei versi. Sono essi così sconci, così sguaiati, che assolutalmente non possono darvi alcun gusto e piuttosto che noiarvi voglio negarveli. Sebbene io temo che, volendo anche accordarveli, nol potrei fare per mancanza di tempo. Questa scusa è comune, ma nel caso mio verissima. Onde compatitemi, ve ne prego, e invece della mia consultate la Musa del nostro Giovannardi, che una volta, mi ricordo, era tanto spiritosa e gentile, pregio che manca sicuramente a quella</p>
<closer>del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>276</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 9 Agosto 1786.</date></opener>
<p>Trasmetto il rame da porsi in fronte all'<title>Aristodemo</title>, l'edizione del quale già suppongo a suo termine.</p>
<p>Compita dunque che sia, io la prego di fare le spedizioni seguenti. Un esemplare a Tiraboschi, un altro all'abate Andres, un altro a Cesarotti, uno al cav. Vannetti, ed uno all'abate Arteaga. Il resto delle stampe, impacchettato in due o tre rotoli, al signor conte Marchisio di Modena. Prima di tutto però amerei di avere il mio conto, ed una copia sola del libro che precorresse le altre, unicamente per contentare la mia impazienza. Nel qual caso io la prego di farne la direzione a S. E. la signora Principessa Donna Costanza Braschi in Cesena, ove ci troverem di soggiorno per tutto questo mese.</p>
<p>Mi piacerebbe ancora che, per comodo dei legatori, si fosse impresso un cartoncino all'uso di Francia. Ma chi sa che Ella non abbia già prevenuto questo mio desiderio. Vorrei che si compiacesse di appagar anche l'altro, che nutro, de' suoi comandi;</p>
<closer>onde potessi ancor io convincerla, che sono veramente con tutta la stima e senza riserva <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi dimenticavo di dirle, che il Padre Affò è padrone ancor esso di ritenersi quanti esemplari vorrà del mio libro.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>277</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 26 Agosto 1786.</date></opener>
<p>La stampa dell'<title>Aristodemo</title> è così bella, così magnifica, che io non trovo espressioni per significargliene tutta la mia soddisfazione. Un errore per altro vi è corso che fa d'uopo correggere, perché trattasi di un verso sbagliato, ed è alla pag. 47, lin. 5, ove trovo <hi rend="italic">cittadini</hi> invece di <hi rend="italic">concittadini</hi>, come sta scritto nell'originale. Il termine non piacerà forse al P. Affò, ma, nel luogo in cui ne fo uso, è indispensabile; e poi io cerco l'idea, non la parola. Un'altra piccola menda, ma che niente guasta, ho pure notato alla pag. 72, lin. 12, ed è <hi rend="italic">ambasciate</hi> invece di <hi rend="italic">ambasciata</hi>. Del rimanente, se la tragedia fosse sì bella come la stampa, io ne morirei di piacere. Alle spedizioni, di cui l'ho pregata, ne aggiungerà un'altra per Savioli. E giacché io non mi movo di Cesena per tutto settembre, né posso intanto dispensarmi dal mandare subito al Papa la mia edizione, né qui trovasi, per l'altra parte, persona capace di legare un libro con qualche eleganza, prego V. S. Ill.ma di compir le sue grazie e le mie obbligazioni, e spedirmene di costà un esemplare legato a suo piacimento, e che sia più disinvolto che ricco. Circa le altre cose mi riporto all'ultima mia; e se il rame non sarà adattabile, poco male, anzi nessuno, perché scomparirebbe di troppo.</p>
<p>Non si dimentichi de' miei saluti e ringraziamenti al dottissimo P. Affò; e se il sig. Mazza si ricorda più dell'abate Monti, lo preghi in mio nome di gradire una copia della mia tragedia, e in essa un dono dell'amicizia e della stima che fo sempre di lui.</p>
<p>Un altro esemplare ne farà presentare al signor marchese Manara, e questo in nome del sig. Card. Boschi. E se l'ardire non è soverchio, un altro pure per parte mia al sig. conte Rezzonico della Torre.</p>
<closer>Mi onori Ella poi de' suoi comandi e della sua amicizia, che, essendo d'uno degli uomini più maravigliosi di questo secolo, sarà anche per me la più sacra ed inviolabile, come lo è senza dubbio la stima e il trasporto con cui sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nel ristampare ch'ella farà la pag. 47, potrà ancora levar via l'interrogativo che incontrasi nella stessa riga, giacché senza di esso l'ironia acquista più forza e più spirito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>278</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 30 Agosto 1786.</date></opener>
<p>Ill.mo sig.sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>Ricevo l'esemplare lisciato da lei promessomi, e da quanto le ho già scritto nel passato ordinario può ora figurarsi la mia compiacenza. Osservo però con mia meraviglia che vi manca l'indice dei personaggi. Io non posso supporlo che una negligenza del legatore, giacché parmi impossibile che alla sua accuratezza sia sfuggita una cosa di tanta importanza. Molto meno so credere che questo indice manchi nell'originale. Comunque però sia, io glielo avverto per suo regolamento.</p>
<p>Pel resto l'edizione è tanto perfetta, che io non potevo desiderare di meglio. Una sola cosa, sotto la sua correzione, mi lascia all'occhio qualche disgusto, ed è l'intestazione alla dedicatoria. Forse la necessità di mettere tutto in una sola riga <hi rend="italic">«Donna Costanza Falconieri»</hi>, ha fatto che la suddetta intestazione riesca un po' smunta, e forse il male sarebbe rimediabile variandosi così: <hi rend="italic">A Sua Eccellenza — La signora Principessa — Donna Costanza Braschi—Onesti — Nata Falconieri — Nipote di N. S. — Pio VI</hi>. Questo dunque sarebbe il mio desiderio, almeno per un centinaio di copie, giacché mi figuro che la spesa sarà poca cosa. Così pure mi basteranno <emph>per ora</emph> cinquanta esemplari lisciati come quello che mi ha mandato, raccomandole però che si scelgano i fogli più politi che sia possibile. In quanto al rame da porsi nel frontispizio, Ella sceglierà l'ovatino colle due teste, che convengono egregiamente, rappresentando appunto una la tragedia e l'altra la commedia.</p>
<p>Le rinnovo poi le mie suppliche per la legatura dell'esemplare da spedirsi al Papa, e per la correzione dell'errore occorso nella pag. 47 di <hi rend="italic">cittadini</hi> invece di <hi rend="italic">concittadini</hi>.</p>
<p>Attendo in ultimo le note del mio dare, e in grandissima fretta, perché il corriere sta già aspettando che lo disbrighi,</p>
<closer>sono, con tutta l'obbligazione, l'amicizia e la stima, di V. S. Ill.ma dev.mo obb.mo servo vero ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>279</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 9 Settembre 1786.</date></opener>
<p>Ill.mo sig. sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>L'esemplare da lei speditomi per N. S. è di tutta mia soddisfazione, e l'ho già inviato a Roma. Mi è però convenuto emendarvi a penna un errore, che sono rammaricatissimo non aver prima avvertito, che a quest'ora sarebbe stato con gli altri corretto. L'errore è alla pag. 125 penultima linea nella chiamata del personaggio che dev'essere <hi rend="italic">Aristodemo</hi>, ed è stampato <hi rend="italic">Argia</hi>. Onde abbia pazienza, e rimedi anche a questo disordine, e in qualunque modo il faccia sarà ben fatto.</p>
<p>Attenderò l'esemplare ch'Ella mi promette legato all'inglese, e che renderà sicuramente più bella la stampa, per la quale sono sempre più pieno di compiacenza. Gli altri da spedirsi alle persone che le ho indicate siano legati in rustico, e senza lisciatura.</p>
<p>Quando poi sarà terminata, potrà cominciare a farmene la spedizione cento per volta, e diretta al conte Marchisio di Modena, qualora, dirigendola alla principessa Braschi, non mi esima dalla spesa dei corrieri entrando nello Stato del Papa.</p>
<closer>Sono intanto, con tutta l'obbligazione, l'attaccamento e la stima, di V. S. Ill.ma dev.mo obbl.mo servo vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al solo marchese Manara potrà presentare un esemplare della tragedia lisciato come quelli che io ho ricevuti.</p>
<p>Correggendo l'errore della pag. 125 potrà ancora alla pag. 26 terza linea, dopo il <hi rend="italic">perduta credesti</hi>, aggiungere altri due punti per continuare il senso interrotto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>280</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 4 Ottobre 1786.</date></opener>
<p>Scrivo sul momento di partire per Roma, e sono le dodici d'Italia. L'essere stato sempre occupatissimo in questi ultimi giorni ha fatto che io mi riduca così alle strette.</p>
<p>La ringrazio delle spedizioni; ma vorrei che non si fosse dimenticata la correzione dell'errore trovato in non so quale delle ultime pagine. Se avessi presente il libro, la segnerei; ma basta l'averglielo indicato nell'ultima mia.</p>
<p>A Roma aspetto un altro centinaio di esemplari oltre i già spediti. Gli altri, dovendosi dispensare per la Lombardia, la prego tenerli presso di sé. Intanto mi mandi il conto delle spese.</p>
<closer>E in gran fretta mi creda <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Papa mi scrive queste precise parole: Abbiamo poi trovata la edizione veramente sorprendente, che invita a leggersi per forza, e non sappiamo se sia possibile farla più bella e più grandiosa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>281</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Ottobre 1786.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>Sono pochi momenti che il Malinverno mi ha portato il vostro piego e la vostra lettera. Dell'una e dell'altro vi rendo grazie moltissime, e sarò diligente nell'adempire le vostre commissioni, non però con Taruffi, che già vive nell'altro mondo migliore.</p>
<p>Se oggi non fosse giornata di martirio per un segretario, avrei già letta la vostra Epistola e quella di Pindemonte. Me ne riserbo la lettura per la ricreazione di questa sera.</p>
<p>Bodoni dovrebbe avervi spedito un esemplare del mio <title>Aristodemo</title>. Gradirò che mel facciate sapere, come pure se vi sia mai stata recapitata la mia piccola edizione di Siena.</p>
<closer>Non fo complimenti. Ma dopo ancora venti anni di silenzio io sarò sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>282</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Novembre 1786.</date></opener>
<p>Ill.mo sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>Dopo due mesi di tormentosa aspettazione mi è giunta finalmente la balla degli esemplari del mio <title>Aristodemo</title> speditami per la via di Modena. In questo ritardo nessun altro ha colpa che il negligente mio corrispondente. Il peggio è che gran parte è venuta rovinata dalla pioggia. Anche ciò poco rileva. Mi preme bensì ch'Ella si ricordi di spedirne un esemplare ai letterati che le indicai, e che ne prepari altre sei copie da presentarsi a Sua Altezza Reale in nome mio, a cui se ne dà avviso in questo stesso ordinario. E non potendo Ella farlo in persona, consegnerà i detti sei esemplari al Padre Lettore Grioni, che li manderà a prendere. Non si dimentichi pure di codesto sig. marchese Manara e del sig. conte Rezzonico.</p>
<p>Il sig. card. Boschi ed io con lui, essendo privi da molto tempo di sue lettere, abbiamo dubitato ch'Ella possa trovarsi ammalato. Speriamo nulla di meno che il nostro sospetto sia falso, e che qualche suo foglio ce ne possa presto convincere. Mi scordava di dirle che i sei esemplari da presentarsi a Sua Altezza Reale potrà legarli nella maniera ch'Ella crederà più conveniente senza che le legature siano di molto lusso.</p>
<p>E in attenzione de' suoi comandi, mi confermo con tutta la stima di V. S. Ill.ma dev.mo obbl.mo servitore.</p>
<p>P. S. Sono indisposto da qualche giorno, e dimando scusa se non ho scritto di pugno. Aspetto la nota del mio debito e la prego di sospender per ora la spedizione degli altri esemplari, giacché per Roma bastano quelli che ho ricevuti.</p>
<closer>Sono nuovamente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>283</head>
<opener><salute>Al conte CESARE NALDI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 9 Dicembre 1786.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p> Dal nostro Melloni avrete un esemplare della mia tragedia, in fronte alla quale vi prego scrivere <hi rend="italic">«dono in amicizia»</hi>. Altre nuove relativamente a questo le sentirete dallo stesso Melloni. Son certo che ve ne compiacerete.</p>
<p>Eccovi intanto l'estratto che ne ha fatto Pessuti, e che certo è degno di lui se non è degno di me.</p>
<p>Può darsi che Melloni per certo mio affare interponga la vostra garanzia. Potrò io sperare che vogliate favorirmi? Ve ne prego e ve ne sarò molto tenuto. Il resto da Melloni.</p>
<p>Ho cominciato il quarto atto del <title>Manfredi</title>, e la seconda tragedia è miglior della prima. Come dovrò regolarmi perché codesto magistrato gradisca la mia fatica, che solo è diretta a dargli un attestato d'amore, di stima e di riconoscenza? Attenderò le vostre istruzioni in tutta confidenza.</p>
<closer>Amatemi e sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>284</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Dicembre 1786</add>.</date></opener>
<p>Amico pregiatissimo e Padrone mio singolarissimo.</p>
<p>Scrivo questa lettera nella maggior confusione ed angustia, e la comincio con una espressione di confidenza. S'egli è vero ch'io godo della sua buona opinione, mi faccia comprendere, coll'imitarmi, che non l'ho offesa, sostituendo al titolo del complimento quello dell'amicizia. Se sentirò chiamarmi l'amico di Bodoni, l'avrò più caro che d'essere chiamato lo scrittore dell'<title>Aristodemo</title>.</p>
<p>Ella mi scrive meraviglie dell'incontro di questa mia prima tragedia. Tuttavolta io sono inclinato a sospettare che i critici non abbiano torto se le dan qualche taccia. Farebber male se tutta la condannassero, e con buona lor permissione mostrerebbero d'essere o sommamente maliziosi, o sommamente fuori del senso comune, che il nostro Serassi suol chiamare assai a proposito il senso raro. Non mi curo di saper il nome di codesti due implacabili poeti che straziano tanto il mio <title>Aristodemo</title>. Essi non avran dente abbastanza per divorarlo tutto. Se pubblicheranno la loro censura, io farò loro risposta colla seconda tragedia, e Dio volesse che ne avessi presto l'occasione come ne avrei pronta subito la vendetta. Per la qual cosa io la prego di tenermene esattamente ragguagliato, e vorrei anzi ch'Ella procurasse d'irritare violentemente la loro bile poetica. Io mi trovo provvisto di buona complessione, e fino ai quarant'anni prometto loro di divertirli, se pure in questo frattempo non li strozza ambedue la divina indignazione che li trasporta. Mi figuro che la mia giovanil petulanza non la stimeranno degna della vecchia lor gravità letteraria, ma Ella stia attenta d'indurli in tentazione, e faccia le veci d'un diavolo onorato e dabbene.</p>
<p>Ciò sia detto rapporto all'<title>Aristodemo</title>. Non sia detto però rapporto alle mie poesie liriche, che incautamente Ella ristampa sull'edizione di Siena. Non parlo della edizion di Livorno, la quale mi fa ribrezzo, tanto è piena di cose miserabili. Ma quella pure di Siena aveva bisogno di riforma, e se tutto ristampasi, mal si provvede sicuramente alla mia riputazione. Se fossi stato interrogato, alle poche composizioni, che ora le accennerò, io avrei ristretta tutta la mia poetica mercanzia; al canto <title>Sulla Bellezza</title>, al <title>Pellegrino Apostolico</title>, all'<title>Entusiasmo malinconico</title> (con qualche emendazione), al capitolo <title>Tristo pensier ecc.</title>, all'altro d'<title>Ezechiele</title>, ritoccandolo con molto rigore nella economia dello stile, ai <title>Versi sciolti</title> diretti al sig. principe Chigi, alle canzonette di <title>Pericle</title>, di <title>Montgolfier</title>, dell'<title>Amor peregrino </title>, aggiungendovene un'altra inedita dell'<title>Amor vergognoso</title>, e tutto il resto l'avrei abbandonato alla fame dei pedanti e delle tignuole. Se questo mio consiglio giunge in tempo, io la prego d'approfittarne. In caso diverso non le dispiacerà d'inserire nell'edizione dieci parole che a lei indirizzerò, di mia giustificazione, onde almeno si sappia da chi vorrà leggermi, che sono ben lontano dal credere che tutti i miei versi siano rose di primavera, come le ottave sdrucciole e gli attilatissimi sciolti apopletici de' miei censori. Attenderò dunque riscontro su questo punto, e mi regolerò a suo piacimento.</p>
<p>La ringrazio d'aver presentato a codesto sig. marchese Manara un esemplare della mia tragedia. Mi premeva ch'egli l'avesse, facendo io grandissima stima di un poeta sì delicato e sì terso. Anche alla sig.ra Marchesa di Mattalana la prego di far nota la mia riconoscenza per l'impegno con cui protegge la mia tragedia. Il sig. Duca mio padrone, mi ha detto di aver inteso che questa dama si aspetta in Roma. Adempirò allora in persona al debito che mi corre. In altro ordinario le significherò le mie intenzioni circa gli esemplari che restano presso di lei.</p>
<p>E pieno veramente d'obbligazione di amicizia e di gratitudine, mi creda a tutte prove suo dev.mo obbl.mo servitore ed amico vero.</p>
<p>P. S. Farà i miei saluti al Padre Affò, e gli dirà che nel venturo ordinario darò risposta alla sua lettera. Questa sera non è possibile.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>285</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Dicembre 1786</add>.</date></opener>
<p>Per carità lasciate ch'io ponga affatto da parte il complimento. Se non mi permettete tutto intiero il titolo d'amico, io non potrò mai dirvi tutte le cose che voglio. Sebbene io veggo esser meglio non dirne veruna, giacché non sarà mai possibile che io vi ringrazi, quanto debbo, di tutto il bene che mi avete fatto, e della generosa maniera con cui vi diportate meco. Siate ben persuaso, che l'amor proprio non mi offuscherà mai tanto da non vedere che senza di voi la mia tragedia né avrebbe avuto l'esito che Parma ha veduto, né ottenuto il premio che a S. A. R. è piaciuto accordarmi. Queste cose son tutte vostre, ed io le confesso con tanto piacere con quanto le ho ricevute e sentite.</p>
<p>Vi accludo la risposta a S. E. il signor marchese Manara. Nel presentargliela che farete, supplite voi alla debolezza delle mie espressioni, e siate l'interprete de' miei sentimenti. Il mio cuore era sì pieno quando gli ho scritto, che nulla ho detto sicuramente di quello che dovevo dire. Vi prego dunque d'emendare questa mancanza.</p>
<p>In quanto al carme eucaristico, io desidero e voglio ben farlo. Ma sentite un mio pensiero. Io non starò molto a compire la mia seconda tragedia. Se questo lavoro, che certamente sarà migliore dell'<title>Aristodemo</title>, lo facessi precedere da una poesia di dedica, e tutta relativa alla protezione che S. A. R. si è degnata e si degna accordare all'italiana Melpomene, toccando codesta soppressa Reale Deputazione, non vi parrebbe che la cosa potesse andar bene?</p>
<p>Dipendo dal vostro suggerimento, ed attendo un sollecito riscontro.</p>
<p>Le venti copie dell'<title>Aristodemo</title> ben levigate, di cui mi scrivete, me le spedirete dirette a S. E. la signora Duchessa Braschi, pel solito mezzo del conte Marchisio di Modena, a cui inoltre ne manderete un altro involto di trenta esemplari, l'uso dei quali è già noto al suddetto cavaliere.</p>
<p>Un altro involto ancora di quaranta copie lo trasmetterete all'ebreo Foà di Reggio, che pure n'è già stato prevenuto. Le altre copie se le manderete voi stesso a' vostri corrispondenti per esitarle al prezzo che voi vorrete, non farete che raddoppiare le mie obbligazioni. In caso diverso regalatele, come ho fatt'io dei dugento esemplari che m'avete inoltrati.</p>
<p>Non mi dilungo, perché propriamente sono senza capo. Non sono però senza cuore. Questo lo serbo tutto per voi; e se voi lo gradirete, egli sarà sempre vostro.</p>
<closer>Mio caro amico, scusate la confidenza con cui scrivo, e attribuitela al vero sentimento di gratitudine e di amicizia che mi farà essere eternamente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ho scritto alla signora Marchesa di Mattalana.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>286</head>
<opener><salute>Al Padre IRENEO AFFÒ, Bibliotecario di S. A. R. l'Infante di Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Dicembre 1786.</date></opener>
<p>Ornatissimo Padre e Padrone mio stimatissimo.</p>
<p>Le feste di Natale sono giorni di benedizione per gli oziosi e di maledizione per un segretario, e per me specialmente, che, a cagione di questa ridicola prostituzione di complimenti, ho dovuto tardar tanto a risponderle, Padre mio gentilissimo ed ornatissimo. Ed ora pur che rispondo, né ho tempo di ringraziarla quanto vorrei, né so cosa dirle in proposito dell'<title>Aristodemo</title>. Io so che la tragedia è stata ben accolta sopra codeste scene, ma so ancora che di questo buon incontro se ne deve tutta la lode all'impegno del nostro Bodoni, il quale assolutamente mostra di essere il miglior amico del mondo. Non ignoro le contradizioni ch'egli ha dovuto soffrire per cagion mia, e questo pensiero accresce la mia gratitudine. Ma l'<title>Aristodemo</title> era poi degno veramente che se ne dicesse tanto male e tanto bene? Avrei gradito che il sig. Mazza e l'altro sig. poeta da quattro soldi avessero poste in iscritto le loro censure. Io non cerco di essere adulato, cerco d'illuminarmi, e la vendetta che soglio prendermi de' miei nemici è sempre quella di emendare i difetti su cui m'attaccano. Se codesti signori han tenuta altra condotta, hanno certamente operato birbescamente. Ma io non voglio sporcarmi di più l'immaginazione pensando a questi cani poetici.</p>
<p>Essi faran bene ad abbaiare, ed io farò meglio a terminare la seconda tragedia, che sicuramente sarà in ordine, anche per la stampa, alla fine di febbraio. Se questa non fisserà più stabilmente l'occhio della mia nazione, abbandonerò il mestiere. Ma, viva Dio e sant'Apollo, sarà men debole assolutamente la seconda fatica. Vorrei che si riaprisse la Deputazione di Parma. Avrei allora uno stimolo d'emulazione, che darebbe alla mia mente il nerbo d'un leone, e me beato se i miei antagonisti volessero trovarsi meco sulla medesima via. Di grazia, mi renda avvisato se la suddetta Deputazione si voglia realmente resuscitare, come mi si vuol far credere.</p>
<p>Ho scritto qualche cosa al sig. Bodoni relativamente all'edizione ch'egli intraprende delle mie poesie. In verità non lo lodo se ristampa tutta l'edizione di Siena. Ma ristampando l'<title>Aristodemo</title>, amerei che v'aggiungesse un'appendice d'alcuni considerabili pentimenti, che a qualche sensato mio amico han fatto temere che io abbia recato danno alla tragedia col risecarli. Li trasmetterò a lei nello stato in cui sono, ed Ella ne farà quell'uso che vorrà, e serviran se non altro alla sua curiosità.</p>
<p>Il sig. Tiraboschi mi ha scritto, e non posso esprimerle quanto gentilmente. La lettera di questo grand'uomo è sì lusingante, che non m'arrischio neppur di mostrarla, per timore che qualcuno non la creda apocrifa.</p>
<p>Il piacere d'intrattenermi con lei mi ha sedotto più ancora che non volevo. La prego di salutarmi ed abbracciare per me il sig. Bodoni. Io debbo tanto a questo degno uomo, che ho bisogno di amici per fargli tutta comprendere la mia obbligazione.</p>
<p>Mi continui V. Paternità la preziosa sua padronanza ed amicizia, e procurerò di meritarmela col farne gran conto e tale che corrisponda alla stima con cui sono di lei, Padre mio gentilissimo, dev.mo ed obb.mo servitore.</p>
<p>P. S. Ho creduto mio debito scriver due parole di ringraziamento a S. E. la sig.ra Marchesa di Mattalana. Son facile a diffidare di quel che fo. Non vorrei che questo atto di rispetto mi venisse imputato a soverchio ardimento. Lo dica al sig. Bodoni, ed esso pensi a scusarmi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>287</head>
<opener><salute>A GIROLAMO TIRABOSCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Dicembre 1786.</date></opener>
<p>Sig. Cavaliere preclarissimo e Padrone stimatissimo.</p>
<p>Ho dubitato finora se il mio <title>Aristodemo</title> valesse pur qualche cosa. La sua lettera, sig. Cavaliere ornatissimo, ha dissipato finalmente i miei dubbi, e riconciliato me stesso col mio amor proprio. Né voglio arrossire d'essermi lasciato sedurre dalla sua lode, perché oltre l'essere spontanea, io la trovo anche accompagnata dalla censura, la quale mi toglie ogni timore d'adulazione. Mi compiaccio poi ancora moltissimo, che la riflessione da lei fatta sull'entrare che fa Cesira dentro la tomba non sia sfuggita a me medesimo, ed Ella può rilevarlo dal primo movimento di terrore, che nasce nella fanciulla nel momento d'entrarvi. Se la situazione fosse stata men rapida, avrei speso qualche verso di più per rilevare il coraggio che la determina, e giustificare le ragioni d'amor figliale che in lei prevalgono alla paura. Ma in una tragedia accadono spesso dei difetti inevitabili, e tale è forse quello di cui ragioniamo. Io temo però che Ella m'abbia taciuto il maggiore, e di questo silenzio non posso ringraziarla assolutamente. Si persuada, sig. Cavaliere gentilissimo, che io non son fatto per essere l'amico d'un facile lodatore. Fiero come sono di carattere e di natura, amo negli altri me medesimo, e se la sua lettera non l'avess'Ella condita con una grazia di critica, io non le avrei data altra risposta che la solita darsi ad un complimento. Per la qual cosa, se la sua gentilezza le ispirasse mai d'annunziare la mia tragedia in codesto Giornale modenese, io la prego di dirne il bene e il male senza riguardi. Le sarò grato di questo più assai che di qualunque altra cosa, e la censura di Tiraboschi sarà il passaporto della mia riputazione alla posterità.</p>
<p>Io sto ora travagliando sul quinto atto della mia seconda tragedia. Vorrei essere a Lei vicino per approfittarmi de' suoi lumi. Ma verrò a cercarli per lettera.</p>
<p>Mi onori de' suoi comandi, mi voglia bene, e protegga il mio nome, onde possa sbucar fuori dalla oscurità in cui finora è stato sepolto.</p>
<p>Sono con vero sentimento di rispetto e di gratitudine di Lei, sig. Cavaliere gentilissimo u.mo dev.mo obb.mo servitore vero.</p>
<p>P. S. In questo punto ricevo da Parma la medaglia d'oro, che dalla Reale Deputazione solevasi dare alle tragedie coronate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>288</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 del 1787.</date></opener>
<p>Col prossimo corriere di Spagna vi spedirò le poche correzioni da farsi a penna nell'edizione delle mie Rime, e alcune altre nell'<title>Amor peregrino</title>, che rimane a stamparsi, all'<title>Amor vergognoso</title>, canzonetta inedita, e qualche altra cosa, e finalmente una lettera a voi diretta di mia giustificazione, e da inserirsi nella seconda parte. In somma vi sarà tutto quel che bisogna, e qualche toccatina pure al nostro Omero vivente, a cui riserbo di aggiustar la pelle subito che mi sarò sbarazzato della seconda tragedia, per la cui dedica ho già interposta la mediazione dell'ornatissimo vostro cavaliere Azzara, che giovedì prossimo ne scriverà.</p>
<p>Il Duca mio padrone è fuori di Roma; e, tornato che sia, procurerò ch'egli ottenga da N. S. il paragrafo di lettera che voi bramate.</p>
<p>La risposta della signora Marchesa di Mattalana non l'ho ancora ricevuta. Vi prego di ossequiarla, e di dirle che le Muse ben educate sono riconoscenti, e che nel loro canto san ricordarsi di chi le protegge. Voglio dire, che a suo tempo vi sarà qualche verso per lei, unica moneta, con cui posso pagare il suo beneficio.</p>
<p>L'abate Pessuti deve aver inserito nell'Antologia la notizia della munificenza, con cui S. A. R. ha voluto onorare l'<title>Aristodemo</title>, e credo l'abbia fatto in questo stesso ordinario.</p>
<p>Mandate pure a chi vi piace la mia tragedia; ma vi prego di non stampare neppur una delle risposte che ne riceverete. Sarò contento del loro semplice voto; il resto lo farà la tragedia da sé medesima. Questo è stato sempre il mio stile.</p>
<p>Vi scrivo questa lettera nella massima agitazione. Martedì sera andrà su queste scene l'<title>Aristodemo</title>; e son trenta giorni che nei cervelli romani è entrato il fanatismo, di cui io solo sono la vittima. Non vi posso esprimere questa orribile confusione.</p>
<p>Ho scritto a mio fratello che, più presto che sia possibile, vi mandi per ora cento scudi a sconto dell'edizione. Il resto ve lo mandi in seguito, fintantoché voi non mi avvisiate d'essere soddisfatto.</p>
<p>La vostra edizione poi ha fatto furore; e sul proposito de' vostri bellissimi caratteri, ho delle cose importanti da comunicarvi; ma l'affare essendo geloso, mi riserbo a farlo con più comodo, e pel corriere di Spagna.</p>
<p>Addio, mio caro Bodoni; vorrei abbracciarvi personalmente un solo momento. Ho così pieno il cuore dei favori che m'avete compartiti, che non trovo parole per esprimervi la compiacenza di essere qual sono veramente il vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S. Scrivetemi senza mistero, e siate certo della mia segretezza. Addio di nuovo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>289</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 del 1787.</date></opener>
<p>Nel teatro alla Valle fu recitata ieri sera la mia tragedia. Io non v'intervenni; ma, finita la rappresentazione, fu inondata la mia casa di gente, che pareva forsennata pel piacere. Sta male a me lo scrivere queste cose, ma scrivo ad un amico, e v'assicuro che tutti convengono non essersi mai veduto in Roma spettacolo simile, né simile furore d'applauso.</p>
<p>Questa sera si replica, e si farà per altre tre sere consecutive; e si farà fine, se il pubblico non farà inchiesta.</p>
<p>Il tumulto in cui sono, fa che non vi possa mandare i manoscritti che nell'ultima mia vi promisi. Ho bisogno di mente quieta, ed ora, è impossibile.</p>
<closer>Vi prego d'amarmi, mio caro amico, e di amarmi tanto come v'amo io, che mi compiaccio tanto di essere il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed>; ma per carità lasciate meco tutti i riguardi, e trattate me com'io tratto voi.</closer>
<ps><p>P. S. Prima di sabato parlerò a Monsignore della Somaglia. La risposta della signora Marchesa di Mattalana non m'è venuta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>290</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIAMBATTISTA BODONI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 del 1787.</date></opener>
<p><gap/>…sentazione la duchessa d'Albania, che finora è stava indisposta per vaiuolo. Bramo sapere se all'edizione delle mie rime aggiungerete ancor la tragedia.</p>
<p>Non mi sovviene d'aver altro da dirvi se non che la cosa che doveva esser la prima. Vi prego tener segreto quanto vi scrivo. Qui si desidera la vostra persona, e il Principato vorrebbe racquistarvi a qualunque costo. Si teme il solo ostacolo della vostra delicatezza, e quando non fosse sperabile l'avervi stabilmente, si vorrebbe se non altro un imprestito della vostra persona per qualche anno affine di sistemare la stamperia di Propaganda. Non potendosi neppur questo, si contenterebbero di comprare i polzoni (quelli che bisognassero) o le madri de'vostri caratteri. Insomma, senza di voi non si può quietare la smania di chi vi vuole. Io ho avuta segreta commissione d'interrogarvi su questo articolo. Rispondetemi, e le lettere siano ostensibili e categoriche. Per me sarei impaziente di vedervi in Roma, e abbracciarvi, e sfogare l'abbondanza dell'amor mio e della mia gratitudine, la quale durerà quanto la mia vita.</p>
<p>Portate i miei ossequi alla signora Marchesa di Mattalana, la cui risposta non ho ancor ricevuta, e non vi stancate di voler bene al vostro vero servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>291</head>
<opener><salute>A GIROLAMO TIRABOSCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Febbraio 1787.</date></opener>
<p>Ill.mo Signore Sig. Padrone col.mo.</p>
<p>La seconda sua lettera mi consola anche più della prima, trovandola accompagnata dalle censure sul mio <title>Aristodemo</title>, che io tanto desiderava. Sento il peso delle medesime, ma sono ben contento che tutto il male consista qui, e lo sarò poi maggiormente, se le vedrò inserite con quel candore che si conviene in codesto giornale letterario. Io avrei, a dir vero, delle belle ragioni per rispondere a queste critiche, e dico <emph>belle</emph> perché l'amor mio proprio me le fa creder tali. Nulladimeno essendomi proposto di sentire e tacere, persuaso che questa sia la miglior maniera d'illuminarmi, io consentirò volentieri di darmi vinto. Credo però che ne dirà qualche cosa l'ab. Pessuti, che ad istanza di <foreign lang="eng">miledy</foreign> Claïve sta scrivendo non so qual discorso sopra l'<title>Aristodemo</title>, e penso ch'egli abbia in animo di toccar tutte quante le critiche buone, che finora si sono sentite sulla mia primogenita. Ed io stesso l'ho anzi supplicato di aggiungervi alcune mie proprie censure particolari, colle quali mi sembra d'aver posta io medesimo in maggior lume la debolezza della mia povera tragedia. Ma di questa non ne parliamo più.</p>
<p>Sono finalmente al termine del mio <title>Manfredo</title>. S'Ella me lo permette, glielo manderò per approfittarmi delle sue riflessioni prima di pubblicarlo.</p>
<closer>Il sig. Lamberti le fa i suoi complimenti, ed io, pregandola de' miei al sig. conte Marchisio, sono con tutta la venerazione e il rispetto di V. S. Ill.ma <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Per non duplicar lettera, mi farà piacere se dirà al mentovato sig. conte che, giungendo alla sua direzione qualche involto di stampe da Reggio, si degni spedirle a Roma col solito mezzo del sig. tesoriere Gnudi. Scusi di grazia, e sono di nuovo Vincenzo Monti</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>292</head>
<opener><salute> All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Febbraio 1787.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Sono trenta e più giorni che non aprivo più lettere e neppure le volevo ricevere per non essere disturbato dall'applicazione che ho dovuto impiegare per la buona riuscita della mia tragedia, che poi è stata veramente strepitosa, e per dar l'ultima mano ad un'altra, che devo dedicare al Real Duca di Parma, che si è degnato coronare la prima colla medaglia d'oro, distinzione, di cui finora nessuno si può vantare, perché la coronazione è stata senza concorso e pienamente spontanea.</p>
<p>Liberato adesso da queste cure ho aperte tutte le lettere degli scorsi ordinari, e fra queste ho trovate le vostre, alle quali brevemente rispondo.</p>
<p>La Tratta non si può più avere, perché sono già quasi tre mesi che il chirografo è consumato. Se me l'aveste scritto prima, ve l'avrei spedita a posta corrente, come ho fatto ad altri della Legazione.</p>
<p>Mami non mi ha fatto saper nulla del noto pagamento. Ma gli scriverò un biglietto. Bensì direte al sig. Zanotti, che in avvenire, se vuole il frutto del suo credito, faccia grazia di sbrigarsela col suo principal debitore, non avendo io l'intenzione di far l'agente al sig. Mami.</p>
<p>Scrivo a Melloni che vi mandi un esemplare della mia tragedia, e se andate a Faenza potete farvela dare voi stesso.</p>
<closer>Salutate la madre, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>293</head>
<opener><salute>A MARIA GASPARETTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Febbraio 1787.</date></opener>
<p>Vi ricorderete, cortese ed amabile Signora, avervi io promesso di cogliere un fiore in Parnaso per le vostre nozze. Io ve ne offro dunque uno assai bello raccolto in Grecia; e voi ben sapete, che i più bei fiori delle Muse nacquero sempre in quei terreni beati. Me l'ha recato di là, non ha molto, il vostro e mio sig. abate Dionigi Strocchi, che felicemente trascorse quelle contrade a solo oggetto di conoscere più da vicino le vere sembianze di Platone e di Omero; ed ha voluto ch'io medesimo ne inflori la sponda del vostro talamo, perché abbiate un contrassegno dell'esultanza d'ambidue in questa così bella occasione. La fragranza di questo fiore vi avvertirà, che egli non ha punto perduto della sua freschezza nei pericoli del viaggio.</p>
<closer>Degnatelo di un guardo fra la moltitudine di tanti altri, che i nostri poeti vi spargeranno d'intorno per festeggiare il vostro imeneo; e gradite in esso una tenue, ma sincera espressione del mio giubilo, e del vero rispetto, con cui ho l'onore di rassegnarmi vostro dev.mo obb.mo servo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>294</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Marzo 1787.</date></opener>
<p>Mio Padrone ed Amico.</p>
<p>Scrivo in angustia di tempo grandissima. Mi lusinga molto il vostro parere sul mio <title>Aristodemo</title>. Ma questa tragedia non merita forse tutto l'elogio che ne fate; onde lo ripeto principalmente dalla vostra amicizia, di cui godo avere avuta una prova quando meno me l'aspettava. Del resto, poco mi sono addolorato per le critiche che mi sono state fatte. Ho osservato che queste censure non si riducono ad altro che ad una diversa maniera di sentire: e questo non è criterio di critica, né bisogna darsene pena. Succede nello spirito quel che nel corpo: non a tutti gli stomachi riescono saporiti i medesimi cibi. Direi dunque: Signori letterati, combinate prima fra di voi le vostre teste, ed allora io avrò l'obbligo di piacere a tutti. Aggiungo poi, che gli uomini badano più alle proprie sensazioni, che all'altrui. Molti volumi di critiche non sono bastati per impedire l'ammirazione che si ha dei capi d'opera; e tutto giorno si fa la critica dell'uomo, e Dio, che n'è l'autore, non v'ha mai badato, né mai ha corretta quest'opera.</p>
<closer>Amatemi, scrivetemi, e credetemi sempre e davvero vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>295</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 31 Marzo <add resp="ed">1787</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Scrivo a Melloni che vi mandi subito la mia tragedia. Il lavoro di un'altra, che ho già finita, mi ha fatto finora essere lento nello scrivere. La dedicherò al Duca di Parma, e presto la manderò a quello stampatore.</p>
<p>Io vivo in Roma senza saper più cosa sia Roma. Sono così noiato dello strepito, che sospiro la solitudine, e finirò col farmi romito di Spoleti.</p>
<p>Salutate caramente la madre, ed amatemi. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>296</head>
<opener><salute>All'ab. PAOLO FERRETTI — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date> <add resp="ed">Aprile 1787</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non mi lagno del sospetto perché me lo sono meritato. Ma non mi crediate capace di rinunciare alla vostra amicizia. Posso essere uno stravagante, ma non mai un ingrato; e sappiate che non v'è stato momento in cui abbia maggiormente amato voi e vostra moglie, quanto allora che le mie apparenze v'han fatto credere il contrario. Ancora non mi conoscete, e vedo che non mi conoscerete mai, perché appena mi conosco io stesso.</p>
<closer>Comunque sia, persuadetevi che sotto il peggiore di tutti gli aspetti si nasconde il migliore de' vostri amici, l'ab. <signed>Monti</signed>.</closer>
<ps><p>Farò il possibile per venir questa sera sul tardi a darvi la buona notte. Scusate le mie stranezze. In mezzo a queste m'avvidi ieri sera della vostra alterazione, e questo è il motivo per cui subito v'ho scritto. L'avrei io fatto se non fossi il vostro amico?</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>297</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Di casa</add>, <add resp="ed">11 Aprile 1787</add>.</date></opener>
<p>Vi prego di consegnare a vostro marito l'annesso piego. Credo che contenga un attestato della mia amicizia verso di lui e verso di voi, e d'altro non vi prego che d'accettarlo e di gradire l'intenzione.</p>
<p>Gradite anche una breve ed ultima giustificazione della mia condotta verso di voi.</p>
<p>Non potete negarmi che non mi abbiate maltrattato per lo passato. Non potete negarmi che qualora avesse avuto sussistenza il sospetto formato contro di voi, avrei avuto delle ragioni per lagnarmi che la mia amicizia fosse stata sacrificata. Non potete neppur negarmi che mille combinazioni non mi abbiano strascinato in questo sospetto.</p>
<p>Erano tutte apparenze, erano tutte illusioni, e mi sono ingannato. Compatite dunque il mio inganno. Egli non è un delitto, e se io ho amareggiato da qualche mese la vostra pace, pensate che da due anni voi avete distrutta la mia. Insomma tutto il mio rimorso consiste in un errore, e questa sicurezza di sentimento mi lusinga che porrete in dimenticanza il passato, come io ho già fatto, e che la mia amicizia riformata vi piacerà più assai che la vecchia.</p>
<p>Rapporto al foglio che troverete qui accluso supplico voi e vostro marito di non farlo traspirare ad anima vivente. Sarei esposto a nuove amarezze, ed io ne ho sofferte abbastanza, e le forze della mia complessione, come quelle della mia ragione, sono assai limitate per non soccombere ai disgusti che mi fanno detestare la società e la vita.</p>
<p>Subito che vedrò Capponi mi ricorderò del comando che ieri sera mi deste.</p>
<p>Addio, addio.</p>
<p>P. S. Se mi lascerete vivere un altro poco, vedrete che non ho tralasciato, che non tralascio di esservi buon amico. Addio di nuovo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>298</head>
<opener><salute>All'ab. PAOLO FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 11 Aprile 1787.</date></opener>
<p>Mio caro Ferretti.</p>
<p>Una donazione <foreign lang="lat">inter vivos</foreign> di tutto quel poco che a questo mondo posseggo, se non sarà buona per voi, lo sarà per i vostri figli. Sebbene io spero che ne godrete anche voi, giacché la mia costituzione non mi permette di farmi campar molto.</p>
<p>Accettate dunque questo miserabile ma cordiale attestato dell'amor mio, e se non basta per scontare le mie obbligazioni verso di voi, basterà se non altro per significarvi la mia riconoscenza, la quale non mi sarà tolta dal cuore che dalla morte.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Penso all'affare di Tivoli e spero di rimediarvi. Il resto a voce. Per vostra quiete l'affare del foglio accluso non è noto che a quattro sole persone: a voi, a vostra moglie, a me e al nostro. I sottoscritti non sanno niente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>299</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PAOLO FERRETTI</add> <del resp="ed">[…]</del></salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Amico (se vi contentate) carissimo.</p>
<p>Voi siete fiero nelle vostre vendette, né io me ne lagno, perché me le merito. Non voglio neppure mendicar delle scuse al mio fallo, per lasciarvi gustare tutto il piacere e tutto l'orgoglio di perdonarmelo. Pace adunque, e generosa amicizia. Permettetemi però di dirvi prima, che l'amarezza del vostro atroce sarcasmo ha trascesa la mia colpa medesima. Io merito bene i titoli di sconoscente, di maleducato e d'ingrato; ma di nobile no, per dio. L'offesa è spietata; voi lo vedete, e nondimeno ve la perdono.</p>
<p>Ora dovrei ringraziarvi del cane; ma i ringraziamenti si praticano coi nobili, e io non oltraggio gli amici. Vi assicuro però che il vostro dono mi è stato sempre scritto nel cuore, e ch'io medesimo non so capire come mai coll'intenzione che mille volte ho avuta di scrivervi, non l'abbia mai fatto. Mi è accaduto quello che accade ai giovini nelle prime confessioni: più differiscono, più crescono le ragioni di differire. Ma io v'ho annoiato e mi son vendicato.</p>
<p>Mandatemi il saldo de' nostri conti, vale a dire una lettera plebea, e disponete della gratitudine e del core del vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>300</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'ab.</add> <add resp="ed">CARLO MORELLI</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Caro Morelli.</p>
<p>Le mie visite adesso son rare e voi che ne avete compreso il motivo mi scuserete. La necessità mi spingeva a venire personalmente da voi, ora che è cessato il carnevale, per parlarvi di cosa, che assai mi preme, e in cui ho bisogno dell'opera d'un amico. Ma riflettendo che un foglio ostensibile può far meglio le mie veci, mi prevalgo di questo mezzo e sono a supplicarvi di volere amichevolmente e con tutta la possibile urbanità incaricarvi d'un abboccamento col sig. Ferretti per combinare il nostro scambievole interesse rapporto alla casa.</p>
<p>Vengo assicurato che egli pensi di dimetterla come gravosa di pigione, restando solo, e come lontana dal suo padrone. Io gradirei non solo ch'egli mettesse ad effetto una tale risoluzione, ma sarei ancora disposto ad accettarla, come una grazia che la sua gentilezza mi volesse accordare; e a dimostrargliene coll'opera la mia riconoscenza in quella migliore maniera che la sua convenienza, e delicatezza potesse permettere, non solo rinunciando a qualunque pretensione di rimborsi e di pigione, o di spese tanto di banderaro, che di pittore, di falegname e di muratore, ma ricomprando da esso qualunque cosa di sua pertinenza e a lui superflua, e indenizzandolo, com'è doveroso, d'ogni altro aggravio per trasporto dei mobili e di tutt'altro. Non mi si affacciano su due piedi tutti i riflessi di un vantaggio, che gli potete suggerire, e su' quali vi lascio procura in bianco, ma da lui medesimo voi potrete sentire le condizioni che vorrà farmi di pieno suo piacimento, e a queste nei termini più estesi dell'equità e dell'onesto mi assoggetterò. Coll'essermi separato dalla sua famiglia non ho rinunziato ai sentimenti dell'amicizia e voi me ne siete buon testimonio. Dunque per l'una parte e per l'altra mostriamo al pubblico che siam galantuomini, e teniamo un contegno, che meriti lode e non biasimo. Voi siete amico dell'uno e dell'altro, e come savio e prudente, agirete con quella efficacia e insieme con quell'indifferenza, che la sola giustizia suggerirà. Nell'adempiere questa commissione vi prego di fare i miei ossequi alla sig.ra Clementina, e di assicurarla che i disgusti passati non sono stati né saranno mai sufficienti a cancellare nell'animo mio i sentimenti dell'antica e salda amicizia, che per tanti anni le ho dimostrato.</p>
<p>Addio. Il vostro amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>301</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'ab.</add> <add resp="ed">PAOLO FERRETTI</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Il sig. Paolo Ferretti è pregato dal suo servo Ab. Monti di trovarsi questa sera in casa dopo l'Avemaria per accomodare pacificamente i loro interessi, e desidera che vi sia presente la sua Signora, purché possa, onde poter smentire occorrendo qualche abbaglio dello scrivente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>302</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Sempre cara Amica.</p>
<p>M'avete fatto un grande regalo col parteciparmi le vostre fortune, né io posso dirvene abbastanza il piacer che ne provo, se non mi permettete di manifestarvelo in persona. Volete voi accordarmi questo favore? Significatemelo con una sola parola,</p>
<closer>e credetemi il vostro vero amico <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>303</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Mi dimenticai ieri sera di lasciarvi scritto che la carrozza è fissata e non si può disdire. Io non me ne servo. Servitevene dunque voi e la Signora, la quale avrà bisogno di divagarsi. Io non mi lascerò vedere neppure per strada. Onde siete sicuro di non far che bene. Non le dite niente per carità, e colle buone riparate il male che ho fatto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>304</head>
<opener><salute>All' abate PAOLO FERRETTI.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Signor Padron Col.mo.</p>
<p>Vado debitore di cinque scudi e mezzo al latore del presente. Fatemi il piacere di saldar questo conto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>305</head>
<opener><salute>Al Conte LODOVICO SAVIOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Maggio 1787.</date></opener>
<p>Sig. Senatore Veneratissimo.</p>
<p>Non è andata altrimenti in perdizione la sua prima lettera; si sarà bensi smarrita la mia risposta. Ripeterò dunque le cose già scritte: e Dio voglia che anche questa volta non sia inutilmente.</p>
<p>La Cronaca del Salimbeni è impossibile ottenerla tutta. Bensì verrà permesso di copiar tutta quella parte che potrà appartenere alla storia bolognese, e qualche cosa di più. Su questo ella mi darà le sue istruzioni, e la cura di eseguirle sarà tutta mia.</p>
<p>Il P. Affò ottenne, anni sono, il permesso di trascriverne una piccola porzione risguardante gli annali parmensi. Il cardinale Gioannetti anch'esso ne copiò non so quanti pezzi relativi a Bologna. Noi avremo molto di più, come le ho già detto, e per servirla non attendo che i suoi comandi.</p>
<p>La signora Duchessa mia Padrona vuole ch'io le ricordi la promessa fattale ai Bagni di Lucca; la promessa, cioè, d'una canzonetta o di altra poesia per celebrare la nascita del figlio, che ora le va allargando la pancia, e che maschio si spera per compimento di fortuna. La medesima si va tuttavia lusingando di rivederla in Roma, come le fu fatto sperare; e il signor Duca ed io pure viviamo nella medesima aspettazione.</p>
<p>Non defraudi dunque tante buone speranze, e onori spesso de' suoi comandi il suo umilissimo servitore e ammiratore vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>306</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 16 Giugno 1787.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Tutto è rovinato. Morelli è stato privato del Breve, e voi escluso. Il Papa è stato inflessibile, e non è bastato né l'impegno del mio Padrone, né di Ganti, né del Tesoriere, né di tutta la Congregazione. Per aver voluto far del bene a voi ho fatto del danno a me stesso. Altro non dico per non affliggervi. Rassegnatevi, come fo io, e state sano.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Quando fu proposta al Papa la persona di Baruffaldi come primo concorrente, il Papa andò in furore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>307</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 Luglio 1787.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Dal fratello avrete saputo l'esito infelice del suo concorso alla carica di Perito Camerale e come il cardinale Trajetto ci ha rovinati. Non vi resta che una speranza nell'avvenire in Mons. Tesoriere per qualche altra incombenza, giacché il medesimo è veramente impegnato a giovarlo per molte ragioni.</p>
<p>Ma non è questo l'oggetto della presente. Io vi scrivo perché mi mandiate denaro. So che sono sbilanciato con voi nei conti. Ma non voglio credervi sofistico ove trattasi d'urgente bisogno. Mandatemi dunque cento scudi, e tanto meno avrete da mandarmene nell'anno venturo. Se mi farete delle difficoltà, so cosa pensare e cosa rispondere. Ma io desidero e spero di dover pensar bene e risponder bene. Se mi mancate, voi finite di rovinarmi, e lo sentirete.</p>
<p>Addio. Alla madre i miei saluti. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>308</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma (raccomandata al sig. Lorenzo Capponi).</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Dalle Vigne, alle 18 in punto <add resp="ed">1787</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Siamo arrivati questa mattina alle otto in questa solitudine. Mi sono alzato alle tredici, e in compagnia de' miei pensieri son ito a girar per la valle, e a traversar siepi, e a saltar fossi, e a mettermi cento volte in pericolo di rompermi il collo. Dopo due ore di strapazzo e di sole, colla testa intronata dal canto delle cicale, che sono gli Arcadi di queste montagne, ho fatto ritorno all'albergo. Ho trovato tutti a dormire fuori che le galline e la gatta, la quale miagolava sul tetto. Ho preso Voltaire nelle mani, ho letto alcuni articoli sulla confessione e sui Concili dei Papi, mi sono stancato, mi sono addormentato. Ora si va a pranzo, e fra poco ci porremo di nuovo in viaggio.</p>
<p>Addio. Il vetturale mormora. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>309</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Da Nemi</add>, 8 Agosto <add resp="ed">1787</add>.</date></opener>
<p>Insomma che vuol dire questo vostro silenzio? Tutto giorno v'è occasione di scrivermi, ed è già passata un'intera settimana senza poter veder due righe delle vostre. Il peggio si è che non ho avuto neppur riscontro delle lettere che vi acclusi per l'ab. Bassi e per l'ab. Rocchetti, che trattavano d'affare di qualche premura. Serpieri, Serpieri anch'esso non m'ha scritto in otto giorni una sillaba. Io non comprendo questo contegno, e questo solo mancava a compimento delle tante amarezze in cui vivo, e che un giorno saprete se potrò vivere.</p>
<p>Ieri vi spedii una lettera, raccomandata a Capponi. Mi preme di sapere se l'abbiate ricevuta, perché conteneva una carta di vostra pertinenza.</p>
<p>Addio.</p>
<p>Se mi scrivete, misurate le parole, e non vi mostrate informata di quel che soffro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>310</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma. (Sia raccomandata al sig. Capponi).</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Da Nemi</add>, <add resp="ed">1787</add>.</date></opener>
<p>Invece dei lattarini che non si possono avere, perché il poco che giornalmente se ne pesca serve per la tavola, vi mando un canestro di palombelle. Sono otto, e sarebbero state dodici, se quattro non mi fossero state usurpate. Le ho ammazzate io tutte da me solo oggi dopo pranzo, e vi ho rimesso quindici baiocchi per farle raccogliere fra i dirupi ov'erano cadute, e una ganascia, fracassata dal calcio dell'archibugio.</p>
<p>Alla vostra lettera non altro rispondo se non che due sole occasioni, ch'io mi sappia, vi erano state per scrivervi prima di quel che ho fatto. Una accadde che io dormiva, e fu improvvisa, perché fu una spedizione fatta per mandare a prendere un sciroppo di china per la figlia del mio Padrone. L'altra fu quella di monsignor Mattei, della quale non curai di valermi, perché sapeva che il giorno dopo ve n'era una terza per me più sicura. Eccovi detto quanto basta per giustificarmi e per mortificarvi.</p>
<p>La chiave del comò l'ho io, e l'ho portata meco senza avvedermene. Scrivo colla mano tremante dall'aver maneggiato tutt'oggi lo schioppo. Abbiatevi riguardo, e le vostre prediche fatele a qualcun altro che le merita più di me. I miei saluti ai soliti amici, e non ad altri.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>311</head>
<opener><salute>Al Conte LODOVICO SAVIOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Ottobre 1787.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Il signor Duca di Nemi ha veduta originalmente la vostra lettera. Sul primo articolo egli è pieno di riconoscenza pel Senato bolognese; e sul secondo, d'amicizia e di stima per voi. Ma la sua amicizia non basterà per l'effetto che voi bramate, se non si combina colle intenzioni di Sua Santità, la quale ha un altro capo ed altri pensieri. Sua Eccellenza per altro non gli tacerà il suo desiderio sulla vostra persona.</p>
<p>La vostra carissima l'ho ricevuta nel momento che la signora Duchessa m'incaricava di darvi la nuova del suo parto felice, che l'ha fatta madre d'un bellissimo maschio. Mano dunque alla cetra. Io non ho ancora cominciato a toccar la mia, perché Melpomene mi tenne imbarazzato. Mi converrà per altro far tregua con essa, e badar un poco alle ispirazioni di Euterpe, a cui temo pur molto di esser caduto in ira, per la noncuranza con cui la tratto da molto tempo. Istruitemi, se non v'incresce, dei vostri pensieri. Uno de' miei sarebbe di far un viaggio in Grecia, ed ivi cogliere qualche fiore da gittar sulla cuna del nato fanciullo. Ma non vorrei andarvi solo, e mi sarebbe più caro di farvi compagnia, qualunque sia la risoluzione che voi prenderete.</p>
<p>Il signor Duca e la signora Duchessa vi salutano in modo particolare, ed io poi sono senza riserva il vostro obbligatissimo servitore ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>312</head>
<opener><salute>Al Conte LODOVICO SAVIOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Novembre 1787</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Su due piedi non posso, né so idear un piano che possa convenire per tre o quattro componimenti. Ci penserò, e nel venturo ordinario vi comunicherò il mio pensamento. Mi riputerò poi molto onorato, se il signor Senatore Marescalchi vorrà esser terzo di compagnia, e primo sicuramente in quanto alla mia persona. Bisognando un quarto, amerei per compagno o il Cerretti di Modena, o il Bossi di Torino, di cui ho letta qualche cosa che lo distingue. In Roma non conosco poeta che meriti d'aver compagno Savioli, cominciando da me, che non verrò ammesso a questo convito poetico fuorché per vostra sola tolleranza e gentilezza.</p>
<p>E il signor Duca e la signora Duchessa vi ringraziano e vi salutano, e son vostri veri amici.</p>
<p>Non sussiste l'offerta, che vi è stata supposta, del Quaranta Caprara. è bensì verisimile tutto il maneggio che mi scrivete. Ma intanto la lettera del Senato non si è ancora veduta.</p>
<p>Anche a voi saran note le vicende di certo mio sonetto sopra S. Nicola. Non si sono mai scritte tante satire per un Conclave, quante sopra i miei quattordici versi. Son già due mesi che la città è tutta a rumore; e le vespe m'hanno poi tanto stuzzicato, che finalmente m'è scappata la pazienza, e in grazia d'alcuni ingrati, che han voluto mordermi, ho riveduto il pelo al resto de' miei censori. I versi dunque, che la mia bile ha gettati, son quelli che vi accludo. Io non gli ho pubblicati, ma solamente letti, e la sola lettura ha talmente disanimati costoro, che la maggior parte ha cercato di pacificarsi meco, ed ha interposto ogni sorta di mediazioni. Se vi verrà talento d'aver tutta l'Iliade delle satire e delle apologie, le manderò. Intanto godetevi quel poco che la carità poetica mi ha suggerito. Vi prego però di non darlo fuori. Mi basta che lo facciate sentire.</p>
<p>Sono con tutto l'animo, e sempre col dovuto rispetto, il vero vostro servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>313</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Dicembre 1787</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ben me l'ero figurato, che anche a Fusignano sarebbero giunte le ciarle di Roma, poiché tutto lo Stato e tutta la Lombardia n'è stata piena. La qual cosa non lascia di darmi della compiacenza, vedendo che un minchione come son io interessa tante persone. Tutto il male per altro si è converso in mio bene, ed io sono ora contentissimo che sia accaduta questa crisi. Onde datevi pur pace, e rallegratevi anzi del mio trionfo, che tanto è più grande, quanto maggiore è stata la guerra.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>314</head>
<opener><salute>A LUIGI CERRETTI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Gennaio 1788</add>.</date></opener>
<p>Signor Cerretti mio stimatissimo.</p>
<p>Non ho mai dubitato della sua gentilezza, sig. Cerretti mio ornatissimo: ho bensì sempre temuto che la libertà presami di farle presentare i miei versi non le avesse destato indignazione e dispetto. E certamente né la mia lirica, né il mio <title>Aristodemo</title> erano degni di un tanto lettore. Ora però che la sua lettera mi assicura d'averli ben accolti e graditi, io mi compiaccio molto della mia arditezza, ed ho insieme molte grazie da renderle che non solo mi abbia perdonato, ma che voglia inoltre permettermi il titolo di suo buon amico. Quella fortuna mi vale tutte le passate paure e qui restringo tutta la mia riconoscenza, giacché sono abbastanza discreto per comprendere che le tante lodi di cui ha voluto onorarmi non sono che un'abbondanza di cortesia. In Parnaso non si conosce ostracismo: ma conoscendolo ancora, io non sarei certo il Temistocle. La ringrazio però dell'accusa di cui mi ha minacciato. Vorrei meritarla, e divenir veramente quell'illustre colpevole che la sua bontà mi decanta.</p>
<p>Per disgrazia mia e per consolazione dei malevoli ho terminata la seconda tragedia. Il suo titolo è <title>Galeotto Manfredi Signore di Faenza</title>. L'amicizia e un quasi patriottismo mi han fatto scegliere questo soggetto. Ma non so se la mia nazione mi perdonerà l'ardimento con cui l'ho trattato. Il pennello è diverso, diverso il disegno, diversissima la maniera, ed anche lo stile, avendo procurato che ciascun personaggio abbia un certo suo modo di esprimersi. Ho cercato insomma di sbarazzarmi dalla monotonia di colorito, col quale ho dipinto l'<title>Aristodemo</title>, giacché in quella tragedia, prescindendo da Lisandro, tutti hanno la stess'anima, lo stesso cuore e lo stesso battesimo. Avrò fatto male? avrò fatto bene? Lo deciderà l'esito, e a questo rimetto tutti i miei presenti rimorsi.</p>
<p>La bella Erato mi ha abbandonato ed io non posso farle il saluto, di cui Ella mi ha incaricato. Ne ho però data la commissione al nostro Lamberti, che sospira fortemente per una bella baronessa, più bella ancora di Erato, e docile come un frutto maturo.</p>
<p>Al sig. cav. Tiraboschi cento cose per me, e tutto suo mi creda senza riserva dev.mo ed obb.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>315</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Febbraio 1788</add>.</date></opener>
<p>Mio Caro Amico.</p>
<p>Eccovi per ora sette esemplari del <title>Manfredi</title>. Per sabato farò in modo d'aver gli altri, e terrò pronta la lettera per la Gardosi.</p>
<closer>Addio mille volte. Il vostro vero servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>316</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 16 Febbraio 1788.</date></opener>
<p>Mio Padrone ed Amico singolarissimo.</p>
<p>Lasciamo lo stile del complimento, e prendiamo quello dell'amicizia. Io sono il primo a proporvelo, e vi prego di corrispondermi.</p>
<p>So io pure che la Consulta ha deposto il pensiero della giubilazione di vostro zio, ed io doveva già da qualche ordinario avervene dato l'avviso. Ma non crediate che il pericolo sia stato chimerico. Io non tralascerò d'investigare e di parlare e far parlare per voi. Ma torno a ripetere che voi siete in errore, se non mi credete un santo fallito. Io sono in Corte, e sono un Ubaldo, non un Zambrino.</p>
<p>A proposito; non ho parole per significarvi la compiacenza che mi ha fatto provare il paragrafo che mi scrivete relativamente alla mia tragedia. Siete uno dei pochi che siasi internato nel mio sentimento, e che m'abbia giudicato per il suo verso. L'<title>Aristodemo</title> e il <title>Manfredi</title> sono due tragedie che non possono tra loro paragonarsi, perché sono di genere affatto diverso. L'ab. Pessuti mi ha fatto leggere ier l'altro il giudizio che egli ne darà nelle sue <title>Effemeredi</title>; e quando sarà stampato, vedrete che ambedue vi siete combinati perfettamente nelle opinioni. Non siate però così prodigo di lodi. Non è ancor tempo di darmele, né io le merito. Procurerò di meritarmele col <title>Caio Gracco</title>, che sto scrivendo, e che sarà una terza tragedia di un terzo genere.</p>
<closer>Eccovi una lettera lunga per un uomo che ne ha non poche altre da scrivere; e nessuna sicuramente col piacere che ho provato nello scrivere la presente, pensando alla persona con cui ho parlato, con uno, cioè, che stimo quanto amo e di cui mi pregio di essere senza complimenti <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>317</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Febbraio 1788.</date></opener>
<p>Rispondete al sig. Zanotti, che per il pagamento de' suoi frutti egli è obbligato chiederli prima al suo principal debitore, e che negandosi poi da questi il pagamento, allora vi son io. In caso diverso fate una protesta, in forma, che voi non ci avete che fare, ma che la sigurtà canta in mio nome, e che perciò se l'intenda non con Cesare, ma con Vincenzo Monti, e che Vincenzo sta in Roma.</p>
<p>In quanto a Mami è superfluo scrivere al suo padrone. Sarebbe peggio.</p>
<p>Vi prego di mandare al fratello Francesco quindici scudi e baiocchi sessanta, e di pregarlo a passarli in mio nome nelle mani del sig. Giulio Scacerni.</p>
<closer>Salutate la madre, e di cuore abbracciandovi, sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>318</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 5 Marzo <add resp="ed">1788</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho scritto al fratello che vi mandi sedici scudi e <hi rend="italic">baiocchi</hi> sessanta da pagarsi al sig. Giulio Scacerni per pagamento di certi libri, che ho presi da lui. Nel caso che non li abbiate ancora ricevuti, vi prego ciò nonostante di pagarglieli subito e liberarmi da una mortificazione.</p>
<p>Il commissario Cedri si è giustificato sulla tardanza dell'esecuzione del noto affare, e scrive che darà subito i suoi ordini al signor Pasega.</p>
<p>Questa sera col mio Padrone entro nel ritiro della Polveriera per una settimana.</p>
<closer>Salutate la cognata, e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>319</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Marzo 1788.</date></opener>
<p>Sig. Bodoni ornatissimo e Padrone stimatissimo.</p>
<p>Non so donde cominciare questa lettera, tanta è la vergogna che mi circonda da tutte le parti. Arrossisco primieramente del debito che ho con lei per la stampa dell'<title>Aristodemo</title>, ed avrei voluto poter monetare il mio corpo per togliermi dal cuore questo rimorso. Non voglio addur delle scuse, non istarò a dirle che l'altrui ingratitudine verso di me ha prodotta la mia verso di lei, che le burrasche di Corte hanno rovinati i miei interessi, che da un anno a questa parte sono martire della cabala, perseguitato, calunniato, straziato, e nel tempo stesso accarezzato, applaudito, spesse volte ancora adulato, ma sempre povero, e mai bastantemente umile per dimandar la limosina e raccomandarmi; potrei dirle tutte queste e mill'altre cose, e ottener perdono alla mia negligenza e destarle un sentimento d'indignazione contro quelli che godono il frutto della mia riputazione senza interessarsi nelle mie circostanze e senza neppure pensare se la gratitudine possa mai essere la virtù del maggiore verso il minore. Queste riflessioni, caro sig. Giambattista, non devono suffragarmi. Io sono reo con lei, io ho fatto quel che fanno i ragazzi col Padre spirituale, che quanto più ritardano la confessione, più impinguano le partite. Onde non voglio di altro più supplicarla, che di una proroga di pazienza. Non son uomo di fortuna, ma son uomo di sentimento, e verrà forse un momento in cui Ella mi compatirà più e mi amerà ancor più.</p>
<p>Col corriere di Torino riceverà l'edizione che già si è fatta dell'<title>Aristodemo</title> e del <title>Manfredi</title>, ma sì scorretta che fa ribrezzo, specialmente nell'ultimo. La venalità dello stampatore, un mio incomodo di salute nel mentre che si tiravano i fogli, la trascuranza di chi mi serviva e la troppa fretta produssero le tante mende di questa massacrata edizione.</p>
<p>Sul proposito poi del <title>Manfredi</title>e della dedica che se ne doveva fare al noto real personaggio, e del sig. cav. Azzara, da cui mi son allontanato per cause tutte curiose e particolari (senza però, spero, aver meritata nessuna sua giusta querela), ancora su questo punto ometto una filastrocca di cose che noierebbero lei e non porrebbero rimedio al già fatto. Anche senza tutto l'accaduto però sarebbe stato impossibile eseguire il pensiero della dedica sopraddetta. L'argomento del <title>Manfredi</title> nol comportava, e la satira continua che vi si fa della Corte e della debolezza dei Sovrani e de' grandi rendeva disdicevole ed indecente il nostro disegno. Né mi sarebbe stato possibile il moderare l'acrimonia dei sentimenti, poiché nol permetteva né la mia bile contro la Corte, né la fierezza del mio carattere, né l'opportuna occasione di fare, come ho fatta, un'onorata vendetta di alcune offese mie particolari e bastantemente note al pubblico per interessarlo. Non mi lusingo che un'altra tragedia possa adesso far più al nostro caso. Ma questa certo sarebbe stata il <title>Caio Gracco</title>, di cui ho voluto accludere il primo atto, come per saggio, e che fra qualche mese spero di poter terminare. Troverà nel piego anche un quinternetto di poesie volanti, sulle quali è superfluo spender altre parole. Serviranno per passatempo <gap/>…</p>
<p>È tempo di finire questa lettera. La chiuderò con pregarla quanto mai so e posso di rimettermi nella sua preziosa amicizia, nel caso che mi fossi fatto io stesso qualche nocumento nella medesima. Sul resto mi riporto al primo articolo della presente.</p>
<p>Sono, sig. Bodoni stimatissimo, con tutta la maggior confusione e con vero sentimento di riconoscenza di stima e d'affetto, dev.mo obb.mo servo vero ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>320</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Marzo 1788</add>.</date></opener>
<p>Amico pregiatissimo e Padrone singolarissimo.</p>
<p>Mi avete tolto un gran verme dal cuore, e la mia riconoscenza non ha limiti. Desidero di campar molto per ripetervi molto questa protesta, e per istruire a suo tempo il pubblico delle grandi obbligazioni che vi debbo, e pagarle con opere d'inchiostro, che sarà la miglior moneta con cui potrò soddisfarvi, e lo farò certo in un modo da convincervi, che non avete collocato in un cuore ingrato il vostro benefizio.</p>
<p>M'insuperbisco che m'abbiate prescelto a scrivere un'epistola per l'edizione del vostro <title>Aminta</title>. Io la farò senz'altro, e sarà in nome vostro, ben sicuro che questa debb'essere la vostra intenzione. Solo accennatemi se oltre le cose già da voi indicate, ne abbiate qualche altra tutta vostra particolare da toccarsi. Intanto il <title>Caio Gracco</title> riposerà, e poi sotto i vostri auspici tornerà a mettersi in cammino. Non farò né più né meno di quello che mi prescriverete, e la tragedia sarà tutta vostra, e non d'altri.</p>
<p>Col sig. cav. Azzara non è bene che per ora adoperiate la spada di Alessandro. Il nodo è Gordiano, ma tuttavolta è intrigato, ed è opera di un certo Milizia e dell'ab. Arteaga e di un altro che vi nominerò a suo tempo.</p>
<p>Vi prego di presentare i miei rispetti all'ornatissimo sig. marchese Tomaso Calcagnini. Io mi ricordo d'averlo una volta veduto in Fusignano mia patria nell'occasione delle feste colà fatte per l'elezione dell'Eminentissimo suo fratello; ma io era un bardasso, e difficilmente potrà risovvenirsi di me. Sono però penetrato di gratitudine, nell'intendere che non son morto nella sua bontà. Supplicatelo di conservarmela.</p>
<p>Ho avuto il piacere di stringere costì amicizia coll'egregio signor conte Cerati. Il sapere che gode della vostra mi ha fatto esser frequente nelle mie visite. È uomo di eccellente carattere, e in cui mi compiaccio d'avere acquistato un padrone e amico. Egli mi dice d'avervi mandati tre miei sonetti sopra Giuda. Io vi mando il quarto, che ho fatto dopo per dare, a mio parere, più compimento al pensiero, ed eccolo.</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Uno strepito intanto si sentìa,</l>
<l>Che Dite introna in suon profondo e rotto.</l>
<l>Era Gesù, che in suo poter condotto</l>
<l>D'Averno i regni a debellar venìa.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Il bieco peccator per quella via</l>
<l>Lo scontrò, lo guardò senza far motto;</l>
<l>Pianse alfine, e dai cavi occhi dirotto</l>
<l>Come lava di foco il pianto uscìa.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Folgoreggiò sul nero corpo osceno</l>
<l>L'eterna luce, e d'infernal rugiada</l>
<l>Fumarono le membra a quel baleno.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Tra il fumo allor la rubiconda spada</l>
<l>Interpose Giustizia, e il Nazareno</l>
<l>Torse lo sguardo, e seguitò la strada.</l></lg></lg>
<p>Vi abbraccio, e vi ripeto che ho pieno il cuore di riconoscenza. Ma vorrei mostrarvelo invece di dirvelo.</p>
<p>Non vi stancate di amarmi, e persuadetevi che nessuno sarà mai così vostro, come il vostro obbl.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>321</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Marzo 1788.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>Perché non risposi alla penultima vostra, che non dimandava risposta, per questo mi dovete credere dimentico di voi? Il sillogismo non va bene. Quando ho donato una volta la mia amicizia, io non soglio riprendermela mai, se gli altri non me la rendono.</p>
<p>Eccovi quattro sonetti sulla <title>Morte di Giuda</title> recitati nella sera del Venerdì Santo. Se non vi piaceranno, non ve ne manderò più.</p>
<closer>Scrivetemi, e credetemi senza complimenti <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>322</head>
<opener><salute>All'ab. ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Aprile 1788.</date></opener>
<p>Sig. Mazza Riv.mo.</p>
<p>Imparo dalla vostra stampa speditami, che avete riacquistata l'amicizia del signor Bodoni, amicizia che non dovevate mai perdere, né il potevate senza dar sospetto del vostro carattere. Io non ho dunque altro da dirvi, se non che avete avuto giudizio, e che mi riserbo a miglior tempo la briga di darvi una mentita, e di levarvi la maschera. Non dubitate, che sarò buon pagatore. Mi chiedete un consiglio, e io ve ne voglio dar tre: 1) di raccomandarvi al Signore perché vi mantenga nella grazia del signor Bodoni; 2) di rinunziare solennemente alla vostra ridicola Apoteosi, castigando la suprema opinione che avete di voi medesimo, e quella tanta invidia letteraria, di cui concordemente v'incolpano tutti quelli che vi conoscono;3) di mettere in pratica quella virtù che finora non avete messo che in carta. Così al titolo, che qualche volta vi si può permettere, di buon poeta, aggiungerete anche l'altro più raro di miglior galantuomo.</p>
<p>A rivederci, sapete, a rivederci. Vostro aff.mo dev.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>323</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Aprile 1788.</date></opener>
<p>Sig. Bodoni carissimo.</p>
<p>Ho cominciato l'<title>Epistola</title>, e non mi manca che saper qualche cosa dello sposo sig. conte Boiardi per dar ordine alle mie idee, e nulla omettere di quello che importa.</p>
<p>Il Signor Mazza m'ha spedita la sua lettera. Gli rispondo questa sera nei termini seguenti:</p>
<p>Vincenzo Monti</p>
<p>«Riveritissimo sig. Mazza</p>
<p>Imparo dalla vostra stampa speditami che avete riacquistata l'amicizia del sig. Bodoni (amicizia che non dovevate mai perdere, e nol potevate senza dar sospetto del vostro carattere). Non ho dunque altro da dirvi, se non che avete avuto giudizio, e che io mi riserbo a miglior tempo la briga di darvi una mentita, e di levarvi la maschera. Non dubitate che sarò buon pagatore. Mi chiedete un consiglio, e ve ne voglio dar tre: 1) di raccomandarvi al Signore perché vi mantenga lungamente nella grazia del signor Bodoni; 2) di rinunziare alla vostra ridicola apoteosi, castigando la suprema opinione che avete di voi medesimo, e quella tanta invidia letteraria di cui concordemente v'incolpano tutti quelli che vi conoscono; 3) di mettere in pratica quella virtù che finora non avete messa che in carta. Così al titolo, che qualche volta vi si può permettere, di buon poeta, aggiungerete anche l'altro più raro di miglior galantuomo.</p>
<p>Arrivederci, sapete, arrivederci».</p>
<p>Così gli ho scritto. Veramente se avessi saputo che questo buffone si era riconciliato con voi, gliel'avrei perdonata nella nota al mio <title>Esame critico</title>. Ma chi poteva figurarselo? Ora, foss'egli anche il diavolo, io vo' veder di pelarlo. Ma se voi siete veramente divenuto suo amico, io mi starò muto come l'osso di un morto, e paziente come la pelle d'un agnello sotto la concia. Vi prego dunque di due sole parole, e non temiate veruno benché minimo trasporto, né veruna imprudenza ove siavi di mezzo la vostra parola; perché mi sarebbe più facile il camminare a piè nudo sopra due miglia di brage, che l'abusarmi della vostra amicizia.</p>
<p>Presentate i miei complimenti al sig. marchese Calcagnini, e non vi stancate di amar, come fate, il vostro obb.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>324</head>
<opener><salute>Al Padre ANTONIO TADINI lettore nei PP. Carmelitani — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Aprile 1788</add>.</date></opener>
<p>Molto reverendo Padre, Padron mio colendissimo.</p>
<p>La gratitudine mi fa scrivere questa lettera, e l'onoratezza mi fa promettere e giurare un eterno silenzio sulla risposta, di cui spero che sarò favorito.</p>
<p>I documenti somministrati al mio amico Della Valle saran la pietra fondamentale della mia cristiana parenesi all'Omero vivente, che io chiamerò piuttosto <emph>Omero pazzo e briccone</emph>. Ma desidero di essere illuminato sul punto del sig. Napoli Signorelli e del sig. Sibiliato, ed anche del sig. conte Rezzonico, del quale io so ch'egli è stato sporcamente nemico. Ho bisogno ancora di verificare la sua dimora in Parma, quando si rappresentò l'<title>Aristodemo</title>. Oltre la circostanza dell'apertura degli studi mi basta qualunque altro piccolo incidente, che dia luogo ad una negativa coartata.</p>
<p>In quanto all'incisor fiorentino fo scrivere questa sera. Nel caso però che il Weber tacesse, la di lei gentilezza non mi defraudi di tutte quelle notizie che riguardano questa ridicola apoteosi. Non domando il nome delle persone, ma la cognizione pubblica.</p>
<p>L'aneddoto poi del P. Capretta è il più saporito del mondo. Questo Capretto mi è piovuto propriamente dal cielo, ed io mi ingegnerò di cucinarlo a dovere.</p>
<quote rend="block"><l>Fra male gatte era venuto il sorco.</l></quote>
<p>Coll'aiuto della bile e della ragione, spero di far in modo che il nostro Omero abbia a dormire pochi sonni tranquilli per tutto il rimanente della sua vita. La repubblica letteraria mi avrà qualche obbligazione per aver purgato il suo regno dalle incursioni di questo temerario pirata; al quale effetto io mi metterò in mare subito che avrò dato fine a certo lavoro, che assai mi preme, essendo un comando del sig. Bodoni.</p>
<p>Intendo dal P. Della Valle che Vostra Paternità goda l'amicizia di questa onoratissima e generosa persona. Mi farà dunque la grazia di dirgli che m'affligge il suo silenzio. L'incertezza in cui sono de' suoi sentimenti rapporto alle mie differenze col Mazza mi tiene angustiatissimo. Disponga egli della mia penna e della mia volontà come delle sue dita, ma per amor del cielo mi scriva una sola riga.</p>
<p>Mi dimenticavo del nefando panegirico del conte Del Bono, che a me sembra il conte Del Cattivo. Oh su questo è d'uopo ch'Ella mi soccorra col suo commento e mi discifri bene questa ribalderia. La metà della materia, che finora ho per le mani, sarebbe più che bastante per conciargli la pelle, ma io non son contento di perfricarlo. Io voglio scorticarlo, e inzuppar di sangue ogni sillaba, e pazienza se mancherò di rasoio. Non calpesterò per questo la carità cristiana. Egli ne avrà quella porzione che il Vangelo comanda. Ma della carità letteraria neppure una scintilla, perché non la merita.</p>
<p>Le raccomando i miei saluti e la mia ambasciata al papa dei galantuomini, al sig. Bodoni.</p>
<p>Mi onori di cortese riscontro, e si compiaccia di contarmi senza complimento nel numero de' suoi obbl.mi servitori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>325</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Aprile 1788.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Perché non abbiate a dire che la mia immaginazione è sempre truce e rabbiosa, eccovi una canzonetta tutta dolce e di zucchero. È uno scherzo di morale epicurea, e cade in acconcio dopo i sonetti di Giuda. State dunque a sentire:</p>
<l>Finché l'età n'invita ecc..</l>
<p>Che ne dite? non fo compassione a toccar le corde d'Anacreonte? Sarebbe bella che qui pure voi trovaste nella mia canzonetta tutta quella grande filosofia, che Aristotele trovava nella poesia di quel vecchio pederasta.</p>
<p>E che vorreste voi che dicesse Alfieri delle mie tragedie? Egli non farà che compiangermi, e n'ha ben ragione.</p>
<p>L'Omero vivente è un certo Mazza di Parma, col quale ho in campo una terribile guerra letteraria che non finirà così presto, ma ci rido e vo cantando: <quote>tra male gatte era venuto il sorco</quote>.</p>
<p>Scrivetemi spesso, ed amate più che potete chi molto vi ama.</p>
<p>P. S. Avrei bisogno di un severo ed imparzialissimo esame critico del <title>Manfredi</title>. Siete voi disoccupato?</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>326</head>
<opener><salute>Al Conte CESARE NALDI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">1788</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Queste canzonette furono scritte tempo fa per essere cantate sull'arpa, e si aggirano sopra aneddoti veri, prescindendo dalla prima, che risguarda me solo. Ve le mando perché non si perdano, e vi mando pure certi versi buzzaroni, che ho tirati in faccia ad alcuni porci di Parnaso, i quali m'hanno inondato di satire in occasione di certo mio sonetto sopra S. Nicola.</p>
<p>So che il sonetto e le satire sono state mandate anche in Faenza. È bene che siano note anche le mie Verrine. Vi prego però di non darle ad alcuno, ma soltanto di leggerle quanto volete. Questo riguardo mi è necessario, perché neppur in Roma ho pubblicata la satira, benché se ne sappiano dei pezzi qua e là, e siansi radunati in molti, che me l'han sentita recitare, per riunirla tutta. Anche spezzata ha fatto tanta impressione, che tutti costoro han cercato di pacificarsi meco, e si sono ammutiti, toltone il più balordo, che si è inferocito come un bue, e schiamazza e mugge orrendamente per tutta Roma. Ecco come ho passato l'ottobre.</p>
<p>Addio. Salutate gli amici, e specialmente il conte Conti.</p>
<p>P. S. La Menippea che vi mando è piena d'emendazioni e di pentimenti nell'ultimo. Capitela a discrezione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>327</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Valentano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Aprile 1788</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Indicatemi a chi possa io consegnare una copia delle mie Tragedie, e se più d'una ve ne bisogna, avvisatemelo.</p>
<p>Ecco la ragione che mi mosse a chiedervi un esame critico del <title>Manfredi</title>. Uno stampator di Venezia vuol fare un'edizione di tutte le mie operette, e mi ha pregato di quattro righe di prosa sopra il <title>Manfredi</title> come ho fatto sopra l'<title>Aristodemo</title>, scrivendomi che quella mia censura aveva dato nel gusto, e che se ne aspettava la seconda. Gli ho risposto che non ho tempo per questo lavoro, ma che avrei pregato un amico. Nel tempo stesso il celebre Bodoni mi avvisa d'aver ristampate le mie poesie, e di voler far lo stesso del <title>Manfredi</title>. Pensavo dunque, che avrei fatto un piacere anche a questo, mandandogli una cosetta spiritosa, che mi desse credito, e quindi avevo ricorso alla vostra penna. Ora rispondo allo stampator veneto, che in veruna maniera non mi sarà possibile il contentarlo.</p>
<p>Quando sarete arrivato ai nuovi deserti scrivetemi una lunga lettera. Io ve ne scrivo una delle corte perché non posso altrimenti.</p>
<closer>Supplisca il mio buon animo, e l'intera affezione ed amicizia, con cui mi confermo immutabilmente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Le vostre riflessioni sulla mia canzonetta sono sensate, ma vi siete voi dimenticato che ho voluto imitare le frivolezze di quegli Antichi ? E poi io non son mica fatto per scrivere con tanta delicatezza. Non conoscerei Anacreonte se non conoscessi Amor qualche volta. Addio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>328</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Aprile 1788.</date></opener>
<p>È ben crudele il vostro silenzio, signor Giambattista amatissimo. Ma voi parlate tacendo, ed io vi comprendo perfettamente. Pazienza dunque e rassegnazione. Rimetto la spada nel fodero, e mi lascerò tagliare a pezzi piuttosto che trarla senza il vostro permesso.</p>
<p>Ho già terminata la nota dedicatoria, e non mi resta che castigarne lo stile, onde siano versi meno indegni che si può di star in fronte all'<title>Aminta</title>. V'ho servito il meglio che ho potuto.</p>
<p>Si vocifera che presto sarete in Roma. Figuratevi la mia consolazione. Oh, mio Bodoni! Ho tante cose da dirvi. Leggo spesso la vita del povero Tasso; e non ho di questo altro maggior conforto dopo quello di scrivere a voi, verso del quale mi par di nutrire dei sentimenti non più provati, né conosciuti. Che è questo? Non lo so.</p>
<closer>So bene che non mi stancherò mai di ripetervi che sono immutabilmente, con infinita e vera gratitudine <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>329</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 23 Aprile 1788.</date></opener>
<p>Mio caro Amico e Padrone.</p>
<p>Ringraziato Sant'Apollo che finalmente m'avete scritto. Il vostro silenzio a tre lettere mie m'aveva messo in disperazione, ed ora sono tutto consolazione.</p>
<p>Saprò approfittarmi delle notizie che mi date sulla famiglia Malaspina, e procurerò d'innestarvele tutte il meglio che potrò. Ho cercato l'eleganza e la chiarezza, e quest'ultima non mi è mai mancata, se l'amor proprio non m'inganna. Mi sono ricordato ancora, che una poesia la quale debba star in fronte all'<title>Aminta</title> vuol essere semplice, naturale e più delicata che sia possibile. Spero che nel venturo ordinario l'avrete, e se non vi piacerà ne faremo un'altra, e dopo la seconda, la terza, finché siate contento.</p>
<p>Ora sì che l'Omero sta fresco. Non ho fretta, ma tanto peggio per lui. Liberato qual sono dal timore di offendervi, siate certo che vuo' spassarmi con questo buffone.</p>
<p>Non mi mancano che le risposte di Firenze rapporto al Weber.</p>
<closer>Al preclarissimo sig. marchese Calcagnini i miei rispettosissimi complimenti, e a voi mille abbracci, e poi altri mille in pegno delle tante obbligazioni che vi professo, e della infinita ed eterna gratitudine con cui mi ripeto il vostro aff.mo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Indirizzo la presente al nome prescrittomi. Voi indirizzatemi le vostre: Al Duca Braschi, o all'Ill.mo signor Angelo Stampa, come più vorrete.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>330</head>
<opener><salute>Al P. IRENEO AFFÒ — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">fine d'Aprile 1788</add>.</date></opener>
<p>P. Affò preclarissimo e Padrone mio stimatissimo.</p>
<p>Mi veggo onorato di due lettere sue piene d'amore e di cortesia e sono ben lieto di sapere che per alterazione di tempi e di cose non mi è tolta l'amicizia d'una persona, che stimo, venero ed amo sinceramente. Ma se il resistere a' suoi consigli deve importarmi la perdita della sua benevolenza, io dubito molto che questa lettera mi farà del danno presso di lei.</p>
<p>La mia controversia col sig. Mazza è più seria di quel che sembra. Essa involve l'onor d'ambedue e dove va di mezzo l'onore chi ha torto deve aver torto; e chi ragione, ragione. Da parte le offese di critica. Queste non m'interessano, ed è molto tempo che le disprezzo. Ma il sig. Mazza è stato il primo ad uscir dai limiti della critica. Egli ha fatto tutto quello che gli ho rinfacciato nella nota, e di più. I documenti inconcussi che ho nelle mani assicurano la base del mio risentimento e della sua inonesta condotta. Se per essere innocente bastasse il negare la delinquenza, non vi sarebbe più bisogno né di boia né di leggi né di patibolo. Io conosco la mia ragione ed il mio avversario, ed avendomi egli tacciato di tristo, di bugiardo e di calunniatore, il mio onor mi comanda di calar le visiere e di respingere il colpo dov'è partito. E non ho mai attaccato persona senza motivo, e il farlo è opera d'assassino; ma quando sono stato provocato, ho respinto sempre l'offesa, perché tengo massima che la sofferenza letteraria sia la virtù del poltrone. Torno dunque a ripetere che ho debito <add resp="ed">di</add> rispondere al signor Mazza e che non rimetterò la spada nel fodero senza aver meglio provata quella del mio nemico.</p>
<p>Ma il sig. Bodoni e Vostra Paternità mi pregano di pace. Il sig. Bodoni ha tutto quanto il diritto sulla mia riconoscenza ed Ella sulla mia stima, ma nessuno sull'onor mio. Sono dunque implacabile? No; mi picco anzi di essere mansueto. Ma siamo ben lontani finora dalla via che mi vi può ricondurre, né tocca a me l'insegnarla. Se il sig. Mazza non la conosce ora per se medesimo, la conoscerà quando non vi sarà più né rimedio né tempo né redenzione.</p>
<p>Con mio sommo rammarico ho scritto queste cose. Ma le ho aperto il mio cuore e non ho voluto ingannarla, nol consentendo il mio carattere libero e sincero e lontano dalla bassezza del raggiro come dalla viltà di cedere per timore di chicchessia, quando sono assistito dall'evidenza e ragione.</p>
<p>Sono certo di averla amareggiata e questo è il solo pensiero che <add resp="ed">mi</add> contrista. Qualunque però debba essere il suo contegno nell'avvenire, io non prenderò per questo norma dalla sua indignazione, ma sarò sempre quello istesso che ora ho il contento e la sorte di rassegnarmi pieno di stima di venerazione e di affetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>331</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 30 Aprile 1788.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Poche righe, perché ho dispacci del mio Padrone, che sta a Terracina col Papa, e mi conviene far tutto.</p>
<p>Due lettere mi ha scritte Affò, e a dir vero senza il contravveleno delle vostre mi sarei lasciato sedurre, perché arriva a darmi per certa la vostra indignazione se non fo la pace col Mazza.</p>
<p>Eccovi copia acclusa della mia risposta. Mi saprete poi dire se mi sono contenuto come porta il bisogno.</p>
<p>Ma non è il solo Affò che mi secca. Io mi trovo bersagliato da tutte le parti per una riconciliazione, e convien dire che Omero abbia scritte a Roma di molte lettere per farmi star cheto. Dubito perfino che non tentino di guadagnare il Duca mio Padrone, ritornato che sia, e non spingano più oltre ancora l'insolenza e la cabala. Certo è che da buon canale mi vien fatto credere che S. A. R. il Duca vostro padrone abbia manifestato dello sdegno contro di me nell'intendere che penso di vendicarmi. Calmatemi di grazia su questo punto.</p>
<p>Vi ringrazio dei documenti, e ne farò buon uso, se il diavolo non vi mette la coda.</p>
<p>Le lettere vostre indirizzatele o al Duca mio Padrone o al signor Stampa, come vi scrissi, o al sig. Carlo Morelli segretario del principe Altieri. Qualunque di questi è direzione sicura.</p>
<p>Il poemetto dedicatorio è già netto e polito. Infallibilmente ve lo trasmetterò nel prossimo sabato, raccomandandolo a <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Brina.</p>
<p>Avevo avuto quest'oggi un appuntamento in casa del senatore Angelelli per vedere il P. Pagnini, ma non ho potuto per le brighe che mi portano i giorni di posta. Saremo però commensali domenica dalla marchesa Lepri.</p>
<p>Ho scritto più a lungo di quel che credevo.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono sempre, penetrato di riconoscenza e d'affetto, il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Occorrendo vi scriverò la lettera ostensibile. Farò tutto quello che voi vorrete, giacché voi solo potete comandarmi, e lo vedrete se saprò in tutto obbedirvi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>332</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIAMBATTISTA BODONI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 3 Maggio 1788.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Eccovi il poemetto dedicatorio. Mi sono studiato di far una poesia di sapor greco. Ma <foreign lang="lat">in tenui labor</foreign>. Esaminatelo, e tutto quello che non sarà di vostro piacimento avvisatemelo, che si emenderà. Non ho taciuta nessuna delle cose storiche da voi comunicatemi. Quindi è colpa vostra se i versi sono più molti di quello che avrei desiderato. Ma un inconveniente è accaduto, e lo rimedierò facilmente nel venturo ordinario, e da un <emph>disordine</emph>, come suol dirsi, ne trarrò un ordine. Rileggendo le vostre lettere, mi sono avveduto che la dedica deve farsi alla signora marchesa Anna, non alla figlia. Il componimento mio, come vedrete, essendo narrativo non è dedicato propriamente più all'una che all'altra (e tuttavia è una continua lode di tutte due). Per giustificar però meglio il vostro pensiero farò alcuni altri pochi versi da premettersi, specificatamente diretti alla lodata signora marchesa Anna, e che faran giovamento a tutta la poesia, preparando il racconto che verrà dopo. Non vi date dunque nessuna pena su questo punto.</p>
<p>Nel momento che sto scrivendo questa lettera mi sopraggiunge il mio caro amico Biamonti. Ho deposta subito la penna per parlare di voi, a cui egli manda cento saluti, e m'affretto a dar fine per ripigliare il discorso.</p>
<p>Riflettendo a quanto risposi nel passato ordinario al P. Affò e temendo d'essermi lasciato trasportare da qualche termine un po' risentito, pregatelo di scusarmene, e di distinguere il mio risentimento contro il sig. Mazza dall'alta stima che professo al suo mediatore, alla benevolenza del quale mi raccomando.</p>
<closer>Al sig. marchese Calcagnini i miei profondi rispetti, e a voi mille saluti. Addio addio. Il vostro <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>333</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIAMBATTISTA BODONI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Maggio 1788</add>.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Vi replico una copia dell'Idillio, al quale ho fatta la mutazione che vi accennai, ed alcune altre carezze di parole qua e là, e vi dimando scusa se non l'ho mandato nel passato ordinario, come avevo promesso. Sono così scrupoloso nel limare le cose mie, che mai mi quieto, massimamente ove trattasi d'una poesia semplice e delicata. Aggiungete che ho avute delle molte faccende in conseguenza d'un piccolo incomodo di salute sofferto dal Papa. Voi sapete che un Sovrano non manda mai un sospiro, che tutta la Corte, anche gli ultimi, non si mettan sossopra. Dico tutte queste cose perché mi scusiate.</p>
<p>Aspettava che mi rispondeste qualche cosa sopra l'Idillio, che vorrei vi fosse piaciuto, e il vostro silenzio su questo mi tiene in pena.</p>
<p>Ho incominciato finalmente la mia risposta a Mazza, e scrivo di cuore. Ma quanto è brigante costui! Mi ha fatto giungere degli impegni fino da Ferrara perché non risponda e mi riconcilii con esso. Dopo la lettera che gli scrissi fin dal principio, bisogna ben esser poltrone per dimandare e cercare la mia amicizia. Anche Serassi è stato a scongiurarmi. Ma tutti indarno. Altri che voi e la morte mi potevate chiuder la bocca. Prima di dare alle stampe il mio scritto ve lo comunicherò, e mi varrò del mezzo del sig. Brina, di cui mi valgo per mandarvi la presente, e che credo sicurissimo. Ma vi prego di due righe di riscontro.</p>
<p>Il mio Biamonti vi saluta, e mi parla continuamente di voi. Desidera una copia della lettera scrittavi da Franklin, della quale vi prego permettermi farne uso sull'Antologia di Roma. Non vorrei essere indiscreto. Anche una copia delle mie rime da voi pubblicate. Non ho mai avuto coraggio di farvi questa dimanda, ed ora finalmente non posso più resistere al desiderio di vederle.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre a tutta vostra disposizione, e memore di tanti vostri benefici. <signed lang="lat">Nota Manus</signed></closer>
<ps><p>P. S. Weber ha parlato quanto basta, e Signorelli mi si è fatto spontaneamente amicone. </p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>334</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Maggio 1788</add>.</date></opener>
<p>Carissimo amico.</p>
<p>Aveva già passata nelle mani del signor Brina un'altra mia lettera, nella quale rispondo partitamente a tutti gli articoli della vostra, quando il sig. Duca mio Padrone ha voluto farsi un piacere di scrivervi egli stesso sì rapporto alle sue associazioni, che rapporto all'affare che m'avevate raccomandato, e di cui Sua Eccellenza si era sì cortesemente incaricato. Per non ripetere dalle mani del nominato sig. Brina la mia lettera, mi riporto alla medesima e a questa che qui accludo del lodato signor Duca, il quale non cede a veruno nell'amarvi, nello stimarvi e nel desiderare occasioni di farvelo conoscere.</p>
<p>Mi ripeto in fretta, col più intimo dell'anima, vostro obb.mo servitore ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>335</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 17 Maggio 1788.</date></opener>
<p>Collo scorso ordinario avrete già ricevuto una seconda copia dell'<title>Idillio</title>colle necessarie mutazioni per la dedica. Vi accennava nella lettera, che mi prevaleva del mezzo del signor Brina per mandarvi il mio piego, ma il corriere di Torino non partendo che il sabato, per non farvi vivere in aspettazione ho spedito tutto per la posta del Papa, non dubitando che possa la mia lettera andar in sinistro, tanto più che secondo la vostra istruzione non ho fatto uso del sigillo del Duca. E poi vivo nel parere che con voi si possa tener la regola di quel cinese, che da Pekino scrivendo a Newton si contentò di far la direzione in Europa, e la lettera fu recapitata puntualmente a quel filosofo. Franklin scrivendovi dall'America poteva far lo stesso con voi.</p>
<p>Per salvare la vostra delicatezza colle vostre dame parmigiane sostituirete al suo luogo i seguenti versi:</p>
<lg type="nc"><l>Fiorilla dell'italico orizzonte</l>
<l>Lucido sole, che sovente il guardo</l>
<l>Di Cesare trattenne in suo cammino,</l>
<l>Quello sguardo guerrier che su la Sava,</l>
<l>Tra la polve di Marte e le faville,</l>
<l>Or fa di Tracia impallidir la Luna.</l>
<l>Erano d'ogni cor tormento allora</l>
<l>I larghi di Fiorilla occhi sereni;</l>
<l>Ché a lei tu stesso, Amor, cedute avevi</l>
<l>Le tue saette, né s'accorser quelle</l>
<l>Del già mutato arciero: e se dai Fati,ecc., ecc..</l></lg>
<p>Ho fatt'uso dell'epiteto di <hi rend="italic">larghi</hi> che Omero adopera per Giunone, non sapendo se quello di <hi rend="italic">neri</hi> sia giusto. Voi metterete il più vero.</p>
<p>Vi accludo in corpo e in anima una lettera venutami col nome di Filippo Contucci. Il carattere è alterato, e non dubito punto che questo non sia un artificio di Omero per impaurirmi. Fateci le vostre osservazioni, e notate soprattutto l'impronta del sigillo. Io gli ho risposto, e la risposta la troverete in fondo alla lettera medesima di codesto buffone. Avete detto pur bene, che costui è un raggiratore superlativo! Ma i suoi sforzi per impedirmi di scrivere producono in me tutti un effetto contrario. Nell'entrante settimana spero di aver finito. Tenete per certo che tutto sarà condito con sale plautino e colla maggiore creanza del mondo. O l'amor proprio m'inganna, o il pubblico deve ridere sicuramente. Non darò alla luce lo scritto se prima non l'avrete letto e approvato; ma se potete, mandatemi tutte le critiche o satire, manoscritte o stampate, che costui ha vomitato contro di me e tutte ancora le sue poesie. Fatene la direzione al mio Duca, e mi giungeranno senza pericolo.</p>
<p>In quanto alle spie, ch'egli dice tenermi al fianco per essere informato de' miei pensieri, questo pure è un raggiro ridicolo per sgomentarmi. A chi m'ha interrogato su questo proposito io non ho risposto altro costantemente se non che mia ferma intenzione è di lavargli il capo, e nessuno è consapevole de'fatti miei se non che l'aria che mi circonda. Tutte le sue millanterie non sono che congetture. Egli non ha altro corrispondente che Pizzi, e questi credo che ora abbia interrotta la corrispondenza con esso perché muore di paura che io lo nomini e lo frusti nella mia risposta, come realmente l'ho minacciato di fare.</p>
<p>Dal comico passiamo al serio. Non si ritarderà molto, cred'io, l'elezione dell'Arcivescovo di Parma. Qualunque debba essere il soggetto, egli non può far a meno di un agente in Roma. Ho un amico a cui mi preme di far del bene, e si chiama il sig. abate Paolo Ferretti, onestissima, costumatissima e civilissima persona. Il mio Biamonti, che frequenta tutte le sere la casa di questo comune amico, ha scritto una calda raccomandazione per esso alla signora contessa Rossane della Somaglia perché ne prevenga efficacemente il cognato, e, bisognando, la stessa Infanta. Aggiungeteci voi due parole, se vi capita l'occasione, o, se la vostra delicatezza non lo permette, additatemi le vie per riuscire nell'intento mio. Non è la sola amicizia che mi move a interessarmi per questo giovane, ma anche la mia riconoscenza. Se voi però non potete intrigarvene, sarò subito persuaso che non sarà difetto di vostra volontà.</p>
<closer>Ma io vi rubo il tempo, e non voglio noiarvi più lungamente. Vi fo i saluti di Biamonti (che forse non perderemo sì presto), e, pieno sempre di vera amicizia e gratitudine, mi confermo tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>336</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, .</date></opener>
<p>A. C. Card..</p>
<p>Finalmente rivive il nostro carteggio. Io non sapea nulla della vostra emigrazione da Valentano, e mi stupiva del vostro silenzio sull'ultima mia, come voi vi sarete stupito del mio sull'ultima vostra. Io però, se non risposi, non tralasciai per questo di fare a Bartolucci la vostra ambasciata; ed egli mi rispose, che avea già raccomandato il vostro affare a monsignor Alliata.</p>
<p>Mi tormentano ancora per l'esame del <title>Manfredi</title>. Io non ho né tempo né pazienza per farlo, né ho il coraggio di consigliar voi ad essere il Longino o l'Aristarco di questa tragedia.</p>
<p>Ho una gran voglia di mandarvi qualche pezzo del mio <title>Gracco</title>, e forse lo farò nello spedirvi le due copie del <title>Manfredi</title>, che recapiterò secondo la vostra direzione. Ma voi non avete voi nulla da contraccambiarvi? Qual profitto traete voi dunque dalla vostra solitudine?</p>
<closer>Se vi dimenticate delle Muse, almeno ricordatevi del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>337</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 18 Giugno 1788.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi accludo una lettera del sig. Passega a monsignor Commissario della Camera, dalla quale apparisce che sia quasi stata colpa vostra, se ancora non si è ultimato l'affare tra il mio Padrone e la signora marchesa Sacrati.</p>
<p>La qual cosa non combina con quello che una volta mi scriveste. Desidero una risposta che purifichi la vostra diligenza.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>338</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Giugno <add resp="ed">1788</add>.</date></opener>
<p>Amico.</p>
<p>Un maledetto legator di libri mi ha fatto stentar tanto la miserabile legatura dei due esemplari che v'ho promesso delle mie tragedie, che a ragione voi avete dovuto sospettare della mia diligenza. Ora sono nelle mani del P. Puletti e voi mi avviserete se ve li abbia mandati.</p>
<p>Vedrete un'altra volta l'ugna di C. Gracco, giacché finora non ho avuta la sofferenza né il tempo di copiar un verso.</p>
<p>Biamonti fa strepito, e supera, anche nel tragico, l'opinione che di lui aveva ispirato, non però mai la mia aspettazione, perché lo credo maggior di tutti; e se ora non lo è, lo sarà fra qualche anno.</p>
<closer>Addio, scrivetemi. Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>339</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 25 Giugno <add resp="ed">1788</add>.</date></opener>
<p>Vi ringrazio delle otto doppie; ma mi affligge l'incomodo della madre. Se mai costì vi mancasse della buona china, avvisatemelo, perché io ve ne manderò della schietta e della più potente che mai vi sia.</p>
<p>Mi dite che costà si era sparso che io era fuori di Roma, e dovevate dire ch'io era in Castello. Questa voce ha avuto piede in Roma stessa per più giorni, nei quali io dimorava in Frascati per mio diporto. Ma se darete mente a queste spiritose invenzioni, tropp'altre volte mi sentirete in Castello. Vi sia però detto una volta per sempre, che questo può darsi, perché ho il merito raro d'aver grandi nemici; ma sappiate però che ho in culo tutti, e che nel caso di una soverchieria saprei purgarmi e vendicarmi; e la mia vendetta sarebbe degna d'un uomo d'onore e di religione.</p>
<closer>Salutate la madre, ed amatemi, ché sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>340</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Luglio 1788.</date></opener>
<p>Ho ricevuto li scudi 80 e ve ne ringrazio. Disponete del residuo della corrisposta di quest'anno, come vi piace, e degli alberi, che volete atterrare, per il pagamento del podere Buzzi.</p>
<p>Il raccolto romano non è tanto infelice. Il mio Padrone alle Paludi ha fatto otto mila circa rubbia di grano in ragione di un dieci.</p>
<p>Rapporto a Mami, ho già pensato di servirmi delle vie giudiciarie.</p>
<closer>Salutate la madre e amatemi, ché sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>341</head>
<opener><salute>Al Dott. ANTONIO FRIZZI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Agosto 1788.</date></opener>
<p>Sig. Dottore mio gentilissimo.</p>
<p>L'Ab. Pierantonio Serassi vi deve esser noto. Egli sta compilando una storia ben ragionata della Vita di Torquato Tasso, e trovasi già a buon termine la sua fatica. Gli manca però qualche piccola notizia, e per ottenerla manda per mezzo mio a Voi queste memorie che vi accludo, a Voi che io ed egli stimiamo come il più abile in tutta Ferrara a dare informazione di quanto si cerca. Potrete indirizzare al medesimo Sig. Ab. Serassi i lumi che gli potrete indirizzare su questo affare facendo la direzione della lettera al Collegio di Propaganda. Così siamo rimasti d'accordo.</p>
<p>Continuatemi l'amor Vostro, e senza complimenti prevaletevi del diritto che avete di sperimentarmi vostro affezionatissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>342</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Dai Bagni di Nocera, 3 Agosto 1788.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>Ponete mente alla data di questa lettera. Io mi trovo qui fino dallo scorso venerdì, e qui mi bagno un poco, mi annoio moltissimo, e niente scrivo fuorché lettere per il Padrone, in compagnia del quale sono venuto. Tutto il mio piacere consiste in guardar il sole quando tramonta, e alzarmi di buon'ora per assistere alla sua nascita e veder le rondini che cantano il suo ritorno, e i contadini che vanno al lavoro e le pecore che si arrampicano sopra queste montagne, e tutta la natura rallegrarsi, e dall'altare della terra mandar in alto dei profumi verso il sole per ringraziarlo, e celebrare la sua ascensione, e rinfrescarlo nel suo viaggio. Ma questo diletto è ben momentaneo, come lo sono tutti i grandi piaceri. Io non ho che un sottile involucro di pelle che mi difenda dalla sferza del sole. Bisogna dunque ritirarsi all'ombra; e poi, stordito dal canto delle cicale, che sono gli Arcadi di questi monti, tornare a casa, e passeggiar sotto il portico, far la rassegna di cento pensieri, e cacciarli tutti, perché tutti confusi ed inutili. Spero però di guadagnarne qualcuno dei buoni prima di partire. Ho portato meco il <title>Gracco</title>, e qualche cosa travaglieremo. Intanto eccovi tre sonetti scritti sul vero, e fatti per rabbia alcuni giorni prima di partire da Roma. Ho voluto alquanto petrarcheggiare, ma a modo mio. Leggeteli, e se vi piacciono, ne farò conto.</p>
<p>Non rispondo alla questione, se più mi piaccia l'<title>Aristodemo</title>, o il <title>Manfredi</title>, perché sono due tragedie di natura diversa. La scelta dipende dal gusto particolare di ciascheduno, e la più bella sarà quella che dispiace a minor numero di persone. Ricordatevi del <quote lang="lat">tres mihi convivæ</quote> d'Orazio. Vi so dire per altro che le nostre maniere di pensare, la vostra e la mia, consuonano tra di loro. Parlando del <title>Manfredi</title>, nessuno riflette che <foreign lang="lat">in tenui labor</foreign>. Tutti vorrebbero sicuramente aver fatta l'Eneide piuttosto che la Bucolica: eppure il suo autore aveva ordinato che si bruciasse la prima, e si contentava di passar ai posteri colla seconda. L'occhio di chi scrive è ben differente dall'occhio di chi giudica. Uno non vede che la superficie, e l'altro ha presente ogni minima parte più occulta della sua opera, e ne conosce meglio l'armonia, il magistero e l'intelligenza. Uno insomma ha l'occhio della creatura, e l'altro del creatore. Volete finalmente il mio parere? Lodatemi nell'<title>Aristodemo</title>, ma cercatemi nel <title>Manfredi</title>.</p>
<p>Addio mille volte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>343</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 31 Agosto 1788.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>La vostra lettera, dopo aver fatto il giro delle poste di Roma, mi ritrova finalmente in Cesena sul momento medesimo che sto per partire di nuovo per Roma. Da tutto questo arguirete, che non è vero altrimenti quello che costì si è sparso rapporto alla mia salute, che, lode a Dio, non potrebbe esser migliore.</p>
<p>Avevo intenzione di venire improvvisamente ad abbracciarvi, ma il tempo è mancato. Lo fo dunque per lettera, e vi prego di salutare caramente la madre, e assicurarla del mio ottimo stato. Desidero di sentire migliori nuove di lei, e voi datemele in Roma ove saremo giovedì sera prossimo.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi sempre vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>344</head>
<opener><salute>Al sig. ab. TURCHI, gov. di Gatteo — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 31 Agosto 1788.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Il sig. Duca è contento che codesto piazzaro si costituisca in carcere, ove potete però trattenerlo una settimana e con qualche rigore. Da costoro bisogna prender quella soddisfazione che si può.</p>
<p>Vi scrivo in grandissima fretta, perché questa notte partiamo. Forse avrete occasione d'abboccarvi col sig. Bartolini ispettore generale di S. E. Da esso sentirete di più, e i ringraziamenti del Padrone per le premure che vi siete dato di servirlo. Vorrei io servir voi nelle occorrenze.</p>
<closer>Procuratemene le occasioni, e sperimentate il sincero e sommo affetto del vostro aff.mo amico e servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La moglie del piazzaro ha avuta una terribile strapazzata da S. E.. Un'altra potrete ripetergliela voi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>345</head>
<opener><salute>Alla signora CESIRA GARDOSI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, li 27 Settembre 1788.</date></opener>
<p>Valorosa signora Gardosi.</p>
<p>Una notizia che ricevo da Parma mi somministra l'occasione di soddisfare ad un antico mio desiderio, che era di scrivervi, amabile e valorosa signora Gardosi, non ad altro fine che di ringraziar voi ed il sig. Merli e tutta la brava sua Compagnia dell'impegno con cui sopra tutti i teatri di Lombardia avete promosso ed abbellito il mio <title>Aristodemo</title>. Intendo adesso che abbiate in animo di esporre sopra codesto teatro anche il <title>Manfredi</title> e che voi principalmente siate premurosissima del buon esito di questa rappresentazione. Se v'ha tragedia che abbia bisogno del soccorso dei comici per sostenersi, questa è certamente il <title>Manfredi</title>. La tenuità del soggetto e dei personaggi, l'ardimento, novità e capriccio di stile con cui è scritta, la libertà del carattere di Zambrino, carattere sommamente pericoloso e che esige molto artificio e moltissima meditazione e circospezione, e finalmente alcune languide situazioni, nelle quali apparendo visibilmente stanco il poeta, forza è che si stanchi ancora l'attenzione dello spettatore, sono tutte riflessioni che ragionevolmente possono far temere della caduta di questa che chiamerò bastarda tragedia. È ben vero che in Roma essa fu fortunata forse anche più dell'<title>Aristodemo</title>, ma in Roma tutti raffiguravano l'originale di Zambrino e d'Ubaldo, e fu per vendicarmi di questo Zambrino che io produssi in teatro questa opera, la quale non ha forse altro merito, che quello di contenere la vera e viva pittura d'un celebre mascalzone. Ma fuori di Roma questo merito è affatto perduto. Nulla di meno io confido moltissimo nel di lei raro valore, e in quello del sig. Merli e di tutta la scelta sua Compagnia, a cui caldamente la raccomando.</p>
<p>I miei versi in bocca di una attrice così interessante e graziosa riceveranno una nuova vita, ed io farò intanto le mie tacite supplicazioni a Sant'Apollo e Santa Melpomene perché favorisca l'impresa. Così potessi farle ad Amore! Ma quest'ufficio non è per uno che vi sta lontano trecentocinquanta miglia. Ma io mi abuso della vostra sofferenza e il piacere d'intrattenermi con una sì cara persona mi fa dimenticare la discrezione.</p>
<closer>Non v'adirate ché ho finito, e permettetemi una sola preghiera, che è di comandarmi senza riguardi e di sperimentare la mia riconoscenza e la sincera stima ed amicizia con cui mi protesto a tutte riprove vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Con questa lettera riceverete un esemplare del <title>Manfredi</title> coll'aggiunta a penna di alcuni versi che per prudenza furono omessi nell'edizione romana. Amerei che la recita fosse regolata sopra questo esemplare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>346</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Gennaio 1789.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Per quest'anno il <title>Caio Gracco</title> se ne starà modesto in casa, e non andrà ad affrontar i pericoli delle scene, che nell'anno venturo. Molte ragioni han fatto accader questo, e la principale si è quella che non è finito. Ma perché questa lentezza? Perché ho perduto il tempo nel far una commedia. Già vi veggo curioso di saperne il soggetto. Ma soffrite che per ora io lo taccia. A suo tempo sarete il primo a saperlo. Ho desiderato più d'una volta d'avervi al fianco. I vostri consigli, i vostri lumi mi avrebbono giovato assaissimo. Voi mi avreste suggerito de' bei sentimenti, e la mia bile gli avrebbe coloriti e vestiti, e resi degni del pubblico. In Roma si è penetrato questo mio nuovo lavoro, e si vive in molta curiosità, e la curiosità suscita delle conghietture, e le conghietture si fan sospetti di satira; satira al governo, satira ai poeti, satira ai santi, e satira al diavolo che gl'incorni e se li porti a casa sua. Che cosa dunque sarà mai questa? Nient'altro che la pittura di dieci o dodici, parte galantuomini, e parte bricconi, vissuti al tempo d'Augusto, e trasmigrati in altrettanti corpi moderni per virtù d'una poetica metempsicosi. E per ora vi basti così, mio caro amico.</p>
<closer>Mi lagno di voi che mi scrivete sì rare volte. Questo non va bene, e dovete essere più liberale, se volete consolare e rallegrar l'animo del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>347</head>
<opener><salute>A LUIGI SERIO Poeta di S. M. il Re di Sicilia —Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Febbraio 1789.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sempre è vero che i sommi ingegni sono pieni di gentilezza. Voi, appena arrivato in Napoli, vi siete ricordato di me (e dovevate dimenticarvene appena uscito di Roma). Poi vi siete degnato di scrivermi, distinguendomi col nome di vostro amico in termini così cortesi, che io non so abbastanza né ringraziarvi, né esprimervi la mia compiacenza. Di più, e questo vuolsi valutare prima d'ogni altra cosa, mi prometteste le vostre riflessioni sopra le mie tragedie. Non le reputo degne sicuramente di quest'onore: ma se voi vi siete ingannato nel crederle meritevoli di qualche vostro pensiero, a me non torna conto il disingannarvi, e perciò istantemente vi prego di giudicarmi, correggermi e illuminarmi. Per questa via principalmente mi convincerete della vostra amicizia, facendomene sentire il profitto, ed escludendo affatto i riguardi, che tutto guastano.</p>
<p>Vi sarò molto obbligato se farete gradire i miei complimenti al sig. Signorelli, e lo assicurerete della stima altissima, che gli professo: non dico amicizia, perché il mio ardire non giunge a tanto, né io debbo pretendere, che tutti siano meco generosi come voi.</p>
<p>Anche al vostro compagno di viaggio cento saluti, portandone io altrettanti a voi di Sparziani e Biamonti e di tutta la compagnia di Mons. Tesoriere, cominciando da Monsignore medesimo, e dalla Marchesa Lepri. Tutti noi ricordiamo con piacere e con gioia la vostra psiche metafisica e i vostri amori socratici (intendiamoci) e tutti i bei versi co' quali ci riempiste di meraviglia, e subito ne spariste dagli occhi come una meteora. Non siete però sparito dall'animo mio, e vi resterete finché durerà in esso la mia stima ed amicizia verso di voi, vale a dire per sempre.</p>
<closer>Sono dunque immutabilmente il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>348</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Febbraio 1789.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ho ricevuta dal sig. Mambelli di Ravenna la cambiale di scudi 80 e ve ne ringrazio.</p>
<p>Ancora non è tempo che l'ab. Mami mi renda conto delle sue porcherie. Ma egli è vicino alla sua caduta, e allora gli farò scontar tutto. Intanto pagate ancora per questa volta i noti frutti per lui.</p>
<p>Vi trasmetto una promemoria originale del Padre Urbini, che mi ha servito per rispondere questa sera alla sorella del Duca mio Padrone, la quale ha fatte delle pressanti istanze in favore dell'offerta de' signori Lupi e compagni. Non avendo potuto il detto Urbini portarsi in persona dal Duca perché sta incomodato, ha messo in iscritto i suoi sentimenti, che vi trasmetto originalmente. Del resto vi soggiungo che la detta offerta finora è la più considerata.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>349</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 20 Novembre 1789.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi do una nuova che non vi farà dispiacere. Il P. Urbini, d'accordo colla Compagnia Iussi, per levar di mano al P. Castelli gli affitti del Passetto e Savarna da lui ottenuti per sorpresa ed inganno, ha ottenuto dal Papa la grazia di rescindere affatto il contratto colla detta Compagnia, e di convertirlo in un'enfiteusi di ventinove anni, coll'aumento di millesettecento scudi l'anno e con parecchi altri patti dalla Compagnia accettati e sottoscritti. In questo nuovo contratto egli non s'è dimenticato di voi <quote>e si è riserbato che l'affitto di Corbalestro</quote>, se così vi piace, <quote>resti intatto nella vostra persona, e che volendo voi pure venire ad una subenfiteusi delli 29 anni, dobbiate voi pure accrescere la corrisposta secondo che sarà convenevole e giusto. Toccherà dunque a voi il risolvere se vogliate ritenere codesto affitto per i vegnenti nove anni alle condizioni già scritte nell'istrumento che avete fatto con essi, o se vogliate appigliarvi al secondo partito. Voi mi avviserete del vostro sentimento. Intanto non fate parola con veruno di quanto vi scrivo, perché ancora non è spedito il chirografo e si vuol farlo cadere all'improvviso per minchionare Castelli</quote>.</p>
<p>Non v'ho scritto più altro, rapporto al mio censo passivo con Zampighi. In tutte le maniere vorrei estinguerlo. Ditemi se volete. In caso diverso, mandatemi il denaro che rimane per compimento della corrisposta di quest'anno.</p>
<closer>Abbracciate la madre, e amatemi, ché sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>350</head>
<opener><salute>Ai sig.ri GONFALONIERE E PRIORI di Osimo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Gennaio 1790.</date></opener>
<p>Di commissione delle SS. VV. Ill.me questo sig. avvocato Bellini mi ha consegnata una cedola di venti scudi. Questa dimostrazione della loro liberalità e bontà tanto maggiormente mi riempie di confusione, quanto meno conosco di meritarla. Vorrei poterle degnamente ringraziare, e spiacemi che neppur questo so fare in un modo degno della loro generosità e della mia gratitudine.</p>
<p>Invece adunque d'un ringraziamento farò alle SS. VV. Ill.me una preghiera, ed è questa che si compiacciano onorarmi de' loro comandi, i quali tanto più facile mi sarà l'eseguire, quanto che il mio desiderio corrisponde perfettamente ai sentimenti di S. E. il sig. Duca Braschi, alla di cui lettera mi rimetto.</p>
<p>Non risparmino adunque la mia riconoscenza, che desidera di manifestarsi e che tutta è uniforme alla perfetta stima ed ossequio con cui mi rassegno umilissimo, devotissimo ed obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>351</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add>, 13 Febbraio 1790.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Riceverete una lettera del P. Urbini, alla quale non ho che aggiungere se non che riflettiate una volta che il litigare e controvertere anche le più piccole cose, e il diffidare di tutto, e su tutto trovar che dire, e sempre lagnarsi, è la maniera di non far mai bene i propri interessi, e di venir a tutti in fastidio. Se i Bolognesi arrivano a persuadersi che voi e il fratello siete tanto tignosi (perdonatemi se mi servo di questo termine), essi non vorranno aver più che fare con voi e si guarderanno dal far più contratti. Siate dunque più ragionevole e rispondete sensatamente al P. Urbini, il quale sarebbe andato in collera fortemente con voi, come vi è andato il P. Cardoni, se non l'avesse trattenuto un riguardo d'amicizia per me.</p>
<closer>State sano. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>352</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Marzo 1790.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Io non ho altro sdegno con voi, se non che questo, che una sola volta l'anno mi scrivete. Ho fatto bene a non rispondere alla vostra prima, perché il mio silenzio me ne ha fruttato una seconda. Ma non è cosa da ridere che io, di colpevole che sono, mi faccia accusatore? Lasciando le burle, vi prego di scusarmi se non sono stato sollecito nel rispondervi. Un poco di studio, un poco d'amore, un altro poco d'occupazione, e moltissimo di poltroneria mi hanno per cinque e sei volte tolta di mano la penna, e il buon desiderio dall'animo. Non m'interrogate sull'articolo della poesia. Io ho cominciate e abbruciate, e tutto giorno comincio e abbrucio tante cose, e di tante m'invoglio, e poi m'annoio, che non so più cosa dirvi, né che mandarvi, né che promettervi. Io credo che, se non vi risolvete di venire a strapazzarmi in persona, nulla per ora otterrete con tutte le vostre dolci e melate preghiere. Datemi questa consolazione, e conducete con voi l'ombra di Properzio, che saluterete da parte mia, se mai l'incontrate qualche sera vagabonda fra codeste boscaglie quando il sole tramonta.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>353</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Aprile 1790.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Il P. Urbini è in Romagna. Sarebbe bene che o voi, o il fratello vi procuraste un abboccamento con esso. Gioverà più un quarto d'ora di parole insieme, che cento lettere.</p>
<p>Mi era già noto che il Morigi e compagni si erano rifugiati in Fusignano. L'ordine di carcerarli è emanato immediatamente dall'oracolo di N.ro Signore, il quale non solamente ne ha fatto dar l'ordine per la Segreteria di Stato, ma volle egli stesso far la minuta della lettera, cosa che non ha esempio. Onde potete credere che l'affare è serio.</p>
<closer>Vi abbraccio e state sano. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Se avete un poco di denaro da mandarmi lo gradirò.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>354</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Maggio 1790.</date></opener>
<p>Sono due mesi che il Conte Pepoli mi fa tormentare per un sonetto in morte della sua amica, e son due mesi che gli fo costantemente rispondere di non poterlo servire. Ultimamente mi ha scritto egli stesso da Parma, e mi dice essere pur vostro desiderio che io gli mandi una volta questo sonetto. Se così è, egli ha trovata la maniera di farsi ubbidire. Quello che ho negato a lui, essendo sano di corpo e di mente, non so, né posso, né debbo negarlo a voi in uno stato di salute così rovinato, che fo compassione. Son venti giorni che mi trovo in letto, martire d'una fiera flussione di capo, che mi ha tolto affatto l'udito, e che ancora non ho potuto domare né con dieta, né con sanguigne, né con vescicanti, due de' quali, nel momento che scrivo, ho attaccati alle braccia, e un terzo al collo: e dubito di dovermene mettere un altro al petto per salvarlo dalla tosse, che me l'ha malamente investito. Ecco lo stato in cui v'ho ubbidito; e l'avrei fatto, potendo, anche coll'olio santo sullo stomaco.</p>
<p>Non ho testa né forza per iscriver più oltre. Comandatemi, ché n'avete un sacro ed eterno diritto, e permettetemi d'abbracciarvi e di ripetermi immutabilmente vostro vero servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>355</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Maggio 1790.</date></opener>
<p>Nel passato ordinario vi mandai un sonetto per la raccolta del Conte Pepoli. Oggi ve ne mando un altro che legasi bene col primo, ed è men cattivo. Ho fatto anche questo, non tanto per chetare la fantasia, che erasi un poco riscaldata, quanto per darvi un maggior contrassegno della mia obbedienza ai vostri comandi, dopo di essermi mostrato, come v'ho già scritto, così risoluto a non fare versi, fintantoché il detto cavaliere non ha impiegate che le sue premure, le quali sarebbero state sempre buttate, se non vi concorreva il vostro desiderio.</p>
<p>Io sto assai meglio. I vescicanti hanno operato a maraviglia; di modo che penso di portarne sempre uno al braccio ad esempio de' Napoletani. Solamente m'è rimasto un poco di tumulto all'orecchio, che ancora non fa bene le sue funzioni. Ma la testa è bastantemente libera per tollerare l'applicazione. Onde se altro vi occorre per la vostra raccolta, o per l'<hi rend="italic">acclamazione in Arcadia del vostro Real Duca</hi> (per la quale l'abate Pizzi non mi ha fatta parola, e non v'impiega che le penne più meschine di Roma, più meschine ancor della mia), voi non dovete che darmene un cenno, ed io a questo sagrificherò tutti i <emph>riguardi</emph>, che, senza i vostri ordini, mi costringeranno a tacere sopra questo importante e per me interessante argomento.</p>
<p>Permettetemi di abbracciarvi di nuovo, e di ripetermi eternamente vostro vero servitore obbligatissimo ed affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>356</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Giugno 1790.</date></opener>
<p>Solo coll'ultimo ordinario ho ricevuta la vostra lettera. Leggete questa che vi accludo, e poi ditemi se è possibile che io possa servirvi circa a quanto mi scrivete. Avrei potuto prescindere da questo autentico documento, e voi avreste dovuto prestarmi fede, perché io non sono mai comparso bugiardo. Ma perché mi preme che la mia fede sia presso di voi pura ed irreprensibile, così ho stimato bene il convincervi nel modo che fo. Forse così facendo commetto un errore in officio, ma non importa se l'acclusa verrà ritardata un ordinario di più. Basta che subito letta la torniate a chiudere politamente, e la mandiate al suo destino.</p>
<p>Mi scriveste una volta che vi trovassi in Roma un impiego. Non so se il mestiere di segretario, che di tutti i mestieri è il più doloroso, o quello di gentiluomo, che è il più vergognoso, vi possa aggradire. Se il primo, una buona occasione vi sarebbe pronta, sebbene io poco ne profitterei, perché sareste in breve costretto a passare in Sicilia. Se poi il secondo, io m'adoprerò efficacemente per contentarvi. In tutte le maniere ch'io potessi avervi in Roma compagno de' miei studi, sarei contento. Venite almeno ad abbracciarmi una volta l'anno, giacché non poss'io far questo con voi. Io non ho che un solo letto, come Anacreonte. Ma egli ne serbava la metà per la bella libertà, ed io la serbo per la bella amicizia.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>357</head>
<opener><salute>All'ab. <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 15 Settembre 1790.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Il chirografo delle Tratte non è uscito ancora in quest'anno, e si teme che non uscirà a motivo delle critiche circostanze, in cui pare che tutto il mondo si trovi. In caso diverso però avrò memoria di quanto mi scrivete per il Lanconelli, e procurerò di servirlo.</p>
<p>Non sono solito di scrivervi mai le nuove di Roma; questa volta però ve ne voglio dare una che non è piccola, ed è che il Principe Chigi, che è uno dei più rispettabili fra i principi romani, aveva procurato di far propinare il veleno al cardinal Carandini. Si è scoperto quest'attentato per mezzo d'un penitente, che doveva esser uno dei due avvelenatori a ciò destinato. I complici sono stati arrestati, il Principe si è involato da Roma, e il Sovrano ha avocato a sé tutta la causa, la quale probabilmente per la potenza del reo andrà a coprirsi di un eterno silenzio.</p>
<closer>Salutatemi caramente la madre e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>358</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Ottobre 1790.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Nell'informazione trasmessa in Roma dal Legato di Romagna rapporto ai grani, trentamila rubbia si è scritto che soprabbondano in quella provincia. Quindici mila ne sono state subito arrestate per l'Annona di Roma. Le altre quindici mila si esauriranno in Tratte privilegiate, le quali ancora non sono state segnate, e se qualche migliaio ne sopravvanzerà, questo verrà ripartito unicamente fra i possidenti particolari e questi assai pochi. In quanto agli incettatori, su questi il Papa si è apertamente spiegato, esser sua mente che non si conceda loro per qual si sia titolo neppur un rubbio di Tratta. Onde i medesimi volendo esitare i generi acquistati, non hanno altro modo di farlo che il comprare le Tratte privilegiate. Per la qual cosa, se il sig. Gregorio Boni è possidente e sopra le sue possidenze ha realmente acquistato le mille cinquecento rubbia di grano, di cui l'E. V. mi scrive, si potrà fare un tentativo, qualora il medesimo possa compromettersi dell'informazione favorevole del Legato. Se poi il grano è incettato, è vano il pensarvi. Ecco la schietta e sincera risposta, che ho l'onor di dare alla veneratissima di V. E. cui desidero riveder presto in Roma, in questa città piena del suo nome e giusta estimatrice dei sommi ingegni.</p>
<closer>Mi onori de' suoi comandi, e sperimenti con questi il vero rispetto con cui mi rassegno di V. E. <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>359</head>
<opener><salute>A Don<add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Ottobre 1790.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi prego di non far cattiva accoglienza a questa lettera, ma di riceverla anzi benignamente perché contiene una dimanda di denaro, e non son io veramente che ve li chieggo, ma il mio stampatore, il quale vuol essere pagato di due libri che ormai ha finito di stamparmi, e sono la traduzione d'Omero. Fuori di burla: mandatemi tutto quello che potete, perché diversamente non fo buona figura, né adempio il dovere di galantuomo. Come uomo sepolto negli affari di campagna, so che voi non vi curate di leggere le opere mie. Ma se mai foste tentato di vedere in che spendo le ore di ozio, che non sono molte, scrivetemelo, e ditemi a chi debbo dirigervi le stampe che manderò.</p>
<closer>Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>360</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Aprile 1791.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>La presente non servirà che a giustificarmi del rimprovero che mi fate d'aver io usato del mistero co' miei fratelli sull'articolo del mio matrimonio. V'ho già scritto altra volta che il sig. Duca mio Padrone era decisamente contrario da principio a questa mia risoluzione, e ch'io non potevo pubblicare come cosa certa questo mio matrimonio se prima non ottenevo l'assenso di Sua Eccellenza, potendo darsi il caso che in un modo o nell'altro egli mi avesse distolto da questa idea. Nel conflitto di questi sentimenti il pubblico è venuto in chiaro de' fatti miei, e la nuova essendosi sparsa in tutta Roma e fuori di Roma, è arrivata anche al vostro orecchio, ma s'ignorava però il pericolo ch'io correva di dover troncare l'impegno contratto, e quando io sono stato assicurato del consenso del sig. Duca, allora io ve l'ho scritto. È vero che al fratello non ne ho dato l'avviso, ma primieramente io mi figurava che l'avreste fatto voi stesso, in secondo luogo io provava del rincrescimento in dargli una nuova che forse può dispiacergli; e questo non è contrassegno di poco amore, ma anzi del contrario. Dio volesse che per quietarmi una volta e rimediare solidamente agli errori della gioventù, avessi potuto fare diversamente. Ma le mie circostanze erano tali, che per non vivere infelice tutto il rimanente della mia vita, non mi restava altro onesto partito. Dovendo portare una croce ho riflettuto esser meglio portar quella di Cristo, che quella del Diavolo. Ma se Dio non inganna allorché dice: <quote lang="lat">beatus qui invenit mulierem bonam</quote>, v'assicuro ch'io ho finito d'essere afflitto. Vi ripeto che la giovine è tutto quello di buono e di ottimo che mai può darsi, e se costà, come scrivete, altri ne pensa bene ed altri male, in Roma, che è il luogo ove tutti possono giudicar rettamente, tutti m'invidiano e tutti mi lodano, fuorché i nemici. Onde su questo punto siate persuaso che vostro fratello ha scelto da gran savio, e questa sicuramente è la miglior risoluzione che mai mi sia passata per il capo. Desidero che la madre sia informata di quanto vi scrivo, e che le dimandiate per me e per mia moglie, che ancor non è tale, la sua benedizione.</p>
<p>Aspetto un poco di denaro, come v'ho scritto, e l'aspetto più presto che potete, avendone assai di bisogno.</p>
<p>La vostra futura cognata intanto vi saluta, e celebrate che saranno le nostre nozze (il che si farà verso la metà dell'entrante, e senza strepito <foreign lang="lat">more pauperum</foreign>), la medesima vi scriverà, e vi manderà qualche incisione, lavoro delle sue mani, e di cui voi vi farete un anello o un sigillo per sigillar le lettere.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>361</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 4 Maggio 1791.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho ricevuto le num. 25 doppie trasmessemi, e ve ne ringrazio quanto so e posso, attendendo il ragguaglio de'nostri conti per poter camminar in corrente colla mia economia, alla quale pur troppo è vero che dovevo pensare molto prima. Ma <foreign lang="lat">delicta juventutis meæ, et ignorantias meas ne memineris</foreign>, e ringraziate il Signore che l'educazione cristiana ricevuta dal nostro povero buon padre non mi si è mai svelta dal core, e mi ha finalmente condotto ad una savia resipiscenza. Siatene certo, e assicuratene la madre, perché si consoli.</p>
<p>Urbini è a Bologna, e gli scrivo questa sera.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Forse domenica mattina celebrerò le mie nozze prima di giorno, perché nessuno sappia i miei fatti, e dopo restituirò la giovane in sua casa per qualche giorno, come se niente fosse accaduto, e ciò per evitare le ciarle, giacché ora qui d'altro non si parla che del mio matrimonio. Teresina vi saluta caramente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>362</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Luglio 1791</add>.</date></opener>
<p>Mi avete rattristato colle nuove del fratello Francesco. Io spero che le forze del suo temperamento, aiutate dal riposo e da una buona cura, lo rimetteranno in perfetta salute; ma non vorrei che la sua malattia avesse attaccato più che il corpo lo spirito. Voi sollevatelo, assistetelo, aiutatelo, e fate che i suoi figli siano vostri.</p>
<p>Io sono l'uomo più contento, e più felice e tranquillo di questo mondo, e spero di esserlo, per quanto si può esserlo in questo mondo, in tutto il resto della mia vita. Mi mancava di ricuperare la grazia del Papa, e questa mi è stata ridonata dalla sua clemenza con un'usura che in seguito si vedrà.</p>
<p>I miei assegnamenti residuali mandatemeli a tutto luglio, e mandatemeli subito, se potete. Salutate la madre, e ditele che capisco di essere affatto da lei dimenticato, perché in occasione del matrimonio d'un suo figlio non ha mandato a regalar alla nuora neppur la tela da farsi un lenzuolo.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>363</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">circa il 20 Agosto 1791</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ritornato da Nemi trovo in Roma la vostra carissima, e alla posta de' franchi li 25 giliati che m'avete spediti e de' quali vi ringrazio, specialmente delli dieci di più, che sono tutto vostro dono. Vi prego di mandarmi in seguito mensualmente il mio assegnamento, e alla fine del mese attenderò di nuovo che mi favoriate per la sola piccola somma che mi si dovrà.</p>
<p>Mi rimproverate di non aver scritto al fratello da un anno a questa parte. Vi dirò ch'egli ha fatto altrettanto con me, e che non m'ha poi scritto in passato se non quando ne ha avuto di bisogno, ed io gli ho allora sempre risposto, l'ho sempre servito, né credo d'avergli mai fatto alcun danno. Se non gli ho scritta la nuova del mio matrimonio, l'ho fatto per non dargli io stesso una nuova che doveva per ogni ragione amareggiarlo, e volevo che piuttosto la sapesse da voi. Questa delicatezza verso un fratello non è certamente un effetto di odio, come non lo è certo tutta la briga che più d'una volta mi sono data per i suoi interessi. Rileggete dopo tutto questo il paragrafo dell'ultima mia in cui ve lo raccomando, e notate i termini in cui ve lo raccomando, e poi decidete de' miei sentimenti.</p>
<p>In quanto a' miei errori passati, quando me ne ricordo io, potete far di meno di ricordarvene voi. Io non leggo tutte le mattine, come voi, il Vangelo; nulladimeno so che Cristo dice apertamente esser più vicino alla virtù quello che si ravvede de' suoi mancamenti, che quello che mai non ne ha commesso di sorta alcuna. Se volete adunque farmi delle prediche per l'avvenire, conditele con un po' più di dolcezza, e non mi parlate per carità il linguaggio de' miei stessi nemici, i quali, oltraggiandomi co' loro sospetti, vanno appunto declamando quello che mi declamate voi: <foreign lang="lat">non qui inceperit, sed qui perseveraverit ecc.</foreign>.</p>
<closer>Salutatemi la madre e dimandatele per me la sua benedizione. Io poi vi abbraccio di cuore e sono sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Ora sono in caso di potervi meglio servire rapporto alle Tratte. Scrivetemi dunque subito di quante rubbia, a un dipresso, le vorreste.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>364</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Novembre 1791.</date></opener>
<p>Dall'accluso pezzo di carta rileverete chi di noi sia questa volta l'astratto. Le mie astrazioni sui miei interessi finirono alli sei di luglio, giorno in cui presi moglie. Torno dunque a farvi la mia richiesta per il Padre Cardoni, e alla fine del corrente mi permetterete di replicarla.</p>
<p>Che serve scriver tante cose inutili sulle Tratte, delle quali non è ancora uscito il chirografo? A suo tempo manterrò quello che ho promesso. Voi non avete che una cosa da pensare, ed io ne ho cento tutte diverse, e senza costrutto, perché porto la soma altrui, oltre la mia. Quindi mi bisogna molt'ozio per iscrivere senza necessità.</p>
<closer>Abbracciate per me la madre, e credetemi meno astratto, ma sempre il vostro affezionato fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>365</head>
<opener><salute>A Don <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Novembre 1791.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Questa mattina è stata concessa al sig. Bottoni di Ferrara la Tesoreria di Romagna. Ve ne porgo l'avviso, perché se mai questa notizia potesse interessare per qual si sia parte le vostre mire, me lo facciate sapere per tempo, giacché mi lusingo per tutti i titoli di potervi servire.</p>
<p>Spero che vi sarete ricreduto dell'equivoco preso rapporto al mio assegnamento d'ottobre, e sto attendendo quello di novembre.</p>
<closer>Mia moglie vi saluta, e sta meglio. Voi salutate in nome d'ambedue la madre, e credetemi sempre di vero cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>366</head>
<opener><salute>A Don <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">fine di Novembre 1791</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sono sì stanco dal tanto scrivere tutt'oggi, che la testa non mi regge più. Tuttavolta non voglio lasciarvi senza due righe. Le lagnanze d'Urbini riguardano più il fratello che voi, e se voi sapeste la mala fede con cui fu da lui trattato in Bologna, gli dareste ragione. Mal volontieri io m'induco a dar torto a un fratello, nulladimeno le cose raccontatemi mi fanno voltar stomaco. Comunque sia, colle buone si avrà tutto da Urbini, perché egli mi è molto amico, e qualche volta ha bisogno di me. In quanto alle cose scrittevi sopra il fratello, io vi ho esortato e v'esorto a disporre del vostro in suo favore, perché tocco con mano, che tutti i suoi disgusti con me sono conseguenze della sua avidità a quello che non è suo e che per diritto di natura appartiene in parte anche ad altri. <hi rend="italic">Onde perché desidero di riconciliarmi con esso, levategli fin d'ora tutti i timori, dannatevi l'anima per lasciar a sua moglie il commodo di far la signora e non vi prendete pensiero di chi v'è fratello per tutt'altri principi</hi> e che vi farebbe conoscere più apertamente e più liberamente il suo attaccamento, se foste un miserabile. Ma non se ne parli più, giacché questo argomento vi rattrista.</p>
<p>Veniamo a Bottoni. Egli è presentemente in Napoli, ma per spiegarvi le carte, vi dico che l'agente suo e della futura Tesoreria s'impegnerà per servirvi se sarà possibile. Quest'agente son io medesimo, e lo ero per patto anche prima ch'egli ottenesse la Tesoreria. Al suo ritorno adunque terrò discorso con esso su le cose che m'accennate. Ma vi prevengo che in tutte quelle in cui si troverà frammischiato il Marchese Calcagnini non se ne farà niente, perché il Marchese è suo amicissimo, e già fin d'ora gli ha scritto. Ma in seguito la discorreremo un po' meglio, giacché v'è tempo, e Bottoni ha per massima di non impegnarsi per ora con nessuno. Mia moglie vi saluta, ma non istà bene, e fortissima com'è di complessione, ha una gravidanza così penosa, che non la lascia star bene bene due ore di seguito.</p>
<closer> Salutateci la madre; e di tutto cuore abbracciandovi, sono il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Ditemi sinceramente se scrivendo al fratello vi fo cosa grata, e se non scrivendo vi do un positivo disgusto. Non mi dimentico, né dimenticherò delle Tratte.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>367</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Dicembre 1791</add>.</date></opener>
<p>Vi prevengo che il memoriale per le Tratte è stato dato di 300 R. di grano, ed altrettante di formentone in nome del Lanconelli. Fate dunque che la Legazione non informi totalmente in contrario. Ho avanzata la supplica sotto il nome del Lanconelli, perché voi non mi avete prescritto altra persona.</p>
<p>Attendo risposta su quanto vi scrissi rapporto al nuovo Tesoriere di Romagna.</p>
<p>Circa il Padre Cardoni già v'ho risposto. Per altro vi taccio lo sfogo fattomi dal Padre Urbini, per non amareggiarvi.</p>
<p>Mia moglie ha ricevuta la vostra lettera, e vi saluta. Io poi non ho ancora scritto al fratello Francesco, perché non so indurmi a scrivere in termini di sommissione ad un ingrato, il quale, dimentico di quanto ho più volte fatto per lui, senza che egli abbia fatto nulla per me, vuol ora far meco lo sdegnato perché non ho avuto il coraggio di andare a casa del diavolo per fargli un giorno del bene. Si contenti di quello che ha avuto, ha ed avrà da voi e da mia madre, e mi lasci in pace colla mia povera famiglia, e sappia che i miei figli saranno più ricchi de' suoi, se erediteranno i sentimenti della madre e del padre, il quale non deve essere giudicato sulla condotta passata, e che ha l'anima troppo superiore alla sua e alle mire miserabili d'interesse.</p>
<p>Quindi torno a ripetervi, che disponiate pure liberamente di tutto il vostro a suo vantaggio fin d'adesso, e così lo libererete dal timore, che possiate una volta in suo discapito ricordarvi de' miei figli. In questa maniera saranno terminati i suoi sdegni contro di me, che, ad onta di tutto questo, l'amo più di quello ch'egli mi ami, e glielo farò toccar con mano.</p>
<p>Se vi scrivo senza riguardi, lo fo perché non sospettiate che io voglia sorprendere la vostra amorevolezza affettando umiltà e tenerezza fuori di loco. Se voi foste Vincenzo, e io Cesare, allora vi farei conoscere se so amare i miei fratelli.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>368</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Gennaio o Febbraio 1792</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi avverto che nel passato ordinario non ho altrimenti ricevuta la cambiale che avete accusato nell'ultima vostra. Questa mattina a tavola la signora Principessa ha mostrato voglia di coteghini ferraresi. Son sicuro di farle un piacere se le ne faccio venire una cassettina. Mi raccomando a voi. Dodici mi bastano, ma non troppo grandi. Se ci poteste aggiungere sei barattoletti di caviale di storione, la cosa anderebbe meglio. Se no, potete sostituirvi una cassettina di persicate. Ma avvertite di non mettere tutto insieme, perché una cosa, premendo sopra dell'altra, si guasta. Eccovi la direzione:</p>
<p>A Sua Eccellenza La Signora Duchessa Costanza Braschi Nipote di N. S. Roma.</p>
<p>Prima di far nulla informatevi alla posta se ricevono casse dirette ecc..</p>
<p>Mandando le persicate di due baiocchi l'una, potete mandarne 200; se vagliono di più, un centinaio.</p>
<p>Ricordatevi di non desistere dalle vostre premure col sig. avvocato Beltrami. Egli <add resp="ed">può</add> tutto col sig. Gio. della Riva.</p>
<p>Salutate la cognata e l'ab. Migliore. Quando spedirete la nota roba, avvisatemi con una lettera contemporanea.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>369</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 22 Febbraio 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Dopo molto lambiccarmi il cervello, finalmente ho penetrato l'imbroglio delle Tratte. Io era molto mortificato nel vedermele mancare dopo tante promesse del Commissario e molto più nel veder due volte ritornar indietro la nota dei supplicanti col nome del Lanconelli sempre cassato per mano del Legato. Ciò è provenuto dall'essere stata fra le prime segnata per il Lanconelli una Tratta di R. 50 grano, e un'altra pure di R. 50 frumentone. Queste Tratte furono subito carpite dall'abate Filippani con una mancia doppia data a quel servitore del Camerlengo che porta le cartelle ai rispettivi agenti, né io, né monsignor Commissario avremmo mai saputo quest'impiccio, se il card. Camerlengo medesimo, a cui feci fare delle ulteriori istanze per aver queste Tratte in un modo o nell'altro, non avesse egli stesso sospettato d'averle già segnate; sul qual sospetto fatto subito visitare l'elenco delle cartelle, fu trovato che il Lanconelli era segnato fra i primi, e interrogato il servitore girante a chi l'avesse portate, confessò d'averle consegnate all'abate Filippani, scusandosi di aver fatto lo stesso sempre in passato. Ciò ha prodotto, che non essendovi nessuno che perorasse presso l'Eminentissimo Camerlengo nell'atto di segnare le cartelle, queste sono state ristrette ad arbitrio di Sua Eminenza. Concludo che Filippani da vero mozzorecchio romanesco per guadagnar pochi paoli ha rovinato l'affare, e ha fatto svistar me presso di voi, cosa che veramente m'ha dato del fastidio. Per lo che un altr'anno bisognerà o che Lanconelli scriva al Filippani di non impicciarsi più in questo affare, o che voi facciate l'istanza sott'altro nome.</p>
<p>Vi scrissi che, se avevate qualche mira sopra qualche negozio da farsi col Tesoriere di Romagna, oltre quello che mi scriveste, me ne faceste avvisato. Ora vi ripeto la stessa cosa, potendo servirvi, ed essendo questo ben altro che l'avere una Tratta, che non frutta che pochi baiocchi.</p>
<p>Vi scrissi ancora rapporto alle rinnovazioni d'affitto e <add resp="ed">al</add> Ministero delle poste, e non m'avete risposto.</p>
<p>Stavo di più nella speranza che m'aveste mandata la mesata del corrente, e ancora non m'avete favorito. Vi prego di sollecitarmela.</p>
<closer>Il Padre Urbini vi saluta, e mia moglie fa lo stesso. Vi abbraccio, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>370</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Febbraio <add resp="ed">1792</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Io v'ho scritto, e v'ho dato riscontro non meno delle otto doppie ultimamente trasmessemi, che del discorso tenuto col Padre Urbini, il quale mi dice d'aver avuta vostra lettera. Mi rimetto alla sua risposta, e mi restringo a dirvi che non dubitiate.</p>
<p>Giacché poi temo che la mia lettera siasi smarrita, tornerò a pregarvi di dire al fratello Francesco che i coteghini, che mi scrisse avermi mandati, non gli ho mai ricevuti.</p>
<p>Nessuna nuova, perché tutto è quieto.</p>
<closer>Abbracciate la madre per parte mia e di mia moglie, che sta bene e vi saluta, e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Lunedì vado col Duca a Civitavecchia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>371</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Marzo 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Assicuratevi che nell'affare delle Tratte non sono stato negligente, e che non era possibile non restar burlato, subito che il cursore del Camerlengo era d'accordo con Filippani, il quale se l'intende meglio di me con questi birboni, perché campa di questi raggiri. Una prova che Lanconelli era consapevole di non aver avute le Tratte per canale polito e legittimo è il silenzio che ha usato con voi.</p>
<p>Vi ringrazio delle otto doppie mandatemi. Non più tardi di posdimani parlerò a Bottoni per l'ab. Orioli, mio e vostro amico; e dimattina aspetto Urbini, a cui mostrerò il bel paragrafo della vostra lettera, che gli piacerà. Mi consolate col vostro coraggio. Questa è l'unica strada per far buoni negozi e molti quattrini, e vorrei che tentassimo qualche bel colpo, che forse non sarà lontano a presentarsi. Le mie circostanze e l'amor che già porto alla mia futura famiglia mi ha fatto diventar assai amico dell'economia, ed ho bisogno di tentar qualche intrapresa per procacciare il pane a' miei figli.</p>
<p>In confidenza debbo dirvi che codesto vostro sig. Marchese ha fatto e fa tutto il possibile per ottener da Bottoni la Depositeria di Faenza al conte Severoli. Ma a dispetto suo io l'ho ottenuta al fratello di questo ab. Strocchi mio amico, ed esso in ricognizione ha pattuito meco per istrumento la somma di scudi trecento, e duecento di questi saranno una cessione che gli ho fatta del censo, che ha contro di me il Seminario di Faenza; altro debito che ho fatto nei tempi delle mie pazzie e che v'ho sempre taciuto per vergogna. L'altro poi dell'arciprete Zampighi spero di scontarlo con altro consimil mezzo sulla Depositeria di Forlì, per la quale ho in mano una promessa legalizzata di scudi 500. Di tutte queste cose vi raccomando il silenzio, perché Bottoni non vuole che il Marchese trapeli le sue disposizioni per non esser seccato di più.</p>
<p>Mia moglie, che s'avvicina all'ottavo mese di sua gravidanza, vi saluta, ed ambedue vi salutiamo caramente e vi preghiamo di abbracciare la madre.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>372</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 31 Marzo 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sul censo ceduto al Seminario di Faenza v'ho già scritto. Finora l'ho pagato io. Ora avevo fatto sapere che si volgessero a voi per il pagamento dei frutti. I nostri conti sono chiari. Dieci scudi all'arciprete Zampighi, altri dieci al Seminario, e altri ventisette e mezzo a Zanotti, che in tutto formano scudi 47,50. Detraete questa somma annuale dal mio assegnamento, e il resto mandatemelo rateatamente ogni mese, e sarà quello che Dio vuole.</p>
<p>Addio, addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>373</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Aprile 1792</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Urbini parte dimani per Romagna, se pure potrà arrischiarsi a passare per Viterbo, essendo le strade da Viterbo a Roma seminate dei galeotti che il numero di trecentocinquanta e più sono scappati dalle galere, e che i nostri soldati vanno tutto giorno uccidendo e pigliando. Urbini anderà prima ai bagni, poi è probabile che passi a Ravenna. Voi lo saprete, e vi abboccherete con esso, e siate certo che a riguardo mio farà tutto. Vi mando una stampa del ritratto che costà m'hanno fatto, e che non è molto di mia soddisfazione: sento che un altro incisore ne stia travagliando un altro che più mi somigli. Vi manderò, se lo pubblica, anche questo. Voi intanto mandatemi subito le mie mesate, la passata cioè e la corrente.</p>
<p>Salutate la madre per parte ancora di mia moglie e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>374</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Maggio 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Il sig. Zani di cui m'avvisate, non s'è ancora veduto. Quando verrà, riceverò la seta che mi mandate, e di cui intanto vi ringrazio.</p>
<p>Ho avuta occasione di amicarmi col sig. ab. Impaccianti, Uditor Cavalcante della Legazione di Ravenna, a cui nelle occorrenze ho raccomandata la vostra persona. Bisognando dunque fate capo da esso, bastando il dirgli che siete mio fratello.</p>
<p>In aprile non ho veduto denaro, e non lo vedo ancora neppure in maggio. Vi scrissi i miei sentimenti rapporto ai frutti dei noti censi, ed erano abbastanza chiari per combinare il pagamento dei medesimi senza ritardarmi l'assegnamento mensile. Non m'avete risposto, e pare che vi dimentichiate che il prossimo parto di mia moglie mi mette in istato di bisogno.</p>
<closer>Salutate il fratello, cui desidero un perfetto ristabilimento in salute, ed abbracciate la madre. Vostra cognata vi saluta, ed io sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>375</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 Maggio 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Il sig. avv. Quiros era già stato ad onorarmi di una sua visita, prima che io ricevessi la vostra lettera. Ora per servirvi mi sono portato immediatamente da lui, e volevo caldamente raccomandargli la vostra persona e il vostro affare. Ma egli non m'ha lasciato finire, e s'è espresso a riguardo vostro in termini di tanta amicizia, che nulla più, concludendo che per voi farà tutto quello che mai potrà, dispostissimo a tentare di nuovo il trattato di dar a livello la tenuta della Pianta, trattato che altra volta è stato ricusato, come sapete. Tutto il nostro abboccamento si è raggirato sopra di voi e sopra la vostra salute, e sull'ostinato vostro silenzio nel tacere l'origine dell'oppressione di spirito, che v'ha ridotto a questo stato. Per quanto siano violente le ragioni di tacere, non può mai esservene nessuna che vaglia quella della propria vita. Dovete sapere che il peso de' mali si alleggerisce col confidarli e col depositarli nel seno di un onesto amico, o d'un savio fratello. Questo fratello (non parlo di me) voi l'avete al fianco. Se gli avete aperto il vostro cuore, spero che il rimedio l'avrete trovato. Se non lo avete fatto, fatelo, e staccatevi dall'animo l'acuto pensiero, che vi conduce al sepolcro, e con voi la vostra famiglia, a cui siete debitore della vostra conservazione. Se ci penserete bene, v'accorgerete che il vostro mistero non è conforme allo spirito di religione e di carità, e che, invece di contenervi da cristiano, divenite un suicida, giacché tanto è il darsi la morte in un minuto, quanto il darsela in dieci anni, ed un giorno solo, un'ora sola accorciata e rubata al periodo della nostra vita è lo stesso delitto, che il levarsela con un colpo di pistola al cervello. State dunque allegro, parlate, sfogatevi, e date morte al verme che vi divora, se non volete riceverla.</p>
<p>Dite a D. Cesare che per carità non mi ritardi più il mio assegnamento. Salutatelo caramente anche per parte di mia moglie, che fa lo stesso con voi, ed abbracciate per tutti due la madre.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Rapporto alla Mesola v'ho già risposto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>376</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Maggio 1792.</date></opener>
<p>Ho ricevuto le otto doppie e ve ne ringrazio, ma non vi fate povero, perché, grazie a Dio, nol siete, né correte alcun pericolo nell'esser io persuaso del contrario.</p>
<p>Mi duole di sentire che il fratello colla sua troppa sensibilità precipita sempre più la sua salute. Egli è convalescente, abbiategli indulgenza e compatitelo. Certo che l'irascibile (parlo per esperienza) lo rovinerà; ma, per quanto capisco, i suoi umori sono alterati, e in questo stato anche il passaggio d'una mosca lo può mettere in furore. Crediatemi che nel suo caso si è degno di perdono e di scusa, perché lo spirito allora è ammalato e abbandonato dalla ragione, che è la medicina dell'animo. Ho sofferto ancor io queste febbri, ed ora, grazie al Signore e alla compagnia d'una savia moglie, ne sono interamente guarito, mi sono ingrassato e non ho provato mai più né un disgusto, né un'amarezza, fuorché quella di esser tanto lontano dalla mia cara madre, che qualche volta ardo di rivedere, e da' miei fratelli, che pur desidero tanto d'abbracciare.</p>
<p>Tornando al fratello, io gli ho scritto nel passato ordinario qualche cosa relativamente alla passione di spirito che lo consuma. Vorrei ch'egli fosse persuaso del buon fine con cui gli ho scritto, e ne traesse profitto.</p>
<p>Il signor tenente Luigi Zani (il perché sia divenuto tenente lo saprete al suo ritorno) ieri fu a pranzo da me, e l'ho fatto padrone di venir quando vuole.</p>
<p>La voce sparsa dei Gesuiti è un sogno dei galantuomini, e sarebbe desiderabile che non fosse sogno. La dimissione del primo ministro di Spagna è verissima e vecchia; l'altra del ministro residente in Roma è falsa; ma né l'una, né l'altra han che fare coi Gesuiti.</p>
<p>Volete altre nuove? Il Papa ha avuto una febbre in Terracina, tre il Duca Braschi in Roma, e la Duchessa sua moglie una colica, per cui credetti mi rimanesse morta in braccio. Ora tutti stan bene.</p>
<p>La società Bottoni e Rocci riman sciolta solamente in quanto alla Tesoreria, sulla quale il Papa medesimo s'è espresso, sotto pena di nullità di contratto, che il Rocci non v'abbia che fare. Gnudi s'era impegnato per Rocci, e ne aveva scritto al Papa prima di partir da Ferrara, ma la risposta è stata disgustosa e, venuto a Roma, non ha fiatato. Bottoni è così ben appoggiato, che non ha paura di nessuno. A proposito della Tesoreria, vedete un poco se in questa vi sono tenute da affittare, e non perdete tempo.</p>
<p>Mia moglie saluta tutti di casa, ed io fo lo stesso. Addio.</p>
<p>P. S.Il Padre Urbini è in Ravenna. Andatelo a trovare. Troverete le cose dell'Abbadia molto cangiate, mortificato Castelli, per quanto faccia il disinvolto, e il Card. Legato divenuto amico d'Urbini di nemico che gli era. Fategli dunque una visita o voi, o il fratello. Sappiate, in confidenza, che probabilmente sarà fatto vescovo. Ma non ne parlate con chicchessia, perché egli stesso non sa niente e neppur lo sospetta.</p>
<p>Occorrendo disponete dell'ab. Impaccianti; lo troverete pronto, anzi desideroso di servirvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>377</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 11 Giugno <add resp="ed">1792</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Non vi faccia meraviglia se non sempre rispondo a posta corrente. Il non aver voi avuto riscontro del denaro mandatomi era segno evidente che l'avevo ricevuto, perché diversamente ve l'avrei chiesto, come fo adesso del bimestre di maggio passato e del corrente.</p>
<p>Se mai si trova in Fusignano il fratello, ditegli che l'ho interamente servito con monsignor Codronchi, il quale per concludere il noto affare non ha bisogno che del voto del Capitolo, che da lui stesso ne verrà interpellato. Ditegli anche che mons. Soderini è tornato con lui in pace, e che dal canto suo procuri di non dar presa ai nemici che gliela tirano.</p>
<p>Urbini mi scrisse tempo fa che assolutamente sarebbe venuto a trovarvi. Ricordatevi di quanto v'ho scritto su questo proposito, e state sano.</p>
<closer>Mia moglie saluta voi e la madre e tutti di casa. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>378</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 14 Luglio <add resp="ed">1792</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>La nota causa non andrà per adesso, e lo so dal sig. abate Cristallini medesimo. Il ritardo proviene da uno sbaglio occorso nella perizia Manzieri per rettificare la quale è convenuto che venga in persona il Soriani a informare. Onde non mi pressate tanto per le scritture, perché v'è tempo.</p>
<p>L'enfiteusi di San Niccolò tropp'è che Bottoni l'ha ottenuta, ma sempre l'ha tenuta occulta, e non si sarebbe neppur saputa adesso, se Gnudi che la chiedeva per sé non l'avesse scritto.</p>
<p>In quanto alla Mesola molti v'han l'occhio sopra sicuramente, ma l'osso è duro e vi vuol flemma per digerirlo. Potrei dirvi qualche cosa di più netto, ma voglio prima da voi parola che non ne parliate con chicchessia.</p>
<p>Per carità mandatemi le mesate. Teresina vi saluta, e ambedue vi preghiamo d'abbracciare per noi la madre e il fratello.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>379</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 Agosto 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho ricevuto il denaro tanto sospirato, e ve ne ringrazio. Veramente è stata una rugiada sopra un fior moribondo. Se l'affitto della Mesola toccherà al sig. Bottoni, vi do parola che il vostro raccomandato sarà impiegato. Ma questa impresa è ancora tanto indigesta e tanti i concorrenti, che poco si può profetizzare. Questo solo posso dirvi di certo, che, dovendo decidersi in questo pontificato, il mio Padrone vi avrà la sua parte, e che anzi senza di lui non si farà la festa. Non ne parlate.</p>
<closer>Mia moglie vi saluta, ed io ed essa salutiamo la madre. Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>380</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 27 Settembre 1792.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Tanto più vi sono obbligato del denaro speditomi, quanto maggiore è la penuria in cui siete per i generi invenduti. Però ve ne ringrazio.</p>
<p>Non so più cosa dirvi rapporto al fratello. Spiacemi ch'egli si concentri tanto ne' suoi interessi, poco curandosi dei vostri, e che si rovini pel troppo foco. Per esperienza sopra di me stesso parmi che la ragione debba pur una volta estinguere il bollore della passione, e più giovine d'anni, credo essermi fatto più vecchio di rassegnazione, e ne sono contento. Tutta questa disarmonia poi, invece di andarsi scemando, piglierà anzi col tempo più crescimento, perché tra voi due non v'ha forse un amico di confidenza e di probità, che estingua da una parte e dall'altra i dissapori sul nascere. Basta: torno a ripetervi, che desidero sinceramente tra voi due la concordia e la pace, e non posso che lodarvi che qualche volta, per quieto vivere, dimentichiate il diritto che avete di porre anche voi il vostro dito negli affari comuni. Questo contegno, qualora non pregiudica l'interesse comune, fa onore alla vostra prudenza non meno che al vostro cuore.</p>
<p>Passiamo ad altro. Il fratello di codesto sig. Vincenzo Zanelli di Lugo, dimorante in Roma, è venuto a seccarmi per un affare su di cui ho promesso di scrivervi unicamente per levarmelo dal culo, non mai perché ne facciate nulla, sebbene vi prego, per mio discarico, di due righe ostensibili, che manifestino una certa mia premura in servirlo. L'affare è questo. Egli cerca una bancaria di mille scudi, e siccome non ha in Roma chi lo conosca, così nessuno vuol affidargli questo capitale senza una rilevazione in Lugo, ove esistono le sue possidenze. Egli dunque ha ordito certo pasticcio con un certo Lorenzo Boratti a cui scrive questa sera, e con un certo dott. Pasti, perché l'uno e l'altro, imbattendosi in voi sul mercato di Lugo, vi parlino del suo bisogno, che, per Sant'Antonio, non comprendo neppur io, ma credo sia perché prestiate la vostra sicurtà, e ne prendiate poi la rilevazione sopra i suoi beni. Comunque sia, non ne fate un corno, ma ascoltateli, e buona notte. Egli m'ha supposto che voi andiate in amichevole intelligenza d'affari con suo fratello. Se questo sia vero nol so; ma so bene che suo fratello è un birbotto. Egli ottenne, molti anni sono, la carica di console di Francia per mezzo mio, e mi aveva promesso una giusta ricognizione per lo stordimento che mi presi in servirlo. La ricognizione fu un biglietto di ringraziamento pieno di sconcordanze.</p>
<p>Per la morte del Principe Santacroce, e per la dimissione del Duca di Zagarolo domiciliato in Toscana, capitani della Compagnia Cavalleggieri, il Papa ha riunito queste due cariche nella sola persona del Duca Braschi mio Padrone. Qui siamo pieni di ladri, d'assassini e di francesi.</p>
<p>Mia moglie vi saluta, e ambedue vi preghiamo d'abbracciare la mamma. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>381</head>
<opener><salute>Al sig. GIUSEPPE CINI Esattore pel sig. Bargilj <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 29 Settembre <add resp="ed">1792</add>.</date></opener>
<p>Sig. Cini stimatissimo.</p>
<p>La rendo avvisata d'aver fatto levar i telari vecchi con tutti gli sportelli a tutte le finestre e ringhiere dell'appartamento. E non avendo luogo ove metterli sono costretto fargli portare in cantina, ove temo che potranno patire se non si trova altro luogo da situarli.</p>
<closer>Ho voluto di ciò avvertirla per suo regolamento, e sono suo servo obb.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>382</head>
<opener><salute>Al sig. GIUSEPPE CINI, in casa del sig. Ab. Bargilj <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 30 Settembre <add resp="ed">1792</add>.</date></opener>
<p>Sig. Cini riveritissimo.</p>
<p>Torno ad avvertirla che gli sportelli delle finestre sono tutti in cantina. Ma imbarazzandola troppo, non ve li potrò tener molto, avendo bisogno della cantina per riporvi la legna.</p>
<p>Inoltre i telari essendo troppo larghi per poter entrar per le scale, mi conviene lasciarli in mezzo al cortile, e questa cosa io la faccio dentro oggi calando i detti telari per la finestra del Passetto.</p>
<closer>L'avverto di tutte queste cose perché non abbia a lagnarsi di me, e sono suo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>383</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Ottobre 1792.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Trovo così giusti i vostri riflessi sulla mia venuta in Romagna, che io penso di non muovermi più, se voi o la madre espressamente non me l'ordinate.</p>
<p>Voglio sperare che vi siate riconciliato col fratello e che abbiate consultato meglio il vostro cuore a suo riguardo. Io lo desidero.</p>
<p>Le nuove che qui giungono di Francia sono sempre più infelici, portando la notizia dell'invasione dei Francesi nella Savoia, per cui quel Sovrano ha già chiesto soccorso a quelli d'Italia, e particolarmente a Roma. Ieri fu tenuto Concistoro di 18 Cardinali su quest'oggetto, e dopo molti dispareri, fu deciso negativamente per molte ragioni, che lungo sarebbe il riferire minutamente.</p>
<p>Corre anche voce che Nizza sia bombardata, il che, se è vero, andrà male per tutti, non essendovi in Italia, e molto meno nello stato del Papa, forze bastanti per sostener la furia di gente disperata e fanatica. Dio voglia che le armate Austro—prusse s'avanzino con fortuna, Dio lo voglia. Oh quanto volentieri cambierei Roma con Fusignano e coll'Alfonsine! V'assicuro che sono propriamente annoiato, disgustato e seccato dello strepito romano, e che desidero seppellir le mie ossa in un cimitero di campagna.</p>
<closer>Abbracciatemi la madre per parte ancora di mia moglie, e dimandatele la benedizione per ambedue. Sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>384</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 5 Dicembre 1792.</date></opener>
<p>Vi ringrazio delli scudi 30,48 che m'avete mandati.</p>
<p>Ho comprato uno schioppo per voi e, coll'ordinario di questa sera, ve lo spedisco, diretto all'abate Melloni, da cui senza spesa di porto lo riceverete. La canna è damaschina, ed è perfettissima. L'incassatura la vedrete a colpo d'occhio quanto è bella e ricca. Il fucile è alla romana, e dopo le prime cariche lo troverete più comodo e più sicuro dei nostri. Tutto insieme, è stato stimato quaranta scudi; io però l'ho avuto per molto di meno. Godetevelo per amor mio.</p>
<p>Vi prego di dar commissione a qualche vostro amico in Faenza di cui possiate fidarvi, d'investigare, senza darsi a conoscere, se l'orologiaro Pacchioni, padre del servitore che m'ha rubato, abbia veruna cognizione dove si trovi suo figlio. Bisogna che questa scoperta sia fatta con delicatezza.</p>
<p>È falso che Sua Santità abbia fatto giustiziare nessuno in Castel Sant'Angelo. Bensì ogni giorno si fanno delle carcerazioni. Questi maledetti Francesi ci vogliono affliggere per un pezzo. Adesso però non v'è luogo a temere, e non v'è da sospettare che in primavera.</p>
<closer>Abbracciate la madre, che mi rincresce tanto di sentire indisposta, e dimandatele la benedizione sì per me, che per mia moglie, la quale vi saluta caramente. Amatemi e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>385</head>
<opener><salute>Al sig. ANTONIO MASSARI — Comacchio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Dicembre 1792.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Padrone Col.mo .</p>
<p>Ricevo un nuovo attestato della sua gentilezza nell'augurio di buone feste; ne riceva Ella un altro della mia gratitudine in quello che le avanzo d'un capo d'anno, nel di cui proseguimento bramo che spesso mi onori de' suoi comandi,</p>
<closer>ond'io possa convincerla della vera stima ed ossequio con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>386</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Marzo 1793.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Mi riporto in tutto alla lettera, che il signor ab. Giacchi, col quale ho parlato, risponderà a Vostra Eccellenza.</p>
<closer>Da esso intenderà quant'io mi rechi ad onore il poterla obbedire, essendo senza limiti la mia venerazione, e il profondo rispetto con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>387</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Maggio 1793</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Per ora è dubbia la venuta del Padre Urbini. I suoi frati gli avevano tirato un colpo che lo disonorava e lo metteva a sedere, ma egli ne ha tirato loro un altro che li ha messi tutti in costernazione, e il Papa piucché mai gli ha manifestata la sua particolar protezione. Chi debba essere il nuovo Padre Generale nol so, ma chiunque siasi, voi non dovete sgomentarvi, quando siate certo d'aver ragione.</p>
<p>Rapporto alla lite sull'enfiteusi la sentenza è stata in favore, e tanto meglio.</p>
<p>Mia moglie, che di nuovo è gravida, vi saluta, ed io e lei salutiamo la madre.</p>
<p>Scrivete all'ab. Melloni che vi mandi una copia del libretto che gli ho mandato e che continuerò a mandare di mano in mano che si andrà stampando.</p>
<closer>Sono in fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>388</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Giugno 1793.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Voi pagherete assai cara la vostra curiosità. Eccovi un piego, che rovinerà la vostra economia. Sono i primi due canti sopra Bassville, intorno ai quali sono tentato di creder vero il vostro giudizio. Ma voglio tuttavia tener in briglia l'amor proprio, che, a dirla in confidenza, resiste a tutte le lodi, fuorché alle vostre. Crediatelo, e crediate ancora che siete l'unico a cui ho mandato questi canti, perché reputo che assai pochi siano degni di leggerli, e pochissimi di riceverli in dono dal vostro Monti, che vi abbraccia, ed aspetta il vostro secondo parere.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>389</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 26 Giugno <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Farnetico.</p>
<p>Ed è veramente una frenesia d'amicizia il creder l'atomo superiore al monte, e Monti a Dante. Ma l'amor mio proprio vi assolve di questo delirio. E circa le parole con vostro disgusto resuscitate, farete pace con me, quando al fine dell'opera usciranno le note, colle quali vi persuaderete del torto, e guarirete della debolezza di stomaco, di cui io ho patito moltissimo prima di voi. Del resto io mi compiaccio mirabilmente del vostro giudizio, e sono tentato di stamparlo insieme colle note.</p>
<p>Intanto eccovi il terzo Canto, che spero troverete molto più ben complesso e nudrito degli altri fratelli.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.La vostra lettera per colpa di chi serve l'ho ricevuta solamente ieri.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>390</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Giugno—Luglio 1793</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Volevo differir tanto a pregarvi di mandarmi i miei appuntamenti, che vi risolveste a mandarmeli da voi medesimo. Ma veggo che avete piacere d'essere importunato, ed io v'importuno. Li attendo dunque subito.</p>
<p>Scrivete a Melloni, che vi mandi un esemplare del Bassville per il cugino nostro d'Alfonsine, che me ne fa istanza. Il terzo canto dev'essere già arrivato in Faenza da due ordinari. Ciò vi serva di regola.</p>
<p>Il Padre Urbini sicuramente sarà Vescovo, ma il Generale non sarà quello che voi credete. Qualunque siasi, si troverà modo da farlo stare a dovere.</p>
<p>Salutatemi tutti anche in nome di mia moglie, ed amatemi, ch'io sono sempre il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S.Mi sorprende quello che mi scrivete delle nuove intraprese del Fratello senza vostra saputa. Vorrei pure una volta che ritornasse tra voi una reciproca e stabile confidenza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>391</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Luglio 1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Questa mattina finalmente ho consegnato allo stampatore il manoscritto del quarto canto. Se gli altri tre vi hanno scosso sì forte, che farete alla lettura di questo? Torti mio, se l'amor proprio non m'inganna, egli è il più bello di tutti. E perdonate se così li chiamo, avendomi voi tanto sedotto colle vostre lettere. Appena sarà stampato, che voi l'avrete, anche prima di pubblicarlo; giacché questo non potrà farsi se prima non si daranno anche le note del primo e secondo, e successivamente degli altri. Sono stato costretto a questa seccante fatica per vendicare i miei canti dai ridicoli commenti, con cui sono stati lordati dalle stampe d'Assisi e di Macerata. Ma le dichiarazioni, di cui vi parlo, non saranno mie che in poco numero, e il resto di altre mani valenti. Oh quanto volentieri avrei implorata in ciò la vostra amicizia! Potessi stampare il vostro giudizio senza cadere in un eccesso di vanità! Ma se voi per vostro ozio voleste dare una maggior estensione ai vostri pensieri in modo di libere riflessioni sopra questa Cantica, non con altri parlando che col pubblico, io sarei superbo di premetterle alle note, e la mia obbligazione sarebbe pur molta. Pensateci, e rispondetemi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>392</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Agosto 1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Eccovi il quarto canto fresco fresco di stampa, e alcuni fogli delle note, con cui si andrà illustrando la Cantica, in uno de' quali (e questo è il perché ve li mando) troverete riportato il vostro giudizio, non tutto, perché sarebbe troppa vanità, ma in parte. Volendo voi dare al vostro sentimento un'estensione maggiore, potrete farlo, ripetendo il già detto; ed allora io lo farò precedere le note del secondo canto, o del terzo. Non vi prefiggo il tempo, perché io medesimo non posso prevedere quando avrò finito questo noioso lavoro, che a pezzetti e a bocconi vo consegnando allo stampatore, come potrete accorgervi dalle stampe che vi accludo, fatte a mano e non ancor paginate. Ma non isperate che vi mandi le vostre lettere; io ne conservo con gelosia l'originale, e piuttosto ve le farò trascrivere.</p>
<p>Del resto, vi prego di parlar di Dante con venerazione, e di persuadervi ch'egli ha scritto elegantissimamente, e che intanto la sua eleganza si è in parte perduta, perché i termini hanno perduta o cangiata la loro convenienza, come una moda donnesca, che oggi rapisce l'occhio, e dopo dieci giorni diventa ridicola. Quello che potete dire con franchezza, si è che lo stile di Dante non sempre è nobile, ma spesse volte meschiato di espressioni comiche: e questa è la ragione per cui gli piacque appellarla Commedia. Al contrario, l'autore della Cantica parmi che mai non si lordi nel fango comico, e che il suo stile, senza essere né monotono, né caricato, sia sempre dignitoso e pieno di verecondità. Ma voi non avete bisogno di suggerimenti. Io aspetto con impazienza il vostro qual si sia lavoro, e meco l'aspettano i miei amici.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>393</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Agosto 1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Eccoti i primi due fogli delle note. Dammi conto del tuo lavoro, e voglimi bene.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Credo indispensabile, per iscrivere cose degne del tuo ingegno, che tu legga posatamente la Ragione poetica del Gravina, e gli Spettatori dell'Addison sul Paradiso Perduto. Ivi potrai bevere il fior della vera critica, più che in Orazio medesimo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>394</head>
<opener><salute>Alla Contessa SILVIA CURTONI VERZA — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Agosto 1793.</date></opener>
<p>Ornatissima signora Contessa.</p>
<p>Eccole il quarto canto. Egli viene di furto e contro un rigoroso divieto, perché, sebbene è stampato, non è però ancor pubblicato, e ciò pel ritardo delle Note, che ancora non sono pronte. Ma il suo desiderio e il nome del signor Lorenzi sono stimoli così potenti, che male vi si può resistere. Lo mando adunque; ma di questo solo la supplico, di non dar fuori questo esemplare, che, le giuro, è l'unico che m'esce dalle mani, perché non vorrei che, girando, ne profittassero gli editori di Milano e di Pavia in pregiudizio dell'edizione romana, la quale è stata anche troppo danneggiata da altre villane edizioni impiastricciate di note così invereconde e fameliche, che per riparo della mia riputazione e del mio interesse sono stato necessitato a farle in furia, io medesimo, onde contentare gli Illustrissimi ed Eccellentissimi dello Stato Pontificio.</p>
<closer>Mi raccomandi all'erudito suo crocchio; ed Ella non si stanchi di proteggere chi tanto la venera, e si rassegna <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>395</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Agosto <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Siete stato servito, ed in modo che farete meco pace, o finirete d'andar in collera, perché ho rotto il segreto, ed ho fatto sapere al pubblico il nome dell'autore di quel giudizio sopra il Purgatorio Bassvilliano. Sabbato avrete il primo foglio.</p>
<p>Oh quanto mi consolo di sentirvi occupato in ciò di che vi pregai! È impossibile che il mio amor proprio non esulti del vostro scritto; ma vi serva di regola che io nelle note non perdono a me stesso quando cade in acconcio. La lode è bella, ma l'onesta e schietta censura torna più conto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>396</head>
<opener><salute>All'ab. CAVALLI — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Agosto 1793.</date></opener>
<p>Mancano all'abate Monti le parole per ringraziare degnamente il gentilissimo ed ornatissimo sig. abate Cavalli, da cui riceve un contrassegno non equivoco di bontà ed amicizia nell'avvertirlo ch'ei fa dell'errore astronomico commesso nel verso</p>
<l>Là dove il Cancro il piè d'Alcide abbranca.</l>
<p>Nelle note che lo scrivente pubblicherà al quarto canto farà meglio palese al pubblico la stima e la riconoscenza che per sì giusto titolo le professa.</p>
<p>Non può però dispensarsi dal significarle ch'egli non è solo a commettere quest'errore, avendolo commesso prima di lui Eratostene ne' suoi <title>Catesterismi</title>, cap. II, ove, parlando del Cancro e della favola che racconta come questo animale fu istigato da Giunone a mordere il piede di Ercole quando combatteva l'Idra nel lago di Lerna, dice: <quote lang="lat">propterea iratus Hercules videtur illum pede suo conterere</quote>. Ciò basti per ora a scusare il poeta sull'autorità d'un tanto scrittore.</p>
<p>Egli si lusinga per altro di poter conciliar meglio in voce le sue idee con quelle del pregiatissimo suo signor abate, di cui si protesta servitor vero ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>397</head>
<opener><salute>Al conte REGINALDO ANSIDEI — Perugia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 31 Agosto 1793.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Padrone Col.mo .</p>
<p>Io sono ben disgraziato che ricevo il suo primo comando in una circostanza, che mi diventa impossibile l'eseguirlo. Ornatissimo sig. Conte, ella non può ignorare che il pelago in cui mi sono messo della Cantica Bassvilliana è sì grande, che non so quando n'uscirò, se pure non vi resto sommerso. Aggiunga la necessità in cui m'han cacciato le edizioni non tanto dello Stato che della Lombardia di corredar la romana colle note per trattenere il contagio dei commenti che altrove si sono stampati per danneggiarmi nell'interesse, e quel che è più nella riputazione, facendomi dir cose che non mi sono neppur sognate. Questo sconcerto mi ha dato e mi dà tanta pena, che non avrò quiete finché il pubblico non resti illuminato da me stesso su i veri sentimenti, il che conseguirò, spero, col mezzo delle note, i primi fogli delle quali già sono stampati, e gli altri si andran pubblicando in furia. Ho voluto accennarle tutto questo perché, sinceramente, mi preme di trovar compatimento presso di lei se non accetto l'onorevole incarico addossatomi, a cui, in tutt'altra circostanza, mi sarei prestato con infinita mia soddisfazione, non tanto perché il soggetto propostomi non poteva, a mio parere, idearsi più poetico, quanto perché vi sarebbe stata interessata ancora la mia vanità nel servirla.</p>
<closer>Al chiarissimo sig. dott. Mariotti i miei complimenti, e pieno della maggiore stima e rispetto mi protesto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>398</head>
<opener><salute>A TOMMASO GARGALLO — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Settembre 1793.</date></opener>
<p>Coll'ordinario di questa sera dirigo, secondo la vostra istruzione, al sig. consigliere Mattei un pacchetto di dodici esemplari della Cantica Bassvilliana. Ne darete uno in mio nome all'egregio sig. Napoli Signorelli, e lo pregherete di gradirlo come contrassegno dell'alta stima che gli professo; ne terrete un altro per voi come pegno della nostra crescente amicizia, e degli altri mi darete conto a vostro comodo in ragione di 33 baiocchi l'esemplare, comprese le note, delle quali troverete annessi i due primi fogli; e gli altri si vanno imprimendo a furia per mettermi del pari col testo.</p>
<p>Avete fatto bene a lasciar da parte i complimenti, perché in caso diverso avreste fatto oltraggio al vostro buon senno non meno che alla gentilezza dello schietto animo vostro, né io vi avrei risposto. Amo le amicizie, ma detesto le padronanze.</p>
<closer>Se avete pronta qualche bella produzione non ne defraudate il vostro servo ed amico <signed>Monti</signed>, che vi stima quanto lo meritate, vale a dire moltissimo.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>399</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Settembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Eccovi il terzo foglio delle note. I primi ve li ho mandati fino dalla settimana passata. In fine di questo vedrete come pettino il petulante ab. Bettinelli, e non è che un preludio. Nelle note del terzo poi pettineremo l'ab. Tamburini, che in una nota all'edizione di Pavia m'incolpa di calunnia rapporto ai Giansenisti. L'edizione di Milano, che è sotto la protezione di quella Corte, e l'altra del Piemonte, con quelle dello Stato nostro, finora arrivano al numero di sette. Vedi, amico, se gli animi sono esaltati, e se bisogna sforzarsi per corrispondere all'aspettazione. Son sicuro che le tue riflessioni faranno onore a te e al tuo amico, che le aspetta con impazienza.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>400</head>
<opener><salute>Alla Contessa SILVIA CURTONI VERZA — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Settembre 1793.</date></opener>
<p>Egregia ed incomparabile signora Contessa.</p>
<p>In tutta fretta le trasmetto i primi tre fogli delle Note. Quanto sono mai lusingato del suo voto! E di quello del signor abate Lorenzi! La prego di significargliene la mia gratitudine, e non meno a lui, che a tutto l'erudito suo crocchio, a cui dimando perdono se mai vi fosse qualche amico del soggetto che ho leggermente toccato nel fine del terzo foglio. E dico leggermente a proporzione dei recenti ed antichi motivi. La mia massima è stata sempre questa: non toccar nessuno, se non vieni toccato; ma se devi tirar fuori la spada, brucia il fodero. La pazienza letteraria non è fatta che pe' poltroni, e questa non è mai stata la mia virtù.</p>
<closer>La supplico, veneratissima signora, di credere che non v'è al mondo chi mi eguagli nella stima e nel rispetto con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>401</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 11 Settembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Non v'ho mai scritto che l'ab. Mami, dopo aver fatto un debito di circa venticinquemila scudi, è fuggito. I capitali da lui lasciati in Roma tra mobili e stabili non montano che a quindici mila. V'è però la roba paterna, e suo fratello, che si è portato in Roma, vuol pagar tutti. Come creditore del medesimo mi è stato intimato di far venire il mandato di procura del sig. Zanotti per l'estinzione del noto censo, di cui io sono sicurtà. Scrivete dunque che subito lo mandi.</p>
<p>Ditemi anche se da Melloni abbiate ricevuto il proseguimento del <title>Bassville</title>fino al quarto canto, e tre fogli di note tanto per voi, che pel cugino. Quest'opera, sebbene non ancor terminata, è stata ristampata in Foligno, in Assisi e Macerata, e fuori di Stato in Milano, in Pavia, in Cagliari, e mi dicono anche in Malta; le quali edizioni, prescindendo dall'onor che mi fanno, mi hanno pregiudicato moltissimo nell'interesse.</p>
<p>Scrivetemi che fa la madre e il fratello, e salutate tutti.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>402</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 18 Settembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Poche parole. Eccovi il quarto foglio delle note, e le mie scuse per le piccole mutazioni fatte nel vostro paragrafo. L'aggiunta di quel mio <emph>su questo punto</emph> era necessaria per non caricar troppo la lode mettendo assoluti i vantaggi che voi mi supponete sopra Dante. Vi basti ch'io gli abbia limitati ad un punto solo. L'altre due di <hi rend="italic">anima di Bassville, spirito di Bassville</hi> non vi dispiaccia<add resp="ed">no</add>, perché va<add resp="ed">nno</add> bene, se non va<add resp="ed">nno</add> meglio.</p>
<p>I miei amici e i vostri ammiratori sono impazienti delle seconde vostre Osservazioni, e il mio Padrone innanzi a tutti. Egli vi ama e vi stima, e ne vedrete gli effetti se si darà (come dovrebbe darsi) l'occasione. Io certamente non sarò contento finché non v'abbraccerò in Roma non per sei mesi, come Proserpina colla madre, ma per tutto l'anno.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>403</head>
<opener><salute>Al conte REGINALDO ANSIDEI — Perugia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Settembre 1793.</date></opener>
<p>Sig. Conte veneratissimo.</p>
<p>È cosa ben naturale che nel terzo foglio delle mie note tutti debbano riconoscere l'abate Bettinelli, a cui solo possono convenire quei caratteri e quei colori, e ciò prova che il quadro è tolto dal vero. Ella m'interroga su i motivi di quella sferzata, né io posso tacerli alla sua gentilezza. Lascio da parte le antiche contumelie di questo soverchiatore, che non ha mai lasciato sfuggirsi occasione di cimentarmi in discorsi e in istampa per vendicarsi dell'alto disprezzo in cui ho sempre tenuto le sue poetiche diarree e le sue critiche immondezze, colle quali ha contaminato per cinquanta e più anni l'Italia. Quello che mi ha fatto perdere la pazienza (virtù de' poltroni e ch'io poco conosco) è stata una lettera scritta a questo abate Scarpelli, il quale, avendo umiliati a quel buffone certi suoi miserabili capitoli, ne ha ricevuto dal Bettinelli l'apoteosi a spese della Cantica Bassvilliana. Scarpelli per verità ha letto a tutti la lettera, ma coll'acquisto di due malanni: il primo dei quali è stato l'indignazione che ha suscitata nelle anime oneste quella ridicola apoteosi e quella maligna ed invidiosa censura; il secondo poi è stata la noterella con cui ho manifestato a quell'uomo senza creanza, a quello spauracchio di passeri, il libero mio sentimento. Mi dimenticava di assicurarla, che una delle marcate censure del Bettinelli, fulminate in quella sua lettera, è appunto il <emph>miscuglio di sacro e profano</emph> di cui ella ha mostrato di dubitare. E se, scrivendo a lei, non ha esternata egualmente la malignità del suo animo, egli avrà delle ragioni per non farlo, ma dal poco ancora che scrive non vi vuol molta acutezza d'intendimento per comprendere ch'egli è roso dal tarlo. S'egli fosse meno divorato dall'ambizione letteraria, e avesse fatto uso della censura, giusta le regole dell'onesto, le quali comandano che si rilevi il bello d'un'opera prima che il difettoso, egli avrebbe potuto meritare qualche dritto alla pubblica stima; ma egli vi ha rinunciato da molto tempo colle sue smisurate pretensioni e colle sue perpetue contumelie, delle quali può darsi, se non ha giudizio, ch'egli sia costretto a pentirsi prima di morire. Al signor dott. Mariotti i miei soliti complimenti; e s'egli ed ella trovano debole la mia ragione contro del Bettinelli, siano persuasi amendue che la colpa è tutta del non saperla ben dire.</p>
<p>Ciò poco importa, ma importa moltissimo ch'ella mi creda sinceramente, e pieno di sommo rispetto, dev.mo obb.mo servo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>404</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Settembre 1793.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non posso saziarmi di leggere e rileggere il primo articolo delle vostre aristoteliche Osservazioni. Sto quasi sul punto di progettarvi il cambio delle nostre fatiche, pigliandomi io la gloria delle Osservazioni, e voi quella della Cantica. Non vi adulo: non si può scrivere né con più forza, né con più precisione, né con più senno. Quanti l'han letta (e son molti, perché vi so dire, che qui v'ha molti che vi stimano), tanti ne sono rimasti incantati. Perloché sollecitate il vostro lavoro, che, essendo in compagnia, voleremo amendue più allegri e più sicuri nella carriera della gloria.</p>
<p>Intanto eccovi il mio pensiero circa il modo di pubblicarlo. Il Principe Don Carlo Albani, Maggiordomo, come sapete, dell'Arciduca di Milano, e il conte di Wilzeck Ministro Plenipotenziario, proteggono in modo particolare questo mio lavoro. Penso dunque di farne sbucare di Lombardia la prima edizione per salvarmi dalla taccia d'aver io per primo stampata la mia apoteosi. L'edizione di Milano, o quella di Pavia sarà subito seguita dalla romana, la quale uscirà salva da qualunque censura, perché sarà ristampa. Se questo metodo non vi quadra, v'è l'altro di pubblicarla nelle Effemeridi, o nell'Antologia; v'avverto però che questo secondo mezzo non serve così bene come il primo all'onor vostro ed al mio. Voi risolvete; e in quanto a qualche correzione di parole che fosse necessaria o per delicatezza dei tempi e dei luoghi, o mia particolare, nulla si farà senza il debito vostro consenso.</p>
<p>Potete figurarvi intanto se sono impaziente del proseguimento.</p>
<p>Vi rimetto le vostre lettere, cioè quattro sole, poiché l'altre non farebbero che ingrossare inutilmente il piego, essendo o indifferenti alla Cantica, o posteriori alle vostre richieste.</p>
<closer>Mio caro amico, vi abbraccio, e sono senza limite il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Vi avverto che, occorrendo, potete contare sulla protezione del Duca Braschi quanto lo stesso suo Segretario, e niente meno. Non viene ordinario, che egli non mi dimandi: Torti ha scritto?.</p>
<p>Ricordatevi bene che le vostre lettere le voglio indietro. Io non fo che prestarvele. Esse mi farebbero troppa mancanza fra le tante, che mi sono state scritte sullo stesso soggetto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>405</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 5 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Torti.</p>
<p>Voi mi fate morire di desiderio; né son solo, ma molti, che soffriamo la stessa morte. Siate dunque pietoso con tanti che sospirano il proseguimento delle vostre Osservazioni, e che fanno soffrir tutta a me la pena della vostra tardanza. Eccovi intanto il quinto foglio delle note, ove troverete rotto il segreto circa il mio nome.</p>
<p>Non perdo di vista il vostro desiderio di riveder Roma e di starci. Ma sollecitate il vostro lavoro, che sarà il vostro primo avvocato dopo la mia amicizia.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>406</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 5 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Dio sa come andrà il mio credito contro di Mami. Mercoledì prossimo si terrà un congresso tra i creditori, e allora vi saprò dire il sistema che si sarà preso. Io sono anteriore a tutti.</p>
<p>Le Tratte è impossibile l'ottenerle, e non l'otterranno neppure i privilegiati. Non occorre assolutamente che ci pensiate.</p>
<p>Vi prego di mandarmi la mesata di settembre e d'ottobre corrente, essendo tempo di villeggiatura e di maggiori spese.</p>
<p>Avete più voglia di venire a Roma? Questa sarebbe l'opportunità, perché Roma adesso è veramente tutta santa, grazie ai francesi, che più che mai ci fanno stare in orazione.</p>
<closer>Salutate la madre. Mia moglie saluta voi, ed io di cuore vi abbraccio. Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>407</head>
<opener><salute>A TOMMASO GARGALLO — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 11 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Per carità non assalite il mio amor proprio con tante lodi, né vogliate lasciar tutto a' miei nemici il merito di dirmi la verità. Io trovo bellissime ed ingegnose le vostre similitudini, ma non le trovo applicabili, e questo difetto mi affligge ben molto, perché ritorna tutto in mio danno. Vi sono però tenuto dello zelo con cui inveite giustamente contro l'invidia letteraria, ma non poniate nel numero de' miei detrattori il commentatore d'Assisi. Il poveretto è reo del contrario. Egli mi ha perpetuamente lodato, ed ha imitato quei cani che pisciano sul garretto ai galantuomini in giorno di festa. Questa gentilezza non poteva meritare che dei calci, ed io glieli ho dati, tanto più che lo scopo delle sue note e quello del suo editore è stato assai meno di far onore all'opera mia, che di profittare de' miei sudori. La loro ristampa ad un prezzo anche più vile ha rovinato il mio interesse; ma non sono stati soli a farmi un tal danno. L'avidità degli stampatori tanto pontificii che lombardi e piemontesi mi ha talmente assassinato con dieci edizioni (che finora non ho vedute), che appena m'ha lasciato due mila associati in luogo di dieci o dodici mila che avrei potuto contarne. La bile adunque mi ha forzato a farvi le note io stesso per arrestare l'infezione delle straniere, le quali sono state attaccate alla mia Cantica come un cartello da osteria, per avvisare i ghiottoni, che dentro vi si vende buon vino. Non vi parlo degli errori di stampa, di cui corrono piene queste edizioni, nessuna eccettuata. Quello che m'ha sorpreso è stato un estratto del giornale letterario di Venezia (santo Apollo! che ho io mai commesso d'iniquo per essere lodato da un giornalista?) nel quale sentite che senno, che intendimento. Quell'apostrofe nel secondo canto: <hi rend="italic">Che cor, misero Ugon, che sentimento ecc.</hi>, che sta in bocca del poeta, il bue giornalista la mette in bocca dell'angelo. In quel passo delle bilance in mano di Dio per pesare il destino di Parigi egli dice che Dio da una parte pose i peccati della Francia, e dall'altra la pazienza del Re. Per Dio, non sono mo' cose da far il viaggio a piedi nudi da Roma a Venezia per andare a dargli del coglione e dell'asino? E dopo queste buaggini posso io compiacermi de' suoi panegirici e dei titoli di cui mi dà l'investitura e d'incomparabile, e di divino, e del diavolo che se lo porti? Scusate se mi dimentico di ragionare con voi, che certamente non potete essere assuefatto ad un parlare proibito da monsignor Della Casa, e finiamo queste eleganze villane.</p>
<p>Vorrei rispondervi sopra un difetto che avete notato ne' miei versi, e che vi riconosco io medesimo. Ma le parole non sono libere come i pensieri. Se vi scoprissi i miei, voi ne rimarreste prima atterrito, e poi infiammato e bruciato.</p>
<p>Attendo le vostre istruzioni per mandarvi la continuazione delle mie stampe.</p>
<p>Amatemi, com'io vi amo, e credetemi immutabilmente il vostro amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>408</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 12 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Davvero comincio a stancarmi della vostra crudeltà. Sia questa l'ultima preghiera che vi fo di mandarmi il resto che avete pronto delle vostre riflessioni, per cagion delle quali ricevo tanti fastidi da Milano, ove sono aspettate, per tacere degli amici romani.</p>
<p>Eccovi le poche parole che, a mio parere, potrebbero mutarsi: <quote>GONFIA vernice</quote>. Quel <emph>Gonfia</emph>caratterizza bene il frugonismo, ma non parmi che si sposi bene con <hi rend="italic">vernice</hi>. — <quote>LE grandi parole a pensieri sterili</quote>. Io leverei l'articolo <emph>Le</emph>, e lascerei il senso indeterminato, perché corrisponda bene a <hi rend="italic">pensieri</hi>. — <quote>GENERARSI dei frutti</quote>. Non sarebbe mo' detto più propriamente <emph>prodursi</emph>? — <quote>Ci si fa comparire</quote>, non so perché mi dispiaccia, ma mi dispiace. — <quote>Abbigliamento FORZATO</quote>, anche quel <emph>forzato</emph> si potrebbe migliorare. — <quote>Amabili GIUOCHI</quote>, invece di <emph>giuochi</emph> direi <hi rend="italic">scherzi</hi>, e sarebbe appunto quello che disse Orazio, <quote lang="lat">quidquid olim lusit Anacreon</quote>. — <quote>Alcuni DEGL'Italiani</quote>, mi piacerebbe più senza l'articolo, e più ancora <hi rend="italic">alcuni ingegni italiani</hi>. — <quote>Sbalordirsi</quote>, sicuramente è meglio <hi rend="italic">sbalordire</hi>.</p>
<p>Ecco tutte le grandi mutazioni che vi propongo. Voi certo riderete; ma in uno scritto così castigato, così energico, così pieno di colore e di vita come il vostro, non si possono notare che dei sospetti di vizio. Ma anche con questi, il vostro stile niente perde della sua maschia grandezza, tanto più maschia, quanto che ogni parola è gravida di sentimento; né si possono enunciar più cose con più precisione. L'esito farà conoscere che non m'inganno nel mio giudizio, che consuona con quello dei più sensati. Aspetto con impazienza il secondo ed il terzo articolo,</p>
<closer>e sono con tutta l'anima il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>409</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il secondo articolo delle vostre Osservazioni è un capo d'opera. Io ne sono incantato dopo la quarta e la decima lettura, e non v'è prosa che in soggetto di critica mi abbia mai fatta una sì gagliarda e dolce impressione. Chiunque abbia fior di senno argomenterà dal vostro scritto che voi sarete un giorno il massimo dei critici e per sicurezza di giudizio, e per profondità di sentimento, e per evidenza e precisione di stile, e per tutte quelle prerogative, che distinguono lo scrittore pedante dallo scrittore eloquente e filosofo. Se considero poi che nel farvi artefice della vostra gloria, lo divenite ancor della mia, io ne provo una compiacenza che mi mena al delirio, per cui arrivo quasi a persuadermi che l'amicizia non abbia alcuna influenza in ciò che scrivete. Se il mio amor proprio si esalta un po' troppo, Dio ve lo perdoni, com'io vi perdono di esservi sollevato tanto nello scrivere, cosa che mi farebbe morir d'invidia, se non foste mio amico.</p>
<p>Avete commesso un errore (credo di penna) nel segnar l'anno della nascita di Dante; poiché questa accadde non del 1256, ma del 1265. Voglio anche avvertirvi, che dopo l'opera ultimamente pubblicata d'un certo oltramontano, di cui dirò il nome un'altra volta, l'epoca di Esiodo, sopra cui si è tanto finora disputato, viene finalmente fissata e provata dopo quella d'Omero; e le prove sono desunte dai diversi passi dell'uno e dell'altro, paragonati ai costumi corrispondenti a' tempi diversi. Ma invece d'Esiodo, che, anche senza quel che vi dico, lascerebbe incerta la vostra proposizione, avete in pronto Darete, su cui non cade questione, e che appunto molto prima d'Omero cantò la guerra di Troja; avete Corinno, da cui pretendono che Omero copiasse molta parte de' suoi poemi; avete Pisandro, di cui si rammenta un famoso poema sulle fatiche di Ercole, ed almeno altri quaranta, che furono i precursori d'Omero. Io però, volendone citare uno solo, citerei Darete, come il più cognito, e come scrittore anch'esso d'un'Iliade, essendone stato egli stesso un eroe.</p>
<p>Torti mio, seguitate la vostra fatica, la quale, ad onta della debolezza dell'argomento che vi siete proposto, va a procacciarvi una luminosa riputazione; e s'egli è vero che <quote>le anime di Dante e dell'autore di Bassville si siano toccate in tutte le loro parti</quote>, tenete per certo che la vostra entra per terza in questo contatto, e compisce il mistero d'una trinità letteraria in un'anima sola.</p>
<closer>Vi abbraccio dunque colla mia terza persona, e sono immortalmente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>410</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> Ottobre 1793.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Il terzo articolo delle vostre Osservazioni è fratello degli altri. Niuno ha mai parlato di Dante così degnamente, niuno ne ha mai più sottilmente sviluppato lo spirito. Ma il vostro capo d'opera ha un difetto universale, e questo è la troppa lode che date all'imitatore di Dante. In verità mi sento impotente a sostener questo peso, e vi prego di mitigarlo. A saziare il mio amor proprio mi basta quell'<quote>Eliseo avviluppato nel mantello del suo maestro</quote>, mantello che non darei per tutte le porpore dell'universo. Sono impaziente di aver nelle mani il compimento dell'opera per cominciarne la stampa, che si aspetta con ismania straordinaria. Fra i nuovi amici che vi ha fatti questa vostra fatica e che voi non conoscete, contate principalmente il mio Padrone, che spesso e con piacere mi parla di voi, e che appunto quest'oggi a tavola mi ripeteva queste parole: Bisogna assolutamente pensare a far del bene a questo bell'ingegno: ditemi che si potrebbe fare. Quel che il mio Padrone ha detto a me, io lo dico a voi. Quanto sarei lieto se potessi avervi vicino! Quanto giovamento ne verrebbe ad ambedue dalla comunicazione delle nostre idee!</p>
<p>A questo proposito è d'uopo che voi vi ricrediate intorno ad Esiodo. La vostra proposizione sarebbe zoppa, non tanto per la provata anteriorità d'Omero ad Esiodo, quanto per la qualità dell'opere medesime d'Esiodo, il quale non sta sicuramente ad Omero, come Ennio a Virgilio, poiché se questo è barbaro e rozzo e pieno di sterco, Esiodo, al contrario, è oro pretto e i suoi versi si antepongono da non pochi a quelli pure d'Omero. Lo scudo di Ercole non è niente men bello che quello d'Achille, e la guerra de' Giganti contro gli Dei è lavoro d'una fantasia sì ardente, che in tutta l'Iliade non trovo quadro che lo pareggi. E qualora non si volesse comportar Esiodo eguale ad Omero, si è costretti certamente di riconoscerlo pel più grande di tutti i poeti greci dopo Omero. In conferma di quanto vi dico e per ozio vi trascriverò alcuni versi del Poliziano, che conosceva meglio di tutti la lingua e il genio de' Greci.</p>
<quote rend="block" lang="lat"><lg type="nc"><l>At tibi dædaleos monitus, heliconie vates,</l>
<l>Qui sequeris, necque ventosis in nubibus alas</l>
<l>&gt;Expandis, necque serpis humi, sed præpete lapsu</l>
<l>Ceu medium confine teris, quo carmine dignas</l>
<l>Addiderim, tandem, quove ore aut pectore laudes?</l>
<l>Scilicet huic, patriis pecudes in vallibus olim</l>
<l>Servanti, cunctæ sese indulsere videndas</l>
<l>Aonides, laurumque viro vocemque dedere,</l>
<l>Qua superum caneret stirpem, præceptaque morum,</l>
<l>Descriptosque dies operum, clypeumque tremendi</l>
<l>Herculis, et veteres divum genus heroinas.</l>
<l>Ergo et chalcidico vatum certamine quondam</l>
<l>Rettulit auritum tripoda, et (si vera minores</l>
<l>Audimus) cantu magnum quoque vicit Homerum.</l></lg></quote>
<p>Ho corretto il passo da voi notato nella seconda vostra lettera, e nel resto non si muterà sillaba, senza il vostro consenso.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>411</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 26 Ottobre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi ringrazio delle otto doppie, e vorrei potervi ringraziare d'un'altra cosa. Mia madre non si ricorda mai di me, né di mia moglie, né de' miei figli. Fra poco avrò il secondo, e sono tante le cose che abbisognano e ci consumano specialmente in telaggio, che vorrei le ricordaste ch'io pure ho diritto alla sua carità, dopo di averne usata tanta ed usarne tuttogiorno ai figli di mio fratello, il quale, Dio lo benedica, sa profittare sicuramente della vicinanza di casa, sebbene le sue entrate siano ben maggiori delle mie. Non voglio pensare ch'egli non avrebbe avuto senza di me né la sua carica di giudice, né i buoni negozi che ha e che gli portano in saccoccia dei bei zecchini senza mai ricordarsi di chi gli ha procurato il buon anno. Voglio solamente che facciate riflettere a mia madre che ancor io ho due figli da vestire, ed una moglie che non è fatta per dormire sopra un pagliaccio coi lenzuoli di canevaccio. Ditele, insomma, che mi mandi un poco di tela, e mi faccia conoscere che non mette differenza tra i figli lontani e i vicini. Se nol vuol fare per questo titolo, lo faccia per carità.</p>
<p>Siete in errore nel credere che siano state date Tratte di minuti. Vi replico che quest'anno non se n'accorda di qual si sia genere, neppure le Tratte chirografarie, fra le quali contate anche quelle del mio Padrone nelle sue enfiteusi camerali. Insomma niuna affatto, niuna, e chi la racconta diversamente vi dice una solenne bugia. Tutte queste precauzioni di Roma sono dirette ad impedire una carestia da cui è minacciato lo Stato, stante le grandi estrazioni segrete che si sono fatte per contrabbando negli Stati limitrofi, di modo che l'Annona medesima di Roma ha dovuto commettere a questo sig. Bottoni l'incarico di far venire dal Mar Nero tutta la quantità di grano che si potrà. Le istesse ordinazioni sono state date dai Genovesi, i quali non han grano neppure per tutto Decembre, perché tutta l'immensa quantità che era stata sbarcata in quel porto è passata in Francia, dove l'hanno pagato fino a venticinque e più scudi il rubbio, ed è ben naturale, perché l'oro è la calamita del grano, e contro l'oro non vagliono né editti, né flotte. Presentemente poi in Genova il grano si paga ventuno e ventidue scudi il rubbio, e i Genovesi in Roma per i pochi grani delle Paludi Pontine, che sono gli unici privilegiati di lor natura, hanno esibito al mio Padrone, che ne ha qualche grossa partita, fino a diciotto scudi alla spiaggia a denaro contante, e dei granturchi, undici e dodici scudi. Anche in Napoli si manca di grano, e vi sono dei gran susurri, e quello di Sicilia, che quest'anno è stato abbondantissimo, è sparito ancor esso. Insomma noi pensiamo d'aver affamati i Francesi, e i Francesi hanno affamato noi, e seguiteranno ad affamarci fintantoché avranno oro da pagarlo il prezzo che lo pagano, e così la faccenda assicuratevi che non finisce per ora e che finirà male per tutti. Se fosse lecito il parlare, vi direi che tutti gli sforzi delle Potenze alleate sono e saranno sempre impotenti, perché quando venticinque milioni di persone sono risolute di restar libere, o di morire, non v'è forza che possa impedirlo, e i Sovrani se ne accorgeranno ma tardi, perché non sanno o non vogliono sapere che cosa sia la spada dell'opinione. Dio faccia ch'io sia falso profeta, ma non tarderà molto a risplendere questa terribile verità.</p>
<closer>Addio. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>412</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 13 Novembre 1793.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Cerco parole per dirvi l'impressione che m'han fatto il quarto e quinto vostro articolo, e non le trovo. L'ultimo mi sembra superiore a quanto di sensato e di profondo è mai stato scritto in questo genere; ma bisogna che la vostra amicizia m'ascolti con pazienza un momento. Voi esaltate tanto la mia Cantica, che ne fate una vera apoteosi. Questa idolatria va a concitarmi contro l'invidia e la malignità di tutta quanta la letteratura, la quale non comporterà mai (e a ragione) che il cantore di Beatrice sia posposto a quello di Bassville. Per lo che io vi prego e vi scongiuro di moderare questo siffatto giudizio, o di enunciarlo in una maniera più modesta e più rispettosa. Siete così abbondante d'ingegno, che facilmente ve ne disimpegnerete; ma, in un modo o nell'altro, fatelo per carità. Mi consolate con la promessa del settimo articolo, e vi esorto a non risparmiarmi. Intanto è bene ch'io vi dica che probabilmente il vostro editore sarà Bodoni. Ricevo lettera da lui in cui sono pregato di certa cosa, ch'io gli accorderò a condizione che s'incarichi della pubblicazione del vostro scritto. Fra pochi ordinari ne sentirò la risposta, che spero favorevole.</p>
<p>Ho cominciato il quinto Canto, e interrotte le note per ripigliarle in fine, e mettermi del paro col testo e coi fatti che ho intrapreso a descrivere.</p>
<p>Ricordatevi che desidero di provarvi coll'opere la mia amicizia, e vi son altri che bramano lo stesso. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>413</head>
<opener><salute>A TOMMASO GARGALLO — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 15 Novembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Se la posta vi ritarda questa mia lettera come mi ha ritardata la vostra, voi non la riceverete che colla nascita di Gesù Bambino. Consegnerò a Ramette i fogli delle note mancanti, e li riceverete da Matta, a cui ne sarà fatta la direzione secondo il vostro ordine.</p>
<p>Riscuoterò ancora il denaro che m'accennate, ma parmi l'avervi scritto nella seconda lettera, che questa non era la mia intenzione. Ora vi dico espressamente che per l'avvenire non pensiate a queste miserie.</p>
<p>Se le mie note fossero libere, e in persona d'un altro, non avrebbero il difetto che mi rimproverate; ma dovete riflettere che, non potendo io rendere un poco di giustizia al testo, ove lo merita, sono stato necessitato di ricorrere all'erudizione, ad esempio del principe dei commentatori (dopo Servio) La Cerda, e questo metodo tanto più m'è piaciuto di preferire, quanto che giova a smentire una calunnia, che la malignità comunemente suol dare ai poeti, quella, cioè, di coltivar l'immaginazione, e poco o nulla l'intelletto, quasi che si possa immaginare bene senza ben sapere.</p>
<p>Il <hi rend="italic">borioso scrittore</hi> è Bettinelli, e <hi rend="italic">Scapulino</hi>, ossia <hi rend="italic">il brutto autore del Bello</hi>, è l'abate Spalletti, di cui Mattei può darvi buon conto.</p>
<p>Mi consigliate di ricorrere all'allegoria nel proseguimento dell'opera. Nol posso fare per due motivi; primieramente perché l'allegoria sarebbe fuor di loco in un poema in cui mi propongo di abbellire dei fatti. In secondo luogo, volendone far l'uso che voi vorreste, e che vorrei anch'io, non mi verrebbe permesso.</p>
<p>In quanto all'altro consiglio di aver sempre dinanzi agli occhi la <emph>posterità</emph>, vi rispondo, che se i versi son buoni, la posterità li vedrà, qualunque sia il partito del poeta. V'ho già detto altra volta, che altro dice la musa, ed altro il core, ma fuori ancora di questo riflesso, persuadetevi che in fatto di opere destinate al piacere, non si calcola mai l'utilità politica, e che il primo dover d'un poeta è quello di dilettare (il che si risolve nell'altro di giovare, che malamente Orazio disgiunge dal primo) poiché nessuno sicuramente si porrà a studiare l'Ariosto per divenire repubblicano, né Omero per farsi cattolico. Non so se io colga nel vostro pensiero, né se voi coglierete nel mio, ma in caso di dissonanza, verrà tempo che ci metteremo amendue perfettamente all'unisono.</p>
<p>Fra le poche mie virtù ho quella di conservar niente del mio presso di me né in istampa, né in iscritto. Onde non è possibile che io renda contente le vostre richieste. Solamente potrò dirvi, che la miglior edizione de' miei versi è quella di Bodoni, in tre tometti da lui fatta a conto proprio. Datene la commissione, e l'avrete. V'avverto che, appunto perché fu fatta senza mia intelligenza, la stampa è non poco scorretta.</p>
<p>Non vi stancate d'amarmi e sant'Apollo vi benedica. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>414</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Novembre 1793.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>L'ultimo articolo promette molto e mantiene assai poco. Le critiche che rilevate non ponno mai essere sufficienti a placare l'invidia che mi generate co' vostri elogi. Non so quanto sia giusta la prima censura risguardante l'Ombra marsigliese, perché anche in buona teologia si può essere spirito beato e vagolar sulla terra e per le stelle e per tutto l'universo senza punto perdere della propria beatitudine, la quale è dappertutto dov'è Dio, che è dappertutto; ma quand'anche la vostra riflessione fosse, in buona regola di poesia, senza fondamento, mi piace di lasciarla correre, perché è piena di spirito e di grazia. L'altra della <hi rend="italic">nube oscura e cava</hi> è giustissima, e debbo candidamente confessarvi che la fretta, e, piucché la fretta, la difficoltà della rima mi vi costrinse; e sebbene a prima vista paia facile cosa l'emendarlo, se voi vi porrete all'impresa, ritenendo tutti gli altri pensieri fuori che quello che abbiam detto della <emph>nube</emph> e dell'<emph>inosservato</emph> che è posto per servir di puntello all'altro, forse non troverete di che contentarvi. Anche le altre abbondano d'ingegno, senza mancare di sensatezza, né io posso in mia discolpa dir altro se non che, se conoscessi la topografia di Parigi come quella di Roma, avrei parlato diversamente. Circa il rigoroso incognito in cui l'ombra del mio eroe viaggia, avete fatto saviamente a premettere il sospetto di azzardare una critica, che in processo d'azione può restare smentita. Non vi parlo dello stile, perché questo è sempre lo stesso, cioè inimitabile, prescindendo dalle sue macchiette, che vi accennerei se vi conoscessi disposto a mutarle. Per quello però che riguarda le mie lodi, torno a ripetervi di tutto senno che non mi sento assolutamente forte abbastanza per accettare la superiorità di sentimento che troppo largamente voi mi regalate sopra Dante medesimo. Questa idea moderatela e, se non altro, attribuite l'effetto della mia Cantica ad una maggior grazia e disinvoltura di verso, piuttosto che ad una maggior energia di passione.</p>
<p>Un poco di temperanza ancora nelle vostre riflessioni sulla notte virgiliana, nella quale non è vero che il poeta abbia fatta l'enumerazione di tutti gli animali e precisamente dei rettili e dei pesci, che in niuna maniera vi sono compresi, e che l'uomo solo ne sia escluso, perché l'uomo è compreso anch'esso nel <foreign lang="lat">corpora per terras</foreign>: e in quanto alla ripetizione dell'istessa idea con diversità di parole, questa, a parer mio, non è difetto ma copia di lingua. Per quanto sia spiritoso e leggiadro quel passo delle vostre Osservazioni, in buona coscienza è calunnioso e vi prego di meditarlo, perché parlasi di Virgilio.</p>
<p>Finalmente la giustizia vuole che nel primo articolo ove parlate così rettamente della corruttela degli stili, eccettuiate tre grandi poeti, che sono intatti di questa lue; uno è il Parini, autore del <title>Mattino</title>; l'altro è Minzoni, e il terzo, che più di tutti mi preme, perché uomo di gigantesca riputazione, perché ingegno più ch'altri nudrito del midollo dantesco e perché finalmente entusiasta appassionato della Cantica, e questi è Alfieri. Una nota è bastante per tutta la bisogna, e tanto più è necessario che la facciate, quanto che Firenze e Milano, ove dimorano Alfieri e Parini, sono due luoghi, ove sicuramente le vostre Osservazioni verranno stampate, perché dall'uno e dall'altro mi sono con istanza richieste. Io però spero che il primo editore sarà Bodoni.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>415</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Dicembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Spero che quando voi riceverete questa lettera io avrò ricevute le notizie per il Duca di Ceri. Parlerò con lui questa sera a conversazione, e sentirò se stimi necessaria la visita di cui parlate. Egli è afflitto per la nuova qua giunta della morte della Regina, la quale lo amava molto. Onde può essere che, se lo trovo molto addolorato, io differisca a parlargliene un'altra volta.</p>
<p>Avrete già ricevuto il mandato e le lettere per mons. Soderini e la Congregazione. Non scrivo di più, perché non posso. Mi sento una invincibile agitazione di cuore che mi uccide, e il male è nello spirito più che nella macchina. Non so donde derivi, né so come finirà.</p>
<closer>Amatevi e sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>416</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">Dicembre 1793</add>.</date></opener>
<p>Incomparibile Amico.</p>
<p>Dopo quasi cinque anni di morte v'è piaciuto di resuscitarmi in vita, e Sant'Apollo ne sia ringraziato con tutte le Muse. Per rispondere categoricamente alla vostra gratissima, comincerò dal dirvi che mai ho ricevuta l'edizione dell'<title>Aminta</title>, e che la più grande appunto delle mie mortificazioni si è stata di vedere in mano di tutti questo bel libro fuor che in quelle del vostro poeta, il quale non ha mai saputo da che ripetere questa disgrazia. Ora che l'arcano è svelato, Dio perdoni a quella buon'anima di <gap/>… la truffa, che crudelmente mi ha fatto del vostro prezioso dono, sebbene non gli perdono già io d'avermi dato motivo di sospettare la perdita della vostra amicizia, che non ha prezzo. Se alla consolazione che provo infinita nell'avervi riacquistato volete aggiungere anche l'altra dei due esemplari che mi promettete della terza ristampa di quella favola, io li riceverò con tutta la devozione, e ne farò legato a' miei per monumento della vostra bontà verso di me, e del grato amor mio verso di voi, di voi a cui tanto debbo. Per la spedizione adunque ne farete la direzione al nostro <foreign lang="fre"> Monsieur</foreign> Brina, il quale n'è ben contento, e se all'<title>Aminta</title> voleste unire una sola copia delle mie poesie delle quali son privo affatto, raddoppiereste le mie obbligazioni. Passiamo al vostro manifesto.</p>
<p>Prima di tutto segnate subito nel catalogo dei vostri associati tre rispettabili soggetti. Il primo è <emph>Pio Sesto</emph>, il secondo è il Duca Braschi, il terzo è il Segretario di Stato. Rapporto a questo ultimo egli stesso ve ne scriverà, indicandovi la qualità dell'edizione che gli piacerà di scegliere. Ma in quanto al Papa, egli desidera la seconda, il sesto della quale, dic'egli, gli fa corpo con altre edizioni de' medesimi classici. Vuole però che, secondo la promessa del manifesto, sia impresso il suo nome avanti il frontespizio d'ogni volume, e lo stesso vuol pure il sig. Duca mio Padrone, il quale v'ha procurate le altre due associazioni, senza pregiudizio della quarta e della quinta che forse gli riuscirà di trovarvi. Egli si è anche addossato l'incarico di procacciare al vostro raccomandato la lettera ch'egli desidera di Sua Santità a codesto vostro Reale Sovrano, e fino da ieri mattina, nel ricevere i suoi ordini risguardanti la sudetta associazione, il Duca ne prevenne il Papa con queste precise parole: «Ho poi una piccola pro—memoria da passare a Vostra Santità proveniente appunto da Bodoni per un affare che gli preme, ma questa mattina non voglio disturbarla». E realmente non era momento da farlo, perché è d'uopo sappiate che il Papa guarda il letto da molti giorni per una certa piaghetta alla gamba, che lo tiene spesso di cattivo umore, impedendogli di camminare e di occuparsi secondo il suo solito. Per lo che a tempo più opportuno e più libero siate sicuro che, fuori d'un qualche ostacolo particolare per parte del Santo Padre, il vostro amico sarà servito. Qualora però questo accada, siccome spero, esigo da voi innanzi tutto la condizione che non insultiate la mia amicizia con promesse, qualunque siansi, né di guanti né di stivali. Se voi me ne fate più motto, io torno a tacere altri cinque anni.</p>
<p>Mi domandate se dovete ciecamente seguire l'edizione del Padre Lombardi nell'edizione che meditate di Dante. Vi rispondo sinceramente di no, sebbene a mio parere sia la più sensata e corretta per la scelta delle varianti. Egli segue ordinariamente la Nidobeatina, che certo era la più pregiata, ma nondimeno anche questa ha i suoi peccati almeno al tribunale del buon senso, che bisogna sempre consultare prima del manoscritto, specialmente quando nell'oscurità del sentimento il filo d'Arianna è tutto nella logica. Se me lo comandate io posso notarvi in un foglio le varianti, che mi sembrano peggiorate o sbagliate dalla Nidobeatina e da quella del Lombardi, che è buon frate, buon galantuomo, e mio amico, e che, occorrendo, posso ancora consultare per qualche emendazione posteriore alla sua stampa. Su questo non mi dipartirò punto da quanto mi prescriverete. Egli è bene però che sappiate che in Livorno presso un certo Airoldi (se non erro nel nominarlo) esiste un manoscritto di Dante, ch'egli e molti credono autografo, nel quale dicono essere tante le varianti, che nel solo primo canto se ne contano ventisei non osservate in alcun altro manoscritto. Se vi fosse modo di farlo consultare, la vostra edizione sarebbe inestimabile.</p>
<p>Circa il Petrarca, non avendo fatto su questo classico che uno studio comune, non sono in grado di darvi il minimo lume, tanto più che l'edizione del Rubbi, a cui parmi che abbiate intenzione di rimettervi, non mi è mai caduta sott'occhio. Lamberti, che saluterò in vostro nome, è uomo da servir meglio di me al vostro bisogno su questo punto.</p>
<p>La vostra <emph>metamorfosi matrimoniale</emph> è stata contemporanea alla mia, e se voi siete in questa tranquillo, io nol sono meno di voi. Ho già il contento di vedermi scherzar intorno una bambina che mi rapisce, e tra poco diverrò padre la seconda volta. Se il cielo mi dà un maschio io gli metterò il vostro nome, e farò quello che voleva Oreste da Pilade, a cui diceva, parlando di Elettra:</p>
<quote rend="block"><l>Se un figlio ti darà, chiamalo Oreste.</l></quote>
<p>Offrite voi intanto la mia servitù alla vostra Elettra, com'io v'offro la servitù della mia, la quale, tenera com'è sulla memoria del padre, vi ringrazia dell'onorevole menzione che ne fate.</p>
<p>Addio. Vostro obbl.mo servo ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>417</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 10 Dicembre 1793.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Vi scrivo colla sarica indosso e gli stivali in gamba sul momento di partire per una gran caccia in Campomorto. In questo punto ho fatto anche un piego per Milano, ove mando per ora i primi tre articoli delle vostre Osservazioni, non essendo gli altri ancora copiati. Se nulla vi piace di mutare su quanto vi scrissi, <foreign lang="lat">fiat voluntas tua</foreign>. Il mio consiglio non aveva per oggetto che di risparmiare a me e a voi dell'invidia: del resto, non penso così umilmente di me medesimo da credermi indegno delle vostre lodi. Son persuaso che, dopo la morte del vostro poeta, tutti penseranno di lui istessamente, siccome io penso pure del suo panegirista. Ma sulla nota similitudine Virgiliana, con sua pace, egli avrà sempre torto; né la bella ed infedele traduzione del Caro giustificherà punto il deciso (sebben grazioso) ridicolo di cui è stata coperta. Ho aggiunta al suo loco la nota sopra i triumviri dello stile dantesco, e va bene. Io torno in Roma il dì 20 del corrente, e ciò vi sia di regola.</p>
<p>Mio caro Torti, addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>418</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Dicembre 1793.</date></opener>
<p>Dopo dieci giorni di assenza da Roma, per cagione di caccia col mio Padrone, mi sono restituito ieri in città, ove subito mi sono rifatto delle mie campestri fatiche colla lettura della vostra carissima. Non vi parlerò della vostra risposta al signor Duca, perché potete immaginarvi il suo gradimento: molto meno vi farò parola del piacere che mi cagiona il sentire la vostra piena soddisfazione nell'avervi io politamente tolto dal ginepraio, in cui vi aveva messo più la vostra cordialità che l'altrui importunità. Quel che mi preme di dirvi si è, che voi sarete interamente e diligentemente servito rapporto a Dante e all'ode dedicatoria per l'edizione del vostro Anacreonte. Siccome però mi trovo presentemente ingolfato nel quinto canto del mio <title>Bassville</title>, per cui mi tormentano da tutte le parti, così desidero mi prefiggiate il tempo, in cui precisamente quest'ode vi è necessaria. Del resto io sono il vostro poeta e non cedo a nessuno questo privilegio.</p>
<p>Parlerò a Lamberti per il Petrarca, e mi lusingo che si recherà ad onore questa incombenza. In quanto all'Ariosto, non vi potete diriger meglio che all'abate Barotti.</p>
<p>Attendo con impazienza l'<title>Aminta</title>; ma non occorreva che al pregio dell'edizione voleste aggiungere anche l'altro della legatura, quando un semplice rustico mi sarebbe piaciuto assai più. In questa occasione ricordatevi che v'ho pregato d'un qualche esemplare delle mie poesie, di cui sono privo, e perdonatemi questa indiscretezza.</p>
<p>Vi prego d'un saluto al nostro buon Pagnini, che amo sempre quanto lo stimo, vale a dire moltissimo. Offrite ancora la mia devota servitù alla vostra signora, che reputo la più beata donna del mondo, perché possiede il migliore degli uomini, e l'uomo del secolo.</p>
<closer>Comandatemi; e siate persuaso che durerà in me, quanto la vita, il sentimento d'affetto, che mi fa essere il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Il mio Padrone mi rimprovera d'aver dimenticato i suoi saluti. Egli ve ne fa mille e di cuore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>419</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 28 Dicembre <add resp="ed">1793</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi ringrazio delle dodici doppie, quattro delle quali sono vostro dono, di cui anche mia moglie vi ringrazia tanto, e l'avrebbe fatto in iscritto, se da qualche giorno non si trovasse indisposta, senza pericolo però fuori di quello di dover partorire, cosa che la tiene in una continua agitazione, perché il caso porta che in quest'anno muore un numero grande di giovani, e tutte di parto, ed una particolarmente nella stessa casa dove noi abitiamo, e proprio sotto le nostre stanze; e questa, bella e forte come un toro, è morta d'anni venti.</p>
<p>A quest'ora avrete veduto il sig. Mambelli, da cui intenderete che non ho mancato ad alcuno di quei doveri, che m'imponeva la vostra raccomandazione. In quanto al suo affare, ancora è sospeso, e sebbene abbia seco tanti documenti, e quello specialmente della licenza d'incettare che lo giustifica, nulla di meno sarà un gran miracolo se otterrà la grazia in qualche parte.</p>
<p>Qui stiamo un'altra volta in paura per la nuova giunta della ripresa di Tolone, e per il rigurgito che si teme in Italia delle armate francesi. Vi saranno guai per tutti, e se non è oggi, sarà domani.</p>
<closer>Salutate la madre per parte ancora di mia moglie, che saluta caramente voi pure. Sono di cuore vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>420</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Dicembre 1793.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Sa il sig. ab. Giacchi quante volte io abbia sollecitato e flagellato colle premure il pigro ed eterno ab. Pecci, il quale secondo lo stile di tutti gli Uditori di qualità vogliono essere adorati prima di adempire il loro dovere. Dall'altra parte il sistema delle Case di Roma è montato in modo, e tutta la provincia economica è talmente schiava di questa birba gente di toga, che se gl'irriti e gli storci un capello ti guastano tutto senza rimedio. Ciò ha fatto ch'io non abbia desistito dalle dolci maniere, e ch'io prosegua a stimolar colle buone questo animale, finché una volta concluda un affare, che da tanto tempo è già stato concluso e stabilito nell'animo e nell'espressa volontà del sig. Duca. Dimani me l'intenderò con mons. Bartolucci, perché egli pure, impegnato per questo medesimo oggetto, induca il Pecci a terminar questo affare, che si preme e che interessa tanto la mia gratitudine.</p>
<closer>Sia persuasa l'E. V. di questi miei sentimenti, mentre col più profondo rispetto mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>421</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 Gennaio 1794.</date></opener>
<p>Quasi ad un tempo ho ricevuta la vostra lettera, e i tre esemplari dell'<title>Aminta</title>. Non posso saziarmi gli occhi di questa edizione; né posso trovar parole per ringraziarvi di dono tanto prezioso. Ne ho regalato un esemplare a Monsignor Tesoriere, che lo tiene in mostra per maraviglia; e un altro forse l'umilierò al Papa, più assai per onor vostro, che per mio beneficio. Vi ringrazio ancora dell'esemplare de' miei versi, e dell'altro che mi promettete. Ma se volessi ringraziarvi di tutto, non mi rimarrebbe luogo di parlarvi del vostro amico, per cui sollecitate nuovamente la protezione del mio signor Duca. Io gli ho ripetute francamente le vostre premure, e poteva farlo senza paura di divenirli molesto, perché so quanto egli tenga in pregio la vostra persona e le vostre raccomandazioni; e se fosse diversamente, sarebbe ben barbaro. Ma quanto S. E. è disposta a servirvi, altrettanto è impossibile il farlo con effetto. Non si può essere importuno al Papa impunemente; e dopo l'espressa sua negativa, si corre pericolo d'un acerbo disgusto. La ragione del vostro amico, d'essere il Fontana uno straniero, è ragione buona per Sua Altezza Reale che doveva preferirlo, non per il Papa che dovea raccomandarlo: il mio Padrone in simili incontri procede con molta delicatezza e circospezione. Tuttavolta dandosi un contrattempo, S. E. a vostro riguardo lascerà da parte i riguardi.</p>
<p>Ho parlato a Lamberti. Egli è tutto a vostra disposizione. Fra pochi giorni darà mano, e presto l'avrete.</p>
<closer>Vi ritorno i saluti del mio Padrone e quelli di mia moglie, che si fa serva della vostra e di voi, per non essere da meno di me, che per tanti titoli e con tanta sincerità di sentimenti mi pregio di essere <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>422</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 Febbraio 1794.</date></opener>
<p>Amico carissimo e preclarissimo.</p>
<p>L'acclusa del sig. Duca Braschi darà sfogo abbastanza alle nuove vostre premure pel signor Poli, e colla lettera di Sua Ecc.za alla mano renderete autentico abbastanza il vostro impegno per servire l'amico.</p>
<p>Ho tardato a rispondervi, perché volevo un documento che vi liberasse da ulteriori molestie. E poi le briglie della nuova promozione, che ha fatto star in moto tutte le segreterie, e il parto di mia moglie, e il pericolo di vita da lei corso, e cento altre occupazioni mi hanno positivamente rubato il tempo di scrivervi. Ora lo fo con meno di rimorso, e vi ringrazio del secondo esemplare trasmessomi delle mie rime, le quali sono già ritornate in Lombardia in regalo al sig. conte di Wilzeck.</p>
<p>Non sono dimentico d'Anacreonte, ma compatite un uomo dannato ad un duro mestiere, che è quello di scriver lettere ed agghiacciarsi tutto il giorno la fantasia fra pensieri ingrati e mortiferi.</p>
<p>La sola vostra amicizia può ravvivarmi l'estro già moribondo; intanto conservatemela inalterabile com'io vi conservo la mia, e credetemi tutto vostro servo vero ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>423</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 12 Febbraio 1794.</date></opener>
<p>Amico caro.</p>
<p>Un continuo vagare fuori di Roma in compagnia del mio Padrone per quasi tutto il mese passato, una grave malattia di mia moglie, il secondo suo parto, che per la seconda volta le è costato quasi la vita, gl'imbarazzi della segreteria, che in questo tempo di promozione sono stati e sono moltissimi, e cento altre distrazioni ed occupazioni, eccovi i motivi del mio silenzio, contro cui mormorava il mio cuore. Dopo tutto questo mi compatirete se, non potendo più tacere, sarò breve.</p>
<p>Le vostre Osservazioni Bassvilliane han fatto in Milano la sensazione che han fatto in Roma, ma in Roma e in Milano tutti conoscono che lo scrittore di quei fogli quanto è sublime, altrettanto è riscaldato dall'amicizia. Fuori di questo grande difetto, il vostro lavoro è incomparabile. Ma si stampa egli poi? Non si aspetta che un cenno dell'uomo che vi si loda, e questi non attende che un piccolo sacrificio del lodatore, cioè una qualche moderazione. Io ve la chieggo non in nome dell'amicizia, ma della ragione.</p>
<p>In quanto alla Cantica, tu l'indovini pur troppo. La presente superiorità della Francia disordina senza dubbio il mio piano; ma vi sarebbe anche modo di conciliar tutto, purché si volesse permettere il libero linguaggio della verità e della religione, non della religione de' nostri preti, ma d'Isaia e d'Ezechiele, i quali peroravano la causa di Dio predicando sempre flagelli e castighi e tribolazioni a chi? al popolo circonciso. Se questo solo mi si concedesse, la mia immaginazione non avrebbe mai colti i più bei fiori poetici, e voi vi ostinereste piucché mai nei vostri sublimi deliri.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono eternamente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>424</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 12 Febbraio <add resp="ed">1794</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Alli due del corrente mia moglie mi ha partorito un maschio, e fino al giorno d'oggi sono stato in pericolo di perderla, come l'altra volta. Il suo buon temperamento ha superato il suo male, ed ora sta quasi bene. Non così io, che per troppo strapazzo mi sento assai male disposto: ma la quiete mi restituirà quello che m'ha tolto il disturbo in cui sono vissuto.</p>
<p>Se il fratello si trova più in Fusignano, ditegli che ho ricevuto i coteghini, e ringraziatelo. Mia moglie vi saluta, ed essa ed io vi preghiamo di ottenerci dalla madre la sua benedizione.</p>
<closer>Amatemi e credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Per carità il mio semestre.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>425</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 Marzo 1794.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>La lettura del vostro ricorso mi ha commosso, e bisogna essere insensato per non conoscervi tutti i caratteri del vero e del giusto. Ma questo Angelo Stampa contro cui ricorrete sapete voi chi egli sia? Egli è mio amico. Ciò è poco. Egli lo è anche del Duca Braschi: e questo pure non è tutto. Egli è un favorito del Papa e di tutti quelli a cui il Papa potrebbe rimettere la vostra supplica per informazione. Egli è tale, insomma, che se vostro padre foss'anche più innocente d'Abele, la voce di vostro padre non verrebbe assolutamente ascoltata. In questo stato di cose che mi consigliate di fare? Posso donarvi, e ve la dono volentieri, la mia qualunque siasi amicizia verso di lui; ma s'egli mi avesse mai usato dei beneficii ed or venisse in cognizione (il che sarebbe inevitabile) ch'io avessi presentato al Sovrano un ricorso contro di lui? E quand'anche io fossi sciolto, per desiderio di servir voi, di qualunque riguardo, che posso io sperare da me solo e senza l'aiuto del mio Padrone? E d'altronde, come lusingarmi che il mio Padrone, legato al vostro nemico per vincolo d'interesse, voglia, debba e possa assumere un impegno di tal natura? Vedete, amico, la mia confusione e datemi consiglio. Io ne do intanto uno a voi, ed è quello di curare il male coll'asta di Achille. Stampa ha fatto il male, e Stampa solo può rimediarlo. Lasciatemi dunque la libertà di mutare i termini della supplica, e d'interporre la mediazione dello stesso Stampa per ottenerne un qualche buon esito. Se il consiglio vi piace, io m'incaricherò dell'esecuzione, per quanto sarà eseguibile. Diversamente, cambiatemi il vostro comando, e sperimentate in altro modo, siccome vi prego, la mia vera, leale ed illimitata amicizia.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>426</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 Marzo 1794.</date></opener>
<p>Ho ricevuto il bimestre di gennaro e febbraro, e ve ne ringrazio. Il vostro rallegramento mi figuro che sia per l'agenzia che ho ottenuta dal Cardinal Chiaramonti. Se questo è il vostro pensiero, vi dirò che Dio <foreign lang="lat">dat nivem sicut lanam</foreign>. Se avendomi cresciuta famiglia, non mi avesse cresciuta ancora l'entrata, sarei disperato. Siate pur persuaso che non spendo, né butto, e che nulladimeno non ho tanto d'entrata da mantenermi in livello colle spese. E nonostante, l'entrata non è sì parca, perché, tra certi e incerti, giunge al migliaio. Mia moglie non istà tanto male, ma le puzze che in quest'aria sono mortali, hanno molto abbattuto la sua forte salute, e gli occhi e la testa hanno molto patito. La medesima vi saluta, e tutti due salutiamo la madre, cui preghiamo della sua benedizione.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>427</head>
<opener><salute>All'ab. UBALDO BELLINI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 24 Marzo 1794.</date></opener>
<p>L'<title>Aminta</title> del Tasso, che le umilio, è uno de' più belli sfarzi tipografici del signor Bodoni, che ne ha tirati cinquanta soli esemplari. Mi fu regalato questo dall'editore in attestato della sua amicizia; ed io lo presento a Vostra Signoria Illustrissima in attestato della mia servitù. La materia del libro non è molto confacente, lo so, colla severità de' suoi studi; molto meno lo sarà col suo gusto il poemetto che lo precede, essendo lavoro mio. Tuttavolta il nome del Tasso mi fa sperare da lei una cortese accoglienza.</p>
<closer>Con questa lusinga, e con quella de' suoi comandi, mi rassegno pieno di ossequio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>428</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 7 Giugno 1794.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Dopo due mesi di ostinato silenzio eccovi finalmente una lettera di Vincenzo Monti. Voi siete meco in collera, e il vostro sdegno è ben giusto. Ma potrete voi averne di sorta alcuna con un uomo perseguitato dai Giansenisti di tutto il mondo, e da costoro proscritto, e condannato in Castel Sant'Angiolo, e rovinato nell'opinione del Sovrano, e segnato a dito come un congiurato, come un Giacobino, e tuttavia buon cattolico e uomo d'onore? Questo è l'amaro calice che da parecchi mesi mi si fa sorbire, e con cui si avvelena la vita di un solitario, d'un uomo che vive a se stesso, alla sua famiglia, a' suoi pochi amici, e che nulla ha scritto, nulla ha parlato, nulla ha stampato che non respiri costumatezza e religione. Divorato da pensieri così cocenti, per calma dei quali a nulla mi hanno giovato ventidue giorni di aria tusculana in un perfetto ritiro e colla sola fiera compagnia di strani sospetti e di cento paure, come potevo io prendere in mano una penna che mi fuggiva per scrivervi? quando non ardivo di confidare neppure all'aria le mie parole, e i miei pensieri a me stesso? Con tutto ciò, riavutomi alquanto dalla mia vertigine, comincio a conoscere il mio torto, e ne dimando perdono. Mi vaglia per ottenerlo l'aver guadagnato affatto l'animo del signor Stampa a favore di vostro padre, e guadagnato a segno, di esser egli pronto a far qualunque attestato giustificante l'onestà del medesimo, perché egli possa presentare più francamente le sue suppliche al trono di Nostro Signore. Con tutto questo non vi lusingate molto di un esito felice. Il Papa è come il destino, che mai, o rade volte si piega, e lanciato che abbia il dardo una volta, nol richiama più indietro. Il mio Padrone terrà disposti a piacer vostro e mio i suoi benevoli offici, ed io tratterò d'accordo con Stampa il vostro affare con un impegno corrispondente alla mia gratitudine ed amicizia.</p>
<closer>Vi scrivo in massima fretta, ma sono con tutta l'anima il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>429</head>
<opener><salute>A MARCELLINO SERPIERI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Luglio 1794.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Dappertutto ove voi passate e parlate, dappertutto il mio nome suonerà maggiore di quel che è realmente. Questo è stato sempre il miracolo della vostra eloquente amicizia, la quale però corre questa volta il pericolo di restar bugiarda. Io non ho che mandarvi per soddisfare al vostro ed altrui desiderio, o per meglio dire, io non posso né debbo presentemente mandarvi veruna cosa, molto meno quella che credo di travedere nella vostra domanda, cioè la <title>Musogonia</title>. Questa pupilla de' miei occhi è a buon termine, ma, torno a ripeterlo, non posso mostrarla, o non posso mostrarvene che poche linee. Oltre le prime ottave che in Roma avete sentite, eccovi le ultime con che termina il primo canto. Son esse un inno a Giove e per due ragioni m'induco a trascrivervele, primieramente perché non so resistere al vostro volere, in secondo luogo perché contenendo questi versi un naturale elogio all'Imperatore, mi lusingo che in Milano si ascolteranno con qualche diletto, massimamente se voi sarete il mio Roscio. Esigo però, per una segreta ma potente e delicata ragione che non posso per ora rivelare, esigo che, leggendoli ai vostri novelli amici, non manifestiate loro assolutamente d'averli ricevuti da me. Fate che tutti credano che altra mano ve li abbia mandati, e ciò pure di furto, e senza mia saputa. La nostra amabile Menini può essere opportunamente quella che me li ha tolti e a voi comunicati. A suo tempo poi vi spiegherò questo enigma, e n'avrete tanto piacere quanta è l'amicizia che mi professate.</p>
<closer>A Fioretti, a Carpani, a Borghi mille saluti, e tutti col cuore. Abbiatevi intanto voi quelli di mia moglie, e di Marescotti, e di Morelli, e con questi un abbraccio dal vostro aff.mo amico vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Perché intendiate meglio la ragione dell'inno che dà fine al primo canto, è ben e a sapersi che questo vien dopo la descrizione della guerra dei Giganti e dei Titani contro Giove, la qual lunga favola è il soggetto che le Muse han preso a cantare dinanzi a Giove e alla presenza di tutti gli Dei. Non sono che otto ottave, ma per dio vi piaceranno. Ora sono oltre la metà del secondo canto. Ho condotte le Muse in terra, le ho già fatte maestre agli uomini di morale ed al momento in cui scrivo si ritrovano nella scuola di Chirone in compagnia di quei tanti eroi, tutti di stirpe divina, che le meneranno seco sotto Tebe e sotto Troia e via discorrendo ecc. ecc..</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>430</head>
<opener><salute>Al sig. PUBBLIO SERPIERI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <del resp="ed">[…]</del></date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Sono stato in persona a riportarvi quattro biglietti degl'Imperiti, giacché Teresa e Vincenzo non abbisognano che di due. Non so qual uso farete degli altri quattro, ma se io e mia moglie potessimo scegliere a piacer nostro la compagnia che dovrà toccarci, noi non vorremmo altro che quella di Serafina e Teresa. Qualunque altra ci sarà di rammarico, e non baratteremo coi vicini neppur una sillaba.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>431</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 30 Luglio 1794.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Come volete voi ch'io m'informi delle tante cose che mi scrivete rapporto al noto affare, se non ho qui nessuno di confidenza a cui chiederle, né a cui darne l'incarico? E quand'anche il potessi, non sarebbe egli questo un mettere dei sospetti, ove non entrano ed ove non debbonsi impiegare da me che delle raccomandazioni? Dispensatemi dunque da questa commissione, prendete altrove le vostre informazioni, fate i vostri scandagli, esibite la vostra offerta, e del resto lasciatene a me la cura. Fin qui sono pronto a servirvi.</p>
<p>In occasione che il sig. Duca mio Padrone risponde questa sera ad una lettera di mons. Codronchi, ho insinuata nella risposta una calda raccomandazione di Sua Eccellenza per la conclusione della nota enfiteusi.</p>
<p>Vi serva di regola e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>432</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 2 Agosto 1794.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>All'ab. Strocchi, ch'è partito ieri da Roma in compagnia del cav. Morelli, e che sarà in Romagna non so quando, ho consegnato un piego alla vostra direzione. Sono stampe, che mi ha chieste il cugino D. Francesco Antonio. Se vi piacerà di dargliele, dategliele, se non altro imprestategliele, tanto che le legga, e si soddisfaccia. Poi ritiratele, se volete, ché su questo vi lascio padrone.</p>
<p>Mi scrive il nipote Gio. Antonio Camerani aver egli risoluto di portarsi a Roma per terminare i suoi studi legali, e m'incarica di trovargli dozzena. Io gli risponderò nel venturo ordinario. Ma intanto aprirò a voi l'animo mio su questo punto. Dalla sua lettera arguisco ch'egli ha poco talento (desidero però d'ingannarmi), e che venendo in Roma mi farà poco onore. Ditemene voi sinceramente la verità. Intanto io gli scriverò in termini misurati. Il padre per altro credo non potrà soccombere alla spesa. Quindici anni sono, con scudi 300 un giovine d'onesta condizione poteva cavarsela; ma ora i generi di sussistenza essendo giunti a prezzi eccessivi, non so se scudi 400 basteranno. Un altro articolo v'è più degno di ponderazione, e che deve pesar molto sulla coscienza d'un padre. Egli manderà a Roma una colomba, e non passerà un anno, che sarà cangiata in corvo. L'aria romana è avvelenata per ogni parte, e credetelo all'esperienza di quasi vent'anni. Io son padre d'un tenero figlio; se Dio me lo conserva, egli non resterà certo in Roma ad imparare la morale ed il costume, perché sarei certo d'incamminarlo alla sua dannazione. Aggiungete a tutto questo che se il giovane Camerani non è dotato di buoni talenti, egli butterà il ranno e il sapone senza far bucato, perché Roma formicola d'ingegni, e la Curia specialmente esige queste due indispensabili qualità: raffinamento e bricconeria. A voi finalmente motiverò una ragione, che, ben pesata, deve allontanare, piuttosto che avvicinare, gli statisti e non statisti da Roma. Gli affari d'Italia van così male, che v'è a temere per tutti, e Roma corre dei grandi pericoli. Dio voglia ch'io sia un falso profeta; ma prevedo un tempo in cui beato chi sarà fuori di Roma. Mi spaventano gli assassini di Francia, e mi spaventano egualmente i fanatici dei sette colli, e quando medito lo stato delle cose, parmi di aver intorno tutte le disgrazie che Ezechiele prediceva agli Ebrei, che non gli volevano credere. Basta: Iddio farà scaturire la luce dalle tenebre e l'acqua dalle pietre.</p>
<closer>Abbracciate per noi la madre, e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>433</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 17 Settembre 1794.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Mi sono questa volta ostinato a non iscrivervi, perché ho voluto vedere quanto m'avreste fatto stentare i miei assegnamenti, dopo le tante preghiere che v'ho fatte in passato per non ritardarmeli. Ora sia ringraziato il Signore che vi siete mosso da voi, e siate ringraziato anche voi.</p>
<p>Strocchi è in Faenza, e s'egli non v'ha mandato il mio plico, potete voi farlo ripetere da lui, dandone l'incombenza a qualcuno.</p>
<p>Se il cognato Camerani manderà a Roma il figlio, se ne pentirà. Questo non è paese per giovani di mediocri talenti e di pochi assegnamenti. Vi ripeto che si pentirà.</p>
<p>Salutatemi il fratello e i nipoti. Io vi saluto per parte di mia moglie, e ambedue salutiamo caramente la madre. Addio.</p>
<p>P. S.Sull'affare dell'Arcivescovo ho già risposto al fratello, e la lettera fu diretta a Ferrara.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>434</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Ottobre 1794.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ritorno da Frascati, e trovo in Roma una vostra lettera, alla quale rispondo subito. Non so che scrupolo vi sia entrato nel cuore rapporto alle vostre Bassvilliane. Voi non ne dovreste avere che uno solo, e questo già ve lo dissi fin da principio. Ma io non lo seppi combatter molto, perché il mio amor proprio andava d'intelligenza colla vostra amicizia. Qualunque sia il vostro pensiero, io non posso che lodarlo, perché non si dà mai troppa castigatezza d'idee e verecondia di critica. Ma invece dell'originale io son tentato di mandarvi la copia. Ho anche voglia di mandarvi un saggio già stampato della mia <title>Musogonia</title> succeduta al sonno forse eterno del poema Bassvilliano: dico eterno, perché il rovescio delle vicende d'Europa distrugge tutto il mio piano, e non lascia più veruna speranza di fine al Purgatorio del mio povero Eroe. Per mandarvi dunque i vostri fogli ed i miei, attendo una sicura occasione, la quale non può mancare, stante le molte persone che viaggiano per villeggiare. Dopo tutto questo, come sto io nel vostro cuore? Non così bene sicuramente come voi nel mio,</p>
<closer>perché io sono immutabilmente con tutto l'animo il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>435</head>
<opener><salute>A Don PIETRO RANUZZISegretario di Mons. Arcivescovo di Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 ottobre 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo sig. Padrone col.mo..</p>
<p>Una piccola indisposizione mi ha fatto comparir negligente presso di lei, essendole io da tre ordinari debitore d'una risposta. Non fo dunque scusa pel ritardo di questa, perché son certo che me ne assolve la sua gentilezza.</p>
<p>Purché Ella stia saldamente nel suo proposito, nessun danno le può venire dalle eterne seccature del conte Sassatelli,</p>
<lg type="terzina"><l>sodomita innocente,</l>
<l>che, senza far peccato,</l>
<l>rompe il culo alla gente.</l></lg>
<p>Viva dunque tranquillo su questo punto, non potendo con quest'uomo correr pericolo che i genitali.</p>
<p>Se il padre Padovani è un fior di virtù, come apparisce dalla lettera del suo superiore, di quella virtù, cioè, che conduce alla galera, parmi ch'egli abbia per se medesimo rinunziato alla protezione de' miei Padroni, i quali, niente solleciti di questo reverendo furfante, di tutto cuore lo abbandonano al castigo ch'egli s'è meritato colle sue scostumatezze. Ella dunque faccia pur noti al suo veneratissimo monsignor Arcivescovo questi sentimenti del signor Duca e della signora Duchessa, e prenda questa occasione di ricordare al medesimo la rispettosa mia servitù.</p>
<p>Io poi ardisco di ricordare a lei l'affare di mio fratello, il quale fraternamente m'importuna perché io importuni poi gli altri, che per nessun titolo dovrebbero essere importunati.</p>
<p>Io però confido tanto nella di lei bontà ed amicizia, che mi lusingo di non perdere per questo la sua buona grazia, alla quale vorrei acquistare dei diritti coll'esecuzione di qualche suo comando.</p>
<closer>Non me ne privi adunque, e mi creda quale sono veramente con tutto l'attaccamento e la stima, di V. S. Ill.ma dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>436</head>
<opener><salute>Al GONFALONIERE e ai PRIORI di Rieti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 29 Novembre 1794.</date></opener>
<p>Ill.mi sig.ri sig.ri Padroni Col.mi..</p>
<p>Quando le cose non si ponno fare da sé si fanno sempre male. Non potendo muovermi di letto, avevo data ad altri l'incombenza di parlare all'ab. Villetti per la scarcerazione di cotesto loro Straordinario, e questa mattina essendomi strascicato io stesso malaticcio come sono dal suddetto Locotenente, ho trovato che per due volte è stato replicato già l'ordine della detta scarcerazione: cosa, che fin dal passato ordinario avrei potuto significare, se chi doveva servirmi avesse fatto puntualmente il suo dovere.</p>
<p>Mi sono portato ancora dal sig. Ab. Pecci, Uditore del Tribunale delle strade e insieme di casa Braschi. Colla libertà dunque che debbonsi prendere due persone che servono lo stesso padrone mi sono acerbamente lagnato seco del sig. Brunetti e della sporca lentezza del medesimo nel disbrigare la riforma della nota tassa, ed ho concluso che in caso di ulteriore ritardo, farò senza riguardo dei ricorsi al Papa contro questa solenne bricconeria. Il detto sig. Abate, penetrato della mia ragione, ha mandata fin da oggi un'ambasciata al Brunetti, perché dimattina si compiaccia di portarsi da esso. Se io dimattina potrò reggermi in piedi, procurerò d'intervenire all'abboccamento. Ma quand'anche io non possa esser presente, sono sicuro che gli verrà parlato in modo da scuoterlo. Del resto è facile l'accorgersi che si tenta una birbissima trufferia, e che il Brunetti farà tutto il possibile per ritardare più che puole questa riforma, la quale non gli torna conto.</p>
<p>Nel venturo ordinario informerò le SS. VV. Ill.me di quanto in seguito si farà.</p>
<closer>Mi onorino intanto de' loro comandi, essendo io sempre con tutta la venerazione e il rispetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Se mi dimandano perché non sono stato dal Presidente delle Strade a fare le mie lagnanze piuttosto che dal suo Uditore, non ho altro a rispondere che mons. Mantica dà sempre ragione a chi ha torto, e torto a chi ha più ragione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>437</head>
<opener><salute>A TOMMASO GARGALLO — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Gennaio <add resp="ed">1795</add>.</date></opener>
<p>Amico singolarissimo.</p>
<p>Molti giorni di malattia e molt'altri di convalescenza faranno la scusa del mio tardo rispondere alla vostra carissima recapitatami da questo signor principe Cesarini, unitamente al dono che mi fate dell'aureo vostro libro.</p>
<p>Io l'ho letto in mezzo alle malinconie dell'itterizia, e ho fatto restar bugiardo il mio medico, che mi minacciava un peggioramento di salute, se non lasciava in riposo gli occhi e il cervello. Io ne sono guarito. Ricevetene dunque primieramente i miei ringraziamenti, e poi le mie congratulazioni, ma badate che i letterati non vi accusino d'ostracismo e di affettata tirannide, avendo voi superiormente trattato tutti i generi di poesia, tranne quelli che sono fuori della lirica, e dei quali mi figuro vorrete un giorno farvi padrone. Lasciando a parte tutti gli arzigogoli metaforici ed allegorici, io mi consolo con voi, che fate onore alle nostre lettere, e con me che vengo dalla vostra gentilezza contato fra i vostri amici.</p>
<p>Vi lagnate del mio silenzio ad alcune vostre lettere, e avete torto. Io non ne ho lasciata veruna senza risposta.</p>
<closer>Se le mie non vi sono pervenute siate certo che non è colpa del vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed>, il quale vi prega di amarlo e di comandarlo. Addio.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>438</head>
<opener><salute>All'ab. <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Marzo 1795.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>La mancanza di materia produce la mancanza delle lettere. Io seguito il vostro esempio, cioè scrivo quando occorre, e credo che questo metodo sia indispensabile a tutti due, perché ciascuno abbiamo le nostre faccende. Il nepote Camerani però ha fatto male a non iscrivere, ed essendone stato da me rimproverato, mi dice d'averlo fatto nello scorso ordinario.</p>
<p>Ho ricevuto le otto doppie speditemi, le quali non sono altrimenti per il bimestre incominciato, come voi dite, perché siamo in marzo, bensì per il bimestre passato, cioè di gennaro e febbraro, poiché l'ultima rimessa che mi faceste (credo in gennaro) apparteneva all'ultimo semestre del passato novantaquattro.</p>
<p>Coll'occasione d'un vetturale, che sta per partire alla volta di Faenza, vi manderò i cerotti che dimandate per la madre, che caramente saluterete per parte ancora di mia moglie, che saluta voi pure.</p>
<closer>Sono sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>439</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 17 Giugno 1795.</date></opener>
<p>C. F. .</p>
<p>Per due bimestri, che mi dovete, compreso lo scadente di giugno, ricevo scudi 30, de' quali vi ringrazio, pregandovi di non prendere equivoco. Il resto me lo darete in Romagna, ove, a Dio piacendo, ci abbracceremo in agosto, e allora mi terrete pronto anche quello d'agosto, senza farmi sempre penare. Vi sia intanto di regola che io parto da Roma alli 25 del corrente. Mi tratterrò 15 giorni ai bagni di Nocera, 6 giorni a Sinigaglia, e poi a Cesena, di dove andremo girando a capriccio, essendo compresa nelle nostre tappe anche Ferrara.</p>
<p>I ministri della Legazione di Romagna sono l'avvocato Pantanella Uditore di Camera, l'avvocato Bartolucci Uditore Civile, e l'ab. Conconi Uditore Criminale. Io sono amicissimo di questi ultimi due, e specialmente di Conconi, testa molto svegliata e franca, e che sarà una vera fortuna per la provincia, perché non conosce interesse. Egli non voleva in verun conto accettare l'impiego da lui non cercato, perché non voleva perdere in Roma i suoi appuntamenti; ma un comando espresso del Papa lo ha onorevolmente forzato. Potrete nelle occorrenze contare sopra di lui come sopra me stesso.</p>
<p>Il bargello sarà un certo Paradisi, per il quale v'è stato un impegno ch'è finito a brutte parole tra il mio Padrone e il cardinale Pignatelli. Se in qualche congiuntura poteste averne di bisogno, anche di questo posso disporre mediante il mio Padrone.</p>
<p>All'ab. Melloni sono stati mandati i vesciganti lenitivi, che pensavo di portarvi io in persona. Ritirateli dunque dal medesimo.</p>
<p>Vi fo i saluti di mia moglie, e voi abbracciate per noi la madre. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>440</head>
<opener><salute>A TERESA BANDETTINI LANDUCCI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 24 Giugno 1795.</date></opener>
<p>Incomparabile e cara Amarilli.</p>
<p>Siete stata obbedita. Le vostre carte sono passate nelle mani di monsignor Cesarei, a cui ho fatto intendere che nessuno indizio delle medesime si è potuto trovare nei registri delle nostre sante Segreterie e Computisterie. Non vi fo le mie scuse sul mio lungo silenzio per non obbligar voi a far meco altrettanto per avermi addossata un'incumbenza da curiale e da spedizioniere. Potevate far peggio se m'aveste ordinato di portar la soma, e mangiar fieno e gramigna?</p>
<p>Da una lettera di Bettinelli al dott. Franceschini intendo che voi riceverete in Mantova la corona poetica <emph>per mano di Virgilio</emph>. Abbiamo dimandato chi sarà questo Virgilio, e tutti abbiamo concluso che Diodoro Delfico parla modestamente di sé medesimo. Ve ne fo i miei complimenti in iscritto, e ve li farò in persona, se qualche furor poetico non vi porta fuori di Lombardia in agosto e settembre. Perché mi capiate, io parto fra pochi momenti per la Romagna, e di là mi lascerò balzare dal capriccio e dalla fortuna. Vedrò Bologna e Ferrara, e forse Venezia, e da questi luoghi s'arriva a Mantova coi tre passi di Nettuno. E se vengo, indovinate a chi sarà dedicata la prima mia visita? Al vostro vecchio Virgilio, a cui vi prego di rassegnarmi buon servitore, ed anche amico, se vuole. Il mio compagno di viaggio sarà il mio Padrone, che vi saluta e che spera bearsi con qualche vostro Improvviso.</p>
<p>Il servitore mi porta gli stivali, e i cavalli sono attaccati.</p>
<p>Addio, anima platonica. Un saluto a vostro marito, e un altro a chi più vi stima, qualunque siasi. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>441</head>
<opener><salute>Al dott. LUIGI REMONDINI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bagni di Nocera, 7 Luglio 1795.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Non vi dispiaccia che in vece mia il Duca Braschi sia quello che vi raccomandi all'ab. Donati. Io ve ne accludo la lettera a sigillo alzato, e se voi crederete di dover cogliere quest'occasione di acquistarvene la benevolenza e di scrivergli col pretesto di ringraziarlo, io m'esibisco conciliatore di questa corrispondenza. Se ciò non vi tenta la fantasia, non abbiate veruno scrupolo del vostro silenzio, bastando che con due righe diate a me l'incarico de' vostri ringraziamenti.</p>
<p>I sentimenti di Pepoli m'innamorano, e a lui mi legano di più stretta amicizia, che piucchemai desidero di rassegnargli in persona. Spero che voi sarete di compagnia. Intanto scrivetegli e manifestategli l'ardente mio desiderio.</p>
<p>Non so che rispondervi rapporto alle cure che vi prendete per la salute di mia moglie. Dove parla il core sono inutili le parole, ed io amo di sentire, ma non di dire la mia gratitudine. Se volete accrescerne le ragioni, rallegrate spesso la mia casa colla vostra presenza,</p>
<p>ed amate me, che amo voi in modo particolare, e che sono interamente il vostro amico.</p>
<p>P. S.A Donati cento e mille saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>442</head>
<opener><salute>Al Balì <add resp="ed">CARLO BERNARDINI</add> DELLA MASSA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 22 Agosto 1795.</date></opener>
<p>Sig. Balì Stimatissimo.</p>
<p>Quando la corsa del Pallio da Lei meditata non soffra altra difficoltà che quella d'un pubblico rinfresco a carico del Sig. Duca, non veggo bene perché debba sospendersi. Questa spesa qualunque siasi non è tale per Sua Eccellenza da infastidirlo, né deve paragonarsi al piacere, che gli cagionerà questo attestato pubblico di benevolenza de' suoi concittadini. Conosco troppo bene il Sig. Duca per essere certo e sicuro di non errare nel mio sentimento, e se sbaglio, sarò ben contento ch'Ella conservi questa lettera per darne a me tutta quanta la colpa.</p>
<closer>Mi onori de' suoi comandi, e faccia prova del sincero rispetto con cui mi rassegno di Lei, Sig. Balì Sti.mo, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>443</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Cesena</add>, <add resp="ed">Settembre 1795</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Dopo molte peregrinazioni e pericoli, eccomi finalmente a Cesena. Qui giunto, il primo de' miei pensieri si è quello di rispondere alla cara tua lettera, che incredibilmente mi è stata grata, perché piena della tua amicizia. Io te ne ringrazio anche più della visita, che avevi tentato di farmi prima della mia partenza, e che poi fu interrotta e guastata dal mio Padrone, a cui mi convenne far compagnia nella restituzione dei complimenti. Questa privazione però, se dal mio cuore giudico bene del tuo, non diviene che un eccitamento maggiore della nostra amicizia, la quale, siccome l'amore, è stato ben fatto che non abbia avuto campo di saziarsi e pregiudicarsi.</p>
<p>Per tua regola io mi tratterrò in questo morto paese fino alli 24 del corrente.</p>
<closer>Se mi vuoi scrivere, fallo; se non ne hai voglia, né tempo, vivi persuaso che dopo un secolo di silenzio io sarò sempre, come sono al presente, il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.A tutta la casa Massari e a Marietta i miei complimenti, e a Gallizioli un saluto. La contessa Rossi era fuori di Lugo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>444</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 13 Settembre 1795.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Due righe ma necessarie per avvertirvi che in questo corso di posta mando al fratello un documento della buona ed amichevole intenzione di Giusti rapporto al nostro affare, e un altro della perfidia di Barbantini. Francesco Antonio, servito che si sarà dell'uno e dell'altro, ve li comunicherà, e, letti che voi li abbiate, respingetemeli a Cesena, ma con vostro comodo. Intanto dissimulate, e ricordatevi che questa è l'arma più sicura per ribattere i colpi dei traditori. Del resto intenderete il risultato dal fratello. Gli ostacoli sono grandi, ma non bisogna avvilirsi, poiché spero di vincer tutto. L'impegno arde, ed io soglio essere un mantice, che non si stanca.</p>
<p>Abbracciate la madre, e credetemi tutto vostro </p>
<p>P. S.Ho la casa in disordine per un pranzo al Legato di Ravenna di trenta coperte. Perciò compatitemi se sono breve.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>445</head>
<opener><salute>Ad AURELIO DE GIORGI BERTÒLA — Rimini.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 22 Settembre 1795.</date></opener>
<p>Mio caro Bertòla.</p>
<p>Se sabato 26 corrente sarete in Rimini, noi ci abbracceremo alle Celibate prima di mezzogiorno. Voi mi citate la testimonianza degli alberi e dei fiori della vostra solitudine per provarmi il desiderio che avete di rivedermi, ed io vi cito quella di quanti Riminesi ho incontrati dacché sono in Romagna, ai quali tutti null'altra commissione ho data che quella d'un saluto per Bertòla. La vostra ragazza non sarebbe stata né così diligente, né così premurosa.</p>
<p>Un saluto al conte Battaglini e a Nanni, e un bacio, come li sapete dar voi, alle belle manine della contessa; ma badate! ch'Ella ha il diavolo nelle dita e lo so io, che mi dolgo ancora della storpiatura datami a S. Arcangelo.</p>
<p>Statemi allegro e sano, che questo è l'unico desiderio del vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>446</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Cesena,</add> 22 Settembre <add resp="ed">1795</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ebbene, giacché lo brami, ecco in esercizio la tua amicizia. Deve portarsi (ma non so quando) a Ferrara l'ab. Conconi, locotenente criminale della nuova Legazione di Romagna. Questi è mio amicissimo, e lo sarà anche tuo, perché le sue maniere franche, generose e leali guadagnano facilmente il core di chiunque ne fa la conoscenza. Se il caso ti farà mai accozzare con esso, trattalo come mio raccomandato ed amico, e studiati di fargli passare con diletto le poche ore che in Ferrara si fermerà. Egli non è punto consapevole della lettera che ti scrivo, né io gli ho dato verun indirizzo costà, perché mi pose molto in dubbio la sua venuta, onde non ti sorprenda se non so neppure additarti il modo d'incontrarti con esso.</p>
<p>Io parto da Cesena il prossimo 26 e nel primo d'ottobre dormirò nel tanto sospirato mio letto.</p>
<closer>Salutami tutti quanti gli amici, e tu prenditi un bacio. Io te lo do tenero ed efficace, come il primo che diedi a mia moglie il giorno delle mie nozze. Conosci da questo il trasporto con cui mi protesto il tuo vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>447</head>
<opener><salute>Al Marchese FRANCESCO ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Ottobre 1795.</date></opener>
<p>Anch'io sono di parere che la corrispondenza fra letterati debba essere tutta democratica. Ed infatti le Muse, che presiedono alle arti e alle lettere, son tutte figlie di un medesimo padre, il di cui testamento esclude ogni predilezione, ogni titolo; e se v'ha fra loro qualche differenza di mestiere, non ve n'ha sicuramente alcuna di condizione. Siamo dunque perfettamente d'accordo; e se io ci ho guadagnato in questa soppressione di complimenti, neppur voi ci avete perduto. Con uno spruzzetto di Eccellenza, voi non avreste ottenuto da me che rispetto; ora otterrete un altro sentimento più d'assai valutabile, l'amore; e l'otterrete, ve lo assicuro, senza detrimento del primo. Un Grande, voi lo sapete, abbisogna di molte virtù per farsi perdonare di essere un Grande; ma quando egli sappia sollevarsi al di sopra de' pregiudizi, tutti i cuori son suoi, siccome vostro tutto quanto è il mio fino da questo punto, e crediatemi bene, che io non l'ho mai donato ai vostri pari che a questo prezzo. Non sono che tre giorni che mi trovo in Roma, e non ho ricevuto qui che ieri la vostra lettera e il libretto da voi spedito per il signor Duca mio Padrone, il quale senza fine ve ne ringrazia. E perché non abbiate a lagnarvi ch'egli non vi onori, per valermi della vostra espressione, de' suoi comandi, ecco che io ve ne porto uno in suo nome, che vi sarà dolcissimo l'adempire, ed è quello di metterlo nel numero de' vostri amici. Egli n'è degno, perché vi ha sempre amato e stimato: il che non può farsi senza sentimento e senza discernimento.</p>
<p>Del resto l'<title>America libera</title> d'Alfieri mi era nota da molti anni, avendola udita recitare in Roma dall'autore medesimo; il suo <title>Parigi sbastigliato</title> no, che mi è giunto nuovissimo. Magnifica mi è sembrata in molti luoghi una tal poesia; ma il suo titolo comico non mi è sembrato corrispondere alla severità e fierezza del soggetto.</p>
<p>Mi mostrate desiderio di avere la collezione intera delle mie poesie. Non posso contentarvi per più ragioni: la prima, perché la collezione intera non v'è; la seconda, perché delle poche che sono stampate non ho alcuna copia; la terza poi, ed è la maggiore di tutte, perché quand'anche l'avessi, non mi torna a conto il mandarvele. Non ricuso però di farvi conoscere la Musogonia, ed anche la Feroniade, e in ciò dipendo dal vostro volere. Se vedete la Marchesa Sacrati, ossequiatela a nome mio; e se qualche volta pei viali di Zola v'incontrate in Melpomene, salutatela, e ditele che sospiro di ritornare sotto i suoi vessilli; ma che il suo pugnale non è fatto per essere trattato dalle mani di un cortigiano.</p>
<p>Addio. Vivete lungamente alla gloria d'Italia; e vivete qualche poco ancora all'affetto del vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>448</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Quaranta ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Novembre 1795.</date></opener>
<p>Amico carissimo e pregiatissimo.</p>
<p>Fra i privilegi dell'amicizia spero che darete luogo anche a quello della negligenza; e per non mettere in questione questo diritto, mi asterrò dal dimandarvi scusa del ritardo di due ordinari in rispondere alla vostra carissima. Io merito questa indulgenza non tanto per la ragione che già v'ho detta, quanto per la sollecitudine con cui v'ho servito presso il sig. Duca mio Padrone, il quale fino da sabato passato ha dato corso all'impegno da voi desiderato per il vostro Polani. Non si è scritto direttamente al Collegio de' Fabbricieri per molte delicate ragioni, ma si è presa una via, che senza esporre la delicatezza e la convenienza del sig. Duca, ci porterà più agevolmente al termine che ci siamo proposto. Del resto il sig. Duca, al quale ho letto il paragrafo della vostra lettera, che risguarda la sua persona, nell'impormi di ossequiarvi e salutarvi, mi comanda ancora di dirvi che il timore vostro di divenirgli importuno, quando l'onoraste in Bologna di una vostra visita, è stato assolutamente un sogno scenico, ed egli sarebbe ben curioso di sapere qual è il titolo della commedia che vi girava allora per la testa. Soggiunge poi che questo non è stato un sogno solamente ma anche un oltraggio, quasi che poteste crederlo insensibile al piacere di ragionare con voi, che siete il padre della grazia e della gentilezza. Io non fo che ripetervi le parole di Sua Eccellenza; tocca a voi il discolparvi, se lo potete.</p>
<p>Fra i veri ed utili piaceri della campagna, ricordatevi di chi è dannato a penare nella città, e, con qualche lettera, con qualche comando, venite talvolta a consolare il vostro vero servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>449</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Quaranta ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 6 del 1796.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Una corta ma furiosa malattia di quindici giorni, guadagnata nell'aria saluberrima delle Paludi, della quale in altri quindici giorni di dimora ivi fatta mi era impregnate le viscere, sarà, mi figuro, una sufficiente ragione per ottenere da voi la scusa del mio lungo silenzio. Il giorno medesimo che caddi ammalato (e fu il susseguente al mio ritorno dalle Paludi) essendo stato necessitato di far scrivere al <emph>Quaranta</emph> Marescalchi, lo pregai di rendervi subito consapevole del mio stato, perché non aveste a formar sospetto del mio silenzio. Vi giuro che nel fervore della mia malattia uno dei pensieri più tormentosi si è stato il timore che, non vedendo mie lettere, mi poteste credere di voi dimentico e disamorato. Io vi scrivo colla mano ancora malferma e colla testa vuota come una zucca; ma il cuore mi tien luogo di cervello, ed io vi dono questi primi momenti della mia convalescenza per assicurarvi e pregarvi di credere che il sentimento della mia amicizia, quando è ben collocato, è immortale, e che niuna cosa può indebolirlo. Non mi fate dunque mai più l'oltraggio di sospettarmi, siccome avete fatto, di leggerezza.</p>
<p>Colle ultime lettere di Bologna il sig. Duca ha ricevuto un nuovo riscontro sull'affare del vostro Polani. La cosa non cessa di essere disastrosa e difficile. Il vostro raccomandato ha contro di sé un competitore formidabile per il suo volto e per il suo culo, col quale doppio requisito egli è in possesso della protezione degli uomini e delle donne. Tuttavolta Marescalchi, il quale ha carta bianca dal sig. Duca su questo punto, non desisterà dai suoi maneggi, finché vi sarà speranza, ed egli vi si adopera volontieri e con calore, non meno per rispetto vostro, che per desiderio di farsi questo merito col signor Duca.</p>
<p>So che dovrei rispondervi sopra cento altre cose, ma propriamente la testa mi dà volta coll'applicare. Voi siete discreto e compassionevole, e spero attenderete l'adempimento del mio debito quando mi sarò meglio ristabilito. Il sig. Duca qui presente ed in letto per costipazione di capo, vi saluta carissimamente, e si augura un momento della vostra cara compagnia per una sicura medicina. Egli vi stima, vi ama e parla spesso di voi. Se tanto il Padrone, figuratevi il segretario.</p>
<closer>Addio. Il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>450</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 7 del 1796.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Io non ho più traccia veruna in mente del sonetto che v'ho mandato, e ringrazio la fortuna che ha fatto perire la lettera che lo portava al suo destino, giacché così mi ha risparmiato un pentimento e un rimorso.</p>
<p>Vi mando l'edizione del Bodoni, che presenterete a S. E. e da cui m'otterrete il perdono di questa misera offerta,</p>
<closer>che gli fa con tutto il rispetto e la venerazione il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>451</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Quaranta ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 del 1796.</date></opener>
<p>Amico carissimo e pregiatissimo.</p>
<p>La lettera, che per mezzo del <emph>Quaranta</emph> Marescalchi vi ho mandata, avrà calmato finalmente i vostri sospetti, informandovi della malattia da me sofferta, e di cui non sono ancora veramente e perfettamente ristabilito. Del resto, che diavolo vi si è mai cacciato nel capo? Dubitare della mia amicizia, della mia stima, dubitare di quella del sig. Duca, e commettere verso lui e me la maggiore delle offese e delle ingiustizie? Orsù: vi sia perdonata per questa volta una tale debolezza, e persuadetevi per vostra quiete che il Duca Braschi e il suo segretario cesseranno di stimarvi ed amarvi quando voi cesserete di meritarlo.</p>
<p>Io non sono dimentico delle mie promesse poetiche, ma mi è necessaria ancora un altro poco la vostra pazienza.</p>
<closer>Più di tutto però mi è necessaria la continuazione della vostra cara amicizia, giacché io sono e sarò sempre il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>452</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 del 1796.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Se il nipote Camerani mi ha detto il vero, per mezzo di suo padre vi deve esser noto che io sono stato gravemente e molti giorni ammalato. Ora vo consumando pazientemente la mia convalescenza, e spero d'essere al termine della mia guarigione. Continuo però l'uso della china mattina e sera.</p>
<p>Venendo alla vostra carissima, vi dirò sinceramente che il detto nipote rapporto alle mance, a cui per forza bisogna soccombere, ha scritto pur troppo il vero, sebbene io sia persuaso che il giro della sua società sia assai limitato. Se poi questo giro sia tutto polito e senza eccezione, io non ve lo posso sinceramente dire, perché non ne sono informato. Egli viene in mia casa il dopo pranzo frequentemente fino all'Avemaria, qualche volta viene anche a pranzo ed a cena, e mi fa piacere. Lo studio non è veramente così frequentato come al principio, ma non è neppure negligentato. Certo è ch'egli è molto diligente nell'eleganza del suo personale, ed in questo non v'è pericolo che pecchi di poca cura. Insomma, v'è un poco di bene e un poco di male. Suo padre mi scrisse perché l'informassi effettivamente della sua condotta. Io non l'ho fatto perché non mi sono mai incaricato di voler essere il suo custode, e Roma è troppo vasta per voler sapere gli andamenti delle persone. Duolmi che va a verificarsi la profezia che feci a Cristina, che sarebbesi trovata imbrogliata pel mantenimento in Roma di questo suo figlio. Con dieci scudi al mese un uomo onesto e isolato non può vivere dieci giorni.</p>
<p>I miei figli mi si raccomandano di salutare il sig. zio prete, e di scrivergli che aspettano i giocarelli. La pupa specialmente, che è la maggiore, mi dice che gli compri la carrozzetta, perché vuol venirvi a trovare.</p>
<p>Mia moglie è stata male ancor essa di costipazione. Essa vi saluta, e tutti due vi preghiamo di abbracciare la madre.</p>
<closer>Vi ritorno il buon capo d'anno e tutte le felicità tanto spirituali, che temporali, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Questa sera scrivo anche al fratello su molti articoli, nei quali egli avrà in me un sollecito agente.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>453</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 del 1796.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Una sola cassettina di sei salami, e il cameriere di mons. Soderini è già venuto a pigliarsela. Ciò vi serva di regola.</p>
<p>Circa Soderini io non gli ho fatta parola, ma chi sia il vostro segreto nemico sarà difficile lo scoprirlo se non si entra in materia.</p>
<p>Al Padre Urbini farò noto sicuramente il buon effetto delle sue raccomandazioni, né la mia gratitudine sarà muta, né inoperosa.</p>
<p>Circa il Salina già sapete cosa v'ho scritto.</p>
<p>Tombari è tornato, e rapporto a questo vero amico è superfluo ogni vostro suggerimento.</p>
<p>Anche con Giusti perorerò direttamente la vostra causa.</p>
<p>La supposta commissione per la supposta imposizione di tassa non mi è punto nota. Ne chiederò in Buon Governo, e, verificandosi, procurerò di servirvi, sebbene con Carandini non me l'intendo molto.</p>
<p>Don Cesare mi ha scritto. Io sono stato gravemente ammalato per dodici giorni. Ora sto meglio, e quasi totalmente guarito.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>454</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 del 1796.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi trascrivo la lettera che scrivo a Giusti in questo ordinario. Eccola dunque tal quale.</p>
<closer>State sano. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Vi avverto che le casse dei vostri salati non sono arrivate.</p>
<quote rend="block"><p>Vincenzo Monti</p>
<p>Sig. Giusti Padrone mio Sti.mo e, se lo permette, Amico carissimo.</p>
<p>Egli è molto tempo che la gratitudine mi stimolava e comandava di scriverle, ed io veramente arrossisco d'avere tardato tanto ad adempiere questo santo dovere. Siccome però il beneficio, che ho da lei ricevuto nella persona di mio fratello, è molto superiore a tutte le espressioni, così ho stimato bene di aspettare il ritorno a Roma d'un tale, che, facendosi presso Lei l'interprete della mia riconoscenza, avrebbe bastantemente adempiuto il difetto delle mie parole. L'ab. Tombari adunque, che conosce bene il mio cuore, sia quello che mi trovi grazia presso di Lei, e le dica quanto io l'amo, quanto la stimo, quanto me le professo obbligato e quanto desidero di meritare il nome di suo buon amico, dopo di aver acquistato quello di suo buon servitore. Se otterrò questa grazia, allora mi farò anche a più ragione coraggio di raccomandarle il detto mio fratello, vale a dire me stesso, e di pregarla di voler compire verso ambedue la sua beneficenza nel perfezionare i noti lavori, da cui dipende tanto nostro interesse. Col minacciarla di questa mia importunità, capisco di mettere un ostacolo all'acquisto della sua amicizia, ma Ella sarà meco più generoso, che io con Lei molesto e indiscreto. Sebbene che bisogno avrà Monti di essere con Giusti importuno, quando Giusti sarà l'amico di Monti? Mi accordi questo solo titolo, e le do parola d'onore che le nostre lettere non parleranno che di Platone e d'Omero. Non sarà forse meglio che parlare d'inondazioni e di argini?</p>
<p>Comunque le piaccia di trattarmi, sia persuasa che io non prenderò mai norma da altro sentimento, che da quello della mia gratitudine e della sincera stima ed attaccamento con cui mi rassegno Vincenzo Monti</p></quote></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>455</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 23 del 1796.</date></opener>
<p>La fortuna ha voluto che, senza aspettarmelo, io pranzassi l'altra mattina col Procuratore Generale di S. Callisto presso l'ambasciatore di Venezia. Profittai dunque di questa occasione, e, finito il pranzo, attaccai discorso con esso sull'affitto dei noti terreni. Egli mi confessò ingenuamente di trovarsi inoltrato in qualche parola, non in modo però da non potersene liberare, e mi avvisò insieme, che l'amministratore attuale di S. Benedetto si mostra molto impegnato per gli affittuari presenti che sono certi signori Modanesi. Contuttociò egli mi manifestò tanta buona disposizione di favorirmi, che non dispero di avere la comunicazione delle offerte. In seguito vi ragguaglierò del risultato de' miei offici.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>456</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add></salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 18 Marzo <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Io sono stato fortemente e lungamente ammalato, e questa sia la scusa del mio tardo rispondere alla vostra carissima.</p>
<p>Siamo perfettamente d'accordo su tutto quello che mi scrivete. Ma siatelo anche voi meco sopra un punto solo, e resterete convinto della necessità di tutto quello che si è fatto. Vi sia dunque noto che né Sua Santità né il sig. Duca hanno mai né pensato, né desiderato d'imprimere una macchia disonorevole sulle degne persone di cui si contrastava l'ammissione alla Nobiltà. L'insulto fatto alla medesima in tempo di carnevale, insulto affatto estrinseco alla prima questione, pose il Papa nella necessità di accordarne qualche soddisfazione. Voi l'avete veduta, ma non avete considerato che la soddisfazione non potendo essere personale atteso il sublime carattere dell'offensore, era bisognato farla cadere sopra le sue innocenti protette. Se la cosa fosse stata con dolcezza e senza alcun impeto, assicuratevi che voi non avreste avuto bisogno di sfogare e confidar meco la vostra indignazione. Io ne ho patito moltissimo, perché la considerazione che avevo presente al pensiero dei vostri rapporti d'amicizia e di parentela con le persone che formavano il soggetto di quella lite, mi poneva in angustia e mi faceva temere dei sospetti nell'animo vostro sopra la lealtà del mio attaccamento verso di voi e verso quelli che v'appartengono. Mons. Bartolucci, che aveva comuni meco i suoi sentimenti, mi può far fede di quanto dico, ed io debbo far fede ad esso dello zelo con cui si adoprava pel buon esito di questa trica, la quale sarebbe terminata certamente con sua e mia soddisfazione, se una furia malefica non avesse mandato tutto in rovina.</p>
<p>Queste poche proteste abbiatele per sincere ed ingenue, e voi commentatele, che troverete subito la sorgente vera ed unica dello sconcerto. Esigo però dalla vostra amicizia che teniate sepolte nel cuore le cose che v'ho accennate, e che questa lettera finisca sul fuoco.</p>
<closer>Esigo ancora che mi comandiate e mi crediate sempre a tutte prove il vostro amico vero <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>457</head>
<opener><salute>Al conte <add resp="ed">G. FRANCESCO GALEANI NAPIONE</add> — <add resp="ed">Torino</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Marzo 1796.</date></opener>
<p>Ill.mo sig. sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>Sarebbe veramente assai vergogna la mia se io, italiano ed amatore appassionato, se non utile, dell'italiana letteratura, ignorassi il nome dell'egregio sig. conte Napione di Cocconato, benemerito tanto della medesima. Io ricevo dunque ad onore i caratteri di V. S. Ill.ma e solo mi rincresce di trovarmi sì poco meritevole delle sue lodi. Perché Ella conosca com'è giusto il mio rammarico, le trasmetto i primi fogli della <title>Musogonia</title>, a cagione di cui m'è venuto l'onore della sua lettera e dell'altra anonima, alla quale intendo di rispondere con questa sola. Mi persuado che la presenza de' miei versi farà accorgere V. S. Ill.ma che questi sono tanto lontani dal meritare il minimo de' suoi pensieri, quanto lo sono io dal defraudare delle giuste lodi le armi piemontesi, alle quali principalmente è debitrice l'Italia della sua sicurezza. Né io ho certamente in animo di dar compimento a siffatta poesia senza toccare sul fine del secondo ed ultimo canto le presenti circostanze d'Europa, e senza far cenno dei bravi soldati che bagnano del loro sangue le Alpi perché noi vigliacchi dormiamo tranquillamente i nostri sonni. Intanto nel primo canto io non ho fatta parola che dell'Imperatore, inquantoché dovendo questi versi essere dedicati al sig. conte di Wilzeck, ho creduto affare di sola e pura cresima il consacrare innanzi a tutti qualche ottava alle lodi del suo sovrano. Del rimanente Ella assicuri se stessa e il suo amico che il loro desiderio sarà nel progresso dell'opera sufficientemente adempito, tale essendo la mia intenzione, e tale ancor quella dell'eccellentissimo mio Padrone, la di cui riconoscenza verso la Real Casa di Savoia mi stimolava abbastanza per se medesima a pagarle per esso questo tributo.</p>
<p>Ma dopo tutto questo, crede Ella ch'io potrò dare al mio lavoro il compimento che mi sono prefisso? Dio lo voglia. Ma quando io considero d'aver cacciato il povero Bassville in un Purgatorio, ove non è più redenzione, mi assale un timore che anche questa volta mi manchi l'acqua sotto la barca. Oh venisse una santa pace, che io preferisco pur molto ad una santa guerra, e non avessero le Muse ad imbrattarsi di sangue e a cantar l'inno della vittoria sopra un monte di cadaveri fra lo strepito dei cannoni e alla luce di città incendiate e distrutte! Oh non grondasse più sangue l'alloro del re e del poeti! Parmi che la <title>Musogonia</title> spazierebbe allora in argomento molto più abbondante e più largo, e ch'io sarei meno esposto per questa via a prendere degli equivoci, siccome ho fatto nel Bassville, sopra certi punti di storia, della quale non mi diletto molto, perché fuori delle battaglie di Achille e d'Enea, tutte le altre a me vicine mi cagionano sdegno e malinconia.</p>
<p>Ma voglio finire d'infastidirla. Presso l'anonimo suo amico si faccia, la prego, l'interprete de' miei sentimenti e della mia gratitudine per tutto ciò che mi ha scritto d'amorevole e di lusinghiero.</p>
<closer>Ed Ella, chiarissimo sig. Conte, si degni di contarmi nel numero di quei molti che sinceramente e giustamente la stimano, perché io sono senza dubbio con tutta la venerazione e il rispetto di V. S. Ill.ma um.mo dev.mo ed obbl.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>458</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Aprile 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Il tempo, il tempo solo più che tutte le esortazioni potrà guarire la malattia del mio spirito. Ora sto meglio, ma la solitudine e le veglie notturne mi sono ancora fatali e tormentose.</p>
<p>Eccovi fatta un'improvvisata, della quale vi dirò poi un'altra volta l'oggetto. Siamo in circostanze così critiche ed equivoche, che non tanto per la sicurezza interna, quanto per l'esterna, torna assai conto l'aver guardate le spalle. Per ottener questo non v'è di meglio che la protezione d'una Corte straniera, la quale non solamente assicuri la persona, ma ne porti ancora dell'onorificenza agli occhi del pubblico, specialmente in paesi siccome i nostri, ove tutto ciò che è straniero fa maggior impressione. Io vi ho spiccato un diploma di console, e console d'una potenza in quest'epoca assai rispettata da tutte l'altre. In somma voi siete Console del Re di Svezia, ed eccovene il dispaccio. Quando sarà tempo o, per meglio dire, quando avrò tempo vi significherò le mire della Svezia sul vostro consolato, come sopra gli altri di tutto lo Stato Pontificio. Per ora vi basti di sapere che i vostri colleghi sono tutte persone rispettabili, e fra queste un parente stesso del mio Padrone, un certo cav. Passeri d'Ancona, vice—console di quel porto. Intanto perché possiate vestirne subito l'uniforme, mandatemi subito la misura del vostro abito, scrivendone per lungo i segni, perché non si prenda equivoco nei tagli, giacché non tutti i sartori usano le stesse regole, ché io senza dilazione ve lo farò fare qui in Roma, e ve lo spedirò per il corriere senza spesa di porto. In attenzione di questa misura, io ho ordinati i bottoni, i quali bisogna farli a posta, ed ho ordinata pure la tracolla, che non si può avere, volendola bella, che da Torino. Ho commesso anche un bozzetto dell'arma reale da alzarsi sopra la porta di casa, e questo l'avrete presto, perché possiate subito eseguirlo, e lo farete prima di tutto alla casa di Fusignano, per una delicata ragione, che vi esporrò in appresso, come vi dirò ancora il motivo per cui ho desiderato che il vostro consolato sia in Ravenna, piuttostoché in Ferrara. Vi sia intanto d'avviso, che questa distinzione è senza affatto alcun peso, e parmi una bella cosa il poter avere tutti in culo senza che ne costi nulla. Vorrei solo una cosa, che, prima d'aver la divisa, voi teneste occulto questo distintivo (che porterete quando solamente vi pare e piace, e quando vi occorrerà di attirarvi un qualche riguardo). Differendo così per qualche poco di tempo la manifestazione del vostro grado, riuscirà più nuova nel pubblico e farà più impressione. Per altro fate su questo la vostra volontà.</p>
<p>All'affitto dei noti terreni non ci pensate più, perché la torta era cotta e destinata fin da quando si venne alle notificazioni. La cosa è andata in complimenti, ma il Modanesi era sicuro del fatto suo contro qualunque impegno. Se questo è andato fallito, nasceranno degl'incontri migliori, e voi lo vedrete.</p>
<p>Vi abbraccio, signor Console, e sono di cuore il vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>459</head>
<opener><salute>A Don <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Aprile <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Dopo dodici giorni di malattia ho perduto l'unico mio figlio. Figuratevi lo stato del mio cuore. Abbracciate per me la mamma, e datele voi questa nuova. Datela anche al fratello, e Dio non faccia mai provare a nessuno quello che io soffro.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>460</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE RANGONI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Aprile 1796.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Io aveva due teneri figli, che erano tutto l'amor mio. Uno è volato in cielo, ed ha lasciato me in terra padre misero e inconsolabile. L'altro mi sta male ancor esso, e se perdo pur questo, la mia disperazione è al suo colmo. Dopo ciò spero mi compatirai se ho tardato a risponderti, e se, rispondendo adesso, son breve.</p>
<p>La relazione trasmessami mi fa entrare interamente nel tuo sentimento. Ma qual rimedio al già fatto? Io però adoprerò i tuoi fogli in buon uso, e la mia amicizia verso di te, unita colla giustizia, mi renderanno coraggioso nell'annunziare a chi si deve la verità. Su questo punto medesimo io vado debitore d'una risposta a tuo fratello Vincenzo. Sono venti e più giorni che la mia mano rifugge di scrivere, e scrivere cose specialmente che non si confanno col mio dolore. Usami dunque questa grazia, e di' a tuo fratello che anche della sua lettera mi gioverò per suo bene. Del resto assicurati, mio caro amico, che se fino dal principio delle note vertenze mi fossero palesi le cose, che poi dopo, ma tardi, ho sapute, assicurati, dico, che fin d'allora avrei attraversato, per quanto l'avessero comportato le mie forze, un impegno così pernicioso. Ma tieni per certo nel tempo stesso, che per altre ragioni, ad onta ancora del <emph>nostro</emph> silenzio, l'affare sarebbe riuscito infelicemente, perché l'opinione sovrana per se medesima era tutta contraria.</p>
<closer>Ti abbraccio e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Probabilmente ti dovrò raccomandare un mio amico, il qua1e, passando per Ferrara, avrà bisogno di veder qualche cosa. Ti pregherò dunque di fargli un poco di compagnia nelle poche ore che si tratterrà. Egli è l'ab. Luigi Marconi. Il resto dalla mia lettera d'accompagnamento.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>461</head>
<opener><salute>Al marchese FRANCESCO ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 13 Aprile 1796.</date></opener>
<p>Io avevo due figli ch'erano tutto l'amor mio. Uno è volato al cielo, ed ha lasciato me in terra padre afflittissimo e inconsolabile; l'altro mi sta male ancor esso, e Dio non permetta che la perdita ancor di questo metta il colmo alla mia disperazione. In questo miserabile stato spero mi compatirete, se non ho risposto subito alla vostra carissima, e se, rispondendo adesso, son breve.</p>
<p>Il signor Duca non abbisogna di eccitamenti per continuarvi la sua amicizia e la sua stima; ma voi stesso scrivetegli qualche volta, ed abbiate la mia sicurtà che gli farete grazia e piacere. Circa il Polani che debbo dire? Tanto io che il signor Duca restiamo meravigliati di ciò che scrivete, e se vi sarà rimedio, vi si porrà.</p>
<p>In quanto poi al noto privilegio di messa, informatemi della distanza della vostra cappelletta dalla chiesa parrocchiale e dalla capitale.</p>
<p>Vi lascio per seppellirmi nel mio dolore, che questa volta mi è più caro, che quello di scrivervi.</p>
<closer>Compatitemi, se avete cuor di padre, ed abbiate per indubitato che in mezzo alle mie amarezze non cesso di essere il vostro aff.mo amico vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>462</head>
<opener><salute>A Sua Eccellenza il sig. Quaranta ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Aprile 1796.</date></opener>
<p>Mio carissimo amico.</p>
<p>Quanti modi di obbligare la mia gratitudine! Non bastava alla vostra generosa amicizia l'avermi scritta una tenera consolatoria, che avete dato anche ai vostri corrispondenti l'incarico di ripetermi le vostre condoglianze, e di prendere notizia di mia salute e dello stato di mia figlia. Questo tratto di bontà mi ha fatta una sensazione che non so esprimervi, e mi mancano le parole per ringraziarvi. Giacché dunque v'interessate tanto nelle mie afflizioni, consolatevi meco per un momento, che, dopo molti giorni di pericolo, la mia figlia è salva. L'averla ricuperata mi ha scemato in parte il dolore dell'altra perdita, o per meglio dire ha rivolta tutta sopra di questo oggetto la mia tenerezza, ed ora non mi occupo che di questa.</p>
<p>Il mio buon Padrone che vi saluta è stato anch'esso molto sensibile alla lettera che m'avete scritta, e ve ne ringrazia, ed attende che gli manteniate la parola, scrivendogli.</p>
<closer>Io attenderò i vostri comandi, e voi ricevetene intanto uno da me, che è quello di amarmi quanto io vi amo; e state sano. Il vostro aff.mo amico vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>463</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 30 Aprile 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Per venirvi dicendo una alla volta le ragioni che m'hanno indotto a procurarvi l'onorifico distintivo di console svedese, se non è la prima non è neppure l'ultima quella di assicurare la vostra persona e la nostra casa da qualunque insulto ed offesa, nel caso (che pur troppo non parmi molto lontano) che i Francesi facessero una visita anche allo Stato Pontificio. Voi vedete che la barriera delle Alpi e delle armi combinate non è sufficiente per trattenerne l'impeto; voi vedete che la spada repubblicana porta dappertutto la ruina e il terrore. Io spero tuttavia che la pace, per una necessità imperiosa, nascerà di mezzo alla guerra: ma siccome Dio solo legge nelle teste dei Principi, così l'umana prudenza ci comanda di cautelarci contro tutti i mali, che possono ripararsi da noi medesimi. Sotto la protezione d'una Potenza neutrale voi dunque potrete rimanervi meno degli altri esposto ai pericoli di una qualche soverchieria e ciò solo sarebbe pur qualche cosa per uno che ha qualche cosa da perdere. Ma vi dirò in appresso qualche altro motivo, che mi ha spinto a farvi questa sorpresa. Intanto qui accluso troverete un duplicato del vostro diploma, perché uno ne abbiate in Ferrara, e l'altro in Fusignano. Troverete anche un foglietto ministeriale d'istruzioni, che suolsi passare <foreign lang="lat">ex offitio</foreign> a tutti i consoli, e in seguito ne avrete un altro d'istruzioni segrete. Quello che vi mando munito di sigillo reale è l'originale francese, l'altro ne è la traduzione in italiano. Vi troverete finalmente la copia del reale dispaccio, col quale il Re di Svezia autorizza il suo Ministro in Roma alla creazione e nomina dei consoli nello Stato Pontificio, e ciò servirà per contentare i curiosi i quali per caso vi dimandassero con che facoltà il Ministro di Svezia può conferire siffatte onorificenze.</p>
<p>Vi ringrazio della cambiale di scudi 100. Voi vi lagnate delle monete plateali, che inondano la provincia, e avete ragione. Ma che dovranno dir quelli che abitano in Roma, ove non si vede che carta sopra la quale si perde un venticinque per cento, ove la monetaccia falsa di rame si paga un quindici e un diecisette di aggio, ove finalmente non si vede più né un papetto, né un pezzo duro, molto meno un zecchino e una doppia? Eppure i tempi sono sì critici, che bisognerebbe starsene piuttosto senza camicia che senza un poco di moneta buona. Oh! se voi vi trovaste ov'io mi trovo? Se vedeste quello che io veggo?</p>
<closer>Salutatemi la madre e il fratello, e credetemi sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>464</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Maggio 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Non v'e più tempo da perdere. Innalzate subito lo stemma di Svezia sulle porte di casa tanto in Ferrara, che in Fusignano, facendone inteso il Vicelegato, col quale ho combinata la convenienza del Principato, e indossate subito la vostra divisa, di cui vi accludo il figurino colle mostre dei rispettivi colori. Questa divisa vi acquisterà sempre un riguardo per parte dei Francesi, nel caso che piombassero anche sopra Ferrara, come pur troppo faranno, se le provvidenze che si sono prese da Roma per placarli non riescono, e Dio voglia che giungano in tempo. La situazione del Papa e di tutto lo Stato è sommamente critica, ed è pazzo chi non cerca salvarsi. Anch'io corro i miei grandi pericoli, e in caso di urgenza mi appiglierò a qualche partito, fuorché a quello d'abbandonare il mio Padrone. Voi vi salverete colla divisa di Svezia, ed io vedrò di salvarmi con quella di Spagna, il di cui Ministro mi onora della sua protezione. Ma non sono i Francesi che mi spaventano; mi spaventa il popolo superstizioso, fanatico e crudele in mezzo a cui <add resp="ed">vivo</add>, e mi spaventano quelli che lo movono e tradiscono il povero Sovrano. Tuttavolta speriamo nella Provvidenza divina. Tutti i miei terrori si versano sopra mia moglie e sull'innocente mia figlia, e in un caso di disgrazia vi raccomando l'una e l'altra, e questa preghiera abbiatela per l'unico mio testamento. Occupandomi del futuro, io ho tenuto a parte un poco di buona moneta, ma mi spiace che prevedo il bisogno maggiore della mia provvidenza. Se potete mandarmi qualche poco d'oro obbligherete piucché mai la mia riconoscenza, ma non ardisco di chiedervelo, perché anche in mezzo alla mia necessità amo di essere rassegnato e discreto.</p>
<p>Tornando alla vostra divisa, voglio dirvi che ho presa la risoluzione di mandarvi il figurino per eseguirla, perché quella ch'io v'ho preparata, mandandola a posta corrente importerebbe troppa spesa, né io potrò mandarvela che alla partenza del nostro cameriere, il quale non farà per adesso la sua corsa. Per mezzo di qualunque altro corriere sarebbe dispendiosa, e non torna conto né per voi, né per me.</p>
<p>Intanto è necessario avvertire che la detta divisa potete farla in due modi, una di gala, e dev'essere tal quale è espressa nel figurino, l'altra giornaliera, e questa non porta che i semplici bottoni e solamente una fettuccia d'oro a due giri tanto nel bavero del giustacore, che nel rovescio delle maniche. Sul resto mi riporto alle altre mie lettere, e solamente aggiungo che il titolo di console svedese non vi porterà il minimo peso, poiché in dover mettere in attività il vostro grado vi si darà la facoltà di delegare nei rispettivi porti chi faccia le vostre veci, e ciò a tutto vostro piacimento. A questo effetto vi si manderanno i passaporti stampati, che voi potrete rilasciare nelle occorrenze, apponendo ai medesimi la vostra firma, come si usa negli altri porti.</p>
<p>Ho parlato subito con mons. Bartolucci, ed egli mi assicura di non saper nulla affatto della causa di cui mi scrivete. Avrete dunque preso un equivoco. Comunque sia, avvisatemi chi deve giudicarla, e avrete in me un diligente e zelante procuratore.</p>
<p>Per l'altro affare del Principe Barberini, non avendo io né il mio Padrone veruna confidenza con quest'uomo, mi conviene far altre pratiche e prender tempo.</p>
<closer>Salutatemi Don Cesare e la madre, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Avvertite che nel corpetto del figurino che vi mando il colore è troppo caricato, onde state alla mostra del panno anche per la coccarda. Il marchese Zappi ha ottenuto anch'esso l'istesso vostro titolo onorifico per suo fratello, e gliene manda questa sera la patente, conceduta all'interposizione del Duca Braschi.</p>
<p>I bottoni per l'abito, siccome debbono aver l'impronta di Svezia, così è convenuto farli fabbricare a posta, e mi sono stati promessi per questa sera. Ve li manderò colla diligenza in una scatoletta, e la farò indirizzare al maestro di posta a Lugo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>465</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Maggio 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Sapete che posso disporre a mio piacimento del Ministro di Svezia; onde assicurate pure il sig. Viscardi, che nel futuro ordinario gli spedirò il diploma di vice console per il porto di Volano, giacché quello di Goro è stato dato da molto tempo ad altro soggetto costà residente, e che appartiene al Ministro per non so qual parentela. Dite dunque al vostro amico che sull'onor mio prepari la sua divisa, per la quale ho già ordinata la bottoniera simile a quella che v'ho mandata per voi. Il diploma poi nulla importa che porti soltanto il titolo di viceconsole, poiché gli onori sono gli stessi, ed egli godrà e dovrà godere del nome e grado di console assoluto, che tale sarà poi dichiarato, quando arriverà da Svezia il brevetto del Re medesimo tanto pel sig. Viscardi e per voi, che per il cav. Passeri, di cui altre volte v'ho scritto, e per questo sig. banchiere Cleter, e per tutti. In appresso vi spedirò il sigillo dell'agenzia generale per firmare i passaporti, e l'ho già ordinato, e n'ordinerò un altro pure pel sig. Viscardi. In quanto ai Francesi state di buon animo, poiché da Genova farò (in caso di bisogno) che quel Ministro francese ponga anche il nome vostro nella lista di quelli che si dovranno rispettare. Non fate uso di queste lettere, e addio.</p>
<closer>Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>466</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Maggio 1796.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Come vi promisi, eccovi il diploma di Svezia pel vostro amico. Gli si dà per ora il titolo di vice—console, ma ditegli pure che si faccia chiamare console assolutamente, perché l'onorificenza è la stessa, e tale è lo stile, finché non venga, siccome v'ho scritto, il brevetto del Re medesimo. Indossi dunque liberamente la sua montura, per la quale faccio sollecitare la bottoniera, e vi sia d'avviso, che potete portarci ancora le spalline doppie, se così vi piace. In appresso manderò una minuta di lettera tanto pel sig. Viscardi, che per voi, da scriversi a questo sig. Ministro.</p>
<p>In quanto all'alzamento dell'arma, adattatevi per ora alle circostanze. Verrà tempo che si lasceranno da parte tutti questi riguardi. Sulla casa però di Fusignano alzatela francamente.</p>
<p>Troppo sarebbe se la divisa di Svezia vi dovesse esentare dai pesi di suddito. Vi gioverà bensì per essere rispettato, specialmente nel caso che venissero i Francesi, circa i quali Dio sa come andrà la faccenda per Roma. Certo è che la Francia, essendo strettamente unita alla Svezia, tutti gli individui di questa Corte saranno in grado di ottener dei riguardi, all'opposto degli uniformi imperiali, e sardi, e modanesi, e napoletani, ecc..</p>
<p>Tornando al sig. Viscardi, attenderò il suo suggerimento per una discreta indispensabile ricognizione alla regia segreteria. Sul resto l'amicizia di cui vi onora lo dispensa da tutto.</p>
<p>Mi dimenticava di dirvi, che per mandar le cose in regola, e correggere uno sbaglio del segretario, il secondo diploma, che vi mandai, doveva essere di vice—console, perché aveste tutto ad un tempo tanto l'uno che l'altro. Ora dunque mi rimanderete uno dei duplicati, e riterrete quello che vi spedisco. Non mi dilungo, perché mai ho avuto tanto che fare quanto nei giorni presenti.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>467</head>
<opener><salute>A Don <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 31 Maggio 1796.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi sia d'avviso che oggi è uscita la nuova tariffa delle monete reali d'argento e d'oro. Il zecchino è a scudi 2,82. La doppia a scudi 4,13, il pezzo duro a scudi 1,30, il papetto a baiocchi 26, e così tutte le altre monete ragguagliatamente. Ho voluto farvelo subito noto colla diligenza, perché vi regoliate nei pagamenti.</p>
<p>Ho ricevuti questa mattina li due doppioni di Spagna, e attenderò il pagamento delli scudi 30 che mi accennate.</p>
<closer>Intanto vi ringrazio e sono in gran fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Il Papa ha invitato tutti i possidenti nobili, ecclesiastici e particolari a mandare i loro ori ed argenti alla zecca coll'interesse del cinque per cento, e il mio Padrone è stato il primo a darne l'esempio spogliandosi di tutta la sua argenteria. Sull'altro affare me l'intendo col fratello.</p>
<list><label>Zecchino Veneto</label> <item>scudi 2,85</item>
<label>Gigliato</label> <item>scudi 2,84.</item>
<label>Doppie di Spagna Cordonata dal 1782 a tutto il 1785</label> <item>scudi 4,99.</item>
<label>Detta dal 1786 in poi</label> <item>scudi 4,82.</item>
<label>Scudo Romano e Bolognese</label> <item>scudi 1,30.</item>
<label>Testone</label> <item>scudi —,39.</item>
<label>Quinto di scudo</label> <item>scudi —,26.</item>
<label>Paolo</label> <item>scudi —,13.</item>
<label>Pezza di Spagna colonnata</label> <item>scudi 1,30.</item>
<label>Franceschino e Leopoldino</label> <item>scudi 1,30.</item>
<label>Ducato Veneto</label> <item>scudi —,97.</item>
<label>Ducato di Savoia nuovo</label> <item>scudi 1,66.</item></list></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>468</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 1 Giugno 1796.</date></opener>
<p>Nella fretta, mi dimenticai l'altra sera di scrivervi che, in vista del nuovo editto sulla moneta, badaste bene che la cedola viene a perdere fin d'ora un quarantotto o un cinquanta per cento, e il fatto è chiaro con questo esempio. Venti pezzi duri cambiandoli contro moneta plateale alla tariffa d'un trenta per cento, mi portano subito ventisei scudi. Questi ventisei scudi cambiandoli contro una cedola all'aggio corrente di un diciotto e d'un venti, portano il mio capitale dai 26 alli 30,68 e più, secondo la variazione giornaliera dell'aggio, di modo che non tarderemo molto a veder la cedola ridotta, allo stato d'un assegnato di Francia. Ho voluto di ciò avvertirvi, perché vi cauteliate più che potete contro le cedole, ed avendone le esitiate.</p>
<p>Qui crescono sempre più li torbidi, e non potete imaginarvi l'inquietudine del paese e il terrore de' galantuomini. Ieri fu forzato per la gran calca il Banco di S. Spirito, e fracassati a furia di popolo i vetri delle finestre. Questa mattina poi, ad onta di tutte le pene intimate nel bando, si sono pagati i pezzi duri a quattordici paoli e un baiocco. Io mi confondo in mezzo a tanti scompigli e sospiro la solitudine di Fusignano, anzi quella dell'Ortazzo in cui sono nato. Se m'accade qualche disgrazia, ricordatevi che vi sono stato fratello, e abbiate cura di mia moglie e della mia figlia.</p>
<closer>Un saluto alla madre e credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Mi sono sempre dimenticato di scrivervi che i fratelli Mami mi hanno di nuovo offerto di comprarsi il credito Zanotti, di cui sapete le ruine. Consigliatemi, e sopratutto guardate nell'istrumento, se v'è l'obbligo di restituire il capitale in moneta d'oro come si è ricevuto, perché tutto dipende da questo, ed io vorrei liberarmi una volta da questo malanno, giacché sono cinque e più anni, che non si percepiscono frutti, e Dio sa quando se ne vedrà il fine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>469</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 8 Giugno 1796.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Nulla vi deve importare chi sia il Lucchesi, quando avete per compagni il conte Storani e il cavalier Passeri, console e viceconsole di Svezia in Ancona, e il banchiere Cleter in Civitavecchia. Dovete bensì avere in vista il bene che può venirvene nel caso che i Francesi s'inoltrino in Ferrara. La protezione della Svezia è delle più rispettabili nella crisi attuale d'Europa, e voi non tarderete molto a vedere un gran cangiamento anche nella diplomazia della Corte Romana rapporto alle Potenze acattoliche. In quanto a ciò che vi ha detto monsignor Vicelegato, l'esempio del nominato cav. Passeri, che pubblicamente e senza contrasto ha alzato lo stemma di Svezia in Ancona, scioglierà tutte le difficoltà. Ma per ora non urtate l'opinione de' vostri superiori, perché a questo ci penso io. Del resto, anch'io dubitavo bene che la persona del Lucchesi fosse un mistero, perché il medesimo cav. Piranesi null'altro mi disse, se non che questi, essendo suo parente per parte di madre, non aveva potuto dispensarsi dal proteggerlo. Ma, torno a ripeterlo, ciò nulla deve importarvi perché ho delle ragioni per dirlo, e noi siamo in tempi, che bisogna condursi con altri principi.</p>
<p>Non ho potuto ancora trasmettervi la bottoniera pel vostro amico, perché quella che avevo ordinata ho dovuto cederla al marchese Zappi per suo fratello. Ora se ne sta lavorando un'altra, e subito ve la spedirò.</p>
<p>Ho fatto scrivere all'avvocato Bartolucci per la vostra causa.</p>
<p>L'ab. Marconi è tornato a Roma, e metterò nelle sue mani il vostro affare delle decime di Ravenna.</p>
<p>Qui stiamo aspettando da Parigi il nostro destino. La maggior parte si lusinga, che le condizioni saranno dolci e leggiere. Io al contrario le temo assai dure ed umiliantissime. Lo vedrete.</p>
<p>Circa il grande affare della moneta è stato proposto un piano semplicissimo e che in pochi mesi farà cangiar faccia alle cose, se si abbraccia. Non ve lo scrivo, perché ancora non m'è permesso di manifestarlo.</p>
<p>Salutate tutti di casa, e state tranquillo, cosa che non posso far io a cagione della cantica di Bassville. Non potete credere come mi dà fastidio questa faccenda. Tuttavolta mi dà più pena il fanatismo romano sanguinario e crudele.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Sono stato in questo punto dal Ministro di Svezia, il quale mi ha informato che la Segreteria di Stato gli ha mandata una promemoria sull'affare, che v'ho scritto, del cav. Passeri. Questo foglio consiste in una rimostranza dell'Em.mo Camerlengo, il quale si duole che il Ministro di Svezia gli tolga il diritto, di cui finora è stato in possesso rapporto ai consoli delle Potenze estere e all'esercizio della loro carica, che la Corte di Roma vorrebbe che appartenesse interamente ai consoli da lei nominati, noti a quelli che nomina la Corona. Vi manderò la risposta che si darà alla Segreteria di Stato, e intanto che si accomodi questa differenza, nata dalle discordie che passano tra il cavalier Passeri nominato da Svezia, come voi, e il conte Storani nominato dalla Corte di Roma, sarà sempre maggior prudenza il sospendere lo innalzamento dello stemma reale, sul quale per altro la suddetta Segreteria di Stato non move veruna difficoltà.</p>
<p>Ho voluto in questa occasione dimandare ancora degli schiarimenti sulla persona del Lucchesi. Il Ministro, di cui è cugino, ignora le eccezioni personali di cotesto suo parente, ma rende buon conto della sua condizione, essendo egli fratello del fiscale delle acque della Repubblica Veneta. Tuttavolta voi siete pregato di volere in confidenza informarmi della sua condotta per norma del Ministro, il quale all'orecchio mi ha detto, che non conosce in lui altro difetto se non quello d'essere un coglione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>470</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Giugno 1796.</date></opener>
<p>Avete fatto male a farvi prima la divisa di gala, che quella d'ogni giorno. Parmi però che possiate subito eseguire anche questa servendovi degli stessi bottoni, e indossandola subito senza tanti complimenti, giacché circa all'alzamento dell'arma reale bisogna prima aspettare la risoluzione della Segreteria di Stato rapporto a Passeri e Cleter. La bottoniera per l'amico sarà presto finita, e subito la spedirò.</p>
<p>Scrivo in gran fretta, e sull'affare del supposto cabarè d'argento null'altro vi dico, se non che tutto è falso fuorché il rifiuto fattone dal mio Padrone, che per niun titolo poteva accettarlo, molto meno perché il presentante è stato il dottore Valentinelli. Quando si vuol usare un'attenzione, non si manda per le mani d'un birbante; ma torno a ripetere, in niun modo Sua Eccellenza l'avrebbe accettato, e le ragioni son mille. Questa risposta fatela vedere a chi vi piace.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>471</head>
<opener><salute>A Mons. MICHELE DELLA GRECA Vice—Legato — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Giugno 1796.</date></opener>
<p>Eccellenza Reverendissima.</p>
<p>Ella mi promette segretezza e silenzio se le confido il nome de' suoi nemici, ed io, che la conosco per uomo d'onore, stendo la mano ed accetto la sua parola.</p>
<p>I suoi nemici sono quei medesimi, che fanno la guerra a cotesto Em.oLegato; Bevilacqua, Simonetti e Valentinelli. Costoro hanno stabilito tra loro un sistema di calunnie così maligno e così ben combinato, che tutto v'è da temere, anche per le più salde riputazioni. Né si contentano di spargere soltanto fra privati le loro diffamazioni, ma le propagano per quanto possono anche nel pubblico, e si studiano di spingerle ancor fino al trono. Soprattutto l'Em.o Legato è stato ed è tuttavia l'oggetto delle loro maldicenze, massimamente nelle presenti circostanze, denigrando nella maniera più iniqua tutte le savie provvidenze di Sua Em.a e facendo delitto di tutto ciò che veramente è stato senno e virtù. Posso però assicurare la Ecc. V. che tanto Ella che Sua Em.a hanno trovato dei difensori verso il Papa e dei lodatori in quelle persone medesime, in cui queste anime rabbiose e malefiche si lusingano di trovare dei propagatori e degli aiutanti delle loro ribalderie. S'Ella ne moverà discorso col signor Domenico Bottoni, potrà dal medesimo sentire che suo figlio si è trovato presente alla sincera e leale testimonianza, che rese alla savia condotta di Sua Em.a il Duca Braschi, nel quale mi compiaccio di dire che arde il desiderio di dare al sig. Cardinale delle prove luminose e non equivoche, che nelle anime ben fatte gli sdegni e le inimicizie sono momentanee e passeggere, e stabile e permanente il sentimento della stima e dell'amicizia. Nel denuziare i sopraddetti soggetti io distinguo principalmente il dottore Valentinelli, la di cui petulanza nell'anticamere di casa Braschi è stata tollerata fintantoché ci è stata proficua per conoscere tutta l'estensione della sua perfidia, ma finalmente poi è finita coll'ordine dato in sala, che questo birbante non s'incomodi più di salire le nostre scale. Vostra Ecc. tenga per certo quanto le scrivo, e lo faccia noto anche, occorrendo, giacché a mio fratello in questo stesso ordinario ho dato la stessa incombenza.</p>
<p>Mi basta ch'Ella non accusi l'origine di questa notizia, molto meno delle altre, che le ho di sopra accennate e sulle quali darò occorrendo qualche dettaglio.</p>
<p>La confidenza, che liberamente le faccio, è un peso enorme che mi levo dal cuore. Se ne giovi, e sia certa che si contano e si deformano non meno le azioni del sig. Cardinale che quelle del Vice—Legato, ma sia certa ancora che Sua Santità si loda molto dell'uno e dell'altro.</p>
<p>Mi mantenga esattamente la parola, che in principio della presente ho invocata,</p>
<closer>e mi onori de' suoi comandi, che avrò sempre cari e in luogo di somma grazia, rassegnandomi col più profondo rispetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>472</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Luglio 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Le funeste notizie che qui tuttogiorno giungevano dei torbidi della Romagna mi fecero stimare cosa prudente il non arrischiare veruna lettera. Tuttavolta una ve ne scrissi e non breve e adattata alle circostanze, e desidero d'intendere che vi sia giunta con sicurezza. Intanto io ho tremato e tremo tuttavia sulla sorte de' miei fratelli, e la venuta a Roma di Manzoni mi ha messo nuovamente in agitazione, sebbene io sappia che poco si deve contare sulle relazioni d'un fanatico. Comunque sia, datemi le nuove di cotesti luoghi, e consolatemi col dirmi che voi non avete avuta alcuna parte, siccome spero, nelle imprudenze lughesi. State fermo a quanto v'ho scritto, e per amor di Dio separatevi dai pazzi, che, senza prevedere le conseguenze, discorrono di armarsi e resistere. Ricordatevi soprattutto che l'obbedienza, la rassegnazione, la sommessione è la precisa volontà del Sovrano, e quand'anche il Sovrano nol comandasse, lo comanda la ragione, che è la sovrana del mondo, e la prudenza, che deve dirigere tutte le nostre azioni.</p>
<p>Le nuove che mi date del fratello, mi pongono in calma sulla sua situazione, ma ditegli che se può mi scriva, e mi tenga ragguagliato di tutte le vicende di Ferrara, che per cagion sua assai m'interessano.</p>
<p>Procurerò l'esigenza dell'ordine trasmessomi, e ve ne ringrazio.</p>
<p>Oggi parto per Frascati, ove conduco la moglie per motivo di salute, e mi vi tratterrò una dozzina di giorni. Al mio ritorno spero di trovare in Roma le vostre lettere, delle quali sono impaziente.</p>
<closer>Salutate la madre, ed amatemi com'io vi amo. Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>473</head>
<opener><salute>A FRANCESCO TORTI — Bevagna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Frascati, 23 Luglio 1796.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Ricevo la vostra carissima in Frascati colla terzana indosso, e vi rispondo colla terzana, ma per tutta risposta abbiatevi alcuni fatti che vagliono tutte le ragioni, giacché io non voglio né irritare i devoti, né disonorare il buon senso.</p>
<p>Un'immagine della Cenci, creduta da alcune donne una B. V., ha fatto per molte ore anch'essa il prodigio di muover gli occhi e di piangere, ed avrebbe seguitato, se un devoto non accorgeva che quella era l'immagine di un'impiccata.</p>
<p>Un sordo—muto, per aver ottenuta la grazia di vedere e d'udire, è stato mandato in galera. Egli era un briccone, che per far quattrini si era esposto al pubblico in quell'aspetto, ed aveva fatte gran conversioni.</p>
<p>Un buon uomo, che ha voluto medicare certe sue piaghe col latte prodigioso della lampada della Madonna al Monte della Pietà, ha reso incurabile il suo male, perché in quel latte vi era dell'acqua forte; dopo di che l'Eminentissimo Cardinale ha fatto nettar bene la lampada, e tutto il latte non si è più veduto.</p>
<p>Il miracolo dei gigli rinverditi alla Madonna di Pontano è cosi triviale, che potrete farne voi stesso l'esperimento quando volete. Egli è lo stesso che il germogliare della cipolla sopra un granaio. Leggete Tournefort, Bomar e il Dizionario botanico.</p>
<p>Del resto né io, né due mila, che si chiamano e sono sensati e dabbene, han veduto nulla di ciò che ha veduto il popolaccio; e molti di quelli che hanno dapprima asseriti questi prodigi, contro dei quali combatte la ragione, il buon senso e l'onore stesso della santa nostra religione, ora sembra che si vergognino del loro entusiasmo, e riduconsi a dire che così gli è paruto.</p>
<p>Ho protestato di non voler irritare il devoto, e temo d'averlo fatto. Siate dunque discreto nel far uso di questa lettera.</p>
<closer>Ricordatevi che son sempre il vostro vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>474</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 6 Agosto <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Io non posso certamente darti ancora per sicura e fuori d'ogni pericolo la nostra corrispondenza, perché le circostanze nostre son tali, che da un momento all'altro il Governo può essere costretto a prendere delle misure despotiche, e a passar sopra anche a questo ramo di fede pubblica impadronendosi delle lettere per sorprendere in questi depositi di confidenza scambievole i privati pensieri delle persone. Tuttavolta v'ha modo di farsi intendere anche tacendo, e poche linee sono sufficienti a dir tutto.</p>
<p>Tre lettere io t'ho spinte una dopo l'altra, alle quali attendo risposta, poiché nella tua dell'ultimo ordinario non me ne fai motto. Poche cose anzi nessuna ho da dirti nella presente che ti possano interessare, salvo che delle forti ragioni ci fanno temere che l'affare della nota sottoscrizione avrà un esito disastroso. Per quanto è a mia notizia, il Papa è fermamente determinato di non piegarsi, tanto più che, come in appresso ho saputo, il foglio del Direttorio è molto più serio di quel che ti scrissi. Il cav. Azzara non è andato a Firenze che in qualità di mediatore e Caleppi in quella di delegato pontificio colla facoltà di firmare tutt'altre condizioni. E il non più frate ma abate Soldati, con una teologia in testa tutta conforme a quella del Sacro Collegio, non farà che imbrogliare le cose, a meno che Saliceti e Garrau non rinuncino affatto alla pretensione del Direttorio. In questa sospensione di animi lo spirito pubblico sempre più s'infierisce, e tu sai le conseguenze del fanatismo, la di cui madre è bellissima, non lo nego, perché figlio della religione, ma egli un gran mostro. Se tu poi conoscessi l'indole del popolazzo romano, tu certo non conteresti uno zero sulla tua vita, e quando dico popolazzo intendo tutti.</p>
<p>Il dettaglio de' nostri affari sempre più mi rattrista, ma ti do quel consiglio che la Sibilla diede ad Enea quando gli profetizzò le future sue disgrazie.</p>
<p>Saluta gli amici e ricevi l'<foreign lang="fre">accolade fraternelle</foreign>.</p>
<p>P. S.Dammi sempre le nuove, ma le più accertate che puoi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>475</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 17 Agosto <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La presenza della tua lettera mi ha consolato non poco. Ho tremato molto sulle vicende dei Ferraresi, e più che tutto mi affliggeva il sospetto che il fanatismo e i riguardi avessero fatto dimenticare su delle false apparenze i veri principi d'onore. Mi sono in seguito confortato nel sentire che nella mia patria (perdonami questo vanto) vi sono delle anime ferme, coraggiose ed illuminate, né mi sono punto meravigliato della saviezza di cotesta Municipalità, quando ho saputo che tu eri membro di questo corpo. Ricevine dunque le mie congratulazioni, e tieni per fermo che non v'ha titolo più glorioso di quello di buon cittadino.</p>
<p>La lettera anonima in difesa della condotta dei Ferraresi è qui cognitissima, ed ha fatta su gli animi ragionevoli quella impressione che si doveva, e più ancora che non ha fatto la Memoria apologetica dei Bolognesi; contro de' quali non troveresti in Roma dieci persone, che ardiscano di pur compatirli e scusarli. Non è così di noi <emph>buoni ed onesti Ferraresi</emph>, che abbiam fama di gente più attaccata alle <emph>antiche consuetudini</emph>, e tu puoi ben credere che siffatta lode non mi piace punto, quando abbiamo dei diritti e dei titoli molto più nobili alla pubblica estimazione. Comunque sia, i Ferraresi sono finora in ottima opinione del Principe, ed è falso quanto ti è stato supposto; per lo che se qualche grazia ti occorre, e se mi credi idoneo a sollecitarla, non farmi il torto di non prevalerti del tuo amico.</p>
<p>Se tu credi sicuro un regolato carteggio, mi piacerebbe moltissimo avere spesso tue lettere, ed averle dettagliate e ostensibili, poiché ho mezzo di fartene merito presso tali, che molto importa averli in amici, qualora la fortuna non si scosti dalle armi francesi, siccome punto non dubito, e sono già sei anni che non ne dubito.</p>
<p>Tu vedi che uso parole assai ritenute, ma sai che non sono schiavi i miei sentimenti. Se verrà stagione che possa svilupparsi l'onnipotenza della ragione, il tuo amico non si starà né ozioso, né indifferente, né muto. Un saluto agli amici e a' tuoi onorati colleghi, e mantienti sano di corpo e di spirito.</p>
<closer>Addio. Il tuo amico <signed>N. N.</signed></closer>
<ps><p>P. S.In questo punto vengo assicurato che il Papa teme d'aver perduta per sempre, oltre Bologna, anche Ferrara. Calcola bene questo timore, e mettilo a profitto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>476</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 20 Agosto 1796.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Se voi siete tranquillo, lo sono ancor io. Spero che le mie lettere vi siano giunte tutte sicure. Ma voi dispensatevi dal mandarmi delle nuove così ridicole, come avete fatto ultimamente. Ricordatevi di ciò che sempre v'ho scritto rispetto alle forze francesi, e guardate la data dell'ultima mia, dalla quale conoscerete che nel momento medesimo che tutta l'Italia era in fermento per le vittorie effimere degli Austriaci, io ne ho predetta fermamente la destruzione, come infatti è accaduto. Bisogna essersi fatta una giusta idea delle cose, e allora si giudica sanamente e senza fanatismo. Se questo è linguaggio da giacobino, spiacemi dunque che la ragione sia giacobina. Ma guai ai governi, ove la verità e il raziocinio sono un delitto. Dopo ciò voi vedete il partito che, senza pregiudizio della religione, bisogna prendere, e che viene suggerito dalla prudenza, dalla saviezza e dalle circostanze imperiose, alle quali i Sovrani medesimi piegano la fronte.</p>
<p>Debbo avvertirvi che pel sig. Viscardi io sono in disborso di sedici scudi, cioè dieci alla segreteria del Ministro e sei alla sala.</p>
<p>Il sigillo del consolato ve lo spedirò quando sarà tempo. Per ora le cose non sono ancora mature. Basta che la vostra persona sia sicura, purché sappiate sempre regolarvi con giudizio rapporto ai nuovi padroni.</p>
<p>Da Costabili ho ricevuto lettere, e il nostro carteggio è ripristinato. Vi consiglio di coltivarne l'amicizia.</p>
<p>Vi accerto che da un momento all'altro può darsi il caso che mi vediate comparire improvvisamente in Ferrara. Siamo vicini allo sviluppo di grandi cose, crediatelo. Basta un semplice sguardo su i movimenti politici dell'Italia, anzi dell'Europa, per non ingannarsi. In mezzo a tante tempeste teniamoci al lido, e lasciamo naufragare chi vuole. Io me ne affliggo, ma non v'ha rimedio.</p>
<closer>Salutate caramente la madre e Don Cesare, e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>477</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 27 Agosto <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Benché si corra facilmente pericolo di dare delle nuove false per vere, nulladimeno giovati, mio buon amico, di queste che ora ti scrivo.</p>
<p>Il cittadino Cacault ha data al nostro Governo certa lusinga, che terminate che siano le contribuzioni del Ferrarese, codesta provincia ritornerà come prima sotto il dominio pontificio, e che a ciò la Francia medesima darà tutta la mano, anche colla forza.</p>
<p>L'altra nuova si è che la Tesoreria di Ferrara per opera de' Commissari francesi dal padre verrà trasferita nel figlio. Bada che non parlo senza fondamento, ma t'impongo di tener occulta la provenienza di questo avviso.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Ti sia di regola che un'altra lettera t'ho scritta, tre ordinari sono.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>478</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 29 Agosto <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Profitto della diligenza per avanzarti un'importante notizia. È giunto qui ieri mattina da Parigi il corriere Tagliavini, il quale ha portate le ultime pretensioni del Direttorio in un foglio da sottoscriversi da Sua Santità del seguente tenore — <quote>Siccome dei nemici comuni hanno sorpreso alla mia religione alcune carte, le quali per i loro principii ed effetti si oppongono ai diritti ed interessi scambievoli delle nazioni, così io le disdico. Pio Sesto.</quote> — In vista di siffatta dimanda si è tenuta ieri sera una particolare congregazione di undici Cardinali alla presenza del Papa per deliberare, e s'ignora che abbiano risoluto. Egli è bensì facile il predire che si sottoscriverà tutto, qualunque sia la ferita che si fa all'infallibilità del Papa, tanto più che qualora si sottoscrivano quelle poche parole, le due provincie di Bologna e Ferrara saranno subito restituite con qualche modificazione rapporto specialmente a Bologna, e poi firmata la pace. Tira profitto da questa notizia, e sta sano.</p>
<closer>Addio. Il tuo amico <signed>N.</signed></closer>
<ps><p>P. S.Debbo aggiungere per tua istruzione che la Spagna è stata quella che ha fortemente perorato presso il Direttorio per l'integrità dello Stato Pontificio.</p>
<p>Ho ricevuta in questo momento la tua carissima, la quale mi ha contristato non poco sulla situazione di Ferrara circa il suo stato politico. Ma che vuoi farci? Se Licurgo e Solone fossero di Magistrato fra Voi, tutto sarebbe inutile dopo quello che t'ho scritto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>479</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 31 Agosto <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>In sequela di quanto ti scrissi colla diligenza di lunedì vengo a significarti il risultato della Congregazione tenuta domenica sera. Tutti i Cardinali ed il Papa hanno opinato che non si possa sottoscrivere il foglio del Direttorio senza offesa della religione. Al contrario tutti i nostri buoni teologi (se pure questa scienza è compatibile col buon senso e colla ragione) tutti, dico, decidono che non solamente quel foglio si può sottoscrivere senza oltraggiare la religione, ma che anzi il Papa è obbligato di farlo. Né io, né tu, grazie a Dio, siamo teologi, onde teniamoci al debole lumicino della nostra povera logica mondana, e lasciamo agli altri queste sublimi specolazioni. Intanto sappi che il cav. Azzara si metterà di nuovo sabato notte in viaggio per abboccarsi in Firenze con Saliceti e Garrau, e tentare di rivocare questa condizione del Direttorio, nel che io credo che i commissari saranno fuori d'arbitrio.</p>
<p>In quanto al destino delle Legazioni, io già te l'ho scritto; ma se il Papa si mantiene nella sua opinione, tutto per Roma è perduto. E sappi che l'eminentissimo Areopago già pensa al modo con cui evadere e porsi in sicuro.</p>
<p>Bonaparte ha scritta un'acerrima riprensione al cittadino Cacault per aver dimandata e ottenuta la grazia di quei tre condannati alla galera per insulti fatti a questi nostri Francesi. E Saliceti ha scritto ai commissari qui dimoranti o che il popolo romano si disponga a ritornar romano, o si prepari a ricevere la legge che piacerà ai Francesi di dargli.</p>
<p>Addio. Il tuo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>480</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 3 Settembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ti scrivo dal letto, ove mi tengono inchiodato le emorroidi ed una grave costipazione, e proseguirò il meglio che posso le nuove, che t'ho inoltrate negli scorsi ordinari.</p>
<p>Dopo molte discussioni teologiche e molti pareri, si era risoluto dal Papa e dal Sacro Collegio di spedire a Firenze (luogo del congresso) il Padre Soldati teologo domenicano in compagnia del cav. Azzara per assistere alla trattativa con Saliceti e Garrau circa il foglio mandato dal Direttorio; e doveva andarvi per terzo anche mons. Caleppi, protettore degli emigrati. Guarda che giudizio, guarda che dignità di missione! Oggi poi sento che nessuno di questi due si moverà, e che il solo cav. Azzara si porterà al congresso munito di tutte le facoltà tanto spirituali, che temporali, colle chiavi insomma di S. Pietro in una mano, e nell'altra la spada di S. Paolo. Che te ne pare di queste farse? Non ti scrivo libero su questo punto perché la buona logica ancora non è permessa, e se le lettere sono sicure per la tua parte, nol sono egualmente per la mia. Ma la ragione non sarà sempre un delitto.</p>
<p>Mi dimandi cosa penso di Bevilacqua. Io lo reputo uno scaltro ambizioso, un uomo senza morale, che tende al suo fine senza imbarazzarsi punto se i mezzi son vili, e se la giustizia e l'onore attraversano la sua strada. Tale è pur l'opinione, che qui si ha del medesimo dai pochi che lo conoscono, sebbene il Commissario e Valentinelli siansi molto adoprati per sostenerne la riputazione. Cosa poi ne pensi il Sovrano non tel so dire. Dapprincipio egli fu riputato uno scellerato, perché si seppe esser egli stato il primo ad accarezzare e corteggiare i Francesi. In seguito ho inteso ch'egli abbia redenti i suoi torti abbondantemente coll'aver cangiato partito. Tu mi farai cosa grata se me ne scrivi la verità precisa.</p>
<p>La malafede de' Bolognesi rapporto a Ferrara mi ha dato molto rincrescimento. Quando non si mira all'interesse generale, quando le passioni sono divergenti e tendono a più d'un centro, allora è in pericolo la cosa pubblica. Ma tutti questi mali avrebbero pure il loro rimedio, se vi fossero costà delle teste piene di senno e di vero spirito patriottico. Ma dove l'amor di patria è frutto esotico non occorre lusingarsi di guarigione e bisogna morire di etisia morale, cioè coll'anima sempre serena, ma col corpo sempre moribondo. Non ho mai tanto desiderato di esser teco e co' nostri amici quanto al presente.</p>
<p>Cacault è tuttavia in Roma, e come t'ho scritto altre due volte, egli seguita a lusingare il Governo della restituzione di Bologna e Ferrara.</p>
<p>Addio. Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>481</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 3 Settembre 1796.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi trovo in letto per una grave costipazione, e dal letto rispondo due righe alla vostra carissima.</p>
<p>Il ritratto di Bonaparte fatto da vostro figlio mi sembra ben toccato, e queste poche linee mi sembrano degne di considerazione, perché enunciano sufficientemente il suo genio. Se io fossi suo padre, e lo vedessi decisamente invaghito dell'arte del disegno, non esiterei punto a secondarlo; ma siccome non debbo ignorare che voi sul punto dell'educazione civile avete delle idee molto diverse dalle mie, così non ardisco darvi verun consiglio, perché non posso rendermi responsabile delle conseguenze. Contuttociò voi siete ben provvisto di prudenza e di senno, e prenderete sicuramente la risoluzione che stimerete più utile.</p>
<p>Se le nuove di Romagna e di Ferrara sono affliggenti, nol sono meno quelle di Roma. Il Direttorio ha mandato un foglio da sottoscriversi dal Papa, concepito in questi precisi termini: <quote>«Siccome dei nemici comuni hanno sorpreso alla mia religione delle carte, le quali per i loro principii ed effetti si oppongono ai diritti ed interessi scambievoli delle nazioni, così io le disapprovo»</quote>. Il Papa sul parere di dodici Cardinali ha ricusato finora di sottoscriverlo. La maggior parte dei teologi pensa che ciò può farsi benissimo senza oltraggiare la religione, e che anzi è obbligato di farlo. In questo stato di cose il cav. Azzara partirà di nuovo per Firenze, ove si terrà un congresso con Saliceti e Garrau, e si crede che anderà munito di tutte le facoltà per terminare qualunque siasi il destino di Roma. La tragedia non è ancora al suo quint'atto, e nondimeno egli è ben facile il prevederne lo scioglimento. Io vi raccomando di regolarvi sempre con senno ed in modo da non disgustare in qual si sia modo né i passati, né i futuri padroni.</p>
<closer>Salutate la madre e D. Cesare e i vostri figli. Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>482</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> —
<add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Settembre 1796.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non ho più che dire, né che temere, dopo il discorso che Saliceti ti ha fatto; e manco male che finalmente m'hai annunciata una cosa che dee confortare chiunque sia penetrato dal vero e santo amor della patria e del primo di tutti i diritti. Con tutto ciò, siccome l'amore è una cosa piena di timore, così non posso non essere inquieto sul futuro nostro destino, non tanto perché la sorte del povero nostro Stivale ancora non è decisa, quanto perché questo cittadino Cacault non cessa di dare le più certe speranze sulla restituzione delle provincie, subito che la pace resti sottoscritta. Egli è vero che questa pace è come la nebbia, la quale si vede più da lontano che da vicino, e che tanto il Papa che i Cardinali persistono nella determinazione di non sottoscrivere quel primo articolo risguardante i Brevi apostolici. Nondimeno la teologia dei nostri tempi essendosi fatta più pieghevole e mansueta, ed essendosi chiusa in Vaticano la fucina dei fulmini di Giovanni VIII e Gregorio VII, v'ha sempre luogo a temere che gl'interessi del cielo cedano a quelli della terra e all'impero delle circostanze. E allora che vorrà fare il Direttorio per dei fanciulli incalliti nella schiavitù e nella superstizione, abbastanza vili per amare le loro catene, e troppo ignoranti per conoscere l'immenso prezzo della libertà? Se non siamo da tanto per darci da noi stessi una regola di governo, noi che più d'ogni altro dobbiamo sapere i nostri bisogni, è egli verisimile che la Repubblica francese voglia occuparsi della nostra redenzione senza la nostra cooperazione? Possibile che l'abitudine della schiavitù abbia soffocati tutti i semi di un nobile sentimento? Possibile che in codesto paese si possa proferire il nome di libertà senza infiammarsi, senza arrossire? Io ne perdo il senno.</p>
<p>Sei in errore, se ti dai a credere che ove la patria possa desiderare la mia presenza, v'abbiano dei riguardi che mi trattengano. Bensì t'inganni quando pensi ch'io possa essere di giovamento costà alla cosa pubblica. Comunque sia, tu hai in poche parole la franca e leal confessione de' miei sentimenti, sui quali puoi calcolare.</p>
<p>L'abate Garavini è mio amico, e credo d'aver detto tutto. Nondimeno debbo assicurarti espressamente ch'egli è buon patriotta, ed onesta e savia persona. Egli sarà in Ferrara fra venti giorni in circa, e ti presenterà una mia lettera. Lo conoscerai dunque per te medesimo; e assicurati che per l'oggetto che ti sei proposto, e ch'io m'immagino, lo troverai molto adattato. Egli ha pianto di rabbia sulla pazzia de' suoi concittadini; ed ora tornando in patria, impiegherà tutto il suo credito per ricondurli alla ragione ed illuminarli sui veri loro interessi.</p>
<p>Costà voi vivete in aspettazione d'una battaglia, e noi qui viviamo in agitazione sul congresso fiorentino. L'articolo in questione non è altrimenti quello che ti trascrissi, ma il seguente, senza mutazione di sillaba:</p>
<p><quote lang="fre">«Art.1er — Sa Sainteté reconnait avec le plus vif regret que des ennemis communs ont abusé de sa confiance et surpris sa religion pour expédier, publier et répandre en son nom différents écrits, dont le principe et l'effet son également contraires à ses véritables intentions et aux droits respectifs des nations. En conséquence, Sa Sainteté désavoue, révoque, annulle toutes Boulles, Rescrits, Brefs, Mandemens apostoliques, Lettres circulaires, ou autres Monitoires, Instructions, Pastorales, et généralement tout écrit et acte émané de l'autorité du Saint—Siège, et de toute autre autorité ressortissante, qui seroient relatifs aux affaires de France depuis 1789 jusqu'à ce jour».</quote></p>
<p>Il cav. Azzara nel partire per Firenze lasciò alla sua famiglia alta il consiglio di mettersi in sicuro fuori di Roma, dicendo: Questa pila va a rompersi fra le mie mani. Per sua medesima insinuazione la principessa Santacroce è partita e si è ritirata a Santo Gemini, a nulla essendo giovate, per distornela, le preghiere del Segretario di Stato e de' suoi amici. Io sto alla vedetta, e tengo pronto un centinaio di zecchini per salvar la pelle, se sarò in tempo.</p>
<p>Tu non perderti intanto di coraggio; metti a profitto le proposizioni dei Bolognesi per una confederazione qualunque siasi, purché ponga in sicuro la vostra indipendenza. Eccitate gli animi coll'esempio di Reggio, e spero ancora di Modena; esortate tutti a spogliarsi delle private passioni, a non prendere di mira che l'interesse universale, a sublimar l'anima secondo le circostanze. La libertà è un sentimento divino; il buon patriotta deve essere coraggioso, virtuoso, disinteressato; ed io son sicuro che il tuo cuore è pieno di questi santi principi.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p>
<p>P. S.Il Papa non gode della miglior salute. Dicono che qui si pensa ad organizzare una truppa civica.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>483</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Settembre 1796.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non ti scrivo di pugno, perché ho la mano impedita. Il sigillo in cifra sostituito al Mercurio è mio, e la lettera non è stata altrimenti aperta, come hai sospettato. Tuttavolta da qui innanzi per assicurare la nostra corrispondenza e scioglierla da tutti i riguardi, ti scriverò regolarmente ogni settimana per la posta di Firenze, e tu potrai fare altrettanto, se hai modo di farlo. In caso diverso, dirigerai le tue lettere a Monsieur le Comte François Scotti, e le accluderai con una soprascritta a S. E. il sig. cavalier Francesco Piranesi, Ministro di Svezia. Io poi desidero da te egualmente qualche direzione per farti giungere le mie tutte le volte che vorrò scriverti per la posta del Papa; giacché devi avvertire che quella di Firenze non parte che una volta la settimana. E di ciò basta.</p>
<p>Siamo alla vigilia di una guerra di religione. Gli articoli del Direttorio ultimamente venuti essendo tali, che mettono per terra tutta la potestà temporale del Papa e diminuiscono moltissimo l'influenza della religione sull'opinione pubblica, il Papa, dopo un concistoro di ventidue Cardinali, tenutosi ieri sera, ha fermamente risoluto di ricusarli, e questa mattina monsignor Caleppi è partito per Firenze con dei fogli giustificanti questa risoluzione da consegnarsi a Saliceti. Sessantatré sono gli articoli del Direttorio, che si tengono occulti, ma che nondimeno si sono in parte trapelati. Trentasette riguardano il politico, ed anche la religione. Gli altri sono tutti di commercio. Fra i detti articoli vi sono particolarmente i seguenti:</p>
<list><item>Ritrattazione de' Brevi.</item>
<item>Bologna e Ferrara per sempre libere, e alcuni dicono compresa anche la Romagna.</item>
<item>Il ducato di Castro e Ronciglione di Ponte Corvo e di Benevento a disposizione de' Francesi.</item>
<item>Il porto di Ancona e di Civitavecchia presidiati perpetuamente dai Francesi.</item>
<item>Mantenimento vitalizio di tutti gli emigrati dimoranti nello Stato Pontificio.</item>
<item>Soppressione totale del S. Offizio, e compresa in quest'articolo medesimo la castratura de' fanciulli, perché l'umanità non resti più disonorata.</item>
<item>Approvazione della Costituzione francese rapporto ai Vescovi intrusi e alla libertà del culto.</item>
<item>Libertà dei club coll'intervento anche delle donne.</item>
<item>Indipendenza di tribunale per tutti gli individui francesi.</item></list>
<p>Se mi riuscirà di scoprire il resto degli articoli non ne defrauderò la tua amicizia. Tu calcola intanto la severità dei medesimi e la conseguenza funesta che ne verrà dal rifiuto.</p>
<p>Salutami caramente gli amici, e sotto la direzione che t'ho indicata scrivimi liberamente. L'ab. Garavini, che aveva concordata col corriere Tironi la sua partenza da Roma, ha creduto bene di sospenderla per attendere il risultato dei torbidi presenti.</p>
<p>Salute e Fratellanza.</p>
<p>Ecco altri articoli.</p>
<list><item>Cinquantamila franchi alla famiglia di Bassville.</item> <item>Indennizzazione a tutti quelli che hanno sofferto per cagioni di opinioni politiche.</item>
<item>Sessantamila scudi l'anno alla Francia durante la guerra.</item> <item>Spedizione d'un inviato a Parigi per dimandare scusa del massacro di Bassville.</item></list></div2>
<div2 type="epistola"><head>484</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 17 Settembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Mai sono stato così imbarazzato come in questo ordinario. Appena ho campo di scriverti due righe per non lasciarti in pena.</p>
<p>Ti accludo copia degli articoli del Direttorio, che ancora non sono pubblici.</p>
<p>Eccoti ancora la risposta data dal Re di Napoli al Papa, il quale, come ti scrissi, risoluto a far guerra di religione, l'aveva invitato a coalizzarsi: « Due volte ho offerto a V. Santità l'aiuto delle mie armi, e due volte è stato ricusato. Ora io sto efficacemente trattando la pace colla Repubblica francese e spero di concluderla. Nel caso che non riesca, allora parleremo di lega».</p>
<p>L'effetto di questa risposta puoi figurartelo. Tuttavolta nessuno può compromettersi del furor religioso.</p>
<p>M'è mancato il tempo per iscriverti nel modo che t'avevo promesso. Ma non dubitare che lo farò abbondantemente. Ho tre mila cose da dirti.</p>
<p>Garavini parte mercoledì prossimo.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign>, e salute e fratellanza.</p>
<p>P. S.Troverai la copia degli articoli piena di solecismi, ma non ho tempo di emendarli. Intendili a discrezione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>485</head>
<opener><salute>Al Marchese FRANCESCO ALBERGATI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Settembre 1796.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Eccovi finalmente il rescritto per la celebrazione perpetua della Messa nelle private vostre cappelle. Voi lo dovete principalmente ai buoni offici del signor Duca e del marchese Gnudi, i quali hanno reso al Papa buona testimonianza della vostra savia condotta nelle critiche circostanze che hanno sconvolta la vostra patria. Né v'era speranza di ottenere la grazia per le ordinarie, perché dopo la rivoluzione bolognese ogni tribunale è chiuso per i vostri concittadini: lo che per voi è stato anche meglio, perché nulla affatto si è speso per il rescritto.</p>
<p>Tutto il mondo è in guerra, ma non parmi che la nostra amicizia debba patirne; e nondimeno voi mi fate patire col vostro silenzio. O ravviviamo adunque il nostro carteggio, o aspettatemi in ottobre a Zola a darvi un abbraccio. Sento che vi siete pacificato con Zacchiroli. Tanto meglio. Io imiterò il vostro esempio, e sarò terzo fra voi due. Le inimicizie tutte debbono essere passeggiere, e la sola amicizia immortale, massimamente fra persone di lettere. A proposito di lettere, eccovi due sonetti, che senza meritarlo, han dato molto che dire. Ma anche i versi adesso sono delitti.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Il mio Padrone in mezzo ai suoi guai si ricorda della vostra amicizia e vi saluta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>486</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> —
<add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Settembre 1796.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sarà vera la vittoria degli Austriaci a Legnago, ma secondo posteriori rapporti, par vero ancora che Wurmser colle reliquie del suo grande esercito consistenti in cinquemila uomini d'infanteria e millecinquecento di cavalleria siasi salvato dentro Mantova, e che Bonaparte sia già padrone oramai di tutto il Tirolo. Anche sul Meno l'Arciduca Carlo va battendo, per quanto dicono, l'armata di Jourdan; ma senza pretendere uno zero nella tattica militare, sono pronto a scommettere che la biscia si volta al ciarlatano, e che quel povero ragazzo resta colto nella rete con un movimento combinato dell'ala sinistra di Moreau.</p>
<p>Comunque sia, a me duole che queste vittorie precoci riscaldano le teste dei Romani, nei quali, ad onta del rifiuto di Napoli, ferve e bolle tuttavia lo spirito d'una guerra sacra, tanto più da temersi, quanto più ignoranti sono i cervelli in cui si cova.</p>
<p>L'esito del congresso di Napoli s'aspetta da momenti a momenti, ma per me penso che passeranno molti altri giorni prima che il destino di Roma sia deciso, o, per dir meglio, prima che sia pubblicato, poiché in quanto alla sua final sentenza questa parmi già profferita.</p>
<p>Il card. Pignatelli si è ammalato per viaggio in Otricoli. — Il Generale della Minerva è partito da Roma, disgustato (per ciò che dicono) del congresso avuto col Papa, rapporto alla ritrattazione de' Brevi. — Il richiamo d'Azzara, falsissimo. Ti dirò bene che andando male le cose di Roma, egli non sarà più così pazzo a tornarvi. — Gli affari della Mesola e della S. Martina s'imbrogliano nuovamente, e Ratti che li maneggia e che trovasi a questo effetto in Bologna, non dà molto a sperare. — Garavini parte questa sera, e l'ho accompagnato con lettera. — Intorbidandosi maggiormente le cose anch'io prenderò la mia fuga, come van facendo saviamente tant'altri, e chi sa che tu non mi vegga comparirti dinanzi all'improvviso come uno spettro? — Nello scrivermi fa quello che t'ho suggerito, e provvedi una volta anche tu alla sicurezza delle mie lettere com'io ho provveduto alle tue.</p>
<p>Addio. Salute e Fratellanza.</p>
<p>P. S.In questo punto è passato un corriere per Napoli proveniente da Vienna, che porta la total distruzione dell'esercito di Jourdan. Tutti lo credono fuorché il tuo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>487</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Settembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ti presento con questa il tuo e mio amico l'ab. Garavini. Conoscerai dalla stessa sua bocca i suoi sentimenti, e lo troverai disposto a far tutto quello che saprai suggerirgli e che porta il dovere di buon cittadino. Sperimentalo dunque senza riguardi, ed abbi tutta la fiducia nella sua capacità ed onestà. Il resto per lettera.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>488</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 22 Settembre 1796.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ogni momento è gravido di cangiamenti. Il Re di Napoli, dopo d'aver ricusato di collegarsi col Papa, oggi pare che sia d'opinione diversa. Probabilmente i consigli onnipotenti della Regina, e la superbia presa per una pretesa total disfatta dei Francesi sotto Mantova, e i rovesci di Giordano al Reno hanno portata la vertigine nei reali cervelli, ed eccoci perciò in procinto di cangiare il pastorale nella spada. Questi figli di Romolo, ch'io ti do per la gente più scellerata, più ignorante e più stolta di tutto il globo, esultano di giubilo per questa guerra, e minacciano fin d'ora apertamente un massacro di tutti i così detti Giacobini. Non si può girar per le strade senza terrore. I commissari francesi sono partiti questa notte improvvisamente tutti, e non è rimasto che il solo Cacault. Molti amici pure sono partiti, e molti altri ne partiranno per sottrarsi ai pugnali di queste eumenidi sacerdotali. Anch'io sono risoluto a fare altrettanto, perché ancor io ho l'onore di appartenere fra i primi alla lista de' proscritti, ed avrei già eseguito il mio disegno, se non mi trattenesse la speranza di veder qui ritornato il card. Ruffo. Egli è stato richiamato alla testa degli affari dello Stato, ed accettando egli l'invito, posso credermi abbastanza sicuro fino a nuovo cangiamento di scena. Mancandomi questo amico, io mi stimo perduto, poiché nulla posso contare sull'energia e sul carattere del Duca. — In tanto questa chiamata di Ruffo, fuori di cinque o sei persone, è a tutti ignotissima.</p>
<p>Questa mattina di buon'ora è qui giunto da Firenze il corriere Bartolomeo, il quale è ripartito questa sera medesima. Si congettura che abbia portato in risposta che i Commissari francesi nulla possono arbitrare su gli articoli, fuorché di comunicare al Direttorio le difficoltà del gran Prete. Se questa congettura coglie sul vero, ecco un'altra dilazione di altri trenta giorni per lo meno, nel quale intervallo la matassa va sempre più ad imbrogliarsi.</p>
<p>Questa sera s'attende qui da Napoli il Marchese del Vasto, che viene (dicono) a combinare personalmente il trattato della militare fornicazione tra il Papa e il Re di Napoli. Intanto quest'oggi è venuto l'avviso che seicento francesi sono già ai confini di Castro, e questa notizia la so da tale, che non può ingannarsi.</p>
<p>In mezzo a tanti deliri politici io mi trovo indisposto assai di salute, e vivo una vita sempre torbida e malcontenta. Sono un essere fuori del suo naturale elemento, e non posso guarire che con una berretta in capo, e quattro foglie di quel santo albero sulla fronte. Tu cogline un ramuscello anche per me, e coltivalo con devozione pel tuo amico.</p>
<p>Salute e Fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>489</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Settembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Ti sia d'avviso che ieri t'ho scritto diffusamente per la posta di Firenze.</p>
<p>Saluta gli amici, fa core e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>490</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">23 Settembre 1796</add>.</date></opener>
<p>Sono le tre della notte e ti scrivo cosa importante, che ho penetrato in questo momento.</p>
<p>Il Marchese del Vasto che doveva qui giungere questa sera e non arriverà che dimani, viene, come t'ho già scritto, a combinare personalmente gli articoli della Lega col Papa, ed una delle condizioni sicuramente sarà questa: che il Papa rinunzi a qualunque pretensione della Santa Sede sopra il Regno di Napoli, e ceda Benevento e Ponte Corvo, contro la qual condizione S. M. Siciliana ricupererà al Papa Bologna e Ferrara.</p>
<p>Ti serva d'avviso, e sta sano. Il tuo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>491</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 28 Settembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Ben voleva dire che non fosse senza ragione la mancanza di vostre lettere. Intendo dall'ab. Camerani, che voi siete stato assai male di un tumore nella destra, e che v'è convenuto venire ad una incisione. Mi dolgo che non mi abbiate fatto avvisare di questo vostro incomodo, perché finalmente egli è meglio essere consapevole d'una disgrazia, che il temerne una delle maggiori; e mi dolgo ancora del fratello, che non me ne abbia mai scritto. Ora io voglio da voi il dettaglio del vostro male, e non potendo voi stesso far uso della mano, prevaletevi dell'altrui, purché io sappia sinceramente lo stato vostro.</p>
<p>Qui ci troviamo tuttavia in sospensione del nostro destino. La trattativa colla Francia non è rotta, ma se questa non declina un poco dalle sue pretensioni, eccoci in guerra senza riparo. Questa conseguenza mi affligge senza fine, e farà ch'io mi determini a sagrificar tutto per non trovarmi in mezzo a questa burrasca.</p>
<p>Vorrei darvi buone nuove di mia salute, ma sono quaranta e più giorni che mi travaglia una ostinata tosse convulsiva, che resiste a tutti i rimedi, e mi consuma in modo che comincia a darmi dell'apprensione.</p>
<p>Negli anni passati siete stato solito a mandare a mia moglie un poco di seta. Essa vi prega di mandarlene un poco anche quest'anno, per fare un poco di calzette. Qui tutto è divenuto così caro, che fa paura, e si fila molto sottile.</p>
<p>Salutate caramente la madre; abbiate cura della vostra salute, e abbracciate il fratello, se si trova costì. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>492</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 Ottobre 1796.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Eccomi di nuovo in letto piucché mai maltrattato dalla mia tosse convulsiva, di cui parmi averti scritto altra volta, e che da cinquanta e più giorni mi consuma la vita in modo che comincia a darmi dell'apprensione. Siccome dunque non posso questa sera affaticar punto la testa, così mi dispenserai dal fare molte parole.</p>
<p>Parleranno per me le due stampe che ti accludo per darti un cenno dello stato del giorno.</p>
<p>Il conte Ratti, che mi ha lasciato in questo momento, mi suppone arrivato un corriere del cav. Azzara, che dà l'avviso d'essersi riaperto il Trattato.</p>
<p>L'affare di Farnese è finito in una paura pulcinellesca cagionata dall'aspetto di tre soli Francesi, i quali senz'armi e senza divisa si presentarono a Farnese a dimandare unicamente se fosse vero che gl'Inglesi avessero colà contrattati dei generi.</p>
<p>La trattativa con Napoli ancora non è decisa.</p>
<p>La Milizia Civica va così lenta, che neppure alla fine del secolo sarà completata.</p>
<p>Ti abbraccio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>493</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 3 Ottobre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>La mia salute assai dissestata mi obbliga a mutar aria. Vado dunque in Albano, ma prima di partire ho date delle disposizioni per la causa del Ricci con il conte Lovatelli. Piuttosto che addossar questo affare a Camerani, l'ho addossato all'ab. Marconi, che voi avete conosciuto in Ferrara, ed egli, ricevute che abbia le carte che dite di spedire a Camerani, ve ne darà sfogo e vi servirà meglio di tutto. Mi riporto alle lettere del medesimo, che presto riceverete.</p>
<p>Qui pare inevitabile la guerra del Papa e di Napoli contro i Francesi. Vi consiglio di regolarvi sempre con prudenza, e di star lontano dalla città più che potete, senza però mai mancare ai doveri di cittadino. Il tempo salda tutte le piaghe.</p>
<p>Salutate la cognata, e crediate che sono sempre il vostro affez.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>494</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 8 Ottobre 1796.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Si credeva stabilita l'alleanza tra la Corte di Roma e Napoli, ma da sicuri canali si sa che niente vi è di verità. Giravano già gli articoli per questa città e in generale si credeva. Ora però che le recenti lettere di Parigi ci danno per certo l'<foreign lang="fre">empressement</foreign> che si dà Belmonte per concludere una pace colla Repubblica Francese, si vede più chiara la perfidia della Corte siciliana per trarre qualche profitto dal terrore di Roma. Cacault resta ancora in città; ed ha avuto delle assicurazioni dal Segretario di Stato. Gran preparativi di guerra. Un corpo de' volontari a cavallo si formerà come a Napoli, ma sarà molto scarso a quello che pare. Tutti gli oziosi e vagabondi ed inquisiti saranno arruolati per affrontare le falangi repubblicane.</p>
<p>Tra le condizioni che si dicevano del trattato vi era l'obbligo del Re di Napoli di far marciare truppe sopra Ferrara e Bologna, e di rimetterle sotto il Papa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>495</head>
<opener><salute>All'ab. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 10 ottobre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Non potevate darmi risposta più adequata rapporto all'affare del Signor Zanelli, col quale m'avete fatto fare ottima figura, e non tanto con lui quanto colla persona per cui egli cerca questo denaro e che realmente m'interessava più del Zanelli. Avendogli pertanto comunicato il paragrafo della vostra lettera, il medesimo ha creduto di darmi un foglio di riflessione ch'io ho dovuto accettare, promettendogli di spedirvelo, come fo. Abbiate pazienza, se vi do questo disturbo, e, quanto alla vostra volontà, fate ben conto che non ve n'abbia mai scritto. Voglio solamente prevenirvi, che se vi torna conto di prender voi l'affitto della possessione che si accenna nel foglio, potete profittare sicuramente dell'occasione, perché il Zanelli per trovar la somma che dimanda capisco che è pronto a facilitar molto le cose. Consideratele, e rispondetemi, sempre in termini ostensibili.</p>
<p>Inquanto al fratello, in verità mi rattrista il sentire, che per il maledetto interesse sagrifica la vita. Pur troppo io l'ho sempre temuto. Io gli scrissi una volta su questo punto delle cose molto veementi, ma vedo che tutte le ragioni sono vane contro la passione che lo predomina, e a cui sagrifica tutte l'altre. Dio l'illumini. Voi soffrite per quanto potete, e assicuratevi, che mi sarà una vera consolazione il sentire che camminate d'accordo. Questi sono i sentimenti con cui sempre vi scriverò, e su cui vi prego di non inquietarvi.</p>
<p>Qui siamo sempreppiù minacciati dall'invasione dei Francesi, ed oggi appunto si è sparsa la nuova che abbiano passato il Genovesato, e che per la Lombardia possano dirigersi a Roma. Dio sa come termineranno le cose.</p>
<closer>Abbracciate per me e per mia moglie (che vi saluta) la madre. Addio. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>496</head>
<opener><salute>Al CARDINALE SEGRETARIO DI STATO <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Albano, 24 Ottobre 1796.</date></opener>
<p>Eminenza reverendissima.</p>
<p>Più le opere che le parole debbono far prova della fedeltà di un buon suddito. Come tale per dovere e per sentimento, io supplico l'Eminenza Vostra reverendissima di gradire l'attestato che, in mezzo alla mia povertà, le ne porgo nella rinunzia del mio intero onorario di bussolante, cominciando dall'imminente novembre e durante le guerre attuali. Dirigo immediatamente a Vostra Eminenza quest'umile mia offerta per due motivi: primieramente perché tale si è stato il consiglio, anzi il comando del sig. Duca Braschi, mio amoroso Padrone; secondariamente perché giovami di cogliere questa occasione, onde sincerare io stesso i superiori circa i miei sentimenti verso il Principe mio e verso le leggi, a cui la Provvidenza mi ha sottomesso.</p>
<p>La calunnia e l'invidia mi fanno da molto tempo l'onore di lacerare il mio nome su questo punto; e non potendo attaccare le mie azioni, attaccano i miei pensieri, attribuendomi delle massime, l'iniquità delle quali è stata sempre smentita dall'onestà del mio carattere e dalle prove del fatto medesimo. Egli è lecito, Eminenza, il prendere in simili circostanze una superbia conveniente alla salvezza del nostro onore, e palesare, contro le regole della modestia, qualche nostra virtù. Io sono Ferrarese; e la mia patria, riscaldata anch'essa dalla febbre della libertà, supponendomi qualche talento e sperandone qualche profitto, non ha trascurato e non trascura d'invitarmi con offerte assai liberali a farmi partecipe de' suoi pericoli. La mia costante adesione al paese in cui vivo e alla persona del degno Padrone, cui ho consacrato da molti anni il mio servizio e il mio cuore, mi hanno fatto coraggiosamente resistere alle sollecitazioni dei miei concittadini: e l'essere io rimasto fermo al mio posto fa fede abbastanza della nuova mia disposizione a non mescolarmi nelle turbolenze civili, dalle quali troppo aborrisce l'indole pacifica de' miei studi e delle mie opinioni.</p>
<p>Non dissimulo però i miei torti. Io ho commesso spesse volte l'errore di credere onesti e ragionevoli tutti gli uomini, e disputare con essi nel libero modo con cui si questionava una volta nelle accademie. Pieno delle prime idee, che nelle scuole si stampano nella nostra mente, coll'assiduo studio di Cornelio Nepote e di Cicerone, e che difficilmente poi si cancellano perché si apprendono a forza di staffile e di penitenze, pieno, dissi, la testa di questi splendidi pregiudizi, ho lodato sovente, e di buona fede, le virtù di Temistocle e di Catone, ho confrontate le antiche passioni umane colle moderne, e consultando il passato per penetrare il futuro, ho paragonati accademicamente gli sforzi degli alleati contro i Francesi a quelli dell'Asia contro la libertà della Grecia; ho creduto finalmente che, rispettando e adempiendo con esattezza le ottime leggi che ci governano, fosse lecito di ammirare, senza punto desiderarle e promuoverle, anche quelle dei Romani c dei Greci; né poteva mai figurarmi che un detto di Plutarco, una sentenza di Tacito avrebbe un giorno somministrato motivo alla ignoranza ed alla malevolenza di denunziarmi al pubblico per un uomo di poco sana intenzione. Ecco, Eminentissimo Signore, in compendio tutta l'iliade delle mie colpe.</p>
<p>Per buona sorte della ragione e della giustizia, le redini del nostro governo sono state affidate alle mani di un Ministro illuminato e filosofo, di un Ministro che non prende a prestito né gli occhi né la logica da nessuno, che sa calcolare l'agitazione dei tempi e l'effervescenza degli spiriti; separare le inavvertenze dai delitti, disprezzare lo zelo funesto del fanatismo, e conoscere gli artifici della calunnia; di un Ministro, insomma, che non fa transazioni colla politica, che sa livellarsi colle circostanze dei tempi e giudicar tutti non secondo gli odi privati, ma secondo il peso e la misura di ciascheduno.</p>
<p>In questa ferma persuasione, la quale non è che un tributo di giusta lode ai talenti morali e politici di Vostra Eminenza, non solamente io non temo che dinanzi a Lei un seguace di Virgilio e di Dante debba riputarsi per un amico di Catilina, ma spero anzi che, invece di lasciarlo esposto alle segrete vendette della invidia e dell'impostura, Ella si risolverà piuttosto, per onore delle buone lettere, a coprirlo della sua protezione, e ad aprirgli il campo di meritar bene del suo Sovrano. Non presumo io già molto delle mie forze, ma, secondato e stimolato da Vostra Eminenza, anche un piccolo ingegno può divenire istrumento di pubblica utilità. I bei geni che illustrarono tanto il secolo d'Augusto si svilupparono principalmente per le beneficenze e per la profonda accortezza di quel suo celebre segretario di Stato che seppe, col mezzo di quelli che dovevano parlare coi posteri, conquistare la pubblica opinione a favore di Cesare, e rendere quel regno, a dispetto delle sue proscrizioni, il modello di tutte le monarchie.</p>
<p>M'inchino al bacio della sacra porpora, e col più profondo rispetto mi rassegno dell'Em. Vostra reverendissima um.mo dev.mo ed obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>497</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 26 Ottobre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Poche righe, mio caro fratello, perché rispetto le tue gravissime occupazioni.</p>
<p>Tu spendi fortunatamente i tuoi giorni in servigio della tua patria, tu gusti il divino piacere di essere il fondatore della sua libertà, tu sei felice perché fai dei felici, perché sei cittadino, perché sei libero; ed io intanto, scherzo della cabala e della fortuna, divorato dal desiderio impotente di essere compagno de' tuoi sudori, consumato nello spirito e nella salute, vo traendo da un luogo all'altro una penosa esistenza, e non vivo che della speranza di poter un giorno redimere la mia riputazione offesa per tante parti, e vendicarmi una volta del crudele silenzio, a cui questa vile virtù che si chiama prudenza, mi condanna da tanto tempo. Oh! è pur dolorosa la storia delle mie pene! e sono pur molte le vendette che il mio cuore va maturando nel suo segreto! Ma fra le passioni, che mi tormentano, lo crederesti? una delle più violente è l'invidia. Si, fratello, io t'invidio i pericoli che corri per la tua patria, io ardo di poterli teco dividere, e sprezzo l'acquisto di una libertà, che niente debba costarmi.</p>
<p>Ti scrivo per la posta di Firenze, perché i tempi sono cangiati, e convien tremare di tutto. Tu mandami le tue lettere per questa strada medesima, e dirigile non più a Scotti, ma a Gregorio Torrenti colla mansione al solito amico.</p>
<p>Da' per me un abbraccio a Gallizioli e a Rangoni, e vivi persuaso che anch'io ho nelle vene quattro gocce di sangue da versare in difesa di nostra madre.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S.Compatisci se pongo ancora del mistero nelle mie lettere. Non sarà, spero, lontano il momento di rivederci ad onta dei legami e degli artifici, con cui si frena d'ogni parte la mia volontà. Allora conoscerai le giuste ragioni del mio contegno, e quanto mi sia ancora necessario il sopportare e tacere. Ti sia d'avviso che tutte le tue lettere le ho ricevute, e che dagli otto, se non erro, del corrente fino a quest'oggi non t'ho mai scritto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>498</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Novembre 1796.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Non vi debbono far meraviglia le ciarle, che si spargono contro la mia persona. Voi sapete che da molto tempo l'invidia mi onora delle sue calunnie, e tanto meglio per la mia riputazione e pel mio amor proprio. Ella è una compiacenza il vedere che il pubblico non perde di vista la mia esistenza. Voi però tenete questo per certo, che mai sarà possibile che il Duca Braschi mi allontani dal suo fianco, e che io posso bensì soffrire delle persecuzioni, ma non mai meritarle. Non ho macchiata finora la mia vita colla minima azione cattiva, e sono troppo inoltrato nella strada degli uomini d'onore per prendere quella de' scellerati. Se verrà il caso di lasciar Roma, io lo farò in una maniera degna del mio nome e del mio carattere. E ciò basti per tranquillizzarvi.</p>
<p>Intendo con dispiacere i torbidi della Romagna, ma voi avete senno abbastanza per condurvi fuori d'ogni accusa e d'ogni pericolo, ed è superfluo che in tempi così sospetti vi ripeta quello che tante volte v'ho scritto.</p>
<p>Non è vera la formale rottura tra la Svezia e la Francia. Sussistono però dei torbidi, ma anche questi avranno il loro termine. In caso diverso una divisa di Spagna supplirà a quella di Svezia.</p>
<p>Squarzoni, per quello che io so, non ha veruna rappresentanza, e non si è procurato quell'uniforme che per propria sicurezza, siccome hanno fatto e fanno giornalmente tant'altri per tutto lo Stato.</p>
<p>Salutate caramente la madre e Don Cesare, e per quante ciarle possiate d'ora innanzi sentire rapporto a me, non temiate che anima nata mi possa mai convincere d'un delitto.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Bramo di essere spesso informato dello stato di nostra casa e del nostro paese. Io ho finita la mia villeggiatura, sono in Roma, e sto bene. L'ultima vostra l'ho ricevuta aperta. Ciò vi serva di regola.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>499</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIOVANNI COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 11 Novembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Aspetto con impazienza risposta all'ultima mia degli ultimi del passato ottobre. Intanto eccoti in fretta delle nuove, che difficilmente troveranno fede. Cacault, autorizzato da Bonaparte e dal Direttorio, si è presentato al Segretario di Stato colla proposta di nuovi mezzi per devenire ad una pace finale con Roma, e dimandando un plenipotenziario a Cremona per parte del Papa. Il Papa ha ricusato di aderirvi, e superbamente ha escluso ogni nuovo trattato. Questa alterezza procede non tanto dalle vittorie austriache sul Reno, per cui si lusinga di veder presto incatenata tutta la Francia, quanto da una formale ambasciata fattagli giungere dall'Imperatore per mezzo del Principe d'Avello, con cui l'assicura che Roma non perderà un palmo del suo dominio. Questa fanfaronata è ben ridicola, tu lo vedi, ma vera, siccome è verissimo che il Papa vive più certo di ricuperare Bologna e Ferrara, che di morire. Ti persuaderai subito di questa frenesia, quando saprai che i Romani non vogliono ancora prestar fede alla pace di Napoli colla Francia.</p>
<p>Ricordati di dirigermi le tue o per la posta di Toscana, o per quella di Milano, ma piuttosto per la prima; e alla nuova direzione d'Ignazio Lucerna.</p>
<p>Un abbraccio ai nostri fratelli. Salute e Fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>500</head>
<opener><salute>A TERESA BANDETTINI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 21 Novembre <add resp="ed">1796</add>.</date></opener>
<p>Mia cara amica.</p>
<p>Manco male che una vostra carissima è venuta a smentire le ciarle di certi buffoni, che mi volevano spaventare colle minacce della vostra collera. La coscienza, quella <quote>buona compagnia che l'uom francheggia, Sotto l'usbergo del sentirsi pura</quote>, mi faceva riposar tranquillo in mezzo a queste decrepite e vigliacche mormorazioni; ma tuttavolta vi ringrazio d'aver calmato nel mio cuore ogni scrupolo e qualunque dubbio mi fosse potuto mai nascere, che qualche vostra lettera, qualche vostra proposizione avesse generato questo romore in pregiudizio del più schietto e leale vostro amico romano. E in verità voi avreste fatto gran torto alla perspicacia del vostro intendimento, se, in tanti mesi di vostra dimora a Roma, mi aveste così mal conosciuto. Ora se qui tornerete, voi mi troverete tal quale mi avete lasciato, cioè buon servitore del vostro vecchio arcifanfano de' poeti Diodoro Delfico,</p>
<p>e vostro vero servitore ed amico.</p>
<p>P. S.I miei ossequi a vostro marito.</p></div2></div1>
<div1 type="libro"><head>Volume II</head>
<div2 type="epistola"><head>501</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 del 1797.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Piacemi quanto avete risoluto circa la denunzia de' beni situati sul Ravegnano, e più non vi penso.</p>
<p>V'ho già dato riscontro delle due cassette di salati, e attenderò, se potete mandarla, anche l'altra che promettete. Ma più di questa gradirei mi mandaste un poco di fiore di piuma, che qui non si trova o costa carissimo. Fareste una grazia grande a mia moglie, che ve ne prega.</p>
<p>Non vi lagnate del vuoto della vostra borsa, perché ve ne sono dell'altre assai più leggiere. Finalmente voi non soffrite quello che soffro io, né correte tuttogiorno il pericolo di bevere la cicuta per le mani della calunnia. Io vivo invisibile a tutti, e non mi basta; ho sagrificate alla prudenza e al tempo le più care corrispondenze, non mi occupo che dell'adempimento de' miei doveri, ho espressi e confessati, con una lettera rispettosa ma franca all'Em.o Segretario di Stato, i miei sentimenti, ho reclamata senza paura la proprietà delle mie oneste opinioni, ho chiesto di essere giudicato sulle mie azioni, non sopra i miei pensieri, che appartengono a Dio solo, ho dimandato, insomma, che la giustizia non faccia transazioni colla politica, e contuttociò mi trovo ancora tormentato e saettato dalla perfidia de' miei segreti nemici, ai quali non so opporre che il testimonio d'una buona coscienza, ed una vita onorata. Queste non sono che le smorte linee del quadro delle mie sofferenze.</p>
<p>Salutate e abbracciate l'amico C…, e ditegli che io lo porto sempre scritto nel cuore, in un libro, cioè, che la calamità dei tempi non potrà mai cancellare. Ditegli ancora che non gli scrivo per non imitare il misterioso carteggio di Pomponio Attico con Cicerone.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>502</head>
<opener><salute>A FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 16 Febbraio <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Cittadino ed Amico.</p>
<p>Spingi, ti prego, al cittadino Containi l'acclusa, ch'io lascio aperta perché anche tu conosca il mio stato, mancandomi precisamente il tempo di ripeterne a te pure la descrizione, né potrei usar teco altro linguaggio, che quello che adopero coll'amico. Abbiti dunque come scritto a te stesso quello che a lui scrivo, e tienmi preparato un amplesso. Occorrendo di scrivermi dirigi le lettere a questo Segretario Regio di Spagna mio amico Sig. D. Stefano Mendizabal, raccomandandole al Baron Cappelletti.</p>
<closer>Salute e fratellanza.<signed>N. N.</signed>.</closer>
<ps><p>P. S. Io dovevo essere compreso fra i Segretari della Deputazione. Ho bruscamente disobbedito, e aspetto il ritorno dei nostri Araldi per licenziarmi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>503</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add> <add resp="ed">16 Febbraio 1797</add>.</date></opener>
<p>Cittadino ed Amico.</p>
<p>Ti scrivo la presente in gran fretta dalla Segreteria regia di Spagna, ove posso adoprar libera la parola, come il pensiero. Noi siamo alla vigilia della nostra redenzione, e di veder rotto un giogo, che da diciotto secoli opprime la terra. Dopo il congresso di Bonaparte col Principe di Belmonte in Ancona e le speranze date ai nostri tiranni di riaprire il trattato di pace, Roma ondeggia in una grande tempesta di sentimenti, ma quello dell'antica libertà sembra rinato nella maggior parte dei cuori. I preti sono atterriti alla vista del fulmine, ma chi può penetrare i veri pensieri di Bonaparte? Egli ha scritto al cardinale Mattei, che se il Papa si abbandonerà alla lealtà dei Francesi, gli farà conoscere quanto il Direttorio sia generoso. Pare adunque che non sia determinato a privarlo del tutto della potestà temporale; e se questo succede, egli lascia in piedi questo trono venefico, che col tempo metterà dei nuovi germogli, e tornerà a contaminare la terra. Dall'altro canto, Bonaparte va a perdere il punto più bello della sua gloria, di una gloria che lo porrebbe al di sopra di tutti gli eroi, e si rende responsabile dei mali che seguiteranno ad affliggere la ragione e molte generazioni future. Io spero tuttavolta che nella sua grand'anima entrerà la compassione non solo dei presenti, ma anche dei posteri. In caso diverso io sono irrevocabilmente risoluto di non respirare un momento più oltre quest'aria avvelenata. Son mesi e mesi che il mio cuore non prova più che i palpiti del terrore, e mi scoppia in petto per allargarsi a quelli della libertà, che mi costa tanti sospiri. Mio caro amico, io non temo che un male nell'abbracciarti quando verrò, quello di morir di piacere. Il corriere sta per partire, né io debbo abusarmi dei brevi momenti che mi sono accordati. Fa sapere a mio fratello che mi mandi denaro, tutto quello che può, perché per uscire dalle mani degli assassini non vi vuol che denaro.</p>
<closer>Salutami tutti gli amici, massimamente Gallizioli, Garavini e Compagnoni, ché anche quest'ultimo deve avermi suo amico. Tu però siimi il primo di tutti. Salute e fratellanza. <signed>N. N.</signed>.</closer>
<ps><p>P. S. Fa inserire, se lo credi, in qualche giornale il sonetto che ti trascrivo. Per uccidere la superstizione della moltitudine ci vogliono degli strali corti e pungenti; e questo parmi adattato.</p>
<p>Non te ne dico l'artefice, perché quando l'avrai esaminato, conoscerai che porterebbe pericolo il palesarlo. Occorrendo a te, o a mio fratello, di scrivermi, dirigi le lettere a questo segretario regio di Spagna sig. D. Stefano Mendizabal mio amico, raccomandandole in Bologna al barone Cappelletti, perché le unisca al suo piego.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>504</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 23 Febbraio <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Cittadino ed Amico.</p>
<p>In tutta la superficie di Bologna e Ferrara non ho che due amici, Marescalchi e Costabili, e non ho, né posso avere che un linguaggio per tutti due. Leggi l'acclusa, e poi mandala al suo destino.</p>
<p>Aspetto qualche risposta all'ultima mia, che mi assicuri della tua amicizia. Non ho mai sentito tanto, come al presente, il bisogno d'aver degli amici, e spero bene che i tuoi sentimenti a mio riguardo saranno sempre gli stessi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>505</head>
<opener><salute>A DonCESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma,</add> 1 di Marzo <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Se finora non v'ho scritto, potrete ben capire che le circostanze non me l'hanno permesso. Ora che le poste sono ristabilite, vi darò brevemente le mie nuove. Qui si sono passati dei giorni pieni di gran pericolo. Dovete ben figurarvi ch'io non sono stato senza la mia paura, ma mi ha fatto tremare, non la venuta dei Francesi che si temeva, ma questo popolo non abbastanza ancora tranquillo e disingannato. Nel caso che Bonaparte si fosse portato qui, io poteva sperarne buona accoglienza, perché so ch'egli era prevenuto della mia persona. Dagli officiali poi che qui si trovano presentemente, io ricevo delle politezze distinte, e il cittadino Marmont, aiutante di campo del generale Bonaparte, si trova in mia casa quasi tutte le sere. Il loro conduttore, destinato dal Papa per accompagnarli nelle conversazioni, è il signor Alessandro Falconieri, il quale darà loro dimani un pranzo solenne alla sua villa detta la Ruffina in Frascati, e mia moglie pure sarà della compagnia. In mezzo a tutto questo, e alla calma ristabilita, io non vivo affatto senza timore di qualche sconcerto, perché vi sono troppi fanatici. Aggiungete che la mia salute non è stata mai perfetta, dacché mi guadagnai nel passato agosto l'ostinato raffreddore, che tanto mi ha fatto patire, e che tuttavia mi seguita. Facendosi ogni giorno più seria la mia indisposizione sono stato consigliato di mutar aria ed intraprendere una cura esattissima. Il signor Duca voleva ch'io scegliessi il soggiorno di Napoli; ma non piacendo a me l'aria politica di quel paese, ho preferita quella di Pisa, ove m'incamminerò fra dieci o dodici giorni. Non mi scrivete più dunque per ora, se non ricevete prima mie lettere, essendo probabile che vi scriva anche un'altra volta da Roma prima di partire. Salutate caramente la madre, come fa mia moglie con voi; e se non vi parlo punto de' miei bisogni, attribuitelo a pura discretezza.</p>
<p>Addio, addio.</p>
<p>P. S. Ieri non è mancato niente che non succeda una qualche sollevazione. Furono insultati alcuni Francesi, e disarmati alcuni soldati civici. Contuttociò nel Palazzo dell'Accademia di Francia fu dato un pranzo di parata in numero di quaranta coperte, a cui, fra gli altri, intervennero il nipote del Papa, il Senatore Rezzonico, il Principe Aldobrandini ed altri cavalieri romani. Ieri sera poi vi fu accademia di canto, e benché tutta la città fosse impaurita per il tumulto accaduto, nulladimeno, sapendo che vi andavano i personaggi che di sopra ho nominati, ed essendo venuti in persona i commissari francesi ad invitare mia moglie, noi ci siamo stati francamente, e finì tutto con quiete. Fra i molti individui francesi che vi concorsero, vi fu anche il generale Victor con molto seguito militare, tutta gente bellissima e ben montata.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>506</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Marzo <add resp="ed">1797</add> alla prima ora di notte.</date></opener>
<p>Cittadino ed Amico.</p>
<p>Non ho che due momenti per avvisarti che parto in questo punto per Firenze in compagnia del Cittadino Marmont, che mi ha esibito un posto nella sua carrozza. Da Firenze dunque avrai mie lettere e tu scrivimi colà. Mi manca affatto il tempo per darne avviso a Costabili, ma tu fallo per me, e aspettami presto in Bologna.</p>
<p>Salute e fraternità.</p>
<p>P. S. Per tua quiete ho ricevuto la tua lettera e le stampe annesse.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>507</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Marzo <add resp="ed">1797</add>, alle due della notte.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Parto in questo momento da Roma in compagnia dell'aiutante di Bonaparte, Marmont, che mi ha offerto un posto nella sua carrozza, e mi lascia a Firenze. Di là dunque avrete mie lettere, e circa i miei bisogni mi riporto a quanto ho scritto a Costabili e a Don Cesare.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono nella massima fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>508</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Firenze, 13 Marzo 1797.</date></opener>
<p>Cittadino Amico.</p>
<p>Guarda la data di questa lettera, e consolati meco. Consegno la presente al cittadino Bottoni, che parte all'istante, ed egli ti dirà in voce le cento cose ch'io non ho tempo di dirti in iscritto. Credi a tutto quello che udrai dal medesimo. Egli è buon patriotta e desidera la fiducia de' suoi concittadini, specialmente la tua, della quale è ben degno. Ogni momento m'è un secolo per inchinarmi al santo albero della libertà, al vero legno di redenzione. Salutalo e bacialo in mio nome, e digli ch'egli sarà il mio alloro, sotto il quale canterò presto dei versi degni di lui e di me.</p>
<p>Addio, mio caro amico, addio. Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>509</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Firenze, 24 Marzo 1797.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se Bottoni non t'ha parlato, emenderò io brevemente la sua mancanza.</p>
<p>Non è stata né ambizione, né interesse, che mi ha fatto abbandonare la città della cabala e dell'impostura. Era mia intenzione di portarmi a Ferrara direttamente, ma giunto in Firenze, avendo inteso dalle gazzette che stavasi alla vigilia di eleggere le autorità costituzionali della Cispadana, mi sono fermato qui per attenderne l'esito, non volendo io, per quanto siano pressanti le mie circostanze, somministrar motivo alla maldicenza di calunniare la mia condotta, né far credere al pubblico ch'io mi riconduca alla patria per brigare delle cariche e degli onori, de' quali ho bisogno di rendermi prima degno. Eccoti la sincera espressione de' sentimenti, di cui aveva incaricato Bottoni. Subito dunque che sia sistemata e messa in esercizio la Costituzione Cispadana, io volerò a Ferrara, e non mi mancherà, spero, occasione di servire la patria senza esporre alle censure la mia onoratezza.</p>
<p>Io non resto intanto qui ozioso. Affatico e redimo i torti che mi ha fatti la cantica di Bassville. I patriotti medesimi, informati delle imperiose ragioni, che mi costrinsero a scrivere di quel modo, non solo si sono meco tutti pacificati, ma mi lusingo d'averne ottenuta la confidenza, l'amore e la stima. Vuoi di più? Io li ho resi entusiasti con certi poemi, che vedranno la luce subito che avrò sottratta mia moglie e i miei figli all'artiglio de' preti. Oltre ciò m'ingegnerò di dare qualche scossa ancor più gagliarda al gusto e all'opinione pubblica con un poema di otto canti tutto repubblicano, che porterà in fronte il nome di Bonaparte, a cui Azzara ha già scritto. Il suo titolo è <title>Prometeo</title>, e questa stessa mattina ho appuntamento in casa Venturi per la recita del secondo canto con udienza tutta francese.</p>
<p>Scrivimi, se hai tempo, e sii persuaso dell'amor mio. Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>510</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Firenze, 25 Marzo 1797.</date></opener>
<p>Ecco il solito ripiego per risparmiarmi il pensiero di scrivere due lettere dello stesso tenore. Leggi dunque l'acclusa, che è tua, egualmente che di Costabili, e poi mandala al suo destino. Se hai qualche miglior consiglio da suggerirmi, non mel tacere. Sono impaziente d'abbracciarti, e passando per Bologna, ti prego di permettere ch'io passi almeno due soli giorni in tua compagnia. Sarò solo, e un angolo qualunque siasi, mi sarà una reggia, purché sia teco. Rispondimi e prenditi un abbraccio più tenero del primo che diedi alla donna che più amo in questo mondo.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>511</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pisa</add>, <add resp="ed">Aprile 1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti scrivo da Pisa, ove sono venuto col Principe Khevenhüller a fare una visita ad Azzara.</p>
<p>Mentre tu mi consigli di non avvicinarmi per ora alla patria fintantoché non sia messa in attività la Costituzione, pare quasi che tu non abbia letta la mia lettera che ti acclusi per Costabili. E che altro gli ho io scritto, se non che quanto tu scrivi a me? Mi credi forse ambizioso? Mi credi forse così coglione, che non conosca le sinistre e calunniose interpretazioni, che la maldicenza potrebbe dare alla mia venuta intempestiva?</p>
<p>Inquanto poi al Bassville io ne farò anche troppo la palinodia, anzi l'ho già fatta. Ma sarei pazzo se la pubblicassi prima d'aver messa in salvo mia moglie. Ti prego intanto di farmi avvisato quando tutta la Costituzione sarà stata impiantata, perché allora potrò comparire fra i Cispadani senza sospetto, e volerò ad abbracciarti, e a godere della tua compagnia almeno due giorni, quanto basti per farti leggere le mie poesie repubblicane.</p>
<closer>Chiamano a tavola, e finisco col dirti che sono senza fine il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Postdomani sarò in Firenze.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>512</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Firenze, 9 Aprile <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Per il Cittadino Girotti, che ho avuto il bene di conoscere qui per pochi momenti, riceverai questa mia.</p>
<p>Se Costabili pensa diversamente da noi, non per questo io credo di dovermi subito portare in Ferrara. Ti ripeto quello che da Pisa pure ti ho scritto. Io non sono condotto dallo spirito d'ambizione. Amo, e ardentemente il desidero, di servire la patria, ma non cerco la mia sussistenza col sagrificio della mia delicatezza. Direi anche di più, se non mi tormentasse il pensiero d'una moglie e d'una figlia. Ma mia moglie ha il cuore capace di sagrifici, e la figlia non è per ora in istato di affliggersi della mia situazione. Concludo dunque, che bisogna scrivere all'amico, che per questa volta non pensi punto a procurarmi una pubblica rappresentanza, e che piuttosto abbia in vista qualunque altra strada indiretta e privata di farmi guadagnare un'onesta sussistenza colle mie proprie fatiche.</p>
<p>Intanto io m'arrendo all'invito che mi fai di passare a Bologna, ove credo potermi fermare qualche giorno senza punto allontanarmi dal partito che ho preso, ed attendo l'arrivo del Cav. Azzara da Pisa per congedarmi e partire, sebbene il Principe Khevenhüller mi minacci di non volerlo permettere.</p>
<closer>Addio. Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Io porterò meco uno scritto, che qui mi è capitato per somma fortuna e che sarà la ghigliottina de' preti. Lo stamperemo, e credimi, che faremo il massimo dei beni alla pubblica opinione, che ha tanto bisogno di essere fortificata e corretta. Al mio arrivo fammi dunque trovar pronto uno stampatore anche per la palinodia del Bassville.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>513</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 13 Aprile 1797.</date></opener>
<p>Sono in Bologna, e presto sarò in Ferrara, impaziente di abbracciarti, ma per pochi momenti, perché non è possibile che mi soffra il cuore di vivere in un paese consegnato alla direzione di gente senza capacità e senza patriottismo. Le elezioni che si sono fatte in Bologna e in Ferrara mi riempiono di ribrezzo e di sdegno, e noi siamo ancora troppo vili per meritare d'esser liberi. Il resto in voce.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>514</head>
<opener><salute>A Monsignor CARLO LUIGI COSTANTINI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 19 Aprile 1797.</date></opener>
<p>Ill.mo e Rev.mo Signore.</p>
<p>I villani trattamenti d'un villano padrone mi hanno finalmente costretto di rinunziare a Roma per sempre, e ricondurre le mie ossa nel seno della mia patria. Ciò mi pone in dovere di farne anche lei consapevole, veneratissimo mio Monsignore, cui prego di ricevere la dimissione, che fo rispettosamente in sue mani, del titolo da me sempre mal meritato di segretario degli avvocati concistoriali. Nello scuotere che ho fatto dalla mia veste la polvere della Corte romana, non ho scossa però dal mio pensiero la memoria degli uomini onesti, dei quali Roma non è stata mai povera ad onta degli sforzi che si son fatti finora per depravarli ed annientarli. Parmi con ciò di dire che mi ricorderò sempre di monsignor Costantini, di cui è ben difficile, conosciuto che siasi una volta, dimenticare il carattere e i sentimenti.</p>
<closer>Mi onori, se di tanto son degno, di qualche comando, e sperimenti così il vero e sommo rispetto con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>515</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 29 Aprile 1797.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Vi ringrazio della predica; ma fra pochi giorni uscirà il primo canto del mio poema. Quando il pubblico l'avrà letto si vergognerà d'aver giudicato prima d'aver veduto. Il mondo è diviso in due classi, di malvagi e d'onesti. Per principj di ragione e di religione ho disprezzato sempre i primi, e m'atterrò sempre al voto de' secondi. Gl'ipocriti hanno troppo interesse per dirmi un sacrilego, ma io ne ho altrettanto per ismentirli col fatto, e i miei scritti, come la mia vita privata, respireranno sempre quella virtù, ch'essi portano sulla bocca, ed io porto nel core. Voi conoscete perfettamente l'arte di far denaro, io conosco meglio di voi l'arte di farmi una riputazione, e veggo anche meglio nell'avvenire. Non sono venuto a Bologna per perorare la causa del Papa e dei scellerati, ma per sostenere, secondo le mie forze, quella del popolo; che è quella della ragione, e che sarà presto anche quella di tutto il mondo.</p>
<p>D. Cesare mi ha scritto. Esso pure mi fa il fervorino; ma dopo di avermi fatta la predica, avrei gradito che mi avesse parlato ancora de' miei bisogni. Né voi, né esso neppure una parola su questo punto. Ecco la virtù dei santi de' nostri tempi; essi sono sempre liberali di buoni consigli, ma avari di buone opere, ed io sono veramente un gran ribaldo perché ho fatto sempre tutto il contrario, e i primi a provarlo sono stati quelli che più mi hanno oltraggiato. Ecco il mio Vangelo, fuori del quale detesto e detesterò eternamente la morale di questa terra. Dopo tutto questo, potete ben essere persuaso che il mio orgoglio ripugna orribilmente di discendere alle preghiere, e nol farei, per Dio, se non dovessi occuparmi che di me solo, perché in qualunque angolo della terra io saprei trovare la mia esistenza. Ma che volete? Ho la debolezza di amar sommamente due cose, il mio onore e la mia famiglia. Questo fa ch'io mi avvezzi a domare la fierezza del mio carattere, e mi abbassi a pregare finché io sia provveduto, e lo sarò a dispetto di tutti i vostri santi baron fottuti, di quei santi medesimi che hanno sacrificato il più virtuoso di tutti i cittadini, voglio dire Costabili, per l'esclusione del quale dalla carica del Direttorio ho veduto io stesso co' miei propri occhi il santo Baruffaldi e il santo Minzoni batter le mani nel Consiglio dei Trenta, ed esultare sfacciatamente senza neppur aspettare che fosse finito tutto lo scrutinio, alla quale esultanza non vi fu pur uno che movesse né un dito, né una parola, e così restarono soli in quella allegrezza loro intempestiva e maligna. Tornando a me dunque, vi supplico di dimenticarvi per questa volta della vostra santità, e di soccorrermi abbondantemente. So che non troverete scritta in cielo la vostra beneficenza, perché la fate ad un ateo, ma la troverete scritta nel cuore di quest'ateo, il quale come non vi è stato inutile per lo passato, non lo sarà neppure per l'avvenire, e so quel che dico.</p>
<p>Mia moglie sarà presto in Bologna. Non la mando a Ferrara, perché ho bisogno del sollievo della sua compagnia e della presenza della mia bambina. V'è anche un'altra ragione, che mi obbliga a tenerla meco. Nel nuovo sistema di legislazione si considera specialmente la qualità di buon padre e di buon marito. Mia figlia adunque e mia moglie mi sono necessarie perché il pubblico vegga cogli occhi propri se so adempir bene i doveri dell'uno e dell'altro titolo.</p>
<p>Ho scritto più di quel che volevo, ma il cuore che è pieno, mi ha fatto esser lungo. Perdonatemi se mi sono abbandonato a uno sfogo, e ricordatevi del vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S. Ho riscosso dal Banco de Lucca li scudi 40, che tutti sono iti in spese domestiche.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>516</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 30 Aprile 1797.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ancora, non mi posso dar pace dell'ingiustizia che ti ha fatta la sorte, e più che la sorte, l'invidia de' tuoi nemici. La Repubblica è rimasta priva del più virtuoso de' suoi cittadini: ma consolati, ché non vi è anima onesta e patriottica, che non siasi addolorata della tua esclusione. Dal cittadino Carbonesi potrai informarti del giubilo vile ed infame del santo Baruffaldi e del santo Minzoni nell'atto dello scrutinio, che ti escludeva. Non conosco che di volto, il tuo competitore, ma conosco il suo merito da questo solo, ch'egli stesso ha confessato che degli otto soggetti proposti dal Consiglio dei sessanta tu eri certamente il più meritevole. Dopo questa generosa confessione resta indeciso se Magnani sia divenuto più grande di Containi. Ma di questo in voce, quando sarai tornato dal campo. Fa buon viaggio e se vedi Marmont, salutalo molto in nome della cittadina e del cittadino Monti. Ti abbraccio col cuore, e mi auguro che la saviezza dei Tre corregga la colpa dei Trenta, chiamandoti nel suo seno, siccome tutti desiderano.</p>
<p>Salute, fratellanza e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>517</head>
<opener><salute><add resp="ed">A GIOVANNI PARADISI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 16 Maggio, Anno Primo della Rep.a Cisp.a <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se questa mattina fosse stata meno sollecita la vostra partenza, vi sareste risparmiata la noia di questa lettera.</p>
<p>Eccovi una delle parecchie cose che ho preparate in emenda della cantica Bassvilliana. Voi sapete che in Bologna la stampa non è libera, perché incatenata ancora dall'opinione de' preti, la prepotenza de' quali non permette ancora che si possa pubblicare il proprio pensiero senza pericolo. Il capitolo, che vi mando, è tale, che può rovinarmi, se la verità non viene protetta, né altri può proteggerla che l'onnipotenza di Bonaparte. Non mi curo, anzi desidero, che non se ne ignori l'autore; ma siccome le anime atterrite dai pregiudizi son troppe e i progressi della ragione fra noi sono ancor pochi, così volendo voi (se ne avrete pur tempo) procurar l'edizione di questa poesia repubblicana, in qualunque modo il facciate, vi prego di lasciarla uscir senza nome. Fra le molte ragioni che mi persuadono questa riserva, v'è quella dell'odio immediato e diretto dei preti, che ne sono i percossi, e quello insieme di tutti i devoti, i quali se di là dal Po sono pochissimi, di qua sono moltissimi. Anche senza il mio nome, i curiosi ne sospetteranno l'autore, e ciò basta.</p>
<p>Siavi noto però, che volentieri e con tutta l'alacrità mi getterei dietro le spalle questi riguardi, se mi fosse fissato un destino qualunque siasi, se non temessi insomma di far ricadere sopra una moglie, che amo e che aspetto fra giorni, la piena dell'odio sacerdotale in paese straniero. Una franca ed amichevole vostra parola presso Bonaparte può rimuovere tutte queste difficoltà. Fate ch'egli mi metta in istato di non temere più nulla e di scrivere come la ragione e il cuore mi dettano, ed io mi studierò di dar gusto ai buoni patriotti e di servire utilmente la Repubblica nel combattere la più grande nemica della libertà, la superstizione.</p>
<p>Mi era proposto di scrivere due sole righe, e, non so come, mi sono ingolfato in una materia che non ha fine. Ella rassomiglia alla stima che vi professo e all'amor che vi porto. Baciate per me la mano (senza nominarmi) al nostro redentore, portatemi, quando ritornerete, una scintilla del fuoco che lo anima, abbracciate il mio caro Marmont, e servite intrepidamente la vostra patria.</p>
<p>Salute e fratellanza vera.</p>
<p>P. S. Siavi detto che il capitolo, che vi mando, non è senza fratelli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>518</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 16 Maggio 1797.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Eccoti il sonetto sul Papa. Salutami Rangoni e digli che la sua assenza affligge i suoi amici e le sue amiche. Amami, se puoi, quanto io t'amo, cioè senza fine, e ricordati sempre della preghiera che t'ho fatta in Bologna.</p>
<p>Salute e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>519</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 14 Giugno 1797.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi si dice che siete in Romagna, e dirigo la presente a Fusignano.</p>
<p>Le disposizioni reciproche degli animi nostri vanno a prendere un andamento, che prevedo troncherà ben tosto qualunque intelligenza tra voi e me. Prima che ciò succeda non voglio il rimprovero nel mio cuore di non aver soddisfatto ad alcuni vostri desiderj, che voi stesso avete chiamato interessantissimi.</p>
<p>Tempo fa voi desideravate di sapere i precisi motivi che hanno indotto vostro fratello Vincenzo a lasciar Roma. Son io qui per contentarvi interamente su questo punto.</p>
<p>Le rendite di vostro fratello in Roma dopo l'invasione de' Francesi nello stato del Papa si erano notabilmente diminuite: perduta una pensione sopra la parrocchia del Bosco nella diocesi di Cesena, resa affatto infruttifera l'agenzia di Chiaramonti, rotte le corrispondenze coi Bolognesi, che pur gli fruttavano, cessata per sempre l'agenzia della Tesoreria di Romagna, la quale non aveva più che fare con Roma, sospesa la paga del Palazzo Apostolico, per essere stata da vostro fratello ceduta al suo Sovrano a titolo di dono gratuito in occasione dell'armamento pontificio, diminuita in somma l'annua sua entrata di sopra settecento scudi a calcolo di penna. Non gli restavano che i suoi pochi appuntamenti di casa, e il miserabile appannaggio di dodici scudi il mese dal Duca Braschi senza incerto veruno, perché quella non è casa di molti feudi. Era dunque ridotto ad un'assoluta miseria, impossibilitato a vivere in un paese rovinato e senza risorse, e quel ch'è peggio, senza poter sperare sulla generosità del suo padrone, la di cui avarizia è abbastanza conosciuta. Bisognava dunque appigliarsi ad altro partito, e voi vedete quello che ha preso. Se finora non ha migliorata la sua condizione incolpatene i nemici della patria, i nemici della libertà cispadana, i quali, rovinando il sistema del nuovo governo con eleggere dei rappresentanti senza lumi, senza carattere, senza capacità e diciamo ancora senza onestà, hanno rovinato il proprio paese e se stessi. Il tempo giustificherà i miei detti, e non tarderemo molto a vederlo.</p>
<p>Veniamo al secondo vostro desiderio. Vi premeva di sapere in quale stato vostra cognata avesse lasciati i suoi affari di casa in Roma, se abbia venduti o donati i suoi mobili, se suo fratello coabitasse più colla medesima, e se partendo gli abbia fatto alcun assegnamento. Ebbene: i suoi mobili non trasportabili sono stati venduti ed hanno servito a pagare la pigione di casa arretrata ed altri piccoli debiti, restandone appena di che fare il viaggio, perché, oltre la perdita di un cinquanta per cento sopra le cedole, la venduta mobilia riducevasi a poca cosa. Il rimanente, vale a dire la biancheria ed altra piccola massericcia è stata tutta convogliata. In quanto a suo fratello, erano già due anni che questi non abitava più colla medesima, ma in casa de' suoi parenti, ove presentemente non ha bisogno più di nessuno, perché ha cominciato ad esercitare la professione di suo padre, nella quale se non lo supererà almeno l'uguaglierà, perché è dotato di molto talento e di molta saviezza.</p>
<p>Volevate ancora sapere come fosse stata presa dal Duca Braschi la frequenza di alcuni officiali francesi in casa di vostro fratello, sopra di che già sapevate ch'egli e sua moglie <emph>erano stati mostrati a dito</emph>. Questi officiali erano quei medesimi che Bonaparte aveva spediti al Papa dopo il trattato di Tolentino, quei medesimi a cui il Papa aveva destinato per servirli il fratello di sua nipote medesima il cavalier Falconieri, acciò li accompagnasse dove volevano, quei medesimi delle cui visite si chiamavano onorate le prime case di Roma, cominciando da Borghesi, da Lante, da Braschi e da Doria, quei medesimi, a contemplazione de' quali la Repubblica Francese diede un pranzo solenne nel palazzo dell'Accademia, a cui intervennero il senatore di Roma, il duca Braschi, il principe Doria e la più alta nobiltà romana, quei medesimi insomma che il Sovrano aveva comandato che si onorassero e si rispettassero, e la cui presenza realmente onorava le case, in cui piaceva loro di metter piede. Un accidente portò che essi s'incontrassero in mia moglie a villa Pinciana, che s'innamorassero del suo personale e del suo contegno, che desiderassero di venire in casa sua, e che vostra cognata fosse costretta a riceverli. Se trovarono in essa delle attrattive vi trovarono ancora delle virtù, e partendo da Roma, so poi che dappertutto, e specialmente in Firenze e in Bologna, hanno lasciato detto che la Monti è stata la sola donna che abbiano trovata in Roma degna di rispetto e di stima. Ecco in qual modo vostra cognata <emph>si frammischiò coi Francesi e fu segnata a dito</emph>. E se una volta sola intervenne alla pubblica solenne festa di ballo e di canto che fu data nell'Accademia di Francia, fu perché i Commissari francesi vennero in persona a pregarla, fu perché sapeva che v'interveniva ancora la più scelta nobiltà di Roma, e fu principalmente per una più forte ragione, che or vado a dire.</p>
<p>Io aveva scritta, per contentare il mio Padrone, la cantica di Bassville contro i Francesi. Quest'opera per le molte ristampe che ne furono fatte ebbe una celebrità maggiore di quella che avrei desiderata. Il Governo francese adunque era fortemente irritato contro di me. Cacault ministro di Francia mi aveva fatto dire che, venendo i Francesi a Roma, non mi faceva sicuro. Il diritto dunque di salvarmi mi poneva nella imperiosa necessità di placarli. Il cav. Azara assunse le mie difese, e bisognava ch'io tenessi co' Francesi un contegno che non solamente non li offendesse, ma che anzi li calmasse e placasse. La venuta in mia casa dell'Aiutante medesimo di Bonaparte, uno dei suddetti officiali, unita all'impegno di Azara, mi ha conciliato l'animo del Generale, e finalmente me ne ha guadagnata ancora la protezione e la stima. Ecco i potenti motivi che allora mi obbligarono ad agire nel modo che v'ho descritto, ecco insomma il perché ho dedicato a Bonaparte il poema del <title>Prometeo</title>, per consiglio dello stesso cav. d'Azara, che fu il primo a scrivergli da Firenze su questo punto. Questa è l'Iliade dei delitti di mia moglie e de' miei. Ma non è finita la sua e la mia giustificazione.</p>
<p>Partito ch'io fui da Roma, mia moglie che con vostra permissione è savia ed onesta più molto che i suoi cognati non si figurano, per evitare le visite degli altri Francesi, che condotti dal cav. Falconieri frequentavano la sua casa, consultando la sua prudenza, si allontanò da Roma, e si ritirò a Frascati, ove è rimasta fino alla sua partenza. Il Duca Braschi, uno di quelli anch'esso che assai l'amava, voleva in tutti i modi che non seguisse la sorte di suo marito, esibendole un generoso assegnamento. La stessa offerta le era stata fatta da altri, e perfino da uno che non la conosceva che di riputazione, indotto a ciò dalla sola stima che di lei faceva. Tutti, insomma, congiuravano contro la sua virtù e contro me stesso, che avevo bisogno della sua compagnia nel totale abbandono in cui mi hanno lasciato quelli che meno il dovevano. Ella non ha ascoltato che la voce de' suoi doveri e del suo attaccamento al marito, a cui ha sagrificato parenti che l'amavano, amici che la stimavano, un pubblico, ch'ella ha sempre edificato colla saviezza della sua Condotta, e di cui non era l'ultimo ornamento sicuramente. Ella è venuta a confondere meco le sue lagrime, a soffrire delle umiliazioni per parte de' suoi cognati, insensibile agl'inviti di questo mondo brillante, che la vorrebbe pure in sua compagnia sepolta in casa, e bagnata sempre di pianto dopo specialmente la lettera crudele, che le ha scritto D. Cesare, nella quale poco sarebbe che le si togliesse la speranza d'un appoggio nell'amore de' suoi parenti, ma le si toglie, per Dio, l'onore, perché non sono le parole semplici, ma lo spirito di quella lettera che va ponderato.</p>
<p>Non vi parlo, crudele, della mia situazione, perché non mi curo più nulla di eccitare la vostra compassione. Lascio al Cielo di punirvi della vostra durezza, e il dimandarvi conto della carità che calpestate, e che era il primo anzi l'unico de' vostri doveri. Pascetevi delle vostre ricchezze, ma ricordatevi che io, io ve ne ho aperta la fonte.<gap/>… Il dolore non mi ha ancora data la morte, e verrà tempo che vi farò conoscere la differenza che passa tra le vostre e le mie virtù, e quale è la vendetta che vi preparo per umiliarvi e confondervi. Le vostre fortune non sono sicure, e questo mi basta.</p>
<closer>Vostro fratello sempre aff.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi dimenticava un'altra vostra curiosità, quella cioè di sapere con chi mia moglie sia partita da Roma, e che relazione avess'ella con chi l'accompagnava. È giusto il contentarvi anche in questo. Il suo compagno di viaggio è stato un certo Bartolomeo Paoletti, antico amico di suo padre, incisore di pietre dolci, uomo di una bruttezza senza pari, e di una probità senza macchia. Egli sta presentemente in Firenze, chiamato colà dal gran Duca per fondere gl'impronti di tutto il Museo ducale, che Sua Altezza vuol regalare a Bonaparte. Per mezzo del figlio di cotesto sig. Gasperoni, che dimorava in Firenze, potete informarvi di quanto vi scrivo.</p>
<p>A questo P. S. aggiungerò la confessione d'un'azione onesta che ho fatta e che voi certamente non loderete. Io godeva anche in istato coniugale di due pensioni. Una l'ho perduta, come v'ho già accennato, in Romagna. L'altra di scudi 50, avendo io rotta qualunque relazione con Roma, mi sono fatto uno scrupolo di ritenerla. Quindi l'ho ceduta ad un onesto e povero prete, figlio dell'ispettore di casa Braschi, ritenendomi soli quindici scudi da darsi in limosina a mio piacimento.</p>
<p>Questo tratto qualunque siasi ha fatto piangere chi l'ha ricevuto ed arrossire il Duca Braschi, che non ha mai saputo beneficare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>520</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO SALFI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 18 Giugno, A. I Repubblicano.</date></opener>
<p>Se vi ricorda che io sono stato più volte maltrattato nei vostri fogli a cagione della cantica <title>Bassvilliana</title>, dovete ancor figurarvi che io sia pieno tuttavia di mal talento contro di voi. Disingannatevi: non conoscendomi voi di persona, né potendo giudicarmi che in ragione delle cose da me pubblicate, giustissimo ed onesto è stato il vostro giudizio; né io debbo lagnarmi che delle crudeli mie circostanze, le quali mi posero nella dura alternativa o di perire, o di scrivere ciò che scrissi.</p>
<p>Io era l'intimo amico dell'infelice Bassville; esistevano in sue mani, quando fu assassinato, delle carte che decidevano della mia vita; mi spaventavano le incessanti ricerche che facevansi dal Governo per iscoprirne l'autore; m'impediva di fuggire il doloroso riflesso che la mia fuga avrebbe portato seco la rovina totale di mia famiglia. Non più sonno, né riposo, né sicurezza; il terrore mi aveva sconvolta la fantasia, mi agghiacciava il pensare che i preti son crudeli, e mai non perdonano, non mi rimaneva insomma altro espediente che il coprirmi d'un velo; e non sapendo imitare l'accortezza di quel Romano che si finse pazzo per campare la vita, imitai la prudenza della Sibilla che gittò in bocca a Cerbero l'offa di miele per non esser divorata.</p>
<p>Potrei qui rivelare altre più cose gravissime, la cognizione delle quali compirebbe la mia discolpa; ma vi sono alle volte dei segreti terribili che non si possono violare senza il consenso di chi n'è partecipe; ed è pur meglio lasciar debole talvolta la propria difesa, che il mancar d'onestà, di prudenza, di gratitudine.</p>
<p>Forse direte (ed altri me l'hanno già ripetuto) che la fierezza di alcuni tratti di quella cantica inducono facilmente il sospetto che l'animo del poeta non fosse discorde poi tanto da ciò che sonavano le sue parole, e che parecchie di quelle cose fa d'uopo averle profondamente sentite per ben dipingerle. Alla quale imputazione risponderò schiettamente, che, costretto a sacrificare la mia opinione, mi sono adoprato di salvare, se non altro, la fama di non cattivo scrittore. L'amore adunque di qualche gloria poetica prevalse al rossore di mal ragionare, in un tempo massimamente in cui tant'altri mal ragionavano; e quattordici edizioni, che nello spazio di soli sei mesi furono fatte di quella miserabile rapsodia, mi avrebbero indotto a credere d'aver conseguito il mio fine, se il papa, dinanzi al quale fui trascinato per umiliare ai suoi santi piedi le mie sacre coglionerie, non avesse trovato detestabile quel dantesco mio stile: e mi ricordo ancora che per insegnarmi di qual maniera dovevasi da me trattare quell'argomento, in presenza di suo nipote e di monsignor della Genga, mi recitò con molta grazia un'aria di Metastasio.</p>
<p>Dalla premura che ho posta nell'istruirvi delle mie passate vicende rapporto alla <title>Bassvilliana</title>, ora che ho messa in salvo la mia famiglia; ora che il carnefice monsignor Barberi non mi fa più tremare; ora finalmente che le mie parole son libere, come libera è l'anima che le move; da questa premura, io dico, argomenterete il prezzo che pongo all'acquisto della vostra stima, e quanto mi dolga che una fatale combinazione di circostanze mi abbia fatto giudicare partigiano del dispotismo. Prestate fede ad un uomo d'onore, prestatela alla testimonianza dei pochi, ma veri Romani, che ben mi conoscono; prestatela finalmente alle persecuzioni di cui il papa medesimo mi ha costantemente onorato; quel papa che due anni fa volevami furiosamente esiliare da tutto lo Stato, perché una compagnia di dilettanti recitava in Roma con qualche strepito l'<title>Aristodemo</title>. Ho malamente impiegati in quella santa Babilonia molti anni della mia vita; ma quale vi sono entrato, tale ne sono uscito; e se in quel pelago di religiose ribalderie ha naufragato la mia pace, il mio ingegno, la mia fortuna, non vi ha naufragato sicuramente la mia ragione. Quale poi sia il fondo delle mie tenerezze verso il paese a cui ho dato le spalle, potrete conoscerlo dalle stampe che vi spedisco, e che sono la prima espiazione de' miei errori politici. Abbiatele per un sincero contrassegno della stima che vi professo, e siate abbastanza generoso per sostituire all'odio passato il sentimento dell'amicizia, giacché io posso bensì corrispondervi nel secondo, ma nel primo giammai.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>521</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 19 Giugno 1797, Anno p.o Repub.o.</date></opener>
<p>Caro carissimo Cittadino.</p>
<p>Riceverai la presente dal cittadino Bonarelli anconitano, spedito anch'esso a Bonaparte pel grande oggetto della libertà. Egli ha bisogno d'istruzioni per ben condursi, ed io e Marescalchi te lo raccomandiamo.</p>
<p>Se le tue occupazioni ti lasciano un momento di libertà, prenditi per me la pena di presentare al cittadino Salfi l'annesso piego, dopo che l'avrai letto e sigillato, e di fare tu stesso testimonianza di quanto gli scrivo. Sai quello che gli puoi dire, onde nulla ti suggerisco.</p>
<p>Duolmi che la sottoscrizione dei patriotti ferraresi non sia passata per Bologna, onde unirvi il mio nome ancor io. Supplisci tu medesimo a questo difetto, ed amami perché io ti amo moltissimo.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>522</head>
<opener><salute>Al signor GIACINTO ANDRÀ — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 19 Giugno 1797.</date></opener>
<p>Mio Signore.</p>
<p>Intendo che mi avete onorato delle vostre censure. Siccome io amo d'illuminarmi, così vi prego di comunicarmi la vostra critica per riceverne i miei ringraziamenti, persuadendomi che le vostre opinioni facendo onore ai vostri costumi, lo faranno anche a me per la cui istruzione vi siete compiaciuto di adoperare la penna.</p>
<p>Non vi offerisco la mia servitù, perché le leggi della mia patria non permettono sentimenti servili: ma vi offerisco in vece, se l'offerta non è superba, l'amicizia di un uomo riconoscente e leale, a cui spero non negherete la grazia di un cortese riscontro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>523</head>
<opener><salute>Ad AURELIO DE GIORGI BERTÒLA — Rimini.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 21 Giugno 1797.</date></opener>
<p>Caro carissimo Bertòla.</p>
<p>Sono parecchi ordinari che feci spedizione a Rimini d'un pacchetto di venti esemplari del primo canto del mio <title>Prometeo</title> colla direzione a Petracchi. Ho saputo ieri, che questi si trova ancora con Belmonti a Milano. In assenza adunque del medesimo, prenditi tu, mio caro, la briga di ricuperare franco alla posta l'involto e la lettera, vedi cosa gli scrivo, pigliati la copia che ti era destinata, e pel rimanente da' voce a' tuoi amici per farmi degli associati.</p>
<p>Ho avuto l'altra mattina il bene di conoscere Martinelli, che subito si è fatto padrone del mio cuore e della mia stima. Si è parlato molto di te, né credo che tarderò ad abbracciarti in Rimini, ove fra te e lui fo conto di passar lietamente un paio di giorni propinando alla libertà e alla ragione.</p>
<p>Dammi risposta, sta bene, e fratellanza sempre, e salute.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>524</head>
<opener><salute>Alla cittadina TERESA BANDETTINI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 2 Luglio 1797.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Scrivo dal letto della quasi moribonda mia figlia, e questa sia la scusa del mio breve rispondere alla vostra carissima. Mi dite di esser vicina a divenir madre. Non vi faccia il cielo giammai costar caro, siccome a me, questo titolo. Sono dieci giorni e dieci notti che la mia povera bambina va lottando colla morte, e sono altrettante notti e altrettanti giorni ch'io mi sento strappar l'anima nel vederla patire e perire. Mi sto tutto il giorno pendente sopra il suo volto, ogni suo gemito è uno strale che m'entra nel core, e i miei occhi sono sempre pieni di lagrime. In questo stato mi saprete voi compatire se non vi scrivo di più? L'avvocato Leoni, che è presente e mi solleva colla sua compagnia, vi fa mille saluti. Io vi fo quelli dell'afflitta mia moglie, e vi prego de' miei a vostro marito.</p>
<p>Salute, fratellanza e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>525</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 7 Luglio 1797.</date></opener>
<p>Incomparabile Amico.</p>
<p>La speranza in cui sono stato finora di fare una corsa fino a Parma per abbracciarvi è stata la cagione del mio tardo rispondere alla vostra carissima. Non diffido però di veder presto adempiuto il mio desiderio ardentissimo. Ricevete intanto i miei ringraziamenti per la conoscenza che mi avete procurata dell'avvocato Raby, nel quale mi sono fatto subitamente un amico. Se l'ottimo abate Testa si trova più in Parma, abbracciatelo per me fortemente, e tanto forte che gli si levi il respiro. Avrete quanto prima il secondo canto del <title>Prometeo</title>, per cui questo infingardo e trascuratissimo stampatore mi fa disperare. Se avete ancor letto il primo, ditemene candidamente il vostro parere, il quale io pongo innanzi a quello d'assai letterati.</p>
<p>Il cortese vostro Handwerck mi propone di fare una completa edizione di tutte l'opere mie. Bramo che vi facciate comunicare la mia risposta. Vivete felice, caro Bodoni, tanto felice quanto lo meritate, e viverete la vita d'un Dio.</p>
<p>Io sono e sarò sempre il vostro vero e riconoscente amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>526</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Venezia</add>, <add resp="ed">Luglio 1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Anche Marescalchi e Bentivoglio mi assicurano che Testi mi abbia nominato segretario del suo Dipartimento. Ma la sua lettera non l'ho ricevuta, né io credo di dovermi movere se prima non ne ricevo l'avviso officiale. Abbraccio volentieri questo destino mosso principalmente dalle testimonianze che mi si fanno amplissime dell'eccellente carattere di Testi, nel quale, s'egli è veramente quello che mi si dice, io non diffido di trovare un amico e un appoggio.</p>
<p>Intanto non debbo dissimularti che questo destino mi costerà qualche sagrificio, perché qui mi si fanno le più dolci violenze perché rimanga, e mi si propongono delle condizioni anche più vantaggiose. Nel momento in cui ti scrivo io so che si pensa ai modi d'impiegarmi decorosamente e mi converrà patir molto per disimpegnarmi, siccome penso di fare, qualora non accadesse qualche motivo più imperioso ancora dell'interesse. Tornando a Bologna passerò per Ferrara ad abbracciarti, e tu avrai la pazienza di darmi alloggio per ventiquattr'ore, essendo fermo di non veder la faccia di mio fratello.</p>
<p>Dello stato politico di questo paese nulla di lusinghiero. L'aristocrazia si ravviva e si agita come i brani d'un polipo. La Municipalità in generale è attiva, pura, democratica e fervida, ma la mole degli affari farebbe paura alle spalle di Ercole. Le intenzioni della Francia sopra Venezia sono misteri egualmente che sul resto degli altri popoli d'Italia, che si dicono liberi. I Cisalpini compiangono i Veneziani, e i Veneziani compiangono i Cisalpini. A me sembra che Venezia senza costituzione sia in miglior condizione della stessa Milano costituita; poiché poco può importare alle Potenze d'Europa che Milano ritorni al primo padrone, ed importa all'incontro moltissimo che Venezia non diventi preda dell'ambizione austriaca, la quale in poco tempo potrebbe divenir fatale a tute le altre. Parmi dunque che Venezia debba esser l'Elena per cui combatté l'Asia e l'Europa, non ad altro fine che di restituirla al primo marito. Il male si è che l'Italia non è degna, per Dio, di esser libera, e quel ch'è peggio, la libertà che ci vien data costa tanto, ed è accompagnata da tanti ruffiani, che il suo esteriore è quello non d'una vergine, ma d'una vil prostituta. Tuttavolta agli occhi del filosofo le sue attrattive sono sì belle, che in ogni modo bisogna battersi per conquistarla.</p>
<p>Queste poche righe mi costano un fiume di sudore. Sono quattro giorni che Venezia va in foco, e io mi butto a mare, per Dio, se non rinfresca.</p>
<closer>Un saluto a tutti gli amici ecc.. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>527</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Venezia, 21 Luglio <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Ricevo in Venezia la vostra carissima, e mi affretto a ringraziarvi del denaro mandatomi a Bologna, di dove mi si scrive che mia figlia è ricaduta nella sua malattia senza però positivo pericolo.</p>
<p>Sono due giorni, che qui in Venezia mi è giunta la nuova ministeriale essere io stato nominato segretario degli affari esteri in Milano coll'appannaggio di sei mila lire e la casa. Questa offerta mi è arrivata nel momento che la Municipalità di Venezia mi fa degl'inviti ancora più vantaggiosi perché rimanga, ed io mi trovo tra l'incudine e il martello. Io non esiterei un momento a decidermi, se potessi penetrare quale sarà definitivamente il destino di Ferrara, poiché come Ferrarese di adozione io sono determinato a seguire il destino della mia patria. Le apparenze sono che le tre Legazioni saranno incorporate alla Cisalpina. Io penso tutto il contrario, e inclino a credere che diverremo tutti veneti. Qualunque risoluzione mi prenda, voi ne sarete avvisato. Salutate la mamma e preparatemi il mandato di procura del Zanotti per l'estinzione del debito Mami, perché questa, e non altra, è la carta che mi bisogna.</p>
<closer>Addio. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>528</head>
<opener><salute>Al cittadino <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 1 Agosto 1797.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Sono arrivato ieri sera in Bologna, e come vi ho promesso nell'ultima mia, eccomi a informarvi de' miei affari.</p>
<p>Saputasi in Venezia la nuova della mia chiamata a Milano per andare colà a coprir la carica di segretario degli affari esteri, il Comitato di Salute Pubblica per farmi rinunziare a quell'invito mi propose diversi impieghi, due de' quali li avrebbero riuniti in un solo per accrescere il mio profitto, e ottenere o in un modo o nell'altro ch'io non partissi da Venezia. Uno dei detti impieghi si era la segreteria del Comitato di pubblica istruzione, l'altro di direttore dell'Istituto Nazionale, che collettivamente mi avrebbero immediatamente fruttato centotrenta ducati circa il mese. Aggiungevano a queste condizioni le più ampie proteste di accrescere in miglior circostanza il mio appannaggio e di nominarmi sul fatto cittadino veneto per godere di quei diritti di avanzamento, che ogni cittadino può attendersi quando serve bene la patria. Intanto le lettere di Milano mi sollecitavano ad abbracciare l'offerta di quel Direttorio, assicurandomi che questo non sarebbe stato che il primo passo verso la mia fortuna, e facendomi considerare che quando il Direttorio nominava me ferrarese nel suo ministero prima ancora che Ferrara fosse incorporata nella Cisalpina, veniva a darmi un attestato di stima fuori dell'ordinario, e che perciò io doveva guardare non il presente, ma l'avvenire.</p>
<p>Combattuto fra due vantaggi io restava indeciso, né sapeva risolvermi, quando ricevetti una lettera di mia moglie, la quale m'avvisava ch'io partissi subito e tornassi a Bologna per carità, perché ella si trovava desolata e in uno di quei pericoli nei quali s'imbattono qualche volta le donne, che hanno la disgrazia di esser belle ed oneste. Insomma due forestieri, fra' quali un aiutante francese alloggiato in casa Marescalchi, e perdutamente innamorati di vostra cognata, rendevano necessaria in Bologna la mia presenza, poiché nulla è mancato che mia moglie, abbastanza risoluta e coraggiosa per se medesima, non uccida di sua mano quei due scellerati, ai quali non bastava il serrare le porte di casa. Insomma, colla furia della vendetta nel petto sono partito immediatamente da Venezia, non senza però rispondere al Direttorio di Milano e al Ministro degli affari esteri che, rinunziando a tutte le offerte de' Veneziani, accettavo la carica destinata. Mi mossero a questo primieramente le persuasioni di Carluccio Bentivoglio, a cui premeva questa cosa moltissimo. Inoltre mi spingeva a farlo la notizia che da buon canale io sapeva, che Ferrara andava ad essere incorporata alla Cisalpina, lo che seguendo, il dovere di buon cittadino era di seguir quello della sua patria. Tenni però occulta ai Veneziani questa mia risoluzione, e quando dimandai al Comitato di Salute Pubblica il passaporto per trasferirmi in Bologna per affari domestici non ci volle poco a ottenere che mi lasciassero partire, e volevano in ogni modo ch'io promettessi loro in iscritto di ritornarvi. Se per buoni riflessi avevo abbracciato il partito di Milano, ho avuto in seguito un altro motivo di essere ben contento della mia risoluzione, poiché, arrivato in Ferrara, ho trovato che il mio amico Containi era stato nominato quinto membro del Direttorio. Siccome il soggetto più rispettabile e il più preponderante del Corpo esecutivo sarà sicuramente Containi, così venendo io ad acquistare un appoggio di più nel Direttorio, si conclude che avrei fatta una pazzia a non far quello che ho fatto. Pranzato dunque che ebbi da Containi, sono partito da Ferrara in sua compagnia, senza curarmi punto di vedere il fratello Francesco, il di cui procedere riguardo a mia moglie e a me stesso sarà difficile ch'io dimentichi così presto. Containi ha proseguito il suo viaggio per Milano, ed io, sistemato che abbia qui i miei affari, partirò subito ancor io, tanto più che in Bologna ho trovata una lettera d'un amico di Milano, il quale mi avvisa che Bonaparte ha dimandato più volte se sono ancora arrivato. Questa sera scriverò a Venezia, e in termini da conservarmi l'amore e la stima di quel Governo, mi disimpegnerò dalle loro profferte. Ecco l'istoria genuina de' miei affari, a cui debbo aggiungere che, arrivato in Bologna, ho trovati già esclusi di casa come due birbanti li due soggetti che di sopra ho accennati, e quietate tutte le passate agitazioni.</p>
<p>Dopo ciò, veniamo a parlarci schietto tra me e voi. Voi vedete l'andamento delle mie cose, voi dovete, se vorrete ben ragionare, bastantemente prevedere ove andrà col tempo a terminare la mia carriera. Dovete ancor figurarvi che, durante l'abbandono in cui voi e il fratello mi avevate lasciato in Bologna, non solamente ho dovuto alienare qualche oggetto di valore per piantare il meglio che si poteva una casa in Bologna, e mantenermivi con qualche proprietà, che non facesse sospettar di miseria; ma di più ho dovuto fare con Marescalchi qualche debito. Quando dico con Marescalchi, dico un debito con un amico, il quale sicuramente non me ne dimanderà mai conto. Ma s'egli tace, non debbo tacer io, e il mio onore comanda ch'io pensi seriamente al rimborso. Vi dimando dunque: avete voi coraggio di assistermi in questo frangente? Vi sentite voi capace di un piccolo sagrificio per aiutare un fratello, il quale è già fin d'ora in istato di potervi contraccambiare, e che in appresso può farvi del bene? Se siete quale vi spero e desidero, eccovi il modo di dimostrarmelo. Il mio debito con Marescalchi non è che di centoquaranta scudi incirca. Egli non deve comparire mio diretto creditore, ma bensì il suo mastro di casa, che si chiama Girolamo Simoni, a cui partendo lascio una lettera da mandarsi a voi accompagnata da una sua, nella qual mia lettera io non vi dico altro che questo, che fino a nuovo ordine, voi passiate nelle mani del detto cittadino Girolamo Simoni, per mezzo di Viscardi affittuario di casa Marescalchi, i miei bimestri secondo le loro scadenze. Se per farmi fare buona figura sconterete la detta somma in poche e sollecite rate, io ve ne sarò obbligato: diversamente converrà pazientare le regolari scadenze, e il vuoto che mi può lasciare la mancanza del mio assegnamento lo supplirò col distrarre occorrendo qualche altro effetto prezioso di cammei e di altre pietre, alle quali romperò il collo.</p>
<p>Non so se mi sarò bene spiegato, ma basta che arriviate a capir bene questa sola cosa, che per non commettere delle viltà e dimandare delle paghe anticipate, le quali fanno arrossire quando si ha un poco di delicatezza, bisogna dispendiarsi e aver coraggio di far quaresima per arrivare alla Pasqua.</p>
<p>Comunque vi risolviate, d'ora innanzi dirigete a Milano le vostre lettere colla direzione al cittadino V. Monti, segretario degli affari esteri.</p>
<closer>Abbracciate la mamma per parte ancora di mia moglie, e credetemi sempre vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordatevi del mandato di procura per l'estinzione del censo Mami, e mandatelo a Milano perché possa sottoscriverlo e spingerlo a Roma.</p>
<p>La mia figlia finalmente è guarita, ma quando l'ho riveduta m'ha fatto compassione. Ella è rimasta un vero morticello. Anche la sua malattia mi ha dissestato non poco, perché oltre le continue spese di medicamenti e brodi che sono stati infiniti, viene adesso il pagamento di due medici e d'un chirurgo che per giorni ventidue continui hanno fatto due visite per ciascheduno, e voi sapete che questa gente nelle città un po' grosse si fanno ben pagare. A questo malanno aggiungetene un altro che ho trovato al mio arrivo, ed è che il servitore è stato scoperto e carcerato per ladro. Di molte piccole cose che aveva rubato poco alla volta per non dar nell'occhio non si è potuto finora ricuperarne che un anelletto di circa dieci scudi, e alcune cravatte e fazzoletti; il resto è ito, ed era ben facile il rubare in un tempo in cui la padrona di casa era sola; e gli conveniva star giorno e notte ad assistere la figlia. In questi casi non si ha voglia che di piangere, e la testa non può occuparsi delle cose domestiche, onde non si può accusare nessuno di noi di negligenza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>530</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Fruttidoro, a. V.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Vi accludo una lettera di Roma del mio curiale circa l'affare del censo Mami. Prendetela in considerazione e colle buone o colle vie di diritto obbligate il Zanotti a fare il necessario mandato di procura per la ricupera di questo capitale, sul quale è meglio per me far qualche sagrificio, che perdere tutto come accadrà, se non si agisce con sollecitudine. Vi raccomando dunque istantemente questo affare, perché trattasi di circa settecento scudi compresi i frutti.</p>
<p>Io v'aveva scritto che bisognava prepararsi ad altri sagrifici, onde non mi giungono punto nuove le imposizioni di cui mi scrivete. Ma anche questi mali passeranno e tutto finirà bene, subito che l'Imperatore sarà cacciato affatto d'Italia o per via di pace o per via di guerra, l'ultima delle quali per noi sarebbe meglio.</p>
<p>Circa l'enfiteusi di Porto distrutta, io non so nulla, e nulla ne sa il direttore, il quale non ha acquistato ancora verun potere sopra l'Emilia, perché l'incorporazione sua colla Cisalpina è stata bensì promessa da Bonaparte, ma non proclamata. Se questo affare di Porto si trattasse in Milano, potrei molto aiutarvi, ma con Guiccioli non ho mezzi. Ricorrete ad Orioli, che vi ha tutta la mano e che spero vi gioverà.</p>
<p>Qualunque cosa vi possa occorrere dipendente dal Governo Cisalpino (essendo voi fusignanesi Dipartimento della Repubblica) scrivetemi, e, bisognando, rivolgetevi al cittadino Giovannardi commissario del Dipartimento, che, essendo mio amico, vi si presterà <add resp="ed">in ciò che</add> potrà.</p>
<p>Salutate la madre e tutti di casa. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>531</head>
<opener><salute>Al cittadino GIOVANNI GREPPI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Vendemmiatore, Anno 6 Repub.o.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti sono assai grato della memoria che di me conservi, e dell'interesse che prendi nelle ferite che si fanno alla mia riputazione. Ho lette tutte le villanie del giornale modanese e mi dispongo a leggerne delle altre. Alla fine del giuoco vedrete che non sarò io che avrò perduta la fama.</p>
<p>Io mi consolo della vostra festa patriottica, della quale ho letto con piacere la descrizione e i discorsi eloquenti che l'hanno accompagnata. Ma non ti affliggere tanto, mio buon amico, delle cabale aristocratiche. Verrà tempo di fulminarle, e questo tempo non è lontano. Bisogna intanto che i buoni amici della Repubblica guardino e tacciano, senza però tralasciare i preparativi della vendetta.</p>
<p>Containi ti scrive, e Porro avrà questa sera a teatro i tuoi saluti.</p>
<p>Amami quanto ti amo, e salute, fratellanza e pazienza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>532</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Vendemmiatore <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Strocchi.</p>
<p>Eccoti chiamato a Milano e divenuto Licurgo della tua Beozia. Da Severoli intenderai il tuo presente destino, e non occorre ch'io mi diffonda su questo articolo. Spiacemi soltanto che mentre tu vieni a Milano io vengo in Romagna, ove la tua mancanza mi sarà dolorosa per li venti o trenta giorni che dovrò starvi. Mi vendicherò con Conti, del quale avrò gran bisogno.</p>
<closer>Abbraccialo e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>533</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCHI <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Vendemmiatore, A. 6 Repubblicano.</date></opener>
<p>Cittadino Generale.</p>
<p>Belmonti e Petracchi mi hanno portato, cittadino Generale, un cortese vostro saluto. Io me ne reputo così onorato, che non posso dispensarmi dal ringraziarvene, poiché niuna cosa mi è così dolce quanto il vivere nella memoria delle persone, che sommamente amo ed ammiro. A questi sentimenti aggiungete ancor quello della mia gratitudine per la bontà con cui avete accolti i miei versi, e per l'uso che vi siete proposto di farne. Tutto ciò fa palese il vostro bel cuore, che sa interessarsi anche per chi meno lo merita.</p>
<p>Se Bonaparte stenderà fino alle Alpi noriche la dote della sua bella figlia Cisalpina, dopo aver cantato il <title>Pericolo</title>, io canterò ancor la <title>Salvezza</title>, e prometto di cogliere un ramo d'alloro anche per voi e pei vostri bravi compagni. Desidero perciò che questa mia vi trovi colla spada fuori del fodero fra lo strepito dei cannoni, e tanto occupato, che non abbiate neppur tempo di leggerla. La leggerete, cittadino Generale, e mi risponderete quando sarete a Vienna.</p>
<p>Salute e rispetto.</p>
<p>P. S. Se Marmont è tornato, vi prego di salutarlo e abbracciarlo per me caramente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>534</head>
<opener><salute>Al cittadino GIOVANNI GREPPI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 9 Vendem. <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho impedito che si stampi in uno di questi giornali un articolo assai forte contro i giornalisti di Modena in mia difesa, ma non ho potuto impedire che se ne parli nel giornale francese che qui si pubblica sotto gli auspici di Bonaparte. E giacché l'articolo è stampato te lo mando perché lo faccia leggere a' tuoi amici. Del resto, se volessi abbassarmi a rispondere alle loro villanie, mi sarebbe ben facile il provare che oltre l'essere uomini senza onore, essi sono anche senza criterio. Fortunatamente la stomachevole loro censura è caduta sopra passi sostenuti dall'esempio de' migliori classici tanto per il pensiero che per l'espressione.</p>
<p>Addio, mio buon amico. Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>535</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 30 Settembre <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Lo stato de' vostri affari mi par duro né vi conosco rimedio se non quello della rassegnazione. Bisognava trovar modo di unirvi alla compagnia acquirente di Ravenna, e distrarre tutti quei corpi di terreno che meno importano per improntare un capitale vistoso e aver parte nelle compre che si sono fatte e si faranno. Così potevate conservare la tenuta, o negoziarla coi soci.</p>
<p>Fra pochi giorni io sarò in istato di conoscere tutte le operazioni economiche che si sono fatte dalla Centrale dell'Emilia, perché il Direttorio mi ha destinato commissario organizzatore di tutta la provincia della Romagna, e non si attende che una risposta di Bonaparte sulla quantità e località dei Dipartimenti. Nel passare che farò da Faenza sarebbe bene ci potessimo abboccare e mi mandaste Francesco Antonio, tanto più che avrò bisogno di molti lumi rapporto ai beni dei Regolari, e il loro numero, e la loro importanza, e rendite, e amministrazioni, e tutto quello insomma che può mettermi bene a giorno dei prodotti della bassa Romagna, cose tutte che voi e il fratello conoscete bene. Che anzi, avendo bisogno indispensabile anche di carte topografiche e agrimensorie, né sapendo se troverò persona che sappia farmele con esattezza, il fratello mi potrebbe in questo giovar moltissimo. Basta. Da Bologna vi scriverò, e saprete come regolarvi.</p>
<p>Potendo anche far del bene a Fusignano, mi è necessario aver tutte le notizie del suo stato economico e politico, e sarò molto contento se la mia venuta potrà farvi un qualche vantaggio.</p>
<p>Uno dei piaceri più grandi sarà poi quello di abbracciar la madre e voi, giacché o nell'andare o nel tornare voglio vedervi.</p>
<p>Vi raccomando l'affare del Simoni mastro di casa di Marescalchi, e quello di Mami, per il quale assolutamente è necessaria la procura del Zanotti, né vedo com'egli possa negarla, quando il suo interesse non corre verun pericolo.</p>
<p>Non parlate con alcuno della mia venuta se non sono arrivato prima a Bologna, e tenetemi preparata una nota dei più onesti ed illuminati patriotti tanto di Fusignano, che di Lugo. E circa le notizie che v'ho detto essermi necessarie in generale, mettete in carta tutte quelle che potete, che io poi ne farò lo spoglio.</p>
<p>Salutate la mamma e state sano.</p>
<p>P. S.È probabile che abbiamo di nuovo la guerra. L'Imperatore è p<add resp="ed">artito</add>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>537</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Vendemmiale <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Tu hai il miglior cuore del mondo, e lo vedo da quello che hai operato per finire le mie dissensioni con mio fratello. Ma non mi credere meno generoso. Nel momento che tu gli stavi rimproverando i suoi torti io gli avea già perdonato, e una lettera scritta cinque ordinari sono all'altro mio fratello prete lo invitava a venirmi a trovare a Faenza, in occasione della mia commissione per la Romagna. Vedi dunque che non hai bisogno di affaticarti per persuadermi a far pace, perché l'ho già fatta da molti giorni. Ora poi sarà più solida, e farò che tu t'abbia a lodare della tua mediazione.</p>
<p>Io spero di abbracciarti presto o in Bologna, o in Ferrara. Non mi dilungo, perché ho qualche cosa da fare per il Direttorio, ma tu non hai bisogno di molte parole per essere persuaso della mia più tenera amicizia.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>538</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 14 Brumale <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho finito adesso di rispondere una lettera di quattro facciate al fratello per calmarlo. Se non dovessi scrivere per affare di mia missione al Direttorio, vi farei un dettaglio delle molte cose che ho esposte al fratello per sua quiete; ma bisogna che io e voi la discorriamo in voce su questo punto e intanto lasciamo correre la cosa come si vuole. Mi mostrerò a' miei fratelli in modo da far loro conoscere che so amarli e, dove posso, giovarli.</p>
<p>Spero che mi avrete preparate le carte che tempo fa vi richiesi. Mandatemi tutto quello che crederete opportuno per istruirmi, specialmente rapporto alla soppressione e vendita dell'intera possidenza di Porto, e in generale sopra tutta la parte economica della provincia, che conoscete.</p>
<p>Non mi dilungo perché non ho tempo. Le lettere dirigetele a Faenza colla sopraccoperta al cittadino Francesco Conti.</p>
<p>Un abbraccio alla madre, e a rivederci presto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>539</head>
<opener><salute>Al cittadino <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 14 Brumale, A. 6 Repubbl..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Grazie al Taro che ci ha obbligati a prendere la strada di Mantova, grazie alla pioggia, che ci ha sempre accompagnati, e a Bonaparte, che ci ha fatto perdere ventiquattr'ore a Bozzolo per la requisizione dei cavalli, siamo finalmente arrivati in Bologna ieri mattina. Il mio compagno, cioè il cittadino Porta, è partito subito per Cento, onde sollecitare il mio con—commissario ad unirsi meco in Bologna per trasferirci subito nell'Emilia, di modo che per parte mia sono pronto a partire anche dimattina. Dato principio alla nostra commissione, daremo ancora principio ai nostri rapporti, né io mi dipartirò punto da' tuoi suggerimenti.</p>
<p>Intanto lasciami dir qualche cosa dei poveri patriotti modanesi. Essi confidano in te solo, te solo invocano, da te solo vogliono la loro salvezza, e non hanno in bocca che il nome di Containi. Caro amico, abbine compassione, fulmina una volta quella iniqua Amministrazione centrale, che tira ad uccidere la libertà in tutti quei cuori, e ogni atto, ogni parola di cui, è un oltraggio alla Repubblica. Io godo senza fine nel vedere che in te riposano le prime speranze dei buoni patriotti, e mi ubbriacherò poi di piacere quando sentirò che sono stati esauditi. Ti dico intanto che Meyer medesimo si è accorto d'aver proceduto con assai prepotenza, e ora confessa d'essere stato ingannato; ma il confessa colla riserva che il suo amor proprio gli può permettere.</p>
<p>Che dirò di Bologna? Io mi accorgo di stare in questa città meno dal materiale, che dalle opinioni. Quanti ho veduti, tanti m'han dimandato i dettagli dell'<emph>aggiornamento</emph>, vale a dire della soppressione del Direttorio Cisalpino; del che, tranne i pochi non pazzi, nessuno dubita. Tu vedi bene che per reggere a queste impertinenze bisogna essere foderato di pazienza. Io ne ho avuta sì poca, che non ho rispettato neppure il bel sesso. Origine di sì strano delirio dicesi la partenza di Zacchiroli per Milano; ho chiesto qual rapporto abbia Zacchiroli col Direttorio, nessuno mel sa dire; ma non per questo la sua partenza ha cagionata la morte del Direttorio e cent'altre ribalde pazzie.</p>
<p>La causa dei patriotti detenuti è al suo termine. Ho parlato ieri con Gambari difensore, in casa Cicognari, e mi ha detto quanto basta per concludere che tutto il processo è una bricconeria patibolaria. La difesa è stampata già per metà.</p>
<p>Scelleratezza anche maggiore è stato l'arresto seguito l'altro ieri per ordine del Tribunal Criminale nella persona d'uno stampatore, perché in non so qual foglio aveva letto male d'un altro, senza però nominarlo, e il bello si è che nel mandato d'arresto si citava una legge d'un cardinale Serbelloni e una bolla d'un certo S. Pio Quinto.</p>
<p>In mezzo a tante furfanterie Bologna ha una buona e determinata Guardia Civica, e Marescalchi mi si mostra buon patriotta. Ti prego di crederlo e di sperimentarlo. Ho esaminato il fondo de' suoi dissapori con Caprara, e per quanto può andar oltre il mio corto intendimento, parmi di poter decidere che il torto è più del secondo che del primo.</p>
<p>Del resto Bologna è cancrenata ancora dallo spirito malefico del <foreign lang="lat">quondam</foreign> suo Comitato centrale, la cui semenza non è distrutta. La superstizione è sempre la stessa, sempre campane, sempre processioni, sempre novene, e il malanno che li colga. L'Arcivescovo, per sedurre se non altro gli occhi, fa travagliare i torchi Bodoniani per la stampa delle sue sante impertinenze, ed una te ne mando perché te ne forbisca.</p>
<p>Cicognara ti saluta assai, e da esso, se ti scrive, sentirai forse altre coserelle <foreign lang="lat">eiusdem furfuris</foreign>.</p>
<p>Ti prego di far riscuotere le mie lettere dal portiere, e di dire a Sertori che me le diriga in Romagna.</p>
<p>Ad Alessandri, di cui desidero buone nuove, mille saluti e rispetti. — Non perdere il tuo tempo che è prezioso, a rispondermi minutamente, ma scrivimi soltanto quello che può consolarmi e istruirmi. Salutami anche Paradisi, a cui non so se avrò tempo di scrivere questa sera.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>540</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 17 Brumale <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dopo di aver consegnata al cittadino Caprara altra mia per te, mi giunge lettera del mio collega che m'invita a portarmi subito a Cento per <quote>concertar meco</quote>, dic'egli, <quote>alcune misure importanti prima d'incominciare la nostra missione</quote>. Io andrò dunque a raggiungerlo subito, ed in seguito sarai ragguagliato del nostro operato.</p>
<p>Ti scrivo tra le scene del teatro patriottico, ove sto a dar coraggio a mia moglie, divenuta americana, e moglie d'un briccone spagnuolo.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>541</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 24 Annebbiatore, A. 6 Repub..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La mancanza totale di tue lettere non posso ripeterla che dall'averle dirette a Forlì sulla supposizione che noi siamo colà. E veramente così doveva essere, ma il Dipartimento dell'Alta Padusa ha fatto perdere più giorni al mio collega, e se v'è colpa nella nostra lentezza, tu capirai bene che non è mia. Mia non è che la noia e il dolore di non far niente, e l'amarezza che mi cagiona la privazione delle tue nuove e degli amici. Una parte di questi disgusti cesserà finalmente col partire dimattina da Bologna per l'Emilia. Ci fermeremo a Imola per levare, se sarà caso urgente, il canchero che la consuma, voglio dire la Municipalità, per rimpiazzar la quale Annichini, con cui abbiamo tenuto congresso tutto ieri, appena ha potuto somministrarci un numero sufficiente di patrioti. Contuttociò ci riserbiamo di risolverci sulla faccia del luogo, e conoscendo di non esporre, ritardando, la sicurezza pubblica, ne manderemo al Direttorio la nota.</p>
<p>In quanto all'affare delle tasse arretrate spettanti all'Assunteria delle Acque, mi riporto alla lettera officiale che inoltriamo al Direttorio.</p>
<p>Non istò a romperti per ora il capo con minute notizie su i disordini che ho qui osservati, perché ti suppongo troppo occupato, e non ti scriverei neppure se nol credessi un dovere.</p>
<p>Ti prego de' miei saluti e rispetti ad Alessandri, e ricordati di amarmi, perché io ti amo moltissimo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>542</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 24 Annebbiatore <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Strocchi.</p>
<p>Per colpa non mia io sono ancora in Bologna, e non partiremo che dimattina di buon'ora per la Romagna, a cui ho diretto il mio cuore.</p>
<p>Ho scritto già a Conti, e so i suoi sentimenti rapporto a me. Spiacemi che la nomina del Corpo Legislativo, allontanandolo da Faenza, mi priva della sua assistenza. Tuttavolta spero che prima di partire mi lascerà erede del suo mantello, come fece Elia con Eliseo.</p>
<p>Mi duole di non vederti compreso nel Corpo Legislativo, e di vedervi invece assai altri che non lo meritano. Tuttavolta parmi che la maggioranza sia patriottica.</p>
<p>Ho ricevuto la tua lettera, che Conti mi ha respinta da Faenza. Scrivimi che pensi di fare, e qual destino ti aspetti, e che si pensa di me, e se ho conservati in Milano gli amici che vi ho lasciati.</p>
<p>Saluti a Bragadi e a te un abbraccio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>543</head>
<opener><salute>All'AMMINISTRAZIONE CENTRALE DELL'EMILIA — Forlì in nome della Repubblica Cisalpina.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 26 Annebbiatore, A. VI Rep..</date></opener>
<p>Cittadini Amministratori.</p>
<p>Ci vien fatto credere che nell'Emilia si prosiegua tuttora la vendita de' Beni nazionali. Nel caso che ciò fosse vero, in virtù delle istruzioni avute dal Direttorio per l'organizzazione dell'Emilia, v'ingiungiamo, Cittadini amministratori, di sospendere qualunque vendita di detti Beni, desiderando di essere presto nel vostro seno per presentarvi i nostri poteri e darvi l'amplesso repubblicano.</p>
<p>Ci giustificherete intanto la ricevuta della presente.</p>
<closer>Salute e fratellanza. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed> <signed>DELLA PORTA, <hi rend="italic">segretario</hi></signed>.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>544</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 27 Annebbiatore, A. VI Rep..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>L'esibitore della presente sarà il cittadino Alberghetti Legislatore. Nei pochi momenti che ho avuto il bene di conversare con esso ho conosciuto in lui un onesto, fervido e deciso repubblicano. Egli è fornito di assai talento, e farà sicuramente il bene della patria. Son dunque certo che troverà in te pure un amico. Io te lo presento adunque con sicurezza e fiducia.</p>
<closer>Amami e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>545</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 27 Annebbiatore, A. 6 Repub..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Noi abbiamo riparato in due giorni il ritardo della nostra venuta in Emilia, non tanto per quello che si è fatto, quanto per la preparazione delle materie che verremo sviluppando. Noi travagliamo con alacrità, con impegno, con armonia. La fatica ci è dolce, il numero degli oggetti non ci sconcerta, che anzi ci rallegra perché siamo desiderosi di fare a questa provincia tutto il bene di cui ha bisogno; abbiamo ricusato le pressanti offerte della Municipalità per il pranzo e la cena, perché ci preme di conservar serena la testa, viviamo da democratici di stampa antica, e in tutto il giorno d'oggi fino alle dodici della notte in cui scrivo, non ci siamo rimossi dal tavolino che per visitare una miserabile detenuta da sette mesi con due catene ai piedi, la quale ha reclamato la nostra compassione e giustizia. Dimattina verificheremo le querele che la medesima ci ha esposte, e in seguito riferiremo. Dalle carte che ci sono state già presentate, dai rapporti segreti che ci sono venuti, dalle indagini nostre particolari rilevasi che tutto questo abolito Dipartimento è una cancrena universale; ma i sintomi non sono mortali, e il male non è che lavoro dei medici sovranamente cattivi.</p>
<p>Col più vivo dolore dell'animo mio io debbo contare fra questi il fu mio amico Giovannardi. Tu sai quanto mi lodava un tempo del suo patriottismo, tu sai che sono stato il primo a raccomandartelo e ad eccitare verso di esso i tuoi beneficj. Giovannardi non è più quello. Il tocco degli onori e della fortuna lo ha contaminato, la carica gli ha portata la vertigine della superbia nel cervello, ed egli è divenuto l'essere più orgoglioso e più pazzo che mente umana possa mai concepire. Forse la prima sua massima non è cangiata, ma egli non la conserva che per orgoglio. Mi troverei imbrogliato se dovessi farti l'Iliade delle superbe sue stravaganze, ma direi certamente più di quello che accenno, se non v'entrassero di mezzo gli oltraggi nostri personali. Dal rapporto separato che inoltriamo al Direttorio su questo punto, dagli attestati che l'accompagnano, dalle lettere assai moderate che scrive Oliva particolarmente a tutti i Direttori e da quella che tu riceverai d'Annichini rileverai più ancora che non avrei voluto i delirj di questo insensato ed ingrato. Dico ingrato, perché pretendo d'aver acquistati dei diritti alla sua riconoscenza dopo avertelo tanto lodato e raccomandato. Ma quale riconoscenza? Egli ha avuta la viltà nel torrente delle sue contumelie, l'atroce viltà di rinfacciarmi le mie colpe romane (per la Cantica Bassvilliana), egli che più d'ogni altro è stato testimonio in Roma delle lagrimevoli mie circostanze. Mi ha detto insomma con esultanza ch'io ne sono stato giustamente punito. Qual risposta credi tu ch'io abbia fatta a questa crudele villania? Nessuna, affatto nessuna. Avvezzo a bevere da molto tempo questo calice d'amarezza, ho avuta la virtù di tacere. Ma. il mio silenzio avea messo il furore nell'animo del cittadino Della Porta, e poco è mancato che non ne segua un tristo effetto.</p>
<p>Mi domanderai la ragione di questi sdegni ed insulti per la Parte di Giovannardi. La ragione è un altro delitto per conto suo. Appena arrivati, si stava al camino circondati da pochi ma buoni patriotti, che esultavano della nostra venuta. Si parlava dei mali di questo paese, se ne faceva cadere principalmente, la colpa sulla condotta di Giovannardi, io sentiva gettarsi dei sospetti sulla virtù medesima di Costabili col quale questa vescica politica si vanta in un continuo carteggio, di Costabili, da cui ripete tutta la norma del suo procedere, di Costabili, di cui chiamasi l'occhio dritto, di Costabili, insomma, il più puro dei repubblicani e mio amico. Io mi studiava di disnebbiare questi sospetti, quando comparve Giovannardi in un'aria d'orgoglio, che non puoi concepire. Ti dimando se coll'anima piena di cordoglio per le cose sentite era possibile il ricevere quest'uomo col trasporto dell'antica amicizia in presenza de' suoi accusatori? Fui nulladimeno così padrone di me medesimo, che gli stesi la mano, e gli dissi con volto ridente: Addio, Cittadino Commissario; come state? Il non averlo abbracciato e baciato fu per quell'anima orgogliosa l'offesa, di cui ha procurato di far dopo la più villana vendetta. Io non voglio abbassarmi a proseguire ulteriormente l'odiosa pittura de' suoi delitti. Mi pento solo d'avergli quella sera medesima dato a teatro un contrassegno di non estinta amicizia, dico la sera antecedente alla lettera contumeliosa scritta ad Oliva. Io gli dimandai con tutta la dolcezza dell'amicizia se era un pezzo che non aveva avute lettere da te. Ogni ordinario, mi rispose egli con tuono della più stomacosa alterigia, e mi voltò le spalle con disprezzo. La mattina seguente scoppiò la sua vendetta, che tale egli stesso la chiama, e scoppiò nel momento che c'incamminavamo alle Autorità costituite con animo preciso d'invitare lui stesso ad assisterci nelle nostre fatiche, e prenderne parte per il bene comune.</p>
<p>Ma io sono stanco di addolorarti, e lascio questo poco spazio che avanza della mia lettera al cittadino Oliva, che vuole aggiungere un P. S..</p>
<p>Io ti abbraccio col cuore, che è tutto tuo.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline></opener>
<p>Io vi raccomando caldamente i rapporti che facciamo al Direttorio e specialmente quello sull'indegna Municipalità d'Imola, che dev'essere cangiata immediatamente. Ho conosciuto Giovannardi, il conoscerlo e l'esserne insultato fu la cosa istessa. Fra me e Monti regna la migliore armonia, ed io sono interamente persuaso della verità di quanto mi scriveste, tanto vero che le cose vedute da vicino sono ben diverse che vedute da lontano. Appoggiate colla vostra energia le nostre mozioni: esse sono dirette al bene, e voi amate la Repubblica troppo, per trascurare le misure che possono consolidarla. Imola è una cancrena puzzolente, ma senza ferro e fuoco può risanarsi: basta cambiare i chirurghi.</p>
<closer>Addio, mio caro Direttore. Salute ed amicizia. <signed>OLIVA</signed>.</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>546</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Imola</add>, 30 Annebbiatore, A. VI Repubblicano.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Il mio consiglio è quello di rinunziar a tutto fuorché al titolo prezioso di cittadino. Diversamente vi troverete sempre esposto alle censure di chiunque ami la sua patria. Scrivete dunque a Piranesi che, dietro i doveri di buon cittadino e gl'inviti delle Autorità costituite, vi trovate costretto a pregarlo di ritirare la patente di Svezia.</p>
<p>Quanto a vostra cognata, s'ella vi avesse veduto sarebbe stata la prima a salutarvi.</p>
<p>All'Arciprete risponderò in persona, se vengo in Fusignano. Sono per altro accaduti cangiamenti tali in Milano, che tanto io che il mio compagno siamo costretti a pregare il Direttorio, come faremo colle lettere di dimani, di lasciarci tornare a Milano, e sostituirci altri cittadini, che siano meno occupati. Se il Direttorio non seconderà la nostra preghiera, saremo costretti a obbedire, e allora ci vedremo. Prima però di partire desidero di dilucidare le note vendite dei beni nazionali. Perciò vi prego di mandarmi tutti i documenti, che v'ho richiesti.</p>
<closer>Salutate D. Cesare e la madre. Sono in fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>547</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 1 Frimale, Anno 6 Repub..</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Sono impaziente di dirti che Giovannardi ha conosciuto il suo errore, che si è portato da noi condotto dal dolore e dal pentimento, che la sua visita è stata pubblica, che noi l'abbiamo abbracciato e ch'egli è nostro amico. Circa il congresso da noi tenuto con esso relativamente agli ordini ricevuti dal Ministro dell'Interno per l'istallazione delle amministrazioni e municipalità centrali, e la collisione che quest'ordine ha portato fra le sue e le nostre istruzioni col total sagrificio della nostra convenienza, io mi riporto alla lettera che scriviamo al Direttorio. Per l'amore della giustizia, per l'onore della nostra rappresentanza caduta in dispregio presso tutta l'Emilia per la privazione dei poteri che ci erano stati accordati e che senza demerito ci sono stati sospesi, noi ti preghiamo di far riflettere al Direttorio le amare conseguenze di questi fatti. Noi siamo disanimati, e bisogna ben esserlo se non si rinunzia all'onore. Non ti parlo della costernazione che ha portato nell'Emilia l'elezione dei soggetti, perché amo che tu l'intenda da altri piuttosto che da noi. Se l'Amministrazione del Lamone è cattiva, quella del Bubicone è pessima. Annichini per verun modo vuole accettare il suo posto; in Faenza si è cominciata una numerosa sottoscrizione di patriotti reclamanti contro la nomina del povero Giovannardi in commissario di quel Dipartimento. Di Rimini non si sa nulla, né chi sia stato incaricato dell'istallazione di quelle autorità; le nostre operazioni che erano ben incamminate ed abbracciavano oggetti della massima importanza specie per l'economico, sono rimaste interrotte; memorie, ricorsi, perizie e documenti di ogni fatta ingombrano inutilmente la nostra stanza, e noi, non sapendo le intenzioni del Direttorio, che ci lascia interamente all'oscuro, non sappiamo né che fare, né che risolvere. Al contrario l'Emilia ha delle piaghe che fanno paura tanto nell'economico che nel politico, e se il Governo non prende delle misure efficaci, e non le affida a commissari risoluti, puri ed energici, l'Emilia resterà inferma e miserabile per molto tempo. Credi a quello che ti dico, e credi insieme che quanto sono insensibile al torto fattomi da Bonaparte, altrettanto sono addolorato del danno che ha sofferto, che soffre e soffrirà per molto tempo l'interesse del popolo e della Repubblica.</p>
<closer>Ti abbraccio e ti prego di conservarmi la tua cara amicizia. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline></opener>
<p>Mio caro Containi,</p>
<p>Mi è impossibile restare nell'Emilia dopo sì aperto sagrifizio della mia riputazione. Cos'ho fatto al Direttorio per trattarmi così? L'accusa datami dall'Amministrazione del Reno un mese fa era falsa, io l'ho dimostrato all'evidenza, ma almeno l'affare era tra me, il Direttorio e il Ministro di finanza: oggi la cosa è pubblica per tutta la Romagna, e una Commissione attesa con tanta impazienza, preparata con tanta cura, va a risolversi ad una sospensione delle scuole teologiche in Imola e in un ritorno a Milano con una macchia che mi disonora come se fossi colpevole. Comunque sia, io amo meglio ritornare. Mio caro Amico, io vi scongiuro di ottenermi il richiamo: mandatemi tra gli Ottentoti. Voi sapete se la patria mi è cara, ma toglietemi subito da questi paesi.</p>
<closer>Addio, mio caro amico. <date>Imola, 1 Frimale, an. VI .</date> Il vostro <signed>OLIVA</signed>.</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>548</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 2 Frimaire <add resp="ed">22 Novembre 1797</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Aggiungo due righe a parte a quanto scriviamo al Direttorio. Abbi una prova del disprezzo in cui il dispaccio spedito a Giovannardi ha fatto cadere la nostra commissione, e il trionfo dei nemici della Repubblica nella visita solenne fatta a Giovannardi da tutte le Corporazioni religiose, cominciando dal Vescovo e dal suo Capitolo. La Municipalità poi, che è tutta cancrena, ne ha esultato, e dopo quel fatto non si prende verun pensiero di rispondere alle nostre dimande. Intendiamo da Annichini in questo momento esser venuto ordine al Tribunale del Dipartimento dal Tribunale di Cassazione di chiedere conto alla fu Amministrazione centrale dell'Emilia di tutte le vendite fatte dei beni nazionali. Anche quest'ordine compromette la nostra convenienza, non avendone noi ricevuto verun avviso. In somma, il patriottismo è conculcato, e se prosegue di questo passo, il Direttorio avrà a dolersi assai delle conseguenze. La nostra venuta e la nostra condotta, che osiamo chiamar savia per tutti i riguardi, aveva ravvivate in un momento le speranze di tutta l'Emilia. Una sola lettera del Ministro dell'Interno ha rovesciata questa bell'opera.</p>
<p>Siamo stati a Faenza, invitati dal popolo ad una festa repubblicana; abbiam pranzato co' poveri al fianco, abbiam parlato a questa miglior parte del popolo, e le nostre parole han destato l'entusiasmo della libertà in tutti i cuori. I nostri discorsi si stampano per pubblica dimanda, e nel venturo ordinario li avrai.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>549</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Imola</add>, <add resp="ed">Novembre 1797</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Dai non pochi rapporti che finora abbiamo mandati al Direttorio, ad onta degli impedimenti che hanno attraversate le nostre operazioni, tu vedrai che non stiamo oziosi. Subito che il Direttorio avrà reintegrati i nostri Poteri pregiudicati dalla lettera del Ministro dell'Interno, lo che attendiamo con impazienza, tu vedrai che saprem fare in beneficio della nazione.</p>
<p>Ti raccomando le pensioni degli ex—frati, il ritardo delle quali trattiene un gran numero di Regolari dal deporre quest'abito d'impostura. Ecco tanti patriotti di meno.</p>
<p>Ti raccomando ancora di prendere delle subite misure circa il mercimonio dei parrochi sui battesimi, sulle sepo1ture e sui matrimoni. Il povero, sollevato da questo peso, benedirà la Repubblica.</p>
<p>Avevamo proposto amichevolmente a Giovannardi di consegnarci la sua segreteria per farne il deposito nelle mani del suo successore, e così liberare lui stesso da un imbarazzo, di cui si mostra annoiato. Egli ha voluto scriverne al Direttorio; così la sua venuta in Milano sarà più tarda degli altri.</p>
<p>È inutile che mi ripeta di andar d'accordo con Oliva. Noi ci amiamo, e la nostra amicizia sembra essere stata preparata da molti anni. Io gli debbo oltre l'amicizia anche la gratitudine, poiché ha preso le mie difese contro Poggi, a cui ha scritta una lunga lettera, che onora il suo carattere e i suoi talenti. Tu la vedrai stampata nell'<title>Estensor Cisalpino</title>, perché tale è l'invito d'Oliva a Poggi. Ti prego di dar recapito alle accluse per Parigi.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline></opener>
<p>P .S. Io vi saluto col trasporto de' patriotti, e vi invito a reintegrare il mio onore e a richiamarmi.</p>
<closer><signed>OLIVA</signed>.</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>550</head>
<opener><salute>Alla MUNICIPALITÀ di MASSA LOMBARDA.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, a dì 10 Frimaire, A. VI Repub..</date></opener>
<p>Cittadini.</p>
<p>Vi si fa noto che la Municipalità di Conselice, mancante della popolazione richiesta dall'articolo 178 della Costituzione, resta soppressa.</p>
<p>In sequela di tal sospensione si è nominato colà l'Agente municipale nella persona del cittadino Rodolfo Vacchi.</p>
<p>Vi si notifica nel medesimo tempo d'aver interdette a quel Parroco le funzioni di Giudice di pace, non permettendo le leggi della Repubblica l'esercizio delle cariche civili nei cittadini addetti al culto e obbligati a residenza. Il suo successore sarà il cittadino Domenico Timisani.</p>
<p>Finalmente abbiamo il contento di significarvi d'aver incorporata quella Comune alla Municipalità di Massa Lombarda. A questo effetto sceglierete nel vostro seno due deputati e li spedirete a Conselice colle lettere che vi accludiamo, onde prenderne il formale possesso, ritirandone le carte opportune e ricevendo i conti della scaduta Municipalità.</p>
<p>Cittadini, questo beneficio che per nostro mezzo vi fa la Repubblica, ecciti la vostra riconoscenza ed aggiunga stimoli al vostro zelo per amarla e servirla. Rendete consapevole il popolo delle nostre disposizioni, ed egli conosca nelle medesime la premura del Direttorio onde renderlo più contento e felice.</p>
<closer>Salute e fratellanza. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>MONTI</signed> <signed>DELLA PORTA <hi rend="italic">segr.o</hi></signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>551</head>
<opener><salute>Alla MUNICIPALITÀ di IMOLA.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Imola, 11 Frimale, A. VI.</date></opener>
<p>Cittadini!</p>
<p>Vi trasmettiamo in deposito un sacchetto di denaro, munito del nostro sigillo, e vi preghiamo d'inoltrarcene la ricevuta. Vi faremo in seguito conoscere le nostre disposizioni su questa somma.</p>
<p>Nel separarci da voi non già col cuore ma soltanto colla persona Noi vi raccomandiamo il Popolo e la Repubblica.</p>
<p>Siate giusti, perché la giustizia è la base di tutti i Governi. Siate buoni ed umani, perché la bontà incatena i cuori. Siate soprattutto sensibili ai gemiti degl'infelici, asciugate le lagrime del povero, ascoltate con pazienza, le sue querele. La miseria qualche volta importuna, ma pensate che le sofferenze del misero sono più grandi assai delle vostre. Servite insomma, con diligenza, con amore, con zelo la vostra patria, questa patria che custodisce il sacro deposito delle vostre leggi, che protegge le vostre sostanze, che assicura gli oggetti più cari dell'amor vostro, questa patria, in una parola, senza la quale non potrete mai essere né liberi, né cittadini. La vostra felicità è inseparabile dalla sua, e voi vegliate alla propria vegliando alla sua difesa.</p>
<p>Finalmente siate concordi nell'esercizio delle vostre funzioni, perché nulla si fa bene senza armonia. E se mai per umana, debolezza si elevasse tra voi talvolta qualche disparere, qualche disgusto, il più generoso sia quello, che per primo cerca il bacio del suo fratello.</p>
<closer>Salute e fratellanza. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed>
<signed>DELLA PORTA <hi rend="italic">Segr.o</hi></signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>552</head>
<opener><salute>Al MINISTRO DEGLI AFFARI INTERNI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, 17 Frimale, A. VI.</date></opener>
<p>Sono già state da noi organizzate costituzionalmente le due amministrazioni centrali del Lamone e del Rubicone. È però fino da ieri cessata ogni Autorità della Provvisoria Amministrazione Centrale dell'Emilia, che ha avuto residenza in questa città.</p>
<p>Ne troverete unito il proclama.</p>
<p>Ve ne partecipiamo, Cittadino Ministro, la notizia a Vostro governo per i dispacci,</p>
<closer>e vi auguriamo salute e fratellanza. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>553</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, 19 Frimale <add resp="ed">1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti scrivo col polso tremante di febbre, che mi ha travagliato tutto ieri e tutta questa notte. Il cittadino Salvi già frate, ed ora buon militare, e il cittadino Cappi Capo Battaglione Cisalpino saranno i renditori della presente. La repubblicana loro condotta, della quale tutti fan fede, mi pone in dovere di raccomandarteli. Sono due bravi cittadini. Dalla loro viva voce potrai intendere quale è il nostro contegno nell'Emilia, e quali i travagli, e quale il cangiamento che andiam portando in questi cancrenati e disgustati Dipartimenti.</p>
<p>Quando vedrai Testi, fa con esso le mie scuse, se non gli scrivo, e raccomandami alla sua amicizia.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutami ancora Alessandri, Paradisi e tutti gli amici.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>554</head>
<opener><salute>Al DIRETTORIO ESECUTIVO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, li 20 Frimale, Anno VI Repubblicano.</date></opener>
<p>Cittadini Direttori.</p>
<p>La soppressione dell'Amministrazione sovrana che governava l'Emilia ha già chiamate sopra di voi, Cittadini Direttori, le benedizioni di questi due Dipartimenti.</p>
<p>Quando Bonaparte creò questo Governo Amministrativo, disse agl'individui da lui nominati: «Voi siete il papa di questa provincia»; e gli Amministratori, attenendosi allo stretto significato della parola, l'hanno papalmente governata. In ciò solo si sono allontanati dallo spirito del despotismo romano, che invece di proteggere i preti, l'Amministrazione li ha dappertutto avviliti e compressi. Questo è un beneficio della più alta importanza, che merita la gratitudine della Repubblica, e che noi accenniamo con compiacenza.</p>
<p>Nel resto sembra che l'entusiasmo repubblicano abbia sempre eccitata la lor gelosia, non che le loro paure. Quindi invece di fomentarlo l'hanno represso, ed è colpa loro se in questi Dipartimenti era pressoché sconosciuto e abolito il prezioso titolo di cittadino.</p>
<p>Abbiamo interrogati tutti questi abitanti sul carattere e sulla rispettiva condotta dei singoli Amministratori. Il cittadino Orioli ha ottenuto il voto di tutti, e la censura non ardisce per veruna parte attaccarlo. Anche il cittadino Martinelli possiede l'amore e la stima della provincia. La sua democrazia non pare della natura più limpida, ma le sue dolci maniere e un fondo d'onestà non comune gli acquistano il rispetto dei medesimi patriotti.</p>
<p>Dei cittadini Guiccioli, Colombani e Masini voi formerete, Cittadini Direttori, il giudizio per voi medesimi, quando Noi <foreign lang="lat">sine ira et studio</foreign> vi faremo il rapporto sopra le rendite. Voi vi troverete dei grandi motivi di scandalo e meraviglia.</p>
<p>Il cittadino Galeppini ultimo eletto, è riputato per massima repubblicano, ma i duri e superbi suoi modi in tre soli mesi d'amministrazione gli hanno concitato contro assai censori e nemici.</p>
<p>I cittadini Belmonti e Felici vi sono cogniti personalmente, e ciò dispensa dal farne parola.</p>
<closer>Salute e rispetto. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>555</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, 10 Dicembre 1797.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Sono state ripristinate le vendite dell'Emilia per abilitare la Repubblica a tutti i pagamenti, che restano a carico dei due Dipartimenti Lamone e Rubicone. Per la necessità d'incassare tutto il contante possibile, si è dovuto venire nella risoluzione di preferire per ora le schede tuttora esistenti a debito della Nazione, e preferire quei compratori, che nell'atto della compra sborseranno una qualche somma in contante, obbligando il resto a respiro. Le notiticazioni che dimani pubblicheremo per tutta l'Emilia, serviranno di norma a chi voglia concorrere a questi acquisti. Perché poi gli acquirenti a contante siano eccitati a questi contratti, le vendite si faranno non per incanto, ma in camera, stando alle perizie da combinarsi <foreign lang="lat">hinc inde</foreign> pacificamente. Ma perché vi scrivo io queste cose? Ecco il motivo.</p>
<p>Mi dicono questi ministri, che la tenuta dell'ex—abazia di S. Vitale, denominata la Mariana, non sia stata ancora alienata. Amerei dunque che ne concorreste alla compra. Fate società con qualcuno, trovate il modo di far lo sborso immediato di tre o quattro mila scudi, e di più se potete, e il resto si combinerà facilmente. Vi scrivo questo con intelligenza del mio stesso collega, ma risolvete presto, se vi piace l'invito. Diversamente vi toccherà la sorte di chi tardi arriva.</p>
<closer>Salutate la madre, e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La risposta dirigetela a Cesena.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>556</head>
<opener><salute><foreign lang="fre">Au GÉNÉRAL</foreign> VIGNOLLE <foreign lang="fre">Ministre de la Guerre</foreign> <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, li 23 Frimaire, Anno VI Repubblicano.</date></opener>
<p lang="fre">Par les dernières lettres que l'administration supprimée de l'Emilie a reçu de vous, Citoyen Ministre, nous avons été instruits que les troupes de la Romagne sons le plus brief delai devaient quitter ces Départements et délivrer d'un excés de dépense un pays qui n'est que trop epuisé, d'autant plus que le soldat étant denué de tout devient une charge desormais insupportable. Dans l'espoir que vos ordres là dessus fussent déjà parvenus an Lieutenant Général Dabrowski, nous lui avons écrit pour en réclamer l'éxécution, mais il vient de nous répondre, comme vous verrez par la copie ci—jointe, qu'il n'a reçu aucun renseignement, et que la faute d'instruction après la prise de S. Leo, il a été obligé de partager les troupes dans les deux Départements. C'est avec regret que nous vous représentons que cet inconvenient déconcerte toutes les mesures qui nous ont été prescrites pour l'organisation des finances de cette province, que le pays nous faits des réclamations continuelles et que nous avons été obligé d'écrire aussi au Directoire. Nous nous flattons, Citoyen Ministre, que vos ordres pour l'évacuation seront positifs, si le secret de l'État ne les defend pas, et que vous serez sensible aux plaintes reiterées d'un peuple entier aux quels nous joignons les nÃ´tres.</p>
<closer lang="fre">Salut et fraternité. <signed>L. Oliva</signed> <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>557</head>
<opener><salute>Alla GIUNTA CIVILE del Lamone e Rubicone.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, 23 Frimale, A. VI Repub..</date></opener>
<p>I doveri della nostra Commissione ci allontanano dal vostro seno. Non debbe però la nostra lontananza lasciar incerti i cittadini sull'amministrazione della giustizia. Finché dunque giungano da Milano ordini superiori sulla sistemazione dei tribunali, voi continuerete l'esecuzione delle vostre cariche rispettive, e affinché non abbiate a dolervi che rimanga compromessa la responsabilità delle vostre operazioni, vi facciamo consapevoli d'avervi destinati due sorveglianti, che provvisoriamente adempiranno le veci di commissari sui tribunali. Sono questi li cittadini Tommaso Galeppini e dott. Giulio Maltoni, ai quali riferirete giornalmente come alla soppressa amministrazione e a noi stessi tutti gli oggetti di vostra pertinenza, e nulla risolverete senza il loro voto. Non dubitiamo che siate per corrispondere con onore e con zelo alla confidenza che proviamo nella vostra probità, come non dovete neppur voi dubitare della nostra gratitudine, che sarà quella della Repubblica.</p>
<closer>Salute e fratellanza. <signed>L. Oliva</signed> <signed>V. Monti</signed> <signed>Della Porta, <hi rend="italic">segretario</hi>.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>558</head>
<opener><salute>Al cittadino <add resp="ed">AURELIO DE GIORGI</add> BERTÒLA — <add resp="ed">Rimini</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">Dicembre 1797</add>.</date></opener>
<p>Nella vostra lettera è dipinta la vostr'anima, che io conosco e che ravviso la stessa quale ho conosciuta ne' tempi che erano sì dolci per la mia vita. — Fra poco io sarò a Rimini, e spero di vivere sotto lo stesso tetto, respirar la stess'aria, e parlare con voi delle nostre sere, della mia giovanezza e dei vostri versi. Monti anela ad abbracciarvi. L'istruzione pubblica sarà l'idea più fitta ne' nostri pensieri, e noi dipenderemo dai vostri consigli, ed io rammenterò coll'interesse del cuore la vostra preghiera.</p>
<closer>Salute ed amicizia. <signed>L. Oliva</signed>.</closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Il tempo corre assai lento dietro il corso del mio desiderio: ma fra pochi giorni gusterò il sommo piacere d'abbracciarti. Preparaci un'accoglienza tutta petrarchesca, perché vogliamo esser platonici e tutto sentimento.</p>
<closer><signed>V. Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="C">
<opener><byline>Pietro Della Porta</byline></opener>
<p>Il cittadino Della Porta che voi avete conosciuto a Pavia, vi saluta di cuore.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>559</head>
<opener><salute><foreign lang="fre">Au Général</foreign> <add resp="ed">JEAN HENRI</add> DABROWSKI <foreign lang="fre">Commandant la Division Cisalpine à</foreign> S. Leo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Césène, 24 Frimaire, A. VI.</date></opener>
<p lang="fre">Nous sommes instruits par des rapports officiels, Citoyen Général, des horreurs que vostre troupe vient de commettre à St. Leo et aux environs de Rimini; notre coeur, Citoyen, en est vivement affecté, et nous allons en instruire le Directoire.</p>
<p lang="fre">Nous voyons avec douleur l'honneur de la République compromis envers un peuple innocent, qui ne nous a fait aucun mal, et qui avait droit d'espérer des soulagemens, étant conquis par des Républicains; le gouvernement n'a jamais cru que conquérir c'était dévaster, dilapider, faire des maleurs. Chargé par le Directoire Exécutif de la tranquillité des peuples de ces Départemens, nous réclamons auprès de vous au nom de la République Cisalpine les principes de la justice et la rigueur que le crime soit poursuivi partout où il se trouve, et que les coupables tombent sous la glaive de la Loi: vous Ãªtes Républicain: vous détestez sans doute ces horribles écarts, vous voulez que le peuple conquis aime la liberté; vengez l'honneur national, et montrez que si la main est parricide, le coeur quelquefois peut étre pur.</p>
<closer lang="fre">Salut et fraternité. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed> <signed>DELLA PORTA</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>560</head>
<opener><salute>Agli abitanti di S. Leo e de' Castelli Circonvicini.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Rimini, 26 Frimale, Anno VI della Libertà.</date></opener>
<p>Il nostro cuore si è aperto ai gridi delle vostre sciagure, e i nostri occhi si sono bagnati di lagrime all'aspetto de' disordini, che hanno portato le armi nelle tranquille ed innocenti vostre abitazioni. No, voi non siete nostri nemici; la Repubblica Cisalpina conquistando la vostra patria ha voluto renderla indipendente: non imputate, o infelici abitatori delle montagne, ai principj del nostro Governo i mali inseparabili dall'irruzione della guerra. Voi siete divenuti figli della Repubblica; la vostra novella madre sente tutte le vostre perdite, e voi sarete indennizzati: i vili che hanno disonorato il nome cisalpino, cadranno sotto la scure della legge: molti di essi sono già nei ferri.</p>
<p>E voi, Pastori del Popolo, voi Ministri del Dio della pace, ispirate nei vostri concittadini l'amore e la confidenza nella Repubblica: noi rispettiamo la religione de' vostri padri, noi non vogliamo che i cuori, e la sola umanità può meritarceli.</p>
<closer><signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed> <signed>P. DELLA PORTA, <hi rend="italic">segretario</hi></signed>.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>561</head>
<opener><salute>Alla Municipalità di Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, li 28 Frimale, Anno VI della Libertà.</date></opener>
<p>Cittadini Municipalisti.</p>
<p>Il cittadino Francesco Brighi non ha negato il carattere delle tre lettere intercettate, ha confessato il suo errore, e trattandosi d'un'offesa personale ha creduto il Commissario Monti compromessa in questo fatto la sua delicatezza se il castigo fosse stato pubblico e clamoroso. Ci siamo perciò contentati di limitarlo ad un arresto in casa per tre giorni, e null'altro.</p>
<p>Vi si ritorna, Cittadini Municipalisti, la nota supplica,</p>
<closer>e con effusione di cuore vi diciamo salute e fratellanza. <signed>L. OLIVA</signed> <signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>562</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Cesena</add>, <add resp="ed">2 Nevoso,</add> Anno VI Repubblicano.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La quaderna per gli Amministratori centrali da rimpiazzarsi l'abbiamo mandata. Per il Commissario di Governo nel Dipartimento del Lamone io propongo di nuovo la mia persona. Io sono fusignanese, mi lusingo di possedere nella Romagna una riputazione superiore ad ogni concorrenza, i Faentini stessi mi desiderano, Milano mi è divenuto odioso, perché meco ingiusto, il dispendio vi è superiore a' miei proventi, e tutto mi fa desiderare un cangiamento d'impiego se è possibile. L'amicizia che ho contratta col commissario Lei farebbe che tutti due d'accordo opereremmo il bene di quel Dipartimento in modo da servire agli altri d'esempio. Oliva stesso, cui ho confidato il mio disegno vi applaudisce, e tu che conosci la mia onestà puoi renderti garante della mia riuscita, sicuro che potresti un giorno lodartene.</p>
<closer>Mi ti raccomando adunque, e t'abbraccio di cuore. Il tuo <signed>MONTI</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline></opener>
<p>P. S. Io stesso credo che la scelta di Monti riescirebbe vantaggiosa al Dipartimento, e renderebbe la tranquillità al nostro comune amico. Io vi assicuro che nella Romagna è amato da tutti, e che le prove della sua più pura onestà e civismo si riproducono giornalmente. Io gli fo questa testimonianza col cuore d'un amico e coll'ingenuità d'un uomo onorato.</p>
<closer>Addio. <signed>OLIVA</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>563</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 3 Nevoso, A. VI.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Suonano le tre dopo la mezza notte, e mi sveglia dal sonno l'aiutante del General Dabrowski con Cerise per annunziarmi la rivoluzione di Pesaro. Egli ne porta a Milano la nuova, ed io profitto di questa occasione per mandarti l'acclusa, che avevo preparata ieri a tempo avanzato.</p>
<p>La rivoluzione di Pesaro merita delle grandi misure per le conseguenze. Il Papa deve temer la perdita di tutto il resto dello Stato a poco a poco, e questo timore deve suggerirgli degli espedienti disperati. Impossibilitato a difendersi, egli sarà più contento di vedersi tolto il triregno dal Re di Napoli, che dai Cisalpini. Pondera bene questa emergenza, e prendi delle savie misure.</p>
<closer><signed>V. MONTI</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Luigi Oliva</byline></opener>
<p>Mio caro Containi.</p>
<p>Fate pagar la truppa, se no commetterà dei disordini: quest'è la replicata istanza di Dabrowski. Se gli affari vanno innanzi, potrebbe darsi che Carolina movesse il letargico suo marito: pensate bene a questa circostanza, che non lascia l'anima tranquilla.</p>
<closer><signed>L. OLIVA</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nel cittadino Cerise abbraccerete un vero e benemerito patriotta. OLIVA</p></ps></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>564</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 4 Nevoso, Anno Sesto Repub..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La dimanda che ti ho fatta non è stata inconsiderata. Ne ho calcolato le conseguenze, ho consultato i miei interessi e il mio cuore, e dopo tutto ho sentito dentro me stesso che la maggiore delle amarezze che me ne possa venire è quella di allontanarmi da te. Se conosci bene la forza dell'amicizia, se punto credi al candore del mio carattere, credi ancora che la sola idea di perderti è quella che mi rattrista. Sono già dieci mesi che, avendo sagrificato alla patria il mio riposo, il mio interesse, la mia fortuna, vado per così dire vagabondo per la Repubblica. Mi sono staccato più volte dal seno d'una moglie che adoro, d'una figlia che amo anche più della moglie, le ho abbandonate per correre ora a Bologna, ora a Venezia, ed ora a Milano a procacciarmi per questi oggetti sì cari una qualunque siasi sussistenza, ho provato che sia il sentimento di marito e di padre, e nondimeno il mio cuore sostiene con più coraggio la lontananza della moglie e dei figli, che dell'amico. Forse questo non è che l'amore della mia propria famiglia, perché considero in te il benefattore della medesima, e certamente è così. Ma qualunque sia l'ordine de' miei sentimenti, presta fede alle mie parole, e pondera le ragioni che vado a dirti per giustificare la mia richiesta.</p>
<p>Il primo dei bisogni in una Repubblica è quello d'aver una patria. Io ne posso contar due presentemente, una di adozione, e l'altra di natura, spuria la prima, e legittima la seconda. Sono Ferrarese per tolleranza, ma Romagnolo per obbligo e per diritto. Apparterrà per l'avvenire al popolo la nomina de' suoi rappresentanti. Debbo io pretendere che Ferrara trascuri i suoi figli legittimi, per beneficare i bastardi? E quali sono i miei meriti presso i Ferraresi, e quali i mezzi per acquistarmeli? E chi di loro sovviensi neppure della mia esistenza? Mi è dunque necessario ricondurmi alla famiglia de' miei veri concittadini, e acquistar dei titoli alla loro benevolenza e gratitudine. La bontà degli amici, e principalmente la tua, mi hanno procurata in Milano una sussistenza; ma tu sai che questa è inferiore a' miei bisogni domestici. Tu sai la carezza dei viveri, e il poco fondamento che posso fare sulla generosità de' miei fratelli, ora specialmente che, vicini a perdere l'affitto della tenuta di Corbalestro, essi perdono il frutto delle mie passate beneficenze. Tu sai finalmente che la sola speranza di essere nominato estensore dei proclami del Direttorio e di accrescere per questo mezzo i miei proventi, tu sai, dico, che questa sola speranza poteva confortare le mie circostanze e fissarle. Non conto più sopra questo destino, perché la mia assenza deve aver deviato questo pensiero del Direttorio, né insisto per conseguirlo, perché non so essere importuno.</p>
<p>A tutte queste ragioni di fatto aggiungi quelle di sentimento. Una vile caterva di furibondi e inumani patriotti mi ha lacerato e infamato senza pietà e senza motivo. Se non fossi padre di famiglia, se non fossi responsabile che a me stesso della mia condotta, avrei impugnata cento volte la penna e mi sarei completamente vendicato. Ma una vendetta quale mi bisognava avrebbe disonorato per un altro verso il mio carattere. Ho già passati i quarant'anni, e questa non è più l'età dei furori e delle letterarie vendette. Forse lo sarebbe ancora, se non fossi padre e marito. Dall'altra parte i miei nemici non sono placati, né v'è speranza di placarli, perché sono immorali. Il patriottismo cisalpino non è ancora né generoso, né virtuoso, né giusto, ed io rimango tuttora esposto alle sue furie perché sono onesto. In somma, non è possibile che Monti viva tranquillo dove un Poggi ed un Gianni hanno usurpata la tariffa delle opinioni repubblicane, dove un Reina mi diffama in voce e in iscritto per un <emph>bifronte</emph>, dove un Valeriani, più d'ogni altro consapevole de' miei principj, mi abbandona allo strazio de' miei nemici, che sono i suoi intimi confidenti, e tu sai se Valeriani abbia diritto di cospirare contro la mia estimazione nel momento medesimo che io mi sono studiato di beneficarlo. In questo stato di cose una delle due mi è necessaria, o disperarmi, o mettermi in istato di redimere tutti gli oltraggi con azioni virtuose, ma pubbliche. Questa è l'unica vendetta a cui aspiro, e tu devi procurarmene il mezzo. La carica di Commissario mi somministrerà in abbondanza le occasioni di servir bene la patria, e riconquistare la mia riputazione. Ove ho potuto manifestarmi ho guadagnata la stima dei più sospettosi, e può bastarti per tutti il voto del mio collega.</p>
<p>Non mi dilungo perché abbondano gli affari, ed ho colto un momento d'avanzo per scriverti la presente.</p>
<closer>Ti abbraccio col cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>565</head>
<opener><salute>Al Cittadino Com<add resp="ed">missario</add> <add resp="ed">GIUSEPPE RANGONI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Dicembre 1797</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Sono stato in moto fino a questo momento (alle 11 e un quarto) senza trovar libero un istante per venire ad abbracciarti. Lo farò dimattina dopo le otto, giacché parto alle nove, e ti dirò in voce ciò che ho veduto, e ciò di che sono stato incaricato.</p>
<p>I miei rispetti intanto a tutta la casa Massari. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>566</head>
<opener><salute>Alla MUNICIPALITÀ di Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ravenna,</add> 16 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Vi rimetto, Cittadini Municipali, le chiavi dell'Archivio di Porto e l'annessa ricevuta vi farà fede che i documenti, de' quali ho voluto il riscontro, sono stati integralmente al loro luogo restituiti; e ve ne ringrazio,</p>
<p>e di cuore vi auguro salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>567</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Oliva e Della Porta saranno i portatori della presente. Abbraccia in essi due anime oneste e repubblicane, che hanno acquistato tutto il diritto alla mia gratitudine ed amicizia. Lascio ad essi il pensiero di significarti i miei sentimenti, e quelli soprattutto della mia stima verso di te, e tocca a me il raccomandarti principalmente Della Porta. Egli ha meritato bene della patria coll'assisterci ed aiutarci a promuovere lo spirito pubblico dovunque siamo passati. Giovalo de' tuoi offici ove se n'offra l'opportuna occasione. Egli ha molti talenti, molta attività, e molto amore per la Repubblica. Non far dunque che resti dimenticato ed ozioso.</p>
<closer>Ti abbraccio, e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>568</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ravenna, li 20 Nevoso, A. VI Repub..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Lascio aperta l'acclusa al Direttorio perché tu legga le mie discolpe e dia loro corso, se così crederai. Non temere per ombra che io sia colpevole di alcuna cosa, e non lasciarti sopraffare dalle calunnie. Se nella nostra commissione v'è stato qualche sbaglio io ne ho meno colpa degli altri, anzi nessuna. Ricordati che m'hai sempre raccomandato di andar d'accordo col mio collega. Io sono stato in tutto subordinato al suo volere, e tante volte… Ma che serve? Oliva è un bravo ed onesto repubblicano, ed io lo amo tanto, che soffrirò volentieri per sua cagione qualunque disgusto. Io sono nelle tue braccia.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Spedisco il rapporto sul contratto di Guiccioli. Vedrai quanto è scellerato, ma non vedrai che una sola delle sue mille scelleratezze.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>569</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ravenna, li 24 Nevoso, Anno VI Repub..</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Parto sul momento per Milano per la ruina di Guiccioli. Egli ci ha attaccati nel Gran Consiglio per frastornare l'esame de' suoi contratti, ed egli è perduto. Il Direttorio e i direttori separatamente mi esortano a far presto. Questo è il momento più bello per un uomo d'onore, ed io nol darei per tutto l'oro del mondo.</p>
<p>Salutate la madre, e sperate bene pel noto nostro interesse. Spero di non tardar molto ad abbracciarvi col fratello.</p>
<p>P. S. Se avete notizie sulle iniquità del Guiccioli e del Fabbri giusdiciente, mandatemele tutte dirigendole con sopraccarta al direttore Costabili Containi. Fabbri è stato il primo nostro nemico. Frutto della sua perfidia è la sua destituzione. Questo è un bene che la provincia deve a me solo.</p>
<p>Il giudice di Cassazione ha circoscritto il possesso del Baronio in favore di Salina e Pisi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>570</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Sono arrivato questa mattina. V'ho subito cercato al Direttorio, ma eravate in sessione. V'ho ricercato altre due volte, e sempre in sessione. Attendo l'ora del pranzo per vedervi, e intanto pranzo io alla locanda di S. Marco. Se mi presento dunque al vostro appartamento, lasciate ordine al cameriere che non mi scacci.</p>
<p>Vi abbraccio e salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>571</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano, Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>State tranquillo sul mio destino, e mandatemi quante notizie potete dell'infame Guiccioli. Egli co' suoi aderenti mi attacca da disperato, ma non temete.</p>
<p>Salute, e notizie.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>572</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Mandatemi la ricevuta di Urbini quando riconsegnaste le carte di Porto, e non abbiate paura. Mi manca questo solo documento, e Guiccioli ha già cominciato a ricevere la sua paga.</p>
<closer>State allegro. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate D. Cesare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>573</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Ho ricevuto tutto e non occorre altro.</p>
<p>V'ingannate nel credere che le accuse di Guiccioli abbiano pregiudicato alla mia riputazione. Tutto il pubblico è convinto della loro insussistenza e della impudenza dell'accusatore. Non v'è nessuno che nol conosca per un perfetto scellerato. Ma in un governo repubblicano non bisogna stupirsi di questi pettegolezzi. All'uomo onesto deve bastare il voto degli onesti. Non è ancora venuto il tempo che io esca in scena contro questo infame, perché ancora non è finita la causa del mio collega, che è il più obbligato a discolparsi, anzi egli solo, perché io non entro per nulla nelle imputazioni che gli sono date, sebbene molte portino ancora la mia firma. Date tempo, e la verità escirà dal pozzo. Per ora bisogna stare al metodo costituzionale. Ciò che mi duole è la citazione del Baronio. Se tenga la vostra protesta, vel sapranno dire i vostri legali. Nel caso che tenga, inviatemi le carte perché dal canto mio affiderò le vostre difese in Milano a capace ed onesta persona. Basta che mi scriviate che debbo fare. Intanto siate tranquillo per conto mio. Oggi è torbido, dimani sarà sereno. Io sono più paziente che non credete, sebbene il più bersagliato. Basta non aver rimorsi, e voi mi conoscete abbastanza per non dubitare del mio carattere.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>574</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Febbraio 1798</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>L'accusa di Guiccioli non è passata, sebbene non per amore verso di Guiccioli, ma per vendette e inimicizie private verso di me ed Oliva, vi fosse un partito accanito per farla passare. Quand'anche poi ciò fosse successo, siate certo che il Consiglio de' Seniori non l'avrebbe mai approvato. Intanto tutto il pubblico guarda Guiccioli con orrore. Ma non è ancor tempo ch'egli mi paghi tutte le offese. Non potete figurarvi quanto costui abbia cercato di rovinare voi e il fratello. Ma siate tranquillo. Egli si è scavata la fossa. Noi tutti siamo onesti, e ciò basta. Ho bensì bisogno di molte cose per i miei disegni, e voi dovete darmi la mano perché si tratta del vostro interesse.</p>
<p>Primieramente io ho bisogno d'un autentico documento che Guiccioli è interessato nella Compagnia Baronio. Se ho questo, non solamente è sciolto il contratto, ma Guiccioli entra in stato d'accusa. Adopratevi dunque e spendete qualunque cosa per averlo. Basterebbe guadagnare il notaro che avrà fatta e convalidata l'apoca privata fra questi ladri. Basterebbe ancora l'attestato di qualcuno de' suoi soci. So che Ghiberti, e me lo disse Erbini, era malcontento di questa società. Potreste indur Lanconelli o altri ad affacciarsi col pretesto di comprare le sue ragioni, e per questo modo trargli di bocca il nome degli associati e scoprir terreno. Basta: in un modo o nell'altro procuratemi questo documento, e lasciatevi servire.</p>
<p>Ho anche un altro modo più facile per mettere subito Guiccioli in stato d'accusa, ed è il poter avere un semplice attestato d'un qualche frate di S. Vitale, che Guiccioli, per ottenere l'enfiteusi e poi l'affitto della nota valle risara, adoprò le minacce, facendo capire che se non acconsentivano avrebbe fatto loro del danno. Il Cellerario Corelli me ne fece in Ravenna la confessione, ma questo non basta: vi vuol documento, e nessuno deve aver più paura di farlo, perché Guiccioli è divenuto l'esecrazione di Milano, e lo sarà presto di tutta la Repubblica.</p>
<p>Bisogna ancora che il fratello Francesco si faccia replicare dall'abate Urbini la ricevuta, nella quale esprima che, quando Francesco entrò nell'archivio di Porto, e Urbini e Castelli furono sempre presenti e testimoni, e che le carte levate per portarle a me furono poscia restituite in tutta la loro integrità. Questa testimonianza si rende necessaria, perché Baronio mi ha data un'accusa su questo punto, pretendendo che mio fratello possa aver trafugato qualche carta che gl'interessava d'avere, quando la cosa è tutta al contrario per la necessità che abbiamo che esistano nell'archivio di Porto i documenti delle ladrerie del Baronio e di Guiccioli. Insomma, dite al fratello che, oltre la ricevuta d'Urbini ed anche di Castelli, se potete, mi faccia un foglio giustificativo della sua condotta su questo punto, perché costoro non si quietano, per impedire che la biscia si volti al ciarlatano.</p>
<p>Procuratemi ancora delle notizie sul testamento Facani, che ha fatto tanto strepito in Lugo, e sopra un certo sicario del Guiccioli alla Pianta, reo di molti omicidi, e poi trovato morto non si sa come. Raccogliete in somma tutto quel che potete e del Guiccioli e del Baronio, e dirigetemi tutto colla soprascritta al direttore Costabili Containi.</p>
<p>Vi manderei una copia della difesa d'Oliva, ma la posta importerebbe molto. Vedete di procurarvene un esemplare a Faenza, ove ne mandiamo parecchie copie.</p>
<p>La mia non è ancora uscita, perché, essendo veramente sanguinosa, metterebbe il campo a rumore prima che tutto fosse finito. Dall'altra parte io voglio dar un colpo sicuro, e aspetto prima i documenti che ho detti. Sul resto non dubitate. Non è però che Guiccioli non abbia pregiudicato molto i miei avanzamenti, perché senza la sua accusa a quest'ora avrei avuto altro destino. Ma non importa. Egli la pagherà tanto più cara.</p>
<p>So il decreto di Morigi in favore del Baronio, ma il suo decreto è nullo. I difensori di Salina e Pisi sono in Milano, e poco alla volta le prepotenze saranno punite. Bisogna aver ragione e coraggio.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono in fretta il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi raccomando quanto v'ho scritto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>575</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 29 Piovoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Alla lettera del passato ordinario aggiungo altre dimande, a cui è necessario che diate sfogo perché io possa mettere Guiccioli per terra.</p>
<p>Riepilogherò le richieste passate, nel caso che si fossero smarrite o trattenute le mie lettere.</p>
<p>V'ho chiesto un duplicato della ricevuta d'Urbini sulla restituzione delle carte all'archivio di Porto fatta da nostro fratello.</p>
<p>V'ho chiesto un documento provante l'associazione di Guiccioli colla compagnia Baronio nel contratto di Porto.</p>
<p>V'ho chiesto una testimonianza del Padre ab. Corelli Cellerario di S. Vitale sul modo violento con cui Guiccioli obbligò l'Abbazia di S. Vitale ad accordargli l'affitto dell'acqua Chiara non potendo aver l'enfiteusi.</p>
<p>Vi chiedo adesso una copia dell'apoca di subaffitto seguita tra il Vicari e il Guiccioli della valle risara. Siccome questo contratto ebbe luogo tra il Vicari e il Guiccioli prima che il Guiccioli fosse ancor padrone della valle, così mi basterà, non potendo aver copia dell'apoca, aver soltanto la data del giorno di questo contratto e saperne le sostanziali condizioni, fra le quali so quella di una anticipazione di quattro mila scudi. Soprattutto, ripeto, che mi è necessario aver la data del contratto per provare col fatto, che egli ha disposto d'un fondo anche prima di esserne possessore, e avvertite che questi documenti siano sottoscritti colla ricognizione del carattere fatta per man di notaro, la qual ricognizione potete farla seguire anche fuori della presenza del testificante, purché troviate persone che ne riconoscano il carattere.</p>
<p>Prendete ancora, come v'ho scritto, cognizione del testamento Facani di Lugo, e trovate qualcuno che attesti d'aver sentito dalla bocca di Cavalli il fatto che voi m'avete scritto circa la tenuta di cui egli era in contratto con Guiccioli.</p>
<p>Il guardiano e sicario di Guiccioli di cui v'ho dimandato conto, e che poi fu ammazzato, si chiamava, se non m'inganno, Borzacca.</p>
<p>Finalmente (e questo importa moltissimo) bisogna che il fratello o voi voliate a Ravenna, e tiriate copia dell'istrumento d'affitto seguito tra il Guiccioli e l'Abbazia di S. Vitale per l'acqua Chiara. Questo istrumento esiste nelle mani del Cellerario, da cui potete farlo copiare. In questa occasione raccogliete dalla sua bocca tutte le circostanze e i discorsi che hanno accompagnato questo infame contratto, e non volendo Corelli rilasciarvene testimonianza per delicatezza, ottenete almeno da esso tutti quei schiarimenti che potrete su questo punto.</p>
<p>In somma non dormite su questi oggetti, e vedrete il contratto di Porto all'aria e Guiccioli rovinato siccome si è meritato. Lo è già a quest'ora nell'opinione di tutti, ma lo sarà mortalmente quando avrò nelle mani i documenti che vi dimando.</p>
<p>Il Ministro di Giustizia ha escluso Baronio dal possesso, e i Bolognesi hanno ottenuto quel che volevamo a tenore della giustizia.</p>
<p>Salutate la madre, fate agire il fratello, se trovasi in Fusignano, dite a Mambelli, se lo vedete, che il Direttorio ha ordinato il pagamento delle due note perizie, e voi vivete tranquillo. Si prepara una gran tempesta, ma non sommergerà che i colpevoli.</p>
<p>P. S. Ricordatevi sempre di fare la direzione di tutto a Containi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>576</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ambasciatore a Vienna per la Repubblica Cisalpina —Bologna.</salute>
<date>Milano, 5 Ventoso, Anno VI Repubblicano.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non ti ho scritto nel passato ordinario, e tu mi devi ben compatire. Era passata quel giorno la legge contro quelli che hanno scritti libri tendenti a ispirare <emph>predilezioni</emph> verso il governo dei re, dei teocrati etc., legge dettata dalla vendetta e dall'impotenza di percotermi in altro modo. Si è calpestata la Costituzione, si mettono fuori di cittadinanza attiva i migliori ingegni della Repubblica, copre d'infamia il Corpo Legislativo, e vien chiamata giustamente <emph>la strage degli innocenti</emph>. Con tuttociò il Direttorio mi ha ordinato di restare al mio posto. Io però son risoluto di andarmene a Roma, e non resterò in Milano che quanto basta per fare in Roma i miei interessi. Io ne scrivo a Teresina, ma in aria di darle una nuova che la consoli, giacché Roma le sta sempre sul cuore; e realmente più ci penso più resto persuaso, che tutto andrà meglio per la mia quiete e per il mio interesse. Ma vedi che sono le repubbliche quando non sono animate dalla virtù, vedi che si può attendere di bene da una massa di furibondi. Questi vantatori di libertà vogliono essi la polvere de' miei piedi?</p>
<p>Ho dato ordine che ti spediscano i fogli del <title>Redattore</title>. Le lettere di Melzi si stanno copiando, e presto saran finite.</p>
<p>Testi ti saluta. Egli mi ha manifestata in questa occasione molta amicizia, egualmente il Direttorio, il quale mi raccomanderà espressamente al Governo romano.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>577</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 10 Ventoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La Cassa Nazionale è senza quattrini, e tu sei pregato di aspettare. Così ti scrive ancora Testi, e ti scrive veramente la verità.</p>
<p>Gli affari di Germania sempre più s'imbrogliano. Prussia freme, l'Impero è costernato, e l'Imperatore è esecrato. Non puoi figurarti che maneggi, che intrighi da tutte le parti. Il porto è ancora lontano.</p>
<p>Qui nessuno si è mai sognato la nuova che tu mi dici sparsa in Bologna della nostra unione alla R. F.. Sarebbe fatale per l'Italia e alla sua totale libertà. Se il Papa è stato cacciato, rotta di collo. Qui però non si dice nulla di questo, anzi si sa che è in Castel S. Angelo. Se lo lasciano portare altrove il germe della superstizione, è peggio.</p>
<p>Passerò da Veladini, e pagherò tutto.</p>
<p>Del nostro Interno desidero che lo sappi da altri.</p>
<p>Il mio affare è quale t'ho scritto nel passato ordinario.</p>
<p>Saluta mia moglie, e dille che sto bene.</p>
<p>Addio, mio buon amico.</p>
<p>P. S. La Corrispondenza di Melzi è copiata in gran parte. Questa ti sarà un tesoro d'istruzione politica per la tua missione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>578</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ravenna, 17 Ventoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Spedisco in questo ordinario il rapporto sul contratto divenuto sì celebre dei fondi detti di Porto. Esso è una faccenda assai lunga, e ch'io stesso ho voluto scriver tutta di proprio pugno perché l'affare non sia tradito, ma trattasi di guadagnare con un sol <add resp="ed">col</add>po cento e più mila scudi, e so fin d'ora che si va formando una nuova compagnia per offerire questo aumento, colla certezza di guadagnarne la compagnia altri cento mila per sé. Ho taciuto nel rapporto molti aneddoti che sempre più manifestano l'indegnità del contratto; ma d'uno solo ti farò cenno, perché capisca se Baronio e Guiccioli han preso grasso il cappone. La tenuta detta di Corbalestro, che mio fratello tiene in affitto, è stata stimata al Baronio circa dodici mila scudi: mio fratello ne ha esibiti venticinque mila, e sono stati ricusati. Egli è sempre pronto a pagarla un tal prezzo, se gli si vuole accordare, rinunziando all'indennizzazione a cui ha diritto di altri sei in sette mila scudi di bonifica. Ciò che è accaduto a mio fratello, è accaduto ad altri compratori per altri appezzamenti. Se il Direttorio, come lo spero, scioglie il contratto, oltre il guadagno che fa la nazione, egli viene a beneficare cent'altre famiglie che faranno a gara per acquistare questi fondi, e si tirerà sopra la benedizione di tutta l'Emilia.</p>
<p>Ho preparati i documenti per l'altro rapporto sul famoso contratto di Guiccioli, ma oggi ho scritto tanto, che non mi regge la mano. Anche questo è un'infamia incredibile, e degna in tutto di Guiccioli. Di questo capitale acquistato per sei mila e cinquecento scudi ho nelle mani un'offerta di 25.000 da presentare al Direttorio; ma mi assicura il Cellerario Corelli, che il negozio può calcolarsi tra i quaranta e i cinquanta mila scudi, e Corelli sa quel che dice perché l'ha amministrato per molti anni egli stesso.</p>
<p>Sto radunando poi da tutte le Comunità dell'Emilia la nota di tutti i beni nazionali tanto venduti, che invenduti, onde il Direttorio conosca in un colpo d'occhio tutte le risorse, che tuttavia sono grandissime, sulle quali può contare in caso di bisogno nella sola Emilia.</p>
<p>Ti ricordo la mia dimanda, e ti abbraccio col cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>579</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 20 Ventoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non t'ho scritto il passato ordinario per sola cagione di mal umore. Scusami. Avrai saputo che i nostri Plenipotenziari a Parigi hanno sottoscritto il Trattato d'Alleanza. Qual Trattato! Io non posso ancora comunicartelo, ma tel figura il più rovinoso. Il Direttorio l'ha ratificato, ma il Gran Consiglio non ha ancora risoluto che debba farsi. Molti sono i partiti. Altri opinano di rigettarlo affatto, altri di mandar due Deputati a Parigi, altri di chiedere l'unione alla Francia, e divenire Dipartimento. Qualunque prevalga, la Cisalpina sarà sempre in perdita. Io ho dati per credere che la meglio sia di sottoscrivere a qualunque costo. Se le speranze dateci dal Direttorio Francese si realizzano, il diavolo non sarà sì brutto. Intanto o annegarci, o adattarsi. Un gran velo copre tutto il sistema politico de' Francesi, e credimi che si preparano grandi eventi. In altro ordinario se potrò ti scriverò più chiaro.</p>
<p>Melzi ti ha chiesto al suo fianco, essendo egli stesso ammalato. Ciò ti potrebbe giovar molto per un noviziato politico. Non so cosa si risolverà su questa dimanda di Melzi non formale, ma privata.</p>
<p>Dell'Interno da altri. Quanto a me, null'altro che malinconia. Consola mia moglie. Esortala a decidersi per Roma, e a far valere colà le sue amicizie. Io non vorrei avvilirmi colle preghiere. Cervoni fu a trovar Teresina in Bologna, e Cervoni può tutto. Dille dunque che scriva, e destramente inducila a dimenticarsi questa volta di un vano riguardo. Una lettera di poche linee può decidere della mia sorte, e se io ho fatto tanto per lei, faccia ella qualche cosa per me. Finalmente ella fa per un marito.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Testi ti saluta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>580</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non parliamo di malinconie. Il regno degli scellerati non sarà eterno, verrà tempo che la Repubblica avrà dei figli più degni di esser liberi, e allora non sarà perseguitato che il vizio. Io mi consolo con questa speranza, e soprattutto col sentimento della mia coscienza. Insegnatemi il segreto di essere onesto, e non essere perseguitato.</p>
<p>A prima occasione manderò le stampe del Veladini. I Redattori ti si mandano come vengono. Anche questi si risentono della confusione del Gran Consiglio.</p>
<p>Il Trattato d'alleanza è stato sottoscritto. Te ne scriverò quando sarà tempo. Il Re di Prussia mostra desiderio d'aver un Residente cisalpino, e di Vienna si attende riscontro che ti dia la mossa pel tuo destino.</p>
<closer>Testi ti saluta ed io ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Questa mattina è stata risoluta la tassa dell'imprestito forzato per gradazione di rendite.</p>
<p>Tutte le corporazioni ecclesiastiche sono soppresse. Abbiamo acquistato Pesaro, acquisteremo presto Mendrisio e Balerna, poi verso ponente estenderemo qualche altro poco le braccia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>581</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 24 Ventoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non vi sarebbe bisogno di perorare la tua causa presso Testi, se vi fosse modo di soddisfarti. Ma per dio le casse son vuote. Appena vi sarà modo sarai contento.</p>
<p>La tua partenza dipende da Radstadt. Io non posso scriverti chiaro gli avvenimenti del Congresso, ma per ciò che risguarda la tua persona tu devi esser tranquillo. La tua missione avrà il suo effetto, e fra poco o tutto sarà rotto, o tutto sarà deciso. Ma non temere. La Francia ha nelle mani il destino d'Europa.</p>
<p>Il carteggio che tu desideri è al suo termine, e sarà per te un vero tesoro di Politica. Le ultime cose poi lo rendono d'una importanza incredibile.</p>
<p>Oggi doveva decidersi nel Gran Consiglio l'accettazione, o il rifiuto del Trattato; non mi sono mosso dal Burò, sono le sette, e ancora non ne so nulla. So solamente che Berthier partendo per Genova ha lasciato lettera nella quale non dà che 45 ore di tempo per risolvere, e dimattina il termine è spirato.</p>
<p>Ho il cuor gravido di cose, e non posso deporne neppur una nel seno dell'amicizia. Perciò compatiscimi.</p>
<p>La acclusa a Teresina. Nell'ordinario scorso ti ho scritto due lettere con altre due accluse per mia moglie. Se le hai recapitate le sarà passata la voglia di venir a Milano.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. In questo punto vengo a sapere che il Gran Consiglio è ancora radunato. Sono dunque nove ore che discutono.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>582</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">15 Marzo 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il Gran Consiglio dopo undici ore di discussione non interrotta ha approvato il Trattato. Il Consiglio dei Seniori dopo un giorno intero e un'intera notte di lotta l'ha rigettato. La conseguenza di questo rifiuto è un Governo militare francese, che già comincia ad essere messo in pratica. Si sono perciò riuniti nuovamente i Consigli, e nuovamente si discute questo grande affare. Sono le due della notte, e ancora non si sa nulla. Gli articoli del Trattato ancora non sono pubblici, perciò non posso mandarteli.</p>
<p>La proposizione di Melzi relativa alla tua persona non ferisce punto la tua convenienza, perché, qualora il Direttorio t'avesse invitato a portarti a Radstadt, ciò sempre sarebbe stato in qualità di Ambasciatore. Ma poiché tu ti mostri poco disposto io devierò queste mozioni.</p>
<p>I patriotti Romani mi hanno chiesto, e il Ministro degli Affari Esteri non potendo scrivere in persona, perché ammalato, mi assicura per mezzo d'Azara, che sono da tutti desiderato, e che sarò convenientemente impiegato. Testi ne ha dispiacere, il Direttorio mi vede sempre con bontà, l'interpretazione da lui data alla legge finora non ha trovato ostacolo. Tuttavolta Milano non è fatto per me, né per chiunque voglia vivere fra patriotti che rispettino le virtù, e le mettano in pratica. Sono dunque fermo nel mio proposito. Teresina mi ha chiesta una minuta per iscrivere a Cervoni. Io non ho tempo di farla perché sono molto occupato in stendere dei rapporti, e l'ora è tarda. Tu sei informato delle mie vicende, conosci le invidie che mi perseguitano, sai che la sola vendetta ha dettata la legge che mi colpisce, sai il modo con che il Direttorio l'ha delusa per giovarmi, devi ancora sapere che il medesimo alle prime aperture colla Repubblica Romana mi raccomanderà direttamente a quel Governo, Testi lo ha già fatto spontaneamente, i Romani mi conoscono tutti, i primi Funzionarj sono miei amici, dunque su questi dati stendi tu due righe per Teresina, aggiungivi quello che la tua amicizia e la verità ti saprà suggerire, e fa che mia moglie scriva senza dilazione la lettera di cui parlo. Essa può giovarmi moltissimo per ottenere un destino sempre migliore.</p>
<p>Testi ti saluta, la cassa è sempre vuota.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se si persiste nel rifiuto, aspettati una purga. Spiacemi che confonderà i buoni coi cattivi, perché per una fatalità inconcepibile l'onesto ha cospirato collo scellerato.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>583</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Bologna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Germinale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Sentirai dalla lettera di Testi il tuo felice destino. In Milano poi ti dirò quello che non occorre dirti per lettera. Sta contento.</p>
<p>Ti accludo una cambiale per mia moglie. Passale per ora trenta scudi solamente, perché tu sai che quanti ne ha tanti ne spende. Quando sarai per partire manda a chiamare Tamburini, e consegnagli il rimanente, acciò egli poi li vada somministrando a Teresina secondo le sue occorrenze. Mi conviene economizzare perché questo mese non si riceve paga. La Cassa della Repubblica è vuota affatto.</p>
<p>Il Trattato finalmente è stato sanzionato anche dal Consiglio dei Seniori. I due proclami, uno del Direttorio, l'altro di Berthier, ti faranno conoscere a un dipresso come è passata questa faccenda.</p>
<p>Non iscrivo a Teresina perché proprio mi manca il tempo, ma salutala, e raccomandale quanto le ho già scritto nel passato ordinario.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>584</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">22 Marzo 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dopo aver impostata altra lettera ti aggiungo la presente in risposta a due carissime tue, che ricevo in questo momento nelle stanze di Paradisi. La posta è sul punto di partire perciò sarò breve.</p>
<p>Perorerò per quanto posso il tuo affare presso Testi, ma assicurati, che la Cassa è arida quanto una selce, dopo specialmente che Berthier ne ha estratti tutti in una volta duecento mila franchi.</p>
<p>Quanto alle nuove, mi riporto all'altra che t'ho scritto quest'oggi.</p>
<p>Ti raccomando d'insistere presso mia moglie perché si risolva a fare quanto ti ho accennato nell'altra.</p>
<p>Prima di partire dal Burò ho ordinato che ti si mandino i <title>Redattori</title>.</p>
<p>Se mia moglie non è tornata, mandale per un espresso la presente, che assai mi preme.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>585</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ambasciatore della Repubblica Cisalpina a Vienna — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Germinale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Dopo l'ultima che t'ho scritto è inutile ch'io ti mandi il carteggio di Melzi. Lo troverai qui pronto al tuo arrivo, e potrai meditarlo per viaggio.</p>
<p>Ho fatto un serio esame sulle mie circostanze, ed ho concluso che mi è necessaria la venuta di Teresina a Milano, qualunque sia la riuscita de' miei passi fatti a Roma. Io non sarò mai così pazzo di lasciar questo impiego senza aver prima assicurato l'equivalente. Intanto qui le cose sono calmate in modo, che Teresina può venire senza pericolo di disgusto. Aggiungo che io ne ho di bisogno per la mia interna tranquillità, perché la presenza degli oggetti che più mi son cari mi è necessaria. Il denaro adunque che t'ho mandato potrà servire per questo effetto, ma se vuoi darmi un attestato vero d'amicizia, prenditi tu la briga di trovarle il modo di fare questo viaggio col minor dispendio possibile, o per vettura, o per qualche occasione straordinaria. Mi obbligherai senza fine.</p>
<p>Scrivo nel cuore i tuoi consigli, e quando sarai in Milano conoscerai lo stato non cattivo de' miei affari per determinare la mia irresolutezza.</p>
<p>L'imprestito forzato è verissimo. L'avrai già veduto. Le nomine delle Autorità Romane non mi piacciono punto. Del nostro Interno a voce. Sopra tutto quello che potrà giovare alla tua missione, che spero onorifica, e di tua soddisfazione.</p>
<closer>Addio. Ti raccomando mia moglie. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>586</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">24 Marzo 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Replico lettera per avvisarti che questa sera ti si spedisce l'invito di partir subito. In questo caso mi farai il piacere di consegnare a mia moglie tutto il denaro della cambiale che t'ho mandato. Prima però di partire spendi un momento di tempo per dirigere la sua partenza. Ti raccomando questo oggetto, e riportandomi all'altra che oggi pure t'ho scritta, ti abbraccio senza fine.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>587</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 15 Germile <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Tranquillizzatevi. La vostra causa è inseparabile da quella di Salina e Pisi, e questi otterranno giustizia. Le prepotenze avranno il loro termine, e verrà la Pasqua ancora pei galantuomini. Mi riporto alla lettera che vi scriverà Cicognani.</p>
<p>Per Guiccioli non mi occorre che il documento del subaffitto col Vicari prima ancora d'esser divenuto padrone della risara. Tutte le altre carte sono in mie mani. La difesa d'Oliva avrà luogo fra dieci o quindici giorni, e immediatamente Guiccioli sarà messo in stato d'accusa. Prima d'ora non è stato possibile, perché bisognava stare al metodo costituzionale. Intanto persuadetevi che egli e tutti i suoi aderenti sono considerati come una vera truppa di scellerati. La verità non ha fretta nel venir fuori, ma quando viene, si fa vedere, sentire e portar rispetto. Quanto a me, sono obbligato alle sue persecuzioni.</p>
<p>Salutate D. Cesare, e state sano.</p>
<p>P. S. Vi raccomando il documento Vicari.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>588</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Aprile 1798.</date></opener>
<p>Vi prego di mandare con sollecitudine e sicurezza l'acclusa al suo destino. Vostro fratello mi ha comunicata la vostra lettera. Non vi è bisogno affaticarvi per persuadermi della vostra amicizia. Conosco il vostro carattere; e Sacerdoti, arrivato qui ieri mattina, mi ha attestato i benevoli vostri sentimenti verso la mia persona.</p>
<p>Non vi rattristate dell'infame azione di Gianni. Essa è ricaduta tutta in obbrobrio dell'autore, divenuto l'esecrazione di tutti i buoni. Non mi abbasserò giammai a vendicarmene, ma il tempo farà le mie veci.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se vi cade in acconcio, scrivendo ai Romani, gradirò che mi rendiate giustizia. Paradisi e Moscati hanno chiesto la loro dimissione, Sommariva è deposto; lo sono ugualmente sei Membri del Minor Consiglio e tre del Maggiore. Testi sarà probabilmente Direttore. Il Principe della Pace è caduto; il Piemonte è in grande fermentazione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>589</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ambasciatore della Repubblica Cisalpina — Vienna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Fiorile a. 6 R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non bisogna mai scrivere senza bisogno. D'altronde i miei sentimenti dovete averli palesi nelle lettere di Birago. Egli è vostro amico, ed io non cesserò mai di esserlo, tacendo anche due secoli. Ciò vi basti per tenervi tranquillo anche quando non vedete mie lettere.</p>
<p>Dei pochi dispacci che finora avete mandati il Direttorio è rimasto soddisfattissimo, ed augura bene dalla vostra missione. Melzi pure si loda del vostro carattere. Proseguite dunque senza paura, e contate sulla mia amicizia per tutto che può dipendere da me.</p>
<p>Quantunque la Cassa nazionale sia sempre povera, nulla di meno si è scritto a Castagnara di negoziare a vostro profitto 24 mila lire sopra l'amministrazione del Reno secondo che si era già convenuto tra Testi e voi. Le nuove della Repubblica le troverete nella lettera d'officio.</p>
<p>Quanto a me sto benissimo e di corpo e di spirito. Dopo la vostra partenza l'opinione pubblica a mio riguardo si è molto cangiata; i miei nemici sono esecrati, e lo saranno in avvenire anche più.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>590</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Pratile <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Appena ricevuta la vostra sono volato al Governo, ed ho parlato singolarmente ai tre Governanti per esimervi dall'azione forzata. Ecco quello che m'è stato risposto. Il comitato governativo in questioni di tasse non è che come un tribunale d'appello. La parte che si trova gravata bisogna che faccia valer prima le sue ragioni davanti alla commissione speciale incaricata del riparto delle tasse. Ricusando questa di ascoltarle, allora si ricorre, come per appellazione, al Governo, e si producono non tanto le proprie ragioni, quanto l'istanza fatta alla commissione unitamente al decreto della medesima. Eccovi dunque la traccia di quanto voi dovete subito fare davanti alla commissione che v'ha intimata l'azione forzata. Esponete alla medesima le vostre ragioni, ed instate perché vi si mantenga il decreto fattovi dal commissario Oliva, e nulla ottenendo, speditemi allora la vostra appellazione da presentarsi al comitato governativo. Vi avverto che, pendente questo ricorso, può accadere che siate forzato al pagamento dell'azione intimata. Ciò non vi sgomenti, perché qualora dal Governo si ottenga la grazia di esenzione, la vostra cedola passa nelle mani del sostituendo, il quale è obbligato a pagarla come una cambiale. Questo è il metodo che suol tenersi ogni volta che accadono siffatti cangiamenti. Gli esempi sono straordinari. Nondimeno spero di riuscirvi.</p>
<p>Del resto, ammiro il vostro talento di volgere i servigi in offese, e fare un danno d'un benefizio per liberarsi da qualunque sentimento di riconoscenza: modo veramente bellissimo e novissimo per animarmi a far dei passi e riscaldarmi in vostro vantaggio. Ma non è questa la prima volta che vi odo tener meco un linguaggio così poco sensato. Anche le vostre disperazioni sono veramente a proposito. Se l'azione forzata cade per un terzo sopra i miei beni, alla buon'ora. Vi cada anche tutta: nulla me ne importa. Sarà un cambio di terreno forse in meglio, e ciò non merita ch'io mi disperi. Amerei piuttosto vedermi nudo, che sentirvi brontolare per queste buzzere, molto meno sentirvi rinfacciarmi gli stessi beneficj.</p>
<closer>State sano. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. I documenti che mi consegnaste per esentarvi dalla prima azione forzata furono da me passati nelle mani del cittadino Dalfiume amministratore.</p>
<p>Salutate D. Cesare, e ditegli che gli ho scritto due volte senza averne risposta, come neppure dall'Arciprete, a cui similmente ho scritto da più d'un mese.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>591</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">31 Maggio 1798</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Calma e coraggio. Se quanto ha fatto Baronio lo ha fatto senza decreto, la pagherà se l'ha fatto con ingiusto decreto, la pagherà il giudice. Ma queste cose bisogna provarle. Speditemi dunque un ricorso in regola coi necessari documenti, e spero vi sarà renduta giustizia. Il non essere ancora stati attivati i tribunali produce questi disordini, e i ricorsi per questo sono infiniti.</p>
<p>Fra sei o sette giorni sarà deciso l'affare tra me e Guiccioli. Vedrete qual guadagno vi ha fatto con tante accuse. Vi manderò tutte le nostre difese, vale a dire quelle di Oliva, poiché delle mie non v'è stato bisogno.</p>
<p>Un abbraccio alla madre; e state di buon animo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>592</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano,<add resp="ed">Giugno 1798</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Voi siete di quelli che misurate il fatto dal successo. Perché non v'ho ottenuta a posta corrente l'esenzione dall'azione forzata, voi giudicate ch'io mi sia adoperato con poca energia. Or io debbo dirvi che, appena ricevuta la vostra prima, mi portai separatamente da tutti i Governanti, poi volli parlar loro quando furono radunati. Esposi le vostre ragioni come mie proprie, dimandai che fosse sospesa l'intimazione finché mi fossi procurato l'attestato del commissario Oliva, il quale aveva altra volta esentata dalle azioni forzate la famiglia Monti non per indulgenza né per amicizia, ma per giustizia, perché il nostro asse era assolutamente insuscettibile di questo peso. Dissi, insomma, tutto quello che si può dire, e la risposta fu quella che già v'ho scritta, né parmi che, senza violare tutte le pratiche e le massime già adottate, mi potessero usare maggior condiscendenza. Io intanto m'aspettava da voi una supplica ragionata da presentarsi, siccome vi avevo suggerito, e voi invece non fate che tornar da capo colle vostre disperazioni e col raccomandarvi a me perché prenda l'affare con più calore. Ma per dio! che cosa poss'io fare di più che mettervi su la strada di salvarvi? Posso io disporre della forza? posso io far eccezione alle regole? E voi siete voi il solo che ricorra contro simili aggravi? Non vi son forse altri quindici, ventimila possidenti, che si lagnano come voi, che si raccomandano come voi, ma che non si dànno al diavolo come voi? Io vi scrivo queste cose contra mia voglia, ma mi vi sforza la vostra strana logica, e il vizio che avete di brontolar sempre senza mai osservare i mezzi che la Provvidenza v'ha posto in mano per riparare ai mali che sopravvengono. Vi sono ben altri e men ricchi e più carichi di famiglia, che per le dure circostanze presenti soffrono peggio. Non perciò si disperano.</p>
<p>Io vi scrivo dal letto. Una fiera infiammazione di gola con acuti dolori per la vita mi tiene chiuso nella mia stanza da molti giorni, e ne sono già dieci che non posso inghiottire che cose liquidissime.</p>
<closer>Salutate D. Cesare, e tutti. Rispondetemi, e state sano. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Rispondetemi, vale a dire avvisatemi del risultato dei vostri passi presso la commissione di Bologna. Io non conosco neppur di nome il nuovo commissario. Ma mi fido di ciò che m'ha promesso il Governo, e ch'io v'ho già scritto dal bel principio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>593</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 18 Pratile <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Coll'ordinario di questa sera il Ministro di Giustizia, con lettera minacciosa e risentita, prende cognizione del vostro affare per non uscire dalle regole giudiziarie. Non vi scrivo tutto, perché vi vorrebbe una risma. Ma pazientate e riposate sopra di me, né vi prendete pena delle strade che si son prese nel caso che veniste a saperle. Ho dovuto combattere una cabala buzzarona, ma state di buon animo.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>594</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 18 Pratile <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Do un cenno al fratello a Ferrara di quel che ho fatto. Il Ministro di Giustizia scrive questa sera una lettera risentita. Non vi dico a chi, perché, non sapendo voi tutto, né potendo io per mancanza di tempo scrivere una lettera di molti fogli, potreste trovar strano l'andamento che si è preso. Ma riposate tranquillo sopra il mio zelo. Baronio ha steso le sue cabale fino a Milano, ma confido nelle vostre ragioni, e a posta corrente si dovrà dar sfogo. Vi ripeto di pazientare. Sapete la lentezza delle formole giudiziarie massimamente in una circostanza, in cui i tribunali non sono attivati.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>595</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE CARLO MORIGI — Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Pratile A. 6 R..</date></opener>
<p>Cittadino.</p>
<p>Quando abbandonai la Romagna e vi abbracciai in Forlì la sera di mia partenza, io portai meco la speranza d'aver lasciato in voi un amico e, quel che più vi onora, un uomo giusto ed onesto. Tale vi ho sperimentato in tutto il tempo di mia dimora nell'Emilia, tale vi han manifestato in appresso le vostre lettere e l'interesse spontaneo che fin d'allora prendeste nelle mie differenze con Guiccioli, e tale io spero di trovarvi ancora ad onta delle calunnie che ponno aver in appresso intorbidata, senza mio demerito, la vostra amicizia verso di me. Né continuo a reputarvi solamente mio amico, ma giusto ed onorato ancora sì come prima.</p>
<p>Non vi debbono essere ignote le strane e pazze violenze praticate ultimamente dal Baronio contro mio fratello sulla tenuta di Corbalestro. Dalla lettera che riceverete in questo ordinario del Ministro di Giustizia, e dal tenore non equivoco in cui è scritta, potrete comprendere che quanto sono rattristato dalle ingiustizie che si commettono, altrettanto conosco l'abbondanza delle mie ragioni per non temer di soccombere sotto gli sforzi de' miei nemici, i quali, disperati di non avermi potuto nuocere colle infami e fanciullesche loro denunzie, sfogano adesso la loro vendetta per tutti i mezzi indiretti, dimenticandosi che la giustizia presto o tardi colpisce gli scellerati, e ch'io son vivo.</p>
<p>Dopo la ritrattazione del noto attestato da voi fatta per servire la causa d'un infame, siccome Guiccioli, ritrattazione estorta sicuramente alla vostra bontà non mai certamente al vostro cuore, né alla vostra rettitudine, ognuno dirà ch'io son pazzo nel dimandare (siccome ho fatto) che l'istanza di mio fratello sia rimessa al vostro tribunale piuttosto che a quello che Salina e Pisi hanno dimandato e ottenuto contro il Baronio. Ma io non ho consultato che la mia ragione e il mio cuore. La prima mi comanda di essere tranquillo sopra la scelta di qualunque giudice, foss'anche il mio maggior nemico, finché esiste un tribunale supremo che vendica la giustizia; il secondo mi dice che Morigi ascolterà le voci del vero e dell'onesto, e non vorrà perdere il frutto e la prerogativa d'una buona riputazione per secondare le prepotenze di uomini scellerati e crudeli, sopra dei quali deve cadere, e cadere con strepito, la spada della legge a conforto de' buoni e ad esempio de' perfidi.</p>
<p>Io vi prego dunque di ponderare nella vostra saviezza e prudenza la lettera del Ministro di Giustizia, vi prego di riparare una violenza che fa fremere, vi prego di ponderare le conseguenze che porta seco l'adesione alla causa dei prepotenti, vi prego di non forzarmi a rendere solenni le cagioni per cui Baronio e Guiccioli hanno acquistato il potere di offendermi in dispetto di tutte le leggi, funesto potere, che ricadrà presto in danno lor proprio, perché il momento della giustizia arriva per tutti, specialmente in una Repubblica ove tutto finisce fuorché l'impero della ragione. Vi prego finalmente ad essere, qual sempre vi ho stimato, uomo d'onore. Voi ne troverete la prima compiacenza nel vostro cuore, la troverete, in secondo luogo, nell'opinione del pubblico, e in quella principalmente delle Autorità, che vi son superiori, le quali non affidano il deposito delle leggi che a persone illuminate e provate.</p>
<p>Gradite l'espressione della mia stima, e ricevete la salutazione repubblicana del vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>596</head>
<opener><salute>Al cittadino <add resp="ed">GIOVANNI</add> RISTORI — Nel Burò di Giustizia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Giugno 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dall'acclusa di mio fratello conoscerete lo sbaglio che si è fatto col non mandargli originalmente il rescritto del Ministro di Giustizia. Vi prego perciò di rimettermelo per ispedirglielo questa sera.</p>
<p>Scusate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>597</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ambasciatore della Repubblica Cisalpina — Vienna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Pratile A. 6 R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Bravo da senno, bravo. Il Direttorio è molto contento della tua condotta. Io ne godo senza fine, e reputo mie tutte le lodi che a te si fanno. Mi riporto alla lettera del Ministro. Essa mi risparmia il pericolo d'annoiarti. Prosegui come hai cominciato, e acquisterai diritti alla riconoscenza di tutta la Repubblica nel mentre che il tuo maggior nemico, voglio dire C… è sul punto di perdere il suo impiego. Non so: ma parmi che penda da un filo di ragno.</p>
<p>Attendo qui la famiglia da un giorno all'altro, e non mi manca che questa per chiamarmi pienamente contento.</p>
<p>Se accaderà cosa che ti riguardi, vivi sicuro del mio zelo senza esigere che io debba importunarti due volte la settimana.</p>
<closer>Ti abbraccio, e sono di cuore il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>598</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 5 Messidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Voi siete stato tradito, ed è un miracolo se vi si ripara. Vi trascrivo primieramente la risposta che mi ha data Morigi.</p>
<quote rend="block"><p>Giuseppe Carlo Morigi</p>
<p>«Ho incontrata con gran contento l'occasione di tornar a interloquire sulla causa tra vostro fratello e il Baronio. Colle lagrime agli occhi fui costretto tempo fa a rilasciar un decreto contrario allo stesso vostro fratello. Ma come farne diversamente, se i di lui curiali non lo difesero né punto né poco? Assegnai un termine di otto giorni a produrre le sue ragioni, fra le quali era principalissima la lettera della Centrale: ma nessuno dedusse <emph>niente</emph>. Dovetti fare il decreto analogo alla petizione del Baronio; ma vi apposi la supersessoria di <hi rend="italic">dieci giorni</hi> entro i quali sarebbesi potuto riclamare e riporre: ma <emph>nessuno fiatò</emph>. Amico, e che colpa ho io se do corso al mio decreto e all'istanza di chi non trova contradditore? Queste giustificative del mio operato dedurrò al ministro Luosi, dopo che avrò dato sfogo alla commissione che mi ha inoltrato. Ho scritto a vostro fratello invitandolo ad amichevole conciliazione se sia possibile. Quando no, io riferirò l'occorrente al Ministro suddetto, e se il fratello citerà innanzi a me per la revoca del decreto ed ordini dati, e si farà ben assistere e difendere, vedrà, e voi pur vedrete, se io gli renderò la dovuta giustizia. Mi vanto di non essere venduto, né propenso per nessuno, e se io avessi potuto esimermi dall'interloquire per niente nell'affare Baronio, credetemi che a qualunque costo l'avrei fatto volentierissimo. So quanta angustia mi costa ecc.».</p></quote>
<p>Questa lettera è analoga a quella che ha scritta al Ministro, e per verità risulta dal fatto, che i vostri curiali vi hanno tradito; sopra di che Luosi è di sentimento che dobbiate citarli per la ripetizione dei danni sofferti.</p>
<p>Dopo ciò vi trascrivo il rescritto ottenuto dal Ministro, col quale vi si riapre la strada a produrre le vostre ragioni, la prima delle quali dev'essere il decreto della Centrale. Ma bisogna che facciate la cosa personalmente, per essere sicuro di non essere nuovamente pregiudicato. Ecco dunque il rescritto:</p>
<quote rend="block"><p>«Il petizionario avendo sofferto un contrario decreto dal Tribunale di Cassazione plenaria di Ravenna per colpa de' propri procuratori, i quali vi acconsentirono senza aver motivato o prodotto cosa alcuna in opposizione, il petizionario suddetto potrà presentare i suoi reclami davanti allo stesso tribunale per ottenere quei rimedi di ragione che saranno trovati regolari e del caso».</p></quote>
<p>Conforme a questo rescritto è la lettera, che Luosi scrive coll'ordinario di questa sera a Morigi, a cui presenterete con fiducia la vostra petizione. In appresso informatemi di tutto, e non dubitate della mia assistenza.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Scrivendo a voi faccio conto di scrivere a Francesco Antonio, cui abbraccerete per me insieme colla madre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>599</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI Commissario del P. E. sopra i Tribunali — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 16 Messidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho poca voglia di scrivere, eppur ti scrivo; ma niente di lieto. Costabili è fuori del Direttorio. Birago sarà sicuramente nella lista dei candidati, e allora avrò nel Direttorio un nemico. Gianni è divenuto scelleratissimo. Il giorno stesso della tua partenza da Milano egli brigò fortemente nel Gran Consiglio per rovinarti. Fu disprezzato, anzi esecrato: ma bada che la malevolenza, la calunnia e l'invidia ti daranno assai guerra.</p>
<p>Ho ceduto a Conti i tuoi mobili nell'impossibilità in cui mi trovo di sborsare alla padrona di casa la piccola somma che mi lasciasti a carico. La Corti ricorda spesso la tua persona; e vuole che io te lo scriva. Che vuoi di più?</p>
<p>Ho avvisato mio fratello perché mandi a prender la mia bastardella, qualora non ne voglia tuo fratello fare l'acquisto.</p>
<p>Se nella tua carica abbisogni d'un aiutante, ti propongo un certo Montanari di Forlì, mio amico, buon patriotta e buono giurisconsulto. Me ne avrai obbligazione se lo inviti ai tuo fianco. L'avvocato Nabrucci te ne darà tutte le informazioni.</p>
<p>Ti do l'amplesso repubblicano per parte ancora di Teresina, e tu dàllo per parte mia a tutta la tua famiglia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>600</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del> <add resp="ed">Luglio 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Mi dicono gli amici che il tuo cuore è sempre per me, che ancora mi ami, che non è possibile che m'abbandoni, e che ti spiace di non vedermi. Caro amico, io ti veggo sempre col pensiero e col desiderio, ma mi preme tanto la tua quiete, che sagrifico la più cara delle mie premure per non dar motivo a' miei nemici di aggravarti per offendermi. Nulladimeno bisogna ch'io ti vegga perché il mio cuore me lo comanda, ma sappimi dire quale è l'ora che meno può comprometterti. Ho molte cose da dirti che ho raccolte e che risguardano il Direttorio. Forse tu le sai meglio di me; nondimeno mi v'interesso come in cosa mia propria.</p>
<p>Salutami Alessandri e Paradisi, e siavi raccomandata la Repubblica.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>601</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add><del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Luglio 1798</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Mi pesa l'obbedirti, né so se potrò resistere al bisogno di abbracciarti prima che tu parta. Soffro anch'io, e soffro moltissimo nel distaccarmi dagli amici; ma queste sofferenze sono sì dolci per la vera amicizia… Basta: farò il possibile per non vederti, sicuro di maledir dopo la mia rassegnazione.</p>
<p>Mi hai avvelenato la gratitudine che ti debbo pel discorso fatto a Birago colla nuova della tua partenza, onde per ora non posso ringraziarti. Ricordati ovunque ti trovi, che niuno più di me potrà mai stimarti ed amarti, e che mi riputerò sempre ricco se possederò la tua amicizia.</p>
<p>Addio mille volte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>602</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ambasciatore della Repubblica Cisalpina presso S. M. I. — Vienna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 19 Messidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Sperava di vederti Direttore, e per questa volta la mia speranza è differita. Lo sarai nell'anno venturo. Per ora Adelasio è sottentrato a Containi. Ho fatta in quest'ultimo una perdita, che tu solo puoi compensarmi. Tanto più poi debbo andare dolente, quanto che Birago ed io non andiamo niente d'accordo. Tranne questo scontento il resto va tutto bene. Teresina ti fa meco mille ringraziamenti per l'uso del tuo appartamento in Bologna. Disponi dunque sempre della mia gratitudine. Veniamo alla tua situazione.</p>
<p>Ella è veramente disgustosa, ma ti fa molto merito. Il Direttorio lo vede, ed è convinto che tu solo in tutta la Repubblica dopo Melzi hai i talenti necessari per disimpegnare una missione così difficile. Forse il sapersi che il levarti da Vienna sarebbe stato un danno per la Repubblica è stata la principal cagione che non sei riuscito Direttore. Vorrei che le tue riflessioni sulla politica nostra situazione fossero meno sensate. Ma nondimeno sono ben pazzi i nostri nemici se fondano le loro speranze sulla nostra dissoluzione. Le leggi certamente potrebbero essere migliori, migliore la finanza, migliore lo spirito pubblico, ma con tutto ciò la rota cammina, e non v'è forza che possa arrestarla. Se si rinnova la guerra abbi per certo che tutta l'Italia va in foco, e che l'onda rivoluzionaria dalla cinta delle Alpi scorre come un baleno fino all'Ionio. Oh se le Potenze d'Europa capissero bene il loro interesse! Se si penetrassero bene di questa verità, che l'indipendenza dell'Italia è il loro palladio, rapito il quale Troja va in cenere!</p>
<p><quote lang="lat">Tu ne cede malis, sed contra audentior ito</quote>. Questa è la divisa di cui devi vestirti, e di cui ho bisogno ancor io per non darmi qualche volta ad una mezza disperazione. Forse la corrispondenza del mio Burò non sarà sempre di tutto tuo genio, se ben ti conosco. Non darmene debito, perché non è colpa mia per nessun verso. Bensì rendimi avvisato se qualche cosa ti offende particolarmente; perché io non trascurerò mai occasioni di provarti co' fatti la mia sincera amicizia.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>603</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 25 Mess.o, a. VI.</date></opener>
<p>Il Direttorio vi nomina Commissario ai Confini del Territorio Cisalpino. Questa carica non potendo, per l'umiltà del suo titolo, offendere per verun modo la vostra modestia, non vi troverà, spero, ritroso nell'accettarla. Credo anzi l'abbraccerete con esultanza, perché, salvando la vostra virtù, vi somministra il mezzo di far conoscere alla Repubblica, che se voi avete finora ricusato le incombenze più luminose, ciò è stato non difetto di amore verso la patria, ma spregio di grandezze e di onori. Così vedremo in voi rinnovato l'esempio di quegli antichi repubblicani che dal posto eminente di consoli e imperatori d'eserciti scendevano al grado di centurione o di semplice cittadino, lasciando dubbia la pubblica opinione in quale di questi stati fossero più grandi, e più benemeriti.</p>
<p>Pel disimpegno della vostra commissione dovendo voi corrispondere col mio Dipartimento, io sarò il primo a cogliere il frutto della vostra rassegnazione alla volontà del Direttorio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>604</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 26 Messidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Me l'hai fatta. Mi dài ad intendere che non saresti partito che dopo le tre. Io lascio il Burò prima delle tre, corro al Direttorio, trovo tutto in silenzio il tuo appartamento, credo che ancora tu dorma, e lo sguattero finalmente mi dà la nuova che sei partito. Non ho potuto non bestemmiare, ma pazienza.</p>
<p>Quella stessa mattina Birago ti mantenne meco la parola che ti aveva data di trattarmi meglio. Ieri mi ha voluto seco a pranzo colla moglie, essendo venuto ad invitarla personalmente. Altri pure furono invitati a di lei contemplazione. Oggi pure pranziamo insieme da Tanzi; non vorrei però che tutte queste cortesie si facessero più per Maddalena che per Lazzaro. Dopo molti giorni di ozio questa mattina mi ha fatto di nuovo pigliar la penna, e la prima cosa è stata la lettera ch'egli ti scrive per nominarti commissario ai confini. In somma per parte mia ho posto in dimenticanza tutto il passato, e ti ringrazio d'aver messo fine a queste inquietudini.</p>
<p>Tu non ami di essere lungamente seccato, onde son breve.</p>
<p>Un saluto a Ruggero e <foreign lang="lat">cura ut valeas</foreign>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>605</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 26 Messidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Quando saprò le condizioni e le cautele del vostro pacifico accomodamento con Baronio, allora giudicherò se avete fatto bene o male, allora vi dirò francamente se sarò in grado d'interessarmi presso Aldini perché si faccia altrettanto da Salina e Pisi. <hi rend="italic">Ringraziate le vostre ragioni più che l'indulgenza de' vostri avversari, i quali vengono a patti di lasciarvi indosso il vestito perché conoscono l'impossibilità di rubarvelo</hi>. Mettetemi dunque a giorno di tutto, e di buona fede aiuterò i miei nemici medesimi.</p>
<p>Rispondetemi circa la bastardella, e risolvendovi d'acquistarla per quel che vorrete, mandatemi un poco di denaro a conto, giacché volendo essere onesto non sarò mai ricco, e così è deciso che sarò sempre povero.</p>
<closer>Salutate la mamma e D. Cesare, e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>606</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 3 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Ho passato fedelmente la vostra alla Corti, ed ella è così fedele al vostro segreto, che non me l'ha fatta neppur leggere. Onde puoi conoscere, che la mia presenza non pregiudica punto i tuoi diritti, e non è niente più fortunata della tua lontananza. Quando le scriverai ricordati di rimproverarle i suoi cattivi trattamenti.</p>
<p>Ti è noto che la mia bastardella mi costa duecento pezze di Spagna effettive, ti è noto che fu pagata molto di più in prima compra, hai sperimentata la bontà di questo legno, ne conosci la leggerezza, la sodezza, l'eternità dunque vedi tu e veggano i tuoi fratelli che credano dovermi dare. Se mi proporrai un defalco onesto, io non ribatterò sillaba. Diversamente, la consegnerai a mio fratello, a cui ne ho scritto, senza il minimo pregiudizio della nostra amicizia.</p>
<p>La legge sopra i dilapidatori abbraccia ancora i ladronecci di Guiccioli.</p>
<p>Fa dunque in modo che la Commissione di Alta Polizia li prenda in esame, e con ciò si supplisca alla viltà di Oliva, che ancora non lo ha denunciato.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>607</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Termidoro, a. VI Rep..</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>In nome del Ministro ti scrivo aver egli consultato il Direttorio sopra il tuo scrupolo, risultante dal concorso simultaneo di due cariche nella tua persona, quella cioè di commissario e quella di riformatore, ed avere il Direttorio concluso che queste due incombenze sono benissimo compatibili. Sei dunque invitato a continuare nelle medesime, e il Ministro non altro aggiunge se non che un ricordo, al quale la tua stessa delicatezza ha dato il primo motivo, che nel caso, cioè, di conflitto tra questi due doveri, il privato debba cedere al pubblico, il riformatore cioè al commissario.</p>
<p>Oh quanto a tempo ti sei ritirato nel porto! oh quante tempeste stanno sospese e minacciano la fragile nostra Costituzione! Il segretario della Legazione francese a Parigi, Le Brune a Parigi, La Hoz a Parigi: e in Milano comitati riformativi, Comitati destruttivi, legislatori accusati, circoli giurati, e dappertutto teste incendiate. La mia sola patisce d'emicrania, e vi sono momenti, nei quali mi brucerei volentieri il cervello.</p>
<p>Mia moglie ti ringrazia de' tuoi saluti e te li rende con amicizia. Addio, mio caro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>608</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 10 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Se non ti spiace ti darò le nuove che corrono, e sarò d'ora innanzi il tuo privato gazzettiere diplomatico.</p>
<p>Ad istanza di Marescalchi sono state mandate al medesimo nuove credenziali col carattere d'inviato straordinario e ministro plenipotenziario. Con questo cangiamento si spera la sua presentazione. Cobentzel lo tratta con urbanità e con una certa distinzione, ma ama di far sentire che il fondatore della Repubblica Cisalpina non è più in Parigi. Intendi? V'è fondato timore di dover cedere all'Imperatore la frazione di territorio veronese che ci era toccata nel trattato di Campoformio. L'Austria non si mostra aliena dal consentire alla democratizzazione del Piemonte, a condizione di rivalersene sopra la Cisalpina. E allora che sarebbe di Ferrara o di Mantova?</p>
<p>Intanto ad onta della lettera di Le Brune a Borghese sulla condotta del Governo Sardo, questo infame Governo procede con maggior crudeltà contro gli amnistiati. Si è giunto all'eccesso di seppellirli vivi. Così scrive Cicognara.</p>
<p>Tutti credono che la partenza di Le—Brune abbia per oggetto la sua contesa con Trouvé rapporto alla commissione di riforma, ma forse il principal motivo è stato il timore di ricevere all'improvviso la sua dimissione, come è succeduto al generale S. Cyre e ad altri. Si pretende che il Direttorio Francese approverà la riforma cisalpina che si progetta, cominciando dalla sua costituzione; si pretende che al nostro Direttorio si darà più estensione di potere; si pretende che verrà ordine di chiudere i Circoli costituzionali. Della riduzione del Corpo legislativo, esecutivo ed amministrativo non te ne parlo perché già t'è nota. L'altro giorno si trovò affisso alle cantonate un proclama ai Cisalpini assai ardito e rivoluzionario, benché male scritto. Trouvé ha fatto veemente istanza al Governo perché se ne scopra l'autore. In conseguenza si sono fatte e si fanno delle grandi indagini; ma <emph>credo</emph> non si saprà il reo <emph>per adesso</emph>.</p>
<p>Ieri fu festeggiata all'Ambasciata francese la morte di Robespierre. Sopransi è stato sospeso dalla sua missione nella Svizzera.</p>
<p>Martinengo scrive da Roma cose dolorosissime sulle miserie di quella Repubblica. Le autorità sono aborrite, ma più aborrito ancora il passato governo. I Circoli costituzionali vi sono stati sospesi perché troppo veridici, e le Messaline dispensano le cariche più gelose.</p>
<p>Nuove istanze della Francia perché la Toscana mandi al diavolo il Papa, e nuova voce che sarà deportato in Sardegna.</p>
<p>Di Bonaparte nulla. Della pace, nulla egualmente di positivo. Parlasi solo d'un piano generale da proporsi dai Francesi e da adottarsi da tutti gl'interessati dentro un termine perentorio, spirato il quale, guerra.</p>
<p>François Neufchateau ministro dell'interno.</p>
<closer>Salutami Ragazzi, e ricevi l'abbraccio del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Corpo Legislativo per supplire al <foreign lang="lat">deficit</foreign> della finanza lavora da bestia in tutti i sensi. Testi ti saluta carissimamente, e parte dimattina per la sua villeggiatura.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>609</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Vienna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Aspettava risposta ad una certa Pro—memoria che ti mandai riguardante un credito d'un certo Milanese che viene tutto giorno a seccarmi, e ancora non veggo riscontro. Ti prego non dimenticartene.</p>
<p>Puoi credere che ti compatisco, ma non sei il solo a soffrire. <quote lang="lat">Quisque suos patimur manes</quote>, e anch'io ho il mio diavolo che mi molesta. T'ho scritto che Birago mi tratta con poca amicizia e questa è per me una spina. Ma bisogna indurarsi nell'avversità, e attendere la medicina del tempo. Dopo questa confidenza comprenderai, che nella sua opinione poco, anzi niente posso giovarti. Ma qualunque sia il suo animo verso te, non ti affliggere, perché non può nuocerti anche volendo. Certamente ch'egli è uomo che non ama nessuno, e sprezza tutti, e quanto a me particolarmente ho altissime ragioni di dolermi del suo contegno, e sarei già venuto con esso a parole come tutti gli altri capi del mio Burò, se stimassi meno me stesso, e fossi meno prudente. Di queste cose non dare aperto riscontro, sul dubbio che qualche fortuito caso gli portasse in mano le tue risposte, che soglio lasciare sul mio scrittoio.</p>
<p>Venendo a te, voglio sperare che anche tu finirai di penare una volta. In qualunque modo la tua riputazione è stabilita, e quelli ancora che non ti conoscono che di nome convengono che tu e Melzi siete le due migliori teste della Diplomazia Cisalpina. Ciò ti consoli delle tue presenti amarezze.</p>
<p>Caprara è dimesso. Adelasio e Alessandri sono divenuti nemici, e il Direttorio è scisso in due partiti. Il Corpo Legislativo per rimediare alle Finanze lavora da bestia in tutti i sensi. I patriotti sono in fermento per cagione delle progettate riforme, sulle quali ancora si aspettano le risposte di Parigi.</p>
<p>Teresina ti saluta, ed io ti abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>610</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Prosieguo per tuo piacere la mia gazzetta. Dalla lettera che Marescalchi t'ha scritta avrai intesa la querela della Corte di Vienna rapporto al corriere che si pretende arrestato dai Cisalpini. Il Direttorio ha risposto che anche prima di ricevere le rimostranze della Corte aveva dati degli ordini per verificare l'accaduto, e punire gli autori di quell'arresto arbitrario, ma che niente ha potuto saperne, e che si sono replicati gli ordini per acquistarne migliori schiarimenti, e accordare a S. M. quella giusta soddisfazione che si crederà più a proposito.</p>
<p>Adelasio è in scissura con Alessandri, il quale gli rimprovera di accarezzare i riformatori della Cisalpina Aldini, Sopransi, Beccalossi ecc.. L'istessa accusa gli viene data dai patriotti, e Adelasio per placarli va invitando a pranzo anche questi. Fra gli altri Gioia, il quale nell'ultimo suo opuscoletto strapazza il Direttorio senza riguardi, e malmena fieramente la commissione informatrice.</p>
<p>Caprara è stato invitato a dimettersi, e se non era Testi sarebbe stato licenziato direttamente.</p>
<p>La Repubblica Romana ha nominato Piranesi suo ministro presso la Cisalpina, e il Direttorio ha gradita la nomina.</p>
<p>Da Parigi nessuna risposta ancora.</p>
<p>Sopransi sospeso dalla sua ambasciata agli Svizzeri, ha rimandato, senza esserne richiesto, tutto il denaro che aveva percepito per allestirsi.</p>
<p>Rangone è richiamato, Melzi ricusa fermamente di essere ambasciatore, e il Direttorio Francese dimanda Serbelloni.</p>
<p>Se non te l'ho scritto, ti scrivo adesso che la perdita del territorio veronese la credo sicura.</p>
<p>Del Piemonte nulla, nulla pure di Roma, se non che miseria.</p>
<p>L'autore del proclama, che Trouvé appella <emph>liberticida</emph>, non si è ancora scoperto, e il Ministro di Polizia secondo le sue istruzioni agisce in modo da non scoprirlo giammai.</p>
<p>Testi, come t'ho scritto, è in campagna, Lamberti non conta più nulla, e Savoldi, sostenuto dalla sua presidenza e da Alessandri, è tutto.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Dirigo la presente a Pesaro, ove mi asseriscono che ti sei portato per la controversia dei confini.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>611</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 17 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Colla deliberata intenzione di dirigerti l'ultima a Pesaro, l'ho diretta per vizio di penna a Ferrara. La mia gazzetta ti verrà dunque ritardata d'un ordinario. Ora proseguirò le nuove del giorno.</p>
<p>Si parla molto di guerra, e credo che l'avremo davvero. Tutte le disposizioni, tutte le lettere la fanno temere, o per dir meglio la fanno sperare.</p>
<p>Cresce il fermento dei patriotti contro i nostri riformatori, e sono frequenti le stampe che rinfrescano le idee su questo ormai funesto argomento. Frattanto i corrieri di Parigi ancora non tornano.</p>
<p>Martinengo ha trovata a Napoli l'accoglienza la più cortese e nel popolo e nel ministero. La sua presentazione doveva aver luogo immediatamente, e a quest'ora l'avrà avuto.</p>
<p>Salvador deve essere tradotto dinanzi al tribunale di giustizia in virtù d'una forte nota di Micheroux, che riclama contro alcuni articoli calunniosi del <title>Termometro </title>.</p>
<p>Marescalchi ha dato avviso d'una segreta alleanza offensiva e difensiva tra l'Imperatore e il Re di Napoli, posteriore al trattato di pace colla Francia.</p>
<p>Tutti i detenuti per opinione sono stati liberati in Napoli, ma in Sicilia sono frequenti gli arresti per una congiura scoperta in Messina, che si diramava fino a Palermo e a Catania.</p>
<p>Anche Cicognara pretende che in Torino esista una congiura aristocratica, ma sai che Cicognara è qualche volta sognatore.</p>
<p>Il nostro G. C. ha fissata la paga di tutti i capi di burò e loro sezioni primarie a non più di duemila lire per ciascheduno, e a mille quella dei subalterni. Se i Seniori approvano la risoluzione, vengo a Ferrara a piantar cipolle e cocomeri <foreign lang="lat">more romano</foreign>.</p>
<p>Mio buon amico, addio mille volte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>612</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Vienna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho la figlia gravemente ammalata come l'anno scorso, sono attualmente ammalato io stesso, mi si spezza la testa per il dolore, mi si stringe il cuore per angoscie particolari — dopo tutto questo mi compatirai se sono breve. Mi restringo dunque a dirti che la tua condotta non poteva essere né più savia né più generosa. Il Direttorio sa valutare i tuoi sagrifici, e la nazione un giorno saprà premiarli.</p>
<closer>Quanto a me io sono eternamente il tuo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>613</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 21 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Dall'ultima che v'ho scritta e dal biglietto che vi accludo d'Aldini avrete conosciute le sue proposizioni per l'incamminamento del noto affare. Io attendo su questo le risposte della compagnia.</p>
<p>Ho avuta occasione di vederlo anche dopo. Mi ha confermato i medesimi sentimenti e disposizioni anche più estese per un pacifico accomodamento. Se si trova il punto di contatto, io spero che l'affare avrà esito non infelice. Ma conviene fissar bene la base, senza la quale è pazzia lo sperare d'andar innanzi e non perdersi. Dal canto mio son pronto, e ve lo ripeto, di sagrificare a riguardo vostro tutti i miei passati risentimenti, e il sacrificio, voi lo vedete, esige molta virtù. Ma le inimicizie non debbono essere immortali, e nel mio cuore tutto si cancella facilmente fuorché il sentimento delle oneste azioni.</p>
<p>Ho ricevuta da Viscardi la cambiale, e ve ne ringrazio.</p>
<closer>Salutate D. Cesare, abbracciate la madre e state sano. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nei giorni passati ho creduto di perdere la figlia per una violenta malattia acuta, sorella di quella che sofferse l'anno passato in Bologna. Ora è fuori di pericolo grazie ai buoni medici e a una buona assistenza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>614</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 24 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non so se le mie lettere, che regolarmente ti scrivo, ti pervengano sicure. Mi basta un cenno per mia quiete. Continuiamo le nuove.</p>
<p>L'affare della riforma sembra deciso. Le lettere di Parigi l'annunciano officialmente, e Le—Brune non avrà parte che nell'esecuzione del piano in parecchi articoli modificato. Questa nuova non ancor pubblica è un fulmine, e staremo a vedere in che si risolve. Credo che la prima riforma cadrà sopra il Corpo legislativo. Dubito ancora del Direttorio non circa il numero, ma circa i soggetti. Con te non pretendo far riflessioni, perché non hai bisogno di dottore per ragionare.</p>
<p>Caprara era stato nominato ministro a Genova, ma ha ricusato, e dimanda libero il campo a giustificarsi, perché l'intimo fattogli di dimettersi non solo non fu accompagnato da veruna intenzione né cenno di promoverlo, ma bensì da minaccia di tradurlo dinanzi ai tribunali. Fatto sta che la sua destituzione è stata un contratto tra Savoldi e Alessandri, per una parte, e Greppi, Gambari e Conti di Bologna dall'altra. I secondi contraenti hanno commesso l'imprudenza di dirlo, Caprara l'ha saputo, ed ecco il fondamento del suo coraggio.</p>
<p>Micheroux è divenuto furioso per alcuni articoli del <title>Termometro</title>, e molto più per le risposte date dal nostro Governo ad alcune sue note assai risentite su questo punto. La cosa non finisce bene, tanto più che Trouvé anch'esso si lagna molto di questo giornale.</p>
<p>Adelasio ha fatto pace con Alessandri, Lamberti non conta niente, e Testi segue a star in campagna lontano dalla tempesta. Ringrazia Dio che sei in porto, e canta il salmo <title lang="lat">In exitu Israel</title>. Non ho mai veduto un nuvolo così nero sull'orizzonte della Repubblica.</p>
<p>Saprai le triste nuove di Roma perché più vicino. Martinengo scrive da Napoli cose che mi mettono di malumore terribilmente.</p>
<p>Assicurasi lo sbarco di Bonaparte in Alessandria. Certo è che la squadra inglese, dolente di non averlo raggiunto, ha retroceduto per bisogno estremo di provvisioni, e Napoli ha dati tutti gli ordini le siano somministrate.</p>
<p>Il trattato che ti annunciai tra Napoli e Vienna è indubitato. Tocca alla Francia il calcolarne le conseguenze.</p>
<p>La partenza di Cobentzel per Berlino e Pietroburgo getta Marescalchi in un nuovo imbarazzo per la sua presentazione. Egli crede però che questo viaggio abbia per oggetto il persuadere quelle due Potenze ad acconsentire agli articoli di pace convenuti colla Francia piuttosto che a fabbricare una nuova coalizione. Dalla nessuna apprensione della Francia su questo viaggio argomento che Marescalchi colga nel segno. Ma Thugut, che sempre mantiene la sua influenza, è un gran nemico de' Repubblicani. Quest'anima buggerona fa tutti gli sforzi per trascinare l'Imperatore ad una rottura colla speranza d'ingoiarci.</p>
<p>Io sono sempre più afflitto della tua perdita, ma quando penso che sei fuori d'un gran pericolo, ne provo un'intima compiacenza. I buoni non ti hanno mai tanto desiderato, né mai ti hanno resa tanta giustizia quanto al presente. La Repubblica aveva un intelletto degno di comandare e l'ha perduto. Pazienza.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p>
<p>P. S. Trouvé, in nome del suo Governo, ha intimato al nostro di richiamare sul momento Visconti e Rangone, annunziando che questi due soggetti non godono la confidenza del Direttorio padrone. V'è di peggio. Si vuole che siano esclusi da qualunque missione diplomatica in Italia. Ha poi espressamente dimandato Serbelloni in ambasciatore a Parigi. La—Hoz poco manca che non l'abbiano arrestato. Lo crederesti? Egli è stato spedito a Parigi senza credenziali e munito d'una semplice lettera privata del Direttorio cisalpino. Torno a ripetere: canta <title lang="lat">in exitu Israel</title>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>615</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 28 Termidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ignorando la tua partenza da Pesaro ho dirizzato colà nel passato ordinario il solito foglio ben lungo e pieno di dettagli interessanti. Duolmi che tardi te lo respingeranno di là, e che per questa mancanza non potrai essere in corrente delle nuove, che ora ti verrò sminuzzando all'ingrosso per non perdermi in pettegolezzi.</p>
<p>Trouvé ha inoltrata una terza nota relativamente alla dimanda che fa il Governo francese di Serbelloni, e il Direttorio ha ripetuta la solita ambigua risposta. Non occorre dimandarne il risultato. Intanto si è da noi spedito domenica sera un corriere a Parigi per manifestare a quel Direttorio i motivi che forzano il nostro ad essere ritroso in questo articolo. Lascio a te il decidere se questa resistenza sia buona o cattiva.</p>
<p>Se hai veduto il <title>Monitore</title> di Francia alla data del 16 Termidoro, avrai anche compreso qual fine si prepara alle nostre liti intestine. Trouvé è sicuro del suo trionfo; Le—Brune non verrà (se pur viene) che per essere semplice esecutore, e non si aspetta che una pienezza totale d'istruzioni per dar mano al gran cambiamento.</p>
<p>Ho detto se Le—Brune viene, poiché già fin d'ora i fogli di Francia annunziano che gli vien dato il generale Melar o Melair per successore dei comando d'Italia. E il Gran Consiglio? Le teste più bollenti del G. C. cozzando a viso aperto contro la forza, provocando mozioni di violenza e di foco, si adoprano con tutta la forza per salvare l'integrità del Corpo Legislativo e la virginità della Costituzione. Essi ingrossano il fulmine che è vicino a percoterli, e il pubblico ha perduta la libertà del pensiero non che delle parole. Ti so dire che la crisi non è mai stata così pericolosa, e stimo beato fra tutti l'abitatore della foresta. Darei Milano per la più solitaria capanna dell'Apennino.</p>
<p>Savoldi è furente, Alessandri è smarrito, Adelasio dà una botta al cerchio, un'altra alla botte, Lamberti sta avviluppato nel suo manto stoico, e giudica necessaria la riforma, e Testi aspetta fra i monti di Cremnago la dissipazione del turbine. I suoi colleghi e gli amici lo hanno sollecitato e continuamente lo sollecitano a ritornare, ma egli bada a respirare l'aria balsamica della deliziosa sua villeggiatura, ripetendo quel verso di Virgilio: <quote lang="lat">Si Pergama dextra Defendi possent etiam hac defensa fuissent</quote>.</p>
<p>Non ti parlo delle stampe incendiarie che si vanno spargendo e che irritano le ferite senza sanarle. Non ti parlo delle mozioni e dei giuramenti dei Circoli, e delle scosse elettriche che dal Circolo di Milano si propagano agli altri tutti della Repubblica; non ti parlo delle lettere che piovono al G. C. dalle Comuni, e di cui si ordina la pubblicazione e la menzione onorevole; non ti parlo delle aperte minacce che si fanno all'Ambasciatore francese, e molto più ai membri del Comitato riformatore. Ti annunzio solo che la faccenda non può finir senza lagrime e dirò ancor senza sangue. Ciò che più mi trafigge è il momento in cui scoppiano queste liti, il momento cioè in cui mormora più che mai il grido di guerra, e che i nostri nemici mettono a profitto le nostre dissensioni. L'aristocratico ne sorride, il prete si riconforta, il fanatismo religioso alza la testa, e il popolo, che vede sempre cogli occhi altrui, non sa a qual partito determinarsi. Mi spaventa l'esempio di Roma, ove veggo cessato il governo civile e sostituito il militare; mi desolano le lettere di Vienna, mi fan fremere quelle di Napoli, mi tiene inquieto l'incertezza del destino di Bonaparte, e, adorando la massima, detesto i mezzi coi quali s'intende di propagarla. Tiriamo un velo su i nostri mali e guardiamoci dalla disperazione.</p>
<p>Petracchi è stato destituito, e Crespi, minutante del Direttorio, gli succede in qualità d'incaricato di affari. Gianni, secondo che mi dice Remondini, ha un vomito continuo, e sarà un tratto segnalato di provvidenza, se l'abbondanza de' suoi umori maligni lo strangola. Egli è divenuto più briccone di prima: vedi cosa incredibile.</p>
<p>Non so nulla dell'esito della tua missione a Pesaro, perché Birago mi fa mistero di tutto. Non voglio parlarti punto di quest'uomo. Te ne parleranno i fatti, e ben presto. Aldini e Beccalossi sono partiti da Milano, credo per cagione d'affari, altri dicono per paura. Molti legislatori che temono infruttuoso o disperato il ritorno di Le—Brune, parlano moderazione dopo aver parlato esterminio. Credo che Lattanzi sia risoluto di offrire la sua amicizia a Trouvé, ma questi ha fatto venir da Roma l'estratto del suo processo, e comunque vada la cosa della riforma, è tolta ogni speranza di redenzione.</p>
<p>Ti abbraccio di vero cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>616</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 1 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Le—Brune arriverà questa sera, e David con lui. Eccoci dunque alla vigilia d'un gran cangiamento. Io non voglio anticiparti su questo i miei pensieri, perché sebbene fondati non sono sicuri, ma credimi vedremo delle cadute e molte, e dolorose, e da luogo eminente, né il teatro di questa tragicomedia sarà la sola Milano, ma tutta la Cisalpina. In somma, si farà un grande abbattere; Dio voglia che si faccia dopo un buon edificio, e di materiali perfetti. Intanto puoi figurarti la pallidezza di certi volti, e i palpiti di certi cuori, e l'umile strisciarsi di certi ipocriti ambiziosi, i quali arrotavano prima contro Trouvé il pugnale di Bruto, ed ora intrecciano al suo capo la corona di Cesare. Non si trova più alcuno che abbia profferita in contrario una sillaba, e Reina (cui credono autore del noto affisso incendiario) lo stesso Reina si adopera di far intendere a Trouvé, ch'egli è stato sempre inclinato al partito della riforma. Anche Fantoni, autore della stampa che corre sotto il nome di Ferri, Fantoni anch'esso è divenuto mansueto come un agnello, e predicatore di moderazione e di pace, dolcissimo come una rugiada di primavera. Alle corte, tutti imitano la lumaca quando le si toccano le corna.</p>
<p>Tornando a Le—Brune, egli ha corso davvero il pericolo di non tornar più al comando dell'armata d'Italia, e non è stato confermato in questo potere che colla solenne parola d'onore, e come francese e come repubblicano, di uniformarsi pienamente a quanto gli verrà proposto dall'Ambasciatore in nome del Governo francese. Ho poi dei dati per sospettare che, terminati gli affari di Milano, proseguirà il suo cammino a Roma.</p>
<p>A proposito di Roma, è più d'un'ora che al burò è arrivato uno straordinario spedito da Martinengo. Da esso potrem sapere lo stato delle cose in quella Repubblica, e di quelle di Napoli, e fors'anche delle flotte. Ma finora io sono ignaro di tutto, perché Birago con me è sempre lo stesso. Quanto alle flotte però debbo dirti che un corriere spedito dal console francese in Genova a questo Stato Maggiore ha portato ieri la nuova officiale che Bonaparte ha eseguito felicemente il suo sbarco in Alessandria con tutto il suo convoglio. Tutte le lettere poi e di Napoli e di Livorno affermano che la flotta di Nelson arrivata il dì 20 a Siracusa, n'è partita il 26 per inseguire, dicono, un vascello francese che faceva vela per Alessandria.</p>
<p>Duolmi dover chiudere la presente senza poterti neppur dare un sospetto sopra le nuove che ha portate il corriere di Martinengo, nuove che non debbono essere né lievi né indifferenti, subito che han meritato il pensiero d'una spedizione straordinaria. Se debbo dirtene il mio pensamento, non le credo assai liete.</p>
<p>In questo punto un mio amico, che ha lasciato pochi momenti sono Alessandri, mi dice che questi si fa vedere allegrissimo e contentissimo. Non credo niente a questa allegrezza, perché essendo straordinaria non può essere che affettata. Vedremo se mi sono ingannato.</p>
<p>Il nuovo Ministro di finanza è già caduto in disgrazia de' patriotti. Essi hanno trovato aristocratico il suo proclama e lesivo del potere legislativo. Conosco inoltre qualche suo collega che lo reputa un imbecille, ma questo censore è solito veder tutto piccolo fuori di se medesimo.</p>
<p>Sento che i patriotti si sono portati in folla incontro a Le—Brune, e che la Guardia Nazionale è schierata in faccia al palazzo Serbelloni per riceverlo ed acclamarlo. Olivari poi mi dice che alcuni del popolo van gridando per le strade «viva la Costituzione», voci che i maligni asseriscono vendute a Savoldi.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nel momento di sigillare la lettera odo uno strepito, uno schiamazzo di voci dalla parte di Brera. Mando a sentire che ciò sia, e mi riferiscono esser popolo che grida: Viva la Costituzione. Favvi sopra le tue meditazioni, e sta sano.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>617</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Vienna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 1 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti raccomando un affare, che troverai esposto nel foglio accluso, e te lo raccomando con premura, perché trattasi di giovare un onesto e povero cittadino che dimanda il suo.</p>
<p>Ti rendo grazie dell'interesse che prendi nelle mie disavventure, la maggior delle quali sicuramente è quella di essere subalterno d'un Ministro che mi odia, che mi diffama, che mi rende nullo per tutti i versi, e di cui non posso più acquistare la grazia senza avvilirmi. Sono due mesi e più che cerco in me stesso la colpa che giustifichi questo barbaro trattamento, e colpa non trovo. Tu mi conosci.</p>
<p>Siamo alla vigilia di grandi cangiamenti, resi necessari dalle pazzie del Corpo Legislativo. La riforma percoterà non solamente Milano, ma tutta la Repubblica, di cui sospiro la rigenerazione.</p>
<p>Mia figlia è salva anche questa volta.</p>
<closer>Teresina sta bene, e ti saluta. Io poi t'abbraccio col cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Tengo a calcolo le tue profferte e verrà tempo che potrai porle ad effetto per consolarmi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>618</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 6 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Molte le cose, scarso il tempo, e perciò laconiche le espressioni. Prima di tutto il ristretto delle nuove di Napoli.</p>
<p>La Regina, forte sul trattato fatto coll'Austria che si obbliga di somministrare sessantamila uomini, forte sulla presenza della flotta inglese, che aumentata di sei vascelli portoghesi monta a ventidue navi di linea, e forte soprattutto sull'eterno suo odio contro i Francesi e contro tutti i repubblicani, move cielo e terra e tutti gli elementi morali e politici per dar principio al ballo di Marte. L'insurrezione di Terracina è tutta suo lavoro, e non vi ha speso che trentamila pezzi duri. Allo scoppiare di quella insurrezione fu tenuto consiglio militare. La Regina e Acton, guerra. Del—Gallo, De—Marco e Castel—Cicala, pace. Dopo molti contrasti e convulsioni l'affare è stato aggiornato, intanto misure le più disperate per levar il popolo in massa. Al comparire di Nelson nelle acque di Siracusa il magistrato si portò ad incontrarlo pregandolo di entrare nel porto. In quello di Napoli sono stati ricevuti sei legni inglesi e sei portoghesi. Quattrocentomila pezze sono state somministrate a Nelson, poi viveri e marinari, e praticate tutte le attenzioni possibili. La Legazione francese ha parlato alto, e in difetto di risposte concludenti, si preparava ad abbassare le armi, e partire. Quindi il Ministro cisalpino ha dimandato <foreign lang="lat">quid agendum</foreign> nel caso di restar solo. La sua lettera è una storia orribile di perfidie, e gli sforzi di quel Gabinetto sembrano le ultime scintille d'una fiaccola moribonda. Ritornerò un'altra volta su questo argomento.</p>
<p>David è arrivato ieri sera. Tutto si dispone per i cangiamenti tante volte accennati, e che sembrano risguardare principalmente la destituzione di due membri del Direttorio (e Dio non voglia tre), la minorazione del Corpo Legislativo, la restrizione dei Dipartimenti e delle Amministrazioni dipartimentali, riducendo a tre gli individui di ciascheduna, la soppressione dei Circoli costituzionali, la repressione della libertà della stampa articolo Gazzette. Poi piani di finanza, poi riforme di ministeri ecc.. Si parla ancora di deportazioni, e di che non si parla? Ma l'entusiasmo sembra smorzarsi all'avvicinarsi del pericolo, e non s'ascolta che un sommesso romore di voci inefficaci e figlie di tutt'altra passione che del coraggio.</p>
<p>Scorgendosi inevitabile il fulmine tutti cercano d'evitarlo, cominciando da quelli che l'hanno più provocato. Quanta bassezza, quanta viltà succeduta all'orgoglio, anzi al furore delle fazioni! Ognuno si agita per ambizione, ognuno dà a suo capriccio i successori a Savoldi e Alessandri, e, ciò che mi rattrista, a Testi medesimo. Trouvé ha tentato Martinelli ed Aldini, e l'uno e l'altro ha fermamente ricusato. Sopransi al contrario fa tutte le brighe per essere nominato senza esserne ricercato. Birago, che cogliona il Direttorio dicendo male di Trouvé e Trouvé dicendo male del Direttorio, Birago, protetto da Semonville, col quale si è fatto gran merito a spese della nazione, Birago, in somma, sarà un miracolo se non sarà Direttore. Dopo Birago il candidato più in credito è Marescalchi, dopo Marescalchi, Luosi. Faypoult si vuole segretario del Direttorio. Questo è lo stato attuale delle opinioni più fondate. Ve n'hanno cento altre, ma io m'attengo alle prime.</p>
<p>Come intanto si darà esecuzione al progetto? Non ti so dire il modo sicuramente; né credo che il modo sia stato ancora fissato. Ma non sarebbe impossibile, che si aggiornassero tutte le autorità per dar luogo ad una reggenza provvisoria, la quale disponga tutto e tutto in compendio eseguisca. E realmente come si fa a sconvolgere questa macchina politica e farne un impianto novello senza farne cessare il primiero suo moto? Non fo che abbandonarmi a delle congetture, e cammino a tentone in mezzo alle tenebre.</p>
<p>Per sigillare le sue pazzie il Gran Consiglio ha decretato questa mattina la proroga per altri sei mesi della legge sugli allarmisti. I rappresentanti si strapazzano personalmente come cani e si minacciano di cortellate come una truppa d'assassini, fra' quali si sia cacciata la divisione. Gianni ha corso due volte pericolo d'essere preso a calci in culo, e un aiutante di Le—Brune poco è mancato che non lo precipiti giù dalle scale a furia di bastonate. Avrei mille altri aneddoti, ma è triste mestiere il tessere sempre l'istoria di tali ribalderie. Io vivo a me stesso, in seno alla filosofia, alla pazienza e alla mia famiglia.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Avvisami se ti sono state respinte da Pesaro le mie lettere.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>619</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 7 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Profitto della partenza di Arlotti per istruirti dello stato delle cose politiche.</p>
<p>L'esecuzione delle misure riformatrici soffre tuttavia un ritardo, perché Le—Brune ripugna ancora alcun poco al sagrificio de' suoi privati riguardi. Egli si affatica di salvar Alessandri e forse alcun altro, e Trouvé al contrario crede necessaria al pubblico questa vittima. Quest'urto non è ancora rimosso, né ti so dire qual dei due dovrà cadere. Io penso Le—Brune.</p>
<p>Dapprincipio era fissato che Savoldi, Alessandri e Testi sarebbero destituiti. Ora spero che Testi, ad onta del torto che si è fatto coll'allontanarsi dal pericolo, rimarrà al suo posto. Ciò mi conforta, ma cessando di tremare per Testi, mi sorge nel cuore qualche paura per Lamberti. Adelasio, essendo stato scelto costituzionalmente, si crede che non sarà tocco per rispetto all'atto solenne che l'ha promosso.</p>
<p>T'ho scritto nell'ultimo ordinario le opinioni che corrono pei successori. Esse si reggono tuttavia, e si sostiene principalmente quella di Sopransi. Ciò rattrista gli altri colleghi, a cui pare che quella elezione sia per tutti loro disonorevole. Quanto a Birago, ho fondamento di credere che, per voler essere amico stretto ad un tempo di Erode e di Pilato, abbia perduto il suo colpo. Il pubblico comincia a conoscerlo.</p>
<p>Secondo i miei dati oggi si debbe chiudere il Circolo costituzionale. Si voleva il simultaneo arresto di parecchi individui, ma sembra abbandonata questa misura per adottarne un'altra, la quale sarebbe di fucilare il primo che movesse tumulto su questo punto. Ma forse si tornerà alla prima per non rendere sanguinarie le provvidenze, e far passare il pubblico da un terrore all'altro, o suscitare dei disperati.</p>
<p>La proroga della legge contro gli allarmisti dopo tre ore di discussione è stata da' Seniori rigettata, senza che neppur uno siasi alzato in piedi per approvarla, neppure quei medesimi che si erano sfiatati per sostenerla. Mi ci sono trovato presente, ed è la prima volta che sono intervenuto ai Consigli.</p>
<p>Ricevo in questo momento la tua dei 3. Se il mio Gazzettino ti soddisfa, questo gusto l'avrai ogni ordinario.</p>
<p>Sospendo di parlarti categoricamente di Birago. A suo tempo ti convincerò ch'egli è sovranamente ingiusto e tiranno. Di diciotto individui che compongono il suo burò, sedici non trovano in lui che un Tiberio. Gli altri due, benché protetti, non possono neppur essi astenersi dal lamentarsi de' suoi modi insolenti e dispotici. Quanto a me, sono due mesi che non mi comunica più una carta, qualunque siasi, e di primo sono divenuto meno che ultimo. Ma di ciò un'altra volta.</p>
<p>Ti mando il prospetto di un'opera che deve interessare tutti i buoni Italiani, e a cui mi premerebbe trovare associati. Spero che darai il tuo nome.</p>
<p>Mi si reca l'avviso in questo punto (otto della sera) che il Circolo è chiuso. Mi si racconta nel tempo stesso esistere fra alcuni disperati il progetto di scannare Sopransi, Martinelli, Villa, Aldini, Beccalossi. Glissenti è uno dei congiurati, ed esso con altri due hanno questa mattina insultato e minacciato personalmente Martinelli sotto il portico dei Seniori. Duolmi che anche Tassoni, sedotto da Cavedoni, si è gittato nel partito dei pazzi, e Dio non voglia che sia compreso nella riforma.</p>
<p>Vuolsi che Lattanzi ed altri saranno deportati. Scrivo a salti e secondo che le cose mi saltano alla memoria.</p>
<closer>Scusa il disordine ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Tutti i rapporti concorrono ad affermare che Bonaparte è sbarcato non più in Alessandria, ma ad Alessandretta per recarsi di là sull'Eufrate e lunghesso penetrare nel cuore del commercio inglese. L'impresa parmi credibile in Bonaparte, perché temeraria; parmi anche possibile, perché conto molto sulla fortuna di quest'uomo straordinario. Ne ho un esempio in Alessandro, in Cesare e in tant'altri. Spero di sentire che quei barbari lo hanno riconosciuto per un figlio di Maometto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>620</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 8 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Egli è impossibile il tener dietro al cangiamento, all'aspetto, al numero delle pubbliche opinioni. Ogni momento una nuova, e spesse volte il momento che la vede nascere la vede anche morire. Ieri sera doveva chiudersi il Circolo costituzionale, e non v'ha dubbio che Le—Brune medesimo l'aveva detto senza mistero; oggi corre voce che si chiuderà questa sera, ed altri affermano che nol sarà prima del prossimo decadì. Ieri si diceva che Testi non era più degli esclusi, ed oggi si esclude non solamente Testi, ma anche Lamberti. Ieri si pretendeva che fra i successori volevasi un bolognese, e nominavasi Marescalchi; oggi si nomina Cacciari. Ieri Birago era morto fra i candidati, ed oggi è nuovamente resuscitato, e via discorrendo.</p>
<p>In mezzo a queste rapide variazioni di musica bisogna limitarsi ad ascoltare, vedere e tener sospesi i giudizi. Fra tante incertezze, questo solo è certezza, che l'impegno di Le—Brune per Alessandri è ancor vigoroso, e questo intoppo trattiene il movimento di tutta la macchina. Si vuole che questo contrasto tra il Generale e l'Ambasciatore non costi ad Alessandri meno di cinquantamila lire.</p>
<p>Ieri mattina Birago per commissione del Direttorio si presentò a Faypoult, e non fu ricevuto. Questa mattina lo stesso Birago ha avuta una chiamata straordinaria e intempestiva del medesimo Direttorio, e non ho potuto penetrarne il motivo.</p>
<p>Mi si dice che sono state visitate le carceri del Castello e preparate al ricevimento di nuovi ospiti; mi si dice che quasi tutti gl'impiegati di polizia compreso il Ministro saranno destituiti; mi si dice, o per dir meglio, si sa di certo che Brunetti ha cercato di sincerare presso Trouvé la sua condotta, e che si è pure abbassato a dimandare la protezione di qualche individuo del comitato. Intanto perché il nuvolo sta sempre in vista e sempre tuona, senza che scoppii ancora alcun fulmine, i patriotti si riconfortano e si mettono sotto i piedi tutti gli strepiti e le paure.</p>
<p>Rangone sarà in Milano a momenti. Visconti scrive a Birago che le molte cose ch'egli avrebbe a comunicare rapporto a sé e alla massima del Direttorio francese, le lascia alla viva voce di Rangone medesimo, e finisce con dire che sospira il momento di partire. Di La—Hoz, nulla. Egli si sta godendo in Parigi le trentaseimila lire passategli dal nostro Direttorio. Se si dovesse dar fede a qualche diplomatico, egli ne aveva a sua disposizione molte più.</p>
<p>Questa mattina è stata riproposta dal G. C. la legge contro gli allarmisti, e i Seniori l'hanno nuovamente rigettata.</p>
<p>Le nuove di Napoli non sono che la coda delle antecedenti che già t'ho scritto. Solo si aggiunge che Nelson pensi a bloccar Malta, la quale senza i viveri della Sicilia non potrebbe sostenersi che pochi mesi.</p>
<p>Bonaparte altri lo vogliono sbarcato a Tunisi, altri a Tripoli, altri ad Alessandria, ed altri finalmente arrivato al Bosforo per unirsi alla flotta turca. La verità su questo marittimo vagabondo è coperta ancora di un velo.</p>
<p>In questo momento mi si mostra da Celentani una lettera di Visconti, nella quale avvisa l'arresto seguito in Parigi d'un certo <hi rend="italic">Rotondo</hi> altre volte impiegato in affari della Polizia Cisalpina. Egli è stato tradotto al Tempio. Fra le sue carte se ne sono trovate molte Cisalpine, e vuolsi che alcune accusino una qualche relazione con Testi. Se questo è vero, le mie speranze sulla permanenza di Testi al suo posto sono finite. Non ti so dire quanto mi rattristano queste nuove. Ho perduto te, perdo Testi e forse Lamberti, e non mi resta più un amico nel Direttorio, né so farmene fra quelli che rimarranno <emph>perché non so strisciarmi a' piedi di nessuno</emph>. Mi presentai ad Adelasio quando fu fatto Direttore, e trovai in esso il Direttore, non Adelasio. Non ci sono più ritornato.</p>
<p>Depongo queste amarezze nel seno dell'amicizia e ti abbraccio di cuore.</p>
<p>P. S. Sono le nove, e mi giunse avviso sicuro che il Circolo è chiuso e messi i sigilli alle porte. Ecco aperta la sala per la festa da ballo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>621</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Sono tante le cose in questi giorni accadute, che, essendone impossibile la narrazione in dettaglio, mi restringerò ad un compendio.</p>
<p>Primieramente la Costituzione, salvi i medesimi principj democratici e la medesima division dei poteri, è tutta mutata. A riserva di qualche piccola modificazione è la stessa che la romana. Il Consiglio de' Iuniori è di 80 rappresentanti, quello de' Seniori 40. Ieri si sono costituiti. Il Governo Francese nel darci una nuova Costituzione ci ha dato simultaneamente delle leggi organiche per accelerarne l'attivazione. Queste leggi risguardano principalmente il giudiciario, i circoli costituzionali e la stampa, la cui disciplina apparterrà alla vigilanza del Direttorio. Il proclama, che si sta stampando, dell'Ambasciatore francese renderà ragione di tutti questi cangiamenti, fra i quali è pur quello dei Dipartimenti ridotti a undici, e delle Amministrazioni centrali ristrette a tre individui per ciascheduna. Lamberti resta nel Direttorio e non ne escono che Savoldi e Testi. Luosi e Sopransi sono i successori. Ti manderò, se potrò averla, la nota dei rappresentanti esclusi, fra i quali dei Sen<add resp="ed">iori</add> savi ed onesti. Il Generale ha voluto salvo Gianni per forza. Tanto meglio per renderlo detestabile a tutti i partiti. Anche il pazzo Lattuada è stato privilegiato. Sulla rinunzia di 19 rappresentanti, che hanno ricusato di acconsentire alla nuova Costituzione, sono stati surrogati in parte gli espulsi, e in parte si è supplito colla nomina di nuovi soggetti. Rezia è fra questi, e Savioli di Bologna. Non mi permetto nessuna riflessione sul totale della riforma. Ma qualunque sia, le parzialità e le passioni l'hanno in parte deturpata, e Alessandri e Gianni sono due macchie che offendono grandemente l'opinione e l'intenzione di tutti i buoni. Non consola questo rammarico che la speranza di vederli presto balzati per qualche nuova superior provvidenza. Tutto il pubblico è d'avviso che Le—Brune avrà un altro destino. Cessato il cozzo delle due potestà nostre sovrane, può darsi che la riforma abbia una qualche salutare appendice, e sia pieno l'adempimento delle prime misure. Ti farei l'istoria delle pazzie se volessi narrarti tutte quelle di cui sono stati fecondi questi due ultimi giorni. A Dio piaccia che i seguenti non ne partoriscano delle peggiori. È stata abbandonata l'idea della deportazione di qualche individuo, ma si è, dicono, adottata quella di fucilare il primo che si permetterà di perturbare la quiete e lo spirito pubblico con qualche stravagante disubbidienza. Si sta ora in aspettazione delle riforme dei Ministeri. Per successore di Luosi è in predicamento Pancaldi. Il <title>Redattore</title> di Parigi porta un articolo fierissimo contro La—Hoz. Anche Visconti ha scritto cose assai importanti su questo punto. Ma Birago, secondo il solito, fa mistero di questo dispaccio, e non lo ha comunicato che al suo catamito, cioè a Riva, che noi tutti del burò chiamiamo il piccolo tirannetto.</p>
<p>Le lettere tutte confermano lo sbarco di Bonaparte in Alessandria, ma ancora nessuna nuova officiale. Forse Bonaparte medesimo è quello che si compiace di lasciare l'Europa in questo lungo tormento d'aspettazione per colpirci poi tutto ad un tratto di maraviglia, e invece di una lettera mandarci il commentario delle sue imprese. La congettura più probabile sopra quest'uomo straordinario parmi debba esser quella che più si accosta al miracolo, e il trovarsi Bonaparte nei luoghi che Alessandro ha renduti famosi colle sue conquiste non può non fargli nascere nel cuore la febbre della gloria che divorava il Bonaparte della Macedonia.</p>
<p>Non ho potuto uscire in tutt'oggi, e raccogliere le operazioni dei Consigli di questa mattina né informarmi se sia uscito il manifesto che si stava preparando per diramarlo in tutta la Cisalpina. Neppur la nota degli espulsi ho potuto trovarla. Forse l'avrai da Lamberti, o da altri.</p>
<closer>Non importa che ti prenda la pena di rispondermi a ogni ordinario; basta che gradisca la mia diligenza, e molto più l'amicizia con cui mi confermo sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>622</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Nell'abbondanza delle nuove non so da qual cominciare. Procederò come meglio potrò coll'ordine con cui le cose sono accadute. E prima dirò dell'esilio d'Aldini.</p>
<p>Dopo molti contrasti finalmente Trouvé aveva accordata a Le—Brune la grazia di Alessandri con sagrificare Lamberti, al quale per compenso si destinava da Trouvé il Ministero dell'Interno o dell'Estero. Questo trionfo rese coraggiosi i <emph>patriotti</emph> per tentarne degli altri, e perciò dimandarono a Le—Brune il castigo d'Aldini, ritornato il giorno avanti a Milano. Il Generale mandò dunque a chiamarlo lunedì mattina con un biglietto obbligantissimo, e nota bene che il giorno avanti Salvador, Galdi, Reina ecc. erano stati a pranzo dal Generale. Aldini vi si portò prontamente. Fu fatto aspettare non poco per dar tempo che si radunassero tutti gli spettatori della scena che doveva accadere. Introdotto, la prima parola con cui fu ricevuto fu quella di cospiratore. Aldini rispose con rispetto e franchezza, ma la conclusione fu l'ordine di partirsene da Milano in termine di 24 ore, sotto la responsabilità del Ministro di Polizia, che si trovava presente. Aldini fece una riverenza e partì. Il Generale si mise dopo a passeggiare per la stanza torbido e pensieroso. Nessuno ardiva di far parola. Essendosi accorto in seguito che il Ministro di Polizia aspettava in iscritto l'ordine del Generale per addossarsi la responsabilità della partenza d'Aldini, il Generale si pose a tavolino e lacerò tre volte lo scritto prima di consegnarglielo. Si vedeva nel suo contegno un'anima combattuta, e dicesi aver dopo esclamato «Io mi rovino per salvare la Cisalpina».</p>
<p>Intanto Aldini era corso da Trouvé per istruirlo dell'accaduto. L'Ambasciatore montò sulle furie. Voleva sul momento scrivere al Generale, e venire ad una aperta rottura. Aldini lo dissuase, facendogli avvedutamente riflettere che questo nuovo contrasto avrebbe ritardata l'esecuzione delle altre misure già preparate, e che l'Ambasciatore non avrebbe in ultimo ottenuta la ritrattazione dell'ordine che a costo di altri sacrifici in favore di quelli, che Le—Brune voleva pure in tutti i modi salvare. Che non si mostrasse dunque né disgustato né consapevole di questo esilio, e facesse il suo fatto senza riguardi. L'Ambasciatore trovò savie queste ragioni, e Aldini partì la notte seguente. Contemporaneamente Trouvé ha inviato un corriere a Parigi, e credesi da tutti con fondamento inevitabile il richiamo del Generale, o quello sicuramente di alcuni suoi aiutanti, che sono la principal cagione de' suoi errori.</p>
<p>L'esilio d'Aldini esaltò nuovamente la testa dei patriotti, e si contava già finito il pensiero della riforma. E non debbo tacerti ch'io pure doveva essere compreso nella condanna di questo esilio, io che niente ho avuto né ho che fare con chicchessia, e che vivo romito e straniero a tutte le fazioni. La storia di questo intrigo non è cosa da lettera, ma tutto questo era un lavoro infame di Gianni, il quale vendeva a Savoldi e Alessandri la protezione di Le—Brune a prezzo della mia rovina, e tutti insieme si erano riuniti per strappare dalle mani del Generale questo fulmine contro di me. Lamberti di propria bocca mi ha confessato ieri sera che anche Birago aveva parte in questa bricconeria. Comunque sia, la cabala non ha avuto il suo effetto, <foreign lang="lat">et me servavit Apollo</foreign>. Molte altre dovevano essere le vittime del furore di quel gobbo scelleratissimo, ma fortunatamente Le—Brune ha riflettuto che queste violente misure lo gettavano dalla parte del torto, pentito già d'aver accordato la prima vendetta.</p>
<p>Nel momento in cui scrivo (l'una della sera) si decide la sorte dei due Consigli, e non finirò senza darti informazione dell'esito. Intanto ti fo sapere l'arrivo di La—Hoz in Milano. Leggerai nei fogli di Francia la mozione da lui procurata nel Consiglio dei Cinquecento per bocca di Luciano Bonaparte. La mozione è stata rigettata, e il Direttorio ha intimato subito a La—Hoz di escire da Parigi, nel termine di 21 ore. Da Rangoni sentirai la moneta che costa al nostro Direttorio questa pazza missione.</p>
<p>Ti scrissi che Birago era da principio in gran predicamento per essere Direttore. Il Direttorio di Parigi lo ha escluso nominalmente, ed egli è ora caduto nel disprezzo dei due partiti per averli adulati ambedue, e ambedue traditi. Quindi è parere di tutti che dovendo anche sussistere separato il Ministero dell'Estero, Birago ad ogni modo sarà escluso. Se ciò non succede, io sono costretto a dimettermi.</p>
<p>La maggior parte poi dei nostri Bruti si sono abbassati a tutti i modi di viltà per salvarsi. Reina sopra tutti si è strisciato come un verme per ogni lato, e dopo aver esausti i mezzi dell'intrigo, ha tentato anche quelli della corruzione. È voce pubblica ch'egli abbia dato il volo ad una cambiale di millecinquecento zecchini. I suoi stessi colleghi lo riconoscono finalmente per uomo vilissimo, e non so dire se più degno d'esecrazione o disprezzo.</p>
<p>Quanto ai nuovi Direttori, vuolsi primieramente che Trouvé per ripicco contro il Generale per l'affare d'Aldini, abbia risoluto nuovamente di cacciar Alessandri. Marescalchi sarebbe stato più d'ogni altro accettato, ma Le—Brune ha dissuasa fortemente questa scelta, perché i patriotti gliel'han dipinto per un venduto all'Imperatore. Quindi la surrogazione di Cacciari, di cui non si è ricevuta ancora risposta. Luosi è stato sollecitato perché accetti, ma finora ha fermamente ricusato. Sopransi non si mette più in dubbio. La sua nomina è decisa. Quella di Felici è tuttora equivoca. Nel caso, gli si dà Guicciardi per successore.</p>
<p>Finché giunga la decisione del destino dei due Consigli, ti verrò anticipando le nuove dell'estero.</p>
<p>La Regina di Napoli e Acton tormentano il Re perché la rompa coi Francesi investendo il territorio romano.</p>
<p>Gl'Inglesi meditano di assediar Malta, la quale già comincia a penuriare di viveri.</p>
<p>Una lettera di mare porta la presa di sei vascelli inglesi fatta dalla flotta francese, che ha incontrata separatamente questa divisione nemica. Ma nulla di certo.</p>
<p>Nulla neppure di Bonaparte. Cosa incredibile dopo tanti mesi. Pare che Nettuno l'abbia ingoiato.</p>
<p>In Vienna banchetti e feste per la prigionia di Bonaparte. L'Imperatore Thugut ha dato lusinga a Marescalchi di riconoscerlo finalmente in qualità di Ministro.</p>
<p>A misura che la Francia si mostra invogliata di pace, l'Austria sublima le sue pretensioni, e spiega grandi preparativi. Mantova e qualch'altra cosa è lo scopo de' suoi disegni.</p>
<p>Alle 8 della sera.</p>
<p>Tutta Milano stava in aspettazione di veder decisa questa mattina la sorte dei due Consigli, sapendosi fin da ieri che le lettere pei destituendi erano preparate. Ma con sorpresa nulla si è veduto di tutto questo. Ecco dunque risorte le speranze dei nostri Timoleoni. Ma questa sospensione, a parer dei veggenti e scienti, non è derivata che dal difetto dei proclami al popolo cisalpino, ai quali non si era pensato, e che si sono conosciuti di massima necessità, perché il pubblico non ignori i motivi dei prossimi cangiamenti. La segreteria adunque dell'Ambasciatore è stata tutt'oggi in faccenda grandissima, e sembra che il colpo non sia differito che di 24 ore. In questo frattempo l'arrivo d'un corriere giunto ieri a Le—Brune ha fatto spargere maliziosamente la nuova che l'Imperatore ha dichiarata guerra alla Francia, e che rimane perciò per ordine di quel Direttorio sospesa ogni riforma. Questa impostura si è propagata come un lampo, e i meno accorti vi prestano fede, e forse ve la prestano scioccamente quei medesimi che a profitto proprio l'hanno inventata. Oltre i caratteri di menzogna che la distinguono palesemente, ve n'è uno di fatto, ed è una lettera venuta ieri di Marescalchi, il quale avvisa la sua prossima presentazione.</p>
<p>Non dissimulo però che questa febbre d'aspettazione che rende convulsi tutti gli spiriti avvelena tutto quel bene che si può aspettare da questa qualunque siasi rigenerazione, poiché i perturbatori della Repubblica mettono a profitto tutti i momenti, la cabala si agita con tutta la violenza, e la debolezza di Le—Brune, accessibile troppo alle seduzioni di quelli che lo circondano, può far nascere delle più forti e pericolose collisioni col piano dell'Ambasciatore. Si desidera dunque da tutti, e ardentissimamente si desidera, di uscire una volta da queste dolorose incertezze, in mezzo alle quali si muore mille volte senza morire.</p>
<p>Se la destituzione dei Rappresentanti avrà luogo in tutta la sua pienezza, si fa ascendere oltre sessanta il numero dei notati nel solo Gran Consiglio, e a diciannove quelli del Minore. Si pretende che tutti questi, altri saranno espulsi come nemici dalla Gran Nazione, e inabilitati per sempre a qualunque carica civile, altri deportati (e questo nol credo), ed altri puramente licenziati o ringraziati. Fra i primi si odono nominare Lattanzi, Greppi, Cavedoni, Coddè, Gambara, lo stesso Gianni, ed altri fino al numero di quindici. Fra poco sarà squarciato il velo, che copre tutto questo mistero, e a mio giudizio dimani dovrebbe alzarsi il sipario.</p>
<p>Savoldi però ha giurato di non dimettersi e di non abbandonare il suo posto che colla forza.</p>
<p>Se ti dovessi tessere l'istoria di tutte le pazzie che scaturiscono dai nostri cervelli, lo perderei tutto io medesimo. Tu ne conosci la tempera, e la conosci per esperienza.</p>
<p>Nel punto di finir la presente giunge persona che mi dice essersi Aldini incamminato egli stesso a Parigi. Me lo fa credere il mistero che nasconde il luogo del suo ritiro, e ciò combina con tutto il resto.</p>
<closer>Ti abbraccio col cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>623</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Fruttidoro, Anno VI.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il vulcano che minacciava inghiottir la Repubblica è già chiuso. Eccoti il proclama del Governo Francese, eccoti la nuova Costituzione, che si è gettata in questa voragine, ed ha spento o sopito almeno l'incendio. Questa Costituzione è l'<foreign lang="lat"> errata—corrige</foreign> della prima, e forse non sarà l'ultimo. Più contemplo la libertà cisalpina, più resta dubbio il pensiero se la nostra prosperità vi abbia guadagnato o perduto. Altronde questa libertà è per molti di noi un licore troppo potente, che soggioga l'intelletto, imbriaca il cervello, e ci fa essere più malati che sani. In somma non v'ha, né può esservi repubblica sicura senza costumi, senza virtù, e noi, lo dico con dolore, noi ne siamo poveri poverissimi.</p>
<p>Questa mattina si sono riaperte di nuovo al popolo le tribune. I nuovi Consigli sembra che si confortino l'uno coll'altro, e gareggino sul procedere con armonia. In quello de' Seniori non mancano buoni talenti, ma quello de' Juniori è in una perfetta minorità, né può sperarsi molto dai nuovi rappresentanti. Che vuoi che faccia un Savioli, un Cerretti, un Mosca e tanti altri? Io doveva essere del loro numero. Grazie all'odio di Gianni, che ha fatto parlare Le—Brune, ho sfuggito questo pericolo. Vedi che costui ha cominciato a farmi del bene. Doveva in seguito succedere ad Arauco nella segreteria del Direttorio; e Trouvé, che s'interessa per me senza conoscermi, mi ha personalmente e caldamente raccomandato al Direttorio, il quale, secondo l'espressione dello stesso Trouvé, ha ascoltata con unanime piacere questa raccomandazione né cercata, né desiderata. Milano dunque è tutta piena di questa voce, e tutti la tengono da buon fonte. Io solo non ne so niente di positivo. So solamente che Alessandri, e la creatura di Alessandri, Adelasio, non mi sono amici. Dagli altri tre non ho a sperare che bene, quantunque, tranne Lamberti, io non vegga mai la faccia né dell'uno, né dell'altro, massimamente in questi momenti, nei quali una visita di rispetto può essere dalla malignità interpretata per una visita d'ambizione e d'intrigo. Mi asterrei dal farla a te stesso, se tu fossi ancor Direttore. Del rimanente, dal contesto di queste voci e dal discorso fatto da Lamberti con Olivari, argomento che Lamberti, Luosi e Sopransi sono impegnati a redimermi dalla schiavitù in cui mi tiene Birago, di cui tutta Milano è già consapevole; ma parmi ancora di vedere che gli altri due Direttori sono in tutt'altra disposizione a mio riguardo, e che col pretesto forse che il posto d'Arauco <emph>non adegua i miei meriti</emph>, cercano con questa onorevole eccezione addormentar la cosa, e lasciarmi, se pur mi vi lasciano, nell'abbiezione in cui sono.</p>
<p>Se mi domandi i miei sentimenti, ti dirò con candore che desidero una redenzione qualunque siasi. Non ho mire ambiziose, né il mio cuore sarà mai accessibile a questa bassa passione. Quindi avrei amato un destino, a cui l'invidia non giunga; ma questo flagello degli uomini onesti mi si è attaccato alla carne, e non spero mai più liberarmene, a meno che non prenda il partito di divenir scellerato per divenir fortunato. Comprendi da questo che sarò sempre infelice.</p>
<p>Tuttavolta per non aver nulla da rimproverare a me stesso, perché son capo d'una famiglia, a cui debbo il sagrificio della mia quiete, reputo mio dovere il procurar di rimovere tutti gli ostacoli che attraversano la mia felicità. Quindi imploro da te una grazia. Se hai occasione di scrivere ad Adelasio, rendigli buona testimonianza del mio carattere morale, e fargli conoscere che tu mi onori della tua stima ed amicizia. Chi possiede da tanto tempo la tua benevolenza, possibile che non meriti quella d'Adelasio? Possibile che il giudizio degli uomini debba portarsi sempre sopra quattro parole rimate, e non mai sopra le mie azioni? Possibile che la virtù non debba mai trovare la sua ricompensa? Perdona, mio amico, se ti ho parlato delle mie disavventure. Gl'infelici sono sempre importuni.</p>
<p>Dopo le rinunzie dei Rappresentanti rieletti ne son seguite dell'altre, alle quali si va supplendo col riprendere gli esclusi meno pericolosi, o col sostituirne de' nuovi. Campana, che ha resistito al suo richiamo, spera che Masi verrà nominato in sua vece.</p>
<p>Olivari viene sollecitato ad accettare la missione di Parma, a cui aspira pure Tassoni e Severoli. Egli è tuttora incerto se debba accettare, perché, come accade in tutte le cose, altri lo dissuadono, altri l'esortano.</p>
<p>Birago parla di spontanea dimissione. Ma le sue parole sono in opposizione co' suoi maneggi. Egli è uomo superiore agli scrupoli, e resterà nel suo posto.</p>
<p>Abamonti è nominato dalla voce pubblica mio successore. Dove poi voglia balestrar me la fortuna, nol so. So questo solo, che mi sono ostinato ad essere galantuomo.</p>
<p>Dicesi Cacciari Ministro di Giustizia. Lattuada è stato bastonato da Greppi.</p>
<closer>Ti abbraccia di cuore il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ciò che ti ho scritto d'Alessandri e Adelasio rapporto a me non è più congettura, ma fatto. Luosi lo ha attestato ieri a Trouvé al pranzo del Generale; Trouvé è andato in furia, ed ha prorotto in questa protesta: «Non sono Ambasciatore della Repubblica Francese se il Direttorio non mi mantiene la sua parola». Informato di queste cose io mi sono affrettato di far sapere a Trouvé che, salva la mia riconoscenza, io non amo di essere beneficato per questa via; che perciò lo prego di ritirare le sue premure, o di combinarle colla dolcezza e la persuasione.</p>
<p>Ti confesso, mio caro amico, che un bene acquistato per questi mezzi mi rattrista più che un male non meritato. Desidero di esser redento, ma non aborrito. E Dio sa poi quanto mi è grave il procacciarmi un pane con un mestiere che può dirsi meccanico e così contrario all'educazione del mio intelletto. Sebbene il Direttorio medesimo tutto d'accordo confessa che non avvi, in tanti suoi segretari, chi sappia scrivere con qualche garbo nell'occorrenza, chi sappia stendere un messaggio d'importanza, un proclama, un discorso, ove l'eloquenza, l'eleganza, la lingua debbono campeggiare. Questo è il riflesso su cui Trouvé ha appoggiata principalmente la sua dimanda, ed è pure il riflesso che moveva me ad accettar questo posto. Se questo non è l'oggetto che si contempla, io sono più che prima sagrificato, e mi torna conto l'opposizione. Comunque debba finire questa faccenda, una tua lettera ad Adelasio (il quale forse non mi si mostra nemico che per condiscendenza verso il suo creatore) mi sarà sempre giovevole. Ma se vuoi rendere all'amicizia questo servigio, io ti prego di renderlo efficace e completo. Adelasio deve ascoltare la gratitudine: egli te la deve per tutti i titoli.</p>
<p>Testi medita un viaggio a Parigi per ringraziar Serbelloni.</p>
<p>Secondo P. S. Scrivendo a Luosi e Lamberti, mi obbligherai sommamente se anche a questi ricorderai il mio nome.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>624</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 26 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Eccomi seduto per la prima volta al mio burò direttoriale. Ho ancor calde le gote del bacio fraterno de' miei colleghi, ho implorato la loro assistenza e il loro compatimento, mi han tutti promesso il soccorso dei loro lumi, ed eccomi ad onta della mia natural soggezione abbastanza contento de' miei principj.</p>
<p>Quanto ai Direttori, parmi dover sperare in Luosi, Sopransi e Lamberti, più degli amici, che dei superiori. Adelasio mi ha accolto con poche ma cortesi ed umane parole. Alessandri non l'ho ancor veduto perché due volte mi son presentato al suo appartamento, e due volte il portiere mi ha detto che Alessandri era molto occupato. Ho rispettato, come io doveva, le sue occupazioni, e finita la sessione insisterò per presentargli il mio ringraziamento. Sebbene mi sia egli stato contrario, nondimeno se il rispetto, l'attenzione, lo zelo potranno aver forza sopra il suo cuore, io spero di conquistarlo. Arauco, ch'io punto non conosceva, mi ha abbracciato con effusione di bontà, ed egli ha già guadagnato il mio cuore. Questo dettaglio non può non piacerti, mio buon amico, ed io te l'ho fatto per questo fine. Ma la tua lettera ad Adelasio, siccome ti ho pregato, darà il compimento a quest'opera. Scrivendo a Lamberti ed a Luosi aiutami tu pure a far loro comprendere la mia riconoscenza. E basti di ciò.</p>
<p>I tuoi amici son senza tue lettere. Ciò mi fa sospettare di tua salute. Non lasciarmi agitato su questo punto, e fa ch'io sappia almeno per altra mano come ti porti.</p>
<p>L'andamento dei nuovi Consigli potrai conoscerlo dai <title>Redattori</title>. Finora procedono con armonia, e pare che gareggino per il bene della Repubblica. Parlo del totale, perché non tutti i singoli membri sono penetrati dello stesso entusiasmo, molto meno degli stessi principj. Lattuada, per esempio, mi dicono essersi dato al partito di starsi sempre sepolto in profonda meditazione, appoggiato il capo sul gomito, un ginocchio sull'altro, sempre tentennando la testa e sempre sospirando, come un senatore romano dopo la battaglia di Filippi.</p>
<p>Gianni, che aveva posto sul cappello un coccardone più grande dello scudo d'Achille, si affatica con tutta umiltà per trovar chi lo conforti d'un saluto, d'una parola, e con tutta la sua nuova mansuetudine non ottiene che silenzio e disprezzo. Il solo Tassoni, avendolo un giorno incontrato per via, gli disse: Insomma, sig. Gianni, voi siete il gran porco. Dopo aver gridato tanto: Costituzione o morte, voi siete rimasto vilmente in Consiglio.Che vuoi ti dica? (rispose Gianni). Il Generale in capo, considerando ch'io posso far del bene alla Repubblica, ha voluto ch'io vi resti di viva forza. Quando è così (soggiunse Tassoni), ti lodo, mio caro Gianni, e ti raccomando la Repubblica, che è tanto piena di baron fottuti . Tienti adesso dal ridere se t'è possibile.</p>
<p>Fantoni è stato rimandato alla Comune di Reggio, di cui dicesi cittadino, per giustificare la sua cittadinanza. Di Ranza non so che sia avvenuto. Gioia ha ottenuto il permesso di proseguire il suo <title>Censore</title>, purché si astenga dal traviare l'opinione del popolo sul nuovo ordine di cose, e Salvador colla carta di Le—Brune in saccoccia, prosiegue il suo <title>Termometro</title>, ma con qualche moderazione. Reina, avendo provato con forti argomenti che non v'ha forza al mondo che possa spogliarlo del grado di rappresentante del popolo, ha ricusato di restituire la fascia legislatoria ed ha ordinato al sartore un nuovo abito di costume. Il resto de' nostri Bruti tien la coda tra le gambe e il pugnale nel fodero. Ma vanno annunziando tra quindici giorni un gran cangiamento, e pongono le loro speranze alla prossima guerra.</p>
<p>E realmente gli apparati, o per meglio dire le apparenze di guerra sempre più crescono: Marescalchi scrive che ciò dipende dall'adesione della Francia alle ultime e perentorie condizioni proposte dall'Imperatore. Faypoult non dissimula che l'affare è sul bilico, gli officiali stanno di mal umore, perché temono di abbandonar Capua, e in mezzo a queste opinioni io non so più né che sperare, né che temere.</p>
<p>Le lettere di Martinengo portano che il Re di Napoli va proseguendo con gran calore la leva forzata. Portano di più essersi ricevuta nuova che Nelson abbia trovata finalmente la flotta francese dopo lo sbarco dell'armata in Alessandria, e l'abbia non poco maltrattata. Ma sembra (aggiunge Martinengo) che questa sia una pretta impostura divulgata dal Governo napoletano per facilitare le nuove reclute.</p>
<p>Ritornando sulle cose del nostro interno, torna in campo la soppressione del Ministero di Polizia, ripartendone fra gli altri le materie rispettive.</p>
<p>Testi ha rinunziato alla sua missione per Roma. Il Direttorio non è lontano dall'esibirgli di nuovo il Ministero dell'Estero, ma credo rinunzierà anche a questo. Io non so punto lodarlo di questa ostinazione, la quale può essere riputata un disdegno per la perduta magistratura. Egli si trattiene tuttora in campagna.</p>
<p>Imparo in questo momento che sono arrivati ieri sera due straordinari a Le—Brune da Parigi, dopo la lettura de' quali si è mostrato d'assai buon umore, dicendo: «le cose van bene per l'Italia». Concludono da ciò che sia sicura la guerra, poiché la guerra, secondo alcuni, è il massimo de' beni che possano mai accaderci. Siccome però questa nuova mi viene da un <hi rend="italic">patriotta</hi>, così ti prego di metterla in quarantena.</p>
<p>Egli è vero però che sfilano continuamente truppe dalla Svizzera nell'Italia e dalla Francia nella Svizzera, e questo non è certamente un preludio di pace, sebbene sia antico il proverbio, che per aver pace bisogna preparar la guerra. Se prima di chiudere la presente potrò raccogliere notizie più positive su questo punto, le aggiungerò. Diversamente tienti a quanto t'ho scritto, e nulla più.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Un saluto a Rangone. Saprai da Lamberti ciò che il Direttorio aveva disposto di questo amico, e quale ostacolo vi si è attraversato.</p>
<p>Subito finita la sessione di questa mattina mi sono presentato per la terza volta alla porta d'Alessandri, mostrando premura di adempiere con esso un atto del mio dovere. Mi ha fatto rispondere che non poteva, e mi ringraziava.</p>
<p>Campana mi ha tranquillizzato alquanto sulla tua salute, sebbene mi abbia detto che sei stato un po' male. Ritorna dunque a star sano.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>625</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. COSTABILI CONTAINI Commissario Gen.e ai Confini — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 29 Fruttidoro <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ti ringrazio senza fine delle lettere che hai scritte a Lamberti e Adelasio. Ne spero tutto l'effetto, tanto più che Adelasio anche prima della tua lettera mi aveva già dato non equivoco segno di benevolenza. Oggi sono di guardia e pranzo con esso. Ma Alessandri non mi guarda neppure in faccia, e durante tutta la mia udienza di ieri l'altro non fece che scarabocchiar della carta per non vedermi. Non ho mai veduta una più ostinata ingiustizia.</p>
<p>Quanto mi scrivi di Sopransi mi era già noto. Perciò mi sarei ben guardato dall'interporre i tuoi offici presso di esso. Tuttavolta debbo per parte mia confessarmegli molto obbligato per l'impegno con cui mi ha sostenuto, e tu sei così giusto, che non puoi non permettermi un sentimento di gratitudine anche verso quelli che non ti sono stati i più amici. Ma parliamo di nuove.</p>
<p>Una se n'era sparsa proveniente da Napoli della disfatta della flotta francese, e parmi avertela già scritta. Questa nuova aveva trovato in Milano un credito incredibile. Ma oggi comincia a risolversi tutta in fumo, ed io l'ho creduta e la credo costantemente falsa, e direi quasi impossibile, stando ai caratteri che la vestivano.</p>
<p>Quanto alle voci di guerra oggi sembrano dar luogo nuovamente a quelle di pace, sebbene Le—Brune abbia forse interesse di sostenerle, e le sostenga realmente col suo operare e parlare.</p>
<p>Il Direttorio mi ha fatto preparare questa mattina quattro messaggi al Corpo Legislativo, due de' quali per urgenza di leggi ben dolorose, ma necessarie. Sarà un miracolo se la voragine della finanza non inghiottisce la Repubblica. Io ne veggo adesso la vastità e la profondità da vicino, la veggo, la contemplo, e ne tremo.</p>
<p>La meretrice Cerretti, dolente di perdere la sua rappresentanza diplomatica, si è portato a Milano per brigare la permanenza al suo posto. Non vi riuscirà, perché la sua rimozione è pattuita tra Le—Brune e il Duca di Parma, il quale ha messa anche questa fra le condizioni dell'imprestito fatto ultimamente al Generale in capo. Credo anzi che per ora non avrà successore.</p>
<p>Questa mattina è uscita una risoluzione del Direttorio proibitiva della pubblica vendita delle stampe oscene. Alessandri si era opposto a questa misura, interessante tanto i costumi e l'onore delle famiglie. Era ben diverso il parere del Senato Romano quando in tempo di pubblica dissolutezza consultò i libri sibillini come in caso di pubblica calamità, e stimò santa cosa erigere un tempio a Venere Verticordia. Che faremo d'una Repubblica ove sia nullo il pudore?</p>
<p>Di Vienna null'altro che solite lentezze e incertezze sul destino d'Europa. Marescalchi è sempre nelle medesime angustie, ed è costretto a vivere romito per sottrarsi agl'insulti del popolo. Non ardisce frequentarlo che il Ministro di Spagna, da cui riceve tutte le attenzioni possibili. Gli sta male la moglie, e teme (dovrebbe dire spera) di perderla.</p>
<closer>Tutti i miei colleghi dal primo all'ultimo ti salutano. Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>626</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI Commissario ai Tribunali del Dipartimento del Lamone — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 29 Fruttidoro, A. VI Rep..</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Se l'amicizia che ti professo fosse un sentimento estinguibile, la tua trascuratezza, perdonami questo termine, e il tuo dimenticarsi delle mie circostanze economiche l'avrebbero già estinto da qualche tempo. Ma egli vive nel mio cuore vivo ed intatto siccome prima. Attenderò intanto l'effetto delle tue promesse.</p>
<p>Non ti sarà ignoto ch'io sono passato nella segreteria del Direttorio al Dipartimento dell'Estero e dell'Interno. Veggo per conseguenza le tue lettere, e veggo pur quelle che qualche malevolo ti scrive contro. Adempi con zelo il tuo dovere, tienti alle pure istruzioni del Direttorio, guardati dagli arbitrj, e stammi allegro e tranquillo.</p>
<p>Ho promesso al cittadino ex—frate Giuliani di raccomandarti l'affare di suo fratello carcerato per l'affare di Retti. Se la giustizia ti permette di aiutarlo, fagli comprendere coll'effetto, ch'io te l'ho raccomandato.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>627</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Complementare, A. VI Rep..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Poche cose avrò a scriverti questa volta. I proclami di Bonaparte, la presa d'Alessandria e del Cairo, la disfatta dei Mamalucchi, la battaglia navale colla peggio (dicono) degl'Inglesi, tutte queste cose le vedrai nei pubblici fogli.</p>
<p>L'estrazione dei generi, proibita per ordine di Le—Brune, la saprai dalla Centrale. Mi figuro le maledizioni di tutta la Repubblica.</p>
<p>Il Corpo Legislativo è stato invitato a mettere a disposizione del Direttorio un complesso di fondi, che sia atto a portare nella cassa nazionale otto milioni dentro due mesi, protestando il Direttorio essere esaurite tutte le risorse. Si è creata in conseguenza una commissione per proporre una legge.</p>
<p>Un'altra legge è stata emanata, o dovrà emanarsi, portante la revisione dei processi di tutte le commissioni di alta polizia. Vedrai una reazione che darà molto fastidio.</p>
<p>Ti mando la nomina degli Amministratori Centrali e Commissari, sospettando che dal Ministero dell'Interno non sia stata ancor diramata.</p>
<p>Ti manderò conto nel venturo ordinario d'una misura proposta dal Ministero dell'Interno, e che dal Direttorio era stata abbracciata; la quale feriva la tua convenienza come Commissario ai confini. La riferisco domani, e spero sarà rivocata.</p>
<p>Rapazzini qui presente ti saluta cordialissimamente, ed io t'abbraccio coll'anima.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>628</head>
<opener><salute>Al dott. GIUSEPPE ANTONIO TESTA — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 5 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Di' a Rangoni ch'è stato nominato il suo successore. Egli è Zacchiroli. T'ho scritto che Visconti era in predicamento per la Svizzera. Ora ne dubito. Piranesi non viene più ministro della Repubblica romana a Milano. La povertà di quel governo non permette dispendi per le missioni nell'estero, e la Repubblica madre ne ha addossato gl'interessi a' suoi propri ministri presso le altre Potenze. Quindi neppur noi manderemo a Roma nessuno. Tutta fortuna di Birago, che il Direttorio aveva segreta intenzione di mandare colà in luogo di Testi. Testi poi non pensa più al viaggio di Parigi, avendo trovato il suo Parigi nella cognata.</p>
<p>Guicciardi ha data la sua dimissione, e il Direttorio difficilmente potrà rimpiazzarlo.</p>
<p>Anche le rinunzie degli amministratori centrali sono continue, e dànno a pensare per le surrogazioni.</p>
<p>Sono poi infiniti i lamenti, i gemiti, le lagrime dei possidenti in tutta la Repubblica per la proibita estrazione delle derrate, e tu conosci l'estensione di questo termine. Egualmente infinite sono le prepotenze militari, e Lucano aveva ben ragione di dire: <quote lang="lat"> Nulla fides, pietasque viris qui castra sequuntur</quote>. Non è più possibile di sortire dalla voragine di mali in cui siamo ingolfati. Non comanda più altro che la forza, e l'avidità che dirige la forza. Se rimane qualche lira nella Repubblica, non ne abbiamo l'obbligazione che ai vizi de' nostri liberatori. Siamo ai cinque del mese, e le indennizzazioni degli impiegati non sono state ancora pagate, né so quando il saranno. Vi era nella cassa nazionale qualche luigi, e la festa dell'anniversario e il pranzo del Generale li hanno tutti assorbiti.</p>
<p>Aggiungi che i due estremi sono in contatto, cioè il fanatismo religioso e il repubblicano, e che ambedue cospirano da diversi punti nello scopo medesimo. Egli è ben brutto il trovarsi nel mezzo di questi due urti. Rassomiglio il governo in questo caso a una carogna, a cui non resta altro moto che quello che le dànno i cani che se la contrastano per divorarla. Ma usciamo un poco di casa, e un'occhiata al mondo.</p>
<p>I Francesi sono sbarcati in Irlanda in numero di seimila. Questa nuova è sicura. Ma la flotta di Tolone la conto già per interamente disfatta, con buona pace del nostro <title>Termometro</title>. Può darsi che la flottiglia di Malta abbia potuto facilmente rapir la vittoria ai vincitori già malmenati, e realmente v'era ordine del Direttorio, che all'avviso d'una seguita battaglia navale, qualunque ne fosse l'esito, le navi che stavano di riserva in Malta e in Tolone, dovessero subito uscire in traccia degl'Inglesi. Ma finora niun'altra nuova sembra sicura, che la distruzione della flotta egiziana.</p>
<p>Un'altra nuova mi dà fastidio per gli affari del Mediterraneo, ed è la coalizione che vuolsi non dubbia della Porta colla Russia, la cui flotta dicesi già comparsa sulle alture di Costantinopoli per passare lo stretto. Di Bonaparte poi null'altro sappiamo, se non la presa d'Alessandria e del Cairo.</p>
<p>Frattanto v'è fondamento di credere imminente la pace, dicendosi retroceduta la Francia dalle sue pretensioni sopra Kell e Cassel, salva la demolizione d'Erebrestein, a cui l'Imperatore ha già acceduto. Anche le lettere di Marescalchi mi fanno sperar bene su questo punto. Egli non è più agitato come prima. Se avremo questa pace tanto desiderata, non la dovremo che alla ferma neutralità della Russia. Ma la Cisalpina perderà nulla? Io temo la perdita delle persiche veronesi.</p>
<p>Quanto all'Inghilterra, sarà l'Irlanda che deciderà questa lite. Né credo già che le ardite follie di Bonaparte non debbano darle apprensione, molto più, se è vero, che la squadra di Richery lo attenda alle gole dell'Eritreo. Tutto sta che il clima, gli strapazzi, le malattie, le resistenze dei popoli, le mancanze dei viveri e mill'altri ostacoli non distruggano in compendio l'armata di Bonaparte. Egli è vero che Alessandro, quando piombò nell'Asia, non aveva forze maggiori, ma è vero altresì che la Macedonia gli mandava dei rinforzi continuamente, e che molti popoli conquistati divennero suoi soldati. Bonaparte avrà egli questa fortuna? Troverà egli delle nazioni così disposte a ricevere le sue leggi? Potrà egli, come Alessandro, farsi credere stirpe d'un dio, cosa che pure contribuì molto a sottomettere il cuore e le armi de' suoi ignoranti nemici? Più che nell'Asia spero dunque nell'Irlanda, ed in Kilmaine alla testa degl'insorgenti.</p>
<p>Siccome ti scrivo a intervalli, così ho luogo a ritornare più volte sulle stesse materie. Il Ministro dell'Interno è stato invitato a rimanersi al suo posto fino almeno alla totale nuova organizzazione.</p>
<p>Le nuove d'Irlanda sempre migliori. I fogli francesi annunziano per certa una battaglia, nella quale gl'Inglesi hanno perduto molta gente e molti cannoni.</p>
<p>Le voci di pace si ripetono con sempre maggior fondamento.</p>
<p>Luosi è un poco ammalato, e ti saluta. Savoldi ha intenzione di far un giro per Bologna e Ferrara, per condursi al suo paese. Alessandri legge le gazzette. Lattanzi è partito per Roma, ed io sono contento del mio impiego, poiché il Direttorio lo è dell'opera mia.</p>
<p lang="lat">Vale.</p>
<p>P. S. Si è formata una commissione di otto legislatori per organizzare un piano di finanze, che tutte le sere si occupa di quest'oggetto. Faypoult è alla testa, e gli altri sono: Conti, Formiggini, Somaglia e Tomini, per i Seniori; Guglielmini, Aquila, Della Vida, ed il quarto, di cui non ricordo il nome, per parte de' Juniori.</p>
<p>Caleppio era stato nominato ministro a Parigi. Gli furono perciò spedite le credenziali. In seguito Trouvé ha assicurato il Direttorio che avrebbe esposto Caleppio a un rifiuto. Si è dunque spedito un altro corriere per raggiungere il primo, e richiamare le credenziali. Il Direttorio francese è sempre ostinato in voler Serbelloni. Visconti però non è ancora partito per quel che credo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>629</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Settembre 1798.</date></opener>
<p>Le tue ragioni sono ottime, ma sono migliori le mie. L'esser rimasto privo della risorsa che mi dava la mia carrettella mi ha portato i mali seguenti. Avevo bisogno di mutar casa, e non ho potuto farlo perché non ho denaro né per ammobigliare un piccolo appartamento, né per gravarmi d'una grossa pigione prendendolo ammobigliato. Ho dovuto prendere ieri l'altro dodici scudi a imprestito perché le indennizzazioni del mese decorso non sono state ancora pagate. Mi bisognava un abito da mezza stagione, e per non far debiti porto i vecchi miei cenci. Ristori che mi ha ceduto il quarto ove abito mi va creditore di duecento e più lire, ed ho il rossore di non poterlo soddisfare. Devo pagare (e questo mi cuoce l'anima) due luigi all'educatrice della mia figlia per la mercede del mese decorso, e mi trovo impossibilitato a farlo. Avevo dato alcune pietre incise a vendere, e mi sono state trafugate. In somma, non mi sono mai trovato in angustie così disgustose, alle quali avrei potuto sottrarmi se avessi avuta a mia disposizione la mia bastardella, che cento volte avrei potuto esitare con tutto il vantaggio. Se dopo tutto questo il cuore non ti rimorde, se non ti occupi de' miei bisogni, so cosa pensare della tua amicizia.</p>
<p>Il Direttorio è contento dell'opera tua.</p>
<p>Guardati da Casalini, e sta sano.</p>
<p>P. S. Conti potrà farti testimonianza se la leggenda de' miei guai è sincera. E per cui colpa? Pensaci e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>630</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ti lagni che le mie lettere siano talvolta poco esatte in materia di nuove. Il difetto è nato qualche volta dalla memoria che nei brevi momenti in cui scrivo non si ricorda di tutto, qualche volta dalla poca importanza che ho messa alle nuove medesime, o piuttosto dal figurarmi che essendo pubbliche fosse inutile l'accennarle, restringendomi a quelle che non sono a notizia di tutti. Ma è falso che quella di Petracchi e di Crespi te l'abbia taciuta. Io te la scrissi fin da quando stavi a Pesaro. Riscontra le mie lettere, e troverai o che qualcuna non ti è pervenuta, o che questa nuova te l'ho significata. Non ti scrissi la promozione d'Arauco, perché, essendo tu in corrispondenza con Lamberti, supposi che da lui l'avessi saputa. Quanto a Visconti, non basta quello che ti ho scritto di Serbelloni, per comprendere il resto? Ma io amo di essere rimproverato di passata negligenza, perché così non avrai luogo a rimproverarmi di troppa minutezza per l'avvenire. Dopo ciò, continuiamo la nostra strada.</p>
<p>Guicciardi persiste nella sua rinunzia, e si crede Aldini suo successore. Certo è che glien'è stato parlato. Ma Aldini, che è già in Milano, ha poca voglia di accettare tal carica, a meno che non giudichi espediente alla sua estimazione il permetterne la nomina nella sua persona per confondere i suoi nemici.</p>
<p>Il Generale in capo coll'ordine del giorno ha ritirato l'<foreign lang="fre">arrÃªté</foreign> che proibiva l'estrazione dei generi, restringendo la proibizione soltanto agli Stati Austriaci. Ma non credere per questo che la libertà del commercio sia fuori d'ostacolo. La rapacità degli agenti francesi è troppo superiore a tutti i riguardi, e Le—Brune è troppo debole e circondato di traditori. Aggiungi l'irregolarità di quest'atto perché indipendente dal Corpo Legislativo.</p>
<p>Le rinunzie delle Amministrazioni dipartimentali si vanno rimpiazzando con grande imbarazzo. Le nomine giudiciarie sono imminenti.</p>
<p>La risoluzione del Corpo Legislativo per l'incasso dei milioni richiesti dal Direttorio ha avuto il suo effetto con una misura, che porterà l'estinzione di altri venti milioni di debito nazionale in carte di credito. Mi riporto su questo ai <title>Redattori</title> dei Consigli, che suppongo in tuo potere. Nel caso che non li abbia potrò mandarti i miei, se li desideri per conoscerne regolarmente le operazioni. Mi basta un cenno.</p>
<p>La Commissione di finanza discute molto, e poco risolve. La massa dei mali che ci opprimono atterrisce i commessi, che non san come uscire con lode da questo abisso.</p>
<p>La pace si vuol conclusa, e alcuni sospettano che non ne saranno per ora pubblicate le condizioni, perché involvono dei sacrifici a nostro danno.</p>
<p>Ognuno trema sul destino della Repubblica Romana, della quale si teme essersi fatto o potersi far traffico colla Spagna. Sono sospetti, ma son verosimili.</p>
<p>Circa le Flotte, ti confermo ciò che ultimamente t'ho scritto e potrai conoscerlo dalla relazione che ti accludo venuta ieri colla posta di Roma. È una ripetizione delle cose già note, ma in termini meno superbi, perché confessano la ruina. Di Bonaparte nulla affatto.</p>
<p>Ad ogni momento arrivano truppe, e in questa sola mattina più di due mila sono venute a schierarsi sulla piazza del Direttorio. A qual fine non tel so dire. Contro l'Austria non credo, perché Le—Brune protesta di aver ordine dal Direttorio di non tenersi neppure sulle difese. Contro Napoli neppure, se pur è vero che la pace vada a concludersi. Forse per isvernare a spese nostre, forse per rimontare il vestito, forse per darci senza loro pericolo quelle leggi, che il trattato di pace potesse mai comprendere a nostro danno.</p>
<p>Se scrivi ad Adelasio ringrazialo, e sii presso lui l'interprete della mia riconoscenza. S'egli è contento di me, io sono contentissimo di lui. Fra le molte attenzioni che mi usa conto quella principalmente d'avermi dato un quartiere per me e la mia piccola famiglia nel Direttorio, nell'appartamento che occupava Vicini. Tu dunque ringrazialo d'aver ben corrisposto alle tue raccomandazioni.</p>
<p>Tu mi esorti ed hai scritto a Lamberti di esortarmi ad aver giudizio. Duolmi fortemente che tu possa dubitare della mia condotta. Le disgrazie rendono savio, e se qualche errore ho commesso anch'io nella mia vita, questo non è del mio cuore, ma delle persecuzioni che ho sofferte. Se l'invidia (perdonami questo termine) se l'invidia si fosse meno attaccata alla mia riputazione, se non avessi avuto il coraggio di mantenermi onesto in mezzo ai mali che accompagnano la virtù, se avessi aspirato a far fortuna a spese dell'onor mio, se non mi fossero state pesate le parole, i sospiri e fino i pensieri, nessuno mi avrebbe trovato né colpevole, né riprensibile. Ma insegnami il modo di essere scorticato, senza lamentarsi e contorcersi! Sii dunque più indulgente, e non giudicarmi tanto immeritevole della tua stima.</p>
<closer>Salutami Campana e Rangoni e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>631</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Se mai all'arrivo dei delegati della Compagnia Baronio in Bologna per intraprendere la nota trattativa, il cittadino Aldini non si trovasse in città, ma in campagna, i delegati lo faranno subito avvisato della loro venuta dietro il quale avviso si porterà subito in Bologna. Tale è il concerto che ho preso con esso, sopra di che scrivo pure alla Compagnia conformemente. Il fratello troverà in Ferrara, se mai si trova colà, un'altra mia lettera d'istruzione.</p>
<p>Informatemi se il cittadino Simoni è stato intieramente saldato e in qual somma, non avendo presente il quantitativo.</p>
<closer>Abbracciate la madre, e state sano. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>632</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Non so quanto potrò questa volta intrattenermi teco, perché la segreteria è molto occupata, e tanto che mai più tanto.</p>
<p>Le—Brune è a Mantova. Vedi che l'armata comincia a <foreign lang="fre">s'ébranler</foreign>. Nel passare per Cremona ha regalato alla truppa, cioè ha obbligato la Centrale a regalare alla truppa 15 mila pagnotte, tante migliaia di pinte di vino, ecc., ecc.. Ti scrissi che Trouvé e Amelot avevano chiesto al Direttorio l'adempimento del sesto articolo del trattato, e la risposta del Direttorio. Si sono replicate le istanze e in voce e in iscritto. Il Direttorio aveva quindi preparato un messaggio al Corpo Legislativo, chiedendo a sua disposizione altri 12 mila tornesi ed esponendone i motivi, cioè i pericoli da cui la Repubblica è minacciata. Sul punto di spedirlo è stato sospeso. Credo la ragione esser questa, che in detto messaggio si annunciava che l'invito del Direttorio era in conseguenza d'un formale eccitamento dell'Ambasciatore e del Commissario francese. Siccome dichiarazione di guerra ancora non si è fatta, così forse si è temuto che questo messaggio, rendendosi manifesto, non dica al pubblico e al nemico più di quello che si vuol dire. La guerra con Napoli si dà per sicura da tutti i Francesi che anelano a questa conquista. Non dubito del buon esito, ma dubito che il Re di Napoli sia così buono, di non mettere al sicuro in Sicilia e la sua persona e tutti i tesori che potrà. Non parmi però che finora le truppe francesi siano tante in Italia da far fronte nel tempo stesso agli Austriaci e battere i Napoletani. Non si mette più in dubbio, neppure da Salvador, che la flotta francese è stata interamente disfatta. Della ripresa di Malta non si ha notizia certa, ma molto probabile. La pace coll'Impero vuolsi certa, certissima.</p>
<p>Nel momento di chiudere questa lettera, il Direttorio ha richiamato dalla segreteria il messaggio sospeso per li 12 milioni, e l'ha già spedito. Contemporaneamente è stato scritto a Parigi, ma a Melzi, non a Serbelloni. In Piemonte, ossia a Torino, crescono i torbidi popolari contro i Francesi. I Consigli sono un po' costernati; molto più il Direttorio. Il nuovo comandante della piazza è peggiore del primo. Per motivo degli alloggi egli ha minacciato di far fucilare il Dicastero e l'Amministrazione centrale. I preti e i frati inondano il Direttorio con suppliche, chi per la messa, chi per la pensione, chi pel beneficio, chi per la apertura delle chiese, chi per fabbricarne delle nuove, chi per le processioni.</p>
<p>Tutti ti salutano, ed io ti abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>633</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Se tu compatisci le mie circostanze, io compatisco le tue, ma le mie non patiscono dilazione di rimedio. Se non separassi il tuo cuore da' tuoi falli economici, potrei io chiamarmi ancora tuo amico, e il potrebbero altri, che pur ti amano, ma non ti lodano su questo punto? Or basta, io aspetto con impazienza il venturo corriere e ne ho veramente bisogno. Intanto abbi per non iscritta qualche brusca espressione che la disperazione mi ha cavato di penna nelle lettere antecedenti.</p>
<p>Col prossimo ordinario spero di darti una buona nuova per Casalini, ma se mi manchi di parola bada che questo gusto te lo sospendo.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sono esse vere le brutte cose che si scrivono di Visconti? Io non posso amarlo perché egli non ama me; ma nondimeno desidererei che avesse avuto più senno e più stima dell'onor proprio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>634</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Abbiamo delle novità che dànno sempre più da pensare. Trouvé vien rimosso da Milano per mandarlo a Stutgard. Il suo successore è Fouché di Nantes, e sta per arrivare a momenti. Questo è ciò che si dice, questo è ciò che scrivono da Parigi, questo è ciò che Serbelloni positivamente asserisce coll'ultimo suo dispaccio.</p>
<p>Si dice ancora che Joubert passerà in Italia Generale in capo dell'Armata del Po, e che Le—Brune andrà alla testa di quella del Tevere. Si dice che, oltre le duecento mila reclute già decretate e completate, si sono esibiti quarantamila volontari, i quali sono stati ringraziati. Si dice che tutto il nerbo delle forze francesi si porterà in Italia per essere in grado di battere l'Imperatore, e procedere nel tempo stesso alla conquista di Napoli. Si dice che il Direttorio Francese trova necessarie in Italia tutte queste forze, perché sospetta che la flotta russa possa fare il suo sbarco sulle coste di Napoli e venir avanti colle truppe del Re, se i Francesi non li prevengono. Si dice finalmente che nella Cisalpina si fanno de' nuovi cangiamenti, il che s'è vero, la macchina sempre più si scompagina, né so dove andremo a finire.</p>
<p>Le—Brune è ritornato qui ieri. Kosciusko ha scritta una bella lettera al nostro Direttorio, raccomandandogli i Polacchi suoi patriotti che militano al nostro soldo.</p>
<p>In compenso dei dodici milioni accordati straordinariamente per contratto ai Francesi, questi hanno ceduti i fondi di lor pertinenza esistenti nel Pesarese, ed hanno fatto quietanza sopra quelli della Romagna. Come poi si giri questo negozio per toccar contante, non tel so dire.</p>
<p>Non cessano di arrivare sempre nuove truppe francesi. Ginguené è stato richiamato.</p>
<closer>Sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Alessandri è allegro come una sposa. Qualcun altro sta malinconico. Io leggo Boezio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>635</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 22 Vendem. <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il tuo silenzio nel passato ordinario mi aveva messo mal umore, ma molto. Ora tutto è finito. Basta che Guiccioli non arrivi del '99.</p>
<p>Sul resto del prezzo converremo facilmente, purché tu voglia aver presente che la mia bastardella te l'ho consegnata in ottimo stato. Falla stimare con questa vista, e scrivimi a che ne monta la stima. Io posso dirti in parola d'onore che se l'avessi avuta in Milano mi sarebbe capitata più volte l'occasione di esitarla pel medesimo prezzo ch'io l'ho pagata. Ma io sarò discreto purché il voglia esser tu pure.</p>
<p>Ti scrissi che il Direttorio era contento di te, perché tale fu l'espressione di Lamberti e di Luosi. Ciò che mi scrivi di Psalidi è sogno.</p>
<p>Salutami Conti, e sta sano.</p>
<p>P. S. Per Casalini è preparato un rapporto che lo aggiusterà come merita.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>636</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 26 Vendemmiaio a. 7.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Con una lettera di supplemento ti aveva scritto nel passato ordinario l'arrivo di Fouché, ma la lettera non arrivò in tempo perché la posta (se il domestico non mi ha ingannato) era chiusa. Ora dunque ti dico ch'egli è qui fino da sabbato sera, che ha presentate le sue credenziali, che seguirà presto il suo ricevimento, che Trouvé sta per partire e che si aspettano nuovi cangiamenti. Quanto a me non ne credo nessuno di massima. Ciò che ti posso dire su i motivi della rimozione di Trouvé si è che a Radstadt si era rimproverato il Direttorio di Francia della sua troppa dominazione in Italia, cosa che ingelosisce l'Austria sommamente. Può darsi dunque che Trouvé sia una vittima della politica a cagione degli ultimi cangiamenti operati nella Cisalpina, e ciò combina con quello che scrive Marescalchi, avergli, cioè, detto Thugut che l'Imperatore non poteva riconoscere il nostro Governo, perché noi non siamo ancora Governo. Quanto a Fouché, il suo contegno quando sarà in funzione lo farà definire. Se debbesi credere alla voce pubblica egli fu uno dei commissari a Lione, quando si adoprava la mitraglia per supplire alla lentezza della ghigliottina. La sua fisonomia non presagisce però niente di male; è un uomo di circa quarantacinque anni, è stato prete, ed ora ha moglie, ma brutta.</p>
<p>Le voci di guerra e di pace fanno il giuoco dell'altalena. Intanto proseguono a venir truppe, e si fanno preparativi che allontanano tutte le speranze di pace; ma tieni per certo che se questa si fa, la Repubblica romana è buggiarata, trinciata e venduta. Le nuove di Bonaparte le vedrai nella stampa che ti accludo. Quelle dell'Irlanda sono confuse, ma tutte confermano un nuovo sbarco dei Francesi, e progressi degl'insorgenti, e battaglie e vittorie che confortano tutti gli amici della libertà.</p>
<p>Visconti è decisamente nominato alla Legazione della Svizzera, e si aspetta la sua risposta.</p>
<p>Ginguené è stato già rimpiazzato. Mi dimenticava di dirti (se pure non te l'ho scritto nell'ultima mia) che Trouvé passa a Stutgard.</p>
<p>Arauco ti saluta carissimamente. Tu salutami Rangone e Campana. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>637</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Vend.e A. 7 R..</date></opener>
<p>Io mi aspettava un po' di acqua, ed è venuta tempesta. Eccoti in breve tutti i cangiamenti accaduti.</p>
<p>Adelasio, Luosi, Sopransi si sono dimessi. Brunetti, Sabatti e Smancini sono i successori, e questa mattina hanno dato principio all'esercizio della lor carica. Tutto il Corpo Legislativo ha sofferta anch'esso una crisi. Sono stati richiamati gli espulsi e licenziati tutti i nuovi legislatori con molti ancora dei vecchi specialmente nel Consiglio degli Anziani. Tutto ciò in virtù di lettere particolari del Generale in capo, senza la minima intelligenza col nuovo Ambasciatore, il quale, attonito come gli altri, asserisce non aver avuto altro oggetto la sua missione che di far rispettare la nuova Costituzione, il Governo, e quelli che lo componevano.</p>
<p>Uno dei primi decreti del nuovo Direttorio è stata l'apertura di tutti i Circoli costituzionali per tutta la Repubblica, e la soppressione del Dicastero Centrale, le cui funzioni restano provvisoriamente assunte dal Ministero della Polizia. Polfranceschi è nominato per una commissione straordinaria presso il Direttorio di Parigi. Credo risoluto che Porro torni al Ministero della Polizia, e Gambara quasi a quello della Giustizia. Finora questi sono i cangiamenti più rilevanti.</p>
<p>Trouvé doveva riportare questa mattina le sue credenziali. Si è scusato con pretesto di salute, ed invece le ha mandate.</p>
<p>Dimattina seguirà la presentazione del nuovo Ambasciatore. Lamberti è presidente.</p>
<p>I Consigli sono un'altra volta fervidi e bollenti, e promettono di oltrepassare il termine da cui erano ripartiti quando furono riformati. Il Generale li seconda mirabilmente. Il primo messaggio del Direttorio è stato di dimandare con urgenza che si proponga al popolo l'accettazione della Costituzione.</p>
<p>Imparo in questo momento che Sopransi, sul consiglio di Fouché e Trouvé, ha ricusato di dare la sua dimissione. Se tu dimandi spiegazione di tutti questi imbrogli, tu dimandi luce ad un cieco.</p>
<p>La guerra parmi sicura, e tutte queste politiche convulsioni me l'annunziano più che prima. Son certo che a queste notizie benedirai sempre più la tua sorte, che ti ha tolto alle burrasche della Repubblica con tutta la tua convenienza. Nel venturo ordinario avrò forse materia per una lettera più lunga.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p>
<p>P. S. Ho tralasciato di dirti il modo con cui sono seguite le dimissioni dei Direttori, perché tu già le sai, avendone l'esempio in Paradisi e Moscati e negli altri. Vogliono che Salvador abbia diretta tutta l'operazione che t'ho narrata, o per meglio dire accennata, giacché il narrarla tutta diffusamente sarebbe cosa assai lunga. Di tutti i nuovi richiamati il solo Reina ha ricusato l'invito (così mi dice Olivari), adducendo per ragione il precedente suo giuramento per l'antica Costituzione.</p>
<p>Adelasio, che ha rinunziato di tutto cuore e che mi ha raccontata la resistenza fatta da Sopransi all'invito del Generale, mi ha pur detto che Luosi aveva avuto da Fouché e Trouvé lo stesso consiglio. Non debbo omettere di dirti che il Generale non ha mostrato per nulla i poteri, che l'autorizzano a queste mutazioni. Da ciò molte opinioni, molti sospetti ed anche molte speranze. Io non ne ho nel cuore che una, ed è la libertà de' miei posteri.</p>
<p>Riapro la lettera per significarti che Faypoult parte questa notte per Parigi a portarvi i reclami di Fouché, di Trouvé, i suoi propri e quelli di tutta la Legazione Francese sulle innovazioni accadute con tanto loro dolore, e con tanta offesa del loro carattere. Sopransi, come t'ho detto, tien fermo, e protesta di non voler partire dal Direttorio, ma non so quanto saggia debba reputarsi una tal resistenza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>638</head>
<opener><salute>A Gio. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Brumale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Le molte e grandi cose che qui accadono ad ogni momento sono di tal natura, che io non debbo né posso farmene l'istorico. Nulladimeno ti darò qualche cenno, che ti servirà come di filo per entrare nel labirinto.</p>
<p>Dopo quattro giorni di antipapato, Sopransi è uscito dal Direttorio, ma in virtù sola di forza armata. Vi furono tre ore di contestazione tra esso e l'ufficiale mandato da Le—Brune, e finalmente dopo averne fatta protesta ed averla consegnata nelle mani di David, che a caso vi si trovò presente, cesse alla forza e sortì dal suo appartamento. Questa protesta sottoscritta da molti ex—rappresentanti presenti al fatto, è partita la notte scorsa per Parigi accompagnata da altre di altri individui e da dispacci particolari di Fouché, Trouvé, Amelot, ecc.. Nota bene che in tutte queste misure Brune non ha mostrato ad alcuno i suoi poteri in iscritto, nota che egli stesso ha dichiarato che il Direttorio francese vuole che si mantenga e rispetti la nuova Costituzione, nota che questa Costituzione è stata già cangiata affatto di due interi paragrafi, nota che Brune ha richiamato nel seno dei Consigli quegli individui che avevano già ricusato di giurarla, nota che non l'hanno giurata neppure presentemente, e che nondimeno siedono, e parlano, e fanno leggi nel momento medesimo che protestano di non volerla.</p>
<p>Le stampe che ti accludo ti diranno in parte le operazioni dell'attuale Governo, che sono rapide, molte e piene di veemenza.</p>
<p>Dimattina a mezzogiorno nel Duomo si celebrerà la prima assemblea primaria alla presenza del popolo coll'intervento di tutti gl'impiegati nei burò di tutta la Comune.</p>
<p>Sono intanto imminenti molte altre destituzioni, le quali sarebbero già state eseguite, se l'affare di Sopransi non avesse fatta una certa remora nell'animo di Le—Brune.</p>
<p>Fra i destituendi, la cui lista è già segnata da molti giorni e preparata da Salvador, Gianni e qualch'altro, è compreso Pancaldi, a cui precederà probabilmente Pelagatti o Gambara, è compreso Guicciardi, a cui è dato per successore Savoldi, è compreso Felici, a cui non so chi vogliasi sostituire, vi è Arauco come venduto all'Austria, vi sono io come autore della <title>Bassvilliana</title> , e molt'altri, di cui ora non so ricordarmi. Che anzi, rapporto a me, questa mattina stessa Alessandri voleva che il Direttorio mi dimettesse, al che si è opposto Lamberti, dicendo che non vede in me colpa, e che per conseguenza non poteva contro coscienza dar corso alla destituzione. Questa resistenza farà che Le—Brune stesso, stimolato da Salvador e da Gianni, ne manderà al Direttorio l'ordine positivo. Io sono tranquillo e rassegnato a tutti i colpi della perfidia, e il sentimento del mio onore, della mia virtù mi tien luogo di tutto.</p>
<p>Intanto Le—Brune è sicuramente destituito, e l'atto della sua destituzione che lo manda in Olanda semplice generale di divisione fu segnato in Parigi fino dal 13 Vend.e, il giorno dopo che fu segnato quello di Trouvé. Joubert è il suo successore, e Bernadotte è nominato per la spedizione di Napoli. Le—Brune poi non solo non ignora la sua destituzione, ma anzi la sapeva prima ancora di dar principio a tutto questo sconvolgimento, profittando del momento in cui Trouvé non era più ambasciatore in vista della sua destituzione, e Fouché non era stato ancor presentato. Abbia egli, o non abbia i poteri di far tutto quello che ha fatto, certo è che egli ha detto: <foreign lang="fre">Je craigne que ce coup me coutera bien cher, mais cela ne fait rien: je suis vengé</foreign>. Staremo ora a vedere che verrà da Parigi ove sono stati spediti tutti i dettagli delle cose accadute, e dove Faypoult non si è certamente portato senza buone intenzioni. Ma possibile, dirai tu, che Brune siasi azzardato di operare uno sconvolgimento tale senza esserne autorizzato? Eccoti la sostanza dei suoi poteri per ciò che si argomenta, giacché, come ti ho detto, nessuno gli ha veduti in iscritto. Egli aveva informato il Direttorio che le nomine fatte dal Trouvé erano tutte aristocratiche, e che la Cisalpina era tutta in disordine, che perciò era necessaria una nuova modificazione in senso contrario. Il Direttorio gli rispose che approvava tutto l'operato di Trouvé, che dovesse star ferma la nuova Costituzione e rispettarsi il Governo; ma che tuttavolta se qualche individuo si fosse mostrato indegno del posto che occupava, si lasciava alla sua prudenza il porvi riparo <hi rend="italic">con intelligenza di Trouvé</hi>. Egli ha tenuto segreta per più di 15 giorni questa facoltà, ed ha aspettato il momento dell'interregno che t'ho accennato. Questo è tutto quello che si sospetta, e null'altro.</p>
<p>Zacchiroli è stato destituito. Polfranceschi è ammalato, e andrà un altro in sua vece. Si aspetta da un momento all'altro l'intimo a tutti gli ex—rappresentanti di restituirsi ai rispettivi loro Dipartimenti. Quanto a me, forse è questa l'ultima volta che per ora ti scrivo dalla segreteria in cui sono. Lamberti ha fatta a sua moglie la confidenza di tutto quello che t'ho raccontato e sua moglie alla mia. Arauco n'è afflittissimo. Gli altri miei colleghi finora ignorano tutto, ma son certo del loro dolore, perché parmi che mi amino tutti dal primo fino all'ultimo.</p>
<p>Le operazioni del Direttorio e quelle dei Consigli le vedrai colle stampe a misura che si pubblicheranno.</p>
<closer>Ti abbraccio, mio caro amico, e ti prego ricordarti del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Arauco mi dice che sarete servito rapporto al libro che gli avete commesso. Sopransi è alloggiato in casa di Trouvé. Trouvé poi è stato orribilmente fischiato. Imparo in questo momento che Leoni è stato messo in prigione. Ecco che Gianni finalmente ha provato questo gusto infinito. Dicesi dichiarata la guerra, ma non te la do per certa questa notizia. La Costituzione si sta ristampando a cagione dei due articoli cangiati. Questa sera partono molte circolari.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>639</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">24 Ottobre 1798</add>.</date></opener>
<p>Appendice — alle 11 della notte.</p>
<p>Dovendosi dimattina tenere l'assemblea primaria nel Duomo per l'accettazione dell'Atto Costituzionale, alcuni rappresentanti hanno creduto bene di andar questa sera al Circolo per predicarla al popolo. Lattuada e Dandolo che si sono messi a questa impresa sono stati fischiati, avendo i patriotti gridato di volere una costituzione a modo loro. Vedremo dimani che ne sarà. La forza armata farà forse miglior effetto che la predicazione di Dandolo e Lattuada.</p>
<p>Adelasio è in campagna. Luosi credo sia con Pancaldi.</p>
<p>In comitato segreto un certo Scazza ha fatta questa mattina la mozione che si mandino i dragoni alle case dei ricchi a prender denari. La mozione non è stata senza sostenitori, ma finalmente l'orrore di questo pensiero è stato capito, e la proposizione non ha avuto conseguenza.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>640</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">Gio. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 6 Brumale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Non ho ricevuta ancora la mia sentenza, ma è inevitabile. Quando sarò sciolto da ogni riguardo, strapperò il velo che copre quest'ingiustizia. Per ora lasciamolo celato siccome sta, e parliamo delle cose della Repubblica.</p>
<p>Giovedì mattina fu aperta nel Duomo l'assemblea primaria di questa Comune. La legge portava che tutto dovesse terminarsi in una sola seduta. Ma sono già decorsi tre giorni, e l'assemblea ancor dura, e nel momento istesso in cui scrivo odo gli urli dei convocati. Penso che neppur questa notte sarà finita, e se si arriva a domani che è giorno di festa e di maggior concorrenza, chi sa quando questa funzione sarà consumata. In tanto la truppa di linea l'ha accettata appena le è stata proposta. Al contrario il risultato delle assemblee di Pavia è negativo. Su quelle di Milano non so farti prognostico perché i partiti sono molto riscaldati, sebbene ciò che chiamasi partito patriottico è in gran parte favorevole alla Costituzione perché sperano tutto nel Direttorio. Vuoi più? I voti e gl'impieghi sono già pattuiti, siccome lo sono le destituzioni di tanti ai quali è delitto l'essere virtuosi ed onesti, ed amar la Repubblica per principj, non per furore.</p>
<p>Fantoni (perché conosca in parte lo spirito dominatore) Fantoni è stato nominato commissario straordinario presso i Dipartimenti del Crostolo e del Panaro per assistere e proteggere il buon ordine delle assemblee. Se Pedrazzini qui commissario è stato dal popolo minacciato d'arresto per voler intimare lo scioglimento dell'assemblea, Fantoni con questa regola sarà fatto in pezzi. Ti accludo le istruzioni emanate per il contegno da tenersi da questi commissari speciali, così chiamati costituzionalmente. Ti accludo la nuova Costituzione. Se ti rincresce che ti mandi tutte queste carte che si vanno stampando, fammelo sapere per mio governo.</p>
<p>Non entro a parlarti delle cose che in questo recinto si operano con una incredibile attività, perché l'amicizia deve cedere al mio dovere. Ma le vedrai nel loro sviluppo, e te ne formerai da te medesimo l'idea che si conviene.</p>
<p>Joubert è arrivato, ma non ha spiegato ancora carattere. Lo sconvolgimento che qui ha trovato di tutte le cose lo costringono ad orizzontarsi prima di comparire. Prima che parta la posta forse avrò campo di scriverti in altra lettera qualche cosa di più su questo punto. Finirò la presente con un aneddoto, dal quale comprenderai in qual modo siano state eseguite le destituzioni dei rappresentanti nei due Consigli.</p>
<p>Zorzi di Padova era stretto amico di Le Brune, il quale, essendo stato molto tempo in di lui casa, aveva avuto campo di conoscerne l'onestà e i sentimenti. Egli è stato, come gli altri, destituito. Interrogato il Generale da un amico di Zorzi perché l'avesse sagrificato come gli altri, dimentico delle attenzioni dal medesimo ricevute, il Generale rispose attonito non saperne nulla. Difatti prese la lista che i patriotti gli avevano presentato, vi trovò segnato il nome di Zorzi come <emph>aristocratico</emph>, e allora si accorse d'aver segnata la sentenza senza rifletterci.</p>
<p>T'abbraccio, mio caro amico, e ti ringrazio di ciò che hai scritto ad Arauco per me. Egli è addolorato come tutti gli altri della mia situazione; ma che vuoi che mi faccia? Null'altro che compatirmi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>641</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE RANGONI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Brumale, A. VII R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Prima due parole su la mia situazione. Io non sono ancora destituito e sembra che siasi riconosciuta l'ingiustizia di questa risoluzione. Tranne Alessandri, tutti gli altri sembrano persuasi in favor mio, almeno così mi riferiscono i molti amici che hanno parlato ai medesimi per me. Io non ne ho fatta parola dal canto mio con altri che con Lamberti. Sopra tutti Brunetti mi ha assicurato, per bocca di Bernardoni, e della sua assistenza, e della sua amicizia. Di quest'ultima però ho ricevuto da lui questa mattina un attestato tutto in contrario, avendomi fatto intimare per mezzo di Maspoli di abbandonare le tre stanze cedutemi da Adelasio nella corsia, e abbandonarle in termine di tre giorni. Ma… non parliamo più di questo.</p>
<p>Joubert, arrivato qui tante volte di voce, è arrivato finalmente di fatto. Brune, al contrario, parte di qui domani o posdimani con tutto lo Stato Maggiore, che dal primo fino all'ultimo è richiamato ancor esso. Si diceva che il suo destino era in Olanda; ora si dubita ancor di questo, e se ne dubita per alti motivi. Dopo lo scandalo accaduto nell'ultima assemblea del Duomo, nella quale, come ti scrissi, furono abbruciati tutti i registri, Brune voleva di buona risoluzione farne fucilare tutto il burò a cui principalmente attribuivasi l'origine di quel disordine. Fra i componenti del burò eranvi Pelagatti presidente, e Salvador uno dei segretari. In uno di quegli sfoghi nei quali un'anima addolorata si tradisce senza volerlo, Brune ebbe a confessare d'aver scoperti molti scellerati in quei medesimi ch'egli riputava i più onesti. Il suo pentimento sopra certe misure si è manifestato anche più del dovere, ed è fatto sicuro che quando seppe dall'officiale mandato a scacciar Sopransi, che Sopransi volle prender copia dell'ordine del Generale per registrarlo nel processo verbale di quella scena, e che di più intese la protesta di Sopransi di non cedere che alla forza, è certo, dissi, che Brune montò sulle furie, e non trovava riposo. Tu cavane le conseguenze.</p>
<p>Intanto si aspetta dal partito dei riformati con impazienza il risultato dei corrieri spediti, e della missione di Faypoult. In questa aspettazione è arrivata l'altro ieri una lettera di Larevellière—Lépaux scritta a Trouvé tutta di pugno, e tutta piena di amorevolezza, nella quale non solamente non apparisce verun indizio di ordini dati a Brune per cangiar lo stato delle cose, ma viene anzi ripetuta la piena approvazione del Direttorio sopra tutti i punti della riforma da Trouvé operata. Gli soggiunge inoltre ch'egli non deve stupirsi della sua rimozione dall'ambasciata di Milano, perché così portava l'insieme delle cose politiche, e lo assicurava in fine di tutta la confidenza del Direttorio. Dopo questi preludi che sono alla cognizione del pubblico, lascio che ognuno la congetturi a suo modo. Quanto a me, non vorrei altro che pace e vera pace una volta a questa abbastanza malmenata e strapazzata Repubblica.</p>
<p>Le notizie delle assemblee primarie finora non sono che consolanti. La maggior parte dei Dipartimenti di qua dal Po hanno accettata la Costituzione e non si aspetta che il risultato dei Transpadani.</p>
<p>Ti scrissi che dovevano aver luogo molte destituzioni. Se non ne vedi ancora l'effetto in grande, non devi attribuirlo che alla mole degli altri affari. Fra quelli che sono in predicamento ministeriale non debbo tacerti che Fantoni viene susurrato Ministro di finanza. Mi scarico di questa nuova sopra Olivari, che me l'ha data quasi positiva.</p>
<p>Baraguey—D'Hilliers viene capo dello Stato Maggiore. Bernadotte non può tardar molto ad arrivar ancor esso per passare a Roma.</p>
<p>Si è ricevuta nuova sicura che Bonaparte ha passata tutta la Giudea, e che prosegue felicemente la sua grande spedizione. Le voci di pace e di guerra sono sempre le stesse. Ma gli Austriaci sono già nei Grigioni.</p>
<p>Avrei altre duemila cose da dirti, ma non ho né testa, né cuore. Conservami nel tuo, e sta sano.</p>
<p>P. S. Guicciardi è stato richiamato al suo posto a posta corrente. Petracchi ti saluta. Brunetti è indisposto. Ti mando alcune stampe.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>642</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 13 Brumale, A. 7 R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Le—Brune è partito, con dolore de' patriotti e del Direttorio, da cui non si è tralasciato nessun contrassegno di gratitudine, com'era ben giusto. Joubert si è presentato ieri mattina al Direttorio accompagnato da Fouché. Egli è persona di poche parole, e piuttosto serio. Dicono esser egli poco contento dello stato in cui ha trovato le cose, e che, se se lo fosse figurato, non avrebbe accettato il comando. Ognuno gli attribuisce sentenze e parole conformi al proprio partito. La Costituzione è stata accettata con maggioranza di voti, e il Direttorio ne ha partecipato l'avviso al C. L.— Conti è partito fino da ieri notte per Parigi, portando seco lettera di ringraziamento a quel Direttorio per le nuove ricevute beneficenze e la notizia che la Costituzione è stata universalmente accettata. Una misura generale esclude senza riguardo dal suolo della Repubblica chiunque non ha cittadinanza cisalpina. La guerra con Napoli non si mette più in dubbio. Ogni giorno arrivano truppe dalla Svizzera, molte delle quali prendono la strada di Roma. Non è sicuro che Baraguey d'Hilliers sarà capo dello Stato Maggiore. Si nomina un altro in sua vece. Quanto a Brune, altri dicono che va a dirittura in Olanda, altri che va prima a Parigi, ed altri che non andrà più in nessuno di questi luoghi. Una lettera di Haller scritta a questo suo fratello avvisa che il partito di Brune è decaduto, e questa lettera è di data anteriore alla notizia dei cangiamenti qui operati. Può darsi che il merito che si è acquistato colla nuova rigenerazione lo faccia risorgere, come spero. Le incertezze del futuro tengono intanto tutti gli animi sospesi. Con tutto questo il Direttorio agisce efficacissimamente, e con coraggio incredibile.</p>
<p>Spero che presto ti abbraccerò. Ne sono impaziente, e il mio cuore ha bisogno di spandersi nel seno della vera e tranquilla amicizia.</p>
<p>Mille volte addio.</p>
<p>P. S. Lungi dal dolermi che tu mi scriva poco, ti prego anzi di farlo meno che puoi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>643</head>
<opener><salute>A Gio. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 17 Brumale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro carissimo Amico.</p>
<p>Ho bisogno di sapere se tu hai ricevute e ricevi regolarmente tutte le mie lettere, vale a dire una, e talvolta due ogni ordinario senza interruzione. Una riga, e mi basta, ma ricordati che m'è necessaria.</p>
<p>È arrivato ieri notte dopo le quattro un corriere a Trouvé. Faypoult sarà qui sabato, o domenica. Questo è tutto ciò che m'è permesso di dirti nello stato attuale delle cose.</p>
<p>Io parto dimattina dall'abitazione Direttorio, e v'è la ferma intenzione di farmi partire presto dalla segreteria. Si vorrebbe traslocarmi nel burò dell'Interno, si vorrebbe ch'io stesso fossi il carnefice di me medesimo col dimandare la mia dimissione. Questo passo nol farò mai. O sono colpevole, e non debbo aver impiego di sorta alcuna, o sono innocente, e voglio giustizia. I miei nemici vorrebbero transigere colla propria coscienza, e la mia onestà li mette alla disperazione. Li sfido tutti a trovare nell'intero periodo della mia vita un'azione che mi disonori e sia meritevole di castigo. La potenza de' miei persecutori è caduca, ma la mia onoratezza è immortale. Del resto…</p>
<p>Il presente stato politico delle cose è interessantissimo, ma io te ne scriverò quando la verità non sarà più delitto.</p>
<closer>Addio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>644</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 24 Brumale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Moreau è arrivato ieri sera. I fogli di Francia annunciano non essere verisimile che un uomo di tanta riputazione militare sia mandato in Italia come semplice ispettore dell'armata. Vedremo. Intanto giungono sempre nuove truppe, e non passa giorno che la piazza del Direttorio non ne sia piena. Tengo sempre per sicura la guerra, almeno contro Napoli.</p>
<p>Faypoult arriverà questa notte, essendosi ricevuta notizia, che si è fermato a Torino per la rottura del legno da viaggio.</p>
<p>Si aspetta a ore, a momenti l'arrivo d'un corriere da Parigi colla definizione dei nostri affari politici. Tutti i fogli francesi annunziano la disapprovazione del D. sulla condotta di Le—Brune, e un decreto del 4 corrente rivocativo di tutto il di lui operato. Tuttavolta non è sicuro che quel Governo non abbia cangiato nuovamente pensiero. Si mormora fin d'ora fortemente che Fouché sia destituito, e qualche gazzetta di Parigi ne parla come di cosa sicura, surrogandogli Faypoult. Io crederò quando vedrò e toccherò.</p>
<p>Trouvé è ancora in Milano, e attende sempre ordini e denaro per andarsene. Joubert tiene un contegno riservatissimo. Amelot è in gran rottura con Fouché, e fra i due litiganti il terzo, che è il Direttorio, ci va di mezzo.</p>
<p>La Legge che ti accludo, e che ti avevo accennata nell'ultima mia, appena è nata ch'è stata rivocata. Siccome non ha avuto effetto pubblico, così non ti spiacerà di vederla.</p>
<p>Berthier ha scritto al Direttorio in data dei 7 Fruttidoro una lettera dal Cairo, mandando i rapporti stampati colà di tutte le operazioni di Bonaparte fino a quell'epoca. Sono i medesimi che avrai già veduti sulle nostre gazzette. Dicono che Bonaparte sia riuscito a mettere in piedi un'armata di cento mila Arabi. Io non ci vedo niente d'inverosimile.</p>
<p>Abamonti non va più a Firenze come si era detto, ma credesi con fondamento che resterà Ministro della Polizia. Pelagatti è nuovamente in predicamento pel Ministero della Giustizia. A quello dell'Interno si predica Gamberi, e Dandolo aspira a quello della Finanza.</p>
<p lang="lat">Vale.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>645</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI Commissario ai Confini — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 27 Brumale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ricordati bene di prendere la presente per una indifferentissima gazzetta.</p>
<p>Sono arrivate giovedì le risposte di Parigi. Il Direttorio ha ripetuto a Fouché l'ordine positivo di rimettere qui le cose nello stato di prima. Quanto ai Consigli non v'ha la minima variazione; ma quanto al Direttorio, avendo il Governo Francese considerato che qui fervono due partiti, uno dei Brunisti, cui è capo Alessandri, l'altro dei Trouvisti, di cui è capo Sopransi, la politica francese ha stimato bene di recidere queste fazioni col destituirne i capi. È stato dunque invitato Sopransi pel primo con un biglietto di Fouché portante questa soprascritta: <foreign lang="fre">«Au Citoyen Sopransi Membre du Directoire Exécutif de la Rep.e Cis.e »</foreign>. Sopransi si è recato subito da Fouché, quale lo ha accolto con tutta la politezza, e dopo aver lodata sua fermezza contro Le—Brune, dopo aver biasimato altamente la condotta di questo, dicendo che aveva operato senza poteri, dopo avergli manifestato esser ordine del Direttorio francese che tutto sia rimesso nella prima situazione, ha finito coll'insinuargli in nome della Repubblica Francese a dare la sua dimissione dalla carica di Direttore. Sopransi ha ricusato con una costanza che non so come chiamarla. Questa resistenza ha arrestato tutto il resto dell'operazione. Intanto Sopransi ha scritto una lettera che dicesi molto ardita al Direttorio Francese, a cui significa che la sua nomina in Direttore essendo stata approvata e sancita dai due Consigli, non è più in potere del Direttorio Francese lo spogliarlo di questo carattere; e che i soli Consigli hanno il diritto di destituirlo previo un processo e previa una colpa. Questa protesta è già partita per Parigi con corriere straordinario, né Fouché ha fatto verun fatto di violenza contro di esso. Ecco lo stato delle cose rapporto al Direttorio.</p>
<p>Quanto ai Consigli, Fouché ha chiamato Vismara presidente dell'abolito Consiglio, gli ha mostrato l'ordine di Parigi, lo ha pregato d'insinuare a' suoi colleghi la moderazione perché non si urtino i partiti e non nascano scandali, e si è sciolto l'abboccamento col prendere un concerto per questa sera, onde effettuare la ripristinazione di ambedue i Consigli. Nel momento in cui scrivo si tiene sessione in casa di Trouvé, ma ho dei dati per presagire che per adesso non si conclude questa faccenda. Questo è un caos ove combattono tra loro gli elementi di tutte le passioni.</p>
<p>Voleva scrivere molte altre cose, ma per profittare della staffetta che parte per Ferrara, sono costretto a dar fine. La lettera di Lamberti ti dirà forse qualche cosa di più, giacché so ch'egli t'ha scritto. Per descrivere queste agitazioni politiche non basta il pennello di Tacito, né l'acrimonia di Sallustio.</p>
<p>Ti abbraccio.</p>
<p>I Direttori che dovevano escire di carica sono Alessandri, Brunetti, Sabatti e Smancini. Sottentrano Luosi e Adelasio, e gli altri due, <emph>se non accade nuovo cangiamento</emph>, si sceglieranno dai Consigli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>646</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 1 Frimale, A. 7.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dopo che mi hai raccomandata la prudenza conveniente alla circostanza, io non so più quasi che scriverti. La verità storica non si combina co' tuoi consigli, ed io <foreign lang="lat">virtute me involvo mea</foreign>, e sto zitto. Nondimeno eccoti due parole.</p>
<p>Lamberti ha fatto un progetto a Fouché, e Fouché a Vismara, in cui si accoglie la rappresentanza dei Consigli destituiti. Il progetto è di conglutinare e fondere in un solo i due contrari partiti, ponendo a bussolo tutti i rappresentanti nominati da Bonaparte, e lasciando alla saggezza della sorte il decidere dei soggetti che debbono formare i Consigli Legislativi nel numero stabilito dalla nuova Costituzione. Credo, o almeno da molti si crede, che questo piano sia stato inoltrato a Parigi. Per ora tutto incertezza e oscurità del futuro. Ognuno ha le sue speranze, ognuno le sue paure, e non v'ha che il saggio che sia libero da questi tormentosi sentimenti. Il veder per altro infocata nel mezzo de' cittadini la fiaccola delle fazioni e rotto il riposo della Repubblica, e sempre miserie senza una stilla di bene, questa prospettiva fa sparire la filosofia e fa scoppiare le anime di dolore. In questo stato di cose ripeterò sempre che l'amore della libertà non è che l'amore dell'avvenire.</p>
<p>È inutile il più dimandare se avremo la pace o la guerra. Le apparenze cangiano faccia ad ogni momento, ed è pazzo chi pretende d'indovinarla. Vi sarebbe egli pericolo che il Direttorio sovrano non avesse abbastanza energia per far la guerra, né abbastanza politica per far la pace? Se devesi aver quest'ultima, si cancellasse almen prima dalla carta diplomatica il Regno di Napoli, e si finisse di tremare sull'esistenza della Repubblica Romana. Ogni atomo di quel terreno è caldo di libertà, e l'Italia non mi parrà mai libera senza Roma.</p>
<p>Oggi si è sparsa voce che i Francesi abbiano occupato o vogliano occupare nuovamente Livorno. Faranno assai bene.</p>
<p>Le truppe sempre rinforzano, e il cuore mi si allarga quando le veggo arrivare in belli e numerosi e ben montati battaglioni. Pazienza se costano.</p>
<p>Se vivi in campagna, salutami gli alberi e le bestie che ti circondano. Mi auguro di poter vivere anch'io una volta con questi naturali repubblicani, e non aver altri nemici altri tiranni a temere, che la neve, il vento e la pioggia.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>647</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 4 Frimale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ti scrivo dal letto, e ciò scusi la brevità della lettera.</p>
<p>Le cose sono tuttora nel medesimo piede. Fouché confessa d'aver ricevuto quattro volte l'ordine del Direttorio di ripristinare il Governo nello stato di prima, e ch'egli ha risposto essersi creduto in dovere di resistere a questi ordini per il bene delle due Repubbliche. Egli ha calcolato bene le conseguenze del suo contegno, e qualunque ne sia l'evento ha in mano abbastanza di che consolarsi. Staremo a vedere che ne verrà. La decisione finale non può tardare che pochi giorni.</p>
<p>Si rinforza la voce di pace. Trouvé è partito. David ha chiesto al Direttorio di poter seguire il suo amico, e l'ha ottenuto. Prima però passerà a Roma con Amelot per qualche giorno. Si dice che le finanze della Cisalpina si daranno a una compagnia di Francesi. Si dice che avremo dei Francesi impiegati in altre cariche amministrative. Si dice che il nostro Direttorio farà le destituzioni ideate tutte in un colpo e in tutta la Repubblica. Porro era nominato Ministro della Polizia, Pelagatti della Giustizia, e Gamberi dell'Interno. Lamberti si è opposto, minacciando una protesta negli atti del Direttorio, e le nomine non hanno avuto corso.</p>
<p>Addio mille volte, addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>648</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 8 Frimale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Anche questa volta ti scrivo dal letto, ove gl'incomodi della stagione e più le amarezze dell'animo mi obbligano di quando in quando.</p>
<p>Guicciardi ha data e ottenuta la sua dimissione. L'ispettor centrale Battaglia supplisce per ora e supplirà fino a che sarà matura o, per meglio dire, eseguibile la nomina degli altri nuovi Ministri, volendo il Direttorio (per quanto dicono) fare tutti i cangiamenti in un colpo.</p>
<p>Fantoni, alla testa di dieci o dodici patriotti, fra' quali anche il nostro Tassoni, si portò l'altra sera in giro dai Direttori colla lista dei patriotti che si debbono impiegare; e da persona che si trovò presente vengo assicurato che quando la presentò a Sabatti disse queste o simili parole: «Ecco la lista dei cittadini che debbono sostener la Repubblica; bisogna sottoscriverla». Sabatti per altro nulla sottoscrisse. Cosa abbiano fatto gli altri nol so.</p>
<p>Intanto ieri mattina è arrivato Derla di ritorno da Parigi, ove aveva portato i dispacci del nostro Direttorio al Francese contenenti l'avviso che la Costituzione era stata accettata dal popolo. Che diavolo abbia detto o fatto questo Derla, certo è che, dopo sei o sette giorni di aspettazione per la risposta di quel Direttorio, all'improvviso gli è stato intimato dal Ministero centrale di partire in termine di tre ore, ed egli è arrivato qui senza neppure una lettera della Legazione, non essendovi (dice Derla) stato tempo di darlene avviso. Questa sua espulsione ha sconcertato alquanto i patriotti, che temono di qualche cattivo riscontro per parte del Governo francese, e confortati i riformisti, i quali tengono per sicuro il ripristinamento delle cose. Si sta quindi in grande attenzione della sentenza definitiva. Sopransi tiene per certa la sua reintegrazione. Io tengo per certo che moriremo senza conoscere vera libertà. T'invito perciò a fare un brindisi alla libertà dei nostri posteri.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Di nuove esterne niente di rimarchevole che io mi sappia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>649</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. COSTABILI CONTAINI Commissario Gen.e ai Confini — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Mil.o 11 <add resp="ed">Frimale</add> A. 7 R..</date></opener>
<p>Una legge di requisizione forzata e istantanea di nove mila uomini dall'età di 18fino ai 28 anni, una legge di requisizione forzata sopra i cavalli, seicento de' quali si prendono dal solo circondario di Milano, una legge che per l'urgenza degli affari obbliga i due Consigli a quotidiana sessione per dieci giorni continui, queste leggi e cent'altre disposizioni fanno credere a tutti imminente la guerra. Contuttociò io credo pace, e credo che gli agenti e i generali francesi sappiano tanto le vere intenzioni del Direttorio sovrano quanto le so io, che non ne so nulla.</p>
<p>Qui erasi sparsa voce che sulle frontiere romane si fosse dato principio alle ostilità per parte dei Napolitani, ed erano venute lettere di autorità francesi che l'attestavano, ma la nuova si è smentita.</p>
<p>Che si fa intanto del Governo Cisalpino? Le cose sono ancora sparse di tenebre. Si aspetta sempre a momenti la sentenza definitiva; si pretende che Conti non sia stato ricevuto a Parigi, si pretende che quel Direttorio abbia riputate illegittime le nostre assemblee primarie, si pretende che quel Governo sia fermo ne' suoi precedenti decreti, si pretende, e lo scrivono da Parigi, che siano stati rinnovati per la quinta volta gli ordini a Fouché di rimetter le cose nello stato di prima, si pretende che Fouché sostenuto da Joubert sia risoluto di non dar esecuzione a questi ordini, si pretende che egli abbia anzi scritta al nostro Direttorio una lettera nella quale lo assicura che le cose resteranno siccome stanno, sebbene chi ha veduta la lettera non trova nella medesima che espressioni di doppio significato, si pretende finalmente che fra due giorni avremo (per servirmi dell'espressione di certo Manara che non conosco) nuovi portafogli e nuovi taccuini.</p>
<p>Intanto dopo Guicciardi anche Felici ha dato la sua dimissione. Successore a Felici era stato nominato un certo Pensa e non ha accettato. Ora sono in predicamento Arauco e Dandolo. Quanto all'Interno altri dicono Vismara, altri Gamberi, altri Birago, riunendo l'Interno coll'Estero. Per la Polizia è stato nominato Visconti, che è già qui da cinque giorni ed ha accettato. Non venendo nei seguenti due giorni altro riscontro da Parigi, il Direttorio (dicono) è risoluto di dar esecuzione al suo piano di riforma nei funzionari pubblici e montar la Repubblica in nuova maniera.</p>
<p>Trouvé è ritornato in Milano per lasciarvi la moglie, che non può reggere, essendo gravida, agli strapazzi del viaggio.</p>
<p>Faypoult è partito per Genova, David per Roma. Moreau vive nella Repubblica come se non vi fosse. Tutti gli officiali francesi e polacchi hanno ricevuto l'ordine di restituirsi subito ai loro distaccamenti. Corre voce ben fondata che si porteranno via al Re di Torino tutte le artiglierie per metterlo nella impossibilità di nuocere in veruna maniera nel caso di guerra. L'esistenza della Repubblica Romana non è stata mai sì dubbiosa quanto al presente, e questo è per me il pensiero più doloroso.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>650</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">l Dicembre 1798</add>.</date></opener>
<p>Alla lettera che riceverai da Facci, aggiungo altre due righe.</p>
<p>Trouvé parte dimani, e lascia la moglie in Milano perché è gravida. Egli va a dirittura a Parigi. Joubert è partito o partirà questa notte verso la frontiera austriaca. Una voce di guerra che questa mattina si è sparsa fa credere a molti che si sospenderanno per ora i cangiamenti ordinati nelle nostre primarie Autorità. Intanto si acquista tempo e si spera che la risposta del Direttorio Francese al dispaccio speditogli dal nostro sull'accettazione della Costituzione porterà una ritrattazione degli ordini dati a Fouché e la conferma dei funzionari presenti. Dico ciò che molti pensano, mentre molti altri pensano tutto l'opposto. Non ti fo il dettaglio delle ciarle che si spargono sulla venalità di Fouché, perché non amo di credere scellerato nessuno. Ma il pubblico è pieno di diffamazioni orribili tanto rapporto a Fouché, che a Le—Brune.</p>
<p>I membri dei due Consigli che debbonsi ripristinare hanno protestato che se questa reintegrazione non è completissima, nessuno ritornerà al suo posto.</p>
<p>Fouché, il quale ogni mattina era in Direttorio, sono già quattro giorni che non solamente non si è lasciato vedere, ma che nulla gli ha fatto sapere degli ordini ricevuti da Parigi; così almeno si è detto da un Direttore. In questa crudele sospensione di cose puoi figurarti come vanno gli affari, e quanto si cammina, e si briga, e si veglia, e che razza di sonni si fanno dagl'interessati. Io per me m'addormento cantando <foreign lang="lat">beatus ille qui procul negotiis</foreign>.</p>
<p>Mi riporto all'altra di questo stesso ordinario, e ti abbraccio.</p>
<p>P. S. Si sospetta da alcuni che Moreau possa recarsi a Vienna per continuare e ultimare le trattative. Amelot e Faypoult hanno scritto al Direttorio Francese cose orribili contro Fouché, contro…</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>651</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Frimale, A. 7 R..</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Mi sforzerò di accennarti tutte le grandi cose accadute. E darò principio dalla più piccola, che è la mia destituzione. Essa ebbe luogo giovedì mattina con questa lettera sottoscritta da Alessandri: <quote>«Essendo intenzione del Direttorio di non tenervi più nella sua segreteria, ve ne porge l'avviso perché vi ritiriate»</quote>. Mio successore fu Galdi (e vedrai subito perché dico <emph>fu</emph>), il quale prese immediatamente possesso.</p>
<p>Io esposi sul momento una petizione, colla quale, presentando una lettera originale di Testi allora Ministro degli Affari Esteri, faceva riflettere che, non essendo venuto di mio capriccio in Milano per brigare impieghi nella Repubblica, ma spontaneamente chiamato dal Governo, mi credeva in diritto di chiedere l'indennizzazione dei danni sofferti per la traslocazione della famiglia, e dimandava in conseguenza i mezzi onde ritornarmene donde era stato levato. In vista di questa petizione, mi venne messaggio istantaneo del Direttorio, che m'invitava a restare a Milano per essere impiegato in Brera. Ma basta di ciò. Veniamo al grande.</p>
<p>Giovedì sera alle nove entrarono dentro Milano a piedi due commissari francesi, i quali si presentarono immediatamente a Trouvé alloggiato in casa dell'Ambasciatore di Spagna. Gli comunicarono l'alto oggetto della loro missione, e gli mostrarono i decreti del Direttorio Francese, che venivano ad eseguire. I decreti portavano che il cittadino Fouché, avendo presentato le sue credenziali ad un Governo non riconosciuto, egli non era più ambasciatore della Repubblica Francese presso la Cisalpina. Che per conseguenza, in vigor della legge contro quelli che non erano impiegati fuori della Repubblica, il cittadino Fouché dovesse in termine di dodici ore partir da Milano, e in caso di resistenza fosse arrestato e condotto incatenato a Parigi. Portavano inoltre che il Generale Joubert prestasse tutta la forza occorrente per rimettere il Governo nello stato in cui trovavasi prima della riforma di Brune, dichiarando nullo nullissimo il di lui operato. In caso di opposizione per parte di Joubert, fosse anch'egli subito deposto e si dovesse portar a Parigi a render conto della sua disobbedienza. Volevano Rivaud e il compagno far venire sul momento a lor piedi Joubert e Fouché per l'adempimento di questi tremendi ordini, ma Orosco si oppose dicendo che quella era sua casa, e che non poteva in sua casa permettere quest'atto di tanto strepito e che punto non gli apparteneva. Fu dunque differito il tutto per la mattina susseguente.</p>
<p>Lascio le minutezze benché interessantissime, perché non si può chiuder tutto in una lettera. Per dir breve: Fouché ricevette gli ordini, divenne pallido e tremante come una canna, ne fece la ricevuta e immediatamente si dispose a partire. Egli ha lasciato Milano ieri sera alle sette. Intanto i Consigli si adunarono in comitato segreto. Furono orribili e stravagantissime le mozioni, tutte per resistere agli ordini del Governo francese. Il nostro spurio Direttorio fece altrettanto. Gli uni e l'altro sono stati in sessione fino alle dieci di questa mattina. Ma fino dalle tre erano stati tutti già circondati di guardie francesi, rimanendo in arresto. Posti i sigilli ai registri del Direttorio, arrestato Visconti in casa per troncare le operazioni della Polizia, arrestato il mio successore e condotto in Castello, e alle otto invitati i Direttori destituiti da Brune a riprendere le loro funzioni. Essi si sono radunati nelle stanze di Lamberti, che si trova ammalato. Messo che sia il Governo nella prima attività, Sopransi darà la sua dimissione, anzi l'ha già data verbalmente. Lo stesso farà Alessandri, o per amore, o per forza. I nuovi Consigli hanno già fatta la lor seduta, e vi sono tuttavia, dopo aver espulsi colla forza gl'intrusi più renitenti. Nel momento in cui ti scrivo ignoro le risoluzioni del Direttorio rigenerato. Ignoro che sia per accadere a quei legislatori che hanno fatta mozione per resistere colla violenza sollevando il popolo, ignoro se Salvador, Porro e Fantoni, che dovevano essere arrestati, lo siano in effetto, ignoro insomma mille dettagli rilevantissimi di questo grande avvenimento, perché tutta la città essendo in moto, io non esco di casa per consiglio di Catone: <quote lang="lat">rumores fuge</quote>. Quel che non ignoro si è che in meno d'un mese sono spariti dalla Repubblica dieci e più milioni per mantenersi in possesso della tirannide, non ignoro che Fouché ha imborsato seicento mila lire tutte in un colpo, che Brune ha portati seco tre milioni tutto dono dei sovrani da lui creati, e che altri cinque—sei milioni appariscono assorbiti in spese secrete, delle quali si manderà conto a suo tempo. Non ignoro finalmente che sussistendo il triunvirato di Alessandri, Smancini e Brunetti, la repubblica andava ad essere tutta divorata e incatenata, e che Lamberti ha dovuto dare la sua dimissione non potendo più l'onesto suo cuore reggere agli orrori che si commettevano, e per riparo dei quali era troppo debole la sua voce. Chiudo tutto in poche parole. Si era scelta la feccia, la schiuma, la putredine della Repubblica per impiegarla in tutti i Dipartimenti, in tutti i burò sulle rovine dei galantuomini. Galdi, Porro, Fantoni, Salvador, Reina, ecc. dettavano i decreti, e il Direttorio vilmente li sottoscriveva <emph>tutti</emph>.</p>
<p>Di tutto quello che ti scrivo non v'ha sillaba che non sia vera, tanto vera quanto l'amicizia che ti professo.</p>
<p>Addio, mio caro, addio.</p>
<p>P. S. Si pubblica in questo momento la nuova della pace coll'Imperatore. Ma intanto tutto l'alto Novarese è democratizzato e Joubert deve a quest'ora essere a Torino. Il Re si dice fuggito.</p>
<p>Due cose non debbo dimenticare. La prima, che si raderà dai registri del Direttorio l'atto del ricevimento di Fouché. L'altra, che questa mattina sono fuggiti tutti i carcerati in gran numero. Si sospetta esser opera dei patriotti, e molti picchetti di cavalleria sono in giro per le campagne per arrestarli. La prima ad accorgersi di questa fuga è stata mia moglie, che trottava a cavallo sopra i bastioni e ne ha dato subito l'avviso alle porte.</p>
<p>Sopransi sarà Ministro dell'Estero, e i Direttori vacanti verranno nominati dai Consigli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>652</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 22 Frimale, A. 7 R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dopo tre giorni d'esilio sono ritornato nel Direttorio, e di casa, e d'impiego. Ma non son quieto e dopo le burrasche sofferte e sempre rinascenti, il mio spirito ha bisogno d'un asilo tranquillo, e questo non ispero trovarlo che in qualche Ginnasio. Io desiderava che il nuovo Direttorio avesse coltivata l'idea del passato traslocandomi a Brera, ma egli ha risoluto <emph>per ora</emph> diversamente, e a me conviene chinar la testa. Ma mi sono proposto d'importunarlo tanto su questo punto, che finalmente per disperazione mi renderà contento. Ti metto a parte de' miei pensieri, perché so che la tua amicizia vi prende parte, e perché anche mi lusingo che non mi sarai avaro de' tuoi consigli.</p>
<p>Continuando le nuove e i dettagli dello scorso ordinario, lo stato attuale delle cose è questo. I Consigli sono reintegrati come stavano prima del 28 Vendemmiale, salvo che in quello de' Juniori sono stati ritenuti alcuni rappresentanti brunisti colla mira di confondere, se è possibile, in uno solo tutti i partiti.</p>
<p>Alessandri, Smancini, Brunetti e Sabatti sono tutti usciti dal Direttorio, ma Smancini e Brunetti hanno un gran partito che li sostiene nei Juniori per nominarli nuovamente Direttori. Lamberti è stato fermo nella sua dimissione particolarmente sul riflesso di non far credere ch'egli avesse rinunziato per avversione alla condotta de' suoi passati colleghi. Sopransi resta provvisoriamente Direttore per necessità fino alla nomina dei tre nuovi, la quale avrà luogo quanto prima.</p>
<p>Gli annessi decreti e proclami ti daranno un'idea del modo con cui agisce per ora a riguardo nostro il Direttorio Francese.</p>
<p>Una lettera di Rivaud dimanda in nome del suo Governo la soppressione perpetua del <title>Giornale senza titolo</title> e del <title>Termometro</title>. Salvador e Fantoni sono scappati, né si sa ove siano, ma si sospetta in Piemonte, al fianco di Joubert.</p>
<p>Galdi è tuttora in Castello. Tuttavolta siccome apparisce ch'egli non si è inviluppato gran fatto nelle operazioni di Salvador e Fantoni, il Direttorio lo ha nominato alla cattedra di Diritto Costituzionale in Brera.</p>
<p>Credo che si adotterà la misura d'impiegare altri patriotti che non abbiano perduto del tutto ogni diritto alla pubblica estimazione per amalgamarli coi principj della riforma.</p>
<p>Gambari ha dato la sua rinunzia al Ministero della Giustizia, a cui era stato chiamato. Egli ha ben veduto che il Direttorio presente non avrebbe confermata la nomina del Direttorio passato.</p>
<p>Birago è prossimo anch'esso alla sua destituzione. Ti prevengo che le persone più amanti del bene della Repubblica fanno un tentativo per richiamarti alla carica di Direttore. Puoi credere se questa idea mi rapisce; ma la Repubblica è troppo disgraziata. Se questo succede, perdono al destino tutti i mali finora sofferti.</p>
<p>Si dice che il Re di Torino sia partito per la Sardegna. Una lettera officiale di Roma annunzia una nuova sconfitta dei Napoletani quindici miglia di qua da Roma, nel luogo a un di presso ove rimasero trucidati i trecento Fabi. Dopo tutto questo la voce di pace si sostiene fortemente. Il tempo scioglierà questo enigma.</p>
<p>Ti prego di scrivermi se hai ricevute metodicamente tutte le lettere.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. La soppressione che ti ho accennato del <title>Giornale senza titolo</title> e del <title>Termometro</title> non è in virtù d'un invito di Rivaud al Direttorio, ma d'un decreto immediato dello stesso Rivaud in nome del Governo Francese.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>653</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 25 Frimale, A. VII R..</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Habemus pontificem</foreign>. Fenaroli è Direttore, non l'ex—rappresentante, ma Antonio, il maggiore dei quattro fratelli. Ma il crederai? Laderchi e Carandini erano nella sestupla. Da ciò comprendi che là nel Consiglio de' Juniori la maggioranza è ancor quella dei disperati. Costoro si sono accorti che il Direttorio e Rivaud avrebbero desiderato Melzi, Marescalchi e qualch'altro simile, e ciò è bastato perché questi siano stati appena nominati. Gli altri compresi nella sestupla sono stati Cacciari, Pensa e Gelmetti. V'era un grande partito per rieleggere Alessandri, Brunetti e Smancini. Ma penetratosi da Rivaud questo raggiro, il medesimo fece nettamente sapere al Consiglio che le sue istruzioni segrete per allontanare dalle prime cariche qualunque capo di partito erano tali, che, venendosi ad eleggere qualcuno dei suddetti tre ex—Direttori, egli sarebbe stato costretto a farlo arrestar sul momento e mandarlo legato a Parigi. Così nessuno si è arrischiato di nominarli, e si sono sostituiti ai medesimi quelle belle teste di Carandini e Laderchi. Quanto a Fenaroli, io ne sento dir bene da tutti per la ragione ch'egli è l'antipodo di suo fratello. Posdimani si nominerà il secondo Direttore, e poi il terzo in luogo di Sopransi che darà la sua dimissione, e forse ancora il quarto, giacché tutti sono d'avviso che Fenaroli darà la sua rinunzia.</p>
<p>Zacchiroli è nuovamente nominato segretario di Legazione a Parigi, e richiamato Conti, che il Governo Francese non ha voluto per nessun conto ricevere.</p>
<p>La stampa che ti accludo servirà a farti conoscere maggiormente il carattere di Rivaud. Il Direttorio darà forse pubblicità ad un altro decreto del medesimo relativo a tutti quelli che, col pretesto della risoluzione disperata presa nella notte dei 17 dal Consiglio de' Juniori, volessero arrischiarsi a far fronte all'ordine attuale delle cose. Questo decreto è quello che più di tutti ha sgomentato il partito di Alessandri, di Salvador, di Fantoni, ecc..</p>
<p>Dicesi per sicura la dimissione spontanea di Joubert. A fronte dei movimenti militari che abbiamo in tutte le parti, le voci di pace si sostengono fortemente.</p>
<p>Di Piemonte nulla più di quello che si sapeva fino dall'ordinario passato.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p>
<p>P. S.— La sorte avendo salvato Fenaroli e Laderchi nella penultima ballottazione de' Seniori, di trenta votanti tutti sono stati per Fenaroli, neppur uno per Laderchi. Questa cosa fa molto onore ai Seniori. Nell'ultima ballottazione poi, essendo rimasti in concorso Pensa e Fenaroli, il primo ne ha avuti 14 e 16 il secondo.</p>
<p>Visconti è nominato Ministro nella Svizzera. Tutto il burò della Polizia è mutato.</p>
<p>Riapro la lettera per mandarti gli ordini del giorno dell'Armata francese in Torino, le cui stampe arrivano in questo punto.</p>
<p>Ti prego di recapitare l'acclusa a mio fratello.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Carlo Clavena</byline></opener>
<p>Aggradite, cittadino, che il Clavena vi rinnovi li sinceri suoi sentimenti di stima, rispetto e gratitudine.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>654</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 25 Frimale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Voi m'avete tutti dimenticato, eppure non parmi di meritarlo. Ho sofferto nei due passati mesi molte vicende, ho penato, ho pazientato, e sono stato nuovamente rimesso al mio impiego, da cui mi aveva violentemente balzato il così detto scaduto Direttorio. Nei giorni della mia afflizione non v'ho scritto nulla, perché era risoluto di abbandonar Milano per sempre. Ora sono rientrato nella barca della Repubblica. Alla prima ingiustizia che mi succede mi ritiro in porto per sempre. Ricordatevi intanto che son vivo, e ch'è un gran pezzo che non mi mandate neppur un sospiro.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>655</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 29 Frimale, A. 7.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Fenaroli ha mandato la sua rinunzia alla carica di Direttore con una lettera sì bestialmente scritta, che ha fatto arrossire quei medesimi che l'avevano nominato.</p>
<p>Cacciari (già lo saprai) è stato il secondo eletto. Questa sera s'aspetta la sua risposta, che si dubita parimenti negativa.</p>
<p>Questa mattina è seguita la terza elezione nella persona di Melzi. Tutti ne esultano, ma tutti temono, nel tempo stesso, che non accetti. A momenti partirà il corriere per Parigi con molte lettere private per esortarlo ad accettare e a soccorrere la causa pubblica. Il Direttorio gli scrive nei termini più lusinghieri e più commoventi per determinarlo a venire. Con tutto questo inclino a credere che sarà negativo, e ciò certamente sarà un gran danno.</p>
<p>Dando Sopransi la sua rinunzia, si darà luogo ad una quarta elezione, la quale probabilmente (salvo l'arbitrio della sorte) andrà a cadere sopra Pensa, o sopra Gallino.</p>
<p>Il proclama che ti accludo ha dato motivo ad un lungo e scandaloso pettegolezzo nel Consiglio de' Juniori in sequela delle prediche matte e furiose di Dandolo, a segno che si è creata una commissione per farne rapporto. L'estensore del proclama, per quanto mi dice Ettori, è stato Compagnoni. Io non posso persuadermene.</p>
<p>Abbiamo avviso officiale che i due Consigli di Francia, dietro un messaggio del Direttorio, hanno con voto unanime dichiarata la guerra a Napoli e a Torino. Uno non esiste più, e l'altro finirà di esistere fra pochi giorni. Oltre la molta truppa che già abbiamo in Italia, altri 40.000nomini sono in cammino verso di noi.</p>
<p>La pace coll'Impero Germanico è già segnata.</p>
<p>L'interno della nostra Repubblica è agitato dal partito Alessandrino, e i fili si diramano da Milano per tutti i Dipartimenti. Il presente Governo sa tutto, e fugge quanto può le misure di reazione. Ma Rivaud, accorgendosi col fatto d'aver lasciato nel Consiglio de' Juniori delle teste troppo bollenti, è in procinto di prendere una misura straordinaria. Egli non dissimula più d'avere illimitati poteri per reprimere i perturbatori ed impedire per qual si sia mezzo lo scoppio delle fazioni. Nel venturo ordinario ti parlerò forse più chiaro.</p>
<p>Alessandri si fa credere in campagna vicino a Bergamo; ma la Polizia ha scoperto, ch'egli è nascosto in Milano, ove pure si trova Savoldi alla testa di certi Club, di certe congiure ecc..</p>
<p>Zacchiroli parte dimani per Parigi.</p>
<p>Addio di cuore.</p>
<p>P. S. La sestupla di questa mattina è stata la seguente: Gelmetti — Pensa — Gallino — Melzi — Crespi ex—municipale — Bianchi d'Adda.</p>
<p>La terna mandata al Consiglio de' Juniori era Gallino, Crespi e Melzi, la cui scelta non piace niente, siccome puoi ben credere, ai patriotti.</p>
<p>Tutto il burò del Direttorio, comprese le banche su cui sediamo, tutti ti salutano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>656</head>
<opener><salute>Al cittadino LORENZO ORIOLI Rappresentante nel Consiglio de' Seniori. <del resp="ed">[…]</del></salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 4 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Orioli.</p>
<p>Marescalchi è nella sestupla dei Direttori, e se la sorte lo rispetta, è inutile il dirvi ch'egli non ha competitore. Se vi preme adunque il bene della Repubblica, se siete giusto, dategli il vostro voto. Quando poi lo conoscerete personalmente, mi ringrazierete di questa premura, e vi parrà non aver cuore abbastanza per amarlo e stimarlo. Confido nei vostri buoni offici e nel vostro senno.</p>
<closer><signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Interponete la vostra amicizia presso l'ottimo Turchi, e salutatelo caramente.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>657</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 6 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti prego di recapitar subito l'acclusa a mio fratello.</p>
<p>Marescalchi è Direttore, e ieri è partito il corriere che gliene porta l'avviso.</p>
<p>Ieri sera parimenti arrivò un corriere a Rivaud verso le undici. Rivaud si portò subito in Direttorio, a cui comunicò le lettere del suo Governo. Contenevano queste l'approvazione completissima di quanto si era operato, e un impulso a proseguire colla stessa fermezza onde dare alla Cisalpina tutta la consistenza possibile. La—Revellière, Trebillard e Rewbel aggiungevano tutti e tre un poscritto di pugno col quale profondevano a Rivaud tutte le più lusinghiere e più tenere espressioni d'amicizia, di stima e di gratitudine. Ma ben altre più importanti istruzioni debb'egli aver ricevute, perché la sessione è durata fino alle cinque della mattina colla chiamata dopo la mezzanotte del Ministro della Polizia. Non so dirtene il risultato e l'oggetto, posso bensì dirti che fu emanato l'ordine di arrestare Briche, il quale finora non si è rinvenuto. Altri dicono perché abbia dilapidato d'accordo con Brune il denaro cavato dalla Repubblica di Lucca, del qual denaro non apparisce essersi versata neppur una lira nella cassa militare, altri perché egli è compreso nella lista degli emigrati, contro i quali il Governo francese vuole che si proceda senza riguardo. Altri arresti ancora suppongo essere stati ordinati, che in seguito si sapranno. Una cosa mi fa sensazione, ed è che la lettera di Rivaud, di cui ti scrissi nel passato ordinario, e che dovevasi pubblicare, è stata sospesa non per altro se non perché al Direttorio nostro sembrava troppo gagliarda, e a Rivaud troppo mite. Fouché e Brune vi erano malmenati senza pietà.</p>
<p>Joubert è arrivato ieri sera in Milano, e parte subito per Modena. Il Direttorio Francese non ha creduto di dover accettare la sua dimissione. Questo per noi è un gran danno, perché essendosi decisamente dichiarato in favore del passato Direttorio e dei così detti patriotti, non tralascerà occasione di farci del danno per dispetto. Gli escono di bocca certe proposizioni, che farebbero tremare se non fossero insensate.</p>
<p>Intanto la guerra coll'Imperatore sembra già cominciata. I rapporti che si sono ricevuti non ne lasciano dubitare. Arrivano sempre nuove truppe, che tutte sfilano verso la frontiera. Di Napoli non so di più di quello che t'ho scritto nel passato ordinario. Ma è da credere che quell'impresa non abbia più ostacoli.</p>
<p>Tassoni si è dimesso. Cavedoni farà altrettanto. Verranno in seguito altre dimissioni. Salvador è ito a Parigi. Se ciò è vero, spero non ritornerà per adesso. Fouché non si è potuto raggiungere, essendo già sparito alla volta di Francia. La—Hoz, che era d'accordo coi pazzi per sollevare le truppe e i Dipartimenti cispadani contro il Governo, La—Hoz…</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Se mio fratello si volesse prevalere di te per indirizzarmi certa tela e certi zamponi, non ricusare di dargli un sicuro indirizzo e raccomandarne tu stesso la spedizione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>658</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 6 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Non m'avete mai scritta una lettera più consolante dell'ultima, che ho ricevuta questa mattina. Ve ne ringrazio, e ve ne sarò sempre grato.</p>
<p>Attendo con impazienza la tela, la seta e il piumino; attendo anche tutto quel denaro che potrete mandarmi, per due motivi; primieramente perché l'aver dovuto sloggiare dalla casa che avevo nel palazzo del Direttorio in tempo che, passato S. Michele, non si trovano più case d'affitto a meno di voler pagare quindici e venti zecchini il mese di pigione, ed oltre questo il trasporto della roba domestica che è molta, e l'eccesso della spesa nella tavola e cent'altre cose mi hanno in cinquantaquattro giorni asciugato affatto la borsa. Secondariamente perché né Orioli, né Baronio mi hanno neppur ringraziato colle parole di quanto ho fatto per loro, dimenticandosi che senza di me Aldini non sarebbesi mai piegato ad un accomodamento. Ma questa è la conseguenza dei beneficj, ed io lo so per lunga esperienza. Presentemente coll'aver racquistata la mia carica in virtù del decreto 4 Brumale del Direttorio Francese, ho racquistata anche l'abitazione nel Direttorio, ma l'assestarsi in una casa e provvedere a tutte le occorrenze specialmente in tempo d'inverno voi sapete che costa. Aggiungete a tutto questo qualche somma prestata in tempo che potevo farlo, della quale non v'è rimedio poter riscuotere un soldo, inoltre un credito di circa cento scudi che ho contro Strocchi di Faenza, da cui pure non posso avere che qualche zecchino il mese, e finalmente una truffa che è stata fatta di cammei a mia moglie di circa centosessanta zecchini, dei quali finora non s'è riavuta neppur la metà. Tutte queste disgrazie unite alle persecuzioni del passato Direttorio mi hanno sconcertato nelle finanze e nello spirito, e cento volte sono stato sul punto di scrivervi, ma l'avversione concepita contro gli uomini tutti mi aveva fatto risolvere di non voler più consorzio con chicchessia. Tutte queste disavventure le debbo a quella maledetta <title>Bassvilliana </title>, la quale per mia disgrazia ha fatto più strepito ch'io non credeva non dico nella sola Italia, ma in tutta l'Europa. Senza questo così detto delitto, non vi sarebbe stata dignità, a cui forse non il mio merito intrinseco, ma la fortuna non avesse potuto elevarmi; ed è miracolo che, ad onta di tutto questo, io abbia potuto reggermi in cariche subalterne a dispetto del Gen.e Brune medesimo, che voleva esiliarmi dalla Repubblica. Ora tutto è cangiato, ed oltre aver io le confidenze del presente Governo, ho anche un'altra consolazione ed è la nomina da me principalmente procurata di Marescalchi in Direttore. Posso poi dirvi, a consolazione di tutti i buoni, che il Governo va adesso a prendere una consistenza non più avuta né sperata per l'avanti, e che il Direttorio Francese ha dati ordini tali per comprimere tutti i birbanti che circondano la Cisalpina, che da qui innanzi, ad onta della guerra che forse avrà luogo, la Repubblica va a prendere un aspetto imponente e tranquillo.</p>
<p>A proposito di guerra, se vostro figlio maggiore verrà compreso nella requisizione, mi adoprerò perché si prendano in considerazione i suoi talenti, di modo che voi abbiate a compiacervi di vederlo istradato per questa via, che col tempo potrà esser la sua fortuna.</p>
<p>Aspetto un sollecito soccorso, e vi prego di far comprendere alla Compagnia Baronio, che sono stato trattato con poca gratitudine.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Gradirei quattro coteghini.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>659</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Le rigorose disposizioni del Governo Austriaco non hanno lasciato passare il corriere che portava a Marescalchi la notizia della sua nomina in Direttore. Gli se ne manda perciò l'avviso per la via postale, se pure lasceranno passare le semplici lettere. Diversamente non si sa come fare.</p>
<p>È venuto un decreto di Francia che ordina al nostro Direttorio di richiamare Cicognara, perché si è permesse delle imprudenti e pazze proposizioni contro l'operato di Rivaud.</p>
<p>Oltre l'arresto di Briche, che ancora non si è potuto rinvenire, è stato ordinato e felicemente eseguito quello di altri quattro agenti francesi, Monico, Periglié, Colò e Osieu.</p>
<p>Il Governo rimanda alle loro rispettive Comuni tutti quei cittadini qui dimoranti, che fermentano le idee rivoluzionarie.</p>
<p>Salvador è partito per Parigi. Sicuramente, se il Governo lo scopre, non ritorna più a inquietare la Cisalpina. Intanto gli si fa il processo, e terminato che sia, si pubblicherà per disinganno di quei traviati che militano sotto la bandiera di questo scellerato.</p>
<p>Brunetti sta ritirato a Varese, dove ha continue conferenze con Porro e altre teste di simil tempera. Ma sarà snidato di là e rimandato a fare il notaio a Bologna.</p>
<p>La legge sulle coscrizioni militari sarà modificata rapporto agli unigeniti, e credo anche rapporto all'età.</p>
<p>Dimani seguirà la presentazione del nuovo Ambasciatore. Oggi ho pranzato da lui, con tutto il Direttorio.</p>
<p>Il Ministero dell'Estero avrà presto sicuramente un nuovo capo, poiché Birago è detestato da tutti. L'idea del Direttorio si è d'aspettare il destino di Sopransi, che dipende dal Governo Francese. Se la sua volontà resta fissa, allora si richiama Caleppio, e si manda Sopransi a rimpiazzarlo, mandando Caleppio all'Estero, o vi si manda a dirittura Sopransi. Intanto Belmonti e Savioli brigano per questo Ministero.</p>
<p>A quello di Genova è nominato Bossi ex—rappresentante, che ha accettato.</p>
<p>Nel Corpo Legislativo succederanno a poco a poco altre dimissioni, finché siano allontanate tutte le teste rivoluzionarie.</p>
<p>Compagnoni spero sarà richiamato nel Corpo Legislativo. Egli era stato dipinto a Rivaud per un nemico dei principj repubblicani, ma si è disingannato.</p>
<p>La Gazzetta di Sciaffusa annunzia per sicura la pace coll'Imperatore. Noi siamo nelle stesse tenebre che prima su questo punto. Intanto calano truppe continuamente. Ecco in succinto tutte le nuove.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>660</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> <add resp="ed">Ambasciatore della Repubblica Cisalpina</add> — <add resp="ed">Vienna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 9 Nevoso <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro carissimo Amico.</p>
<p>Il corriere che era stato spedito per annunziarti la tua nomina in Direttore ti portava una mia lettera di quattro pagine tutte piene. Essa conteneva i sentimenti della mia esultanza, e quella di tutti i buoni nel vederti sollevato alla prima dignità della Repubblica. Mi sfogherò quando sarai di ritorno. In questo momento non mi è permesso di scriverti che due righe vuote di senso. Ti basti che il mio cuore sia pieno, e ch'io conti il giorno della tua elezione per il più felice della mia vita.</p>
<closer>Vieni, corri, vola; tutti i cuori sono aperti per abbracciarti, specialmente quello del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>661</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 13 Nevoso, A. 7 R..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Questo che ti accludo è il discorso pronunciato da Rivaud nell'atto della sua presentazione, e la risposta del Presidente. Non vi troverai il solito preambolo di Birago, perché questo mimico essendosi lasciato uscir di bocca: «Eccovi, Cittadini Direttori, il terzo Ambasciatore che vi manda la Repubblica Francese nostra grande alleata», queste parole hanno cagionato un grave scandalo diplomatico, di cui l'Ambasciatore francese si è molto risentito, né senza ragione. Birago non ignorava che i decreti del Governo Francese 4 e 17 Brumale dichiaravano come non avvenuta la missione di Fouché, molto meno doveva ignorarlo dopo che Rivaud, nel presentargli le sue credenziali, l'aveva di ciò avvertito con una nota particolare in iscritto. Ma una grazia oratoria ha prevalso alla prudenza diplomatica, e Birago, che prima d'intervenire alla funzione aveva fatto colazione, non ha pensato all'errore che commetteva. Se n'è accorto dopo, ma lo sproposito era scappato, e quest'ingegno impeccabile finalmente ha dovuto confessare una volta d'aver peccato. Segno evidente ch'egli è vicino a morire. Amen.</p>
<p>Le rapine dei fornitori francesi hanno costretto il Direttorio a lasciar da parte i principj di moderazione e pazienza. Egli ha scritto delle note veementi ad Amelot, a Joubert, a Rivaud. Il primo e il terzo conoscono la ragione, e promettono solennemente riparo. Il secondo non ha ancora risposto.</p>
<p>Se debbesi prestar fede ai Francesi, la guerra coll'Imperatore è sicura. Essi promettono ancora di essere fra un mese a Venezia. Dio lo faccia. Ma intanto la povera Cisalpina non è mai stata in una crisi sì violenta. Io non spero che nell'eccesso dei mali. Gran silenzio su gli affari di Napoli. Solamente una lettera intercettata dalla Polizia proveniente da Firenze e diretta a Micheroux, annuncia che l'armata napoletana è del tutto annientata, che i Francesi s'avanzano e che il Re si è salvato a grande stento. D'altra parte altre lettere annunziano un rovescio sofferto dai Francesi non si sa dove. L'ordine del giorno non ci fa saper nulla, e non si sa a chi credere. Quanto a me, parmi impossibile che i Francesi si vogliano lasciar battere da Napoletani, vale a dire da truppe poco più che le papaline. Non mi fa apprensione che la levata in massa dei popoli poco disposti ad esser liberi al prezzo che tu conosci. Non v'ha che la filosofia che abbraccia il futuro, che sappia farsi una ragione dei mali presenti e consolarsi colla speranza dell'avvenire. Diversamente la disperazione sforza gli animi poco pazienti a cercare il rimedio de' loro mali nelle braccia del despotismo.</p>
<p>Se mi ami, procura di abboccarti per un momento con mio fratello, fallo venire a te, ed esortalo a soccorrermi, giacché ti assicuro che nei mesi passati ho sofferto molto nell'economia domestica. Troverai in esso un cuore disposto, e una piccola spinta che tu gli dia indirettamente mi tornerà in molto profitto.</p>
<p>Ogni volta che ti scrivo i miei colleghi mi assediano perché ti porti i loro saluti. La prima volta che mi scriverai mettici una riga che palesi i tuoi benevoli sentimenti rapporto ad essi. Lo meritano perché ti amano, ti stimano e ti desiderano.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Dicono Pelagatti a Parigi con Salvador. Il Granduca di Toscana ha fatto intendere ai Napoletani sbarcati a Livorno che se ne vadano. Di Melzi non si sa ancor nulla. Sopransi protesta di volersi ritirare dalla presente sua carica quand'anche il Direttorio Francese acconsenta che vi rimanga. Egli è atterrito dell'avvenire. Tu giudica come ti pare.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>662</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 16 Nevoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Credo che questa volta sarò brevissimo.</p>
<p>Questo Comandante della piazza è stato rimosso per ordine del Direttorio Francese, e vien mandato a Nizza. Joubert l'aveva destinato l'altro ieri al comando di Mantova.</p>
<p>Un altro decreto porta la destituzione di Suchet capo dello Stato Maggiore, coll'ordine di uscir dall'Italia in termine di due giorni.</p>
<p>Si era sparsa voce che in caso di guerra coll'Imperatore vi sarebbe governo militare. L'Ambasciatore francese ha scritta al nostro Direttorio una forte lettera su questo punto per iscoprire gli autori di questa ciarla, onde punirli se sono Cisalpini, e denunciarli se sono Francesi.</p>
<p>Micheroux ha calate le armi; il Direttorio ha pubblicato un proclama steso da Sopransi per dichiarare la guerra al Re di Napoli; di Martinengo non si ricevono nuove; e le truppe incamminate per la Toscana hanno avuto ordine di retrocedere.</p>
<p>Briche è andato a Parigi per giustificarsi, portando seco gli ordini ricevuti da Brune relativamente ai milioni presi in Lucca e in Toscana, dei quali non è stato versato un soldo nella cassa militare, il che forma l'oggetto del decreto fulminato contro di lui. Ora il fulmine andrà a ritorcersi sopra Brune.</p>
<p>Credo che si pensi a richiamar Lamberti per metterlo Ministro dell'Interno.</p>
<p>Questa sera si tien consiglio per deliberare (cred'io) sull'imposizione dei dodici denari. Non vorrei dire sproposito.</p>
<p>Quanto alla pace, ora la veggo, ora non la veggo. Intanto gli officiali francesi non veggono che guerra. Già sappiamo il perché.</p>
<p>Amami, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>663</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">4 Piovoso 1799</add>.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>Possa io morire se so cosa scriverti. — Marescalchi non dà segni di vita — Cicognara è partito per Parigi — Serbelloni scrive che lo stesso Cicognara gli ha diretta una lettera pazza, e che il Direttorio ha acquistato delle ulteriori ragioni per ordinarne, siccome ha fatto, il richiamo — Galdi da Brera è stato trasportato in diplomatica. Egli è nominato agente della Cisalpina in Olanda — Le cose di Napoli lo sa il diavolo come vadano — Martinengo è in Roma — Joubert non permette il passaggio di alcuna nuova militare proveniente dal mezzogiorno dell'Italia — Il Piemonte è pacifico — La Cisalpina è senza quattrini. Ecco tutte le nuove.</p>
<p>Ti mando due copie del mio inno. Buono per le tue orecchie che non ne hai udita la musica. È riuscita tanto bella, che io sono chiamato l'autore dell'inno in ghiaccio;</p>
<p>addio di cuore.</p>
<p>P. S. Ettori qui presente ti saluta caramente e ricorda spesso i tuoi beneficj.</p>
<p>È superfluo il dirti che Lucca è democratizzata con un Governo provvisorio che agisce in nome della Repubblica Francese.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>664</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI Commissario Gen.e ai Confini — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 7 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Sopra una giustificazione presentata da Fouché al Direttorio di Francia, scritta con impudenza incredibile, il Direttorio ha ordinato a Rivaud di fare il processo alla condotta di Fouché, di Brune e Trouvé in Milano. Questa è cosa d'altissima conseguenza. Ecco costretti ad uscire dalle tenebre i regali fatti a Brune, ecco nata la necessità di fare il processo al Direttorio passato, poiché dai libri della finanza appariscono dei mandati di grosse somme passati nelle mani d'Alessandri, ecco insomma il momento di fare toccar con mano al Governo francese che i suoi agenti, divorando l'oro della Cisalpina, hanno disonorata la lealtà della Repubblica nostra madre, divenuta una bugiarona senza volerlo. Io ti saprò in seguito dir l'esito di questi esami, che spero funesti per molti ladri. Nota intanto questo accidente. Fra le accuse date a Fouché delle quali egli ha cercato giustificarsi, v'è quella d'aver portati via, partendo, i cavalli e la carrozza della Nazione, con tutta la più bella biancheria messa dal nostro Direttorio a disposizione dell'Ambascieria francese. Sul primo articolo egli s'è scusato con dire che, dovendo obbedire al decreto di partir da Milano in termine di ventiquattr'ore, e non trovando cavalli alla posta, fu costretto a valersi dei cavalli del Direttorio; cosa falsissima, perché apparisce all'officio della posta ch'egli mai fece richiesta di cavalli per la sua partenza. Quanto alla biancheria, egli prova d'averne indennizzato la Nazione, il che è verissimo, poiché parecchi giorni dacché Fouché fu partito Maspoli per le mani di Birago ricevette la somma equivalente. Ciò non toglie che il furto non sia seguito: prova solamente che il ladro si è pentito, prevedendo che non avrebbe avuto scampo su questo punto, poiché la biancheria non era punto necessaria, come i cavalli, ad eseguire la sua partenza. Intanto questo aneddoto ha fatto scoprire la corrispondenza di Fouché con Birago, la quale scoperta ha dato subito motivo a Rivaud di chiedere sul momento la sua dimissione. Questa ha avuto luogo ieri mattina. Il suo portafoglio è passato provvisoriamente nelle mani del Ministro della Giustizia, e solo si è nominato il suo successore in qualità di Segretario Centrale del Ministero dell'Estero, carica che Birago avea lasciata sempre vacante per essere più indipendente. Il suo successore adunque è l'ex—rappresentante Cocchetti. Il Ministro si nominerà quando sarà definito il destino di Sopransi, che è divenuto un mistero.</p>
<p>Championnet ha scritto al nostro Direttorio in data di Caserta, non per altro che per notificargli d'aver promosso un ufficiale polacco al grado di generale di divisione sul campo di battaglia; ma di questa battaglia nulla dice. Altronde si sa che non è vero che i Francesi siano ancora entrati dentro Napoli, che anzi corre per Milano un trattato di armistizio che non mi si è voluto lasciare per copiarlo, perché non officiale.</p>
<p>Gli affari di Lucca li sai o almeno devi saperli, perché son pubblici. Saliceti non ha alcuna missione in Italia, per quanto affermano i giornali di Francia. Le nuove di guerra e di pace sempre le stesse, e Marescalchi sempre in silenzio, segno che o le sue o le nostre lettere sono state intercettate. Cicognara ha dovuto fermarsi a Torino perché gli si è ammalata la moglie. Lamberti è ritornato alla sua villeggiatura. Speravo di vederlo Ministro dell'Interno, ma mi sono ingannato.</p>
<p>Ti scrivo con una flussione di testa terribile, e dirò ancor colla febbre.</p>
<closer>Tu guardati dalla stagione, sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>665</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 14 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Non t'ho scritto nel passato ordinario, perché, invitato ad assistere ad una prova teatrale dell'<title>Aristodemo</title> che si recita dalla compagnia Carcano, dovetti perdere tutta la serata.</p>
<p>Joubert è partito per Parigi in forza della sua dimissione. Delmas lo rimpiazza provvisoriamente. Speriamo tutti che Moreau avrà il comando generale.</p>
<p>Il Direttorio di Parigi ha scritto al nostro una lettera che molto lo conforta, e che vedrai pubblicata. Questa lettera ha finito di sconcertare il depresso partito.</p>
<p>Preventivamente il rifiuto dato alla rappresentanza dei così detti patriotti dal Gen.e Joubert appena tornato in Milano, avea prostrate tutte le pazze loro speranze. Ora poi, vedendo disperata la loro risurrezione, si sono dati all'adulazione come i cortigiani più vili. Le tavole dei Direttori non sono coronate che da questi vulcani smorzati, e la promozione che si è fatta di qualcuno di loro li fa essere supplichevoli, savi e mansueti, come gli agnelli.</p>
<p>Marescalchi finalmente ha risposto. Egli accetta, e verrà quanto prima, ma il tuono delle sue lettere è così misterioso, che danno a sospettare molto fermento in Vienna per le cose di Napoli.</p>
<p>A questo proposito è inutile il dirti che i Francesi sono entrati in quella capitale dopo più giorni di sangue. Non abbiamo dettagli particolari, ma si susurrano voci che fanno tremare sulla difficoltà di far adottare a quei cervelli sulfurei un nuovo sistema politico. Certo è che la strage è stata terribile, e più terribili i delitti che vi si sono commessi, la maggior parte de' quali debbesi a S. Gennaro. La sua ampolla è più fatale che quella di Pandora.</p>
<p>Abbiamo un nuovo Ministro di Polizia nel cittadino Nobili di Reggio. Io nol conosco, ma sento parlarne vantaggiosamente.</p>
<p>Bonati è stato nominato uno dei membri della commissione idrostatica. I suoi colleghi sono Giusti, Tadini, Delanges e Antolini.</p>
<p>Non si sa ancora il risultato dei costituti che dovevano farsi ad Alessandri, Bonetti e Sabatti, l'ultimo dei quali fu quello a cui Ceriani consegnò il sacchetto dei tremila luigi regalati a Brune. Da questi costituti si verrà pure in chiaro degli otto mandati di L. 25 mila per ciascheduno, che sono stati pagati senza sapersi a chi, perché il Direttorio Bruniano li volle coi nomi dei ricevitori in bianco. Subito che questa faccenda sarà chiara te la scriverò tal quale.</p>
<p>Pare deciso che Sopransi rimarrà nel suo posto, poiché non solo non se ne parla più, ma la moglie è ritornata ad abitare nel Direttorio. Salvador finalmente è stato scoperto. Non ti so dire precisamente il suo nascondiglio, ma certo è che non è lontano da Milano, se pure non è in Milano stesso. Questo è un segreto di polizia. So solamente che, consultato l'Ambasciatore francese del partito che si dovea prendere rapporto a quest'uomo, egli ha risposto che per ora si finge d'ignorar tutto.</p>
<p>Zacchiroli è richiamato da Parigi e mandato a Torino in qualità di agente della Cisalpina. Gli succede Cometti segretario di legazione nell'Elvezia.</p>
<p>Ti abbraccio e sono di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>666</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 18 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Si mette in dubbio la destituzione di Championnet. Dei fatti accaduti a Napoli non si hanno ancora dettagli precisi. Si hanno bensì delle miserie incredibili di Roma. Pare impossibile che quel popolo regga al peso di tante sciagure.</p>
<p>Marescalchi scrive che Thugut si è altamente lagnato della dichiarazione di guerra fatta dalla Rep. Cisalpina al Re di Napoli. Il povero Marescalchi che non ne sapeva nulla, perché Birago non glie ne ha scritto mai nulla, si è trovato senza parole, non sapendo che rispondere per mancanza d'istruzioni e di fatti. Birago ha commessa un'altra porcheria, ed è d'aver dissuaso Marescalchi ad accettare la carica di Direttore facendogli una pittura del Governo la più maligna. Quest'uomo inoltre, ch'io mi compiaccio che si manifesti quale io te l'ho sempre dipinto, si è presentemente collegato coi primi nemici del Governo, e indovina perfino con chi? Con La Hoz, suo capitale nemico. Ora tutti costoro alla testa di Brunetti, di Polfranceschi e di Gianni si radunano regolarmente tutte le sere, e tramano tutto il male possibile. Il Governo però li sopravveglia, e non si lascerà coglionare.</p>
<p>Il Direttorio darà questa sera una seconda festa non pubblica, ma numerosa. Alla prima intervennero anche i più caldi patriotti, e fraternizzarono. Questa sera v'interverrrà lo stesso generale <foreign lang="lat">in capite</foreign> provvisorio Delmas. Quanto a Moreau egli si trova spesso in compagnia dei Direttori e, divenendo egli generale in capo, v'è speranza di vedere fra le autorità francesi e cisalpine una maggiore unione che non v'è stata fino al presente.</p>
<p>Finisco con un avviso confidenziale. Il Ministro della Finanza, che non mi par quello che mi era figurato dapprima, paralizza tutti i consigli e suggerimenti che tu e Rangoni e la Centrale andate inoltrando al Direttorio. Amo codesto Dipartimento di cui sono figlio adottivo, e perciò puoi credere quanto mi dolga di veder attraversate le vie che possono minorare le sue miserie.</p>
<p>Amami quanto ti amo, e ricevi i saluti di tutti i miei colleghi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>667</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 21 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>In sequela di quanto ti ho scritto rapporto al processo segreto di Fouché e Brune, il Ministro della Polizia Pioltini è stato in persona a Bergamo a fare un costituto ad Alessandri. È ritornato questa mattina, dice d'avere scoperte assai cose, e dimani farà il suo rapporto. Sono impaziente di conoscerne il risultato.</p>
<p>Sono pochi momenti che è arrivato da Rastadt un corriere straordinario spedito da Boccardi ministro ligure presso il Congresso. Egli ha rimessa al Direttorio una lettera di Marescalchi, il quale per far consapevole il Governo della situazione in cui si trova si è prevalso d'uno straordinario, che il Ministro di Spagna spediva a Parigi. Il detto dispaccio di Marescalchi non è ancora passato in segreteria, e perciò sono tuttora all'oscuro del contenuto.</p>
<p>Mi figuro che per la parte di Bologna ti sarà giunto il proclama del Generale Championnet pubblicato in Napoli, e l'istallazione già ivi seguita del Governo provvisorio composto di ventun cittadini. Ecco dunque in Italia un quinto Sovrano annientato, e una terza figlia della gran Madre con due altre Repubbliche rigenerate, e il Piemonte ancora senza battesimo.</p>
<p>Le cose interne camminano abbastanza tranquillamente e quanto a Milano, egli non vive in questi giorni carnevaleschi che per la busecca e per le follie. Le recite del Teatro grande proseguiranno per tutta ancora l'entrante settimana.</p>
<p>Non so cosa scriverti di più. Sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>668</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ti ho già scritto il motivo per cui ho preferito un ordinario senza darti mie lettere. Ma dei tre casi che hai sospettati, il terzo mi offende. Devi persuaderti che niuna cosa farò mai con tanto piacere quanto il continuare un carteggio che tu mostri di gradir tanto.</p>
<p>Nessuno della Segreteria sa ancora il risultato del Costituto fatto da Pioltini ad Alessandri in Bergamo. Si sa solamente che quel capoccione ha risposto sempre di non saper niente. Con tuttociò Pioltini dice d'averne tratto e profitto e lumi non pochi. Staremo a vedere. L'operazione che si fa su questo punto è odiosa, e forse questo è il motivo per cui saviamente il Direttorio mantiene un perfetto segreto.</p>
<p>Ho veduto le lettere tutte di Marescalchi. La sua situazione, dopo la dichiarazione di guerra da noi fatta ai Napoletani, era divenuta precaria ed anche pericolosa. A quest'ora debb'essere per viaggio, ed io sono impaziente che giunga per molti motivi. Scrive ancora che sebbene la Corte di Vienna frema su gli avvenimenti d'Italia, nulladimeno sembra ancora lontana dal prender parte seriamente negli affari di Napoli. L'ingresso dei Russi nella Germania tiene divise le opinioni dei politici, si fanno tutti gli sforzi per trascinare la Russia nella coalizione, e una lettera intercettata a Mantova che era diretta alla Duchessa di Parma porta l'avviso che la Prussia è sul punto di accedere per quinto coalizzato. Al contrario le lettere di Parigi e di Rastadt parlano diversamente.</p>
<p>Quanto ai Francesi, non mi darò mai a credere che sia loro intenzione di mantenersi nella pura difensiva. Essi fanno il possibile (almeno i generali che qui abbiamo) per romperla con gli Austriaci, e tengono così disperse ed occulte ai confini le loro forze, che pare non abbiano neppur ventimila uomini da opporre al nemico in tutta la linea confinaria; eppure le truppe son molte, e sempre ne giungono delle nuove, di modo che stimo perduto l'Imperatore se fa la bestialità di tirar la spada dal fodero.</p>
<p>Dicesi per cosa certa che il Piemonte diverrà francese diviso in tre Dipartimenti, e che le Comuni abbiano tutte esternato il loro voto per questa unione. Nello stato di oppressione in cui siamo non ti so dire se questo sia un bene, o un male per quei popoli. Per la libertà dell'Italia lo è certamente.</p>
<p>Lettere di Genova portano per sicura la notizia che la Sicilia siasi tutta rivoluzionata, e il Re fuggito a gran stento. Si vuole che questo grande avvenimento sia derivato dalla soverchieria degl'Inglesi, i quali avendo inseguite fin dentro il porto di Palermo due navi mercantili di Spagna, i cannoni del porto han fatto fuoco sopra gl'Inglesi costringendoli a rilasciare le prede; dopo di che il popolo si è sollevato massacrando tutti gl'Inglesi, e proclamando la sua libertà.</p>
<p>Quanto a Napoli, le cose vi sono tutte tranquille. Ma gli officiali francesi che qui abbiamo e specialmente Moreau non sanno perdonare a Championnet di non aver subito spinto al Faro l'armata e, passato lo stretto, occupata con un colpo ardito di mano la Sicilia. Questo discorso però si faceva prima che giungesse la nuova della rivoluzione di quest'isola.</p>
<p>Qui poi siamo pieni d'interni pettegolezzi e di sorde macchinazioni. Vi si veglia sopra, ma ancora il Governo non crede opportuno il disperderli con la forza per non irritar gli animi maggiormente. Anche il Consiglio de' Juniori è entrato un poco in urto col Direttorio a cagione della legge di coscrizione.</p>
<p>La nomina di Caleppio in Ministro dell'Estero fa rivivere la voce che Sopransi andrà a succedergli nella legazione di Spagna, giacché se il Direttorio francese avesse cangiato sentimento rapporto a lui permettendogli di restare al suo posto, è impossibile che questo non si fosse già saputo da molto tempo. Il profondo silenzio che si osserva su questo punto mi fa sospettare con fondamento che il Governo francese stia fermo nel suo decreto.</p>
<p>Leoni viene mandato al Mincio per invigilare segretamente sugli andamenti ostili per quella parte, o forse per altro oggetto. Non tel so dire precisamente perché questo è affare di Polizia. Forse, anzi senza forse, passerà ancora a Ferrara. Tu saprai meglio da esso che da me l'oggetto di sua missione.</p>
<p>Martinengo, a cui era stata offerta la legazione di Roma, essendo cessata quella di Napoli, ha rifiutato questa destinazione come superflua in un Governo che non ne ha che il nome. Perciò se ne torna a Milano.</p>
<p>Ti abbraccio e ti prego di recapitare l'acclusa a mio fratello. Tutta la segreteria, <foreign lang="lat">nemine excepto</foreign>, ti saluta carissimamente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>669</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 25 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>So per cosa indubitata che la casa Pio spedisce persone della Repubblica per vendere o per dare in enfiteusi perpetua generale e redimibile per l'enfiteuta tutti i beni che possiede tanto nella Cisalpina, che in Roma e Napoli. So che voi tenete in affitto alcuni di questi fondi. V'è in Milano un bolognese venuto a posta per contrattarne la compra; v'è di più persona di mia conoscenza che è pronta a far società per accudire a questo grande negozio, che in un caso o nell'altro non può non esser vantaggioso. Finalmente la persona incaricata dal Re a sopraintendere a questo affare, e senza cui nulla può effettuarsi, è mio stretto amico, e in caso di parità di offerte….</p>
<p>Se avete cuore, se avete delle mire, se avete progetti da fare su questo punto scrivetemi, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>670</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI Commissario Generale ai Confini — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 28 Piovoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Una volta sola ho tralasciato di scriverti. Tu mi scrivi esser due, dunque sicuramente manca una lettera, e me ne duole non per la materia, ma per la poca sicurezza delle lettere quando specialmente non portano il solito sigillo, lo che non sempre sono in tempo di poter fare.</p>
<p>Ho ricevuto questa mattina l'ultima tua, e non potendo recarmi immediatamente dal Ministro dell'Interno per l'affare di Donati, ne ho parlato direttamente col Presidente. L'indennizzazione agl'idrostatici della commissione idrostatica non è fissata; ma qualunque ella sia, io credo che Bonati potrà accettare perché potrà disimpegnare i suoi obblighi senza portarsi a Milano, e senza neppure uscir di Ferrara. I suoi colleghi gireranno per lui, ed egli regolerà le operazioni come Archimede senza muoversi. Credo ancora che non si parlerà affatto di giuramento; tuttavolta ti saprò dir meglio un'altra volta le prerogative e i doveri di questa incombenza. Voglio però che tu sappia a questo proposito che nella prima nomina dei cinque idrostatici prescritti dall'atto legislativo non solamente Bonati non era stato considerato, ma nessuno affatto del Dipartimento del Basso Po, che è quello che più degli altri può somministrare degli abili soggetti in questo genere. Fui dunque io che feci strepito su questa dimenticanza, e parlai tanto che finalmente il Direttorio escluse un certo Garosio cremonese, e surrogò Bonati. Non ho soddisfatto in questo che ai doveri di buon Ferrarese, e del giusto, e del vero.</p>
<p>Seguitando l'affare dei costituti fatti agli ex—direttori passati, non v'è stato modo di raccoglier altro se non che l'evidenza di queste partite: novantasei mila lire date a Brune per gratificazione; quindici mila passate in mano di Brunetti (che deve essere interrogato) col pretesto di secondare l'accettazione dell'atto costituzionale; quattromila cinquecento a La Hoz, poi altre nove mila a Brunetti per oggetti di polizia, sebbene fosse già Direttore, tre mila e tante ad Abamonti, due mila in circa ad Arauco, ed altre piccole partite ad altri individui. Ma degli otto mandati di venticinque mila lire per ciascheduno ancora non si sa positivamente nulla. Sono curioso di vedere come l'andrà a finire. Un'altra cosa si è verificata, ed è una somma enorme di monete antiche che Brune, venuto dalla Svizzera, passò nelle mani del banchiere Cavagnari di Piacenza per convertirle in monete correnti. Crivelli il gobbo ne ha avuti quattro sacchetti nelle sue stanze per molti giorni, e v'è un attestato d'un tale che non mi ricordo, il quale asserisce d'averne veduto un intero barile foderato di ferro.</p>
<p>È arrivato il nuovo Ministro dell'Interno, e questa mattina ha prestato il suo giuramento.</p>
<p>La Gazzetta Nazionale intrapresa da Gioia con associazione speciale del Governo per mille esemplari, è stata nuovamente sospesa per le continue imprudenze del suo estensore.</p>
<p>Fantoni è stato arrestato dai Francesi a Torino per aver voluto predicare contro l'unione del Piemonte alla Francia.</p>
<p>Siamo alla vigilia dell'intera completazione dei Corpi Legislativi, e fra gli aspiranti è il gobbo Regoli. Questo verme ambizioso si striscia dinanzi a tutti colla merda fino alla gola per essere nominato legislatore. Chi mai ti mise in capo di promovere la prima volta questo pigmeo, che ha l'anima più piccola del suo corpo medesimo?</p>
<p>Le voci di guerra sempre più crescono, e la rivoluzione della Sicilia finora non si è smentita.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>671</head>
<opener><salute>Ai DUE CONSIGLI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 29 Piovoso, a. 7.</date></opener>
<p>Eccovi, Cittadini Legislatori, un nuovo tratto di sublime eroismo repubblicano, che noi presentiamo alla vostra tenerezza ed ammirazione.</p>
<p>Avete gli giorni scorsi veduto nel cittadino Tiraboschi l'amor della patria trionfare dell'amor paterno e staccargli dal seno tre figli, per sacrificarli tutti alla salute della Repubblica. Vedrete ora questo amor medesimo della patria strappare un intrepido cittadino dalle braccia d'una dolce sposa e d'una tenera figlia, e trionfare tutto ad un tempo dei due più sacri e irresistibili sentimenti, che la natura abbia posti nel cuore dell'uomo. Ciò non è tutto. Questo sforzo magnanimo di virtù è stato coronato dall'imitazione di altri sei generosi repubblicani.</p>
<p>Ma voi sospendete, Cittadini Legislatori la vostra esultanza fino all'intiera lettura dell'annesso rapporto, del quale si è da noi fatta nei nostri atti la dovuta menzione onorevole. Noi non faremmo che scemarvene l'effetto, con anticiparvene il contenuto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>672</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 2 Ventoso, a. 7.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>È stato invitato il Ministro dell'Interno a fare rapporto sulle indennizzazioni da accordarsi ai membri della Commissione Idrostatica, e subito che queste siano fissate, te ne renderò informato. Ma temo che il giuramento non si potrà evitare, perché questi idrostatici cadendo sotto la categoria di Commissari, il giuramento è in regola costituzionale. Finora però il mio non è che un sospetto desunto da qualche generale proposizione di qualche Direttore. Sul dubbio intanto che la cosa possa aver questo fine, non sarebbe mal fatto che tu, sotto pretesto di poco buona salute per parte di Bonati, suggerissi o al Ministro dell'Interno o al Direttorio stesso qualcuno da sostituirgli tolto dal seno del Dipartimento del Basso Po, che più abbonda di soggetti capaci in questa materia, e che più di tutti ha bisogno di essere patrocinato. Tu farai quello che stimerai più a proposito.</p>
<p>Il destino del Piemonte è deciso. Egli sarà Dipartimento Francese, come Lucca di Genova probabilmente, sebbene parrebbe convenir meglio alla Cisalpina. Di Napoli nessuna notizia posteriore a quella della sua rivoluzione. L'insurrezione di Sicilia non pare che si confermi. Pare bensì che i Francesi si preparino seriamente a farne la conquista tragittando lo stretto di Scilla ove la flotta inglese non può frastornare i loro tentativi. Una lettera di Malta che ho veduta questa mattina in data del 6 Piovoso annunzia il passato pericolo d'una congiura nella città, felicemente scoperta. Le provvisioni di pane ed olio, ed anche di vino, vi sono in quantità bastante ancora per un anno, ma di tutto il resto si manca affatto. La presa della Sicilia deciderà di Malta ed anche dell'Egitto.</p>
<p>Serbelloni scrive che il Direttorio Francese, informato che il cittadino Cicognara deve portarsi a Parigi, ha ordinato che immediatamente gli sia intimato di partire da tutto il territorio della Repubblica.</p>
<p>Bernadotte è nominato generale in capo in luogo di Joubert. Il Corpo legislativo francese ha emanato un decreto, il quale dichiara decaduti dal grado di cittadini attivi tutti quegl'individui che siano impiegati presso altri Governi anche liberi. Per conseguenza il Ministro della Guerra dimanderà la sua dimissione, se non è m<add resp="ed">andato via</add>.</p>
<p>Le notizie di oggi piegano alla pace molto più che alla guerra. Bellegarde è partito per Parigi, e dicesi che i Russi già retrocedono. Ecco tutte le nuove.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>673</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 5 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Io non ho finora omesso nulla di tutto quello ch'è venuto a mia notizia rapporto al noto processo. Questa sera si deve esaminar Brunetti. Vedremo che sfogo saprà dare alle somme particolarmente ricevute. Ma Brunetti è un tristo gatto a pelare e credo si rimarrà al buio come prima. A suo tempo ti scriverò il risultato del suo costituto.</p>
<p>Il Ministro della Guerra ha già data la sua dimissione in conseguenza del decreto di cui ti scrissi nel passato ordinario. Questo decreto abbraccia tutti indistintamente. Si vuole che vi abbia dato causa principalmente la condotta di Bassal a Roma. Si conferma la destituzione di Championnet per aver disobbedito agli ordini del Direttorio portati da Faypoult, il quale adesso si porta a Napoli a riformar tutte le operazioni civili di Championnet. Vedremo quindi in Napoli una totale mutazione nel governo provvisorio.</p>
<p>Lamberti è stato richiamato nel Corpo Legislativo. Regoli, dopo aver rotto il culo a tutte le autorità francesi e cisalpine, è stato escluso. Io non posso ancora darmi pace dell'impudenza di questo gobbo, il quale, se lo vedessi, cammina, guarda e parla con una pretensione che non ne ha tanta il primo peccato capitale.</p>
<p>Il nuovo Ministro dell'Interno, a detto de' suoi subalterni, non dà grandi speranze di sua riuscita.</p>
<p>Marescalchi a quest'ora debb'essere per viaggio. Il Direttorio ha intenzione di mandargli incontro una deputazione nel modo a un di presso che fu praticato in Francia con Barthelemy quando ritornò da Basilea. Io l'aspetto con molta impazienza e ti renderò subito informato del suo arrivo.</p>
<p>Mi dimandi chi sono subentrati ad Arauco e a Canzoli. Nessuno. Se non che si sono presi due aggiunti, Gambini ed Ettori, coll'appanaggio di tre mila lire per ciascheduno, il primo alla sezione di Guerra e Finanza, e il secondo di Polizia. Quanto a me, sono nel luogo di Crespi.</p>
<p>Guerra e pace sono sempre il giuoco dell'altalena nelle opinioni del pubblico. Intanto continua l'incessante passaggio di nuove truppe.</p>
<p>Abbiamo la città piena di ladri.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Carlo Clavena</byline></opener>
<p><hi rend="italic">Il Clavena vi rinnova li sinceri sentimenti di stima e rispetto.</hi></p></div3>
<div3 type="epistola" n="C">
<opener><byline>Tito Canzoli</byline></opener>
<p><hi rend="italic">Il Canzoli ricorda la sua vera stima e ben dovuta riconoscenza.</hi></p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>674</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 9 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Non io sicuramente, ma tu hai preso equivoco perché netto e chiaro m'hai scritto che non una ma due volte sei rimasto senza mie lettere. Ora godo d'essere uscito d'ogni sospetto.</p>
<p>Rapporto a Bonati ti ho scritto in due ordinari consecutivi tutto che può riguardarlo, anzi attendo risposta sul consiglio che ti ho dato nel caso che a cagione del giuramento sia inevitabile la sua esclusione.</p>
<p>Anche relativamente al noto processo ti ho finora ragguagliato di tutto minutamente. Non mi resta che a dirti l'esito del costituto di Brunetti. Egli ha deposto che le somme passate in sue mani hanno servito a pagare i commissari spediti nei Dipartimenti per l'accettazione dell'Atto Costituzionale, e che questo fu affare segreto di cui tutto il Direttorio che gliene diede incombenza deve dar conto, perché egli non fu che esecutore. Quanto agli otto mandati, egli ha protestato non saperne nulla. Se ho da dirti il vero su tutta questa faccenda, il Ministro della Polizia, a cui era stato addossato lo svolgimento di questa tela, ha operato in modo da coprir piuttosto che rivelare la verità, e tu l'hai indovinata pur troppo. Passiamo ad altro.</p>
<p>Ogni giorno giungono lettere specialmente dalla Svizzera che presagiscono pace. Nondimeno il contegno de' Francesi è tale che manifesta invece la guerra. Su questo dato il Direttorio Sovrano ha invitato senza complimenti il nostro a caricarsi di tutto il mantenimento di sessanta e più mila uomini che abbiamo nella Cisalpina, e nel caso che il nostro Governo non acconsenta di buona grazia, l'Ambasciatore Francese ha dichiarato che il suo Governo sarà costretto a prendere delle misure efficaci per questo effetto. Sicché per amore o per forza bisogna inghiottirla, sebbene il nostro Direttorio abbia finora resistito.</p>
<p>Le nuove che qui giungono di Roma sono funeste e di Napoli assai equivoche.</p>
<p>Una ne viene poi dalla Svizzera che mi dà gusto sebbene la reputi un sogno, ed è che il nuovo Gran Maestro di Malta Paolo I Imperatore delle Russie sia stato detronizzato da sua moglie; seconda Caterina. Dio lo faccia.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>675</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 12 Ventoso, A. 7 R..</date></opener>
<p>Ieri è stata finalmente fissata l'indennizzazione dei commissari idrostatici. Essa è di L. 4000. Ma esimersi dal giuramento lo credo impossibile. Io te l'ho già scritto. Quanto allo stare o al girare che dovrà farsi dalla commissione, ciò dipende dal piano che si adotterà pel disimpegno delle incombenze prescritte dalla legge. Per ora non so dirti di più su questo punto.</p>
<p>Masi mi scrive e mi esorta ad adoprarmi perché Scacerna sia nominato amministratore centrale. Credo che soggetto più abile e più svelto non possa proporsi, ma Masi mi tocca certe eccezioni, che l'opinione pubblica gli oppone relativamente al suo fallimento, ch'io non so se farò bene o male a intrigarmene. Levami tu di dubbio, e dimmi anche in buona confidenza se con Masi te la passi armonicamente.</p>
<p>Finalmente si sono ricevute nuove sicure di Napoli. Finora tutto vi è tranquillo, ma i Francesi vi sono in piccolo numero. Championnet voleva imporre contribuzioni, e ha dovuto abbandonarne il pensiero, perché i Napoletani hanno parlato più chiaro che non parlano i Cisalpini. Intanto la destituzione di Championnet è indubitata, e Macdonald lo rimpiazzerà provvisoriamente, come vuolsi che Scherer verrà in luogo di Joubert, e non più Bernadotte.</p>
<p>Le nuove del giorno si riducono a parlar sempre di pace e di guerra, senza mai poterla indovinare.</p>
<p>Ieri ho veduto e parlato con uno dei quattro deputati del Governo provvisorio napolitano che vanno a Parigi a dimandare l'indipendenza. Non v'ha dubbio che i Francesi hanno fatto quella conquista con poco più di otto mila uomini, e che al contrario i Napoletani non sono stati meno di centomila a far fronte, contandone sessantamila di linea, de' quali non si trova più vestigio.</p>
<p>Mack è sempre in Milano alloggiato all'Albergo Grande, e sempre guardato. Credo che gli converrà fare il viaggio di Parigi invece di quello di Vienna.</p>
<p>Marescalchi a quest'ora è partito, ma la famiglia e le nevi gli faranno impiegare assai giorni.</p>
<p>Ti abbraccio con tutta l'anima.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>676</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 16 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Finalmente la guerra pare decisa, e le ostilità cominceranno nei Grigioni. Qui se ne parla come di cosa già certa, e il movimento che osservasi dappertutto lo persuade. L'aiutante di Scherer è arrivato, e Scherer stesso si attende a momenti.</p>
<p>La sollevazione di Piemonte è quietata per ora, ma risorgerà se i Francesi non si persuadono una volta della necessità di cangiar sistema. Quanto a me, mi conforta il vedere che, ad onta delle particolari costumanze che dividono gl'Italiani in tante nazioni, pure abbiam tutti un punto di riunione, tutti un solo sentimento rapporto ai mali che ci opprimono.</p>
<p>Amelot è richiamato, e passa a Magonza. Sarà suo successore un tale che era commissario presso il tribunale di Cassazione.</p>
<p>Mack è gravemente ammalato. I commissari napoletani sono partiti per Parigi.</p>
<p>Milano è piena di ladri, e non passa giorno che non accadano tre o quattro assassinj. Il Ministro della Polizia è come non ci fosse.</p>
<p>Il passaggio delle truppe non è mai interrotto.</p>
<p>Amami e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>677</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 19 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ho veduto ieri mattina Pinchetti, il quale m'ha detto aver seco la roba che m'avete mandata, ed ha promesso di presto recapitarmela. Gli ho usata tutta l'amicizia, e lo tratterò in appresso con tutto quel riguardo che voi potete desiderare. Veniamo all'affare Pio. Eccone lo stato.</p>
<p>La principessa Pio, che è in gran collera col suo primogenito e predilige il secondogenito, ha risoluto di alienare finch'è viva tutte le sue possidenze dotali per farne un patrimonio a questo figlio prediletto. Al contrario il primogenito, che è protetto dal Re, ha ottenuto un ordine della Corte, che nulla si possa né vendere né affittare né dare in enfiteusi senza il consenso del suo Ministro plenipotenziario residente in Milano. Quale poi debba essere il finale oggetto di queste precauzioni non vel so dire. So che si aspetta in Milano il secondogenito in persona, che qui si porta per effettuare l'alienazione, in un modo o nell'altro, di questi effetti, e che in Ferrara deve essere arrivato a quest'ora un suo commesso per prendere cognizione di tutto.</p>
<p>Molti sono i concorrenti a questo negozio in qualunque aspetto si voglia effettuare, e questo lo so dal Ministro spagnuolo, che di tutto mi ha fatta la confidenza senza dirmene per ora i nomi. Senza di esso nulla si può concludere; ed io ho parola da esso che, a suo tempo, mi comunicherà le offerte, perché, volendo voi coprirle, siate a tutti preferito in caso di parità.</p>
<p>Ho qui poi un amico mio e del Ministro, il quale è desideroso di far società con voi per l'acquisto o enfiteusi dei detti fondi. Egli è persona che ha molto contante a sua disposizione, onesto, intelligente, e tutte le qualità, insomma, che si richieggono in un buon socio. Egli è il rappresentante Olivari di Modena.</p>
<p>Attenderò intanto i vostri sentimenti su questo punto, e sopra tutta l'estensione di questo affare.</p>
<p>Mi dimandate delle nuove. La più importante di tutte è che si sono cominciate le ostilità nei Grigioni, e che ben presto la guerra sarà generale, se pure l'Imperatore non fa retrocedere i Russi.</p>
<p>Attenderò la cambiale, tanto più che prevedo un gran ristagno nei pagamenti dei pubblici impiegati.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>678</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 19 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>L'accluso foglietto pubblicato questa sera ti dirà che la guerra è già cominciata, e che l'incendio diverrà presto generale, se l'Imperatore non fa retrocedere i Russi. Scherer intanto non è ancora arrivato. Bensì tutta l'armata è in movimento, e non si respira che guerra. Puoi figurarti come le casse nazionali si smungono imperiosamente.</p>
<p>Bonati ha finito di rovinar il suo affare egli stesso. Egli ha scritte due lettere al Ministro dell'Interno, il quale si è creduto in dovere di farne rapporto al Direttorio. Il concluso è stato che si accordi a Bonati la sua dimissione, manifestandogli il dispiacere del Direttorio che le di lui circostanze gl'impediscano di disimpegnare la sua missione, e in suo luogo è stato nominato Garosio di Cremona. Bonati aveva scritto inoltre a Compagnoni protestandogli di non poter dare il suo giuramento nel caso che si fosse richiesto. Questa cosa saputasi dal Direttorio ha dato maggior impulso al concluso, il quale era già segnato quando mi è arrivata l'ultima tua in cui proponevi di sostituirgli Matteo Tieghi. Ecco dunque definito questo affare senza rimedio.</p>
<p>Il Consiglio de' Juniori è nuovamente in istato di anarchia tiranneggiato dai paralizzatori. Rivaud gli ha invitati tutti dimani sera in sua casa per intimare ai colpevoli la loro immediata destituzione e peggio se non fanno giudizio.</p>
<p>Ti accludo copia di un bel discorso di Lépaux, fatto pubblicare dal nostro Direttorio. Egli è un bel quadro dello spirito di quel Governo e dello stato delle opinioni in quella Repubblica.</p>
<p>Le insurrezioni del Piemonte sembrano quiete, dico <emph>sembrano</emph>.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore e ti prego di recapitare l'acclusa a mio fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>679</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIAMBATTISTA COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 20 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Vertemate Franchi è Direttore. Dimattina prenderà privatamente possesso della sua carica. Marescalchi non ha data ancora risposta.</p>
<p>Amelot è partito per Lucca, ove sono entrati i Francesi ponendovi subito la contribuzione di due milioni.</p>
<p>Abbiamo nuove non officiali ma fondate che i Francesi siano già padroni di Napoli. Contuttoquesto la pace coll'Imperatore è più probabile che la guerra. Intanto i Francesi affrettano la conquista di Napoli per dettar quella legge in appresso che più vorranno. Ma tutto spero fuorché la totale libertà dell'Italia.</p>
<p>La legge su la coscrizione cisalpina produce generalmente delle dolorose conseguenze nei Dipartimenti. Ma si sosterrà colla forza per evitare mali peggiori nell'avvenire. Ad ogni modo a questo passo bisogna venirci.</p>
<p>Compagnoni è stato nominato giudice del Tribunale di Cassazione. Lamberti non sarebbe alieno dal ritornare nella carriera politica, ma l'idea di farlo Ministro dell'Interno non è sostenuta. Il Direttorio desidera nuovamente Ricciardi.</p>
<p>Parmi ormai certa la destituzione di Joubert. Moreau prenderà in sua vece il comando dell'Armata. Il suo contegno finora è stato intaccabile, e il Direttorio Francese, per quel che pare, ha conosciuta finalmente la necessità di reprimere il despotismo militare per farsi amare dalle repubbliche che ha create. Tuttavolta Alessandri e i Brunetti si lusingano ancora di un altro cangiamento. Ma la speranza è pazza, a meno che non succeda un rovescio nella Francia medesima.</p>
<p>Rivaud procede colla miglior buona fede col Direttorio, e resiste alle prepotenze militari con una fermezza che non puoi credere. Se Moreau succede a Joubert le cose della Repubblica miglioreranno per molti versi.</p>
<p>Ti accludo un'operetta pubblicata da Gioia secondo le viste del Direttorio. È un po' troppo metafisica, e distesa con idee troppo generali, ma l'autore ha promesso di svilupparle. Per ora questa penna, che è la meno cattiva di quante conosciamo in Repubblica, è guadagnata al partito della saviezza.</p>
<p>Non ho altro che meriti di essere scritto.</p>
<p>Sta sano.</p>
<p>P. S. Cavriani è stato ripristinato nella sua carica.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>680</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 23 Ventoso <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Paragrafo di lettera del cittadino Visconti in data delli 19 corrente da Lucerna al Ministro degli Affari Esteri.</p>
<p><quote>«Premetto in via d'ordine la notizia officiale del passaggio del Reno a Kell nel primo di Marzo. Vi aggiungo in tal proposito il proclama del Gen.e Jourdan (egli è in tutto conforme a quello di Massena, che già conosciamo), e la nota conseguentemente presentata dai Ministri francesi a Rastadt.</quote></p>
<p><quote>Contemporaneo è stato l'attacco contro gli Austriaci nei Grigioni. Questo ha avuto luogo su tutti i punti, e ieri ne giunse a questo Governo la formale e consolante notizia officiale, accompagnata dai soliti dettagli dei trionfi francesi, e dei tratti sempre grandi mai nuovi del loro valore.</quote></p>
<p><quote>L'importantissimo forte di Hohen—wiell situato a levante di Sciaffusa e propriamente sul labbro della Svevia e presso Zell fu occupato dai Francesi con un colpo di mano, mercé però il concorso e l'aiuto della maggiorità degli abitanti. Questo serve ora di doppio appoggio all'armata repubblicana e per proteggere la già matura rivoluzione della Svevia e le operazioni già inoltrate nei Grigioni.</quote></p>
<p><quote>Una colonna che veniva da Alt—tetten passò pure il Reno presso il villaggio di Obesiedt, e giunse in Feldkirk, ove ebbe luogo un affare serio che finì in favore dei Francesi, i quali se ne impadronirono e fecero anche quasi contemporaneamente un passaggio impetuosissimo in tre punti importanti Werdenberg, Sargans e Ragatz. I Francesi sono pure padroni in questo momento di Vadutz e Meyasfeld, gran crociera di stradale tanto per Coira, che per i paesi verso il Tirolo. È inutile il dirvi che i soldati impazienti di combattere e di acquistare terreno passarono a guazzo coll'acqua fino al collo. Voi già sapete la tattica immancabile di quelle truppe. La marcia continua sempre preceduta dalla vittoria, e questa notte sono arrivati qui due corrieri uno al Ministro francese e un altro al D. E. il rifferto de' quali non m'è ancor noto. Vengo assicurato che l'oggetto è di far movere immediatamente le truppe <foreign lang="fre">Vodoises</foreign> qui stazionate».</quote></p>
<p>La lettera del Ministro Visconti, dopo aver riferiti altri movimenti delle truppe francesi tutti favorevoli, dà la nuova officiale della resa di Manheim e ne trasmette gli articoli di capitolazione. Soggiunge in seguito l'assedio di Filisburgo, e finisce col dire che i Francesi invadono la Germania come torrente.</p>
<p>Altre lettere poi dei confini portano officialmente l'ingresso di Massena in Coira, ed una sanguinosa baruffa nella quale è rimasto morto il generale tedesco Hansperg, con qualche centinaio di prigionieri.</p>
<p>Scherer è arrivato l'altra sera in Milano. Egli ha il comando di tutta l'Italia, e si sa che è incaricato di grandi ordini rapporto agli Austriaci. La ricupera di tutto lo Stato veneto viene ora riputata come la minima delle imprese. Lo stesso Scherer ha dimostrato un grande riguardo al Direttorio Cisalpino, ed avendogli questo protestato tutto il suo impegno per secondare con tutte le forze le operazioni dell'Armata, il Generale ha risposto che non occorre che il Direttorio si prenda ulterior pena per gli approvvigionati delle piazze forti, che basta quel che si è fatto, e che sul resto risparmierà, per quanto le circostanze glielo permetteranno, la Cisalpina, di cui conosce i sagrifici.</p>
<p>P. S. In questo momento si sparge la nuova che i Francesi abbiano tagliata la ritirata agli Austriaci verso il Tirolo, e che in Venezia sia scoppiata una piena insurrezione.</p>
<p>Tutto è preparato per l'imminente passaggio dell'Adige.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>681</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano,</add> 3 Germile, A. 7 R..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Questa volta sì che non so proprio cosa scriverti, perché di nuove militari nessuna dopo quelle che già t'ho scritte, e di nuove politiche la più interessante è la nomina di Celentani in Ministro della Rep.a Napoletana presso la Cisalpina.</p>
<p>Marescalchi si va impadronendo degli affari, e infondendo dirò così un nuovo spirito al Direttorio. Io gli ho raccomandato particolarmente l'assassinato Dipartimento del Basso Po, a cui il Ministro di Finanza fa ogni giorno nuove ferite. Egli s'è cavata la maschera, ed ora lo conosco ben diverso da quello che mi apparve a principio. Sono tentato di scriverti delle brutte cose sopra questo soggetto.</p>
<p>Non so qual fondamento s'abbia la nuova che tu mi scrivi, che ad onta cioè delle ostilità cominciate possa aver luogo la pace a spese della Baviera. Ciò fu sospettato prima del passaggio del Reno; ora pare che i Francesi vogliano fare all'Imperatore ciò che han fatto al Re di Napoli. E così sia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>682</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Germile, Anno VII Rep..</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ecco un paragrafo di lettera dell'ispettore Salvi pervenuta questa mattina al Ministro della polizia: <quote>«Brescia, 6 Germile. — Vi comunico per istaffetta le nuove dell'annata. L'attacco si è eseguito su tutti i punti<gap/>… Alle 8 della mattina erano giunti 400 prigionieri a Peschiera<gap/>… barche prese ai tedeschi. I Francesi hanno passato l'Adige<gap/>… e alle due dopo mezzo giorno il cannonamento era quasi inintelligibile a Desenzano. Da ciò si arguisce molto avanzata l'armata. Tutto questo è ministeriale. Si aggiunge che siansi fatti altri 1300 prigionieri e presi tre cannoni nella valle di Caprino»</quote>.</p>
<p>Posteriormente è venuta la nuova scritta da<gap/>… che i Francesi siano alle porte di Verona, dopo aver fatti altri due mila e cinquecento prigionieri. Massena si vuole arrivato già a Trento. Egli è da credere che i progressi dell'armata del Reno non saranno niente meno felici. Ma da qui innanzi tocca a te il darmi le nuove dell'armata sull'Adige. Qui si dice occupata già Padova e presa Chiozza con un colpo di mano. Per carità scrivimi, se puoi, tutto quello che accade costà vicino.</p>
<p>Lettere di Parigi portano che la Prussia voglia onninamente la pace; e che siccome il non averla conseguita finora è dipenduto dall'ostinazione dell'Austria, così si aggiunge che la Prussia abbia fatto intendere o che l'Imperatore concluda la pace, o che la Prussia entrerà immediatamente in lega con la Francia. Il tempo <add resp="ed">mostrerà</add> il vero o il falso di queste nuove.</p>
<p>Marescalchi ti scrive questa sera. Egli agisce con fermezza, ed è stata una provvidenza il suo arrivo. Io gli ho rivelate le piaghe del nostro Dipartimento. Desidero che tu pure gli tocchi fortemente questo tasto, sul quale è bastantemente persuaso. Ma una convinzione di più è sempre meglio.</p>
<p>Ti scrivo in gran fretta perché sono molto imbarazzato. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>683</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Germile, A. 7 R..</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Dirigo la presente a Fusignano, ove spero vi trattengano tuttavia gli affari della compagnia Baronio, che già mi son noti, e che anzi fui il primo a confidar al cittadino Orioli, che in seguito ne rese avvertita la compagnia. Sono impaziente di sentire il risultato de' vostri congressi. Intanto parliamo del gran negozio di casa Pio.</p>
<p>Premessa l'impossibilità di una vendita generale de' suoi beni, non tanto per la difficoltà di trovare chi sia in grado di fare uno sborso così vistoso, quanto perché il Governo nelle attuali circostanze non potrà né vorrà mai permettere l'esportazione di somma così grandiosa, gli agenti di casa Pio non pare abbiano altro partito a cui appigliarsi che quello di un'enfiteusi generale, redimibile in stagione meno disastrosa della presente. Ora per questo secondo progetto è già formata una compagnia, alla cui testa trovasi l'avv. Aldini. Sapendo io i suoi disegni e sapendo egli la mia aderenza col Ministro di Spagna senza il cui assenso nulla si può concludere, e molto più i lumi che voi potete somministrare in proposito, ci siamo avvicinati l'uno all'altro, e il legame dell'interesse, oltre quello dell'amicizia, ci ha portati a comunicarci scambievolmente le nostre mire. Aldini adunque è non solo disposto, ma desideroso di comprendervi nella società o in totale, se così vi piace, o parzialmente per l'acquisto della tenuta della Pianta, se questa sola forma lo scopo de' vostri desiderj. È in man vostra il prescrivere i termini delle vostre intenzioni, le quali essendo giuste e ragionevoli, come non dubito, verranno secondate con tutta la parzialità compatibile coll'interesse generale. Egli si restituirà a Bologna quanto prima, ove vi attende in persona per concertare, combinare, discutere e fissare i fondamenti di questa importante negoziazione; e a misura dei lumi che voi somministrerete su questo punto, voi otterrete quei riguardi che saranno conformi all'importanza del servizio che presterete. Portandovi dunque all'abboccamento con esso, recherete con voi quelle carte, che avevate già divisato d'inoltrare a me stesso per mio governo: e sebbene io viva certo che Aldini non è capace di mancare alle promesse che verbalmente mi ha fatte, e di cui ho già reso informato anche il Ministro di Spagna, il quale favorisce il progetto, nulladimeno, se voi lo stimerete opportuno, potrete far precorrere fra voi e l'Aldini una reciproca obbligazione, e assicurare in prevenzione il vostro interesse. Abbiate però sempre in vista che la confidenza è il primo legame dei contraenti, e che la diffidenza non partorisce mai buona conseguenza. Regolatevi insomma con saviezza, e non date motivi di sospettare dell'onestà del vostro carattere. Sopratutto tenete occulta la vostra gita a Bologna, onde la malevolenza e l'invidia non frastorni il buon esito della negoziazione.</p>
<p>Abbracciate la mamma e D. Cesare, ed amate il vostro affezionatissimo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>684</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Germile, A. 7 R..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dovrei parlarti di ciò che il Direttorio ha risoluto rapporto a Rangone, Gallizioli, Boldrini, ma all'arrivo di questa già tutto ti deve essere palese e pel decreto che il Direttorio ha pubblicato, e per la lettera privata che Marescalchi ti ha scritto. Quanto a me, io non giudico che a cognizione di fatto. Vedo però che il Direttorio doveva procedere con altra misura di giudizio, trattandosi di dare agli altri un esempio in circostanze fatali e delicatissime. Sono per altro impaziente dei dettagli di quanto è accaduto, e che ti ha mosso a fare quello che hai fatto.</p>
<p>Intanto eccoti in ristretto le nuove. Non solamente si è confermata la disfatta dei Tedeschi al Tirolo, ove hanno perduto più di cinquemila uomini fatti prigionieri, ma qui ne abbiamo veduti sulla piazza del Duomo più di due mila arrivati ieri mattina, e il giorno avanti n'erano passati circa altri due mila di quelli fatti prigionieri sull'Adige. Inoltre egli è certo che Massena si è impadronito di Feldkirk e di tutti i copiosi magazzini austriaci ivi esistenti, di modo che si spera che i progressi de' Francesi in quella parte faranno ben presto un diversivo alle truppe austriache sulla linea dell'Adige, ove finora si è sparso gran sangue senza vantaggio sensibile.</p>
<p>Tutte le lettere comprese quelle di Visconti confermano ancora che Jourdan, dopo aver sofferto un qualche svantaggio dal Principe Carlo nel retrocedere da una cattiva posizione, ha battuto due volte gli Austriaci con loro gran perdita. Insomma, le cose dalla parte de' Grigioni e del Reno vanno tutte assai bene. Sarebbe forse e senza forse stato lo stesso anche sull'Adige, se l'armata avesse confidenza nel suo Generale; ma Scherer non è amato, e duole soprattutto ai Francesi ch'egli non abbia voluto profittare dell'impeto della truppa, la quale, dopo i primi vantaggi già riportati e pubblicati, voleva a tutti i costi investire Verona, e il colpo è mancato perché Scherer ha voluto usare d'una prudenza intempestiva. Queste cose le ho udite io stesso dalla bocca d'un aiutante di Delmas, il quale fremeva di questa lentezza del Generale in capo.</p>
<p>Intanto sono cinque giorni che nulla sappiamo di rilevante, fuorché qualche scaramuccia parziale senza vantaggio né da una parte, né dall'altra. Giunge però in questo punto la nuova scritta dal generale Lechi a suo fratello e a suo cognato Ghirardi, che il generale Desolle, quello cioè che ha battuto i Tedeschi al Tirolo, si è unito alla divisione di Serrurier, la quale si sa che aveva passato Rivoli, e che ora si vuole già a Trento. Se questo è vero, come assicurano alcuni rappresentanti, i quali attestano d'aver veduta la lettera di Lechi, l'affare a mio parere è deciso, e non v'ha più che temere. Da ciò comprendi che non è mai possibile che i Tedeschi siano così pazzi d'inoltrarsi nel ferrarese in corpo considerevole sul certo pericolo d'esser tagliati fuori. Credi a me, o per meglio dire credi a quelli che pretendono d'intenderla più di me, che senza una gran vittoria sotto Verona, i nemici si guarderanno dall'uscire fuor di misura, e occupar Ferrara, la quale dipende dagli eventi che accaderanno sull'Adige.</p>
<p>Ti conforti ancora il sapere che fino dai primi momenti si è spedita al Direttorio di Francia una quasi generale petizione dell'armata, la quale dimanda assolutamente un Generale di sua confidenza, e che il Direttorio non sarà sì pazzo da non provvedervi subito. A quest'ora il corriere non solo debb'essere arrivato a Parigi, ma forse di là partito, tanto più che Chavenna m'accerta d'aver parlato con uno degli officiali sottoscritti, il quale ha detto che la rimostranza era partita per Parigi anche prima che Scherer si movesse da Milano, perché si prevedeva fin d'allora quello che poi è accaduto, vale a dire che i Francesi non avrebbero vinto non potendosi dire che abbiano perduto. Insomma… <foreign lang="lat">Dii meliora</foreign>.</p>
<p>Sta sano e fa coraggio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>685</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Germile, A. VII R..</date></opener>
<p>Ho veduto un momento Massari da Marescalchi, ma non ho potuto parlargli a parte come avrei desiderato per intendere i dettagli delle cose accadute in Ferrara. Mi figuro che dopo il discorso tenuto con Marescalchi egli potrà scriverti più a lungo che non fo io.</p>
<p>Qui siamo sempre desiosi di nuove, e sono più giorni che non si sa nulla. Questo silenzio annunzia certamente un grande prossimo avvenimento, e il piano che lo prepara lo reputo buono appunto perché nulla se ne traspira.</p>
<p>Le vittoria di Massena e i suoi progressi nel Tirolo si confermano da tutte le lettere. Anche gli affari di Jourdan vanno prosperamente.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign>, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>686</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Germile, A. 7 R..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Mi riporto a quanto ti scrive Massari per ciò che riguarda i noti amici e gli affari del Dipartimento.</p>
<p>I Consigli, nel momento in cui scrivo, sono adunati per accordare al Direttorio un potere illimitato provvisoriamente per tutte quelle misure di severità che le circostanze esigono, e per valersi di tutti quei mezzi tanto politici che economici, che riputerà necessari a salvare la cosa pubblica.</p>
<p>Dei movimenti controrivoluzionari accaduti sulla sinistra del Po e sulla destra a Revere e Poggio, non te ne parlo perché a te sono noti meglio che a me. Neppure della posizione delle due armate perché la sai. Sebbene i Francesi non ci vogliano neppur permettere d'aver timore, nondimeno egli è impossibile il non provare dell'agitazione. Ci vanno confortando i rinforzi che si avanzano da tutte le parti. Scherer poi finalmente non è un coglione, e se non ha l'attività del piccolo Caporale d'Egitto (che così i Francesi chiamano Bonaparte), può se non altro aver la prudenza di Fabio Massimo. Fatto sta, tel ripeto, che i Francesi non vogliono che ci diamo in preda alla paura. Io, però, con loro permissione, qualche volta ne ho in corpo un poco più del bisogno. Ma dopo il fatto d'Orazio nella pugna farsalica tutti i poeti sono stati sempre poltroni.</p>
<p>Il Governo provvisorio di Piemonte è finito, e il Piemonte è diviso in quattro Dipartimenti francesi, capi luoghi Vercelli, Mondovì, Torino, e il quarto non mel ricordo.</p>
<p>Sta di buon animo e sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>687</head>
<opener><salute>Al cittadino GIOVANNI COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Fiorile, A. 7 Rep..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Sulla notizia che Ferrara fosse bloccata, ho tralasciato di scriverti nel passato ordinario. Ora sentendo nuovamente libera la comunicazione, ti scrivo poche righe, non già per dipingerti lo stato attuale delle cose, perché lo lascio alla tua immaginazione, ma per dirti piuttosto che mi dolgo dei mali di codesto Dipartimento, come mali che toccano me stesso nonché persone che mi debbono più ch'altre esser care e per amicizia e per sangue. Ma passerà, spero, anche questa burrasca. Moreau dirige l'armata, sebbene altri s'abbia ancora il titolo del primo comando; i Francesi van guadagnando tutto giorno posizioni in avanti, i rinforzi giungono, ed è indubitato che dall'interno della Francia meridionale scende una forza imponente; il Direttorio deve far senno, se mai non l'avesse ancor fatto, e impiegar tutti i mezzi per conservarsi il possesso dell'Italia; il Generale in capo e Moreau stesso e Saint—Cyr che si trova all'armata, ci assicurano che non è nulla a temere, e che, guadagnata una sola battaglia, tutte le nostre interne insurrezioni si dilegueranno come nebbia; tutto, insomma, ci presenta un miglior avvenire, e la speranza è un veleno sì dolce, che io lo tracanno tutto volentieri. Ti confesso però che in mezzo a queste assidue e violente agitazioni, mi terrei beatissimo più che un papa del quattrocento, se potessi celarmi in un deserto ove non udissi più voce umana. E se le cose cangeranno d'aspetto, siccome spero, e la Repubblica sarà di nuovo sciolta d'ogni pericolo, chi sa non mi risolva una volta da saggio.</p>
<p>Marescalchi ti saluta. Egli è così contento del suo posto, che, subito che la Repubblica sarà salva, immediatamente darà la sua dimissione. Giudica tu dei motivi che lo muovono a questa risoluzione.</p>
<closer>Ti abbraccio e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>688.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Membro del Direttorio ex—Cisalpino — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 28 Vendemmiale <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Confido alla conosciuta vostra discrezione e prudenza un segreto rammarico che assai mi tormenta. Sono 40 e più giorni che Teresina aveva promesso di raggiungermi a Chambéry, e quando alfine mi aspettava di vederla qui comparire dopo il suo arrivo a Lione, intendo da Ettori che ella è passata a Ginevra. Questa vita vagabonda, senza darmene verun avviso, senza dirmi con chi, senza farmi note le sue intenzioni non fa punto onore né alla sua saviezza, né all'amicizia di che ella mi è pur debitrice per tanti titoli. S'ella si è trasferita veramente costà imploro da voi che la cerchiate, le parliate, e le facciate finalmente conoscere il torto che fa a se stessa ed a me, a me che soffro tutte le privazioni per risparmiare a lei un qualche patimento di meno. Insomma avvertitela della pena in cui vivo, e con ragione, perché non sono avezzo né a questi disprezzi, né a queste sue irregolarità, giacché sono veramente le prime di tal natura, che mi amareggiano per parte sua. Resti sepolto il mio sfogo nel vostro cuore, e abbiatelo pel più grande attestato della mia amicizia, e della stima che faccio dell'onesto vostro carattere.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono il vostro<signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>689.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Ginevra</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 29 Vendemmiale <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Dalla mia di ieri avrete inteso le mie inquietudini per conto di Teresina. Secondo la lettera di Ettori ella doveva arrivare a Ginevra sabbato sera. Ora dalla vostra a Tambroni intendo che ancora non si è veduta. Frattanto nessuna sua lettera, nessun cenno, nessun indizio che m'istruisca del suo viaggio, né della sua dimora. Al passaggio di Bonaparte per Lione ella me ne diede di là l'avviso, ma senza dirmi una sillaba né del dove voleva dirigersi, né del quando sarebbe qui arrivata, né con chi. Questo silenzio, o chiamatelo piuttosto disprezzo, mi passa l'anima, e non so in che andrà a risolversi il mio dolore. Non voglio precipitare un giudizio a cui ripugna il mio cuore, e cui s'oppone la passata esperienza e conoscenza del suo savio carattere, ma vi confesso che la presente sua condotta mi forza a ricevere nel pensiero dei sospetti che non vorrei. Comunque sia mi riporto alla lettera di ieri, e attendo un riscontro che mi consoli, e ne ho gran bisogno. Pongo il mio cuore nel vostro, e tutto mi comprometto dalla vostra rara amicizia. Se questa incauta e mal consigliata vagabonda capita finalmente a Ginevra, siccome pur spero, non tornate, vi prego, senza di essa. Mi renderete un servigio da cui dipende il mio riposo, e qualche cosa di più.</p>
<closer>Il vostro<signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>690.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Membro del Direttorio Cisalpino — Ginevra.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 4 Brumaio <add resp="ed">1799</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>La vostra lettera per espresso mi è arrivata che la diligenza era partita. Nulladimeno il vostro obbligante invito mi ha messo subito in moto per raggiungerla, e affrettarmi il piacere di abbracciare due oggetti sì cari, mia moglie e Voi. Guidiccini per farvi una sorpresa mi avrebbe fatto compagnia. Ma bisognava procurare i passaporti, e gli officj erano tutti chiusi, bisognava pranzare, e non v'era che mangiare, bisognava contrattare una sedia di posta, e il prezzo ci ha spaventati. La riflessione è sottentrata all'entusiasmo, e calcolato tutto, si è concluso che saviamente pensando, il viaggio sarebbe stato e penoso e dispendioso, ed inutile. Dico inutile, perché ora che so che mia moglie è sana e salva, che è con voi, che il suo silenzio non è proceduto da nessuno di quei motivi che mi allarmavano (poiché sappiate che una lettera di Terè mi faceva sospettare che non solo i suoi effetti preziosi, che spero salvi, erano perduti, ma anche la sua salute in pericolo), ora, dico, che non ho più da temere sopra di lei, non solamente sono tranquillo, non solamente non voglio che il piacere di abbracciarla la privi di tutte quelle dilettevoli distrazioni che possono essere di suo gusto, ma desidero anzi che si prenda tutto il suo comodo per raggiungermi, e si diverta, e vada ove più le piace. Infine s'ella è con voi fo conto che ella sia meco. Credo che questo basti per tranquillizzarla sul difetto della mia presenza. Non scrivo a lei stessa perché l'angustia del tempo me lo vieta. Vi rispedisco dunque l'espresso, e lascio al nostro Tambroni il pensiero della spedizione.</p>
<p>Abbraccio intanto mia moglie con tutto il cuore, e voi con tutta l'amicizia.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giuseppe Tambroni</byline></opener>
<p>L'angustia mi fa scrivere due righe in fretta. L'espresso è arrivato sgraziatamente a mezzodì allor quando la diligenza partiva. Non ho trovato sul momento Monti ed ecco che la diligenza è partita. Ho fatto di tutto per farla poi partire, ma la spesa ne ha spaventato tutti. Lettera scritta da un Direttore Ligure a Moscheni porta che la Sardegna è in insurrezione, il Re fuggito in Toscana, il Duca di Monferrato ucciso, e un altro principe ferito.</p>
<p>Non posso dar fede a tutto ciò, perché mi pare d'aver letto in un Foglio, è un gran pezzo, che il Duca di Monferrato morì in Sardegna di febbre pudrida. I miei complimenti alla Monti e al cittadino Luosi.</p>
<p>Ho l'onore di dirle salute e rispetto.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>691.</head>
<opener><salute>Al cittadino SERBELLONI Amb. a Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 12 Brumaio, A. 8.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Eccovi quello che il Presidente Vertemate Franchi scrisse a Ginevra a Luosi, ed a me in data delli 25 Vendemmiale, dopo aver acconsentito per lettera che il Cittadino Sopransi si portasse a Parigi. — <quote>«Mi è sommamente grato che pensiate di affrettare il vostro ritorno, massime che, essendosi portato a Lione il Cittadino Direttore Sopransi, mi trovo solo e quindi veramente bisognoso dei vostri lumi e della saggia vostra direzione»</quote>.</p>
<p>Da questo non potrete a meno di non restare convinto, che quanto vi è stato detto su questo proposito è falso, e perciò vi converrà stare sull'avvertita anche sul vostro conto medesimo.</p>
<p>Assicuratevi che vi professerà sempre stima e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>692.</head>
<opener><salute>Al cittadino GREGORIO COMETTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 12 Brumaio, A. 8.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Domani ti manderò la protesta che questa stessa mattina spedisco al Ministro degli Affari Esteri, di non volere essere responsabile né acconsentire a qualunque fatto o detto di Sopransi a Parigi. Io credo che sarà bene che tu la presenti a Bonaparte in nome mio. Per dio credono d'avere trovato il coglione, ma sbagliano. Ecco il paragrafo di Vertemate in data del 25 Vendemmiale scrittoci a Ginevra.</p>
<p><quote>«Mi è sommamente grato che pensiate di affrettare il vostro ritorno, massime che, essendosi portato a Lione il Cittadino Sopransi, mi trovo solo, e quindi veramente bisognoso de' vostri lumi e della saggia vostra direzione»</quote>.</p>
<p>Vedete che raggiro. Io mi sono consigliato con degli onesti e buoni cittadini. Avrei temuto per me medesimo di sbagliare.</p>
<p>È venuto il tempo di parlare chiaro, e lo farò sicuramente.</p>
<closer>Addio. Addio. Servitore ed amico <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Giacché ho avuto un momento di tempo eccoti la lettera che spedisco questa stessa mattina. Io ti pregherei di portarla a Bon<add resp="ed">aparte</add> da parte mia, ma domani penserà se è bene che vi unisca una lettera.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>693.</head>
<opener><salute>Al cittadino VISCONTI — Berna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 12 Brumaio, A. 8.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Sopransi è a Parigi. D'accordo col Direttore Vertemate egli ha mascherata la sua gita, e questo solo basta a convincermi, che le intenzioni non ne erano comunicabili. Serbelloni, Voi, io e tant'altri siamo presi di mira, e dalle minaccie sfuggite di bocca al Presidente veggo che forse ci si è macchinata la guerra che rovesciò Moscati, Paradisi etc. Pazienza per questo; è per quello che riguarda la Repubblica, la patria, ch'io non intendo d'essere responsabile di qualunque suo fatto, o detto. Vi prevengo che io vado a dichiararlo direttamente al Direttorio Francese per mezzo del Ministro degli Affari Esteri. Quando si tratterà della causa pubblica per dio non mi troveranno coglione.</p>
<closer>Addio, Addio. Servitore ed amico <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>694.</head>
<opener><salute>Al DIRETTORIO ESECUTIVO CISALPINO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Novembre 1799</add>.</date></opener>
<p>Cittadini Direttori.</p>
<p>I vostri segretari, privi da quattro mesi di sussidi, e in preda ai più gravi bisogni, ricorrono a Voi, onde ottenere un qualunque soccorso. Sulla persuasione che non li vorrete abbandonare, cominciano ad anticipare la loro riconoscenza.</p>
<closer>Salute e rispetto.<signed>Gambini</signed> <signed>Tambroni</signed> <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>695.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Direttore Cisalpino — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 20 Germile <add resp="ed">1800</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Appena alzato ho cominciato l'esecuzione delle vostre commissioni. Sono stato prima da Sopransi, e gli ho presentato il vostro biglietto. Dopo le prime linee l'ho sentito dire a mezza voce:oh che pretesto ridicolo! L'ho lasciato terminare, e dopo sono entrato ancor io in proposito, contestando la reale ed evidente necessità di far cambio de' vostri legni, e mettere in salvo i vostri effetti. Egli si è ristretto a dire che come Presidente non può permettervi in un momento così delicato di allontanarvi, e che voi potevate mettere in salvo i vostri effetti inviando con essi a Ginevra qualcheduno de' vostri, senza separarvi personalmente dai vostri Colleghi: che del resto egli n'avrebbe parlato con Vertemate per intendere i suoi sentimenti. Mi ha dimandato che abbiate fatto della chiave della vostra stanza. Gli ho detto che l'avevate affidata alle mie mani, e con quali istruzioni. Ha risposto che la casa in virtù d'affitto appartenendo al Direttorio, la chiave doveva restare nelle mani del Direttorio medesimo, e mi ha espressamente ordinato di consegnargliela. Non ho fatto su questo veruna resistenza, perché non v'era luogo a farla, e gliel'ho consegnata dopo aver verificata l'esistenza dei candelieri, del letto, e di tutto quello che vi esisteva al momento del vostro ingresso.</p>
<p>Mi sono portato in seguito dal Prefetto, e per quanto abbia insistito per parlargli, annunziandomi ancora come Segretario del Direttorio, non mi è stato permesso di vederlo, perché in quell'ora era tutto occupato nella spedizione della posta. Ho dunque consegnato il biglietto al Segretario, e sono montato da Giannini per riscuotere le vostre lettere. Ho trovato ch'egli le aveva già riscosse e impostate per Ginevra. La Rosina mi ha parlato dei piatti che il garzone di cucina doveva averle portati, secondo il convenuto con Giuseppino. Non avendo io veduto questi piatti, né sapendo a chi siano stati consegnati potrete indicarmelo affine di farli passare alla Rosina, siccome gli ho promesso.</p>
<p>Andando e venendo per la piazza, mi sono informato delle nuove, e tutte concordano nel dire che i Tedeschi dopo essersi spinti fino a Modane ove hanno saccheggiata la casa del Ricevitore e qualche magazzino di sale, si sono ripiegati a Lasnebourgh. Intanto è partita della truppa per discacciarli, giacché il corriere di Lasnebourgh, e i rapporti venuti non fanno montare questo corpo nemico che ai settecento incirca soldati. Per ora dunque la città è tranquilla. Io mi regolerò secondo le istruzioni che mi avete lasciate.</p>
<p>Finita che avrò la presente porterò in persona il suo libretto alla Castagnara.</p>
<p>Bernardoni vi ringrazia e saluta cordialmente, e lo stesso fa Teresina.</p>
<p>Scrivo in fretta poiché temo che la lettera non giunga in tempo alla posta. Vi terrò in seguito ragguagliato dei fatti, e delle opinioni che vi risguardano con più mente e più quiete. <gap/>… Guidiccini, disponete di me come di cosa tutta <add resp="ed">vostra</add> e state sano.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>696.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Direttore Cisalpino — Ginevra.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 22 Germile, A. 8 R..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dopo aver impostata la mia prima tornai a casa, e ricevetti subito un'ambasciata del Presidente. Discesi, e lo trovai in sessione con Vertemate e il Segretario Generale. Il motivo della chiamata fu per dimandarmi a che ora mi avevate voi consegnato il biglietto per lui. Risposi tra le undici e le dodici, e siccome mi avvidi che la sua dimanda tendeva a scoprire se il vostro biglietto era stato preparato prima del tentativo da voi fatto per parlare col Presidente, così feci indirettamente comprendere che voi l'avevate scritto in mia stanza dopo esservi già congedato da Vertemate. Da quel che apparisce, essi hanno stesa una protesta contro la vostra partenza, cui chiamano irregolare, e violatrice de' vostri doveri perché fatta senza permesso. Venne il dopo pranzo a trovarmi Avogadro, e seppi da lui, e l'ho dopo verificato per cosa non dubbia, che il Direttorio aveva subito scritto al Prefetto a un dipresso in questo senso: <quote>che essendosi sparsa per Chambéry la voce, che il Direttorio fosse improvvisamente partito, il Direttorio medesimo si affrettava di smentire questa impostura, informando il Prefetto che il solo Cittadino Marescalchi era realmente partito senza permesso e consenso de' suoi Colleghi</quote>. Il Prefetto rispose che era consapevole della vostra partenza, poiché ne aveva ricevuto quella mattina stessa un vostro biglietto d'avviso con cenno dei motivi che vi portavano a Ginevra, e con quello ancora del vostro prossimo ritorno, nel caso che il pericolo di un'incursione nemica si allontanasse. Né su questo proposito io so nulla di più; so bene che tutto ieri la Segreteria ha lavorato, e tengo per fermo che l'atto della sessione che vi risguarda è stato spedito a Parigi.</p>
<p>Intanto io non debbo tacervi che tutto il paese disapprova altamente questa vostra partenza senza <emph>consenso</emph> de' vostri Colleghi, e questi che sanno cogliere il momento spargono sul Vostro contegno dei sospetti, che volentieri s'abbracciano, fino ad attribuirvi i disegni di Adelasio, persuasi tutti, che per quanto possa allontanarsi da Chambéry il timore d'una occupazione nemica, voi non farete più ritorno. V'ha chi pretende sapere che voi avete fatto vistare il passaporto per Parigi, e anche su questo si ragiona d'una maniera che non vorrei, perché vi suppongono delle mire non plausibili. Io sono addolorato di tutti questi pettegolezzi, e ardisco consigliarvi, per dissiparli, di restituirvi fra vostri Colleghi. Questo è il voto de' vostri amici.</p>
<p>Quanto alla tranquillità esterna del paese, sulla quale voi intendete di regolare, per quanto mi diceste, i vostri passi, io non oso dirvi che il pericolo sia ancora allontanato del tutto, poiché i nemici tengono ancora il Monscenis. Egli è ben vero che ogni giorno camminano a quella parte piccioli distaccamenti, e che i Francesi si rinforzano in maniera da far fronte a qualunque altro progresso fra quelle gole. Voi combinerete insieme le prove che altronde riceverete, e farete il vostro senno.</p>
<p>Vorrei dirvi qualche cosa sopra me stesso, che sono divenuto uno de' principali oggetti, su cui si esamina la vostra condotta. Ma io non ascolto che le voci della mia riconoscenza, benché sia persuaso che voi avete disposto in modo i vostri viaggi da non rivederci in Francia mai più. Eravate stanco di questo peso, l'avete gettato, ed io mi rassegno.</p>
<p>Giannini ha ordinato all'officio della posta che tutte le vostre lettere ve le dirigano a Ginevra senza riscuoterle qui con una spesa per voi inutile, e di nuovo impostarle. Scrivendo la presente in casa sua, aggiunge egli stesso un P. S. Per me non ho altro da dirvi, che sono stordito della vostra separazione, addolorato, e fuori di senno. Nol sono però riguardo ai sentimenti che vi professo, e separo le mie obbligazioni dai motivi di rammarico che mi ha cagionato il vostro abbandono.</p>
<closer>Crediatemi dunque sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giannini</byline></opener>
<p>P. S. Mi dice Monti di avervi scritto di ritornare per distruggere tutti i petegolezzi che si son fatti per la vostra partenza: petegolezzi che potrebbero un giorno darvi de' dispiaceri. Io aggiungo il mio al suo voto, e vi prego a dare ascolto alla voce dell'amicizia. Se voi mi aveste detto com'erano le cose, e perché voi avevate fatto quella risoluzione, forse non sarebbe stato inutile anche un mio parere. Ma egli era già qualche tempo che io m'avvedeva d'aver perduto la vostra confidenza. Scusate la libertà di questi sentimenti; anzi attribuitela all'effetto della mia riconoscenza, la quale assolutamente non mi permette di approvare ciò che io credo di vostro e di pubblico pregiudizio. Non mi diffondo di più, perché Monti m'assicura di aver già dato sfogo al resto nella precedente.</p>
<closer>Salute e vera amicizia.<signed>Giannini vostro</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>697.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Direttore Cisalpino — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 24 Germile <add resp="ed">1800</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Sono in grado di darvi qualche dettaglio sul tenore dell'atto emesso dal Direttorio relativo alla vostra partenza. Egli è concepito di maniera che voi possiate, ritornando, leggerlo, e non trovarvi espressioni di cui lagnarvi. Ma questa medesima moderazione vi mette più che mai dalla parte del torto. Vi si rileva che Voi stesso foste dei primi ad opinare che non si dovesse partire da Chambéry se prima non si fosse consultato il Prefetto per intendere quali misure si fossero prese di pubblica sicurezza. Vi è rimarcato che essendosi portati il Presidente e Vertemate nella vostra stanza medesima per riferirvi l'abboccamento avuto col Prefetto, e le assertive di questo che niente v'era a temere, voi non faceste alcun motto né cenno della intenzione di partire, sebbene fosse chiaro che avevate già presa questa risoluzione, poiché in presenza loro medesima il Rappresentante Guidiccini col vostro domestico si affaccendavano a farvi i bauli. Vi si nota finalmente che in tutta la giornata aveste mille volte campo di far palese al Direttorio il vostro disegno, e nol faceste, restringendovi ad esternarlo in ora incompetente, e tale che quand'anche avessero voluto accordarvene il permesso, non potevano; ed altri rilievi, che semplicemente esposti, vi fanno assai torto.</p>
<p>Mi duole il farvi note tali cose, ma questo è l'unico modo di mettervi in misura per rimediare al mal fatto, se v'ha rimedio. Altronde io non voglio tradirvi. Intanto senza ingannarmi, posso ora dirvi con sicurezza che qui non v'ha più pericolo di nemica invasione. Contuttociò io parto da Chambéry postdomani, e me ne vado a Lione, e parto per due motivi. Primo perché volendo esitare qualche effetto onde provvedere ai futuri bisogni, Chambérv non è luogo a proposito. Secondo, perché anche nel caso che voi tornaste, son tali le ciarle, che si sono scatenate dopo la vostra partenza in pregiudizio dell'onor mio e della nostra amicizia, che tutti i riguardi mi obbligano ad allontanarmi da voi. E fra queste tante dicerie non vi dissimulo che ve n'ha qualcuna capace di sconcertare qualunque amicizia. Ed una ve ne voglio pur accennare che m'ha fatta una sensazione dolorosissima. V'ha chi pretende aver vedute cogli occhi propri una vostra lettera scritta da Vienna a Birago, in cui lo pregavate di non comunicarmi i vostri dispacci etc. Il mio cuore rifugge a dar fede a siffatta asserzione, e prova che non la credo si è che ancora vi scrivo. Vi dico bene che non son quieto, e che nol sarò mai finché non mi abbiate sincerato su questo punto, che decide della vostra amicizia. Non mi rispondete a Lione, perché non è mia intenzione di trattenermi molto colà.</p>
<p>Ho il cuore così lacerato che ho bisogno di tutto il sentimento della mia gratitudine, per non rompere quei nodi che a voi mi legano. Ma se il bene che m'avete fatto fosse proceduto da tutt'altro principio che da quello dell'amicizia allora la mia riconoscenza acquista un altro carattere, e in questo caso avrei desiderato che m'aveste lasciato morir di fame, piuttosto che confondermi con gli Allegri e coi Ceschi. Io divoro in segreto questi amari pensieri. Nel pubblico la mia lingua non è aperta che per benedirvi anche in presenza di quelli che pretendono aver dati sicuri che a fronte di tutti i vostri beneficj voi non siete il mio amico. Questa idea mi uccide.</p>
<closer>Nulladimeno io proseguo a dirmi e ad essere il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>698.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI Direttore Cisalpino — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 25 Germile <add resp="ed">1800</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Senza mentire (cosa per me impossibile) e senza esporre voi stesso a più gravi sospetti, io non potea non obbedire al comando del Presidente, e non consegnare la chiave della vostra stanza, la quale è sempre a vostra disposizione, né questa consegna vi aggrava per nulla. Il vostro torto si fa tutto consistere nell'esservi assentato senza permesso, ed io vi ho già scritto abbastanza su questo punto. Aggiungo solo che i vostri colleghi sono i primi a convenire della necessità in cui eravate di porre in salvo i vostri effetti, ma non del modo con cui l'avete eseguito.</p>
<p>Teresina è partita questa mattina per Lione, ed io partirò dimani. I motivi che mi forzano ad allontanarmi da Chambéry ve gli ho già scritti.</p>
<p>La vostra del 22 corrente l'ho ricevuta ieri sera, ed ho fatto la vostra ambasciata. Non dimenticherò mai i motivi della mia riconoscenza, ma ciò che ieri v'ho scritto, mi resta altamente fisso nel cuore. Caro Marescalchi, che per tale voglio chiamarvi, perché avete avvelenato voi stesso i vostri benefizi? Desidero non incontrarmi con Testi giammai, poiché si vuole che anche presso lui mi abbiate dipinto per uomo sospetto, che è quanto dir traditore, a cagione de' miei legami con Azzara. È egli possibile? Io non l'ho mai meritato, perché sono stato sempre</p>
<closer>il vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. I Francesi non solo hanno ripreso il Monscenis, ma sono padroni di Susa. La nuova è officiale.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>699.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 1 Maggio 1800.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Questa è la quarta lettera che vi scrivo da Parigi, e non sarà l'ultima, finché non abbia la certezza che qualcuna non sia pervenuta, e voi m'abbiate inviati dei soccorsi. V'ho indicati i mezzi di farlo, dirigendovi cioè ai banchieri Fratelli Revedini di Venezia, i quali sono già stati di questo prevenuti dal signor Nicoletto Cornero, gentiluomo veneziano qui dimorante e loro corrispondente e mio amico. Per quanto vi è cara l'esistenza del vostro fratello affrettatevi a mandarmi sussidj, e i maggiori che mai possiate, perché i miei bisogni son grandi e corrispondenti alla mia situazione. L'avversità passa, ma il benefizio rimane, e rimarrà viva, eterna e non inutile la mia riconoscenza.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro affezionatissimo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>700.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 6 Maggio 1800.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi ho scritta nei passati giorni un'altra lettera, e spero che per mezzo del Signor conte Antonio Revedini banchiere veneto vi sarà stata recapitata. Tuttavia per precauzione replico la presente, e ve la dirigo per l'istesso canale, supplicandovi più che mai d'un immediato e largo soccorso che per la via del sopralodato banchiere mi perverrà sicuramente. Non vi fo molte parole, perché voi avete avuto per me sempre un cuor di fratello, e ciò basta. Non vi descrivo neppure il mio stato, perché potete immaginarlo, e vi sono delle cose che tacendo si esprimono più che parlando.</p>
<closer>Un bacio anzi mille per me e per mia moglie a Costanzina, un abbraccio a tutti, e non differite a soccorrere il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>701.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 18 Maggio 1800.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Se all'arrivo di questa non mi avete ancor fatta la spedizione del denaro, di cui vi ho pregato in altre due precedenti, raccomandate al sig. Revedini, banchiere in Venezia, per il pronto loro recapito, potrete per maggior disimpegno rimettere le somme, che vorrete spedirmi, al sig. Andreghetti uomo d'affari di casa Cornero, a cui vengono date dal suo principale le opportune istruzioni su questo proposito. È soverchio il farvi presente l'estrema necessità in cui mi trovo di pronto e largo soccorso, perché dopo tante vicende voi medesimo e potete e dovete figurarvelo, ed io ve ne ho già detto abbastanza nelle altre mie. È soverchio ancora il raccomandarvi la figlia, perché son certo ch'ella ha in voi un altro padre.</p>
<closer>Abbraccio tutti di casa e sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>702.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Ginevra</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 3 Pratile, A. 8.</date></opener>
<p>Non vi affaticate a farmi una minuta enumerazione de' vostri beneficj. Io non gli ho mai dimenticati, o taciuti; io gli ho anzi magnificati, e ciò mi assolve abbastanza dalla taccia d'ingrato, di cui mi avete gravato scrivendo a Giannini. Ma mi aveste voi data l'esistenza, la vita, tutto il merito de' vostri beneficj rimane sospeso finché non resta nel mio cuore dissipato interamente il sospetto che voi abbiate oltraggiata la mia onoratezza presso Testi e Birago. Sussistendo per ipotesi il fatto di cui siete incolpato, confesserete che di mio creditore voi divenite allora mio debitore, perocché non havvi equilibrio di partita tra il dare per qualche mese, e fosse pur anche per tutta la vita, un tozzo di pane, e il toglier l'onore. Ma io non debbo (mi dite voi) prestar fede alle perfide insinuazioni de' vostri nemici, quando i fatti e passati e presenti mi attestano la vostra amicizia. Vi rispondo primieramente che l'avervi veduto beneficare egualmente che me i Ceschi e gli Allegri, e tant'altri che non avevano diritto che al vostro disprezzo, mi ha fatto conoscere che poco vi costa il fare altrui del bene senza intervento della vostra stima ed amicizia. Del che lascio a voi il trarre la conseguenza. Vi rispondo in secondo luogo, che una verità di tal fatta da altri non si deve aspettare che dai nemici, e sarebbe ridicolo l'attendere che gli amici medesimi la rivelassero. E se tardi (piacemi di parlar sempre in ipotesi) e se tardi mi è stata rivelata, ciò vuol dire, che chi ne aveva il deposito, vedendomi cieco d'amicizia per voi, e idolatra delle vostre qualità morali, non si è mai arrischiato di tirar il velo che la copriva finché il modo con cui avete abbandonato me e mia moglie a Chambéry ha fatto altrui credere ch'io fossi divenuto più accessibile ad una verità sì dolorosa e pericolosa. Il mio cuore l'ha respinta per dio, e la respinge tutt'ora con tutta la forza del sentimento a fronte ancora di tali che giurano e si offrono di attestarmi in iscritto d'aver veduti e letti i vostri caratteri su quel fatale proposito. E notate che questo si è portare quasi all'ultimo grado di convinzione. Nulladimeno che che il dolore mi tragga qualche volta di bocca parlandone con Tambroni, unico depositano delle mie pene, il mio cuore, avezzo a considerarvi come l'amico più caro ed onesto ch'io m'avessi su questa terra, non sa ancora figurarsi che voi siate stato capace di fare a voi stesso ed a me un torto così crudele. E sebbene io stesso vi abbia veduto (parlo con quella onesta franchezza, che sola può condurci ad intenderci l'uno coll'altro, e a ravvicinare i nostri animi esacerbati, e bisognosi d'uno sfogo libero e sincero) sebbene, io dico, vi abbia più volte veduto io stesso simile al Dio della favola soffiare col medesimo labbro il caldo e il freddo, e professare e scrivere sentimenti d'amicizia a persone per cui tutt'altro avevate nel cuore, sebbene io sappia che la politica di Boncompagni, di Tombari e di Gnudi, a cui vi siete formato, si adatta facilmente a far due parti in commedia, sebbene finalmente io m'abbia fondamento di credere che l'odio vostro manifesto verso di Azzara, e la sinistra opinione del suo carattere possano avervi indotto in sospetto la mia onestà, come di persona che gli era legata da molti rapporti d'amicizia e di stima, parmi nulla ostante impossibile, che non abbiate riflettuto che i miei rapporti verso di Azzara, scaturendo da un principio di gratitudine verso di esso per avermi salvata, siccome vi è noto, e la fama e la vita, non dovevano mai condurvi alla conseguenza che io potessi nell'impiego che occupavo rendermi traditore del mio dovere; parmi, insomma, che un uomo di apertissimo carattere com'io mi sono dovesse non meritare da voi l'affronto di essere denunziato a Testi e a Birago come un impiegato di doppia fede, ed esposto a perdere il pane, e ciò ch'è peggio la riputazione, in un tempo particola
predicavano per tutto le vostre lodi, e vi spianavano, per quanto in me era, la via agli onori. E qui sull'esempio vostro mi permetterò io pure di dirvi, che l'ambascieria di Vienna, e il grado di Direttore li dovete assai più alle premure e insistenze di quello che voi chiamate un ingrato, che ai vostri <emph>bravi</emph> Bolognesi, nei quali, siatene ben persuaso, non avevate in generale che dei nemici. E contate bene fra questi il degno vostro Guidiccini.</p>
<p>Né su questo proposito debbo tacervi che io trovo stranissimo che voi enumeriate fra vostri beneficj quello d'avermi salvato dal furore dei Bolognesi nell'epoca delle persecuzioni da me sofferte in Milano. Sì per dio veramente che ne sono stato bene salvato. In quelle infami contese io non ho veduto vipere più velenose intente e ostinate a ferirmi, che i Bolognesi medesimi, e siane prova quello scellerato ch'io non nomino, e che voi stesso colle proprie orecchie avete un giorno sentito nella mia stanza al camino protestare sfacciatamente di essermi stato sempre contrario nelle infami discussioni seguite nel Gran Consiglio su questo punto. Ciò che dico di lui, ditelo di tutti gli altri, perché nessuno dei Bolognesi in quella sinagoga di scellerati è mai stato di sentimento contrario all'altro, e basta sapere il voto di uno per saperlo di tutti. Permettetemi adunque di concludere, che non la vostra protezione, ma la mia innocenza mi ha salvato da quel naufragio tanto più che voi eravate allora in Vienna, non in Milano. Mi permetterete ancora di dirvi che il mio impiego presso Testi nol debbo a voi, ma a Luosi e a Paradisi, siccome annunzia la lettera d'invito, che tutt'ora conservo di Testi medesimo, e se pur volete che a voi pure io debba un tal beneficio non vi dispiaccia che io ne divida con quei due la mia riconoscenza. Quanto a mia moglie, s'ella non fosse mai venuta a Chambéry, ella non avrebbe mai avuto che ragioni di amarvi e benedirvi. Ma dopo l'ultima vostra condotta rapporto a lei (e parlo degli ultimi mesi del nostro soggiorno in quel maledetto paese), se voi non vi siete ancora avveduto d'averla trattata senza delicatezza e senz'amicizia, tanto peggio per voi. Avrei volentieri evitato di toccare questo tasto, ma voi l'avete toccato pel primo, ed io sono costretto a convenire nel pubblico sentimento, che rapporto ad essa voi vi siete condotto da benefattore tiranno. Il bene che le avete fatto è stato giornalmente condito d'umiliazione e ignominia, né ella lo meritava perché non è della stampa delle <emph>Carnago</emph>.</p>
<p>Voi tornate a farmi un delitto della consegna della chiave di vostra stanza, con un supponete vi fossero rimaste delle carte importanti. Aspettate adunque che la supposizione si realizzi, e allora incolpatemi. Supponete voi intanto ch'io avessi prima diligentemente visitata la vostra stanza, e non vi avessi trovato che le muraglie ed un tetto non vostro, e poi ditemi voi che ragioni potevo aver io per sottrarmi al comando del Presidente. Avrei molt'altre cose a ribattere, ma sono stanco di amareggiarmi da me medesimo. Io riapro delle piaghe che desidero eternamente chiuse; ma per chiuderle ho bisogno di cancellare dalla memoria sei mesi interi della mia vita. Questo sforzo non è impossibile; né io so resistere all'invito che mi fate in fine della vostra lettera. Ma l'amico d'un Guidiccini può egli essere l'amico di Monti sinceramente? Potess'io crederlo! Con che trasporto mi direi allora di nuovo</p>
<p>il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>703.</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 7 Messidoro, A. 8.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ecco ancora una lettera, la decima che vi scrivo da Parigi. Delle quattro che vi ho dirette per la parte di Venezia ho indizio che qualcuna vi sia stata inoltrata. Nulladimeno non ne veggo ancora risposta. Io non voglio né posso persuadermi che, informato dello stato infelice in cui mi trovo, non vi affrettiate di mandarmi i richiesti soccorsi. Ciò ripugna alla giustizia, alla carità di fratello e a tutti i principj d'umanità. Mi giova dunque il darne tutta la colpa alle combinazioni del caso, e conchiudere che voi non abbiate ricevuta alcuna delle mie lettere, o che le vostre siano andate in sinistro. Ora però che sono riaperte le comunicazioni di costà con Parigi io vi prego e scongiuro di non differirmi la spedizione della maggior somma di denaro che potrete, e dovete potere per tutti i motivi. I banchieri di Bologna e Milano sono in sicura e continua corrispondenza con quelli di Parigi. Attendo dunque riscontro, e consolante, e sollecito, e vi prego di avvertire che la mia assenza dalla Cisalpina in questi momenti nuoce a' miei interessi per tutti i versi.</p>
<closer>I soliti saluti, e sono di cuore il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. — Scrivendomi eccovi l'indirizzo: <foreign lang="fre">“Au Citoyen Vincent Monti — Poste restante à Paris”</foreign>.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>704.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 8 Messidoro, Anno VIII.</date></opener>
<p>V'ho scritto ieri, e vi scrivo anche oggi profittando della partenza d'un amico per Milano, donde spero vi sarà inoltrata la presente fino a Ferrara. Delle tante lettere che da tutte le parti vi dirigo, se mai ve ne giunge la metà solamente, comprenderete quanto io sia pressato dal bisogno, e quanto necessario un sollecito e largo soccorso. Di molte migliaia di rifugiati che qui si trovavano, quasi tutti sono partiti per la lor patria, perché tutti hanno ricevuto immediatamente dalle lor case gli opportuni soccorsi. Io solo mi trovo abbandonato da' miei, in paese straniero, senza conoscenze e senza risorse, a meno che non mi risolvessi di rinunziare alla mia patria per procacciarmi la sussistenza per la via d'un impiego. Ma il nome di patria è un sentimento irresistibile, ho in Italia gli oggetti più cari al mio cuore, figli, madre, fratelli, amici, studi, abitudini, e tutto insomma che può far dolce la vita. Dunque sono anelante di ritornare; e perciò vi scongiuro di mandarmi subito soccorsi e mezzi di fare il viaggio e pagare i debiti qui contratti. Ogni ritardo nuoce a' miei interessi particolarmente in questi momenti.</p>
<p>Non vi prefiggo le strade di cui servirvi per inoltrarmi il denaro. Bologna e Milano traggono continuamente infinite cambiali su questa piazza, ma voi, scrivendomi, apponete alla soprascritta: <foreign lang="fre">Au Citoyen Vincent Monti — Poste restante à Paris</foreign>.</p>
<p>Io conto i giorni, i momenti; fate che questo computo finisca presto, se vi è cara la felicità del vostro affezionatissimo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>705.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE BERNARDONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 7 Termidoro, Anno VIII.</date></opener>
<p>Mio caro carissimo Bernardoni.</p>
<p>Attendo ad ogni momento soccorsi da casa per volare nella patria, ed ho già scritta più d'una lettera a mio fratello per questo effetto. Ma siccome le poste ordinarie non sono ristabilite, e non corre finora che la militare, per quanto io mi sappia; così raccomando alla tua provata amicizia l'acclusa, perché tu la spinga al suo destino, ed in modo che sia consegnata nelle proprie mani di mio fratello in Ferrara. Mi avrai reso il maggior dei servigi se ti prenderai questo incarico, e farai ch'io ti perdoni l'andar leggendo a tutto il mondo la mia Tragedia, senza attendere le molte e necessarie emendazioni di cui ha bisogno. Ti vieto adunque, e seriamente tel vieto, di leggerla più oltre a chicchessia. Quando vedrai le correzioni che vi ho fatte, conoscerai che ho tutta la ragione di pretendere dalla tua discrezione questa moderazione. Intanto non perdere un momento a procurare il sicuro e pronto recapito dell'acclusa. Anelo di abbracciarti; e Teresina, che ti saluta, dice lo stesso. Ella mi tormenta perché le stacchi la parte di Cornelia, onde esser pronta alla recita. Io mi prenderò (in difetto di miglior soggetto) quella d'Opimio. Tu disponi del resto.</p>
<closer>Rispondimi subito, apponendo alla soprascritta: Posta restante, e ricordati del tuo vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>706.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE BERNARDONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 30 Termidoro, Anno VIII.</date></opener>
<p>Caro Bernardoni.</p>
<p>Due righe e non più, perché l'orribile calore, che incendia tutto Parigi, mi toglie affatto le forze per iscrivere molte parole.</p>
<p>Sono tuttavia irresoluto su la mia partenza. Ma sono impaziente di partire, e ciò ti basti. Forse farò carovana con Grancini e Valentini. Amerei che tu scrivessi subito al primo, e lo pregassi di darmi qualche assistenza nel caso che mi mancasse denaro. Poco e forse niente mi potrà bisognare; ma non ho coraggio di essergli molesto con una dimanda di tal natura, sebbene l'effusione di cuore con cui mi tratta, me ne dia l'adito. Avvertilo che sarò pronto e fedele restitutore.</p>
<p>A te poi fo la preghiera di trovarmi una casa da star bene e spender meno che sia possibile. Fissato il giorno della partenza, te ne darò avviso.</p>
<p>Sono occupato in una seconda <title>Bassvilliana</title>. La morte di Mascheroni, a cui unisco quella di Parini, Verri e Spallanzani, me ne ha dato il soggetto. Molti ne rimarranno scottati; ma è giunto il tempo d'una onorata vendetta: e per Dio! me la voglio prendere per istruzione della mia patria, lacerata da tanti birbanti. Il <title>Gracco</title> sarà uno zucchero in paragone; e già sono alla fine del secondo Canto, con intenzione di non finir così presto.</p>
<p>Addio mille volte. Teresina ti abbraccia castamente, e ambedue ti amiamo alla follia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>707.</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 21 Fruttidoro, A. 8.</date></opener>
<p>Ad un raccoglitore e buon conoscitore di belle Edizioni, siccome Voi, stimo non debba riuscire disagradevole il più bello di tutti i Virgili. Degnatevi dunque di accettarlo, cortese come siete, e non guardate alla mano da cui viene, ma ai tanti motivi di riconoscenza che vi debbo, che mai non ho dimenticato, né mai dimenticherò, qualunque sia la cagione che presentemente mi allontana da un uomo che ho idolatrato, e che per mio supplizio non ho ancor finito di amare.</p>
<closer>Il vostro servitore vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al prossimo ritorno di Didot dalla Campagna avrete le Georgiche che mancano, e che avrei aspettato per mandarvi l'opera compita, se avessi potuto resistere all'impazienza di darvi questo qualunque siasi attestato della mia irrequieta gratitudine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>708.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE BERNARDONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 4 Vendemmiale, Anno IX.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Abbraccia mia moglie, che ti darà la presente. Abbraccerai me pure fra pochi giorni. Ma intanto abbi cura di Teresina, e soccorrila ove n'abbia bisogno, sinché abbia riscosso costà alcuni suoi crediti e ricevuto danaro da casa mia. Io la confido insomma alla tua amicizia, e sto tranquillo.</p>
<p>Ho dato mano alle correzioni del <title>Caio Gracco</title>, e al mio arrivo tutto sarà pronto per parte mia. Potresti tu disporre intanto ciò che occorre per l'esecuzione, se non altro lo scenario. Mi preme che il Foro sia ben dipinto, e le statue, che debbono coronarlo, ben marcate e distinte, specialmente quella di Sempronio Gracco, che occuperà lateralmente il davanti. Per rendere compiuto lo spettacolo, non so se avremo figuranti abbastanza, perché tra senatori, littori, tribuni, popolo e soldati cretensi, bisogneranno per lo meno quaranta o cinquanta persone. Più saranno, più lo spettacolo farà colpo. Ma di questo a suo tempo. La maggior difficoltà sarà trovare un Opimio ed un Gracco.</p>
<p>Non voglio tacerti che ieri finalmente mi sono indotto a leggere la mia tragedia ad una compagnia di scelti uditori. Tutti ne hanno giudicato come il mio Bernardoni, anche quelli che avevano desiderio di trovarla cattiva. Mi è forza dunque persuadermi che vi sia del buono e non poco.</p>
<p>Perdonami questa vanità, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>709.</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 16 Frimale, A. 9.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho dato subito recapito alle vostre lettere. Vi ringrazio della memoria di cui mi onorate. L'amicizia è una dolce cosa specialmente la vostra, perché di persona che ho sempre amato e stimato.</p>
<p>Non ho potuto ridermi, come voi supponete, dell'azione infame del Gobbo, perché le conseguenze sono state per me troppo dannose. La perdita della cattedra nel Pritaneo non la conto per nulla, perché era già risoluto di rinunziarla. Conto la perdita d'una splendida gratificazione che mi era stata decretata, e che nelle misere mie circostanze mi era necessaria oltre ogni credere. L'interesse, direte voi, è nulla per un uomo di lettere. Verissimo, ma non per un padre, per un marito, per uno che tutto ha perduto, fino la patria; e dico la patria, perché Ferrara non sarà mai più libera.</p>
<p>Vedrete la <title lang="fre">Pulcelle</title> vedrete il <title>Gracco</title>, ma non adesso. Ho ricevuto da Londra un eccitamento per mandare colà l'una e l'altra. Non so che farò. Intanto si è fatta colà una bella edizione dell'<title>Aristodemo</title> e di alcune altre mie poesie, né io mi figurava, per vero dire, di aver ivi degli amici, che pur sono tali senza conoscermi. Ma io vi trattengo con ridicole vanità. Scusatele come argomento di confidenza, e amatemi come io vi amo.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>710.</head>
<opener><salute>Al cittadino BARNABA ORIANI Prof. di Astronomia nell'Università di Brera — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parigi, 7 Brumale, A. IX.</date></opener>
<p>Cittadino Professore.</p>
<p>L'annesso attestato vi farà fede che solamente ieri m'è stata recapitata la vostra del 12 Termidoro portante l'avviso della mia nomina alla cattedra di Eloquenza e Poesia nell'Università di Pavia, e l'invito di recarmi prontamente al mio posto, per cominciarvi nel 14 Brumale il corso delle pubbliche mie lezioni. Conoscerete, Cittadino, dalla medesima testimonianza lo stato attuale di mia salute, tale che senza porla in pericolo non mi permette di subito partire come vorrei e come avrei già fatto assai prima, se questo onorevole incarico mi fosse stato per tempo, e formalmente, come ora, comunicato. Tosto che le mie forze il consentiranno, mi farò un dolce e sacro dovere di obbedire all'ordine, che il Governo mi annunzia per mezzo vostro.</p>
<p>Pregovi intanto di significare per mia discolpa al medesimo quanto vi scrivo, e di gradire Voi stesso la sincera espressione della profonda stima che vi professo, come a principe degli astronomi italiani.</p>
<p>Salute e distinta considerazione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>711.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI Ambasciatore della Repubblica Cisalpina — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Lione, 1 Ventoso, A. 9.</date></opener>
<p>Caro carissimo Amico.</p>
<p>Esibitori della presente saranno i cittadini Rossi e Gros; il primo Genovese, e l'altro Pittore Francese. L'uno e l'altro ha desiderato di far la vostra conoscenza, e nell'uno e l'altro voi conoscerete due oneste e brave persone alle quali voi farete certamente buona accoglienza, e tale che li convinca di quanto ho detto io loro del vostro candido e liberale carattere. Vi piacerà soprattutto di trovare nel Cittadino Rossi un amico di Boccardi e Mariani, del qual ultimo gli darete l'indirizzo.</p>
<p>Vi scriverò da Torino, e forse da Chambéry le vicende del mio viaggio. Infame viaggio! e compagno…! Figuratevi una vespa e una cimice, che viaggiano insieme verso casa del Diavolo.</p>
<p>Cometti vi avrà detto tutto quello che io non ho avuto forza di dirvi nel separarmi da voi. E veramente l'amicizia e la riconoscenza mi hanno strangolato le parole in bocca nell'atto di abbracciarvi. Ma delle mie obbligazioni ad altro tempo.</p>
<p>Un saluto ma di cuore a Cometti, a Tambroni e a sua moglie, a Fortis, a Lamberti etc. A Cometti però oltre un saluto anche un ringraziamento per la sofferenza di tanti disturbi per tanto tempo a cagion mia.</p>
<closer>Il mio compagno vi fa i suoi rispetti, non <foreign lang="lat">de communi confessorum</foreign>, com'è suo stile, ma particolari. Io poi vi abbraccio con tutto il cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>712.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Chambéry, 3 Ventoso <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Marescalchi.</p>
<p>Eccomi a Chambéry, dove per la terza volta trovo mancante la vettura, contro le convenzioni fatte a Parigi. Ci vuol pazienza, ed io ne ho già tanta per tanti altri motivi, che se resisto fino alla fine, la pazienza di Giobbe sarà nulla a confronto della mia.</p>
<p>Mermol mi ha subito pagato le duecentoquaranta lire, e mi ha usate tutte le politezze. Mi voleva seco a pranzo questa mattina, e poi questa sera a cena. Ho rifiutato l'uno e l'altro per timore che il mio compagno Epicuro non mi faccia la seconda di ieri sera; poiché avendolo condotto meco a cena da Sonnet, egli ha vegliato durante la tavola, e tutto il resto del tempo non ha fatto che russare saporitamente, con iscandalo di tutta la compagnia, ed infinita mia mortificazione. Era tentato di farvi l'istoria di quanto mi fa soffrire questo fratello del porco di Sant'Antonio, ma non posso pensarvi senza sdegnarmi. Vi dico solo che mi sarebbe stato più dolce il viaggiare colla Vadori, o con Scrofani. E pazienza la sua mollezza, e gl'infiniti riguardi che bisogna avere alla sua delicata e sempre linda persona: ma la viltà con tutti i forestieri co' quali ci tocca viaggiare di quando in quando, e quel ch'è peggio le sue bugie, la sua falsità! Egli mi ha dato a intendere a Parigi di non avere che ottanta franchi, e il bugiardo ha le saccoccie piene di denaro, e oltre quaranta franchi sborsati al momento della nostra partenza, a quest'ora ne ha speso più di cent'altri per ben curare e allontanare tutti i patimenti dal suo prezioso e morbido individuo. Ma lasciamo questo sporco argomento.</p>
<p>Direte a Tambroni che la boccetta consegnatami per sua cognata ha sofferto naufragio nel Burò della Corrispondenza a Lione. Vi tiro per conseguenza una cambiale sopra i miei fondi per indennizzarlo del danno sofferto per cagion mia. Ve ne tiro un'altra ancora più grossa di dodici franchi da pagarsi a Lamberti per un esemplare dell'Aristodemo ch'egli deve passare a mio nome a <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Didot.</p>
<p>Fate i miei rispetti a Madama Visconti e alla Santacroce; e pregate quest'ultima di significare ad Azzara il mio dispiacere di non essermi trovato in Parigi al suo arrivo; anzi prego voi stesso di farglielo comprendere quando lo vedrete, siccome spero. Raccontategli sopratutto la bella azione fattami dal Gobbo, di cui egli conosce già da gran tempo tutte le virtù.</p>
<p>Finalmente abbracciate per me Fortis, Cometti, Lamberti, Tambroni e dite loro che gli amo tutti.</p>
<p>Io parto dimani a mezzogiorno dopo quarantotto ore perdute. In Lione ho consegnato al Citt. Rossi Genovese un'altra lettera per voi. Spero che all'arrivo di questa l'avrete già ricevuta; giacché egli contava di essere in cinque giorni a Parigi, e di procurarsi subito la vostra conoscenza per solo effetto di stima verso di Voi.</p>
<closer>Amatemi quanto io vi amo, e mi stimerò beatissimo. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>714.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Ventoso, A. 9.</date></opener>
<p>Carissimo Marescalchi.</p>
<p>Finalmente sono in Milano, sano le ossa, ma infinitamente seccato della noiosa compagnia del mio sempre odoroso ed incipriato Sancio—Pancia. Ho veduto i membri tutti del Governo, ne sono stato accolto con festa, e con le più oneste ed affettuose maniere. Ho dimandato l'aumento del mio soldo a Pavia, e mi è stato accordato. Ho chiesto l'alloggio, che dalla Università non suolsi concedere, e l'ho ottenuto. Ho accennato il desiderio d'un congedo di 40 giorni per trasferirmi a Ferrara, ove attendere a' miei affari, e neppur questo mi è stato negato. Ho implorata una qualche indennizzazione dei danni fattimi dalla Polizia Austriaca, e mi si è detto di farne rapporto. Insomma non ho che a lodarmi della cortesia colla quale si è precorso, dirò così, alle mie dimande, o per dir meglio, alle mie brame. Non vi parlo della festa di tutti gli impiegati nel rivedermi. Anche quelli di sala, quasi tutti di mia conoscenza, mi hanno onorato del bacio fraterno.</p>
<p>Mi si è data l'occasione di parlare cinquanta volte di voi, e potete figurarvi con che abbondanza di cuore mi sono ingolfato nelle vostre lodi. Sapete che io non so né blandire né ingannare. Abbiate dunque per vero che il vostro nome è qui presso tutti in altissima stima, tranne forse qualche individuo che corrisponde con Madama Vadori e con Casti. Ma questi sono come un atomo di polvere sopra un ampio e terso cristallo. Ognuno intanto è nella persuasione che Voi non meno che Melzi ritornerete presto in Milano con altro titolo. Ma indovinate chi vien qui predicato Console terzo della nostra Repubblica, nel caso che la sua costituzione sia modellata sulla Francese? Sentite e ridete: Lucchesini. Ho voluto indagar la sorgente di questa ciarla, ed ho saputo da Smancini derivar tutta da una lettera di Lucchesini, intercettata e diretta a suo fratello, nella quale era questa espressione, o consimile: <quote>Se fosse sperabile di veder una volta bene organizzati i Governi Italiani, allora forse potrei anch'io ridivenire italiano</quote>. Ora voi giudicate del sano intendimento de' suoi commentatori.</p>
<p>Ma per parlare di altre cose vi sia noto un paragrafo di lettera di Berthier a Celentani, concepito così: <quote lang="fre">Il n'est que trop vrai, mon cher Celentani, ce que vous m'avez bien dit, que ce Serra n'est qu'un intrigant, e toute sa Societé, de coquins</quote>. Vi sia noto ancora che il Governo Genovese ha spesa e spende una gran moneta per intrigare a Parigi, assicurandomi Celentani, che una sola cambiale passata sotto i suoi occhi e mandata a Serra non era meno di duecento sessantacinque mila franchi. Si è trovato ancora che i Genovesi tengono qui delle spie per indagare e comprare i nostri segreti. e Pancaldi mi ha detto che <foreign lang="fre">Madame</foreign> Vadori è il mugnaio di tutta questa sporca farina. Sul qual proposito non voglio tacervi che molti vi fanno colpa di non aver fatta cacciar da Parigi questa furia. Ella è qui esecrata da tutti fuorché da due.</p>
<p>Non ho ancor fatta, né ho avuto tempo di farla, una indagine sul ritardo che soffrono le vostre lettere. Credo che voi stesso amerete ch'io vi ponga tutta la circospezione. Non dimentico la direzione che mi avete data, e ne farò uso ove lo stimi indispensabile. Inserisco intanto io stesso colle mie mani la presente nel dispaccio del Pancaldi.</p>
<p>Fra tre o quattro giorni partirò per Ferrara, ma non senza replicarvi altra lettera. Voi dirigetemi le vostre a Pancaldi stesso, o a Canzoli de' quali posso fidarmi, anche per risparmio di posta.</p>
<p>Ho riscosso da Bignami le duecento quarantotto lire. Mi figuro che Tambroni avrà riscossi i cinquecento franchi assegnatimi da Chaptal. Mi farete dunque la rimessa del poco residuo a vostro piacimento, o pure riteneteli per regalo al boja che ne farà la grazia di allungar il collo al nostro Scrofani.</p>
<closer>Un saluto a tutti gli amici specialmente a quelli di casa, e Dio vi benedica. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivetemi se vi piacerebbe d'aver una copia della lettera di Scrofani a Pelosi.</p>
<p>Il denaro dato da Berthier alla Vadori nell'ultimo suo abboccamento per levarsela dal culo fu un gruppo di 25 Luigi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>715.</head>
<opener><salute>Al COMITATO DI GOVERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1801</add>.</date></opener>
<p>Cittadini Governanti.</p>
<p>Essendo piaciuto alla vostra saviezza di nominare altro soggetto alla Cattedra di Eloquenza in Brera, alla quale era io stato precedentemente prescelto per decreto del Direttorio, e venendo questa nomina a pregiudicarmi sensibilmente nell'interesse, v'invito, Cittadini Governanti, a ragguagliarmi l'emolumento della Cattedra di Pavia con quello di Brera, qualora riconosciate, come spero, conforme alla giustizia la mia petizione.</p>
<p>Esigendo nel tempo stesso i miei interessi domestici la mia presenza in Ferrara, imploro un congedo di tre decadi per trasferirmi alla casa paterna.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>716.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 20 Ventoso, A. 9.</date></opener>
<p>Caro Marescalchi.</p>
<p>Per profittare d'un'improvvisa occasione che mi si è presentata di venir a Ferrara senza spesa, sono partito da Milano senza avere pur tempo di far bagaglio non che di scrivere. Qui dunque giunto le prime mie linee sono per voi. Ma che dirvi? Che pertutto non ho trovato che il quadro della miseria. Mai i Francesi si sono manifestati così ladri come al presente. Si ruba a faccia scoperta e si ruba tutto. In questo misero Dipartimento poi si sono commesse e si commettono ad ogni momento violenze alle proprietà le più sacre in modo da inorridire. Insomma si può dire che prima dell'invasione degli Austriaci i Francesi si sono condotti da Angeli, perché ora sono demoni e peggio.</p>
<p>Ho trovato Containi in buona salute, ma dimagrato, invecchiato, e profondamente addolorato dei mali del suo paese più che dei propri, che non son pochi; perché, oltre una lunga prigionia in Legnago, egli ha sofferto danni incalcolabili nell'interesse. L'ho veduto piangere per vedersi ridotto all'impotenza di soccorrere alcune famiglie che traevano prima la sussistenza dalla sua liberalità. Egli v'ha scritto non ha molto, e mi ha chiesto con premura le vostre nuove, ed ha esultato nel sentire con quanta lode e quanta approvazione e benevolenza del Governo Francese voi sostenete in Parigi la vostra rappresentanza.</p>
<p>Anche Bentivoglio mi ha fatte mille interrogazioni sulla vostra persona, ed io non potrei incontrare argomento più dolce che il parlare di voi.</p>
<p>La morte di mia madre e la stravaganza di mio fratello prete mi obbliga a proseguire il mio viaggio fino in Romagna, ove hanno portata la mia povera figlia. Questo prete ha preso ad amarla, e per darle un attestato della sua tenerezza, si era messo in testa di collocarla in un monastero per darle una buona educazione. Figuratevi con che gusto ho intesa questa notizia. Parto dunque per andare a sottrarre quell'innocente agli artigli di quel devoto assassino, e parto con assai cattive intenzioni malgrado il danno che potrà venirmene.</p>
<p>Nei pochi giorni che mi son fermato in Milano non ho obbliato le indagini che mi avevate commesse sul ritardo delle vostre lettere. Siate certo certissimo che tutto procede dal mal regolamento delle Poste Francesi specialmente della Militare, la quale non osserva né metodo, né buona fede. Lo stesso disordine accade nelle lettere che dalla Francia vengono in Italia, e tutti fanno gli stessi lamenti.</p>
<p>Nel passare per Malalbergo ho avuto il dolore di vedere la piena del Reno sulla sinistra, e il sentire che la maggior parte dei terreni inondati son vostri. Non vi fo mistero di questa nuova perché a quest'ora vi sarà già stata annunziata dai vostri agenti. Questa rotta ne ha poi cagionata un'altra a Monestirolo, che ha rovinato una grande estensione del Ferrarese. Ora però è stata presa, e ciò si deve a Containi.</p>
<p>Andando in Romagna io starò probabilmente qualche ordinario senza scrivervi. Ciò vi sia d'avviso per non istupire se non vedrete mie lettere.</p>
<closer>Vi raccomando il recapito dell'acclusa, e vi abbraccio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il solito saluto agli amici. Mi dimenticava di dirvi che passando per Parma ho veduto Bodoni. Oh quanto vi ama! quasi quanto vi amo io. L'ho consolato colle vostre nuove, e ripassando per Parma gli ho promesso di restare qualche ora con esso, e allora vi scriveremo una lettera in comune. Contro mia voglia vi accludo una lettera che mi vien raccomandata per Sensi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>721.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 12 Aprile, A. 9.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Una commissione di Governo mi obbliga improvvisamente a partire senza darmi neppur tempo di scrivervi. Lo farò dunque come sarò arrivato a Milano. Porto meco la figlia, ma con molto suo rincrescimento. Per consolarla l'ho assicurata che presto rivedrà le sue cugine e voi; e così spero che sarà realmente, perché, secondo le informazioni che ho prese su queste monache Orsoline, il loro metodo di educazione non mi dispiace punto.</p>
<p>Da Bologna vi ho scritto, e non dubito che la lettera vi sia giunta. Non portava che l'avviso d'essere stato liberato dall'azione forzata.</p>
<p>Circa i miei affari con Francesco Antonio, vi scriverò da Milano.</p>
<p>Un saluto all'Arciprete, a D. Santoni e a D. Checco. Vi abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>722.</head>
<opener><salute>Al cittadino MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Germile, A. 9.</date></opener>
<p>Caro Marescalchi.</p>
<p>Ritornato ieri sera in Milano, ritrovo qui due vostre carissime responsive alle mie precedenti. Voi sospirate di rivedere l'Italia ed io sospiro di rivedere voi, ma in altro carattere, e questo è il desiderio e la speranza di tutti i buoni; perché in Melzi ed in voi <foreign lang="lat">tota domus inclinata recumbit</foreign>. Ma preparatevi a inorridire quando vedrete più da vicino le larghe piaghe che l'ingordigia militare ha fatto a questa povera Repubblica. Tutta l'immensa storia dei delitti non ne presenta neppur l'idea.</p>
<p>L'acclusa è di Containi. Anche il suo cuore soccombe all'aspetto di tante scelleratezze.</p>
<p>Sono ripassato per Parma, ed ho veduto nuovamente il nostro Bodoni. Egli pure sospira la vostra venuta, e pone in voi le sue speranze per il pagamento d'un suo vistoso credito contro la Repubblica per tanti caratteri somministrati. Se il Ducato di Parma resta alla Cisalpina, come tuttavia si spera, egli è poco disposto a mutare soggiorno, e tanto meglio per noi.</p>
<p>Dite a Fortis che ho ricevuta la sua solamente ieri sera, e che mi dispongo a rispondere, e a mandargli il secondo Canto della Mascheroniana richiestomi. Salutatelo, e abbracciatelo intanto carissimamente.</p>
<p>Mi rallegro con Cometti e Tambroni, di cui ho inteso ieri sera le promozioni. Questa nuova mi ha colmato di giubilo.</p>
<p>Mia moglie vi scrive, e la sua lettera la riceverete unitamente alla mia.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale, et me ama</foreign>. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi ringrazio dell'ordine dei f. 128 sopra Bignami.</p>
<p>Mille rispetti ad Azzara. Ricordategli e raccomandategli il Gobbo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>723.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Germile, A. 9.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Sono in Milano fino dall'altra sera, e la figlia egualmente in prospera salute, benché siansi fatte cento quaranta miglia in un giorno e mezzo. Ebbi, prima di partire da Ferrara, un altro piccolo disgusto con Francesco Antonio, ma fu breve, e mi sono separato in buona armonia tanto con esso, che con tutta la sua famiglia, alla quale sono sinceramente affezionatissimo. Non v'è che Fedele, la cui riuscita mi faccia molto tremare. Ho promesso al padre di scrivergli delle verità rigorose, e lo farò volentieri; ma dacché ho saputo (e l'ho saputo il giorno prima di partire) che questo ragazzo è ladroncello domestico, questa notizia mi toglie la speranza di veder fruttuose le ammonizioni.</p>
<p>Ho avuto dal fratello scudi 300, de' quali ho lasciata la ricevuta in mano del sig. Viscardi, perché col Viscardi ha egli stesso regolata così la cosa. Questa precauzione a dir vero ha urtato un poco la mia delicatezza, perché bastava il darmene debito ne' suoi conti siccome ha fatto per lo passato, ché né io avrei mosso dubbio su questa, né su qualunque altra partita, né egli mi avrebbe mai sentito sospettare un momento della sua buona fede. Insomma questa novità mi è dispiaciuta.</p>
<p>In settembre io spero di riabbracciarvi sicuramente e mia moglie lo desidera anche per ringraziarvi personalmente di ciò che avete fatto per la nostra figlia, la quale in nostra assenza ha trovato in voi un secondo padre. Presto riceverete sue lettere, perché tutto il giorno studia e scrive.</p>
<p>Tanto essa che sua madre vi salutano caramente, ed io di cuore vi abbraccio.</p>
<p>P. S. Il solito saluto a D. Santoni e all'Arciprete, al quale direte che dentro il prossimo ordinario parlerò al Ministro dell'Interno sopra il suo affare, non essendo stato finora possibile.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>724.</head>
<opener><salute>A G. B. COSTABILI CONTAINI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Germile <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Ho veduto un momento Massari da Marescalchi, ma non ho potuto parlargli a parte come avrei desiderato per intendere dettagli delle cose accadute in Ferrara. Mi figuro che dopo il discorso tenuto con Marescalchi, egli potrà scriverti più a lungo che non fo io.</p>
<p>Qui stiamo sempre desiosi di nuove, e sono più giorni che non si sa nulla. Questo silenzio annunzia certamente un grande prossimo avvenimento, e il piano, che lo prepara, lo reputo buono appunto perché nulla se ne traspira.</p>
<p>Le vittorie di Massena e i suoi progressi nel Tirolo si confermano da tutte le lettere. Anche gli affari di Jourdan vanno prosperamente.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign>, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>725.</head>
<opener><salute>Al COMITATO DI GOVERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, li 29 Germile, a. IX Rep..</date></opener>
<p>Cittadini governanti.</p>
<p>Nella seduta del giorno 12 vi siete compiaciuti di annuire alle mie istanze e di portare il mio onorario alla somma di annue L. 4500, oltre l'abitazione gratuita in Pavia.</p>
<p>Ora non posso prescindere dall'avanzarvi l'istanza di aggiungere un altro tratto di compiacenza al precedente, ed è di voler disporre che l'aumento dell'onorario sia retrotratto all'epoca del primo Vendemmiale p. p.</p>
<p>Sono in procinto di recarmi al mio dovere. L'avrei assunto prima, se le mie circostanze famigliari non mi avessero obbligato a fare una corsa a casa mia, come vi è noto. Queste stesse circostanze, e il disappunto enorme, che dalla mia assenza necessariamente protratta in estero paese n'è risultato, mi mettono nella necessità della chiestavi ulteriore assistenza.</p>
<p>Sollevandomi voi così dalle angustie, nelle quali mi trovo, aggiungerete un nuovo titolo alla mia riconoscenza, ed un nuovo stimolo a servire col massimo impegno la Repubblica nella carriera che piacque al Primo Console di additarmi.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>726.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Fiorile, A. 9.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ti lagni perché non ti scrivo frequentemente. Lodami se lo faccio di rado; e lasciami tacere. Il mio silenzio è eroico.</p>
<p>Si aspettava qui Melzi, e invece ritorna Brune. Si sperava un termine ai nostri mali, e tutto annunzia il contrario. Incerti i nostri confini, incerta la nostra redenzione, nulla della nostra costituzione, nulla su le tante miserie che ci sommergono, e voragine dappertutto senza un Curzio che la chiuda. Nondimeno, tu lo vedi, io sto zitto. Per carità desidera che non mi venga mai la tentazione di scriverti.</p>
<p>Io parto posdimani per Pavia, e mi vi porta più che la voglia d'insegnare, la disperazione e la rabbia. Ed infatti come non disperarsi pensando che ritorna il nostro carnefice?</p>
<p>Luosi e Canzoli ti scrivono per raccomandarti l'affare delle indennizzazioni. Se non viene da Parigi un impulso imperativo, noi resteremo tutti coglionati.</p>
<p>Ho il demonio della tentazione nella penna; ma voglio superarlo, e per questo dar fine. Salutami gli amici, e di' a Tambroni che la sua lettera, di cui mia moglie mi ha fatta la spedizione in Romagna, ancora non mi è stata respinta. A Fortis l'acclusa, e sta sano.</p>
<closer>Io sono e sarò finché vivo il tuo vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mandami un esemplare delle mie poesie stampate in Parigi in quella nota raccolta di poeti italiani, ma le mie sole, perché vi sono alcune correzioni delle quali ho bisogno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>727.</head>
<opener><salute>Al cittadino ALBERTO FORTIS — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Fiorile, IX.</date></opener>
<p>Mio caro Fortis.</p>
<p>Chi può resistere al tuo volere? Eccoti il secondo Canto della <title>Mascheroniana</title>, ma spero e desidero che giunga tardi, si che la tua amicizia non possa farne alcun uso. E veramente, per aprirti tutto l'animo mio, sono ben pentito, o almeno comincio a pentirmi del mio eroe. Egli rimanda Brune nella Cisalpina. Vedi se si può aver coraggio di proseguire. Nulladimeno l'abitudine di lodar un uomo che finora mi è parso il più grande di tutti, mi ha fatto nuovamente cadere nelle sue lodi, dimenticando i mali orribili che i suoi generali ci hanno cagionati. Vedilo nei versi che ti trasmetto. Io gli ho scritti per ordine del Governo, la cui <emph>prudenza</emph> ha troncate due strofe, che il doloroso sentimento delle nostre miserie mi aveva suggerite e dettate.</p>
<p>Te beato, che nulla vedi in tanta distanza, e non senti che per consenso! Vi sono momenti, nei quali vorrei esser bruto, e ruminar come bruto, e pensar come bruto. Finirei coll'andare al macello, ma almeno non avrei meco un altro carnefice, la ragione. — Ho veduto Amoretti, e già siamo amici.</p>
<p>Penso a te mille volte; pensa tu a me qualche volta, e amami per la metà. Addio, mio caro Fortis. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>728.</head>
<opener><salute>Al cittadino DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Pratile, Anno IX.</date></opener>
<p>Ti sarà presentatore di questa il cittadino Margheritis nuovo Commissario del Rubicone. Te lo do per onesta persona in tutta l'estensione del termine, e farà (abbilo per certo) a codesto Dipartimento tutto quel bene che le dure presenti circostanze permetteranno. Galantuomo adunque desidera circondarsi di galantuomini, ed io lo ti dirigo. Nuovo affatto in paese pieno di piaghe e di malcontento, egli ha bisogno di lumi locali. Prestagli dunque tutta l'assistenza che per te si potrà e conta per fatto a me stesso tutto quello che farai per l'amico mio che veramente egli è tale per molti titoli.</p>
<p>Salutami la tua graziosa Faustina e tutta quanta la casa. Addio.</p>
<p>P. S. Non voglio omettere di dirti che il mio raccomandato, oltre l'aver bello il cuore, ha bello ancora lo spirito. Non che uomo di legge, egli è buon matematico ed ama le belle lettere.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>729.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Messidoro <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Teresina ed io siamo stati per morire, ella per una perdita di sangue che in poche ore l'ha condotta agli estremi della vita, io quasi contemporaneamente per una biliosa, che in quattro giorni mi ha ridotto uno scheletro. Ora cominciamo tutti due a star bene.</p>
<p>Da Gambini avrete ricevuto due esemplari del 1 della mia Cantica. Profitto dell'occasione d'un mio amico che parte per Parigi per mandarvene altri sei esemplari uno per Azzara, uno per Fortis, uno per Angiolini, uno per Giustiniani, e gli altri due per chi vorrete voi. Per soddisfare all'impazienza del pubblico m'è convenuto anticipare la pubblicazione del secondo. Tutti ne vanno matti dal piacere, ma alcuni pochi ne fremono, ma non me n'importa un c… Io mi son proposto di dire delle verità e dirle altamente! Dimani dunque uscirà il secondo, e per quante premure abbia fatto non m'è stato possibile averne un solo esemplare da chiudere in questo pacchetto.</p>
<p>La misura de' nostri mali è completa, e la Costituzione arriverà dopo le esequie. Quante volte mi sono pentito di aver lasciato Parigi! Il cuore me io diceva. Ma era tanto tempo che io pesava alla vostra amicizia. Tornaste almeno e tornaste presto.</p>
<p>I miei ossequi ad Azzara a Giustiniani e Angiolini. Un abbraccio a Fortis e Zamboni e a voi mille.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>730.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Messidoro <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Profitto del ritorno a Parma del cavaliere Orosio per mandarvi due esemplari del secondo canto della <title>Mascheroniana</title>. Quando vi feci la spedizione del primo per il Ferroni, io stava allora sì male di salute, che non avrei potuto neppur segnare il mio nome. Ho passata insomma una brutta burrasca, e peggiore mia moglie, che vi ha lasciata quasi la vita. Ora siamo in porto ambedue.</p>
<p>Marescalchi mi ha scritto più volte del suo Bodoni, e ogni sua lettera mi porta i saluti del nostro Azzara, il quale, noiato di Parigi, sospira sempre la sua Roma e gli amici.</p>
<p>Pindemonte è qui, ma per pochi momenti. Mi ha regalato un esemplare della bella edizioncina che avete fatto delle sue poesie.</p>
<closer>Addio, mio caro incomparabile Bodoni, addio, e ricordatevi del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille ossequi all'amabile vostra metà.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>731.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Messidoro <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il Cittadino Sorese parte per Parigi, e col suo mezzo vi mando il secondo Canto Mascheroniano, che come l'altro di cui v'ho mandato otto copie, darete ad Azzara, Angiolini, Fortis, Giustiniani.</p>
<p>Il terzo è al suo termine, e se non erro, miglior di tutti. Non è Dantesco, ma Omerico, e i despoti, i ladri, i birbi di tutti i colori vi sono frustati senza riserva.</p>
<p>Il quarto sarà dedicato ai presenti nostri assassini. Date per me un abbraccio a Tambroni, Fortis etc. Salutatemi ancora caramente quel briccone d'Aldini, il quale vorrei che profittasse degli avvisi che Dio gli manda coi fulmini.</p>
<closer>Addio, mio caro Marescalchi, mille volte addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Gambini vi presenta i suoi rispetti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>733.</head>
<opener><salute>Al Cittadino CANTEL — Stamperia e Fonderia al Genio Tipografico — Casa Crivelli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Termidoro, A. IX.</date></opener>
<p>Vi ringrazio delle lettere ai vostri corrispondenti, alle quali darò corso nel prossimo ordinario.</p>
<p>V'ho già detto d'aver fatto un contratto della mia Cantica. In questo contratto entra anche Maspero, il quale ha precisamente lo stesso carattere della vostra edizione. Converrete che il prezzo da voi fissato in L. 150 per ogni canto non conviene ai nuovi contraenti, d'altronde io non poteva vincolare ad essi la libertà di fare a lor senno. Mi duole di essere stato forzato a questa misura, ma il mio interesse la comandava. Notate che stando l'impresa in vostre mani io non ho toccato che cento ottanta cinque lire dopo due canti già pubblicati e dopo ormai quaranta giorni che il mio lavoro frutta agli spacciatori, e che adesso tocco la metà del denaro anticipato. Voi travagliate per vivere; io faccio lo stesso. Dunque ragionevolezza e buona amicizia. Quando pubblicherò la <title lang="fre">Pulcelle</title> vi manterrò la mia parola. Ma quanto alla Cantica egli era impossibile che andassimo d'accordo, stando le cose sul piede in cui erano.</p>
<p>Salute e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>734.</head>
<opener><salute>Al cittadino <add resp="ed">VINCENZO</add> DANDOLO — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Caro Dandolo.</p>
<p>Voi mi onorate chiedendomi i miei canti. Eccoveli dunque accompagnati dai miei ringraziamenti. Se qualche genio nemico della verità non ne impedisse il proseguimento, i vostri voti saranno adempiti, ma tutto a suo tempo. Quanto a me mi sono proposto di scrivere e parlare libero come l'aria.</p>
<p>Mi fate un invito, a cui la mia salute mi persuade da molto tempo, ma senza incomodo dell'amicizia.</p>
<p>Mi sarà dolce l'abbracciarvi, come m'è dolce il professarmi vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>737.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Termidoro <add resp="ed">1801</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Marescalchi.</p>
<p>Che spauracchi son questi? I miei nemici cercano la mia ruina, e vi riusciranno. Alla buon'ora. Ma che faranno finalmente? Togliermi la riputazione? Non è in poter loro. Farmi fucilare? Non credo tanto. Scattedrarmi? Non me n'importa. Esiliarmi? Lo desidero. Sono così inorridito dell'attuale ordine di cose, che il vivere dove vivo mi è morte. Povero come sono, ho dovuto per via di forza soccombere a due azioni forzate, a un prestito forzato, e l'altro giorno a seicento lire per la tassa d'opinione. Il diavolo si porti dunque questa libertà bugiarona. Finché avrò fiato scriverò come scrivo, e il terzo canto che vi mando vi farà conoscere che, ben lontano dall'aver paura, io prendo coraggio dalla miseria e dalla disperazione. Fortuna che questo qual si sia poema mi frutta qualche centinaio di zecchini ad onta di due edizioni straniere: una di Torino, e l'altra di Genova. Lo strepito che ha prodotto è un altro compenso alle mie tante amarezze, e io mi consolo colla considerazione che se Dante avesse consultata la prudenza piuttosto che la bile, noi forse ignoreremmo che Dante avesse esistito. Vi ringrazio però delle tenere vostre premure, ma vi prego di non distormi dal fermo mio proponimento.</p>
<closer>Un abbraccio a Tambroni, e a Fortis l'acclusa. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se Braschi è ancora in Parigi, salutatelo e assicuratelo che, ad onta de' nostri disgusti, io non sono mai stato né sarò mai nel numero de' suoi nemici.</p>
<p>Dei sette esemplari uno per ciascheduno ai soliti amici, e un saluto a tutti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>738.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIUSEPPE ALBORGHETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Fruttidoro, A. 9.</date></opener>
<p>Sono ben lontano dal meritare le lodi di cui mi siete sì liberale. Riconosco in queste la vostra amicizia, e vi son grato della cagione.</p>
<p>Di parecchie edizioni che si sono fatte del mio <title>Inno</title> su la battaglia di Marengo non ho presso di me neppure un esemplare. Ma lo troverete presso cotesto stampatore Marsigli, il quale scioccamente lo ristampò mettendo sotto il mio nome un altro ridicolo <title>Inno</title> d'un certo Massa, che tutt'altro sa fare che il mestiere di poeta.</p>
<p>La vostra lettera mi mette in isperanza della vostra venuta a Milano. Mi sarà dolce il rivedervi dopo tante vicende e l'udire da voi la storia delle romane disavventure, su le quali mi propongo di spendere qualche terzina nel quarto canto della <title>Mascheroniana</title>.</p>
<p>Comandatemi senza complimenti, e credetemi vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>740.</head>
<opener><salute>A DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Fruttidoro, Anno IX.</date></opener>
<p>Corre già un mese ch'io ti feci la spedizione di 100 esemplari della mia <title>Mascheroniana</title> da consegnarsi a qualche libraio per diffonderli nel Dipartimento. Gli accompagnai con lettera e ti pregai di rispondermi. Tu nulla di tutto questo, né io so la cagione del tuo tacere. Or fa che io sappia che tu sei vivo. Paradisi e Foscolo ti salutano. La nostra Costituzione è imminente, e con essa un nuovo ordine di cose. Ma le piaghe sono tante, che non veggo e non ispero un Esculapio capace di sanarle, giacché i pochi buoni tremano del solo pensiero di dover succedere ad un posto divenuto l'esecrazione di tutta la così detta nostra Repubblica.</p>
<p>Amami e sta sano. Mille saluti alla Faustina e a tutta la casa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>743.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI Ministro della Repubblica Cisalpina — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Vendemmiale, A. 10.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Avrà l'onore di recarvi la presente il cittadino Odoardo Folli, negoziante milanese, che per solo piacere e per godersi le sue ricchezze si porta a Parigi. Ha desiderato la vostra conoscenza, ed io volentieri ve lo dirigo, ben certo di far cosa all'uno e all'altro gratissima. Mi obbligherete dunque senza fine accogliendolo con quell'onestà ch'egli merita, e ch'è tutta del vostro carattere.</p>
<p>Salute ed amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>744.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FANTINI FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Vendemmiale, A. X.</date></opener>
<p>Mia carissima Amica.</p>
<p>Nel ricevere la vostra lettera, nell'intendere che proveniva da Roma, nel toccarla e guardarla, benché la soprascritta fosse d'altro carattere, il cuore mi avvisò subito da chi partiva. Ciò solo vi potrà dire se i miei pensieri abbiano smarrita o no la strada che conduce a Roma, e quella specialmente che da piazza Madama conduce a Sant'Andrea della Valle, dove un tempo abitava un oggetto, che anche perduto mi sarà caro finché avrò vita.</p>
<p>Intanto mille e poi ventimila ringraziamenti per la tenera vostra ricordanza d'un uomo che non ha mai cessato d'amarvi. Ma giacché mi date le nuove del vostro <emph>amico</emph>, che nulla mi premono, perché non darmi quelle del nostro buon Giuseppino? L'ho veduto più volte in passato, e volentieri, perché mi era motivo di parlare di voi. Ora non so più dove sia. Se mai gli scrivete, salutatelo, e ricordatevi che essendo egli stato più volte l'onesto nostro Mercurio, due vostre righe per me alla sua direzione non possono correre alcun pericolo.</p>
<p>Dacché ho lasciato Roma, ho sporcata molta carta e molta ne ho fatta sporcare agli stampatori e più molta ne ho preparata al medesimo effetto. Se trovo occasione ve la manderò. Diversamente la porterò io stesso. Non ridete perché parlo da senno. Mia moglie desidera riveder Roma, e nell'anno prossimo ho in animo di contentarla.</p>
<p>Un saluto alla signora Clementina De Gregori e agli amici, se più me ne restano costà. In difetto loro, un saluto alla cupola di San Pietro, ma a voi un abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>747.</head>
<opener><salute>All'Avv.FRANCESCO REINA — Lione.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Frimale, Anno X.</date></opener>
<p>Tua sorella si lamenta del tuo silenzio, e n'ha ragione. Non esser dunque sì avaro delle tue nuove, che i tuoi amici desiderano non meno che i tuoi congiunti.</p>
<p>Dimani sarà finalmente ultimato il mio affare, e in modo, io spero, decoroso pel Governo e per me, siccome vedrai dal decreto che si renderà pubblico sul foglio officiale. Ma ti so dire che dopo la tua partenza poco è mancato che per una romanzesca delicatezza non abbia tutto troncato. Sono debitore a tua sorella d'aver resistito alle mie solite tentazioni, ed evitato di rendermi ridicolo per comparire onesto. Or basta: ho detto <emph>Amen</emph>; e il tempo deciderà se io abbia fatto bene o male.</p>
<p>Ti prego di abbracciare per me Moscati carissimamente. E sta sano.</p>
<p>P. S. Se Poggi è in Lione, salutalo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>750.</head>
<opener><salute>Al COMITATO GOVERNATIVO DELLA REPUBBLICA CISALPINA — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Tra il 20 e il 24 Dicembre 1801</add>.</date></opener>
<p>Cittadini Governanti.</p>
<p>Importare sui teatri la scuola delle grandi virtù, eccitate dallo spettacolo delle passioni più generose; decretare per questo effetto onorevoli ricompense alle tragiche produzioni, dirette ad imprimere altamente nei cuori l'amor della Patria, il più sacro di tutti i doveri, come il supremo di tutti i beni; cooperare perché l'Italia, regina delle moderne Nazioni in ogni altra maniera di poesia, inferiore non resti a veruna nell'arte tragica, sebbene il fiero e ardito genio d'Alfieri l'abbia già tratta al sommo per un sentiero tutto proprio, e con modi tutti spartani: pensamento gli è questo, a mio credere, che qualunque non sia della gloria italiana e delle utili istituzioni nemico, giudicherà dettato dalla saggezza, e sovra tutti acconcio a gettare i fondamenti del vero carattere repubblicano.</p>
<p>E fosse pure egualmente lodevole la scelta del soggetto, a cui vi è piaciuto affidarne l'esecuzione. Onorato di questo incarico, io ben sento ch'egli è maggiore delle mie forze: minore però de' miei doveri verso la Patria, non che del mio amore per quest'arte divina consecrata principalmente alla vendetta della virtù sventurata, e all'orrore dei delitti felici. Reputai quindi officio di grato cittadino, di artista appassionato e di verace Italiano l'obbedire al vostro invito.</p>
<p>Argomento della mia riconoscenza e di quanto potrei fare per l'avvenire siavi il <title>Caio Gracco</title>, tragedia che intitolo al Governo, intendendo così d'intitolarla a tutto il Popolo Cisalpino.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>753.</head>
<opener><salute>All'Avv.FRANCESCO REINA — Lione.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Nevoso, A. X.</date></opener>
<p>Il mio affare è stato diffinito in termini alcun poco differenti da quelli che t'ho già scritto, ma per mio avviso più decorosi. Ed ecco in che modo. Dopo tre Considerando giustificanti la convenienza e l'utilità della risoluzione, il Comitato di Governo determina:</p>
<list><label>1</label><item>Il cittadino Monti è invitato a presentare almeno ogni anno una Tragedia, etc.;</item>
<label>2</label><item>Viene assegnata al medesimo la gratificazione di cento zecchini per ogni Tragedia, etc.</item></list>
<p>In seguito io ho presentato il <title>Cajo Gracco</title>, con una corta lettera che verrà stampata in fronte alla Tragedia, e subito ho percepita la prima gratificazione. Di più si è decretato che la stampa si faccia a spese pubbliche nel numero di tremila esemplari; cinquecento de' quali, a mia insinuazione, sono rilasciati alla Società del Teatro Patriottico, perché coll'introito della vendita supplisca in parte alle spese della rappresentazione che in appresso se ne farà. Non ti mando la mia lettera di risposta al Governo, perché presto l'avrai stampata. Ti scrivo queste cose, perché so che la tua amicizia vi prende parte, ed io non finirò mai di ringraziartene.</p>
<p>Se la trattazione de' nostri affari è tale che consenta alla tua prudenza di significarli, non ne lasciar privi i tuoi amici, massimamente tua sorella, di cui conosci la saviezza e delicatezza.</p>
<p>Un abbraccio al nostro Moscati; e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>754.</head>
<opener><salute>Al cittadino F. MARESCALCHI Deputato della Repubblica Cisalpina presso il primo Console — Lione.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Nevoso, A. 10.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Niente più facile che il venir io pure Deputato a Lione se l'avessi desiderato. Ma in mezzo a tante cabale per essere incluso, io ho stimato dovere d'uomo fiero della propria onestà il brigare per essere escluso. E sono ben contento del mio partito. Io non son tale da potermi sedere in Congresso con un Lattanzi, con un Guiccioli ecc. e l'onor mio mi è caro più che la vita.</p>
<p>Se delle grandi cose che qui si trattano risguardanti il nostro destino àvvene alcuna che sia comunicabile, non me ne lasciar privo. Anch'io sono qualche volta curioso, e la curiosità in questo momento io la reputo sentimento di buon cittadino.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti </signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>757.</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ministro Cisalpino presso il Governo francese — Lione.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Nevoso, A. X.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Si è voluto che io canti, ed io ho cantato, e liberamente e da buon Italiano. Riceverai con questo Corriere qualche centinaio di esemplari di ciò che ho fatto; alcuni de' quali ti prego di darli particolarmente in mio nome ai miei amici, cioè: Oriani, Palcani, Paradisi, Marliani, Moscati, Reina, Costabili, Bentivoglio, Cicognara, Dalfiume, Lamberti, Bargnani, e quanti insomma parranno a te miei benevoli. E dove a te sembrasse non esser troppa arditezza, gradirei che prima d'ogni altro ne facessi tributo a Melzi.</p>
<p>A proposito: l'avremo noi primo magistrato, o è falsa la voce che qui s'era sparsa? Tu taci su questo articolo, e il tuo silenzio mi avvelena la gioia a cui m'era abbandonato sopra sì bella speranza.</p>
<p>Verrai tu in Italia dopo il Congresso?… Gli è gran tempo che desidero abbracciarti, e spero finalmente vicino questo momento.</p>
<p>Se le tue tante occupazioni non ti permettono di darmi risposta, non ci pensare. Non ti scrivo per rubarti un tempo prezioso.</p>
<p>Teresina, ti saluta, ed io di cuore t'abbraccio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>759.</head>
<opener><salute>Al cittadino ALBERTO FORTIS — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1802</add>.</date></opener>
<p>Sei tu tornato da Vicenza? Stai bene? Mi ami più? Io credo tutte queste cose e ne sono lieto.</p>
<p>Intenderai da questa il risultato della missione di Palcani, e le proposte che mi fa il Governo, perché io rinunzi a Bologna, per cui Palcani avrà fatta la richiesta della mia traslocazione. Se aderisco alle nuove proposizioni, io migliorerò certamente il mio stipendio; ma che mi compensa il piacere di essere teco? T'assicuro, che se non fossi padre di famiglia, rinunzierei a tutti i proposti vantaggi. Con tutto questo ancora non ho definitivamente risoluto.</p>
<p>Tengo per fermo che il nostro Savioli sarà vendicato. Ma tu vedi che il Consiglio Lionese ritarda tutto.</p>
<p>Il tuo articolo sopra Apostoli è stato impresso nel Pubblicista, e ha fatto il suo effetto.</p>
<p>Addio, caro Fortis; <foreign lang="lat">vale, et me ama</foreign>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>760.</head>
<opener><salute>Al cittadino FERDINANDO MARESCALCHI Ministro Cisalpino presso il Governo francese — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Piovoso, A. X.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p><gap/>…Mi si allarga il cuore nel sentire che Melzi è costà, e che finalmente, mosso a compassione di noi, accetterà la prima magistratura. Questa nuova ha sparso il conforto nel cuore di tutti i buoni, siccome li aveva tutti disanimati la sua resistenza. E veramente <foreign lang="lat">actum erat</foreign> di questa miserabile nostra patria, se <emph>l'uomo che può salvarla</emph> si ostinava a lasciarla nelle mani de' suoi carnefici. Insomma eccomi finalmente contento, e tale che per dieci anni non avrò paura del medico.</p>
<p>Ma che pretende codesto matto di Serbelloni con tanto scialacquo di sostanze, e di giudizio, se pur l'avesse? Sicuramente costui s'è messo in capo di comprarsi a forza d'arrosto e d'intingoli una delle prime dignità. Egli l'ha già meritata, ma in cucina.</p>
<p>Ti raccomando nuovamente i miei amici, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>766.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BERNARDONI — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pavia, 11 Aprile 1802.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Mi era già nota la tua missione a Cremona, della quale molto mi sono compiaciuto, perché manifesta la confidenza del tuo Governo nella tua probità. Ora mi è grato il saperlo da te medesimo, e gratissimo il sentire che sempre mi ami.</p>
<p>Subito che la stampa della mia Prolusione sarà finita, l'avrai. Ho dovuto interromperla per attendere alle mie lezioni, alle quali ho dato felicemente principio. Dico felicemente, perché parmi che gli studenti m'ascoltino con piacere. Io ne ho per uditori quanti ne può capire la scuola che è la più vasta di tutta l'Università, senza contar quelli che m'ascoltano dalle finestre. Ma questa affluenza mi pone nella dura necessità di faticare più di quello che avrei desiderato. Per ora dunque addio, Muse, addio, Tragedie. Io posso parlarne, ma non comporne; e Dio sa quando farò più versi!</p>
<p>Amami quanto ti amo, e sta sano. </p>
<p>P. S. Dimani vado a Milano per abbracciare la mia famiglia, e dopo quattro o cinque giorni tornerò alla mia trireme.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>767.</head>
<opener><salute>Al CONSIGLIERE MINISTRO DEGLI AFFARI INTERNI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Aprile 1802.</date></opener>
<p>Per tutto il tempo che mi sono trattenuto a Pavia ho avuta spesso occasione di vedere lo studente Martelli, di osservarne i costumi e ponderarne il carattere. Posso dunque affermare, senza paura d'ingannarmi, che di quanti ne ho conosciuti, e son molti, non ho veduto finora né il più modesto, né il più educato, né il più pacifico. Ardisco garantire che, anche volendo, egli non può esser cattivo perché gliene manca il talento. Non gli manca però quello delle lettere e delle scienze, per solo amore delle quali egli frequenta l'Università di Pavia, avendo già terminati lodevolmente i suoi studi, e consecrando alla coltura dello spirito una età che altri dedica ordinariamente alla dissipazione ed al vizio. Questa sola considerazione di fatto deve convincervi, cittadino Ministro, che il Martelli, lungi dal meritare un castigo che lo disonora, merita anzi benevolenza e riguardo. Chi vi parla il contrario, o nol conosce personalmente, o tradisce la vostra buona fede e tende a far commettere un atto superiore, che getta lo scoraggiamento e la diffidenza nel cuore degli studenti, i quali se prima si amavano tutti come fratelli, ora per colpa altrui già cominciano a parteggiare, e a sospettare gli uni negli altri un delatore, un nemico.</p>
<p>Quanto all'imputazione d'aver il Martelli contraddetta la deputazione dimandata dal Decano Legale per essere autorizzato a manifestare la disapprovazione, o, per meglio dire, la scusa degli studenti sul fatto del 24, egli non fece che emettere pacatamente la sua opinione, con quella onesta libertà che a tutti era stata accordata. Disse in somma che quanto era giusto il punire i rei, se vi erano, altrettanto gli sembrava conveniente che gl'innocenti non fossero obbligati a transigere per i colpevoli. Disse anche un'altra cosa che, taciuta nel suo ricorso, fa onore alla sua prudenza, ed io pure la tacerò perché voi mi chiedete una informazione, non un'accusa. Non posso però non ammirare la moderazione di questo giovane, che, tranquillo sulla sua innocenza, non si cura di trarre dalle mancanze altrui la maggiore delle sue discolpe. E questo, Cittadino Ministro, è un omaggio ch'egli rende alla conosciuta vostra giustizia, da cui mille e più studiosi giovinetti, che sono la più cara speranza della patria, attendono una decisione che rintegri la loro estimazione in quella dell'ottimo loro condiscepolo Martelli.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>768.</head>
<opener><salute>A Madama MARIANNA MORIGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pavia, 1 Maggio 1802.</date></opener>
<p>Mia buona e cara Amica.</p>
<p>Io sconto in Pavia le dissipazioni di Milano, logorandomi giorno e notte il cervello a tavolino. Colgo un momento di riposo per scrivervi, e ricordarvi la mia servitù ed amicizia, e dimandare a voi stessa le nuove di vostra salute, e di quella insieme di Morigi e di Reina. Non so ancora se mi risolverò d'andare a Bologna per la convocazione del Corpo Elettorale, a cui appartengo. Caso che sì, avrò il bene di vedervi fra poco. Allora mi sarà dolce il ripetervi personalmente le proteste del mio attaccamento e delle tante mie obbligazioni alla vostra casa.</p>
<p>State sana.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>770.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Agosto 1802.</date></opener>
<p>Mio Caro Amico.</p>
<p>Tutti gli amatori del casto idioma italiano si affrettano a dar il loro nome per l'edizione di tutti i Classici Italiani, che da onesti ed accurati stampatori si è qui intrapresa sotto gli auspizi del Governo, e di cui spiegasi il metodo e l'intenzione nell'acchiuso manifesto. Io sono stato pregato d'invitarvi a questa associazione, e mi presto, come fo, volentieri a tal desiderio, persuasissimo che voi per l'amore delle buone lettere lo seconderete.</p>
<p>Vi compiego nel tempo stesso una lettera di Lamberti. Egli vi raccomanda una cosa, che a me pure preme moltissimo. Fate adunque, mio caro amico, di contentarci, se egli è possibile, e procurate la vostra salute.</p>
<closer>Teresina vi saluta, ed io vi abbraccio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>772.</head>
<opener><salute>Al cittadino CARLO MANCINI — Lodi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Agosto 1802.</date></opener>
<p>Ornatissimo Cittadino.</p>
<p>Io sperava di poter venire in persona a ringraziarvi del piacere che mi ha procurato la lettura del vostro <title>Oreste</title>, e questo è il motivo del mio tardo rispondere alla vostra lettera. Ma più cose mi hanno invidiato questo contento riserbato a più opportuna occasione.</p>
<p>Non sono tale da poter giudicare di tutto il merito della vostra tragedia, né le angustie d'un foglio consentono l'accennare partitamente il bello che vi ho trovato, e il non bello che pure mi è sembrato di rilevarvi. In materia di sentimento ciascuno giudica secondo le proprie sensazioni, e tutti sentiamo diversamente, accadendo il contrario nelle verità d'intelletto, che per tutti sono le stesse. Ove la sorte mi sia tanto cortese da procacciarmi un giorno il contento di conoscervi personalmente, io vi aprirò allora interamente il mio sentimento, e nella candida espansione dell'amicizia dirò liberamente la mia rispettosa sentenza sull'egregio vostro lavoro, il quale a buon dritto vi acquista tutta la mia stima. Proseguite adunque coraggiosamente nell'intrapresa carriera, e aspettatene largo frutto di gloria.</p>
<p>Salute e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>773.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Settembre 1802.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Nell'ultima vostra non veggo alcun cenno della ultima mia, inviata alla direzione dell'Arciprete, siccome questa. Ditemi se l'avete ricevuta.</p>
<p>Ho ringraziato Bragaldi di tutte le attenzioni praticate colla nostra famiglia. Battete il ferro fin che è caldo, proponetegli apertamente il bene da farsi e che si può fare a codesta disgraziata Comune, non abbiate in vista che l'onesto ed il giusto, e Bragaldi vi sarà obbligato dell'occasione che gli porgete di sanare le piaghe del paese.</p>
<p>Indicatemi che cosa volete spedirmi, e secondo la qualità dell'oggetto vi dirò il modo della spedizione.</p>
<p>Dimani attendo la figlia in città, secondo la lettera che ieri mi ha scritto. Ella mi dice di godere di ottima salute, e si lusinga che non sarò scontento de' suoi profitti. Io pure lo spero e lo giudico dagli esemplari che ogni mese mi manda, dai quali comprendo che si è bene incamminata nel carteggio, nella geografia, nell'istoria e nella favola portata alla morale. Anche nella musica e nei lavori femminili mi assicura la sua educatrice che riesce bene. Ella si loda particolarmente della bontà del suo cuore, avendole io inculcato di coltivar soprattutto questa parte dell'animo nostro, da cui tutto dipende il tenore di nostra vita o buono o cattivo. Spendo sei zecchini il mese senza la paga del maestro di musica e le altre piccole spese di vestiario, d'imbiancatura, di carta ecc., ma li spendo volentieri e privo piuttosto qualche volta me stesso del necessario. Se riuscirà ben educata, avrò impiegato bene il danaro.</p>
<p>Bramo sapere chi siano gli attuali pubblici maestri di Fusignano. Sono venute gravi accuse al Governo contro di loro, però guardatevi, comunque stia la faccenda, di prender parte né in favore, né contro.</p>
<p>Ho veduta e letta co' miei proprj occhi la relazione presentata ai Governo dalla commissione delegata a riferire sull'affare del Borsa e del Romagnoli. È una storia d'iniquità senza esempio e limpide come la luce del sole. Oltre un cento e venti mila scudi romani concussi dalle Municipalità, vi sono settecento e più mila lire di <foreign lang="fre">borderaux</foreign> falsificati. Il rubato, insomma, si approssima a tre milioni di lire. Il Governo freme e in tutte le forme darà un esempio che spaventi per l'avvenire i ladri pubblici. Fra questi brillerà pure Guiccioli, e il suo contratto sarà dei primi ad essere esaminato dalla commissione che va a crearsi per la revisione di tutti i contratti nazionali a tenore della legge ultimamente emanata. Con questo e con altri ladri contratti si fa conto che la Nazione ricupererà legittimamente un dieci o dodici milioni.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutatemi l'Arciprete.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>775.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Ottobre 1802.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Rispondo due parole sul momento di partire con Paradisi per la campagna, dalla quale per altro sarò di ritorno dopo tre giorni.</p>
<p>Avendo già scritto a Bragaldi prima di ricevere l'ultima vostra, e ringraziatolo delle attenzioni usate a voi e a tutta la nostra famiglia, non sono più in tempo di mandargli originalmente la vostra, come mi divisate, perché capirebbe esser cosa concertata. Siate però tranquillo, perché gli ho scritto quanto basta per accalorarlo a far del bene a codesto mal andato paese. Bensì voi potete comunicargli la mia nella quale vi esorto ad aver fiducia nella sua giustizia, perché questo non può che piacergli.</p>
<p>Veramente l'Arciprete si è messo in cattive mani, ricorrendo a Guiccioli. Se questo lo serve male, ditegli che mi mandi la necessaria petizione in nome del suo nipote, a condizione ch'egli abbia sicuro il benefizio che richieggono le massime stabilite, il qual benefizio non può essere di entrata minore di quattrocento lire milanesi; così sta la cosa, almeno nei Dipartimenti Lombardi. Forse nei Cispadani è diverso, ma negli uni e negli altri la condizione del benefizio validamente provato è indispensabile per ordinarsi nei Sacri. Ora poi che i regolamenti ecclesiastici hanno una norma, e che i preti possono con fiducia presentare al Governo le loro dimande, soggiungete al nominato nostro Arciprete, che nelle occorrenze potrò adesso servirlo, cosa che per lo passato era disperata del tutto.</p>
<p>Se avete denaro da spedirmi, e lo desidero di cuore, dirigete al cittadino Benedetto Tordorò, e allora affidatelo allo stesso Bragaldi, ch'egli troverà il modo di mandarlo. Potete anche farne far la consegna per altra mano, se non vi piace che si sappiano i fatti nostri; e allora in Ravenna non può mancarvi mezzo di spedizione sicura. Conti non è più in Milano.</p>
<p>Costanza è tornata ier l'altro, e nel futuro ordinario vi scriverà, e m'ha detto che vuol cominciare la lettera dal lamentarsi che non le avete mai risposto. Ella crede tuttavia che le passate sue lettere io ve le abbia spedite tutte.</p>
<p>Intanto vi saluta insieme con la madre, ed io vi abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>776.</head>
<opener><salute>Al consigliere BENEDETTO TORDORÒ — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Il latore del presente è già vostra creatura, e acciocché possa gloriarsi di dover tutta la sua civile esistenza ai beneficj vostri, altro non manca se non che vogliate favorirlo nella corrente sua petizione, e così dar compimento alla vostra bontà e cortesia. A tal fine vel raccomando, e il benefico vostro cuore mi rende sicuro che non vorrete dal canto vostro lasciar delusa la mia raccomandazione, che è quella pur di mia moglie, la quale dividerà meco la gratitudine che eternamente ve ne dovrò.</p>
<p>Aggradite le proteste della mia stima e credetemi tutto vostro obbligatissimo servitore ed affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>777.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Ottobre 1802.</date></opener>
<p>Ricevo, non so come, due vostre lettere tutte ad un tempo, due ordinari dopo; e non tanto per gravissime occupazioni del mio Istituto, quanto per una dirotta pioggia che senza interruzione allaga Milano da quattro giorni, mi è stato onninamente tolto di dar sfogo all'affare del nostro Arciprete, tanto più che, stando io d'abitazione assai lontano dal centro dei pubblici offici, nulla posso operare senza buon tempo. Il primo momento che cesserà, questo momento l'impiegherò in servirlo.</p>
<p>Non vi scrivo l'esito della mia tragedia, perché non amo la millanteria; ma senza esagerazione, Milano non ha mai veduto spettacolo simile, onorato dalla presenza di tutti i primi Magistrati, cominciando da Melzi, che quella sera per la prima volta ha posto piede in teatro.</p>
<p>Avete fatto male a dirigervi a Dionigi Strocchi per rimettermi il denaro che m'avete destinato. Egli è d'una pigrizia tale, che mi lascerà morir di fame prima che incomodarsi a scrivere una sola riga. Prevaletevi piuttosto di Bragaldi, o di Conti, o cercate qualunque altro recapito. Una sua lettera che vi accludo, vi farà comprendere che da lui solo potete sperar sollievo e rimedio ai mali del paese.</p>
<p>Vi abbraccio, e attendo con impazienza il denaro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>778.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Novembre 1802.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi scrissi sull'affare di codesti maestri pubblici, perché accidentalmente trovandomi nel Ministero dell'Interno ne sentii parlare, e allora per mia curiosità ve ne chiesi notizia, e non vel tacqui per vostra istruzione medesima. Del resto, io non vi presi parte né pro, né contra. Ora che da voi intendo come sta la faccenda, e che costoro sono rientrati nel posto prima usurpato, ho creduto di parlarne personalmente al Ministro dell'Interno. L'ho trovato ignaro del tutto, e quindi gli ho lasciata nelle mani originalmente la memoria separata che voi m'avete trasmessa. Son certo che la prenderà in considerazione, ma intanto è bene che la Municipalità e i più assennati del paese, o voi stesso francamente ne preveniate il viceprefetto, perché, secondo le regole, niente si farà senza interrogare le autorità locali. Se altro sarà il sentiero che si prenderà dal Governo, ve ne farò consapevole.</p>
<p>Qualora il nepote del nostro Arciprete abbia il suo benefizio, qualunque ne sia la natura, purché sia sicuro e legale, egli è padrone di farsi prete quando vuole. S'indirizzi dunque al suo Vescovo, produca i documenti del suo benefizio e la rendita del medesimo voluta dalle massime stabilite, e tutto è fatto. Questo è ciò che mi è stato risposto nella segreteria del Ministro del Culto.</p>
<p>Duolmi quanto mi scrivete rapporto agli affari del paese, ma vi ripeto che Bragaldi solo può rimediarvi. Il Governo non può che stare al detto de' suoi delegati.</p>
<p>Ho mandata la vostra a Costanza, che non ho veduta da qualche giorno, e son certo che le avrà fatto molto piacere.</p>
<closer>Attendo il promesso soccorso, e vi abbraccio di cuore. Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi dimenticava di dirvi, che del podere di cui mi scrivete, facciate quanto vi pare. Io vi ho lasciata la piena disposizione del mio patrimonio, e non voglio saperne nulla perché so in che mani gli ho posti. Di nuovo vi abbraccio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>780.</head>
<opener><salute>A TERESA BANDETTINI LANDUCCI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pavia</add>, <add resp="ed">principio del 1803</add>.</date></opener>
<p>Brava Amarilli, degnatevi di ricevere la Deputazione, che vi mando, di quattro studenti. Vi esporranno un lodevole ed innocente loro capriccio, a cui è d'uopo che il vostro estro dia mano per condurlo ad effetto. Ascoltateli, e se vi è cara la mia amicizia, contentateli. Dopo mezzo giorno sarò da voi per darvi io pure un aiuto, se mai l'opera non fosse tutta al suo fine.</p>
<p>La prontezza però del vostro estro mi dispenserà, ne son certo, da questa briga.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>784.</head>
<opener><salute>Al cittadino MICHELE VISMARA, incaricato del Portafogli dell'Interno — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pavia, 7 Maggio 1803.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se nel calcolo dei beni di questa vita entrassero soltanto le viste economiche, questa lettera sarebbe una pronta ed allegra accettazione del partito che mi viene cortesemente proposto. Ma fra i beni supremi io pongo le affezioni morali, ed io ho molte riflessioni da fare su questo punto. L'invito del Governo per la prossima adunanza dell'Istituto mi farà essere quanto prima in Milano. Vi aprirò con tutto candore i miei pensieri in proposito; e ne farò giudice l'amicizia.</p>
<p>Intanto abbiatevi i miei ringraziamenti, e, se vi cade in acconcio, anticipate al Vice—Presidente le mie rispettose preghiere per pochi minuti di udienza sopra un affare, che dimanda meditazione. Trattasi di decidere se per migliorare la mia economica condizione, la quale per vero ha gran bisogno di risarcimento, mi torni conto il lasciare un'Università, che per l'unione dei talenti che la compongono, è il paradiso della filosofia, per tragittarmi in un paese eternamente nemico del forestiere, paese decaduto dall'antico sapere, ma non dall'orgoglio, paese più disposto a perseguitare che a compatire…</p>
<p>Depongo questa opinione nel petto dell'amicizia, e vi abbraccio col cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>785.</head>
<opener><salute>A GIAN BATTISTA MARTELLI — Piacenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pavia</add>, <add resp="ed">Maggio 1803</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Qualche incomodo di salute e molte briglie di scuola faranno la scusa del mio tardo rispondere alla carissima vostra, della quale assai vi ringrazio, non tanto per l'esemplare del <title>Prometeo</title> che m'avete mandato, quanto per la tenera espressione dell'amicizia vostra verso di me, che sì poco ho fatto per meritarla.</p>
<p>Non vi rimetto lo scritto che mi lasciaste, perché non è tale da fidarsi a una lettera. Ma verso li 19 o li 20 del corrente lo riavrete dalle mie mani in occasione del mio transito per Piacenza andando a Bologna, ove mi chiama la convocazione dell'Istituto. Arriverò la sera e partirò la mattina, ma mi sarà dolce il passare qualche momento in compagnia di Mandelli e Soprani e di voi, persone tutte al mio cuore carissime.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>786.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 4 Luglio 1803.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>La mia convalescenza è già a buon porto, e vi avrei scritto anche prima, se il Governo non mi avesse tenuto occupato per la festa del 26 scaduto, di che sono stato generosamente gratificato. Non mi resta che a combattere un avanzo della mia malattia e in breve spero aver tutto vinto.</p>
<p>Non so comprendere come i fratelli Mami vogliano e pretendano nuovamente impicciarmi col noto affare. È verissimo che esiste una carta che confessa un mio debito secco di scudi cento col loro fratello Francesco principal debitore, ma è vero altresì, e i Signori Mami non l'ignorano, che questa somma è stata loro defalcata nel pagamento dei frutti che mi dovevano per tanti decorsi e non pagati. Il sottoscrivere perciò la minuta che mi avete trasmessa non mi reca alcun pregiudizio, salvo che parmi di restar nuovamente inviluppato in un affare, del quale io debbo rimanere interamente libero e sbarazzato in virtù dell'istrumento Frontori, che lasciai in mano vostra. Comunque vada, vi accludo la ricevuta da loro richiesta. Voi siete padrone di farne quel che vi pare. O io m'inganno, o io non entro più in questo affare di sorta alcuna.</p>
<p>Vi accludo anche una lettera pel fratello Francesco. Quanto gli scrivo parte dal cuore, e Dio m'è testimonio. Se le nuove del giorno v'interessano, vi annuncio la voce che corre in questo momento. O l'Inghilterra dovrà per forza accettare la mediazione della Russia, che vuole a tutti i conti la pace, o la Russia si collega colla Francia contro gl'Inglesi, e allora tutta l'Europa fa causa comune. Se ciò si verifica, non è poco il guadagno in mezzo a tante sciagure.</p>
<closer>Vi abbraccio col cuore. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Troverete nella ricevuta pei fratelli Mami una piccola mutazione di cui bisogna che si contentino.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>787.</head>
<opener><salute>Al cittadino consigliere LUIGI VILLA — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Luglio 1803.</date></opener>
<p>A riscontro del cortese invito vostro, vi compiego la fede del mio battesimo, alla quale aggiungo l'avvertimento del mio annuale stipendio in lire 4500, come potrete rilevare dai registri del vostro Ministero.</p>
<p>Vi confermo nel tempo stesso le proteste della profonda mia osservanza e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>788.</head>
<opener><salute>Al CITTADINO CONSIGLIERE MINISTRO DELL'INTERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Agosto 1803.</date></opener>
<p>Cittadino Ministro.</p>
<p>Un decreto del Governo provvisorio esistente nel vostro archivio, cittadino Ministro, mi assicura la ricompensa di cento zecchini per ogni tragedia che mi venisse fatto di scrivere e depositare in questo vostro medesimo Ministero. Sono due anni che l'incarico addossatomi della prolusione all'apertura degli studi, rubandomi un tempo prezioso, mi priva del profitto risultante dal suddetto decreto, togliendomi il mezzo onde adempierne la condizione. E questo peso, essendo straniero agli obblighi della mia cattedra, e grave molto a portarsi per la solennità che l'accompagna, e un aperto lucro cessante e danno emergente, troverete ragionevole cosa, cittadino Ministro, che io ecciti caldamente la vostra equità e giustizia, perché lo sottomettiate alla ponderazione del Vice—Presidente, per quella ricompensa che la sua saggezza crederà giusto di stabilire, tanto per le due prolusioni già pronunciate, che per le future.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>790.</head>
<opener><salute>Ad ALESSANDRO MANZONI — Lecco.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1803</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Manzoni.</p>
<p>La fortuna, o altro demonio che sia, mi attraversa tutti i buoni disegni. Io vengo col cuore ogni dì alla vostra campagna, e mai mi è dato di venirvi colla persona. E due sono gl'impedimenti. Il primo si è quello della mia salute, che ancora travaglia nell'antico suo incomodo, per cui mi conviene sorbir decotti ogni mattina, e cautelarmi da tutte le impressioni dell'aria, che altera, per un minimo che, il barometro della mia povera macchina sconcertata. L'altro me lo cagiona <title>Persio</title>, di cui ho cominciata la stampa. Il vostro <title>Idillio</title> è venuto poi a crescermi il dolore del non poter recarmi ad abbracciare il mio bravo amico e poeta, e far con esso un sacrificio poetico all'Adda, che mi onora del divino suo invito. Non sono adulatore, mio caro Manzoni; ma credimi sincerissimo quando ti dico che i versi che m'hai mandati son belli. Io li trovo respiranti quel <foreign lang="lat">molle atque facetum</foreign> virgiliano, che a pochi dettano <foreign lang="lat">gaudentes rure Camœnæ</foreign>. Rileggendoli, appena scontro qualche parola che, volendo essere stitico, muterei, ed è probabile che non sarebbe che in peggio. Dopo tutto, sempre più mi confermo che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera; e, se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali. Ma io non son da tanto da poterti fare il dottore.</p>
<p>Presentate al vostro signor padre i miei ringraziamenti e rispetti, e se non possiamo colla persona, vediamoci spesso col pensiero e col cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>792.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAMBATTISTA MARTELLI — Miasino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1803.</date></opener>
<p>Caro Martelli.</p>
<p>Dal comune amico Mustoxidi avrete inteso i motivi che mi hanno tolto il piacere di venire ad abbracciarvi in campagna. Ma vi sono venuto, se non colla persona, e ciò mi piace di dirvi in fede della mia amicizia.</p>
<p>Fra poco il mio <title>Persio</title> verrà alla pubblica luce, e desidero di darvelo colle mie proprie mani piuttosto che mandarvelo.</p>
<p>Nei giorni passati il vostro concittadino Soprani è stato a trovarmi, e mi ha fatto sperare di veder Mandelli in Milano dentro l'entrante mese.</p>
<p>Se a quel tempo voi pure sarete qui, io passerò qualche giorno assai lieto.</p>
<closer>Godetevi intanto l'amenità di Brianza, ma non sì che poniate in dimenticanza il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>797.</head>
<opener><salute>Al MINISTRO DELL'INTERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">12 Dicembre 1803</add>.</date></opener>
<p>Cittadino Ministro.</p>
<p>Al momento di ricondurmi a Pavia e ai doveri della mia cattedra, mi giunge l'ordine di cui mi onorate, chiedendo in iscritto il mio parere sulla medaglia del quadro da eseguirsi nella volta del gran Salone del Palazzo Nazionale. Non potendo io differire il mio ritorno al mio posto senza renderne consapevole il Rettore dell'Università, vi prego, Cittadino Ministro, di giustificare voi stesso presso il medesimo i motivi del mio ritardo per alcuni altri giorni, quanti ne potran bisognare per concertare i miei esami con quelli degli altri due miei condelegati, e ragionarne il rapporto da presentarvisi, e porlo in iscritto nella maniera più conveniente al soggetto.</p>
<p>Salute e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>798.</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO MELZI D'ERIL Vice—Presidente della Repubblica Italiana — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>I MEMBRI DELL'ISTITUTO NAZIONALE</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">1803-1804</add>.</date></opener>
<p>Nella Dupla dei nove individui da surrogarsi ai nove Membri defunti dell'Istituto, l'Adunanza ultimamente convocata, avendo dimenticato non pochi nomi di onorata celebrità sostituendone altri di minor fama, e togliendo da un solo Dipartimento, per non dire da una sola Città, la più parte dei candidati, Noi sottoscritti, considerando che una siffatta nomina non solo non è punto conforme allo spirito della legge creatrice dell'Istituto, la quale espressamente vuole ch'ei sia composto degl'ingegni più celebri della Nazione, ma contraria pure allo spirito della giustizia e al diritto degli altri Dipartimenti;</p>
<p>Considerando che l'opinione pubblica, la quale mai non perdona, severamente giudica di queste nomine, e più severamente vendica i torti fatti all'uomo di merito posposto all'uomo mediocre;</p>
<p>Considerando che queste poco scrupolose e soverchiamente liberali elezioni sconfortano i più meritevoli, e incoraggiscono i più comuni talenti sopportando che i suffragi degli elettori vengano insinuati o da locali riguardi, o dalla parzialità personale, o dall'ambito dell'amicizia;</p>
<p>Considerando che una Società Letteraria, di cui fanno parte (e certamente la più onorevole) i due Capi supremi della Repubblica, non può mai abbastanza procedere con rigore alla scelta de' suoi colleghi;</p>
<p>Considerando finalmente che le nomine recentemente fatte non sono per verun modo legali, poiché l'Adunanza da cui derivano non aveva né il numero che la legge domanda, né quello che vuolsi dall'uso di tutti i Corpi di tal natura, a solo ed unico fine di occorrere fin da' suoi principj a un abuso, che, trascurato, può in processo di tempo nuocere fortemente alla dignità e all'onore dell'Istituto, il cui edificio ha bisogno di fondamenti alti ed irreprensibili, Noi abbiamo concordemente riputato debito nostro il portare alla cognizion del Governo la rispettosa e giustissima nostra disapprovazione in questi fatti, ond'esso nella saviezza e discrezione de' suoi giudizi opportunamente veda e provveda.</p>
<closer><signed>Moscati ex—Presidente</signed> <signed>Paradisi</signed> <signed>D. Brunacci</signed> <signed>Monti</signed> <signed>Oriani</signed> <signed>Reggio</signed> <signed>Cesaris</signed> <signed>Castiglioni</signed> <signed>Appiani</signed> <signed><hi rend="italic">per Lamberti assente</hi> V. Monti <hi rend="italic">di commissione</hi></signed> <signed>Paletta</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>799.</head>
<opener><salute>Al cittadino ANT. FORTUNATO STELLA — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1803-1804</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Stella.</p>
<p>Non è che un eccesso di delicatezza il dimandarmi cosa che è già tutta in arbitrio vostro. Disponete dunque del <title>Gracco</title> a vostro senno. Dopo le correzioni che io vi feci, è già molti mesi, io non l'ho più guardato, né ho in animo di più guardarlo, perché molte volte la lima porta via il meglio.</p>
<p>Onde si resti per sempre quale ora sta. Voi portatene liberamente il vostro giudizio, e consultate il vostro cuore nel silenzio delle regole d'Aristotele, perché nel cuore sta tutta la poetica della tragedia.</p>
<p>Ricordate a Dandolo la mia amicizia, alla sua bella metà il mio rispetto, ed amatemi quanto vi amo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>800.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MARTELLI — Piacenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Gennaio 1804.</date></opener>
<p>Caro Martelli.</p>
<p>La ristampa del mio <title>Persio</title> in Piacenza mi pregiudica senza dubbio, ma il mio rammarico principale si è che, sendo corsi parecchi errori nella mia edizione, son certo che questi si ripeteranno miseramente senza discapito dei nuovi che gli editori piacentini vi aggiungeranno del proprio. Che ci vuoi fare, mio buon amico? Il latrocinio tipografico è divenuto un'arte liberale e i poveri scrittori debbon lasciarsi divorare il frutto de' lor sudori e tacere, o al più bestemmiare senza profitto. Contuttociò io ho già venduta, ma a rotta di collo, ad un negoziante di libri tutta la mia edizione, e appena fatto il contratto egli l'ha subito cresciuta di prezzo, e pochi esemplari di più ne rimangono. So ch'egli te ne ha spedito in mio nome e secondo la tua richiesta 30 o 40 esemplari. La premura che ti prenderai per esitarli di un modo o dell'altro la reputerò usata a me stesso, e te ne avrò la medesima obbligazione. L'onestà vuole che io me n'interessi; quindi tel raccomando. Un esemplare a parte l'ho tenuto espressamente per te come dono dell'amicizia, e tel manderò colle <title>Prolusioni</title> che attualmente si stampano.</p>
<closer>Un saluto a tutti gli amici nostri e sta sano. Il tuo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>801.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Gennaio 1804.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Gli è un puro accidente ch'io sia tornato in questi giorni da Pavia a Milano per la pubblicazione di certe mie stampe, ed abbia trovata qui ferma in posta la vostra lettera e quella di vostro genero. Ciò vi sia detto per discolpa del mio tardo rispondere.</p>
<p>Dal Martinetti di Bologna vi sarà spedita a Ferrara una cassetta entro la quale troverete un contrassegno del nostro giubilo per la Caterina e per suo marito. Ve ne avrei volentieri dato un altro in versi siccome desideravate, ma né l'angustia del tempo me lo consente, né per tutto mi conviene nella qualità di membro dell'Istituto, le cui austere e rigide discipline non permettono di abbandonarsi alle poetiche frascherie nuziali, né dottorali, né altre simili, già sbandite dalle severe istituzioni presenti della gioventù, alla quale io debbo dar esempio e non scandalo. Del resto, voi avete tutta la ragione di essere lietissimo. Il partito è il più bello che mai poteste desiderare.</p>
<p>Nella lettera che Costanza scrive alla Caterina, ella si lagna di averle scritto altre volte e di non averne mai avuta risposta, non sapendo che queste sue lettere con altre scritte a D. Cesare son io che le ho trattenute perché piene di scarabocchi e di negligenze. Perciò dite a Caterina che si regoli nel rispondere. Ditele ancora che se qualche volta le venisse il desiderio di qualche onesta moda per comparire in abito conveniente al suo stato, invece di farsene mandare il figurino mandi ella piuttosto la misura dell'abito, perché così lo avrà bello e fatto a dovere, con minore spesa e di gusto.</p>
<p>Posdimani io ripartirò per Pavia, e non sarò di ritorno che per le ferie di carnevale. Ciò vi serva di regola.</p>
<closer>Un saluto di cuore agli sposi e a tutti i vostri figli, i quali non si lamenteranno, cred'io, ch'io non mandi loro mai niente di ciò che stampo, giacché né pur essi mai mi scrivono. Assicurateli nondimeno che li amo sempre teneramente. Vi abbraccio, caro fratello, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>804.</head>
<opener><salute>Al cittadino Consigliere FELICI Ministro dell'Interno — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pavia, 19 Marzo 1804.</date></opener>
<p>Cittadino Consigliere e Ministro.</p>
<p>Forse io prendo consiglio dal mio amor proprio più che dall'intima mia coscienza nell'accettare la commissione di cui mi onorate, e forse voi stesso, Cittadino Ministro, avete guardato più alla vostra benevolenza verso me che al peso dell'opera nell'addossarmela, e credendo di aprirmi una via di riputazione, mettete in sommo pericolo quella poca di cui pare ad alcuni che il pubblico mi sia cortese. Ma comunque debba andar la faccenda io sono al vostro comando.</p>
<p>E delle due condizioni di cui mi gravate adempio la prima col significarvi che i personaggi isolati della Cantata non saranno che quattro oltre due cori, l'uno de' quali sarà composto di donzelle, di giovinetti e di vecchi, l'altro di quattro o sei cantanti e non più, ma tutti uomini armati. L'azione verrà frammezzata da un ballo che non solo non le sarà straniero, ma farà tutto un corpo e continuerà l'argomento anzi che sospenderlo, in guisa che la seconda parte della Cantata diventi progressione del ballo medesimo.</p>
<p>Fortunatamente la storia dei tempi eroici mi somministra un grande e famoso protagonista, nel quale presentasi opportunamente una vera e bella figura del carattere e della vita di Bonaparte considerato non solo come guerriero e politico, e liberatore della sua patria, e unitore di popoli, insidiato, invidiato, e sempre protetto dalla fortuna, ma di più istitutore di feste e di danze celebratissime, che presero il nome da lui, e si mantennero lungamente su gli antichi teatri, e che noi faremo rivivere.</p>
<p>L'altra condizione che alla metà dell'entrante io debba consegnarvi terminato il lavoro, interpreto che voi vogliate aver nelle mani quanto può bisognare sì per la musica che per le scene ed il ballo. Se tale è la vostra intenzione, io mi vi sottometto. Diversamente, vi supplico, Cittadino Ministro, di cercare poeta più coraggioso, e meno timorato d'Apollo; perché io per l'amore giustissimo di me medesimo debbo protestarvi che fino al momento della stampa, ed anche in mezzo alla stampa cangerò, limerò, accarezzerò il mio lavoro per quanto posso. Non mi lamento che al maestro di cappella concediate generosamente lo spazio di quarantotto giorni lunghissimi (dal 15 d'Aprile fino al 3 di Giugno), e al povero poeta non più di giorni brevissimi ventisei (da ieri, cioè, giorno che ho ricevuto la vostra lettera, fino al 15 dell'entrante); perché non essendo voi per sommo beneficio di Dio né poeta né musico, non potete sapere quanto una siffatta ripartizione di tempo la sia crudele ed ingiusta. Ma io non doveva tacervela, e Voi nel mio dirvela francamente non dovete avvisare che la mia vera premura di ben servirvi.</p>
<p>Dopo tutto ricevete le mie più vive azioni di grazie, e le sincere proteste della mia devozione e rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>806.</head>
<opener><salute>Al cittadino LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pavia, 9 Aprile 1804.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il soggetto della Cantata è Teseo non traditore di Arianna, ma purgatore della terra dai mostri che l'infestavano; Teseo compagno e successore di Ercole, liberatore di Atene dal giogo dei Pallantidi, congregatore di tutte le vicine città in una sola, fondatore di quella repubblica, gran guerriero, grande legislatore, grande politico; e, dopo tutto, istitutore di feste e di danze, dalle quali, coll'aiuto di Pausania, di Meursio, di Omero e di altri, si trarrà abbondante materia per ballo. Gl'interlocutori sono Teseo, Piritoo, Etra, un principe della città e del partito di Teseo, al quale non ho dato ancor nome stabile, ed il Coro composto di giovani e di fanciulle Ateniesi; il qual Coro agisce molto ad imitazione de' Cori tragici, ed ha bisogno nella parte delle donne di voci abili a cantar un qualche duetto.</p>
<p>Le scene della Cantata saranno quattro, due nella prima parte, e due nella seconda. La prima rappresenta il Partenone, e conviene copiarlo dalle tavole che ne ha date Barthélemy nel suo <title>Anacarsi</title>, o consultare Pausania che esattamente il descrive. La seconda è la vista del Pireo all'arrivo delle navi di Teseo, che torna dalla spedizione Amazonica. La terza è un gabinetto reale ad uso di Etra, ma di gusto attico, e conveniente alla modestia e semplicità di quei tempi. La quarta finalmente il Ceramico; e descrivere a voi il Ceramico, sarebbe opra perduta. Restano a dirsi cent'altre minuzie, alle quali si provvederà al momento, e che la sola viva voce può dare ad intendere. Ed ecco soddisfatto al vostro comando. Debbo dirvi che se volete limitarvi per economia a tre soli principali cantanti, Teseo, Piritoo ed Etra, ciò non solo non m'incomoda punto, ma mi fa servizio; perché usando io del Coro come i tragici greci, il Coro mi fa le veci di personaggio isolato tutte volte che mi bisogna per il dialogo. Nell'angustia, in cui vi rispondo, non ho tempo di trascriver nulla; ma col venturo ordinario manderò tutto il cantabile della prima parte tanto pei tre cantanti principali, che per il Coro.</p>
<p>Non so chi abbiate destinato in compositore della musica; ma se al poeta, che somministra la parola, è permesso il dir qualche cosa, vi avverto che la parola sarà tradita, se il maestro di cappella non ha molto foco e molt'anima, perché le arie ed i cori sono tutti sentimentali, e pieni di contrasto d'affetto. Se il Ministro vorrà permettermi di venire io stesso a sviluppare col maestro di cappella i miei pensieri (poiché lo scritto non può mai dir tutto), un'oretta di colloquio con esso lo metterà sulla strada di far onore al Governo, a se stesso ed a me, che più di tutti vi ho interesse, perché v'è di mezzo la mia riputazione.</p>
<p>L'acchiusa Memoria mi è stata caldamente raccomandata da Cattaneo, ed io a te caldamente la raccomando.</p>
<closer>Salutami Massa ed Annetta. Sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Che vuol dire questa nuova restrizione sopra le stampe? Vi sarebbe mai pericolo?… Ma non posso crederlo. Le dispute letterarie, quando rispettano le convenienze politiche, non possono né dar ombra, né meritare rimproveri, almeno presso gli amici del vero e del nome italiano. Tuttavolta scrivimi qualche cosa.</p>
<p>Mi dimenticava di dire che non intendo il valore di quel vocabolo tecnico <emph>interrompimento</emph>. Né saprei né pur dare su due piedi l'idea precisa del ballo che si può scegliere. Dirò solo che qualunque si sceglia de' molti bei fatti della vita di Teseo, crederei che dovesse aver luogo la danza che porta il suo nome, e che ha dominato per tanti secoli sulle scene, e della quale si può vedere la minuta descrizione nelle note del Cesarotti al canto decimo ottavo dell'<title>Iliade</title>. Ma s'io debbo occuparmi ancora di tutto il ballo, la Cantata finirà male. Io non ho spalle per tanti pesi.</p>
<p>Quanto al vestiario, il soggetto lo dice. È necessario il dire però che nella seconda parte v'ha un Coro di fanciulli e di giovini Trezenesi, i quali e le quali, mutato il colore del manto, saranno gli stessi che agiscono nella prima parte in qualità di Coro Ateniese.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>808.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIULIO CESARE TASSONI Ministro della Repubblica Italiana in Toscana.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, Giugno 1804.</date></opener>
<p>Tre valorosi studenti dell'Università di Pavia, di nazione greca, e giovini di età, ma vecchi di senno, Andrea Mustoxidi, Vittore Capodistria, Stamo Gangadi, mettendo a profitto gli ozi delle vacanze, si recano nella Toscana a vedere biblioteche e letterari stabilimenti. Addetti siccome sono alla nostra Università, essi hanno in qualche modo diritto alla protezione del nostro Governo; ed io, che sommamente gli amo e gli stimo, a voi caldamente li raccomando. La distinta loro educazione, la loro saviezza, gli onesti loro costumi mi fanno certo che voi, amico quale siete delle bennate e colte persone, li riceverete lietamente nella vostra amicizia, e faciliterete loro i mezzi per soddisfare alla scientifica loro curiosità. Alla quale vostra benevolenza e premura mi rendo sicuro ch'essi faranno onore per tutto, mettendoli anche in compagnia de' più canuti. Affido adunque alla vostra direzione e alla vostra guardia questi giovani indagatori della sapienza, e reputerò usate a me stesso tutte le attenzioni che voi ad essi praticherete.</p>
<p>Fatemi degno di qualche vostro comando, e gradite le sincere proteste della mia costante amicizia non disgiunta da quella stima e rispetto che per tanti titoli meritate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>810.</head>
<opener><salute>Al cittadino Consigliere FELICI Ministro dell'Interno — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Giugno 1804.</date></opener>
<p>Cittadino Ministro.</p>
<p>Alle tante dimostrazioni della bontà vostra piacciavi, Cittadino Ministro, di aggiungere anche questa, di presentare al Vice—Presidente nell'accluso foglio l'espressione della mia riconoscenza, e di avvalorarla colla viva voce Voi stesso.</p>
<p>Gradite ad un tempo ch'io ripeta a Voi in particolare i sentimenti di questa medesima gratitudine accompagnati da quelli del mio profondo rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>811.</head>
<opener><salute>Al cittadino MELZI D'ERIL — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Giugno 1804.</date></opener>
<p>Cittadino Vice—Presidente.</p>
<p>Un mandato di cento zecchini e una bellissima tabacchiera d'oro per pochi versi male scritti e peggio cantati, questa è munificenza degna del vostro cor generoso, ma che non queta nella mia coscienza il rimorso di averla mal meritata. Ove troverò io dunque parole per ringraziarvi? Né qui finisce la bontà vostra. Mentr'io mi aspettava la sorte di Cherilo, al quale, per aver goffamente lodato Alessandro, fu fatto precetto di non mai più scrivere un verso su quel grand'uomo, Voi mi comandate di nuovamente cantare pe' 16 agosto l'Alessandro dei nostri tempi. Mi lusinga moltissimo la liberale vostra opinione, ma mi turba fortemente il timore di non poterla ben sostenere, ed io avrei amato sinceramente che in questo secondo arringo aveste fatto pericolo di altro miglior talento. Vi è piaciuto diversamente, e a me conviene rispettare il supremo vostro volere. Ma voi disponetevi a compatire, considerando ch'io batto per obbedirvi una carriera per me novissima. Il tre di giugno è stato fatale alla riputazione degli attori e del compositore di musica: non faccia Dio che il 16 agosto sia fatale al poeta.</p>
<p>Queste e più altre cose avrei desiderato di potervele a viva voce significare. Non osando di chiedervi questa dolce soddisfazione, né il contento di esprimervi personalmente la mia riconoscenza, pregovi di creder che io la porto scritta nel cuore, e che niuno mi avanza nel rispettarvi, nel riverirvi, e formar voti per la lunga conservazione d'una vita a tutti preziosa, come la vostra.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>813.</head>
<opener><salute>A Don GIUSEPPE CARCANO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Luglio 1804.</date></opener>
<p>Il Governo, di cui venero le superiori disposizioni, può ben avervi ordinato di abboccarvi meco onde concertare la cosa che a me tocca proporre, e a voi eseguire, per la cantata; ma non però avervi autorizzato a parlarmi con padronanza, né a scrivermi, siccome fate, in tono di superiore; perché il Governo, dinanzi al quale io e voi veramente siamo così assai poca cosa, sa rispettare la dignità di ciascuno nell'atto medesimo di comandare, siccome sa mettere alquanto di differenza tra il carattere vostro e il mio. I termini adunque di <quote>dovuta subordinazione</quote> riservateli per la vostra anticamera e per chi vende in teatro trenta soldi al giorno l'opera sua, e sappiatemi grado se qui finiscono i miei lamenti. Se voi siete direttore generale degli spettacoli teatrali, questo titolo è ancor troppo piccolo per darvi il minimo titolo alla mia subordinazione; e io pure, se nol sapete, ho i miei titoli, dall'opinione pubblica e dal Governo medesimo riputati un poco più rispettabili che non i vostri; e quando vi permettete di manometterli, mi forzate a riflettere che non mi è lecito degradarmi per obbedirvi. Mi sarà dolcissimo il farlo, e a tutte l'ore, e senza riserva, quando voi cangerete segreteria; quando cesserete di credermi vostro umilissimo subalterno, in vece di vostro amico; quando mi dispenserete dall'obbligo di essere ai vostri piedi a ricevere ordini vostri; quando alfine mi parlerete il linguaggio non del comando, ché su di me non ne avete, né potete avere giammai: ma quello dell'amicizia e della convenienza: diversamente ove per disimpegno del vostro ufficio vi occorra nulla da me, piacemi di avvisarvi che io abito nella contrada Torchio dell'olio, n.2984.</p>
<p>Vi saluto con la stima che vi si deve.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>814.</head>
<opener><salute>A Don GIUSEPPE CARCANO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Luglio 1804</add>.</date></opener>
<p>Piace a voi l'avvertirmi, che come Carcano siete nulla, ma tutto come direttore de' Teatri. Piace a me l'accertarvi che io vi rispetto in senso tutto contrario; cioè moltissimo come Carcano, perché ottimo cittadino, al quale mi legano i doveri di società, ma nientissimo come direttore de' teatri, perché io mi sto mille miglia lontano dalla vostra giurisdizione. Veggo bene che le chiare stesse espressioni tornano nuovamente a percuotere sul punto della mia da voi sognata subordinazione; ma il lodevole vostro zelo nel sostenere la vostra dignità perché non venga avvilita, m'insegna né più né meno la norma onde mettere io pure in salvo la mia. E primieramente mi prendo, se il concedete, la libertà d'insegnarvi, che la più cauta via onde essere rispettato, si è quella di rispettare, e non trascorrere i limiti de' diritti che vi competono. Mi do in secondo luogo l'onore di assicurarvi, che mi è impossibil cosa l'accorgermi de' miei doveri verso di voi, postoché voi non vi accorgete de' vostri verso di me. Non che il direttore, foste anche l'imperatore di tutti i teatri dell'universo, finché seguitate a sognarmi vostro subordinato, voi non solo sarete nella mia testa mai e poi mai quel tutto che mi assicurate di essere; ma sarete anzi, siccome il siete di fatto, un assoluto nulla, sempre e poi sempre. Dicovi inoltre, che il ricordare a me la subordinazione ai vostri voleri è un insulto: un insulto il chiamarmi al vostro cospetto, ed ha più del delirio il persistere direttamente o indirettamente in questa ridicola pretensione. Dicovi, e vel ripeto, che in proposito della Cantata, tocca a me l'ideare ed il prescrivere, ed a voi l'eseguire: e questi sono i veri rapporti della seria nostra incombenza: dicovi, che voi non avete sul mio scritto verun diritto né di approvazione né di giudizio, cose tutte spettanti al tribunal politico e letterario, separato affatto dal vostro: dicovi finalmente, che se voi desiderate di parlar meco su questi oggetti, io pure il desidero; ma che il nostro desiderare non potrà mai adempirsi che in casa mia, a meno che voi non vi degniate di farmi avvisato, che lei molte faccende vostre vi vietano di lasciarvi portare dai vostri cavalli alla mia umile abitazione, pronta sempre a ricevervi con letizia e rispetto.</p>
<p>Al minimo cenno, che mi darete in iscritto di questi vostri legittimi impedimenti, voi mi avrete tutto pronto ai vostri comandi, e tutto lieto e sollecito ad ubbidirvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>816.</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Agosto 1804.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Delle due lettere che accompagno l'una è di Costanza, e la darete alla Caterina, l'altra è mia e va a Giovannino. Desidero che la leggiate prima di consegnargliela, perché contiene i veraci miei sentimenti verso la vostra famiglia.</p>
<p>Ad una lettera che molti mesi addietro vi scrissi, voi mi faceste rispondere da vostro figlio. So che quella lettera vi colse in un tempo per voi doloroso, perché vi trovavate in pericolo di perdere due cari oggetti, la figlia e lo sposo. Ma cessati quei momenti di afflizione perché non iscrivermi né pur una riga? Perché non dirmi se finalmente il matrimonio è seguito? Io mi trovo all'oscuro di tutto, e nondimeno non potete ignorare che io prendo parte con tutto il cuore nelle vostre fortune e in quelle della vostra famiglia. Gli è vero che io pure sono assai economo delle mie lettere. Ma nondimeno la natura delle nostre proprie occupazioni mi rende più compatibile. Ciò tutto sia detto per accertarvi che l'esser privo di vostre nuove mi fa dispiacere.</p>
<p>D. Cesare vi consegnerà per conto mio sessanta crocioni, che voi mi farete il piacere di riversare nelle mani del fratello di Containi, da cui li ho presi ad imprestito. Vi prego di estinguere questo piccolo debito al momento che vi verrà presentata una mia lettera d'avviso su questo oggetto, perché amo di essere esatto con questo amico.</p>
<p>Moratelli (sul quale mi riporto a quanto scrivo a Giovannino) Moratelli mi ha raccontato cose consolantissime per l'ottima riuscita di questo ragazzo e del terzo genito. Al contrario mi ha rattristato sulle cose dettemi di Fedele. Mi figuro per questa parte la vostra afflizione, ed entro nel cuore d'un padre che sacrifica la sua vita per la felicità de' suoi figli. Non so le vostre risoluzioni, ma se la sua condotta vi portasse al rigore, apritemi il vostro cuore, perché tutto l'aiuto che potrete desiderare dall'autorità superiore ve lo procurerò. Desidero di non dovervi mai rendere questo officio, ma desidero insieme la vostra pace.</p>
<closer>Sono di cuore vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>817.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Agosto 1804.</date></opener>
<p>Nipote carissimo.</p>
<p>Ho trovato nel professor Moratelli una degna e brava persona, e mi sono studiato di farlo subito amico mio e padrone della mia tavola, che qualunque siasi è sempre a sua disposizione. Gli ho procurata inoltre la conoscenza di distinto e cultissimo personaggio, il Consultor Paradisi, che subito lo ha onorato d'un pranzo, e posdimani lo presenterò al Consultore Moscati, altro grand'uomo della Repubblica. Se non fosse che Containi non ama che il Liceo di Ferrara lo perda, sarei tentato di farlo nominare professore a Pavia, ove appunto è vacante la cattedra di fisica sperimentale, in quel teatro di scienze, il primo non solamente della Repubblica, ma di tutta l'Italia, ed anche d'Europa, avrei speranza che Moratelli potesse crearsi una bella riputazione. Egli non sa nulla di questa mia intenzione, e se posso combinarla con Containi, mi provo di darle effetto, né mi manca mezzo di farlo.</p>
<p>Due sole lettere vostre ho ricevuto dacché ci siamo divisi, e l'ultima si è quella recatami da Moratelli. Volentieri vi manderei l'edizioni di tutte l'opere mie; ma di tante, che sono uscite ed escono tutto giorno per librarie speculazioni, nissuna edizione è completa, ed io stesso presso di me non ho quasi nulla dello stampato. Presentemente lavoro intorno ad un'opera che mi tiene tutto occupato, e ne ho di più sulle spalle un'altra addossatami dal Governo per l'incoronazione di Bonaparte. V'è proprio dei momenti, in cui la testa mi fugge per la fatica, né so come la salute mi regga. Se porrete mente che la natura de' miei travagli non consente né distrazioni, né allentamento di fantasia, vedrete facilmente il perché non trovo mai tempo di scriver lettere neppure ai più cari. E questa e alcun'altra, a cui do corso in questo ordinario, mi costa un tempo prezioso; ma il cuore vuol pure anch'esso talvolta le sue soddisfazioni. Moratelli nel parlarmi di voi e de' vostri fratelli e de' miei, mi ha svegliato un ardentissimo desiderio di rivedervi tutti e abbracciarvi. Sperava d'intervenire alle nozze di Caterina. Ma come si fa? Io non sono padrone di me medesimo. Salutatela carissimamente del pari che suo marito, e ditele che io godo de' suoi contenti, come fosse figlia mia propria.</p>
<p>E veramente, crediatelo, io v'amo tutti, e vi porto tutti nel cuore. Vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>818.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Agosto 1804.</date></opener>
<p>Nulla ho mai saputo de' vostri incomodi, e godo di sentirli guariti. Se avete preso il partito di riposarvi, la risoluzione è da saggio, e desidero che in questa vi manteniate.</p>
<p>Scrivo al fratello, che farò il possibile per intervenire alle nozze di Caterina, e mi sarà stimolo a farlo il desiderio di conoscere personalmente lo stato di vostra salute. Onde aspetto l'avviso del tempo che si dovran celebrare.</p>
<p>La Costanza, a cui ho dato di ciò buona speranza, ne va tutta lieta, e sta disegnando la testa d'una Madonna da portarvi in regalo.</p>
<p>Vi ringrazio del denaro che avrete rimborsato al Commesso di Containi; e se altro vi restasse da potermi spedire, sarà buono per il viaggio e per lasciare il bisognevole delle spese occorrenti a chi resta.</p>
<p>Pur troppo è vero per tutti i Dipartimenti il disordine delle amministrazioni e la pessima esecuzione della legge di circoscrizione. Ma il male per ora non ha rimedio. Ecco le poche nuove che oggi corrono. Il principe Luigi si attende fra giorni a Torino, e il Prefetto di Palazzo e il Ministro dell'Interno sono partiti per andarlo a complimentare. Terminate le assemblee elettorali del Piemonte, egli passerà, come credesi, da Milano, e andrà a trovare la madre e la sorella ai Bagni di Lucca. Il Papa dicesi sulle mosse ancor esso per recarsi a Parigi ad incoronare il novello Imperatore; funzione alla quale ben era da credere che non sarebbesi ricusato, perché troppo giovevole agli interessi della Chiesa. Tuttavolta raccontasi che quattordici Cardinali siano stati di voto contrario a questa deliberazione. Che intanto la buona armonia tra la Francia e la Russia sia rotta, non si pone più in dubbio, e temesi di qualche mala intelligenza colla Corte di Vienna. Se questa si avvera, ecco di nuovo la guerra. La sola Prussia sta salda, e protesta di mantenere colle armi la sua neutralità. I Principi dell'Impero Germanico probabilmente faranno altrettanto, non tornando conto ai medesimi l'entrar in ballo e l'essere i primi ad andare colla testa rotta. In somma gli affari politici dell'Europa sono un'altra volta ingombri di nuvole; e la Francia, anzi che cercare di dissiparle, pare che goda di vederle ingrossarsi.</p>
<p>Dio ci guardi da altri turbini.</p>
<p>Abbiate cura di vostra salute, ed amatemi come vi amo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>821.</head>
<opener><salute>A GIAN BATTISTA MARTELLI — Miasino nella Riviera d'Orta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Settembre 1804.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La tua lettera mi strappa il cuore, e mi lascerebbe desolato per tutto il resto della mia vita, se non mi confortasse la speranza che la malinconia dell'animo ti abbia fatto esagerare il pericolo de' tuoi giorni. Mio caro Martelli, mio caro amico, la vita non è un gran bene, e quando l'avversità la travaglia è un guadagno l'abbandonarla. Ma la forza delle fisiche infermità dipende assai volte dalla prostrazione dello spirito, e la prima delle medicine è il coraggio. Fa dunque core, invoca il soccorso della fantasia, che quando è lieta è la migliore amica dataci dalla natura, e quando è trista ci uccide. Se è vero che ti consoli la memoria della mia amicizia, e tu scrivimi e sfogati col tuo amico, e pensa alla gioia che gli darai annunziandogli buone nuove di tua salute. E se hai qualche peso sul cuore, fanne il deposito nel mio petto. Usa insomma di tutte le tue forze morali onde ravvivare quelle del corpo, né voler esser l'assassino di te medesimo.</p>
<p>Vivo impaziente delle tue nuove. Se ti nuoce lo scriverle di tuo pugno, fallo per altrui mano, te ne scongiuro.</p>
<closer>Ti abbraccio col cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>823.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Ottobre <add resp="ed">1804</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Non potendo io, come v'ho scritto, accompagnare Teresina e Costanza, né volendo esporle sole agl'incomodi e pericoli d'un viaggio non breve, io cercava loro un compagno, e sperava d'averlo trovato in Samaritani di Lugo. Ma io l'ho saputo troppo tardi, ed egli è partito. Altre due occasioni una di Raspi ferrarese, e l'altra d'un riminese sono mancate per la stessa ragione. Mi trovo quindi imbrogliatissimo, e non veggo altro partito che di cercare un legno ad imprestito, cosa molto difficile, ma che nulladimeno spero dal Consultor Caprara, e se mi capita un galantuomo qualunque siasi che abbia bisogno di condursi a Bologna o in Romagna, io le metto a dirittura in viaggio. Intanto sul dubbio che possano essere a Fusignano per il 14, cercherò occasione di spedire le cose ordinatemi dal fratello per la Caterina, vale a dire un abito, un pettine e qualche ornato da testa, e la cassetta è già tutta pronta. In queste incertezze è inutile che si mandi alcuno a Bologna per prendere Teresina e Costanza, perché non son certo che siano in caso di partire lunedì come vi aveva già scritto. Altronde s'elle verranno, la distanza da Bologna, a Lugo è sì poca, che in un modo o nell'altro troveranno il modo di venire da sé, e se non fosse l'imbarazzo della ragazza, Teresina sarebbe partita questa sera medesima col corriere, non dandole veruna pena lo strapazzo della posta senza riposo.</p>
<p>Quanto a me, io mi sono sbarazzato, come vi scrissi, dalla cattedra di Pavia, sono liberissimo di me medesimo, e se non fosse che da un momento all'altro possono arrivare delle nuove da Parigi che mi obblighino a trovarmi in Milano per la festa dell'incoronazione, io mi metterei in viaggio per Fusignano. Passato questa circostanza, nessuno mi vieta di recarmi costà e restarvi a mio piacimento per due per tre e più mesi dell'anno. Caso adunque che mi venisse differito adesso il piacere di abbracciarvi, questo piacere non mi verrà tolto per l'avvenire.</p>
<closer>Comunicate a Francesco Antonio quanto vi scrivo, acciò gli serva di regola, salutate caramente gli sposi, e amatemi ché io sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>824.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Ottobre <add resp="ed">1804</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>All'arrivo di questa spero già arrivate felicemente Teresina e la figlia. La loro partenza è stata così precipitosa, che nella confusione mi è sfuggita l'avvertenza di far loro due righe d'accompagnamento. Non ve le raccomando perché sarebbe un oltraggio al vostro buon cuore. Sbrigate le mie faccende e la stampa d'un'operetta consegnata al torchio quest'oggi, io volerò a Fusignano, e vi starò tutto il tempo che voi vorrete. Dite al fratello che costituisco lui pure custode delle mie due peregrine, e che spero si comporteranno in modo da meritare e la vostra e la sua benevolenza. Quanto a Costanza siatele padre, e prendetene tutto l'arbitrio. Non perderà nulla nel cambio.</p>
<p>Mi figuro che la cognata sarà intervenuta anch'ella alle nozze. Fate dunque a lei pure la mia raccomandazione e salutatemi caramente gli sposi. L'acclusa la passerete a mia moglie.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivete a Gianfedele che sua cognata avrà piacer di vederlo, e che io poi andrò a mangiargli una buona insalata in Bagnacavallo per ringraziarlo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>825.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAMBATTISTA MARTELLI — Miasino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Ottobre 1804.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Mi giunge la tua carissima sul punto di partire da Milano per una villeggiatura di quattro giorni, e ti fo una breve risposta.</p>
<p>Per quanto io vegga serio il tuo male, nondimeno il cuore mi dice che tu mi sarai conservato. Ma non ti meno buona la sorgente che tu mi accenni delle afflizioni che ti consumano. Perché la terra è coperta di scellerati, dovremo noi abbandonarla per questo? Se vi sono delitti, non vi sono fors'anco delle virtù? E appunto perché sono poche, non sono forse più belle? Che merito avresti tu dell'essere virtuoso se tutti lo fossero? Caccia dunque dal cuore le malinconie di spirito e conservati all'amicizia, a questa buona e fedele compagna degl'infelici; parlo dell'amicizia che mi ti lega, e raccomanda di serenarti, di confortarti e di vivere.</p>
<p>Ove potrai farlo senza nocumento della tua testa, continuami le tue nuove, e fa che io le intenda sempre migliori.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>826.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 22 Ottobre <add resp="ed">1804</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Teresina è incantata delle attenzioni che riceve da tutta la nostra famiglia, specialmente da Voi. Io ve ne ringrazio con tutta l'espressione del cuore, e vi prego di continuarle la vostra amorevolezza, sicuro che rimarrete contento della sua savia condotta, poiché adesso che voi medesimo siete in istato di giudicarlo potrò accertarvi senza timore che mi sospettiate d'esagerazione, che Teresina è donna di gran carattere, e di scelta educazione, e di cuore eccellente.</p>
<p>Io avrò finita tra pochi giorni la mia stampa, e non accadendo impedimento per parte de' Superiori, volerò a Fusignano. Intanto fate buona compagnia a Costanza e sua madre, e abbiatemi presente in questi due oggetti a me cari.</p>
<closer>Salutate il fratello, la Caterina, lo Sposo, e tutti carissimamente. Vi abbraccio in fretta e di cuore. Vostro <signed> Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>829.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">TERESA MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Novembre <add resp="ed">1804</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Teta.</p>
<p>Ho una nuova da darti, la quale si va divulgando per certa certissima, e che mi lascia in gran dubbio circa il partito che s'ha da prendere. Nei Grigioni si è manifestata la febbre gialla. Gli Svizzeri hanno tirato il cordone su i nostri confini, ci considerano come già attaccati di questa peste, e l'affare si fa più serio ogni giorno. Si è scoperto che tre facchini scappati tempo fa da Livorno sono passati per Milano, e che hanno dormito con tutti i nostri nella Dogana. La commissione di sanità, alla cui testa è Moscati (il quale ti saluta, e non sapendo che sei costà era venuto a pigliarti per averti seco a pranzo in bellissima compagnia) la commissione, io ripeto, di sanità ha ordinato rigorosamente a tutti i medici di denunziare subitamente tutte le qualità delle febbri che si manifestano, e, ti dico il vero, si sta in grande agitazione. Tengo preparato il mio passaporto per iscapparmela al primo romore che sento, e ringrazio Iddio che tu e Costanza siete lontane e meno esposte al pericolo.</p>
<p>A queste nuove di poca consolazione se ne aggiunge un'altra che fa girare la testa ai politici. Luciano Bonaparte sarà qui questa sera o domani. Il Ministro dell'Interno gli ha preparato in fretta e furia l'alloggio nel palazzo Archinti, tutto a sua disposizione. Melzi è lontano, e si è voluto per forza che vada a Parigi. Ognuno perde la testa.</p>
<p>Ti mando, franchi di posta e in questo stesso ordinario, venticinque zecchini. Ma perdonami se ti dico che tu hai mancato di confidenza con mio fratello, al quale se tu avessi esposto il bisogno in che ti trovi di farti qualche abito che ti difenda dalla stagione, son certo che egli sarebbe corso incontro al tuo desiderio. Non essere così delicata con persone che ti amano, ed apri loro il tuo cuore; né far torto a D. Cesare che ti considera non pure come cognata, ma come figlia e sorella.</p>
<closer>Dammi nuove, ti prego, di tua salute, e di Costanza e di tutti di casa, quand'anche le tue lettere mi dovessero trovare già partito di qui per le ragioni che già ti ho dette. Ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Cencio</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>831.</head>
<opener><salute>Al cittadino VINCENZO CUOCO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 9 Dicembre 1804.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>E me pure due lodevoli ragioni movevano a desiderare che quell'onorevole vostra critica venisse pubblicata; la prima, perché mi porge occasione di far pubblica la mia stima verso di voi; la seconda, perché mi dà campo di rendere più evidente la mia interpretazione. Ove adunque vogliate gratificarmi, amerei che deste alla vostra difficoltà quella maggior estensione, di cui la vi parrà suscettibile, ritenendo, se così vi piace, le conseguenze che ne avete dedotte, e nulla togliendo di quelle riflessioni che le dànno più peso; ma ciò tutto col vostro interissimo beneplacito. Credo, così operando, che l'urbanità letteraria vi farà guadagno per l'una parte e per l'altra, e molto più la nostra amicizia, che per parte mia vi protesto sincera per ogni verso.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>833.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Dicembre 1804.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>Se ho potuto lasciare di scrivervi, non ho mai lasciato d'amarvi, né potrei cessarlo, volendo, senza taccia d'ingrato. Ne attesto il cielo, e le tante obbligazioni che vi professo, e la fede de' miei amici, a' quali mi sono fatto in ogni occasione un diletto di raccontare per quanti modi vi avete acquistata la mia eterna riconoscenza, massimamente nei dolorosi giorni della mia dimora in Savoja e in Parigi. E nullandimeno il mio silenzio con voi non è stato senza il giusto perché. Dopo di avervi io pagata presso il pubblico la infinita mia gratitudine col predicarla (unica via di pagamento che la mia povertà permettevami), posso io, mio degno Amico, supporre che Voi possiate consentire o volere, che io soddisfaccia al mio debito colla borsa, quando non ho che il cuore da offerirvi per sdebitarmi? Posso io credere che voi vogliate in minima parte la diminuzione della vostra beneficenza? e una restrizione alla mia gratitudine? Questo linguaggio vi giungerà nuovo per certo, e nondimeno è tratto dal vero, e la mia impotenza a saldare di altro modo i miei debiti, dico la pubblica confessione dei medesimi, mi ha tenuto e mi tiene sepolto nell'amarezza; ed ecco il triste motivo del mio tacere con Voi. Non so se avrò fatto bene o male coll'accennarvelo, ma l'aver voi dimandato a Paradisi conto di me, e in termini di tutta benevolenza, ciò mi ha mosso ad aprirvi in parte il mio cuore, e ve l'aprirò, se il desiderate, del tutto, a due condizioni. La prima, che ove Voi siate ignaro dei pagamenti a cui sono stato sollecitato, mi diate parola da cavaliere di non farne alcun motto con chicchessia; la seconda, che se questo è vostro volere, mi assicuriate che ciò niente nuoce all'antica nostra amicizia, e mi concediate l'aspettazione di circostanze più commode per isciogliermi d'ogni debito. La confiscazione di tutti i mobili domiciliari fattami dai Tedeschi, e più la ruina venutami dal gravissimo furto accadutomi due anni fa in Milano ha talmente subissata la mia domestica economia, che da quell'epoca in poi non ho potuto più rialzarmi. Ma basta di queste cose.</p>
<p>Mi consola il sentire da Paradisi che avete gradito l'esemplare che vi ho mandato dell'ultima mia operetta, e ve ne trasmetto altre due copie, una per l'amico Mimaut (del quale gradirei un articolo su qualche accreditato giornale, se egli la stima non indegna di questo onore) e l'altra per Acerbi.</p>
<p>Salutatemi vostro figlio, cui ho avuto il bene di conoscere in Milano, e prenderlo in amore sì per le sue proprie qualità che per quelle del padre. Non vi porto i rispetti di Teresina, perché, avendola mandata a Ferrara per le nozze di una mia nipote, i vostri Bolognesi me l'hanno fermata nel suo ritorno, e contano di ritenermela colà per qualche recita nel Teatrino dei Dilettanti. Mille saluti a Giustiniani e a Giardini, e se la mia preghiera non è superba, ricordatemi a Melzi, e rimandatecelo presto e carico di buone nuove per la Repubblica.</p>
<closer>Vi confermo i sentimenti indelebili della mia stima e riconoscenza, e vi abbraccio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti </signed></closer>
<ps><p>P. S. Un caro abbraccio a Costabili.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>836.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MARTELLI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1804</add>.</date></opener>
<p>Caro Martelli.</p>
<p>Dalla viva voce dell'uomo che viene in tuo nome a prendere la mia risposta all'ultima tua carissima intendo che la tua salute va bene. Io ne sono lieto, lietissimo, e spero di presto abbracciarti.</p>
<p>Ti mando un esemplare del mio <title>Cavallo alato di Arsinoe</title>, e mi scuserai se non mi dilungo perché il tuo uomo attende in piedi davanti a me questa lettera, ed ho inoltre molte cose da scrivere.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>839.</head>
<opener><salute>Al cittadino LUIGI BOSSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Egregio Amico e Collega.</p>
<p>Ho procurato di fare a Mad. Staël e al professore Schlegel la miglior compagnia che per me si poteva, e vi rendo assai grazie dell'avermi procacciata la conoscenza di queste illustri persone. Ho il contento d'avere inspirata alla prima una miglior idea dell'italiana letteratura, facendola piangere largamente alla recita di qualche bel pezzo de' nostri classici, e forzandola a confessare di aver errato ne' suoi giudizi, de' quali mi ha promessa la ritrattazione. E in quanto a Schlegel ho colta dalla impertinenza del signor Akerblad occasione di fargli altamente comprendere l'ingiustizia degli stranieri nel sentenziare su i letterati italiani. Ma voi farete assai male se non pubblicate la confutazione di quel villano ignorante, ed io vorrei che si facesse una volta in Italia una santa e generale cospirazione contro i nemici del nostro nome. Parmi che l'unità degl'ingegni sia l'unico mezzo di conservare ancora all'Italia una onorata esistenza fra le nazioni. Ma noi siamo miseramente l'allegoria dei soldati di Cadmo, che nati fratelli, ma dal dente di vipera, scambievolmente si uccidono.</p>
<p>Conservatemi la vostra cara amicizia, e credetemi senza riserva il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>840.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1805</add>.</date></opener>
<p>Mi mancano le parole per ben rispondere alla vostra lettera generosa. Ho il cuore sì pieno, che mi è impossibile il trovar sillaba degna di voi. Ma uscite d'errore. Io ho bisogno non del vostro denaro, ma della tenera vostra amicizia, la quale mi fa ricco e superbo oltre ogni credere. Gli è vero che la mia salute non è in uno stato il più florido, gli è vero che ho delle afflizioni nel cuore, gli è vero che le mie pene si sospendono tutte quando sono con voi; ma voi mi avvilite, quando mi credete capace di accettare la vostra liberalità. Ve lo ripeto, mia cara Amica, mi è necessaria la vostra sola amicizia, e nulla più. Tutto che debole di salute, balzo dal letto per volare a ringraziarvi, e nel tempo stesso a lagnarmi di avermi voi offeso con una proposizione che quantunque suggerita da quell'eminente carattere di bontà, che vi fa così degna d'ammirazione e d'amore, nulla di meno parmi che mi degradi al vostro cospetto. Ma io vi perdono l'oltraggio, perché mi viene da un sentimento magnanimo e delicato.</p>
<p>Tra poco sarò in persona a porvi a' piedi il mio cuore e la mia viva e eterna riconoscenza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>841.</head>
<opener><salute>All'abate VINCENZO FOLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Sig. Follini ornatissimo.</p>
<p>A tutt'altri, che a lettor fiorentino, avrei stimato dover riuscire enigmatiche le parole, che alla pag. 71 della mia operetta sul cavallo alato d'Arsinoe vi ha uno mosso a onorarmi dei cortesi vostri caratteri, e a dimandarmene spiegazione. Che dovrò dire? Se quel <quote>pigmeo</quote> è tuttavia in Firenze un enigma, soffrite che resti tale per sempre, e voi mortificato, vi prego, con più onesto consiglio la curiosità vostra, che soddisfatta potrebbe dar luogo a nuovi pettegolezzi. È stata mia intenzione, voi lo vedete, di pungere celatamente persona, che pubblicamente e senza provocazione mi ha offeso; ma bramoso, siccome sono veracemente, di aver pace con tutti, godo che le mie punture sieno state sì lievi, che il pubblico non sappia ancor vederne il soggetto. Così avessi saputo in quella nota poco paziente tacer il nome di tale, che doveva in tutto sprezzarsi né mai lordarmi la penna. Ma il vederlo associato con uomini onoratissimi mi ha messo fuori dei gangheri, e sono stato per così dire forzato a farmi l'interprete della pubblica indignazione: perciocché nel paese in cui scrivo, gli onesti cultori de' buoni studi si reputerebbero altamente infamati coll'associazione de' buffoni e de' pazzi.</p>
<p>Ho interrogato, sig. Follini ornatissimo, persona che vi conosce, e vengo accertato che la probità vostra va del pari colla molta vostra dottrina. Vi prego adunque di pormi nel numero de' vostri amici, e di salutare caramente in mio nome, se mai lo vedete, l'avvocato Piccioli, nel quale potreste trovare per avventura l'Edippo che dimandate.</p>
<p>Mi rimetto alla sua discrezione, e sono con piena stima vostro obb.mo servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>842.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa STAËL—HOLSTEIN — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Conto le ore, conto i momenti dacché siete partita, ed ecco trascorsi due soli giorni del lungo spettare che mi rimane per rivedervi. Separato da voi, parmi che il tempo abbia perdute le ali, e nondimeno il core ha trovato in qualche modo la via d'ingannare la lunghezza di questa amara separazione. Il più della mattina lo passo in compagnia di Moscati, e ci aduliamo l'uno coll'altro col parlare di voi, e ci prestiamo un sollievo scambievole, perché esso pure il povero vecchio è rimasto dolente della partenza vostra. Da Moscati men vado da Madama Cicognara, e Voi di nuovo siete il soggetto de' miei discorsi, e trovo più amabile questa donna perché la trovo incantata di voi. Lo credereste? Sono stato ieri sera a fare una visita alla Viscontini, vi ho trovato Moscati, e l'uno e l'altro, mossi dal bisogno del cuore, non abbiamo avuto parole che per voi sola. Tutto questo, lo veggo bene, non è che un dilatare le piaghe, e crescer legna sul fuoco, e prepararmi un avvenire più doloroso. Ma voi lo sapete il cuore umano trova diletto nel trattare le sue ferite.</p>
<p>Quando son solo, chiamo in rivista tutti i dolci momenti che ho passati con voi sì deliziosi, sì rapidi, e mi accuso di non avervi seguita fino a Bologna, e sento di essermi fatto infelice per volere ascoltare i consigli della ragione, di questa noiosa pedante che avvelena tutti i piaceri di questa vita. Mi sono addormentato ieri sera leggendo la scena di Fedra da voi recitata, e mi sentiva per la memoria suonar nel cuore i vostri gemiti, le vostre lagrime. Appena svegliato questa mattina mi sono dato a tradurla, e se la versione mi riuscirà non del tutto infelice ve la spedirò, onde proviate se la lingua italiana è capace di ben sostenere tutto il calore della passione, e il patetico dell'accento. Così può darsi che vi somministri un nuovo motivo di sempre più conciliarvi con questo idioma.</p>
<p>Non voglio tacervi un altro miracolo da voi operato sopra di me. Non mi sono mai occupato di novità politiche, ed ora che queste ponno influire sul vostro andare o tornare mi do grandissimo moto per istruirmene. Vi sia dunque di norma il sapere (e la notizia mi viene da buon canale) che la grande armata dell'Oceano dicesi già disciolta in tre corpi, e che uno scende in Italia, un altro sul Reno, e il terzo rimane in osservazione. Se ciò si verifica, quale partito prenderete voi? Chi mi assicura del ritorno vostro a Milano o del tragitto vostro a Venezia, tosto che questi luoghi diventino teatro di guerra? E che farò io? In mezzo al rumore di queste nuove, di cui tutta la città è già piena, comincia a fuggir dai cuori la dolce speranza, che il principe Giuseppe possa venire nostro sovrano, e mi sorge nell'animo il crudele timore di non rivedervi più così presto. Desidero di potervi scrivere nel futuro ordinario cose più liete.</p>
<p>Mi avete comandato, partendo, di non dimenticare le nuove di mia salute. Che posso dirvi? Avete inteso il nuovo tenore della mia vita. Tutto il resto è tristezza e profonda malinconia. Non esco di casa che per cercare con chi far parole di Voi, né torno a casa che per chiudermi tutto solo nella mia stanza, e inviarvi dietro i pensieri turbati dalla paura che le distrazioni del viaggiare e nuove impressioni mi escludano dal vostro cuore. Questo lacerante sospetto prende vigore dalla coscienza, la quale mi avvisa del mio demerito. Non mi sostiene che la bontà del vostro carattere, e sarei più tranquillo, senza un rimorso che mi consuma, e che è tutta colpa di un'umiliante vostra liberalità. Soffrite, mia cara, mia buona amica soffrite che ve lo dica. La carta che mi avete lasciata per il sig. Fortis, questa carta mi pesa sul cuore, e mi dice che Voi forzandomi ad accettarla mi avete reso non degno della vostra stima. So bene qual uso farne, ma il non avervela onninamente restituita mi ha tolta la stima di me medesimo, e arrossisco di questo tormentoso deposito, la presenza del quale non lascia libera l'espressione della viva e pura mia tenerezza verso di Voi.</p>
<p>Vi prego d'un bacio espresso dal cuore sul volto de' vostri figli. Ricordate la mia verace e salda amicizia ai vostri compagni, e se vi preme consolarmi, scrivetemi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>844.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa STAËL—HOLSTEIN — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Per sola colpa del cursore della posta non ho ricevuta che ieri sera la carissima vostra in data di Lodi, e questo ritardo mi faceva già pensare ai funesti vaticinj di Schlegel. Ora il tenore della vostra lettera mi conferma di nuovo nella speranza, che egli sarà sempre un profeta bugiardo.</p>
<p>Quando esamino la natura dei sentimenti che a voi mi legano, pare a me pure che la nostra amicizia abbia già tutti i caratteri che il tempo imprime alle umane affezioni, e giuro che sono, non quindici giorni, ma quindici anni che i nostri cuori s'intendono e l'uomo sarebbe ben misero se per amare teneramente avesse sempre bisogno dei beneficj del tempo e dell'abitudine. Vivo adunque fermissimo nella speranza che <foreign lang="fre">Madame</foreign> Staël e Monti saranno amici fino alla morte.</p>
<p>Non so che possa avervi scritto di me l'ex—frate Breyslak. Ma io né l'amo, né l'odio, perché l'uno e l'altro di questi sentimenti suppongono delle qualità che li meritino. Certamente dal canto suo egli ha fatto il possibile per perdere tutti i diritti alla mia amicizia; ma ve l'ho già detto più d'una volta, il mio cuore è capace di sdegno, ma non di odio. Scrivetegli adunque come il vostro discernimento vi detta. Se io ho delle veementi ragioni per non legarmi con un tal uomo, voi non ne avete nessuna per non gradire l'omaggio che egli vi ha fatto della sua opera, e privarlo della vostra stima, di cui lo reputo non indegno. Basta che in Roma non dimandiate notizia di sua persona.</p>
<p>Anche ieri mattina e ieri sera Moscati ed io abbiamo fatto le nostre amorose meditazioni e colloquj sopra di voi. Ci siamo particolarmente confortati d'una nuova che vi darà piacere, e che da tutte le lettere di Parigi acquista tale probabilità, che già divenuta certezza. Il principe Giuseppe, secondo tutte le apparenze, è designato nostro Sovrano. Le nuove che nella scorsa mia dei 16 vi diedi intorno alla guerra, rimangono nello stesso piede, e solo si crede, per un espresso e pubblico detto dell'Imperator Bonaparte, che se le ostilità avranno luogo, ciò sarà per tutto altrove che in Lombardia. Ma queste sono mere parole.</p>
<p>Vi scrivo col cuore angustiato dal timore di dover perdere nel povero Rey un amico. Il suo stato è mortale, e i medici ormai l'hanno per disperato. Senza congiunti, senza la presenza dei suoi figli — in terra straniera — nel fiore degli anni. Quest'oggi, giornata critica della sua malattia, mi manca il coraggio di recarmi a prendere le sue nuove, e ad ogni aprirsi di porta temo un annunzio che mi funesti.</p>
<p>Con queste spine nel cuore non mi è stata possibile di terminare la traduzione della scena di Fedra, di cui vi ho scritto. Lo farò a mente più serena. Frattanto eccovi il sonetto di Minzoni che dimandate, e che meditato vi comparirà ancora più bello e patetico, <add resp="ed">che</add> non ha saputo rendervelo la mia voce.</p>
<quote rend="block"><lg type="sonetto"><epigraph><p>Et multa corpora sanctorum quæ mortua erant surrexerunt. <bibl><author>MATT.</author></bibl></p></epigraph>
<lg type="quartina"><l>Quando Gesù coll'ultimo lamento</l>
<l>Schiuse le tombe, e la montagna scosse,</l>
<l>Adamo rabbuffato e sonnolento</l>
<l>Levò la testa e sovra i piè rizzosse.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Le torbide pupille intorno mosse</l>
<l>Piene di maraviglia e di spavento,</l>
<l>E palpitando addimandò chi fosse</l>
<l>Lui che pendeva insanguinato e spento.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Come lo seppe, alla rugosa fronte</l>
<l>Al crin canuto ed alle guance smorte</l>
<l>Colla pentita man fe' danni ed onte.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Si volse lagrimando alla consorte,</l>
<l>E gridò si che rimbombonne il monte:</l>
<l>Io per te diedi al mio Signor la morte.</l></lg></lg>
</quote>
<p>Cicognara, Moscati, il conte Carli, il Fiorentino, tutti i vostri ammiratori ed amici vi salutano, le stanze del vostro albergo vi ridomandano, e più che tutti il mio cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>846.</head>
<opener><salute>A TOMMASO PUCCINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Gennaio 1805</add>.</date></opener>
<p>Egregio sig. Cavaliere ed Amico carissimo.</p>
<p>Mi scrivono da Firenze, che voi avete avuto la pazienza di leggere le mie Lettere sul cavallo alato di Arsinoe, e di comunicare al nostro Biamonti alcune critiche osservazioni su gli uccelli Memnonidi, raccomandandogli di tenerle segrete. Perché questo furto all'antica nostra amicizia? perché ricusare d'illuminarmi? perché sottrarvi alla mia sincera riconoscenza? Una onesta e savia censura (né Voi potete farla diversa) non è ella un singolar beneficio? Tuttoché io preveda su che possa cadere la vostra critica, poiché altra pure ne ho ascoltata su quegli uccelli, e l'ho dileguata traendone un'illustrazione maggiore; nondimeno siatemene liberale, e nettamente comunicatemela. Nella ristampa che presto mi converrà fare di quelle Lettere, avrò occasione di ringraziarvene e di darvi un solenne attestato della mia stima. O io emenderò il mio sbaglio, se sarà tale, o voi il vostro, siccome spero, e l'uno e l'altro vi faremo il nostro guadagno.</p>
<p>Mi è dolce intanto l'assicurarvi ch'io sono e sarò mai sempre il vostro estimatore ed amico.</p>
<p>P. S. Mia moglie, che ficca il naso nelle mie lettere, vi fa i suoi saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>847.</head>
<opener><salute>Al Padre POMPILIO POZZETTI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Ella dà troppo prezzo ad una troppo tenue cosa. Mi basta che una sì colta persona abbia potuto senza rimorso non biasimare quella mia filologica diceria sul cavallo alato d'Arsinoe.</p>
<p>Benazzi l'avrà chiarita de' miei sentimenti intorno alla degna di Lei persona. Gli abbia per veri, e procedenti da buone ragioni, dalla naturale mia propensione verso ogni uomo di merito, e dal saperla liberata dalla corrispondenza di certa letteraria canaglia, colla quale non si può avere contatto senza infamarsi. Le rendo grazie a questo proposito della cortese di Lei esibizione fattami per organo di Benazzi, di volersi cioè assumere la confutazione della villana critica del giornale pisano alla mia versione di <title>Persio</title>. Di cento cose degne di biasimo, che di quel mio lavoro si potevano meritamente notare, gli è certo strano il vedere che né una pure è stata toccata. Ma io non comporterò mai che Ella metta mano direttamente in quella pisana lordura. Mi sarà bensì caro se, occorrendogliene l'occasione, Ella e qualunque discreto censore porterà di quella mia traduzione il suo liberissimo giudizio. E ciò Le sia detto unicamente, perché vegga che non ricuso la di Lei offerta del tutto. Amo di essere illuminato, ma non di essere vilipeso.</p>
<p>Desidero occasione di meritarmi la di Lei benevolenza, e sono sinceramente suo servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>848.</head>
<opener><salute>Al Cav. MICHELE ARALDI Segretario dell'Istituto Nazionale — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>Io vado a voi debitore di molte risposte come a Segretario dell'Istituto, e voi a me di qualche riscontro come ad amico. Di qualunque cosa io mi stampi, il primo esemplare è sempre per Araldi. Vi ho mandato per mezzo di Vaccari la mia traduzione di Persio, vi ho mandato le Prolusioni, vi ho mandato il Teseo, vi ho mandato il Cavallo alato d'Arsinoe; e voi né pure un cenno, né pure un saluto. Che vuol dir questo? Vi è forse uscita dal cuore l'antica vostra benevolenza verso di me? Nol crederò né quando pure me ne faceste voi stesso l'affermazione.</p>
<p>Noto i vostri torti per discolparmi de' miei, e intanto per venirmene sdebitando, risponderò all'ultima vostra, la quale m'invita a mandar qualche cosa da inserirsi nel primo volume degli Atti dell'Istituto. Veramente io sono d'avviso che nella presente inazione, e direi quasi dissoluzione di questo Corpo, non si debba avere gran fretta di dare alle stampe. Né io per parte mia, essendo entrato recentemente in pensione, ho per ora alcun obbligo di somministrar materiali. Non ricuso nulladimeno di mandar qualche scritto, ed ho già pronta una dissertazioncella, cui stimo a proposito, sull'uso degli unguenti presso gli antichi. Ma udite una mia particolar riflessione. Secondo tutte le apparenze, il principe Giuseppe Bonaparte sarà nostro Re. Paradisi mi scrive ch'egli ama molto le scienze e le lettere, e che molte e minutissime interrogazioni gli ha fatte sullo stato attuale de' nostri studi, informandosi fin d'adesso degli uomini più onorati e più celebri della Repubblica. Da questi ed altri dettagli, che non significo, parmi poter predire che il nostro Istituto possa prendere nuova forma, nuova vita, nuovo incremento, etc., e parmi per conseguente che sia prudente cosa l'aspettare i beneficj del tempo e l'effetto delle nuove sovrane disposizioni.</p>
<p>Depongo queste notizie nel petto dell'amicizia senza nuocere alla promessa, a cui mi sono obbligato, e di cui presto mi assolverò.</p>
<p>Da Lamberti avete udito il mio parere, conforme al suo, intorno al Poema di Bettinelli. Abbiamo data, come vedete, una sentenza contraria al proprio nostro interesse, come poeti; ma così voleva la dignità del rispettabile Corpo a cui apparteniamo, protestando però di venerare altamente la fama del Bettinelli, la cui età lo dispensa dal rigoroso adempimento dell'obbligo a cui lo stringono le leggi disciplinari dell'Istituto.</p>
<p>Ricordate la mia servitù all'amabile vostra moglie, e onoratemi di due righe che mi faccian sicuro della costante vostra amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>849.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa STAËL—HOLSTEIN — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Scrivo dal tavolino di Cicognara, e in una stanza di sopra giace nel letto di morte il povero Rey, questa notte spirato come un agnello fra le braccia e le lagrime dell'amicizia. Questa lettera sarà dunque brevissima, e son certo che voi pure il volete.</p>
<p>In mezzo al dolore in cui sono sepolti, Mad.a Cicognara e suo marito hanno gustato il conforto di sentirsi vivi nel vostro bel cuore. Essi pensavano di potervi scrivere in questo stesso ordinario. Li scusi del loro silenzio la disgrazia che ha visitata la loro casa.</p>
<p>La vostra seconda in data di Parma l'ho ricevuta poche ore fa, e mi serbo a rispondervi, mitigata che sarà l'afflizione in cui mi ha gettato la separazione dell'infelice mio amico. Egli era degno d'essere amato e di vivere.</p>
<p>Dirigo anche la presente a Bologna come le altre due della settimana scorsa, e attendo ulterior direzione per quelle che seguiranno.</p>
<p>Addio e di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>850.</head>
<opener><salute>Alla baronessa NECKER STAËL D'HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>A norma delle vostre istruzioni indirizzo la presente a Roma. Questo indirizzo mi avvisa la lontananza vostra da me, e mi fa sentire più fortemente il dolore del vedermi separato da voi. Mi rattristava il sapervi a Bologna, ma pure la possibilità di superare in ventiquattr'ore lo spazio, che divide Milano da Bologna, mi faceva parere questa distanza men tormentosa. In somma, cinquanta leghe non ispaventano tanto l'ardente mio desiderio di rivedervi; ma ora sono centocinquanta, e questo immenso intervallo mi porta una mestizia nel cuore, che non so esprimervi. Il timore di essere dimenticato da voi è cresciuto in misura della distanza, ed ogni passo che fate nell'andar lontana da me mi sembra una diminuzione della vostra benevolenza, e m'uccide la ricordazione di quel crudele proverbio <quote>lontan dagli occhi lontan dal cuore</quote>.</p>
<p>Leggo e rileggo per confortarmi le vostre lettere, e come trovo quel <quote>caro Monti</quote>, queste parole placano i miei sospetti, me le sento suonare nel cuore, l'anima vi si ferma sopra con estasi, e ne gusta la voluttà, né l'occhio sa distaccarsene, e pare che ricusi di andar più oltre nella lettura, né si determina a proseguire che colla speranza di riscontrare più avanti qualche altro <quote>caro</quote> che mi rapisca. In una parola quel <quote>caro</quote> mi dà la vita, è una rugiada sopra un fior moribondo. E dopo ciò voi mettete in campo di nuovo quella villana espressione <quote lang="fre">votre mobilité</quote>, e mi sognate un indifferente, un volubile, niente più che un pezzo di sasso? Io raccomando al tempo le mie vendette, il tempo farà palese chi di noi due sia più tenace e più saldo nelle affezioni, e faccia il cielo che all'arrivo di questa io non sia già morto del tutto nel vostro cuore.</p>
<p>Mi esortate a scriver tragedie, ed io le scriverò. Desiderate che io fregi del vostro nome i miei versi, siccome ho fatto della Malaspina, ed io li fregerò. Vi farò arbitra in somma della mia mente, e voi sola d'indi in poi mi sarete Apollo e Melpomene. E già colla brama di meritare la vostra stima anticipo l'avvenire, e prendo speranza, che confortato da voi mi farò degno del titolo che mi date <quote lang="fre">du premier poète d'Italie</quote>, titolo che finora non è che dono dell'amicizia. La prospettiva di questo lieto avvenire mi si apre al pensiero, considerando che il nostro Re sarà il vostro amico senza alcun dubbio. Lascio a Moscati la cura di ragguagliarvi dei prossimi nostri politici cangiamenti. A me basta il sapere che l'uomo a cui tra poco verran confidati i nostri destini ama grandemente le Lettere, e ch'egli a quest'ora si è minutamente informato dello stato attuale della nostra Letteratura, né voglio tacervi ch'egli si è degnato di dimandare alcune mie cose ultimamente stampate, mostrando assai piacere d'intendere che il vostro <quote>caro Monti</quote> è reputato dalla nazione <quote lang="fre">le premier poète d'Italie</quote>. Nello scrivervi queste cose io fo, lo veggo, un gran peccato d'orgoglio, ma voi ne siete cagione, voi che spesso mi avete rimproverato di aver poca opinione di me medesimo. Così mi avete messo con queste seduzioni in contrasto colla mia coscienza, la quale si alza contro i bei titoli che mi date, e finirò, lo vedrete, coll'impazzire. Del resto il consultor Paradisi, di cui vi ho dette molte lodi in Milano, si è quello, che ha tenuti col futuro nostro sovrano lunghi colloquj su i nostri studi, ed esso mi scrive che gl'ingegni italiani han molto di che sperare. Se a queste felici disposizioni si aggiungeranno gl'impulsi, che noi tutti speriamo da voi sull'animo del vostro amico, noi vi alzeremo nei nostri cuori tempio ed altare.</p>
<p>Benché io tema che qualche riguardo politico possa ritardare più oltre che non avete intenzione il ritorno vostro a Milano, io spero nulladimeno che resterete ferma nella risoluzione di qui rimanervi per qualche tempo. Avete commesso in partendo a <foreign lang="fre">Madame</foreign> Cicognara il pensiero di trovarvi un alloggio che vi convenga. Ella ha in parte adempito la vostra brama, e l'appartamento, di cui per suo cenno vi trasmetto la pianta, è a vostra disposizione se vi soddisfa. L'appartamento è nel palazzo Visconti Modroni, ottima situazione. Ma non è libero che fino a settembre. Sta in voi il decidere se per così breve spazio di tempo vi torni conto il fissarlo, avuta anche in considerazione la mancanza di tutta la biancheria da letto e da tavola e della batteria di cucina. Per me certo penso che no. Tutta volta voi farete come vi piace, e mi avviserete.</p>
<p>Eseguirò la vostra ambasciata colla contessa Somaglia. Temo che il suo Biamonti vi abbia poco assai soddisfatta co' suoi improvvisi. Questo privilegio infelice della nostra lingua, ottimo per il momentaneo diletto della conversazione, è stato sempre la ruina dei talenti che lo coltivano, e in vece di poeti non fa che dei verseggiatori. Su questo vi do licenza amplissima di declamare contro di noi.</p>
<closer>Presentate a Madama Torlonia i miei complimenti, abbracciate per me la vostra cara famiglia, e scrivetemi lettere, che mi pongano in salvo dai vaticinj di Schlegel, al quale unitamente a Sismonde ricorderete la mia sincera amicizia. Salutatemi il Panteon e la cupola di S. Pietro sullo stile del Filottete quando parla alle spelonche e alle rupi di Lenno, ma per carità non vi facciano i sette colli dimenticare del vostro povero <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Gradite i rispetti, che vi fo di mia moglie. Ella scherza sul mio entusiasmo per voi, e pare che Schlegel le abbia ispirato i suoi vaticinj. Non vorrete voi ismentire questi due sinistri profeti? Vendicatevene coll'amarmi, e non permettete che si faccia oltraggio giammai alla vostra costanza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>852.</head>
<opener><salute>Alla baronessa STAËL—HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Avvezzato, dacché siete partita, a ricevere ogni ordinario le carissime vostre lettere, sento che la lor privazione mi fa desolato e infelice. Tanto silenzio! tanta distanza! tante distrazioni! e nessuno che parli al vostro cuore per me? Vorrei non essermi distaccato da voi, vorrei metter le ali per raggiungervi, vorrei se non altro potermi addormentare come Epimenide e non isvegliarmi che al beato momento di rivedervi. Ma questo momento è così lontano, così variabile, così doloroso per l'aspettazione in cui vivo. Pazienza dunque, mio cuore.</p>
<p>Questa è la seconda che vi spingo a Roma alla direzione del signor Marino Torlonia. Vi ho mandato nello scorso ordinario la pianta dell'appartamento che vi si propone, e ho dimenticato di notarvene il prezzo. Egli è di annue lire milanesi sette mila, e non potendo voi goderne, siccome vi ho scritto, che fino a settembre, la spesa sarebbe in ragione del solo tempo che dovreste occuparlo. Vi avviso di ciò unicamente per soddisfare al desiderio del Principe Pio, che è quello che ve lo cede. Ma vi ripeto da buon amico che per la mancanza degli oggetti accennati nell'altra mia, non vi conviene. Nondimeno attendo un vostro pronto riscontro, onde il suddetto Principe sia libero di disporre altrimenti.</p>
<p>Il nostro Governo è tutto in gran movimento per allestire l'alloggio dell'Imperatore Napoleone e del suo seguito. La sola truppa di guardia che l'accompagna non sarà meno di quattro mila soldati. Tutte le case più signorili sono messe a contribuzione per alloggiar gli officiali. Avremo pompe, feste, spettacoli, e tutto nulla per me, perché voi non ci siete. E senza l'interesse del cuore che sono mai le illusioni di questa vita? E s'io son possessore del vostro cuore potrei io cangiare il mio impero con quello di Bonaparte? Che mi varrebbe il mondo intero senza di voi? senza la benevolenza dell'unica donna di questo secolo? Sento che in queste espressioni ha la sua gran parte l'orgoglio, ma io vi amava prima ancor di conoscervi.</p>
<p>Ricevo in questo momento la vostra in data dei 24. Non vi dissimulo, che mi aveva cagionato gran pena il vedervi così diffidente e sospettosa sulla costanza del mio carattere; e perdono a chi si affatica di nuocermi nel vostro animo senza conoscermi. Ma la luce del tempo rischiarerà le altrui calunnie e le vostre dubbiezze, o per dir meglio la non meritata vostra ingiustizia. Pregovi solo di attendere i fatti per condannarmi.</p>
<p>Mi scrivete: <quote lang="fre">Croyez encor une fois que vous avez acquis une soeur</quote>. Questa espressione mi ha data al cuore una scossa, e mi dipinge al pensiero tutta l'anima vostra. <foreign lang="fre">Une soeur!</foreign> mi sento degno di questa sacra parola, e vi rispondo coll'altra egualmente sacra di <emph>vostro fratello</emph>. Un amante volgare avrebbe esitato nell'accettarla; ma ella santifica la nostra amicizia, e non v'ha forza né di tempi, né di vicende che mai più la possa distruggere. <foreign lang="fre">Une soeur!</foreign> mantenetemi il dolce possesso di questo termine, e vi dono l'altro di <emph>caro Monti</emph>, che prima mi pareva un incanto, e non valeva per metà la dolcezza di quello che gli avete sostituito.</p>
<p>Ma mi contrista un pensiero. Mi dite che un dolor di petto assai forte vi avrebbe probabilmente forzata di trattenervi qualche giorno in Ancona. Custodite, vi prego, la preziosa vostra salute, e fate che io intenda migliori nuove dalla cara <emph>sorella</emph>, che coll'ultima vostra ho acquistata questa mattina. Vivo impaziente della lettera che mi promettete, arrivata in quella città.</p>
<p>Non pretendo che rubiate alla contemplazione di Roma dei momenti troppo bene impiegati; ma nel visitar che farete le maestose ruine del Colosseo cercate il mio nome nell'ampio porticato che domina le terme di Tito; lo troverete inciso sopra un pilastro di quei grand'archi, e fatemi, ve ne prego, la grazia di scrivervi il vostro. Li leggerà qualche postero, e la riverenza del vostro nome immortale mi otterrà qualche grazia presso coloro
<quote>Che questo tempo chiameranno antico.</quote></p>
<p>Il verso è di Dante, e non fu mai più poeticamente espressa in poche parole l'idea della tarda posterità.</p>
<p>Salutatemi Giuntotardi, e ricordatevi del vostro caro fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>853.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Gennaio 1805.</date></opener>
<p>Mi rattrista il sentire che il cordone di sanità vi toglie tuttavia il tornare fra i vostri amici, de' quali il più dolente son io, siccome quello che più vi ama, e che più volte ha tremato per voi sulla voce che qui correva che foste chiuso in Livorno. La vostra lettera adunque mi ha tolto un peso dal cuore.</p>
<p>Ho letta la protesta inserita nel Giornale di Pisa intorno alle critiche petulanze di de—Coureil. Ringrazio il redattore, qualunque siasi, della sua onesta intenzione, ma i savi di costà sono ben moderati co' pazzi. Un briaco mal educato s'insinua in una compagnia di sobrii galantuomini, strapazza quelli che vanno pe' fatti loro, calpesta tutte le regole della creanza, compromette il decoro de' suoi colleghi, e i suoi buoni colleghi per tutto castigo l'ammoniscono dolcemente di non lasciarsi più tanto vincere dal vino, e di essere più temperato ne' suoi eccessi. Bella, per Dio! Credeva di essermi spiegato abbastanza sul fine della mia Nota, e di aver pure abbastanza rilevato l'obbrobrio che ricade sui buoni nell'associarsi co' tristi; credeva, insomma, che le persone che hanno fama da perdere dovessero aver più cura dell'amor proprio e per amor di se stessi e della giustizia manifestare più fermezza e carattere. Mi spiegherò adunque più chiaro in altra occasione, e <quote lang="lat">Tros Rutulusve fuat nullo discrimine habebo</quote>. Come mai è possibile stabilire società letteraria per la compilazione d'un giornale, e non creare nel proprio seno una censura perché vegli per decoro di tutto il corpo sull'onestà dei giudizi? Dove e quando si è mai udito un simile sconcio? Nelle più private adunanze il primo pensiero si è quello di statuire discipline conservatrici della dignità e buona fama di tutto il complesso degli individui; e una società di sapienti, che deve coi suoi giudicati decidere della riputazione degli scrittori si condurrà senza regole, lascerà libere le passioni, permetterà che i più temerari e ignoranti, prendendo coraggio dalla celebrità dei loro colleghi, insolentiscano impunemente contra i migliori, contra quelli che l'intera nazione più onora della sua stima? E questa è creanza? questa è giustizia? Il nome di de—Coureil non lorderà mai più certamente la mia penna, né mai gli avrei io fatto l'onore di misurargli qualche colpo di frusta sul viso, se costui fosse venuto ad investirmi tutto da solo. Ma se de—Coureil isolato è meno che nulla, de—Coureil circondato da Fabbroni, da Mascagni, da Lanzi è pur qualche cosa, e di Lazzaro diventa una Maddalena. D'ora in poi la mia lite non sarà più dunque con quel buffone, ma co' savi che il coprono del loro scudo, e non sarà più affare di letteratura, ma d'onestà. Vedremo se letterati gelosi della loro morale riputazione possano aver consorzio con un pazzo briccone senza degradarsi, senza infamarsi. Grazie al Cielo v'ha un tribunale d'appello un po' più terribile di quello di Pisa, il tribunale dell'opinione pubblica, davanti a cui compariscono egualmente i Platoni che i de—Coureil, e a questo domanderò ragione dell'iniquo contegno che si tiene in Toscana rispetto a me. <foreign lang="lat">Sed de his hactenus</foreign>.</p>
<p>Ho il cuore pieno di belle speranze per l'onor italiano. Il Principe Giuseppe Bonaparte sarà nostro Re senza dubbio. Egli cura grandemente le lettere, e il lunghi e spessi colloqui con Paradisi si è minutamente informato dello stato attuale della nostra letteratura, e dei nomi per tutta Italia più celebri. Paradisi medesimo, che mi avvisa di queste cose, mi fa apertamente sperare che i buoni ingegni italiani avranno in questo magnanimo un illuminato e benefico protettore. Mi dice anche (e questo il confido alle orecchie dell'amicizia, colla quale a quattr'occhi è lecito qualche volta vanagloriarsi) mi dice anche queste parole: Abbiamo anche parlato di voi come del primo…, gli ho date le vostre Lettere sul cavallo alato d'Arsinoe, che egli ha subito lette con estremo piacere; e mandatemene altre dieci o dodici copie perché molti me le dimandano, fra gli altri il marchese Lucchesini che vi saluta ecc.. Per l'amore che tu mi porti son certo, caro mio Mustoxidi, che il trascritto paragrafo ti farà piacere, e per ciò a te solo lo comunico. Vorrei aprirti ancora un altro pensiero che tutto riguarda la tua persona; ed è il nostro Manzoni, che me l'ha suggerito; ma te ne riservo la comunicazione in Milano. Tanto solamente ti avviso che tiro ad ordirti un laccio che ti obblighi a restar per sempre con noi.</p>
<p>Tornate a Fabbroni ed a Lanzi i miei saluti espressi dal cuore. Io li amo e li venero veramente, ma non so perdonar loro il grande sproposito che mi hanno fatto commettere, forzandomi col peso de' loro nomi a lordarmi le mani nelle immondezze dell'impertinente e villano loro collega.</p>
<p>Amo di credere Rosini innocente di tutte le inique censure di de—Coureil; ma io nel medesimo caso gli avrei provata un po' meglio la mia amicizia. Il suo cuore è cangiato, e ne ho delle prove, e so tutti i suoi ingiuriosi propositi sopra di me. Nondimeno salutatelo caramente e ditegli che niuna afflizione mi pesa tanto nel cuore quanto la perdita d'un amico.</p>
<p>A Niccolini pure e a Piccioli mille saluti, e dite a quest'ultimo che mi aspettava qualche riscontro alla lettera che gli consegnai in Milano.</p>
<p>All'amabile signora Teresa Fabbroni ricordate spesso, vi prego, la mia antica e tenera devozione. Spero di procurarmi in primavera il contento di rivederla e il potrò liberamente ora che la beneficenza del Governo mi ha liberato dal peso della cattedra e concesso <foreign lang="lat">otium cum dignitate</foreign>. Sono assessore, se nol sapete, al Ministero dell'interno per gli oggetti di belle arti e letteratura, e di più poeta… finora senza adiettivo.</p>
<closer>Abbracciatemi Gangadi ed amatemi. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivo a Puccini invocando l'antica nostra amicizia per la comunicazione delle sue obiezioni intorno ai Memnonidi. Me le figuro e nulla m'inquietano. Le osservazioni del Pagnini sul vocabolo <foreign lang="lat">expers</foreign> sono sensate. Ma è lana caprina, ed io piuttosto che conciarla di nuovo torrei a far lite per una crosta di cacio secco roso dai sorci.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>854.</head>
<opener><salute>Alla baronessa DE STAËL D' HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Vi compiego una lettera di Madama Cicognara, la quale senza la disgrazia occorsa in sua casa vi avrebbe scritto assai prima.</p>
<p>Unisco pure un articolo letterario inserito in questo nostro Giornale italiano da Benincasa. Il buon uomo l'ha fatto colla buona intenzione di darvi un attestato della sua stima, poiché l'articolo di cui parlo risguarda l'opera vostra della Letteratura. Ma disgraziatamente è scritto co' piedi, e senza licenza delle tre Grazie.</p>
<p>La privazione in cui sono di vostra lettera mi contrista. Temo di vostra salute, della quale l'ultima vostra mi dava un cenno dispiacevole, temo qualche sinistro accidente nel passaggio dell'Appennino, temo sopra tutto l'avveramento dei vaticinj che mi sono stati fatti alla presenza vostra in Milano. Ho sempre davanti agli occhi questo Calcante, e nell'orecchie le sue parole. Altronde sono sì pochi e sì lievi i motivi che possono mantenere viva nel vostro cuore la memoria di me, e tanti gli argomenti in contrario, e così attivi i profeti, che m'invidiano questo bene! Non ridete, vi prego, di queste mie puerili inquietudini, ma compatitemi siccome un infermo che impara a far stima della salute dopo che l'ha perduta.</p>
<p>Siamo alla vigilia di grandi cangiamenti, e si ondeggia fra la speranza e il timore. Chi parla pace, e chi guerra, e dentro ventiquattr'ore le opinioni variano tante volte, quanto il tempo piovoso e il sereno in Parigi. Lascio a Moscati il pensiero di ragionarvi di politica. Io non mi affliggo che del sospetto, che il Principe Giuseppe non possa, o non voglia più essere nostro Re. Dipende da questo il vostro stare a Milano, e il non tornarvi forse mai più; e ora per desolarmi corrono voci tutte contrarre alle prime, e pretendesi che la musica sarà cambiata, ma il maestro di cappella lo stesso.</p>
<p>Voi beata frattanto, che lontana da questi strepiti potete godervi in Roma lo spettacolo delle belle Arti, e scaldarvi di gran pensieri la mente contemplando la maestà di quelle ruine. Avrete occasione di veder qualche volta la Kauffmann. Salutatela, ve ne prego, con distinzione ed affetto, e fate altrettanto con Madama Humboldt e il marito.</p>
<p>Datemi nuove della vostra cara famiglia, de' vostri bravi compagni, e dite a Schlegel che si procuri la conoscenza dell'abate Pessuti, raro e modesto ingegno, che parla bene l'inglese, grande matematico, e coltissimo letterato tutto ad un tempo. Se voi pure amate di conoscerlo (e il vorrete per certo, perché n'è degno) scrivetegli una riga in mio nome, o significategli la vostra brama per mezzo di Giuntotardi.</p>
<p>Ricordatevi del vostro <emph>fratello</emph>, che sempre ricordasi della <emph>sorella</emph>, e non mi lasciate consumare dal desiderio di vostre lettere. Addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>855.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa de STAËL D'HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Anche questo ordinario senza lettere vostre, e pure mi avevate data la speranza di qualche riga da Ancona. Che vuol mai dire questo silenzio? Sia dimenticanza, sia indisposizione di salute io non posso non esserne addolorato. E questa già la quarta lettera, che v'indirizzo a Roma, tutte raccomandate, secondo le istruzioni da voi lasciatemi, al sig. Marino Torlonia. Se non potete più scrivermi per impulso del cuore, scrivetemi almeno per impulso di cortesia, e considerate che gran parte della mia felicità consiste nel sentimento della vostra cara amicizia.</p>
<p>Il generale Fiorella mi ha annunciata ieri la vicina partenza di Luciano per Roma. Il ritorno costà di questo vostro amico vi renderà più gradito il soggiorno de' sette Colli, e forse più lungo che non vorrei. L'amicizia è qualche volta invidiosa e la mia pecca alcun poco di questo vizio.</p>
<p>Ieri sera in teatro si è divulgata officialmente una nuova, di cui aspetto da voi i dettagli. Dicesi che la flotta di Tolone sia entrata con dieci mila uomini nel porto di Napoli. Io non ho occhio che legga nelle tenebre della politica, ma vi sarò d'assai obbligato se il vostro più veggente del mio mi aiuterà a veder qualche cosa in un simile avvenimento.</p>
<p>Se mi conforta la notizia di Napoli, mi rattrista il timore, che possano cader vuote le belle nostre speranze sull'incoronazione del vostro amico. Tuttavolta egli viene coll'Imperatore fratello, e questa nuova fa che io non disperi ancora del tutto. Mi consolava tanto il sentire per pubblica fama che egli s'interessa molto alla prosperità degli studj; e i talenti italiani così depressi, derelitti, avviliti hanno tanto bisogno di essere sollevati e protetti. La creta è buona, ma manca un Prometeo che le infonda la vita, o le restituisca quella che un dì l'animava, e che poscia hanno spenta le armi e le straniere dominazioni spezzando questo gran corpo, e togliendoli il primo elemento della grandezza, l'unità nazionale.</p>
<p>Melzi si aspetta fra pochi giorni. Corre voce costante ch'egli abbia protestato fermamente di non voler impiego nel regno. Questo suo rifiuto mette molti in sospetto ch'egli non vegga niente di lieto nell'avvenire. E anch'io mi affliggo di queste cose, mia cara amica, ma più del vostro silenzio. Questo mi fa star male, e sinceramente la mia salute da qualche giorno non è molto lodevole. Aspetto il mio medico nelle vostre lettere.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>856.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Ho bisogno di trovar compagnia al dolor che mi cagiona l'imminente partita del nostro povero Massa, e cerco nel vostro petto la compassione di questo degno e misero amico. Consumato da una penosa e lunga etisia, egli tocca gli estremi periodi della sua vita, e si ricorda di voi, e desidera che lo sappiate. Questo suo desiderio in questo suo stato m'intenerisce. Se il mio cuore può tenervi luogo di quello che ora state per perdere, accettatelo, e nol troverete men caldo di vera e santa amicizia.</p>
<p>Il cavaliere Ippolito Pindemonte, per premura del cavaliere Rosmini, deve avervi recapitato in mio nome le mie lettere filologiche <title>Sul cavallo alato d'Arsinoe</title>. Piacemi che vi sia noto questo tributo della mia stima, e gradirò di sentirne il netto vostro parere.</p>
<p>Da alcuni Corciresi vostri discepoli, ed ora studenti a Pavia, ho inteso che avete messa mano alla traduzione di Giovenale. Questo splendido satirico veramente era degno di trovare una volta uno splendido traduttore. Se vi è venuto sott'occhio il mio parallelo dei tre latini satirici, inserito nella mia nota alla versione di Persio, avrete osservata una certa mia occulta predilezione per Giovenale a fronte degli altri due. Qualche entusiasta oraziano, unicamente sensibile alle grazie dello stile, me ne ha fatto grave delitto. Amerò di sentire a suo tempo il vostro oracolo su questa lite. Intanto rimarrò fermo in questa sentenza, che la Satira, perché sia utile, deve flagellare il vizio e farlo tremare, invece di esporlo unicamente alla derisione, castigo che nulla giova quando è perduta l'erubescenza.</p>
<p>La celebre madama Necker Staël d'Holstein, nel suo ritorno da Roma, si è prefissa di passare per Padova unicamente per vedere Cesarotti. Le ho promesso di farle compagnia, e alla fine di aprile vi abbraccerò.</p>
<closer>Amatemi, e state sano. Il vostro ammiratore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>857.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAN BATTISTA MARTELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Caro Martelli.</p>
<p>Mi teneva inquieto il vostro silenzio, e ora che mi avete scritto m'inquieta il vostro solito abbattimento. La prima sorgente della salute è il coraggio e questo dev'essere il primo medico. La primavera è imminente, in questa stagione tutti i corpi ricevono nuova vita, né la natura vorrà fare solo per voi un'eccezione al suo corso. Aprite dunque il. cuore a nuove speranze, e anticipatevi colla fantasia la guarigione de' vostri mali.</p>
<p>Se il mio successore nella sua prima lezione non mi ha ricordato, gli è segno che non mi ha creduto degno di quest'onore. Il suo silenzio dunque non è colpa della sua intenzione, ma del demerito mio. Anche la sua poca stima per Dante non può procedere che dall'idea di quel bello perfetto, che il professore Cerretti ha nel capo, ed io mi sarò ingannato nel credere che quel poeta fosse pieno delle sublimi e grandi bellezze che ho predicato più volte nelle mie lezioni. Ognuno ha i suoi gusti. Queste cose vi sieno dette in segreto. Se continuerete a significarmi gli applausi che il mio successore meritamente riscuote, mi farete piacere. Ma cominciate col dirmi che state bene.</p>
<p><foreign lang="lat">Vale</foreign> adunque <foreign lang="lat">et me ama</foreign> siccome fa sempre il vostro amico.</p>
<p>P. S. Conoscerete i tre Corciresi che costà sono, amici di Mustoxidi. Salutateli caramente e procacciatevene l'amicizia. Sono brave persone.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>858.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>In appendice alla mia del passato ordinario ve ne accludo un'altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare per le mie mani, perché mi risguarda direttamente, e contiene una sua onesta disapprovazione dell'essermi io avvilito a parlare di De—Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso il reverendo lor nome con quello d'un pazzo, e si sono condotti peggio di me; e non veggo che abbiano ancor redenta questa ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia. Vera è purtroppo la riflessione di Manzoni, che, prendendo briga coi De—Coureil, è forza che i buoni si scordino di quella gentilezza, che pure è il primo frutto delle lettere; vero, per conseguente, che in quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un facchino ubriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene addosso con villania, e mi lorda di fango, dovrò io dirgli: — Signore, siate più rispettoso coi galantuomini. Signore, maltrattatemi con più discrezione considerate, vi prego, che mi si deve un poco più di rispetto, — e altre simili gentilezze? Chi può adunque incolparmi d'aver dato al mio critico i nomi ch'ei merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà che sia forzato a drizzare più alto il mio risentimento.</p>
<p>Il contegno, che costì si usa con me, ha ormai irritata tutta l'Italia; e la sana porzione de' letterati, anche stranieri, ha già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose ingiustizie.</p>
<p>Della lettera di Manzoni fate l'uso che più vi piace, anche pubblico.</p>
<p>Andando alla Magliabechiana, salutatemi il degno bibliotecario Follini; un saluto pure a Madama Fabbroni e agli amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>859.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Dopo due settimane d'aspettazione più lunghe che quelle del profeta Daniello, ricevo finalmente la carissima vostra dei 28 scorso gennaio in data d'Ancona. Ella mi ha compensato interamente di tutte le pene sofferte nell'aspettarla ma non desidero di pagar così caro nell'avvenire il piacere di queste compensazioni.</p>
<p>Il giudizio da voi portato sulle poesie del Minzoni è assai giusto. Tranne il sonetto della Passione, e quello per la monacazione della sorella, e l'altro sul patriarca di Venezia, e l'altro pure sulla concezione della Vergine, e qualche altra bella immagine dispersa qua e là, tutto il resto è caricatura poetica. Anche il Parini in più luoghi è quale lo definite; ma voi date al cuore e niente allo spirito, niente all'eleganza, niente alla grazia dell'elocuzione, pregi che niuno conoscitore dello stile oraziano e della lingua italiana può contrastare a quell'esimio poeta. Il suo maggior difetto cade piuttosto, per mio parere, sulla scelta dell'argomento, che sull'esecuzione. Tutte le opere traenti merito e luce dalle circostanze del momento diminuiscono d'interesse col variare dei desiderj, e colui solo è pittore di tutti i tempi che prende i colori della sua tela non dal vortice momentaneo del capriccio, ma dalle fonti eterne del vero. Si cangia l'abito ma non la persona, sparisce l'uomo artefatto, ma non l'uomo della natura. L'avaro di Plauto dopo diecinove secoli è il medesimo che l'avaro di Molière e Goldoni, ma il damerino di Parini non è più lo stesso che quello di oggi; e dimani ne verrà un terzo tutto diverso. Questa specie d'insetti morali appartiene alla classe delle crisalidi, prima un bruco, poi un bozzolo, e in ultimo una farfalla. La satira adunque (se il poema del Panni è una satira) che dipinge soltanto le bizzarrie volubili della moda, senza mescolarvi la pittura dei vizj che sono di tutti i tempi, di tutti i paesi, questa non è che la satira del momento, né può interessar che un momento, simile a quei ritratti che al primo cangiar di vestiario più non si guardano, e rimangono nulla più che polverosi monumenti di vanità gentilizia nelle domestiche gallerie. Resta loro, egli è vero, il merito del disegno quando il ritratto è lavoro di Tiziano, ma rimane sempre il disgusto di veder impiegata tant'opera di pennello in un abito alla spagnuola, o nella piramide d'un tupè la cui fabbrica dipende tutta dalla fantasia d'un parrucchiere interessato a cangiarla continuamente.</p>
<p>La pittura adunque d'una passeggera follia non può produrre che un passeggero interesse, né procurare al poeta un favor permanente nel pubblico, eccettuato il pedante, il quale fa sempre più conto delle parole che dei pensieri. Contuttociò sarebbe insensatezza e ingiustizia il non riconoscere nel Panini altre doti che quelle di stile. Ponderatelo bene, e senza pretendere di darvelo per poeta di genio, permettetemi di raccomandarvelo per poeta di gusto. Ma di queste cose più a lungo quando riprenderemo in persona le nostre letterarie scaramucce, le quali termineranno come quei duelli d'Omero, che finiscono col regalo e col darsi la mano dell'amicizia. Dio intanto vi scampi dalla tentazione di andar in Arcadia, in quel mare di vuote ciance poetiche. Allora sì che vi farete i segni di croce.</p>
<p>Sallo il Cielo ed Amore (intendo il Platonico) se desidero che sia sollecito il vostro ritorno. Il volo del tempo non mi è mai sembrato sì lungo come al presente. Ma chi mi accerta del bene di rivedervi e alla fine d'aprile, siccome mi fate sperare? Credevamo vicina l'aurora, e le ultime lettere di Parigi portano notte, e profondissima notte. Niuno ne sa più dire né il quando né il come sarà deciso il nostro destino. Si vuole che siensi aperte nuove negoziazioni coll'Inghilterra, e allora la nostra sorte non verrà definita che dalla pace generale.</p>
<p>Vi scrissi nell'ultima mia, che Luciano era prossimo a partire per Roma. Ora una lettera del fratello Giuseppe gli ha fatto mutar proposito, e la rinuncia di questo al principato d'Italia apre delle speranze a quell'altro, sempre che le condizioni sien tali, che contentino il suo carattere e i suoi principi morali e politici. Intanto <foreign lang="lat">plectuntur Achivi</foreign>.</p>
<p>Datemi nuove della mia Roma, e ditemi se fra le ruine di Campo Vaccino o del Colosseo avete incontrata l'ombra di qualche antico. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>862.</head>
<opener><salute>A GIAN BATTISTA MARTELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Caro Martelli.</p>
<p>Non sono da tanto da poter giudicare del metodo di eloquenza messo in pratica dal mio successore, né voi avete bisogno del mio parere su questo punto. Dalle lettere ch'egli scrive di sé e dall'entusiasmo di ammirazione ch'egli afferma d'aver destato nella scolaresca, debbo arguire che il suo sistema rapisce, ed io per l'amore che porto alle lettere godo assai di sentire ch'egli abbia aperti in Pavia fonti nuovi e mirabili d'eloquenza per me sconosciuti. Così per bene della Repubblica verrà emendato il difetto mio, ed io vedrò finalmente adempito l'antico mio voto, quello cioè delle scienze fatte compagne dell'eloquenza; tuttoché il mio corto intelletto non giunge ancora a vedere di che maniera l'eloquenza scientifica debba occuparsi del meccanismo dei periodi e della misura dei membri, e ravvolgersi nella polvere grammaticale e rettorica. Comunque vada, voi siate frequente ed attento alle sue lezioni, e fate di seppellire nella sua scuola le vostre antiche malinconie, onde io abbia la consolazione di sentirvi una volta perfettamente ristabilito.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se venite a incontrarvi coi tre Corciresi amici del Mustoxidi, salutateli caramente e procacciatevene la benevolenza. Sono tre bravi giovani.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>863.</head>
<opener><salute>Al Cav. MICHELE ARALDI Segretario dell'Istituto Nazionale — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Amico.</p>
<p>È già tre mesi che ho letta l'aurea vostra dissertazione <title>Della forza del cuore</title>. La materia in essa trattata è al di là de' miei studj, né io posso esser giudice idoneo di questo vostro lavoro. Nondimeno tanta n'è la chiarezza, e sì perspicuo il raziocinio, che anche i meno esperti intelletti sono tentati e quasi abilitati a deciderne. Parmi adunque che la vostra vittoria sia completa per ogni verso, e quanto mi piace la severità vostra col Wilson, altrettanto mi ha soddisfatto il vostro rispetto per il Borelli, i cui errori non debbono punto diminuire la riverenza de' critici verso un tanto filosofo. Lo stile, per mio sentire, è tutto castissimo e nel medesimo tempo amenissimo, quale insomma il vorrei in tutte le scienze, ingiustamente accusate di essere nemiche dell'eleganza. <foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque, e a beneficio della fisica proseguite le vostre belle ricerche.</p>
<p>Aveva io già udita da Oriani la grave eccezione a cui va soggetto il quesito, che, appartenente alla matematica, è stato scelto per la pubblicazione e il concorso. E certamente, stando le cose di questo modo, sarebbe gran fatto il lasciarlo correre senza l'emendazione da voi divisata; dico senza accennare che il proposto problema è stato già altre volte discusso, ma non interamente risoluto. Sull'altro pure, spettante alla classe di letteratura, discendo egualmente nel parer vostro, e penso che abbia bisogno di essere circoscritto, onde non ingolfare chi prenderà a trattarlo in un mare senza confini. Ciò dipende, o, s'io fossi nel vostro piede, il farei dipendere dall'onesto arbitrio del Segretario dell'Istituto, al cui discernimento è mestieri l'abbandonarsi. Se questa licenza ripugna alla vostra delicatezza, interrogate la prudenza vostra, la quale vi suggerirà di tener sospese le cose fino a che nuovi regolamenti prescrivano più certe strade a tenersi; poiché del modo che ora l'Istituto procede, non è assolutamente possibile far cammino senza periclitare e nel decoro e nella fama. Vi do con fiducia questo consiglio, perché così pure la pensa il nostro Vaccari, a cui ho comunicati i vostri scrupoli. Ora invoco l'amicizia e la discrezione vostra per un piacere.</p>
<p>Mi si scrive da Firenze che il Cav. Puccini, Direttore della Galleria, abbia significate a codesto professore Biamonti alcune sue obiezioni sul mio <title>Cavallo alato d'Arsinoe</title>, raccomandandogli di tenermele occulte. Amo di essere illuminato, e una onesta censura la reputo un beneficio. Se occorrendovi cagion di discorso con Biamonti, vi venisse fatto di saper la sostanza di questa critica, vi obbligo la mia parola d'onore che ne profitterò senza strepito. Amo che mi si dia occasione di guerreggiar con creanza, e di far conoscere al pubblico che so esser grato a chi mi mostra la verità. Se voi medesimo ne avete alcuna da rivelarmi su questo punto, voi mi darete prova di quella schietta e vera amicizia che dal vostro cuore desidero.</p>
<p>State sano.</p>
<p>P. S. Sono stato pregato di sollecitare il favore del Governo a pro del degno collega nostro Avanzini, che aspira alla cattedra di Canterzani. Io ne ho parlato a De Rossi con efficacia, e ne spero buon esito, tosto che Canterzani dimandi riposo. Se credete che questa notizia possa esser lieta per Avanzini, non gliela tacete.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>864.</head>
<opener><salute>A TOMMASO PUCCINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Prestantissimo Sig. Puccini e A. C..</p>
<p>Attendo con impazienza l'effetto della promessa vostra e subito seguita la stampa pregovi di mandarmela. Se le vostre critiche osservazioni saran tali, che la mia esposizione vada in ruina, io mi farò gloria di darmi per vinto, e guadagnerò in franchezza e docilità quello che avrò perduto in criterio. Ma spero diversamente, tuttoché io vi sappia ingegno fino ed acuto.</p>
<closer>Vi anticipo intanto le mie sincere azioni di grazie, e vi ripeto di cuore l'espressione della mia stima e amicizia. Tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>866.</head>
<opener><salute>Al cittadino GIAN BATTISTA MARTELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p><foreign lang="lat">Nimium ne crede colori</foreign>. L'antico vostro persecutore non è altrimenti l'ammiratore, quale il credete, della nota persona. Egli non si è recato ad udirlo che per trarre materia di coglionarlo e su questo datemi fede.</p>
<p>Ho sempre stimato misera cosa e metafisica ciancia il trattato di B. sullo stile. Dopo il contrario giudizio da voi udito, io comincerò ad averlo in gran pregio e confesserò la mia suprema ignoranza in questa materia.</p>
<p>Non vi faccia specie la comparazione dei bussolotti col sentimento e la fantasia. Si fa sempre cattivo paragone delle cose che non s'intendono. Ma voi, se volete ascoltarmi, attenetevi al detto di Gian Giacomo: <quote>un solo lampo di genio compra mille bellezze di gusto</quote>. Il gran segreto consiste nel ben combinare i doveri di un bello stile con quelli del sentimento e dell'immaginazione, e questo segreto è di pochi.</p>
<p>State sano e scrivetemi.</p>
<p>P. S. Un saluto ai tre Corciresi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>867.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Un'ostinata costipazione di petto accompagnata da febbri e da nere malinconie (di ben altra natura che quelle che a voi ispirano le ruine di Roma, e la vista del mare, e la luna) mi hanno tolto nei passati giorni il potere di scrivervi. Le due vostre carissime del 5 ed 8 corrente sono state due stille di balsamo sul cuore del vostro amico. Voi mi accordate tuttavia qualche pensiero, voi m'amate, e la mia tristezza è sparita, o per dir meglio non mi è rimasta che quella che è vita dell'anima e fonte di bei pensieri. Non avete bisogno, crediatelo, di ricordarmi le mie promesse. Così fosse men lontano il momento dell'adempirle.</p>
<p>Il bello spirito che mi attribuisce <quote>un cuore di ferro</quote> è un buffone. Chi mi accorda energia di stile m'accorda un cuore che sente, e Rossi parla di cosa, di cui per maledizione della natura gli manca affatto l'idea. Ma generalmente parlando, il sentimento in cuore romano è come la polpa d'una noce guasta dalla tignuola, e sentire e impazzire sono sinonimi. Quindi avrete trovato in Roma ben molti, che attesteranno le mie pazzie, e nondimeno la saviezza romana costa sì poco, e frutta sì bene. Ma a proposito di follie, mi pare che voi pure abbiate perduto il cervello minacciandomi di divenirmi infedele per un Cardinale. Avete trovato perdio un bell'idolo a cui immolarmi, e scommetto che è quello, che con gli occhi levati al cielo, e con un tuono di compassione preso dalla parabola del figliuol prodigo, vi ha detto di me: <foreign lang="fre">Ah! c'est bien dommage qu'il ait quitté la bonne voie!</foreign> Quasi che la strada della filosofia sia quella degli assassini. Contuttociò godo assaissimo di vedere S. Pietro far la corte a Calvino, e se mi verrà un giorno la fantasia di descrivere il vostro trionfo, vi rappresenterò sopra un carro tirato da due paia di Cardinali. Ma io reputo che la più gloriosa delle vostre conquiste sia quella del conte Verri. Egli mi scrive di voi precisamente così: <quote>Mi avete esposto a un cimento pericoloso, ed è quello d'innamorarmi benché vecchio. La delicatezza, la grazia, la forza dell'anima sua eccitano nella mia una specie di gioventù. Voi ne avrete la colpa se darò in qualche debolezza, ecc.</quote> Se il vostro cuore pertanto ha bisogno di divenirmi infedele, il solo autore delle Avventure di Saffo e delle Notti Romane può scusare l'infedeltà vostra. Diversamente sacrificatemi piuttosto a Pasquino.</p>
<p>Da parte lo scherzo, e parliamo di cosa che più mi tormenta. Tutte le lettere di Parigi portano per sicuro il rifiuto di Giuseppe al trono d'Italia. Egli si è ritirato in campagna, e di là scrive a Luciano (almeno così pretendesi) la sua ferma risoluzione su questo punto. Pretendesi ancora (e l'ho udito iersera da bocca ministeriale) che il mentovato Luciano abbia ricevuta altra lettera superiore che gl'ingiunge di non muoversi da Milano; il che verrebbe a far credere ch'egli possa essere surrogato a Giuseppe. Ma i motivi che hanno cagionata la rinuncia di questo cagioneranno pure la ripulsa di quello e allora io temo che le mie belle speranze per ciò che riguarda la protezione degli studj italiani andranno vuote d'effetto, e voi muterete pensiero. Queste nuove mi affliggono, tanto più che in Giuseppe io era certo di trovar grazia e benevolenza, avendomi l'amico mio Paradisi per la seconda volta significato che il vostro amico mi onora di qualche stima, e voi sapete il detto d'Orazio: <quote lang="lat">Principibus placuisse viris non ultima laus est</quote>. Circa la venuta di Napoleone tutto è mistero, né altro sappiam di certo che gli ordini contramandati per l'approvvigionamento delle fortezze; lo che significa la buona armonia dei due Imperi francese ed austriaco. Moscati col quale ieri ho pranzato né pure esso sa nulla, e nulla gli scrivono i suoi colleghi.</p>
<p>In questa perpetua rota d'opinioni e di voci, di speranze e di timori, io sento un vuoto nel cuore che mi desola, né mi accorgo di vivere se non che quando vi scrivo. Dopo ciò è superfluo il domandarmi lo stato de' miei affari colla V… rispetto alla quale io sento i miei torti, e non ho omai più che rimorsi. Nondimeno la veggo ogni giorno senza vederla, e non desidero più di trovarla sola. Siete contenta?</p>
<p>Se siete a Napoli, se avete veduto il Vesuvio, avrete anche trovata la quarta cosa da amar in Italia secondo il detto di vostra figlia. Io non so veramente d'aver alcuna relazione con S. Pietro, ma ne sento in me qualcheduna col vulcano, e col mare, perché anch'io vado soggetto a eruzioni e burrasche. I momenti di calma per il vostro povero Procelloso sono quelli in cui vede recarsi le vostre lettere. Allora torna il sereno, e il cuore gli brilla.</p>
<p>Se v'incontrate col cardinale Ruffo salutatelo in nome mio. Egli ha molti torti con gli amici della Libertà, ma è uomo d'assai ingegno, e interessante.</p>
<p>Addio mille volte, e scrivetemi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>869.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Febbraio 1805</add>.</date></opener>
<p>Dall'inchiusa della Teresa intenderete tutta la storia del suo viaggio. Vi scrissi nel passato ordinario ch'eravamo in pericolo di guerra. Oggi l'orizzonte politico è più rischiarato. Il Ministro della guerra (intendo il nostro) aveva dimandato istruzione a Parigi sui movimenti e radunamenti di truppe che facevansi dagli Austriaci sui nostri confini e mettevano la Repubblica in costernazione. È stato risposto che qualunque cosa veggasi fare, si lasci fare liberamente senza la minima opposizione, perché tutto si opera d'intelligenza. Ecco adunque spariti da questa parte tutti i sospetti. Se v'avrà guerra, sarà lontana, e l'infortunio sarà meno sensibile per noi, che abbiam bisogno più che altri di pace.</p>
<p>Intanto ecco le nuove che abbiamo indubitate. Al principio di marzo l'Imperatore sarà a Milano col principe Giuseppe per investirlo della Corona di Lombardia. Il Papa (che alli dieci dell'entrante partirà da Parigi) farà la funzione. Si crede, e questa è una fondatissima congettura, che l'Imperatore Francesco nel medesimo tempo si recherà a Venezia, e che questi due potentissimi avranno un abboccamento in Verona, onde sistemare personalmente e rapidamente lo stato dell'Italia, e mettersi in misura contro la Russia, la cui invasione delle sette Isole dell'ex—Veneto mal si comporta, e mette in sospetto. Finirà, la vedrete, che il Turco paga tutte le spese.</p>
<p>Se non nascono impedimenti, io e Teresa saremo in primavera in Romagna; ma intanto perché non vorrete voi cogliere questa bella occasione per venire a Milano? Io ve ne prego, e lo spero. La mia casa è tutta a vostra disposizione. Pensateci, e fate una risoluzione da vostro pari.</p>
<p>Addio: mille saluti a Francesco Antonio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>870.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Sia efficacia dell'arte, o vigore di gioventù, o natura del male che ha i suoi periodi di quiete, il nostro amico è ancor vivo, e dirò anche un po' migliorato. Né egli sente più, come prima, la gravezza dell'infermità: l'abitudine del pericolo gliene ha tolto l'orrore, la sua speranza è risorta; insomma il misero si lusinga; ma egli ha in seno la morte. I tubercoli del polmone, secondo tutti gl'indizi, sono formati, e giusta il parere di tre medici consultati, il suo male è oltre la potenza dell'arte. Presentemente non è permesso a persona né di vederlo, né di parlargli. La consolazione dunque che dalla vostra lettera può venirgli, l'avrà per viglietto; ed io per questa via l'informerò della tenera vostra sollecitudine.</p>
<p>Nell'accettarmi in suo luogo nella vostra amicizia, mi dite che l'offerta della mia vi riesce tanto più cara, quanto che non avevate forse tutti i motivi onde giurare sulla mia affezione verso di voi. Mi toccate una corda, su cui volete certamente risposta, ed io candidamente ve la farò, ringraziandovi dell'avermi data occasione di levarmi un peso dal cuore, dico il duro sospetto in cui vi sapeva contro di me a cagion di certa stampa impressa in Roma contro di voi, e di cui la malizia de' miei e vostri nemici mi ha fatto promotore ed autore. Fino a qual punto l'accusa sia vera, giudicatelo per voi stesso da quanto vado a narrarvi; e datemi fede, perché i miei nemici medesimi non mi hanno mai contrastata la qualità d'uomo franchissimo e veracissimo.</p>
<p>Si questionava in una società di letterati e d'artisti sul merito del vostro Omero, e ognuno apriva liberamente la sua opinione. Interrogato del mio parere, risposi che avrei amato che voi ci aveste data un'Iliade o tutta d'Omero, o tutta di Cesarotti. Dissi che l'abito della vostra non mi pareva né moderno, né antico, perché troppo ci avevate messo dell'uno, e lasciato troppo dell'altro; che per conseguenza, togliendo voi a quel greco la semplicità dell'abito primitivo, l'avevate con troppa magnificenza vestito alla moda; ed esposi questo pensiero coll'ipotiposi di un venerabile vecchio pomposamente abbigliato, ma in costume e portamento tutto moderno e da giovane. Questa immagine, avendo ferita la fantasia d'un bizzarro disegnatore e incisore, presente a quella disputazione, gli suscitò nel capo l'idea dell'indiscreta caricatura che vi è nota, e alla quale senza saputa mia e con mio estremo dolore fu dato poscia l'effetto. Ecco in breve tutto il processo di questo affare disgustosissimo, del quale, come vedete, io son reo e innocente tutto ad un tempo. L'emigrazione romana ha portato in Milano i testimoni di questo fatto e i consapevoli delle querele che pubblicamente io feci all'esecutore di quell'indegna buffoneria, della quale se fu innocente l'origine, fu villana l'esecuzione. E se il pisano editore delle vostre opere avesse data riparazione all'odiosa calunnia, di cui mi ha gravato nella prefazione delle medesime, e fatta risposta alla lettera che già sei mesi gli scrissi, sarebbe a quest'ora stata redenta nel pubblico la mia riputazione su questo punto. Ma il signor N. N. si è condotto e conducesi sempre da giovinastro mal educato, e la malignità letteraria non conosce mai regola d'onestà.</p>
<p>Da tutto il contesto di queste cose lascio alla discrezione vostra il decidere della mia reità. Per me dirò solo, che se mi era lecito censurare il sistema della vostra omerica traduzione, non mi è lecito l'oltraggiarvi, né io poteva attaccare la vostra fama senza disonorarmi. E prescindendo da quell'altissima stima e venerazione che tutti i grandi ingegni m'ispirano, mi permetterete ancora di dirvi che, piccolo come sono, non ho mai sentito il bisogno di alzarmi sulle rovine di chicchessia; e la natura mi ha fatto fiero abbastanza per salvarmi d'ogni bassezza. Posso dissentire da voi in materia di gusto; ma quando l'opinione pubblica vi canonizza un grand'uomo, la venerazione è un dovere. Ho cercato la vostra amicizia, perché il cuore la domandava; e se vuole la convenienza vostra che pubblicamente io vi vendichi d'un'offesa a cui ho dato innocentemente cagione, non vi avrà cosa che io abbia mai fatta con più letizia.</p>
<p>Questa non è che una parte delle mie giustificazioni, alle quali darò compimento personalmente nel prossimo maggio. Oltre Madama de Staël, sarà presente al giudizio anche <emph>Megilla</emph>. Così almeno ella spera e desidera; e allora voi avrete la visita di Minerva e di Venere.</p>
<p>Pregovi di non lasciar questa lettera senza risposta, e di credere che se io non sono degno dell'amicizia vostra per altezza d'ingegno, il sono, e d'assai, per candore di sentimenti e pienezza di cuore.</p>
<closer>Amatemi dunque, e state sano. Il vostro ammiratore ed amico vero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>871.</head>
<opener><salute>Al P. GIUSEPPE SOLARI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Non prima di ieri ho ricevuto la carissima vostra in data dei 7, e io avevo già letto l'aureo vostro Discorso mandatomi da Cometti. Poche cose ho veduto sottilmente e profondamente ragionate siccome questa; né parlo dell'eleganza, perché questa in voi è natura. Ringraziate Gagliuffi e dell'amicizia che mi conserva, e dell'onore che ha fatto alle mie Prolusioni analizzandole e confutandole.</p>
<p>Spedisco a Cometti, in questo ordinario, due copie del mio <title>Cavallo alato d'Arsinoe</title>, una delle quali è per voi. Ne attendo con impazienza il vostro giudizio unitamente alle emendazioni che mi promettete del Persio, e ricordivi bene che io pretendo da voi non cenni, ma correzioni di fatto.</p>
<p>Desidero, e sempre spero, anzi il tengo per fermo, che il nuovo Re nostro sarà Giuseppe; ed ho interessato in questa credenza il mio amor proprio, perché egli si è degnato di mandarmi a dire di belle cose a mezzo di Paradisi. Ma qui il Governo non ha ancor dato alcun ordine intorno alle feste da celebrarsi; né io, come poeta di Corte, ho avuto alcun cenno su questo punto.</p>
<p>Oh quanto amerei di abbracciarvi in persona! Il fo coll'animo, e addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>873.</head>
<opener><salute>A GIAN BATTISTA MARTELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ignorava ove foste, ed ecco perché non vi ho scritto. Se ora vi trovate in miglior salute, non pensate al passato e medicate più che il corpo la fantasia. S'egli è vero che vi consola la mia amicizia, perché non venire ad abbracciarmi in Milano, perché non cercare una distrazione alle vostre ipocondrie in seno del vostro amico? Ma ecco che la stagione vi manda un piacere di spirito, la <title>Cantata</title> del professor Cerretti, e sarebbe stato maggiore il vostro contento se foste venuto a goderne la splendida rappresentazione.</p>
<p>Non so nulla del sig. Guillon, né mi curo di saperne. Ho altro da fare che occuparmi delle impertinenze di questa gente. Se verrete a Milano vi farò udir qualche cosa del lavoro che ho per le mani, e che mi <emph>farà macro</emph> per molti mesi.</p>
<p>State allegro, amatemi e credetemi sempre il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>874.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1805.</date></opener>
<p>Vi ho diretta per mezzo del conte Verri la mia del passato ordinario; vi dirigo la presente per mezzo del sig. Torlonia, sicuro della sua diligenza per il recapito, ovunque siate.</p>
<p>Ve l'aveva pure predetto. La commedia degli Arcadi non poteva che farvi ridere, e nel tempo stesso svenire di compassione. Tuttavolta questo spettacolo non sarà stato senza vostro guadagno. Oltre il diluvio d'applausi che vi è rovinato sul capo, vi avrà divertito l'innocente eruzione vulcanica di quei poveri pastorelli, e lo scoppio di quelle ciance poetiche, e tutti quei fuochi senza calore, senza movimento, senza vita. L'alleanza della pittura colla poesia è cosa più vecchia che la barba di Deucalione; ma <foreign lang="fre">si vous n'amez guère</foreign> di sentire che la poesia <foreign lang="fre">est fille de l'imagination</foreign>, voi meritate più compassione che gli Arcadi, e giudicherete sempre a traverso. Deridetemi quanto volete, ma persuadetevi che il solo cuore non ha mai fatto un intero poeta. Taccio d'Omero e d'Ariosto, i cui poemi son tutti quadri di fantasia, taccio di Orazio e di Pindaro, le cui canzoni sono tutte immagini; ma Virgilio, il delicato Virgilio, non ha egli qualche cosa di più che l'unico sentimento? Se limitate alle sole impressioni patetiche la poesia, pigliatevi l'Eloisa, pigliatevi la Clarisse, e piangete; ma non andate in collera se altri ama qualche volta di scherzare e di ridere con Anacreonte, e preferisce la toletta di Venere ai dolori della Madonna. In somma voi non vorreste nel poeta che una passione, e il poeta deve aver lingua e colori per tutte, né tutte sono dolore. Se trovate che in queste parole sia mescolato un poco di bile, questa è frutto del vostro scherno. Nondimeno ve ne chieggo perdono, ma pregovi di non molestare le mie opinioni su questo punto.</p>
<p>Se mi manderete l'epitaffio d'Alfieri, ho cuore anch'io per far compagnia alle vostre lagrime, e voi le avrete tutte le volte che si tratterà di epitaffi; parlo di quello che un amore di ventisei anni incide sopra i sepolcri. Ma avrei amato che Alfieri avesse determinato finalmente le vostre adorazioni per qualche cosa di meglio che un epitaffio. Sapete che non amo punto il suo stile, ed oso anche credere che il mio sia alquanto più cristiano del suo. Ma egli è sì grande con tutti i suoi grandi difetti, che stimerei temeraria e troppo presuntuosa la lusinga di sorpassarlo. Vi dirò bene che la mia anima (se scrivo quello che sento) ha guadagnato molto dacché vi ho conosciuto, e che voi siete stata per me una specie di novello Prometeo. Dirò ancora che stimo la tempera del mio cuore più sensibile che quello d'Alfieri, e più capace d'idee tenere e dolorose, tuttoché i buffoni mi abbian fatto <quote>un cuore di ferro</quote>. Contuttociò dispero di ergermi all'altezza di quell'ingegno; e frattanto non voglio dissimularvi che il desiderio di meritare la vostra stima mi dà una qualche energia. Possa io morire se v'ha cosa al mondo ch'io prezzi più che il sentimento dell'amore vostro. Ma voi… voi non amate i professori d'immaginazione.</p>
<p>Povero Alborghetti, e più povero il mio sonetto sopra la morte in bocca d'un imbecille! E questi probabilmente, e i de Rossi ecc. sono i benevoli giudici delle mie amorose incostanze, quasi che nel paese degli artificj dove non pure i marmi e le tele, ma la natura stessa è tutta artefatta, possa essere virtù la costanza, e non una vera necessità il cangiare cinquanta volte il mese d'oggetto, sempre cercando e mai non trovando un cuor tenero che vi somigli. Che colpa ho io se in Roma sono stato spesso infedele? Il fuoco non si è mai legato coll'acqua, e la guerra perpetua di questi due capitali nemici secondo i filosofi, è porzione dell'armonia di questo bel mondo, il migliore, come sapete, di tutti i mondi possibili.</p>
<p>In mezzo ai dispetti, che mi cagionano le imposture de' miei detrattori, ho esultato delle dimostrazioni d'onore, che avete qui ricevute, e in grazia di queste perdono ai Romani tutti gli altri lor torti verso di me. Godo in somma mirabilmente che anche le statue mutilate e ambulanti abbiano preso sentimento e vita per applaudirvi. Ho scritto a Cesarotti la vostra brama di salutarlo nel vostro passaggio per Padova, e il buon vecchio rispondemi che dopo la visita di Minerva canterà ad Apollo il cantico di Simeone, <quote lang="lat">nunc dimitte servum tuum, Domine</quote>.</p>
<p>La carta è piena, e chiudo col raccomandarmi alla vostra benevolenza, della quale se non sono degno per somiglianza, il sono ed assai per pienezza di cuore. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>875.</head>
<opener><salute>Alla Damigella COSTANZA MONTI — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1805</add>.</date></opener>
<p>Mia cara figlia.</p>
<p>Mi sono separato da te col corpo, ma non coll'animo, e profitto della rinfrescata che si dà ai cavalli per scriverti.</p>
<p>Pensando che io ti ho lasciato in mani sicure, vivo tranquillo: ma la mia contentezza non sarà mai intera, se tu non ti studierai di corrispondere con una savia condotta alle premure di chi veglia sulla tua educazione. Mia cara Costanza, io ti ho data nella sig.ra Raspi una madre, e nell'altra sua compagna un'amica. Renditi degna di questi nomi, e considera che io non sarò mai felice se tu non adempi esattamente tutti i doveri di persona ben nata e ben educata. Tua madre ti abbraccia e ti raccomanda le stesse cose.</p>
<p>Ti lascio con la mia benedizione, e son col cuore il tuo aff.mo padre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>876.</head>
<opener><salute>Al cittadino CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Resto maravigliato come la Superiora delle Orsoline non vi abbia dato risposta, e molto più del silenzio della Costanza, quando ella coll'ultima sua mi assicura di avervi scritto. Comunque sia vi ringrazio delle premure che per lei vi prendete, e le nuove che ne avrete dalla Beatrice spero che corrisponderanno a quelle che ne ho avute io direttamente, vale a dire che la figlia sta bene e contenta. Vivo sempre nella lusinga che a Pasqua ci rivedremo, giacché la venuta dell'Imperatore non pare debba seguire sì presto. Vero è però che la Consulta è stata licenziata, e Paradisi, secondo l'ultima sua lettera, dev'essere già partito. Ad onta di tutte le ciarle che si sono sparse sul rifiuto fatto dal principe Giuseppe alla corona d'Italia, io resto sempre fermo nell'opinione che egli e non altri sarà il re nostro. Si credeva che il Papa si sarebbe fermato, nel suo ritorno, a Milano per l'incoronazione del nostro nuovo sovrano; ma ora tutte le lettere portano che egli, come nell'andata, passerà per Piacenza, e terrà la strada della Romagna per trattenersi qualche giorno a Imola e Cesena. Sul resto nulla di certo. Una nuova distrugge l'altra, e tutto cammina per congetture.</p>
<p>Desidero che la bella stagione vi rimetta in piena salute. La Teresa, dopo essere stata assai travagliata del suo raffreddore, presentemente sta bene e vi saluta, ringraziandovi ella pure delle vostre premure per la Costanza.</p>
<closer>Salutate il fratello ed amatemi, ché io sono sempre di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>879.</head>
<opener><salute>Alla baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">5 o 6 Marzo 1805</add>.</date></opener>
<p>Se avete posto mente alla diligenza con cui sempre vi ho scritto, dacché mi avete lasciato, non potete non credere che il mio silenzio di quasi due settimane sia senza motivo. Ho avuto dunque ne' giorni passati travaglio assai di salute e di spirito, ma più di questo che della prima. La perfidia degli uomini mi fa più male che l'inclemenza delle stagioni, e poco è mancato che per una splendida bile io non abbia abbandonato Milano, e sia corso a seppellire il mio sdegno in campagna tra la repubblica delle fiere più innocente che quella degli uomini. Ho provato più volte che l'ira è un assai magnanimo sentimento, e degno veramente che il principe de' poeti la cantasse in versi divini; ma l'ira del debole contra il forte uccide il cuore in cui entra, e aver arme da vendicarsi, e non poterle adoprare, e soffrire, è il massimo de' tormenti. Al vostro ritorno vi farò la storia di una potente ingiustizia sostenuta da una suprema ignoranza, e mi compatirete dell'aver lasciato scorrere tre ordinarj senza pure una riga. Intanto alla collera è succeduta una profonda e nera malinconia, né mai siccome al presente ho sentito il bisogno di trovarmi con voi, e gustare nelle care vostre parole il balsamo alla ferita che mi è stata aperta nell'animo da uno stupido prepotente. Maledizione ai nemici della misantropia. Nell'iniquo sistema morale e politico, in cui sono dannato a vivere, la misantropia è una inevitabile necessità di tutti i caratteri generosi.</p>
<p>Moscati, a cui ho letti i paragrafi delle vostre lettere che lo riguardano, mi dice d'avervi scritto due volte, e di non averne ancora avuta risposta. Egli sempre vi ama, ed anche questa è una necessità, ma dolcissima, della quale io posso render conto meglio di lui, e godo di vedere che tutti quelli che vi conoscono, intimamente lo sentono. Il Conte Verri mi ha nuovamente scritto di belle cose sopra di voi. Egli è incantato della vostr'anima, e giura per tutte le ombre de' Greci di non aver mai veduta la simile. Confessate adunque, mia cara amica, che anche in Italia v'è sentimento, ma non vestito di porpora.</p>
<p>Il Governo è in grande faccenda per l'imminente arrivo dell'Imperatore, né il futuro re nostro ancora si sa. Le mie speranze sempre riposano su Giuseppe, e contemplano il felice avvenire, di cui vi ho parlato altra volta. Intanto sono accaduti dei grandi pettegolezzi in Parigi tra la Consulta e Melzi, e le nostre politiche divisioni somministrano, voi lo vedete, dei grandi pretesti per giustificare le straniere dominazioni.</p>
<p>Il cognato di L. mi ha domandato nuove di voi. Questa famiglia è sempre più permanente, né v'è apparenza che sgombri all'arrivo dell'Imperatore. Il suo star fermo avrà dunque un qualche motivo, né pare possibile che i due fratelli debbano trovarsi in un medesimo luogo senza qualche buon risultato.</p>
<p>Oggi corre il quarto ordinario, che veggomi privo di vostre lettere. Ne incolpo il delizioso soggiorno delle Sirene e il Vesuvio. Ricordatevi che le sue eruzioni non sono innocenti come quelle d'Arcadia, testimonio Plinio ed Empedocle, e piuttosto che cimentarvi in quelle voragini fermatevi al sepolcro di Virgilio, che gli sta di rimpetto, e vi riempirà di dolce e sublime malinconia. Da una parte quel Vulcano terribile, dall'altra la tomba di quel divino poeta, e il mare a' lor piedi. Ecco l'unione dell'immaginazione col sentimento, e voi siete fatta per gustar l'uno e l'altro. Amatemi e scrivetemi. Ho bisogno di queste due cose per non odiare la vita.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>881.</head>
<opener><salute>Al Cav. MICHELE ARALDI Segretario dell'Istituto Nazionale — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Brunacci, all'occasione di essersi recato a Milano negli ultimi scorsi giorni di carnovale, ha unito presso de Rossi le sue premure alle mie per Avanzini. Oriani farà lo stesso, onde io tengo ormai per sicuro il buon esito di questo affare.</p>
<p>Avete veduta nel giornale dell'Ape la critica del Puccini sulla mia interpretazione catulliana? Per Dio, fa pietà. Prendere a confutare un'opinione fondata sopra uno storico indestruttibile monumento, e non farne né pur parola, e colle tenebre della favola pretendere di annientare la luce della storia? S'è mai udito una sì pazza maniera di ragionare? E Biamonti far eco a queste stoltezze? Ma ambedue stanno freschi davvero. Aspetto la lettera, che mi viene annunciata, di un certo sig. Zannoni consenziente al Puccini, e in poche parole, ma urbane, mi scioglierò da questi nodi di ragno. Forse anche mi determinerò a pubblicare su questa controversia i giudizi di Cesarotti, di Solari, di Verri, di Bettinelli, e di altri dottissimi, interamente conformi al vostro parere. In questo caso desidero che mi permettiate di nominarvi. Spero che non vi dorrà di trovarvi in tal compagnia, la quale anch'essa andrà superba del vostro nome.</p>
<p>Ma a proposito di censure, è egli vero che il critico Giordanetto sia copista dell'Istituto? In questo caso ignorava egli che Rossi è vostro amico, e che un uomo appartenente all'Officio dell'Istituto dev'essere più educato e più cauto nel vilipendere, onde l'audacia delle sue critiche non percuota il decoro del rispettabile Corpo a cui serve? Mi rendo certo che l'avrete ammonito per il suo meglio, e desidero ch'egli si affidi per l'avvenire un po' meno alla generosità degli offesi.</p>
<p>Tenete forte il consiglio di non metter mano alla stampa dei nostri Atti, se prima non è definito il destino della Repubblica.</p>
<p>Amatemi quanto vi amo, e state sano.</p>
<p>P. S. Salutatemi caramente Avanzini.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>882.</head>
<opener><salute>A TOMMASO PUCCINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Marzo 1805.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ho letta e ben ponderata la vostra critica. La trovo urbana, e sottile, ma tutta fuori di strada. Vi farò accorto del vostro errore nella risposta, che oggi pure vi darei su due piedi, se colla vostra mi aveste comunicata anche l'obbiezione dell'egregio sig. Zannoni, cui prego di non ritardarmi questo piacere.</p>
<closer>Abbiatevi intanto i miei sinceri ringraziamenti in privato finché non venga il momento di farveli in pubblico, e state sano. Vostro Amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>883.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE DE CESARE — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Il titolo di questa lettera vi dice che io non so far complimenti. Imitatemi, e sia fatta e firmata per sempre la nostra vera amicizia.</p>
<p>Non vi siete ingannato. La lettera del Puccini conteneva appunto una copia delle sue critiche contro la mia Catulliana interpretazione. Non ho bisogno che di quattro parole per confutarle e distruggerle, ma nol farò se prima non veggo la lettera, che mi viene annunciata, del signor Zannoni. Non conosco questo erudito, e amerei che schiettamente me ne deste qualche contezza. Salvo il suo merito, che mi figuro grandissimo, per ciò che Puccini mi scrive, ardisco vaticinare che anche la censura del Zannoni sarà fuori di strada, siccome quella del suo precursore. Hanno un bel tormentarsi su quei Memnonidi, ma il cavallo alato di Arsinoe, s'altro non viene, con pace di tutti i critici dell'universo, è lo struzzo. Rispondendo ai due Fiorentini, può darsi che io mi determini a pubblicare il giudizio che della mia esposizione portano Cesarotti, Bettinelli, Verri, Araldi, Solari ed altri amplissimi letterati; giudizi tutti conformi alla mia opinione, creduta per essi dimostrazione. Ma prima di farlo, dimanderò, come è creanza, il loro consenso.</p>
<p>Salutatemi il mio carissimo Mustoxidi, a cui pregovi di mostrar questa lettera, onde si conforti d'avermi dato il suo voto. Nelle mie risposte al Zannoni e al Puccini coglierò occasione di ricordarlo, se mi farà avere per tempo ciò che mi scrive d'aver in animo di pubblicare su questa stessa materia.</p>
<p>Ricordate al nostro degno Tassoni la mia costante e vera amicizia, e voi seguitate ad amarmi e credermi vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S. Vi raccomando l'inchiusa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>884.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Naples.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Marzo 1805.</date></opener>
<p>A dissipare alcun poco le mie mortali malinconie mi sono opportunamente arrivate due carissime vostre, l'una di Velletri, l'altra di Napoli, e piene ambedue di delicata e dolce amicizia. Quanto vi sono tenuto della premura che vi prendete per consolarmi della vostra lontananza! Ma a che tanti rimproveri perché mai non vi parlo del mio venire con voi nella Svizzera? Non mi avete fatta l'alternativa di accompagnarvi o a Venezia o a Coppet? Non vi ho io dato solennemente o per l'uno o per l'altro di questi progetti la mia parola? E dopo tutto son io libero d'obbedire al mio cuore, ligio qual sono d'un'autorità superiore così poco indulgente per l'ozio onesto de' letterati? Non meno ho fermamente decretato nell'animo mio di passare e gustare in compagnia vostra qualche settimana di beata e vera esistenza per ricompensarmi della vita che qui vivo odiosa ed amara per ogni verso. Io qui non sono felice, lo ripeto, ho delle spine nel cuore, la mia pace è in contrasto coll'altrui ingiustizia, e non confido alla carta i disgusti che mi vengono cagionati per non turbarvi senza profitto.</p>
<p>I tristi pensieri che mi consumano intimamente si legano coll'idea dell'incostanza, di cui mi scrivete aver udito tanto accusarmi. Volete voi chiaro il perché i Romani m'incolpano di questo difetto? In un paese tutto artificio e simulazione non poteva mai lasciare di sé buon nome un carattere tutto natura. Un cuore bollente, un cuore sdegnoso, e se volete, entusiasta, ecco tutto il mistero di queste accuse. Aggiungete a questi difetti l'impazienza d'ogni bassezza, e l'intolleranza d'ogni riguardo verso coloro, che in tutte le loro azioni morali introducono la transazione del vizio colla virtù, e ditemi dopo questo, se poteva in Roma esser caro e lodato un carattere della mia tempra. Mi affligge però il sentire che fra' miei detrattori entra anche il cardinale Ruffo. Convien dire ch'egli abbia finito d'esser filosofo, né più si ricordi del passato. Egli era obbligato a rendermi più giustizia. Io l'ho costantemente amato quando tutti lo bestemmiavano, io gli ho mostrato la mia amicizia nelle tempeste, ed ho affrontato il pubblico odio per conservargliela ferma ed immacolata. Dunque un po' più di rispetto per gli amici della disgrazia. — Passiamo a cose più liete.</p>
<p>Quel poetucolo che tutto chiuso nel suo piccolo guscio modestamente vi dice, sono un insetto del Parnaso, e quello smilzo Godard che il prende per mano, e ripiglia con importanza, è un cigno, io ne rispondo, mi hanno sgangherato dal ridere, e voi con un tratto di penna mi avete fatta una graziosissima pittura del Ghezzi. Vi consiglio di appendere divotamente un voto ad Apollo per avervi salvata da quei diluvj poetici. Ma convien perdonarli. La presenza della divina Minerva ha portato nei meschini loro cervelli una specie di vertigine, e il desiderio di farvi onore gli ha fatti piucché mai pazzi. Scrivono che il Vesuvio è in gran movimento. Egli dunque ha sentito il vostro arrivo, e anch'esso si agita per onorarvi. Siete stata regalata in Arcadia d'una inondazione di ghiaccio sciolto in sonetti, egloghe, madrigali, ed era giusto il ricompensarvi con qualche inondazione di fuoco. Lasciando gli scherzi, mi figuro lo stato della vostr'anima alla presenza di quel Vulcano, e spero che dopo la vista di questi prodigi della natura perdonerete agli Italiani l'esaltamento della loro immaginazione. Se scriverete un libro in Italia, se dipingerete ciò che vedete, son certo che le vostre idee si risentiranno del clima che le feconda, e allora i vostri giudizj sull'indole della poesia italiana usciranno più castigati e più giusti. Allora anche voi farete delle pitture, e sposerete alle immagini i sentimenti.</p>
<p>Desidero che i torbidi di Napoli affrettino la partenza vostra da cotesti luoghi, ove trecento mila lazzeroni debbono far tremare i filosofi. Il settentrione d'Italia è più placido. Tornate adunque nel nostro seno. Qui non avrete a temere altro vulcano che quello del vostro amico.</p>
<p>Addio mille volte e di cuore.</p>
<p>P. S. Se la presente vi trova in Napoli salutatemi Ruffo. Io non gli posso ancora voler male, tuttoché egli non mi ami più come prima. Dite per me un <foreign lang="lat">Pater noster</foreign> a Virgilio sulla sua tomba, e raccomandatemi a quel divino poeta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>886.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Ho il cuore tutto commosso per la vostra del primo corrente ricapitatami ieri da questo M. Cartier. Io stancarmi d'amarvi? io dimenticarmi della mia cara sorella? e voi dubitare dell'eternità de' miei sentimenti? Voi siete forse della setta di quelli che stimano niente durevole nella natura, e oltraggiano l'amicizia? Ho io ancor bisogno d'assicurarvi che la mia non la troncherà che la morte? Gli è vero che ho lasciato passare qualche ordinario senza scrivervi, e nella penultima mia inviatavi per solito mezzo del sig.r Torlonia ve ne ho accennato il perché; ma gli è vero altresì, che prima di questo momentaneo interrompimento due altre lettere vi aveva scritte, la prima per mezzo del conte Verri, e l'altra per quello dello stesso Torlonia, e l'uno e l'altro mi ha riscontrato d'averle già riavute. Vi ho scritto posteriormente altre due volte, e questa è la terza. Di che dunque incolparmi, mia carissima amica, e perché straziarmi con gl'ingiusti vostri sospetti? Deh siate, ve ne scongiuro, siate meno sollecita della mia letteraria riputazione, e rendete più giustizia al mio cuore. Crediate che la vostra lettera mi ha grandemente mortificato, perché nulla più mi rimane, perduta la vostra stima. Tenetevi quel vostro <quote lang="fre">premier poète d'Italie</quote>, e ditemi <hi rend="italic">il primo de' vostri amici</hi>. Tutta la gloria mia deve consistere in questo titolo, e mi conosco abbastanza per non temere che altri possa disputarmelo. Non mi fate adunque mai più l'offesa di sospettarmi incostante e leggiero nell'amicizia che vi ho consecrata. Se vi avessi conosciuta la prima volta che il mio cuore s'aperse all'amor d'una donna, avrei amato una volta sola. Ma è forza troncare questo dolce discorso, perché la partenza del corriere è imminente. Con questa eccovi cinque lettere a cui dovete riscontro. Tornate presto, e pensate che avete dei torti da riparare.</p>
<p>Addio, e di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>887.</head>
<opener><salute>Al cittadino Consigliere FELICI, Ministro dell'Interno — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Una stampa che ho per le mani, e urgenti bisogni di domestica economia mi costringono, Cittadino Ministro, a supplicare il Governo per un sussidio di cento zecchini contro i quali cedo l'onorario intero d'un anno sulla pensione dell'Istituto.</p>
<p>Siatemi, ve ne prego, cortese di questa grazia, e gradite la divota espressione del mio profondo rispetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>889.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Dal nostro De—Cesare avrete già inteso che ho ricevuto benissimo tutte le carte che egli e voi mi avete mandate. Avete prevenuto il mio desiderio, spedendomi la critica del Zannoni. Il modo con cui è scritta, me lo scopre un uomo assai dotto, sagace e senza pretensione. Ma siate tranquillo. Le sue obbiezioni, tuttoché di maggior peso d'assai che quelle del Puccini, non torcono un pelo alla mia interpretazione.</p>
<p>Nella mia risposta, a cui subito metterò mano, farò palese la sincera mia stima verso il Zannoni, e il suo continuo sbaglio tutto ad un tempo. La difficoltà ch'egli muove, mi era stata prima toccata da Cuoco, la quale non fece che somministrarmi, a parere dello stesso Cuoco e di tutti gli altri amici, un nuovo trionfo. Pubblicherò adunque e la sua lettera e la risposta che fin d'allora gli feci, e l'egregio signor Zannoni vedrà in questa confutate in gran parte le sue sottili obbiezioni; il resto con poche aggiunte. Una critica di molto maggiore apparenza, e che a prima vista mi diede molta apprensione, erami stata fatta da questo mio amico Luigi Rossi, Capo dell'Istruzione pubblica nel Ministero dell'Interno, buon grecista e cultissimo ingegno. Ma anche questa l'ho sciolta in fumo. Il Zannoni l'ha delibata parlando del <title lang="lat">Corus argestes</title>, ma non l'ha munita, come il Rossi, dell'autorità d'un grande antiquario da far paura. I nervi adunque della sua opposizione sono stati già tronchi avanti ch'egli la producesse; e la nostra lite finirà, spero, col farmi un amico nella persona del mio onesto avversario. Intanto, siccome la mia risposta al Zannoni e al Puccini sarà una lettera diretta al mio Mustoxidi, vi anticipo il giudizio che alcuni de' primi letterati d'Italia han già dato sul mio <title>Cavallo alato d'Arsinoe</title>, mal ricevuto in Francia, ma onorevolmente altrove. Leggete adunque gli annessi fogli, e osservate quai nomi apporrò a quello dei dotti che costà mi movono guerra.</p>
<p>Vi ringrazio del passo d'Oppiano, e ve ne farò merito nella lettera che vi preparo. Amatemi, e state sano.</p>
<p>Il resto in altro ordinario. Mi stanca il copiare; e bisogna ch'io esca di casa per vedere l'ingresso dei Mammalucchi. Ho fatta a Manzoni la vostra ambasciata, ed egli emenderà la negligenza passata.</p>
<p>Di nuovo addio, e di cuore.</p>
<p>Di Foscolo sono più mesi che non ho lettere. Salutatemi il bravo Niccolini e gli amici, se pure ne ho veruno che sia tale davvero, in un paese ove tanto si dànno moto per investirmi e ognuno vede il perché.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>890.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add><add resp="ed">DE STAËL HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Napoli</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Nel momento in cui scrivo tutta la città è in moto per recarsi a vedere l'ingresso del Principe Beauharnais alla testa dei Mamelucchi. Odo dalla mia stanza il calpestio dei cavalli, lo strepito dei tamburi, e questo romor mi porta nell'anima una malinconia che non so comprendere. Il pensiero si stende sull'avvenire, e le voci che corrono che non più Giuseppe, ma Beauharnais sarà il nostro padrone, fanno che io non possa prender parte alla letizia di questo ingresso. Mi era innamorato del primo, <quote>come per fama uom s'innamora</quote>, e sono dolente della fine infelice de' miei amori.</p>
<p>Intanto mentre che l'uno entra l'altro se n'esce; dico che Luciano finalmente parte ancor esso, e ritirasi nel territorio di Pesaro. Ecco svanita anche quest'altra speranza, che per ora egli sia per riconciliarsi col fratello. E vi so dire che agl'Italiani non sarebbe punto spiaciuto, che egli fosse rimasto nel nostro seno, e nostro sovrano. A me poi rincresce la sua partenza non poco, perché, sapendolo amico vostro, piacevami che egli fosse qui rimasto come incitamento al vostro ritorno in questa città. Tutte in somma le mie affezioni si legano, come vedete, alla vostra persona, e il mio desiderare e temere e sperare prende moto da voi.</p>
<p>Il Governo con lettera d'officio venutami ieri l'altro mi ha eccitato a scrivere qualche poesia sulla imminente venuta dell'Imperatore. Nell'incertezza in cui siamo che egli, o il fratello, o il figliastro debba essere il nostro Re, ho risposto al Governo, che non potendo determinare le mie idee sui futuri nostri destini, difficilmente potrò farmi il piano d'una poesia ben applicata, e che malamente si scrive sopra un oggetto che non si conosce. Quindi non ho ancor messo mano a verun lavoro, ed attendo di veder più chiaro per iscrivere più a proposito. E dovendo pur far qualche cosa avrei amato di consultarvi. Lontano da voi mi pare di essere abbandonato, e la vostra sola presenza mi terrebbe luogo d'Apollo e di tutte le Muse. Altronde nello stato in cui sono ho più voglia di piangere che di ridere. Niente mi rallegra, niente m'interessa, niente vivifica la mia mente. Ho il cuore serrato, l'immaginazione pressoché morta, né spero di sentire resuscitate le facoltà del mio spirito che quando vi rivedrò.</p>
<p>Spero che avrete ricevute a quest'ora le quattro lettere che v'ho scritto dacché siete partita da Roma, e che tranne due soli non ho lasciato passar ordinario senza darvi nuova di me. Dopo la vostra venutami da M. Cartier non ho più ricevuto nulla di voi, e questo silenzio mi turba sul timore che voi, non avendo avute le mie, mi priviate delle vostre per vendicarvi della supposta negligenza. Sono quindi impaziente di qualche vostro riscontro. Non ho mai provato più tanto i tormenti dell'amicizia. E nondimeno son certo che il vostro cuore non ha cangiato tenore, perché son certo di non aver meritato il vostro abbandono.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>893.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Vi compiego una lettera di M.r Benincasa contenente l'articolo ch'egli ha inserito nel suo Giornale intorno all'ultimo vostro libro. Per degnamente parlarne bisognava un cuore di foco, uno stile magnanimo, un'immaginazione sentimentata, e il nostro buon giornalista non conosce che l'innocenza, e in tutto quello che scrive egli sempre languisce per gentilezza. Tuttavolta mi rendo certo che gli saprete buon grado della sua eccellente intenzione.</p>
<p>Moscati mi ha fatta la dura vostra ambasciata, ed eccovi la mia risposta. La vera amicizia non deve mai andare scompagnata dalla buona fede, e la vostra è tutta sospetto. Per quanto v'ha di più sacro nelle umane affezioni sia questa l'ultima offesa che avete fatta alla purità e santità de' miei sentimenti. I miei nemici, lo veggo, hanno avvelenata la vostra opinione sul mio carattere. Ma dovrete voi prestar fede alle maligne loro definizioni? Non riflettete che credendomi capace di leggerezza rapporto a voi, avete mancato di stima a voi stessa? Posso io tralasciare di essere vostro amico senza nuocere a me medesimo? Mia cara, mia dolcissima amica, ve ne scongiuro, non mi mettete mai più questa spada nel cuore; non vi esponete mai più al pentimento, al rimorso d'avermi oltraggiato senza motivo; perché vado sicuro che quando avrete ricevuto le molte lettere che vi ho scritte, avrete rossore e dolore d'aver sospettato della mia tenerezza, della mia fede. Abbiate un poco più di rispetto per voi medesima, e prima di condannarmi aspettate che il tempo giustifichi la mia condotta. Ho tralasciato, egli è vero, due ordinari di scrivervi; ma non ve n'ho taciuto il motivo. Ed oltre ciò la delicatezza ha i suoi segreti, il nostro cuore ha delle piaghe che non si debbono, né si possono rivelare, e crediate che qualche volta il silenzio non è che una riverenza dell'amicizia.</p>
<p>Eccovi intanto per mia discolpa le note delle lettere che vi ho scritte dopo la partenza vostra per Napoli. Una diretta al conte Verri, due posteriori al vostro banchiere, due a Cartier, una sesta col passato corriere, e la settima con quello di oggi. Mi era proposto di estendermi colla presente, ma la vostra ingiustizia mi ha propriamente trafitto, e non ho né coraggio né testa per proseguire.</p>
<p>Non posso però non dirvi colla più viva espressione dell'anima, che sono e sarò eternamente il vostro amico.</p>
<p>P. S. Questo è il quarto corriere, che mi lascia privo di vostre lettere. Io ne soffro oltre ogni credere, ma non vi fo l'oltraggio di sospettarvi infedele.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>894.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Se le mie lettere vi sono finalmente arrivate, se vi siete ricreduta degl'ingiusti vostri sospetti, se avete rimorso d'avermi un po' strapazzato, tutti i vostri torti sono dimenticati ed io godo d'aver qualche cosa da perdonarvi. Anche il sentimento dell'amicizia ha bisogno qualche volta di essere irritato per raffinarsi, e rivivere più infiammato che prima. Ma in mezzo al pentimento medesimo vedi, mia cara, come le ingiurie ti scappano dalla penna. <quote lang="fre">Dans un pays où l'amour lui—même ne s'élève pas jusqu'à l'amitié</quote>. Che sentenza insultante! che idea oltraggiosa per una nazione, che aveva testa e cuore, gentilezza e costumi quando le altre non avevano che ferocia! Siamo noi Ottentoti? siamo noi nati nella maledizione della natura? E voi che avete tanto disprezzo per gli Italiani li conoscete voi bene? oltraggiando continuamente il paese in cui sono nato mi date voi una prova di delicata amicizia? E nondimeno io vi amo.</p>
<p>Il <emph>povero Monti</emph> vive adunque nel cuore di vostra figlia? Ardo d'impazienza di serrarmi al petto questa amabile creatura. Parmi di esser divenuto qualche cosa di sacro dacché so di esser caro a quest'angelo, e quando l'udrò parlare italiano credo che rimbambirò dal piacere. Ma voi non vorrete voi provarvi a parlare alcun poco la più bella e più dolce di tutte le lingue moderne, la lingua nipote dell'attica e figliuola della latina? Il vostro orecchio preferirà egli sempre i fischi inglesi e tedeschi alla toscana melodia? Se Platone ed Omero tornassero a rivivere, e dovesser parlare una lingua viva, credete che questi divini intelletti stati tanto solleciti dell'armonia delle parole amerebbero altra favella dell'italiana? Fuori di scherzo, datemi un saggio dei vostri profitti nell'acquisto di questo idioma, e fate vedere che avete cangiata opinione. Conquistatevi insomma l'amore degli Italiani dopo di averne meritamente ottenuto l'ammirazione.</p>
<p>Mi dà piacere il sentire che il Cardinale Ruffo mi continua la sua benevolenza, e spero che come uomo di grandi talenti egli avrà guadagnata la vostra. Questi Eminentissimi, dacché ho voltate a Roma le spalle, mi hanno preso sul corno, come suol dirsi, e non è maraviglia se la sinistra loro opinione mi ha concitato nella plebe dei cortigiani tanti nemici. Duolmi di venir riputato un uomo di perduta coscienza in un paese che adoro e che ardo di rivedere. Ma nelle passate vertigini un partito conveniva pigliarlo, ed io come Ferrarese ho preso quello della mia patria, né mi è permesso il pentirmi. Non so se vi sia mai accaduto d'incontrarvi colla duchessa Braschi. Io l'ho amata un tempo teneramente, e se il caso porta che la vediate, desidererei di sapere se sono più vivo nel suo pensiero. Le sue passate galanterie non han sempre fatto molto onore al suo nome. Ma ella ha un cuore eccellente, e questa è una grande scusa per tutte le sue follie.</p>
<p>Ho scritto, è già un mese, al Barone d'Humboldt, e non ne ho avuta ancora risposta. Informatevi se ha ricevuta la mia lettera e le stampe che gli ho mandate.</p>
<p>Ad una solenne accademia di canto e di ballo ho veduto l'altra sera il principe Beauharnais. Un cortese e franco soldato. Egli ha voce di non esser nemico del bel sesso, e va bene che Marte riposi qualche volta, in braccio di Venere. Ma mentre le donne lo squadravano per un verso, gli uomini il contemplavano come re futuro possibile, e si susurravano all'orecchio i loro pensieri.</p>
<p>Luciano non è per anche partito, ma sta sulle mosse. Intanto tutti son muti sopra Giuseppe, e questo silenzio mi dà gran pena. Io gli aveva innalzato nel mio cuore il trono, e mi dorrebbe che un altro me l'occupasse. Ma in ultimo io sono l'asinello di Esopo che porta le ceste, qualunque sia la mano che gliele mette.</p>
<p>La mia salute è migliore, ma non mi contenta perfettamente. Ho d'entro di me due grandi nemici, che rodono la mia pace, la malinconia e la bile; e questi due tormenti non cessano che quando vi scrivo, e ricevo le vostre lettere. L'ultima sopra tutto mi ha consolato mirabilmente avvisandomi, che avete scritto a Milano perché vi si prepari il vostro alloggio per li 15 del prossimo maggio. Dunque ancora cinquanta due giorni, e sarò felice.</p>
<p>Addio di tutto cuore.</p>
<p>P. S. Ricordatevi della mia ambasciata al Baron d'Humboldt, e de' miei rispetti a sua moglie. Un saluto ancora al gran capraio d'Arcadia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>897.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, Milano, 26 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Finalmente i nostri destini sono decisi. Re d'Italia Napoleone finché la Russia occuperà le sette Isole, e Malta gl'Inglesi, vale a dire per sempre. E pare anche fissato il giorno dell'incoronazione, li 22 di maggio. Addio dunque le mie belle speranze del giorno 15, addio i nostri dolci progetti, e tutta la gioia che ci promettevamo in quell'epoca; poiché né voi certamente vorrete esser qui per quel tempo, né io so quai doveri mi verranno imposti in quei giorni. So che mi è comandato di scrivere, e il Governo mi ha replicato assolutamente ieri quest'ordine. Ma non ho né testa né forza. Mi sento addormentate tutte le facoltà della mente, temo di sostener male l'incarico di <emph>poeta regio</emph>, e il cuore mi trema. Vorrei vedervi, parlarvi, consultarvi, vorrei aprirvi tutti i pensieri che mi tormentano; e chi sa quando ci rivedremo? Sono impaziente d'udire le vostre deliberazioni, e attendo i vostri consigli.</p>
<p>Moscati vi risponde in questo ordinario. Qualche incomodo di salute negli occhi, e le occupazioni della sua presidenza al Magistrato di sanità pubblica gli hanno impedito di farlo prima, ed è colpa mia se col passato corriere obbliai di avvisarvi i motivi del suo ritardo. La venuta imminente del gran personaggio che qui si attende fa che anche Moscati creda disperato per ora il ritorno vostro a Milano, e questa idea finisce di desolarmi. Ignorasi se Giuseppe sarà di corteggio, e anche questo è un pensiero che mi contrista, poiché l'affezione che mi avete ispirato di quella egregia persona mi faceva desideroso di conoscerla, e acquistarmene la benevolenza. Nel caso ch'ei venga, avrò caro che gli scriviate che l'autore delle <title>Lettere filologiche sul cavallo alato d'Arsinoe</title> (le quali mi hanno meritato un suo complimento per mezzo del Consultor Paradisi), viene da voi onorato del nome di vostro amico. Sento che questo titolo mi dà diritto alla stima di tutte le anime calde ed oneste, ed io amo di avervi quest'obbligo e di mescolare i sentimenti della riconoscenza con quelli dell'amicizia.</p>
<p>Dopo l'ultima vostra, parte in data di Roma, e parte di Napoli, non ho più nuova di voi, e molte mie lettere sono senza riscontro. Giovami l'avvertirvi che, posteriormente alle due in inviatevi da Cartier, non ho lasciato partir corriere senza scrivervi.</p>
<p>Che fanno i vostri Arcadi confratelli? Vi hanno dato più trattamento di pifferi e di zampogne? Anche questa è una distrazione dalle idee dolorose della politica, e le ciance poetiche pigliano il carattere di conforto quando la filosofia è in pericolo. Io pure non ho sentito mai tanto il bisogno di una vita pastorale quanto al presente e darei tutto Machiavelli per un sonetto.</p>
<p>Per carità, scrivetemi, consolatemi, ravvivatemi, ma soprattutto amatemi se non mi volete infelice. Addio.</p>
<p>P. S. Riapro la lettera per dirvi che mi arriva in questo punto la vostra dei 16. Il biglietto della Duchessa Braschi mi ha fatto arrossire per conto suo, perché non dissimulo d'averla amata, e ve l'ho già scritto altra volta. Ma quando vi ho avvertita che da cotesto paese le delicate affezioni sono straniere, non bisogna stupire della poca decenza delle espressioni. Non è il mondo morale che in Roma può interessarvi, ma il genio delle belle arti, i monumenti dell'antica grandezza, le preziose reliquie dei secoli, e quella dolce e maestosa malinconia che si sente nel cuore contemplando il passato e vivendo coi grandi che più non sono. Non è nella società dei Principi di Santa Chiesa che un'anima come la vostra deve cercare di che ricrearsi, ma nelle ruine di campo Vaccino e nei depositi delle arti. La prima volta che io vidi lo scheletro del Colosseo i miei occhi si riempirono di lagrime, e io passava delle intere giornate nel soave dolore di quelle grandiose devastazioni, e mi nascondeva ai viventi per conversare coi morti, e calcava con riverenza la polve impressa un giorno dai piedi di Cesare e di Cicerone. Io vedeva e sentiva, l'immaginazione entrava tutta nel cuore, e mi provava l'unione, il vincolo, l'armonia di queste due facoltà fatte per aiutarsi non per distruggersi. Questo mio genere di vita mi acquistava la reputazione di atrabiliare e misantropo, ma qualunque sia il nome che mi hanno partorito i miei scritti, io lo debbo tutto a queste malinconiche sensazioni, che la fantasia vestiva poscia d'immagini. — Vi ho detto che l'incoronazione del nuovo Re nostro è fissata pei 22 di Maggio, e il suo arrivo credesi che sarà molto prima. Prendete adunque bene le vostre misure. Luciano è sempre sulle mosse, ma ieri non era ancora partito. Io in collera? e con voi? Conoscete meglio l'amore, e date altro nome agli errori, ch'egli mi fa commettere.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>898.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Non vi ho scritto sabato scorso, e compatitemi. Tutto quel giorno e il seguente ho dovuto consecrarli a un sacro dovere assistendo a mia moglie ammalata per una passeggera ma violenta infermità, che il suo sanguigno temperamento paga ogni anno alla primavera. Non è risanata del tutto, ma fuori d'ogni pericolo, e per questa parte sono tranquillo.</p>
<p>Dico per questa parte, perché sorgono nel mio animo altre gravi ragioni di malinconia. La prossima venuta dell'Imperatore mi uccide nel cuore la dolce speranza di rivedervi. Il giorno che avevate prefisso al vostro ritorno in Milano è quello appunto dell'incoronazione. Mi era proposto di venirvi incontro a Ferrara, e il Governo ha mandato avviso individuale ai Collegi degli Elettori di trovarsi tutti adunati in Milano per il 18, e Sua Maestà si è degnata perfino di prescrivere l'abito di che dobbiamo vestire. Dovrà comparirgli davanti anche tutto il Corpo dell'Istituto, ed ecco un secondo ostacolo a' miei dolci disegni. Altronde io non so lusingarmi che i vostri riguardi politici possano in quella circostanza permettervi di esser qui. Credo piuttosto che vi fermerete a Pesaro con Luciano, il quale è partito il giorno medesimo della solenne proclamazione di suo fratello Re d'Italia. Comunque vi risolviate scrivetemi.</p>
<p>Vi ho scritto l'ordine venutomi dal Governo di preparare una poesia. Io adunque vo toccando la lira, ma le corde rendono un suono che non risponde coll'animo, e più cerco di stimolare la fantasia, più il cuore l'agghiaccia. Se come i pensieri fossero libere le parole, vi direi la ragione di questo letargo poetico, ma corrono tempi nei quali dice tutto il silenzio. Alcuni della Deputazione qui ritornati raccontano che alla vigilia medesima della loro partenza erano seguiti nuovi contrasti tra Napoleone e Giuseppe, e che quest'ultimo mantenevasi inesorabile nel suo rifiuto. Ammiro la sua magnanima ostinazione, ma me ne duole per noi, che abbiam bisogno di un capo immediato e presente. Ma basti di queste cose.</p>
<p>La mia lettera al baron d'Humboldt rimane tuttavia senza riscontro, ed ignoro s'ei l'abbia pur ricevuta. Vi prego nuovamente di trarmi da questo dubbio.</p>
<p>Moscati è stato onorato d'una graziosa visita del Principe Beauharnais, il quale ha voluto personalmente assistere ad alcuni suoi fisici esperimenti. Io pure doveva intervenirvi, ma l'infermità della moglie me l'ha impedito. Il nostro amico lodasi molto dell'affabilità di questo serenissimo personaggio, e s'egli fosse meglio circondato sarebbe più interessante, ma il destino dei grandi è sempre lo stesso, molto più in paese straniero. L'opinione pubblica lo fa viceré sotto la direzion di Melzi, al quale pretendesi che si darà la plenipotenza siccome al conte di Firmian sotto gli Austriaci. Per me desidero certamente che si confidino a Melzi le redini dei Governo, perché Melzi ha cuore italiano e testa eccellente; ma la rota dei nostri destini gira sì male, che le speranze son poche e molti i timori. Non voleva più toccar questo tasto, e l'abbondanza del cuore mi ha tradito.</p>
<p>Da due ordinarj mi trovo privo di vostre lettere. Che vuol dir questo? Sareste mai in collera meco? Amo di pensare piuttosto il vostro silenzio una distrazione, e Roma, tuttoché il mondo morale v'interessi sì poco, può ben avere di che occuparvi per mille altre cagioni, né voi dovete poi credere che cotesta Roma sia il solo paese in Europa che meriti i disprezzi e gli sdegni della filosofia. Me ne appello al vostro caro Parigi.</p>
<p>Madama Cicognara, suo marito, Benincasa, de Rossi e tutti gli amici nostri vi salutano senza fine, e il mio cuore è sempre con voi. Fate che il vostro sia qualche volta con me, e persuadetevi che fra le poche dolcezze della mia vita, la prima è il verace e tenero sentimento di eterna amicizia che a voi mi lega.</p>
<p>Ricordatevi adunque del vostro Monti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>899.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Datevi pace, non mi fate pentire d'avervi manifestato qualche dolore sul proposito degl'ingiusti vostri sospetti. La nostra amicizia vi ha guadagnato più che perduto, e in ultima analisi io debbo farvi dei ringraziamenti anzi che dei rimproveri. Due carissime vostre ricevo tutte ad un tempo, e tutte due conformatrici della vostra benevolenza e del vostro rincrescimento per lo passato. Piacemi che qualche stilla di amaro si mescoli qualche volta alla dolcezza delle affezioni, e le preservi da corruttela. Ma parmi che i nostri cuori non abbian bisogno di molta dose d'assenzio. Basti dunque così.</p>
<p>Benincasa è tutto fuori di sé per la graziosa lettera di cui l'avete onorato. E per vero voi sapete dare tal prezzo a tutto ciò che parte dal cuore, che non si può leggervi senza sentirsi tocco e commosso. Anch'io ho preso grande incitamento dal vostro consiglio intorno alla poesia che mi è stata ordinata. E già ho messa mano al lavoro, e spero di uscirne con dignità. Sarà cosa lirica, ma tutta mista di sentimento. L'amor della patria mi ha suggerito un pensiero, che manderà d'accordo l'immaginazione col cuore. Né il pensiero sarà senza coraggio.</p>
<p>Chi mai vi ha tentato di andare alle catacombe, alla chiesa de' morti, ai sotterranei di S. Pietro? Luoghi tutti lugubri senza interesse, e fatti per odiare l'esistenza. Ho passato in Roma dieci sette anni della mia vita, e mai ho voluto vedere questi monumenti dell'umana miseria, ove il cuore si serra, e le facoltà della mente si annientano. Sono andato in traccia della malinconia, non di quella che uccide, ma di quella che sublima il pensiero colle imponenti reliquie delle azioni magnanime e generose, e col farmi contemporaneo delle virtù trapassate mi son procurata la dimenticanza dei delitti presenti. Mi dite di non esser molto sensibile allo spettacolo delle belle arti. Desidero che l'abbiate detto a me solo, e ch'io sia solo a soffrire il dolore di questa strana sentenza. Per tenere questo linguaggio senza detrimento della vostra fama, aspettate, vi prego, di esser fuori d'Italia, e dite le vostre ragioni ai dirupi della Svizzera e alle nevi del Monte Bianco. Che vi rapisca l'arte di Sofocle e d'Euripide va benissimo, ma che non abbiate né cuore né occhi per l'arte di Fidia e d'Apelle, questo, mia cara amica, è un gran male, e non è colpa di questa bell'arte se non vi tocca.</p>
<p>Non so se in questo discorso entri un poco di collera. È che vi amo e che mi fa pena tutto quello che può giustificare la severità dei vostri nemici. Siete padrona di disprezzare la stima degl'Italiani, ma potendo farvi adorare perché contraddire ai vostri stessi principi, che tutti si fondano sulla benevolenza e l'amore? Dico questo, perché amerei di vedere ai vostri piedi tutti i cuori della nazione. — Salutatemi Humboldt, Verri, Pessuti, Giuntotardi, Alborghetti, ma non de Rossi. Egli è troppo maligno.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>900.</head>
<opener><salute>A MELCH IOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 aprile 1805.</date></opener>
<p>Nel momento in cui scrivo, il povero Massa sta nell'ultima lotta colla morte, e ciò che cava le lagrime si è la rassegnazione e la calma con cui soffre il suo male e batte alle porte dell'eternità. Non vi descrivo i suoi patimenti per non attristarvi, né il cuore mi regge a pensieri sì dolorosi.</p>
<p>L'ultima vostra mi ha messo finalmente in pace con me medesimo, e non mi resta che il cogliere l'occasione di far manifesti pubblicamente i miei sentimenti, e disarmare del tutto la malevolenza e l'invidia. Il tarlo, che poteva segretamente rodere la nostra amicizia, più non esiste, e noi ci ameremo inalterabilmente fino al sepolcro.</p>
<p>È uscita in Torino una nuova versione di Giovenale. Dal poco che ne ho letto, parmi che il traduttore (un certo signor Accio, di cui odo il nome la prima volta) sia andato poco oltre del recente suo precursore Giordani. Tocca dunque all'unico Cesarotti l'adempiere il pubblico desiderio.</p>
<p>Mentre voi andate vestendo del bello e magnifico stile italiano la splendida bile di Giovenale, io vo toccando la corda pindarica per l'Imperatore Napoleone. Il Governo mi ha così comandato, e mi è forza obbedire. Dio faccia che l'amor della patria non mi tiri a troppa libertà di pensieri, e che io rispetti l'eroe senza tradire il dovere di cittadino! Batto un sentiero ove il voto della nazione non va molto d'accordo colla politica, e temo di rovinarmi. Sant'Apollo mi aiuti, e voi pregatemi senno e prudenza.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>901.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Sarò breve perché sto con Apollo, e vo dipingendo le piaghe della mia patria. Metto a profitto le speranze che il nuovo Re fa concepire, e lo prendo in parola. Mi avete raccomandato di scrivere con dignità, e i miei versi saran dignitosi ma coraggiosi insieme, e senza bassezza. La nostra Deputazione e quasi tutta la Consulta è tornata. Per quanto posso raccogliere dai loro discorsi, non è sperabile che Giuseppe accompagni Napoleone. Non posso adunque persuadermi che durante il soggiorno dell'Imperatore in Milano voi vogliate arrischiarvi a venirvi, e i miei desiderj sono in opposizione coi vostri pericoli. La riconciliazione seguita tra l'augusta madre e il figlio fa che molti credono per sicura anche la pace con Luciano. Ma chi può penetrare gli abissi della politica? Debbo avvisarvi, che anche lontana voi avete chi tien conto dei vostri andamenti, e registra le vostre parole, i vostri pensieri. Siate dunque guardinga, ve ne scongiuro, e ricordatevi che avete al fianco un grande nemico, la vostra celebrità.</p>
<p>Il Papa dev'essere per viaggio. Io sperava di baciargli la sacra pantofola nel suo ritorno. Ma il suo passaggio non è per Milano. Se mai accadesse che doveste trovarvi in Roma ai suo arrivo, adempite voi il mio voto, e rammentategli l'antico suo servitore ed amico. Egli è cuor candido, umano, e veramente santissimo.</p>
<p>Duolmi d'intendere che la salute del conte Verri non sia prospera del tutto. Salutatelo caramente, e ditegli che il suo giudizio sul mio Cavallo alato d'Arsinoe è perfettamente d'accordo con quello di Cesarotti, di Bettinelli, di Solari e di altri sommi filologi, e che non gli replico per difetto di tempo.</p>
<p>E il nostro <emph>Angioletto</emph> che fa? Sospiro il momento di abbracciarlo, e di udirlo parlare italiano e bearmi. Le Muse mi richiamano, e minacciano di lasciarmi se non finisco.</p>
<p>Addio dunque di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>902.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Vi ripeto con sicurezza che le obbiezioni del signor Puccini e dell'egregio signor Zannoni nulla offendono il mio commento. Finché Pausania mi mostrerà la statua d'Arsinoe sedente sopra lo struzzo, tutte le critiche si romperanno a' piedi di questa statua, né le tenebre della mitologia offuscheranno mai la gran luce di una storica verità. La poca pratica delle favole e del sistema poetico ha fatto cadere i miei avversari in queste dotte lor sottigliezze. Ma tutti i nodi verranno sciolti, e produrrò inoltre un nuovo critico monumento, non favoloso, ma storico, che finirà di conquidere i Zefiristi. E tutto è già pronto: ma l'ordine venutomi dal Governo di metter mano ad un lavoro poetico per l'incoronazione del Re, mi sforza a sospendere questa lite. Fino a maggio inoltrato non mi è dunque possibile pubblicare le mie confutazioni. Ora sto tutto con Apollo, e farò cosa lirica e coraggiosa.</p>
<p>Salutate Niccolini, De—Cesare e Zannoni, e chiunque mi ha per amico. Addio di cuore.</p>
<p>P. S. L'articolo di N. N. è invidioso; e perché amerei di pettinarlo siccome merita, spiacemi che abbiate fatto levare dalla sua diceria le ingiurie di che l'aveva condita. Tuttavolta son grato al signor Targioni Tozzetti dell'attenzione, e gliene farete ringraziamento.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>903.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add> <add resp="ed">DE STAËL HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Il primo elemento della vostr'anima è la compassione, e mi figuro il vostro dolore per il tragico fine che vi è stato annunciato d'un vostro amico in Parigi. Mi sento portato a scusare e ad ammirare ancor se bisogna gli effetti di una nobile disperazione; ma quando il suicidio è conseguenza del vizio, l'infelice che si toglie la vita merita le nostre lagrime, ma non la stima né l'amicizia. Non siate adunque ingiusta con voi medesima rimproverandovi d'averlo ricusato per compagno del vostro viaggio in Italia, e limitatevi ad accusar la natura di aver fatto l'uomo capace di questa ferocità, e di lasciar entrare nel cuore d'un padre l'idea dei suicidio.</p>
<p>Mi consola il sentire che la venuta dell'Imperatore non disturberà niente l'antico vostro progetto né vi farà punto mancare alla vostra parola. Loderei tuttavolta che vi assicuraste prima delle sue disposizioni rapporto a voi, né vi fidaste così ciecamente dell'indulgenza politica. Se Giuseppe viene in Italia, l'amicizia e la stima ch'egli vi professa mi renderà tranquillo sul conto vostro; ma vi avverto che la venuta di questo amico è assai dubbia, e che anzi tutte le apparenze la escludono.</p>
<p>Moscati non l'ho veduto da qualche giorno. Egli è sempre con Beauharnais o in congresso co' suoi colleghi. Non so adunque in questo ordinario informarvi de' suoi consigli, e il farò nel venturo.</p>
<p>Quanto al vostro ritorno per la Toscana, le misure di questo nostro comitato di sanità continuano nello stesso rigore, e veggo cosa impossibile dispensarvi dalla quarantena, la quale per altro presentemente non è limitata che a venti giorni. Ma anche su questo prenderò cognizioni più esatte, e ve le comunicherò per vostro governo.</p>
<p>Ringraziate Godard dell'amicizia che mi conserva. So bene di aver in Roma molti nemici, ma mi giunge nuovo che i miei antichi rapporti col duca Braschi possano eccitare una malevolenza e volgersi in danno della mia riputazione. Né egli, né la Duchessa potranno mai ricusarmi la testimonianza d'uomo d'onore, e al Duca particolarmente anche dopo la mia partenza da Roma ho dato prove di tale amicizia, che egli me ne professa riconoscenza, e non passa occasione che non me la mostri e per saluti e per lettere. Avrei lasciato in Roma più amici se fossi stato men fiero ne' miei principj, e se volete in un sol tratto conoscermi, sappiate che sono stato sedici anni segretario del nipote di un Papa, ed arbitro del suo cuore, e per conseguenza padrone della fortuna, e che sono uscito di Roma povero e quasi indigente, ma ricco della mia onestà e senza rimorsi. Ho fatto degl'ingrati, e qualcuno veste color di viola e di porpora che forse vestirebbe ancor nero senza l'efficacia della mia amicizia. E questi sono i miei soli e veri delitti. In somma, togliete a Roma il paradiso delle belle arti, e Roma è l'inferno della morale.</p>
<closer>Seguitate voi ad amarmi e a farmi degl'invidiosi. Sono di cuore il vostro <signed>M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. I miei versi procedono lentamente perché camminano tra Scilla e Cariddi; ma il poco che ho fatto non mi scontenta, e alla fine del mese spero d'aver finito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>904.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add> <add resp="ed">DE STAËL HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Aprile 1805.</date></opener>
<p>All'arrivo di questa mia voi avrete già veduto M.r Humboldt il viaggiatore. Egli è partito di qui martedì scorso senza poter vedere M.r Volta, come si era proposto. Pranzai con esso il giorno avanti da Moscati, e nol trattenni a parte alcuni momenti che per parlargli di voi, e presi ad amarlo non tanto per lui medesimo, quanto per l'affezione che egli mostrò di portarvi. Del resto egli è uomo interessantissimo, e io sono rimasto molto dolente della sua breve dimora in Milano, benché mi abbia data speranza di fermarvisi più lungamente nel suo ritorno.</p>
<p>Ho preso errore nel dirvi che, venendo per la Toscana, sareste stata obbligata alla quarantena. Moscati mi dice che presto sarà levata, e che voi potete liberamente prendere quella via, e fareste male se abbandonaste l'Italia senza aver veduta Firenze. E in proposito di Moscati debbo accertarvi che egli vi ha scritto e che sempre vi conserva i medesimi sentimenti di amicizia e di stima. E veramente chi può conoscervi, e non esser vostro per sempre? L'ho anche interrogato del suo consiglio circa la venuta vostra in Milano, siccome m'avete insinuato, ed è suo parere che sia miglior partito per voi il fermarvi in Bologna durante le feste dell'incoronazione, e che in Bologna piuttosto che in Milano attendiate l'Imperatore, essendo cosa certissima la sua andata in quella città, dove gli si preparano pompe e spettacoli, che forse supereranno i milanesi. Quanto a me prenderò consiglio dalle vostre lettere circa l'affrettarmi il contento di rivedervi. Farò intanto la possibile diligenza per trovarvi qui in Milano un alloggio, e unirò le mie premure a quelle del sig.r Fortis. Ma convien dirvi che mai v'è stata maggior penuria di appartamenti, e che il Governo va disperato per dar abitazione a tutto il gran mondo che qui s'aspetta. Io sono ormai al termine della mia fatica poetica, e veramente non vedo l'ora d'uscirne, perché mai non mi è toccato di scrivere con tanti riguardi innanzi alla mente; e voi intendete come le Muse cantano male quando non sono libere liberissime.</p>
<p>Mi scrivete, <quote lang="fre">il faut vous revoir et vous aimer malgré un sentiment confus de doute sur la durée de vos impressions</quote>. Il cuore non vi ha mai tanto ingannato quanto questa volta. Debbo io ripetervelo! La mia amicizia per voi durerà quanto la mia stima, cioè eternamente. Fatemi la grazia di allontanare dal vostro animo un dubbio che profondamente mi offende, e abbiate più fede nella sensibilità e nel fermo carattere del vostro amico.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Mia moglie, penetrata dell'interesse che prendete alla sua salute, vi fa i suoi rispetti e, benché romana, vi prega di crederla non romana nell'amarvi e stimarvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>907.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL HOLSTEIN — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Aprile 1805.</date></opener>
<p>Grazie alle sante Muse ho finita la poesia che mi era stata ordinata, e rallegratevi meco che tutti la trovano miracolosa. Ma il primo mio voto si è che voi l'approviate, e confesso che senza il vostro suffragio non saprei compiacermi del mio lavoro. Ditemi adunque se volete che ve la mandi, o se debbo aspettare la venuta vostra in Milano. Da M.r Fortis avrete inteso che l'appartamento da voi richiesto è già pronto. I vostri amici ardono di rivedervi, ed io conto i momenti.</p>
<p>Sono in collera con me stesso d'avervi dato motivo di lagnarvi di qualche brusca espressione sfuggitami in proposito de' vostri severi giudicj sugl'Italiani. Perdonatela al desiderio di vedervi adorata da tutta la mia nazione e riconciliata colle Belle Arti, le quali formano la parte precipua del nostro orgoglio. Che voi vi siate acquistata per tutto l'amicizia e la stima del mio paese non ne dubito punto, e godo di non esser solo in ammirarvi ed amarvi. Ma Voi amate voi gl'Italiani, e potete Voi amarli quando trovate o credete di trovare tante ragioni per non prezzarli? Ma di questo non si parli più, perché ascoltandovi temo di ribellarmi alla causa della mia patria, e sottoscrivermi alla crudele vostra sentenza.</p>
<p>Godo che abbiate trovata la Duchessa Braschi quale ve l'ho dipinta, e conosciute le calunnie di cui sono stato gravato presso di voi. Non ne so la natura, ma me l'immagino, e vi ho già scritto altra volta più a lungo su questo punto. Se la presente vi trova in Roma, ringraziate la Duchessa della giustizia che ha renduta al mio carattere e a' miei sentimenti, e ditele che non ho mai cessato d'amarla.</p>
<p>Madama Cicognara ha sofferto ne' scorsi giorni una piccola indisposizione, che le ha tolto il potervi rispondere a posta corrente. Vi scrive quest'oggi, e mi prega di far fede dei motivi che hanno ritardata la sua risposta. Ella vorrebbe pure dar esecuzione al suo piano di viaggio a Padova e Verona, siccome erasi già proposta; ma finché l'Imperatore Napoleone farà soggiorno in Italia, suo marito come consigliere di Stato non potrà abbandonare Milano, né il potrò neppur io come membro dell'Istituto, al quale si darà nuova forma, e si vorrà che le prime adunanze sieno piene e solenni. Comunque vada io v'avrò vicina, e ciò basta.</p>
<p>Mi è forza l'interrompere questa lettera perché devo recarmi dal Ministro dell'Interno per presentargli il mio scritto e averne l'approvazione per la stampa. Mi si vuole inoltre addossare l'incarico d'una Cantata da eseguirsi in teatro a tre voci, la sera dell'incoronazione, ma sono risoluto di sottrarmi affatto a questa incombenza, perché il tempo manca, e i versi non si comandano, perché non si comanda alla fantasia. L'estro è come la pioggia che manco cade quando si vuole, né v'è triduo o scongiuro di preti che la faccia discendere.</p>
<p>Vi saluto di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>910.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Maggio 1805</add>.</date></opener>
<p>In momenti di tanta occupazione per Voi non ardisco presentarmi alla vostra anticamera. Ma mi preme che siate il primo a vedere la stampa dei versi ordinatimi dal Governo, acciò trovandoli Voi non indegni dello sguardo di S. M., vi sieno raccomandati. Li pongo adunque sotto la vostra protezione, lasciando al Ministro dell'Interno la cura di porli a' piedi del Trono.</p>
<p>Attendo che la vostra amicizia e bontà mi comandi di venirvi a vedere nel modo che Mecenate usava con Orazio e Virgilio, quando trovavasi libero dalle cure di Stato.</p>
<closer>Il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Un esemplare della mia stampa legata in modo degno di Voi, vi verrà presentato a suo tempo dal Ministro dell'Interno. Il presente non che un'anticipazione della mia stima.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>911.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Maggio 1805.</date></opener>
<p>Dopo il crudele silenzio di tre settimane vi siete finalmente degnata di avvisarmi ove dirigervi le mie lettere; e dico tre settimane, perché conto per non ricevuta la vostra dei 27 scaduto, lettera sì poco degna del vostro cuore, e già cancellata dal mio, che si abbandona tutto al piacere di sapervi vicina. Sarei volato a Bologna, e in vece di questa carta vi avrei presentato il miserabile mio individuo. Ma l'imminente adunanza dei Collegi Elettorali m'inchioda in Milano, da dove niun impiegato ardisce d'allontanarsi. Il sentimento di Moscati intorno alla vostra venuta ve l'ho già scritto, e non mi resta che a ricordarvi la sentenza d'Omero che l'ira dei potenti presto si accende, e tardi si estingue. Mad.a Cicognara (di cui avete già ricevuta la lettera) ne fa l'esperimento a sue spese. In voce udirete che dure parole Sua Maestà diresse al marito nel primo suo presentarsi. Del rimanente dovendo l'Imperatore passare a Bologna, sarei d'avviso che costà doveste aspettarlo, se i vostri affari il comandano. Ove però aveste fra quelli del suo seguito un amico, di cui fidarvi, mi sembra che non faceste che bene a prender consiglio, e investigare le disposizioni di animo che l'imperatore può aver in capo sul conto vostro. Ma se nel vostro passaggio da Pesaro avete veduto il fratello, i miei suggerimenti sono inutili. Nessuno meglio di lui può ben consigliarvi in questo frangente. Egli è pacificato con S. M. e questo avvenimento riempie di buona speranza i suoi veri amici, che qui non son pochi. Fermandovi a Bologna, vi esorto ad essere circospetta, perché non mancherà chi tenga conto de' vostri andamenti, e li scriva.</p>
<p>Quanto a me, ove vi risolviate di passare a Venezia, sa il Cielo se volentieri vi seguirei. Ma durante il soggiorno di S. M. in Milano vi ripeto che a cagione dell'Istituto non sono libero di me medesimo. Terminata la sistemazione degli affari di Stato verrà ancora quella dell'Istituto, che nel piede in cui trovasi non può camminare: allora mi si farebbe un delitto l'abbandonare il mio posto. Non posso adunque prender norma che dall'avvenire. Un altro potente motivo mi costringe a non muovermi da Milano, ed è il decreto di S. M. intorno al mio impiego, che senza la sovrana conferma diventa nullo. Comunque vada, io mi sono proposto di non far briga veruna per ottenerlo. Fra poco gli verrà presentato il mio Canto, e in quella occasione il mio destino sarà deciso.</p>
<p>Mi è stato forza l'assoggettarmi ad un'altra fatica poetica, intorno a cui mi sto rodendo le ugne, e non mi resta che tutto dimani per consegnarla. Attendo con impazienza lettere vostre, e do fine perché non ho un momento da perdere.</p>
<p>Vi saluto di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>912.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Maggio 1805.</date></opener>
<p>Il sapere che questa dovrà trovarvi in Bologna, e che mi siete così vicina, mi porta un gran piacere nell'animo, e vivo sempre della speranza che le vostre circostanze vi permettano pure di portarvi direttamente e senza ritardo a Milano. Se affrettate la vostra venuta troverete qui MM. de Gérandeau e Prony, membri dell'Istituto e vostri ammiratori ed amici. Mi sono legato di stretta amicizia col primo particolarmente, e mi move ad amarlo, oltre le sue qualità personali, l'intendere che egli fa di voi la stima che tutto il mondo vi deve.</p>
<p>La presenza dell'Imperatore e la sua instancabile attività ha portato nelle teste dei nostri grandi impiegati una specie di convulsione. Non li lascia riposare né giorno né notte. Tutto vuol vedere co' propri occhi, di tutto s'informa, e niente trova che vada per il suo dritto. Tutti i Tribunali, tutti i pubblici Ministeri si aprono alle sette della mattina e non si chiudono che alle undici della sera, né v'ha anima che non tremi. Oggi si aduna il Corpo legislativo, né la mente di Sua Maestà è ancora palese. Alli 18 si aduneranno i Collegi elettorali, né le lettere d'avviso sono ancora state spedite. E quando io penso che fra due giorni io dovrò cinger spada, scoppio dal ridere. Altronde la ricamatrice, il sartore, il mercante mi dànno assai motivo di piangere. Non sono ancora terminate le legature della mia stampa, e tremo del momento che gli verrà presentata, non sapendo io se il mio lavoro potrà meritare il reale contentamento. Dio adunque me la mandi buona, e allontani dal capo di Sua Maestà la tentazione di mortificarmi. Ne morrei di dolore.</p>
<p>Moscati si è uno dei più distinti dall'Imperatore, e frattanto, siccome v'ho scritto, egli ha ricevuta la mortificazione di vedersi incorporato nella sezione della finanza sotto la presidenza d'un Consigliere di Stato tanto da meno d'un Consultore. Io non ho speranze che nella mia oscurità. Mi sentirei più coraggio, se voi foste meco.</p>
<p>Ai motivi del mio malumore si è aggiunto l'aver dovuto fare una coda al libretto dell'Opera seria, che si reciterà la sera dell'incoronazione. E qual libretto, Dio buono! Non mi stimo gran cosa, ma che avrebbe detto Orazio se fosse stato condannato a far un'aggiunta ai versi di Pantilio, o di Merro? E nondimeno ho dovuto inghiottirla, e adattarmi ai capricci d'un musico. Per carità che questa mia vergogna resti sepolta, e voi compatitemi. In voce vi dirò cose che vi faranno dolore, e saprete se sono infelice. Ma nol sono del tutto se voi mi amate.</p>
<p>Addio, mia buona e dolcissima amica, addio mille volte colla più viva forza del cuore.</p>
<p>P. S. Gradite i saluti e rispetti di mia moglie, che mi dimanda spesso di voi, e divide meco i sentimenti della tenera amicizia che vi professo e professerò eternamente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>915.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Maggio 1805.</date></opener>
<p>La vostra improvvisa partenza per Venezia, mentr'io vi aspettava a Milano, mi ha annientato. Né certamente voi avete cangiato pensiero senza motivo. E questo motivo non può procedere che da una dolorosa politica necessità. Io non ardisco entrare nei vostri segreti, ma parevami che una madre la quale per sacro dovere tratta la causa de' suoi figli, dovesse farsi coraggio, e presentarsi. Forse in altra mia lettera ho espresso sentimenti più pusillanimi. Ma allora mi moveva l'idea del vostro pericolo. Ora mi move l'idea del danno che mi viene dalla vostra prudenza, e non sento che il dolore di vedervi di nuovo allontanata da me, nel momento che il mio cuore s'inebbriava della contentezza di rivedervi. Ma sia così.</p>
<p>Da Fortis riceverete una copia della mia <title>visione</title>, e nel venturo ordinario avrete la <title>Supplica di Melpomene e di Talia</title>. È questo un breve componimento drammatico di genere piuttosto satirico, il quale ha per oggetto la riforma generale del teatro italiano, e la supplica è diretta alle loro Maestà R.R. I.I.. Di questa non vi so dir l'esito, perché ancora non è stata presentata. In quanto alla visione, so che il Re l'ha gradita, e nulla più. Il componimento è stato fortunato presso il pubblico, e potrete conoscerlo dalla lettera che stampata vi acchiudo del Collegio Elettorale dei Dotti. Vi compiego anche una lettera del conte Verri, dal quale intendo il beneficio che voi procurate al povero Godard. Come dopo ciò non amarvi? Siete ben ingiusta nel credere che il mio cuore abbia sofferto d'un cangiamento. Le sue sofferenze sono di tutt'altro genere, e quando potrò esalarlo liberamente, saprete che il vostro amico ha passato e passa tuttora dei momenti assai dolorosi. La mia situazione è quella di un povero ragno sospeso nell'aria, ed esposto al vento e alla pioggia tra due tronchi in cima alla siepe.</p>
<p>Addio. Scrivetemi e risparmiatemi ve ne prego la mortificazione de' vostri ingiusti sospetti. Addio di nuovo e di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>916.</head>
<opener><salute>Al P. GIUSEPPE SOLARI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Maggio 1805.</date></opener>
<p>Resto stupito che non abbiate ricevuta la mia risposta alle ultime vostre lettere, ed io ve la diedi sicuramente, e la portai io stesso alla posta. Stupiva anzi io per lo contrario, che voi mi aveste lasciato senza replica, sapendo d'avervi scritto alcun che sulle miserabili critiche Puccinesche al mio <title>Cavallo alato d'Arsinoe</title>, che pure la meritava. Cessato che sarà il tumulto delle feste in cui siamo, io mi sbarazzerò dalle mosche fiorentine, alle quali, oltre la ragione, opporrò il suffragio di parecchi sommi Italiani, che tutti son dalla mia; e farò vedere ai pedanti toscani che lo Struzzo, Memnonide o non Memnonide, è pur sempre il cavallo alato d'Arsinoe, e che fintantoché lasciano intatta l'autorità di Pausania (contra la quale protestano di non aver nulla da opporre), tutte le critiche si rompono a' piedi della statua, che quel graziosissimo storico ci dimostra. Del resto, siccome tutte le difficoltà de' miei critici cadono sull'interpretazione che io do all'<foreign lang="lat">unigena Memnonis</foreign> (e ove trattasi di mitologia, nulla più facile che il trovare contradizioni nell'andamento e nell'uso delle favole), il vostro <emph>connato</emph> mi ha gettato in mente il sospetto che l'<foreign lang="lat">unigena</foreign> di Catullo equivalga in quel luogo a <foreign lang="lat">natus una</foreign>, non nel medesimo utero, ma nel medesimo luogo. E allora tutte le difficoltà sono sciolte, perché lo Struzzo e Memnone sono concittadini, come ognuno sa; e il professor Butturini mi assicura trovarsi nella lingua greca la parola corrispondente, e mi ha promessa una sua illustrazione su questo punto. Intanto vi ho molte grazie dell'aver adottata la mia opinione su quel Cavallo nella vostra bella versione. Ma mi giunge novissimo il doppio significato che voi date all'<foreign lang="lat">abreptus</foreign>, e ne avrei amato un esemplare di buon autore. Comunque sia, certo è che la vostra traduzione è la più netta di quante ne siano finora comparse, tuttoché qualche verso mi caschi.</p>
<p>Vi mando un esemplare della Visione che ho stampata per la incoronazione del nostro Re. L'effetto che ha prodotto nel pubblico è stato fortunatissimo; e nessun componimento, dacché fo versi, mi ha partorito mai una lode sì generale. Abbiatene per tutte una prova nell'onorifica lettera, che vi acchiudo, del Collegio Elettorale dei Dotti. In altro ordinario vi manderò un'altra cosetta drammatica, non ancor presentata a Sua Maestà, ma già impressa. È intitolata la <title>Supplica di Melpomene e di Talia</title>, ed ha per oggetto la riforma generale del teatro italiano.</p>
<p>Ho trovato nel signor Di Negro una colta ed amabile persona, e vi ringrazio d'avermene procurata la conoscenza.</p>
<p>Salutatemi Gagliuffi, ed amatemi come vi amo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>922.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Giugno 1805.</date></opener>
<p>Arrivo a Bologna, e il mio primo pensiero si è quello di sottrarmi agli occhi della compagnia, e di scrivervi. Se il mio viaggio sia stato lungo o corto, buono o cattivo, non vel so dire, perché dal momento che vi ho lasciata non ho avuto in capo e nel cuore che un solo pensiero. <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Talleyrand, col quale unitamente a Marescalchi ho fatto il viaggio e riposato sempre sotto il medesimo tetto, mi ha diretto alcune volte il discorso, e sempre gli ho risposto da uomo stordito e fuori di sé, né mi sono riscosso dal mio letargo che quando ho sentito profferire il vostro nome. Allora ho ricuperata la parola, ed ho parlato come un abile papagallo. Ieri sera pure eravamo in campagna pochi passi distante dalla città sopra una bella collina. Tutta la città sparsa di ombre e di lumi ci giaceva ai piedi, la luna si alzava regina del cielo, e tutta di oro. L'aria era queta, dolce, serena, e Talleyrand recitò alcuni bei versi di De Lile sulla malinconia. Dalla idea della malinconia era facile e naturale, come vedete, il passaggio a Mad.e Staël, e subito la luna, le stelle, la notte, il patetico silenzio della natura e Mad.e Staël non fecero che una sola identica idea. Io passai dunque beatissima la serata e tornato a casa mi raccolsi subito nella mia stanza per non profanare questi pensieri collo strepito della cena, e il mio sonno non è stato che una dolce continuazione delle dolci impressioni meco portate dalla collina. Questa è la storia de' miei sentimenti dal punto che mi sono separato dal più caro di tutti gli oggetti. E voi mi avete voi donato qualche pensiero? mi avete voi ricordato nei vostri discorsi? Sono io più il vostro caro Monti? Mi tornano a mente le insensate e furiose mie declamazioni, e le collere colle quali mi accorgo di aver cimentata più volte la paziente vostra amicizia. Siate generosa, dimenticate le mie stravaganze e perdonatemi per l'amore che vi porto, e farà ch'io sia tutto vostro per sempre.</p>
<p>Scrivetemi che contegno ha tenuto con voi Moscati dacché io sono partito. La sua amicizia piglia i suoi movimenti da tutt'altri principj che la mia e la vostra, ma qualunque ella sia, mi è necessaria, e desidero che nulla vi sia uscito di bocca che lo metta in sospetto.</p>
<p>Ho presente il vostro consiglio rapporto a Biamonti, e lo eseguirò per uniformarmi al vostro volere. Ma egli ha l'anima così fredda! E un cuore di ghiaccio non può legarsi di nessun modo con un cuore di foco. Lo vedrò questa sera, e gli farò sentire che egli vi deve andar obbligato.</p>
<p>I miei colleghi hanno preparata quasi tutti la loro memoria da recitare nella imminente seduta dell'Istituto. Io ho portato con meco quel vostro inno in iscritto, e chiusa che avrò questa lettera mi applicherò a svilupparlo. Ma lontano da voi, e sì poco contento di me medesimo…</p>
<p>Orsù, addio, e scrivetemi dirigendo a Bologna <hi rend="italic">posta restante</hi> le vostre lettere.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>926.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add> <add resp="ed">DE STAËL HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Coppet</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 25 Giugno 1805.</date></opener>
<p>Tra due ore farò partenza da Bologna, e prima di sera sarò tra le braccia di mia figlia in Ferrara. Consacro alla cara ed unica amica mia i pochi momenti che qui mi rimangono, per dirvi che le vostre lettere mi hanno messo il foco nel core. Tanto interesse, tanto candore, tanta amicizia! E non siete sola a soffrire la pena della mia anticipata partenza con Marescalchi. Questo riguardo tutto <emph>politico</emph> mi costa tanti rimorsi. Ma perdonatemi. Ho pagato caro il mio errore, e non avete bisogno di rinfacciarmelo. Il mio supplizio è nel core, e vi basti. Vi ho esposto lo stato infelice dell'animo mio nella seconda lettera che di qui vi ho scritta e diretta a Coppet secondo il modo da voi indicatomi. Voglia il cielo che questa ingenua confessione de' miei sentimenti si sia salvata. Il corriere che la portava (ed era un corriere di Talleyrand) è stato assassinato tra Lodi e Milano, e i pieghi che portava tutti dispersi e gettati in mezzo alla strada. La presente l'indirizzo a Fortis secondo la vostra istruzione, e terrò questa strada nell'avvenire.</p>
<p>Intanto che posso dirvi? Una parte del mio core vola a Ferrara, e l'altra di là dalle Alpi. Così non fosse. Arrossisco di confessare che, correndo in braccio a mia figlia, ho qualche cosa dentro di me, che prende una direzione tutta contraria e non saprei perdonare a me medesimo questa distrazione, se l'ultima vostra lettera non mi dicesse: <quote lang="fre">il faut que je connoisse votre fille, il faut que j'en sois un peu la mère</quote>. Questo interesse, questo generoso sentimento vostro verso un oggetto sì caro, e su cui riposano le future dolcezze della mia vita, diminuiscono i miei rimorsi, e fanno che io non mi creda tanto colpevole nelle affezioni che a voi mi legano. Ripiglierò a suo tempo questo proposito, e vi saprò dire a Coppet se potrà farsi luogo alle liberali vostre esibizioni intorno a mia figlia.</p>
<p>Ho parlato, e non brevemente, coll'Imperatore Re nostro, e ciò è seguito nella udienza data a tutto il corpo dell'Istituto. Mi tremavano le ginocchia, e io cadeva, se non era Oriani, che, prendendomi per un braccio, mi spinse avanti, e mi presentò a S. M. dicendo: e questo è il nostro celebre M.. Alle quali parole il Re, sorridendo e squadrandomi da capo a piedi, rispose: Ho ben piacere di conoscerlo. Dopo questo buon principio S. M. mi parlò della tragedia e mi eccitò a battere questa carriera. Resi conto delle ragioni che avevano ritardato in Italia la perfezione del teatro tragico, e toccai soprattutto i mezzi più acconci per migliorarlo, e la fonte dei disordini che attualmente deformano l'opera seria italiana, e la prostituzione della poesia alla musica. Parve a tutti ch'io rispondessi assai saviamente e S. M. si mostrò contenta oltremodo del mio discorso. Il dialogo durò un quarto d'ora. Ecco dunque un altro stimolo per darmi tutto al dramma, e a Coppet (se Amore non disturba Melpomene) a Coppet mi calzerò di nuovo il coturno.</p>
<p>Un'altra consolazione ho provata. Talleyrand ha preso ad amarmi teneramente e durante il mio soggiorno con esso in casa Marescalchi me ne ha dato continue pubbliche prove, soprattutto ieri sera al momento della sua partenza al cospetto dei personaggi più rispettabili della Corte e di tutta l'estera diplomazia. Maret pure ed Alquier mi hanno praticato ogni sorta di distinzioni; insomma il vostro amico è stato carezzato in mille maniere.</p>
<p>Ho veduta la traduzione, ossia il tradimento di Nisas. Né pur un idea renduta con precisione, né pur una; e chi vorrà giudicarmi su quella misera produzione non potrà mai rendermi quella poca giustizia che mi deve. L'estratto che ne ho letto sul giornale dei <title lang="fre">Débats</title> e l'altro sul <title>Bollettino d'Europa</title> mi hanno convinto che la poesia italiana assolutamente non è conosciuta presso i Francesi. Diversamente i versi di Nisas non sarebbero stati sì encomiati, né creduti corrispondenti al testo. Duolmi che l'articolo vostro consegnato a Degerando, dopo tanto parlare che si è fatto della mia Visione, non avrà più luogo. Ma mi scende nel core la compiacenza che voi provate nel vedermi salito in buona riputazione anche di là dai monti, e questa fama mi è dolce e carissima perché vi consola. Siate però persuasa che pongo la vostra stima al di sopra di tutti i beni, e se, scrivendo tragedie, mi verrà fatto di riuscirvi, ne dovrò il buon esito principalmente all'entusiasmo che voi m'avete ispirato. Così il mio cuore possa esser libero dalle pene, che finora hanno tormentato la mia esistenza civile. Talleyrand si è accorto, o qualcuno gliel'ha detto, che le mie circostanze non sono le più felici. Egli si è assunto spontaneamente e generosamente il pensiero di migliorarle, e mi ha forzato di esporre a S. M. una supplica, di cui egli stesso si è incaricato, la quale, se avrà buon effetto, mi toglierà a molte sollecitudini della vita. Vi dirò tutto un'altra volta. Subito arrivato a Ferrara vi scriverò.</p>
<p>Amatemi quanto vi amo, e dirigetemi le vostre lettere a Bologna raccomandandole a Marescotti. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>927.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Coppet.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Argenta, 4 Luglio 1805.</date></opener>
<p>Vi scrivo con mano tremante dalla terzana. Questa febbre è il tributo che si paga dai forestieri a quest'aria pestilenziale e tutta pregna dei vapori paludosi del Ferrarese. Fortunatamente il mio fratello col quale viaggio aveva preveduto questo piccolo incomodo ed ha portata seco della buona chinchina, l'uso della quale mi manderà libero dalla febbre. Intanto mi è dolce lo spendere questi momenti nello scrivervi e ringraziarvi della tenera e calda amicizia che mi conservate e di cui tutte son piene le vostre lettere. — Se i trenta mila fucili da voi veduti a piedi del Mont Cenis porteranno guerra in Italia, io non istarò certamente ad udirne lo strepito nella valle di Lombardia. Ma onestamente potrò io rifugiarmi in paese straniero, abbandonare mia moglie della cui vita sono custode, abbandonarla col carico d'una figlia, che mi chiamerebbe crudele se mi staccassi da lei in sì misere circostanze? Ho provato un'altra volta il saccheggio di tutta la mia casa per aver emigrato dal mio paese all'arrivo degli Austro—Russi, e mi è costato assai il saldar questa piaga unita alle altre sofferte in Francia. Non voglio adunque dissimularvi che l'esito delle armi sarà quello che mi deciderà. Se andrà bene per i Francesi (e lo credo e lo spero) io passerò tranquillamente le Alpi, e mi vedrete a Coppet, e vi resterò durante questo incendio di guerra. Se la fortuna disporrà altrimenti, io non mi separerò dalla mia famiglia, e mi ricovrerò nell'asilo, che fra le solitudini della bassa Romagna mi offre la casa paterna. Ma spero diversamente, spero che la pace non fuggirà per ora da queste contrade, spero che sciolto d'ogni paura porrò il piede nel paradiso dove voi siete, spero in somma che la tirannia non turberà il corso dei sentimenti. E crediatelo, penso a voi più d'assai che non dico. Così fossi più libero di me stesso.</p>
<p>Il paese da cui vi scrivo è uno dei più miserabili di questo misero Dipartimento. L'ho trascorso cento volte nella mia gioventù, e allora questi luoghi erano più ridenti, più abitati, più lieti. Ora vi domina una mestizia, una povertà, che serra il cuore e cava le lagrime. La nuova immissione del Reno nel Po saggiamente decretata da S. M. fa sperare che queste immense campagne libere dalle acque del Bolognese riceveranno una nuova vita, né io sarò l'ultimo a godere di questo benefizio, perché tutta la mia paterna sostanza lo sentirà, liberandosi dal flagello delle inondazioni. Ma le acque dell'anno scorso l'hanno ingoiata in gran parte, e il resto me l'hanno divorato le tasse. Le mie speranze riposano adunque nell'avvenire, e se un giorno avrò pace colla fortuna, farò versi più degni della posterità e di voi.</p>
<p>Prenderò, se mi sia possibile, un poco di quiete, e dimattina riposerò sotto il tetto che mi ha veduto nascere. Questa idea mi fa battere il cuore stranamente, e mi torna tutta in pensiero la mia gioventù.</p>
<p>Addio, mia cara, il mio cuore è sempre con voi, e più forse che non dovrebbe.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>931.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Coppet.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bagnacavallo, 19 Luglio 1805.</date></opener>
<p>Ho lasciato passare due corrieri senza scrivervi, e n'è ben forte il motivo. È già sei giorni che mi trovo in mezzo a una scena di strazio e di pianto. Era venuto in questo paese della bassa Romagna per abbracciare un mio fratello, che un error di giovinezza aveva spinto per pentimento a vestir l'abito di cappuccino, e che mi scriveva trovarsi incomodato di salute. Sono adunque volato a vederlo, perché tranne quel suo trasporto di mal intesa religione, egli era aureo di costumi, e mi amava teneramente. L'ho trovato agli estremi della sua vita. La forza del suo temperamento ha sostenuto per più giorni la lotta colla morte, ma il suo caso è già disperato. Il mio cuore è sbranato dall'aspetto continuo de' suoi tormenti, e i miei occhi non hanno più lagrima. Il lugubre apparecchio della religione rende più lacerante e più tenero questo spettacolo, e il misero tormentato mi vuole al suo fianco tutti i momenti, e mi prega di ricevere l'ultimo suo respiro. Qual testamento! E avrò io forza per questa prova crudele? Non mi sostiene che la pietà del fratello, ma sarà gran miracolo se io medesimo non soccombo. Ho rubato un istante a questo sacro dovere per avvisarvi la mia trista situazione, e il ricordarmi di voi in questi momenti è grande argomento della fiducia che pongo nella vostra compassione, e il maggior contrassegno che io possa darvi della viva amicizia che a voi mi lega. Se sarò padrone de' miei pensieri vi scriverò nel venturo ordinario. Fortis mi avvisa d'avervi spedite tutte le mie lettere, e fino a quella delli 28 Giugno io ho ricevute tutte le vostre.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>933.</head>
<opener><salute>All'Ab.e VINCENZO FOLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 29 Luglio 1805.</date></opener>
<p>Sig. Follini ornatissimo.</p>
<p>Mi è caro l'onore, che la R. Accademia Fiorentina si è degnata di compartirmi descrivendo il mio nome nel suo Catalogo, e più caro il ricevere questa distinzione in comune col mio amatissimo Mustoxidi, il quale mi rendo certo che per se stesso e per me saprà mostrarsi degno dell'illustre Adunanza a cui veniamo aggregati. Vi prego adunque e vi gravo, egregio sig. Collega, di una doppia azione di grazie a tutto il Consesso, e se tardi adempio questo dovere piacciavi di udirne i motivi dal Sig. De Cesare portatore della presente, la cui data può sola per se medesima farvi la scusa di questo innocente ritardo.</p>
<p>Nel mio partire da Milano lasciai incaricato il sig. Ab.e Ferrari, uno degli Aiutanti della Biblioteca Braidense, di darvi per me riscontro sul vostro ignoto poeta. Duolmi ch'egli abbia dimenticata la mia commissione, ma so che né in tutta la Braidense, né in tutta l'Ambrosiana se n'è trovato vestigio. Non rimaneva che a far diligenza nelle private e monastiche Biblioteche; ma il silenzio del nominato sig. Ab.e mi fa sospicare che ogni ulteriore ricerca sia riuscita indarno del tutto. Io sarò fra pochi giorni a Milano, e di là o da Mustoxidi o da me avrete nuovi riscontri.</p>
<p>Vi saluto di cuore e sono senza riserva il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>935.</head>
<opener><salute>All'Abate CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, <add resp="ed">Estate 1805</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Vi ho lasciato con assai dispiacere, e mi si è accresciuta la tristezza nel leggere la vostra a Costanza, la quale non ha udita con molto trasporto la sua sentenza di dover venir meco a Milano, mentre sperava che la madre sarebbe venuta a pigliarla per ricondurla a Fusignano per questo estate, mentre la vita uniforme della città, all'opposto delle sue cugine, non le piace gran fatto, e mi ha confessato che le sarebbe piaciuto di far quattro salti in campagna. Comunque vada, io spero che tra non molto la rivedrete, e se la compagnia di questa amorosa creatura vi può tenere più lieto, apritemi liberamente l'animo vostro, che tanto io che la madre saremo pronti a lasciarvela, e a combinare i mezzi che la sua educazione non rimanga interrotta.</p>
<p>Appena arrivati, nostro fratello si è trovato in mezzo a un'aperta congiura di tutta la famiglia per non venire a Milano. Io non voleva intrigarmene, ma ieri sera mi è scappata la pazienza, e, colto il momento che Francesco Antonio erasi messo in letto, ho detto a tutti delle durissime verità e li ho fatti arrossire della biasimevole loro condotta. La predica ha durato due grosse ore, e li ho lasciati altamente mortificati, ma non corretti. Si è parlato a lungo ancora di voi, ed io ho fatto loro amplissimamente comprendere che il torto è loro per tutti i versi, e che quando vorranno trovarvi quale vorrebbero, vi troveranno, ma che bisogna cercarvi per le vie del rispetto e battere al vostro cuore. Ho riferito in seguito questa mattina al fratello tutto il discorso, presente Giuseppino, ed egli mi è stato assai obbligato. Ma questo povero padre ha perduta, senza sua colpa, la tenerezza e la confidenza de' suoi figli, e sarà infelice.</p>
<p>La mia partenza da Ferrara sarà al principio della settimana entrante. Onde le vostre dirigetemele o a Bologna, ove sarò costretto a trattenermi tre o quattro giorni, o piuttosto a Milano. Abbiate cura della vostra salute, e informatemi come va l'affare con D. Olivieri, e andando male, mandatemi tutte le carte che lo risguardano.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore, caro D. Cesare, e credetemi veramente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi accludo una lettera di Costanza, che ha dovuto ricopiarla perché l'aveva scritta con qualche negligenza, ma la sostanza è tutta sua.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>938.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Post varios casus</foreign> eccomi finalmente a Milano, ove subito giunto, trovo la carissima vostra dei 2 corrente. Mi rimproverate cortesemente del non avervi mai scritto dacché partii da Bologna. Piacciavi di ascoltarne i motivi.</p>
<p>Rientrato dopo tanti anni nella casa paterna, ho volto immediatamente a' miei affari il pensiero. Le piaghe che ho trovate nell'amministrazione del mio patrimonio mi hanno contristato in maniera, che disperava di rimediarvi. Addio dunque tutte altre voglie, tutte altre occupazioni. Ho visitato i miei piccoli averi, e per tutto rovine e desolazione. Quindi un abbattimento di animo, una malinconia, che mi serrava il cuore, e mi tolse affatto il riposo e fece che per più d'un mese lasciai mia moglie medesima senza lettere per non funestarla, poiché dove sperava di trovare qualche medicina a' miei bisogni domestici non trovai che debiti, e distrutti i mezzi per soddisfarli. Non entro in dettagli per non annoiarvi; basti il dirvi, che i miei fratelli mi hanno tirato fuori un credito loro di mille e più scudi distrutti in riparazione di case rurali, e in imposte e pesi comunitativi, e per me mille scudi sono un milione. In mezzo a queste amarezze è accaduta la morte del povero mio fratello Cappuccino, del quale ho raccolto l'ultimo fiato. E ciò che il mio cuore ha provato in questa dolorosissima circostanza non so descriverlo. Il fratello prete, al quale avevo affidata l'amministrazione del mio patrimonio, si trova anch'esso da più mesi rovinato nella salute, e mi aspetto pure sopra di lui ben presto una trista nuova. Intanto la sua inazione a tutti gli affari mi è stata di sommo danno, e mi ha forzato a commettere le mie sostanze a mani straniere, dalle quali non si può aspettare che peggio, se pur non mi aiuta da vero il fratello secolare, il quale compassionandomi pare che mi manterrà la parola datami di sorvegliare le mie faccende. Ma egli è tanto occupato e stracarico delle proprie, che poco tempo gli rimarrà per darlo alle mie.</p>
<p>A tutte queste tribulazioni aggiungete una bricconeria fattami dal Signor Mami (che voi dovete conoscere), la quale ha portato che io paghi netta una sigurtà fattagli in Roma ventidue anni sono nella somma di cinquecento scudi, per cui mi è convenuto entrare in una lite civile, la prima che mi tocca a sostenere dacché son vivo, e la più sporca ed ignominiosa che mai possa dirsi per parte del Mami e de' suoi fratelli. Taccio più altre amarezze delle quali ho dovuto bevere il calice durante il mio soggiorno in Romagna, e vi lascio decidere se, pieno il cuore di tante inquietudini, io meriti che mi compatiate e scusiate se non v'ho scritto.</p>
<p>E dirò un'altra ragione del non averlo fatto finora. Vi ricorderete che quando Voi e il Signor di Talleyrand vi degnaste ambedue di raccomandarmi con tanto calore a Moscati per l'oggetto che ben sapete, vi ricorderete, dico, che io pure scrissi a quest'uomo pregandolo umilmente di darmi in questa occasione una prova della sua amicizia. Che risposta abbia dato Moscati alle vostre lettere né io lo so, né voi me ne date alcun cenno. So bene che egli non mi ha mai onorato né pur d'una riga. Questo è poco. Giunto appena in Milano mi son recato a fargli visita. Ha ricusato di ricevermi, facendomi dire che si trovava occupato, e so dal cameriere ch'egli era solo ed ozioso. Sono uscito dalla sua anticamera con un fremito d'indignazione, e ne sono uscito per non riporvi il piede mai più. Concludo da questo suo strano contegno, ch'egli è entrato in gelosia delle sue prerogative, e che farà tutta la guerra alla mia dimanda, di modo che da tutto questo negozio io non avrò raccolto altro frutto che il rossore di essermi abbassato a supplicarlo, e la certezza di averlo sempre nemico e disposto a nuocermi; ché tale è il carattere di quest'uomo con tutti quelli, a cui egli è consapevole di avere fatto qualche torto. Mi corre anche nella mente un altro sospetto rapporto a' miei titoli di <hi rend="italic">Poeta del Governo e Assessore al Ministero dell'Interno per gli oggetti di belle Arti e Letteratura</hi>, impiego aereo, e riputato inutile perché non espressamente sanzionato da S. M. Che sia per succedere lo sa Dio. Certo è che Moscati, protettor di Lattanzi, mi fa tremare, e Lattanzi non si è mai mostrato così temerario come al presente. Donde poi nasca questo improvviso cangiamento di Moscati rapporto a me vi giuro che nol so né comprendere, né immaginare. Comunque vada, pregovi di non abbandonarmi, e di dirmi che risposta vi ha dato quest'uomo indefinibile e pericoloso.</p>
<p>Lascio a sigillo alzato le poche righe che mi prendo l'ardire di scrivere a S. E. Talleyrand, presso il quale prego voi di farvi interprete dell'eterna mia gratitudine. Non parlo di quella che debbo a voi, perché voi potete misurarla dai beneficj che in tutte le occasioni mi avete compartiti, e che mi fanno tutta cosa vostra per tutto il tempo della mia vita. Siate dunque certo che se a questo mondo v'è qualche sentimento vero e sacro, questo è il mio rispetto, la mia riconoscenza, la mia venerazione verso il mio benefattore.</p>
<closer>Vostro umilissimo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>939.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add> <add resp="ed">DE STAËL D'HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Coppet</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Août 1805.</date></opener>
<p>Ho provato nel porre il piede in Milano una dolcissima sensazione per la memoria dei beati momenti che qui ho passati in vedervi ed amarvi. Andando dal nostro Fortis per cercar vostre lettere ho alzato gli occhi alle finestre della casa da voi abitata nell'ultimo vostro soggiorno in questa città, e il cuore mi è balzato stranamente nel petto, e sono stato tentato di salir le scale per dimandare di voi, e cercarvi, parendomi d'udir tuttavia il suono della vostra voce, e questa illusione mi ha fatto più che mai sentire il bisogno di rivedervi. Fortis mi fa sperare di essermi compagno nel già fisso viaggio a Coppet, pur che io m'abbia la pazienza di aspettare che la stagione si faccia più mite (perché i caldi della presente sono veramente insopportabili), e ch'egli possa dar norma a suoi affari coll'intelligenza del padre che sta lontano. Nel qual caso la nostra partenza verrebbe a cadere nei primi del prossimo settembre, e non già per la via del Moncenisio, ma del Simplon e dei laghi, cammino più delizioso e per me nuovo del tutto. Comunque si risolva, voi ne sarete a tempo avvertita.</p>
<p>Le visite che innanzi a tutte ho fatte sono state alle persone che vi amano veracemente, e a M.e Cicognara la prima. Le due lettere che vi acchiudo son sue, l'una delle quali in data dello scorso mese rimaneva oziosa presso di lei per non sapere la vostra direzione. Ho sempre avuto cara la compagnia di questa amabile donna, ma l'udirla parlare di voi, come fa, col vero trasporto dell'ammirazione e dell'amicizia me l'ha renduta carissima. Le ho raccontato il contegno tenuto da Moscati con voi al momento che tornaste in Milano, sul quale aveva già da Simonde udito qualche dettaglio. L'aneddoto non le ha fatto veruna specie, bensì la pazienza vostra nel tollerarlo, nel che io ho presa tutta la colpa sopra di me, perché realmente fu a solo riguardo mio che voi dissimulaste nobilissimamente il giusto vostro risentimento. Ma udite ultima prova del falso carattere di quest'uomo. Vi ho scritto più volte che egli non mi aveva mai onorato di sua risposta sul noto affare. Tornato io in Milano mi sono immediatamente recato da lui per intendere le ragioni di quest'arcano, potendo stare ch'egli mi avesse dato riscontro e che la sua lettera si fosse perduta. Il credereste? Ha ricusato di ricevermi, col pretesto che era occupato. Occupato! allorché trattasi di rivedere dopo due mesi di lontananza un amico, un collega… Sono uscito dalle sue soglie con un fremito di sdegno e d'orrore, e ne sono uscito per non vi porre il piede mai più. Col corriere di domani informerò di tutto Talleyrand e Marescalchi, e farò loro conoscere l'effetto delle loro raccomandazioni. Ho in seguito penetrato che egli medita un colpo più iniquo per rovinarmi. Ma taccio per ora questa scoperta, perché non è che un sospetto. Tremo però nel considerare che il primo principio dell'uomo cattivo si è di nuocere quanto mai puossi a coloro coi quali si ha qualche torto, e costui può nuocemi sommamente, perché ne ha pronti i mezzi e la volontà. Prevedo un tempo nel quale, deposto ogni riguardo ed orgoglio, potrò senza ripugnanza accettare le offerte e i soccorsi dell'amicizia, finché il tempo ripari le ferite della perfidia, e mi vendichi.</p>
<p>Entra in questo punto nella mia stanza il sig.r Fortis, e mi reca la vostra brevissima, dei 24 Luglio e la cambiale di 60 Luigi sopra il sig.r La—Caume, e il pazzo articolo di Kotzebue. Dopo tutto ciò che vi ho scritto nell'ultima mia, dopo il sagrificio che vi ho fatto della mia volontà, dopo le tante prove che mi avete date dei puri e sani principj che vi rimovono ad essere meco splendida e generosa, sarebbe villania, e superbia il rifiutare il vostro mandato e temer compromessa la mia delicatezza. Accetto dunque il vostro dono come dalle mani d'una sorella, e questo nome, del quale mi avete comandato di far uso e tesoro nell'avvenire, questo nome mi accheta in cuore ogni scrupolo. E se la vostra bontà, la vostra amicizia rifiuta ogni espressione di ringraziamento e di gratitudine, io farò anche in questo forza al mio cuore già tutto vostro e per sempre. Quanto al pazzo K. stupisco come in Germania si permetta la pubblicazione di queste letterarie abbominazioni. Non vi sono ospedali? Non vi sono fruste? Non vi sono pietre per lapidarlo?</p>
<p>Dopo aver molto vagato col pensiero nell'istoria antica e moderna, onde fissare il soggetto della tragedia che ho preso impegno di scrivere, mi sono arrestato sopra Germanico, e ne ho già disposto il piano presso che tutto, riserbandomi di comunicarvelo personalmente e di dar mano all'esecuzione quando sarò al vostro fianco. Ho letto i <title>Templarj</title> e vi ho trovato di gran belle cose, molte idee fine e sentite. Vi ringrazio adunque di questo dono e degli altri libri che mi avete mandati e che per anco non ho avuto tempo di leggere. Mi si scrivono da Parigi le gare che sono nate sulle traduzioni della mia Visione, dico quella di Carion de Nisas e l'altra di M.r Deschamps, e che il primo ne ha presentata a S. M. una magnifica edizione in pergamena. Voi sapete il mio parere sull'una e sull'altra, e certamente se i Francesi vorranno giudicare del mio lavoro sulla traccia di quelle due traduzioni, io mi reputo sconosciuto e perduto. So che Nisas ne ha preparato un superbo esemplare per mandarmelo. Dio mi liberi da questa cortesia e dall'imbarazzo di dovergli rispondere. Ciò vi sia detto in tutto segreto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>940.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Eccovi la lettera per Cesarotti, al quale direte mille cose di amicizia e di stima per conto mio. La vostra partenza dall'Italia mi contrista. Almeno mi aveste dato il contento di abbracciarvi prima di dividervi da questi luoghi. E chi sa se avrò più la consolazione di rivedervi!</p>
<p>Al signor Migliarini farò risposta conforme al vostro giustissimo desiderio, e quale conviensi all'attenzione che egli mi usa. Ma intorno a N. N. sto in dubbio se debba più oltre impegnarmi in parole con quest'uomo falsissimo. Se m'indurrò a passar sopra i suoi torti, nol farò che a vostro riguardo. La sua lettera però può servirci a qualche cosa.</p>
<p>Non mi dilungo, perché ho il tavolino tutto ingombro di lettere che dimandano risposta; ed ho cominciato dalla vostra, perché la più cara.</p>
<closer>Amatemi, e ricordatevi che sono sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>941.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Illustrissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Portatore della presente è il signor Mustoxidi corcirese, che desidera di conoscere in voi personalmente un oggetto di sua antica venerazione. Quanto io ami questo giovane maraviglioso il saprete in due parole da me, udendomi protestare che non ho al mondo cosa di lui più cara. Com'egli poi sia degno che voi pure lo riceviate nella vostra amicizia, il comprenderete da lui medesimo traendolo a ragionare. Fate forza alla sua modestia e ottenete che vi mostri il decreto, con cui la sua patria si è stimata in debito d'onorarlo, e l'operetta che gli ha meritato nella prima aurora de' suoi talenti questa pubblica distinzione. Vi avevo promesso di venire ad abbracciarvi in persona. Adempio la mia parola nella persona di Mustoxidi, in cui pregovi di considerare un altro me stesso.</p>
<closer>Amate dunque il mio Mustoxidi, e ponete questa partita tutta a debito del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dopo due mesi di assenza ho fatto ritorno ieri l'altro in Milano, e qui ho trovata la carissima vostra de' 20 luglio decorso. Il vostro giudizio sulla mia Visione mi fa giustamente superbo. Ditemi se dal libraio Sonzogno vi è stata mandata la <title>Supplica di Melpomene e di Talia</title>, siccome gli diedi commissione nel mio partire.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>942.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Nel mio passaggio per Bologna mi sono trovato a pranzo con Sommenzari in casa d'Aldini, ed ho avuto campo di raccomandargli la Vostra persona per tutti quei casi in cui poteste avere immediatamente bisogno della sua assistenza. Mi ha promesso di non trascurar occasione di qualunque vostro vantaggio, onde occorrendo sperimentatelo.</p>
<p>Paradisi farà la sua visita a tutte le acque di Lugo e di Fusignano, ma non sa dir quando, dovendo egli prima aspettare da Parigi la sanzione del suo piano. Gli ho esibito in nome del signor marchese Ercole Calcagnini (ché così restai d'accordo con esso) la di lui abitazione in Fusignano, e qualora amasse più libertà l'ho fatto padrone della nostra. O l'una o l'altra gli servirà. Porterà seco un segretario, un cameriere e un servitore, e passando per Bologna prenderà seco qualcuno di quegli idrostatici, probabilmente Giusti come il più pratico. Se tutta questa gente v'incomoda, scrivetemelo, ché senza farvi fare cattiva figura, lo dirigerò a Calcagnini.</p>
<p>Nell'esecuzione della legge di coscrizione è stata levata la facoltà di sostituire altri in proprio luogo. Se Fedele non è ancor fuori dei 25 anni, avvertitelo, ché se la coscrizione lo colpisce si pentirà di non essersi spontaneamente arrolato nella Guardia reale, ove è maggiore la convenienza e più rapido l'avanzamento. Desidero intanto di sapere se egli vi ha mantenuta la parola datavi di riformare la sua condotta, e quali sono le sue risoluzioni. Per me sono sempre disposto a riceverlo come mio proprio figlio, qualora si determini a porre ad effetto il suo primo divisamento.</p>
<closer>Salutatemi tutta la famiglia, e fate che io sappia che finalmente adempie più religiosamente i suoi doveri con voi. Abbracciatemi Giuseppino e Manzoni e sopratutto la Caterina, aurea creatura. La Teresa e Costanza vi salutano caramente ed io sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il principe Pio non l'ho ancora veduto, ma non dimentico l'affare di cui abbiamo parlato in Ferrara.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>943.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Mio caro Amico e Signore.</p>
<p>Secondo il vostro suggerimento eccovi la lettera per l'Imperatore. Vi sia noto però, che non ho mancato di portare i miei ringraziamenti e la mia riconoscenza a' piedi del Vice—Re, supplicandolo di significarla egli stesso a Sua Maestà, non mi credendo io degno di farlo direttamente.</p>
<p>Tuttoché Moscati avesse abolito, come vi scrissi, il mio Assessorato, mi si è lasciato però intatto il mio soldo, e il titolo di poeta: né esso né Felici possono, senza dispotico arbitrio, dispogliarmene, perché sanno che quando per condiscendenza cambiai la cattedra di Pavia con questo impiego, dimandai la conservazione de' miei diritti ad un posto stabile e perpetuo, siccome appunto la cattedra. Nondimeno io vivo ancora in sospetto, e aspetto la fine del mese per vedere che andamento prendono le cose. Divertitevi intanto a leggere le proposte e risposte che tra Moscati e me sono corse dopo l'ultima che vi scrissi. Io non penso più certamente alla nomina d'Ispettore degli Studi, avendo S. M. provveduto assai meglio al bisogno mio, ma quando considero il di lui passato contegno su questo punto non posso non sentirmene stomacato. Dei due Ispettori da Lui nominati e confermati da Sua Maestà, l'uno (il Sig. Castiglioni) è uomo eccellente per vero dire, ma impossibilitato a gir in volta pei Dipartimenti, perché incatenato a Milano per altri oggetti più importanti che gli sono addossati. L'altro (il Professore Pini) è un matto assoluto, né si poteva per pubblico sentimento affidare a testa più ignorante e stravolta il patrocinio delle lettere e delle scienze. Così l'Istruzione pubblica fino dal suo bel principio va a rotta di collo, e l'ignoranza tripudia sulla disperazione dei veri uomini illuminati.</p>
<p>Rispetto le vostre occupazioni, e finisco. Ringraziate il Signor di Talleyrand della memoria e benevolenza che mi conserva. Salutatemi Aldini, fatemi servo al Sig. Carlo vostro figlio, e gradite i saluti di Teresina.</p>
<p>Sono di cuore e pieno sempre di vera riconoscenza e rispetto il vostro servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Non ho scritto al Re in Francese perché non mi sono fidato della mia poca abilità in questa lingua, e perché altronde so che egli ama udir l'italiano dagli Italiani.</p></div2>
<div2 type="capitolo"><head>944.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>Al Sig. Consultore MOSCATI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1805</add>.</date></opener>
<p>Signore.</p>
<p>Circa li 22 del passato Giugno io ebbi l'onore di accompagnare con una mia in data di Bologna una commendatizia del Signore di Talleyrand, e un'altra del Sig. Marescalchi sopra un oggetto che fortemente m'interessava; e tuttoché vi pregassi di cortese riscontro, Voi avete profondamente taciuto.</p>
<p>Ritornato dopo due mesi a Milano, il primo de' miei pensieri fu quello di presentarmi alla vostra anticamera condotto dal mio rispetto, e dal desiderio d'intendere le ragioni d'un silenzio che mi turbava, e Voi ricusaste di vedermi.</p>
<p>La sorte mi procura ieri il piacere di salutarvi nella Segreteria dell'Istruzione pubblica, e Voi mi negate il saluto, e facendo mostra di non conoscermi, mi voltate bruscamente le spalle.</p>
<p>Dopo queste tre prove del vostro mal umore con me sarei insensato se non m'accorgessi, Sig. Consultore veneratissimo, che voi avete ritirato da me l'antica vostra amicizia. Ma essendo io conscio a me stesso di non avere veruna colpa con voi, stimo dovere d'uomo franco ed onesto il dimandarvi umilmente i motivi che vi spingono a trattarmi sì duramente, onde io possa emendare la mia mancanza, se alcuna ne avrò commessa, e possiate voi in caso contrario comportarvi diversamente coll'antico vostro servitore ed amico.</p>
<closer>Questa dimanda può farvi fede abbastanza ch'io metto un gran prezzo alla conservazione della vostra grazia, e che il mio cuore non sa rinunciare alla dolce abitudine di chiamarmi Vostro Dev.mo Ser. ed Amico <signed>V. M.</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Pietro Moscati</byline></opener>
<p>Rispondo tardi alla vostra lettera perché sono stato ammalato tutta la scorsa settimana, e lo faccio per solo dovere, perché io non amo le apologie molto più quando non le vedo necessarie. Se si ha dda giudicare del valore di un'amicizia da una visita non ricevuta, che può dipendere, come è dipenduta in me, da circostanze accidentali od anche necessarie, bisogna credere questo valore assai prossimo a zero, e voi mi avete giudicato con questa misura, e non vi siete lasciato più vedere, il che ho conosciuto benissimo da che procedeva. Alla lettera accompagnatoria di quella del Ministro Talleyrand non ho risposto in iscritto come non l'ho fatto nemmeno al Ministro, perchÃ© credetti (e mi sono ingannato) preferibile l'operare col fatto a senso d'ambe le lettere. Io proposi a S. A. I. ed al Segretario Mejan d'attaccarvi alla Corte in qualità di Poeta; la cosa fu fatta, cambiando il titolo; dunque in quanto a me ho fatto meglio che empir un foglio di carta con delle frasi. Se per acquistarsi un nome è condizione necessaria l'esser così facilmente irrirabile, io sono contentissimo della mia oscurità, perché alla fine è meglio vivere quieto che ottener fama fra le agitazioni. Io non dissimulo di aver dei difetti, e riclamerò sempre la indulgenza delli amici per essi; ma non mi pare certo d'aver quello di piccarmi perché un amico qualche volta non abbia ricevuta la mia visita, e quieto per la coscienza del mio operato, invece d'alterarmi gliene faccio una seconda. Ognuno però ha il proprio modo di pensare; ma io, senza condannarne alcuno, preferisco l'aureo precetto della mia buona Nonna: <quote>ama gli amici tuoi colli difetti suoi</quote>.</p>
<closer>Sono colla solita distinta stima Vostro <signed>Pietro Moscati</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="C">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Se la mia stima verso di voi mi avesse permesso di cercar le cagioni del vostro contegno con me nei difetti, pe' quali la modestia vostra riclama l'indulgenza de' vostri amici, io non vi avrei mai fatto lamento del non avermi voi né risposto, né ricevuto, né salutato. Ora che mi accertate che la vostra collera meco non è stata che un'apparenza, e che la mia colpa consiste tutta nell'aver dato corpo alle ombre, io non ho che a lagnarmi della mia poca penetrazione, e sono qui in persona alle prte della vostra stanza per farvi le scuse della mia soverchia delicatezza nei santi doveri dell'amicizia, e ripetervi colla viva voce le proteste del mio rispetto<note place="inter">A questa replica il Sig. Consultore è venuto in persona a trovarmi nella stanza del Segretario, ov'io stava attendendo la sua risposta, e con tutta la buona grazia e il sorriso dell'amicizia mi ha salutato e preso per mano, senza punto entrare in discolpe reciproche, essendo altri presenti</note>.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>946.</head>
<opener><salute>A TOMMASO CHERSA — Ragusa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Non vi stupite del mio tardo rispondere alla vostra lettera, perché sono stato assente da Milano due mesi. Mi è dolcissimo l'intendere ancor viva la vostra amicizia verso di me, e il riceverne un contrassegno nel gentil foglio che m'inviate. Se per parte mia può esservi prova della mia corrispondenza ai benevoli vostri sentimenti lo spedirvi le mie Lettere filologiche sul Cavallo alato d'Arsinoe, questa prova, qualunque siasi, voi la riceverete, spero, contemporaneamente a questa medesima lettera, avendo io dato al libraio Sonzogno la commissione di trasmettervi senza indugio le richieste stampe, e qualcun'altra di accompagnamento, secondo la direzione che mi avete indicata.</p>
<p>Se in altro posso far cosa che sia di vostro piacere, fate che io lo sappia. E scrivetemi ed amatemi, e state sano.</p>
<p>P. S. Al cortese vostro fratello i miei ringraziamenti e saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>947.</head>
<opener><salute>Ad ARCANGELO MIGLIARINI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Sig.r Migliarini stimatissimo.</p>
<p>Non prima di ieri l'altro ho ricevuto il vostro disegno, essendo stato assente da Milano quasi due mesi. Mi duole di non essere gran fatto conoscitore della vostr'arte, ma volendone giudicare per quel tatto comune, che, in difetto di principj teoretici, giudica per impressione, dirò che trovo assai bello questo disegno. Ben intesa e distribuita la composizione, i momenti ben presi, vero e terribile il movimento d'Aristodemo, più terribile l'incalzar dello spettro, se non che questo parmi che si allontani un po' troppo dai tratti che dovrebbe pur conservare, dico i tratti di donna, e di donna ancor giovine, e amerei che in quest'ombra fosse visibile la ferita ricevuta dal padre, e prima e sola cagione dell'ira di Dirce contra il colpevole. L'atteggiamento di Cesira è semplice, ma forse un po' troppo. Gli è vero ch'ella non vede punto lo spettro, ma vede Aristodemo, e il vede così spaventato, che il suo terrore non può non passare nell'animo di Cesira, e farla uscire dalla natural compostezza. Anche il sepolcro, per dir tutto quello che penso, nol trovo di dimensione grande abbastanza da far capire che questa tomba è praticabile nell'interno; e che Aristodemo si precipita fuori della medesima inseguito da quella larva persecutrice. Ma queste eccezioni o sono mal ragionate, o son nulla a fronte del bello, che domina in tutto il complesso del vostro disegno. Ed eccovi schietto e candido il mio parere. Mi resta a rendervi grazie dell'onore per voi fatto alla mia tragedia, e desidero che mi porgiate occasioni di mostrarvene la mia riconoscenza.</p>
<closer>Sono con tutta l'amicizia e la stima vostro serv.e ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vedendo l'immortale Canova, ricordategli la mia gran devozione verso il Fidia del nostro secolo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>948.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Dalle lettere de' miei fratelli e più dalla vostra comprendo che la riforma di Fedele è affar disperato, e suo padre non ha più tempo da perdere; altrimenti questo scapestrato gli darà delle grandi afflizioni. Non saprei il partito da suggerirgli, ma l'autorità paterna è abbastanza sacra ed estesa per non mancare di mezzi, onde colla protezione delle leggi mettere un freno alla ribellione d'un figlio. Ciò che più mi pesa si è che l'improvvisa partenza o piuttosto fuga di Fedele era nota alla Caterina, la quale gli aveva preparato il fagotto, e che questa complice de' suoi errori invece di darne avviso al padre gli ha tenuto mano, e in questa guisa tradito il padre medesimo. Voi amate Francesco Antonio, e siete in grado di consigliarlo meglio di me. Assistetelo dunque in questo duro frangente ed esortatelo a scasare da Ferrara immediatamente. Questo per mio parere è il primo passo da farsi. Se Fedele farà la bestialità di sposare, siccome pur troppo temo, la Merangola, rotta di collo. Questo sarà il suo primo castigo, a meno che suo padre non faccia egli pure un'altra bestialità peggiore, dico quella di acconsentire a questo bel matrimonio, invece di cacciare questi due sciagurati fuori di casa, e assegnar loro quel puro assegnamento che il suo stato potrà comportare. Intanto gli verrà addosso la circoscrizione, e non gli gioverà l'aver preso moglie, perché anche gli ammogliati dopo la legge di coscrizione sono compresi nella recluta. Allora vedremo calar le creste al discolo, e disperarsi senza rimedio.</p>
<p>Del vostro affare colla Polizia non vi pigliate la minima pena, e ridetevene. Che anzi avete fatto male a non voltare le armi del vostro delatore contro di lui accusandolo di calunnia e domandandone soddisfazione. Del resto la denunzia fattavi è una ridicola furfanteria. Il Consultore Guicciardi Direttor Generale della Polizia è mio amico, e occorrendo potrò accomodar per le feste il sig.r Pani se seguita a molestarvi. Ma spero che il sig.r Delegato Samaritani sarà abbastanza savio e prudente per non farvi alcun torto, e non mettere il campo a rumore sopra una materia che potrebbe fargli del torto e obbligarmi a parlare. Insomma, siate voi dal canto vostro discreto nel barattar parole con certa razza di gente, e state tranquillo.</p>
<p>Salutatemi mille volte la buona Caterina, il conte Antonio e Simone, e amatemi, ché io sono immutabilmente il vostro aff.mo zio.</p>
<p>P. S. La Teresa e Costanzina vi rendono di cuore tutti i saluti e stanno bene.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>949.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Per quante ricerche abbia fatte nei Registri del debito pubblico, nessun indizio si è trovato del credito di Mercatelli. Bisogna dunque che l'Amministrazione del Rubicone lo riconosca e lo insinui prima a questo Officio di liquidazione in Milano, onde poi registrarlo nel Monte Napoleone, il quale prenderà tutti questi debiti sopra di sé per venirli pagando in appresso nel modo che verrà fissato. Insinuato che sia nell'Officio di liquidazione se ne potrà ottenere una carta di ricognizione, la quale dal creditore si potrà trafficare, e cavarne qualche partito. Ecco quanto posso dirvi su questo affare infelice.</p>
<p>Tutta Milano è piena di una nuova che io non so credere assolutamente. La nuova è che il Re, alla metà di settembre, sarà di nuovo in Italia; il che verificandosi, sarebbe certa la guerra. D'altra parte le ultime lettere di Germania e di Francia non parlano che di pace, e corre anzi voce che l'Austria voglia farsi mediatrice tra la Francia e la Russia, onde metterle un'altra volta d'accordo. Non credo adunque che la pace del continente possa venir turbata per ora, tanto più che la Prussia persiste sempre nella sua perfetta amicizia colla Francia. Con tutto ciò l'armata d'Italia riceve tutto giorno rinforzi, e vi è del movimento verso i confini ex—Veneti. Anche i fogli pubblici francesi, cominciando dal Monitore, portano sempre delle sferzate all'Austria, che manifestano del mal umore. Insomma non si sa cosa credere, e la speranza e il timore fanno a vicenda.</p>
<p>Tutti stiamo bene, e di cuore vi salutiamo. Fate voi altrettanto col fratello e con tutta la casa. Addio.</p>
<p>P. S. Al momento di sigillare la lettera, mi giunge lettera da Marescalchi, il quale mi avvisa che Sua Maestà, con ispeciale decreto mi ha nominato Istoriografo del Regno d'Italia. Titolo assai onorevole. Vedremo l'appuntamento. Intanto eccomi uno della famiglia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>950.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Mi affligge e mi fa stupore l'intendere che non abbiate ricevute ancora mie lettere, mentre Aldini, che da tanti giorni è partito, doveva avervi recapitato un mio piego con entro sei lettere: una per voi, una per M.r de Talleyrand, un'altra per Ferri, la quarta per Mimaut, la quinta per Fercoque, e l'ultima per de la Roux. Mi giova sperare, che l'indicato piego, consegnato da Borghi a Manfredini, che fin dai primi del mese doveva partire, e poi da Manfredini ad Aldini, vi sia stato finalmente da questo recapitato, e che a quest'ora mi troverò purgato del mio silenzio con tutti, ma primamente con voi, al quale mi stringono tanti doveri di rispetto, d'amicizia e di gratitudine.</p>
<p>Io era ben certo che la vostra benevolenza mi avrebbe partorito altre beneficenze, ma le mie speranze non salivano a così onorevole titolo, come quello che mi vien portato dal reale decreto che mi nomina Istoriografo del regno d'Italia. Veggo in questo gli effetti dell'attiva vostra amicizia, poiché il poco mio merito non poteva per sé solo eccitare il Sovrano a sì splendido beneficio. Ma io istoriografo? io dedicato a studi tutti diversi? io dai campi dell'immaginazione balzato in quelli della riflessione e della politica? Come potrò io portare questo peso, e con un cuore di foco scrivere cose che dimandano tutto il freddo della ragione? Spaventato da queste gravi considerazioni, e certo di non poter bene adempire le parti di buon istorico, quando la natura mi chiama irresistibilmente in grembo alle Muse, comincio a temere che l'onore che mi vien fatto non sia mal compartito, e che accettandolo perderò pace e riputazione. Né io so, se per mille lire di più (giacché il mio onorario di prima era di cinque mila), avrò fatto buon negozio mettendomi per una strada, che mi obbliga, per così dire, a cangiar natura, e cangiarla senza speranza di fama. Altronde io non so comprendere, come Sua Maestà, che in Bologna mi esortava ed esortando mi comandava di scrivere tragedie (ed io mi era dato già tutto a questo pensiero), possa adesso, dimentica di quel comando, volere che di poeta mi faccia storico, quando di storici ne può trovare mille, che sappiano meglio di me consegnare il suo nome alla posterità, e di poeti forse nessuno. Parmi adunque che il titolo di poeta regio mi sarebbe stato più conveniente che quello di istoriografo, e che il perdere cinque mila lire delle quali era in possesso per pigliarne mille di più con un peso niente fatto per le mie spalle, parmi, dico, che questa non sia né utile né prudente risoluzione. Ma così vuole il Sovrano, e così sia. Addio dunque Melpomene, addio dolci miei studi, addio speranza di andar co' primi poeti del secolo all'eternità.</p>
<p>Vi ho aperto il cuore e finisco col dirvi, che piego la testa, e mi getto con gli occhi chiusi nella carriera che mi viene prescritta. Resta che mi avvertiate se debba scrivere a S. M. lettera di ringraziamento, o se basterà che voi gli portiate per me la viva espressione della mia gratitudine.</p>
<p>Di Moscati vi ho scritto cose strane e notabili, rapporto a me, e molte altre di maggior carico scoperte dopo voleva significarvi, ma ora lo reputo fuor di stagione, né voglio abusare della pazienza vostra. Ripetete, vi prego, al Signor di Talleyrand le sincere proteste dell'eterna mia riconoscenza, e raccomandatemi alla sua amorevolezza, e crediate che il mio cuore è tutto in Parigi.</p>
<closer>Mettetemi ancora nella memoria dell'ottimo vostro figlio, e se potete, tranquillate con due righe lo spirito angustiato ed incerto del vostro <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>951.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 31 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Allegramente. Sua Maestà al titolo d'Istoriografo ha unito l'onorario di sei mila lire. Date questa buona nuova al fratello e a Manzoni, i quali, per l'amore che mi portano, son certo ne godranno anche per l'onore che ne viene a tutta la nostra famiglia.</p>
<p>È stato da me un certo Luigi Santoni, che spacciasi nipote di Don Pietro, e compare del nipote nostro Giuseppe Corelli. La sua aria non mi piace punto. Dice che aveva anche lettere di raccomandazione da presentarmi di Guido Corelli, e di Francesco Antonio Monti, ma che per istrada è stato spogliato di tutto. Gli ho risposto che scriva, si faccia venire di nuovo queste buone testimonianze, e che allora l'aiuterò. Spero quindi che non mi verrà più davanti, perché credo tutto il suo racconto impostura.</p>
<p>Le vostre profezie non tarderanno ad avverarsi, e Dio volesse che tanto io che voi fossimo profeti bugiardi. Costanza è stata tutta contenta della vostra risposta, e vi saluta unitamente alla madre.</p>
<closer>Sono in gran fretta <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>954.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1805.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Sapete pure che io non sono uomo a complimenti, e che il mio cuore si apre sempre con piacere alla voce dell'amicizia. Perché dunque tante riserve? Se vi diletta lo scrivermi, fatelo spesso, e saremo due a goderne. Ora abbiatevi i miei ringraziamenti per l'obbligante lettera di Murari, la cui amicizia terrò sempre cara. Gli rispondo due righe al momento di partire per la montagna, ove porto mia moglie per ristabilirla da una grave malattia, che l'aveva messa in pericolo della vita, e per rinfrancarmi io pure la fantasia all'aria della collina.</p>
<p>Il buon Bettinelli mi scrive una lettera tutta giubilo per la ricevuta decorazione. Godo d'aver riparato a questa non lodevole dimenticanza del Ministro dell'Interno, o di chi altro doveva pur prendersi questa cura.</p>
<closer>Salutatelo caramente, e voi amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>957.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Ottobre 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Leggete l'acchiuso biglietto di Conti, rispondete a tenore, e a posta corrente il vostro negozio sarà conchiuso e le inscrizioni versate su questo Monte Napoleone.</p>
<p>A quest'ora sareste nominato ingegnere idrostatico, se non fosse nato un ostacolo. La Prefettura del Basso Po, nel mandare le vostre carte, aggiunge che voi siete uno de' giubilati. Se questo è vero, la vostra giubilazione esclude la vostra nomina. Rispondetemi subito subito.</p>
<p>Se a Giovannino non riesce il sottrarsi dalla coscrizione, vi consiglio di metterlo fra le guardie d'onore. La spesa, tranne il vestiario, non oltrepasserà cento zecchini, e il vestiario non si fa che una volta. Oltre ciò è sicuro di star sempre al fianco del Principe e in compagnia di nomi tutti distinti.</p>
<p>L'affare di Camerani ha preso gran foco. Ho scritto ad Aldini, ho scritto al Prefetto, e questa Direzione generale di polizia è persuasa della violenza e del torto della giandarmeria; ma non può agire se prima non le si manda il processo.</p>
<closer>Salutate tutti di casa ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>958.</head>
<opener><salute>A G. B. VENTURI Ministro per il Regno d'Italia a Berna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ginevra, 22 Ottobre 1805.</date></opener>
<p>Caro Amico e Collega.</p>
<p>L'ozio autunnale e alcune letterarie amicizie mi hanno sbalzato prima da Milano a Torino, poi da Torino a Ginevra, coll'intenzione di sospingermi fino a Strasburgo, se colà sarò certo di trovare Marescalchi ed Aldini. Ma qui nessuno mi sa dar nuova del presente loro soggiorno. Mi rivolgo dunque a voi per saperlo, non potendo voi, per l'indole del vostro impiego, non trovarvi in continua corrispondenza con essi.</p>
<p>Andando a Strasburgo prenderò la strada di Berna, e questa deviazione mi verrà compensata dal piacere di abbracciarvi e di passare un giorno con voi. Vi aprirò allora un pensiero che mi bolle in capo, suggeritomi da un sentimento di riconoscenza verso l'augusto nostro Sovrano, che mi ha nominato, come saprete, suo Istoriografo. Io gli ho scritto che si ricordi dell'accaduto a Racine e a Boileau, che, nominati ambedue Storiografi di Luigi Decimo Quarto, <quote lang="fre">après avoir long temps essayé ce travail, ils sentirent qu'il étoit tout—a—fait opposé a leur genie</quote>, per la qual cosa stimarono miglior consiglio l'illustrare con buoni versi la loro nazione e l'augusto loro benefattore piuttosto che diminuirne con cattive storie la fama. Potendo io dunque servire alla sua gloria meglio in qualità di poeta che di storico, ho decretato nella mia testa un lavoro, la cui esecuzione mi sforza ad avvicinarmi al teatro della guerra germanica, nel caso che le cose succedano prosperamente, siccome non dubito, riposandomi sulla fortuna e sul genio del nostro Napoleone. Ma di questo più a lungo quando sarò con Voi. Intanto piacciavi d'avvisarmi subito se gli amici soprannominati sono a Strasburgo e Talleyrand egualmente. Dirigete la risposta a Ginevra al Banchiere Hentsch. Oggi sono a pranzo da questo Prefetto e spero sentir nuove migliori di ieri. Se voi ne avrete alcuna che mi consoli non me la tacete.</p>
<closer>Sospiro il momento di abbracciarvi, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>960.</head>
<opener><salute>A G. B. VENTURI — Berna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ginevra</add>, <add resp="ed">Novembre 1805</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sabbato prossimo avrò finalmente il piacere di abbracciarvi, e l'avrei avuto a quest'ora, se mi fosse stato possibile sottrarmi, senza taccia di scortesia, alle molte attenzioni che mi è stato forza il ricevere da questi ospitalissimi Ginevrini. Verrò diritto alla residenza italiana, ma non abuserò della vostra amicizia e fin d'ora vi prego di preoccupare per me un posto nella Diligenza di Basilea e Strasburgo.</p>
<p>Sulla supposizione che Marescalchi e Aldini fossero passati col resto del Corpo Diplomatico, siccome annunziavano le Gazzette, in Strasburgo, era mia intenzione di fare colà una sorpresa a questi due nostri amici; ma ora che il Giornale Italiano ha tradito il mio segreto, mi si è diminuito in parte il piacere della mia andata in questa città. Duolmi anche che lo stesso Giornale abbia pubblicato <emph>e alterato</emph> il motivo che mi ha mosso ad avvicinarmi al teatro della guerra. Io non avevo fatta la confidenza del mio pensiero che a Paradisi, Guicciardi, il Min. dell'Interno e Fenaroli, pregandoli di tenerlo occulto. Ora si sa tutto, e pazienza. Quello che più mi pesa si è, che mi hanno compromesso col Pubblico, non essendo io assolutamente in grado di intraprendere la storia di Napoleone, bensì di servire, se il potrò, alla sua gloria nella sola qualità di poeta, siccome ho liberamente significato allo stesso Sovrano, citandogli l'esempio di Boileau e di Racine. Del resto, godo che al piacere d'avervi compagno nell'Istituto s'aggiunga l'altro di vedermi vostro consocio nella Legion d'onore. Se il Ministro dell'Interno, incaricato di mandarmi questa condecorazione, vi cercasse per avventura conto di me, saprete cosa rispondergli. Io gli scriverò arrivato in Berna. Questo Prefetto ha ricevuta ieri la nuova che il Principe Carlo sia rimasto morto in Italia colla spada alla mano. Un'altra nuova mormora un Trattato di pace. Sono impaziente di trovarmi con voi per sapere che credere.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Una lettera di Luciano Bonaparte scritta a Mad.e Staël, in data di Roma, assicura che il Re di Napoli starà fermo nel primo sistema di perfetta neutralità. Falso adunque che l'Armata Russa di Corfù abbia operato il suo sbarco in Italia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>961.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Berna, 4 Novembre 1805.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>L'impulso datomi dagli amici, e suggeritomi dalla coscienza del mio dovere come Istoriografo di S. M. I. e R. di scrivere qualche cosa d'impegno che potesse provare all'Augusto mio Benefattore la mia gratitudine, mi aveva fatto concepire il disegno di recarmi all'Armata del Re, onde vedere con gli occhi proprj gli avvenimenti, e i luoghi de' quali avrei dovuto parlare secondo il piano che già mi sono ideato d'un lungo e grande lavoro. Sedotto da questo pensiero, e ingannato dalle Gazzette, che vi dicevano già passato a Strasburgo, mi mossi alla volta di quella Città per farvi una sorpresa, e di là trasferirmi sul teatro della guerra, qualora Voi e Talleyrand l'aveste lodato; e credo che sì, atteso che a Sua Maestà non può non piacere un pensiero tutto diretto alla propagazione della sua gloria, e sostenuto ancora dall'esempio di altri grandi Guerrieri, i quali amavano di aver seco raccoglitori e depositari presso la posterità di tutto ciò che operavano di glorioso e di eroico in mezzo alle armi. Ma arrivato in Berna, intendo da Venturi che voi siete ancora a Parigi, e che Talleyrand è ito a Monaco con tutto il suo seguito. Questa notizia mi ha rattristato infinitamente e mi tiene sospeso. Questo Ambasciatore Francese, che ieri mi ha voluto a pranzo con sé, mi esorta a proseguire il mio viaggio a Monaco, esibendomi raccomandazioni e indirizzi per tutta la strada; e ove non mi risolva a questo partito, mi consiglia a trasferirmi a Strasburgo, offrendomi lettere che mi procureranno l'onore di essere presentato all'Imperatrice, colla speranza che la medesima possa facilitarmi i mezzi di recarmi all'Armata senza pericolo. Al momento in cui scrivo sono tuttavia incerto di quello che mi farò; ma quest'ultimo mi sembra il migliore consiglio, e questo ho in animo di seguire, tanto più che porto meco altre forti raccomandazioni su quella piazza per qualunque bisogno mi possa nascere. Se non altro avrò il piacere di vedere costumi e paesi, e quando sarò a Strasburgo forse mi lascerò vincere dalla tentazione di dare una scorsa a Parigi per abbracciarvi. Ove intanto vogliate onorarmi di risposta indirizzerete le vostre lettere a <foreign lang="fre">M.r P. J. Franck Banquier à Strasburgh</foreign>, al quale sono particolarmente raccomandato.</p>
<p>Può darsi che il Ministro dell'Interno, consapevole del mio viaggio e dell'idea di venirvi a fare un'improvvisata, può darsi, dico, che vi cerchi nuove di me per sapere ove mandarmi la Croce della Legion d'onore ultimamente conferitami. Se mai il facesse, saprete adesso cosa rispondergli.</p>
<p>Vi terrò informato di quanto risolverò arrivato a Strasburgo. Mille saluti ad Aldini e Brunetti, e particolarmente al mio Ferri, e a Mimaut. Ricordatemi ancora buon servitore al Sig. Carlo vostro figlio.</p>
<closer>Sono con tutta l'anima il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Venturi vi fa i suoi rispetti. Dall'Ambasciatore Francese abbiamo avuta ieri la certa nuova del passaggio dell'Inn operato dai Francesi su vari punti. Ma questa sarà per voi notizia già vecchia.</p>
<p>— Altro P. S. Aveva fissata la mia partenza per posdimani, ma, vinto dalle cortesi istanze del Ministro Spagnuolo, di cui non ho potuto ricusare gl'inviti, mi tratterrò fino a Sabbato. Non sarò dunque a Strasburgo che il giorno dodici. Se avete colà qualche amico nel seguito dell'Imperatrice, di cui possiate procurarmi la conoscenza, mi farete cosa assai grata. Fra le mie lettere di raccomandazione ne porto due per Madama Ney moglie del Maresciallo. Ma una del Ministro Italiano a chi più gli piaccia mi sarà più onorevole, e lontano dal mio paese io sono adesso tutto sotto la vostra protezione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>963.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Berna , 10 Novembre 1805.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Vi scrissi l'altro giorno da Berna, che, dopo aver saputo che né Voi, né il Signor di Talleyrand eravate a Strasburgo, io mi trovava incerto della strada che avrei presa, fallito l'oggetto precipuo del mio viaggio, e che nondimeno mi sarei recato in quella città per presentarmi se non altro all'Imperatrice. Ora alla vigilia della mia partenza per Strasburgo ricevo lettere di mia moglie, che mi forzano a ritornare immediatamente in Italia. Occulti nemici per rovinarmi mi hanno indirizzato a Milano delle lettere perfide, e piene di orribili sentimenti contro la Francia e il nostro Sovrano, e veggo che si mette in opera lo stesso artificio col quale indussero il Governo a seppellir nelle carceri il povero Raffaelli e Berrini, arrestati al tempo che voi eravate in Milano, e poi liberati come innocenti, senza che siensi mai scoperti gli autori di quella infame macchinazione. Se la polizia del nostro regno fosse tutta sotto la direzione di Guicciardi, io non mi sarei punto mosso dal mio primo proponimento, e stante la mia amicizia con Guicciardi e la piena cognizione ch'egli ha del mio carattere, sarebbe bastato che io gli avessi comunicate le lettere che mi sono state dirette. Ma oltre l'italiana voi sapete che esiste in Milano una Polizia francese, di cui ignoro i capi e gli agenti non che le loro possibili relazioni con coloro che tentano la mia rovina. Ciò dunque mi move, col consiglio anche di Venturi, a portarmi io stesso senza dilazione a Milano, onde presentare io al Vice—Re i documenti dell'iniqua trama che si ordisce contro di me, e sollecitare in persona l'indagine d'un complotto, al quale son certo che si lavora sott'acqua profittando della mia lontananza. Né dubito punto che l'autore non sia il celebre Galeotto, di cui (attese le villanie vomitate nel suo Giornale delle Dame contro me, contro Paradisi, contro Lamberti, e Ruga, e Petiet, e cent'altri allegoricamente intaccati, fra quali costui ha preteso ferire la vostra stessa persona) di cui, dico, in virtù d'un ricorso assai risoluto, io aveva ottenuto l'arresto, e la proibizione del suddetto giornale pochi giorni avanti la mia partenza da Milano. Mi rendo dunque sicuro, che l'insidia che mi si ordisce non può essere che una vendetta di quel briccone e di Salvador, suo degno compagno. Ma la mia presenza confonderà questa cabala. Se mai in sequela dell'ultima mia mi aveste scritto a Strasburgo, non istate in veruna pena delle vostre lettere, perché il Banchiere Franck, a cui vi scrissi d'indirizzarle, me ne farà il sicuro recapito, ovunque mi trovi.</p>
<p>L'incidente, di cui vi ho fatto il racconto, disturba alcun poco il piano poetico di cui ho cominciata l'esecuzione per cantare le imprese del nostro Sovrano; ma spero di rimettermi presto in calma, onde riprendere con più alacrità il mio lavoro. Se mi onorate di risposta, indirizzatela a Milano, ove sicuramente sarò fra sei giorni.</p>
<closer>La Diligenza mi aspetta, e in fretta vi bacio le mani, protestandomi con sentimenti di eterna riconoscenza, venerazione e amicizia il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>964.</head>
<opener><salute>A G. B. VENTURI Ministro del Regno d'Italia a Berna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ginevra, 10 Novembre 1805.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sono arrivato a Ginevra sì malconcio dal mio reumatismo, che mi è stato forza pormi in letto donde vi scrivo, non già abbandonato a me solo in una Locanda, ma in casa di M.e Staël, che compiace del male che mi travaglia e mi obbliga a fermarmi contro mia voglia. Non partirò dunque che Venerdì, fossi sicuro di lasciar la pelle per via. Soddisfo intanto al sacro dovere della mia riconoscenza per voi, che mi avete accolto e sofferto e accarezzato con tanta amicizia.</p>
<p>Si è qui sparsa una nuova che mi contrista. Se le lettere di Cadice non sono bugiarde, la flotta Gallispana ha sofferto una gravissima rotta da Nelson. Ma tanto peggio per l'Austria che dovrà pagarne la pena.</p>
<p>Salutatemi tutti e tutte quelle che si degnano ricordarmi. Mad. Staël aspetta con impazienza, che tu gli mantenga la tua parola.</p>
<closer>Amami, mio caro Venturi, e credi che niuno al mondo ti è tanto affezionato come il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>965.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Baronessa</add> <add resp="ed">DE STAËL D'HOLSTEIN</add> — <add resp="ed">Coppet</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Coppet</add>, <add resp="ed">18 Novembre 1805</add>.</date></opener>
<p>Voi dormite ancora un sonno profondo, mentre io col dolore della separazione nel core vi scrivo questo congedo. Dopo avervi lasciata sono stato cento volte sul punto di romper il mio proponimento e venir di nuovo a gustare la dolce tristezza dell'ultimo addio. Ma… la solita mia <emph>ragione</emph> mi ha legato alla compagnia, ed ha distrutto gl'interessi del cuore.</p>
<p>Dite a Benjamin che, in grazia del suo rammarico del non avermi veduto ieri sera, gli perdono la crudele riservatezza con cui mi ha trattato in questi due giorni; ditegli che io voglio essere amato da lui, e che pongo un prezzo assai grande alla sua benevolenza, e ch'egli è un ingrato se non me l'accorda. Vi ringrazio della lettera per il principe di Baviera.</p>
<closer>Abbracciatemi Schlegel e Prospero, e ricordatevi spesso del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>967.</head>
<opener><salute>A G. B. VENTURI — Berna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Novembre 1805.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ieri mattina ho posto felicemente il piede in mia casa. Ho riveduto il bel sole d'Italia, ho abbracciato gli amici, ho parlato molto di voi, e delle cortesie da voi ricevute, e del senno con che disimpegnate la vostra missione, e della grande stima ed amore che costà tutti vi portano, e il mio panegirico è stato da tutti ascoltato con molto piacere, e commentato e ampliato specialmente dai due Cicognara, da Vaccari e da Paradisi. Spero d'avere posdimani l'onore d'essere presentato a S. A. S. e ad essa ripeterò quelle lodi della vostra condotta che la giustizia ed il cuor mi suggeriscono.</p>
<p>Vi ho scritto da Ginevra le mie azioni di grazie per le liete ed oneste accoglienze che mi avete fatte. Ve le ripeto appena tornato, e vi aggiungo pur quelle di mia moglie, che carissimamente vi saluta, colla speranza di ricambiarvi quando il Governo vi restituirà alla patria con migliori destini.</p>
<p>Non dimentico le attenzioni verso me praticate dall'Ambasciatore Francese, e dallo Spagnuolo, e dagli altri buoni Bernesi, di cui la vostra amicizia mi ha procurata la conoscenza. Significatene dunque a tutti la mia gratitudine e il desiderio di vivere lungamente nella loro memoria, com'essi vivranno nel mio cuore.</p>
<p>Le lettere che di qui mi sono state dirette per me respingetemele a Milano, se pure non l'avete già fatto. Rispetto la vostra poltroneria nello scrivere, e vi dispenso da ogni risposta senza offesa dell'amicizia. Tuttavolta se vorrete essermi liberale di qualche riga, l'avrò per carissimo.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Fra gli afflitti che sono stati esclusi dalla distinzione della Legion d'onore, il povero Cagnoli è il più dolente di tutti, e lo ha manifestato per lettere a Fenaroli, Oriani e assai altri. Io non l'amo gran fatto, perché l'ho per ipocrita, ma lo stimo perché il tengo per buon matematico. Mosso adunque dal solo impulso della mia stima io colsi l'occasione in Ginevra <hi rend="italic">di parlare a Prony</hi> che era colà di passaggio al mio arrivo in quella città e pranzò meco da M.e Staël. Ora egli, riconoscendo l'ingiustizia fatta al Cagnoli da chi ha avuto parte nella formazione di quella nota, mi ha promesso di scriverne all'imperatore, e si lusinga di veder emendata questa dimenticanza. Intanto Cerretti ha fatto una gran provvisione di larghe fettucce rosse, e ne ha guarnito le zimarre da casa, non che gli abiti da città, e va pazzo di contentezza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>968.</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">28</add> Novembre 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Leggete e sigillate le acchiuse, e datele a chi sono dirette. Io sono qui di ritorno dal mio viaggio fino da venerdì, e vi avrei scritto subito se mille doveri non mi avessero rubato tutti i momenti. Il Vice—Re, informato del mio ritorno, mi ha chiamato a Monza la scorsa domenica, mi ha conferita in nome di Sua Maestà e messa sul petto la Croce della Legion d'onore, e mi ha graziosamente rimproverato di non avergli comunicato io stesso il disegno del mio viaggio, quello cioè di recarmi, se fosse stato possibile, alla Grande Armata al seguito dell'Imperatore, poiché allora Sua Altezza Serenissima mi avrebbe munito di lettere per Sua Maestà, e di ordini per tutta la strada, e di mezzi in denaro per eseguire sicuramente e comodamente questo viaggio. Mi sono scusato con dire che nella mia picciolezza io non mi sono reputato da tanto di credermi meritevole di così alti riguardi, ed ho appoggiata ad un sentimento di umiltà tutta la mia discolpa. E veramente io non poteva immaginarmi tanta disposizione di animo a mio favore. Ma in sostanza io ho perduto per troppo disprezzo di <add resp="ed">me</add> medesimo il più bel favore della fortuna. Ora è fatta e ci vuol pazienza. Vero è però che tra i ghiacci della Germania avrebbe potuto soccombere la mia salute.</p>
<p>Non vi scrivo le nuove della guerra, perché sono pubbliche. A quest'ora Napoleone sarà entrato trionfante in Vienna, già in poter de' Francesi. È cosa che oltrepassa il credibile l'immensa quantità di attrezzi militari trovati in quella gran capitale caduta la prima volta in poter de' nemici. Lo sconsigliato Francesco secondo si è rifugiato nella Boemia, ove il suo vincitore lo insegue per annientarlo e mettergli il cervello a partito. Questo grande rovescio forzerà le Potenze tutte alla pace, e intanto ecco verificate le profezie che io faceva a Manzoni quando parlavasi di una nuova coalizione. Bonaparte egli solo ha forze più che bastanti per combattere tutta quanta l'Europa, e se la Prussia si move contro di lui, la Prussia è perduta. Seicentomila uomini in attività, ed altri trecentomila di coscrizione che in capo a un mese sono soldati, e tutte queste armi comandate da un tal capo, ecco di che far paura a tutti i nemici e farli pentire.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>969.</head>
<opener><salute>A D. CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Novembre 1805.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Dopo aver impostata un'altra lettera che riceverete con questa, arrivano quattro bollettini della Grand'Armata, e portano nuove che sbalordiscono. Il Governo ha ordinato che pubblicamente si leggano in tutti i Dipartimenti e Distretti, e la sostanza de' fatti si è che la Monarchia austriaca è annientata del tutto. Perduta l'Austria inferiore e superiore, perduto il Tirolo, perduta l'Ungheria, che ha mandato a Napoleone una Deputazione chiedendo di separarsi dagli Austriaci e di far corpo da sé sotto la protezione del vincitore, perduta la Boemia, ove i Francesi entrano e scorrono senza resistenza, e non tarderemo a sentir perduta la Polonia, che si crede possa venir rimessa nello stato di prima. Le armate russe anch'esse distrutte e fuggitive come lepri e ridotte presso che a nulla; insomma Bonaparte è padrone di tutta la Germania, e la comanda a suo senno, ed ha già nominato i diversi governatori delle provincie. Intanto Francesco secondo paga la pena della sua imprudenza, e va fuggitivo di paese in paese, e non gli resta più un asilo che l'assicuri.</p>
<p>Nel momento in cui scrivo giunge la nuova che il Principe di Rohan è prigioniero ancor esso con tutto il suo corpo d'armata, e spargesi che diciottomila Russi hanno abbassate le armi tutti in un colpo. Si fa ascendere il numero de' prigionieri fatti dal principio della campagna a quest'ora fino a centoquarantamila. Mettete i morti, i feriti, i disertori, i dispersi, e di trecento e più mila coalizzati non rimangono che reliquie sbandate, avvilite e impotenti. Ma procurate di aver nelle mani i bollettini officiali, e saprete in dettaglio quello che io non fo che accennarvi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>971.</head>
<opener><salute><add resp="ed">A D.</add> <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Dicembre 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p><add resp="ed">Nel punto</add> di partire per Vienna, siccome ieri vi ho scritto, mi capita <add resp="ed">l'occasione di</add> spedire a Ferrara, diretto a Giuseppino che mi si dice trovarsi <add resp="ed">colà</add> presso il fratello Giovanni, un pacchetto da rimettersi in vostre mani di venti libre di polvere d'archibugio, di quella medesima che si fabbrica per uso del Vice—Re. Di queste ne darete due o tre libre al nipote Camerani in restituzione di quella ch'egli mi prestò all'Alfonsine, e del resto farete l'uso come più v'aggrada. Amerei però che ne conservaste un poco anche per me, se mai in primavera o dopo mi risolvessi di venire a Fusignano, come desidero.</p>
<p>La Deputazione Germanica che si componeva, come vi scrissi, di dieci individui, è cresciuta di altri due, rappresentanti il Corpo Legislativo, che ha fatto istanza di non essere escluso da questo onore, e gli è stato accordato. Partiremo questa notte in due colonne, e tra padroni e domestici formeremo una carovana di 24 persone, oltre due corrieri che ci accompagnano.</p>
<p>Sono stato a congedarmi ieri da Costanza, la quale ha pianto molto nella nostra separazione. Del resto la sua maestra che è una certa madama di Bayan, sorella del cardinale di questo nome e donna di grande spirito e riputazione, mi ha detto un mondo di bene della buona indole e dei progressi di questa ragazza. Mi si era messo in capo che avesse toccato i quindici anni, e secondo la fede del battesimo, che è convenuto far venire da Roma per la sua accettazione in questo Conservatorio, non è che nei tredici. Tanto meglio per la sua educazione, e per aver tempo di trovarle un partito che le convenga. Avevo fissato i miei occhi <gap/>… ma egli ha tradito la mia speranza, e tanto peggio per lu<add resp="ed">i</add> <gap/>…</p>
<closer>Abbracciate il fratello per me e Manzoni quando il ve<add resp="ed">drete</add> <gap/>… Caterina, insomma tutta la casa. Abbiate cura della vostra <add resp="ed">salute e</add> fate che al mio ritorno in Romagna io vi trovi sano e felic<add resp="ed">e</add> <gap/>… Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>972.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Dicembre 1805.</date></opener>
<p>La carissima vostra del 29 scaduto mi trova tutto in pronto per un viaggio ben lungo. Il Vice—Re ha nominato una Deputazione incaricata di recare in Germania all'Imperatore Napoleone la congratulazione del Regno d'Italia sulle grandi vittorie riportate, ed io sono del numero. Sarò dunque breve contra mia voglia. E vi ringrazio primieramente di aver fatta lieta accoglienza al mio Mustoxidi, e godo che l'abbiate trovato degno dell'amor vostro, il quale gli sarà stimolo a farsi grande nella sapienza, non essendovi cosa che tanto infiammi il cuore allo studio, quanto la benevolenza de' grandi uomini che onorano le scienze e le lettere. Vi ringrazio pure dell'amicizia che vi è piaciuto di procurarmi del vostro Pieri, il quale (per dir tutto in due sole parole) mi terrà luogo di Mustoxidi. Mi affligge di non potergli rispondere per mancanza assoluta di tempo. Scusatemi presso lui, e assicuratelo che il suo nome mi sta scritto nel cuore.</p>
<p>Non sarò di ritorno probabilmente che alla fine di gennaio. Fate che io trovi qui al mio arrivo <title>le Stagioni</title> del vostro alunno. L'elogio amplissimo che me ne fate, mi rende impaziente e desideroso di acquistarmi nel loro autore un amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>973.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Dicembre 1805.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Dai pubblici fogli avrete inteso che il Vice—Re spedisce una Deputazione a Sua Maestà l'Imperatore e Re nostro, e che io sono del numero. Luosi è partito ieri l'altro per primo, ieri sera Moscati con Lamberti, e Balabio con Battaglia; oggi Carlotti con Strigelli, e Porro con Somaglia; dimani il resto, io con Caprara, e Caleppio con Arese. Zanca, Presidente della Camera del Commercio, se ne va solo.</p>
<p>Il primo punto di riunione sarà a Ginevra, il secondo a Strasburgo, se l'Imperatrice è ancora colà; diversamente, a Monaco. Direttore e provveditore della caravana è Caprara.</p>
<p>Quando io fui qui di ritorno Sua Altezza, nel darmi la Croce della Legione d'onore, mi rimproverò dolcemente di non avergli comunicato il mio disegno, quello cioè di recarmi al Quartier Generale della Grande Armata, dicendomi, presente Fenaroli e Caprara, che, se avessi avuta fiducia nella sua benevolenza, mi avrebbe egli stesso raccomandato a Sua Maestà, e munito di passaporti e di ordini per tutta la strada, e dato denaro per andare e tornare quanto volevo. Appoggiai la mia discolpa a un sentimento di timidezza, e dissi ancor d'umiltà, non potendo io né pur per sogno figurarmi una tanta bontà. Allora mi biasimò di non aver proseguito il mio viaggio, posto che l'avevo intrapreso. Non gli addussi le ragioni della lettera anonima che mi aveva fatto precipitare il mio ritorno, perché Guicciardi, nelle cui mani corsi a deporre quel foglio esecrabile, mi aveva consigliato di non farne parola, tuttoché conveniva egli stesso che la trama meritava di tenersi in guardia contro siffatto attentato, confidandomi una orribile satira dello stesso carattere venuta assai prima nelle sue mani, e su cui la polizia faceva già delle indagini rigorose. Mi discolpai dunque sulla difficoltà del viaggio e dei mezzi, e sul pericolo di trovarmi perduto, fallitami la speranza di trovare in Strasburgo il Signore di Talleyrand, che era già passato a Monaco, e che solo poteva darmi direzione e consiglio per l'esecuzione del mio disegno. Infine i rimproveri per me lusinghieri e onorevoli del Vice—Re sono finiti col nominarmi Deputato del Regno, ed ecco in succinto la storia dello accadutomi dacché sono qui giunto.</p>
<p>Ho stimato dovere della mia deferenza verso di voi il mettervi al fatto di tutto; Voi se vorrete onorarmi di qualche riscontro, indirizzerete la lettera al Signor di Talleyrand, che fra dodici giorni avrò, spero, il contento di riverire.</p>
<closer>Teresina vi fa i suoi rispetti, e io sono sempre con tutto l'ossequio il vostro umilissimo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>974.</head>
<opener><salute>A RAIMONDO CORTELAZZI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Dicembre 1805</add>.</date></opener>
<p>Vi mando il passaporto perché lo vistiate. E bisogna che mi facciate un altro piacere. Sono stato ieri da Herbin per prendere l'ordine per li cavalli. Herbin non v'era, e il suo aiutante mi disse che l'avrebbe preparato, e che mandassi a prenderlo questa mattina. Ho mandato, e il burò era chiuso. Se non vi pigliate voi il pensiero di mandare un qualche vostro inserviente, prevedo che l'ordine non l'avrò a tempo. Fatemi dunque questo piacere. Teresina vi fa sapere che conviene siate qui alla ventura per la nota gita a S. Pietro.</p>
<closer>Salutate Alberti e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>975.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DE STAËL D'HOLSTEIN — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Losanna, 18 Dicembre <add resp="ed">1805</add>, alle 8 della sera.</date></opener>
<p>Nell'arrivare a Losanna intendo che Venturi è andato in Italia, e so realmente che ne aveva chiesto il permesso al Viceré, il quale per altro non gli aveva concesso che pochi giorni. Bisogna dunque pensare ad altro mezzo per inviarmi le vostre lettere a Monaco, e il migliore parmi quello del vostro banchiere, a cui non possono mancare corrispondenti in quella città.</p>
<p>Qui si soffre un gran freddo. Che sarà in Germania e sopra corpi italiani?</p>
<p>Ho lasciato in partendo un biglietto alla Locanda delle Bilance.</p>
<p>Salutate gli amici ed amatemi.</p>
<p>P. S. Caprara, Porro e Somaglia presenti vi fanno mille saluti.</p></div2></div1>
<div1 type="libro"><head>Volume III</head>
<div2 type="epistola"><head>978.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Gennaio <add resp="ed">1806</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Sono già otto giorni che qui mi trovo di ritorno dalla Germania, e avrei dovuto darvene subito l'avviso. Ma mi scusi presso di voi un lungo e grande lavoro che mi tiene occupato giorno e notte, e Dio sa quando potrò terminarlo. Per le cose dettemi dall'Imperatore ho intrapreso un poema, il cui piano abbraccia tutte le imprese di questo grand'uomo. Ora vedete se ne ho per un pezzo. Ma dentro un anno spero di ridurmi a buon porto, né mai ho travagliato così di gusto.</p>
<p>Qui giunto trovai una vostra a Teresina, sulla quale non potendo ella darvi risposta, perché trattasi di materia che non intende, il farò io per lei. Ho voluto prima informarmene, ed ecco lo stato delle carte che il fratello vorrebbe acquistare per liberarsi dal debito ch'egli ha colla Nazione. Dopo la pace le <emph>rescrizioni</emph> sono salite fino al 35 per cento, ed oggi sono ricadute al 28. Le <emph>iscrizioni</emph> poi hanno sempre fatto un prezzo maggiore delle <emph>rescrizioni</emph>, cosicché nella giornata non si potrebbero acquistare a pronti contanti, che al 40 circa per cento. Non so che negozio abbia potuto fare il dottor Fabbri, che tempo fa è stato a Milano per l'oggetto medesimo, ma lo stato del giorno è quello che vi scrivo. Comunicate queste cose al fratello, e datemi una risposta che mi ponga in istato di servirlo, se ha più questa intenzione.</p>
<p>Teresa, per essersi un poco strapazzata nel viaggio di Monaco, ha dovuto guardar il letto per qualche giorno. Ora sta bene, e vi saluta. Così pure Costanza, che similmente è stata un poco incomodata dai soliti raffreddori d'inverno; adesso si porta meglio, e vi manda l'acclusa lettera, che per mia dimenticanza è rimasta oziosa più giorni sul mio tavolino.</p>
<p>Le venti libbre di polvere che vi ho spedite, furono consegnate ad un certo Baratelli di Ferrara, amico de' nostri nepoti. Date ordine a Giovannino di ricuperarle, non potendo io credere che siano andate in sinistro, conoscendo io il Baratelli per persona onesta.</p>
<p>Per non ingrossare inutilmente il piego ho levata la soprascritta alla lettera di Costanza, e un'altra ch'ella scrive alla zia, la mando libera alla posta per la stessa ragione.</p>
<p>Datemi nuove di vostra salute, e degli sposi, e dei Manzoni, e salutatemi caramente Francesco e tutta la famiglia.</p>
<closer>Vi scrivo in gran fretta, e sono di cuore<signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>979.</head>
<opener><salute>All'Ab. GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1806.</date></opener>
<p>Valoroso Poeta.</p>
<p>Ho letto e riletto le vostre <title>Stagioni</title>, e trovo che Cesarotti ha ragione se è innamorato di voi. Trovo in questo vostro poema tutti gli elementi che la natura e l'arte possono dimandare per farvi poeta di prima sfera. Ma preparatevi a una gran guerra col Sant'Offizio della pedanteria.</p>
<p>È da molti giorni ch'io vi sono debitore di questa risposta. Ma mi scusi prima l'indulgenza vostra, poi la ragione. Mi trovo ingolfato in un gran mare poetico, nel mare delle grandi imprese dell'Imperatore Napoleone; e non so se n'uscirò a salvamento. Non trattasi solo dell'ultima campagna, ma di quelle pure d'Italia, e della spedizione d'Egitto, e di quanto insomma egli ha fatto di più mirabile colla spada e col senno. Se l'estro si potesse imprestare, ne dimanderei un poco del vostro, e farei bene la mia faccenda. Seguitate come avete cominciato, e a noi poeti canuti intimate: <foreign lang="lat">Veteres migrate coloni</foreign>. Per me vi fo largo, contento della vostra amicizia.</p>
<p>Mille saluti al vostro grande maestro, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>983.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MARTELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Sarò breve, perché il lavoro che ho per le mani non mi lascia libero un momento solo.</p>
<p>Se vi risolverete di portarvi a Milano, io vi vedrò con piacere a tutte le ore, e sarò lieto se questo potrà contribuire alla tranquillità dell'animo vostro. Ma aspettatevi delle prediche.</p>
<p>La produzione di cui mi scriveste è cosa assai vecchia, e non v'è di nuovo che i nomi inseriti dei professori di Pavia in luogo di quelli di Modena. Non amo parlarne e altronde l'età è un grande perdono. Scrivetemi quando volete, ché sempre avrò cari i vostri caratteri; ma se le risposte non son sempre sollecite, non l'attribuite ad alterazione di sentimenti e d'amicizia per parte mia.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>984.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1806.</date></opener>
<p>L'acclusa carta vi dirà l'esito delle premure pel vostro Pieri. Chi la scrive è il Segretario generale dell'Istruzione pubblica, al quale ho mandata la vostra lettera originalmente, non potendo andare in persona. L'equivoco in che egli è caduto, scrivendo Mustoxidi invece di Pieri, è stato una conseguenza del vostro, perché voi realmente avete scritto così. Ciò nulla toglie al valore dei riguardi che si avranno pel vostro raccomandato, tostoché se ne ponga l'opportuna occasione.</p>
<p>Caro Cesarotti, altro che un Inno è quello che scrivo! Mi sono messo in un mare che non ha sponda, nel mare delle imprese Bonapartiane; e in due mesi che navigo, mi sono allontanato appena dal lido. Quando sarò a buon porto, ho in animo di recarmi a Padova per comunicarvi il mio lavoro, e prendere consiglio, perché realmente qui non ho persona da cui ricevere aiuto. Ma di questo mio travaglio ho già dato un cenno al bravo Barbieri, sul quale non ho altro giudizio che il vostro, e siamo d'accordo perfettamente.</p>
<p>Il vostro sonetto l'avevo già ammirato in Monaco, ove il Vice—Re stesso lo propagò. L'Imperatore pure lo lesse, e gli piacque. E a chi non potria piacere? Scrivo due righe a Pieri al quale voi poscia direte il resto.</p>
<p>Amatemi, scrivetemi, e salutate caramente Barbieri. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>985.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Chiunque legge la vostra bella Ode, non potrà non sentire che il suo autore ha cuore che scotta; e quando si ha cuore, non si scrive mai male. Io vi ringrazio del dono e dei sentimenti con cui me l'avete accompagnato, né posso che darvi coraggio a calcare animosamente la strada che avete presa. Avete al fianco un grande capitano di poeti, e sotto la sua direzione non potrete militare che con onore. Egli mi ha scritto di voi cose affettuose, ma meritate, e mi ha significato il vostro desiderio. Dalla risposta, che gli fo in questo stesso ordinario, intenderete l'effetto della sua mediazione; effetto che potrà realizzarsi subito che la riunione dello Stato Veneto al Regno d'Italia sottoponga le scuole venete a questa Generale Direzione degli Studi.</p>
<p>Non mi dilungo, perché pochi sono i momenti che mi restano liberi da un serio lavoro che ho per le mani; ma non finirò senza dirvi che vi amo e vi stimo.</p>
<p>Fate voi per me la prima di queste due cose, e disponete a vostro piacere del vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>986.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Mandatemi subito la supplica da presentarsi al Gran Giudice, esponete in essa le ragioni che vi assistono, non tacete la circostanza di essere già ammogliato ecc. ecc., fatela insomma, completa, e spero darvi buona risposta.</p>
<p>Vorrei, ma non posso intervenire alle vostre nozze. Se vedeste le mie occupazioni, stupireste del disperato travaglio in cui giorno e notte sto immerso. Ciò scusi la brevità di questa lettera.</p>
<p>Salutate Annetta per parte anche di mia moglie, e state sano.</p>
<p>P. S. Se la famiglia, è in Ferrara, salutatela tutta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>987.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Da Borghi e da Foscolo intendo che vi lagnate del mio silenzio. Per vero, se non corresse tanta distanza tra Voi e me, toccherebbe a me il lagnarmi del vostro, avendo voi lasciato senza risposta e la lettera che vi scrissi da Milano la vigilia della mia partenza per la Germania, e l'altra che vi diressi da Monaco. Il timore adunque d'importunarvi, e non altro motivo (vel giuro su l'onor mio), mi ha trattenuto dallo scrivervi, perché non ho cosa che mi faccia tanta paura quanto il brutto titolo di seccatore; e questo è sì vero, che avendo io bisogno di buone e esatte memorie su i fatti del nostro Imperatore per un grande lavoro che ho per le mani, e non avendo io qui potuto ritrovare tutto il mio bisogno, mi sono diretto al Ministro dell'Interno perché ve le chiegga, non mi arrischiando di farlo direttamente. Ora ve ne fo io medesimo la preghiera, e lascio al savio vostro intendimento il mandarmi ciò che stimerete più convenevole all'uopo mio, che non è piccolo. Tanto vi dico, che il mio travaglio abbraccia tutte le imprese più gloriose del grande Napoleone sì guerriere che politiche. Ho inventata una macchina poetica semplicissima, di sole tre rote, ma tale che può sostenere qualunque peso fosse anche triplo e sestuplo di quello che è. E già ho pronti cinque canti del mio poema, e senza presumer troppo vi accerto, che dacché scrivo versi non ho mai immaginato niente di meglio. L'arduo dell'opera sta nell'esecuzione. Se questa mi riesce felicemente, spero di non far torto all'onore delle Muse Italiane. Mandatemi adunque, ve ne supplico, tutte le stampe che possono somministrarmi lumi e materia su l'argomento.</p>
<p>Teresina, che teme di mia salute per l'assidua fatica che giorno e notte mi occupa, Teresina vi fa i suoi saluti. Io vi prego de' miei al Sig. Ciambellano e agli amici. Soprattutto vi raccomando i miei rispetti al Sig. di Talleyrand, al quale fui e sono dolente di non essere arrivato in tempo di augurare il buon viaggio da Monaco il giorno della sua partenza. Giunsi al suo albergo mezz'ora dopo, e ne rimasi mortificato.</p>
<closer>Riamatemi, e credetemi con tutto il rispetto il vostro vero servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se ve ne viene l'opportunità e l'incidente, mi fareste cosa assai grata, se portaste a notizia dell'Imperatore la mia fatica, sulla quale anche il Vice—Re dovrebbe avergli già scritto. Mi giova ch'ei sappia che io non mi sto in ozio, ma che anzi mi travaglio disperatamente per la sua gloria.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>989.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>A che questi complimenti fra noi e questi timori? Se non m'avete scritto, nessun male. Teresina sa le vostre occupazioni, e sarebbe ingiusta cosa il distrarvene. Verremmo volentieri alle nozze, ma io sono occupatissimo, né mai tanto lo sono stato in mia vita. Alla venuta dell'Imperatore deve esser pronta la prima parte del mio poema, e non ho ancora una sillaba di stampato. Dunque…</p>
<p>Ho fatto che Calcagnini parli con Paradisi sull'affare della tassa che ingiustamente pretendesi dai Bolognesi; e la cosa è stata intesa per il suo verso. Ma bisogna mandare la supplica documentata.</p>
<p>Scrivo in fretta, e in fretta saluto tutti. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>990.</head>
<opener><salute>Al conte G. B. MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Marzo 1806.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Paradisi è in campagna e non tornerà che posdimani. Gli parlerò efficacemente del vostro affare, e se è in suo potere l'accordarvi quanto chiedete siate certo che lo farà.</p>
<p>Dite alla Municipalità che mandi subito il piano ch'ella crede a proposito per le sue scuole, e che perdoni se non rispondo all'ultima di cui mi onora perché proprio non ho tempo. Il farò quando l'avrò servita, siccome spero. Salutate la Caterina, il Conte e Simone.</p>
<p>Amatemi e credetemi il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>992.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Aprile 1806</add>.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Allegramente. Mi giunse l'ultima vostra nel punto che io faceva scrivendo l'ultima ottava del sesto Canto. Impiegherò altri cinque o sei giorni alla lima del già fatto lavoro, e subito volerò a Parma per dar mano alla stampa, avendomi il Vice—Re lasciato nella piena libertà di servirmi di chi più mi piace, e solo insinuandomi di far in modo, che la stampa sia pronta per l'Ascensione, per la quale funzione si proferisce di mandarla egli stesso a Sua Maestà. Ho tardato a far sentire la mia voce, ma i versi che ho preparato saranno, ispero, la mia scusa, e se vi cade in acconcio di parlarne coll'Imperatore, vi do parola che non mentirete, se il farete sicuro che questa è la miglior poesia della mia vita; e non ne ho poi fatte assai volte delle cattive. Spero anche di aver toccato delle corde di dolce suono per Sua Maestà, e di avervi fuso ancora del patetico abbastanza per interessare i francesi, che amano il sentimento. Insomma, i miei amici non avranno ad arrossire della benevolenza di cui mi onorano, e parlo di voi particolarmente.</p>
<p>Aspetto con impazienza le Memorie che mi promettete, e ne ho veramente bisogno per il proseguimento degli altri sei canti, l'ultimo de' quali volgerà tutto sulle presenti cose Italiane, e il nostro Vice—Re verrà pagato del giusto encomio che gli hanno meritato le sue virtù. Tanto di lui però, che della Principessa ho sparso qua e là dei tocchi a proposito, che potran lusingarli. Ora dunque sono lieto, e comincio dopo tre mesi di travaglio a respirare. Se più durava, la mia salute era rovinata per molto tempo, e la testa mi sarebbe andata allo spedale. Guardando ai versi fatti e gettati nelle correzioni, mi vien freddo. Due o tre mila versi sono l'estratto di cinquanta mila, che, stesi sul mio scartafaccio, fanno fede della mia fatica.</p>
<p>È stato da me Tambroni, ha voluto udir qualche cosa, gli ho letto il canto che parla della spedizione d'Egitto, ed è partito grattandosi il capo per la sorpresa, e questo canto non è il migliore.</p>
<p>Il contento mi fa andar in cose da tacersi per ora, e voi avete altro da fare. Salutate gli amici, e ricordatemi servitore al Sig. Talleyrand.</p>
<closer>Sono, e sarò sempre con tutta l'anima il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>996.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">Don</add> <add resp="ed">CESARE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Parma, 14 Maggio 1806.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Giunto a Parma credeva di trovar terminate le mie edizioni e di potermene partir subito per Milano; ma la grande esige tante diligenze, che mi converrà aspettare fino alli 24 del corrente.</p>
<p>Nel passare per Bologna ho saputo che il Magistrato delle acque ha emanato delle severe discipline rapporto alle risaie formate colle acque del canale di Massa Lombarda. Secondo il rapporto fattomi, credo che l'interesse dei possidenti inferiori verrà posto in sicuro. Informatemi se sta così.</p>
<p>All'albergo di Medicina ho avuto un incontro col signor Sante Giovannardi, e ci siamo amichevolmente intesi sull'affare del censo Zanotti. Dite dunque a Francesco Antonio che procuri di abboccarsi con lui, e gli comunichi l'istrumento fatto tra me e i fratelli Mami, onde liberarmi una volta da questa molestia.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, e abbiate cura della vostra salute. Sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>997.</head>
<opener><salute>Al sig. <add resp="ed">PIETRO</add> CAVAGNARI seg. gen. di Sua Eccellenza il Governatore di Parma e Piacenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1806</add>.</date></opener>
<p>Caro Cavagnari.</p>
<p>Ospitali riguardi ed inviti fatti da Bodoni coll'intenzione di procurarmi degli amici, mi obbligano a privarmi quest'oggi dell'onore di far la mia corte a Sua Eccellenza. Pregovi delle mie scuse colla medesima, e di non obliare la preghiera, che ieri vi feci per la permissione di veder la stanza del Correggio.</p>
<closer>Sono senza riserva il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>998.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Giugno 1806.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Ieri ho fatto ritorno da Parma a Milano dopo 56 giorni d'assenza, e questa mattina ho consegnato a Borghi due esemplari del mio Poema perché ve ne faccia subito la spedizione, il primo in 8, edizione ordinaria, ma nitida ed elegante; l'altra in foglio, edizione magnifica, e al parere di tutti se non la più bella, certo non inferiore a veruna delle più celebri eseguite dal nostro Bodoni. Aspetto a momenti la terza in 4 reale, di cui non ho potuto portar meco che pochi fogli; ed anche questa contrasterà di bellezza colla sorella. Spero dunque che questa stampa riuscirà degna degli occhi di S. M. a cui pregherò il Vice—Re di volerla egli stesso umiliare. Egli l'ha già veduta, e n'è rimasto incantato. Io gliene presenterò domenica in Monza i pochi esemplari meco portati, e intantoché gli altri arrivano, potranno questi far la via di Parigi.</p>
<p>Tornato a casa, ho trovato qui la lettera che mi annunzia la nomina in Cavaliere della Corona di Ferro. Veggo in questa nuova sovrana beneficenza gl'impulsi che la vostra amicizia ha dato per me alla clemenza del Principe, e ve ne ringrazio con l'espressione del cuore. Nella lettera con cui accompagnerò il mio Poema non tacerò a Sua Maestà la mia riconoscenza, ma voi nel presentargliela (giacché penso che questo pensiero verrà a voi rimesso dal Vice—Re), aiutate voi i miei sentimenti. E se curiosità spingesse l'Imperatore a sapere la materia degli altri sei Canti del Bardo, ditegli che il settimo e l'ottavo proseguiranno la narrazione delle imprese militari e politiche dell'Eroe dal passaggio del S. Bernardo fino alla incoronazione in Re dell'Italia; il nono, decimo, undecimo la continuazione dell'ultima campagna fino alla battaglia di Austerlitz; e il duodecimo le Nozze de' nostri Principi e le vicende ultime dell'Italia. Da ciò che tocco nella Dedica vedrete che il Bardo si lascerà aperta la strada a tirar innanzi il poema altri sei canti, se occorrerà.</p>
<p>Alla prima occasione manderò tutti gli esemplari che mi sarà possibile di tutte e tre le edizioni, massimamente per Talleyrand ed Aldini. Nel partire da Monaco, quel Principe Reale volle da me la promessa di mandargli tutto quello che andrei scrivendo. Ve ne sarà dunque un bell'esemplare anche per lui. Amerei intanto che eccitaste l'amicizia di Mimaut o di Buttura a farne un estratto da inserirsi sul Monitore.</p>
<p>Tutti i libri che mi avete mandati gli ho ricevuti, e ve ne ringrazio, in attenzione degli scritti più interessanti, che in seguito si verran pubblicando su la materia che ho per le mani.</p>
<closer>Onoratemi, se il potete, di una riga di riscontro, date l'acchiusa a Buttura, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Teresina vi saluta, e vi ringrazia ella pure del nuovo attestato di benevolenza che avete dato a suo marito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>999.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Giugno 1806.</date></opener>
<p>Vi scrissi già da Piacenza, la vigilia del <foreign lang="lat">Corpus Domini</foreign>, e raccomandai a Cavagnari la lettera, perché vi venisse tosto recapitata. Son partito di là il lunedì mattina senza riceverne risposta, ch'io sperava accompagnata da un esemplare del <title>Bardo</title>, in quarto reale, di cui non ho portato meco che alcuni fogli. Qui giunto mi sono recato da Breme, l'ho incontrato per le scale al momento di portarsi a Consiglio.</p>
<p>Ho preso appuntamento di vederlo la sera in casa del signor Mejan, segretario del Vice—Re; e là sono andato all'ora prescritta, portando meco le stampe. Vi ho trovato Paradisi, Moscati, Verri, Caprara, Lambertenghi, ed altri primi magistrati. (Breme ne era già partito, chiamato al suo Ministero per un dispaccio d'importanza venuto da Monza, ove tuttora trovasi il Vice—Re). Tutti si sono gettati con avidità su la vostra bella edizione, e tutti ad una voce hanno esclamato, che mai non si è veduta la più magnifica e perfetta cosa. Mejan stesso ed altri Francesi hanno dovuto confessare che questa sola stampa basta per collocarvi al di sopra d'ogni rivale. Questa ammirazione pel mio Bodoni mi ha aperto naturalmente l'adito a parlare del <title lang="lat">Pater noster</title>, e ad annunziare che presto avrete l'onore di presentarlo voi stesso ai nostri Sovrani. La lusinga di avervi qui in breve, fa nascere l'altra di avervi per sempre; e per verità non ho mai veduto desiderio universale così ben pronunciato. Ho colto questa opportunità per far trasentire a Mejan e a tutta la compagnia i giusti vostri pensieri su questo punto; e ognuno è altamente persuaso che S. A. non vi lascerà desiderare nulla di quanto può risguardare la vostra gloria ad un tempo e il vostro interesse. Quindi tutti sono d'avviso che Bodoni verrà accolto e colmato di beneficenza e d'onori, se non quanto egli merita, quanto almeno è permesso a Principe generoso e benevolo. Ma di ciò altra volta.</p>
<p>Ora mi preme il dirvi, che le copie meco portate sono state tutte, poco più poco meno, danneggiate dentro il baule. Questo accidente mi tiene inquieto, non sapendo come porvi rimedio, se presto non arrivano gli altri esemplari; per lo che pregovi di sollecitarne la spedizione almeno d'un centinaio.</p>
<p>Ho un carro di lettere sul tavolino, e cui debbo risposta.</p>
<p>Addio dunque, mio caro amico, e mille saluti di cuore alla signora Ghita.</p>
<p>P. S. Ho fatto chiedere udienza al Vice—Re. Vi avviserò in seguito di ciò che potrà riguardarvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1000.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Giugno 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>L'aver voi affidato a Giusti, siccome ho saputo, l'esemplare lasciatovi del mio poema, m'è stato cagione d'un grande disturbo: e Dio ve la perdoni. Per non amareggiarmi di nuovo vi taccio i risultati della vostra irriflessione: ma basti il sapere che mai in mia vita ho sofferto simile bile.</p>
<p>Tornato ieri solamente in Milano, trovo qui la vostra del tre corrente. Ho letta subito a Paradisi la vostra lettera. Egli è disposto a nominarvi, ma bisogna che, a tenor dell'avviso da lui pubblicato in data del 6 e diramato da per tutto il Regno, voi presentiate al Prefetto del Dipartimento la vostra petizione. Se poteste munirla d'un attestato di Bonati, questo valerà più che tutto. L'essere stato giudice d'argine è ottimo requisito. Gioverà ancora la prova d'aver servito il vostro pubblico o per le chiusure di rotte, o per altri lavori di tal natura. Uniformatevi dunque al prescritto nel detto avviso, e mandatemi copia della petizione e dei documenti che esibirete al Prefetto, che mi figuro sarà quello di Ferrara, tuttoché la vostra nomina dovesse poi cadere sulla ispezione del Dipartimento bolognese.</p>
<p>Coll'ordinario di questa sera lo stesso Paradisi spedisce alla commissione ferrarese la petizione datami da Manzoni per la nota arginatura al drizzagno sinistro di Longastrino: e la spedisce non già per dimandarne parere, ma per ingiungerle di prestarsi all'esecuzione, destinando soltanto chi provveda che tutto facciasi senza altrui danno. L'operazione insomma non incontra nell'animo di Paradisi la minima difficoltà.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, e Manzoni e la Caterina: e di cuore abbracciandovi sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1001.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Giugno 1806.</date></opener>
<p>Stiamo sempre aspettando con impazienza le stampe del Bardo; e quantunque io sappia che la loro spedizione vi sta a cuore, nulladimeno non posso non caldamente raccomandarvela.</p>
<p>Sua Altezza m'aspetta dimani a Monza, e so che si farà discorso serio di voi. Il Vice—Re, che grandemente vi ama e vi stima, è risoluto di volervi al suo fianco a ogni modo e a qual si sia condizione. Credo che egli stesso vi scriverà e vi pregherà. Quel che fin d'ora vi posso dire, si è che voi sarete padrone di trasportare a Milano, non solo tutti i vostri inservienti ed artefici quanti mai sono, ma quanti amici e quanta famiglia vi piacerà, e di tutti il Governo si prenderà cura; e voi sarete <emph>trattato, condecorato e pensionato</emph> in maniera, che voi stesso direte <hi rend="italic">basta</hi>. Vi avverto che, recandovi a Milano per presentare la vostra Poliglotta Dominicale, il Principe vuole che conduciate con voi la moglie. Bisogna dunque che la signora Ghita prepari qualche tipografico munuscoletto da offrire alla Principessa. Ella intende e parla bene, oltre la sua lingua natia, il francese, l'italiano e l'inglese. In somma il Principe ha detto, che per avervi vuol guadagnare al suo partito la Ghita; ma voi non dovete saperlo. Passiamo ad altro. Si vuol sapere quanto vendete il vostro Orazio, tanto in foglio che in quarto. È un Tedesco che ne fa ricerca; onde ditemene il prezzo liberamente.</p>
<p>Ho promesso a S. E. il vostro onorato Governatore di scrivergli, e lo farò. Ma aspetto di aver parlato col Vice—Re. Intanto, se avete occasione di vederlo, ossequiatelo rispettosamente per me, e salutatemi Cavagnari, al quale direte, che la nota polvere è stata già consegnata al signor Bignami.</p>
<closer>Mille saluti ancora al signor Gaetano e a Mazza. Raccomandatemi alla benevolenza della signora Ghita, ed amate il vostro<signed> Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La mia dello scorso ordinario l'avrete già ricevuta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1002.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Giugno 1806</add>.</date></opener>
<p>Finalmente veggomi consolato di vostre lettere, di una portatami in casa ier l'altro non so da chi, e della seconda venutami per la posta in questo momento, due ore dopo l'arrivo del nostro amico e padrone Junot. Egli mi ha fatto chiamar subito, e subito mi ha parlato di voi, e di voi si è parlato durante il nostro primo colloquio, e su voi torneranno fra poco i nostri discorsi, aspettandomi egli di nuovo all'albergo. Intanto egli è in giro per qualche visita, ed io darò sfogo alle cose che debbo dirvi.</p>
<p>Parlerò prima dell'accoglienza fattami da S. A. La medesima in pienissima e pubblica udienza mi ha ricevuto con somma bontà, e con egual cortesia si è profferto di spedire egli stesso a S. M. gli esemplari portatigli della bella edizione, a cui S. A. e tutta la Corte ch'era presente, ha profuse le più gran lodi. E senza aspettare che io gli muova discorso sopra di Voi, egli stesso è entrato in questa materia, e mi ha ripetuto quanto ebbi già il piacere di significarvi nella seconda mia scrittavi da Milano e che mi venne partecipato dal signor Consultore Moscati, impegnatissimo nella vostra gloria, e nel procurarvi quelle condizioni e distinzioni che più saprete desiderare. A chiudere in poco questo lungo argomento, questo solo vi voglio dire, che il consigliarvi ed esortarvi ad accettare l'offerta che vi verrà fatta, è un mostrarsi veracemente amico del vostro interesse, del vostro onore e della vostra fama. S. A. vi ama, vi stima e vi desidera; e purché qualche avaro demonio non tarpi le ali alle sue generose disposizioni, vivo sicuro che voi e la vostra Ghita e tutti i vostri amici benediranno la vostra risoluzione. Ho gettato quel <hi rend="italic">purché</hi> non senza motivo. Il vostro Arborio, a dirla schietta, non mi soddisfa del tutto. So che vi ha scritta una lettera tortuosa. Le intenzioni sovrane al contrario sono rettissime e semplicissime, e non attraversandole, riusciranno a fine assai munifico e generoso. Ma ciò stia sepolto, come mero sospetto, nel vostro seno. Il tempo e la vostra presenza in Milano faran palese la verità. Intanto udite questa e fateci sopra le vostre riflessioni. Tranne gli esemplari da me presentati al Principe, vale a dire cinque in foglio e diciotto in ottavo, né Dignitario, né Ministro, né Consigliere, né altra autorità distinta nel Regno, nessuno insomma ha avuto né toccato il povero <title>Bardo</title>, e nessuno l'avrà, se nol paga. Tutte e tre le edizioni saranno esposte alla vendita: tale è il decreto. Se questo partito mi abbia rattristato, ve lo lascio considerare. Soffoco nel cuore le riflessioni, e il rispetto vietami le parole. Ma dopo tutto, voi stesso comprenderete, che non è bene assolutamente che il signor Blanchon spedisca in Milano verun esemplare delle edizioni del Bardo in 12, onde non vengano arenate le mire lucrative di chi ha fatto i suoi calcoli di rimborso sopra le altre. Per la qual cosa diffondete quest'ultima per tutto il resto del Regno e fuori del Regno, ma facciamo che in Milano non sia pubblicamente vendibile. Alla vostra venuta poi ed in voce esauriremo questa materia.</p>
<p>Impegnerò Moscati a far parola a Mejan intorno alla traduzione che voi desiderate; e questo è miglior mezzo per metterlo in questo lavoro. Vi lascio per ritornare a Junot; il che in sostanza è un continuare a starmi con voi. Alla vostra <emph>operosa e lietà metà</emph> mille saluti; e colla prima che mi scriverete, fate che io sappia il giorno del vostro arrivo a Milano.</p>
<p>Sono di cuore il vostro amico.</p>
<p>P. S. Delli tre esemplari che mi avete mandati dell'edizione in 4, uno lo mando ad Aldini, l'altro a Marescalchi (colla <hi rend="italic">storia</hi> di sopra accennata), e il terzo è per me, non volendo espormi al pericolo di comprarlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1003.</head>
<opener><salute>Al conte GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Giugno 1806.</date></opener>
<p>Caro Battista.</p>
<p>Sono già due ordinari che Paradisi, me presente, ha inviata ai Magistrato di acque di Ferrara la supplica da voi consegnatami, con amplissimo rescritto e con ordine al detto Magistrato di lasciar liberissima a' ricorrenti la costruzione del noto argine. Se mai l'invidia o la malevolenza altrui ponessero inciampi a questo decreto, avvisatemelo.</p>
<p>Per non moltiplicar lettere (né io ho molto ozio da scriverne) dite a Francesco Antonio che faccia quanto gli ho suggerito circa la dimanda, ch'egli sa, d'ingegnere, e non perda tempo; che pel resto ci penso io. Mia moglie vi saluta. Fate voi altrettanto per noi colla Caterina e comandatemi liberamente, col solo obbligo di amarmi come fo io di cuore.</p>
<p>Il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Per carità non mi storpiate coll'<hi rend="italic">eccellenza</hi>. Questo titolo non si dà rigorosamente che a' gran dignitari e ai ministri; né io amo di rendermi ridicolo, come qualche mio collega. Non mettete dunque nella soprascritta che questo: «Al signor Vincenzo Monti, istoriografo regio e cavaliere della Corona di ferro — Milano».</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1006.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Settembre, 1806</add>.</date></opener>
<p>Eccoti due copie del Bardo bettoniano. Tientele; e se altre ne vuoi, dillo, e disponi delle mie cose come delle tue proprie.</p>
<p>Non ho veduto l'edizione Alfieriana, ma ne odo i rumori poco favorevoli a quella grand'anima.</p>
<p>Ho un canto quasi corretto dell'<title>Iliade</title> da farti sentire. Lo vuoi?</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale, et me ama</foreign>. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1009.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Luglio 1806</add>.</date></opener>
<p>Sapea già in parte l'accaduto che ora mi narri. Le cose parmi van bene, e andranno ancor meglio. Ma finché non ti vedi sicuro del fatto tuo, non ti ribellare dalla prudenza.</p>
<p>Ho consegnata a Rosmini una copia del <title>Bardo</title> per Pindemonte, di cui ritengo la lettera perché mi onora.</p>
<p>Non ho fatto inserire l'<foreign lang="lat">errata corrige</foreign> perché ho trovata una bella erudizione che giustifica gli <hi rend="italic">azzurri addormentati</hi>, appellazione propria degl'Inglesi, e de'soli Inglesi. Te la mostrerò, e vedrai singolare combinazione.</p>
<p>Sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1010.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al sig.</add> <add resp="ed">PIETRO CAVAGNARI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Oh bello bellissimo il bestiale sonetto anonimo che mi avete mandato! Egli formerà uno de' più rari gioielli dell'archivio di Paradisi, a cui questa sera ne farò dono. Ricevetene i miei più vivi ringraziamenti.</p>
<p>Io godo qui della presenza del nostro Bodoni, ed egli gode degli onori che ogni più distinta persona gli compartisce. Il Viceré lo ha accolto come uomo unico e incomparabile, e dimani la principessa farà altrettanto alla moglie in Monza. In somma Bodoni è nostro, e me ne duole per voi che perdete un tanto ornamento.</p>
<p>Il <title>Bardo</title> deve a quest'ora esser pubblico anche costà. Il Governo, o, per meglio dire, lo stesso Viceré ha ordinato che si diffonda per tutto, lasciando a tutti gli stampatori la libertà di riprodurlo, e ieri è giunto ordine dell'Imperatore che se ne mandino in Francia quanti più esemplari sarà possibile, e si propaghi per ogni verso in Europa. Il ritardo che la pubblicazione del mio <title>Bardo</title> ha sofferto è proceduto dalle sordide mire d'un Ministro. Mi è venuta la bile, e glie l'ho fatta in barba, come suol dirsi.</p>
<p>Mille saluti a Linati, al figlio, e agli altri amici. Sono senza complimenti il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1011.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Dal consultore Moscati, che forse sarà in Padova all'arrivo di questa mia, riceverete una copia del mio <title>Bardo</title>, ma sciolta perché mi è mancato il tempo di farla legare.</p>
<p>Foscolo mi aveva raccontata la frode fattavi nel pagamento della vostra pensione eseguito in moneta che il giorno dopo fu proibita. Ne ho informato il detto sig. Moscati e il Ministro della Finanza, e l'uno e l'altro hanno intesa con orrore siffatta bricconeria, della quale verrete subito ristorato, solo che ne facciate la petizione.</p>
<p>Letto che avrete la prima parte del mio poema, pregovi non tacermene il vostro giudizio libero liberissimo.</p>
<p>Se mai non vi fosse ancora stata spedita la decorazione della Corona, avvisatemelo, ch'io farò in modo, che non vi sia più ritardata.</p>
<p>Amatemi, scrivetemi, comandatemi, mentre nulla cosa tanto desidero quanto il provarvi che sono immutabilmente e senza riserva il vostro ammiratore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1012.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Mi avvisate la ricevuta del <title>Bardo</title>, e nulla mi dite della lettera che contemporaneamente vi ho scritta. E questa mi premeva che vi giungesse, perché risguarda il vostro interesse, la rintegrazione, cioè, del denaro che Foscolo mi dice essersi da voi perduto sulla moneta con cui siete stato pagato della pensione. Se la mia lettera non è arrivata in tempo da parlarne a Moscati, mandatemi in carta bollata due righe di petizione, e verrete rifatto di tutto il danno sofferto.</p>
<p>Spiacerebbemi che aveste lasciata fuggir l'occasione di raccomandare voi stesso a Moscati il bravo giovine Pieri, perché la vostra voce in questa bilancia sarebbe stata di gran peso. Se non l'avete fatto in voce, fatelo in iscritto, e aiutatemi a consolarlo nel giusto suo desiderio. Ho ricevuto ier l'altro la sua lettera e il suo libretto, e veramente l'aurora di questo ingegno promette un bel giorno. Io gli scrivo quest'oggi stesso due parole di congratulazione e di ringraziamento. Scrivo anche a Mazza, significandogli la mia riconoscenza per l'avviso datovi della nostra leale ed amplissima riconciliazione. Ho un cuore facilmente aperto allo sdegno, ma chiuso affatto ai sentimenti dell'odio. Ringrazio la natura d'avermi fatto iracondo, perché l'ira mi preserva dalla viltà; ma quando mi si stende la mano dell'amicizia, io pongo su quella il mio cuore, e le tempeste dell'animo si placano in un momento.</p>
<p>Non mi basta il vostro giudizio su i soli primi due Canti del Bardo; io il voglio su gli altri quattro, e vel dimando per mia istruzione liberissimo e candidissimo. Sua Maestà, oltre l'avermi data una gran prova del suo gradimento, ordinando che se ne mandino a Parigi quanti esemplari si può, e che se ne lasci a tutti libera la ristampa, ha voluto anche sigillare la sua somma compiacenza col regalo di due mila zecchini, oltre le spese della stampa, tutte a carico del Governo.</p>
<p>Se vi è venuto sott'occhio l'estratto che ha fatto del <title>Bardo</title> l'amico Foscolo, avrete veduto la sua censura a quell'espressione — <hi rend="italic">azzurri addormentati</hi> — nel terzo Canto parlando degl'Inglesi. Quando egli mi significò il suo disgusto su quegli <hi rend="italic">azzurri</hi>, mi credetti di soddisfargli col <quote lang="lat">cœrulea pubes</quote> d'Orazio, denotante i Tedeschi. Ma questo nol poté contentare. Sovviemmi ora (o la memoria m'inganna) d'aver letto nell'Ossian un'espressione consimile applicata agl'Inglesi. L'ho pescata scorrendo le vostre note, ma indarno. Ditemi voi, se questa è illusione della memoria, o se realmente la cosa è così. Certo gli è che quell'idea non è di tutto mio senno; ma come e donde la mi sia entrata nel capo, non mel ricordo.</p>
<p>Salutate il nostro valoroso Barbieri; amatemi, e per onore delle lettere italiane conservatevi sempre sano.</p>
<p>P. S. In questo punto il Ministro delle Finanze, col quale aveva parlato dell'affare della vostra pensione, mi manda un suo segretario ad avvisarmi, che quest'oggi medesimo egli scrive a codesto pagator generale, perché verifichi il danno per voi sofferto nella moneta, onde siate subito ristorato della perdita.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1013.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Non ho ricevuto che ieri l'altro il vostro libro; e benché stretto da altre cure, ne ho già letto quanto basta per averlo caro ed in pregio. L'autore sente quello che dice, e questo è un gran merito. Non mi arrogo di pronunziar sentenza su tutta l'opera, perché non tutta l'ho ancora trascorsa, e perché dopo il voto di Cesarotti e di Pindemonte, il mio sarebbe presuntuoso e superfluo. Solo chieggovi che mi permettiate di sottoscrivermi al giudizio di questi sommi.</p>
<p>Scrivo a Cesarotti sul modo da tenersi per impiegarvi, e voi eccitatelo a fare quanto gli suggerisco.</p>
<p>La prima parte del mio <title>Bardo</title> è già pubblicata, e ve l'avrei mandata, se i pochi esemplari che mi sono toccati, non fossero già finiti, a segno che neppur uno me n'è rimasto.</p>
<p>Datemi nuove di Mustoxidi, di cui è gran tempo che non so nulla.</p>
<p><foreign lang="lat">Perge ut cœpisti</foreign>, ed amate il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1014.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Ricevo in questo punto lettera d'Aldini, di cui trascrivo un paragrafo. <quote>«Sua Maestà, cui d'ordine del Viceré ne presentai alcune copie (<hi rend="italic">del <title>Bardo</title></hi>), volle ch'io gliene leggessi alcuni squarci, che le parvero bellissimi; e solo si dolse di non comprender pienamente la buona lingua italiana de' poeti. Trovò anche di pregio straordinario l'edizione, e m'incaricò di scrivere, che si trasmettesse un buon numero d'esemplari della grande edizione per diffonderla in Francia e far conoscere a qual grado di perfezione sia pervenuta in Italia l'arte tipografica»</quote>. Questo paragrafo non può non piacervi. Quando poi l'Imperatore vedrà la vostra Poliglotta, allora sì che udremo le maraviglie!</p>
<p>La stessa sera che ci lasciammo, Paradisi mi prese in disparte e mi disse all'orecchio il regalo decretatomi dall'Imperatore. Sono due mila zecchini; mille subito, e gli altri mille da darmisi tostoché sia pronta la seconda parte. Egli ha trovato il segreto di accender l'estro poetico.</p>
<p>Vaccari e Venèri si sono lagnati meco di non avervi condotto almeno una volta a pranzo da essi. Lo stesso lamento mi è stato fatto da Containi, tanto più ch'egli aveva, una graziosa querela da farvi, che non abbiate ancora, cioè, onorato de' vostri tipi il gran Lodovico, la cui ombra, per vero, deve andar dolente della fortuna de' suoi rivali. Fuori di scherzo, Containi vi ama molto, e molto ha parlato di voi col Viceré, e mi dice che ne attendiate un gran bene, perché Sua Altezza è incantato del suo Bodoni.</p>
<p>Pregovi di passare a Mazza una copia del Bardo. Egli ha scritto a Cesarotti di me in termini di calda amicizia e di incredibile compiacenza per la nostra riconciliazione; <quote>ed io ne ho risentita,</quote> soggiunge Cesarotti, <quote>la più viva esultanza. I Potentati della letteratura devono essere uniti tra loro e per sentimento e per interesse, giacché la plebe dei subalterni non prende baldanza che dalle discordie de' grandi</quote>. Scrivo io stesso in questo stesso ordinario due righe a Mazza su questo punto, e gli annunzio l'esemplare che gli darete.</p>
<closer>Paradisi, i due Rossi e tutta la compagnia vi salutano caramente. Ma il più cordiale saluto per voi e per la signora Ghita è quello che parte dal cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1015.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Cesarotti mi scrive: <quote>«L'amico Mazza mi aveva già prevenuto essere il vostro Poema ispirato da un genio <emph>sommamente apollineo</emph>. Egli mi ragguagliò pure con espressioni di compiacenza della vostra riunione, ed io ne risentii la più cordiale esultanza. I Potentati della Letteratura devono essere uniti tra loro e per sentimento e per interesse, giacché la plebe dei subalterni non prende baldanza che dalle discordie dei grandi»</quote>. La mia risposta a questo paragrafo farà comprendere a Cesarotti, che nel nostro trattato di pace io son quello che più ha guadagnato. E veramente, mio caro Mazza, nel riacquistare la vostra amicizia sento d'essermi fatto più ricco, e d'aver il cuore contento. Sia dunque questa lettera una sincera ed ampia confermazione dei sentimenti, che partendo vi ho giurati, e che indelebili vi conservo.</p>
<p>Bodoni vi passerà un esemplare del <title>Bardo</title>, di cui Pindemonte ha scritto cose assai lusinghiere. Non vi fo la storia delle attenzioni e distinzioni che il nostro Principe de' tipografi ha ricevuto dai nostri Sovrani. Solo vi dico che Sua Altezza va superba della speranza di tanto acquisto. Fategliene adunque le vostre congratulazioni, se il dolore di perderlo ve lo permette.</p>
<closer>Mille rispetti alla vostra brava famiglia e voi amatemi e comandatemi, e sperimentate il cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1017.</head>
<opener><salute>A G. B. PAGANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il Gran Giudice mi onora, gli è vero, di qualche amicizia, ma se voi non avete presso lui altro appoggio che le mie parole, voi vi troverete deluso nelle vostre speranze, non essendo io tale da poter rendere testimonianza della vostra idoneità alla carica che dimandate. Ebbi occasione tempo fa di raccomandargli il nostro buon Calderara già impiegato nel suo ministero, e la mia raccomandazione non si limitò che a pregarlo di farne l'esperimento. Nel parlargli adunque di voi null'altro gli potrò dire se non che pigli informazione della vostra capacità; ma il cammino sarà più breve se voi susciterete in favor vostro la voce di qualche accreditato legale, che aggiunga peso alle mie premure, e su la cui testimonianza egli possa riposare più che su quella d'un poeta. Comunque siasi, la mia amicizia per voi non sarà muta.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1018.</head>
<opener><salute>Al prof. LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Luglio 1806.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Mercé vostra si è passata ieri sera lietamente un'oretta in leggere e commentare i versi divini del vostro Borghi. La sola sottoscrizione latina a piedi d'una composizione italiana vale un tesoro. Dunque mille ringraziamenti e fate che abbiamo spesso a ripeterli.</p>
<p>Stupisco come il <title>Bardo</title> non siasi ancora costà pubblicato. La colpa non è mia certamente, ma del Ministero dell'Interno. E frattanto sì il Viceré che l'Imperatore hanno espressamente ordinato che si diffonda per tutto. A prima occasione ve ne manderò un esemplare, tuttoché i pochi che mi sono toccati sieno già finiti.</p>
<closer>Mille saluti alla carissima Malaguzzi e a Cassoli. Conservatemi la preziosa vostra amicizia e senza riserva credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1022.</head>
<opener><salute>Ad ALESSANDRO VERRI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Luglio 1806.</date></opener>
<p>Col corriere di oggi dirigo a codesto Ministro francese <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> d'Alquier tre esemplari del <title>Bardo della Selva Nera</title>, uno de' quali è per voi. Ho indugiato a mandarvelo, perché sperava di trovarne occasione senza incomodo di veruno. Ho preso finalmente questo partito per non parere dimentico più lungamente d'un tanto amico e d'un tanto giudice, quale voi siete.</p>
<p>Se nemico destino non attraversa un mio proponimento, può darsi che io abbia fra non molto il sommo contento di rivedere, dopo tanto desiderio, l'amata mia Roma, e di abbracciar voi, cui venero sopra tutti. Piacciavi adunque di dirmi se il prossimo autunno il passate sui sette colli, la cui vista mi sarà più cara, se vi godrò pur della vostra.</p>
<closer>Amatemi, e non farete che una restituzione d'affetti, essendo io veramente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1023.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>La seria malattia della Teresa non permettendomi di uscire di casa, ho scritto al Cassiere del Monte Napoleone per l'affare delle Iscrizioni, di cui avete bisogno, ed eccovi acclusa la sua risposta, sulla quale farete le vostre riflessioni e mi scriverete.</p>
<p>Non posso sul momento risolvermi a porre a frutto il denaro donatomi dal Sovrano, ed eccone il motivo. V'è persona che ha posti gli occhi sopra Costanza e mi ha fatto parlare per ottenerla in moglie. Veramente la sua età è ancora troppo tenera, nulladimeno se il partito (sul quale ho chiesto tempo per prendere le mie informazioni) il trovo quale il desidero, non sarebbe difficile che dicessi di sì, salvo sempre il genio della ragazza, a cui non voglio far violenza. In questo stato di cose dite voi stesso se sarebbe prudenza il distrarre qualunque somma anche piccola.</p>
<p>Non sarà mai che io mi esponga ad un insulto scrivendo a Fedele, come vorreste. Chi non porta rispetto al proprio padre, e ad un padre che ha fatto tanto pe' suoi figli, molto meno lo porterà allo zio. Fatevi confidare da Giuseppino l'atroce proposizione detta da Fedele quando acconsentiste di lasciarlo a Ferrara, e poi ditemi che si possa sperare da un ragazzo, il quale si fa una gloria d'aver <emph>coglionato</emph> suo padre. Quello però che ricuso di fare direttamente l'ho già fatto indirettamente da molti ordinari scrivendo a Giovanni. Ordinategli di mandarvi le mie lettere, e vedrete se, senza dirvelo, ho già presa dal canto mio tutta la parte che io poteva in questo disgraziato affare, e se ho sostenuta, come doveva, la vostra causa e il decoro della famiglia. Ma nulla ne spero perché a due lettere che per questo proposito ho scritte a Giovanni, egli nulla mi ha risposto.</p>
<p>Non vi siete ingannato nel credere che Bonati sia tutto impegnato per gli amici Ferraresi, e non è solo, né quello che più mi faccia temere nel mio impegno per voi, bensì il Consultore Containi, che a spada tratta si adopra per impiegarli esclusivamente. Nondimeno io non sono senza speranza, quantunque Paradisi mi abbia l'altra sera fatta l'opposizione, che voi come persona facoltosa non avete bisogno d'impiego, e che in parità di merito sarebbe ingiustizia il posporre il più bisognoso. Alla quale obbiezione ho risposto, che non è l'interesse privato ma il pubblico che vi ha mosso ad aspirare al posto d'ingegnere, perché l'esperienza del passato vi ha fatto conoscere, che le acque di codesta Provincia lontana dal capoluogo del Dipartimento saranno sempre mal regolate e le campagne esposte alle inondazioni, fintantoché la loro ispezione non venga affidata a persona che vi abbia interesse, e si trovi nelle occasioni sulla faccia del luogo, e pronta ad accorrere a tutti i bisogni, e a portar rimedio ai disordini, concludendo che tanto è lungi che sia una mira l'interesse che vi fa concorrere, che anzi siete pronto a servire il Governo senza emolumento. Mi è sembrato che queste riflessioni gli abbiano fatto impressione, protestando però che un servigio gratuito né egli l'accetterebbe, né il decoro del Governo lo permetterebbe.</p>
<p>Vi prego di comunicare a D. Cesare il biglietto del Cassiere del Monte Napoleone, perché egli pure ha bisogno di acquistare non so che carte d'iscrizione per certo suo affare.</p>
<closer>I miei saluti alla Cunegonda e alle nipoti, ed amatemi, mentre io sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1024.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Prestantissirno e carissimo Amico.</p>
<p>Comincio dal darvi una lieta nuova per cotesta Università. Un decreto dell'Imperatore le assegna la dote di 350 mila lire, e la mette al paro dell'altre sorelle sue. Non è egli questo un gran bene per la città e per gl'ingegni? In assenza di Moscati, della cui salute son giunte migliori nuove, questa mattina ho tenuto premuroso discorso col Segretario Centrale de Rossi intorno al vostro Pieri. Egli me ha fatta memoria particolare, per proporlo tra i primi nella restaurazione de' Licei, e si è copiato di proprio pugno il paragrafo della vostra lettera testificante l'idoneità dell'amico. Se in appresso stimerò necessaria una vostra più espressa testimonianza, siccome di suo maestro, vel farò noto, e nulla ometteremo per ben collocare cotesto giovane valoroso.</p>
<p>Ho parlato a <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Mejan per la vostra decorazione di Cavaliere, e per quella del povero Bettinelli, che ancor n'è privo esso pure. Mejan mi promise di eccitare il Viceré a farvene la spedizione; ma ieri il Segretario di Stato mi disse essere necessario che voi stesso la dimandiate, così avendo fatto tutti quelli che non si sono o non han potuto recarsi in persona a riceverla; e notate che il Principe ama che si richiegga, onde si mostri di aver in pregio questa onorificienza. Ma se voi, modesto qual siete, ripugnate per avventura di scrivere direttamente a S. A. I., basterà, in questa vece, che ne indirizziate due righe di petizione per lettera al Segretario di Stato, il quale si esibisce spontaneamente di farsene intercessore. Adoprate dunque così, ed eccovi il suo indirizzo — A S. E. il signor Luigi Vaccari, Segretario e Consigliere di Stato, e Commendatore dell'Ordine della Corona ecc. — Suggerisco in questo corso di posta la stessa cosa al Nestore Bettinelli, e spero ch'egli pure sarà contento.</p>
<p>Ho finalmente trovata la ragione degli <hi rend="italic">azzurri addormentati</hi>, e sapeva io bene che quest'idea non mi era germogliata in capo per sé medesima. Il Cavalier Temple, nella sua Introduzione alla Storia d'Inghilterra, ha queste parole, conformi a quanto asseriscono altri scrittori — <quote>Gli stranieri appellavano gli abitanti di quest'isola col nome di Briths, a cagione della loro costumanza di dipingersi il corpo nudo e gli scudi in azzurro, ch'essi chiamano Brith; il che distinguevali dagli stranieri. Da questo nome degli abitanti venne quello di Britannia all'isola, etc.</quote> Gli <hi rend="italic">azzurri addormentati</hi> null'altro son dunque che i Britanni addormentati, e sparisce e si cangia in un bel modo di dire la stranezza dell'espressione.</p>
<p lang="lat">Vale et me ama.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1025.</head>
<opener><salute>A SAVERIO BETTINELLI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Prestantissimo Sig. Cavaliere e Collega.</p>
<p>Era tentato di fare ultimamente con Foscolo una sorpresa in Mantova al venerabile Nestore dell'Italiana Letteratura, e di contentare l'antica mia brama di abbracciarvi, e di seppellire nei puri sentimenti dell'amicizia la molesta memoria dei passati nostri disgusti. E veramente mi dolse che faccende domestiche m'impedissero allora di porre ad effetto una sì onesta e santa risoluzione. L'adempirò dunque in iscritto, se colla persona non l'ho potuto; e oltre il motivo della religiosa mia venerazione verso di voi mi move a dirigervi la presente un personale vostro riguardo. Intendo da Foscolo che non vi sia stata ancora mandata la decorazione dell'Ordine della Corona. Su questa notizia io mi sono rivolto all'intimo segretario del Viceré M.r Mejan eccitandolo a non lasciarvi più oltre desiderare questa onorificenza, della quale anche Cesarotti si duole di esser privo.</p>
<p>Mejan mi ha solennemente promesso di sollecitarne dalla clemenza del Principe la spedizione. Ma sul dubbio che altri affari gli tolgano di mente questo pensiero, ho divisato una via più spedita e più certa per mettervi in possesso della sovrana beneficenza.</p>
<p>Scrivete due righe al Segretario, pregatelo (che così si vuole, e così si è fatto dagli altri) di esporre al Viceré i motivi che vi tolgono di recarvi in persona a Milano per ricevere la concessa decorazione, mandate a me la lettera che v'inculco, ch'io medesimo ne sarò il presentatore e la vostra dimanda verrà esaudita. Do a Cesarotti il medesimo suggerimento, ed eccovi l'indirizzo — A Sua Eccellenza Il Sig. Luigi Vaccari Consigliere e Segretario di Stato, Commendatore dell'Ordine della Corona ecc. — Per vostra maggior fiducia vi dico, che quanto vi suggerisco è insinuazione dello stesso Sig. Vaccari, che per devozione del vostro nome si farà pregio d'incaricarsi della vostra supplica.</p>
<p>Tengo pronto per voi un bell'esemplare del mio <title>Bardo</title>, che assai prima v'avrei spedito, se io stesso, che ne sono l'autore, non ne fossi restato senza per molto tempo. Lo consegnerò a Rosmini e l'avrete da lui. Graditelo come attestato della mia stima, e mi sarà prova, che gli avete fatto lieta accoglienza il libero giudizio che ne darete.</p>
<closer>Salutatemi Arrivabene, comandatemi, e <foreign lang="lat">serus in cœlum redeas</foreign> per onore di questa povera Italia tanto illustrata dal vostro nome. Il vostro aff.mo collega ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1026.</head>
<opener><salute>A G. B. PAGANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Agosto 1806.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Vi ho mantenuta la mia parola col Gran Giudice. Ne spero bene. Il comune amico nostro Calderara mi disse esser vostro pensiero di dedicare, se vi fosse stato permesso, la traduzione di cui vi andate occupando allo stesso Gran Giudice, e questa idea mi piace tanto, che io gliene ho già fatto parola, né il vostro voto è stato mal ascoltato. Ponete adunque in iscritto la dedica, accompagnatela con lettera conveniente e mandatemi tutto, che tutto io farò per rendervi soddisfatto.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1028.</head>
<opener><salute>Al P. GIUSEPPE SOLARI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Dopo due mesi di assenza, ritornato in Milano, trovo qui la vostra carissima che da più ordinari mi stava aspettando unitamente a quattro esemplari della vostra Ode.</p>
<p>Ho letto rapidamente il testo e le due traduzioni. Che dovrò dirvi? I versi latini mi sembrano tutti d'oro: ma di argento, e argento di varia lega, le traduzioni. Voi stesso avete sentito nell'intimo segreto della coscienza il loro difetto, e siete stato per avventura più severo di me nel portarne giudizio. Ammiro però sempre in voi una cosa, il partito che sapete trarre dal patibolo della rima in così corto spazio di versi e di numeri.</p>
<p>Del resto anche il mio amico, il Consultor Paradisi, aveva tentato, non senza ottima riuscita, il verso alcaico italiano, e ne ha dato un bel saggio in alcune Odi volanti, pubblicate negli scorsi anni in diverse occasioni: se non che egli si è sbarazzato dall'obbligo delle rime a mezzo verso, metro da voi affrontato e domato con assai destrezza e fortuna.</p>
<p>Vi ringrazio del dono che mi avete fatto di questi versi e più della conferma che mi date della vostra amicizia. Un saluto a Gagliuffi, al signor Di Negro e a Cometti.</p>
<closer>Sono di cuore e senza cerimonie il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1032.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1806</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Ai tanti mali da due mesi sofferti dalla Teresina mancava la colica. Ella n'è stata sì fieramente tormentata in tutta la settimana scorsa durante specialmente la notte e con tanta regolarità di periodo, che non si è chiuso occhio né giorno né notte. Non esco dunque di casa da molti giorni. Ma portatosi da me il Cassiere del Monte Napoleone, gli ho dato il paragrafo della vostra lettera che risguarda l'affare delle iscrizioni, ed egli ha promesso di recarmene prestamente la risposta. Quanto all'altro del nipote nostro Camerani, mi riporto, per mancanza di tempo, a ciò che ne scrivo a D. Cesare.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1033.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Agosto 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Quantunque desolato per lo stato sempre più critico di Teresa, nulladimeno non ho dimenticato l'affare delle iscrizioni. Il Cassiere del Monte Napoleone mi ha nuovamente promesso di procurarvele, ma mi accerta che in Milano non sarà possibile averle a minor prezzo del 31 e mezzo. V'è però questo vantaggio che il fruttato ascenderà non al 12 ma al sei, o poco più. Quanto alla condizione di poter estinguere il credito a vostro piacimento, si metterà nel contratto il patto obbligatorio di farlo in tante rate secondo che vi torna più conto. Inoltratemi adunque le vostre risoluzioni.</p>
<closer>I miei saluti a tutta la famiglia, ed amatemi essendo io sempre di tutto cuore vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Comunque riesca il mio impegno con Paradisi, ho la sua parola che una competente influenza su coteste acque l'avrete.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1034.</head>
<opener><salute>A DIODATA SALUZZO — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Con la fronte per terra e le mani giunte sul petto, mi presento in atto di supplichevole confessante il suo errore, e chiedente perdono. Gli è vero che io ricevetti, è già tre mesi, l'onorevole invito da voi fattomi per la nota raccolta, ma io trovavami allora in Parma ospite del vostro signor Bodoni, e tutto occupato nelle diverse edizioni, ordinate dal mio Governo, del <title>Bardo della Selva Nera</title>; ed immerso in quella occupazione, io non ero capace di altro pensiero. Uscito di quella e tornato a Milano, mi trovai balzato in altre più serie, la prima delle quali è stata una domestica disavventura. Ho avuto due mesi continui la moglie in pericolo della vita; e l'infelice, tuttoché cominci finalmente a star meglio, sta tuttavia sepolta nel letto de' suoi dolori. Taccio l'impegno in cui sono di dar presto compita la seconda parte del <title>Bardo</title>, intorno al quale mi sto travagliando, per quanto il consentono le afflizioni che mi circondano. Dopo le esposte cose, lascerò che voi stessa siate giudice, se il passato mio silenzio meriti scusa, e se, avvolto qual sono in un lavoro che tutto interessa la mia riconoscenza pe' beneficj di che il Sovrano mi ha colmato, e tutta la mia estimazione per l'obbligo contratto col pubblico, io possa, senza commettere fallo, impegnarmi in altra fatica qualunque siasi.</p>
<p>Voglio dunque rammaricarmi della mia mala fortuna che mi toglie il vero piacere di adempiere un comando di che mi avete onorato, dandovi così una prova della mia sincera ed affettuosa amicizia; ma voglio nel tempo stesso sperare che la vostra indulgenza me ne assolverà: e questa grazia anderà tutta in aumento della stima che mi costituisce vostro devotissimo servitore, ammiratore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1035.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Il vostro magistrale Sonetto a prima occasione verrà inserito nel <title>Giornale Italiano</title>, il quale tra poco passerà in mani migliori delle presenti. Troverò anche il modo di farlo gustare a chi è più da bramarsi.</p>
<p>Non mi dilungo, perché un sacro dovere mi ruba tutti i momenti sì del giorno che della notte. Ho la moglie in grande pericolo della vita per una crudele emoraggia di utero, che da molti giorni l'aveva già travagliata, e che la scorsa notte ruppe di nuovo con tal violenza, ch'io temetti mi spirasse in braccio. Oggi è calmata, e le speranze sono rinate.</p>
<p>Pregovi di recare a Bodoni e alla signora Ghita i miei più cari saluti, e la notizia delle mie afflizioni.</p>
<p>Alla vostra famiglia mille rispetti, e addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1036.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Se Bettinelli è lieto della mia lettera io sono più lieto d'averla scritta, e protesto che il solo cuore me l'ha suggerita. La villania del Cerretti ricade tutta sopra l'autore, e la pubblica stima e quella di un illuminato e giusto Governo vendica abbastanza il vostro amico dalle sprezzate e impotenti contumelie di quell'arrogante.</p>
<p>Direte a Bettinelli, che nella scorsa domenica e nell'anticamera del Viceré ho consegnato io stesso al Segretario di Stato la lettera affidatami, e che egli in quella stessa mattina ne fece parola col Principe, il quale sul momento diede ordine al Min.o dell'Interno di spedir subito tanto a Bettinelli, che a Cesarotti la loro decorazione. Spero che anche questo attestato della sovrana considerazione contribuirà a ravvivare la sua salute.</p>
<p>Non so darmi a credere, che il silenzio de giornali mantovani intorno al mio <title>Bardo</title> proceda dalla cagione che voi mi dite, bensì dal non averlo i giornalisti trovato degno di ricordanza.</p>
<closer>Amatemi, comandatemi, e credetemi vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1038.</head>
<opener><salute>A SAVERIO BETTINELLLI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Preclarissimo e Car.mo Amico.</p>
<p>Dunque volete in tutti i modi farmi arrossire? E <foreign lang="lat">unde mihi</foreign> tanti ringraziamenti? Né la tenuità del fatto il comporta, né l'amicizia soverchiata dai complimenti, né il sentimento della propria vostra stima, la quale dovrebbe pur farvi accorto che il prestarsi in alcun modo alle brame de' vostri pari non è fastidio, ma compiacenza. Così la fortuna mi fosse spesso cortese di questi incontri.</p>
<p>Dovete a quest'ora aver già nelle mani il <title>Bardo</title> speditovi non più per la via di Rosmini, ma di Catena amico di Arrivabene, a cui, è già molti giorni, venne diretto. Ove non vi fosse ancora stato recato supplirò con altro esemplare.</p>
<closer>Prego Apollo di avervi nella sua santa guardia, e prego voi d'amarmi e credermi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1041.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Agosto 1806.</date></opener>
<p>Venerato e carissimo Amico.</p>
<p>Voi i vostri acciacchi, e me ha trattenuto dallo scrivere la lunga e gravissima malattia della povera Teresina, la quale replicatamente è stata in pericolo della vita, ed oggi corre il cinquantesimo sesto giorno che combatte col male, ed oggi finalmente sembra domato. Ma le tante notti vegliate hanno alterata non poco anche la mia salute, e la vostra veramente carissima mi trova in letto con un piccolo residuo di febbre sofferta ieri. Tuttavolta non mi manca forza per farvi risposta subito, e ancora non breve.</p>
<p>Veramente mi facea maraviglia il silenzio del Monitore sul mio poema, e non ho molto a lodarmi dell'amicizia di Buttura. Il timore di essere soverchiamente importuno aveva fatto che io <add resp="ed">non</add> iscrivessi niente a Mimaut su questo punto, tuttoché lui sia di parere ch'egli fosse quant'altri mai in istato di stenderne un buon articolo. Ora che intendo tutto l'andamento di questo affare, e che, quantunque tardi, reputo nondimemo necessario per l'onor mio che anche i fogli di Francia ne dicano qualche cosa, penso che per mozzare tutte le lunghe <add resp="ed">attese</add> sia meglio il tradurre o impastare con poca fatica le osservazioni recentissimamente ristampate nell'edizione bresciana che vi trasmetto, e già prima impresse nel Giornale Italiano da quell'acuto ed ingegnoso matto di Foscolo. Ad agevolare questa fatica unisco in originale una lettera di Cesarotti che ne porta esatto giudizio, ed altre due d'Ippolito Pindemonte a due diversi suoi amici, e molt'altre ne aggiungerei dei primi e sommi letterati Italiani, se non fossero mescolate di cose straniere a questa materia, o se nella fretta in cui scrivo avessi tempo e pazienza di ricopiarle. Una particolarmente dell'Autore delle Notti Romane, ed un'altra del Barone d'Humboldt Ministro Prussiano a Roma ne parlano d'una maniera ben lusinghevole, e fino il povero Bettinelli, tuttoché carico di 89 anni, e da me offeso in passato con qualche letteraria amarezza, fino il povero Bettinelli non ha potuto contenersi dal significarmi le sue meraviglie per questo mio lavoro. Insomma il voto de'migliori Italiani è tutto per me, anche di quelli che non sono i più devoti dell'argomento. Imploro adunque la vostra amicizia perché d'un modo o d'un altro ne facciate inserire nel Monitore un articolo comunquesiasi.</p>
<p>A prima occasione manderò un esemplare dell'edizione in quarto, e qualcun altro dell'edizione Bodoniana in dodici, posteriore alle altre tre che già conoscete, ed uno della fiorentina non inelegante secondo il solito di quei pirati. Ne trasmetterò pure un altro della bella in foglio a Bologna al vostro Bibliotecario perché la ponga, <foreign lang="lat">pignus amicitiæ</foreign>, tra i vostri Bodoniani.</p>
<closer>Vorrei proseguire, e ringraziarvi della benevolenza che mi conservate e della premura che vi prendete per le cose mie, ma mi gira la testa e finisco coll'abbracciarvi e protestarmi eternamente il vostro vero amico e servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi prego di non ismarrire le lettere di Cesarotti e di Pindemonte, e di rimettermele, servito che ve ne siate.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1042.</head>
<opener><salute>Al conte GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Settembre 1806.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Io mi trovo tuttavolta nella tribolazione per la malattia di Teresa, i cui alti e bassi sempre più la consumano. Non vi dico le notti vegliate al suo fianco, per assisterla e confortarla, ma spero che per questi motivi voi mi perdonerete se non ho subito risposto all'ultima vostra, tanto più che in tutta la scorsa settimana non sono mai uscito di casa. Ieri sera, venuto Paradisi da me gli ho mostrata la vostra lettera e gliel'ho lasciata per suo ricordo, acciò nella mancanza di Stratico, che presentemente è a Parigi, incarichi alcun altro delle sue veci. Mi ha poi detto che dovendo in breve vedere il nuovo prefetto il sig. Mosca, gli raccomanderà questo affare. Mosca è amico mio pure.</p>
<p>Codesta vostra Municipalità mi ha scritto di nuovo per l'affare delle scuole. Il Direttore della Pubblica Istruzione è in campagna per ristabilirsi da grave malattia sofferta. Mi dirigerò dunque al segretario in sua vece subito che potrò. Dite intanto, vi prego, ai Municipalisti che mi riserbo a dare risposta, quando gli avrò serviti.</p>
<p>Abbracciate la Caterina, salutate il conte Antonio e Montanari ed amate il vostro affezionatissimo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1043.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Settembre 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Vi acchiudo la risposta datami dal Cassiere del Monte Napoleone. Esaminatela, risolvete e prescrivete che debba fare.</p>
<p>Veniamo all'arresto di Camerani. Sono stato in persona dal Generale Polfranceschi, Ispettore Generale della Giandarmeria, e me gli era veramente presentato con animo mal disposto. Appena ho cominciato a lagnarmi degli ordini da lui dati e dell'irregolare arresto eseguito nelle persone dei Camerani, che il Generale, premuroso di giustificare la sua condotta, si è fatta recare tutta la posizione e me l'ha posta nella mani, facendomi giudice dell'operato.</p>
<p>Due sono i rapporti del Bravi e due i processi verbali da lui mandati all'Officio generale della Giandarmeria. Nei rapporti scritti tutti di proprio pugno, che ben conosco, il Bravi non nomina mai e poi mai né i due Camerani, né il Corelli, e non fa che descrivere il modo con che i disertori Cappelli sono stati arrestati, indicando i luoghi ove l'arresto è seguito, e ch'io mi ricordo ancora ben tutti. Ma i processi verbali son quelli che aggravano i Camerani, specialmente Francesco Antonio; e le accuse che uno dei Cappelli gli dà, d'aver percepito ora del denaro, ora dei tacchini, e anche del fieno per avvisare altri inquisiti degli andamenti della Giandarmeria e aiutarli ai mettersi in salvo, son tali, che io non posso resistere al sospetto di crederlo in qualche parte colpevole. Comunque sia, una verità evidentissima mi risulta dall'ispezione oculare di queste deposizioni: ed è che il Bravi è innocente. Ed eccone le ragioni. Premetto che una istruzione generale, approvata dal Principe e diramata a tutti gli officiali della Giandarmeria, prescrive che all'arresto di qualunque disertore si faccian loro alla presenza dei tali le tali e tali interrogazioni, senza permettersi di aggiungerne veruna di più, né di alterarne punto il valore; e quest'ordine generale mi si è fatto vedere, ed io co' miei proprj occhi non solo l'ho letto, ma confrontato colle dimande fatte dal Bravi ai Cappelli. Le dimande adunque sono tutte in regola e non v'è sillaba che si possa dir suggestiva. Che anzi se la deposizione del primo Cappelli arrestato aggrava non poco i Camerani e il Corelli, la seconda del secondo Cappelli contiene una cosa che, come il Gen.e Polfranceschi medesimo mi ha fatto rilevare, giustifica il Camerani Gio. Antonio, deponendo che, incontratosi un giorno con esso nel borgo dell'Alfonsine il Camerani gli disse: Che vai girando tu qui, disgraziato? ritirati, se no ti farai ammazzare: o piuttosto, se vuoi tornare al tuo Corpo, dimmelo, ché io ti darò una mano e t'aiuterò. Ora se fosse stato disegno del Bravi di aggravare il Camerani, egli non avrebbe incartato una risposta che depone in favore del Camerani medesimo. Il Bravi adunque non ha fatto che fedelmente adempiere il suo dovere, e si fosse trattato del proprio suo fratello, non poteva non fare altrettanto, senza tradire gli obblighi del suo posto. In questa medesima seconda deposizione di cui vi parlo, vi ha una particolarità che pesa molto sopra il Corelli, ed è che il Cappelli depone di essersi rifugiato a Chiozza, e di avervi dimorato (mi pare) 18 mesi, e di essersi ivi accomodato con in locandiere, in virtù d'una commendatizia fattagli dal Corelli, il quale poi lo ricondusse egli stesso di là con una sua propria barca.</p>
<p>A fronte di tutto questo e del molto che nella prima deposizione è stato registrato in aggravio dei Camerani, massimamente di Francesco Antonio, l'Ispezione Generale della Giandarmeria, previo rapporto fattone al Ministro della Guerra, non si credette autorizzata a ordinare l'arresto dei prevenuti; e altronde, non potendo dissimulare le accuse pervenute al suo Officio contro i Camerani sopra una materia così rigorosa, non emise altro decreto che il seguente, ch'io mi ho trascritto dall'originale, permettendomelo per abbondanza d'amicizia lo stesso Ispettor Generale: <quote>«16 agosto. Rimesso al tenente Bramani il quale, presi i concerti col Vice—Prefetto e munito delle tracce dal presente rapporto indicate, dopo averle meglio fondate, se tali risultano, proceda al cauto arresto dei prevenuti, da tenersi rispettivamente a disposizione del Ministro della Guerra e Polizia generale per ogni effetto di giustizia»</quote>. L'Officio adunque della Giandarmeria generale ha agito regolarmente e prudentemente. Quello che parmi abbia ecceduto i suoi poteri è il Vice—Prefetto d'Imola, il quale, se non ha <emph>meglio fondate</emph>, come gli vien prescritto, le incolpazioni, ha commesso una manifesta prepotenza; e se questo risulterà, può darsi che me ne renda conto. Del resto, dacché i nostri detenuti sono passati al braccio civile o criminale, l'autorità del Generale Ispettore di Giandarmeria non c'entra più, né può migliorare, né peggiorare la loro sorte. Conviene adunque stare a vedere cosa risulta dai loro costituti, e ove riesca provata, siccome spero, la loro innocenza, il Vice—Prefetto renderà conto del suo operato. Intanto io scrivo questa sera medesima a Greppi, che intendo essersi incaricato della loro difesa, e gli comunico il rescritto dell'Ispettore Generale della Giandarmeria, sul quale il Vice—Prefetto si è preso un arbitrio non concesso. Dico non concesso, perché spero ch'egli non abbia acquistate le necessarie Prove di colpa ordinate nel mentovato rescritto, o, se le ha acquistate, il difensore le smentirà, non potendo essere che false testimonianze.</p>
<p>Sono stracco dallo scrivere e chiudo coll'abbracciarvi e salutare tutta la vostra famiglia. Addio.</p>
<p>P. S. Ho parlato anche al Prefetto di Bologna che qui si trova. Egli non può nulla, ma indirettamente farà degli offici.</p>
<p>La presente comunicatela anche a don Cesare, a cui non ho tempo di scrivere.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1046.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1806</add>.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Profitto del ritorno a Parigi del Generale Junot per spedirvi un esemplare del mio Bardo. Edizione in 4 reale, e bella sorella dell'altre due di già trasmessevi. Presentai domenica scorsa 4 esemplari della prima in foglio, e 18 della terza in 8 a Sua Altezza Imperiale, la quale cortesemente si profferse di mandarli a Sua Maestà. Mi era dato a credere che in seguito il Ministro dell'Interno ne avrebbe inviati costà altri esemplari da distribuirsi alla famiglia Imperiale, ai Ministri e all'altre Dignità più distinte. Sperava che avrei potuto vederne io stesso qualche copia a mia disposizione, onde soddisfare ai doveri di servitù con qualche riguardevole personaggio, particolarmente con S. E. il Signore di Talleyrand. Ma le misure prese dal lodato nostro Ministro hanno distrutto la mia speranza, né io, né altri sia Dignitario, sia Ministro di questo Regno potremo averla, se non la compriamo. E v'era da contentar tutti, perché duecentocinquanta sono gli esemplari che se ne sono tirati, e tutti bellissimi, e non mercantili. Non mi dilato in questo discorso perché mi rattrista. Solo vi dico che, dopo aver veduto gettarsi novanta e più mila lire per la ridicola cantata di Cerretti, della quale nulla è rimasto se non che il dolor della spesa, non mi sarei mai aspettato, che trattandosi di un'opera consacrata alla gloria del nostro Sovrano, opera che spero non morirà così presto come la Cerrettiana, si dovesse adottare una misura d'economia così sottile, né so quanto conveniente al decoro e alla dignità del Governo. Resti sepolta nel vostro cuore questa confidenza, e l'amarezza di queste riflessioni. O col denaro mio proprio, o colle preghiere procurerò di averne qualche esemplare per mandarlo al Principe Reale di Baviera e al Principe Elettore Arcicancelliere, ai quali ne feci promessa nel mio partire da Monaco. Intanto siavi raccomandato l'estratto di cui v'ho pregato nell'altra mia per farlo inserire, se il potrete, nel Monitore.</p>
<closer>Sono sempre col più profondo rispetto, e col cuore penetrato di viva ed eterna riconoscenza, il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1048.</head>
<opener><salute>A GIROLAMO MURARI DALLA CORTE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1806.</date></opener>
<p>La conformità degli studj porta seco quella degli animi, e la nostra amicizia, che ora per la prima volta si manifesta, è forse antica più che non sembra. Per me certo dichiaro che io vi amo e vi pregio da molto tempo, avendo ricevuto nel cuore questi sentimenti dacché ho inteso suonare con lode il vostro nome sul Parnaso italiano, e questa, voi lo vedete, è data molto rimota.</p>
<p>Siate dunque convinto essere stata molta la mia compiacenza nel ricevere la vostra lettera, la quale mi pone solennemente in possesso della vostra benevolenza.</p>
<p>Mi era noto per fama il vostro poema. Egli formerà la mia lettura in montagna, per la quale parto domani, e dal poco che n'ho già scorso mi presagisco molto piacere; ma di questo vi farò a suo tempo i debiti ringraziamenti. Per ora contentatevi delle mie congratulazioni, né temiate che l'ombra del vostro eroe vada in collera colla vostra arpa per aver udito quella di Ullino. Parlo del sonetto da voi posto in fondo alla vostra lettera, sonetto in cui tutto è bello tranne il soggetto.</p>
<p>Aspetto occasione per mandarvi un esemplare del <title>Bardo</title>, di nuova e leggiadra edizione eseguita dal Bettoni di Brescia in carta nostra velina. Non pretendo di scontare con ciò il mio debito, perché un mezzo poema non può valere un compiuto.</p>
<p>Ma poco com'è vi farà fede della sincera stima ed amicizia con cui mi protesto vostro servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1049.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1806.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Mi distacco dal Bardo per intrattenermi un po' coll'amico, e per ringraziarvi di quanto fate per me. Ho veduto Buttura, ed egli pure mi ha fatto sicuro d'aver mandato partendo al Redattore del Monitore l'articolo ch'io desidero. O s'inserisca il suo, o quello di Mimaut, l'effetto sarà lo stesso; né io ci penso più, lasciando agire la vostra amicizia. Solo vi prego di mandare una copia del Bardo a Ginguené, che, secondo il dettomi da Buttura, ne ha fatto ricerca incaricandolo ancora de' suoi saluti per me, e mandateglielo in nome mio, e dell'edizione di Brescia, la quale, portando in fine le osservazioni qui pubblicate sul mio poema, può servirgli di norma per farne parola nel suo Giornale.</p>
<p>Di questa edizione vi trasmisi, è pochi giorni, altri sei esemplari, né li accompagnai con lettera, perché sempre temo di frastornarvi. Se altri ne desiderate, basta un cenno. Intanto ho scritto a Bodoni perché spedisca a Mezzofanti un esemplare della grande edizione per la vostra Biblioteca.</p>
<p>Era ben certo, che pochi in Francia, per non dire nessuno, avrebbero saputo gustare i versi del Bardo per quel che sono. Ma bastami il voto della mia nazione, la quale sul conto mio pare omai che non abbia che una sola sentenza e ben lusinghiera, né io dispero di ben sostenerla.</p>
<p>Teresina si va rimettendo, e dimani parte per la montagna; ma in non molta distanza da Milano, perché ad un lungo viaggio non reggerebbe. La poveretta l'ha passata assai brutta, e confessa a tutti che deve a me solo la vita, perché per vero le ho prestata tutta l'assistenza di buon marito. Ella vi ringrazia dell'interesse che mostrate per la sua salute, e vi scriverebbe, se il medico non le avesse interdetta qualunque sorta d'applicazione. Io resto in città trattenutovi da un affare di mio fratello; e sbrigato questo, andrò io pure a confortarmi per qualche giorno la fantasia coll'aria della collina. Resto anche per presentarmi al Principe di Baviera arrivato qui l'altra sera improvvisatamente.</p>
<closer>Salutate Mimaut, e ringraziatelo. Sono sempre co' sentimenti della più rispettosa e riconoscente amicizia il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non dovreste ignorare che S. M. mi ha decretato il regalo di due mila zecchini, mille subito, e gli altri a poema compito. Paradisi mi dice che questo regalo sarà probabilmente accompagnato da qualche altra cosetta per parte del Principe. Tanto meglio. Così sapessi di meritarlo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1050.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Settembre <add resp="ed">1806</add>.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Ho ricevuto prontamente tutte le carte speditemi da Manzoni e le ho passate tutte nell'Officio di questa Generale Polizia. Ma io non posso far nulla se il difensore dei Camerani non fa trasportare la causa da Bologna a questo Tribunal Superiore.</p>
<p>Ho scritto replicatamente a Greppi e al prefetto Mosca per questo effetto, ed ho anche ottenuto dal Direttor Generale della Polizia un eccitamento al detto prefetto per la trascrizione del processo. Venuto che questo sia, la discorreremo. Intanto fate sapere a Camerani di tener forte e di non aver paura, ma conviene che il Giudicato di Lugo non profferisca sentenza di reità, poiché allora io rimango senz'armi per sostenere i prevenuti e attaccare i loro nemici.</p>
<p>Scrivo in gran fretta e mi chiamo sempre debitore di risposta ad altra vostra particolare, per cui ho bisogno di calma per riscontrarvi.</p>
<closer>Abbiate cura della vostra salute ed amatemi, ch'io sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1051.</head>
<opener><salute>Al prof. GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Prestantissimo Critico.</p>
<p>Mi era già nota per fama la vostra <title>Dissertazione</title> sulle tragedie d'Alfieri, e desiderava ardentemente di leggerla. La cortesia vostra è venuta spontaneamente incontro a questa mia brama, e mi ha procurato un diletto che ben di rado raccogliesi dai libri che vengono regalati. Senza circuito di parole, senza restrizione di sentimenti vi protesto, valoroso Signore, che la vostra opera mi è maravigliosamente piaciuta, e non in parte, ma tutta. Voi avete anatomizzato in largo ed in lungo la testa e il cuore di Alfieri, e reputo che la vostra analisi sia un gran beneficio alla gioventù che, consecrandosi alla poesia, lasciasi facilmente abbagliare dalle novità grandiose, corredate di generosi ed alti concetti. Né ciò deprime punto la fama di quel sommo ingegno. Ella si rimarrà sempre colossale, ma isolata e sorgente come un grande scoglio in mezzo alle onde, al quale nessuno potrà accostarsi senza pericolo.</p>
<p>Non per contraccambiarvi del prezioso dono che mi avete fatto, ma per vero sentimento di stima, vi spedisco io pure (e le riceverete dall'Inviato Italiano sig. cavaliere Tassoni) le ultime cose da me pubblicate.</p>
<closer>Graditele e, se troppo non chieggo, ponete nel numero de' vostri sinceri amici il vostro obbligatissimo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. A discolpa del mio tardo rispondere, non debbo tacere che il vostro piego non mi è giunto che l'altro giorno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1052.</head>
<opener><salute>Al conte ANTONIO ALDINI Segretario del Regno d'Italia in Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>La subita vostra partenza da Milano vi ha sottratto ad una preghiera che io doveva farvi in persona e che, toltomi questo mezzo, la bontà vostra, deve condonarmi in iscritto. Trattasi di dar fine ad una crudele soverchieria, che percuote l'onore della mia famiglia, e che voi, proteggendo l'innocenza contro la forza, potete con una sola parola, e son certo che il vostro cuore il vorrà, dissipare, e aprir la strada a conseguir giustizia contro una patentissima prepotenza. Eccovi in pochissime parole il fatto.</p>
<p>Due miei nipoti di sorella con un loro cugino sono stati iniquamente accusati d'aver protetto due disertori onde sottrarli alle perquisizioni della Giandarmeria; quindi arrestati, quindi sepolti in durissima carcere, e dopo quasi un mese di patimenti e d'angosce due sono stati liberati per decreto del Tribunale apposito di Bologna, e il terzo per eccesso di crudeltà strascinato da Bologna a Lugo e colà tuttavia detenuto ad istanza de' suoi oppressori il Vice—Prefetto d'Imola e il tenente di Giandarmeria Bramani, i quali arbitrariamente avendone ordinata la carcerazione e conoscendo di non potersi sottrarre al meritato castigo, prolungano per quanto possono la loro prepotenza onde dar peso all'iniquo loro operato.</p>
<p>Greppi lor difensore vi dirà tutta la storia di questo indegno procedere, e vi scongiuro, in nome primieramente della giustizia, e poi della umanità e dell'amicizia, di ascoltarlo. Ogni sillaba che spenderete in proteggere questi innocenti infelici sarà un beneficio che mi scriverò nel cuore e che vi resterà impresso finché avrò soffio di vita. Fate che il misero mio nipote sia tratto una volta sotto sicurtà dall'orrore in cui è sepolto e che il processo venga spedito a Milano a questa Direzione Generale di Polizia, la quale l'ha già dimandato, e che ne farà rapporto allo stesso Principe onde ottenere contro il Vice—Prefetto e il Bramani la riparazione che si compete. E Mosca e Zecchini sono informati del fatto. Interrogateli, profferite un detto, suggerite al difensore i passi da farsi, e sostenetelo voi medesimo, e liberate il mio cuore da un'afflizione che ormai da due mesi mi toglie il riposo e tiene la povera Teresina ancora convalescente nella massima agitazione, portando ella molto affetto a questi suoi parenti infelici, e per dio onoratissimi e innocentissimi.</p>
<p>Vi tocchi il cuore il mio stato, e mi sarete per l'avvenire un oggetto non che d'amore e di stima qual sempre lo siete stato, ma di adorazione e di culto.</p>
<closer>Nella dolce aspettazione del beneficio che imploro sono con tutto l'animo il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1053.</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Stimatissimno Signore.</p>
<p>L'aver io dovuto per più giorni assentarmi dalla città per condurre all'aria di Brianza una moglie convalescente, e di null'altro occuparmi che della sua salute, ha fatto che io non abbia potuto risponderle prima di oggi, né prima di oggi dar fine alla lettura de' suoi bei versi. Io li ho trascorsi tutti con sommo piacere e godo di conoscere in lei un poeta di abbondante e facile vena spontanea e che tratta francamente una lira di molte corde. Spero che ella non mi priverà del diletto di leggere la seconda parte e che vorrà pormi nel numero di quelli che sinceramente la stimano. L'acquistare l'amicizia degli uomini di valore dev'essere la prima delle letterarie ambizioni, e dal canto mio la fo certa che mi tengo assai onorato dei sentimenti con che si compiace esprimersi a mio riguardo. Non son uomo a molte parole, ma le poche che vengono alla mia bocca passano per il cuore.</p>
<p>Creda adunque ingenua e grande la stima con cui mi protesto suo obb.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1054.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">M.r</add> <add resp="ed">MIMAUT</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Quante premure, quanti disturbi per mia cagione! Per vero dire dovrebbe poco importarmi che si parli o no del mio Bardo sul <title>Monitore</title>. Ma come considero che il silenzio di questo foglio viene sinistramente interpretato da' miei malevoli, non posso non desiderare che se ne dica in esso qualche parola. E tuttoché non sia al tribunale letterario di Parigi, ma dell'Italia che devesi giudicare del mio poema (giacché, trattone voi e Ginguené, non credo che v'abbia altri costà che sia in grado d'intenderlo), tuttavolta dopo che i fogli francesi hanno magnificato le canore ciance di Gianni, il tacer delle mie sarebbe indizio di poca soddisfazione: il che per niun conto mi può piacere, trattandosi di opera tutta consecrata all'onore della vostra nazione. Sarebbe anche indizio, permettetemi il dirlo, che per piacere ai Francesi bisogna esser poeta da quattro piedi.</p>
<p>Se pertanto qualche inopinato motivo impedisse che si mettessero ad effetto le vostre premure, fate almeno che il giornale di Ginguené mi vendichi di questo ingiusto silenzio. Vi ripeto per Dio, che non è il fumo della lode, che inducami in questo desiderio, ma il solo onor mio per la sopra esposta ragione della malevolenza de' miei nemici. Può darsi che alla fine dell'opera io pubblichi le lettere che ho ricevute e tuttogiorno ricevo dai migliori ingegni italiani, e anche tedeschi e spagnuoli, su questo mio lavoro. Allora i Francesi conosceranno che l'averne essi fatto sì poco caso non torna punto a vantaggio del loro discernimento.</p>
<closer>Vi ringrazio intanto di ogni vostra diligenza per favorirmi, e mi consola il sentire che sempre mi amate. Questa non è che una restituzione di sentimenti, essendo io veramente e con pienezza di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille ossequi e saluti al nostro Marescalchi, a cui vi prego di dare a leggere, se n'ha il tempo, la quisquilia drammatica, che per superiore comando dell'<hi rend="italic">Oriente Italiano</hi> ho dovuto scrivere, giorni sono, dentro 24 ore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1056.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Gli è verissimo che la Direzione Generale della Giandarmeria, eccitata dal Bramani e dal Bravi, ha denunziato a questa Direzione Generale di Polizia come sospetto il tribunale di Lugo, e accusato di parzialità la medesima Prefettura, e questi reclami sono stati fortemente appoggiati, e si è aggravata la causa dei Camerani di violentissime imputazioni. Sdegnato col Generale Polfranceschi, che giura <foreign lang="lat">in verba</foreign> del tenente Bramani, io l'ho rotta con lui, e il non essermi io piegato più oltre a veruna preghiera con esso, è forse il principal motivo della sua presente accensione contro gl'innocenti nostri nipoti. Ma io mi rido della sua prepotenza. Con tutto il furente suo rapporto alla Polizia Generale, questa lo ha mandato <emph>negli Atti</emph>, e così è finito tutto questo fracasso. Piacemi che Camerani siasi risoluto di far stendere a sue spese il processo. Hassi a combattere colla prepotenza vestita d'autorità, e per uscirne vincitori e porre in salvo l'onore non basta l'innocenza, se questa pure non prende le armi che la legge le somministra, e queste armi non si adoprano senza qualche sagrificio dell'interesse. Insista egli dunque in questo savio proponimento e faccia che la Direzione Generale della Polizia, il cui capo è uomo rettissimo, quando avrà tutto nelle mani, possa presentare al Viceré un rapporto fatto, tale che risvegli la giustizia del Principe contra le violenze che i suoi esecutori si permettono contro i migliori suoi sudditi.</p>
<p>Dalla mia del passato ordinario al fratello avrete inteso i passi ulteriori da me fatti su questo affare infelice. Aldini non mi ha per anche risposto, ma son certo delle sue premure conosciuta che avrà la giustizia di questa causa. Ma come il Bravi indaga tutti gli andamenti del Camerani, conviene che il Camerani faccia altrettanto col Bravi, e siccome non dubito che il Bravi colle minacce e co' spauracchi non isforzi qualche pauroso a qualche falsa testimonianza contro il Camerani, bisogna che questi nol perda di vista, e se da qualche sedotto gli riuscisse di ottenere pentimento e ritrattazione delle deposte falsità, questa sarebbe la più corta via per illuminare la giustizia de' Superiori. Ma di questo abbastanza.</p>
<p>Se nessuno vi parla del matrimonio della Maddalena, tanto meglio per la vostra borsa. Ma questa trascuratezza, questo disprezzo è veramente riprensibile da tutti i lati. Longanesi me ne ha fatta la partecipazione, e il sentire ch'egli tiene con voi un contegno così riservato, mi ha suggerito una risposta alquanto pungente. Ve l'acchiudo a sigillo alzato. Leggetela, e, se vi garba speditela al suo destino.</p>
<p>La Teresa è sempre in montagna, e sempre va migliorando. Ma io non ho avuto ancora un momento libero per dare una scorsa fin là, e credo ch'ella avrà finita la sua villeggiatura e convalescenza prima che io possa muovermi. Nell'ultima sua mi dimanda particolarmente le vostre nuove e quelle de' novelli sposi. Io gli ho mandato in risposta la vostra lettera.</p>
<p>Salutatemi Camerani, ed amate il vostro aff.mo fratello.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1057.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusigano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>La causa Camerani sempre più si fa seria. Il Direttore Generale della Giandarmeria, ingannato dai rapporti del tenente Bramani, fa casa del diavolo, e l'affare è stato portato innanzi al Gran Giudice con una grave querela contro la Prefettura, e nell'esposto io sono stato violentemente attaccato. Ma il generale Polfranceschi, con tutti i suoi furori, non farà che l'innocenza tremi. La prepotenza e il delitto del Bramani e del Bravi, per Dio, deve venire alla luce e comparire dinanzi alla giustizia del Principe, in faccia alla quale spariscono tutte le potestà e le passioni.</p>
<p>Vi dissi che aveva raccomandata ad Aldini la causa degli opp<add resp="ed">ressi miei</add> nipoti, ed eccovi la sua risposta. Sono impaziente d'intendere da Greppi <add resp="ed">il</add> risultato dell'informazione che esso gli avrà fatto dell'accaduto.</p>
<p>Il prof. Sante Giovannardi mi avvisa di aver vinta la lite contro la casa Mami. Allorché io lo pregai di ritorcere contro i Mami le sue ragioni, io mi obbligai in parola d'onore di rifargli tutte le spese. Vi prego adunque di soddisfargliele senza contestazione e di ringraziarlo, tuttoché io stesso con l'ordinario di oggi adempia questo dovere.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore.</p>
<p>P. S. Salutate Gio. Antonio e ditegli che, consapevole della sua innocenza e di quella di suo fratello, non si perda di coraggio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1058.</head>
<opener><salute>Al prof. GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Prestantissimo Professore e carissimo Amico.</p>
<p>Non ho detto della vostra <title>Alfieriana</title> se non quanto l'intimo e liberissimo sentimento mi ha suggerito e meno ancora di quel ch'io doveva, perché riletta l'ho trovata più bella; né diversa punto dalla mia si è la sentenza di quanti l'hanno veduta. So anzi che molti la cercano e, per la privazione in che ne sono i nostri librai, ne sarebbe seguita già la ristampa, se il sapersi che in Pisa, sotto gli occhi vostri medesimi, se ne fa una seconda edizione, non facesse temere che voi l'abbiate arricchita di nuove annotazioni; il che ne renderebbe difettosa la prima. Per la qual cosa io vi esorto, mio buon amico, a sollecitare il vostro stampatore perché ne mandi buon numero d'esemplari. Vi ripeto il già scritto altra volta, che la vostra <title>Dissertazione</title> tornerà in gran bene della gioventù studiosa di poesia.</p>
<p>Se avessi potuto immaginarmi che il nuovo <title>Bardo</title> vi fosse già noto, mi sarei guardato dall'inviarvelo. Ma io ignorava la ristampa del Piatti, siccome ignoro del tutto il giudizio del Giornale pisano. Qualunque egli sia, il tripode di un De Coureil non dà né toglie riputazione, e tutta Italia ride de' suoi oracoli, ammirando nel tempo medesimo la bontà dei buoni ingegni toscani, che lasciano imprimere il loro nome in fronte ad un foglio, che disonora la toscana letteratura sì per la stoltezza, che per la malignità dei giudizi.</p>
<closer>Volendomi altra volta onorare de' vostri caratteri (e ben lo desidero), pregovi di lasciare da parte il tono del complimento e di restituirmi, se ne son degno, la semplice e sincera espressione dell'amicizia che m'ispirate e che mi fa essere tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1059.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Ottobre 1806.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Conti spera di darmi a momenti ultimato il vostro affare. Farò subito io stesso la versazione della somma nel Monte Napoleone. State tranquillo. Anche la vostra nomina in ingegnere è stata conclusa. Per allontanare in questa nomina il sospetto di parzialità, Paradisi non vuole altro da me se non che io ne dica due parole a M.r Mejan, segretario di gabinetto, per le di cui mani deve passare la ratifica delle nomine, e questo pure io farò.</p>
<p>Nol vi spaventi la coscrizione di Giovannino. Venendo nelle Guardie d'onore, egli non potrà costarvi che poco più di cento zecchini l'anno, detratta la spesa della divisa, per la quale il Governo somministra seicento lire, e altre novecento converrà le mettiate voi, valutandosi il tutto a millecinquecento lire. Aggiungete poi che questo è il corpo più distinto della milizia, e sempre al fianco del Principe, e tutto fiore di gioventù la più ben nata del Regno. Anche il decoro delle famiglie è ben qualche cosa, e questo lustro vi viene nella famiglia vostra a buon mercato; oltre di che Giovannino si apre più facile e più sicura la strada ai più onorevoli impieghi. Insomma è denaro ben speso. Vi sia ancora d'incoraggiamento il sapere che io sono amico dei superiori che gli toccheranno, né io dal canto mio trascurerò alcuna occasione di suo vantaggio. Non vi darei parola di far tutto questo se fosse Fedele, perché son certo che Fedele mi farebbe pessima riuscita; ma per Giovannino sono pronto a tutto.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate Manzoni e la Caterina. Ditegli che non gli scrivo per mancanza di tempo. Aspetto l'esito del processo Camerani. Aldini prima di partire da Bologna scrisse al pretore di Lugo, e la sua lettera dovrebbe pure aver prodotto buon effetto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1062.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Novembre 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ieri alle due pomeridiane sono state finalmente versate le quaranta mila lire che il vostro affare esigeva. Ma Gargantini è un briccone. Nel venturo ordinario vi manderò la carta provante il versamento, e vi spiegherò la bricconeria fatta a Conti ed a me. Ringraziate Iddio che avevate in Milano chi ha trattato il vostro affare come suo proprio.</p>
<p>Salutate D. Cesare, e ditegli che Bravi oltre l'essere un birbo è anche pazzo. Io non ho scritto sull'affare di Camerani a nessuno fuori che al suo avvocato e a D. Cesare, ed una volta al Prefetto, né ho fatto millanterie. Ma non dormo, e se le vittime che il Bravi procura di far soccombere, saranno innocenti, la discorreremo. Ma tremo che intorno a Francesco si verifichi ciò che scrissi fin da principio. Ditegli anche che né Ferrarini, né Massari, né verun altro mi fa paura. Non temo che del solo processo, e spero sempre che da questo risulterà l'innocenza degli accusati.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1063.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Novembre 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>L'istrumento della versazione non è ancora stato sbrigato, e non potrò mandarlo che il prossimo ordinario.</p>
<p>Conti ed io ci eravamo già figurata la trappola di Gargantini, il quale d'accordo con suo fratello ci aveva ridotti alla vigilia del pagamento per istrozzarne, e tirarci per somma grazia al 45, non essendosi vergognato il furfante di pretendere fino il 50. Conti montò su le furie, gli diede una solennissima strapazzata, e col denaro alla mano in termine di poche ore nella notte medesima precedente al giorno del pagamento furono trovate le necessarie iscrizioni al 38 e mezzo, ma a condizioni migliori delle già da voi accordate al Gargantini. Non vi turbi il sentire denaro <emph>alla mano</emph>, perché questo è stato versato da persona che vi ama. Vi spiegherò un'altra volta il mistero.</p>
<p>Sulla supposizione che Giovanni potesse esser costretto ad obbedire alla coscrizione ed entrare nelle guardie d'onore, io aveva già disposto a suo favore i suoi comandanti, e sarebbe stato ben ricevuto e trattato. Ciò gli faccia coraggio nel caso che sia nuovamente chiamato.</p>
<closer>Salutate D. Cesare e tutti di casa, e credetemi vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1064.</head>
<opener><salute>A S. E. FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Dicembre <add resp="ed">1806</add>.</date></opener>
<p>Signore ed Amico.</p>
<p>Ho presentato questa mattina al Viceré la Poesia che vi accludo, e Sua Altezza la spedisce Ella stessa all'Imperatore. La dedica alla Grande Armata mi è stata suggerita dal Principe, il quale, avvisandomi che all'Ospedale degli Invalidi di Parigi trovavansi ancora, fra quei vecchi soldati, parecchi che combatterono alla battaglia di Rosbano, mi ha suggerito una felice idea, di cui credo non aver male profittato. Se mai ho fatto poesia volante da fare impressione, parmi sia la presente. Gradirò il vostro giudizio.</p>
<p>Dei due esemplari datene uno a Mimaut riserbandomi a mandarne altri nei vegnenti ordinari. Ringraziate lo stesso Mimaut delle cure che si è preso per me, e che, quantunque riuscite inutili, mi legano di eguale riconoscenza.</p>
<closer>Scrivo in fretta, e in fretta, raccomandandomi al vostro patrocinio ed amicizia, mi confermo col core vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1065.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Dicembre 1806.</date></opener>
<p>Parmi tempo di rompere il lungo nostro silenzio; e benché io mi sappia che in mezzo alle vostre tipografiche occupazioni voi non amate le seccature dell'amicizia, spero nulladimeno che non avrete per importuna questa mia, accompagnata da un esemplare delle mie ottave sulla <title>Spada di Federico</title>. Le ho presentate l'altra mattina al grazioso nostro Principe (sempre dolente di non aver Bodoni al suo fianco), ed egli, da cui mi venne il consiglio di dedicarle <hi rend="italic">Alla Grande Armata</hi>, le ha spedite all'Imperatore. Non so quale giudizio e voi e l'acuta nostra signora Ghita ne porterete; ma quanti le hanno vedute, sono d'avviso che, di tutte le mie poesie staccate, questa sia la più calda e la più grave. E tale a me pure la fa credere l'amor paterno. Non di meno aspetto la vostra sentenza e quella della ben senziente signora Ghita.</p>
<p>Per l'impazienza che il Principe degnavasi di mostrarne, si è dovuto stamparle in gran fretta, il meglio che si è potuto. Ma tuttoché per un buon numero di copie siasi adoperata la buona carta velina dell'Andreoli di Brescia, la mancanza del cilindro ha fatto che l'impressione non fa nessuna figura. Aggiungete il nessun gusto tipografico dei nostri stampatori, e compatite la poca grazia dell'edizione.</p>
<p>Dopo tre mesi di lazzaretto, so che finalmente vi è stata mandata la bella tabacchiera del Principe. Dico tre mesi di lazzaretto, perché da tre mesi <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Mejan la teneva presso di sé, aspettando occasione per ispedirvela. Ma vi ripeto che S. A. è sempre rammaricata del non potervi aver seco. Paradisi vi deve avere scritto qualche cosa su questo proposito. Se non l'ha fatto, è stata sua delicatezza e rispetto alle particolari vostre affezioni.</p>
<p>Date, vi prego, un'occhiata alla carta in cui vi scrivo. Essa è velina, e della fabbrica Andreoli. Il Vice—Re l'ha trovata perfettissima, e tale del pari il Ministro Breme e Moscati, e quanti l'hanno veduta. Il Governo è interessato a promuoverne la fabbricazione; e sapendo io che il prezzo è minore quasi del doppio di quello che pagasi la forestiera, ho stimato bene di avvisarvelo perché, occorrendo, ne profittiate, se la giudicherete buona per le vostre belle edizioni. E qualora ciò fosse, io metterò per voi a profitto l'amicizia ed anche qualche obbligazione che l'Andreoli mi professa.</p>
<closer>Mille saluti del core alla signora Ghita, e voi amate, quanto egli vi ama, il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. L'esemplare delle Ottave lo spedisco a parte franco di porto, e ne aggiungo un secondo per Mazza, a cui rinnoverete l'espressione della mia costante stima ed amicizia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1066.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">SAVERIO BETTINELLI</add> — <add resp="ed">Mantova</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Dicembre 1806.</date></opener>
<p>Chiarissimo Sig.r Cavaliere ed Amico Car.mo.</p>
<p>Al Deputato della Società Ebraica di Mantova ho consegnato in questo punto un piego per voi, portante due esemplari delle ottave che ho pubblicate sulla <title>Spada di Federico</title>. Terrete il primo per voi come attestato della mia stima ed amicizia, e per lo stesso titolo darete l'altro in mio nome al Sig.r Conte Murari. Non ne mando un terzo per Arrivabene perché so ch'egli è fuori di Mantova.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1067.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Dicembre 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Il fine dell'ultima vostra mi ha messo in agitazione e vi prego di non tenermi sospeso. Calcagnini mi ha raccontato parte delle vostre vertenze col fratello. Parmi che le vostre dimande siano giustissime e moderatissime, né so comprendere come vi si possano contrastare. Desidero che mi mettiate nettamente a giorno di tutto, perché in questo litigio io non posso né debbo restarmi indifferente.</p>
<p>Ho finito e presentato al Principe il lavoro, che ne' giorni scorsi mi teneva occupato. Ora ho ripigliato l'antico, e Dio faccia che io ne possa esser libero a primavera, per dare una scorsa a Fusignano.</p>
<p>Sull'affare Camerani, per me fonte di mille disturbi, ho scritto a Manzoni.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1068.</head>
<opener><salute>A PIER DAMIANO ARMANDI capo battaglione d'artiglieria — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Dicembre 1806.</date></opener>
<p>Sig. Armandi carissimo.</p>
<p>Sperava nell'aiuto di Vaccari, a cui mi era rivolto per servirvi e che, per l'amore e stima che di voi mi ha mostrato, erasi assunto il pensiero di perorare la vostra dimanda presso il Ministro della Guerra, sperava, io dissi, di darvi finalmente una nuova conforme alla vostra brama, ed in questa aspettazione andava differendo la mia risposta. Ma finora inutilmente si è parlato. Ebbi io stesso l'altra sera occasione nelle stanze del Ministro della Giustizia di farmi vostro avvocato con Caffarelli, ma senza profitto. Mi rispose che molti altri vorrebbero pur lo stesso, e che non potevasi accordare ad un solo ciò che a tutti si nega. Il Ministro però conosce il merito vostro, e la vostra brama manifesta il carattere d'un bravo militare. Finì col dirmi che vi esortassi a rassegnarvi al presente vostro destino, e che a suo tempo avreste trovata la ricompensa che vi si deve.</p>
<p>Duolmi che il primo comando vostro sia stato mal adempito.</p>
<closer>Ciò non mi tolga il piacere degli altri di cui vi prego, dichiarandomi col sentimento della vera amicizia tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1071.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">15—16</add> Dicembre 1806.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Al momento di partire per Genova, come scrissi ieri sera a Don Cesare, lascio la presente perché vi s'imposti nel prossimo mercoledì.</p>
<p>Informato ieri sera sul tardi da Paradisi che la nomina degl'ingegneri va a succedere fra pochi giorni, e che, quantunque egli vi abbia messo in lista per le acque della bassa Romagna, nulladimeno la vostra nomina bisognava, atteso qualche difetto di competenza, fosse sostenuta dal favore del Principe che solo può saldarne l'irregolarità, sono corso subito dal segretario di gabinetto, il quale mi ha assicurato che la vostra nomina sarà mantenuta. Se in mia assenza occorresse che doveste ringraziar Paradisi, ricordatevi di farlo con lettera bene stesa e con dignità, evitando soprattutto errori di lingua ne' quali siete solito di cadere. I suoi titoli sono questi: A S. E. Il Sig.r Consultore Cons.e Paradisi Gran Dignitario della Corona di Ferro Dirett.e Gen.e delle Acque e Strade ecc. Milano.</p>
<p>Ma siccome io sarò di ritorno a Natale, così se il vostro ringraziamento dovesse cadere circa quel tempo, la lettera indirizzatela a me.</p>
<p>Al mio ritorno vi manderò l'istrumento di versazione delle quaranta mila lire, che finora, non si è potuto fare a motivo di quel residuo di lire dieci mila che è rimasto sopra la carta data al Demanio, e di cui Conti si è addossato l'azzardo.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono in fretta il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1072.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Caro D. Cesare.</p>
<p>Non è che poche ore che son tornato da Genova. Ho letto le vostre ragioni contro il fratello, e le sue contro di voi. Io gli rispondo a lungo e in termini calzanti, ma senza sdegno. Può darsi che la mia lettera lo induca il primo a far parole di pace. Se viene a tal passo, apritegli le braccia e punitelo col perdono, né dite motto sulla restituzione delle nostre entrate <emph>per ora</emph>. Se nol fa, muterò tuono. Non mi dilungo, perché gli ho giurato che la mia risposta a voi non sarebbe che di sei righe, onde conosca che io non amo di metter legna al foco. Ove la dolcezza non giovi, adopereremo altre armi. Fate a modo mio, e pazientate.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1073.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Incalzato dalle preghiere del nostro Cometti ho fatto una scorsa a Genova, ch'io non aveva mai veduta, e mi sono deliziato venti giorni in quel clima di Paradiso, né mi sono restituito che ieri a queste pesanti nebbie d'Olona, simile ad uno di quei poveri Diavoli, che dal Cielo, come raccontasi, passarono nell'Inferno. Durante il mio soggiorno in Genova ho veduta una lettera di Gianni all'avv. Cambiaso, a cui ha mandato i suoi muggiti poetici sulla battaglia di Jena, che mi figuro esser quelli che vi avevano messo il mal umore che mi scrivete. E veramente sono una pazza cosa. L'autore però ne scrive al suo amico così: <quote>Leggete, e conoscetemi. Troverete in questi versi una parlata di cui tutta l'eloquenza greca e latina non ha la simile.</quote> E un ridicolo, impudente fanfarone di questa fatta in Parigi si ammira? Che io sia maledetto da tutte le Muse, se i Francesi in fatto di poesia italiana hanno il senso comune.</p>
<p>Mi preme di far giungere a Giardini una copia della <title>Spada di Federico</title>. Mi farete adunque piacere, se dei tre esemplari di tre altre nuove edizioni che vi spedisco ne serberete una per lui. Al mio arrivo in Milano ne ho trovata una traduzione in latino dedicata al Principe. Non ve la mando perché non parmi cosa degna d'un lettore di gusto. Intanto in meno d'un mese sono comparse di questo poemetto otto edizioni.</p>
<closer>La salute di Teresina è ottima siccome la mia e quella di Costanza. Desidero intendere il medesimo della vostra, e pregandovi de' miei saluti a Mimaut e Buttura, sono di cuore e per sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1075.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Eccomi finalmente di ritorno da Genova, ove le seduzioni degli amici e le attenzioni d'ogni genere di quegli abitanti sì mascolini che femminini, mi hanno trattenuto 24 giorni, quando io aveva fatto pensiero di non restarvi che una settimana. Il giorno dopo il mio arrivo ho veduto qui il sig. Pensa, il quale mi ha portato le vostre nuove e della bella Ninetta, e della vostra superba festa, e delle cortesie che gli avete usato, delle quali si loda infinitamente. Ve ne ringrazio adunque, e vi prego di far voi altrettanto con me, se qualche amico vostro viene a Milano. Io non potrò fare col vostro quello che voi avete fatto col mio, ma mi studierò di non far torto alla vostra raccomandazione.</p>
<p>Mentr'ero a Genova venne a trovarmi il card. Spina, e mi fece compagnia tutta la sera. Parlammo quasi sempre di Roma e molto di voi, e mi dimandò s'era vera la generosità che in Milano mi praticaste. Gli raccontai esattamente tutta la storia, ed egli mi disse che al suo ritorno in Roma (forse nella prossima primavera) ve ne avrebbe fatto i suoi complimenti. Anche un certo Wallik, danese, qui venuto da Roma e raccomandatomi da un amico, mi narrò d'averne sentito parlare in casa Torlonia, ove il fatto nostro venne raccontato come un'impostura, come cosa impossibile. Gli risposi che in una casa dove certe azioni generose sono straniere, non doveva recar maraviglia se la vostra non otteneva fede; ma che frattanto a dispetto delle anime basse la cosa era più che vera, e pregai il sig. Wallik, se aveva occasione di scriverne, di autenticarla come udita e ratificata da me medesimo. Ho voluto scrivervi questo aneddoto per avvisarvi che, secondo le notizie raccolte dal mio danese, in quella casa la vostra fortuna è invidiata, e voi non amato.</p>
<p>Da cinque o sei giorni siamo privi affatto delle nuove della Grand'Armata. Ma per una lettera del maresciallo Berthier all'Imperatrice si sa che l'armata russa era circondata, e che presto sarebbe stata forzata ad una battaglia decisiva, il cui esito non poteva esser dubbioso. Intanto si sa, che l'Imperatore alli 24 era 30 leghe di là da Varsavia, e siccome non ha argine che lo trattenga, si sospetta generalmente che egli abbia in animo di spingersi fino a Pietroburgo. Certo è che questo grande e formidabile fantasima della potenza russa Napoleone lo vuol distruggere.</p>
<p>Mando a parte i figurini di moda per la Ninetta, che caramente saluterete, dicendole che la ruletta sta a sua disposizione, e che l'avrà pronta per la vostra villeggiatura d'ottobre. Teresina vi saluta ambedue. Ella non si sa dar pace del furto fattoci dai doganieri di Piacenza, e voleva ch'io reclamassi il fazzoletto rubato. Ma s'ha che fare con ladri, e bisogna aver pazienza, e profittare della lezione. Altronde la perdita non è che di 45 lire.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ad Altieri, Bartolucci, Giuntotardi, Mauri mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1076.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Franceschinis deve avervi detto che alla sua partenza io mi era mosso per Genova, di dove infatti non son tornato che ieri l'altro. In questa mia assenza da Milano avete adunque la scusa di questa tarda risposta.</p>
<p>Se dipendesse dalle mie premure di farvi nominar professore di uno de' quattro Licei di Venezia, la cosa sarebbe subito fatta. Ma Franceschinis sa il carattere di Moscati, e sa ancora che non basta la testimonianza dell'ingegno d'un candidato, l'unica che io posso fare desumendola dalle stampe che mi avete mandate. Richiedesi quella ancora del carattere e dei costumi; e tanto la prima, che la seconda, se non è sostenuta o dalla pubblica fama, o dai professori, sotto i quali è necessario l'aver compito il corso degli studi e presa la laurea dottorale, le mie parole, per efficaci e calde che siano, cadranno senza effetto. Vi ho altre volte suggerito di farvi proporre e raccomandare da Cesarotti, siccome quello che, essendo stato vostro maestro, può più d'ogni altro far sicurtà della vostra persona e per la piena conoscenza che di voi deve avere, e per il peso della sua fama; ma nulla si è fatto di mio suggerimento. Dirò ancora, e questo con rincrescimento, una cosa che vi è stata un poco di pregiudizio. Voi avete fatto pervenire all'istruzione Generale una copia delle vostre poesie, senza consultare se i Segretari della medesima sarebbero disposti a gustarle, e se la loro scuola, che è tutta antica, potesse avere dei contatti con la vostra, che è tutta moderna. Io sono dell'una e dell'altra, secondo il bisogno, e per me poco monta la differenza dei gusti. Ma non tutti sono discreti; e quelle vostre poesie, nell'opinione delle persone che ho accennate, vi hanno fatto più torto che utile. Nondimeno si è reso giustizia all'ingegno che in quei versi traspira; ed io fo valere questa regola di criterio, che, essendo voi giovine, non bisogna giudicarvi su quello che or siete, ma su quello che potete divenire aiutato dai beneficj del Governo. Sono certo che col maturarsi degli anni voi acquisterete più gravità e vigore di stile, e che ne' Licei del Regno vi sono cent'altri non degni d'allacciarvi le scarpe; ma questi sono pervenuti alla cattedra per la via dell'intrigo, o si sono guardati dal farsi giudicare prima d'essere nominati; appoggiandosi unicamente alle buone testimonianze dei superiori.</p>
<p>Crederei di tradirvi, se vi tacessi quanto vi scrivo; e piacemi di aggiungere, per vostra quiete, che il Segretario Generale mi ha promesso di secondarmi. Né io desisterò dal raccomandarvi, persuaso che voi, collocato sopra una cattedra, farete un'ottima riuscita, e col tempo onore alle lettere.</p>
<p>Mille saluti al gran Cesarotti, al quale vorrei sapere se sia pervenuto l'esemplare che gli ho mandato della <title>Spada di Federico</title>.</p>
<p>Vi abbraccio, e sono di cuore il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1077.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1807</add>.</date></opener>
<p>Sotto l'occhio mi sono scappate fuori nella tua Epistola molte cosette, che stimo doversi migliorare. È un capo d'opera, il quale non deve lasciare alcun morso alla critica. T'aspetto adunque, e riportami il mio scritto, al quale ho bisogno di fare una castratura.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1078.</head>
<opener><salute>Al Cav. GREGORIO COMETTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Oh le belle e buone <emph>raguste</emph>! Le ho ricevute di buon'ora questa stessa mattina. La Teresina in vederle ha fatto un salto d'allegrezza, e senza perder tempo ha fatto portar l'occorrente per mettervi il dente, e la prima, che è venuta alle mani, ha servito di saporitissima colazione. Ma il dono da chi mi viene? Non veggo ancor lettera che mel dica, e la soprascritta al canestro è carattere d'Antonietta. Chiunque sia il benefattore, riceva le nostre benedizioni.</p>
<p>Dal corriere, che parte questa sera, riceverete, franco di porto, un involto nel quale ho chiuso alcuni esemplari di alcune cose mie, i pochi che ho potuto raccogliere. Il piego interno sigillato è tutto per Antonietta. L'esterno è per voi, e solo vi prego di dare all'Azuni una copia delle Prolusioni e delle Lettere Filologiche. La grande edizione del <title>Bardo</title> promessa all'Antonietta e a Durazzo non potrò averla se non la dimando allo stesso Principe, e così farò.</p>
<p>Aspetto risposta a quanto vi ho scritto per commissione di Saporiti. Sperava di riprendere subito il mio lavoro. Ma un saggio di traduzioni d'Omero, che Foscolo vuol produrre (e sarà opera assai piccante e curiosa), mi obbliga a ritoccare tutto il primo libro dell'Iliade; e di sei o sette versioni che se ne dànno, spero che la mia verrà giudicata la men cattiva.</p>
<closer>Teresina, colla bocca ancor dolce della <emph>ragusta</emph>, vi saluta. Unisco due righe per Antonietta, e di cuore abbracciandovi, sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dite ad Azuni che io gli ho scritto, e Luosi egualmente. A Guerrini mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1082.</head>
<opener><salute>Al Cav. GREGORIO COMETTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Mando, pel mezzo di Gervasoni, due esemplari della grande edizione del <title>Bardo</title>, uno per l'Antonietta, e l'altro pel signor Durazzo a cui l'ho promesso. Sono le due copie regalate dallo stesso Principe a Paradisi e a Containi, ai quali ho dovuto carpirle con molto stento, e colla promessa di rifarne altre due; e Dio sa quando lo potrò, ignorando se il Principe avrà voglia di darmele. L'edizione, il vedrete, è bellissima, e di quelle che fra pochi anni dai raccoglitori delle Bodoniane non si avranno per cinquanta zecchini. Al medesimo plico ho unita una copia dell'edizione di lusso fatta da Bettoni della <title>Visione</title> l'anno passato, ma mai eseguita, e brutta a confronto delle Bodoniane. In questa ho messo sei quinterni di carta da disegnare per l'Antonietta, e ne ho ordinata dell'altra, onde ben provvederne la sua matita.</p>
<p>Nell'altro plico troverete un <title>Aristodemo</title>, parimenti Bodoniano e assai bello, e l'unica copia che io abbia potuto trovare delle quattro Canzoni scritte tre anni fa per ordine del Governo da Savioli, da Paradisi, da Lamberti, e da me. La mando, perché mi ricordo che l'Antonietta desiderò una sera di sentire la mia, né io potei soddisfarla per difetto di memoria.</p>
<p>L'Antonietta mi scrive che i vostri dolori colici seguitano a travagliarvi. Io vorrei pure sentirvi una volta ristabilito. E anch'io guadagnai per viaggio una costipazione al petto e alla testa, dalla quale non ho ancora potuto liberarmi, benché mi sia munito il capo d'una bella parrucca, che mi cancella vent' anni sul viso. Vedrai al mio ritorno come mi sono adonizzato; e allora mi metterò in misura di fare all'Antonietta una corte alquanto più ragionevole.</p>
<p>Aspetto il vostro cugino, e farò per esso tutti gli offici che potranno da me dipendere.</p>
<p>Ho parlato a Moscati intorno alla scuola de' Sordi e Muti; ed egli sarebbe più che disposto a chiamare l'institutore genovese. Ma il Principe ha raccomandato un Francese venuto da Parigi espressamente per questo effetto; e bisogna tenersi questo, tuttoché non corrisponda all'oggetto.</p>
<p>Salutate Azuni, Viviani, il vostro segretario Guerrini, e dite a Moltedo che farò il possibile per venire a godere della burrasca che per gli otto di marzo mi ha promessa.</p>
<p lang="lat">Vale, et me ama.</p>
<p>P. S. Dite ad Azuni, che se egli ha veramente intenzione di tradurre le mie Prolusioni, io gli manderò, per impinguare le note, molte altre scoperte italiane da me notate e dagli oltremontani involateci sotto cappotto. Non avendo io tempo per occuparmi ulteriormente di questo argomento, gli farò volentieri regalo del frutto delle varie mie letture, per onore del nome italiano così malmenato dagli stranieri.</p>
<p>Ho letto la censura di Geoffroy, né ho mai veduta cosa la più stolta. Oh costui sì che intende bene lo spirito della poesia italiana, greca e latina!</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1084.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1807</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Sul timore che Foscolo, occupato della sua stampa, si dimentichi di cercare alla posta le lettere de' suoi amici, dirigo a voi questa tutta per lui.</p>
<p>Dategliela e state sano.</p>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A UGO FOSCOLO Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>,<add resp="ed">Gennaio 1807</add>.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Voleva mandarti il resto della mia traduzione del primo dell'<title>Iliade</title>, ma tu partendo non me n'hai fatto alcuna premura. Suppongo adunque che il già dato basti al tuo scopo.</p>
<p>Nel passo v. 418: <foreign lang="lat">Idcirco te malo fato peperi in ædibus</foreign> è indubitato, siccome tu acutamente hai avvisato, che <foreign lang="lat">in ædibus</foreign> deve valere nella reggia paterna. Allora, io traduco così:</p>
<lg type="nc"><l>Che iniquo fato, il dì ch'io ti produssi,</l>
<l>I talami paterni esercitava.</l></lg>
<p>Adopero, come tu vedi, <hi rend="italic">esercitava</hi>, alla maniera latina per travagliava, funestava, di che abbiamo esempi infiniti e bellissimi. Potrebbesi fare anche in quest'altro modo:</p>
<lg type="nc"><l>Che iniqua stella, il dì ch'io ti produssi,</l>
<l>I talami paterni illuminava.</l></lg>
<p>Tu fa uso della versione che più ti contenta, o anche di nessuna delle due; ché ciò nulla monta.</p>
<p>Nel giuramento aveva tradotto il primo verso così:</p>
<lg type="nc"><l>Disse; e il gran figlio di Saturno i neri</l>
<l part="I">Sopraccigli inchinò, ecc.</l></lg>
<p>Questa sintassi, tuttoché litteralmente testuale, non mi piace e fa senso equivoco, poiché pare che altro sia il regolatore del <hi rend="italic">disse</hi>, e altro il seguente. Per rettificare adunque il senso, è forza collocar così le parole:</p>
<lg type="nc"><l>Disse; ed i neri sopraccigli il figlio (<hi rend="italic">ovvero</hi> li neri</l>
<l>Di Saturno inchinò, etc.</l></lg>
<p>niente urtandomi quelle due desinenze <emph>igli, iglio</emph>; poiché anzi l'armonia si alimenta bene spesso di queste cadenze. Se altro a te pare, metterò:</p>
<lg type="nc"><l>Sì disse il figlio di Saturno, e i nerietc.</l></lg>
<p>Scegli a tuo senno. Solamente all'ultimo verso piacemi che in vece <hi rend="italic">d'agitarsi</hi>, dicasi <hi rend="italic">s'agitaro</hi> per allontanare quel tempo perfetto infinitivato.</p>
<p>Passando dalla grammatica alla prudenza, importa molto che tu rifletta bene se, volendo tu dare alla critica quell'aria d'imparzialità che deve raccomandarla, convenga alla severità de' tuoi giudicj l'intitolare a me la tua opera, siccome avevi già divisato. L'amicizia toglie fede alla lode, e nuoce egualmente al lodato che al lodatore. Pensavi, e poi fai il tuo piacere. Parlando del Maffei e del Cesarotti, ti raccomando pure di spuntar più che puoi il dardo delle tue parole, che dardi sono veramente e roventi e pungenti. Trattasi di tali, che, anche allorquando hanno peccato, debbonsi rispettare. Hai abbastanza di che sfogarti su gli altri. Prendi in buona parte i miei consigli, che nascono da vero zelo della tua fama a me cara quanto la propria.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale, et me ama</foreign>. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille rispetti a madama Martinengo e al marito.</p></ps></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1085.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Aspettava in questo ordinario lettere vostre, in risposta all'ultima scrittavi al mio ritorno da Genova, e veggo delusa la mia speranza. Intanto replico io per due motivi. Il primo per pregarvi di dire al sig. cav. Altieri, che di quell'affare ancora non è venuta risposta, e che probabilmente non si avrà che al ritorno del Ministro della Finanza. Che intanto i personaggi, a cui egli m'aveva incaricato di portare i suoi complimenti, hanno gradito questa sua cortese ricordanza, e gliene rendono il contraccambio. L'altro motivo è il seguente. Il Consigliere di Stato cav. Cicognara, avendo perduto dopo penosa e lunghissima malattia la moglie, si è portato a Roma per distrarsi da questa amara memoria in mezzo alle belle arti, di cui egli è amantissimo e buon professore. Vi prego adunque di farne ricerca e di consegnargli l'acchiusa letteruccia, e di esibirgli per amor mio l'opera vostra e la vostra amicizia. Egli è persona di riguardo e di merito, e dopo tutto mio amico. Ve lo raccomando adunque particolarmente.</p>
<p>Teresina desidera di sapere se Ninetta abbia trovato di suo gusto lo schial mandatole per Altieri. Datemi le sue nuove, e de' suoi studi, e de' suoi entusiasmi amorosi per il suo Gigi. E s'ella ha dimenticato, come temo, il povero Monti, assicuratela che Monti non ha mai dimenticata Ninetta.</p>
<closer>Un saluto agli amici, e voi amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1086.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Carissimo Cesarotti.</p>
<p>Sarei tentato di nominarvi il ladro che vi ha truffato l'esemplare della <title>Spada di Federico</title>. Piacemi dissimularlo perché l'avete vicino, e perché non voglio romper pazienza. Mi basta il dirvi che i primi a cui, appena pubblicata, ne feci la spedizione, foste voi, Bettinelli, Pindemonte e Mazza. Spero che il secondo esemplare, inviatovi per mezzo del signor Federici, sarà stato più fortunato, e ve n'avrei pure unito un altro per la nostra Vadori, se avessi potuto sognarmi che questo fuoco vagabondo fosse al vostro fianco, e non in Venezia. Salutate, anzi abbracciate caramente per me questo Folletto, e ringraziatelo dell'amicizia che mi conserva, e ch'io di cuore le retribuisco.</p>
<p>Se io non temessi che nel giudizio da voi portato delle mie Ottave si mescolasse la benevolenza, io avrei molto di che compiacermi. Ma voi siete troppo indulgente, e madama Vadori troppo entusiasta de' suoi amici. Tuttavolta ringrazio ambedue, qualunque sia il principio da cui le vostre lodi procedono.</p>
<p>Il povero Pieri mi ha, non è molto, nuovamente sollecitato, perché trovi modo di ficcarlo in qualche Liceo. Io non tralascio di tormentare per lui il Segretario Rossi. Ma un diluvio di raccomandazioni, venute per altri da tutti i potenti dello Stato Veneto, imbarazza talmente la Direzione Generale dell'Istruzione pubblica, ch'io temo di veder vane le mie premure, tanto più che io non fo mica gran corte a Moscati. Altronde egli si attiene molto al voto delle Autorità locali, e nessuna ha parlato per Pieri. In somma questo pensiero mi affligge, né so come venirne a buon fine.</p>
<p>Che fa Barbieri? Ho mandato anche a lui la <title>Spada di Federico</title>. L'ha egli ricevuta? Salutatelo, e non fate che lasci oziosa la buona lira che Apollo gli ha regalato.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1087.</head>
<opener><salute>Ad ANNA RASORI—VADORI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mia cara Annetta.</p>
<p>Ho mandata in questo punto alla posta una lettera per Cesarotti, nella quale il core ha messo alcune parole per te, e appena partito il domestico, eccomi la tua lettera. Questo è favore inaspettato e carissimo. Cesarotti mi aveva già scritto i tuoi entusiasmi sulla <title>Spada di Federico</title>, ma per Dio, tu me ne parli in modo da farti credere spiritata. Ti ringrazio de' tuoi trasporti, e ti so dire che mi lusingano. E tuttoché i versi, con cui la tua lettera comincia e finisce, sieno mal applicati, nondimeno ti voglio dire che son belli e degni del tripode da cui li scrivi.</p>
<p>I dotti dell'Assemblea, di cui ti scrive Sografi, sicuramente son dotti da quattro piedi anzi da cinque, perché non credo che si trovi animale d'intendimento sì corto da non comprendere quell'ottava. E in Padova si dànno bestie di questa fatta? Dio ti guardi dal consorzio di queste mandre.</p>
<p>Porterò agli amici i tuoi saluti, e tu porta i miei a Franceschinis e a Sografi. Tienmi allegro il nostro ottimo Cesarotti, e ricevi da lui l'abbraccio di cui l'ho incaricato.</p>
<closer>Amami e sta bene. Io sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Foscolo è a Brescia, occupato in certa sua stampa che darà da dire.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1088.</head>
<opener><salute>All'Ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Un componimento solennemente esaltato da Cesarotti non ha bisogno d'altro suffragio. Sul Ditirambo adunque del signor abate Costa a me non rimane che il dirvi, che le buone Muse Italiane debbono ringraziarvi, signor Federici ornatissimo, dell'aver pubblicato questa eccellente operetta, la quale apre una nuova lingua al dolore delle passioni più generose.</p>
<p>Mi adoprerò per farla annunciare in questo nostro Giornale. Ma debbo dirvi che l'estensione del medesimo, essendo passata sotto la direzione d'un animale, che niente intende e trincia di tutto, specialmente della poesia italiana, io non mi sento, per dirla netta, molto disposto ad abbassarmi al suo tribunale. Sprezzo sovranamente l'oracolo dei giornalisti, e l'animale, di cui vi parlo, lo sa; e il sapersi da lui che io fo stima del Ditirambo, sarebbe per costui una tentazione di lacerarlo. Tuttavolta cercherò canale segreto per contentarvi.</p>
<p>Ho consegnato a vostro zio tre esemplari della <title>Spada di Federico</title>, uno per voi, l'altro per Cesarotti, e il terzo per Barbieri.</p>
<p>Graditelo, non come compenso al bel dono che m'avete fatto, ma come attestato della stima, con cui sono vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1090.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Gennaio 1807.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Cesarotti mi scrive un mondo d'ammirazioni sulla <title>Spada di Federico</title>, e mi accompagna un lettera della Vadori, nella quale sono queste parole: <quote>«Dirai a Foscolo, che Cesarotti, Franceschinis, e papà Bondioli l'amano quanto egli ama Monti»</quote>. Vedi che non t'ho dato cattivo consiglio esortandoti a non mettere nelle tue critiche sillaba che possa ferire quel povero vecchio che tanto ti ama.</p>
<p>Nella prima <title>Nemea</title> di Pindaro trovo un'espressione che parmi aver luogo nelle tue note al giuramento di Giove. Pindaro dice che Giove <quote>accennò colle chiome</quote>. Ciò sembra significare che tutta, o almeno la principal forza di quel giuramento, consisteva nell'agitamento dei divini capelli, ed ecco perché al loro moto trema l'Olimpo.</p>
<p>Spero che avrai emendato i miei versi secondo che t'ho scritto nel passato ordinario, indirizzando a Bettoni la lettera.</p>
<p>In Pisa è accaduta una letteraria rivoluzione. Quel furfante De—Coureil, corrispondente del Galeotto, aveva annunziato nel Giornale il <title>Bardo</title> con tre sole insolenti righe. La Società cooperante a quel foglio, indignata di questa villania, ha tenuto assemblea, e a voti unanimi il De—Coureil è stato cacciato dal loro seno, e si è decretato che in quel Giornale si faccia l'espiazione di tutte le ingiurie fattemi da quel manigoldo, con un articolo solennissimo in onor dell'offeso. Questa riparazione, né cercata né pensata, mi fa piacere perché disarma più d'un malevolo, e piacerà a te pure, che sempre sei stato vindice della mia riputazione.</p>
<closer>Amami, e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1094.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ ZANON BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Febbraio 1807.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Non so di che vostre edizioni parliate, ma qualunque sieno, le gradirò come dono dell'amicizia.</p>
<p>Ho consegnato a Foscolo ciò che mancava della mia traduzione, e dentro quest'oggi gli darò il discorsetto che deve accompagnarla. Vi raccomando la solita trasmissione degli stamponi, che io stesso voglio correggere, sendo corso nel manoscritto dei versi qualche parola che ha bisogno di essere mutata.</p>
<p>Nel manoscritto della prosa troverete delle cancellature, ma se il compositore ha cervello, troverà facilmente il legame delle parole; tocca a voi il farvi attenzione. Se tanto il verso che la prosa potessi averli subito, mi fareste sommo piacere, e vorrei che gli stamponi da correggersi me li mandaste duplicati, per risparmiarmi la pena di trascriverli, poiché sì l'uno che l'altro devo mandarli al Segretario dell'Istituto per inserirli nel volume <hi rend="italic">Letteratura</hi>.</p>
<p>Ho veduto il progetto del Giornale bresciano. Il pensiero è santissimo, e se Corniani sarà alla testa dell'impresa, non potrà non adempiere il pubblico voto. Ed io ho già incalzato il segretario Rossi, perché la Direzione dell'Istruzione Pubblica ne prepari il rapporto al Principe, per interessare la generosità del Governo in cosa di tanta importanza. Ma tutto è nulla se sbagliate la scelta dei cooperatori in ogni ramo di scienza.</p>
<p>Amatemi, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1096.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Febbraio 1807.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Profitto dell'occasione di Piroli, che, noiato di Parigi, torna a Roma, per mandarvi qualcuna delle cose da me pubblicate in Milano. Dico qualcuna, perché vi è noto il mio vizio, quello cioè di non aver mai presso di me le opere mie proprie quando una volta sono stampate, di modo che sono costretto nelle occasioni andarle mendicando qua e là, e molte sono già difficili a ritrovarsi, quelle particolarmente che diedi in luce i primi tre anni delle pazzie repubblicane. Cercherò queste e le altre che mancano, e alla mia venuta in Roma (che sicuramente sarà dentro l'anno) ve le porterò.</p>
<p>Avrete ricevuta la risposta che da molto tempo ho data alla vostra portatami dal Fantini. Scrivetemi, perché le vostre lettere mi saranno sempre carissime.</p>
<closer>Amatemi e credetemi immutabilmente il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1099.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Febbraio 1807.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Non so darmi a credere, che si voglia farvi ingiustizia. Luosi è buono, Luosi è retto ed illuminato. Dunque state di buon animo. Al primo incontro ne parlerò col soggetto che m'indicate, e la sola amicizia che vi professo può spingermi a questo passo. Altre volte mi sono state <add resp="ed">fatte</add> buone promesse, e con tutta la grazia possibile. Ma il fatto non ha corrisposto. Quindi le mie riserve, e cordialissimi complimenti, ma nulla più. Tenete però per fermo, che in Luosi sta tutto. Avrei desiderato un cenno delle cagioni che vi fanno temere, onde parlare in favor vostro più di proposito. Ma ciò non importa. Ad ogni modo vi servirò.</p>
<closer>Mille saluti del cuore al buon Bettinelli. Ditegli che l'amo sinceramente. Fate voi lo stesso col vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se Murari è in Mantova, anche a questo rinnovate i sentimenti della mia stima ed amicizia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1103.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE DONATI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Sig.r Giuseppe carissimo.</p>
<p>Non ho mai ricevuto la lettera che dite d'avermi scritta. Forse è venuta nel tempo che io mi trovava in Francia, o in Germania; e così è andata dispersa con tante altre.</p>
<p>Sul credito del sig.r Aprosi coi Bolognesi non so per vero che consiglio darvi. Trattasi di cose lontane affatto dalla mia cognizione, ristretta tutta nei libri.</p>
<p>Il sig.r Marconi non deve che al suo giudicio la sua fortuna, né egli ha meco altro dovere che quello dell'amicizia. Gli scriverò, siatene certo, conforme alla vostra brama. Ma bisogna essere delicato cogli amici, massimamente con un uomo, che quanto sa essere splendido e generoso, altrettanto è oculato ne' suoi affari. Mi confessate d'aver sofferto delle peripezie, e lo credo. Ciò potrebbe far degli ostacoli al fine a cui tendete, poiché ove trattasi d'interesse, la sola garanzia dell'onestà non è sufficiente. Gli scriverò dunque, ve lo ripeto, e la mia raccomandazione non sarà male accetta, ne son sicuro, tosto che dal lato delle vostre circostanze non vi sia cosa che ne distrugga l'effetto. Ne saprete il risultato a suo tempo.</p>
<closer>Sono sempre qual prima il vostro amico e comp.e <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1106.</head>
<opener><salute>Al Prof. LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Credo che questa sera in casa di Paradisi avremo qualche polmone scoppiato dal ridere, e questo sarà miracolo del Sonetto Borghiano che m'avete mandato. Fo conto di conservarlo, perché mi si legga in punto di morte, ben sicuro di andarmene all'altro mondo ridendo. Ma, per dio, anche la traduzione delle mie povere Ottave non cogliona, e scommetto che Borghi non è capace di una tanta scempiaggine. Eppure ella ha fruttato all'autore cinquanta zecchini di regalo, e il bell'elogio che avete veduto. Ma che farci? Il <title>Giornale Italiano</title> presentemente è nelle mani di una bestia francese, che non sa sillaba di buon italiano, meno assai di latino, e decide di tutto. L'enormità de' suoi spropositi lo fa sicuro da ogni confutazione, perché nessuno vuol degradarsi con sì sciagurato avversario.</p>
<p>Del resto la <title>Spada di Federico</title> è stata vendicata da altri due traduttori, e con molta bravura. Se le lor versioni si faran pubbliche, le manderò.</p>
<p>Conservatemi la preziosa vostra amicizia, salutatemi caramente la Costaguti e Cassoli, regalatemi spesso di bei versi siccome gli ultimi, e credetemi immutabilmente il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1107.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Confortatevi di buona speranza. La lettera del Cesarotti al Rossi, sulla quale ho sempre insistito, produrrà buon effetto, e potrete conoscerlo dalle risposte. La raccomandazione de' vostri talenti, avvalorata da tanto intercessore, l'unico che, come vostro maestro, possa far fede della vostra onestà, del vostro amore agli studi, e anticipare sulla vostra fama avvenire; questa raccomandazione, io ripeto, trionferà di tutti gli ostacoli, e Rossi manterrà la parola. Scritto che siate sull'elenco degli impiegati dell'Istruzione pubblica, il vostro ingegno e i vostri buoni portamenti, e, se occorre, la voce dell'amicizia faranno il resto. Ho tardato questa risposta all'ultima vostra, perché non mi soffriva il core d'affliggervi con vote parole, non consentendolo l'affezione e la stima che vi professo.</p>
<closer>Sono sempre e sincerissimamente il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1108.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Marzo 1807.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ecco la riempitura della piccola lacuna rimasta.</p>
<lg type="nc"><l part="F">Ma di quant'altre spoglie</l>
<l>Nella nave mi serbo, né pur una,</l>
<l>S'io la niego, t'avrai. Vien, se nol credi,</l>
<l>Vieni alla prova, e il sangue tuo, scorrente</l>
<l>Su la mia lancia, farà saggio altrui.</l>
<l part="I">Con questa di parole ecc.</l></lg>
<p>Il giornale bresciano verrà protetto, siatene certo, ma bisogna sollecitarne il piano, e mandarlo.</p>
<p>All'occasione dell'imminente parto della Vice—Regina veggo che non potrò dispensarmi dal far qualche cosa. Ma nulla si può far di buono, se non si sa prima se il parto avrà il pipino o no. Comunque accada, siete voi in grado di addossarvi l'edizione, senza che io abbia a pensare per nulla alla spesa degli esemplari da presentarsi alla Corte, né alla legatura, insomma a niente nientissimo? Non posso dire di quante pagine riuscirà la stampa, ma certamente i versi anderanno oltre il centinaio, ed avendo in animo di far una canzone, con una ventina in circa di strofe, voi avete dieci pagine senza il frontespizio ed il rovescio. Aspetto risposta subito.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1109.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Aveva giurato di non dar più risposta alle vostre lettere. Ma il mio silenzio sull'ultima vostra potrebbe portarvi danno, e rompo il proposito: perché mia deliberazione si è, non di nuocere, ma di non aver più nulla che fare coi prepotenti.</p>
<p>Contemporaneamente a questa riceverete da Paradisi la lettera di vostra nomina. Intenzione del Direttore Generale si è che la sorveglianza da affidarvisi sia quella delle acque del Santerno, del Senio e del Po di Primaro. Nondimeno se un caso straordinario portasse qualche visita fuori del Circondario, sarebbe villania e mancanza di dovere il non farla. Ve l'intenderete con Giusti, da cui dipenderanno le vostre funzioni, e se avete senno darete subito una scorsa a Bologna per questo effetto.</p>
<p>Voi ripetete il mio risentimento dai pettegolezzi di Don Cesare. V'ingannate. Egli ha più cuore di voi, ma la sua età, i suoi malori, i servigi che vi ha prestati col sacrificio della sua salute, finalmente i sacri titoli di fratello, di cognato e di zio meritavano più rispetto e più carità. Egli è vicino a discendere nel sepolcro, e un fratello, una cognata e i nepoti gli dànno la spinta. Coi cani si usa più compassione. Taccio il resto. Solo vi dico che la condotta che si tiene con quell'infelice esacerba tutte le anime che si governano coi principj di umanità e di giustizia; e se io volessi confondere le vostre calunnie sopra Don Cesare non avrei che a mostrarvi le lettere di tutt'altro pugno che contengono il vostro processo. Quelle di Don Cesare non respirano che il dolore d'aver perduto il cuor d'un fratello, e questo stesso dolore è quello che lacera me, sì, me, che non posso dimenticare quei felici momenti della prima mia gioventù, in cui mio fratello Francesco era l'oggetto più caro dell'amor mio. Ed ora? ed ora io non sono per esso che</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1110.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1807</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Vedrai le piccole correzioni che ho fatte all'Ode dopo averti veduto. Il <hi rend="italic">Salve</hi> messo in bocca a que' Genj che vengono a ringraziare la loro benefattrice, spero ti piacerà. Gli altri cangiamenti li abbandono al tuo gusto.</p>
<p>Paradisi ieri mattina annunziò al Principe la mia Ode come poesia veramente degna d'orecchio sovrano, e S. A. l'attende. Piacerebbemi adunque che nell'articoletto promessomi (e che ti raccomando) inserissi che questi sono i versi da desiderarsi dai Principi, ai quali Augusto, bramoso di vivere immortale nella posterità, ha lasciato nel rigoroso suo editto sopra i poeti il bell'esempio della riserva da praticarsi dai grandi Monarchi co' letterati. Questa idea mettila come ti pare, ma pregoti di non lasciarla. Tu vedi a che tende.</p>
<closer>Sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1112.</head>
<opener><salute>Al Cav. GREGORIO COMETTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Caro Cometti.</p>
<p>La trascritta Ode è il componimento che in quattro giorni e quattro notti ho fatto per la nascita della Real Primogenita. Lamberti, Paradisi, Foscolo, Rossi e altri pochi, che l'hanno sentita, la giudicano cosa in tutti i sensi perfetta, e nel suo genere, misto di sublime e di tenero, superiore alla <title>Spada di Federico</title>. Io non posso ancora sentir ciò che vale, perché le idee della mente non sono ancora placate, né la ragione mia propria può pesare il lavoro della fantasia che a sangue freddo. Ma il cuore e la coscienza mi dicono che ho scritto bene.</p>
<p>Ieri mattina Paradisi l'ha annunziata al Principe come cosa degna dell'orecchio sovrano, e S. A. l'aspetta con impazienza. Ma in istampa non potrà aversi che martedì o mercoledì, avendola mandata a Brescia per averne da Bettoni un'edizione bella e sollecita nel tempo stesso. Per non ritardarne la lettura alla nostra Antonietta, ho stimato bene di mandarla in iscritto, e la dirigo a voi per non disturbare la sua convalescenza e non affaticare né i suoi occhi, né la sua mente. Ditele che nello scrivere questi versi l'ho avuta presente sempre al pensiero, e che il desiderio principalmente di far cosa che giustifichi al pubblico la sua amicizia per me, ha servito moltissimo ad animarmi.</p>
<p>Leggetela anche al nostro Azuni, e ditegli che mi farà cosa grata se vorrà annunziarla subito nel suo foglio, onde prevenire le cabale dei tristi.</p>
<p>Salutate gli amici, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1114.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>In aspettazione di una bella e splendida edizione che si sta facendo dal Bettoni di Brescia dell'Ode che ho scritta per la nascita della Real Primogenita, sono stato costretto, per soddisfare al desiderio del Principe, farne eseguire dentro 24 ore la piccola che vi trasmetto, riserbandomi di mandar l'altra subito che sarà giunta. Delli sei esemplari che ora riceverete mi farete cosa grata dandone uno a Mimaut, uno a Buttura, e un altro a Giardini. Non voglio dir sillaba che anticipi il vostro giudizio su questo componimento, ma lo attendo netto secondo l'impressione che vi farà. Il nostro armento poetico aveva preparato una grande scacazzata di versi, ma tutti sulla lusinga che il parto dovesse esser maschio. Potete immaginarvi il loro scompiglio all'udire che la prole era senza pipino. Nondimeno una gran parte non ha fatto che mutare i mascolini in femminini, e si è veduto la Culla Reale inondata da poesie ermafrodite, alcune delle quali augurano all'augusta bambina che ella possa un giorno imitare le virtù e le imprese (udite pazzia)</p>
<quote><lg type="nc"><l>Di Lui che è l'arbitro</l>
<l>Del Mondo intero</l>
<l>Col suo terribile</l>
<l>Valor guerriero.</l></lg></quote>
<p>Così ha cantato il canonico Baruzzi segretario del Grande Elemosiniere. Io ho preso per argomento un bel tratto di beneficenza con cui il Principe volle rendere giorno di benedizione per tutto il Regno il giorno in cui Egli divenne padre nel seno della sua famiglia.</p>
<p>Ho veduto Guicciardini il quale mi ha consolato colle buone nuove della vostra salute, di cui l'ultima vostra m'avea messo qualche timore.</p>
<closer>Teresina e Costanza vi salutano distintamente, ed io sono eternamente il vostro servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1115.</head>
<opener><salute>A MELCHIOR CESAROTTI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Carissimo Cesarotti.</p>
<p>Perché io non abbia questa volta a comparir negligente, v'indirizzo per la posta l'ultimo mio lavoro; e siete il primo a cui lo spedisco, siccome primo nella mia stima. Coglierò in appresso qualche occasione per mandarne un esemplare a Barbieri ed a Pieri. A proposito di quest'ultimo, la vostra lettera ha prodotto l'effetto che io ne aveva pronosticato. La Direzione degli studi non tarderà ad impiegarlo; e voi gusterete il piacere di questo beneficio.</p>
<p>Fra poco uscirà il saggio della omerica traduzione di Foscolo. Questo meraviglioso e strano cervello ha voluto ad ogni patto inserirvi qualche cosa del mio: ed io, desideroso come era da molto tempo di far palese al pubblico la mia venerazione per Cesarotti, ho colto il pretesto di censurare certo suo verso, finendo col mettermi umilmente sotto i suoi piedi. Foscolo che pur esso altamente vi stima, ha fatto (credo, in qualche nota) lo stesso; e questa parmi la lode che deve più lusingare i grandi ingegni, quale voi siete. Foscolo vi manderà egli stesso la stampa, come sarà compiuta. L'Annetta mi ha scritto da Venezia. Ella ha gran cuore pe' suoi amici: e il suo appassionato entusiasmo per Cesarotti dona a' suoi trasporti un certo carattere di rispetto, che la rende molto più degna di ammirazione.</p>
<p>Credete però che qualche altro cuore divide i suoi sentimenti.</p>
<p>Salutatemi Barbieri e Pieri; né vi dimenticate del vostro amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1116.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>In piego separato e fatto a modo di carte stampate per diminuirvi la spesa di posta, riceverete tre esemplari d'un'Ode presentata al Principe ieri mattina, uno per Bettinelli, uno per Murari, e l'altro per voi. Ho scelto questa volta, un genere tutto lirico per disturbare dal preteso suo principato quel buffone di Cerretti, il quale predica se stesso unico in questo arringo. Son certo di dar nel gusto al povero Bettinelli, la cui riputazione e i cui anni meritavano più rispetto da quel ridicolo fanfarone vestito da Arlecchino, il cui abito, come sapete, è un tessuto di pezzetti di vecchio panno tolti qua e là.</p>
<p>Parlai ieri l'altro dei vostri sospetti con Bellani, e ambedue concludemmo che voi avete sognato.</p>
<p>Siate dunque tranquillo, ed amate il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1117.</head>
<opener><salute>A SAVERIO BETTINELLI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Caro Bettinelli.</p>
<p>Arrivabene vi presenterà in mio nome un nuovo attestato della mia stima e della tenera e leale amicizia che vi professo. È un'Ode dei 14 Marzo corrente, relativa ai <hi rend="italic">Licei Convitti</hi>. La culla della Real Primogenita è stata inondata di poesie ermafrodite, preparate anticipatamente dal nostro armento poetico per un reale fanciullo, e applicate, dopo, Dio sa come, al sesso contrario. Per allontanare ogni sospetto di anteriore preparamento io ho fatto scopo a' miei versi una singolare beneficenza decretata dal Principe il giorno stesso in cui è nata la Principessa. L'argomento mi è sembrato assai bello. Voi che siete il <foreign lang="lat">Quæsitor Minos</foreign> dei poeti ne darete la vostra sentenza, alla quale io chinerò umilmente la testa. Mando quest'Ode anche a Cesarotti e a Pindemonte.</p>
<p>Amatemi, caro Collega, e siate certo che vi porto nel cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1118.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Voi siete sempre occupato a contar zecchini e a far computi, e io mi stillo il cervello a far versi. Il parto della nostra amatissima Vice—Regina ha dato un grande affare a tutte le Muse: e la mia, che è Musa di corte, non dovea star cheta. Grazie a S. Apollo il mio canto è stato sommamente gradito, e ne ho raccolto un suffragio dal pubblico sì lusinghiero, che nol darei per mille delle vostre doppie. Per mezzo di Cicognara ho mandato a Bartolucci un esemplare della mia stampa. Quello che vi acchiudo potrà servirvi per contentare l'erudita curiosità di mons. Tesoriere.</p>
<p>Veniamo ad una preghiera che mi vien fatta, ed è frutto dell'amicizia, che tutti sanno che voi avete per me. E prima di esporla vi sia ben chiaro, che io non voglio, per il valore di tutti i mondi possibili, che sia fatta la minima minimissima forza al vostro cuore, perché terrei piuttosto a perdere un occhio, che a mettervi in qualsivoglia imbarazzo. Ecco l'affare.</p>
<p>Questo ex marc.e Marcello Saporiti mio amico (e veramente uomo d'onore) ha acquistato dei fondi nel Regno per circa un milione di lire milanesi. Per soddisfare a certe scadenze residue, vorrebbe realizzare alcuni suoi capitali risultanti da <emph>vaglia girabili</emph>. I banchieri milanesi, che fuori di Milano non accetterebbero né pur la firma di Lucullo e di Creso, ricusano di accettare un <hi rend="italic">vaglia</hi> contro Belmonti di Rimino, erede ed amministratore del patrimonio Cima per residui prezzi. Questo <hi rend="italic">vaglia</hi> è munito, vel giuro, di tutte le possibili assicurazioni, ma non scade che nel venturo novembre , e nella Romagna né in Bologna non vi sono banchieri di firma accreditata. Ora l'operazione bancaria che si vorrebbe, senza che voi abbiate a tirar fuori di tasca né pure un soldo, la conoscerete dall'annesso foglio, sul quale, fatte le vostre osservazioni, mi darete liberalissimamente la risposta che crederete. E se vedendo di poterci fare, senza alcun vostro rischio e discapito, il piacere che si dimanda, stimerete bene il verificar prima esattissimamente l'esistenza e la sicurezza del credito contro il Belmonti e il patrimonio Cima ch'egli amministra, scrivendone direttamente al medesimo debitore, o a qualunque altro vi piacerà, voi agirete secondo il desiderio dello stesso Saporiti, il quale a vostra cauzione è pronto a girarvi per un di più un altro <hi rend="italic">vaglia</hi> immancabile contro il cons. Conti di Faenza, uno dei più agiati possidenti del Rubicone, e mio amico integerrimo.</p>
<p>Se poi vi sorge in contrario qualunque siasi vostra particolare difficoltà, abbiate per non detto quanto vi scrivo, perché il piacere di servir Saporiti e trarlo da un imbarazzo in cui trovasi, non può in veruna maniera star in bilancia colla mia amicizia per voi. Qualora poi il bisogno di Saporiti sia conciliabile col vostro interesse colle più esatte cautele, allora, solo sarò contento che voi ascoltiate le mie premure.</p>
<p>Comunque risolviate, mi basta una risposta ostensibile, che faccia fede della mia raccomandazione.</p>
<closer>Mille saluti alla bella Ninetta, e non vi stancate di voler bene al vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1120.</head>
<opener><salute>A ENRICHETTA DIONIGI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Valorosa e carissima Amica.</p>
<p>M'avete eccitato a scrivervi qualche volta; ed io aspettava occasione d'obbedirvi. La mia Musa, men delicata che la vostra, ha offerto giorni sono un tributo di pubblica riconoscenza alla culla della nostra Real Primogenita, ed eccovi i versi che ha cantato. Graditeli come nuovo attestato della mia stima, e recitati da voi fate che acquistino qualche pregio nell'orecchio dell'egregia vostra madre. Avrei desiderato i colori del suo pennello per dipingere degnamente il quadro delle deità che ho condotto intorno alla cuna reale. Ma certi fiori di sentimento non sono riserbati che al vostro sesso. Qualunque sia il dono che vi fo, ricordatevi che ne voglio il contraccambio, e che i versi che già mi avete mandato dimandano compagnia. Ricordatevi ancora che la vostra corrispondenza mi è cara e molto onorata. Siatemi dunque qualche volta cortese de' vostri caratteri. Mille rispetti a tutta la vostra casa e proseguite ad essere l'onore delle donne romane.</p>
<p>Vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1121.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Carissimo Signore ed Amico.</p>
<p>Eccovi altri due bei esemplari del Decreto 14 Marzo. Questa poesia è stata onorata di particolar gradimento e dal Principe e dal pubblico. Ciò non farà che il grande Sig. Cavaliere Giambattista Giusti la compatisca dopo il brutale articolo ch'egli ha scritto e fatto inserire nel Giornale di Bologna sopra la Spada di Federico. Il pubblico è sdegnato di sì villano procedere, ma l'indignazione degli uomini non tocca le anime spogliate di verecondia. All'infame giudizio di quel Giornale avrei potuto opporre quello di tutto il fior degl'ingegni che onora l'italiana Letteratura, e le tre traduzioni latine che se ne sono fatte, e la coscienza di tutte le persone di gusto e d'onore. Ma un folliculario senza pudore merita egli una seria confutazione? Un uomo che ha solennemente rinunziato ad ogni riputazione col mettersi in lega col galeotto Lattanzi dovrà egli vantarsi d'avermi mosso a rispondergli? E taccio che Giusti non ha mai ricevuto da me che profusione d'amicizia. Ciò basti per definirlo.</p>
<p>Scusate questo mio sfogo sopra un oltraggio non meritato, e tanto più sensibile, quanto che mi viene da una città ove sono stati sempre in pregio i buoni costumi e le buone lettere. Ieri si è fatta lunga commemorazione di voi con Appiani, il quale vi si professa molto obbligato e vi ama, ma non quanto il vostro</p>
<closer><signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1123.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ROSINI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Mi avete messo in una gran tentazione; e se non fosse che posdimani qui cominciano le adunanze degli Elettori per le nomine Legislative e delle Civili Giudicature, ed altre funzioni, dalle quali non so quando saremo liberi, vi giuro che avrei accettato il grazioso invito vostro per la festa del Ponte. Ma non passerà tutto il corrente anno, che noi ci abbracceremo.</p>
<p>Cattivo giudice qual sono, dirò ingenuamente il mio parere sulla vostra Prolusione, e son certo di non aver che lodi da scrivervi; né veruna cosa mi sarà così grata come questo tributo di giustizia.</p>
<p>Le nostre opinioni intorno ad Alfieri concordano perfettamente, e senza saper nulla del vostro giudizio sulla sua versione di Virgilio, aveva già scritto a Carmignani che la medesima era qui tenuta per ladra e barbara cosa. E per commento al giustissimo vostro detto, che non è vero che i bei versi siano sempre lirici, io vi manderò tra non molto alcune mie considerazioni che attualmente si stampano su questo proposito. In somma, è forza che l'Italia, o presto o tardi, si persuada che Alfieri è un grande ingegno, ma mancante di gusto nel verseggiare, e il rovescio della natura nel dipingere le passioni, che in lui sono tutte affare di testa, senza licenza del cuore.</p>
<p>Da Tassoni riceverete voi e Pacchiani un esemplare dell'Ode che la stanca mia Musa ha cantato ultimamente alla culla della nostra Real Primogenita. Dico <emph>stanca</emph>, non perché, grazia a Dio, gli anni sien troppi, ma perché queste poetiche divagazioni mi disturbano da lavoro che più mi preme. E frattanto il mio dovere portava che io non mi dovessi star muto.</p>
<closer>Mille rispetti alla futura comare, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1124.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Voi pure sareste mai nella lega degli sciaurati che, intercettando le mie lettere a vostro padre, tradiscono il più sacro dei depositi, quello del pensiero, perché tremano delle verità, che potrebbero contenere? Non lo credo, e vi do una prova della mia stima affidandovi l'acchiusa per vostro padre, per un padre ingannato dalla propria famiglia. La lettera è piena di verità; ma le scrive un fratello, e questo vi rassicuri. Vi rendo responsabile delle disgustose conseguenze che ne verrebbero, se l'occultaste, e a posta corrente aspetto il risultato della fiducia che pongo nella vostra saviezza.</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1125.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Uomo acciecato!.</p>
<p>Voi siete tradito, e i traditori sono i vostri figli medesimi, diretti da una madre mal consigliata. Due lettere che vi scrissi della stessa data che quella del Consultore Paradisi, e che impostai io stesso colle mie mani, queste due lettere voi non le avete sicuramente vedute, poiché una di esse conteneva dichiarazioni troppo importanti per non lasciarle senza risposta. Il suo principio era alquanto esacerbato, egli è vero; ma finiva con una tenera ricordanza dei beati momenti della prima mia gioventù, in cui le nostre anime non ne facevano che una sola, e il mio fratello Francesco era il mio tutto. Vi parlava del dolore in cui vive il povero Don Cesare, costretto dai mali trattamenti della vostra famiglia, a separarsi da voi, vi diceva, l'angoscia mia propria nel vedervi divisi, e l'idea del mio infinito rammarico vi avrebbe, ne son certo, data una scossa, e fatto volare nelle braccia sempre aperte dell'infelice vostro fratello. Ebbene: i vostri più cari vi hanno invidiato questo celeste contento intercettandovi le mie lettere, e allontanando sempre più una pace troppo temuta da chi soffia tra noi la discordia. La coscienza del torto tiene vigilanti i colpevoli, ma verrà tempo in cui la viva mia voce li chiamerà in giudizio e rivelerà l'iniquo sistema di cabala che vi circonda per ingannarvi e spegnere del tutto nel vostro cuore il più sacro dei sentimenti <hi rend="italic">la carità di fratello</hi>, d'un fratello che, dopo aver consumata la sua salute in servirvi, vorrebbe discendere tranquillo nel suo sepolcro, e portar seco la vostra benedizione.</p>
<p>Ma la misura è già colma. Le colpe della vostra famiglia diventano tutte vostre, ed eccovi la mia estrema irrevocabile dichiarazione. O riconciliatevi con Don Cesare, o io ho cessato di essere vostro fratello. E la riconciliazione cominci da due passi comandati l'uno dalla, natura, l'altro dal vostro onore e dal mio.</p>
<p>1.La vostra famiglia (parlo in generale) ha mancato di rispetto a Don Cesare, l'ha insultato più volte, gli ha fatto in somma bevere il calice del disprezzo; e la vostra famiglia ripari una volta i suoi torti nel modo che il carattere di zio, di cognato e di nostro maggior fratello richieggono. Questa riparazione è scritta dalla natura nel cuore di chiunque professi generosi principj di morale e d'educazione. L'orgoglio, la gelosia, le pretensioni, i risentimenti, tutte queste basse passioni debbono essere sacrificate all'altare della carità; la maggioranza del grado e degli anni deve in una savia famiglia riacquistare i suoi diritti, e chi non si sente capace di questo nobile sacrificio merita esecrazione. Quando un dì vi farò nota la gravissima ingiuria, che ultimamente per conto vostro io ho perdonato a persona, che nel vostro novello impiego vi può fare del danno, imparerete che non v'ha sacrificio che non sia dolce per un fratello anche quando si hanno delle ragioni per esserne malcontento.</p>
<p>2.Qualche vostro agente o fattore ha replicatamente trattato Don Cesare con villania. Costui dunque o costoro siano sull'istante cacciati dal vostro servigio, a meno che non ottengano il loro perdono a piè dell'offeso, o vi giuro, per Dio, che verrò io stesso a pigliarmi la mia soddisfazione sopra i birbanti che mi hanno oltraggiato nella persona di mio fratello. E considerate bene che l'oltraggio è vostro egualmente che mio, e che, lasciandolo impunito, dareste motivo di sospettare d'averlo ordinato voi stesso.</p>
<p>Quando mi farete intendere d'aver adempite queste due condizioni, io tornerò ad essere con voi e con tutta la vostra famiglia quello di prima.</p>
<closer>Per ora non sono, né posso essere che <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1126.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Marzo 1807.</date></opener>
<p>Un'espressione dell'ultima vostra mi fa comprendere che voi non siete collegato con gl'insensati che occultano le mie lettere a vostro padre. Perciò vi rispondo, e prima do sfogo alle vostre raccomandazioni pel signor Ravalli.</p>
<p>Non ricuso di parlare a Paradisi per lui, ma una parola di Passega sarà più efficace. Alla venuta costà dell'ispettore Canova trovi modo il vostro amico d'insinuarsi presso di lui, e questo pure sarà ottimo mezzo. Io intanto ne moverò discorso con la Direzion Generale.</p>
<p>Veniamo a cosa più seria. Il giorno stesso ch'ebbe corso la lettera di Paradisi io ne impostai altre due colle mie proprie mani, e ambedue sono state intercettate. Me ne accorgo dalla vostra, e più da quella di vostro padre, e dal silenzio ch'egli tien meco sull'oggetto importante della prima di quelle lettere. La seconda non era che di due parole, ma indicava la prima, e i congiurati dovevano occultar anche questa. Ciò va in regola. Ma il tradimento deve uscir alla luce, mio fratello deve saper netti i miei sentimenti, e se questi pesano su certe coscienze, un giorno potranno ancora costar lagrime a chi per rimorso tenta sopprimerli. Questa soppressione di lettere in materia che riguarda la pace delle famiglie è grave delitto, e non può perdonarsi che ad una totale mancanza di cervello. E il cervello veramente gli è un pezzo che è fuggito da certe teste, e la coscienza de' propri torti ha fatto loro abbracciare il disperato e infernale partito di fomentar le discordie. Ma se nel cuore de' miei infelici fratelli non è morto del tutto ogni sentimento di religione e d'onore, la pace deve tornare, e questa pace deve cominciare dalla riparazione degli affronti che si sono fatti a Don Cesare. Io non domando restituzione di rendite né di poderi; domando rispetto a me stesso nella persona di mio fratello, rispetto al decoro della famiglia divenuta un pubblico scandalo, e rispetto finalmente a vostro padre medesimo, circondato da traditori e traviato da chi, staccandolo dal cuore de' suoi fratelli, lo precipita nel sepolcro.</p>
<p>Accortomi della cabala domestica che gli toglie la cognizione delle mie lettere, io replico quest'oggi a vostro padre i perentorj miei sentimenti, ed ho inclusa, la lettera in altra mia a Giuseppino vostro fratello, che credo pure innocente.</p>
<closer>Le risposte mi faranno conoscere se questo e con voi e con tutti dovrà essere l'ultimo addio di <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1129.</head>
<opener><salute>A LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Aprile 1807.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Prima di tutto o lasciate da parte le formole di complimento, o anch'io vi chiamerò non più carissimo amico, ma veneratissimo e magnifico sig. Professore. Veniamo adesso al vostro Liceo.</p>
<p>Ho parlato, è pochi momenti, con Rossi. Egli mi assicura che coteste scuole non soffriranno alcuna sinistra vicenda, e come buon Reggiano si adopera perché siano migliorate di condizione. Fidato sulle sue parole, vi esorto dunque ad esser tranquillo.</p>
<p>Voleva mandarvi il mio Genetliaco, ma non mi è capitata ancor l'occasione, e il mandar per la posta carte stampate è una vera indiscrezione. Per obbedirvi e diminuirvi la spesa postale ve ne spedisco un esemplare in piego separato e mezzo aperto. E se non sapessi che anche così costano molto, ve ne avrei aggiunto due altri esemplari, uno per la Costaguti e l'altro per Cassoli. Ma il farò per la prima occasione a mano, e in più bella e grande edizione. Vi ringrazio intanto del lusinghiero suffragio, di cui l'avete onorata.</p>
<closer>Amatemi, comandatemi e credetemi qual sono sinceramente il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1133.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">6 Aprile 1807</add>.</date></opener>
<p>È chiaro che va scritto <foreign lang="lat">ænei</foreign>, e che la mia è stata una svista. <foreign lang="lat">Ænei</foreign> non è nella Crusca, ma in buoni autori, e l'Alfieri l'adopera a sazietà. <hi rend="italic">Purificarsi, gittar, offrir</hi> sono infiniti, e amo di farne una figura favorita dei buoni latini, piuttosto che una eleganza.</p>
<p>La tua lettera non l'ho avuta che questa mattina, giorno 6, e subito ti rispondo, ma non credo che oggi parta la posta.</p>
<p>Di' a Bettoni che parlerò a Rossi per il cenno ch'egli desidera nel <title>Giornale Italiano</title>. E del bresciano nulla scrivi? Se sei partito senza dirlo al Ministro hai fatto male, e però ti consiglio a sollecitare il tuo ritorno.</p>
<p>Sta sano.</p>
<p>P. S. Rimando i fogli corretti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1134.</head>
<opener><salute>A IPPOLITO PINDEMONTE — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">primi di Aprile 1807</add>.</date></opener>
<p>Illustre e carissimo Amico.</p>
<p>Ora per mezzo di Foscolo, ora per Rosmini mi sono sempre fatto un dovere di inviarvi le cose mie come vero attestato, qualunque siasi, della mia stima. Al presente sì l'uno che l'altro è fuori di Milano. Piacciavi adunque, egregio sig. cavaliere ed amico, che questa volta io metta a profitto la loro lontananza, e mosso dai medesimi sentimenti vi spedisca io stesso direttamente un esemplare dell'ultimo mio lavoro. Questo non è certamente compenso al regalo delle vostre divine epistole; ma sarà, se non altro, contrassegno di devozione, e ciò basta perché dobbiate gradirlo. Non mando questi miei versi all'Annetta Vadori, perché mi sarebbe caro che recitati dalla bocca vostra acquistassero qualche pregio. Del resto assicuratela che a prima occasione li manderò e in più bella edizione.</p>
<p>L'Epistola direttavi da Foscolo sui <title>Sepolcri</title> è degna del vostro nome. Doveva e voleva esser io l'editore e dedicatore di questo bel pezzo di poesia. Ma la libertà e l'ardimento di certe sentenze contrasta coi riguardi che debbo alla mia situazione, e Foscolo stesso è stato il primo a riflettere che io, mettendo ad effetto il mio desiderio, avrei somministrato qualche arma alla malignità di qualche tristo per nuocermi. Sono dolente del vedermi tolta questa bella occasione di far palese al pubblico l'alta mia stima verso di voi: ma siavi grato anche il solo tributo dell'intenzione.</p>
<p>Onoratemi per mia quiete di una parola di riscontro e abbiatemi per primo nel numero dei vostri estimatori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1137.</head>
<opener><salute>A ISABELLA TEOTOCHI—ALBRIZZI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Signora.</p>
<p>La più cara adunque e la più fortunata delle mie poetiche strimpellate sarà la mia Ode genetliaca, poiché questa mi ha fruttato la graziosa lettera della più colta ed amabile fra le donne. Io non poteva desiderare a' miei versi miglior mercede, e le lodi di cui Ella gli onora sono per essi il bacio di Venere che rendeva immortale ciò che toccava. La ringrazio pertanto dell'apoteosi ch'Ella ha fatto di questi miei figli.</p>
<p>Volesse pur Dio che le fossi vicino, e darei mille delle fantastiche notti, di cui mi scrive, per un momento di sole, di quel carissimo sole che in Roma fece girar la testa al povero Arteaga, e offese molto anche la mia. Vorrà Ella crederlo? La sua lettera ha riaperta alquanto una piaga che allora le fu tenuta occulta dalla virginale modestia dell'ammalato, e di cui tutta la geometria del nostro Franceschinis non avrebbe saputo misurare la profondità. La rivelazione di un trionfo ch'Ella forse ignorava le sia d'eccitamento a volermi bene, e me ne voglia, la prego, per gentilezza se non potrà volermelo per restituzione.</p>
<p>La sua benevolenza renderà beato il suo servitore ed amico.</p>
<p>P. S.</p>
<lg type="terzina"><l>Chiudi, misero cor, chiudi la porta,</l>
<l>Non mostrar tue ferite alla superba;</l>
<l>Ché in quel bel seno la pietade è morta.</l></lg>
<p>Così terminava un sonetto scritto nel tempo di quella febbre amorosa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1138.</head>
<opener><salute>All'ab. VINCENZO BUTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Stimatissimo Sig. Butti.</p>
<p>La vostra gazzetta gode meritamente ottima fama. Non vogliate quindi avvilirla col farla istrumento della malizia di tali che, per desiderio di ferirne, feriscono la riputazione del vostro foglio, e ne fanno passar l'estensore per maligno e bugiardo. L'articoletto che ultimamente vi è stato dato a inserire sul conto mio è falsissimo, e il pubblico illuminato per cui scrivo e che ne' miei versi vede chiarissimo dove i gufi vedono tenebre, ha messo quella impertinente menzogna tutta a carico vostro, ignorando la mano da cui è venuta. Io che la conosco perfettamente, non vi ho addebitato che di semplice irriflessione, e, lungi dal querelarmene, non fo che avvisarvela per vostra norma, poiché, continuando questo giuoco inonesto, mi dorrebbe di dover noverare tra la ciurma vituperata de' miei nemici un uomo onestissimo quale voi siete. E notate bene, che questo è già il secondo abuso che indegnamente si è fatto della vostra buona fede contro di me, che non ho né voglio aver nulla contro di voi, perché quanto godo di essere in guerra coi furfanti che altissimamente disprezzo, amo altrettanto di vivere in pace coi galantuomini.</p>
<p>Gradite, carissimo sig. Butti, questo amichevole sfogo dell'onestà, e credetemi sincerissimamente vostro servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1140.</head>
<opener><salute>Al cav. GIAMBATTISTA GIUSTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">11 Aprile 1807</add>.</date></opener>
<p>Le opinioni letterarie, e anche la rinunzia al buon senso sono libere senza dubbio; ma qual nome darete voi alla libertà di calpestare senza ritegno tutte le leggi dell'onestà, del pudore, dell'amicizia? Nel momento in che voi e Costa facevate ambedue un gran consumo di spirito e di giudizio per farvi un giuoco villano della mia reputazione, io mi compiaceva di contar l'uno e l'altro nel numero de' miei più intimi amici. Tutto il pubblico con sentimenti di sdegno vi accusava artefici delle insensate contumelie vomitate contra di me nel <title>Redattore bolognese</title>; e io mi ostinava a difendere i vostri nomi, e a predicarvi incapaci di tanta bassezza. Giusti e Costa, in una parola, abitavano nel mio cuore accarezzati e custoditi con tutto lo zelo dell'amicizia, e Giusti e Costa come due vipere vi stillavano il veleno della maldicenza, e rabbiosamente mordevano un petto ancor caldo di vera e purissima benevolenza. Se queste ferite mi fossero venute da mano straniera, né stretta mai dalla mia co' più dolci trasporti della confidenza e dell'affezione, io le avrei curate quanto il morso d'un verme sotto il calcagno; poiché il mio nome, qualunque siasi, ha già ottenuta, buona o cattiva, la sua sentenza al tribunale dell'opinione pubblica, la quale ne' suoi decreti non ha mai consultato l'oracolo di giornali compilati dalla malignità e dall'invidia, né tutta l'onnipotenza delle passioni potrà più cangiare questo decreto senza la mia cooperazione. Ma il pensare che questi dardi vibrati dietro le spalle e in mezzo alle tenebre come quelli dell'assassino, partono da mani che mi erano, e mi sono forse ancor care, poiché le abitudini del cuore han bisogno di tempo per cancellarsi, da mani che un dì fecero nelle mie il sacro deposito dell'amicizia, e sotto la garanzia della morale e del buon costume giurarono un patto da non potersi senza mia colpa mai più disciogliere, da mani, insomma, che per tutti i sacri doveri dell'amistà erano tenute a difendermi anziché a lacerarmi, questa idea mi fa fremere e inorridire. Ciò ch'io sia per deliberare nol so. Sta in mia mano il farvi costar cara la dimenticanza dell'onestà, e per consacrarvi ambedue all'esecrazione del pubblico, del quale avete già meritato solennemente il disprezzo, io non ho che a consegnargli il processo della passata intimità nostra e le prove di non avervi io mai fatta veruna offesa. Ma ne' cuori diversi dal vostro la memoria dell'amicizia fa sentir delle voci che gridano perdono anche quando la perfidia ne ha rotti tutti i legami. Altronde e voi e il vostro complice vi siete tanto abbassati, che io non posso più misurarmi co' miei offensori senza avvilirmi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1141.</head>
<opener><salute>Al dott. ANTONIO BACCHETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Stimatissimo e carissimo sig. Bacchetti.</p>
<p>Addolorato nel più vivo dell'anima, per la perdita di due amicizie indegnameute tradite, il mio cuore aveva bisogno di riempir questo vuoto, e l'offerta che voi mi fate della vostra, stimatissimo e carissimo signor Bacchetti, è per me la più dolce delle consolazioni. L'azione di quei due sciaurati (parlo di Giusti e di Costa) non ha esempio nella storia delle perfidie, né io aveva, ancora provato che il maggior dei dolori è la perduta benevolenza di persone sempre amate, né mai offese. Siate adunque ben certo che abbraccio con avidità il dono che voi mi fate, come io son certo di custodirlo gelosamente per il tempo della mia vita.</p>
<p>Le vostre osservazioni apologetiche comunicatemi dall'amico Tambroni manifestano un criterio nudrito della lettura dei classici, e fanno onore al vostro ingegno egualmente che al vostro cuore. Ma l'invidia, priva di occhi e di sentimento, non ha che denti per lacerare, e i gufi non amano che le tenebre. Se io mi stimassi in bisogno di pubblicare i solenni giudizi di Cesarotti, di Bettinelli, d'Ippolito Pindemonte, di Bondi e di presso che tutto il fior degl'ingegni di cui l'Italia si onora, avrei armi da subissare la petulanza di quei due miserabili. Ma come abbassarsi a confonderli dopo che si sono così degradati col calpestare i più santi doveri dell'amicizia e della virtù? E pazienza. vi fosse una sola delle loro critiche turpitudini, che meritasse l'onore della confutazione. Stomacato della loro ignoranza, mi sono contentato di scriver loro la lettera di cui vi acchiudo la copia, e di cui vi lascio l'arbitrio. E perché ne comprendiate bene lo spirito, sappiate che avendo io interrogato il Giusti se io dovevo crederlo veramente autore dell'articolo sulla <title>Spada di Federico</title> siccome la voce pubblica predicava, e avendolo accertato che sull'intima mia opinione intorno alla sua probità, io non poteva, né voleva assolutamente prestarmi a questa credenza, il Giusti dopo tre ordinari di aspettazione mi ha fatta questa risposta:</p>
<quote rend="block">
<p>Giambattista Giusti</p>
<p>«A. C.</p>
<p>Ho tardato a rispondere, e poco posso scrivere perché sto poco bene. L'autore dell'articolo ha voluto nascondere il suo nome. Ha detto il suo parere su i vostri versi, e questa libertà è accordata a tutti. Il tribunale del pubblico, cui vi appellate, non può che decidere a vostro favore. Di che dunque vi dolete?</p>
<p>La Casa Martinetti vi risaluta. Montrone vi ringrazia, ed io sono il vostro aff.mo amico Giusti»</p></quote>
<p>Tale è stata la sua discolpa, e la mia replica è <foreign lang="lat">ad verbum</foreign> quale ve la trasmetto. Mi saprete dire se io l'abbia fatta a proposito.</p>
<p>Imparo che il terzo in questa congiura è il signor Tognetti. Egli ha tutte le ragioni di strapazzarmi, perché io ho con lui il torto d'averlo mal battezzato, e non correndo tra lui e me verun legame d'amicizia, il poveretto fa benissimo a vendicarsi. E il riso che mi desta la sua vendetta fa un bel contrasto coll'orrore che Giusti e Costa m'inspirano. Lasciamolo dunque sfogare liberamente la bile senza pericolo che mi commova. Egli è tanto piccolo che né pure col telescopio di Herschel saprei trovarlo per ringraziarlo d'avermi somministrata materia onde terminare lietamente questa lettera cominciata con tanta malinconia.</p>
<p>Amatemi, comandatemi e credetemi sinceramente vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1142.</head>
<opener><salute>Al conte LEOPOLDO CICOGNARA — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Bravo Leopoldo! Quando si abbonda d'ingegno, si sa fare di tutto e con grazia. I vostri versi son belli davvero, e mi accorgo che i pensieri, prima di andar su l'ali dell'immaginazione, sono passati per le fiammelle del cuore. Scommetto che sei innamorato. Bossi mi aveva già mandato l'esemplare della vostra lettera sulle controversie del Pantheon, la cui maestà vilipesa non si poteva meglio difendere. Mi rendo certo che questo scritto deve avervi fruttato molta lode e benevolenza presso tutti gli amatori delle belle arti, le cui sante reliquie è gran vergogna che nel cuore della stessa Roma trovino dei Vandali peggiori di quelli che vennero dal Settentrione.</p>
<p>Vedo che il vostro soggiorno in Roma non è ozioso. Questo è dunque il momento di dar perfezione all'Opera che avete intrapresa da molto tempo. Me ne mostraste i primi capitoli, e poi non ne ho saputo più nulla. Spero che seguiterete ad occuparvi di questo lavoro, dal quale potrete raccogliere molta lode.</p>
<p>Alla fine del prossimo maggio, se il Principe vorrà permetterlo, spero di essere a Roma in braccio del mio Marconi.</p>
<p>Mi sarebbe pur caro di trovarvi ancora costà, e fo voti ad Amore e alle Belle Arti, perché vi trattengano per rendere piena la contentezza del vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1143.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Voi avete certamente dimenticato che per soddisfare alle commissioni della Ninetta mi resta ancor nelle mani più che la metà della prima cambiale. Vedo la delicatezza che sapete mettere nei vostri doni, e che in tutti i modi volete ch'io sia nel numero dei vostri beneficati. Sia così, e alle dolcezze dell'amicizia uniamo anche il rispetto della gratitudine. Se meriterò che dopo la mia morte qualcheduno scriva la mia vita, verrà notata sicuramente questa singolar circostanza: d'aver io potuto vantarmi d'un grande amico, che gareggiava con un gran monarca nel farmi del bene, e sulla munificenza di questi due resterà indeciso il giudizio.</p>
<p>La Teresina aveva già fermato presso Mad.e Binelli qualche cosa di moda per la Ninetta. Riscossa la seconda vostra cambiale, che subito mi è stata pagata, ha fatto acquisto di un altro abito di tutto estate e di gala, che alla Ninetta piacerà molto, e questo con alcuni altri <foreign lang="fre">disabiglié</foreign> per la mattina, avremo il piacere di presentarli in persona dentro l'entrante maggio. Era mia intenzione il partire al principio del corrente, e l'avrei fatto, o almeno ne avrei chiesto il permesso, se le assemblee elettorali per la nomina delle Magistrature civili di tutto il Regno non mi avessero obbligato a restar in Milano, per non perdere colla mia assenza il titolo d'elettore, che è la prima prerogativa del nostro corpo politico. Queste adunanze sono terminate, e si aspetta il ritorno del Principe nella capitale per presentargli il risultato delle nostre operazioni; ed io sono uno de' deputati. In quest'occasione adunque supplicherò il Principe di accordarmi due mesi di assenza, e verrò a passarne uno in Roma nel seno dell'amicizia.</p>
<p>Nell'impegno che io aveva preso per il mio amico Saporiti potete ben credere che nessuna parola mi è corsa che potesse sbilanciarmi. Il solo desiderio di una buona azione mi ha fatto scrivere, né avrei scritto sillaba, se non fossi stato sicuro sicurissimo che, aderendo alla mia raccomandazione, voi non avreste arrischiato la perdita neppur d'un soldo. Se non fosse che i miei riguardi al vostro interesse vanno innanzi mille miglia a quelli di tutto il mondo, vi direi che la circostanza di questo onestissimo amico mio m'interessava fortemente e che sarebbe stata una gloriosa compiacenza della mia vita l'avergli reso un segnalato servigio a confusione di questi sordidi Milanesi presso i quali è morta del tutto la buona fede. Ma dinanzi a quello che mi scrivete, cessano tutte le mie preghiere. Comunicai subito a Saporiti la vostra risposta, la quale sulla fine portando un tratto generoso che mi lasciava aperta la strada ad insistere, ha dato luogo al biglietto che vi acchiudo unicamente per contentarlo. Fate conto, mio caro, che io non ve l'abbia né pur mandato. La vostra amicizia, il vostro cuore, la vostra generosità risplendono eminentemente anche nella negativa, che giustamente mi avete data, ed è tale che bisogna ringraziarvi anche di questa, e sempre ammirarvi.</p>
<p>L'acquisto di Torre Nuova è un possedimento signorile, ed io andrò a salutarlo e a felicitarlo d'aver cangiato padrone, e darà con Nipoti la caccia alle lodole di cui suole esser pieno. La Ninetta col suo ombrellino ci verrà dietro, e raccoglierà le nostre prede, e sarà la nostra Diana. Se vedete il duca Braschi, ditegli che lo prego di tenermi preparato per questo effetto qualcuno de' suoi eccellenti fucili, con cui mi distinsi anch'io qualche volta nelle macchie pontine.</p>
<p>Vi abbraccio e sono tutto vostro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1145.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">circa il 15 Aprile 1807</add>.</date></opener>
<p>Ti ringrazio, furfante, della lunga lettera che m'hai scritto e di cui sono debitore, non già alla tua amicizia, ghiottone, ma alli 732 versi del primo canto dell'<title>Iliade</title> di Cunich.</p>
<closer>Va bene, ma per questa volta io non sono, no, certo, il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1147.</head>
<opener><salute>Al dott. ANTONIO BACCHETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Aprile 1807.</date></opener>
<p>Stimatissimo e carissimo signor Bacchetti.</p>
<p>Sono assai rattristato d'una cosa scrittavi nella mia dello scorso ordinario. Tambroni mi aveva fatto credere che Tognetti fosse di società con Giusti e con Costa, e su questa credenza io mi lasciai sfuggire, scrivendovi, qualche parola d'ingiuria contro il medesimo. Un articolo di codesto <title>Redattore</title>, mostratomi ieri sera dal Paradisi, mi fa conoscere tutto il contrario, ed io mi trovo d'aver offeso un mio difensore. Spero che voi, informato del fatto, non avrete comunicato a nessuno quell'intempestivo ed ingiusto mio risentimento. Nel caso che fosse corsa qualche manifestazione dello sfogo fatto con voi, pregovi di far noto ai vostri amici l'errore in cui innocentemente sono caduto.</p>
<p>Del resto, le osservazioni del signor Tognetti sono giustissime, ma né egli né verun altro che qui pure ha voluto prendere le mie difese intorno alle <title>Gamelie Vergini</title>, hanno colto nel segno. Svelerò io tutto il mistero, e avranno fine tutte le dispute.</p>
<p>Deità <hi rend="italic">Gamelie</hi>, ossia Nuziali, chiamavansi dagli antichi Giunone, Venere, Diana, le Grazie, e lo stesso Giove. Vedi il commentario di La—Cerda al verso del 4 dell'Eneide: <quote lang="lat">Junoni ante omnes cui vincla jugalia curæ</quote>. Queste Deità <hi rend="italic">Gamelie</hi> godevano della speciale denominazione di <hi rend="italic">Vergini</hi>, e quando volevasi invocarle complessivamente e offerir loro de' sacrifizi dicevasi <foreign lang="lat">Virginibus Gameliis litare</foreign>. Meursio nel suo commentarietto <title>De Puerperio</title> inserito nel 5 volume delle sue opere, edizione fiorentina pag. 281, dopo aver citato a proposito di questi sacrifici un passo dell'<title>Etimologico</title>, soggiunge: <quote lang="lat">et has <hi rend="italic">Gamelias Virgines</hi> intellegit Festus cum inquit: <hi rend="italic">Gameliis Virginibus supplicare nupturae solitae erant</hi>. Neque turbare aliquem debet,</quote> prosiegue il Meursio, <quote lang="lat">quod Juno et Venus virgines adpellentur; nam virgo Latinis, ut partenos Græcis commune etiam nuptiarum vocabulum est</quote>. E il dottissimo uomo appone a queste parole una nota, nella quale avverte che nello stesso significato si usurpa <hi rend="italic">fanciulla</hi> dai poeti italiani, e cita quel verso del Petrarca: <quote>E la vaga fanciulla di Titone</quote>, e una lettera del Redi, il quale ha raccolto molti esempi in conferma di questa asserzione. Certamente <foreign lang="lat">puella</foreign> presso i latini viene appellata comunemente una sposa di fresca età, ed anche le incinte e le vedove. <quote lang="lat">Laborantes utero puellas</quote>, disse Orazio, <quote lang="lat">et viduæ cessate puellæ</quote> Ovidio, né la finirebbe più se si volesse citarne tutti gli esempi, parlando anche di donne già logore e madri di figli grandi e grossi più che il mio critico.</p>
<p>Tornando alle Gamelie, era naturale che quelle Deità che assistevano alle nozze, assistessero anche al parto. Infatti Giunone e Diana, presidenti del coro Gamelio, nel quale oltre Lucina e Illitia entravano ancora le Parche siccome regolatrici del nostro destino, Diana io dico e Giunone erano le prime Deità invocate dalle partorienti, e questa mitologia è tanto nota che lo è meno la torre degli Asinelli. Allorché dunque nella mia ode invece di fare una litania, e nominare una per una Giunone, Diana, Illitia, Lucina e le Parche, le ho chiamate complessivamente <hi rend="italic">Gamelie Vergini</hi>, io mi sono servito della loro antica e caratteristica denominazione, né il vocabolo <hi rend="italic">Vergini</hi> sta nel mio verso come parola usata dai buoni latini per indicare Deità fresche di gioventù, ma vi sta come la complessiva ed unica ed immutabile appellazione loro propria, e vale quanto l'altra di <hi rend="italic">Pierie Vergini</hi> per indicare le Muse, le quali, secondo la stessa favola, che tali le chiama, eran tutt'altro che vergini; poiché Clio era madre di Lino, Euterpe di Reso, avuto dal fiume Strimone, Tersicore delle Sirene, Polinnia di Orfeo, che altri dànno a Calliope, Calliope poi di Talemo, d'Imeneo e di altri figli, Talia di Palefato, Urania di Lino e Imeneo, il primo da Apollo, il secondo da Bacco, e, riandando bene i mitologi, si troverà che Erato e Melpomene perdettero anche esse la loro perpetua verginità in braccio di qualche Dio. Bisogna adunque essere sovranamente ignorante e arrogante per dar di barba al mio verso, né l'ignoranza de' miei lettori entra mai ne' miei calcoli quando scrivo, molto meno quella del signor Costa e di Giusti, ignoranze superiori a tutti i calcoli matematici, ed è questa la prima volta che l'asineria di chi legge siasi messa a carico di chi scrive. Le altre censure del signor Costa sono così balorde e piene di tanta buaggine, che non ve n'ha né pur una che invece di ferir me non ricada sopra Virgilio ed Orazio, e Tibullo, ed Ovidio, e i migliori nostri italiani. Somaro eminente com'è, non mi fa meraviglia se non ha ben compresa né pur l'idea morale del <hi rend="italic">fulgida</hi> applicata al sangue, di cui io dico sparsa la corona di Polonia. Né le ferite, né il sudore, né la polvere sono belle cose sicuramente in se stesse, ma belle diventano quando vi si congiunge l'idea del coraggio e della virtù. Così il sangue è cosa senza dubbio che imbratta, considerato fisicamente, ma moralmente preso è cosa che nobilita le azioni generose come il sudore e la polvere, e se io avessi detto semplicemente <hi rend="italic">boreal corona fulgida di sangue</hi>, e non altro, il critico avrebbe allora certamente avuta ragione di dolersi; ma io ho scritto <hi rend="italic">fulgida del sangue che l'avara Anglia comprò</hi>, e questo doveva avvertirlo che quel sangue non è fisico, ma metafisico, poiché il sangue d'Europa che comprasi dall'Inghilterra non è come quello de' porci per far sanguinacci. Corre la stessa risposta alla censura ch'egli dà al sudore delle nuore Erettee nel ricamare il peplo di Pallade. Il più bel pregio delle arti è il sudore, e non ne conosco di brutto che quello dei testicoli, e quello che il critico spande nel <emph>sudare</emph> a se stesso la riputazione di solenne animale, censurando le cose che non intende. E quando egli battezza per espressione da seicento <hi rend="italic">il lauro cresciuto tra i fulmini</hi> non palesa egli qui pure la sua ignoranza intorno alla proprietà che gli antichi attribuivano all'alloro, quella cioè di preservare dai fulmini? <quote lang="lat">Tiberium principem coronari lauro solitum ferunt contra fulminum metus</quote>, scrive il Masurio, e <hi rend="italic">lauro cresciuto tra i fulmini</hi> vale nel mio verso lauro cresciuto tra i fulmini della guerra, e lo dicono chiaramente i versi antecedenti: « Bella la marzia polvere — Di re guerrier sul crine — Bello il lauro tra' fulmini cresciuto», ch'è quanto dire bella la vittoria acquistata tra i fulmini delle armi; e il <quote lang="lat">fulmina belli</quote> e il <quote lang="lat">fulminat Eufratem bello</quote> di Virgilio è tanto noto, che anche i boccali di Pianoro lo sanno.</p>
<p>Ma io abuso della vostra pazienza. Se udite più movere questioni su queste triche e specialmente sulle Gamelie, chiudete la bocca ai critici colle autorità che vi ho accennate, ma pregovi di tacer affatto il mio nome, poiché l'onor mio vuole che contro siffatte bestie io non mi mova neppure in veste da camera.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Vostro aff.mo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Arriva in questo punto Tambroni, e lascio a lui stesso la cura di farvi giungere la presente.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1153.</head>
<opener><salute>Al Prof. LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 3 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Rossi si è preso il pensiero di mandarvi una copia del mio pagamento generale alla ciurmaglia maligna de' miei censori. La riceverete nel piego del Prefetto, e mi saprete dire se gli ho pagati di buona moneta.</p>
<p>La vostra Ode sinceramente è bella; e se, a parer mio, aveste dato un giro più destro alle prime due strofe, e spiccato meglio il pensiero, non saprei trovar menda in quei versi. Ma i nèi sono talvolta una parte anch'essi del bello poetico; onde ripeto che avete scritto ottima cosa.</p>
<p>Amatemi, e salutate Cassoli. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1154.</head>
<opener><salute>Alla Marchesa ANTONIETTA COSTA — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 3 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Finalmente mi sono spettorato. Da Cometti riceverete la mia risposta alla <title>Revue</title>, e a tutta la gran manica di furfanti che hanno stancata con mal consiglio la mia pazienza. Gianni ha avuto il colpo di grazia, ve l'assicuro; e io gli ho infinite obbligazioni d'avermi somministrati onesti motivi onde poter parlare, e parlare con dignità e senza insulti e senza declamazioni.</p>
<p>La stampa, che ieri mattina ho pubblicata, è a quest'ora nelle mani di tutta Milano, e tutti stupiscono come, in mezzo a tante ragioni di uscir dai gangheri, io sia stato sempre padrone della mia testa. Voi stessa e Cometti e Guerrini vi farete maraviglia come, essendomi convenuto citare una certa lettera del Pagani stampata in Genova del '95, io l'abbia lodata. Il tono con cui ho parlato del Lattanzi senza nominarlo, ha fatto a tutti una grandissima impressione. Io l'ho messo tra due estremi, o rovinarsi del tutto, o aver giudizio per l'avvenire. Staremo a vedere il partito che prenderà. Il Gianni griderà, risponderà, fischierà, ma egli è schiacciato. Qualunque colpo egli voglia avventarmi per mezzo dei giornali di Francia, agitati e commossi dalle sue cabale, tutto cadrà senza effetto. Le sue ribalderie sono svelate; e più saranno le villanie che vomiterà e farà vomitare contra di me, più finirà di macchiare la sua riputazione. Ciò che aggiungo stia chiuso nel vostro segreto.</p>
<p>L'Apologia d'Azuni mi ha cagionato un estremo dolore, ed io ho bruciate tutte le copie che m'ha mandate. Io gli mandai il giudizio dei letterati italiani sul <title>Bardo</title>, perché gli servisse di norma, non perché lo stampasse. Ciò non dovevasi fare senza il loro consenso. Nella mia risposta vedrete che tutt'altre sono le armi di cui mi sono servito. La mia causa non ha bisogno dell'aiuto di nessuno quando ho meco la ragione. Le altrui lodi non sono che irritamento all'invidia, e un pretesto per attaccarmi più vivamente subito che si fa sospettare che io medesimo sia stato quello che ho comunicato all'apologista le segrete sentenze dell'amicizia. In somma l'Azuni mi ha fatto un gran male. Ma per carità tacete quel che vi scrivo. Con una nota, che vedrete nella mia operetta, ho procurato di medicare le villanie che mal a proposito sono state stampate contra di Geoffroy. A prima occasione manderò molte copie della mia risposta, della quale si è già messa mano alla seconda edizione, e sarà più corretta.</p>
<closer>Scrivetemi, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1155.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">SAVERIO BETTINELLI</add> — <add resp="ed">Mantova</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Bettinelli.</p>
<p>Se la stampa che vi compiego mi sopravvive siccome spero, essa farà eterna fede della mia venerazione e della mia stima verso di voi. Aveva bisogno di due cose nel pubblicarla: primieramente di far palesi i sentimenti del mio rispetto verso tutti quelli che sono il decoro della nostra Letteratura, secondariamente, prendendo a ribattere una brutale diffamazione con cui una lega di scellerati, che maltratta anche voi, ha stancata la mia pazienza, io aveva necessità di dirigere le mie ragioni ad un uomo di alta riputazione sì morale che letteraria, e io non ho saputo vedere il maggiore di Bettinelli. Leggete adunque e compiangete la misera condizione delle Lettere de' nostri tempi. Gli scandalosi annali della nostra Letteratura non sono poveri di litigi, ma guerra più sporca ed infame di quella che mi si fa non credo che trovi la simile nella storia del Tiraboschi. Comunque sia, è venuta la stagione di dover rivelare l'iniquità, e io l'ho rivelata, e ho seguito il consiglio di savie ed alte persone, né ho arrischiato sillaba, che non abbia ottenuta prima la loro sanzione.</p>
<p>Ho colta ancor l'occasione di vendicare la fama di Cesarotti strapazzato nel <title>Redattore bolognese</title>, e le poche parole che ho dette per questo punto hanno ottenuto l'applauso de' buoni.</p>
<p>Se non m'interveniva questo disturbo io avrei avuto a quest'ora il tanto desiderato piacere di abbracciarvi personalmente. L'assalto critico o per meglio dire diffamatorio, che m'ha obbligato a restar a Milano, mi è sopraggiunto al momento che io stavo per partirne. Ma questo non è che un contento differito. A voce intenderete più diffusamente un racconto che vi farà fremere d'indignazione. Quello che leggerete non è che l'abbozzo.</p>
<closer>Mille saluti ad Arrivabene e a voi tutto il cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1156.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Giugno <add resp="ed">1807</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Signore ed Amico.</p>
<p>Questa volta non son versi che mando ma prosa e prosa che riuscirà ben amara a più d'uno, e fra questi al maligno ed ipocrita Sig.r Buttura. Al primo leggere che io feci l'articolo della <title>Revue</title> venne subito non tanto a me che al nostro Borghi e Tambroni, ed anche allo stesso consigliere Testi il sospetto che uno dei consarcinatori di quell'infamia (poiché si vedeva evidentemente esser lavoro di più penne e tutte italiane) venne, dico, il sospetto che una di queste fosse la Butturina. Tuttavia non sapeva persuadermi di tanta perfidia; e aveva già fatto pensiero di non uscire dal mio sistema, quello cioè di sprezzare e tacere. Leggerete nel libretto che vi spedisco i giusti motivi che mi hanno mosso a non più tacere, e il come ho saputo gli autori di quella critica impertinente e maliziosissima, tutta opera del Gianni, del Buttura, del Lampredi e di altri che intenderete. La lettera che mi ha scoperta questa infernale congiura, che mi tira alla vita, sta nelle mani de' Superiori sotto il sigillo della onestà e del segreto per testificare la verità, e questa lettera informativa e la gravità dell'offesa fattami nella <title>Revue</title>, hanno eccitato l'indignazione de' più savi miei amici, e tutti, compreso il Segretario del Principe M.r Mejan, tutti hanno gridato: smascherate questi furfanti e scrivete. E io ho scritto, e vi avrei avvisato di quello che io andava a fare, per averne anche il vostro consiglio, se quindici giorni di tempo (quanti ne vuole una lettera per andare e tornare) non fosse stata una sospensione incompatibile colla celerità che io doveva mettere alla confutazione di quell'ingiuria. Dirò di più. Io mi era proposto di perdonare in grazia vostra al Buttura, ma Borghi e Tambroni mi hanno accertato che voi stesso da molto tempo siete poco contento della condotta di quest'uomo, e che il mio perdono sarebbe stato di niun merito presso di voi. Mi sono dunque determinato a non risparmiarlo, e ho rivelata la sua azione inonesta. Nel corso della mia apologia, che risguarda non tanto la critica che la morale, ho soddisfatto al mio cuore ricordando parecchi amici e ragguardevoli personaggi, e pagando a tutti il tributo della mia gratitudine. Tra questi nomi troverete ricordato con tutta l'effusione della stima, del rispetto e della riconoscenza anche il vostro. Il tacere i beneficj che ho da voi ricevuti sarebbe stato un silenzio colpevole.</p>
<p>Il mio scritto si è pubblicato questa mattina, e si spaccia con tanta rapidità che già si è messa mano alla seconda edizione, ed erano già molti giorni che le dimande assediavano la stamperia. Vi ha chi la sta traducendo in francese ed è una penna molto valente. Anche questa versione si stamperà e io la manderò a tutta Parigi perché gli è tempo di finirla coi perversi che tentano di rovinarmi. Vi consoli anche il sapere che non ho scritto sillaba, che non sia prima passata sotto l'esame di Lamberti, Paradisi, de Rossi, e molte altre savie persone, essendomi proposto di parlare schietto bensì, ma senza lasciar correre la minima espressione che non sia grave, dignitosa e decente. Vedrete, spero, che sono stato padrone della mia testa.</p>
<p>Mio amato protettore, mio caro amico, il mio cuore ha sofferto e soffre moltissimo, e il vedermi bersaglio delle perpetue villanie di quattordici o quindici sciagurati che da Parigi a Milano hanno congiurata la mia rovina mi ha tolto il riposo. Quando voi più volte mi scrivevate <quote>non vi prendete pena delle critiche e dei maligni</quote>, e mi facevate comprendere che questi maligni vi erano perfettamente noti, io era ben lontano dal credere che tra questi fosse anche il Buttura. E io vi mandava sempre i saluti dell'amicizia per lui, e anche ultimamente vi pregai di dare al Buttura una copia del mio Genetliaco! Come mai si può nascondere sotto le apparenze dell'onestà un cuore così cattivo? e dirò anche così ingrato? Mi ricordo che quando egli fu nominato professore in non so qual collegio voi, a preghiera mia e di Tambroni, gli pagaste fino il letto e gli regalaste dieci Luigi. E quante volte non ho eccitato la vostra pietà a suo favore?</p>
<p>Il racconto che leggerete nella seconda parte della mia stampa e che rivela tutta la serie delle diaboliche persecuzioni del Gianni mi rende certo che vi farà compassione, e io non ho mai avuto bisogno di essere da voi amato, compatito e protetto quanto al presente.</p>
<closer>Iddio vi conservi all'amore di tutti e specialmente al vostro povero <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se ho sfogato un poco il mio cuore contro il Buttura vi prego e vi supplico che i suoi torti verso di me non gliene facciano alcuno verso di voi. Voi potete e dovete perdonare. L'avrei fatto ancor'io, se nel mio caso il perdono non tornasse tutto a mio danno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1157.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 5 Giugno 1807.</date></opener>
<p>La tua idea mi piace, ma non ho che sei esemplari dell'opuscolo, e son quelli che ti mando restando senza. Lo stampatore ne ha fatta l'edizione per conto suo, e vedrai nell'ultima pagina la sua protesta. Ne dimanderò altri sei o dieci esemplari, e il prodotto lo verserai nella cassa di beneficenza. Io non ho tempo né d'intervenire alla Loggia, né di scriver la lettera, ma tu, mio buon amico, fa tu le mie veci e scrivi quel che ti pare. Ti do carta bianca.</p>
<p>Ringrazia, e ringrazialo subito, il Ministro della lettura che ha fatto del mio libretto, e digli che il suo voto mi è quello di Platone e che mi è carissima la sua benevolenza.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1158.</head>
<opener><salute>Al dott. ANTONIO BACCHETTI Membro della Società Medica di Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 5 Giugno <add resp="ed">1807</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Dimani o posdimani la vostr'opera su i bagni della Porretta verrà annunziata con lode in questo Giornale officiale. Il Segretario dell'Istruzione pubblica mi ha promesso di proteggere a spada tratta la vostra causa, e mi manterrà la parola. Attende solamente la vostra giustificazione intorno ai motivi che hanno ritardata la pubblicazione del vostro libro, e gli altri schiarimenti di cui Tambroni vi deve avere già scritto.</p>
<p>Dallo stesso Tambroni avrete ricevuta la lettera che io ho stampata in risposta al libello della <title>Revue</title>. Ho dato in ultimo un tocco ai due arcifanfani Giusti e Costa. La mia moderazione crescerà il loro torto nel giudizio delle oneste persone. Ma se Giusti è un uomo senza morale, il Costa è senza cervello. Ho letto la sua arrogante censura, e per dio non ho mai veduto cosa più sciocca.</p>
<p>Vi ringrazio sempre del vostro zelo per me. Ma che volete farci? Sono cimici e pulci, che mi si sono ficcate dentro i calzoni, e se io vinto dalla impazienza non calo le brache e non ne fo una solenne spulciata, seguiteranno sempre a inquietarmi. La mia risposta a Filebo contiene un poco d'arsenico contro questi insetti schifosi. Staremo a vedere.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1163.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>L'opuscoletto che riceverete accompagnato da questa lettera, vi dirà i motivi, che mi hanno forzato a differire la mia partenza. Alla vigilia della medesima il galeotto Lattanzi d'accordo col gobbo Gianni, dimorante in Parigi, pubblicò in Milano una critica personale e diffamatoria contro di me, critica che il gobbo aveva prima fatto inserire in un foglio pubblico di Parigi. Intenderete dalla mia risposta le veementi ragioni che per difesa della mia riputazione, non già presso gl'Italiani, ma presso i Francesi, mi hanno fatto rinunziare alla pazienza e obbligato a rivelare una delle più inique cabale di cui la storia letteraria sia mai stata contaminata. Dapprincipio ne provai della pena, ma ora non posso che ringraziarli d'avermi forzato a rispondere. Lo scopo che io mi era prefisso l'ho ottenuto interissimo, e tutto il pubblico alza la voce dell'indignazione in favor mio. Desidero che leggiate la stampa che vi trasmetto. Ella è tale che quantunque lontana per la sua materia dalle vostre occupazioni, nondimeno vi darà qualche diletto. Dovete leggerla ancora per un altro motivo. Alla pag. 73 troverete una lunga nota che vi risguarda. In essa ho soddisfatto nel miglior modo che io poteva alla mia gratitudine ed amicizia verso di voi, e tutti hanno lodato questo pensiero. Marconi è divenuto oggetto di ammirazione, e anche dopo la mia morte resterà in quella nota un monumento dell'amor mio. Dimani presenterò al Viceré il mio libretto, e rinnoverò le mie preghiere onde mi accordi quattro mesi di libertà, onde volar finalmente nelle vostre braccia.</p>
<p>Se Cicognara è in Roma gli direte, che gli mando due esemplari dell'operetta, uno per sé, l'altro per monsig. Bartolucci, sotto i cui occhi mi preme che passi immediatamente.</p>
<p>Nel venturo ordinario spero di potervi dire il giorno della mia partenza.</p>
<closer>Mille saluti all'Annetta, e amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1164.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Martedì, o sicuramente Mercoledì prossimo a mezzo giorno sarò in Mantova ad abbracciare Bettinelli e voi, e partendo da Cremona conto di arrivarvi per tempo per passare tutto il resto del giorno in compagnia del nostro buon vecchio. Ma vi prego di non dirgli nulla. Giunto ch'io sia vi farò subito avvisato, e andremo a sorprenderlo.</p>
<p>In persona adunque darò risposta all'ultima vostra carissima, e faremo una visita alla Virgiliana, se non sarà molto distante da Mantova.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1165.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Uno scritto che per molti giorni mi ha tenuto fortemente occupato mi obbligò a prendere, nel cominciarlo, la risoluzione di non aprire veruna lettera, onde non essere disturbato dal mio lavoro. Finito questo ho aperte le lettere che mi erano pervenute, e fra queste ho trovata la gentilissima vostra, alla quale rispondo subito, cominciando dal dimandarvi scusa se tardi adempio questo dovere.</p>
<p>La coltivazione degli olivi è argomento bellissimo di poesia, e chi sceglie bene il soggetto fa subito sperare che sarà ancora bene trattato. Ed io ben volentieri profitterei dell'onore che avevate divisato di farmi comunicandomi il vostro poema, se lunedì prossimo non fossi di partenza per Roma. Il Principe avendomi conceduto il permesso di star fuori della capitale quanto mi pare, non so dire quando sarò di ritorno. Fuori di questa combinazione vi accerto, sig. Arici stimatissimo, che con infinito piacere avrei letto l'opera vostra, non per giudicarla nel senso che voi mi scrivete, ma unicamente per gustarla e ammirarvi, sapendo quanto siete valente poeta. Questo impedimento non mi toglierà per altro, lo spero, la soddisfazione di essere contato nel numero dei vostri amici.</p>
<p>Con questa fiducia mi rassegno vostro servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1166.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>Mi perdonerete voi d'aver tardato tanto a rispondervi? Mi è convenuto occuparmi d'uno scritto apologetico, che mi ha tenuto per molti giorni occupatissimo, e durante questo lavoro aveva dato ordine che nessuna lettera della posta mi fosse portata davanti, onde non essere disturbato. Anche la vostra ha sofferto questo interdetto, e solamente ieri l'ho veduta ed aperta.</p>
<p>Ho lasciato al Segretario di Stato Vaccari il pensiero di far pervenire senza dispendio a Cesarotti e a Franceschinis un esemplare dell'apologia di cui parlo, e mi è caduto in acconcio di rendere a Cesarotti contro i suoi detrattori una testimonianza di stima, di cui spero sarà contento. Un'indecente censura che di lui si è fatta in Bologna da un certo Montrone e Costa e un certo Giusti lucchese, tre sciaurati pedanti, l'ho considerata come un oltraggio fatto all'intera nazione. Voleva scrivergli, e nella fretta in cui sono per la mia imminente partenza per Roma non ho potuto. Salutatelo caramente e ditegli che da Mantova, ove passando abbraccerò Bettinelli, gli scriverò. Ho lasciato il vostro affare caldamente raccomandato a de—Rossi. L'Annetta venendo a Milano, come mi scrivete, terrà sempre più vive le mie raccomandazioni finché ne restiate consolato.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1167.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Darete al futuro vostro cognato l'acclusa. Saluterete poi mio fratello, dico vostro padre, e gli direte che fra pochi giorni io parto per Roma. Questo viaggio mi obbliga a dimandar denaro. Comprendo che il matrimonio della Beatrice deve aver esaurita la cassa. Ma il credito di Francescantonio per la pubblica piazza è tale, che duecento zecchini li troverà subito. Bisogna che questo denaro dentro il venerdì della entrante settimana giorno 19 del corrente sia nelle mani di Don Cesare, il quale ha su questo le mie istruzioni. Se in mancanza di altri mezzi vorrà pregar Manzoni d'improntarmi esso la detta somma, sono indifferente; basta che sia pronta nel termine che v'ho indicato.</p>
<p>So che Conti gli ha scritto tre lettere senza mai averne risposta. Questa non è né onestà, né creanza. Conti è in Milano, e me ne ha fatto giuste lagnanze.</p>
<p>Vi raccomando e vi prego che, a scanso di maggior guasto, li duecento zecchini, o in un modo o nell'altro, siano nelle mani di Don Cesare dentro il giorno prescritto.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1168.</head>
<opener><salute>Al dottor ANTONIO BACCHETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, li 14 Giugno 1807.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dovrei cominciare dallo strapazzarvi; e dal negarvi veruna corrispondenza. L'annuncio che mi avete fatto di una certa cassetta di rosolio ha distrutto tutta la bella illusione che s'aggirava nella mia mente, cioè di avervi dato un attestato d'amicizia e di vera stima nel difendervi, e nel togliere la punta all'armi de' vostri nemici. Se il rimandarvela non fosse una ostentazione di severità massime con un amico, lo farei, ve lo giuro. L'accetto quindi, ma a patti che vi lascerete contraccambiare secondo le mie forze. D'ora innanzi poi sappiate che sì per voi che per gli amici vostri, o qualunque altro che mi occupi qualche momento per suo servigio, non voglio nulla, e tale è la protesta che fo ogni volta prima di prender qualche impegno. Se non lo feci con voi, non credeva di averne bisogno per la nostra antica amicizia. Basta questa spiegazione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1172.</head>
<opener><salute>Al Cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 19 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Farei villania, se non ti ringraziassi delle mille attenzioni che mi ha usate a tuo riguardo il nostro Ortalis in Mantova. Intenderai da esso come ho passato in vera letizia i brevi momenti che colà mi sono trattenuto.</p>
<p>Ti scrivo dalla camera di Martinetti. Si è parlato di Giusti, e non v'è anima sensata in Bologna che non lo condanni, e nol gravi meritamente di brutti titoli. Ricorda al nostro Paradisi la lettera che egli deve scrivere per ordine del Principe a questo tristo buffone, e pregalo di farla a capello. Raccomandami alla sua amicizia, e salutalo caramente con Lamberti e De Rossi. Abbraccia anche il mio Torti. Se mi scrivi, dirigi le lettere al mio amico Luigi Marconi, Palazzo Sciarra Colonna, o affidale a Borghi dell'Estero.</p>
<closer>Amami, difendimi, e più spesso che puoi ricordati del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1173.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 19 Giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sono arrivato ieri sera a Bologna. Do una scorsa per 40 ore a Ferrara ad abbracciare i miei fratelli, e mi rimetto subito sulla via di Roma, ove infallantemente sarò il giorno 28, salva ogni disgrazia. Impaziente di essere nelle vostre braccia, ve ne anticipo l'avviso, perché mi facciate trovare alla porta del Popolo il lascia—passare.</p>
<p>Mille saluti alla bella Ninetta per parte ancora della mia grassa compagna, e addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1176.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Nocera.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La vostra assenza mi toglie il frutto del mio viaggio, e senza di voi già Roma non è più quella. Questo mese adunque mi sarà ben lungo.</p>
<p>Sono stato ieri dal Papa. L'accoglienza è stata amichevole, e piena di bontà e di letizia. Si è parlato di voi, e dalle parole del Santo Padre ho veramente compreso ch'egli vi ama e vi stima. Se n'è parlato egualmente col segretario di Stato, ed ho trovato nel suo cuore i medesimi sentimenti. A questi colloqui si è trovato presente il cav. Alberti, nel quale al vostro ritorno avrete un leale e tenero amico. Prevalendomi della libertà che mi avete accordata, io l'ho invitato ieri l'altro a pranzo con Renazzi e Pessuti, e questo invito è stato accettato con piacere. Verrà anche dimani con Bartolucci. Martedì darò una scorsa ad Albano per visitare l'ambasciatore francese, e più per disporre tra esso e voi un'amicizia, che rendesi necessaria per qualunque avvenire.</p>
<p>Ogni giorno, ogni momento io ricevo attestati della generale benevolenza de' Romani verso di me; ma lontano da voi, caro Marconi, io gusto poco questa dolcezza, e quasi m'adiro colla Ninetta, che ha tanta smania d'un bene, che un giorno l'annoierà per troppa abbondanza. La natura non vuol fretta, e Ninetta non la vuole intendere. Desidero che le acque di Nocera le cavino la sete che la tormenta, ma ditele che il più prolifico di tutti i bagni si è quello dell'astinenza. Chi sfrutta troppo la pianta la rende infruttifera, e la pasqua non viene mai senza quaresima.</p>
<p>Intanto dacché siete partiti Teresina si è data un poco alla malinconia, e l'altra sera non volle sortir di casa. Ieri sera siamo stati in casa Lante; ma se ne venne via di buon'ora, e ama di star sola.</p>
<p>E voi come ve la passate in cotesto deserto? Io l'ho abitato due volte: e per verità il soggiorno mi parve più atto ad uccidere, che a dar la vita. Auguro a voi e alla Ninetta il contrario, e aspetto una buona nuova.</p>
<closer>Salutatela caramente per mia moglie e per me, mettetele in corpo un bel maschio, e quando siete fuori di questo lavoro ricordatevi del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1177.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Mio Signore ed Amico.</p>
<p>Ricevo in Roma la carissima vostra del 15 del mese decorso. Voi mi attestate che Buttura è innocente, e più lettere di Parigi, dirette non solo a me, ma ben anche ad altri in Milano attestano il contrario. Amo di attenermi alla vostra testimonianza e vorrei non aver avuto motivi di crederlo complice dell'iniqua persecuzione che mi si fa, vorrei non aver udito da persone gravissime e altamente costituite delle accuse contro di lui, che resero indispensabile quello sfogo di penna. Siete il solo che mi abbia parlato in suo favore, e siete il solo, a cui io dono ogni risentimento. Aggiungo di più che se arriverò a convincermi d'aver avuto torto nell'accusarlo, questo torto verrà pubblicamente riparato.</p>
<p>Quanto agli altri, il pubblico ha lodato la mia risoluzione. Il Viceré, parlandone personalmente nell'udienza de' Ministri, ebbe la bontà di dire che io m'era avvilito, ma, udito il parere di Vaccari, di Luosi, di Prina, e veduto che io avevo scritto a solo oggetto di difendere la mia fama presso i Francesi, i quali dal mio silenzio potevano argomentare che la violenta censura della <title>Revue</title> fosse fondata (e tale di fatti reputavasi da quelli che non bene intendono la nostra lingua), Sua Altezza dopo l'udienza ordinò a Vaccari di far sapere, per mezzo del Prefetto di Polizia, al Galeotto, che sotto pena dei ferri di Mantova non s'arrischiasse di profferire mai più il mio nome. E inquanto a Giusti, ordinò a Paradisi di scrivergli una lettera di alto rimprovero per le insolenze stampate contro di me, e che badasse al suo mestiere invece di dar a conoscere il suo poco attaccamento al Governo insultando gli scrittori che consacrano le loro fatiche alla gloria dell'Imperatore. Nel venire a Roma io passai per Bologna, e posso dirvi che tutta la Città era stomacata della condotta di quel pazzo, il quale vorrebbe adesso non aver commessa la brutta azione, che gli ha tirato addosso l'indignazione del Principe e del pubblico.</p>
<p>Del resto, se vi metterete ne' miei panni, converrete che si è tirato a stancare in tutti i sensi la mia pazienza, e che io non volendo esser martire, doveva finalmente risentirmi, e difendermi; e crediate bene, che se io avessi ascoltata solamente la bile, avrei potuto trarre molto sangue da' miei nemici. Ma io non voleva rivelare al pubblico che la sporca sorgente di questa guerra, nella quale nessuno avendo alzato una voce in difesa dell'oppresso, era necessario che io medesimo riparassi alla mia bersagliata riputazione.</p>
<p>Ho veduto M.r Alquier, dal quale mi sono state fatte mille cortesie e profferte. Mi ha dimandato di voi e parlato di voi con sentimento di molta stima e amicizia. Ora è in Albano, ove mi ha invitato per qualche giorno, e Martedì andrò a trovarlo. Sono stato pure da Sua Santità, alla quale però non ho voluto presentarmi solo, ma accompagnato dal nostro Incaricato Cav. Alberti. Ho trovato il Papa un po' invecchiato, ma sempre buono, affabile, e niente cangiato nel suo carattere di bontà. Ogni giorno, ogni momento io ricevo attestati della benevolenza de' Romani, l'entusiasmo de' quali mi compensa alquanto delle amarezze che ricevo da' miei nemici. Prevalendomi del permesso illimitato accordatomi dal Vice—Re, passerò alla fine del mese a Napoli per abbracciare il nostro Ferri, e vedere quella Città, che in diciott'anni di soggiorno a Roma non ho potuto mai visitare.</p>
<p>In qualunque luogo io mi porti ho sempre meco la memoria della vostra beneficenza e amicizia. Se mi scrivete dirigete le lettere al nostro Alberti, il quale si fa qui molto amare e stimare. Dimani sera vedrò Luciano. Egli pure è nel cuore di tutti i Romani, e fa a tutti del bene. Vi scriverò da Napoli.</p>
<p>Salutate Mimaut, e compatite ed amate il vostro vero servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1178.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Nocera.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sono stato ieri da Alquier, ed ho tenuta seco una lunga conferenza sopra di voi. L'ab. Mauri l'aveva già schiarito intorno al contegno da voi tenuto verso di lui, e detto già quanto basta per levargli il sospetto che non l'aveste invitato alla festa a cui Luciano pure intervenne. Io poi gli ho parlato il di più, e al vostro ritorno Alquier verrà in persona a visitarvi e a procacciarsi la vostra amicizia. Questo legame, crediatelo, avrà un giorno delle conseguenze, e si rende necessario ai vostri interessi.</p>
<p>Sono arrivati i dettagli della gran giornata di Friedland, e se prima che parta la posta potrò avere una copia del bollettino, ve la manderò. KÃ¶nigsbergh è caduto, al re di Prussia non resta più che Memel, ultimo angolo di tanta potenza. Questi avvenimenti faranno prender giudizio ai nemici dell'Imperatore francese, e quelli che nol faranno, si pentiranno. Il principe Borghese sarà in Roma tra poco, e, abbracciata la madre, passerà a Napoli. Anche questo cognato dell'Imperatore avrà il suo trono, siatene certo, e non è difficile il leggere nell'avvenire. Importa dunque moltissimo il mantenere colla casa Borghese i buoni rapporti già esistenti. Ma lasciamo la politica, e veniamo all'amicizia.</p>
<p>Io vi ringrazio delle premure che anche lontano vi prendete per rendermi caro il soggiorno di Roma, e io vorrei pur dirvi che me la godo. Ma finché voi e Ninetta sarete assenti, né Teresina, né io troveremo la Roma che speravamo; né vi dispiaccia se vi protesto liberamente, che tutte le vostre attenzioni senza la vostra presenza mi pesano, e i giorni che qui strascino senza di voi, in mezzo alla magnificenza di vostra casa, li reputo giorni tutti perduti. Non sarò dunque lieto che al vostro ritorno.</p>
<p>La principessa Borghese mi ha chiesto l'altra sera le vostre nuove, ed essa pure conviene che il miglior bagno per la Ninetta si è l'astinenza e il covar meno il letto e il marito. Fate che si alzi di buon'ora, e respiri spesso l'aria balsamica della mattina. Questa è l'ora in cui la natura ripiglia la vita, che nella notte rimane in certo modo sospesa, e non si gusta la vera esistenza che col levarsi del sole e col risorgere dei corpi ristorati dal sonno. Mi accorgo che questa predica non andrà molto a garbo della Ninetta, ma è dettata dal sincero amore che le porto e dal desiderio di vederla contenta.</p>
<closer>Salutatela caramente anche per parte della Teresa, e amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1179.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Nocera.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Per carità mettete un termine alla vostra generosità e alle premure, che anche lontano vi prendete per rendermi meno sensibile il dispiacere della vostra lontananza. Né temiate che i vostri ordini ai vostri agenti non sieno eseguiti, né che io stesso non profitti fino all'abuso del permesso che mi avete dato. Anche ieri la vostra tavola è stata ben coronata, e fra i commensali ho il piacere di dirvi, che v'era pure in compagnia del cav. Alberti <foreign lang="fre">monsieur</foreign> Le Fevre segretario d'Alquier. L'amicizia di questo degno francese merita di essere coltivata, sì perché egli è persona colta ed onesta, sì perché influisce molto sull'animo dell'ambasciatore, col quale reputo necessario lo stabilire buoni rapporti per tutte le possibili vicende avvenire.</p>
<p>Nell'entrante settimana daremo una scorsa a Frascati colla Violantina, per intervenire alla prima recita che si farà a Belvedere. Io le lascerò colà per due giorni e tirerò di lungo in Albano, avendo promesso ad Alquier di passare una serata con esso, e da Albano andrò a Nemi per mantenere al duca Braschi la mia parola. Procurerò insomma d'ingannare il meglio che posso il tempo che la vostra assenza mi rende lungo e noioso.</p>
<p>L'acchiusa è in risposta alla carissima scrittami da Ninetta.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1180.</head>
<opener><salute>Alla contessa <add resp="ed">NINETTA MARCONI</add> — <add resp="ed">Nocera</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, <add resp="ed">12 Luglio 1807</add>.</date></opener>
<p>Mia carissima Amica.</p>
<p>Veggo di aver poco garbo allo scherzo, poiché la celia che scrissi a Marconi sopra di voi è stata da voi presa sul serio. Se in tutto il creato vi è cuore che vi desideri contenta e felice, questo cuore è il mio dopo quello di vostro marito. Anzi che biasimare, io lodo i motivi che vi hanno condotta a codesti bagni. Solo mi rincresce che voi vi create dei tormenti per troppo fervida e impaziente immaginazione. Crediate, cara Ninetta, che la natura e la maturità delle forze vi faranno ricca di figli più di quello che ora desiderate. Non anticipate sull'avvenire, e siate soltanto economa un poco più di quei mezzi, che debbono rendervi soddisfatta. Senza questa economia, senza la conservazione di quel vigore, che la natura dimanda per le sue operazioni, voi l'invocherete inutilmente, e più la tormenterete, più andrete lontana dallo scopo desiderato. Del resto, il momento in cui i vostri voti saranno esauditi io l'avrò per uno de' più lieti della mia vita. Dopo questo mi rimane un altro desiderio che v'interessa ugualmente che vostro marito, ma estrinseco all'oggetto di cui parliamo. Io vel farò palese al vostro ritorno, presente Marconi, e sarà un attestato della mia vera ed attenta amicizia per tutti e due.</p>
<closer>Siate intanto sicura, cara Ninetta, che il più schietto ed affezionato de' vostri amici sarà sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Teresina vi fa mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1181.</head>
<opener><salute>Al prof. G. GATTESCHI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 14 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Egregio carissimo Professore.</p>
<p>Se un rigor di promessa non m'avesse obbligato a trovarmi la vigilia di S. Pietro in Roma, io avrei certamente deviato per alcuni giorni dalla mia strada e, volando a Pisa per abbracciare tre cari amici, Carmignani, Rosini e Pacchiani, mi sarei anticipato il piacere di conoscervi personalmente e dimandarvi colla viva voce la vostra amicizia. La speranza di trovar qualcuno dei tre nominati in Firenze mi fece ivi restare tutta la festa di S. Giovanni: ma inutilmente. E nondimeno avrei avuto a questa privazione un compenso, se la fortuna non m'avesse in casa del cav. Tassoni invidiato il bene di una conoscenza da me desiderata. Ma questo bene è semplicemente differito. Io l'avrò intero in settembre, e la carissima vostra lettera me l'ha già in parte fatto gustare.</p>
<p>Non mi è mai caduto in pensiero il sospetto che voi, redattore del giornale pisano, poteste aver avuta la minima parte nelle villane censure di De Coureil. E Carmignani e Rosini mi avevano già pienamente informato di quella sporca faccenda. Ma se le insolenze di quel critico mi hanno fruttato tante buone amicizie, io non ho che ringraziamenti da fargli. Il giornale del Galeotto per immediato ordine superiore è ridotto al silenzio sul conto mio. Quello di Bologna per ciò che risguarda la mia persona è lavoro di un pedantucolo senza fama, senza pudore e senza giudizio, né merita l'onore di una seria confutazione. Se quello di Pisa vorrà, occorrendo, parlare delle cose mie, m'obbligherà più d'assai coll'urbanità delle critiche, che colle lodi puramente dettate dall'amicizia: è questa la preghiera che vi porgo e che venendo esaudita, darà un saldo e nobile fondamento alla mutua nostra benevolenza e alla mia vera riconoscenza.</p>
<p>Gradite intanto l'espressione della mia stima e la brama di confermarla personalmente rendendovi certo che sono di cuore vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1182.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 22 Luglio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Foscolo.</p>
<p>La tua lettera al petulante Guillon non poteva essere né più trionfante né più dignitosa, e per tale mi era già stata annunciata dalle lettere degli amici. Hai fatto bene. Le pulci e le cimici non dànno la morte, ma il lasciarsene divorare è filosofia da porci. Ti ripeto che hai fatto bene, e che Guillon è un briccone, sulla schiena del quale se sarebbe viltà il calare la spada, è però giusta ed onesta cosa il calare a tempo il bastone, e il solo disprezzo non è moneta che saldi bene queste partite. Le maldicenze portano via sempre qualche brano di riputazione, e bisogna reprimerle.</p>
<p>Fosse pur vero che tu venissi a Roma mentre io pure ci sono! Il tuo nome qui suona con lode, e puoi ben credere che io fra i pochi, ne' quali l'amor delle lettere è vivo, ragiono spesso di te, e sempre coi sentimenti che tu conosci.</p>
<p>Se ti risolvi, fammene consapevole, ma considera per tua regola, che al principio dell'entrante, se i caldi rallentano, passo a Napoli, ove il mio amico Marconi vuole accompagnarmi egli stesso. Questa andata non so quanto tempo consumerà, ma certamente alla fine d'agosto sarò in Roma di nuovo per qui fermarmi un'altra quindicina di giorni, e passar dopo in Toscana. Se colà mi raggiungi (e il viaggio di Firenze non dovrebbe poi spaventarti come quello di Roma), tu mi farai la più grata cosa del mondo; e non pensare al borsiglio. Scrivimi dunque le tue deliberazioni, e intanto per mezzo di Borghi mandami due esemplari del tuo Saggio Omerico, che qui non è ancor pervenuto (vedi diligenza de' nostri librai) e due della mia lettera a Bettinelli.</p>
<closer>A Bettoni mille saluti, e a te quelli di Teresina. Amami, vieni, e pensa che io sono eternamente il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Aggiungi al plico anche due copie delle mie Prolusioni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1184.</head>
<opener><salute>A SAVERIO BETTINELLI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Agosto 1807.</date></opener>
<p>Il vostro ingegno, mio dilettissimo Bettinelli, gode dell'eterna gioventù degli Dei, e i due Sonetti che mi avete mandato respirano la freschezza di primavera. Me ne rallegro assai e di cuore. Questo vostro vigore di sentimento e di fantasia fa ricordare l'ingegno di Sofocle, che oltre gli ottanta anni scrisse l'Edipo Coloneo, né io so se gli annali della nostra letteratura presentino un esempio simile al vostro. Anche la vostra amica di fresca data Mad.a Monti ha esultato dei vostri versi, e si compiace di trovare nel suo Cav.e Servente tanto foco, e tanta abbondanza ancora di vita; e ha tirato fuori dalla sua cartella il vostro ritratto per contemplarvi, lamentandosi che l'incisore vi abbia fatto assai men bello ed amabile di quello che siete, ad onta del diciottesimo vostro lustro.</p>
<p>La battaglia di Friedland, e la pace continentale che n'è venuta hanno incalzato me pure sulla rupe di Parnaso. Ma il caldo che affoca il clima romano mi ha emunta siffattamente la lena poetica, che non so più camminare per quei sentieri, e se l'aria non si rinfresca non farò che il canto delle cicale. Fuori di metafora, dacché vivo in questo incendio di cielo non ho potuto fare né pure un verso che vaglia l'onore di essere scritto. In somma il mio povero ingegno è morto del tutto, e si prepara a' miei nemici gran materia di beffe, e gran cagione agli amici di compassione. Che fa il mio sempre ottimo Arrivabene? Abbracciatelo <foreign lang="lat">ex toto corde</foreign> per me, e ditegli che lo porto scritto nel libro dell'anima, e che mai dimenticherò le prove ch'egli mi ha date della sua amicizia. Salutatemi ancora carissimamente il Conte Murari, e Ortalis, e tutti gli amici, che al mio ritorno abbraccerò più lungamente che non ho fatto nel mio passaggio.</p>
<closer>E voi, caro Bettinelli, amatemi quanto vi amo, e scrivetemi. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1185.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 5 Agosto 1807.</date></opener>
<p>Mio caro Petracchi.</p>
<p>Ti ho sempre riputato fior degli amici, e ne ho la millesima prova nell'ultima tua carissima. Non voglio diminuir teco la mia gratitudine con vani ringraziamenti, ma acciocché tu conosca che il tuo operato per me mi è riuscito carissimo, semplicemente rispondo che <emph>accetto di buon grado l'onore che i nostri F. a tua insinuazione mi compartiscono. Tu stesso</emph> intanto ti farai presso loro l'interprete de' miei sentimenti, ma se mai accadrà che io non sappia lodevolmente portare l'onorevole peso che mi viene addossato, sarà tutta tua e la colpa e lo scorno. Dal canto mio (avvertilo bene) io non posso promettere che zelo e buona volontà. La piena ignoranza poi in cui sono tuttora delle massoniche discipline, e dei misteri, e dei riti, e del conveniente linguaggio in cui si denno trattare le materie, delle quali mi verrà imposto di ragionare, questa ignoranza, io dico, metterà te stesso nell'obbligo di assistermi, e converrà che i nostri buoni F. si armino di molta pazienza onde sia salvo l'onore della loro scelta, e salva ad un tempo la mia buona fama.</p>
<p>In questo proposito il mio cuore vorrebbe esprimere la riconoscenza che professo a tutta la R. L. pel generoso suo zelo in difesa della bersagliata mia riputazione. Ma questa testimonianza di nobile benevolenza è tale, che supera il valore delle parole. Questo è più che il difendere la mia vita, della quale non saprei far conto né stima senza la conservazione dell'onore. Ti prego perciò, mio caro fratello, di fare in piena adunanza, e almeno presso i più benevoli, speciale menzione della viva commozione dell'animo mio su questo oggetto. E realmente parmi che la reciproca protezione del nostro onore debba essere il primo e il più santo di tutti i nostri doveri, e misuro dal mio cuore medesimo il sublime piacere dell'adempirli. Questa insomma è la carità principale da esercitarsi verso tutti, ma specialmente verso noi stessi come fratelli, e una siffatta professione di fede vale, per mio sentire, più d'assai che quella del Vicario Savoiardo.</p>
<p>Di queste cose avrei dovuto scrivere direttamente al F. Rizzardi in risposta alla sua. Ma stimo che la tua viva voce sarà più eloquente della mia penna, e adempiendo tu le mie veci mi toglierai al pericolo di scrivere delle goffaggini, poiché ti dichiaro per la seconda volta che mal conosco la rettorica dell'augusto nostro Istituto.</p>
<closer>Ti ringrazio delle nuove che mi dài, e ti porgo i saluti di Teresina. Le tue sorelle stanno bene. Ti abbraccio di cuore e sono immutabilmente il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Io contava di passare in Napoli dentro la settimana. Ma nol farò che dopo il 15, avendo promesso all'Ambasciatore francese di trattenermi qui fino alla festa di S. Napoleone.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1186.</head>
<opener><salute>Al Dottor GIOVANNI GHERARDINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Frascati, 6 Agosto 1807.</date></opener>
<p>Distratto da un moto perpetuo per queste grandiose e fresche Ville Romane, ove ognuno che può cerca di rifugiarsi per evitare su queste belle colline gl'intollerabili caldi che incendiano la città, ho differito di qualche ordinario il rispondere alla tua carissima.</p>
<p>Ti ringrazio, mio buon amico, della premura che ti prendi per vendicarmi. Ma io non ti posso somministrare mezzo per farlo, perché mi è stato superiormente vietato di <emph>avvilirmi</emph> a qualunque altra risposta. I versi, di cui mi scrivi, son miei, ma viziati e malignamente alterati per nuocere alla mia riputazione. Allorché Alfieri fu espulso da Roma (e <foreign lang="lat">longa est historia</foreign>), questo fiero ingegno scrisse contra il Papa, contra i Cardinali, contra la Nobiltà e tutto il popolo romano un atroce e sanguinoso sonetto. Io mi trovava nella Corte Romana, e si <emph>volle</emph> che io gli rispondessi, e lo feci col laccio al collo, e per le medesime rime. Ma, né il <hi rend="italic">rovescia il maledetto</hi>, né quasi tutto il resto della terzina sono parole mie; e anche la prima quartina è alterata. Che farci? Tacere e soffrire. Questa è la dura condizione del galantuomo quando è in lotta col birbo. <foreign lang="lat">Veniet dies ultionis</foreign>; ma per ora mi è forza mordere il freno, e lasciarmi battere come generoso cavallo sotto la frusta del mozzo.</p>
<p>Salutami Gioja, e pregalo di mandarmi una copia del suo libretto sopra il Divorzio, raccomandandolo a Borghi per la spedizione.</p>
<p>Fino a tutto ieri ho avuto sotto gli occhi tutto il voluminoso processo del <emph>Galeotto</emph>. Oh le belle memorie!… Ho anche acquistato l'autentico commentario della sua vita prima e dopo la sua condanna <foreign lang="lat">ad triremes</foreign>, e gli illustri aneddoti della sua fuga, e il documento della solenne accusa data a sua madre, e di più alte splendide bricconerie.</p>
<closer>Abbraccia per me il nostro Gioja, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1190.</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Madame</foreign> W. MAGDALÈNE VALLIN — Caserta.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Napoli</add>, 20 Ottobre <add resp="ed">1807</add>.</date></opener>
<p>Mia buona Amica.</p>
<p>Son io, e non voi che ho mancato di creanza non venendo in persona ad augurarvi il buon viaggio per Caserta. La vostra cortese lettera mi fa sentire maggiormente il rimorso della mia mancanza, e colle mani giunte ve ne domando scusa. Siete sì buona, che non dubito del vostro perdono, che io verrò ad implorare in persona subito che avrò terminato il mio lavoro. Intanto per esercitare la vostra compassione sappiate ch'io sto male, e che da sei giorni mi trovo circondato da decotti e ricette. Domenica feci lo sproposito d'accettare l'invito del Re a Portici, e poco mancò che non dovessi abbandonare la tavola.</p>
<p>Dite a vostro marito che nel Consiglio di ieri si è proposto il suo affare, e che per meglio esaminarlo e discuterlo fu stabilito che se ne stampasse tutta la posizione.</p>
<closer>Divertitevi, ricordatevi de' vostri amici, e tra questi, con pace di D. Giovanni Tenorio, il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1191.</head>
<opener><salute>A VINCENZO CUOCO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Paisiello mi ha raccomandato il latore del presente, ed io lo raccomando a te caldamente. L'acchiuso foglio, e più la sua viva voce ti diranno il suo bisogno, e il tuo cuore eccitato principalmente dall'amicizia mi rendo certo che non lascerà cadere infruttuosa questa mia raccomandazione.</p>
<closer>Confortato di questa speranza ti abbraccio, e con pienezza di animo mi protesto il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1193.</head>
<opener><salute>A S. E. il Ministro SALICETI — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 2 Febbraio 1808.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Ove non può il corpo, viene il cuore a consolarsi con V. E. del passato pericolo. L'atroce attentato commesso contro la vita di Lei è un avviso a tutto il Regno di averla preziosa e di conservarla come necessaria alla salute pubblica. Ho sempre considerato V. E. come persona a cui non si può appressarsi senza amarla e stimarla; presentemente la considero e la venero come deità tutelare. Custodisca adunque (questo è il voto di tutti i buoni, di cui Ella è l'idolo giustamente) custodisca con più cautela una vita che è di prezzo infinito; e perdoni al mio zelo se le ricordo un bel detto della Sapienza: <quote lang="lat">inimico tuo ne credas in æternum</quote>.</p>
<p>Gradisca, Eccellenza, quest'atto dell'illimitato mio attaccamento, e la sincera espressione del profondo rispetto con cui sarò eternamente di V. E. um. dev. ed obb. servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1195.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO CANOVA — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Napoli</add>, <add resp="ed">1808</add>.</date></opener>
<p>Chiarissimo Cavaliere ed Amico carissimo.</p>
<p>Dall'istesso Cav. Ferri intenderete con quanto piacere abbia S. M. inteso essersi già da voi terminato il modello del Monumento che vi è stato commesso per il grande Napoleone. Non dubito punto dell'ammirazione di quanti correranno a contemplarlo, come punto non dubiterei dell'invidia del cavallo di M. Aurelio se potesse egli pure aver senso, e vedere il rivale, che lo farà restare il secondo. La Duchessina ha gradito sommamente i vostri doni, del pari che il Ministro, e tanto più cari sono lor riusciti, quanto che le teste da voi mandate sono giunte intatte, mentre le altre per Miot e Dumas sono arrivate in pezzi. Io spero di potervi presto riabbracciare. Il mio lavoro è finito, S. M. lo ha gradito; e mi sarei già messo in viaggio, se non avessi ordine di aspettarne il ritorno in città, essendo la M. S. andata per alcuni giorni alla caccia, o per meglio dire alla revista delle truppe, che sfilano per la Calabria.</p>
<closer>Amatemi, comandatemi, e credetemi eternamente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1196.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE DE CESARE — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Napoli</add>, <add resp="ed">1808</add>.</date></opener>
<p>Caro e bravo mio Amico.</p>
<p>Avrei voluto venire in persona a ringraziarvi e congratularmi del vostro bello, sensato ed utile opuscolo intorno a Dante; ma io mi trovo tuttavia sotto la chirurgo—medica disciplina, la quale non mi permette di veder la luce del sole, se non quando l'aria è serena e tranquilla, come la coscienza degli anacoreti. Dunque venite voi stesso a ricevere il tributo che vi si deve; e perché questo eccitamento è contrario alla vostra modestia, venite a fare un'opera di misericordia, che è la visita degl'infermi, e, ciò che più tocca, degl'infermi amici che tale è senza riserva il vostro</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1197.</head>
<opener><salute>Al Cav. GREGORIO COMETTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Napoli, 24 Febbraio 1808.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La tua lettera e quella della nostra Antonietta mi hanno fatto un grande piacere. Sono stati due grandi spruzzi di rugiada sopra un'erba già moribonda. Quanto ho sofferto! Eccoti in breve la storia dei miei incomodi di salute non mortali, ma estremamente penosi.</p>
<p>Mi recai a Napoli in settembre per solo desiderio di vedere questo veramente giardino d'Italia, ma con l'intenzione di non fermarmivi che quindici giorni. Appena giunto, il Re mi accolse con una bontà che non so esprimere. Si aspettava l'Imperatore, e si voleva preparare per la sua venuta un grande spettacolo teatrale. Fui dunque pregato di scrivere per questo effetto. La gratitudine e il trasporto da me concepito per questo Sovrano mi fecero accettare l'impegno; e per lavorare col minor disturbo possibile mandai Teresina a Roma, e restai solo a Napoli.</p>
<p>Misi dunque con letizia di cuore la mano all'opera. Ma, appena dato principio, eccomi sorpreso da un gruppo di mali, che mi gettarono in una grande apprensione. Sia che coll'andare frequentemente a pranzo dal Re a Capo—di—Monte, e passeggiare in ora assai tarda per quei boschetti assai umidi, io avessi contratto delle affezioni morbose, sia che l'aria di Napoli estremamente attiva e sulfurea non si confaccia col mio temperamento, fatto è che, senza avervi dato motivo, mi vidi improvvisamente assalito dalla stessa stessissima malattia che mi travagliò tanto in Parigi nell'ottocento, con gli stessi sintomi, con lo stesso carattere, e nella stessa località; e, vedi combinazione, il chirurgo Leonessa, napolitano, che mi aveva curato in Parigi, è quello cui è toccato di curarmi in Napoli. Né questo è tutto. La riproduzione di questo male ne riportò seco un altro molto serio e terribile, e fu una piaga nel naso. Non v'è genere di rimedi ch'io non abbia sperimentato, e tutti indarno. Dopo cinque mesi di patimento e di paura continua parve ch'io fossi guarito, e fu allora che le gazzette napolitane annunziarono il mio ristabilimento. Ma falsamente: io mi trovo ancora tormentato, e sono già sei giorni che mi è stato forza ripigliare la cura con più di cautela che prima.</p>
<p>Il Re, informato da Ferri dello stato di mia salute, ebbe la clemenza, benché lontano in provincia, di scriver subito al suo medico, ordinandogli di prestarmi la più diligente assistenza, e di renderlo ragguagliato del processo della mia infermità. Tornato in Napoli e fatto consapevole ch'io stavo già meglio, volle vedermi, e sentire dalla mia stessa bocca la recita del Dramma che mi era stato ordinato, e ch'io aveva felicemente condotto a termine ad onta di tanti ostacoli. Egli l'aveva già letto, e gradito, ed altamente lodato, e onorato d'una graziosa sua lettera tutta di pugno e piena di bontà, di benevolenza e di senno. Udita che n'ebbe la recita dall'autore al cospetto di quasi tutta la Corte, di quelli principalmente che più furono capaci di giudicarne, ordinò che si mettesse subito in esecuzione, onde fosse pronto per la festa di S. Giuseppe, giorno in cui si spera che avremo qui anche la Regina. A misura che io scriveva, Paisiello metteva lo scritto in musica, di modo che già si è dato cominciamento alle prove, e la musica è bella, e tale che Paisiello protesta di non aver mai fatto la simile. Forse l'amor proprio l'inganna; ma se i cantanti fossero di cartello, sono persuaso che la protesta di Paisiello non sarebbe rodomontana. Comunque sia, egli ha protestato al Re di non aver mai vestito di note una poesia che più gli abbia riscaldato la fantasia. Io però quando penso che questa fantasia è vecchia, e che i cantanti sono deboli, non posso non dubitare dell'intero e pieno suo effetto.</p>
<p>Intanto il mio Dramma, letto più volte a diversi, ha qui fatto una grandissima sensazione per la continua allusione ai lagrimevoli fatti qui accaduti nel '99. Ho preso per argomento un soggetto di venticinque secoli addietro, ma nazionale, perché accaduto in Calabria, vale a dire nella Magna Grecia; e, sotto l'immagine di antiche e gloriose disavventure, ho dipinte quelle di otto anni addietro, e vi ho interessato l'onore della Nazione, senza mai nominare nessuno, lasciando all'uditore il farne l'applicazione. Se ne farà la stampa, e sarà mia cura di mandartela.</p>
<p>Debbo notare un'altra attenzione di S. M., la quale si è presa il pensiero di scrivere sì all'Imperatore che al Viceré i motivi che mi hanno qui trattenuto sì lungamente; il che fa che io viva più tranquillo. Avrei mille altre cose da dire, che come ad amico ti piacerebbe l'udire. Ma tu sai che la vanità non è mai stata il mio debole. Ti basti il sapere che non v'è genere di riguardi e di attenzione che il tuo amico non abbia qui ricevuto.</p>
<p>Fin da quando mi credetti guarito scrissi e dissi al Re ch'io doveva e voleva partire. Ringrazio la sua clemenza che me l'ha impedito. Diversamente avrei, cred'io, lasciata la pelle in qualche osteria dell'Apennino; se non la pelle, il naso sicuramente: spero che tutto andrà bene.</p>
<p>Circa la mia venuta in Genova udrai da Antonietta i giusti e sacri motivi che me lo vietano. Ma dove non viene il corpo, viene il core.</p>
<p>Saluta gli amici, Azuni, Viviani, Maret, il tuo segretario. Per Guerrini ho incaricato altra persona. Addio.</p>
<p>P. S. Se S. è guarito dalla febbre del giuoco, abbraccialo caramente con Serra.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1198.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Napoli, 2 Marzo 1808.</date></opener>
<p>Ho pensato a voi mille volte, e non è molto che il cuore mi annunziava il vostro ritorno in Italia. Ma infermo qual sono da cinque e più mesi, come correre ad abbracciarvi? io mi credeva guarito, e tale mi diceano gli stessi medici; ma da venti giorni eccomi ricaduto; e chiuso di nuovo dentro la stanza. Spero che l'entrare della buona stagione ristabilirà finalmente la mia salute; e allora in qual parte d'Italia dovrò cercarvi? Smentireste l'amicizia che mi protestate, se abbandonaste l'Italia senza darmi la consolazione di rivedervi.</p>
<p>Benché ammalato, non sono stato ozioso del tutto. Fino dai primi giorni ch'io posi il piede in Napoli, questa Corte desiderò ch'io scrivessi un dramma per festeggiare l'arrivo dell'Imperatore, che allora qui si aspettava. L'ho fatto; il Re l'ha gradito. Paisiello vi ha composto una bella musica; e al momento in che scrivo, si va provando per eseguirla all'arrivo della Regina. Se le vostre letterarie peregrinazioni vi portano a visitare la cuna del Tasso e le ceneri di Virgilio, troverete qui in trono la Filosofia; e mi rendo certo che il Re, conoscendovi, vi amerà, e che voi correrete volentieri tutti i pericoli minacciati da quell'antico a chi s'innamora dei Principi. Venite, e ritorneremo insieme a Milano; ho un posto voto nella vettura, e nol serbo che all'amicizia.</p>
<closer>Mille saluti a Madama Fabbroni, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1199.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Napoli, 18 Marzo 1808.</date></opener>
<p>Un qualche genio invidioso presiede per certo alla nostra corrispondenza. Io feci subito risposta alla carissima vostra scrittami da Bologna, e ora dal nostro De Cesare intendo che vi rammaricate del mio silenzio. E non è questa la sola lettera a voi diretta, che sia andata a perdizione, e l'arguisco dal non avermi voi mai inviato il vostro Commentario Corcirese. Se dopo tanti naufragi, questo foglio giungerà in salvo, saprete da esso che io vi amo sempre teneramente, e che sempre vi ho presente al pensiero. Sarei dolentissimo se abbandonaste l'Italia senza darmi il piacere di abbracciarvi. Io partirò da Napoli, se la mia convalescenza il consentirà, fra quindici o venti giorni. Mi tratterrò in Roma altri dieci o dodici giorni; e rimpatriando passerò per Firenze. Ci sarete voi? O non avendo voi veduta ancor Roma, non vi sentirete la tentazione di calpestare per qualche momento quel terreno maraviglioso? Ne partiremo insieme, e vi porterò a Firenze, e godrò così più lungamente della vostra compagnia.</p>
<p>Mille saluti a Madama Fabbroni, a Tassoni, a Niccolini, e agli altri pochi che si dicono miei amici.</p>
<closer>Rispondetemi a Napoli o a Roma, e credetemi per tutta la vita il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1201.</head>
<opener><salute>Al Cav. GREGORIO COMETTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Napoli, 7 Aprile 1808.</date></opener>
<p>Miei carissimi amici Cometti e Guerrini.</p>
<p>Sono stato costretto a tardare la mia risposta alle vostre per aspettare il ritorno di Ferri, il quale, essendo stato mandato in Roma a incontrare la Regina ed essendo stato sempre al suo fianco durante la fermata delle Maestà Loro a S. Leucio e a Caserta, non è stato qui di ritorno che l'altro ieri. La mia convalescenza e la pericolosa qualità del rimedio non permettendomi ancora l'uscir di casa, scrissi a Ferri, pregandolo di passare da me. Egli è venuto prontamente. Gli ho mostrate le vostre lettere, gli ho parlato dei sommi meriti di cuore e d'ingegno del mio Guerrini, e l'ho pregato d'implorare e intercedere in mio nome la superiore commendatizia da voi richiesta. Ferri non mi ha mai negata veruna grazia. Ma questa me l'ha fermamente negata, e parmi che il nome della persona, a cui andrebbe diretta, sia il principal motivo della negativa; parmi, insomma, un riguardo tutto politico. Concluse alfine con queste parole: se conoscete qui o altrove qualche corrispondente od amico di M.r G…, non ho difficoltà di servirvi indirettamente. Ho risposto che, ignorando io le sue relazioni in questo paese, mi bisognava sopportare con pazienza il dolore di non poter giovare all'amico.</p>
<p>Chiusa questa via, mi sono rivolto all'altra, da voi suggeritami, di Saliceti, e a lui ho mandato ieri in corpo ed in anima le due lettere vostre, supplicandolo della sua mediazione. Non veggo risposta; ma potendo accordarla, son certo che lo farà. Fra due o tre giorni io comincerò ad uscire. Il primo passo sarà rivolto a Saliceti; e nel caso che non mi abbia ancora fatto contento, lo importunerò e mi adoprerò in tutti i sensi perché ci consoli.</p>
<p>Se finalmente riusciranno indarno le mie premure per lo scopo che ci siamo proposto, resta il tentativo da farsi per richiamare in Roma, onorevolmente situato, il mio amico. Non conosco Miollis di persona, ma so che egli non ha cattiva opinione de' fatti miei; ed io porterò meco tale raccomandazione presso di lui, che gli farà desiderare l'occasione di obbligare la mia riconoscenza. Anticiperò dunque per questo oggetto, occorrendo, la mia partenza, e non partirò da Roma se non avrò fatta qualche cosa pel mio Guerrini.</p>
<p>Non vi ho mandato il mio dramma, perché la spesa della posta è troppo gravosa. Dagli ultimi fogli del Corriere e Monitore napoletano potrete sapere il giudizio che qui n'è stato portato. Ma quello che più di tutto mi lusinga e mi onora, si è il fatto solenne del Corpo intero di questa Real Marina, tutto composto degli antichi allievi e compagni di Caracciolo, il cui tragico fine nel '99 è stato da me introdotto nel Dramma sotto il nome di Agesarco. Il Corpo adunque della Marina ha indirizzato primieramente a S. M. una bellissima lettera di ringraziamento per avere ella ordinato la composizione e la rappresentazione d'uno spettacolo teatrale in cui viene celebrata la memoria dei grandi uomini immolati nell'infelice epoca del '99, specialmente quella di Francesco Caracciolo, nome che qui si adora e si porta all'idolatria; e S. M. ha accolto con grande soddisfazione questo indirizzo e la Deputazione degli Officiali che gliel'hanno presentato, il primo de' quali è stato ieri promosso a comandante d'una fregata. In seguito il suddetto Corpo ha inviato a me pure e presentato solennemente una lettera delle più lusinghiere, e la più onorevole di quante la vanità letteraria possa desiderare. Molte altre lettere mi sono state dirette dai parenti ed amici delle infelici vittime, alle quali ho fatta allusione nel detto Dramma, il quale, in una parola, ha destato un entusiasmo di piacere nei buoni, e una rabbia infinita negli amici di C…, i quali si divertono a minacciarmi con lettere cieche un pugnale nel cuore.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed>
Mille saluti a Antonietta.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1203.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Duca</add> <add resp="ed">TOMMASO DI VARGAS</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Maggio 1808.</date></opener>
<p>Stimatissimo e carissimo sig. Duca.</p>
<p>La sola amicizia poteva dettare le lodi di cui mi avete onorato nel vostro foglio letterario, e la sola amicizia può salvarle dalla taccia di adulazione. Contro il voto della coscienza io debbo prenderne compiacenza e ringraziarvene augurandomi che abbiate molti compagni nel vostro errore.</p>
<p>Io partirò in breve da Roma, ma non sarò in Milano che verso la metà di Giugno. Ovunque mi trovi, mi accompagnerà la memoria dei vostri favori, e mi sarà dolce il ricevere i vostri comandi.</p>
<closer>Mille ossequi alla sig.ra Duchessa, e sono con tutta la riconoscenza e la stima il vostro obb.mo serv.e ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1204.</head>
<opener><salute>A SUA ALTEZZA IMPERIALE E REALE EUGENIO BEAUHARNAIS — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Maggio 1808.</date></opener>
<p>Altezza.</p>
<p>Fra le molte liberalità dispensatemi dalla munificenza dell'Augusto Vostro Zio il Re Giuseppe Napoleone v'è anche quella d'una pensione di tre mila franchi, pagabile sulla cassa del Re stesso in Parigi. Questa beneficenza rimarrà senza effetto, se l'Altezza Vostra Imperiale e Reale non l'avvalora della Sua ratifica.</p>
<p>Mi lusingava di poter in breve personalmente implorare questa grazia in Milano, ma lo stato pericoloso di convalescenza in cui tuttavia mi trovo dopo una complicata infermità che per otto e più mesi ha crudelmente agitata la mia salute, non permettendomi di viaggiare colla celerità che vorrei, ed inoltre i miei affari domestici chiamandomi per qualche giorno a Ferrara, mia patria, ho stimato mio dovere il non differire più oltre alla cognizione dell'Altezza Vostra Imperiale e Reale la notizia del beneficio che ho ricevuto, sul quale qualunque debba essere la Vostra Sovrana determinazione io l'adorerò con quella rassegnazione che conviensi ad un suddito rispettoso e fedele.</p>
<p>Umilio nel tempo stesso all'A. V. I. e R. l'offerta d'un lavoro fatto in comune col cav. Paisiello, offerta già inviata del pari all'Augusto Vostro Gran Padre l'Imperatore. Si è questo l'intiero spartito della musica di quel celebre compositore sul dramma che il Re Giuseppe mi comandò di scrivere allorché speravasi in Napoli la venuta di S. M. I. e R.</p>
<p>Non avrei stimata mai degna de' Vostri sguardi la nuda e semplice poesia di questo dramma; ma vestita dalle magiche note di Paisiello mi giova sperare che la medesima non sia indegna di esservi presentata; né la preghiera che il maestro di cappella e il poeta vi fanno di accogliere benignamente questo attestato di devozione può essere rigettata da un Principe generoso e delle belle arti protettore ed amico.</p>
<p>Sono col più profondo rispetto dell'A. V. I. e R. umilissimo devotissimo fedelissimo suddito.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1205.</head>
<opener><salute>Al cav. FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 29 Maggio 1808.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Dopo un anno di viaggio, d'infermità, e di varie avventure non infelici, se non avessi corso il brutto pericolo di restar senza ucc… e senza naso, ieri finalmente sono rientrato nel porto della casa paterna. Era mia intenzione, venendo da Bologna, passare per Faenza onde abbracciarti e parlarti: ma l'impazienza tanto mia che di mia moglie di rivedere la figlia ha vinto lo stimolo dell'amicizia. E nondimeno è necessario che la discorriamo fra noi, e nol potendo per ora in persona, lo faremo in iscritto.</p>
<p>Il principal oggetto che mi ha portato in Fusignano si è di dar termine a' miei affari co' miei fratelli, specialmente col secolare, il quale non solo non mi ha ancora restituito un soldo dei mille e tanti zecchini da me sborsati per lui, come v'è noto, ma dispone ancora prepotentemente delle mie derrate, e di quelle del fratello prete, e disalbera i fondi, e trasloca i bestiami dal nostro nel suo, e sfascia i granai, e li spoglia, e fa in somma cent'altre cose da assassino di strada. A tutti questi delitti si metterà, io spero, un rimedio, ma quello che per adesso mi preme e che non soffre dilazione si è la restituzione dei noti mille e tanti zecchini. E siccome fortunatamente usammo la precauzione di fare che compariste voi prestatore, e i termini del rimborso prescritti nel contratto sono spirati, e nessuna delle altre condizioni adempita, così io ti prego, mio caro Amico, di metter subito mano alle armi che ci porge la Legge. Primieramente adunque mandagli senza dimora e senza riguardi una citazione per l'istantanea restituzione della ridetta somma, e fagli intendere chiaro che, se non adempie subito il dovuto rimborso, si aspetti le vie di fatto, e il sequestro sopra i bestiami del fondo e sul fondo medesimo, ch'egli ha redento <emph>col tuo denaro</emph>. Questa è l'espressione di cui devi servirti, perché, se non erro, il denaro sborsato apparisce <emph>tuo</emph> nel contratto di compra delle Iscrizioni. Ma su questo tu sai il valore dei termini, di cui bisogna far uso, e sai quali sono le vie più brevi per giungere al fine che si desidera. Questa citazione e la lettera d'accompagnamento (se questo può farsi) le manderai a me per dar loro il corso dovuto nel caso che nulla giovi l'ultimo tratto di moderazione che gli userò al suo arrivo qui in Fusignano, essendo egli presentemente in Ferrara. Ma prevedo, pur troppo che sarò forzato di dar mano ai ferro rovente.</p>
<p>Né qui finiscono le mie preghiere. Siccome la natura mi ha dato un cuore tanto coglione che alla prima parola dolce si arrende, così dovendo io sistemare col detto mio fratello altre faccende domestiche, ad oggetto di evitare il pericolo di lasciarmi rovinare nell'interesse, ho deliberato di cedere per carta privata a mia moglie l'amministrazione delle mie rendite colla facoltà alla medesima di fare e disfare tutto quello che, coll'intelligenza del mio fratello prete D. Cesare, la medesima crederà conveniente e proficuo: e questa cessione si potrà motivare sulla necessità in cui mi trovo di sbarazzarmi delle cure domestiche per attendere a' miei studi e soddisfare ai doveri dell'impiego addossatomi dal Governo; e se oltre queste ragioni crederai di aggiungerne altre che io sul momento non so vedere, tutto sarà ben fatto. Basta che tu abbia la pazienza di mandarmi una minuta di questa privata scrittura, ch'io poi farò copiare e legalizzare per mano di notaro nelle debite regole.</p>
<p>Vedi, caro Conti, quanto sono importuno. Ma mi scusi lo stato veramente disastroso in cui sono; e tu solo mi puoi assistere e colla tua destrezza e attività trarmi da questo inferno.</p>
<closer>Mi raccomando dunque alla tua sperimentata ed illuminata amicizia, e di cuore abbracciandoli per parte ancora di Teresina, sono per la vita il tuo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se stimerai necessario che io venga personalmente ad abboccarmi teco in Faenza, lo farò.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1206.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Fusignano</add>, <add resp="ed">Giugno 1808</add>.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Il povero D. Cesare di nuovo sta male e male assai. Tremo questa volta davvero della sua vita. Venendo egli a mancare, mi è necessaria la vostra presenza. Ma questo non è il principal motivo che deve farvi partir subito, bensì quello che procede dalla carità de' parenti, e d'un parente poi che sempre vi ha amato.</p>
<p>Occultate se potete alla Cristina per non affliggerla la vostra partenza.</p>
<p>Addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1207.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Lugo</add>, <add resp="ed">Giugno 1808</add>.</date></opener>
<p>Passeggiando e leggendo sono arrivato pel fresco senza avvedermene fino a Lugo, e rinforzando il caldo mi rincresce il tornar addietro. Fate adunque voi coll'ottimo sig.r Arciprete le scuse di questa involontaria disparizione, riserbando i ringraziamenti e congedi ad altra giornata.</p>
<closer>Addio. Il vostro affezionatissimo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1209.</head>
<opener><salute>A Gio. ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1808.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Ho scritto a Francesco Antonio perché vi sia rilasciato e il grano e l'uva che dimandate. In quanto al debito che avete col medesimo, credo che vi sarà condonato, e circa il legato lasciato da Don Cesare a vostra madre, se non verrà subito soddisfatto in denaro, lo sarà, quando vi piaccia, in bestiame o altro che più vi bisogni.</p>
<p>A Greppi parlerò in persona all'occasione di recarmi colà per l'adunanza elettorale.</p>
<closer>Salutate tutta la casa, e state sano. Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1210.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Agosto 1808.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Non sono in Milano che da sei giorni, e il primo dell'entrante sarò in Bologna per l'adunanza elettorale.</p>
<p>Paradisi darà nuovi ordini per riparare all'arbitraria direzione delle acque di Massa Lombarda. Ma dite al vostro raccomandato che dia una scorsa a Bologna e si presenti francamente egli stesso al Direttore Paradisi, che colà troverassi egli pure. Sarà mia cura il procurargli libera udienza.</p>
<p>La Caterina avrà ricevuto il pizzo procuratole da Teresa a Venezia.</p>
<closer>Abbracciatela, comandatemi ed amate il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1211.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Agosto 1808.</date></opener>
<p>S.r Dott. Stefano Stim.o.</p>
<p>Giunto in Milano solamente il dì 16 del corrente avrei subito risposto alla carissima vostra, se non avessi creduto prudente cosa l'informarvi prima dei concorrenti alla Cattedra a cui aspirate, e del grado di favore che si può sperare dalla Direzione Gen. dell'Istruz. pubblica per condurre il desiderio vostro a buon fine. Fra i molti candidati il più temibile è il prof. Moratelli di Ferrara, che gode della protezione di Moscati al quale egli ha dedicata l'ultima edizione della sua Fisica, e che, ad onta dei molti spropositi di cui ridonda quest'opera, non lascia d'aver grido nel pubblico. Contuttociò io penso che non dobbiate ritirarvi dal concorrere, poiché quand'anche la cattedra non vi tocchi, giova che fin d'ora vi facciate conoscere alla Direzione e vi prepariate la via per l'avvenire. Ciò di che posso accertarvi si è che vi sarà fatta giustizia. Ma circa il modo di produrvi in arena voi dovete strettamente adempiere le condizioni prescritte nell'ultimo manifesto della medesima Gen. Direzione pubblicato recentemente. Per parte mia ho già disposto a vostro favore l'animo di questo Segretario generale Luigi Rossi Cav. della Corona, ed intimo amico mio.</p>
<p>Salutate tutti di vostra casa, e credetemi sinceramente il vostro servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1213.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 9 Settembre 1808.</date></opener>
<p>Mio caro Bodoni.</p>
<p>Memore della vostra commissione vi avviso che Paradisi sarà in Reggio martedì sera prossimo.</p>
<p>Ad onta dei mali trattamenti che le Dogane di Parma fanno ai viaggiatori, io pure mi procurerei di nuovo il contento d'abbracciarvi. Ma l'amor di padre mi chiama a Ferrara, e di là la via di Bologna per Milano sarebbe troppo lunga. Differisco dunque ad altro tempo questo contento.</p>
<p>Sapendo quanto vi tocchi il bene de' vostri amici, vi partecipo la mia nomina al posto di senatore con pluralità di voti assoluta. Nella quadrupla che i tre Collegi presenteranno all'Imperatore son certo che il mio Dipartimento gli offrirà migliori soggetti. Nondimeno non può non lusingarmi l'attestato di benevolenza e confidenza datomi dal mio Collegio.</p>
<p>Mille saluti a Madama, e a voi l'abbraccio del core.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1214.</head>
<opener><salute>Al cav. FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Settembre 1808.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Prima ancora di ricevere la carissima vostra mi era già caduto in acconcio di lodare a M.r Mejan liberamente la nomina che di voi si è fatta nei nostri Comizi, e di fare un giusto commento al favore dell'opinione pubblica sul vostro conto. Godo adunque d'aver prevenuto i vostri suggerimenti. Ma s'egli è vero, secondo il vostro pensare, che la nomina definitiva si maturi in Milano o non in Parigi, io pure sono d'avviso che ogni pratica presentemente sia superflua, poiché le liste sono già partite, e quel che è scritto è scritto. Ma l'amicizia che Aldini vi protesta non resterà né oziosa né infruttuosa.</p>
<p>Mi erano già palesi le briglie dell'Ariminese, e lo sono, io credo, anche al Governo. Ma egli è stato Ministro, e quantunque disistimato otterrà favore, essendo massima dell'Imperatore il non abbandonare chi l'ha servito. Questo è il solo ostacolo ch'io so vedere contro di voi.</p>
<p>So i maneggi di S. per la vacante Prefettura. Povero diavolo! Desidero che riesca, e vi dirò candidamente d'aver io stesso parlato in suo favore a Vaccari. Glielo promisi in Bologna nelle stanze di Paradisi, e gli ho tenuto parola per vendicarmi dei mali discorsi che più volte ha fatto sopra di me.</p>
<closer>Salutami la tua Aspasia, e credimi sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1215.</head>
<opener><salute>Al Can. GIACOMO SACCHETTI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Settembre 1808.</date></opener>
<p>Sig.r Sacchetti stimatissimo.</p>
<p>Non risposi alla sua pregiatissima scrittami in Napoli, perché giuntami in tempi ch'io mi trovava gravemente ammalato. Rispondo all'ultima sua del 12 corrente, e le confermo la mia costante adesione al suo partito. Se il partito contrario ha inscritto il mio nome nel suo catalogo dopo le mie proteste a Lei rassegnate, dichiaro che questa è villana e sporca impostura. Non posso però dissimularle il mio dolore nel veder prolungata miseramente una lite che nuoce al decoro dell'Italiana Letteratura, e vorrei pur udire una volta che i buoni son tutti raccolti sotto la bandiera della ragione e dell'onor nazionale.</p>
<p>Mi comandi e mi creda immutabilmente colla più distinta stima suo dev.mo serv. ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1216.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Settembre 1808.</date></opener>
<p>Sig.r D.r Stefano Car.mo.</p>
<p>Il vostro nome è il primo nella lista dei concorrenti alla Cattedra di Fisica Generale nell'Università di Bologna, e spero che sarete il prescelto, a meno che la suprema volontà del Principe non sia vincolata da qualche impegno particolare. Al ritorno adunque di S. A. in Milano il vostro affare sarà deciso. E qualora ostacoli non preveduti turbassero la vostra nomina a quella Cattedra, non vi mancherà l'altra di Fisica o di Algebra in qualcuno dei Dipartimenti da Voi indicati.</p>
<closer>Un saluto a tutti di casa, e credetemi sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1218.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Sig.r D.r Stefano Car.mo e Sti.mo.</p>
<p>Se da principio avessi saputo ciò che ora intendo dalla carissima vostra del 29 scaduto, avrei avuto una buon'arme in mano per ribattere il colpo tiratovi dal P. Pino, il quale con tutto il voto favorevole pronunziato intorno al vostro corso di Fisica, vi fa nondimeno la guerra per la Cattedra di Bologna, alla quale vi ho già scritto che siete stato proposto. Questo mal Pino adunque, fattosi campione di un certo Cardinali traendo nel suo partito il debole Lamberti, ha cancellato il vostro nome dalla lista dei concorrenti alla suddetta Cattedra per sostituirvi quello del suo protetto, e vi ha proposto al Liceo di Belluno. Questo tiro mi fa rabbia, ma non paura, poiché a suo dispetto o la Cattedra di Fisica Generale in Bologna sarà vostra, o non sarà neppure del Cardinali, contro il quale ho armato Oriani e Brunacci attestanti ambedue che costui è una bestia. Se in questa faccenda avessi veste nuziale, e potessi mostrarmi inteso di cose che procedono occultamente (essendo tutto segreto il lavoro degl'Ispettori e della Direzione) avrei pettinata bene io stesso la lana al Cardinali ed al suo Mecenate. Ma per non nuocere al terzo m'è mestieri star zitto. Nondimeno ho disposto in modo l'attacco, che non dispero di rovesciare le macchine degli avversari. Siate dunque tranquillo, o alla più disperata siate certo che una cattedra vi toccherà conforme al vostro desiderio.</p>
<p>Ringraziate vostro fratello del cortese ufficio praticato meco pel felice parto della Maddalena, e salutate l'una e l'altro carissimamente.</p>
<p>Credetemi a tutta prova il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1219.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Carissimo Nepote.</p>
<p>Avete ragione, ma io mi era dimenticato che voi siete mandatario dei possidenti alla sinistra del Drizzagno di Longastrino, e voi pure avete commesso errore nel tacere questa qualità nella vostra sottoscrizione al foglio trasmessomi da Bologna. Nondimeno io rinnovai il discorso di quest'affare con Paradisi, ed egli mi disse di scrivervi che ne replicaste la petizione qualora gli interessati persistessero nella medesima intenzione. Ora mi dite di sospendere ogni istanza ulteriore, ed io non ne farò più parole senza il vostro eccitamento.</p>
<p>Era ben sicuro che l'appalto pei lavori del Santerno non sarebbe stato ritardato. Giusti deve aver cangiato tenore.</p>
<p>Non all'officio della Direzione Generale, ma a quello della Prefettura, tocca l'assenso della nomina del sig. Nuvoli. Ma se codesta Delegazione lo ha nominato regolatore, non vedo ragione per cui il Prefetto debba o possa non confermarlo.</p>
<closer>Salutate Caterina ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1220.</head>
<opener><salute>Al Professor IDELFONSO VALDASTRI — Mantova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Illustre ed egregio Signore.</p>
<p>Tutto immerso, qual sono, nella continuazione del <title>Bardo</title>, sul quale ancor di recente ho ricevuto nuovi stimoli superiori, io non ardisco né posso prometterle il componimento poetico, a cui Ella si compiace eccitarmi.</p>
<p>Prometto bensì di tentarlo, e se mi riesce cosa degna di Lei e dell'illustre defunto, la manderò. Le rendo grazie intanto dell'onore che mi compartisce col suo cortese invito, né io voglio perdere questa occasione senza farle una leale preghiera, quella di accordarmi la sua pregiata amicizia.</p>
<closer>Mi studierò di meritarla nel miglior modo possibile, e pieno di questa lusinga mi protesto suo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1221.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Vi è nota la mia infinita poltroneria nelle corrispondenze epistolari, originata dalla fiducia che pongo nell'indulgenza de' miei amici. E voi, indulgentissimo e pazientissimo, non dovete né meravigliarvi, né condannarmi, ben sapendo che il mio tacere non raffredda in me punto il calore dell'amicizia.</p>
<p>La nomina dei senatori Dio sa quando verrà; e Dio pure sa solo, se il professore Mabil sarà fra gli eletti. Venendo a vacar la sua cattedra, applaudo io pure al pensiero di presentarvi fra i concorrenti. Ma intanto gli è bene che voi ora prendiate possesso della vostra in Treviso, alla quale io credo che a momenti riceverete l'avviso d'incamminarvi. Ignoro lo stato di questo affare; ma parlerò con Rossi, e farò che vi sieno comunicate le intenzioni della Direzione Generale.</p>
<p>Mi ha rattristato la perdita di Bondioli, e mi affligge la malattia di Cesarotti. Per altro Franceschinis mi scrive che la di lui salute va meglio: il che desidero vivamente. Visitate intanto per me questo celebre e carissimo infermo, ed esprimetegli i caldi voti della mia sincera amicizia.</p>
<p>Franceschinis dovrebbe a quest'ora esser partito di Padova con Paradisi. Se all'arrivo di questa non si fosse ancor mosso, salutatelo senza fine; e ditegli, che io fo il mio dovere, quello cioè di vero e caldo suo amico.</p>
<closer>Non vi stancate di amarmi, e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1222.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Sig.r D.r Stefano C.mo.</p>
<p>Dimani il Viceré porrà la sua suprema sanzione alla nomina generale dei professori, e nel venturo Sabbato io spero di darvi una buona nuova. Voi siete in capo alla lista, e in fronte al vostro nome la R. Direzione ha posta una nota indicante il voto di Oriani, di Brunacci, di Canterzani, di Venturoli e Racagni, i quali tutti attestano concordemente la superiorità dei vostri requisiti. Non potete dunque essere escluso senza caso straordinario non preveduto, e dipendente dalla sola volontà del Sovrano.</p>
<p>È falso che la Direzione abbia dato a Cardinali l'incarico di cui egli si vanta. Questo è tutto pasticcio del P. Pino, il quale dopo tutti gli sforzi e gl'intrighi ha dovuto finalmente scrivere al Cardinali una lettera distruttiva di tutte le antecedenti.</p>
<p>Moratelli che doveva passare alla Cattedra di Bologna temo che più non avanzi. Sono tanti gli spropositi trovati nella sua opera, che difficilmente la sua riputazione potrà risorgere nell'opinione de' superiori. Si vedrà dimani.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1123.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Rossi ed io abbiamo concertato con Franceschinis il modo di farvi somministrare per via d'imprestito i libri che vi abbisognano. Al suo ritorno adunque in Padova discorretela col Rettore, e il troverete tutto disposto a favorirvi. Circa l'altro vostro desiderio ne faremo parola a suo tempo. Intanto pazientate, e fatevi onore.</p>
<p>Salutatemi caramente il mio buon Francesconi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1224.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Carissimo e gentilissimo sig. Arici.</p>
<p>Fu vero rispetto alla gravezza del vostro male il non avermi io procurata la vostra personal conoscenza nel mio passaggio per Brescia. Sieno adesso grazie ad Apollo della ricuperata vostra salute, e grazie a voi, che colla vostra cortese lettera siete venuto incontro all'antico mio desiderio di manifestarvi la stima che vi professo. E per rispondere partitamente alla carissima vostra, vi sia noto primieramente che né Blanes mi ha mai recapitato i vostri scritti, né io dalla posta di Roma ho mai ricevuto lettere vostre, del che può farvi fede il mio stesso silenzio. Ma intorno ai versi che voi mi mandate, l'argomento loro è tale, che io a dispetto della loro eleganza e vivezza, sono costretto a condannarli e pregarvi di volerli interamente sopprimere. Ciò per altro non toglie che io vi ringrazi dell'onesta vostra intenzione, e per parte mia siavi prova di gratitudine il darvi tutta la mano per procacciarvi di concerto col nostro Bettoni la protezione del Principe, ond'egli si degni di accettare la dedica della vostr'opera. Al quale effetto io penso che la via più spedita sia quella di mandare alla Direzione Generale degli studi il vostro poema, essendo questo il consueto canale, per cui passano queste cose. Non ho veduto Bettoni dopo l'arrivo della vostra lettera, giuntami ieri sera. Terrò dunque prima discorso con esso, prenderò inoltre consiglio dal Segretario Generale dell'Istruzione Pubblica, vedrò insomma che potrò fare per servirvi, e lo farò di cuore. Ma vi ricordi che il Principe non suole accettar dediche di opera qual si sia, se intorno ad essa non sente prima il voto di giudici competenti. Da Bettoni udrete il resto a suo tempo.</p>
<p>All'ottimo Bianchi mille saluti, e senza complimenti credetemi vostro servo e amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1225.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La nomina dei Professori non è per anche stata sancita. Non vi turbi questo ritardo, e riposate su quanto v'ho scritto nel passato ordinario.</p>
<p>Ancor iersera il Segretario di Stato mi assicurò, che su la vostra persona non cadeva alcuna eccezione. Bensì Moratelli corre gran rischio di non muoversi da Ferrara. E veramente il cumulo degli errori trovati nella sua opera è sì grande, che nessuno né pur Moscati, ha più coraggio di patrocinarlo.</p>
<p>Quanto al Cardinali, se gli andrà bene, non gli toccherà che un Liceo.</p>
<closer>Mille saluti a tutti di casa e state sano. Tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1226.</head>
<opener><salute>Al Dott. STEFANO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Car.mo Sig.r D.r Stefano.</p>
<p>La vostra nomina di Professore di Fisica Generale nell'Università di Bologna è stata approvata, e non tarderete a riceverne la lettera d'Officio. Sperava di spedirvela in questo stesso ordinario, ma la morte recentissima di un professore, e la necessità di rimpiazzarlo senza ritardo, ha fatto che la Segreteria del Principe sospenda la comunicazione del decreto fintantoché la Direzione Generale degli Studi proponga un successore al defunto.</p>
<p>Accingetevi dunque a correre gloriosamente la vostra nuova carriera, e cominciate dal tradurre in italiano quello stesso corso di Fisica che avete presentato in latino. L'istruzione pubblica ha bisogno d'una Fisica che serva di norma a tutte le scuole del regno. Voi siete in grado di farla, e la vostra opera passando sotto l'esame, e venendo giudicata la migliore per concorso, non solamente ne verrà molta gloria all'autore, ma insieme molto utile sì per l'introito della stampa, che per l'audello dello stesso Direttore, il che servirà d'antidoto al male finora fama che si procaccia.</p>
<p>Il Cardinali con tutte le sue protezioni è rimasto dove stava. Così il Moratelli. Impareranno ad essere più modesti e meno presuntuosi.</p>
<p>Salutate tutti di vostra casa, e credetemi sempre vostro amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1227.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI Regio Ingegnere — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Ottobre 1808.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Torno in questo punto da una lunga disputa col Direttore del Demanio. Ve ne dirò la sostanza partitamente, e prima l'amaro, poi il poco di dolce che ne verrà.</p>
<p>Siavi detto primieramente che tutto questo male procede dalla mala condotta di Fabbri col Direttore suddetto, il quale altamente si lagna delle sue tergiversazioni. Non perderò il tempo in questi privati dettagli, e venendo al midollo della cosa, eccovi in poche parole la mente del Direttore. Niente importandogli che la Compagnia di Porto siasi disciolta e che ogni socio siasi presa la sua porzione per sorte, egli non riconosce e non vuol riconoscere che un debitore solo. Il fondo acquistato dall'intera Compagnia resta ancora gravato del debito di centosessantotto mila lire in circa, e il fondo intero medesimo (qualunque siasi la divisione che gli acquirenti ne hanno fatto tra loro) deve pagarlo, e non pagandolo dentro i termini prefissi deve cadere sotto un generale sequestro. Questa è la massima adottata, e sempre inculcata, e annunziata al Sig.r Fabbri, e da questa il Demanio è irremovibile; e questo sequestro durerà finché i fondi sequestrati abbiano estinto il residuo totale del suddetto debito.</p>
<p>Non ho tralasciato di far riflettere al Direttore, che i soci considerati separatamente essendo disuguali nel loro debito, e che Monti tra questi non andando debitore che di 4000 lire quando gli altri lo sono di molto maggior somma, ne verrebbe che la massima del Demanio diventerebbe crudele percuotendo tutti egualmente. A questa obiezione egli ha saputo rispondermi che il Demanio ha sempre protestato di non voler riconoscere che un solo debitore, cioè tutta la Compagnia complessivamente, poiché, segregando gli uni dagli altri gl'individui della medesima, verrebbe a pregiudicare se stesso diminuendo i mezzi d'indennizzarsi, tanto più che mettendo in vendita (mettiamo il caso) la porzione di qualche socio tra i più morosi e gravati, non sarebbe sperabile di trovar acquirente, né per conseguenza egli potrebbe conseguire l'intero suo credito con quella sollecitudine che farà percuotendo tutti indistintamente. Questi sono i suoi sentimenti, queste le sue risoluzioni, alle quali per dir vero è difficile il far argine per via di giustizia.</p>
<p>In questo stato di cose è necessario che la Compagnia pensi seriamente al suo interesse, ed ora vado a significarvi il parere dello stesso Direttore, il che servirà d'antidoto al male finora esposto. Conviene, in primo luogo, che quella parte di Compagnia che ha pareggiato o tutto o in gran parte il suo debito ritorca contro la parte negligente e morosa quelle stesse ragioni che il Demanio produce contro il corpo intero. A questo effetto gli viene accordata una dilazione a tutto l'entrante Novembre. Se questa non basta può supplicare e dimandarne umilmente un'altra, e fissare i pagamenti in tante rate, e proporre in somma quelle condizioni che più si stimeranno opportune e assicuranti l'introito del denaro dovuto. Su questo tocca a voi altri il crearvi un capo; il quale tratti immediatamente l'affare colla Direzione Gen.e del Demanio, e venga con essa a patti onorati e franchi, e lontani da ogni bindoleria, poiché per altre vie cavillose fareste peggio.</p>
<p>Perché poi per parte vostra voi non abbiate a disperarvi, vi dirò (e questo tenetelo nel nostro segreto) che il Direttore mi ha promesso tutta l'indulgenza possibile, desideroso, com'egli gentilmente mi ha protestato, di provarmi la sua benevolenza e amicizia. Egli attende ulteriori riscontri su questo articolo, e a tal fine mi ha detto di ritornare da lui verso la metà dell'entrante per combinare i mezzi di potermi servire senza smontare dal suo proposto.</p>
<p>Dopo quanto finora v'ho esposto si rende inutile la copia della ricevuta da voi cercata delle quaranta mila lire da me versate per voi nel Novembre dell'806, e per tutto il mese che viene né voi né veruno della Compagnia verrà molestato. Intanto potete tenermi ragguagliato di quel che accade, e scrivermi lettere ostensibili.</p>
<p>Non v'ingannate sicuramente nel credere che in qualunque occasione mi adoprerò di far del bene al vostro sangue. Questo principio è quello che mi ha mosso a procurare al cognato della Maddalena un onorevole e lucroso impiego, avendolo fatto nominar professore di fisica nell'Università di Bologna coll'appannaggio <emph>per ora</emph> di duecento zecchini. Giovando a Longanesi, ho avuto in animo principalmente di giovare a vostra figlia.</p>
<p>Date l'acclusa a Costanza, salutate la cognata e Giovannino, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1228.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Novembre <add resp="ed">1808</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>In sequela dell'abboccamento da me tenuto col Direttore Generale del Demanio si è resa inutile la copia della ricevuta, che vostro padre mi aveva scritto di spedirvi. Lo stesso vostro padre vi darà ragguaglio dello stato in cui si trova l'affare e v'istruirà della condotta che deve tenere la Compagnia di Porto per liberarsi dal minacciato sequestro. Se mi dovrete scrivere su questa materia, fate che le vostre lettere siano ostensibili, e le cose che non sono da dirsi scrivetele a parte.</p>
<p>Se vedete il Governatore Armandi ditegli che ho il piacere d'aver contribuito alla nomina di suo figlio in Professore di Giurisprudenza nel Liceo di Macerata. Longanesi è professore di Fisica Generale in Bologna e Moratelli escluso. La sua impudenza pari alla sua ignoranza così meritava.</p>
<closer>Salutate vostra moglie e state sano. Vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1230.</head>
<opener><salute>Al conte GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 9 Novembre <add resp="ed">1808</add>.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Eccovi la risposta dell'avvocato Regoli, al quale corto corto rispondo o che rinunzi alla difesa dell'avversario di Gherardi, o che si prepari a vedersi escluso dal posto di giudice.</p>
<p>Salutate la Caterina e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1231.</head>
<opener><salute>Al conte GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Novembre 1808.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Ho scritto a Giusti e tengo per fermo che darà subito, se pure non li ha già dati, i suoi ordini per le note riparazioni all'argine del Santerno.</p>
<p>Vi ho mandata la risposta dell'avvocato Regoli sull'affare del Gherardi. Aspetto replica alla seconda lettera che gli ho scritto in termini perentorj, e da questa prenderò norma per dar fine a tutte le dispute.</p>
<p>Salutate la Caterina, e il nostro buon Montanari, e credetetemi sempre il vostro affezionatissimo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1232.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Novembre 1808.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Mi è grato il sentire che la nomina di vostro fratello in Professore di Bologna abbia sparso la letizia nella famiglia. Mi sono adoperato in ciò volentieri e per la parentela che a voi mi lega e per merito vero del Sig.r D.r Stefano, il quale ho pel certo che farà onore a chi l'ha raccomandato, e al Governo che l'ha prescelto. Aspetto le sue risposte alla lettera di nomina che gli ho spedito. Eccitatelo intanto a mettersi in cammino, poiché gli è bene che dentro il mese egli si trovi al suo posto. Salutate la Maddalena, date al vostro figlio un'ottima educazione, e mi troverete sempre pronto a procurargli tutto quel bene, che sarà in mio potere.</p>
<closer>State sano. Vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1233.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI Regio Ingegnere — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Novembre 1808.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Aspettava da Giacomino qualche riscontro sulle misure prese dalla Compagnia di Porto per i noti pagamenti, onde regolarmi con questo Direttore Gen.e del Demanio, e finora nessuna risposta. Non avendo dunque nelle mani che le vostre lettere, mi porterò con queste sole all'abboccamento fissato col Direttore, da cui forse saprò la condotta che si tiene dai debitori. Ad onta dei torti che in complesso si è fatti la Compagnia, particolarmente il sig. Fabbri e Guiccioli, io spero di ottenerne qualche buon risultato. Il saprete al venturo ordinario. Vi servano intanto di quiete queste due righe.</p>
<p>Abbracciate Costanza e fate che nulla le manchi. La cassetta de' suoi libri è già per viaggio.</p>
<p>Un saluto a tutti, e state allegro.</p>
<p>P. S. Longanesi vostro genero mi ha scritta una lettera piena di esultanza per la nomina di suo fratello. Un onorario, compreso tutto, di circa seicento scudi, per un primo passo nella carriera non mi pare piccolo beneficio, oltre l'onore che si diffonde nella famiglia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1234.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Novembre 1808.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Avvenendo che resti vacante la cattedra di Anelli e volendo voi aspirarvi, fate che codesto Prefetto vi proponga alla Direzione Generale degli studi. Il resto lasciatelo alla cura dei vostri amici. Potete però inoltrare nel tempo stesso a Milano la vostra petizione e prevenirmi del quando.</p>
<p lang="lat">Vale et me ama.</p>
<p>P. S. Vi consiglio di optare alla cattedra di Anelli, perché quella di Brocchi è già mezzo promessa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1235.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Dicembre <add resp="ed">1808</add>.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Ho tenuto con Vaccari nuovo discorso. Egli è tutto cuore per te, e credo che il suo solo favore potrebbe bastare. Ma per tua quiete anche Rossi è tuo per ogni verso. E già per se stesso ha dichiarato altamente che nella dupla da presentarsi, il tuo nome dev'andar primo. Del Bresciano né pur si parla. Sta dunque di buon animo, e incalza i tuoi studi, e continua a far senno, e disarma la malignità di taluni, i quali al momento stesso della tua partenza seminarono la ciarla d'una grossa perdita di danaro per te fatta al Ridotto. E Vaccari e Veneri han presa su questo la tua difesa. Non parlo di me: tu mi devi conoscere: io mi sto qui come l'Argo della tua riputazione, ne v'avrà verga che m'addormenti.</p>
<p>Ricordati dello specillo che ti ho consegnato per Jacopi.</p>
<closer>Salutami Marlianino, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1236.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">circa il 10 Dicembre 1808</add>.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Vaccari ha voluto leggere per intero egli stesso le tue lettere, presente ancora Veneri. L'uno e l'altro ti ama e s'interessa della tua gloria, e sente le tue ragioni, e desidera di vederti contento quasi quanto il bramo io. Ma essi sono d'avviso che il tentare il tuo progetto sia per ora affare pericoloso e impolitico. Il tempo è la medicina di tutti i mali, e solo dal tempo bisogna aspettare il rimedio che ti bisogna.</p>
<p>Lodo intanto senza fine la tua risoluzione di restarti in Pavia, e studiare, e fare grandi ali per volare tant'alto, che l'occhio dell'invidia non ti raggiunga. Il rumore che menerà la tua penna, renderà accorto il Governo, e lo forzerà a prendersi cura di te. La mia amicizia per te anticipa sull'avvenire, e ti profetizza le mercedi più lusinghiere. <foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque, e suda, e vinci tutti e te stesso. Questa esortazione non è tutta mia. Vaccari vi ha la sua parte, e vuole che tu lo sappia.</p>
<closer>Ma la cosa, che non potrai sapere mai tutta, è l'affetto del tuo vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Butturini, che mi ha lasciato in questo momento, vuole che io ti assicuri della sua leale amicizia. Egli, spero, non resterà senza cattedra. Quanto a te, qualunque sia la tua risoluzione, tu sarai il primo proposto per quella di Eloquenza forense.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1238.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">circa il 18 Dicembre 1808</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Foscolo.</p>
<p>Questa volta poche parole, perché non ho tempo. Non aver timore sulla cattedra d'Eloquenza forense, ove ti piaccia. A prima occasione ti manderò gli scartafacci che tu dimandi; ma ne trarrai poco costrutto. Ma, quali sono, gli avrai, e dopo li darai a Vulcano. Il piano del tuo Romanzo mi rapisce. Non abbandonarlo per carità. L'argomento è bellissimo, interessantissimo, e a me carissimo perché patrio, e tutto scorrente ad onore dell'italiana letteratura. Ma per ora abbandona tutto l'ingegno alle future lezioni, e dammi avviso del giorno che tuonerai la tua Prolusione, ch'io pure voglio ascoltarti, e applaudirti, ma non amarti di più. L'onore che ti sorgerà da queste lezioni, suonerà all'orecchio del Principe, e il Principe avrà per te dei particolari riguardi. Spero tutto dalla bontà del suo cuore, dall'amicizia di Vaccari, e molto più dalla forza che farà all'opinione pubblica la tua riputazione, e la tua savia condotta.</p>
<p>Chiudo sotto la chiave della prudenza quanto mi scrivi intorno a S.. Ma misura tu pure tutti i tuoi discorsi, poiché costà pure v'è abbondanza di spie, e il Governo sa tutto.</p>
<closer>Addio di cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1239.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">tra il 1808 e il 1809</add>.</date></opener>
<p>Finalmente posso rispondere. E intorno al valore de' vostri versi poche parole: essi sono belli, strabelli, e vorrei fossero cosa mia. Ma voi avete commesso un grande errore stampandovi in fronte il nome del Principe senza dimandarne il permesso. Per riparare al mal fatto, mandate subito alla Direzione Generale degli studi due esemplari del poema, comunque legati, ma levatene via la dedica. Questa la dovete aggiungere manoscritta e accompagnarla con lettera lusinghiera a Moscati, perché si compiaccia di passarla, unitamente al poema, sotto gli occhi del Principe, e ottener che sia pubblicato sotto gli auspicj reali. Coll'aiuto dell'ottimo cavaliere Rossi io spero che Moscati esaudirà la vostra dimanda; e allora io mi adoprerò che se ne faccia un rapporto apposito al Principe, onde l'affare riesca bene. Badate intanto che l'opera non si pubblichi; o se volete pure darne agli amici qualche esemplare, fatelo, ma sopprimete la dedica. Stimo anche necessario un <foreign lang="lat">errata—corrige</foreign>, essendo molti gli errori di stampa, e perfino qualche verso mancante di qualche piede.</p>
<p>La cattedra di lingua francese sarà a vostra disposizione.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Ripeto che, ad onta di poche negligenze, il vostro poema è pieno di belle cose, e che ve ne verrà molta lode.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1240.</head>
<opener><salute>A VINCENZO CRISTINI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1808 o Gennaio 1809</add>.</date></opener>
<p>L'esibitore di questa è il signor Andrea Mustoxidi Corcirese, giovine a me carissimo, che per sola avidità di sapere viaggia l'Europa, ed è già fin d'ora in possesso di molta fama nell'italiana e greca e latina letteratura. Gli è impossibile il conoscerlo e non amarlo, e voi l'amerete e stimerete altamente, e lo presenterete al Ministro, il quale non potrà non accordargli la sua protezione. Egli gode già quella dell'Imperatore Alessandro, al cui ambasciatore in Parigi è stato particolarmente raccomandato. E siccome, tornato che egli sia da' suoi viaggi, la Direzione Generale dei nostri studi spera d'acquistarlo al Regno d'Italia, così mi lusingo che il signor Aldini e voi stesso il vorrete fin d'adesso considerare e favorire come persona che già ci appartiene, e che senza dubbio onorerà un giorno il nostro Governo e l'amicizia di tutti i buoni.</p>
<p>La mia ragazza mi ha raccomandato l'acchiusa per madamigella Covelli, ed io l'affido a voi.</p>
<p>I miei rispetti ad Aldini, i miei saluti a Brunetti, e a voi il più affettuoso addio, ch'io m'abbia nel cuore.</p>
<p>P. S. Ricordatevi della lettera per Pisani.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1241.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 4 del 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Foscolo, sarò in Pavia la sera del 14, se il 15 è destinato alla tua Prolusione. Non ti ho mandato la lezione preliminare che ti promisi, primieramente perché manca il principio, né finora mi è stato possibile il ritrovarlo; secondamente, perché riscontrandola dopo tanti anni, non l'ho trovata di mia piena soddisfazione.</p>
<p>Ho un grande rammarico nel cuore. Il povero Gioja, per una impertinenza scritta al Ministero dell'Interno, ha perduto l'impiego, e il Viceré è molto sdegnato. A voce saprai tutta la storia.</p>
<closer>Aspetto con impazienza il giorno 15, e ti abbraccio di cuore. <signed>Il tuo Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ho dato in tuo nome a Vaccari un esemplare dei tre Sepolcri.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1242.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 11 del 1809.</date></opener>
<p>Mio Caro Amico.</p>
<p>Una fiera tosse e convulsione di petto che da venti e più giorni mi sconquassa senza riposo, la mia lagrimazione di occhi, che sempre peggiora, la malinconia, che mai non mi abbandona, disturbi senza fine sofferti per la coscrizione d'un mio nipote, ch'è stato rassegnato per la Guardia d'onore, e non vorrebbe saperne, finalmente una sbracatissima caccarella che appena mi ha lasciata l'anima in corpo, ecco alcune delle ragioni del mio tardo rispondere alla tua carissima. Ora finalmente eccomi in istato di ringraziarti del grato avviso che mi dài delle nozze di tua sorella. Non essendo io uscito di casa da molti giorni non ho in conseguenza avuto occasione di vedere il Gran Giudice. Ma mi recherò da lui espressamente e lo ecciterò a mantenere la sua parola. Sappi per altro che io gliel'ho ricordata per mezzo di Romagnosi subito ricevuta la tua lettera; ma senza risposta. Ora andrò io stesso a pigliarla.</p>
<p>Mia moglie non ha ricevuta altrimenti la lettera di tua sorella, e ciò probabilmente succede dal trovarsi in Milano un'altra Teresa Monti, per cui nasce tutto giorno sbaglio e perdita di lettere, se al cognome Monti non si aggiunge quello di Pikler, e qualche volta ancora non basta, tanto sono coglioni i dispensatori dell'officio postale. Per parte adunque e mia e di mia moglie saluta caramente e la sposa e la vergine, e tu segui ad amare il tuo eterno amico.</p>
<p>A Beccalossi un vivo saluto, e un altro a Pagani.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1243.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI Regio Ingegnere — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 13 del 1809.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Dalle annesse carte conoscerete quanto si è fatto per Fedele. Ma poco spero. La risposta del Prefetto non farà che aggravare l'accusa. Il Ministero della Guerra è mal prevenuto da molto tempo. Si vuole che Fedele sia realmente refrattario, si vuole che la passata commissione di leva non abbia fatto il suo dovere, si vuole procedere contro di essa. Io mi studierò di sostenere che Fedele non può essere chiamato refrattario, se prima non si provano le mancanze della commissione. Convinta questa di reità, proverò, cioè tenterò di provare che non per questo Fedele è colpevole, perché né mai si è mosso da Ferrara, né mai è stato chiamato. Intanto voi mi fate agire senza documenti legalizzati, secondo il solito. Pare incredibile.</p>
<closer>Salutate la casa, e state sano. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Lunedì debbo tenere un abboccamento con Guizzardi espressamente su questo affare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1245.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 18 del 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Foscolo.</p>
<p>Sarò sabbato sera in Pavia con altri amici, fra' quali Rossi. Da esso potrai sapere tutte le cose che dimandi a me sulla milizia scolaresca. Non ti prender pensiero né sul cenare né sul dormire, perché prima del tuo cortese invito aveva già data la mia parola a Brunacci. Ma queste sono inezie. Basta che i pochi momenti che starò a Pavia, sieno passati nel seno dell'amicizia.</p>
<p>A Beccaria mandai subito la tua lettera; dico <emph>mandai</emph>, perché ciò è seguito fino dall'altra settimana.</p>
<p>Marliani mi disse ieri che Paolino Bignami viene anch'esso con altri amici. Credo che Moscati pure n'abbia intenzione.</p>
<closer>Addio, il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1247.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pavia</add>, <add resp="ed">23 Gennaio 1809</add>.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Il freddo e la neve mi hanno sì mal condotto, che infermo qual sono e di occhi e di testa, non ardisco di espormi all'aria e venire ad abbracciarti. Lo fo col cuore; e sempre più contento della mia venuta, e del tuo trionfo di cui sono stato spettatore, parto per Milano, e parto alle undici.</p>
<closer>Ti rimando le brache, e sono il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1248.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">23 o 24 Gennaio 1809</add>.</date></opener>
<p>Caro Foscolo.</p>
<p>Volevo tacerti una nuova che non deve piacere né a te, né a' tuoi amici, ma gli è meglio che tu la sappia da me. La cattedra d'Eloquenza forense, senza veruna colpa dell'Istruzione Pubblica, anzi contra il suo voto, è stata conferita ad Anelli. Desidero e spero che ciò non debba alterarti in quanto all'importanza del posto, che pel tuo ingegno sarebbe stato una specie di sepoltura; ma deve farti aprir gli occhi sull'avvenire. Il tuo massimo studio deve essere il conservarti la grazia del Principe. Aggiungi dunque alla tua Prolusione (te ne scongiuro) due parole, un cenno, che apertamente tocchi le lodi dell'Imperatore e del Principe. Questa è una costumanza dalla quale non puoi prescindere senza dar campo a odiose illazioni.</p>
<closer>Fa a modo di chi ti ama davvero, e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1249.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 24 del 1809.</date></opener>
<p>Caro amico.</p>
<p>La vostra dimanda è stata pervenuta, e la lettera di Rossi del passato ordinario deve avervi avvisata la vostra nomina alla cattedra di Anelli.</p>
<p>In quanto alla dedica del vostro poemetto, l'affare è nelle mani di Mejan. Anche di questo spero bene.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1252.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p><emph>Nomina</emph> intendo quella della Direzione, che fa la proposta al Principe, e voi realmente siete il proposto; ma bisogna adempiere le solite regole, e presentare la petizione. Fatelo adunque e subito.</p>
<p>Sono di cuore il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="capitolo"><head>1253.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Egregio Amico.</p>
<p>Se avessi potuto pur sospettare che voi miraste alla cattedra di Anelli, io avrei sicuramente taciuto per Arici, tuttoché io mi abbia molta stima e premura per lui. Ma la mia parola è corsa. Posso io ritirarla? Fra due eccellenti ingegni ed onesti e concittadini dovrebbe darsi buona armonia. Venite dunque con Arici a discorso amichevole e combinate fra voi due i vostri interessi. Io desidero il bene dell'uno e dell'altro, e il procurerò per quanto potrà valere la mia debole voce presso la Direzione.</p>
<p>Parlo di cuore, e dal cuore viene il saluto del vostro affezionatissimo amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><salute>A <del resp="ed">[GIOVAN BATTISTA PAGANI]</del> <del resp="ed">[Brescia]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[Milano]</del>,<del resp="ed">[1 Febbraio 1809]</del>.</date></opener>
<p>Carissimo Pagani.</p>
<p>Considera bene lo stato in cui mi trovo, e vedrai ch'io non ho più luogo a parlare pel nostro Bianchi, se egli ed Arici non se l'intendono.</p>
<closer>Tu disponi liberamente e sempre del tuo <signed>Monti</signed>, e abbracciami strettamente il nostro caro granello di pepe Arrivabene</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1254.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO MAZZA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, l Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Amico.</p>
<p>I sonetti mandatimi sono eccellenti, e degni tutti d'Armonide. Questo non è il solito complimento dell'amicizia ma dell'ammirazione, ed io ve ne rendo molte grazie tanto più vive perché gli avete accompagnati colla conferma della vostra benevolenza.</p>
<p>Siamo stati in gran pena per Bodoni, ma Lamberti mi ha consolato con nuove più liete. Che fa la vostra amabile e cara famiglia?</p>
<closer>Ricordatele la mia riverenza ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1256.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Vi è nota la mia epistolaria pigrizia, e non vi farà meraviglia il mio tardo rispondere. Ho inteso da altri l'applaudita apertura della vostra cattedra, e me ne consolo. Seguite a farvi buon nome, e le ricompense non mancheranno. Ma tenetevi saldo sulla buona strada, perché le vesciche padovane non danno che vento e vento che puzza. Avete ingegno, avete immaginazione, avete cuore che sente, avete in somma il necessario per acquistarvi titolo di vero e casto letterato. Giudizio adunque, e in mano sempre Virgilio.</p>
<closer>Comandatemi ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Foscolo si porta divinamente e la sua prolusione ve ne farà certo. Mustoxidi mi scrive che sta bene. Il Bardo dorme, e il mio Omero è sul punto di sbocciar tutto. Ma al momento in cui scrivo sto in Ispagna con due o tre Muse.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1257.</head>
<opener><salute>A G. B. PAGANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Pagani.</p>
<p>Dalle poche righe che vi aveva già scritte nella mia risposta a Bianchi, e da quanto lo stesso Bianchi deve avervi significato dopo l'abboccamento avuto con esso, avrete veduto l'imbarazzo in che sono dopo d'avere spesa per Arici la mia parola. Ho protestato a Bianchi (e io protesto nettamente allo stesso Arici in questo ordinario) che se mi fosse stato noto l'optare di Bianchi alla cattedra d'Anelli, tutti i principj di giustizia mi avrebbero impegnato a favore di questo. Ma quel che ho fatto deve esser fatto, e non di meno l'arena resta ancor libera, né per tutto quest'anno Anelli abbandonerà la sua cattedra. Desidero che si trovi la via di mandar soddisfatti i due concorrenti, e spero si troverà. Ma voi deprimete un po' troppo il povero Arici. Egli è qualche cosa più che verseggiatore, e senza passione vi dico che il suo poema è pieno di molte e delicate bellezze, e di squisita eleganza, superiore all'età dell'autore, tuttoché sparso di negligenze. Insomma Arici fa onore alla vostra patria, e non è l'ultimo a rendere Brescia la più abbondante di buoni cultori della bella letteratura sopra tutte le città del Regno. Così la penso, e voi dovete incoraggiarlo, e potete difender le parti dell'uno senza nuocere alla fama dell'altro, perché sì l'uno che l'altro sono due brave persone, e vostre concittadine. Me ne appello al tribunale del nostro grano di pepe, dico Arrivabene, a cui darete un abbraccio pel vostro</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1258.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ho passata a Rossi la vostra petizione. Egli l'ha trovata mancante di alcune cose, per la cognizione delle quali verrà interrogata la Prefettura.</p>
<p>La venuta di Bianchi vi deve certamente crear dei timori. Ma voi non siete giusto con esso. Egli ha molto merito di sapere e quello di dodici anni di scuola ben insegnata, che gli dava diritto ad una cattedra superiore. Di più, egli è stato vostro maestro; di più, egli vi ha reso giustizia, e se vi fa guerra, ve la fa da nemico generoso non mettendo in campo che il suo diritto. Mi aveva pregato d'interessarmi per lui. Gli ho risposto che io aveva già obbligata a voi la mia fede, ma vaglia l'onor del vero. Se avessi preveduto che egli aspirasse alla cattedra a voi destinata, con tutta l'amicizia con tutta la stima che vi professo (e l'una e l'altra è grandissima), io mi sarei gettato dal suo partito, perché più giusto. Ch'io poi cerchi veramente il vostro vantaggio il dovete conoscere dal fatto stesso e n'avete anche una prova nel permesso ottenuto di dedicare al Principe il vostro poema. Tornando alla cattedra, essa resta ad Anelli per tutto ancora quest'anno. V'è dunque assai tempo per accomodare nel paniere tutte le uova.</p>
<closer>Siate tranquillo ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate Toccagni, e non vi disgustate Pagani.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1261.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Nepote carissimo.</p>
<p>Voi siete stato eletto sindaco del Leonino e si scrive a Milano che per tre volte richiesto dalla Cancelleria Cantonale a prestar giuramento ond'essere istallato, per tre volte non siete stato trovato. È ella vera questa denunzia? Si scrive ancora che voi siete tuttavia sotto processo per l'antica causa Camerani e Corelli. Come va questa cosa? Scrivetemi nettamente la verità, ma non ne fate motto a nessuno, perché anche in Alfonsine v'è chi ama di far del male, e voi avete ancora dei nemici. Potete vederlo dalle imputazioni che vi vengono date, imputazioni che io non so creder vere.</p>
<closer>Rispondetemi subito e state sano! Vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1262.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Caro Nepote.</p>
<p>Il vostro cugino Camerani, eletto sindaco del Leonino, viene accusato di non essersi per tre volte lasciato trovare dalla Cancelleria Cantonale per la prestazione del giuramento. Credo quest'accusa una maligna e artificiosa calunnia per impedire la sua istallazione, tanto più che la relazione spinta a Milano porta che Gio. Antonio sia ancora sotto processo per la nota causa Camerani e Corelli, il che pure credo falsissimo. In questo stesso corso di posta io lo rendo avvisato di questo colpo de' suoi nemici. Sul timore che la mia lettera possa andare in sinistro, o soffrir ritardo, replico a voi la notizia che lo riguarda, onde subito per espresso lo rendiate informato.</p>
<p>State sano.</p>
<p>P. S. Ditegli ancora che mi mandi copia della sentenza pronunziata nella sua causa dal tribunale di Lugo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1264.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI Regio Ingegnere — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Febbraio 1809.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Il Prefetto aveva tesa a Fedele una seconda trappola, denunziandolo come coscritto all'officio del Corpo delle Reali Guardie d'onore, corpo indipendente dal Ministero della Guerra, e che procede senza pietà. Vi acchiudo la lettera che per un cortese straordinario riguardo mi era stata da quell'officio inviata, e ve l'acchiudo perché il sig. Fedele vegga con gli occhi proprj il pericolo che ha corso, e arrossisca di corrispondere sì malamente a chi l'ha salvato. Vi protesto però che se la vostra ultima mi giungeva un giorno prima, per dio lasciavo correre l'arresto minacciato, e a quest'ora ei sarebbe in viaggio per Milano in mezzo alla Giandarmeria. Ma troverò ben io il modo di farlo pentire se saprò che un'altra volta, egli abbia il coraggio di aprire le mie lettere a voi dirette, e sottrarne il contenuto. Pretendo e voglio che queste siano inviolate, e stupisco di voi che non sappiate severamente punire sì colpevole abuso della paterna autorità. Non vi sono superiori? Non vi sono fortezze?</p>
<p>Quanto egli vi ha esposto circa le spese fatte in Milano, è una vile menzogna, né solo menzogna ma calunnia. La lettera che in questo stesso corso di posta vi scrive Teresa metterà tutto in chiaro. Arrossisco d'aver nepoti capaci di tanta bassezza, e veggo bene che Fedele finirà col portare il disonore nella famiglia. Anche Giovannino mi corrisponde male, ma comprendo che egli il fa più per difetto di anima che di costume. Pazienza. Il mio cuore s'intende col vostro, ma i vostri figli tirano a rompere questa santa armonia, e peggio per loro. Poiché Giovanni è una pietra, abbiate almeno voi cura della povera mia ragazza, finché io venga a strapparla da luoghi al suo core così dolorosi e funesti. Siatele padre, e consolatela. Io sono costretto a trattarla con apparente rigore, ma in sostanza ella ha pur troppo ragione e la compatisco se non sa donare il suo cuore a chi non ne ha un altro per contraccambiarla.</p>
<p>Con lettere di ieri mi sono stati proposti per la medesima due partiti, uno d'un cavaliere d'Urbino, l'altro di un mio amico che attualmente è prefetto in un Dipartimento ex—veneto. Il primo lo ricuso a dirittura tuttoché molto plausibile per il lustro e la buona possidenza del soggetto, perché in una bicocca come Urbino così lontana da' suoi parenti la povera Costanza sarebbe sacrificata e per me affatto perduta. Tengo l'altro in sospeso, perché non ho perduta ancora del tutto la speranza che possa effettuarsi il nostro progetto. Ma queste cose stiano segrete tra voi e me, e intanto mandate o portate a Costanza l'acchiusa.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1266.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Marzo 1809.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La vostra poca armonia col Bianchi mi dispiace pur molto. Egli è stato vostro maestro, egli è uomo di merito, egli è mio amico. Andate a trovarlo: forzatelo con oneste maniere a continuarvi la sua amicizia; abbondate di cortesia. Questa è tutta propria del vostro dolce carattere, ed egli non potrà rigettarvi senza far torto a se stesso.</p>
<p>Rossi vi saluta, ed aspetta l'esemplare promessogli dei vostri <title>Olivi</title> e l'aspetto ancor io. Ma perché avete in questo poema lasciato correre dei versi che non sono vostri senza virgolarli? e l'<foreign lang="lat">errata—corrige</foreign> l'avete fatto? Leggerò con piacere le vostre <title>Fonti</title> e con piacere molto maggiore abbraccerò sempre le occasioni di provarvi col fatto l'amicizia con cui</p>
<p>mi confermo vostro tutto.</p>
<p>P. S. Ieri sera ho parlato lungamente di voi a Mejan.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1267.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI Regio Ingegnere — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 1 Marzo 1809.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Ho subito inoltrato al Ministro della Guerra in nome di Fedele un ricorso contro la nuova pretesa del Prefetto intorno alla tassa. Non so predire l'esito perché la soverchieria del Prefetto è aiutata dal pretesto d'una legge, la quale in tutti gli altri Dipartimenti è in vigore. Tuttavia non dispero dell'esito, ma non dentro questo ordinario, perché oggi parte la posta, e non è mezz'ora ch'io ho presentata la supplica. Vedremo adunque nel prossimo, e qualche cosa sarà. Ma sia qualunque l'evento, perché tanta costernazione? Il <foreign lang="lat">maximum</foreign> della tassa è limitato, per quel che sento, a mille lire. Questa somma non vi butta per terra, e il frutto che il Prefetto raccoglierà dalla sua persecuzione non sarà che l'odio de' buoni; e l'aver per nemici la gente trista è un vantaggio. Può darsi che un giorno questo prepotente s'abbia a pentire. Intanto per sostenere la soverchieria fatta a Fedele denunziandolo come refrattario ha obbligato il Prefetto a mandar la nota di tutti quelli che si trovano nello stesso caso di Fedele, e questa nota in quattro grandi volumi in foglio è arrivata ieri l'altro al Ministero della Guerra. Che ne verrà? Una rigorosa indagine del passato, e un processo a tutti gl'individui, molti de' quali per necessità dovranno soccombere se non altro a dare il supplente. Queste misure non potranno non tirare addosso al Prefetto le maledizioni di tutto il Dipartimento.</p>
<p>Dopo tutto non voglio dissimularvi che con grande ripugnanza mi sono indotto a muovermi di nuovo per la causa d'un ingrato, d'un bugiardo, d'un male incamminato come Fedele; e quanto io e Teresa v'abbiamo scritto nel passato ordinario deve avervi convinto della giustizia de' miei lamenti. Egli non mi ha data veruna risposta, e il suo silenzio tradisce la sua coscienza colpevole. Ogni errore ne' giovani si può perdonare, ma la mancanza di cuore e la mala fede giammai, molto meno l'ingratitudine verso il proprio padre, e la perdita del rispetto.</p>
<closer>Salutate la cognata e state sano. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1268.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, l Marzo 1809.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La Direzione non ha colpa, ma il Prefetto. La Direzione paga i Professori dal momento che questi dànno pubblicamente principio alle loro lezioni. Se i vostri onorari si fanno cominciare soltanto dalla metà di decembre, questa non può essere che colpa della Prefettura, che alla metà non al primo di quel mese ha riportata la prima delle vostre lezioni. Unitevi adunque con gli altri vostri Colleghi, fate che la Prefettura emendi il suo sbaglio, e sarete pagati.</p>
<p>Il cambio che proponete non è fattibile, dirò anche non onesto. Pensateci, e indicatemi altra via di migliorare la vostra sorte.</p>
<p>Non è massima della Direzione lo stampare a sue spese le Prolusioni de' Licei, bensì quelle soltanto delle Università. Non so dunque che consiglio darvi per pubblicare la vostra. Posso ben dirvi che non farete male se ne umilierete una copia manoscritta al Direttore Generale in attestato di venerazione, e in prova del vostro zelo nell'adempire i doveri della vostra Cattedra. Non vi scoraggiate, studiate, e a suo tempo raccoglierete buon frutto.</p>
<closer>Sono sempre di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1272.</head>
<opener><salute>A SUA ALTEZZA IMPERIALE E REALE EUGENIO BEAUHARNAIS — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Marzo 1809.</date></opener>
<p>Altezza Imperiale e Reale.</p>
<p>Il sig. Consultore Paradisi si è assunto cortesemente il pensiero di umiliare all'A. V. una mia rispettosa intenzione risguardante una parte delle recenti mie letterarie fatiche dirette tutte alla gloria dell'augusto vostro gran Padre.</p>
<p>L'una di queste produzioni, che in seguito verrà inserita nella seconda parte del <title>Bardo</title>, risguarda il presente stato politico delle cose. Gli attuali movimenti dell'Austria, ne fanno opportuna la pubblicazione. A questa, permettendolo l'A. V., io darò subito effetto, e dedicherò il mio lavoro alla Maestà del Re di Spagna, non tanto per sentimento di mia particolare riconoscenza, quanto perché gli avvenimenti della Spagna entrano anch'essi nel tessuto del mio poema.</p>
<p>L'altro maggior lavoro ha per oggetto la brama di porgere all'A. V. un solenne e meditato e durevole contrassegno della mia devozione, il maggiore che la tenuità del mio ingegno possa offerirle. Si degni l'A. V. di udirlo sulla bocca del Sig. Paradisi, ed esaudendo la mia preghiera, deputar revisore di lodata riputazione il cui voto possa decidere con fondamento se l'opera mia torni ad onore della nazionale letteratura, e sia perciò non indegna di portar in fronte il nome del Principe.</p>
<p>Sono col più profondo rispetto dell'A. V. I. e R. umilissimo, divotissimo e fedelissimo servitore e suddito.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1274.</head>
<opener><salute>All'ab. ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Marzo 1809.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Moscati m'impone di scrivervi che Bianchi ed Arici vivano tranquilli, tranquillissimi, e il Davide professore si contenti della sua cattedra, e ringrazi Iddio che gli è stata conferita prima che si sapessero le sue virtù. Se avesse l'impudenza di menar qualche vanto, invitatelo a mostrar la risposta che gli è stata data dal cavalier Rossi.</p>
<p>Abbracciate Arici, e consolatelo, andate d'accordo e credetemi tutto vostro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1275.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Marzo 1809.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Il giorno ch'io vi diedi risposta, lo stesso giorno la Direzione Generale degli studi diede ordine che i vostri salari corressero dal primo di dicembre. Così mi assicurò il cav. Rossi. Come sta dunque il contrario? Io non ho tempo di veder Rossi, perché mi tiene occupatissimo la stampa di un canto eroico che dedico al Re di Spagna; ma Rossi non può avermi ingannato. Volete finirla? Unitevi tutti e tutti sottoscritti date il vostro ricorso alla Direzione.</p>
<p>Vi abbraccio e sono in gran fretta il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1276.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Non vi affligga la lettera che si è smarrita. Essa non conteneva che espressioni di amicizia, e particolari saluti per Manzoni, a cui ora li porterete raddoppiati.</p>
<p>Eccitato a scrivere qualche cosa sugli ultimi avvenimenti, mi cadde in pensiero il sublime sistema pitagorico, poi platonico e virgiliano dell'<emph>anima universale</emph>; e trasportata questa grande idea dal mondo fisico al mondo morale, mi pare di vedere l'anima di Napoleone che <quote lang="lat">intus alit, totamque infusa per artus mens agitat molem</quote>.</p>
<p>Ecco l'argomento che ho messo in versi, ai quali ho dato il titolo di <title>Palingenesi Politica</title>. Ve ne spedisco un esemplare, e ne attendo il vostro giudizio. <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> Mejan mi si è spontaneamente esibito di mandarlo egli stesso all'estensore del <title>Monitore</title>, perché lo annunzi in quel Foglio ufficiale, e per prevenire le cabale de' miei nemici. Avrei amato che l'articolo fosse di penna italiana, e capace di darlo giusto. Se voi aveste tempo di stenderlo, e mezzi di farlo inserire, ve ne sarei tenuto. Leggete il Canto, e prendete norma dall'impressione che vi farà. Vi avverto solo che, volendo usarmi questa amicizia, bisogna far presto per non dar campo agli intrighi, come è accaduto pel <title>Bardo</title>.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sono stato più giorni gravemente ammalato, e la mano è ancora tremante per debolezza di forze.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1277.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Signor Ministro veneratissimo ed Amico.</p>
<p>Ho fatto consegnare a Guidiccini, che parte, credo, dimani, un esemplare per Lei in foglio grande velino della mia <title>Palingenesi Politica</title> ultimo Canto da me stampato su gli ultimi avvenimenti e dedicato al Re di Spagna. Ma perché il viaggiare di Guidiccini sarà lento, le ne anticipo pel nostro Corriere un altro esemplare in 8, onde non essere incolpato di negligenza nell'adempimento del mio dovere. Degli altri in bella legatura destinati per l'Imperatore e pel Re di Spagna si è incaricato M.r Mejau, il quale mi ha detto di riposare sulla sua diligenza. Prima di pubblicarlo ho voluto interrogare la volontà del Principe, e S. A. non solo ha lodato il pensiero di dar subito in luce questo Canto, ma ben anche la risoluzione di dedicarlo alla Maestà del Re delle Spagne, e con suo particolare e spontaneo movimento ha ordinato alla Direzione Generale degli Studi di significarmi con lettera solenne, <quote>che le produzioni d'un poeta che fa tanto onore alle Lettere Italiane ed a se stesso, non potranno mai mancare del suo real gradimento ed approvazione</quote>.</p>
<p>Ho voluto, Signore, renderle nota questa circostanza, ond'Ella per la benevolenza di cui mi onora, non abbia a temere che io, pubblicando un componimento, come la Palingenesi, di materia assai delicata, abbia lasciato correre sillaba o pensiero senza pesarlo sulle bilance della prudenza.</p>
<p>La ragione per cui non ho dato ancora alla stampa la seconda parte del Bando, l'intenderà dalla nota al primo verso della Palingenesi. E realmente infiammato sempre d'amore per la mia nazione io aveva impiegato in onore di questa tutto l'ottavo e il nono Canto del mio poema figurandomi un ordine di cose tutto contrario al successo, e tenendo per fermo che la Toscana dovesse far parte del nostro Regno. L'accaduto ha non solo alterato in parte il mio piano, ma dispersi al vento quegl'interi due canti. E questo non è tutto il male. Ma la mia salute, che da quasi due anni è travagliata massimamente da un incommodo agli occhi che mi toglie il leggere, e mi dà gran pena nello scrivere per una perpetua fastidiosissima lagrimazione, questa è che mi mette spesso in tanta malinconia, che mi lega tutte le potenze dello spirito. Contuttociò spero di poter presto dar l'ultima mano a questo lavoro, terminato il quale, comincerò l'edizione della mia traduzione dell'Iliade, di cui Sua Altezza ha accettata assai cortesemente la dedica.</p>
<p>Dirò adesso due parole pel mio lungo silenzio con Lei. Ella ne ha toccato il motivo nell'ultima sua a mia moglie. L'aver Ella ammesso all'onore della sua amicizia un uomo che non ha mai cessato di perseguitarmi, non doveva egli farmi temere di essere caduto dalla sua antica benevolenza? Io piangeva dunque in segreto la mia disgrazia senza però mai dimenticarmi il bene ch'Ella mi ha fatto, e stimai conforme al suo desiderio il tacere. Ora quelle sue poche parole a mia moglie mi ritornano nella speranza della sua prima benevolenza, e io le scrivo. Ecco fatta la mia confessione.</p>
<closer>Se dopo tutto io fossi ancor reo con Lei di qualche mancanza le ne chieggo perdono, e giuro al cielo di essere sempre stato e di essere costantemente con tutta la riconoscenza e il rispetto suo umilissimo ed obb.mo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1278.</head>
<opener><salute>Al Sig. FEDERICO FENAROLI Presidente dell'Accademia — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Prestantissirno signor Presidente.</p>
<p>Non prima di otto giorni fa mi è pervenuto, egregio Signore, l'onorevole di Lei foglio (unitamente ai Commentari dell'Accademia Bresciana) in data del 27 febbraio; e avrei immediatamente risposto, se una grave indisposizione di salute non mi avesse tolta per più giorni ogni facoltà di penna e di mente.</p>
<p>Che dirò ora per l'alto onore, che codesta illustre Accademia mi compartisce nominandomi suo socio onorario? Nulla: perché la coscienza mi avverte del mio demerito. Non tace però il vivo sentimento della mia gratitudine, ed io la supplico, esimio signor Presidente, di farne per me l'espressione a' miei onorandi Colleghi nella prima adunanza, presentando loro in attestato della mia devozione il libretto che dal sig. Bettoni le verrà consegnato.</p>
<p>Gradisca Ella in particolare le proteste della mia riconoscenza accompagnate da quelle della mia stima e considerazione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1279.</head>
<opener><salute>A GAETANO FORNASINI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Car.mo Fornasini.</p>
<p>Con la testa ancora sconvolta per una fierissima convulsione di cervello affaticato da un lavoro rapido e violento, mi sono sforzato di scrivere due righe di ringraziamento al sig.r Presidente Fenaroli per la nomina di vostro socio, di cui mi avete onorato. Prego voi di adempire al difetto dell'inferma mia mente, e di aggradire i miei ringraziamenti per la gran parte che voi avete avuta per sola cortesia vostra nella dispensazione di questo onore.</p>
<p>Bettoni presenterà al Presidente una copia della mia <title>Palingenesi Politica</title>. Fate ch'egli e l'Accademia accettino benignamente questo attestato della mia stima,</p>
<closer>e voi senza complimenti credetemi vostro vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1280.</head>
<opener><salute>Al Cav. MICHELE ARALDI Segretario dell'Istituto — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Ho consegnato a Vaccari la versione del secondo canto dell'Iliade da inserirsi nel tomo letteratura. Convalescente qual sono non ho avuto né tempo né testa per porre attenzione all'ortografia, e son certo che il copista (milanese) mi avrà regalato di molti errori. Ne affido a voi e a Giordani l'emendazione. Conosco la sofferente e cortese vostra amicizia, e vivo tranquillo.</p>
<p>Da Giusti avrete ricevuto un esemplare della mia <title>Palingenesi</title>. Aggraditelo come attestato della mia stima, e giudicatelo con indulgenza.</p>
<closer>Non mi dilungo, perché nol consente l'incredibile debolezza della testa, ma il <foreign lang="lat">vale</foreign> che vi mando parte dal cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1281.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Signore.</p>
<p>Non più Guidiccini, ma il Senatore Testi le recherà l'esemplare in foglio grande velino della mia <title>Palingenesi</title>. L'altro in 8 spero l'avrà ricevuto avendolo raccomandato a Borghi, sono già cinque giorni. Quello che mi prendo la libertà di spedirle in questo ordinario è per M.r Azuni Membro del Corpo Legislativo, a cui la supplico di farlo recapitare coll'acchiusa.</p>
<p>Unisco pure una lettera per M.r Ferri, e la raccomando a Lei perché gli sia inviata sicuramente. La Segreteria del Viceré per ordine del Viceré stesso si è incaricata della spedizione di due esemplari a ciascuno tanto per l'Imperatore che pel Re di Spagna. Io sono convalescente, né potendo uscire di casa non so neppure se M.r Mejan ne abbia fatta la direzione a V. E. o ad Aldini. Se mai gli avesse diretti a Lei, la prego di presentarli a S. M. con quelle parole di benevolenza che il suo cuore le saprà suggerire.</p>
<closer>Non mi dilungo perché la testa non me lo consente, ma il sentimento di rispetto con cui finisco parte dal cuore del suo umilissimo ed obbedientissimo servo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1284.</head>
<opener><salute>Al Conte GIAMBATTISTA CORNIANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Aprile 1809.</date></opener>
<p>La conformità degli studi, il prezioso regalo che mi avete fatto della vostra bell'Opera, e la cognizione che ho pienissima del cortese vostro carattere, mi dànno coraggio a chiamarvi, dal primo momento che ho l'onore di scrivervi, col dolce nome d'amico, senza danno dell'antica mia riverenza verso un erudito di tanto valore quale voi siete. Semplicissimamente adunque, e come ad amico, vi rendo grazie dei libri inviatimi, e da me molto desiderati, perché tenuti in gran pregio. Senza adulazione, la vostra Opera fa grande onore a voi e all'Italia, ed è scritta con sommo criterio congiunto a somma eleganza. Io non ne conosceva che i due primi volumi. Questi mi sono garanti della bontà dei loro fratelli, dei quali ho intrapresa subito la lettura, interrotta per ringraziarvi del piacere che mi cagionano.</p>
<p><foreign lang="lat">Perge ut cœpisti</foreign>, e ricordatevi del vostro nuovo, ma veracissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1285.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Mio egregio e carissimo Amico.</p>
<p>Due milioni non pagherebbero il piacere che mi ha recato la vostra lettera, e soprattutto il cortese vostro rimprovero. Spiacemi però che voi abbiate sospettato in un puro sentimento di rispetto una qualche diminuzione d'amicizia. Non mi si è mai partito, né mai mi si parte dalla mente e dal core il bene che mi avete fatto, né la rimembranza del beneficio può separarsi dal sentimento d'amore, né da quello della devozione e del rispetto. Non ho dunque peccato verso di voi usando i termini della riverenza, e lasciando quelli dell'amicizia unicamente per punire me stesso dell'aver taciuto con voi tanto tempo. Ora ecco ripristinate, mercé vostra, le formole dell'antica confidenza, e queste saranno le sole di cui farò uso per l'avvenire.</p>
<p>M.r Mejan, è già molti ordinari, spedì ad Aldini gli esemplari della mia <title>Palingenesi</title> da presentarsi all'Imperatore, e quelli da spedirsi al Re di Spagna, né ancora si è ricevuta notizia dell'esito loro. Ne avvisai Cristini, e neppur questi mi porge verun riscontro. Se vi venisse fatto di scoprire qualche cosa sul destino del mio libretto, comunicandomela, ve ne sarò obbligato. Intanto vi ringrazio dell'onesta e lieta accoglienza che gli avete fatto, e prendo conforto del suo buon esito dal vostro giudizio.</p>
<p>Dal Senatore Testi avrete ricevuto l'esemplare in foglio velino; e l'altro che con altra lettera vi mandai in ottavo spero l'avrete fatto recapitare ad Azuni, a cui era diretto.</p>
<p>La bontà con che mi trattate mi anima a pregarvi d'un piacere. Quando il Re Giuseppe alle molte liberalità dispensatemi in Napoli aggiunse anche una pensione di tre mila franchi su la propria cassa reale in Parigi, io lasciai in Napoli al mio banchiere ed amico Luigi Wallin un mandato di procura per l'esigenza ch'egli n'avrebbe procurata per mezzo del suo corrispondente in Parigi. Ma il cambio da Parigi a Napoli, e poi da Napoli a Milano mi divora non piccola somma, ed io ho già scritto al Wallin perché mi rimandi il detto mandato, in virtù del quale egli non deve aver riscosso che due trimestri. Per gli altri due scadenti appunto nel giorno d'oggi 20 Aprile, e pe' trimestri successivi veggo che mi torna più conto il farli riscuotere costì da persona che abbia in Milano delle somme da spedirsi a Parigi, sulle quali farmi seguir qui il pagamento della detta pensione senza discapito. Se voi voleste degnarvi di acconsentire che il vostro esattore ne facesse in Parigi la riscossione da M.r Jamel Intendente della Casa Reale, allora il Cassiere Lodigiani sulle rimesse ch'egli suol farvi potrebbe sborsarmi ogni tre mesi le somme che ogni tre mesi il vostro esattore in Parigi riscuoterebbe per conto mio sulla cassa reale. Se questa permuta non vi rincresce io trasmetterò in bianco il mandato opportuno, e vi avrò l'obbligazione d'avermi liberato da una sanguisuga troppo dannosa al piccolo mio peculio.</p>
<p>Mi sarà finalmente caro il sentire che abbiate spedito al vostro Ferri la lettera che per esso vi acchiusi e raccomandai. Ho saputo da vostro figlio che Ferri è stato fatto Conte di S. Anastasio, e ne ho provato grande piacere.</p>
<p>Continuatemi, caro mio benefattore ed amico, la preziosa vostra benevolenza. Questa mi sarà ottima medicina alla mia vacillante salute. Oggi però sto meglio, ma la convulsione mi è saltata dalla testa al petto, e quando mi metto a travagliare di fantasia mi risale di nuovo al cervello, né posso resistere a lunga fatica. Nulladimeno spero di dar presto compimento alla seconda parte del <title>Bardo</title>, che mi sta a cuore.</p>
<closer>Vi abbraccio col miglior sentimento ch'io m'abbia nel cuore, e sono eternamente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1286.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Aprile 1809.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Nulla si è potuto concludere pel vostro raccomandato stante l'assenza del Ministro della Guerra, come intenderete da Montanari.</p>
<p>Abbiamo avuto due giorni d'inquietudine per li fatti accaduti all'Armata, ma ora le cose vanno in regola e per le nuove officiali che abbiamo dei movimenti militari non solo nulla si teme, ma presto vedremo cangiate maravigliosamente le cose: Napoleone è sul campo, e ciò basta.</p>
<p>Dei due esemplari che vi spedisco d'una mia stampa uno lo riterrete per voi, l'altro lo manderete a Giovannino in Ferrara.</p>
<p>Salutate la Caterina per parte pure di mia moglie, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1287.</head>
<opener><salute>A LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Aprile 1809.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Voi siete soverchiatore e io non vi manderò più niente del mio. Onnipotenza di Dio! de' versi divini mi avete regalato! Fatene le mie congratulazioni all'autore, e ricordate all'amabile Malaguzzi la mia costante devozione.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1288.</head>
<opener><salute>A VINCENZO CRISTINI Segretario di S. E. il sig.r Aldini — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Vi ringrazio di cuore, e ringrazio il Ministro della pronta spedizione promessami della mia stampa al Re di Spagna.</p>
<p>Veggo io pure che per gli altri esemplari bisogna aspettare il ritorno dell'Imperatore. Ma nel caso che il Ministro fosse chiamato al campo, io lo prego di non lasciare indietro la <title>Palingenesi</title>. Mi basta che Sua Maestà sappia ch'io l'ho pubblicata e spedita prima che le ostilità fossero cominciate.</p>
<p>Può anche il sig.r Aldini (se vuol darmi un attestato della sua bontà) farne giungere all'Imperatore la cognizione per altra via naturalissima e semplicissima, ed è di fare annunziare la <title>Palingenesi</title> sul <title>Monitore</title> con sole due righe di benigno giudizio; s'egli e voi e chi può deciderne giudicheranno che quei versi ne siano meritevoli. Non ho sete di lode, ma una produzione consecrata alla gloria dell'Imperatore mi piacerebbe che fosse annunziata favorevolmente, né la <title>Palingenesi</title>, per dio, il demerita, ed io pure ho la mia coscienza. Vorrei insomma un poco di giustizia.</p>
<closer>Al Ministro i miei complimenti, a Brunetti i miei saluti, e a voi il miglior addio ch'io m'abbia nel core. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Datemi nuove della salute del mio Mustoxidi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1290.</head>
<opener><salute>Al Conte GIAMBATTISTA CORNIANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Maggio 1809.</date></opener>
<p>In una mia lettera a Bettoni acchiusi già, tempo fa, altro mio foglio a voi diretto, perché egli vel consegnasse accompagnato da un esemplare della mia <title>Palingenesi</title>. Né di quelle lettere, né di altra che pur prima gli scrissi, avendo io mai avuto riscontro, temo che pel suo continuo vagare da Brescia a Padova, onde attendere a' suoi tipografici stabilimenti, o pel disordine ne' giorni passati intervenuto negli offici postali, temo, dissi, che quelle lettere sieno andate tutte in mala fortuna. Il che mi duole particolarmente per quella che a voi veniva, e vi portava l'espressione della mia riconoscenza per l'onorevole menzione che avete fatta di me nell'immortale vostra opera; e vi diceva inoltre il sommo diletto da me provato nel leggere le ultime vostre Vite , giudiziose, vere ed esatte, come le prime, e degne insomma dell'eccellente biografo che le ha scritte con tanto onore dell'italiana letteratura.</p>
<p>E perché conosciate che le ho scorse tutte con attenzione, vi farò accorto d'una inavvertenza che v'è sfuggita; siccome accade più volte di scrivere una parola, e un'altra averne in capo. Nella vita di Berardino Rota voi memorate le sue egloghe, e invece di scrivere <hi rend="italic">Pescatorie</hi> avete scritto <hi rend="italic">Pastorali</hi>. In errore consimile io pure sono caduto nella stampa della <title>Palingenesi</title> verso il fine. Nel copiare l'autografo scrissi:</p>
<lg type="nc"><l part="F">e nel segreto</l>
<l>Del mio pensier de' due veduti abissi,</l></lg>
<p>e doveva dire — <hi rend="italic">I due veduti abissi</hi>. — Non posso però essere del vostro avviso nel giudizio che portate di queste egloghe le quali vengono reputate, dopo quelle del Sannazaro, la miglior cosa che abbia in questo genere la poesia italiana. E certamente alcune, ch'io n'ho vedute tradotte in latino, gareggiavano con quelle del cantor di Posillipo.</p>
<closer>Continuate, mio caro consigliere, l'egregia vostra fatica, e rendetevi certo della nazionale riconoscenza, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. In quella mia lettera a Bettoni io gli dava pure una nota degli amici, a cui lo pregava di porgere un esemplare della <title>Palingenesi</title>: l'esimio vostro Presidente Beccalossi, Arrivabene, Pagani, Bianchi, Arici. S'egli è tornato da Padova, ricordategli, vi prego, l'adempimento di questo mio dovere verso persone che mi son care.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1291.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Il Prefetto del Reno mi scrive che la Pianta Pio è stata definitivamente assegnata al suo Dipartimento.</p>
<p>Non credo quello che mi scrivete dei raggiri di Fabbri e di Guiccioli, ma ne prenderò cognizione. Qualunque però sia il risultato dei loro tentativi, siate per parte vostra tranquillo. Il Direttore del Demanio non può mancarmi di parola.</p>
<p>Immerso tutto come siete ne' vostri affari non è maraviglia che siate all'oscuro di certe cose. Comunque sia, desidero che Fedele rompa le sue visite a S. Antonio. Le mie relazioni sono sicure, né io posso fidarmi di chi per prima prova del suo ravvedimento comincia dall'insidiare il cuore d'una fanciulla destinata dal padre allo stesso di lui fratello. Piacesse al cielo ch'egli fosse veramente pentito!</p>
<p>Dite a Giovanni che la sua lettera mi ha addolorato, ma che lo amo sempre come prima, e che piango su la cecità di mia figlia. Ditegli anche che, ad onta di quanto accade, gliela raccomando, e che disponga del mio per usarle delle attenzioni, e mostrarsi attento e generoso. Chi sa? Può darsi che questa via riesca a buon fine. La ragazza è stata sempre sensibile a queste piccole e delicate attenzioni. Stia insomma attento a' suoi desiderj, e disponga del mio per soddisfarli.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1292.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Va benissimo. Al diavolo, non che ai venti, la malinconia. A che rattristarvi, se per quest'anno le vostre lezioni saranno informi e incomplete? Il tempo e l'ingegno daranno ordine e perfezione a tutto ciò che sul nascere non può che essere difettoso. Lodo che avvezziate i vostri discepoli alla meditazione di Dante. Ma dopo averne mostrato loro il bello, rivelate anche il brutto, voglio dire le molte cose da non imitarsi, tanto nello stile e nelle parole, quanto nelle fastidiose teologiche disputazioni. E per evitare che i vostri allievi non prendano la funesta abitudine di dar sempre alle loro idee un solo colore, non li lasciate col solo Dante, ma insegnate loro a temperar l'acerbità e fierezza dello stile dantesco colla dolcezza del Petrarca, colla fluidità dell'Ariosto, e colla nobiltà del Tasso. A quelli poi che sanno di latino, fate precetto di aver sempre nelle mani Virgilio.</p>
<p>Finché Anelli non sia definitivamente istallato nella sua cattedra, voi non potete essere confermato nella vostra. Ma questa non è che una pura cerimonia, il cui ritardo non nuoce punto al possesso in cui già siete.</p>
<p>Dov'è Bettoni? A due lettere che gli ho scritto nessuna risposta. E in una di queste io gli commetteva di dare agli amici un esemplare della <title>Palingenesi</title>; dico a voi, a Corniani, Beccalossi, Bianchi, Pagani, Arrivabene. L'ha egli fatto? Ha egli per me adempito quest'obbligo di buona amicizia?</p>
<closer>Salutateli tutti, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1293.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Giambattista.</p>
<p>Ho bisogno d'una notizia, che dimanda tutta la prudenza, e la più profonda segretezza. Tu sei savio, e mi fido.</p>
<p>Non ti deve essere ignoto, che tra me e mio fratello erasi divisato di dare Costanza in moglie a Giovannino. Il divisamento era ottimo, ma Giovanni non ha saputo interessare il cuore della ragazza, né io ho il coraggio di sacrificarla. Secondo le notizie che mi sono giunte, Fedele, distaccatosi finalmente dalla Merangola, si è messo a far la corte a Costanza, e dotato com'è di più spirito e di modi più insinuanti che il fratello, non è mal veduto. Ma il carattere morale di questo ragazzo è un ostacolo insuperabile al compimento de' suoi disegni, né io vi darò mai il mio assenso a meno che egli non mi dia prove indubitate e sicure del suo cambiamento.</p>
<p>In questo stato di cose mi vengono da diverse parti proposti tre partiti di matrimonio, uno de' quali è il secondogenito del conte Conti di Faenza, il cui primogenito deve prendere la Tassoni di Ferrara. Conosco Conti, ma non il giovine che mi si propone, né lo stato di sua famiglia. Conviene adunque, mio caro, che destramente tu prenda cognizione di queste cose, sì rapporto ai costumi del giovine che alla sostanza paterna e ai pesi che la gravano, avendo io forti sospetti che il patrimonio di quella famiglia, tuttoché dovizioso, abbia delle magagne.</p>
<p>L'altro partito di cui mi si è fatta la proposizione, è un certo cav.e Corbelli di Urbino, giovine ricco e di molta saviezza. Ma non avendo io che questa figlia, mi rincrescerebbe mandarla così lontana.</p>
<p>Più adattato e più gradito al mio cuore sarebbe il terzo, che è quello del cav.e Maggenta attuale prefetto di Vicenza, persona onestissima e che ha tutti i numeri. Ma io non posso coltivare questo partito se non si risolve prima quello di Conti.</p>
<p>Ti raccomando il silenzio e aspetto dalla tua amicizia informazione esatta e consiglio.</p>
<p>Ti abbraccio di core, e sono sempre il tuo aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Per aprirti tutto l'animo mio non voglio dissimularti che se fossi sicuro di una verace riforma nei costumi di Fedele, lo preferirei a tutti. Ma egli ha tre grandi difetti: la volubilità, la prodigalità e la menzogna. Come si può tutto a un tratto guarire di queste tre malattie?</p>
<p>P. S. In questo punto ricevo lettera di Fedele tutta piena di contrizione, nella quale mi assicura del sincero cangiamento della condotta, mi promette mari e monti, e finisce col dirmi che sarebbe il più beato uomo del mondo se volessi accordargli Costanza. Che ne dici? Consigliami per carità. Io gli rispondo intanto in termini che non disperano. Ma se suo padre non si spiega, io seguiterò a coltivare altri partiti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1294.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Carissimo e preziosissimo Amico.</p>
<p>Dalla Segreteria del Viceré coll'ordinario di oggi riceverete un esemplare della <title>Palingenesi</title> legato in pelle dorata da presentarsi alla Regina di Spagna colla lettera che vi acchiudo. L'avrei mandato fin da principio per questo effetto se avessi saputo che la Maestà Sua era tuttavia in Parigi. Ora dunque glielo umilierete Voi in nome mio, e porrete a' suoi piedi la sempiterna mia devozione per codesta ottima Sovrana, dalla quale in S. Lucio venni accolto con una incredibile degnazione.</p>
<p>Non posso esprimervi la mia stizza in udire che l'esemplare destinato per voi è rimasto indietro. Mi sono inquietato con Borghi, con Tambroni e con Lamberti, i quali tutti mi assicuravano che Testi l'avrebbe preso con sé, ma specialmente con Borghi che, consapevole di una tale dimenticanza, poteva rimediarvi alla partenza di tanti che gli sono capitati per Francia, e non ne ha mai fatto nulla, e di nulla mi ha mai avvertito. Mi ha promesso di emendare a prima occasione l'errore, e spero lo farà.</p>
<p>Ho segnato ieri il mandato di procura per la riscossione della pensione, ma il Notaro non me l'ha per anche rimesso. Perché sia valido convien munirlo di tante firme di tribunali, ch'è una disperazione. Lo spedirò dunque col prossimo corriere.</p>
<p>Mia moglie vi ringrazia e vi risponde ella stessa.</p>
<p>Gli avvenimenti della guerra presente son tali, che tutte le Muse sono in faccenda per cantarli. Né la mia si tacerà. Ho dunque messo mano ad un altro Canto epico, che sarà il secondo della <title>Palingenesi</title>, e finirà di sviluppare il pensiero del primo. Ecco un altro ritardo alla pubblicazione della seconda parte del Bardo, ma son certo che all'Imperatore non dispiacerà di sentir le Muse sull'Istro in mezzo allo strepito dei cannoni, che rovesciano dopo cinque secoli il trono di Rodolfo.</p>
<closer>Se vedete di nuovo la sposa del nostro Ferri, presentatele i miei ossequi, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1296.</head>
<opener><salute>All'Ab. DANIELE FRANCESCONI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Col passato corriere ho ricevuto il diploma di Socio nazionale di codesta vostra Accademia. Egli è in data del 23 febbraio. Se questa data è sincera, vi prego di discolpare presso il Presidente il ritardo del mio riscontro, non amando io di essere tenuto reo di negligenza nel corrispondere a quest'onore.</p>
<p>Ti mandai pel Serpieri un esemplare della mia <title>Palingenesi</title>. L'avete voi ricevuta? Questa confusione del tu e del voi abbiatela per buon linguaggio di libera e sincera amicizia.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1300.</head>
<opener><salute>All'ab. DANIELE FRANCESCONI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Maggio 1809.</date></opener>
<p>Ho dato ordine a Bettoni di spedirvi le ventiquattro copie della <title>Palingenesi</title> da voi richieste. Il prezzo è una lira milanese.</p>
<p>La traduzione d'Omero ha sofferto qualche interrompimento, a cagione della <title>Palingenesi</title>, e ne soffre tuttavia per un nuovo lavoro, a cui le nuove imprese del nostro Imperatore mi costringono a metter mano. Farò un altro Canto, seguitando il pensiero della Palingenesi, dopo il quale darò fine al <title>Bardo</title>; e sbarazzato da questa fatica, mi consacrerò tutto ad Omero.</p>
<p>Della versione di Pindemonte ho già udito da lui stesso quasi tutto il primo canto, e mi piacque. Parlo dell'Odissea. Delle Georgiche mi giunge nuovo. Salutate la Teotochi, e ringraziatela del suo cortese giudizio. Una parola sui vostri colleghi <gap/>…</p>
<closer>Sta sano, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Paradisi, e tutta la compagnia vi salutano di cuore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1301.</head>
<opener><salute>A LUIGI CAGNOLI Professore di Belle Lettere nel liceo di Reggio Emilia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Maggio 1809.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Gli scherzi a parte: i vostri versi mi sono piaciuti, e mi figuro che la bella danzatrice non avrà pagato d'ingratitudine la celebrità che le avete acquistata; voi m'intendete, signor poeta. Me ne rallegro adunque per doppio motivo, e ve ne ringrazio come di cosa assai cara.</p>
<p>Il mio Omero non è che alla metà, e sarebbe al suo fine, se il <title>Bardo</title>, e la <title>Palingenesi</title>, e il <foreign lang="lat">requiem æternam</foreign> che bisogna cantare alla Casa d'Austria non l'avessero impedito e l'impedissero tuttavia.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1303.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Giugno 1809.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>Morire gli è ben peggio che fuggire, ed io vi lodo assai di non aver fatto né l'uno né l'altro, e godo infinitamente della ricuperata vostra salute.</p>
<p>Significherò al Gran Giudice la vostra riconoscenza. Ma anche il vostro <emph>maestro</emph> Anelli si sarebbe incaricato assai volontieri di questa commissione.</p>
<p>Leggerò con piacere e con sentimento di gratitudine il vostro articolo sulla <title>Palingenesi</title>, di che Bettoni mi aveva già scritto. E attendo pure con impazienza l'irrigazione delle vostre fonti, che saranno, spero, di limpida vena e soavissima.</p>
<p>Salutate gli amici, e scusate la poltroneria di Arrivabene. So che egli è sempre in braccio a Venere, e conviene compatirlo.</p>
<closer>Comandatemi ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1304.</head>
<opener><salute>Al cav. MICHELE ARALDI Segretario dell'Istituto Nazionale — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Giugno 1809.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>La lacuna del noto verso è proceduta dal non aver io mai trovato un verbo che equivalga allo <emph>sbracarsi</emph>, ch'è l'<foreign lang="lat">omnibus viribus eniti</foreign> dei Latini. E <hi rend="italic">sbracarsi</hi> è l'unico che i nostri classici ci somministrino costantemente per esprimere quell'idea, di modo che ad onta della poca verecondia di siffatto verbo, io stimo di ritenerlo e di sacrificare la decenza all'evidenza e alla forza. Né il Caro, se si fosse trovato nello stesso bivio, avrebbe, per mio avviso, tralasciato d'adoperarlo, avendo egli più volte nella divina sua traduzione fatt'uso di parole egualmente plebee, ma energiche e piene di colorito. Aggiungete che l'indole del discorso d'Ulisse sulla cui bocca pongo questa parola, e la viltà del personaggio a cui Ulisse ne fa l'applicazione, ponno egregiamente giustificarla. Per la qual cosa se voi e il nostro Giordani, che ambedue conoscete tutto l'oro dell'Arno, non ne avete pronta una migliore, io penso che converrà statuire il verso così:</p>
<l>Perciò ti sbrachi in maledirlo, ecc.</l>
<p>A voi però e a Giordani lascio pienissima libertà di sostituire altro termine a vostro senno.</p>
<p>Se Giordani stampa il suo Elogio al Martinelli, fate che subito lo spedisca. Intanto fategli le mie congratulazioni. Egli è bellissimo ingegno, e se come mi scrivete, egli ha renduto il suo stile più pastoso ancona del solito, Giordani sarà aureo per ogni verso.</p>
<p>In quanto a voi, carissimo mio Collega, finite, vi prego, di strapazzarmi con quel <hi rend="italic">lei</hi> abborrito, e così contrario al linguaggio della buona amicizia. Altrimenti vi verserò sulla testa un sacco di <hi rend="italic">eccellenza</hi>.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1305.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Giugno 1809.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Secondo i miei dati Teresa e Costanza debbono trovarsi in Lugo. Dirigo dunque a voi l'acchiusa per sicurezza di recapito.</p>
<p>Dalla Teresa intenderete lo stato degli affari circa la figlia, e potrete giovarla de' vostri savi consigli. Non vi raccomando l'una e l'altra perché farei torto al vostro cuore.</p>
<closer>Salutate la Caterina e credetemi sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1306.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>Bettoni vi avrà fatto i miei ringraziamenti pel cortese articolo vostro sulla <title>Palingenesi</title>. Io ve li ripeto col rossore di non averlo meritato. Godo però d'una lode che viene da penna elegante come la vostra.</p>
<p>Ho gustato il Sermone ad Arrivabene. Ma parmi che in questo genere di poesia il cantore degli Olivi sia minore di sé medesimo. Nondimeno il buon poeta vi trasparisce in molti tratti. Mi sono ben guardato dal dimandare al vostro antecessore e <emph>maestro</emph> (così egli si spaccia) la spiegazione dei caratteri da voi dipinti e a me sconosciuti, poiché la mia curiosità mi avrebbe esposto ad una seccata di coglioni infinita. Per non farmi adunque uccidere per le orecchie, amo di restare nell'ignoranza dei vostri originali.</p>
<closer>Rossi vi saluta e vi ama, non però quanto il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille saluti al grano di pepe.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1307.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Conte FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Mio Carissimo Amico.</p>
<p>La Regina delle Spagne si è degnata di scrivermi una graziosa ed umanissima lettera. Debbo a voi questa grazia, e godo di protestarvene la mia obbligazione. Vi ringrazio ancora della premura che vi siete data perché nel Monitore sia inserito un articolo sulla <title>Palingenesi</title>. Me lo scrive Cristini e tuttoché i vostri buoni offici non abbiano avuto effetto, ciò punto non diminuisce il debito mio.</p>
<p>Del nostro Ferri finora nessun riscontro. Parmi di non dover attribuire il suo silenzio che alla dura situazione delle cose di Spagna, né senza indiscrezione si può pretendere risposta in sì difficili circostanze. Vorrei solo che voi foste certo che le mie lettere gli sieno pervenute.</p>
<p>So il vostro amore per l'ottimo Centofanti vostro Bibliotecario in Bologna, e in confidenza vi significo un'occasione ed il mezzo di fargli del bene. Il pubblico Bibliotecario Pozzetti nel suo imprudente ed iniquo parlare corre grande pericolo di perdere il posto. Ho suggerito al Cav. Rossi Segretario Generale dell'Istruzione pubblica di proporre l'egregio vostro protetto, e lo farà. Resta che voi ne diciate qualche cosa a Moscati, il che potete far destramente per non tradire la confidenza che Rossi mi ha fatta del cattivo procedere del Pozzetti, e dell'intenzione che si ha di scacciarlo. Se non si pigliano i passi avanti si dà campo a Moscati d'invilupparsi in altro impegno, e allora non si fa nulla.</p>
<p>Da più d'un mese Teresina è in Ferrara per affari domestici. Partendo mi lasciò l'acchiusa per voi. Stordito che sono, io me n'era dimenticato, e se il ritardo le partorisce danno, la colpa è mia, e già l'ho informata della mia mancanza.</p>
<p>Dal vostro tacere comprendo che i trimestri scaduti della mia pensione non si ponno ancora riscuotere e vi vuole pazienza. Ma più che questo ritardo mi spiacerebbe il vostro disturbo, e siatene più che certo.</p>
<closer>Non tralascerò mai di ripetervi le proteste dell'infinita mia gratitudine, e finché avrò vita, sarò sempre il vostro vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1309.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Calmatevi. Oggi vedrò il Gran Giudice, e saprò come va la faccenda. Mi rendo certo ch'egli ha sottoscritta la lettera senza esaminarla, poiché il suo contenuto è in opposizione col discorso fatto meco, quando gli recai i vostri ringraziamenti. Tuttavolta per meglio assicurarci dell'esito, scrivetene direttamente alla Direzione Generale ed esponete il fatto siccome sta. Rossi ne farà rapporto egli stesso, e tratterà con calore la vostra causa.</p>
<closer>Quanto a me disponete a tutto vostro senno del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate gli amici.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1311.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Non ve l'ho detto? Il Gran Giudice non si ricorda punto la lettera che v'è stata intimata. Voleva richiamar subito quest'affare. Io l'ho pregato di attendere il vostro rapporto alla Direzione a tenore del suggerimento che ieri vi scrissi. Sollecitatelo adunque e state tranquillo.</p>
<p>Bianchi o Bettoni vi avranno informato della sporca impostura d'Anelli da me smentita. Gli è impossibile l'aver pazienza con questo maligno Trasone, divenuto la favola della capitale.</p>
<p>Salutate gli amici, e ricevete il miglior addio ch'io m'abbia nel cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1314.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 14 Luglio <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Il nostro Rossi ha fatto al Gran Giudice sul vostro affare un rapporto caldo e risentito, e sortirà l'effetto che la giustizia dimanda. La vostra istallazione non può seguire che al ritorno di Moscati e del Principe, ma siatene certo certissimo. Alla conversazione di Paradisi leggerò questa sera il paragrafo della vostra lettera, risguardante l'impostura di Anelli, tuttoché fosse già palese e ch'egli ne sia rimasto solennemente scornato. Stupisco che Bianchi non abbia dato verun riscontro al mio foglio.</p>
<p>Salutate Arrivabene, di cui leggerò con piacere la poesia Caporalessa, ben persuaso che sarà condita di buona salsa.</p>
<closer>Abbracciatelo ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1315.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 15 Luglio 1809.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Mi si dice che chi ha crediti di qualunque natura viene a perderli se non li denunzia. Ditemi adunque in che modo e termini io debba denunziar quello che io ho con voi, risultante dalla cessione che feci del podere <gap/>… per l'acquisto della casa Finotti e dall'ultimo vostro rendiconto seguito a Fusignano dopo la morte di D. Cesare. Desidero di farlo con le stesse vostre parole, perciò mandatemene la minuta.</p>
<p>Fabbri ha accomodato i suoi affari col Demanio, pigliando venti mila lire italiane all'interesse, credo, del 15. Cercava altri denari da Genova per altri bisogni, ma non gli è riuscito.</p>
<p>Sono stato molto turbato dalla notizia delle insurrezioni nel Basso Po a cagione di quel maledetto dazio della macina, e sto inquieto per la Romagna. Ditemi come vanno colà le cose, e calmate i miei timori. La sospensione di quella gabella, e molto più la nuova della totale disfatta degli Austriaci dovrebbe disarmare le speranze dei nemici dello Stato e dei fomentatori di queste ribellioni.</p>
<p>Vi ringrazio delle attenzioni usate a mia moglie durante il suo soggiorno in Ferrara, e saluto caramente tutti di casa.</p>
<closer>Sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Fabbri è stato più volte a trovarmi ed io gli ho reso qualche servizio. Vorrei sperare che egli mi si mostrasse grato nell'usare a voi qualche riguardo negli affari della società che avete con lui. Se facesse per avventura il contrario come per lo passato, scrivetemi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1316.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig.r Conte FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Carissimo ed incomparabile Amico.</p>
<p>Quante obbligazioni! Lodigiani ha puntualmente adempito i vostri ordini. Ma io non ho voluto esigere che 1.400 F.. Gli altri 600avrete la compiacenza di farli pagare in nome dell'Abate Tordorò alla Signora Contessa Stampa costà dimorante, per la quale vi sovverrete che circa due mesi fa vi trasmisi una lettera del medesimo amico.</p>
<p>Non è due settimane che vi ho scritto altra lettera, sulla quale attendo riscontro intorno a quanto vi ho suggerito pel vostro Centofanti. Vi prego solamente di tener occulto a Moscati da chi vi sia venuto l'avviso. Rossi sicuramente è dalla nostra, e me ne prometto tutto l'impegno.</p>
<closer>Teresina è ritornata Domenica scorsa e vi saluta, ed io sempre più pieno di viva riconoscenza vi abbraccio e sono il vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. L'insurrezione del Bolognese comincia a calmarsi mediante la bravura della Guardia Nazionale. Ma quella del Polesine Veneziano, e più quella de' tre Dipartimenti ex—pontifici va male malissimo. Si spera che la nuova della vittoria del 6 e del 7 produrrà buon effetto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1318.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 17 Luglio <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>Non sono mai stato in collera con voi, né il sarò mai; solo mi è dispiaciuto che vi siate raccomandato ad un buffone, la cui voce non può che farvi del danno. E questo dispiacere è anche stato sì breve, che dopo quella mia protesta di non metter più mano nel vostro affare, in quel giorno medesimo cadutane l'occasione di parlarne al Gran Giudice, l'ho fatto senza esitanza e caldamente, invocando l'aiuto del nostro buon Rossi che era presente, e che vi rese la giustizia che meritate. Il Gran Giudice adunque ci ha fatto più che sperare che vi userebbe tutti i riguardi, e che presto avrebbe dato una cortese disposizione. Se vi sbarazzate per sempre da quell'importuno e petulante vaniloquo, n'avrete lode da tutti.</p>
<closer>Amatemi e credetemi eternamente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Salutate tutti gli amici. Dite a Bettoni che da Padova nulla mi è giunto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1319.</head>
<opener><salute>Al sig.r Cons.e FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">Luglio</add> 1809.</date></opener>
<p>Mio Caro Amico.</p>
<p>Bettoni mi aveva già avvisato l'Apologo di cui mi scrivete, e io mi compiaceva dell'interesse che ne' cuori bennati aveva destato la persecuzione che si fa al povero Arici. E verrà tempo che la fama di codesto ottimo ingegno sarà un gran rimprovero ai ciechi che ora nol conoscono. Ma mi turbava il pensiero, che quell'Apologo fosse diretto a me con titoli che mi disconvengono. Mio caro amico, considerate bene, vi prego, che le lodi non meritate irritano l'invidia che le ascolta, e diventano acuto rimorso per chi le riceve. Se queste però contemplano precipuamente la mia fervida benevolenza verso gli amici, massimamente quando sono percossi dalla sventura, la coscienza mi accerta che potrò ascoltarle senza rossore.</p>
<p>Fino da ieri dovrebbe il nostro amico aver percetto i suoi emolumenti a tenore dell'ordine del G. G., il quale mi ha protestato di essere stato inscientemente circonvenuto e tradito. Quindi i traditori non han fatto che acquistare ad Arici un amico di più nello stesso magistrato che costoro avevano scelto per suo carnefice.</p>
<closer>Vi abbraccio col cuore e sono immutabilmente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1320.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — [...].</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">Luglio, 1809</add>.</date></opener>
<p>Mi bisogna qualche tempo per leggere posatamente tutti i fogli che m'hai mandato. Ti dirò intanto che la persona a cui ho intenzione di regalare il Montecuccoli, che mi doni, è Miollis, a cui debbo un attestato di gratitudine per il bene ch'ei mi promette di fare in Roma ad alcuni miei amici.</p>
<p>Ma in Roma stessa io spero di poter smaltire qualche esemplare della tua opera col mezzo di Degerando, membro della Consulta e Presidente all'Istruzione Pubblica. Di più mi è nato un pensiero che ti risguarda e a cui darò effetto, se ti piacerà. Ma fa d'uopo che la discorriamo a voce. Io starò in casa fino al mezzodì.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1321.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 31 Luglio 1809.</date></opener>
<p>Ho pensato più volte al nostro povero Pieri durante i nostri pericoli, e mi è dolce di sentire che nessuna disgrazia vi è toccata. Sia dunque lodato sant'Apollo.</p>
<p>Mi fa meraviglia l'intendere che in Venezia siasi ristampata senza mio consenso la <title>Palingenesi</title>, e desidero di vedere questa ristampa, che, per risparmio di posta, potrete indirizzare alla Direzione Generale degli Studi.</p>
<p>Fate lo stesso della vostra prolusione, se la pubblicherete; e l'argomento che mi annunziate, mi mette curiosità.</p>
<p>Foscolo è partito per Como. Attendo di giorno in giorno l'arrivo di Mustoxidi; e se il vostro borsiglio vi dà gambe per portarvi voi pure a Milano, tratteremo con più efficacia la vostra traslocazione.</p>
<p>Amatemi, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1324.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MICHELETTI — Aquila.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Agosto 1809.</date></opener>
<p>Il signor Fabroni non vi ha certamente ingannato nell'assicurarvi del mio zelo per l'onore letterario della nazione, ma egli ha errato nel farvi credere che questo zelo possa meritarmi alcun titolo di protettore. La conformità degli studi mi rende cari tutti quelli che degnamente li coltivano, ma non sono da tanto da spiegar patrocinio, né tale da costituirmi giudice delle altrui produzioni. Godo però dell'errore in cui siete, e non desidero punto il vostro disinganno su questo articolo.</p>
<p>Per venire al soggetto della vostra lettera, egli è vero che qui abbiamo un teatro di dilettanti, il cui precipuo scopo si è quello di produrre sulle scene le migliori tragedie e commedie della nazione, e vi è una Censura che prima di esporle le giudica. Se vi piace di affrontarne il giudizio, volentieri mi assumerò le parti di vostro procuratore, e in questo caso mi spedirete la produzione teatrale che più parravvi opportuna. Io la raccomanderò caldamente, sì perché la Censura vi renda la meritata giustizia, sì perché la rappresentazione sia eseguita con tutto il calore. Parmi che questo sia l'oggetto delle vostre brame, e s'egli è tale, verrà pienamente eseguito.</p>
<closer>Vi ringrazio dei cortesi sentimenti vostri verso di me, e mi protesto sinceramente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1325.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Marchesa</add> <add resp="ed">MARIETTA ZAVAGLIA</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Agosto 1809.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>E col cuore oppresso dal dolore per la perdita della madre avete avuto la pazienza di rispondermi con tanto dettaglio? Mia buona amica, comprendo la pena che ciò deve avervi costato, e ve ne ringrazio, arrossendo del disturbo che innocentemente vi ho cagionato.</p>
<p>Per aggiungere adesso qualche commento alla vostra lettera sappiate che Teresina, quando le lessi la lettera di Costanza e il discorso fattole dalla Tassoni, indovinò subito l'originale del noto pettegolezzo. E di fatti da lettere posteriori si è realmente saputo che quel pazzo di Fedele fa di tutto per intorbidare il nostro trattato, e in ciò sua madre gli presta mano, e d'accordo congiurano e si arrabattano per fare che mia figlia resti in famiglia. Per lo che niente più facile che Orazio stesso sia entrato nel complotto di Fedele, ed abbia suggerito alla sposa di secondarlo, e ch'ella per compiacenza sia andata di proposito a fare con Costanza il noto pettegolezzo senza aver mai avuto con essa la minima relazione di anteriore amicizia che l'autorizzasse ad entrare in siffatta materia senza esserne provocata.</p>
<p>Presto dunque intensissima fede a quanto mi scrivete e circa l'età del giovine, e circa le disposizioni di Conti rapporto al trattamento dei figli, né dubito punto che volendo egli dispensare le paterne affezioni secondo il merito de' figli, non debba egli distinguere la savia condotta di Stefano da quella d'Orazio, che tutti mi descrivono con assai cattivi colori.</p>
<p>Quanto alle liberali vostre intenzioni verso Stefano e Costanza, siate ben persuasa, mia cara Marchesa, che questa vista non entra punto ne' miei calcoli né in quelli di mia figlia, e se la discrezione mi avesse permesso di mandarvi intera la lettera di Costanza avreste co' proprj occhi potuto vedere la nobile risposta ch'ella diede alla Tassoni su questo articolo. Non per questo né io né essa intendiamo di scioglierci da ogni debito di gratitudine verso di voi, e mi rendo certo che voi acquisterete in Costanza una figlia, la quale si studierà sempre di rendervi cari i momenti della vita e di farvi una dolce compagnia.</p>
<p>Quanto poi alla dura crisi in che Conti si trova non vi dissimulerò che altri me l'aveva dipinta molto più disastrosa. Ma s'egli è vero che Conti sia anteriore a tutti ne' suoi crediti contro il Corelli, mi giova sperare che, uomo attivo ed accorto com'è, saprà cavarsi d'impaccio. E se alla fine dei contrasti sarà Conti costretto d'invadere la sostanza del Corelli per indennizzarsi, desidero che gli tocchi la Tenuta denominata del Taglio, perché questa farebbe corpo con una parte de' miei beni. Così un occhio solo potrebbe sorvegliarli tutti, e allora io farei acquisto da mio fratello d'un bel corpo intermedio, che, unito agli altri, mi formerebbe tre belle possessioni del più eletto terreno di quel paese. Tanto più volentieri m'indurrei a tale acquisto quanto che il credito mio con mio fratello (di tre mila trecento scudi romani) non mi frutta che il cinque per cento, e ciò non mica per contratto, ma per mera mia indulgenza col fratello, mentre volendo usargli una durezza potrei di questi tempi pretendere il doppio, essendo tutto credito di denaro contante, del quale avrei tempo fa trovato il dodici se l'avessi avuto libero. Ma di questo a suo tempo, e secondo il consiglio che Conti stesso saprà suggerirmi.</p>
<p>Scrivo intanto a Costanza conformemente agli schiarimenti che voi m'avete dati, per tranquillizzarla, e lodo che voi abbiate fatto altrettanto. Lodo ancora che le lettere le indirizziate alla Raspi sua superiora, partito a cui io stesso e Teresina abbiamo dovuto appigliarci per impedire che quel birbo di Fedele le intercetti, siccome ha fatto per lo passato. Né vi dia Pensiero il dispendio postale con ciò cagionato alla Monaca, perché ho ordinato a Costanza di metterlo tutto su la sua lista.</p>
<p>Per R…a, se farà quanto vi ho suggerito, mi adoprerò con tutto il potere.</p>
<p>Il foglio è pieno, e finisco con una dimanda. Stefano è egli abbastanza istruito e fornito di talenti per aspirare a qualche carica? Io mi darei d'attorno per ottenergliela e amerei che il marito di mia figlia oltre i commodi della vita godesse ancora della pubblica considerazione almeno nel suo paese.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1327.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Como.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 12 Agosto <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Foscolo.</p>
<p>Ho rimesso colle mie mani alla signora Teresa la tua lettera.</p>
<p>Dalle poche parole che mi scrivi veggo che il malumore ti fa compagnia dappertutto, e convien dire che sia molto ostinato, se resiste ai diletti che la natura ti offre accanto alla fontana di Plinio. Lo argomento ancora da un aneddoto che mi si dice esserti accaduto costà in biasimo di S. Carlo Borromeo. È egli vero che tu n'hai detto un gran male in casa Giovio, disputando con la padrona? Non ti lodo se l'hai fatto; ma, se la novella è invenzione di qualche maligno, fa ch'io lo sappia per ismentirla in casa Veneri dove fu raccontata. Fortunatamente il Ministro non era presente; ch'egli è indisposto per irritazione di emorroidi provocata da un riscaldamento.</p>
<p>L'ottimo Volta mi ha portato i tuoi saluti. Tutti aspettano con impazienza il secondo volume del Montecuccoli, ed io più d'ogni altro per molte ragioni, che mi fanno un buon presagio della tua fatica.</p>
<closer>La Pelandi e Veneri e Vaccari e Pellico e Borsieri ti salutano caramente, ma nessuno più del tuo vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1328.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cav.</add> <add resp="ed">FRANCESCO CONTI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Agosto 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Conti.</p>
<p>Non ho mai dubitato dell'onorato vostro carattere, e la prova che me ne porgete coll'ultima vostra basta essa sola per giudicarvi. Non ho potuto leggere, ve lo giuro, la confidenza che mi fate, senza grandissima commozione, e se voi mi eravate caro nella prosperità, lo siete il doppio per me nella disgrazia. Sì, la disgrazia dell'amico è l'attrattiva della vera amicizia. Ma io spero che la terribile crisi in cui vi trovate, avrà un termine fortunato, spero che uscirete vittorioso da ogni conflitto, spero in somma di vedervi salvo e felice.</p>
<p>Io cominciava già a prendere pel vostro Stefano i sentimenti di padre, e se mia figlia non sarà destinata ad essere sua compagna, non per questo né essa né io rinunzieremo alle più dolci affezioni del core verso di lui. E volesse il cielo ch'io potessi esservi di qualche utile, di qualche conforto! Se posso fare qualche cosa per voi, vi supplico di non risparmiarmi, e di disporre dell'opera mia senza riserva.</p>
<p>Ho il cuore serrato dalla tristezza, ma caldo di sincero amore per voi. Salutate caramente la Marchesa in mio nome, e date per me e per Teresina un abbraccio a Stefano.</p>
<closer>Fate animo e credetemi per la vita tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1329.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Agosto 1809.</date></opener>
<p>Caro Pieri.</p>
<p>Ho ricevuto l'edizione trevisana della <title>Palingenesi</title> e ve ne ringrazio. Stampato che sia leggerò con piacere l'elogio di Bondioli, la cui memoria è veramente degna di essere consecrata negli annali dell'italiana letteratura. Se il borsiglio non vi permette per ora la stampa della vostra prolusione e dell'altro discorso sopra i premj, potete aspettare d'averne allestito un numero sufficiente sopra altri argomenti del vostro istituto, e fattone un discreto volume pubblicarlo intitolandolo al Direttore Generale. Io mi adoprerò perché ne accetti la dedica.</p>
<p>Circa la vostra traslocazione mi dice Rossi non esservi per ora veruna convenevole prospettiva. Dandosi opportuna occasione, non tralascerò di aggiungergli stimoli perché vi renda contento.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1331.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 2 Settembre <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Una grave flussione di occhi mi ha tolto per più giorni lo scrivere, né presentemente pure sto bene. Farò pel vostro amico ogni studio perché la sua dimanda ottenga buon esito. Ma non essendo egli compreso nella dupla del Prefetto, non so se questo difetto sarà sanabile.</p>
<p>In quanto alla vostra nomina, Rossi se ne occuperà anche senza aspettare quella di Anelli.</p>
<p>Ho letto qua e là gli sciolti del Bergamasco, e mi è sembrato di scorgervi tutto lo spirito della <title>Pronea</title>. Fateci mente, e troverete vero il mio parere.</p>
<closer>Salutate tutti gli amici ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1332.</head>
<opener><salute>Al Dott. PIETRO GASPARONI Potestà di Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Settembre 1809.</date></opener>
<p>Signor Potestà stimatissimo.</p>
<p>Da mio nepote Ella avrà inteso il motivo che ha ritardato la mia risposta alla sua pregiatissima. Ho preso a cuore la giusta brama della nostra Comune, ed ho parlato al consiglier Bono, che ha nel Consiglio l'iniziativa delle riduzioni. Se la informazione che avrà dalla Prefettura del Reno non sarà onninamente contraria, mi lusingo che la nostra Comune farà l'acquisto a cui aspira. Il Segretario del Consiglio seconderà egli pure efficacemente questa dimanda.</p>
<p>In tutto quello che posso giovare al mio paese non risparmi l'opera mia, e pieno di vera stima mi creda suo dev.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1333.</head>
<opener><salute>Al Consigliere CARLO BELLANI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Settembre 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Dal Gran Giudice ho avuto le vostre nuove, e mi affligge il sentire che abbiate trovato l'infelice mia patria in preda alle dissensioni. Ma tanto è il vostro senno e lo zelo del pubblico bene, che io spero ridurrete tutto al buon ordine, e che i poveri Ferraresi vi dovranno la loro salute. Fra quelli che han bisogno della benefica opera vostra, v'è anche mio fratello. Egli è in grave rottura coll'avvocato Ronchi per certi suoi crediti, che con prepotente e villana maniera gli vengono ritardati. Mio fratello vorrebbe pure mettere in salvo il suo interesse senza prendere le vie del legale litigio. Se voi avete col Ronchi relazione d'amicizia o di carica, vi pregherei d'ascoltare per un momento l'offeso fratello mio, e di assumere tra l'uno e l'altro l'offizio di privato giudice e conciliatore, e ve ne avrei un'obbligazione che mai mi si cancellerebbe dal cuore.</p>
<p>Una lettera del Viceré alla Viceregina dice: <quote lang="fre">on peut oser croire à la paix</quote>. So questa notizia dalla bocca di Vaccari. Dunque buone speranze. Vi raccomando il povero mio paese, e vi anticipo le benedizioni che per parte mia vi dovrò.</p>
<closer>Sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1335.</head>
<opener><salute>A VINCENZO LANCETTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Settembre 1809.</date></opener>
<p>Mi stringe all'egregio giovine Luigi Pellico una tenera amicizia, e mi sta grandemente a cuore tutto quello che l'interessa. Egli ha bisogno del vostro favore, ed io caldamente ve lo raccomando, pregandovi d'ascoltarlo. Obbligherete, giovandogli, un cuor buono e riconoscente, vi procurerete coll'officio di poche parole il contento d'aver fatto del bene ad una virtuosa famiglia, e non sarà l'ultimo a benedirvi</p>
<closer>il vostro vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1337.</head>
<opener><salute>Alla sig.ra CANDIDA LECCIOLI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>L'amabile e bravo giovinetto che vi presento è il maestro di lingua francese che avete desiderato. Profittate delle sue lezioni, ma lasciate stare il suo cuore.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1340.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE DE CESARE — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Ottobre 1809.</date></opener>
<p>Mio caro De Cesare.</p>
<p>Non è materia letteraria il motivo per cui vi scrivo, ma la compassione verso un amico comune. Il povero Vicari è senza pane, e voi siete in situazione di potergli giovare. Me lo scrive egli stesso, e mi prega di eccitarvi a questa sant'opera, che santa santissima sarà veramente, perché trattasi di salvare dalla disperazione un abilissimo ed onoratissimo vostro concittadino. Aiutatelo dunque, e non perdete l'occasione di procurare a voi stesso la più dolce delle compiacenze, il soccorso dell'onestà sventurata.</p>
<p>Tengo pronto un esemplare delle ultime cose mie, che per la via del cav. Alberti riceverete. Egli è un saggio della mia traduzione dell'Iliade, pubblicato recentemente nel primo tomo <hi rend="italic">Letteratura</hi> del nostro Istituto. Il Principe Viceré onora de' Suoi auspicj questa audacissima mia fatica, e alla fine del corrente anno darò principio all'edizione di tutta l'opera.</p>
<p>State sano ed amate il vostro amico.</p>
<p>P. S. Ho scritto per Vicari anche a Coco caldissimamente e al nostro ottimo Tassoni, a cui vi prego di presentarlo e tenerlo raccomandato. Mustoxidi vi saluta, ed unisce le sue preghiere alle mie.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1341.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Ottobre 1809.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo Amico.</p>
<p>Mi giunge la carissima vostra del 14 corrente al momento ch'io stava per farvi la spedizione del saggio che nell'ultimo volume del nostro Istituto ho inserito della mia traduzione d'Omero, della quale al ritorno del Vice—Re, che ne ha accettata cortesemente la dedica, darò principio all'intera pubblicazione. Non potrò eseguirla tanto sollecitamente che giunga alle mani dell'Imperatore contemporaneamente al grande Omero del Bodoni, ma questo mi andrà innanzi di poco. Verrà di compagnia la seconda parte del Bardo, alla quale finalmente potrò dare un oggetto fisso, stante la recente pace coll'Austria, che spero sarà durevole. Mio caro amico, io lavoro disperatamente e di cuore, e dirò pure di gusto. Ecco ancora uno de' motivi per cui sono negligente nello scrivervi, e se tante fossero le lettere quante le volte che penso a voi, vi romperei infinitamente la devozione.</p>
<p>Vi ringrazio del cortese pensiero che vi siete spontaneamente preso per l'esigenza della mia pensione. Da Lodigiani non ho riscosso che le 1400lire da voi notate. Mi presenterò quindi al medesimo per toccare li mille franchi che restano in vostre mani.</p>
<p>L'<title>Urania</title> del nostro Manzoni fa grande onore alla poesia italiana, ed io godo di essere stato il profeta di questo nuovo splendore delle nostre Muse, che tornano finalmente a cibarsi di purissimo latte greco. S'egli è in Parigi, passate in sue mani l'uno degli esemplari che vi spedisco della sopraccennata mia traduzione.</p>
<p>E a proposito di versi, debbo dirvi che non dobbiamo più farci maraviglia se il Redattore del Monitore non ha fatto alcun caso delle vostre premure e di quelle di Aldini per annunziare in quel foglio la <title>Palingenesi</title> né verun'altra delle cose mie. Mustoxidi di ritorno qui da Parigi mi ha spiegato l'arcano. Codesto Redattore è in istretta lega col Gobbo, e ciò basta.</p>
<closer>Vi rinnovo col cuore la protesta della infinita mia gratitudine, e caramente risalutandovi in nome di Teresina, sono al di là della vita il vostro aff.mo e verissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Araldi ha lasciato correre tante inesattezze d'ortografia che fanno rabbia. Voi saprete notarle, e incolparne chi presiedeva alla stampa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1344.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO ROSASPINA</add> — <add resp="ed">Bologna</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 9 Novembre <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Egregio e carissimo Amico.</p>
<p>Mi vi presento colla corda al collo chiedendo perdono dell'enorme mia tardanza in rispondere alla carissima vostra del passato settembre. Sono due mesi e più, che, immerso in un lavoro di lunga lena, vivo come morto a tutte le dolcezze dell'amicizia. Ogni distrazione sembra peccaminosa e pecco poi realmente contro i doveri di società per essere troppo fedele ai mio proposito. Indulgenza dunque e compatimento.</p>
<p>Appiani deve avervi detto il mio pensiero circa la vostra incisione. Ritenetene dunque per voi primieramente quanti esemplari vorrete. Poi datene in mio nome ai seguenti: due a Madama Martinetti, due a Giordani, uno a Giusti, uno a Montrone, uno al Profess. Congasi, uno a Gambara, uno a Del Fiume, uno ad Araldi e quattro mandateli a Ferrara con questa direzione: Alla sig. Costanza Monti nel Monastero di S. Antonio. Il resto speditelo col rame a Milano.</p>
<p>Se Canova è in Bologna offritene a lui pure un esemplare in attestato del mio rispetto, e un altro mandatelo al nostro Bodoni.</p>
<p>Per la terza volta vi dimando scusa del mio tardo rispondere, e supplicandovi di non lasciar oziosa la sincera mia gratitudine, mi dichiaro senza riserva vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1347.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 15 Novembre <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Dovrei cominciare dal dimandarti mille perdoni pel mio lungo silenzio. Ma la buona amicizia è sempre indulgente; ed io so che in tuo cuore mi hai compatito, se da Bettoni avrai inteso il disperato lavorare che ho fatto intorno alla mia versione d'Omero. E prima di uscire da questo articolo, lascia che caldamente io ti preghi d'invigilare alla correzione della stampa che Bettoni ne intraprende, e ch'io volentieri gli ho affidata, sul riflesso particolarmente che tu e il nostro Bianchi mi rendereste questo importante servigio. Al Bianchi dunque sia comune questa viva mia preghiera; e se d'accordo l'esaudite, non avrò che temere su questo punto.</p>
<p>Parlai l'altra sera con Rossi del vostro affare. Mi disse che avrebbe subito implorato dal Gran Giudice il solito permesso. Ma essendo giunto ieri il Principe, credo che un suo decreto darà fine a tutte le vostre paure. Siate tranquillo.</p>
<p>Per non moltiplicare inutilmente le lettere, dite a Bettoni che ho consegnato a Rossi un piego per esso da inviarsi, secondo il nostro concerto, alla Prefettura. Raccomandategli di metter subito mano all'opera, e salutatelo unitamente a Bianchi.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1349.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Novembre 1809.</date></opener>
<p>Caro e prezioso Amico.</p>
<p>Per una storditaggine del bestia mio servitore l'ultima vostra carissima, essendo stata portata in tempo ch'io era fuori di casa, è rimasta più di otto giorni confusa fra le mie carte sul disordinatissimo mio tavolino.</p>
<p>Ho mandato subito da Borghi per sapere se vi aveva spedito il secondo esemplare del mio secondo libro dell'Iliade pel nostro Manzoni, e sono stato assicurato ch'egli l'ha fatto da molti giorni. Gli è certo ch'io vi feci la spedizione anche del primo. Ma siccome il volume era un po' grossetto (perché oltre la mia traduzione conteneva anche quella di Foscolo, e la letterale di Cesarotti con molte note ed osservazioni), così penso che il plico sarà stato rigettato, come spesso accade, dalla posta francese, che mal volentieri s'incarica di queste gratuite spedizioni. Ne manderò dunque un altro esemplare a prima occasione, anzi posso accertarvi che dentro l'anno avrete (se lo stampatore mi tien parola) tutti i primi dodici canti, dei quali l'edizione è già cominciata. Intanto eccovi stralciata dal libro pubblicato dal Foscolo una mia dissertazione sulla protasi dell'Iliade, dissertazione che unitamente ad altre considerazioni stamperò poi in fine di tutta la versione. Desidero che la scorriate, e me ne diciate il vostro parere.</p>
<p>Ho veduto annunziata sul Monitore una nuova traduzione dell'Iliade in verso francese, dedicata all'Imperatore. S'ella è cosa buona mandatemela. Il Lampredi ne ha intrapresa un'altra egli pure e nel Giornale d'Incoraggiamento ne ha pubblicato un saggio con una lettera al greco Mustoxidi, nella quale egli esalta la mia, e redime con molte lodi le censure fattemi un tempo per contentare le smanie del Gobbo, che poi converse l'onesta critica del Lampredi nelle tante villanie che voi sapete. Di questa pure se potrò averla vi manderò una copia, onde abbiate nella ritrattazione di questo amico sedotto una nuova prova delle arti maligne del suo seduttore.</p>
<closer>Se vedete Manzoni, salutatelo caramente ed amatemi in questo amico carissimo. Vi ripeto l'eterna protesta della mia gratitudine e sono sempre con tutte le forze del cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordate, vi prego, ad Aldini gli esemplari della <title>Palingenesi</title> da presentarsi a S. M.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1352.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 2 Dicembre 1809.</date></opener>
<p>Non so rispondere ai complimenti, ma netto e senza sale vi accerto che vi stimo, che vi sono amico, e che mi sarà dolce cosa il darvene delle prove in ogni occasione. Io non conosceva che i vostri talenti, e vi teneva in pregio e non altro. Ora conosco anche il vostro carattere morale, e vi amo. Fate voi altrettanto, e scrivendomi (il che desidero spesso) non guastate, vi prego, con cerimonie le belle e franche parole dell'amicizia. Vi rinnovo le mie premure per le opere di Cicerone. Spero che Francesconi se ne prenderà egli pure il pensiero. Dimani mi recherò dal sig. conte Mejan per voi. Ma mi sono già noti i suoi sentimenti, né io voglio dirvi altro che queste due parole: siate <emph>tranquillo</emph>.</p>
<closer>Mustoxidi vi rende caramente il saluto, ed io sono davvero il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scusate la brevità e incolpatene Omero.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1354.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 7 Dicembre <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>Per certo che preferisco l'esemplare delle opere Ciceroniane da sei zecchini, purché sia ben conservato ed intonso; e da Mustoxidi, che in breve passerà per Padova, ne riceverete il prezzo prescritto. Siano intanto a voi mille grazie e al nostro Francesconi. Alla prima vostra ho già dato riscontro. Ne attendo delle altre, ma accompagnate dai vostri comandi,</p>
<closer>onde io possa provarvi la sincera amicizia con cui mi fo pregio di essere il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1355.</head>
<opener><salute>Al P. POMPILIO POZZETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Dicembre 1809.</date></opener>
<p>Egregio e carissimo P. Pozzetti.</p>
<p>Comincio dal dimandarvi scusa del mio tardo rispondere cagionato dai molti pensieri che mi dà una stampa a cui ho dovuto por mano nei giorni andati. Né questa occupazione però m'avrebbe distolto dal farvi una subita risposta, se Scopoli e Rossi non mi avessero assicurato che la vostra petizione era già stata ben accolta, per modo che fin da quando ne parlai loro, ricevuta appena la vostra lettera, trovai già risoluto l'affare. Non ho dunque alcun merito nel favorevole superiore decreto che vi riguarda, e per vero le vostre dimande erano tanto giuste, che senza ingiustizia non si potevano rigettare. Altronde le massime del nostro Governo sono sì generose, che un letterato del vostro valore non poteva restare nell'abbandono da voi temuto.</p>
<p>Desidero altre occasioni di farvi nota solennemente la mia sincera stima, e vi prego di credere che sono vostro buon servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1358.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1809—1810</add>.</date></opener>
<p>Carissimo ed incomparabile Amico.</p>
<p>Ho tardato a ringraziarvi della delicata ed obbligante premura che spontaneamente vi siete presa di rimettermi per mezzo di Lodigiani l'ultimo trimestre della mia pensione, perché voleva accompagnare i miei ringraziamenti col primo Tomo del mio Omero. Ma Bettoni, che n'è l'editore, produce in lungo con mio sommo rincrescimento la stampa, e non ha impresso finora che sei canti. Spedisco intanto un'altra cosa che non deve essere ingrata al cuor d'un amico e d'un benevolo protettore, spedisco cioè in questo stesso ordinario per mezzo del nostro Borghi alcune copie del mio ritratto dipinto da Appiani e inciso da Rosaspina. Le riceverete ben custodite dentro un tubo di latta, e se permettete ch'io ne disponga, ne darete una a Manzoni, un'altra a Giardini, e le altre due per Voi e per vostro figlio.</p>
<p>Le riflessioni fattemi nell'ultima vostra m'inducono a ristampare la prima pagina della mia Iliade, e sostituire alla mia la versione da voi adottata. E se a misura che si va stampando vi piacesse d'averne i fogli separati, onde anticiparvene a piacer vostro la lettura, il farò subito.</p>
<p>Mentr'io traduco l'Iliade Ippolito Pindemonte traduce l'Odissea, e ne ha già pubblicato per saggio i primi due canti. Li aspetto dall'autore medesimo e ve li manderò.</p>
<p>Se con Lamberti avrete mosso discorso della mia versione, spero che vi avrà confermato il giudizio ch'egli ne ha manifestato qui in Milano con tutti. Egli stesso l'ha riscontrata col testo, e quantunque parcissimo lodatore, questa volta non ha potuto esimersi dal dirne un gran bene, né egli solo ma quanti grecizzano e perfino i Fiorentini, che finalmente pare che comincino a confessare che si può essere fedele quanto il Salvini senza essere plateale e fangoso. Io spero in somma che questo ardito lavoro non mi farà disonore.</p>
<closer>Continuatemi la vostra cara amicizia, e siate certo della eterna riconoscenza del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1359.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, il dì 3 del 1810.</date></opener>
<epigraph lang="lat"><p>Si vales bene est: ego quidem valeo.</p></epigraph>
<p>Non ho per anco ricevuto il Cicerone, di cui ha scritto pure il nostro Barbieri. Ma non facendomi egli alcun motto del denaro da voi lasciatogli per terza mano, pregovi di accertarvi che sia stato veramente consegnato. Il poco resto non merita la pena di tenerne conto. Bensì mi preme che le trentasei lire di Milano, lasciate da voi a Padova per l'Apostoli, siano portate a trentasei italiane, perché tali io ve le diedi, e perché l'Apostoli, né pur esso avvisandone la ricevuta, mi fa sospettare che la persona da voi incaricata dell'uno e dell'altro pagamento, non sia stata diligente nell'adempiere la commissione.</p>
<p>Una delegazione superiore risguardante il teatro mi ha tenuto parecchi giorni occupato. A questo pensiero si è aggiunto l'altro di scrivere per compiacenza alcuni versi che, dovendo essere dedicati alla Vice—Regina, esigevano molta delicatezza. Ve li mando separati con sopra una semplice striscia di carta, perché vi costino meno. La cosa è tenue, ma non arrossisco d'averla fatta.</p>
<p>Libero adesso da ogni altra cura, ho ripreso il mio Omero, e tiro a finirlo con alacrità. Il buon Lampredi adempie le vostre veci, e l'esame oculare della mia traduzione parmi che gli abbia fatto passar la voglia di proseguire la sua.</p>
<p>Il Saggio che della sua ha stampato il Pindemonte, io non l'ho ancor ricevuto. L'ho tolto ad imprestito da Mabil; e scorso tutto il libro, tutto mi è piaciuto, e desidero che la mia Iliade contenti il lettore quanto, per certo, il contenterà l'Odissea di Pindemonte. Godo anche di vedere nella sua prefazione, che il suo metodo di tradurla è lo stesso che il mio. Ma la versione dell'Eneide alfieriana merita ella di essere citata? Si può egli ricordar senza sdegno quell'epico sacrilegio? Del resto fatene a Pindemonte le mie congratulazioni.</p>
<p>Ringraziate insieme l'egregia Albrizzi della memoria che pur conserva di me. Quando io pubblicai la <title>Palingenesi</title>, diedi ordine al Bettoni di mandarne un esemplare all'Albrizzi, non meno che a Pindemonte. So che questi non ha avuto nulla. Temo quindi che coll'altra sia accaduto lo stesso, e questa negligenza per verità mi pesa. Vi prego perciò di farle comprendere, che per parte mia non dimenticai di offrirle quel tributo di stima.</p>
<closer>La Casa Marliani vi saluta caramente. Così pure tutti gli amici, ne' quali avete lasciato gran desiderio di voi, in nessuno però così vivo come nel vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1360.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Gennaio 1810.</date></opener>
<p>I nostri cuori adunque s'intendono, perché il mio pure è dolente di non più vedervi, siccome avea preso costume. Mi figuro bene la noia che deve cagionarvi codesto soggiorno; ma vi conforti la speranza di cangiarlo una volta in migliore. Io ne ho mosso più volte discorso coll'ottimo Scopoli. Egli vi ama, vi stima, e desidera di migliorare la vostra condizione. Siate adunque ben certo, che a tempo opportuno metterà ad effetto il suo buon volere. Intanto ponete a profitto la presente vostra solitudine, dedicandovi tutto allo studio, e crescendo le ali alla vostra fama. Siete giovane; siete dotato di buon ingegno; siete arso dal desiderio di gloria. Con questi mezzi, con questi stimoli al fianco, e sotto un Governo che non abbandona gl'intelletti che onorano la nazione, voi non resterete lungo tempo nelle strette, a cui la fortuna vi ha condannato; ed io spero di avere ben presto la compiacenza di vedervi premiato e distinto.</p>
<p>Il mio Omero prosiegue innanzi felicemente. Ho veduto i primi due Canti dell'Odissea di Pindemonte e mi sono piaciuti assai.</p>
<p>Gli amici vi salutano, ed io sono tutto vostro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1361.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 3 del 1810.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Ho parlato subito alla Direzione Generale di acque e strade, e subito sono state <add resp="ed">date</add> le disposizioni e gli ordini i più pressanti per la presa delle Rotte di Longastrino.</p>
<p>Scrivo di più a Giusti eccitandolo caldamente a prendersi cura di questo affare.</p>
<p>Avvisatemi del risultato, ed amate il vostro aff.mo fratello.</p>
<p>P. S. Intorno alle cabale del Fabbri vi ho risposto nel passato ordinario. Anche su questo siate tranquillo, e unitevi di proposito con gli altri soci che hanno fatto il loro dovere, onde far fronte a chi tenta di opprimervi e danneggiarvi. Per parte del Demanio spero che voi non avrete a patire.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1362.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 3 del 1810.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Dopo aver impostata altra mia responsiva sull'affare della Rotta e conforme alla vostra dimanda, mi è occorso di abboccarmi col cav.e Pensa. Intendo da esso che il Demanio ha già eseguito il sequestro sopra una porzione dei Beni di Porto, sulla porzione cioè di Fabbri e di Guiccioli, e circa quest'ultimo è accaduto che il sequestro è piombato non solamente su la parte che gli è toccata dei beni di Porto, ma su tutti gli acquisti fatti dal Governo. Può darsi che il sequestro si estenda, ma la vostra porzione sarà intatta. Abbiatelo per sicuro, e se mai gli esecutori del Demanio si arbitrassero di molestarvi, avvisatelo, e a posta corrente vi sarà rimediato.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1364.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI Capo di Divisione nel Ministero della Finanza <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 15 del 1810.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Leggi l'acchiusa e vedi s'egli è possibile ch'io finisca d'importunarti. Leggila, se occorre, anche a Custodi e unitevi insieme per carità, onde consolare l'afflitta mia figlia.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore e sono per la vita il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Verrei in persona a supplicarti, ma me lo vietano due fogli di stampa del mio Omero, che debbo correggere e spedire a mezzogiorno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1365.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ ZANON BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 20 Gennaio 1810.</date></opener>
<p>Pel solito canale vi ho spedito le correzioni del Lib. XXI, e il ms. del XXIII, ma non tutto, poiché il mio copista non ha potuto trascriverne che la metà. Nel venturo ordinario manderò il resto colle correzioni del XXII. Son dietro all'ultimo, a cui ho messo mano ieri mattina, e già mi trovo nel verso 200del testo. Fra otto giorni adunque tutto sarà finito. Ho trascorso un gran mare, e chi è consapevole della rapidità del mio lavoro stupisce, e ne stupisco io pure.</p>
<p>Penserò a quanto mi scrivete intorno a Del Majno. Ma non presto fede alla voce.</p>
<p>Il nuovo Inno d'Arici è pieno di greca dolcezza. Ma ditegli che solamente nelle prime quattro terzine <foreign lang="lat">est aliquid quod tollere vellem</foreign>.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1368.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 21 Gennaio <add resp="ed">1810</add>.</date></opener>
<p>Caro ed egregio Amico.</p>
<p>Mi avete partecipato una gratissima nuova, la vostra nomina a segretario perpetuo di cotesta Accademia. Il mio cuore ne ha giubilato, e ve ne ringrazio.</p>
<p>Arici pure mi ha scritto questa lieta notizia, ed il sentire che ambedue vi stimate ed amate, è per me una dolcissima compiacenza. State tranquillo su la sorte del nostro amico, ma io pel suo proprio interesse desidero che la sua nomina si ritardi più che sia possibile, poiché intanto egli percepisce due paghe senza paura di perdere la cattedra.</p>
<p>Vi sono tenuto dell'assistenza che ambedue prestate a Bettoni per l'edizione del mio Omero. Ma io vorrei qualche cosa di più che semplici correzioni di stampe; vorrei quelle ancora del verso ove potesse sembrarvi avervene di bisogno. Sinceramente, se incontrate voi ed Arici cosa che vi dispiaccia, avvisatela e suggeritene il cangiamento. Non conosco amor proprio, e vi prego di questa grazia.</p>
<closer>Comandatemi, ed abbiatemi sempre per tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1369.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 21 Gennaio <add resp="ed">1810</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Arici.</p>
<p>Tu sei sì buono che facilmente, spero, mi perdonerai se sono sì pigro a rispondere. Ma non tace la mia amicizia, e tu riposa tranquillo su la mia parola. Intanto pigliati le due paghe, né desiderare che segua sì presto la tua nomina definitiva.</p>
<p>Bianchi mi scrive in termini di molta benevolenza rispetto alla tua persona. Ciò mi fa gran piacere. Siete due bravi letterati, e i buoni debbono amarsi ed aiutarsi scambievolmente.</p>
<p>Vi ringrazio ambedue delle pene che vi prendete per la correzione del mio Omero, e vi prego di continuarmi la vostra assistenza.</p>
<p>Aspetto i vostri <title>Coralli</title>, e ne farò uno de' più bei monili della mia piccola libreria.</p>
<closer>Salutate Arrivabene ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1370.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 7 Febbraio 1810.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Giuseppino aveva commesso un grande errore che mi ha fatto tremare pel vostro interesse, quello cioè di metter mano arbitrariamente ai lavori della rotta di Corbalestro prima di darne avviso all'Ispettore e dimandare un assistente. Giusti, informato di questo fatto al momento ch'egli stava per eseguire gli ordini della Generale Direzione de' quali io vi aveva già instruito, non mancò di avvisar subito alla medesima Direzione questo arbitrio degl'<hi rend="italic">interessati</hi> (e nella lettera ch'egli scrisse a me pure contemporaneamente protesta che ignorava che questo attentato procedesse da mio nipote). L'affare era serio e poteva Giuseppino esser condannato non solo a perder le spese, ma ben anche a un castigo. Grazie all'amicizia di Assalini, incaricato di fare su questo fatto un rapporto alla Direzione, la faccenda è andata bene, e la Direzione ha scritto subito a Giusti di portarsi sulla faccia del luogo e di esaminare se i lavori sono fatti a dovere. Trovandoli tali, gli si ordina di pagarli e di darli in appalto a chi gli ha intrapresi. Trovandoli poi difettosi, li abbia per non fatti, lo che è giustissimo, ma li appalti nondimeno agl'interessati in preferenza d'ogni altro, siccome quelli che più d'ogni altro debbono aver premura che i lavori siano ben eseguiti.</p>
<p>Perché intendiate bene il pericolo che avete corso, vi basti il fatto che vado a narrarvi. Il Prefetto di Nizza in occasione d'una grave inondazione nel suo Dipartimento si arbitrò egli pure di ordinare non so che lavori ad un fiume senza dimandarne il permesso alla Direzione. Il Governo, informato di questo, con ispeciale decreto condannò il Prefetto e il perito idrostatico alla pena di quaranta mila franchi.</p>
<p>Ringraziate dunque Assalini, e scrivetegli lettera che manifesti la vostra gratitudine.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono di cuore vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1371.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Febbraio 1810.</date></opener>
<p>Mi è grato arcigratissimo il libro dell'inclita nostra Albrizzi, e coll'ordinario di questa sera la ringrazio di sì bel dono.</p>
<p>Darò a Poggiolini le due stampe del mio ritratto che desiderate, l'una per l'Albrizzi, l'altra per voi.</p>
<p>L'edizione del mio Omero procede bene; e solo mi duole di non aver potuto comunicarvi l'ottavo libro.</p>
<p>Mi rattristano le nuove del vostro paese; ma ricordatevi di avere in Milano un amico che sarà lieto di dividere con voi tutto quello che gli appartiene. In verità sarei lieto d'avervi al fianco per sempre.</p>
<p>Avete mai avuto riscontro da Parigi? Desidero di saperlo,</p>
<closer>e disponete senza riguardo del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sospendete di dar a Barbieri la lettera di Cesarotti sul Teseo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1372.</head>
<opener><salute>A ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Febbraio 1810.</date></opener>
<p>Egregia Signora.</p>
<p>Dilettare, istruire, commovere, ed accendere il cuore del pari che la fantasia, ecco le sensazioni in me create dalla lettura del vostro libro, al quale in più luoghi non manca che il metro e la rima ond'essere una brillante e nitida poesia. Dice un Greco che i doni delle Grazie bisogna custodirli gelosamente, e gelosamente io custodirò il vostro, sì per lo pregio della materia, che per la prova ch'egli mi porge della vostra benevolenza.</p>
<p>Dentro il prossimo marzo (secondo che il Bettoni mi fa sperare) usciranno i primi dodici libri della mia Iliade, e il primo esemplare verrà prontamente a farvi manifesta la mia stima. Vi rendo grazie dell'interesse che prendete in questa mia ardita intrapresa; ma faccia Dio che la presenza del libro non ismentisca gli elogi di Mustoxidi.</p>
<p>Salutatelo, tenetelo caro, e del bene che gli vorrete sarà partecipe anche il vostro divoto servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1374.</head>
<opener><salute>Al cav. G. B. GIUSTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Febbraio <add resp="ed">1810</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Non mi attendeva meno dalla vostra amicizia. Né io dubito che la Direzione Generale non sia per approvare il contratto da voi conchiuso con mio nepote, essendo cosa conforme a quanto appunto vi aveva prescritto colle ultime lettere la medesima Direzione. Vi rendo grazie adunque di quanto avete operato per dar fine ad un affare, che trascurato avrebbe dato un tracollo agl'interessi di mio fratello.</p>
<p>Secondo le promesse di Negri spero che in questo stesso ordinario ne riceverete la sanzione.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore e sono costantemente il vostro aff.mo ed obb.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1375.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Febbraio 1810.</date></opener>
<p>Mio caro e buon Amico.</p>
<p>Fin da quando Bettoni intraprese l'edizione del mio Omero, io voleva pregarvi di assisterlo voi pure nella correzione, ben prevedendo che Arici occupato del suo poema, e Bianchi de' suoi studi e delle sue cure accademiche, non sempre avrebbero potuto annoiarsi in questa fatica. Nol feci perché volli aver rispetto alle faccende del vostro Foro. Ma ora che Bettoni mi assicura non potervi dispiacere la mia preghiera, io ve la porgo cori fiducia, e vi fo certo che grandemente mi obbligherete.</p>
<p>So di darvi un incarico fastidioso, e compatisco Bianchi ed Arici, se langue in loro la buona voglia di favorirmi, siccome argomento dai molti errori che sempre mi si presentano nelle prove. Ma conosco la vostra pazienza, ed ecco che ne fo senza scrupolo l'esperimento.</p>
<p>Mi scrisse tempo fa il buon Arici di ricordarmi del vostro cognato presso il Gran Giudice. L'ho fatto; ma questi non pare che sia troppo esatto nel mantenere le sue promesse. Ne ho fatta in più occasioni la prova, e manca il cuore. Tuttavolta tornerò a importunarlo, e dal canto mio adempirò, come soglio, il dovere dell'amicizia.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1378.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 28 Febbraio <add resp="ed">1810].</add></date></opener>
<p>Carissima triade d'amicizia Bianchi, Arici e Arrivabene.</p>
<p>I miei scrupoli sono calmati, e la prima versione della protasi omerica resterà. Vi ringrazio, anime candidissime, e della sentenza che avete data, e della premura che vi prendete per la correzione delle mie stampe. Vivo inquieto su le ultime emendazioni. Mandai l'altro giorno (lunedì) un'aggiunta non piccola a quella del sabbato, e vorrei fosse arrivata in tempo. Il diavolo volle che io spedissi a Bettoni il manoscritto del settimo canto senza farne prima una diligente rivista. Quindi la presenza della stampa mi ha fatto accorgere di parecchi versi che non finiscono di piacermi, tanto più che questo canto essendo uno de' più languidi e soporiferi dell'Iliade, esige più castigatezza di stile nella traduzione. Fate adunque (ve ne scongiuro) che le correzioni seconde abbiano luogo, e se per essere giunte tardi fosse necessaria la ristampa del foglio, pazienza.</p>
<p>Pregovi tutti di amarmi come vi amo e state sani.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1381.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 5 Marzo <add resp="ed">1810</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Spedisco a Personelli colla staffetta di oggi la dedicatoria, senza lasciarla un poco dormire nella memoria, e senza neppure aver avuto tempo di farla passare sotto gli occhi del Principe. L'ho mandata a Mejan calda calda questa stessa mattina. Spero che S. A. non vi troverà difficoltà, tuttoché sia noto ch'egli vuole che si vada assai riservato nel lodarlo. Intanto sollecitatene voi la stampa, e se a voi, quanto all'esposizione del pensiero, si presenta qualche censura, avvisatemela.</p>
<p>Ho deposta la mente di aggiungervi la prefazione, e caschi il naso ai pedanti, voglio che la mia traduzione esca nuda. Prego bensì la vostra amicizia di annunziarla nel Giornale Bresciano o Padovano con due righe, nelle quali senza arroganza si faccia sentire che veramente all'Italia manca tuttavia una traduzione dell'Iliade che al pregio della fedeltà unisca ecc. poiché la <hi rend="italic">versione poetica</hi> di Cesarotti non è che un poema tutto moderno.</p>
<p>Ad Arici e Arrivabene mille saluti, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1382.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Marzo 1810.</date></opener>
<p>Le savie riflessioni, che voi fate sul caso vostro, ve le avrei scritte io stesso, se non mi avesse trattenuto il timore che voi poteste crederle in bocca mia suggerite dal desiderio di stornarvi dalle vostre idee. Ora che voi stesso vi siete accorto che in Mustoxidi bisogna cercare Mustoxidi, vi ripeto io pure questa nobile riflessione, e non aggiungo sillaba di più.</p>
<p>Uscito che sia il primo volume della mia traduzione, io pure avrei bisogno di trasferirmi in Ferrara e in Romagna, ove mi chiamano i miei interessi; e penso che se si potesse combinare colà la vostra venuta, ciò mi tornerebbe a proposito per riscontrare con voi il decimoterzo, decimoquarto e decimoquinto libro della mia traduzione che voi non avete letto, e che io non vorrei pubblicare senza la vostra rivista. Se dunque la vostra gita a Firenze può patire qualche dilazione, significatemelo.</p>
<closer>Mille rispetti alla brava Albrizzi, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1385.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Io m'era già arbitrato per me medesimo di prendermi da Sonzogno i vostri Coralli. Voi farete del mio Omero lo stesso.</p>
<p>Il novello vostro poema ha corrisposto alla mia aspettazione, ed altro non dico, né in vero il potrei, perché la vivezza, la grazia, lo splendore, la mollezza e la musica del vostro stile è superiore ad ogni espressione. Lasciate che gl'invidiosi rodano qualche difetto. I vermi han bisogno di escremento. Ma l'anima de' lettori sensibili si sazierà di nèttare leggendovi con raccoglimento.</p>
<p>Il passo che mi risguarda è uno de' nei, o, per meglio dire, de' peccati che la critica troverà nel vostro lavoro. Ma quei versi sono scritti dall'amicizia; e questo fallo, se non fa onore al vostro criterio, lo farà al vostro cuore.</p>
<p>Aspetto da Parigi il permesso di pubblicare l'Inno che ho scritto sopra le nozze dell'imperatore. E voi e gli amici l'avrete subito.</p>
<closer>Salutateli caramente, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1386.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Ho consegnato a Francesconi l'originale di alcune lettere di Cesarotti da inserirsi nella sua corrispondenza epistolare. Vedrete tirata una linea sopra alcuni tratti che per onore dell'egregio defunto io credo potersi omettere, e d'un'altra ho soppressa la fine perché pungente contro i <hi rend="italic">conquistatori</hi>.</p>
<p>Mustoxidi possiede l'originale d'un'altra che pur potrete pubblicare, e nel suo passaggio da Padova venendo a Ferrara, ove l'attendo, ve lo farete consegnare per questo effetto.</p>
<p>Se il Principe non fosse stato obbligato dall'augusto suo padre a recarsi di nuovo a Parigi, e se egli prima di partire avesse potuto occuparsi delle cattedre vacanti, voi avreste veduto che Barbieri non è dimenticato. M.r Mejan me ne ha data, non dirò una positiva parola, ma una sicura lusinga; e se Barbieri non risalirà in cattedra, non monterà qualche altro scanno onorevole.</p>
<p>Amatemi, comandatemi e abbiatemi sempre nel numero de' vostri sinceri estimatori ed amici.</p>
<p>P. S. Fino alli 16 sarò in Milano, poi in Ferrara.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1387.</head>
<opener><salute>A UGO FOSCOLO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">10 Aprile 1810</add>.</date></opener>
<p>Ho letto, poiché l'avete voluto, il vostro articolo intorno ad Omero. Una volta ve ne avrei detto il mio parere; ma ora mi veggo tolto da qualche tempo questo diritto, e mi astengo ben volentieri da ogni consiglio. Stampatelo pur dunque e state sano.</p>
<closer>Vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1388.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1810.</date></opener>
<p>La lettera di Cesarotti, di cui vi compiego la copia, essendo quella che aperse la strada alla mia corrispondenza con esso, mi preme che sia aggiunta alle altre, di cui vi ho trasmesso l'originale per mezzo di Francesconi. Essa è scritta a quel Massa napoletano che dell''805 morì in Milano, e che Cesarotti amava moltissimo, e n'era degno. Dovreste averlo conosciuto. L'originale di questa lettera è nelle mani di Mustoxidi, da cui potete ripeterlo.</p>
<p>Dite a Francesconi che le lettere di Mejan e di Marescalchi mi avvisano da Parigi che il mio Inno ha ottenuto da S. M. e dal Principe la più lusinghiera accoglienza, e che per ordine superiore Didot ne ha fatta subito una superba edizione in carta velina e due esemplari in pergamena.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1389.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>È oramai un mese che attendo di giorno in giorno da codesta stamperia Bettoni il mio Omero in 4 per farne a Parigi la spedizione, e ancora non comparisce. Per quanto avete di più caro sollecitate, vi prego, la società Bettoni a dar fine ai tormenti in cui vivo. Dirigo a voi questa istanza per non far peggio importunando direttamente, e mi raccomando con tutta l'anima.</p>
<p>Il mio Inno per ordine di S. M. è stato subito impresso nel Monitore, ma pieno d'errori, alcuni dei quali si sono ripetuti nei nostri fogli di ieri, perché fatti in furia senza mia intelligenza. Ne ho quindi ordinata un'edizioncella io medesimo colle note opportune, senza le quali l'allusione, che vi è continua, non si può da tutti gustare, e subito ve la spedirò. Del resto Marescalchi e Mejan mi scrivono che questa mia inezia ha fatto assai rumore alla Corte e in tutta Parigi. Il Viceré appena n'ebbe ricevuto l'originale (che per buoni riguardi io gli sottomisi) e ordinò subito la stampa a Marescalchi, e questi con lettera ricevuta questa mattina mi avvisa che l'edizione con tipi magnifici di Didot era già compita, alcuni esemplari in pergamena, altri in velina, e quattro mila in altra bella carta. N'è stata subito fatta una traduzione, ma francese. Or vedi, amico, con che poco si giunge a fare strepito: e sono ben certo che nessuno in Parigi, tranne i pochi che avran veduto le note che accompagnavano l'originale, e che nel Monitore sono state per troppa fretta omesse, pochi, dico, o nessuno avrà capito l'allusione di Temide, che essendo stata, prima di Giunone, la moglie di Giove, viene a raffigurare con una lusinghiera allegoria l'Imperatrice Giuseppina.</p>
<closer>Salutami gli amici Bianchi e Arici, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Odo parlarsi d'un articolo sopra i <title>Coralli</title> nel Giornale di Rasori. Era naturale che il merito di Arici, e la sua fama, che già fa voli d'aquila, eccitasse i morsi dell'invidia. Dite all'amico, che lasci latrare, e non si sgomenti. Tutti i buoni sono per lui, e io vi ripeto il vaticinio: sarà il primo poeta d'Italia se pure non lo è già a quest'ora.</p>
<p>Ieri alla tavola di Veneri fu mosso discorso intorno al Vocabolario Domestico. Il Cav. Rossi ne parlò bruscamente. Più bruscamente gli rispose Foscolo, e non fece che peggiorare la faccenda. Aspettai che il pranzo fosse finito, e parlai io pure in secreto. Ad onta adunque di ogni sfavorevole disposizione vi accerto, che su questo ottimo Dizionario sarà fatto dalla Direzione al Viceré un rapporto vantaggiosissimo, che ecciterà S. A. a beneficarne l'Autore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1390.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Dimani vo a pranzo da Vaccari e gli presenterò le carte che mi avete trasmesse, e caldamente gliele raccomanderò. Ma io parto da Milano a momenti andando a Ferrara. Lascerò dunque incaricato del vostro affare Compagnoni e il segretario stesso del Ministro.</p>
<closer>Salutate la Caterina, che verremo ad abbracciare, e Simone, cui desidero presto ristabilito. Tutto vostro e di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1393.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 13 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Due righe da una bottega. — Paradisi vi scrive, e questa sua lettera vi tempri l'amaro delle animose censure pubblicate nel Giornale Rasori. La vostra riputazione, crediatelo, non ha fatta nessuna perdita, ché anzi ha riscaldato più sempre il cuore de' vostri amici. Io per primo ne ho avuta una seria questione con Foscolo, e la baruffa che v'è stata tra lui e me, ha deciso forse della nostra amicizia. Ma voi siete stato maltrattato, ed io sto sempre per l'offeso.</p>
<p>Lodo a cielo il vostro partito di rispondere col far meglio. Compiacetevi del favore de' giusti, seguitate ad onorare la vostra patria e l'Italia tutta, né vi sgomentino le poche spine che accompagnano le rose di cui le Muse vi sono sì liberali. Mille saluti a Bianchi ed Arrivabene. Direte a quest'ultimo che lo ringrazio delle sue premure per la trasmissione dell'Omero, e che lo prego di non istancarsi, perché io non posso aver pace finché non l'abbia spedito a Parigi.</p>
<p>Addio in fretta e di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1395.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Riceverete oggi finalmente la lettera della vostra nomina, e Borgno egualmente. Lafolie pure vi scrive, e questa amicizia coltivatela, sopra tutto quella di Paradisi, a cui spero avrete risposto. Lo vedrò questa sera, e gli farò sentire quanta gioia vi abbia la sua lettera procurata.</p>
<p>Bianchi vi avrà mostrata la mia di lunedì. Quel giorno stesso che Foscolo mi scrisse un biglietto amichevole, ma estraneo affatto alla lite avuta con lui antecedentemente, gli risposi secco secco. Lo vidi poscia in casa Veneri, ove la nostra disputa si era attaccata tre giorni avanti. Mi mosse alcune domande, mi eccitò a dirgli il mio parere sopra certo articolo ch'egli ha preparato per il prossimo numero del Giornale Rasoriano intorno all'Odissea di Pindemonte; mi fece, in somma, conoscere il desiderio di ravvicinarmisi. Io né mi diedi, né mi sottrassi. Ma l'offesa è fatta, e Foscolo non è più quello. La sua condotta, rapporto a voi, mi ha scoperto il segreto del suo cuore, il mio disinganno è completo. Allorché nell'impeto della nostra questione, rimproverato da me d'aver mancato, rispetto a voi, ai sacri doveri dell'amicizia, gridò ch'egli non aveva amici, né li voleva, ed aggiunse queste tremende parole: — ebbene, scriverò, e farò ballare più d'uno sopra un quattrino, — gli risi sul muso come alla collera di un fanciullo; e il fanciullo ritornato in sé, mi chiese tabacco, e mi promise di riparare all'oltraggio che vi si era fatto. La mia risposta l'avrete avuta da Bianchi.</p>
<p>Del resto, mio caro, crediate che nessun cuore al mondo è più che il mio sensibile alla perdita degli amici. Perdono a Foscolo le stravaganze che mi risguardano, ma non perdono quelle che lo portano a vilipendere i miei amici, perché questa per parte sua è una solenne rinunzia alla mia affezione, né io posso più amare quando ho cessato di stimare. Non dimenticherò però mai ch'egli mi è stato carissimo, a meno che non sia egli il primo a scendere in arena per attaccarmi, poiché allora davvero io farò ballar lui sopra la polvere de' suoi Sepolcri.</p>
<p>Lafolie mi avea affidato il vostro articolo intorno al Dizionario Domestico, per farlo inserire in questo Giornale officiale. Corsi subito dal Segretario di Stato, e trovai che il buon Benincasa mi aveva già prevenuto con altro suo articolo di molta lode. Lasciai nondimeno a Strigelli anche il vostro, per trarne partito nel caso che Benincasa non avesse toccato tutto il bene che si può dire dell'Opera. Assicurate dunque il nostro Arrivabene che se ne farà menzione onorevole, e che al ritorno del Principe gli si farà noto il valore del giovinetto, intorno al quale ho già disposto l'animo dell'amico Lafolie.</p>
<p>Il ritardo del mio Omero mi fa un gran danno, e vivo nell'inferno.</p>
<closer>Fate ch'io n'esca, per carità, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.A Bianchi e Borgno e gli altri mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1400.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, Dalla bottega di Sonzogno in fretta, 21 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Caro Bianchi.</p>
<p>Di' ad Arici che non tardi più la sua risposta a Paradisi, perdio! Il non averlo già fatto è mancanza.</p>
<p>Di' alla società Bettoni che per mezzo della Prefettura ho spedito il libro undicesimo e duodecimo, e ch'ella può, se vuole, mettere in vendita l'<hi rend="italic">Omero</hi>.</p>
<p>Di' a Bettoni che s'aspetti a sentire un sacco di villanie che Foscolo stampa contro di lui.</p>
<p>Di' finalmente ad Arrivabene che lo ringrazio delle premure che si è preso per la spedizione de' libri che già sono in viaggio; e tu, mio buon amico, se ne hai la pazienza, prepara pure le tue bugie per la mia traduzione.</p>
<p>Sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1401.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Dopo un eterno mese d'aspettazione e di smania incredibile, finalmente Bettoni mi ha mandato il mio Omero; finalmente ne ho fatta la spedizione all'Imperatore ed al Principe, a cui è dedicato; finalmente sono libero di partire, e partirò certamente nel prossimo sabato, al più tardi in tre giorni sarò a Ferrara. Colà v'aspetto, mio caro amico, e sono ben impaziente di abbracciarvi, e di dare nel seno della santa amicizia qualche sfogo ai disgusti che provo. E per cagion di chi? Per cagione di un uomo a cui ho dato costantemente ogni attestato della più liberale affezione, per cagione, in somma, di Foscolo. La sua perfida condotta, non tanto rispetto a me che al buon Arici mio amico, mi ha finalmente costretto a romperla apertamente con esso; la benda mi è caduta, e il suo maligno carattere mi comparisce in tale evidenza, che ne stordisco.</p>
<p>Porto meco il manoscritto della mia traduzione fino al vigesimo Canto, e preparatevi alla pazienza di riscontrarlo.</p>
<p>Fatemi ancora questo piacere di portarmi quindici o venti libbre di buon caffé, del quale vi soddisferò al vostro arrivo, e di questo avvisatemi perché verrò a prendervi con Teresina al Ponte di Lagoscuro.</p>
<p>All'egregia ed incomparabile Albrizzi mille saluti.</p>
<p>P. S. Fate ch'io trovi in Ferrara le vostre risposte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1402.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Conte FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Carissimo e Pregiatissimo Amico.</p>
<p>Dalla Segreteria del Principe vi spedisco al Corriere Francese una cassetta munita dei sigilli reali, dentro la quale troverete quattro esemplari del mio Omero, due per l'Imperatore e due pel Viceré. È inutile di raccomandarveli, perché il farlo sarebbe un'offesa alla vostra cordiale amicizia. Vi sia noto solamente che nel passato ordinario avendo il conte Paradisi con lettera particolare raccomandato il mio libro a M.r Mejan, mi sono stimato in dovere di scrivergli io stesso una mia calda preghiera a questo oggetto medesimo, acchiudendogli nel tempo stesso una lettera al Principe, la quale risguarda una semplice mia delicatezza. Il conte Mejan ve ne renderà informato.</p>
<p>Fra due o tre giorni partirà Soranzo per Parigi, e col suo mezzo vi spedirò l'esemplare che vi ho destinato, e altri due se posso indurlo a incaricarsene; uno de' quali per la Regina di Spagna, e l'altro pel Re di Napoli, se pure non istimaste meglio di mandarlo subito al Re Giuseppe.</p>
<closer>Il Corriere sta per partire, e in fretta mi confermo con tutta l'anima il vostro amico fino alla morte <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1403.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Conte FERDINANDO MARESCALCHI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">27 Aprile 1810</add>.</date></opener>
<p>Mio pregiatissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Mi si fa temere che io abbia sbagliato la sottoscrizione della dedica dell'Omero al Viceré, e che invece di <hi rend="italic">suddito</hi> io dovessi mettere <hi rend="italic">servitore</hi>. Per verità non so capirla. Quando io sottoposi per mezzo del Conte Mejan a S. A. I. la minuta di quella dedica, la sottoscrizione portava <hi rend="italic">suddito</hi>, né il suddetto Signor Conte, nel rimandarmela coll'approvazione del Viceré, mi fece su questo veruna osservazione. Gli sarà forse sfuggito, e nel caso che questo veramente sia errore (né voglio turbarmene perché procede da sentimento di sommessione), non so vedervi altro rimedio su due piedi, se non che voi vi degnate di ordinare costì la ristampa della dedica per li quattro esemplari, che ieri poi sono stati spediti dal Gabinetto del Principe. In ventiquattr'ore la cosa può farsi. Diversamente la presentazione dell'Opera andrà sì in lungo, che me ne nascerà pregiudizio. Ho intanto ordinato subito la correzione di questo sbaglio, e fortunatamente nessun esemplare se n'è ancora pubblicato, tranne il dono confidenziale che ne ho fatto ai quattro seguenti personaggi Luosi, Vaccari, Paradisi, e Veneri, il quale è l'unico che ieri sera mi ha messa nell'orecchio questa pulce.</p>
<p>Ho consegnato a Soranzo l'esemplare per voi, e a questo pure, quando sia giunto, sostituirete il foglio emendato.</p>
<p>Sono dolentissimo del disturbo che vi cagiono, ma vi scongiuro di non lasciarmi in abbandono, e di scrivermi che mi perdonate.</p>
<p>Dovrei inviarne una copia anche ad Aldini, ma egli ha proceduto meco finora sì poco liberamente, che io stimo meglio il non farlo. Né io so correr dietro a chi mi fugge. Lo manderò bensì al nostro Manzoni, che caramente saluterete.</p>
<closer>Sono sempre tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. È corso in più luoghi un errore di stampa <hi rend="italic">Titide</hi> invece di <hi rend="italic">Tidide</hi>. Lontano dal luogo me ne sono tardi accorto, e non vi si è rimediato che negli ultimi fogli. Ho dovuto anche lasciare la versione del primo verso nel primo modo, perché tutti mi hanno distolto dal mutarlo, Lamberti, Paradisi, Lampredi, Mustoxidi, ma molto più per non eccitare le impertinenze di Foscolo, col quale sono stato finalmente costretto a romperla, essendosi troppo mal comportato e con me e co' miei amici, ad uno de' quali a me carissimo e bravissimo, si è messo a far la guerra con indignazione di tutti.</p>
<p>Guicciardi è giunto e nulla mi ha recato.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1404.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Oggi, come vi scrissi nello scorso ordinario, doveva seguire la mia partenza per Ferrara; ed ecco un nuovo inciampo. Mia moglie, per un'infiammazione di gola, è stata tutto ier l'altro e tutto ieri in letto colla febbre. Oggi si alza, ma sì debole, che non mi arrischio di esporla al viaggio, essendosi fatto per soprappiù un tal cangiamento di aria, che ieri si pareva ritornati in gennaio. La nostra partenza è dunque differita a martedì. Vi serva l'avviso, e state sano.</p>
<p>Ho veduto Soranzo, e gli ho raccontato le giuste cagioni della mia rottura con Foscolo. Ne è rimasto indignatissimo, e per verità nessuno la intenderà senza sdegno.</p>
<p>All'eccellente Albrizzi e all'ottimo Pindemonte mille ossequi e saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1406.</head>
<opener><salute>Al Prof. GIOVANNI ROSINI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 29 Aprile 1810.</date></opener>
<p>Compare ed Amico carissimo.</p>
<p>Ho tardato a ringraziarvi dell'aurea vostra Orazione, di cui mi avete fatto gratissimo dono, perché aspettava di contraccambiarlo con qualche cosa. Ora che Bettoni mi ha terminato finalmente il primo volume della mia versione d'Omero (e Dio gli perdoni gli errori che i vantati suoi correttori vi hanno lasciato correre), ho ordinato a Sonzogno due esemplari a vostra disposizione nelle mani del suo corrispondente di Firenze. Uno di questi sia per voi, l'altro per Carmignani, se più si ricorda del suo sincero amico. — E a proposito d'amici, lascio a Rossi l'incarico di narrarvi la mia solenne rottura con Foscolo, a cagione d'una villania fatta ad un mio carissimo. Per vero, non sono molto dolente della perdita d'un'amicizia che mi toglieva, o per lo meno mi alterava quella delle più oneste e stimate persone. Ho tollerato le sue presunzioni e insolenti stravaganze quanto ho potuto, e finalmente la sua ingrata e superba condotta ha vinto la mia pazienza, ed egli è fuori del mio cuore.</p>
<p>Preparatevi a leggere un pazzo suo articolo contra il Salvini, il Cesarotti, l'Algarotti, e tutti i Salvinisti, e tutti gli Accademici, e contra una quantità di vivi e di morti che fa paura. Si è messo in testa di produrre una rivoluzione letteraria, e d'essere il Napoleone delle lettere, e di farci ballar tutti (sono sue parole) sopra un quattrino. Io gli ho fatto sapere che io sì davvero farò ballar lui sulla polvere de' suoi Sepolcri, e se non mette giudizio, gli manterremo la parola. Brunacci, al contrario, dice di voler porre le sue risposte sulla punta degli stivali, e applicargliele ai g<add resp="ed">enitali</add>. Ma Lampredi l'ha divisata meglio di tutti, e aspetta la pubblicazione di quel tremendo articolo per convertirlo in una spiritosa buffoneria. Non ve l'anticipo per non privarvi del gusto dell'improvviso quando la leggerete. Mustoxidi sarà presto in Firenze. Gl'invidio il piacer d'abbracciarvi, e supplisco colla presente.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Parto dimani per Ferrara. Se v'occorre di scrivermi, dirigete colà i vostri comandi. — Trasento che Foscolo voglia dar di naso anche alla vostra bella Orazione. Ma questa è già conosciuta, e le meritate lodi che ha riscosse, non patiranno la minima alterazione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1409.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 7 Maggio 1810.</date></opener>
<p>Mi trovo da quattro giorni in Ferrara, e qui resterò fino ai 18 per indi passare colla mia famiglia in Romagna, ove spero mi farete compagnia fino ai primi di giugno. Pigliate dunque le vostre misure, e venite. Non mi moverò da Ferrara senza di voi, né voi tornerete a Bologna senza di me.</p>
<p>Dite a Giordani, col quale vi desidero stretto in amicizia, che ho ricevuto la sua da Roverella, e che posdimani, scrivendo a Rossi, ribatterò a tutto potere il chiodo sul noto affare, e moverò altri martelli. Anticipategli intanto un abbraccio per me, ed unitevi meco ad amarlo, che n'è degno.</p>
<p>Se conoscete la Martinetti (e sareste ben misero, se ancora non vi foste avvicinato all'altare di questa Dea) salutatela carissimamente, e rallegratevi seco della ricuperata salute di suo marito.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1412.</head>
<opener><salute>Al cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 12 Maggio 1810.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Il povero Giordani m'invia da Bologna l'inchiusa, e desidera che io la renda efficace colle mie preghiere. Ti sia dunque caldamente raccomandata.</p>
<p>Conforme alla supplica che il Giordani ti porge, il Direttore Scopoli riceverà in questo stesso ordinario tale commendatizia, che, solo che tu non ti opponga, la cosa otterrà il suo effetto. Or io mi rendo certo che ben lontano dal combattere le buone e generose intenzioni del Direttore, tu anzi metterai tutto lo studio nel secondarle, e so che pure il volendo non sapresti far danno. Aggiungi che parmi affar di giustizia. E per la verità giustizia santissima io reputo il dare una volta provvedimento alle misere circostanze d'un illustre ed onestissimo letterato siccome il Giordani, e affermo di più che il lasciarlo più lungamente così male stipendiato, fa torto al Governo e alla Direzione.</p>
<p>Ma io dimentico che parlo a Rossi, e che l'eccellente tuo cuore non ha bisogno di stimoli. Su questo adunque non più parole.</p>
<p>Ho raccolto due gioielli d'infinito valore per la biblioteca delle bestialità, e nel venturo ordinario me ne farò onore con Paradisi. Salutalo caramente, e saluta tutta la compagnia.</p>
<p>Amami e sta sano.</p>
<p>P. S. Ricevo in questo punto le prove di stampa del mio Omero; e tuttoché nella soprascritta io legga: raccomandata al sig. Cav. Rossi Segretario Generale della Pubblica Istruzione, nulladimeno il prezzo di due lire italiane apposto al piego mi fa sospettare di qualche malizia, non combinando ciò col nostro convenuto. Non per l'importanza adunque della spesa, ma per non essere tutti e due coglionati, avvisami come sta la faccenda. Un saluto particolarissimo alla Vadori, e di nuovo sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1416.</head>
<opener><salute><add resp="ed">A S. E.</add> GIUSEPPE ZURLO — <add resp="ed">Napoli</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 16 Maggio 1810.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Intendo dal sig.r Vicari la cortese sollecitudine con che l'Ecc.za V.a si è degnata di ordinare che l'Ercolano regalatomi dalla munificenza del Re Giuseppe mi sia finalmente spedito. Mi era nota per fama la nobiltà del suo cuore. La conosco adesso per prova, e mi sarà dolce il porre in fronte a quell'opera, per sentimento di gratitudine, il nome del personaggio che me l'ha redenta, accanto a quello del real donatore. La dimenticanza del sig. Carelli è stata villana; ma se questa mi ha fruttato il prezioso e benevolo di Lei patrocinio, mi è forza il ringraziarlo del suo inurbano procedere.</p>
<p>Nello spedire che presto farò alla Maestà del Re Gioacchino la mia versione dell'Iliade, mi prenderò la rispettosa libertà di dirigerne all'Ecc.za V.a un esemplare per mezzo del sig.r Tassoni mio buon amico. La supplico di aggradirlo come sincero attestato della mia viva riconoscenza e del profondo rispetto con cui ho l'onore di rassegnarmi</p>
<p>di Vostra Eccellenza u.mo dev.mo ed obb.mo servitore.</p>
<p>P. S. Raccomando alla sua bontà l'ottimo sig. Vicari.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1418.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 18 Maggio 1810.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Il mio buon amico Lamberti, ritornato da Parigi, mi ha riferito alcune amorevoli vostre parole, le quali mi dànno speranza che non sia in voi spenta del tutto la benevolenza di cui in Roma mi foste per tanti anni così cortese, e che forma tuttavia una delle più care memorie della mia vita. Quanto mi abbia consolato questa notizia, vel dica la fiducia con cui vi scrivo la presente, cancellando coi dolci titoli della prima amicizia ogni tristo pensiero della lunga nostra separazione.</p>
<p>All'antico mio precettore ed amico spedisco a dunque con piena e libera confidenza il primo volume della mia omerica traduzione. Del modo, con che, ignaro del greco, mi sono arrischiato a questa temeraria e penosissima impresa, non dirò nulla, perché Lamberti ve ne ha pienamente istruito. Dirò solo che senza Lamberti e Mustoxidi e Lampredi, mi sarei bene astenuto dal render pubblico un siffatto lavoro intrapreso da molto tempo per mio privato studio e piacere, e poi proseguito per eccitamento di chi per certo non poteva né ingannarsi in questa materia, né mal consigliarmi. Se mi sarà dato che voi, massimo giudice, siate d'avviso che nella mia versione il buono prevalga al cattivo, io profitterò di tutte le critiche di cui vorrete giovarmi, e mi studierò di purgarla e portarla a qualche possibile perfezione.</p>
<p>Il vostro oracolo mi sarà sacro, e la rintegrazione della vostra amicizia mi farà lieto oltre ogni credere.</p>
<closer>Ve ne prego, e col più vivo sentimento del cuore mi confermo per sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1420.</head>
<opener><salute>Al cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 22 Maggio 1810.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Da Paradisi ti verrà consegnata e raccomandata la supplica di Giordani da te medesimo suggerita. Non esagero il vero: tutta Bologna mormora della crudele dimenticanza in che questo egregio scrittore è tenuto, e vi va l'onore della Direzione. Niuna scusa, niun pretesto d'economia è accettabile ove trattasi della mercede dovuta ai migliori, dico agl'ingegni che onorano il Regno, e se qualcuno deve pur morir di fame, muoia e crepi la mandra degli ignoranti, ma l'uomo di merito no per dio. Ascolta dunque la voce dell'amicizia, e più del tuo cuore, e il povero Giordani sarà consolato.</p>
<p>Non ho per anche veduto l'articolo del Veladino, e ne sono impaziente. Ma che è codesta Accademia di Pittagorici, di cui mi parli, e il giornale che nel 5 del venturo avrà vita, e per cui avremo materia da ridere? Mi metti nel core una grande curiosità, e il 5 di giugno voglio io pure trovarmi a Milano onde allegrarmi di questo parto.</p>
<p>Ti ringrazio delle coserelle che mi hai notate nella mia traduzione, e tutte saranno messe a profitto. Ma la <hi rend="italic">cerulea Diva</hi> potrà, credo, lasciarsi stare, perché Orazio l'assolve. Egli chiama i Germani <hi rend="italic">cerulea gioventù</hi> non per altro che per gli occhi azzurri di quella gente. Ma intanto segui a notare, e compi il beneficio.</p>
<p>All'ottimo Veneri e alla figlia i più cordiali saluti. Un bacio anche alla Bettina, e sta sano.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Cornelia Rossi Martinetti</byline></opener>
<p>Gentilissimo Rossi.</p>
<p>Unisco le mie premure a quelle del cavalier Monti in favore del nostro Giordani che a tutti noi è caro, e per cui vorremmo veder felice. Non aggiungo di più, perché consegno totalmente questo affare al sensibilissimo vostro cuore.</p>
<p>Colgo questa occasione per rimettermi alla vostra memoria e a quella dell'amabile vostra figlia.</p>
<closer>Abbiatemi per vostra serva ed amica <signed>Cornelia</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1424.</head>
<opener><salute>Al cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Ferrara</add>, <add resp="ed">26 Maggio 1810</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ho ricevuto l'articolo di Foscolo. Le aggiunte, ch'egli vi ha fatte, lo rendono un capo d'opera; né v'hanno parole che pareggino una così solenne villania e pazzia.</p>
<p>Non parliamo di questo, ma del contento che mi fai provare chiamandoti soddisfatto della mia traduzione. Il tuo voto unito a quello di Lamberti e di tutti gli amici che finora non parmi che abbiano che una voce sola, mi fa sperare che con una seconda edizione potrò agevolmente purgare il mio lavoro da ogni grave difetto, per quanto le mie forze e l'umana natura il comporterà. Quindi torno più che mai a pregarti di notare tutto quello che ti può dispiacere, o parerti suscettibile di miglior eleganza. Basta che il complesso non sia cattivo.</p>
<p>Ho avuta occasione di frequentare questo Liceo e interrogare l'opinione pubblica sull'educazione degli allievi, e sulle qualità del Provveditore, e oggi pure ci siamo stati con Rosaspina e Giordani. Il bene, che debbo dirtene per ogni verso, è tale, che nol potrei chiudere in una lettera. Mi riserbo dunque a parlartene in voce, e ti convincerò che in tutto il Regno non può darsi collegio più ben regolato ed amministrato, e dove chi regge sia più adorato dai convittori, molti de' quali somministreranno alla Patria eccellenti cittadini in ogni genere di sapere, e più nelle armi, ch'essi già maneggiano quanto la miglior truppa di linea. In somma tutto è prodigio di educazione. Un certo Bisesti di Verona (odi bricconeria!) ha pubblicato un libretto con questo titolo: Il Sogno, l'Origine delle leggi, la Strada della gloria. Capitoli del cittadino Vincenzo Monti. Italia 1797. Questa incredibile impostura mi ha messo in furore. Ne ho scritto segretamente all'Alta Polizia, e non veggo risposta. Spero però che il Consigliere Mosca se ne prenderà pensiero siccome di cosa che appartiene al suo istituto. Tuttavia il suo silenzio mi tiene inquieto. Parlagli adunque, e raccomandagli questo affare. Voglio soddisfazione, mi si deve, e l'avrò per dio, se vi è giustizia.</p>
<p>Giordani e Rosaspina, venuti qui per amicizia, ti salutano. Mille ossequi per me all'egregio Ministro del Tesoro, e alla Signora Marianna, dicendo all'uno e all'altra che sospiro la società del lunedì, ma più quella dei padroni di casa.</p>
<closer>Salutami la Bettina, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1427.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 4 Giugno 1810.</date></opener>
<p>Il Po sempre pieno e terribile mi rattiene qui tuttavia, tremante sul continuo pericolo del mio paese, che da più giorni non si è riparato da un generale inondamento, che a forza di soprassolchi sull'argine lunghesso tutta la linea del Ferrarese. Sono nondimeno risoluto di partirmene posdimani; e, giunto in Milano, subito vi scriverò.</p>
<p>Il Prefetto di Verona mi aveva già dato esatto riscontro sulla briocconeria dello stampatore Bisesti. Costui, atterrito, ha confessato la sua impostura, cioè che il noto libretto è di data recente, e che aveva abusato del mio nome per venderlo più facilmente. Il Prefetto, dopo aver sequestrato tutte le stampe che rimanevano per anche invendute, e fatto in modo che si riabbiano le già spacciate in diversi luoghi, finisce coll'intercedere il mio perdono a favore di quel furfante. L'ho accordato; ma converrà che io pensi a far palese con pubblico manifesto le tante altre falsità tipografiche di cui mi ha gravato l'avara speculazione degli stampatori. Vi son grato intanto di tutto ciò che Mulazzani, da voi eccitato, ha fatto per favorirmi. Significategliene la mia riconoscenza.</p>
<closer>Mille saluti all'egregia Fabbroni, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. E mia moglie e la cognata e tutta quanta la mia famiglia vi salutano senza fine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1428.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Giugno 1810.</date></opener>
<p>Arrivai sabbato scorso a Milano, e appena giunto vi scrissi; ma per un sinistro, di cui ancora non mi so dar pace, smarrii la lettera nel portarla io stesso alla posta; e sono tre giorni che inutilmente la cerco. E questo è meno male; poiché finalmente in quel foglio io non vi dava che l'avviso del mio felice arrivo; ma ciò che mi affligge si è che in seno di quella lettera io ne aveva chiusa un'altra a voi diretta e da me riscossa in Ferrara nel momento della mia partenza. Questo incidente mi ha dato e mi dà un'afflizione incredibile, sul timore che quella carta potesse contenere qualche vostro affare importante. Non era però che un mezzo foglietto, e il timbro parmi fosse da Venezia. Il carattere della soprascritta somigliava al vostro non poco.</p>
<p>Stampato che sia il vostro articolo, vi prego di spedirmelo. Spedisco intanto a voi l'articolo Foscoliano, giusta il vostro suggerimento, e farò lo stesso del secondo, che dentro dimani uscirà. Ma il povero Nicoletto è assai avvilito. Da tutte le parti si alza un turbine di acerbe critiche e di risposte che lo porteranno alla disperazione. E qui Bettoni ha fatto la sua, e tale che la grand'anima di Nicoletto n'è rimasta sconcertata del tutto. So inoltre che altri scritti son pronti, e tutti gravidi di un ridicolo tale, mescolato e condito di critica senza replica, che, spero, lo ridurranno al silenzio. Ma in quanto alle sue minaccie, credo che il pensiero gli sia passato. Il di più lo saprete da Lampredi.</p>
<p>Dite a Rosini che per esso e per Carmignani manderò i promessi esemplari del mio Omero a prima occasione, e sarà dentro la settimana.</p>
<closer>Salutatelo unitamente all'amabilissima vostra madre, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La mia piccola famiglia vi saluta di cuore, e tutti desideriamo il presto vostro ritorno.</p>
<p>L'articolo indicato vi si spedisce a parte con una semplice fasciatura.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1430.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO ZUCCARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Giugno 1810.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>I primi momenti che la mia stampa d'Omero mi lascerà liberi, gl'impiegherò nell'esame del vostro panegirico, e ve ne scriverò le mie ingenue osservazioni.</p>
<p>La vostra amicizia mi è preziosa, e vi prego di non usar meco altro titolo per l'avvenire. Appena arrivato in Milano scrissi alla Nina, e non le tacqui il dolore d'essermi scioccamente congedato da lei senza consolare me stesso colle ultime parole dell'amicizia. Ne fui dopo afflittissimo: ma nell'aritmetica d'amore accade sempre sbaglio di calcolo, e la mia povera ragione mi servì in quel punto assai male. Un'altra volta ragionerò meno, e sarò meno infelice. Salutate intanto caramente la bella cagione della mia pazzia, e pregatela di essermi cortese d'un benigno riscontro.</p>
<closer>All'ottima Marietta e a tutta l'inclita compagnia mille saluti. E voi amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1431.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Giugno 1810.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Se il Cielo vorrà benedire le mire d'un padre che ama teneramente l'unica sua figlia e voi dopo questa, io spero che il mio disegno avrà buon effetto. Ma conviene che voi pure coll'opera vostra vi concorriate, conviene che vi rechiate, tosto che il potrete, in Milano, che frequentiate la mia casa, che procuriate d'ispirare nel cuore di Costanza un sentimento di tenerezza, sentimento che finora nessuno ha saputo eccitarle nel petto a segno di determinare la sua volontà, della quale io l'ho lasciata liberissima, perché reputo che nessun uomo la renderà felice senza la scelta del proprio cuore. L'affare adunque dipende tutto da voi, ed io confido nella vostra virtù, e nelle vostre dolci maniere, le quali sapranno una volta trovar la via di guadagnarla. Mia moglie, a cui da molto tempo ho aperto il mio progetto, n'è lieta essa pure e ambedue desideriamo di vederlo coronato di buon successo. Esigiamo soltanto dalla vostra delicatezza che l'affare resti secreto fino a che sia maturo e sicuro, e per condurlo a tal punto, egli è necessario, il vedete, che qua veniate voi stesso. Avvisatemi adunque del quando sarete per ritornare.</p>
<p>Non sia mai che voi prendiate le armi contro il signor Nicoletto, se egli non è l'aggressore; e crediate pure che nol sarà. I suoi primi assalti letterari sono riusciti così infelici, ch'egli si è ritirato dall'arena, e non fiata più. Egli è falso però ch'egli abbia lodata, siccome vi è stato supposto, la mia traduzione nell'ultimo fascicolo del suo Giornale. L'articolo ch'egli vi ha inserito, in risposta a quello di Lampredi nel Veladino, ha finito di rovinarlo nell'opinione del pubblico. In somma, egli ha perduta la testa.</p>
<p>Tutto quello che vorrete comunicarmi rispetto a' suoi plagi, sarà da me custodito come arme di riserva.</p>
<p>All'amabilissima Fabbroni, a Niccolini, a Zannoni, a Follini mille saluti, e a voi altrettanti di Paradisi e di tutta la sua compagnia. Lamberti non è per anco tornato da Padova. Giunto che sia, gli farò la vostra profferta.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1433.</head>
<opener><salute>Al Prof. MARIO PIERI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Giugno 1810.</date></opener>
<p>Null'altro che una riga di risposta.</p>
<p>Eccovene quattro. Vi amo sempre; mi sono sempre care le vostre lettere, ma non sempre rispondo, perché son pigro; né finora ho adempiuta la vostra commissione, perché ho smarrita la vostra lettera.</p>
<p>V'invidio la compagnia dell'Albrizzi e di Franceschinis, al quale direte che da Ferrara io gli diedi riscontro sul noto oggetto. L'ho rotta con Foscolo perché egli l'ha rotta col pubblico, e con tutta la famiglia de' letterati morti e vivi. Nondimeno aspetto che, secondo la sua tremenda minaccia, mi compartisca il beneficio di criticarmi per ringraziarlo e riconciliarmi. Fuori di celia, il povero diavolo conosce il suo errore, n'è pentito, e m'ha fatto dire da molti ch'egli è dolentissimo d'aver perduto la mia amicizia, e io mi ricordo sempre d'avergli voluto assai bene.</p>
<closer>All'Albrizzi mille saluti; e a Franceschinis e a voi un cordiale abbraccio del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Bettoni mi accerta d'aver spedito all'Albrizzi e a Pindemonte il mio Omero. L'ha egli poi fatto? Avvisatemelo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1435.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Vi ho scritto nel passato ordinario e per isbaglio ho diretta la lettera a Venezia. Ritiratela adunque da quella posta,</p>
<p>amatemi e state sano.</p>
<p>P. S. Ricevo in quest'oggi lettere da Mustoxidi. Egli mi fa sperare che presto sarà in Milano. Se l'egregia Albrizzi e Franceschinis si trovano tuttora in Treviso, salutateli caramente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1436.</head>
<opener><salute>Al Sig. FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Vero Amico.</p>
<p>Che Arici abbia dimenticato le offese di Foscolo e siasi riconciliato, lo lodo: ch'egli abbia ciò fatto senza una previa richiesta di pace per parte dell'offensore, lo biasimo: che poi egli siasi spontaneamente recato ad abbracciarlo e a ringraziarlo degli schiaffi avuti sul viso, per dio questa è viltà, e Cristofori, che n'è stato il mezzano, è stato anche il boia della sua riputazione. In una parola, la debolezza in cui Arici è caduto gli ha tolto la stima di quanti l'hanno saputa, e Foscolo stesso non può non essere il primo a disistimarlo nel suo segreto.</p>
<p>Scrivo col cuore profondamente addolorato queste dure verità. Arici nulla mi deve: la sua presente condizione è tutta opera de' suoi talenti. Ma s'egli voleva pur ricordarsi di qualche tratto della mia calda amicizia verso di lui, perché dimenticare che alla sola difesa dell'oltraggiato suo nome io aveva sacrificato il più caro de' miei amici? Tiriamo un velo su questa considerazione, né Arici sappia giammai quanto mi costa lo zelo dell'onor suo.</p>
<p>Quanto alla pretesa comunicazione delle mie lettere lo credo innocente. So anzi per certo che su questo articolo si è solennemente mentito, né ignoro da qual parte è proceduta la vile delazione delle mie parole. Ma Foscolo ci ha fatto poco guadagno perché io medesimo francamente gli ho confermato tutto sul viso, e più ancora di quanto ei fosse bramoso d'intendere, ratificandogli la promessa di quella tal contraddanza, se non avesse messo giudizio. Per questa parte adunque niuna querela. Sul resto Arici giudichi sé medesmo, e si assolva se la coscienza glielo permette.</p>
<p>Volevo rispondere alla sua lettera, ma mi è mancato il coraggio. Adempite voi dunque per me questo debito, e ditegli che per ora egli non si curi di sapere i miei sentimenti verso di lui. Ditegli che stimo il suo ingegno, ma che duolmi d'avere scoperto accanto a quel mirabile ingegno un'anima poco bresciana. Ditegli insomma che il tempo salderà le ferite ch'egli stesso si è fatte, e piacesse al cielo, che ogni cuore fosse disposto ad assolverlo come il mio. Ma procura, mio caro amico, di mettergli in testa questa antica verità: l'amicizia dev'essere generosa, ma non puttana.</p>
<p>Due sonetti ho ricevuti, il tuo e quello del Monti. Nel tuo non mi dispiace che quel <hi rend="italic">Camenia schiera</hi>. Ma se volevi che su quello di Monti aprissi il mio parere, e specialmente sul <hi rend="italic">palleggiare gli strali</hi>, non dovevi palesarmi che si voleva la mia sentenza per dirimere l'insorta lite. Non sono da tanto; e solo dirò lealmente che il sonetto di Monti mi è piaciuto e che lo ringrazio. Tuttavolta se cerchi un oracolo consulta quello del nostro Bianchi e l'avrai più sicuro.</p>
<p>Salutalo caramente, e per diminuirgli il rossore delle bugie che ha scritte intorno alla mia Iliade, dàlli da leggere l'acchiuso articolo venutomi da Firenze.</p>
<closer>Seguita a volermi bene, e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non c'è rimedio. Il cuore grida, e mi comanda di mettere un saluto anche per Arici. Abbraccialo dunque teneramente. Ma per dio né egli, né tu, né veruno mi tocchi mai più la piaga, che ancor fa sangue.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1438.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla</add> <add resp="ed">DIREZIONE DELL'ACCADEMIA PESARESE</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Signori.</p>
<p>La distinta e ben meritata celebrità dell'Accademia Pesarese non può non eccitare un giusto sentimento d'orgoglio in chiunque abbia la sorte di appartenere a così onorata famiglia. Il vedermi liberamente accolto nella medesima, e fatto collega di letterati così valenti, è tal compiacenza all'animo mio, che fa quasi dimenticarmi di esserne immeritevole. Ma prevale la voce della coscienza, e questa mi costringe a riflettere che l'onore accordatomi non procede che da un eccesso di gentilezza. Ve ne porgo, adunque, o Signori, le più vive azioni di grazie, e desidero che non vi rendiate accorti giammai d'aver ammesso nel vostro seno un indegno.</p>
<p>Degnatevi di significarne all'illustre accademica società la mia gratitudine, e di accogliere nel tempo stesso benignamente il tributo di venerazione, che dal nostro egregio collega professore Ronconi in mio nome vi verrà presentato.</p>
<p>Sono colla maggiore stima e rispetto vostro devotissimo ed obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1439.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Non è per fatti, né per detti contro il Governo che Corelli è stato arrestato, ma bensì per accusa di aver egli avuto delle relazioni con una banda di scellerati che nelle tenebrose loro combriccole non ordivano che delitti. Di là è uscito il colpo che tolse la vita al povero Bertazzoli, e di là doveva scoppiarne un altro contro quella del Giudice di Pace in Lugo. Pasotti, Biancucci, Bianchi, l'ex—frate Pascoli, Santoni, ecco i capi di quella orribile società. Tengo io pure per certo che il Corelli sia innocente, e che nulla egli sappia del meditato delitto. Ma disgraziatamente egli è stato accusato di essere intervenuto qualche volta alle inique loro sessioni, e quantunque io mi persuado che costoro, conoscendo l'onesto carattere del Corelli, non l'abbiano ammesso ai tremendi loro segreti, nulladimeno chi ha preso l'impunità ha denunziato anche il Corelli come uno degl'iniziati, e questa deposizione ha portato il suo arresto. Spero che ne' suoi costituti egli saprà discolparsi e far constare la sua innocenza; ma l'affare è così delicato, che la sua salvezza dipende tutta dal risultato delle prove. Più altre cose che potrei aggiungere, le intenderete da mio nipote Giovannino, che a quest'ora dovrebbe già essere in Fusignano. Voglio solamente dirvi che anche Vincenzo, fratello del Corelli, è nella lista dei denunziati, e il non essere egli pure stato arrestato, può essere una prova che le loro accuse non sono di molta gravezza. Giova dunque sperare che l'altro già nei ferri saprà far constare della sua innocenza. Ma in quanto al Pasotti e a' suoi confratelli porto speranza che tutti andranno sopra le forche.</p>
<p>Ho parlato intanto al Direttore Generale della Polizia intorno al Corelli, e l'ho assicurato che assolutamente è impossibile che questo sia colpevole. La mia assertiva farà che si proceda contro l'arrestato con qualche riguardo; ma voi ben sapete che, caduti una volta nelle mani della giustizia, non se n'esce senza purgarsi d'ogni incolpazione.</p>
<p>Salutate tutta la famiglia e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1442.</head>
<opener><salute>Al conte MANFREDO SASSATELLI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Egregio sig. Conte.</p>
<p>Da molto tempo mi è noto, sig. Conte, il poetico suo valore, ed Ella mi porge occasione di nuovamente ammirarlo nell'<title>Idillio Drammatico</title>, che si è compiaciuta inviarmi con lettera tutta piena di cortesia. Godo adunque di unire i miei applausi a quelli dell'illustre Accademia in cui Ella l'ha recitato. Godo anche dei benevoli sentimenti, di cui mi è liberale la gentilezza del suo bell'animo. Così foss'io ben certo di meritarli! Ma conosco abbastanza me stesso per non confondere le espressioni del compimento con quelle del vero.</p>
<p>Aggradisca, egregio Signore, le proteste della mia stima e mi creda sinceramente suo devotissino e obbligatissimo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1443.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Luglio 1810.</date></opener>
<p>Non più sdegni, mio buon Amici, non più querele. Mi do vinto, e il mio cuore era impaziente di arrendersi. Sappi però (e queste sieno le ultime parole in tal materia), sappi, mio caro, che Foscolo non solamente mi disse che tu gli avevi comunicato il contenuto delle mie lettere, ma che inoltre l'avevi istantemente pregato di non farmene motto, ond'io non avessi a romperla teco. Giudica or tu della veracità e della fede del fu nostro amico.</p>
<p>Ti ringrazio dell'articolo sulla mia traduzione; ma non ti lodo d'aver dato cagione di malcontento ai Cesarottiani, e, se la stampa è seguita, non bisogna che pensare alle difese. Sono però d'avviso che la guerra finirà in pure parole. In ogni caso procurerò di avere una copia del giudizio critico scritto confidenzialmente da Valperga di Caluso ad un suo amico in Milano su questo stesso argomento. Egli porta alle stelle la nuova versione, e getta nel fango la morte di Ettore; e la sentenza di giudice sì venerevole sarà di un gran peso sulla bilancia.</p>
<p>Torniamo ad abbracciarci, mio dilettissimo amico, e non sorga mai più verun nugol sul sereno della nostra amistà, alla quale se aggiungeremo quella di Bianchi ed Arrivabene, non v'avrà più caso di fortuna che la disciolga.</p>
<p>Amami e sta sano.</p>
<p>P. S. Ricevo in questo punto lettera d'ufficio che, unitamente a Lamberti ed Asioli, mi nomina revisore dei Drammi venuti al concorso. So che questi non sono niente meno che 19; e so che la <title>Calliroe</title> è del numero. Ma duolmi di udire che tu non abbia soddisfatto alle condizioni del programma per ciò che risguarda <hi rend="italic">i pezzi concertati</hi>. Nulla ho ancora veduto, e nulla ti so rispondere su questo punto. Ma ingiustizia non la temere. Addio.</p>
<p>Secondo P. S. È già mezzo mese che ho spedito a codesta stamperia Bettoni il compimento del secondo volume della mia Iliade, né ancora veggo riscontro. Per carità vedi come corra questa faccenda.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1446.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 26 Luglio 1810.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Ho ricevuto tutte le carte, e per ora basta così. Non temete, ma in pubblico fate credere che io, mal contento di Ceccarelli, mi sia ritirato dall'impegno e che quindi Ronchi assolutamente trionferà. Divulgate particolarmente che la istanza fatta da Ceccarelli a codesto Procuratore Regio non ha senso comune (e questo è vero pur troppo, ma non importa), e che, non essendo stato ben motivato ed esposto il soggetto della medesima, tanto il G. G. che Valdrighi l'hanno rigettata. Addormentate, insomma, con queste voci l'avversario e i loro aderenti, onde riesca tanto più sonora l'improvvisa loro caduta.</p>
<p>Mi scrivete che non si trovava notaro che si arrischiasse di legalizzare attestati contro Ronchi. Sarebbe bene che io ne avessi una prova qualunque siasi. Gioverebbe ancora mandarmi l'attestato delle violenze usate da Massari contro i molini de' Montisti, e mettere in chiaro la comunione d'interessi ch'egli ha con Nasi e con Ronchi su questo punto. Rileva, insomma, il far conoscere minutamente tutte le loro cabale e documentarle per quanto si può, e se mi manderete un dettaglio ragionato delle diverse ingiustizie commesse da Ronchi con abuso di potere e con lamento di tutta la popolazione, io spero che gli farermo fare un bel salto, perché torno a ripetervi ciò che mille volte vi ho detto e scritto: <emph>il Principe punisce severamente le mancanze de' Magistrati</emph>: ma bisogna provarle. Quelle poi di Ronchi sono tante e sì solenni, che non v'ha bisogno di molto sforzo per compilare un piccolo commentario. Giacché ci siamo messi in ballo, finiamo adunque di levar la maschera a codesto impostore, e liberiamo il povero nostro paese dalla tirannia di un tristo che fa tanti infelici e tanti malcontenti sotto un Principe così buono, a cui basta aver il coraggio di esporre francamente la verità. Massari e Containi fanno di tutto per sostenere il despotismo di Ronchi, ma né Containi né Massari né il diavolo con tutto l'inferno lo salveranno se gli oppressi alzeranno la voce della ragione; e se finora il Gran Giudice è rimasto sospeso, non è ch'egli sia capace di tradir la giustizia, ma gli è che Ceccarelli mal pratico delle discipline organiche, ha sbagliato nell'ordine fin da principio, e i suoi errori son quelli che hanno ritardato la giustizia che si dimanda.</p>
<p>In quanto all'avv. Silva egli è un ottimo galantuomo, ma freddo e indeciso. Tuttavolta gli ho insinuato di fare un'istanza, alla quale se dentr'oggi darà effetto, non sarà neppur necessario l'aspettare la replica di Ceccarelli. Nulladimeno è bene ch'egli l'abbia mandata.</p>
<p>Se i Montisti da Roma faranno dei passi tanto meglio, e debbono farli perché tra essi essendo entrato il Demanio Imperiale siccome erede dei luoghi pii che formano porzione dei medesimi, quel Demanio non sarà, spero, sì negligente da trascurar questo affare, e permettere che una compagnia di sudditi ladri rubi alla Cassa Imperiale, alla Cassa del medesimo loro Sovrano. Questo è un gran punto, e bisogna saperlo mettere a profitto, onde far rivomitare a Ronchi tutto il rubato, e condannarlo alla rifazione di tutti i danni dolosamente cagionati al Monte Bentivoglio, di cui ora fa parte lo stesso Imperatore. E dico dolosamente, perché tenete per certo che la mira di Ronchi e Massari si era quella di ridurre i Montisti alla disperazione, onde obbligarli a vendere a rotta di collo i loro fondi per poi inghiottirseli Massari e Ronchi. Ma non vi riusciranno. Passiamo ad altro.</p>
<p>La Costanza mi prega di far passare alla Caterina già sua compagna nel monastero, il piccolo sussidio di un paolo la settimana per una povera vecchia, a cui ell'era solita di fare questa limosina, mentr'era in convento. Vi sia dunque raccomandata questa piccola carità, e datemene debito nei nostri conti.</p>
<closer>Salutate tutti di casa e siate tranquilli. Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1448.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 8 Agosto 1810.</date></opener>
<p>Una sola eccezione ti toglie il premio dei Drammi, l'aver dato fine al primo atto della tua bella <title>Calliroe</title> con un'aria secca invece di un pezzo concertato; il che va contro alle condizioni prescritte dal programma. Ma ti consoli l'intendere che nessun altro dramma verrà giudicato, per quel che penso, degno di premio. Sta in tuo potere il presentarlo al nuovo concorso dell'anno venturo, o il farne l'uso che mi accenni pel nuovo teatro di Brescia.</p>
<p>Ho in animo di portarmi a Brescia in occasione del volo d'Andreoli. Se recherò ad effetto questo pensiero, la discorreremo a quattro occhi, e ti noterò altri piccoli difettuzzi segnati da Lamberti nel suo giudizio. Essendo egli partito per Genova, né volendo io solo portare il peso della commissione, ho chiesto degli aggiunti, e mi sono stati concessi altri tre compagni, il Senatore Lamberti, fratello dell'assente, il Senatore Polcastro e il Consigliere di Stato Compagnoni. Son certo ch'essi tutti concorreranno nelle lodi che daremo al tuo lavoro nel nostro rapporto.</p>
<p>Saluta gli amici e sta sano.</p>
<p>P. S. Fa, ti prego, sapere alla Società Bettoni che da Sonzogno nulla ho ancor ricevuto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1450.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Agosto <add resp="ed">1810].</add></date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Sul semplice timore d'un aggravio non si può fare verun ricorso. Aspettate adunque che l'ingiustizia temuta diventi reale, e allora inviate i vostri richiami alla Direzione Generale d'acque e strade, dalla quale viene direttamente il consiglio che vi scrivo.</p>
<p>Salutatemi caramente il professore e la Maddalena e tutta la casa per parte ancora di mia moglie, di cui fo le veci nel darvi il presente riscontro.</p>
<closer>Addio. Vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1451.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO ZUCCARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1810.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Non posso giustificarmi del mio lungo silenzio senza addurvi delle ragioni che esigono il segreto dell'amicizia. Resti adunque sepolto nel vostro petto quanto vi scrivo.</p>
<p>Alcune delle bricconerie di Ronchi mi hanno obbligato a prendermi il santo e penoso pensiero di smascherarlo. Sono due mesi che io mi travaglio per illuminare la giustizia dei superiori sulle tiranniche prevaricazioni di codesto malvagio, e di qualcun altro. Ho rotto il ghiaccio, e non poco; ma resta un gran torbido da purificarsi. I costui raggiri sono infernali, ma l'ho afferrato per la gola, e il lupo non mi scappa, né io il lascierò finché non l'abbia tradotto sotto la scure della giustizia. E mi nove a questa santissima opera la carità della patria e l'onore di mio fratello, a cui egli ha tentato di far molto danno, e il concorde lamento di tutti i buoni.</p>
<p>Io sarò in Ferrara ai primi del mese di settembre e non senza un perché. Oh potessi io trovare un'anima illuminata ed onesta che sapesse rivelarmi le piaghe che affliggono l'infelice nostro paese e somministrarmi dei lumi chiari e sicuri! Verso li sei dell'entrante deve passare per Ferrara il Ministro dell'Interno. Egli è uomo che ama e cerca la verità e che mena la spada della giustizia colla benda su gli occhi. Io mi propongo di mettere a profitto questa fortunata occasione, e di scoprirgli senza riguardi tutte le ribalderie di cui potrò acquistare la cognizione. Gliene ho fatta la solenne promessa, ma ho bisogno d'istruzioni e di prove, e conto sulla vostra attività ed onoratezza. Preparatemi adunque le informazioni, e zitto.</p>
<p>Le notizie della nostra Annetta mi affliggono e la sua lettera mi ha fatto gran pena. Consegnatele l'acchiusa e prestatele quelle consolazioni che l'amicizia dimanda.</p>
<p>Un'altra infelice e ben più d'assai, ho conosciuto qui questa mattina, la povera Leccioli. La persecuzione che si move alla sventurata sua famiglia è diabolica. Mi sono interessato nelle sue disgrazie e ho già parlato a tale che può farle del bene, e mi rendo certissimo che lo farà. Ecco un'altra consolazione, ma mescolata di molto amaro per la sua misera situazione.</p>
<p>Porterò meco il vostro scritto e in Ferrara mi occuperò dell'amico non avendo mai potuto farlo in Milano.</p>
<closer>Vi abbraccio e sono sempre di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Alla Marietta e alla Zavaglia mille saluti, e dite a quest'ultima che prepari ciò che le occorre per ottenere dal Ministro quelle provvidenze economiche pel suo Conservatorio, delle quali mi fece parola in Ferrara.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1455.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">primi di Settembre 1810</add>.</date></opener>
<p>Dice bene Omero:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Al cor va sempre</l>
<l>L'ammonimento d'un diletto amico.</l></lg></quote>
<p>Tutto è dimenticato, tutto è perdonato; la pace è ristabilita, ed io desidero che veniate presto a parteciparne nelle braccia</p>
<closer>del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il secondo volume è pubblicato.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1457.</head>
<opener><salute>Al Sig.r ANGELO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 26 Settembre 1810.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Datevi pace. Se mi privo del piacere di venire ad abbracciarvi in Bagnacavallo, attribuitelo a' miei affari, per cui mi sono espressamente recato a Fusignano, e a cui non mi resta che il giorno d'oggi da dedicare, avendo impegnata colla marchesa Zavaglia la mia parola di ricondurla dentro dimani a Ferrara. Ho avuto, gli è vero, un momento di mal umore con voi; ma, conosciuto l'errore in cui avevami indotto un falso rapporto, ciò non ha fatto che raddoppiare la mia stima e benevolenza verso di voi. Ho interrogato persone degne di fede, ho voluto minutamente informarmi dell'accaduto tra voi e Ferretti a cagione del sig.r Berardi, vi ho fatto insomma il processo, ed ho il contento di dirvi che la vostra condotta mi risulta innocente e degna d'un uomo savio e d'onore; e che in sostanza il sig.r Ferretti ha alterata sul conto vostro la verità. Ho raccolto ancora intorno al medesimo delle notizie che me lo dimostrano evidentemente un pettegolo, un bugiardo, un ingrato. Egli insomma mi ha pagato di cattiva moneta, offendendo persone che mi son care e che mi appartengono; ma lo ringrazio d'avermi illuminato sul suo carattere. Qualunque però sia il suo torto nell'affare dell'ospedale non ne viene per questo che il sig.r Berardi, mettendo le sue ragioni sopra il bastone, non abbia indegnamente operato. Peggio, s'egli è vero che alle percosse egli abbia aggiunto pur le minacce contro la di lui vita con arme da fuoco. Ove son leggi questi sono delitti, ed io godo di sapere per certo che voi, lungi dal favorire il Berardi, l'abbiate apertamente condannato e rimproverato.</p>
<p>Se per ismentire qualunque ciarla si fosse sparsa del mio contegno a vostro riguardo, vi giova il far mostra della presente, ve ne lascio l'arbitrio.</p>
<p>Salutate la Maddalena e tutta la casa e credetemi più che prima vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1458.</head>
<opener><salute>A IPPOLITO PINDEMONTE — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Ottobre 1810.</date></opener>
<p>Caro ed illustre Amico.</p>
<p>Quaranta e più giorni d'assenza siano la scusa del mio tardo rispondere alla carissima vostra del 30 Agosto, ricevuta soltanto ieri l'altro al mio ritorno in Milano.</p>
<p>Il giudizio che voi portate della mia traduzione è ben lusinghiero. Così potessi persuadermi che non vi ha alcuna parte l'indulgenza dell'amicizia, né la bontà del cortese vostro carattere. E per vero, quando leggo il vostro saggio dell'<title>Odissea</title>, trovo ne' vostri versi un certo brio, una certa lindura che spesso mi rimprovera la negligenza de' miei. Tuttavolta prendo speranza che la mia versione tutta insieme non sia spregevole, e m'induce in questa lusinga il vedere e l'udire che gli stessi Cesarottiani ne sono contenti. Il secondo volume è già pubblicato da un mese, e Bettoni mi accerta d'avervene fatta la spedizione. Dentro decembre anche il terzo sarà infallibilmente nelle mani del pubblico. E il vostro Ulisse è ancora arrivato in Itaca? Ha egli ancora teso il grande arco contro i Proci? Datemi le sue nuove, che assai m'interessano per la gloria della nostra letteratura.</p>
<closer>All'incomparabile Verza mille saluti e ringraziamenti per la lieta accoglienza fatta al mio <hi rend="italic">Omero</hi>, e voi, mio caro Ippolito, non vi stancate di voler bene al tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1459.</head>
<opener><salute>A POMPILIO POZZETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Ottobre 1810.</date></opener>
<p>Finisco in questo punto di leggere la vostra Roscoviana confutazione. Non si poteva per vero né con più garbo, né con più creanza, né con più splendore d'erudizione, né con più forza e condotta di raziocinio combattere l'illustre vostro avversario; ed io vi esorto, mio caro bibliotecario, di levar via dal frontispizio e dalla fine del vostro libro quell'ipocrita <foreign lang="lat">impar congressus Achilli</foreign>. L'italiana letteratura vi deve saper buon grado di tante opinioni rettificate in un'opera che particolarmente interessa la nostra gloria, ma temo che il pubblico non vi perdoni l'officiosa bugia che l'amicizia vi ha fatto stampare alla pag. 87. Quanto a me, godo di questo errore e ve ne ringrazio, e vi prego di non emendarlo, siccome prego le Muse di non farvi mai accorto d'averlo commesso.</p>
<closer>Amatemi, comandatemi e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1461.</head>
<opener><salute>Al conte AVENTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Ottobre 1810.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ricevuta appena la carissima vostra mi sono recato dal Cons.e Bono. Non l'avendo trovato nel suo officio raccomandai caldamente al suo segretario la vostra lettera, intorno alla quale mi promise tutta la sua premura. Il terzo tomo d'Omero che mi pesa sul cuore nè mi lascia dormire, mi ha tolto il tempo di tornare da Bono, onde saperne le risoluzioni. Mi lusingo però ch'egli non avrà gettato il tuo foglio nel pozzo della dimenticanza. In ogni caso posdimani mi troverò immancabilmente a pranzo con esso in casa Veneri, e dalla viva sua voce saprò l'esito dell'affare.</p>
<p>Scopoli mi diceva ier l'altro: Quanti anni avete? — Cinquantaquattro. — E in cinquantaquattr'anni non avete ancora imparato che il mondo è de' birbanti? —</p>
<p>Gli è vero, mio caro Aventi, io sono ancora bambino. Ma colla mia voce infantile griderò tanto, che quella gran puttana d'Astrea si sveglierà. E lascia che io finisca di seppellire il povero Ettore, e voglio proprio dar mano all'Iliade delle bricconerie che rendono sì famosa per ogni verso la nostra patria. E ho già pensato a chi dedicarla. Fuori di celia: mi duole il sentire tradita sì indegnamente la buona fede e la giustizia del Principe. Ma con pace di Scopoli io persisto a credere nella venuta del Messia.</p>
<closer>Mille saluti alla nostra Marietta, e a tutta la sua compagnia, e tu voglimi bene e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1463.</head>
<opener><salute>A LEOPOLDO CICOGNARA — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Ottobre 1810.</date></opener>
<p>Ho interrogato Vaccari sull'affare del povero Suzzi, e gli ho ricordato le vostre premure e quelle dell'ottimo Bentivoglio. Mi ha risposto d'averle nell'animo, e di aspettar l'arrivo del Principe per metterle possibilmente ad effetto. Ma non vuole dissimulare che il Suzzi è stato fin da principio mal consigliato. Egli doveva, per suo parere, appellarsi alla Cassazione. Questo buon momento è passato; e presentemente il domandar grazia gli è un confessarsi colpevole. La compassione che mi desta lo stato del misero amico infelice, mi ha qui fatto dir molte cose, e il cuore infiammava le mie parole. Spero che un poco di questo caldo sia passato nel petto di S. E., la quale altronde si è mostrata sempre sensibile alla sventura. Attendiamo adunque il ritorno del Vice—Re, e stiamo a vedere.</p>
<p>Mi era nota la vostra andata alla Mesola. Dio buono! A Cicognara un semplice saluto, e ad un Baratelli…? Mio caro amico, come va la vostr'Opera? E che fa l'amabile vostra compagna? Ricordatele la mia devota amicizia del pari che a Bentivoglio, a cui direte all'orecchio ch'egli è pure un gran peccato che anche gli ottimi qualche volta faccian del male senza saperlo.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1465.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 12 Novembre 1810.</date></opener>
<p>Tengo in serbo il tuo articolo per il terzo volume, e solamente oggi te ne accuso la ricevuta, perché mi muove a scrivere la nuova contumelia che ti vien fatta nel foglio Rasoriano. Non l'ho ancor letta, né voglio leggerla; ma Lamberti mi dice che è sorella della prima. Nulladimeno Borsieri giura di non saper nulla, e al dispiacere che ne dimostra, io credo verace la sua protesta. Dunque non istenterai a indovinare l'autore o il direttore. Tu non pigliarne alcuna pena, e segui a far meglio; ché questa è la miglior risposta alle critiche. Verrà tempo che i tuoi stessi nemici ti faran di cappello, e tu ti troverai tant'alto, che non potrai neppure discernerli.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque, e voglimi bene.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1469.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 5 Dicembre 1810.</date></opener>
<p>Nella traduzione delle Cortigiane di Luciano (traduzione che assai mi piace) avevo già letto e mirabilmente gustato il vostro Inno alle Grazie. Il secondo ad Amore mi ha pur dilettato infinitamente; e se gli altri corrispondono, siccome punto non dubito, voi ne avrete regalato una corona di Inni tutti greca dolcezza.</p>
<closer>Ricevetene la mia sincera congratulazione, ridete dei latrati degli invidiosi, ed amate il sempre vostro affezionatissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1472.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO ALDINI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Casa, 23 Dicembre 1810.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Aggradisca V. E. l'umile offerta che le presento d'un esemplare velino del mio Omero, e le sia raccomandato Giordani. Gli è tempo che uno de' migliori scrittori del Regno sia redento dalla sua trista situazione, né un Ministro può impiegar con più lode il suo potere che col proteggere gl'ingegni che onorano la Nazione e il Sovrano.</p>
<closer>Sono col maggior rispetto, di V. E. u.mo dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1474.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Dicembre 1810.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Le vostre Osservazioni intorno alla mia versione d'Omero mi hanno colmato di giubilo. Esse mi fanno fede della vostra amicizia, e questo è un gran bene; e le grazie, che ve ne rendo, procedono dal più vivo del cuore. Io le metterò tutte a profitto, e così farò delle altre che mi manderete, del che vi prego quanto mai posso. Se non che parmi, che voi siate troppo indulgente; e le emendazioni, che io mi propongo di fare in una seconda edizione al mio lavoro, si estenderemo molto di più, poiché la mia propria coscienza mi avverte di assai più difetti, che i notati da voi. Non vi stancate adunque d'assistermi, e fate che io abbia la compiacenza di annunziare al pubblico le obbligazioni che vi professo. Lamberti mi ha detto che fra i letterati italiani, a cui il Governo Francese poteva far dono della grande vostr'opera, vi sareste degnato di scrivere anche il mio nome. Questo eccesso di benevolenza è al di sopra di ogni ringraziamento. Ma il cuore ne sente tutta la gratitudine. Caro Visconti, abbiate per certo che l'avermi ridonato la vostra amicizia, e in modo così cortese e distinto, mi fa beatissimo. Aggiungete a tutto questo il coraggio che m'ispirate per lo proseguimento della mia versione, la quale dentro il prossimo gennaio sarà al suo termine, non rimanendomi che la metà del vigesimoterzo libro, e l'ultimo.</p>
<closer>Piacciavi di ricordare all'amabilissima vostra signora l'antica mia devozione e servitù, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1476.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">CLAUDIO FAURIEL</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 del 1811.</date></opener>
<p>Egregio Signore ed Amico.</p>
<p>Sono più mesi che, rispondendo ad una gratissima vostra e ringraziandovi della <title>Parteneide</title>, vi feci la spedizione del primo libro dell'<title>Iliade</title> da me tradotta, e il tutto affidai a questo nostro Segretario Generale del Ministero della Guerra, il quale si prese l'assunto di procurarvene il recapito per mezzo di qualche officiale che dall'Italia passasse in Francia, giacché i rigori d'introduzione alla frontiera in fatto di libri non mi permettevano di tentare altra strada. Non avendone mai veduto il riscontro, mi nasce il sospetto che tanto il libro quanto la lettera sieno andati in sinistro; il che dorrebbemi fortemente non per la vendita del libro, ma bensì della lettera che l'accompagnava, la quale mi assolveva presso di voi del debito di ringraziarvi, siccome di nuovo vi ringrazio, del prezioso dono che mi avete fatto di un'opera, intorno alla quale voi avete mirabilmente trattata l'Epica pastorale. Comunque sia andata la cosa, io colgo l'occasione del ritorno a Parigi del conte Aldini per ispedirvi il secondo volume della mia versione, ch'io vi prego di accogliere cortesemente come attestato della distinta stima che vi professo, e come eccitamento all'antica nostra amicizia, perocché la vostra mi è cara oltre ogni credere, ed io la porto e la porterò sempre nel cuore. Della quale mi darete una prova assai grande se, leggendo la mia versione, vi compiacerete di notarmi tutti quei difetti che vi verranno sott'occhio, e ch'io emenderò nella ristampa che tra non molto sarò costretto di farne, tuttoché il terzo volume non sia ancora pubblicato, né 'l possa essere che alla fine del mese. Questa è la preghiera, che, desideroso di dare al mio lavoro una qualche perfezione, io fo a tutti gli amici, e che a voi pure dirigo, siccome ottimo conoscitore della lingua italiana, e fornito di assai squisitezza di gusto. Il nostro buon Mustoxidi qui presente e col quale si parla spesso di voi desidera di aggiungere a questa un poscritto.</p>
<closer>Finisco adunque col pregarvi di amarmi e di credermi per la vita tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dentro il mese di febbraio e prima ancora avrete il terzo volume per la via di Marescalchi o di Visconti, e si manderà di nuovo il primo se mai non fossevi pervenuto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1478.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Gennaio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Questa lettera merita tutta la vostra attenzione. Ho parlato, come vi promisi, al Ministro della Guerra sull'oggetto delle canape. La provvista di questo genere per la Regia Marina è tutta affidata ad una speciale commissione residente in Venezia e staccata, dirò così, dal tronco del Ministero. Ma v'è forte motivo di credere che l'amministrazione di questo importantissimo oggetto non sia la più proficua all'interesse del Governo. Quindi il Ministro desidera di bene illuminarsi su questo punto, e a questo fine mi ha replicatamente pregato di scrivervi, ond'essere informato: primieramente, quanta canepa può somministrare la Romagna per uso marinaresco? Secondo, quanto a un di presso realmente ne somministra? Terzo, a qual prezzo? Quarto, che può costare posta in Venezia? A queste notizie aggiungerete voi stesso tutte le altre che vi risultano dalla cognizione del luogo e del commercio che costì se ne fa. Mi metterete insomma sulla carta tutto quello che sapete o potrete da altri sapere su questo articolo, e avvertite che il vostro rapporto sia segreto ed ostensibile, per modo che il Ministro stesso se ne possa giovare nel caso che le notizie da voi somministrate dovessero passare sotto gli occhi dello stesso Viceré. Non mi preme che lo mandiate subito, ma bensì che sia esatto e sensato, e tale che lasci nell'animo di chi legge una buona opinione di chi lo scrive. Verrà poi tempo che ne torni a voi stesso un gran bene.</p>
<p>A questo rapporto un altro ne aggiungerete, ma separato, sopra i legni da costruzione. Anche questo è un oggetto sul quale mi diceste che si poteva fare una bella specolazione. Se avete dunque su ciò qualche progetto, mandatelo. Io lo presenterò al Ministro, e, trovandolo conveniente, son certo che lo seconderà.</p>
<p>Ho pregato il Cons.e Cossoni di mandar fondi a Giusti, onde siate una volta rimborsato del residuo che vi deve. Mi ha detto di farlo, e ne sono certissimo. Scrivetene adunque a Giusti e ditegli che son io che ve l'avviso.</p>
<p>Il Principe avendo per sua clemenza in animo di farmi un regalo, mi ha fatto interrogare per mezzo del presidente Paradisi circa il mio desiderio. Ho risposto che qualunque minima dimostrazione della sua reale benevolenza mi sarà un tesoro. Ma per verità se mi desse contante, l'avrei più caro, tanto più che ho già messo mano per conto mio alla ristampa del mio <hi rend="italic">Omero</hi>, edizione notabilmente corretta, la quale mi ascenderà a cinque mila lire, e l'utile netto che me ne torna sarà circa mille zecchini.</p>
<p>Dite al comandante Manzoni che non gli fo subito risposta, perché spero in breve di dargli una nuova non dispiacevole.</p>
<p>Un caro abbraccio all'Annina ed amate il vostro affezionatissimo zio.</p>
<p>P. S. Corelli mi scrive che gli affari dei Fusignanesi sono definitivamente accomodati. È egli vero? Salutatemi assai assai la Bettina.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1481.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 22 Gennaio <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo Arrivabene.</p>
<p>Se si è lasciato correre l'errore che mi avvisate, lo stampatore farà grazia di ristampare la pagina. Ma sei tu solo a dolerti? Ho commesso un gran fallo, e ne pago la penitenza. Ma grazie al cielo sono alla fine. Sopporta adunque tu pure, mio caro, ancor per poco, e dentro il mese rimarrai libero, poiché la versione dimani sarà finita. Ho trascorso un gran mare, e stupisco di essermi ridotto in porto felicemente (spero) e sì presto. Ma lasciamo tal punto.</p>
<p>Io mi trovo obbligato da quattro giorni alla stanza per un molestissimo raffreddore.</p>
<p>Subito che mi sarà dato di uscire mi recherò da Appiani e gli parlerò conformemente al tuo desiderio.</p>
<p>Gli è vero che io mi trovo in pace con Foscolo, ma non è vero che l'amicizia siasi ripristinata nel piede di prima. Ecco tutto.</p>
<closer>Ad Arici molti saluti e molte congratulazioni per il suo Inno, e tu ama il tuo amantissimo <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>Di' a Bettoni che nel mandargli il manoscritto del 24 che si sta copiando, darò risposta alla sua lettera.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1482.</head>
<opener><salute>Alla Contessa MARGHERITA GRIMALDI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 24 Gennaio <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Ghita.</p>
<p><hi rend="italic">Omero</hi> è finito. Mantenetemi adunque la parola, e venite a mangiar la polenta insieme coll'orso, dico vostro marito, a cui porgerete i miei saluti e questa preghiera. Sono lietissimo, il cuore mi brilla, e ho bisogno di spandere la mia gioia nei cuori che mi son cari.</p>
<p>Venite adunque e farete beato il vostro amico.</p>
<p>P. S. Sceglietevi la giornata.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1484.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE TAMBRONI Console del Regno Italico — Livorno.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 30 Gennaio 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Tambroni.</p>
<p>Ho differito a risponderti per più motivi. Primieramente, perché trovandomi sul finire della mia versione d'Omero, io aveva decretato nell'animo mio di non distrarmi per qual si fosse cagione prima di terminarla. Secondamente, perché, desideroso di condiscendere alle tue brame, mi lusingava di rimovere tutti gli ostacoli che si opponevano per parte de' miei amici, che pure son vostri, e che ripugnano all'associazione a cui m'inviti. Paradisi, Vaccari, Lamberti, Zanoja e più altri, i quali si trovavano descritti senza loro consenso nel catalogo dell'Accademia, ricusano di arrolarsi sotto questa bandiera, né io posso distaccarmi dal loro partito, ora massimamente che il giudizio fiorentino intorno alle opere da premiarsi secondo l'imperiale decreto, ha disgustato tutti gli amici delle buone lettere, e gittato, per così dire, il guanto ai Lombardi. Io non ho per anche veduto né il frontispizio pure dell'opera di Micali, né letto che il primo canto del poema di Rosini. Ma non ignoro le critiche che ne sono uscite, né quelle che si maturano, e la mia amicizia verso quelli che hanno prese le armi in contrario, non mi lascia la libertà di abbandonare la causa che hanno preso a difendere. E duranti queste letterarie dissensioni come poss'io contentare il tuo e mio desiderio, che sarebbe pur quello di far parte io pure della rispettabile e dotta famiglia che a sé mi chiama per bocca tua? Spero che questo potrà in miglior momento porsi ad effetto, ma ora né il debbo né il posso. Né voglio tacerti che qui si dice e si sa che le discordie tra gli antichi e nuovi Accademici non sono ancora finite, e che inoltre duole assai il vedere inseriti nel catalogo dell'Accademia parecchi nomi affatto indegni di starvi, e per l'opposito esclusi molti di quelli che più onorano la nazione, Oriani, Cesaris, Lamberti, Morcelli, Morelli il Bibliotecario, e cinquanta altri di primo grido.</p>
<p>Dopo tutto questo conchiudasi, che gli è buono aspettare tempo più sereno e più libero, né io dispero che presto sia per arrivare.</p>
<p>Delle cose che ti scrivo fa quell'uso che la discrezione e la prudenza ti suggeriscono, ama il tuo Monti, e salutami caramente la tua cara moglie.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1486.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI AGUJARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Febbraio 1811.</date></opener>
<p>Signor Agujari carissimo e stimatissimo.</p>
<p>Volesse il cielo che il povero Cagnoni non avesse commesso veruna colpa! Ma egli viene accusato di gravi mancanze che percuotono il suo onore, e che si pretendono talmente provate, che, stando alla ferma persuasione delle autorità superiori, io temo non gliene venga danno assai maggiore che la perdita dell'impiego. Le premure di Bentivoglio, di Cicognara, di Bottoni e le mie l'avean portato alla vigilia di una assai proficua promozione; quando tutto d'un subito la Direzione Generale delle poste ha toccato con mano (così essa dice) che il Cagnoni da molto tempo truffava il denaro che si spediva per l'officio postale, e queste truffe si vogliono molte e vistose. Queste accuse, delle quali la Direzione afferma di aver nelle mani innegabili documenti, queste accuse, caro Agujari, chiudono la bocca a chiunque imprenda a scolparlo, e Bentivoglio, che a quest'ora dovrebbe esser giunto in Ferrara, potrà colla viva voce far chiaro il suo sbalordimento in udirle e quello di tutti gli amici e benevoli di cotesto infelice.</p>
<p>Ho scritto su questo articolo doloroso anche a mio nipote Fedele, ma gli ho taciuto la qualità delle imputazioni date a Cagnoni, perché il solo pensarvi mi toglie il cuore ed il senno. Ciò che pure assai mi rattrista si è che a Minonzi io aveva talmente attestata l'onestà di Cagnoni, che il trovarmi adesso smentito col fatto parmi che una porzione di questa ignominia sia ricaduta pure sopra di me. Per quello che mi consta parmi impossibile che egli sia innocente, perché parmi impossibile che tanti attestati adunati contra di lui possano essere tutti menzogneri. Tuttavolta il compiango, e la compassione mi terrà luogo della stima che io aveva del suo carattere.</p>
<p>Dopo tutto questo se per un prodigio egli arrivasse a discolparsi, io l'avrei più caro che prima, né vi sarebbe risarcimento che bastasse al suo onore.</p>
<p>Amatemi, comandatemi e credetemi vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1489.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO ARRIVABENE Membro del Collegio Elettorale dei Dotti e Giudice — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 16 Febbraio <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Appiani si assumerà volentieri il giudizio da te richiesto e da tuo cognato, del quale egli ha molta stima.</p>
<p>Mi sono sfogato con Bettoni intorno agli errori della sua edizione e ha promesso di ristampare le pagine.</p>
<p>Quelli che tu mi noti sono già stati segnati nell'<foreign lang="lat">errata corrige</foreign>. <hi rend="italic">Gravare d'una dimanda</hi> è frase del Boccaccio ripetuta dall'Ariosto. — <hi rend="italic">io t'arsi a ciascheduno</hi>, sottintendesi degli <hi rend="italic">altari</hi> del verso precedente. — <hi rend="italic">MolÃ¯oni, se fuor non li traeva</hi>. Egli è evidente che lo sproposito occorso in questo verso: <hi rend="italic">se fuor non traeali</hi> — è tutt'opera dei torcolieri. <hi rend="italic">Sellente</hi> invece di <hi rend="italic">selleente</hi> sarà stata pure una svista dell'Abate. Ma gli sbagli del terzo volume mi hanno messo fuori dei gangheri.</p>
<p>Spero finito il disturbo che ti ho cagionato, ma l'obbligazione che te ne professo è scritta nel cuore.</p>
<closer>Salute agli amici, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1490.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BENINCASA — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Febbraio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Per difetto di posta, o per negligenza del mio famiglio non molto sollecito nella riscossione delle mie lettere, solamente questa mattina ricevo la gratissima vostra del 7 corrente. Il Governo non può, senza taccia d'ingrato, dimenticare i vostri servigi, né pe' vostri amici esser cosa più dolce che il ricordarli. Questa sera presso Paradisi darò effetto al vostro desiderio, e lo spronerò a parlare per voi efficacemente. Parlerò io stesso, per quanto il consente la mia nullità, e il giorno in cui vedrò premiata la vostra virtù, sarà per me felicissimo.</p>
<closer>Molti saluti ed ossequi al Senatore, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1491.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cav.</add> <add resp="ed">FRANCESCO CONTI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 23 Febbraio <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Scrivo in questo stesso ordinario a mio fratello, e gli propongo l'affare dell'acquisto che m'indicate.</p>
<p>Mi consola il sentire che la vecchia Marchesa abbia finito di tempestare, e che la calma sia rientrata nella famiglia, ma mi turba il cenno che mi date sul disgustoso accidente intervenutovi per falsi rapporti. Non so immaginare di che si tratti, e per l'interesse che prendo ne' vostri guai desidero di saperlo, siccome desidero di vederli una volta finiti.</p>
<p>Vi pregherei di salutare in nome mio la Marchesa, ma una sua lettera scritta a mia moglie ha gettato tale discordia in mia casa, che non so perdonarle il suo scritto, e me ne ricorderò per molto tempo.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1492.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Febbraio 1811.</date></opener>
<p>Ottimo e carissimo Amico.</p>
<p>Ho dei grandi debiti con voi né potrò mai scontarli abbastanza; ma mi studierò di farlo per quanto sarà possibile, e in ogni tempo, e di cuore. Fedele significandomi le vostre premure pel cancelliere vostro fratello, mi porge occasione di darvi qualche attestato della mia gratitudine ed io vi metterò tutto l'impegno. Né mi dimenticherò di vostro figlio, sebbene io sappia che l'intera pensione gratuita sia affare molto scabroso. Comunque vada, anche su questo non vi lascerò desiderare gli offici dell'amicizia, e passati che sieno questi giorni di carnevale, che qui dura tutta la prima settimana di quaresima e fa dimenticare tutti i seri pensieri, io mi farò un dovere d'informarmi dell'affare di vostro fratello e di riassumerlo con tutto lo zelo.</p>
<p>Mi è gratissimo e consolantissimo il foglio che accompagnava la vostra lettera, e per secondare la vostra insinuazione ho scritto subito a Giuseppino. Io spero che la giustizia de' tribunali proclamerà presto la sua innocenza, della qual sentenza voi avete gettato i primi fondamenti. Ma non dissimulo l'afflizione che questo disgustoso incidente mi ha cagionato, e se potessi o avessi tempo di raccontarvi gli orrendi tentativi co' quali si è cercato d'ingannare la rettitudine de' superiori, fremereste.</p>
<p>Vi abbraccio di cuore e sono senza riserva il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1493.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Febbraio 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Intendo dagli amici che vi affligge il timore d'aver perduto per le cose intervenutevi la mia stima e la mia benevolenza. Io vi reputo innocentissimo. Dunque la disgrazia che vi ha percosso non poteva che raddoppiare l'amor mio, né l'errore in cui la buona fede vi ha fatto cadere può aver diminuita la mia stima, perché un errore commesso coll'intenzione della virtù non è che una buona azione perduta. Questo sbaglio della vostra prudenza sarà, ne son certo, il primo e l'ultimo della vostra vita.</p>
<p>Siate adunque tranquillo sopra il mio cuore, e sperate nell'illuminata giustizia de' tribunali, la cui decisione tornerà immacolato l'onor vostro e quello di tutta la famiglia. Stampatevi intanto nel cuore la gratitudine che dovete infinita agli amici che vi hanno assistito e difeso, e, istruito dalla sventura, imparate a custodire con più gelosia il tesoro della probità. Finora siete stato onesto; spero che in avvenire sarete onestissimo, e che stimerete perduti tutti quei giorni ne' quali avrete tralasciato di abbellire con qualche buona azione la vostra vita.</p>
<p>Vi abbraccio con tutta l'anima e sono il vostro affezionatissimo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1494.</head>
<opener><salute>Al Sig. D.r JACCOLI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Febbraio 1811</add>.</date></opener>
<p>Mio caro ed ottimo Amico.</p>
<p>La vostra carta mi trova sepolto nel letto e nella desolazione. Ma la bontà che mi usa il Gran Giudice mi torna da morte a vita. Spero che questo balsamo di consolazione mi darà forza per essere dimani a' suoi piedi, e supplicarlo a salvare l'onore della mia famiglia. Diversamente il dolore mi uccide, e sono certo certissimo che l'infelice mio nipote è innocente. S'egli fosse reo, la sua colpa mi darebbe più coraggio a soffrire e a rassegnarmi, perché l'animo mio prenderebbe forza nell'orrore che porto al delitto. Ma sapere ch'egli è innocente, e che nondimeno sarà infamato, questa idea mi sconcerta.</p>
<p>Il cielo vi benedica della pietà che mi usate, e renda felice il Gran Giudice, a cui mi parrebbe di dar poco dando la vita.</p>
<p>Addio mille volte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1496.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Marzo 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>L'ho quasi rotta con Rossi per cagion vostra. Egli mi dice che nelle regole disciplinari de' licei v'è un decreto del Principe che osta alla vostra dimanda. Gli ho messo in vista l'esempio degli altri professori. Mi ha risposto che questo è un abuso, su cui l'Istruzione Pubblica tace perché nessuno ne ha fatto querela, ma che né esso, né Scopoli ponno arbitrarsi a violare quell'espresso superiore decreto. Ho pregato, ho supplicato, ma inutilmente. Ti do con dolore questa notizia, ma io non doveva occultartela. Dimani vado a pranzo dal Ministro e a lui stesso ne parlerò, ma temo che il farò senza frutto.</p>
<p>Ti rendo grazie del bell'Inno trasmessomi e ti ho già per Arrivabene fatto sapere che assai m'è piaciuto.</p>
<p lang="lat">Vale et me ama.</p>
<p>P. S. Aspettiamo tutti con impazienza la risposta del bravo Bianchi a' tuoi petulanti censori. Anche Lampredi ha intenzione di fare a prima occasione le tue vendette.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1499.</head>
<opener><salute>Al cav. FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Aprile 1811.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Mio fratello è stato ne' giorni passati occupatissimo né ha potuto dare il pensiero al progetto che io gli aveva significato. In questo corso di posta glielo richiamo alla mente.</p>
<p>A me pure era giunta all'orecchio l'imputazione di cui siete stato gravato. Godo di sentire che l'abbiate diluita, e ripristinato l'onor vostro nell'animo de' Superiori, e vorrei udire che i vostri affari fossero terminati.</p>
<p>La nostra benedetta Marchesa, per eccesso di buon cuore, e per voler far troppo, guasta tutto. Le sue lettere traboccano d'amore e di zelo; ma ella, non sapendo la giornaliera disposizione degli animi, né volendo dar luogo al tempo, unica medicina di certi mali, ritocca fuor di tempo le piaghe e non fa che inasprirle. Intanto la mia pazienza è quella che va di mezzo, e io ne ho poca. Per carità pregatela di sospendere per ora le sue officiose premure delle quali le sono gratissimo, ma di cui raccolgo continue amarezze.</p>
<p>Dite a Ronconi che non si lasci spaventare dai pedanti, e che gli basti la stima de' suoi superiori.</p>
<p>Mi sarei fatto un dovere di dar subita risposta ai sig.r Rollin, se egli non mi avesse scritto una pazza cosa. Mi manda il suo sonetto, mi dice che i critici lo straziano, e che si vuole, a finir tanta lite, il mio giudizio, vale a dire, si vuole che io mi tiri addosso la sua indignazione e malevolenza biasimando i suoi versi, o quella de' suoi nemici lodandolo. Vi par egli che nell'uno o nell'altro caso sia prudenza l'esporre un parere? Ditegli adunque che lo ringrazio, ma che io non siedo in verun tribunale. La Critica è una coscienza esteriore, la quale ci avvisa i difetti che l'amor proprio ci nasconde. Ne approfitti, e si vendichi de' suoi nemici col far meglio.</p>
<closer>Addio. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi sia d'avviso che la vostra lettera è stata visitata, siccome appariva dal rotto sigillo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1500.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Senatore</add> <add resp="ed">ALVISE MOCENIGO</add> — <add resp="ed">Alvisopoli</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Aprile 1811</add>.</date></opener>
<p>Unisco ai versi una risposta alla prima lettera scrittami in nome della Comune. Manderò per la posta la seconda di ringraziamento pel generoso dono da lei compartitomi.</p>
<closer>Le auguro buon viaggio, e sono senza fine, con tutto il rispetto, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il manoscritto è corretto, e mi raccomando che lo stampatore vi ponga attenzione. In quanto alle note, io non ho fatto che darne cenno. Resta in di lei arbitrio l'aggiungere tutto quello che stimerà opportuno per dare risalto all'industria della popolazione. Solo la prego che nell'estensione delle aggiunte che vi farà, non corravi errore né di lingua, né di grammatica. In Padova potrà combinar tutto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1501.</head>
<opener><salute>Al Senatore ALVISE MOCENIGO — Alvisopoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Aprile 1811.</date></opener>
<p>Lafolie mi assicura d'averle spedito, colla staffetta di lunedì, la traduzione dell'<title>Anacreontica</title>. Avendo egli tardi finito il suo lavoro, tardi io pure ne fui avvisato, né ebbi tempo di impostare la lettera, ch'io teneva già preparata. Con questa adunque le sia detta la cagione del non avere ella potuto ricevere da me verun riscontro colla staffetta di lunedì.</p>
<p>Mi lusingo che all'arrivo della presente la edizione sarà ben incamminata. Ma io torno a pregarla, amatissirno sig. Senatore, di mutare assolutamente nella dedica quell'<hi rend="italic">ingegno</hi> più <hi rend="italic">celebrato</hi>, e di sostituirvi <hi rend="italic">uno degl'ingegni più celebrati</hi>, la qual lode è anche troppa, ma almeno non tanto odiosa come la prima. Spero che mi farà questa grazia.</p>
<p>Al suo ritorno in Milano prenderò norma da lei medesima della lettera di ringraziamento che debbo scrivere alla Comune. Giacché a lei piace che io rivolga a questa le azioni di grazie che a lei solo, signor Senatore, sono dovute, io desidero che i miei sentimenti prendano quella forma che a lei sarà più gradevole.</p>
<p>Mi saluti Bettoni, cui suppongo in sua compagnia, e mi abbia per sempre nel numero dei suoi devoti servitori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1502.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Aprile <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>I drammi si possono riprodurre al concorso. Ritirate adunque dalla Direzione la vostra <title>Calliroe</title>, e fatte le emendazioni che nel giudizio della Commissione sono state indicate, riproponetela, ma ricordatevi che il nome dell'autore non si deve sapere.</p>
<p>Dacché il <title>Giornale Italiano</title> si permise di maltrattarvi in quell'articolo suo sopra i <title>Coralli</title>, io non ho voluto aver alcuna relazione col redattore. Quindi il vostro sul terzo volume della mia <title>Iliade</title> mi è rimasto inutile, non sapendo in qual altro foglio periodico farlo inserire, giacché gli estensori del <title>Corriere Milanese</title> e del <title>Poligrafo</title> amano di farlo da sé. Mi sarebbe però stato caro che il giornale del Mella, o quel della Brenta n'avesse detto qualche parola. Ma voi vedete che a me disconviene sollecitare questa cortesia. Se voi o Bianchi stimerete che il mio lavoro sia degno di qualche lode, mi obbligherete dicendone quel poco di bene che la coscienza vi saprà suggerire.</p>
<p>Salutate gli amici e credetemi sempre tutto vostro.</p>
<p>Vi prego di dire alla società Bettoni che per amor del cielo mi mandi il più presto che può gli esemplari in foglio destinati per l'Imperatore e per l'Istruzione Pubblica. Sul dubbio che non vi sia pervenuto un librettino pubblicato da Giordani, vi acchiudo la lettera che lo precede, nella quale si parla di voi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1503.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Aprile 1811.</date></opener>
<p>Egregio e Carissimo Amico.</p>
<p>Il Gran Cancelliere dell'Ordine Reale delle due Sicilie il signor Principe di Bisignano con suo dispaccio del 28 Marzo decorso, pervenutomi ieri mattina, mi dà l'avviso che il Suo Sovrano mi ha nominato Cavaliere dell'Ordine sullodato. Questo nostro Signor Ministro dell'Interno, da cui mi è stata con altro analogo suo dispaccio rimessa la decorazione, mi avverte che la supplica da farsi all'Imperatore per ottenere la permissione di portarla, deve essere presentata a Sua Maestà dal Gran Cancelliere dell'Ordine Reale della Corona di Ferro.</p>
<p>Prima che voi facciate tal passo io desidero che rendiate consapevole dell'accaduto Sua Altezza Imperiale il nostro buon Principe Viceré, parendomi che così esiga il dovere di devozione, né volendo io che senza sua saputa abbia corso veruna mia dimanda. Vi prego nel tempo stesso di significargli, che, profittando della insinuazione datami dal Signor Conte Cons.e Mejan per mezzo di M.r Lafolie, ho pubblicato il terzo Volume della mia Iliade, onde contentare l'impazienza del pubblico, riservandomi di inviarlo personalmente alla prelodata Sua Altezza Imperiale quando sarà di ritorno.</p>
<p>Gli esemplari da umiliarsi all'Imperatore sono pronti, e li manderò per condotta. Ma se codesto Signor Ministro della Finanza non dà egli stesso degli ordini assoluti per la ricupera della Cassa arrestata da tanti mesi alle barriere di Torino, io non so come farmi a riaverla, perché tutte le diligenze da me praticate per questo effetto mi sono riuscite infruttuose. Si potesse almeno sapere se quella Cassa esiste più in quella Dogana. Essa era munita di quattro gran sigilli Imperiali che attestavano la sua provenienza da questa reale Segreteria, era diretta a Voi, conteneva libri diretti alla Maestà dell'Imperatore, e con tutto questo, possibile che sia andata in perdizione, o che quei doganieri la vogliano tener carcerata per sempre?</p>
<p>Passiamo ad altro. Io mi sto faticando intorno ai poema di cui vi feci cenno nell'ultima mia. In questo per via di episodi ho introdotto e la nascita del Re di Roma, e le lodi dell'Imperatore innestandole colla materia del soggetto preso a trattare, soggetto antichissimo e tutto Romano. Fra le altre cose mi cade in acconcio la descrizione della colonna di bronzo eretta in Parigi non so in qual piazza, ne' cui bassi rilievi, ad imitazione della Traiana, sono sculte le imprese dell'Imperatore. Ho grande bisogno della descrizione di questi bassi rilievi, e vi prego di procuramela.</p>
<p>Mentre io stava occupato in questo lavoro il Sen.e Mocenigo, il quale nella sua Alvisopoli vuol dare delle grandi feste per la nascita del re di Roma, mi ha messo in croce perché gli scriva una poesia. L'ho servito, ed egli n'è rimasto così contento, che subito mi ha regalata una stupenda tabacchiera d'oro, e immediatamente si è recato in Alvisopoli per farne ivi una superba edizione in pergamena, e finita che sia volar in Parigi e presentarla egli stesso all'Imperatore. Alla sua venuta costà vi spedirò il terzo volume dell'Iliade che tengo già pronto, e vi trasmetterei oggi stesso i versi che per lui ho scritti, se egli non mi si fosse raccomandato di non darne copia a nessuno, onde non perdere il merito della sorpresa. Io l'aspetto di ritorno a momenti.</p>
<p>Se di rado vi scrivo condonatelo al continuo studiare che fo separato da ogni divertimento, e sempre intento a rendermi degno per quanto posso e della sovrana approvazione e della stima del pubblico. Son certo di acquistarmi così anche nella vostra amicizia un aumento di benevolenza, e questo pure è un gran bene. Amatemi dunque, e vi sia stimolo ad amarmi la ricordanza de' beneficj che in tante occasioni mi avete compartito e di cui vivrà eterna nel mio cuore la gratitudine.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1504.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Aprile 1811.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>Mi è riuscita indarno ogni cura per ritrovare fra le mie carte quel vostro articolo omerico. Forse l'ho passato in altre mani, e poi ne ho perduto la memoria. O prendetevi adunque la pena di rifarlo, o limitatevi a quattro parole di annunzio, e così la resti finita.</p>
<p>Paradisi, già tempo, mi comunicò la vostra lettera toccante quella vostra tal brama. Alla frazione del pane procureremo che abbiate la parte che giustamente vi compete. Ma non mettete al foco altra legna, perché l'uomo di merito deve lasciar parlare il suo nome, ed esso tacersi.</p>
<p>Molti saluti agli amici e seguite a fare bei versi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1507.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Caro Mustoxidi.</p>
<p>Ho messo tutte a profitto le vostre osservazioni. Esse concordano perfettamente con quelle di Visconti rispetto al modo di scrivere quei nomi greci; molti dei quali sono rimasti storpiati nella stampa per essermi ciecamente fidato del professor Bianchi di Brescia, a cui ne aveva fidata la correzione. Ho anche emendato tutte le parole e tutti i versi che a voi non sono piaciuti, e sui quali la critica di Visconti ha taciuto. Tutto in somma che da voi mi viene, è prezioso, e mi tocca l'anima.</p>
<p>Ricevetene dunque i ringraziamenti che il cuore vi manda, quel cuore che non ha mai cessato di essere vostro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1508.</head>
<opener><salute>Al Cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 29 Aprile 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Col dolore nell'anima ricorro alla tua amicizia, alla tua bontà, alla tua giustizia. Leggi l'acchiusa, e vedi a che mi espone l'imprudenza, e forse la fine malizia di N. N.; leggila, e per quanto hai di più caro provvedi segretamente e subito al gravissimo inconveniente che va a succedere. In voce ti spiegherò tutta la tela; e sarei volato in persona, se la mia salute e quella di mia moglie e di mia figlia medesima non fossero mal andate tutte ad un tempo. Ti prego che resti sepolto nel segreto dell'onestà l'affare che ti confido, e dammi una riga di risposta che mi assicuri del pronto tuo zelo in secondare le premure dell'afflitto tuo amico.</p>
<p>P. S. La lettera, che ti acchiudo, potrai spedirla unitamente agli ordini che darai per impedire il disordine di che in essa si parla, e sarà bene che tu ingiunga all'Autorità qualunque siasi, a cui stimerai bene di commetterne l'esecuzione, le ingiunga, dico, il precetto di consegnarla direttamente alla persona a cui è diretta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1510.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO ZUCCARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Mentre io mi stava da un momento all'altro aspettando che la Revisione delle stampe mi rimettesse il vostro manoscritto coll'approvazione, il cav. Rossi mi dice, che secondo i nuovi indeclinabili regolamenti è necessario che lo stampatore ne spedisca egli stesso il manoscritto alla Revisione colla propria iscrizione secondo il prescritto. Direte adunque al medesimo che adempia quanto è del suo dovere e ne scriva direttamente alla suddetta Revisione, significandole che il manoscritto sta nelle mie mani, come difatti mi è stato restituito. E qualora vi fosse accaduto di farvi dei cangiamenti, replicatene la copia come vi pare, e speditene il tutto come v'ho detto.</p>
<p>I vincoli che presentemente legano la libertà della stampa fanno impazzire, e vi vuole pazienza.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1514.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Ottimo e carissimo Amico.</p>
<p>Colla venuta a Parigi dell'egregio letterato ed amico sig. Ugoni di Brescia, uno dei Deputati della Città all'Imperatore per ringraziarlo, e portatore della presente, io mi sperava di potervi spedire il terzo volume dell'Iliade foglio reale velino. Ma egli e i suoi compagni sono talmente imbarazzati del proprio bagaglio, che sarebbe stata indiscrezione il crescerne gl'impedimenti. Quindi, invece di un esemplare in gran foglio, ne mando un altro in ottavo. E un altro l'avrete già ricevuto dal signor Conte di Breda.</p>
<p>Gli esemplari del secondo e del terzo destinati a S. M. sono già per viaggio da 15giorni. Ho praticato nel tempo stesso tutte le diligenze per ritirare dalla Dogana di Vercelli la prima spedizione e questo nostro direttore della Dogana Consigliere Bargnani ugualmente che M.r La—Folie hanno scritto su questo proposito le più forti rappresentanze, in virtù delle quali io spero che la prima cassa arriverà contemporanea alla seconda.</p>
<p>Mocenigo non è più comparso a Milano né mi ha mandato neppure un esemplare delle Api Panacridi. Se ne sono fatte pel Regno diverse edizioni, ed io (cosa incredibile) non ne ho neppur una sola copia per un amico. Credo però abbiate già letta ne' giornali quella mia prosopopea, e mi sarà grato saperne il vostro parere.</p>
<p>Torniamo al signor Ugoni esibitore della presente. Egli è un raro talento, autore di varie belle operette, e di una eccellente traduzione di Giulio Cesare, che attualmente si sta imprimendo e di cui porta seco un saggio, onde coll'approvazione del Viceré ottenere il permesso di dedicar l'opera a S. M. La molta stima ed amicizia che io gli professo, fanno che caldamente io ve lo raccomandi, rendendovi certo ch'egli è degno di essere amato e protetto.</p>
<p>Lamberti ha spedito a Visconti l'ultimo Tomo della mia Iliade, ed io vi prego di pregarlo a continuarmi le sagge sue riflessioni, giacché la prima edizione essendo già smaltita, mi è forza dar mano alla seconda, né io voglio farlo senza emendare tutti i difetti che mi verranno cortesemente accennati oltre i molti che io vi scorgo per me medesimo. Voglio insomma che l'opera riesca possibilmente perfetta, e meriti il titolo che già le vien dato di classica.</p>
<p>Teresina vi saluta e vi prega di ritenere sulla mia pensione 28scudi Milanesi, che vi compiacerete di far pagare al celebre Rodomonte, parrucchiere della Principessa Borghese.</p>
<closer>Continuatemi la preziosa vostra amicizia, e credetemi per la vita il vostro obbligatissimo ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1515.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 22 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Ancora non veggo arrivar la cambiale che v'ho richiesta, e ciò m'empie di mal umore, perché alli 30 del corrente mi cade un pagamento di altra cambiale accettata, che assai mi pesa. Parmi d'avervi dato l'esempio di maggior diligenza nei bisogni vostri, e di vostro padre, e de' vostri fratelli in tutte mai le occasioni. Né io v'ho chiesto nulla del vostro.</p>
<p>Giuseppino Corelli è stato dal cav. Conti incaricato di certa commissione con Saraceni vostro amicissimo. Desidero che la dimanda di Conti sia esaudita perché giusta, ed impegno la vostra amicizia a far sì che il Saraceni si presti alle dichiarazioni delle quali sarà richiesto, e che involvono l'interesse mio proprio per un lato che ora non posso dire. Dentro il mese venturo sarò in Romagna.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Il Prefetto Zacco ha tirato un brutto colpo a vostro padre per torgli l'agenzia dei Montisti. I Massari pure si dànno un gran moto per questo effetto. Ma inutilmente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1516.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Barone</add> <add resp="ed">DOMENICO DENON</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Il cuore mi ha giubilato nel vedere i vostri caratteri e benedico l'ottimo Marescalchi che vi ha commesso di scrivermi.</p>
<p>E primieramente io rendo molte grazie ad esso ed a Voi della descrizione che mi avete trasmesso e che perfettamente adempie il mio desiderio. Io non volevo che un istorico cenno dei bassorilievi della Colonna e nel foglio speditomi ho più del bisogno.</p>
<p>La notizia che il sig.r conte Collin vi ha dato della nota cassa de' libri corrisponde a quella che io pure n'ho ricevuta da questo Direttore Generale delle Dogane. Vi acchiudo la lettera del Segretario onde vediate ch'io pure ho praticato le debite diligenze. Ma io temo di qualche equivoco. Due sono le casse da me spedite: l'una contenente quattro esemplari in folio velino del primo volume della mia <title>Iliade</title>: due per l'Imperatore e due pel re di Spagna e questa fino dall'Aprile dell'anno scorso munita di quattro grandi sigilli della Segreteria del Viceré e diretta a S. E. il signor Conte Ministro Marescalchi etc. fu consegnata ad un Corriere francese, il quale disse d'averla depositata per troppo peso nell'Officio della Dogana Vercellese. L'altra contenente quattro esemplari del 2 e 3 volume per la condotta dello spedizioniere Barca parti da Milano per Parigi sui primi dello scorso mese alla medesima direzione. Mi cade adunque nell'animo il sospetto che quest'ultima sola sia la cassa indicata nel riscontro del sig.r conte Collin ed in quello che a me medesimo è pervenuto. In questo dubbio ho incaricato M.r Lafolie di eccitare il Direttore Generale della Posta francese in Milano a darsi pensiero di sapere chi fosse il Corriere a cui fu affidata e in quale officio postale ei l'abbia in seguito depositata. Le risultanze che verranno da queste indagini metteranno in chiaro la cosa ed io ve ne renderò consapevole.</p>
<p>Direte intanto al Ministro che per mezzo del Deputato bresciano sig.r Ugoni io gli ho spedito accompagnato da lunga lettera un esemplare del terzo tomo in 8 della suddetta <title>Iliade</title> per Visiti e che dal Conte Senatore Paradisi gli verrà consegnato il volume ch' io gli doveva in folio velino.</p>
<p>L'udire che il Principe di Benevento si degna di ricordarsi dell'umile suo servitore mi ha messo nel cuore il pensiero di mandare ad esso pure in attestato del mio rispetto una copia di tutta l'opera. Se Marescalchi approva questo mio divisamento significatemelo, perché io lo ponga subito ad effetto.</p>
<p>Se il nostro Ferri è venuto col suo Re a Parigi, abbracciatelo senza fine e pregatelo di pormi ai piedi di Sua Maestà. Oh, se avessi le penne!</p>
<p>Ma vi ripeto abbracciatelo per me mille volte, raccomandatemi a Marescalchi ed amate il vostro aff.mo ed obb.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1518.</head>
<opener><salute><add resp="ed">A Don</add> <add resp="ed">ANGELO MAZZIOTTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Mio Signore carissimo e pregiatissimo.</p>
<p>Ciò che mia figlia le ha scritto intorno alle mie speranze per il sig.r Codecà, se mi si osserva la parola, avrà quanto prima il suo effetto. Godo che questa notizia abbia portato la consolazione nella di lui famiglia, ed io ne chieggo a Lei un'altra per me, perché io pure soffro le mie afflizioni, e queste son tali, che nessuno le può meglio raddolcire che un savio ministro della religione.</p>
<p>Un eccesso di mia amicizia per un giovane greco di nome Mustoxidi mi aveva messo nel capo che questi potesse riuscire un ottimo marito per Costanza, e le seducenti esteriori apparenze della sua virtù mi avevano talmente affascinato, ch'io stimava d'avere in lui stabilita per sempre la felicità di mia figlia. Mia moglie (e convien confessare che l'occhio della donna è più penetrante del nostro) la pensava diversamente. Ma io ostinato nel mio progetto non dava ascolto a verun consiglio, e Costanza, da me stesso eccitata e comandata ad amarlo, aveva preso per così dire il cuore del padre, e non vedeva in Mustoxidi che un modello di perfezione. Iddio che non voleva la ruina di questa innocente ha fatto che finalmente mia moglie, presa a perseguitarsi da questo angelo mascherato, con una risoluzione che le fa molto onore e che ora lungo sarebbe a raccontare, mi ha strappata dagli occhi la benda che m'acciecava, ed io, veduto apertamente l'abisso in cui strascinava io stesso la povera mia figliuola, ho troncata sul momento la trattativa, e la pace domestica che quel perfido Greco aveva del tutto sbandita dalla mia casa, si è di nuovo perfettamente ristabilita. Ma il cuore di Costanza non è ancor quieto, ed ha bisogno di essere confortato, tanto più ch'essa considera tuttavia nel suo amante null'altro che un infelice perseguitato, che tale egli ha saputo dipingersi con tutti i più bei colori che una seducente eloquenza abbia giammai saputo somministrare.</p>
<p>Mentre adunque tutto il pubblico rallegrasi meco e mi loda d'aver abbandonato un progetto che avrebbe gettato mia figlia nella miseria e me stesso in un disperato ed inutile pentimento, la povera Costanza non vede per anche il suo meglio, né sa persuadersi che Mustoxidi sia reo di tutte le gravi mancanze di cui è stato imputato e convinto. Nulladimeno ella stessa gli ha fatto coraggiosamente sapere che se ne parta, ed egli se n'è andato a Venezia portando seco l'insensata lusinga che la ragazza stia ferma nel suo proposito, e che un giorno sarà sua a dispetto dei genitori.</p>
<p>In questo stato di cose io desidero ch'ella, carissimo sig.r Mazziotti, trovi un qualche pretesto di scrivere alla mia figlia, e di esprimerle a un di presso questi sentimenti, cioè che anche in Ferrara si è saputa la nuova del suo disciolto trattato di matrimonio, e che tutti e parenti ed amici si rallegrano dell'accaduto, perché tutti estimavano che questo partito non le convenisse, e perché tutti desiderano ch'essa rimanga fra i nostri, essendovi qui pure partiti degni di lei, e della medesima religione. Le ponga soprattutto dinanzi che io non mi occupo che della sua felicità, e che già si trasente che vi siano in campo delle dimande (il che è verissimo), le quali per ogni verso le converranno; ed insista soprattutto nella gran massima cristiana che nessun matrimonio può essere felice senza la benedizione de' genitori, e che al contrario si sa che quello che erasi intavolato col sig.r Mustoxidi avrebbe portato seco delle funestissime conseguenze. Vi metta in somma tutto quello che lo spirito della religione e della virtù le saprà suggerire, ma badi che non le sfugga nessuna espressione che sia in dispregio di Mustoxidi, intorno al quale null'altro deve Ella dire se non che una figlia ben educata e di nobili sentimenti deve rispettare la volontà d'un buon padre come quella di Dio.</p>
<p>Ma io porto, come suol dirsi, nottole ad Atene. Solo mi resta a dirle che uno dei tasti che più la toccano si è quello della lode che risguarda l'elevatezza del suo carattere, poiché realmente ne ha molta, e su questa è d'uopo appoggiare la perorazione. La ragazza è ancora molto sensibile all'elogio ben giusto de' suoi talenti. E realmente essa si sviluppa d'un modo che fa maraviglia, e presentemente si è data ad un lavoro che presto sarà condotto al suo termine, e ch'io penso di pubblicare perché le farà molto onore, né io finora vi ho messo sillaba del mio.</p>
<p>Il resto di questa pratica l'abbandono del tutto alla sua prudenza, e solo la prego che quanto le scrivo resti sepolto nel più profondo segreto dell'amicizia, e badi soprattutto che Giovannino, con cui mia figlia mantiene corrispondenza, non no sappia mai nulla.</p>
<p>Rimane che io la preghi d'un'altra grazia. La Caterina, quella giovane Mantovani di S. Antonio, ha scritto a Costanza una lettera tutta piena di commiserazione per la nuova ch'essa pure ha saputo delle rotte nozze di Costanza, e la compiange scioccamente come d'una disgrazia accaduta. Io voglio perdonare alla Caterina questa imprudenza, ma Ella mi farà piacere se le dirà che non istà bene il fomentare queste idee, e che non tocca a lei il decidere se questo avvenimento torni in danno piuttosto che in vantaggio di mia figlia. Quindi le suggerisca di scrivere anzi a Costanza, che tutta la gente savia si rallegra di sentire che siasi troncato un contratto che la precipitava per sempre nella disgrazia. Tutto questo si faccia come di suo proprio movimento.</p>
<p>Il foglio è pieno e pongo fine col pregarla di cortese riscontro e di credermi senza riserva suo obbligatissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1519.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO MARESCALCHI — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Maggio 1811.</date></opener>
<p>Dilettissimo e preziosissimo amico.</p>
<p>A me le scuse del vostro tardo rispondere? Questo è l'estremo della bontà. Mi erano note pei pubblici fogli le nozze di vostro figlio, ed io avrei peccato di molta indiscretezza turbando in tal circostanza con lettere le domestiche vostre cure, o pretendendo da voi un solo pensiero. E nondimeno per mezzo del Signor Conte Mejan io sapeva che non mi avevate posto in dimenticanza, e che avendo voi parlato al Viceré sull'affare della decorazione di Napoli, Sua Altezza vi aveva eccitato a farne rapporto all'Imperatore. Ecco adunque una prova che anche in mezzo alle più gravi faccende, voi sapete esser memore de' vostri amici. Ma basti di questo.</p>
<p>Ho già risposto a Mimaut, e da esso intenderete i miei sospetti intorno alla cassa de' libri da tanto tempo speditavi. Sul dubbio pertanto che il primo volume sia andato irreparabilmente in sinistro io penso non v'abbia altro rimedio che il supplire coll'esemplare che voi avete alle mani facendolo legare nella forma che troverete il secondo e terzo volume, che a quest'ora dovrebbe già esservi pervenuto, secondo i certi riscontri che io ne ho dallo spedizioniere Barca. Non si rimedia, lo veggo, che ad una copia; ma almeno basterà per l'Imperatore, al quale io mi rendo certo che presentandola non tralascerete di dire o di scrivere che da più di un anno io aveva mandato questo tributo della mia devozione, con tutto il di più che voi stimerete di dover aggiungere per giustificare la mia diligenza, e sollecitudine nell'adempiere questo dovere.</p>
<p>Perché poi possiate averne pronto un altro intero esemplare per S. M. il Re di Spagna ho afferrata l'occasione del cav.e Bollani Veneziano che di qui parte questa notte per Parigi. A lui dunque l'ho affidato per un pronto recapito, e ricevuto che l'abbiate io vi prego di ordinarne la legatura valendovi della mia pensione per il rimborso della spesa. E qualora avvenisse che si ricuperasse la cassa che si è smarrita del primo volume, allora amerei che l'esemplare speditovi per Bollani venisse presentato in mio nome a codesto Istituto, o che ne faceste un'umile offerta al Principe di Benevento per la memoria che ancora ei conserva del suo buon servitore. Intanto ponetemi a' piedi dell'Augusto mio protettore il Re delle Spagne, e se il conte Ferri è con esso, abbracciatelo per me mille volte. Anche al Re di Napoli presentate umilmente i sentimenti della mia gratitudine, e significategli che il terzo volume della mia Iliade l'ho già spedito da più d'un mese a Napoli alla direzione di quel Ministro dell'Interno.</p>
<p>L'Ab.e Bellò di Cremona ha pubblicato una bella versione latina delle Api Panacridi, e ve la manderò unitamente a quella di M.r Lafolie in Francese. Di questa poesia abbiamo a quest'ora otto edizioni, e l'autore per averne due esemplari ha dovuto comprarli. Vedete creanza di stampatori.</p>
<closer>Salutate Paradisi e Mimaut, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il conte Mejan scrive che Visconti gli ha parlato lungamente e con gran lode della mia traduzione esaltandola come lavoro classico. Io godo mirabilmente di questo supremo giudizio, e vi prego di spronare Visconti a continuarmi le sue critiche osservazioni, giacché la prima edizione essendo già esaurita, mi è necessario dar mano alla seconda, nella quale col mezzo suo e di altri buoni amici io spero di dare al mio lavoro la maggior possibile perfezione. Teresina vi fa mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1521.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 1 Giugno <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Carissimo.</p>
<p>Qual dubbio? Voi siete nella dupla dei membri onorari, e mi giova, sperare che Sua Maestà non vi metterà fra gli esclusi. Siete anche nella dupla di segretario per la sezione di Verona in confronto del trentino Barbacovi. Nella scelta che si farà dal Sovrano probabilmente influirà Paradisi che presentemente trovasi a Parigi, e allora ecc.</p>
<p>Ho finalmente trovato quel vostro articolo sulla mia versione: ma stimo inutile cosa il mandarvelo, supponendo che abbiate supplito con altro più breve e meno generoso.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1522.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 1 Giugno <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Mi sono stati pagati li scudi 150, ma il ritardo mi ha sacrificato. Se non vi era costà chi tirasse a Milano una cambiale per questa miserabile somma, vi era la posta per mezzo della quale spedirmi il denaro sonante. La remissione mi sarebbe costata meno, e non avrei sofferto il penoso tormento dell'aspettare inutilmente, con quel di peggio che me n'è venuto in riga di prontezza e delicatezza. Vi credeva più premuroso e più sollecito dell'onor mio, e mi sono ben ingannato.</p>
<p>A fronte del denaro speditomi mettete a mio credito le seguenti partite:</p>
<list><label>Lire italiane pagate a mad. Leccioli per altrettante riscosse da Fedele per conto della medesima dall'economo del patrimonio Leccioli sig.r Grillenzoni</label><item>L. 200</item>
<label>Alla medesima per la riscossione di altro suo credito fatta dallo stesso Fedele</label><item>L. 45</item>
<label>Pagati per Fedele al suo sartore</label><item>L. 87</item>
<label>Somma Lire italiane</label><item>332</item></list>
<p>State sano. Vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1523.</head>
<opener><salute>Al Prof. LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Carissimo amico.</p>
<p>Ancora mi piangono gli occhi dal troppo ridere che mi ha destato la Tragedia del vostro Sofocle, e mi fo certo che Paradisi n'andrà in iscompiscio quando la leggerà. La nostra biblioteca bestiale possedeva già un altro gioiello di egual natura, l'Ildegarda, dramma (grazie a Dio) d'un mio concittadino. Sposeremo Ildegarda a Ruggero, e la sarà per certo una bella coppia.</p>
<p>Credo che dentro il mese, passando per Reggio, avrò il contento di abbracciarvi. Intanto pregovi di un piacere. La Direzione degli Studi ha scritto una circolare ai Prefetti, onde, a seconda della mente del Governo, inculchino ai Professori di Belle Lettere di propagare nelle scuole la mia traduzione dell'<title>Iliade</title>, raccomandandone agli alunni l'acquisto. Accade che in parecchie città del Regno questo libro è venuto meno del tutto, e che i librai indarno ne fanno richiesta a Milano, ove pure sono finite le copie, né Bettoni ne manda più: segno evidente che l'edizione è tutta smaltita. E nondimeno il Bettoni mette in campo ora un pretesto, ora l'altro per non venire al rendiconto. Piacerebbemi adunque che destramente, e senza dar segno ch'io ve n'abbia data la commissione, v'informaste dal suo corrispondente Foà e quanti esemplari ei n'abbia costì esitati, e quanti gliene rimangono tuttavia invenduti, e se v'è speranza che questo rimanente (in virtù della circolare di cui vi ho parlato) possa presto sparire. E se da Modena poteste procurarmi le stesse notizie, mi fareste doppio piacere.</p>
<p>Su questo articolo, che mi preme, compiacetevi di darmi pronto riscontro.</p>
<closer>Salutate Cassoli, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Intorno agli Atenei tutto è differito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1524.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Io movo cielo e terra per sapere che sia accaduto della prima cassa speditavi contenente il primo volume della mia Iliade, né ancora mi vien fatto di averne traccia. Questo Direttore della Posta Francese promette a M.r Lafolie di non omettere diligenza per disotterrarla in qualunque luogo si trovi; ma io ne ho perduto ormai la speranza. Quindi prendo il partito d'inviarvi a dirittura altri quattro esemplari del primo volume, onde supplire ai perduti, e uno l'ho affidato questa stessa mattina al cav. Borghi, il quale mi ha detto di aver pronta l'occasione per ispedirvelo. Un altro l'avete già nelle mani, e parlo del vostro, di cui vi prego privarvi, tanto che si possa accozzarne almeno due esemplari, uno per l'Imperatore e l'altro pel Re di Spagna, facendoli legare sulla foggia degli altri due per conto mio. Avvertite però che quello che vi si spedisce da Borghi porta la dedica colla sottoscrizione <hi rend="italic">suddito</hi> invece di <hi rend="italic">servitore</hi>, sbaglio a cui con poco vi sarà facile il rimediare, siccome altra volta vi ho già scritto.</p>
<p>Quel cav. Bollani che erasi spontaneamente incaricato di portarvene un intero esemplare, all'improvviso se n'è partito commettendo la villania di rimandarmeli tutti e tre. Cosa da bastonarlo. Starò dunque in attenzione di altre occasioni per inviarveli uno alla volta, poiché, adempiuto il mio dovere col Sovrano e col Re di Spagna, vorrei pure offerire quest'opera mia anche al Principe di Benevento e all'Istituto, siccome vi ho già scritto.</p>
<p>Godo che le Api Panacridi siano state ben accolte da codesto pubblico, ma la censura che mi accennate parmi assai puerile, dico l'accusa di <hi rend="italic">esser Api troppo sapienti</hi>. Udite per tutti <bibl>Virgilio <title>Georg.</title> L. 4 v. 219</bibl>:</p>
<quote lang="lat"><lg type="nc"><l>His quidam signis, atque hæc exempla secuti,</l>
<l>Esse apibus partem divinæ mentis et haustus</l>
<l part="I">Æthereos dixere etc.</l></lg></quote>
<p>Aggiungete che le Api Panacridi sono immortali, privilegio conceduto loro da Giove per averlo nudrito; e la Mitologia le ha divinizzate per modo che chiunque si osava di metter piede nell'antro Ditteo, ove avevano la loro sede, n'era subito fulminato. Su questo si consulti Meursio Vol.&gt;abbr&gt; 3, art. Creta. Le parole adunque ch'io ho posto loro in bocca sono convenientissime, e chi legga la lunga ed erudita diceria che Callimaco attribuisce alla chioma di Berenice, confesserà che le mie Api sono state per certo più sobrie nel ciarlare tuttoché dotate di <hi rend="italic">divino intelletto</hi>, cosa che sicuramente nessuno potrà dire di una ciocca di capelli recisi colla forbice sul capo di una regina.</p>
<p>Quanto a dar più sviluppo al parallelo di Giove con Napoleone, ciò non dovevasi fare per non caricar troppo la lode, perché finalmente trattasi d'un mortale posto in competenza d'un Dio. Se si vorrà leggere con attenzione quel componimento, si confesserà che ogni sillaba è pesata, e dentro i confini della maraviglia poetica, primo elemento di ogni poesia. Ed inoltre qual pensiero più adattato? Le Api nudrici di Giove, le Api prescelte dall'Imperatore per suo stemma ed emblema della sua prudenza invece del Giglio. E finalmente il manto reale che copre la culla dell'Infante Re di Roma non è egli tutto sparso di Api ricamate in oro? E chi più degne di essere le nudrici del figlio di Napoleone che le divine nudrici del figlio di Saturno?</p>
<p>O io m'inganno, o oggetto più appropriato non potevasi immaginare.</p>
<closer>Salutate Ferri e Mimaut, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordatevi di passare a Visconti il terzo volume, e di pregarlo della continuazione delle sue osservazioni, che io metterò tutte a profitto, siccome ho già fatto delle prime.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1525.</head>
<opener><salute>A MARIO PIERI — Treviso.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il nuovo regolamento dell'Istituto porta che nessun forastiero possa essere membro di questo Corpo. Eccovi il perché né voi, né Mustoxidi siete stati proposti. Potreste esserlo ambedue come membri corrispondenti. Ma questa nomina non si è ancor fatta, e il numero è limitato a quindici, nove per la classe scientifica e sei per quella di belle lettere. Lungi adunque ogni suspizione di obblianza per parte mia. La mia amicizia per voi è sempre la stessa, e potendo contribuire a liberarvi dal carcere di cui vi lagnate, mi vi adoprerò con tutto il calore che è proprio della buona amicizia,</p>
<closer>essendo io sempre tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1528.</head>
<opener><salute>A MARIA SCUTELLARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Stupendi i versi del sig. Sgherbi, e degni di stare coll'<title>Ildegarde</title>. Ma molti pure di questi, che costà si sono dati alle stampe per festeggiare la nascita del Re di Roma, meritano, a mio parere, gli stessi onori. Il nostro Momolo me gli ha mandati, ed io gli farò molti ringraziamenti della sua buona intenzione. Ma nol potendo in questo ordinario, pregovi di anticipargli i miei sentimenti e dirgli che la sua lettera mi getta in grande imbarazzo.</p>
<p>Dalla risposta che gli farò sarà manifesto a voi pure il mio animo intorno al secondo articolo della vostra, giacché anche Momolo mi tocca fortemente lo stesso tasto, e il diavolo per certo gli ha dettata questa sua lettera seducente. Comunque io mi risolva, porterò sempre nel cuore il norme de' buoni; la benevolenza de' quali estingue molte amarezze e fa dimenticare molte offese.</p>
<p>A tutti gli amici adunque mille saluti, e a voi il doppio. Non mi dilungo perché mi tocca di scrivere una lettera d'assai riguardo. Egli è un ringraziamento a S. A. la principessa Elisa, la quale si è degnata di mandarmi in regalo un bello spillone di brillanti colla sua cifra, e con una graziosa lettera più cara assai d'ogni gemma.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1530.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al dott.</add> <add resp="ed">GIAN DOMENICO ANGUILLESI</add> — <add resp="ed">Lucca</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>L'augusta vostra Sovrana si è degnata di accogliere benignamente l'offerta della mia Iliade, e di significarmene il suo particolar gradimento col bel regalo d'uno spillone accompagnato da una graziosissima lettera, assai più cara d'ogni gioiello; e Voi nulla me ne scrivete? e mi abbandonate tutto solo alla confusione in che mi getta l'eccesso di tanta clemenza? In vero non so comprendere questo crudele vostro silenzio. Ho stimato mio dovere il ringraziarne devotamente Sua Altezza, e raccomando alla cortese amicizia vostra l'acchiusa, che contiene l'espressione della infinita mia gratitudine. Ringrazio anche Voi di quanto avete fatto per me, e da voi riconosco l'alto onore che da S. A. mi è venuto.</p>
<closer>Ricordatevi quindi ch'io sono per molti titoli tutto vostro, e che niuna cosa al mondo mi sarà così cara quanto le occasioni che mi porgerete di farvi manifesta coll'opere la mia riconoscenza, e la veracissima stima con cui mi pregio d'essere il vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. E Lamberti e Lampredi vi mandano dal cuore mille saluti. Paradisi non è per anche tornato, né tornerà che alla fine del mese.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1531.</head>
<opener><salute>Al Conte GIROLAMO CICOGNARA — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Giugno 1811.</date></opener>
<p>L'acchiusa è la mia risposta all'egregio Podestà di Ferrara, e la presente è scritta all'amico. La vostra carissima mi è andata al cuore, e nondimeno avrei desiderato di non averla mai ricevuta. Ho molte e forti ragioni di persistere nella presa risoluzione, e non ne ho veruna per chiudere l'orecchio alle voci dell'amicizia, specialmente alla vostra, e a quella del buon Roverella che pur batte lo stesso chiodo. Né io posso commettere alla carta i segreti dell'animo mio. Quindi nell'acchiusa non ho voluto né saputo darne che un cenno. Quando potrò sfogarmi, comprenderai che il mio non è capriccio. Ma il tempo medica tutte le ferite: e basti di questo.</p>
<p>Il vostro discorso parenetico è pieno di passione e di estro, e mi è piaciuto. Ma il più delle poesie? … Avete fatto bene a tacermi il norme degli autori; ed io, anche a costo di commettere un'imprudenza, voglio dirvi che mi sono sembrate cattive, non esclusa la Minzoniana.</p>
<p>Il Podestà di Ferrara deve aver ricevuto un dispaccio di questa Prefettura del Monte Napoleone, relativo all'azienda ex—gesuitica. Mi rendo certo che l'amor della patria e del pubblico bene vi farà lasciar da parte tutti i riguardi. Calate adunque visiera, e vedrete ottimo effetto.</p>
<p>Direte a Roverella, che alla mia venuta costà gli recherò una bell'edizione dell'Api Panacridi, con una eccellente versione latina, e che non rispondo all'ultima sua per difetto di tempo.</p>
<closer>Salutate caramente la Moglie, la Marietta, Aventi, Zuccari, e tutti i miei benevoli. Vi abbraccio col cuore, e sono per sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1532.</head>
<opener><salute>A IPPOLITO PINDEMONTE — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Converrebbe esser macigno per non sentirsi tocco dalle vostre lodi, e stolto per non vedere che abbondanza di cortesia le ha suggerite più che rigor di giudizio. E nulladimeno io vi ho per uomo di cuore sì candido, che voglio in gran parte tenermele come vere. Lamberti esso pure si è mirabilmente confortato della lusinghiera opinione che portate de' suoi articoli nel <title>Poligrafo</title>, e ambedue (ciascuno per la sua porzione) ne siamo saliti in tanta superbia, che unendo il vostro voto a quello di altri due sommi giudici, Ennio Visconti e Caluso, non abbiamo saputo resistere alla tentazione di render pubblica, per onor nostro, la sentenza di questa triade letteraria. E io spero bene che questo triplice oracolo varrà per mille, e metterà il suggello a tutte le dispute.</p>
<p>Noi aspettiamo con impazienza il proseguimento della vostra Odissea, né vi meniamo per buona la scusa che n'adducete, né sappiamo in tutta Italia vedere chi più degnamente possa adempire questo pubblico desiderio. <foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque, e datene almeno i quattro canti consecutivi de' quali si ode che sia prossima la pubblicazione. Lamberti l'attende per annunziarla nel suo Giornale in termini alquanto più dignitosi che altri non ha fatto finora, ed io stesso per l'onore della nazione vi stimolo al compimento di questa nobile impresa, tuttoché mi debba temere di rimaner secondo, e forse anche meno.</p>
<closer>All'egregia contessa Verza mille ringraziamenti per la buona accoglienza fatta al mio Omero, e voi abbiatemi per tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1534.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Giugno 1811.</date></opener>
<p>Amico dilettissimo.</p>
<p>Poiché vi è venuta la cortese intenzione di ristampare la mia Anacreontica, vi spedisco la bella traduzione fattane dall'Abate Bellò valentissimo latinista. Parmi che meriti d'essere inserita nella vostra Collezione, e che questi versi spirino virgiliana fragranza. Tale è il giudizio di tutti.</p>
<p>Avvertite, che se volete servirvi dell'Edizione Bettoniana, conviene ammettere, perché la versione corrisponda al testo, la variante <hi rend="italic">Volgi</hi> invece di <hi rend="italic">Apri</hi> nella ventottesima strofa: cangiamento fatto nelle posteriori edizioni, che a quest'ora giungono a dieci, per quello ch'io so.</p>
<p>Mi spero che lo spedizioniere Sorese abbia tenuta parola, e che la nota cassa ricuperata, viaggi verso Parigi.</p>
<p>Veggo la cura che intanto vi siete presa di affrettare la presentazione dell'Opera mia, e ve n'ho grandissima obbligazione. Attendo adunque con impazienza la notizia che l'abbiate finalmente deposta e raccomandata a' piedi del Trono. Nella quale occasione se vi cade in acconcio il dire a S. M. ch'io mi sto travagliando in altro nuovo lavoro consacrato alla sua gloria, mi renderete sommo servigio.</p>
<p>Non vi parlo più della mia gratitudine perché voi l'avete cresciuta, e la crescete ogni giorno in maniera, che non ho più parole per adeguarla.</p>
<closer>Vi basti per ciò che vi dica ch'io eternamente tutto il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Cometti deve avervi mandata la canzone d'un certo Romani Genovese. A Lamberti ed a me pare un bel pezzo. Potreste dunque riprodurla, se il vostro parere fosse conforme.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1537.</head>
<opener><salute>Al MINISTRO DELL'INTERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1811.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Nella distribuzione de' premj agli alunni del Liceo di Crema il Rettore di esso e l'Autorità Municipale avevano, sull'esempio di altri Licei, prescelto alcune mie operette, l'<title>Aristodemo</title>, la <title>Basvilliana</title>, il <title>Pericolo</title>: l'<title>Aristodemo</title>, tragedia divulgatissima, premiata dalla Deputazione parmense, rappresentata le mille volte sopra le scene, e compresa nel repertorio dall'E. V. ordinato per la Reale Comica Compagnia; la <title>Bassvilliana</title>, una cantica che al tempo dei furori repubblicani meritò l'onore del rogo sulla piazza del Duomo e che ora sotto il Governo monarchico è divenuta Evangelio, e ristampasi dappertutto; il <title>Pericolo</title> finalmente, poemetto consecrato presso che tutto alla gloria del grande Napoleone, comandante supremo a quell'epoca delle armi francesi in Italia.</p>
<p>Né di queste opere, riprodotte in tante edizioni, né di verun'altra uscita dalla mia penna il Governo italiano ha mai impedita la libera diffusione. Nulladimeno il sig. Viceprefetto di Crema, contro la mente di quel Rettore e di quel Municipio, non solo ne ha vietata con solennità clamorosa la distribuzione agli alunni di quel Liceo, ma ben anche la vendita, e l'uno e l'altro di questi decreti avrebbe avuto l'effetto, se la saviezza dell'ottimo sig. Prefetto Ticozzi non vi avesse posto pronto riparo.</p>
<p>Nel recare alla superior cognizione la notizia di questi fatti, rimetto, Eccellenza, all'alto vostro discernimento il decidere se l'ingiuria portatami dal nominato Viceprefetto sia degna di riprensione.</p>
<p>Sono col più profondo rispetto dell'E. V. umiliss. dev.mo ed obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1541.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Luglio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e incomparabile Amico.</p>
<p>Sorese assicura Lafolie che la nota cassa da molto tempo è partita per Parigi. Non dubito adunque più che in breve debba arrivare in vostro potere.</p>
<p>Guardatevi bene, e vedrete che la traduzione latina delle Api v'è tutta. Nulladimeno ne replico la spedizione mandandovi l'intero libretto.</p>
<p>Ogni lettera che vi scrivo è forza che si risolva in un ringraziamento. E sono già tante le obbligazioni che vi professo, che oramai non mi resta più altro partito che dire e ripetere continuamente: Dio vi benedica. Mi sarà caro il ricevere i due trimestri scaduti, ma più caro l'udire che S. M. abbia aggradito l'offerta dell'ultima mia fatica. Questo almeno mi darà sprone e coraggio a ben proseguire il nuovo lavoro a cui sudo.</p>
<p>Mio caro Conte, seguitate a volermi bene, e datemi la buona nuova che attendo con cuor palpitante, voglio dire la buona accoglienza della mia Iliade.</p>
<closer>Vi abbraccio di tutto cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1544.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Luglio 1811.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Avrà l'onore di recarvi la presente il signor Lafolie, primo minutante della Reale Segreteria del Principe Viceré. Egli è legato meco di grande amicizia del pari che col nostro Lamberti, di cui adempio le veci presentandovi questo egregio nostro collega, desiderosissimo di conoscere nella vostra persona il primo lume dell'italiana letteratura. Accoglietelo adunque cortesemente, ch'egli n'è degno.</p>
<p>Ma un altro oggetto mi muove a visitarvi con questa lettera. E dal signor Conte Mejan, e dal mio Paradisi, e dal buon Marescalchi, e da tutti intendo che la mia Iliade, mercé vostra, è stata costì accolta con molto favore. Io ve n'ho obbligazione infinita; e poiché avete preso a proteggerla, io vi supplico di portar più oltre il beneficio. Le due prime edizioni simultanee sono esaurite, e il pubblico desidera e chiede d'ogni parte la terza. Io non vo' darla senza averla prima purgata di tutte le mende, che voi avete pazientemente incominciato a notarmi, e ch'io vi prego adesso di proseguire. Le già notate sono tutte corrette, e più altre ancora avvertite dalla propria mia coscienza. Siate adunque generoso, e fate ch'io possa far manifesto a tutti, che la mia versione deve al sommo Visconti quel grado di perfezione a cui umanamente potevasi portare questo arduo mio lavoro.</p>
<p>Se vi piace di onorarmi di qualche riscontro, affidatelo a Lafolie o a Marescalchi.</p>
<p>Vi abbraccio di tutto cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1546.</head>
<opener><salute>Al sig. ANGELO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 24 Agosto <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Martedì 27 corrente sarò con Costanza nelle vostre braccia. Scrissi all'abate Sinibaldi, che sarei stato il 26 in Bagnacavallo. Se avete modo di prevenirlo di questo cangiato appuntamento, ve ne avrò obbligazione. Non sarò vostro ospite che fino alla metà del mercoledì susseguente. Datene alla buona mia sorella l'avviso, in grazia di cui particolarmente e dell'ottima Maddalena la Costanza ed io facciamo questo piccolo deviamento.</p>
<closer>E impaziente d'abbracciarvi, sono con tutto l'affetto il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1547.</head>
<opener><salute>Al signor ANGELO LONGANESI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Estate 1811</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nepote.</p>
<p>Avreste commesso errore gravissimo, abbandonando in così trista situazione il fratello. Mi affligge oltre modo il pericoloso suo stato, e mi obbligherete tenendomi ragguaglio del consulto medico.</p>
<p>Rinnovate al nostro degno Arciprete le proteste della mia servitù ed amicizia e vegliate sulla preziosa vita di vostro fratello.</p>
<p>Addio.</p>
<p>Ho già scritto per voi al Gran Giudice.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1548.</head>
<opener><salute>A DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 26 Settembre 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Strocchi.</p>
<p>Due calde preghiere saranno materia di questa lettera. L'una che piacciavi di ascoltare benignamente il sig. Angelo Longanesi portatore della presente, e giovarlo del vostro patrocinio e consiglio in ciò ch'egli stesso avrà l'onore di esporvi. L'altra di volermi aiutare a ben adempiere una commissione venutami dal sig. Conte Consigliere Mejan; ed è questa.</p>
<p>Fra i molti e scelti suoi libri egli ha tutta l'Aldina, a compimento della quale non mancagli che l'Ariosto, edizione del 1545. Ne ho scritto a Ferrara e a Venezia; ne scrivo oggi stesso a Bologna, e ne scriverò dappertutto ove sia speranza di ritrovarlo. In aspettazione delle risposte e sul dubbio che le indagini da quelle parti non mi riescano fortunate, per non perder tempo e non omettere diligenza, mi rivolgo a voi pure, e commetto alla vostra cura il pensiero di frugare in Faenza e in Forlì il libro che si desidera. Sarei lieto che il nominato personaggio andasse debitore alle vostre cure dell'acquisto di cotale opera, e mi rendo certo ch'egli ve ne avrebbe moltissima obbligazione.</p>
<closer>Alla Faustina tutti i saluti del cuore, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Intorno all'affare di Longanesi siavi noto che Rasponi, Conti, Turiozzi e parecchi altri concorreranno di pronto animo nelle vostre premure. E parmi che il recare confidenzialmente all'orecchio de' vostri colleghi la lettera scrittami su tal proposito dallo stesso Gran Giudice e che il mio raccomandato vi mostrerà, potrebbe e dovrebbe efficacemente determinare a di lui favore la benevolenza e i suffragi dell'intero collegio. Ma ciò sia rimesso alla vostra saviezza.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1549.</head>
<opener><salute>Al P. POMPILIO POZZETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 26 Settembre 1811.</date></opener>
<p>Se l'amicizia vi dice nulla per me, datemi aiuto a sciogliermi con onore da una commissione venutami dal sig. Conte Consigliere Mejan, segretario del Principe Vice—Re.</p>
<p>Alla sua bella serie delle edizioni Aldine manca quella dell'Ariosto del 1545. Ho scritto a Ferrara e in più parti per rinvenirla e penso che, per farne ricerca pure in Bologna, a nessuno meglio che a voi si possa commettere questa cura. Pregovi adunque di addossarvela, ed ove riescavi di scoprir l'edizione che si desidera, datemene pronto avviso. Saprò farvene un merito col nominato personaggio, e stimo che ciò vi debba piacere.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1550.</head>
<opener><salute>Al Cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 3 Ottobre 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Miserere mei secundum magnam misericordiam tuam</foreign>. Questa è l'umile preghiera che t'indirizzo per dimandar perdono del non averti mai scritto dacché sono partito. E giacché sono sul confessarmi, ti dirò nettamente che neppur ora ti scriverei, se non fosse il bisogno di raccomandarti un egregio e valente mio amico, che in seguito sarà anche tuo, l'avvocato Pellegrino Rossi. Questo incomparabile giovine, che, <foreign lang="lat">absit verbo invidia</foreign>, è di presente il miglior ornamento della bolognese Giurisprudenza, è compreso, e credo sia il primo, nella dupla spedita alla Direzione Generale degli studi per la nomina alla vacante cattedra di diritto criminale nel Liceo di Bologna. Egli è amato, stimato, venerato e pe' suoi rari talenti e per gli aurei suoi costumi da tutta quella gente difficile, e, per Dio santissimo, fareste grande sproposito non acquistandovi nel mio raccomandato un professore che, giuro, farà grande onore a voi e alle scuole. Dico a voi, perché è mia mente che questa buona insinuazione sia diretta non tanto a te, quanto all'ottimo nostro consigliere Scopoli, al quale ti prego di metterla nel cuore, perché riesca ad effetto. Se mi rendi contento di questa grazia, che all'ultimo non sarà che giustizia, mi allevierai in parte l'infinito dolore cagionatomi dalla grave perdita che tutti abbiam fatto di Longanesi. Egli è morto ucciso proprio dallo studio, e poco altro tempo ch'egli fosse campato, le scuole italiane avrebbero avuto un corso di fisica elementare stupendissimo.</p>
<p>Raccomandami alla benevolenza del Ministro dell'Interno e di Veneri. A Paradisi poi il miglior saluto ch'io m'abbia nel cuore; e se manderai esaudita la mia raccomandazione, Iddio ti benedica.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1553.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 5 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Nipote carissimo.</p>
<p>Ho dimenticato a Majano il decimo tomo del Teatro inglese tradotto in francese, e legato in mezzo rustico con cartoni scuri, color tabacco. Fatene diligente ricerca e mandatelo a Ferrara, onde sia restituito alla Zavaglia, a cui appartiene.</p>
<p>La mia partenza è fissata al prossimo sabbato, e Giulio mi farà compagnia. Ho speranza di salvarlo, ma la Cunegonda porta le sue smanie all'eccesso, e fa perdere la pazienza. Dall'altra parte ella manifesta in tutti i suoi discorsi un'avversione, un mal cuore contro Fedele, che ad una madre non si conviene. Fedele poi si è procacciato dei protettori che mi mettono in croce per la Merangola. Ho fermamente ricusato, e fermamente ricuserò di prender parte in siffatto negozio, il quale non mi presenta per mio nipote che una prospettiva di pentimenti.</p>
<p>Un altro rammarico non voglio tacervi. La comunicazione che ho fatta a mio fratello del matrimonio di Costanza è stata mal ricevuta, e veggo che la cosa dispiace più ancora ch'io non pensava. Ho dissimulato, e dissimulo, ma il mutuo contegno della famiglia mi mette di mal umore, e per questa o per altre ragioni sono pentito d'aver condotta qui la Costanza.</p>
<p>Questo sfogo del cuore vi sia prova della confidenza che pongo nella vostra saviezza, ben prevedendo che d'ora in poi non avrò che in voi solo un amico nella famiglia. Pazienza. Non per questo tralascerò di cogliere le occasioni di far conoscere a mio fratello ch'io meritava un poco più di benevolenza, e il malcontento o giusto od ingiusto che eccita la sua amministrazione, chi sa che presto non mi porga mezzo di addimostrargli la differenza che passa tra il suo cuore ed il mio.</p>
<p>Il freddo mi ha fatto risolvere a coprirmi d'un pastrano, del quale Giovannino vi manderà la spesa per darmene debito. Così pure d'un paio di calzoni, e di altro che potrà occorrere alla Costanza.</p>
<p>Abbracciate l'Annina, ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1554.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO ALDINI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1811</add>.</date></opener>
<p>Egregio Signore ed Amico.</p>
<p>La marchesa Sacrati mi ha rimesso da Faenza il plico che vi trasmetto, e ch' io pure caldamente vi raccomando. Conosco a fondo l'affare di che si tratta, e senza pericolo vi affermo che codesto Mami è un ingrato. Degnatevi di dare una scorsa ai fogli che vi si compiegano, e istrutto dello stato delle cose, fate che quest'uomo vi comparisca dinanzi, intenda ragione e cangi consiglio. Non si chiede che l'efficacia d'un'autorevole vostra parola, ed io la spero dall'ottimo vostro cuore. Spero ancora che perdonerete a me stesso l'ardire di questa raccomandazione, e che avrete cara la sincera espressione del mio rispetto, ricordandovi ch'egli è vostro comando se invece di vostro umilissimo servitore</p>
<p>mi sottoscrivo vostro affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1555.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Eccovi la risposta datami da Rasponi. Passatela a don Santoni, e salutatelo. Vostro padre ha scritto a mia moglie una lettera piena di rammarico per le concluse nozze di Costanza, ch'egli sperava doversi una volta decidere per Giovannino. Voi sapete di chi si è la colpa. Sono ormai cinque anni che io stesso misi in campo questo progetto, da me sempre incalzato e secondato senza profitto. Ed ora si vuol incolparmi d'averlo fatto svanire. Per dio, ci vuol pazienza da santo!</p>
<p>Ieri mattina sono stato benignamente ammesso ad una privata udienza del Viceré. È durata un'ora e non l'avrei data per mille zecchini. La bontà con cui mi ha parlato ed interrogato di molte cose e mie ed altrui è sopra ogni espressione: e il sapermi nella piena sua grazia mi riempie d'infinita consolazione.</p>
<p>Abbracciate per me l'Annina e ricordatevi che riposo sopra di voi. Addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1557.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e Carissimo Amico.</p>
<p>Dopo cinque mesi di assenza eccomi finalmente restituito a Milano, e la prima consolazione che vi ricevo è la carissima vostra del 4 corrente. Purtroppo gli è vero che disgusti domestici avevano spenta la pace della famiglia. Uno strano acciecamento d'amicizia per un giovine Greco mi aveva trascinato a promettergli la mia unica figlia sulla speranza di farla interamente felice. Il fermo dissenso di mia moglie da questa mia pazza risoluzione, l'assoluta povertà dell'uomo da me prescelto, e la guerra che con Argolica fede egli stesso aveva suscitata tra la madre e la figlia mi fecero finalmente avveduto della mia orrenda bestialità, e la trattativa bruscamente fu rotta. Libero da questo impegno presi ad ascoltare i diversi partiti, che mi si offerivano da più parti, ed uno finalmente ne ho prescelto, il più applaudito, il più conveniente, il più bello che un padre potesse desiderare. Egli è l'ex—Conte Giulio Perticari di Pesaro, bel talento, bel giovine, ricco, savio, stimato, e a tutti carissimo. Il contratto è stato solennemente segnato d'ambe le parti, e in Aprile avranno effetto le nozze. I parenti n'esultano di contentezza, la pace è ritornata a bear la mia casa, e vi ha ricondotte le Muse; delle quali vedrete presto buon frutto.</p>
<p>E voi immerso sempre in affari di Stato, e vincolato da tante faccende, come diavolo fate a scrivere versi sì pieni di eleganza e sapere? E la superbia astronomica come vi perdonerà la severa e giustissima sentenza morale che chiude il filosofico vostro Sonetto? Voglio mostrarlo ad Oriani, e sentire se la sapienza dei calcoli ha nessuna risposta da farvi.</p>
<p>Visconti ami ha reso un grande servigio e non ho termini per degnamente ringraziarlo. Mi cadde in acconcio di parlare delle sue annotazioni l'altra mattina col Principe, a cui diedi parte della nuova edizione che sto preparando della mia <title>Iliade</title>, e avendo fortunatamente in tasca la lettera di Visconti, gliela mostrai. Trattandosi di opera a lui medesimo dedicata fu molta la sua compiacenza in udire che un tanto letterato l'onorava di un suffragio così deciso, e allora gli lessi pure il paragrafo della vostra lettera, nel quale mi dite che Visconti sembra disposto a sostenere che la mia traduzione sia la migliore di quante sieno finora comparse in tutte le lingue. La qual sentenza è mirabilmente piaciuta all'ottimo Principe, e sieno rese a voi mille grazie d'avermi partecipato un giudizio di tanto peso, che onora del pari la mia traduzione e l'Augusto Mecenate che la protegge.</p>
<p>La caduta dell'Ajace del Foscolo, il decreto che proibisce questa tragedia per tutto, la sospensione di tutto il Magistrato di revisione per averne permessa la recita, e finalmente la spedizione fatta a Parigi dell'autografo manoscritto sono notizie che dovete saperle. Ma non saprete che Foscolo è partito o sta sul partire per Venezia, coll'intenzione (per quanto dicono) di passare in Inghilterra. Iddio metta in quel capo miglior consiglio, e gli perdoni tutta la guerra ch'egli ha cercato di farmi, dopo averne da me ricevuto tante prove d'amore.</p>
<closer>Salutatemi mille volte Visconti, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Teresina vi risaluta di cuore. Il semestre della mia pensione, se non piglio errore, è scaduto. Vi sarò grato se ne procurate la riscossione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1558.</head>
<opener><salute>Al sig. ANDREA MUSTOXIDI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">1811</add>.</date></opener>
<p>Mi è testimonio il Cielo che allorquando replicatamente vi scrissi da Fusignano: accettate l'impiego che vi vien offerto, ponetevi in grado di mantenere co' propri vostri mezzi e con qualche decenza in qualità di moglie una giovine non avvezza a patire, presentatevi insomma con una veste, che acqueti le agitazioni d'una madre atterrita dal fondato timore di un funesto avvenire, assolvetemi al cospetto del pubblico dal doppio rimprovero di marito tiranno e di padre inconsiderato: m'è, dissi, Iddio testimonio, ch'io vi aveva finalmente perdonato l'offesa dell'insultante lettera che mi scriveste, e per cui fu rotto il trattato tra noi già fermo; che l'amicizia aveva ripreso nel mio cuore i suoi antichi diritti; ch'io bramava, in una parola, di tirar un velo sopra il passato, ripigliar da capo l'affare. Tutte le vostre lettere, tutte le mie risposte sono passate sotto gli occhi della mia figliuola. Ma il suo cuore non era più quello. La notizia che voi avevate indiscretamente violato il sacro e geloso segreto delle sue lettere, le aveva restituito la sua fierezza: e fu sua preghiera l'interrompimento totale della nostra corrispondenza. Fu allora ch'io diedi ascolto ai diversi partiti, che aspiravano alla sua mano; e il prescelto ha meritato l'universale approvazione del pubblico. Il suo cuore non ha sofferto, vel giuro, la minima violenza, e allorquando le fu recata la lettera di sua madre che benediva il suo novello legame, ella ruppe in improvviso dirottissimo pianto, e singhiozzando profferì queste parole: ah, conosco adesso i miei torti verso mia madre. Questo fedele racconto siavi prova della mia leale condotta. Vi ho sempre amato oltre ogni credere, né al mondo fu mai amicizia pari alla mia. Desideroso di aggiungere al dolce nome d'amico quello ancora di figlio, vi chiamai da Firenze a Milano per deporre nelle vostre braccia l'oggetto più caro della mia tenerezza, mi sperai di formare una sola famiglia, mi credei che tutti aver dovessero per Mustoxidi il cuore di Monti, la mia dilezione non seppe vedere verun ostacolo che turbar potesse l'esecuzione del mio progetto. Mi sono miseramente ingannato. Una dolorosa non prevista combinazione di disgraziati accidenti ha distrutta la più bell'opera dell'amor mio, e mi ha ridotto alla crudele necessità di obbedire ai doveri di marito e di padre, frementi doveri, che mi hanno forzato a preferirli a quelli d'amico.</p>
<p>Dopo ciò non mi rimane che l'aggiunta di poche parole. Ho l'anima addolorata, ma senza rimorso e quindi senza timore, ed era superfluo che per questo lato vi prendeste la pena di tranquillarmi. So gl'infernali suggerimenti co' quali siete stato istigato a giustificarvi. Se il progetto non vi ha inorridito, compiango la morta vostra onestà, e allora la perdita che ho fatto della vostra amicizia ha finito di tormentare la mia esistenza. Se la vostra virtù è intatta da questo vile pensiero, non vi è sacrificio ch'io vi ricusi per rintegrarmi nella vostra benevolenza.</p>
<closer>State sano. <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1559.</head>
<opener><salute>Al sig. CATTANEO direttore del R. Museo — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Casa Ceriani, contrada di Brera, 20 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Sig. Cattaneo stimatissimo.</p>
<p>Il sig. Borghese di Savignano mi ha affidata una scatola di medaglie a Voi diretta. Piacciavi di venire a ricuperarla, premendomi di rimetterla nelle vostre proprie mani con altre due medaglie consegnatemi separatamente.</p>
<closer>Vostro servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1560.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Pongo nel vostro senno ed amore una illimitata fiducia. Quindi se la permuta del noto poderetto per vostro giudizio è vantaggiosa, datele effetto, e mandatemi se è necessario, la minuta della procura da sottoscrivere.</p>
<p>Se vedete il comandante Manzoni, ditegli che ho consegnato al Ministro della Guerra il suo memoriale, e che oggi andando a pranzo da esso rinnoverò le mie premure. Gli ho raccomandato pure il figlio di Giacometti, ma questo sciocco non mi si è per anche lasciato vedere.</p>
<p>Non dubito punto della vostra parola circa le somme che mi bisognano all'atto del matrimonio di Costanza. È un affare di giustizia e d'onore, e questi due titoli non ammettono complimenti.</p>
<p>A prima occasione avrete una comoda ed elegante cartella da viaggio, siccome vi ho promesso.</p>
<p>Dimani raccomanderò al Ministro dell'Interno il figlio di Salvatori, e l'avrei fatto fin da ieri, se un'altra raccomandazione che mi premeva non mi avesse tratto dal capo questo pensiero. Ma siccome vedo il Ministro costantemente quattro volte la settimana, così quello che non si fa oggi, si fa dimani.</p>
<p>Teresina saluta caramente voi e l'Annina. Io vi abbraccio di cuore ambedue, e sono sempre il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1561.</head>
<opener><salute>Al P. POMPILIO POZZETTI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>E così? Il possessore dell'Ariosto di Aldo è egli ancor morto? Avremo noi una volta, questo libro? Io ne ho dato speranza al personaggio che lo desiderava, e tocca a Voi e all'ottimo sig. cav. Bianchetti l'osservarmi la vostra parola, e far sì ch'io non comparisca per troppa fede bugiardo.</p>
<closer>Consolatemi adunque con qualche lieto riscontro, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Lampredi vi risaluta; ed io vi prego di ricordarmi buon servo ed amico alla quarta Grazia ed al marito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1563.</head>
<opener><salute>Al prof. DANIELE FRANCESCONI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Dicembre 1811.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Sono, se non piglio errore, due anni che a vostra insinuazione e per vostro mezzo trasmisi al comune amico Barbieri alquante lettere di Cesarotti da inserirsi, se così gli piaceva, nell'Epistolario che egli meditava di pubblicare dell'illustre defunto. Ritornato dalla Romagna, ove cinque mesi ho beatamente vissuto fuori affatto d'ogni strepito letterario, intendo da Paradisi e Lamberti che il 1 volume delle epistole cesarottiane è già pubblicato unitamente a quelle de' letterati corrispondenti. Questa notizia mi mette di mal umore, e mi sforza a scrivervi la presente; per pregarvi di significare amichevolmente a Barbieri, che quanto alle lettere che gli ho mandate di Cesarotti, ne faccia egli a suo senno; ma che quanto alle mie, non avendone io mai scritta veruna con quella cura che vuolsi porre nelle cose destinate alla pubblica luce, lo prego di non nuocere alla mia riputazione, e di non imbrattare co' miei spropositi l'Epistolario del suo divino maestro. Ditegli insomma che io son vivo e che niego il mio assenso alla pubblicazione delle mie lettere, affatto indegne di quest'onore. Amo di conservarmi amico di tutti quelli che io stimo, e per certo Barbieri è in questo numero. Spero adunque che, cortese e discreto qual sempre l'ho ritrovato, vorrà guardarsi dal darmi un mortal dispiacere.</p>
<p>Salutatelo caramente, ed amate il vostro affezionatissimo amico.</p></div2></div1>
<div1 type="libro"><head>Volume IV</head>
<div2 type="epistola"><head>1567.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CASSI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">tra il 1811 e il 1812</add>.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo sig.r Cassi.</p>
<p>Le vostre ottave sulla Caccia de' Tori mi diedero a conoscere i vostri rari talenti; la cortese lettera che ora vi è piaciuto di scrivermi mi fa palese l'eccellenza del vostro cuore. Vi stimava per la prima virtù, vi amo adesso e grandemente vi ho caro per la seconda. Le lodi che mi scrivete del mio Giulio, del mio secondo figlio, mi si sono stampate tutte nel cuore, né mi sazio di leggerle, ed ho accostato il vostro foglio al mio petto non senza lagrime di piacere. Se il Cielo ha concessa alla nostra mortal condizione qualche stilla della voluttà de' beati, per certo non v'è che il cuore de' padri che sia capace di assaporarla. Abbiatevi adunque i miei ringraziamenti, le mie benedizioni per tutte le dolci cose di cui è piena la vostra lettera, e quando mia figlia passerà nelle braccia del figlio dell'amor mio, unitevi ad esso, ve ne prego, per illuminare la sua inesperienza, per proteggere la sua condotta, per dirigere la sua sensibilità, la quale, essendo eccessiva, non può andare scompagnata da quei difetti che la natura suol porre in questa funesta prerogativa.</p>
<p>Mi tarda il momento di abbracciarvi colla persona e come amico e come parente, ma vi abbraccio fin d'ora coll'animo, e fa altrettanto mia moglie, la quale esulta ancor essa dei sentimenti che n'avete manifestato.</p>
<closer>Significate a tutta la rispettabile vostra famiglia i sensi più vivi della mia stima, e, messi da parte i complimenti, concedetemi ch' io non adopri con voi altri titoli che quelli dell'amicizia dicendomi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivo a Giulio, e udrete da lui le nuove di vostro zio. Non ho potuto tenermi dal mandare a mia figlia la vostra lettera, perché si consoli.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1570.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Marchesa</add> <add resp="ed">ORINTIA ROMAGNOLI SACRATI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1812.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Passate a Conti l'acclusa ricevuta, e pregatelo di far seguire il conforme istrumento di quietanza.</p>
<p>Gli è impossibile l'indovinare l'autore dell'iniqua lettera cieca da voi mandatami, non potendosi sapere per mancanza di timbro da che parte proceda. Ma s'egli è vero che la lettera sia stata impostata in Pesaro, chi m'assicura che non sia stata fabbricata in Pesaro stessa? Che sia partita da Milano nol credo. Perciocché ben è vero che prima del mio arrivo si meditavano, come vi scrissi, delle vendette; ma veduta la cortesia con cui sono stato accolto dai Superiori, e udite le alte ragioni del mio operato, e sopra tutto saputosi che lo sposo da me prescelto è fiore di senno e di garbatezza, tutti i malevoli han rimessa la coda tra le gambe, e la sentenza di tutti i padri, di tutte le madri, di tutti i galantuomini in una parola, ha posto in silenzio tutte le maldicenze, tutte le pretensioni. Che più? Mustoxidi stesso mi ha scritte due lettere piene di dolore bensì, ma insieme amichevoli, alle quali io pure ho risposto cortesemente, né credo che tarderà molto la nostra riconciliazione. E già fin d'ora in casa di Veneri, di Vaccari, di Paradisi ci parliamo palesemente, e prendiamo parte nei discorsi della compagnia, come se nulla cosa fosse mai accaduta. Rendasi giustizia alla verità: Mustoxidi non è cattivo. Egli non ha peccato che d'imprudenza, e la passione gli aveva tolto il cervello. Ne ha pagata la pena, e lasciamolo in pace. Vi dichiaro ch'io <add resp="ed">gli</add> voglio ancor bene.</p>
<p>Ma che direte voi se vi dirò che anche Giulio ha qui qualche nemico? Non si è egli trovato un tale (credo d'Urbino e militare) il quale ha saputo dire che Giulio, avendo avuto un figlio dalla sua amica, passa un annuo assegnamento alla madre, e che la tresca non è finita? Mia moglie, a cui nulla tacqui del vero su questo punto, ha ricevuto queste notizie con un sorriso, e rispose al grazioso referendario: se Perticari soddisfa ai debiti di natura, lo lodo; e s'egli è uomo di mondo, tanto meglio. Non v'è che il balordo che piglia moglie con tutta in corpo la sua virginità. Del resto se Giulio frequenta di nuovo la sua amica per naturale bisogno, poco male. Nulladimeno son cose che per riverenza del pubblico dimandano molta circospezione. Ma io non credo un iota di tutto questo.</p>
<p>Il Principe avendo per sua clemenza intenzione di farmi un regalo, ha incaricato il Presidente Paradisi d'investigare il mio desiderio. Ho risposto che la liberalità del Sovrano non deve prender norma che dal suo cuore, e che ogni minima dimostrazione della sua bontà sarà un tesoro per me.</p>
<p>La scena di Borghese e di Strocchi mi ha fatto ridere, e dal primo sono stato già istruito del suo disegno, che assai mi è piaciuto. Ma conviene a questo proposito che voi ricordiate a Giulio le <hi rend="italic">Quattro Madri</hi>. Queste, per mio sentire, sono il più bel presente che possa farsi a una sposa.</p>
<p>Tanto a me che a Lamberti starà a cuore il vostro raccomandato.</p>
<closer>Salutate Conti e la Gigia, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. L'Ariosto Aldino si è finalmente trovato. Non ve ne date adunque più pena.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1571.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Gennaio 1812.</date></opener>
<p><foreign lang="lat">Confiteor</foreign>, e domando perdono del mio silenzio. Ma se sono negligente a rispondere, nol sono nel ricordarmi degli amici, che anche tacendo porto sempre nel cuore. Non vi cada adunque mai nella mente che la mia amicizia possa patire diminuzione né per voi, né per quelli di cui mi avete detto i saluti.</p>
<p>Le nozze imminenti di mia figlia col Conte Perticari di Pesaro son vere, e accetto le congratulazioni che me ne fate. Il partito è il più bello che l'amor paterno potesse desiderare.</p>
<p>Sotto gli auspicj del Governo ho messo mano alla ristampa della mia <title>Iliade</title>, e le correzioni che ho fatte al mio lavoro, sono in gran parte conformi alle bellissime osservazioni inviatemi da Visconti. Dico in gran parte, perché io stesso ve n'ho fatte molte di mia coscienza. E le vostre <title>Fonti</title> quando verranno elle ad estinguere la nostra sete?</p>
<closer>Paradisi vi risaluta, ed io sono mai sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1573.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Gennaio 1812.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Vi raccomando il pronto recapito dell'acclusa, che lascio aperta perché la leggiate e vi uniate meco a ottenermi da Visconti il permesso che gli domando.</p>
<p>Spero d'aver data alla mia versione d'Omero tutta quella perfezione che si poteva, e se i difetti occorsi nella prima edizione non le hanno tolta presso il pubblico una buona accoglienza, ora che anche i veniali sono emendati, ho motivo di credere che per sempre ne sia assicurata la riputazione.</p>
<p>Per mezzo di Paradisi il Viceré mi ha fatto intendere ch'Egli ha in animo di darmi una dimostrazione della sua clemenza, e del gradimento con cui ha accolto la dedica della mia <title>Iliade</title>. La ristampa di questa è già sotto il torchio, e fra due mesi spero sarà terminata. La fo tutta a mie spese e secondo il consiglio della Direzione degli Studi, che l'ha adottata come libro elementare per i licei, ne fo tirare quattro mila esemplari, che, secondo il calcolo, dentro due anni saranno spacciati, tanto più che da tutte le parti d'Italia e anche di Germania se ne fanno continue dimande. Questa spesa mi viene addosso in un momento assai critico. Quindi se vi riuscisse d'avere il semestre scaduto della mia pensione, questo mi darebbe un grande respiro.</p>
<closer>Ve lo raccomando, e sono mai sempre il vostro obbl.mo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1574.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Gennaio 1812.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Le vostre preziose annotazioni sono state tutte seguite, tutte, tranne una sola, nella quale il vostro avviso discordando da quello che il comune amico Lamberti sostiene nelle sue illustrazioni d'Omero, mi rendo certo d'aver bene interpretato l'animo vostro, tralasciando di mettere in campo un parere che gli fa guerra. Egli prova, e con buone ragioni, che il <quote lang="lat">magnum cœlum</quote> d'Omero al v. 547 della traduzione, nel lib. VIII , è veramente un <hi rend="italic">cielo maggiore</hi>, e mi credo che, udito il suo discorso, voi pure discenderete nella sua opinione. Quest'unica correzione ho io dunque stimato bene di trascurare, sì perché il senso da me adottato, secondo Lamberti, sta bene; sì perché conservandolo, so di fargli cosa assai grata, e che voi pure mi loderete di questa onestissimna discrezione.</p>
<p>Nell'emendare attentamente tutti i passi da voi notati, più altri ne ho corretti io stesso di mia coscienza, per modo che adesso veramente comincio a compiacermi del mio lavoro. Non ho taciuto al medesimo Viceré l'importante servigio che mi avete renduto, né il tacerò al pubblico nella nuova edizione alla quale si è già dato cominciamento. E siccome questa mia traduzione è già stata da questa General Direzione degli Studi privilegiata d'una circolare a tutte le scuole del Regno; così rimane che voi mi facciate contento d'un'altra grazia, ed è che mi permettiate di stampare alla fine di tutta l'opera le vostre Osservazioni, le quali, contenendo parecchie interpretazioni novissime e peregrine, forniranno un commentario di molto pregio. Un sol sospetto mi turba, ed è che voi in leggendo abbiate saltato il libro VII, sul quale non trovo veruna critica; e che il XIX, XX, XXI, XXII gli abbiate scorsi con poca attenzione, avendone voi rilevate sì poche mende. Per la qual cosa, se a tempo stracco vi compiaceste di ripassarli, ciò mi sarebbe grande augumento d'obbligazione.</p>
<p>Ricordate alla vostra signora l'antica e divota mia servitù, e onoratemi di qualche risposta.</p>
<p>P. S. Mi è stato mandato ieri l'altro l'articolo di un giornale greco, nel quale si parla della mia traduzione. Non vi dispiacerà, credo, il paragrafo che vi trascrivo, tradottomi da Mustoxidi:</p>
<quote rend="block"><p>«Il Monti, fuggendo lo scoglio dove naufragò il poeta della <title>Morte di Ettore</title>, né calpesta, come il Cesarotti, le ceneri del nostro Omero, né l'ombra sua ne maledice. Il degno di meraviglia si è, che il Monti è digiuno della greca lingua, come lo era il Pope; ma ambedue circondati dagli aiuti di molte versioni, ambedue zelanti del poeta greco, e poeti, con limpida ed aperta fantasia, il seguirono nella Troade, e fra le rovine della città di Priamo divennero l'eco fedele dei versi d'Omero. Fra le due versioni preferisco la fatta dal Monti; perché in questa la lingua italiana, conservando la virilità della latina, alla dizione omerica si accosta più dell'inglese».</p></quote></div2>
<div2 type="epistola"><head>1575.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — <add resp="ed">Venezia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1812</add>.</date></opener>
<p>Conosco nell'articolo comunicato la penna del più diletto de' miei amici, di quello che la virtù m'aveva donato, e che una fatale circostanza mi ha tolto senza mia colpa. In altro tempo le generose sue lodi mi sarebbero state dolcissime. Presentemente mi attristano, né posso ringraziarlo d'un'attenzione che mi fa sentire più che mai il dolore della mia perdita.</p>
<closer>Si è formata più d'una vittima, e la più infelice si è quello che un tempo sottoscrivevasi il vostro aff.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi rimetto il libercolo di de Cesare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1578.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FEDELE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 31 Gennaio <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Dell'affare di Giuseppino ho già scritto. La lettera del G. G. a Buttrigari è andata senza fallo, e produrrà il suo effetto. Ma il disgusto ch'io ne ho provato è fuori d'ogni espressione per le cattive conseguenze che ne procedono in danno di tutta la famiglia e mio particolarmente, e so quel che dico. Tiriamo il velo, e non si riapra di più questa piaga.</p>
<p>Due lettere scrive Veneri in questo ordinario, una a Grillenzoni, l'altra al Prefetto per l'immediata esigenza dei crediti annunciati nell'ultima vostra. Spero di più che scriverà pure a Spalletti. In somma non si dorme, e questa povera Leccioli ad altro non pensa che a salvare la sua famiglia. E per certo la salverà. Ma quale sarà la gratitudine di suo marito? Io spero che, uscito dall'abisso in cui si trovava, non avrà bisogno di eccitamenti per mostrare e provare all'infelice che l'ha generosamente redento la sua riconoscenza.</p>
<p>Dite a Ceccarelli che lo ringrazio dell'avviso che mi porge delle sue piene vittorie, e che me ne consolo, ma che il rendiconto è quello che deve coronare l'impresa. Ditegli ancora che insista presso i Montisti in Roma perché si determinino una volta a dirigersi immediatamente a queste autorità superiori in Milano, e lo facciano di buon inchiostro. Io non ho taciuto nessuna delle tante bricconerie che in questo affare si sono commesse, ma siccome l'eccesso delle medesime le rende incredibili, così l'apostolo che le ha predicate viene sospettato di esagerazione, e l'apostolo ha risoluto di non fiatar più, lasciando che parlino i tribunali, siccome veggo che hanno già cominciato.</p>
<p>Una parola sopra vostro fratello Giulio. So dal Ministro della Guerra il memoriale presentato (e so da chi) per esimerlo dalla coscrizione. Desidero che sortisca buon esito, ma vostra madre per un soverchio amore mal inteso nuoce al figlio, nuoce al padre, nuoce a me, nuoce a tutta la famiglia.</p>
<p>Pensate bene a quanto scrivo, un saluto a tutti e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1581.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Febbraio 1812.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>La celebrità del vostro Museo e quella del possessore invitano a visitarvi tutti gli eruditi che passano da Savignano. Fra i desiderosi di veder voi e il tesoro delle vostre medaglie eccovi il presentatore di questa, l'ottimo amico mio cav. Rossi, ispettore degli studi, che il Governo spedisce a medicare le piaghe di tutte le scuole cispadane fino al Tronto. Com'io mi rendo certo ch'egli rimarrà soddisfattissimo della vostra conoscenza, così non dubito punto che voi pure non abbiate a ringraziarmi d'avervi procurata la sua: tanto il troverete illuminato e cortese.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordatevi di mostrargli il vostro Guido.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1583.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Febbraio 1812.</date></opener>
<p>Interrogherò il Ministro, interrogherò Scopoli, interrogherò Paradisi su quanto mi scrivi. La giusta stima, in che sei tenuto da questi superiori, mi fa sperare che le tue brame verranno tutte adempite. Ma più d'ogni altra potrà valerti la protezione di Paradisi, al quale, siccome nostro Presidente, gli è bene che tu scriva. Puoi farlo pure con Araldi, che è qui, e gode di tutta la benevolenza del Ministro, presso cui vive. Per ciò che dipende da' miei offici, è inutile che li solleciti.</p>
<p>Nel prossimo aprile mia figlia sarà moglie del conte Giulio Perticari di Pesaro, giovine di molta e buona letteratura. Taccio le qualità morali che il rendono a tutti carissimo. Una pleiade de' migliori poeti della Marca e della Romagna (e ve n'ha di valenti) si è unita per cantar queste nozze con una corona di dodici <title>Inni alle dodici Divinità Consenti</title>. Se tu n'hai pronto qualcuno, io lo farò inserire nella raccolta, e sarà <foreign lang="lat">velut inter ignes Luna minores</foreign>.</p>
<closer>Salutami di cuore Bianchi e Arrivabene, ed ama sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se ti piacerà che il tuo Inno sia stampato a parte, così farassi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1586.</head>
<opener><salute>A CAMILLO UGONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Marzo 1812.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Ugoni.</p>
<p>In buona teologia non si riceve assoluzione senza confessione. Ed io con umiltà di cuore confesso il mio fallo del non aver risposto alla vostra inviatami a Fusignano, e ne chieggo perdono. A qualche discolpa siavi parò letto che quella lettera mi colse sventuratamente in un punto in cui, travagliato da gravi pensieri domestici, mi era fatto morto a tutti gli amici. Cessato il mal umore, arrossii di rispondere così tardi, ed eccovi netta l'istoria del mio peccato, ch'io spero rimesso. Abbiatevi intanto un mio doppio ringraziamento; il primo per la prima lettera che mi mandaste con la richiestavi notizia; il secondo per l'aureo libretto vostro inviatomi sulla coltivazione dei lini. Ma il vostro Cesare che fa egli? Datemi nuove ancora di questo, come di cosa che deve ornarvi in molta lode e fruttarvi molta benevolenza e considerazione presso l'Imperatore.</p>
<p>Ove però vi piaccia di essermi qualche volta cortese de' vostri caratteri, lasciate, vi prego, il formolario del complimento, e scrivete all'amico. Che tale io vi sono, e di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1588.</head>
<opener><salute>Al sig. LEONARDO NARDINI Direttore della Stamperia Reale — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Caro Nardini.</p>
<p>Rimando le stampe con una sola correzione, ed è al v. 4, p. 3, ove bisogna levar via la virgola dopo <hi rend="italic">caprette</hi>.</p>
<p>Certamente in <hi rend="italic">Criseide</hi> (e così <hi rend="italic">Briseide</hi>) i due punti debbono andare non sopra l'<hi rend="italic">i</hi> ma sull'<hi rend="italic">e</hi>.</p>
<p>È giusta pure la vostra riflessione sull'equivoco che può cadere su quelle parole — <hi rend="italic">nel mezzo De' Pilj l'orator</hi>. — L'equivoco sarebbe subito tolto facendo — <hi rend="italic">Nestore alzossi l'orator de' Pilj</hi>, ma la collocazione del nominativo coll'immediato seguito del genitivo qui mi resta prosaica. Quindi facciasi nel modo seguente</p>
<lg type="nc"><l part="F">quando nel mezzo</l>
<l>Surse, de' Pilj l'orator, Nestorre,</l></lg>
<p>o anche senza le due virgole.</p>
<p>Ritengo <hi rend="italic">intere ecatombi</hi> invece di <hi rend="italic">scelte</hi> per due ragioni; primieramente perché il testo porta <hi rend="italic">ecatombi perfette, compiute, intere</hi>; secondamente perché queste tre parole <hi rend="italic">capri torelli ecatombi</hi> tutte terminanti in <hi rend="italic">i</hi> e tutte in fila mi suonano male all'orecchio.</p>
<p>Approvo tutte le altre vostre correzioni, e vi ringrazio. Ma parrebbemi che fosse da conservarsi l'apostrofe a <hi rend="italic">fe'</hi> quando è verbo come <hi rend="italic">vo'</hi> quando significa voglio. Mi rimetto al vostro senno, e vi raccomando di consolarmi una volta col dar principio. Caro amico, se andiamo di questo passo, non vedrò il mio <hi rend="italic">Omero</hi> neppure nel 1813.</p>
<closer>Tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Badate allo sproposito <hi rend="italic">regge</hi> invece di <hi rend="italic">rege</hi></p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1589.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Rimando il secondo foglio. Le vostre correzioni van tutte bene. Io non ho che la particella <hi rend="italic">ne</hi> da mettersi invece di <hi rend="italic">ci</hi> nel v. 502, pag. 19, e (se credete che vada meglio) <hi rend="italic">sien</hi> invece di <hi rend="italic">sian</hi> al v. 537, pag. 20. L'uno e l'altro è di lingua, ma voi sapete che i Toscani preferiscono <hi rend="italic">sien</hi>, e che <hi rend="italic">sian</hi> è scomunicato dal Buommattei, ma scioccamente.</p>
<p>Nel verso ultimo della pag. 28 piacerebbemi la trattina <hi rend="italic">—</hi> dopo <hi rend="italic">placherai</hi>, per seguire il metodo che si è adottato.</p>
<p>Mustoxidi mi ha fatto un'acuta ma giusta osservazione ai primi versi del secondo libro, la quale, coll'aumento d'un verso, mi ha indotto a mutarli nei seguenti.</p>
<lg type="nc"><l>Tutti ancora dormian per l'alta notte</l>
<l>I guerrieri e gli Dei: ma il dolce sonno</l>
<l>Già le pupille abbandonato avea</l>
<l>Di Giove, che pensoso in suo segreto etc.</l></lg>
<p>Ho avuto tempo di riandare anche il terzo foglio e l'unisco. In questo pure approvo le vostre correzioni. Io non ho altro da mutare che le seguenti parole: pag. 33, v. 63: <hi rend="italic">calzari</hi> invece di <hi rend="italic">coturni</hi>; pag. 35, v. 126: <hi rend="italic">consesso</hi> invece di <hi rend="italic">consiglio</hi>; pag. 37, v. 165: <hi rend="italic">mescer</hi> invece di <hi rend="italic">mischiar</hi>. Nella medesima pagina muto il verso 183 nel seguente:</p>
<l>Al nativo fuggiam dolce terreno.</l>
<p>Mustoxidi mi ha fatto saviamente avvertito che l'idea di <hi rend="italic">cara</hi> (o <hi rend="italic">dolce</hi>) <hi rend="italic">patria</hi>, che è nel testo, bisogna ritenerla, perché aggiunge stimolo al partire. Finalmente l'ultimo verso di questa medesima pagina e il primo della seguente si mutino così:</p>
<lg type="nc"><l part="F">mare i vasti flutti</l>
<l>Si confondono allor che etc.</l>
<l>…</l>
<l>A sollevar li vanno impetuosi</l></lg>
<p>Il <hi rend="italic">Danao</hi> da voi notato è sostantivo sempre.</p>
<p>P. S. Troverete mutati anche i due versi che a voi non piacevano, e giustamente. — Pag. 38. <hi rend="italic">Espurgar le sentine</hi>.— <foreign lang="lat">Corrige</foreign>: <hi rend="italic">Espurgarne le fosse</hi>.</p>
<closer>Vi saluto, e sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1590.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Caro Nardini.</p>
<p>Sopra alcune nuove osservazioni di Mustoxidi, comunicatemi ieri sera, ho fatto al terzo foglio le seguenti correzioni:</p>
<p>Pag. 40, linea 26, invece di <hi rend="italic">tumulto</hi> mettete <hi rend="italic">fragore</hi>, ricorrendo la parola <hi rend="italic">tumulto</hi> tre versi dopo.</p>
<p>Pag. 41, linea 20, e seg.:</p>
<lg type="nc"><l part="F">Hai pieni</l>
<l>Di bronzo i padiglioni e di donzelle,</l>
<l>Delle vinte città spoglie prescelte</l>
<l>E da noi date a te primiero. O forse</l>
<l>Pur d'auro hai fame, e qualche Teucro aspetti</l>
<l part="F">Che d'Ilio uscito lo ti etc.</l></lg>
<p>Pag. 44, lin. 4, <hi rend="italic">Mentre questo dicean levossi</hi> etc.</p>
<p>Pag. 44, lin. 8, <hi rend="italic">La fiera Diva</hi> etc.</p>
<p>Vi ringrazio sempre della scrupolosa attenzione con che vegliate alla correzione, e delle savie riflessioni che mi andate facendo. Pregovi di continuarmele con libertà, e con sicurezza di farmi piacere.</p>
<closer>Sono di cuore il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1591.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDIN — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Caro Nardini.</p>
<p>Delle tante parlate che Omero continuamente ripete e ch'io sempre differentemente ho tradotte, una sola avevo tralasciato di variare non per altro che per pigrizia, ed anche per noia. Mi è sembrato che per pochi versi io non dovessi deviare dal lodevole mio sistema. Quindi la parlata che incontrasi al principio del nono libro, e che tal quale già si è letta nel secondo, io l'ho vestita d'altre parole senza punto alterarne i pensieri, ed è quella che vi compiego. Credo che loderete la mia risoluzione.</p>
<p>La quantità dei versi torna la stessa. Avverta però il compositore che il verso che cala nella prima pagina, cresce nella seconda.</p>
<closer>Vi saluto e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1592.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Marzo 1812.</date></opener>
<p>Udite letteraria calunnia, degna di remo, che ci percuote ambidue, e che domanda pronto riparo.</p>
<p>Si stampano in Milano le poesie di Rezzonico, e fra queste lo sciagurato editore impudentemente inserisce, come versi da me involati a quell'esimio poeta, la dedica del vostro <title>Aminta</title>.</p>
<p>A tanta bricconeria vi veggo stupito di meraviglia: io lo sono d'indignazione. Nessuno al mondo mi avrebbe saputo giammai autore di quegli Sciolti, se a voi stesso, fin dal momento che da Roma ve li mandai, non fosse piaciuto di rivelarlo, e le mille volte a tutti ripeterlo. E sovvienmi (per quello che allora me ne scriveste) che l'illustre e ancor vivente Pagnini, giusta la permissione ch'io medesimo ve ne diedi, mutò in quei versi alcune parole, le quali, trattandosi d'uno scritto che dovea portar in fronte l'onoratissimo vostro nome, non parvero convenienti, e non soddisfecero interamente al vostro gusto.</p>
<p>A voi dunque, principale ed irrefragabile depositario di queste candidissime verità, s'aspetta il vendicare l'offeso onor mio ed il vostro tutto ad un tempo, dissipando con una parola questa scellerata impostura, e porgendo a me colla franca vostra testimonianza l'acconcio modo di chiederne all'autorità superiore il meritato castigo.</p>
<p>Ho ricevuto la stupenda edizione del vostro Rochefoucauld, e differisco a Pasqua i miei ringraziamenti in persona, dovendomi recare in Romagna per le nozze di mia figlia.</p>
<p>All'ottima vostra consorte diecimila rispetti e saluti, e a voi l'amplesso del core.</p>
<p>P. S. Sono alla metà della seconda edizione della mia <title>Iliade</title>, che notabilmente ho corretta secondo le belle osservazioni inviatemi da Visconti. Con queste, che pur si pubblicano perché contengono peregrine interpretazioni, e con quelle che la mia propria coscienza mi ha suggerite, mi spero d'aver dato a questa fatica la possibile perfezione; e in questo nuovo abito avrò adesso il coraggio di presentarvela, non l'avendo fatto dapprima per due ragioni: l'una perché io stesso non mi sentiva pienamente contento del mio lavoro; l'altra perché gli spropositi senza fine regalatimi dalla bresciana edizione, per Dio, mi coprivano di rossore. Grazie ad Apollo quella stampa di Truffaldino è tutta smaltita, e mai più mi lascerò prendere a quelle forbici. — Per l'amor delle Grazie che sono sempre con voi, siatemi cortese d'una sollecita risposta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1595.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 31 Marzo 1812.</date></opener>
<p>Eccovi, caro amico, il restante dell'originale, attentamente riscontrato e corretto per quanto ho potuto, per modo che, salva l'ortografia sulla quale vi lascio tutto l'arbitrio, non mi resta a mutar più parola. Comprendo che più altri versi sarebbero ancor suscettivi di maggior eleganza, ma sono stanco di oprar la lima, e più non ne posso.</p>
<p>Alla fine della settimana è forza che io parta, ma prima verrò a portarvi le poche parole da mettersi in fronte alla mia traduzione dopo la dedica. Nel tempo stesso concerteremo il da farsi terminata che sia l'edizione, sulla vendita della quale l'amico Stella sarà al vostro volere come al mio proprio, e voi ne disporrete come <foreign lang="lat">alter ego</foreign>. Questo è l'officio che attendo dalla vostra amicizia. Per ciò che tocca le spese il mio pagatore Casiraghi, cassiere del Monte Napoleone, farà le mie veci e anche su questo prenderemo a voce il necessario concerto.</p>
<p>Vi abbraccio e, sciolto che sia dai molti impicci che mi assediano, sarò da voi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1596.</head>
<opener><salute>A COSTANZA MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Aprile 1812.</date></opener>
<p>Mia cara Costanza.</p>
<p>Dirai a tuo zio che domenica all'arrivo della Corriera di Mantova mi faccia trovare due cavalli al Ponte di Lago Scuro. Farai pure le mie scuse con la Marchesa se non ho risposto, perché davvero non ho né tempo né testa, e di più questa notte ho avuto un poco di febbre.</p>
<closer>Addio di nuovo. Il tuo aff.mo padre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1598.</head>
<opener><salute>Al conte GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 7 Aprile 1812.</date></opener>
<p>Caro Nepote.</p>
<p>Intendo da Giuseppino che il conte Antonio in certo modo si lagna che io non abbia fatto a lui medesimo la procura di tener in mio nome al battesimo il figlio della Giulietta, e che ciò rincresca a te pure. Ma parmi che nella detta procura io ti abbia data la facoltà di sostituire un altro a tuo piacimento. Ove dunque piaccia al conte Antonio di far esso le mie veci (e l'avrò per onore) sia pure così. Non è mia intenzione di dar dispiaceri a veruno, massimamente a persona che amo e che stimo, e se ho preferito di addossare a te questa briga, la ragione si è questa sola, che quando è forza l'incommodar qualcheduno, bisogna prendersi questa libertà piuttosto con quelli co' quali si ha maggior confidenza e speranza di riuscire meno importuni. E per certo in questo caso io doveva pregar te, che mi sei nepote, anzi che il conte, a cui non mi lega che l'amicizia.</p>
<p>Io sperava di venirmene subito con Teresina e Costanza a Fusignano, ma tutto il paese, dolente di perdere Costanza, mi ha tanto pregato di restarmene qui tutta la settimana, che io non ho potuto sciogliermi da questo intoppo. Quindi non partiremo che il prossimo lunedì, e il lunedì sera alla darsena del molino di Fusignano allo sparo del cannone faremo il nostro sbarco, purché qualche burrasca non ci sommerga il bastimento nei mari che si hanno a trascorrere. Se al metter piede in terra avessimo tutti la consolazione di veder te e la Caterina, sarebbe un gusto di paradiso.</p>
<p>Un abbraccio alla Caterina, un altro alla comare, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1599.</head>
<opener><salute>Al cav. GIUSEPPE TAMBRONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 7 Aprile 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Amico mio.</p>
<p>Mia figlia Costanza deve andare a marito, ma nol può senza l'opera tua. Ella è nata in Roma, e le leggi prescrivono che la fede del suo battesimo, seguito costà nella chiesa di S. Lorenzo in Lucina il dì 9 di giugno 1792, sia riconosciuta legalmente dal Maire di Roma, e vidimata dall'Agente diplomatico del Regno Italiano.</p>
<p>Io ti prego adunque, mio caro, di spiccar subito dal registro parrocchiale la detta fede in carta di 75 centesimi, come il regolamento prescrive, e di farmene senza ritardo la spedizione in Lugo, ov'io alla fine della settimana mi troverò, e attenderò il tuo cortese riscontro.</p>
<p>Mia moglie, che è meco, ti prega essa pure di questa grazia, e insieme de' nostri più cari saluti a madama Tambroni.</p>
<closer>Non mi dilungo perché la posta parte a momenti, ma stringo tutti i sentimenti d'amicizia nel dirti che sono senza riserva e per sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al sig. conte gen. Miollis ricorda la devota mia servitù.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1600.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 8 Aprile 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>In questo stesso corso di posta spedisco al nostro Cosimo Betti la lettera originale scrittami dal Segretario di Stato, e portante la notizia della sua reintegrata pensione.</p>
<p>Puoi anche far sicuro il degno padre dell'ottimo giovine Gabrielli che al mio partire da Milano ho lasciato tali raccomandazioni, che alla fine usciranno in buon esito, e gli restituiranno libero il figlio. Una fatale combinazione me ne aveva quasi tolto ogni speranza; ma vi si è posto rimedio, e ripeto che, spirato il termine prescritto dai regolamenti, il giovane tornerà nel seno della famiglia.</p>
<p>Veniamo alle cose nostre. Le norme del codice per la celebrazione de' matrimoni son tante e sì minuziose, che fanno rinnegar la pazienza. La fede battesimale che già erasi procurata, essendo venuta senza la vidimazione del Podestà di Roma e dell'Agente nostro diplomatico, non val più nulla, e di nuovo si è scritto perché se ne spicchi un'altra, munita delle debite firme. L'incaricato italiano cav. Tambroni a cui ne ho fatta premura, mi rendo certo che a posta corrente la spedirà.</p>
<p>Restano le pubblicazioni. Per parte nostra tutto è preparato. Ma tocca a te il dar moto e il fissarne il momento. Quindi, acciocché tu sia libero di far quello che più ti pare, ti spedisco l'atto civile, che dal nostro lato si richiedeva, e tu il presenterai a tuo senno a codeste Autorità competenti per l'esecuzione, non volendo né Costanza, né mia moglie, né io che nulla si faccia senza il pieno tuo beneplacito. Si è lasciato in bianco, come vedrai, il nome de' tuoi genitori. Tu vel metterai di tuo pugno prima di consegnarlo, per la debita pubblicazione, a codesto officiale civile. Ma conviene che tu dica a me pure tanto il nome di tuo padre che di tua madre (giacché le lettere di questa che io e Costanza abbiam ricevuto, sono rimaste a Fusignano, e la nostra poca memoria non lo richiama). Fallo dunque sapere immediatamente, onde allor quando tu dirai pubblicate, il possiamo far prontamente. Ed avverti che per parte nostra è in Milano, domicilio del padre e della madre, che queste pubblicazioni debbono farsi. Insomma tu sei uomo legale più d'assai ch'io non sono, e saprai come contenerti e prescrivere il da farsi a tuo piacimento.</p>
<p>Ti scrissi nel passato ordinario che alla fine della settimana sarei passato a Fusignano. Ma tutti gli amici e tutta la famiglia, massimamente mio fratello non senza lagrime, mi hanno fatto tal violenza, che mi forza differire di qualche altro giorno la mia partenza, e aspettare che mio fratello medesimo, sbrigate alcune commissioni d'officio venutegli dalla Direzione delle acque, possa esser libero d'accompagnarti co' suoi figli a Fusignano, ove tutti desiderano di abbracciarti. Aggiungi parecchi inviti di pranzo, dai quali non mi è possibile il sottrarmi senza mala creanza. Tutte queste dilazioni però non anderanno più oltre di quattro o cinque giorni. Ciò ti serva di norma per le risposte che ne darai, le quali per ogni buon fine sarebbe bene che fossero doppie, se sono sollecite, l'una a Fusignano, l'altra a Ferrara.</p>
<p>Mi dice Costanza che circa le gioie tu non ci hai pensato per nulla, nella credenza che questo sarebbe stato mio pensiero. Io non ricuso di prenderlo, ma sicuramente qui è nato un equivoco. Dei sei mila scudi in effettivo ch'io mi sono obbligato di darti, si è convenuto, se ben ti ricorda, che quattro mila siano in danaro sonante, mille in acconcio, e altri mille in oggetti fra i quali espressamente ti dissi che volevo compresi alcuni regali fattimi dall'Imperatore, dal Re di Spagna e da altri Sovrani, onde queste memorie che onorano il nome mio, restassero nelle mani di quello che un giorno dev'essere l'erede di tutto il mio. Fra questi oggetti preziosi ponno aver luogo anche alcune gioie, se le desideri; ma queste, per compimento degli ultimi mille scudi, a poco si ridurranno. Ove però ti piaccia che io mi assuma tutto questo corredo, o almeno una parte, io il farò volentieri, e il di più andrà in isconto degli altri otto mila scudi de' quali ti dovrò corrispondere il frutto alla ragione del cinque per cento. Avverti solo per tuo proprio decoro che l'articolo delle gioie sarà bene che passi per cosa da te medesimo provveduta, essendo in affar di nozze costume, che le gioie restino sempre a carico del marito, siccome oggetto di maritale splendidezza, su cui la moglie non acquista verun diritto. Il che non avverrebbe se la moglie le portasse seco come parte dotale. Ma di ciò meglio a voce, e con reciproca soddisfazione.</p>
<p>Mia moglie ti abbraccia teneramente. Costanza ha tondeggiato le gote, e vi ha messo due rose che innamorano. Fuori di celia, questa bardassa mi si è fatta assai bella, e i ferraresi, uomini e donne, e specialmente i vecchi, ne vanno pazzi.</p>
<p>Addio. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Questo officiale degli atti civili tarda a mandarmi la sua lettera d'officio a codesto di Pesaro, e la posta sta per partire. Nel caso adunque che non mi arrivi in tempo per questo ordinario, la manderò nel venturo. Intanto scrivimi i nomi richiesti, e spiegami le tue intenzioni, significandomi il quando ti piace che le pubblicazioni si affiggano e si trasmettano a Milano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1601.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE TAMBRONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 22 Aprile 1812.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Per emendare l'errore da me commesso nel tacerti il nome dello sposo di mia figlia, ti spedisco in qualità d'ambasciatore un mio carissimo nipote, il quale avrà l'onore di presentarti questa mia di ringraziamento delle fedi sì prontamente speditemi, e pregarti (siccome ti prego io medesimo caldamente) di volerlo ricevere nel numero de' tuoi servitori ed amici, porgendogli cortese assistenza onde egli possa contentare la sua particolar passione per le belle arti; l'amor delle quali a Roma il conduce.</p>
<p>Egli adunque ti renderà pienamente informato delle prossime nozze di sua cugina, voglio dire di mia figlia, e dell'eccellente marito che la sorte e la mia paterna sollecitudine le ha procacciato. Avrei consegnato al medesimo un esemplare della mia Iliade per S. E. il signor Conte Generale Miollis e un altro per te. Ma la prima edizione della medesima è divenuta irreperibile, e la seconda non è ancor terminata. Di questa, finita che sia, ti prometto la subita spedizione tanto per te, che per l'ottimo signor Generale, al quale intanto ti prego di presentare, come un altro me stesso, il mio nipote. Egli ha seco un amico, un onesto cittadino ferrarese, tratto anch'esso a Roma per motivo consimile, e questo pure ti sia raccomandato.</p>
<closer>Fammi buon servitore all'egregia tua consorte, e sta sano. Il tutto tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1603.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 4 Maggio 1812.</date></opener>
<p>In seguito dell'avviso recatomi dall'ultima tua carissima, io stava attendendo da un giorno all'altro le stampe del tuo Inno; ma né Peruzzi, né verun altro in Ferrara mi fa parola di ciò. Scrivo quindi a Peruzzi per saperne novella, e scrivo a te per farti informato della cagione che ha ritardato le mie risposte, ed insieme i miei ringraziamenti. Ed in vero io ti sono molto tenuto di questa tua solenne dimostrazione d'amicizia e benevolenza; perciocché non dubito punto che dagli aurei tuoi versi debba venirne molta lode ed onore a mia figlia e a me stesso.</p>
<p>Ho veduto alcuni degl'Inni preparati per la stessa occasione, e de' quali ti feci già qualche cenno a Milano, e i veduti per certo son belli. Ma l'egregio raccoglitore, il signor Bartolino Borghesi, per la mancanza del poeta che erasi assunto l'Inno a Vulcano, trovasi in grande imbarazzo per dar compimento alla sua corona, e mi si raccomanda perché gli trovi io stesso un supplente. Se la virtù che nomasi Discrezione non mi rattenesse, pregherei te, o il nostro Bianchi, o alcun altro dei tanti cigni cenomani di adempire questo difetto. Ma vuolsi essere verecondo nelle dimande, ed io non fo che significarti il tacito mio desiderio.</p>
<p>Lo stesso signor Borghesi, sapendo che tu pure hai cantato in questa per me lieta circostanza, e per la stima, in che tiene il tuo valor poetico, avendo per indubitato che il tuo Inno sarà lavoro squisito, ti prega di permettergli di aggiungerlo per appendice alla sua corona nella bella edizione commessane al signor Bodoni.</p>
<p>Pregoti di qualche risposta, e nella soprascritta metterai Lugo per Fusignano.</p>
<closer>Saluta gli amici, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1604.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 10 Maggio 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>E ancora non è terminata la stampa della mia <title>Iliade</title>? E nulla ancora me ne scrivete? Il vostro silenzio è pur inumano. Per carità toglietemi a queste pene, e ditemi da che deriva tanto ritardo. O se la stampa, siccome spero, e finita, ricordivi che il primo esemplare dev'essere presentato al Ministro dell'Interno. Io sarò in Milano alla fine del corrente, ma vorrei arrivarvi a cose finite. Quindi attendo qui con impazienza le cortesi vostre risposte.</p>
<p lang="lat">Vale, et me ama.</p>
<p>P. S. Ho acquistato un bel manoscritto di Macrobio con un antico Scoliaste di Persio inedito. Se mi vien fatto di decifrarlo, ne faremo bella edizione colla ristampa della mia versione. Datene a Stella la nuova, e salutatelo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1607.</head>
<opener><salute>A MONSIGNOR VICARIO di Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 22 Maggio 1812.</date></opener>
<p>Sig. Vicario ornatissimo ed Amico carissimo.</p>
<p>La mia figlia Costanza ha contratto col sig. Giulio Perticari il matrimonio civile. Rimane che questo sig. arciprete Baldini assista alla celebrazione delle nozze secondo il rito di Santa Chiesa. Ma il buon prete al momento di mandar gli sposi a dormire mi salta fuori improvvisamente con tante minute difficultà rispetto allo stato libero della ragazza, che volendo io dileguarle nella guisa da lui prescritta, non basterebbero due altri mesi di tempo, poiché mi converrebbe, secondo lui, far venire da Roma due testimoni, i quali dinanzi al vostro tribunale attestino, siccome vedrete dalle istruzioni ch'egli mi ha lasciato in iscritto, lo stato virginale di mia figlia fin da fanciulla, altri due da Bologna, ove per tre anni ha fatto dimora, poi da Ferrara, poi da Milano, poi da Fusignano, ne' quali luoghi ha passato interpolatamente la sua vita. Questa faccenda mi ha dunque, come è ben da supporsi, fatto uscire dai gangheri, e poco è mancato che per punire la sua avarizia, privandolo delle solite propine, io non abbia presa la subita risoluzione di andare a celebrare il matrimonio in Pesaro, patria dello sposo. Ma fatto il pensiero che quanto l'arciprete di Fusignano è animale, altrettanto il Vicario suo superiore è discreto e cortese, ho stimato meglio di ricorrere a Voi direttamente, onde liberarmi da questa infinita seccatura. Pregovi adunque, Monsignore mio carissimo, di mandare a quest'uomo l'ordire di mettere ad effetto per queste nozze l'invito che dimani gli sarà presentato dall'officio civile dinanzi al quale il matrimonio irrevocabilmente è già celebrato, e di dargli la facoltà di pubblicarlo, come spesso costumasi, e come per parte dello sposo si è fatto già in Pesaro, dall'altare una volta sola, premessi i rispettivi consensi, e quello specialmente del parroco del sig. Perticari, che per sua cautela so essere necessario.</p>
<p>E in quanto agli attestati dello stato libero di mia figlia, senza ch'io mandi costì in persona i testimoni, il mio nipote Longanesi, esibitore della presente, il farà per Fusignano e Ferrara, il cav. Conti per Milano, ov'egli per tale l'ha conosciuta, e se vuolsi anche quello di Roma, ove fino a sei anni è vissuta, chi meglio l'attesterà del Vice—prefetto vostro fratello, che tante volte se l'ha tenuta in braccio da creatura? Sebbene mi giunge nuovo che sia necessaria la testimonianza del suo stato nubile anche quando faceva in letto la piscia. Ciò che principalmente mi cruccia si è che questo arciprete medesimo, il quale fino dal 1800 ha sempre avuto in Fusignano sotto i suoi occhi questa ragazza, e che nessuno meglio di lui potendo attestare e sapere la piena libertà del suo stato, me la tratti adesso da zingara e da persona affatto sconosciuta.</p>
<p>Ponete adunque rimedio, ve ne supplico, a questo inconveniente; fate che questo mal prete non metta ostacolo a ciò che la legge civile ha già sanzionato, e per bene di questa popolazione, massimamente in riga di matrimoni, intimategli che non si renda così tiranno, accadendo spesso che i poveri sposi, già coniugati davanti alla legge, sono forzati a ritardare di cinque e sei mesi la consumazione delle nozze davanti alla Chiesa. La qual cosa è scandalo tale, che, ove mi venisse la tentazione di significarlo al Patriarca o al Governo, non andrebbe per certo senza riprensione o castigo.</p>
<closer>Consolatemi di una cortese risposta ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Per tutte le spese necessarie dell'officio vescovile, il sig. Longanesi ha ordine di soddisfarle.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1609.</head>
<opener><salute>A DIONIGI STROCCHI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Lugo, 28 Maggio 1812.</date></opener>
<p>Questi preti mi fanno disperare, e non posso più reggere. Il parroco di Perticari, dimandato del suo assenso per la celebrazione delle nozze in chiesa straniera, ha risposto che ciò non è punto necessario, e quindi il signor Cassi, arrivato qui ieri con tutte le altre carte, questa sola non ha portata, affidato al detto di quel parroco. Perticari, uniformandosi rispettosamente alla condizione prescritta da Monsignor Vicario vostro fratello, ha subito spedito il suo cameriere a Pesaro per dispiccare di là questo <emph>benedetto</emph> parrocchiale consenso. Due ore dopo la spedizione giunge la posta, e Perticari riceve dal suo ministro di Pesaro l'acchiusa, dalla quale rilevasi che quel suo parroco non solo persiste a dire che non è necessario il suo assenso, ma che nol sono neppure le pubblicazioni di chiesa, tosto che quello di Faenza, nella cui diocesi si celebra il matrimonio, le abbia già fatte. E soggiunge, come vedrete, che, ove sia indispensabile il farlo anche in Pesaro, si mandino colà le fedi dello stato libero della ragazza. In questo stato di cose eccomi nella dura necessità o di fare a Pesaro una nuova spedizione, rivolando prima a Fusignano, onde prendere le fedi dello stato libero di mia figlia, per copiarle, rogarle e inviarle a Pesaro, il che mi porta via un secolo; o supplicare, siccome fo, vostro fratello di volermi, per l'amor di Dio, liberare una volta da questo inferno, dando all'arciprete di Fusignano la facoltà di benedire in chiesa queste nozze, coll'obbligo a noi di presentare in seguito le carte richieste. Diversamente, stretto dalla necessità di partire sollecitamente per Milano, avrò il dolore di andarmene senza aver la consolazione di dare a' miei figli in una sì santa circostanza la paterna benedizione. Se i giuramenti suppletorj possono in ciò concorrere, questi si daranno nelle mani dell'arciprete di Fusignano in qual siasi modo si chieggano, ed io di nuovo per quanto mai di più caro sulla terra ti scongiuro di piegare il tuo buon Vicario alla supplica che gli presento per mezzo tuo.</p>
<p>Ti abbraccio di cuore e mi abbandono alla tua benevolenza.</p>
<p>P. S. Il messo non partirà da Faenza senza le tue risposte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1610.</head>
<opener><salute>All'Ing. DOMENICO VACCOLINI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 1 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Sig. Vaccolini amatissimo.</p>
<p>I suoi versi mi sono novella prova della sua benevolenza non meno che del raro suo ingegno, e dimostrano che i severi studi della geometria nelle buone teste si conciliano egregiamente colla soavità delle Muse. Io le ne rendo distinte grazie in nome pure degli sposi, e mi auguro le occasioni di convincerla coll'opere della riconoscenza e della stima che le professo.</p></div2>
<div2 type="capitolo"><head>1611.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>Al Sig.r GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 5 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Sig.r Giuseppe Monti, a tutto Decembre del venturo anno mille ottocento tredici pagate all'ordine del sig.r Giulio Perticari di Pesaro lire italiane reali cinque mila trecento settantadue centesimi sessanta tre valuta avuta, e ponetela come vi avviso.</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed> p. L. 5372.63</closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giuseppe Monti</byline></opener>
<p>a dì detto</p>
<p>Accetto</p>
<closer><signed>Giuseppe Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1613.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">URBANO LAMPREDI</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p><gap/>…Un articolo di codesto Giornale Letterario <add resp="ed"><title>Giornale Enciclopedico di Firenze</title></add> mi fa comprendere che ti si fa guerra, e guerra veramente villana. E chi è mai lo sciagurato, che calunnia te, come autore della critica a Petroni, ed esalta me per la lettera a Bettinelli? Se vi ha scritto che mi abbia fatto arrossire, egli è appunto quella lettera disgraziata, e costui la magnifica pazzamente siccome una maraviglia. Bell'arte di vituperarmi! E in vero, egli è un gran vituperio lo spigolare in quel mio scritto le sciocche sentenze suggeritemi dalla bile, che il famoso G<add resp="ed">ianni</add> mi avea mossa nel petto, e il fare di queste un'artiglieria per fulminarti, senza saper chi sia nel segreto della mia mente quel <hi rend="italic">Filebo</hi> con cui me la piglio. Sono adunque desideroso di udire chi sia l'estensore di quell'articolo, e ti prego di non tacermelo, perché amo di conoscere i miei nemici.</p>
<closer>Saluta Niccolini ed ama il tuo <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1614.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Mio caro figlio ed Amico.</p>
<p>Molta consolazione mi hanno recato le lettere di Costanza e le tue, annunziandomi che l'una e l'altro siete felici, e che i parenti e tutto il paese sono contenti di mia figlia. Ciò farà gran dispiacere alla vecchia Sibilla della Girona, che, visitata per trenta minuti da Teresina e da me nel nostro passaggio, non poté contenersi dalle più acerbe querele contro il sig. Giulio e la sig. Costanza, lagnandosi fortemente che né l'uno, né l'altra, conculcate le buone creanze, le abbia scritto una sillaba di partecipazione. E questa omissione per vero mi giunse nuova, ben ricordandomi ch'io replicatamente vi eccitai ambedue a non trascurare questo dovere. Venne ella poscia nell'impeto della sua collera a tali accuse sul conto tuo particolare, esibendosi di documentarle colle proprie tue lettere, ch'io ne presi un poco di mal umore non contro di te, ch'io tengo incapacissimo d'ogni basso sentimento, ma contro la tua medesima accusatrice, la quale so che t'indusse a scrivere cose che non potevano star nel tuo cuore, e mi sovvenne che la fonte delle sue invettive procedeva dalla nota negatale sicurtà. A stringer tutto in poche parole mi fu forza, per non rompere nell'ira, richiamarmi alla mente la santità dell'ospizio, e preso il cappello dimandare i suoi comandi e partire.</p>
<p>Piacemi sommamente che tu abbia ripresa la versione di <title>Filostrato</title>, e terminata che sia, me ne farai subito la spedizione. Circa il modo di pubblicarla la discorreremo a suo tempo.</p>
<p>Io pure ho posta mano di nuovo alla <title>Feroniade</title>, e nella seduta dell'entrante settimana ne reciterò il primo canto nell'Istituto.</p>
<p>Nel decreto imperiale che nomina i Membri corrispondenti della reintegrata Accademia della Crusca, Sua Maestà si è degnata di mettere innanzi a tutti il nome di tuo padre, e di tutto il Regno i nominati non sono che quattro: Monti, Lamberti, Pindemonte e Andres. In Torino Napione, e in Parigi Visconti e Denina. Il resto è in Toscana, per onor del paese in cui è nata la lingua.</p>
<p>Dalla mia del passato ordinario a Costanza avrai inteso le buone speranze datemi dal Gran Giudice per Mazzanti, né io cesserò le mie premure finché non le vegga adempite.</p>
<p>Ti raccomando la mia Costanza. Compatisci i suoi difetti, e coltiva il suo cuore, ch'egli è di buona pasta assolutamente, e ne farai un'ottima moglie ed amica. E ricordati bene che la maggior parte degli errori che le donne commettono sono spesso opera nostra.</p>
<p>A' tuoi buoni fratelli ed a Cassi ogni più caro saluto, ma soprattutto i più distinti rispetti alla tua rispettabile madre. Addio. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Dalla parte d'Ancona verranno al libraio di Pesaro alquanti esemplari della seconda edizione del mio <hi rend="italic">Omero</hi>. Te ne raccomando lo spaccio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1615.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Parte in questo punto dalle mie stanze il Grande Elemosiniere Codronchi, venuto cortesemente a restituirmi la visita. Gli ho parlato dell'affare delle decime, e l'ho trovato disposto al desiderato contratto. Mandatemi adunque il vostro nuovo progetto nelle debite regole, coll'aumento della corrisposta, ch'io gli ho accennato sarà portata da novanta (ch'è la presente) a centocinquanta, sebbene Giuseppino mi abbia confidato che si può spingere anche più oltre.</p>
<p>L'avv. Arioli, veduto da me alla sfuggita, mi ha detto che sull'affare dei montisti vi sono de' nuovi imbrogli, che gli fanno perdere la pazienza, e mi ha promessa una visita per mettermi al chiaro di tutto. Udito adunque ch'io l'abbia, vi renderò consapevole delle cose che mi dirà. Dubito io pure che Grillenzoni non vi sia molto amico. Ma voi seguitate a fare il vostro dovere in maniera che la vostra amministrazione sia inattaccabile, e dissimulate.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1616.</head>
<opener><salute>A GORDIANO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho veduto ieri sera il card. Albani nelle stanze di Paradisi, e nelle mie questa mattina il Grande Elemosiniere Codronchi, venuto a farmi una visita. Dall'uno e dall'altro ho avuta certezza delle nozze da voi temute, e secondo il discorso dell'Arcivescovo, l'affare sembra concluso. Dicesi ancora che il giovine promesso partirà in breve per vedere la sposa. Le notizie che di lui potete desiderare le intenderete da Mosca, che ai primi del mese sarà in Pesaro. Io nol conosco di veruna maniera, ma la pubblica fama lo dice fortemente innamorato d'una donna, la quale l'ha già fatto due volte padre. Ma questa non è eccezione d'importanza. Convien vedere se i geni s'incontrano, e se quest'uomo saprà spiegare delle virtù morali e civili che tocchino il cuore della fanciulla. Se questa dev'essere la misura del merito che la decida, la vittoria è certamente per voi, poiché quanto il rivale vi supera di fortuna, voi lo superate senza dubbio di morali prerogative. Tutto adunque dipende dal fermo carattere della giovine, e voi che a fondo dovete conoscerlo, voi saprete prendere il vostro partito.</p>
<p>Questa lettera non è tale da poter esser comunicata senza grande riserva, ed io l'affido alla conosciuta vostra prudenza. Giulio, a cui ho commesso i miei saluti per voi, ignora quanto vi scrivo. Nondimeno io vi consiglio di non occultarglielo, e di aprirgli il vostro cuore, consultando sopra un affare sì delicato la sua saviezza.</p>
<closer>Vi do l'abbraccio del cuore e sono senza riserva il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1618.</head>
<opener><salute>Al Cav. LUIGI ROSSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Giugno 1812</add>.</date></opener>
<p>Dell'esemplare che ti spedisco della mia traduzione farai omaggio alla Direzione Generale degli studi. Sul resto ti sono noti i miei sentimenti. Se scrivi a Moscati, fammi il piacere di unire alla tua, la lettera che ti compiego e lascio a sigillo alzato, onde tu la legga. Ma leggi prima quella ch'egli mi scrive, e che ieri sera ho trovata sul tavolino. Riderai della bizzarria e della vivacità con cui è concepita, e me la riporterai questa sera da Paradisi.</p>
<closer>Sta sano, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1619.</head>
<opener><salute>Al MINISTRO DELL'INTERNO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Giugno 1812.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Allorché l'anno scorso sotto gli auspicj di S. A. R. pubblicai la mia versione dell'<title>Iliade</title>, l'E. V. volendo, com'è sua natura, essermi liberale del suo patrocinio, non solo degnossi di dare alla Direzione Generale degli studi la facoltà di acquistarne per le Biblioteche dipartimetali e per la distribuzione de' premj ne' Licei parecchi esemplari, ma consentì pure che la medesima Direzione con onorevole lettera circolare efficacemente quest'opera raccomandasse siccome proficua agli studi della buona lingua e dell'amena letteratura, la quale in tutti i tempi e presso tutte le colte nazioni ha sempre tenuto per massimo fondamento la cognizione d'<hi rend="italic">Omero</hi>.</p>
<p>Sull'avviso de' migliori ingegni d'Italia, i quali di belle ed importantissime annotazioni mi sono stati largamente cortesi, avendo io in seguito severamente castigato la mia traduzione, prendo, eccellentissimo signor Conte Ministro, giusta lusinga che voi a più ragione vorrete adesso proteggerne la seconda edizione. Con fiducia adunque vi porgo una rispettosa preghiera, e si è che, premesso di tutta l'opera quell'esame che al vostro senno piacerà di ordinare, ove il giudizio che n'uscirà mi sia favorevole, permettiate che la lodata Direzione degli studi rinnovando presso le scuole del Regno le prime raccomandazioni, ammetta ad uso delle medesime questo mio libro.</p>
<closer>E sono col più profondo rispetto dell'E. V. <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1620.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">A. F. STELLA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Col corriere di questa sera parte dal Ministero dell'interno una circolare a tutti i Prefetti coll'ordine che in tutti i fogli pubblici dipartimentali si ristampi il rapporto dell'Istituto sopra l'<title>Iliade</title>, e s'ingiunge loro nel tempo stesso di far noto a tutti i direttori de' Licei e delle altre scuole del Regno esser mente e desiderio del Governo che tutti i giovani incamminati alla carriera delle belle lettere si provvedano di quel libro. È dunque necessario, mio caro Stella, che voi facciate in modo che ogni città del Regno ne sia ben provvista, e questa è la preghiera che vi lascio qui scritta nel vostro stesso negozio.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1621.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Brava l'Annina. Datele un bacio di congratulazione per Teresina e per me e il Cielo piova tutte le fortune sul bel maschio che vi ha partorito. Ora badate bene a custodire la salute di cotesto mio figliozzo, e pensate che, non avendo io potuto consolarmi d'un maschio, intendo di adottar questo, e di farmi in esso un oggetto di consolazione per la vecchiaia. Sul quale articolo a suo tempo la discorreremo. Anche mia moglie nuota per questa nuova in un mar di piacere, e dovete argomentarlo dal tenero amore che ambedue portiamo a vostra moglie ed a voi.</p>
<p>Ma nessun contento senza stilla d'amaro. La notizia del figlio che avete acquistato mi è giunta con l'altra scrittami da Fedele della chiamata di Giulio alla Guardia d'onore. I vostri mi mettono in croce perché lo salvi. Ma come il poss'io? Come sottrarlo a una legge che percuote indistintamente, e non fa grazia a nessuno? Nulladimeno, venuto ch'ei sia a Milano, io tenterò tutte le vie, ma senza speranza di riuscita.</p>
<p>Anche Fedele col tardar tanto a far uso del privilegio da me procuratogli di addottorarsi, ne ha perduto affatto l'effetto, e quella dispensa è rimasta di nessun valore. Ciò nonostante è tale la bontà del Ministro dell'Interno per me, che esso mi ha promesso di rinnovare il decreto, purché Fedele produca qualche ragione plausibile che l'abbia impedito a prender la laurea per tutto il tempo decorso. Gliel'ho scritto, e vedremo che figura mi farà fare quella testa singolarissima. L'ho pure raccomandato al Gran Giudice per la nomina di giudice supplente, ed ho parola che sarà esaudito. Dio faccia ch'io non abbia un giorno a pentirmene.</p>
<p>Per l'amico Gasparoni e per suo fratello mi adoprerò di proposito, siatene certo, e dimani per l'uno andrò da Brunetti, per l'altro insisterò fortemente presso Luini, tornato ch'egli sia in città, da cui trovasi assente.</p>
<closer>Abbracciate caramente l'Annina; e caramente salutatemi la Bettina e Don Santoni, e credetemi senza limiti il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Giorni sono comparve improvvisamente nella mia camera per visita d'amicizia Monsignor Arcivescovo Codronchi. Gli parlai del contratto perpetuo delle decime, e mi promise tutto il favore. Ho quindi scritto a vostro padre, perché mi spedisca la petizione e il progetto in regola, ecc.</p>
<p>Sua Maestà mi ha nominato accademico corrispondente della Crusca, e primo di tutti. Costanza mi scrive d'essere fedelissima, e suo marito mi accerta che si fa amare da tutti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1622.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Dalla tua del 26 veggo che la mia di ringraziamento e di lode pel tuo Inno, scritta avanti il partir mio da Fusignano, non ti è pervenuta. Ora sappi che appena venutimi da Peruzzi gli esemplari della tua <title>Venere</title>, io te ne scrissi un mondo di bene, ed aggiunsi di più la preghiera, che poi, posto piede in Milano, ti ho rinnovata, di mettere cioè in terza rima i pochi bei versi che mi mandasti sopra Vulcano. Ti porsi nel tempo istesso l'avviso che il tuo Inno a Venere spedivasi a Bodoni per la ristampa; e questo si farà certamente, essendo que' tuoi versi assai bella cosa. Lodo che tu voglia si levi alla tua Venere il titolo d'Urania, perché, a dir vero, i suoi attributi celesti vi sono appena accennati, e tutto il complesso della poesia non appartiene che alla Venere terrestre.</p>
<p>E che vai tu sognando del mio mal umore? Non ho mai sentita al cuore tanta letizia quanta al presente, e se brevemente ti scrissi, fu mero difetto di tempo. Caccia dunque dall'animo ogni sospetto su questo punto, e abbraccia caramente per me tutti gli amici, <foreign lang="lat">in primis</foreign> Arrivabene e Bianchi.</p>
<p>Amami e fa di star sano.</p>
<p>P. S. Nella lettera che ti accenno perduta, era anche un ringraziamento e rallegramento per Lechi sulla sua bella versione di Ero e Leandro. Onde ti prego di significarglielo e ne' termini della maggiore stima e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1623.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA BODONI — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Dilettissimo Amico.</p>
<p>Lamberti non è per anche ritornato dalla sua visita degli studi negli Stati ex—Veneti. Ciò vi dica il motivo che mi ha fatto tardare a scrivervi, sulla speranza che da un momento all'altro, secondo la lusinga che dava suo fratello, ci dovesse qui giungere, ed io eseguire il vostro mandato, consegnandogli le stampe da voi affidatemi, e prendendo insieme consiglio per la dedica che ne avete commessa. Ma finalmente Vaccari mi ha ieri sera assicurato che l'amico sarà dentro la settimana in Milano, e voi subito sarete obbedito.</p>
<p>Tengo preparato un involto da spedirvi a prima occasione, e contiene l'Inno d'Arici a Venere da inserirsi per appendice nella raccolta di Borghesi, l'inno di Giusti ad Apollo con parecchie correzioni fattevi dall'autore, che, partito ier l'altro di qui con Aldini, me ne ha raccomandata la spedizione, e un esemplare in carta velina della seconda edizione del mio <hi rend="italic">Omero</hi>, il quale in questo momento per ordine del Ministro dell'Interno, che vuole adottarlo per uso delle scuole del Regno, sta sotto il rigoroso giudizio dell'Istituto.</p>
<p><title>La Grotta di Platone</title> era già qui nota al mio arrivo e il <title>Poligrafo</title>, come ben era da figurarsi, non ha tardato un momento a darne l'annunzio. Non ha usate parole molto leggiadre né discrete, ma per vero quella grave sentenza che ci dà in Cesarotti il miglior fabbricatore di versi da Omero in poi ha fatto smascellare dal ridere tutti che l'hanno sentita. E fortuna per l'autore della <title>Grotta</title> si è stata che il <title>Poligrafo</title> presentemente è senza Lamberti e senza Lampredi. Corre voce che il galeotto Lattanzi voglia farsi campione del Mazza, il che farebbe guasto maggiore alla riputazione del rostro Platonico.</p>
<closer>Mia moglie vi raddoppia il bacio datovi al suo partire, ed io me ne ricambio colla vostra e di cuore. Abbracciate per me anche l'ottimo Iacobacci, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non ho dimenticata con Paradisi, che caramente vi saluta, la vostra ambasciata. Ma egli protesta di non aver mai avuto le carte da voi supposte, ed afferma che assolutamente vi han dato a credere cosa non vera.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1624.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE TAMBRONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Madama Eckerlin, il cui ottimo marito ben conoscete, si reca in Roma, sua patria, onde ristabilire la sua travagliata salute. Ogni cuore onesto s'interessa alla sorte di questa maltrattata infelice, ed io, legato d'amicizia a questa buona famiglia, vi fo calda preghiera perché siate dell'assistenza e patrocinio vostro cortese alla lodata signora, il cui stato n'è degno. Ogni cura che per essa vi prenderete obbligherà sommamente la mia gratitudine.</p>
<closer>Sono mai sempre, e senza riserva, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1625.</head>
<opener><salute>A GORDIANO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Con la lettera che ne' primi giorni del mio arrivo in Milano vi scrissi io aveva già prevenute le vostre dimande. Vi ho significato le cose udite su la persona del giovine, e su i termini a cui già condotto è l'affare. Ma se il bell'idolo vostro non ha il coraggio di confessar francamente l'onesto e ben collocato suo amore, la faccenda è finita.</p>
<p>Vi ho sempre detto che il solo amore poteva rompere la trattativa e saltare con generoso proponimento sopra tutti i riguardi dell'ambizione e dell'interesse. Ma che sperare da una fanciulla, che, interrogata su questo gran punto dal padre, dichiara di avere il cor libero? Mio caro Gordiano, qui, lo vedete, qui la vostra bella ha mancato di carattere, e per uscire dai nodi in cui lo zio ed il padre, senza consultarne il suo cuore, l'hanno inviluppata, consecrando il contratto sull'altare dell'ambizione e dell'interesse con un pagamento anticipato, per quel che dicesi, di alcune centinaia di migliaia di lire in estinzione di debiti, alla giovane non rimane altro rifugio che una ferma protesta di avversione generata dal sapere per certo che la mano e il cuore che le si offrono sono già dati ad altro oggetto, all'oggetto di cui già vi feci parola nell'altra mia lettera. E realmente egli è a tutti palese che esso mantiensi tuttavia fedele alla sua amica, e che i frutti ottenuti da questo amore formeranno sempre un legame non dissolubile, e che l'amore in queste nozze per parte dello sposo non v'entra per nulla. Vi ho insinuato nell'altra mia di prendere in sì dilicato frangente consiglio da Giulio, e di nuovo vi porgo questo suggerimento, e restringomi a dirvi che se amore, un magnanimo amore non si fa apertamente vostro avvocato, la vostra causa è spacciata. E allorquando vi manchi tal difensore, mio caro amico, ritiratevi e ponete in salvo il pericolante onor vostro.</p>
<p>Sperava che Giulio replicasse qualche cosa alla lettera che subito qui giunto gli scrissi, ma egli mi è avaro de' suoi caratteri, e non dimeno gli perdono, purché renda felice la mia Costanza. Abbracciateli per me caramente ambedue, e con essi il grave Giuseppe, e se il degno Arciprete vostro zio è costì, ditegli che, incerto della sua presente dimora, ho diretto a Savignano le mie risposte al suo gratissimo foglio. Ossequiatemi l'ottima vostra madre, e dite a Cassi che la mia povera moglie sospira ancora delle ferite ch'egli le ha fatte, e che dimandano almeno il refrigerio di qualche lettera.</p>
<p>Amatemi e immutabilmente credetemi il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1626.</head>
<opener><salute>Al sig. Arciprete LUDOVICO PERTICARI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Niuna cosa mi giunge sì cara quanto l'udire che la mia Costanza si acquisti l'amore de' suoi novelli congiunti, e ch'Ella pure, sig.r Arciprete ornatissimo, siasi determinato di visitarla. Io le rendo grazie di tanta bontà, e la prego di aver sempre per essa questi benevoli sentimenti, essendo essi il primo elemento della sua felicità.</p>
<p>Mi piace pure sommamente il sentire che <quote>vinto</quote>, com'Ella dice, dalle attrattive della cognata, l'Orso non sia ancor ritornato nella sua grotta. Mi conceda però di dirle che cotest'Orso ha un cuore eccellente, e che sarebbe a desiderarsi lo somigliassero tutti gli Orsi a due piedi. Aggiunga a queste prerogative l'amenità del suo carattere, e vedrà che mia figlia opera saviamente se per abbellire i momenti della sua vita se lo tiene da presso in catena.</p>
<p>Mi era già noto il turbine che si è portato a intorbidare in Pesaro i contenti del povero Gordiano. Io gli ho scritto già due lettere, e richiesto da lui medesimo gli ho dato il consiglio che unico gli rimane.</p>
<p>Resti d'ora innanzi sbandita tra noi ogni apparenza di complimento, e senza fastidio di altrui veruna raccomandazione, mi diriga Ella stessa liberamente in ogni sua occorrenza i suoi pregiati comandi. Mi sarà dolcissimo l'adempirli.</p>
<closer>Mia moglie le ritorna i suoi saluti, ed io sono e sarò sempre con pienezza di core suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1627.</head>
<opener><salute>All'avv. LORENZO ORIOLI Presidente della Corte di Giustizia — Forlì.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Mio carissimo Presidente.</p>
<p>Intendo che davanti a cotesto tribunale va in breve a decidersi la causa della mia buona amica Sacrati. Tolga Iddio che ad un giudice, quale voi siete, integerrimo, io porga alcuna preghiera in pregiudizio del giusto, o ch'io dubiti per parte vostra d'alcun difetto nell'esercizio del sacro vostro dovere. Ma tutte le membra del corpo che dovrà giudicare sono esse immacolate come il capo che le presiede? Son esse tutte animate da quello spirito di equità, che deve dirigere le operazioni della giustizia e mettere in salvo dalla prepotenza del forte le ragioni del debole? Ecco adunque l'oggetto della mia calda raccomandazione. Vigilate perché la povera marchesa non riceva alcun nocumento dall'intrigo dalla cabala dalla corruzione de' suoi potenti avversari. Fate che il mal tolto sia restituito, e che ogni uomo dabbene vi mandi le sue benedizioni.</p>
<closer>Se mi siete cortese di qualche risposta, pregovi d'accompagnarla co' vostri comandi. Mi studierò, nell'eseguirli, di mostrarvi che non ha limiti la stima e l'amicizia che vi professa il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1629.</head>
<opener><salute>Al cav. DIONIGI STROCCHI membro del Reale Istituto e vice—prefetto di Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Mi fu grave il non poterti abbracciare al mio passar da Faenza. Ma il mandarti in villa l'avviso del mio arrivo, e toglierti alle tue campestri dolcezze, sarebbe stata gran villania. Ti rendo grazie adunque del dispiacere che mi dimostri del non avermi veduto, e ti prego d'aver per fermo che la mia amicizia verso di te, e la certezza che porto di possedere la tua, non aveva e non ha mestieri d'altre prove, molto meno di quelle che si risolvono in complimenti.</p>
<p>Con Paradisi e Lamberti si fa spesso parola di te; e per avere il bene di rivederti in Milano, abbiamo divisato di gravarti presso il Ministero dell'Interno di qualche accusa, che l'obblighi a chiamarti <foreign lang="lat">ad pedes</foreign>. Per la qual cosa io ti do il consiglio di venirtene spontaneamente: e bada che il nostro desiderio di averti qui, o d'un modo o d'un altro, deve conseguire il suo effetto.</p>
<p>Teresina ti rende caramente il saluto, e lo stesso fo io coll'ottima tua Faustina. Costanza mi scrive che vive beatissima: e suo marito mi accerta ch'ella si fa adorare da tutti. Amami e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1630.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI Segretario dell'Accademia della Crusca — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Signore.</p>
<p>Col più rispettoso sentimento di gratitudine ricevo l'imperiale decreto che mi nomina Accademico della Crusca, e reputo sommo onor mio il far parte, tuttoché minima, dell'illustre Consesso di Letterati, a cui è dato in custodia il palladio del divino idioma italiano.</p>
<closer>Pregovi, Signore, di porgere ai nostri colleghi l'espressione dell'alta mia stima verso di essi, e aggradire voi stesso la dichiarazione di quella che distintissima vi professo, e con cui ringraziandovi mi pregio di essere di voi, Signore, dev.mo serv.e e collega <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Altre due righe non al Segretario dell'Accademia, ma all'amico Collini. Il nostro collega Rosini, dimenticando che un Accademico della Crusca se poco si cura dell'onor proprio gittandolo non sanamente in basse letterarie contese, è tenuto almeno a non toccar quello de' suoi fratelli, va seminando nelle sue diatribe maliziosamente il mio nome e riproducendo con infinito mio dispiacere alcune sentenze mie, le quali, se un tempo furono giuste e degne di scusa pe' gravi motivi che le provocarono, or mi fanno certamente arrossire. Non ignora il Rosini che questo abuso ch'egli fa del mio nome e delle mie parole mi riesce dolorosissimo e Rosini per sovrano decreto è pur mio collega. Perché adunque si piace egli d'affliggermi e cimentarmi? Perché mi sforza egli a richiamare nella memoria quel tempo in cui egli pagava a zecchini contanti l'infama penna di de Coureil, onde straziasse la mia riputazione? Ho io pubblicata una sola sillaba contro la sua <title>Latona</title>? Ho io profittato di questa bella occasione per vendicarmi? E sa egli quanto il mio silenzio sia generoso?</p>
<p>Per tutti adunque i riguardi che debbono eccitarvi a procurar la concordia e l'amore fra i membri dell'Accademia, io vi prego di consigliare il mio collega Rosini di non volermi più mescolare ne' suoi letterari litigi. Non lodo, anzi mi dolgo, che Lampredi abbia fatto pubblico un articolo di mia lettera, che riguardava l'estensore di cotesto giornale enciclopedico, ma io per vero ignorava che questo estensore sì poco delicato per conto mio fosse il Rosini, e sapendolo avrei scritto allora ciò che scrivo al presente. Per recare in una molte parole, conchiudo che, salve le rispettive opinioni, io desidero pace a tutti e con tutti, massimamente con quelli che il Sovrano mi dà per fratelli. Lascio al vostro senno la cura di far palese a chi debbesi questa mia ferma intenzione, alla quale se sarò forzato di rinunziare con pentimenti di qualcheduno, voglio almeno si sappia non aver io trascurato le debite vie della conciliazione.</p>
<p>Al Sig. C.te Sen.e Fossombroni se costì trovasi, al Sig. Prof. Alessandri, a Fabbroni, a Zannoni, a Niccolini molti ossequi e saluti, singolarmente al Sig. Barone Bardi, di cui ho presenti sempre i favori, e a voi l'amplesso del core. State sano.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1631.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Dalle parole intorno a voi fattemi al suo ritorno dal mio amico Lamberti, e dal nostro buon Francesconi pur confermatemi, comprendo che quale a due anime gentili si conveniva, vi siete entrambi felicemente rinconciliati. Ognuno che vi estima e vi ama pativa di quella guerra; ed ora che ogni ruggine è tolta, io non voglio a verun modo tacervene la mia contentezza.</p>
<closer>Non vi sia discara questa significazione della mia verace amicizia, alla quale in mezzo a quei dissidj era grave il non potersi manifestare, e che ora esulta nel dirvi che io sono mai sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1633.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Ecco la risposta datami dal Ministero della Guerra. È vero che il contingente del Basso Po fu scritto esser completo, ma egli è vero altresì, che fin da principio il Ferranti fu accettato sotto condizione, e ritenuto come in osservazione. Da questa osservazione essendo risultato ch'egli non è atto al servigio, ne viene che gli sottentra il coscritto rimasto indietro. Per la via adunque suggeritavi dal sig. P… non è possibile che Giulio sottraggasi, ma resta (ed è la migliore) quella di far venire a Milano gli esentati per parziale giudizio de' medici ferraresi. Quindi Giulio, arrivato che sia a Milano, farà davanti ai superiori la sua protesta, denunzierà come sospetta l'esenzione accordata a' suoi compagni, e questi verranno chiamati a Milano, e sottoposti ad un nuovo rigoroso esame, e non verificandosi pienamente i supposti loro difetti, toccherà ad essi il marciare. Conviene adunque che Giulio venga munito di buoni attestati che mettano in dubbio le pretese infermità o di occhi o di petto de' suoi compagni, e allora ne verranno due vantaggi, l'uno di salvar se stesso, e l'altro di liberarsi dal peso del supplente, il quale, ancorché Giulio rimanga esente, sarà rimandato a casa.</p>
<p>Vedete dunque che l'affare non è disperato. Quindi esortate la Cunegonda a darsi pace una volta, perché l'addolorarsi d'un male inevitabile è un crescerci i mali senza rimedio.</p>
<p>Ho consegnate le carte all'Arcivescovo perché le esamini, e credo che l'affare sarà presto concluso.</p>
<closer>Salutate tutti di casa e amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1635.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Luglio 1812.</date></opener>
<p>S'egli è vero che la vacanza della cattedra a cui avete volto il pensiero sia prossima, lodo il vostro divisamento, e mi rendo certo che lo stesso Lamberti, tornato ch'ei sia dai bagni di Trescore, si unirà meco per secondare presso il Ministro le vostre dimande, le quali però gli è bene che siano indirizzate alla Direzione Generale.</p>
<p>Ogni occasione che mi porgerete di provarvi la mia stima ed amicizia mi verrà gratissima. <foreign lang="lat">Vale</foreign>.</p>
<p>P. S. Questa sera Francesconi avrà i vostri saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1636.</head>
<opener><salute>All'ab. LORENZO FUSCONI — Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Prestantissimo sig. Abate.</p>
<p>Le vostre olimpiadi, egregio sig. Abate, non hanno ancora fatto cadere il fiore del bellissimo vostro ingegno, e le Muse, per onor dell'Italia, vi hanno, credo, concessa l'eterna gioventù degli Dei. Io ne godo per la gloria del mio paese e per la mia propria, non essendovi cosa che tanto mi onori quanto il possedere la vostra stima e benevolenza. Per la qual cosa io vi rendo grazie infinite della cortese accoglienza fatta al mio <hi rend="italic">Omero</hi> e di tutte le lusinghiere espressioni, di cui vi piace essermi liberale. Così potessi persuadermi di meritarle! ovvero potess'io nel processo, che i posteri mi faranno, conseguire una parte di quella indulgenza che voi mettete nel giudicarmi! Ma quel tribunale, carissimo sig. Abate, non perdona a nessuno, ed io nel cammino della seconda vita sarei ben contento di venire dopo di voi e partecipare della vostra luce.</p>
<closer>Il vostro nume Apollo vi benedica, e voi abbiate nel numero dei vostri devoti servi ed amici <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1637.</head>
<opener><salute>Al signor DOMENICO BALDINI . Professore del Disegno nel R. Liceo di Sondrio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Signor Baldini Sti.mo.</p>
<p>Mi sono subito abboccato col signor Poggiolini, ed ecco in succinto le sue risposte.</p>
<p>Egli è vero che il Professore di Como mal si comporta, e che anche quel Prefetto ne ha sollecitato la rimozione. Ma questa non può farsi senza uno special decreto del Principe. Altronde non è vero che quel professore sia assente dalla sua cattedra, essendovi già ritornato, né si può dalla Direzione Generale proporne al Principe la destituzione senza una grave mancanza.</p>
<p>Occasione di traslocarvi altrove non v'è di presente. Se si darà, la vostra istanza sarà esaudita. Ma intanto la infermità de' vostri occhi dimandando una provvidenza, Poggiolini stesso vi suggerisce di esporre con supplica in regola il vostro stato, chiedendo il permesso di recarvi in luogo di aria più confacente alla vostra salute ora specialmente che le vacanze annuali lasciano deserta la vostra scuola. In questo frattempo qualche via di redenzione si aprirà, né io mancherò di eccitare a vostro favore la clemenza del Direttore, che in breve sarà di ritorno.</p>
<p>In quanto al modo di regolarvi rispetto alle matricole, e similmente intorno al rimborso che vi si deve pe' lavori che mi accennate, non è a Poggiolini che dovete rivolgervi, ma alla Direzione medesima. Diversamente rimarrete sempre senza risposta. Del resto siate certo che dal canto mio, venuto che sia Scopoli, farò il possibile perché sia migliorata la condizione d'un uomo di merito quale voi siete.</p>
<closer>Ringraziate e risalutate vostra moglie e state sano. Vostro aff.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1638.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Luglio 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Per compiacere ad un amico ho acconsentito che mi venga pagato in Ancona un credito qui creato di seicento e quindici lire italiane, delle quali, per mezzo del sig. Casiraghi cassiere del Monte Napoleone, ho disposto che dal ricevitore dipartimentale del Metauro sia fatto nelle tue mani il pagamento in moneta reale. Mi farai dunque la grazia di riscuotere la detta somma per conto mio, e di ritenerla a sconto del primo semestre che ti debbo, e che in seguito sarà saldato.</p>
<p>A terminare la visita de' reali licei ne' tre nuovi Dipartimenti, lasciata imperfetta dal cav. Rossi, il Governo spedisce il cav. Brunacci. Dell'alta fama di questo principe de' geometri è inutile il far parola. Giova bensì il dirti ch'egli è persona tenuta in gran pregio dall'Imperatore e dal principe Viceré, carissima al Ministro dell'Interno, e a me medesimo dilettissima. Nel passare ch'ei farà da Pesaro era sua intenzione di non fermarsi che quanto bastava per fare a Costanza una visita. Ma io l'ho indotto a promettermi che, partendo la mattina da Rimini, si fermi a pranzo in tua casa. Tu e Costanza lo pregherete a trattenersi anche la sera, tanto più che gli sarà pur necessario di visitare cotesto porto; e farai in somma che ne' pochi momenti ch'egli potrà concedere all'amicizia s'accorga che la casa di mio genero è la casa della gentilezza e della cortesia. Verrà tempo che queste passeggere attenzioni tornino profittevoli, e tu sei troppo savio per comprendere che siffatte occasioni non vanno mai trascurate. Non mi è possibile l'indicarti il giorno preciso del suo arrivo perché Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna ed altre città il terranno parecchi giorni per via; ma, secondo il mio calcolo, prima della metà dell'entrante ei dovrebbe passar da Pesaro. Non aggiungo di più. Ma tu se mi ami, e se brami di aver nella capitale amici di riputazione e di credito presso il Governo, usa a Brunacci, ma senza affettazione, ogni possibile cortesia.</p>
<p>Non essermi tanto avaro delle tue lettere, e di' a Gordiano, cui due volte ho scritto, che desidero intendere lo stato de' suoi amori, e che s'ei vuole guarirne fugga e venga a distrarsi in Milano, ove forse potrebbe aprirsi una strada a miglior fortuna. Salutalo caramente e con lui Giuseppe e Cassi. Fa pure i miei rispetti a tua madre, e al beato Arciprete, se ancora non è tornato al suo paradiso.</p>
<p>Un bacio eterno alla mia Costanza e vivi felice. Il tuo aff. padre ed amico.</p>
<p>P. S. Riapro la lettera per aggiungere due righe di risposta all'ultima tua carissima, giuntami in questo punto. La mia consolazione è infinita nell'udire che tu e Costanza siete felici. Ma duolmi che tu mi faccia mistero della sua gravidanza, rivelatami dall'Arciprete, più cortese di te. Dorrebbemi ancora che il passaggio di Brunacci da Savignano seguisse in tempo che tu fossi fuori di Pesaro. Comunque vada, non lasciarmi senza riscontro.</p>
<p>Le L. 615 di cui t'ho dato l'avviso ti verranno portate a casa da cotesto ricevitore comunale. Un abbraccio a' tuoi fratelli e di nuovo ecc.</p>
<p>Circa le brame dell'Arciprete rispondo a lui stesso.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1639.</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'</add> <add resp="ed">ARCIPRETE</add> <add resp="ed">di</add> <add resp="ed">Savignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Agosto 1812.</date></opener>
<p>Sig. Arciprete car.mo e sti.mo.</p>
<p>Non ho veruna notizia né della promozione di mons. Zollio, né della via che convien battere per conseguire la nomina di Elemosiniere di Corte, né se questa dipenda dall'Imperatore o dal Principe direttamente. Ne verrò in chiaro discorrendola col Grande Elemosiniere, e saprò dirvi, caro Arciprete, fino a che segno possa giovarvi l'opera mia, che tutta per certo impiegherò per servirvi. Intanto, finché il Principe n'è lontano, si metta da parte nel deposito dell'amicizia questo pensiero, per ripigliarlo a tempo opportuno.</p>
<p>Anche Giulio in tutte le sue lettere mi parla della sua intera felicità con mia figlia. Quanto io ne sia consolato non vi sono parole per dirlo, e a voi pure protesto la mia gratitudine per l'amore che portate alla vostra nuova nipote. Questi son pure i sentimenti di mia moglie, che vi ringrazia, e caramente vi saluta.</p>
<p>Disponete di me come di cosa tutta vostra, e senza complimenti credetemi il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1640.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Agosto 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Mons.r Arcivescovo Codronchi aveva mandato al suo ministro in Ravenna l'offerta di vostro padre da me presentatagli, onde averne il di lui parere. Cotest'uomo ha risposto che l'offerta è troppo tenue. Conviene adunque che vi procuriate con esso un abboccamento per capacitarlo, o che mi diciate se il canone offerto si può crescere. Queste medesime cose le scrivo anche a vostro padre, a cui mando in iscritto le osservazioni e pretese di Monsignore, il quale senza le contrarie informazioni del suo ministro, era dispostissimo a stringere immediatamente il contratto. Istruitemi adunque del modo che debbo tenere per continuare con effetto la trattativa, e spero che verremo a buon fine.</p>
<p>Per risparmiare a me il fastidio d'una lettera e al sig.r Ambrogio Padovani l'incommodo di pagarla, ditegli che le difficoltà le quali impedivano la redenzione del suo beneficio sono rimosse. I direttori demaniali hanno avuto per tutto il Regno le necessarie istruzioni su questi oggetti, ed ora il sig.r Padovani sarà definitivamente ascoltato. Ove però gli paresse che codesto direttore demaniale gli facesse qualche ingiustizia, me ne scriva.</p>
<p>Direte anche all'amico Gasparoni che lungamente ho parlato di esso col suo superiore Conte Luini. A questi è nota la sua abilità ed onestà, ma gli duole che il nostro amico troppo frequentemente si allontani dalla sua residenza. Sul qual punto veggo bene che qualche nemico gli ha reso cattivo servigio. Nulladimeno egli è disposto a promoverlo, ove il Gasparoni sia del pari disposto a scostarsi da Fusignano, e portar altrove la sua famiglia. Lasciarlo in Lugo e crescergli l'emolumento questo non è in suo potere, perché queste sono spese comunali, ch'egli non può aggravare, essendo tutte dai sovrani regolamenti determinate. Resta dunque che l'amico mi manifesti le sue intenzioni, o mi suggerisca sotto qual aspetto io possa dimandare un avvantaggio, un compenso che lo contenti. Il Conte Luini mi onora di particolare benevolenza, e mi accerto che le mie preghiere non verranno rigettate quando sian giuste.</p>
<p>Mi avete lasciato senza nuove dell'Annina e di vostro figlio. L'una e l'altro mi stanno a cuore, perciò informatemi della loro salute.</p>
<p>Giulio è ancor libero, e credo si aspettino da Ferrara Ferrarini e Agujari per essere esaminati e giudicati sopra i pretesi motivi della loro esenzione. Intanto Giulio se la diverte e sta di buon umore avendo già stretto amicizia co' suoi futuri compagni. Fedele poi ha ottenuto per grazia speciale la conferma del privilegio di addottorarsi. E perché non abbia anche questa volta a coglionarmi, ho fatto che il Ministro dell'Interno con ordine superiore lo mandi a Bologna all'apertura delle scuole per ivi soggiacere a previo esame nell'Università. Questa condizione del decreto lo ha messo in soggezione, onde si è dato a studiar di proposito, tanto più che, quando lo presentai al Gran Giudice per ringraziarlo d'averlo nominato giudice supplente in Ferrara, pregai, lui presente, sua Eccellenza di sospenderlo senza riguardo se male si fosse comportato nelle sue funzioni.</p>
<closer>Aspetto le notizie promessemi intorno all'antico Corelli. Abbracciate l'Annina, salutate la Bettina e D. Santoni ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sento che i raccolti sieno riusciti generalmente abbondanti. Scrivetemi qualche cosa de' miei.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1643.</head>
<opener><salute>All'Ing. DOMENICO VACCOLINI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Agosto 1812.</date></opener>
<p>Sig. Vaccolini stimatissimo.</p>
<p>Mi sono recato in persona alla Direzione Generale degli Studi per caldamente raccomandare la vostra petizione. Nessuna cattedra di Matematica presentemente è vota ne' Reali Licei. Nulladimeno giova l'essersi presentato per tempo onde antivenire le dimande degli aspiranti. Tornato che sia da' suoi viaggi germanici il Direttore generale sig. conte Scopoli, porgerò a lui stesso le mie preghiere a vostro vantaggio, e sarò ben lieto se, portando ad effetto gli onesti vostri desiderj, potrò darvi nuovo attestato della mia stima.</p>
<closer>Intanto credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1644.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Agosto 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico e Collega.</p>
<p>Mi rattristava incredibilmente il ritardo della vostra risposta, ed ora incredibilmente mi ha rallegrato il suo arrivo.</p>
<p>Le parole da voi fatte a Rosini son quali appunto io bramava. Abbiasi egli a mio riguardo i sentimenti che più gli piacciono nel suo segreto. Di ciò sono poco sollecito; ma il sono assai delle indiscrete sue citazioni, e del vedermi chiamato ne' suoi duelli a servirgli in qualità di padrino. E in quale arena? in un Giornale. E contro chi? contro un amico.</p>
<p>Quanto alle mie rotture con esso, la storia è brevissima. Dopo parecchi anni di non buona intelligenza, la nostra amicizia evasi perfettamente rintegrata a segno, che mi recai ad onore il tenergli un figlio a battesimo. Ma un qualche cattivo demone nimico di questa unione mi fece improvvisamente giungere di Toscana certe carte per le quali è provato che le villanie Cureliane vomitate sopra il mio nome erano state dal Rosini comprate a contanti. Questa notizia (il confesso) spense di nuovo la mia benevolenza. Arroge le attestazioni d'una rispettabile Dama e dell'onestissimo suo compagno di viaggio, i quali liberamente affermano d'aver udito in Pisa il Rosini declamare contro di me ne' termini più orgogliosi, e spiranti tutto il dispregio. E non avendo egli veruna stima di me, con che cuore ha egli poscia potuto ridomandare la mia amicizia? E come poteva egli accordarmi la sua non avendo nell'animo verun sentimento di stima su cui fondarla? Queste cose vi siano dette non per resuscitare le querele, ma solo perché vi sia chiara la vera cagione del mio mal umore verso di un uomo, a cui il troppo alto sentire di sé medesimo impedisce l'aver in pregio veruno.</p>
<p>La Riccardiana è dunque conservata? Questa nuova mi consola mirabilmente e vi ringrazio, a nome di tutti gli amici che qui pur sono delle buone lettere, d'avermela significata.</p>
<p>Confortato dal cortese e benevolo vostro eccitamento vi spedirò a prima occasione un tributo del mio rispetto da presentarsi all'Accademia, a cui reputo onor mio sommo l'appartenere, e nella quale per lettere private mi è doloroso l'udire avervi degl'individui che non mi amano.</p>
<closer>Mia moglie carissimamente vi risaluta, e a me è dolce l'assicurarvi che sono senza fine il vostro servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. È cosa probabile che Marescalchi per la via di Firenze si porti ai Bagni di Lucca. Non vorrete voi procurarvi il piacere di salutarlo nel suo passaggio? Il troverete molto disfatto, ma sempre tenero pe' suoi amici.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1647.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Agosto 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico e Collega.</p>
<p>Il soverchio zelo dell'amicizia ha fatto commettere al buon Lampredi un errore, che assai mi duole, e che dimanda pronto riparo. Mi scrive egli d'avervi consegnato un esemplare della mia Iliade per il Concorso. Non essendo stata mai tale la mia volontà, vi fo solenne protesta contro siffatto arbitrio. Bensì vi prego (se la preghiera non è superba) di aggradire voi stesso il detto esemplare come attestato di verace stima e amicizia.</p>
<p>L'altro in bella carta velina, destinato, siccome ultimamente vi ho scritto, al Corpo Accademico, il riceverete in breve accompagnato dai sentimenti del mio rispetto.</p>
<closer>Siatemi liberale della vostra preziosa benevolenza, e state sano. Il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1651.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CASSI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non fu mai colta rosa d'amore senza spine, e i brevi sdegni in amore sono gl'ingredienti che ne fanno sentir più la dolcezza. Ben io antivedea tutte le cose che mi scrivete: per ciò risovvengavi che prima pure di partir da Majano vi raccomandai Costanza, pregandovi con tutta la forza del core di non abbandonarla in tali momenti delicatissimi; e veggo adesso d'avere ben posta la mia preghiera, e ve ne ringrazio, scongiurandovi di continuare a mia figlia la vostra assistenza e benevolenza, e di spargere parole di pace sulle coniugali contese de' vostri amici e cugini.</p>
<p>Ricordate sopra tutto a Giulio che il cuor di sua moglie quanto è facile ad accendersi, altrettanto lo è pure a spegnere le sue subite vampe, solo che vi si getti sopra un sillaba di dolcezza. Tocca alla sua prudenza il governarlo. Il fondo di quel cuore, lo giuro, è di tempra eccellente. Guai al marito la cui moglie sappia reprimere il suo risentimento e covarlo nel petto sotto l'ingannevole apparenza d'una sempre tranquilla rassegnazione. Ma basti di ciò.</p>
<p>Mi fa arrossire la restituzione dei due luigi dati a vostro fratello. Se vorrete inviargli qualche sussidio, farò che gli giunga con sicurezza e celerità. Basta che me ne scriviate la somma, e passiate il denaro in mano di Giulio, il quale me ne darà credito sopra l'annuo assegnamento che gli debbo.</p>
<p>Quanto alle ragioni per le quali vostro fratello non è stato ancora avanzato, elle riduconsi ad una sola: <emph>alla sua poca condotta</emph>. Nessuno de' suoi superiori gli appone difetto di coraggio, ma di giudizio. Io spero però che egli, domato dalle fatiche e dai pericoli della presente campagna, farà ritorno in Italia con qualche merito. Egli combatte sotto gli occhi del Principe, e il Principe tien conto dei buoni servigi d'ogni soldato, onde compensarlo. Dal canto mio io rinnoverò al Ministro della Guerra le mie raccomandazioni.</p>
<p>Sono impaziente di udire che il mio amico Brunacci è passato da Pesaro e che dai miei figli ha ricevuto lieta accoglienza.</p>
<closer>Ritornate all'ottima vostra moglie i nostri saluti e a tutti i parenti. Date un abbraccio a Giulio e a Costanza ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sua Maestà l'Imperatrice Giuseppina mi ha distinto con tratti di somma bontà, e ieri l'altro per mezzo del suo gran ciambellano e del suo segretario, venuti di conserva in mia casa, mi ha fatto presentare un bel gioiello consistente nella decorazione all'Ordine della Corona tutta a brillanti. Ma il dono più caro sono state le sue cortesi parole.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1654.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Ieri l'altro, passeggiando col consigliere Cossoni, mi è entrato egli stesso nell'antico progetto della strada da Fusignano a Lugo. Dopo molto discorso, ecco il suggerimento ch'egli stesso ne dà per venir una volta alla conclusione di questo affare.</p>
<p>La Comune di Fusignano presenti al Tribunale d'acque e strade una memoria, nella quale con buone prove faccia costare la necessità di questa strada, onde in tempo d'inverno mantener vivo il commercio con Lugo, e il gran danno che alle inferiori popolazioni ne viene dall'interrotta comunicazione. Faccia, in secondo luogo, costare il sommo utile che ne verrebbe non solo ai Fusignanesi e alle altre Comuni inferiori, ma ben anche agli stessi Lughesi, li cui commerciali profitti derivano in gran parte dall'importazione de' prodotti che noi di continuo portiamo su quella piazza. Ove i Fusignanesi sappiano su queste basi ragionare la loro memoria e spedirmela, il suddetto signor consigliere mi ha data solenne parola di obbligare superiormente i Lughesi a soccombere alla spesa che loro compete e di troncare con l'autorità i cavilli coi quali sinora si è attraversata l'esecuzione di questa impresa. Discorretela adunque coi Savi del paese, e rispondetemi.</p>
<p>Giulio è tuttavia libero, e Ferrarini già messo in quartiere. Non per questo il destino di Giulio è ancora deciso, perché pende il processo superiormente ordinato sulla condotta de' medici. Se dal processo apparirà che il giovane Ferrarini o i parenti abbiano praticati mezzi di corruzione per esentarsi dalla coscrizione, allora si procederà contro i medici che l'hanno giudicato inabile al militare servigio, e il Ferrarini, come coscritto refrattario della Guardia d'Onore, passerà nella Linea. In questo caso vostro fratello rimane come prima alla Guardia d'Onore. Ove poi risulti, siccome è da credere, che i medici abbiano di buona fede profferito il loro giudizio, allora Giulio se ne tornerà trionfante nel seno della sua famiglia. Intanto egli ha la fortuna d'aver continuamente a sua disposizione qualche febbretta che lo esenta da ogni chiamata. Fuori di burla egli ha de' piccoli incomodi, che da più giorni lo obbligano a star in casa, ma per fatto vedo che la sua fisica costituzione è assai debole.</p>
<p>Direte a Gasparoni che neppur quest'oggi rispondo alle due gratissime sue, perché voglio prima stringere col direttore conte Luini qualche cosa di suo profitto. Intanto annunziategli che suo fratello senza dubbio sarà consolato.</p>
<p>Datemi nuove del mio figlioccio e della madre, cui abbraccerete cordialmente per me e per Teresina. Salutate la Bettina ed amate il vostro affezionatissimo zio ed amico.</p>
<p>P. S. L'imperatrice Giuseppina partendo mi ha mandato in regalo un bel gioiello, la decorazione della Corona tutta a brillanti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1656.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Se Voi mosso da cortesia non prendete a scusare il mio ardimento, io verrò notato di presunzione inviando al supremo Oracolo della Crusca la mia versione dell'<title>Iliade</title>. Mi soccorra adunque, ven prego, la gentilezza vostra, e facondo qual siete, adoperate in modo che questo argomento di pura devozione e rispetto ottenga lieta accoglienza e liberali avvertimenti.</p>
<p>Mi sarà glorioso il render pubblico nella terza edizione questo singolar beneficio; e nel presentare per la terza volta al trono dell'augusto nostro Padrone l'Imperatore l'opera mia nuovamente corretta, dirò: Sire, questo è il frutto della benevolenza de' miei illustri Colleghi, e questa è pure una prova della concordia che ci unisce e dei reciproci aiuti che ci porgiamo onde conservare sempre più splendida ed immacolata quella divina favella per la quale la vostra sovrana e munifica provvidenza ha restaurato il tempio che ne custodiva il sacro deposito.</p>
<closer>Sono co' sentimenti della più distinta stima vostro dev.mo servitore e collega <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1657.</head>
<opener><salute>Al Prof. FILIPPO RONCONI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Settembre 1812.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Se lo stile non peccasse qualche volta di ricercatezza, parmi che la vostra prolusione avrebbe fatto miglior fortuna. Nulladimeno è tale lo splendore delle immagini e de' pensieri, tale il buon ordine delle idee, tale il vigore del raziocinio, che non si può non concedervi molta lode.</p>
<p>Non so indurmi a credere tutte vere le cose che mi scrivete dei cattivi offici fatti all'Ispettore contro di voi. Egli è ancora in missione. Tornato che sia mi chiarirò dei fatti, e se sarete stato indebitamente aggravato sosterrò la vostra ragione. Ma permettete che vi raccomandi di essere più prudente. Il Governo tien conto dei talenti, ma più della savia condotta de' Professori.</p>
<p>Salutate lo specchio della gentilezza, la Marchesa Spada, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1658.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 9 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Ho consegnato a Giulio i venti luigi. Egli è libero, e nell'entrante settimana farà ritorno alla patria; ma quando voi gli avete mandato il denaro, ben lungi dal trovarsi già salvo, egli era anzi nel massimo pericolo, e il precetto di presentarsi al quartiere eragli già venuto; e una sola volta che gli avessero posta la divisa sopra le spalle l'affare era bello e finito. In questa disperata estremità non mi sono perduto di coraggio, e senza minutamente raccontarvi il mio operato, vi basti che vostro fratello sia finalmente redento. In questa circostanza dovrei ricordarmi della poco urbana condotta meco tenuta da vostro padre e vostra madre nelle nozze di mia figlia. Nessuno di loro si è degnato di intervenirvi e vostro padre neppure mi ha risposto alla lettera di partecipazione. Ma gli altrui mali trattamenti non mi faranno mai partire dai miei principj. <hi rend="italic">Ho reso sempre bene per male, e questa sarà sempre la sola vendetta che piglierò delle offese che mi si fanno</hi>.</p>
<p>Piacemi però di dirvi che se i buoni trattamenti da voi solo e dalla sola vostra moglie ricevuti non mi avessero compensato delle altrui male grazie, avrei preso a quest'ora una risoluzione di cui più d'uno della famiglia sarebbe stato dolente.</p>
<p>Grillenzoni è qui, né egli è punto amico di vostro padre, a cui si studia di tagliare le gambe. Egli sarebbe già riuscito, se vostro zio fosse uomo di tutt'altra pasta, e tenesse memoria di certe cose.</p>
<p>Vi acchiudo la lettera facoltativa per tenere a battesimo il figlio della Bettina. Fate che la funzione sia eseguita con ogni decenza e datemi debito di tutto quello che spenderete.</p>
<closer>Abbracciate l'Annina e salutate coralmente la mia futura comare. Addio. Il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1659.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Mi giovo della venuta a Parigi del nostro Morghen per inviarvi due esemplari della mia <title>Iliade</title>, seconda edizione. Vedrete corretti tutti i passi da voi cortesemente notati, e oltre a questi più altri, ne' quali ho cercato di far meglio. Vedrete ancora, nelle poche righe al lettore, di che modo la mia gratitudine ha reso manifesto il singolar beneficio da voi ricevuto.</p>
<p>Per ordine superiore tutti i fogli pubblici del Regno Italico hanno riportato l'onorevole giudizio che su la mia versione ha profferito il nostro Reale Istituto col consecutivo decreto del Governo, onde l'opera mia si diffonda in tutte le scuole del Regno.</p>
<p>Questo onore e questo vantaggio il debbo principalmente a voi, che con tanta pazienza e tanto sapere mi avete fatto accorto dei difetti in che ero caduto.</p>
<p>Non isdegnate adunque le proteste del grato animo mio; e se talvolta, gittando l'occhio su la nuova edizione, vi venisse davanti qualche altro vizio nella prima lettura sfuggito, piacciavi di annotarmelo, onde nella terza edizione io possa nuovamente purgarne la mia versione, e nuovamente palesarne la mia riconoscenza.</p>
<p>Era mia mente (per consiglio anche del nostro Lamberti) di mandarne in attestato di riverenza un esemplare a codesto Imperiale vostro Istituto. Mi ha distolto dal farlo il timore di parer troppo ardito. Se voi consentite nel pensiero dell'amico, e mi date speranza di proteggere presso tanto senato la mia rispettosa offerta, io ve ne farò subito la spedizione. Intanto dei due esemplari che vi trasmetto, pregovi di passare il più piccolo al signor Ginguené; al quale Monsignor di Breme scrive a parte, onde disporlo a ricevere cortesemente questo sincero tributo della mia stima, e insieme della molta gratitudine che noi Italiani gli professiamo tutti per le solenni vindicie ch'egli fa della nostra letteratura.</p>
<closer>Paradisi, Lamberti, Franceschinis, Mustoxidi vi dicono mille saluti, e di altrettanti io vi prego alla vostra signora. Sono col più vivo sentimento del cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1660.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI Commissario di Polizia — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Rispondo finalmente alle due carissime vostre dello scorso mese, e parlerò prima di ciò che importa.</p>
<p>Tengo per indubitato che alla nomina de' nuovi direttori o ad altra prima occasione, vostro fratello verrà traslocato a posto migliore. Il consigliere Brunetti che ne ha dato replicata e solenne parola, e lo stesso segretario generale Lupi è meco di concerto per questo effetto. Veniamo a voi.</p>
<p>Il sig.r conte Luini mi onora della sua amicizia, ed ha benignamente ascoltato le molte cose che gli ho dette in vostro favore, mostrandogli originalmente le medesime vostre lettere. Ponete adunque per base ch'egli è dispostissimo a migliorare la vostra condizione e a premiare l'ottima vostra condotta. Ma non è punto vera la prossima mutazione da voi accennatami nella Polizia di Bologna. Le cose là restano come sono. Conviene adunque gittar l'occhio ad altra città. Imola o Faenza potrebbero esse per ora farvi contento? Apritemi confidenzialmente l'animo vostro, e suggeritemi qualche altra via di consolarvi. Io non cesserò di adoprarmi a vostro profitto, e metterò nelle mie premure tutto lo zelo, perché mi son certo che farete onore alle mie raccomandazioni. Procurate solo dal canto vostro che la Prefettura non tenga occulti al Governo i vostri buoni servigi.</p>
<p>Due parole adesso delle stampe con che la vostra amicizia ha voluto festeggiare le nozze di mia figlia. Certamente i versi del nostro Anacreonte D. Santoni sono graziosi, né potevano riuscirmi più cari. Ma Dio santissimo quanti errori di stampa! E della vostra lettera che tien luogo di prefazione, che dirò io? Io la trovo per vero elegante, spiritosa, erudita, e tale che manifesta nell'autore un intelletto coltissimo. Tutto il libretto insomma, sarebbe un gioiello, e avrei fatto che in qualche giornale letterario se ne parlasse, se i numerosi e gravi spropositi di stampa non lo guastassero da capo a fondo.</p>
<closer>Ciò punto non diminuisce le mie obbligazioni, e le grazie che a voi ne rendo e al nostro D. Pietro sono infinite e partono tutte dal cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1661.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO BENEDETTI — Cortona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Debbo molti ringraziamenti all'esimio Professore Carmignani, la cui amicizia per me vi ha messo nel cuore il cortese pensiero d'inviarmi il vostro <title>Telegono</title>. Io l'ho letto con ogni piacere, e tutto che dopo il voto del sig. Carmignani, acutissimo giudice in queste cose, ogni altro avviso sia superfluo, nulladimeno io pure vo' dirvi, che, messi da parte gli altri suoi pregi, lo stile della vostra tragedia, tranne alcune piccole negligenze, mi è sommamente piaciuto.</p>
<p>Le giuste lodi che questo primo tragico tentativo vi frutterà sianvi adunque stimolo a ben proseguire nell'incominciata carriera, né vi arrestino i morsi della censura. Temetene anzi il silenzio e ricordivi di quella egregia sentenza di Talete — il nemico che rileva i difetti ci serve assai meglio dell'amico che li nasconde. — L'unica cosa che deve affliggerne sono le villanie, e in questa parte purtroppo gli Italiani sono ingegnosi. Il sentiero contristato dai letterari dissidj che di presente regnan fra i Toscani e i Lombardi, mi accerta dei liberali vostri sentimenti.</p>
<closer>Questo sicuro indizio d'indole generosa mi induce a sentimenti di particolare stima ed affetto verso di voi e a proferirmi di buona volontà <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1664.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Giulio tutto lieto è partito ieri mattina, e venerdì prima di pranzo sicuramente sarà in Ferrara. Il suo ritorno per certo farà molta specie, poiché il Ferrarini per salvarsi era venuto carico di raccomandazioni che si credevano onnipotenti.</p>
<p>Giulio, avendo speso in vestiario, biancherie, orologi e altri oggetti quasi tutto il denaro mandatogli, ha lasciato a me l'incarico di pagare il medico, le cui visite sono state molte perché molte egli stesso ne desiderava per meglio comparire ammalato, e il sarebbe ancora, se io non gli portava la salutar medicina, annunziandogli ch'egli era libero. Avendomi dunque egli detto che le dette visite montavano a venticinque o ventisei, né queste in Milano per l'ordinario gratificandosi meno di tre lire l'una, ho stimato conveniente di ridurre la cosa a dodici napoleoni. Di questi mi darete credito insieme con gli altri trenta, che, come vi scrissi, sborsai al giovine Salvatori per la sua pensione. Al medesimo, sopra un conto presentatomi dall'economo del collegio, ho inoltre pagato, l'altro ieri, altri cinque napoleoni, de' quali parimenti mi darete credito, e se per la buona regola della vostra computisteria vi sono necessarie le ricevute del medesimo Salvatori, le manderò.</p>
<p>Ho consegnato e raccomandato io stesso al sig.r consigliere prefetto del Monte Napoleone la petizione del sig.r Zani, su la quale con lettera del venturo ordinario verrà eccitata la direzione demaniale di Ferrara a mandare tutta la posizione di questo affare, onde in seguito ordinare il saldo del richiesto pagamento. Sia però noto a Zani che altra supplica è stata qui presentata su questo oggetto medesimo in nome del sig.r Corelli, Zani e Forlivesi. Come c'entri qui Corelli nol so; non vorrei quindi che ci fosse qualche pasticcio. Perciò il Zani stia attento. Intanto assicuratelo che avrò tutta la premura di fargli restituire il suo denaro.</p>
<p>Nel passato ordinario vi ho già spedito la lettera facoltativa per il battesimo del figlio della Bettina. Mi preme che la funzione mi faccia onore, quindi sia vostra cura d'adempiere il mio desiderio.</p>
<p>Un bacio per me all'Annina e al figlioccio, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. A Gasperoni ho risposto. Salutate D. Pietro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1665.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO GAMBARA — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Egregio Signore.</p>
<p>Non mi reputo degno per verun conto dell'onore ch'Ella vuol farmi intitolandomi la sua <title>Rosmunda</title>. Ma se tale è il suo desiderio, taccia il rimorso della mia coscienza, e <foreign lang="lat">fiat voluntas tua</foreign>. Duolmi solo che, mentre io guadagno, Ella perde, non potendo il mio nome giustificare al cospetto del pubblico la graziosa sua offerta come il nome di Paradisi e d'Arici: il primo de' quali allo splendore del grado aggiunge la riputazione di grande matematico e letterato e l'altro già vola tanto alto nella poesia, che ormai ne lascia tutti dopo di sé.</p>
<p>Leggerò con piacere il suo manoscritto. Ma s'Ella me lo spedisse al solo fine d'averne il mio parere, stimo superflua la spedizione. La mia maniera di sentire in materie poetiche è affatto conforme a quella d'Arici. Nel giudizio d'Arici abbiasi adunque V. S. quello di Monti senza la minima discrepanza. E taccio che Brescia abbonda di altri acuti intelletti, il cui oracolo meglio del mio può farla sicura del valore della sua tragedia. Nulladimeno anche in questo <foreign lang="lat">fiat voluntas tua</foreign>.</p>
<p>Le rendo grazie dell'onorevole prova ch'Ella mi porge della sua preziosa benevolenza, e sono, co' sentimenti della più perfetta stima, suo devotissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1667.</head>
<opener><salute>A COSTANZA MONTI PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Settembre 1812.</date></opener>
<p>Mia cara Figlia.</p>
<p>Le tue lettere mi fanno beato perché tutte mi parlano della tua intera felicità, e della infinita gratitudine che tu professi alla tua buona madre. Conoscerai adesso se i tuoi genitori altro cercavano che il renderti fortunata.</p>
<p>Non istupisco dell'amor generoso di Giulio. Le gioie di che egli ha voluto abbellire la sua sposa sono degne del nobile suo carattere, ma il miglior dono ch'ei possa farti e di che tu devi pregarlo ad ogni momento si è di farsi tua guida in tutte le azioni della vita e di circondarti della sua assistenza, della sua saviezza. E il regalo preziosissimo che tu pure gli devi fare si è quello d'una cieca, assoluta, illimitata subordinazione al suo volere. Allora vedrai che il maggiore dei diletti dell'anima si è quello di fare all'oggetto amato l'intero sacrificio di noi medesimi. Mia cara figlia, stampati nel cuore questa verità, e nessuna moglie sarà più beata di te.</p>
<p>Avrei amato di diffondermi su questo importantissimo punto, ma il tempo stringe, dovendo a momenti partire pei laghi in compagnia di S. A. il Principe di Saxe Weimar, cugino della nostra Viceregina, del conte di Edlin suo ciambellano, del conte Valperga di Caluso, monsignor de Breme, e due dame di Corte. Non istarò assente più di dodici giorni. Abbracciami Giulio mille volte e ringrazialo dell'amor che ti porta. Procura di sempre più meritartelo e il cielo ti benedica.</p>
<p>A tutta la casa i miei saluti e rispetti. Addio. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1669.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Ottobre 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Solamente ier l'altro sono qui ritornato dalla mia peregrinazione su i laghi col Principe di Sassonia, ed ho qui ritrovato Zani e Corelli, che impazientemente mi aspettavano. Il loro affare va bene, e credo che presto li rivedrete.</p>
<p>Nulla mi scrivete della Bettina. Segno adunque che ancora non ha partorito. Se Giulio è a Fusignano, ditegli che il suo supplente si raccomanda per le sue mensualità. Mi scriva adunque che cosa gli si ha dare, se torna, e per certo tornerà, e non è giusto il farlo sospirar tanto.</p>
<closer>Salutate l'Annina carissimamente ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1671.</head>
<opener><salute>Al Conte GIAMBATTISTA CORNIANI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1812.</date></opener>
<p>Che debbo io rispondere alla cortesissima vostra recatami dal signor Scevola? Consentire all'onore che voi avete divisato di compartirmi? La coscienza mi grida ch'io ne sono immeritevole. Ricusarlo? L'amor proprio nol permette, e soffoca tutti i rimorsi della coscienza. Di una sola grazia vi prego, e si è che piacciavi di levar via, ne' versi della dedica, la sentenza che aggiudica <emph>a me solo</emph> l'eccelso vanto ecc. ecc.. Questa lode, o mio caro, è troppo esclusiva, ned io sono il solo che la meriti, se pure gli è vero che me ne tocchi. Del resto ricordivi che la lode, quando eccede, torna nociva al lodato del pari che al lodatore.</p>
<p>Non vi fo ringraziamenti, perché non saprei con parole farli adeguati; bensì pregovi di avermi per vostro obbligatissimo, e sempre mai pronto a porgere prove della mia gratitudine.</p>
<p lang="lat">Vale, et me ama.</p>
<p>P. S. Il Paradisi è in campagna. Al suo ritorno gli dirò le cose officiose che mi avete commesso.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1672.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1812.</date></opener>
<p>La creduta vacanza della cattedra veronese non si è punto verificata. Esci adunque d'ogni sospensione e travaglio su questo punto, e pel tuo meglio lascia andare le cose col piede che vanno, tenendo sempre per certo che il Governo, per la stima che ti concede, nessuna occasione trascurerà di giovarti.</p>
<p>Cicognara mi ha portato i tuoi saluti, che mi sono stati carissimi, ma dispiacevoli assai le nuove della tua salute, intendo quella degli occhi. E per Dio se non ti temperi nello studio, sarai terzo con Omero e con Milton; il che va assai bene per la gloria, ma male per le dolcezze della vita.</p>
<p>Nell'altra tua scrittami da Mantova mi davi speranza di abbracciarti in Milano. Se verrai, ti sarà pagato, se non piglio errore, il viaggio.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1673.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Collega ed Amico.</p>
<p>Ad emendare l'errore, che mi avvisate, della sesta ed ottava pagina del secondo tomo, ho dato ordine che si metta a vostra disposizione l'esemplare che della stessa carta e forma sì è spedito costà al sig.r Piatti.</p>
<p>Ma né la discrezione, né la creanza denno patire che voi ne abbiate discapito per la legatura del libro. Pregovi quindi di non tenermene occulta la spesa.</p>
<p>E pe' vostri eccitamenti e per quelli di altri amorevoli mi era quasi risoluto di pericolarmi al concorso. Ma recentissime lettere di costà uscite dal seno medesimo dell'Accademia e piene di onestà e di prudenza me ne sconfortano e del tutto mi spiccano da quella intenzione. Non mi debbo perciò rimanere dal ringraziarvi e della cortese dimostrazione dell'animo vostro, e dell'aver fatto che all'Accademia non riesca discara l'offerta dell'esemplare da voi presentatole della mia versione. Solo mi duole che i miei illustri Colleghi non l'abbiano reputata meritevole delle loro critiche osservazioni, le quali mi sarebbero state grate più d'assai che le lodi.</p>
<closer>Seguitate ad amarmi, ed abbiatemi sempre mai per vostro aff.mo collega ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1675.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BERNARDONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 9 Novembre 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ti rendo grazie del bel dono che mi hai fatto del tuo <title>Elenco</title> ecc. Nella savia e modesta prefazione al medesimo, tu dimandi <emph>consigli ed aiuti</emph> onde migliorare l'opera tua; ed io, mosso dalla verace amicizia che mi ti lega, ho posto in margine al tuo libro alquante mie osservazioni, e te lo rimando onde tu vegga se ne puoi trarre profitto. In voce poi ti farò più chiaro il mio parere. Piacerebbemi che questo Elenco di solecismi, bestialmente introdotti nelle nostre segreterie, fosse per comune vantaggio ampliato, e che dopo il registro delle parole scomunicate seguisse quello delle frasi, ancora più animalesche. Se avrai ozio di venire a trovarmi, la discorreremo alla distesa.</p>
<closer>Intanto aggradisci il buon volere ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordati che rimango senza il tuo libro.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1677.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Novembre <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non saprei che consiglio porgervi intorno al dono che Bodoni vuol farvi della stampa degl'Inni. Converrebbe vedere a quanto può montarne la spesa, e ove questa si contenesse dentro i quaranta o cinquanta zecchini allora il compenso d'una medaglia d'oro d'egual valore all'incirca parrebbemi sufficiente. Se poi la spesa andasse oltre di molto, allora sarei d'avviso che, accettando quel numero di esemplari che vi bisognano per gli autori degl'Inni e per gli amici, rilasciaste il rimanente a profitto dello stesso Bodoni. Comunque vi risolviate, ponetevi nella mente che l'Accademia non debbe lasciarsi vincere di generosità.</p>
<p>Sarà bellissimo acquisto per la letteratura il far pubblica la traduzione di Quinto Calabro per Bernardino Baldi. Questo poeta è già conosciuto per altre poesie elegantissime, e la sola egloga intitolata il Celeo, ossia la Polenta, basta per degnamente collocarlo fra i più purgati del suo tempo. Sappiate però che la mia versione dell'Iliade ha già fatto nascere in altri poeti nostri il pensiero di dare anche quella dei Paralipomeni a quel poema, e che tal versione è già a buon termine. Me n'è stato promesso il ms. perché se ne desidera il mio parere. Porto opinione che il Baldi avrà fatto meglio del certo. Tuttavolta non sarebbe mal fatto che me ne mandaste un saggio, onde paragonarlo prima di por mano all'edizione.</p>
<p>Se in Roma vi giova l'aver l'amicizia del nostro incaricato d'affari il cav.e Tambroni, avvisatemi. Egli è mio amico, e n'avrete lieta accoglienza.</p>
<closer>Disponete insomma del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1678.</head>
<opener><salute>A ENNIO QUIRINO VISCONTI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Novembre 1812.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Il signor Altavida Callichiopoli Corcirese, che per solo desiderio di acquistar dottrina si reca a Parigi, fa conto di conseguirne assai, solo che gli sia dato di vedere ed udire il massimo degli eruditi. Spinto da questa nobile brama, e dalla devozione che a voi lo trae, ha desiderato ch'io ve lo presenti con questa lettera; il che io fo volentieri, e perché egli è giovane di scelte lettere e di ornati costumi, e perché mi fo certo che, seguendo la vostra indole liberale, gli farete lieta accoglienza. Di ciò vi prega anche il nostro Lamberti, di cui vi porto i saluti.</p>
<closer>Conservatemi la preziosa vostra benevolenza, e fate che il signor Altavida conosca che voi mi concedete realmente l'onore di tenermi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dal signor Ginguené avrete saputo ciò che gli ho scritto intorno all'omaggio da farsi della mia Iliade a codesto Imperiale Istituto, dipendentemente però dalla vostra approvazione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1679.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Novembre 1812.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Il vostro operato, rispetto a Calcagnini, è stato quello d'un uomo d'onore, e l'opposto il suo verso di voi. Se la vile sua denunzia producesse qualche effetto dannoso, avvisatemi. Il Direttore delle acque e strade nel momento presente è alquanto irritato contro vostro padre (quindi ancora contro di chi ne fa le veci) a cagione d'aver egli disobbedito nel tempo delle rotte del Po ad un ordine dell'ingegnere in capo Bertoni. Spero d'averne calmato gli sdegni, e qualora vi si facesse, intorno al noto scolo, un aggravio, procurerò di fargli intendere la ragione, e mandar deluse le imposture del vostro nemico.</p>
<p>Ho dato al supplente di Giulio un a conto di dieci napoleoni, non potendo, per mancanza di pronto contante, saldarlo del tutto. Le cambiali ch'io mi era addossato della Guglielmini mi hanno tenuto corto per tutti i mesi passati, e dentro il corrente mi è convenuto sborsare tra il semestre della pigione, e le spese della legna, e porzione di una rata a Perticari, mi è convenuto, dissi, sborsare oltre a tre mila lire. Aggiungete che i rovesci di Spagna e la mancanza di Marescalchi da Parigi hanno arrenato la riscossa della mia pensione. Mi è dunque necessaria, per saldare il Pandolfi, la trasmissione di almeno cento cinquanta lire pe' primi dell'entrante, ché pel resto supplirò io. Inoltre per soddisfare alla rata che mi scade con Perticari, al quale non ho potuto mandare che seicento novantatré lire, ho bisogno assoluto che voi gli mandiate per conto mio il restante che è di circa trecento cinquanta lire, quanto, insomma, bisogna a compire duecento scudi.</p>
<p>Oltre alle cinquanta lire già sborsate al Pandolfi, mi darete credito ancora di altre venti, meno quindici soldi, date al giovane Salvatori. Nel tempo stesso amerei di sapere a quanto potrà in quest'anno ascendere l'entrata de' miei regni affidati alla vostra suprema amministrazione. Per ultimo, voglio che in segreto m'informiate (se pure il sapete) della condotta di Fedele nel posto in cui l'ho fatto porre di giudice. Scrivetemi francamente.</p>
<p>Un abbraccio all'Annina e al figliozzo, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1681.</head>
<opener><salute>Al Sig. FORTUNATO STELLA — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 28 Novembre <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Arici vi si raccomanda perché gli mandiate il più presto che potete ventiquattro esemplari della <title>Iliade</title>, piccola edizione.</p>
<closer>Addio. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1682.</head>
<opener><salute>Al cav. FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Decembre 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La voce costì sparsa e di cui mi scrivete, non ha, per mia notizia, verun fondamento.</p>
<p>Abbiate cura della vostra salute, e non andate in collera con nessuno. Il consiglio che vi porgo nol saprei io stesso mettere in pratica, ma voi siete dotato di più riflessione, e nelle vostre circostanze vi è necessario allontanare, per quanto è possibile tutte le idee dolorose.</p>
<closer>Teresina vi saluta, che io sono mai sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1684.</head>
<opener><salute>Al prof. DOMENICO VALERIANI — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Dicembre 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Parlerò a Scopoli: ma ch'ei voglia direttamente commettere a veruno la versione del <hi rend="italic">Ginguené</hi>, nol credo. Bensì mi lusingo che ove gli venga presentata una traduzione di quel libro in istile casto e corretto, agevolmente s'indurrà non solo ad acquistarne parecchi esemplari per la distribuzione dei premj, ma ben anche a caldamente e superiormente raccomandarla ai direttori de' licei. Ora parmi che nessuno meglio di voi potrebbe darne una traduzione che abbia queste prerogative, e io vi esorto a farla perché non ne può venire che utile, ed anche vi lodo assai che abbiate preso sentimenti e pensieri conformi allo stato in cui vi siete messo.</p>
<p>Bruscato è comparso improvvisamente a Milano ed è qui per iscroccare, io credo, danari al Duca di Lodi. Io non l'ho visto, benché subito sia volato in mia casa, né il vedrò. Avendo egli saputo da De Breme che Lampredi ha chiesto di ritornare a Milano, è andato su le furie e dice cose di Lampredi da farne trasecolare. La più gentile si è che Lampredi gli ha mangiato mille ottocento franchi.</p>
<closer>Un casto bacio per me all'amabile vostra sposa ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Teresina è in campagna. A Paradisi e Lamberti farò i vostri saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1685.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Dicembre 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Ho letto gli stupendi versi del valente mio critico. Se cotesto raro animale non si fosse fatto il gran merito di offendermi, e se nel mio animo potesse per un momento insinuarsi il demonio della vendetta, basterebbe quel solo infame sonetto perché l'autore fosse mandato a tener cattedra fra le mandre. Non potendo io fargli l'onore di risentirmi, mi resta il solo desiderio ch'egli renda pubblica la villana e stolta sua critica, e che qualche buon Dio getti nel capo de' suoi degni colleghi il pensiero di concorrere in questa bell'opera. Allora la bestia da se stessa si darà la zappa sul piede, e vedrassi bel giuoco. Intanto non farai male se terrai l'occhio sopra i loro andamenti.</p>
<p>Ho scritto a Giuseppe pel saldo della rata scadente. Non replico a Costanza perché sono sempre occupatissimo, né il pubblico tarderà molto a vedere il mio lavoro. E il tuo Filostrato che fa egli? In vero non so lodarti d'averlo abbandonato; ma ti perdono, perché Costanza in ogni sua lettera mi ripete ch'ella è la più felice donna del mondo. Abbracciala per me, e saluta caramente tutta la casa.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1686.</head>
<opener><salute>A LEONARDO NARDINI Ispettore della R. Stamperia <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Al ministro Vaccari ho fatto ieri il discorso fra noi convenuto su la persona e su le critiche circostanze dell'ottimo nostro Mu…. S. E. ne rimase commossa, e con grande abbondanza di cuore mi promise di pensar qualche via di collocarlo e giovarlo senza esporne il decoro. Dissi a S. E. che voi medesimo mi avevate confidato i sentimenti dell'amico; quindi il pregai d'interrogarvi direttamente su questo articolo. Al primo incontro col Ministro ritoccategli dunque anche voi questo proposito, e prendetene l'esordio da quanto vi partecipo. Né temiate ch'egli non vi ascolti con piacere; perché la stima e la benevolenza ch'egli professa a Mu… lo renderanno attento al discorso che gli terrete.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Vi respingo il 4 e 5 volume di Cesarotti, e vi prego del 6 e 7. Imprestatemi ancora per un paio di giorni l'<hi rend="italic">Ariete idraulico</hi> di Brunacci, e consegnate il tutto al latore della presente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1687.</head>
<opener><salute>Al Conte LEOPOLDO CICOGNARA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1812</add>.</date></opener>
<p>Ricevo con gran piacere vostre lettere dal marchese Bevilacqua, il quale caldamente raccomandai al nostro Appiani, a Rossi ed a Sanquirico. In pochi giorni egli ha già fatto la relazione de' primari scienziati ed artisti di questa capitale del Regno d'Italia, mostrandosi giovane d'ottime qualità, di cuor assai caldo, e di spirito intraprendente. Mi disse aver voi rinunciato all'idea di scrivere la storia dell'Architettura, ch'egli forse vorrebbe tentare, e me ne comunicò un progetto. Lo trovai immaginato con molto criterio: è un vasto piano d'opera che racchiuderebbe la serie d'ogni monumento nazionale, e l'anello compirebbe della grande catena.</p>
<p>Me ne compiaccio; e perciò vorrei che questo illustre concittadino nostro frequentasse meno il teatro e le sue scenografiche lusinghe per darsi a più serj studi. Lo consigliai di visitar la <hi rend="italic">vecchia Roma</hi>; e consegnato all'immortale Canova, spero ch'ei darà mano ad un'opera, la quale onorar deve l'Italia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1689.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 14 del 1813.</date></opener>
<p>In nome di mia moglie, che sta piuttosto male per un fiero raffreddore, e in nome mio particolarmente ti prego di ascoltare benignamente il latore di questo biglietto. Egli è mio compatriotta e grandemente attaccato alla mia famiglia. Ha un suo affare rimesso dal Ministero dell'Interno alla Finanza, nel quale Cavallini è d'avviso che tu possa mettere una buona parola. Ti prego, ti supplico, ti scongiuro di aiutarlo o direttamente o indirettamente.</p>
<p>Ho pure altra cosa di cui mi occorre parlarti, ma non posso commetterla alla carta.</p>
<closer>Se buon vento ti spinge alle mie parti, ascendi le scale, e vieni ad abbracciare il tuissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1690.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Gennaio 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Mi è caro l'udire che abbiate risoluto di venire a Milano, ed io e vostra zia vi aspettiamo a braccia aperte. Ma vorrei che l'oggetto della vostra venuta fosse principalmente quello d'abbracciar me e mia moglie, da' quali sapete di essere amato e desiderato. L'altro motivo, quello cioè di mandar a vuoto le prepotenze di Grillenzoni, dimenticatelo. Il Monte Napoleone non vuole vincolare la volontà e le risoluzioni de' Montisti, e se la loro congregazione ha preso le risoluzioni che mi scrivete, sarà difficile assai l'impedirle. Questi rovesci però non si debbono tanto alle persecuzioni del Grillenzoni, quanto al non aver mai vostro padre voluto piegarsi in nulla alla volontà dell'Intendente, e l'aver sempre <add resp="ed">voluto</add> ostinatamente star fermo ne' suoi metodi, dai quali si poteva in qualche cosa declinare, per non irritare chi ha nelle mani il mezzo di nuocergli. In voce mi spiegherò meglio, e, vedute nel loro vero aspetto le cose, voi stesso giudicherete.</p>
<p>Avvisatemi la vostra partenza per nostro governo. Teresina vi saluta caramente, ma da più di sei giorni è malamente travagliata da costipazione, ed oggi si cava sangue. Ho dato finora al supplente di Giulio venti napoleoni e qualche altra moneta: al giovine Salvatori, il quale non si potendo, come si dice, mantenere più del proprio nel collegio veterinario, ama di entrare nel militare. Ne ho parlato al Ministro, e spero vi sarà ricevuto, per primo passo, in maresciallo d'alloggio.</p>
<p>Abbracciate la mia buona comare, e date un bacio al figliozzo. Vi aspetto con impazienza e sono di cuore il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Spero che avrete mandato a Perticari il denaro di cui vi scrissi, anzi il tengo per fermo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1691.</head>
<opener><salute>Ad ANGELO PETRACCHI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">22 del 1813</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Eccoti finalmente il mio Omero. Il Ministro dell'Interno mi disse ieri d'aver proposto al Ministro della Finanza un temperamento per espedire l'affare de' miei raccomandati, i quali ogni ragion vuole che siano rimborsati del loro denaro. Mi diede inoltre sacra parola, che il giorno, il momento stesso in cui gli fosse venuta la risposta della Finanza, l'affare sarebbe stato terminato. Pregoti adunque di eccitare la cortesia del Sig.r Amanti, che io gliene avrò grandissima obbligazione.</p>
<closer>Ti raccomando pure l'altro mio galantuomo, e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1692.</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Gennaio 1813.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Subito che mi giunse la vostra, non potendo io recarmi in persona al Ministero del Culto, scrissi al Direttore Generale sig.r cav. Giudice che fa le veci del defunto Ministro, e il giorno stesso n'ebbi la risposta che vi accludo. Vedrete adunque dalla medesima che l'affare bisogna trattarlo nell'officio della Prefettura, alla quale, dietro le lettere che n'avrete, bisogna che esponiate le vostre ragioni e vi adoperiate perché il rapporto che la medesima dovrà fare al Ministero del Culto non vi sia contrario, onde qui in Milano possiate ottenere la decisione che desiderate.</p>
<p>Intanto vi ritorno le lettere d'officio che mi avete comunicato, e per non gravarvi di posta ve le rimetto per mezzo dell'officio medesimo del Ministero. Vi renderò in seguito ragguagliato della risposta che si darà dalla Prefettura. Della vostra dimissione non ho fatto parola, essendovi sempre tempo.</p>
<p>Quel vostro Cappellano di Copparo mi ha ingannato. Mi aveva dato a credere che la Prefettura e l'Arcivescovo gli fossero favorevoli, e la cosa è tutta al contrario. Quindi non se n'è fatto nulla, perché avendo egli stesso intimato che si pigliassero dall'Arcivescovo e dal Prefetto le informazioni, ed in ciò essendo stato servito, si è data la zappa sul piede da sé medesimo.</p>
<closer>Attendo vostri riscontri sull'andamento ulteriore dell'affare presente colla Prefettura, e di cuore abbracciandovi sono il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1695.</head>
<opener><salute>A PIER DOMENICO GASPARONI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Febbraio 1813.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ieri ho finalmente afferrato il Direttore Generale conte Luini, e l'ho gagliardamente incalzato per vostro conto. Egli ha ricevuto i rapporti mandatigli dal Prefetto intorno alle vostre operazioni di polizia, ha ricevuto quelli che voi stesso gli avete direttamente inviato, e di tutti è rimasto assai soddisfatto e da tutti ha potuto conoscere il vostro zelo, la vostra abilità, i vostri servigi. L'avanzarvi è dunque divenuto un affar di giustizia, e questo è il punto su cui ho martellato e martello, ed ho il piacere di assicurarvi che il chiodo ha già fatto buona presa, e che il Direttore mi ha dato non solo speranze, ma positive promesse di farvi contento per quanto potrà essere in suo potere ed arbitrio. Son restato di concerto con esso per un altro abboccamento su questo articolo, ed io mi studierò che presto si venga ad una risoluzione che ne consoli.</p>
<p>Vostro fratello pure per le reiterate promesse del consigliere Brunetti vedrà presto migliorata la sua condizione.</p>
<p>Incerto se mio nepote Giuseppino siasi messo in viaggio, dirigo a voi la presente, onde subito gli sia recapitata, se tuttavia è in Fusignano. Caso che fosse partito, apritela voi stesso, e fatemi la grazia di dar subito effetto alla commissione di cui l'incarico.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1696.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Febbraio 1813.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Io sperava d'aver già a quest'ora avuto il contento di abbracciarvi in Milano. Ma Zani e Corelli mi mettono in qualche dubbio la vostra partenza. Incerto adunque se siate in viaggio o tuttavia in Fusignano, dirigo a Gasparoni la presente, perché vi sia prontamente recapitata. Ponete attenzione a quanto vi scrivo, e dategli, se mi amate, subito effetto.</p>
<p>Vi è noto che tutte le persone attaccate al Governo si affrettano e si fanno un punto d'onore d'esser generose, ciascuno secondo le proprie forze. La tassa che mi tocca su li miei appuntamenti mi monta a circa settecento lire, ed è giusto perché io sono stato parzialmente beneficato, né questo peso punto m'incomoda. Ma la mia convenienza e l'amor mio verso il Principe esigono un altro piccolo sacrificio, e il Ministro dell'Interno e quello della Guerra per porre con onore il mio nome nella nota de' volontari contribuenti (la qual nota deve andar sotto gli occhi del Sovrano), mi consigliano di dare invece di denaro, una cosa di cui più abbisognano, e che sarà più gradita, un cavallo. Volendolo provveder qui, non mi basterebbero cento scudi. Tutte le Comuni del Regno sono incaricate di prender quelli che loro verranno presentati dagli individui, e un cavallo costà non potrà, credo, costarmi più di cinquanta scudi. O compratemene dunque uno, da consegnarsi in mio nome alla Municipalità di Lugo, ritirandone la ricevuta, o vendetemene uno de' vostri, se qualcuno ne avete di sopravanzo, e se cinquanta scudi non bastano, andate anche ai sessanta. In tutti i modi io spenderò sempre meno costà. Fatto il deposito, mandatemi l'autentico documento della consegna, ond'io lo passi al Ministro, o portatemelo voi medesimo, giacché tengo per fermo che voi verrete prima che il carnevale sia terminato, e fareste ben male a riserbare ad altro tempo la vostra venuta. In ogni stagione però mi giungerete sempre gratissimo.</p>
<p>Non mi allargo a dirvi che quest'affare del cavallo mi preme assai, e vivo tranquillo sulla vostra intelligenza e prontezza.</p>
<p>Ho pagato trenta napoleoni al cambio di Giulio e verso la metà del mese sarà saldato l'intero debito.</p>
<p>Abbracciatemi la comare, e fate polito, se vi preme il vostro affezionatissimo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Avvertite che il cavallo deve esser nudo, né altro avere che una cavezza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1697.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 <add resp="ed">Febbraio 1813</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>Non sarà mai ch'io permetta che vi esca in danno la troppa premura di compiacermi. Mi è carissima e mi tocca il cuore la generosa vostra intenzione; ma io mi chiamo debitore del prezzo che vi costa il cavallo, e per obbligarvi tutta la mia riconoscenza mi basta la prontezza con cui avete adempita la mia volontà. Questo è debito maggiore ancora del primo, e il mio cuore ve ne soddisfa.</p>
<p>Mi era già noto tutto l'affare del pazzo prete Manzoni, e costui ringrazi Iddio che Battista è suo fratello. Dite a Gasparoni che prima pure della sua lettera giuntami ieri con le vostre, io l'aveva giustificato presso Manzoni con una una dello scorso ordinario, in modo da persuaderlo dell'errore in cui era caduto.</p>
<p>Il giovine Salvatori non si è portato granfatto lodevolmente. So le accuse di cui è stato imputato, e il Direttore medesimo del collegio venne a portarmi delle lagnanze contro di esso. Tuttavolta le accuse non si sono verificate. Ma egli è già fuori del detto collegio, e a mia raccomandazione è passato in qualità di basso officiale in un corpo militare, ove, diportandosi bene e studiando, sarà presto avanzato. È rimasto debitore al collegio di circa duecento lire, per cui gli si è sequestrato l'uniforme e la biancheria. Tuttavolta spero di fargliele ricuperare, ed anche ottenergli la condonazione del debito. Al vostro arrivo vi avrete una più dettagliata informazione de' suoi portamenti. Io gli ho dato più volte del denaro, ma non intendo di volerne rimborso.</p>
<p>Non mi dilungo perché scrivo la presente al tavolino del Grande Scudiere, e portano in tavola. Un bacio all'Annetta.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1698.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">27</add> Febbraio 1813.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Non voglio imitare la condotta da voi meco tenuta per le nozze di mia figlia; onde subito vi rispondo che godo assai del matrimonio di Giulio con la donzella Scutellari, e vi ringrazio dell'avermi partecipato questo felice avvenimento.</p>
<closer>Salutate la Cunegonda, e state sano. Il vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1699.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Marzo 1813.</date></opener>
<p>L'amor che ti porto mi fa rompere un giuramento, e Apollo te lo perdoni. <foreign lang="lat">Tibi gratulor, mihi gaudeo</foreign> che il tuo poema sia giunto a riva, e il tuo valore mi accerta che v'è giunto prosperamente. Io pure mi sono ingolfato in certo marame, che n'andrai con mille meraviglie quando il vedrai. E desidero che il momento di abbracciarti sia presto, ma non fuggitivo. Della tardata esecuzione del nostro decreto intorno al tuo dramma nulla so dirti, ma credo siane la cagione un'istanza fatta al Ministro dal nuovo impresario Ricci, il quale desidera di aprire le sue recite coi drammi premiati. Quindi si aspetta forse che l'attuale impresario esca fuori d'ogni diritto su questi drammi, i quali diverrebbero suoi, se durante la sua impresa si pubblicasse il giudizio della commissione.</p>
<p>Su gli altri punti della tua lettera <foreign lang="lat">animus meminisse horret luctuque refugit</foreign>. Perciò ti supplico di non toccarmi per giammai questo tasto né in iscritto né in voce. È già tre mesi che la sola vista delle gazzette mi serra il cuore, e chiudo gli occhi per neppure vederle.</p>
<closer>Saluta gli amici ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1701.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Finalmente ti sei mosso a pietà, e mi hai consolato con una lettera. All'udire da questa che la mia Costanza si porta bene, e che ambedue siete sempre felici, il cuore mi giubila, e in leggendo i vostri contenti io piango per allegrezza come un fanciullo. Non esser dunque per l'innanzi sì avaro, né volermi tacendo indurre il sospetto che la pace coniugale turbata sia cagione del tuo tacere: sospetto che più volte mi entra nel cuore e mi uccide.</p>
<p>Ai <title>Paralipomeni</title> di Quinto Calabro penseremo in altro tempo. Fermiamoci adesso su la <title>Panatenaica</title> d'Isocrate. Non v'ha dubbio che Mustoxidi mi sia caro e ch'io il tenga in grandissima stima. Ma l'affetto che ho posto in quest'uomo non può per nulla venire al confronto di quello che porto a mio figlio. Il perché se conosci che il lavoro a te proposto dal sig. Amati debba uscire in tua lode, mettivi pure le mani con sicurezza e calore. Basta che nel parlare dell'edizione di Mustoxidi tu nol defraudi della giusta lode che gli si deve siccome a primo scopritore di quell'orazione. Se i codici da lui consultati sono manchevole, questa non è sua colpa, ma della fortuna, e parmi che sia gran lode per Mustoxidi l'aver egli stesso presentito e apertamente notato il difetto, che ora pel codice vaticano si è fatto palese. E poi di queste cose a suo tempo. Di presente tu non devi badare che a darne una bella versione. Quando la tua fatica sarà a riva, penseremo al modo di metterla in luce senza offender persona.</p>
<p>Attendo il <title>Filostrato</title>, ed esulto in vedere che non sei stato ozioso. Di questo tuo lavoro ho parlato pure con Lamberti, il quale me ne dirà onestamente il suo parere; e il suo giudizio abbilo per sincero e sicuro.</p>
<p>Al Ministro della Guerra non più tardi del prossimo sabato, giorno di compagnia, farò la dimanda che tu desideri.</p>
<p>Il mio nipote Giuseppino è qui, venuto per affari di suo padre, e mi dice di salutarti insieme con la Costanza. Al medesimo ho commesso il pensiero d'inviarti la seconda rata del mio debito, alla quale non troverai che il diffalco del <title>Poligrafo</title> per l'anno corrente e le poche lire pagate per Cassi, secondo la sua lettera originale che ti mandai.</p>
<p>Ardo dal desiderio di abbracciarvi tutti, ma il lavoro che ho per le mani non mi permette di allungarmi da Milano per tutto quest'anno. Teresina si va rimettendo, ma non sono contento della sua salute. Ella ti abbraccia di cuore, e con gli amici si applaude sempre d'aver formata la felicità di sua figlia, e ne mostra le lettere con infinita sua compiacenza.</p>
<p>Molti saluti a Gordiano, a Cassi e a tutta la casa. Scrivimi il più spesso che puoi ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. A Borghesi scrivo di nuovo questa sera medesima.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1702.</head>
<opener><salute>A MAURELIO SCUTELLARI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Sig.r Scutellari Pregiatissimo.</p>
<p>Ho sempre amato i miei nipoti come miei propri figli. Da ciò Ella argomenti il piacere che provo in udir celebrati gli sponsali tra il mio nipote Giulio e l'egregia donzella di Lei figlia sig.a Teresa, della quale intendo da ogni parte le lodi. Abbia adunque per vivo e sincero il giubilo che ne sento unitamente a mia moglie, la quale meco Le rende grazie dell'averne cortesemente partecipata questa lieta notizia.</p>
<closer>Dica alla sposa che da questo punto mi consideri per tutto suo; ed Ella, sig.r Maurelio carissimo, mi riceva nel numero de' suoi amici, senza togliermi il titolo che avrò sempre caro di suo obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1703.</head>
<opener><salute>A LUIGI CAGNOLI — Reggio d'Emilia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Aprile 1813.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Che il noto soggetto nella sua dimora in Milano mi abbia parlato di Voi in termini d'amicizia e di stima, si è vero. Ch'egli abbia procurato di giovarvi l'ignoro. Ecco tutto che posso dirvi in risposta alla seconda parte della vostra carissima. In quanto alla prima, l'amico Lamberti non farà mai al suo nemico l'onore d'andare in collera non che di rispondere alle sue contumelie. Io non ho avuto pazienza di leggerle per intero. Mi si dice ch'io vi sono blandito. Se questo è artificio per distaccarmi dall'amico, o intorbidare la nostra buona armonia, questo credere uscirà sempre vano del tutto. Io non sono pesce da prendersi a queste reti.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1704.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>L'accluso foglietto ti farà noto quel che si crede del giovine Cassi, guardia d'onore.</p>
<p>Dirai a Costanza che a prima occasione manderò la copia, che chiede, del mio <hi rend="italic">Omero</hi>, e che se prima non l'ho spedita n'è stata cagione la credenza che mi si era fitta nel capo ch'ella se l'avesse portata seco. Le dirai ancora che nulla si è ottenuto per la Muzzarelli, come io le avea già prognosticato. Scriva a dunque a quella disgraziata che si raccomandi alla Congregazione di carità di Ferrara, dalla quale soltanto può e deve sperare sussidio.</p>
<p>Sull'<hi rend="italic">lsocrate</hi> ti ho risposto e di nuovo ti esorto a porvi la mano. <add resp="ed">Mia</add> moglie finalmente si è indotta ad una buona cavata di sangue e se ne <add resp="ed">trova</add> il petto più sollevato. Ma quattro mesi di tosse così strapazzata chi <add resp="ed">sa qu</add>anta penitenza le porteranno prima che del tutto si ristabilisca.</p>
<p>A Costanza, a Cassi, a Gordiano, a tutta la casa saluti senza fine e <add resp="ed">tu sii feli</add>ce.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1705.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>È partito ieri alla volta d'Ancona il banchiere Pietro Balabbio, assuntore delle diligenze postali per tutto il regno, e nel ritorno si è proposto di venire a salutare Costanza o in città o alla villa. Io l'ho esortato a questo, perché desidero ch'egli sia ocular testimonio della felicità di mia figlia. Quindi ti prego di accarezzarlo, e di fargli parere bene spesi i pochi momenti ch'egli passerà in vostra compagnia. Oltre ai riguardi che la tua natural gentilezza ti consiglierà ad avergli come ad amico mio, considera anche quelli che trae seco egli stesso, non già per le cospicue sue ricchezze (ché di queste né tu né io possiamo essere ammiratori), ma per le sue aderenze co' primi de' governanti, massimamente co' Ministri, tra' quali quello della guerra va in breve a divenir suo nipote, sposando nel prossimo giugno, pronubo il Viceré, la bella vedova contessa Battaglia, di cui Balabbio è lo zio. Nol pigliare per uomo di lettere, ch'egli in questo è nullo, e ne fa smascellare egli stesso dal ridere protestando della sua ignoranza; ma piglialo per uomo accortissimo negli affari, amenissimo nelle brigate, ottimo di carattere, ed eloquente predicatore delle altrui cortesie. Ed io godo mirabilmente nell'udir predicare le tue, e che tutti siano consapevoli della tua virtù.</p>
<p>Veniamo ad altro. Persuaso di dare a Mustoxidi un nuovo argomento della mia leale amicizia verso di lui, seguendo il consiglio e di Lamberti e di Paradisi e di altri, mi risolvetti di non tenergli occulta la nuova edizione che si medita del suo <hi rend="italic">Isocrate</hi>, e gli comunicai il tenore della tua lettera, la quale come piena di sentimenti nobili e generosi io mi sperava che dovesse meritarmi gratitudine e ringraziamenti. Ma la faccenda è ita al contrario. E se non fosse che l'altrui mal procedere non farà mai ch'io mi rimova dal mio sentiero, questa era la volta da romperla del tutto e per sempre con questo greco. La scoperta del passo citato da Arpocrazione, le molte varianti dei codici vaticani, il nome d'Amati, quello di Perticari son tutte cose che l'hanno fatto uscir di se stesso. Un indizio del mal umore che l'ha preso abbilo nella carta che questa mattina mi ha fatto giungere per mezzo d'un comune amico, aggiungendo ch'egli è risoluto di partir per Roma, e colà comparare coi codici vaticani la sua edizione, e notandomi le varianti, e pigliandosi alla fonte il passo d'Arpocrazione, dar subita mano egli stesso ad una ristampa, e rapire ad Amati il merito delle sue scoperte, e così farvi a tutti la barba di stoppa. E veramente egli è uomo da mettere ad effetto le sue parole, se Amati nol previene notificando senza dilazione al pubblico i suoi ritrovati. Intanto il greco scrive questa sera medesima al cav. Akerblad, ellenista colà dimorante, incaricandolo d'impadronirsi del passo d'Arpocrazione, e di verificare gli errori che Amati suppone (e che Mustoxidi non crede) nell'edizione eseguita su la fede dei codici Laurenziano e Ambrosiano. Tu scriverai ad Amati quel che ti pare, ma nella zuffa che va ad accendersi tra lui e Mustoxidi ti prego e, per quanto il nome di padre può valere, ti comando di non prendere veruna parte palese in questo litigio, avvertendo anche Amati di non mettere per qualsivoglia accidente in campo il tuo nome. Perciocché l'alzarti che tu facessi a viso aperto contro di Mustoxidi tornerebbe in mio biasimo, né l'accorto greco tralascerebbe di vociferare ch'io medesimo ti avessi eccitato a dargli guerra, invece d'impedirla. La somma è che tu devi proseguire con alacrità la traduzione alla quale hai posta la mente e valerti del testo migliore, sia Pietro sia Paolo che te lo presenti. E volendomi tu scrivere qualche cosa su questo articolo, fa che le tue lettere successive non ismentiscano i liberali sentimenti già manifestati rispetto alla persona di Mustoxidi, e con le stesse tue lettere alla mano io il possa confondere de' suoi maligni sospetti. Di questo io ti prego con molto calore, e avendo pur qualche cosa da non farsi palese, scrivila separata. Né ti storni dal tuo nobile proponimento l'intendere dal foglio che ti accludo di Mustoxidi ch'egli stesso ha preso a volgere l'orazione d'<hi rend="italic">Isocrate</hi> in italiano, poiché questo è falsissimo, siccome falso pur credo il pensiero di darne una nuova edizione in Parigi, avendo egli tuttavia su le spalle la milanese.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign> ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Teresina sta meglio, ma non libera ancora dalla quadrimestre sua tosse. Ha scritto ieri a Costanza, e portatore della lettera sarà Balabbio. A Gordiano, a Cassi, a tutti i soliti saluti.</p>
<p>Nel chiudere la presente mi è entrato nella stanza un amico, accorto investigatore dei caratteri delle persone; e caduto il discorso di Mustoxidi, mi ha fatto queste parole: Volete voi sapere la spina più acuta che si è fitta nel core di Mustoxidi? Egli ha interrogato quanti ha potuto sullo stato di vostra figlia, e da tutti ha sentito ripetere che essa è felice, che adora suo marito, che questi è giovine stimato ed amato da tutti che lo conoscono. Queste notizie sono chiodi al suo cuore. Fate ch'egli intenda che Costanza è divenuta infelice, e il greco cesserà di essere sconsolato e trafitto. Per dio! che in queste parole io temo vi sia molto vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1706.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 28 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Oh le belle e tempestive raccomandazioni che tu sai fare! Vedilo dalla risposta venutami sull'affare Belluzzi, pel quale mossi subito le mie premure: <quote>«Sino dal giorno 9 aprile 1813 il Ministro dell'Interno ha negata la sua approvazione al contratto d'affitto concluso dalla Congregazione della carità di Fano col sig. Belluzzi»</quote>. Ecco adunque soddisfatto a poca pena il tuo desiderio. Se Amati sarà teco alla fine di maggio, io vi sarò alla fine di giugno per darti stimolo al lavoro a cui ti sei risoluto. Dopo l'ultima che ti scrissi io l'ho rotta affatto col greco. La mia condotta con esso è stata onestissima e delicatissima, e veracemente io desiderava che, senza nuocere alla tua impresa, si potesse trovare una via che salvasse la sua convenienza. Ma egli al nome d'Amati e di Perticari si è inferocito ed ha perduto il cervello, né a fargli capir ragione è giovato il discorso di savi amici comuni. Nulladimeno desidero che il nostro procedere seguiti ad essere generoso e civile, e che qualche tua lettera ostensibile manifesti il consiglio che fin da principio ti ho dato di usare a quest'uomo i più liberali riguardi. Egli ha indotto persona autorevole a procurargli col mezzo del cav. Tambroni, incaricato degli affari del regno in Roma, tutto il di più dall'Amati scoperto, onde subito pubblicarlo egli stesso e farsi merito del compimento. Ma se Amati non è baggeo starà forte nel negarne la comunicazione. E ove una forza superiore a ciò lo stringesse, nessuno potrà impedirgli di annunziar subito ne' pubblici fogli, ovvero con apposito particolar manifesto, la sua scoperta, col di più che per onore del vero e del fatto gli tornerà in acconcio di dire rispetto agli altri errori dell'edizione milanese, errori di cui il greco nega ostinatamente l'esistenza, affermando essere impossibile che l'Amati ne abbia fatto il confronto, non essendo, dic'egli, andato a Roma verun esemplare della sua stampa a tempo opportuno. Comunque vada l'affare, tu scrivimi ne' termini riservati che a mia giustificazione desidero, per li quali apparisca che io ti ho esortato (siccome realmente ho fatto) a parlare del greco con ogni discreto rispetto, e che tu non darai nulla alle stampe senza il mio consentimento. Il resto a vivo discorso, quando ci abbracceremo in Pesaro.</p>
<p>Su le cose inedite del Poliziano ho già scritto a Borghesi, e per chiudere in poche molte parole, se il Trivulzi mi osserverà la promessa, io ti porterò tutto quello d'inedito, ch'egli ha raccolto di quello scrittore.</p>
<p>Non fui presente alla recita dell'<title>Atalia</title>, ma già sapevasi da non pochi l'autore della traduzione. Malgrado del pessimo modo con cui la tragedia fu recitata e dello stroppio de' versi, ho potuto raccogliere da parecchi che la versione fu giudicata assai buona; e se avessi potuto prevedere che il <title>Poligrafo</title> avesse in animo di parlare di quella rappresentazione, il modo con che si è toccata la traduzione sarebbe stato più ragionevole.</p>
<p>Teresina è ormai del tutto ristabilita e vi saluta tutti carissimamente.</p>
<p>Ti raccomando la mia Costanza, e abbracciandovi tutti, sono mai sempre il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Mi dimenticava di dirti che l'amico Balabbio, arrivato a Cremona, è stato forzato a ricondursi a Milano col compagno gravemente ammalato. Ma in breve si metterà di nuovo in viaggio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1707.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">BARTOLOMEO BORGHESI</add> — <add resp="ed">Savignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 28 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho già parlato al Ministro pel conio della medaglia Bodoniana, e ne ho ottenuto assenso cortese. Resta che voi mi mandiate nelle formole consuete due righe di petizione A S. E. il sig.r Conte Vaccari Ministro dell'Interno, nella quale esponiate il soggetto e l'epigrafe della stessa medaglia.</p>
<p>Venendo, siccome spero, ad effetto la mia intenzione, vi porterò io stesso le cose inedite del Poliziano promessemi dal Trivulzi, intorno alle quali anche Giulio mi ha scritto.</p>
<p>Gli esemplari della vostra Raccolta annunziatimi non sono comparsi e io desidererei di vederli prima del mio partire, onde farne la distribuzione, e procurarne una menzione di giusta lode sul <title>Poligrafo</title>. Io conto di essere a Fusignano verso il 20 di Maggio e a Savignano su la fine di Giugno. Di là ce n'andremo a ripararci dal caldo su la marina di Pesaro, e vi sarà pure Amati ch'io desidero di conoscere.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1708.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Aprile 1813.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Anche questa volta i vostri nemici rimarranno scornati. La definitiva sentenza del Cons. Prefetto è la più favorevole che in tanto contrasto si potesse desiderare, e Giuseppino ve l'ha scritta. Da esso saprete ciò ch'io ho fatto e detto pel vostro interesse e per quello de' vostri figli. Se questi si faran merito nell'amministrazione che vi è stata affidata, mi lusingo che la medesima passerà dalla vostra nelle loro umani; e già fin d'ora il Cons. Prefetto ha sentito con piacere che quella della Romagna sia stata da voi commessa a Giuseppino, il quale col suo savio discorrere si è acquistata la confidenza e la stima de' superiori. Facciano altrettanto i suoi fratelli, ed io, siccome ho fatto per lo passato, mi adoprerò in loro vantaggio.</p>
<p>Ho promesso a mia figlia e a suo marito di andare a Pesaro. Quindi, fermandomi qualche giorno a Fusignano, mi troverò, spero, alle nozze di Giulio.</p>
<closer>Salutatelo unitamente alla sposa e alla Cunegonda e a Fedele, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1709.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Maggio 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Replico con le lettere di questa sera a Giuseppino i miei ordini perché avanti la fine del mese paghi la rata di cui ti vo debitore. Se tu mi avessi aperto prima il tuo desiderio, il mio dare sarebbe già stato saldato.</p>
<p>Sul finire del corrente io sarò in Fusignano. Vi starò un venti o venticinque giorni all'incirca, indi per la via di Ravenna e del Cesenatico passerò a Savignano. Dimorato lì qualche giorno con Borghesi, a cui già ne ho scritto, ci metteremo in via di conserva alla volta di Pesaro, ove farai di me il tuo volere, perché verrò solo, non potendo io lasciar deserta la casa in Milano. Aggiugni che la travagliata salute di mia moglie non consente che ella si ponga in così lungo strapazzo. Di presente ella trovasi alla campagna in Brianza, ove l'ho mandata a ristorarsi, se sarà possibile, nell'aria della collina. Porterò meco i lavori che ho per le mani, e ci aiuteremo per terminarli, solo che tu mi prometta sicurtà di quiete, libera da ogni guisa di complimenti.</p>
<p>Non so conciliare le cose che tu mi scrivi sull'affare del signor Belluzzi con una supplica ch'egli stesso ha inviata al Ministero dell'Interno, chiedendo di essere sciolto da ogni antecedente obbligazione contratta con le prime sue offerte. Il Ministro ha condisceso alla sua dimanda. Dunque ogni sospetto di ulterior trattativa parmi distrutto. Tuttavolta, nel caso che il Belluzzi torni a impazzire, ho lasciato nel Ministero tali istruzioni, che renderanno vano ogni altro suo tentativo.</p>
<p>Il greco in casa di Paradisi mi ha <emph>dimandato perdono</emph>, e volentieri, per gratificare a Paradisi e a Lamberti, io gliel'ho accordato. E tutto questo cangiamento è stato l'effetto delle tue lettere, delle quali ti rendo grazie. Il resto a voce.</p>
<p>Lamberti, che assai ti è grato del sonetto di Dante, lo riporterà nel venturo <title>Poligrafo</title>, ricordandone il donatore cortese. Mi ha promesso anche un articolo su gl'<title>Inni agli Dei Consenti</title>, de' quali il Giornale Officiale, senza mia saputa, ha già parlato fino dallo scorso sabbato, poiché alcuni esemplari, prima pure ch'io l'avessi da Borghesi, ne vagavano per le mani del pubblico. Il pacco, che a me n'è stato inviato, io non l'ho ricevuto che ieri mattina, e già quasi tutti gli esemplari, essendo libro molto cercato, sono spariti. Anche in Corte n'è penetrato qualcuno. Io mi sono guardato e mi guardo dal profferirne giudizio, sì perché l'altrui sia libero, sì perché a tutt'altri che a me s'appartiene il farne parola. Ma da ciò che per le altrui voci raccolgo, mi par di vedere che la più parte di quegl'Inni viene grandemente lodata. Eccoti una consolante nuova del campo. Alle nove della sera, nel momento che si stava giocando la solita nostra partita del Witst, il Ministro dell'Interno ricevette dalla Viceregina un biglietto che gli annunziava la notizia telegrafica d'una <quote>completa e grande vittoria su i Russi</quote>. Abbila per certissima e fa conto che a quest'ora l'Imperatore è a Berlino, e che d'ora innanzi i Russi non avranno altro scampo che quello delle gambe.</p>
<p>Fammi star bene la mia Costanza e che curi la sua salute. Abbracciami Gordiano e Cassi ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1710.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Maggio 1813.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>All'arrivo del supplente, il Santoni sarà libero. Ho posto io stesso nelle mani del cons.e Brunetti il ricorso raccomandatovi da Manzoni, e gliene ho fatte calde premure, delle quali (stando le cose come si espongono) spero ottimo effetto. — Perticari per certe cambiali che gli scadono alla fine del mese mi si raccomanda perché la rata che da me gli si deve e di cui v'ho parlato in Milano non gli sia ritardata. Vi prego quindi di contentarlo per tempo, detraendo alli scudi 200 non più che sedici napoleoni. — Non partirò di qui che dopo li 22, e ve ne darò avviso per lettera, onde mi anticipiate in Bologna il contento di abbracciarvi, se pure il potrete. — Sono impaziente di udire l'andamento che pigliano i vostri affari, e ricordatevi che le vostre lettere mi sono e saranno sempre carissime. — Teresina è in campagna per attendere alla sua salute. —</p>
<p>Abbracciatemi l'Annina e il figlioccio, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. L'Imperatore ha guadagnato una grande battaglia contro i Russi e i Prussiani. Salutate Gasparoni, e ditegli che, giunto il conte Luini, replicherò più calde che prima le mie raccomandazioni.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1711.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Maggio 1813.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Sul dubbio che Giuseppino si trovi in Ferrara, e che non abbia ricevuta la mia scrittagli tre ordinari sono, a Fusignano, ditegli che del denaro ch'egli ha del mio nelle mani gli raccomando di far seguire prima della fine del mese il noto pagamento di scudi 200 (meno sedici napoleoni) a Perticari, il quale n'ha di bisogno per compire una cambiale che gli scade appunto a quell'epoca per le gioie regalate a Costanza. Ditegli che li cinque supplenti sono arrivati, ma senza l'accompagnamento della lettera del Prefetto, senza la quale non ponno essere ricevuti. Ditegli che, stante l'indisposizione di mia moglie che tuttavia trovasi alla campagna, non ho per anche fissato il giorno della mia partenza, ma che a suo tempo l'avviserò, e che farò di tutto per trovarmi alle nozze in Fusignano. Ditegli finalmente che il rettore del Censo ha ordinato che si verifichi l'esposto nella nota supplica dei possidenti in Longastrino, promettendomi favore e giustizia.</p>
<p>Caso poi egli fosse già partito da Ferrara, inviategli a Fusignano la presente tale e quale.</p>
<closer>Salutate tutti di casa, particolarmente gli sposi, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. In questo punto ricevo lettere di mia moglie, che mi dà buone nuove di sua salute. Onde al più tardi la mia partenza seguirà il 25 o il 26.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1712.</head>
<opener><salute>A COSTANZA MONTI PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Maggio 1813.</date></opener>
<p>Mia cara Figlia.</p>
<p>Nell'acclusa stampa è qualche cosa che ti riguarda, perciò te la mando.</p>
<p>Farò pel giovane Evangelisti le raccomandazioni che tu desideri. Ma queste saranno tutte indarno, se la sua condotta non corrisponde. Nella carriera militare non si guarda che al merito. E ben altri vi sono di nobilissima condizione, ai quali nulla giovano le parentele e l'impegni, e che tutto dì veggono andarsi innanzi persone tolte alla bottega e all'aratro, unicamente perché queste si comportano più saggiamente. Tutto adunque dipenderà dai portamenti del tuo raccomandato, pel quale spenderò volentieri tutte quelle buone parole che mi saranno permesse. Non voglio però tacerti che queste raccomandazioni mi faranno uscire dalla discrezione, poiché nei giorni passati ho dovuto essere importuno per altri che assai prima mi erano stati raccomandati, pel nipote del conte Antonio Manzoni, pel figlio del fattore di casa, e non è molto che pel tuo cugino Giulio dovetti darmi al diavolo, onde salvarlo e non far morire di dolore la Cunegonda.</p>
<p>L'improvvisa venuta del Viceré rompe il mio disegno che era di partire il dì 25, né so quando il potrò. S'aggiugne una prossima seduta generale dell'Istituto, nella quale mi toccherà qualche commissione. Malgrado di tutto questo, io son fermo di partire e il saprai a suo tempo. Posdimani aspetto tua madre dalla campagna e la spero ristabilita.</p>
<p>Mille abbracci a Giulio e altrettanti saluti a tutta la casa. Sta sana. Il tuo aff.mo padre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1713.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 24 Maggio 1813.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Una commissione dell'Istituto mi obbliga a trovarmi dimani in casa del Presidente a mezzogiorno in punto, né so quando potrò sciogliermi dal congresso. Quindi vi prego di anticipare la vostra visita per la conclusione del noto affare, dovendo partirmene il giorno dopo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1714.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Lugo, 3 Giugno 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>La data di questa lettera ti dice ch'io mi sono avvicinato di molto agli oggetti che da tanto tempo desidero d'abbracciare. Mi scrivesti che all'entrare di questo saresti andato ad aspettarmi da Savignano, e colà io voleva, su questo credere, dirigerti la presente. Ma intendo dalla Giulietta Lugaresi che tu sei in Pesaro tuttavia, e in Pesaro io vengo a dimandarti la tua intenzione. E veramente piacerebbemi che non ti fossi mutato di proposito; poiché allora due consolazioni me ne verrebbero, l'una di abbracciar te e la mia Costanza più presto, e l'altra di godermi per più giorni la compagnia del nostro Borghesi, al quale desidero di osservare la parola datagli di far con esso qualche dimora. Rispondimi dunque subito, ond'io possa regolare la mia venuta, la quale io non vorrei differire più in là dei 16 del corrente , prevedendo che le nozze di mio nipote, le quali si consumeranno in Majano nel prossimo martedì, mi annoieranno mirabilmente, turbando la quiete di cui ho bisogno per dar compimento a' miei lavori e farlo, circondato da' miei più cari. Aggiugni che in Majano, non avendo pronti parecchi libri che mi sono necessari, mi è forza passare il tempo senza far nulla. Per tutte queste ragioni affrettami la tua risposta, e dimmi ancora se, venendo io per la via di Ravenna, si può far la traversa (anche a cavallo) dal Cesenatico a Savignano; il che piacerebbemni sì perché in Ravenna ho qualche cosa da fare, sì perché amerei di evitare Faenza e Cesena. Son teco col cuore, e il sarò in breve con la persona.</p>
<p>Sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1715.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 14 Giugno 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Il prossimo giorno 20, verso le otto pomeridiane, sarò in Savignano sicuramente. Se mi anticiperai il contento di abbracciarti in Gatteo circa le sette, mi farai cosa dolcissima. Oh quanto mi tarda il momento di essere fra le braccia de' miei figli!</p>
<p>Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Fa, ten prego, ch'io trovi costì un Dizionario della Crusca e un Forcellini.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1716.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bagnacavallo, 18 Giugno <add resp="ed">1813</add> alle 8 pom.e.</date></opener>
<p>Carissimo e dilettissimo signor Duca della Pianta.</p>
<p>Oh il delizioso viaggiare in sediolo per istrade d'inferno col pericolo continuo di fiaccarsi il collo, precipitando in un fosso! Per non andare innanzi tempo all'altro mondo, ho preso il partito di fare buon tratto di strada sulle mie gambe impacchettato nel mio pastrano, coll'ombrello sopra le spalle alla maniera di Robinson, e giunto col giungere della pioggia in Bagnacavallo, ho fatto anche meglio, accettando la cortese e cordiale offerta del buon Longanesi, quella cioè del suo legno e della sua gubbia. Io dunque farò il mio ingresso in Ravenna a quattro cavalli, e farò conto di essere il principe di Corbalestro quando verrà alla visita del suo principato co' quattro cavalli del conduttore. Fuori di celia, io credo d'aver fatto bene a pigliare questo partito, sì perché mi torna più comodo, sì perché viensi per tal modo a scemare la fatica de' vostri cavalli.</p>
<p>Sono partito senza la contentezza di abbracciare le donne per non turbare il lor sonno. Spero che avrete fatto con esse le scuse di cui vi ho incaricato e di nuovo v'incarico.</p>
<p>Scrivendo a Gasparoni ditegli che tenga per fermo che appena giunto a Savignano scriverò a Brunetti per suo fratello, e voi, mio caro amico, ricordatevi di parlare a Calcagnini, ed efficacemente.</p>
<p>Il corpo è lontano, ma il cuore è con voi e con tutti della famiglia. Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1718.</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Savignano, 8 Luglio 1813.</date></opener>
<p>Comincio dal dimandarti perdono se ancora, dacché son qui, non ti ho scritto. Due ragioni ti arreco di questo: prima l'averlo fatto Costanza in mio nome, appena qui giunsi; e l'altra di essermi dato senza dimora a terminar l'opera che ho per le mani, e che finalmente ho compiuta, non restandomi che la pazienza di copiarla. Ma tu che mai non mi scrivi (e Costanza è pure dolente di non vedere veruna risposta all'ultima sua), che ragioni hai tu di tanto tacere? Saresti forse nuovamente incomodata nella salute? Fa che subito il sappia, e rivolo a Milano. Ma questo io non so figurarmelo, avendo inteso dall'unica tua lettera, scrittami da Caraverio, che la tua salute seguitava a farsi sempre migliore.</p>
<p>La presente ti verrà recapitata dallo stampatore Grandi Marsoner di Rimino, al quale consegnai l'Opera di Lamberti, della quale ti scrissi da Fusignano, e i primi tre volumi di Shakespeare con quello che contiene <title>Le Marchand de Venise</title>, e il <title>Macbeth</title>, e l'<title>Henri V</title>.</p>
<p>Io passo la mia vita qui lieto in braccio ai nostri figli, né altro ci manca che la tua compagnia. Costanza è adorata da tutti; e io sono contento spettatore della sua felicità. Mi ha mostrato le gioie regalatele da suo marito. Per Dio, le sono prodigiosamente belle e superbe, né costano meno di cento cinquanta mila lire di Milano. Ne sono incantato.</p>
<p>Prima ch'io partissi da Fusignano, mio fratello fece testamento; e, per mettersi in riposo, assegnò a ciascuno de' suoi figli la sua porzione, coll'obbligo a tutti di passare al padre, vita durante, cinquecento scudi romani per ciascheduno, il che forma due mila scudi di assegnamento per sé, oltre la sua quarta parte di patrimonio, che glie ne frutterà altri due mila all'incirca. Giuseppino poi ha preso in affitto tanto le porzioni de' suoi fratelli, che di suo padre, di modo tale che, restando come prima alla testa di tutto il patrimonio, e bonificando la sua porzione, nella quale entra un corpo di venti bellissime possessioni, in breve andrà a farsi il più ricco della provincia, dopo Calcagnini.</p>
<p>Salutami caramente e Aureggi e Casiraghi, moglie e marito, e Tordorò. Dimani partiamo per Pesaro, e colà attendo tue lettere.</p>
<closer>Abbi cura della tua salute, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1720.</head>
<opener><salute>Al Dott. JACCOLI Presso S. E. il Gran Giudice — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 14 Luglio 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Voi siete stato le cento volte testimone delle mie continue e calde raccomandazioni a S. E. il Gran Giudice a pro dell'egregio ma sfortunato mio amico avvocato Mazzanti, commesso di prima classe nel Tribunale di Pesaro. Nel mio partir da Milano voi stesso, da me pregato, cortesemente mi prometteste di ricordarlo alla prelodata E. S. L'avete voi fatto? Del certo le vostre faccende vi hanno tolto di mente questo pensiero. Piacciavi adunque che, usando del privilegio dell'amicizia, io vi ritorni alla memoria la liberale vostra promessa, e vi preghi e ripreghi di passar nelle mani di S. E. l'annesso foglio, supplicandola di volerlo leggere pazientemente. Tutti trovano grazia e favore dentro quel cuor generoso; e il solo Mazzanti, ricco per Dio di tanti meriti, di tanti talenti, di tanta onestà, il solo Mazzanti resterà inesaudito? Questo non è possbile. Credo piuttosto che né il Mazzanti, né io abbiamo per anche interamente adempito il precetto evangelico <quote lang="lat">petite et accipietis, pulsate et aperietur vobis</quote>. Per ciò questa volta io batto a due mani e a tutto battocchio; e se voi, che siete alla porta, non mi aprirete, farò un rumore diabolico sopra di voi. Fuori di scherzo, ponete a' piedi di S. E. le mie rispettose preghiere, e ditegli che fra le tante prove che in ogni tempo mi ha date della sua bontà, la più grande di tutte sarà la redenzione che ferventissimamente gli chieggo del mio povero amico.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1721.</head>
<opener><salute>Al Marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 20 Luglio 1813.</date></opener>
<p>Secondo le mie promesse, ecco la nota delle poesie di Fazio degli Uberti esistenti nel codice Perticari, e l'altra di quelle che nel detto codice mancano del Poliziano. Nell'una vedrete ciò che a voi abbisogna per l'edizione del vostro Fazio, per l'altra conoscerete ciò che Perticari attende dalla vostra cortesia per l'edizione del suo Poliziano. Egli ha pronte su le canzoni di Fazio diverse note che illustrano parecchi luoghi oscurissimi di quel poeta: e queste pure, se le desiderate, si manderanno. Né questo solo, ma qualunque altra cosa risguardi il vostro divisamento, e sia in potere del Perticari, il quale nessuna cosa tanto desidera, quanto il potervi dare alcun segno della sua gratitudine.</p>
<p>Io mi vivo qui beatissimo in braccio a' miei figli, e circondato di buoni libri. Ho dato fine alla mia appendice sopra la Crusca, né mi rimane che la fatica di copiarla. Mi pensava da prima di cavarmela con un libretto di poche carte; ma cammin facendo, il lavoro mi è cresciuto fra le mani prodigiosamente, e per certo mi uscirà in due grossi volumi: tanti e sì gravi sono gli errori che d'ogni parte mi saltano fuori nel Santo Evangelio della nostra lingua.</p>
<p>Vi prego di mettere a' piedi della signora Marchesa la devota mia servitù, e di fare altrettanto colla signora Contessa Porro, abbracciando caramente il marito, e l'egregio Monsignor De Breme e Rosmini.</p>
<p>Siatemi grazioso di un cortese riscontro, ed amate il vostro devotissimo servitore e affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1723.</head>
<opener><salute>A PIETRO BORSIERI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Agosto 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Il mal ordine di questi offici postali mi ha ritardato di parecchi giorni la graditissima vostra. Tengo nella medesima un pegno della vostra benevolenza, e quanto prezioso, non l'intende che il core. Ve ne ringrazio quindi moltissimo.</p>
<p>L'acchiusa carta vi fa padrone di tutti i miei libri. Presentatela dunque a mia moglie, a cui ho già scritto.</p>
<p>La vita per ogni lato beata ch'io qui meno in braccio ai miei figli non si può esprimere con parole. Quindi il dispiccarmene sarà assai doloroso, e nondimeno il farò sull'uscir del corrente. Non vi deste intanto a credere ch'io abbia negletti i miei studi. Circondato di buoni libri, e assistito da mio genero che va molto addentro alle lettere, io passo con esso e con Borghesi le otto e le dieci ore di seguito in mezzo ai Classici Italiani, Greci e Latini con diletto meraviglioso, amareggiato dalla sola considerazione che più si fa vela in questo gran pelago, più s'intende quel profondo detto di Socrate: <quote lang="lat">Hoc me scio nihil scire</quote>. E il vostro Tasso che fa? Io spero di vederlo a riva nel mio ritorno.</p>
<closer>Salutatemi distintamente il sig. cav. Luosi, e ditegli che quanto so e posso gli raccomando l'avv. Mazzanti. Salutate anche Pellico col fratello, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1725.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 5 Agosto 1813.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Brava l'Annetta! Ella v'ha aperto una miniera di figli maschi da farvi il più beato padre del mondo. Io ne godo senza fine, e per voi e per vostro padre, il quale, vedendosi rinascere ne' suoi nipoti, non può non sentirsi felice anche per questa parte, come lo è già per l'armonia ch'egli ha assicurata ne' suoi figli con la salutare partizione a ciascuno del suo patrimonio. M'era già noto il contratto d'affitto che avete fermato co' vostri fratelli, e di questo pur mi consolo e per essi e per voi. Se a rendervi pienamente contento non manca che l'affittanza de' miei averi, contatela per fermata. Non vi negherò né potrò negarvi mai nulla che sia in poter mio. Al mio ritorno adunque daremo effetto a ciò pure, e vi saranno meno parole che non è stato con Fedele.</p>
<p>Voi foste testimonio personale delle promesse fattemi da Brunetti; il foste del calore con cui gli parlai, lo pregai, lo scongiurai, sì esso che il segretario Lupi. Che ho io da dire se sì poco si osservano le parole? Nessuna cosa mi è così dolce che il servire gli amici; ma niuna cosa pure mi cuoce tanto, quanto lo scrivere, e non averne risposta. Questo è ciò che mi è accaduto per il Santoni. Egli mi ha fatto sapere di esser passato sotto il poter del generale Pino, e mi si era raccomandato perché gli scrivessi. Ciò poco mi sarebbe costato. Ma che fanno le lettere? Le raccomandazioni gittate sopra la carta vanno tutte sul fuoco. Meglio è dunque farle in persona, e stringere l'animo de' superiori colle ragioni, dalla viva voce animate e dalla presenza. E questo io farò, tornato a Milano.</p>
<p>Triossi mi ha trattato da re. Non è possibile il portar più oltre la cortesia. L'ho richiesto della sua amicizia, e me l'ha promessa. Ma esso pure ha lasciato senza risposta la lettera che gli scrissi da Savignano.</p>
<p>Costanza e suo marito vi rendono grazie dell'aver loro cortesemente partecipato il felice parto di vostra moglie, a cui porgono ogni più cordiale saluto. Fate voi altrettanto per parte mia con mio fratello e con tutta la sua famiglia, e con Manzoni, e con Longanesi.</p>
<closer>Abbracciate l'Annina ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1728.</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, 29 Agosto 1813.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>L'esibitore del presente è il velite di cui ti ho parlato questa mattina. Di nuovo tel raccomando, e sta sano.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1730.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CASSI — S. Costanzo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">Autunno del 1813</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ricevete adunque in iscritto l'abbracciamento di congedo, poiché sicuramente partirò (se il diavolo non ci mette la coda) mercoledì. Ricevete anche i miei ringraziamenti pel dono prezioso dell'Istoria Universale del Bianchini, e passateli all'ottimo vostro zio, a cui auguro gli anni di Nestore.</p>
<p>Sto incerto s'io debba biasimarvi o lodarvi d'aver salvato il vostro boia dalla carcerazione. In qualunque modo il fatto è onorevole.</p>
<p>Su gli affari della guerra il cuore vi ha detto il vero.</p>
<closer>Leggete il foglio officiale che vi si manda, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1731.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 11 Ottobre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Giunsi qui ieri sera accompagnato da Giuseppino e dalla malinconia, che dal punto che mi separai da Costanza e da te mi entrò nel core, né per anco ho potuto cacciarnela. E l'ora in che vi scrivo è la sesta della mattina, avendo poco dormito, tuttoché il teatro, gli amici e il mio ospite (il cav. Giusti) mi abbiano fatto vegliare quasi fino alle due dopo la mezzanotte. Avendo trovato qui Aldini e Caprara, prevedo che non me ne partirò così subito come aveva divisato; e già il primo, per ricrearmi, mi tira oggi stesso fuori della città fra le Oreadi della collina. Se dunque mi scrivi, indirizzami qui le lettere, e acciocché mi giungano più sollecite e sicure, dirigile con soprascritta all'amico Zappi.</p>
<p>Si è trovato il libro d'Antaldi e l'avrai dalle mani della Giulietta Lugaresi, a cui l'ho consegnato in Lugo.</p>
<p>Il grammuffastronzolo si è provato a rispondere con una lettera inserita nel <title>Poligrafo</title>. Non l'ho per anche veduta. Ma mi affermano esser misera cosa, e tutt'altro che risposta a proposito, rimanendo sempre padrone del campo il Dialogo, il cui autore è ancora un mistero. Io ne sono stato interrogato con malizioso sorriso. Ma la serietà della fronte nelle risposte ha del tutto allontanato i sospetti. E questa in vero è commedia. Lette che avrò le ciance del grammuffastronzolo, risolverò qualche cosa, se qualche cosa ne sarà degna.</p>
<p>Le nuove del Grande Esercito rassicurano le speranze di qualche gran fatto. Ma pare che il Viceré, non potendo sostenersi su la linea troppo estesa e difficile della Drava, raccolgasi sull'Isonzo. Ciò che dà molta materia ai discorsi si è la dimissione di sei generali e d'un gran numero d'officiali, dimissione che sembra aver messo del mal umore nelle truppe italiane. Il tempo chiarirà questi fatti. Ben ti dico che in mezzo a queste perplessità la fantasia si ammorza e l'amenità degli studi si dissipa. Quindi penso che se entro in arena col grammuffastronzolo, vi entrerò armato di bile, lasciando a parte il pungolo del ridicolo, che richiederebbe mente più lieta.</p>
<p>Non mi far desiderare le nuove di Costanza, cui abbraccio col cuore. Saluta insieme carissimamente il nostro Borghesi e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1732.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 27 Ottobre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Sono qui tuttavia, e tu se' savio per intenderne la ragione. La tua carissima, datti pace, mi fu fedelmente da Zappi recapitata; e io ne differiva in Milano la risposta. Ma altro io sperava, ed altro han portato le circostanze. Se muterò pensiero, te ne farò consapevole. Ma tutto che il tempo sia nero per ogni parte, io non so disperare dell'avvenire. A buon conto, il più delle tante ruine che si raccontano, finora son voci, e nulla più. Il professor Cicolini, giunto qui ieri sera da Venezia, afferma che là non corre nessuna delle tristi nuove dilagate a noi da Milano. Dice anzi che quaranta mila uomini sfilano dal mezzodì della Francia a rinforzo del nostro esercito, e che le antiguardie son già comparse sull'Adige. La Francia tutta, per quello che pare, si alza in piedi. Il Viceré, nel tempo medesimo ch'egli ne chiede de' sacrifici, n'esorta pur anche ad avere nelle armi che ci difendono <emph>una illimitata fiducia</emph>. La sola cosa che mi ha tratto fuori del senno si è la defezione della Baviera. In mezzo a queste terribili agitazioni io qui mi vivo, per quanto lice, tranquillo, e amato sopra ogni merito, e pregato di non partire, e testimonio quotidiano dell'eccellente e concorde ed unico spirito d'opinioni politiche che in tutti i cuori qui regna. Gli è vero che l'amor degli studi languisce, o, per dir meglio, istupidisce tutto. Diversamente il grammuffastmonzolo di Verona sarebbe stato novellamente materia di belle risa. Ma qui il segreto è già rotto; e, tranne Firenze, ove que' dolci Accademici tengono per sicuro che il dialogo sia frutto di bell'ingegno toscano, ognuno in Bologna è convinto che la penna è del regno. Ed odi cosa mirabile. Il famoso nostro poliglotto Mezzofanti, a cui ho promesso il Vocabolario de' Morti, è stato da noi eccitato ad imparare e parlare il novello partacare scoffetto, e per dio l'imparerà e lo scriverà per traverso e per lungo.</p>
<p>Il Costa, che spesso mi vede, ti fa molti saluti. Egli è innamorato del mio Giulio e va superbo della sua amicizia. Anche il Giordani appena tornato è <emph>volato fra le mie braccia</emph>. Ma egli qui non ha che una voce, e molto cattiva.</p>
<p>Che fa la mia Costanza? Come procede la sua gravidanza? Parlami di quest'oggetto dell'amor nostro, e dirigimi qui per la solita via le tue lettere. A Cassi, ad Antaldi, a Gordiano ogni caro saluto. Vedendo la sig. contessa Cecilia, dille che non ho dimenticate le sue premure, e che il suo raccomandato, dopo la mia venuta in Bologna, è trattato con più benigno riguardo, essendomisi fatto amicissimo il direttore della polizia, tanto che il povero Pistrucci è già fuori.</p>
<p>Fammi buon servitore alla tua ottima madre, ed ama, mio caro figlio, il tuo amantissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1733.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Bologna</add>, <add resp="ed">Ottobre—Novembre 1813</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il podestà e il cortese mio ospite vogliono che quanto posso io vi preghi a far sì che il renditore del presente resti consolato nel suo bisogno. Se mai vi fu cosa che mi premesse, si è questa. Perciò vi supplico e vi scongiuro di non lasciar delusa la speranza che due tali carissimi amici miei hanno posta nella mia raccomandazione. Ed io mi rendo ben certo che voi con tutto l'ingegno, che in voi è molto, vi adoprerete per condurre a buon esito l'affare di che si tratta. Sarei venuto in persona a recarvi le mie preghiere, se una molesta costipazione non mi tenesse fermo nel letto. Ma so che un amico quale voi siete non vuol complimenti.</p>
<p>Finisco col dirvi che in qual si sia modo voglio da voi questo piacere; e un <emph>voglio</emph> (notate bene) non è né un <emph>spero</emph>, né un <emph>desidero</emph>, o altro mezzo verbo commendatizio.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1734.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA Negoziante di libri nella contrada di Santa Margherita — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 4 Novembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Senza ch'io vi dica il perché, non sono ancora tornato, né ancora mi risolvo di tornare a Milano. Voi siete abbastanza savio per vederlo da voi medesimo. La penna adempia adunque gli offici della persona. Senza andar per le lunghe, ecco le cose che mi occorre di dire.</p>
<p>Se in Firenze si è pubblicato qualche volume della nuova edizione dei Classici inediti, mandatelo a prima occasione al sig.r Giulio Perticari mio genero, dirigendolo al Marsoner di Rimino. E di questo come dei successivi datene debito alla mia partita, siccome si è fatto degli altri già inviatimi a Pesaro. Bensì vorrei che nello sconto di questi crediti creati per acquisto di libri vi compiaceste di considerar prima il valore (e me ne rimetto all'onorata vostra coscienza) il valore, dico, di quelli che vi consegnai al mio partire da Milano. Pareggiato questo cambio di libri, il resto cada sul denaro mensualmente tra noi convenuto. E ciò segua non tanto pe' libri ch'io medesimo vi andrò commettendo, quanto per quelli che lo stesso Perticari vi volesse direttamente commettere, fra' quali gli spedirete la storia ultimamente uscita in quattro volumi della Letteratura Italiana del Sismondi.</p>
<p>In quanto alla convenzione tra noi firmata, essendo già decorsi cinque mesi, di due de' quali mi faceste cortesemente l'anticipazione al mio partir da Milano, sono a pregarvi di pagare (se il potete) gli altri tre nelle mani di mia moglie, detratte lire italiane cento cinquantuna e venti centesimi, delle quali, per far cosa grata a questo sig.r Barone Bianchetti, mi sono presa la libertà di trarvi per lettera volante di questo di stesso un ordine di pagarsi ad un certo Angelo Cagnola calzolaro in Porta Renza, che ve ne farà la presentazione.</p>
<p>Tengo presso di me le carte risguardanti la cambiale che mi spediste per quel vostro debitore di Fermo, e la risposta del medesimo a quella del Prefetto Staurenghi, il quale mi si asserisce pronto a fare in vostro favore tutto quello che da lui può dipendere. Non ve l'ho spedite per la posta per risparmiarvi una spesa superflua. Ove però vi piacesse d'averle per vostro governo, parlate.</p>
<p>Vorrei dar mano all'edizione dell'opera mia intorno alla lingua coll'aggiunta di parecchi dialoghi oltre quello del Capro e l'altro pur mio del 31 col 36 e 46. E gli argomenti sono tutti d'assai interesse perché tirano alla luce una gran parte degl'infiniti e non credibili spropositi della Crusca Veronese. Ma di questi tempi come si fa? E a chi fidarne la stampa? Il libro è tale da farsi leggere avidamente. Ma l'andamento delle cose politiche stringe il cuore e uccide tutti i letterari pensieri. Se voi avete qualche consiglio da porgermi, io l'ascolto volentieri.</p>
<closer>Non mi private al tempo stesso de' vostri comandi, e disponete senza riserva del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1735.</head>
<opener><salute>Alla Contessa TERESA MALVEZZI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 10 Novembre 1813.</date></opener>
<p>Carissima.</p>
<p>Alle due pomeridiane ho posto piede in Milano, e sciolto appena dalle braccia della moglie vi scrivo.</p>
<p>Son lieto di essere qui venuto, ma nol sono d'aver lasciato Bologna. Il cuore ritorna indietro ad ogni momento, e mi spaventa il dubbio di dovermene allontanare ancora di più. Nulladimeno voglio dirvi, che ho parlato co' supremi del Regno, e che le cose non sono sì brutte siccome di lontano apparivano. Non ho tempo di entrare ne' particolari. Solo vi dico che le chiacchiere cispadane sono tutte orribilmente esagerate. Nel venturo ordinario sarò men breve. Intanto abbiatevi queste poche parole come pegno dell'amicizia che vi ho consagrata, e aggraditele come le prime che getto su la carta appena qui giunto.</p>
<p>A Venturoli, a Mezzofanti, a Costa e agli altri tutti della compagnia molti saluti, e a voi il miglior addio del core dal vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1736.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Novembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Dopo un mese di tormentose perplessità che mi hanno trattenuto in Bologna, eccomi finalmente di ritorno in Milano, ove alle due pomeridiane di questo giorno ho posto il piede felicemente. Scioltomi dalle braccia della moglie, sono volato <emph>in alto</emph> per sapere <foreign lang="lat">quo res summa loco</foreign>. Stringendo in una molte parole, ti annunzio che tra i possibili v'è pur quello di dover fare una passeggiata a Torino in aspettazione del Messia, essendo uscito una specie di ordine che tutti gl'iscritti nel ruolo della Corte debbano uscire dal territorio occupato, ovvero occupabile dal nemico. Io vi sono compreso, e, venendo il caso, obbedirò. Intanto abbi per fermo che i nostri disastri sono orribilmente esagerati. Vedrai nel foglio ufficiale di oggi che le Armate Francesi, quando non sono inviluppate da traditori, sono sempre invincibili. Vedrai che la posizione del Viceré è sempre sull'Adige. Vedrai che la Francia non dorme. La Viceregina è in Milano, e la sua presenza fa fede della quiete perfetta che regna in tutta la Lombardia. Le ciarle sparse di là del Po hanno messo il terrore dappertutto, ma io dal centro del Governo ti dico che <emph>finora</emph> tutto è tranquillo. Aggiungo che lettere di buon canale, mostratemi dal Ministro dell'Interno, affermano che le trattative di pace piucché mai si avanzano. Insomma o presto o tardi il sole ricomparirà.</p>
<p>Io ti scrissi da Bologna replicatamente e all'ultima mia sperava qualche risposta, siccome indubitatamente l'attendo, e subito, alla presente. So che Costanza si lagna che io non le abbia scritto. Ma scrivendo a te non è egli lo stesso? Fammi sapere il suo stato e dille che io la porto sempre nel core. Mio caro Giulio, sta di buon animo. Qualunque vicenda mi accada te ne farò consapevole.</p>
<p>Salute a tutti ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1737.</head>
<opener><salute>Alla Contessa TERESA MALVEZZI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Novembre 1813.</date></opener>
<p>Carissima.</p>
<p>Oh i bei giorni di Bologna dove son iti? Io vivo qui sempre nell'incertezza, col cuore battuto continuamente da due martelli, l'uno del timore, e l'altro della speranza. Vi scrissi nel passato ordinario la nostra situazione. Ella è tuttavolta la stessa, e se la sorte delle armi ne sarà cortese di tanto, che la linea dell'Adige si sostenga per altri dodici o quindici giorni, io vo' darmi a credere che saremo salvi, poiché i rinforzi sono già in movimento. Ma se quel punto si combatte prima del tempo… Questa idea mi sgomenta. E nulladimeno il mio partito è già preso contro gl'interessi del cuore, del cuore che mi richiama a Bologna, verso il tetto paterno, mentre il dovere e l'onore m'incalzano verso le Alpi. E allora chi sa dirmi se rivedrò più la bella Italia? Chi mi promette tanta forza di salute da superare i disagi della stagione, e le afflizioni dell'animo? Almeno prima che questo accada, la vostra pietosa amicizia mi consoli di qualche lettera. Io ve ne prego, e insieme vi raccomando la mia memoria.</p>
<closer>Fate ch'io sappia che voi e i vostri degni amici vi ricordate qualche volta del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dite a Venturoli che Paradisi ha gradito i suoi saluti. Dite a Mezzofanti ch'egli è desiderato in Milano. Dite a Costa ch'io l'amo, e che desidero di essere corrisposto. Salutatemi caramente anche Rosaspina e Pozzetti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1739.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Novembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Dalla mia del passato ordinario avrai compreso lo stato in che finora sono le cose. Le speranze di buon fine crescono tutto il dì. I rinforzi vanno calando dalle Alpi: la truppa italiana che viene di Spagna arde di battersi e vendicarsi: il Ministro della Guerra mi accerta che la milizia di Napoli è in movimento: tutto insomma cospira a rassicurarci, e nella capitale tutto è tranquillo, tanto che la Viceregina ieri alle nove è partita per Verona onde abbracciare il Viceré, e dimani sarà qui di ritorno. Segno evidente che il Principe su la linea dell'Adige presentemente è sciolto da ogni timore. Sappiamo inoltre per cosa certa che la Svizzera ha adottato una neutralità armata di 40.000 uomini: il che ci assicura le spalle dalla parte delle vallate di Brescia e di Bergamo. Ciò poi che più ne conforta si è che l'Imperatore avendo dimandato al ministro Aldini, venuto allora d'Italia, se in Milano si stava con paura, e Aldini avendo risposto che si viveva tra la speranza e il timore, Napoleone soggiunse: Vi autorizzo a scrivere liberamente che dentro un mese io stesso sarò in Italia alla testa di centomila francesi. E queste cose l'Aldini prontamente le ha scritte al gran cancelliere Melzi, il quale ne mostra a tutti la lettera. Portando adunque tutto l'impeto della guerra da questa parte, e non avendo l'Imperatore nulla a temere, come in Germania, dietro alle spalle, e facendo pesare sull'Austria tutto il mantenimento delle truppe alleate, egli è indubitato che l'Imperatore nostro riconduce la vittoria al suo fianco, e io tengo per fermo ch'egli va per la terza volta a piantare il suo quartier generale a Schönborn. Questi sono i pensieri che vanno per la mente dei più.</p>
<p>Giugne in questo punto nella mia stanza il colonnello Armandi, che in Germania si è coperto di gloria ed è stato promosso sul campo di battaglia. Tralascio il racconto ch'egli mi ha fatto dei molti fatti d'arme ai quali si è trovato, e in cui il nostro Imperatore ha spiegato una intrepidezza ed un senno più che mortale, specialmente nella battaglia d'Hanau, ove i Bavari e gli Ungaresi sono stati sterminati. Egli è venuto in Italia per la parte della Svizzera e di Ginevra, e mi dice d'aver trovato tutte le strade coperte di coscritti, e ch'anche ne' più piccioli villaggi è tale l'entusiasmo della guerra, tale lo sdegno contro i nemici che ci hanno soperchiato co' tradimenti, che mai non si è volato con tanto ardore alle armi. E gl'Italiani? Gl'Italiani sotto lo scettro de' preti han perduto ogni sentimento d'onore, e ci convien tremare più dell'interno che dell'esterno.</p>
<p>Una notizia che mi addolora, e venuta ieri, si è che al porto di Volano è seguito uno sbarco di circa due mila uomini, i quali s'incamminavano verso la Mesola. Forse la loro mira non tende che a far ruba di bestiami e guasto di telegrafi e di magazzini. Nulladimeno l'affare potrebbe uscire calamitoso se vi si aggiungano gl'insorgenti qua e là vagabondi. Il general Pino marcia contro costoro, ed io fo voti a Nettuno perché sollevi una tempesta di mare che tolga loro il rimbarcarsi.</p>
<p>Appena giunto in Milano io parlai a Luini pel prete di casa Machirelli e gli dissi che mi rendeva mallevadore dell'onestà di questo infelice. Mi rispose che n'avrebbe fatto rapporto; ma mi soggiunse queste parole: «Il prete sarà buono; ma egli appartiene a una casa segnata». Replicai molte cose e giurai sui sani principj del conte Odoardo. Tornerò a parlargli e sarò anche importuno.</p>
<p>Salute a tutta la casa e agli amici. E sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Mia cara Costanza</p>
<p>Scrivendo a tuo marito intendo sempre di scrivere a te medesima, onde spero che non mi vorrai male se non ti scrivo direttamente. So da esso e dalle tue lettere a tua madre che la tua gravidanza va bene. Ciò mi consola in mezzo alle angustie che ho provate e che non sono ancora finite. Ma finiranno e torneremo ad abbracciarci, e trarremo altri giorni felici: ché non è mia intenzione di lasciar così presto questa dolce valle di lagrime. Sappi anzi che sono tentato (andando bene le cose) di venir io stesso ad assistere l'operazione che mi farà nonno per pigliarti poscia e portarti io stesso con tuo marito a Milano. Che te ne pare?</p>
<p>Saluta Marchino, e digli che ho fatto nascere in Morosi un gran desiderio di conoscerlo ed averlo al suo fianco. Se il cielo si farà di nuovo sereno, tratterò con esso del modo di chiamarlo nella capitale. Del presente è vano il parlarne.</p>
<p>Tua madre ti abbraccia teneramente e lo stesso fa il tuo amantissimo padre.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1741.</head>
<opener><salute>A PAOLO COSTA — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Dicembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Costa.</p>
<p>Breve rispondo perché funestato dalla morte del povero Lamberti. Egli è passato questa mattina alle sette discorrendo placidamente, e mancando come una candela a cui il nutrimento vien meno. A questa disgrazia (e la perdita d'un amico è disgrazia grandissima) un'altra ne soprarriva che del pari assai mi contrista, ed è la notizia giuntami poco fa della morte del mio Bodoni. Faccia il cielo che non sia vero. Ma i suoi molti anni e la sua disfatta salute mi mettono in gran timore del sì.</p>
<p>Fra queste cose mi è stata una grande consolazione la vostra lettera, la quale mi fa certo della vostra benevolenza. Un genio malefico avea fatalmente turbata la nostra amicizia. Ma nessuna alterazione, nessun cangiamento erasi fatto nel fondo de' nostri cuori, che, liberi finalmente dalle perfide suggestioni, si sono subito rivolati incontro e confusi per non separarsi mai più. Dopo i parenti, dopo i figli, dopo la patria, l'oggetto più sacro è l'amico. Non aggiungo dunque nulla di più.</p>
<p>Ho scritto alla nostra Teresina nel passato ordinario, e le scrivo pur oggi. Raccomandatemi alla sua amicizia, e a quella di Venturoli e di Mezzofanti.</p>
<closer>Visitate qualche volta per me il cortese mio ospite, ricordatemi alla bella Cornelia e al marito, date per ultimo un bacio per me alla vostra Giuditta ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1742.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Dicembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Volea scriverti il sabato scorso. Ma nol potei e nol seppi, funestato dalla morte accaduta quella mattina del mio amico Lamberti. Ed oggi pure mi sento assai infermo di mente, né so uscir di casa a cercar distrazioni. Ho dunque primieramente mandato al direttore conte Luini la tua ultima lettera perché la legga e confortisi del buono spirito che regna nel tuo paese, e avendomi egli già ringraziato e respinto il tuo foglio, l'ho messo subito nelle mani del mio amicissimo Generale Zucchi, perché lo presenti egli stesso e lo legga da parte mia al Ministro della Guerra (e il farà questa sera) onde S. E. conosca le tue e mie raccomandazioni del giovane sig.r Gennari, al padre del quale farai in mio nome molti saluti.</p>
<p>Ogni timore sull'Adige è affatto svanito. Le nuove di pace van sempre su lo stesso piede. Le altre notizie le avrai da' pubblici fogli.</p>
<p>Ho sempre davanti agli occhi l'infelice Lamberti, il quale alla vista della tua lettera giubilò, e la fece riporre, dopo averla mostrata agli amici, fra le sue cose più care. Il suo spettro mi assedia, vuol le mie lagrime, e son costretto a finire.</p>
<p>Abbraccia la mia Costanza ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1744.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Dicembre 1813.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio.</p>
<p>Col mezzo di Borghesi nostro o di tuo fratello Giuseppe ti sarà agevole il procurare l'incasso delle due accluse cambiali di pagamento sicuro. Riscosse che siano, me ne darai l'avviso, ritenendo il denaro a sconto della rata che viene. Spero che l'altra l'avrai ricevuta tutta intera da Giuseppino, al quale non ho avuto tempo né testa di dar avviso del defalco da farsi e per la carta del gabinetto e libri. Di tutto adunque mi darai credito nella rata futura.</p>
<p>Non ti ho mai scritto che Foscolo, ignorando che noi fossimo gli autori del dialogo de' tre numeri, e vedendo che tutti il lodavano a cielo, venuto egli a quel tempo di Firenze a Milano, disse e ridisse pubblicamente alle tavole e ne' caffé che il dialogo era del Lessi, accademico della Crusca e suo amico; e che egli ne aveva avuto nelle mani l'autografo. Né contento a questa impostura, susurrava nell'orecchio agli amici ch'egli stesso v'avea messo mano. Queste menzogne, pubblicate senza fronte dal Foscolo e da tutti credute, rimossero dall'animo de' più il sospetto che dapprima erasi fatto, che l'autore di quel dialogo fosse quello del Capro. Mentre in Milano seguivano queste voci e queste opinioni, il segretario della Crusca Collini mi affermava in Bologna sapersi per cosa certa che lo scrittore di quel dialogo era il lucchese Federici, collaboratore dell'Alberti nella compilazione del Vocabolario albertiano; e io rideva a sbracarmi sotto cappotto. Venuto in Milano trovo che il Brignole, da voi edotto del vero, avea rivelato il segreto, e che il Foscolo avea traviata, o per meglio dire tentato di traviare la pubblica opinione. Mi tolsi allora la maschera, e, cominciando dall'ovo di Leda, narrai minutamente le cose. La derisione caduta sopra il Foscolo non è da dirsi.</p>
<p>Fra queste cose è comparso in iscena il ridicolo <hi rend="italic">Schiraguaito</hi> del buon gusto, l'Angeloni. Ho disprezzato e disprezzo quel miserabile. Nulladimeno, avendomi tu scritto che costui meritava un poco di paga, ed io gliel'ho data. Ed ecco, mercé del tuo impulso, subitamente nato un altro dialogo della stessa indole, ma più variato e più stringente alle spalle del Vocabolarista veronese e del Cavalier della Mancia che ha preso a difenderlo. Mi sono adosso gli amici perché lo pubblichi, e non mi rattiene che la considerazione delle presenti circostanze poco adattate alle materie da ridere, e più il timore che quel reverendo imbecille se ne muoia dalla passione. Restandomi dal darlo alla luce, te lo manderò manoscritto.</p>
<p>La tua raccomandazione pel giovine Gennari è stata letta in caratteri originali e ben accolta. Ma consiglialo a procurarsi una testimonianza del Prefetto.</p>
<p>Che fa la mia Costanza? Abbracciala mille volte. Abbraccia pure Gordiano e Cassi ed Antaldi, e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1746.</head>
<opener><salute>Al prof. <add resp="ed">LODOVICO DOMENICO</add> VALERIANI — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Dicembre 1813.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Rispondo su due piedi. Più d'uno s'è già fatto innanzi per ottenere il posto del Lamberti. In che piede si trovino i loro sforzi non vel so dire. Ben so che Paradisi è stato assediato, e io pure. Ma per noi nessun passo s'è fatto, perché temiamo esser mente del Ministro di dare per successore al defunto un membro dell'Istituto, o per certo qualche soggetto, che per opere pubblicate siasi fatta fuori d'Italia buona riputazione, trattandosi della prima Biblioteca del Regno. Così stando le cose, non vi dissimulo che poco spero. Nulladimeno per l'amicizia e la stima che vi professo tenterò il guado. Ma se Paradisi, come ha fatto per gli altri, se ne lava le mani, tutta l'opera mia sarà indarno. Messo questo da parte, non si potrebb'egli pensare a qualch'altra via di redenzione per voi?</p>
<closer>Se alcuna ve ne soccorre, disponete del vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Alla vostra Signora molti saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1747.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 8 Febbraio 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Ciò che scrivo a Costanza lo scrivo a te pure, ché uno è il mio cuore per tutti e due.</p>
<p>Non ho tempo di diffondermi, ma riposa tranquillo su la mia situazione.</p>
<p>Dalle lettere di Stella intendo che hai riscosse le cambiali che ti spedii. Eccotene altre due di sicura esigenza, delle quali mi darai credito ne' nostri conti.</p>
<p>Ti accludo le poesie inedite del Poliziano che chiedesti al Trivulzio. Egli dovea mandarmi una lettera per te, ma ignorando egli l'occasione che m'è capitata di scriverti, non me l'ha per anche rimessa.</p>
<p>Ti abbraccio con tutto il cuore mio caro Giulio, e se trovi modo di farmi giungere le tue nuove, e della Costanza, e di tutta la famiglia, e degli amici, mi darai molta consolazione. Addio, addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1748.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Aprile 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Verso la metà dello scorso mese ti scrissi a lungo la grande consolazione da me sentita nell'udire che la mia Costanza mi ha fatto nonno d'un bello e gagliardo putto. Ti dissi che intorno alla solenne funzione del battesimo, essendo tuttavia incerta la pace, e per conseguente incerta pure la mia venuta oltre Po, io commetteva le mie veci a Gordiano. Misi nella stessa lettera un lungo paragrafo alla Costanza, un altro ve ne mise la madre; tre lettere insomma si strinsero in una sola, e questa venne caldamente raccomandata alla cortesia del colonnello Brocchetti, pel cui mezzo mi era già venuta la tua del 22 febbraio il 15 marzo felicemente. Il prefetto Villata, il cui fratello generale guarda i posti avanzati di Borgoforte, si pigliò per ispontanea gentilezza il pensiero di mandarla per la via del detto suo fratello a buon porto. Ma in seguito avendomi significato d'aver dato alla mia lettera una tutt'altra direzione, mi va per la mente il timore che la sia mal capitata. Il che mi dorrebbe per più motivi, fra' quali non è l'ultimo la rimessa ch'io ti faceva d'un'altra cambiale sopra il Bisazia di Cesena, già scaduta all'uscire dello scorso marzo. Ma più che lo smarrimento della cambiale (alla quale sarà riparo) mi crucia il non sapere più oltre le vostre nuove. Il perché ti prego, mio caro figlio, far di maniera che mi giunga qualche notizia del vostro stato. Perciocché i tanti patimenti dalla povera Costanza sofferti nel partorire mi tengono inquieto su le conseguenze del puerperio: e questa incertezza della sua salute, oltre all'amaro delle circostanze presenti, avvelena i miei giorni, e stilla di dolcezza non entra più nel mio cuore.</p>
<p>Quanto io desideri di abbracciarvi tutti, quanto mi strugga d'avermi al petto il tuo caro bamboccio, quanti bei momenti di vita io mi prometta nell'educarlo, adulto che sia, (ché io stesso, sappilo bene, voglio esserne il pedagogo, e farmelo tutto mio), non tel so dire. Di questo pensiero mi gode l'animo grandemente, in questo solo si quetano le mie fiere malinconie, e senza questa speranza mi sarebbe un peso la vita. Ciò ti sia argomento della brama che mi consuma di ricondurmi fra le braccia de' miei figli, e ristorarmi con loro delle molte afflizioni che mi rodono il cuore incessantemente. Procuro di mitigarle con la dolcezza degli studi. E di vero non sono poche le cose che ho scritte e vo ordinando il meglio che posso per pubblicarle a tempi sereni. E giunto, quando che sia, il momento di rivederci, io spero che tu pure avrai portato a buon termine la traduzione di Filostrato, e messa in punto la compita edizione delle cose volgari del Poliziano. La mente insomma si reca nell'avvenire e in seno alle lettere attende qualche conforto ai mali presenti.</p>
<p>Mi accade di scriverti questa in un punto che Teresa è ita in campagna a poche miglia dalla città, né torna che questa sera. Il suo stoico naturale la preserva in buona e tranquilla salute. E buona, in quanto al corpo, si è pure la mia, ma l'animo è infermo, né io so trovarmi nel petto la necessaria forza di spirito per porre il piede su la sventura. La fantasia è il mio carnefice, e la fatale tendenza al dolore datami dalla natura vince tutti gli sforzi della ragione.</p>
<p>Addio, mio caro Giulio. Ti raccomando la mia Costanza. Ella ti ha fatto padre, e questo è il più sacro, il più dolce di tutti i nomi, e deve raddoppiarti nel core la coniugal tenerezza. Salutami caramente la tua ottima madre, e Gordiano e Cassi ed Antaldi, né dimenticarmi il nostro buon Marchino. Ch'io sappia che siete tutti felici, e il sarà pure il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Trivulzio ti manda molti saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1751.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Maggio 1814.</date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Vi scrissi la passata settimana onde avere, dopo tanto silenzio, nuove di voi e de' parenti e degli amici. Vi scrivo oggi per rammaricarmi d'una cosa mal fatta, e a cui, se l'onor vostro e della famiglia vi preme, conviene portar riparo. Perticari mi avvisa che la seconda cambiale di scudi 1000 per la dote di Costanza non è stata pagata, e che il mancamento di questa somma, per gli appuntamenti da esso presi fidato su la vostra parola, lo ha esposto a triste figure, e che per solo riguardo mi ha tralasciato di usare davanti ai tribunali le sue ragioni contro di voi. Caro Nipote, questa mancanza non è degna del vostro onorato carattere e macchia la vostra riputazione, per salvare la quale tutti i sacrificj sono leggeri. I denari vanno e vengono, ma il buon nome, ito una volta, non torna più. E voi con tanti bestiami, con tanti capitali alla mano, voi avete potuto mancare a voi stesso, e preferire l'interesse all'onore? E pazienza fosse debito vostro, e che percuotesse voi solo: ma un debito di tutta la vostra famiglia, un debito che diviso diventa nullo… Vi confesso che in tutta la mia vita non ho mai provato dolore simile a questo. E per quanto vi è cara la vostra estimazione e la quiete mia vi prego, vi supplico, vi scongiuro di adempiere subito questo dovere. Non vo' starmi a mostrarvi quanto sia sacro, e quanto danno ve ne può venire non l'adempiendo. Le dure circostanze presenti han fatto molti e molti infelici, ed io pure sono del numero. Ma le disgrazie per grandi che sieno non debbono esimerci dal soddisfare alle obbligazioni contratte, ed è meglio accattar la limosina che essere mancatore, massimamente quando il mancare ci porta a maggior ruina. Fate adunque ch'io resti consolato sapendo che la detta cambiale è stata pagata e non vogliate più oltre essermi cagione d'un'amarezza che mi uccide.</p>
<p>Abbracciate per me l'Annetta e i vostri bambini e credetemi per sempre il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1752.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Maggio 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Avrai la presente dal sig. Gabrielli, che qua venuto (è già quattr' anni) in pessima salute, se ne torna bello e fresco come una rosa senza aver mai messo il piede fuori di Milano. E ti scrivo la presente su le mosse per la campagna verso i colli di Brianza. La malcondotta salute di Teresina mi ha determinato ad uscire dall'aria pesante della città, e mi giova per prova sperare che inebbriata di quell'aria balsamica, ricupererà le sue forze.</p>
<p>Ti ho scritto il dolore cagionatomi dal mal procedere di Giuseppino, e accompagnai alla lettera una cambialetta sopra il Bisazia, della cui riscossione vado sicuro. Or eccone altre due egualmente solide, delle quali mi darai credito dopo l'incasso. Per quella di Macerata lo Stella mi dà lusinga che ti verrà portato a casa il denaro senza che tu abbia a prenderti altro pensiero. Giuseppino non mi ha per anche dato riscontro, ma il tenore con cui mi sono spiegato mi promette l'effetto che si conviene.</p>
<p>E delle lettere che consegnai, o per dir meglio feci consegnare per le mani del Montalti al Carnevali con quattro copie del dialogo contro il grammuffastronzolo, di queste lettere quando riceverò io il sospirato riscontro?</p>
<p>Il mio destino presso il nuovo Governo è ancora pendente, ma qualunque debba riuscire vivo tranquillo. Così potessi vederlo difinito una volta, onde esser libero di volar fra le braccia degli oggetti che più mi son cari.</p>
<p>Attendo con impazienza tue lettere, le quali mi confermino la buona salute di Costanza, e di te, e di tutta la casa.</p>
<p>Non so quanto mi fermerò in collina, perché ciò dipende dalla salute di Teresina; ma tu fa pur conto scrivendomi ch'io sia sempre in Milano.</p>
<p>Un bacio, anzi mille alle mia Costanza, e a te altrettanti. A Cassi, ad Antaldi, a Gordiano, a Marchino ogni guisa di saluti, e alla tua ottima madre mille rispetti. Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Mi si dice che la Reggenza rispetto alla mia persona sia animata di pensieri molto benevoli. Ma l'opera loda il maestro. Per me ho decretato nell'animo mio di nulla chiedere e nulla ricusare, se il mio decoro potrà consentirlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1753.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 31 Maggio 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Fra i bei colli della Brianza, ove mia moglie si è condotta a rifare la sua salute, ricevo la carissima vostra, prezioso pegno di benevolenza. E primieramente godo d'udire che nelle passate perturbazioni nulla abbiate sofferto, e che rimessa la mano agli studi andiate incalzando al suo termine la vostra bell'opera numismatica. In seno alle lettere ho cercato e trovato io pure tranquillo porto alle burrasche politiche, e come gli animi torneranno a rivolgersi verso l'amenità delle Muse, io non darò indugio alla stampa di parecchie cose già preparate.</p>
<p>Il <title>Poligrafo</title> è già morto da qualche mese per difetto di buon nutrimento, e avanti il morire pubblicò un mio lungo Dialogo, in risposta al frate grammuffastronzolo di Verona. Di questo io mandai a Giulio quattro esemplari fino dalla metà di aprile affidandoli al Carnevali di Pesaro, che tornava al paese, e scrissi a Giulio ve ne spedisse una copia. Ma parmi che il diavolo siasi portato a casa il dialogo insieme col Carnevali. Ne ho quindi raccomandata un'altra copia a Montalti, acciocché trovi la via di recapitarvela.</p>
<p>E chi si è mai il briccone che mi ha fatto autore di due sonetti su le cose presenti? E che sonetti son eglino? Amerei di saperlo onde chiamar l'impostore davanti ai Tribunali, e insegnargli a falsare i nomi di onorati scrittori: ché queste son colpe che in ogni Governo trovan castigo. In quanto all'ottava, questa è mia, e nacque per ischerzo improvviso, e la mia mala sorte ha voluto che se ne sia tenuto conto.</p>
<p>La mia lontananza da Milano fa ch'io non possa (e il vedete) prendere l'informazione che mi chiedete rispetto al giandarme vostro raccomandato. Ben lo farò al mio ritorno in Milano, ove fo pensiero di restituirmi (se la salute di mia moglie il consente) fra dieci o dodici giorni.</p>
<p>Consolatemi spesso delle vostre lettere; e decisa che sia la mia sorte in Milano, aspettatemi subito a Savignano, di dove mi farete compagnia a Pesaro, avendo io promesso a Giulio e a Costanza questa visita.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1755.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Luglio 1814.</date></opener>
<p>Mio sempre caro Signore ed Amico.</p>
<p>Ritornato ieri dalla campagna intendo da Paradisi che Voi in passando per Milano vi siete ricordato di me, chiedendone con amore, e lasciandomi i vostri cari saluti: il che in tanto mutamento di cose, in tanta dispersione d'amici, mi ha data molta consolazione. E quanto il core mi goda di udirvi sì degnamente levato all'alto onore di governare Parma e Piacenza, non vel so dire. Certamente la sorte ha sorriso a cotesti paesi, i quali sotto la felice vostra influenza vedranno ritornati a beneficio delle lettere i bei giorni di Tillot, ed anche migliori: somma fortuna per gl'ingegni Italiani, ai quali altra gloria più non rimane che quella de' buoni studi, unico asilo, a chi gli coltiva, nelle burrasche della calva Divinità che siede sopra la ruota. A questo placido porto io pure mi sono riparato il meglio che ho potuto, e qui sepolto fra' libri mi sto attendendo con animo preparato e sereno la mia sentenza. Finora nulla si è tocco del soldo, che sotto il cessato Governo mi correva. Continuando il nuovo ad essermi così benigno, io non avrò che a benedire la Provvidenza, e Milano, quando la mia ora sia giunta, avrà le mie ossa. In caso diverso (sordo agl'inviti che da altra parte e da alto luogo mi si fanno), andrò a confonderle con le paterne: e se prima di rassegnare alla terra il mio corpo potrò pubblicare le molte cose che ho pronte, sarò contento. Fra queste è il poema della Feroniade, che fino dall'anno scorso, allorché ne lessi alcuni canti nell'Istituto, io aveva intitolato con una lunga apostrofe a Maria Luigia, ad esempio di Virgilio ad Augusto nelle Georgiche. Nel presente stato di cose non so a che risolvermi, e volentieri ne udirei il vostro consiglio, e mi sarebbe dolce il venire in persona ad intenderlo, se le vostre cure di stato vi permettessero di vedere in questi momenti il vostro servo ed amico. E un altro motivo pure mi condurrebbe. Il conte Giulio Perticari mio genero, bell'ingegno e senza dubbio uno de' migliori de' nostri giorni, ha preparata una compita edizione di tutte le cose volgari del Poliziano, con una aggiunta da un sessanta e più pezzi inediti cavati parte dalla Chigiana e parte da un preziosissimo codice del Quattrocento. Ei vorrebbe porre in fronte a quest'opera un nome caro alle Muse, né io so vederne alcuno più bello del vostro né libro più degno di questo onore. Avete voi il cuore disposto a concederlo? Mio figlio ignora la dimanda che ve ne faccio: ma se voi la esaudite, io sono ben certo di consolarlo, e di aggiugnerli forti stimoli a darne cosa perfetta.</p>
<p>Abbiamo qui il giovine Marchese Ghislieri col carattere di Consigliere Imperiale. Non ho l'onore di conoscerlo, ma odo che tornerebbe conto il godere della sua buona grazia. Io non voglio né pregare né raccomandarmi: ché il mio decoro non lo consente: ma se senza bassezza si può acquistare il favore de' Favoriti, manca a se stesso chi nol procura. Se Ghislieri adunque è nel numero de' vostri amici, se scrivendogli vi cade in acconcio il nominargli la mia persona, e dirgli ch'io vi son caro, vi avrò molt'obbligo se il farete.</p>
<p>Mia moglie vi manda molti saluti. Onoratemi, se il potete, d'un cortese riscontro ed amate il vostro eterno servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Se vi scrivo ne' termini dell'amicizia, ricordatevi che voi stesso da lungo tempo me ne avete fatto precetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1757.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Luglio 1814.</date></opener>
<p>Mio caro ed incomparabile Amico.</p>
<p>La pronta e cortese vostra risposta mi trae a replicare per mio discarico la presente.</p>
<p>Non cercate al mio passato silenzio altra cagione che il mio eterno timore di riuscire troppo molesto, e di trapassare i confini della confidenza colle persone in alto costituite, il timore, alle corte, di essere preso per seccatore. Gli è vero che voi, bontà vostra, mi avete sempre trattato benevolmente: ma gli è vero altresì che la mia natura ha potuto in me più che la vostra medesima cortesia, e che le carezze de' grandi non hanno mai saputo farmi dimenticare la distanza che passa tra loro e me. Quindi il mio tacere non è venuto che dal rispetto.</p>
<p>Credo d'aver compreso il motivo che fa deviare dalle mie dimande la risposta di cui m'avete onorato, e basta così. Solamente siavi detto che circa alla dedica del mio poema io persisto nella stessa opinione, e che ho lasciato cadere le insinuazioni del principe russo Koslowscki ambasciatore a Torino e assai divoto della mia musa, il quale strettamente mi esortava a intitolarlo all'Imperatore delle Russie.</p>
<p>Quanto alla edizione del Poliziano null'altro soggiungo se non che il dedicante è persona che, posta in signoril condizione, null'altro cercava che un nome caro alle lettere, ed elevato nel tempo stesso. Ma io intendo il valore della modesta vostra ripugnanza, e più non ne parlo. Ben m'assicuro che se un giorno avverrà che il Perticari vi si faccia conoscere di persona, voi l'amerete, lo stimerete e il riceverete lietamente nella vostra grazia.</p>
<p>Vi ripeto che finora le cose mie procedono prosperissime, e che il non essere nato sopra l'Olona non mi ha per anche recato, siccome a tant'altri, alcun danno. Vi sono però grato dell'affettuoso interesse che prendete alla mia situazione.</p>
<p>Continuate dunque ad amare il tutto vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1758.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Sinigaglia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Agosto 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Per molti rispetti questa lettera sarà breve, ma specialmente perché tu stai in paesi ne' quali prudenza vuole che ti scriva sotto le banche.</p>
<p>Nulla mi giunge nuovo di quanto avviene in coteste contrade. Ma la vostra danza non è finita, e il bel detto di monsignor Sanseverino trarrà le cose d'Italia a maggior conseguenza che non si crede. Se costà il cielo è torbido, qui è tutto tranquillo e sereno, e quanto a me finora non ho che ragioni d'esser contento. Così potessi averti vicino, o allungarmi io stesso dove tu sei! I miei studi hanno bisogno di compagnia, anzi d'aiuto: ed io qui son solo in mezzo alle vampe d'un sollione che mena al delirio; e sono già più giorni che non si può d'alcuna maniera aver capo né allo scrivere, né al leggere, né al meditare. Che sarà il viaggiare sotto la sferza di questo caldo? Al rinfrescarsi della stagione, salve, se puossi, le cose mie, darò un salto fino in Romagna, e allora se ti accosterai a Savignano, uscendo per poco dai beati dominj del Beatissimo, ci abbracceremo. E veramente il mio cuore ha bisogno di questa consolazione.</p>
<p>Rendi al sig. Ferri i più cari saluti. Egli è degno della tua amicizia, e mi gode l'animo nell'udire che ti sei stretto ad esso familiarmente. Ma qual suo cattivo genio gli ha messo in cuore di cercar in Toscana i traduttori della sua opera? E tu ficcarti in quel fango con manifesto pericolo di affogare, nel fango dei Rosini, dei De Coureil? Se n'esci asciutto, ben potrai dire con Orazio <quote lang="lat">sic me servavit Apollo</quote>.</p>
<p>Al colonnello Brocchetti, se vien l'occasione, molti ringraziamenti e saluti. Altrettanti a Cassi. E alla mia Costanza ciò che segue nell'altra faccia. Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Mia cara figlia</p>
<p>Ora intendo il perché ti sei fatta avara delle tue lettere. Giulio mi scrive che ti sei data alla divozione, e che, rapita dai begli esempi di moderazione, di mansuetudine, di carità che i ministri pontificali esercitano con tanta soddisfazione dei popoli nel paradiso d'Urbino e Pesaro, spendi tutte le tue ore nel benedirli, toccando con mano la gran differenza che passa tra il regno di Dio e quello di Belsebubbe. Nulladimeno abbi qualche volta compassione di me che vivo così lontano dalle tue celesti consolazioni, e non contenta d'aver presente il tuo povero padre nelle tue sante orazioni, scrivigli a quando a quando una qualche riga. La tua buona madre ti fa la stessa preghiera. Ma il Signore (ed abbilo in segreto) non le ha per anche, siccome a te, fatta la grazia di distaccarla dai piaceri del mondo, dal teatro, dal ballo, da tutti i divertimenti che questo mondaccio chiama onestissimi, ma che per vero finiscono col mandare, come è di fede, a casa del diavolo.</p>
<p>Raccomandala al Signore e a' suoi unti, acciocché ella pigli una volta la strada della salute e così si compisca ha contentezza del tuo aff.mo padre.</p>
<p>P. S. Mi scrivono che t'è venuta dal cielo l'ispirazione di appiccar foco al teatrino di S. Costanzo. Mettila subito ad effetto, mia cara figlia, che olocausto più bello non si può dare, ed io ti prometto di cantarlo con un bell'inno. Tutta la casa Casiraghi e la Gina, e Ramondini, ed Aureggi, e Morelli, e l'ex—comandante di Pesaro, e Bernardoni, e Fortis ti salutano caramente.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1759.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Agosto 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Signore ed Amico.</p>
<p>Ecco quattro parole, che dalle stanze di Paradisi vi scrivo per accompagnare al vostro cospetto l'ottimo Cav. Rossi, la cui partenza ci lascia in molta afflizione: perciocché la perdita di un saldo e provato amico è sempre assai dolorosa. Dalla viva sua voce intenderete lo stato delle mie cose finora non infelice, e quello insieme dell'afflitta di lui fortuna. Non so quando mi sarà dato di rivedervi: ma tanto n'è il desiderio, che quasi mi auguro la disgrazia, che ha percosso il mio Amico. Pel suo proprio merito, per la molta sua devozione alla vostra degna persona, ed anche per l'amore che mi portate, onoratelo di cortese e lieta accoglienza. Vi rinnovo le proteste del mio sommo rispetto ed attaccamento, e pregovi sempre di conservarmi la preziosa vostra benevolenza.</p>
<closer>Vostro dev.mo servitore ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1760.</head>
<opener><salute>Al Marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 30 Agosto 1814.</date></opener>
<p>Mi son venuti alle mani due libri ch'io non so leggere, e che, quando li guardo, mi pare che si lamentino di star meco soli ed inutili. Voi che bene intendete il carattere in che sono scritti, e possedete molti altri loro fratelli, degnatevi ricettarli cortesemente, e aggraditeli come puro attestato della mia stima.</p>
<p>Questa grazia mi sarà gran prova della vostra benevolenza, della quale vi prego credermi studiosissimo e giustamente superbo, siccome il sono di essere vostro obbligatissimo e devotissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1762.</head>
<opener><salute>Al Marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1814</add>.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signor Marchese.</p>
<p>E ieri e questa mattina sono stato in traccia di lei per comunicarle il seguente paragrafo di lettera scrittami da mio genero: <quote>«Mi diceste un giorno che il Marchese Trivulzio apprestava un'edizione del Dittamondo di Fazio. Se questo fosse, io potrei rendergli bel servigio: poiché avendone l'altro giorno confrontato un codice posseduto dal nostro Antaldi, vi ho scoperte, non dirò tante varianti, ma tante splendidissime emendazioni, che quel poema ne sorge a novella vita. La gentilezza tanta usatami da quel chiarissimo cavaliere m'è così nel cuore, ch'io torrei a durare ogni fatica per dimostrarglielo. Significatemi adunque s'egli è in pensiero di produrre di nuovo questo poema, ch'io torrò sopra le mie spalle le preziose varianti di questo codice»</quote>.</p>
<p>Or io la prego di volermi prefiggere un'ora certa in cui venire a prendere la sua risposta, o compiacersi di farmi nota la sua intenzione in iscritto.</p>
<p>Sono sempre col più puro rispetto suo devotissimo servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Al signor Ciampi mille ringraziamenti pel cortese e carissimo dono degli Statuti ecc.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1764.</head>
<opener><salute>A COSTANZA MONTI PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Settembre 1814.</date></opener>
<p>Mia cara Figlia.</p>
<p>La condotta del conte Annibale verso l'infelice suo figlio mi ha inorridito. Non v'ha mostro in natura che lo pareggi.</p>
<p>Scrivo subito al Principe Koslowscki Ambasciatore di Russia a Torino e mio amico, onde per lettera pratichi diligenza a scoprire che sia accaduto al giovine Cassi. Ma s'egli è vivo, probabilmente profittando della restituita libertà si sarà messo in via alla volta d'Italia. Quindi sarà forza che io per averne indizio mi raccomandi a questo nostro general Governatore della Lombardia, dico il Feld Maresciallo Bellegarde, acciocché faccia investigare in qual parte della Germania quello sventurato si trovi; e mi rendo conto che il lodato signore, personaggio cortesissimo, e che mi onora della sua benevolenza, il farà.</p>
<p>Tua madre, occupatissima nel dar sesto alla nuova casa tutta in disordine e confusione, non ha tempo di fiatare non che di scriverti, ma ti abbraccia teneramente, e fa lo stesso con Giulio, al quale nello scorso ordinario ho già scritto. Io pure mi trovo impicciatissimo nel riordinare le mie carte e i miei libri.</p>
<p>Quindi son breve ma sempre il tuo aff.mo padre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1768.</head>
<opener><salute>Al Sig. FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Ottobre 1814.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Il Bisazia ha ricusato di pagare l'ultima cambiale di lire it. 176 (salvo errore) e dice di non volerla pagare che di qui a due mesi. L'amico, a cui l'ho girata, mi scrive che intende di protestarla, e che dopo otto giorni il farà, se io non gli do alcun ordine in contrario. Che debbo fare?</p>
<closer>Attendo il vostro volere, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. — Le altre due cambialette sopra il Conti di Faenza sono state soddisfatte, e potete metterle a mio debito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1770.</head>
<opener><salute>A LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Ottobre 1814.</date></opener>
<p>Ei fa appunto l'anno che noi ci abbracciammo in Bologna, né da quell'ora è più seguito alcun segno della nostra buona amicizia. Mi porge occasione di risvegliarla il sig.r Pellico renditore della presente. Ei vi reca in persona i cordiali saluti del vostro Monti, ed io vi presento in esso un giovine di bei talenti e di tutto garbo, il quale, ovunque si trovi, va in cerca di uomini degni della sua stima: quindi a voi l'indirizzo.</p>
<p>Torinese di nazione, egli ha perduto in Milano, come Forasté, il suo posto. Nella sua patria l'aver servito al nostro Governo è delitto che non si perdona. Abbandonata adunque la Beozia, egli è passato nell'Attica, seggio di bei costumi e del gentil parlare, di cui egli è studiosissimo. Se vi degnerete riceverlo nella vostra grazia e proteggerlo, voi farete a un sol tempo tre belle cose: acquisterete a voi stesso un grato cliente; gioverete in esso un onesto infelice; e obbligherete me medesimo grandemente.</p>
<p>Ricordate all'amabile signora Teresa la divota mia servitù per parte pur di mia moglie, che caramente vi saluta. E se Vi avanza tempo a rispondermi, piacciavi d'informarmi se l'Accademia tiene più volto il pensiero alla riforma del Vocabolario, orrendamente guasto e confuso dai Veronesi. Dal canto mio ho già pronto molto lavoro.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1771.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Da molto tempo sono privo delle tue lettere, e sì ne aspettava una almanco in risposta all'ultima che ti scrissi unitamente a un biglietto del Trivulzio che ti riguardava. Ch'io sappia almeno se l'hai ricevuta, e se hai messo mano all'estrazione delle desiderate varianti del <title>Dittamondo</title>.</p>
<p>Scrissi anche alla Costanza intorno al giovine tuo cugino Cassi. Scrissi ch'io m'era diretto al mio amico il Principe Koslowcki Ambasciatore russo a Torino. Ma mentre la mia lettera viaggiava verso le Alpi, quel signore partiva per Vienna. Onde ignoro se quella lettera siagli pervenuta. Mi sono rivolto nello stesso tempo all'autorità tedesca per dispiccarne un ordine o efficace premura perché s'indaghi il soggiorno di quell'infelice, e a suo tempo farò noto a Costanza l'esito delle mie diligenze.</p>
<p>Io sperava che al Congresso sarebbesi in breve sciolto il gran nodo. Ma i fogli pubblici ne danno la trista nuova che il Congresso di nuovo è differito, e differita quindi con esso la mia venuta costà. Pazienza.</p>
<p>Lo sgombero della casa ci ha tenuti per sedici interi giorni in una stranissima confusione, e solo quest'oggi mi veggo di nuovo circondato da' miei cari libri, rimasti finora chiusi dentro le casse. Solamente oggi adunque ho cominciato a rivivere, e n'hai una prova in questa lettera. Per carità scrivimi un po' più spesso. Le tue lettere mi consolano, ed io ti prego di non lasciarmele desiderare.</p>
<p>Teresina, mezza morta dalla fatica di tanti giorni, abbraccia caramente i suoi figli, ed io fo lo stesso, aggiungendo i miei saluti a tutta la casa e agli amici. <foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1776.</head>
<opener><salute>Al Prof. GIOVANNI ZUCCALA — Merate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Novembre 1814.</date></opener>
<p>Eccovi, mio caro Zuccala, gl'Inni d'Omero che vi promisi, e la versione latina delle mie Odi pubblicata dall'ab. Bellò di Cremona. D'ora innanzi sovvengavi ch'io sono e voglio essere il vostro libraio. Perciò, qualunque libro vi occorra, avvisatemelo senza pensare né a restituzione, né a pagamento, perché all'ultimo io mi troverò sempre vostro debitore, non potendo mai soddisfare pienamente l'obbligazione che vi professo per le tenere cure che vi prendete pel mio Scipione. Dalla vostra a sua madre comprendo ch'egli è soverchio il raccomandarvelo. Nulladimeno voglio dirvi ch'io l'amo come mio figlio, e che metto a debito mio tutte le vostre pene nell'educarlo. E superate ch'egli abbia le prime vie dello studio, io voglio sperare che ne trarrete buon frutto.</p>
<closer>Ringraziate senza fine il Rettore delle premure ch'ei mi promette a questo fine medesimo, e consideratemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1777.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Novembre <add resp="ed">1814</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La cambiale di L. 220, che il Bisazia dice di non ricordarsi da chi siagli stata presentata in copia conforme, fu girata da me in testa di Perticari fino dallo scorso maggio, al qual tempo scadevane il pagamento. Or come può egli aver la fronte di dire che ora il pagamento della medesima scade al maggio venturo? La sua negligenza gli acquista forse il diritto di non soddisfarla che a suo capriccio? Io non voglio far danno, né usar violenza, ma non voglio neppure ch'ei si beffi della mia indulgenza, e mi pigli per un coglione. Ditegli adunque che al presente mi paghi quella di L. 109 come ha promesso, e che per l'altra, dopo sette mesi già concessigli di respiro, glien'accordo da questo punto altri due, e non più. La cortesia debbe avere i suoi confini del pari che la discrezione, e nove mesi di sofferenza in fatto di cambiali parmi tale onestà da non trovar esempio sì facilmente.</p>
<p>Dal nostro Fabbri avrai inteso il mio star bene, e la ferma intenzione di passare il Po come la merla. Io te ne darò a suo tempo l'avviso, onde nelle ventiquattr' ore ch'io penso di trattenermi a Cesena non mi accada che le beccacce ti abbiano tratto fuori della città. Smonterò da Odoardo, ma ricordagli il patto che abbiam fermato tra noi, cioè ch'ei debba leggermi intera qualcuna delle sue tragedie, e amerei che fosse la <title>Sofonisba</title>.</p>
<p>Tralascio di parlar teco, e, dato il solito abbraccio, mi volgo alla tua sorella.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Mia carissima Amica</p>
<p>Coll'odierno corriere, se mi riuscirà di farlo accettare, troverete il <foreign lang="fre">bonnet</foreign> che mi avete commesso. Teresina l'ha fatto edificare a bella posta, e parmi che unendo la severità dell'architettura alla grazia debba confarsi assai bene alla vostra fisonomia. Desidero che mi teniate spesso occupato ne' vostri servigi. Ma ricordatevi che nelle ricche città tutto costa più caro che nelle povere. Dico questo perché 57 lire di Milano gittate sopra un <foreign lang="fre">bonnet</foreign> (ché il vostro tante ne costa) mi fanno compassione, considerando quanti bei libri si acquisterebbero a questo prezzo. Egli è il vero che il danaro impiegato negli ornamenti della bellezza per nostro peggio è sempre bene speso. Perciò pensando che una pioggia di belle piume sulla vostra fronte sentimentale vi renderà più cara ed amabile, dico che fate assai bene a munirvi di queste armi per vincere il cuore de' riguardanti più facilmente.</p>
<p>Fuori di celia, pensate a star bene e vivere lietamente. Io spero di baciarvi in breve la mano. Ma guardatevi dal venirmi innanzi nella cuffia che vi spedisco, perché in codesta armatura nulla farete sopra il mio cuore, già tutto vostro per le eccellenti vostre virtù, le quali non han bisogno d'aiuto.</p>
<closer>Addio. Il vostro vero amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1779.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Conte di BELLEGARDE Governator militare e civile di tutte le Provincie Austriache dell'Italia ecc. <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Un venerato decreto dell'E. V. mi priva della pensione, da me già goduta col titolo d'Istoriografo del Regno d'Italia. Rassegnato e senza lamenti, piego la fronte alle determinazioni dell'Autorità superiore: né il rammarico de' miei danni mi toglie il conoscere perfettamente che il titolo d'Istoriografo d'un Regno che più non esiste è titolo vano e ridicolo. Il decreto adunque che lo abolisce è giustissimo. Ma nei termini della sua esecuzione è corso un equivoco che mi addolora; perché oltre al privarmi d'ogni diritto a qualche compensamento, mi toglie insieme un bene più caro, la stima di V. E. A rintegrarmi di questa perdita (rimettendo l'altra alla sua illuminata giustizia) siami conceduto il porre in chiaro tutta la cosa.</p>
<p>La lettera che mi annunzia la mia sentenza parla così: <quote>Sono in Lei cessate le funzioni d'Istoriografo della già Casa Reale d'Italia</quote>. Queste parole mi mostrano apertamente che all'E. V. si è fatto credere che quel titolo fosse un impiego attivo, un impiego gravato delle funzioni, ossia dell'officio di scrivere la storia del detto Regno. Dietro alla qual credenza egli è forza che nel giudizio dell'E. V. io comparisca colpevole di mostruosa trascuratezza, non avendo io mai scritto sillaba delle vicende qui succedute. Ora l'onor del vero mi strigne a mostrare col fatto alla mano, che quello non era impiego, ma un puro onorifico beneficio, una pura pensione libera d'ogni peso.</p>
<p>Allorché Napoleone (è già nove anni) mi nominò Istoriografo, non già della Casa Reale, ma del Regno d'Italia, con rispettoso coraggio io gli scrissi di questa guisa: Ch'io aveva consumato i miei studi non alla scuola di Tacito e Machiavello, ma di Omero e Virgilio: che in questa il suffragio della mia nazione mi poneva in cuore la speranza di sedermi un giorno fra i primi; mentre nell'altra io non sapea vedere che la dolorosa certezza di giacermi oscuro tra gli ultimi: che il nome, insomma, di buon poeta erami troppo caro, e mi costava troppi sudori per non cangiarlo giammai in quello di cattivo storico. Citai il fatto di due celebri uomini della Francia, Racine e Boileau, che istoriografi ambedue ad un tempo di Luigi XIV, nulla mai scrissero che di bei versi, e conclusi con queste nette parole: Dopo sì fatti esempi, tocca alla M. V. il decidere se io possa servire alla sua gloria meglio in qualità di storico che di poeta.</p>
<p>Napoleone, per l'organo del signor di Talleyrand, ora Principe di Benevento, mi fe' rispondere: Che non era sua mente di deviarmi da' miei studi più cari, ma di pormi in istato di coltivarli più agiatamente: aggiungendo, contra tutto mio merito, ch'Egli era soddisfatto del mio buon nome nel pubblico.</p>
<p>Il solenne decreto di quella nomina non m'imponeva adunque alcun peso. E nel vero il cessato Governo sarebbe egli stato si dolce a pagarmene esattamente gli appuntamenti, se il pagamento fosse stato legato alla condizione di scrivere, e io nulla avessi mai scritto?</p>
<p>Dirò di più. Non solo non si volle impormi alcun obbligo, ma non potevasi impormelo neppur volendo, perché egli era impossibile l'adempirlo. La storia è la libera voce della verità, che tramanda alle future generazioni il terribile suo processo senza magistrato di revisione. Se la verità fosse libera sotto la sferza di quel Potente, tutto il mondo lo dica. La storia d'un Regno è la viva e franca pittura sì delle virtù come delle colpe del regnatore. Ov'è la penna che, sotto la sospettosa vigilanza di quell'assoluto Padrone, si fosse ardita di adempiere santamente officio sì periglioso? L'adulazione non è privilegio che de' poeti, ai quali solo è concesso (per servirmi delle parole del nostro grand'epico) <emph>intesser fregi al vero</emph> e mentire, perché il mondo corre alle dolci menzogne della poesia: e Napoleone, se non fu un Traiano, sotto il cui impero ogni penna scriveva ciò che il cuore sentiva, ei vide però assai bene che, dov'è novità di dominio, mette assai conto l'accarezzare tutte le passioni, onorare tutti gl'ingegni, mostrarsi munifico protettore di tutte le nobili discipline. Perciocché gli Stati s'acquistano colle armi, ma si abbelliscono colle arti e colle lettere; e i fiori delle Muse, gittati sulle corone dei Re, come già su quella d'Augusto, servono spesse volte a nascondere il sangue di che erano bruttamente contaminate.</p>
<p>Io parlo ad un sommo Guerriero, ad un Guerriero filosofo, e ben intendente: quindi taccio le conseguenze che scendono sul mio proposito. Bensì mi assicuro a poter di nuovo concludere, che quell'infelice mio titolo d'Istoriografo non era che un decoroso ed onorato riposo ad un onesto uomo di lettere, il quale ha già speso il più de' suoi anni a meritarsi il pubblico compatimento, e a tener vivo, per quanto ha saputo, l'onore dell'italiana letteratura: non era in somma, o Signore, nella povera mia persona che una pura pensione in tutta la forza del termine, una pensione portata su la stessa lista, corrente su la stessa cassa e della natura stessa stessissima che quella del cav. Appiani, la quale, con tanto applauso del pubblico, sempre idolatra degli uomini che onorano il secolo e la nazione, è stata religiosamente conservata.</p>
<p>Se avrò ottenuto di sgombrare dall'animo dell'E. V. ogni cattivo sospetto sul conto mio, sopporterò con mente più serena la mia disgrazia, pensando che la mano che mi ha percosso può ancor risanare, se saprò mostrarmene degno, le mie ferite. Né del tutto io so perderne la speranza, considerando ch'ella è riposta su la virtù d'un cuor benefico e generoso, e che compagna del vero valore fu sempre la cortesia.</p>
<p>Aggradisca l'E. V. la sincera espressione della mia viva riconoscenza pel mandato graziosamente rilasciatomi delle mesate di settembre e d'ottobre.</p>
<closer>Porto scritto nel cuore questo tratto della sua bontà e sono col più profondo rispetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1780.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>Nipote caro ed Amico.</p>
<p>In somma io son morto affatto nella memoria de' miei congiunti. Che da Ferrara non mi sia mai giunta veruna lettera non vo' stupirne: ma il non averne neppure da Fusignano mi fa gran caso. E si pareva che, essendo avvenuti, nel paese in cui sono, tanti cangiamenti, la vera affezione portasse che almeno un solo de' miei parenti fosse sollecito d'informarsi e della mia salute e dello stato di mia fortuna o buona o cattiva. Poiché dunque a nessuno de' miei importa il saperla, neppur io la dirò, e tutt'altro sarà l'oggetto di questa lettera.</p>
<p>È stato da me questa mattina il sig.r avv. Caporali di Cesena, qui dimorante, per dimandarmi, in nome della sua famiglia, segreta informazione del giovine Zani, il quale è in trattato di matrimonio colla sorella del detto avvocato. Circa al patrimonio del sig.r Zani ho risposto che non so nulla. Bensì rispetto ai costumi gli ho detto che per l'antica sua pratica in nostra casa io il so per prova onestissimo, e insieme attento a' suoi affari, e diligente ed attivo. In somma da questo lato gli ho detto tutto il bene che si doveva. Soddisfatto di ciò, l'avvocato se n'è partito dicendo: Vado a scrivere che il negozio subito si concluda.</p>
<p>Riferite adunque al sig.r Zani l'effetto della mia informazione, e rallegratevi seco lui delle imminenti sue nozze, e ditegli ch'io spero farà onore alla mia testimonianza.</p>
<p>Un bacio per me ai vostri figli e all'Annina. Lo stesso a Manzoni, alla Caterina e a Longanesi colla Maddalena. Anche a D. Pietro un caro saluto, e state sano.</p>
<p>P. S. Vedendo il sig.r Triozzi abbracciatelo, e ditegli ch'io spero di udire, quando che sia, qualche altro pezzo di lieta musica, come l'ultimo giorno che fui ospite suo in Ravenna.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1781.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>È più d'un mese ch'io sto in continua aspettazione di qualche riscontro alla lettera, anzi due lettere responsive alle tue risguardanti le chiose che hai intrapreso del <title>Dittamondo</title>. E nell'ultima un'altra se ne chiudeva del marchese Trivulzio, al quale parevami che tu saresti stato sollecito a far cortese risposta. Io m'era già fortemente innamorato di questo tuo bel lavoro, e col Trivulzio avea tutto disposto e per la dedicatoria e per la stampa, né altro restava che la promessa spedizione del tuo manoscritto. Ora la totale mancanza delle tue lettere che dee mai farmi credere? Che tu sia caduto in mala salute? Dio ne allontani il solo pensiero. Che sia mutato il tuo disegno? Io non so credere che tu voglia poco saviamente abbandonare un'impresa che risulterà in tanta tua gloria. Più presto andrò nel sospetto che quelle mie lettere non ti siano pervenute. E ciò mi reca gran dispiacere per la perdita che sarebbesi fatta di quella del Trivulzio, al quale tanto premeva di farti sicuro della sua stima ed amicizia. Qualunque sia la cagione del tuo tacere, io ti prego di romperlo a posta corrente: ché troppo m'è grave il vivere più a lungo in questa tormentosa incertezza.</p>
<p>La mia salute e quella di Teresina è perfetta, e ambedue abbracciamo col cuore e te e la Costanza, pregandoti di ogni più caro saluto a tutta la casa e agli amici.</p>
<p>Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1785.</head>
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Mi scrivete che negli studi di Bologna sono vacanti tre o quattro cattedre, e che una di queste potrebbe essere il vostro caso. Ma quale? Voi avete obliato di dirmelo, ed io, ignorandone la qualità, malamente posso servirvi. Perciocché s'ella fosse di Belle Lettere l'amicizia che mi stringe a Paolo Costa che vi aspira, mi vieterebbe il muover parola in suo danno. Intorno alle altre poco potrebbe valervi una mia raccomandazione perché poco si ascoltano le preghiere ove abbondano concorrenti dello stesso paese; e voi dovete da lungo tempo sapere che i Bolognesi sono difficili. Aggiugnete che le mie relazioni coll'avvocato Gambera sono assai tenui, e se l'affare da lui dipende principalmente, io non potrei interporre presso il medesimo che la voce di altro amico. In questo stato di cose che debbo fare? A qual cattedra predicarvi? Per gli amici io son presto a tutto: ma conviene innanzi dar direzione a' miei passi, e farmi conoscere il punto a cui si dee pervenire. Mostratemi adunque netto e chiaro lo scopo a cui tendono le vostre mire, e se sarà in mia mano il porgervi aiuto, siate ben certo che con ogni sforzo il farò.</p>
<closer>Ricordatemi buon servitore alla vostra Signora, e tenetemi vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1786.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>Preclarissimo sig.r Cavaliere.</p>
<p>Il conte Giulio Perticari di Pesaro, coltissimo giovine (del quale, s'ei non fosse mio genero, metterei qui molte lodi), sopra un antico e bel codice del <title>Dittamondo</title> di Fazio si è dato di tutta forza a illustrarlo e sanarlo dalle orribili piaghe che gli hanno fatto le stampe. Voler dire a Voi il molto utile che dalla illustrazione di questo primo poema didascalico dell'Italia può tornare alla nostra Letteratura sarebbe vera e presuntuosa pazzia. Ma non sarà vano il farvi sicuro che il chiosatore condurrà a buon porto la sua fatica, e dileguerà tutte le tenebre, solo che Voi gli siate cortese del favore, ch'io in suo nome per questa lettera vi domando: e qual sia vel dica egli stesso col seguente paragrafo dell'ultima che mi scrive:</p>
<p><quote>«Dalla <hi rend="italic">Biblioteca Farsetti</hi> comprendo come le note poste ai due codici Estense e Veneto son piene di belle notizie, specialmente intorno ad alcuni fatti, de' quali in veruno storico non è rimasta memoria. Parmi adunque necessario il veder queste note, o per seguirle, se diranno cose che altronde non si saprebbero, o per confutarle, se andranno lungi dal vero. Il non vederle renderebbe l'opera difettosa; né l'editore fuggir potrebbe il rimprovero di negligente, o d'avaro. Quindi ho fermato di fare a qualunque spesa copiar quelle chiose o sul codice di S. Marco, o su quello di Modena. Non so dove tornerà meglio e per la onestà del prezzo, e per la esperienza del copiatore. Il nostro Antaldi mi dice di aver trovato nel dottissimo sig. abate Morelli molto desiderio di questa edizione, e ne' suoi copisti molta capacità. So che quell'ottimo letterato è vostro collega nell'Istituto. In voi dunque ripongo il pensiero ecc.»</quote>.</p>
<p>E qui il Perticari mi commette la cura di procacciargli la copia di quelle chiose, e di udire da Voi, egregio collega, la spesa che importeranno. Indi soggiunge:</p>
<p><quote>«Nella descrizione che il sullodato sig. ab. Morelli ha fatto di quelle annotazioni leggo che il commentatore (creduto essere un Ferrarese) non chiosa per nulla le oscurissime cose che riguardano gli antichi novellatori d'Inghilterra e di Francia: de' quali è grande penuria per tutto, e qui assoluta mancanza. Non ho potuto né manco vedere la <title>Tavola Rotonda</title> di Lancillotto, né alcun altro che tocchi queste anticaglie cavalleresche. Onde se voi non me ne soccorrete, il chiosatore di Pesaro rimarrà in secco del pari che il Ferrarese, il quale nel codice di S. Marco si confessa ignorante di queste istorie francesi, e d'aver visti pochi libri di quella gente»</quote>.</p>
<p>Intorno a questi secondi aiuti ch'egli dimanda io nol posso sovvenire che della <title>Tavola Rotonda</title>: ma non saprei a che altre fonti condurlo, perché la mia erudizione rispetto a quei tempi e costumi si estende poco. Voi che siete vero mar di dottrina e più d'ogni altro potete metter mio genero sulla via di trovar la luce ch'ei cerca, Voi degnatevi indicarne le opere che a quell'effetto più sono da consultarsi. E se fra tanta suppellettile dell'immenso vostro sapere n'avete alcuna di scarto sul <title>Dittamondo</title>, prendete consiglio dalla vostra singolar cortesia, e fatene dono; ché il dono non sarà taciuto.</p>
<p>Io vi porgo queste preghiere non tanto in nome del Perticari e mio proprio, quanto dell'inclito cavaliere, a cui l'opera verrà intitolata, dico l'onorando sig. marchese Giacomo Trivulzio, del quale a questi tempi nessuno è più benemerito delle buone lettere.</p>
<closer>Sono co' sentimenti della più grande stima ed affetto vostro dev.mo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giovan Battista Brocchi</byline></opener>
<p>Il mio dotto ed illustre amico sig. Monti mi obbliga di aggiungere anch'io alcune righe raccomandandole l'affare sopra esposto, il che credo del tutto superfluo conoscendo per esperienza quanta sia la gentilezza del sig. cav. Morelli, e sapendo quanto Ella apprezzi il bravo Monti.</p>
<p>Io ho abbandonata l'idea di pubblicare Zosimo di Panopoli essendo troppo confuso il codice di cotesta Biblioteca. Mi vien detto che l'Imperatore d'Austria richiegga al Re di Francia gli oggetti di belle arti ed i manoscritti tolti dagli Stati che il primo ora possiede. Se la restituzione si avvera, tornerà alla biblioteca il bel codice de' Chimici.</p>
<closer>Ho l'onore di essere con tutta stima suo dev. obbl. servitore <signed>Brocchi</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1787.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Dicembre 1814.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Te Deum laudamus</foreign> che finalmente veggo tue lettere, e mi trovo sciolto d'ogni timore. Ma quella che affermi d'avermi scritta nel mese andato, del certo il diavolo se l'è presa. Quindi attendo l'altra che mi prometti colla risposta al nostro Trivulzio, che meco sempre più s'innamora delle tue chiose al <title>Dittamondo</title>. Ho già commesso con lettera ferventissima, in nome pure dello stesso Trivulzio, all'ab. Morelli la copia delle chiose che tu desideri, ed ho per fermo che in breve ne sarai in possesso. Spero insieme di acquistarti qui in Milano la <title>Tavola Rotonda</title>, di cui so in certe mani un esemplare a cui ho teso le reti. Quanto agli altri libri da consultarsi, ho pregato il Morelli a somministrarne tutti quei lumi che potrà l'immensa sua erudizione, aggiugnendo che se egli ti farà dono di qualche particolare notizia che cresca luce al tuo bel lavoro, il suo dono non sarà taciuto. Mi fo sicuro d'una pronta risposta alle mie domande e tu subito la saprai.</p>
<p>Se il senso taciuto da Fazio delle lettere S. P. Q. R. è una inezia, non lo è punto l'aver saputo trovarla, e ben molti, anche i più barbassori, si sarebbero beccati indarno il cervello. La luce che tu porti in siffatte tenebre è maravigliosa, e fa d'uopo aver gran forza d'acume per rischiararle. In somma io te ne fo le mie congratulazioni, e da capo ti ripeto che questo lavoro ti farà molto onore. E già smanio d'averne il ms. per subito metter mano alla stampa, e vederti brillar in fronte una bella corona di gloria letteraria, della quale io giubilerò più che s'ella si fosse tutta mia propria.</p>
<p>Poco senno avresti mostrato sottraendoti all'onorevole posto a cui la stima e l'amore de' tuoi concittadini ti chiama, qualunque sia la noia che lo consegue. Il servire alla patria è tal dovere che va innanzi a tutti i piaceri. Ma voglio sperare che anche in mezzo alle cure del tuo gonfalonierato saprai trovare qualche ritaglio di tempo da consecrare al lavoro a cui ti se' messo, né sarà gran peccato se il pensiero del <title>Dittamondo</title> talvolta ti verrà dietro anche sul pubblico seggiolone. Il peccato grande sarebbe se ti accompagnasse pur dentro al letto in braccio a Costanza, la quale, se ciò fosse, avrebbe ben alta ragione di lamentarsi.</p>
<p>Il S… di cui mi scrivi ha lasciato di sé pessima voce in Milano, e le stolte sue lettere hanno sepolto nelle carceri i suoi più stolti corrispondenti. Questo è il romore che qui ne corre. Non contaminare adunque mai più le tue lettere con certi nomi scomunicati e sospetti.</p>
<p>Se io sapessi far male a veruno, il Bisazia meriterebbe ch'io gli facessi scontare l'impertinenza della lettera che ti ha scritta. Io la comunicherò allo Stella, del quale ho rimesso al conte Roverella in Cesena altre due cambiali sopra quel pessimo pagatore. Allo stesso Roverella, dico a Giovanni, potresti tu pur rimettere in nome mio la tua, intorno alla quale, perché sia soddisfatta senza mio pregiudizio, tocca allo Stella il pensarci. Di là da questo tu non te ne dare altro fastidio. E dico lo stesso su quella del Lanfranconi.</p>
<p>Alla mia Costanza (senza che Fazio vi s'interponga) darai un caro amplesso per me, e alla tua ottima madre le sante feste. A Gordiano poi, e a Cassi, e ad Antaldi un mondo di bei saluti. Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Attendo la tua risposta al Trivulzio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1789.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Intuona pure divotamente il <foreign lang="lat">Si quæris</foreign>, che questa volta S. Antonio ti ha fatta la grazia. Il nostro buon Trivulzio ebbe ieri mattina per le mie mani la tua risposta, e quanto sia stato il contento non si può dire. Egli è innamorato della tua persona, e si strugge di conoscerla, e vorrebbe averti in sua casa e predica a tutti il tuo ingegno, e non v'ha cosa a cui egli non sia pronto per sicurarti della sua stima e amicizia. Quindi nel bel lavoro che ti sei recato alle mani e ch'egli porta alle stelle tu non hai che a far cenno di quei soccorsi che più desideri. La sua biblioteca è fornita di tutto ciò che v'ha di più raro in materia di libri. Ed egli ha già messo nelle mie mani a tua disposizione la <title>Tavola Rotonda di Lancillotto</title> sapendo che ti è nato bisogno di consultarla. Ma qui vuolsi usare delicatezza. Quest'opera in tre grossi volumi con altri due di appendice, viaggiando a Pesaro potrebbe andare smarrita, o trovar degl'intoppi nelle dogane, divenute nel commercio dei libri rigorosissime. L'esemplare su cui ti scrissi d'aver poste le mire, mi è andato fallito, e lo Stella questa stessa mattina mi avvisa non essergli stato possibile il discoprirne altro esemplare. Quello che mi ha fidato il Trivulzio è rarissimo, e a lui quindi carissimo. Io giudico dunque onesta cosa e discreta il non partirlo dalle mie mani, e che tu per lettera mi significhi le notizie che ti abbisognano in questo libro, ché mio sarà il pensiero rinvenirle se vi saranno. E credo che su la mia diligenza in servirti tu possa aver pienamente l'animo riposato.</p>
<p>Il Morelli non mi ha per anche data risposta, e ciò forse (siccome pensa anche il Trivulzio) vuol dire ch'egli tarda il rispondere perché si occupa delle mie dimande. Nulladimeno lo stesso Trivulzio gli aggiugne colle lettere di quest'oggi le sue premure. Di più si è tolto il pensiero di frugare e far frugare diligentemente nell'Ambrosiana, onde vedere se qui pure per caso v'avesse qualche altro codice del <title>Dittamondo</title>, o qualche cosa che gli appartenga. Insomma qui siam tutti in moto per aiutarti. E questi nostri fervori potrai conoscerli dalla lettera che lo stesso Trivulzio in breve ti scriverà.</p>
<p>Passando ad altro, ti voglio dire ch'egli ha riso molto dei modi riservati con che gli parli del Ciampi. Or sappi ch'egli l'ha per letterato da due centesimi, e che non vaglia (per valermi delle sue parole) neppur le pantofole di Perticari. E se tu hai posto ben l'occhio a quelle sue magre note sul Cino, non puoi non aver veduto gli spropositi dentro a cui è cascato. Ciò siati detto perché tu sappia che la sua opinione su i gran messeri dell'Arno è conforme in tutto alla tua. E parmi giusta la sua sentenza che il Lanzi è stato l'ultimo de' Toscani.</p>
<p>Veniamo alla cosa che nell'ultima tua mi ha fortemente alterato, dico l'ordine che impudentemente Giuseppino ti ha supposto avergli io dato sul pagamento della pensione ch'io ti debbo. Non può darsi impostura più svergognata, e se tu non mi avessi messo il freno alla bocca, oggi stesso gli avrei suonata l'antifona ch'ei si merita. Sappi ch'io stesso gli vo creditore del resto delle mie entrate dell'anno 1813 e di tutto il 1814. Sappi ch'io mi sono astenuto dal dimandarle appunto perché potesse più agevolmente soddisfare agl'impegni teco contratti per le cambiali addossatesi e per le rate della pensione, tuttoché per l'affitto fatto con esso io fossi sciolto da questi riguardi, e potessi davanti ai tribunali obbligarlo al pronto pagamento delle corrisposte convenute in iscritto. Sappi che da quando gli scrissi per rimproverarlo del ritardato pagamento degli ultimi mille scudi che ti doveva, tra lui e me non è mai corsa veruna lettera, e che ultimamente (ai 22, credo, dello scorso decembre) avendo avuta occasione d'informarlo di certo affare risguardante il Zani di Fusignano suo amico, non mi ha degnato ancor d'una sillaba di risposta, quantunque in quella lettera io non gli abbia toccato punto le somme che pur mi deve. Sappi finalmente che dopo le mutazioni politiche qui succedute, nessuno della mia famiglia mi ha scritta una riga. E ne dirò la ragione. Col cessare del morto Governo è cessato in essi il bisogno che avevano in Milano della continua opera mia. Ed ora, temendo essi ch'io possa aver bisogno di loro, fanno la formica di sorbo; e son certo che la sola vista delle mie lettere li spaventerebbe pel timore ch'io potessi chieder soccorso. Questa considerazione ha fatto ch'io mi sia proposto di scrivere a tutti, salvo che a quelli della mia famiglia, i quali se avessero avuto nel petto sentimenti veri d'amore e di gratitudine, dovevano essi affrettarsi a dimandarmi notizia dello stato mio, e offerirmi spontaneamente quegli aiuti che in simili casi il cuore grato ed affettuoso sa suggerire, non attendere ch'io scendessi a preghiere o dimande di compassione. In somma, coloro mi hanno creduto derelitto dalla fortuna, e per questo mi hanno sepolto nella dimenticanza. Ma ciò pensando sono andati molto lungi dal vero; e io mi rendo sicuro che gl'ingrati tornerebbero a farmi vezzi e moine, se sapessero che, mercé del generoso favore di chi presiede a questi paesi, io mi sto in piedi siccome pria, non senza speranza di migliorare la mia condizione: perciocché l'autorità superiore che qui comanda mi mostra così benigno riguardo, ch'io non ho parole per dirlo; e al momento in che scrivo cammina per Vienna un ministeriale rapporto su la mia persona sì liberale e onorifico, ch'io mi sento legato a questo Governo d'una riconoscenza che non avrà fine che colla mia vita. Ed ecco (poiché siamo in questo discorso), ecco il secreto motivo che mi ha tolto, e ancora mi toglie il correre ad abbracciarti e a gustare, dopo tanto desiderio, nelle braccia de' miei cari figli l'unica contentezza a cui il mio cuore sospira.</p>
<p>Per tornare all'impostura di mio nipote, tieni per fermo che, prima di ordinargli la sospensione del pagamento tra noi convenuto, io mi scerrò piuttosto l'andare per la limosina. Il sereno di che sempre ha goduto l'animo mio anche in mezzo alle tempeste della fortuna, è tutto frutto di quella buona coscienza <quote>che l'uom francheggia sotto l'usbergo del sentirsi pura</quote>; e io fo più conto dell'onore che della vita.</p>
<p>Ho scritto (saranno ormai tre settimane) a Costanza, e la bricconcella non mi ha per anche risposto. Castigala con mille baci per parte mia, e saluta tutti di casa e gli amici.</p>
<p>Addio. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1790.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Il mio lamento con Giuseppino è stato uno scherzo; ma scherzando si può dire talvolta la verità. E non debbo io avere giusto motivo di crederlo poco amoroso in vedendo ch'ei non risponde neppure all'ultima mia? È già due ordinari ch'io ho ricevuto la tua graditissima, mio caro Battista; e la risposta di Giuseppino ancor non si vede, e questo è già il sesto mese od il settimo che niuno della mia famiglia mi dà segno di avermi in pensiero. Ma non bisogna maravigliarsene. I bisogni che per lo passato essi avevano dell'opera mia in Milano, sono cessati; e per li cangiamenti accaduti, al presente essi temono ch'io possa aver bisogno di loro. Quindi fan bene a non informarsi dello stato mio, ed è naturale che in questo sospetto la sola vista delle mie lettere li conturbi: ond'io che non amo di conturbare nessuno, aveva saviamente preso il partito di non scrivere a veruno de' miei parenti, se prima essi medesimi con qualche lettera affettuosa non mi avessero provocato e mostrato che col mutarsi della fortuna non si è punto mutata la loro benevolenza. Non passa ordinario ch'io non riceva lettere da Bologna, da tutta la Romagna e da Pesaro, e tutte mi giungono felicemente, e a tutte liberamente io rispondo siccome prima. E da Ferrara pure mi vengono, ma niuna de' miei congiunti, e niuna pure da Fusignano. In somma da tutte le parti ho ricevuto e ricevo nobili contrassegni di vera e salda amicizia fuorché da quelli da cui più si doveva. E qui sarebbe da scendere a grandi corollari: ma torna meglio il tacerli e sorridere, aspettando che si maturi il tempo della vergogna e del pentimento.</p>
<p>Secondo le voci che qui m'erano giunte all'orecchio io ti credeva ancora colla Caterina e la principessa del Gatto sul Campidoglio. Il saperti ritornato alla patria mi dà molto contento, e mi aggiunge uno stimolo di più al cuore per passare il Po, siccome da tanto tempo desidero per andarmene ad abbracciare la mia Costanza, la quale col marito mi mette continuamente in croce perché io le porga questa consolazione. E già da più mesi l'avrei di ciò fatta contenta se i miei affari l'avessero consentito. Ma il mio destino non è per anche deciso. E perché tu non abbia a temer cosa di me che ti contristi per l'amor che mi porti, sappi (e ciò resti nel tuo profondo secreto) che il capo supremo che in nome della M. S. I. qui comanda, fin dai primi momenti delle politiche mutazioni qui succedute mi ha benignamente raccolto sotto la possente sua protezione: sappi che le mie pensioni sono conservate salvo quella d'Istoriografo, la quale era giusto il sopprimere perché il titolo d'Istoriografo d'un Regno che più non esiste era titolo affatto vano e ridicolo; ma sappi insieme che l'Autorità superiore mi ha solennemente promesso il compenso di questa perdita con altro titolo più onorifico. E già il rapporto alla Corte è partito, e questa si è la somma cagione che mi toglie l'allontanarmi da Milano prima che da Vienna sia giunta la suprema risoluzione. E s'io volessi dirti la cortesia, la bontà, la clemenza con cui qui sono trattato non avrei parole che l'agguagliassero. Il personaggio che qui fa le veci dell'Imperatore è la stessa gentilezza in persona, e l'amore dei Milanesi verso di me, e il desiderio ch'io qui resti loro per sempre non mi si è mai mostrato come al presente. Quindi io mi vivo qui lieto, contento, tranquillo, né cangerei per qual si sia la beata mia condizione. Ma di quanto io ti scrivo, di nuovo ti prego di non far motto con chicchessia, ché il tempo di dir tutto ancora non è venuto.</p>
<p>Ti rendo grazie, caro Battista, delle affettuose dimostrazioni della tua amicizia, a me tanto più care quanto che sono spontanee e mosse dal tuo ottimo cuore, e di più le prime ch'io riceva da miei parenti.</p>
<p>Salutami anzi abbracciami caramente la Caterina e la Bettina e Simone, e segui ad amare il tuo aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Bada di non uscire con Giuseppino in alcuna parola di rimprovero per conto mio. Basta che gli ricordi che degli uomini di stabilita riputazione e onorati si fa stima in tutti i Governi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1791.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Gennaio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Eccoti la risposta del Morelli, giuntami poco fa. Gli replico che la dimanda del suo copista parmi discreta, ma non il tempo ch'ei vorrebbe pigliarsi per copiare le chiose che si desiderano. Quindi gli propongo di limitarsi puramente alle più singolari, il che sarà risparmio ad un tempo di fatica e di prezzo.</p>
<p>Il Trivulzio intanto scriverà a Torino e commetterà al suo corrispondente le chiose accennate dal Morelli, le quali temo non sieno le medesime che del Codice Veneto. Ciò vedrassi nel saggio che ne verrà, ché un semplice saggio ei per ora ne chiede onde non trovarci da due parti alla mano l'acquisto della stessa cosa.</p>
<p>Il corriere è in sul partire, e non mi è dato il dir oltre. Mi rapporto dunque all'altra mia dello scorso ordinario, e di cuore abbracciandoti sono il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Nel prossimo lunedì il Trivulzio andrà in persona a verificare l'esistenza dei codici Ambrosiani.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1792.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Gennaio 1815.</date></opener>
<p>Nipote caro ed Amico.</p>
<p>Solamente questa mattina mi è giunta col timbro della giornata la carissima vostra del 21 passato Decembre/date&gt;. Non so negarvi che questo ritardo mi aveva messo nell'animo qualche sospetto, e che rispondendo a Manzoni vi ho fatto qualche querela. Credo ai sentimenti che mi esponete, e ogni amarezza è finita.</p>
<p>La perdita del vostro secondogenito vi dee, lo veggio, aver desolato, ma l'Annina vi può metter riparo, e lo farà. Intanto vi consoli la buona salute del primo.</p>
<p>Le mie nuove le avrete da Battista, a cui direte che gli permetto di comunicarvele contra il precetto fattogli di tacerle. Per esse intenderete il motivo che mi toglie di venir per ora in Romagna. Ben vi prometto che, rimosso ogni impedimento, mi sarà dolce il venire a riabbracciarvi.</p>
<p>Avrei gradito di sapere qualche cosa de' miei affari, e che denaro rimanga in vostre mani oltre i pagamenti fatti a Perticari, secondo che convenimmo. Non perché io n'abbia verun bisogno, ma unicamente per conoscere ciò che ogni buon capo di famiglia deve sapere.</p>
<p>Vorrei ancora, e il vorrebbe pure mia moglie, che ad ogni patto trovaste da vendere il legno che vi lasciai, avendone qui acquistato un altro, che mi rende affatto inutile quello di Fusignano. Ve ne rimetto dunque la cura e l'arbitrio.</p>
<p>Abbracciate caramente l'Annina, salutate le sorelle (se pure mai pensano ch'io sia ancor vivo), salutate Battista, Longanesi, Don Pietro, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1793.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1815</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Prima ch'io disponga del denaro di cui vi resto creditore, bisogna che mi facciate chiara una cosa. Due sono le annate compite, o per meglio spiegarmi due le corrisposte che a tenore della scrittura tra noi firmata mi pervengono, quella del 1813, della quale io non presi dalle vostre mani che scudi 50, partendo dalla Romagna; e l'altra del 1814. Perché dunque avete voi messo a mio credito solamente scudi 900? Perché della partita del '13 mi avete voi messi a debito per li scudi 400 annui da passarsi a Perticari solamente duecento scudi? Ricordatevi che quando io feci la scrittura io non toccai di tutta l'entrata del '13 che li cinquanta scudi detti di sopra, e che voi dovete di quell'anno averne pagato a Perticari non duecento, ma quattrocento. Quindi riassumendo il conto, vedrete che nella partita del dare mancano scudi 300, e in quella dell'avere scudi 200. La prima in mio danno, e la seconda nel vostro.</p>
<p>Inoltre io stupisco di non trovar segnata a mio credito una partita di altri cinquanta scudi, de' quali io andava creditore a Perticari per certo nostro conto particolare, e ch'egli mi scrisse avervi avvisato che li defalcaste alle solite rate. Mi fa specie ancora che non siate stato puntuale a pagare al medesimo le rate del 1814 alle debite scadenze, e che mi abbiate fatto fare con esso la figura d'un cattivo soddisfattore del mio dovere. Egli è vero che le mie pensioni sono diminuite, e alquanto cangiata la mia fortuna; ma questo non deve cangiar punto la natura de' miei doveri, e prima che mancare a questi soffrirei piuttosto di mendicare. Perciò vi prego di essere per l'avvenire più diligente nei pagamenti tra noi convenuti, e a non far più dubitare mio genero della mia fede.</p>
<p>Duolmi ancora che nulla vi sia piaciuto di scrivermi intorno alla carrettella, ch'io vi pregava di vendere se ve ne capitava l'occasione. Se questo pensiero vi annoia, fatemi almeno la grazia, la carità di rimettermela in Bologna, donde voi medesimo veniste a levarla, che sarà mia cura il trovar colà chi si prenda il pensiero di venderla o di mandarmela fino a Milano.</p>
<p>Vi ringrazio dei cortesi inviti che mi fate di venire alla metropoli di Fusignano. Ed io verrò certamente, ma il quando dipende da Vienna, e voi sapete che le cose di quel gabinetto procedono lentamente. Né io né le mie sorti son tali che quel Sovrano debba occuparsene a posta corrente. Egli ha ben altro da fare.</p>
<p>Godo che la vostra famiglia stia tutta in buona salute. Lo stesso, grazie al cielo, è di me e di mia moglie. Salutate l'Annina, e le monache, e gli amici, ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1795.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Gennaio 1815.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Collega ed Amico.</p>
<p>Afflitto da molti giorni nella salute per aver poco curato il rigore della stagione e scioccamente dimenticato che il bell'Aprile della mia vita è passato da molto tempo, e son già presso al Decembre, non ho potuto, com'io voleva, replicar subito alla vostra carissima e cortesissima. Il fo oggi, libero alquanto da' miei malanni, e innanzi a tutto vi rendo grazie delle notizie che mi porgete intorno ai codici del <title>Dittamondo</title>. Quanto agli Ambrosiani, il marchese Trivulzio nulla ha trovato che possa soccorrere al lavoro del Perticari. Quanto al Torinese, il detto signore ha già scritto; e in breve si saprà in che possa aiutarci. Intanto rimane fermo il divisamento di far copiare le glosse del Veneziano: e nulla si vuole scemare della mercede che dal vostro amanuense viene dimandata. La sola cosa che al Perticari non potrà piacere sarà la lunghezza del tempo, che il copiatore si piglia per questo effetto. Tutto adunque bene considerato, a me pare (e pare anche al Trivulzio) che ad affrettare questa faccenda metta meglio il limitarsi per ora unicamente ai passi più tenebrosi e difficili del poema. E ne darò un esempio acciocché vi sia più chiaro il mio pensamento, e abbiate ad un tempo la prova se il glossatore colga nel segno.</p>
<p>Fazio al p.o lib., cap. 1, ha questi versi in bocca di Roma, al poeta, parlando di Cesare:</p>
<quote><lg type="terzina"><l>Né la gran pioggia al Rubicone il tenne,</l>
<l>Né il mio dolor, né l'oscuro sembiante,</l>
<l>Né i suoi veder pensar tra l'Effe e l'Enne.</l></lg></quote>
<p>Il primo e il secondo sono perspicui; ma il terzo, alla maniera di parecchi altri di Dante, a cui Fazio si piace di far la scimmia, è pieno di tenebre. Il senso però non altro può essere che l'incertezza in cui i soldati di Cesare si trovavano tra il <foreign lang="lat">Fas</foreign> e il <foreign lang="lat">Nefas</foreign> di quell'impresa, tra l'Ingiustizia e la Giustizia di muover le armi contro la patria. La lezione della stampa porta tra <quote>l'Esse e l'Enne</quote>. E allora si dee spiegare tra il <hi rend="italic">sì</hi> e il <hi rend="italic">no</hi>, il che torna lo stesso che tra il <foreign lang="lat">Fas</foreign> e il <foreign lang="lat">Nefas</foreign>. Se il glossatore del codice veneto non si perde nel buio di questo passo, e vi trova la luce, io auguro bene delle sue interpretazioni, e stimo che sia prezzo dell'opera il farne l'acquisto. S'ei salta il fosso, come suol dirsi, temo che se ne debba cavar poco frutto.</p>
<p>Un altro passo ne darà meglio a conoscere la bravura: ed è questo, L. 2, 27:</p>
<quote><lg type="terzina" part="F"><l>Solo per un cagnol, che è una beffe,</l>
<l>Si mosse guerra e sdegno che ancor dura.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Se '1 sai, noi so, dico dal P all'Effe,</l>
<l>Tra quai di Falterona un serpe corre,</l>
<l>Che par che il corpo di ciascuna acceffe.</l></lg></quote>
<p>G. Villani, L. 6, c. 2, mette in chiaro i primi tre versi raccontando l'origine della guerra che i Pisani mossero ai Fiorentini (<hi rend="italic">il P all'Effe</hi>) a cagione di un cagnoletto. Con questa chiave alla mano si disserra il senso di quel serpe che corre da Falterona tra l'Effe e il P e che altro non è che l'Arno, che serpeggiando <hi rend="italic">acceffa il corpo</hi>, cioè passa per mezzo a Firenze ed a Pisa. Anche in questo logogrifo si può veder manifesto l'acume dell'espositore, e prender norma di ciò che fra le sue dichiarazioni meritar può la pena di esser copiato. Ma io non m'avveggo di portar frasche alla selva, e prestar occhi al custode della giovenca. Mille volte meglio di me voi sapete vedere ciò che sia da gittarsi e da ritenersi. Abbandono dunque alla somma vostra perspicacia tutto l'affare, e null'altro vi raccomando che l'abbreviamento del tempo, parendomi che, ristretta questa fatica dello trascrivere unicamente alle cose più oscure, non debba protrarsi molto alla lunga. Rispetto al prezzo vi ripeto che quanto mi direte, tanto vi manderò; né altrimenti si dee procedere nel pagamento d'un premio che dipende tutto dall'onesto vostro giudizio.</p>
<p>Curate la preziosa vostra salute ed amate l'amantissimo vostro servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1796.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Parma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, Febbraio 1815.</date></opener>
<p>Pregiatissimo ed amatissimo mio Signore ed Amico.</p>
<p>Il ritorno a Reggio del nostro Cav. Rossi mi porge occasione di scrivervi, onde dopo tanto silenzio rinfrescarvi la memoria del vostro Monti. Dalla viva voce dell'amico intenderete lo stato non infelice delle mie cose, e le molte speranze che mi si dànno di volgere in meglio la presente mia condizione, ricuperando con altro titolo la soppressa pensione d'Istoriografo del già morto Regno Italiano. Egli è certo che questo Sig. Conte Feld Maresciallo di Bellegarde, mosso da singular benevolenza e cortesia, ha inviato a Vienna su la mia persona un rapporto assai onorevole e lusinghiero: e il Sig. Marchese Cons. Ghislieri, per la cui penna è passato, non cessa d'assicurarmi che l'esito sarà lieto. Né per questo io m'abbandono a grandi speranze: perciocché non so credere che se il mio nome suona qualche cosa in Italia, egli suoni egualmente in Vienna, molto meno alla Corte: né io ho lingua colà che parli per me. Quindi rassegnato alla Provvidenza sto in tutta pace aspettando, qualunque sia la decisione del mio destino. Ben vi dico che ardentemente desidero di uscire d'un modo o dell'altro da queste tormentose incertezze, onde prendere il mio partito, e contento delle conservate pensioni ridurmi al tetto paterno, e dare il resto della mia vita a quei pacifici studi da cui soli mi prometto quiete ed onore.</p>
<p>Ecco il piede in che sono. Intanto la Feroniade, cui sempre ho fermo di consacrare a Maria Luigia, dorme un sonno profondo, e non ispero di risvegliarla che al suo arrivo in Italia. Faccia il Cielo che ciò sia presto, e che la vostra amicizia per l'offerta che volgo in mente, non isdegni di essermi favorevole. Piacciavi di conservarmela, e questo sia merito dell'antica ed eterna mia gratitudine per le tante obbligazioni che vi professo.</p>
<closer>Sono sempre il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1798.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Orsù, <foreign lang="lat">ego te absolvo</foreign>: ma s'egli è vero che m'ami, non peccar più per l'innanzi di tanta negligenza in rispondere alle mie lettere. Il tuo silenzio mi ha fortemente addolorato; e pazienza il tuo: ma quello di Costanza? La mia Costanza lasciare per tanto tempo il suo povero padre senza lettere, senza risposta? Questo abbandono, questa crudele dimenticanza mi ha trafitto. Volgiamo ad altro il pensiero.</p>
<p>Scriverò dimani a Morelli conformemente al tuo suggerimento, che ottimo mi riesce, e lo spronerò a mandarmi di mano in mano si trascriveranno le glosse del Codice Veneto. Per avere un saggio del loro valore io aveva già eccitato il Morelli a significarmi quelle del passaggio del Rubicone e dell'origine della guerra tra Pisani e Fiorentini, due luoghi del <title>Dittamondo</title>, a mio giudizio, difficilissimi e da te felicissimamente interpretati. Dalla risposta che ti accludo vedrai che quel glossatore ha saltato il fosso, il che torna a tua lode, ma porge ad un tempo poca speranza che quelle chiose debbano portarti gran luce fra le tenebre di quel poema. Alla lettera del Morelli unisco una cartolina che il bibliotecario dell'Ambrosiana ha mandata al nostro Trivulzio intorno ai due Codici Milanesi. Molto aiuto io spero dal Torinese, le cui chiose son le medesime che quelle del Veneto, ma la correzione del testo assai più castigata. Noi ne avremo tutte le varianti, e dipenderà dall'acume del tuo criterio l'adottare quelle che ti parranno migliori. Intanto potresti metter mano a trascriver i primi tre libri e mandarli. Io non ricuso punto, mio caro Giulio, di applicarmi con tutto l'animo al confronto dei testi, e a maggior fatica se occorre. Troppo mi preme che da questa edizione ti venga gran lode, e che le tue illustrazioni corrispondano all'aspettazione che già n'è nata tra' letterati. Ognuno me ne dimanda, ognuno si mostra impaziente di veder alla luce questo tuo bel lavoro, ed io che ne prometto a tutti una presta pubblicazione, sono grandemente impegnato a liberare le mie promesse. Comincia dunque ad inviarmi il tuo manoscritto e lasciati servire. L'edizione in due bei volumi non ti costerà neppure un soldo di spesa, e sarà bella, ed avrà in fronte il ritratto di Fazio, che io fo disegnare dal Codice Torinese. E di questo basti per oggi.</p>
<p>Lo Stella mi dice che il libraio Sertori di Ancona gli ha girato certo suo credito ch'egli ha teco per certi libri. Io l'ho accettato, e di più ti dico, che tu puoi prendere dal Sertori liberamente qualunque libro ti piace, anche per mille e due mila lire. Basta che tu me ne dia un sol cenno.</p>
<p>A questo proposito bisogna che tu mi dichiari se con Giuseppino mi fu dato credito delle cambialette che in diversi tempi ti ho girate (parlo di quelle che hai potuto riscuotere) e se il medesimo nella prima rata dell'anno '14, o nell'ultima del '13 ha defalcato li cinquanta scudi che tu mi scrivesti avergli rilasciato per pagamento delle carte di Francia mandate a Costanza pel suo gabinetto, e per la Crusca del Cesari, e la storia del Ginguené, e non so quali altri libri. Mi è necessario il saperlo perché il mio caro nipote tira a farmi una frode, che mi ha molto indignato, e s'io te la contassi istupiresti della mia pazienza. Voglio anche nettamente sapere se gli annui scudi 400 ti sono stati pagati e in qual tempo. Quell'uomo ha perduta la mia confidenza, e temo mi abbia fatto far teco una trista figura: il che per dio mi cruccia; e se potessi muovermi da Milano, sarei già andato in persona a vedere tutta questa bricconeria, e a prendermi la dovuta soddisfazione. Gran cosa! Tutta quella razza b… non solo mi paga d'ingratitudine, ma cerca anche di divorarmi le entrate che sopravanzano alli scudi 400 che ti debbo.</p>
<p>Tuttoché Costanza non pensi più ad un padre che sempre l'ha amata e l'ama più che sé stesso, nulladimeno abbracciala caramente e dille che le perdono.</p>
<p>I soliti saluti a tutta la casa e agli amici, e consola colle tue lettere il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Ho già restituito al Trivulzio la <title>Tavola Rotonda</title>. Io l'ho trascorsa tutta, e non so vedere in che ti possa soccorrere. Quindi abbandono il pensiero di mandartela per la via che mi accenni del marchese Ercolani; né sarebbe possibile che io mi pigliassi tanto arbitrio col Trivulzio. Vedrò piuttosto se egli stesso si profferisce di privarsene. Ma ti ripeto che la noia di quella lettura è tanta, che la pazienza di Giobbe non reggerebbe.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1799.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1815.</date></opener>
<p>Amico e Collega Stimatissimo.</p>
<p>Ben veggo che prima del termine da voi chiesto egli è difficile il poter avere le chiose del <title>Dittamondo</title>. Nulladimeno sembrami esservi una via di mezzo, ed è questa. Se per trascrivere tutta la chiosa vuolsi il tempo di sei mesi, di viva necessità ne consegue che tre mesi debbano essere assai per averne la metà. Dovendo adunque tutta l'illustrazione col testo dividersi in due volumi, pigliatevi di grazia il pensiero che dentro tre mesi io possa avere le chiose del primo. E se la preghiera non è soverchiamente importuna, fate che di mano in mano che il copista le verrà trascrivendo, io le abbia in tante rimesse, quanti sono i libri del poema. Questo sarebbe il desiderio del Perticari, ed il mio. Se questo divisamento otterrà la vostra approvazione, io mi rendo certo di vederne anche l'effetto. Non parlo della gratitudine che il Perticari ed io ve ne avremo, ed anche il Trivulzio. Solo vi dico che sarà somma e palese.</p>
<closer>Degnatevi di rispondere se acconsentite, e state sano: ché la vostra salute è preziosa a tutti gli amici dell'Italiana Letteratura. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Le chiose del Codice Torinese sono le stesse che quelle del Veneto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1800.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Dai libri della Parrocchia spiccatemi subito un attestato dell'anno in cui è morto mio padre, e dirigetelo senza ritardo a Roma al sig. Marconi. Per la bricconeria di certi Marchesi Roberti di Recanati mi nasce in Roma un caso singolarissimo, a cui riparo basta il detto attestato. Se avessi agio di raccontarlo udireste quanto sia stato mal pratico delle malizie di questo mondo</p>
<p>il vostro aff.mo zio.</p>
<p>P. S. L'indirizzo è questo: all'Ill.mo sig.e Conte Luigi Marconi Roma. Salutate l'Annina e datemi subito riscontro alla presente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1801.</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Al bel titolo che da voi mi viene di <emph>Zio amatissimo</emph> non si può, né si deve rispondere che coll'altro di <emph>Nipote carissimo</emph>: e tale volentieri io vi chiamo, perché il merita primieramente l'affettuosa lettera vostra, e perché inoltre amare i miei congiunti è stato sempre per me un bisogno del cuore. Al carissimo mio nipote adunque rispondo che, dopo le vicende qui accadute, nessuna lettera vostra né di veruno della vostra famiglia mi è mai venuta: e quanto mi abbia addolorato questa noncuranza, questa inumana dimenticanza di un uomo che in tutti i momenti della sua vita si è sempre di gran cuore prestato a tutti i bisogni de' suoi parenti, di quegli stessi parenti, che nei giorni della sventura non hanno neppure avuto la pietà d'informarsi se fosse vivo, lascio considerare a coloro che hanno cuore da intenderlo. Sia lode al Cielo e alla clemenza del nuovo Sovrano che, avendomi ogni benigno riguardo, non mi ha lasciato desiderare la passata fortuna, e fa ch'io sia contento della presente. Ma nei momenti che incerta ed oscura pendeva la sorte mia, non era egli sacro dovere di quelli che legati mi erano per vincoli di sangue, e dirò ancora di beneficj, si affrettassero a manifestarmi un qualche sentimento d'amore e di gratitudine? Egli è nell'avversa fortuna che la vera benevolenza si fa palese. Nessuno de' miei amici mi ha mancato in quella terribile circostanza. I miei soli congiunti e i più stretti son quelli che non mi hanno consolato neppur d'un pensiero. Ben altro è stato il contegno del virtuoso ed onorato mio genero. Anche d'allora che tutte le comunicazioni della Lombardia colle provincie Cispadane erano rotte e impedite, egli ha sempre saputo trovar la via di darmi le nuove di mia figlia e ricever le mie, e in tutte le continue sue lettere offerirmi ogni genere d'assistenza, e tutti, insomma, adempire i santi doveri di parentela. I miei soli nipoti, da me amati di tanto amore, il mio solo fratello, sì il mio solo fratello, mi ha abbandonato. Allontaniamo questo pensiero, e veniamo al resto della vostra lettera.</p>
<p>Godo di udire che abbiate acquistato il più dolce di tutti i nomi, il nome di padre. Eccovi dunque posto dalla natura nello stato del più reale dei godimenti, se saprete degnamente sentirlo. Il cielo vi ha dotato di un ottimo cuore, mercé del quale più volte si è data l'assoluzione agli errori della vostra testa. Mi giova sperare che anche questi al presente avranno fine del tutto, e la vista de' figli, e la considerazione dei sacri doveri ch'essi v'impongono, e soprattutto il buon capo di vostra moglie daranno stabile compimento alla morale vostra riforma. Voi l'abbraccerete teneramente per parte mia e le direte ch'io le raccomando di tenervi bene alla briglia, e di adoprare, se occorre, anche il bastone, finché vi siate fatto perfettamente uomo di garbo e di senno.</p>
<p>Quanto alle cortesi offerte della vostra casa non vi rispondo che con sinceri ringraziamenti. Se gli avvenimenti di questo povero mondo portassero che io dovessi abbandonare Milano, non mi recherei a vivere il resto della mia vita che con la buona mia figlia, di cui nelle scorse peripezie ho scoperto più che mai la filial tenerezza. Ma se il caso mi balzerà a Ferrara, non accetterò ospizio che in vostra casa.</p>
<closer>Vostra zia vi saluta, e ambedue abbracciamo vostra moglie. State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutatemi caramente Momolo Cicognara, e ditegli che la sua lode suona in bocca de' superiori altamente, e ch'io senza fine me ne rallegro.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1803.</head>
<opener><salute>A TERESA BANDETTINI LANDUCCI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Mia cara Amarilli.</p>
<p>Al libraio Stella aveva io già commessa la cura di porre il mio nome nel catalogo de' vostri associati alla versione di Quinto Calabro. Questa testimonianza della mia stima verso le cose vostre ha dunque precorso la vostra cortesia: né voi certo prenderete mai errore nel credere che, comunque giri la ruota dei tempi e della fortuna, rimarrà sempre inviolato il sentimento di quella santa amicizia che in Roma vi consecrai, ed intatta custodirò per tutta la vita. Quante volte son passato per Modena, altrettante ho chiesto di voi, e in persona son corso a picchiare alla vostra porta. La mia mala sorte mi ha sempre invidiato il piacere d'abbracciarvi, ma sempre nel cuore me n'è rimasta viva la brama. Ciò vi dica il contento che mi ha portato la vostra lettera, e quanto mi riesca grato il bel dono che ora mi promettete. Io ve ne ringrazio come di cosa carissima già ricevuta.</p>
<p>Un saluto, e ben tenero, al nostro Nardini; e Voi, onor delle Muse, abbiatemi sempre nel numero de' vostri ammiratori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1804.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI Commissario di Polizia — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Vi rendo grazie del cortese saluto portatomi dal sig.r Bonaccioli, renditore della presente. Il vivere nella memoria degli amici è dolce cosa di tutti i tempi, ma più ne' presenti, ne' quali è rara la costanza de' sentimenti.</p>
<p>Giuseppino deve aver mandato a Bologna la mia carrettella per venderla. Mi sarà cosa grata se voi stesso vi compiacerete di porvi qualche pensiero, procacciandone quel prezzo migliore che si potrà.</p>
<p>Se qui, dove sono, io pure sono atto a servirvi di qualche cosa, disponete di me a vostro piacere, e mi studierò di provarvi che sono sempre il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1805.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Ricevo le tre cambialette girate in mia testa, l'una di lire 100 sopra Baluffì d'Ancona, l'altra di lire 132,94sopra il Ponis d'Urbino, la terza di lire 134,42 sopra il Gavelli di Pesaro, delle quali a suo tempo vi accuserò la riscossione. Di più, in contanti, sei zecchini, ossia L. 90 di Milano.</p>
<closer>Ve ne ringrazio e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1807.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Marzo <add resp="ed">1815</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote ed Amico.</p>
<p>A piedi della presente troverete il conto del denaro da detrarsi (se già non l'avete detratto) nelle rate del Perticari. Questo denaro unito all'altro sopravanzato nelle due scorse annate del 1813 e 1814 formano la somma che ho segnata in fondo alla detta partita. Della qual somma insieme unita io vi prego o di farmi la remissione per cambiale (ché in Bologna vi sarà cosa facile), o di accertare una cambiale che io tirerò sopra di voi. Gli straordinari avvenimenti successi e che vanno a succedere mi sforzano a ritirare cotesta somma finché tuttavia sussistono le presenti comunicazioni, non potendo coll'intendimento preveder l'avvenire, né io medesimo figurarmi che voi, trascurando di mandarmi per tempo ciò ch'è di mia ragione, vogliate espormi al pericolo di trovarmi abbandonato e privo dei mezzi di sussistere in mezzo alle procelle che ci stan sopra. Mettetevi adunque ne' miei panni e siate sollecito nel rimettermi la piccola somma di credito che vi rassegno.</p>
<p>Abbracciate per me l'Annina e le sorelle, ed amate il vostro aff.mo zio.</p>
<p>P. S. Ho scritto a Gasparoni, pregandolo di adoprarsi ancor esso in Bologna per la vendita della mia carrettella. Se ciò gli fosse riuscito, unitene il ricavato qualunque siasi alla precedente somma, e fatene una sola rimessa.</p>
<list><head>Denaro da detrarsi nelle rate al Sig.r Conte Giulio Perticari</head>
<label>Per libri e carte di apparatura ed altri oggetti, come di convenzione col suddetto…</label><item>scudi romani 50.</item>
<label>Per cambiale da esso riscossa sopra il Bisazia libraio di Cesena per conto mio…</label><item>Lire Ital. 176.59.</item>
<label>Per simile sopra lo stesso…</label><item>L. I. 120.</item>
<label>Per simile sopra il Ponis libraio di Urbino…</label><item>L. I. 100.</item>
<label><del resp="ed">totale</del></label><item>396.59.</item></list>
<list>
<label>Per altrettanti pagati pel sig.r Perticari al Libraio Stella in Milano…</label><item>L. I. 39.10.</item>
<label>Per cambiale sopra il Baluffi libraio in Ancona…</label><item>L. I. 100.00</item>
<label>Per simile sopra il Gavelli libraio in Pesaro…</label><item>L. I. 134.42.</item>
<label>Per simile sopra il Ponis libraio in Urbino…</label><item>L. I. 132.94.</item>
<label><del resp="ed">totale</del></label><item>803.05.</item></list>
<list>
<label>Residuo che mi si deve dalle Annate 1813.1814…</label><item>scudi romani 217.61.</item>
<label>Ai quali si denno aggiungere li scudi 50, notati di sopra, dovutimi dal sig.r Perticari…</label><item>50.</item>
<label><del resp="ed">totale</del></label><item>scudi 267.61.</item></list>
<p>Questo conto, come vedete, è fatto a memoria e secondo l'intimo mio convincimento, non avendo né sapendo io altra algebra che la mia coscienza. Se mi sarò errato in danno vostro, emendatelo; se in mio proprio, emendatelo parimenti e ponetelo a mio vantaggio. In quanto alle cambiali notate in testa del Perticari, debbo dirvi che le prime tre sono state da lui incassate, e ch'egli stesso mi ha scritto da molto tempo di darvene la nota, onde le defalcaste nelle rate scadute. Le tre ultime sono tuttavia da riscuotersi, e queste le defalcherete nella prima rata. Ma io ve le do per riscosse, poiché l'abbonarmele un mese prima non deve far differenza. Mi vi raccomando adunque e di nuovo state sano.</p>
<p>P. S. La riduzione di scudi in lire e di lire in scudi fatela voi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1808.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Tra il Marzo e il Giugno del 1815</add>.</date></opener>
<p>Stimatissimo Amico e Collega.</p>
<p>Ricevo le note del Codice Veneto al primo libro del <title>Dittamondo</title>, e ve ne ringrazio, pregandovi di proseguirmele.</p>
<p>Al sig. Fortunato Stella ho fatto il pagamento delle Lire dieci italiane da darsi, secondo il vostro senno, al copista; e questa via di rimborsarvi terrò pure per l'avvenire, se sarà di vostro piacere.</p>
<closer>Curate la preziosa vostra salute ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1810.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI Commissario di Polizia — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Aprile 1815.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Avete voi ricevuta una lettera a voi diretta, che da circa due mesi consegnai al sig.r Bonaccioli al suo partire da Milano? È egli al presente in Bologna? Ha egli rimesso o fatto rimettere alla contessa Teresa Malvezzi la lettera e il manoscritto, che sì caldamente gli raccomandai per un pronto recapito? Ecco le cose che desidero di sapere, e che mi fanno vivere inquieto fortemente, non <add resp="ed">solo per la lettera, ma</add> per la perdita che molto temo del manoscritto che la accompagnava, e che non essendo cosa mia propria mi mette in una seria responsabilità verso l'autore, che è la contessa Debianchi. Per carità, toglietemi alla crudele incertezza in cui la strana e poco onesta condotta del Bonaccioli mi ha gittato.</p>
<p>Aggiungete a questo un altro piacere. Fin dai primi di marzo scrissi a Giuseppino che mi mandasse alcune centinaia di scudi ch'egli ha del mio nelle mani, né mai ho potuto averne risposta.</p>
<p>Rinnovategliene la memoria, e s'egli non mi può rimettere tutta la somma, mi rimetta quella che può.</p>
<p>Voglio all'ultimo dirvi l'oggetto della lettera che vi avevo diretta per le mani del Bonaccioli. Io vi pregava in quella (siccome vi riprego nella presente) di procurarmi la vendita della carrettella che al mio partire da Fusignano lasciai a Giuseppino. Egli stesso mi promise per lettera che a questo effetto avrebbe mandata la detta carrettella in Bologna, ove più facilmente potea seguirne la vendita.</p>
<p>Datevi adunque per amor mio questo pensiero, e siatemi cortese di pronto riscontro.</p>
<p>Sono sempre a tutte prove il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1811.</head>
<opener><salute>A PIETRO GASPARONI Commissario di Polizia — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Maggio 1815.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Vi rendo grazie dei riscontri datimi intorno a quanto vi scrissi. E già la Malvezzi mi ha pur essa significato il ricuperamento del manoscritto. Circa la carrettella converrà aspettare che le strade sieno più sicure, onde Giuseppino possa inviarla a Bologna. Intanto ecco un altro favore di cui vi prego. A cotesto sig.r banchiere Zoboli nel suo partire da Milano verso li 20 dello scorso mese fu consegnato dal marchese Cortesi un plico di carte assai importanti, dirette all'avv. Bongiovanni di Reggio, a cui il detto sig.r Zoboli doveva procurarne il recapito nel suo passaggio per quella città. Di questo plico contenente un istromento, un mandato di procura, una lettera della mandante sig.ra Elena Bernard Cernezzai e tre altre del sig.r barone Valdrighi, non si è per anche avuto verun riscontro, né sappiamo se sia stato recapitato. Trattasi di carte legali, la cui perdita porterebbe gran danno alla sig.ra Cernezzai, persona che molto m'interessa. Pregovi adunque, mio buon amico, di recarvi al detto sig.r Zoboli, e d'informarvi esattamente da esso a chi egli abbia, in passando da Reggio, affidato quel piego, e di darmene sollecito e chiaro riscontro.</p>
<closer>Confido nella provata diligenza vostra, e sempre desideroso di mostrarvene coll'effetto la mia gratitudine, mi confermo affettuosamente il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1813.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Maggio 1815.</date></opener>
<p>La bella vostra N. N. ha voluto ch'io lasci a lei tutto il pensiero di spedirvi la mia Cantata. Ed ella del certo l'avrà già fatto. Nulladimeno io spero che anche dalle mie mani gradirete l'esemplare che vi trasmetto della piccola edizioncina che ne ha fatto lo Stella. Né credo vi dispiacerà l'udire, che l'Arciduca me ne ha fatto, alla presenza di tutti i membri dell'Istituto, un complimento assai lusinghiero, nel quale sono da notarsi queste parole: «avete detto delle utili verità che mi sono estremamente piaciute, e piacer debbono a tutti i Sovrani, massimamente di questi tempi. E questo è il linguaggio che piace all'Imperatore». Parole che, dette solennemente, sono già in bocca di tutto il pubblico.</p>
<p>Desidero d'intendere che costi vivete vita felice. Ma ricordatevi che la vostra lontananza scema di molto il nostro contento, specialmente il mio. Fate adunque che non sia tardo il vostro ritorno.</p>
<closer>Vi do l'amplesso del cuore, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. All'egregia madama Albrizzi molti rispetti e saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1815.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Maggio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ancora non so consolarmi della vostra partenza, e sento che la risvegliata nostra amicizia, dopo tanti anni di sonno, aveva bisogno di qualche giorno di più per rifarsi di tutte le passate sue perdite. Mi sono accorto di questo doloroso sentimento sul punto di abbracciarvi per non rivedervi più il giorno dopo, e mi divisi dalle vostre braccia col cuore serrato dalla malinconia. A togliermi in parte questa tristezza ha contribuito non poco una graziosa lettera di vostra moglie, lettera che mi è giunta carissima, perché mi rimette in possesso della sua prima benevolenza. Vedete adunque che le conseguenze del disgraziato accidente che vi portò a Milano, sono tornate a mio profitto. Ma perché il godimento ne sia pieno e durevole egli è necessario che di quando in quando le vostre lettere me lo confermino, e di queste io vi prego, onde scemarmi il dispiacere di trovarmi così lontano dal migliore de' miei amici; perciocché fra i pochi beni reali di questo mondo ho sempre stimato essere il primo quello dell'amicizia. Solo mi duole ch'io non posso mostrarvi la mia che con parole, mentre voi mi mostrate la vostra con effetti splendidi e generosi. E da questo lato certamente io son vinto. Ma se prenderete a considerare che in me al sentimento dell'amicizia si congiugne quello della riconoscenza, conoscerete ancora che in questo cambio d'affezioni io metto maggior porzione che voi. E la conseguenza che ne viene sarà ch'io vinco voi nell'amore, come voi vincete me nella cortesia.</p>
<p>Mia moglie è partita questa mattina per la campagna, e partendo mi ha raccomandato i suoi più cari saluti sì per voi che per la contessa, di cui sommamente l'è stata cara la ricordanza. Io mi fermo tuttavia in città ad aspettare da Vienna la final decisione de' miei affari. Dopo il qual termine passerò a Pesaro per vivermi qualche mese in braccio a' miei figli.</p>
<p>Intanto ricordatevi che qui avete un agente, un servitore, un amico, il quale nessuna cosa tanto desidera quanto il mostrarsi tale coll'opera.</p>
<closer>Presentate all'amabil vostra signora i miei ringraziamenti e saluti, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1817.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Maggio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se mi fosse andato per l'animo il solo sospetto che il mio silenzio venisse da voi interpretato come rallentamento d'amicizia, fino dai suoi principj vi avrei cavato di questo errore, perciocché il mio cuore verso di voi non ha mai sofferto, né mai soffrirà la minima alterazione. La fortuna può molto su tutte le cose, ma nulla sui sentimenti ben collocati, e non avendo voi nulla a rimproverarvi rispetto a me, non dovevate dar luogo a timori, che, bene considerati, ci oltraggiano tutti e due. Ma di questo abbastanza.</p>
<p>Compatisco al dolore in cui vi trovate per l'inevitabile perdita che vi sovrasta d'una compagna ch'era l'oggetto delle più care vostre affezioni. Ma che rileva l'andar sotterra pochi momenti prima, pochi momenti dopo? Se siete persuaso d'una seconda vita, consolatevi col pensiero che un giorno vi rimariterete alla donna amata ch'or vi abbandona. Ella non fa che precorrervi ad un soggiorno a cui tutti siamo inviati, e non mi pare, per dio, massimamente di questi tempi, che il più felice sia quello che giunge ultimo. A voi che tuttavia siete nel fiore degli anni, parrà strana questa filosofia. Ma quando entrerete, com'io, nell'inverno dell'età, conoscerete che ella è un'ottima medicina.</p>
<p>Desidero di abbracciarvi. Ma se tarda la venuta vostra a Milano, la mia brama verrà delusa, perché al finire dell'entrante probabilmente io me n'anderò, chiamato in Romagna da miei affari.</p>
<closer>Vi resti però fisso nell'animo che ovunque io mi trovi sarò sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ogni bel saluto ad Arrivabene e a Fornasini.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1820.</head>
<opener><salute>A LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Giugno 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Vi ho già scritto i giorni passati, significandovi la tristezza in cui mi ha lasciato la troppo presta vostra partenza. Ora mi consola l'udirvi felicemente tornato fra le braccia della vostra famiglia, e il sapere che la città tutta e il Governo avevano preso parte efficace nel sinistro caso accadutovi. E a questa notizia, che tutto mi ha rallegrato, voi avete voluto aggiunger pure una dichiarazione sì abbondante e sì tenera della vostra amicizia, ch'io me ne stimo beato sopra ogni credere. E veramente la bontà dell'animo vostro passa ogni segno, e pare che la natura v'abbia messo al mondo per fare onore al cuore dell'uomo: si ch'io reputo fortunato chiunque può portare il titolo di vostro amico.</p>
<p>Ben mi figuro, all'inaspettata vostra comparsa, l'esultanza di vostra moglie, e invidio al marchese D'Avalos l'essere stato spettatore di quel tenero incontro. La sola dolcezza di quel momento vi ha dunque largamente ricompensato di tutte le antecedenti amarezze, e provato che nessun piacere è grande, se grande non è stato il dolore che lo precesse. Piacemi di notare questo carattere di tutte le umane contentezze, perché intendiate quanto fu grande pure la mia nel riabbracciarvi in Milano, dopo tanti anni di doloroso adombramento della antica nostra amicizia. Ora che questa ha ricuperato i suoi primi diritti, parmi che il sole siasi fatto più puro, e che la vita mi sia divenuta più cara. E nel vero la vostra venuta in Milano mi ha portato delle consolazioni per ogni verso, perciocché i miei affari vanno d'un piede che mi promette un lieto avvenire.</p>
<p>Io parto posdomani per la campagna sulle belle colline della Brianza, ove mia moglie da più giorni mi ha preceduto, e non sarò di ritorno che verso la fine del corrente; dopo il qual termine, se sarò libero di me stesso, andrò ad abbracciare mia figlia in Pesaro. Ma ovunque mi trovi, il mio cuore vi sarà sempre vicino. Da questo parte il saluto che vi prego porgere a vostra moglie, ringraziandola di quello che cortesemente mi ha mandato per mezzo vostro,</p>
<closer>e senza riserva sono per tutta la vita il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1822.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 14 Giugno 1815.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Pregovi di far pagare nel solito modo cinquanta lire italiane al cavaliere bibliotecario Morelli.</p>
<p>Io non dimentico le vostre brame per qualche articolo di sussidio al vostro giornale, e l'opera dello Schlegel me ne darebbe bella materia. Ma in questa solitudine, povero come sono di libri opportuni, non posso far nulla che mi contenti trattandosi d'erudizione e di critica. Ne so quando a mia moglie verrà l'ispirazione di tornarsi a Milano. Lo spero nell'uscire del mese e tuttavia sarà tardi, considerata la noia di questo vivere.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi sia raccomandata l'acchiusa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1823.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 15 Giugno 1815.</date></opener>
<p>Amico pregiatissimo.</p>
<p>Scrivo allo Stella, che faccia prontamente venire alle vostre mani un altro a conto di cinquanta lire italiane. Il rimanente della somma convenuta sarà pagato alla fine del lavoro, di cui sono impaziente. Intanto della parte che me n'avete mandato abbiatevi i miei ringraziamenti, e scusi il ritardo di questa lettera l'aver io tardi ricevuto nella solitudine di questi monti il piego da voi speditomi.</p>
<closer>Curate la vostra salute ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1825.</head>
<opener><salute>All'avv. IACOPO BONGIOVANNI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 20 Giugno 1815.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore.</p>
<p>La mia lontananza dalla città mi ha tardato di parecchi giorni il piacere di ricevere la sua gratissima e cortesissima del 5 corrente, e quindi di ringraziarla dei forti principj ch'Ella ha dato alla giusta causa della signora Bernard. Più volte, ponendo mente allo strazio che si è fatto delle sacre ragioni di questa onesta infelice, mi è venuta la tentazione di credere che la Provvidenza di lassù non curi i delitti di questo mondo, e che l'umana giustizia altro non sia che una prostituta alla sola e tutta disposizione dei Malagoli e dei Gamberana. Al presente, onorandissimo mio Signore, mi ha fatto mutar pensiero la sua virtù, per la quale la Provvidenza del Cielo, nel caso della sua cliente, resta assoluta d'ogni sospetto. E poiché Ella, oltre agl'impulsi dell'intima sua coscienza, e quelli che le sono venuti dalle rispettabili raccomandazioni del Sig. conte Paradisi e del sig. barone Valdrighi, si compiace di dar qualche peso anche alle mie premure, mi conceda di assicurarla che mai causa non le comparve davanti più degna della sua assistenza. È già cinque anni che la diabolica confederazione d'un Bernard, d'un Gamberana e d'un Malagoli mette alla disperazione l'eroica pazienza di questa donna, ed è pur tempo che l'infelice sia sottratta, e per sempre, alla prepotenza e alla cabala dei tre demoni che la perseguitano. A Lei, mio Signore, è serbato questo trionfo, ed io n'attendo in breve l'annunzio. Riceva intanto la sincera espressione della mia riconoscenza, e non mi risparmi le occasioni di fargliela manifesta colle opere, giacché al presente nol fo che colle parole.</p>
<closer>Sono colla più distinta stima ed ossequio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al conte Paradisi mille cari saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1826.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Luglio 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>La vita vagabonda che tutto lo scorso mese ho menato alla campagna, lontano dalle chiacchiere e dal fumo della città, e sciolto da tutti i pensieri che di questi tempi rodono la pace dell'animo e i vincoli pure dell'amicizia, ha fatta così pigra la penna, che parmi d'esser ridotto sotto la ferula magistrale ai latini della fanciullezza. In questa poltroneria di scrivere, generata dall'ozio della campagna, trovo la ragione dell'avermi tu pure lasciato tanto tempo senza tue lettere, e veggo che questa sorta d'infermità s'attacca allo spirito così in S. Angelo come in Brianza. Dunque <foreign lang="lat">veniam petimusque damusque vicissim</foreign> e torniamo ai primi termini della nostra corrispondenza. Il più delle note venete al <title>Dittamondo</title> è già venuto. Il manoscritto mandatomi dal Morelli ingombra finora 94 pagine e giugne fino al cap. XIV del terzo canto. Lettere di Torino mi dànno speranza d'aver presto in mia mano l'effetto delle promesse fattemi da quell'avv. Costa da tanto tempo. Mi sono di più procacciato l'elenco di tutti i vocaboli del <title>Dittamondo</title> citati dalla Crusca. Ciò pure servirà a qualche cosa. Nel passare ch'io poi farò da Modena mi tratterrò colà qualche giorno espressamente per riscontrare il Codice Estense, onde recarti tutto il tesoro che si può raccogliere per la maggior possibile illustrazione del tuo lavoro. E già sarei in Romagna, se una superior commissione non avesse improvvisamente stornata la mia partenza. È venuto da Vienna il comando d'un giornale letterario in Milano. Il signor Conte Maresciallo di Bellegarde, che ora fa qui le veci di Viceré, voleva ch'io me ne mettessi alla testa. Non atto a dirigere un lavoro che dimanda l'opera di molte mani, mi sono sottratto con buone ragioni a quest'onore pericoloso. Ma, promessagli di buon grado la mia cooperazione, mi son dato il pensiero di cercare fra questi dotti le penne più atte a compilare questo foglio periodico, e ad acquistargli e dentro e fuori buona riputazione. Per unire in una sola cospirazione dieci o dodici cervelli ben organizzati, bene disposti e tutti diversi, non è fatica di pochi giorni; e questa è la briga che ha sospesa la mia partenza. E la ritarda pure un altro rispetto. Né il suddetto signore, né mia moglie, né gli amici lodano ch'io mi scosti di lungo tratto da Milano, se prima non giugne da Vienna la decisione del mio destino. Il Maresciallo vuole ch'io tenga per fermo che l'affare riuscirà di tutta mia soddisfazione, e che il ritardo del sovrano decreto non procede che dall'arrestamento delle cose civili distratte dal vortice delle militari. E realmente qui tutto è ancor <emph>provvisorio</emph>. Si aspetti dunque ancora alcun poco. Intanto scrivimi se, venendo costà, non v'è nulla di molesto a temere per parte dei <hi rend="italic">Fachiri di Tangrenat</hi>: perciocché se mi risolvo a metter piede in lor casa, non è mia intenzione il partirmene così subito.</p>
<p>Mi piace che tu stia saldo nel proposito di cercare miglior teatro a' tuoi talenti e al tuo vivere. La difinizione di tutta la gran lite non pare lontana, e io sono d'avviso che in nessuna parte d'Italia il cielo si mostrerà sì sereno come a Milano. Non prendere a dunque veruna irrevocabile risoluzione se innanzi meco non la discorri.</p>
<p>Nell'impazienza in cui vivo di abbracciar te e la mia cara Costanza, mi consola l'udire che la sua salute sia pari alla nostra, che è perfetta; salvo che Teresina è dolente d'esser caduta di certe sue speranze politiche, simili a quelle del nostro Cassi, a cui godo sia tornato il giudicio.</p>
<p>Saluti a tutta la casa e ad Antaldi, e sta sano. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Il Trivulzio è in campagna.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1827.</head>
<opener><salute>A IACOPO MORELLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Luglio 1815.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Amico e Collega.</p>
<p>Ricevo il compimento delle note che il vostro senno ha prescelto da cotesto Codice del <title>Dittamondo</title>, e ve ne rendo grazie quante mai so. A maggior compenso della fatica sostenuta dal copiatore farò passare dal sig. Stella nelle vostre mani altre lire venti italiane. Se parravvi che queste sian poche, starò alla discreta vostra insinuazione.</p>
<p>Mi sperava di trovar fra queste note qualche schiarimento a quel passo del 2 libro, cap.o 2, ove, dopo l'aver detto che l'<quote>Esse, il Pi, il Qu e l'Erre — D'oro scolpite dentro al campo rosso</quote> fu insegna celebre di Roma (ed è manifesto essere queste sigle il <foreign lang="lat">Senatus Populusque Romanus</foreign>, segnate sugli stendardi di quei Potenti) Fazio soggiugne, che quelle lettere intendere si ponno, per la preghiera di Cristo sulla Croce,</p>
<quote rend="block"><lg type="terzina"><l>Allor che disse ne' pensier più tristi,</l>
<l>O Cristo salvator di tutto il mondo</l>
<l lang="lat">Salva Populum Tuum Quem Redimisti.</l></lg>
<lg type="terzina"><l><hi rend="italic">E in altro ancor l'intendo ch'io nascondo.</hi></l></lg></quote>
<p>Ben si vede che in quest'ultimo verso il poeta chiude un senso artificiosamente celato. Del certo un interprete non è tenuto a indovinare le cose che il poeta vuole nascoste. Nulladimeno una ragione di quel silenzio vi debb'essere, e parmi che il trovarla tornerebbe a molto onore del Commentatore. Ora il Perticari mi scrive d'averne rinvenuta la spiegazione nel frammento di Benvenuto, pubblicato dal Muratori nella Raccolta degli Scrittori delle cose italiche; ed è questa. Fazio fu coetaneo di Cola da Rienzo, che secondo la Cronica del Fortifiocca era l'unico che <quote lang="qro">sapea lejere li pitaffi</quote>. Ora di costui Benvenuto narra che sendo <quote lang="lat">Vir magnæ mentis et prudentiæ sæpe arguens populum romanum de vilitate et furore intollerabili eorum, exponebat istas litteras S. P. Q. R. sic: Sozzo Popolo Quoncato Romano</quote>. A me pare che il mistero sia svelato, e che Fazio abbia voluto tacerlo per non unirsi egli pure ai vituperatori di quel popolo. Ciononostante io stimo bene di sottoporre al vostro acuto intendimento questa dichiarazione per due ragioni: 1 per udire se l'approvate; 2 per pregarvi di riscontrare con più diligenza il Codice Veneto, onde vedere se il suo scoliaste ha veramente saltato il fosso del tutto.</p>
<p>La perdita di mons. Marini è grande del certo per l'italiana letteratura, ma grazie al Cielo voi siete vivo e sano, e per onor nostro giova sperare che il sarete ancor lungamente; e per voi tutti gridano: Tardus in cælum redeas.</p>
<closer>Amatemi, e custodite la preziosa vostra salute. Il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Lo Stella è a Varese. Tosto che egli ritorni darò l'ordine di cui sopra.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1829.</head>
<opener><salute>Alla Baronessa DI STAËL HOLSTEIN — Coppet.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Agosto 1815.</date></opener>
<p>La mia andata in Romagna è di viva necessità; e da più giorni sarei già partito, se tolto non me l'avesse un'occasione impostami da tale, che quando prega comanda.</p>
<p>Ora che ne sono libero, volerò a risolvere colà i miei affari, onde trovarmi in Milano al vostro arrivo. Ben temo però che il mio ritorno non potrà seguire che all'uscir di settembre, per tutto il qual mese mi sarà forza andar vagando su e giù tra Bologna, Ravenna e Pesaro; ché appunto in quei luoghi son tutte le mie faccende. Per la qual cosa, se voi differite ai primi d'ottobre la venuta vostra in Milano, io vi sarò senza dubbio; e partendone, mi sarà caro l'accompagnarvi fino a Bologna. Intanto se vi accade di scrivermi, indirizzatemi a Pesaro le vostre lettere, colla mansione <foreign lang="fre">chez monsieur le comte Perticari</foreign>.</p>
<p>Odo che il bravo Schlegel sia sempre con voi. Salutatelo caramente, e ditegli che il suo <title>Corso di letteratura drammatica</title> mi sembra opera maravigliosa. Giammai verun critico ha portato ne' suoi giudizi tanta finezza e tanto sapere. E tuttoché né io né verun Italiano possa concorrere nel suo parere intorno a certe sentenze sull'indole della nostra lingua; nulladimeno fatelo certo, che fra noi il suo libro ha destato altissimo senso d'ammirazione; perciocché gl'Italiani non si arrogano mai il despotismo letterario, come i Francesi.</p>
<p>Amatemi, che ne siete ben corrisposta, e fate che non sia vana la mia speranza di rivedervi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1830.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Agosto 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Il disegno del Giornale, di cui ti scrissi, finalmente è stato condotto al suo termine, ed io son libero di partire. Ma non si vuole che la mia assenza oltrepassi i primi d'ottobre, tempo in cui qui s'aspetta l'arrivo dell'Imperatore. La licenza adunque sarà breve, ma tale ancora io la vo' porre a profitto, e mi si porge bella occasione di volar a Pesaro direttamente in quattro giorni. Ho dunque fermo (colla debita permissione di Bellegarde) di partire sabbato mattina, giorno 12. La sera del 13sarò in Bologna; il 15 in Cesena, ove aspettami il Roverella. La mattina del 16 farò colezione in Savignano col nostro Borghesi, a cui oggi stesso ne scrivo, e la sera dello stesso giorno sarò in Pesaro, ove desidero di trovarti colla Costanza. Allora farai di me a tuo senno fino ai 20 di settembre. Ben avrei caro che subito ne tornassimo al tuo S. Angelo in seno alle Muse.</p>
<p>Se per una notte vorrai essere cortese d'ospizio al mio compagno di viaggio, che in fretta corre ad Ancona per ivi risolvere i suoi affari, farai cosa degna della tua gentilezza, e a me gratissima.</p>
<p>Sul finire di questa mi giugne la tua del 2 corrente, a cui non monta il rispondere. Solo ti dico che pel tuo Fazio porto meco tutte le note del Codice Veneto, e che il Trivulzio manderà in seguito tutto ciò che a momenti egli attende da Torino.</p>
<p>Ardo di abbracciare i miei figli, e mostrarmi lor salvo d'ogni burrasca. Saluti a tutti di casa e agli amici. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1831.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">SCIPIONE BREISLAK</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 11 Agosto <add resp="ed">1815</add>, alle dieci….</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Leggete e buona notte. Fra poche ore io spero trovarmi di là da Po, e ringrazio Dio che m'ha ispirato di partire. Aspetto in Pesaro le vostre lettere o quelle d'Acerbi, al quale nel suo ritorno direte che tre volte mi sono provato a rispondere, e che mai non ho saputo trovar termini che esprimano degnamente ciò che ho nel cuore.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1833.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Bartolomeo Borghesi</byline>
<date><add resp="ed">Savignano</add>, <add resp="ed">15 Agosto 1815</add>.</date></opener>
<p>Paleotimo ad Alceo.</p>
<p>Io ti ho scritto un'altra lettera quest'oggi per dirti che Monti trovavasi presso di me, ma non so se ti sia pervenuta, perché è stata consegnata all'azzardo alla prima cambiatura che si è presentata. Sul dubbio però che ti sia giunta, e molto più sull'altro che tu abbia ricevuto l'altra scrittati da tuo suocero da Milano, con cui ti prometteva di esser costì al più tardi la sera dei 16, ho creduto conveniente di spedirti il presente espresso onde tu sappia che la nostra partenza, fissata a dimani mattina, sarà probabilmente, anzi certamente ritardata a tempo indeterminato, perché il signor Gargantini, compagno di viaggio di Monti, mostrasi questa sera indisposto di salute. Noi non sappiamo quale sviluppo possa avere il suo incomodo di stomaco, onde non possiamo nulla dirti di preciso sul giorno in cui saremo da te. Puoi intanto vivere certo che Monti ed io ardiamo dal desiderio di rivederti, onde non temere ch'io sia per ritardarti un piacere che troppo giustamente devi bramare.</p>
<p>Salutami Costanza ed amami. Addio.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Mio caro Giulio</p>
<p>L'indisposizione del Gargantini è vera, ma questa non è certo che c'impedisca di partire dimani dopo pranzo. L'affare sarà risoluto dimattina secondo lo stato di salute in cui si troverà l'amico. Quindi non prendere per irrevocabili le parole di Bartolino, il quale si studia di sedurmi a restar seco anche dimani. Il che mi riescirebbe gratissimo se fossi men punto dal desiderio di essere fra le tue braccia e quelle della mia Costanza. In somma, se causa potente nol vieta, io sarò in Pesaro dimani sera a qualch'ora.</p>
<closer>Addio. <signed>Il tuo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="C">
<opener><byline>Bartolomeo Borghesi</byline></opener>
<p>Monti ha un bel dire, ma ad un povero galantuomo che sta male alle undici della sera, sarebbe un'indiscrezione il permettere che nell'indomani si rimettesse in viaggio, quantunque per secondarlo asserisca domani mattina di trovarsi bene. Son certo che ad ogni modo egli farà quanto è in suo potere per venire domani, giacché nel giorno seguente non potrebbe trovare cavalli, pel passaggio del Re di Spagna. Starà poi a me di frenare l'impazienza dell'uno e provvedere che l'altro non debba soffrire per una deliberazione di convenienza.</p>
<closer><signed>Il tuo Paleotimo</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1835.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Settembre 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Il sig. Cesare Gargantini di Milano, che per importanti suoi affari recasi a Roma, sarà il renditore della presente. L'amicizia che a lui mi stringe mi fa un dovere di caldamente raccomandarvelo e pregarvi di essergli, secondo vostra natura, cortese di tutte quelle attenzioni che all'amico dell'amico si vogliono praticare. Troverete in esso persona degna per ogni verso de' vostri riguardi, ed io porrò a debito mio tutto quello che per lui farete.</p>
<closer>Pregovi de' miei saluti e rispetti all'amabile vostra consorte, ed amate il sempre vostro per tutta la vita <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1836.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Settembre 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Bontà de' nuovi postali regolamenti di questo paese, ricevo tutte ad un tempo le due vostre carissime, l'una di Milano e l'altra di Castelgoffredo, alle quali, per difetto di tempo, brevemente rispondo, toccando il punto che più interessa.</p>
<p>Una prefazione al giornale, portante un cenno storico—critico sullo stato dell'italiana letteratura al cominciare di questo secolo, parmi bel pensiero, e volentieri io mi adoprerò di porlo ad effetto. Ma due ostacoli mi disturbano: l'uno è la parte scientifica, intorno alla quale è d'uopo che altri mi somministri i debiti materiali. L'altra risguarda le belle lettere, e nella riforma in queste avvenuta, pretendendo io (<foreign lang="lat">et absit verbo invidia</foreign>) d'aver non poco contribuito, col ritornare in onore lo studio dei nostri classici, massimamente di Dante, esiliato dalle scuole per le <title>Lettere virgiliane</title> del Bettinelli, e richiamatovi dalla <title>Basvilliana</title> e <title>Mascheroniana</title>, mi trovo in angustia non piccola nel toccare questo gran punto. Perciocché né a me è lecito il parlare di me medesimo, né giusto il tacere una lode che dal consenso pubblico mi è conceduta e a cui sento di avere tutto il diritto.</p>
<p>L'aver anche fatto conoscere agl'Italiani, in miglior sembianza che altri prima di me, il gran padre della poesia, dico Omero, non è cosa che si possa dissimulare. Ed io, autore di questo bene, come potrò accennarlo senza nuocere alla mia reputazione? Io non mi arrogo il merito altrui, ma non voglio né debbo essere così c… da rinunciare a ciò che mi spetta. Salvo questo rispetto, io son pronto a trattare questa materia. Ma voi vedete per voi medesimo che il punto è assai delicato.</p>
<p>Verso il 20 del corrente io mi metterò in via per Milano. Ivi spianeremo in voce le cose, meglio che per lettera. Eccovi intanto alcuni bei nomi ai quali desidero che s'invii la circolare. Il prof. Farina di Ravenna, il sig. Paolo Costa in Bologna, il sig. Mezzofanti e il signor cav. Dionigio Strocchj pure in Bologna. Ivi pure è il celebre ab. Piero Giordani, valentissimo scrittore, a cui è necessario mandarla, tuttoché <hi rend="italic">il carattere morale di questo ex—frate sia tristo</hi>. A questi aggiugnete l'avv. Luigi Biondi e l'ab. Girolamo Amati, ambedue in Roma, l'uno eccellente poeta, e l'altro sommo grecista. Anche l'ab. Loreto Santucci è letterato in Roma di molto grido.</p>
<p>La posta è sulle mosse ed io do fine. Addio.</p>
<p>P. S. Mi dimenticavo del marchese Antaldi di Pesaro, coltissimo cavaliere e grande amico mio e di mio genero e di Borghesi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1839.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 15 Settembre 1815.</date></opener>
<p>Maraviglioso piacere a me e al mio buon genero ha recato la pregiatissima sua del 9 corrente, la quale finalmente mi annunzia la spedizione delle carte venute da Torino. Io n'era impaziente per cagione di Perticari, il quale dì e notte travagliavasi indefessamente intorno al <title>Dittamondo</title>. Ed ora ch'io veggio l'opera da vicino, posso affermarle che nessuna illustrazione d'antico classico ha mai costato tanti sudori. I passi, ai quali si è portata la correzione e la luce, vanno oltre li dieci mila, e non pochi ancor restano a dichiararsi. Ma questi pure coll'aiuto del Codice Estense, e coi fogli inviati dal Costa, riceveranno in breve il loro splendore, e piglio speranza, che all'ultimo tutta l'opera sarà degna del rispettabile nome a cui verrà intitolata. Spero ancora che le annotazioni formeranno un corso tale di critica d'ogni guisa, che pochi libri o nessuno di questo genere l'avanzerà. Per recar tutto in brevi parole, il lavoro del Perticari, a chi bene intende, desterà moltissima maraviglia.</p>
<p>Io le rendo grazie in suo nome della cortese cura ch'ella si piglia del buon andamento del suo lavoro, e le ritorno i devoti saluti e rispetti della mia figlia, la quale col marito mi fa condurre fra le colline di S. Angelo i giorni più beati della mia vita, sì che ancora non so trovare la via di dispiccarmene.</p>
<p>La prego di porgere i miei ossequi alla signora Marchesa, e ogni bel salutare al Conte Porro, al signor Don Gaetano Melzi, e al Marchese Tassoni. E tutto mi raccomando alla preziosa sua benevolenza.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>Tante sono le grazie che le debbo rendere per lo splendido dono fattomi della vita del gran Maresciallo, e per le cure ch'ella si toglie pel mio lavoro sul <title>Dittamondo</title>, che non so come potrò mai rimeritare tanta cortesia. È però necessario ch'io le significhi alcuna cosa di quel che sento: né mi sono potuto rattenere dal chiedere al mio buon suocero un luogo su questa carta, onde attestarle la mia riconoscenza. Ché se questa illustrazione del <title>Dittamondo</title> acquisterà alcuna grazia presso i letterati, a lei lo dovrò in gran parte; di cui </p>
<closer>sono e sarò sempre dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Giulio Perticari</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>1840.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 23 Settembre 1815.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Ben era mia intenzione di venire ad abbracciarvi, e passare in vostra compagnia tutto l'ottobre; ma una lettera del Governo, giuntami coll'ultimo corriere, mi costringe a trovarmi in Milano ai primi dell'entrante. Nulla di meno egli è necessario che ci veggiamo per liquidare una volta i nostri conti, e questo faremo in pochi momenti, se il dì 29 del corrente vi troverete in Bologna, o pure la mattina del 28 di buon'ora a Forlì, in casa Tellarini, ove mi fermerò a far colazione. E perché, nel caso che vi troviate scarso di contante, ciò non abbia a farvi verun incomodo, vi dico che, in vece di ricevere danaro, farò un cambio di tutto, e vi aggiungerò di più un'altra piccola somma di 300 o 400 napoleoni che porto meco in oro e tutti in oro vi sborserò, ponendola al frutto che i tempi concedono onestamente. E questo cambio o anche censo io lo creerò con chiunque mi proporrete, salve le debite sicurezze. In luogo adunque di portarmi denaro, io vi aspetto a prenderlo, e amerei ciò fosse in Bologna piuttosto che in Forlì. Vorrei pure che colà mi faceste trovare la mia carrettella, caso che non l'abbiate ancora smaltita, e se vi piacerà che anche di questa facciamo negozio, il farò e a buon mercato.</p>
<p>Nel passare per Bologna io feci ricerca di Gasparoni, ma il poco tempo che vi rimasi mi tolse il piacere di vederlo. Salutatelo e ditegli che, dove io possa fargli alcun bene, il farò volentieri per l'attaccamento che egli ha sempre mostrato alla casa nostra.</p>
<p>Abbracciate l'Annina, e le sue cognate e Battista e Longanesi. Un saluto pure alle mie sorelle ed amate il vostro affezionatissimo zio.</p>
<p>P. S. Mi fermerò in Bologna tutto il 29 ed il 30.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1841.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Modena, 3 Ottobre 1815.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Dopo due giorni interi perduti, eccomi da Bologna in Modena, senza poter trovare ancor modo di proseguire il mio viaggio a Milano. E maledetto sia pure il momento che ci venne il pensiero di far venire a Bologna il mio legno. Primieramente io l'aspettava circa il mezzogiorno della domenica, secondo le speranze che voi me ne deste, e il legno non giunse che alle due della notte. In secondo luogo osservatolo la mattina (ché di notte mal si poteva), il trovai tutto fracassato nella partita davanti, e fasciata con corde tutta la traversa, su cui si appoggiano le molle ed il contracinghione, e balzati via in più luoghi i ferri e le viti. Figuratevi le mie bestemmie! Mandato a chiamare il facocchio, mi disse che per rifarvi di nuovo tutto il registro davanti non vi voleva meno d'un giorno intero, lavorandovi ancora tutta la notte. Il bisogno di trovarmi quello stesso giorno in Modena mi stringeva, quindi m'è convenuto venir qui con altro legno, e qui aspettare che mi si mandi il mio, rappezzato alla meglio che si potrà, e dentro oggi l'attendo per partirmene subito. Non vi dico gli altri piccoli guasti, né il timone rotto, né la sua cavicchia perduta, né smarrite le chiavi dei cassetti e del magazzino, né i cuscini insozzati più che se vi avessero viaggiato i porci. In somma non ho mai provato in mia vita tanto dolore, né schiodato tante maledizioni. E quello che più mi pesa, è il tempo perduto, per le alte ragioni che voi sapete.</p>
<p>Da Milano vi manderò il confesso delle cinque rate pagatemi del nostro affitto.</p>
<p>Salutate l'Annina, e quando tornerete a Bologna ringraziate il birbante a cui fidaste la mia povera carrettella. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1842.</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'avv.</add> <add resp="ed">IACOPO BONGIOVANNI</add> — <add resp="ed">Reggio</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Reggio</add>, <add resp="ed">circa il 4 Ottobre 1815</add>.</date></opener>
<p>Caro Avvocato.</p>
<p>Io sperava in passando da Reggio di farvi larghi ringraziamenti, e le lettere di Milano vogliono ch'io vi faccia grandi rimproveri. Ove son ite le solenni e replicate vostre promesse? Io non traggo a peggior conseguenza il discorso: ben vi dico che mi addolora il trovarvi sì poco sollecito nell'adempire il più santo di tutti i doveri. Voi non sapete le lagrime che fate spargere; e potevate da tempo averle asciugate.</p>
<p>La fretta che mi spinge a Milano, ove lettere superiori mi chiamano, fa ch'io non possa aspettarvi. Ciò torna a vostro profitto. E nulla di meno, quantunque adirato, addolorato e deluso, non posso far a meno di pregarvi per l'ultima volta a finire gli strazi di madama Bernard, né voglio dar fine senza dirvi che</p>
<closer>sono tuttavia il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1843.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. conte FERDINANDO MARESCALCHI Ministro Plenipotenziario di S. M. l'Imperatore Francesco presso S. A. Serenissima il Duca di Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Ottobre 1815.</date></opener>
<p>Mio carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Alle tre pomeridiane del passato Giovedì io posi piede in Milano, e alle quattro le vostre lettere, da me medesimo presentate, erano già nelle mani del Maresciallo e del Governatore. La cagione del mio subito correre alla presenza loro fu l'aver trovato, appena giunto, che le EE.e LL.o avevano già mandato a informarsi s'io fossi ancora arrivato. E già altri poeti, profittando del mio tardare, avevano profferta al Maresciallo l'opera loro, anzi una Cantata già bella e pronta. Non si è voluto dar questo incarico che alla mia povera Musa, la quale ha già preso a meditare il suggetto.</p>
<p>A madama Bodoni, nel passare per Parma, recai io stesso la vostra lettera, e l'altra qui in Milano a Tassoni fu subito recapitata dal mio famiglio.</p>
<p>Ora date orecchio a ciò che soggiungo. Al Maresciallo, a Strassoldo etc. erano già note le stravaganze del Governo Bolognese, né io per la pietà di quel povero paese mi sono lasciata fuggir l'occasione di confermare queste verità dolorose. Sua Eccellenza, commiserando le sciagure della vostra patria mi disse che il più sicuro mezzo di far noto al Papa e all'Imperatore il mal andamento delle cose de' Bolognesi sarebbe il rivolgersi, con esatta narrazione delle violenze che ivi contra la espressa volontà dell'Imperatore si commettono, rivolgersi, dico, al Ministro Austriaco in Roma. E Strassoldo, per farla più breve, mi ha suggerito, anzi pregato, di trovar persona in Bologna che francamente e veracemente stenda un rapporto dei tristi fatti ivi accaduti, e dei peggiori che si minacciano. Avendogli io fatto considerare che la mia lettera potrebbe cadere nelle mani di quella Polizia e far danno, Egli stesso, conoscendo l'amore che voi portate alla vostra patria e l'onestà e prudenza che solete porre in tutto che fate, mi ha commesso di aprirvi questo suo desiderio. La vicinanza in cui siete co' vostri concittadini vi mette in istato di affidare questa cura in Bologna a qualche amico del vero, e di avere questo rapporto per terza mano, e d'impostarlo in Modena alla direzione immediata dello stesso conte Strassoldo, ché così con esso si è convenuto, onde l'affare proceda più segreto e sicuro. A me pare, caro Ministro, che questo sia un tratto di Provvidenza, onde dar fine ai furori del pazzo Greppi, e alle stoltezze de' Zebedei e della vecchia ambiziosa.</p>
<p>Piacciavi di darmi qualche riscontro ostensibile su questo punto, né vi lasciate dileguar per le dita la bella occasione di liberare senza vostro pericolo dalla tirannide sacerdotale l'infelice vostro paese.</p>
<p>Non vi raccomando le note di Fazio perché so per prova la vostra diligenza nel far piacere agli amici. Né questa cortesia vostra sarà taciuta ma verrà degnamente ricordata con quella del marchese Trivulzio.</p>
<closer>I miei saluti all'egregio vostro segretario, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1846.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Ottobre 1815.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Fra i libri del conte Giovio di Como si è trovato un bel codice del <title>Dittamondo</title>; e se deggio credere al Reina, correttissimo; il quale superlativo sarei contento che si risolvesse nel positivo. Qualunque sia, io l'avrò, e forse mi verrà conceduta pure la facoltà di metterlo in tuo potere. Vedi che Apollo ti aiuta per ogni lato. Prima però d'inviartelo io ne farò eseguire il confronto coi codici dell'Ambrosiana: e a far meglio sarebbe buono che tu mi mandassi la noterella dei passi che ancora ti rimangono tenebrosi.</p>
<p>Allo stesso tempo pregoti di mandarmi la nota ecloga del Petrarca accompagnandola con due righe di risposta all'Acerbi.</p>
<p>Il mio lavoro drammatico ancora non è finito. E ciò per molte ragioni; la prima delle quali si è la differita venuta dell'Imperatore. Intanto le cortesie e gl'inviti sì del Maresciallo come del Governatore mi si continuano sempre più, e l'avvenire non mi presenta che le speranze, quasi certezze, di lieto fine.</p>
<p>Il Trivulzio è tuttavia alla campagna. Farai avvisata la Clarice che in questo corso di posta le spedisco il desiderato consulto medico su la malattia di suo figlio.</p>
<p>Abbracciami la Costanza, saluta tua madre, e tutta la casa, e tutti gli amici, e piglia qualche volta la penna per consolare il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Spero avrai ricevuto le poche annotazioni che da parecchi ordinari ti spedii del Caluso.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1847.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO FORTUNATO STELLA</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Ottobre 1815.</date></opener>
<p>Non avendo esatta la cambialetta di lire italiane cinquanta tratta sopra il conte Armaroli, e lasciando questa a vostra disposizione, vi accuso lo sborso da voi fattomi di detta somma,</p>
<closer>e sono sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1849.</head>
<opener><salute>A … — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Novembre 1815.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Noi siamo tutti ludibrio della perfidia. Il <add resp="ed">Bongiovanni</add> né ha scritto sillaba di risposta, né ha spedito la promessa cambiale. Questo è nulla. Una lettera di cotesto sig. Presidente al barone Valdrighi, lo accerta che il <add resp="ed">Bongiovanni</add> non ha ancor fatto in giudizio alcun passo e già corre l'ottavo mese ch'egli per mandato di procura ha assunta la causa dell'infelice Mad.a <add resp="ed">Bernard</add>, causa privilegiatissima, che in ventiquattr'ore si pote<add resp="ed">va</add> risolvere, poiché trattasi di pensione fattasi santissima ed inviolabile per solenne istrumento, pensione insomma di alimenti alla moglie ed al figlio. Non credo che assassinio di tal natura siasi mai udito, né io trovo parole che degnamente poss<add resp="ed">ano</add> esprimere l'orrore che mi desta l'empia condotta del <add resp="ed">Bongiovanni</add>.</p>
<p>M.a <add resp="ed">Bernard</add> per consiglio dello stesso Valdrighi, indignatissimo egli p<add resp="ed">ure</add> di questo infame procedere, ha risoluto di correre ai piedi del Duca vostro sig<add resp="ed">nore</add> e alla sua venuta in Milano di compagnia coll'Imperatore, il farà certamen<add resp="ed">te</add>, e troverà chi chiarisca a Sua Altezza tutta quest'opera d'iniquità, dimandando ragione degli enormi danni, che le sono derivati dal suo difensore assassino. Intanto egli è forza il levare dalle mani di costui <add resp="ed">la procura e le carte che</add> l'accompagnano, e trovar chi supplisca. Il Valdrighi, inorridito della pessima riuscita del <add resp="ed">Bongiovanni</add>, non si arrischia di nominar alcun altro, sul timore d'un secondo sbaglio, e loda ch'io ne scriva a voi in confidenza. Mad.a <add resp="ed">Bernard</add>, a cui il Valdrighi ha lodata molto la vostra onestà e capacità, vi porge la stessa preghiera per bocca mia. Aiutatene adunque de' vostri suggerimenti e consigli, date il vostro pensiero al sollievo di questa infelice tradita, e oltre alla compiacenza, che in sé hanno le oneste azioni, gusterete ancor l'altra di meritarvi la riconoscenza d'una sventurata madre e d'un figlio che tutte in voi ripongono le presenti loro speranze. Vorrei che le mie parole fossero tante lingue di foco per infiammarvi: ma conosco la vostra bell'indole, e mi rendo certo che non andranno indarno le mie preghiere.</p>
<p>Mi ha fatto grande consolazione il poscritto del nostro Paradisi, poiché mi annunzia la sua presta venuta in Milano. Spero non sarà solo. E allora conoscerete co' propri occhi la vittima del <add resp="ed">Bongiovanni</add>.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1851.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO MARESCALCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Dicembre 1815.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo Amico.</p>
<p>In questo punto alle quattro pomeridiane ricevo la carissima vostra del 29 passato, e subito ho spedito al nostro Tassoni la lettera che mi avete inclusa per lui.</p>
<p>Ai molti ringraziamenti che vi farà (e spero vi abbia fatti a quest'ora) mio genero, aggiungo io pure i miei per le note trascritte del Dittamondo; e bramo ancora che per mezzo vostro sia palese la nostra gratitudine a cotesto Bibliotecario, la cui gentilezza non verrà taciuta nelle illustrazioni di quel poema.</p>
<p>Da molti giorni la mia Cantata a quattro voci è finita, ma non la musica, che per altro è presso alla riva. Se non prendo errore, il buon Weigl questa volta ha vinto se stesso, e vi lavora intorno con tutto l'impegno. Impressa che sia, ve la manderò, e sarete il primo ad averla.</p>
<closer>Salutatemi il vostro ottimo Segretario, ed amate l'amantissimo vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1852.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Modena</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Dicembre 1815.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Se mai dato mi avete prove (e sono infinite) di bontà e d'amicizia, questa è la volta che una me ne darete segnalatissima, procurando che l'acclusa supplica o per mezzo del sig.r conte Munarini, o per le vostre mani medesime, o per altre al Principe care giunga sotto gli occhi di S. A. S. la cui giustizia non è mai stata invocata per causa più sacrosanta. E ben credo che al Duca medesimo piacerà di conoscere a qual segno di malvagità un suo suddito, un avvocato di Reggio, tradisce gl'interessi della sua infelice cliente dopo averne assunta la tutela solennemente. Lungo sarebbe lo svolgere tutta la tela di questa inaudita bricconeria. Solo vi dirò che il barone Valdrighi, e Paradisi e Ferrarini, ed io stesso e più altri <add resp="ed">siamo stati</add> allettati da ogni genere di protestazioni e promesse da cotesto perfido pel sollecito disbrigo di questo affare limpidissimo e privilegiatissimo (affare che in 24 ore sarebbesi risoluto se fosse stato presentato ai tribunali), <add resp="ed">che</add> sono già nove mesi che lo scellerato ha accettata la procura, ed ei non ha per anche fatto alcun passo, con iscandalo e maraviglia dello stesso presidente del tribunale, che ne ha scritto direttamente a Valdrighi. Nella storia in somma delle forensi furfanterie non si è mai intesa la simile; e ciò che muove la compassione, a danno della più interessante donna ch'io mi conosca, e delle cui afflizioni sono quotidiano spettatore, siccome il son meco i suoi amici Acerbi, Breislak, Caleppio, Tambroni, il professor Brignole e tant'altri onoratissimi uomini, tutti ammiratori della sua eroica pazienza e virtù.</p>
<p>Io vi prego adunque e vi supplico di adoperarvi acciocché la sua supplica sortisca l'esito che si dimanda, e l'Autorità superiore provvegga a tanto disordine, costringendo quell'avvocato assassino ad adempiere il suo dovere.</p>
<p>Spero di potervi presto mandare la stampa della Cantata, ed anche la stampa di tutta la musica, alla cui impressione si mette mano dimani. La soddisfazione che S. E. Saurau me n'ha mostrata è superiore ad ogni credere, e singolarmente distinte sono le cortesie di cui mi onora. Quindi ne spero buon effetto alla venuta di S. M.: nella quale circostanza del certo mi assicuro di abbracciarvi e di ringraziarvi.</p>
<closer>Curate la preziosa vostra salute ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1856.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1815—1816</add>.</date></opener>
<p>La cortese accoglienza fattami dal generale F… mi porta a sperare buon esito alla supplica che voi sapete. Desideroso che la notizia di questa grazia mi giunga per una mano assai cara, io l'ho pregato di parteciparmela per mezzo vostro: ed egli me l'ha promesso. Fate dunque di vederlo dentro domani o nel dì susseguente, poiché vi è sembianza che il Maresciallo non parta prima di lunedì. Ma ciò il potrete saper voi meglio di me.</p>
<p>Il cuore vi saluta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1858.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 17 Gennaio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Ecco di pugno stesso del Mai i riscontri de' Codici Ambrosiani, e cinque fogli e mezzo delle varianti che con molta pazienza vo estraendo io stesso dal Codice Giovio. Vedrai che son giunto fino al Cap. 20 del 1 libro, e troverai, spero, non poche cose che gioveranno. Io non mi ristarò fintantoché tutto non l'abbia scorso, notando però solamente quello che mi par degno.</p>
<p>Da certo sig. Santini di S. Arcangelo dovresti a quest'ora aver ricevuto la mia Cantata.</p>
<p>Marescalchi è qui, e mi duole l'intendere ch'egli non abbia ancor ricevuto da te verun cenno delle carte che egli ti ha mandate. Per carità, e per onore della tua gentilezza ringrazialo, e ringrazia allo stesso <add resp="ed">tempo</add> quel Bibliotecario, che di proprio pugno ha voluto durar la fatica di scrivere quelle note. E il Marescalchi amerebbe che tu porgessi a quell'uomo un segno del tuo gradimento, non in danaro, ma coll'inviargli qualche frutto del tuo paese: le quali cose alimentano più che altro le letterarie amicizie.</p>
<p>Scrivo in gran fretta, e per oggi non ho da aggiungere se non che a prima occasione manderò per Costanza la promessa musica. Abbracciala, e saluta tutta la casa e gli amici.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Avverti che delle varianti del codice Giovio non ho notato che le migliori, scrivendole colla moderna ortografia per far più presto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1860.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Gennaio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Poni giù le paure e i sospetti, mio caro Giulio: ch'io sto bene benissimo e sempre ti amo oltre egli cosa. E se rado ti scrivo non darne colpa che parte a' miei studi e parte alla poltroneria. Ma per dire alcun che intorno alle materie che tocchi nell'ultima tua, sappi primieramente che né al Costa né al Giusti si sono mandati gl'inviti promessi perché l'impresa del noto Giornale ha sofferta un'eclissi, la quale non è del tutto ancor dileguata. Lungo sarebbe il dirtene le cagioni: ma siati assai il sapere che l'intoppo è tutto politico, tutto un contrasto d'autorità: senza che siane in colpa veruno dei capi compilatori, i quali sempre son presti. Allorché piacerà al Governo darne la mossa (e il momento, se il Direttore mi dice il vero, non è lontano) ognuno farà il suo dovere. Ciò dico rispetto agli altri: ché in quanto a me è cessata la voglia di mescolarmene, avendo io ben altro di che occuparmi. Mi sta nel cuore la <title>Feroniade</title>, e a questa voglio dare tutto il pensiero. Acciocché poi la mia ritirata non faccia verun difetto, e non mi tiri addosso i romori allorché farò palese la mia intenzione, ho guidato la cosa in maniera che il Fraticello entri nelle mie veci. Egli ha bisogno di pane, ed è atto, sopra ogni altro, a questo mestiere. S'egli ha scritto alla madre de' Gracchi che gli tocca il far l'officio di lavandaia, non ha mentito. È tanta la sartagine degli scritti piovuti d'ogni parte al povero Acerbi, che molti han bisogno del Purgatorio; e non avendo io per niuna guisa voluto mettermi in questa briga, l'Acerbi per mio stesso consiglio è stato costretto a versarne i più bisognosi nel caldaio del Fraticello, onde il ranno gli frutti fin d'ora qualche zecchino. Ecco in poco la storia di questo affar letterario. A calmar intanto gli sdegni del Costa e del Giusti scrivo oggi medesimo alla Malvezzi, e le impegno la mia fede che ambidue, se il Giornale avrà vita, verranno con parole d'onore pregati a prestarne l'opera loro; e così pure il nostro Ronconi, di cui sento al vivo l'offesa fattagli dall'imbecille antico suo ospite. E basti di ciò.</p>
<p>Nell'andato ordinario ti ho spedito sei fogli delle varianti del Codice Giovio unitamente a quelle degli Ambrosiani. Or eccone altri sei, i quali faranno fede della mia pazienza e dello studio che pongo nel procacciarti i mezzi di condurre a riva felicemente il nobile tuo lavoro.</p>
<p>Con questa riceverai pure un esemplare della Cantata, poiché veggio che il Santini non ti ha per anche recapitato quello che fin dai primi del mese gli ebbi commesso. Al primo suo comparire non è mancato chi <add resp="ed">volle</add> morderla qua e là. Ma non trovando dove attaccar il dente sul vivo, ogni critica si è taciuta, e non ha raccolto che beffe. Il guadagno però ch'io n'ho tratto si è l'aver trovato qualche perfido sotto la maschera dell'amicizia. Ma tale smacco glien'è venuto, che più non si osa di comparire.</p>
<p>Al soprannomato Santini fu consegnato pure un pacchetto con le corde da pianoforte richieste dalla Costanza. Se il diavolo non sel porta, io spero che in breve riceverai il tutto, e che subito per mia quiete me ne darai l'avviso. Unita alla stampa della Cantata troverai pure la borsa, che promisi in S. Angelo alla Costanza, e terminata che sia l'impressione della Musica manderò senza indugio anche questa.</p>
<p>Sovvengati di scrivere a Marescalchi e al Bibliotecario Estense conformemente a quanto t'ho detto nell'altra mia. Abbracciami la Costanza, saluta tua madre e Gordiano, saluta Cassi, Antaldi e il mare.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1861.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Gennaio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ieri la terza mandata delle varianti, ed oggi la quarta. Che te ne pare? La fatica mi torna dolce perché penso ti sarà grata. E s'io mi avessi il tuo manoscritto mi sarebbe agevole il riscontrano da capo a fondo anche co' due Codici Ambrosiani. Ma il limitarmi alla sola stampa, che tu possiedi, fa che, ignorando io le correzioni fattevi sul Codice Antaldiano e Malatestiano, io sia forzato a notar spesso varianti inutili e già emendate nel tuo testo a penna. Se per avventura tu avessi messo ad effetto il consiglio che ti porsi, di farlo cioè ricopiar tutto, allora potresti inviarmi lo scartafaccio sul quale sudammo già tanto in Sant'Angelo, e con questo alla mano farei buon lavoro. Intanto tra pochi giorni io spero darti finito tutto il riscontro del codice Giovio, e sono avido di sapere se vi trovi cosa che ti compiaccia.</p>
<p>Scrivimi ancora se il Santini (di cui nell'altre mie) ti abbia ancora recato il piego che gli affidai, e la borsa per la Costanza, e le corde da pianoforte. Così pure se siati giunta la Cantata messa il sabbato scorso alla posta con una semplice fascia di carta, e tutti insieme i pieghi delle varianti, ripetendo che questo è il quarto.</p>
<closer>Saluti a tutti ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1862.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Gennaio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ecco il compimento delle varianti Gioviane a tutto il secondo libro, e questa è già la quinta spedizione: delle quali sono impaziente di udire la ricevuta, e qual pro ne ricavi. Ove io volessi notarle tutte minutamente mi converrebbe quasi tutto trascrivere: ma io ho stimato bene di non tenermi che a quelle che inducono variazione nella sentenza, o che migliorano la dizione, o anche la sola parola sia per la sua collocazione, sia per la desinenza, sia pel cangiamento delle vocali, il cui uso nelle antiche favelle è così balzano e sgrammaticato. Il resto si è messo tutto da parte, e rispetto ai nomi propri (ove le tenebre sono più folte) non ho segnato che quelli di cui sono certo, o che, diversi dallo stampato, possono somministrar qualche nuovo raggio di luce per rintracciarli: il che a te, che ne conosci le fonti, verrà più facile che a me non teologo, non geografo, non istorico, né pratico di Solino e de' SS. Padri, come se' tu. Terrò dunque d'aver ben posta la mia fatica se delle trenta ne trovi una che ti contenti, e voglio ripetere che se mi mandi lo scartafaccio che ci ha servito in S. Angelo, io potrò renderti miglior servigio, riscontrando anche gli Ambrosiani da capo a fondo.</p>
<p>Il decreto per la compilazione del noto Giornale finalmente è uscito dalla cortina, e Giordani (mercé dell'opera mia) è uno de' quattro proprietari. Ma io sto incerto se mi debba porre su le spalle un tal peso, e vo pensando un'onesta via di sbarazzarmene per dar tutto l'animo al compimento del mio poema. Se a te piacesse di annunziare al pubblico l'illustrazione che vai preparando del <title>Dittamondo</title>, io ne inserirò l'articolo ne' primi fogli, e parmi sarebbe cosa ben fatta e desiderata. E sarebbe abbastanza che tu medesimo me ne mandassi uno schizzo, tanto che su quello io potessi incarnare il disegno che più t'aggradisca.</p>
<p>Attendo con impazienza la tua risposta a questa e all'altre mie lettere.</p>
<p>Abbracciando la nostra Costanza e salutando tutti gli amici, sono sempre il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. A Costa, a Giusti, a Ronconi sono state ripetute le lettere d'invito. Dico ripetute, perché l'Acerbi mi giura di averle fin dallo scorso Ottobre inviate. Se Borghesi è tornato, tornagli a memoria la promessa dissertazione e tu pure manda qualcosa del tuo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1863.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Gennaio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Siamo alla sesta mandata, e tu per anche non mi avvisi d'aver ricevuto neppur la prima. Piacemi d'imputare questo ritardo alla distanza de' luoghi e spero, quando che sia, mi farai noto essere arrivate tutte queste carte a buon porto. E sarebbe per vero empietà che la sospettosa Polizia di qual si sia Governo stornasse dal loro corso fogli così innocenti, ne' quali altro non si notano che gli spropositi d'un copista di circa cinque secoli fa.</p>
<p>Io veglio dì e notte per venir a capo di questa fastidiosissima recensione, né rimarrommene finché non tocchi la fine. E se manderai il tuo testo, prometto di fan lo stesso sopra i codici dell'Ambrosiana.</p>
<p>Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1864.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">30 Gennaio 1816</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Tanto ho sollecitato il lavoro, che due sono li pieghi che in questo corso di posta riceverai. Alle cose dette in quello di ieri null'altro accresco se non l'inquietudine che mi cagiona il non vedere per anco alcuna risposta ai già spediti, e che con questi sono già sette se la memoria non me ne gabba. Sto pure in pena per gl'involti consegnati al Santini, ne' quali io ti spediva la borsa, le corde e un esemplare della Cantata in folio velino.</p>
<p>La partenza del Corriere è imminente. Dunque addio. Il tuo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1865.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Febbraio 1810.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Vi porgo bella occasione di far risplendere il nobile vostro carattere a difesa d'un infelice divenuto vittima d'un ribaldo di Recanati. Questo infelice son io, ed il ribaldo si è il marchese Roberti. Leggete l'acclusa che tutto dice, e presentatela (ve ne scongiuro) voi stesso all'ottimo nostro monsignor Bartolucci, implorando la sua autorità, il suo consiglio, la sua giustizia.</p>
<p>Fate allo stesso tempo ricerca di un tal Vincenzo, ch'era decano di monsig. Cesari Uditore di Rota. Questo buon uomo serviva il Roberti al tempo che accaddero i fatti narrati nella lettera a Bartolucci, e potrà far fede del vero, e giurarlo, e somministrar molti lumi su tutta questa bricconeria.</p>
<p>S'egli è d'uopo presentare in mio nome supplica al Papa, si faccia. Se vuolsi una mia procura, la manderò. Se rendesi necessaria in Roma la mia presenza, ed io verrò. Tutto in somma farò per uscir da un disturbo, che mi toglie il sonno e rode la vita. E vorrei vi fosse luogo a procedere criminalmente contra il Roberti, che di gran cuore il farei. Ma la giustizia è troppo larga a pro de' furfanti, e non soccombe che il debole galantuomo.</p>
<closer>Vi supplico insomma, mio caro amico, di non abbandonarmi in un frangente sì doloroso, e di unire le vostre cure a quelle di Bartolucci onde salvare il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutate e riverite la diletta vostra consorte. Non vi porgo i saluti della mia, perché la meschina ignora quanto vi scrivo. E il dirglielo sarebbe un coltello al suo cuore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1866.</head>
<opener><salute>Al conte LUIGI MARCONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Febbraio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>L'affare di cui lo scorso ordinario vi scrissi non mi lascia dormire. Avendo ieri narrato il fatto a un amico abbastanza pratico delle cose legali, egli mi ha mandato stamane l'accluso foglio che voi darete a monsig.r Bartolucci, alla cui assistenza di nuovo mi raccomando. Alla veracissima storia che gli ho mandata di tutta questa bricconeria, null'altro so aggiungere fuor che questo: che dal punto in cui il march. Roberti m'involse in questa rete, mai e poi mai mi fu mossa parola di quei contratti; che mai fu da me pagato alcun frutto; che mai il Luogo Pio di S. Giovanni mi riconobbe per suo debitore. E se per caso il Roberti avesse fatto correre il pagamento de' frutti sotto il mio nome, e parimenti sotto il mio nome intestarne le ricevute, giuro (e sul giuramento pongo l'anima mia) ch'io non ne seppi mai nulla, e che nessuno al mondo, né manco Iddio, può fare che il fatto sia seguito diversamente. Dalle quali cose conchiudo che il Luogo Pio, avendo osservato meco un assoluto e profondo silenzio per lo spazio di trentaquattro e più anni, ha perduto, per la forza della prescrizione, ogni diritto di molestarmi.</p>
<closer>Se vi parrà che siano mal ragionate le mie ragioni, compatite alla mia profonda ignoranza in queste materie, e di nuovo siavi raccomandato il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1867.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Febbraio 1816</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Finalmente veggo tue lettere, e fatto sicuro che le mie ti sono giunte, non indugio più avanti la spedizione delle Varianti che rimanevano fino all'ultimo canto. Provo grande piacere nell'intendere che n'hai cavato profitto, e desidero a queste pure la stessa sorte. Non so lodare tanta tua delicatezza intorno all'articolo che ti ho consigliato ed oggi pur ti consiglio risguardante le tue illustrazioni. Fallo a tuo senno, e io per liberare da ogni rossore la tua modestia vi apporrò il mio nome.</p>
<p>Non mi allargo nello scrivere perché la partenza del Corriere è imminente. Parmi cosa impossibile la trufferia del Santini, e desidero di sapere se ti è venuto nulla a notizia.</p>
<p>Abbracciami la Costanza ed Antaldi, asciuga le lagrime del povero Cassi, ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1868.</head>
<opener><salute>Al Marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 17 febbraio 1816.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Sig. Marchese.</p>
<p>Le ritorno il suo Dittamondo col Codice Giovio da lei desiderato. Allo stesso tempo le unisco una lettera di mio genero, dalla quale intenderà la richiesta ch'egli mi fa d'un libro che non conosco, e su cui ella sola può darmi qualche notizia. Ed io verrò dimani a prenderla in persona, e a ringraziarla.</p>
<closer>Sono sempre col più vero rispetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1870.</head>
<opener><salute>Al Padre MICHELANGELO MONTI — Palermo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Febbraio 1816.</date></opener>
<p>Carissimo e prestantissimo Amico.</p>
<p>Per la memoria della nostra benevolenza (ché l'amicizia nei cuori ben fatti è immortale), per l'amore che portate alle sante Muse, le quali anche fra noi rendono riverita la vostra fama, e all'ultimo per l'amore del vostro stesso paese io vi prego di aiutarmi a poter fare la vendetta del mio.</p>
<p>Non vi è occulto che sotto il mio nome si è stampata in Palermo una stolta tragedia intitolata <title>Amalarico</title>. Recatevi, mio caro, la mano al cuore, e sentendo ivi dentro quanto è prezioso e tenero il tesoro della riputazione, intenderete a qual segno sia villana e brutale l'offesa che mi vien fatta.</p>
<p>Egli è sacro dovere di ben ordinato Governo il punire questo delitto, che, violando la proprietà più cara dell'uomo, prende posto nel numero dei gravissimi; e gravissima imprime la macchia su la dignità d'un Governo che lo lasci impunito. Io so che pel discorso degli uomini questa impostura è palese in tutta la Sicilia, e che gli autori son conosciuti. Ma nol sono in Italia, e tanto è facile che questo errore fra i malaccorti prenda radice, che già in Pisa uno stolido stampatore, credendo veramente mia quella tragedia, avea messa mano a una nuova edizione della medesima.</p>
<p>Nessuno mi precide la via dei fogli pubblici per ismentirla, e coprire d'obbrobrio i delinquenti. Ma io mi ho il diritto di chiedere e di volere che il loro castigo cominci dal rigor delle leggi a cui vivono sottoposti. E queste io invoco presentemente, e le invoco per mezzo vostro, e pregovi di farne in mio nome solenne istanza all'Autorità superiore. E siccome alla vostra può dar molto peso la voce del celebre mio collega nell'Istituto Cesareo, il P. Piazzi, così pregovi di pregarlo di unire alle vostre le sue premure: di che egli a prima occasione sarà pure sollecitato dal suo e mio massimo amico Oriani.</p>
<p>Il modo di conseguire l'effetto della mia dimanda non è bisogno ch'io vel suggerisca, essendo voi meglio di me informato dei regolamenti siciliani sopra la stampa. Ben vi dico che piacerebbemi veder rivelata nei fogli pubblici di Sicilia questa inaudita bricconeria, e il rivelarla, nei termini che si conviene torna in onore, non pur mio, ma del Governo sotto i cui occhi è stata commessa. Non aggiungo altre parole per non mostrare ch'io dubiti del vostro zelo per questo punto. E del beneficio che da voi attendo, e della giustizia, che imploro da chi vi regge, renderò buon conto allorché per le stampe farò manifesta per tutta Italia e fuori d'Italia una siffatta ribalderia.</p>
<p>Vi accludo il prospetto d'un giornale letterario che qui si pubblica sotto l'immediata protezione del Governo; e se voi manderete qualche leggiadro vostro componimento, farete cosa assai grata, e conoscerete in quanta stima qui pure siete tenuto.</p>
<p>Aggradite il saluto del cuore, e siatemi cortese di non tarda risposta. Vostro aff.mo amico e servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1871.</head>
<opener><salute>A FERDINANDO MARESCALCHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Marzo 1816.</date></opener>
<p>Carissimo Signore ed Amico.</p>
<p>Quantunque io viva sicuro che voi non possiate porre in dimenticanza l'affare dell'infelice e buona Madama Bernard, nulladimeno soffrite ch'ella stessa coll'acchiusa ve ne rinfreschi la memoria e si raccomandi al vostro bel core, e vi preghi sopra ciò di far recapitare, nel modo che voi stimerete più conveniente, al sig.r conte Guicciardi la lettera che pur vi compiego. Il caso di questa povera madre è degno della vostra assistenza, e il lasciare sì lungamente sospese le sue privilegiate ragioni fa torto alla giustizia dei Tribunali. Possibile adunque che un Principe giusto, come Sua Altezza, non debba trovar la via di ricondurre un furfante avvocato all'adempimento del suo dovere? Non è grazia che si domanda: ella è pura e sola giustizia. Per le tante e generose azioni che adornano la vostra vita io vi supplico di mettere il cuore a questa, di cui tutti vi supplichiamo.</p>
<p>Mia moglie vi saluta caramente, ed io sono mai sempre colla perpetua ricordanza de' beneficj da voi ricevuti il vostro aff.mo e vero servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1872.</head>
<opener><salute>All'abate STEFANO MORCELLI membro dell'Istituto Cesareo — Chiari.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Marzo 1816.</date></opener>
<p>Prestantissimo sig. Abate.</p>
<p>Il titolo, che mi onora, di vostro collega nell'Istituto sia scusa all'ardire che mi piglio di scrivervi; e la conosciuta cortesia vostra mi affidi, che farete buona accoglienza alla preghiera che vi porgo.</p>
<p>Il marchese Giulio Beccaria figlio dell'immortale scrittore dei Delitti e delle Pene, per onorare con domestica religione la memoria di un tanto padre, desidera un'iscrizione conforme alle cose che nell'acchiusa carta si dicono. Nessun'altra penna al mondo è sì degna di farlo come la vostra: e questo si chiede dal suddetto sig. marchese e da me e da tutti, a cui è sacra e cara la fama di quel grand'uomo. Non permetta adunque la gentilezza vostra, che la nostra preghiera resti delusa, e sarà infinita l'obbligazione che ve n'avremo. E a me soprattutto sarà dolce cosa il poter aggiugnere all'alta stima che vi professo anche il sentimento della mia particolar gratitudine.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1873.</head>
<opener><salute>A S. E. il Generale SAURAU Governatore di Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Marzo 1816.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Riverente ai superiori comandi, l'Istituto Cesareo espone il suo netto parere sulle Osservazioni da V. E. comunicate, e sottoscritte P. De Capitani consigliere, e Bernardoni segretario.</p>
<p>E primieramente in quanto alle Opere del Bergantini, che l'egregio Osservatore ne raccomanda, e sulle quali si è dovuto consumar molti giorni e molta pazienza, l'Istituto è d'avviso che, al grande scopo di riformare il Vocabolario Italiano, poco sia l'utile che può cavarsene, e molto il pericolo di peggiorarne le piaghe anzi che risanarle. Il Bergantini a null'altro ha posto il suo studio che a far cumulo di parole (alla qual fatica tutti son atti), traendole senza scelta e senza critica ponderazione da ogni fatta di libri, la più parte non approvati, siccome quelli in cui la pesca de' nuovi vocaboli è più copiosa. Né ad avere per buoni gli scrittori da cui li tolse basta il privato giudizio del Bergantini. Egli è necessario che vi concorra l'universale consenso dei dotti. Altrimenti, rotto quest'argine, e ciascuno, sull'esempio del Bergantini, fattosi accettatore di tutti i nuovi vocaboli che lo contentano, la lingua si spande in un mare di confusione che non ha termine. E allora, è tutta indarno l'opera dei vocabolari, i quali dalla sapienza dei dotti ad altro fine non sono stati ideati, che a contenere il corso della favella dentro i confini della perfezione, e a comprimere lo spirito della licenza, che, abbandonata a tutto il suo impeto, in poco spazio di tempo la condurrebbe ad una totale dissoluzione.</p>
<p>Un altro grave difetto è pur da notarsi nel Bergantini. Classico o non classico, ei porta il nuovo vocabolo senza mai portarne l'esempio. Questo è gran vizio. Perciocché nell'esatta compilazione d'un Vocabolario, l'esame della parola dee precedere all'ammissione della medesima. Or come può egli l'intelletto esaminatore giudicar rettamente della virtù del vocabolo che si propone, se non ne vede prima l'esempio? Le parole, solitariamente considerate, non sono che inerti immagini delle cose, e male si può conoscere se quella immagine sia efficace e fedele ove non si vegga posta in azione: ché la sola azione delle parole, ossia la locuzione, ne fa sentire il vero valore. E a questo necessario giudizio è cosa impossibile il pervenire dirittamente e salvi da inganno, senza l'esempio.</p>
<p>Di più. La poca messe de' buoni vocaboli, che in terreno classico fu raccolta dal Bergantini e pubblicata nel 1745 nella sua Appendice alla Crusca, è già stata tutta riposta nell'edizione della stessa Crusca, fatta in Venezia per il Pitteri dopo il '60. Di qui procede lo sbaglio dell'Osservatore, che immeritamente accusa l'Alberti di poca onestà, perché ricettando nel suo Dizionario parecchi vocaboli registrati nell'Appendice del Bergantini, mai nol citò. L'Alberti non tolse quei vocaboli al Bergantini, ma li tolse alla Crusca, che nella mentovata edizione di Venezia gli avea già ricevuti dentro il suo seno. Che se fuori di quell'edizione alcun altro se ne riscontra che, portato prima dal Bergantini, sia stato poscia raccolto pur dall'Alberti, ciò deesi attribuire ad incontro fortuito della stessa voce; avendo egli, come protestasi, <quote>rispigolato i campi mietuti dagli Accademici della Crusca, e ricercatine ancora di nuovi, in cui essi non avean messa la falce</quote>. Dopo la quale intesa, non sembra liberale giudizio il recargli a rubamento ciò che è frutto del proprio suo sudore.</p>
<p>Lontana dal giusto è parimente l'accusa dell'aver egli trascurato di citare l'autore da cui trae gli esempi delle parole. Nella ben ragionata e veramente bellissima prefazione al suo Dizionario, p. XIV, sec. par., l'Alberti si esprime in questo modo: <quote>Il primo fonte a cui ho attinto, e che ho interamente esausto per arricchirne il mio Dizionario, è il Vocabolario della Crusca: in guisa che per tutte le voci e modi in niuna guisa particolarmente contrassegnati, sempre intender si debbe ch'essi sono di sua assoluta proprietà</quote>. Colla qual protesta l'Alberti, chi ben vede, rende buona ragione dell'aver omesso di quando in quando le citazioni, e il suo silenzio medesimo diventa prova sicura della classica autorità dell'esempio da lui addotto.</p>
<p>Più seria e più degna d'essere dileguata si è la terza imputazione di cui lo grava l'Osservatore. <quote>L'Alberti</quote> (dic'egli) <quote>non si è curato di citare l'autore, perché forse si è vergognato di nominare un Contuso, un Cagiani, un Fortunio, un Pocaterra, un cardinale De Luca, un Mambrino Roseo, uno Scaradino, un Ardelini, un Revillas, ed altri che non hanno grido di purgati scrittori, de' quali, copiando per lo più le Voci Italiane del Bergantini, porta gli esempi</quote>.</p>
<p>Se l'Alberti abbia trasfuso nel suo Dizionario quelle voci dal Bergantini, oppur dalla Crusca, si è veduto. Se l'aver ommesso talvolta le citazioni proceda da sentimento di vergogna, o più presto dal savio divisamento di andar per la breve e amminuir la noia al lettore, questo pure si è veduto. Sul resto venga innanzi egli stesso, e rimuova da sé la brutta colpa che gli vien data di portar esempi d'autori non approvati. <quote>In tale inchiesta (nella ricerca di nuovi vocaboli) io mi protesto che, fuor di quegli scrittori, i quali, a giudizio di tutti, sono purgatissimi reputati, mi sono astenuto di trar fuori alcuna cosa che sia opposta alle regole omai invariabili della favella, la quale per tal convenente può dirsi fissata</quote>.</p>
<p>È dunque falso del tutto che quel benemerito Vocabolarista abbia attinta veruna voce dai <hi rend="italic">Contusi</hi>, dai <hi rend="italic">Cagiani</hi>, dai <hi rend="italic">Pocaterra</hi>, né da tutta quell'altra ciurma di sciaurati scrittori, nomi tutti cavati dall'indice del Bergantini. Il solo Bergantini ha bevuto a quelle torbide fonti; ed è per questo che la sua material collezione diventa pericolosa, e che il separarvi l'oro dalla mondiglia tornerebbe a maggior fatica che il purgar le stalle d'Augia. L'Alberti che in fatto di lingua avea miglior odorato del Bergantini, non cita che autori approvati dall'oracolo della Crusca, e di tutti ei ne porge indici distintissimi, e vi comprende ancor quelli che, per partito preso nell'adunanza del 1786, furono aggiunti al catalogo dei classici padri della favella.</p>
<p>Non meravigli Vostra Eccellenza se, nella difesa dell'Alberti, l'Istituto prende qualche calore. Imperocché, appresso le più riposate considerazioni essendo egli venuto nell'opinione che il <title>Dizionario universale critico enciclopedico della lingua italiana</title> dell'Alberti sia l'unico da cui si possa sperare molto sussidio alla compilazione del nuovo Vocabolario, parea convenevole il dissipare dall'animo di Vostra Eccellenza ogni sinistra impressione intorno a quell'opera, onde poi non venisse riputato insano il giudizio di chi la segue. Né l'Istituto, anteponendo l'Alberti al Cesari e al Bergantini, intende di non voler chiamare in aiuto del suo lavoro ancor le fatiche di questi due. Intende solo di dire che scarso è il profitto che sen può trarre. Non dal Cesari, perché egli, insozzando di tante voci del tutto morte il vivo fior della lingua, sembra non aver avuto altro divisamento che di ricondurre l'Italia all'infanzia della favella. Non dal Bergantini, perché, siccome si è detto, ha sua collezione (nella quale l'Istituto per vero avea posta molta speranza, allorché il cessato Governo, a consiglio del fu cav. Lamberti, ne fece a caro prezzo l'acquisto), esaminata dopo e discorsa pazientemente, null'altro si è trovata che un inerte e vasto coagolo di parole: e il Lamberti morendo ha portato seco il dolore d'aver consigliata sì mala spesa.</p>
<p>E poniamo che in questa collezione sien molte voci meritevoli di esser mantenute. Alla fin fine il vantaggio che ne deriva, in soli e nudi vocaboli si risolve. Ma ben altro che di vocaboli è l'impresa di che si tratta. Il Vocabolario, di cui la sapienza del Governo, e diciam pure tutta l'Italia, desidera la riforma, è il grande Vocabolario della Crusca, da noi tenuto finora come sacro e inviolabile codice della lingua. Or questo codice, dinanzi a cui tremano le superstiziose coscienze degli scrittori, è seminato di tante voci mal dichiarate sì nel latino e nel greco come nell'italiano; di tante che furono traviate dalla lor vera significazione; di tante che vanno prive di esempio, mentre mill'altre ne soprabbondano; di tante che son vive e si dànno per morte, e di morte che si dànno per vive, e non han più soffio di vita; di tanta confusione de' sensi propri co' figurati; di tanti passi d'autori stortamente compresi, in somma di tante nuvole prese per la Dea, che il disgombrarlo da tutta questa selva d'errori è sudore di molto tempo e di molte fronti. E a tutto cielo s'inganna chi a ciò spera soccorso dal Cesari e dal Bergantini: poiché sì l'uno e sì l'altro piglia per buono e per santo tutto che trovasi nella Crusca: e il Cesari per aggiunta non solo ne copia ciecamente tutti i peccati, ma ve n'accresce buona derrata di propri: il che fu fatto già manifesto nei dialoghi del <title>Poligrafo</title>.</p>
<p>La riforma adunque del Vocabolario, in ciò che dipende dall'augumento delle nude parole, è lavoro di corta lena; e i Bergantini trovansi dappertutto. Ma la sua intima correzione dimanda intelletti nudriti di miglior critica, colla quale ben si sappia estimare il valore delle parole, e ben segregare dalle infette le sane, e ben confortarle di classica autorità; e finalmente metter la scure non del pedante, ma del filosofo, agli errori già stabiliti, e stirparne e svellerne le radici.</p>
<p>Terminato questo duro lavoro, resta l'altro, nulla men faticoso e nel Vocabolario della Crusca sì trascurato, quello di una ben ordinata etimologia, per mezzo della quale illustrare e accuratamente distinguere in primitiva e derivativa l'origine delle parole, onde, conosciuto il tronco generatore, agevolmente conoscerne i generati. Indi l'altro pur pieno di molte spine, quello cioè dell'ortografia, suggetta a tante variazioni quante son le pronuncie, e divenuta al presente un orribile guazzabuglio mercé delle giunte Veronesi, le quali a tutto potere, con tanto pericolo della non pratica gioventù, e con tanto inganno dello straniero, hanno rimessa in campo l'ortografia dell'imperator Federico e del suo segretario Pier delle Vigne; l'ortografia insomma dei Ducentisti e Trecentisti, che niuna affatto ne conoscevano.</p>
<p>Emendati i vizi del Vocabolario, e provveduto con nuove voci al bisogno delle arti e delle scienze, resta che vi si aggiungano le eleganze del favellare, dalla Crusca dimenticate; dico le locuzioni, nelle quali consiste principalmente la grazia e la venere della favella. E di queste è già pronta buona ricolta.</p>
<p>Fatta ragione alla prima parte delle Osservazioni, sulle quali è piaciuto all'E. V. di chiamar l'attenzione dell'Istituto, è suo stretto dovere l'aprire adesso il suo animo sulla seconda, nella quale l'Osservatore primieramente ci porge il cortese consiglio di <quote>render pubblico l'invito ai dotti del Regno di somministrare vocaboli e frasi</quote>. Indi pone in mezzo il quesito, se l'Istituto, pria di venire alla pubblicazione del suo lavoro, <quote>debba procedere ai concerti coll'Accademia della Crusca</quote>.</p>
<p>Egli è vano il ripetere che, nella riforma del Vocabolario Italiano, il punto dei <hi rend="italic">vocaboli</hi> e delle <hi rend="italic">frasi</hi> è il minimo degli oggetti, e che il primo da contemplarsi e il più arduo da eseguirsi è il purgamento de' suoi errori. In quanto poi al consiglio di render pubblico quell'invito, l'Istituto loda volentieri lo zelo dell'Osservatore, ma supplica l'E. V. di volere nell'alto suo intendimento considerare che, quanto per l'Istituto si crede cosa ben fatta l'invitare a questa nobile impresa non solo i dotti del Regno Lombardo Veneto, ma di tutta l'Italia dal piè delle Alpi fino alla punta di Lilibeo (perciocché fra questi due termini è sparsa la gran famiglia dell'italiana letteratura, e tutti scrivono la stessa lingua, e tutti sentono il vivo bisogno di governarla con una comune universale legislazione); altrettanto inconsiderata e pericolosa riuscir potrebbe la pubblicazione di questo invito, se prima non si risolve maturamente il quesito dei proposti concerti coll'Accademia della Crusca. Ed eccone la ragione. Gli Accademici della Crusca, o dritta o torta che sia la lor pretensione, si stimano i soli e legittimi arbitri della favella. L'invitar dunque i dotti d'Italia avanti di venire ai concerti con gli Accademici, piglierebbe sembianza di poca stima verso di essi; sarebbe un dir loro svelatamente che noi li teniamo non primi, ma secondi, ma ultimi nella cognizione di questa materia. E allora non solo non vorranno associarsi al lavoro dell'Istituto, ma verranno a peggio, spargendone mala voce, e disturbandolo per tutti quei mezzi che il rancor letterario suole somministrare. Prima dunque di dar l'invito alla stampa, si esamini se torni bene il concertarsi cogli Accademici.</p>
<p>Ognuno che, a conseguir qualche fine, cerca di collegarsi, pria di stringere società considera seco stesso i costumi, le qualità, il carattere del collega a cui ha volto il pensiero, e le forze da porsi in comune, e i vantaggi che possono risultarne. Sarebbe invidiosa e somma ingiustizia il negare l'infinito bene che ha fatto all'italiana letteratura quella illustre Accademia, raccogliendo tutto in un coro il grande tesoro della divina nostra favella. Più che cento furono gli Accademici che in diversi tempi concorsero alla formazione di quella grand'opera; fra i quali amarono di veder segnato il loro nome tre Principi Cardinali di Casa Medici, ed anche un Granduca. Ciò tutto vero. Ma l'interno ed occulto spirito che diresse un tanto lavoro, quale si fu? Lo spirito di nazional pretensione; la mira di stabilire il dialetto toscano per lingua universale italiana. E non dispiaccia a V. E. che si sveli istoricamente tutto questo odioso mistero, onde l'illuminato suo discernimento conosca meglio quello che appresso s'avrà da fare.</p>
<p>All'assoluta dittatura dell'universale idioma italiano, affidati alla prevalente bellezza del loro dialetto, aspirarono i Fiorentini fino dai remoti tempi di Dante; il quale, mal sofferendo quest'arroganza, scrisse in latino il trattato della Volgar Eloquenza, e biasimò fortemente e derise la pretensione dei suoi Toscani, che alla lingua illustre, creata dagli scrittori e comune a tutta l'Italia, tentavano di sostituire il solo dialetto particolare della Toscana. Il dantesco trattato, di cui si aveva certa contezza per le cronache del Villani, giacque per ben due secoli seppellito: ma finalmente dissotterratosi dal Corbinelli in una biblioteca di Padova e messo in volgare dal Trissino vicentino, gli occhi de' letterati italiani di qua dell'Arno e di là si rivolsero tutti sopra il gran punto della questione, se, oltre il dialetto toscano, vi fosse altra lingua in Italia di cui a buon dritto valersi nelle scritture. I Toscani, da sì gran nemico assaliti (ché il solo nome di Dante li spaventò), dal bel principio impugnarono a tutta forza la legittimità dello scritto: e allora si corse da ogni lato alle armi, e si appiccò fra i dotti una fierissima zuffa, che consumò molto inchiostro d'ambe le parti e durò più d'un secolo, e non è ancora al tutto sopita; quantunque fino dalla metà del secolo andato, il principe de' giureconsulti e de' critici Vincenzo Gravina, nel suo profondo trattato della Ragion Poetica, abbia già definita la lite contra i Toscani.</p>
<p>Intanto essi, mal reggendo alle forti ragioni di quel trattato, per assodare la combattuta lor dittatura, procedettero animosamente alle vie di fatto, e ideato il Vocabolario della Crusca, prontamente lo compilarono, ed esclusero dal medesimo tutti i vocaboli che vivi e vegeti e ben sonanti vagavano per tutto il resto d'Italia, ma non erano sgraziatamente stati ancor tinti nel liquido oro, che scorre sotto il ponte di Santa Trinita; o che, nel significato della stessa cosa, per la differenza di qualche lettera sonavano diversamente dai vocaboli fiorentini; e per non nuocere a quelli del Mercato Vecchio, si giunse persino a dar l'esilio a vocaboli che, secondo il precetto oraziano, <quote lang="lat">parce detorti</quote> cadevano dal materno fonte latino, e più dotta e più nobile rendevano la favella. Ma ristretto dentro a questi confini, il Vocabolario della Crusca riuscì così magro e digiuno, che subito si fe' sentire la necessità d'impinguarlo e ampliarlo co' materiali degli scrittori, che fuori del dialetto toscano avevano dilatata in più ampio spazio la lingua. E fu cosa maravigliosa il vedere l'Accademia della Crusca, costretta dall'onnipotenza dell'opinion pubblica, canonizzare per autor classico anche Torquato Tasso, quel Tasso che dai fondatori della stessa Accademia era stato sì rabbiosamente straziato e coperto di villanie; alle quali pose il colmo miseramente lo stesso gran Galileo, acciocché i posteri s'accorgessero ch'egli pure era uomo. Tanto è il delirio delle passioni, le quali gettano al basso anche i cuori più generosi, e non addormentano il loro furore che su i sepolcri.</p>
<p>L'intenzione adunque ordinatrice del primo Vocabolario della Crusca fu quella di stabilire in Firenze il despotismo della favella, e di rivocare a sé l'universale della lingua illustre italiana, per riporre in luogo di questa il particolare dialetto della Toscana. E per lingua illustre intendiamo con Dante la lingua che un dì parlavasi nelle corti italiane, le quali gareggiavano nell'adunar d'ogni parte il fiore de' letterati, e da questi castigatamente scrivevasi dappertutto e traevasi non già dal parlare della plebe, ma dai fonti della erudizione e della filosofia; e questa è la lingua che per noi deesi vendicare, e che essendo lingua comune a tutta l'Italia, italiana deve chiamarsi non fiorentina. Ben è il vero (per usar le parole del citato Gravina) <quote>che il dialetto toscano più largamente che gli altri partecipa della lingua comune ed illustre</quote>: ma ciò non toglie ch'ei sia pur sempre mero dialetto; e un dialetto, per copioso ch'ei sia e nobile e gentile, non può arrogarsi il titolo che unicamente competesi alla lingua universale d'una nazione.</p>
<p>Italiano adunque, e non toscano, non della Crusca deesi intitolare il Vocabolario, a cui la saggezza del Governo comanda che l'Istituto metta le mani. Or questo titolo piacerà egli ai moderni Accademici della Crusca? Vorranno essi concorrere coll'Istituto a dispossessarsi dell'usurpato loro dominio? Siamo noi certi che lo spirito da cui oggi è animata quell'Accademia, sia diverso da quello de' suoi fondatori? V'è egli a sperare che sia fatto più discreto, più ragionevole, più conforme ai diritti di tutta la letteraria corporazione, di cui gli onorandi Accademici non sono che una porzione, e ancor la minore? E vorranno essi concedere che il tribunale della favella non siede né sull'Arno, né sul Po, né sul Tevere, ma dappertutto ove son penne che la sappiano scrivere castamente? Ecco le prime dimande a cui la Minerva dell'Istituto non sa che rispondere.</p>
<p>L'Accademia della Crusca, questo reverendo oracolo della lingua, gode egli al presente di quell'alta riputazione che un dì gli acquistarono i Salviati, i Redi, i Lami, i Salvini? Ecco un'altra dimanda, a cui la buona creanza dell'Istituto non deve rispondere.</p>
<p>La Sibilla di questo oracolo, dopo la recente sua restaurazione, ha ella dato prove sicure della sua perizia, del suo retto giudizio in fatto di lingua? A questa interrogazione, grazie ad Apollo, ha risposto tre anni fa la Crusca medesima, coronando come opera classica la storia del Micali toscano, di cui nessuno più parla; e rigettando, anzi vituperando pubblicamente la storia del Botta piemontese, che tutti leggono con sentimento d'ammirazione, e che, tradotta in più lingue, per universale consenso è tenuta un capolavoro.</p>
<p>E per le stampe di Firenze dell'anno scorso non si è egli veduto il viaggio per la Valacchia e la Transilvania del toscano Sestini, la cui prefazione è un dileggio perpetuo della Crusca? Ben altri potrebbe dire che il Sestini vilipende quell'Accademia, costituita a mantener salde le regole del bello scrivere, perché appunto egli stesso scrive pessimamente. Ma se la riputazione di quell'illustre Consesso è perduta nell'estimazione de' suoi medesimi cittadini, non pare che i letterati lontani siano tenuti a farne gran conto. Nulladimeno il giudizio che ne fa l'Istituto Cesareo è più liberale. Egli pensa sinceramente che il poter consociare le sue fatiche a quelle degli Accademici, tornerebbe a molto profitto, solo che dall'un canto e dall'altro potesse mettersi egual zelo, egual buona fede. Il far tacere le frivole letterarie passioni che questa unione potrebbero attraversare, sta nelle mani del Saggio che ci governa: e l'Istituto ha già detto abbastanza, perché l'E. V., a tutta ragion veduta, sappia risolvere nel suo senno.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1875.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 24 Marzo 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Non maravigliare se da qualche tempo mi son rimasto di scriverti. Ho sofferto ne' giorni andati molte amarezze, e per dissipare la bile son venuto a intanarmi fra questi monti, ove in compagnia d'un amico e di pochi morti portati nella valigia vo dimenticando le male azioni de' vivi. Non entro in dettagli perché <foreign lang="lat">longa est iniuria</foreign>, e mi converrebbe cominciare dal <foreign lang="lat">Quis talia fando</foreign> con quel che segue. V'è un passo nel <title>Dittamondo</title> che finisce <quote>sol per sé pesca</quote>. Trovalo, e fa tuo conto che quella sia la chiave d'una parte de' miei segreti. Sul resto Arpocrate ha messo il sigillo. A crescermi il mal umore fino alla rabbia, odi che m'interviene. Essendosi sparsa in Palermo la voce che io era passato all'altro mondo, tre sciaurati poeti di quell'isola, avvisandosi che nessuno, essendo io morto, avrebbe potuto ismentire la loro impostura, con inaudito ardimento pubblicarono, nel settembre dell'anno scorso, una loro tragedia (l'<title>Amalarico</title>) sotto il mio nome, e con successo l'esposero sulle scene. Ma durò poco l'inganno; ché là pure si trovò chi ebbe buon naso, e mise in chiaro la frode. Il primo cenno che me ne venne fu da madama Staël, che, trovandosi in Pisa, l'ebbe alle mani sul finire dell'anno scorso&gt;, e subito me ne scrisse. La piena istoria del fatto l'ebbi poscia, fra un mese, da un cortese cavaliere palermitano, venuto espressamente a trovarmi per questo effetto, e ad esibirmi l'opera sua per ottenere dinanzi ai tribunali la riparazione di questa offesa. Ho dunque inviata a quel Governo l'istanza che si doveva, e ne attendo l'esito con impazienza, onde far pubblica solennemente questa iniquità letteraria. Or vedi che fronte bisogna avere per giugnere a questo eccesso! Intanto mi giova l'avertelo significato, acciocché quanto puoi lo divulghi, e ne scriva a' tuoi amici di Roma e di Napoli, presso i quali assai mi dorrebbe l'esser tenuto autore di quella tragica fornicazione.</p>
<p>Per quante diligenze siensi praticate e dal Trivulzio e da me, nessuno ha saputo darci notizia del poema geografico del Berlinghieri. Bensì t'accerto che se una volta piglierai la risoluzione di venire a Milano, troverai di che far pieno il tuo desiderio nella sola Trivulziana, che il Marchese mette a tutta tua disposizione. In questo mezzo puoi mandare ridotti alla miglior lezione i capitoli che toccano i costumi cavallereschi. Al mio ritorno in Milano, e sarà al finire della quaresima, il Trivulzio ed io ci studieremo d'illustrarli, avendo la Trivulziana, oltre alle stampe, buona copia di codici inediti che trattano di cosiffatte materie.</p>
<p>Scrivo allo Stella che per l'innanzi non ti spedisca più per la posta i fascicoli del giornale, o che s'accordi a più discrete condizioni con gli offici postali, e trovi intanto altra via. Non farmi rallegramenti intorno a questo giornale, perché mi tocchi un tasto che duole. Io sperava, come ti scrissi, uscirmi di questo imbroglio e di starmene tutto nelle cure che più mi stringono. Ma chi sta sopra ha voluto diversamente, e così sono la frasca dell'osteria. Pel pagamento non ti dare verun pensiero.</p>
<p>Alla mia Costanza l'inclusa, a tutta la casa e agli amici molti saluti, e a te il cuore. Sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Ascolta e stupisci. Sul punto di sigillar la presente mi giunge una lettera con questo indirizzo Al cav. Vincenzo Monti Italia. Apro e trovo questa triplice sottoscrizione: Francesco Franco, Giacinto Agnello, Pompeo Inzenga suoi ammiratori. Or indovina chi son costoro? Li tre bricconi che sotto il mio nome hanno pubblicato in Palermo la tragedia di cui t'ho scritto. Confessano gli sciaurati il loro delitto, e adopransi di farlo procedere <quote>dalla sola altissima stima delle mie opere, e dall'essere pervenuti al punto di recitare per entusiasmo quasi tutte le mie poesie a memoria</quote>, e più altre ciance dello stesso peso. Or vedi che bella logica si è cotesta, e quanta vena di dolce mi attribuiscono per darsi a credere di placarmi! Alla lettera uniscono francamente una copia dell'<title>Amalarico</title>, e ne parlano sì gloriosamente, che poco resta ch'io non debba ringraziarli. Insomma blandimenti in ciocca. E tutto questo mi porta a credere che costoro si dian dattorno per istrapparmi in scritto l'approvazione, o almanco l'assoluzione del loro operato onde sottrarsi al castigo che li minaccia. Così voglio e deggio sperare, se in Palermo vi son leggi che puniscano la falsità. Di che valore sia poi quella tragedia, non tel so dire, perché non ho per anco avuto il coraggio di leggerne pur un verso. E il pessimo stile della lor lettera mi ha fatto cader l'animo e la speranza di trovarvi nulla di sopportabile. In questo stato di cose io vivo su le spine aspettando l'effetto de' miei richiami.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1876.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">verso la fine di Marzo del 1816</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Rimando le stampe e i manoscritti. In quelle non ho trovato che un errore di grammatica da espungersi, un <hi rend="italic">non</hi> di più e alcune scorrezioni di ortografia. Ho mutato anche in un certo luogo <hi rend="italic">turgore</hi> in <hi rend="italic">turgenza</hi>: ché <hi rend="italic">turgore</hi> è voce barbara e grida, sassate.</p>
<p>Quanto agli scritti è mio parere che il solo saggio di traduzione del Leoni sia da ritenersi. Ma gioverebbe sapere se questa versione di Milton è a buon termine, e se il pubblico ne può sperare presto la fine. Io non soglio alzarmi a giudice degli scrittori ch'io reputo buoni per se medesimi. Pure se il Leoni, secondo che ritraggo dalla sua lettera, desidera ch'io vegga e consideri il suo lavoro, per la stima che gli professo il farò volentieri.</p>
<p>Li tre articoli del Bramieri sono tutti roba da cesso. Solo se ne può trarre l'elenco delle opere ivi annunciate, d'alcune delle quali si può far lodevole menzione ma breve, come degli sciolti del Maggi, gli unici che di quella bramieriana sartagine ho letti e che mi sono piaciuti.</p>
<p>Il soggetto della memoria del Romani è bello, ma parmi freddamente trattato e con poca perizia. Tuttavia la ritengo presso me per nuovamente esaminarla con più riposato giudizio.</p>
<p>Il carme latino del Vida non solo è scorrettissimo nella lezione, ma misero ancora per l'invenzione e poco rispondente all'aureo stile che si ammira negli scritti stampati di quel poeta. L'unico profitto, che a mio giudizio se ne può trarre, si è l'annunziare la scoperta di questa inedita poesia (ché il nome dell'autore ben lo merita e più l'argomento che tutto torna a gran lode del valore italiano) e dopo l'annunzio riportar qualche tratto di quel poema. E questo, se v'aggradisce, il farò.</p>
<p>Ho scorso a salti la versione di Properzio del Vismara e parmi inferiore a quella che abbiamo alle stampe del Peruzzi. Se in qualche fascicolo si avrà penuria di buona materia, si potrà dar mano a qualcuna delle migliori versioni del Vismara e inserirla con quella del Peruzzi a fronte.</p>
<p>All'ultimo vi annuncio che i nostri colleghi Breislak e Giordani giudicano anch'essi cosa necessaria l'adunarci e presto. Fermatene adunque voi stesso il giorno e l'ora, e portate con voi l'elenco dei finora associati. La seduta seguirà a casa mia, siccome luogo il più centrale.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1877.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Marzo 1816</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Giordani vi deve aver dato il nome di due associati in Cesena. Or eccone altri quattro che porrete sotto il nome e la direzione del conte Perticari in Pesaro, oltre alli tre esemplari che già gli avete spedito, e di cui egli m'accusa la ricevuta. Di questi sette metterete il pagamento a carico mio. Ma per la spedizione conviene pensare altra via, perché inviandoli per la posta n'è troppo il costo, non minore di due lire italiane per ciascheduno. Così egli mi scrive, raccomandandosi che si trovi altro recapito. E ciò vi serva d'avviso onde dare co' Direttori delle poste miglior sistema alle spedizioni fuori di Stato. Altrimenti non solo non troveremo associati fuori del Regno, ma perderemo i pochi che già vi abbiamo.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se il secondo fascicolo è fuori del torchio, speditemelo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1878.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, 30 Marzo 1816.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Non vi ho scritto il nome dei quattro nuovi associati in Pesaro perché mio genero me li ha taciuti, e solo mi dice di porli tutti sotto il suo nome. Scrivete dunque in catalogo <hi rend="italic">il Conte Giulio Perticari</hi> per esemplari n. 7 e di questi riconoscete me per garante. Nello stesso tempo ponete cura a trovar altra via di farne la spedizione, essendo troppa la spesa della posta, siccome vi ho già scritto.</p>
<p>Mandatemi il volume della Letteratura Italiana del Ginguené, che contiene l'analisi del Poema di Dante. Fate insieme ricerca della traduzione in prosa francese della sola cantica dell'Inferno, e mandatemi anche questo. Non mi sovviene il nome del traduttore, ma il Giegler saprà indicarvelo e procurarvi un tal libro. Salutate Acerbi, e ditegli che nel venturo ordinario risponderò.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1879.</head>
<opener><salute>All'ornatissima donzella ADELAIDE CALDERARA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 2 Aprile 1816.</date></opener>
<p>Dilettissima Adelaide.</p>
<p>E voi pure, angelica creatura, voi pure ricordarvi di me, e scrivermi una lettera sì graziosa, e accompagnarla di un regalo di frutti così gentili? Per vero questa è fortuna che mi fa peccare d'orgoglio e di compiacenza. E quando considero che i canditi da voi mandatimi, sono stati tocchi dalle vostre care manucce, io li prendo con devozione fra la punta del pollice e dell'indice, e nel mandarli giù per la bocca sento una dolcezza che mi va per la vita, e tutto mi ringiovanisce. Aspettatevi adunque di vedermi al prossimo mio ritorno rifiorito nella salute come un vecchio tronco che mette nuovi germogli: e questo miracolo sarà tutto vostro.</p>
<p>Ma di che modo potrò io intanto significarvene la mia riconoscenza? Attenderò che la vostra buona mammina vi faccia cader nelle braccia d'un bel marito, di un marito che sia degno di possedere tanta grazia, tanta virtù, e allora in qualche compenso del vostro dono spargerò sul letto nuziale i fiori delle Muse. Ma vi esorto a far presto, perché gli anni m'incalzano, e tardando correreste pericolo di non aver dal vostro poeta che fiori appassiti.</p>
<p>Rimosse tutte le celie, io vi ringrazio, cara Didina, di tanta vostra cortesia, e vi prego di porgere per me all'ottima vostra madre il più bel saluto del cuore. Piacciavi ancora di ricordare a tutti di casa Negri la mia servitù. Ricordatela principalmente alla vostra signora nonna, di cui mi figuro le benedizioni al Signore sulla felicità de' tempi presenti.</p>
<closer>Siate felice ed amate quanto potete il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1880.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 7 Aprile 1816.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Sono giusti i vostri lamenti. Ho tardato due ordinari a rispondere, e questa è grande mancanza. Ma siate discreto e non vogliate ch'io conosca d'aver errato fidandomi alla vostra indulgenza. L'oggetto che mi ha condotto fra questi colli è stato di rifare la mia salute, afflitta dalle troppe vigilie della città. E nel vero lo sconvolgimento che i primi dì soffersi mi è prova del gran bisogno ch'io aveva di ristabilirla. Il pigliarmi adunque un po' di riposo e stato gran senno, e un piccolo peccato di negligenza non fu mai scritto nel libro dell'amicizia.</p>
<p>In mezzo a questa vita vegetativa egli è vero che vi sono anche le ore della vita intellettuale. Ma se queste io le avessi donate ai lavori che ho per le mani più presto che al vostro giornale, me ne fareste voi colpa? Il corso della mia vita inchina a gran passi verso la sera, e temo fortemente che non mi avanzi tempo abbastanza per condurre a riva l'opere mie. Tutti, che veramente mi amino, diranno ch'io fo bene a porre in queste le prime mie cure. Voi forse sarete d'altro avviso e mal soffrirete che i secondi pensieri sieno pel giornale. Decideremo fra pochi giorni a viva voce questa grave questione. E se rimarrà provato che l'amor del giornale debba andar innanzi al mio proprio, io getterò nel fuoco il <title>Prometeo</title> e la <title>Feroniade</title> e tutti gli scritti sulla Riforma del Vocabolario per darmi tutto alla <title>Biblioteca Italiana</title>.</p>
<p>Insomma la Pasqua è imminente, e la sera del sabato santo io sarò in Milano.</p>
<p>Salutate Giordani e tenetelo caro, ché in lui solo avete l'Atlante. Addio. Vostro aff.mo amico.</p>
<p>P. S. Ho gittato sulla carta qualche pensiero intorno al <title>Camillo</title>. Ma esaminando riposatamente questo poema, vi ho scorto in mezzo a molte bellezze tai vizi, che il disvelarli potrebbe recar gran danno alla riputazione del Botta: il che non consente la mia amicizia verso di lui, né il desiderio che ho di giovargli anzi che nuocere.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1881.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Aprile 1816.</date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Eccovi un'altra commissione che assai mi preme, se avverrà ch'io sappia spiegarmi.</p>
<p>Fuori della porta di Lugo che va a Faenza, a man destra, lungo la strada, i campi adiacenti sono difesi da una siepe di certa fatta di spini particolari, che formano un riparo forte ed impenetrabile. Non so né mi ricordo come si chiamino, ma forse alla descrizione m'intenderete. Il fusto è diritto, le branche laterali pure diritte, lo spino lungo e acutissimo, e nericcio tutto l'arbusto. L'involucro del seme è tondo e schiacciato, ed è questo seme ch'io desidero e che vi prego di mandarmi, indicando allo stesso tempo la maniera con cui si semina. Preparatene dunque un sacchettino e speditemelo a prima occasione.</p>
<p>La mia salute è buona, ma non quella di Teresa, che da tre mesi è maltrattata da una ostinata tosse convulsiva, che comincia a mettermi in apprensione. Vorrei portarla in campagna nella Brianza, ma la stagione è tuttora sì perfida, che non se ne può sperare alcun beneficio.</p>
<p>Sotto gli auspicj superiori qui si stampa un giornale letterario intitolato <title>Biblioteca Italiana</title>, nel quale il Governo ha voluto che io metta il mio nome. In ogni fascicolo v'è qualche articolo d'Agricoltura. Se vi piace di associarvi, scrivetemelo.</p>
<closer>Salutate l'Annina e D. Pietro, ed amate il vostro aff.mo amico e zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1883.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FERDINANDO MARESCALCHI</add> — <add resp="ed">Modena</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Aprile 1816.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Pare a Voi che io potessi lasciar venire a Modena Anelli senza accompagnarvelo con mie lettere, se mi fossi trovato in Milano al momento della sua partenza? Io m'era in montagna, e non giunsi che il giorno dopo. Ritornato egli qui l'altra sera, ci ha rallegrato coi felici effetti della sua missione. Egli ha bravamente drizzate le gambe all'affare della sig.a Elena, ne ha rimessa la cura ad onoratissimo difensore, l'avv. Caselli, ne ha portato cento zecchini, ha presentato carte che assicurano alla sua cliente il pagamento di altri trecento dentro quaranta giorni, in somma ha fatto prodigi. Il buon successo però dell'opera sua si dee principalmente al decreto di S. A. procurato dai vostri offici. E la sig.a Elena vi porre per bocca mia l'espressione della sua riconoscenza e vi prega di continuare la efficace vostra protezione anche per l'avvenire. Io pure vi ringrazio di quanto la bontà vostra ha operato per questa madre infelice.</p>
<p>Se il Direttore della <title>Biblioteca Italiana</title> avesse ascoltato le mie parole, l'articolo di Rossi su la traduzione di Q. Calabro non avrebbe mai veduta la luce. Nulladimeno si consoli la Bandettini. La censura di cui è stata gravata nulla toglie al merito del suo lavoro. La stessa accusa fu data alla traduzione dell'Eneide d'Annibal Caro, e questa volta pure si è ripetuta e confermata quell'antica sentenza che <quote>una bella infedele ne dà più gusto che una brutta fedele</quote>. Ditele che si faccia beffe di queste critiche, e salutatela caramente.</p>
<closer>Voi amatemi e in eterno credetemi il vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. D'una cosa desidero che voi e gli amici siano consapevoli, ed è che nel noto Giornale il mio nome (<foreign lang="lat">sic Dii voluere</foreign>) non è che <foreign lang="lat">signum ad tabernam</foreign>.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1885.</head>
<opener><salute>A TOMMASO GARGALLO — Palermo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Aprile 1816.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Marchese ed Amico carissimo.</p>
<p>Comincio colle parole di Dante a Virgilio, <quote>tanto m'è bel quanto a te piace</quote>, e, deposto ogni sdegno, per poco non ringrazio coloro che lo destarono, poiché il loro fallo m'ha fruttato una gratissima vostra lettera tutta piena d'amicizia e di cortesia. Né diverso effetto io mi promisi dalla vostra benevolenza allorché la cura dell'onor mio mi strinse a implorare, più che la voce dell'ottimo P. Monti, l'opera vostra, onde per modi onesti, ma solenni, mi venisse risarcita l'ingiuria fattami dai mal consigliati fabbricatori dell'<title>Amalarico</title>: ai quali, pentiti del loro peccato, di largo cuore perdono, commettendo al vostro senno il pensiero di far loro comprendere l'eccesso dell'attentato.</p>
<p>Non è questa la prima <emph>onestà letteraria</emph> di cui m'incontra il dolermi; e a dirle tutte sarebbe lungo racconto. Ben dirò che a tale m'ha condotto l'altrui poetica petulanza, che alfine mi è forza uscire dalla pazienza, osservando parecchie edizioni delle cose mie seminate tutte di cose non mie, massimamente quelle di Napoli, di Venezia e Verona. E tralascio le poesie dette volanti, colle quali da tenebrosi autori si è fatto a mie spese l'esperimento dell'opinione pubblica. Non è molti anni che l'avidità del guadagno spinse uno sciaurato stampatore veronese, un certo Bisesti, a pubblicare sotto il mio nome e quasi sotto i miei occhi un intero volumetto di sonetti e capitoli, dei quali neppur delirando avrei voluto esser l'autore. Potete figurarvi se a tanta insolenza avvampò la mia bile, e se tardai a chiamare sopra l'editore il rigor delle leggi. Ma che volete? Anche allora si trovò in Verona un Gargallo, che s'interpose, e salvò il delinquente dalla galera. Piacemi avervi dato un cenno di cosiffatte ribalderie, onde, venendovi innanti per avventura qualcuna delle suddette imposture, andiate a rilento nel credermi autore di tutto quello che porta in fronte il mio nome; e vi avrò obbligazione non poca, se, data l'occasione, ne renderete altri avvertito.</p>
<p>Quanto all'<title>Amalarico</title> basta il già fatto. L'articolo di Palermo da voi trasmessomi è già stato ripetuto nei nostri fogli, né per lode vostra e per qualche manifestazione della mia riconoscenza si è taciuto il nome dell'egregio signor marchese Gargallo, onde sappiasi quanto onorate le lettere, e quant'è la nobiltà del vostro carattere, dei quali miei sentimenti amerei che tutti fossero consapevoli.</p>
<p>Non vi prego di continuarmi l'amor vostro, perché, malgrado del lungo nostro silenzio, me ne avete data una tal prova, che rende vana ogni altra eccitazione su questo punto.</p>
<p>Ben vi prego di credere che io son tutto di voi quanto di me medesimo, e che sempre mi sarà dolce e gloriosa cosa il chiamarmi vostro affezionatissimo e vero amico.</p>
<p>P. S. Mi aspettava dal nostro P. Monti un cortese riscontro alla lettera che gli scrissi, e nulla ancora mi è venuto. Ne incolpo le solite negligenze degli offici postali, e tengo per fermo ch'io non sono assolutamente caduto dalla sua amicizia. Quindi salutatelo caramente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1887.</head>
<opener><salute>Al P. MICHELANGELO MONTI — Palermo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Maggio 1816.</date></opener>
<p>Prestantissimo e carissimo Amico.</p>
<p>Disse bene Pitagora che gli Dei per consolare i mortali mandarono in terra l'amicizia. La vostra lettera mi ha fatto sentire l'effetto di questa cara sentenza, e mal non mi apposi scrivendo la scorsa settimana al marchese Gargallo. Ch'io m'era dolente del non aver ancor ricevuta niuna vostra risposta, ma che nondimeno io teneva per fermo d'esser vivo nella vostra benevolenza. Ora il vedermene, dopo tanto giro di anni e tanta separazione, sotto gli occhi una prova, mi ha riempito di mirabile contentezza.</p>
<p>Non entro a ringraziarvi di ciò che avete fatto per tormi di dosso l'impostura dell'<title>Amalarico</title>, perché non si dee pagar con parole un simile beneficio. Ben vo' dirvi ch'io lo porto scritto nel cuore. E non vi paia strano ch'io gli dia tanto peso perché ho letta quella tragedia.</p>
<p>Dono alle vostre preghiere e a quelle dell'amico Gargallo tutta l'offesa, e, tolta dall'animo ogni ruggine, vi fo certo che più non vi penso. Ben mi duole che gli offensori, nel primo lor gettarsi nella carriera delle lettere, abbian prese le mosse da un'azione sì biasimevole. Non parmi che al presente essi sieno in istato di conoscerne l'indegnità. Ma quando gli anni e gli studi avranno maturato il loro giudizio, allora rileggendo l'<title>Amalarico</title> s'accorgeranno quanto sia stato l'errore per loro commesso, e quanta la mia indulgenza nel perdonarlo.</p>
<p>Ho fatto a Breislak i vostri saluti, e gli brillava la faccia nell'ascoltarli. Egli ve li raddoppia e unitamente ai colleghi Giordani ed Acerbi vi prega di non lasciar delusa la speranza che su le vostre parole ho fatto lor concepire di qualche bel frutto della vostra penna per onorare il loro Giornale. Dico loro, e non nostro, perché, quantunque in fronte al proemio si legga il mio nome, io non ve l'ho posto che per obbedire, né finora v'è altro del mio che l'interpretazione d'un mal inteso passo di Dante nel 2 fascicolo. Il corso della mia vita inchina verso la sera, e il poco che mi resta da vivere mi mette conto ad impiegarlo nel dar compimento ad un poema che mi dà qualche speranza di lasciar vivo il mio nome dopo il sepolcro.</p>
<p>Ma egli è tempo di separarci. Ricordatevi ch'io vi son legato di molta gratitudine, pensate che assai vi amo e vi stimo, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1888.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Maggio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Io parto, come ti ho scritto, per la campagna, e non farò ritorno che rimessa in miglior stato la salute di Teresina.</p>
<p>Al negoziante bolognese Grossi ho consegnato il bell'esemplare velino di tutta la musica della Cantata, e lo stesso Grossi si è tolto il pensiero di procurarne il recapito fino a Pesaro. Giunto che sia, me ne darai avviso per quiete mia.</p>
<p>Feci tempo ad inserire nei fogli pubblici di Milano l'articolo che ti acchiudo risguardante l'impostura dell'<title>Amalarico</title>, e mandatomi da Palermo, ove replicatamente fu pubblicato.</p>
<p>Il Pezzi, estensore della <title>Gazzetta Milanese</title>, vi ha fatta, come vedrai, una testa; ma non a mio senno. Amerei che questo letterario attentato fosse manifesto anche nei fogli romani, ma con altre parole, non più acerbe (ché, perdonata l'offesa, non è più luogo a invettive), ma più ragionate e più dignitose. E vorrei soprattutto che si accennasse non esser questa la prima volta che i cattivi poeti mi hanno <emph>onorato</emph> di questi regali, sperimentando l'opinion pubblica a spese mie: di che n'è venuto che quasi tutte le edizioni dell'opere mie, spezialmente la veronese, la veneta e la napoletana, son lorde di questa sporca farina. E di ciò mi giova che il pubblico sia avvertito, onde vada a rilento nel creder mio tutto ciò che porta in fronte il mio nome. Ora, più ch'altri tu mi puoi rendere degnamente questo servigio, accozzando, <foreign lang="lat">stans pede in uno</foreign>, quattro parole da sostituirsi al preambolo di Pezzi, e raccomandando il tutto a qualche tuo amico in Roma, acciocché là pure sia nota questa bricconeria, che mi pesa ancor su lo stomaco.</p>
<p>Giordani è rimasto sì commosso della tua arringa che a tutti la predica come capolavoro. Se te ne scrive, rispondigli cortesemente, ed esaudisci le nostre preghiere mandando qualche cosa per la <title>Biblioteca Italiana</title>.</p>
<p>Un bacio a Costanza, un saluto agli amici, e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Alla stampa dell'articolo palermitano unisco anche la lettera che quei tre sciaurati mi scrissero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1889.</head>
<opener><salute>Al cav. ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 8 Maggio 1816.</date></opener>
<p>Ho letto e riletto l'<title>Avviso ai giudici</title>. Per la parte che al mio giudizio può appartenere, cioè condotta, stile e passione (corrette alcune negligenze facilissime ad emendarsi), io reputo che questo melodramma debba piacere ad ogni sensato lettore. L'azione è sviluppata con naturalezza e chiarezza. I caratteri ben lumeggiati e felicemente messi in contrasto. Piene di effetto le situazioni della virtuosa Ninetta, alla quale dà molto risalto il mal talento del ridicolo Podestà. Forse nel carattere di Giannetto sarebbe a desiderarsi un poco più di risoluzione e di impeto militare; ma forse ancora mi inganno, e la qualità del soggetto non lo comporta. Tutto, in somma, mi sembra ben concertato e intrecciato, rimosso qualche languore, di cui sarebbe affar lungo il render ragione ne' brevi confini d'un biglietto siccome questo.</p>
<p>Quanto all'effetto teatrale, e al numero e alla disposizione dei pezzi cantabili, e all'economia dei recitativi, tocca a voi e al signor Ricci, che ben intendete questa parte, il deciderlo. Ciò solo dirò, che il conciliare le pretensioni dei maestri di musica e gli abusi del moderno teatro colla ragione poetica, parmi divenuta una cosa impossibile, e del certo miracolosa. E andando innanzi di questo passo, i libretti drammatici si ridurranno ad un mostruoso coagulo di parole vòte di senso, e null'altro.</p>
<p>Leggerò quest'oggi e domani gli altri libretti; e prima di partire per la campagna ve ne lascerò il mio schietto parere.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1892.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 27 Maggio 1816.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Osservo che la lettera anonima è scritta in gran parte di proprio pugno dello stesso autore. Non pare dunque ch'egli ami restarsene occulto. Ciò posto, presentatevi francamente al medesimo, e a viva voce esponetegli le molte ragioni che possono impedire la stampa di quello scritto. Egli me ne avea parlato avanti il mio partire per la campagna, promettendo di mostrarmelo prima di farvene la spedizione. Non è piaciuto ad esso di tenermi la sua parola: non piace neppure a me il mettere bocca nel suo lavoro, su cui liberamente avrei esposto l'animo mio. Concorro interamente nel vostro parere intorno agli effetti che ne verrebbero se tutto tal quale si pubblicasse. Quindi sta al vostro senno il trovare destra maniera di cavarvela da questo imbroglio. In qualunque modo il facciate prego di non porre di niuna guisa in campo il mio nome. A trarvi d'imbroglio basta un sol cenno del baron Sardagna e a prendere buon partito basta il consiglio di Giordani, che più d'ogni altro dee sentire i difetti di quella lettera. Ve la ritorno dunque tal quale e basta così.</p>
<p>Giordani mi scrive che il galeotto di Nemi gli ha gettato il guanto ancor esso. Ditegli che si guardi bene dal raccorlo, ché allora saremmo del tutto disonorati. Sono latrati da non farne caso veruno: e il disprezzo è il miglior dei castighi.</p>
<p>La salute de' miei occhi va meglio, ma per dio ho temuto di perderne affatto la vista. Ho messo mano all'articolo che promisi. Ma sono infermo di animo e mi strugge una invincibile malinconia.</p>
<p>Non son più quello. Sono però sempre il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1893.</head>
<opener><salute>Al cav. ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 28 Maggio 1816.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Mi hai posto sopra le spalle un peso molto noioso, e cui solo può sopportare la pazienza dell'amicizia. Mi chiedi il giudizio dei drammi inviatimi; ed ecco che me ne sbrigo in poche parole.</p>
<p>La <title>Calliroe</title> è lavoro di penna maestra per ciò che risguarda lo stile, e dal carattere ne conosco l'autore. Egli è d'Arici, membro dell'Istituto, e celebre per altre lodate produzioni. Tocca a voi ed al signor Ricci il vedere se questo dramma adempie le condizioni prescritte. Ove le correzioni da farsi per l'effetto teatrale richiedessero che se ne facesse invito all'autore, egli è docile, e farà a mio senno, tuttoché nulla me n'abbia scritto. E allora parmi che dareste buon principio ai premj promessi, scegliendo drammi d'autore accreditato ed amato. Ed io prenderei ancora sopra di me il fare scomparire qua e là alcuni versi poco felici.</p>
<p>Le <title>Amazzoni</title> sono una pazza cosa per ogni verso, e non vi spendo parole perché nol merita né per l'intreccio, né per la lingua. Dico altrettanto del <title>Piramo e Tisbe</title>.</p>
<p>Il <title>Polifemo</title> è peggio che Polifemo. Ma il <title>Caracalla</title>, ossia il <title>Geta</title>, supera tutte le bestialità finor vedute al concorso. Nol credo scritto da un Italiano, ma da qualche Cafro piovuto in Italia per accidente.</p>
<p>Nei <title>Supposti pastori</title> s'incontrano di belle arie metastasiane; ma l'autore pecca sovente nella grammatica, e sopra ciò è nudo affatto di spettacolo, il quale tutto consiste in una scena pastorale. E dove? Sul Mont Cénis. Vedi giudizio! Sul Mont—Cénis sparso di pecore, la prima delle quali è l'autore.</p>
<p>Non poca perizia di lingua trovasi nell'<title>Antioco</title>, ma temo non corrisponda ai bisogni presenti del teatro. L'autore, nell'avvertenza posta in fronte al suo dramma, protestasi pronto a tutte le correzioni che gli verran suggerite. Ma per mio avviso sarebbe affar lungo. Il duetto del secondo atto, <quote>Che dirà? etc.</quote> parmi pezzo bellissimo. Nel rimanente sviluppo v'è dell'imbroglio e molto tritume.</p>
<p>Veniamo al <title>Salto di Leucade</title>. A me pare che l'idea sia bizzarra e buffona, e i caratteri ben variati, e la scena delle Ombre, che compariscono a Polisenno, tutta nuova e da cavarsene buon partito. Ma l'affar della lingua va un po' male. Ed oltre a ciò vi bisogna tal numero di attori che sieno buoni cantanti, che non so se all'Impresa metterà conto di mettere questa favola in azione. Per me, se vi risolvete pel sì, io farò il mio dovere, notando i peccati che risguardano la poesia e la condotta dell'azione.</p>
<p>Eccoti in breve la mia opinione su tutti. Farò fine coll'avvertire, che per andar colle corte sarebbe bene che tu e il signor Ricci pronunciaste, innanzi al mio, il vostro giudizio. Perciocché a che serve ch'io trovi buono o cattivo per la poesia un libretto, quando voi due ne potreste fare giudizio contrario? Meglio è dunque che voi altri prima vediate se il tal libretto o il tal altro vi fa effetto teatrale, e può contentare il maestro di musica; che allora, stabilito questo principio, io potrò suggerire le emendazioni da farsi, onde ridurlo a cosa di gusto.</p>
<p>Non mi fa punto di meraviglia ciò che mi scrivi di Romanelli. Io il conosco per cattiva spesa da molto tempo.</p>
<p>Salutami Ricci e sta sano.</p>
<p>P. S. Uniti a questa riceverai tutti i libretti che mi hai spediti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1894.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Maggio 1816</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ho data la mia parola per un articolo nel futuro fascicolo e fedelmente l'osserverò. Dite a Giordani che senza riguardi inserisca pure nel giornale la diversa interpretazione del suo amico al noto passo di Dante. Ciò ch'egli mi scrive di Caleppio nol posso credere. Sarebbe tratto troppo sleale. Tuttavolta gli amici de' nostri giorni sono sì perfidi.</p>
<p>Di Breme mi ha scritto una lunga lettera, alla quale rispondo liberamente.</p>
<p>State sano ed amate il vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1896.</head>
<opener><salute>All'editore <add resp="ed">VINCENZO</add> FERRARIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">primi di Giugno 1816</add>.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Ferrario.</p>
<p>Non c'è rimedio, non mi so indurre a parlare con lode d'una cosa fatta da me. Ciò conviensi più onestamente a voi; né voi, né l'egregio vostro fratello avete bisogno che altri facciavi da dottore.</p>
<p>Che se pur vi ostinate a volere che questa prefazione all'Annibal Caro esca dalla mia penna, allora siate contento ch'io taccia il qualunque siasi pregio da me procurato alla vostra edizione, la quale senza nota di pretensione io reputo veramente superiore a tutte le altre. Se questo partito non adempie le vostre brame, mettete in carta le vostre idee, ed io vi farò intorno, se mi tenete capace, qualche carezza. A me basta che il fondo sia vostro e così resti salva la mia coscienza.</p>
<p>Vi saluto cordialmente, e sono sempre il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1899.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Luglio 1816</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Tu se' ben lesto a cavarti di colpa e a gittarla altrui sulle spalle. Ti lamenti del mio silenzio, e non fai motto delle tante cose a cui mi devi risposta. Ti pregai di qualche tuo articoletto pel nostro giornale; e tu, il sordo. Ti pregai d'avvisarmi se il bell'esemplare velino della musica di Weigl mandato a Costanza avea avuto recapito; e tu, il sordo. Ho fatto lo stesso pel secondo volume della <title>Vita del Montecuccoli</title>; e tu sempre sordo. Or va che per dio tu sei la diligenza in carne e in ossa. Ma <foreign lang="lat">veniam petimus damusque vicissim</foreign>, e sia pareggiato il dare e l'avere: ché io pure confesso la mia poltroneria, e ne chieggo l'assoluzione. E so bene che me la darai, intendendo che ne' giorni andati sono stato assai occupato.</p>
<p>Più volte ti ho scritto ch'io volea sciogliermi da ogni pensiero rispetto alla compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>. Ma l'autorità superiore ha voluto diversamente. Sono stato dunque costretto a far qualche cosa pel sesto fascicolo, e me ne sono uscito con un dialogo che sarà continuato nel settimo; dialogo che desterà di grandi romori, e già n'ha destato il solo sapersene la materia. Tu me ne aprirai il tuo giudizio, ed io farò altrettanto sul tuo Epitalamio per le nozze di tuo cugino.</p>
<p>Un altro pensiero mi ha dato molta faccenda; ed è l'affare della mia pensione sulla cassa della Corona col titolo di Istoriografo. La cosa è ridotta a tal termine che il Governo, volendo esser giusto (come lo è), non può più contrastarmene l'intera rintegrazione. E questa è ben altra cura che quella del Giornale, al quale non avrei pelo che ci pensasse, se il suo proemio non portasse in fronte il mio nome; e sappi bene che in quel proemio non v'è sillaba che sia caduta dalla mia penna. E così vanno le cose nella bella repubblica delle lettere.</p>
<p>Mi ha fatto smascellare la notizia del diavolo tornato <foreign lang="lat">in statu quo</foreign>, e te beato che ti trovi in luogo, ove poter appiccare conversazione con Satanasso, e dirgli senza paura il dove lo tieni.</p>
<p>Giordani ti si raccomanda (e io pur te ne prego) di osservargli la tua promessa. Manda adunque il letterario gioiello, di cui ci metti speranza, e non fare il fra' Modesto, che ti sta male.</p>
<p>Un bacio alla Costanza, anzi mille e per me e per sua madre, che ieri l'altro è tornata dalla montagna in buona salute, e caramente ti abbraccia. Se le mie cose volgeranno in meglio (e lo spero) ci rivedremo in ottobre, e darem dentro al <title>Dittamondo</title> a tutto potere. Ognuno me ne dimanda, e io non so più che rispondere, poiché parmi che tu l'abbi messo a dormire.</p>
<p>Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1900.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Luglio 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Unita a questa riceverai una lettera dell'ottimo nostro signor Marchese Trivulzio, il quale sopra alle molte cose che piene di benevolenza ei ti scrive come ad amico, ti procura anche l'onore di conoscere il signor Marchese Sommi suo affezionatissimo, che recasi a visitare una sua figlia maritata in Urbino. La cortese tua indole non ebbe mai bisogno di stimoli per dimostrarsi, e so quanto in te possa il solo pensiero di far cosa grata al Trivulzio. Nulladimeno alle sue aggiungo io pure le mie raccomandazioni a pro del lodato signor Marchese Sommi, acciocché egli in tutti i momenti del suo soggiorno in Pesaro trovi in mio figlio chi sappia onorario, accompagnarlo e servirlo. Dico alla Costanza ciò che a te dico, e mi rendo sicuro ch'ella non lascerà desiderare al mio raccomandato alcun genere di cortesia.</p>
<p>Ho ricevuta la bella strimpellata di Menicone, e nel venturo ordinario te ne farò più diffuse le mie congratulazioni.</p>
<closer>Un abbraccio a Costanza ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1903.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Agosto 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Così dunque ci osservi la tua parola? E il nostro Giornale non è dunque degno d'ornarsi dell'articolo che n'avevi promesso? Dopo tanto aspettare io n'ho perduta già la speranza. Dovrei averne collera, ma non posso averne che dispiacere, e dire: pazienza.</p>
<p>Dal Marchese Sommi dev'esserti stata presentata una lettera mia ed un'altra del Trivulzio. Quando n'avrai fantasia me ne darai riscontro. Spero intanto che sarà stato da te ben accolto il nostro raccomandato.</p>
<p>Un'altra lettera mia ti verrà recata dal mio amico Stella, che per affari librari fa un giro per l'Italia, e passerà per Pesaro sui primi di settembre. Qualunque libro ti possa abbisognare, commettiglielo, accordane il prezzo e pel pagamento lasciane a me la cura.</p>
<p>Non posso promettere di tener l'invito che mi fai, perché non sarebbe buon senno il muovermi di Milano prima che sia deciso l'affare della mia pensione. Bensì ti assicuro che se questo avrà presto un esito e felice, io non mi lascerò fuggir l'occasione di conoscere il sig. Biondi e il sig. Amati, <quote>Ingegni che veder tanto desio</quote>.</p>
<p>Il tuo Menicone mi è stato strappato dalle mani. Gli è un mese che gira per Milano, né ancora è tornato a casa. Ma ne udirai novelle nella <title>Biblioteca Italiana</title>, alla quale ogni dì s'aumentano gli associati, tanto che già siamo sui millecinquecento, né andrà tutto l'anno che abbiamo speranza di giungere ai due mila. Ma parmi molto strano il lamento che in questo Giornale non sia così ricca la materia scientifica come in quello del Brugnatelli, mentre da tutte le altre parti la querela è tutta al contrario. E né gli uni né gli altri si lagnano giustamente. Perciocché la <title>Biblioteca Italiana</title> non è né tutta letteraria né tutta scientifica, ma un misto di ogni genere.</p>
<p>Gran rumore ha destato il dialogo del sesto fascicolo, e più ne desterà la sua continuazione nel settimo e nell'ottavo. E se tu sapessi che topi, che cimici si son mosse, ti verrebbe pietà delle letterarie miserie miserabilissime.</p>
<p>Abbraccia la Costanza e gli amici, e non mi far tanto sospirare le tue risposte. Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1904.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Agosto 1816.</date></opener>
<p>Delle vostre al Trivulzio e all'Acerbi ho preso grande piacere, intendendo che il Dialogo tra Matteo e Taddeo abbia meritato da voi qualche lode. Desidero la stessa fortuna alla seconda parte e alla terza: e ciò sarammi d'assai per dirmi contento di questo qualsiasi tentativo in un genere di scrivere, a cui è gran rischio metter le mani. Mi sarà dunque caro il sapere se amiche il rimanente abbia conseguito il vostro compatimento.</p>
<p>Ora udite una mia preghiera, alla quale desidero cortese accoglienza. E Giordani, ed Acerbi, ed altri amici mi stanno addosso perché io conceda alla Biblioteca Italiana le a voi ben note Osservazioni critiche del Visconti sopra la mia versione dell'Iliade, prima edizione. E veramente, essendo esse un modello di bella e profonda critica, la quale oltre al notare di molte cose da nessun commentatore avvertite, m'insegna anche con quanta religione si denno tradurre i classici greci, massimamente Omero, ogni cui sentenza, ogni cui sillaba vuol rispetto e venerazione io volentieri mi son dato per vinto alle loro domande. Ma oltre le Osservazioni del Visconti io ne conservo dell'altre egualmente preziose, che amerei di unire con quelle. Voi m'intendete. Posso io dunque sperare che mi diate licenza di pubblicare anche le vostre? Ciò farebbe chiara la mia riconoscenza, e allo stesso tempo la verità ch'io posi nel mio breve proemio alla seconda edizione. Taccio che l'avermi voi avvertite parecchie cose, alle quali il Visconti non aveva posto attenzione, non solo vi metterebbe al pari di esso, ma superiore. E che sarebbe, se in processo di tempo vi fosse occorso di osservare altri errori, altre negligenze, altre macchie, la cui emendazione potesse aver luogo a crescere perfezione alla mia fatica nella terza edizione, a cui tra poco bisognerà venire?</p>
<p>Vi ho esposto il mio desiderio. Esaminatelo; e nel risolvere, non abbiate riguardo che a voi medesimo.</p>
<p>Lo Schlegel scrive ad Acerbi che assai gli è piaciuta la vostra arcibellissima Dissertazione sui Cavalli Veneti; e questo articolo della sua lettera non sarà, per onor vostro, taciuto nell'analisi del vostro scritto, che verrà inserita nel venturo fascicolo settimo. Mi ha fatto gran pena il sentire che vi era nato qualche sospetto sopra di noi a cagione dell'amicizia che professiamo a Cicognara. Dovevate pensare che il vostro nome va innanzi a tutti i riguardi. E messa pure da parte la riverenza che vi dobbiamo, avete voi dimenticato ch'io non ho mai cessato di amarvi?</p>
<p>Attendo non una pronta, ma una cortese risposta quando che sia, sapendo che siete in mezzo ai piaceri della campagna.</p>
<p>Giordani, Sonzogno, Pezzi vi salutano, ed io vi abbraccio con tutto l'animo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1908.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Agosto 1616.</date></opener>
<p>Non feci pronta replica alla cortesissima vostra, perché le chiacchiere di Matteo col suo compar Taddeo me l'impedirono, e più le brighe che negli scorsi giorni mi ha dato l'affare della mia perduta pensione, cui spero avere ricuperata. E certo la cosa è in tal termine, che il suo buon esito non può fallire.</p>
<p>La vostra risposta è quale il core l'aspettava. Ma il sa Dio che mi costa il privarmi d'un monumento a me sì caro della vostra amicizia, dico gli originali delle vostre Osservazioni su la mia traduzione dell'Iliade! Io le ho unite con religioso silenzio tutte in un plico; e terminata la presente, le porrò io stesso nelle mani del signor Conte Consigliere Quirini, conformemente all'istruzione che voi mi date. Non si metterà mano alla stampa delle Viscontine, se prima non mi aprite voi la vostra intenzione sopra le vostre, essendo mente del Giordani di porvi in fronte una piccola prefazione che abbracci le une e le altre: e n'uscirà, spero, un libretto prezioso, che sarà modello di critica, di quella soda e profonda critica, che sola ne può condurre alla cognizione del vero e del bello. Dopo le Osservazioni del Visconti darò luogo alle lettere sue che le accompagnano; e farò dietro alle vostre (se il consentite) altrettanto di quella con cui me le ritornerete. Se non vi garba questo mio divisamento, mi sarà sacra la vostra volontà.</p>
<p>Se ben vi ricorda, voi mi deste, tradotto in italiano, l'articolo greco, pubblicato in un giornale di Vienna, intorno alla mia versione, e so che anche questo fu dettato dalla vostra amicizia. Stimereste voi cosa ben fatta il riportare anche questo unitamente all'articolo di Ginguené? Se credete del sì, vi pregherei di replicarmi copia del greco, avendo io mandata l'altra a uno sbadato amico che l'ha perduta. Io m'esco, lo veggo, dei confini della discrezione; ma la vostra indulgenza è maggiore della mia petulanza: e altro non dico.</p>
<p>L'articolo di Bossi sopra il vostro articolo è già impresso, e in breve l'avrete.</p>
<closer>La Marchesa Trivulzi e il marito vi salutano senza fine, ed io sono sempre con tutto l'animo il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1910.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CARLINI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Settembre 1816</add>.</date></opener>
<p>Caro Collega.</p>
<p>Sto aspettando la copia delle lettere di cui deve avervi parlato Oriani, dico la lettera dell'Istituto scritta ai Cruscanti, e la loro risposta.</p>
<p>Ve ne prego, e di cuore vi saluto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1911.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1816</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Parmi di vederti maraviglioso del mio lungo silenzio, e vo' dirtene la ragione. Avido di avere la memoria da te promessa intorno alla morte del Collenuccio, e sdegnato alcun poco che tu indugiassi tanto a mandarla, io m'era fitto nell'animo di tacere finché tu avessi lasciata senza effetto la tua promessa. E già mi pesava quella mia ostinazione e stava in sul romperla, quando finalmente ti è piaciuto liberare la tua parola e trarmi di quel penoso proponimento. Il tuo scritto su quell'illustre infelice, mio caro Giulio, è cosa <foreign lang="lat">omnibus numeris absoluta</foreign> e per gravità di sentenze, e per finezza di eleganza e di critica; insomma, per dirla dantescamente, <quote>è quale il cor l'aspettava</quote>, e in tutto conforme al mio è il giudizio che ne porta pure Giordani. Per la qual cosa, dopo averlo letto e riletto, l'abbiamo senza indugio mandato al compositore, e nel prossimo fascicolo l'avrai bello e stampato, avendo io volentieri sofferto che per dar luogo a questo tuo scritto, si lasci indietro il mio stesso. E perché suppongo che a te piaccia, piuttosto che il solito premio in danaro, aver quaranta esemplari della stampa che se ne fa, così tanti ne saranno a tua disposizione pe' tuoi amici.</p>
<p>Le maraviglie che dello Sgricci mi scrivi passano il segno di ogni credenza; e nondimeno presto intera fede alle tue parole, sapendo quanto sei parco di lodi e severo nel giudicare. Ma ciò che più mi consola è il sentire che, venendo egli a Milano, ti sia caduto nell'animo il bel pensiero d'accompagnarlo. E questo sarà veramente prova d'amore verso il tuo povero padre ed amico, a cui duole di stare sì lungamente privo della presenza de' suoi figli. Io sperava di porre ad effetto il lungo mio desiderio tornando a Pesaro io medesimo: ma non vuole la prudenza e la cura del proprio mio interesse ch'io mi muova di qui se prima non viene da Vienna la conferma della mia pensione, la quale in tutti i termini della giustizia mi è dovuta; né può negarmisi senza violare i trattati già fermi con tutti gli altri Sovrani d'Italia. Quindi gli è Dio che per farmi contento ti ha messo in cuore il disegno di venir tu stesso a Milano, ove molti ti aspettano, spezialmente il Trivulzio, a cui stupisco che tu non abbi per anche fatto risposta. Questo silenzio, mio caro figlio, fa torto alla tua gentilezza, e ti prego quanto so e posso di adempiere lo stretto dovere che ti corre con quel signore.</p>
<p>Non mi recano maraviglia le sciocche proposizioni del Brocchi. Egli è un valente litologo, ma nelle materie di bella letteratura stravolto cervello; e ciò ch'è ancor peggio, non conosce altra regola di giudizio che la passione. Con tutta però la sua ira contro la <title>Biblioteca Italiana</title>, egli ambiva di essere uno dei Compilatori proprietari. Né io tralasciai di proporlo, ma chi comanda l'escluse. E se questo giornale ha nemici in Milano, ciò viene dall'essere stati rimossi dal parteciparvi, massimamente dopo che le associazioni sonosi moltiplicate da tutte le parti.</p>
<p>Per non raddoppiare inutilmente le lettere, dirai a Costanza che sua madre non ha veruna incisione di suo padre; ma che sa ove trovarla. Stimo però che il caro prezzo a cui converrebbe acquistarla le torrà dell'animo il pensiero di conseguirla; poiché l'affare non istarebbe a più centinaia di zecchini, essendo quelle incisioni, anche le più tenui, salite a prezzi di affezione esorbitantissimi. Abbracciala caramente e per me e per sua madre, tutta occupata nelle faccende del mutar casa; e tu perdona se ho tardate le mie risposte.</p>
<p>Saluta tutti di casa e gli amici, ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1914.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Ottobre 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Solamente ieri sera, tornato dalla campagna, ebbi la tua arcicarissima, colla quale mi annunzi la tua venuta a Milano. Oh che tu sia le mille volte benedetto, tu e la mia buona Costanza! Io ne vo matto dall'allegrezza e conto i minuti, e il momento in cui mia moglie ed io abbracceremo i nostri figli sarà il più beato di nostra vita. Precipita adunque gl'indugi; e acciocché non abbi neppur la pena di dimandare la mia abitazione, te la segno qui, ed è questa: Su la nuova piazza del Gran Teatro alla Scala in faccia alla chiesa di S. Giuseppe, n. 1605.</p>
<p>Come però tardi ho ricevuta la tua, così ho luogo a temere che la presente non ti trovi più a Bologna, ove secondo la tua istruzione te l'indirizzo. Ciò poco importa. E già fo conto che al momento in che scrivo tu sia alle porte di Milano, e ad ogni scossa di campanello il cuore mi balza e corro a vedere se sono i miei figli. Poco è mancato però che Teresa non prenda mal umore contro Costanza, perché la bricconcella le ha scritto che qua venivi tu solo. Ma fortunatamente una lettera di Roverella ha svelato il mistero, ed ora la vostra buona madre, sicura che verrete ambedue, è tutta occupata nell'allestirvi la stanza con un buon letto matrimoniale.</p>
<p>Se da Pesaro ti hanno respinto a Bologna le lettere, avrai inteso e dalle mie e da quelle di Giordani quanto ci sia stata cara la tua Nota intorno alla morte del Collenuccio. Al tuo arrivo ne troverai stampate a parte per te solo 46 copie. Ma la Giunta, toccante l'anno della nascita del tuo eroe, tardi è arrivata, né si è potuta inserire. Ne faremo perciò una nuova edizione, e potrà forse accadere che le si faccia, te presente, qualche carezza: cosa che dimanda il tuo assenso.</p>
<p>Le maraviglie che tu mi scrivi dello Sgricci sono conformi alle voci che già qui s'erano sparse di lui. E sapendo io quanto tu sia cauto nelle lodi, puoi comprendere il desiderio che a me pure hai messo nell'animo di conoscere questo ispirato. Intanto assicuralo di tutta la mia amicizia.</p>
<p>Il Trivulzio è alla campagna, e finora non sa nulla del tuo arrivo. Ma non passerà domenica ch'egli sarà di ritorno. Si tolga però giù della speranza di averti tutto per sé. Ma di questo a voce. <foreign lang="lat">Rumpe moras</foreign> e vola, ché ogni istante m'è un secolo.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1915.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Ottobre 1816.</date></opener>
<p>Le Osservazioni Viscontine e le vostre debbono fare un sol corpo. Intenzione di Giordani sarebbe di pubblicarle a varie riprese nella <title>Biblioteca Italiana</title>, premesso un suo breve preambolo; ma temo che ponendole tutte, l'affare andrebbe assai oltre, perché sì le une come le altre non sono poche. Si prenderà consiglio dalla mole; e se non tutte, almeno le più interessanti daranno materia a diversi articoli, e faranno onore al Giornale. Tutte poi formeranno un separato libretto, ch'io spero sarà modello di critica, e farà fede allo stesso tempo della mia docilità nell'accettare a grembo aperto le correzioni che due tanti maestri mi hanno somministrato con sì diligente e leal cortesia. Quanto ai giudizi già pubblicati, il vostro sacro consiglio mi ha tolto omai del pensiero di riprodurli; e godo che abbiate repressa la mia vanità.</p>
<p>Dappoiché, uscita la seconda edizione della mia Iliade, io ne cessi a Fortunato Stella la proprietà, io m'obbligai con esso, in iscritto, di non dare altrui l'assenso di una nuova ristampa, se quella non fosse prima smaltita. Di quattromila esemplari pochi più ne rimangono; e già mi correa per l'animo la terza edizione qua e là ritoccata. Fo adunque giudizio che, senza uscir dal mio obbligo collo Stella, facilmente potrò acconsentire al desiderio del signor Gamba, cui da questo punto ringrazio dell'onore ch'ei pensa di farmi. Ma se voi, nel riandare la mia traduzione, vi abbatterete a nuovi difetti, io voglio farli sparire. Quindi è necessario che il signor Gamba attenda tanto ch'io abbia tratto profitto dalle nuove osservazioni che mi verranno dal vostro senno: e allora in un batter d'occhio ci accorderemo, e tornerà in meglio e per lui e per me.</p>
<p>Se la nuova versione, che si minaccia dall'abate della gran Valle, somiglierà a quella del Fiocchi, io non posso che ringraziare sant'Apollo dell'avergli messo nel capo tal fantasia. E se egli farà meglio di me, ne godrò per l'onor delle lettere. In ogni modo vi sarà guadagno, e l'Apocalisse di Foscolo crescerà di qualche altro capitolo. Non ho veduta, e neppur udita che da rei, cotesta nuova pazzia. Ben lo credo, perché l'invidia, che dappertutto gli fa compagnia, nol lascia dormire; e non è da stupire che egli si mantenga quel tristo che da gran tempo tutti conoscono. Lasciamolo abbaiare, e seguitiamo la nostra via. L'Acerbi non è per anco tornato in città. Al suo arrivo (e sarà dentro la settimana) vi si manderà la copia che desiderate del noto articolo, e le tavole. Piacemi intanto che siate rimaso contento della giustizia che il Bossi vi ha renduta; e più contento mi dirò io, se manderete il promesso estratto de' vostri Greci inediti, avvisando, allo stesso tempo, se vi torna più caro il riportare in quaranta copie di stampa o in altrettante lire italiane, secondo i nostri regolamenti, il premio del vostro scritto.</p>
<p>Amatemi, e state sano.</p>
<p>P. S. Udite bel fatto del nuovo scrittore dell'Apocalisse. Egli avea mandato, non richiesto, alla Duchessa d'Albania il suo ritratto in istampa, a questa condizione che l'appendesse nel suo gabinetto accanto a quello d'Alfieri e Caluso. Che n'è avvenuto? La Duchessa nulla ha risposto; ma, impacchettando il ritratto, l'ha mandato Al signor Ugo Foscolo a Zurigo. Così scrive ella stessa all'ab. de Breme, stupefatta di tanta arroganza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1919.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Novembre 1816.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Da più giorni è meco Costanza con suo marito, e qual ne sia la mia consolazione non vel so dire. Sperava di poterli rattenere tutto l'inverno; ma essi già minacciano d'abbandonarmi, ed è vano il progetto ch'io m'avea fatto d'accompagnarli al loro ritorno, e di dare allo stesso tempo una scorsa a Fusignano per abbracciarvi: perciocché il decreto della mia perduta pensione ancora non è venuto, né io vo muovermi se nol veggo pria, qualunque siasi, comparire. Né già per le norme stabilite si può contrastarmene la rintegrazione, né io debbo dubitare della giustizia del Governo, la quale se cammina con lento piede, pazienza.</p>
<p>Perduta dunque per ora la speranza di ripassare il Po, adempisca questa lettera l'ufficio della persona, e dicansi due parole dei nostri affari. Avete voi in animo di rinnovare la cambiale del noto mio credito allo stesso frutto? Son pronto a far ciò che vi piace. Volete che oltre il frutto dell'anno venturo si metta a cumulo anche il residuo che (pagate le annue somme dovute a Perticari) rimane in man vostra del nostro affitto? Farò anche questo. Scrivetemi, in somma, la vostra brama, e mandatemi il solito foglietto di dare ed avere, e il pagherò rinnovato nei medesimi termini di quello che sta in mie mani, per tutto il 1817. Perticari mi dice d'avervi scritto che dobbiate darmi credito delle otto associazioni che io ho pagate per lui alla Società del Giornale intitolato la <title>Biblioteca Italiana</title>. In ragione di lire italiane 30 l'una, queste fanno lire 240, alle quali aggiungendo le 30 della vostra associazione, avremo in tutto lire 270. Porrete adunque anche queste nel conto generale, e se vi piace andranno in aumento del credito principale, che voi sapete.</p>
<p>Tempo fa il cugino Giammaria Camerani scrisse a mia moglie, perché io lo raccomandassi a Monsignore Pacca onde essere confermato nel suo governo dell'Alfonsine, o ottenerne altro che fosse vicino e gli convenisse. Non avendo il detto Prelato più che fare nel comando di cotesta Provincia, posso aiutare il Camerani raccomandandolo al signor Alborghetti segretario dell'Eminentissimo Legato di Ravenna, mio amico. Se ciò non basta, posso scriverne all'Eminentissimo Segretario di Stato Consalvi, se è cosa che dipenda da Roma. Ditegli, in somma, che mi apra il suo desiderio, e procurerò di servirlo. Se voi stesso pe' vostri affari avete bisogno che vi mandi una lettera pel suddetto Alborghetti onde introdurvi nella sua amicizia, vi servirò. Dico altrettanto pel signor Triossi, di cui non dimentico le tante praticatemi cortesie.</p>
<p>Mi affligge il non veder mai lettere né vostre, né de' vostri fratelli. Pare che m'abbiate per morto. Ciò non va bene. Anche Manzoni mi ha dimenticato, e perfino la Caterina. Con tutto ciò io sono per tutti voi sempre lo stesso.</p>
<p>Abbracciate l'Annina, datemi nuove delle mie sorelle monache, e se sono tuttavia nella casa paterna, salutatele caramente. Addio.</p>
<p>P. S. Non so se Lugo e Fusignano sieno rimasti sotto la Legazione di Bologna. Se ciò fosse, siavi noto che l'Eminentissimo Lante mi onora della sua particolare benevolenza, su cui posso contare a profitto de' miei parenti. La Costanza e Giulio e Teresina salutano cordialmente e voi e vostra moglie. Non tardate a rispondermi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1922.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Novembre 1816</add> .</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ho parlato a Gherardini, e docile com'egli è sempre alle preghiere e alle insinuazioni degli amici, mi ha promesso di rifar da capo tutto l'articolo intorno alle <hi rend="italic">Commedie del Nota</hi>: di che io gli professo infinita obbligazione.</p>
<p>Vi richiamo nuovamente alla memoria l'opera del prof. De Vecchi, e vi raccomando quella recentemente uscita del prof. Racchetti, sulla quale probabilmente vi sarà recato a nome mio un articolo di mano assai pratica della materia. Mi preme che il Racchetti rimanga contento del giudizio che ne porterà la <title>Biblioteca Italiana</title>, sì perché l'autore lo merita, sì perché egli stesso promette mandarmi buona materia pel nostro giornale, al quale il nome di Racchetti non potrà che crescere onore.</p>
<p>Scrivo queste cose sul punto di partire e finisco colla preghiera che deve andare innanzi a tutte, quella cioè di amarmi. E state sano. Addio.</p>
<p>P. S. Che dirà Giordani quando intenderà che mi sono dileguato all'improvviso? Abbracciatelo e ricordategli la nota convenuta risguardante il Vermiglioli, lo Scevola, ecc.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1923.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 28 Novembre 1816.</date></opener>
<p>Guardate alla data di questa lettera, e cessi in voi la maraviglia dall'aver io tardato tanto il dare riscontro all'ultima vostra carissima e al primo fascicolo delle vostre Osservazioni alla mia Iliade, che poco appresso mi venne recapitato. Io le ricevetti al momento d'una sorpresa fattami da mio genero e da mia figlia; e da quel punto la mia vita è stata un moto perpetuo di qua e di là, tanto che andando da un luogo all'altro, mi sono condotto a far punto fermo a Pesaro, ove giunto, il primo mio pensiero è quello di scrivervi, e pregarvi di perdonarmi il tardo adempimento del mio dovere.</p>
<p>Tornando ora a queste vostre Osservazioni e alla bella lettera che le accompagna, vi dico ch'io spero di cavarne molto profitto. A voi piace di chiamarle <quote>molto sottili e sofistiche</quote>, e a me pare che le più sieno d'accettarsi. E io del certo le accetterò, e farò che la mia versione n'acquisti un pregio maggiore. Molte toccano le stesse cose notate già dal Visconti; ma troppe più sono quelle che il Visconti non ha avvertite, e ch'io giudico importantissime. In somma, io non posso adeguar con parole la gratitudine che ve ne professo, e mi tarda il vederne la continuazione. Anche il Giordani, che ne sarà l'editore, le ha per molto belle e ingegnose. Nel titolo da porsi ai libro, il vostro nome andrà del pari con quello di Visconti; ma nella stampa le Osservazioni dovranno andar separate.</p>
<p>Prima delle feste di Natale ho speranza di ritornarmi a Milano. Colà attendo il proseguimento delle vostre critiche.</p>
<p>Mi chiedete chi sia l'autore dell'articolo sulle giunte Forcelliniane. Egli è Labus. Il Bossi vi avrà, spero, mandate le promesse stampe. Se mai fosse venuta meno la sua parola, avvisatemene.</p>
<p>E se altro vi occorre, disponete senza riserva del vostro vero ed eterno amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1924.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 29 Novembre 1816.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ho dato assai da ridere a Perticari ed a me la grafica descrizione delle maraviglie fatte dal nostro Giordani all'udire l'improvvisa mia partenza da Milano. Ma quanto voi siete valente a dipingere altrettanto andrete lungi dal vero nel profetare, perché del certo io farò le feste di Natale a Milano. Né in questo mezzo tempo io tralascerò di darvi prove di zelo per prosperare il nostro giornale. Avrete in breve primieramente un bell'articolo di Paolo Costa intorno a cert'opera metafisica d'un certo mal prete, il quale pretende che la moderna filosofia abbia fatto retrocedere la ragione, colpa principalmente di Locke e de' suoi seguaci. Perticari ne ha sentita in Bologna l'analisi critica fatta dal detto Costa e mi accerta essere scritta sapientemente. Riceverete in secondo luogo da mia moglie la illustrazione da tanto tempo promessa da Bartolino Borghesi di alcune medaglie inedite. L'autore me l'ha spedita a mano da Firenze colla direzione a Milano, ignorando la mia venuta a Pesaro. Fatene dunque ricerca a mia moglie, a cui scrivo che apra il piego e, ve lo consegni.</p>
<p>Da Mezzofanti e da Schiassi è vano l'attendere veruna cosa. Essi con altri fanatici religionari dànn'opera ad un nuovo giornale tutto pretesco, e le materie che intendono di trattare non sono da noi.</p>
<p>Farò inoltre che Perticari metta mano a qualche altro articolo, e n'abbiamo segnata già la materia. Non ci staremo insomma oziosi, né il potremmo anche volendo, poiché i ghiacci e le nevi ne tengono serrati in casa come le Driadi che l'inverno chiude nelle cortecce.</p>
<p>Direte a Giordani che in Bologna si è fatto un molto dimandare di lui, e che di lui è rimasto colà un gran desiderio, e che gli stessi da lui creduti nemici ne parlano con istima ed amore. Per la qual cosa io vorrei (e se il potessi, comanderei) ch'egli ritornasse in amicizia con Costa e con Giusti, dal primo dei quali principalmente possiamo attendere egregi soccorsi al nostro giornale, e dall'altro molto partito, essendo egli non poco innanzi nella grazia del Cardinal Legato divenuto l'idolo de' Bolognesi.</p>
<p>E poiché a tutti pare che nella <title>Biblioteca Italiana</title> si desideri un po' più di poesia, ho creduto che questa querela sia da rimoversi, e nel venturo fascicolo la rimoveremo pubblicando la bella canzone del Marchetti, a Giordani ben nota, e dall'autore purgata de' piccoli nèi che a me parve di scorgervi la prima volta che mi fu mostra.</p>
<p>Perticari erasi già avvisto dell'errore commesso dall'Angiolini e sarà emendato se a prima occasione gli manderete i fogli dimenticati. Esso intanto e mia figlia vi salutano caramente.</p>
<closer>Ricordate al signor barone di Sardagna la divota mia servitù, abbracciate Giordani ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La fretta mi fece dimenticare di lasciarvi in mano la ricevuta de' sei napoleoni doppi che presi da voi nel partire. Vagliavi questo poscritto per sicurezza del vostro credito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1925.</head>
<opener><salute>A Mons. CARLO MAURI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Ill.mo e Rev.mo Sig. Padrone Col.mo.</p>
<p>E dal conte Perticari mio genero e dall'inclito sig.r Sgricci mi sono stati recati in Milano i graziosi saluti di che Ella ha voluto farmi lieto e superbo. Questa sua singolar gentilezza a me per l'avanti nota in altrui ed ora in me stesso mi porge ardire a supplicarla del suo patrocinio a favore d'un mio nepote, la cui preghiera le verrà fatta chiara da cotesto egregio sig.r Santucci portatore della presente. Non fo molte parole per eccitarla ed essermi cortese della grazia che si desidera, perché la rara bontà sua me ne dispensa. Ben voglio assicurarla che il suo beneficio sarà ben collocato e che io stesso le ne avrò grandissima obbligazione.</p>
<p>Dall'incomparabile nostro Mons. Pacca Ella avrà inteso i trionfi dello Sgricci. Mi rendo certo che i suoi protettori ed amici ne avranno fatto gran festa, né ad altro fine che quello di rallegrarli io ne scrissi al suddetto Monsignore sì lunga lettera. La prego di ossequiarlo in mio nome e in quello de' miei figli; e prego Lei similmente di pormi nel numero di coloro, che più l'amano e la rispettano.</p>
<closer>E con questi veracissimi sentimenti ho l'onore di essere <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1926.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 2 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Conforme alle vostre brame ho già scritto, fino dal passato ordinario, a mons. Mauri, che al presente è il Può—tutto, e al sig. Santucci, primo minutante della Segreteria di Stato. Tengo per fermo che, se le mie lettere giungono a tempo, sarete servito.</p>
<p>Salutate la Cristina e vostra moglie, e tutta la casa. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1927.</head>
<opener><salute>A TERESA CALDERARA—PRIMO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 6 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Appena giunsi in Bologna vi scrissi in data del 18 passato e affidai la lettera a Cristini, di cui vi porgeva i saluti unitamente a quelli di Aldini. Come può egli adunque vostro fratello rimproverarmi di non avervi per anche data veruna nuova di me dopo la mia partenza? Dovrò io credere che il Cristini siasi dimenticato in tasca quella mia lettera? Ciò parmi impossibile. Credo piuttosto che ciò proceda dal pessimo regolamento delle poste; poiché neppur io, né mia figlia abbiamo ancor ricevuta una sola riga alle parecchie lettere scritte a mia moglie; il cui silenzio comincia a mettermi in pena. Ciò che scrivo a voi intendo di scriverlo anche a vostro fratello, cui ringrazio della memoria che conserva del suo amico e delle nuove datemi dello Sgricci, di cui sento con piacere i nuovi trionfi a confusione de' suoi nemici.</p>
<p>Non so dirvi il giorno preciso del mio ritorno. Ben vi dico ch'io di qui partirò alla metà del corrente. E fermatomi due o tre giorni in Bologna (poiché tanto ho promesso a quell'ottimo card. Lante) penso che sarò a celebrare con voi le feste di Natale.</p>
<p>Salutatemi di cuore sì la madre che il fratello e la mia cara Didina, e immutabilmente credetemi tutto vostro.</p>
<p>P. S. Scrivo a Cristini chiedendogli ragione di quella lettera. Un saluto, anzi mille al nostro Giordani.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1928.</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 10 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Ov'io mi risolva nel mio ritorno a Milano di dare una scorsa fino a Ferrara, del certo non accetterò altro ospizio che il vostro, sicuro di trovare presso di voi quell'amore di cui io stesso ho dato a voi e ai vostri fratelli e a tutta in fine la vostra casa l'esempio. Ma temo di non poter dilungarmi tanto dalla mia strada, e chi sa se mi verrà dato di avanzarmi pure a Fusignano, ove Giuseppino e i miei affari medesimi vorrebbero ch'io mi portassi. Quindi credo che se voi e Giuseppino amate di darmi il contento di abbracciarvi, metterà più conto a tutti che il nostro incontro accada in Bologna, ove fo pensiero di fermarmi qualche giorno, così avendo promesso al Cardinal Lante e agli amici. Comunque sia, io vi ringrazio assai dell'affettuoso invito che mi fate; e direte a vostra moglie, salutandola caramente, che se ella desidera di conoscermi di persona, io pure verso di lei porto la stessa brama.</p>
<p>La Costanza e Giulio vi ricambiano de' più cordiali saluti, e sarà loro assai cara la visita che promettete.</p>
<p>State sano ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1929.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 12 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Sarò a Forlì la sera del prossimo martedì, alloggiato in casa Manzoni, la susseguente mattina di buon'ora a Faenza in casa Spada, e la sera dello stesso giorno a Bologna, ove farò dimora sino alle Feste. Veggo cosa difficile ch'io di là possa portarmi a Fusignano, nol permettendo le strade rotte, e non mi sentendo io per l'età mia sì sicuro della salute da rischiarne il viaggio a cavallo in tanto rigor di stagione. Ove in legno si possa fare, verrò. Quello che intanto non è permesso a me vecchio, è nulla a voi giovine. Io vi attendo dunque a Bologna, ove il mio ospite Martinetti vi offre la casa sua, e vi prega di smontarvi senza riguardi. Se vi pesa la lunga via da Fusignano a Bologna, sceglietevi l'abboccamento a Faenza o Forlì. I nostri affari non hanno bisogno di molte parole, e in due minuti tutto può terminarsi. Non venite però a mani vuote, perché non ho abbastanza denari per fare il viaggio sino a Milano.</p>
<p>Salutate l'Annina, la Caterina e Battista, ed amate il vostro affezionatissimo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1930.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 21 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>È già quattro giorni che sono qui, e non veggo ancora riscontro alla lettera scrittavi da Pesaro avanti la mia partenza. Se per la stagione o per altro vi è tolto il venire a Bologna, siccome io bramava e sperava, pazienza.</p>
<p>Ma almeno rispondetemi, e si faccia per lettera quello che non può farsi in persona, e mandatemi denaro sì pel viaggio come per vestirmi, essendomi partito da Milano con panni molto leggieri e poco equipaggio.</p>
<p>Recapitate al vostro cugino Camerani l'acclusa; che non gli spiacerà, e per carità rispondetemi, o, per meglio dire, venite, ché il viaggio di quattro o cinque ore non è tale da far paura a un giovane vostro pari.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1931.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Bologna</add>, 25 Dicembre <add resp="ed">1816].</add></date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Quel tale che dovea portarmi il noto danaro non si è per anche veduto, ed io ho fissata all'imminente sabato la mia partenza in compagnia d'un signore inglese mio amico. Vi avverto adunque che qualora il vostro commesso non comparisca, io rilascerò a Martinetti sopra di voi un pagherò di scudi 80; e voi vi darete il pensiero di estinguerlo.</p>
<p>Verificandosi l'incorporazione di cotesto paese nella Legazione di Ravenna, avvisatelo; e da Milano vi manderò la lettera per Alborghetti.</p>
<p>Salutate l'Annina ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1932.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 29 Dicembre 1816.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Ciò ch'io temeva è avvenuto. Il vostro agente (che il diavolo se lo porti) non mi ha recato il noto danaro, né dato alcun segno dell'ordine da voi lasciatogli. Questo procedere non è onesto per nessuna parte, e mi ha fortemente adirato. In conseguenza traggo, partendo, sopra di voi una cambiale di ottanta scudi, secondo il convenuto, e voi, se vi preme l'onore del vostro nome, a vista l'estinguerete in mano del sig. Martinetti.</p>
<p>Dovrei essere in collera anche con voi, ma prevalga l'antica affezione, e il disgusto di cui mi siete stato cagione neppur questa volta diminuisca la benevolenza con cui mi confermo vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1933.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO REINA S. M. <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Casa, il dì p.o del 1817.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>A dimostranza di riconoscenza e amicizia il conte Perticari vi manda l'unito libro, accompagnato da molti saluti e suoi e di sua moglie, del marchese Antaldi, e da quelli particolarmente del giunto ieri in Milano</p>
<closer>aff.mo amico vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1934.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Due sole righe per dirti che ieri sera son giunto felicemente in Milano. Ho veduto Giordani ed Acerbi e le prove autentiche del vero ch'essi già m'avevano scritto, e che tu avrai veduto per le stesse lettere loro. Stringo tutto in poche parole. Lo Sgricci non è più degno né della mia, né della tua amicizia. Egli è un perfetto villano e peggio. Nel venturo ordinario entrerò in qualche dettaglio de' suoi portamenti, e saprai se m'ha offeso e offeso meco tutti i migliori. Se tardava altre 24 ore a partire di questi luoghi, sarebbe stato solennemente sbandito.</p>
<p>Attendo con impazienza le nuove della salute di Costanza. Teresina (maltrattata essa pure dal Tragico) ti saluta. Se ti preme di compensarmi dei dispiaceri di cui mi è cagione lo Sgricci, metti mano a terminare l'articolo sulle lezioni del Cesari. Negandomi questo solo favore, mi renderesti dolentissimo. Ti scongiuro adunque di far pieno il mio desiderio, anzi la mia preghiera.</p>
<p>A Cassi, ad Antaldi, a Machirelli mille saluti e a tutta la famiglia. Sta sano, e non mi lasciare senza tue lettere. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1935.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Se la Costanza è finalmente guarita <foreign lang="lat">tibi gratulor, mihi gaudeo</foreign>: e questo solo pensiero mi allevia non poco i dispiaceri che molti e di molte sorta ho sofferti alla mia tornata in Milano: fra' quali non è ultimo il tenore della tua lettera senza data, ricevuta in questo momento.</p>
<p>A tutti li sdegnosi tuoi argomenti contra Giordani ed Acerbi io non opporrò che queste parole: Io stesso ho parlato con chi comanda; io stesso co' miei propri occhi ho letto la traccia, che dall'alto venne prescritta, e i replicati ordini, e cenni, e suggerimenti, e pensieri, che in quell'articolo doveano svilupparsi: e se tutto si fosse rigorosamente eseguito, l'acerbità delle sentenze sull'individuo sarebbero state più dolorose. E se mi dimanderai: perché tant'ira <quote>colà dove si puote ciò che si vuole</quote>, risponderò: perché lo S<add resp="ed">gricci</add>, per le male compagnie a cui si era gittato, uscito di tutti i confini della prudenza, ne' pubblici caffè ha parlato da pazzo: a tale, che se poco più tardava a partire, gli sarebbe avvenuto ciò che nello scorso ordinario t'ho scritto.</p>
<p>Taccio i villani suoi portamenti verso mia moglie, la quale, nell'unica visita che le fece, avanti il partire, non poté contenersi dal dirgli: Siete un mal educato. Taccio il suo laido vivere nella casa d'Aureggi durante la sua assenza in Brianza, e il ladro consumo che da lui e dal monello suo Antinoo si è fatto di tutto ciò che è bisogno domestico. Taccio che i più fervidi amici da me procuratigli, son quelli che al presente più gridano contra di lui: taccio che nelle insane sue maldicenze non ha risparmiata la propria mia persona, onde rendersi vieppiù degno dell'applauso de' miei nemici. Io non discenderò tanto al basso da adirarmi di questo vile procedere. L'unica offesa che non so perdonargli si è l'aver detto, che il noto articolo è stato fatto di mio consentimento.</p>
<p>La somma si è che le troppe lodi gli hanno tolto il giudizio, e che quanto egli abbonda d'ingegno, altrettanto manca di educazione. E direi di più, e toccherei altre verità ancora più delicate, se fosse mio intendimento il distaccarti dalla sua amicizia. Tanto vo' dirti che il contenuto delle due lettere inviateti da Bologna è sincerissimo, perché n'ho veduto io medesimo con questi occhi gl'irrepugnabili documenti.</p>
<p>Il buon Reina (uno anch'esso dei malcontenti dell'aretino) è sì preso per te d'amore e di gratitudine pel dono fattogli del Salterio Caldaico, che nulla più. Egli già il possedea, ma non sì nitido e conservato. E perché non intende che la sua riconoscenza si restringa a sole parole, già va pensando al modo di poterti rendere il contraccambio. Insomma il regalo, per l'alta stima ch'ei fa del donatore, gli è riuscito prezioso sopra ogni credere.</p>
<p>Vedrò dimani il Trivulzio e Rosmini, e mi farò bello de' tuoi saluti. Il De—Rossi fiorentino mi ha portato per te altri quindici fascicoli degli Opuscoli di Firenze, a cui ti piacque associarti, e corrò la prima occasione per inviarteli. Intanto gli ho pagato per tutto ventuna lire italiane.</p>
<p>Nella mia dell'andato ordinario ti pregava, anzi supplicava, di dar l'ultima mano all'articolo sulle lezioni del Cesari. Vista l'ira di cui è sparsa la tua risposta all'altra mia di Bologna, non ho più coraggio d'insistere: e mi terrò contento se l'amicizia che hai sacrata allo S<add resp="ed">gricci</add> non estinguerà del tutto nel tuo petto l'amore che pur credeva d'aver da te meritato</p>
<p>il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Nel punto di chiudere la presente ricevo per dimani un invito del Governatore, e ben prevedo che S. E. metterà in campo il discorso sulla condotta dell'aretino. Io il desidero, perché ho bisogno di vendicarmi, e il farò secondo il mio solito, pigliandone le difese: cosa che la corta visita dell'altro giorno non mi permise.</p>
<p>Monticelli, Stella, Bertolotti, Casiraghi, Aureggi, e innanzi a tutti tua madre, ti abbracciano e ti salutano. Io fo altrettanto con tutti gli amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1936.</head>
<opener><salute>A CARLO TEDALDI FORES — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Un'assenza di oltre tre mesi da Milano mi ha ritardato sino all'altro ieri il piacere di ricevere il vostro bell'Inno all'Aurora, unitamente alla cortese lettera che l'accompagna. Ma io l'avevo già letto ne' giorni andati in Bologna nelle mani del signor Costa; né fin d'allora io vi fui parco della giusta lode che merita quel lavoro. Molto splendore di stile, molta vaghezza d'immagini, molta armonia di verso, e somma perizia di mitologia, sono pregi che vi ravviso. Forse parrà a taluno che gli ornamenti mitologici soprabbondino, e che sia rimasta alquanto negletta la parte della passione, come dire le varie e tenere sensazioni che al tornar della luce e allo svegliarsi della natura necessariamente si destano in un'anima dilicata. Parrà in somma che voi abbiate cercato il bello dell'Aurora nel silenzio della vostra stanza, non sulla scena dell'orizzonte, e che abbiate donato poco al cuore, e troppo all'ingegno, troppo alla fantasia. Quanto a me, giudico che se questo è difetto, non tarderete molto ad accorgervene per voi medesimo; e guardo non a quel che già siete, ma a quel che sarete fra poco tempo; perciocché se la lunga esperienza del mestiere non mi gabba, parmi di poter presagire in voi un poeta che un dì farà grande onore all'Italia. <foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque; e perché in avvenire trionfi ne' vostri versi l'affetto, innamoratevi; fate che le vostre idee, prima di andar sulla carta, passino per mezzo il fuoco del cuore; in una parola, sentite.</p>
<p>Intanto siate lieto a buon dritto del vostro Inno, e tenetelo come una bella aurora della poetica vostra gloria.</p>
<closer>Sono, con tutta l'affezione e la stima, vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1938.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Colgo finalmente un momento, se non sereno, almen libero per darvi riscontro del manoscritto vostro, da tanto tempo speditomi.</p>
<p>E primieramente debbo dirvi ch'io nol ricevetti che il dì 28 dell'andato decembre in Bologna, trovandomi colà di ritorno da Pesaro. Il Costa, a cui l'avevate affidato, me l'aveva indiritto a Milano nel medesimo mentre ch'io da Milano partiva per accompagnare a Pesaro, come sapete, i miei figli.</p>
<p>Quel benedetto piego adunque, dopo molti giri e pericoli ritornato donde si era partito, non mi è venuto alle mani che al finire, come v'ho detto, dello scorso mese. Ed io, messo piede in Milano il dì primo dell'anno nuovo, se non avessi prima voluto pormi in istato di significarvi ciò che vuoi farsi della vostra bella e tanto aspettata dissertazione, ve n'avrei accusata senza indugio la ricevuta.</p>
<p>Siavi adunque noto che non potendo essa, siccome lavoro di lunga tratta, inserirsi tutta per intero nella <title>Biblioteca Italiana</title> (e per altre ragioni ancora, che eccedono la buona volontà dei compilatori), si è pigliato il partito di farne innanzi tratto una separata edizione, essendo cosa a giudizio degli intendenti che merita una luce solenne. Intanto per onor del Giornale (sì veramente che vi concorra il vostro consentimento) se ne farà un accurato e lungo estratto, da dividersi almeno in tre numeri consecutivi, e tale che comprenda ne' propri termini dell'autore la parte più interessante e cospicua della dissertazione. Di questo estratto si è preso il pensiero un vostro ammiratore ed amico, il sig. Labus, e per porre ad effetto l'enunciato divisamento non rimane che il saper nettamente le vostre savie intenzioni, in aspettazione delle quali non vi dispiacerà, credo, l'udire che il Labus ha già messa mano al lavoro. Non vi sia grave adunque il farmi manifesto il vostro volere e parere.</p>
<p>Mi disse Giulio in Pesaro essersi trovato nella Vaticana un antico commento di Dante, nel quale <add resp="ed">per</add> il passo da me illustrato nel 2 numero della <title>Biblioteca Italiana</title>, è confermata l'interpretazione da me prodotta. Mi sarebbe caro l'averla, e prego la cortese vostra amicizia di procurarmela, onde consolare il Biagioli, nostro Italiano, che, pubblicando in Parigi una magnifica edizione di Dante, ha sposata nelle sue esposizioni, anzi riportata tutta di netto la mia, come cosa che non si può più mettere in dubbio.</p>
<p>Allorché monsig. Pacca dimorava in Milano, più volte questo egregio prelato mi ha parlato di voi con parole di grande stima e d'amore. Partendo, egli ha portato seco il mio cuore. Pregovi di visitarlo in mio nome e di ossequiarmelo divotamente.</p>
<p>Dello stesso officio vi supplico appresso la degna persona di mons. Mauri, a cui direte che vivo riposato su la promessa sua protezione per mio nipote. E qui debbo aprirvi, mio caro amico, un sospetto. Egli è caldo protettore ed amico dello Sgricci; ma lo Sgricci non è sì pratico del saper vivere, come dell'arte d'improvvisare, ed ha mal corrisposto alle molte e pubbliche dimostrazioni d'amicizia da me dategli durante il suo soggiorno in Milano. Non istarò a dirvi tutto il male ch'egli m'ha fatto legandosi a tutta la ciurma de' miei nemici, e lasciando nel sano pubblico di Milano quanta stima de' suoi talenti, altrettanto sdegno della sua morale condotta. Di ciò è nato l'articolo, che mentre io stava in Pesaro, fu pubblicato per ordine superiore nella <title>Biblioteca Italiana</title> sopra i suoi improvvisi, e in biasimo degli improvvisatori. Quanto io mi affliggessi di quest'articolo lo sa Giulio: e del certo io era risoluto che ne' medesimi fogli ne seguisse la confutazione. Ma giunto in Milano, e veduta co' miei propri occhi la fonte di quello scritto per comando sceso dall'alto, ho piegata la fronte, e non m'è stato più lecito di fiatare. E parlo cose a tutta Milano manifestissime. Ora credereste voi che lo Sgricci abbia avuto il coraggio di versare sopra di me la colpa di quello scritto? E se dovessi dirvi a che segno si è spinta (permettetemi questo termine) la sua ingratitudine, apprendereste cose, che vi farebbero maraviglia. In somma, o mio caro, lo Sgricci mi è stato e mi è tuttavia cagione d'amarissimi dispiaceri, e se non fosse che l'amicizia di Giulio lo salva da' miei rimproveri, l'avrei fatto arrossire dei non onesti suoi portamenti: la considerazione dei quali, per tornare donde sono partito, mi fa sospettare ch'egli mi abbia mal dipinto agli occhi del suo benefattore mons. Mauri, nella grazia del quale mi preme di vivere ben collocato. Il fin qui detto sia dunque depositato nella discreta vostra prudenza, e vagliavi a disingannare il detto prelato nel caso ch'egli toccasse cotesto punto.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p>
<p>P. S. Nell'atto di chiudere la presente mi giugne diretta Al Dottor Vincenzo Monti Redattore della Biblioteca Italiana la diatriba del sig. Manzi. Fatemi la grazia di dire (se il conoscete) a questo grande erudito ch'io non sono né <emph>Dottore</emph> né <emph>Redattore</emph>, né autore dell'articolo di cui si lagna, né degli altri in cui si è parlato del sig. Cancellieri e del conte Giraud e del conte Verri. A tutto il mondo è palese che in fronte al Giornale, di cui si duole, il mio nome è posto passivamente <foreign lang="lat">tamquam signum ad tabernam</foreign>, ch'io non ho alcun che fare né nella redazione, né nella direzione del medesimo: ditegli che s'egli, il sig. Manzi, la vuole con me, si spieghi più chiaro, ché io gli darò abbondante materia alle seconde villanie. Oh cazzo! che nuova letteraria creanza si è mai questa! Son io forse il direttore di quella Biblioteca? E non l'essendo, e non leggendo neppure le cose che vi si stampano che quando sono stampate, e concorrendo da tutta l'Italia i suoi collaboratori, né potendo, ancorché il volessi, impedire che vi s'intruda ciò che piace a chi può, son io responsabile di tutti i giudizi o giusti o non giusti che vi si pronunziano? E l'editore di Francesco da Barberino ha egli diritto di menare tanto fracasso, e menarlo con tanta indecenza? Per dio, che se mi vince la tentazione il farò pentire.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1939.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Non vedendo da parecchi ordinari tue lettere, mi aveva preso il timone di essere caduto della tua grazia coll'ultima mia, e già mi pentiva di quel mio subito impeto di sdegno contro allo Sgricci, le cui mancanze, per vero non piccole, piacemi di recare piuttosto a inconsideratezza che a mal talento. Certo egli è che la romanzesca sua amicizia col Bellini è stata comprata coll'amplissimo sacrificio della mia, e ch'egli poscia non ha cessato di ripetere dappertutto ch'io solo sono stato l'origine della persecuzione qui fattagli dapprincipio. Di ciò è nato che esso, per iniziarsi nella grazia di tutta la canaglia poetica di Milano, ha stimato bene primieramente di rivelar loro il bel segreto, ch'io cioè gli avea fatta espressa proibizione di legarsi in amicizia coi Lattanzi, con gli Anelli, coi Bellini, ecc., e per vieppiù procacciarsi la tenerezza di quest'ultimo, ebbe la degnazione di applaudire ad una di lui satira in versi latini recitata solennemente nella congrega del sig. Scevola contra tuo padre. Avvertito dai buoni amici che egli con queste perfide società andava a perdere la stima de' savi, non solo accolse malamente l'avviso, ma spiccossi ancora dall'amicizia di chi, geloso della riputazione di lui, fedelmente lo consigliava; e fra questi basterà ch'io ti nomini il solo Monticelli, dal quale, allorché l'avrai teco a Pesaro, intenderai di che modo lo Sgricci abbia corrisposto alla tanta fede di un tanto suo amico, alli cui caldi uffici egli deve precipuamente, anzi unicamente, l'invito di Parma. Perciocché essendo il Monticelli intrinseco di casa Negri, finanzieri di Parma, e di madonna Calderara intrinseca del delegato parmigiano consigliere Berrani suo inquilino, per questi mezzi fu condotta in guisa la cosa, che il poeta venne chiamato a dar prova de' suoi talenti a quella Corte, e con quanto suo profitto tu nol puoi ignorare. Anche Aureggi, anche Teresina si permisero di dirgli una sera che quelle sue pratiche lo disonoravano; ma egli rispose fieramente e superbamente, e lì ebbero fine tutte le ammonizioni. A queste cagioni di pubblica disistima un'altra se n'aggiunse molto ridicola, e fu quel darsi il belletto e la biacca spacciatamente; ma quello che ha uccisa del tutto in Milano la sua riputazione è stato il suo attico amore con quel monello del suo servitore; sul quale scandaloso commercio corrono voci ed aneddoti, che arrossisco di raccontarli.</p>
<p>Comprendo gli avanzi della tua ira contra Giordani, né io spenderò più altre parole per levartela dalla mente, se non che queste verissime: <emph>A tutta Milano è noto ch'egli è stato forzato</emph>. Dirò di più. Egli è così afflitto della tua collera, che senza punto aver rispetto alle sue misere circostanze e all'utile che gli veniva dalla <title>Biblioteca Italiana</title>, ieri mattina con lettera da me passata nelle mani di Acerbi, perché pongala sotto gli occhi di chi comanda, si è dimesso dal posto di compilatore; né, per quanto io mi sia studiato di ridurlo da questa risoluzione, mi è riuscito di fargli mutar pensiero. Aggiungi alla detta considerazione gl'infiniti altri disgusti procuratigli da tutte parti, per modo che il mondo letterario di Milano, con incredibile scandalo pubblico, è ridotto a un vero bordello: del quale se prendessi a far pittura, sbalordiresti.</p>
<p>Quanto a me non so dirti se il ritirarsi di Giordani farà che io pur mi ritiri. Ben t'assicuro che dell'opera di Cancellieri si parlerà con rispetto, non essendo, grazie al cielo, morta per nulla la stima di cui il pubblico mi onora, e tanto più mi onora quanto più la ciurma degli amici di Sgricci studiasi di abbassarla. Quantunque incerto del restarmene o dell'uscirmene, non rallento la mia preghiera sull'articolo per le lezioni del Cesari. Ne ho data speranza anche al Trivulzio, che impazientemente l'aspetta.</p>
<p>E a proposito del Trivulzio, debbo dirti ch'egli ha fatto stimare il noto libro di Lazzari, e che il prezzo (se al Lazzari piace) è stato giudicato di otto zecchini. Attendo risposta su questo punto, e senza fine salutandoti per parte di Rosmini, Reina, Aureggi, Monticelli, Casiraghi, Billi, e sopra tutti di Teresina,</p>
<p>ti abbraccio con tutta l'anima e sono sempre il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. L'utile sporco del giornale è stato di 44 mila franchi. L'utile netto di 23,360. Ma l'incasso è un altro paio di maniche, diceva Pio sesto. Un bacio a Costanza e di nuovo ecc..</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1943.</head>
<opener><salute>Alla contessa MARIANNA AZZALI—ANGELI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissima Amica.</p>
<p>Il primo precetto d'Apollo ai poeti si è ch'ei debbano profondamente sentire quello che scrivono.</p>
<p>Voi mi invitate a cantare una bella impresa d'amore. Or io che, col volgere dei miei anni verso la sera, ho abbandonato del tutto le bandiere ed il culto di questo dio, non mi assicuro di poter far versi degni di lui, né di voi. Gli inni d'amore non son più fatti per me. Sento il cuore gelato, e converrebbe che voi mi foste vicina per riscaldarlo.</p>
<p>A tutte queste incompetenze aggiungerete che al presente ho le mani a un lavoro che mi ruba tutto l'ingegno, né mi è dato l'abbandonarlo per un momento.</p>
<closer>Compatite adunque al dolore di non potervi obbedire, né si diminuisca per questo la vostra bontà verso di me, che vi amo e stimo, e reco ad onore di protestarmi vostro dev.mo servitore ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1944.</head>
<opener><salute>Al conte GIOVANNI ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 29 Gennaio 1817.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La società della <title>Biblioteca Italiana</title> è disciolta. Nulladimeno il giornale proseguirà, ma tutto a carico del sig. Acerbi. Non ho tempo di raccontarti tutte le scaltre vie con cui questo Zambrino è pervenuto ad insignorirsi di tutta la proprietà del giornale; ti basti il sapere che né io, né Breislak, né Giordani abbiam più nulla che fare nella compilazione di quei fogli. La nostra dimissione non sarà senza danno dell'usurpatore. E già gli associati si ritirano a centinaia.</p>
<p>Lo scritto del Manzi non merita l'onore di risentirsene. Egli è un asino presuntuoso e villano.</p>
<closer>Mille saluti alla sorella e al fratello: indi alla Giulietta ed a Fabbri. Sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1946.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE ACERBI Direttore della <title>Biblioteca Italiana</title> — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Il sig. Barone di Sardagna finalmente è arrivato: e al suo senno avendo commessa S. E. il sig. Conte Governatore la cura di dar nuova forma alla <title>Biblioteca Italiana</title>, gli è bene che su lo stringere dell'affare io vi metta in istato di rispondere la verità, se mai il detto signor Barone venisse ad interrogarvi sul conto mio.</p>
<p>Da pochi giorni è accaduta tra me e voi mutazione tale di cose, che, a voler parlare sinceri, dee necessariamente aver alterata negli animi nostri l'armonia dell'amicizia. Nulladimeno voi seguitate ad accarezzarmi col bel titolo di <emph>carissimo vostro amico</emph>; ed io pure, come vedete, ve ne ricambio. Ma non giova dissimularlo. La nostra amicizia è già moribonda, se non già morta del tutto, e io stimo che l'unica via di resuscitarla sia l'aprire coraggiosamente le piaghe che la consumano. Io vi mostrerò le ferite da voi fatte alla mia, e attendo che colla medesima libertà voi mi mostriate le da me fatte alla vostra.</p>
<p>Due sono i progetti che per la continuazione della <title>Biblioteca Italiana</title> già mi scriveste di voler proporre all'autorità superiore. L'uno, di creare una nuova società: nel qual caso voi protestate altamente di ricusarne la direzione. L'altro (ed è quello che vagheggiate) di concentrare in un sol capo (cioè nel vostro) tutta la cura del giornale, alimentato dall'opera di collaboratori indipendenti.</p>
<p>Non essendo io a prima vista entrato ben dentro alla significazione di queste vostre parole, ve ne chiesi a viva voce la spiegazione: e voi a viso aperto mi rispondeste che null'altro importavano che il concentrare in voi solo tutta la proprietà del giornale; che è quanto dire, spogliarne affatto anche il <emph>carissimo vostro amico</emph>, riducendolo, in prova di singolar tenerezza, alla nobile condizione di potervi servire nella qualità di prezzolato scrittore, onde alimentare la non più nostra, ma tutta vostra <title>Biblioteca Italiana</title>.</p>
<p>Ora a mettere in bella luce l'onestà di questo progetto concedete ch'io vi aggiunga l'illustrazione d'un fatto ancor fresco nella memoria di onoratissimi testimoni, e forse ancor nella vostra. A chi dovete voi la chiamata a direttore della <title>Biblioteca Italiana</title>? Non è bella in bocca al beneficante la ricordanza del beneficio; ma quando il beneficato se ne dimentica, il rammentarlo diventa necessità, e si fa stoltezza il tacerlo. Recate dunque al cuore la mente, e la coscienza vi griderà che questa direzione, quest'onore, questo qualunque siasi beneficio fu tutta opera della mia verace amicizia. Né voglio altri attestatori di questa verità che il sullodato sig. Barone e Sua Eccellenza il Maresciallo Conte di Bellegarde. Allorché questo signore degnossi comunicarmi la prima idea di questo giornale, pregommi insieme (e pregommene caldamente) di volerne io stesso assumere la direzione. La ricusai fermamente, sì perché i miei studi rivolti a dar compimento al mio poema e a tante altre cose imperfette non pativano distrazione; sì perché la direzione di un giornale dimanda una testa sgombra da ogni pensiero e paziente di tutte quelle minuzie che seco porta qualunque economico regolamento; una testa, insomma, ben provveduta di accortezza, di esperienza e di calcoli; qualità che a me tutte mancano sgraziatamente. Avendomi il prelodato signore graziosamente commessa la cura di proporgli persona abile a questa impresa, la mia libera scelta cadde sopra di voi, mentre voi non potevate neppur sognarvi questa ventura; perché il segreto dell'affare era chiuso in soli tre petti; in quello del Maresciallo, del Barone di Sardagna e nel mio. Ricordatevi le tante carezze che allora me ne faceste, le tante vive espressioni che in quei momenti trassevi dalla bocca la gratitudine; ricordatele, ve ne prego, e fatene paragone coll'odierno vostro contegno.</p>
<p>Spenta la voce della riconoscenza, voi mirate adesso a usurparvi, a ingoiarvi tutta la proprietà del giornale, voi mirate, per conseguenza, a farmi del danno, e danno nelle presenti afflitte mie circostanze non piccolo. Il nuocere è funesto privilegio di tutti; ma il nuocere a quegli stessi che vi hanno fatto del bene, e volgere in istrumento d'offesa il medesimo beneficio, questo è di pochi. E chi vi muove a così ostile disegno? Vi ho mai data cagione ancorché minima di disgusto? Mi sono io mai lamentato della vostra assoluta dominazione? E non ho io procurato mai sempre di metter pace tra voi e i nostri colleghi? Non fu opera mia la vostra riconciliazione col sig. Breislak allorché nacque la prima vostra rottura? E son io forse stato l'origine della seconda? Io mi trovava lontano a quel tempo duecento cinquanta miglia; e l'avrei a tutto potere impedita, se fossi stato presente, e vi avrei renduto grande servigio ritraendovi dall'irritare vieppiù lo sdegno di quel collega con puerili dispetti, e studiati disprezzi, e modi superbi, davanti a' quali ogni pazienza ha i suoi limiti. E qui notate bene una cosa. Di cinque individui, componenti una società, quattro si restano in perfetta pace tra loro: e il quinto, egli solo, si mette in aperta guerra con gli altri. Ora non è in natura, mio caro, che quei quattro, i quali tra lor sanno vivere da fratelli sieno dalla parte del torto in faccia a quel quinto, che con nessuno sa vivere quietamente, e finisce col tirarsi addosso l'ira di tutti. Ponderate questa limpida verità, e chinata la barba al petto troverete nel fondo, nel solo fondo del vostro cuore il verme che ha roso il bel vincolo che ci univa. Se l'amor proprio vi fa velo e ve ne contende la vista, v'aiuterò io a scoprirlo, se il permettete.</p>
<p>Vi torni a mente quel giorno che, accompagnato dal sig. Labus, io venni con infinito mio rammarico a darvi la trista nuova che anche il sig. Giordani ci abbandonava. Ben vidi (e il vide meco anche Labus) che la notizia di questa seconda perdita, anzi che dispiacenza, vi mettea nel core una tacita contentezza. Mi risovvenni allora del tanto meglio uscitovi dalla bocca allorché il signor Breislak ne minacciava di ritirarsi; allora fui certo che in vostra mente la contemplazione dell'interesse andava innanzi ad ogni altra considerazione; mentr'io non riguardava che all'onor del Giornale e disperatamente mi addolorava dell'irreparabile danno che gli veniva dal perdere un sì valoroso compilatore.</p>
<p>L'interesse adunque (non vi sdegnate: la stagione dei riguardi è passata) sì, l'interesse è il brutto verme che ha divorata la nostra bella concordia, e divorato insieme quel sentimento di gratitudine e di amicizia, che un giorno v'era sì dolce. E acciocché io ne fossi al tutto convinto non mancava che l'odioso concepimento di quel caro vostro progetto; in virtù del quale, restando a voi tutto l'utile d'un cospicuo letterario stabilimento vivificato dal nome de' miei due illustri colleghi, e alcun poco forse dal mio, a me non rimane che l'alto onore, se lo vorrò, di somministrarvi per pochi franchi materia da ingrassare il vostro giornale. E non che pensarlo avete pure avuto la fronte di dirmelo spacciatamente. Sarò io dunque caduto in tanta viltà da sopportare pazientemente tanta ignominia? La disavventura mi ha percosso e percuote da molte parti; ma non farà ch'io scenda sì basso da vendervi la mia riputazione, sopra la quale nulla può l'onnipotenza della fortuna. L'offerta fattami di mercenario collaboratore, fatta a me vostro comproprietario, a me principal nominato nella fondazione di questo stabilimento, a me creatore della fortuna di cui abusate per danneggiarmi, per avvilirmi, per atterrarmi a' vostri piedi, sì questa offerta è un oltraggio, un insulto crudele alle mie sventure, un mostruoso oblio di tutti i sacri riguardi che mi dovete. Che direbbe l'anima generosa del Conte di Bellegarde al vedermi divenuto di vostro benefattore vostro salariato, vostro mancipio? Nel presentarvi che farei il mio scritto e riceverne la mercede mi verrebbe avanti lo spettro della vostra ingratitudine, e sforzerebbemi a maledire il momento in cui vi feci del bene.</p>
<p>Vi ho adombrata, rispetto alla mia persona, l'iniquità del vostro progetto. Mostrerovvene adesso tutto il pericolo.</p>
<p>Ecco tutta posata sul vostro nome l'impresa della <title>Biblioteca Italiana</title>. L'avviso al pubblico è già stampato, è già manifesto, tuttoché abbiate minacciata la carcere ai giovani della stamperia, se n'avessero fatto un sol motto. Ma perdonatemi alcune interrogazioni. Nel libero e severissimo regno delle lettere, il vostro nome è egli tale da sostener tutto solo il gran peso che gli addossate? Avete voi una fama già stabilita, e inconcussa, che vittoriosamente possa resistere alle grida della censura, ai morsi dell'invidia, agli attacchi dell'implacabile maldicenza? Conosco le penne su cui si fondano le più care vostre speranze. Ma, lasciata da parte ogni altra considerazione, che diverrà egli davanti al terribile tribunale del pubblico un giornale tutto mercenario, tutto comprato, tutto dettato, non già dal sacro amor delle lettere, ma dal guadagno? Un giornale, insomma, a cui la penna del giornalista non avrà data pure una riga? Non vi lagnate di questa acerba mia riflessione, a cui avete voi stesso data la spinta coll'andar per tutto vociferando che troppo scarsa è stata fin qui l'opera mia nella compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>, e che poco o nulla si può contare per l'avvenire sopra i soccorsi della mia penna, quantunque siavi noto, notissimo che la materia mi abbonda per tutto l'anno secondo. Godo che conosciate adesso l'errore in cui tante volte siete caduto, dicendo che all'onor del giornale bastava la sicurtà del mio nome postovi in fronte. Al presente questo povero nome non fa più miracoli nell'opinione, ha sofferto l'eclissi, e un altro ne brilla molto più luminoso. Ma è egli poi vero che nella compilazione di questi fogli sia stata sì scarsa la mia fatica? Oltre a un centinaio di pagine tutte mie, chi ha dati gli articoli del conte Perticari mio genero, dai quali è venuto alla <title>Biblioteca Italiana</title> tanto splendore e tanta riputazione? Chi ha temperato e corretto certi altri articoli, che per una critica troppo animosa ed ingiusta le avrebbero portato e danno ed odio moltissimo? Chi ha fatto sparire certi spropositi di lingua che da tutte le parti ci avrebbero fatto gridare addosso la croce? E voi, padrone di due belle porzioni dell'utile generale, voi, direttore e nel medesimo tempo compilatore per la parte che riguarda i viaggi e la musica, ne' quali due rami siete eccellente, quante righe vi avete finora messe del vostro? Non è mia intenzione il farvi arrossire: perciò ritorno alle prime interrogazioni.</p>
<p>I compri vostri collaboratori non essendo stretti da nessuna obbligazione verso il Governo, come rigorosamente lo era la società di Giordani, di Breislak e di Monti, avranno essi sempre e tempo e voglia di faticare? Non si dorranno essi mai che a questa sì bella mensa tutto l'osso sia loro, e tutta vostra la polpa? E se l'uno di qua, l'altro di là vi lasciano in secco nel meglio, che farete? Vel dirò io. Vi troverete nella turpe necessità di riempire i vostri fogli di borra; e facendo d'ogni erba fascio vi trarrete sul capo le maledizioni degli associati e le risa del pubblico. E ciò ch'è più da guardarsi, tradirete vostro malgrado le mire del Governo, dico del sig. Conte Governatore, al cui fino discernimento non isperate di far abbaglio con inezie scritte co' piedi; ch'egli è intelletto troppo conoscitore, e avverrà che presto o tardi ei si stanchi di pagare sei mila franchi le avventizie e compre quisquilie che stamperete. E ove pure le gravi cure di Stato impedissero a quel signore la lettura de' vostri fogli, restavi la censura del Barone di Sardagna, al cui pettine non vi verrà fatto, per dio, di sottrarre le magagne di questa lana mal comperata. Pensateci adunque ben bene e persuadetevi che la celebrità d'un giornale non è, non fu, né sarà mai cosa da doversi cercare dentro la borsa, e che senza la sicurtà dei nomi solenni e riveriti dall'opinione nessun giornale ebbe mai lunga vita, né salda riputazione.</p>
<p>Il porvi davanti la considerazione di questi pericoli non è certamente indizio di animo desideroso del vostro peggio; che da' nemici mai non vennero gli utili avvertimenti: è più altri ve ne darei se vi sapessi disposto a riceverli senza sdegno. Ben lungi dal voler venire con voi agli estremi e <foreign lang="lat">indicere bellum</foreign>, io desidero tutto il contrario. Ma le piaghe impresse al mio cuore avevano bisogno di sfogo; e l'ho fatto. Se dopo ciò vi avvisaste di credere che il risanare l'inferma nostra amicizia possa dipendere dal restituirmi <foreign lang="lat">in pristinum</foreign>, uscite di errore. Il giornale ha bisogno di alte riputazioni per sostenersi; e la vostra al par che la mia in tanto affare son troppo piccola cosa. Il Governo ond'essere ben servito non ha che un <emph>voglio</emph> da proferire, e a questo <hi rend="italic">voglio</hi> tutte le migliori penne son pronte.</p>
<p>Ma volete che ve la canti? Le agghiaccia tutte il timore della vostra despotica direzione.</p>
<p>State sano: ed in prova che non ho più fiele nel core osservate che mi sottoscrivo vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1947.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Lo Sgricci è qui di nuovo. Appena giunto è venuto a trovarmi; né io ho tardato a dirgli le molte ragioni che mi avevano fatto malcontento di lui. Parte se n'è discolpato, parte se n'è scusato sulla sua poca esperienza; e la cosa è finita, che, promettendomi egli miglior condotta che per lo passato, ho posta giù tutta la collera e l'ho abbracciato di cuore. Ciò seguito, mi è giunta una cortesissima lettera di monsignor Mauri, che, informato della poco savia condotta del suo protetto verso di me per un cenno che ne diedi a Borghesi, mi scrive, fra l'altre cose, in questa sentenza: «Come può Ella mai dubitare che la mia stima, e, mi sia permesso di dirlo, la mia amicizia per lei possa soffrire alterazione? Amo e stimo lo Sgricci, ma non le sue mancanze, benché sia persuaso che le abbia commesse non per malignità di cuore, ma per un incauto abbandono agli altrui consigli. Io già rimproverai lo Sgricci di un trascorso che mi aveva ferito. Torno a farlo oggi con più vigore». Indi soggiunge: «Io la prego, mio carissimo sig. Cavaliere, di perdonar tutto, e di ridonargli la sua grazia e favore». E in ciò la preghiera di Monsignore era già stata da me precorsa. Ma il mio favore poco gli può giovare, per due ragioni. Prima perché le piaghe da lui medesimo fatte alla propria riputazione sono tuttavia, fresche e profonde; e l'opinione che di lui corre non è più quella. Seconda, perché i bordelli qui suscitati in gran parte per sua cagione, e i vivi lamenti che per servire al tuo sdegno ne feci all'Acerbi han partorita la mia ruina. Ti scrissi che la società della <title>Biblioteca Italiana</title> per superiore decreto era sciolta. Ora ti aggiungo che l'Acerbi mi ha manomesso nella grazia del personaggio che qui comanda, come l'effetto il dimostra, essendo io pure (non che Breislak e Giordani) stato spogliato del mio contingente nella proprietà del giornale, che al presente è tutta concentrata nel sig. Acerbi; e fa tuo conto che, pagato a 40 franchi per foglio tutto il giornale, gli resta un utile netto annuo di venti e più mila franchi. E ciò che più cuoce a Breislak e a Giordani si è che nel proemio del sig. Acerbi, o per meglio dire di Compagnoni (ché l'altro, per dio, non sa accozzar due righe da cristiano), si lascia viva nel pubblico la credenza che noi seguitiamo tuttavia a prestar l'opera nostra in qualità non più di compilatori, ma di collaboratori a mercede. Questi fatti in tutta quanta Milano divulgatissimi han tirato addosso all'Acerbi l'esecrazione del pubblico, perché tutti sanno ch'egli deve a me solo il beneficio e l'onore di essere stato chiamato dal Conte di Bellegarde alla direzione della <title>Biblioteca Italiana</title>. A questa sventura, che mi fa perdere un quattro mila franchi per anno, arrogi l'altra del confermato decreto che mi priva della mia pensione, che ostinatamente e contro il voto legale di tre congregazioni si è voluto considerare come salario, ossia come impiego.</p>
<p>Del resto (poiché <foreign lang="lat">una salus miseris nullam sperare salutem</foreign>) per non morire inulto, io preparo una lettera al mio Carissimo sig. Acerbi, la quale gli schioderà sul viso alcune verità dolorose, e tu n'avrai copia. Intanto lo Sgricci, informato finalmente e convinto che il Giordani è stato forzato a scrivere quell'articolo e pentito di tutte le fiere cose uscitegli della bocca contro a quell'infelice, di suo spontaneo moto gli scrive una lettera di scusa e gliene ridomanda la prima amicizia, la quale assai volentieri gli sarà conceduta. A te poi s'aspetta di far il resto allorché sarai alla testa delle <title>Effemeridi</title>: nel quale ufficio pregoti di tener in riservo il posto di segretario per un tuo povero amico, a cui la fortuna volge le spalle in modo crudele.</p>
<p>Rosmini (il quale con Trivulzio e molt'altri ha respinta indietro l'associazione alla nuova <title>Biblioteca</title>) ti saluta e attende risposta alla lettera ch'ei dice d'averti scritta: e io pure ne sono senza con mio sommo rammarico. Fa ancora ch'io sappia se il nostro Epimenide, dico Lazzari, è contento degli otto zecchini offertigli pel suo libro.</p>
<p>Attendo lo Sgricci per rispondere a mons. Mauri, e mi stacco dal conversar teco, pregandoti di abbracciar Costanza e gli amici.</p>
<p>Sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Il Giordani è partito ieri per Piacenza, ove in fretta lo chiama il pericolo di perdere suo padre colpito d'apoplessia. Non obbliare di far sapere a' tuoi amici ch'io non entro più per nulla nella compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1948.</head>
<opener><salute>A CARLO TEDALDI FORES — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Ignoro al tutto la censura che mi accennate del vostro Inno, siccome ignoro del pari chi sia il censore coperto sotto il nome di Mezio; ché di mia natura io sono stato sempre poco curioso, meno poi al presente, che la letteratura in Milano è fatta vero bordello. Di che anche è nato che io e li due miei colleghi Giordani e Breislak ci siam ritirati dalla Società compilatrice della <title>Biblioteca Italiana</title>, la quale ora è tutta nelle mani del signor Acerbi. Né tacciavi meraviglia, se nel numero uscito ieri leggerete tuttavia i nomi di Breislak, di Labus e di alcun altro degno letterato, perché le mutazioni accadute sono posteriori alla stampa di quel fascicolo. Mi è precisa adunque, come vedete, la strada di far annunziare in quei fogli il vostro Inno: il che volentieri avrei fatto senza frodarlo delle debite lodi, e senza tacerne per vostro meglio i difetti.</p>
<p>La Speranza è bell'argomento di poesia, e suscettivo di molto consolante filosofia. Meditatelo bene prima di metter mano a cantarlo; ma deponete, vi prego, il pensiero d'intitolarlo a me, che nol merito; non perché possa riuscirmi discaro questo attestato della vostra benevolenza, ma perché desidero che i miei nemici non si facciano per mia cagione anche vostri, e, non potendo più nuocere a me, nuocano a voi che siete ancor giovinetto, e non ancor avvezzo agli assalti dell'invidia e della maldicenza.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Avete in Cremona un eccellente maestro di poesia, l'ab. Bellò; mettetevi nelle sue mani, ed abbandonatevi a' suoi consigli.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1949.</head>
<opener><salute><add resp="ed">A Monsignor</add> <add resp="ed">CARLO MAURI</add> — <add resp="ed">Roma</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo mio Signore.</p>
<p>Il nostro Sgricci è arrivato: e appena posto piede in Milano è volato in mia casa. L'accoglienza a prima giunta non è stata né fredda, né calda. Ma come suol avvenire tra cuori di buona tempra, l'amicizia de' quali abbia sofferto qualche momento di offuscazione, aperti <foreign lang="lat">hinc inde</foreign> gli animi nostri, ci siamo caramente abbracciati: e avendomi egli promessa maggior cautela nella pratica de' falsi amici, mi rendo certo che per l'avanti la nostra reciproca benevolenza non patirà più veruna eclissi.</p>
<p>Mi gode l'animo nel pensare, pregiatissimo mio Signore, d'aver precorsa la sua raccomandazione, e che lo Sgricci debba al mio cuore principalmente il ritorno dell'amor mio. E mi fo certo che a lei medesima piacerà che in questa riconciliazione il rispetto a' suoi venerati comandi non v'entri che per secondario intercessore. Ciò la farà più sicura della sincerità e durata de' miei sentimenti.</p>
<p>Lo Sgricci, che d'ora innanti chiamerò il mio amico, è tuttavia incerto del tempo che qui fermerassi: ben mi ha detto che i suoi pensieri sono volti a Torino. Io l'accompagnerò a quella capitale con mia commendatizia al principe Koslowski, ambasciatore di Russia a quella corte e mio amico. E se di là vorrà portarsi a Genova, come parmi sia suo divisamento, per Genova pure gli darò lettere alla più amabile e colta dama di quel paese, la marchesa Antonietta Costa, dalla quale mi prometto ogni genere di favori e di cortesie.</p>
<p>Quando Ella, sua bontà, è ancor memore della supplica del mio nipote Camerani, io non ho più sillaba da aggiungere su questo punto. La preghiera che piuttosto le porgerò sarà di ricordarmi sempre buon servitore all'ottimo mons. Pacca, al quale mi farà la grazia di dire che i miei presagi su quel tale affare così spianato, così limpido, così giusto, purtroppo si sono avverati. E io sapeva già che il Destino è irremovibile ne' suoi decreti: perciò non ebbe mai un altare.</p>
<closer>Mi voglia bene, ché ne ho bisogno; e aggradisca la sincera espressione della mia riconoscenza e del profondo rispetto con cui ho l'onore di confermarmi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1950.</head>
<opener><salute>Al conte GIOVANNI ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 8 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Perdona: non istà bene a me il disdire la tua associazione alla <title>Biblioteca Italiana</title>. Aspetta che te ne sia presentato il nuovo fascicolo, e tu allora, siccome han fatto e fanno tant'altri, rimandalo indietro. O pur fanne fin d'ora la tua disdetta a codesto corrispondente del detto giornale. L'azione fattami dall'Acerbi, che a me solo deve il posto in cui trovasi, ha destata contro di lui l'indignazione del pubblico. E confesso che in tutto il corso della mia vita non m'è mai incontrata un'ingratitudine sì mostruosa. L'essergli riuscito ad escludermi dalla proprietà del giornale mi porta il danno di un quattro mila franchi a dir poco. Al povero Giordani lo stesso. Presentemente ei trovasi in Piacenza sua patria.</p>
<closer> Addio, mio caro. Saluta la mia amatissima tua sorella, e il fratello, e Odoardo, ed ama sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1953.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Egli è dunque chiaro che sul noto passo di Dante, e su l'interpretazione del Serravalle, il nostro Giulio ha preso un abbaglio, poiché la cosa giace tutta al contrario. E a me torna meglio: ché così non avrò a dividere con altri il merito di quella dichiarazione: la quale per sicura ed irrepugnabile è già stata accettata nel nuovo commento del Biagioli, com'egli stesso mi scrive, e il sarà da chiunque intenda ragione. Vi rendo intanto molte grazie della diligenza che avete posta nel compiacermi, e sono con voi nel farmi le maraviglie del silenzio che in cotesta nuova edizione di Dante si è tenuto intorno al commento Serravalliano. Ma <foreign lang="lat">de his hactenus</foreign>.</p>
<p>Dall'amico Labus avrete chiaro il nostro divisamento rispetto alla stampa della vostra bella dissertazione. Nel darvi questo attestato della nostra stima e amicizia a noi basta di cavarne nette le spese. Dal medesimo pure avrete avuta la storia del brutto giuoco fattomi dall'Acerbi: il quale, debitore a me solo della nomina a Direttore della <title>Biblioteca Italiana</title> (e fin d'allora la mia Cassandra, voglio dire mia moglie, profetizzommi che un giorno n'avrei fatta la penitenza), sì destramente ha saputo condurre i suoi artifici, che finalmente si è fatto padrone di tutta la proprietà del giornale. E di che importanza ciò sia, basti il sapere che l'introito sporco dell'anno andato (compresi li sei mila franchi che il Governo per obbligo scritto ne somministra) è stato di cinquanta mila e quattrocento tornesi a un bel circa. A misura che gli associati andavano crescendo si è dovuto ristampare il giornale tre volte, e triplicarne per conseguente le spese. Nulladimeno l'utile netto nettissimo è montato a ventitremila trecento novanta franchi. Ora sì bel boccone è tutta preda dell'onestissimo sig. Acerbi, e il dire che se n'è fatto e se ne fa tuttavia in Milano è tale, che gli bisogna aver fronte tutta di bronzo per sostenere le maledizioni ed esecrazioni che piovongli d'ogni parte sopra la testa. Vero è che più di cinquecento sonosi ritirati dall'associazione, non avendo fede in un nome caduto d'ogni riputazione. Nulladimeno i cangiamenti accaduti essendo stati posteriori al cominciare del secondo anno, molti hanno affrettata la conferma della loro associazione: di che è venuto che ne restano tuttavia in piedi più di mille e ducento. E altro bell'artificio dell'Acerbi ad ingannar il pubblico è stato quello di lasciar i lontani nella credenza che Breislak, Giordani e Monti proseguiscano, come prima, a prestar l'opera loro nella compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>, mentre niuno di noi v'ha più che fare per nulla; e il giornale è divenuto tutto mercenario, tutto comprato, un giornale insomma siffatto, che il giornalista non vi mette del suo neppure una riga, tranne il titolo dei libri ch'escono alla giornata, e che si caccia nell'appendice. Ma verrà, né può tardar molto, il tempo di parlar chiaro, e trar d'errore il pubblico truffaldinescamente ingannato. A me basta per ora l'aver adombrata a voi e a tutti gli amici la bella mercede che ho raccolta dai beneficj.</p>
<p>Dalla mia dell'andata settimana all'ottimo monsig. Mauri avrete inteso che la mia amicizia col sig. Sgricci è perfettamente ristabilita. La piccola eclisse a cui è andata soggetta non ha servito che a raccenderla maggiormente. La sua presente condotta è savissima e circospettissima; e qualche inavvertenza passata non dee tenersi che in conto di quegli errori in che io stesso tante volte sono caduto: e Dio ne scampi, dice il filosofo, da colui che non commette mai alcun fallo. In somma annunziate a Monsignore veracissimamente che il trattato di pace tra me e lo Sgricci è fermato: e sarà più durevole che quelli de' gabinetti. Solo mi duole che, divenuto da qualche mese bersaglio della fortuna, mi è tolta la facoltà di mostrar coll'effetto ciò che suonano le parole. Ma il mio cuore vi è noto, e presso voi non ho d'uopo di scusa su questo punto. Per ciò fate che anche altri mi compatisca.</p>
<p>Della chiamata di Giulio a Roma, e del fine a cui è chiamato sono lietissimo: tuttoché mi affligga la tanta distanza che me lo toglie. E chi sa quando avrò più la consolazione di trovarmi in braccio a' miei figli! E se sapeste, mio caro, come questa considerazione mi attrista, mi avvelena la dolcezza del vivere! Mi trovo proprio nella situazione della Dircea di Metastasio: <quote>Se tutti i mali miei ecc.</quote></p>
<p>Riveritemi mons. Mauri e mons. Pacca, a cui direte che ad ogni momento ho nelle mani il preziosissimo dono e che ogni presa di tabacco è accompagnata da un profondo sospiro. Salutatemi ancora e Biondi ed Amati, i quali, siccome amici vostri e di Giulio, non isdegneranno, spero, di ricevere me pure in sì bel numero.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1956.</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">18</add> Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La fretta in che vi scrissi lo scorso sabato m'uscì di mente l'inchiesta sul Vitruvio di Stratico. Ora dunque vi farò contento di quel poco ch'è a mia notizia.</p>
<p>Il lavoro dello Stratico sopra Vitruvio è un diligente e lungo commento che abbraccia anche le opere di Leon Alberti, e nell'universale tutta la scienza architettonica. Lo scritto è già condotto da molto tempo al suo termine, e avrebbe già veduta la luce, se se ne fosse da privata borsa sostenuta la spesa. Poteva l'autore pubblicarlo quattr'anni fa, e n'avea avuto da buono e munifico protettore l'incitamento. Si tolse dal farlo per alcune piccole addizioni ed illustrazioni di cui avea difetto, e l'occasione si dileguò con suo e nostro danno non reparabile. Ora essendo passato il tempo che Didone pensava ad Enea, mi fo a credere che l'autore già sull'anno ottantaquattresimo andrà a dormir nel sepolcro senza la consolazione di veder pubblica la sua fatica, e con la sola speranza che un giorno le darà luce qualche postero generoso.</p>
<p>Ai dì passati ho voluto per mera curiosità scartabellare qua e là il Barberino e gli opuscoli inediti del sig.r Manzi. Oh quanta messe d'errori! Oh il goffo fiutasepolcri! Non v'ha che l'infinita sua balordaggine che l'assicuri dalla risposta che meritavano le sue impertinenze. Egli è sì poco in letteratura ed in critica, che v'è bisogno del microscopio per osservarlo. Lasciamogli adunque il privilegio di abbaiare senza timor di randello; o aspettiamo ch'e' diventi idrofobo per darglielo tra capo e collo.</p>
<p>In breve metterò mano alla stampa delle mie osservazioni sopra la Crusca. L'opera (premesso un discorso preliminare) andrà divisa in sei parti, e tutte importanti, come potrete raccogliere dal manifesto che tra poco vi manderò. Non sarà lieve il rumore che l'opera desterà: ma sarà tale ancora la critica di cui mi armerò, che la ciurma tutta de' Manzi vi romperà i denti se vorranno attaccarmi. Così foss'io sicuro di non aver altri affanni che mi limassero il piacer della vita!</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il titolo del mio libro sarà questo:</p>
<p><title>Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca.</title></p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1958.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Al conte Montevecchi di Fano, che mi è stato cortese d'un visita, e che parte di qui dimattina, ho consegnato li quindici fascicoli degli opuscoli inediti di Firenze, de' quali già tempo ti scrissi, ed una scatoletta che Teresina manda a Costanza.</p>
<p>Mi aspettava un cenno del sì o del no sul prezzo degli otto zecchini offertomi per l'<title>Arcadia</title> del Sannazaro; ma indarno. Questa è la terza volta che tel richiamo alla mente, e ti prego di non tacermi più oltre le intenzioni di Lazzari su questo punto.</p>
<p>Dell'Acerbi e dell'usurpato giornale non più parole. L'ira non è ancor queta, e il ritoccar questa piaga mi farebbe uscir dei confini della prudenza. Amo piuttosto di rallegrarmi alquanto con una novelletta del nostro Sgricci, che ti farà molto ridere, e la novella si è questa che il suo catamito Tognino (a quel che mi pare) è stato scavallato da un nuovo Ligurino assai più delicato e gentile. Odi il fatto. Mi recai, giorni sono, a visitarlo circa le dieci e mezzo della mattina. Trovai tutto chiuso. Tornai dopo le dodici, e trovato il povero Tognino tutto solo nell'anticamera, mi spinsi con confidenza nella stanza da letto. Il lume n'era modesto sull'andare di quello che descrive Voltaire nella <title>Pulcella</title> là dov'ei descrive dentro a un'alcova il re Carlo in braccio ad Agnese. Guardo, e che veggo? Il nostro poeta sotto le coltri, e accanto a lui una bellissima testa che a prima vista parvemi di fanciulla, ed era un Eurialo; sì per dio, un leggiadrissimo Eurialo. <quote lang="lat">Ora puer prima signans intonsa iuventa</quote> in braccio al suo Niso. Qui se fossi un Boccaccio, o un Franco Sacchetti, mi abbonderebbe materia da divertirti; ma piacemi che il lettore supplisca di fantasia. Con questi adunque ei fa la sua vita, e gl'ispira l'amor delle Muse, e da un'ode recitatami ieri l'altro parmi poter argomentarne buon frutto. Ma, rimossi gli scherzi, una sola cosa vo' dirti. Il povero Sgricci appresso i milanesi non è più quello. Le sue incaute amicizie con persone di perduta riputazione (dico i Bellini e gli Anelli e tutto il resto di quella ciurma) e l'aversi alienato i migliori, che lo sconfortavano da quelle combriccole, e l'essersi abbandonato un po' troppo a certi sentimenti d'orgoglio, e cento altre piccole sconsideratezze, gli hanno tolto la stima de' savi, e nessuno si è più curato d'udirlo. Quindi egli, uscito d'ogni speranza di poter qui dare altre accademie, se ne parte poco contento: e posdimani prenderà la via di Torino. Io gli ho preparato le più calde raccomandazioni; ma la persona che più gli avrebbe agevolato colà le liete accoglienze è lontana: voglio dire il principe Koslowski, ministro di Russia a quella Corte. Egli è al presente in Parigi, e in suo difetto lo raccomando ad altro mio buon amico, da cui mi prometto ogni favore e cortesia.</p>
<p>Della tua andata a Roma non parlo, perché mi turba il presentimento di non rivederti forse mai più. E nulladimeno ti esorto a seguir la tua stella. Ma tu vai lontano dal vero nel credere che quella mia oscura raccomandazione risguardi il nostro Giordani. Le mie parole feriscono ad altro segno, e fa tuo conto che io voglia parlare di me medesimo. Ben al vero ti apponi nell'immaginarti a qual Mecenate mi corra nell'animo di consecrare (se il potrò) la mia <title>Feroniade</title>. Piacemi che su questo il tuo pensiero s'accordi perfettamente col mio, e ti sarò grato se a tempo e luogo l'aiuterai dell'opera tua. Intanto a me fa d'uopo il dare alle stampe le mie osservazioni sopra la Crusca, alle quali ho dato tal cura da poterne accozzare un libro di qualche mole e di non poco interesse. E siccome la prima parte si volgerà tutta su gli errori del vocabolario, così amerei che se qualcuno ne hai notato tu stesso mi facessi dono delle tue scoperte. Tutta l'opera sarà divisa in sei membri, premesso un discorso preliminare. E se avessi tempo te ne diviserei tutta l'economia. Ma giunge Sgricci, e finisco abbracciando caramente te e Costanza e gli amici.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Spero non avrai fatto l'errore di confermare l'associazione al noto giornale.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1959.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Febbraio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Rosmini non si sa dar pace del tuo silenzio, e se ne tiene sprezzato e pentito d'averti scritto. Io gli ho mostro il paragrafo dell'ultima tua che lo risguarda, e l'ho alquanto rasserenato; ma per amor di Dio rinnovagli, poiché la prima, è ita in sinistro, rinnovagli subito quattro righe di risposta, e levagli dal cuore ogni ruggine.</p>
<p>Nel prossimo sabbato spero poter mandarti la nota che dal Trivulzio desideri. Egli intanto ti rende molte grazie della canzone di Pier delle Vigne, che gli prometti, e gli farai cosa gratissima, se l'accompagnerai di quattro parole: ché egli fa gran conto delle tue lettere.</p>
<p>Il medesimo me ne mostrò una ier l'altro del pedantissimo Ciampi, il quale gli scrive che in Roma si prepara una nuova edizione del <title>Dittamondo</title>, ed ei si fa bello dell'essere stato consultato il suo oracolo su molti passi oscurissimi, e dell'avergli esso rischiarati a poca fatica, e finisce con questa magistrale sentenza: <quote>«In Roma però si fanno meglio gli studi di antiquaria che della lingua italiana, della quale generalmente non ne hanno neppure il necessario per esporre un poco meglio le loro quistioni antiquarie»</quote>. E un testore di cosiffatte eleganze ardisce di metter bocca in fatto di lingua! Non ne perdere la memoria, e a suo luogo il rimerita largamente come si dee.</p>
<p>Nei fogli di Genova lo Scariotto Acerbi è stato frustato a dovere. Così lo fosse su quelli di Roma e di Napoli, ed ei cominciasse a raccogliere il frutto delle sue imposture: delle quali non è l'ultima il lasciar tuttavia il pubblico nella credenza che Breislak, Giordani ed io seguitiamo a prestar l'opera nostra nella compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>.</p>
<p>Lo Sgricci è ancora qui, e credo v'abbia gran parte il novello amore di cui t'ho scritto.</p>
<p>Un abbraccio a Costanza e agli amici, e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1960.</head>
<opener><salute>Alla contessa MARIANNA AZZALI ANGELI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, l Marzo 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissima Amica.</p>
<p>Voi non credete, eppure è così. A far diligente ricerca, fra l'infinita e confusa farragine delle mie carte, neppur un verso trovereste al vostro bisogno: ché tutte le mie inezie poetiche tutte le ho bruciate da molto tempo come <foreign lang="lat">delicta juventutis meæ</foreign>. Il farne di nuove è cosa impossibile, avendo troppi altri pensieri sotto la berretta, dai quali non ho riposo. Dall'altra parte il lasciarvi delusa mi è troppo gran dispiacere.</p>
<p>E non di meno è forza che così segua, e che Voi mi siate generosa del vostro compatimento; del quale dubitando farei troppa offesa alla benigna e gentile indole vostra.</p>
<p>Io mi getto adunque in ginocchio; e voi alzate misericordiosamente la mano, e dite <foreign lang="lat">ego te absolvo</foreign> al vostro supplichevole e devoto servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1961.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Marzo 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ecco la nota delle canzoni di Fazio datami da Trivulzio, che ti saluta.</p>
<p>Sgricci è già a Torino, e attendo sue lettere.</p>
<p>Lodo che tu non abbi disdetta l'associazione, anche per la ragione che il disdirla potrebbe aver faccia di dispetto o vendetta da me promossa. Ma Antaldi, Cassi, ecc. possono farlo senza nota di mancamento: perché il giornale non essendo compilato dalle medesime penne non è più lo stesso; e quindi ognuno è sciolto da tutte obbligazioni. Così molti hanno fatto all'avuta del primo fascicolo e ancor del secondo: il che non poco ha mortificato e mortifica le speranze e l'orgoglio di Truffaldino. Ben egli si arrabatta e rimescola d'ogni lato per sostenersi; ma la sua riputazione (se mai n'ebbe alcuna) è perduta; e un giornale tutto mercenario, tutto comprato, non può goder lunga vita.</p>
<p>Attendo le promessemi annotazioni, e abbracciando la Costanza e te e gli amici, ti dico sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Per carità ricordati di Rosmini, che mai non ebbe risposta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1962.</head>
<opener><salute>A GIACOMO LEOPARDI — Recanati.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Marzo 1817.</date></opener>
<p>Egregio e Carissimo Sig.r Conte.</p>
<p>Dirò cosa alquanto strana, ma vera. Mi si gela il cuore tutte le volte che mi accade di ricevere il dono di qualche libro, e non so mai trovare la via di rispondere al donatore, perché le novantanove per cento la coscienza è in conflitto colla creanza. Sia lode al cielo, e a tutte le sante Muse che questa volta la creanza è d'accordo colla coscienza, e che ambedue si abbracciano come la Giustizia e la Pace del Salmista. Voglio dire ringraziato sia Dio che posso lodarvi senza gravarmi di alcun peccato. Dico adunque, e il dico sinceramente, che la vostra versione del <hi rend="italic">secondo dell'Eneide</hi> mi è piaciuta e mi piace sopra ogni credere. Né per questo giurerò che ella, sia senza difetti: ché anzi non pochi me ne saltano agli occhi, e qualcuno ancora non lieve. Ma le bellezze diffuse per tutto il corpo del vostro lavoro son tante, e tale è l'impasto del vostro stile, che la ragione della Critica o non ha tempo, o non ardisce di fermarsi sopra le mende; delle quali col maturarsi degli anni, e coll'internarvi sempre più nei segreti dell'arte voi stesso un giorno vi accorgerete e vi farete ottimo castigatore di voi medesimo. Intanto siate contento, anzi superbo dei primi passi che avete fatto in una carriera che al volgo sembra sì facile, e a chi ben intende, è la più ardua di quante mai possa correre l'umano intelletto. E state sano.</p>
<closer>Vostro obbligatissimo Servitore ed Amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Avvertite lo Stella che nella stampa sono trascorsi parecchi errori e non lievi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1966.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Marzo 1817.</date></opener>
<p>M'avviso che a voi pure saranno giunte all'orecchio le peripezie della <title>Biblioteca Italiana</title> e con che perfide arti l'Acerbi sia pervenuto ad usurparsi l'intera proprietà del Giornale, preponendo ai doveri di gratitudine che a me lo stringevano le mire d'un vile interesse. La storia de' fatti accaduti è odiosissima. Ma la dea Nemesi non è ancor fuggita da questa terra. L'Acerbi si è messo al possesso di buone venti migliaia di franchi l'anno, ma la pubblica esecrazione gli pesa sopra la testa, né io gli ho ancor perdonato l'aver convertito in mio danno il proprio mio beneficio. Ma di questi neri suoi portamenti non più parole. Ora ascoltate il nuovo letterario divisamento.</p>
<p>Tutta Milano, e molta parte d'Italia, secondo che risulta dalle nostre corrispondenze, ha dato vivissimi eccitamenti alla formazione d'un altro Giornale, che, fondato su migliori principj, e libero dalla tirannia d'un ignorante direttore, sia tale da rendere più contento il pubblico desiderio. A questo effetto Giordani, Brocchi, Breislak, Labus e il vostro Monti, sotto gli auspicj di onorati e potenti cavalieri, ne hanno assunto l'incarico. E già il nostro progetto ha ottenuta la superiore approvazione, e in breve ne uscirà il manifesto coll'elenco degli amici cooperatori. Vedrete fra questi il nome di Oriani, di Stratico, di Moscati, di Longhi, di Rosmini, di Francesconi, di Strocchi, di Morelli e d'Arici, tutti membri dell'Istituto. A questi aggiugnete Mai, Cattaneo e parecchi altri di Milano; e fuor di Milano, Costa in Bologna, Perticari a Pesaro, Borghesi in Savignano, Lampredi in Napoli, Botta (e spero anche Visconti) in Parigi, e Cicognara in Venezia. Ora non sarebbe per me e pe' miei colleghi, in nome de' quali vi scrivo, non sarebbe egli per tutti noi il massimo de' peccati se fra tanti bei nomi non si leggesse pur quello di Mustoxidi? Nella fretta con cui quest'affare ha dovuto procedere, ed anche nell'incertezza del superiore consentimento, noi non abbiamo avuto tempo d'interrogarvi, e di chiedervi (siccome abbiam fatto con tutti quelli che ci sono presenti) la permissione di segnar nella lista de' nostri ausiliari il vostro bel nome. Ma noi, sicurati sulla cortese vostra amicizia, ve l'abbiamo inscritto, e abbiam piuttosto voluto peccare d'arbitrio, che di irriverenza. Né per questo intendiamo che voi restiate legato da verun obbligo di contribuirci l'opera vostra. Da questo lato voi rimanete liberissimo. Ma se una volta l'anno vorrete esserci generoso di qualche pagina vostra, noi l'avremo per grazia ed onore singolarissimo. Né voglio tacervi che questo favore piacerà molto anche a due persone che sommamente vi amano, al Marchese Trivulzio e a sua moglie.</p>
<p>Consolateci adunque tutti d'una graziosa risposta; e quando l'ozio vi soprabbonda, ricordatevi delle rimanenti vostre annotazioni alla mia Iliade.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro amantissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1967.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Marzo 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>L'acchiusa notizia risguardante il <title>Dittamondo</title> è un amichevole dono di Francesconi, il quale ti saluta, e promette di mandare tutta la stampa da cui è tratta, se la desideri.</p>
<p>La nuova società pel giornale nuovo in Milano è formata. Giordani, Brocchi, Breislak, Labus e Monti ne saranno i compilatori proprietari. Nella lista degli ausiliarj, che uscirà stampata, leggerai i nomi di Oriani, Stratico, Moscati, Carlini, Rosmini, Longo, Strocchi, Arici, Morcelli, Mai e più altri. Lampredi in Napoli, Costa in Bologna, Balbis a Torino, Botta a Parigi sono anch'essi de' nostri, e in sì bel numero sarebbe peccato da non perdonarsi l'omettere il nome di Perticari e Borghesi. In breve ne spedirò il manifesto.</p>
<p>Dello Sgricci, dacché egli è in Torino, non ho più veruna notizia. Mons. Mauri mi ha replicato una graziosissima lettera; e poiché mi prega e riprega di porre alle prove la sua amicizia, penso di mandargli, come farò con Borghesi, il manifesto del nuovo giornale onde mi procuri in Roma qualche associato. Ma ciò che innanzi a tutto mi preme si è che pel primo fascicolo che pubblicheremo all'entrare di maggio, tu non mi manchi di qualche tuo articolo. Io te ne scongiuro con tutti i nostri colleghi. Eccoti aperto il campo di vendicar l'onore degl'improvvisatori, e di far nuotare nel latte mons. Mauri. Se questa è cosa da non potersi aver pronta pel detto tempo, mandane l'articolo sulle lezioni del Cesari, mandane se non altro quel pezzo (e non era piccolo) che al mio partire da Pesaro era già bello e disteso: e il resto a tuo comodo. Non mi fermo a dire che, lasciando delusa la mia preghiera, mi daresti un mortale disgusto. Solo ti dico che come noi abbiamo disposto del tuo nome, così tu disponga del nostro per le <title>Effemeridi</title>, a resuscitare le quali tu mi dicesti essere stato chiamato. Il non avermi tu scritto altro su questo articolo m'induce a sospettare che quel progetto abbia sofferto qualche crisi non favorevole, tuttoché Borghesi pure mi scrivesse che la cosa era decisivamente risoluta. Comunque sia, noi siamo tutti nella tua lega, e altri ancora se l'avrai caro. Intanto, essendo noi i primi a entrar nell'arringo, non ci abbandonare, e pensa che son io che prego e mi raccomando.</p>
<p>Il Trivulzio ha gradito assai la tua lettera e la canzone di Pier dalle Vigne. Ma egli l'avea già da molto fra le rare sue stampe. Il che per nulla diminuisce il merito del tuo dono. Anche Rosmini che finalmente ha ricevuta la tua risposta, e parla sempre di te, carissimamente ti saluta. Così Mai, e Giordani, e Reina, e avanti a tutti la mia Teresa.</p>
<p>E per lei e per me abbraccia la nostra Costanza, e Antaldi, e Cassi, e Gordiano, ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1969.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Marzo 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Quanto sia piaciuta al Trivulzio la tua cortesia, puoi averlo compreso dalla sua risposta, e sappi che egli mostra a tutti le tue lettere, e le custodisce come gioielli.</p>
<p>Io nol vedrò che domenica, essendo ito in campagna, e colla tua nota alla mano sulla sospettata contraffazione dell'edizione Giuntina darò a lui ed a Reina materia di acuire il bibliografico loro sapere.</p>
<p>Intanto ricevi un milione di ringraziamenti per le tue osservazioni sopra la Crusca, assai belle e piene di critico senno. Parecchie coincidono colle mie perfettamente, ma le più mi sono giunte novissime. Ed io ne farò un bell'uso, né tacerò la fonte da cui mi sono venute; perché le tue lodi ricadono sopra di me, e ben vedi che io vi fo grande guadagno. Aspetto la continuazione delle tue postille, ma più l'articolo, comunque e qualunque siasi, di cui sì caldamente ti ho pregato nella mia di sabato scorso, e oggi pur ti riprego senza fine. Al nostro intento è d'assai quel tanto che, me presente, avevi già fatto sulle Lezioni del Cesari. E ove ti fosse grave, il che non credo, di terminarlo per amor mio, mandami il fatto; ché io ho aperta la via per innestarlo nel mio discorso preliminare e recarlo intero come tutta tua cosa: e mi fo sicuro che, parte il tuo discorso e parte il mio sopra lo stesso punto, ne uscirà uno scritto da fermar l'opinione del pubblico. Esaudisci adunque, mio caro Giulio, la supplica che ti porgiamo, non io solo, ma tutti gli amici, Trivulzio, Mai, Rosmini, Giordani, Breislak, etc., i quali del continuo mi sono addosso per questo. Abbiamo giurato di adempiere l'onorata nostra vendetta, e sarà piena per ogni verso se vi concorre anche l'aiuto della tua indignazione.</p>
<p>Alla Costanza e agli amici le consuete salutazioni. E tu, per tutti gli Dei, non lasciar deluse le speranze del tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Fra le tue note trovo <hi rend="italic">comandare</hi> per <hi rend="italic">concedere</hi> e parmi felicissima la tua correzione; ma per quanto ne abbia cerco, non ho saputo trovare nel vocabolario l'esempio su cui ella cade, né so dove dissotterrarlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1975.</head>
<opener><salute>Al prof. MARIO PIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Aprile 1817.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>S'io fossi sì presto allo scriver lettere come son diligente osservatore dell'amicizia, il mondo non avrebbe di me il più gran seccatore. Non vogliate adunque recare il mio silenzio a poca affezione verso di voi, ma piuttosto consideratelo come effetto della fiducia che sempre ho posta nella bontà del vostro carattere, nella quale mi rendo certo d'aver sempre pronto il perdono delle mie negligenze. Di questo adunque non più.</p>
<p>Nessuno dei primi compilatori della <title>Biblioteca Italiana</title> ha più nulla che fare in quel giornale, le cui vicende potete udir fedeli ed esatte dall'ottimo Francesconi. La protesta in fronte ai fascicoli del secondo anno è una solenne impostura: e a qual fine ognuno l'intende. Quale poi sia stata l'iniqua condotta dell'Acerbi verso me, è tale istoria, che un foglio privato non può contenerla, né io saprei contarla senza infiammarmi.</p>
<p>Tornando al detto giornale, egli è al presente tutto mercenario. L'Acerbi, non essendo atto a porvi una sola riga del suo senza spropositi, è forza che tutto compri, e tra coloro che vilmente gli hanno venduto, a 40franchi il foglio, la penna, non ha nessuno che sia pure alcun poco iniziato nel bello scrivere. Quindi cessino tutte le maraviglie sulla decadenza di quello sciaurato giornale. Si è formata un'altra società, la quale ha presentato al Governo il progetto d'un nuovo foglio, complessivo come l'altro di ogni materia letteraria e scientifica. I sottoscritti sono Brocchi, Breislak, Giordani, Labus e Monti per la compilazione. Quanto agli aiuti, nessuna letteraria confederazione si è mai veduta simile a questa: perché nostri ausiliari in Milano sono: Oriani, Carlini, Mai, Rosmini, Longo, Moscati, Stratico, Gherardini e più altri che or non è tempo di palesare. In Venezia, Mustoxidi, Aglietti, Cicognara. In Brescia, Arici e Morcelli. In Bologna, Costa, Tommasini, Marchetti e Venturoli. In Roma, Perticari, Biondi e Borghesi. In Firenze, Fabbroni, Niccolini e Serristori. In Torino, Balbis, Grassi, Vernazza. In Parigi, Botta e Visconti; in Napoli, Lampredi, Monticelli, ecc. E questo non è che un principio; perché nostro divisamento è d'invitare a questa lega i migliori tutti d'Italia. E se finora non ci siamo rivolti alle due Università del Regno, Padova e Pavia, egli è perché il nostro progetto, sancito già a voti unanimi dal Consiglio Imperiale, non è per anche stato firmato da S. E. il signor Conte Governatore, la cui giustizia non può tardare a ratificarlo. Così mostreremo non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa esser falsa la calunnia di che ci gravano gli stranieri, cioè che i letterati italiani si straziano fra di loro, come i Cadmei: e che questa accusa non cade che sopra i guastamestieri. Pregate adunque sant'Apollo e Minerva che la nostra impresa si conduca a riva felicemente, e voi pure sarete <quote>del bel numer'uno</quote>, e con voi quanti costì han caro l'onore dell'italiana letteratura.</p>
<p>Tolga Iddio che la <title>Biblioteca Italiana</title>, rimasa com'è alle mani di quel compracarte, prenda a parlare della vita di Apostolo Zeno. Non ne vedremmo che sbrani da macellaio. Se ne farà bensì onorata menzione nel nuovo giornale (se avrà vita), e l'estratto si farà dal cavaliere Rosmini; che tanto mi ha promesso.</p>
<closer>Abbracciate per me caramente il mio Francesconi, salutate di cuore Franceschinis e Barbieri, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1977.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Aprile 1817.</date></opener>
<p>Ho rimessa prontamente all'amico Bellotti la vostra vita di Eschilo, letta prima, e rilettala con quel senso perpetuo di piacere che sempre mi dànno le cose vostre. E non è tanto la grazia, la sceltezza, la nobiltà dello stile, che rende cara la loro lettura, quanto l'affetto di che sapete spargere tutto quello che dite: e in ciò, a mio parere, consiste la essenza del bello scrivere, che a' dì nostri è si trascurata. Per la quale considerazione non dubito di asserire che voi straniero avete pochi che vi pareggino nel maneggio della lingua italiana; lingua meravigliosa quando non è vòta di sentimenti.</p>
<p>La mia diligenza nell'eseguire il vostro volere ha fatto che il nostro Rosmini non abbia potuto gustar subito quel bellissimo vostro scritto. Onde è che per soddisfare al suo desiderio conviene ch'io ritorni al Bellotti, e lo preghi di affidarmi per alcun tempo quella stampa a contento dell'amico: e così farò.</p>
<p>Il Gamba, appena giunto in Milano, è caduto infermo: il che finora mi ha tolto il piacere di conoscere personalmente questo letterato, alla cui amicizia ha promesso di farmi strada il buon Marchese Trivulzio, di cui vi fo i saluti accompagnati da quelli della Marchesa. Intanto io vi indirizzo questa a Venezia, non ben certo se siate ancora partito per Napoli; ma certo che nel caso del sì, avrete commesso, a chi resta, di inviarvi colà le lettere che vi verranno. Dato adunque che la presente debba raggiungervi sul Sebeto, pregovi di abbracciare colà caramente gli amici, e innanzi a tutti Lampredi e Monticelli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1978.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ai</add> <add resp="ed">MEMBRI DEL I. R. ISTITUTO</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">8 Maggio 1817</add>.</date></opener>
<p>Sul punto di metter mano alla stampa delle mie Osservazioni sopra il Vocabolario interrogo la mente dei miei Colleghi; e trattandosi di un lavoro, a cui senza l'aiuto d'alcuno e tutto solo ho sudato per giustificare presso il Governo le operazioni e le cure dell'intero Istituto su questo assunto, propongo che il medesimo esamini nella sua coscienza e giustizia se la spesa dell'edizione debba andar tutta quanta a carico mio.</p>
<p>E acciocché la discussione corra più libera, mi ritiro dalla seduta.</p>
<closer><signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1979.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Maggio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Finalmente hai avuta pietà di me informandomi del dove dirigerti le mie lettere: mentre, stando alla fede delle ultime tue, io ti credea già piantato su i sette colli e di là mi aspettava un qualche cenno del tuo nuovo soggiorno. Eccoti dunque chiaro il motivo del mio silenzio e tolto insieme al tuo buon cuore il sospetto che ciò potesse venire da qualche mia disavventura. L'unico dispiacere incontratomi in questo mezzo di tempo è la sospensione in che tuttora si tiene il progetto del nostro nuovo giornale, intorno al quale non si è per anche potuto udire dall'alto né un sì, né un no. Questo silenzio ha levato e leva tuttavia molto rumore nel pubblico, sapendosi omai dappertutto che alla compilazione di questo nuovo giornale concorreva da un estremo all'altro d'Italia tutto il fiore de' letterati, de' quali ne dava sedici il solo corpo dell'Istituto. Intanto la <title>Biblioteca Italiana</title>, divenuta tutta venale nelle mani di un capo che non è da tanto di poter mettervi neppure una riga del proprio, ogni giorno cade in discredito e perde a brani la sua riputazione: tuttoché l'Acerbi a tutto potere siasi adoperato e si adoperi di far credere che Giordani, Breislak e Monti vi hanno parte siccome prima. Coll'ingoiarsi per male arti tutta la proprietà del giornale egli avea per fermo di aver posto in sicuro un venti e più annui mila franchi. Ma il conto gli va fallito. Di mille e ottocento associati appena gli ne restano cinquecento, e gli è forza comprar tutto fino all'ultima riga, e comprarlo a più caro prezzo che prima. Aggiugni a questo il pessimo guadagno che ha fatto della pubblica detestazione, massimamente per gl'iniqui suoi portamenti verso di me, che, come a tutti è manifestissimo, il posi alla testa di questo letterario stabilimento. Ma di questo ingrato non più.</p>
<p>Il Governo avendo nuovamente eccitato l'Istituto ad occuparsi nella revisione del Vocabolario, i miei cari colleghi hanno posto tutto sulle mie spalle questo gran peso, e strettamente m'hanno pregato di assolverli da questo debito. Mi è dunque forza il pubblicare un saggio del mio lavoro su questo oggetto, e già ne corre la voce pel pubblico e un grandissimo desiderio. Sua Eccellenza il sig. Conte Governatore me ne promette particolar protezione presso il Sovrano, e tutto ho pronto già per la stampa. Quindi caldamente ti prego di spedirmi il rimanente delle tue osservazioni, e quanto hai scritto sull'imitazione de' trecentisti. Il tuo ragionamento su tal materia serve mirabilmente alle dottrine ch'io stabilisco nel mio discorso preliminare, appresso il quale si fa luogo al tuo scritto senza mutarne pure una sillaba. E mi si anticipa già nell'animo il piacere di unire al mio il tuo nome, onde sia palese anche dopo il sepolcro la nostra benevolenza e il nostro consentimento nella difesa della lingua universale d'Italia contra le arroganti pretensioni dei fiorentini, i quali alla lingua scritta ed illustre si sforzano di sostituire il loro dialetto particolare, il dialetto in somma del volgo. Senza ritardo mandami adunque il tuo scritto, e fanne spezial consegna alla posta, onde la spedizione corra sicura.</p>
<p>Lodo assai la prudenza che ti ha fatto differire la tua andata a Roma e t'invidio la compagnia dell'ottimo nostro Borghesi, al quale, salutandolo caramente, dirai che il Labus, riavutosi da molti sofferti incomodi di salute, mette finalmente mano alla stampa della nota Dissertazione.</p>
<p>Quanto a quella del sig. Grillandi, dirai all'autore che in difetto d'altro giornale l'ho affidata al dott. Omodei, compilatore del <title>Giornale Medico</title> che si stampa, e che ivi sarà inserita per intero colla debita lode e alcune note d'illustrazione.</p>
<p>Attendo tue lettere con impazienza, e ti porto i saluti degli amici che sempre mi chieggono tue nuove; dico Trivulzio, Rosmini, Reina, Giordani e Labus, a cui ho rimesso tutto che mi hai mandato per lui.</p>
<p>Dello Sgricci non so più nulla. Gli ho scritto a Genova, ove so che si trova, e sono senza risposta.</p>
<p>Un bacio a Costanza, un saluto agli amici, e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1980.</head>
<opener><salute>A S. E. il sig. Conte SAURAU Governatore di Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Maggio 1817.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Il penoso e lungo lavoro addossatomi dal Cesareo Istituto intorno alla riforma del Vocabolario italiano, conseguentemente ai replicati eccitamenti dell'Autorità superiore, è pronto già per la stampa.</p>
<p>Essendo l'opera, contro il mio credere, riuscita alquanto voluminosa, è mia intenzione (sempre subordinata ai venerati voleri di vostra Eccellenza) di non dar <emph>per ora</emph> alla luce che un saggio della medesima con questo titolo: <title>Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca</title>. Quindi, secondo il mio calcolo, la stampa non andrà oltre ai quindici o sedici fogli.</p>
<p>Le mie presenti strettezze non potendo sostenere contra immediato pagamento la spesa, benché leggiera, dell'edizione, e una lunga esperienza insegnandomi che il mettersi fra gli artigli dei librai stampatori, che sono gli avvoltoi de' poveri letterati, sarebbe il medesimo che lasciarsi divorar tutto l'utile della fatica, mi fo coraggio di rispettosamente proporre al savio discernimento di V. E. un mezzo speditissimo e semplicissimo con cui il Governo, senza il minimo suo dispendio, può trarmi da queste spine. E il mezzo si è che la Stamperia Reale, assumendone l'edizione, mi conceda per contratto il respiro di un anno e mezzo o due anni a pagarne tutta la spesa. Il qual debito agevolmente potrò saldare colla vendita progressiva dello stesso libro.</p>
<p>Trattasi di un'opera a cui, senza l'aiuto di alcuno e tutto solo, ho sudato per due anni continui; di un'opera che, edificata sulle dottrine di Dante, piglia a difendere i diritti della lingua universale italiana contra le arroganti pretensioni dei Toscani, che alla lingua scritta ed illustre, comune a tutta la nostra bella penisola, presumono di sostituire il dialetto particolare del Mercato vecchio e del Casentino; di un'opera finalmente comandata dalla sapienza dello stesso Governo. Parlo inoltre ad un coltissimo personaggio a cui è caro l'onor delle lettere, e che ben intende la lode bellissima che ne deriva a chi sa apprezzarle e proteggerle. Mi rendo adunque sicuro che non parrà temeraria la mia dimanda, né la speranza di vederla benignamente esaudita.</p>
<p>Ho l'onore di essere col più profondo rispetto di V. E. um.mo ed obbl.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1981.</head>
<opener><salute>All'ornatissimo sig.r BORSA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1817</add>.</date></opener>
<p>Il vostro impiegato è un imbecille. Discorrete col sig.r Stella e intenderete quali furono i miei precisi sentimenti.</p>
<p>Il dire poi che io stimo per non valido il contratto firmato ieri fra noi e posto sotto l'autorità delle leggi, gli è un dire ch'io son pazzo, e stupisco che un savio ed onesto uomo quale voi siete abbia potuto avere sì poca stima di me da scrivermelo. I fatti mostreranno che vi siete ingannato.</p>
<closer>Contuttociò amo di essere vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1982.</head>
<opener><salute>Al sig. FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1817</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>La lettera della R. Stamperia è venuta, ed ho fatto la risposta tra noi convenuta, significando che subito daremo un altro acconto. Ma qui, caro Stella, conviene che facciate uno sforzo, e versiate quella maggior somma che potrete. La parola <emph>debito</emph> mi toglie la quiete, e avvelena tutti i pensieri, né v'ha sacrificio a cui non sia pronto per liberarmi da questo assassino. Fate adunque di tutto per questo oggetto, e lasciatevi vedere il più presto che sia possibile.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1983.</head>
<opener><salute>A G. B. NICCOLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Maggio 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo sig. Marchese.</p>
<p>Credo non mi sia mai accaduto di ricevere nella mia vita dono sì caro come la vostra versione dei Sette a Tebe. L'ho letta con incredibile mio piacere, e senza pretensione di giudizio vi affermo sinceramente che, libera senza licenza e fedele senza servitù, è versione bellissima e nobilissima, e che il nostro Bellotti, il quale presentemente è tutto nella traduzione di Eschilo, suderà molto per non restare secondo, ed esservi al fianco.</p>
<p>Se avverrà che finalmente abbia vita il progetto d'un nuovo giornale che una numerosa confederazione di letterati sperava di poter qui porre ad effetto (ed era già pronto un invito per avervi nostro ausiliario), la vostra versione sarà materia ai primi suoi fogli. Ma Apollo intanto la guardi dal cascare fra gli artigli dei presenti compilatori della <title>Biblioteca Italiana</title>, fra' quali non ha nessuno che sia in istato di apprezzare per sentimento la bellezza de' vostri versi.</p>
<p>Se la mia preghiera non è superba, porgete i miei saluti e rispetti all'esimio vostro maestro sig. ab. Zannoni; e ringraziandovi dell'avermi data occasione di manifestarvi quanto io vi ami e allo stesso tempo vi riverisca e vi stimi, sono e mi pregerò mai sempre di essere a tutta prova il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1988.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Giugno 1817.</date></opener>
<p>Ben inteso, ben ordinato, e benissimo scritto mi pare, anzi è di fatto, il vostro Dizionario militare: e Dio voglia che voi possiate, senza gravarvene la coscienza, ricambiarmi questo giudicio, quando io pure vi manderò le mie Osservazioni al Vocabolario della Crusca, alla stampa delle quali ho già posto mano sino dai primi di questo mese. Ma il lavoro è tanto noioso, e mi trovo sì abbandonato d'aiuto, che spesso me ne gira la testa, e la stampa procede lentissima. Oh v'avessi vicino! Ma son solo solissimo, e l'impresa è tale, che vi vorrebbe un pieno concilio ecumenico. Credo che in quelle mie riviste alla Crusca mi verrà il taglio di nominarvi, e il farò coll'unico sentimento della stima e della giustizia.</p>
<closer>Vogliatemi bene, mio caro Grassi, e abbiate per fermo che nell'amarvi niuno supera il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1989.</head>
<opener><salute>A TITO MANZI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Giugno 1817.</date></opener>
<quote><lg type="nc"><l part="F">Partì l'ingrato?</l>
<l>Ebbe cor di lasciarmi in questo stato?</l></lg></quote>
<p>Prendo in prestito da Aristea le parole per lagnarmi della tua crudeltà. Partire senza vedermi! Senza darmi il contento di abbracciarti! Ma ti perdono se mi adempi la speranza di rivederti, o almeno di saperti felice in qualunque parte del mondo ti balestri la fortuna.</p>
<p>Lasciando a parte il parlar figurato, che nel vocabolario dell'amicizia non è molto in uso, ti dico che se i nostri corpi sono separati, le anime sono e saranno sempre unite. E di questo fo sacramento su gli eterni principj della riconoscenza che a te mi lega fino dal 1807, e su la stima che mi hanno inspirato le tue virtù.</p>
<p>Avrei bramato di lasciarti, partendo tu per Firenze ed io per la Brianza, qualche cosa da dire per parte mia al nostro bravo Niccolini, e a chiunque de' tuoi amici concorra teco nel desiderio di veder formata di tutti i letterati italiani una sola famiglia, una sola potenza. Ma i miei sentimenti su questo nobile punto ti sono sì manifesti, che ogni particolar istruzione è superflua.</p>
<p>Non mi lasciare, ti prego, senza notizie di te e di quanto avrai risoluto. Desidero che la tua sorte si volga; ma, o lieta o trista, fa ch'io la sappia, perché io voglio dividerla teco, se non altro, per sentimento.</p>
<closer>Addio, mio caro Tito, e pensa qualche volta al tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ti fo i saluti di Giordani, che tanto ti ama e ti stima.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>1990.</head>
<opener><salute>A CARLO TEDALDI FORES — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Giugno 1817.</date></opener>
<p>Sul punto di muovere per la campagna, e già coi cavalli alla porta, ricevo la vostra <title>Chioma di Berenice</title>; e riserbandola a farmi dilettevole compagnia alle fresche ombre della Brianza, ve ne fo, in piedi, un brevissimo, ma sincero ringraziamento. E tanta è la fiducia in cui sono di trovarla bella, che ve ne anticipo le mie congratulazioni.</p>
<p>Dell'esservi accostato all'amicizia del signor Bellini, non solo non vi do biasimo, ma ve ne lodo.</p>
<closer>Salutatemi caramente l'ottimo mio Bellò, seguitate a crearvi un bel nome, e credete alla stima e all'affetto con cui godo di confermarmi vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>1991.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Giugno 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>All'arrivo di ogni corriere io volo alla posta colla speranza di trovar tue lettere e lo scritto promessomi. E già sono parecchi ordinari che non mi dài più segno d'aver memoria di me. Pazienza. Intanto io sono già al quarto foglio della mia stampa, e avrei già messo mano anche alla stampa del discorso preliminare, se avessi pronta la tua dissertazione da unirsi alla mia in altro carattere, e in numeri non arabici, ma romani come suol farsi. Per carità non tardarmi più oltre il tuo dono.</p>
<p>E non son io il solo che si addolora del tuo silenzio, ma anche Monticelli e Landriani, che aspettavano la rettificazione delle misure per l'altezza e larghezza delle scene che denno dipingere.</p>
<p>Da molti giorni Giordani mi ha affidato per inviartelo un esemplare delle sue prose e dell'apologia, fatta al Dionigi del Mai contro il pedante Ciampi. Cerco opportuna occasione, e nessun dio me la manda ancora davanti. Ma penso metterà più conto dirigerlo a qualche amico di Bologna, onde di là ti sia spedito, e così farò.</p>
<p>Un abbraccio a Costanza, un saluto agli amici ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Il crederai? La sola prima parte dell'opera mia, dico le osservazioni critiche al Vocabolario, mi ruba più di quindici fogli di stampa. In esse mi è venuto il taglio di parlare di te e del tuo Fazio, e l'ho fatto come doveasi. Ma la materia, il preveggo, andrà oltre ai due volumi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1994.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Giugno o Luglio 1817</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo e carissimo sig. Marchese.</p>
<p>Le rimetto il Catalogo del Colombo, le Prose del Salvini, ed anche il Dizionario Cateriniano: e le rendo grazie.</p>
<p>Eseguirò col cav. Falconieri la sua commissione, e sarò giovedì a godere delle sue grazie.</p>
<p>Sono e sarò eternamente colla più grande riverenza ed ossequio il suo um.mo e dev.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1995.</head>
<opener><salute>Al prof. GIUSEPPE MONTANI — Lodi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Luglio 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Amico.</p>
<p>Profitto del ritorno del sig. Terzi a Lodi per indirizzarvi, prima le mie congratulazioni pe' vostri <title>Fiori scientifici</title>, il cui olezzo assai m'è piaciuto, poscia i miei ringraziamenti pel cortese dono che me n'avete fatto. Deggio dirvi lo stesso per i versi pubblicati per la laurea del Rovida. Questi pure mi sembrano di bel conio.</p>
<p>Un imbarazzo incredibile di stampe che ho alle mani mi ha fatto esser tardo a soddisfarvi di questo mio dovere.</p>
<p>La vostra gentilezza me lo perdoni, ed amate il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>1996.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Luglio 1817</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Nuovi ringraziamenti per le nuove note al Vocabolario speditemi, una delle quali (Cucuma) mi dà materia a un articolo: ma poco è mancato che non mi sia arrivata fuori di tempo ond'essere portata per alfabeto. Ma se non cominci a inviarmi il tuo scritto, piglio collera teco. Ho bisogno di metter mano alla stampa del mio discorso preliminare e, per armonizzarlo col tuo e non dir cosa che in minima parte discordi dalle tue opinioni, e anche per parlare di te secondo l'animo mio, fa d'uopo che tu ne solleciti la spedizione. Ti prego adunque, ti supplico, ti scongiuro <foreign lang="lat">per omnes deos</foreign> di non tenermi più sulla croce, e di fidarti a tuo padre, il quale se ha mai posto senno nel pesare le cose lo porrà nel tuo scritto.</p>
<p>Non potevi né fare né immaginare più prezioso regalo al Trivulzio. Il libro mandatogli tutto pieno delle tue postille gli è un tesoro inestimabile, e te ne ringrazia senza fine.</p>
<p>Sono stato ne' passati giorni in gran pena per una pessima voce che qui correva del guasto che facea in Pesaro la petecchiale. Attinsi per caso questa notizia da un forestiero, che mi narrava essersi appigliata l'epidemia anche al primo ceto, e io ne vivea turbatissimo. Il sig. Ercolesi mi ha tornato in calma lo spirito e tolto al cuore un gran peso.</p>
<p>Lo Sgricci è qui da più giorni e oggi l'attendo per condurlo a pranzo dal conte Porro, ove avremo letteratissima compagnia. Gli era stato intimato dalla polizia per ordine venuto <foreign lang="lat">ab excelso</foreign> di partire dentro ventiquattr'ore. Ma un santo l'ha protetto e potrà rimanersi quanto gli pare.</p>
<p>Ho indirizzato per sicura occasione a Roverella l'operetta di Giordani per te. Da esso adunque l'attendi. Sanquirico ha finito, Landriani lavora e Monticelli è a buon termine col suo telone. Ha fatto cosa assai bella. Tutto il paese corre a vederlo; v'è stato anche il Governatore, e tutti concorrono nel parere che sia pittura bellissima. Io non mi arrogo di esser giudice in queste cose; ma per vero s'io non ne sapessi il pennello, l'avrei tenuto lavoro di Appiani; tanta è la grazia delle figure: e peccato che debba servire ad un uso così pericoloso e distruttivo del colorito, continuamente in mezzo al fumo e alla polvere d'un teatro.</p>
<p>Dammi nuove di tua salute e di quella di Costanza: perché con tutte le assicuranze dell'Ercolesi ho sempre cagione di temere. Agli amici le solite salutazioni e fammi contento una volta di quanto sai che impazientemente desidero.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2000.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Luglio 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ieri sera nel gran salone ai giardini si è fatto l'esperimento del telone di Monticelli a lume di riverbero. Vi fu gran concorso anche di belle donne, e tutti concordemente lo giudicarono bella cosa.</p>
<p>Trivulzio è stato fortemente travagliato per mal di testa e di occhi. Ora sta meglio, e il primo uso che farà della vista sarà per iscriverti e ringraziarti del regalo che gli hai fatto.</p>
<p>La tela che mi disegni del tuo discorso è bellissima, e Trivulzio e Rosmini, a cui ho mostrata la tua lettera, sono al pari di me impazienti d'averla sott'occhio. Le nostre idee adunque sul grande affare della lingua si toccano perfettamente; e andiamo pure d'accordo sulla riverenza con cui in generale vuolsi parlare degli Accademici della Crusca, massimamente dei vivi, non per altro se non perché sono vivi.</p>
<p>Tutte le volte però (e sono frequenti) che i vecchi compilatori sono scoperti in manifesto peccato, allora metto il peccato in tutta la luce, parlando sempre con rispetto de' peccatori, e sempre compassionando alla fragilità dell'umano intelletto. Basta che si concluda che il Vangelo della Crusca non è quello di Marco e Giovanni.</p>
<p>Sono già al decimo foglio di stampa, e appena mi trovo fuori della lettera C. Le sole osservazioni adunque mi rubano un intero volume. E questa non è che una quinta parte dell'opera, la quale Dio faccia che mi venga chiusa in tre tomi, e che il primo alla fine d'agosto sia pronto, siccome ho promesso. Degli errori del Cesari <foreign lang="lat">ex professo</foreign> non parlo che nella quarta sezione, ove metterò al sole il bene e il male di quelle giunte, senza contumelie, ma insieme senza pietà. Non mi far più penare, e sta sano.</p>
<p>Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2002.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Settembre 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Per la terza volta rileggo il tuo scritto, e più l'esamino più lo trovo da capo a piedi bellissimo. La materia è trattata da gran maestro e filosofo, e se il mio giudizio mi mostra il vero, or credo veracemente che sarà vinta la lite, e che nuovo ordine di cose nascerà negli studi della lingua. Poche macchiucce finora mi è sembrato di vedere in sì bel corpo, e io ve le cerco dentro col microscopio della critica per contentare il tuo desiderio: ma mi bisogna consumarvi l'occhio della mente per ritrovarvele. Intanto è stato buon senno il mio nel tardare la stampa della introduzione ch'io aveva già preparata, la quale all'ultimo non era che la ragione dell'opera; ed è avvenuto appunto ciò che il cuore mi diceva, cioè che ci saremmo incontrati in gran parte delle sentenze. Gli ultimi capitoli del tuo scritto non sono che un pieno sviluppo della mia stessa opinione. Le parole sono diverse, ma gli argomenti e i pensieri sono i medesimi: di modo che per isfuggire la ripetizione delle stesse dottrine ed avvisi, e non menomare in nulla il tuo bel lavoro, m'è forza dare adesso altro giro al mio divisamento; e sarà tale: restringere il poco che mi resta a dire in una lettera che indirizzerò al nostro Trivulzio, ed in quella commentare le cose da te toccate risguardanti la riforma del vocabolario, ecc. Né temere che la lode della quale ti ornerò trascorra nella viltà. Mi studierò di adempiere questo officio senza tirarmi addosso l'accusa d'amor paterno.</p>
<p>Il Villanova giunse ieri mattina, e subito l'abboccai con Monticelli e Sanquirico. Il concluso tra loro l'intenderai dal medesimo Villanova.</p>
<p>E quando adunque Costanza mi farà lieto de' suoi versi? Siamo tutti smaniosi d'averli. Io poi me ne sento ringiovanire dalla contentezza. Non mi dilungo perché l'ora del mangiare è prossima e sono aspettato fuori di casa. Addio.</p>
<p>Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2004.</head>
<opener><salute>A MADAMA TERESA PRIMO CALDERARA — <add resp="ed">Sesto</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 10 Settembre <add resp="ed">1817</add> alle ore 8 della mattina.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Per non commettere villania è forza ch'io differisca a Giovedì la mia tornata a Sesto. Sono arrivati in Milano parecchi amici di Madama Staël particolarmente raccomandatimi. E pazienza se fossero tutti uomini (verso i quali non si vuol avere tanti rispetti), ma vi sono ancor donne, a cui non si può mancar di creanza. Né questo è il solo impedimento al tornare. Vi si aggiugne ancor l'altro che la nota Dama genovese ferma nello strano proposito di ritrattarmi, ha già messa mano al lavoro, e questa mattina mi conviene andare alla seconda seduta. Ho fatto e detto quanto io poteva per distorla da questo capriccio, ma tutto indarno. Ed avendo ella stessa pubblicato per tutto Milano di essere espressamente venuta qui a questo fine, io l'esporrei alle risa del pubblico se ricusassi di prestarmi pazientemente a questo suo desiderio.</p>
<p>Per tutte le quali cose, io vi prego, mia cara, di perdonare se non sono questa volta fedele alla mia parola, alla quale mancando di due giorni soli, il danno finalmente è tutto mio, non vostro, né della vostra buona famiglia, a cui farete i più distinti saluti dal primo all'ultimo, e tutti del cuore.</p>
<p>Sono co' sentimenti della più viva amicizia il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2005.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1817</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ogni lode ch'io volessi dare al tuo scritto sarebbe al di qua d'ogni concetto. Perciò di queste non più.</p>
<p>Il nostro Trivulzio e il Rosmini, che già t'hanno scritto, ne sono rapiti e pensano che la nostra opera debba fare clamorosa rivoluzione nelle lettere. Io pure porto chiusa nel petto questa opinione.</p>
<p>Ho trascritte ai debiti luoghi le correzioni e piacemi soprattutto quella che riguarda il Licofrone d'Arezzo. Ma più ancora mi piacerebbe che a giustificare qualche amara sentenza degli Italiani contra i Fiorentini tu avessi in qualche luogo toccata l'insolenza di questi nel vilipendere gli scrittori che non hanno avuta a nutrice la Mea, massimamente poi i Lombardi a cui antepongono, come fece il Salviati, pur la lingua che parlasi nelle taverne fiorentine. Sta bene l'essere generoso, ma l'esserlo co' superbi ignoranti e maligni è pazzia. E parlando in generale dei cattivi, de' quali in ogni paese non fu mai penuria, e separando da costoro i buoni, si fa de' buoni medesimi la vendetta: anzi so per certo che i pochi sull'Arno che hanno fior di giudizio sono del nostro avviso. Se ti cade in acconcio qualche bel tratto, non lasciartelo dileguare fra le dita. Io nol fo certamente dal canto mio.</p>
<p>Si stanno copiando gli articoli che dimandi, e gli avrai nel prossimo ordinario. Manderò pure, se saranno pronte, alcune stampe del manifesto, dal quale ti farà piacere l'intendere che anche il grande Oriani si fa socio alla nostra fatica con un copioso catalogo di vocaboli ben definiti e appartenenti tutti alle scienze, massimamente alla matematica, colla correzione di molte pessime definizioni del vocabolario in cose di scienza.</p>
<p>E Costanza non mi risponde? Briccona! Abbracciala e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Non dimenticare le stampe promessemi de' tuoi discorsi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2006.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 16 Settembre 1817.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Seguendo la tua volontà, eccoti ricopiati gli ultimi articoli del tuo arcibellissimo trattato, del quale più il leggo più m'innamoro. Eccoti insieme il manifesto dell'opera nostra, nel quale, riportando i capitoli del detto trattato, non in tutti i lor titoli ho seguito le tue emendazioni, parendomi più interessanti e più pieni gli antecedenti. Nella stampa però dell'opera non mi dipartirò dalla lezione da te prescelta.</p>
<p>Il Bettoni mi stringe con una preghiera ch'egli ti fa per mia bocca, ed è questa. Dopo tante edizioni della <title>Bassvilliana</title>, tutti i nostri librai ne sono senza. E il Bettoni s'è messo in capo di farne una bella edizione unitamente alla <title>Mascheroniana</title>, e intitolartela. Me ne ha mostrata la dedica, e parmi che il tuo onore ed il mio vi stiano bene. Non rifiutare adunque questa testimonianza della sua stima, o scrivimi in caso contrarlo una onesta ragione che lo contenti. Non obbliarti di rispondere a Trivulzio e a Rosmini, tuoi veri amici ed ammiratori. Avrei mille cose da dirti, ma la stampa dell'opera non mi lascia un respiro. Darei tutte le stelle del firmamento per averti al fianco. E se fossimo tutti due al medesimo tavolino, si farebbe doppio lavoro, e più spedito e sicuro. Avrei anche presa la risoluzione di volar a Pesaro: ma non si permette a nessuno uscir dello Stato senza decreto di Vienna; e se il chiedessi in settembre non l'avrei che in gennaio, e chi sa se pure l'avrei. Ma tu puoi anche lontano aiutarmi de' tuoi consigli; e se cosa ti cade nell'animo che ti paia buona al mio scopo, non tenerla chiusa.</p>
<p>Mi struggo di vedere i versi della Costanza: ma non voglio affrettarla. Abbracciala caramente e saluta gli amici. Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2007.</head>
<opener><salute>A CESARE ARICI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1817.</date></opener>
<p>Il dono dell'amico è sempre cosa carissima, ancorché la coscienza ci avverta di non averlo ben meritato. Non posso adunque che ringraziarti del cortese pensiero, che non il mio merito ma il tuo cuore ti ha suggerito; e voglio dirti, che se le lodi di non lodata persona sono una vergogna, un disonore, un supplicio, sono per lo contrario la più dolce voluttà della mente quando vengono da' tuoi pari: e godo che tu voglia far palese ai presenti e ai futuri la nostra reciproca benevolenza, della quale, senza dimandartene la permissione, io stesso ho già fatto ricordo in alcuna parte dell'opera che vo stampando. Te ne acchiudo il manifesto, non perché tu segni il tuo nome all'associazione (ché l'opera deve venirti dalle mie mani), ma perché, visto l'oggetto della medesima, se hai pronta qualche osservazione che ferisca allo scopo a cui miro, ti piaccia comunicarmela, ond'io te ne faccia l'onore che ti compete.</p>
<p>Ho parlato col nostro Carlini. Egli è dolente di dirti che il noto tuo Discorso, essendo stato stampato nella <title>Biblioteca Italiana</title>, non può più aver luogo negli Atti dell'Istituto, ove non entrano che cose inedite. Ti è dunque forza o lasciar correre i Canti senza quel discorso, o metter loro in fronte altre parole.</p>
<p>Saluta Bianchi, saluta Ugoni e Fornasini e Nicolini, e sta sano.</p>
<p>P. S. Ho destato per tutto grande desiderio del tuo poema. Dimmi dunque a che termine l'hai condotto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2009.</head>
<opener><salute>Al march. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Settembre 1817.</date></opener>
<p>Caro Marchese.</p>
<p>Giulio mi ha mandato la vostra nota sul <emph>Bere per convento</emph>. Le vostre considerazioni son giuste, ed io avea già chiamato ad esame quello strano articolo del Vocabolario, come dall'acchiusa stampa vedrete. Ma il Redi nelle sue note al Ditirambo, alle quali mi sono abbattuto dopo, prende la difesa di quella locuzione, e mi costringe a ristampare quel foglio e a dar altro giro alla mia e vostra opinione, provando che nell'esempio delle Novelle antiche, con pace del Redi, non vale realmente né può valere altro che Bere per convenzione. Che poi <hi rend="italic">Bere per convenzione</hi> sia passato a significare Bere a garganella, ciò non può essere che per favella furbesca, la quale, come ben avvisa il mio Giulio, è parte d'ogni vocabolario, e bisogna alzare fortemente le grida perché ne sia affatto sbandita. Quella frase insomma è nota fra i furfanti e i beoni nelle taverne, e là si dee rimanere, e non uscirne a contaminare la favella de' galantuomini. Io penso poi che la sua origine debba essere stata le spesse disfide che in quei ridotti sogliono farsi a certe guise di bere, come questa di tracannare il fiasco senza accostarlo alla bocca. Posta la qual condizione n'è seguito che il bere a questo modo sia divenuto <hi rend="italic">bere per convenzione</hi>, la qual maniera d'esprimersi per la frequenza di cotal bere fra quegli stravizzi divenne poi classica nella lingua dei furbi. Così io la penso, ed ho per fermo che così sia. Per la qual cosa, dovendo io, come v'ho detto, ristampare l'acchiuso foglio, udite il pensiero che la vostra Nota mi ha subito messo nel capo. Le mie osservazioni sopra il Vocabolario sono spesso ridotte a dialoghi, o lettere, onde spargere il più che si può di amenità e di fiori la strada spinosa in cui mi son messo. Amerei adunque, se il tempo ve lo concede, che su cotesto sciagurato <hi rend="italic">bere per convento</hi> m'indirizzaste una lettera facendo tutta vostra questa materia, e mi significaste come cosa da me non pensata la critica riflessione che quel modo di dire vi ha destato nell'anima: ché io scriverei tale e quale nell'opera mia il vostro giudizio. E discorrendo con Giulio questo soggetto, mi assicurò che ne fareste insieme egregio lavoro. Se tal partito non vi contenta, scrivetemi ad ogni modo una lettera su questo punto in aria di chiedere il mio parere; onde tra la proposta e la risposta si adempia quella lacuna di cinque facce di stampa, come vedrete.</p>
<p>Pregovi di aprirmi o in un modo o nell'altro la via a parlare di voi, onde sia pubblica la testimonianza della nostra amicizia.</p>
<closer>Scrivo in grande angustia di tempo, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2010.</head>
<opener><salute>A MICHELE LEONI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Settembre 1817.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Amico.</p>
<p>A niuno io potrei meglio raccomandare i cittadini di Milton, che all'egregio traduttore di Milton. Ed ecco che un'intera famiglia ve ne presento, la famiglia del sig. Hunter, gentiluomo inglese. Conoscerla ed innamorarsene sarà per voi una stessa cosa, siccome è stato per me: ché di vero fra quanti a noi ne vengono da quelle parti non ho mai veduto le più care persone, né le più degne di essere coltivate con ogni genere di cortesie. Le accompagna un bravo nostro italiano, il sig. Costantini, nel quale conoscerete un assai colto uomo di lettere. Ve li raccomando tutti con tutto il calore, riserbandomi a significarvi con altra mia la gratitudine pel grazioso dono fattomi della vostra versione, cui leggo con somma soddisfazione, c ancora non ho finito. Ben posso dirvi fin d'ora che avrò larga cagione di farvene le mie congratulazioni.</p>
<p>Amatemi e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2012.</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 9 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Il bisogno di rallentare alcun poco l'intensità del lavoro a cui ho posto le mani, mi ha condotto per qualche giorno fra questi monti, ove la curiosissima vostra del 2 corrente è venuta a trovarmi e a confortarmi. Per soddisfare un debito verso il Governo sono stato forzato a pubblicare le mie Osservazioni intorno al Vocabolario e alla gran divisione a cui è tempo di rivocare lo spirito degli Italiani, la divisione, io dico, del volgare plebeo dal volgare illustre, comune a tutta la nazione dalla cima delle Alpi fino alla punta di Lilibeo. Sulle eterne dottrine di Dante, a cui mirabilmente consentono quelle del Petrarca nelle Senili, e dello stesso Boccaccio <title>De casibus virorum illustrium</title>, ho preso a difendere questo illustre volgare non parlato ma scritto, e a vendicare i diritti di quattordici porzioni d'Italia contra la pretensione d'una sola, la quale, contro i principj del gran padre della lingua italiana, si è sempre studiata e si studia di sostituire una lingua municipale, un dialetto in somma particolare, che, per bello ch'ei sia, è sempre dialetto, né potrà mai adempiere le veci della lingua universale, di cui l'intera nazione ha bisogno. Non so se mi verrà fatto di trattar degnamente questa gran causa; ma so bene per certo che chiunque vorrà impugnare i principj che stabilisco, converrà che cominci dal provare che Dante e quegli altri due son pazzi. Non ardisco in somma di credere d'aver vinto tutto il partito; ma mi assicuro di aver gettati i fondamenti, su cui altri di maggior giudizio fornito, potrà un giorno alzar l'edifizio e compirlo.</p>
<p>Al che pensando, non vi so dir quante volte ho desiderato d'aver al fianco l'aiuto del mio Mustoxidi. Del quale avendo in animo di dir qualche cosa che manifesti il grande amore che gli porto, bramerei che nell'immensa selva d'errori ch'ingombra il Vocabolario, prendeste a notarne qualcuno, anche uno solo, e con lettera mi provocaste a farne cenno nell'esame critico ch'io ne ho istituito; il quale appunto, per allegrare l'aridità della materia, e sparso, a quando a quando, di lettere a miei amici, e dialoghi, e di piccole dissertazioni, secondo il bisogno. Vi muova a questo anche il sapere che l'opera è intitolata al nostro Trivulzio, e che altri nomi di grido vi faran compagnia. Mi basta, in una parola, un sol cenno, un appiglio qualunque siasi.</p>
<p>La vita d'Anacreonte è tutta degna di voi, cioè bellissima ed elegantissima, e tutta piena di quella grazia di sentimento che voi sapete dare a tutte le vostre cose. Vorrei poter dire altrettanto della versione di quel poeta; ma in coscienza nol posso.</p>
<p>A me pure è stato detto che il Foscolo vuol subissare la mia traduzione dell'Iliade; ma se non ho altro danno a temere, dormo sicuro.</p>
<p>Attendo la Memoria del signor conte Amalteo, e pregovi di farne al signor Negri distinto ringraziamento, e insieme di salutarlo come persona ch'io stimo altamente.</p>
<closer>State sano, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi rendo grazie della bella lista di associati speditami. Ma uno solo ne levo da questo numero, ed è il signor Andrea Cavalier Mustoxidi, a cui voglio aver l'onore di mandar l'opera mia in testimonio di santa amicizia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2013.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI CASELLI — Lucca.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Ho protestato da molto tempo ai letterati italiani, ch'io non fo professione di greco. Non posso adunque da questo lato portar giudizio della vostra versione d'Anacreonte. Godo bensì di dirvi che, quanto al verso italiano, a me pare lavoro assai bello: e non dico di più, perché non sembri che le mie lodi piglino faccia di complimento; o pur ch'io voglia sdebitarmi con esse della gratitudine che vi debbo per dono così prezioso e gentile.</p>
<p>Desidero occasioni di potervi mostrar coll'effetto la sincerità della stima, con cui vo lieto di protestarmi vostro obbedientissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2014.</head>
<opener><salute>Al conte GIUSEPPE ALBORGHETTI — Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Nol potendo in persona, vi fo visita collo scritto, e vi presento un altro me stesso in Giuseppe Monti, mio nipote e vostro buon servitore. In nome dell'antica nostra amicizia accoglietelo cortesemente, e dategli luogo nella vostra benevolenza, della quale mi rendo certo ch'egli si saprà mostrar non indegno nelle occasioni.</p>
<closer>E io pure, se con qualche comando vi piacerà di pormi alla prova, mi studierò di convincervi che sono sempre senza riserva il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2015.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Se ho tardato a inviarvi la promessavi lettera per Alborghetti incolpatene le lunghe e noiose occupazioni, delle quali potete aver una prova nell'acchiuso manifesto di associazione; e ne sono oppresso da molti mesi e il sarò tuttavia per molti altri, se la fatica non mi toglie affatto la pazienza e la testa. Or eccovi quella lettera finalmente, e mi sarà caro per mia norma il sentire che accoglienza vi sarà stata fatta.</p>
<p>Datemi insieme un cenno del residuo della scaduta corrisposta d'affitto, e se vi piacerà ridurla in aumento del noto credito, secondo il solito, farò il vostro piacere.</p>
<p>Abbracciate caramente l'Annina, ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2016.</head>
<opener><salute>Al cav. ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 24 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Egli è difficile il dire quale dei due drammi, che vi ritorno, sia il peggiore. L'<title>Amleto</title> è una miserabile stroppiatura della gran tragedia di Shakespeare; e non ha verso, non situazione, non sentimento che vaglia una fronda di cavolo: e i concetti medesimi tolti al tragico inglese sono gettati tutti nel fango.</p>
<p>L'altro, che ha per titolo <title>Gli eroi di Siracusa</title>, è scritto, cred'io, da qualche liscia—stivali, che ignora affatto affatto le concordanze e l'arte del verso. E nondimeno è cosa meno bestiale dell'<title>Amleto</title>.</p>
<p>Ho durata molta fatica a leggere pazientemente queste due poetiche iniquità. Ma il desiderio di servir voi e l'impresa ha vinto la noia della lettura.</p>
<closer>Vi saluto, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2017.</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 24 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Caro Nepote.</p>
<p>Mi consolo di cuore col signor padre, e non dubito che la santità di questo titolo non vi renda, di buono che già eravate, molto migliore e più degno dell'amor mio e della stima de' vostri concittadini. Tale io spero di ritrovarvi, se prima di morire avrò il contento di rivedervi e abbracciarvi. Fatene a vostra moglie le mie congratulazioni, e salutatela caramente.</p>
<p>Dall'amico canonico Peruzzi avrete avuti certi miei manifesti di associazione per l'opera che ho sotto il torchio. Vedremo che saprete fare, e in qual grado di stima sarò tenuto nella mia patria. La lista de' miei associati s'accosta già ai duemila, e tra questi neppure un sol Ferrarese. Chi ne deve arrossire? Non io sicuramente.</p>
<p>State sano, ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2018.</head>
<opener><salute>A URBANO LAMPREDI presso il sig.r Principe Pignatelli Strongoli — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1817.</date></opener>
<p>Caro Lampredi.</p>
<p>Eccomi con la corda al collo a' tuoi piedi a dimandarti perdono dell'aver lasciata finora senza risposta la tua carissima, in cui mi parlavi della versione di Giovenale dell'egregio nostro Montrone, e mi promettevi un saggio del nobile tuo lavoro. Di che ringrazio lui e te grandemente, e soprattutto della memoria che avete ambidue di me disgraziato per molti versi, ma singolarmente per l'infelice condizione a che sono venuto di dover fare il grammatico per adempiere un penoso lavoro impostomi dall'Istituto, e all'Istituto fortemente comandato dall'Autorità Superiore. Trattasi della emendazione del Vocabolario; e se ti è capitato alle mani il manifesto da me pubblicato, potrai giudicare che peso mi sono imposto alle spalle per obbedienza. E sono solo a portarlo, e che sudori mi costi non è da dirsi.</p>
<p>Io calco adunque, come tu vedi, un sentiero tutto pieno di bronchi e di spine; e a spargerlo di qualche amenità, di qualche fiore, mi è mestieri tormentare la fantasia. Fra i partiti che ho presi a conseguir questo effetto, ho fatto meco giudicio che il migliore sia quello dei dialoghi e delle lettere dirette or all'uno or all'altro de' miei amici, e fra questi vorrei mi fosse dato permesso l'indirizzarne una al tuo nome, prendendo occasione o da qualche errore del Vocabolario, degno d'esser notato (e per dio ne ho segnato migliaia); o pure inserendo, secondo che fo con altri, la lettera che a te piacesse di scrivermi su qualche riflessione, su qualche censura, su qualche aggiunta che ti possa venir in acconcio di suggerirmi analoga al mio lavoro. Io ti prometto che il tuo nome si troverà in bella compagnia, e che qualunque sia l'aiuto che mi darai sarà pagato di larga riconoscenza. Insomma pensa un po' tu. A me basta l'averti aperto il mio desiderio, che è quello di far palese al pubblico l'amicizia e la stima che ti professo.</p>
<p>Attendo la promessa versione del Montrone, che caramente saluterai; e altrettanto farai (dando carta bianca) con quanti mi hanno ancor vivo nella memoria.</p>
<p>Rosini è in Milano; e siamo perfettamente riconciliati. Il Rosso è assiduo nelle mie stanze; e a forza di continue dimostrazioni io gli ho tratta di capo l'idolatria della Crusca: su la quale al presente è più eretico di me, che, pure a dispetto degl'infiniti abbagli e spropositi che vi trovo, sono d'avviso che il nostro Vocabolario avanzi di pregio tutti quelli d'Europa, cioè del mondo.</p>
<closer>Voglimi bene e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. È già l'anno ch'io non ho più parte nella compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>. Ella è tutta alle mani dell'Acerbi, ed è fatta la più gran puttana che nel regno delle lettere sia mai comparsa: sì che ognuno de' suoi drudi si ritira e le grida dietro la croce.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2020.</head>
<opener><salute>All'Abate URBANO LAMPREDI — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Novembre 1817.</date></opener>
<p>Obbedisco al comando del carissimo mio Lampredi, e rispondo a posta corrente.</p>
<p>Ove si abiti la Vadori, non so; ché dopo il grande rovescio, come ti scrissi, io mi sono diviso da tutte le società; e non mi resta con loro altro commercio che quello del buon dì e buon anno, quando il caso me le porta davanti andando per la città. E il caso appunto mi accozzò ieri l'altro colla Vadori, la quale mi contò tutto il trattato di che tu mi scrivi, e mi disse che le misere (e veramente miserissime) sue circostanze non le permettevano di partire, se non le venivano da Napoli i mezzi onde fare il viaggio; che di ciò ti avea già scritto; che aspettava impazientemente la tua risposta; che vivea su le spine. Per servire il nostro buon principe Pignatelli, io uscirò dimani alla cerca di questa infelice, e la farò da bracco, e le dirò tutto che tu mi scrivi. Coll'amico Breislak mi disgraverò della tua commissione questa sera medesima.</p>
<p>L'egregio signor conte Montrone pure vuole che il mio giudizio sul suo Giovenale non sia <hi rend="italic">officioso</hi> ma <hi rend="italic">rigoroso</hi>: e tale ei sarà. Ma ti ripeto che non è mio mestiere il far addosso a nessuno il dottore. Il buon giudizio è sì raro, che io non so ancora averne abbastanza per me medesimo.</p>
<p>Le mende, che della Crusca mi hai notate sulle parole <hi rend="italic">Calibro</hi>, <hi rend="italic">Carattere</hi> ed <hi rend="italic">Esistere</hi>, sono vere, ma lievi. Ben altre son le magagne ch'io, con pazienza da Giobbe, vi ho scoperte. Nulladimeno in una appendice farò conto anche di queste che tu m'accenni, scappate dal mio crivello, e ne trarrò materia per una letterina al mio dolcissimo signor abate Lampredi.</p>
<p>Mi sarà caro veder la messe dei nuovi vocaboli fatta dal signor Selvaggi, al quale mi dirai servitore ed amico; ma uscirei de' termini della discrezione se il pregassi di comunicarmela, promettendo di lasciargliene tutto il merito. Tu ed esso farete il meglio che vi parrà.</p>
<p>La mia Costanza dal punto che si mise sotto le leggi del santo Imeneo diede un addio alla Geometria, ma prese partito più conveniente al suo sesso. Ella si è data tutta alla bella lingua, alla quale tu sai che avea già posto il cuore fin da fanciulla notando tutti i bei modi che le venivano avanti nelle sue diverse letture, massimamente in quella d'Annibal Caro. Appresso ciò, si è messa di serio proposito allo studio de' poeti, e fatto animo risoluto ha cominciato da Dante, e non l'ha deposto che dopo averselo fitto per così dire tutto nella memoria. Sì che è venuto che non solo ha imparato a far versi, ma versi belli, e di stile sì casto ed eletto, che per Dio non si può ire più oltre in ciò che pertiene alla locuzione. E una splendida prova, me n'ha già dato in due canti in ottave sull'<title>Origine della rosa</title>: nei quali ben vedesi il fare de' principianti che rubano da tutte le parti, ma ella ruba il meglio e sempre con giudizio. Nel che molto le giova l'aver imparato il latino voltando prima in buon italiano Cornelio Nipote presso che tutto, ed ora dà dentro a Virgilio a tutto potere. E se non fosse che la Principessa di Galles, che le ha posto grande amore, la vuol seco a tutti i momenti, e la distragge da' suoi studi diletti con molto suo rammarico, io non dubito che ella possa andare ben presto a collocarsi accanto ai primi poeti. E il farà se alla perfezione dello stile ch'ella già possiede saprà aggiugnere la pienezza dei pensieri che vien dal sapere.</p>
<p>Eccoti dunque le nuove della tua alunna ribelle alla Geometria. Nel primo scriverle che farò, ella avrà i tuoi saluti, de' quali io pur ti ringrazio come di caro pegno della tua amicizia.</p>
<p>Saluta gli amici e sta sano.</p>
<p>P. S. Cavami d'una pena. Cotesto Gabinetto letterario, portandomi i saluti di Monticelli, mi fa l'offerta di associarsi a cinquanta copie della mia Opera, col ribasso (tutto compreso) di un trentasei per cento all'incirca. La lettera è senza personale sottoscrizione; ma ciò poco monta. Monta moltissimo la condizione, alla quale mi parrebbe essere poco savio, se mi acconciassi. Pregherai dunque, in mio nome, il buon Monticelli di fare con quei letterati le oneste mie scuse se non accetto il partito: tanto più che sono sullo stringere con lo Stella la vendita, a pronti contanti, di tutta l'Opera, su la quale, a quest'ora, ho già al sicuro più di mille associati, e tutto giorno crescono le dimande a tale, che temo di non averne per tutti.</p>
<p>Se ti viene il capriccio di scrivere alla Costanza, mi rendo certo che farai sommo piacere ad essa e al marito, il cui Trattato su la lingua de' Trecentisti, che in breve troverai stampato nel primo volume, è un vero capolavoro e per lingua e per critica e per filosofia. Ti prometto che farà gran fracasso, e che la Crusca, abbassando la testa, <foreign lang="lat">caudamque remulcens</foreign>, non saprà che rispondere. Egli fonda le sue dottrine su i tre gran lumi della favella, Dante, Petrarca e Boccaccio, e le conforta di erudizione e di fatti e di raziocinio così sicuro, che farà maraviglia.</p>
<p>Giugne Breislak. Egli ti ha scritto, e a torto ti sei lamentato della sua diligenza nell'adempiere la tua commissione.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2021.</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, il 1 Dicembre 1817.</date></opener>
<p>Poni giù le dubbiezze, mio caro figlio ed amico; e se hai in me alcuna fede, se non istimi che il mio intendimento sia salito tutto alla luna, t'accerta che il tuo Trattato intorno gli scrittori del Trecento ti frutterà molto applauso, e che ognuno che ben l'intenda, e lo mediti libero da passione e zelo di parte, il dirà lavoro eccellente. Egli è, mi scrivi, il tuo primo passo solenne nel sentiero delle Lettere: e temi non aver fatto cosa abbastanza degna del Pubblico. Lodo la tua trepidazione nel comparire davanti a questo formidabile tribunale, a cui non ha che gli ignoranti o gli stolti che si presentino confidenzialmente e senza paura. Piacemi ancora di vederti gittar un velo modesto sopra i tuoi talenti: il che è prova d'averne molti. Ma quantunque la diffidenza di sé medesimo sia giustamente detta il faro del saggio fra gli scogli nascosi dell'amor proprio, non è buono però il disistimarsi oltre il dovere, né cader di animo a segno che la modestia pigli sembiante di mal sicura coscienza. Non si acquista senza correre brutti rischi la letteraria riputazione: ciò pure è ben vero. Ma questa volta tu li corri tutti a man salva: e di nuovo t'esorto ad aver fiducia nel detto d'un uomo a cui è caro il tuo onore quanto a te stesso; e che avendo consumata in questa carriera la vita, tutto che sia scarsa la gloria ch'egli vi ha mietuta, e' pare nulladimeno debba aver qualche pratica delle vie che a gloriosa meta conducono. Non ti dirò con Orazio <quote lang="lat">Sume superbiam quæsitam meritis</quote>: ché la superbia, in qualunque senso si pigli, è sempre odiosa: dirotti bensì col Tasso: <quote>Gusta le lodi non altrimenti che gli uomini continenti i cibi piacevoli</quote>. E se la verecondia non ti permette di ricever le mie come dimostrazioni di sicuro giudizio, ricevile come prova d'amore, e pigliane eccitamento a battere con più coraggio il preso sentiero.</p>
<p>Mi scrivi ancora che, essendo tu uomo di mansueti costumi e desideroso di star in pace con tutti, dorrebbeti che le libere verità delle quali esci a difesa ti recassero addosso l'ira dei molti, a cui sarà grave l'udirle: e per poco non ti penti d'aver fatto il mio desiderio mettendoti a quell'impresa. Certo egli è da temersi il mal fare del brutto figlio del Vero: e la censura saprà ritrovare, non dubitarne, anche nel tuo bel lavoro il difetto, e pagherai tu pure il tuo tributo al livore, il quale non mette mai il suo dente che sopra le cose buone. Che perciò?</p>
<quote><lg type="nc"><l>Morde e giova l'invidia: e non isfronda</l>
<l>Il suo soffio l'allòr, ma lo feconda:</l></lg></quote>
<p>e le ferite di questa vile passione fanno bella la fama degli scrittori, come le onorate cicatrici la fronte de' bravi soldati.</p>
<p>Abbaieranno anche coloro che nulla sapendo fare si gettano al guasto delle fatiche altrui, e di tutto alla scapestrata portan giudizio; e coloro che tormentati dal funesto bisogno di biasimar tutto, nulla trovano che li contenti, e tutto sa lor di cattivo: e sarebbero meno difficili se si recassero qualche volta alla mente quel detto di Platone, che il parerci mal sane le cose altrui viene spesso dall'avere noi stessi infermo il giudicio.</p>
<p>Or tu, rispetto a tutti costoro, piglia l'ottimo dei consigli: <quote>Non ragionar di lor, ma guarda e passa</quote>. Fa (e perdonami la comparazione), fa come l'orso, che, menato per le vie, teme così poco il latrare de' cani, che neppur degnasi di guardarli. E non badare se io stesso, che ti porgo questo consiglio, non ho saputo sempre metterlo in pratica, vinto dalla molestia dei botoli, ai quali (e Dio me lo perdoni) ho dato qualche volta lo spasso di risentirmi.</p>
<p>Come uomini adunque che, animati da buon zelo per l'onore dell'universale lingua italiana, con armi onorate e senza maschera la difendiamo, e che, rispettando le persone, anzi venerandole, rompiamo guerra soltanto a quelle decisioni, a quelle sentenze che agli occhi della nostra mente hanno faccia o d'ingiustizia o d'errore, noi terremo conto unicamente delle urbane critiche degli uomini costumati e sapienti, che avvertendo le vere nostre mancanze, ne renderanno vero servigio. E noi volentieri, se ci verranno mostrate, ne faremo co' debiti ringraziamenti pubblica confessione (ché non è turpe cosa l'errare, ma l'ostinarsi nell'errore quando è palese); né saremo sì paurosi che ci spaventi l'essere contraddetti, né sì cerimoniosi e sì vili da mendicare le lodi come il tozzo i mendichi.</p>
<p>E a che proposito, mi dirai, tutto questo bel sermoncino da pedagogo? Allo stesso proposito, risponderò, che il pedagogo Nestore (<title>Il.</title>, l. 23), desideroso che Antiloco suo figliuolo si faccia onore nel corso delle carrette, gli porge alcuni utili avvisi sul modo di ben guidare i cavalli, al momento che il giovane valoroso è già per montare in tutto punto la biga. E tu pure, mio caro Giulio, sei giovane, tu pure sei valoroso, e discendi per la prima volta a viso scoperto nell'arena dei dotti, e fatto per vincerne molti e non restar secondo a nessuno, ti senti al fianco gli stimoli dell'onore, e nel petto un'anima disdegnosa d'offese e soperchierie. Ed io ormai povero vecchio, che t'amo, e so per lunga esperienza quanto sieno litigiose le letterarie passioni e indiscrete le pretensioni, ti porgo i consigli che al tuo caso stimo opportuni, e ti fo accorto a mie spese del maggior dei pericoli che in questo aringo si corre, il pericolo di macchiare il proprio nome lasciandoci vincere dallo sdegno nelle ingiuste aggressioni che la malevolenza, o l'ignoranza, o l'invidia, o tutte insieme ci muovono; e perdendo in miserabili e vane battaglie il tempo, la quiete e l'ingegno. Stringo adunque in un motto tutti i ricordi: Non avvilire le tue armi in basse disfide: ma, provocato da avversario degno di stima, rispondi: ché allora vi è guadagno d'onore anche nel perdere.</p>
<p>Ho imitato Nestore nel consigliarti: imiterò adesso Ettore nel farti un bell'augurio di gloria: e mutate alla tenera sua preghiera per Astianatte alcune poche parole, io pure rivolto al cielo dirò:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l part="F">Giove pietoso,</l>
<l>E voi tutti, o Celesti, ah concedete</l>
<l>Che di me degno un dì questo mio figlio</l>
<l>Sia splendor della patria, e fermo e forte</l>
<l>Dell'atra invidia vincitor. Deh fate</l>
<l>Che il veggendo calcar di questa vile</l>
<l>Tormentatrice de' miglior le serpi,</l>
<l>Dica talun: non fu sì saggio il padre:</l>
<l>Ed il paterno cenere commosso</l>
<l>Dentro la tomba nell'udirlo esulti.</l></lg>
<bibl><title>Il.</title> l. 6.</bibl></quote>
<p>Ma questa esultazione mi verrà, spero, procurata dalla tua virtù anche prima che la natura mi chiami a dormir nella fossa. Il che sia tardi più che si può, né mai prima ch'io m'abbia la consolazione di vedere la nostra brava Costanza incoronarsi di uno de' più begli allori di Pindo, siccome largamente promettono i versi che mi ha mandati. Ne' suoi due canti sull'<title>Origine della Rosa</title> leggo parecchie ottave che il Poliziano non isdegnerebbe per sue: e in tutte è tale castigatezza e sicurezza di stile, ch'io ne maraviglio. Ciò viene dall'essersi ella, guidata da' tuoi consigli, messa tutta allo studio de' soli classici, principalmente a quello della lingua latina, fondamento dell'italiana. Lasciala innamorarsi di Virgilio, come lo è già di Dante, e la vedrai fare altro volo.</p>
<p>Abbracciala caramente e sta sano. Il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2022.</head>
<opener><salute>A ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Dicembre <add resp="ed">1817</add>.</date></opener>
<p>Se ho tardato alcun poco a rispondere alla dolcissima vostra, incolpatene il dilettissimo ab. Cesari, nelle cui lodi (e parlo da senno) ho speso tre giorni. E ben era debito mio il lodarlo; primo perché n'è degno; in secondo luogo perché lo combatto e mi studio di mostrar insensate le sue opinioni in fatto di lingua. Il che, piacendo a Minerva, spero di dimostrare più che ad evidenza. Ecco dunque che Voi ed io ne' giorni andati abbiamo avuto un quasi uguale destino. Voi vi siete trovata nella natura moribonda delle campagne padovane, ed io nella natura bruta dei Trecentisti tra il beato da Todi e il Licofrone d'Arezzo; e tutto per amore del nostro Cesari: Voi fra i giardini squallidi della Brenta, ed io tra le ortiche e i cardoni di quegli aurei padri della nostra lingua. E all'ultimo il miglior guadagno sarà stato il vostro. Ché, del sicuro, in quanto a me, parmi ancora di essere tra i rospi di quella benedetta Crusca Veronese; della quale non è tanta carta in Milano che basti a contenere tutte le fanciullaggini e gli spropositi.</p>
<p>Porterò all'amabile nostra Londini i vostri saluti; fate intanto Voi pure i miei all'egregio Soranzo, ed al valentissimo vostro figlio, di cui mi sento preso d'amore e di molta stima. Passerò a Sonzogno la lista degli onorandi associati da Voi mandata. Ho dato omai fine alla stampa del primo volume, il quale per non far libro di troppa mole, uscirà diviso in due parti; e la prima è già nelle mani del legatore.</p>
<closer>Continuatemi la preziosa vostra amicizia, conservatevi all'onore delle nostre lettere, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2025.</head>
<opener><salute>Al marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1817</add>.</date></opener>
<p>Mi viene caldamente raccomandato da Firenze lo spaccio della nuova e magnifica edizione di Dante che colà si è intrapresa. Il portatore della presente le ne mostrerà un esemplare. Desidero che l'edizione le piaccia, e ch'ella, acquistandola, dia buon esempio agli amatori delle belle stampe: di che io avrò onore e ringraziamenti dalla degna persona che me lo raccomanda.</p>
<p>Sono sempre, con tutto il rispetto, suo devotissimo servitore ed amico.</p></div2></div1>
<div1 type="libro"><head>Volume V</head>
<div2 type="epistola"><head>2027</head>
<opener><salute>Al signor LUIGI BORRINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Gennaio 1818.</date></opener>
<p>Stimatissimo e Gentilissimo signor Borrini.</p>
<p>La vostra troppa bontà vi ha fatto cadere in un grande errore. Io non sono né maestro né oracolo fra i letterati, e reputo gran favore del pubblico se non mi pone fra gli ultimi, alla famiglia dei quali, più vado avanti con gli anni, più mi accorgo di appartenere. Ricevo adunque le vostre lodi come dono della vostra cortesia, ma non del vostro giudizio: il quale, se per un momento si è ritirato da voi nello scrivermi, vi ha assistito assai bene nel comporre le belle ottave, di cui mi avete fatto dono carissimo. Io le ho lette con grande piacere. Bello il pensiero, bello l'ordine con cui l'avete disteso; splendida la locuzione, e ben nudrita della lettura de' Classici principali; l'armonia e la tessitura del verso sempre felice, e le idee tutte sentite: di guisa che la censura non ha coraggio né tempo di notarvi pur qualche neo come vorrebbe.</p>
<p>Questo è il sincero giudizio ch'io porto de' vostri versi, e volentieri ve lo significo, onde darvi animo a farne ancor di migliori: e mi rendo certo che li farete, se, formato lo stile, manderete sempre del pari queste due facoltà: il cuore e la fantasia.</p>
<p>State sano e fate onore alle Muse.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2030</head>
<opener><salute>All'avv.ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Gennaio 1818.</date></opener>
<p>Illustre e carissimo Amico.</p>
<p>Non condannate, vi prego, il mio tardo rispondere, se non udite prima, o buone o cattive, le mie ragioni.</p>
<p>Io sperava di potere da un giorno all'altro mandarvi il primo volume dell'opera che ho sotto il torchio, e di accompagnare con questo attestato della mia stima ed amicizia le congratulazioni che l'intimo del mio cuore vi fa per l'alta fortuna che il vostro merito vi ha procacciata: e questa speranza ha fatto ch'io differisca finora l'adempimento del mio dovere. Ma il mio conto è andato fallito. Il diavolo mi ha condotto a gittarmi nella Stamperia Reale, nella fiducia di esser meglio servito e più presto: e mi sono fortemente ingannato. Lo spirito della tedesca lentezza si è insinuato anche in questa officina; e io grido indarno e m'arrabbio: e mi pesa sul cuore l'impazienza del Pubblico.</p>
<p>Avrete adunque il mio libro quandochessia (e non dovrebbe esser più tardi dei primi del mese). E poiché il nostro Grassi mi ha dato stimolo a scrivervi e a quetare le giustissime vostre querele prima del tempo ch'io mi era proposto, comincerò dall'esprimervi la mia sincera esultazione per la rara sorte che vi è toccata di essere al fianco d'un Principe, il quale (miracolo a' nostri giorni incredibile) è preso dal sacro amor delle Lettere, e le onora col fatto, siccome il caso vostro lo manifesta. Il Pubblico predica altamente le virtù del reale vostro padrone, ed io pure, come accade d'innamorarsi per fama, io pure mi sento tratto a onorarlo e benedirlo, e dirò anche ad amarlo, condannando la sentenza di quel filosofo che tenea esser matta affezione l'innamorarsi dei potenti pastori dei popoli, e avea cancellato nel suo Orazio quel verso <quote lang="lat">Principibus placuisse viris non ultima laus est</quote>. E tanto egli è vero ch'io mi attacco tutto al parere di Orazio, che vi apro un mio desiderio, e sarebbe d'inviarvi non uno ma due esemplari dell'opera mia, pregandovi, se la preghiera non è superba, di porne uno a' piedi del vostro padrone, solo che a voi sembri che questo segno di riverenza non sia disconvenevole.</p>
<p>Ma questo tributo non essendo per avventura abbastanza degno di Lui, io penso che un altro gliene potremo offrire molto più degno, se voi vi vorrete unir meco a dar effetto ad un mio bellissimo divisamento. E vado a spiegarvelo.</p>
<p>Sono celeberrime le Tavole Marmoree Capitoline contenenti circa la metà dei Fasti Consolari, che, esposte nel Foro a commodo degli antichi Romani, indi rimaste sepolte sotto le ruine del Tempio di Castore e di Polluce, furono in parte dissotterrate nel 1545, ed ora adornano una delle Sale del Campidoglio, ove non è forestiero di colto intelletto che non corra ad osservarle come uno dei più preziosi monumenti di quell'antica signora del Mondo. S. A. medesima il sig. Principe di Carignano le fece degne di una sua visita mentre trovavasi in Roma. Anteriori di tempo a Tito Livio e a Dionigi d'Alicarnasso, elle sono il fondamento più venerando della Storia Romana, e mercé del loro soccorso il Sigonio, il Panvinio, il Pighio, ed altri dopo di essi hanno potuto emendare gli errori de' Classici, supplire alle loro mancanze, e ridurre la Storia romana allo stato in cui trovasi presentemente: la quale se mostra ancora delle lacune e dei fatti non ben sicuri, egli è perché appunto mancava in più luoghi l'infallibile guida di queste Tavole, delle quali erano ormai tre secoli che sospiravasi la parte perduta. La buona fortuna dell'Italiana Letteratura ha fatto che negli scavi apertisi l'anno scorso in campo Vaccino siansi rinvenuti parecchi altri frammenti, che ascendono a più di ottanta righe, ed abbracciano circa trent'anni dei tempi più antichi ed oscuri, i tempi dei Decemviri e dei Tribuni militari. Non è da dirsi quanta luce diffondano, e quanta correzione portino nella cronologia. E l'utilità appunto di questa scoperta fu il soggetto del discorso che il celebre illustratore di queste Tavole, Bartolomeo Borghesi, ebbe l'onore di tenere col lodato sig. Principe di Carignano allorché questi si recò ad osservarle, e dimostrò di prendere molto interesse e al monumento e all'Archeologo illustratore, deputato a questa ardua impresa come il più capace di tutti.</p>
<p>Premesse queste notizie, udite il pensiero che mi va per la mente. Il Borghesi è in Milano, ed è sul dare alle stampe la sua illustrazione ormai terminata. L'Accademia dei Romani Archeologi il sollecita, il tormenta a dedicare l'opera sua al Papa o al Card. Consalvi, presso i quali il Borghesi è in molta stima ed amore. Altri in Milano lo eccitano a intitolarlo all'Imperator Alessandro, che volentieri accetta dagli stranieri queste occasioni politiche di mostrarsi universale Mecenate: e il Principe di Palen, fattogli conoscere da Monsignor de Breme, di buon animo si assumerebbe l'impegno di scriverne alla Corte. Il Borghesi che non ama (e sia detto in segreto) i Mecenati a chierica, né quelli che abitano sotto la coda dell'Orsa maggiore, e non ha bisogno di nessuno perché uomo di libera e ricca fortuna, ed è veramente tutto Italiano, sta forte nella risoluzione di non darsi né all'uno né all'altro partito: ed essendo mio confidentissimo, mi ha aperto l'animo suo dicendo che, ricordevole della bontà e cortesia con che il reale vostro padrone si degnò di parlar seco in Roma nella sala del Campidoglio, a Lui solo amerebbe di poter fare l'offerta di questa opera sua, la quale, essendo tutta Italiana e tutta piena della gloria della sua nazione, a niun altro che a un Italiano debbesi degnamente intitolare.</p>
<p>Sapendo egli adunque quanta amicizia corra tra voi e me, ed amandovi per fama da molto tempo, mi ha commesso di rivelarvi questo suo nobile desiderio. Ond'esso ed io vi preghiamo d'investigare destramente l'animo di Sua Altezza Reale, ed onestamente scuoprire se la medesima sarebbe disposta a permettere che quest'opera portasse in fronte il suo nome. Eccovi tutto detto. Ora Voi col cuor nelle mani rispondeteci, e il più tosto che sia possibile. E tenete per fermo che qualora il Principe dica del sì, gliene verrà onore e lode presso tutti i Letterati d'Italia, perché il Borghesi gode d'una assai bella riputazione, ed è per le eccellenti sue qualità amato da tutti. Ove poi S. A. risponda del no, pregovi di tener occulta questa pratica, perché se, passando d'una bocca nell'altra, venisse a sapersi in Roma, sarebbe cagione di molte noie al Borghesi.</p>
<p>Dai pubblici fogli ho inteso le lodi date all'ultima vostra Commedia, e n'ho giubilato, prima per la vostra gloria, poi pel mio amor proprio, vedendo avverato quanto vi dissi dai primi momenti che vi conobbi, che in voi solo cioè riposavano le speranze della vera Commedia Italiana dopo il Goldoni liberandola dalle trivialità a cui questi l'ha spesse volte condannata, e adattandola al decoro de' presenti nostri costumi.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2034</head>
<opener><salute>A DIODATA SALUZZO — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1818.</date></opener>
<p>Qualche santo, che mi vuol bene, vi ha messo in cuore il pensiero d'inviarmi il grazioso dono delle vostre Poesie. Mi hanno esse trovato sommerso fino alla gola in un brago di lingua morta che fa paura: e già mi parea d'aver perduta del tutto la facoltà dell'immaginare e del sentire: i vostri versi, pieni di spirito, di passione e di vita mi hanno risuscitato il cuore e la fantasia, e talmente ricreato e distratto da quel mio duro lavoro, che non trovo più la via di ritornarvi. Or vedete l'effetto della buona poesia quando è nobile, affettuosa e graziosa come la vostra, e quanto io mi debba tener bello e superbo, che una donna di tanto merito e grido, quale voi siete, mi onori della sua amicizia. Il signor Grassi, portatore della presente, adempirà colla viva voce al difetto de' miei ringraziamenti, e, testimonio di udito, vi recherà in termini più fedeli le espressioni dell'alta stima che vi professa</p>
<closer>il vostro servitor vero ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2036</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Febbraio 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non passerà tutta la settimana che Voi avrete il primo volume dell'opera mia, e l'esemplare da presentarsi a S. A. R. con due rispettose parole d'accompagnamento.</p>
<p>Il Borghesi, consolatissimo dell'onore che il vostro Principe gli concede, ha subito messa mano alla stampa; e la vostra lettera d'avviso è giunta a tempo per liberarlo dalle importunità de' Romani Archeologi che il tempestavano per la pubblicazione dell'opera, che coloro volevano pur consecrata alle Chieriche del Vaticano. Ma non andrà sotto il torchio la Dedica se prima il Principe non la vede.</p>
<p>Le cose che di cotesto vostro Padrone mi scrivete quasi m'invogliano a perdonare all'iniquità della Fortuna, che ne' tempi presenti parea volesse spento affatto in Italia il santo amor delle lettere. Io sono omai vecchio, e non vedrò i bei tempi del novello redentore de' Letterati sul trono: ma posso però cantare il Salmo di Simeone, e rallegrarmi del bene che ne verrà ai fratelli che sorgeranno dopo di me; e molti sono già sorti, ma si trovano come piante prive di pioggia in terreno arido ed infelice. E si parmi che i pastori de' popoli intendano male i loro interessi non vedendo né conoscendo che la loro riputazione e la gloria di cui pure sono desiderosi non riposa ella già su la punta delle baionette, ma su le penne degli scrittori.</p>
<p>Vi ringrazio, mio caro, del buon servizio che avete reso all'ottimo mio Borghesi, e n'avrete a suo luogo da lui stesso i debiti ringraziamenti.</p>
<p>La presente l'avrete dal nostro Grassi, da cui mi sono state largamente confermate tutte le lodi del vostro Principe.</p>
<closer>Godete adunque delle fortune a cui vi ha chiamato la sua munificenza e il suo senno, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2039</head>
<opener><salute>Al March. GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 23 Febbraio 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore ed Amico.</p>
<p>Nel ringraziarvi con tutto l'animo dell'onore fattomi di lasciar correre in fronte all'opera mia il rispettabile vostro nome, pregovi di aggradire, in dimostrazione della mia riconoscenza, alcuni esemplari dell'opera stessa, che ardisco inviarvi pe' vostri amici, fra i quali piacciavi di offerirne uno in mio nome al mio carissimo Cavaliere Rosmini.</p>
<closer>Sono e sarò eternamente, col sentimento della più alta stima e rispetto, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2040</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Marzo 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Eccovi, mio caro Nota, i tre promessi esemplari dell'opera mia. Il primo in carta velina per l'ottimo vostro Principe, l'altro per voi, il terzo pel nostro Grassi, a cui, salutandolo caramente, ricorderete la promessa fattami avanti il suo partire. Unisco a questa una lettera del mio Borghesi, nella quale avrete l'espressione della sua gratitudine, e la modula della Dedicatoria a Sua Altezza.</p>
<p>Ho preso l'ardire di accompagnare la mia offerta al reale vostro padrone con due righe di rispetto, alle quali l'eloquente vostra amicizia darà quel valore, che non ponno avere per sé.</p>
<p>Il secondo volume è ormai tutto impresso ancor esso, e presto l'avrete.</p>
<closer>Piacciavi di avvisarmi la ricevuta del presente, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2041</head>
<opener><salute>Ai sig. ZANIBONI, SEGALLA e Compagni — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Marzo 1818.</date></opener>
<p>Sig. Zaniboni stimatissimo.</p>
<p>Poco è l'onore che dal mio nome può venire ad un libro. Tuttavolta se a voi piace intitolarmi uno dei volumi della vostra collezione teatrale, fatelo a vostro senno; ma il guadagno sarà più mio che vostro.</p>
<p>Di cose spettanti a teatro nulla ho d'inedito, e nulla di tradotto. E in quanto al procurarvi degli associati, volentieri me ne adoprerò presso i pochi miei amici.</p>
<closer>Comandatemi, e pieno d'obbligazione credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2043</head>
<opener><salute>Al cav. ANGELO PETRACCHI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1818</add>.</date></opener>
<p>Eccoti in poche parole il debole mio giudizio. Il pensiero è bello, ben inventato, ben condotto, e sempre pieno di sospensione. Felice ancora in generale lo stile, e di facile emendazione ove pecca. Anche nelle arie e nei pezzi concertati trovo molte cose lodevoli; ma un difetto che a me pare grandissimo, e che atterra per così dire tutto l'edifizio, si è che il povero conte è crudelmente e senza rimissione disonorato. Dopo l'atroce beffa che gli vien fatta, egli non ha altro partito da prendere che di ammazzarsi, o ammazzare. Né parmi secondo natura, né secondo la gentilezza dell'educazione, che la sua amante consenta al fiero ludibrio che si fa dell'oggetto dell'amor suo: e ti dirò di più, che una donna di delicati sentimenti e di senno non è possibile che possa unir la sua sorte ad un uomo che pubblicamente e con tanta solennità è stato gettato nel disonore.</p>
<p>Non è un male senza rimedio, secondo una mia considerazione, ma non ho tempo di esporla. Del resto l'autore di questo dramma mostra molta cultura ed ingegno, e qualunque sia il difetto che a me è sembrato vedervi dentro, non resta che sia lavoro degno di lode.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Rispondo colla vettura alla porta per andare a Sesto di Monza. Onde perdona il poco ordine delle mie idee, che a viva voce farò un poco più chiare.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2046</head>
<opener><salute>All' avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Marzo 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Nota.</p>
<p>Fate buon animo. Conosco i vostri nemici, e il lor capitano romantico: ma non credo che dobbiate far loro l'onore di temerli. Se la vostra <title>Lusinghiera</title> andrà su queste scene, i vostri amici non mancheranno al loro dovere. Io vivo ritiratissimo, ma vi prometto che quella sera per sì bella cagione mi farò pubblico con tutto il codazzo de' miei conoscenti. Non sono molti, ma scelti, e franchi, e riputati un poco più dei consarcinatori delle Commedie che fanno piangere, e delle Tragedie che fanno ridere. Chi sian costoro il nostro Grassi ve lo dirà.</p>
<p>Tenetemi raccomandato alla benevolenza del reale vostro padrone, la cui graziosa risposta mi ha consolato incredibilmente. Desidero di viver tanto da poter una volta vedere co' proprj occhi questa cara speranza degl'Italiani.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2049</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1818</add>.</date></opener>
<p>Mi giunge la tua carissima nel momento di chiudere la stampa del secondo volume dell'opera mia: e perché le tue annotazioni son belle e giustissime, ringrazio Minerva di essere a tempo di pubblicare la tua lettera, e di chiuder con essa la prima parte del mio critico esame sul Vocabolario. Non tutte, ma alcune delle cose da te notate, erano cadute a me pure nell'animo, ma di tutte io voglio fartene merito, salvo che di due, perché già stampate, e sono <hi rend="italic">Accozzare</hi> ed <hi rend="italic">Ariete</hi>, come potrai conoscere dai fogli che ti acchiudo, onde ti sia chiaro ch'io non mi voglio far bello a tue spese. Bensì vedrai che la nostra maniera di analizzare il valore delle parole è una sola; perciocché le tue osservazioni sono esattissimamente il medesimo che le mie, e poco manca che nol siano ancora le parole. Da ciò vedi che le nostre censure a quelle due voci scambievolmente si aiutano, e fanno forza all'intelletto di chiunque ci leggerà.</p>
<p>Farò precorrere alla tua lettera due righe di avvertimento: e dal corpo del tuo scritto non leverò che l'epiteto di <quote>ridicole</quote> alle opere della Tancia e del Malmantile, e invece di ridicole metterò <emph>giocose</emph>, onde niun lettore trascorra in odiosa interpretazione.</p>
<p>Il giudizio, che mi annunzi, de' dotti torinesi all'opera del Perticari, è conforme a quello di tutti i savi d'Italia; e in Milano pure chiunque ha fior di senno la grida opera classica. I soli Romantici, e tu li conosci, si sforzano di deprimerla, e si arrabattano in tutti i sensi; ma si trovano schiacciati dal peso della grande opinione pubblica, e si contorcono come vipere.</p>
<p>Mi manca il tempo per allargarmi teco in lungo discorso; ma non voglio dar fine senza ringraziarti, e pregarti di continuarmi la tua assistenza nel proseguimento d'un lavoro tanto utile.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2054</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI e AMEDEO PEYRON — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Marzo 1818</add>.</date></opener>
<p>Nel raccomandarvi colla presente il signor Borghesi, che si reca in Torino per umiliare personalmente al Serenissimo Principe di Carignano la sua illustrazione delle Tavole Consolari, io non ho che un motto da dirvi: consideratelo come un altro me stesso, e ricevetelo nella vostra intera amicizia, ch'egli n'è degno. L'aggiungere di più sarebbe argomento di poca fede; ed io ve lo raccomando in tutti i sensi senza riserva, perché tra gli amici le preghiere debbono essere presentate non dall'ossequio, ma dalla confidenza.</p>
<closer>Vi abbraccio ambidue col più vivo del cuore, e lascio al mio Borghesi il pensiero di esprimervi quanto vi ami il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2056</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Aprile 1818</add>.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Marchese.</p>
<p>La lettera ch'Ella mi fa l'onore di chiedermi (e m'immagino sia quella che risguarda il preteso fatto tragico del sig. Giletta) sta nelle mani a Giordani a cui è scritta da Lodi: e il Giordani io nol vedrò (forse) che questa sera; né so dove egli oggi si pranzi. Conviene adunque mi dia il tempo di vederlo; e questo io farò con premura desideroso di obbedirla.</p>
<p>Alla signora Marchesa i più distinti rispetti, e sono sempre il suo servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Credo che oggi il Giordani sia a pranzo dal marchese Parravicini, a cui del certo non tacerà la suddetta nuova.</p>
<closer>Onde <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2057</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Nota.</p>
<p>L'onestà vuole ch'io mi ridica di ciò che ultimamente vi scrissi rispetto alle supposte arti accampate per atterrare la rappresentazione della <title>Lusinghiera</title>. Ho indagato diligentemente il vero, e posso accertarvi che i nostri sospetti son privi di solido fondamento. Ma lasciando al mio arbitrio la licenza di farla rappresentare, voi mi ponete sull'anima un peso che ripugna alla mia delicatezza, e più alla mia amicizia: e sarei disperato se l'esito non rispondesse al merito dell'opera e alle nostre brame. Abbiamo in tutti i Teatri di Milano un Pubblico incredibilmente maligno e dominato dalle più vili passioni. E se si sapesse ch'io sono stato il promotore di questa rappresentazione, tutta la canaglia infinita dei mezzi Letterati sarebbe capace di congiurare per rovinarla. Nulladimeno io voglio servirvi, e senza comparire farò che <title>La Lusinghiera</title> si reciti, e terrò occulto l'impegno mio di farla andar fortunata. A tal effetto ho voluto io stesso introdurmi nell'amicizia della Marchionni, e avvicinarla pure a mia moglie, a cui la Marchionni, che fortemente desidera di farci conoscere i suoi teatrali talenti, ha fatta ier l'altro in compagnia del sig. Belloni una lunga visita. E la sera che la vostra Commedia andrà per la scena, assisteremo tutti alla recita, dispersi chi qua e chi là. Faremo in somma ogni opera perché vi sia fatta giustizia.</p>
<p>Vi ringrazio delle attenzioni vostre al Borghesi, e mi sento rapire di contentezza all'udire che S. A. si degna talvolta di avermi nella memoria. Ciò mi cresce all'infinito la brama di conoscerla personalmente.</p>
<closer>Abbracciate il mio Grassi, e Borghesi, e credetemi sempre tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2059</head>
<opener><salute>Al prof. LUIGI CAGNOLI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Aprile 1818.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Vi sono tenuto assai del ms. inviatomi. Non so chi mai possa essere il Berti della sottoscrizione, né qual uso farò delle sue Annotazioni, parendomi troppo lievi i peccati della Crusca ch'ivi si notano. Nulladimeno farò che non resti inutile il vostro dono.</p>
<p>Il secondo volume uscirà al pubblico dimani. L'aumento del prezzo di cui mi avvisate è tutto uno sporco arbitrio de' librai, e duolmi che costoro rendano odioso l'autore, il quale non vi ha colpa. Gli è ben vero ch'io ho venduta allo Stella e Compagni a pronti contanti tutta la edizione dell'opera mia; ma gli è vero ancora che i compratori deggiono stare ai termini del manifesto. Io ne farò dunque loro le mie querele: e se il male viene da Milano, vi sarà riparato; ma se procede dallo spacciatore reggiano, come vi porremo rimedio? Allora è forza aspettare che mi capiti occasione per Reggio.</p>
<p>Da tutta l'Italia e dalla stessa Toscana non odo sull'opera mia e sul trattato di mio genero che un solo uniforme giudizio: e tutti mi spronano a proseguire la impresa coraggiosamente. Pare in somma che gl'Italiani finalmente l'intendano pel suo verso. Ma io qui son solo, e il peso, che mi sono recato alle spalle, dimanda omeri molti e robusti. Tuttavia dalla prefazione alla seconda parte, cioè dal Dialogo tra me e il mio libro, avrete chiara la mia intenzione. Desidero che il pubblico mi continui il suo favore e che voi pure abbiate cagione di applaudire di nuovo alla mia fatica. Ove il giudizio de' buoni mi sia cortese, l'abbaiar de' maligni non mi farà paura.</p>
<p>Dal poco che mi avete trascritto del poema inedito del Cerretti, argomento il restante. Ma la satira n'è troppo amara e smodata.</p>
<p>State sano ed amate il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2060</head>
<opener><salute>All'ab. GIOVANNI ROMANI — Casalmaggiore.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Abate.</p>
<p>Tolga Dio ch'io stimi doversi dar tutta al fuoco la Crusca, e molto meno ch'io mi ardisca di porre alle stampe così superba sentenza; ché ove pure m'andasse per l'animo, mi recherebbe addosso, pubblicandola, troppo odio e dispetto. Non sarà poco il guadagno, se otterrò (e parmi averlo interamente ottenuto) che si scemi fra noi la superstizione che ci tenea avviliti sotto il peso di quell'oracolo ingiustamente tirannico. Le conseguenze non sono da comandarsi in tuono assoluto, ma da insinuarsi destramente, ed in modo che il lettore le tiri nella sua mente da sé. Lasciamo adunque, carissimo signor Abate, che il pubblico venga spontaneo nelle nostre buone intenzioni, le quali più modeste saranno e più sicuro sarà l'effetto a cui tendono.</p>
<p>Delle opinioni, da voi esposte nel ms. inviatomi col mezzo del comune amico Smancini, mi aveva parlato anche il signor marchese Febo d'Adda Direttore degli Studi, dal quale con assai piacere ho inteso che voi siete chiamato dal Governo a una cattedra nel Collegio Ghislieri. Se in passando per Milano mi onorerete d'una vostra visita, io spero che facilmente accorderemo tra loro i nostri pareri. Ed io di tutta la buona voglia e con sentimento di gratitudine mi gioverò di quei lumi e consigli ed aiuti che la vostra dottrina e sapere vorranno somministrarmi in questo <foreign lang="lat">periculosæ plenum opus aleæ</foreign>, e ch'io nulladimeno confido di condurre a buon porto, se, quale ha cominciato, mi continuerà il favore del pubblico.</p>
<closer>Abbiatevi intanto i miei ringraziamenti per le osservazioni che vi è piaciuto inviarmi, e senza inutili complimenti credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2063</head>
<opener><salute>All'ab. ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1818.</date></opener>
<p>L'amico Labus mi ha comunicata in vostro nome la lettera di Benedetto del Bene intorno alla mia <title>Proposta</title> e al <title>Trattato</title> del Perticari. Mi è caro il giudizio di quell'insigne, e cara anche l'attenzione del <foreign lang="lat">quondam</foreign> mio sig. Arici, a cui quella lettera fu diretta. Di che ringraziatelo, dicendogli che fra le amarezze della mia vita non è l'ultima l'aver dovuto ritirare da lui la mia confidenza, e quella tanta amicizia… Ma non riapriamo piaghe sì dolorose.</p>
<p>Mi si dice che presto vedremo alla luce il vostro Pindaro. Il desidero per onore di voi e delle lettere italiane, delle quali i Bresciani sono al presente, innanzi a tanti altri popoli dell'Italia, grande ornamento. Quindi auguro al mio libro (di cui uscirà posdimani il secondo volume) il benigno loro suffragio, e l'otterrà se voi l'onorate del vostro. Siavi adunque raccomandato.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2064</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p><title>La Lusinghiera</title> (e crepi l'invidia) ha fatto per due sere consecutive eccellente e grata comparsa su le scene del Teatro Re. Ma per onor del vero e per zelo di leale amicizia vi sieno dette all'orecchio due cose. L'una che il carattere del Bolognese non si poteva affidare a peggior recitante: e l'altra tutta per voi, che quanto sono mirabilmente orditi i primi due Atti, altrettanto è sembrato non corrispondente alla classica loro bellezza lo sviluppo dell'azione nel terzo. Ho trovato conforme a questo giudizio anche quello del nostro Bertolotti, il quale m'ha detto volervene aprire il suo amichevole sentimento. Ed avendogli io brevemente accennato il modo con cui parmi potersi più nobilmente sciogliere il nodo, ed esso mostrandosi interamente inchinato a discendere nel mio parere, io mi riserbo a manifestarvi nel venturo ordinario il mio qualunque siasi divisamento, suggeritomi dall'unico desiderio di veder perfetta, per quanto è possibile, un'opera di fantasia che vi fa tant'onore, e che può stare a petto delle migliori del Goldoni. Intanto vi siano tolti dal cuore tutti i dubbi rispetto alla Marchionni, perché essa è la sola che ha colorita la sua parte eccellentemente.</p>
<p>Le mille cose che il Borghesi mi ha riferite hanno finito d'innamorarmi del vostro padrone; e per dio non muoio contento se prima di viaggiare all'altro mondo nol veggo. Vi sieno rese tutte le grazie che il cuore vi può mandare per le tante attenzioni usate al mio amico.</p>
<p>Direte al mio Grassi che miglior pensiero non gli poteva nascer nell'animo di quello ch'egli mi annunzia nella sua carissima ricevuta questa mattina. Io gliene scriverò particolarmente nell'inviarvi il secondo libro della mia <title>Proposta</title>, che posdimani uscirà nel pubblico. A quella stessa occasione riceverete l'esemplare destinato per S. A. S., a' cui piedi vi prega di porre</p>
<closer>il suo umile servitore e vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2066</head>
<opener><salute>Al prof. GIOVANNI ROSINI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sapete voi che in leggendo quel vostro tenero sonetto a quella tenera madre che i vostri versi prendono a consolare, mi è corsa agli occhi una lacrima nel finire? Non si può fare dell'affetto materno pittura più delicata: e quel vostro sonetto, della medesima tinta che quel famoso del Filicaia: <quote>Qual madre i figli ecc.</quote>, e quell'anacreontichetta di seguito mi sono andati all'anima con una dolcezza maravigliosa. Vi ringrazio quindi del dono fattomi e della memoria che avete del vostro amico.</p>
<p>Coll'ordinario di questa sera lo Stella v'invia la seconda parte del primo volume dell'Opera, a cui, mio malgrado, ho posto le mani. Gli Accademici della Crusca (se non faranno astrazione dallo spirito di parte e seguiteranno a tener proprie le colpe de' loro antecessori) monteranno più che prima in grand'ira contra di me. Ma se vorranno considerarsi Italiani più che Toscani, si accorgeranno che il torto non è tutto mio. Ho nelle mani a quest'ora l'universale e concorde giudizio di tutta Italia: e posso dirvi che, rispetto alla Crusca, egli è molto più rigoroso, che il mio. Sarebbe pur tempo d'intendersi in tutta pace una volta; e contentandosi dell'assoluta preeminenza, che nessuno può contendere al toscano dialetto, persuadersi che quelle dottrine di Dante, dal Perticari e da me stabilite sulla gran divisione da farsi del volgare plebeo dal volgare illustre comune, sono inconcusse: e che anche fuori della Toscana si vede, si pensa e si giudica. E parmi aver avuto il Mustoxidi molta ragione nello scrivermi queste precise parole: <quote>In una cosa ardisco di non essere del vostro parere, cioè nel paragone che fate fra gli Ateniesi e i Fiorentini; perché questi furono e sono sempre tenaci nel difendere la esclusiva lor preminenza; e quelli, conforme asserisce Senofonte, dovettero il perfezionamento del loro dialetto all'aver ascoltato ogni sorta d'idioma, e presa dall'uno questa, dall'altro quell'espressione. E mentre i rimanenti popoli della Grecia conservarono scrupolosamente la lor lingua particolare, gli Ateniesi fecero una felice mescolanza di quanto trovarono di più perfetto fra i Greci non solo, ma anche fra i barbari.</quote> Questo passo di Senofonte vedetelo fedelissimo nel secondo capitolo della Repubblica Ateniese, e fornito qual siete di buona logica, traetene le conseguenze e fatene l'applicazione.</p>
<p>Vi dissi in Milano ch'io desiderava mi fosse da voi permesso il dirigervi una lettera da inserirsi nell'Opera mia, la quale, prendendo di mira qualche sbaglio del Vocabolario, mi aprisse il campo a testificarvi pubblicamente la mia stima ed amicizia. Incerto a qual segno possa giugnere il malcontento degli Accademici contra di me, desidero che candidissimamente mi diciate se questo mio disegno vi fa piacere o spiacere; ché nel presente urto delle opinioni non amo di compromettere i miei amici. Che anzi se a voi piacesse di notarmi con onesta critica qualcuno de' molti errori in cui o io o il Perticari saremo caduti, con lieto animo prenderò di qui l'occasione di farvene pubblico ringraziamento. Così a voi si aprirà bella strada di difendere l'Accademia, e a me di ridirmi sul conto suo.</p>
<closer>Salutate l'ottimo Carmignani, ed amate il sempre vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2068</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile <add resp="ed">1818</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Le accluse dell'amico Borghesi vi diranno quanto sia stata la sua esultazione nel ricevere il prezioso pegno dell'augusta benevolenza che S. A. S. si è degnato di spedirgli, e quanta insieme la sua obbligazione verso di voi. Egli parte dimani per la via di Brescia, Verona, e Padova, per indi passare a Roma a compire l'opera sua. Potete ben credere che per tutto egli sarà l'apostolo delle virtù del suo reale Mecenate, e che le lodi di cotesto nuovo sole Italiano accenderanno dell'amore di lui tutti i cuori della nazione, i cui occhi si volgeranno tutti verso le Alpi.</p>
<p>Ho consegnato al Conte d'Arras il secondo piego contenente i soliti tre esemplari della seconda parte del primo volume sopra la Crusca. Nel deporre a' piedi di S. A. S. questo nuovo tributo della mia venerazione accompagnatelo con quelle più vive espressioni di riconoscenza e rispetto che l'amicizia vi potrà suggerire.</p>
<p>Non due, ma quattro sere consecutive la vostra <title>Lusinghiera</title> si è fatta applaudire su queste scene: e la sua riputazione è già stabilita. Io rimango sempre fermo nell'opinione che l'ultimo Atto sia suscettivo di maggior perfezione nello sviluppo. Sono stato attento a raccogliere il giudizio dei più sensati, ed ho notato le cose che non contentano interamente:</p>
<list><label>1</label> <item>La violenta invettiva di Odoardo contro Giulia al momento che la scopre infedele. Una donna di condizione, qualunque sia la sua colpa in fatto di galanteria, non meriterà mai il nome <emph>d'infame</emph>. I precetti dell'educazione e della decenza non si debbono mai violare, e un uomo ben nato anche nella collera dee sapersi temperare, e vendicarsi senza bassezza.</item>
<label>2</label> <item>Quelle lettere trattenute producono negli ascoltatori ben educati un effetto non buono: perché il religioso secreto delle lettere è affare sempre delicatissimo.</item>
<label>3</label> <item>La lettura all'ultimo di quelle lettere è stata riputata da molti affatto superflua. Taccio che Giulia abbandona la scena, punita sì, ma non pentita, anzi più viziosa che prima.</item></list>
<p>Ora a me pare che con un picciolissimo cangiamento si possa rimediar tutto. Fate che quelle lettere vadano al loro destino: fate che questi adoratori di Giulia si accozzino insieme, e che ciascuno di essi credendosi il preferito derida, come suoi accadere, il rivale: fate che il dialogo piccante e comico tra di loro si riscaldi, e che uno di essi per confondere i suoi rivali, e convincerli delle vane lor pretensioni, tiri fuori la lettera ricevuta da Giulia. Egli è naturale che alla vista di quella lettera gli altri faranno altrettanto, e che, trovandosi tutti delusi e traditi, si uniranno per vendicarsi. La vendetta di Odoardo sarà di presentarsi a Giulia colla novella sua sposa ecc. Gli altri la faranno con parole conformi al diverso loro carattere. Giulia, trovandosi smascherata, beffata, rientrerà con un virtuoso pentimento in se stessa, si confesserà degna di quel crudele castigo, pregherà suo zio di trarla lontana dagli occhi di tanti testimoni della sua vergogna; e il suo rossore, il suo dolore, i suoi rimorsi la renderanno oggetto di una qualche compassione ove prima non l'era che di dispregio.</p>
<p>E poiché sono sul fare il dottore per obbedirvi, udite un mio pensiero. Io farei che il Marchese, ad onta delle sinistre sue prevenzioni contro di Giulia, restasse egli stesso un pochetto preso d'amore per lei, o che solamente al principio del suo abboccamento con essa confessasse ch'egli pure l'amerebbe se non fosse convinto ch'ella è <emph>cocchetta</emph>. Con questo tenue sentimento preparativo mi sta fitto in testa che se ne potrebbe trarre uno scioglimento d'azione molto felice, e sarebbe questo.</p>
<p>Giulia, scornata da' suoi amanti traditi, confessa, come s'è detto, i suoi errori, e se ne mostra altamente pentita, e parla delle sue colpe con un dolore che fa passar l'animo degli offesi dall'insulto e dallo spregio alla compassione. Allora il Marchese, nel quale già esiste un germe d'amore verso di lei, si fa avanti, e le dice:</p>
<sp><speaker><del resp="ed">[il Marchese]</del></speaker><p>Donna Giulia, il vostro pentimento, i vostri rimorsi ricomprano i vostri errori, e vi ridonano la mia stima. Eccovi la mia mano.</p></sp>
<sp><speaker>D.a Giulia.</speaker><p>No, Marchese: io mi sono resa indegna della mano di chicchessia. Non merito più la stima di nessuno: né sarà mai che dall'esempio del vostro perdono il mio sesso prenda speranza di sottrarsi all'ignominia che a tutte le mie pari è dovuta. Io vado a seppellire nella solitudine la mia vergogna a piangere le mie follie ecc. Signor Zio, partiamo ecc.</p></sp>
<p>Questo subito cangiamento diverrebbe, a mio parere, interessante, instruttivo, e la morale della commedia risplenderebbe.</p>
<p>Vi ho dato, per prova dell'amore che ho preso alla vostra bella Lusinghiera, un semplicissimo cenno della condotta ch'io terrei se la Commedia fosse mia. Se il cuore vi dice che nel terzo atto siavi qualche cosa da mutare, ascoltatelo; e di qualunque modo vi risolviate, farete meglio di quello che scioccamente vi suggerisce</p>
<closer>il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2071</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Spero che all'arrivo di questa vi sarà stata recapitata la seconda parte del primo volume della mia <title>Proposta</title>. Al giudicar della prima, certamente voi avete abbondato di cortesia. Nulladimeno, a diminuirvi il timore o il rimorso di aver conceduto più all'amicizia che alla coscienza, voglio accertarvi che il vostro giudizio è perfettamente conforme a quello di tutti gli uomini dotti italiani per tutto il largo e il lungo dello Stivale, salvo che il vostro vince gli altri tutti per quella vostra mirabile soavità di eloquenza, e di sentimento, con cui sapete condire le vostre idee. Finora in somma non si è udito che l'abbaiamento del <emph>cane da pagliaio</emph>; che ora così vien chiamato per antonomasia, in Milano, il Gazzettiere N. N., il quale, non sapendo ove mettere il dente, si diverte a far il goffo buffone, e a deridere la mia affezione verso i miei figli, e le dimostrazioni di stima che amo far pubbliche verso gli amici. Ma vi so dire ch'egli ha raccolto dalle sue contumelie pessimo frutto.</p>
<p>Bellissimo ed efficacissimo al mio bisogno è il passo, che mi avete indicato, di Senofonte. Io ne trarrò profitto a suo luogo, e ne darò, com'è giusto, a voi tutto il merito con una lettera che, a dispetto del cane da pagliaio, io v'indirizzerò, perché amo di far palese e solenne la stima in che tengo il mio, non più <hi rend="italic">piccolo</hi>, ma <hi rend="italic">sommo</hi> Plutarco. Oh potessi avervi al mio fianco! oh quanto nel vostro allontanamento ho perduto! Non passa giorno che questa idea dolorosa non mi tormenti.</p>
<p>Ho scritto a Perticari il giudizio che voi portate del suo Trattato, e mi fo sicuro ch'egli se ne terrà contento e superbo. Gli amici vi rendono tutti il saluto, ma niuno così di core come il Trivulzio e la moglie.</p>
<closer>Tutti in somma vi abbiamo vivo nella memoria; ma quello che più vi ama e vi brama, è sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2074</head>
<opener><salute>All'ab. ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Bianchi.</p>
<p>Le cose che mi scrivete accadute tra il gran Truffaldino di Castel Goffredo e l'onorato Ugoni mi hanno sconvolto lo stomaco. Dite ad Arici che tutte le ire sono cadute, che tutto è dimenticato, che io lo raccolgo più caro che prima al mio petto. Dite ai generosi vostri Bresciani che, dopo la secreta dolcezza d'aver ceduto agli impulsi dell'animo mio, vien quella di aver adempito il loro nobile desiderio, e ch'io reputo mia somma gloria l'essere amato da ingegni casi valorosi e gentili.</p>
<p>Prenderò coll'ottimo nostro Oldofredi i necessari concerti per aiutare presso il Direttore degli studi il vostro affare; e quanto può dipendere dalle mie vive parole si farà.</p>
<p>Attendo il vostro Pindaro non per giudicarlo, ma per gustarlo: e di ciò mi rendo sicuro.</p>
<closer>Se il Borghesi è ancora in Brescia, abbracciatelo per me caramente: e voi seguitate ad amare il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2075</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Stato quattro giorni vagabondo fuor di Milano, io sperava al mio ritorno trovar qui due vostre righe, che mi avvisassero la ricevuta della mia scrittavi il giorno 15, unitamente a quella del Borghesi a S. A. Serenissima, in ringraziamento del magnifico e prezioso dono fattogli della scatola d'oro col suo ritratto. Io vi esposi in quella lettera anche i miei pensieri intorno al modo di dare altro scioglimento all'azione della vostra <title>Lusinghiera</title>: al che mi trasse, non la pretensione di farvi addosso il dottore (ché voi, sommo maestro nell'arte di Talia, non avete bisogno di suggerimenti), ma unicamente la brama di mostrarvi l'interesse e l'affetto che prendo alle cose vostre.</p>
<p>Contemporaneamente a quelle lettere io vi feci per mezzo di questo sig. Conte d'Arras, la spedizione del secondo volume dell'opera mia coll'esemplare da umiliarsi al Serenissimo vostro Padrone, e coll'altro pure da passar nelle mani dell'amico Grassi. Non vedendo riscontro né a questo né a quella vivo inquieto e dubbioso del loro destino, e pregovi di farmene un cenno per mio riposo.</p>
<p>Il noto regalo verrà annunziato nei pubblici fogli, ma non in quello del Pezzi. Il perché non è da fidarsi a una lettera. Ma vi basti il sapere che ne sarà parlato e qui e fuori di qui: ché le belle e generose azioni denno esser pubbliche: e quella di che parliamo è già divulgata e altamente lodata per tutta Milano, ove il nome del lodatore suona in tutte le bocche, e tragge a sé i cuori mirabilmente.</p>
<p>Scrivo in questo medesimo corso di posta due parole al nostro Grassi.</p>
<closer>Ponetemi a' piedi dell'Augusto Filosofo ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2077</head>
<opener><salute>Al conte ALESSANDRO CARLOTTI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo sig. Conte.</p>
<p>Non mi poteva Ella darmi più certa prova della sua bontà ed amicizia, che il procurarmi la conoscenza del coltissimo giovane sig. conte Montanari. Io le ne rendo grazie tanto maggiori, quanto che per mezzo di lui ho avuto l'onore di essere presentato all'amabilissima delle dame, la signora contessa Mosconi, della cui dolcissima compagnia, tutto che di pochi momenti, porterò memoria nel core finché avrò vita: tanto mi ha preso la sua graziosa maniera e il suo spirito.</p>
<p>Era rimasto occulto fra' miei libri un volume delle Opere del Pompei, da Lei cortesemente prestatomi <foreign lang="lat">in diebus illis</foreign>. Gliene fo ora finalmente la restituzione, e La prego di perdonarne il ritardo al difetto di occasione opportuna.</p>
<p>La prego insieme di continuarmi la sua grazia e di aggradire la sincera protesta della mia stima: perché godo veramente di essere senza fine suo devotissimo ed obbligatissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2079</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>La voce qui sparsa del veleno dato alla Principessa di Galles e a molti della sua compagnia, e il non vedere da parecchi ordinari né lettere di Costanza a sua madre, né tue risposte alle mie, mi tiene in grande ansietà, e ti prego di liberarmene.</p>
<p>Cotesto stampatore Gavelli scrive a questo tipografo de Stefanis che da te mi sarebbe venuto l'ordine di pagargli cinquecento lire italiane per acquisto di caratteri convenuti. Non mi avendo tu dato di tal pagamento alcun cenno, attendo il tuo ordine per eseguirlo.</p>
<p>Confusa alle mie lettere della posta di ieri mi è capitata l'acclusa che ho conosciuta diretta a te, e non a me, aperta che l'ebbi. Parmi documento da farne conto.</p>
<p>So per indubitato che l'Accademia della Crusca ha tenuto adunanze segrete a porte chiuse per deliberare <foreign lang="lat">quid agendum</foreign>. Vi sono intervenuti per caso straordinario anche i ministri Fossombroni e Corsini, ma nulla si è concluso.</p>
<p>Fra le tante lettere che da tutta Italia mi giungono risguardanti l'opera nostra, piacemi di scriverti il presente paragrafo di Benedetto del Bene: <quote>«Felicissimo mi stimerei se le poche cose da me pubblicate assomigliassero anche da lungi allo stile del valoroso vostro genero Perticari, il quale cominciai ad ammirare e parlando con gli amici levare a cielo allorché nella <title>Biblioteca Italiana</title> lessi quel suo articolo intorno allo sciaurato Collenuccio: articolo per fede mia degno di un alto storico veterano, e che mostra un polso da Cornelio Tacito o da Sallustio. E ben conforme alle speranze ch'ei diede con quel breve scritto si mostrò la recente opera sua <title>Degli Scrittori del Trecento</title>, nobilissima per evidenza di principi, per ordine di disputa, per erudizione ampia e profonda, per discernimento del vero, per vigore nel sostenerlo e per la più delicata urbanità nel vindicarlo. E della elocuzione e dello stile che vi dirò? Ne fui rapito sopra ogni credere, né saprei figurarmi come altri mai potesse far meglio. Quella è una penna da onorar la nazione, se dopo queste cose minori si volgerà ad argomenti degni di lei. Per la gloria che sopra voi si riflette, me ne congratulo con voi cordialmente, e vi prego far noti all'egregio giovane questi miei sensi ecc.»</quote>.</p>
<p>De Breme attende risposta, e l'attendo io con una impazienza che mi consuma.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Anche Giordani mi tormenta per saper l'esito della sua raccomandazione per il Brighenti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2083</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Tornato ieri da Sesto di Monza, ove per più giorni al canto degli usignuoli il mio Oriani, sotto a' miei occhi, ha messo mano a un grande processo contra il Frullone e i suoi gravi peccati in fatto di Matematica e d'Astronomia, trovo sul tavolino le ultime tue carissime colla fiera cardatura dell'incomparabile nostro Peyron alla frullonica grecità. Io non credea, per Dio! che l'ignoranza degli infarinati dell'Arno in conto di sapere greco fosse così sublime. E tuttavia anche il Giordani (che è partito da Milano ridendo su questa <hi rend="italic">Epittima</hi> di Valdarno da te notata) me ne assicurava, ed esso pure ed il Mai mi promettevano (e terranno parola) una larga messe d'errori su questo campo. E da tutte le parti d'Italia, ed anche dalla stessa Toscana, mi giungono tutto dì profferte ed eccitamenti gagliardi a proseguir la mia santa impresa, che ora non è più mia, ma di tutti i buoni Italiani, e di te principalmente, mio caro Grassi, e dell'egregio nostro Peyron, al quale io ti prego di far sentire, per tanto aiuto ch'egli ne porge, la debita nostra riconoscenza, e di stargli al fianco con tutti gli sproni per la continuazione dell'eccellente lavoro a cui ha posto l'ingegno.</p>
<p>Io rispetterò per ora le cagioni che lo costringono a tenersi occulto; ma i beneficj, o d'un modo o d'un altro, deggiono finalmente esser palesi. E io spero che a suo tempo non debbagli dispiacere che io ponga il suo nome con quello di Oriani e di Volta e di Mai e di Giordani e di Mustoxidi, e di quanti altri mi saranno cortesi di soccorso in questa universale crociata contro il sinedrio della Crusca. E ti dico che ora che veggo questa guerra capitanata da tanti bravi intelletti, ho fatto tanto di cuore: e solo mi pesa per l'estensione e ordinamento delle materie non aver al fianco nessuno che mi ristori: né direi questo se tu fossi meco; ché altro è l'operare per discorso vocale, ed altro per lettera. Ma di ciò basti fin qui.</p>
<p>L'archeologo Labus mi ha portato questa mattina l'articolo annunciatore dell'opera del Borghesi, nel quale all'ultimo si parla dell'augusto suo Mecenate, e del resto. Questo articolo verrà subito inserito nello <title>Spettatore</title> e in tutti i Giornali d'Italia, e verrà mandato pure all'antiquario Millin perché il ponga anche in quelli di Francia. Né quelli di Germania lo taceranno. Di queste cose rendine, te ne prego, informato subito il nostro amico, al quale non ho tempo di scrivere in questo ordinario, perché, essendo omai mezzogiorno, il corriere è già sul partire. Ricevi adunque l'abbraccio del cuore. Saluta senza fine il generoso mio Peyron; e se mi ami, non ti stancare di pettinare la zazzera a messer lo Frullone.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Del conte Napione sarà parlato a suo tempo con riverenza, e il silenzio, di cui m incolpi, si emenderà in modo che tu ed esso ne rimaniate contenti.</p>
<p>Giordani, partendo, mi ha lasciati i suoi saluti per te; e Perticari mi scrive che desidera di essere nel numero de' tuoi amici. Mi aggiunge ancora che la madre Crusca è sottosopra, e non sa ove battere la testa, perché anche in Toscana le si ribellano tutti i migliori.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2084</head>
<opener><salute>A LUIGI VACCARI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo sig. Conte.</p>
<p>I suoi cortesi saluti recatimi dal sig. Zanetti mi dànno opportunamente onesta ragione di supplicarla in segreto di una notizia.</p>
<p>Fra le molte lettere di complimento che d'ogni parte mi piovono per l'opera a cui ho messo le mani, mi manda le sue anche il Panaro; e una, di cui particolarmente mi preme sapere l'autore, è sottoscritta M. Antonio Parenti. Dal contesto del suo foglio apparisce che egli unisce a molta gentilezza e modestia anche molta perizia di lingua e buona critica e desiderio vivissimo di gratificarmi. Ma questo cognome non mi è mai sonato all'orecchio; ed io sono pure bramoso d'intendere e la condizione e il carattere di quest'uomo; del quale né il conte Testi, né il nostro Tassoni mi sanno dare conoscenza.</p>
<p>Una medesima curiosità punge del pari mio genero, a cui similmente questo Parenti ha diretta una lettera piena di cortesia e buon zelo per la causa che abbiamo preso a difendere onde liberare finalmente l'Italia dalla tirannia dei testicoli infarinati.</p>
<p>Io la prego adunque, carissimo sig. Conte, anche a nome di Perticari, a dire chi sia questo letterato officioso e di qual fama egli goda; onde io, volendo far uso delle sue osservazioni, possa, parlando di lui, governare le mie parole e accomodarle al giudizio che corre di lui nel paese. Se dal tenore de' suoi sentimenti si può fare argomento della persona, io scommetterei che egli è prete ed anche bigotto.</p>
<p>Alla signora Luigia e a tutta la sua famiglia molti saluti, ed Ella non si stanchi di voler bene al più affezionato e divoto de' suoi servitori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2085</head>
<opener><salute>A LEOPOLDO CICOGNARA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Il miserabile dono dell'Opera mia è un nulla a petto del preziosissimo che tu m'hai fatto già della tua. Ben voglio che tu il consideri come tenuissimo pegno della mia riconoscenza, e insieme della tenera amicizia che a te mi lega e legherà eternamente.</p>
<p>Senza entrare in molte parole, io t'annunzio d'aver già scritto a Torino conformemente alle istruzioni lasciatemi dal nostro Giordani nel suo partire. Mi giova credere che l'affare andrà bene; ma bisogna che il Nota, a voler ben servire alle nostre brame, attenda <foreign lang="lat">mollissima fandi tempora</foreign>: e il migliore, per mio giudizio, sarà quando il Principe avrà sotto gli occhi l'articolo, che nel venturo imminente fascicolo dello <title>Spettatore</title> verrà inserito su l'opera intitolatagli dal Borghesi: nel quale articolo sono parole che debbono, se non erro, lusingare debitamente l'amor proprio di quell'Altezza, e disporla a gradire sempre più gli omaggi dei letterati che onorano la nazione. E del certo l'opera tua è nel numero delle prime.</p>
<p>Non aver dunque fretta, e lascia agir l'amicizia, e sperane prospera riuscita.</p>
<p>Che n'è di Momolo? È egli sempre martire della fortuna? La sua probità, il suo ingegno, le sue sventure hanno ancora placato quella calva p… che gira sempre i migliori al fondo della sua ruota?</p>
<p>Andando a Vienna ricordati di seminar destramente buone notizie intorno all'opera mia. Fa che sull'Istro pure s'intenda che io ho tratto (ed è vero) nel mio partito tutta l'italiana letteratura, perfino la toscana; e che qualora il Governo siami liberale di qualche aiuto, si farà all'Italia il maggiore de' benefizi. Spiega insomma la tua eloquenza a favore del tuo amico.</p>
<p>Mille saluti all'incomparabile tua Lucietta; e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2086</head>
<opener><salute>A MICHELE LEONI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Amico e carissimo.</p>
<p>Non è tutto giusto il vostro lamento. Se l'Inglese Hunter, e un tal Costantini Italiano che viaggiava in sua compagnia vi avessero recapitata la lettera con cui io ve li raccomandava, avreste veduto che io sono pigro bensì nel rispondere agli amici, ma non dimentico dei doveri che legano le amicizie. Dal tenore dell'ultima vostra conosco che quella lettera non vi è venuta alle mani; e ciò giustifica i vostri rimproveri: ma ora che da uomo d'onore vi accerto d'avervi scritto, piacciavi di assolvere la mia condotta, e levarvi di testa ogni sospetto di alterazione di animo per parte mia.</p>
<p>Con vero piacere ho letto tutte le traduzioni speditemi, e ve ne fo sincerissimo complimento: né credo che altri possa vestire di più elegante e nobile abito italiano la poesia straniera, senza offendere l'indole della nostra. Un eguale contento mi prometto dalla versione, che ancora non ho ricevuta, dei versi di Lord Byron; e volentieri, letta ch'io l'abbia, ve ne scriverò il mio parere.</p>
<p>Ma pregovi di essere meco men sospettoso, e di credere che non mentisca affermandovi di essere sempre il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2089</head>
<opener><salute>A LUIGI VACCARI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore e carissimo Amico.</p>
<p>Ben m'accorsi all'odore che il sig. Marcantonio era uno spacciato graffiasanti, un solennissimo picchiapetto: ma ch'egli fosse capace di tramutarmi il commendatore Lojola nel commendator Perego e sbandir dalle scene anche il povero Cristoforo, questo, per dio, non me l'aspettava. Nulla di meno egli ha scritto cortesemente e cortesemente vuolsi rispondergli.</p>
<p>Ben mi figura che un'anima sì divota non avrà potuto leggere certe sentenze dell'opera mia senza inorridire, e starei fresco davvero se la censura di Milano fosse così santa come la modenese. Peccato che egli abbia guastato il cervello dalla brutta malattia della divozione, ché del resto egli fa mostra di certo ingegno e di non ordinaria conoscenza delle cose di lingua.</p>
<p>Vi rendo grazie col cuore, caro sig. Conte, di tutte le belle cose che mi scrivete intorno il mio libro. Quanto alla parte di lode che mi riguarda, conosco il dono che mi fa la vostra solita gentilezza: ma parmi pura giustizia tutto il bene che dite dello scritto di Perticari. Io gliene do conto colla lettera di questa sera, e mi rendo certo che gli sarà assai caro l'udire di avere acquistato a tal segno la vostra stima.</p>
<p>La commemorazione che avete fatto delle vostre castagne e de' miei ramolacci, mi ha messo in cuore la malinconia, tornandomi alla mente i bei tempi del nostro vivere; ed ho esclamato con Francesca da Rimini: <quote>Nessun maggior dolore…</quote>, con quel che segue.</p>
<p>Di nuovo i miei distinti saluti alla signora Luigia e a tutta la famiglia, e a voi tutta quanta la riconoscenza perché, sempre buono e leale, seguitate a voler bene al vostro vero servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2092</head>
<opener><salute>A MARCANTONIO PARENTI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Modena, 23 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore.</p>
<p>Nella prima parte dell'opera mia ho solennemente promessa la mia gratitudine a chiunque mi farà avvertito de' miei errori. E voi che il fate tanto discretamente e a solo fine d'illuminarmi, voi avete timore di dispiacermi? Prendete, vi prego, più liberale opinione del mio carattere, e abbiate per sincerissimi i ringraziamenti ch'io vi fo delle critiche osservazioni che vi è piaciuto inviarmi. E acciocché conosciate in quanto pregio io le tenga, non vi rincresca che in qualche luogo del secondo volume io le stampi, concedendomi solo di accompagnarle con alcune noterelle sopra quei punti in cui potessero discordar dalle vostre le mie opinioni; e converremo interamente del resto.</p>
<p>Se inoltre v'è incontrato di fare sul Vocabolario qualche scoperta di magagne meritevoli di emendazione e castigo, queste pure avvertitele liberamente, ch'io ve ne darò volentieri tutto l'onore. Ho protestato di non aspirare ad altra lode che a quella di porgere altrui l'esempio di ciò ch'è da farsi: e mi è dolce il vedere e il sapere che da tutte le parti si muovono penne per secondarmi. Sta dunque in voi, se vi aggrada, il trovarvi a questa santa crociata, capitanata da Dante, le cui invitte dottrine sono le armi con cui si deve combattere.</p>
<p>Per gli ultimi periodi della dottissima lettera vostra mi accorgo, che come io pecco alcun poco di libertà nello scrivere, voi peccate di scrupoli religiosi e, per dirla netta, di bigottismo. <foreign lang="lat">Veniam petimusque damusque vicissim</foreign>. Basta che non mi facciate l'ingiuria di credermi irreligioso, né libertino.</p>
<p>State sano; e tenete viva la stima con cui mi pregio di essere vostro obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2093</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Maggio 1818.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Sono stato negli scorsi giorni sì gravato di cure e per le cose mie proprie e per le addossatemi dall'Istituto, che per Dio non ho avuto tempo da respirare; ed ho tuttavia ingombro il tavolino di scritti su i quali gli onorandi miei confratelli attendono il mio giudizio: di guisa che la mia vita è una continua maledizione. Onde io spero che mi userai compassione se ho tardato alquanto a sdebitarmi della promessa fatta intorno all'articolo sull'opera del Borghesi, informandoti della pubblicazione che ne ho procurata e procuro ne' diversi fogli periodici dell'Italia, e fuori dell'Italia. Al qual effetto è stata mia cura il farne tirare parecchie copie in foglio volante (come vedrai dall'inchiuso) onde inviarlo per lettera dove bisogna. Poco, a proporzione di quello che il vero chiedeva, si è detto intorno alle lodi del real personaggio: ma se si fosse andato più avanti, come il sentimento del cuore avrebbe voluto, si correa pericolo di divieto nell'<foreign lang="lat">Imprimatur</foreign> e il perché non può dirsi. Nulladimeno mi rendo certo che anche quel poco farà il suo effetto. E del certo ti affermo che il nome su cui ora riposano le speranze degli studi italiani da un capo all'altro degli Appennini, è adorato: ed io ho lettere nelle mani, che ti metterebbero molta allegrezza nel cuore se tu le vedessi. Tra i tanti che mi parlano o scrivono del nuovo Sole che sorge, due famosi particolarmente desiderano di mandargli in dono, come ho fatt'io, i frutti del loro ingegno. L'uno è il celebre Mai, l'altro è il continuatore del Winkelmann, il Conte Leopoldo Cicognara. Quest'ultimo tiene in serbo una bella copia in carta velina dell'applaudita sua Storia della Scultura, opera classica nel suo genere; che in Germania ha fatto grande rumore, ed anche dall'Imperatore Alessandro ha meritato all'autore un graziosissimo accoglimento. Non dovrà egli dunque sperarne un eguale da quell'unico Principe Italiano, che promette a noi il secolo di Leone? Io mi son fatto ardito di destare nell'animo del Cicognara la speranza che il suo omaggio per mezzo tuo sarebbe stato gradito. E per vero se il mio è stato sì fortunato, assai più n'è degno di esserlo quello dell'illustre mio amico. Per la qual cosa io ti prego, mio caro Nota, di adoperarti in maniera che questa offerta, questa testimonianza di vero ed alto rispetto sia ben accolta, come già la mia, che è un nulla al paragone del merito <add resp="ed">di questa</add>: e sarebbe doloroso pe' buoni ingegni italiani che le opere loro conseguissero maggior favore sotto la costellazione di Boote che nella patria delle Arti.</p>
<p>Quanto al Mai, odi il pensiero che ieri l'altro, discorrendo con esso, gli ho insinuato, e tu fanne il destro uso che la tua prudenza ti saprà suggerire. Qual sia l'immensa fama del Mai per tutta l'Europa, non è bisogno di ricordarlo. Egli sta pubblicando la più strepitosa delle sue scoperte Ambrosiane, l'<title>Eusebio</title>. Per tutti gli Dei sarebbe peccato e vergogna per l'onor dell'Italia che quest'opera portasse in fronte il nome di un gotico o vandalico Mecenate. Questa gloria non deve appartenere che ad un Principe Italiano: e io qui non ho bisogno di nominarlo. Ben ti dico che ti farai grande onore se ti verrà fatto di ottenere che il tuo real padrone permetta che l'autore gliela consacri: e tu se hai cara la gloria di Sua Altezza, devi far sì che a lui s'intitoli perché egli solo n'è degno.</p>
<p>Piacciati di prendere a cuore il suggerimento che affido al tuo segreto: e procuriamo, per quanto si può, di circondare di tutta la luce la giovinezza di cotesto real Protettore dei talenti, che soli dirigono la tremenda opinione pubblica, a cui tutto obbedisce.</p>
<closer>Saluta il mio Grassi, pregalo di non obliarmi, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2094</head>
<opener><salute>A CAMILLO UGONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Di casa</add>, <add resp="ed">fine di Maggio 1818</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Barone.</p>
<p>Tornato ieri sera sul tardi dalla campagna, ho fatto subito ricerca di voi all'Albergo delle due Torri, ove so che sogliono alloggiare i Bresciani. Ho inteso poi dal Bettoni che siete a quello del Gambero: e non mi potendo io muover di casa che dopo il mezzodì, desidero mi facciate la grazia di appuntarmi l'ora in cui io possa aver il bene di abbracciarvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2095</head>
<opener><salute>All'ab.ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Giugno 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Bianchi.</p>
<p>Più volte, presente pure il barone Ugoni, ho raccomandato al marchese d'Adda il vostro affare; e in quai termini lascerò che l'Ugoni stesso vel dica. Oldofredi ancora ha fatto il suo debito, e tutti abbiamo buone speranze di esito fortunato. Per me, se altro resta da farsi, parlate, e senza riguardi: ché, perorando per un vostro pari, non si può aver timore di oltrepassare i confini del merito e della giustizia.</p>
<p>Leggerò assai volentieri la vostra versione di Pindaro; e non potendo, ignaro del greco, ammirarla per la fedeltà, l'ammirerò pel pregio della lingua italiana; se pure la Pizia del Taverna non mi tiene insufficiente ed inetto anche da questo lato. Ma il di più intorno a cotesto arcifanfano intendetelo dal nostro Arici.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2098</head>
<opener><salute>All'ab. prof. LUIGI DE ANGELIS — Siena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Giugno 1818.</date></opener>
<p>Per la lettera che ultimamente scrissi dalla Brianza al mio degno padrone ed amico don Carlo Altieri, potrete agevolmente comprendere, pregiatissimo signor Abate, il perché tardi mi è pervenuta fra quei monti la carissima vostra dei 22 dello scorso Maggio, accompagnata dal prezioso dono della vostra Apologetica in favore del Folcacchieri, e dell'edizione opportunamente da voi procurata dei famosi Capitoli dei Disciplinati. Mi scusi adunque presso voi della tarda risposta l'aver tardi ricevute le vostre grazie.</p>
<p>Copiosa e bella, e sommamente utile mi riesce l'erudizione che in fatto di lingua raccolgo dalle dette opere vostre: di che vi ringrazio quanto mai posso, e con sicurezza promettovi che n'avrete assai lode da chiunque ama la gentilezza di questi studi. Singolare ancora e ben giusto sarà l'applauso che vi verrà dalla pubblicazione, a cui avete posto il pensiero, delle postille del Cittadini al Vocabolario della Crusca. E del certo nessun popolo meglio che il Sanese ha diritto di accampare le sue ragioni nella, riforma di quella grand'opera: solo che vi guardiate dal cadere nel peccato de' Fiorentini, nel peccato cioè di sostituire alla lingua generale italiana i particolari idiotismi delle provincie, ossia la lingua municipale all'universale della Nazione. Conforme al Manifesto speditomi io sarò il primo a dare allo Stella il mio nome nell'elenco d'associazione e farò che altrettanto si adoperi da' miei amici. E già al lodato signor Carlo Altieri io aveva scritto che la stampa di quelle annotazioni nel presente fermento de' letterati, d'ogni parte rivolti all'emendazione del Vocabolario, sarebbe tornata in gran bene; perciocché sono molte e valorose le penne che per tutta Italia, e massimamente nella parte settentrionale, sono già in moto per questo effetto: né altro si vuole che stabilire finalmente la bellissima nostra lingua su gli eterni principj della ragione e della critica, a cui finora i benemeriti Accademici della Crusca per troppo amore di patria hanno avuto poco riguardo.</p>
<p>Proseguite adunque, egregio signor Abate, la vostra impresa; e piacciavi, per un fine che a suo tempo vi sarà palese, mandarmi il nome dei letterati vostri concittadini.</p>
<closer>Sono, co' sentimenti della più perfetta stima, <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2099</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Giugno 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Finalmente hai celebrato l'inaugurazione del tuo teatro: la fama n'è andata alle stelle; e tutti i tuoi obblighi verso la patria sono gloriosamente adempiti. Sciolto da tante cure cittadine, potrai o vorrai tu adesso ricordarti dell'abbandonato tuo padre ed amico? Io sto aspettando l'effetto delle tue promesse: e vorrei pure che nel terzo volume della mia <title>Proposta</title> si leggesse di nuovo qualche parola di Perticari. Da tutte le parti i letterati italiani mi accendono a proseguire l'impresa e chi m'è cortese d'un aiuto chi d'un altro, e niuno mi viene innanzi a man vote. Il principe de' moderni ellenisti, l'abate Peyron di Torino, mi manda il processo della gotica grecità del Frullone e di tutti i vocaboli navigati in Italia dall'Assiria, dall'Arabia, dalla Caldea: Giordani mi prepara esso pure un elenco di parecchi grecismi mal definiti. Molti altri me ne ha notati Mustoxidi, il quale in una recentissima sua lettera prende gagliardamente, e, a quanto mi pare, vittoriosamente le difese di Cicerone contra la sentenza di Giordani e Visconti, che l'accusano ingiustamente d'errore su la interpretazione del nome Teofrasto. Molte e bellissime emendazioni mi somministra Oriani in fatto di matematica e astronomia, molte Breislak e Volta in fatto di fisica, molte il Mai in fatto di antica erudizione. Il frate D. Carlo Altieri sconvolge gli archivi di Siena e ha trovato cose preziose di quei dotti contro la Tramoggia, specialmente di Celso Cittadini. Mi trovo insomma affollato di sussidj, e mi manca il tempo di ringraziare di tutti gli aiuti. Lo stesso intero corpo dell'Istituto ha stimato in solenne adunanza sacro suo debito l'unirsi alla mia bandiera, e in breve spedirà a tutti i migliori d'Italia l'invito di confederazione. E tu non vorrai tornare in campo per causa sì giusta, sì gloriosa? In una causa che tocca l'onore della nazione, e che già ti ha partorita una fama sì luminosa? In tutte le lettere che ricevo d'ogni generazione, in tutte mi vien parlato di te con alta ammirazione de' tuoi talenti. Io le serbo per onor tuo. Ma una te ne accludo per la quale intenderai gli sforzi ridicoli di un tal Taverna, pedantissimo campione del frate Cesari, che a bella posta venne con esso lui a congresso da Verona a Brescia per concertare la insulsa diceria di cui l'abate Bianchi nella detta lettera mi ragguaglia. Le stesse cose mi scrive Arici, aggiugnendo che per Brescia se n'è fatto un ridere senza fine. E se la cosa non fosse stata così spregevole, tutto l'Ateneo avea già fatto sacramento di rispondere per le rime al Taverna: perché quivi tutti gl'ingegni sono presi d'amore per te e per le dottrine che abbiamo tolto a fondare. <foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque e fa ch'io possa dire veracemente che tu sei senza limiti generoso.</p>
<p>Saluta Antaldi, Cassi ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Alla Costanza scrivo questa medesima sera lettera separata.</p>
<p>Tra i molti bei lavori vedrai l'analisi del Vocabolario della Crusca comparato allo spagnuolo e all'inglese: opera di Giuseppe Grassi, autore del <title>Dizionario militare italiano</title>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2101</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Giugno 1818.</date></opener>
<p>Mi giunge la dolcissima vostra del 9 corrente nel punto ch'io n'andava tutto inebbriato della vostra Epistola al conte Polcastro in occasione delle sue nozze. Giuro primieramente per tutti gli Dei d'Omero e d'Esiodo, che scrittura più delicata e morale, né più condita di greca semplicità, non mi è mai venuta alle mani. E che grazia di stile! Che nobiltà di sentenze! Che soavità di passione! E que' versi che tempo fa mi mandaste, chi non direbbe ch'ei sono una traduzione dal greco? In verità, mio caro, tutto quello che vi cade dalla penna è un rapimento se parlate al cuore, ed una convinzione dell'intelletto se ragionate. Fo quindi il secondo mio giuramento, e col consenso pure del nostro Trivulzio e di Rosmini affermo, che nel contrasto preso con Visconti e Giordani a difesa di Cicerone, la vittoria è tutta per voi. Sensatissime sono egualmente le altre vostre considerazioni sugli errori di Messer Frullone; ai quali non ho saputo por mente nell'esame delle lettere A, B, C, D, E. Spero mi troverete più diligente nelle seguenti, tanto più che da Torino mi è venuto un valentissimo aiutatore, l'abate Peyron, il quale mi ha mandato un saggio dell'ingegno <emph>frullonico</emph> in fatto di greco; e di più il processo di presso che tutte le parole navigate per la via del commercio in Italia per l'Oriente, intorno alle quali gli Accademici o prendono dei grossi abbagli, o mostrano d'ignorare affatto la derivazione.</p>
<p>Altro bel lavoro mi ha fatto l'autore del <title>Dizionario militare italiano</title>, dico il Grassi che voi ben conoscete. Questo è il parallelo del Vocabolario della Crusca con quello della lingua inglese, compilato da Samuele Johnson, e coll'altro dell'Accademia Spagnuola nei loro principj costitutivi. Vedrete a petto di questi filosofici vocabolari la gotica condizione dell'italiano. Altri aiuti e conforti mi giungono tutto dì da tutte le parti d'Italia, perfino dalla Toscana: di modo che posso dire che l'intera nazione sta meco. Ma il più caro di tutti i gioielli, che orneranno il secondo volume della mia <title>Proposta</title>, saranno le due lettere elegantissime e giudiziosissime del mio Mustoxidi, alle quali non mi ardirò di fare che piccolissime mutazioni di tre o quattro parole. Io vorrei pure degnamente ringraziarvi di questi doni preziosi; ma davvero non ho parole che eguaglino la mia gratitudine. Nulladimeno, lasciando abbaiare il N. N. a sua posta, io la farò palese al pubblico il meglio che saprò né comporterò che per me resti sepolta la stima e l'amore che vi professo, né il vaticinio che di voi feci in Pavia sul primo fiorire del bellissimo vostro ingegno, predicando sempre che il piccolo mio Plutarco sarebbe un dì stato splendidissimo lume dell'italiana e greca letteratura. Io dissi <emph>piccolo</emph> allora; al presente dirò <emph>massimo </emph>: con questo di più, che quello di Cheronea, per quanto io mi sappia, non fece mai i bei versi del Corcirese.</p>
<closer>Tutti gli amici, principalmente la Trivulzio col marito, e il conte Quirini vi salutano carissimamente. Ma chi vi abbraccia con tutto il cuore è il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2103</head>
<opener><salute>Al conte FRANCESCO VIGILIO BARBACOVI — Trento.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Onorandissimo signor Conte.</p>
<p>Meriterei davvero di essere detto uno sciagurato, se professando le Lettere, non sapessi che il conte Vigilio Barbacovi è uno de' più illustri intelletti de' nostri giorni, e l'oracolo di quella vera e grande Giurisprudenza, che, tratta dai santissimi fonti della ragione, assicura, o per lo meno dovrebbe assicurare all'uomo contra la forza il più sacro de' suoi interessi, la civile sua libertà. Le vostre opere, signor Conte, dovrebbero per mio avviso formare gran parte dei Breviario de' Principi e di coloro che governano a loro senno il cuore de' Principi. Ma fatalmente nel più dei reggitori de' popoli avverasi la sentenza del Machiavelli, il quale disse che la grande politica è come la natura che veglia ed intende alla conservazione della specie, ma si fa giuoco dei diritti e della vita degl'individui: sentenza poco diversa da quella di Socrate, che nella politica non vedea che la scuola degli assassini.</p>
<p>Io non sono buon giudice della scienza che voi, illustre Signore, sì altamente insegnate nelle classiche vostre opere: ma sento che elle sono dettate dall'amore dell'uomo; e ciò mi tira mirabilmente a venerarvi e ad amarvi. Ed ora che vi è piaciuto farmene dono prezioso non so trovare parole che eguaglino la pienezza della mia gratitudine, e parmi di essere divenuto una qualche cosa nel vedermi da voi onorato di tanta benevolenza.</p>
<p>Quanto alle lodi di cui mi siete sì liberale a me non torna conto il disingannarvi, e mostrarvi che non le merito. Mi sono però cari i vostri conforti: e all'uscire del terzo volume della mia <title>Proposta</title> sarò a pregarvi di voler gradire l'offerta che in attestato di riverenza vi farò dell'opera mia.</p>
<closer>Conservate all'onore della filosofia una vita così preziosa, e se la mia preghiera non è superba, ponete nel numero de' più devoti vostri servitori <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2105</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA NICCOLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Tempo fa una grave e giudiziosa vostra lettera al nostro Manzi, toccante l'opera mia intorno al Vocabolario della Crusca, mi avea messa in cuore la brama di scrivervi, e di prendere da ciò onesta cagione di ricordarvi l'antica mia stima e amicizia. E l'avrei fatto d'assai buona voglia, se non me ne avesse ritratto un'altra lettera venutami da Firenze, nella quale mi si dava l'avviso che voi e Rosini avete preso a combattere fortemente in iscritto le mie opinioni, e quelle del mio genero conte Perticari. Deposi allora il pensiero di visitarvi colle mie lettere, onde non nascesse il sospetto che io il facessi a secondo fine; piacendomi che niun riguardo rattengavi dal risponderci con quella pienezza di libertà, di cui noi stessi abbiamo dato l'esempio. Che anzi vogliamo dirvi che da niun altro ameremmo più di essere combattuti, che da voi, siccome quello che più nobilmente e sapientemente d'ogni altro può illuminarci, e mostrarne gli errori in che saremo caduti.</p>
<p>Tali furono le discrete considerazioni che allora mi stornarono da quel primo proponimento. Ora il nostro Manzi, di cui apprezzo altamente i consigli, mi stimola nuovamente, anzi vuole a ogni patto che io vi provochi con questa lettera, e dica a voi in iscritto quello che a viva voce ho detto e gridato a lui stesso le mille volte; cioè, che l'Istituto Italiano, ben lungi dal voler guerra con gli Accademici, null'altro anzi desidera che la pace. E tanto la desidera, che qualora avvenisse che l'Accademia, pigliando sentimenti più generosi, si mostrasse disposta a non vilipendere con un secondo rifiuto la già proposta alleanza, io non dubito punto che volentieri non fosse pronto a rinnovarne l'onorata proposizione.</p>
<p>So che qualche accademico va gridando che noi miriamo a <emph>disonorare la bella lingua toscana</emph>. Questo grido non è gentile, anzi è insensato: e insensati saremmo pure noi tutti, se ci andasse per l'animo così stolto divisamento. Ma altro è il prendere a sostenere che non tutto il parlare che è proprio della Toscana, è proprio dell'Italia, ed altro il vituperarlo; altro il dire che l'Italia ha bisogno d'una lingua, o sia d'un Vocabolario a tutti comune, ed altro il pretendere che il Vocabolario della Crusca sia tale; altro finalmente il gettare nel fango questa grand'opera, ed altro il mostrarne con la fiaccola della critica i molti e veri difetti, e il far sentire la suprema necessità di rifonderlo nel crogiuolo della filosofia, e il far cauti i lettori sulla pretesa infallibilità dei suoi oracoli, e, inspirandone e raccomandandone la religione, dissiparne e deriderne la superstizione. Non mi allargo più innanzi su questo punto, perché parrebbemi di far onta al vostro savio discernimento, e so quanto l'altezza del vostro animo sia lontana dalla viltà di quella calunniosa proposizione. Solo vo' dirvi (e ciò sia deposto nel segreto del vostro petto) che, se v'ha tuttavia tra l'Accademia e l'Istituto una strada di ricondurre le cose a concordia, di tutta voglia io mi profferisco pronto a farne parola, sì che i miei colleghi novellamente si accostino agli Accademici. Noi non vogliamo esser primi; ma la ragione e l'onore neppur consentono che seguitiamo ad essere schiavi. Salvo il diritto di aver noi pure una qualche voce in capitolo a difesa dei diritti nazionali contra i municipali, nel resto prenderemo a vostro senno la legge.</p>
<p>Ecco fatto contento il desiderio del nostro amico. Rispondetemi francamente: e s'egli è vero che avete messa mano alla penna per confutarmi, abbiatevi fin d'adesso per l'onor che mi fate, i miei sinceri ringraziamenti: e promettovi che, nel caso di dover venir con voi alle mani, farò palese la stima in che tengo e terrò mai sempre il nobile mio nemico.</p>
<closer>Salutate Collini, se pure non sono caduto nella sua disgrazia; fate prudente uso dei sentimenti che affido alla discrezione del vostro senno, e crediatemi veramente tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2107</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Sbrigato ch'io mi sia delle stampe che ho alle mani, darò una scorsa in Romagna e a viva voce sistemeremo le affittanze de' miei poderi. Intanto resta approvata l'amministrazione del podere Manetti da voi ceduta a Camerani.</p>
<p>Quanto alla cambiale da rinnovarsi, se piacevi di proseguire col solito metodo, aggiugnete al credito già esistente i frutti dell'anno scorso e l'avanzo del denaro delle mie entrate rimanenti nelle vostre umani oltre ai pagamenti fatti a Perticari; e mandatemi nuova carta del detto mio credito, accompagnato per mia notizia dal solito conterello.</p>
<p>Salutate l'Annina e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2109</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se la notizia della disgrazia accadutavi mi trafisse, e più gli effetti che ne seguirono con grave pericolo della vita, comincio adesso a riconfortarmi udendo dal nostro Grassi e da voi che i vostri giorni sono sicuri: ché questa è l'importanza primaria. Del resto, sarà medico il tempo ristoratore di tutti i mali dell'animo, e il sapervi governar di maniera, che i vostri stessi nemici sieno costretti a confessare d'aver fatto guerra ad un uomo d'onore e di merito. <foreign lang="lat">Nil conscire sibi, nulla pallescere culpa</foreign>. Sia questo il pensiero che vi rialzi dal sofferto abbattimento lo spirito. Separatevi coll'ingegno da tutta l'alta e piccola plebe, calcate la fortuna, usate i vostri talenti, scrivete, e la pubblica lode ridesti nel cuore dell'ingannato vostro buon Principe l'antica benevolenza, la quale se fu sincera non può essere estinta, e giuro che nol può essere, s'egli è tale quale voi stesso me l'avete sempre dipinto, cioè magnanimo e buono.</p>
<p>Nell'inviargli che io farò, al cadere del mese, il terzo tomo dell'opera mia io non lascerò di dirgli il dolore che a me e a tutti gli amici della buona ed onesta letteratura ha cagionato il vostro infortunio. Ma la migliore di tutte le raccomandazioni sarà la vostra condotta. Sopravvegliate voi stesso: fate che il Principe si avvegga per la pubblica voce ch'egli ha diviso dal suo fianco un affezionato ed integro servitore; e il vedrete aprir gli occhi, e sentir nel suo segreto il rincrescimento d'avervi perduto, come uomo che ridesidera una gemma preziosa di cui conobbe il valore dopo averla per altrui frode alienata.</p>
<p><foreign lang="lat">Macte animo</foreign> adunque. Avviluppatevi nel mantello della propria vostra virtù, e i giorni sereni ritorneranno.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore, e sono mai sempre il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2111</head>
<opener><salute>Al celebre sig. SISMONDI membro del Gran Consiglio della Repubblica di Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Un Italiano che mette il piede dentro Ginevra non può avere più bel desiderio che quello di conoscere, innanzi a tutt'altra cosa, il famoso istorico delle nostre guerre civili, feconde di molte colpe e insieme di molte virtù generose. Parmi che il procurarsi questa conoscenza debbasi considerare come un sacro dovere di gratitudine: e questo è il sentimento che ha mosso un distinto e leal Cavaliere Milanese a dimandarmi una lettera d'indirizzo alla vostra degna e franca persona; e volentieri io il fo contento di questa brama, perché mi accerto che questa soddisfazione sarà non meno vostra che sua. Egli è il Conte Federigo Confalonieri, l'amico del nostro de Breme, e tale per ogni lato che merita di essere ben accolto nella vostra stima.</p>
<p>Dalle lettere dello stesso de Breme e dalla viva voce del Conte verrete informato del nuovo Giornale a cui abbiamo messe le mani. Il bisogno d'averne uno buono, in tanta depravazione di giudizi letterari, è supremo. Ma sventuratamente fra noi non è libera che la penna dei peggiori. Nulladimeno si fa un tentativo; e i compilatori del <title>Conciliatore</title> (che tale sarà il titolo del Giornale) desiderano ch'io pure caldamente vel raccomandi, onde piacciavi di accreditarlo e favorirlo. In questa società di buoni talenti io son l'ultimo, e nulla per ora vi posso contribuire del mio, distratto da altra grave fatica. Ma per l'amore che porto alle buone lettere, me ne interesso come a cosa mia propria.</p>
<closer>State sano ed amate il tutto vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2112</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>L'inchiesta di cui mi hai dato l'assunto non essendo per la molta sua delicatezza affar da commettersi a veruna terza persona, ho stimato bene il venirne io stesso alle strette col nostro amico. Gli ho dunque direttamente posta in mano la tua lettera: ed eccone la risposta. Le sue figliole da marito son tre. La prima e la seconda sono già spose promesse: l'una al marchese Archinto, l'altra ad un altro signore, di cui non vuole per ora dicasi il nome. Per la terza (ed è la più bella) è corsa pure qualche parola. Ma le parti finora son libere. L'amico adunque primieramente vuole ch'io ti ringrazi della proposta ch'egli ha molto gradita come pegno della tua amicizia. «E scrivetegli (m'ha soggiunto) ch'io ne terrò discorso alla moglie, senza cui non è giusto il decidere del destino delle figlie; e posdimani saprete se tuttavia si fa luogo al poter accettare la sua cortese proposizione». Questo fu discorso di ieri sera. Nel prossimo ordinario adunque avrai bello e risoluto l'affare. Non ti so far presagio né del sì, né del no. Ben posso farti sicuro che l'amico te ne rimane molto obbligato.</p>
<p>A me pure è stato annunziato che il Rosini vuole combatterci: ma si scrive che i Toscani medesimi ridono di questo ardire. Lascialo scendere nell'arena e avremo bel giuoco. Quanto al Muzzi, egli è il più fatuo pedantuzzo che mai facesse imbratti d'inchiostro, e il perché Dio l'abbia messo al mondo il sa egli solo. Ma altri pure che tu non pensi gli soffian dietro in Bologna, ove ha fermo il suo trono la pedanteria. Ma gracchino quanto vogliono, la loro causa è fottuta.</p>
<p>Una società di persone letterate ha pubblicato il manifesto di un nuovo giornale, e mi ha messo in croce perché io voglia esser del numero. Ho fermamente ricusato a siffatto onore; non perché io faccia poca stima dei compilatori, ai quali io sono legato di amicizia da lungo tempo, ma perché le altre mie occupazioni non lo concedono. Sono stato pregato d'inviartene il manifesto, e raccomandartelo: e questo il fo volentieri. Il riceverai dunque a parte colla solita fasciatura per non gravarti di spesa: e tu scrivendomene adoprerai parole che manifestino la mia raccomandazione. Per nominarti qualcuno degli estensori ti segno il nome di Gioia, Rasori, De Breme, Borsieri, Pellico, Berchet, ecc.</p>
<p>La Reale Accademia di Monaco mi ha acclamato suo membro. La nostr'opera ha fatto colà e per tutta la Germania grande rumore, e più ne farà in appresso: ma bisogna assolutamente che pel terzo volume già incominciato a stamparsi tu mi mandi qualche tua cosa. Di che ti prego, ti supplico, ti scongiuro anche in nome del benemerito mio Trivulzio.</p>
<p>Intendo che il nostro Borghesi è tornato a Pesaro. Salutalo caramente e pregalo di chiarirmi se la definizione della Crusca alla parola <hi rend="italic">Medagliata</hi> sia giusta. Se la corrispondente latina è <foreign lang="lat">Dupondium</foreign>, a me pare che una <emph>Medagliata</emph> di pane debba importare lo stesso che due libbre di pane, che sia usata al modo che noi usiamo frequentemente <emph>una baioccata di pane</emph> o di altra cosa che si compri a baiocco. A quale delle nostre monete risponda il <hi rend="italic">Pondo</hi> e quindi il <foreign lang="lat">Dipondius</foreign> o <foreign lang="lat">Dupondium</foreign> de' latini chi meglio del nostro archeologo può saperlo?</p>
<p>Rosmini ti manda mille saluti.</p>
<p>Abbracciami la Costanza ed ama il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2114</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Continuando la trattativa che mi hai messo alle mani, ecco la seconda risposta dell'amico. Le parole corse tra la madre della fanciulla e il postulante son tali, che onestamente non si può romper la pratica senza interrogarlo. Or esso al presente per volere del padre viaggia la Francia per indi passare in Inghilterra, e non sarà di ritorno sì presto. Ho sospettato dapprima in queste risposte un pretesto; ma dettomi in confidenza il nome del giovine, ch'io conosco e più volte ho veduto in casa l'amico, ho conosciuto vere le sue parole. In questo stato di sospensione ei vuole che di nuovo io te ne ringrazi: e fatto questo io non ho altro da aggiugnere su tal punto, salvo che credo sarà bene che il tuo amico si tolga giù di questo pensiero, perché il suo rivale troppo s'avanza dal lato di cui l'orgoglio de' nobili fa più stima.</p>
<p>Mi hai obbligata la tua parola per far onore di qualche tua cosa al terzo volume della <title>Proposta</title>, e io sto riposato sulla promessa.</p>
<p>È stato ieri a trovarmi un certo Benedetti toscano, venuto qui per dare alle stampe certe sue vite di Farinata degli Uberti, di Cola da Rienzo, del famoso Capponi e di altri, e mi ha smentita la voce che il Rosini abbia preso le armi. Vedremo.</p>
<p>Susurravasi la stessa cosa rispetto al march. Niccolini, l'unico che fra i testicoli infarinati abbia nome di savio e di colto. Ma una lunga lettera di suo pugno a Tito Manzi qui dimorante mi accerta ch'egli ha pensieri diversi da' suoi colleghi, ch'egli chiama <emph>fottuto si<add resp="ed">nedr</add>io</emph>: e so d'altra parte ch'egli ha fortemente rabbuffati gli Accademici sul pazzo loro rifiuto all'invito dell'Istituto. Intanto da ogni parte non pur dell'Italia, ma della Germania e della Francia sono continue le lettere che ci confortano a proseguire con grande animo la nostra impresa, e tutte parlano del tuo trattato con tanta lode, che me ne brilla il cuore di gioia.</p>
<p>Mi scrisse il nostro Borghesi che Antaldi avea pronta non so che cosa da comunicarmi. S'egli l'ha, me la mandi.</p>
<p>L'epizoozia romantica col manifesto del <title>Conciliatore</title> torna a montare, e si fa grande apparecchio di derisioni e di beffe per rintuzzarla. Ma credo realmente che i compilatori staranno fermi nel proposito di non dar ansa alle prese: e faranno assai bene. Quanto a me, <foreign lang="lat">Tros Rutulusve fuat</foreign>, mi starò zitto, e seguirò il consiglio di Dedalo: <quote lang="lat">Inter utrumque vola</quote>.</p>
<p>Aspettava due righe da Costanza in risposta all'ultima mia: ma s'ella è tutta a' suoi studi, godo del suo silenzio.</p>
<p>Abbracciala caramente, ed ama il tuo affezionatissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Le sponsalizie della primogenita T<add resp="ed">rivulzio</add> sono già pubbliche, e presto, credo, il saranno pur quelle della seconda.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2115</head>
<opener><salute>All'ab. ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1818.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ho tardato a rispondervi perché voleva pur dirvi di aver presentato in persona al marchese Febo D'Adda la vostra Pindarica, il che, dopo iterate visite indarno, ho finalmente potuto fare questa mattina. Egli ha gradita moltissimo la vostra offerta, e con piacere ha ascoltate le giuste lodi con cui l'ho accompagnata. E veramente essa le merita per ogni lato, e desidero di veder le sorelle, dalle quali indubitatamente ne verrà a voi merito ed onore alla bresciana letteratura.</p>
<p>Gli ho chiesto insieme notizia del vostro affare, e nulla di nuovo. Solamente posso accertarvi di tutto il suo favore per quanto può. Ma non debbo tacervi una cosa. Nella nomina dei professori influisce molto il rapporto della polizia. Se coloro che costì la governano vi hanno dipinto al Governo per uomo d'onore e valente qual siete, la cosa andrà bene. Se al contrario, è da temersi il tristo effetto delle loro calunnie.</p>
<p>Per ciò che spetta ai doveri dell'amicizia, né io, né Oldofredi vi mancheremo. Salutate Ugoni, a cui farò risposta nel venturo ordinario, ed Arici, e tutti gli amici, ai quali dentro Agosto ho speranza di dare un abbraccio in persona.</p>
<closer>Addio. Il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2118</head>
<opener><salute>A GIOVANNI TORTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Ho ammirato ed ammiro ed esalto a tutta voce la rara e casta bellezza de' vostri versi, e vi sono gratissimo delle lodi di cui mi siete stato sì generoso. Ma poiché voi medesimo concedete che la diversità delle opinioni non nuoce punto alla stima, spero ancora mi concederete l'andar lontano dal sistema poetico che nel vostro Sermone si raccomanda. Sono con voi nel predicare che il bello imitabile della natura è infinito; ma sto contra di voi nel credere che la grand'arte di trattar questo bello e colorirlo e animarlo si possa apprender meglio dai moderni, che dagli antichi. Io non ho derivato dalle argive ciance i concetti della <title>Bassvilliana</title>; ma da quelle ciance appunto, e dall'arte, con cui quegli antichi me le dipinsero, ho imparato io pure a dipingere quel poco di buono che ho dipinto: e se potessi tenermi per buon pittore, direi che, ad esempio de' buoni artisti, che studiano le sculture dei Greci per fare a meraviglia dei Cristi, delle Maddalene, dei Papi, io pure ho fatto il mio studio nelle vecchie fole di Virgilio e d'Omero, onde ben intessere su quelle norme il mio Bassville. E quel Dante da voi stesso tanto ammirato, a chi diresse egli quella protesta: <quote>tu se' lo mio maestro e il mio autore?</quote> forse a qualche Byron de' suoi tempi? Altro in somma è la materia poetica, ed altro è l'arte, con cui fa d'uopo trattarla. Quella non ha confini, e ciascuno dee tirarla dal proprio fondo; ma questa è già stabilita e frenata dalle sue regole, le quali, dedotte dalla natura, non sono altro che la natura stessa posta in sistema. Né mai vi fu arte senza regole, né pare che gli uomini d'ogni cielo sieno disposti finora a riconoscere migliori maestri di poesia che Omero, Virgilio, Dante e quel Tasso e quell'Ariosto, che grandi si fecero ed immortali sulle tracce che or si condannano e si vorrebbero abbandonare. Finisco con una sola semplicissima interrogazione: Da chi avete voi imparata l'arte di far versi così corretti, così belli? Fatene di più spessi, e crescete la gloria degl'Italiani;</p>
<closer>e il più caldo lodatore della vostra Musa sarà sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2121</head>
<opener><salute>A CAMILLO UGONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Siete sì buono, che senza sforzo mi perdonerete, spero, il ritardo della mia risposta. Avrei pronte molte cose da dirvi: ma la stampa del terzo volume della <title>Proposta</title> ecc., mi strigne sì fortemente e m'incalza, che mi ruba tutte le ore, e mi consuma coll'ingegno la vita; non però la memoria de' miei amici né l'affetto che mi scalda verso di essi, e verso quelli di Brescia particolarmente, a cui mi legano tanti nodi di cortesia, di benevolenza, di gratitudine. Mosso da questi sentimenti e dal desiderio di abbracciarvi tutti, ho obbligata solennemente al conte Oldofredi la mia parola, al quale nella sua venuta in patria sarò compagno.</p>
<p>Vi rendo grazie unitamente al marchese Trivulzio delle procurate sottoscrizioni al monumento di Appiani. Ho ricevuto questa mattina il secondo volume del nostro Arici, e ho gittato al diavolo il Vocabolario per darmi subito alla lettura della <title>Musa Virgiliana</title>. Ne sono rapito. Ma voi, che, come suona la voce, vi siete fatto romantico (povero Ugoni!), come avete potuto sostenere che vi si dedichi un libro così contrario ai principj della romantica epizoozia? Fuori di celia. V'ha chi vi grava di questa calunnia, ma non vi fa il torto di prestarvi credenza</p>
<closer>il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2123</head>
<opener><salute>Al dott. Gio. BATTISTA SPALLANZANI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Prestantissimo sig. dottore Spallanzani.</p>
<p>Finalmente il Silvestri mi ha recato il vostro libro. Ricevutolo ieri mattina, non ho letto in tanta angustia di tempo che la prefazione, e la prima e la seconda lettera. Ma <foreign lang="lat">ex ungue leonem</foreign>. E leone veramente voi mi sembrate, e di vello ben pettinato e forbito, e di forti artigli, e terribili nell'assalto che date al degno vostro avversario. E se la mia ignoranza non mi chiudesse la bocca in materia così lontana dalle corte mie cognizioni, direi che la vittoria è vostra fuor d'ogni forse: e sì sappiate che il vostro rivale è mio amico, e siede da molto tempo in cima della mia stima. La guerra che gli movete è gagliarda, ma generosa, e condotta con tutte le creanze dell'antica cavalleria. E fortunato voi che combattete un nemico col quale si acquisterebbe gloria anche perdendo! Il poco mio merito nelle lettere non ha mai fatto ch'io possa trovarmi in termini così belli e felici. Ma leggendo il vostro libro, sento io pure che quando si ha di fronte un nemico degno di essere combattuto, brilla il coraggio, e l'animo cresce a misura che si alza la fama dell'uomo con cui siete alle mani.</p>
<p>Un altro diletto me n'è venuto, e maggiore me lo prometto nella continuazione di sì gioconda lettura; voglio dire il diletto che sorge dal vostro stile scintillante tutto di luce, e sparso di tutta quella eleganza di cui la materia può essere suscettiva.</p>
<p>Abbiatevi adunque per ogni lato le mie sincere congratulazioni, ma statevi preparato a molti rumori.</p>
<p>Aggradite nel tempo stesso la viva espressione della mia riconoscenza, e tenetemi vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2124</head>
<opener><salute>Al cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Luglio 1818.</date></opener>
<p>Mi aveva dilatato il cuore l'avviso della vostra tornata a Milano, e me l'ha stretto di nuovo l'udire la vostra andata a Firenze. Ma se vi fosse ben noto quanto qui siete desiderato, del certo non avreste cuore di passare il Po senza correre prima ad abbracciare i vostri amici in Milano, spezialmente il vostro povero Monti, che notte e dì vi sospira, e a tutti vi chiede, tanto che l'ottima nostra marchesa Beatrice e il buon conte Quirini hanno già stanche le orecchie delle mie ricerche, se importuno può dirsi il domandare di voi, che siete qui divenuto il desiderio di tutti.</p>
<p>Non vuole però la Marchesa ch'io perda la speranza di presto rivedervi, e di belle lusinghe mi va consolando.</p>
<p>Affrettatevi adunque a venire; anzi volate: e il più consolato di tutti sarà</p>
<closer>il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2128</head>
<opener><salute>A GIOVAN BATTISTA GIRAMONTE — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Agosto 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Se prima di dar alle stampe quelle mie ciance sopra il <quote>Pape Satan, ecc.</quote>, avessi avuta notizia della interpretazione del signor Venturi, le avrei data su tutte la preferenza. Io non mossi quella mia opinione che per semplice conghiettura, ed unicamente per porre in chiaro l'onore degli Infarinati, che pretendono venderci <hi rend="italic">Aleppe</hi> per una interiezione di dolore. Ora godo di veder anche per la chiosa del Venturi, a cui m'acqueto, sparita quella dolorosa interiezione che per niun verso ci entra, e fatto più manifesto lo sbaglio di quella benedetta Tramoggia, che ha lasciato passar nel Frullone tanta farina, o per meglio dire tanta semola, senza un grano di filosofia; di modo che il Vocabolario, ingrossato poi col mondezzaio del buon padre Cesari, è divenuto peggio che la stalla d'Augia. Queste verità non entrano né possono entrare nella piccolissima anima de' pedanti (se pure i pedanti hanno anima di sorta alcuna); ma per dio! finché la lingua italiana non si consegna al governo della filosofia, noi non avremo mai un Vocabolario guidato dalla ragione: e anche da questo lato saremo nazione meritamente derisa.</p>
<p>Vi rendo grazie di aver dissipate le tenebre in che m'avea tratto la bestiale chiosa del bugiardo nostro Frullone, e dell'annunzio datomi delle goffaggini dell'innocente prete Villardi, che ho lette con compassione. Egli è ancora nel Limbo, e ve lo lascio. Anche la <title>Biblioteca…</title>, ha cominciato a pubblicare gli abbaiamenti fiorentini, ai quali do retta quanto la luna, che in mezzo ai latrati fa il suo viaggio più luminosa e tranquilla.</p>
<closer>State sano, e poste a parte le cerimonie, abbiatemi per vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2129</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Agosto 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Non maravigliare se ho tardato a rispondere alle ultime tue dolcissime. Sono stato a Brescia; ed essendovi andato per quattro giorni, vi sono rimaso diciotto, incatenato dalla cortesia non dirò degli amici, ma di tutta la città: e direi cose superbe se dovessi narrarti tutte le gentilezze delle quali sono stato ivi non ornato, ma oppresso; tanto che per godere di tutte, avrei avuto bisogno di aver venti anni di meno sopra le spalle. Il giorno avanti il mio arrivo già v'era giunto il direttore della <title>Biblioteca</title> puttana, l'Acerbi, il quale avea scritto di Milano al barone Ugoni in questi precisi termini: <quote>«Ho cominciato a stampare tutti gli scritti che mi arrivano contra la <title>Proposta ecc.</title>. Monti e Perticari fremeranno e sbufferanno: ma niuno li vedrà fremere e sbuffare con maggior piacere di quello che li vedrò io».</quote> L'Ugoni gli rispose con altissima indignazione, e mostrata agli amici la lettera di quel briccone, s'accese contra di lui tanta ira, che essendo arrivato in Brescia mentre gli sdegni bollivano, poco è mancato che non accada uno scandalo. E colui, visto l'universale applauso con cui la cortesia bresciana mi onorava, stimò bene l'andarsene via di cheto per paura di essere lapidato. Ora, seguendo a parlare delle villane censure pubblicate dall'Acerbi e delle scempiezze del prete veronese Villardi, ti dirò che l'abate Bianchi si è tolto il pensiero di riveder il pelo a costoro, e io l'ho lasciato in questo proponimento. Ma non ispero gran cosa, tutto che sia molta la sua bravura. Ond'è ch'io stesso vi ho messe le mani, ed ho già condotto a fine un dialogo gioiosamente fiero e pungente tra la <title>Biblioteca Italiana</title> e la <title>Proposta</title> alla Crusca. Ma il Trivulzio, e Rosmini, e Manzi nelle cui mani è il dialogo, me lo disapprovano, predicando che io non debbo abbassarmi a confondere una pubblica spia, ché tale nell'opinione di tutti è l'Acerbi, uomo su cui pesa l'ira e il dispregio e l'abborrimento di tutto il pubblico. Nulladimeno io sono risoluto di smascherarlo e mostrarlo a tutta l'Europa sotto il triplice bellissimo aspetto d'<emph>ipocrita</emph>, d'<emph>impostore</emph> e d'<emph>ingrato</emph>. Rispetto poi agli abbaiamenti dell'occulto Osservatore fiorentino e di quanti altri botoli si sono destati su quella riva, compresi i più miserabili, voglio dire gl'Infarinati, pensa il Trivulzio, e lo penso io pure, che niuno può ridurli al silenzio e confonderli meglio di te; e noi te ne preghiamo colle braccia in croce, qualunque sia il modo con cui ti piacerà porre sul subbio la tela di cui ci mostri le fila nell'ultima tua lettera, che in vero è cosa miracolosa. E ingenuamente ti confessiamo che il piccolo nostro sapere è soprappreso di tanta tua dottrina e di tanto apparecchio di forze che hai pronte per atterrare e schiacciare i nemici. Noi in somma ti consideriamo come l'Achille di questa guerra, e come all'Achille d'Omero ti promettiamo non i tripodi né le donzelle né la figlia di Agamennone, ma la nostra riconoscenza, e la gloria. Molti, egli è vero, sono gli aiuti che si presentano da tutte le parti, ma tutti insieme non faranno la metà di quello che faranno le tue armi se tirerai Durindana fuori del fodero. Gitta dunque in disparte ogni altro pensiero, e prima di muover per Roma metti ad effetto la tua bella intenzione.</p>
<p>Ho parecchi libri per te, inviatimi dagli autori, i quali per mezzo mio desiderano ti siano presentati, e li spedirò a prima occasione.</p>
<p>Lo Stella mi ha mostrato le lettere del suo corrispondente Bouchard in Roma, il quale fino dallo scorso aprile promette che a' tuoi amici sarebbero stati consegnati gli esemplari dell'opera nostra secondo il tuo desiderio, e presente me ha dato ordine che se ne ripeta la commissione. Altrettanto ha fatto per le dimande de' tuoi amici di Fano, d'Ancona e di Pesaro.</p>
<p>Do fine col supplicarti di por mano a colorire il disegno che mi hai messo sotto degli occhi, e abbracciando la Costanza, ti dico di cuore: sta sano.</p>
<p>Il tuo aff.mo padre.</p>
<p>P. S. Ho accettata la dedica di cui parlasi nell'acchiusa. Sappimi dire se posso lusingare il Federici che tu darai qualche cosa. È uscito il primo volume delle opere di Ennio Visconti, e questo pure dedicato a me. Il secondo è intitolato al Viceré.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2130</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">28 Agosto 1818</add>.</date></opener>
<p>La fretta mi ha fatto accluderti una lettera per un'altra, e, impostata la prima, mi sono accorto dell'errore. Ecco adunque quella del Federici di cui ti ho parlato nell'altra, e su cui attendo un tuo cenno per la parte che ti risguarda. M'informerò dell'autore del noto articolo della <title>Biblioteca</title> puttana. Spedisco la presente dal camerino del gran teatro alla Scala.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2131</head>
<opener><salute>All'ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Agosto 1818.</date></opener>
<p>E chi può non gloriarsi di veder impresso il suo nome sull'eterne carte di Dante? Intitolando al mio la nuova edizione, che meditate, della <title>Divina Commedia</title>, voi lo trarrete fuor del sepolcro, da cui non avrebbe per sé stesso forza d'uscire: ond'io per questo atto di gentilezza riputerò che da voi mi sia data la seconda vita. Accetto adunque con vero sentimento di gratitudine l'onore che piacevi compartirmi.</p>
<p>Delle cose da omettersi non posso su' due piedi dir ciò ch'io ne pensi. Ben prometto di farlo a tempo più libero. Farò anche che mio figlio non vi nieghi parecchie sue peregrine osservazioni, nelle quali si mostra l'errore e della Crusca e di tutti i chiosatori, da Benevenuto sino al Lombardi, aprendo il vero concetto di Dante rimaso occulto finora agli occhi de' più veggenti. Qualche cosa del mio pure vi sarà. Ma di ciò a suo tempo.</p>
<p>Intanto aggradite l'espressione della mia riconoscenza, e senza cerimonie credetemi vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2132</head>
<opener><salute>All'avv. ALBERTO NOTA — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Settembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ecco avverate le predizioni colle quali io mi studiai d'alleviare il vostro dolore pel colpo che l'invidia delle Corti vi diede: eccovi rintegrato nella grazia del giustissimo vostro Principe, ed ornato di onori tanto più luminosi quanto più dolorosa fu la caduta. Io n'ho provato piacere maraviglioso, e vi affermo che in Milano pure, dai pochissimi in fuori che voi dovete sapere, tutte le anime oneste ed amiche del merito ne hanno esultato. Né crediate che qui sia scarso il numero de' vostri amici. E ciò che dico di Milano il dico di tutti i luoghi d'Italia, ove il vostro nome ben suona, e meritamente: ai quali era andata la voce della vostra disgrazia con generale rammarico; ed ora, essendo corso l'annunzio delle vostre nuove fortune, tutti ne godono, e io n'ho alle mani le prove.</p>
<p>Se al ritorno di Sua Altezza mi verrà fatto di poterlo ossequiare, io non mi sgomenterò dall'entrar seco in parole sul vostro conto, e del congratularmi con esso della giustizia che ha saputo rendervi, e gli dirò francamente a quanta lode gli torni nell'opinione de' letterati, la sola di cui i Sovrani dovrebbero far conto, perché la sola di cui tenga conto la posterità, la quale non riceve il processo de' Principi che dalle mani degli scrittori. E il Principe di Carignano è fatto dalla natura non per opprimerli, ma per proteggerli.</p>
<p>Attendo vostri riscontri sul <foreign lang="lat">quid agendum</foreign> intorno alla dedica dell'<title>Eusebio</title> di Mai, all'esemplare velino dell'Opera di Cicognara che l'autore manda in dono a S. A. e già da molto tempo è presso di me con lettera di accompagnamento. Se le intenzioni sono mutate scrivetelo liberamente, e date a ciò che debbo fare una direzione: ch'io non voglio trascorrere, per troppo zelo dell'amicizia, in qualche imprudenza.</p>
<closer>Salutate il nostro Grassi, a cui già scrissi nell'andato ordinario, ed amate il sempre tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2133</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Settembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>L'articolo sopra i viaggi del Frescobaldi è venuto da Roma, e Brocchi ivi dimorante ed amico del Manzi, arcimembro della sua pedantesca combriccola, n'è il degnissimo autore. Ciò che t'avviso è Vangelo. Costui è mancipio stipendiato dell'Acerbi ed è la principal colonna della <title>Biblioteca</title> puttana, la quale con ira di tutto il pubblico ha dato fuori la seconda parte delle anonime villanie fiorentine. Ti fo sicuro che questa bricconeria e guardata qui colla maggiore detestazione, e il guadagno che l'editore n'ha fatto nol vorrebbe un condannato alle forche.</p>
<p>Mi si scrive da Firenze che in Firenze stessa si sono prese le armi a nostro favore contra il <emph>Pallon volante di Pisa</emph>. Così viene colà appellato il Rosini, al quale per creanza ho risposto questa mattina in questi precisi termini: <quote>«La vostra confutazione non è soda, ma onestissima: quindi ve ne ringrazio. Solo mi pesa che abbiate reputata degna di stampa quella mia lettera confidenziale, scritta, come tra gli amici si usa, a penna corrente. Se mi aveste aperta la vostra brama di pubblicarla, vi avrei fatte le debite correzioni, e l'avrei ridotta a termini più degni di voi e di me. Ma il male è commesso, e non vuolsi per ciò abolire il privilegio dell'amicizia. Farò a suo tempo le mie risposte, ma brevi».</quote></p>
<p>Tito Manzi poi (e ciò resti nel tuo secreto) ha impreso egli stesso l'esame di tutto che finora si è scritto contra di noi. Vedrai lavoro bellissimo e savissimo e ragionatissimo. Io sto spianando la prefazione al terzo volume già avanzato, e mostrerò i denti discretamente. Ma le mie maggiori speranze sono fondate, mio caro figlio, nell'invitto valore della tua penna; onde ti rinnovo le preghiere dell'ultima mia del passato ordinario, e ti supplico di donarmi soli due giorni; ché due ti sono bastanti all'effetto.</p>
<p>Nel Giornale di Torino è uscita una breve, ma sensata risposta alle sciocche impertinenze dell'anonimo fiorentino pubblicate nella <emph>puttana</emph>. Ne ignoro l'autore: ma porrei pegno ch'ella è contese lavoro o di Grassi o di Peyron.</p>
<p>Ecco la terza lettera che in due ordinari ti scrivo. Accusane la ricevuta e saluta Costanza e gli amici.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Vedi come la face della critica conduce dirittamente alla cognizione del vero. Alla voce <hi rend="italic">Caribo</hi>, condannando la chiosa della Crusca, dissi che stando fermi agli esempi del Boccaccio e di Dante, quella voce non potea valere che Modo, Maniera. Or sappi che <emph>Caribo</emph> è termine genovese tuttora vivo non solo negli scritti statutari di quel paese, ma anche sulla bocca del popolo, e vale Garbo, Maniera. Così <quote>danzando al loro angelico caribo</quote> vale danzando col loro angelico garbo. La illustrazione mi è venuta dall'abate Benza professore di belle lettere, e avrà luogo sul fine del volume che ora si va stampando. Trivulzio e Rosmini ti mandano mille saluti e aspettano con impazienza i fulmini della tua penna.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2135</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Settembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Odi che mi scrive Giordani da Bologna: <quote>«Del bravo Acerbi ti dirò cosa che non aspetti, né però ti maraviglierà. Ecco un paragrafo di lettera venutami da Verona d'uno di quei pochi signori che io amo di cuore. <hi rend="italic">Quando il Cesari era a Sirmione so che vi venne l'Acerbi e che contra l'opinione dello stesso Cesari tentò di riunire i preti veronesi a scriver tutti in opposizione al cav. Monti: e voleva egli conservarsi dittatore de' loro scritti, e di molti poterne impasticciare uno a suo genio. Ma a quest'ultima proposizione i preti si ribellarono; e ora escono spicciolatamente. Il Villardi è già in campo, a con poca e debole armata: e mi si scrive che presto uscirà il Pederzani di Rovereto, il quale ha minacciato l'Acerbi di pubblicare la sua corrispondenza con lui: con che l'Acerbi verrebbe a ricevere una novella frustatura</hi>».</quote></p>
<p>Or vedi che arti di questo infame impostore. E nondimeno l'attaccarlo a viso scoperto non è della mia dignità, e tutti mi gridano e scrivono e si raccomandano che io mi guardi dal discendere a questa bassezza. D'altra parte io mi trovo sì oppresso dalla stampa del terzo volume, che il tempo mi vien meno ad altri pensieri: né le impertinenze dell'anonimo fiorentino meritano per nessun verso l'onore d'una risposta. Eppure le son tali bricconerie, che sarebbe troppa bonarietà il perdonarle. Tito Manzi, per quanto il suo fiero male di occhi glielo permette, va scrivendo e con senno. Ma niuno può farlo più sapientemente di te, né io posso dubitare che tu nol faccia per amor mio e tuo a uno stesso tempo. Siamo combattuti da mascherati e vili assassini, e qui bisogna un colpo che faccia cader a terra le larve senza rispetto. Se manderai il tuo scritto qualunque siasi, si farà presentare all'Acerbi perché tenga parola e lo stampi. Egli il rifiuterà del sicuro, e allora si pubblica solitario, e si avvisa il rifiuto, e si fa cadere sul minatore la mina.</p>
<p>I soliti saluti di Trivulzio, ai quali la Marchesa mi comanda di aggiugnere i suoi e di cuore. Un abbraccio alla Costanza, e sta sano; ché sanissimo è pure il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>Di ciò che ti scrissi ieri l'altro di Brocchi ho la conferma pure da Labus, che ti saluta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2136</head>
<opener><salute>A CAMILLO UGONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Settembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Ugoni.</p>
<p>Odi che scrive ad un mio amico di Bologna un leale e nobile Veronese. <quote>«Quando il Cesari era a Sirmione so che vi venne l'Acerbi, e che contra l'opinione dello stesso Cesari tentò di riunire i preti Veronesi a scriver tutti in opposizione al cav. Monti: e voleva egli conservarsi dittatore de' loro scritti, e di molti poterne impasticciare uno a suo modo. Ma a quest'ultima proposizione i preti si ribellarono; e ora escono spicciolatamente. Il Villardi è già in campo, ma con poca e debole armata, e mi si scrive che presto uscirà il Pederzani di Rovereto, il quale ha minacciato l'Acerbi di pubblicare la sua corrispondenza con lui: con che l'Acerbi verrebbe a ricevere una novella frustatura».</quote></p>
<p>Or vedi a che degno galantuomo tu doni la tua amicizia.</p>
<p>Io porto tutta Brescia nel core, e la porterò finché vivo: ma l'oggetto che sta sulla cima della mia mente nol voglio dire.</p>
<p>Tu intanto salutali tutti e dell'uno e dell'altro genere, e ricordatevi tutti del povero vostro Monti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2138</head>
<opener><salute>A VINCENZO NELLI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Settembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Nelli.</p>
<p>Il presentatore di questa sarà il signor Taaffe inglese, mio amico, e ben degno pe' suoi talenti e costumi di essere anche vostro. Ricevetelo adunque cortesemente, e tutto il calore della mia raccomandazione resti compresa nella preghiera che vi fo d'usargli tutte le attenzioni di cui sareste cortese a me stesso.</p>
<closer>Addio. Il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2141</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">su la fine di Settembre del 1818</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Che vai tu sognando? Io ti ripeto che gli abbaiamenti mossi contra di noi tornano tutti, per giudizio del pubblico, a nostra lode perché non v'ha cosa che tanto illustri una opinione, una dottrina, una causa quanto una fiacca confutazione. E le medesime villanie pubblicate nella <title>Biblioteca</title> puttana, senza fare a me verun danno, si sono volte tutte di punta contro l'autore e più contra l'Acerbi, cui tutti chiamano il gran re dei bricconi. Non bisogna alterarsi, ma meditare il colpo, e dirigerlo non alle gambe o alle braccia o alle natiche, ma al cuore. Credilo: l'opinione del pubblico pensante ed onesto è tutta per noi e più decisa che prima, e la vittoria coll'intero sterminio degli avversari non può fallirci. Tu attendi magnanimamente con quella grave tua penna a difendere le dottrine di Dante, e le superbe pretensioni fiorentine cadranno, siccome per tutto il resto d'Italia già caddero. In quanto agli spropositi del Vocabolario lasciane a me la cura. Tu non hai d'uopo d'insegnamenti, ma nell'assolvere Dante dalle imputazioni d'aver egli dannato per ira il dialetto fiorentino, non obliarti di dire tre cose: l'una che le dottrine sviluppate nella <title>Volgare Eloquenza</title> erano già state da lui gittate e fondate nell'opera del <title>Convito</title>, nella quale al certo non si dirà che avesse parte la bile; l'altra che Dante manifestò la sua indignazione e il suo odio contro i malvagi suoi concittadini, ma che parlò sempre della patria con amore, e che se talvolta le diresse i rimproveri pel suo mal governarsi, in quegli stessi rimproveri diede segno di patria carità; la terza (ed è la più da notarsi) si è la considerazione che Dante, gravissimo ragionatore, il quale a null'altro pensava che a mostrarsi grave filosofo e a vivere glorioso fra coloro <quote>che questo tempo chiameranno antico</quote>, non è possibile che per ira si mettesse a scrivere cose che dovessero scemargli riputazione fra i posteri, cose delle quali non fosse altamente persuaso. E potrai anche non tacere la riflessione del Gravina che, presupposto che Dante non fosse l'autore di quel trattato, non perciò cade punto la forza delle ragioni con cui la pretensione de' Fiorentini invittamente vien combattuta.</p>
<p>Quanto al Rosini ti ho già scritto cosa farò. Intorno alla lettera del Pacchiani ti dirò che, quantunque egli prenda le nostre difese, io non l'ho neppur letta, come neppure ho guardata la diceria del Villardi, cui Trivulzio e la Teresina stessa e l'Aureggi mi dicono esser cosa più gelata e sciocca delle zucche in ghiacciaia. Tuttavolta te la spedisco. Non ti rimando la richiesta tua lettera perché è rimasta nelle mani a Trivulzio, il quale fa conserva di tutte le tue lettere che l'innamorano, né oggi posso ricuperarla essendo egli in campagna, e non tornando che questa sera. Del resto compisci la dantesca apologia, e mi basta d'assai. Questa chiuderà il terzo volume, e io l'attendo con impazienza.</p>
<p>Dirai alla Costanza che sua madre le perdona di cuore il passato silenzio e l'abbraccia, ma che ci scriva per l'avvenire una volta almeno per consolarci.</p>
<p>Addio in gran fretta. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2146</head>
<opener><salute>Alla marchesa BEATRICE TRIVULZIO — Omate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1818.</date></opener>
<p>Veneratissima signora Marchesa.</p>
<p>Partir da Omate senza la consolazione di baciarle la mano, senza poter dire al Marchese una sola parola di ringraziamento, questo è il doloroso pensiero che mi ha fatto compagnia fino a Milano, e che ancora mi dà molta malinconia. Gli è vero che lasciai al <emph>briccone</emph> da Rovereto la preghiera e la cura di adempiere le mie veci: ma commettendo a cotesto geloso l'espressione del mio rispetto e della mia gratitudine, ho fidato al lupo le agnelle. D'altra parte, non essendo io abbastanza romantico, come il mellifluo C…, non so trovar le parole corrispondenti alla favella dell'animo. Ond'io la supplico, veneratissima mia padrona, d'intendermi romanticamente, senza voler esigere da un arido classico espressioni di riverenza e di gratitudine superiori alla sua sterile capacità.</p>
<p>Se Oldofredi non è partito, gli dica che ho recato in persona la sua lettera alla contessa sua moglie, e che da essa intenderà la disgrazia accaduta in casa Pallavicini nella persona di un benevolo della famiglia.</p>
<p>Un'altra d'altra natura ne sovrasta a me nel <title>Conciliatore</title>, e non la dico per non allargarmi in un noioso racconto. Ma basti il dirle che in grazia delle non cercate sue lodi io pure andrò ad esser bersaglio dell'<title>Accattabrighe</title>, del quale molto si parla e nulla ancora si vede.</p>
<p>Desidero che il resto d'Ottobre sia rapido pel presto ritorno di tutta la casa Trivulzio in Milano. Al Marchese e a tutta l'amabile e rispettabile sua famiglia ogni genere di riverenze ed anche al <emph>briccone</emph> un caro saluto.</p>
<p>Ella poi, signora Marchesa, mi creda senza fine suo umilissimo ed obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2149</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Ottobre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Bianchi.</p>
<p>Solamente ieri ho ricevuta la carissima vostra in data del 22; e appena letta sono volato all'officio dell'Istruzione Pubblica. Il Marchese D'Adda è in campagna; ma ho parlato col segretario mio amico. Consapevole esso delle mie premure e delle favorevoli intenzioni del Marchese a vostro riguardo, egli avea già preparato il rapporto sul vostro affare, e tale che non parmi possa aver luogo il timore di esito sfortunato. Onde invece di raccomandazioni non ho fatto che dei ringraziamenti.</p>
<p>Il terzo volume della Proposta è già al sedicesimo foglio, e alla metà dell'entrante ho speranza di pubblicarlo. Attendo con impazienza il Dialogo, e non dubito di non trovarlo degno di voi e della compagnia che gli farà lo scritto di Perticari, che col primo ordinario sarà alle mie mani. Perciò sollecitate, vi prego, la spedizione del vostro. E se qualche mia noterella vi cadesse in acconcio mi permetterete di farmi vostro commentatore: perché a me pure vagano per la mente certe ragioni, alcuna delle quali potrebbe forse non essere stata tocca da voi.</p>
<p>Ad Arici, ad Ugoni, a Buccelleni, ecc., molti saluti.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2150</head>
<opener><salute>A SILVESTRO CENTOFANTI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Ottobre 1818.</date></opener>
<p>Carissimo mio Signore.</p>
<lg type="terzina"><l>Segui tua chiara stella, o giovinetto</l>
<l>Spirto gentile, e toccherai le cime</l>
<l>Di quella gloria che ti scalda il petto.</l></lg>
<p>Ecco il primo schiettissimo sentimento destatomi dalla lettura de' vostri versi, ed ecco la profezia che di voi il cuore mi detta, e che voi adempirete se fortemente il vorrete. Ma voi dimandate lumi e consiglio a chi mai non ne ebbe abbastanza per sé medesimo. La scorta che vi bisogna la troverete dentro voi stesso, se attentamente consulterete la felice natura che Dio vi ha conceduta. <quote>Sentire altamente, e chiaramente esporre ciò che si sente</quote>: questo è il primo canone della grand'arte che rende eterni i pensieri. Ma le norme di questa stessa grand'arte prendetele dagli antichi: la materia, che è il sapere, più che dagli antichi prendetela dai moderni. Nel resto seguite l'impeto della ben disposta natura, e fate che niente passi dentro la fantasia, se non è passato prima nel core: fate, in una parola, che tutto sia <emph>sentito</emph>: perciocché il solo sentimento è quello che ne' buoni poeti anima la materia, e così animata poi la consegna all'immaginazione ed all'arte perché l'adornino de' leggiadri loro colori.</p>
<p>Acciocché conosciate che le vostre terzine, a mio giudizio, son belle nel tutto, mi prenderò la libertà di notarne qualcuna che mi sembra potersi ridurre a più perfezione. Per esempio la seconda fino alla quinta, poi la sesta e la settima e l'undecima, non dico le correggerei, ma tenterei di renderle più perspicue, più franche, ed insieme più castigate e più nobili. Non crediate ch'io voglia farvi addosso il dottore: ma esaminate nel vostro senno se per avventura quei versi potessero in qualche cosa prendere miglior aria al modo che segue:</p>
<lg type="terzina"><l>Molta è d'onor la sete, e molto il foco</l>
<l>Del sentir che natura al cor mi spira:</l>
<l>Ma sola, il veggio, la natura è poco.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Non mi turba il latrar di quella Dira</l>
<l>Che di fiele si pasce, e i sommi offende,</l>
<l>Però che al fango alma gentil non mira.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Né l'alta fiamma che nel cor mi splende</l>
<l>Desio dell'oro ammorza, od altro affetto</l>
<l>Vile, onde schiava la ragion si rende.</l></lg>
<lg type="nc"><l>…</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ma se all'alta veduta del pensiero</l>
<l part="I">Tu non soccorri ecc.</l>
<l>Di ferir giusto il segno indarno io spero.</l></lg>
<lg type="terzina" part="I"><l>Ben io lieve talor su forti piume</l></lg>
<p>oppure:</p>
<lg type="terzina"><l>Ben io leggiero su le forti piume</l>
<l part="I">Erger mi posso, ecc.</l>
<l part="I">Ma chi m'assiste ecc.</l></lg>
<p>Le due seguenti terzine sono bellissime e senza pecca. La similitudine, che vien dopo, dei due lottatori è bella ancor essa, ma non me ne pare abbastanza netta e felice l'esposizione. Quel <quote>son tali</quote> del terzo verso è troppo rimoto da <hi rend="italic">uguali</hi> perché s'intenda che <emph>tali</emph> qui dee valere lo stesso che uguali. Ond'io muterei la rima <emph>ali</emph> in <emph>ari</emph> e farei così:</p>
<lg type="terzina"><l>Solo dirò che nello spirto è desto</l>
<l>Spesso un lottar di uguali e in un contrari</l>
<l>Commovimenti, ond'io cesso e m'arresto.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Due campioni così di non dispari</l>
<l>Forze, intrecciati colla man robusta,</l>
<l>Spingonsi opposti, e nello star son pari. ecc.</l></lg>
<p>Parecchi altri versi, secondo il debole mio vedere, avrebbero bisogno di maggior lima e più fina. Ma io temo d'aver già trapassato i confini della creanza. Onde vi prego di non attribuire ad altra cagione l'ardire che in sicurtà d'amicizia mi son preso fin qui, che al solo desiderio di veder condotte a maggior grado di bontà le vostre terzine, nelle quali spira per tutto un'anima molto calda e gentile.</p>
<p>Vi rendo grazie dell'onor che mi fate indirizzandomi le medesime, e desidero occasioni di mostrarvene la mia gratitudine.</p>
<p>State sano, e volate a più alto segno.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2152</head>
<opener><salute>Al comm. TITO MANZI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Novembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Tito.</p>
<p>Primieramente ho da dirti che il fedelissimo tuo Folletto è fortemente turbato dal timore che tu non abbia ricevute tutte le sue lettere. Egli ti ha scritto al manco due volte la settimana, e gli pare dover concludere dalle tue che tu non abbia ricevute tutte le sue, come pare a me ancora che la mia <foreign lang="lat">in diebus illis</foreign> non ti sia venuta alle mani. Onde sia tua cura il calmare con due parole i nostri sospetti.</p>
<p>Fra le molte cose dettemi dal bravo nostro Capponi è questa che il quadrupede Fani avesse tentato di far approvare dalla Crusca i suoi ragli, e che fra gli altri il Pacchiani gli togliesse con brutte parole di testa questa ridicola pretensione. Fa, ti prego, di verificare esattamente questa impertinenza, e se puoi prendine cognizione dallo stesso Pacchiani, e scrivimi fedelmente tutto l'udito dalla sua bocca. Ti replico ciò che nello scorso ordinario ti scrissi, cioè che cotal fatto mi porge bella occasione di salvar l'onore degli Accademici indegnamente compromesso dalle chiacchiere dell'Acerbi, il quale in Bergamo, in Brescia, in Mantova, in Verona e dappertutto ove si è portato ha sparso e ha fatto credere che quello scritto parte direttamente dall'Accademia della Crusca: di che vedi a che brutti termini siasi condotta la fama di un Corpo sì venerando. In somma, io qui ne piglierò le difese.</p>
<p>Scrivo in gran fretta, presente la mia Teresa, che ti saluta e t'aspetta a un domestico fritto di zucche.</p>
<closer>Io poi carissimamente ti abbraccio e sono senza misura il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Salutami Niccolini. Perticari ha terminata la promessami Apologia, e mia figlia (al cui giudizio mi acquieto) mi scrive che è cosa più bella ancor che il Trattato su i Trecentisti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2154</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Novembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ben arrivati nella sempiterna Roma i miei carissimi figliuoli; e il gran prete che a Malco <quote>Tagliò l'orecchia, Com'è probabile, Con lama vecchia,</quote> li benedica, e ponga in cuore al sig. Giulio la risoluzione di mandarmi senza ritardo il promesso scritto: poiché null'altro manca a compire il terzo volume della <title>Proposta</title>. Seriamente ti prego, mio caro, di affrettarne la spedizione, se ti preme il mio decoro, il mio onore. E se non puoi mandarlo tutto in corpo, comincia a mandarlo in parti, che così pure ti verrà a più comodo e a minore fatica.</p>
<p>Per le lettere di Tito Manzi e per la personale testimonianza del marchese Capponi che al presente è in Milano e ne ha parlato e ne parla nella maggior frequenza delle conversazioni, si è finalmente saputo l'autore delle anonime villanie stampate dall'Acerbi, il quale indarno si è affaticato a far credere che lo scritto venisse direttamente dall'Accademia della Crusca. Egli è un tal Fani, impiegato subalterno in un archivio, uomo inettissimo, oscurissimo e di nessuna riputazione. Costui avea bensì tentato di farlo approvare segretamente da qualcuno degli accademici, ma tutti lo maltrattarono e apertamente gli diedero del matto nel capo, e i più discreti si contentarono di consigliarlo dal mandare all'Acerbi quelle scempiaggini avvertendolo che disonoravano il paese, l'Accademia e lui. Manzi nel darmi queste notizie, confermatemi da Capponi, termina la relazione con queste parole: <quote>Insomma, questo sciocco è ignorato quanto il suo scritto, e non può sperare altra celebrità che quella che gli potrebbe venire della tua inimicizia, se tu ti avvilissi a nominarlo e a combatterlo</quote>. Ora il pro che io ho tratto da questi fatterelli ad onore dell'Acerbi il vedrai dalla Prefazione e da un Dialogo tra il verbo Fare e il verbo Dare, e l'ab. Alberti da Villanova. E sappi che ciò che ho fatto e farò non è senza intelligenza del Governatore, stomacato esso pure delle impertinenze pubblicate dall'Acerbi, il quale (tel giuro sull'onor mio) è divenuto la detestazione di tutto il paese, e il bel frutto che ne ha raccolto per soprassello è la sospensione dei sei mila franchi che il Governo avea assegnato fin da principio alla compilazione della <title>Biblioteca Italiana</title>; del che egli trovasi disperato, e tutti ne godono.</p>
<p>Se Brocchi è tuttavia in Roma, guardati da cotesto traditore, e ricordati di ciò che ti scrissi.</p>
<p>Trivulzio, Rosmini, Reina e (indovina) anche Anelli, anche Pezzi, che onestamente hanno ridomandata la mia amicizia, ed io di buona voglia ridonata, tutti ti salutano, e attendono la tua <title>Apologia</title>. Capponi pure è desideroso di conoscerti, e spera di avere in primavera questo contento, ritornato ch'ei sia da' suoi viaggi.</p>
<p>So che Borghesi è teco. Abbraccialo caramente, e digli che ho ricevuto nuove affettuosissime lettere dal Principe Carignano, il quale attende il compimento delle <title>Illustrazioni capitoline</title>.</p>
<p>Mille abbracciamenti alla Costanza, e fa ch'io resti consolato di ciò che attendo impaziente dall'amor tuo. E te ne avrò obbligazione più che della vita: ché la vita non vale l'onore.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2156</head>
<opener><salute>A TITO MANZI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Novembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Tito.</p>
<p>Dopo la tua, recatami dal marchese Capponi, questa è la terza lettera che ti scrivo, e il suo oggetto è la risposta datami dal marchese Trivulzio sull'affare del noto papiro. La dotta persona, a cui egli ne commise l'esame, lo assicura che il papiro è di poca importanza, oltre il gran difetto di non essere intero. Nulla di meno il Trivulzio è disposto a farne l'acquisto, solo che il prezzo stia ne' termini della ragione e della discrezione. Piacciati adunque significarmelo, e sarai servito del resto.</p>
<p>Ti ho pregato e per oggi torno a pregarti e supplicarti di darmi le più che puoi esatte notizie del Fani, e dei suoi tentativi per indurre gli Accademici della Crusca a porre il loro sigillo alle sue ribalderie; fra i quali non il Pacchiani ma il Sarchiani, secondo il discorso fattomi da Capponi, gli è quello che sopra ogni altro deve esserne consapevole, ed anche il Zannoni. Pongo sulla grazia che ti dimando la mia riconoscenza, e non ti avrò più per amico se me la nieghi.</p>
<p>Delle querele che fa il Folletto sul tuo silenzio a tante sue lettere ti ho già scritto. Questo gli è soprassello al dolore dei denti che nei passati giorni l'ha fortemente travagliato, si che due se n'ha cavati.</p>
<closer>Non fare adunque tanto il crudele; e fammi contento di ciò che ti chiesi e ti chieggo, se ti preme l'amore del Folletto e l'amicizia del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. A Niccolini mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2157</head>
<opener><salute>Al sig. VINCENZO NELLI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Novembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Nelli.</p>
<p>Incerto se mia figlia e il marito siano giunti in Roma (e il dovrebbero essere da molti giorni) e desideroso che l'acchiusa abbia sicuro e pronto recapito, la raccomando alla tua amicizia, e ti prego di accusarmene subito la ricevuta.</p>
<p>Io non ho dimenticato il pro—memoria che mi lasciasti, riguardante la vendita o cambio de' noti oggetti di pittura. Ma sono riuscite indarno le tue proposizioni. L'unico mezzo di cavarne frutto si è di parlarne al Ministro costì residente, e fare ch'egli stesso ne proponga al Governo l'acquisto. Tu sei savio, e non hai bisogno d'altro consiglio.</p>
<p>La Teresa e Aureggi ti salutano e io sono senza riserva il tuo poeta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2159</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Mandatemi subito il ricorso documentato, che stimate di dover presentare al cardinale Consalvi, ma francatemelo per la posta, perché le lettere qui costano un occhio, e io non ho piena la borsa come il carissimo mio nipote, che vedrò di servire per quanto posso.</p>
<p>Salutate tutti e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2160</head>
<opener><salute>A GIOSAFATTE BIAGIOLI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Prezioso e caro sopra ogni credere mi è il dono del vostro Dante, e ve ne rendo le grazie che maggiori il cuore sa concepire. Spedirò subito al mio Perticari in Roma l'esemplare a lui destinato, e mi rendo sicuro di farlo assai lieto di questa vostra singolar cortesia.</p>
<p>Ho letto tutto d'un fiato il vostro commento. Ciò vi dica il sommo piacere recatomi da questa seducente lettura. Nessuno, a mio parere, è mai andato sì addentro allo spirito di questo gran padre della poesia italiana; né io tacerò a suo luogo questo libero mio giudizio, tutto che le nostre opinioni discordino qualche volta. E mi sarebbe già nata occasione di parlarne, se il vostro libro mi fosse venuto alle mani men tardi, e avanti che il terzo volume della mia <title>Proposta</title> fosse arrivato al suo fine. Ma nel quarto sicuramente farò manifesto il mio sentimento, poiché del continuo mi è d'uopo nelle mie osservazioni sopra il Vocabolario venir in campo con Dante, e farlo capitano delle mie opinioni. Ma voi, mio caro, mi carminate troppo spietatamente quel povero frate Lombardi. Abbiatene un poco di compassione, e ne sarete, credetelo, più lodato e stimato.</p>
<p>Dalla vostra inviatami dal signor Margaritis comprendo che il vostro regalo venivami accompagnato da altra lettera, che mai non mi è pervenuta. Questo smarrimento m'induce in cuore il sospetto che né anco a voi sia mai giunta quella che da circa quindici mesi v'inviai da Bologna: nella qual lettera io vi ringraziava dell'onore che promettevate di fare alla mia interpretazione intorno quel verso: <quote>Che alcuna gloria ecc.</quote>. Se anche questa fosse andata in sinistro, abbiatevi qui ripetuti i miei sinceri ringraziamenti. E se per l'innanzi mi vorrete esser cortese di qualche vostro comando, mettete da parte, vi prego, le cerimonie, <quote>e come amico omai meco ragiona</quote>, ché tale si è e vuol essere considerato</p>
<closer>il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2161</head>
<opener><salute>Al dott. GIAMBATTISTA SPALLANZANI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Gentilissimo signor Dottore ed Amico.</p>
<p>Intorno le guerre che vi son mosse ho interrogato parecchi esperti delle dottrine poste in questione, e tutti vi attribuiscono la vittoria, che tanto più vi torna ad onore, quanto è maggiore la fama degli avversari che vi combattono. Io pure, come sapete, son combattuto; ma se non sorgono altri nemici, non parmi di dover tirare dal fodero Durlindana, né di mettermi al pericolo di uccider pecore, come Ajace, invece di dar la morte al figlio d'Atreo. Nulladimeno nel terzo volume della <title>Proposta</title> già prossimo a pubblicarsi, vedrete di che modo io tratti l'anonimo animal fiorentino, e il direttore della <title>Biblioteca</title> puttana.</p>
<p>Se avete occasione di veder il conte Paradisi, salutatelo per me carissimamente, e credetemi tutto pieno di stima vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2163</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Stupisco fortemente che il signor Nelli non vi abbia recapitata la lettera, che al suo partir da Milano gli consegnai, e mi duole di aver diretta al medesimo (e sono già parecchi ordinari) un'altra lettera per Costanza che assai mi premeva, e che io raccomandai appunto per questo al suddetto Nelli, pregandolo di farla andar prontamente alla sua direzione. E tenni questa via, perché né Costanza né Giulio più mi rispondono: e questo loro silenzio mi affligge d'un modo che non so dire.</p>
<p>Questo lor crudele contegno fa che io diriga a voi il gruppo delle medaglie di cui Costanza, prima della sua partenza da Pesaro, mi fece richiesta pe' suoi amici. Fatene ricerca all'officio delle Consegne, e lo troverete con questa direzione: — All'illustrissimo Signor Giovanni Monti, Roma. Le medaglie son quattro, una d'argento, una di rame, e due di bronzo: delle quali sceglierete per voi quella che vi aggrada, e darete a Costanza le altre: e pregovi di avvisarmene subito, per mia quiete, la ricevuta.</p>
<p>Avrei mille cose da dirvi, ma ho il cuore pieno di alta tristezza nel vedermi al tutto caduto dalla memoria de' miei più cari. Mi è però dolce il dirvi che mi siete e sarete sempre carissimo: e i vostri amici Nava e Cicogna vi potranno far fede con quanta pienezza di animo io parlo di voi. Il mio cuore non è fatto che per amare, massimamente quelli che mi appartengono per santità di legami. Ma se sapeste che fiero tormento è il non essere corrisposto!</p>
<p>Vostra zia vi ringrazia degli affettuosi vostri saluti, e vi abbraccia teneramente.</p>
<p>State sano ed amate il vostro affezionatissimo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Vi prego di nuovo di andare da Nelli e di prender notizia non tanto della lettera che io gli diedi per voi, quanto dell'altra inviatagli per la posta con altra acclusagli per Costanza. E per carità rispondetemi subito; e non imitate l'inumano silenzio di Costanza e di Giulio, ai quali in Roma ho già scritto tre volte, e da molto tempo. Nulladimeno abbracciateli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2166</head>
<opener><salute>A COSTANZA MONTI PERTICARI — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Mia cara Costanza.</p>
<p>Io in collera teco? in collera col mio Giulio? Mal conoscete ambidue il cuore di vostro padre. Null'altro io scrissi a Giovannino se non che mi rattristava altamente il vostro silenzio: e neppur questo avrei scritto, se Giulio mi avesse soltanto divisato il piano della sua apologia e quali sieno le sentenze ch'egli prende a combattere onde trovarmi d'accordo con esso ne' principj fondamentali, e governare sulle sue opinioni le mie; poiché nella prefazione al terzo volume, già pronto da più d'un mese, è pur forza ch'io tocchi le censure che sono comparse in campo contra di noi. Ecco il solo motivo che mi aveva posta l'amarezza nel cuore non vedendo verun riscontro alle lettere mie su questo punto. E già erami risoluto di non attender più altro, e di appagare l'intolleranza del pubblico, alle cui impazienti richieste da tutte le parti non so più come resistere. Ora nella speranza che tu e Giulio mi date di aver in breve lo scritto tanto desiderato io pongo in calma lo spirito e ogni dispiacere mi fugge via dall'animo interamente. E scrivendo a te queste cose fa conto ch'io le scriva allo stesso Giulio direttamente.</p>
<p>Ma che debbo pensare delle medaglie che ho spedite, poiché né Giovannino a cui le diressi, né Giulio, né tu me ne date alcun cenno? Contuttociò spero che le non sieno andate in sinistro; e se altre ne bramerai, altre ne manderò. Intanto salutami tutti, e il nostro Borghesi particolarmente.</p>
<p>Abbraccia Giulio, e non credere mai più ch'io possa cessare un momento di essere il tuo aff.mo padre.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Pietro Giordani</byline></opener>
<p>Costanzina gentilissima, permettete che Giordani vi baci la mano, e vi riverisca, e dica una parola a Giulio vostro e nostro. Caro conte Giulio, son venuto qua per pochi giorni, già risoluto a passare tutto l'inverno nel tristo cimitero di Piacenza. Scrivo, come vedete, in camera del nostro Monti, dal quale fra pochi dì sarò lontano: e così mi tarderà (chi sa quanto?) il vedere il vostro nuovo lavoro. Di me vi sarà mandato un opuscoletto che stampo qui di materia pittorica, e una copia ne avrà il nostro caro Borghesi, col quale vi prego di abbracciarvi per me; e degnatevi di ricordarmi insieme qualche volta. Le due copie saranno di qua mandate a Bologna, all'avvocato Pietro Brighenti, che avrà cura di mandarvele. Voi consolate al più presto del vostro nuovo trattato il caro Monti, che ne sta con tanta ansietà. Compiacetevi di voler un poco di bene al vostro Giordani, che tanto vi ama ed onora.</p>
<p>Se vedete la Martinetti, salutatela molto per me. Addio, addio.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2167</head>
<opener><salute>Al prof. FILIPPO DEL ROSSO — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 30 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Corre per Milano una voce, avvalorata da lettere di Firenze e dagli oscuri discorsi del signor Acerbi, che voi siate l'autore delle censure contro me pubblicate nella <title>Biblioteca Italiana</title>. Non potendo io per molte ragioni dissimularle, pregovi in nome dell'onore e dell'antica nostra amicizia di dirmi il vero su questo. Comunque giaccia la cosa, io ve n'avrò grandissima obbligazione; e non vedendo risposta, il vostro silenzio mi terrà luogo di conferma a quanto si dice.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2168</head>
<opener><salute>A TITO MANZI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Dicembre 1818.</date></opener>
<p>Bada, mio caro Tito, di non trarmi in un brutto errore, di cui tu ed io dovessimo poi aver al cuore gran penitenza. Uno stretto mio amico dimorante presentemente in Firenze mi scrive così — <quote>Il Fani non è l'autore dello scritto. Un certo Rossi o del Rosso che tu devi conoscere è il coglione che l'ha fatto, e che inutilmente ha tentato di averne l'approvazione dal sacro Frullone. Questa notizia mi viene data da persona che n'è sicuramente informata ecc.</quote> — Che te ne pare? Io so bene e il sai tu pure egualmente, che l'imputato è capace di questo e di peggio; e a me tornerebbe meglio che l'autore di quelle ribalderie fosse cotesto Cinico: ché allora col solo nominarlo tutto sarebbe detto. Ma dopo tanta mia pazienza e amicizia verso costui come poss'io figurarmi per parte sua tanta bricconeria? Cavami, te ne supplico, per quanto v'ha di più sacro, cavami di questa incertezza. Vedi Sarchiani, vedi Zannoni, dalla cui bocca uscirà il vero di questi fatti, vedi lo stesso del Rosso: e se ti grava il farlo direttamente, se ti parrà che l'accusa non sia priva di fondamento, mandagli per sicura persona il bigliettino che ti accludo con ordine al messo di ritrarne pronta risposta. Se poi per cosa certa ti è noto che il Fani sia veramente l'uomo ch'io cerco, brucia il biglietto: ma, per dio, o dell'uno o dell'altro modo fa di toccare con mano la verità, e pensa che dopo le cose scrittemi ci va di mezzo il tuo onore. Le cose sono a tal termine, che tutti dai più alti scanni ai più bassi sono impazienti di veder confuso l'Acerbi, e strappata la maschera all'impostura: né questo può farsi s'io non so per vero ed indubitato l'autore di quello scritto.</p>
<p>Attendo pronta risposta, e portandoti i saluti del Conte Guicciardi consapevole di quanto ti scrivo, e quelli di mia moglie e d'Aureggi, e di Giordani, di Tassoni, di Porro ecc., in nome di tutti questi ti affermo che se a posta corrente non mi rispondi, il tuo silenzio ci sarà prova sicura che niente ti preme l'onore e la quiete</p>
<closer>del tuo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2169</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1818</add>.</date></opener>
<p>Egregio sig. Marchese.</p>
<p>Il secondo degli esempi da voi trascrittomi mi era già noto, ma non il primo, e anche di questo gli è certo che <emph>ragione</emph> vale ragionamento e Dante stesso lo dice, <quote>posto avea fine al suo ragionamento</quote>.</p>
<p>Piglia errore il Lombardi nell'opinare che <emph>porti e descriva</emph> siano pleonasma. Altro è il <hi rend="italic">portare</hi>, cioè contenere, ch'io così spiego quel passo, altro è il <hi rend="italic">descrivere</hi>. E <emph>portare</emph> in significato di contenere, comprendere è comunissimo, anche nell'uso popolaresco: <quote>quella nave porta tanto, quella botte porta dieci some</quote>, e via discorrendo. Se questo senso non vale, vaglia quello d'importare, valere. Qualunque si ammetta di questi significati, il pensiero di Dante esce sempre nettissimo. Questa mia interpretazione si diparte dalla vostra alcun poco, e forse è men vera. Ma io doveva, per obbedirvi, correr piuttosto il pericolo di dire spropositi che tacermi.</p>
<p>E giacché mi siete così cortese, piacciavi di osservare il vostro bel codice al verso 36, c. 3 dell'<title>Inferno</title>. La comune delle lezioni porta <quote>Che visser senza infamia e senza lodo</quote>. Ma a me pare che debba dire <emph>Che visser senza fama e senza lodo</emph>. Desidero di conoscere se m'inganno. Certo è che il buon senso così domanda, e il buon senso fu sempre interprete sicuro.</p>
<p>Aggradite i miei ringraziamenti, e abbiatemi per tutto vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2172</head>
<opener><salute>Al sig. PEPPINO INCORONATI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Caro Peppino.</p>
<p>Mi è stata assai grata la vostra lettera. Essa mi prova il vostro buon cuore, e insieme i vostri profitti nello studio. Vi ringrazio del primo, e dei secondi mi consolo con voi, co' vostri genitori e co' vostri amici, fra quali voglio che contiate anche me.</p>
<p>Salutatemi caramente il vostro maestro, e se volete procurarmi una grande consolazione, fate che io sappia che tutti sono contenti di voi.</p>
<closer>Addio di cuore. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2173</head>
<opener><salute>Al Cav. GIOVAN FRANCESCO PIOVANI — Ostiano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Cavaliere.</p>
<p>Da più giorni mi era già per altra mano venuto il poema del Ghirardelli, e la subita sua lettura mi avea già fatto conoscere essere state giuste le lodi con che Ella in Brescia me ne parlò. Elegante, casta, spontanea mi sembra la Musa di questo valoroso poeta, e l'aura che l'ispira mi pare veramente aura di zefiro.</p>
<p>Non ho né voglio avere verun commercio con questi nostri compilatori di giornali, né saprei spender le preghiere per propiziarli. Se però ragionando con qualche loro aderente mi verrà fatto di mettergli in buona vista il poema Ghirardelliano, per amore del vero il farò volentieri. Ma per la stabile fama degli scrittori che sono gli oracoli de' giornalisti?</p>
<p>Mi conservi la sua preziosa benevolenza e mi porga co' suoi comandi occasione di meritarla, mentre godo di protestarmi con tutta la stima e amicizia suo dev. ed obbl.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2174</head>
<opener><salute>Al Conte ANTONIO CASSOLI — Reggio d'Emilia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore.</p>
<p>Troppo liberale è il giudizio da lei portato su la mia versione d'Omero. Ma di grazia: non appartiene Ella per sangue, siccome annunzia il cognome, al fu conte Cassoli, onore delle Muse reggiane? Se la mia congettura batte sul vero, non mi fa più meraviglia questa tanta sua cortesia, essendo ereditaria nella famiglia di quel nobile ingegno la gentilezza. Qualunque uomo Ella siasi, del certo la cortese sua lettera mi fa fede sicura della sua bontà, ed insieme della molta sua coltura ne' buoni studi. E quantunque, rispetto a me, Ella mostri piuttosto gentilezza di animo che rigor di giudizio, nulladimeno il suo errore mi è caro, e perciò stesso si fa maggiore la mia obbligazione.</p>
<p>Acciocché intanto Ella non abbia ad arrossirsi di essere stata meco sì generosa, legga le Osservazioni sulla detta mia traduzione di Ennio Quirino Visconti, unitamente alle lettere con cui egli ne giudica: le quali in breve si stamperanno fra le Opere tutte di quel famoso.</p>
<p>Aggradisca le sincere espressioni della mia riconoscenza, e mi ponga nel numero de' suoi servitori ed amici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2175</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI Roma — .</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>In questo punto ho finito di leggere con Trivulzio e Rosmini il tuo novello trattato. O mio Giulio! non abbiam parole che eguaglino il maraviglioso piacere che n'ha dato questa lettura. Quanta eloquenza, quanta eleganza, quanta filosofia! Era dolente d'averti messo in questa fatica, e ne voleva male a me stesso pensando alle notti da te vegliate per cagion mia. Ora godo di essere stato importuno considerando la gloria che te ne verrà. E Trivulzio pure e Rosmini te ne fanno festa col cuore; e il primo mi ha chiesto la grazia di tirarne subito copia di cui far uso per la stampa, lasciando in sue mani l'autografo siccome ho fatto pure dell'altro: ché egli è appassionato raccoglitore di tutte le cose tue, e ti mette in cielo; e tu ne sei degno. Con quanta avidità si aspetti da noi la seconda parte puoi conoscerlo dall'impressione che ci ha fatto la prima. Perciò non voglio farmi coscienza d'importunarti ad affrettarne il compimento, perché ho davanti la lode che largamente compenserà i sudori di questo nobilissimo tuo lavoro.</p>
<p>Attendo ancora con tutta brama il Dialogo del Gravina; e se, come mi hai scritto, si pubblica nel primo quaderno del <title>Giornale Arcadico</title>, mi figuro si vorrà darlo italiano. Comunque si faccia, mandalo il più presto che puoi. E intanto fra gli associati al detto giornale, oltre ai nomi di Trivulzio e di Porro, scrivi i seguenti: Conte Litta (quello che tu conosci), Conte Testi, Felice Bellotti, Giambattista Negri, avvocato Battaglia, Società d'Incoraggiamento: ed altri ne manderò in appresso.</p>
<p>Bertolotti ha pubblicato il primo fascicolo del <title>Raccoglitore</title> e ti propone il cambio del suo coll'<title>Arcadico</title>. Fa che ne sia accettata la proposizione. Abbraccia Costanza e Borghesi e Tambroni e Giovannino, e <foreign lang="lat">macte animo</foreign>: ché il tuo nome è già sull'Olimpo.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. La povera mia Teresa ti abbraccia; ma dell'ostinata sua tosse sta peggio, né muovesi più di casa. La stagione è rigorosissima.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2177</head>
<opener><salute>All'Ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Ho tardato a rispondere perché mi è convenuto interrogare di nuovo le intenzioni di Perticari. Egli ha fatto su Dante un lavoro nobilissimo, non da grammatico chiosatone, ma da filosofo. Egli è, per servirmi di una maniera francese, l'<title lang="fre">Esprit de Dante</title>, come l'<title lang="fre">Esprit de Buffon, de Rousseau</title> e di altri che sono alle stampe: e migliore scritto da mettersi in fronte alla <title>Divina Commedia</title> (molti passi della quale per incidenza vengono altamente e nuovamente illustrati) nol potreste desiderare. Questo scritto è di mia proprietà, e verrà pubblicato nel quarto volume dell'opera che ho per le mani risguandante il Vocabolario; ed io ve ne permetto volentieri la ristampa nella vostra edizione, la quale, se vi piacesse affrettarla, potrebbe uscire contemporaneamente al detto mio libro; e abbiate per fermo che il vostro Dante con questo bellissimo scritto in fronte acquisterebbe un prezzo superiore a quanti finora ne furono pubblicati.</p>
<p>Parecchi altri passi della <title>Divina Commedia</title> troverete nuovamente chiosati nella detta opera mia; e se ve ne piace l'interpretazione, potrete farne uso a vostro senno.</p>
<p>In quanto alla ristampa dell'<title>Iliade</title>, mi è necessario parlarne prima con lo Stella, al quale io vendetti tutte d'un colpo le quattro mila copie dell'ultima edizione, col patto di non permetterne altrui la ristampa senza di lui saputa. So ch'egli l'ha quasi tutta smaltita, o che del sicuro pochi esemplari più gliene restano in mano de' suoi corrispondenti, i quali, per iscusarsi del renderne conto, potrebbero, secondo il solito, dargli a credere di tenerli ancora invenduti. Ma questo si chiarirà quietamente, ed io vi farò consapevole dello stato di questo affare. Intanto sappiate che intorno alla detta mia <title>Iliade</title> io posseggo le molte autografe Osservazioni dei famoso Ennio Visconti, sulle quali, come apparisce dalla prefazione, io regolai le correzioni del mio lavoro. Ora il Bettoni, avendomi dedicata la stampa da lui intrapresa della grand'opera del Visconti, intitolata il <title>Museo Pio Clementino</title>, egli ottenne da me la promessa di dargli anche le dette Osservazioni, che invero sono un capo d'opera di profonda critica, e queste verranno dal Bettoni inserite fra le Opere varie di quell'autore. Ma l'edizione bettoniana procede sì lenta, che probabilmente voi potreste essere primo a pubblicarle, poiché io son libero di concederle a chi mi pare. E alle Osservazioni si uniscono due lettere del Visconti, nelle quali ei porta il suo solenne giudizio sulla mia versione, predicandola francamente e di gran lunga la migliore di tutte, e mettendola al paro dell'<title>Eneide</title> d'Annibal Caro rispetto allo stile, e al di sopra rispetto alla fedeltà. Potreste anche procurarvi da Mustoxidi il giudizio per me assai onorevole, che un Giornale greco ne diede (e il consenso dei Greci in una traduzione dal greco deve fare gran caso). Procurerò anche di avere quello dell'Istituto Italiano e Francese, scritto il primo dal Lamberti, e l'altro dal Ginguené. In quanto al dedicarla a me stesso, farete quello che più v'aggrada.</p>
<p>Sono oppresso dalle briglie della mia stampa, premendomi che assolutamente il terzo volume della <title>Proposta</title> sia pubblicato dentro il mese.</p>
<closer>Quindi fo fine, e salutandovi caramente mi protesto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi scrivo dal banchetto della Stamperia; perciò scusate la fretta e la carta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2178</head>
<opener><salute>Al Comm. TITO MANZI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1819</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Tito.</p>
<p>Hai ragione: il mio silenzio è stato colpevole: ma compatisci. Mi son trovato, e trovomi tuttavia in travagli domestici che mi hanno gittato in grande malinconia. Da circa un mese la mia buona Teresa è malmenata da una fiera costipazione, che comincia a mettermi in apprensione. Questo è poco. I miei affari economici, abbandonati in Romagna all'amministrazione d'altri, sono andati in tale rovina, ch'io sono stato per più giorni sul punto di volare a rotta di collo alla casa paterna per rimediarvi. E non l'avendo fatto in persona, m'è convenuto farlo con tante carte in iscritto e voti legali e attestati e procure, ch'io n'ho perduto colla pazienza il sonno e il mangiare e tutte le dolcezze del vivere.</p>
<p>Nuoto ancora nel naufragio, e ti scrivo per levarti di capo tutti i sospetti, e dirti che assai m'è caro l'udire che il Del Rosso sia innocente dell'imputazione di cui la voce pubblica lo gravava; e non ti affaticare a persuadermi della sua innocenza, perché n'ho io stesso nel cuore le prove. Non temere neppure che, rispetto alle altre notizie da te venute, io possa cadere nella colpa d'indiscreto. Dovresti avermi noto abbastanza per renderti ben sicuro, che il più santo dei doveri per me si è quello dell'amicizia.</p>
<p>Ho ricevuto dall'amico Collini e dal signor Anguillesi lettere compitissime, e sono dolente di non poter loro quest'oggi stesso rispondere. Se ti vien fatto il vederli, salutali caramente, e assicurali che in breve risponderò.</p>
<p>Perticari mi ha mandato il suo novello Trattato sulle controversie della lingua, e ti prometto che opera più ragionata, più eloquente, più dignitosa non fu mai vista. Il mio terzo volume prima del finire del mese sarà pubblicato, e il quarto è già pronto per la stampa ancor esso, e sarà quasi tutto di Perticari, del Gravina (Dialogo inedito contro la Crusca), di Giordani, di Mustoxidi e di altri.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2179</head>
<opener><salute>All'Avv. LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Collini.</p>
<p>Che tu sia benedetto, e benedetta l'impresa a che ti sei messo! Il manifesto del <title>Saggiatore</title> mi ha infiammata la fantasia, e perdio non si poteva pensare cosa più italiana e più atta a spegnere, se fosse possibile, i germi delle misere passioni, che della più famosa e grande delle nazioni hanno fatto la più schiava ed infelice, e, ciò che è il peggio de' mali, la più disprezzata. Maledette adunque le gare che ci dividono e ci armano come i soldati di Cadmo gli uni a morte degli altri; e benedetto il tuo divisamento che, ben secondato, può ritornarci in una sola famiglia sotto il governo della filosofia, a dispetto di tutte le arti malvage della politica. Ti affermo per vero, che quel manifesto, scritto con prudenza da savio e cuore di fuoco, ha fatto e fa in quanti lo leggono lietissima sensazione; e ti prometto che mi tarda trovarmi libero dalle briglie della stampa ecc., per far prova della mia libertà di pensare, inviandoti qualcosa che non sia indegna del tuo giornale, la cui luce al sicuro farà cadere tutti gli altri in eclisse. Ma, mio caro, sei tu ben certo che la suprema Censura lascerà uscir libera la voce della ragione? Il capo, a quel che vedo, è filosofo, e quale il desiderava Platone; ma le braccia esecutrici della sua volontà ti manterranno esse la fede? Te ne fo di cuore l'augurio; ma nel sospettoso regno della politica sono sì rare ai dì presenti le braccia che vadano d'accordo con la testa! Comunque debba andare la cosa, io ti faccio amplissimo rallegramento del tuo nobile tentativo, e ti ho molte grazie dell'amicizia che ti ha mosso a credermi degno di gustarlo e di applaudirlo.</p>
<p>Sta sano e salutami caramente il bravo e vero filosofo Niccolini.</p>
<p>P. S. E per quanto posso valere, comandami. Ti saluta l'avvocato Battaglia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2180</head>
<opener><salute>A GIAN DOMENICO ANGUILLESI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Gennaio 1819.</date></opener>
<p>Agli uomini letterati, a quelli massimamente ch'io stimo ed amo come congiunti, mi grava lo scrivere sul tuono del complimento. Perciò, lasciata la vanità dei titoli signorili, vi rispondo come ad amico, <quote>e come amico omai teco ragiono</quote>.</p>
<p>Con pace della vostra modestia, voi mi eravate già noto di riputazione da molto tempo, ma non già noto che voi foste così cortese, né ch'io vi avessi l'obbligazione della benigna ed onorevole lettera, colla quale la povera Principessa Elisa compiacquesi di significarmi il suo gradimento per l'offerta, che, ad insinuazione di egregio Cavaliere toscano, io le feci della mia versione dell'<title>Iliade</title>. Se ciò a quel tempo avessi saputo, fin d'allora ve n'avrei espressa la mia riconoscenza, siccome godo di poter fare al presente, aggiungendo all'adempimento di quel dovere i ringraziamenti dell'amicizia pel caro dono inviatomi delle vostre Rime.</p>
<p>Malgrado della noiosa cura in cui mi tiene avvolto la stampa della mia <title>Proposta</title> (il cui terzo volume è già fuori del torchio, e il quarto vi s'incammina a gran passi), io mi sono lasciato vincere dal piacere di leggervi tuttoquanto. E ciò vi dice abbastanza che i vostri versi a mio giudizio son belli e di vena schietta e spontanea. Che anzi debbo assai ringraziarvi d'avermi voi stesso messa alle mani la risposta da farsi al vostro consiglio, a quello cioè di andare più temperato nel porre al sole gli spropositi del Frullone. Mio caro Anguillesi, se vi andasse pel capo il sospetto ch'io il faccia in dispregio degli onorandi nostri Colleghi, per Dio v'ingannate: ché niuno più di me ne fa stima, e in più e più luoghi io non cesso di render pubblica e solennissima la mia riverenza. Ma gli abbagli del Frullone son troppo grossi, e come supremo idolo de' pedanti non merita compassione: e voi senza avvedervene avete dipinti al vivo i morti suoi ministri in quei versi:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Tra costor duce e campione</l>
<l>Siede il tumido Egoismo;</l>
<l>V'è l'ardita Presunzione,</l>
<l>E il fumoso Pedantismo.</l></lg></quote>
<p>Io non ho qui tempo d'aprirvi tutte le buone e vere ragioni che mi muovono a proseguire sul medesimo piede l'opera mia. Io le ho sparse a tempo e luogo qua e là, particolarmente nella prefazione al terzo volume, pigliando io stesso a mostrare che l'Accademia è innocente di quelle colpe, perché la compilazione degli articoli in cui quelle colpe trascorsero non è possibile sia stata in pieno consesso approvata, e che bisogna distinguere la sapienza dell'Accademia in seduta, da quella degli Accademici isolatamente e nelle case loro occupati in quell'arduo lavoro. Ed essendomi venuta occasione di alludere in due o tre luoghi alla persona di Niccolini, volentieri l'ho còlta per far pubblica verso di lui la sincera ed alta mia stima. In somma, leggetemi prima, esaminate il peso e la qualità degli spropositi, in cui colla Critica al fianco mi prendo alcuna volta licenza di ridere; contemplate, dall'altra parte, la superstizione che con tanto danno della nostra lingua consacrava quelle colpe, e poi decidete. E che direste, se co' documenti alla mano vi dimostrassi che sono stato accusato di troppa indulgenza? E che direte leggendo, nel terzo volume, due Dissertazioni del principe de' poliglotti, l'una su la <emph>grecità del Frullone</emph>, e l'altra su l'<emph>erudizione orientale del Frullone</emph>, nelle quali egli usa parole più severe assai delle mie? E sappiate ch'io ne ho temperata, a rischio di tirarmi addosso lo sdegno dell'autore, l'acerbità. Per ciò concludiamo colla sentenza degli antichi filosofi: <quote>Ai vivi il rispetto, ai morti la verità</quote>. E se troverete ch'io venga meno d'un iota al primo di questi doveri, sprezzatemi, e in castigo privatemi della preziosa vostra benevolenza.</p>
<closer>State sano. Il vostro servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2183</head>
<opener><salute>Al Conte GIACOMO LEOPARDI — Recanati.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Febbraio 1819.</date></opener>
<p>Stimatissimo signor Conte ed Amico.</p>
<p>È già poco meno d'un mese, che da Roma ebbi le vostre belle e veramente italiane canzoni: del caro dono delle quali il nostro Giordani mi avea già dato l'avviso. Io le ho lette e rilette con piacere incredibile: e non so vedervi altro difetto che l'averle voi intitolate a chi meno lo meritava. Lodo il nobile vostro proponimento di non dedicarle a verun potente; ma temo non vi torni a lode egualmente l'averle sacrificate a un meschino quale sono io. Pel vero amore che i vostri talenti m'ispirano io desidero che niuno vi biasimi di questa tanta gentilezza e benevolenza. Ben vi dico che dell'onor fattomi vi ringrazio, e che il core mi gode nel veder sorgere nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta luce, che sarà nella sua maggior ascensione?</p>
<p>State sano e credete vera l'espressione della mia stima ed amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2185</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Febbraio o Marzo 1819</add>.</date></opener>
<p>Carissimo e sempre onorando sig. Marchese.</p>
<p><foreign lang="lat">Interest</foreign> moltissimo ch'Ella parli al conte Guicciardi, o il prevenga in iscritto sul noto affare: poiché il nostro ciarlatano, aiutato dal celeberrimo dei Baroni A…, muove cielo e terra per interdire la pubblicazione non solo del Dialogo, ma anche della Prefazione. Tanto è il magico potere de' birbanti! Il mio onor mi comanda di non agitarmi e smaniarmi, perché null'altro chiedo che la giustizia, cioè il mantenimento del diritto che le leggi concedono a tutti gli scrittori del Regno. Ma Ella sa quanto sia fallace consiglio il riposarsi sull'esecuzione della giustizia. Perciò non credo di dover dormire sul solo sentimento della mia ragione, e la prudenza vuole che senza avvilir la mia causa mi raccomandi. Di più non aggiungo perché parlo al re della gentilezza e dell'onore e della amicizia.</p>
<p>Ignoro la conseguenza del rapporto fatto dall'imperiale Censura, e non voglio importunare Carpani, della cui onestà non posso temere.</p>
<p>Tuttavia mi sarebbe caro il sapere in che stato sia condotta la cosa. Ella è suo amico, e sa dove trovarlo, e come parlargli.</p>
<p>Non le dimando scusa della preghiera che le ne porgo perché la sua bontà va sopra a tutte le mie indiscrezioni.</p>
<p>E sono per tutta la vita suo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2187</head>
<opener><salute>All'Avvocato LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 6 Marzo 1819.</date></opener>
<p><gap/>… Onde null'altro ti posso dire se non che il decreto, secondo la norma che me ne mandi, parmi sensato del pari che generoso. La sola conseguenza infelice che, a mio giudizio, potrà venirne sarà che l'attrattiva del premio vi trarrà addosso un diluvio di scritti, fra' quali i degni del <title>Saggiatore</title> saranno <foreign lang="lat">rari nantes in gurgite vasto</foreign>, e gli autori degli articoli rifiutati vi si faranno fieri nemici. E parlo per esperienza. Questa considerazione risguarda il premio ordinario.</p>
<p>Lo straordinario mi va più a sangue perché mette in qualche modo al sicuro la riputazione de' buoni scrittori, la cui penna non dee porsi a prezzo fisso. Perché può accadere che un articolo di poche pagine ben pensate e bene scritte ne vaglia mille delle mediocri. E nota ancora che gli scrittori di grido, piuttostoché avvilirsi alla condizione de' mercenari, saranno disposti a far dono gratuito delle loro fatiche. E su questo proposito lodo che la ricompensa si volga in qualche regalo, che, accompagnato da officiose parole, sia segno onorevole di gratitudine.</p>
<p>Ma senza volerlo mi accorgo di farti addosso il saccente. Vedi a che mi conduce il desiderio di obbedirti</p>
<closer><signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2188</head>
<opener><salute>A DOMENICO ed ANGELO BONUCELLI — <add resp="ed">Genova</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Marzo 1819.</date></opener>
<p>Tra le molte cose che mai non seppi imparare, è il linguaggio de' complimenti; e questa volta mi farebbe molto bisogno, onde potere con qualche garbo rispondere alla gentilissima lettera vostra, la quale mi colma di tante lodi, ch'io non so a che parte voltarmi per nascondere, nella coscienza di non meritarle, il rossore d'udirle. E nulla di meno la creanza mi comanda di ringraziarvi; e l'amor proprio di sforzarmi a desiderare che non vi si tolga mai dalla mente l'errore, in cui siete, di credermi degno a così alto punto della vostra stima. Voglio bensì mi crediate non indegno della vostra benevolenza; perché nel cuore ho una fibra sempre pronta ad amar chi mi ama.</p>
<p>Con assai piacere ho lette le poesie vostre, e italiane e latine, e rallegromi con cotesto Liceo, che può meritamente andar superbo di due educatori della gioventù così eccellenti negli studi delle due lingue tutte nostre, e della parte più gentile della letteratura, quale è appunto la poesia. Ma ch'io mi ardisca di metter mano nei vostri versi, con pericolo di guastarli, questo non è mio stile; né io mi stimo da tanto di poter fare agli altri il dottore, avendo io stesso bisogno di correttore; e molto meno di farlo ai bravi alunni di Solari e Gagliuffi. Voi siete insomma ambidue troppo conoscitori dell'arte vostra, e provvisti di buon giudizio per veder da voi stessi se ne' vostri versi <foreign lang="lat">est aliquid quod tollere velles</foreign>.</p>
<closer>Proseguite a farne di belli, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2189</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE DE CESARE — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Marzo 1819.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Molte sono le prove che in ogni tempo mi avete dato dell'amor vostro; ma particolare si è quella di avermi procurato la conoscenza del giovine principe Pignatelli. Partendosi di Milano egli si porta seco la mia stima e il mio cuore, e di più la mia gratitudine: perché a lui debbo l'acquisto che ho fatto della preziosa benevolenza di un altro coltissimo e gentilissimo spirito, il principe di Luperano.</p>
<p>Ho giurato all'un e l'altro il più sacro de' sentimenti, l'amicizia. Mi rendo certo di vivere nella loro affezione anche lontano. Ma consapevole a me medesimo di non meritarla, mi raccomando a voi, acciocché qualche volta rinfreschiate loro il ricordo del vostro amico.</p>
<p>Vi ringrazio della nuova edizione del Vico, la quale, illustrata dalle vostre cure, riuscirà agli studiosi della filosofia più utile, e a me, studioso del vostro onore, più cara.</p>
<closer>Portate, se avete occasione di vederlo, a Monticelli, ottimo degli amici, i miei affettuosi saluti, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2194</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Aprile 1819.</date></opener>
<p>Dopo mille contradizioni e pericoli, ecco finalmente alla luce il terzo volume della <title>Proposta</title>, e principali sue gemme appariscono agli occhi del pubblico il tuo <title>Parallelo</title> e le due lettere dell'incomparabile Peyron. Io sono stato obbediente al comando dell'uno e dell'altro, tacendo, per le ragioni che mi scriveste, il nome degli autori. Ma se il pubblico gli ha già belli e indovinati, non vogliate recarlo a colpa mia. Dall'unghie si sono conosciuti i leoni, e l'eccellenza del lavoro ha svelato gli artefici.</p>
<p>Fra gli ammiratori del tuo <title>Parallelo</title> e della <title>Grecità del Frullone</title>, e della sua <title>erudizione orientale</title> principalmente, ti nomino innanzi a tutti Mai e Giordani, tornato a noi da Piacenza. E della stima che fa il Giordani tanto del tuo scritto, quanto di quelli di Peyron, ne vedrai un cenno assai luminoso in un opuscoletto a cui ha posto le mani e che tutto verrà inserito nel quarto volume, unitamente all'Apologia che Perticari mi ha mandato di Dante e del suo Libro della volgare eloquenza, lavoro bellissimo. Dietro a questi due scritti ne darò alcuni altri di Mustoxidi: e alla fine dell'opera porrò un estratto dei sensati giudizi di tutti gl'insigni uomini d'Italia che fanno plauso e coraggio all'impresa, e liberamente concorrono nelle nostre dottrine capitanate dal gran padre della favella, cui l'<emph>ingrato popolo maligno, che discese di Fiesole</emph>, perseguita pur dentro il sepolcro. In somma, la vittoria sarà nostra, e la <foreign lang="fre">raison</foreign> finirà <foreign lang="fre">pour avoir raison</foreign>.</p>
<p>Tengo pronti per te, mio caro Grassi, e pel nostro Peyron due esemplari della <title>Proposta</title> in carta velina, e ne raccomanderò al conte d'Arache la spedizione.</p>
<closer>Intanto abbiti in fretta il suddetto terzo volume, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2196</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1819.</date></opener>
<p>Tutto si farà secondo il tuo desiderio: e se ti piace, non solo innesterò acconciamente nel quarto volume l'intero tratto della tua lettera risguardante le piccole omissioni del tuo Vocabolario, ma parlerò pure del nuovo lavoro a cui ponesti le mani, dico le tue Etimologie; perché il metodo a cui ti sei appreso, è appunto quello che nella compilazione dei Vocabolari vuole la filosofia; quello che io vo gridando per tutta l'opera mia. Ma di ciò risolveremoci meglio a voce, se, come mi prometti, verrai a Milano: e vorrei fosse presto. E allora ti farò chiaro anche della bricconeria di X che ha scandalizzato tutti gli onesti, e ti si farà dolce l'amaro, e andrai lieto e superbo della cagione che ha dato mossa a quella villana insolenza.</p>
<p>Il quarto volume è già sotto il torchio, e gran parte sarà lavoro di Perticari, il quale mi scrive essergli grandemente piaciuto il tuo <title>Parallelo</title>. Dietro all'Apologia di Perticari verrà Giordani con una sua operetta critica sul terzo volume (la quale desterà molto romore, e riuscirà molto agra a qualche impostore), e con una bella versione della lettera 114 di Seneca, su le cagioni della corrotta eloquenza. Allo scritto di Giordani seguiranno alcune lettere di Mustoxidi; e allato a queste porrò con opportuno preambolo la suddetta lettera tua. Il resto sarà tutto di critiche osservazioni sul Vocabolario, nel quale mostrerò spropositi mille volte più rei dei mostrati.</p>
<p>A prima occasione spedirò col mezzo dell'amico D'Arache gli esemplari velini per te e per Peyron, delle cui osservazioni sull'erudizione orientale del Frullone tutti sono maravigliati.</p>
<closer>Ti saluto caramente, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S.Ho lettera di Botta che mi rallegra della speranza ch'ei possa ripassare le Alpi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2197</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1819.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote ed Amico.</p>
<p>Sarò in Ferrara ai primi del mese. Tenetemi preparati un letticciuolo per un paio di notti, ed un altro per un mio e vostro amico; e per grazia particolare disponetevi ad accompagnarmi a Fusignano senza ritardo.</p>
<p>Salutate carissimamente vostra moglie cui desidero d'abbracciare, e vostra madre e il fratello e tutta in somma la famiglia.</p>
<p>Addio. Il vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2200</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 8 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Sono stato a Fusignano: ho cercata la verità, ho voluto conoscere al fondo gli affari di nostra casa; e se voi mi avete per uomo d'onore, abbiate ancora per evangelio le cose che in fretta e breve vi dico.</p>
<p>I rumori che movete contra Giuseppino, se non sono del tutto ingiusti, del certo sono disconvenevoli, e dirò di più scandalosi. Vostro fratello, parte per bontà di cuore, e parte per aver allargato con troppo coraggio le ali, ha fatta una grave ferita a' suoi interessi: ma ai vostri nessuna. Nessuna mala fede ha cagionato l'incaglio dei molti pagamenti che gli scadevano. La storia della sua disavventura è lunga, ma onorata. Il suo danno è grande, ma più grandi i mezzi di ripararlo: ed è tanta la riverenza e la fiducia che ispira la sua onestà, che niuno de' suoi creditori, neppure gli usurai più rapaci si sono mossi per molestarlo. Voi e Manzoni, un fratello e un cognato, l'uno per sospetto nato dal trovarsi lontano, l'altro per picca insorta tra esso e Contova, voi soli avete messo il mondo a fracasso, e destata la diffidenza. Ma se voi prenderete il partito ch'io stesso ho preso per me, se verrete in persona a veder la faccia delle cose, se non avrete morti nel core i sentimenti di equità e di compassione, voi cesserete tutti gli strepiti, voi avrete rossore di aver potuto dubitare dell'onestà di vostro fratello, voi non esiterete un momento ad accettare il progetto ch'egli vi fa di alienare a pronti contanti il piccolo podere Manetti, e prendervi in cambio la Zanchetta o qualunque altro suo fondo a vostro piacere. Ma per dar fine a tutti i timori, a tutte le controversie, risolvetevi di venire. Vi prometto che in meno di un'ora rimarrete chiaro di tutto; e che inoltre ringrazierete vostro fratello di tutte le cure ch'egli ha poste nel migliorare la condizione de' vostri terreni: i quali, se passeranno in altre mani, vi frutteranno il pane pentito.</p>
<p>Queste cose vi scrivo schiettissimamente perché vi amo: e voi e i vostri fratelli sapete tutti per prova che il mio amore non si è mai smentito. Fatene pro, e state sano.</p>
<closer>Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2201</head>
<opener><salute>Al dott. PIETRO GASPARONI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 9 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Ho scritto pure a Giovanni, e scriverò insieme a Costanza, alla quale particolarmente raccomando la vostra degna persona. Vi ringrazio dello zelo con cui v'interessate a vantaggio del povero Giuseppino, e voglio per tutta la vita aver parte nelle obbligazioni ch'egli vi professa.</p>
<closer>Amatemi, e state sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2202</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 9 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Giuseppino.</p>
<p>Di qual modo grazioso il Cardinale abbia accolta la vostra supplica, l'avrete inteso da Giuseppe. Io ne spero assai bene. Tuttavolta nel critico vostro stato voi dovete far conto che l'esito non riesca al tutto felice, e che non dobbiate sperare che nelle proprie vostre forze. Alzatevi adunque coll'animo al di sopra della sventura, non vi spaventi la dura necessità di vendere e recidere una parte del vostro capitale per non perderlo tutto. Fate danaro per ogni parte che potete, non guardate a viltà di prezzo, pensate piuttosto che verrà tempo di racquistare il perduto e che il male sarà momentaneo, se avrete coraggio e risoluzione. In somma, fate che io vi senta più fermo contro l'impeto della disgrazia, e ne uscirete salvo e sicuro.</p>
<p>Ho scritto a Zappi, a Giovanni, a Costanza, a Gasparoni, e farò per voi tutti quei passi e tentativi che voi mi suggerite; e non mi risparmiate, sapendo che vi amo e compatisco con cuore più che di parente e d'amico.</p>
<p>Aureggi vi saluta senza fine e vi ringrazia della tanta amicizia che gli avete dimostrata e voi, e l'Annina e tutta la casa.</p>
<p>Giacomo avendomi detto che pensava di ritornare a Fusignano per la parte di Bologna, ho aderito al consiglio di farmi accompagnar qui co' vostri cavalli, e spero me lo perdonerete.</p>
<p>Scrivetemi che contegno serbi Manzoni dopo la lettera che gli scrissi, e tenetemi informato di tutto.</p>
<p>Addio. Fate coraggio, e credetemi sempre vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2206</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Perticari è incaricato di presentare egli stesso le mie preghiere all'E.mo Consalvi per l'affare di Giuseppino. Ma nel caso che i nuovi metodi governativi si oppongano alla sua dimanda che faremo? Scrivendo quest'oggi allo stesso Giuseppino non tralascio di porgli davanti l'imagine di questo caso, e perciò l'esorto a non addormentarsi sulle lusinghe. I mali estremi vogliono estremi rimedi. Per salvare il cuore e la testa non bisogna guardare né a braccia, né a gambe. Più risoluto e più largo sarà il taglio, più presto la piaga si sanerà. Perciò mano alle vendite, e sia pur delle cose più care. Che anzi quando i suoi creditori vedranno che onestamente questo infelice si affretta a spogliarsi di tutto per soddisfarli, e che spontaneo senza aspettare la forza va egli stesso incontra a loro, tutti piglieranno fiducia, e lo compatiranno, e gli accorderanno quei respiri che in caso diverso gli negherebbero. E se non tutti, almeno i più, almeno qualcuno: poiché parmi impossibile che tutti debbano esser Manzoni. Giuseppino mi scrive che quel crudele è inflessibile. Iddio lo paghi della sua durezza.</p>
<p>Da Giovanni non ho ancora riscontro alla lettera che gli scrissi, ne ho bensì una sua di due fogli, nella quale mi fa la dolorosa esposizione delle sue ragioni contra il fratello; e nel vero mi ha fatta molta impressione. Ma Giuseppino è infelice, e tra parenti in simili casi non deve aver luogo che la compassione. E volesse Dio che io il potessi aiutare del mio!</p>
<p>Salutate e abbracciate teneramente per me la buona e cara Carlotta per parte ancora di Teresina e d'Aureggi. A Giulio pure e alla sua famiglia i nostri saluti, e gli sia raccomandato il povero suo fratello.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2207</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Ho scritto subito a Perticari lettera ostensibile al Card. Consalvi e caldissima, imponendogli di presentarsi in mio nome a Sua Eminenza, e di avvalorare colla viva voce la vostra supplica, il che son certo produrrà miglior effetto che un semplice scritto, sulla considerazione che, parlando e dileguando col discorso le obbiezioni che potrebbero insorgere nella mente, si ottiene sempre miglior effetto che scrivendo: tanto più che so essere la persona di Perticari assai ben vista e cara al medesimo Cardinale; e vivo sicuro che Giulio farà puntualmente e con zelo quanto gli commetto, e che adempirà bene le mie veci. Di ciò state sicuro. Ma voi dovete considerare come disperata la vostra supplica, ed agire come se l'assistenza superiore vi dovesse fallire. Ai mali estremi convien portare rimedio estremo. Vendete quanto potete, e, invece di aspettar le scadenze, mettetevi in istato di andar pagando voi stesso qualcuno de' vostri debiti col prevenire le istanze de' creditori. Questi pagamenti anche piccoli, non dimandati e spontanei, ispireranno in tutti fiducia; tutti vedranno che non volete ingannar nessuno, né frodarli del minimo che, e gli altri si vergogneranno di molestarvi. Invitateli ad onesti accordi, proponete loro dei fondi a lor piacimento, spogliatevi con coraggio delle cose più care, e col tempo potrete ricuperarle.</p>
<p>Ho scritto anche a Giovanni in risposta ad una sua di due fogli, e procurando di acquetarlo gli ripeto la necessità di venir in persona a veder lo stato delle cose. Ma egli non aveva ancor ricevuta la prima mia lettera inviatagli per Gasparoni.</p>
<p>Salutate l'Annina, fate core, e in tutto disponete del vostro aff.mo zio ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2208</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Tre lettere tue ricevo tutte ad in tempo: le prime due che mi aspettavano in Milano, e la terza che da Fusignano mi è stata rimessa qui.</p>
<p>A tutto vorrei rispondere, ma odi il mio stato. Un superiore comando al quale non ho potuto sottrarmi, né il dovea, mi ha sbalzato improvvisamente in Parnaso per gracidarvi una Cantata, un Inno (e che mostro ne debba uscire nol so neppur io) da porsi in musica a festeggiare l'arrivo dell'Imperatore. Appena piegata a questo comandamento la fronte, giunse a mia moglie la lettera di Costanza, relativa agli affari di Giuseppino, lettera che mi costrinse isso fatto a partir per la posta alla volta di Fusignano, a patto che dentro quindici giorni sarei stato di ritorno a Milano. In qual posizione io abbia trovato colà le cose l'avrai veduto dalla lettera ch'io ne scrissi di là a Costanza e a Giovannino, e meglio te ne può aver chiarito a viva voce il Gasparoni. Ma se d'una parte è cosa certissima che Giuseppino potrà rialzarsi e sanare la piaga se troverà ne' creditori discrezione e respiro, altrettanto corre pericolo, con un attivo di centocinquanta mila scudi contra un passivo di non più che trentamila all'incirca, pericolo, dissi, di andar in rovina, se tutti seguiranno l'esempio dell'inumano e villano suo cognato Manzoni. E qui piombi la maledizione di Dio su tutti i galantuomini senza cuore. Il Cardinale Arezzo, che molto ama e molto compiange la situazione dell'infelice mio nipote, mi ha promesso di aiutarlo per quanto si può estendere il suo potere; ma egli non ha libere abbastanza le mani per accordargli un economo o la quinquennale; e il solo Card. Consalvi può adempire il difetto. A questo intento mi scrive Fedele di aver indirizzata a Roma in nome del fratello la conveniente supplica co' legali documenti dello stato attivo e passivo del supplicante. A te ed a Biondi non manca mezzo di avvalorare presso il Card. Colsalvi l'istanza, e gliene scriverei io stesso, affidato alla singolare bontà colla quale tempo fa in una graziosa sua lettera si espresse a riguardo mio. Ma pensando e avendo per i fermo che la tua viva voce può riuscir più efficace, ti prego e scongiuro di presentarti a Sua Eminenza in mio nome, e di supplicarla a concedere all'Em. Arezzo la facoltà dimandata, onde evitare senza verun danno de' creditori la ruina d'un uomo onorato, che per essere stato ne' tempi della carestia troppo liberale e generoso con gl'infelici, ha fatta a' suoi interessi la prima piaga, dalla quale negli anni consecutivi, per l'incredibile avvilimento delle derrate, è venuta poi la seconda, e poi la terza peggiore di tutte per la peggior condizione de' tempi. Non si tratta di venire a transazioni né a diminuzioni: ché tutto si vuol soddisfare fino all'ultimo centesimo. Trattasi di ottenere un respiro, un solo respiro. Se questo gli viene conteso, se quel misero soccombe, per dio la dottrina dell'evangelio che predica <quote lang="lat">Benefacite et centuplum accipietis</quote> è fallita.</p>
<p>Per tutte le quali cose di nuovo, mio caro figlio, ti supplico di non lasciar cadere a vuoto la ferma speranza ch'io pongo nella tua carità e pietà. Gettati, per amor mio e per amore di un tuo sventurato, ma onorato parente, gettati a' piedi dell'eccellentissimo nostro Consalvi, e pregalo di non permettere ch'io scenda nel sepolcro trafitto dal dolore di tanta ruina nella più onesta famiglia della provincia, ché tale, per dio, è la famiglia Monti nel suo distretto: e se tu vedessi la costernazione dei poveri del contado consapevoli della disgrazia accaduta al loro benefattore, ti sentiresti preso da compassione ad un tempo e da religiosa ammirazione, siccome è accaduto ad Aureggi che mi ha fatto compagnia, e che co' propri occhi ha potuto vedere quanto sia l'amore di tutto il paese verso la nostra casa. Con siffatte angustie nel cuore ti figura adesso che bel trattamento posso sperar dalle Muse, e che leggiadre fantasie mi corrono per la mente a celebrare l'arrivo di S. M. Indarno ho gridato <foreign lang="lat">Carmina proveniunt animo deducta sereno</foreign>. Si vuole ch'io canti, e mi convien cantare colla morte nel cuore.</p>
<p>Questo misero stato dell'anima mia mi salva però da un grande pericolo; il pericolo, io dico, di crepar dalle risa leggendo gli Atti famosi dell'Accademia della Crusca. E quel mio Niccolini pure mi è cascato bruttamente giù della sella, e mi ha fatto arrossir delle lodi ch'io, credendolo altro critico, gli ho profuse. In somma tutte le stampe fiorentine qui giunte non hanno destato che riso e compassione; e per l'innanzi nel parlare di quei baccalari io terrò altro stile.</p>
<p>In mezzo a queste scempiezze leggi l'acchiusa, di cui mi giova ritenere presso di me l'originale; e vedi come la forza della ragione va guadagnando anche gli animi più ostinati.</p>
<p>Sbrigato dall'impegno in che mi son messo, ti scriverò di queste cose più a lungo. Ma poiché il Villardi e la setta del Cesari piglia sentimenti più ragionevoli e mostrano di aver più testa degl'Infarinati, trattiamoli dolcemente: ai superbi ignoranti niuna pietà. Il voto di tutta la sana Italia è per noi e convien procedere con fronte alta e sicura.</p>
<p>Alla mia cara Costanza, a cui penso a tutte le ore, e della cui passione allo studio mi scrivono maraviglie, mille saluti ed abbracciamenti. Ti sia raccomandato il Gasparoni, ma innanzi a tutti il povero Giuseppino.</p>
<closer>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Hai veduto di che bella lode ti adorna la <title lang="fre">Revue</title> francese? E chi non ti loda? L'editore del commento Magalotti è Trivulzio, che ti saluta carissimamente con Rosmini.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2211</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Maggio 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Ho parlato allo Stella. Egli è pronto ad assumere l'edizione dell'opera del nostro Ferri pur che s'accordino gl'interessi. Il Ferri adunque si spieghi, e spedisca il testo, su la bontà del quale la compagnia Stella si acqueterà al mio giudizio.</p>
<p>Rinnovo con tutto il calore le mie preghiere pel buon esito della supplica di Giuseppino. La quinquennale che si dimanda è grazia consueta, e so che ultimamente è stata concessa anche alla Casa Mosca. Non si vuol frodare a niuno de' creditori un centesimo. Tutti di tutto saranno soddisfatti; ma senza un discreto respiro Giuseppino va in ruina: e fra' suoi creditori io sarò il solo che, avendogli dato cinque anni di tempo a ridurmi in danaro il mio credito di scudi romani 1700, il solo che avrà dato inutilmente l'esempio della moderazione, e insieme della compassione. So per sicuro che tu godi in Roma di molta stima e benevolenza. Fanne dunque (te ne scongiuro) fanne a benefizio mio e di un tuo onorato parente l'esperimento e mi trarrai dal core una spina che mi consuma di dolore la vita. Se l'Eminentissimo Consalvi mettesse difficoltà alla grazia diretta, pregalo di concedere almeno l'obbliqua, rimettendo l'affare alla giustizia e saviezza dell'Eminentissimo Legato di Ferrara per quelle provvidenze che il caso può meritare. Insomma o d'un modo o d'un altro non permettere che cada vana la speranza che ho posta nell'efficacia delle tue parole.</p>
<p>Ho ricevuta dall'amico Giorgi la memoria del conte di S. Leu e la dissertazione del Lanci. Lette ch'io le abbia, te ne aprirò il mio parere liberamente.</p>
<p>La Teresa è ita con Aureggi in Brianza, e io son rimasto qui solo a stancare le Muse per l'oggetto che già ti scrissi. Ma col cuore serrato dall'afflizione non so né posso far cosa che mi contenti.</p>
<p>Farai a Costanza le scuse di Giorgi se non porta seco il velo commesso, perché il caso ha voluto che la sua lettera alla madre fosse recapitata dal Giorgi alla mia donna di casa dopo la partenza della Teresa a cui subito fu spedita, e in tempo ch'io era andato con Oriani a Sesto. Né io dunque né Giorgi potendo indovinare che sorta di velo ei si sia, né volendo il Giorgi aspettare la risposta della Teresa, perché se ne parte questa notte medesima, converrà star in pratica di altra occasione per dar effetto alla commissione.</p>
<p>Rosmini e Trivulzio ti salutano senza fine, e ti esortano a non lasciar senza lotta la puerile confutazione del Niccolini, del quale io pure toccherò qualche cosa, ringraziando Minerva della stolidità de' nostri avversari.</p>
<p>Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Verrà in breve a Roma la celebre viaggiatrice <foreign lang="eng">lady</foreign> Morgan e ti porterà una mia lettera di raccomandazione. Questa novella madama Staël si propone di pubblicare il suo viaggio in Italia, come già quello di Francia, ove l'opera sua destò tanto grido. A te dunque e a Costanza sia caldamente raccomandata: e in tutto che risguarda la nostra letteratura non le nascondere il vero; perché ella fa grande stima del tuo giudizio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2212</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">26 o 27 Maggio 1819</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Ho replicato lettera caldissima e lunga a Perticari, e di nuovo gli ho ingiunto di presentarsi in mio nome all'Eminentissimo Consalvi per ottener buon effetto alla supplica di Giuseppino.</p>
<p>Leggete intanto l'acchiusa di Manzoni; ma siate cauto nell'occultare a Contova ciò che lo tocca, onde non nascano maggiori discordie in danno di vostro fratello.</p>
<p>Nel venturo ordinario vi manderò il cenno d'un progetto suggeritomi dall'avv. Rossi, quel medesimo che difese Giuseppino in Bologna nell'accusa ecc., progetto da abbracciarsi nel caso che da Roma nulla si ottenga.</p>
<p>Non occorre mi raccomandiate più oltre la causa dell'infelice vostro fratello, perché il mio cuore mi dice mille volte <add resp="ed">tante</add> cose in suo favore, che né voi né alcun altro potrebbe e <add resp="ed">sapr</add>ebbe ispirarmi. Se potessi redimerlo col mio sangue, il farei.</p>
<p>Abbracciate caramente per me la buona Carlotta, a cui voglio tutto il mio bene. La Teresina è ita con Aureggi in Brianza, e son solo, ma afflitto.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2215</head>
<opener><salute>Al libraio—editore MOLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Giugno 1819.</date></opener>
<p>Stimatissimo sig. Molini.</p>
<p>Nessuna delle parecchie edizioni delle mie cose, compresa la Bodoniana, ha mai avuta la mia approvazione; e quelle di Venezia, di Verona e di Napoli sono infarcite di molte apocrife poesie, su le quali mi è forza bestemmiare e soffrire. La Bodoniana non contiene che le cose mie giovanili, e l'<title>Aristodemo</title> nelle susseguenti ha molti luoghi corretti, massimamente nell'ultima milanese fatta pel Silvestri unitamente al <title>Gaio Gracco</title> e al <title>Manfredi</title>; edizione di quelle tragedie la più corretta, anzi l'unica in cui il <title>Manfredi</title> sia stato ridotto alla sua vera lezione, orribilmente guasta e alterata a capriccio dei commedianti in tutte le altre.</p>
<p>Ch'io possa, carissimo sig. Molini, accennarvi e notarvi io stesso i componimenti da scegliersi per la edizione che meditate, nello stato delle mie presenti occupazioni è fuor di speranza; né io amo tanto le cose mie da farle andar alla stampa senza ritoccarle; operazione per me in tal punto impossibile, e a cui porrò mano soltanto allorché vedrò condotta in porto la mia <title>Proposta</title>, della quale è già sotto il torchio il quarto volume, e non avrà termine che col sesto. Sciolto da questa briga, se la vita mi dura, darò l'animo io stesso ad una compiuta edizione delle cose mie, le quali per ora convien lasciare, quali si trovano, in tutta balia degli stampatori.</p>
<p>Vi sono intanto tenuto dell'onestà colla quale mi avete aperta la cortese vostra intenzione; e non potendo io secondarla nel modo che desiderate, lascio al vostro giudizio la scelta di quei componimenti che più stimerete convenevoli al vostro disegno.</p>
<p>E desideroso di miglior occasione in cui provarvi col fatto la mia riconoscenza, godo di protestarmi vostro servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Se rimanderete gli esemplari della <title>Proposta</title> farete gran servizio allo Stella, che ne ha acquistata tutta l'edizione, e duolsi per l'affluenza degli associati non averne che duemila e cinquecento, mentre neppur tremila gli basterebbero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2216</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">16</add> Giugno 1819.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Tre forti lettere ho scritto a Perticari e a Costanza per l'affare di Giuseppino, e a nessuna per anche veggo risposta. Ciò mi fa credere che differiscasi di rispondere per pigliarsi il debito tempo di agire e mettere in opera tutti i mezzi possibili per ottenere la grazia che si è dimandata, e darmi poscia pieno ragguaglio dell'operato. Continuiamo dunque a sperare. Ma intanto non si trascuri di pensare alla condotta da tenersi in caso di negativa.</p>
<p>Il suggerimento dell'avv. Rossi è questo. Concertarsi con qualcuno dei più savi ed onesti creditori di Giuseppino, e fattici sicuri del loro consentimento, convocarli tutti; e per accertarli col fatto che non si mira a pregiudicare nessuno, invitarli ad eleggere e nominare qualcuno di loro che in qualità di puro spettatore sia testimonio oculare dell'uso che farà Giuseppino delle proprie entrate, e ne esamini lo stato, e vegga che nulla si distrae, nulla si occulta delle sue rendite, e che tutte si versano nei pagamenti de' suoi debiti. Rossi è d'avviso (e il sono io pure con esso) che questa leale condotta ispirerà loro una piena fiducia, e gl'indurrà facilmente ad accordare al debitore quel respiro di cui ha bisogno per sanare a poco a poco le sue piaghe. Esaminate e fate esaminare questo progetto, e se vi parrà da seguirsi, disponete gli animi ad abbracciarlo.</p>
<p>Ho pronta la promessa medaglia, e a prima occasione la manderò.</p>
<p>Abbracciate per me la buona Carlotta, ed amate il vostro aff.mo zio.</p>
<p>P. S. La Teresa e Aureggi torneranno domani dalla Brianza. La mia poesia per l'arrivo di S. M. grazie a Dio è finita, e ne sono contento. Vi canterà la Camporesi, la Festa, Crivelli e Remorini con trenta coristi. Viganò sull'idea da me suggeritagli compone il ballo analogo al canto con un insieme di cento ottanta ballerini compresi i figuranti. E tutto lo spettacolo costerà quaranta mila franchi all'incirca.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2217</head>
<opener><salute>All'ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Giugno 1819.</date></opener>
<p>Son reo di tardata risposta; ma s'io prendessi a dirne tutte le scuse, mi fo sicuro ch'ella me ne compatirebbe, intendendo che, oltre l'aver dovuto volare precipitosamente in Romagna per gravi affari domestici, mi è stata forza, appena tornato in Milano, addossarmi un lavoro che mi ha rubato molti giorni di tempo.</p>
<p>Non ancor libero adunque da questa cura, che posso io, signor mio caro, promettervi e di buono e di utile per la nuova edizione del vostro Dante? Le poche mie osservazioni sulla <title>Divina Commedia</title> sono tutte senz'ordine, o disperse sul margine del mio Dante, che è quello del Lombardi, ma solamente accennate: e tempo ed ozio e talento di stenderle e ragionarle non l'ho, né posso averlo, tutto occupato, siccome sono, della rivista del Vocabolario, alla quale ho obbligo di dar fine prima di pormi sulle spalle altro peso. Quelle di mio genero sono ancora tutte in sue mani; ed egli non mi ha mandato che l'Apologia di Dante, accennata nella prefazione del terzo volume della <title>Proposta</title>, e che al presente si stampa per servire d'introduzione al quarto volume, e di finale confutazione alle presuntuose chiacchiere de' Fiorentini. Questo scritto, nel quale è sviluppata con grande filosofia la mente di Dante e la sapienza di tutto il poema, per mio giudizio è lavoro di tanta eccellenza, che se gli farete luogo nella vostra edizione, le darete un pregio che la renderà superiore a tutte le altre, e adempirà le veci di un commento universale profondo e novissimo. E questo io posso darvi, se piacevi. E in quanto alle particolari annotazioni, ove le stimiate degne di conto, potete aggiugnerle per Appendice.</p>
<closer>Piacciavi di aprirmi liberamente le vostre intenzioni, e fuori di complimento credetemi vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2220</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">26 Giugno 1819</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Non vi spaventi il principio dell'acclusa di Perticari. Leggete il resto, e rimarrete consolato per gli affari di Giuseppino.</p>
<p>Ma fate che non si verifichino a mio danno i timori, di cui parlasi nel seguito della lettera, fate ch'io non raccolga amaro frutto di tante mie premure, fate Giuseppino a qualsiasi costo sia esatto nei pagamenti che deve a Perticari, fate per Dio ch'egli si mostri degno delle cure che altri si prende per salvarlo.</p>
<p>Scrivo in gran fretta, e non ho da aggiungere che un abbraccio alla Carlotta.</p>
<closer>Addio. Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2222</head>
<opener><salute>Al prof. Ab. ANGELO ZENDRINI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Luglio 1819.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore e Collega.</p>
<p>Forzato da superiore comando ad assumere nel mese andato un lavoro poetico, che non ammetteva né dilazioni né distrazioni, mio primo proponimento fu quello di non aprir lettere delle quali mi fosse ignoto il carattere, e di rimetterne a lavoro finito la lettura: risoluzione che del certo troverà pochi lodatori, ma che nel mio caso stimai necessaria, perché in quelle strette io non avea tempo da perdere. E, nel vero, la vostra è tale, che, a volerle adeguatamente rispondere, mi avrebbe tratto non poco fuori di strada senza venire a concordia; poiché, né a me quadra la vostra sentenza contro quel povero ed onesto verbo <emph>lusingare</emph>, né voi, avendolo in mala opinione, vi acquetereste alle mie ragioni per assolverlo da ogni colpa ed accusa, non solo in forza d'autorità, ma di ragione ancora e di critica resultante da quegli esempi medesimi che voi adducete per condannarlo.</p>
<p>L'esposizione delle mie idee in questo punto mi obbligherebbe a molte parole: e le molte parole, nell'incendio in cui da molti giorni si arde, dànno volta al cervello. Perciò abbiatemi compassione, e scusate se mal rispondo alla cortese vostra dimanda. Crediate anzi che il gittar sulla carta queste medesime poche righe in mezzo a una fornace di 29 gradi di caldo, è gran prova della mia stima verso la degna vostra persona.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2223</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze, Piazza del Grano, n. 24.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Luglio 1819.</date></opener>
<p>La lettera, che da più di un mese io vi scrissi, null'altro conteneva che un mio ringraziamento per le libere cose da voi scritte all'ottimo nostro Jesi intorno all'opera mia, e finiva coll'esortarvi e pregarvi a voler francamente mettere in carta le vostre critiche osservazioni, alle quali di buona voglia (se il farete) io darò luogo nella continuazione della <title>Proposta</title>. Ecco la pura sostanza di quella lettera che io vi diressi con questa semplice soprascritta: — All'egregio signor professore D. Valeriani. Firenze—. Spero che la presente, colla mansione della casa e della contrada, non andrà, come l'altra, in mani poco sollecite di restituire il mal tolto; e spero insieme che la vostra cortesia, eccitata dalla memoria dell'antica nostra amicizia, non lascerà cadere indarno la mia preghiera. Alla quale, se il concedete, aggiungo l'altra di dire al signor Del Rosso (se il diavolo ve ne procura l'incontro) che lo ringrazio delle singolari villanie da esso inviate alla <title>Biblioteca</title> puttana contro la mia persona, assicurandolo che a suo luogo gliene renderò merito, ora che finalmente ho per certo esserne egli l'autore.</p>
<closer>Salutate caramente la moglie, state sano, ed amate il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2226</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 31 Luglio<add resp="ed">1819</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Sono stato in campagna, e tornato ieri sera ho trovato sul tavolino la circolare di S. Eminenza per la convocazione dei creditori di Giuseppino.</p>
<p>Manderò dunque nel venturo ordinario la necessaria procura in testa vostra, e ringrazierò di cuore il sig. Cardinale.</p>
<closer>Salutate la mia buona Carlotta; e sono in gran fretta il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Fo legare alcune mie opere in bella carta e cartone; e voi ne farete a suo tempo l'offerta al sig. Cardinale.</p>
<p>Senza grave cagione non mi scrivete. La nuova tariffa è d'un caro che spaventa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2228</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Agosto <add resp="ed">1819</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Eccovi la chiesta procura. In questo medesimo ordinario scrivo al Cardinale e, ringraziandolo, gli raccomando l'affare di Giuseppino. Ma non posso dissimularvi che i suoi torti col fratello Giovanni sono inescusabili e mi fanno trasparire nella sua condotta una tal malafede, che mi sforza a pensarne sinistramente. E Dio voglia ch'io stesso non abbia un giorno a pentirmi.</p>
<p>Abbracciate la Carlotta ed amate il vostro affezionatissimo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2229</head>
<opener><salute>A GIOVANNI BOLOGNA — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Agosto 1819.</date></opener>
<p>Tra il giugnere della cortese lettera vostra e quello della vostra stampa è corso (né so il perché) lo spazio di tre ordinari. Ciò sia scusa al ritardo della risposta.</p>
<p>Che voi siate nel fior degli anni il comprendo dalla florida vostra vena più ancora che dalla vostra medesima confessione. Ma che voi siate da due lustri disertor delle Muse, questo nol credo, perché i vostri versi pieni di luce e di vita dimostrano, a chi ben li guardi, il contrario. E ove la vostra diserzione sia vera, perdonate se non so lodarvi di questo ingrato abbandono. Ben vi lodo di essere stato ribelle alle strette e misere leggi del gran Frullone usando qua e là vocaboli da esso scomunicati, e, alla sua barba, scelti e bellissimi: p. e. <quote>Irresistibile, Irrequieto, Scettrato, Animatore, Terrifico, Echeggiare, Inaugurato</quote> (in senso d'<hi rend="italic">Infausto</hi>)<quote>, Equoreo, Pagina, Vetere, Vorago</quote> ecc.: i quali tutti (se la ragione una volta avrà luogo nel Vocabolario) verranno ammessi tra i fiori della favella, tuttoché non sieno fiori camaldolesi. Di che, mio signore, io mi rallegro con voi davvero, e vi esorto a non esser tanto amico d'Astrea che abbiate a dimenticarvi affatto d'Apollo, e a vivere in contumacia delle Dee che fan bello il pensiero e la vita, e traggono dal sepolcro <quote>col nome che più dura</quote>.</p>
<closer>Mantenetemi la vostra benevolenza e credetemi vostro obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2230</head>
<opener><salute>Al Dott. GIO. DOMENICO ANGUILLESI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Agosto 1819.</date></opener>
<p>Impedito del braccio destro per un tumore all'ascella, fo prova di rispondere alla carissima vostra ringraziandovi de' bei versi inviatimi a lode dell'Imperatore; i quali per una parte mi attestano la purità della poetica vostra vena, e per l'altra mi mostrano la vostra benevolenza.</p>
<p>Ringraziovi ancora del cortese giudizio da voi portato sul terzo volume della <title>Proposta</title>; e godo di udire che il Pedante comico mi abbia messa alle mani onesta cagione di rendergli (a suo luogo) il merito della lepidezza, con cui il suo mal Genio l'ha tentato di pungermi.</p>
<p>Non ho letto né leggerò le brutte e disoneste censure che mi dite esser state scritte di voi nel <title>Raccoglitore</title>. Le sentenze de' giornalisti non dànno né tolgono riputazione; né intorno alle vostre poesie io muto la schietta opinione che ve ne scrissi, e vi fo padrone di pubblicarla, se vi torna conto. Di più direi se l'incordatura della mano mel consentisse, ma libero ch'io ne sia, il farò più a dilungo.</p>
<closer>Intanto abbiate per sincera la conferma della mia stima, e crediatemi senza complimenti <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Desiderava di scrivere due righe di ringraziamento al gentilissimo signor cav. Samminiatelli venuto ad onorarmi d'una sua visita in tempo ch'io mi trovava al Lago di Como. Ma per Dio! la mano mi trema di spasimo, e non posso più oltre. Adempite, vi prego, con cotesto signore le veci mie, e salutatelo cordialmente anche per parte di Tito Manzi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2231</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1819</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Qualunque cosa in discapito della vostra condotta mi possa avere scritto Giovanni, non sarà mai ch'io ritiri da voi la mia benevolenza. Voi siete infelice, e ciò basta. Siate però più geloso dell'onor vostro nell'avvenire.</p>
<p>Quale e quanta sia la premura del Cardinale Legato per aiutarvi il potrete veder dall'acchiusa.</p>
<p>Siate esatto ne' vostri impegni con tutti, ma principalmente con Perticari, e state sano.</p>
<closer>Il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Al sig. Contova mille saluti, e pregatelo di comandarmi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2232</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, il 10 Agosto 1819.</date></opener>
<p>Un maledetto tumore di quelli che si chiaman furunculi, natomi sotto l'ascella destra, mi ha tenuto e mi tiene da parecchi giorni talmente incordati i muscoli della mano, che mi toglie quasi l'uso dello scrivere, e mi conduce allo spasimo con ogni minima irritazione. Nulladimeno ti voglio brevemente ringraziare della carissima tua del 27, e dirti che il quarto volume della <title>Proposta</title> già incamminato, sarebbe già in porto, se un superiore comando non mi avesse balzato in Parnaso per celebrare l'indarno sperato arrivo di S. M. I. R. in Milano. Non temere adunque che l'impresa resti mozza, ed abbi per sicuro che ne usciremo vittoriosi. Che anzi ho riscontri più che certi che in Toscana stessa i più sensati sono tutti per noi. Ma di ciò più a lungo colla viva voce se, come mi fai sperare, verrai in Milano; il che ardentemente desidero: e allora con Lancetti la discorreremo del modo di ridurre al silenzio le arroganze del militar piacentino.</p>
<p>Impedito, come t'ho detto, di scrivere, ti prego di far le mie scuse col signor Marchisio, e di dirgli per tutta risposta che il giudizio scrittogli per conto mio dal Pellico non è stato fedele. Giordani ti saluta, e Mustoxidi, che è qui e ci darà grandi aiuti.</p>
<closer>Ti aspetto a braccia aperte, e sono senza fine e di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2233</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 Agosto 1819.</date></opener>
<p>Finalmente i vostri bei quadri sono arrivati, ed intatti, e veramente degni della lode che in questa nostra Gazzetta n'era già precorsa riportando l'articolo del <title>Giornale Arcadico</title>, nel quale la penna del mio Giulio è stata da tutti riconosciuta.</p>
<p>Io vado cercando parole per ringraziarvi di tanto dono, ma non ne trovo che eguaglino e la mia riconoscenza, e insieme la consolazione del vedervi salito sì alto nell'arte vostra. Già non vi dico di avervi più caro per questa dimostrazione del vostro affetto (ché carissimo sempre mi siete stato, e l'amor mio verso di voi non può ricevere accrescimento), bensì dico che vo superbo di aver sì bravo nipote; la qual gloria, unita all'altra che si riflette sopra di me dagli aurei scritti di Giulio, mi fa sì contento, che io non saprei bramare di più.</p>
<p>Abbracciate per me la Costanza e Giulio, e dite a questo che attendo con impazienza la seconda parte del suo bellissimo scritto.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. Dite a Costanza che ho ricevuto dal Missirini la canzone in lode di lei, e che il sonetto del Villardi sul poemetto della Rosa è stampato nel <title>Raccoglitore</title>.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2235</head>
<opener><salute>A PAOLO COSTA — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 11 Settembre <add resp="ed">1819</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Nel venturo ordinario ti esporrò liberamente il mio avviso su le stampe che mi hai spedite per mezzo del Silvestri, e venute alle mie mani solamente ieri sul tardi. La presente null'altro ti dirà se non che la tua prefazione parmi assai bella, e distesa con perfetto giudizio: di che auguro bene del resto: ma dubito che la correzione del vocabolo Abao non sia giusta, e nella seconda che ti prometto ne aprirò la ragione. Intanto purgomi col nostro Cardinali, di cui nessuna lettera ho ricevuta: e odine lo perché. Da circa tre mesi la tariffa qui posta alle lettere è così smisurata ed ingorda, che molti (e potrei dir tutti) hanno preso l'espediente di rifiutarle; e di questi rifiuti è ingombro tutto l'officio della posta. Né per parte mia io son l'ultimo che si è appigliato a questo partito, col quale fo conto di risparmiarmi in capo all'anno un dugento o trecento lire. Sarà dunque avvenuto che fra le lettere rifiutate (non pigliando io se non quelle di cui m'è noto il carattere) sia rimasa anche quella del Cardinali. Per la qual cosa d'ora innanzi ed esso e tu scrivendomi mettete questa semplice sopra—scritta: Al cav. Vincenzo Monti.</p>
<p>Intanto salutalo, e il resto nel prossimo mercoledì.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2241</head>
<opener><salute>All'Ab. FRANCESCO VILLARDI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Ottobre 1819.</date></opener>
<p>Mi veggo così onorato dai vostri versi, ch'io non so da qual parte incominciar l'espressione della mia gratitudine; e trovo inoltre sì belle e magnifiche le sentenze che mettete in mia bocca a lode di Dante, che veramente vorrei fossero frutto della mia penna, e non dono della vostra cortese benevolenza. Ma tutto quel tratto e quell'altro in cui fate l'epilogo della <title>Bassvilliana</title>, egregio signor abate, sono per avventura le parti meno lodevoli della vostra Cantica, non perché sia in essi men bella la vostra vena, ma perché i miei malevoli vi daranno colpa di essere stato meco generoso fuor di misura. Del resto, in tutto il corso de' vostri versi voi date gran prova di bello scrivere, e, ciò che più vi torna ad onore, di animo risoluto nell'affrontare i nemici del nostro Dante, e gli apostoli delle nuove dottrine poetiche. Ma badate che se costoro han torto marcio nel bestemmiare gli antichi, non vanno senza ragione nel lamentarsi di quei taluni che fanno più studio delle parole che delle cose. Del modo con cui si debbono e si possono maritare splendidamente stile ed idee, locuzioni ed immagini, voi ne date l'esempio. Ma si fa egli così da tutti?</p>
<p>Mantenetemi nell'amicizia, nella quale mi avete cortesemente ricevuto, e per onor delle lettere state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2242</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Ottobre 1819.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Mi sbrigo della vostra dimanda in due parole: il Bellini è un pazzo; e <hi rend="italic">a giudizio di savi universale</hi> pazzo pericoloso.</p>
<p>Ho letto le commedie dello Zannoni, a cui professomi obbligatissimo: poiché il dialetto di Camaldoli mi dà vinta la causa al di là di tutte le mie speranze.</p>
<p>Salutatemi Niccolini e fategli le mie congratulazioni per l'elogio dell'Alberti, lavoro nobilissimo per ogni verso. E ditegli che ho comune questo giudizio con Giordani e con quanti hanno anima italiana nel petto.</p>
<closer>Vi ritorno i saluti di mia moglie. Passateli alla vostra ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2244</head>
<opener><salute>Al Marchese GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 6 Novembre 1819.</date></opener>
<p>Carissimo signor Marchese.</p>
<p>Trovasi in Milano il signor Grassi, compilatore del <title>Dizionario Militare</title>. È venuto a sua notizia che nella Trivulziana esiste un prezioso codice del Montecuccoli, alla cui edizione egli ha rivolte le cure per mondarlo dai guasti fattigli dal Foscolo. Perciò desidera di vederlo per farne onorata menzione; e l'esaminarlo sarà brevissimo affare. Il Grassi è stretto amico del Baron Vernazza. Gli valga adunque questo titolo per contentarlo; ed ella si degni permettere che dimani glielo presenti.</p>
<p>Sono sempre colla maggior venerazione ed affetto il suo buon servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2246</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Novembre 1819</add>.</date></opener>
<p>I cortesi e replicati vostri saluti recatimi da Canestrari mi sono andati al cuore, e non posso tenermi dal ringraziarvene. Non vi dispiaccia questa dimostrazione della mia gratitudine. E poiché le Grazie fanno sempre bello il mestier delle Muse, permettete che io vi raccomandi di abbellire col vostro gradimento <title>Il ritorno d'Amore al cespuglio delle quattro rose</title>. Voi siete la prima ad averne la stampa; e finché non l'udiate già pubblicata, vi prego di non lasciarla uscire dalle vostre mani.</p>
<closer>Vi fo i saluti del cuore, e voi amate il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2247</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Novembre 1819</add>.</date></opener>
<p>Nel condurmi a fare qualche mutazione ai vostri versi, non ho preteso di farvi la legge, ma unicamente di esporvi il mio parere, il quale, come quello di tutti, e più ancora, è soggetto ad errore. Seguite adunque, senza timore di offendermi, il consiglio del vostro intimo sentimento, al quale di tutto grado do la mia approvazione, lodando ancora le considerazioni che vi sono risultate da' miei cangiamenti.</p>
<closer>Vi fo i saluti del cuore, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2250</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Novembre 1819</add>.</date></opener>
<p>Eccoti la risposta di Montecuccoli a Oldofredi. Ho differito a inviartela, perché mi premeva di fartela presentare dal nostro Mustoxidi, il quale, dopo parecchi giorni di non buona salute, finalmente è in istato di poter venire ad abbracciare il suo amico Mocenigo, e te fior d'amicizia e di senno. Non voglio offenderti col pregarti di fargli bella compagnia. Bensì ti prego di non rendergli tanto giocondo il soggiorno tra voi, ch'egli abbia a dimenticarsi di noi, e di me principalmente che l'amo qual figlio.</p>
<p>Ti mandai tempo fa il <title>Ritorno d'Amore al cespuglio delle quattro rose</title>. Incerto se tu l'abbia ricevuto, te ne accludo un altro esemplare.</p>
<p>Il mio Perticari ha finalmente terminato il suo lavoro assai lungo, ma tale che metterà fine a tutta la lite, né vi sarà più dubbio su la reale esistenza di una comune ed illustre lingua italiana affatto divisa dal dialetto di Camaldoli. Vedrai cosa bellissima, che sola da sé formerà tutto il quarto volume. Io pure pel quinto ho allestito certe cose che faran cadere tutte le pretensioni, se ancor ne rimane alcuna, all'oracolo degli Infarinati.</p>
<closer>Salutami l'incomparabile Peyron, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2251</head>
<opener><salute>All'Ab. FRANCESCO VILLARDI — Verona.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Dicembre 1819.</date></opener>
<p>Non vi affannate a farmi la professione di vostra fede. Sarei troppo indietro se non sapessi vedere per me medesimo di qual setta voi siete in letteratura. Ma badate che tutte le sette facilmente si volgono al fanatismo. Per me stimo il meglio di non farsi schiavo a nessuna, e detestando tutte le intolleranze e tutte le servitù, prendere per divisa l'oraziano: <quote>nullius addictus jurare in verba magistri</quote>. E questa, acciocché tutto mi conosciate, è stata e sarà sempre la mia religione in fatto di lettere.</p>
<p>In quanto alla guerra che vi si dà, scusate se fo ragione ai vostri nemici, ed affermo che troppo bene ei vi biasimano delle lodi che mi avete a pieno canestro profuse. Non li vogliate adunque condannare se essi hanno veduta meglio di voi la tenuità del mio merito: e per vostra scusa appigliatevi al dire che nell'amplissimo regno della gentilezza fu sempre bello il peccare di cortesia. Mi accennate che il Cesari ha lodata quella vostra generosità. Di che dunque, sicuro di tanto voto, vi andate rammaricando? Vi rattristi piuttosto il vedere che, mentre i soli Lombardi son quelli che degnamente sostengono in Italia l'onore del bello scrivere, v'abbia gente fra essi che assoldasi alla bandiera degli eterni e insolenti nostri nemici i Toscani, quei Toscani che, più d'ogni altro, a' dì nostri hanno morto il bel parlare italiano: e Dio perdoni a voi stesso la dedica della vostra Cantica: del quale incenso m'affido che avreste preso rossore se, prima di accenderlo nel turibolo, aveste avuto alle mani gli Atti dell'Accademia recentemente dati alla stampa.</p>
<closer>Dalla sicurtà, che seco voi mi piglio in aprirvi liberamente i miei sentimenti, argomentate l'interezza dell'amicizia, con cui mi protesto vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se può fare qualche onesto dispetto ai vostri malevoli l'informarli che la vostra Ode a Canova mi è parsa ricca di bei versi e di bella lingua, contentateli di questa notizia: e dite ben loro, per rallegrarli, che ho scritto <emph>parsa</emph> invece di <hi rend="italic">paruta</hi>.</p></ps></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Pietro Giordani</byline></opener>
<p>Giordani saluta il signor Villardi; e lo prega di salutargli il nostro Cesari.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2252</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Dicembre 1819.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Informatemi un poco a che stanno le piaghe di Giuseppino, che io intanto dirò a voi quelle ch'egli fa all'animo mio in premio di tanto amore e di tante cure ch'io mi sono preso fin qui per salvarlo dall'abisso in che senza il pontificio rescritto, con tanti affanni procuratogli da Perticari, ei sarebbe precipitato. Or sappiate che in prova della sua gratitudine verso di lui, sono da due anni che Giuseppino gli ritarda le rate dei pagamenti convenuti: il che fa che la povera Costanza sia priva de' suoi assegnamenti, e che la pace tra marito e moglie sia turbata, e ogni dì più crescano i dissapori: il che, a me che son padre, passa il cuore e avvelena la vita. E voi sapete con quanto calore gli raccomandai e il pregai di essere diligente nelle scadenze; sapete che pel rimanente degli annui assegnamenti a mia figlia io non gli ho mai chiesto un quattrino; sapete il vivo mio credito in danaro sonante contra di lui; sapete che pei frutti convenuti non lo molesto, e che, povero come sono, ho sacrificato e sacrifico le mie ragioni all'amicizia e benevolenza quasi paterna che sempre gli ho professato e tuttavia desidero di mantenergli. Or ecco la riconoscenza di che egli mi ricambia.</p>
<p>Nello stato d'immenso dolore in che mi ha gettato la notizia del suo procedere, io sospendo di scrivergli direttamente perché mi sarebbe impossibile l'usar parole d'amicizia e moderazione; e mi rivolgo a te, mio caro Fedele, come a quello de' miei nepoti nel quale ho trovato sempre cuore ed affetto, acciocché senza ritardo ti adoperi a rimettere tuo fratello nelle vie del suo dovere. Vuol egli forzarmi a maledire tutti i passi fatti per lui? forzarmi alle liti? forzarmi a volar in persona a farmi render ragione ne' tribunali? ad unirmi a' suoi nemici? a non rimettere il piede nella casa Monti a Majano che per dirgli: Vengo ad adempire la condizione voluta da mio padre nel suo testamento, vengo a finire nella casa paterna i miei giorni: dividiamo questo tugurio, e divisi come due fiere diamo al paese lo scandalo d'una guerra da non finire che colla vita?</p>
<p>Tu vedi, mio caro, che l'afflizione mi mena al delirio; e tu argomenta dalle strane idee a cui m'abbandono, lo stato della mia anima addolorata. Per tutte le quali cose di nuovo ti prego ti supplico ti scongiuro di far sì che senza la minima dilazione sia posto riparo a tanta mancanza, adempiendo prontamente le rate scadute e liberando mia figlia dal pericolo di un'aperta rottura con suo marito. Mia moglie, anch'essa fuori di senno per la crudele condotta di Giuseppino, unisce le sue preghiere alle mie, e meco abbraccia la tua bella e buona Carlotta e i tuoi figli. Rispondimi subito, e la risposta sia tale, quale il core l'aspetta.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2254</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Dicembre 1819.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>S'egli è vero che i Veronesi, com'è stile dei generosi, mi concedano nella loro opinione qualche grado di stima, sarò io sì pazzo di venir in persona a distruggere una sì cortese loro credenza? No mai. Tutto il bell'apparecchio di gentilezze e liete accoglienze, che per parte loro mi promettete, lungi dall'eccitarlo, ha smorzato il mio desiderio; quello, io dico, di venire al vostro cospetto dentro Verona. E se piacevi che per qualche giorno io sia beato della vostra cara presenza, assegnatemi, ve ne prego, in tutt'altro luogo questo paradiso, ch'io fo troppo conto della stima de' vostri concittadini; e sicuro di perderla, per quel vero antico proverbio <quote lang="lat">minuit præsentia famam</quote> (figuratevi quella d'un povero e sordo vecchio come son io), penso che mi torna meglio il lasciarli in questo errore e privarmi per amor proprio dell'infinito piacere di vedere voi ed Ippolito, e inchinarmi alla statua di Fracastoro, e visitare divotamente in vostra compagnia il sepolcro di Maffei e di Spolverini.</p>
<p>Mutato adunque il primo divisamento, non vi rincresca di significarmi il tempo della vostra villeggiatura al lago di Garda. Colà promettovi di venire, e con più devozione che non si va alla Casa di Loreto e a S. Giacomo di Compostella.</p>
<p>Sono stato tre giorni per non buona salute chiuso nella mia stanza. Ciò m'ha tolto il piacere di rispondervi senza dilazione. Né oggi sarei così breve, se non dovessi da buon cristiano uscire a far riverenza al Santo Bambino.</p>
<closer>Intanto a voi e al conte Persico mando il più bel saluto del cuore. State sana, ed amate quanto potete il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2255</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1819</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Con tutti i miei cerotti all'ascella destra (e son due) pe' quali mi rimane impedita non poco l'opera della penna, mi provo a scriverti due sole righe per dirti che non ti so lodare della tanta lima che adoperi nella correzione del tuo scritto. Egli è tale che non può aver bisogno di tanta pulitura; e bada che spesso la troppa lima morde sul vivo e fa più male che bene. Leva adunque dal lavoro la mano e non tardarmene più oltre, se m'ami, la spedizione, e riposa tranquillo sul mio parere.</p>
<p>La giornata di ieri mi è stata lietissima in compagnia di tutta la famiglia Cassi e di alcun altro amico; fra' quali Mustoxidi, che grandemente ti ammira ed ha preso a scrivere alcune bellissime osservazioni su la lingua greca, le quali coll'autorità di Platone, Strabone ed altri sommi di quella gente mirabilmente confermano le nostre dottrine, mostrando che i Greci pure avevano stabilita una favella illustre comune separata da quella del volgo, e con sottili e belle ragioni provando che la fiorentina non solo non è la lingua illustre che noi cerchiamo e vogliamo, ma nol può essere. E a questa dissertazioncella di Mustoxidi farò luogo nel quarto volume dietro la tua <title>Apologia</title>. Di Giordani pure vi sarà qualche cosa.</p>
<p>Ho letto ai dì passati il ms. d'un lungo articolo su la <title>Proposta</title>, scritto in francese, ben ragionato e gagliardo, il quale atterra fieramente tutte le arroganze fiorentine. Questo articolo si stampa attualmente in Ginevra nella <title>Biblioteca Britannica</title>, e pubblicato ch'ei sia lo volgeremo in italiano e faremo che altri giornali ne parlino, e che i Padri Infarinati se ne disperino. Il progetto fatto al Governo per la ristampa del Vocabolario sotto la direzione dell'Istituto è di Stella e compagni. Il Consiglio governativo gli ha fatto lieta accoglienza e l'ha spedito al Sovrano e raccomandato come cosa che farà grande onore al paese e al padrone. Ho notizia che soprattutto il principe di Metternich ne possa proteggere l'impresa. Certo si è ch'egli disse al general Bubna che piaceagli molto che si facesse guerra al Frullone, e se ne debba agl'ingegni lombardi il trionfo. A tal effetto si pensa e si vuole che si proceda alla nomina di tutti i membri mancanti dell'Istituto, e a quello pur ancor dei membri corrispondenti, primo de' quali sarà senza fallo il mio Giulio. Piace inoltre al Governo che l'Istituto, rifatto ch'ei sia come si deve, spedisca una circolare a tutti i migliori letterati italiani, e si formi una generale confederazione per la cui opera si conduca a riva l'impresa. E del certo se al presente v'ha luogo d'Italia ove farla felicemente è Milano.</p>
<p>Vola adunque fra noi e sarai non <emph>fattorino di bottega</emph>, ma capo, avendo io già protestato che senza la tua assistenza io non mi affido di ben capitanare, come si desidera, questa grande fatica. Di che puoi conoscere che la tua venuta in Milano non è mia brama privata, ma pubblica.</p>
<p>La mano è stanca e do fine, portando a te e alla Costanza i saluti di sua madre e di tutta la casa Cassi e d'Aureggi e di Giordani e di Mustoxidi con quelli di Rosmini, che sempre ti predica primo prosatore d'Italia. Sta sano e non mi lasciare senza tue lettere, ché le tue le conosco al carattere e lietamente le prendo. Tutte le altre le rifiuto. E il perché l'ho già scritto.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2257</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Gennaio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p><quote lang="lat">Ego te absolvo a peccatis tuis</quote>, e fo cantare il <foreign lang="lat">Te Deum</foreign> con tanta allegrezza che non ho mai provata la simile in vita mia, neppur il giorno che misi la mia Costanza fra le tue braccia. Al corriere che dovrà recarmi il tuo ms. impenni adunque Apollo le ali, e tante siano le benedizioni che te ne mando quante le ore, quanti i momenti che tu hai spesi nella nobile tua fatica: dalla quale mi accerto che ti verrà una lode maravigliosa. Qualunque esser debba la mole del volume che ne risulterà, tu mi permetterai di terminarlo con uno scritto del nostro Giordani relativo al suggetto a cui abbiamo messo le mani, e coll'articolo della <title>Biblioteca Britannica</title> che già ti scrissi. La materia pel rimanente è già tutta pronta da molto tempo, e tanta e sì sicura e sì bella, da fare avvampar di vergogna non che il Frullone, tutto il mulino dell'infarinata congrega. Sollecitami adunque il più che puoi la spedizione; e se tutto in una volta non puossi per la mole del piego, dividilo in due, e anche tre se bisogna.</p>
<p>Se ti volessi parlare della mia gratitudine so che l'amor tuo nol soffrirebbe: ma non deve neppur l'onestà mia soffrire che tanta tua fatica rimanga senza qualche segno del grato animo mio. Perciò faremo che ne vada alla nostra Costanza un qualche profitto.</p>
<p>Ho mandato ad essa ultimamente la seconda mia Trivulziana con entro una prova del tuo ritratto inciso da uno scolare di Longo sul disegno fattone dalla baronessa Bellerio; e non ne ho per anche avuto riscontro. Pregoti di darmene qualche cenno.</p>
<p>Il saggio della versione di Lucano lasciatomi dal nostro Cassi e intitolato a Costanza è già sotto il torchio. Anche la nuova edizione della mia <title>Iliade</title> colle annotazioni e lettere di Visconti e di Mustoxidi procede felicemente; ma la migliore delle letterarie mie consolazioni e la più desiderata mi manca, e morrò malcontento se tu, mio caro, non ti risolvi di cangiar Roma con Milano; e Milano, credimi, è il teatro che ti conviene e per la tua <emph>fama</emph> e pel tuo <emph>interesse</emph>. Potessi io averti al mio fianco, e discorrerla <emph>liberamente</emph>!</p>
<p>Saluta Tambroni, e Giovanni, e innanzi a tutti Canova. Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Al sig. D. Pietro Odescalchi dirai salutandolo caramente, che il Trivulzio affettuosamente il ringrazia delle cortesi espressioni colle quali gli piacque, nella lettera che mi scrisse, manifestargli i sentimenti della sua amicizia; alla quale con pienezza di animo corrisponde. E gli aggiugnerai che sono memore delle mie promesse.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2259</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Gennaio 1820.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Di nuovo sono stato malmenato dal rigore della stagione; ma è giunta in tempo la magica vostra lettera a guarirmi dall'emicrania e dal raffreddore, tanto che mi sento forza abbastanza per mettere in carta quattro parole di ringraziamento, sì pel beneficio che i cari vostri caratteri mi hanno fatto, e sì per le vive proteste che mi rinnovate della preziosa ed inestimabile vostra benevolenza. Ma voi, mia cara, ponendomi in cima dei vostri pensieri, mi beate in un'altezza in cui assolutamente io non posso aver merito di sostenermi: e quando avverrà che mi presentiate ai vostri amici, essi rideranno tutti dirottamente e di me e di voi, maravigliando che abbiate potuto essere sì generosa della vostra stima ed affetto ad uno sgraziato e omai canuto balordo, quale son io; ché di balordo veramente ho avuto sempre il diploma anche quando mi fioriva la gioventù, e non era per anche entrato nella stolida confraternita degli storditi e dei sordi. Ma voi m'intimate di voler disporre al tutto di me a senno vostro: ed io che altro posso rispondere se non che <foreign lang="lat">fiat voluntas</foreign> della maga che, senza darmi a bere la tazza incantata, si è fatta padrona di tutto me con soavissima prepotenza? Ecco adunque nel pieno vostro arbitrio tutta quanta la povera mia persona. Ma del venire a' vostri piedi non si parli che a bella stagione.</p>
<p>Non mi è occulto l'autore dei versi di cui mi scrivete. Egli è l'ab. Villardi; ringraziatelo delle cortesi bugie di cui si è gravata la coscienza per amor mio, e ditegli che gli farò, il potendo, risposta nel venturo ordinario: e che intanto lo prego di ritornare al sig. Zanotti i miei saluti e di mantenerlo fermo nella buona e santa intenzione ch'egli ben sa. Al degno sig. conte Persico poi piacciavi di presentare in mio nome il più bel saluto di cui sia stato mai capace il mio cuore; onde accertatelo che se egli mi ama è ben corrisposto, e che questo se non è condizionale, ma positivo.</p>
<p>State sana.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2261</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 9 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Sono sì pieno di letizia che mi soprabbonda e mi toglie la facoltà di spiegarla. Me la toglie anche il rimanente di un'agitazione sofferta l'altra sera per un assalto incontratomi nel vicolaccio dietro a S. Fedele nel tornare a casa dalla Calderara. Ma non fu nulla e nulla sarà. E fosse stato anche qualche cosa, la tua lettera in cui mi porgi la notizia della spedizione del tuo scritto mi avrebbe guarito. Anche la lettera del tuo e mio Odescalchi mi è stata un gran balsamo per certo cenno datomi di una cosa desideratissima quanto la vita. Gli risponderò subito che avrò rifatti un po' più gli spiriti.</p>
<p>Con quanta impazienza io attenda l'arrivo delle tue carte non v'ha<add resp="ed">nno</add> parole che il possano dire. Trivulzio pure aspetta risposta e avendogli letta ieri sera la tua e quella di Odescalchi, saluta ed abbraccia tutti e due con grande amore, e anch'esso è tutto in gioia avendo finalmente messa in braccio ad Archinto la figlia. Ciò ha fatto piovere in mia casa un terzo regalo, una bella e graziosa scatola d'oro, che vince di valore e di gusto quella della Poldi.</p>
<p>Lo Stella dovea mandarmi questa mattina i primi esemplari della versione di Lucano intitolata a Costanza. La manderò nel venturo ordinario per la via d'Alborghetti. È bella edizione tutta in carta velina, e non costerà a Cassi un quattrino. L'angustia del tempo e la testa non affatto libera non mi lascia andar oltre.</p>
<p>Abbraccia la mia Costanza, Odescalchi, Giovannino, Tambroni, ecc., ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2262</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 12 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Ti annunziai nell'andato ordinario la mia allegrezza per l'avviso datomi della spedizione del tuo ms.. Ti annunzio oggi il dolore di non averlo ancor ricevuto. Ma spero sarà breve anche questo. Alborghetti ha per fermo che il plico, per sottrarlo alle gravi spese postali, siasi spedito a Bologna, donde poi verrà inviato a Milano per occasione. Di ciò per mia quiete e tua ti potrai far chiaro da M.r Mauri. Per la stessa ragione delle ingorde spese di posta io ti spedirò a mano i ritratti che desideri e la stampa di Cassi.</p>
<p>Mi hai allargato il cuore, mio caro figlio, accennandomi la presa risoluzione di venire a consolare gli ultimi giorni del tuo povero padre, che dì e notte sospira la presenza de' suoi figli. Ma il termine che tu pigli alla tua venuta è termine secolare. Da qui a settembre mi parrà un anno ogni giorno. Ma non voglio uscir dei confini della discrezione, e aspetterò il più pazientemente che posso il momento di tanta gioia.</p>
<p>Tutto che mi avvisi intorno al tuo scritto sarà fatto come desideri. Ma tale è il valore ed il senno della tua penna, che non vi sarà alcun bisogno della mia.</p>
<p>Oggi pure aveva fermo di rispondere al nostro Odescalchi; ma rompe le mie intenzioni la giunta del chimico Jubert a Milano, col quale tra pochi momenti ho preso obbligo di trovarmi. Perciò salutami il detto amico ed abbraccialo per parte ancor di Trivulzio, promettendogli col venturo ordinario sicura risposta. Un bacio a Costanza, ed il core ad ambidue co' saluti di Teresa e d'Aureggi, desiderosi tutti che arrivi presto settembre.</p>
<closer>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Bertolotti dolcemente lamentasi che tu non gli abbia dato risposta. Io te n'ho scusato sulle gravi tue occupazioni. Ma trova un momento da consolarlo.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2264</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Ho differito a rispondervi su la speranza di potervi finalmente scrivere una lettera non indegna della tanta benevolenza di cui mi onorate, e lettera di tutta gioia per l'arrivo del tanto desiderato scritto di Giulio. Ma egli è destino che io debba morire accorato d'un desiderio sempre deluso. Sono oggimai tre settimane che il buon Giulio mi ha dato l'avviso della spedizione fattane pel canale della Segreteria di Stato, e il piego non è ancora comparso. Conto le ore, conto i minuti, mi struggo dell'aspettare, ne ho perduto il dormire, vo mezzo forsennato per le camere, per le vie, vivo in somma in una ineffabile agitazione; e se quelle carte vanno perdute, m'impicco, perché senza di esse mi trovo disonorato per le mancate mie promesse al pubblico.</p>
<p>Di questo inconveniente occorso nella spedizione io ne ho già dato a Giulio l'avviso, acciocché ne chiegga informazione e ragione. Non gliene replico l'insistenza; perché mi cruccia il noiarlo, e molto più perché ho il cuore prostrato, e al tutto sì fuori di me, che mia moglie e gli amici, vedendomi muto sempre ed oppresso, mi hanno per infermo di mente, e prossimo ad impazzire. Ma prego e supplico voi, mio nobile amico, di muovervi a pietà del mio stato, e di farlo noto al mio Giulio, e di chieder conto all'officio della Segreteria di Stato di sì lungo ritardo, e d'informar me dei motivi che lo cagionano, e se porti pericolo che il piego sia andato in sinistro. Uscito ch'io sia da questo inferno, io risponderò allora minutamente, e vi darò lo scritto che ho preparato pel vostro Giornale; e, in premio della redenzione che mi avrete procurata da tante pene, dirò e farò tutto che voi vorrete.</p>
<p>Abbracciate Giulio e mia figlia; e continuatemi l'amor vostro, che mi è dolcissimo, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2265</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Finalmente fo prova di rispondervi, mio caro abate; ma sono tuttavia sì male andato e di corpo e di mente, che non mi arrischio di promettervi lunga lettera. Quella vostra professione di fede mi è mirabilmente piaciuta, e ben mostra che chi la scrisse non è uomo da farsi schiavo al Frullone. Ma se non è bello il servire ai tiranni, non è bello l'investire colle armi terribili del dispregio un intero corpo accademico, in cui è pure taluno che merita la nostra stima, e che, malgrado della farina che gli piove dalla parrucca, ragiona con gli stessi nostri principj, e dividesi dalla plebe de' suoi colleghi. Ed inoltre parmi che in quel forte assalto abbiate abbandonate troppo le briglie allo sdegno e troppo oltrepassati i confini della gentilezza, di cui sempre anche in mezzo alle ire bisogna mostrarsi fornito. Ciò dico considerando il vostro scritto una rottura di guerra all'intera congrega. Se quelle botte andassero a cadere sulle spalle di un solo individuo, le stimerei troppo dolci; ma essendo, come suol dirsi, botte da orbo che levano la pelle, e cadenti sopra tutta l'infarinata congrega, temo che non tutti le loderanno. Per la qual cosa io stimo che a quelle vostre santissime verità, e veramente degne d'un Italiano che non sa chinarsi a viltà, sia da darsi altro giro, altro aspetto, ed altro colore. Ed io vi aprirò il mio pensiero non già in iscritto, ma a viva voce; poiché nell'entrante marzo ho speranza di rifarmi un poco in salute tanto ch'io possa visitare la mia incomparabile amica e signora la contessa Mosconi, a cui ho promesso questo attestato della mia devozione. E metterei anche prima ad effetto il mio desiderio, se non mi tenesse tutto a sé l'edizione del quarto volume della Proposta, e il preparamento della materia già pronta del quinto; poiché il quarto solo porta via tutto un mirabile scritto del mio Perticari; letto il quale, io spero che ai Fiorentini non rimarrà più asilo in cui rifugiarsi col loro dialetto camaldolese; coloro che disconoscono la comune illustre lingua d'Italia si vergogneranno del loro errore, se non hanno fronte di meretrice. A viva voce adunque la discorreremo, e acconcieremo l'affare.</p>
<p>Intanto state sano, ed amate il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2267</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p><foreign lang="gre">Kyrie eleison</foreign>. Il tuo ms. è arrivato, e io l'ho divorato già tutto, e sono ebbro del piacere che mi ha dato, ma più il sono dell'immensa lode che a te sarà partorita da un'opera che non ha paragone. Lingua, eloquenza, filosofia e altezza di animo e spiriti veramente italiani, e gravità romana, e le grazie mescolate coi fulmini, tutto in somma vi è perfetto. Non ho per anche potuto far passo fuori di casa per gire in traccia delle cose che mi accenni nelle tue avvertenze; ma se qui esistono (e l'ho per sicuro), coll'aiuto di Trivulzio e di Reina avrò tutto, e tutto verrà supplito. Intanto due torchi lavorano senza requie (poiché la prima parte dell'Apologia era già da molti mesi finita) e in pochi giorni ho speranza di veder terminata la stampa; né sarò solo alla cura della correzione: il che siati detto per maggiore tua quiete.</p>
<p>Scrissi nell'andato ordinario al nostro Odescalchi una lettera disperata per la paura che il ms. fosse ito in sinistro. Avvisalo subito che dall'Inferno sono volato in Paradiso. Ma vi sono con un rimorso al cuore, mio caro figlio. Al vedere che tutto questo immenso lavoro è tutto scritto di tuo pugno e che alla fatica dell'ingegno hai unita anche quella della mano, al pensare quante pene ti sei dato per amor mio, ho vergogna delle mie tante insistenze, e vorrei poterti dir degnamente di quanta gratitudine son compreso. Il mio debito è al di là di tutte le espressioni, ma non il cuore che te ne paga, né altri può pienamente rimeritartene che l'amore, le cui forze sono infinite come infinito è il servizio che mi rendesti. Tieni adunque per vero che mi sei caro più della vita, e che questa vita mi verrà rifiorita quando ti avrò al mio fianco unitamente alla mia Costanza: e allora chi più beato di me? E già al solo pensarvi mi sento ringiovanito, e farei prova delle mie forze co' più gagliardi di sei lustri. Vedi i miracoli dell'allegrezza!</p>
<p>La Teresa che vegliava con occhi sospettosi sopra di me, senza neppure aver veduto giugnere il piego tanto desiderato, dalla letizia che mi scintillava sul volto si è subito accorta del ben arrivato rimedio delle mie malinconie, e ridendo ha avuto la fronte di dirmi che se tardava alcun altro poco, aveva pensato di benignamente farmi legare e inviarmi ai savi della Senavra. Ora dunque ancor essa vuole che ti ringrazi della mia guarigione e te ne ama al doppio.</p>
<p>Saluterai Odescalchi e gli dirai che ho pronto un lungo articolo pel suo <title>Giornale</title> ed un paio di <foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign> alla nuova edizione delle <title>Pistole d'Ovidio</title> pubblicate dall'accademico Rigoli coll'amplissimo attestato dell'Accademia e <hi rend="italic">il più bel fior ne coglie</hi> in fronte. Questo libro con queste divise mi porge un bellissimo campo di rivelar all'Italia qual sia la critica con cui i Padri infarinati governano il Palladio della favella e la compilazione del vocabolario. Attaccando il Rigoli attacco di fronte tutta l'Accademia, e collo specchio di quel mare d'errori voglio farla arrossire della sua ignoranza e presunzione. E conoscerà l'Italia a che mani è fidato il governo della favella.</p>
<p>Abbracciami Costanza e gli amici, e se hai bisogno della vita di qualcheduno, chiedi quella del tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. L'Accademico Collini, che è dei nostri contro il Frullone, deve averti mandato il nuovo progetto. Leggi quello ch'egli me ne scrive. Io penso che sia bene l'accostarci a' suoi desiderj. Quindi procura di guadagnare anche il nome di Mai. Il trovarci di compagnia con Sismondi, Strocchi, Marchetti, Costa, Gagliuffi, Niccolini, ecc. parmi che metta conto, e il dare il nostro nome senz'altro obbligo che il mandare qualche pezzo di carta imbrattata non è peso che debba farci essere ritrosi a un invito che giova ai nostri fini e in ultimo anche alla borsa.</p>
<p>L'articolo francese di cui avesti già un cenno fin dallo scorso ottobre, finalmente è pubblicato nella <title>Biblioteca Universale</title> che si stampa in Ginevra e subito che potrò averlo lo manderò.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2268</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 26 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Vi scrissi nella scorsa settimana che nulla avrebbe alterata la mia amorevolezza verso di voi solo che foste diligente nel soddisfare le rate con Perticari. In una vostra comunicatami da Fedele voi giurate di non essere arretrato nei detti pagamenti che di duecento scudi. Contro questa assertiva Costanza scrive a sua madre che Giulio suo marito giura che voi andate debitore di scudi seicento, i quali alla scadenza di Giugno diverranno ottocento; e che questa è la cagione per cui, mal contento di voi, si è ostinato a non vi rispondere. Io non so intendere questo imbroglio, e pregovi di spiegarmelo, perché mi dà gran pena, ed è necessario conoscere chi di voi due sia in errore: perché errore solamente e non altro al sicuro dev'essere la contraddizione di queste proteste.</p>
<p>Se Fedele è a Fusignano, abbracciatelo: così l'Annina, e state sano. Il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Di nuovo vi raccomando il Carnevali.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2269</head>
<opener><salute>All'Avv. LORENZO COLLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Febbraio 1820.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Non ho che opporre al nuovo regolamento del <title>Saggiatore</title>; e quando pure n'avessi, mi guarderei dal fare il dottore in cose giudicate buone e dirette da chi, avendole più d'appresso, le vede meglio di me, e quindi meglio le stima. Il punto di maggior momento sta nella unione dei compilatori. Per me, volentieri acconsento che si scriva il mio nome sotto quello di Niccolini ed il vostro. Ma come uomo lontano dugento e più miglia dall'Arno, vorrei esser sicuro che altri di qua e di là dal Mugello mi facessero compagnia, e massimamente li quattro di Bologna e Perticari. Dopo lo <emph>sporco adulterio</emph> della p… mia figliastra, dico la <title>Biblioteca Italiana</title>, io non ho voluto più saper di giornali; e quantunque supplicato, non che pregato, ho chiuso a tutti gl'inviti l'orecchio. Ma se Perticari si sottoscrive, ogni riguardo è vinto, il riguardo cioè che vuolsi avere di vista da chi vive nel cuore della Lombardia. Ho quindi scritto a mio figlio, gli ho significato l'amicizia che a voi mi stringe, e la pronta disposizione dell'animo mio ad entrar nella lega; e non solo l'ho incitato a dare il suo nome, ma gli ho pure imposto di sollecitare a questo medesimo effetto l'amico Mai, stimando che più agevolmente il possa vincere la viva eloquente voce di Perticari, che qualunque lettera mia. Attendiamone la risposta.</p>
<p>Intanto salutami Niccolini e Anguillesi, e a te non siano ingrati i saluti della mia Teresa. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2272</head>
<opener><salute>Alla ContessaCLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Marzo 1820.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Ho tenuto consulto con lo stampatore. Egli giura di non potermi dare terminata la stampa del quarto volume della <title>Proposta</title>, che verso la fine del mese venturo; ed io giuro a voi, mia cara, di non poter commettere ad altri la correzione di questa stampa, essendo cosa di troppo grave momento, e non avendo a cui fidarla. Penso quindi che torni meglio il concedermi la dilazione della divota mia visita alla fine d'aprile. Ciò sarà anche a voi, a Persico, e agli amici, cagione di maggior contento, perché verrò coll'alloro della vittoria: alloro non già mio, ma del mio Perticari, del figliuolo dell'amor mio, vittorioso di tutte le municipali arroganze de' Fiorentini, e di tutti quegli stolti pedanti che gittano giù dal trono la matronale lingua italiana, per istabilirvi il plebeo dialetto camaldolese. Abbiate per fermo che la lettura di questo libro vi sarà deliziosa, e a me parrà di venirvi davanti con qualche merito; e così potrò meno arrossire delle vostre cortesie, e di quelle che mi promette per bocca vostra la benevolenza del nostro Persico, al quale rendo subito il bacio dell'amicizia, che egli mi manda nella vostra lettera.</p>
<p>La mia salute al presente è buona, anzi perfetta, se la flussione degli occhi e la infermità degli orecchi non mi desse qualche volta malinconia.</p>
<p>Mi sono state, giorni sono, mandate le Ottave del Lorenzi per le nozze Orti, e l'Anacreontica del Villardi. Chiunque sia stato il donatore di queste due poesie, io gliene rendo grazie, perché in vero quelle Ottave mi sono sembrate cosa molto squisita, e gentilmente ideata e scritta l'Anacreontica. Ma cavatemi d'un dubbio: cotesto vostro Lorenzi è forse il famoso della <title>Coltivazione de' Monti</title>? Se egli è quello, vi prego che la sua conoscenza sia una delle prime grazie che mi farete.</p>
<p>Ecco il ragazzo della stamperia.</p>
<closer>Vi saluto col cuore, e sono mai sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2273</head>
<opener><salute>All'Ab. GIOVANNI ROMANI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 marzo 1820.</date></opener>
<p>Egregio signor Abate.</p>
<p>L'eccellente suo Saggio intorno i sinonimi italiani è passato dalle mie mani a quelle del cavaliere Rossi, al quale liberamente dissi che per mio parere dovevasi riputar lavoro sì ben ragionato, da far fronte ai sinonimi del francese abate Girard.</p>
<p>Questo sarà il giudizio ch'io ne porterò all'Istituto. S'ella però, egregio signor Abate, amerà che ne parliamo ancora a quattr'occhi, le aprirò candidamente l'animo mio sopra alcuni pochissimi luoghi (appena credo tre o quattro ) ne' quali sarei d'avviso che vi fosse <foreign lang="lat">aliquid quod tollere vellem</foreign>.</p>
<p>Le rendo grazie della cortese offerta delle sue fatiche per la continuazione della mia <title>Proposta</title>, e volentieri nel processo dell'opera profitterò, occorrendo, della sua cortesia, a patto di non tacere il nome dell'autore. Nel quarto volume però che in tutta fretta si va stampando, non si fa luogo a nessuna delle sue correzioni, perché tutto il volume verrà occupato dall'Apologia, che il mio Perticari mi ha mandato <title>Dell'amor patrio di Dante</title> colla <title>Difesa del Trattato della Volgar Eloquenza</title>, in cui si dichiarano le origini e la storia della lingua comune italiana: scritto mirabile, che chiuderà per sempre la bocca alle arroganze municipali de' Fiorentini, e coprirà di vergogna gli stolti che la vogliono <emph>lingua toscana</emph>.</p>
<closer>Mi voglia bene e mi creda <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2280</head>
<opener><salute>Al March. GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Ornate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Aprile 1820.</date></opener>
<p>Veneratissimo e carissimo signor Marchese.</p>
<p>Ecco finalmente la stampa dei due <foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign>, ossia de' due conduttori elettrici che mi attireranno sul capo i fulmini della Crusca, fulmini però divenuti innocenti come quelli del Vaticano.</p>
<p>All'entrare della prossima settimana spero finita anche la stampa dell'opera di Perticari: e il primo esemplare volerà ad Omate.</p>
<p>Borghesi, qui presente, la riverisce, ed esso ed io la preghiamo de' nostri ossequi alla signora Marchesa, della cui preziosa salute attendiamo liete novelle.</p>
<p>Non si stanchi di volermi bene, e innanzi a tutti mi creda suo dev. e obb.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2281</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Aprile—Maggio 1820</add>.</date></opener>
<p>Non arguire dal mio lungo ed incivile silenzio alcuna diminuzione d'amicizia dell'animo mio. Io ti porto nel cuore, come sempre ti ho portato dal punto che ti conobbi. Ma forti e savie ragioni mi hanno forzato a risolvermi di non far risposta neppure a' miei cari; e queste ragioni, o fantasie che più ti piaccia chiamarle, le intenderai dal nostro Peyron che ti recherà la presente, e dal mio Mustoxidi, che, a quel che credo, sarà venerdì sera in Torino.</p>
<p>Riceverai con questa il quarto volume della <title>Proposta</title>; e tu trova occasione d'inviarmi le tue <title>Etimologie e Sinonimi</title>, se la stampa è condotta al suo fine, e se ne aggiungerai un esemplare per Perticari, il dono sarà fatto ad uomo che altamente ti stima. Ora sarai più in collera meco? Non vorrai tu essermi generoso del tuo perdono?</p>
<closer>Ebbene, sii meco qual più ti piace; non farai per questo che io cessi dall'essere fino che avrò vita il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ho aperto al gran Poliglotto un mio pensiero sulla riforma del Vocabolario italiano. Io sperava che questo beneficio alla nostra letteratura potesse avere effetto in Milano. Al presente ogni speranza è caduta e non veggo parte d'Italia degna di questa gloria, che la sola Torino.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2283</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Maggio 1820.</date></opener>
<p>Partirò lunedì da Milano, sarò il martedì in Mantova, e il giovedì in seno dell'amicizia.</p>
<p>Avrei potuto inviarvi prima le note mie stampe condotte tutte al lor fine; ma trattandosi di pochi giorni di dilazione, spero non vi dorrà ch'io mi sia riserbato il piacere di presentarvele io in persona.</p>
<p>Il più cordiale dei saluti al nostro Persico, e a voi tutto me stesso.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2284</head>
<opener><salute>A CAMILLO UGONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Verona, 19 Maggio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Ugoni.</p>
<p>Da otto e più giorni mi trovo qui preso da tanti lacci di cortesie, che niuna ragione mi giova per liberarmene: e malgrado dei motivi che mi richiamano a Milano, si vuole a forza ch'io resti in queste dolci catene fino a sabbato venturo nel modo ch'ora dirò. Mercoledì passeremo alla villa di Persico sopra il lago; e di là Persico e la Clarina mi accompagneranno il sabbato fino a Desenzano. Colà dunque vi prego far sì che io trovi pronta una sedia o calesse o qual altro siasi legno o vettura sull'ora del mezzogiorno, onde, finito il pranzo co' detti miei ospiti a Desenzano, io possa dentro la sera dello stesso giorno condurmi a Brescia, ove sospiro di abbracciare i miei amici, e voi il primo. Fermate voi a vostro senno i patti col vetturino, trovatemelo galantuomo, e inviatemelo nell'ora che già v'ho detto.</p>
<p>Il timore di non poter trovare subito in Desenzano una vettura che non sia da assassino mi costringe a pregarvi di quanto vi ho divisato, e spero che la vostra gentilezza non vorrà negarmi questo favore, del quale aveva in animo di pregare il nostro Arici. Ma il sospetto che dopo la disgraziata perdita della moglie ei sia passato a Milano secondo quello che Oldofredi mi accennò, mi spinge a rivolgermi pel detto effetto alla vostra bontà ed amicizia.</p>
<closer>La Clarina e Persico vi salutano. Salutatemi voi il fratello, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2285</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Brescia, lunedì mattina alle cinque.</date></opener>
<p>Il sonno mi sfugge; ed io, per cercar conforto al dolore del vedermi da voi diviso, vi scrivo.</p>
<p>Infermo del corpo e più della mente, entrai le porte di Brescia allo scocco delle undici e tre quarti con animo ben diverso da quello con che misi già il piede nella soglia di vostra casa. Ho detto infermo del corpo, perché, giunto a tarda sera a Desenzano, mi sentii preso da non lieve ribrezzo cagionatomi dalla troppo fresca arietta del lago; di modo che appena coll'avvolgermi tutto nel pastrano e col fuoco della cucina, potei riavermi. I cavalli volavano verso Brescia, e il pensiero volava verso Verona, e riandava i beati momenti della vita quivi condotta, e le tante prove d'ineffabile cortesia e d'amicizia incontrate nella vostra casa. Così mal concio e nel cuore e nella salute, passai inquieta tutta la notte, non senza la molestia d'una febbretta, che mi convenne dissimulare onde non dar sospetto al mio ospite d'aver accolto in sua casa un infermo; pensiero che per molte ragioni gli avrebbe dato apprensione e disturbo. Quindi assai volentieri mi sarei rimasto tutto quel giorno in riposo. Ma il buon Ugoni aveva già preso impegno di avermi seco ad un pranzo fuori di casa con una compagnia d'amici a bella posta invitati: ed io, per non esser villano, prescelsi il pericolo di peggiorare la mia salute. Se non che in mezzo al tripudio dell'amicizia io seppi abbastanza esser cauto per non far altro a quel pranzo che assistervi e nulla più. La qual prudente sobrietà fe' sì che dopo il calare del sole mi sentii abbastanza rimesso, ma non di spirito, perché realmente non ho più il cuore con meco; e Brescia, che l'anno scorso mi era sembrato sì bello e caro soggiorno, al presente sembrami una prigione. E n'avrei già presa la fuga, se la creanza mel permettesse, e se il Delegato che ieri ed oggi volevami a pranzo seco, non mi avesse colle più cortesi maniere obbligato ad accettare per dimani almeno l'invito. Il buon Ugoni e gli amici mi fanno dolcissima violenza, perché io mi resti qui per lo meno tutta la settimana. Ma io son fermo di partirmene mercoledì notte colla diligenza. Ecco lo stato del povero vostro amico, povero veramente, perché lontano da voi e dal re degli amici, il mio Persico, lontano insomma dal luogo ove ho lasciato il mio cuore.</p>
<p>Sospendo lo scrivere per contentare il mio ospite, che, sentendomi già levato, m'invita al caffé e alla lettura di qualche articolo dell'opera a cui ha messo le mani, che è la continuazione dei Secoli della letteratura italiana del Corniani.</p>
<p>Vincenzo Monti</p>
<p>Alle dieci della mattina.</p>
<p>P. S. L'ottimo Gambara mi ha consolato d'una sua visita che mi è stata gratissima, perché si è parlato molto di voi e del mio Persico. Egli è cuore eccellente, e non può essere diverso chi è vostro amico. Questa considerazione fa pure ch'io stimi me stesso, pensando alla tanta benevolenza di cui mi fate beato.</p>
<p>Sono le undici, e ricevo la dolcissima vostra lettera che come un bel raggio di sole mi ha ricreato e rifatto a guisa di fiore battuto dalla tempesta. Oh mia cara Clarina! Quanto è bella l'anima vostra! Quanta soavità avete sparsa nella mia, promettendomi un'eterna amicizia, e il deposito delle vostre pene. Questo deposito mi sarà sacro. Ma le pene non erano, né sono fatte per voi, che per tante ragioni meritate di esser tutta felice.</p>
<p>Salutate carissimamente l'amabile Paolina, e il piccolo amico mio, il buon Giacomino. Dite a Riva ch'io l'amo teneramente, e che spero di essere riamato. Ringraziate Villardi de' benevoli suoi saluti; tenetelo fermo nell'onorato e nobile suo proponimento, assicurandolo che fra i motivi che sollecitano la mia partenza, v'è anche quello di trovarmi libero da ogni cura, onde accozzare quattro parole degne di lui nel piccolo scritto che gli ho promesso.</p>
<closer>Non vi prego di raccomandarmi alla memoria di Persico, perché misuro dalla mia amicizia la sua. Neppure prego voi di amarmi; ben vi prego di porgermi occasione di meritare il titolo, che mi arrogo, di vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Gambara e Ugoni vi salutano senza fine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2286</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Brescia, 1 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Che mai direte vedendo la data di questa lettera? Ch'io mi sia lasciato sedurre dalle carezze bresciane? No: una forte ragione di creanza ha fatto ch'io differisca fino a sabbato, contro voglia, la mia partenza; e spiego la cosa.</p>
<p>Il cortese ed amorevole ospite mio sta sul punto di mandare alle stampe il primo volume della lunga e laboriosa opera da esso intrapresa in continuazione dei <title>Secoli della letteratura</title> del Corniani. Ha desiderato ch'io n'ascolti la lettura e schiettamente l'avverta di ciò che, secondo il mio avviso, merita correzione. Questa lettura, questo esame non era fatica d'un giorno, né di due, né di tre. Potrete voi biasimarmi di avere condisceso all'onesto desiderio d'un tanto amico? E poteva io dargli minor attestato della mia riconoscenza per le tante sue cortesie? Le quali in vero, congiunte a quelle de' suoi amici, avrebbero forza d'innamorarmi di questo soggiorno, e di rallegrarmi per ogni aspetto la vita, se la tristezza, in che mi ha gettato il separarmi da voi e da Persico, non mi tenesse ancor malinconico e quasi stordito.</p>
<p>Sarò dunque in Milano la mattina della domenica, e là attendo la consolazione delle vostre lettere.</p>
<p>Attendo anche quelle dell'ottimo Riva, il quale mi ha promesso l'informazione dell'effetto che avrà prodotto nell'animo di codeste chierche cruschevoli l'opera del Perticari. Ma le cose che più mi preme di sapere, dietro l'iniziativa fattane nell'albergo di Desenzano, voi, senza ch'io più mi spieghi, le conoscete. E di queste siatemi cortese ragguagliatrice, e amate il vostro Monti.</p>
<p>Date un bacio per me a Giacomino, un tenero saluto alla figlia e un abbraccio al mio Persico. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2287</head>
<opener><salute>Al Conte GIUSEPPE DALLA RIVA — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Scrivendomi in tuono di complimento voi date cattivo principio alla nostra corrispondenza. Quest'aria di cerimonia, perdonate, è un'offesa; né io credo di meritarla. Piacciavi adunque di seguire il mio esempio; o il <emph>pregiatissimo cavaliere</emph> lascerà andare senza risposta le lettere del suo <emph>affettuosissimo servitore</emph>.</p>
<p>Mi tocca l'animo ciò che mi scrivete della vostra dura situazione, della quale io era già stato informato da persona che molto vi ama e vi stima, e molto insieme vi compatisce. Ma non bisogna cader di coraggio. La virtù si raffina nelle sventure, e verrà tempo che da queste trarrete miglior frutto che alla scuola della fortuna. Ciò promette la nobile indole vostra, della quale fui preso dal primo momento che vi conobbi, e che mi mosse a chiedervi io stesso il dono che mi sarà sempre prezioso della cara vostra amicizia.</p>
<p>Vi rendo grazie delle notizie che mi date dei molti <emph>eretici convertiti</emph> per l'aureo scritto del Perticari, e più della fede che mi fate della benevolenza dei Veronesi verso di me, benevolenza che io pongo in cima di tutte, e a me tanto più cara quanto più so di non meritarla. Non è falsa modestia, ma l'intima mia coscienza che mi fa parlare così: né sono sì vano da non sentire che tutte coteste dimostrazioni di cortesia le debbo all'incomparabile nostra Clarina, <quote lang="lat">cuius ad exemplum totus componitur orbis</quote> di Verona.</p>
<p>Abbraccio con tutto il cuore la speranza che mi mettete di fare una scorsa a Milano, e desidero che la possiate porre ad effetto. Non isperate di trovar sull'Olona quello spirito di gentilezza che regna sulle rive dell'Adige. Bensì voglio che vi accertiate che la vostra venuta farà lietissimo il cuore del vostro amico.</p>
<closer>Affrettatemi adunque questa consolazione, e il momento in che mi sarà dato di abbracciarvi sarà una vera allegrezza pel vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2290</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Mal andato della salute partii il sabbato da Brescia, e giunsi sulla mezza notte a Milano, ove poche ore prima trovai pure arrivata dalla Brianza mia moglie, in poco buona salute ancor essa. Nulladimeno il contento di rivederci fece all'una e all'altro dimenticare i nostri malanni, ed io passai bastantemente lieta tutta la domenica, e potei la sera veder Canestrari e gli amici, e raccontar loro con verità ed affetto le tante cortesie colle quali e voi e i vostri Veronesi avete rallegrati tutti i momenti del mio soggiorno costì. Parevami insomma di essere perfettamente risanato. Ma il lunedì notte mi trovai giunto a brutto partito fra due fieri nemici, un terribile vomito, e una più terribile dissenteria, della quale aveva già sostenuti i primi assalti in Brescia per l'effetto di un generoso purgante somministratomi dal mio Esculapio Gambara il giorno avanti la mia partenza. Ma quello non fu che un preludio del male che poi s'è fatto più manifesto; e il male (che poi spero mi tornerà in bene) si è la mossa d'un'immensa copia di piccoli vermi, che ne fui spaventato, e a tale ridotto, che mi prese orrore di me medesimo. Nulla dico dell'intera perdita dell'appetito e del sonno, né del totale abbandono delle mie forze col soprappiù di una cupa malinconia, alla quale non trovo altro conforto, che l'immergermi tutto nella dolce ricordanza delle care persone che ho lasciate in Verona. Questo è lo stato in che vi scrivo, adagiato sul letto fra le ampolle dell'apoticario. E volentieri mi sarei rimasto dal tessere la schifosa istoria de' miei incomodi, se non mi avesse a ciò stretto la necessità di scusarmi al nostro Persico del perché non gli scrivo.</p>
<p>Mi gira la testa, e finisco col saluto del cuore all'amabile Paolina e al mio Giacomino.</p>
<closer>Ricordatemi agli amici, e non vi stancate di amare il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2292</head>
<opener><salute>Al Conte GIAMBATTISTA DA PERSICO — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Colla posta d'ieri mi è giunta anonima da costì la seguente bella iscrizione:</p>
<quote lang="lat"><p>IULIUS. PERTICARIUS. INNOCENTIA. DANTIS. ALLIGHERII. ET. FAMA. VINDICATA. ITALICI. SERMONIS. ORIGINE. AMPLITUDINE. LIBERTATE. ASSERTIS. FURFUREORUM. INSCITIA. PATEFACTA. TYRANNIDE. EVERSA. VOTUM. MERITO. MINERVÆ.</p></quote>
<p>L'autore ha voluto nascondersi; ma la cifra del sigillo, formata di due <emph>B</emph> e d'un <emph>D</emph> nel mezzo, lo ha scoperto. E di certo egli è il nostro Benedetto Del Bene: né da altra penna, che dalla sua, poteva uscire un sì elegante concetto, e allo stesso tempo così cortese. Io la spedisco subito a Perticari, al quale mi accerto che riuscirà grata fuor di misura. Ma intanto piacemi che al modesto autore ne sia significata la mia gratitudine, e prego te, mio dolce amico, di assolvermi presso lui da questo debito, e ringraziarmelo e caramente abbracciarlo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2293</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Colla posta di ieri ho ricevuto anonima da Verona la seguente iscrizione latina.</p>
<quote lang="lat"><p>IULIUS. PERTICARIUS. INNOCENTIA. DANTIS. ALLIGHERII. ET. FAMA. VINDICATA. ITALICI. SERMONIS. ORIGINE. AMPLITUDINE. LIBERTATE. ASSERTIS. FURFUREORUM. INSCITIA. PATEFACTA. TYRANNIDE. EVERSA. VOTUM. MERITO. MINERVÆ</p></quote>
<p>Quantunque paia che l'autore abbia voluto tenersi occulto, nulladimeno egli si è abbastanza manifestato coll'apporre alla soprascritta il suo sigillo formato di due <emph>B</emph> e d'un <emph>D</emph>; le quali tre lettere apertamente scuoprono ch'egli è il mio collega ed amico il conte Benedetto Del Bene. E a colpo sicuro colla posta di questa sera gliene scriverò ringraziandolo. Il Trivulzio ne ha tratta subito copia per mandarla unitamente al tuo libro al barone Vernazza. Altri pure l'hanno copiata e la copiano per metterla in fronte all'Apologia. Se ti contenti io la farò stampare in una cartolina per distribuirla agli associati e vi aggiugnerò separato un <foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign> dei parecchi errori di stampa trascorsi nell'opera: tali però che ogni discreto lettore li conosce subito per se stesso. Me ne sono doluto co' solenni correttori della cesarea stamperia ne' quali scioccamente ho avuta troppa fidanza. Ma il male, qualunque siasi, è fatto, e bisogna averne pazienza.</p>
<p>Anche in Vienna il tuo scritto ha fatto e fa grande rumore, e il comprendo da una graziosa lettera che me ne scrive il conte Saurau. Onde spero che finalmente il Governo verrà nella risoluzione di decretare che l'Istituto metta mano sotto gli auspizj imperiali alla nuova riforma del Vocabolario. Questa impresa renderà necessaria la tua venuta a Milano; ché senza Perticari per dio non si farà nulla di bene. Si è fatto un calcolo d'approssimazione rispetto all'utile pecuniario che se ne può trarre, e va sopra i centocinquanta mila franchi da distribuirsi ai cooperatori. Onde vedi che oltre il frutto della lode v'è anche quello dell'interesse. E già nella mia dello scorso ordinario ti ho scritto che ti saranno aperti altri bei fonti di sicuro e onesto guadagno senza mettere in conto quello di unirci in una sola famiglia, e l'altro di stabilirti in una grande città, che piena del tuo nome ti desidera, e porge tutti i mezzi possibili di proseguire agevolmente e gloriosamente la nobile carriera de' tuoi studi, e divenire da questo lato il primo degl'Italiani.</p>
<p>Odoardo Fabbri è qui. Al suo partire farò a lui la consegna dei libri che Costanza da tanto tempo desidera. Gli avrei dati a Borghesi. Ma contra la mia aspettazione egli è partito da Milano nel tempo ch'io mi trovava in Verona. Dammi per mia quiete qualche riscontro della cambiale spedita a Costanza, e abbracciala caramente.</p>
<p>Sta sano ed ama il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Per la seconda cambiale che ti ho promessa, se ti piacesse di averla piuttosto su i banchi d'Ancona, fammelo sapere. Io volea l'una e l'altra direttamente sopra Pesaro, ma Stella non ha banchieri costì di sua corrispondenza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2294</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Ponete giù ogni timore intorno la mia salute; ché finalmente io l'ho ricuperata del tutto. Ma mi è venuto addosso tanto diluvio di lettere, che non so quando uscirò salvo colle risposte. Non mi vogliate adunque mettere a colpa la brevità della presente, la quale non ha altro oggetto che quello di ringraziarvi delle tenere prove che, anche lontana, mi date della cara vostra amicizia.</p>
<p>Ho già scritto due volte a Persico, e al buon Riva ho risposto. Salutate l'uno e l'altro di cuore, e rinnovate al primo le mie premure pel mio raccomandato.</p>
<p>Che le buone teste in Verona sieno incantate dell'opera di Perticari, lo credo. Per tutta Italia non si ode che una stessa voce, uno stesso consentimento. V'ha nondimeno chi afferma, trovarsi tuttavia sull'Adige degli ostinati nell'antica opinione. Non so persuadermi; ché troppa è la stima ch'io fo del buon senno de' letterati veronesi, e al più sì fatta ostinazione non so figurarmela che nel torto cervello degli N. N..</p>
<p>Scusatemi col Villardi, se ancora non ho potuto trovar tempo di accozzare quelle quattro parole che gli promisi; e ditegli che non se ne dolga, perché in questo mezzo si sono suscitati in Firenze clamori e sussurri di tal natura, che mette conto il non aver principiato la stampa di quella lettera.</p>
<closer>Ringraziate l'amabile Paolina de' suoi cari saluti, e abbracciatemi Giacomino teneramente. Ricordatemi a Montanari, a Riva, e soprattutto ad Ippolito, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2295</head>
<opener><salute>Al Cav. ALESSANDRO MORTARA — Lucca.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Giugno 1820.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ricevo tutte ad un tempo due carissime lettere, la vostra e quella di Lucchesini: alle quali senza indugio rispondo, ma breve. E nulla dirò sul primo paragrafo della vostra, perché non so indovinare a che quelle disperate vostre parole voglian ferire, e il mio pensiero rifugge dal credere che gli affari del vostro cuore sieno andati in rovina. Crederò piuttosto che il male incontrato sia momentaneo, e che presto la tempesta in cui siete si volgerà in lieta bonaccia.</p>
<p>Faccia Dio che il Rosini metta ad effetto la sua minaccia contro l'<foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> e il Botta. Il Rigoli non potea trovare campione più degno; né io ed il Botta avversario più <emph>formidabile</emph>, né più atto a far opra di ragno a trastullo del pubblico.</p>
<p>Odo che anche in Firenze si preparano grandi armamenti contro l'opera di mio genero. Ciò pure sarà materia grande di riso per tutto il dotto nostro stivale. Intanto su quell'opera eccovi una bella Iscrizione venuta anonima da Verona, da quella Verona che era già l'Ecbatana degl'Infarinati, ed ora si è tutta rivolta in ribellione.</p>
<quote lang="lat"><p>IULIUS. PERTICARIUS. INNOCENTIA. DANTIS. ALLIGHERII. ET. FAMA. VINDICATA. ITALICI. SERMONIS. ORIGINE. MPLITUDINE. LIBERTATE. ASSERTIS. FURFUREORUM. INSCITIA. PATEFACTA. TYRANNIDE. EVERSA. VOTUM. MERITO. MINERVÆ</p></quote>
<p>Questa Iscrizione è di Benedetto Del Bene. Non ho ancor ricevuta l'opera di Lucchesini. Ma essa è già nota a Milano per una lettera dell'autore all'Acerbi, il quale ne fa a tutti la mostra, non parendogli vero che un Lucchesini, inviandogli il suo libro, lo tenga in conto di gran letterato. E quanto ei sia valente e in buona voce tra noi il sapete. Attendo con impazienza il noto Catalogo, al quale (se vi aggrada) darò luogo nel quinto volume unitamente a uno scritto di Giordani e un altro di Mustoxidi in risposta a certe impertinenze del gran campione del Rigoli.</p>
<closer>Mia moglie e gli amici vi salutano caramente. Fate voi lo stesso per me con Papi e la Bandettini. State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2296</head>
<opener><salute>Al March. CESARE LUCCHESINI — Lucca.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Marchese.</p>
<p>Il prezioso suo dono inviatomi (come Ella mi avvisa) col mezzo del sig. marchese Visconti, non è ancora comparso; ma io non debbo differire al suo arrivo l'espressione della mia gratitudine, tanto maggiore quanto che ella mi fa sperare nell'aspettato suo libro la confutazione di alcune mie torte opinioni. Il che io reputo singular beneficio, perché nulla cosa tanto mi è cara quanto il conoscere i miei errori, e il trovare chi urbanamente mi riconduca sulla via del vero.</p>
<p>Aggradisca dunque il sincero ringraziamento che le ne anticipo; e mi conceda di andar lieto del suo solenne suffragio intorno l'<foreign lang="lat">Errata—corrige</foreign> Rigoliano; contro il quale odo voglia farmi l'onore di uscir in campo il Rosini. Io gliene avrò grandissima obbligazione; e per tutta risposta pubblicherò certa sua graziosa satiretta in versi ottonari contro gli Accademici della Crusca, brevemente in essa dipinti uno per uno. Del resto il pigliar le difese dei bestiali spropositi del Rigoli sarà pel Rosini opera molto più lodata ed onesta, che il dar alle stampe senza loro saputa le lettere degli amici.</p>
<p>Non le incresca di rinnovare all'esimio sig. Marchese di lei fratello le proteste dell'antica mia devozione, e le sia grato il sincero sentimento di stima con cui godo di rassegnarmi suo obbligatissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2297</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Giugno 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>L'acchiusa di Giordani ti appartiene, e giova che tu la legga. Lodo la modestia tua intorno al far pubblica o no colle stampe la nota iscrizione. Ma ella è già per le mani di tutti, e il nostro Trivulzio l'ha già mandata in più luoghi, particolarmente al Mai e al Vernazza. E il Bertolotti ha fermo di darla nel <title>Raccoglitore</title>. Così né tu né io saremo notati di vanagloria.</p>
<p>Guardati dal commettere alle stampe fiorentine il tuo <title>Dittamondo</title>. Il primo danno che te ne verrebbe sarebbe il vedertelo subito ristampato in Milano, ove il commercio de' libri per tutta Italia non solo, ma per tutta Europa è più rapido, e quindi maggiore il profitto che ne potrai ricavare. In Milano, sappilo bene, nella sola Milano si stampa quattro o sei volte di più che in tutto il resto d'Italia; e fin d'ora io ti prometto mille napoleoni di utile. Onde trova col Renzi qualche pretesto, e danne la colpa a me come più vuoi. Un'altra ragione ti muova, e questa sia di convenienza o chiamala, se più ti piace, di onorato puntiglio. Noi siamo in guerra co' Toscani; e un'opera, siccome questa, che farà onore all'italica letteratura deve veder la luce fuori della Toscana. Ne ho parlato pure col Trivulzio, ed esso ti fa il medesimo grido: né desso né io ti sapremmo perdonare questa indulgenza ai nostri nemici; tuttoché io sappia benissimo che il Renzi non è nella mandra dei Rigoli.</p>
<p>E a proposito di questo bue furfureo, sappi che il Rosini si fa suo campione, e mena gran vampo contro l'<foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign>, secondo che mi vien scritto da Lucca e da Pisa. Or vedi che ventoso e ridicolo Pirgopolinice! Nulladimeno pigliando le difese degli spropositi Rigoliani il Rosini farà opera più onesta che il pubblicar colle stampe le private lettere degli amici. L'orgoglio di quel borioso buffone è intollerando, e mi fa uscire dei gangheri.</p>
<p>Veniamo al sig. Giuseppino. Alla lettera che, mentre io mi trovava indisposto, gli scrisse la Teresa in mio nome, il tristo non si è degnato pur di rispondere. Or io sono stanco del suo malvagio procedere e senza misericordia ho risoluto di porvi rimedio. Facciamo adunque così. Fissa tu il tempo preciso in cui pensi muoverti da Pesaro per venire a Milano. Al tuo passaggio da Faenza io mi troverò in Fusignano qualche giorno prima, e quivi t'aspetterò, né di là partiremo senza aver posto ordine ai nostri interessi per l'avvenire. Il che fatto, partiremo di conserva, e ce ne verremo col cuor tranquillo a Milano ove gli amici a braccia aperte ti attendono; ed io avendoti al fianco mi sentirò tutto, novello Esone, ringiovanito. Scrivimi adunque, e regola a tuo senno il nostro congresso e l'itinerario.</p>
<p>La Teresa ed Aureggi ti salutano carissimamente. Fa per noi altrettanto colla Costanza ed ama il tuo amantissimo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Un caro abbraccio al nostro Borghesi, il cui cuore, se mai nol sapessi, è rimasto a Verona ne' begli occhi della Giulietta Alighieri.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2299</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Giugno 1820.</date> </opener>
<p>Pare a voi che una errata di sei fogli, come il <emph>Rigoliano</emph> da me pubblicato, potesse mai esser cosa a proposito pel vostro Giornale? E mi avete voi per uomo di sì poca discrezione, che non mi dovessi vergognare d'inviarvelo a quell'effetto? Allorché io ve ne feci promessa, mi pensava che la messe di quegli spropositi non mi avrebbe occupato che poche pagine: ma <quote lang="lat">amphora cœpit intstitui</quote>, e col correre della rota ne è uscito, contra ogni mio disegno, un grand'orcio, e tale che avrebbe miseramente ingoiato un intero fascicolo del Giornale. Non mi vogliate adunque dar biasimo se vi sono stato discreto. Né intendo perciò di andare sciolto con voi d'ogni debito. Bensì vi prego di credere che mi dura la buona volontà di scontarlo, mal grado delle brighe che l'una sull'altra m'incalzano, e non mi lasciano ozio da respirare. Attendo in breve a Milano il mio e vostro Giulio, e con esso mi risolverò del modo di sdebitarmi. Siatemi adunque benigno del vostro compatimento, e ponete giù ogni sdegno contra chi tanto desidera di vivere in grazia vostra.</p>
<closer>Il Trivulzio e il Rosmini vi ricambiano di ogni caro vostro saluto. Ma pensate che niuno vi ama tanto e vi stima come il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2300</head>
<opener><salute>A <add resp="ed"> S. A. S.</add> <add resp="ed">il Principe di Carignano</add> — <add resp="ed">Torino</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Luglio 1820</add>.</date></opener>
<p>Una lieta voce qui sparsa che l'Altezza Vostra Serenissima alla venuta in Milano dell'Augusta Sua Sorella, nostra amata Viceregina, avrebbe onorato e rallegrato della Sua presenza questa città, mi ha trattenuto finora dall'inviare a V. A. il quarto volume della <title>Proposta</title>, aspettando di poterlo in quell'occasione io stesso porre a' Suoi piedi. Caduto di questa dolce lusinga, ed incerto del quando mi sarà conceduto d'intonare il Cantico di Simeone, ho giudicato miglior consiglio il non differirne più oltre la spedizione.</p>
<p>Se l'A. V. si è degnata cortesemente aggradire gli altri volumi, mi rendo sicuro che avrà più caro il presente: il quale, essendo tutto lavoro del figlio dell'amor mio, e tutto diretto a vendicare dalla pedantesca tirannide della Crusca l'onore della comune nostra Italica lingua, a niuno, per mio avviso, dee riuscire più accetto che a quel Principe illuminato su cui riposano tante speranze Italiane, e quella particolarmente d'un nuovo secolo d'oro agl'ingegni. I miei anni sono già vicini alla sera: ma se prima di terminarli mi sarà dato il vedere da vicino una sola volta questo Italico Sole, intonerò io pure il bel cantico di Simeone, e morirò consolato.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2301</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Luglio 1820.</date></opener>
<p>.</p>
<p>Nel paragrafo di lettera che vi trascrivo del Perticari avrete chiaro il perché non vi ho ancora mandato le poche parole che vi promisi da porsi a riscontro di quella fiera vostra scrittura. Dopo aver detto che la Crusca rinnova il giudizio di Mida, <quote>premiando i Micali e i D'Elci, e condannando i Botta, i Cesari e i Pindemonti</quote>, il Perticari segue così: <quote>«Vi confesso però che mi pesa il vedere quella gente in tale vitupero, perché fra loro v'ha chi conosce il vero, e lo pregia e lo segue. Non vi so dire la festa che in Firenze mi hanno fatta molti di quegli Accademici, fra i quali il Collini, il Niccolini, il Baldelli, che hanno colmato la Costanza e me d'ogni maniera di gentilezze. Così vi dirò di Pisa, dove il Rosini invitò in sua casa i professori dell'Università, e mi fece sedere a scranna fra quei dottori; talché mi pareva d'essere il Bambino messo a disputare nel tempio. E vi giuro che in mezzo a quelle cortesie più volte mi è venuto rincrescimento d'essere in battaglia con quei signori».</quote> E qui, dette altre cose degli onori per coloro fatti a mia figlia, mi prega <foreign lang="lat">pro bono pacis</foreign> di andare a rilento nell'investirli, onde per troppo rigore contro l'infarinata congrega, presa tutta in un fascio, non perdere il favore dei buoni che pur vi sono e stanno per noi. Al quale delicato e savio consiglio direttamente s'oppone il pensiero ch'io faceva di confermare in tutto quella giusta vostra invettiva contra quei goffi; e vi accerto, caro Villardi, che mi sarebbe cosa impossibile il rispondere di qualunque modo allo scritto che mi fate l'onore d'indirizzarmi, senza dirvi <emph>Amen</emph> in tutto e per tutto, sì forte mi sento nell'animo la ragione di vituperarli per quella insensata loro sentenza, tanto più iniqua, quanto che lo stesso Perticari soggiunge, che <quote>«la sola Lombardia può ai nostri giorni metter fuori alcuna cosa che sia degna del nome italiano; perciocché le lettere, o sbandite o mal condotte in tutte le altre parti d'Italia, hanno rifugio nelle sole terre lombarde».</quote></p>
<p>Eccomi dunque posto, come dice il proverbio, tra l'incudine ed il martello, tra il desiderio di contentar voi e sfogare la mia bile contra quei Mida, e tra la preghiera de' miei figli, i quali mi raccomandano, per così dire, la compassione a quei ciucci, sui quali la Costanza mi scrive: <quote lang="lat">Pater, ignosce illis, quia nesciunt quid faciunt</quote>.</p>
<p>Per la qual cosa io penso o che voi, senza curarvi della risposta, diate risolutamente alle stampe il bello ed eloquente vostro scritto contra quello stolido giudicato, del quale Italia tutta s'adira (e vi permetto il dire francamente che voi e tutta Verona siete stati testimoni oculari della mia ira per l'oltraggio particolarmente fatto al Cesari, ecc.); oppure, restando fermo nel desiderare una mia risposta, mi concediate di pigliare in essa a difendere la sana parte dell'Accademia, mostrandola innocente di quella colpa. Se però farete considerazione che questo giusto separamento dei buoni dai cattivi vi tornerebbe a gran carico se voi medesimo no 'l faceste, conoscerete che sì a me come a voi metta conto ch'io me ne resti in silenzio; dovendo bastare al vostro bisogno ch'io vi conceda libera permissione di far palese al pubblico la mia indignazione, e ad un tempo stesso il mio riso, su questo punto d'accordo con tutti gl'Italiani di qua e di là dal Mugnone. Significatemi dunque la vostra intenzione, e dentro ai segnati onesti confini io farò il vostro volere.</p>
<p>Alla metà di settembre infallibilmente avrò il mio Giulio.</p>
<closer>Rinfrescate all'ottimo Cesari le proteste della mia stima ed amicizia, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Scrivo al Perticari, e gli mando intera la vostra lettera, onde sappia le obbligazioni ch'ei deve avervi e v'avrà; ché il cuore di lui è bello e conosce la gratitudine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2304</head>
<opener><salute>Al Cav. ANGELO MARIA RICCI — Rieti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Luglio 1820.</date></opener>
<p>Il Masi non si è curato punto di dare esecuzione ai vostri ordini; ma la vostra <title>Italiade</title> è già da parecchi giorni in mia mano, ed io l'ho letta avidamente e senza la minima interruzione tutta di un fiato. Ciò vi dice abbastanza, ch'ella mi è molto piaciuta e per lo stile e per le sentenze. Quanto al tutto, non é giudizio da portarsi così su' due piedi. Ben vi dico, che il più delle parti è sì bello, che agevolmente può disarmare la critica intorno alle difettose, se mai paresse ad alcuno che ve ne fossero. E quale è il poema che non ne abbia? Ma di ciò lascio che altri vi sia miglior giudice che non sono io. Per me son pago di dirvi, che la sola visione di Gisile è sì bella, che fa passar la voglia di farvi addosso il censore.</p>
<p>Vi rendo grazie della occasione che mi avete dato di significarvi la stima che fo del raro vostro valore nell'arte che più mi è cara, e dolcissima mi è la rinnovazione della preziosa vostra amicizia.</p>
<p>Abbiate per fermo di essere ben corrisposto, e state sano.</p>
<p>P. S. Tito Manzi, che oggi fa penitenza in mia casa, vi saluta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2305</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Luglio 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Valeriani.</p>
<p>Al sig. Castelnovo ho data carta in bianco, onde a viva voce ti dica che io sono sempre il tuo amico con tutta quella ricchezza di espressioni che a tale officio conviensi.</p>
<p>Odo che tu pure stai scrivendo un non so che sopra la lingua. Ne godo e spero che ti verrà da questo lavoro la debita lode.</p>
<p>Hai veduto il mio duplice <foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> al Rigoli? Che e ne pare? Mi viene scritto da Roma che nella Vaticana si è trovato un codice assai corretto di quel volgarizzamento Ovidiano; e che in esso mirabilmente confermansi tutti gli errori e del Rigoli e della Crusca da me sospettati. Con tutto ciò mi si dice che il Rosini siasi fatto campione dell'una e dell'altra. Egli ne avrà la beffa col danno.</p>
<closer>Sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed>. Salutami Niccolini.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2307</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 22 Luglio <add resp="ed">1820</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Fra i molti miracoli dal tuo libro operati leggi quello che mi scrive il Villardi, quel Villardi che alla maligna istigazione dell'Acerbi fu il primo a uscir in campo contro la <title>Proposta</title>, ed ora è tutto nella nostra sentenza e sì mio, che niuno di più. Le stesse cose maravigliose mi si scrivono da Padova, da Venezia, da Torino, da Lucca, da tutte le parti, in una parola.</p>
<p>Sull'esempio di Del Bene il Gagliuffi ha fatto anch'esso un'inscrizione in tuo onore, e credo ti verrà mandata da Lucca.</p>
<p>Il nostro Trivulzio ti ha scritto e non ha per anche avuto risposta. Pregoti di non ritardarla, ché niuno più del Trivulzio ti ama, ti venera, e dappertutto predica le tue lodi.</p>
<p>Mi hai reso grande servigio scrivendo a Fedele del risoluto modo che mi accenni. Dello stesso inchiostro gli aveva già scritto ancor io e minacciatolo di venire ai fatti, e ci verrò per dio se Giuseppe non muta registro. Egli ha finalmente risposto a Teresa scusandosi del ritardo per cagione di malattia. Tutte parole le quali promettono intero adempimento de' suoi doveri e con te e con me, ed io più non le credo. Tiemmi avvisato del tempo che sarai sul partire e metteremo, spero, rimedio ai nostri affari sì mal condotti.</p>
<p>La Teresa ed Aureggi ti salutano e siamo tutti impazienti di abbracciarti. Un bacio alla Costanza e sta sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2309</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Agosto 1820.</date></opener>
<p>A rifare la mia disfatta salute sciolto d'ogni cura, e tutto in braccio a una beata poltroneria, sono stato un quindici giorni in campagna col mio celeste Oriani; e tornato ieri in città ho trovato su lo scrittoio la carissima vostra che da più giorni m'aspettava.</p>
<p>Voi volete a ogni modo quattro righe in seguito al vostro scritto contro la Crusca, ed io ve ne contenterò. Ma sono ben lieto di aver differito. Avete voi letto il nuovo programma dei Padri Infarinati col premio di 500 scudi a chi farà la confutazione del Perticari? Da molto tempo mi era venuto da Firenze l'odore di questa ribalderia. Perciò posi sempre ritardo al dar effetto alla vostra dimanda, aspettando da un giorno all'altro la risoluzione di cotal mena. Ora che quei gaglioffi si sono levata la maschera, con più animo e senza tanti rispetti batterò io pure la zolfa e il mio canto cadrà precipitosamente sull'ottavo articolo del programma, che è il più malizioso.</p>
<p>Datemi adunque un po' di respiro (che in questi orribili caldi, per Dio, nulla di buono possono le forze dell'intelletto) e avrà bel fine la festa.</p>
<p>Addio in gran fretta. Al Cesari ogni bene, e i più cordiali saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2310</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CARDINALI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Agosto <add resp="ed">1820</add>.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e carissimo sig.r Cardinali.</p>
<p>Non perché io mi creda di esser molto innanzi nella grazia del Principe di Carignano, ma perché molto desidero di dare a voi e al nostro Costa una qualche dimostrazione del grato animo mio per l'onore fattomi d'intitolarmi il vostro Vocabolario, volentieri mi farò ardito di accompagnare con lettera di rispettosa raccomandazione a S. A. S. il dono che gli volete offrire dell'opera sopraddetta. E mi cadrà in acconcio di farlo dentro il mese venturo nell'inviargli io pure un esemplare della nuova edizione della mia <title>Iliade</title>, della quale è già presso alla fine il secondo volume.</p>
<p>Salutatemi Costa carissimamente ed amate il vostro servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Ho notato parecchi errori che nell'emendazione del fiorentino Vocabolario vi sono sfuggiti. Se vi pone conto l'averli per l'appendice, volentieri li metterò a vostra disposizione quando fia tempo. Ma siate per carità meno generoso nell'ammettere fra la viva favella la morta, e fra l'illustre la feccia Camaldolese e la Ionadattica.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2312</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1820</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Attendo che tu mi avvisi il tempo della tua mossa da Pesaro, ché io sono già bello e pronto a fare la mia per venirti all'incontro. E bisogna assolutamente che tu venga meco per le note ragioni a Fusignano, perché trattasi del tuo interesse del pari che del mio. Ed io ho bisogno dell'aiuto di persona che intendasi delle cose meglio che non so io, di persona che con occhio legale vi vegga dentro e mi scaltrisca di quello che s'ha da fare. Onde ti prego di non mancarmi della tua assistenza, e te ne caglia; perché, ripeto, vi va di mezzo il tuo interesse medesimo, e più che il mio proprio; ché il mio finalmente non è che un credito di milleottocento scudi in contante: ma per conto tuo è un capitale di terreni ben altro che il mio. E potrebbe avvenire che ti si desse occasione di venderli e recarli in denaro, se non tutti, almeno una parte, siccome già ti scrissi. Scrivi adunque e fissami il giorno della tua partenza, e il luogo del nostro unirci pel detto effetto, e il quando precisamente. Qui tutti ti aspettano con impazienza e il Trivulzio massimamente e l'Oriani, che tutto giorno me ne domandano e ti vogliono seco in campagna: ma il Trivulzio, sappilo, non ha ricevuta la tua risposta, e conviene che tu gliene scriva due righe.</p>
<p>La Teresa ha già messo in acconcio il tuo letto, e le tarda il momento di abbracciarti.</p>
<p>Hai veduto il pazzo programma dei Padri Infarinati? Qui se n'è riso gagliardamente: e noi non taceremo e daremo loro il malanno ch'ei cercano.</p>
<p>Pindemonte, ch'è venuto espressamente ad abbracciarmi in Milano e a cui ho letto quella parte delle tue lettere che lo risguarda, mi prega di salutarti cordialissimamente. Lo stesso fa il Peyron, il quale prepara sull'opera di Lucchesini un articolo che lo manderà molto malconcio e il Frullone in conquasso.</p>
<p>Queste poche linee mi costano un lago di sudore per l'orribile caldo che ci consuma.</p>
<p>Alla Costanza un bacio adunque, e sta sano. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2313</head>
<opener><salute>A NICOLA SEVERI — Rieti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Agosto 1820.</date></opener>
<p>La lettera all'egregio amico cavaliere Ricci, della quale ella m'interroga, quella lettera è mia. Così il giudizio, che in essa porto della sua <title>Italiade</title>, potesse aver qualche peso, come è sincero!</p>
<p>Le rendo grazie dei cortesi e benevoli sentimenti, co' quali le piacque accompagnare la sua onesta dimanda; e rispetto a' miei scritti, desidero che ella sempre rimanga nel caro errore in cui è tratto dalla nobile sua gentilezza.</p>
<p>Porga all'amico i miei cordiali saluti, lo esorti a non pigliarsi pena delle censure che passano il segno della discrezione, e senza più mi creda il suo dev. ed obb.mo servitore.</p>
<p>P. S. Fin dal mese passato il nostro buon Tito Manzi è tornato a Firenze.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2314</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Agosto 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>In questo punto ricevo dallo Scacciani la tua ingratissima: e quanto ne sia afflitto non si può dire. Pazienza. A ogni modo i miei affari vogliono che io vada in Romagna e fra sei giorni mi partirò, e abbandonato e solo farò colà le mie cose, o per meglio dire le rovinerò.</p>
<p>Non mi allargo sul resto, perché il vedermi caduto della più bella e più cara delle mie speranze mi atterra. Pazienza di nuovo. Strascinerò il meglio che saprò l'avanzo della mia vita, e tuttoché dolente del tuo crudele abbandono, non cesserò di amarti e di benedirti.</p>
<p>Saluta la mia diletta Costanza e vivi felice. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2316</head>
<opener><salute>Al March. GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 3 Settembre <add resp="ed">1820</add>.</date></opener>
<p>Gli Argonauti che coll'Argo a vapore dimani salpano da Pavia, mi hanno cortesemente fatto l'onore di accettarmi a loro compagno fino al Ponte di Lagoscuro. Avendo già fermato, come ella sa, di andar in Romagna, avrei mostrato poco senno, se non avessi tenuto così grazioso invito.</p>
<p>Nell'angustia del tempo essendomi tolto il venire in persona a prender congedo dalla casa Trivulzio, aggradisca, signor Marchese, in iscritto l'adempimento di questo doveroso officio, ed anche lontano non si stanchi di voler bene al suo dev. servitore ed aff.mo amico.</p>
<p>P. S. Mi ricordi ossequioso servitore alla signora Marchesa e alla casa Poldi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2319</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 22 Settembre 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Costanza dorme e in dolce riposo si rifà del sonno perduto in viaggio. Poco manca al partir della posta e non potendo essa scriverti, adempio io e per essa e per me brevemente questo officio, e ti dico che i nostri affari son già rivolti in meglio, e spero procederanno con più ragione e più ordine per l'avvenire. Abbiamo in ciò seguito il consiglio di Manzoni che è quello della prudenza, né dal lato di Giuseppino si è fatto alcun ostacolo. Al passato non è rimedio e conviene gittarvi sopra il velo della compassione. Ma nulla, neppur un centesimo, perirà del tuo credito. Intanto è già in mia mano, per gli arretrati a Costanza dovuti, un sicuro mandato di scudi 370 oltre li scudi 50 passati a Costa. Il rimanente si verrà saldando nel più breve tempo possibile a discreto respiro, e per l'innanzi il nuovo amministratore ti sarà puntuale ne' pagamenti. Il mio credito di scudi 1700 è cautelato per ipoteca sopra fondi tre volte maggiori e il frutto decorso mi è già stato prontamente pagato. In somma i fatti van meglio ch'io non isperava, e niuno degli altri creditori avendo mossa parola contra mio nipote, ed essendo sicuri che in fine tutti avranno salvi i lor capitali, sarebbe stata cosa troppo inumana che lo zio avesse alzato ne' tribunali il primo grido di guerra, massimamente dopo aver acquistata la cognizione che Giuseppe sventuratamente è venuto meno della sua parola, perché altri l'hanno tradito. Anche Manzoni in prima sì fiero, al presente è del tutto riconciliato, e la domestica armonia è per tutte le membra della famiglia perfettamente ristabilita. Anche gli atti giudiziali del detto Manzoni contra Giovanni a mia preghiera son stati sospesi, e il sono stati a un primo aprire di bocca.</p>
<p>Non ci fermeremo qui più di due giorni, e prima che cada la settimana sarò fra le tue braccia.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2323</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 16 Ottobre 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Ho mandata a Giuseppe in corpo ed in anima la vostra lettera, ed ho voluta in iscritto la sua risposta. Ve l'acchiudo tal quale: e acciocché dalla sua lettera non abbiate a prender cagione di maggiormente inquietarvi e guastar la salute, a cui voglio che poniate tutta la cura, vi dico che malgrado di tutti i dissidi insorti tra voi e i vostri fratelli, ogni cosa andrà a finire in termini di tutta pace solo che una volta vi risolviate a venire in persona sulla faccia de' vostri interessi. Giuseppino ha dei torti non lievi verso di voi, e io che li so tutti non ho mancato di fargliene amaro rimprovero a segno di ridurlo più d'una volta alle lagrime. Ma in mezzo ai mali ch'egli vi ha cagionati gli è certo che le sue mancanze sono venute non dal suo mal volere, ma dall'assoluto suo non potere. Né voi solo ne siete stato la vittima, ma io stesso pure e Costanza, e gli altri vostri fratelli e parenti. Lasciate però ch'io vi affermi, che se voi non vi foste ostinato a non volervi in tanto bisogno muover di Roma e aveste ascoltato i replicati consigli di chi vi eccitava a venire, due gran beni ne sarebbero immediatamente conseguiti, l'uno di assicurare nel modo che più vi fosse piaciuto sopra altri fondi di miglior condizione i vostri interessi, e far pace colla famiglia, l'altro di concludere miglior affitto de' vostri beni: i quali nelle mani di Giuseppino senza contrasto han migliorato di condizione. E s'altri vi scrive il contrario, v'inganna. Né queste cose io le dico per bocca dì Giuseppino, ma per bocca di quanti ne sono testimoni oculari, per bocca dello stesso Manzoni, il quale non ha dubitato di dirmi ch'egli stesso n'avrebbe preso l'affitto a seicento scudi di più. Delle quali verità voi stesso rimarrete di presenza convinto se farete quello che tutti vi esortiamo di fare da tanto tempo, cioè se in persona verrete a vedere le vostre cose. E lungi dal trarne nuove amarezze e trovar cattive accoglienze vi prometto che i vostri fratelli vi riceveranno colle braccia aperte, e più di tutti Giuseppino come quello che più d'ogni altro vi ha dato cagione di lamentarvi, e più desidera di riacquistarsi la vostra benevolenza. Il mio cuore soffre moltissimo delle discordie nate tra voi, che tutti mi siete cari come miei figli. Datemi adunque la consolazione di vedervi tutti riconciliati. Venite: e sistemati in Fusignano i vostri interessi, allungatevi fino a Milano ad abbracciarmi: ché anche qui troverete oggetti di belle arti assai degni del vostro studio, e amici che vi desiderano, e me soprattutto,</p>
<closer>che sono e sarò sempre con tutto il cuore il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2324</head>
<opener><salute>A FILIPPO AGRICOLA — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, 19 Ottobre 1820.</date></opener>
<p>Mio carissimo Pippo.</p>
<p>La mia Costanza dee avervi scritto più volte e per se stessa e per me. E sappiate che io allargo le leggi del matrimonio anche nelle cose degli amici: e fo ragione che siamo sempre due in una carne: talché quando scrive l'uno di noi si ha da credere che abbia scritto anche l'altro. Dal che vedrete ch'io già v'ho scritto più volte pel ministero di questo sacramento del matrimonio; né potete mai dire ch'io sia poltrone e tardo nel rispondere agli amici, se il faccio colla miglior parte di me medesimo.</p>
<p>Per mezzo adunque d'una delle mie lettere avrete già ricevuto il ritratto di Dante, tratto dal quadro dell'Orcagna nel duomo di Firenze. Solo vi consiglio a non tenerlo tanto vecchio, come sembrami che appaia in quella pittura. Perché sbagliano assai tutti quegli artefici che pongono Beatrice accanto ad una figuraccia rugosa e arcigna di cinquanta o sessant'anni. O si vuole imaginare il poeta coll'amante viva, o coll'amante morta. Se lo si dipinge mentr'era viva, è bisogno il mostrare due giovinetti: perché la Bice morì, che Dante aveva soli 24 anni. Onde guardate che pazzi sono que' pittori che pongono quella tenera giovinetta da costa a un vecchiaccio negro e bavoso, che pare uno de' giudici con Susanna. Se si dipinge poi Dante nel punto che vide la sua donna fatta dea, non si può dargli età maggiore de' 35 anni: perché questo è appunto quel mezzo del cammino di nostra vita, in cui egli finge d'aver fatto quel sogno, che gli mostrò la gloria del benedetto termine della sua mente. Il vostro Dante sia dunque o di 24 anni, se la Beatrice si finge viva: o di 35, se la Beatrice si fa morta. E perché alcune volte le parole dipingono quanto le linee de' disegnatori, osservate la descrizione che fa del nostro poeta l'antichissimo Benvenuto da Imola nel suo comento inedito: <quote>Il venerabile Dante fu di statura mediocre: il portamento era grave e mansueto: l'abito onestissimo, e quale conveniasi a filosofo. Il volto era lungo, il naso aquilino, gli occhi un po' grossi, le mascelle grandi, il labro inferiore sporgente, il colore fosco, i capelli e la barba densi, negri e crespi, il viso melanconico e pensoso</quote>. A me pare di vederlo in queste poche linee così bene come in quel muro del duomo di Firenze. Ma assai meglio il vedrò con tutta l'Italia, quando avrete voi dato termine al vostro quadro, che non dubito non abbia a riuscire opera meravigliosa. Talché io sono fuori di me per l'allegrezza nel pensare che alfine la pittura avrà il suo Canova: cioè un ristoratore che la cavi fuori dal precipizio in cui era caduta per la dimenticanza del buono stile, e per l'arroganza de' falsi maestri. Fate cuore, mio caro Agricola. A voi è serbata questa gran lode: voi dovete rivendicarci questa gloria sì miseramente perduta; n´ patir più che gli inglesi vengano insegnare a dipingere agli eredi di Michelangelo e di Raffaello.</p>
<p>A che termini è condotto il ritratto della mia Costanza? Pensate s'io sospiro di ammirarlo e farlo ammirare! Scrivetemene alcuna cosa, o mio divino amico: sì <emph>divino</emph>, perché lo siete nel cuore e nell'intelletto: ed io già v'onoro come cosa più santa del Colosseo.</p>
<closer>Amate il vostro vostrissimo <signed>Giulio <add resp="ed">Perticari</add></signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>E se tanto lo sospira il marito, figuratevi il padre. Egli è appunto quegli che ve ne porge qui in margine la sua preghiera, e desidera di entrar ancor esso nel numero de' vostri amici; essendolo già in quello de' vostri ammiratori: coll'intenzione di non lasciar chiusa nell'animo la sua ammirazione, ma di renderla manifesta col canto che più dura. Sollecitate adunque il divino vostro lavoro, ed io mi studierò di porlo su le più scelte corde della mia lira, che di vecchia si farà giovine per onorarvi.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2325</head>
<opener><salute>All'Ab. FRANCESCO VILLARDI — Verona.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 22 Ottobre 1820.</date></opener>
<p>A tergo della presente troverete il mio assenso all'indirizzo che amate di farmi della nota stampa risguardante le male arti de' Padri Infarinati. Distratto dagli affari che mi hanno chiamato in Romagna, e dalla dolce vita che meno in braccio a' miei figli, io non ho mai potuto aver il capo allo scritto che vi promisi. Ma, avendovi io già data, e ridandovi nuovamente la facoltà di dire al pubblico apertamente che intorno al torto fatto da quei buffoni al Cesari e al Pindemonte io corro <foreign lang="lat">ambobus pedibus</foreign> nella vostra sentenza, quelle poche mie parole al vostro scopo si fanno inutili al tutto: e parmi anzi che a questo modo abbiate miglior presa con quella gente divenuta omai la favola e il riso di tutta quanta la repubblica delle lettere. Né vi deste a credere che me la voglia passar con essi in silenzio. Nel quinto volume della <title>Proposta</title> farò che si vegga più chiaro che prima, in che stima io li tengo. E già per certe notizie acquistate ho sì buon giuoco con quell'arrogante congrega, che sarei pazzo a non ne fare profitto.</p>
<p>Non so dirvi preciso il tempo del mio ritorno in Milano, ma dentro il mese al sicuro. Non dispero quindi di abbracciarvi in persona. Vi abbraccio intanto in iscritto, e cedo al mio Giulio il piacere di dar fine alla presente.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro affettuoso servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>P. S. Dovrei scrivervi molte parole, e tutte adornate di ringraziamenti e di lodi, se volessi pur dirvi una parte sola di quel tanto che vorrei dire e dovrei. Ma mi è dato lo scrivervi poche righe, e queste sieno per rallegrarmi con voi della bell'opera che avete impresa ad onore de' vostri celebri cittadini, e a pro delle nostre lettere. Che siate benedetto! Ne strideranno i magri giudici che tutto sanno, e la loro lingua non sanno; e con quelle false e pazze dottrine l'hanno messa in rovina, anzi menata a niente. Ma ne stridano e se ne straccino gli occhi; ciò nulla monta. I savii guardano al cielo lombardo, e specialmente al Cesari e al Pindemonte, che sono stelle che splendono a tutta Italia, e non le veggono quei soli ciechi che pur vogliono sedere a scranna con quelle vedute corte più de' lor nasi. Quasi mi pento d'avere scritti interi volumi contro quella baldanza fiorentina; perché dove i fatti sono sì aperti, le ragioni si fanno vane, quantunque gravi e certissime. Ma voi finalmente coglierete l'ultima e più allegra corona che sia rimasa a cogliersi in questo arringo. Una sola preghiera intanto io vi faccio; ed è che significhiate al Cesari com'io l'ami e l'onori, e lo chiami <foreign lang="lat">pater elegantiarum</foreign>, anzi maestro di color che le sanno. Quindi argomentate in quanta stima io tenga pur voi, che siete tutto informato a così nobile esempio. E con questo vi offro la mia amicizia e me stesso in tutto ch'io valga.</p>
<p>State sano.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2327</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Novembre 1820.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Eccomi col corpo sano e salvo in Milano, ma in Pesaro col pensiero. E se non fosse la speranza di vedere il più presto che si potrà incarnato il nostro disegno, quello di riunirci finalmente in una sola famiglia, prenderei in odio la vita. Ho trovata Milano deserta de' miei amici presso che tutti; onde già penso di recarmi per alcuni giorni ad Omate ove il nostro Trivulzio mi vuole a tutto costo; al qual effetto è venuto egli stesso più volte a cercarmi, sperandomi ritornato.</p>
<p>Fra le molte lettere che qui mi aspettavano una ne trovo che ti risguarda. Perciò te l'accludo. E ti farà ridere il bell'onore che si è fatto coll'evangelica sua eloquenza il padre Cesari. Villardi pure mi parla di nuovo del maraviglioso effetto che dappertutto ha fatto il tuo libro; ma la lettera che da Pesaro gli scrivemmo non gli è pervenuta.</p>
<p>La fama del ritratto di Costanza uscito dal pennello di Agricola si è sparsa anche in Milano. Procura adunque che presto sia levato dal cavalletto e spedito; ché non solo la madre è presa dal desiderio di vederlo, ma tutti i curiosi dell'arte ed anche belle ed alte dame, fra le quali è la Bubna, a cui i forestieri venuti di Roma ne hanno raccontato le maraviglie.</p>
<p>Un abbraccio a Costanza per parte ancor della madre. Esortala a mandarmi il volgarizzamento di Cornelio Nepote, e tu, mio caro, non dimenticare le cose che m'hai promesse.</p>
<p>Addio. Il tuo aff.mo padre ed amico.</p>
<p>P. S. Salutami il nostro Costa e digli che quello scrittaccio attribuito al Muzzi è veramente del Rigoli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2332</head>
<opener><salute>Ai Signori FUSI STELLA e COMPAGNI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Dicembre 1820.</date></opener>
<p>Vi avviso la ricevuta dei dodici Luigi che mi avete mandati, de' quali avremo poscia ragione negli altri conti tra noi esistenti.</p>
<closer>E ringraziandovi vi saluto. <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2339</head>
<opener><salute>Al prof. GIUSEPPE MONTANI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1820</add>.</date></opener>
<p>Caro Montani.</p>
<p>Venite, quando il potrete, in casa Calderara, e là discorreremo. Intanto cercate occasione di mandare ai mio Giordani l'esemplare che vi trasmetto della nuova edizione della mia <title>Iliade</title>.</p>
<closer>Addio. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2340</head>
<opener><salute>Al sig. FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1820—1821</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Stella.</p>
<p>Leggete l'acchiusa, ponderatela, comunicatela ai vostri soci, e me ne darete poi la risposta. Conosco l'opera di cui si parla, e più la conosce Perticari, che ne ha avuto nelle mani il manoscritto. In nome suo e mio non solo vi affermo ma giuro che è lavoro assai bello, e che farete buon negozio se ne assumerete la stampa.</p>
<p>Fatemi nello stesso tempo un altro servizio. Vado debitore all'amico Rosini d'una risposta e d'un ringraziamento per l'ultima sua stampa inviatami. Da qualche mese ho dovuto prendere la ferma risoluzione di non scrivere a chicchessia, tranne a mia figlia, e appena una volta ogni tre mesi. Le ragioni che a ciò mi muovono voi le sapete. Pregovi dunque di adempiere voi coll'amico a prima occasione le mie veci e accennatogli brevemente il mio proponimento, e ringraziatolo della cortesia, dirgli che il mio giudizio, rispetto al suo Guicciardini concorre interamente in quello di Perticari e di Bertolotti, ch'egli ben sa: e che riguardo al resto coglierò opportuna occasione di contentarlo.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2342</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MANGILI — Bergamo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Gennaio 1821.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Sono sì belli, sì splendidi, sì lusinghieri i versi co' quali mi chiamate a scrivere qualche cosa per le nobili nozze che mi accennate, che, per meritare la stima di un sì valoroso mio confratello, e in qualche modo corrispondere a tanta gentilezza, volentieri avrei tenuto l'invito in qualunque altra circostanza mi fosse giunto. Ma di presente io mi trovo sì affannato e legato da una stampa che ho per le mani, e che mi ruba tutti i momenti, anche quelli del sonno, che di niuna maniera il potrei. E giuro che mi dolgo assai di non poterlo. La mancanza pero de' miei versi non tornerà in alcun danno della vostra raccolta; ché voi ne saprete far di migliori.</p>
<closer>Accettate la sincera protesta della mia riconoscenza egualmente che della mia stima; e piacciavi di mettere in altro tempo alla prova i sentimenti, con cui godo di dirmi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non debbo passare senza molti ringraziamenti il leggiadro Epigramma del signor abate Fornoni, ed invoco la vostra eloquenza ad adempire per me questo debito officio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2347</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Febbraio 1821.</date></opener>
<p>Il vostro articolo sul dipinto del redivivo Raffaello è scritto con assai perizia di lingua e delle pittoriche discipline, ed insieme con grande amore verso mia figlia e me stesso. Io ve ne rendo grazie con interezza di cuore, e mi rallegro dei gran passi che avete fatti nei segreti del bello scrivere.</p>
<p>Memore tuttavia delle mie promesse, nel venturo ordinario, col mezzo dell'inviato Alborghetti, vi spedirò pel vostro Giornale una lunga lettera al nostro Trivulzio sopra un passo del Petrarca, storpiato due volte negli Atti dell'Accademia della Crusca, colla buona intenzione di quei signori di risanarlo. Manderò appresso un terzo <foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> all'Infarinato Del Furia sopra il suo saggio d'emendazione al <title>Dittamondo</title>: e questo scritto sarà più lungo dell'altro. Vi avverto che sì questo e sì quello faranno parte del quinto volume della <title>Proposta</title>. Ma siccome questo non potrà uscire che in maggio, e forse ancora più tardi, così avete tempo che basta a renderlo pubblico prima della mia stampa.</p>
<closer>Il Trivulzio e Rosmini vi risalutano caramente, ed io sono mai sempre il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Da molto tempo non ricevo più il vostro Giornale, né so il perché; non ho quindi potuto leggere il vostro articolo sulla versione dell'<title>Iliade</title> del vostro amico Cardinale Litta. Ne andrò dunque in traccia presso qualche associato più fortunato di me. Abbiatevi intanto i miei ringraziamenti per la menzione d'onore ch'ivi dite aver fatto della mia traduzione, della quale a primo incontro vi spedirò la terza edizione ultimamente qui pubblicata; e vi avrò molt'obbligo se vi piacerà di accennarla nell'appendice del vostro Giornale, toccando le nuove cure accennate nella prefazione degli Editori.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2348</head>
<opener><salute>A S. E. D. PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Febbraio 1821.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Ho consegnato al conte Alborghetti lo scritto promessovi nello scorso ordinario, e acciocché il vostro stampatore (qualora ne vogliate far uso) non abbia ad errare nell'intenderlo, ho pensato di mandarlo bello e composto in istampa, premettendovi sempre che la pubblicazione che io ne farò non potrà seguire che alla fine di maggio.</p>
<p>Nell'entrante settimana avrete l'<foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> agli spropositi dell'Infarinato Del Furia su quel suo saggio d'emendazione al <title>Dittamondo</title>, e questo <foreign lang="lat">Corrige</foreign> per onore del mio Giulio, di cui parlo in una postilla, bramerei avesse luogo nel vostro Giornale.</p>
<closer>Tuttavia fatene voi il vostro senno, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2351</head>
<opener><salute>A PIETRO MARIETTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 13 Marzo 1821.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Nessuna relazione né di persona né di scritto è mai stata tra me e il senatore Castagneri, nessuna parola mi ha mai fatta l'avv. Martelli della causa ch'ella mi accenna, e nessuna raccomandazione mi è stata da lui chiesta a quell'oggetto, né egli è tale che a ben difendere i suoi clienti abbia bisogno degli altrui offici. Mentisce quindi solennemente chiunque abbia potuto asserire che il lodato sig. Martelli sia stato dalle mie premure aiutato presso quell'onorando magistrato.</p>
<p>Desideroso di obbedirla in cosa di maggior momento, sono con tutta la stima suo devotissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2352</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Marzo 1821.</date></opener>
<p>Ho consegnato al conte Alborghetti il promesso <foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> all'Infarinato Del Furia. Ponetegli un titolo qual siasi, a vostro senno, e siate certo che la mia stampa non verrà alla luce che da qui a tre mesi.</p>
<p>Vi ringrazio assai delle onorevoli parole, con cui vi è piaciuto di ricordare la mia versione dell'<title>Iliade</title> nell'articolo, in cui avete annunziato quella del Cardinale Litta, e sempre più mi rallegro della molta e pura eleganza del vostro scrivere, oltre la somma finezza di ragionare.</p>
<p>L'acclusa vi farà chiaro il cortese servigio che il cavaliere Mustoxidi ed io attendiamo dalla vostra bontà a favore del nostro amico Rossetti. Ve lo raccomandiamo caldamente.</p>
<closer>Il Trivulzio e il Rosmini vi risalutano, ed io sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se la difesa da me assunta della contrastata lezione del Petrarca <quote>e ciò che non è lei</quote>, vi è sembrata <emph>trionfante</emph> (e tale appunto la chiama in una lettera al signor Trivulzio l'abate Colombo), molto più a dritto vi sarebbe paruta tale, se avessi, prima della stampa, fatto la scoperta d'un passo nelle opere del Petrarca, ove egli stesso assicurava quella lezione. Il passo è nel suo terzo dialogo con sant'Agostino, ed è tale: <quote lang="lat">hoc unum igitur scito, me aliud amare non posse: assuevit animus illam adamare, assueverunt oculi illam intueri, et quidquid <emph>non illa est</emph>, inamœnum et tenebrosum ducunt</quote>. Aggiungasi che l'autografo del Petrarca veduto dal Bembo, siccome ne fa fede il Manuzio, legge: <quote>e ciò che non è lei</quote>.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2354</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">18 Marzo 1821</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio ed Amico.</p>
<p>Per l'amore che mi porti ti sia caldamente raccomandato l'affare di cui, sotto alla presente, ti scrive il mio buon amico l'avvocato Parravicini, affare che già conosci, e che mediante i tuoi buoni offici è già ridotto alla sua conclusione. Se da qualche tempo ho intermessa ogni sorta di lettere, tu sei abbastanza savio per intenderne il prudente perché.</p>
<p>Abbracciami la Costanza, e fa di servire il mio amico come un altro me stesso. Addio. Il tuo affezionatissimo padre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2355</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Marzo 1821.</date></opener>
<p>La Marianna Venèri, non sapendo ove al presente ti trovi, mi ha inviato a sigillo alzato l'acchiusa a te diretta, pregandomi di leggerla e procurarne il recapito, aggiungendo alle sue le mie preghiere all'effetto ch'ella desidera. Il che io fo volentieri per la ricordanza della buona amicizia che mi legava a suo padre; ma ella chiede cosa, in cui dubito che tu possa far nulla in suo benefizio.</p>
<p>Un'altra lettera, similmente venuta al tuo indirizzo, perché poi tu medesimo la mettessi nelle mie mani, è scritta dall'egregio signor Rossetti di Trieste, il quale appunto prevedendo che tu potessi aver abbandonato Milano, avea commesso a Sonzogno di darle il recapito che t'ho detto. In questa egli prega te di pregar me affinché io trovi modo di fargli avere da Roma la copia di circa sessanta pagine residuali di quel tal Codice del Petrarca, che unico ritrovasi nella Vaticana, essendogli in ciò venuta meno la promessa fattagli dal libraio De Romanis. Desideroso pertanto di compiacerlo, ho inviata l'originale sua lettera al Principe D. Pietro Odescalchi mio amicissimo, da cui spero che prontamente il Rossetti sarà servito.</p>
<p>Io mi travaglio dì e notte intorno la stampa del quinto volume della <title>Proposta</title>; ma la tua partenza, mio caro, mi ha lasciato pigro l'ingegno e la fantasia, e non ho con chi parlare de' miei studi e disannoiarmi dei tanti strepiti che mi stanno intorno, del mondo politico, nel quale tu sai ch'io non soglio né posso vivere. Perciò ha fatta deliberazione di andarmene col mio Oriani a Sesto per qualche giorno, tanto ch'io v'abbia col fiorire della campagna le forze della mente. Avendo aperto ier l'altro alla contessa Bubna questo mio pensiero, ella cortesemente mi ha promesso di farci una visita, ed io per me e per Oriani mi sono obbligato a presentarle, quando verrà, un bel mazzo di fiori raccolti colle proprie nostre mani: della quale offerta quella gentilissima mi ha anticipato i più cari ringraziamenti; e mi ha chiesto con parole di molta benevolenza le tue nuove, ed imposto di salutarti, e ricordarti che qui sei amato e desiderato.</p>
<p>Dirai al mio Grassi che i suoi <title>Sinonimi</title> mirabilmente mi piacciono, e che li trovo scritti con sottile giudizio e con quella filosofia che sola può guidare a buon porto la compilazione del Vocabolario.</p>
<p>Mi saluterai caramente anche il gran Poliglotto, ma innanzi a tutti e con tutto l'ossequio l'Eccellenza del conte Mocenigo, alla cui benevolenza mi raccomando.</p>
<closer>E tu, mio caro figliuolo, non dimenticarti del tuo affezionatissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Per mezzo di Peyron mandai già, accompagnato con lettera, a Grassi, il quarto volume della <title>Proposta</title>, e gli chiesi perdono dell'aver lasciato senza risposta alcune sue lettere, e gliene apersi il perché. Sappimi dire s'egli mi ha perdonata quella negligenza, e ripristinato nella sua amicizia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2356</head>
<opener><salute>Al sig. Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Milano, a' 20 Marzo 1821.</date></opener>
<p>Mi lusinga molto l'intendere che la mia dichiarazione a quel passo del Petrarca <quote>E ciò che non è lei ec.</quote>, cagione di tanti litigi, vi sia sembrata tale da metter fine a tutte le dispute. Ma due errori in quel mio scritto sono trascorsi. Se la presente giunge a tempo, emendateli; se già sono andati alla stampa, pregovi di far pubblica nell'appendice del vostro giornale questa lettera.</p>
<p>Le allegazioni dell'esempio tratto dal <title>Ciriffo Calvaneo</title>: <quote>Ma primamente ti ringrazio assai dell'esser te sì magnalmo e cortese;</quote> e dell'altro del Salviati nel <title>Granchio</title>: <quote>Ella sapeva pur bene che per esser lui ec.</quote> sono fuor di proposito, anzi fuor di grammatica a dirittura: perché il pronome <hi rend="italic">te</hi> nel primo, e <hi rend="italic">lui</hi> nel secondo sono accusativi, non in forza della regola stabilita dal verbo <emph>essere</emph> posto tra due sustantivi, ma sì bene in forza dell'infinitivo, che di sua natura porta l'accusativo.</p>
<p>Questi due esempi adunque, manifestamente errati e affatto superflui, sopprimeteli. E se pure vi piace che anche l'autorità del Salviati, che è di molto momento nell'animo degli Accademici, oltre quella del Boccaccio, del Varchi, del Caro, del Firenzuola e di quegli altri concorra a farmi ragione, sostituite al passo del <title>Granchio</title> questo della <title>Spina</title> 2, 5: <quote>Costui qui è un altro me: parlate sicuramente</quote>.</p>
<p>E volete sapere chi m'ha tratto in errore? Primieramente la mia propria inconsideratezza congiunta alla fretta di far contente le vostre brame: poi il Bartoli, caduto nello stesso abbaglio nella citazione dell'esempio di Dante <quote>se non può esser lei ec.</quote>, che cade, se non mi gabbo, sotto la stessa legge.</p>
<p>Ma che bisogno, in mia mal'ora, avev'io di tante allegazioni, quando lo stesso Petrarca nel terzo dialogo tra lui e s. Agostino chiarissimamente spiega quel passo, e irrepugnabilmente conferma la mia opinione? Il santo esorta il poeta a tentare tutte le vie onde liberarsi dalla passione amorosa per Laura. Udite la sua risposta: <quote lang="lat">hoc igitur unum scito me aliud amare non posse. Assuevit animus illam adamare: assueverunt oculi illam intueri; et quidquid non illa est, inamœnum et tenebrosum ducunt.</quote> Non è questa la netta ed intera traduzione latina del sentimento espresso nell'italiano?</p>
<quote><lg type="quartina"><l part="F">…Ed ho sì avvezza</l>
<l>La mente a contemplar sola costei,</l>
<l>Ch'altro non vede; e ciò che non è lei,</l>
<l>Già per antica usanza odia e disprezza.</l></lg></quote>
<p>Se dopo quelle chiare parole <foreign lang="lat">quidquid non illa est</foreign>, i promotori della moderna lezione <hi rend="italic">E ciò che non è in lei</hi> persistono nella loro torta credenza, raccomandiamoli a Dio, e diciamo <foreign lang="lat">requiem æternam</foreign> all'esquisito loro giudizio.</p>
<p>A vieppiù stabilire l'antica lezione, udite di grazia ciò che acutamente ne pensa il sommo filologo sig. ab. Colombo in una lettera all'esimio nostro Trivulzio.</p>
<quote rend="block"><p>«…Ho poi avuta non piccola compiacenza nel trovare anche il Monti del mio stesso parere intorno a quel luogo del Petrarca: <quote>E ciò che non è lei ec.</quote>. Anche senza considerare che così appunto stava in quel testo di mano del Petrarca medesimo, il quale (se dobbiam credere ad Aldo Manuzio) era posseduto dal Bembo, basta fare un po' d'analisi al quadernario per rilevare la sconvenevolezza della lezione adottatasi nella stampa di Firenze del 1748. Che avea detto il poeta ne' primi due versi del quadernario? Ch'egli aveva avvezza la mente a contemplare, non mica <emph>le cose</emph> ch'erano in lei, ma <emph>lei</emph> propriamente, <emph>lei</emph> medesima, <emph>sola costei</emph>. E che dice negli altri due secondo la consueta lezione? Che la sua mente, perché è sì avvezza a contemplar <emph>lei</emph>, disprezza tutto quello che non è <emph>lei</emph>. Egli sta saldo nel suo suggetto, ed ha sempre davanti alla mente Laura: dove che, secondo l'altra lezione, egli salta di palo in frasca, e ne' due primi versi considera lei, e ne' due altri non più lei, ma ciò ch'è in lei: il che toglie la giustezza della contrapposizione, e guasta, pare a me, la bellezza del sentimento. Ora il nostro Monti a quel passo ha assicurata la sua vera lezione con sì convincenti ragioni, con tal apparato di dottrina, e con tal garbo e maestria, che non potrà più caderne il menomo dubbio…».</p></quote>
<p>Proseguite, mio caro ed illustre amico, a ben sostenere con gli egregi vostri compagni la ragione e il decoro della scelta letteratura, e fate che la dotta Italia sempre più si consoli di avere per le nobili vostre cure un giornale, che esercita la censura senza vituperare, e distribuisce la lode senza avvilirsi.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2358</head>
<opener><salute>Al Marchese ANTALDO ANTALDI — Londra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Marzo 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Invece della moglie che sta poco bene, risponde il marito che sta benissimo, e vi porge brevemente le nuove che tanto desiderate.</p>
<p>E primieramente per vostra quiete vi dico che in Bologna e in Pesaro tutto è tranquillo, mediante il senno degli uomini savi che nell'una e nell'altra città dirigono lo spirito pubblico; ma in generale per tutto il resto d'Italia le teste sono fortemente esaltate.</p>
<p>Le cose dei Napoletani van male per difetto di forze. Nel punto che scrivo si sparge la notizia officiale che gli Austriaci sono entrati in Napoli il dì 24.</p>
<p>Il Piemonte è tutto sossopra, e la rivoluzione vi bolle all'ultimo grado. La milizia ha giurato la costituzione di Spagna e si corre all'armi da tutte le parti per mantenerla.</p>
<p>La Lombardia è tutta in gran quiete, ma è la quiete de' sepolcri piena di spettri.</p>
<p>Straniero al mondo politico, io vivo tutto a me stesso nel letterario; e se la salute di mia moglie fosse migliore, mi sarei già ritirato col mio Oriani in campagna.</p>
<p>Or veniamo a cose di pace. La Teresa vi prega di recarle, tornando in Italia, una boccetta di quell'inchiostro indelebile con cui mi dice che in Inghilterra si marchia la biancheria. Vi prega anche di vedere la Camporesi, dalla quale vi sarà consegnato non so qual pacchettino.</p>
<p>Corre qui voce che in Londra siavi un celebre fisico che possiede ed insegna eccellenti rimedi per la sordità degli orecchi. Se amate me e la Costanza, consultatelo, e portateci la virtù dell'udito, della quale sapete che l'uno e l'altra abbiamo bisogno.</p>
<closer>Date finalmente per me un abbraccio al bravo mio Brougham, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2361</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CARLINI in Brera Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 5 Aprile 1821.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Il sig. Borlase inglese e la sua bella moglie desiderano di vedere la Specola di Brera. Saranno alla vostra porta dimani dopo il mezzodì. Pregovi di far contento il loro desiderio, ed egualmente che a voi li raccomando alla cortesia del nostro Cesaris, cui caramente saluterete.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2362</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Aprile 1821</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo signor Marchese.</p>
<p>Sul punto di andarmene a passar una settimana col mio celeste Oriani a Sesto, le rimetto, amatissimo signor Marchese, il secondo volume del Glossario Roquefort. Mi sarebbe stato caro il poterla ossequiare prima di partire; e già due volte mi sono presentato alla sua porta per questo effetto, e due volte mi è stato annunziato ch'ella era fuori di casa. Ciò desidero le sia noto, onde mi sappia sempre suo divoto ed affezionatissimo, massimamente ora che il suo cuore deve molto patire per la malattia dell'ottima nostra signora Marchesa, di cui col più vivo dell'anima desidero e spero udir presto la guarigione.</p>
<p>In mezzo ai domestici suoi travagli, se può aver luogo una distrazione di pensiero, non le dispiaccia una notizia libraria.</p>
<p>Quel Mortara, possessore dell'autografo della <title>Gerusalemme</title>, ha lasciato in Milano tanti debiti e magagne, che per disperazione è costretto a disfarsi di quel Codice, e, come suol dirsi, rompergli il collo per quattrocento zecchini; e ne chiedeva già mille. Il detto Codice dalle mani di Stella è passato nelle mani di un certo Lissoni; e l'accennato ribasso è certissimo: ond'ella stia bene sull'ali, se mai, come è probabile, il Lissoni se le presentasse a tentarne la vendita con dimande maggiori di quella ch'io le significo.</p>
<p>La prego de' miei ossequi alla signora Marchesa, e sono con tutto il rispetto suo obbl.mo e dev. servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2364</head>
<opener><salute>A GIOVITA SCALVINI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Sesto di Monza, 12 Aprile 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Tutto quel poco che nelle mie postille a Dante vi giova, traetelo a vostro uso, e liberamente adoperatelo come cosa vostra. Piacemi poi grandemente il pensiero di ridurre in altrettante lettere la materia, e farete opera di molta onestà e cortesia dirigendole al nostro Arrivabene; ch'egli è degno di questo tributo d'onore e di stima. Mano adunque all'impresa, e a profitto della gioventù studiosa di Dante mettetela pel buon sentiero, ritraendola dal malvagio, in cui studiasi di aggirarla il Biagioli con quei suoi eccessi perpetui e quando loda e quando vitupera. Né vi date affanno del rimandarmelo, contentissimo che me ne facciate la restituzione quando ritornerete; il che desidero avvenga subito che avrete pronta una qualche parte del lavoro che meditate, e a cui per vostro onore vi esorto.</p>
<p>Da tre giorni qui godo in compagnia di Oriani il ritorno della primavera, e rifiorisco le forze del corpo e dello spirito. Ma sono tante le cose, a cui ho le mani, che non regge a tutte l'ingegno e la voglia di lavorare. Ad Ugoni ho mandato risposta a voce per mezzo di un suo amico. Dio sa se desidero di compiacergli, ma per le molte correzioni che a quei versi abbisognano, e dimandano tempo e fantasia libera da tutt'altre cure, vi giuro ch'egli mi avrebbe reso grande servigio se mi avesse sciolto dall'obbligo di mantenergli le mie promesse; perché assolutamente in quel tratto della <title>Feroniade</title> io veggo quel bello che gli manca e che, potendo aggiungervelo, mi dorrebbe non aver avuto tempo di condurre alla debita perfezione. Salutatelo, e ditegli che preghi le Muse di mandarmi un momento felice d'ispirazione.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2367</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Londra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Maggio 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Mia moglie vi ringrazia senza fine dell'inchiostro indelebile che le avete spedito, del quale vostro fratello, che ci ha onorati di una sua visita, ne ha insegnata a viva voce la maniera di adoperarlo.</p>
<p>Non entro a darvi le nuove d'Italia, perché pur troppo sono a tutto il mondo palesi. Ben vi dico che corrono in grande errore quei politici che credono ritornati in tranquillo gli spiriti. Sia vertigine, sia ragione, omai non bolle in tutti i petti italiani che un'opinione. In mezzo a tante agitazioni io procuro di vivere il poco che mi resta di vita nella solitudine, diviso da tutto il mondo politico, in compagnia de' pochi e cari miei libri, non vedendo di quando in quando che la faccia di Trivulzio e d'Oriani: il primo dei quali vi saluta carissimamente e vi fa sapere che la stampa del Baldi è al suo fine: sì che al vostro ritorno (e vorremmo tutti fosse presto) lo troverete bello e pronto per voi e pe' vostri amici.</p>
<p>Non istupisco se l'impostore Acerbi ha fatto e fa credere tuttavia ai librai di Londra che Breislak, Giordani ed io seguitiamo sempre a compilar la <title>Biblioteca Italiana</title>. Egli ha diffuso la stessa credenza per tutta la Germania. Ma fatto è che appena finito il primo anno, noi ci siamo ritirati da quella compilazione e ch'egli la prosegue a forza di denaro, pagando un tanto per foglio: di modo che non essendo egli atto a scriver sillaba che vaglia in materia né di lettere, né di scienze, quel giornale è tutto venale, ed egli vi ha tanta parte quanta ne ebbe nel viaggio al Capo Nord, che tutti sanno essere stato compro cento luigi. Vi sarò molto obbligato se farete che sia smentita quella impostura.</p>
<p>Il corriere sta su le mosse, onde fo fine abbracciando caramente voi e il nostro Brougham, che io porto sempre nel cuore.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2372</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Senatore</add> <add resp="ed">FILIPPO MAFFEI</add> — <add resp="ed">Verona</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Brianza, Giugno 1821.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Consigliere ed Amico carissimo.</p>
<p>Il tanto e tante volte da me raccomandato mio amico dottor Baretta si è finalmente risoluto di venir in persona a sollecitare la giustizia del Governo, onde ottenere l'impiego a cui i renduti servigi, il suo merito, la sua onestà, i suoi bisogni gli dànno da tanto tempo un giusto e sacro diritto. Degnatevi, onorando sig.r Consigliere, di ascoltarlo benignamente, e fate con i valevoli vostri offici e con quelli degli ottimi vostri Colleghi che abbia fine una volta l'ingiustizia della fortuna. Lo raccomando all'umanità vostra con tutte le forze del cuore.</p>
<p>Date per me un abbraccio al mio carissimo amico l'egregio vostro figliuolo, a cui tengo preparato un esemplare della nuova edizione della mia <title>Iliade</title>, ed un altro della <title>Bassvilliana</title>, ripurgata da mille errori di cui le tante ristampe l'aveano contaminata. Questi io voglio ch'egli abbia come argomento del grande amor che gli porto. Fate ch'io sappia a chi consegnarli.</p>
<closer>E senza più credetemi tutto vostro e pieno della più alta stima <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2373</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 3 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Prima di dar ascolto al vostro progetto, e voi e Giuseppe rendetemi un poco ragione dell'indegno trattamento che si è fatto e si fa a mia figlia per gli appuntamenti dovuti a suo marito.</p>
<p>Allorché a vostra insinuazione io delegai amministratore de' miei beni il prete Sinibaldi, ciò feci al solo ed unico oggetto che le mie entrate dovessero innanzi a tutt'altra cosa servire al pagamento degli assegnamenti convenuti con Perticari, assegnamenti così mal adempiti durante l'amministrazione di Giuseppino. Quindi, presente voi e i vostri fratelli e Costanza, raccomandai al prete di essere diligente a soddisfar questo debito nelle sue scadenze, e sul rimanente delle mie entrate gl'ingiunsi che attendesse i miei ordini. Queste disposizioni per Dio le ho presenti come se le avessi date in questo istante medesimo, e voi a mille prove sapete quanto io sia delicato su questo punto. Ora nel mentre che, affidato all'onoratezza del nuovo amministratore, io vivea, non dico nella speranza, ma nella certezza ch'egli avesse esattamente eseguito i miei mandati, odo che Perticari non è stato ancora pagato, e che Sinibaldi si scusa dicendo ch'io gli ho prescritto d'andar in tutto d'accordo col mio sig.r nipote Giuseppe. Dunque o il Sinibaldi ha mentito, o il mio sig.r nipote è cagione dell'essere rimasti ineseguiti i miei ordini, e giuro a Dio che questo tratto mi ha messo in furore.</p>
<p>Di più. Colla nuova scrittura stipulata tra me e Giuseppe rispetto al mio credito di mille seicento sessantuno scudi contra di esso, nell'accordargli cinque anni di tempo a pagarmene in due rate eguali il capitale, restò convenuto che durante questo respiro ei dovesse prontamente corrispondermi l'annuo frutto in ragione del sei per cento (e vi sovvenga che per più agevolezza io stesso spontaneamente lo ridussi al sei dall'otto in che gli stava dapprima). È spirato già l'anno, e Giuseppe non si mostra inteso di nulla; ed io non ne ho fatto lamento: perché, soddisfatti che fossero stati gli appuntamenti con Perticari, sul resto avrei seguitato a far uso di quella indulgenza ed amorevolezza, di cui tante prove ho date per lo passato e a lui e a tutti voi quanti siete. Ora il mal frutto ch'io raccolgo della mia condiscendenza e delle tante mie cure per salvarlo dalla ruina che lo minaccia, e più il vedere ch'egli sì mal corrisponde al beneficio fattogli da mio genero, senza li cui offici Giuseppe non avrebbe ottenuto da Roma il decreto che ha aperta al Cardinal Arezzo una via di salvarlo dal precipizio, tutte queste considerazioni mi sforzano a protestarvi ch'io sono stanco di essere il ludibrio della sua mala fede. Onde la conclusione de' miei sentimenti sia questa: si soddisfaccia subito all'obbligo che mi corre con Perticari, al qual effetto scrivo questa sera medesima a Sinibaldi, lagnandomi ch'egli abbia così mal adempiti i miei ordini. Mi si paghi in seguito il frutto scaduto del ridetto mio credito di scudi 1661; e allora si potrà parlare della vendita che mi proponete, avvertendo però che, senza l'approvazione di Perticari e di mia moglie, io non posso disporre di questi due fondi. E in quanto a me poi vi dico che darò loro il consiglio o di vendere tutti gli altri miei beni, o nessuno. La quale proposizione, se vi piacerà, si potrà condurre ad effetto con quelle più oneste maniere, che il reciproco interesse concederà.</p>
<closer>Salutate la Carlotta e state sano. Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi raccomando il pronto recapito dell'acclusa.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2374</head>
<opener><salute>Ai FRATELLI MASI tipografi — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Sig.ri Fratelli Masi stimatissimi.</p>
<p>I molti e gravi errori da me notati nel primo tomo del Vocabolario Bolognese sono nelle mani del sig.r Costa, alla cui amicizia volentieri concessi di trascrivere per suo uso le mie annotazioni. Ho posta la medesima attenzione ai fascicoli del secondo tomo, e trovo assai migliorata la sua condizione, salvo che il metodo fedelmente osservato dell'antico Vocabolario rispetto a molte voci cadute d'uso e ritenute come tuttavia vive non piace, né può piacere a chi ama la gentilezza a cui la lingua è salita coll'ingentilir de' costumi, de' quali è sempre seguace ogni favella che tende alla sua perfezione. Ma questo è antico difetto, e se ai compilatori bolognesi è mancato, per troppa riverenza alla Crusca, il coraggio di spiantarlo fino dal bel principio della nuova edizione, ciò non toglie che le nuove aggiunte siano al presente condotte con più senno e filosofia. Questo è il libero e candido mio parere. Di che potrete conoscere che la vostra fatica sempre più va acquistando giusti diritti alla riconoscenza de' letterati.</p>
<closer>Sono co' sentimenti della più sincera benevolenza e stima il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2376</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Finalmente mi è caduta dagli occhi la benda. Fin dai primi dello scorso mese feci scrivere da mia moglie (nol potendo io per indisposizione di salute) a Giuseppino, che seriamente pensasse a pareggiare le sue partite con Perticari, al quale va debitore di seicento scudi. Giuseppino non si è degnato neppur di rispondere. Egli calca le vie dei Corelli e dei Conti, e veggo che si è formato alla loro scuola: ma per Dio se ne pentirà. Ciò vi annunzio onde non abbiate a stupire delle misure che prenderò, onde insegnargli che raccoglierà mal frutto dalla sua condotta. E non è questo il trattamento ch'io dovea aspettarmi dalla sua gratitudine verso di me, e più verso di Perticari, a cui egli deve la grazia del sovrano decreto che l'ha salvato. Fra poco ci rivedremo, e non sarò solo.</p>
<closer>Salutate la buona Carlotta e state sano. Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2379</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Omate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Carissimo e veneratissimo sig. Marchese.</p>
<p>Dio volesse che fossi stato libero di venir ad Omate dopo il mio ritorno della Brianza. Il doloroso affare della mia pensione me l'ha impedito, e tienmi tuttavia in grande sospetto, massimamente dopo che ad Oriani (fatto incredibile, ma vero), allo stesso Oriani è stata levata la pensione di cinquemila lire annesse alla sua giubilazione, col pretesto che, godendo egli quella di senatore, non può goder di quest'altra; e frattanto Guicciardi, Moscati, Stratico, ecc., stanno in possesso qual di due, e quale di tre.</p>
<p>L'avvocato Battaglia e Marocco, convinti delle mie ragioni, mi hanno promessa una scrittura legale da presentare al Sovrano. Ma se <quote>colà dove si puote ciò che si vuole</quote> è decisa la mia ruina, niuna ragione mi gioverà, tutto che mi sia certissimo che il rapporto che di qui n'andrà a Vienna mi sarà favorevole in tutti <add resp="ed">i</add> sensi. Or vada come si vuole, io sarò come Dante tetragono ai colpi della fortuna, e rassegnato andrò a confondere le mie ossa colle paterne, ma muto no certamente.</p>
<p>Mi ha dato grande consolazione il sentire ch'Ella sia rimasta contenta del quinto volume della <title>Proposta</title>. Sul pliniano aggiunto <foreign lang="lat">jucundus</foreign> all'ebano è sensatissima la sua riflessione, e certissimamente quello è il dantesco <emph>sereno</emph>. Io n'avrò memoria a qualche luogo opportuno; e pel sesto volume, se Ella il consente, farò uso della bella e ragionata lezione del Cimilotti pubblicandola intera come appendice al Trattato di Perticari.</p>
<p>Mi affligge l'ostinata indisposizione dell'amata (mi perdoni questa espressione) e venerata nostra Marchesa. La prego di tenermi vivo nella sua benevolenza, e di significarle il dolore che mi cagiona il suo stato. Spero però (e ardentemente il desidero) che i suoi incomodi abbiano fine una volta a consolazione de' tanti suoi amici e particolarmente di me, che mi pregio di esserle sì buon servitore, come il sono di Lei, amatissimo sig. Marchese.</p>
<p>Mi voglia sempre bene e il tutto suoV. Monti non si stimerà del tutto infelice.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2380</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Io non la so intendere. Ai primi di ottobre l'abate Sinibaldi entrò nell'amministrazione de' miei beni. Ma le rendite dell'anno scorso dove sono andate? chi me le ha pagate? e come mi si potevano pagare, se i pagamenti nel contratto tra noi allora esistente sono stati sempre posticipati, e se una parte dei prodotti, p. e. le uve, non erano percepiti, e i formentoni erano appena tolti dall'aja? Questa rendita non doveva io tenerla già per riscossa dal Sinibaldi, e soddisfatti con questa gl'impegni col Perticari? Il vedermi deluso di questa speranza mi mette, lo giuro, in disperazione, e mi confonde talmente che sto sull'impazzare, e impazzerò davvero, e finirò bestemmiando tutti, se non intendo che d'un modo o d'un altro Costanza non sia pagata, perché la mia parola fu sempre sacra, e voglio che il sia finché respiro. Quindi è inutile il parlare di qualsiasi vendita de' miei fondi, se non odo prima soddisfatto il mio debito con Perticari, perché amo voi, egli è vero, e desidero vedervi uscito dall'abisso in cui vi siete gittato, ma amo di più l'onor mio. Credo aver detto quanto basta per farvi manifesti i miei sentimenti. Pagate, o fate che sia pagata Costanza, e allora la discorreremo. Se a pronto riscontro non odo che Sinibaldi abbia adempita questa condizione, siate certo che verrò ad una disperata risoluzione, e allora contatemi per morto a tutta la famiglia. Comunicate a Sinibaldi la mia intenzione, e state sano.</p>
<closer>Vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2381</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Mio buon Amico.</p>
<p>È già più d'un mese che il quinto volume della <title>Proposta</title> è nelle mani del pubblico. Prevedo che i Padri Infarinati monteranno più che mai in collera meco: ma la stagione dei riguardi è passata, e la taglia da lor messa al libro di Perticari mi fa troppo bene conoscere ch'essi non vogliono intender ragione. Quindi non è più luogo a rispetti e a carezze. Se l'amor proprio, se l'orgoglio municipale ha stretta loro su gli occhi la benda, poco importa. A me basta il voto di tutti i sensati Italiani: e di questo non ho più dubbio.</p>
<p>Rimango attonito delle lodi che date al <title>Cadmo</title> del vostro grand'epico. Il Perticari che in Pisa avea udita la recita d'un canto di cotesto grande poema, me ne avea già parlato nel senso vostro, ma con minor entusiasmo. Ora che voi lo portate alle stelle, me ne avete messo nell'animo tal desiderio, che mi tarda il leggerlo ed ammirarlo. E già sulla fede vostra, d'accordo con quella del nostro Niccolini, l'ammiro, e ne ho già fatto a' miei amici l'annunzio. Avete ben ragione di dire che adesso la gloria della Crusca è giunta al suo colmo. Io ne godo: ma pregovi (allorché avrete alle mani il quinto volume della <title>Proposta</title>) di mettere una correzione al dialogo tra la Proposta e il Frullone sul fine. Là dove la Proposta dice: <quote>sono parecchi che tengono il sommo della mia stima</quote>, leggete: <hi rend="italic">ve n'ha uno che tiene ecc.</hi>, e per quest'<emph>uno</emph> non fa bisogno il dire chi dovete intendere. Di questa correzione però non sia consapevole che Niccolini. Ben vedete che palesandola mi tirereste addosso l'ira di molti, specialmente di quello <emph>che porta il gran Gonfalone</emph> de' Cruscaioli. Io uso delle vostre parole perché m'intendiate.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2382</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 21 Luglio <add resp="ed">1821</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Ho ricevuto i salami, e ve ne ringrazio. Ma per amor di Dio fate che abbia effetto quanto vi scrissi nel passato ordinario. Attendo da Perticari il permesso di entrare nella trattativa della proposta vendita, e da voi e da Sinibaldi l'intero rendiconto delle mie entrate attive e passive fino al dì d'oggi. Senza di questo e senza che Perticari sia prima soddisfatto del suo avere non è possibile che io venga a trattato. Si salvi prima il mio onore, e poi del resto la discorreremo.</p>
<p>Desidero di sapere se il progetto della risaia sia andato innanzi, e state sano.</p>
<closer>Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2383</head>
<opener><salute>Ai Signori FUSI e Compagni — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 21 Luglio 1821.</date></opener>
<p>Carissimo signor Fusi.</p>
<p>Lunedì 23 del corrente, di buon mattino me ne vado in campagna per ivi dar mano all'ultimo volume della <title>Proposta</title>, essendo impaziente di uscirmene da questa noia. Incerto del quando ritornerò in città, prima di partire amerei di veder fatto il conto del dare ed avere pel volume ultimamente pubblicato. Se ciò non vi fosse comodo, attenderò; ma pe' miei bisogni mi necessita di avere un ducento lire al momento e più, se potete, e averli immancabilmente dentro dimani.</p>
<closer>Pregovi di questa grazia e sono sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se il sig.r Resnati, che caramente saluterete, potesse farmi la grazia di venir dimani mattina da me, avrei cosa da proporgli che forse potrà piacergli.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2386</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE GRASSI — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Agosto 1821.</date></opener>
<p>La presente, accompagnata da due esemplari del quinto volume della <title>Proposta</title>, l'uno per voi e l'altro per il gran Poliglotto, vi sarà recata dall'egregio signor Avvocato Rossetti triestino, uomo di molto senno e sapere, e mio buon amico. Egli viene a Torino per consultare in codesta Reale Biblioteca un codice del Petrarca (le <title>Vite degli uomini illustri</title>), del quale egli medita una completa e critica edizione. Pregovi raccomandarlo per questo effetto al Regio Bibliotecario, e di procurargli la conoscenza dei dotti vostri amici, ch'egli è degno della stima di quanti costì onorano l'italiana letteratura.</p>
<closer>Un abbraccio a Peyron; ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Alla voce <hi rend="italic">novella</hi> ho parlato de' vostri <title>Sinonimi</title>.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2387</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BARBIERI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Ho ricevuto nell'ozio della campagna i vostri <title>Sermoni</title>, e gli ho letti, o per dir meglio divorati tutti d'un fiato, e mi è accaduto ciò che al Profeta dopo mangiato il libro del Signore: <quote lang="lat">Comedi et factum est in ore meo sicut mel dulce</quote>: ma amaro come assenzio riuscirà ai Padri Infarinati e alla letteraria canaglia che avete preso a trafiggere.</p>
<p>Mi rallegro dunque di questo bel lavoro delle vostre Muse, e nella guerra che per onor dell'Italia ho rotta ai pedanti idolatri della Tramoggia godo mirabilmente di avervi compagno, e ne godrà egualmente il mio Perticari, di cui suona sì giusta la lode che voi date, mentre quella di cui siete stato cortese a me, temo non sia ben meritata. Comunque il giudizio del pubblico la consideri, ve ne ringrazio.</p>
<p>E state sano.</p>
<p>P. S. Spero di abbracciarvi sul finire di ottobre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2388</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Alla vista di questa lettera parmi di vedervi fare il segno di croce. E veramente scrivendovi io rompo un grande proposito (né dovete ignorarlo, se il nostro Persico vi ha spiegate, siccome ne lo pregai, le ragioni del misantropico mio silenzio), e lo rompo nel momento forse il più critico della mia vita, nel momento in cui si decide se, spogliato di tutto l'avanzo della mia passata fortuna, io debbo abbandonare Milano. Non mi mettete dunque a colpa, mia cara e rispettabile amica, se ho lasciato trascorrere tanto tempo senza mie lettere, perché, se la penna ha taciuto, il cuore mi ha sempre parlato di voi, e niuna delle tante prove della vostra bontà ed amicizia è morta nel libro della mia riconoscenza, né il sarà mai. Credete adunque che voi avete regnato e regnate sempre d'un modo sulla cima dei miei pensieri. E perché spero di essere anch'io pur vivo nel bel cuore dell'unica ed incomparabile mia Clarina, ecco che, tutto che reo di lunga ed inescusabile negligenza, ardisco di presentarmele e supplicarla del favore di cui la pregherà l'esibitore di questa, il sig. dott. Baretta, mio amico venuto a Verona a sollecitare un decreto di giustizia che da due anni gli viene promessa e mai mantenuta. Egli è degno della graziosa vostra assistenza, ed io caldamente vel raccomando: né voi per giovarlo avrete da spendere che poche parole.</p>
<p>Alla fine dell'entrante aspetto Perticari in Milano. Al suo ritorno in Pesaro probabilmente il mal esito dei miei affari mi costringerà a rimpatriare. Se questo avverrà, la via di Ferrara sarà per noi quella di Verona, non ad altro fine che quello di far conoscere a mio genero in voi ed in Persico il vivo esempio della vera e santa amicizia.</p>
<closer>Abbracciate per me i vostri figli ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ricordatemi a tutti gli amici.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2390</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Il Marietti mi ha prontamente recapitata la carissima tua inviatami pel Corriere Inglese, ma nessuna delle altre che m'accenni nessuna m'è pervenuta, né alcuna io pure in tutto il tratto della tua infermità te n'ho scritta, perché ignorando questo giusto motivo del tuo silenzio ho temuto di riuscirti molesto con lettere che potevano aver sembianza di poca discrezione, sollecitando con importuna insistenza la spedizione del promesso scritto al Trivulzio; al che mi credeva che tu non avessi più volto il pensiero. Ora che per lettere di Costanza e per le tue tutto è spiegato, e che tu con tanta pienezza d'amor mi accerti di esser sempre il mio Giulio, mi sento tolto dal cuore un gran peso, e ne ho tanta gioia che mi torna in dolce ogni amaro. E poiché tu medesimo hai tocca la fibra delle mie afflizioni, non voglio dissimularti che da cinque mesi sto in pena, non ben sicuro di conservare l'avanzo della mia passata fortuna. Che anzi, vedendo che per li nuovi regolamenti e Oriani e Volta sono stati privati della pensione annessa alla loro giubilazione, io mi teneva disperato già della mia. Ma ora sembra che il cielo si rassereni. Perciocché l'anima nobile e virtuosa del Viceré, informato dell'accaduto a Volta e ad Oriani, e della dolorosa impressione che il loro caso avea fatta nel pubblico, ha preso altrimenti a proteggere la causa di questi due gran lumi della Nazione, onde più non si dubita che le loro pensioni non debbano essere rintegrate. E in quanto a me, dietro i rapporti del Fisco e del Governo amplissimi e favorevolissimi, ai quali posdimani in piena congregazione si darà corso, non solamente ho tutto il fondamento di sperare che la pensione di cui tuttavia sono in possesso mi sarà confermata, ma l'ho anche di lusingarmi che mi verrà restituita la prima o che almeno mi verrà mantenuta la maggiore che è la perduta.</p>
<p>Insomma, mio caro, la benevolenza, lo zelo, l'impegno con cui la mia ragione si è trattata e si tratta è tale, che non mi è più lecito di dubitare della singolare e generale stima ed amorevolezza di questo paese verso la povera mia persona. Il che quanto conforto mi rechi al cuore di sua natura tenero e riconoscente, tu che ben mi conosci puoi fartene la figura. E sappi di più che qualora la mia trista fortuna mi percuotesse a segno di rimaner privo dell'una e dell'altra pensione, si è formata una nobile società la quale per organo di gravissimo personaggio mi ha fatto intendere che la città per niun conto vuole che Milano rimanga priva di Monti (sono sue parole), assumendosi essa il pensiero di compensarmi d'ogni mia perdita: ed altre cose che intenderai a voce quando ti avrò fra le braccia, siccome mi fai sperare, nell'entrante. La qual tua venuta già affretto con tutte le forze del desiderio, e il cuore mi dice che per compimento delle mie consolazioni non verrai solo. Venite adunque, volate, miei cari figli, a far lieto dopo tante amarezze il tenero vostro padre, che vi porta nel più bel mezzo del cuore, e che da voi separato non può più gustare il poco di vita che gli rimane. E ricordatevi bene che il ritratto della mia Costanza fatto dall'Agricola vi dee tener compagnia; che quel ritratto, sotto la santità delle vostre promesse, è già mio, né voglio rinunziare al mio diritto che colla vita. Passiamo adesso ad altri punti della tua lettera.</p>
<p>Mustoxidi, ritornato qui da Venezia ieri sera, nulla sa dell'edizione ivi fatta del <title>Dittamondo</title>. Ben mi dice d'averne udito qualche sussurro come di cosa goffa, e oggi stesso egli scrive a Venezia perché subito gli si mandi. Concorro pure nell'opinare che quel pedestre poema non sia tutto degno delle tue cure, e lodo che tu volga l'animo a cose più alte e più convenienti all'eminente tuo ingegno. Di ciò a voce ci risolveremo, e intanto sovvengati di portare teco Cola da Rienzo, la cui vita ti sarà preludio alla grande storia d'Italia, a cui non può darsi penna più alta della tua, tutta piena di gravità consolare, tutta romana.</p>
<p>Lodo ancora che tu non ti abbassi a rispondere direttamente a quei gaglioffi dell'Arno; ma qualche manrovescio sul viso a data occasione farebbe gran piacere a tutti i buoni Italiani, te l'assicuro.</p>
<p>Ho letto o per meglio dire ho fatto prova di leggere il <title>Cadmo</title> del Bagnoli, cui i ladri infarinati, capitano il Rosini, portano le mille miglia al di là delle stelle. Che bambolaggine, Gesù mio! So per lo contrario che il Niccolini va furibondo per disdegno di tanta gagliofferia, e me l'ha fatto sapere pregandomi di annunziare ai Lombardi che i buoni Toscani se ne vergognano. Io non ho né tempo, né pazienza da ingolfarmi nel brago di questo sciagurato poema, ma per Dio sarebbe peccato il perdere così bella occasione di svergognare i suoi stolidi ammiratori, tutti Accademici della Crusca. Pensaci un poco e fa che il <title>Giornale Arcadico</title> ne dica quattro parole.</p>
<p>Giordani è in campagna, e l'aspettiamo questa sera; quanto sarà lieto dell'udire che presto l'abbraccerai in Milano! Trivulzio è in Firenze, e questa sera gli scriverò annunziandogli la tua venuta, il che son certo gli sarà stimolo a sollecitare il suo ritorno.</p>
<p>Dirai a Costanza che sua madre nulla ha ricevuto per l'importo dello <hi rend="italic">sciallo</hi> e a Dio si è rimessa in salute. Essa vi abbraccia ambedue teneramente e vi aspetta con impazienza: così pure Aureggi e tutti gli amici.</p>
<closer><foreign lang="lat">Valetudinem tuam cura diligenter</foreign>, ed ama il tuo aff.mo padre ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Avvisami, te ne prego, del quando ti metterai in viaggio, e se puoi anche del giorno in cui crederai di poter porre il piede in Milano.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2392</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Veneratissimo Sig. Marchese.</p>
<p>Perticari mi scrive che, dopo tre mesi di mal andata salute, che l'avea fatto più tristo del <foreign lang="lat">dies iraelig;</foreign>, finalmente è guarito, e che al finire dell'entrante settembre sarà in Milano per passarci tutto l'ottobre. Ma non vi trovando il signor Marchese Trivulzio, la sua contentezza del certo sarà molto imperfetta, tanto più ch'egli porta seco lo scritto sopra Dante a lei diretto, del quale ned esso né io daremo mano alla stampa, s'ella non l'avrà prima approvato ed accettato. Sarebbe egli dunque permesso, caro Signore, il dimandarle quando sarà di ritorno? e il come dovremo condurci per farle arrivar alle mani, evitando i pericoli della posta, quelle carte, le quali prevedo non saranno poche, né tali da avventurarle per vie non ben sicure? Io la prego di significarci su questo il modo di procurarne fuor d'ogni rischio la spedizione.</p>
<p>E di un'altra grazia ardisco di supplicarla. Mi gioverebbe molto il sapere se nell'ultima correzione del Vocabolario sia vero che il Redi assunse l'emendazione delle lettere P, Q, R. Ciò credo che agevolmente le verrà fatto di discuoprire, interrogandone destramente cotesti signori Accademici. Quanto a me, secondo il mio corto giudizio, parmi troppo duro il persuadermi che il Redi siasi lasciato sfuggire certi gravi spropositi che occorrono in quelle lettere, siccome farò vedere. Ma <foreign lang="lat">quandoque bonus dormitat Homerus</foreign>, e all'ultimo non dee far maraviglia, se qualche volta anche il giudizio del Redi si è addormentato: ché egli pure prendea il decotto della mandragora della Crusca.</p>
<p>Ho veduto il <title>Cadmo</title>, e ho fatto prova di leggerlo: ma non vi ha retto la mia pazienza. Ed è possibile che tanta puerilità sia portata dai Toscani alle stelle? Nol posso credere.</p>
<p>Il noto mio affare in breve sarà deciso. Trovo ne' Superiori un grande zelo ed impegno, perché riesca a buon fine: ma mi tiene in grande apprensione il caso d'Oriani e di Volta.</p>
<p>Se la mia preghiera non è superba, si degni di presentare all'angelica contessa Archinto e al suo degno sposo i miei veri rispetti. Anche al signor marchesino un caro saluto; ed ella non si stanchi di voler bene al suo dev. servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2393</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">SISMONDO SISMONDI</add> — <add resp="ed">Ginevra</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Presentatore di questa sarà il sig.r Luigi Calderara che viene in Ginevra ad iniziarsi nei misteri del commercio, abbandonando per qualche tempo la carriera della giurisprudenza, il cui alloro pe' nuovi regolamenti del nostro Regno non può portare alcun frutto finché i laureati non abbiano tocca l'età di trent'anni, dalla quale egli è finora troppo lontano. Questo giovane è mio grandissimo amico, ed io l'ho come figliuolo e fratello, e le rare qualità del suo cuore congiunte ai bellissimi suoi talenti lo fanno degno che voi lo riceviate in tutta la vostra benevolenza, tanto più giustamente, quanto che egli è grande ammiratore delle vostre opere e, per chiuder tutto in una parola, innamorato di voi quanto il son io. Accettatelo adunque per vostro amico, e come un altro me stesso, e più che me stesso.</p>
<p>Io l'accompagno con altra lettera a Madama Necker. Prego voi e il nostro Rossi di presentarlo a cotesta ottima dama, e far sì ch'ella pure l'onori d'una lieta accoglienza, ond'egli nel soggiorno della gentilezza e della cortesia, quale è Ginevra, si faccia ricco di tutte le virtù del paese oltre quelle ch'ei porta seco.</p>
<closer>State sano ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il mio amico Giordani vi riverisce, ed aggiunge le seguenti poche parole dettate dall'alta stima in che vi tiene.</p></ps></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Pietro Giordani</byline></opener>
<p>Giordani ringrazia la preziosa bontà di Monti che si degna ricordarlo al signor Sismondi, al quale ogni buon Italiano professa la più affettuosa venerazione. Mille e mille cordiali ossequi al signor Sismondi, pregato di concedere all'ottimo e raro giovane Calderara di potergli ripetere che Giordani numera tra i pochi suoi dì felici il giorno che poté conoscere il signor Sismondi.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2399</head>
<opener><salute>Al Dott. Gio. BATTISTA SPALLANZANI — Reggio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Sesto di Monza, 10 Settembre 1821.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Dottore.</p>
<p>Mi accosto di buona voglia al parere del nostro Paradisi, il cui voto anche nelle cose umili della lingua come nelle sublimi delle scienze fa molto peso; e veggo che voi medesimo nell'analisi grammaticale del pari che nella medica siete valente scrittore. Ma non veggo nella vostra lettera il filosofico disprezzo che vuolsi avere delle miserabili censure d'un avversario così meschino come quel vostro critico di Cremona con quella sua ridicola autorità della Crusca, la quale all'ultimo fa più per voi che per lui. Onde sono d'avviso che vi tornerà più a lode il non curarlo che il confutarlo. E qualora siate pur fermo di pettinargli un poco la lana pubblicando lo scritto che mi avete comunicato, vi prego di non farmi l'onore d'intitolarmelo: prima perché un onest'uomo, a quel che penso, non dee prestar il suo nome a contese che gli sono affatto straniere, e che di qualunque modo si trattino partoriscono sempre odio e malevolenza; secondamente poi perché nella vostra confutazione non fa bella figura il dottore Omodei, persona stretta di molta amicizia con una famiglia, a cui debbo tutti i riguardi.</p>
<p>Siate adunque contento che, lodando e la ragione e la vivacità e l'eleganza del vostro scritto, io mi sottragga all'onore di vedermelo dedicato.</p>
<p>Salutatemi caramente il mio ottimo Paradisi, ed amate il vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2400</head>
<opener><salute>All'Ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Sesto di Monza, 10 Settembre 1821.</date></opener>
<p>Lodo l'ordine preso per la disposizione delle Opere di Dante da pubblicarsi, ma nel volume destinato alle vite, che di lui sono state scritte, non lodo che resti addietro l'<title>Apologia dell'Amor patrio di Dante</title>, perché questo nobilissimo scritto del Perticari, sviluppando la ragione morale di tutta la <title>Divina Commedia</title>, può riguardarsi come principale e generale commento di tutto il poema.</p>
<p>Nelle chiose del Biagioli sono molte cose assai buone, ma non è picciolo il numero delle cattive; e delle cento volte ch'egli attacca il Lombardi, le novanta ha torto marcio. Io l'ho postillato tutto dal primo all'ultimo verso ed ho notato di più e mostrato che alcuna volta il Biagioli, accettando la lezione del Lombardi, ha accettata la falsa; e si è accostato al suo antagonista, ove più dovea fuggirlo. Ma intorno al passo del turbine del Canto IX, penso che il Biagioli abbia buon giuoco contra il Lombardi, e che debbasi mantener salda la lezione <quote>porta i fiori</quote>, non già i fiori de' giardini e de' prati, ma quelli degli alberi schiantati e abbattuti, i quali fiori turbinati per l'aria fanno imagine pittoresca; mentre l'altra lezione <quote>porta fuori</quote>, cioè <hi rend="italic">i rami</hi>, non è vera, o almeno non potrebbe essere che pe' rami degli alberi sorgenti alla gronda della selva: il che restringerebbe molto l'idea. Aggiungo che il Perticari è interamente del mio parere.</p>
<p>In quanto alla traduzione del Trattato della <title>Monarchia</title>, dovendo il medesimo Perticari trovarsi meco in Milano alla fine del mese, mi riserbo a parlargliene quando sarà qui. Circa poi il testo, a cui attenersi di preferenza, io vi consiglio di non giurar fede a nessuno, salvo che a quello della critica, il solo che non inganna.</p>
<p>Vi rinnovo i miei ringraziamenti per l'onore che volete farmi intitolandomi la desiderata vostra edizione: e se il caso porterà che ci accozziamo insieme, di tutta buona voglia vi comunicherò le mie molte postille, buone o cattive.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2401</head>
<opener><salute>Al Senatore FILIPPO MAFFEI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1821</add>.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Senatore.</p>
<p>Per le relazioni del mio raccomandato dottor Baretta mi era noto con quanto zelo ed amore avea Ella preso a proteggerlo; e con mio sommo contento per la sorte di quell'infelice ne veggo ora l'effetto nella nomina che di lui si è fatta a cancelliere nella Pretura di Bormio. Quantunque i nostri voti non siano interamente stati adempiti, nulladimeno l'esser egli stato messo in carriera non è poco; e il Baretta saprà, ne son sicuro, con tanta soddisfazione de' suoi superiori adempir bene il commesso officio, che non tarderà a farsi degno di miglior destino.</p>
<p>Io le rendo intanto grazie di cuore di quanto ha fatto per lui; e spero che la sua buona condotta sarà presso di Lei efficace raccomandazione per l'avvenire.</p>
<p>Un tenero abbraccio per me al degno suo figlio, a cui mi pregio di essere in tutta la forza della parola vero amico. Alla contessa Mosconi che qui si trova, consegnerò l'esemplare promessogli della nuova edizione della mia <title>Iliade</title> e della <title>Bassvilliana</title>.</p>
<p>Onoratemi de' vostri comandi, e porgetemi occasione di far manifesta coll'opera la gratitudine, la stima e l'affetto con cui mi protesto devotissimo ed obb.mo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2402</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Settembre 1821.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Il Carnevali mi ha recata la vostra, in cui nuovamente mi eccitate alla proposta vendita de' miei fondi: intorno alla quale io vi ho già risposto che alla fine del prossimo Ottobre verrò io stesso in Romagna, e che a viva voce agevolmente mi condurrò a fare il vostro piacere.</p>
<p>Vi scrissi anche che, dubitando che il prete Sinibaldi non potesse aver pronta la prima rata di Costanza, aveva io stesso inviata a Perticari una cambiale di scudi 200: di modo che il Sinibaldi avendole quasi ad un tempo spediti altri ducento scudi, tutto il mio dare del corrente anno era bello e saldato. Ma l'essermi privato di quella somma, ond'essere esatto ne' miei impegni, mi ha fatto non poco difetto nella domestica economia, in guisa che prevedo che mi mancherà il denaro da fare il viaggio. Parlate adunque con Sinibaldi, e s'egli ha denaro di mia ragione, mi mandi tutto quello che ha in pronto. Se le derrate non sono ancora vendute, mandatemi voi medesimo il denaro che potete, a sconto dei frutti decorsi sul noto mio credito. Altrimenti la mia venuta andrà in fumo, e ciò che in due minuti si sarebbe fatto tra noi d'accordo, non si farà in un anno per lettera. E io ho tale progetto da proporvi corto corto, che, senza che niuno si cavi di saccoccia un solo quattrino, io metterò a libera vostra disposizione i fondi desiderati.</p>
<closer>Salutate l'Annina, e rispondetemi. Addio. Il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2403</head>
<opener><salute>Al Conte LEOPOLDO CICOGNARA Presidente dell'I. R. Accademia di Belle Arti — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Settembre 1821.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>A compimento di tutta l'opera vi trasmetto l'ultimo volume della <title>Proposta</title>, ben persuaso che abbiate ricevuti tutti gli altri al debito loro tempo; e il portatore di questo è il dolcissimo amico mio signor Carlo Londonio, che per suo solo diporto si reca a Venezia con tutta la sua famiglia, cioè la moglie, gentilissima ed amabile donna che a meraviglia tratta il pennello del Lorenese, e due celesti fanciulle, in ogni maniera di begli studi, massimamente in quelli della musica e del disegno, egregiamente istruite. A niuno adunque meglio che a voi che siete l'apostolo delle Belle Arti io potrei con più ragione raccomandare tutte queste care persone, onde procurar loro una guida a vedere e sensatamente ammirare i capi d'opera della scuola veneta; e io mi rendo certo che in questo grazioso officio di cortesia troverete bene spesi i momenti che a' miei raccomandati concederete. Fate adunque che il mio amico conoscendovi già per la fama de' vostri scritti, vi conosca ancora per prova di gentilezza; ed essendo egli stesso negli studi delle più scelte lettere ingegno di molto gusto e valore, sia per suo proprio merito ben accolto nella vostra grazia e amicizia.</p>
<p>Pregovi de' miei rispetti e saluti alla signora Lucietta, e caramente abbracciandovi sono sempre il vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2404</head>
<opener><salute>Al Cav. GIUSEPPE MOROSI Membro dell'I. e R. Istituto — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 23 Settembre 1821.</date></opener>
<p>Caro Morosi.</p>
<p>Tu sei scarso mantenitore delle tue promesse, poiché te ne parti senza ricordarti della scatola armonica che per me dovevi commettere. Almeno mi avessi lasciato detto il nome dell'artefice! Or basta: fa buon viaggio e ritorna presto e sano. E se t'incontra di vedere l'egregia donzella Palli, salutala in mio nome e dille che il <title>Tieste</title>, di cui m'hai fatto caro dono in suo nome, è stato letto da me con piacere. Non dirò che sia cosa che si accosti alla perfezione: ma considerato come primo lavoro d'una fanciulla ei merita molta lode, principalmente per la bontà dell'elocuzione e del verso come per l'affetto che riscalda in parecchi luoghi l'azione. Dille in somma che non si sgomenti dei difetti che forse vi potrebbe notare una rigorosa censura. Non si arriva al sommo d'un passo. Ma se corto non miro, in me par di vedere in mezzo alle parti deboli di questa tragedia i semi di quel bello a cui un giorno questo giovine ingegno arriverà, se timor di critiche e viltà d'animo non lo vince. Se ti abbatti in Lampredi, abbraccialo caramente ed accertalo che i suoi amici perseverano nella fede. Ei saprà intendere il valore di questo detto, ed io spero che s'aprirà una via di racquistarlo.</p>
<closer>Va sano, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2405</head>
<opener><salute>Al Cav. MOROSI — .</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Il presentatore di questo è il galantuomo di cui ieri sera ti ho parlato. Non ti ripeto, caro Morosi, le mie preghiere, perché la buona tua disposizione me ne dispensa. Bensì voglio dire che te ne avrò obbligazione infinita.</p>
<closer>Col miglior saluto del cuore sono il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il suo nome e cognome Baldassarre Martignoni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2407</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Ottobre 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>I miei nepoti non ti hanno ingannato. Nel prossimo novembre io sarò in Fusignano, ove i miei affari imperiosamente mi chiamano. Coll'assistenza di Giulio, che sarà meco, ho speranza di presto metterli in saldo; e ciò fatto andrò ad abbracciare la figlia, della quale consolazione, più m'invecchio, più sento il bisogno. Dunque nel passare da Cesena ci rivedremo.</p>
<p>Ho rassegnato a mia moglie la commissione dell'Elena, e subito sarà adempita. Dell'altra che hai dato a Giulio lascio ch'egli medesimo te ne scriva, e tu abbi per mio il suo detto. Saluta la sorella, e sta sano, ché d'esser sano e gagliardo t'è d'uopo se gloriosamente vuoi navigare nel gran pelago d'imeneo.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2408</head>
<opener><salute>All'Ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Ottobre 1821.</date></opener>
<p>In risposta alla vostra cortesissima, recatami dal nostro Trivulzio, due sole righe.</p>
<p>Perticari è meco, e farà all'<title>Apologia</title> di Dante alcune correzioni, che le daranno più pregio. In quanto alla mia lettera, non posso acconsentire che la si stampi, e ve ne aprirà le ragioni in voce, contando di trovarmi in Padova con Perticari ai primi dell'entrante.</p>
<p>State sano, ed amate il vostra servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2409</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Ottobre 1821.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Li due busti in gesso sono già in via, e l'acclusa è la bolletta di riscossione.</p>
<p>Giuseppino mi avvisa di aver consegnato a Giulio in contanti scudi cento da rimettersi a me per cambiale. Fate ch'egli non me la ritardi. Partirò con Perticari alla fine del mese. Faremo il giro degli Stati Veneti per Brescia, Verona, Vicenza, Bassano, Padova, Venezia. Saremo verso la metà dell'entrante in Ferrara: indi subito a Fusignano, ove spero che in poche parole ci aggiusteremo con Giuseppino; e risoluto l'affare, moveremo per Pesaro.</p>
<p>Salutate la Carlotta e Giulio, ed amate il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2410</head>
<opener><salute>Al Cav. ANGELO MARIA RICCI — Rieti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Ottobre 1821.</date></opener>
<p>Ognuno, che non abbia velato dalla passione il giudizio, confesserà che nella vostra <title>Italiade</title>, in mezzo a poche cose <foreign lang="lat">quas tollere vellem</foreign>, scintillano molte bellezze dal lato massimamente delle sentenze e del sentimento; e penso che sarebbe grande e vile ingiustizia il contrastarvi, malgrado i difetti, la lode di valoroso poeta. Questo è il mio schietto parere su quel poema. Le altre opere vostre in verso ed in prosa fanno fede che voi siete abbastanza ricco di senno, onde saper distinguere le giuste dalle ingiuste censure. Profittatevi delle prime, e ridetevi delle seconde; così otterrete, tra le lodi ed i biasimi, la diagonale di cui dite esser contento.</p>
<closer>State sano, e credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2412</head>
<opener><salute>All'Ab. ANGELO DALMISTRO — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Ottobre 1821.</date></opener>
<p>Signor Abate pregiatissimo ed Amico carissimo.</p>
<p>Con maraviglioso piacere ho riletta la poetica vostra epistola al dottor Marzari; e quanto io goda d'avervi compagno nella difesa della comune italica lingua e delle dottrine dal Perticari e da me professate dietro gl'insegnamenti del gran padre Alighieri, mi riserbo a farvelo manifesto in persona; perciocché circa il 20 dell'entrante e Perticari ed io abbiamo speranza d'abbracciarvi in Venezia; non già (secondo il cortese vostro giudizio) in qualità di capitani della battaglia contra i Cruscanti (ché il gran capitano sotto cui militiamo è Dante), ma in qualità di vostri confratelli e commilitoni. Se i Padri Infarinati non avessero stretta agli occhi la benda, il solo vostro discorso preliminare sarebbe d'assai per illuminarli. Ma quel brutto figlio dell'ignoranza, l'orgoglio, e la smodata pretensione municipale gli accieca. E ciechi ei si restino: a noi dee bastare che quanti in Italia e fuori d'Italia ragionano, ci abbiano già data vinta la causa, e la vostra epistola è l'inno della vittoria.</p>
<p>Mio genero qui presente vi saluta, e vi rende grazie della cortesia con cui avete parlato della sua opera.</p>
<p>Io fo altrettanto per la parte che mi risguarda, e desideroso di rinfrescare, abbracciandovi, l'antica nostra amicizia, mi raffermo vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2415</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>/placeName&gt;, <add resp="ed">Ottobre—Novembre 1821</add>.</date></opener>
<p>Caro Resnati.</p>
<p>Appena partito voi dalla mia stanza, scorrendo la <title>Bassvilliana</title> ho scoperto due errori che non so come mi sieno sfuggiti di vista nelle tante correzioni.</p>
<p>L'uno è alla pag. 45 (sec. ediz.) v. 18: <emph>eterni calli</emph> invece di <hi rend="italic">eterei calli</hi>. L'altro alla pag. 54 v. 22: <emph>Levò</emph> invece di <hi rend="italic">Levai</hi>.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2416</head>
<opener><salute>All'Ab. ANTONIO BIANCHI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Novembre 1821.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>La gratissima vostra recatami dal sig. Soncini mi trova sulle mosse per Venezia colla diligenza di lunedì. In quel medesimo dì verso sera mi avrete dunque in Brescia con Perticari, e vi passeremo intera la notte. Perticari desidera in quei brevi momenti di conoscere i miei amici, ch'egli già tiene per suoi, e vuole che io li prieghi di riceverlo nella loro benevolenza. Onde voi che siete de' primi, e conoscete quelli che più mi son cari, pigliatevi di grazia la cura di farmi al mio arrivo sapere ove potremo subito ritrovarli, principalmente il mio buon ospite Ugoni, a cui oltre l'amicizia mi lega la gratitudine.</p>
<p>Le cure in cui mi tiene ravvolto la prossima mia partenza non impediranno ch'io parli allo Stella pel vostro raccomandato. Voi mi fate fede che la sua versione del bellissimo dei romanzi <title>Paolo e Virginia</title> è buona, e questo basta perché io non tema di giurare sulla vostra parola.</p>
<p> Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2417</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Illustre mio Amico.</p>
<p>Nel prossimo martedì sarò in Verona con Perticari, e vi faremo dimora almeno tre giorni. Se mi concederete la grazia di abbracciarvi, io vi darò buon conto di piccoli cangiamenti fatti alla <title>Bassvilliana</title>, purché la manifestazione delle mie ragioni non tolga al sig. Acerbi il celeste piacere di maltrattarmi, e non privi me dell'onore delle vostre critiche.</p>
<p>Il resto a voce, e abbiate per sincera l'espressione di amicizia con cui godo di confermarmi vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2418</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Odo da Canestrari una nuova che fortemente mi ha rattristato, la nuova che vostro figlio è ammalato, e che voi siete volata in campagna ad assisterlo. Spero che questo disastro sarà passeggero, e ch'io avrò la consolazione di abbracciar sano e salvo <emph>il mio piccolo amico</emph> poche ore dopo l'arrivo di questa lettera. Perciocché per dimani alle quattro della mattina io parto di Milano e il dì susseguente sarò col mio Perticari in Verona, impaziente di abbracciar voi, dolcissima amica mia, e Persico, al quale, pel timore che voi non siate in città, ne do l'avviso. Nel qual caso, ovunque vi troviate, io volerò con mio genero a salutarvi, non dovendo né volendo noi partir di Verona senza vedervi.</p>
<closer>Addio, mia cara, e voi e i vostri figli aggradite in anticipazione gli ossequi e i saluti del mio <add resp="ed">Perticari</add>, che già sin d'ora vuol essere tutto vostro come il vostro <signed>Monti</signed>.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2419</head>
<opener><salute>A IPPOLITO PINDEMONTE — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Lunedì, giorno 5, Perticari ed io partiremo colla diligenza e saremo il dì susseguente in Verona. Secondo il concertato io ne do l'avviso alla nostra Clarina. Ma avendo udito da Canestrari ch'ella per ragione del figlio caduto infermo è in campagna, e temendo che tardi le possa giungere la mia lettera, ho stimato bene di prevenirne anche voi, onde possiate disbarazzarvi delle brighe che vi circondano e trovarvi pronto ad accompagnarci nella gita che faremo al luogo qualunquesiasi in cui la Clarina si trova; perché assolutamente noi non partiremo di Verona senza vederla. E la nostra partenza sarà dopo tre giorni al ripasso della diligenza. Sono impaziente di gettarvi al collo le braccia e di acquistare a mio genero il prezioso titolo di vostro amico, del quale io spero lo troverete ben degno.</p>
<closer>E senza più addio di cuore. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi sarò tenuto se darete avviso della mia venuta al giovane Maffei, figlio del senatore.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2420</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">4 Novembre 1821</add>.</date></opener>
<p>Eccovi, caro Resnati, la correzione de' versi che precederanno l'<title>Aminta</title>. L'<foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign> della <title>Musogonia</title> e della <title>Bellezza dell'Universo</title>, e delle altre Poesie che vi ho promesse l'avrete da Stella, a cui lo manderò col manoscritto del sesto volume della <title>Proposta</title> secondo il concerto preso con Fusi. Se altro desiderate, scrivetemi. Io parto dimattina alle quattro, e non sarò in Pesaro che alla fine del mese.</p>
<p>State sano, ed amate il vostro amico.</p>
<p>P. S. Al caro Maggi mille saluti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2421</head>
<opener><salute>Ad ALBERTO PAROLINI — Bassano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Verona, 6 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Sono in Verona, e, secondo la parola data al Gamba ed a voi, ve ne porgo senza indugio l'avviso. Era nostra intenzione di non fermarci qui che tre giorni, ma una dolce violenza della cortese nostra ospite, la Clarina, ne farà restare fino a tutto sabato. Saremo adunque in Vicenza sul mezzogiorno della domenica, ond'essere il lunedì sera a Bassano, per indi visitare il santuario del nostro Canova. Se non che venendoci detto che la strada di Possagno non si potrà far che a cavallo, io vi prego di commettere a qualcuno de' famigli vostri la cura di farci trovar pronti due ronzini per quel tragitto, o pure due buoni asinelli, ambidue di lunghe orecchie e di buona schiena. E voi sul vostro Pegaso sarete il nostro Bellerofonte. Fuori di celia, piacciavi, mio cortese signore ed amico, disporre i mezzi di quel viaggio in maniera, che non abbiamo a romperci il collo.</p>
<p>Innanzi a tutto però presentate all'egregia ed amabile vostra sorella l'omaggio de' nostri ossequi e saluti, con una stretta di braccia al collo del nostro Gamba; e non dimenticate l'ottimo Vittorelli e Bombardini, che tutti amo e riverisco.</p>
<closer>Perticari, a cui sono comuni i sentimenti di questa lettera, vi saluta, e meco partecipa dell'impazienza di abbracciarvi; ed io godo di averlo eguale nella stima ed affetto, con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2422</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Verona, 7 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Viaggio fin qui più allegro non ho mai fatto. Eravamo sei in compagnia: un Bresciano, un Veronese, un Padovano, il Maestro Mercadante e noi due. Appena comparso il giorno, ci siamo guardati in faccia, e civilmente, colle scatole in giro, complimentati, si è stretta subito la confidenza, indi le chiacchiere, le barzellette, e tanta allegria, che da quel punto fino alle porte di Verona non abbiamo fatto che ridere in coro, e il Corago era il bravo Napolitanello, di cui non ho mai veduto il più spiritoso e buffone. Posto piede in Verona, Perticari ed io avevamo dato ordine che il nostro equipaggio si trasportasse all'albergo, risoluti di restar liberi di noi medesimi. Ma la Mosconi e Persico avevano già alle migliori locande lasciato detto che a Perticari e Monti si rispondesse che non v'era per questi due gran signori alloggio veruno. E già la Contessa con sua figlia ed il Conte, nel punto che noi scendevamo dalla diligenza erano montati in carrozza per venirci incontro, e rapirci come due belle spose. Ed ecco che il povero Mariano, che colle nostre valigie e il facchino incamminavasi all'albergo della Gran Czara, soprappreso dal figlio della Mosconi, sentirsi intimare di dar volta e seguirlo senza saper dove, e non aver coraggio di far resistenza, temendo che chi gli faceva l'intimazione fosse un commesso della Dogana. In somma non vi è stato verso di sottrarsi alla cortese violenza e cordiali preghiere della mia buona amica ed eccoci in casa sua superbamente alloggiati, festeggiati, onorati senza misura.</p>
<p>Era nostra intenzione di non fermarci in Verona che tre giorni; ma ci è convenuto promettere di non partire che domenica. La Contessa vuole accompagnarci fino a mezza strada, sulla via di Vicenza, ove giungeremo sul mezzo giorno; e il lunedì sera saremo a Bassano, distante da Vicenza non più che tre ore di cammino. Indi a Possagno, poi a Padova, di dove avrai nostre nuove.</p>
<p>Saluta Aureggi, e sta sana.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2423</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Venezia, 20 Novembre 1821 .</date></opener>
<p>Per non lasciarti più lungamente in desiderio di nostre nuove, colgo il momento che tutti dormono (non essendo che le cinque della mattina) per dirti che ieri sera abbiamo felicissimamente posto piede in Venezia. Narrarti le amorevolezze, le cortesie e la gara di ogni genere di amicizia con che siamo stati accolti dappertutto, sarebbe vanità troppo lunga. Qui eravamo aspettati da parecchi giorni con impazienza; e appena giunti, la sorte ci ha portato lo scontro del barone Tordorò, che con invincibile festa ci ha stese le braccia al collo. E saputosi subito che andavamo a salutare l'Albrizzi, là si è fatto concorso. Con quante dimostrazioni di gioia ci abbia accolti quella celebre Dama e tutta la colta sua compagnia, non si può dire. Vi siamo restati fino alle undici, e più vi saremmo rimasti se non ci avesse richiamati all'albergo la fame (non avendo ancora pranzato) e la creanza di non far aspettare gli amici, che a tutta forza hanno voluto accompagnarci da Padova fino a Venezia. L'allegria della mensa si è prolungata fino all'una dopo la mezza notte; onde puoi vedere che non ho dormito che quattro ore scarse: e nulladimeno io sto sì bene in salute, che mai tanto in mia vita.</p>
<p>Oggi saremo a pranzo dal cavaliere Soranzo. Negli altri giorni non so; ma prevedo che alla cucina della locanda daremo poco da fare.</p>
<p>È nostra intenzione di non fermarci qui che fino a sabato, poiché ci è stato forza promettere, nel ripasso da Padova, di spender ivi la domenica in un geniale banchetto, di che i dotti di Padova vogliono a tutti i patti onorarci. Non saremo dunque in Ferrara che la sera del seguente lunedì, e di là avrai nuovamente mie lettere.</p>
<p>Avrei bramato mandarti le stampe di alcuni versi che ci sono stati offerti dal torchio nell'occasione di visitare la tipografia del Seminario di Padova e quella della Minerva; ma tu sai che costa la posta. Gli avrai, spero, per altra via, e senza dispendio.</p>
<closer>Un abbraccio ad Aureggi, e sta sana, che io per me sto sanissimo, e sono di cuore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2424</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Venezia, 21 Novembre 1821.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Siamo da tre giorni in Venezia, e saremo la sera del lunedì 26 in Ferrara per la via di Rovigo, non potendo liberarci dalla promessa di tornare a Padova il 24 per rimanervi tutto il dì 25. Stringendo il tempo, non ci fermeremo in Ferrara che un giorno e mezzo, ond'essere in Bologna il 28. Se il dì primo o il secondo dell'entrante ci manderà Giuseppino, secondo la promessa, a prendere co' suoi cavalli, gliene saremo obbligati.</p>
<p>Lo smontare alla vostra porta o a quella di Giulio m'è indifferente, purché al dazio di S. Benedetto mi facciate trovare per mia direzione un avviso.</p>
<p>Salutate il fratello e la Carlotta e tutti; e in breve sarete tutti abbracciati dal vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2426</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Lugo, 5 Dicembre 1821, alle 4 della mattina .</date></opener>
<p>Ognuno dorme profondamente, ed io, secondo il mio consueto, ho già finito i miei sonni, e, acceso un bel fuoco, ti scrivo.</p>
<p>Di cento allegrezze del beatissimo nostro viaggio mi restringo a quella che più rileva, voglio dire l'acconcio de' miei affari co' miei nipoti. Io non ci ho messa parola, ed ho lasciata a Perticari tutta la cura della trattativa, della quale si è stabilito un piano, ma non concluso, né si concluderà, se non me ne risulta un utile evidente e sicuro. Ciò in quanto alla permuta o vendita dei noti due fondi. In quanto al tuo credito numerario di mille sei cento sessantuno scudi romani, al frutto del sei per cento, assicurato sull'ipoteca d'un liberissimo fondo, che vale tre volte di più, di questo rimangono esigibili tre semestri, oltre al pagamento del bestiame, per il capitale di scudi settecento sessanta. In tanto non ho che a lodarmi dell'amministrazione de' miei fondi, affidata al prete Sinibaldi, e Perticari pure n'è stato soddisfattissimo; ma restano delle piaghe a saldarsi nelle case de' contadini, che abbiam visitate in persona, e vedute co' nostri propri occhi: e i ripari sono ordinati, e si pagheranno coll'avanzo dei generi ancora invenduti. Malgrado di tutto questo ho messo in borsa un po' di denaro; e giunto a Pesaro potrò mandarti, se n'hai vero bisogno, un centinaio di scudi.</p>
<p>È nostra intenzione di partire di qui alle otto, ond'essere questa sera a Cesena, ove Roverella ci aspetta; ma piove, e se seguita gagliardamente, non so che faremo.</p>
<p>Comunque si risolva, ti basti il sapere che la mia salute è perfetta, e che col sistema dato ai nostri affari da Giulio, mi sono tratta una grande ed acuta spina dal cuore.</p>
<p>La Maddalena, che è qui col marito, e la Caterina e Battista e Camerani, e tutta la loro generazione (che, compresa quella di Giuseppino, Fedele e Giulietto, ascende a ventinove figliuoli) ti mandano molti e cari saluti. Fa tu per noi il medesimo con Aureggi, Tordorò, Casiraghi e con tutti gli amici di casa.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore, e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2427</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE MONTI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">Primi di Dicembre, 1821</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote ed Amico.</p>
<p>Nella fretta dei congedi ho dimenticato di dare al povero Giacomo le due monete che vi accludo.</p>
<p>Dell'assenso di Giusti state sicuro; ma andate a rilento col vostro socio, che Giusti medesimo per esperienza mi dice essere troppo precipitoso. Adoperatevi subito acciocché niun ostacolo insorga dalla parte di Ravenna, e con questa felice impresa fate cuore: e per l'innanzi guardatevi dal venir meno d'un solo istante alla vostra parola. Che anzi, avendone talvolta il modo, studiatevi di prevenir le scadenze, nol fosse che d'un giorno solo. Questa prontezza farà gran senso ai vostri nemici, e a dispetto loro ristabilirà il vostro nome, che uscito di questa ecclissi tornerà a brillar come sole.</p>
<p>Ho raccomandato a D. Francesco il taglio delle piante che affogano, come Fedele m'ha racconto, il podere della capanna. Amerei che in questa operazione voi più pratico lo dirigeste; e che il profitto di questo taglio co' scudi 60 che Camerani avrà da Isani andasse a diminuzione delle spese che importerà la progettata casuccia da farsi a ristoro del suddetto podere.</p>
<p>In ogni vostro bisogno scrivetemi ed amate il vostro aff.mo zio ed amico.</p>
<p>P. S. Al Marchese mille ossequi e saluti, e a tutti di casa un abbraccio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2428</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Savignano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1821</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Al certo monterai in collera nell'udire che Giulio ed io abbiamo trapassato Cesena senza correre ad abbracciarti. Ma l'ora del nostro passaggio era troppo indiscreta; e oltre a questa ragione di buona creanza, altre ne intenderai dalla viva voce del nostro Borghesi, per le quali dirai che abbiamo fatto assai bene a privarci di questo piacere.</p>
<closer>Nol potendo e nol dovendo in persona, ricevi adunque il nostro abbraccio in iscritto, e fanne parte all'ottima tua sorella e al fratello, e saluta gli amici, ed ama sempre il tuo amantissimo <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2429</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 7 Dicembre 1821.</date></opener>
<p>Finalmente ieri sera allo scocco dell'Avemmaria, abbiamo sani e salvi posto il piede in Pesaro con immensa gioia della nostra Costanza; ma gioia sparsa d'amaro, perché sua madre non ha voluto venire di compagnia. Di che io pure sono dolente, perché temo non ti sia funesto in Milano il rigor dell'inverno, che qui è dolce e benigno. Ma poiché ti è piaciuto lasciar deluse le nostre brame, almeno abbi cura particolare della tua salute, e ti guarda dai freddi.</p>
<p>Ti ho già scritto da Lugo, che Giulio ha saviamente condotto i nostri affari co' miei nipoti. Ma la richiesta permutazione, o vendita, dei noti fondi, non è peranche conclusa, né si concluderà se non ce ne viene un utile certo e sicuro. E su questo non ti cada alcun dubbio, ché il tuo interesse ci sta a cuore sopra ogni cosa.</p>
<p>Attorniato da visite e da complimenti, non ho per oggi tempo da dilungarmi. Ma ti basti il sapere che la mia salute è in tutto il suo fiore, e che tale desidero sia la tua. Costanza e Giulio ti abbracciano caramente, e Antaldi, Cassi, Borghesi egualmente. Fa tu lo stesso con Aureggi, Casiraghi, Tordorò, Aspari, Petracchi, e con quanti di me si ricordano.</p>
<p>Addio, addio.</p>
<p>P. S. Finora sono cinque le lettere che t'ho scritto: la prima da Verona, la seconda da Venezia, la terza da Ferrara, la quarta da Lugo, e questa, che è la quinta, da Pesaro. E tu neppure una riga.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2430</head>
<opener><salute>A MARSAND, FEDERICI e FRANCESCONI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, Dicembre 1821.</date></opener>
<p>Giulio Perticari e Vincenzo Monti v'inviano <foreign lang="lat">in osculo Domini</foreign> pace e salute: e mentre l'uno di noi in gran toga colla gravità d'un Solone siedesi in tribunale e rende ragione, l'altro poltrisce, secondo il suo consueto, nel letto, e risponde per ambidue alla triplice e carissima vostra lettera.</p>
<p>E primieramente vi rendiamo amplissime grazie delle innumerabili cortesie con cui avete fatto lieto e beato il nostro soggiorno in Padova e in Venezia; e protestiamo di essere rimasti sì presi dalla singolare vostra gentilezza e benevolenza, che sempre, finché la vita ne durerà, vi porteremo in cima de' nostri pensieri, e vi ameremo tutti e tre di quel vero e santo amore che alle virtù vostre si deve, e fa bellissime le amicizie.</p>
<p>E per discendere alcun poco ai particolari, vogliamo che il nostro Federici sia certo che a suo tempo saremo ricordevoli delle promesse interpretazioni ed illustrazioni a quei passi di Dante de' quali a voce fu ragionato.</p>
<p>Preghiamo poi caldamente di una grazia l'amabilissimo Smemorato, che fa valere per passaporto la chiave della locanda, e la grazia è questa: di mandare l'elenco dei passi delle Vite degli uomini illustri del Petrarca citati dalla Crusca. Gli sia però raccomandata la discrezione di scrivere o fare scrivere cotesto elenco in carattere il più minuto che sia possibile, perché nei felicissimi stati di Sua Santità la gravezza della posta asciuga fieramente la borsa dei poveri letterati.</p>
<p>E Perticari poi prega e riprega il suo Francesconi a mantenergli la fede data per quelle osservazioni sul Facciolati; promettendogli ch'ei pure manterrà la promessa di venire in quest'altr'anno colla sua Costanza: la quale arde del desiderio di conoscere e di onorare tutte voi tre anime candidissime e santissime e degne che tutti v'amino.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2432</head>
<opener><salute>A GIANNANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, 27 Dicembre 1821.</date></opener>
<p>Alla ricevuta del mio amministratore sig.r D. Sinibaldi aggiungo i miei ringraziamenti e affettuosi saluti alla vostra sposa e a tutta la famiglia. Perticari vi risaluta ancor esso, e attende a Pesaro la convenuta carta pel noto accomodamento col sig. Isani.</p>
<p>State sano e immutabilmente credetemi il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2433</head>
<opener><salute>A SALVATORE BETTI — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 29 Dicembre 1821.</date></opener>
<p>Due cagioni mi muovono a scrivervi: l'una per ringraziarvi del grazioso vostro giudizio su la <title>Proposta</title>, stampato in cotesto <title>Giornale Arcadico</title>, e più dell'avere così bravamente ribattuto i colpi dell'arrogante Toscano che vi ha dimandato ragione della frase <quote>gentilmente scritto</quote>. L'altra per pregarvi di aiuto a schiarire alcuni spropositi che il Lampredi ha lasciato trascorrere nell'edizione da esso procurata dei <title>Poeti del primo secolo</title>, vol. I, Firenze, 1816.</p>
<p>Ivi a pag. 49 leggesi la canzone di Pier dalle Vigne che comincia <quote>Amando, etc.</quote>. Tutte le strofe sono di dodici versi, fuorché la quarta che non ne mette che undici, e il verso che manca è il sesto, il quale dovrebbe far rima con <emph>voglia</emph> che è il terzo. La quale mancanza, chi ben guarda, salta subito all'occhio, non tanto per l'ordine delle rime strettamente osservato in tutte le altre, quanto per la sospensione del sentimento. Esaminatela, e conoscerete che non m'inganno.</p>
<p>A porre in chiaro questa magagna io non so altra via che quella di consultare i Codici Vaticani: e questa è la preghiera che arditamente vi porgo, nella speranza che per amore del nostro Giulio, a cui preme egualmente questa ricerca, non mi saprete far niego di questa grazia.</p>
<p>Nella stessa Canzone subito appresso si leggono tra due punti fermi questi versi:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Dunque, vivendo io,</l>
<l>Veggio del danno mio</l>
<l>Servendo che alla morte fo guerra,</l></lg></quote>
<p>dai quali non è possibile il cavar fuori senso che regga: e il senso richiesto da tutti gli antecedenti, per mio avviso, sarebbe: Dunque continuando a vivere e a servire il mio Signore (cioè Amore, siccome appresso si spiega), io veggo che questo è l'unico modo di far guerra alla morte. Dietro al quale concetto, invece di <hi rend="italic">veggio del danno mio servendo etc.</hi>, io penso si debba leggere <emph>veggio che il donno mio&gt;</emph> (cioè il mio Signore) <emph>fedel servendo, alla morte fo guerra</emph>; o altro simile, se non vi parrà che l'aggiunto <hi rend="italic">fedele</hi> ferisca nel segno. Ben mi prometto per sicuro, che quel gerundio <hi rend="italic">servendo</hi> deesi senza fallo riferire ad Amore, poiché nella seguente strofe il poeta stesso espressamente lo dice:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Mercé chiamando Amore che mi vaglia</l>
<l>Vagliami per cui non rifino,</l>
<l>Ma senza speme affino;</l>
<l>Ché a lui servendo gio' m'è la travaglia.</l></lg></quote>
<p>Ho scritto il secondo di questi quattro versi come sta nella stampa; ma un cieco vede ch'egli è guasto e bestiale. E qui pure io m'ardisco di correggere in questa guisa:</p>
<lg type="nc"><l>Mercé chiamando Amore che mi vaglia,</l>
<l>Vagliami Amor per cu' i' non rifino.</l></lg>
<p>E ciò per due buone ragioni: prima, perché naturalmente chi grida mercé, ripete il nome della persona a cui domanda misericordia; seconda, perché ripetendo <emph>vagliami</emph>, è forza ripetere per ripresa anche il nome di Amore, di cui s'invoca l'aiuto: altrimenti la ripetizione del solo verbo, né sta in natura, né si regge in sano discorso.</p>
<p>Osservate ancora nella terza strofe un'altra magagna. Il nono verso di tutte l'altre s'accorda in rima coll'ultimo: e in questa s'incontra la stranissima di <emph>piacentera</emph> con <hi rend="italic">morria</hi>. Ma lo spirito del concetto dimanda che quivi invece dell'aggiunto <hi rend="italic">piacentera</hi>, si debba leggere il verbo <emph>piaceria</emph>. Vedetelo per voi stesso:</p>
<lg type="nc"><l>Di ciò viver non voglio,</l>
<l>Ma di partire l'alma di le membra;</l>
<l>E farla ciò ch'io dico,</l>
<l>Se non che allo nemico,</l>
<l>Che m'ha tolta la donna, piaceria.</l></lg>
<p>Per tutte le quali cose mi starebbe a cuore che vi deste per gentilezza la briga di copiarmi esattamente dai Codici Vaticani l'intera canzone. Non ho molta fede nella correzione neppur di questi; poiché sappiamo che i testi a penna, qual più qual meno, sono tutti lavoro di gente disperata d'ogni sapere e giudizio. Tuttavia potrebbe avvenire che qualche lume se ne cavasse.</p>
<p>Né qui finisce la mia importunità. Nella bella canzone consolatoria di Guido Guinicelli ad un suo amico per la morte della sua donna, ho scoperto similmente il mancamento d'un verso, ed è il quarto della seconda strofa. Io l'ho supplito <foreign lang="lat">ex ingenio</foreign>, e a Giulio pare che io abbia colto nel segno. Ma perché mi converrebbe dilungarmi troppo, onde prima porvi davanti le mie ragioni, lo taccio. Ben vi prego di trascrivermi per intero anche questa; poiché in essa pure mi occorrono agli occhi parecchie altre magagnucce che il Lampredi non ha veduto. E questi errori son nulla a petto dei grossi granchi che pazientemente ho pescati nelle torbide acque di quella poetica sua palude. Dei quali gli farò tale ghirlanda, che ne disgraderà la già fatta al Furia ed al Rigoli.</p>
<closer>Lascio il campo a Giulio, e pregandovi de' miei più cari saluti all'ottimo Odescalchi ed a Biondi, e di avermi nel numero de' vostri amici, con pienezza d'affetto e di stima mi protesto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La canzone del Guinicelli comincia <quote>Avvegnaché etc.</quote>. Al sordo mio buon fratello Amati un bacio per me sulla punta del naso, e un altro sulla fronte a Tambroni.</p></ps></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline>
<date>Di Pesaro, 30 Dicembre 1821.</date></opener>
<p>Ed io pure scioglierò teco il mio lungo silenzio: né ti chiederò scusa di questo, perché la tua pietà ha sì grandi braccia che non bisognano preghiere. Solo ti dirò che coll'anno che viene, voglio che ritorniamo all'intermessa corrispondenza; e mal abbia chi la rompe il primo. Incomincio dal rallegrarmi teco di quegli ultimi quaderni del Giornale tutti pieni, per dio! di cose belle e gravi e utilissime al bisogno delle lettere, e ti conforto per la vecchia nostra amicizia e per l'amore della vera virtù a non risparmiare né cura, né sofferenza nel tollerare; ma a farti incontro con forte animo a tutta quella ciurma degl'ignoranti e dei falsi sapienti e de' nemici della patria; di coloro che fanno guerra alla salute ed alla unità di lei, perfino nelle parole. Il voto de' buoni è uno e simile in tutta Italia; la vittoria è ottenuta; e manca il solo trionfo.</p>
<p>Nel viaggio che abbiamo noi fatto pe' regni di Lombardia e di Venezia, io ti so dire che il fatto ha vinto la nostra speranza. Perché tutti que' letterati di Verona, di Padova, di Brescia e di Venezia sola una cosa gridavano: e tutti i discorsi si risolvevano o in riso o in pietà di que' disfiorati Fiorentini. Onde puoi far ragione che si è ordita contro essi una lega che disgraderebbe la lega lombarda e quella di Cambrai. E chi si rimanga dalla parte loro, n'avrà la beffa col danno.</p>
<p>Noi stiamo qui pensando all'ultima fatica sulla <title>Proposta</title>, nella quale porremo giù quella troppa cortesia che non si suole usare co' villani; e la si debbe coi soli cortesi. E mostreremo a que' goffi, che <hi rend="italic">qual asino dà in parete, tal riceve</hi>. Voi dunque, o santissime anime romane, aiutate quest'opera che è veramente romana; dovendosi per essa vendicare il nome italico: e al tutto spegnere questa vergogna, d'essere noi di una nazione, cui non pure mancano l'armi e il trono, ma ancor la lingua. Per cui saremmo in ira del cielo peggio che i Giudei: i quali trono ed altare non hanno; ma pure hanno lingua: e la si chiama ebraica, e non è né di Zabulone, né di Beniamino.</p>
<p>Ti raccomando <foreign lang="lat">etiam atque etiam</foreign> quell'esame de' Codici Vaticani pel nostro Monti. Vedrai com'egli s'è cacciato in quel mare fetido delle poesie antiche e che grandi balene ed orche v'ha egli pescate: e sì, per dio! che ne imbandirà alla Crusca e al Lampredi una cena ferale. O perché tu non sei qui con noi! o piuttosto perché noi non siamo con te nella dolce Roma! e nella compagnia dolcissima di voi altri! Ma il destino ci tiene sempre divisi da alcuna miglior parte di noi. Intanto però io sono meno infelice che gli altri anni; perché vivo al fianco del mio maestro e padre; che mi empie di quante dolcezze dànno le lettere, l'amicizia e l'amore. Sola una cosa mi turba: ed è che non ho tempo che mi basti a scrivere pel Giornale. Se non che ho pensato a mandarti una lettera indiritta al nostro bravissimo Molaioni intorno il Virgilio della Duchessa di Devonshire. E poco parlando de' pittori e degl'incisori, parlerò sulla emendazione del Caro, e sovra qualche altro luogo che si potrebbe, anzi si dovrebbe sanare in un'altra edizione. Finirò poi col voto che la Duchessa faccia imprimere la versione da lui fatta <add resp="ed">cioè da Demetrio Molaioni, Roma, 1816, in 8</add> delle Egloghe, in quel modo stesso che ora ha fatta l'<title>Eneide</title>. Anche la Costanza non istarà colle mani in mano: e vi dico all'orecchio ch'ella viene preparando una lettera al nostro Odescalchi, colla quale gli invierà il Prefazio di Cornelio, la Vita di Milziade, con sotto alcune chioserelle sopra il volgarizzamento di Remigio. E questa sarà la strenna che la vostra amica vi manderà pel nuov'anno. Intanto salutatemi il mio Biondi e il mio Amati e il mio Tambroni e il mio Odescalchi e tutti. E domenica andate dal carissimo Santucci, e augurategli per me tutti i felici augurii che furono presi in Roma da Romolo fino a Costantino.</p>
<closer>Addio, mio caro Betti. Amatemi; ché niuno potrà mai amarvi più di me. Addio. Il vostro <signed>GIULIO PERTICARI</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vorrei che mi copiassi da' migliori codici la canzone di Federico II, che incomincia: <quote>Di dolor mi conviene cantare</quote>.</p></ps></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2434</head>
<opener><salute>Al fiore de' Cavalieri <add resp="ed">GINO CAPPONI</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, <add resp="ed">31 Dicembre 1821</add>.</date></opener>
<p>Madama mi ha recato i vostri saluti, ed io ho letta e ben intesa la frase con cui li avete gentilmente sparsi di quella stilla d'amaro, <quote>tornar in pace col Monti</quote>. Or piacciavi d'ascoltare discretamente le mie discolpe.</p>
<p>Allorché mi venne da voi il cortese ed onorevole invito che ben sapete, io mi trovava in istato poco diverso da quello del nostro buon Niccolini. Le dolorose vicende de' miei amici (e voi sapete quali e quanti) mi avevano stretto sì l'animo e turbata la fantasia, ch'io già avea fatto nell'animo mio il fiero decreto di non più scrivere ad anima viva; tanto che per quattro e più mesi sono stato crudele ed avaro delle mie lettere a' miei medesimi figli. Uscito di quel delirio, n'ebbi al cuore gran penitenza: ma la stagione di emendare appresso voi il mio fallo era già trapassata. Non adorno di più parole la tarda mia scusa, ma spero mi basterà il dirvi con Dante:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Se' savio, e intendi me' ch'io non ragiono.</l></lg></quote>
<p>Ora veniamo all'infermo nostro amico. Odo che i medici avvisano che una mutazione di aria gli tornerebbe a gran giovamento. Perdio, inviatelo a Pesaro. Qui la stagione è dolcissima, un riso perpetuo di primavera: ed io e mia figlia e mio genero gli verremo incontro a braccia aperte, e più che nella casa lo riceveremo nel cuore, e gli daremo con ogni studio a conoscere quanto egli sia da noi amato, stimato e desiderato. Rifatto ch'egli sia nella salute, ve ne faremo pronta restituzione, e ve ne avremo quella obbligazione che vuolsi avere di grazia particolare.</p>
<p>Assoluto, qual sono, d'ogni mia colpa, pregovi di mantenermi la vostra benevolenza, che mi è preziosissima.</p>
<closer>Abbracciatemi Niccolini, salutatemi Collini ed amate il tutto vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>Ed io pure, quantunque la fortuna non m'abbia ancora concesso di conoscerla di persona, io pure le riferisco le più vive grazie per quelle parole ch'ella ha scritte di me, adornate di tanta cortesia e gentilezza. Madama le farà fede dell'antica riverenza mia a quelle sì rare e sì virili sue virtù, che la fanno onorabile e caro a quanti hanno petto italiano. Ond'io spero, che non le parrò superbo, pregandola a tenermi fra i suoi più veri estimatori ed amici.</p>
<p>L'invito al Niccolini parte dal cuore: non posso offerirgli <quote lang="lat">pateras et grata commoda</quote>; ma sì buon cuore, e quiete, e piaceri quasi campestri: e il conforto delle lettere e della santa filosofia. Se queste cose giovassero al turbamento della sua mente, io ne sarei beato: perché sarebbero un danno pubblico anche que' pochi giorni, in ch'egli non potesse attendere all'accrescimento del suo nome e dell'onore d'Italia. La prego intanto di abbracciare da parte mia lui e l'avvocato Collini; e di accettare i saluti della mia Costanza.</p>
<closer>Sono col più riverente affetto il suo devotissimo ed obbligatissimo servitore <signed>GIULIO PERTICARI</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2435</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, <add resp="ed">1821—22</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo e carissimo signor Marchese.</p>
<p>Il conte Strassoldo con lo scorso ordinario mi aveva già cortesemente fatto giungere la notizia del sovrano decreto che mette in saldo la mia pensione. Ma l'averne oggi da lei la conferma, me ne ha raddoppiata la contentezza; perché questa sua sollecitudine in avvisarmi cosa di tanto mio interesse, mi è sicura prova della sua benevolenza: tesoro ch'io pongo innanzi a tutte le compiacenze che mai possano far lieta la mia vita. Io ne la ringrazio adunque di cuore.</p>
<p>Non si è ancor messo mano alla stampa del sesto volume della <title>Proposta</title>, e ne dirò la ragione. La petulanza de' Fiorentini contra me e Perticari ci ha fatti uscir di pazienza. Onde noi meditiamo un grande lavoro (e n'abbiamo già pronti i materiali in gran copia), lavoro che li coprirà di vergogna, e farà manifesta a tutta l'Italia, e a quanti intendon ragione, che l'Accademia della Crusca, lungi dal contribuire ai progressi e alla gloria della nostra lingua, l'ha indegnamente disonorata, difformata, avvilita. Mostreremo che la dovizia de' codici, di cui menano tanto rumore, nulla vale senza il gran codice della critica che essi mai non conobbero e ne daremo amplissime prove a carico dei grandi oracoli loro, il Salvini, il Lami, il Bandini, il Biscioni, etc. etc., massimamente il Lampredi ultimamente sceso in arena a farsi campione di quei buffoni. A costui, a questo gran Paladino, su la edizione da esso procurata e postillata dei <title>Poeti del primo secolo della Lingua italiana</title>, andiamo tessendo, anzi abbiamo già tessuto una corona di spropositi sì meravigliosa, che ne disgraderà quella che abbiam già posta sul capo a Del Furia ed al Rigoli. Pubblicheremo in somma una serie di fiorentine stoltezze da farsi segno di croce, e daremo fine all'opera con un trattatello dell'Arte Critica, per cui ognuno rimarrà chiaro che i reverendi Infarinati, tranne ben pochi, furono e sono più che mai una vera mandra di ciucci.</p>
<p>Le rendo grazie della ricopiata lezione del Cimilotti, e se le si porge occasione, prego la sua cortesia di mandarmela, perché prima di mandarla alla stampa amerei che anche Giulio potesse leggerla, e postillarla dove bisogna. In caso diverso la serbi presso di sé, ché quando sarà tempo di consegnarla allo Stella, l'avviserò.</p>
<p>Mi ha funestato il tragico fine dello sciagurato Sonzogno, e più la perdita del povero nostro Tassoni. Dio l'abbia in pace, ch'egli n'era ben degno per la sua virtù.</p>
<p>Ma ecco il mio Giulio che chiede di aggiungere un P. S..</p>
<p>Ond'io fo fine col pregarla di porgere alla signora Marchesa e a tutta la rispettabile sua famiglia i miei ossequi, e di continuare la sua preziosa benevolenza al suo dev. ed obb.mo servitore.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>P. S. A giorni spero che avrò posto fine alla lettera su que' luoghi di Dante. E prima di consegnarla alle stampe, la dirigerò a lei, perché la vegga e la giudichi, e m'aiuti del suo consiglio. L'avrei finita a quest'ora: ma si sono spesi assai giorni per adunare da ogni parte que' materiali, di cui le dice il mio Monti. Le so dire che abbiamo raccolto tanti mattoni e coppi e ferri e travi, che se ne potrebbe rifare la torre di Babilonia. E così speriamo di salvarci da quel diluvio d'errori e di stoltezze, che Toscana piove da tutte le bande. Ancor io escirò alquanto dalla pacifica mia natura: e farò sapere a que' tristi, che pur gli agnelli si sdegnano al loro modo. Monti ruggirà: io belerò: ma niuno di noi tacerà: e speriamo di abbassare questa rabbia fiorentina, <quote>che fu superba sì, com'ora è putta</quote>. Al che mi è conforto il voto di tutti i buoni e de' veri dotti e di quanti amano l'onore di questa nostra povera Italia. Tra i quali mi è dolce il riverire il cortesissimo e dotto signor abate Mazzucchelli: che ai diritti ch'egli avea sulla mia stima, or ha voluto anche aggiungere una valente ragione sulla mia gratitudine. Mi saranno oltremodo gradite le note ch'egli ha scritte a quelle sofisterie di Don Panfilo. E fin d'ora ne lo ringrazio con tutto l'animo: non parendomi di meritar tanto.</p>
<p>In questo, pregandola de' miei ossequi alla signora Marchesa ed a tutta la famiglia, non che de' miei affettuosi saluti con quelli di Monti al cavaliere Rosmini, con riverente amore mi dico suo dev. ed obb.mo servitore ed amico.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2437</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE TAMBRONI — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 9 Gennaio 1822.</date></opener>
<p>Caro Tambroni.</p>
<p>Molto n'ha contristati tutti la malattia del nostro Betti, e benché la vostra lettera ci dia speranza ch'egli di corto ne uscirà libero, pure vi preghiamo di tenerci per nostra quiete informati dell'andamento del male. Io voglio intanto rendervi grazie della profferta che mi fate di andar voi stesso ad interrogare i codici Vaticani sopra le note canzoni. E perché i buoni servigi si vogliono rimeritare, udite in che modo ho pensato di rendere manifesta la mia riconoscenza.</p>
<p>Giulio mi ha narrata la guerra, che un fiorentino pedante vi ha rotta intorno al verbo <emph>triare</emph> nel significato di tritare, macinare. Prendo sopra di me la difesa della vostra causa, e ve la darò vinta con esempi a' quali il vostro avversario non saprà fare contrasto, perché tratti di casa sua, cioè da scrittor classico fiorentino. Ma conviene che voi medesimo mi apriate onesta via di farlo, onde non paia ch'io non provocato voglia venir in campo da paladino. E la via, al mio parere, sarebbe questa, che voi con due sole righe rimetteste al giudizio di Giulio ed al mio la decisione di cotal lite: e noi nel sesto volume della <title>Proposta</title>, al quale stiam lavorando, e che sarà tutto di lettere ai nostri amici, pubblicheremo la vostra lettera, e la risposta.</p>
<p>Costanza sta ripulendo il suo scritto promesso da Giulio al vostro Giornale, e meditando la lettera d'indirizzo all'ottimo nostro Odescalchi; e spero n'avrete più onore che dai due stolidi articoli di cotesto vostro vecchio D. Pirlone sul più stolido de' poemi, il <title>Cadmo</title>; nel quale i Centauri s'arrampicano sugli alberi, e il nettare degli Dei è grappolo d'una pianta, e gli eroi sono figli degli orsi, e il loro capitano nel caldo della battaglia corre dietro a una donzella e dileguasi, abbandonando i poveri suoi soldati alle spade degli inimici. Gli stessi Toscani si vergognano di quell'epica gofferia, e il Giornale d'Arcadia il porta alle stelle! <foreign lang="lat">Heu pudor</foreign>!!!</p>
<p>Salutate il sordo dal naso lungo e Mai e Biondi, e abbiate cura di Petti. Addio.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>Giulio ti saluta, e t'abbraccia e ti raccomanda il suo Retti e ti prega di sollecitudine in quell'esame de' codici Vaticani.</p>
<closer><signed>GIULIO</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2438</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 12 Gennaio 1822.</date></opener>
<p>Non a torto ti lagni della poca frequenza delle mie lettere; ma io studio e scrivo continuamente: e quando mi sto sepolto colla penna in mano tra i libri, tu sai che mi pesa il distrarmi, e mi dèi perdonare.</p>
<p>Niuna cosa mi è tanto cara, quanto l'udire che, malgrado delle nebbie e delle nevi che infestano la stagione in Milano, la tua salute non ne ha finora patito. Io ti scongiuro di averne diligentissima cura. La mia è perfetta. Non ho mai goduto d'un inverno così benigno; egli è tanto mite, ch'io vado vestito della stessa guisa che in ottobre a Milano.</p>
<p>Dei nostri affari co' nostri nepoti ti ho già scritto quanto ti dee bastare per tranquillarti. Nulla si è concluso, e nulla si concluderà, se la permuta o la vendita non torna in nostro vantaggio. L'entrare in dettagli sarebbe storia troppo lunga ed inutile.</p>
<p>Per aver cagione di prolungar la presente, voglio raccontarti cosa che ti farà ridere.</p>
<p>In Fano, distante dieci miglia da Pesaro, dura tuttavia un antico costume di celebrare, appunto di questi tempi, una giostra di tori, alla quale è molto il concorso dai paesi circonvicini; e giorni sono ebbe luogo il primo spettacolo. Fu mandato in arena un toro veramente feroce. Egli è legge che a ognuno, che ami di accingersi con queste bestie, sia libero di entrare nello steccato. Niuno osò presentarsi contra quel fiero; e quanti cani si arrischiarono di assalirlo, tanti ne furono lanciati in aria e sventrati. Finalmente si fece innanzi un villano, che, con istupore di tutti, si mise a fronte del tremendo animale. Gli si accostò francamente; e il toro, fatto mansuetissimo, lasciò avvicinarsi e carezzarsi e palparsi; e lambiva la mano che lo blandiva. A quel portento tutti restarono attoniti e muti; indi un batter di mani che andava alle stelle. Quand'ecco improvvisamente un uomo che s'alza, e grida: Costui è un mago. È mago, ripetono con voce furibonda alcuni altri dello stesso colore; e, fuoco al mago, fuoco al mago! s'intuona da tutte le parti. Il presidente della giostra, persuaso ancor esso che quel prodigio non poteva essere che mera opera del Diavolo, fa spiccare quattro gendarmi che intimano al mago di uscire dello steccato, e te lo menan prigione. Dimandato il perché di questa superchieria, gli viene risposto: — Perché tu sei un mago, e n'andrai impiccato e bruciato. — E che mago mi andate voi cantando? ripete il villano. E non capisce Sua Eccellenza e Sua Riverenza che se il toro mi ha fatto carezze, egli è perché ha riconosciuto in me il suo padrone? — Pareva che tale risposta, conforme alla testimonianza di molti che per vero padrone del toro lo riconobbero e ne fecero giuramento, avesse dovuto far rinsanire il nobile presidente; ma il povero mago è ancor nelle carceri, e si disputa <foreign lang="lat">quid agendum.</foreign></p>
<p>Saluta Aureggi, e i soliti amici. Saluta anche Giasone e Luigi e la Peppa, e fa che io abbia sempre buone nuove di te, che sei e sarai sempre l'oggetto più caro al mio cuore.</p>
<p>P. S. La Calderara mi ha mandato un bel regalo, una scatola con una graziosa pittura ad acquerello della Didina. Io scrivo all'una e all'altra una lettera di cordiale ringraziamento. Ringraziale tu pure quando le vedi; anzi fa loro espressamente una visita a nome mio.</p>
<p>La Costanza sta meglio e ti abbraccia. Lo stesso fa Giulio e Cassi e Antaldi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2439</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A ADELAIDE CALDERARA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 12 Gennaio 1822 .</date></opener>
<p>Cara Didina.</p>
<p>Non mi sono mai accorto tanto di esser misero di belle espressioni quanto al presente, che, desideroso di ringraziarvi degnamente del grazioso dono inviatomi, non trovo parole che possano significare ciò che il cuore vorrebbe dire. E qui sfido anche Montani ad eguagliare colle grazie di quelle sue melliflue letterine la pienezza e dolcezza de' miei sentimenti. Onde vi dirò pianamente che il vostro bel dono mi è giunto caro, carissimo, che l'ho baciato con grande trasporto, e poi accostato al petto come cosa sacra, e poi ribaciato con una specie di amoroso delirio. E perché la piena del mio contento aveva bisogno di spandersi, sono corso in berretta e pianelle a farne parte a' miei figli, incantati ancor essi della bellezza del vostro dipinto. E la mia Costanza, la quale da suo marito e da me aveva già udito le lodi che più volte si eran fatte della rara vostra virtù, non solo desidera ch'io vi manifesti ch'ella si sente già tutta presa di stima e di amore per voi, ma vi preghi di riceverla nella vostra amicizia, proponendosi, quando verrà a Milano, di meritarla in persona quanto potrà.</p>
<p>I molti sgorbi di questa lettera vi faranno fede ch'io l'ho scritta come il cuore dettava. E avrei fatto gran torto a voi ed a me, se mi fossi messo su i trampoli <emph>Montanini</emph> per ringraziarvi.</p>
<p>Proseguite a rendervi sempre più perfetto modello delle ben educate donzelle.</p>
<p>Fate a tutti i buoni amici di casa i miei cordiali saluti, principalmente a vostro zio e all'ottimo nostro Bazzoni, ed amate quello che teneramente e santamente vi ama.</p>
<p>P. S. Per non duplicar lettera inutilmente, scrivo a tergo di questa la mia risposta a quella di vostra madre.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><salute>A <del resp="ed">[TERESA CALDERARA]</del> — <del resp="ed">[Milano]</del>.</salute></opener>
<div4 type="epistola" n="B1">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[Pesaro]</del>, <del resp="ed">[12 Gennaio 1822]</del>.</date></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Avrei voluto vi foste trovata presente a veder l'allegrezza che mi ha preso al ricevere la vostra lettera, e più la dolce sorpresa al trovarla accompagnata dal grazioso regalo inviatomi dall'incomparabile mia Didina; ché mia la voglio dire, perché io l'amo di quanto amore si può amare un proprio figlio, ed ora più che prima, essendosi aggiunto alla benevolenza un vivo sentimento di gratitudine per tanta dimostrazione della sua amorevolezza verso di me. E a voi, mia cara Teresa, che dovrò dire? Nulla, perché dove il cuore trabocca muoiono le parole. Siavi dunque detto il medesimo che alla Didina, cioè che il dono mi è sì prezioso e sì caro che nulla più.</p>
<p>Al bravo nostro Italiano il cav. Vacani farete intendere che fra gli associati alla sua opera scriva i nomi seguenti: marchese Antaldo degli Antaldi, conte Francesco Cassi, conte Giulio Perticari, Vincenzo Monti. Abbiamo già segnato tutti e quattro il nostro nome nella polizza inclusa nel manifesto, e questa per ricognizione dell'obbligo assunto sarà fatta recapitare alle mani del sig. Negri.</p>
<p>Se amate di saper la mia vita in questo paese, ella è beatissimna, in braccio a' miei figli, e sotto un cielo sempre sereno, non essendo piovuto, dacché ci sono, che due sole volte, e per poco. Del resto freddi mitissimi, a segno che, paragonati ai geli di Milano, a me paiono una perpetua primavera. Tutti i giorni sull'ora del mezzodì e talora anche la sera fo la mia passeggiata sulla riva del mare, e salutato Nettuno e le Nereidi, mi ritiro col mio Giulio allo studio. E così il sentiero della mia vita è seminato tutto di rose; tra le quali però mi punge spesso la spina di esser lontano dalla mia buona moglie, della cui salute sto sempre in timore, e lontano da voi che siete sì gran parte de' miei affetti, e il sarete finché mi dura la vita.</p>
<p>Scrivendo a vostro figlio, salutatelo per me caramente. Salutate parimenti ad uno ad uno tutti gli amici di vostra casa, e ricordate a quel briccone di Serangeli le sue promesse, perché senza il suo nome la mia Costanza non tiene che sia ben completa la sua raccolta di disegni antichi e moderni.</p>
<closer>State sana, e siate contenta che io mi dica tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div4>
<div4 type="epistola" n="B2">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline></opener>
<p>Quello che il mio buon padre le dice del desiderio della Costanza è cosa verissima, e ripetuta da lei ogni giorno. Ma lasci ch'io le dica della mia memoria, e della tenera stima ch'io le porto: e che mi raccomandi alla benevolenza di lei e della gentilissima Didina.</p>
<closer>Devotissimo, obbligatissimo servo ed amico <signed>GIULIO PERTICARI</signed></closer></div4>
<div4 type="epistola" n="B3">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>Confermo di mio proprio pugno la testimonianza che fanno de' miei sentimenti mio padre e mio marito.</p>
<p>Onde la prego di anticipare per me un bacio alla virtuosa sua figlia e di assicurarla che</p>
<closer>sono sinceramente la sua affezionatissima amica <signed>COSTANZA MONTI PERTICARI</signed></closer></div4></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2440</head>
<opener><salute>Al Cav. PAOLO TAGLIABÒ — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 12 Gennaio 1822.</date></opener>
<p>Veggo nell'affettuosa tua lettera la cara immagine della bell'anima che scalda il petto al mio amico. Come il cuore mi detta, e tu stesso mi suggerisci, scrivo all'ottimo nostro conte Strassoldo. Ma qui conviene che la viva tua voce soccorra al difetto delle mie parole, e mi aiuti a ringraziarlo, ed animare i sentimenti della mia riconoscenza. E veramente protesto di riconoscere da' suoi offici cortesi il benigno decreto che mette in salvo e in sicuro la mia pensione. Ti dico anzi più, che sarei dolente del ricevuto beneficio, se mi fosse venuto da mano che io non amassi e stimassi, e che mi sarebbe gran peso la gratitudine; mentre che andando debitore del bene che mi vien fatto a persona che sempre ho amata e stimata, questo peso medesimo mi diventa soave: ed io, finché mi dura la vita, lo porterò con letizia ed orgoglio. Quanto a te, mio caro, che con tanta sollecitudine ti sei mosso a darmi così lieta notizia, null'altro te ne dirò, se non che il cuore, tutto il mio cuore te ne ringrazia.</p>
<p>Ora, venendo ad altro, ami tu di sapere come io me la vivo? Beatissimo e non ozioso. Beatissimo, perché in braccio a' miei figli, e rallegrato da una stagione sempre dolce, e quasi sempre serena, a tale che l'inverno qui sembra un sorriso di primavera. Non ozioso, perché coltivo i miei studi, e scrivo, e finisco di carminare le parrucche agli arroganti e queruli Infarinati; a istruzione de' quali darò in ultimo un trattatello dell'arte critica, che coloro non hanno mai conosciuta; e pubblicherò una cospicua serie d'errori vergognosissimi, in cui sono bruttamente caduti, nel fatto della nostra favella, il Lami, il Bandini, il Salvini e tutta l'attual sinagoga, e quelli pure che ne son fuori, specialmente il Lampredi, che per insania di pretensioni municipali è sceso in arena contra me e Perticari. E appariranno tali e tanti i loro spropositi, che Italia tutta, e tutti che discretamente ragionano, confesseranno che l'Accademia della Crusca con tutti i Cruscobeoni, lungi dall'aver aiutato gli avanzamenti e la gentilezza ed il decoro della lingua italiana, son essi al contrario che l'hanno guasta e sformata, e la difformano e guastano tuttavia. In somma, la danza sarà menata, spero, in maniera che l'onore dell'italica letteratura rimarrà vendicato per sempre, e per sempre sottratto alla tirannia di quei buffoni.</p>
<p>A chiunque si ricorda di me, i miei saluti; e tu ama chi ti porta sempre nel core.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2446</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI Console di S. M. l'Imperatore delle Russie — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 15 Febbraio 1822.</date></opener>
<p>Ricevo in questo punto, mio caro, la tua dolcissima; e perché la memoria che in essa mi acchiudi dimanda pronta risposta, subito ti rispondo, ma breve, perché il corriere sta sulle mosse.</p>
<p>La famiglia, di cui si chiede notizia, è ricca ed illustre, e la voce pubblica dice che l'eredità che si aspetta dal Cardinale, sarà molto cospicua. Ma sulle qualità morali del suo nipote né Giulio né altri de' nostri amici nulla te ne può dire. Bensì per servire al desiderio del personaggio che ne fa la richiesta si scriverà subito ad onorata persona di Fermo, da cui si avranno pienissime informazioni e sicure. E allora nell'inviartele io mi allargherò più che al presente.</p>
<p>Godo delle nuove prove d'amore e di stima, che ti sono venute dal munifico tuo Sovrano, e spero udire delle più generose e più degne del tuo merito e della tua virtù.</p>
<p>Non ho per anche ricevuto l'esemplare de' tuoi Opuscoli, né quello di Pieri. Mi ha mosso a grande disdegno ciò che mi scrivi di questo ingrato. Se un giorno mi accozzerò con esso, farò qualche cosa di più che rimproverarlo.</p>
<p>Salutami, abbracciami caramente il mio angelico Papadopoli, e porgi i miei rispetti all'Albrizzi, a Soranzo, ad Aglietti. Ricordami ancora al nostro Capodistria, e se dall'Aurora hai nuove che ne consolino, non farle desiderare al tuo amantissimo amico.</p>
<p>Giulio e la moglie ti mandano dal cuore mille saluti. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2448</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, Marzo 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Con <emph>le mane</emph> in croce alla fiorentina vi chieggo perdono dell'aver tardato tanto a darvi riscontro delle carte fatte trascrivere dalla Laurenziana, né altra scusa so addurvi della mia mancanza che parte il bel vivere di questo paese e parte la distrazione de' miei amori con messer Frullone, al quale monna Proposta sta preparando il regalo delle sponsalizie, da che intendo essere vostro desiderio che seguano queste nozze. Or tornando alle dette carte, il Perticari, premessi i suoi e miei ringraziamenti, vi prega di significargli la spesa dell'averli fatti copiare, la quale vi sarà subito rimborsata. Ben vi dico che siamo rimasti beffati intorno al valore di questi scritti: perché quanto alle Canzoni Siciliane elle sono tutte moderne, e quanto all'Invettiva non si può dare cosa più sciocca.</p>
<p>Ho per grazioso regalo la conoscenza procuratami del garbato giovane Castelnuovo, col quale i miei figli hanno passato alcune liete serate, ed oggi a pranzo con noi terrà l'invito che gli faremo di gustare un po' di porchetta ad onor del Frullone, e un nappo di sangiovese alla vostra buona salute.</p>
<p>Nessuna lettera ho mai ricevuta del Lampredi da cinque mesi e le stampate nell'<title>Antologia</title> ho potuto finalmente averle alle mani pochi dì fa per cura del vostro Castelnuovo, che fortunatamente n'aveva seco un esemplare. Le ho dunque lette con Perticari, e in servigio dell'amico vorremmo non averle mai lette. Il perché lo conoscerà egli stesso per sé quando avrà studiata un po' meglio la causa spallata ch'egli ha preso a difendere. Per ora il facciamo sicuro che non ha letto bene tutto il processo, e che Dante, a dispetto di tutti i cavilli, al tribunale della ragione la vincerà, che anzi per consenso di tutta Italia l'ha già vinta a quest'ora; né punto si cura, che i cari suoi concittadini non la vogliano intendere: basta che di qua e di là dal Mugnone la sia entrata nel capo a tutti i Savi: e il buon senno, grazie a Dio, non è privilegio di un solo municipio. Tenga dunque il nostro Lampredi la sua opinione, che noi con Dante terremo la nostra, e resteremo in buona amicizia finché potremo. Intanto salutatelo caramente, e dimandategli se da Milano gli è stata fatta veruna offerta di ritornare a stabilirsi in quella città siccome gli feci intendere per Morosi; se pur questi gli ha fatta la mia ambasciata.</p>
<p>Mille saluti di cuore a Capponi e a Niccolini, e voi amate chi sinceramente vi ama, e vi ringrazia di tante prove di bontà e d'amicizia. Addio.</p>
<p>P. S. I miei figli vi fanno essi pure le più affettuose proteste, e tutti vi preghiamo de' medesimi offici colla vostra Signora.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2449</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, <add resp="ed">verso la fine di Marzo 1822</add>.</date></opener>
<p>Non andar meco in collera, mia cara Teresa. La ragione, per cui non ti scrivo da tanto tempo, pur troppo si è quella che hai saputo da altri: e s'io fin qui l'ho taciuta, è stato per non affliggerti, né voglio che tu ne resti in gran pena, perché lo stato dell'infermo mio occhio ha presa già miglior piega, e spero che presto mi porrà in istato di mettermi in via per ritornare nelle tue braccia. Del resto sappi che tutti qui siamo in mala salute, e che Giulio medesimo, appena scritta a Bertolotti la lettera in cui toccava l'incomodo da me sofferto, cadde egli stesso gravemente malato, e lo è tuttavia. Costanza ancor essa è tuttavia travagliata da spessi affanni di petto, e da continui dolori che le errano per la vita, né mai la lasciano riposare. E s'ella non ti ha scritto nulla sulla mia calamità, son io che, per la detta cagione di non contristarti, gliene feci la proibizione. Rispetto a me, se non fosse il disastro dell'occhio, che da un mese mi vieta ogni facoltà di leggere e scrivere, la mia salute sarebbe perfetta; ché mai il minimo dolor di capo, mai la più piccola alterazione di polso m'ha disagiato; ma l'occhio è malamente condotto per la rottura de' vasi lagrimali degenerati in fistola, di che io stava già in grande sospetto prima ancora di partire da Milano. Al presente bisogna armarsi di tutta pazienza; e quando sarò in Milano ci risolveremo del resto. Non mi dilungo di più per non affaticare la vista e perdere il frutto della cura a cui mi sono assoggettato.</p>
<closer>Porgi le mie nuove e i miei saluti agli amici. Io non fo conto della mia vita che per te, cui abbraccio con tutto il cuore. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2450</head>
<opener><salute>A FILIPPO BENETTI Libraio — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Aprile 1822.</date></opener>
<p>Spiacemi fortemente il discortese rifiuto del mio nipote Fedele alla onesta vostra dimanda; ma non mi fa meraviglia. Quello stesso mio busto possiedesi anche dall'altro mio nipote Giulio. Volgetevi ad esso in mio nome, e lo troverete, spero, condiscendente. Nel caso di una negativa anche per parte sua, indicatemi a chi debba io farne la spedizione. E s'egli è vero che cotesta Biblioteca pubblica lo desideri, mi sarà dolce ed onorevole cosa il fargliene dono divoto accompagnato da' miei ringraziamenti. Vorrei potervi dire quanto io sia tocco dalla bontà di chi brama questa mia immagine; ma mi è forza esser breve perché a cagione degli infermi miei occhi il lungo scrivere m'è interdetto.</p>
<p>Vi saluto adunque di cuore, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2452</head>
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — S. Marino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, li 28 Aprile 1822.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Non vi farà meraviglia se questa lettera, che io avrei desiderato scrivervi di mia mano, vi viene per mano della mia Costanza. Vi dovrebbe essere nota la calamità sopraggiuntami per la rottura della fistola lagrimale all'occhio destro, per la quale ormai da due mesi mi trovo privato del beneficio della luce senza speranza di ricuperarla, se non mi sottopongo all'operazione. A quest'effetto io parto martedì per Bologna accompagnato da mia figlia divenuta l'Antigone di questo povero Edipo, innocente di tutti i peccati dell'antico. Mi sarebbe stato caro il potervi abbracciare prima della mia partenza. Ma, poiché questo bene mi è tolto, adempia le mie veci la presente, e mi tenga raccomandato alla vostra memoria ed alla dolce vostra amicizia.</p>
<p>Fra i tristi pensieri che mi accompagnano (per mescolare qualche lieta parola in mezzo alle dolorose) v'ha anche quello di dover pagar caro il chirurgo assassino, che mi ha ridotto a questo stato di cecità. L'angustia adunque in cui sono per difetto di denaro mi fa coraggio a ricordarvi quel piccolo debituccio che vi corre da qualche anno verso di me, di lire cento e tredici italiane, ottanta delle quali io sborsai per conto vostro in mano a Labus per quietare il brontolamento del vostro stampatore mentre voi eravate a Torino; e le altre 33 pagate al dazio della dogana per il ricuperamento della scatola d'oro regalatavi dal Duca di Carignano, e venuta al mio indirizzo. Le quali cose io spero ricorderete. E se mai vi fossero uscite dalla memoria, la somma è sì piccola, che volentieri io pure la porrò in dimenticanza, quantunque non piccoli siano i miei presenti bisogni.</p>
<p>Piacendovi di rimettermi questo poco denaro, pregovi d'inviarlo all'amico Roverella, il quale si darà il pensiero di recapitarmelo in Bologna, ove, siccome ho detto, vado a sottopormi all'operazione della fistola sotto la cura del celebre Atti.</p>
<closer>Consolatemi di qualche lettera vostra ed amate, siccome egli vi ama, il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Giulio è ancora in cattiva salute e subito che sarà sanato verrà anch'egli a Bologna ad assistermi. Intanto mi prega a salutarvi da parte sua.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2453</head>
<opener><salute>A GIULIO PERTICARI — Pesaro.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Bologna</add>, <add resp="ed">7 Maggio 1822</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Figlio.</p>
<p>Dalla Violante avrai inteso l'incontro per me lietissimo di mia moglie in compagnia di Aureggi al passo della Conca. Continuando ora le notizie del mio stato, ti annunzio che, dopo mature considerazioni, massimamente quella che la mano di Atti debilitata dagli anni non è più tanto sicura nelle sue operazioni, e l'altra che in propria casa si è sempre serviti meglio che fuori, ho finalmente risoluto di seguire il consiglio della mia buona moglie, che è quello di andarmene direttamente a Milano, ove di chirurgi atti al mio uopo non è penuria. Partirò dunque dimani e sabato sera, piacendo al cielo, metterò piede nella cara mia cameretta, e là mi abbandonerò alla cura del medicante. Ti rimando pertanto la credenziale del sig. Ripa, della quale non mi fa più bisogno. Mi protesto però senza fine tenuto alla sua gentilezza, e a te principalmente, mio caro Giulio, che in una circostanza per me sì dura mi hai data una prova del generoso amor tuo, che non mi si partirà mai dal cuore finché avrò vita.</p>
<p>I libri e gli scartafacci miei lasciati a Pesaro mi sono necessarissimi al proseguimento del sesto volume della <title>Proposta</title>, guarito ch'io sia, il che spero in un mese. Onde ti prego di sollecitarmene la spedizione, e più ti scongiuro di dar mano alla nota lettera pel Trivulzio.</p>
<p>Saluta gli amici e non istancarti di amare il tuo aff.mo padre ed amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>Carissimo marito.</p>
<p>Io conto di partire dopo domani per Savignano. Vi prego darmi colà notizie della mamma e le vostre;</p>
<closer>e credetemi la vostra aff.ma moglie <signed>COSTANZA</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2459</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Omate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Giugno 1822</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo e carissimo sig. Marchese.</p>
<p>Le nuove che, dopo l'incontro di questa mattina, ho avute dello stato di Perticari, mi hanno così trafitto, che, venendo oggi ad Omate, non porterei ai cortesi miei ospiti che afflizione e malinconia. Se le lettere di dimani mi recheranno qualche consolazione, verrò a dividerla seco, sig. Marchese, giovedì oppure venerdì. Ma pur troppo il cuore non mi presagisce che pianto.</p>
<p>La prego de' miei ossequi alla signora Marchesa e a tutta la rispettabile sua famiglia, e sono sempre il suo dev. servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2460</head>
<opener><salute>Al Conte GIOVANNI ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Appendice alla lettera che lo scorso ordinario in nome del tuo povero amico t'ha scritto il cav. Mustoxidi.</p>
<p>Se Costanza non è partita, e se conta di fermarsi prima per alcun tempo in Savignano, fa ch'io sappia il quando sarà in grado e in istato di mettersi in via per Milano, ov'io a braccia aperte l'aspetto. Allora verrò io stesso a pigliarla, e noi potendo in persona a cagione della mia convalescenza non ancor terminata, verrà il mio amico Aureggi in mia vece.</p>
<p>Il resto delle mie calde preghiere l'hai già nella lettera di mia moglie alla tua buona sorella, e in quella di Mustoxidi. Vivo riposato sulla tua rara amicizia, e scriverò nel cuore tutte le cure che tu e la sorella vi prenderete per consolare la mia povera figlia.</p>
<closer>Vi abbraccio ambedue coll'anima e in mezzo all'immenso dolore in cui sono sepolto mi è dolce il protestarmi il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il corso e ricorso della fiera di Sinigaglia può facilmente far nascere occasioni di bene accompagnarsi pel viaggio di costà a Milano, ed una potrebbe essere appunto del cavaliere che porterà all'Elena la veletta che la mia Teresa le spedisce. Per quello che ho inteso, egli va a Sinigaglia per ritornare presto. Vedi un po' tu.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2463</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Il dolore in cui m'ha sepolto l'immatura morte dell'infelice mio genero, non mi concede molte parole. Solo vi accerto che gratissima mi è stata la vostra lettera, e l'udire ch'è prossimo l'accomodamento de' vostri affari co' fratelli; ma più grato ancora mi sarebbe l'intendere che vi siete finalmente risoluto di rivedere la patria, e ben sarebbe questo il momento di farlo, ora che la povera Costanza, che sempre v'ha amato teneramente, ha bisogno di consolazione. Io l'aspetto in breve a Milano per indi ritornare con essa a Pesaro a porre ordine a' suoi interessi dotali.</p>
<p>Vado debitore d'una risposta ad una cortese lettera di Salvator Betti, ma porto il cuore sì oppresso, che non so formare parola. Visitatelo in mio nome, e fate con lui le mie scuse, ringraziandolo della benevolenza che mi dimostra.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. La mia fistula all'occhio è sanata. Ma le lagrime sparse ne' giorni passati me l'hanno quasi resuscitata. Ho bisogno di consolazioni: e voi che potreste colla presenza vostra raddolcire i dispiaceri della mia vita, voi vi siete ostinato a lasciarmi morire senza abbracciarvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2464</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>Seguendo l'ottimo tuo consiglio partirò il prossimo lunedì e sarò, spero, il giovedì in Savignano. Ti ringrazio di quanto hai fatto per la desolata mia figlia, che al presente è in Cesena in casa Roverella.</p>
<p>Ti prego intanto di far sapere all'ab.e Sinibaldi la mia venuta, onde mi tenga pronto tutto il denaro di mia ragione che si potrà, e tu, mio caro, prenditi il pensiero di farmelo recapitare nelle mani del conte Giovanni Roverella in Cesena. Al mio ritorno verrò con Costanza a salutarti: ma in casa de' miei nipoti Monti non metterò piede. Il crederesti? Essi vanno spacciando che tutto il mio asse è loro per alcune carte che hanno in mano, e che alla morte mia ne spoglieranno mia moglie e mia figlia. Così parla una lettera di secreto avviso che ti farò vedere quando ci abbracceremo. Ed io per castigarli so già quello che ho da fare, e per Dio se ne pentiranno.</p>
<p>Abbracciami caramente la Caterina per parte ancora di mia moglie, e conservami la tua amicizia. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2467</head>
<opener><salute>A DEFENDENTE SACCHI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Sacchi.</p>
<p>Ho presa cognizione dell'affare, e giace così. Allorché fu annunziato all'Istituto il dono della <title>Oriele</title>, vi fu chi disse essere assai dispiaciuta al Governo quest'opera, e che avea fondamento di credere che verrebbe proibita.</p>
<p>Su questo dubbio l'Istituto sospese il solito atto di accettazione e di ringraziamento all'autore, e deliberò saviamente che si dovesse per alquanti giorni attendere se il Governo mettesse ad effetto la sospettata proibizione. Siccome questa probabilmente non si verificherà, così spero che a suo tempo l'Istituto si troverà libero di adempire seco lei quegli offici che più si convengono di gradimento e di buona creanza.</p>
<closer>Sono con sentimenti di tutta stima <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2468</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO GAMBARA — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Che momenti mai sceglie la vostra cortesia a lusingarmi con onori non meritati? quali momenti? — Nondimeno nell'acclusa carta ecco soddisfatte le vostre brame: a patto che nulla tocchiate delle mie lodi (poiché allora sareste bugiardo) e solo piacciavi di parlare del mio immenso dolore per la perdita del mio Giulio, perdita ch'io veggo giustamente compianta da tutta Italia: unico conforto alle mie lagrime, le quali non avranno fine che colla vita.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2469</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">URBANO LAMPREDI</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Caro Lampredi.</p>
<p>La tua lettera mi ha fortemente commosso. Ell'è sì piena di vero dolore e d'affetto per la memoria del perduto mio figlio ed amico, che io non ho potuto leggerla senza lagrime. E se v'è stato qualche momento in cui il mio buon Giulio ed io stesso abbiam potuto dubitare della tua cara amicizia, te ne chieggo perdono e per esso e per me.</p>
<p>Sarà dolce balsamo alla mia piaga la giusta lode che di lui mi prometti nell'<title>Antologia</title>. E già puoi ne' pubblici fogli vedere che la perdita di quell'ingegno divino è stimata perdita nazionale: ed è tale veramente nel giudizio di tutti coloro che hanno il petto caldo d'amore per la italiana letteratura. Ti ringrazio adunque quanto mai posso di questo officio pietoso.</p>
<p>Io mi tenea già guarito dell'infermità de' miei occhi. Ma sono tante le lagrime che ho sparse e spargo ad ogni momento per tanta percossa, che ne porto offesa fieramente la vista; e questa lettera stessa è scritta attraverso un velo che appena mi lascia distinguere ciò che scrivo. Nondimeno io parto dimani in gran fretta per raggiugnere la povera Costanza, e ricondurla meco a Milano, sull'avviso ch'ella si trova sepolta dì e notte nel più disperato dolore, tanto che né alla madre né a me ha potuto ancor dare la consolazione d'una sola parola. Martedì adunque io spero di essere nelle sue braccia in Cesena, trovandosi ella in casa della contessa Roverella, sua tenera amica.</p>
<p>Non vedo più lume e finisco abbracciandoti caramente.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2470</head>
<opener><salute>Al Conte GIOVANNI ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Parto infallibilmente domani alle quattro. Sarò a Parma la sera, lunedì a Bologna, e martedì in braccio a Costanza e all'Elena e a te, dolcissimo degli amici. Non temere che lo strapazzo del viaggio mi abbatta. La mia salute è ferma abbastanza per sostenerlo, e l'amor di padre mi dà forza maravigliosa. Sul da farsi per gl'interessi, la discorreremo a voce, e la mia presenza in Pesaro spero mi darà finiti in poche parole tutti gli affari.</p>
<closer>Vi abbraccio tutti col cuore, e sono in fretta il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2471</head>
<opener><salute>A FRANCESCO CASSI — S. Costanzo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Pesaro</add>, <add resp="ed">Luglio 1822</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se i pietosi offici di padre non rendessero qui necessaria la mia presenza a consolare la mia povera figlia tuttavia inferma di salute e più di spirito, io volerei subito al vostro ritiro, non per darvi consiglio intorno all'uso da farsi degli autografi a voi fidati (ché in ciò il vostro senno non ha bisogno che altri lo guidi), ma per confondere le mie lacrime colle vostre. Voi avete perduto in quell'uomo divino un diletto amico e congiunto, ed io un amico, un figlio, un sostegno a' miei anni cadenti, un aiuto a' miei studi, un conservatore del mio nome dopo il sepolcro, e tutto insomma che mi rendea dolce la vita, e mi mettea speranza di non morire presso i futuri. Dissipate queste speranze, ogni cura dee volgersi ai monumenti ch'egli ci ha lasciati del suo celeste ingegno, e alla scelta di quelli che ponno crescere la sua gloria già grande per se medesima. Ciò sono i suoi manoscritti, intorno ai quali io proponea a Gordiano un privato congresso da celebrarsi con voi, con esso Gordiano, con Antaldi, e con altri che più vi fosse piaciuto, tra i quali io confido che non vi sarebbe spiaciuto di ammettere la mia persona. Ed ora che voi espressamente m'invitate all'esame di queste carte, io volentieri concerterei con Antaldi la mia venuta a quest'effetto. Ma egli fino da ieri sera mi disse di trovarsi stretto ad andare colla famiglia alla fiera di Sinigaglia. Siccome però i nuovi regolamenti di Polizia mi obbligano di fermarmi in Pesaro qualche tratto di tempo onde aspettare da Roma il passaporto per Costanza, senza il quale ella non può uscir dallo Stato, così spero che in questo frattempo si troverà modo di abboccarci liberamente, onde venire su quegli scritti ad una risoluzione che torni a gloria dell'uomo che tutti piangiamo. E ci consoli che non siamo soli al pianto, perché la sua morte è perdita nazionale.</p>
<p>Il vostro messo attende risposta, e gl'infermi miei occhi, i quali tornano a risentirsi dell'aria pungente della marina, non mi consentono d'allungar questa lettera. Sebbene più che i sali dell'aria è il continuo pensiero del perduto mio figlio che fa sgorgare da' miei occhi le lacrime; e già ben lungi dal dolermi della ricaduta, che mi minaccia, desidero di rimaner cieco del tutto. Perdonate adunque se più non aggiungo, e non private della vostra benevolenza l'infelice vostro amico Vincenzo Monti, il quale non tarderà molto a raggiungere il figlio dell'amor suo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2473</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 28 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Con tutta ancora la spada del mio dolore nell'anima per la compassione della trafitta mia figlia, io vi prego, in nome di questa infelice, d'una grazia che a voi non costerà che poche parole. Io l'ho indotta, a venir meco in Milano per sostenere i cadenti miei giorni e quelli di sua madre, e desidera portar seco il proprio ritratto, dico il maraviglioso dipinto d'Agricola che voi sapete. Ma ciò le viene impedito dai regolamenti risguardanti gli oggetti di belle arti, niuno de' quali può estrarsi da questi Stati senza particolar permissione di chi vi presiede, permissione che mai non si nega, ove l'opera sia moderna. Piacciavi adunque, mio caro, di dire o farne dire al sopracciò una parola, e avvertite che la licenza della richiesta estrazione comprenda ancora tre quadrucci a paese del mio nepote Giovanni Monti costì dimorante, dipinti cari anche questi alla mia sventurata Costanza per l'amor tenero che la stringe a cotesto suo buon cugino.</p>
<p>A questa grazia aggiungete l'altra di raccomandare al nostro Tambroni la sollecita remissione del passaporto speditogli da Gordiano per farlo firmare a cotesto Ambasciatore Austriaco, senza il cui sigillo mia figlia non può metter piede negli Stati Lombardi. E la misera più si trattiene in questo soggiorno, per lei pieno di amarissime ricordanze, più si consuma.</p>
<p>Rimane una terza preghiera, e questa ve la porgo in nome del nostro Trivulzio. Egli si è dato a raccogliere le lettere dell'ingegno divino che noi piangiamo, onde pubblicarne l'Epistolario. Procurategli adunque tutto quello che potrete da' suoi amici romani, e fatevi una gioia di concorrere col Trivulzio al buon effetto di un sì cortese e pietoso proponimento. L'infermità de' miei occhi, resuscitata dalle tante lagrime sparse sul diletto figlio dell'amor mio, mi sforza a dar fine.</p>
<closer>Onoratemi di qualche riscontro, ed amate il vostro infelice <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2474</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 30 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Da mia moglie avrai udito lo stato compassionevole in cui ho trovato la mia povera Costanza. La mia comparsa ha prodotto sul cuore di questa una felice rivoluzione; è stato un raggio di sole sopra un fiore abbattuto dalla tempesta. Ma il suo spirito tratto tratto è ancora smarrito, il sonno rifugge da' suoi occhi ad or ad ora pieni di lagrime: la convulsione dello stomaco è mitigata, ma non cessata: quella di un forte singhiozzo la travaglia tuttavia miseramente a due riprese il giorno, e talvolta tre. Debbo lodarmi molto degli uffici pietosi della sua suocera, vero angelo di bontà, e della cognata. Ma veggo che a preservare da pericolose conseguenze questa infelice, è forza l'allontanarla da' luoghi di rimembranze troppo funeste: ed io non porrei ritardo a partire, se i nuovi regolamenti della Polizia Pontificia non vietassero a chicchessia l'uscir dallo Stato senza passaporto firmato dall'Ambasciatore Austriaco in Roma. Tosto ch'io lo riabbia mi metterò in cammino, e a piccole giornate condurrò questo caro oggetto della mia compassione in braccio alla madre. E quando sarà nota in Milano, come è notissima nella provincia, la virtù di che ella, negli ultimi momenti di suo marito, è stata capace, qualcuno, spero, dirà che la sua anima esce dal gregge delle comuni. E tu perdona ad un padre queste parole, se mai ti paressero troppo vanagloriose.</p>
<p>Ho scritto e fatto scrivere a Roma, a Napoli e altrove per l'acquisto di tutte le lettere di Giulio, che si potranno ricuperare. Ciò farai sapere all'ottimo Trivulzio, al quale, unitamente alla bell'<quote>anima antica degl'infelici amica</quote>, porgerai i miei ossequi e saluti. Ti prego de' medesimi uffici alla contessa Nava; e non obbliare ch'io sto in continua aspettazione della bella canzone di Bellotti.</p>
<closer>Cura la tua salute, ed ama <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2475</head>
<opener><salute>A URBANO LAMPREDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 30 Luglio 1822.</date></opener>
<p>Caro Lampredi.</p>
<p>Feci già da Milano risposta alle affettuose tue condoglianze, e ti dissi che rotto ogni indugio, io partiva a far prova se la presenza del padre potea recare qualche consolazione al disperato dolore della povera mia figliuola. Non mi sono ingannato. Eccomi da cinque giorni nelle sue braccia. Non v'ha parole che possano esprimere la commozione di questa infelice alla mia improvvisa comparsa, e l'impetuoso fiume di lagrime in che ruppe il suo profondo dolore, che, cupo e chiuso fino a quel punto, l'avea già condotta a termini spaventosi. Ella ha deposto per amor mio il pensiero di gittar via la vita. Ma la sua salute, stancata da tante pene, mette ancor compassione.</p>
<p>Le ho dimandato se ha ricevuta la lettera che tu m'affermi d'averle già scritto. E risposto che no, le mostrai l'altra tua a me diretta in Milano. Non poté leggere senza lagrime di tenerezza il compianto di tutti i buoni Toscani sulla perdita del suo Giulio. E già le lettere di Capponi e di Niccolini a madama De Larche aveano portato in Pesaro la stessa notizia, con la nobile promessa che nell'<title>Antologia</title> di Firenze si sarebbe onorevolmente parlato di quell'ingegno divino, la cui perdita, per le lettere che da tutte le parti mi giungono, è unanimemente stimata perdita nazionale. Queste spontanee testimonianze di concorde pubblica stima a primo tratto riaprono alla povera Costanza la piaga, perché le fanno maggiormente sentire la grandezza del bene che ha perduto; ma passata questa prima considerazione, m'accorgo ch'elle spargono di grande dolcezza le sue ferite. Perciò duolmi che quella tua consolatoria non le sia pervenuta, e ti prego di significarmene la direzione, onde farne ricerca e ricuperarla. Intanto ella vuole ch'io te ne ringrazii, e ti prega di porgere a Capponi, a Niccolini e a Valeriani questa stessa espressione della sua e mia gratitudine.</p>
<p>E di un'altra grazia fa d'uopo che tu mi sia cortese. Il marchese Trivulzio, che grandemente amava e stimava il raro intelletto che noi piangiamo, fa d'ogni lato raccolta delle preziose sue lettere: ed io ho già deposte nelle sue mani tutte quelle ch'io ne possedeva, e sono da cento. Datti adunque pensiero di spigolare per Toscana le molte o poche che ti verranno a notizia: e inviale direttamente al detto Marchese, ben certo che farai a quell'esimio cavaliere, e a Costanza e a me stesso, cosa gratissima.</p>
<p>Il mio occhio si risente non poco della mordente aria marina di Pesaro. Ma tutto soffro di buona voglia per la sventurata Costanza, la cui salute è ancor lontana dall'essere ristabilita. E nondimeno, giunto che sia da Roma il suo passaporto (così vogliono i nuovi regolamenti), io son fermo di allontanarla da luoghi per lei troppo pieni di dolorose rimembranze, e portarla in braccio a sua madre. Il tempo, la ragione, le carezze de' genitori, e l'assenza degli oggetti che più la feriscono, condurranno, io spero, a miglior riva la sua afflitta salute.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore, e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2479</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, l Agosto 1822.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Non potendo io per gl'infermi miei occhi ben sostenere la fatica dello scrivere, mi giovo della penna del nostro Roverella, venuto qua per la seconda volta a visitare la povera Costanza, e a prestarle tutti i pietosi uffici dell'amicizia. L'oggetto adunque di questa lettera è di significarvi che volendo ella portar seco a Milano i vostri quadri a paese, come cara memoria della vostra affezione, e con essi il ritratto suo per mano del nostro incomparabile Agricola, è necessario ottenere da Roma la licenza di estrazione fuori di Stato. A tal uopo io ho già scritto al signor don Pietro Odescalchi, implorando della sua cortesia la detta licenza; e a questo effetto medesimo ne scrivo oggi a voi, perché vogliate unirvi con esso a sollecitare la detta licenza, la quale non può soffrire ostacolo, trattandosi di pitture moderne, e d'autori tuttavia viventi.</p>
<p>Avrete ricevuto altra mia scrittavi da Milano prima ch'io ne partissi. Non vi ripeto la desolazione in cui mi ha gettato la perdita del nostro Giulio. Son venuto qua per confondere le mie lagrime con quelle dell'infelice vostra cugina, il cui spirito non è per anche calmato, e la cui salute mi dà tuttavia molto timore.</p>
<p>Pregovi ancora di recarvi al nostro Tambroni, e di eccitarlo a rimandare il più presto che sia possibile il passaporto di Costanza firmato da cotesto Ambasciatore Austriaco.</p>
<p>Salutate gli amici, ed amate il vostro affezionatissimo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2480</head>
<opener><salute>A Don PIETRO de' Principi ODESCALCHI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 1 Agosto 1822.</date></opener>
<p>Acciocché intorno alla licenza d'estrazione, di che vi pregai lo scorso ordinario, sieno tronche tutte le difficoltà, vi accludo l'attestato provante che i quadri, di cui domandasi libera l'asportazione, sono moderni e di autori ancor vivi.</p>
<p>Torno poi a pregarvi di sollecitare l'amico Tambroni in mio nome, e in quello della mia povera figlia, per la spedizione del suo passaporto colla firma di cotesto Ambasciatore Austriaco. Sono impaziente d'involar questa misera alla continua vista di oggetti che la funestano e sempre più straziano il suo spirito, e con lo spirito la salute. Io stesso in questa mordente aria marina vo peggiorando la mia, e già i miei occhi sono minacciati dalla passata oftalmia. Ciò mi faccia trovare presso di voi e presso Tambroni onesta scusa alle preghiere, con cui sono a entrambi importuno. E di nuovo raccomandandovi pel nostro Trivulzio la raccolta delle lettere del mio Giulio, e ringraziandovi delle onorevoli e affettuose vostre parole premesse ai miei poveri versi pubblicati nel vostro Giornale (il cui articolo finalmente ho qui letto), mi profferisco con tutto l'animo ai cari vostri comandi.</p>
<closer>Salutate con pienezza d'affetto gli amici Tambroni, Biondi, Amati, Betti; e sovvengavi qualche volta del vostro infelice amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2482</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Primi d'Agosto, 1822</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>La lettera dell'avv. Battaglia si è trovata, e io ve l'accludo per vostra norma. Notate soprattutto le parole: <quote>La restituzione della dote, secondo la scritta nuziale, deve esser fatta in totalità in denaro, e non con parte di effetti dati</quote>: e su questo incontrastabile principio conoscerete la ragione del non doversi più parlare di corredo, se si vuol venire a pacifico accomodamento. Oltre la considerazione che dopo il tratto di dieci anni la legge il tiene per consumato, v'è anche quella dell'impossibilità: perché realmente nulla più resta di tutti gli effetti di quel corredo, tranne alcune squarciate camicie, appena buone a far brani di stracci per le cartiere, e dieci o dodici pezze ancor sufficienti a quegli usi lunari che è bello il tacere: le quali, per essere di grossa tela a ciò conveniente, han potuto resistere al consumo del tempo. Se si vorrà ragione anche di queste, volentieri la renderà, e sarà piacevole cosa da raccontarsi.</p>
<p>In quanto ai lenzuoli, di cui nel congresso è stato mosso discorso, stupisco che siasi potuto fare a mia figlia l'oltraggio di credere ch'ella abbia mai pensato a involarli, o portarseli come sua proprietà. La dimanda, che se n'è fatta, perdonatemi, non è degna della gentilezza di chi l'ha promossa: e colui che ha data a Gordiano la grande notizia di quei lenzuoli, se non è tutto asino e peggio, potea ben dirgli ancor l'uso a cui erano destinati, e che l'averli Costanza portati seco a Bologna, fu suggerimento ed espresso volere di suo marito. Perciocché avendo io fermata, per consiglio dello stesso Giulio, la risoluzione di arrestarmi in Bologna per l'operazione della mia fistola (al qual effetto fu scritto a Costa di prendere per noi tre a pigione un appartamento), fu pensato che, portando con noi almeno un poco di biancheria, sarebbe stata minore la spesa, e questa fu la cagione di tale provvedimento, divenuto poscia inutile per la mia gita a Milano. Onde voglio ripetervi che il sospettare in mia figlia il pensiero di appropriarsi quei lenzuoli, e moverne la richiesta, è un oltraggio a cui non sa contenersi la mia pazienza.</p>
<p>Due parole sull'Algarotti. Veggo che vuolsi contrastare a Costanza ogni dono di suo marito, e che nulla importa agli eredi che dicasi e credasi che in dieci anni di matrimonio il marito non le ha mai fatto alcun donativo: di guisa che all'uscire di casa Perticari sia costretta a scuoterne anche la polvere. E così sia. L'Algarotti è uscito già della cassa, e con mio sommo contento è già in compagnia del Guicciardini, del Villani, del Caro ecc. Sono perdite che con pochi paoli si rifanno, e godo che mia figlia all'amor della pace sacrifichi anche le più care memorie di suo marito, della cui tenerezza se non potranno far fede i doni che ora le si contrastano, la faranno solenne ed amplissima le lettere in cui quella anima pellegrina significava con celesti espressioni l'affetto, la stima, la riverenza di che il suo cuore era pieno per la sua adorata compagna. Questi sono i preziosi monumenti di cui mia figlia va giustamente superba, e questi in breve agli occhi del pubblico la vendicheranno di tutte le maldicenze dei vili ed ipocriti suoi nemici.</p>
<p>Sul resto vi son note le mie intenzioni. O si voglia procedere di ragione, o far gara di cortesia, all'uno e all'altro son pronto, senza timore di rimaner vinto in nessuna di queste vie. Esponete nel congresso questi miei liberi sentimenti, e per carità venite ad una conclusione qualsiasi, perché io sto sulle spine, e mi tarda il partire.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2484</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI Consigliere Aulico di S. M. l'Imperatore delle Russie — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 5 Agosto 1822.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Nella lettera che diretta a mia moglie ho già mandata alla posta, m'è uscita di mente l'inchiesta fattami in nome tuo, risguardante le Vite illustri del Petrarca fidate a Giulio ed a me dal Rossetti. Non ti prenda di questo verun timore. Tutta l'opera è nelle mani d'Antaldi, il quale, avendo avuto gran parte nella collazione che si è fatta del suo Codice collo stampato per tutto il primo libro, ne ha già scritto al Rossetti, da cui attende la prescrizione di quanto ei vorrà che si faccia per la remissione a Trieste, o altrove, di tutta l'opera.</p>
<p>Da ciò che scrivo a Teresa, intenderai le arti maliziose del Cassi per insignorirsi di tutte le carte del povero Giulio, e come per nasconderle agli occhi miei le abbia portate seco nella funesta solitudine di S. Costanzo, ov'egli si è occultato, come un gufo, al mio arrivo. V'è di più. Il frataccio zio di Giulio ha trafugato alla povera Costanza in Savignano tutti i suoi manoscritti più cari, e sono l'intera e bella traduzione di Cornelio Nipote, parecchie sue poesie, parecchie altre sue versioni di Tibullo e del Poliziano, quattro volumetti di sue osservazioni particolari sopra Dante, di cui era studiosissima, sopra il Petrarca, il Tasso e l'Ariosto, tra le quali alcune erano di pugno dello stesso Giulio, che l'aiutava in questi suoi studi, ed altre carte che alla sventurata mia figlia erano carissime, come puoi credere. Questa bricconeria, operata per mezzo d'una perfida cameriera, ha gittato la desolata Costanza in una seconda disperazione, e ponderata co' nostri amici la colpa, abbiamo risolto d'intentarne giudizio criminale, trattandosi di furto domestico, onde prevedo tra me e gli eredi di Giulio una clamorosa rottura, se per amichevoli vie, che ora si tentano, non si ottiene la restituzione di queste carte. Della infame congiura del Cassi e degli eredi di Giulio a discapito di Costanza, e contra me stesso, udirai a voce il disteso racconto in Milano. Non mi dilungo perché il corriere sta sulle mosse.</p>
<closer>Al nostro Trivulzio e all'anima antica mille ossequi e saluti. Altrettanti a tutta la casa Calderara. Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2486</head>
<opener><salute>Al Conte GIUSEPPE MAMIANI — Sinigaglia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 12 Agosto 1822.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Conte.</p>
<p>I bei versi co' quali avete onorato le ceneri del mio Giulio mi fanno dimostrazione del colto ingegno vostro, e del vostro nobile cuore. E il primo m'era già noto per l'ampia testimonianza che più volte me ne facea lo stesso buon Giulio, il quale era sì tenero dell'onore che alla sua patria ne veniva da' suoi illustri concittadini, testimonianza confermata da voi medesimo co' vostri scritti scientifici mesi fa pubblicati. E dell'altro io non potea dubitare, sapendo la gentilezza del vostro sangue e de' lodati vostri costumi. Il pegno adunque che mi avete dato dell'amor vostro verso il mio caro figlio ed amico mi tocca il cuore, e ve ne ringrazio.</p>
<p>Così vi piaccia di mettere qualche volta con qualche comando alle prove la mia gratitudine e il sincero sentimento di stima con cui godo di protestarmi vostro devotissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2489</head>
<opener><salute>Al Conte GIO. ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 19 Agosto 1822.</date></opener>
<p>Giovedì sera, a Dio piacendo, saremo nelle tue braccia, e in quelle della tua cara sorella. E di quanto ci tarda questo caro momento! In Savignano non mi fermerò che pochi minuti sì per riabbracciare e ringraziare Gregorini e Bignardi, sì per lasciare <gap/>…</p>
<p>All'arrivo di questa dovresti, spero, aver ricevuta una cassa con entro il busto in gesso del tuo amico. Mi son data la libertà d'inviartelo (e vorrei inviarti il cuore), parendomi che tu debba gradirlo per amor mio e più per la tua cortesia.</p>
<p>Intanto datti il pensiero di fermarmi una vettura in Cesena, che sia tutta a me fino a Bologna, ed anche fino a Milano, se al vetturino tornerà conto. Ma vorrei, che oltre la condizione di due gagliardi cavalli, vi concorresse anche quella d'un legno decente, e non da ladri, come per lo più sogliono essere… le vetture. Mi preme sopra tutto che il vetturino non sia un'ira di Dio, cioè che sia onesto, quanto può esserlo un vetturino.</p>
<p>Vedi quanto abuso io fo della tua amicizia: e nol farei, se non amassi di esserti obbligato per ogni verso e per tutta la vita.</p>
<p>Un bacio all'angelica tua sorella; ogni maniera di ossequi al tuo buon padre e allo zio: al fratello e a Montalti i più cordiali saluti. E tu apri le braccia al tuo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2491</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Settembre 1822.</date></opener>
<p>Non è più di tre giorni che ho fatto qui ritorno da Pesaro con la sventurata mia figlia e con gli occhi nuovamente sì offesi da quella pungente aria marina, ma più dalle tante lagrime che mi costa la perdita del mio Giulio, che la stanca mia vista per la seconda volta è minacciata di tenebre sempiterne: sicché il leggere e lo scrivere mi è interdetto. Pure mi è scesa al cuore sì dolce ed amara nel medesimo tempo la cortesia della tua lettera (dolce per la ricordanza della nostra amicizia, ed amara pel funesto annunzio della perduta tua virtuosa compagna), che, mal grado di tutte le mediche proibizioni, voglio di proprio pugno ringraziarti delle tue tenere condoglianze per la disgrazia che m'ha percosso, e condolermi di quella che ha percosso te stesso: e maledetto sia il proverbio, che dice essere una consolazione l'avere compagni nella sventura. Ciò sarà vero nelle avversità de' nemici; ma in quelle degli amici è falsissimo, perché si raddoppia il dolore. Orsù, mio caro, facciamo coraggio, e abbandoniamo alla ragione ed al tempo la guarigione de' nostri mali.</p>
<p>La povera Costanza, sepolta sempre nel pianto, non ha potuto leggere la tua lettera senza commozione, e ti ringrazia della parte che prendi nelle sue pene. Più volte s'è provata di rispondere all'affettuosa lettera dell'amico Lampredi; ma la piaga del suo cuore fa ancora sangue, e non può trattarla senza nuocere alla sua salute ancor vacillante, e non senza pericolo di ricaduta; perché essa pure è stata sul punto di raggiungere il perduto amor suo.</p>
<p>Ti preghiamo ambedue di abbracciare per noi caramente Lampredi e l'ottimo Castelnuovo.</p>
<closer>Conservami la tua preziosa amicizia, e credimi per sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2492</head>
<opener><salute>A LAUDADIO DELLA RIPA — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Settembre 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Il mio cuore vola continuamente verso di voi, e gode di ricordare le tante prove che mi avete date della preziosa e liberale vostra amicizia. E io già rimprovero a me medesimo il non avervi ancora scritto a dimostrazione di quella che a voi mi lega, né si sciorrà, spero, che colla morte. Ma dell'aver tardato mi scusi la moltitudine di alcuni doveri, la soddisfazione de' quali si fa precetto inviolabile a chi ama di vivere in pace anche co' tristi: de' quali per tutto è grande abbondanza, non però tanto matricolati come quelli che ho lasciati in Pesaro, e che fanno guerra alla povera mia Costanza anche lontana nella persona de' suoi più cari. Vi sarà nota, io credo, la incredibile villania di Gordiano verso la nostra buona Violante per un miserabile vaso da stufa. Ciò ha cresciuto a dismisura il mio pentimento d'essere stato con lui sì largo nella composizione de' nostri interessi. Ma questo nuovo affronto, per dio, non glielo passo, e voglio che se ne morda le dita.</p>
<p>Scrivo a Felici raccomandandogli caldamente l'affare di questa infelice presso la madre. Aggiugnete voi pure alle mie le vostre raccomandazioni e fategli ben sentire l'onore che gliene verrà nell'estimazione de' buoni, de' quali unicamente deve far conto l'uomo onesto e sicuro di adoperarsi virtuosamente a pro d'una famiglia infelice. Altrimenti la sacra volontà del povero Giulio resta tradita.</p>
<p>Salutate e abbracciate per me caramente il nostro Bolaffi. Ricordatevi della promessa fattami di consolarmi della vostra venuta in Milano, comandatemi liberamente, e crediatemi per tutta la vita vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2493</head>
<opener><salute>Al Consigliere TOMMASO FELICI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Settembre 1822.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Io non volea, né dovrei scrivervi che per ringraziarvi delle tante cure ufficiose con cui mi avete cortesemente assistito nell'accomodamento de' miei interessi con gli eredi Perticari. Ma sofferite che taccia per ora la mia gratitudine, e concedete ch'io vi parli di cosa che crescerà le mie obbligazioni, o porgerà a voi bella occasione di rendere sempreppiù manifesta la bontà del vostro carattere, ed il senno con cui sapete governare gli affari al vostro zelo affidati.</p>
<p>Mi è nota la guerra villana che move Gordiano all'infelice sua sorella Violante fino a trattarla di ladra, contrastandole un misero vaso da stufa di cui mia figlia le avea fatto libero dono, come di cosa propria, perché acquistata co' suoi danari passati per le mani dell'infame Mariano, degno servitore di tal padrone. La viltà di contrastare un tratto sì liberale vi dice abbastanza che la Contessa Anna non si risolve, finché può farlo, a disporre con iscritto legale della sostanza ch'ella intende di lasciare, secondo la volontà del povero Giulio, alle sue nipoti. Queste sventurate creature non hanno che sperare dall'avara anima dell'erede. Le loro speranze riposano tutte sopra di voi; e voi solo, prendendo l'attitudine che si conviene ad un fermo uomo d'onore, che metta la sua gloria nel proteggere l'onesta causa degl'infelici, voi solo potete essere il salvatore: e il dovete, perché questo è l'officio dell'uomo dabbene. Io non ho dunque bisogno di raccomandarvi cotesta sfortunata famiglia, perché la sua raccomandazione è già scritta nel vostro cuore; e gli uomini di alto animo come il vostro non perdono mai l'occasione di fare il bene coll'acquisto della pubblica stima.</p>
<p>Dovrei ora parlarvi della mia gratitudine, ma non posso adeguarla colle parole. Solo potrò darvene qualche segno se vi piacerà di metterla alle prove con qualche vostro caro comando. La Costanza, che divide meco i medesimi sentimenti, vi saluta e vi abbraccia teneramente, e ambedue vi preghiamo dello stesso officio colla vostra angelica Teresina. E non v'esca di mente la promessa fattaci di condurla, quando che sia, a Milano nelle braccia della sua amica.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro obb.mo servitore ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2494</head>
<opener><salute>Al Dott. Gio. DOMENICO ANGUILLESI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Settembre 1822.</date></opener>
<p>La perdita del mio diletto figlio ed amico m'è stata sì dolorosa, che, non avendo io potuto senza molte lagrime sopportarla, l'infermità de' miei poveri occhi s'è ridestata, a tale che di bel nuovo m'è tolto il poter liberamente leggere e scrivere. Ma la dolce e cortese lettera vostra fa ch'io non mi possa tenere dal violare il divieto medico per ringraziarvi di cuore delle onorevoli e graziose parole, con cui v'è piaciuto annunziare al pubblico la morte del divino ingegno che Italia tutta piange con noi. La quale concordia di sentimenti fra i letterati d'ogni regione, se da un lato mi consola, mi fa dall'altro maggiormente sentire il gran peso della bella vita che s'è perduta.</p>
<p>Pregovi de' miei sinceri ringraziamenti al cav. Ricci pel caro dono che mi ha fatto delle nuove sue Rime per mezzo vostro, significandogli a che duri termini la mia vista è presentemente condotta, onde non si meravigli se non gli scrivo. Siatemi cortese dello stesso doveroso officio col Rosini; al quale, messe da banda le nostre letterarie dissensioni, sono gratissimo dell'onore ch'egli ha fatto colle sue belle ottave alla memoria del mio Giulio. Taccio la mia gratitudine verso di voi, mio caro Anguillesi, perché le poche non la saprebbero esprimere degnamente, e le molte mi sono vietate dal misero stato in che i miei occhi son tornati.</p>
<closer>E già più non reggono alla fatica della penna, e mi sforzano a dare fine col farvi certo che sono colla più distinta stima ed affetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2497</head>
<opener><salute>A FILIPPO BENETTI Libraio — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Settembre 1822.</date></opener>
<p>Non vi rechi stupore se vi fo tarda risposta. L'organo della vista, per due operazioni della fistola all'occhio destro, mi è venuto a sì misera condizione, che per ogni poco di leggere o scrivere mi si offusca il vedere, sì che mi conviene poi per un venti o trenta giorni star come cieco. E in questo stato mi giunse appunto l'ultima vostra e l'umanissima di codesto pubblico bibliotecario signor don Prospero Cavalieri, le quali mi avvisavano gli onori fatti al mio busto, sì da esso, collocandolo nella pubblica Biblioteca, come dai due Principi Eminentissimi, non isdegnandone l'esemplare da voi presentato in segno di reverenza. Ma soprattutto mi ha tocco il cuore la benevolenza di que' cortesi miei concittadini, che, come mi dite, ne hanno fatto l'acquisto. E di questo contento, il più dolce, il più bello ch'io mai potessi desiderare, mi chiamo debitore primieramente al buon cuore de' miei gentili compatriotti, poi alle vostre affettuose sollecitudini. Di che vi protesto particolarissima obbligazione, e vi prego di porgermi occasione di sdebitarmi, significandomi senza riguardi qual sarebbe il <emph>ricordo</emph> che voi desiderate della mia riconoscenza.</p>
<p>Non mi dilungo, perché l'officio della penna, siccome v'ho detto, mi nuoce molto alla vista.</p>
<p>Ma vi basti il sapere che bramo di mostrare coll'opera il sincero affetto con cui mi protesto vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2498</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Settembre 1822.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Trascrivo a tergo della presente il mandato che vi autorizza a concludere col sig. Isani l'alienazione della nota striscia del terreno Manetti. Ho copiato le stesse vostre parole. Non posso dissimularvi che del farlo sono stato alquanto sospeso, perché ho presente alla memoria avermi voi detto al principio che trattavasi di una striscia di circa una tornatura, ed ora me la fate di circa le due. Un'altra considerazione ancora mi fa gran caso. Il sig. Isani si gode da molti anni per usurpazione la detta striscia di terreno. Se a me venisse mo' il grillo di portare le mie ragioni dinanzi ai tribunali, e obbligarlo alla restituzione non solo del fondo usurpato, ma al pagamento anche delle rendite percepite? Ponderate bene questo punto, e vedete quanta sia la mia buona fede nell'abbandonare alla vostra coscienza la cautela del mio interesse.</p>
<p>Conosco per infame riputazione il birbante Santoni, e mi ricordo d'una lettera ch'egli un tempo mi scrisse spacciandosi nipote dell'ottimo amico di nostra casa D. Pietro Santoni, e implorando la mia commiserazione per essere (diceva egli) stato spogliato di tutto dagli assassini. A costui, se non la finisce, fate rispondere dal contadino Manetti col randello; e se questo non basta, lo farò pigliar dagli sbirri.</p>
<p>Desidero migliori nuove della vostra salute.</p>
<p>State sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2499</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Settembre 1822</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Il villano articolo inserito dal Pezzi nel suo giornale contro il Palagi ha commosso ad alta indignazione tutti i buoni, e so che voi siete meco nel numero degli adirati. Ma né voi né io siamo mai entrati nei misteri dell'arte pittorica, e male per noi stessi potremmo difendere le ragioni dell'oltraggiato. Ho quindi insinuato al nostro Resnati di far sì che il Palagi metta in iscritto queste ragioni, secondo i principj dell'arte; ed egli mi ha portate le carte che vi accludo, le quali somministrano abbondante materia ad una risposta, a cui anche i non iniziati possono metter mano con lode, secondo la sentenza di Tullio, il quale afferma che chi sa ben trattare la penna può discorrere qual si sia disciplina, meglio che il medesimo professore, solo che gli siano additati i fonti, onde trarre il ragionamento che se ne voglia istituire.</p>
<p>Palagi adunque, e Resnati ed io, pensando che la confutazione di quella villania dimanda una penna savia e prudente, e nel medesimo tempo esperta nell'arte del bello scrivere, abbiamo concluso che niuna a tal uopo è miglior della vostra. E noi unitamente vi preghiamo di acconciare, secondo le regole della critica sì morale, come letteraria, lo scritto che vi si trasmette. Mi sarei accinto io medesimo a quest'officio generoso ed onesto. Ma la mia povera penna trascorre troppo facilmente negl'impeti della bile, e qui vuolsi andar contenuti nei confini della moderazione, e non far uso che delle placide armi della ragione. Ora voi solo io conosco atto ad adempire un così onesto disegno, né voi al certo vorrete lasciar cadere invano la nostra fiducia, né il dovete, perché il dovere di buono e cortese letterato il domanda, ove trattasi di vendicar colla penna le ingiurie fatte ad un valente artista, reputato uno de' principali ornamenti della sua nobile arte in tutta quanta l'Italia.</p>
<p>Io parto dimani per la Brianza con tutta la famiglia, e vado a cercare nella quiete della campagna una tregua al dolore che da più mesi consuma gli oggetti a me più cari.</p>
<closer>Mi consola però il pensiero che, in qualunque luogo mi sia, voi seguiterete ad amare il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2500</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio in Brianza</add>, <add resp="ed">Autunno 1822</add>.</date></opener>
<p>Sperava di abbracciarti in Brianza, e tu stesso me ne avevi data lusinga. Il vederla delusa mi fa temere che tu non sia per anche perfettamente guarito della tua gamba, o che Mocenigo ti tenga in forse di doverlo accompagnare al Congresso. Alle quali ragioni m'acquieto, ben certo che, malgrado di questi impedimenti, non ti sono usciti di mente gli amici che più ti desiderano.</p>
<p>Non so il giorno preciso del mio ritorno, ma credo che, per fare cosa grata all'onorevole nostro ospite, non ci moveremo di qui per tutta l'entrante settimana. Se hai notizie che ne confortino, non lasciarmene privo, e fa ch'io ti sappia interamente ristabilito. All'inclita Bice e alla Contessa Nava porgi i miei ossequi e saluti, e tu ricevi quelli che affettuosi t'invia la mia famiglia e l'ottimo Aureggi.</p>
<closer>Ti abbraccio col cuore, e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2503</head>
<opener><salute>Al Sig. Don GIUSEPPE ALBORGHETTI — San Gervasio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 14 Ottobre 1822.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Signor Alborghetti.</p>
<p>Non è vero che la fortuna sia amica dei coraggiosi. A dispetto del cattivo tempo questa mattina su le quattro e mezzo ci eravamo arditamente messi in viaggio armati di ombrelli, di lanterne e di schioppi, e più del buon desiderio di abbracciarvi, colla speranza che un nuvolo di tordi sarebbe venuto con noi a cadere nelle vostre reti. E già cominciavamo a superare le spalle del monte: quando la pioggia ha rinforzato di modo, che siamo stati costretti a dar volta e a ritornar di buon passo <foreign lang="lat">per eamdem viam</foreign> colle pive nel sacco e bagnati come pulcini. Maledetta sia dunque la contraria fortuna, che ha rotto il nostro disegno. Né oggi soltanto ci ha fatto questo mal giuoco. Era nostra intenzione il venire alla vostra caccia il giorno consecutivo alla vostra graziosa visita in Caraverio, e avremmo del certo messa ad effetto la presa risoluzione, se l'improvviso arrivo di persone a noi care, e alle quali non si poteva per noi mancare di ogni onesto riguardo, non ci avesse posto nell'obbligo di far loro il sacrificio delle nostre brame. Ciò poi che più mi mette in ira colla fortuna si è che noi speravamo di ottenere dalla vostra cortesia una grazia. Dimani è giorno onomastico di mia moglie (parlo adesso in prima persona) e l'ottimo nostro Aureggi amerebbe di celebrarlo colla vostra cara presenza. In suo nome adunque e in quello di tutta la mia famiglia io vi prego di non voler mandare delusa una sì dolce nostra lusinga: perché veramente siam tutti pieni d'amore per voi, e tutti vi desideriamo e tutti sarem lieti d'avervi compagno alla nostra gioia, la quale senza di voi ci parrà imperfetta. Se ci consolerete di questa grazia (sempre che il tempo ve lo permetta) noi faremo olocausti a Diana perché sia sempre propizia alla vostra caccia, ed io nel mio particolare mi allegrerò di aver acquistato in voi un amico d'incomparabile cortesia.</p>
<closer>Aureggi vi abbraccia, ed io godo di protestarmi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2505</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Ottobre 1822.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>È già più d'un mese che vi mandai trascritta sulle vostre stesse parole la lettera facoltativa per dar fine ad ogni contesa coll'Isani su quella striscia di terra del podere Manetti contra lo sborso di scudi 60. E ancora non ne veggo riscontro.</p>
<p>Piacciavi di non tenermi più oltre in sospeso, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2506</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">…Ottobre</add> 1822.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Dalle lettere di Camerani e di Sinibaldi odo gli attentati del matto e birbo Santoni sopra il podere Manetti, e niuno di essi mi avvisa su che siano fondate le pretensioni di cotesto mascalzone. Voi che avete, mi figuro, in mano vostra, o l'istrumento di compra che da più di mezzo secolo ne fece mio padre, o le carte le quali risguardano questo acquisto, o altro che dia lume al proposito, voi (ve ne prego) sovvenite il Sinibaldi o il Camerani di quei suggerimenti, che possano segnar loro la via da tenersi per metter freno alle strane molestie di cotesto briccone.</p>
<p>Vi stia nello stesso tempo a cuore la corrisposta che mi dovete tanto pe' frutti del credito numerale, quanto dell'affitto dei due poderetti, e della quota degli scudi 20 convenuta con voi e co' vostri fratelli per la mia porzione di proprietà sul podere Bucci. Ricordatevi anche del frutto convenuto del bestiame, e che l'anno scorso restò concluso tra noi che dentro quest'anno ne avreste fatta la restituzione, del capitale di settecento sessanta scudi (salvo ogni errore).</p>
<p>Considerate ancora l'obbligo di rifar la capanna al poderetto di Majano, che non so perché abbiate disfatta senza dirmene una parola.</p>
<p>Vorrei una volta aver pace co' miei congiunti: ma non trovo corrispondenza d'affetto. E il vedere che voi stesso, voi che più d'ogni altro siete stato l'oggetto dell'amor mio, non avete presa alcuna cura del mio interesse neppure per amicizia nello sporco procedere del Santoni, mi fa temere che non vogliate esser l'ultimo a darmi cagione di distaccarmi per sempre da' miei nipoti.</p>
<p>Salutate l'Annina, e prendavi qualche pensiero delle cose mie se vi preme che io seguiti a dirmi vostro aff.mo zio.</p>
<p>P. S. Il Casazza mi pagò puntualmente li scudi cinquanta Vincenzo Monti</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2511</head>
<opener><salute>Ad OTTAVIO CAGNOLI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1822.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Ritornato con tutta la famiglia dalla Brianza a Milano, ho trovato qui ferma in posta la vostra lettera unitamente a quella del conte Persico padre, che mi partecipa le concluse nozze del figlio.</p>
<p>Da molto tempo la sventura è entrata in casa mia, e il dolore mi ha consumate ornai tutte le forze dell'intelletto e morta la fantasia. Nulladimeno è tanta l'amicizia che mi lega al conte Persico figlio, tanta la gratitudine che gli professo, che facendo tacere per poco le molte e gravi mie afflizioni, ho gettato sulla carta i versi che vi spedisco. E voi abbiateli, non come cosa degna del pubblico veronese, ma come prova del mio buon volere e dello stato infelice in che per tante cagioni si trova l'anima mia. Ciò fate sapere agli amici, onde la povertà de' miei versi ottenga pietà e perdono. E mi rendo sicuro che da Persico l'otterranno: tanto è gentile!</p>
<p>Piacciavi di recarvi in persona all'ottima nostra Clarina, e di salutarla carissimamente e di dirle che se tace la penna, parla il cuore, in cui porto scritte tutte le sue cortesie; e abbracciate il figlio per me, e raccomandatemi alla benevolenza della sua cara sorella. Sono disgraziato, ma riconoscente; e in mezzo alle amarezze della mia vita il pensiero, per consolarsi, corre volentieri alle persone che amo e da cui spero d'essere amato, se non per altro, almeno per le mie sventure.</p>
<closer>Salutatemi il novello suddito d'Imeneo, ed amate il vostro povero <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2512</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 30 Ottobre 1822.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Poche parole, perché la sempre crescente debolezza della mia vista non mi permette lo scrivere a lungo.</p>
<p>E Gordiano e Cassi mi hanno sì disgustato, che non so veder via di rannodare l'antica nostra amicizia. Il villano ed odioso lor trattamento, rispetto principalmente alla mia povera figlia, mi ha ferito nel cuore. E potessi almeno lagnarmi delle durezze e scortesie del solo Gordiano. Ma dovermi lamentar altamente ancora di Cassi che in voce e in iscritto ha procurato di nuocer tanto all'onore dell'infelice compagna del suo cugino ed amico, questo è ciò che più mi addolora. E pensando che io l'amava di tutta fede, e ch'egli facea protesta verso me de' medesimi sentimenti, non posso non fremere del contegno tenuto con me e con Costanza dopo la perdita del nostro Giulio. Il mio cuore, non ancor guarito dell'antica affezione, vorrebbe scusarlo, e la ragione lo vieta.</p>
<p>Circa il sig. Gordiano poi francamente vi dico che non posso né voglio accostarmegli più come ad amico, né in sua grazia assumermi la revisione degli scritti di suo fratello. Egli ha vilmente diffidato di me in Pesaro allorquando io era per me stesso tutto disposto a quella fatica; ed io al presente diffido di lui. E crediate bene che non è il desiderio di provvedere alla fama di Giulio che ora lo determina ad affidarmene i manoscritti, ma l'interesse. A questo idolo egli ha sacrificata già in parte la riputazione dell'estinto fratello, concorrendo con amplissimo assenso alla pazza edizione delle cose sue giovanili; e a questo idolo stesso sacrifica oggi la ripugnanza di porne in mia mano gli scritti inediti, senza però spogliarsi al tutto dell'innata sua diffidenza, poiché osservo che quelle carte non mi verrebbero consegnate che dietro un'autentica ricevuta, ignorando egli che la più legale di tutte le ricevute in simile affare sarebbe la mia parola d'onore. Ma questo è per lui linguaggio straniero, né io son fatto per intrigarmi con un uomo che ha dato solenne prova di non avere nessun riguardo né per la madre, né per la sorella, né per la sacrosanta volontà dello stesso fratello, sulle cui calde ceneri egli non farebbe adesso tripudio, se mia figlia fosse stata men generosa, ed avesse lasciato agire l'amore del suo moribondo marito. E di qual premio sia stato rimeritato il suo eroico disinteresse voi lo sapete.</p>
<p>Ho pieni gli occhi di lagrime, e non posso più proseguire. Lasciatemi respirare.</p>
<p>Per venire ad una conclusione, piace a voi, piace ai buoni Pesaresi che per amore di Giulio io mi pigli sulle spalle l'incarico, di cui Betti e voi mi scrivete? Fate che passino libere nelle vostre mani <emph>tutte</emph> le carte del nostro pianto amico, e con voi andrò d'accordo perfettamente, e mi piegherò di buona voglia a tutte le vostre brame. Discendo a questo progetto a preghiera della buona Costanza, la quale si affatica a consigliarmi la dimenticanza di tutte le passate offese: e a me duole di non poterla render contenta che in questa parte.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Risponderò a Betti nel venturo ordinario, e non gli tacerò ch'egli stesso e Odescalchi e Tambroni hanno impresso una gran piaga alla riputazione di Giulio, stampando nel <title>Giornale Arcadico</title> quel suo discorso sulla necessità di una cattedra di letteratura italiana in Roma, discorso lodevole per lo stile, ma fortemente biasimevole per le sentenze. L'opinione de' filosofi e del secolo vi è calpestata, e non fa onore né a Giulio né alla Nazione.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2513</head>
<opener><salute>A SALVATORE BETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Novembre 1822.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Come erede, per conformità di studi e di animo, delle sante amicizie del nostro povero Giulio, e di quella particolarmente che tenera e quasi paterna a voi lo stringeva, io comincerò dal benedire il cielo che vi abbia finalmente restituito in buona salute: il che in mezzo alle molte mie amarezze mi ha consolato mirabilmente. Appresso vi renderò colla favella del cuore infinite grazie delle cortesi parole con cui vi piace confermarmi la vostra benevolenza: della quale vi fo certo che sarete sempre ben corrisposto. E già fin d'ora vorrei potervene dare una prova, assumendomi il carico di cui la carissima vostra mi prega: ma il tempo in cui di gran voglia io stesso per amore di Giulio l'avrei preso sopra le spalle, anzi fortemente il desiderava, questo tempo opportuno è passato, e la colpa n'è tutta di Gordiano e del vostro Cassi, i quali di molte guise, che ora sarebbe vano il ridire, oltraggiando mia figlia e me stesso, hanno rotto tra noi ogni vincolo d'amicizia. Non voglio dunque né posso aver più che fare con loro, con Gordiano massimamente, vaso d'ogni viltà ed avarizia, ed anima senza cuore. Di che sia prova il duro suo contegno verso la sorella, verso la madre, verso l'estinto suo fratello medesimo, comportandosi da villano verso l'oggetto che più gli doveva esser caro, verso la sconsolata compagna di quell'infelice: la quale se fosse stata meno generosa, e non avesse, per non funestare gli ultimi momenti della sua vita, impedito che Giulio facesse in iscritto il suo testamento col lasciare erede usufruttuaria di tutto la moglie (ché tal era di quella bell'anima l'intenzione), il signor Gordiano non farebbe adesso tanto tripudio sulle ancor calde ceneri del fratello. Ma mettiamo in disparte queste considerazioni, e concludasi che ove si tratti di spendere l'opera mia a beneficio d'un uomo così scortese ed ingrato, io son morto. La Costanza mi assedia colle sue lagrime, e istantemente mi prega di porre in dimenticanza tutte le offese, e con Cassi forse il farò, perché stimo ch'egli abbia mancato ai doveri dell'amicizia, non per mal animo, ma per irriflessione: ma rispetto a Gordiano sono e sarò irremovibile, perché troppo me ne abbondano le ragioni. V'è per altro una via di conciliare col mio proposito il vostro desiderio e quello d'Antaldi: ed è questa. Faccia Antaldi che i manoscritti di Giulio passino liberi, e come tutta sua proprietà, nelle sue mani: ed io con lui mi accorderò di buon animo in quanto alla cura di ordinarli, scernerli e stamparli: nella quale fatica mi promette anche il suo aiuto il cav. Mustoxidi, massimamente per la versione delle cose greche. E di ciò nel medesimo sentimento ho già scritto all'Antaldi, e adempirò con pazienza ed amore la mia promessa. Non voglio però tacervi che, oltre al misero effetto che farà nel pubblico la sconsigliata edizione delle cose giovanili di Giulio, contro la quale tanto gridai in Pesaro, ma inutilmente perché Gordiano per avara speculazione tolse a proteggerla; non voglio, dico, dissimularvi che anche il vostro giornale, pubblicando quel suo discorso sulla necessità di erigere in Roma una cattedra d'italiana letteratura, ha impressa alla sua riputazione una grande ferita, non già per lo stile che è sempre bello, ma per le odiose sentenze di cui è sparso, e sì avverse allo spirito filosofico del presente secolo: al quale spirito, comunque perseguitato, conveniva aver più rispetto, perché l'opinione pubblica, che è pur sempre la regina del mondo, non istà sulla punta delle baionette, ma delle penne: e anche questa è potenza a cui è senno avere rispetto.</p>
<p>Mi allargherei di più sul da dirsi intorno a quelle carte di Giulio mal capitate, spezialmente sul testo del <title>Dittamondo</title>: ma la misera condizione de' miei occhi, che l'un dì più che l'altro si abbuiano, mi sforza a far fine. Onde chiudo col pregarvi dei miei saluti più cari a Odescalchi, Tambroni, Biondi ed Amati.</p>
<closer>State sano e credetemi tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2515</head>
<opener><salute>Al Cav.ANDREA MUSTOXIDI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1822</add>.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Ho fatto alcuni versi di dedicazione alla nostra Bice, da porsi in fronte alle poche mie rime malinconiche, scritte, o per dir meglio dettate nella malattia de' miei occhi. Prima d'inviarle alla Marchesa, desidero di averne il tuo parere. Dunque t'aspetto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2517</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO MARIA TORRICELLI — Fossombrone.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Novembre 1822.</date></opener>
<p>Acciocché conosciate quanta sia la diligenza degli offici postali e la fede, sappiate che non prima di ieri mi è giunta la dolorosa, ma pur carissima vostra in data degli 8 di luglio. E ciò basti ad assolvermi d'ogni nota di malcreato o d'ingrato, di cui naturalmente deve avermi gravato presso di voi il mio silenzio: se pure un tanto ritardo non è derivato tutto dalla grave malattia da voi sofferta, secondo la notizia che me ne dà il cartellino aggiunto alla lettera. Comunque sia, desidero che intendiate essermi riuscita dolcissima questa tenera dimostrazione della vostra amicizia verso di me, e più la solenne prova del vostro dolore nella perdita che tutti abbiam fatto del nostro Giulio. La pietosa narrazione degli ultimi momenti di quell'uomo divino mi ha tutto commosso, e n'ho pianto, né le mie lagrime avranno fine che colla vita. Di quelle della sventurata sua vedova non parlo. Ella non fa che gemere, e sono vane tutte le cure di consolarla. Di che segue ch'io mi trovo doppiamente angosciato, né veggo ai tristi miei giorni altro termine che il sepolcro. Finché giunga l'ora di scendervi, mi sarà caro il sapere che voi mi amate.</p>
<closer>Sia caro a voi egualmente l'udire che tutto il mio cuore vi corrisponde, e che sono sinceramente il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2519</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MAFFEI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Novembre 1822.</date></opener>
<p>Come farò io a ottenere il tuo perdono? Con un semplice tocco, io spero, delle mie sventure.</p>
<p>Allorché mi venne quella dolcissima tua lettera che accompagnava le belle tue terzine in morte del buon Lorenzi, il mio povero occhio destro stava sotto il taglio del chirurgo, ed a me, bendato e sepolto come Edipo in una continua notte, era vietato severamente e il leggere e lo scrivere. Pregai quindi il fratel tuo di farti avvisato della ragione del mio silenzio a quella cortese dimostrazione della tua cara amicizia. Saldata appena la cicatrice della fistola, che per quasi tre mesi mi aveva tolta la vista, quali altre disgrazie più dolorose mi abbiano percosso, tu lo sai. Né per anche si è rialzato il mio spirito, e mi sgomenta tuttavia il pericolo di perdere il poco di vista che mi è rimasto, tanto poco, che non posso più darmi o al leggere o allo scrivere che per intervalli. Sii dunque benigno all'involontaria mia negligenza.</p>
<p>Dopo ciò viene una preghiera, ed è che piacciati di significarmi a che termine si trova la traduzione di Klopstock. Non è senza un perché la dimanda; e mi penso non debbati dispiacere, se in certo mio scritto prendo occasione di dirne anticipatamente qualche parola.</p>
<closer>Salutami e riverisci per me tuo padre; ricorda agli amici, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2520</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO CAMERANI — Alfonsine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Novembre 1822.</date></opener>
<p>Nipote carissimo.</p>
<p>Nel venturo ordinario spedirò infallibilmente all'abate Sinibaldi il mandato di procura legalizzato, onde venire a conclusione del nostro affare coll'Isani; e l'avrei spedito anche prima, se non si fosse dovuto spendere molti giorni per le molte trafile di questi tribunali. Cose da far perdere la pazienza a Giobbe non che ad un poeta. Fate che nel contratto sieno mantenute le condizioni che già m'avete accennate, e vi sarò sempre grato della cura che porrete nel salvare il mio interesse.</p>
<p>Salutate e abbracciate per me la vostra famiglia ed amate l'affezionatissimo vostro zio.</p>
<p>P. S. Riapro la lettera per avvisarvi che spedisco questa stessa sera il mandato.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2523</head>
<opener><salute>A OTTAVIO CAGNOLI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Milano, ultimi di Novembre 1822</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ecco al piacer vostro mutate le due ultime strofe dell'Ode. Spero che adesso il critico se ne dirà contento.</p>
<closer>Salutate gli amici, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><lg type="nc"><l>Ahi vana speme! ahi vano</l>
<l>De' sacri carmi amore!</l>
<l>Poveri carmi in mano</l>
<l>D'un asino censore,</l>
<l>Che non dell'arte delfica</l>
<l>Ma sol dovria de' ragli giudicar!</l></lg>
<lg type="nc"><l>Chi fia di sciorre ardito,</l>
<l>Giudice Mida, il canto?</l>
<l>Cessa il cortese invito,</l>
<l>O mio Cagnoli; e il vanto</l>
<l>De' lunghi orecchi indocili</l>
<l>Con fronte china impara a rispettar.</l></lg></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2527</head>
<opener><salute>Al Sig. Abate BIGNARDI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Dicembre 1822.</date></opener>
<p>Caro Bignardi.</p>
<p>Le preghiere e i pianti di Costanza mi hanno fatto dire un sì, che volentieri terrei non aver mai detto. Parlo dell'assunto di esaminare le carte inedite di mio genero: non perché non mi stia a cuore la sua gloria, ma perché questa fatica torna tutta a profitto di un uomo ingrato e villano. Ma l'assenso è dato, e io terrò la parola.</p>
<p>Nell'elogio di Giulio due punti essenziali dovete prender di mira, l'uomo cittadino e l'uomo letterato. Potete anche nella prima parte contemplare le virtù private, cioè quelle di buon figlio, di buon marito, di buon amico, e poi l'uomo benefico quando coll'opera e quando col consiglio, e da questi lati agevolmente lo presenterete uomo perfettamente virtuoso. Da quello delle lettere è inutile qualunque suggerimento, sapendo voi troppo bene gli aiuti ch'egli mi ha dato a rendere vittoriosa la causa dell'italiana letteratura, e a sottrarre la lingua della Nazione al despotismo toscano e a renderla bellissimo patrimonio comune. E il trionfo di questa causa molto più a lui si deve che a me medesimo: e mi piacerà che in alcun luogo diciate ch'io sono il primo a rendergli apertamente questa giustizia. Sovvengavi particolarmente di toccare la novità e gravità del suo stile, che gli ha acquistato il nome di primo prosatore sopra quanti antichi e moderni ne vanti l'Italia: il che ha aperta fra noi una mirabile novella scuola di bello scrivere fra i due estremi che miseramente corrompevano l'eloquenza italiana, il pedantesco e il licenzioso.</p>
<p>La Costanza sta bene, e vi saluta e vi abbraccia teneramente. Gradiremo tutti la vostra mostarda e ve ne anticipiamo i ringraziamenti.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2530</head>
<opener><salute>A FILIPPO AGRICOLA — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Dicembre 1822.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Agricola.</p>
<p>Non mi stimo abbastanza idoneo ad aiutare co' miei suggerimenti l'opera d'un grande pittore quale voi siete. Ma poiché <add resp="ed">mi chiedete consiglio</add> intorno alla tavola che dee rappresentare l'Ariosto con Alessandra, ecco il pensiero ch'io ve ne porgo per obbedirvi.</p>
<p>Alessandra era vedova Strozzi, e le sue seconde nozze coll'Ariosto furono occulte. Rappresenterei dunque primieramente la donna, quale lo stesso poeta ce la descrive, in abito di lutto, e tuttavia dolente del perduto marito. (Veggasi il <title>Furioso</title>, c. 42, st. 93, 94, 95). Indi le porrei a fronte il poeta, che in atto rispettoso ed onesto le palesa il suo amore, mentre dietro alla donna un astuto amorino, maliziosamente guardandola, getta un velo sul busto dell'estinto marito. L'atteggiamento d'Alessandra sia di donna che, sollecitata dall'amante, ondeggia tra il sì e il no. Quello dell'Ariosto sia d'uomo che prega, ma nobilmente; e la sua effige non si diparta da quella che l'Ariosto stesso volle dipinta dal Dossi nell'a fresco di S. Benedetto in Ferrara, effige tratta dal vero, e ultimamente bene incisa (credo dal Longhi), e premessa all'edizione del prof. Morali in Milano.</p>
<p>L'amorino è parte accessoria, ma sarà quella che darà spirito e sentimento alle principali: onde bisogna che il pittore la tratti con vivacità, sveltezza e leggiadria.</p>
<p>Costanza vi saluta, e vuole che sia di sua mano la fine della presente. Non mi resta dunque da dirvi, se non che sono, con pienezza di stima e d'affetto, il vostro servitore ed amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La terribile sciagura che m'ha percosso, e che m'ha per sempre precipitata nel più crudele e disperato dolore fa abbastanza le scuse del mio lungo silenzio, ond'io non vi aggiungo parola di discolpa. Ma siate certo che, qualunque sia il mio stato, io vivo sempre così tenera della vostra gloria come già lo era ne' miei giorni felici. E quindi mi gode l'animo nell'annunziarvi che il vostro bel dipinto di che, vostra mercé, sono posseditrice, ha qui operato una direi quasi rivoluzione, tanta è la meraviglia che inspira la vista di questa degna opera. Né meno ferma lo sguardo e l'attenzione di tutti la bella testa del Caro con tanta maestria disegnata, e della quale mio padre vuole che io stessa vi porga per lui i più sinceri e vivi ringraziamenti.</p>
<p>Mia madre vi rammenta e raccomanda la sua Maddalena: e vi prega gradire i suoi saluti, quantunque non abbia la sorte di conoscervi di persona. Io poi sono desiderosa sempre di servirvi in tutto che posso: e perciò in tutto che posso comandatemi; lo che mi sarà segno che la mia mala fortuna non ha cancellato in voi pure (siccome in molti) que' sentimenti di cordiale amicizia che formano il più bel pregio delle anime gentili.</p>
<closer>Addio, mio caro amico. State sano, e vi sia raccomandata la vostra vera ed aff.ma amica <signed>COSTANZA</signed>.</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2531</head>
<opener><salute>A SALVATORE BETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Dicembre 1822.</date></opener>
<p>Eccovi un vero nonnulla pel vostro Giornale. Sono tre favole tratte da un favoliere russo, e da me tradotte ad istanza del conte Orloff, il quale volendone, per onor dell'autore suo amico, pubblicare in tre lingue, russa, francese, italiana, ha desiderato che in alcuna di queste versioni si legga il mio nome; e da Parigi ha trovato modo d'interporre la mediazione di tale, a cui non ho potuto far niego della dimanda. Se vi parrà che non sia cosa indegna del vostro Giornale, fatene a vostro senno. Più avanti vi manderò alcun che di maggior vostra e mia soddisfazione, un saggio dei grandi abbagli presi dagli Accademici nelle allegazioni del <title>Convito</title>, e degl'infiniti incredibili errori trascorsi sì nelle stampe, come ne' testi a penna. Siamo impazienti, il Trivulzio ed io, d'intendere se il codice Barberino vi riesca men reo di tutti gli altri fin qui conosciuti, cioè sette in Firenze e due in Venezia, tutti orribilmente contaminati dei medesimi falli, e tutti, a quel che si vede, provenienti da un solo. Se il Barberino differisce dagli altri, sarà gran prodigio, e ad un tempo grande fortuna per condurre quest'opera a sanità. Ma io temo assai del contrario. E a chiarirci del dubbio basta un piccolo indizio. Nella seconda pagina l'occhio della critica vede manifestissima una lacuna di parecchie parole nel breve periodo che comincia: <quote>Le due di queste cagioni</quote>, e finisce <quote>con abominazione.</quote> Se la lezione del Barberino procede come la stampa, vi annunzio ch'egli è guasto al pari degli altri, e che nessun aiuto se ne trarrà.</p>
<p>Le piaghe finora da noi sanate passan le mille, e la edizione, a cui in breve metteremo le mani, le farà chiare. Duolmi assai che fra le parecchie correzioni avvisate anche da Giulio in margine al <title>Convito</title> da lui posseduto (edizione, se non erro, del Pasquali), non potremo fargli onore che delle poche di cui tuttavia mi ricordo, e non giungono alla diecina. Ma non taceremo che di questo manco è in colpa l'erede, il quale non ci fu caso che ne volesse conceder la grazia di tirarne almeno la copia. Ma il danno per la nostra edizione non sarà molto, sì perché le emendazioni di Giulio son poche, sì perché mi rendo sicuro che gli errori da esso notati neppure al nostro occhio sono sfuggiti. Tuttavia se vi fosse modo che Gordiano ne volesse essere di tanto cortese che a voi o ad Antaldi ne lasciasse prendere copia, egli provvederebbe meglio alla gloria di suo fratello. Ma da uomo che ha fatta solenne professione di villania, nulla è da sperarsi. E voi vedrete, mio caro Betti, che anche intorno alla consegna delle carte inedite, ei ne mancherà di parola.</p>
<p>Ho letto con meraviglioso piacere le nuove lettere di Giulio. Son tutte bellissime. Ma il saranno ancor più quelle che il mio Trivulzio pubblicherà: fra le quali più di ottanta dirette a me. Ed in queste sì che i Toscani vedranno in qual conto ei teneva la sfolgorata loro arroganza. Degli straziati però nessuno sarà nominato; ché, rispetto ai vivi, si vuole procedere con riserva; e non lodo che in una delle pubblicate da voi siasi lasciata correre l'iniziale del Niccolini.</p>
<p>Trivulzio vi saluta e attende, come ho detto, con grande curiosità un saggio del promesso confronto del codice Barberino.</p>
<closer>A Odescalchi, per parte ancora di Trivulzio, a Tambroni, a Biondi, ad Amati ed a mio nipote, se lo vedete, i più cari saluti. Ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Fra le restanti lettere di Giulio da pubblicarsi, odo esserne una diretta a Cristoforo Ferri. So che costui è l'autore di una satira infame contro la mia povera Costanza. Bella prova dell'amicizia di cotesto pessimo verso Giulio, immolare alla sua ombra l'onor della moglie! Ma io non sono ancor morto, e verrà l'occasione di fargliene fare la penitenza. Sul resto tocca all'onesto vostro giudizio il conoscere se quella lettera sia da pubblicarsi per dar fama ad un perfido che calpesta la memoria di Giulio, calpestando così brutalmente l'onor della vedova sua compagna: fatto atroce che ha riempita tutta Pesaro d'indignazione, e che meriterebbe il coltello.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2532</head>
<opener><salute>Al Conte <add resp="ed">FERDINANDO DI</add> BUBNA — .</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1822</add>.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>La rispettosa supplica, che ho l'onore di presentare a Vostra Eccellenza, si appoggia ai fatti seguenti.</p>
<p>Morì in Milano, sette anni fa, il valente incisore di pietre dure Giacomo Pikler, figlio del celebre cavaliere e capitano d'onore di S. M. Giuseppe II Giovanni Pikler, suocero dello scrivente.</p>
<p>Un amoroso errore di gioventù indusse la lealtà e la religione dell'incauto Giacomo ad espiarlo col matrimonio, sposando l'incinta giovane, di patria milanese, e povera di condizione. Questa unione ineguale e mal assortita in nove anni lo fece misero padre di cinque figli, i quali, venendo a morte, egli raccomandò alla pietà di Teresa Pikler Monti, sua sorella e mia moglie.</p>
<p>Era a quel tempo Governatore di Milano S. E. il Feld Maresciallo Conte di Bellegarde. Informato egli che, consultando più il mio cuore che le mie forze, io m'era fatto padre di questi cinque infelici, con ispeziale decreto ammise subito tra gli alunni del Collegio Militare i tre maggiori di essi; e lo mossero a compartirmi questo singolar beneficio, primieramente la naturale sua generosità; indi la considerazione che, essendo essi sangue tedesco, e nipoti di un uomo di tanta celebrità e carissimo all'Imperatore Giuseppe II, non sarebbe stato dicevole alla dignità e all'onore di un Governo così benigno ed umano come l'Austriaco, che mentre in Roma il colto viaggiatore va nel Pantheon a venerare il monumento eretto all'illustre memoria di Giovanni Pikler accanto a quelli di Raffaello, di Metastasio e di Winkelmann, i nepoti di questo artista immortale sotto il regno paterno di Francesco I si vedessero accattar per Milano di porta in porta la vita. A queste considerazioni l'ottimo Maresciallo un'altra ne aggiunse che volentieri ricordo, perché onora sommamente il suo cuore. Non è giusto, ei mi disse, che, avendo voi senza alcun obbligo fatto tanto per questi infelici, il Governo non faccia anch'esso qualche cosa per sollevarvi da tanto peso. E con queste parole, che giuro esser vere, quel generoso segnò il detto decreto.</p>
<p>Ma di tale pietosa disposizione poco han potuto godere quei buoni e sventurati fanciulli, ché il primo e il secondo, Mansueto ed Achille, per diverse malattie, son morti; e Curzio, il terzo, pel difetto di una spina ventosa ad un piede, deesi rimandare alla sua povera madre, che in sostanza torna lo stesso che rimandarlo a me, che già porto il carico degli altri due.</p>
<p>In questo misero stato di cose il quinto di questi miserabili innocenti, di nome Pericle, fanciullo di gentilissima indole e di buona salute, dimanda di subentrare in luogo dell'infermo fratello Curzio: ed io imploro per lui che la pietà di Vostra Eccellenza si degni di conservargli, ossia di confermargli, la terza parte del beneficio già conceduto all'indigente sua famiglia dalla nobile compassione del Conte di Bellegarde.</p>
<p>Fu tempo in cui non avrei ceduto a nessuno il contento e la gloria di provveder tutto solo alla sussistenza di queste povere creature. Ma dopo che i cangiamenti politici da diciotto mila lire di annuo soldo mi hanno ridotto a meno d'un terzo, e anche questo non ben sicuro, l'assunto peso trapassa di troppo le mie poche forze, e nell'afflitto mio stato la mia carità diverrebbe vera follia.</p>
<p>Credo di aver detto abbastanza per eccitare la commiserazione di Vostra Eccellenza. Credo ancora, anzi mi rendo certo, che nell'abbracciar le occasioni di mostrarsi umano e benefico il cuore del conte Bubna non ha bisogno di eccitamenti. Ma perché egli più lietamente si conduca a segnare la chiesta grazia, s'immagini che non è già la debole voce di Monti che la dimanda, ma la voce alta e grave delle Belle Arti, che tanto debbono al nome di Pikler, e per l'onor de' Governi pregano che i figli dei grandi artisti, impotenti per la tenera loro età a procacciarsi da se stessi la vita, non restino abbandonati al ludibrio della fortuna, massimamente quando all'Autorità superiore abbondano i mezzi di sollevarli, onde averne col tempo bravi soldati ed utili cittadini.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2533</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Inverno, 1822—23</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Marchese.</p>
<p>Le acchiudo le osservazioni d'Oriani intorno ai noti passi astronomici del <title>Convito</title>, e unite a queste alcune altre correzioni, che sottopongo al suo purgato giudizio.</p>
<p>La malvagia stagione non mi lascia per anco sbucare di casa, e il canuto mio capo è sempre stretto dal gelo. Ma non dimentico i suoi comandi.</p>
<p>Mi tenga consolato della sua benevolenza, e mi creda sempre suo dev. servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2534</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1822—23</add>.</date></opener>
<p>Eccole di ritorno le note di Oriani coll'aggiunta delle correzioni. Le voci, sulle quali la Crusca ha preso abbaglio sono:</p>
<list><item>Adornezza</item>
<item>Antichissimamente</item>
<item>Assimigliante</item>
<item>Cavillità</item>
<item>Curare</item>
<item>Dovidere</item>
<item>Esigenza</item>
<item>Febricante</item>
<item>Maraviglievole</item>
<item>Nano</item>
<item>Parentela</item>
<item>Raramente</item>
<item>Rarezza</item>
<item>Retraere cioè a dire Rifrenare</item>
<item>Riportamento</item>
<item>Soprannotato</item>
<item>Soverchiatore</item>
<item>Trafoglioso</item>
<item>Trasmutatore</item></list>
<p>E più altre per incidente.</p>
<p>Manderei anche le mie osservazioni sopra di esse: ma il mio scritto è tutto in fogli volanti, e per chiamate. Se ne sta facendo da mia figlia la copia in buon carattere, e posta per ordine; e finito il lavoro lo metterò subito sotto i suoi occhi.</p>
<p>Rimando anche l'indice delle citazioni del <title>Convito</title> nel Vocabolario.</p>
<closer>E sono sempre il suo devotissimo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2535</head>
<opener><salute>Al Marchese G. G. TRIVULZIO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1822—23</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo signor Marchese.</p>
<p>La risposta del Federici poco mi fa sperare, né io saprei su due piedi risolvere del modo di annodare con lui una trattativa. Pigliamo tempo e aspettiamo che, veduto nel Saggio degli errori la qualità della fatica, ed esso e ogni altro possano farsi una discreta idea del pregio a cui meritamente può salirne l'acquisto. O per andar più diritto risponda Ella, savio com'è, al Federici ciò che meglio Le sembra: che io non posso volere che quello che il mio signore ed amico vuole.</p>
<closer>Mi voglia bene e mi creda sempre il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2538</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Gennaio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Nipote.</p>
<p>In questo punto ho finito di scrivere, a tenore del vostro desiderio, una lunga lettera all'Enrichetta Dionigi. Non so quanto valore ella darà alla mia raccomandazione, non avendo io, molti anni sono, ben corrisposto a certa preghiera di sua madre, che qui sarebbe cosa lunga il contare, né mai avendo avuto coll'Enrichetta alcuna relazione d'amicizia dacché lasciai Roma del 1797. Tuttavolta per servirvi ho messo da parte ogni riguardo e le ho raccomandato di forza il vostro affare, e ne voglio sperar bene.</p>
<p>Ora tocca a me il chiedere a voi un piacere. Ho pregato il nostro Battista Manzoni di vedere per me il rendiconto del mio agente Sinibaldi. Nol posso credere così scortese da ricusare a uno zio un sì breve servigio. Nulla di meno se per qualche non preveduto motivo egli non potesse prestarsi a questa piccola briga, siatemi voi cortese di questa grazia. Ben vi dico che cotesto Sinibaldi non si comporta meco da onest'uomo. A calcoli fatti per le entrate dell'anno scorso deve essere colato del mio nelle sue mani più di ottocento scudi. E non ne ho finora toccato che cento, sborsatimi in vostra casa all'ultima mia venuta in Romagna. Né vale che io lo incalzi con lettere e gli metta innanzi l'estremo bisogno del mio avere, massimamente dopo che mi è tornata in casa la figlia, per alloggiare la quale decentemente tra pigione di casa e allestimento di mobili ho già speso a quest'ora più che seicento scudi. Lo credereste? Il mio caro agente generale neppur mi risponde. Preveggo ch'egli tirerà fuori una lunga lista di spese per il ristauro di alcune case coloniche. Ma sappiate che a questo effetto il povero Giulio al finire del 1821 (ché allora quei fondi erano suoi per dote della moglie) rilasciò in mano al Sinibaldi tutto il prezzo dei formentoni del detto anno, rimasti tutti invenduti. Oltre a ciò il Sinibaldi non ha egli a tutta sua disposizione l'entrata dei quattro grossi poderi che sono il fiore della mia sostanza, l'uno dei quali (ed è il men buono) è affittato a fuoco e fiamma al suo nipote Camerani per annui scudi 130? E sono certissimo che la sua corrisposta è adempita. Insomma cotesto prete m'esce del manico, e poiché tutti mi abbandonano, prego voi di non voler essere di questo numero, e di concertarvi con Battista per trarmi da tante pene, inducendo con le buone il prete a fare nelle vostre mani il suo rendiconto, e a inviarmi tutto il danaro e di riscossioni e di rendite ch'egli ha del mio presso di sé.</p>
<closer>Siatemi grazioso di un pronto riscontro e salutatemi caramente la mia buona sorella e l'altrettanto buona Maddalena. E senza riguardi comandatemi. Il vostro aff.mo zio ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2540</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Gennaio 1823</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo signor Marchese.</p>
<p>Rimando l'Alberto Magno, acciocché nelle mani del buon Mazzucchelli meglio che nelle mie riesca utile all'intelligenza delle tenebrose dottrine peripatetiche del <title>Convito</title>, che omai solo restano a rischiararsi. Parmi d'avere scoperto nel corpo infermo dell'opera che abbiamo preso a curare altre piaghe che mi paiono sanabili, e non aspetto per andarne sicuro che il suo giudizio. Ma la stagione è mortale a tutte le opere della mente, massimamente in membra fiaccate ed inferme come le mie: e dico inferme, perché in vero dal martedì sera in poi sono stato in cattiva salute, e neppur oggi, dopo due gagliardi purganti, mi sento in miglior condizione. Onde creda che se le fontane udinesi sono gelate, più gelata è la vena dell'ingegno che dee metterle in moto. E voglia Dio che i miei versi non le agghiaccino maggiormente. Le notizie a questo effetto venute da Udine sono anch'esse più atte a gelarmi l'ingegno che a riscaldarlo. Iddio perdoni a chi le ha mandate. Insomma io mi sforzerò d'ubbidirla, signor Marchese; perché al mio Trivulzio non so dire di no. Ma non credano i signori Udinesi che i buoni versi s'improvvisino. E ben ho paura che anche concedutomi conveniente tempo di meditarli, non mi verrà fatto di renderli degni di chi me gli ha comandati.</p>
<closer>Mi continui la cara sua benevolenza, e mi creda sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2541</head>
<opener><salute>A ENRICHETTA DIONIGI ORFEI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, il dì 18 del 1823.</date></opener>
<p>Pregiatissima mia signora ed Amica.</p>
<p>S'egli è vero che le Muse sono figlie della Memoria, del certo l'egregia loro alunna Enrichetta Dionigi dovrebbe non aver del tutto dimenticato quel divoto suo servitore ed amico Vincenzo Monti, che fu dei primi a far plauso ai poetici di lei tentativi, e a predire ch'ella sarebbe stata un dì l'ornamento del Parnaso italiano non meno che del suo sesso. Quel verace profeta della vostra gloria è quello stesso, cara Enrichetta, che ora vi scrive non tanto come ad amica e sorella nell'arte che professiamo, quanto come a degna consorte del sig.r avvocato Orfei, dal quale imploro una grazia di cui e la vostra intercessione e la ragione stessa della dimanda mi dànno intera speranza.</p>
<p>Angelo Longanesi di Bagnacavallo, marito di una mia diletta nipote, e fiore de' galantuomini, ha fermato di trasferire in Ferrara la sua famiglia, e tenervi stabile domicilio per tutto l'anno, meno trenta o quaranta giorni d'estate, ne' quali, per la cura de' suoi non pochi terreni, rendesi necessaria in Bagnacavallo la sua presenza. Egli è notaio di professione, e le leggi pontificie vigenti intorno ai notai vietano al Longanesi l'esercitarla in Ferrara senza l'assenso di Monsignor Prefetto degli Archivi, di cui è segretario l'esimio vostro marito. Considerate, mia buona Enrichetta, e fate al marito considerare, che un uomo, che si fa membro d'una nuova famiglia e vi trasporta stabile tutta la sua (ben numerosa e già composta di nove figli, senza contar quelli che possono sopravvenire); un uomo che, oltre il trasporto della famiglia, va a consumare nella nuova patria tutte le sue rendite, e può dire ai suoi novelli concittadini: Io non vengo a chiedervi pane, ma vengo a dividere con voi tutto quel molto o poco che dalla paterna eredità mi procede; che un uomo, io dico, aiutato da questi titoli merita un particolare riguardo; e l'equità, primaria virtù di tutte le leggi, il richiede, quella santa equità senza cui le leggi tutte sono tiranne. La dimanda del Longanesi all'oggetto di ottenere il benigno assenso detto di sopra, deve già essere stata rimessa con favorevole annotazione del Cardinal Legato all'officio della Prefettura degli Archivi. Ora voi, cortese e buona qual siete, pigliatene, ve ne prego, la protezione, e l'eloquente vostra raccomandazione trionfi di tutti gli ostacoli: e voi e vostro marito collocherete il beneficio in persona che, per dio, n'è degna per ogni lato, e darete a me medesimo un'infinita consolazione: della quale, dopo la gran perdita del mio genero, ho veramente bisogno.</p>
<p>Degnatevi di riscontrare con due care vostre parole la ricevuta della presente; conservatevi all'onor delle Muse, e confortate della graziosa vostra benevolenza l'antico vostro servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Avrei dovuto scrivere di pugno: ma dopo l'operazione della fistola all'occhio destro la mia vista è sì indebolita, che per ogni poco di lettura o scrittura si appanna. Tengo pronto per voi un esemplare di alcune mie cose di nuova edizione, e a prima occasione lo manderò. Graditelo come testimonio della mia stima e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2542</head>
<opener><salute>A DIONIGI STROCCHI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">22 Gennaio 1823</add>.</date></opener>
<p>Due parole dal letto, ove per questi orribili freddi il reuma e la tosse mi hanno da più giorni confitto. Mi onora il cortese invito dell'Accademia, e ne porgo all'egregio sig. marchese Angelelli (cui molto stimo ed ammiro per le cose di lui vedute) e all'ottimo Valorani ed a voi, dolcissimo degli amici, i più cordiali ringraziamenti. Vorrei anche potervi dar per sicuro che al tempo prefisso qualche mio componimento verrà con voi tutti a piangere il mio diletto figliuolo, il mio Giulio. Ma io mi trovo sì stretto dall'obbligo di attendere a tutt'uomo alla pubblicazione dell'ultimo volume della <title>Proposta</title>, ch'io non so se mi verrà fatto di scrivere in tanta angustia di tempo versi degni de' vostri orecchi e degni ad un tempo di quell'anima benedetta. Sto sul finire un dialogo di stile tutto severo tra Dante e il nostro Giulio. Se questa prosa può tener luogo del tributo poetico che dimandate, io m'affretterò a terminarla; e le lodi di Giulio poste in bocca dello stesso Dante acquisteranno per avventura più peso che stemprate in poveri versi, ne' quali ben sento non esser possibile che il gelo degli anni non si faccia sentire più che la mia propria carità non vorrebbe.</p>
<p>Nel riandare, a proposito di quel dialogo, il <title>Convito</title> di Dante, ho incontrato in quest'opera guasti sì orrendi, che ne rendono disperata l'intelligenza. Ciò mi ha messo col mio coltissimo amico il Trivulzio all'impresa di risanarne, per quanto l'arte critica si può stendere, le gran piaghe. E quantunque le varianti di tutti i codici conosciuti che il Trivulzio possiede, non ci abbiano dato nessun aiuto, perché tutti sono viziati degli stessi errori e difettivi delle stesse lacune, nulla di meno ne abbiamo a quest'ora ridotte più di mille a buona salute. Fra i brutti abbagli poi della Crusca nelle citazioni di quest'opera, tali ne sono venuti agli occhi, che per l'immensa loro mostruosità faranno sbalordire il lettore. E ben duolmi che per troppa fede a quell'oracolo a testa di legno, il mio Costa gli abbia trasfusi tali e quali nel suo dizionario. Salutalo caramente, se il vedi, e digli che fra gli altri faccia un poco d'esame all'articolo <hi rend="italic">cavillità</hi>; perché quivi egli ha lasciato correre uno de' più bestiali spropositi della Crusca.</p>
<closer>La mia vedovella ti saluta caramente, ed io sono senza limiti d'amicizia il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al gran Cardinale mille devotissimi ossequi per parte mia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2543</head>
<opener><salute>All'AbateANGELO DALMISTRO — Asolo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Gennaio 1823.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Se fra i beati colli del vostro Asolo è giunta la notizia delle orride nevi e geli mortali che hanno piena Milano di malattie, non vi farà spezie il ritardo della mia risposta alla cortese vostra del 5 spirante, pervenutami appunto in un tempo che io languiva nel letto, e non io solo ma la figlia pure e la moglie. Rifatto alquanto nella salute (benché quella degli occhi sia già fuor di rimedio) adempio il mio debito, e se il fo con poche parole, me ne scusi lo stato in cui vivo impedito sì dell'officio del leggere come dello scrivere.</p>
<p>Vi rendo grazie adunque primieramente dell'affettuosa espressione della cara vostra amicizia: poiché omai le sole dolcezze che mi rimangono della vita consistono nel sapermi vivo nella memoria delle persone ch'io stimo. Vi ringrazio appresso dei due sonetti in morte dei due divini ingegni perduti, Canova e Perticari: e per istrignere in una parola la lode de' vostri versi, dico ch'elli son degni di quei due grandi Italiani. E già l'infelice mia figlia gli ha messi in serbo con altre molte poesie in onore del defunto amor suo, e vi chiede la graziosa permissione di pubblicarli con gli altri quando sia tempo.</p>
<p>Mi è dolcissima la speranza, anzi promessa che mi date di venire a Milano;</p>
<closer>e sarà uno de' più bei momenti della mia vita quello di abbracciarvi e potervi a viva voce attestare la stima e l'affetto con cui mi pregio di essere il vostro affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2544</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Febbraio 1823.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Acciocché i miei sentimenti verso Giuseppino non restino occulti ed abbiano un testimonio da potersi un giorno citare, piacciavi di leggere l'acchiusa e mandarla per sicuro e pronto recapito al suo destino.</p>
<p>Con quanto dolore io abbia letto il rendiconto di Sinibaldi e veduto il consumo delle poche mie entrate dell'anno scorso, consumo fatto senza mia licenza (perocché io non l'aveva autorizzato che alla rifazione di un capanno, e rilasciatogli a questo fine il ricavato di cento e più corbe di formentone dell'anno antecedente, e, ciò che più mi cuoce, consumo fatto dopo la certa scienza che costui aveva de' miei bisogni, e fatto finalmente senza mai scrivermene una sillaba, anzi senza neppur degnarsi di rispondere alle mie lettere); con quanto dolore, io dissi, e rabbia e maledizioni io abbia letto quelle carte assassine, non ho parole sufficienti ad esprimerlo.</p>
<p>In mezzo a tanto rammarico non m'esce dell'animo il dovere di ringraziarvi della premura con cui m'avete prestato l'opera vostra, e di cuore ve ne ringrazio. E poiché al fatto non è rimedio, mi sia almen data la consolazione di sapere in che consistono le dette riparazioni, e se il Sinibaldi ha esibite le ricevute degli operatori per tutte le spese che appariscono ne' suoi conti.</p>
<p>Dalla mia lettera a Giuseppino potete comprendere il fiero stato dell'anima mia. Miracolo che il cuore non mi si schianta. Ben vi dico che se Giuseppino lascia cader indarno anche questa, ogni riguardo è finito. E già con mandato di procura ho rimessa a mia moglie e a mia figlia la domestica amministrazione, e a stento ho ottenuto che ancora per qualche giorno ne sospendano l'esercizio.</p>
<closer>Salutate caramente la Maddalena e la monaca, ed amate il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2545</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Febbraio 1823.</date></opener>
<p>Car.mo Nipote.</p>
<p>Se questa lettera ancora rimarrà senza effetto, sarà l'ultima che riceverete dal povero vostro zio.</p>
<p>Il prete Sinibaldi, allargando troppo la permissione avuta da me di fare alcune riparazioni alle case de' miei contadini, mi ha consumato tutta l'entrata dell'anno scaduto, e parte ancora del '21: e voi, ritardandomi il pagamento dei frutti che mi dovete, mi riducete e m'avete già ridotto alla disperazione.</p>
<p>Non sono uomo da calcoli, ma il mio avere è liquidissimo.</p>
<list><label>Cinquanta scudi, meno baiocchi, per frutto residuale pel noto mio credito contro di voi portato in testa di vostra zia, cioè di mia moglie.</label> <item>Dunque scudi 50</item>
<label>Altri cinquanta per l'affitto dei noti due poderuzzi.</label> <item>Dunque scudi 50</item>
<label>Altri quindici provenienti dal podere Buzzi e ripartiti in testa ai vostri fratelli, ma rimanenti a carico vostro perché voi siete l'amministratore di quel fondo. E non v'è cosa che tanto mi discuopra l'alienazione dell'animo vostro da me quanto il ricusare che fate di addebitarvene, siccome intendo dalla lettera di Longanesi.</label> <item>Dunque scudi 15.</item>
<label><del resp="ed">totale</del></label> <item>scudi 115.</item></list>
<p>Rimane il frutto del bestiame che fin dal 1821, presente il povero Perticari, avevate solennemente promesso di restituire dentro l'anno già scorso, e non ne avete ancor fatto nulla. La ragione e l'uso del paese determineranno il montare di questo frutto. Intanto chieggo e per l'ultima volta richieggo il pagamento liquido che mi dovete, perché, vi ripeto, io mi trovo in termini disperati: e voi prima di lasciar cadere vuota d'effetto la mia estrema dimanda, pensateci bene, perché ne verrà uno scandalo inevitabile, che farà molto male al mio cuore (che sempre v'ha amato teneramente, e v'ama tuttora), ma che insieme porterà una pubblica macchia alla vostra riputazione. Riflettete ch'io non dimando la vostra elemosina (se la mia mala fortuna mi dovesse un dì ridurre a questo stremo terribile, non avverrà mai ch'io venga a picchiare alla porta de' miei nipoti): io non dimando che il mio, e lo dimando stretto da una delle più dure circostanze che abbiano mai angustiata la mia vita. Riduco per approssimazione il mio credito a cento cinquanta scudi, lasciando da parte se il frutto del bestiame lo porti per avventura a qualche scudo di più. Questa piccola somma non è sufficiente a sanar la mie piaghe, ma sarà pure un respiro all'oppressione del mio bisogno. Vi prego adunque e scongiuro a farvi coscienza dello stato crudele in cui mi ritrovo, e facendolo subito, vi prometto di porre in dimenticanza le pene che mi fate soffrire.</p>
<closer>Diversamente, gittandomi alla via de' tribunali, questa è l'ultima volta che mi sottoscrivo vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2547</head>
<opener><salute>Ad ANGELO LONGANESI CATTANI — Bagnacavallo.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Marzo 1823.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Così mantiene Giuseppino la sua parola? Ecco passati già ormai tre mesi che io insisto, prego, mi raccomando, che mi sia pagato il mio credito, ed ecco che egli, dopo aver data a voi pure solenne parola di saldar il suo debito, si fa beffe di voi e di me riducendomi alla disperazione: ed è vero prodigio se di dolore, di bile, di rabbia non crepo.</p>
<p>Lascio a Costanza la cura di finir questa lettera, che per la rinnovata infermità de' miei occhi non posso proseguire io stesso e chiudo invocando l'ira di Dio sul perfido che in tanto bisogno del mio, tira a darmi la morte.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Mio padre m'incombe di continuare la presente: ma dopo quello che già vi ho scritto ultimamente non saprei cosa aggiungere, tanto più che la mia lettera è rimasta senza riscontro. D'altronde le poche suddette righe di mio padre dicono tutto, e dicono vero. Altro dunque <add resp="ed">non</add> mi resta che assicurarvi ch'io sono disperata della situazione di questo buon vecchio, e che veggo infallibile una aperta rottura fra la famiglia di mio cugino e quella di mio padre.</p>
<p>Gli avvisi sono stati inutili: non lo saranno forse le opere.</p>
<closer>Addio, riveritemi la vostra famiglia: e cornandatemi ove vaglio. La vostra aff.ma ed infelice amica vera <signed>COSTANZA</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2549</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Marzo 1823.</date></opener>
<p>Oh quanto piacere, quanta consolazione mi ha portato la vostra lettera! Egli è molto tempo ch'io meno misera vita sotto la sferza della sventura; e allora soltanto che m'è dato il godere della presenza di qualche amata persona, o riceverne per iscritto qualche dimostrazione d'amore, solo allora m'allegro alcun poco, e mi si ravviva lo spirito come al tornare del sole un povero fior di campagna battuto dalla tempesta. Tale è stato l'effetto, o mio caro, della vostra lettera sul cuore del vostro povero Monti, povero veramente per ogni lato e infelice. Infelice per la perdita del mio Giulio; infelice per la mala salute della mia Costanza, che il dolore l'un dì più che l'altro va consumando; infelice per me medesimo già sordo del tutto, già vecchio e vicino a non potermi più giovar della vista; poiché i miei occhi, per abuso del leggere e dello scrivere in tempo di notte, sono ricaduti nel primo stato d'infermità; e già il chirurgo mi va tutto giorno ricantando il bisogno d'un nuovo taglio: e s'egli mi trovasse a scrivere questa lettera, mi farebbe in capo un rumore infinito, e non senza ragione; poiché veramente a ogni tratte di penna mi si abbuia la vista, e mi si riempie di lagrime la pupilla.</p>
<p>Ma come poteva io rimanermi, mio caro, dal ringraziarvi d'avermi consolato con una lettera così piena di benevolenza? Così potessi trattenermi più a lungo con voi, e dirvi compiutamente quanto io v'amo, e quanto era preso di voi il mio Giulio, il figlio dell'amor mio! Ma la vista più non risponde alla penna, e fo fine.</p>
<closer>Abbracciate il mio ben amato Maffei; ricordatemi servitor divoto all'Albrizzi; raccomandatemi all'amicizia di Soranzo, d'Aglietti, di Franceschinis, ed amate chi vi ama di tutto cuore, il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2550</head>
<opener><salute>A FRANCESCO FILIPPI — Castelfranco.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Marzo 1823.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Filippi.</p>
<p>Per una rinnovata oftalmia mi è vietato lo scrivere: ma questa volta il divieto è vinto dal dovere della mia gratitudine.</p>
<p>Ho letta, o per meglio dire mi son fatto leggere da chi sa, la bella vostra versione latina di alcune mie inezie poetiche, ch'io solea chiamare i delitti della mia giovane Musa e disconfessarle per mie. L'elegante vostra traduzione mi ha riconciliato con esse; ed io ve ne rendo quelle grazie che renderebbe un padre a chi gli racquistasse un figlio perduto.</p>
<p>Mi annunziate di aver volto l'animo alla versione della <title>Bassvilliana</title>. Vi sia noto che un'altra n'è già pubblicata, lavoro d'un valente alunno del celebre latinante Padre Solari, genovese. Se vi aggradisce l'averla, mi adoprerò di trovarla e inviarvela. Ma perché perdere il felice vostro ingegno in far onore a povere poesie? A me non torna conto il disingannarvi, ma la stima che ho concepita di voi non mi permette di lodare l'impresa a cui vi mettete. L'amor mio proprio vuole al contrario ch'io ve ne ringrazi; e questo fo volentieri.</p>
<p>La mia debole vista non mi concede andar più oltre colla presente. Fo dunque fine pregandovi di avermi nel numero de' vostri amici, e di credere sincera la lode che ho dato e tutti dan meco ai vostri versi. State sano, e <foreign lang="lat">macte animo</foreign> a richiamare col vostro esempio gl'ingegni alla classica severità degli studi latini, senza i quali la poesia italiana non può venire in qualsiasi fantasia alla debita perfezione.</p>
<closer>Il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non prima dello scorso sabato ho ricevuto le vostre stampe. Ciò sia detto a discolpa del mio tardo riscontro.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2553</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Marzo o Aprile 1823</add>.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo mio Signore.</p>
<p><hi rend="italic">Prescegliere</hi> e <hi rend="italic">prescelto</hi> l'ho usato più volte, e l'userò mai sempre perché non solo è di uso, ma so essersi usato da buoni scrittori.</p>
<p>Senza dubbio in luogo di <hi rend="italic">contratto</hi> è da leggersi <emph>trattato</emph>, e tale è la correzione ch'io n'ho già fatta fin da principio.</p>
<p>In quanto alla <hi rend="italic">cortesia</hi> ci penserò: ma se Ella non trova di che acquetarsi, che farò io?</p>
<p>Sto correggendo le stampe del settimo e ottavo foglio ed ho già fatto l'articolo d'Uguccione con due parole di preambulo in lode del Mazzucchelli. Se mi sbrigo per tempo, sarò da lei questa stessa mattina. Se no, dimani infallibilmente.</p>
<p>Mi voglia bene, e sempre mi creda suo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2556</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Aprile 1823.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Da una lettera di Sinibaldi intendo l'orribile stato in cui giacciono gli affari di Giuseppino, gravato di circa sessanta mila scudi di debito. Intendo ancora che per salvarlo da una totale rovina e riparare al suo onore non meno che a quello della famiglia, e voi e i vostri fratelli vi siate uniti a far argine a questa ruina assumendo tutti insieme il pagamento di tanto debito, e deferendo a voi solo l'amministrazione di tutto il patrimonio Monti. Lodo la generosa risoluzione, lodo che questa amministrazione sia commessa alle vostre mani onorate in una crisi così disastrosa, nella quale, perduto l'onore, tutto è perduto, e fu tempo in cui per l'amore che a voi tutti ho sempre portato, io pure avrei dato mano all'opera per tutte quelle vie che ad un uomo d'onor conosciuto e di non oscura riputazione davanti alle autorità superiori, non sono mai chiuse: e n'avete in casa e nelle proprie vostre persone più d'una prova. Ma questo tempo è passato. Fedele co' pazzi e svergognati suoi vanti di voler spogliare mia figlia dei legati lasciatile dal suo zio D. Cesare ne' fondi ereditati dal padre (povero mio padre, che direbbe se fosse vivo?), Fedele mi ha sforzato a strapparmi dal core tutta l'antica benevolenza, e a pentirmi d'avergli salvata la vita salvandolo dalla coscrizione: perocché la perdita d'un ingrato, quale egli si mostra in grado superlativo, non è mai danno, ma beneficio, né merita una lagrima di compassione. E Dio volesse ch'io l'avessi lasciato andar a perire fra i ghiacci di Mosca; ché forse la rovina di Giuseppe (a cui odo che in qualche parte ha dato cagione lo stesso Fedele) sarebbe ora men luttuosa.</p>
<p>E di Giuseppe che debbo dire? L'avermi egli tante volte mancato della sua parola, e mancato in una circostanza di tanto mio bisogno per le tante spese sopravvenutemi, e l'avermi per questo modo costretto ad ogni fatta di sacrificj per non mancar io medesimo al pagamento di mille piccoli debiti che mi stringono il cuore e sommergono nel dolore la povera mia famiglia, Giuseppino, io dico, ha stancato ancor esso la mia pazienza; e la compassione che debbo avere a me stesso e alla mia famiglia va innanzi a quella che debbo avere di lui: tanto più che malgrado delle strettezze in cui egli si trova, il pagamento della somma ch'egli mi deve era affare di poco, e tale da potersene liberare colla vendita sempre pronta ed agevole di qualche bestiame, di che egli avea già data a Longanesi replicata parola, e questa pure è caduta senza verun effetto.</p>
<p>Eccomi adunque contra voglia costretto a chiamarlo ne' tribunali. So di fare con questo passo una piaga alla sua riputazione; so di dare a' suoi creditori uno stimolo a non porre più fede nelle sue promesse, a stringerlo ne' pagamenti, a non dargli respiro, vedendo che lo stesso suo zio, quello che pur tanto l'amava, e prendeva interesse alla sua dura situazione, ha ritirato da esso la sua fiducia. So tutto questo, e le triste conseguenze che ne verranno. Ma egli, il ripeto, ha stancata la mia pazienza, e cangiata in altissimo sdegno, perché altissima è la disperazione in cui egli mi ha messo. Perciò vi avviso che io ripeto a Sinibaldi l'ordine di procedere senza verun riguardo contra Giuseppe per le vie della giustizia. Al qual effetto spedisco al detto Sinibaldi le carte giustificative del mio credito, e gl'impongo non solo d'incalzare la giustizia de' tribunali pel residuo pagamento dei frutti dovutimi sì pel credito numerario di scudi 1661 e 65, come per l'affitto di due poderuzzi staccati dai fondi amministrati da Sinibaldi, oltre il provento del bestiame che da tanti anni Giuseppe mi ritiene, né ancora dopo tante promesse mi ha restituito, ma gl'ingiungo di più di obbligarlo giuridicamente e immediatamente alla detta restituzione in altrettanta quantità di bestiame per la somma legalmente riconosciuta e dallo stesso Giuseppino sottoscritta di scudi romani settecento sessantatré. In quanto al pagamento dell'altro numerario di scudi 1661 e 65, resterà fermo il respiro che gli ho accordato, ma, spirato che sia, vi giuro che gli starò ai crini per essere soddisfatto.</p>
<p>Or tocca a voi il ponderare se gli metta più conto il pagare senza dilazione i frutti decorsi, o l'andare pe' tribunali con tanto discapito del suo nome. Il riparo a questo scandalo sta in sue mani oppur nelle vostre, s'egli è vero che a voi sia commessa l'amministrazione dell'intero patrimonio della famiglia.</p>
<p>Di voi non ho che a lodarmi, e appunto perché so che voi siete innocente de' mali trattamenti di Giuseppe e Fedele verso di me, a voi apro il mio cuore e le mie ferme risoluzioni.</p>
<closer>Abbracciate per me vostra moglie e i figli, e in qualunque caso io potessi farvi piacere mettetemi alle prove, che sempre mi troverete vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Non più al Sinibaldi, ma al procuratore Campana spedisco i documenti giustificativi, e gli commetto che, se non si viene a pronto pagamento, proceda senza rispetto, e nasca quel che sa nascere.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2557</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Aprile 1823.</date></opener>
<p>No, caro Zajotti, la pietosa lettera vostra a consolazione della gran perdita da me fatta del figlio dell'amor mio non è andata smarrita. Ma ella mi giunse in un punto ch'io era fuor di me stesso. Il dolore m'avea reso insensato e impotente a parlare nonché a trattare la penna. La mia favella non era che pianto. Aggiungete a questo l'angoscia in che mi gettava la disperazione della mia povera figlia, e il trovarmi lontano dall'infelice, e il dover correre precipitosamente a confondere le mie lagrime colle sue e a prestarle assistenza nel pericoloso stato in cui si trovava; perocché le lettere del prof. Tommasini mi metteano in grande timore d'una seconda sciagura. In questo stato di cose non vorrete voi perdonare al vostro misero amico una negligenza di che egli si fece reo verso tanti altri benevoli che in quella occasione gli scrissero a fine di consolarlo, e a niuno egli ebbe forza a rispondere?</p>
<p>Direte: perché nol facesti riavuto da quella tua stupidezza? Risponderò che io stava appunto in aspettazione di opportuno momento a ciò convenevole; e se la vostra carissima del venti corrente avesse tardato di poco più che una settimana, avreste veduto comparirvi dinanzi un manifesto d'associazione a certa mia stampa ch'io intendeva di raccomandarvi: e in breve la riceverete; e voi e il nostro Maffei, e gli amici spero la proteggerete, non per me ma per amore del nostro gran padre Alighieri, alla cui gloria è consacrata tutta la mia fatica, e la più dura di quante il mio povero ingegno abbia mai sostenute.</p>
<p>Ho letto l'articolo da voi accennato. Le lodi che con tanta e sì viva eloquenza avete date al mio figlio e al mio amico mi sono andate al cuore con maraviglioso piacere: ma quelle che a me profondete mi hanno fatto montare al viso i rossori, sapendo di esserne sì poco degno. Tuttavia perché la lode generata dalla cortesia dell'amico è sempre prova d'amore, ve ne ringrazio: il che certamente non saprei fare rispetto alla palinodia che mi ha cantata il vostro avversario. Non voglio però tacervi (e giuro che il mio avviso è dettato dal vero amor che vi porto, e dal desiderio che siate amato da tutti), non voglio, dissi, occultarvi che a coloro medesimi di cui avete giustamente meritata colla forte eloquenza de' vostri scritti la stima, è rincresciuto il fiero processo fatto al Rosmini. So che v'ha gran parte il comando, ma non tutti i comandi son belli a obbedirsi; e una penna peregrina come la vostra non è fatta per gridar guerra <quote>tra quei che un muro ed una fossa serra</quote>, ma fatta per gridar col Petrarca <quote>pace, pace, pace</quote>. Voi m'intendete, e io son certo che un ingegno bellissimo come il vostro non può tanto adirarsi che al tutto si chiuda alle voci della gentilezza: di quella gentilezza che Dante appella bontà dell'anima, e la chiama seme divino, e non vuole che cada da' leggiadri intelletti. Ed intelletto più leggiadro del vostro nol so vedere.</p>
<closer>Abbracciate per me mille volte il mio bravo e buono Maffei, ed amate quant'egli v'ama e vi stima il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2559</head>
<opener><salute>A BARNABA ORIANI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1 Maggio 1823</add>.</date></opener>
<p>Caro degli astri indagator sovrano.</p>
<p>Andate voi domenica alla funzione? E andandovi, come mi figuro, con Cesaris e con Carlini, potrebb'ella questa astronomica trinità accettare per quarto nella carrozza un povero disgraziato che si vergogna andar solo, e non ha troppo denaro da gittarlo in una vettura. E questo disgraziato sapete chi è? Il vostro povero Monti.</p>
<p>Siatemi cortese d'una risposta che per comodo vostro non oltrepassi un <emph>sì</emph> od un <emph>no</emph>: e Iddio vi mandi, per tenervi occupato, una dozzina di comete, ma non di quelle che il Gigli desiderava.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2561</head>
<opener><salute>All'Ab. FORTUNATO FEDERICI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Maggio 1823.</date></opener>
<p>Un libretto di undici fogli di stampa, che in breve per cura del nostro Trivulzio riceverete, intitolato: <title>Saggio in quattro parti diviso dei molti e gravi errori trascorsi in tutte le edizioni del Convito di Dante</title>, vi dirà quale possa essere il merito dell'immensa fatica da me e dal Trivulzio durata a sanare le innumerabili piaghe di quest'opera, che ora si potrà dire uscita per la prima volta alla luce. Vagliandola per molti mesi dì e notte, vi ho consumato quel poco di vista che mi rimaneva, al segno, che al presente mi trovo nella misera condizione di non potere omai più né leggere né scrivere senza pericolo del rimanente; e già Scarpa mi ha data la sentenza, che bisogna venire al secondo taglio, essendosi all'occhio destro rinnovata la fistola.</p>
<p>Fu tempo in cui di questa fatica, la maggiore di quante io m'abbia mai sostenute, avrei fatto libero dono all'amicizia, e alla vostra particolarmente per le tante cortesie da voi ricevute. Ma, perduto pe' cangiamenti politici il meglio della mia passata fortuna, mi è forza di cercare aiuto a' miei bisogni dal lavoro della penna. Ed è per questo che il mio Trivulzio mi ha fatto dono di tutte le correzioni a tutte le altre opere di Dante, cioè la <title>Vita Nuova</title> e le <title>Rime</title>. A lui dunque rimetto al tutto il compenso che voi proponete. Trattatene con lui medesimo, e sarà mia la sua parola.</p>
<p>Delle molte mie postille alla <title>Divina Commedia</title> non voglio che se ne parli. Queste fin d'ora saranno tutte a vostra disposizione, e se manderete persona che le trascriva dal margine della edizione del Biagioli, io ne lascerò libero in sue mani l'autografo, come già vi feci intendere dalla viva voce del Viviani, se pure fu per lui ben adempita la mia commissione. Il Viviani non ha avuto alle mani che le postille apposte alla Cantica dell'Inferno, poiché questa era già da voi pubblicata. Le altre sono tutte a voi solo.</p>
<closer>La vista più non mi regge, e do fine abbracciando caramente voi e tutti gli amici. State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2562</head>
<opener><salute>All'Avv.o BENEDETTO CAMPANA — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Maggio 1823.</date></opener>
<p>Il mio buon nipote Giulio mi prega di sospendere sino al prossimo raccolto ogni atto giudiziale contro suo fratello, ed io a sua preghiera il sospendo, a condizione che il mio debitore immediatamente sottoscriva la carta ch'ella, pregiatissimo mio signore, gli farà presentare all'oggetto di sanare le irregolarità per troppa mia buona fede trascorse nelle carte giustificative dei diversi miei crediti contra quell'ingrato. Diversamente i molti attestati di persone consapevoli della mia ragione, e la solennità dei giuramenti a cui lo stringeremo, faranno colla forza l'effetto, che non si potrà colle dolci ottenere. Intanto le sia noto, che il credito degli scudi 1661 intestato nel nome di Teresa Pikler mia moglie è garantito dalla spezial ipoteca d'un fondo del mio debitore, fondo libero (se pur anche in questo non mi ha ingannato) e di maggior valore, denominato fondo Corelli; e ciò con solenne istrumento rogato dal Gasparoni di Fusignano e depositato nel pubblico archivio di Ravenna, e sovvienmi che il suo registro mi costò scudi 20. Io non vo molto innanzi nelle cognizioni legali, ma parmi che la ragion naturale, in caso di mancanza ai patti convenuti, mi dia diritto di procedere all'occupazione del suddetto fondo. Le valga al bisogno questa notizia. Intanto compiacciasi di abboccarsi col mio nipote Giulio, e prenda norma di quanto gli scrivo circa la restituzione dei due poderucci, dell'affitto de' quali conviene intimargli subito la disdetta e la loro consegna al mio agente, ab.e Sinibaldi. Pongo il tutto, e lo pongo con fiducia, nelle onorate sue mani. M'è testimonio Iddio che mi serra il cuore lo stato infelice degli affari del mio nipote Giuseppe, cui sempre ho amato di amore svisceratissimo, ma il suo procedere ha consumata la mia pazienza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2563</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Maggio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Voi mi pregate di <quote>sospendere fino al prossimo raccolto il fatal colpo contra vostro fratello</quote>, ed io non voglio che la vostra preghiera sia vana: a condizione però ch'egli immediatamente sottoscriva il foglio che dal sig. Campana mio procuratore gli verrà presentato onde sanare alcune irregolarità nelle carte giustificative di tutto il mio credito. E siccome Giuseppe non si è degnato di rispondere sillaba a più lettere che gli ho scritte, così mediante la disdetta che il mio procuratore gl'intimerà dell'affitto dei due poderucci a Majano intendasi che i medesimi siano senza ritardo rimessi all'amministrazione del mio agente Sinibaldi. Siccome ancora allorquando concessi verbalmente a Giuseppe l'affitto dei due detti poderi per l'annua corrisposta di scudi cinquanta ei mi chiese il permesso di atterrar il capanno di quello che immediatamente è unito ad un altro di sua ragione, ed io acconsentii che il facesse, così fintanto che Sinibaldi abbia rifatto il detto capanno, la cultura del terreno rimanga alle mani del contadino di Giuseppe come al presente. Sul resto concertate le cose col ridetto sig.r Campana. Ho tollerato quanto all'umana pazienza è possibile, ed ora che v'è di mezzo l'intervento della vostra preghiera voglio che nel secondarla voi abbiate una nuova prova dell'amor mio, e che l'ingrato vostro fratello debba a voi solo la sospensione di un atto, di cui egli, se non è stolto del tutto, dovrebbe prevedere nell'animo de' suoi creditori le terribili conseguenze.</p>
<closer>Abbracciate per me e per Costanza e mia moglie la vostra famiglia, e crediatemi a tutte prove il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2565</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — <add resp="ed">Verona</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Maggio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Zajotti.</p>
<p>Sulle mosse per la Brianza colla moglie e la mia povera figlia, le cui lagrime non sono ancora finite, e le divorano la salute, ricevo la carissima vostra del 9 corrente, e sui due piedi rispondo.</p>
<p>Non è mal fondato il vostro sospetto sul tenebroso autore della lettera cieca che mi nominate, e abbiatene la conferma in ciò che soggiungo. Al Trivulzio, a cui nulla nascondo, perché egli è un altro me stesso, feci la confidenza di quello che mi scriveste il mese passato, né gli tacqui il tenore della mia risposta; di che egli, come persona che fa stima di voi (e voi il sapete da molto tempo), mi lodò grandemente; e come antico benevolo del Rosmini gli parve officio pietoso il narrargli ch'io vi avea risposto in termini di tutta pace e non approvanti il puro processo fatto al suo libro; il che veramente fu una stilla di balsamo sulla ferita. Tre giorni appresso ecco comparirmi davanti il Villardi, a cui il Rosmini aveva raccontato le cose udite già dal Trivulzio. Me ne dolsi, in segreto, ma non potei più ridirmi dal detto del mio amico. E ben mi rendo sicuro che dell'indegno abuso fatto di quanto gli era uscito di bocca per gentilezza ne sarà dolente anche il Trivulzio quando il saprà, e il saprà subito con lettera che domani gli scriverò alla campagna ov'egli si trova sul Lodigiano. Tengo adunque per fermo che quell'anonima villania non possa essere partita da altra officina che da quella del Villardi, del quale, quantunque io mi sia il priore della Confraternita di S. Simpliciano, conosco bastantemente il carattere. Ma <foreign lang="lat">Diis Manibus</foreign> e tutto sia detto.</p>
<p>Lodo la franca e onorata vostra protesta intorno a quanto avete scritto contro il Rosmini. Con tutto ciò vi ripeto il già detto nell'altra mia lettera, ed aggiungo che ai suoi stessi nemici è sembrato che voi abbiate fatt'uso di armi troppo taglienti, troppo affilate alla dura cote dell'ira; e l'ira, secondo la mia opinione, è data dalla Provvidenza Divina anche ai cuori gentili contro i malvagi: ma Rosmini non è malvagio. E concedutovi ch'ei non sia un Tacito, un Guicciardini, concedutovi… ma i cavalli sono alla porta e la mia buona Costanza mi fa fretta al partire.</p>
<p>Riserbiamo dunque ad altri momenti la fine dell'onesta nostra battaglia; e a contentar la vostra domanda circa la patria di mio suocero sievi detto che egli in famiglia solea chiamarsi Trentino, quantunque nato in Napoli, come il bergamasco Torquato Tasso in Sorrento. Nell'iscrizione del monumento erettogli da mia moglie in Roma nel Pantheon non è fatta parola del dove egli nacque. Ma Gio. Gherardo de Rossi nella vita ch'egli ne pubblicò nel 1792 lo dice di Prosinone.</p>
<closer>Salutate gli amici ed amate il vostro <signed>M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. Lunedì uscirà al pubblico un mio libretto di undici fogli in 8 intitolato <title>Saggio in quattro parti diviso dei molti e gravi errori trascorsi in tutte le edizioni del Convito di Dante</title>. Ho dato ordine che ve ne sia fatta la spedizione. Dalla lettera che il precede diretta al mio Trivulzio comprenderete il perché di questo libretto precursore della nuova edizione ch'io imprendo di quell'opera da niuno intesa per intero giammai, unitamente alla <title>Vita Nuova</title>. Tra i suoi postillatori e correttori oltre il Perticari, il Mazzucchelli, l'Oriani per le parti astronomiche e il Trivulzio col vostro amico per tutte, leggerete anche il nome del grande Torquato, e le sue postille sono autografe e scritte dell'età di 34 anni. Per l'amor di Dante vi sia raccomandata questa fatica.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2566</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 27 Maggio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Maggi.</p>
<p>Ecco il rimanente delle nostre osservazioni, attentamente rivedute. Fate attenzione all'articolo <hi rend="italic">Rinflorare</hi>, ordinato in altra maniera, e ampliato per farmi strada, coll'esempio di Zenone da Pistoia, a rimproverare la Crusca del non aver portato nel Vocabolario la voce <hi rend="italic">Estate</hi>, probabilmente per non far danno a <hi rend="italic">State</hi>, voce della sola Toscana. E all'esempio ch'io n'arreco dell'Alamanni, osservate che la Crusca, sotto la parola <hi rend="italic">Pomifero</hi>, lo riporta ancor essa, se pure la memoria non mi tradisce. Perché dunque non si è degnata di concedere a <hi rend="italic">Estate</hi> l'onor del registro, avendo avuto sotto occhio l'esempio solenne di classico fiorentino? Ciò può dar luogo a una nota sopra il suo mal costume di escludere dal Vocabolario molte voci, di cui ella aveva pronti gli esempi negli esempi da lei stessa allegati. Fra le quali è da notarsi l'addiettivo <hi rend="italic">Esterno</hi> in senso di Estero, tanto usato dal Caro, dall'Ariosto e dallo stesso Alamanni, del quale appunto abbiamo l'esempio sotto la voce <hi rend="italic">gru</hi>, riportato dallo stesso Vocabolario, ma non messo in registro. Di <hi rend="italic">Estate</hi> poi e di <hi rend="italic">Esterno</hi> troverete ne' miei zibaldoni esempi a dovizia, de' quali potrete discretamente arricchire la proposta nota.</p>
<p>Sono impaziente d'udire se il <title>Saggio ecc.</title> è finalmente pubblicato, e che giudizio ne corre.</p>
<p>Attendo le altre osservazioni sulle lettere <emph>S T U</emph>, se ne avete alcuna di pronta.</p>
<p>Fra quelle che rimetto ne troverete alcune, ch'io stimo doversi omettere, non essendo che pure aggiunte, le quali forse faranno miglior figura nell'Appendice. Ma ciò sia rimesso al vostro senno, di cui interamente mi fido più del mio. Per quanto l'infermità de' miei occhi il consente, io vo lavorando al resto della commedia, ossia dialogo in tre pause degli antichi poeti. Ma è tanta la materia, che mi sgomento del fine.</p>
<closer>Salutate Resnati, ed amate il sempre tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mia moglie, la figlia ed Aureggi vi salutano anch'essi caramente, e voi fate per me altrettanto coll'ottima vostra compagna.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2569</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 4 Giugno 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Maggi.</p>
<p>Vi ritorno gli otto fogli ultimamente mandati, ai quali non troverete altro cangiamento che l'aver riuniti in uno solo i tre articoli <hi rend="italic">San, Sanfaglia, e Sanza</hi>. Ma una cosa ho dimenticato di dire, e voi, dando miglior ordine al mio abbozzo, la noterete; ed è che la Crusca s'inganna, a mio parere, nel credere che negli addotti esempi, <hi rend="italic">San</hi> sia tronco di <hi rend="italic">Sanza</hi>. <hi rend="italic">Sanfaglia</hi> è puro gallicismo, come il <foreign lang="fre">Sansfaçon</foreign>, e la particella <hi rend="italic">San</hi> è parte integrale di cotal modo avverbiale, né si può separare dalla voce a cui si unisce. Ciò che dico di <hi rend="italic">Sanfaglia</hi> (fr. <foreign lang="fre">Sansfaille</foreign>) dicasi degli altri, ecc.. Insomma lascio al vostro senno di dare un poco più di garbo a ciò che vi accenno.</p>
<p>L'autorità felicemente trovata nel Ducange alla voce <hi rend="italic">Pennello</hi> non potea venir più a proposito. E adesso veramente la nostra chiosa si può dir trionfante. Grazioso poi e pieno di spirito vi è riuscito il dialogo sopra l'addiettivo <hi rend="italic">Scarso</hi>. Se la breve aggiunta ch'io v'ho fatta nel fine, non vi garba, lasciatela. Vedete se io vi sono stato buon profeta affermandovi che, anche in questo genere di scrittura, vi fareste conoscere valoroso.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e sono sempre il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2570</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Consigliere</add> <add resp="ed">TOMMASO FELICI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio di Brianza, 7 Giugno 1823.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico.</p>
<p>Seguitando l'esempio che il Conte Cassi mi porge, commetterò io pure, dolcissimo Amico, alla vostra fede la espressione de' miei sentimenti verso di lui; e voi con quella onestà e civiltà di parole, che è tutta vostra, nettamente glieli esporrete.</p>
<p>Egli desidera di rannodar meco l'antica amicizia, e io pure il desidero e tanto più ne sarò lieto, quanto che il rimorso d'averla rotta non m'appartiene. Nella fredda e vuota sua lettera ei mostra in vero qualche dolore di questa rottura rispetto alla mia persona, ma nessuno ne mostra di ciò che dovrebbe renderlo più dolente, dell'aver, cioè, crudelmente lacerata e in voce e in iscritto, in paese e fuor di paese, la riputazione della mia povera figlia: e in quali momenti.</p>
<p>Io non voglio ricordarli: ma egli si rechi la mano al petto, e se in lui non è spento ogni senso di delicatezza, conosca che questa era la piaga, su cui principalmente conveniva spargere il balsamo del pentimento, onde liberar se medesimo dalla taccia di essersi fatto complice delle villane scortesie di Gordiano, e delle infami persecuzioni dell'infamissimo Ferri. A che termini l'inumano procedere di questi tre abbia condotta la salute dell'infelice da essi perseguitata, calunniata, oltraggiata, voi ne siete ocular testimonio, e voi, tornato a Pesaro, potete colla viva voce far fede ai nobili suoi carnefici che le lacrime della lor vittima non sono asciutte; ed io che omai da un anno le veggo scorrere tutti i giorni, io sarò così debole, così vile da concedere spensieratamente l'amplesso di pace a chi <add resp="ed">ne</add> è stato la prima cagione, senza che questi profferisca una sola parola di pentimento? No mai. Non può essere sincero amico del padre chi si cova vivo nel petto l'odio verso la figlia. E s'io, a preghiera della stessa mia figlia, promisi all'ottimo Antaldi di ridonare al Conte Cassi la mia amicizia, il promisi nella ferma speranza che questi da Cavaliere ben nato e onorato me ne avrebbe fatta richiesta ne' termini che si convengono ad onesto uomo pentito. E a far questo non mancano modi lontani da ogni viltà, né la penna del Conte Cassi è sì misera da non sapersi mettere in opera, né in simili casi un cuor gentile ha bisogno di incitamenti; che anzi li previene, e stimerebbe offesa che altri li suggerisse. Concludiamo. Vuol egli il signor Conte riconciliarsi meco davvero? Cominci dal sanar le ferite fatte al mio cuore nella persona della mia misera figlia. Senza questo ogni riconciliazione sarebbe bugiarda, sarebbe una manifesta giustificazione de' mali suoi trattamenti verso questa infelice.</p>
<closer>Presentate alla cara ed amabile vostra sposa i miei saluti e abbiatevi per tutta la vita vostro aff.mo Servo ed Amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2572</head>
<opener><salute>A TITO MANZI — Firenze.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Teresa Pikler Monti</byline>
<date>Dal Monte di Brianza, li 12 Giugno 1823.</date></opener>
<p>Amico carissimo</p>
<p>Mi spiace infinitamente che la mia assenza da Milano mi abbia tolto il bene di dimostrare alla cortese M. Griffa, che con tanta gentilezza s'incaricò di portare il mio cappello, e non avere potuto fare la di lei conoscenza. Se avete occasione non mancate di fargli (in grazia) i miei ringraziamenti. La mia cameriera, che mi ha fatto tenere la vostra gentilissima del 18 scorso Maggio mi dice di avere ricevuto anche il cappello. Come esprimere a voi, mio buon amico, la mia riconoscenza per le cure da voi prese?</p>
<closer>Non avendo abbastanza ingegno per dirvi ciò che sento, e che voi meritate, mi ristringo a dirvi che sono a tutte prove La vostra aff.ma <signed>T. PIKLER MONTI</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>P. S. Agl'impertinenti vostri saluti rispondo con altrettanti dettati dalla creanza e pieni, a vostro rossore, di tutta amicizia e accompagnati dal desiderio di farla coll'opera manifesta.</p>
<closer>Il Vostro <signed>MONTI.</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2573</head>
<opener><salute>Al March. GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 19 Giugno 1823.</date></opener>
<p>Venerato e carissimo Sig. Marchese.</p>
<p>Ben mi duole che il non poter lasciare qui sola la mia famiglia, mi rubi la consolazione di abbracciare ed ossequiare il mio Trivulzio in Ornate. Ma se non m'è dato di venirvi colla persona, vi vola il cuore a tutti i momenti. E contando di rientrare nei pericolosi strepiti di Milano avanti la fine del corrente, starò ivi attendendo la sua tornata in città, onde conferire e ordinar seco le mille cose che intorno al <title>Convito</title> restano da fermarsi e illustrarsi. Intanto, rispetto alle istanze del Federici, rimanga fisso che al grazioso di lei arbitrio sia rimesso tutto l'affare. A me non piace che il suo piacere, né io voglio che il suo volere, dietro il quale sarò contentissimo di qualunque sua decisione, ov'anche il tutto si dovesse risolvere in una pura gara di gentilezza piuttosto che d'interesse; sì perché bramo ch'ella, signor mio caro, sia ben persuasa che se la fortuna mi ha fatto povero de' suoi beni, mi ha fatto anche ricco di cuore; sì perché con gli amici (e tale considero il Federici) vuolsi esser largo di cortesia. Non abbia adunque verun rispetto alla non lieta situazione in cui la iniquità de' tempi mi ha gettato, e non prenda consiglio che dal suo decoro e dal mio. E non sono io abbastanza ricompensato possedendo la grazia del mio Trivulzio?</p>
<p>Il néttare delle fontane di Udine certamente è più atto a svegliar l'estro poetico che quello dell'Ippocrene: ma non v'era bisogno di tanto. Ho già cominciato con certe mie fantasie in ottava rima a sciogliermi dal mio debito. E acciocché ella vegga che realmente ho staccata la cetera dalla parete e ricordatala, le compiego alcuni versi da recitarsi posdimani, giorno onomastico dell'amoroso mio ospite, versi dalla mia gratitudine dimandati, ed eccitati dalla preghiera, in versi pur essa, della mia povera figlia, le cui lagrime, all'appressarsi dell'imminente dì 25, scorrono più abbondanti per la ricordanza del perduto suo Giulio. E alle lagrime del dolore sonosi mescolate anche quelle della gioia in udire ch'ella pensa di erigergli un monumento nel suo giardino. A così pietosa intenzione fino dai primi momenti della gran perdita avea già volto l'animo anch'essa la mia buona Costanza; ed io, secondo le mie tenui forze gliel consentiva. Al qual effetto mal rispondendo il ritratto fattone in gesso in Venezia, e l'altro in rame in Milano, avea già scritto all'Antaldi per ottenerne dall'erede la maschera. Ora più gagliarde che prima replicherà al di lei riguardo le istanze, e si rende certa che l'amico vi porrà tutto il calore.</p>
<p>Mi ponga in atto di sommo rispetto ai piedi dell'<emph>alma Bice</emph>, e non si stanchi di voler bene al suo dev. servitore ed amico.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>P. S. Colle parole del cuore la sua serva Costanza Monti Perticari le rende grazie del suo cortese saluto, e più del generoso pensiero di erigere un monumento al suo Giulio.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2575</head>
<opener><salute>A CARLO LONDONIO — Cernobbio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Se anche questa volta la maligna fortuna non m'invidia ogni consolazione, io sarò domenica mattina fra le vostre braccia, e i pochi momenti che passerò in seno alla vostra cara famiglia saranno i più belli della mia vita.</p>
<closer>Riveritela tutta in mio nome, e abbiatemi sempre per tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2576</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Fra i molti generosi desiderj del divino intelletto di Perticari, nobilissimo era quello che le iscrizioni moderne, massimamente le mortuarie, si dovessero porre non più latine, ma italiane; parendogli che nell'altezza a cui è salito il nostro parlare, la grave lingua di Dante ben valga l'orrida maestà di quella di Catone e di Ennio. Di che egli fece mirabile prova, siccome potete osservare in alcuna delle sue lettere già pubblicate; ed un'altra ne date voi stesso, mio caro, nell'iscrizione consacrata dal vostro dolore alla memoria del vostro amato fratello. Vi ringrazio d'avermi creduto degno di gustarne l'effetto, e ve la lodo sinceramente; e al mio giudizio s'unisce quello del nostro Andrea, tornato già da Ginevra.</p>
<p>L'ultimo volume della <title>Proposta</title> è già sotto il torchio, e ne sarebbe già fuori, se le molte afflizioni che da un anno mi hanno posto assedio al cuore e allo spirito, non ne avessero impedito la pubblicazione. E dello stato doloroso in cui vivo, vi facciano fede gli acclusi versi, de' quali sarò sforzato a permettere la stampa per ovviare alle viziate lezioni delle varie copie che già ne corrono per Milano.</p>
<closer>Salutate gli amici, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2577</head>
<opener><salute>Al Dott. GIO. DOMENICO ANGUILLESI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 4 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Lontano dai pericolosi romori della città, sono stato quaranta giorni a vegetare in Brianza, e tornato ieri l'altro in Milano ritrovo qui la carissima vostra del 14 giugno, alla quale se brevemente rispondo, mi scusi l'interdetto dello Scarpa, che, sotto la minaccia di restar cieco del tutto, mi condanna a poco leggere e meno scrivere.</p>
<p>L'invito a poetar qualche cosa per la sacra festa che mi accennate, mi onora e ve ne ringrazio; ma senza andar per le lunghe, m'è forza di dirvi che al buon volere non risponde il potere; perché mai non mi sono trovato sì stretto da altre cure come al presente. E il sa Dio con che pienezza di voglia, se fossi libero di me stesso, avrei colta questa occasione di far cosa grata e a voi e alle cortesi persone che, come mi significate, si degnano di desiderare in tal circostanza qualche strillo della mia povera musa. Per la qual cosa siate voi presso di esse l'interprete del mio rammarico, e fatene le mie scuse, tanto più giuste quanto che all'ultimo il danno è tutto mio.</p>
<closer>Continuatemi la preziosa vostra amicizia, e immutabilmente credetemi <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Amerei di sapere se, oltre i Codici del <title>Convito</title> di Dante notati nell'edizione del Biscioni, alcun altro ne sia stato posteriormente scoperto, siccome mi vien fatto credere, e in che mani si trovi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2578</head>
<opener><salute>All'Ab. QUIRICO VIVIANI — Udine.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Da più mesi il severo oracolo dello Scarpa mi ha condannato a poco leggere e meno scrivere, colla minaccia di perdere al tutto il poco di vista che m'è rimasto. Questo interdetto mi ha posto sotto il dominio di una grande Potenza più forte in natura che tutta, la sacra Alleanza in politica, in balia cioè dell'Inerzia <foreign lang="lat">alias</foreign> Poltroneria, la quale per quaranta e più giorni in campagna mi ha fatto vivere una vita tutta vegetativa. Tornato ier l'altro in città, la coscienza mi ha fatto arrossire ricordandomi che da un mese e più vi vado debitore di una risposta, e punto da questo rimorso più efficace dell'interdetto, ecco che finalmente rispondo, ma breve.</p>
<p>Egli è vero che la lezione <hi rend="italic">ingradata</hi>, presa in senso di esaltata, sollevata a grado d'onore, può sostenersi; ma non è naturale, non è propria come la comune <hi rend="italic">generata</hi>. Onde vi consiglio di abbandonarla, e vorrei che aveste fatto altrettanto di alcune altre già consegnate alla stampa. Vi ripeto da buon amico ciò che in voce vi dissi: non v'innamorate a furore di certe strane varianti, le quali non tornano che a discapito vostro e di Dante medesimo, e attendete al consiglio del nostro Trivulzio.</p>
<p>La locuzione <hi rend="italic">non mai più</hi> riferita a tempo passato non solamente è sotto la protezione dell'uso, per cui tutto giorno diciamo ex. gr. Non s'è mai più vista la tal cosa, non s'è mai più udita la tal altra, ma si conforta eziandio di classici esempi: e vi basti questo del Cecchi nella <title>Dote</title>, Att. 4, Sc. 7, verso la fine — <quote>I' non vi conosco, non ho avuto da voi lettere, non ho vostri danari, non vi vidi mai più</quote>.</p>
<p>Salutatemi caramente il sig. Mattiuzzi, ringraziatelo delle undici bottiglie di nettare con cui ha voluto rinfrescarmi l'estro poetico per le fontane di Udine, e ditegli che ho già messo mano al lavoro, il quale (a cagione del <title>Convito</title> di Dante cui col Trivulzio ho preso a carezzare, e dell'ultimo volume della <title>Proposta</title> già sotto il torchio) lentamente procede: ma che il ritardo sarà emendato per quanto posso dalla qualità della poesia.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2580</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Luglio 1823</add>.</date></opener>
<p>Caro Resnati.</p>
<p>Vi raccomando la stampa di alcuni versi che il mio amico sig. Aureggi vi consegnerà. Parto per Como e sarò di ritorno martedì o alla più lunga mercoledì.</p>
<p>Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2581</head>
<opener><salute>A CARLO LONDONIO — Cernobbio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Prima di sottoporre al ferro chirurgico il mio povero occhio (il che finalmente seguirà posdimani), consacro a voi l'ultima lettera che m'è concesso di scrivere per dimandarvi, in nome ancora della mia famiglia, le nuove della preziosa vostra salute, che tutti i buoni interessa, particolarmente me, che sono e voglio per sempre esser vostro: ché così il cuor mi comanda e la gratitudine che vi devo per tante prove di cortesia. Fate adunque che i tristi pensieri della noiosa cura a cui m'avvicino sieno rallegrati dall'udire che voi, dolcissimo amico, vi andate rifiorendo in buona salute, e che in seno alla vostra cara famiglia ritorna la gioia e la sicurezza di vedervi al tutto ristabilito.</p>
<closer>Porgete all'incomparabile vostra moglie i miei sinceri rispetti, e un tenero saluto alle figlie; se pure gli Angeli possono gradire i saluti mortali. Abbracciatemi istessamente l'ottimo Riva, ed amate chi vi ama e vi stima oltre ogni credere, il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi viene fatta dimanda dei pochi e miserabili miei versi sopra il cappello del nostro Narsete. Io gli ho ridotti alcun poco più sopportabili con parecchie correzioni: ma non me ne lascerò uscir copia dalle mie mani se voi non me ne date licenza. Desidero che me ne siate cortese, e volendo concederla pregovi di rimettermi lo scartafaccio rimasto in vostre mani, perché non avendone io serbata traccia in iscritto, mi sono fuggiti dalla memoria alcuni trapassi e lezioni, che mi bisogna aver sott'occhio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2582</head>
<opener><salute>Al Dott. GIO. DOMENICO ANGUILLESI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Luglio 1823.</date></opener>
<p>Mi trovo nell'assoluta impossibilità di rispondere di propria mano alla gentilissima vostra, perché già da otto giorni si è dovuto riaprire la ferita dell'occhio, e lo scrivere ed il leggere mi sono rigorosamente vietati. E mi duole che dovrò aver pazienza ancor lungo tempo prima di ricuperare il libero uso della vista.</p>
<p>Vi ringrazio della cura che vi siete preso per soddisfare alla domanda ch'io vi ho fatta. Sappiate però che i Codici Laurenziani, di cui mi parlate, erano già tutti a mia notizia, e potete ben figurarvi che il marchese Trivulzio non me ne volea far mistero. Anzi vi dirà che le copie ed i riscontri ch'egli si è procurati, sono tutti in mia mano, concedutimi dalla sua gentilezza; e non solo quelli fatti in Firenze, ma quelli ancora di altri due Codici eseguiti in Venezia. Io bramava però di sapere se, oltre questi, ve n'avesse costì degli altri che per avventura fossero ancora tra noi sconosciuti, come il Barberino ultimamente scoperto dal Betti.</p>
<p>Il rimprovero che voi mi fate sulle attuali mie occupazioni, non è il primo che sento; e continuamente me ne giungono di simil fatta da tutte le parti. Pur, che volete! il regno della pedanteria de' Cruscanti era così confermato, e tanta la costoro arroganza, che, ad abbatter l'uno e confondere l'altra, non ci voleva meno che mettere all'aperto le immense scempiaggini di coloro che venivano chiamati grandi uomini. Ora l'intento è ottenuto, e si grida che gli errori scoperti nei testi da me esaminati son tali che ognuno li tocca con mano. Nulladimeno in addietro si sarebbe giurato non esser possibile che i testi pubblicati da sì grandi baccalari fossero tanto stravolti. Avviene presso a poco quello che avvenne allorché Colombo mostrò come un uovo potea star in piedi, che, dopo il fatto, tutti stimarono facile quel suo spediente, a cui niuno però dapprima aveva pensato. Spero tra pochi giorni di uscirmene da questo stabbio; ma per trovare il mio avversario, e ferirlo direttamente al cuore, mi è stato forza di ricercarlo dentro al suo brago.</p>
<p>In mezzo allo spasimo dei caustici applicati alla piaga del mio povero occhio destro ho dettato queste poche parole, riserbandomi a scrivere di proprio pugno la protesta della mia stima e amicizia.</p>
<closer>Aggraditela, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2587</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Fusignano.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Agosto 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Da quaranta e più giorni il mio povero occhio destro per la seconda volta è sotto la cura del chirurgo: il che mi toglie ormai tutta la facoltà del leggere e più dello scrivere.</p>
<p>La vostra del 12 spirante non l'ho ricevuta. Mancava alle mie tante amarezze anche questa della morte di Sinibaldi. Per molte ragioni io non potea molto lodarmi della sua amministrazione. Ma la sua morte in un momento di tanto mio bisogno mi sturba, e non può mettermi in quiete che la mia intera fiducia nell'amorevolezza con cui voi promettete di assistere a' miei interessi: che del tutto abbandono alla provata vostra onestà. Intanto non mettete indugio a vendere tutto quel che potete di grano e di formentone, perché vi giuro che i miei bisogni son grandi. Soprattutto fate che Giuseppe saldi una volta meco il suo debito, e non mi metta alla disperazione di dover procedere per le vie de' tribunali. La mano mi trema troppo, come vedete, e non posso proseguire. Onde lascio alla mia povera moglie il proseguire.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Teresa Pliker Monti</byline></opener>
<p>Doveva esservi anche del vino invenduto, come scrisse Sinibaldi medesimo, del quale non ha mai reso conto. Anche di questo procuratene la vendita. Vi deve essere del legname preparato per fabbricare una casa di paesano, che vi prego ritirare, perché questa si farà quando le finanze lo permetteranno. Mio marito vorrebbe sapere da voi se l'amministrazione de' suoi affari costì si possa affidare a Camerani per ora, e se voi credeste meglio affittarli, ritrovandosi una onesta persona che li volesse prendere in affitto. Voi cosa consigliereste di fare? Egli ed io ci fidiamo interamente di voi. Credetemi, caro Giulio, ci troviamo veramente in angustie, e, a dirla a voi in confidenza, scade alla metà del mese entrante l'affitto della casa, e non abbiamo mezzo da poterlo pagare. Ora viene la stagione di fare la provvisione di legna per l'inverno, e non si può fare per mancanza di denaro. Voi sapete come qui è tutto caro! Vi prego dunque di procurare il più presto possibile la vendita de' generi qui soprannominati, e di mandarci tutto il danaro che potete ricavarne il più presto possibile. Da Giuseppe non spero nulla, egli è divenuto affatto insensibile.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e credetemi la vostra aff.ma zia <signed> TERESA PIKLER MONTI.</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2590</head>
<opener><salute>Al Conte GIROLAMO DE' BARDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Settembre 1823.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signor Conte ed Amico carissimo.</p>
<p>Né distanza di luogo, né vicenda di tempo nulla possono sulle ben nate amicizie, massimamente quando all'uniformità di sentimenti s'accresce il vincolo delle obbligazioni. Ciò sia detto per parte mia, essendo io sempre ricordevole dei cortesi uffici che un dì per me vi assumeste: e a qual fine e presso chi non giova più il ricordano. Vi basti sapere che in me vive perpetua la memoria di quella vostra singolar gentilezza.</p>
<p>Novella prova di benevolenza ricevo oggi nella dolcissima vostra recatami dal signor Tassinari, giovine veramente degno di tutte le lodi che voi gli date, e della cui conoscenza per mezzo vostro acquistata non solamente vi ringrazio, ma intendo ricompensarvi presentandovi nel cavaliere Carlo Londonio un mio dolcissimo amico, che colla moglie, donna d'amabilità senza pari, e con due vere angiolette lor figlie, viene per qualche tempo a godersi la bella Firenze, non tanto per suo diporto, quanto per confortare sotto questo beato cielo la sua salute. Mi rendo certo che la virtù, la gentilezza, e la grazia di questa rara famiglia v'innamorerà; molto più quando voi, Direttore di cotesta reale Accademia di belle arti, saprete che il marito al merito di essere uomo di scelte lettere aggiunge quello di valente pittore; che parimenti la moglie tratta assai bene il pennello di Claudio, e che le belle lor figlie sono molto innanzi ancor esse negli studi del disegno e della musica, e in tutti gli altri che a nobili fanciulle si addicono. Da ciò potete comprendere quanto obbligo i miei raccomandati vi professeranno, se farete ch'essi possano comodamente ammirare e meditare i tanti miracoli di belle arti che fanno così famosa la vostra patria.</p>
<closer>Salutate ed abbracciate caramente per me il nuovo mio amico il bravo Tassinari e a lui pure sia comune la presente mia raccomandazione: nel secondare la quale obbligherete senza fine la riconoscenza del vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Perdonate al misero stato de' miei occhi se non vi scrivo di pugno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2591</head>
<opener><salute>A GINO CAPPONI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Settembre 1823.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Marchese ed Amico carissimo.</p>
<p>Avrà l'onore di porgervi la presente il cav. Carlo Londonio mio dolcissimo amico e ben degno di conoscere in voi il fiore de' cavalieri. Non tanto per suo diletto, quanto per cercare conforto alla sua delicata salute si reca esso a Firenze coll'animo di farvi non breve dimora, se questa mutazione di aria gli tornerà in giovamento. Ha seco la moglie, donna d'incomparabile gentilezza, e due care fanciulle, di costumi, di leggiadria e di educazione così compita, che innamorano. Con tutto il maggior calore possibile vi raccomando questa eccellente famiglia, alla quale accostandovi mi assicuro che mi ringrazierete d'avervene procurata la conoscenza, e vi sarà dolce il praticare verso li essa tutte le attenzioni che la cortesia sa suggerire.</p>
<p>Non vi scrivo di pugno, perché la misera condizione della mia vista è tale che da più mesi mi è vietato affatto il toccar penna e libri.</p>
<p>Salutatemi caramente il nostro Niccolini ed amate il vostro servitore ed amico vero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2594</head>
<opener><salute>Al Cav. CARLO LONDONIO — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Ottobre 1823.</date></opener>
<p>Io sperava di poter pure rispondere di proprio pugno alla dolcissima vostra, e n'ho fatta replicatamente la prova. Ma i miei poveri occhi sono a tal condizione, che ogni poco di lettura o scrittura mi appanna la facoltà della vista, e mi fa forte temere dell'avvenire. Quindi passo i miei giorni in fiera malinconia. In mezzo a' miei tristi pensieri mi ha recato grande consolazione l'udire che voi e tutta la vostra cara famiglia siete in fior di salute, e che Firenze, quando che sia, vi restituirà all'amore della vostra patria in perfetta e stabile sanità.</p>
<p>Io sono spesso tra voi col pensiero, e mi giova l'esserlo per confortarmi della rea condizione de' nostri tempi, ne' quali la virtuosa amicizia è divenuta cosa così rara.</p>
<p>Se il marchese Trivulzio è tuttavia in Firenze, piacciavi di visitarlo per parte mia, e carissimamente salutatelo, significandogli che il suo povero amico è divenuto misantropo: il che vuoi dire che desidero ardentemente il suo ritorno al pari del vostro.</p>
<p>Non ho portato i vostri saluti a Migliara, perché non esco mai dalla mia solitudine, e non veggo, per così dire, anima nata; perché, se mi accade di uscir di casa, non metto piede fuori della mia stanza che alla sera come le nottole.</p>
<closer>Abbracciatemi caramente il nostro Riva: ricordate alla degna vostra famiglia la mia tenera divozione, voi seguitate ad amare il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2595</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Novembre 1823.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Vi ringrazio della cambiale; e se nell'ultima mia dissi cosa alcuna che siavi dispiaciuta, scusate perché fu il dolore che la dettò. E veramente non ho tutta ragione di addolorarmi dell'indegno procedere di Giuseppino verso me, che tanto l'amavo? Debbo io ripetere che la poca anzi niuna sua premura nel saldar meco il suo debito mi ha mosso alla disperazione? E ora vi par egli che abbia mutato stile non dando a conto del suo debito che scudi 84, vale a dire neppure il saldo dell'anno scorso? E intanto i miei bisogni non cessano e per non fare figura di mancator di parola ho dovuto far nuovi debiti e soccombere a privazioni d'ogni specie, e patire per cagion sua afflizioni che m'hanno (e lo giuro per quanto v'è di più sacro) abbeverato di fiele e abbreviata la vita, perché nello stato mio, vecchio e quasi cieco del tutto, ogni afflizione è mortale.</p>
<p>Attendo il progetto di Camerani, ma conviene ch'ei sappia che di tutti i poderi ceduti a Costanza, a conto di dote, al presente essa sola è amministratrice in virtù di legale scrittura, e mia moglie amministratrice anch'essa del podere che le assegnai all'epoca del matrimonio di Costanza con Perticari. E tutto ciò per olografa disposizione testamentaria, sentendo io già avvicinarsi la fine de' miei giorni, e non mi potendo dar pace del crudele trattamento usatomi da Giuseppino, né delle pazze minacce di Fedele, le quali mi hanno convinto non del suo senno, ma della sua ingratitudine.</p>
<p>La mano e la vista mi mancano e non posso più proseguire.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e sono sempre il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Sollecitato, vi prego, altri soccorsi e stringete Giuseppino. Altrimenti dovrò di nuovo ricorrere ai tribunali.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2596</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Novembre 1823.</date></opener>
<p>Nel presentatore di questa accogliete cortesemente il conservatore della mia povera vista, il mio Chirone, il mio amico, il dottor Taramelli chirurgo di Corte, ch'egli, e per bravura della sua arte e per bontà di costumi, è degno della vostra amicizia. Intenderete da esso il perché mi conviene far economia della mia debole vista, ed esser breve in questa lettera, la quale sarebbe lunghissima se dovesse essere proporzionata all'amor che vi porto.</p>
<closer>Salutate e abbracciatemi caramente il mio buon Maffei; e ne' vostri ragionamenti ricordatevi qualche volta del sempre vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2600</head>
<opener><salute>A JACOPO MANTOVANI — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Dicembre 1823.</date></opener>
<p>Costretto sempre a far, più che posso, economia de' miei poveri occhi, fo di questa brevissima lettera un mandato di procura al signor Bettoni, ond'esso a voce vi dica e la lode che ho fatto ai vostri versi, e il perché mi è impossibil cosa il rispondervi, e quanta insieme è l'amicizia e la stima che vi professo.</p>
<closer><emph>Sieno lungamente felici que' vostri sposi</emph>, e voi state sano e ricordatevi del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2601</head>
<opener><salute>A LUIGI BIONDI — Roma.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 Dicembre 1823.</date></opener>
<p>Nel presentatore di questa piacciavi accogliere cortesemente il mio buon amico signor Gaetano Bartorelli di Rimini; e il caldamente raccomandarvelo senza restrizione d'oggetto sia il primo scopo di questa lettera.</p>
<p>Sia secondo il seco voi rallegrarmi della pietosa e tenera vostra Cantica in morte del divino nostro Giulio, della quale il Gagliuffi mi fece già da due mesi dono prezioso: e fin d'allora v'avrei ringraziato delle onorevoli cose ivi dette di me e della povera mia Costanza, se non me ne avesse tolto il potere la molesta infermità de' miei occhi, che in quel punto gemevano sotto la dolorosa disciplina dei caustici; e non ne sono ancora perfettamente guarito, né spero ornai più guarirne. Eguali ringraziamenti vi fo ora per l'esemplare inviatomi della bella arcibella traduzione delle Egloghe pescatorie del Sannazzaro.</p>
<p>E per la stima adunque che vi professo grande e sincera, e per l'aver io da molto tempo preso ad amarvi come amico diletto del mio povero Giulio, non vi dispiaccia ch'io adesso vi preghi di ricevermi nella vostra dolce amicizia: della quale fin da questo momento mi darete gran prova, se vorrete proteggere le mie sante ragioni in una disonesta lite intentatami da un villano vestito di paonazzo, da Merli, <emph>lo storiaro al vicolo del porco, insegna del somaro</emph>, il quale con inaudita mozzorecchieria mi contrasta il pagamento d'una pensione di cinquanta scudi, concedutami da Pio Sesto sopra una prebenda, o commenda che sia, goduta prima dal cardinale Erskine, stato sempre leal pagatore, ed ora devoluta, per iniqua fortuna, all'asino Merli. Non vi tesso tutta la storia, perché sgraziatamente per ogni poco di lettura o scrittura mi si fa danno alla vista: ma supplirà al mio difetto il mio buon Bartorelli, e voi, dalla viva sua voce istruito bene del fatto, metterete a vostro senno l'affare nelle mani di attivo difensore ed onesto, che, debitamente ricompensato a suo tempo, riduca ai termini di ragione l'asino mio avversario. Non aggiungo ulteriori preghiere ad eccitamento della cortesia, che con fiducia attendo dalla vostra bontà. Vi dico solo: fate conto che sia la benedetta anima del mio Giulio che ve ne prega, e sia dessa egualmente che vi raccomanda in tutto che potrete giovarlo la degna persona dell'ottimo Bartorelli, la cui rara onestà e capacità conoscerete per esperienza, se ne farete, siccome spero, la prova.</p>
<p>Abbracciate per me caramente il nostro buon don Pietro, il nostro Betti, il nostro Tambroni, e dite all'amatissimo nostro cinico messer Hieronimo, che in una nota dell'ultimo torno della <title>Proposta</title>, che già tocca il suo termine, mi sono tolto l'ardire di <emph>maltrattarlo</emph></p>
<p>State sano.</p>
<p>P. S. Mustoxidi vi saluta, e vi raccomanda anch'esso il Bartorelli, a cui è stretto di particolare amicizia.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Andrea Mustoxidi</byline></opener>
<p>Anzi vuol Mustoxidi egli stesso pigliar la penna e raccomandare l'amico con preghiere, il fervore delle quali, maggiore d'ogni espressione, sarà solamente ed efficacemente valutato e sentito dal cuore dell'ottimo cav. Biondi.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2602</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Dicembre 1823.</date></opener>
<p>Per obbedirvi ho storpiato qua e là i vostri bei versi, e così storpi ve li respingo, pregandovi di non guardare, negli sconci ch'io v'ho fatti, se non la volontà di servirvi e mostrarvi quanto è il potere che avete sull'animo mio.</p>
<p>Vi compiego una traduzione della stessa elegia del Poliziano fatta dal Perticari per aiutare sua moglie nello studio della lingua latina, e darle un esempio del modo con cui i Latini s'hanno a tradurre. La copia che ve ne mando, tratta dall'autografo, è un dono che vi fa la stessa mia figlia per rimeritarvi dell'amore che avete portato al suo Giulio.</p>
<p>Abbracciatemi il mio caro Maffei, alli cui versi, spiranti grazia ed amore, non ho osato dare alcun tocco per non guastarli. Abbracciatemi anche il mio valente Chirone; ditegli che sto in fior di salute, ma sempre in economia della vista.</p>
<closer>Sta sano, mio dolce amico, e non istancarti di voler bene al tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Vi ripeto di non considerare le mie correzioni, se non come un cenno di quelle che amerei si facessero, e che voi con animo riposato farete meglio.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2603</head>
<opener><salute>All'Avv. ANGELO PUGLISI—ALLEGRA — .</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Dicembre 1823.</date></opener>
<p>Signore.</p>
<p>Ella dice: Questa è la terza volta ch'io scrivo a lei: ed io rispondo a lei: Questa è la prima volta che ricevo sue lettere col rammarico di non poter soddisfare alle sue dimande intorno agli scritti del defunto Morcelli, siccome cose affatto aliene dal mio istituto. E nel modo di vita ch'io meno tutta divisa da ogni letterario commercio, mal saprei a chi volgermi per servirla. Posso ben dirle che s'ella ne chiederà all'amico ed alunno del Morcelli, il celebre archeologo sig. dottor Labus, ogni suo desiderio sarà pienamente adempito.</p>
<p>Le rendo grazie de' cortesi suoi sentimenti, e sono con tutta la riconoscenza suo obbligatissimo servo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2604</head>
<opener><salute>All'Ab. ANTONIO MARSAND — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1823</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Marsand.</p>
<p>Siete proprio il re della cortesia, e sapete condire di tanta grazia e cordialità i vostri favori, che non si sa che parole adoperare per degnamente ringraziarvi. Disperando adunque di potervi ben dire quanto mi sia gratissimo il vostro néttare, e la grande focaccia che l'accompagnava, mi restringo a dirvi che questa e da me e da' miei amici è stata divorata meglio che da Cerbero quella della Sibilla; e che il néttare d'Arquà, sì perché vostro dono, sì perché frutto delle viti propagginate da quel divino Petrarca, sarà nei giorni di festa beccato a centellini, portando una celeste allegria nel petto di mia moglie e mia figlia, le quali carissimamente vi risalutano. E voi salutate per me il buon Francesconi e Federici, e dite a questo che tra poco avrò dato fine all'ultimo volume della <title>Proposta</title>. Onde allora ecc.</p>
<p>Farò al Mustoxidi ed al Maggi i vostri saluti; e all'amico Aureggi, che se ne sta in Brianza, annunzierò il buon esito de' miei offici col giovine Locatelli, che a sua preghiera vi fu da me raccomandato.</p>
<p>Non mi dilungo perché la debolezza de' miei poveri occhi è sempre la stessa, e mi conviene farne economia.</p>
<closer>Vi abbraccio di tutto cuore, e sono sempre il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. All'ottimo signor Gaudio mille rispetti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2605</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1823</add>.</date></opener>
<p>Ridotto alla crudele necessità di dovere al tutto astenermi sì dal leggere come dallo scrivere, per non peggiorare la misera condizione de' miei occhi (essendosi riaperta la cicatrice, e gemendo continuamente), detto alla nostra Costanza queste parole, colle quali ti prego di voler fare per me una visita a cotesto signor Filippo Scolari, onde ringraziarlo della stampa ch'egli mi ha mandato del suo scritto sulla piena e giusta intelligenza della <title>Divina Commedia</title>. Lascio alla tua eloquenza il pensiero di adornare questo mio ringraziamento nei modi più cortesi, e di esprimergli i miei sentimenti di stima, significandogli ch'io ho letta la detta opera sua con meraviglioso piacere, e pregandolo di scusarmi se non gli fo risposta di proprio pugno. Vedi ancora di salutare Taramelli, e di dirgli che attendo con impazienza il suo ritorno.</p>
<closer>Mille saluti al buon Maffei. Sta sano e ritorna presto, ed ama <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2606</head>
<opener><salute>All'Ab. TEODORO MONTICELLI Segretario della R. Accademia di scienze e lettere — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1823</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Monticelli.</p>
<p>Avrà l'onore e il contento di recarvi la presente un figlio dell'amor mio, un amabile e coltissimo giovinetto, il sig. Luigi Calderara, chiamato a Napoli dal principe di Gerace per averlo assistente al suo Banco negli affari di commercio. Ricevetelo adunque nella vostra amicizia, e intenderete da esso quanto sia l'amore che vi conservo per le tante prove di benevolenza da voi ricevute durante il mio soggiorno nella beata vostra patria. E per vero sarei il più ingrato degli uomini se non ne portassi sempre viva nel cuore la ricordanza. E voi rinnovatemi ora gli effetti della vostra cortesia nella persona del mio raccomandato; ché esso n'è più degno di me; e sovvenitelo particolarmente di libri, perché egli non restrigne il suo ingegno alle commerciali speculazioni, ma è preso ancora di molto amore per gli studi gentili, ed avendo lasciato in Milano tutti i suoi libri, avrà talvolta bisogno che altri glie ne fornisca onde ricreare lo spirito dalla noia delle aride occupazioni a cui si è dedicato.</p>
<p>Con molto diletto, ma mescolato di terrore e di meraviglia, ho letto la bella e ben dottrinata vostra dissertazione sull'ultima eruzione del Vesuvio. Vi ringrazio del dono e insieme del meraviglioso piacere che n'ho provato.</p>
<p>Conservatevi all'onor delle scienze ed amate il vostro affezionatissimo ed obbligatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2607</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Monsieur </foreign> <add resp="ed">MARCELLINO</add> SERPIERI <foreign lang="fre">chez S. E. la Princesse Albani</foreign> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1823</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Serpieri.</p>
<p>La gente di mio servigio ed Aureggi mi dicono che siete venuto in mia casa questa mattina mentre mia moglie stava nel bagno ed io a testa bassa era tutto occupato in una partita di scacchi, e che m'avete salutato e che, non avendo io risposto al saluto, in punta di piedi, zitto zitto, ve ne siete partito.</p>
<p>Comincio dal giurare sull'onor mio ch'io non v'ho veduto e che per nulla ho udita la vostra voce, la quale essendo gentile, ed io sordo come un corno, non è meraviglia s'io non v'ho corrisposto: e per vero che ragione posso aver io di non allegrarmi della visita d'un amico così antico, così caro, così sempre desiderato? e d'altra parte come potete voi ignorare la grande infermità dei miei orecchi?</p>
<p>Permettete adunque che non solo io mi chiami innocente di ogni colpa di mala creanza verso di voi, ma ch'io rivolga a voi stesso le mie lagnanze per non avermi riscosso dal mio letargo coll'alzar della voce e coll'urto della mano o con altro atto confacente al mio difetto. Insomma io sono dolentissimo dell'accaduto, e ne sia prova la lettera che contra il divieto medico ve ne scrivo, pregandovi di farmi lieto della vostra presenza, perché io pongo e porrò sempre fra le poche allegrezze della mia vita la preziosa vostra amicizia.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2></div1>
<div1 type="libro"><head>Volume VI</head>
<div2 type="epistola"><head>2617.</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1824.</date></opener>
<p>Mio caro Giulio.</p>
<p>Con voi poche parole. Vi raccomando Costanza: e la bontà del vostro cuore e l'onorato vostro carattere mi assicurano che non sarà vana la mia raccomandazione.</p>
<p>Scrivo anche a vostro fratello Giuseppe, e <add resp="ed">la</add> mia lettera gli apre il campo a riconciliarsi meco. Mi sarebbe doloroso il procedere per le vie de' tribunali. Esortatelo a non darmene ulteriore cagione. Esso e Fedele mi hanno avvelenato la vita. Faccia Dio che il male non vada più oltre, e si ponga fine a uno scandalo, che nell'opinione pubblica tornerebbe a danno d'onore.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore, e sono sempre il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2618.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1824.</date></opener>
<p>Caro Nipote.</p>
<p>Non vorremo noi dar fine una volta ai rancori che da due anni sgraziatamente hanno rotta tra noi la buona armonia, e impedire che per l'avanti non si rompa ancora di più? Benché amareggiato in tante maniere, il mio cuore non ha desiderio più ardente di questo, ed ecco che in prova vi mando Costanza a terminare tra noi pacificamente ogni lite, e a dar sistema agli affari e suoi e miei mal condotti da tante parti. Ella viene con tutte le facoltà a ciò necessarie, avendo io già da più mesi rinunziato alla medesima, con legale scrittura testamentaria, la libera amministrazione dei fondi a lei assegnati in dote: di guisa che al presente ella può disporre di essi a tutto suo senno. E con altra scrittura è autorizzata a far altrettanto del fondo spezialmente assegnato a sua madre, e a riscuoterne le rendite, fra le quali io spero che non frapporrete più alcun ritardo al pagamento degli arretrati che mi dovete. Per questa ragione ella viene sprovvista di denaro, sulla fiducia di recar in contante l'avanzo della rendita dell'anno scorso, della quale Giulio non mi ha rimessa che una porzione, e molto più lusingata, che voi non vorrete più oltre ritardarmi il saldo del vostro dare, del quale ho consegnata a lei la specifica.</p>
<p>Se questo farete, io sarò lietissimo di porre in dimenticanza tutto il passato: e liberato dalla dolorosa necessità di dover procedere per altre vie, ritornerò con tutto il cuore ad essere</p>
<closer>il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2619.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1824.</date></opener>
<p>Costanza ricevette ieri la gratissima vostra e quella di Mustoxidi, e alle sette di questa mattina è partita colla Pietrasanta per Bologna, per indi passare in Romagna, ove per affari domestici l'ho inviata. Da Bologna farà quindi risposta e a Mustoxidi ed a voi, né uscirà di questa città senza adempiere, rispetto al Costa, le vostre brame. E nel ritornar di Romagna le sarà caro il trovarvi già arrivato in Bologna, e conoscervi di persona. Ciò sia detto a riscontro della vostra lettera.</p>
<p>Riguardo a quella del mio Mustoxidi relativamente a quel suo traduttore dell'<title>Eneide</title> in ottava rima, ditegli che la dimanda del suo amico non mi sembra sana. Chi può essere così pazzo di far un discorso preliminare ad una versione di cui non conosce punto il valore? e anche conoscendolo, getterò io il mio tempo in una cosa che niente mi preme, avendo tante altre cose mie proprie da terminare? Non è che due giorni che ho dato fine all'ultimo volume della <title>Proposta</title>, riuscito il triplo degli altri: e toltomi finalmente di dosso questo peso enorme e noioso, ho bisogno di respirare. Pregatelo adunque di fare le mie scuse, e aggiungetegli che fra i tanti dispiaceri che affliggono la mia vita, non è l'ultimo questo di essere diviso da lui, e Dio sa per quanto tempo!</p>
<p>Non fate al nostro Taramelli alcun rimprovero del suo silenzio; perch'io stesso mi era assunta la dolce cura di scrivere e per lui e per me. Ma quella benedetta monna <title>Proposta</title>, e il poco uso che posso far della penna, a cagione della sempre indebolita mia vista, me ne hanno tolto il potere. E già per queste poche righe mi si appanna l'occhio talmente, che sono sforzato a dar fine.</p>
<p>Vi abbraccio dunque di tutto cuore pel nostro Taramelli e per me, e fo altrettanto co' dolcissimi amici Mustoxidi e Maffei. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2620.</head>
<opener><salute>A SAMUELE JESI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Aprile 1824.</date></opener>
<p>Mi acqueto al giudizio di Niccolini e di Valeriani, e di buon animo accetto la nota dedicazione, e me ne chiamo onorato. Del resto non mi fa meraviglia lo smarrimento della mia prima risposta, e non occorre dir altro.</p>
<p>Mi trovo tuttavia sotto l'interdetto medico sì del leggere come dello scrivere, per la continua debolezza della mia vista. Tuttavia, coll'aiuto della mia figlia e del mio amico Maggi, ho finalmente condotto a termine l'ultimo volume della <title>Proposta</title>, che mi è riuscito il triplo degli altri. Vi ho sparsa dentro molta lode di Fiorenza e de' Fiorentini; ma del Frullone, in coscienza, non ho potuto.</p>
<closer>Abbracciatemi caramente il Niccolini, e il mio buon Valeriani, e tornate presto alle braccia de' vostri amici in Milano, fra' quali non vuole esser l'ultimo il vostro povero cieco, e di più sordo e vecchio <signed>V. M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. L'ultimo foglio della <title>Proposta</title> è già sotto il torchio. Il nostro Niccolini troverà un passo che lo riguarda, e di lungo tratto lo separa dalla greggia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2622.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BORGHI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Aprile 1824.</date></opener>
<p>Preg.mo sig. Canonico.</p>
<p>L'onore ch'ella vuol farmi intitolandomi la sua versione di Pindaro è tale, ch'io non so essere abbastanza privo d'amor proprio per rifiutarlo. L'accetto adunque come puro contrassegno della sua gentilezza, ma non senza rossore, ben sapendo di non meritarlo, e dirò anche, per di lei conto, non senza rammarico, considerando che il mio povero nome le farà presso molti cattiva raccomandazione. L'unico frutto sicuro ch'ella ne coglierà, e cui solo le anime ben fatte sanno apprezzare, sarà la mia riconoscenza, la quale si farà doppia s'ella mi porgerà occasione di farla coll'opere manifesta.</p>
<p>Mi creda intanto suo vero servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2624.</head>
<opener><salute>A SALVATORE BETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Maggio 1824.</date></opener>
<p>Il Torti è un tristo, e il suo epigramma grida le forche. Ma tu, Betti mio, mi fai oltraggio se ti dài a credere ch'io conceda a costui la mia amicizia. Conobbi in Roma trentacinque anni fa questo pazzo all'occasione della <title>Basvilliana</title>, sulla quale egli mi adulò con certi suoi scritti. Uscito io poscia di Roma nel 1797, non ebbi più con esso la minima relazione, tanto ch'io il tenea già per morto: ed ora il sento vivo per maledirlo. Se l'incredibile sua tracotanza mi fosse stata avvisata quindici giorni prima, mi sarebbe nata bella occasione di svergognarlo nell'ultimo volume della <title>Proposta</title> già tutto impresso, e che tra pochi giorni sarà pubblico. Questo farà a tutto il mondo testimonianza dell'amor mio verso il nostro Giulio: e non temo di aver trapassato i confini del vero, perché la sua memoria per tutta Italia è adorata, e convien essere forsennato e ribaldo per oltraggiarla. Vedrai il lungo dialogo che precede il volume; anzi, più che dialogo, dramma di nuovo genere, partito in cinque atti; il terzo dei quali è tutto in bocca di Dante, di Guido Guinicelli e di Giulio. Oh come bene mi sarebbe quivi caduto in acconcio il carminare al matto di Bevagna la lana! Ma, per dio! se l'occasione è passata, non è passata la voglia.</p>
<p>Il Bettoni è un lestofante: si adopera di far credere al pubblico che il commento all'edizione, ch'ei promette di Dante, sarà mio lavoro. Ma del mio non vi sarà parola. Bensì molta parte vi avrà la povera vedovella, voglio dire Costanza, la quale non trova altro sollievo al suo dolore, che uno studio continuo sopra Dante. E per vero può stare a petto di qual si sia chiosatore. Ma la sua salute non risponde alla durezza della fatica. Al presente ella è ita in Romagna per dar sistema a' miei domestici affari, mal condotti dal mio agente e da' miei nipoti. Tornata che sia, le comunicherò la tua lettera: e del certo non avrà bisogno di eccitamento per dar luogo nelle sue brevi chiose alle tue, ben degne di essere ricordate e seguite. Quella però che tocchi di Flegias non mi appaga. La particella <emph>a</emph>, aggiunta all'avverbiale <hi rend="italic">questa volta</hi> per vezzo, ha troppi esempi in favore per essere condannata. Basti per tutti il seguente dell'Ariosto, c. XVIII, st. 109:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Benché l'avea lasciate in su la strada</l>
<l>A quella volta che le fur d'impaccio,</l></lg></quote>
<p>cioè quella volta, dizione della stessa natura. Intorno all'altra <quote>Qual che si fosse lo maestro</quote>, sono teco d'accordo nel credere che vadano errati i commentatori, attaccando quelle parole a <emph>maestro</emph>; non potendosi mettere in dubbio che l'architetto di quegli argini sia stato Iddio. Non ha egli Dante già detto nell'iscrizione al sommo della porta infernale <quote>Fecemi la divina potestate</quote> col resto? Ma, per mio parere, l'errore sta nella lezione <hi rend="italic">fosse</hi> in luogo di <hi rend="italic">fosser</hi>. Perciò a me piace di leggere <emph>Qual che si fosser</emph>, cioè qualunque si fossero, sottintendi, <hi rend="italic">quegli argini</hi>. E se la dizione <hi rend="italic">Qual che</hi>, invece di <hi rend="italic">Quali che</hi>, ti spiace, chi ne vieta di leggere <emph>Quai che si fosser, ecc.</emph>? Se malamente mi spiego, perdonalo alla fretta con cui scrivo, e al divieto fattomi di affaticare la vista sì nel leggere, come nello scrivere, perché i miei poveri occhi sono sempre in malvagia condizione.</p>
<p>Il Trivulzio, che ti ama e stima moltissimo, ti risaluta. All'ottimo Biondi raccomanda il mio affare col porco somaro mons. Merli, e digli che il mio cuore lo benedirà eternamente, se mi salva dal grifo di cotesta ladra bestiaccia. Abbraccialo caramente, e fa altrettanto col nostro Odescalchi e col reverendo signor abate Girolamo dilettissimo.</p>
<closer>Sta sano, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dovrebbe a quest'ora essere giunta in Roma la principessa Pietrasanta nata Verri, grande amica di Costanza, che caldamente l'ha raccomandata al mio nipote Giovanni. Fa che egli te ne procuri la conoscenza, e ne troverai dolce ed amabile la compagnia. Prego anche Biondi di volerle rendere lieto più che potete il soggiorno di Roma, e mi assicuro che rimarrete tutti innamorati del suo spirito, della sua grazia, e dell'incomparabile sua cortesia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2628.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Verona</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 20 Maggio <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p><foreign lang="lat">Albo signanda lapillo</foreign> sarà per me la giornata che mi sarà dato d'abbracciarvi in Milano, e il mio gaudio si addoppierà se avrete compagno il mio buon Maffei. Ma voi ed esso che troverete in me? Un ludibrio della fortuna, una vecchia pianta atterrata dalla furia del turbine più che degli anni. Mi trovo ancora abbattuto del colpo che la sventura mi ha dato colla perdita del mio Giulio, e non vivo più che al dolore. L'unico dolce che mi conforta è il vedere che il mio pianto è comune a tutti i buoni Italiani, e ciò pur tempera, per quanto può temperarsi, quello della misera sua vedovella, la quale sarà ben lieta di conoscere in voi un amico del perduto amor suo.</p>
<p>Io vivo solitario in un angolo della Brianza detto Caraverio, ove non ho meco che la moglie in poco buona salute. La mia Costanza per affari domestici mal condotti è in Romagna. Per sopraggiunta a' miei mali la malvagia condizione de' miei occhi non mi permette di leggere né di scrivere che ad intervallo. E già il mio Chirone e mia moglie e il mio ospite mi farebbero un gran romore addosso se mi vedessero scrivere una lettera così lunga. Ma essi non sanno con che piacere io trasgredisco questa volta al loro divieto.</p>
<p>Subito che sarete arrivati a Milano fatemi consapevole della vostra venuta, dico voi e Maffei, ché in ambedue io mi prometto consolazione.</p>
<closer>Affrettatela adunque, e si aprirà alla gioia il cuore del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La lettera che dite di avermi scritta in Brianza non l'ho mai ricevuta, né il potea se la direzione non era a Milano.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2629.</head>
<opener><salute>Al GOVERNATORE di MILANO.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 24 Maggio 1824.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Se la mia preghiera non è troppo ardita, si degni V. E. di leggere nell'acchiusa l'invito che mi viene fatto da Londra di voler concorrere alla compilazione di un giornale, a cui dànno opera le migliori penne d'Europa. Le condizioni propostemi sono tali, che nelle afflitte mie fortune mi tornerebbe conto assai l'accettarle: ma ove l'autorità superiore nol permetta, ogni interesse deve tacere. Prima adunque di dar risposta all'invito, supplico V. E. di volere, per atto di pura bontà, farmi intendere se, sottomessi, avanti d'inviarli, i miei scritti all'I. e R. Censura, sarà rimossa così ogni difficoltà, e posta in sicuro la mia condotta. Il signor Tagliabò, che avrà l'onore di presentarle questa mia rispettosa, esporrà in modo più largo l'oggetto dell'umile richiesta; nella quale prego V. E. di riconoscere, se non altro, la mia riverenza alla legge, non meno che il profondo rispetto con cui mi rassegno</p>
<p>di V. E. umilissimo devotissimo e obbligatissimo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2630.</head>
<opener><salute>Al Cav. PAOLO TAGLIABÒ Palazzo del Governo Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 24 Maggio <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Tagliabò.</p>
<p>Ecco la lettera che tu saviamente m'hai consigliata. Piacciati di apporvi la soprascritta (ignorando io i titoli del personaggio) e di perorare la mia dimanda, ottenendo grazia a quest'atto del mio rispetto, e ritirando insieme la lettera che a Sua Eccellenza accludo in prova del vero.</p>
<closer>All'ottimo Marchese d'Adda le più vive espressioni della mia gratitudine, e a te, mio dolcissimo ed incomparabile amico, il saluto più bello e più tenero che mai possa inviarti il cuore del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La morte di Lord Byron è una gran perdita per le Muse. I romantici il vogliono tutto loro. Ma egli, nutrito ne' gravi studi dei classici greci e latini, detestava la setta romantica come la più frivola e pazza di quante mai ne nacquero in Elicona, e il suo romanticismo è d'un genere così sublime, che Omero medesimo perdonerebbe.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2633.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Maggio o Giugno 1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Bellotti.</p>
<p>Ecco finalmente pronta la nota dedicatoria, alla quale non mancano che quattro parole di complimento alla fine, le quali infallibilmente avrai nelle mani la mattina del prossimo venerdì. Intanto non perdiamo tempo nella stampa. Sai quello che hai da fare con Cesaris e con Maggi. Ti lascio la piena libertà di correggere, e mi fido della tua penna. Lo stesso dico al buon Maggi, e, per la parte che risguarda le scienze, all'ottimo Cesaris.</p>
<closer>Sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nel copiare lo scritto bada all'ortografia, non avendo io per la fretta avuto tempo di porvi pensiero. Di nuovo ti prego di mutare e rimutare a tuo senno.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2634.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Maggio o Giugno 1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Bellotti.</p>
<p>Ecco a tergo la chiusa del mio discorso. Aggiungasi il seguente piccolo Errata—Corrige. Nella nota che finisce <hi rend="italic">e il Perticari allor vivo</hi>, correggasi: <hi rend="italic">allor vivo e già classico</hi>. Ove dissi: <hi rend="italic">sia stata lodevole l'assoluta loro disdetta</hi> correggasi: <hi rend="italic">sia stata ben ponderata ecc.</hi> Ripeto la preghiera che tu e Maggi e Cesaris aggiungiate, leviate, mutiate tutto che non vi contenta.</p>
<p>Il cavallante è sulle mosse: per ciò fo fine abbracciandoti caramente in nome anche di mia moglie e d'Aureggi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2636.</head>
<opener><salute>Al Conte LUIGI ALBORGHETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 6 Giugno 1824.</date></opener>
<p>Eccovi una memoria di mia figlia, la quale si raccomanda alla vostra bontà, perché vogliate proteggere la petizione di cui nell'acclusa carta si parla. Non dimanda che poche, ma calde ed efficaci vostre parole al degno fratello vostro, segretario di legazione in Ravenna: il quale e per l'equità della supplica, e per l'amicizia che ha tenuti sempre legati gli animi nostri, e più per la premura che voi gliene farete, mi rendo certo, che coglierà volentieri quest'occasione di far palese la sua benevolenza verso l'antico suo amico, e renderà consolata mia figlia, la quale porterà sempre scritto nel cuore il beneficio che le farete.</p>
<closer>Mia moglie vi porge l'istessa preghiera, e caramente vi saluta: ed io sono e sarò per tutta la vita il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2641.</head>
<opener><salute>Ai signori FUSI STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Giugno 1824</add>.</date></opener>
<p>Amici miei carissimi.</p>
<p>Eccovi la lettera pel Sig. Psalidi. Rimando intanto le stampe dell'Opera del Vidoni, non mi lasciando tempo a correggerle la fretta del vostro messo a partire, il quale tutto macero dalla pioggia è giunto al momento ch'io stava per andarmene a letto, e dimattina all'alba vuole partire.</p>
<closer>Vi saluto di cuore e sono sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2643.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANGELO DE CESARIS Presidente dell'I. R. Istituto — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Luglio 1824.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Amico e Collega.</p>
<p>Dalla stamperia Fusi e Stella riceverete nella solita quantità di esemplari il sesto ed ultimo volume della <title>Proposta</title> dedicato a' miei onorandi Colleghi, ai quali prego Voi, onorandissimo nostro Capo, di rendere accetto questo riverente attestato della mia stima.</p>
<p>Sono omai dieci anni che il Governo comandò all'Istituto di dar opera alla correzione del Vocabolario, e altrettanti che l'Istituto, per isdebitarsi del dovere impostogli dall'Autorità superiore, commise a me per unanime consentimento la cura di soddisfar questo debito. Per la qual cosa, abbandonati fin d'allora i miei studi più cari, mi diedi tutto all'esame del Vocabolario non per mia elezione, ma unicamente per aderire alle brame de' miei illustri Colleghi. Onde fu che i medesimi, ben conoscendo la dura fatica che mi addossavano, decretarono che sulla cassa dell'Istituto mi fosse assegnato per le spese della stampa il sussidio di millecinquecento franchi: sussidio di cui mi chiamai allora contento, perché sperava che il mio lavoro non avrebbe ecceduto la mole di un solo volume. Ma nel processo dell'opera sviluppandosi in infinito la materia tolta a trattare, da uno si è prolungata a sei volumi la stampa, di guisa che il prezzo degli esemplari da me rilasciati a benefizio dell'Istituto assorbe tutto il valore del soccorso somministratomi a quell'effetto.</p>
<p>Taccio il sacrificio da me fatto d'un sì lungo tratto di tempo, che, impiegato in altri lavori più analoghi alla natura de' miei studi, mi avrebbe partorito e più riputazione e più utile; e taccio la conseguenza di questa e di altre considerazioni, perché il ricordarla sarebbe offesa alla buona coscienza de' miei onesti Colleghi. Ben prego Voi, degnissimo Presidente, di farvi generoso interprete del mio silenzio, e di avvalorarne il merito con quella cortese perorazione che vi saprà la vostra equità suggerire.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2648.</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Agosto 1824.</date></opener>
<p>Mio carissimo Marchese.</p>
<p>Qui si vuol fare una ristampa, quanto più si possa emendata, dell'<title>Aminta</title> del Tasso. Laonde, sapendo io che voi possedete un ottimo codice di quella pastorale, vi prego, mio dilettissimo Marchese, per quell'amore che portate alle lettere ed alla gloria del sommo poeta, a volervi pigliare la briga di farne cavar tutte le <emph>varianti</emph>, collazionando esso codice con quella stampa che più v'aggrada, purché vi compiacciate d'indicarmi che stampa ella sia. Per altro se aveste alle mani la bodoniana del 1789, assai gioverebbe il far eseguire il riscontro sopra di essa, poiché della medesima si è già fatto uso nel collazionare altre stampe ed altri manoscritti. Qualora non vi sia grave a compiacermi di tal favore, desidero che raccomandiate alla persona a cui ne darete la commissione, di tener conto esatto d'ogni minima cosa, fino agli apostrofi, ai troncamenti delle parole e ad altre simili minuzie, e di notare que' versi che per avventura fossero nella stampa e non nel codice, ed al contrario, e d'aver l'occhio a riscontrare anche i nomi de' personaggi di mano in mano che vien loro la volta di parlare, poiché già si è osservata qualche differenza ancora in questa parte. Finalmente si bramerebbe un poco d'istoria di cotesto vostro codice per poterne dar notizia al pubblico. Dove occorra qualche spesa per tal lavoro, vi prego ad avvisarmene, acciocché io possa soddisfarvi. Intanto vi anticipo vivissimi ringraziamenti.</p>
<p>P. S. Il cattivo stato del mio povero occhio sempre gemente non mi permette di far molto uso della penna. Perciò spero perdonerete se non vi scrivo di pugno.</p>
<p>Se darete un'occhiata all'ultimo volume della <title>Proposta</title> troverete a pagina CCX ricordato debitamente il vostro nome, e a pag. LXXXI una nota che darà a conoscere che io so render giustizia anche al merito de' miei nemici.</p>
<closer>Vi abbraccio di core. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2649.</head>
<opener><salute>Al Sig. Cav. LUIGI BIONDI Maggiordomo di S. A. R. la Duchessa di Chablais — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Agosto 1824.</date></opener>
<p>Ricevo in questo punto (alle dieci della mattina) la dolcissima vostra, e senza frapporre indugi rispondo.</p>
<p>Non so vedere ragione per che dobbiate sospendere la pubblicazione del vostro articolo sul noto passo di Dante, e mi sembra tolta ogni difficoltà quando Odescalchi, come direttore del Giornale, con due parole di preambolo e da lui medesimo o da altro nome autorevole sottoscritte, faccia fede che quell'articolo era già da molti mesi destinato alla stampa prima che uscisse il sesto volume della <title>Proposta</title>. È forse questa la prima volta che due begl'ingegni, come quelli di Perticari e di Biondi, siansi, sopra uno stesso soggetto, nello stesso tempo, dello stesso vero avveduti? Così dirà ogni lettore discreto, e la chiosa riceverà più peso e più luce. Ed avendone io per ignoranza del fatto dato tutto il merito al nostro Giulio, non so trovare peccato di onestà che voi francamente affermiate aver Giulio ricevuta da voi la prima scintilla di quella chiosa. Così n'avessi io avuta notizia! ché gratissima cosa mi sarebbe stato il dire le vostre lodi e far palese l'amore e la stima che vi professo. Ma Giulio nel significare al marchese Trivulzio ed a me la nuova esposizione di quel passo di Dante senza dirne le prove, riserbandosi di svilupparle in una lettera al detto marchese, tacque la fonte da cui quella illustrazione gli era venuta. Ben m'assicuro che nella esposizione vi avrebbe resa giustizia, essendo egli stato sempre di voi tenerissimo. E se quella sua lettera al Trivulzio fosse stata condotta al suo termine, o per meglio dire non fosse venuta alle mani del suo villano fratello, o trafugata da Cassi, vedremmo restituito a voi il primo onor della chiosa, e il passo di Dante illustrato meglio ch'io non ho saputo fare per congettura. Per la qual cosa io vi esorto e vi prego a non togliervi giù dall'intenzione di render pubblico il vostro articolo, col quale verrà supplito alla scarsa luce del mio. Al quale effetto io ne scrivo, secondo il vostro consiglio, il mio avviso al nostro Odescalchi, e il medesimo dovete fare anche voi, onde levargli di capo ogni scrupolo.</p>
<p>Mi consola l'udire che la mia lite col porco Merli proceda felicemente e vi supplico di non cessarne la protezione. Ma quando potrò io rimeritarvi del beneficio?</p>
<p>Alla mia buona Costanza, che presentemente si trova in Romagna per affari domestici, scriverò la cortese e cara protesta della vostra benevolenza, della quale io pure sono geloso.</p>
<closer>State sano ed amate chi grandemente vi ama e vi stima, il vostro servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Mustoxidi, a cui ho comunicata la vostra lettera, caramente vi abbraccia, ed approva del tutto il mio suggerimento.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2657.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FANTINI FERRETTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Settembre 1824.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Se le vostre disgrazie sono gravi, le mie non sono leggiere né poche. Diciotto mila lire di annuo soldo perdute, la morte di mio genero, il ritorno della vedova sua moglie nella casa paterna, la rovina del mio piccolo patrimonio per la mala altrui amministrazione, e sopra ciò la infermità della vista, che per una doppia operazione della fistola all'occhio destro avevo quasi perduta, e sono già due anni che m'è vietato il leggere e lo scrivere, salvo pochi momenti, queste, senza contare la prostrazione dell'animo, queste sono, per piccolo cenno, le mie disavventure, le quali per la compassione di me stesso, mi tolgono ogni mezzo di dar conforto alle altrui. E volesse Dio che in alcun modo fossi in istato di portar qualche aiuto alle vostre; ma vi giuro che nel piede in cui mi trovo non posso. Ho qualche speranza di migliorar condizione. Se di ciò la sorte mi sarà benigna e cortese, prometto che ne proverete gli effetti,</p>
<closer>perché io sono tuttavia e sarò sempre il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2659.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BORGHI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1824.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non istupisco punto se la mia lettera responsiva alla vostra dello scorso luglio non v'è pervenuta. La ragione probabile del suo smarrimento l'intenderete dalla viva voce del sig. Passigli, a cui ho commesso il pensiero di ripetervi verbalmente il contenuto della medesima. E la prima cosa che desidero vi sia ben nota si è ch'io reputo la vostra versione per la migliore senza fallo di quante sono comparse; e non sono il solo che così pensi, ma quanti hanno qui voce di egregi conoscitori corrono meco nello stesso avviso. E di ciò vi parlava appunto diffusamente quella mia lettera. La seconda parte de' miei sentimenti risguarda la mia gratitudine pel singolare onore fattomi dalla rara vostra cortesia coll'intitolarmi la vostra esimia fatica. E troppo mi allargherei in parole se volessi tutta esprimervi la stima di cui sono compreso pel vostro valore in fatto di erudizione, che negli argomenti e nelle note del vostro Pindaro apparisce meravigliosa, e nel fatto insieme di poesia, la quale non può in quell'opera vostra alzarsi a maggior nobiltà, eleganza e decoro. Dopo tutto ciò pensate voi stesso qual debba essere il legame di affetto che a voi mi strigne, e se mi porgerete occasione di mostrarvi coll'opera meglio che colle parole ciò che il cuore per voi mi dice, mi stimerò fortunato. Scrivo in gran fretta queste poche righe alla presenza del sig. Passigli, il quale è sulle mosse per Venezia,</p>
<closer>e lascio al medesimo la cura di manifestarvi con quanta veracità di affetto io sia e desideri di essere da voi creduto aff.mo vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2660.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MAFFEI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Settembre 1824.</date></opener>
<p>E tu e Soranzo e Papadopoli mi avete più volte invitato e chiamato con grande affetto a Venezia: ed ecco che io vengo ad abbracciarvi tutti teneramente, non in propria mia persona, ma in quella di un <foreign lang="lat">alter ego</foreign>: e questi è il cavaliere Carlo Londonio, che per suo puro diporto si reca a Venezia con tutta la bella ed angelica sua famiglia. Or eccoti, mio dolce amico, opportunissima occasione di farmi conoscere che veramente mi ami; perché le attenzioni e le cortesie che tu e gli amici userete a questo altro me stesso, e più che me stesso, mi saranno più care che se fossero a me medesimo praticate. Non farò oltraggio alla tua gentilezza aggiungendo alla mia raccomandazione altre parole; ben so che tu le farai onore quanto potrai, e so ancora che all'ultimo mi ringrazierai d'averti procurata la conoscenza della più colta e leggiadra e costumata famiglia di cui Milano vada lieta e superba.</p>
<p>Da cotesto ottimo monsignor Patriarca, nuovo Davidde di Santa Chiesa, ebbi tempo fa per lettera i tuoi saluti, ed io te li resi nella mia risposta. Sia adesso tua cura di presentare a S. E. R. i miei ossequi, e dirle che attendo la continuazione delle sue <title>Perle</title>. E il tuo Klopstock a che termine si trova egli? Non fo questa dimanda senza un giusto perché, e mi preme, per fartene onore, il saperlo.</p>
<closer>Alla nostra Bettina ed al figlio, a Soranzo, Aglietti, Franceschinis ecc. mille saluti; e tu, mio caro, sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2661.</head>
<opener><salute>A Don ANTONIO CAZZANIGA — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Settembre 1824.</date></opener>
<p>Se al buon volere rispondesse sempre il potere, io mi sarei già da più giorni sciolto dell'obbligo di ringraziarla del vero piacere ch'ella mi ha procurato colla lettura del suo prezioso libretto in onore del defunto comune amico Bellò, della cui perdita non la sola Cremona, ma Italia tutta debb'essere dolorosa. E ben lo mostra l'Elogio ch'ella n'ha scritto con penna così felice. Di che per vero io bramai subito seco lei rallegrarmi; ma la mia sorte ha condotto a tale la mia trista vita e la vista, che, delle dieci volte, le nove lo scrivere m'è interdetto; ed avendo lontana la figlia, ita pe' suoi affari in Romagna, non ho a chi dettare e commettere l'espressione de' miei sentimenti. E questo sarebbe stato interamente officio da essa, correndo alla medesima lo stesso obbligo di ringraziare V. S. pel dono a lei destinato dell'uno dei due esemplari inviatimi. E io qui vorrei allargarmi, signore, nelle vostre lodi, e parlarvi dei vostri bei versi in morte di lord Byron; ma, compatendo all'infermità de' miei occhi, siate contento ch'io stringa in poche parole la mia intenzione, dicendovi che, al merito di valente prosatore, voi aggiungete pur quello di buon poeta.</p>
<p>Ho cominciato questa lettera colle formule del rispetto, e senza avvedermene sono trascorso in quelle dell'amicizia. E con queste piacciavi che io finisca.</p>
<closer>Sono adunque con tutta la stima ed affetto <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2664.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Settembre 1824.</date></opener>
<p>La mia povera vista l'un dì più che l'altro si va consumando, né l'arte può ripararvi, perché gli anni e lo studio mi hanno già troppo logore tutte le forze visive. Ogni poco ch'io legga o scriva mi richiama agli occhi tanta abbondanza di umor lagrimale, che ad ogni tratto mi conviene asciugarli e disnebbiarli. Tuttavolta è tanto l'amor che ti porto, che vo' far prova di rispondere alla tua dolcissima quattro righe, onde ringraziarti della cara benevolenza che mi conservi.</p>
<p>Mi chiedi che sia della mia <title>Feroniade</title>? Ella dorme, e non so quando si sveglierà, poiché la dura mia sorte ha voluto che, per servire all'altrui volere, io mi sia gettato a tutt'uomo in lavori troppo contrari ai dolci studi delle Muse, e che, finito l'uno, sia stato costretto a por mano ad un altro di peggior condizione, come appunto quello in cui mi ammazzo al presente: nella correzione, cioè, di tutte l'opere minori di Dante, il <title>Convito</title>, la <title>Vita Nuova</title> e le <title>Rime</title>: fatica che veramente uccide l'ingegno, ed è morte a tutte le Muse. Nulladimeno ho durata tanta pazienza, che, coll'aiuto del Trivulzio e del Maggi, sono già al termine dell'impresa. Il testo del <title>Convito</title> e della <title>Vita Nuova</title> ridotto a sana lezione è tutto fermo, e il sarà tra poco anche quello del <title>Canzoniere</title>: e quando il pubblico contemplerà le migliaia d'orrende piaghe, a cui si è data salute, per certo dirà che la nostra pazienza ha superato quella di Giobbe.</p>
<p>Vorrei proseguire la dolcezza di parlar teco, ma l'officio della vista vien meno, e io pregoti di perdonare se qui fo fine.</p>
<closer>Mille saluti del cuore alla regina delle cortesie, la contessa Sampieri, e al mio Costa. Cura diligentemente la tua preziosa salute, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2665.</head>
<opener><salute>Al March. ANTALDO ANTALDI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1 Ottobre 1824</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo Marchese.</p>
<p><add resp="ed">Molte vari</add>anti ha somministrato il vostro codice dell'<title>Aminta</title>, e il mio amico <add resp="ed">Trivulzio a</add> vostro onore ne farà la dovuta menzione. Ora io starò in agguato <add resp="ed">di avere un'occ</add>asione per rimandarvelo. <add resp="ed">Si è riscontrat</add>o il carattere di detto codice con quello degli scritti originali del Tasso, <add resp="ed">e la differenza</add> che dall'uno all'altro si è riconosciuta, ci ha fatto giudicare <add resp="ed">che esso non sia</add> autografo com'erasi sospettato.</p>
<p><add resp="ed">Domenico</add> Rossetti, che per quasi un mese ha soggiornato in Milano, mi si è <add resp="ed">raccomandato per</add>ché io rinfreschi la vostra memoria intorno al volgarizzamento <add resp="ed">del Petrarc</add>a. Vi prego di dargliene qualche cenno. <add resp="ed">Non scrivo altro</add> perché la mia vista sempre più debole nol consente.</p>
<closer>Onde fo fine <add resp="ed">coll'abbracciarvi di c</add>uore e pregarvi di amare il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P<add resp="ed">resto avrete il</add> sesto volume della <title>Proposta</title>. Il Trivulzio vi saluta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2666.</head>
<opener><salute>A PIETRO GIORDANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Sesto di Monza</add>, <add resp="ed">… Ottobre 1824</add>.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Sull'angelica bocca della Didina ho ricevuto il bacio che mi hai mandato; ed io per ricambiartene mille vorrei poter disporre della più bella bocca che sia in Firenze, tuo paradiso. Il mio cuore, caro Giordani, ti ha fedelmente seguito nel tuo glorioso esilio; ed è sempre teco; e fa plauso alla magnanima ira, che ti ha fatto dare l'ultimo addio al tuo natio paese. Né siavi chi di ciò tragga cagione di biasimarti; opponendo che anche ingrata e noverca deesi sempre amare la patria ed onorarla: perciocché non è la patria che tu cangi, ma il municipio. Tua patria è l'Italia; e maledetto sia chi la restringe ai quattro palmi di terra, ove nacque. Né tu in tutto il gran seno di questa nostra patria dilettissima potevi allogarti in parte più bella che nel bel nido di Flora; vero nido di gentilezza e di cortesia, malgrado di qualche tristo che la disfiora. Godi adunque, esule fortunato, del vero Eliso in cui vivi; e compiangi me, che, condotto nella misera condizione di non potere omai più né leggere né scrivere che a grandi intervalli e riposi (conseguenza funesta della doppia operazione della fistola dell'occhio destro), strascino vita infelice; privo del migliore di tutti i beni desiderabili ad un onesto e pacifico coltivatore degli studi gentili; il bene notato da Tacito al secolo di Traiano.</p>
<p>La presente è scritta da Sesto, ove tutti ti amano, ti lodano e ti salutano. E acciocché questa lettera ti riesca più cara, lascio alla celeste Didina il pensiero di terminarla.</p>
<p>Sta sano; ed ama il tuo Monti, a cui, per proseguir più oltre, l'uffizio della vista vien meno.</p>
<p>P. S. Fra la letizia delle tazze ieri abbiamo a pieno coro gridato: Viva Giordani; vivano i suoi ospiti grandi e piccoli.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2673.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI MONTI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Novembre 1824.</date></opener>
<p>L'onore che avete fatto alle raccomandazioni di Costanza pel giovane Calderara e per la principessa Pietrasanta, la quale si loda molto delle vostre attenzioni, io spero che il farete anche alle mie a pro del signor Carlo Arienti milanese, esibitore della presente: e tanto maggiore il farete, quanto che egli ha comuni con voi gli studi della pittura. Non dirò dunque vi prego, ma voglio che lo riceviate tutto nella vostra amicizia come persona che sommamente mi è cara. Procurategli adunque primieramente la conoscenza dei migliori nella nobile arte ch'egli coltiva; onde colla frequenza della loro scuola e consigli ei possa più agevolmente perfezionarsi nella medesima, e adempire le belle speranze ch'egli ha eccitate del suo valore. A questo effetto desidero che innanzi tutto lo insinuiate nell'affezione del nostro Agricola, a cui lo presenterete in mio nome, e co' più caldi offici il raccomanderete, ben certo che l'esempio e gli insegnamenti del moderno Raffaello gli segneranno più d'ogni altro la via che è da battersi onde farsi eccellente. Fate ancora che l'ottimo nostro don Pietro Odescalchi, a mia preghiera, il raccolga nella sua grazia, e il protegga. Operate in somma di modo che il mio raccomandato conosca che le mie premure hanno avuto presso voi il debito peso.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2677.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO MARSAND — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Dicembre 1824.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>La buona creanza e la civiltà veramente dimanderebbero che io vi sciorinassi un lauto ringraziamento dell'immensa focaccia inviatami colle dodici bottiglie del nettare di Arquà. Ma, lungi dal ringraziarvi, io mi sento tentato di rabbuffarvi: perché di sobrio che sempre sono vissuto voi mi fate divenire un ghiottone e un beone. Vi par egli ciò bel servigio reso all'amico? E se non fosse che mia moglie un po' più sobria del marito ha già messa quella beata cassetta sotto chiave in cantina per darle aria al vostro ritorno, vi so dire che la mia devozione alle vigne del Petrarca in pochi giorni mi avrebbe cacciata fuori di casa la temperanza. Vi sia dunque d'avviso che finché voi non veniate a prender parte nella gozzoviglia, la metà del vostro dono resterà in serbo all'oscuro. E allora vi sarà perdonato l'avermi messo al pericolo di prendere qualche cotta, e l'essere voi sparito da Milano senza pure un addio.</p>
<p>Emenderà il vostro fallo il comando di cui mi fate promessa nel vostro P. S., ed io nell'eseguirlo mi studierò di farvi conoscere</p>
<closer>che sono senza riserva il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2683.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro carissimo.</p>
<p>Guarda lo strano capriccio che per contentare la nostra Cattina t'invio: un saggio di traduzione in ottava rima dell'<title>Iliade</title>. Ho per cosa impossibile il voltare degnamente qual si sia poema greco o latino in cotesto metro italiano. Nulladimeno la mania di darsi a questa impresa l'un dì più che l'altro si va fra noi propagando; e i traduttori, ossia i traditori d'Omero pretendono poi che si debba avere indulgenza alle pessime loro versioni per la grande difficoltà di assoggettare alla tirannia delle rime le sentenze del testo. Or io credo che, malgrado tutti i vincoli dell'Ottava, si potrebbe recarle in versi più cristiani e conservare a quel divino il suo carattere originale, far insomma le cose un po' meglio che non ha fatto il Bozzoli, il Fiocchi, il Mancini ecc. ecc. Se io prenda inganno ne farai tu giudizio su questo saggio, che io vorrei fosse letto con alcuno dei nominati a fronte. E bada bene che al mio lavoro non ho avuto tempo e non l'ho di dar quella lima che si converrebbe. Perciò non essermi così severo.</p>
<p>Lascio tutto all'angelica nostra Cattina il pensiero di dirti quanto io la ami, e come mi strugga dal desiderio di abbracciarti.</p>
<closer>Procura adunque di scioglierti il più presto che puoi dalle brighe che ti legano con tanto dolore del tuo vedovo e affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Andrea Maffei</byline></opener>
<p>Colla licenza del nostro secondo padre aggiungo una linea per ringraziarti di tanti tuoi cari saluti e per abbracciarti teneramente se non colla persona, come l'incomparabile tua sposa, coll'animo almeno, che è tutto tuo.</p>
<closer><signed>MAFFEI</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2684.</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Madame</foreign> CATTINA ZAJOTTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Nel cavarmi ieri sera i ronchettini, il mio servitore l'ha fatto con tanta grazia, che m'ha scorticato fieramente il garretto, sì che m'è tolto il poter calzare, non che gli stivali, le scarpe. Non potendo adunque venire oggi in persona a darti la mia paterna benedizione, te la invio di tutto cuore in iscritto come solea fare S. Giovanni Grisostomo alla sua cara nipote, e ti prego di scrivere al diletto nostro Zajotti, che (se può) mi mandi un semplicissimo cenno delle sue osservazioni sopra quelle mie ottave, onde io possa emendarle prima d'abbandonarle alla discrezione dell'Ambrosoli per l'uso che già t'ho detto. Dico un semplice cenno, perché mi basta sapere quali sono i versi che al mio Zajotti non piacciono, senza ch'egli s'affatichi a dirmene la ragione. Io mi tengo certo però d'averli già indovinati e corretti. La copia ch'egli n'ha per le mani è poco più che un abbozzo, e non monta ch'egli me la rimandi: basta che, essendo cosa imperfetta, non la mostri a nessuno. Scrivo in carta di paglia perché mi offende meno la vista, e tu mel perdona.</p>
<closer>Sta sana, mia cara figliuola; e subito che il mio garretto il comporterà, avrai a te il tuo papà, cioè il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2685.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Zajotti.</p>
<p>Il più delle tue acute osservazioni era già stato da me presentito e corretto. Ma per buone ragioni io stimo di dover salda tenere qualcuna delle dannate.</p>
<p>Per esempio:</p>
<p>St. 3. <emph>E dir l'udivi</emph>. In questo modo di dire certamente ha avuto parte la tirannia della rima: ma mi salva l'esempio di Dante, che nel 26 dell'Inferno disse: <quote>In questa forma lui parlare udivi</quote>.</p>
<p>St. 19. <emph>Volgendo seco ecc.</emph>. La frase virgiliana: <quote lang="lat">Talia flammato secum Dea corde volutans</quote>: e la rima in <emph>eco</emph> (per quanto mi sia beccato il cervello) non mi ha somministrato altro viottolo per uscirne. Onde giudico che torni meglio l'obbedire, ad Orazio: <quote lang="lat">Et quæ Desperas tractata nitescere posse relinquas</quote>.</p>
<p>St. 29. <emph>Ceffo di cane</emph>: Parole nette di Omero: <quote lang="lat">Caninum os</quote>. Nella traduzione in verso libero ho detto <hi rend="italic">Brutal ceffo</hi>: ma temo di averne diminuito la forza. Perché il luogo è tale che la passione dell'ira vuole che si adoperino non le parole più decenti e più nobili, ma le più avvilitive. Per questa stessa ragione più avanti laddove Achille appicca ad Agamennone l'epiteto <foreign lang="gre">Oinobares</foreign>, lat. <foreign lang="lat">Vinolentus</foreign>, ho sfuggito di dire <hi rend="italic">Ebbro</hi>, voce nobile, ed ho francamente detto <emph>Briaco</emph>, voce più insultante e rabbiosa.</p>
<p>St. 36. <emph>Cura egual la morse</emph>: La frase è d'Ovidio <title>Amor.</title> l. 2, el. ult. <quote lang="lat">Mordeat ista tuas aliquando cura medullas</quote>: e di Dante Inf. 9: <quote>D'uomo cui altra cura stringa e morda</quote>; e nel 26 del <title>Paradiso</title> non ha egli avuto il cuore di dire: <emph>Con quanti denti questo amor ti morde</emph>?
St. 52. <emph>Ragion non mi consiglia</emph>: Non saprei mutarlo senza sconvolgere con altra rima tutta l'ottava. Onde fo conto di seguire anche qui l'avviso oraziano detto di sopra.</p>
<p>Tutte le altre macchie da te notate, mio caro e candido giudice, sono sparite e te ne ringrazio. Più assai però sono quelle che a me sono sembrate degne di emendazione. Dio voglia che nel credere di averne migliorata la condizione io non l'abbia peggiorata. Di ciò sarà colpa in gran parte la tua lontananza, non avendo io qui persona al cui rigoroso giudizio fidarmi come al tuo.</p>
<closer>Per tutti i Santi d'Omero e d'Esiodo fa presto ritorno, e consola della tua presenza il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2686.</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Madame</foreign> CATTINA ZAJOTTI — S. P. M. <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>Eccoti due righe di risposta al<add resp="ed">l'amico</add> mio. Ti siano raccomandate. Mia moglie ti ringrazia de' tuoi saluti e affettuosamente te li ricambia. Essa è tuttavia conficcata da' suoi dolori nel letto, e temo che la sua lombaggine debba andar per le lunghe. Sta sana, angelo mio bello, e se potrò, a rivederci questa sera.</p>
<p>Addio di cuore. Il tuo papà.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2687.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla signora</add> <add resp="ed">CATTINA ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Cara Cattina.</p>
<p>Ho potuto stare un giorno senza vederti! Or vedi che cattivo babbo son io. Ma più che cattivo sono infelice. Mia moglie è sempre nella stessa afflitta salute, ed io per aggiunta ho guadagnato una tosse che mi scompiglia i polmoni. Di più: nell'alzarmi da letto mi ha preso un subito giramento di capo, che mi ha rovesciato. Ho preso tostamente un forte purgante ed ora me ne trovo tanto sconvolto in tutte le viscere, che temo di non uscirmene in tutta la giornata. Sul dubbio adunque di non poterti salutare in persona, ti mando in iscritto i saluti del cuore mille per te, e mille per tuo marito.</p>
<p>Sta sana, angelo mio bello, ed ama il tuo babbo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2688.</head>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1824</add>.</date></opener>
<p>Dolcissimo amico mio e figliuolo.</p>
<p>Poni un po' mente se le seguenti correzioni più ti contentano.</p>
<lg type="nc"><l part="F">ed agli Achivi</l>
<l>Tutti, e agli Atridi in pria questi volgea</l>
<l>Pietosi prieghi: Dell'Olimpo i Divi</l>
<l>Concedanvi espugnar la Priamea</l>
<l>Alta cittade, e ritornar giulivi</l>
<l part="I">Alle case paterne ecc.</l></lg>
<p>Intorno al <emph>volgendo seco Foschi pensieri</emph> osservo che anche il Boccaccio adopera questa frase senza tener conto del virgiliano <foreign lang="lat">corde</foreign>: <quote>Volendo e non volendo, in una medesima ora seco rivolgono diversi pensieri</quote>. Acquietiamoci a questo esempio, e lasciamo correre.</p>
<p>Sul <emph>cura egual la morse</emph> hai ragione. La sentenza è una, e la sintassi da me tenuta è doppia. Correggo adunque così:</p>
<lg type="nc"><l>Spedita da Giunon: ché ugual amore</l>
<l>E ugual cura per ambo il cor le morse.</l></lg>
<p>Oppure:</p>
<lg type="nc"><l>Spedita da Giunon: ché uguale al core</l>
<l>Cura ed amor per ambo le ricorse.</l></lg>
<p>Sappimi dire qual ti sembra men rea. Se il concetto <emph>Ragion nol mi consiglia</emph> ti sembra espresso troppo classicamente, che dirai dell'omerico: <quote lang="lat">Quæ mihi non persuasurum puto</quote>? Teniamo adunque fermo il nostro per non far peggio. Ciò che mi cruccia è il non poterti porre sotto gli occhi le correzioni fatte di mio proprio avviso, perché son troppe, né la mia povera vista regge alla fatica di ricopiarle. Iddio intanto ti benedica delle macchie che mi hai amorosamente e giudiziosamente notate.</p>
<p>Il Reverendo furfante Semola Farinelli ha pubblicato in Firenze un altro libretto contro l'ultimo volume della <title>Proposta</title>. Nell'immenso regno delle letterarie bricconerie non se n'è mai veduta una simile a questa. Non te la mando per non distrarti. Quando la vedrai ti farai il segno di croce e per gli orrendi spropositi e per le incredibili villanie, alle quali si dice aver dato mano il Furia, il Zannoni, il Tassi, tutti Accademici della Crusca: ed altri marruffini del Frullone. Se la causa della lingua si dovesse trattare dinanzi a un tribunale di facchini, non si perorerebbe diversamente.</p>
<closer>Ti abbraccio col cuore e sono senza misura il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><salute><del resp="ed">[A]</del> <del resp="ed">[Caterina Zajotti]</del> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[Milano]</del>, <del resp="ed">[1824]</del>.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>Mia moglie sta un tantino meglio e ti ringrazia del tuo saluto e ti risaluta.</p>
<p>Ricevi la mia paterna benedizione ed ama il tuo papà.</p></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2689.</head>
<opener><salute>A CARLO LONDONIO — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1 Gennaio 1825</add>.</date></opener>
<p>Non potendo tenere il vostro cortese invito fattomi ieri sera, concedete che io sia vostro commensale col cuore, e aggraditene in questi versicoli l'espressione.</p>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2690.</head>
<opener><salute>All'Ab. ANTONIO DE' ROSMINI SERBATI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Dopo più giorni di dolorosa oftalmia, per cui i miei poveri occhi gittavano sangue come quelli di Edipo, ho finalmente tanto di tregua da poter porre, in risposta alla gentilissima di V. S., due parole di proprio pugno in iscritto. La corretta edizione da lei procurata della vita di S. Girolamo, e corredata di un <foreign lang="lat">Errata—Corrige</foreign> così giudizioso, è una forte novella prova che il por mano alla pubblicazione de' codici antichi sulla fede superstiziosa all'autorità d'ignoranti copisti, senza mai consultare l'eterno e sicuro codice della critica, ad altro non riesce che a maggiormente contaminare il puro fonte della divina nostra favella, falsificandola con insensati vocaboli e locuzioni, e assassinando la riputazione de' vecchi suoi fondatori. Ciò vorrebbesi predicato particolarmente ai reverendi padri Infarinati, e al nostro buon Cesari, che, per difetto appunto di critica, ha lasciato correre nella edizione veronese di quella vita tutti i madornali spropositi da lei acutamente osservati e corretti. Io le rendo grazie moltissime di questo dono, e godo di avere in lei un sì valente compagno alla predicazione delle verità sì eloquentemente inculcate e mostrate da quel divino ingegno del mio genero Perticari.</p>
<closer>Mi auguro l'occasione di poterle col fatto dare a conoscere la stima che sincerissima le professo, e sono divotamente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2691.</head>
<opener><salute>A PIER ALESSANDRO PARAVIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Se il Rosmini ha adempita la mia preghiera, ella avrà già ricevuto da esso anticipatamente i miei ringraziamenti per l'esemplare inviatomi delle sue osservazioni sopra le ultime poesie di Lorenzo il Magnifico, e inteso insieme il tristo motivo che mi togliea il significarle io stesso in quel punto e la mia riconoscenza e il piacere recatomi da questo giudizioso suo scritto; il motivo, vo' dire, dell'inferma mia vista, il cui officio mi viene frequentemente sospeso tanto nel leggere che nello scrivere.</p>
<p>Dandomi oggi questa misera infermità alcun poco di tregua, non metto più indugio all'adempimento del mio dovere; e m'è dolce il protestarle, che nelle dette sue osservazioni, fonte di ogni eleganza e di buona critica, una sola cosa mi sembra dover meritare la disapprovazione d'un severo lettore, ed è il tratto in cui ella, con eccessiva bontà, trascorre nelle mie lodi. Del qual errore però, messo da parte il rimorso della mia coscienza, io non posso che ringraziarla, e nel tempo medesimo compiacermi, che nel portar sentenza della mia <title>Proposta</title>, il suo fino giudizio sia stato vinto dalla somma sua gentilezza.</p>
<p>Unito adunque al sentimento della mia stima, gradisca anche quello della mia gratitudine; e mi conceda di aggiungere al titolo di buon servitore anche quello di buon amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2692.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO MARIA TORRICELLI — Fossombrone.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>Mio dolce Amico.</p>
<p>La vostra lettera, mio caro conte, per le solite negligenze postali, o piuttosto per le troppe diligenze di chi regola questi offici, mi è giunta più tardi che non dovea, ma tanto più grata per la preziosa notizia che mi arreca, e che tutto m'ha consolato. Benedetto sia il giorno che feci l'acquisto della vostra amicizia, e benedetto siate voi mille volte che avete dato fine alla mia disperazione per la perdita dell'autografo da voi ritrovato di quella mia povera <title>Feroniade</title>, di cui non erano rimasti in mia mano che brani sopra carte volanti e confuse; della parte, vo' dire, che era passata in mano di Giulio, e il come non so comprenderlo, né ricordarlo. Comunque ciò sia accaduto, non mette conto il pensarvi. Ciò che importa è il trovar modo di farmi giungere senza pericolo il manoscritto. Il commetterlo alla posta, oltre il dispendio che qui passa misura, non è neppure mezzo sicuro. Giudico adunque miglior partito il procurarmene la spedizione per qualche occasione particolare, e anche in questo caso, per mettervi al coperto d'ogni rischio, mandarne non l'autografo (di cui volentieri vi fo dono), ma la copia. E se avete persona che sia capace di ridurlo a minuto carattere in poche pagine e a doppia colonna, allora potete anche per la posta farmene la spedizione, tuttoché pure per questa via si corra il pericolo che le carte caschino in mano di tali che non vorrei. Fatene in somma il vostro senno, ché io ne abbandono alla prudente vostra amicizia tutto il pensiero.</p>
<p>Oh quanto mi rallegra l'udire che avete fatto l'acquisto d'una sposa saggia, bella e gentile! Le sue virtù vi renderanno felice, e crediate che l'alloro delle Muse colle rose d'Amore fa buona lega: di che verrà che i lavori dell'ingegno acquisteranno più grazia e più vita. Le due ottave iniziali e finali sulla tomba del gran guerriero mi hanno messa in core gran voglia di vederle tutte, coll'altre poesie che a primavera mi promettete. E io prometto a voi che molta sarà la lode che ve ne risulterà, facendone sicuro giudizio sul poco che in Pesaro me ne leggeste, e non furono che alcuni sonetti, ma tali che in voi mi scopersero tutto il carattere di valente poeta, e ben incamminato già per la via che drittamente conduce all'eccellenza dell'arte.</p>
<closer>State sano, siate felice, e amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2696.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIUSEPPE LAZZARI</add> — <add resp="ed">Pesaro</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Conformemente a quanto vi scrissi al finire dello scorso mese, eccovi un credito liquidissimo in testa vostra di 337 Lire Italiane da pagarsi senza tergiversazioni dall'eredità Perticari per tanti libri somministrati dalla Ditta Stella al povero Giulio, e non mai pagati, né dallo Stella ridomandati; perché avendo egli con me aperto un debito molto maggiore, credeva che io me ne sarei addossato il pagamento defalcandolo dalla mia partita. Il che ben volentieri, se Giulio fosse vivo, avrei fatto e farei tuttavia, se il conte Gordiano non si fosse così mal comportato verso mia figlia. Ma simili considerazioni al presente non hanno più luogo.</p>
<p>Presentate dunque, letta che l'avrete, l'acchiusa al sig. conte Gordiano: il quale, se gli preme l'onore del morto fratello ed il proprio, non mendicherà ostacoli al pagamento, o alla restituzione dei libri in proprie vostre mani, nel caso che lo sborso delle dette L. I. 337 l'incomodasse. E questo sborso o deposito vi sarà cauzione del denaro che vi si dee pel vostro Sannazzaro, lasciando all'onestà e discrezione vostra l'arbitrio di metterlo a quel prezzo che crederete. Sopra il qual punto vi prego di ricordarvi che quando io presi l'assunto di procurarvene lo spaccio in Milano, voi non mi prescriveste il preteso prezzo assoluto, ma si convenne tra noi ch'io l'avessi rilasciato secondo la stima che ne sarebbe fatta da chi ha pratica e intelligenza di questa sorta di mercanzia. Ora sappiate che il compratore del vostro Sannazzaro è stato il Trivulzio, il più onorato di quanti cavalieri siano al mondo, e che la stima che ne fu fatta non fu maggiore di otto zecchini sborsati in mie mani con quattro Luigi. E questi quattro Luigi furono appunto quelli che, come nell'altra mia vi scrissi, io passai nelle mani del povero Giulio, il quale dalla bocca dello stesso Trivulzio sapendo che tale e non più era la somma da me percetta, si era assunto il pensiero di farvi restar contento di essa. Ma non avendo egli, per la sopraggiunta sua morte, potuto accomodare con voi la detta partita (ed è ben da credere che nel misero stato di salute in cui cadde gliene fosse uscito affatto il pensiero), egli è giusto per mia disgrazia ch'io soccomba per la seconda volta al detto disborso: al che non solamente io sono disposto, ma voglio ancora chiamarmi in debito di quel tanto di più che alla vostra coscienza piacerà di ritenervi sopra la ridetta somma di L. I. 337, di cui lo Stella vi affida la libera riscossione. E se, come ho già accennato, piacerà al sig. Gordiano la restituzione de' libri piuttosto che il pagamento, questi rimarranno in pieno potere vostro finché non vi sia rimborsata la somma che onestamente pretenderete.</p>
<p>Salutatemi caramente l'ottimo Antaldi, a cui non ho ancora trovato sicura occasione di rimandare il suo codice dell'<title>Aminta</title>. E siccome tra i ben nati le inimicizie debbono avere un termine, salutatemi ancora il vostro cognato, di cui per onor delle lettere desidero d'intendere che la versione di Lucano sia condotta al suo termine.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro serv.e ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2697.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>La non breve lettera che giorni sono t'ho scritto, ti avrà, spero, tolto di capo il timore ch'io possa abbassarmi a qualunque risposta alla villana scrittura di Farinello. Io l'ho scorsa tutta tranquillamente, e l'ho trovata tale bricconeria, che nell'animo di chiunque la legge, mi farà più bene che male: tanto è l'eccesso dello strapazzo e insieme dell'ignoranza. Vivi adunque sicuro ch'io non ho pelo che pensi a risentirmene più che altri farebbe delle ingiurie di un facchino briaco in mezzo alla strada. Ben so che penna di buona tempra si è mossa a dirne quattro parole; ma io non me ne do per inteso, e sarei dolentissimo se altri credesse ch'io possa farne rumore. Ma che il Furia, il Zannoni, il Bencini etc. abbiano tenuto mano a una tanta ribalderia, non so persuadermene: quello scritto è troppo indegno d'uomini onesti, e troppo pieno di asinerie.</p>
<p>Quel mio Saggio di traduzione dell'<title>Iliade</title> in ottava rima, passando da una mano all'altra, è arrivato anche nelle mani dell'Acerbi, il quale altamente pentito di aver dato luogo nel suo Giornale a quelle prime contumelie del Farinello contra la <title>Proposta</title>, mi ha fatto per più mezzi intendere di essere pronto, anzi risoluto di farne solenne disdetta, e levar al Pagni la maschera; e mi ha fatto fare tante preghiere perché acconsenta alla pubblicazione di quelle Ottave, che io non ho saputo disdirlo. Le vedrai dunque nel prossimo fascicolo della <title>Biblioteca Italiana</title> di seguito ad una sciocca difesa che il Mancini ha mandato della sua versione in confutazione delle censure oppostegli nella detta <title>Biblioteca</title>; ed essendo cosa di diritto pubblico, tu ne farai il tuo senno.</p>
<p>Circa il secondo volume del tuo Erodoto, non temere una seconda ingiustizia; ché anzi aspettati di veder riparata la prima. Questa è una delle condizioni poste alla permissione di pubblicare le dette mie Ottave. E senza entrare in altre parole, sappi che d'ora in poi avrai in chi allora ti offese un amico pentito, e desideroso di farti tutto l'onore di cui sei degno. Non avrai in somma altro avversario che il re dei pedanti, l'Infarinato Morali, dietro al quale sono entrati in grande speranza di essere nominati Accademici della Crusca il famoso De Giorgi e l'avvocato Stoppani.</p>
<p>A Niccolini, a Ciampi, a Giordani, a Valeriani detto l'Oreste, ogni caro saluto. E tu sta sano; e se avendo mille cose da dirti, poche ne tocco, perdonalo alla mia povera vista, che sempre declina.</p>
<p>Addio con tutto il cuore.</p>
<p>Aureggi e mia moglie, a' quali ho letto la tua dolcissima, ti salutano affettuosamente, e ti abbracciano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2699.</head>
<opener><salute>Ad ANSELMO RONCHETTI Calzolaio — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 30 Gennaio 1825.</date></opener>
<p>Mi avete detto che quello de' vostri figli che trovasi in Pavia, ama molto le Muse, e legge volentieri le cose mie. Piacciavi adunque di fargli aggradire le alcune mie opere che vi trasmetto, pregandolo di accettane come prova del desiderio che ho di conoscerlo personalmente e chiederne l'amicizia. Unisco a questo piccolo segno della mia gratitudine una stampa di bellissimo quadro del famoso Agricola, che spero non sarà indegna del vostro bel gabinetto, né a voi discara, perché rappresenta quel divino Dante che voi amate, e la sua Beatrice nell'atto di rimproverargli i trascorsi della vita passata. Per meglio intenderne la bellezza leggete il canto XXX del Purgatorio. Era mia intenzione di accompagnarla con quattro versi, ma essi mi sono riusciti sì poveri d'ogni grazia, e sì poco degni del cortese donatore dei Ronchettini, che non ho cuor di trascriverli. Nulladimeno, se il volete, essi sono a vostra disposizione come il sono io tutto medesimo.</p>
<closer>Fatene con qualche vostro comando la prova, e mi troverete senza riserva vostro affezionatissimo ed obbligatissimo servitore ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2700.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1825.</date></opener>
<p>Nel far giudizio delle cose proprie, spesse volte gli scrittori pigliano errore. Onde allo stesso Costa ed a voi rimetto la scelta de' miei componimenti, che a voi due parranno meno indegni di entrare nella vostra raccolta.</p>
<p>Mi riempie l'animo di consolazione l'udire che il nostro Tommasini abbia ridotto a buona condizione la vostra salute, che, governata dal suo sapere, in breve si farà, spero, tutta salda e perfetta. Ed ho partecipe di questa allegrezza il buon Maffei, che è sempre meco, e vi manda un caro saluto, anzi mille, come fo io, che sempre vi amo d'amor vero e infinito.</p>
<p>Ma il più dolce di tutti i saluti si è quello che l'egregia Nina vi ha commesso per me. Ringraziatela cordialmente di tanta benevolenza, e fate altrettanto col Pepoli e coll'ottimo degli amici Costa, a cui mi sento legato co' più stretti vincoli d'amicizia.</p>
<p>La mia salute, in quanto a star bene, è perfetta: ma la mia povera vista va sempre di male in peggio a tale, che ad ogni poco di scrittura o lettura mi si offusca miseramente, e m'è forza gettar il libro o la penna.</p>
<closer>Compiangetemi, e dalla mia sciagura pigliate cagione di amare il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2701.</head>
<opener><salute>All'Ab. GIUSEPPE ANTONELLI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Febbraio 1825.</date></opener>
<p>Ringraziato sia Dio che la cassetta di libri, da me spedita a cotesta pubblica Biblioteca, è finalmente arrivata alla sua direzione. Ho pronte parecchie altre cose mie da inviare allo stesso fine; ma per fare che giungano più sollecite e sicure, terrò altro modo, e non dimenticherò di unire ad esse il ritratto ch'ella desidera.</p>
<p>Per soddisfare all'altra sua dimanda, detto le sia che le edizioni Bodoniane del <title>Bardo</title> per conto del cessato Governo furono quattro: la prima in foglio, ed è la più splendida di quante mai ne uscirono da quei torchi famosi, e di questa non ne furono tirati che cento esemplari, la maggior parte de' quali, per ordine espresso di Napoleone, fu mandata a Parigi: la seconda in 4, bellissima anche questa: la terza in 8, e la quarta in 12. Delle altre edizioni, oltre le Bodoniane, non so darne conto.</p>
<p>La prego de' miei cordiali saluti al signor canonico Cavalieri, di cui ho udito con dolore la sofferta malattia e con gaudio il superato pericolo.</p>
<closer>E disposto ad ogni comando e di lui e di lei, affettuosamente mi professo il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2704.</head>
<opener><salute>All'Ab. URBANO LAMPREDI — Parigi.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1825.</date></opener>
<p>Poche righe, mio caro Lampredi, perché poche la mia povera vista me ne consente, e vorrei poterne molte per degnamente lodare la tua bella Ode in morte della contessa d'Orloff. Se cotesta donna era veramente ornata delle rare virtù cantate ne' tuoi magnifici versi, hai ragione di dire che al tuo pianto e a quello di tutte le belle anime che la conobbero viva, non è misura; e ch'ella realmente le possedesse, si può facilmente arguire dall'abbondanza del cuore che traspira nelle tue rime tutte nobili e classiche. Ti rendo grazie dell'avermene fatto parte, e dato nello stesso tempo un dolce segno dell'amor tuo. Ti fo i saluti della mia buona Teresa, ma non quelli della mia cara Costanza, perché essa è da cinque mesi in Romagna, occupata de' suoi affari da me mal condotti per troppa fede a chi perfidamente amministrava le cose mie. In mille circostanze della mia vita ho dato a conoscere essere veramente il priore della confraternita di S. Simpliciano, ma in nessuna mai tanto, quanto nel guidare i miei interessi. Privo adunque siccome sono della presenza di un oggetto sì caro, e vecchio, e cieco, e sordo, puoi figurarti la triste vita ch'io meno.</p>
<closer>Compiangimi, ed ama <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2708.</head>
<opener><salute>A FILIPPO SCOLARI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Aprile 1825.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Ecco finalmente la risposta fattami dal Bibliotecario dell'Ambrosiana. Ella potrà incaricare chi più le aggrada per la collazione del Codice; ed io farò che il Mazzucchelli non vi ponga alcun ostacolo.</p>
<p>Son breve perché l'ostinata infermità dei miei occhi non mi consente lo scrivere molte parole.</p>
<p>Onde null'altro aggiungo se non che pieno di tutta la stima sono sempre suo dev.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2709.</head>
<opener><salute>Al Conte GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Aprile 1825.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Senza accompagnamento di lettera ti ho spedito nello scorso ordinario alcuni miei versi. Due altre stampe t'invierò fra non molto, se troverò occasione a mano che sia sicura. Ma non attendere in iscritto molte parole, perché la mia povera vista non lo consente, e non ho cui dettare.</p>
<p>Rispondendo ora alla tua dolcissima del 5 corrente, ti annunzio che nello Stato Pontificio io non possiedo più nulla. Nel mio final testamento rogato tre anni sono io mi sono spogliato di tutto a favore della moglie e della figlia, le quali sono già entrate legalmente in possesso. Ma se mi trovo affatto privo di patrimonio, io sono forte d'onore. Non ho io qui in Milano e pensioni e frutti della mia penna i quali mi pongono in stato di sostenere le spese della misera lite intentatami dal porco Mons. Merli a danno dell'onestissimo prete Canonico Rovinelli, a cui per atto di carità e insieme d'amore fin dal 1798 io feci la rinunzia degli annui cinquanta scudi percepiti sopra la commenda al presente goduta dal suddetto porco Prelato e il fu prima dal defunto Card.e Erskine, indi dalla Fabbrica di S. Pietro: i quali per trenta e più anni ne fecero il pagamento? E nol fece lo stesso Merli per più anni senza contrasto, entrato ch'ei fu in possesso della detta commenda? Oh se potessi farti la lunga narrazione della succitata bricconeria! Ma spero che l'avvocato cav. Biondi, a cui nel suo passaggio da Milano per Roma ho avuto campo di raccontare minutamente le cose, spero, dissi, che esso, ben inteso dal Papa e uomo d'autorità, troverà modo di mandare scornato il villano e svergognato persecutore di quel povero Rovinelli. In quanto a me nello Stato in cui vivo non ne posso ricever verun danno. E se credessi che a favorire la causa di quell'infelice potesse giovare il distaccare dall'azione del Merli quella dell'Arciprete Ragonesi, mi sentirei pronto a rinunziare per man di notaro al medesimo Ragonesi o ai poveri della sua parrocchia gli annui trenta scudi ch'egli mi deve, e che ora per la lite mossa senza coscienza sono sospesi. Trenta scudi di meno non mi fanno alcuna rovina e non mi sta a cuore che il Rovinelli.</p>
<p>Ho fatto un sforzo penoso per allungarmi nella presente e avrei mille cose da suggerire. Ma <add resp="ed">supplirà</add> il senno dell'onesto difensore che tu m'hai scelto. Salutalo e abbraccialo caramente. Fa' lo stesso col fratello e più coll'ottima Elena, per parte ancora della mia Teresa.</p>
<closer>Ho gli occhi tutti offuscati e finisco col più tenero addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2712.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">FRANCESCO CASSI</add> — <add resp="ed">Pesaro</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Aprile 1825.</date></opener>
<p><gap/>… Lodo il divisamento di applicare alle spese del pubblico monumento l'introito della edizione, a cui caldamente vi esorto, della vostra traduzione di Lucano. Mi rendo sicuro del buon esito della medesima. Ma sinceramente, a che termine avete condotta così bella fatica? Non vi rincresca il darmene schietta notizia e allora io vi dirò <foreign lang="lat">quid agendum…</foreign> Scriverò a Costanza, che tuttavia trovasi pe' suoi affari in Romagna, i vostri saluti, e la consolerò informandola del nobile vostro pensiero.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2714.</head>
<opener><salute>Al Conte GIOVANNI ROVERELLA — Cesena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Maggio 1825.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ho scritto al Biondi, che è quanto dire all'anima dell'avvocato Sili. Udrai dunque da esso il modo di contenersi nella lite del porco Merli. E pel resto farò io in tutto il tuo senno.</p>
<p>Ti spedisco a parte il mio idillio per le doppie nozze Trivulzio, e non istupire della brevità delle mie lettere, perché da qualche tempo, sappilo, la mia destra mano è paralitica. Son vecchio, o mio caro, ma il mio cuore è sempre giovine, e con tutta la forza ti saluta. Abbracciami la sorella e il fratello, e tiemmi raccomandato all'eccellente difensore che m'hai eletto, e agli amici che hanno portato sì cortese giudizio sull'ode mia per le nozze della giovine Calderara. Spero maggiore indulgenza all'idillio.</p>
<closer>Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2715.</head>
<opener><salute>All'Ab. ANTONIO MARSAND — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Maggio 1825.</date></opener>
<p>Se sapeste quanto m'è duro lo scrivere, sì pel danno de' miei poveri occhi, e sì per la penosa opera della mano, che in certe ore e in certe giornate mi trema come presa da paralisia, non istupireste dei mio silenzio alla vostra dello scorso marzo. Me ne chiamo in colpa, e ve ne chiedo perdono, aggiungendo che, quando sarà tempo, farò il vostro volere. Ora vi ringrazio della cortese lettera comunicatami di Madama Burney; ma la sua versione dell'<title>Aristodemo</title> io non so finora che sia.</p>
<p>Volea spedirvi una copia del mio Idillio per le doppie nozze Trivulzio, ma mi sono volati via dalle mani tutti gli esemplari; onde pregherà il Marchese di supplire a questo difetto. Si è pubblicata anche una mia Ode per le nozze della giovine Calderara; leggetela nel <title>Ricoglitore</title>. E dell'uno e dell'altra il pubblico si è mostrato molto contento, ma più dell'Idillio, per certi tratti che onorano la discrezione della Censura.</p>
<closer>Mia moglie vi saluta, state sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2720.</head>
<opener><salute>A GIACINTO MARIETTI Libraio — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Maggio 1825.</date></opener>
<p>Signor Marietti carissimo.</p>
<p>Allorché vi promisi un qualche mio scritto che a modo di prefazione dovesse precedere all'edizione da voi impresa delle opere del celebre concittadino Daniello Bartoli, io non presi consiglio che dal desiderio di compiacervi. Ma quella promessa (candidamente il confesso) fu inconsiderata; perché non previdi la sopravvenienza di altre brighe che, al momento di dovervi mantenere la mia parola, avrebbero impedito l'effetto della mia buona intenzione: e di ciò v'ha già dato un cenno lo Stella. Fu anche per mio rossore presuntuosa; perché entrando, come pur si dovea, nelle lodi del Bartoli, io mi sarei messo in un pelago che, per dirla con Dante, <emph>non è da piccola barca</emph>, come la mia. Aggiungete che intorno ai meriti di questo sommo scrittore, massimamente in ciò che risguarda i pregi della favella, io non avrei potuto dir cosa che eguagli la lode, che amplissima gli ha renduta in poche parole Pietro Giordani: le quali messe in fronte alla vostra edizione possono tener luogo di qualsiasi più magnifica prefazione. E la sentenza del Giordani si è questa: <quote>Quanto vaglia una profonda e veramente filosofica arte nel condurre come in ordinanza stretta i pensieri, e dalla destrissima collocazione delle parole ottenere chiarezza lucidissima, senza mai niuna ambiguità, e nobile e grato temperamento di suoni, ce lo mostrò nelle sue istorie il Bartoli, appena conosciuto da qualcuno, quando tutta Italia non potrebbe mai dargli di ammirazione e di gratitudine tanto che bastasse</quote>. Che volete voi di più per raccomandare le opere di quel leggiadro scrittore agli studiosi del bello scrivere?</p>
<p>Siate adunque contento di sì solenne e grave testimonianza migliore d'ogni mio detto, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2728.</head>
<opener><salute>A LEONARDO CIARDETTI Tipografo — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Giugno 1825.</date></opener>
<p>Sig. Ciardetti stimatissimo.</p>
<p>Tra pochi giorni uscirà la nuova edizione della mia <title>Iliade</title> per le stampe del Fusi coll'indice delle materie. Quest'indice in generale è il medesimo che quello del Salvini, ma emendato e accresciuto. Statene in attenzione, e a questo attenetevi per la vostra edizione.</p>
<p>Volendo voi poscia ristampare le mie Tragedie, pregovi di seguire in tutto la recente edizione milanese in due tomettini, precedute da alcune notizie biografiche scritte dal conte Cassi di Pesaro.</p>
<p>In quanto alla versione di Persio, mi darò il pensiero di mandarvi alcune correzioni della medesima, purché non abbiate fretta.</p>
<p>Aggradirò gli esemplari che mi promettete, e ve ne anticipo i miei ringraziamenti.</p>
<p>Pregovi di fare espressamente per me al cav. Ciampi una visita di tutto cuore. Non mi allungo in altre parole, perché vi è noto già l'interdetto, che per la mia povera vista mi vieta lo scrivere.</p>
<closer>Sono affettuosamente <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2729.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Luglio 1825.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Scrivendo oggi a Costanza, le ho detto ch'io non conosco più bell'anima della tua. E veramente, mio dilettissimo, tu sei tale, che non è possibile il conoscerti e non amarti; e del certo io t'amo quanto il cuore ne può, e ti ringrazio della consolazione che m'hai portata nell'animo coll'ultima tua dolcissima. Ma ti prego di far parte di questo ringraziamento al nostro buon Pepoli, in cui parmi aver acquistato un altro te stesso, e separatamente risponderei al suo gratissimo letterino, se oggi più del solito non fossi povero della facoltà di scrivere e della vista. Adempi tu dunque le mie veci e col Pepoli e col mio Costa, e con quanti rendono lieta della loro benevolenza la mia vecchiezza. Ma spiega soprattutto le grazie della tua parola nel significare all'incomparabile nostra Bugami la mia riconoscenza per l'affettuoso saluto che mi ha mandato pel mezzo di suo fratello.</p>
<p>Dimani farò onore alla tua mortadella con quattro amici, fra' quali il Lampredi qui di ritorno da Parigi e da Londra. Egli sarà in breve a Bologna, ove per onesta commissione d'una compagnia di letterati d'oltremonte ha bisogno d'abbracciarsi con Costa. Ti darà piacere il riconoscere questo stoico singolare di amenissima vita. Verrà in traccia di te; e tu, se m'ami, gli farai conoscere che la mia raccomandazione non rimase vuota d'effetto.</p>
<closer>Sta sano, e conserva in te stesso il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Zajotti e Maffei ti faranno a parte i loro ringraziamenti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2730.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Luglio 1825</add>.</date></opener>
<p>Cara Cattina.</p>
<p>Le acchiuse due lettere per Maffei, l'una di Papadopoli e l'altra di Pepoli, vi diranno a chi spettano le due mortadelle di Bologna che le accompagnano.</p>
<closer>Abbracciatemi caramente Zajotti, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2731.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — S. P. M. <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1825</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>La sposa Calderara ha mandato suo zio a prendermi per avermi seco quest'oggi. Onde a mezzodì, partirò senza la consolazione di congedarmi da te e da Zajotti. Abbracciamelo, e a buon rivederci — <quote>Se il mio desir non erra E cortesia non viene a farmi guerra</quote> — fino a Domenica.</p>
<p>Il tuo papà.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2735.</head>
<opener><salute>Al Cav. CARLO LONDONIO — Cernobbio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Luglio 1825.</date></opener>
<p>Indovinate ove mi ha trovato la vostra lettera? In Burago, donde sono tornato ieri sera. Lungo sarebbe il dirvi come sono stato preso alla rete, e come, non avendo fatta promessa che di tre giorni, sono stato per dolci modi sforzato a concederne sei. Ciò scusi primieramente il mio tardo rispondere alla vostra dolcissima. Piacciavi dopo di udire il perché Maffei ed io, bramosissimi come siamo di volar a Cernobbio, non abbiam finora potuto porre il desiderio nostro ad effetto.</p>
<p>Le lettere del Patriarca ci avvisano che in breve ei sarà senza fallo in Milano. Voi sapete i forti motivi che mi obbligano ad attendere la sua venuta. Al solo fine di acquistarmene efficacemente la protezione e la benevolenza, ho dato opera alla traduzione d'un episodio della sua <title>Tunisiade</title>: episodio di cui aveva già dato un saggio in istampa il Maffei, ma che il Patriarca desiderava interamente tradotto. Io l'ho fatto adunque contento di questa brama, il che gli ha portato un gran giubilo al cuore; e, con poche mie parole di dedicazione, n'è già pronta la stampa da esso medesimo gagliardamente sollecitata. Finché adunque quest'uomo non comparisca, noi non possiamo dilungarci da Milano; e il potendo, non sarebbe che per pochissimi giorni: ove noi al contrario (perdonate la non discreta nostra intenzione) ci siamo posti nell'animo che la venuta nostra nel paradiso di Cernobbio non sia una passeggiata. E Dio voglia che non abbiate a pentirvi della troppa cortesia con cui ne avete fatto l'invito. Intanto il nostro cuore è con voi e con l'angelica vostra famiglia a tutte le ore. E se quel benedetto Patriarca più tarda, io non mi fido più oltre della mia pazienza.</p>
<p>Ne' giorni andati poco o quasi nulla si è avanzato il lavoro della <title>Feroniade</title>. Le troppe cerimonie, e più le troppe ciance di due Inglesi mi hanno rubato un tempo prezioso, consumato, non in Parnaso, ma in continue trottate da un luogo all'altro. Ora mi sto studiando di riparare il perduto, e mi spicco da voi per darmi in braccio alla Musa.</p>
<closer>Raccomandatemi alla benevolenza della signora Angiolina e dei due angeli che le fanno corona, ed amate il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. All'amico Riva mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2736.</head>
<opener><salute>A CARLO LONDONIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1825</add>.</date></opener>
<p>Nasce caso che mi toglie, contra la mia promessa, il contento di essere oggi vostro commensale. Eccovi in mia vece il tributo di pochi versi all'Albo delle vostre care fanciulle, alle quali per licenza poetica suppongo io studio di raccogliere per le amenità di Cernobbio i primi fiori d'aprile, studio innocente e tutto proprio dell'età loro. Desidero che alla signora Angiolina ed a voi non dispiaccia questa brevissima digressione del mio poema, che spero fra pochi mesi potervi offrire in istampa.</p>
<p>Addio di cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2738.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Agosto 1825.</date></opener>
<p>Mio carissimo Figlio ed Amico.</p>
<p>Quantunque sia tutto falso il rapporto fattomi da Bettoni che Fusi abbia detto avergli io venduta la proprietà della mia versione dell'<title>Iliade</title>, e quindi nullo l'assenso alla bettoniana ristampa carpitomi sotto la condizione che fosse vero il vanto del Fusi, nulladimeno perché tu ne desideri la conferma, io gliel'ho ratificata in iscritto, non volendo io né potendo far niego d'alcuna cosa al mio figlio ed amico. E ciò sia prova ch'io t'amo d'amore di vero padre, e che tale ti sono e ti sarò per tutta la vita. Ma la tua lontananza m'è dura oltre ogni dire, e così quella della nostra buona Cattina.</p>
<p>Io sperava qualche sua lettera; ma finora nessuna di lei notizia. Onde oggi stesso le scrivo un amoroso lamento; e dico amoroso, perché quella creatura m'è cara, ed avvezzato a confortarmi della sua presenza a tutte le ore, sento che la sua mancanza mi tocca il cuore gagliardamente. Se non che ha disviato alcun poco la mia malinconia una poetica occupazione a cui mi ha condannato il dovere d'un'antica e santa amicizia. Il pigro Maffei, che in breve verrà a scaldarsi tra le tue braccia, ti porrà sotto gli occhi una copia del mio lavoro, sul quale m'è grave il non aver tempo di attendere le tue critiche considerazioni, perché l'uso a cui è destinato è imminente, né soffre ritardo. Pazienza.</p>
<p>La venuta del Patriarca per la terza volta è differita, e Maffei te ne dirà le cagioni. Fo punto per volgere la mia lamentazione alla crudele Cattina. Mia moglie con Aureggi e Ambrosoli ti salutano caramente. Fa tu altrettanto per me con Arici, e con tutti quei buoni cristiani che mi consolano della loro benevolenza.</p>
<closer>Sta sano, sollecita il tuo ritorno ed ama il tuo amantissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2739.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — Trento.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Agosto 1825.</date></opener>
<p>Dilettissima mia Cattina.</p>
<p>Così dunque mi tieni la tua parola? Ecco già passati sedici giorni: e ancora nessuna lettera, nessuna notizia della tua bella e cara persona, nessun fiato di consolazione al tuo povero vecchio, al tuo papà, al tuo amico. Che il tuo silenzio proceda da non buona salute, mi fugge l'animo al solo pensarlo. Ma qualunque siane la cagione, non mi essere avara, te ne scongiuro, di qualche parola che mi assicuri la continuazione della tua benevolenza, che mi fa dolce la vita: perché io t'amo quanto si può amare creatura innocente ed amabile qual tu sei in effetto. E acciocché l'amor mio ti sia giustificato, sappi che tuo marito medesimo me ne prega, il che tutto ad un tempo onora la mia virtù non men che la tua. Da ciò puoi argomentare quanto mi attristi la tua lontananza. Essa fa che nessuna gioia sincera m'entra nel petto: e n'ho buoni testimoni Maffei, Ambrosoli e Bettoni, co' quali m'è grande conforto il parlare di te, ma più il parlarne meco medesimo, e il desiderare che i bagni rifioriscano la tua salute, onde sia sollecito il tuo ritorno, ed abbia fine la malinconia che mi consuma. Queste cose medesime le scrivo a tuo marito, perché la presenza di ambidue m'è necessaria a sopportare pazientemente la vita. Ad accrescerne la tristezza il caso porta che la venuta del Patriarca tanto desiderata per l'effetto che tu ben sai, nuovamente sia differita. Questa dilazione fa che Maffei se ne parta per le acque di Recoaro e ch'io per distrarre, se posso, i dolorosi pensieri che mi assediano, mi risolva di andare per qualche giorno a Cernobbio, ove l'amico Londonio con grande affezione m'invita.</p>
<closer>Mia moglie ed Aureggi e Ambrosoli ti salutano caramente, ed io sono sempre con tutta l'anima il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2741.</head>
<opener><salute>A URBANO LAMPREDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 11 Agosto <add resp="ed">1825</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Lampredi.</p>
<p>Breislak mi ha mostrato ieri il paragrafo della tua lettera che mi risguarda. Io non ho mai dato al Torti nessun motivo di lagnarsi di me; bensì egli ne ha dato a me di lagnarmi altamente di lui, mandando in giro per tutto alcuni infami suoi versi contra mio figlio, voglio dir Perticari. Del rimanente io non so nulla di ciò ch'egli abbia scritto contra di me; e qualunque sia l'offesa, io son tanto lontano dall'adirarmene, che senza neppur conoscerla gliela perdono.</p>
<p>Avrai in breve un mio Sermone contra i Romantici. L'ho scritto in occasione delle nozze del marchese Costa di Genova, pregatone dalla madre, alla cui amicizia non so far niego d'alcuna cosa.</p>
<closer>Sta sano ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mia moglie ed Aureggi, e Bellotti, e Zajotti, e Ambrosoli ti salutano caramente. Tu fa lo stesso per me coll'ottimo Oreste e co' due carissimi circoncisi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2742.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Genova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Agosto 1825</add>.</date></opener>
<p>Ecco tre noterelle ai debiti luoghi.</p>
<p><emph>Gridano: pazienza, pazienza</emph> (*) (*) Vedi la Eleonora Novella romantica di G. A. Bürger.</p>
<p><emph>Ombra del grande Ettorre</emph> (**)Virg. <title>En.</title> l. 2, v. 270 e seg..</p>
<p><emph>D'Achille amico</emph> (***) <title>Il.</title> l. 23, v. 65 e seg.</p>
<p>Al verso — <emph>Folgorante beltade in su l'Aprile</emph> — sostituisci quest'altro: <hi rend="italic">Folgorante beltà nel caro Aprile</hi>. E all'altro — <emph>Larve del Norte. Ed oggi che sfavilla</emph> — il seguente: <hi rend="italic">Malïarde del Norte. Ed or che brilla</hi>.</p>
<p>Sto in dubbio qual delle due lezioni sia da preferirsi, <hi rend="italic">Potente legge</hi>, oppure <hi rend="italic">Suprema legge</hi>. Mi piacciono egualmente ambidue. Scegli a tuo senno, e perdona all'incontentabile mia natura.</p>
<closer>Molti saluti al nostro Dal—Negro, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2744.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, alle 11 della sera <add resp="ed">del 13 Agosto 1825</add>.</date></opener>
<p>Mio caro e diletto.</p>
<p>Su la speranza di abbracciarti prima di partire per Como io aveva differito d'un giorno questa mia gita. Ma tua madre mi ha tolta ogni speranza annunziandomi che, venendo tu per la Diligenza, non sarai in città che dopo la mezzanotte, e la mia partenza è obbligata alle quattro e mezzo del dimani. Ti lascio adunque un tenero abbraccio in iscritto e ti prego ti supplico ti scongiuro di castigar a tuo senno le quattro righe di dedica al Patriarca che ho consegnato coll'altre prove di stampa a tua madre.</p>
<p>Ho finalmente ricevuta lettera della Cattina. Il mio lamento è stato ingiusto, perché la sua lettera porta la data del 28 passato: ma io non l'ho ricevuta che ieri. Ti scriverò da Como, e per ora fo fine perché muoio dal sonno.</p>
<closer>Addio addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2745.</head>
<opener><salute>A CARLO LONDONIO — Varese.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Como, 14 Agosto <add resp="ed">1825</add>, alle dieci della mattina.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Giungo in questo punto a Como, e qui apprendo la vostra andata a Varese. Il delegato cortesemente mi offre l'ospizio. Ne approfitto per tutto questo giorno e fino a dimani. E dimani mi recherò a Cernobbio, <add resp="ed">sicuro</add> che il vostro custode non mi vorrà chiuder la porta, e che lo consentirete. Per mia regola intanto m'è d'uopo il sapere quanto tempo il soggiorno di Varese vi riterrà.</p>
<closer>A tutta la vostra cara famiglia mille saluti e rispetti, e sono senza fine il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2748.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Agosto 1825.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Ritorno in questo punto dal lago di Como, ove lietamente ho passato diciotto giorni in seno dell'amicizia, e trovo qui giacente la tua carissima, alla quale rispondo subito.</p>
<p>Il mio Costa, cui abbraccio di cuore, mi attribuisce nei versi da te notati un pensiero, che, ove mi fosse passato pur per la mente, mi meriterebbe la croce. A ridurre in una molte parole, mettete fra due virgole, oppur tra parentesi, l'emistichio <hi rend="italic">Se il ciel non crolla</hi>, e avrete chiara la mia sentenza, la quale in prosa si è questa: — Se non casca il cielo, se non vien meno la Verità figlia di Dio, anzi lo stesso Dio (<foreign lang="lat">ego sum Veritas</foreign>), ogni sforzo sarà vano a sostenere in trono l'errore. — Il mio concetto adunque torna tutto il contrario di quello che Costa e tu mi apponete.</p>
<p>Sulla lettera di Cassi, Costanza mi ha scritto una lunga e dolorosa querela, che profondamente mi ha rattristato. Quella infelice ha dentro sé un carnefice che l'uccide, la troppo infocata sua fantasia, che le dipinge in nero tutte le cose e le toglie la forza di riposarsi su la nobiltà del suo cuore, e il far uso della grande sentenza così necessaria alla virtù sventurata: <foreign lang="lat">Nil conscire sibi, nulla pallescere culpa</foreign>. Io le ho risposto in termini da porla in pace con sé medesima. Ma la sua impetuosa eloquenza atterra tutte le ragioni del suo povero padre, che alfine ne morrà di dolore.</p>
<p>Ti rendo grazie, mio caro, della preziosa benevolenza che mi conservi. Ah! disse pur bene Pitagora, che gli Dei, mossi a compassione delle umane miserie, mandarono in terra l'amicizia per consolarci.</p>
<closer>All'amabile Sampieri mille rispetti, e al nostro buon Pepoli il saluto del cuore. Ti prego di non stancarti di amare il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nei fogli pubblici di Genova e di Milano avrai letto, credo io, un mio Sermone contra i Romantici. La marchesa Antonietta Costa, mia tenera amica, mi scrisse: <quote>Voglio e di più vi comando di scrivere quattro versi per le nozze di mio figlio ecc.</quote>; ed io, servo fedele ai precetti dell'amicizia, gittai in carta all'infretta il detto Sermone senz'aver tempo di accarezzarlo e lisciarlo; e tal quale fu subito pubblicato. L'ho in seguito castigato nell'ozio della villeggiatura. Se mai, per l'amore che tu porti alle cose mie, ti cadesse nell'animo il pensiero di ristamparlo, ti prego di aspettare la nuova e notabilmente ampliata edizione che qui ne uscirà quanto prima. Grandissima è l'impressione che quei dugento versi hanno fatta sul pubblico di Milano, e il deriso in cui il Romanticismo è caduto. Io spero che il rigido nostro Paolo ne sarà contento.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2749.</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Madame</foreign> CATTINA ZAJOTTI — Trento.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Settembre 1825.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>Dopo diciotto giorni sono tornato ieri in Milano, e qui ho trovato giacente la tua seconda responsiva alla mia. Non andar dunque in collera meco, se prima non ti ho risposto. Perdonami ancora il passato silenzio, perché veramente conosco che non ho scusa; e se prendessi a scolparmi, mi allungherei in troppe parole. Mi tocca il cuore l'affettuosa tua lettera, e sento nell'anima tutto il dolce della tua cara amicizia. Nel venturo ordinario ti scriverò più alla lunga. Oggi appena ho tempo d'inviarti queste due righe, alle quali do fine col giurarti ch'io non ho cosa al mondo più cara che la mia buona Cattina, la figlia dell'amor mio.</p>
<closer>Al prossimo sabato adunque; e la penna darà più espansione alla santa tenerezza del tuo padre ed amico: ché l'uno e l'altro titolo sarà eternamente la divisa del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2750.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — Trento.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Settembre 1825.</date></opener>
<p>Mia buona e cara Cattina.</p>
<p>Sono stato ieri a salutare tua suocera e ad abbracciare le tue bambine. Oh le care creature! Mi hanno fatta intorno una festa di Paradiso con una bella ed allegra furlana, che mi facea largamente ridere e nel tempo medesimo intenerire. Io le ho strette al cuore più volte col trasporto che bacerei un angelo: ché angelici veramente sono i lor volti, e tutti i loro atti e parole, e perfino le grida: e quantunque la misera condizione de' miei orecchi non mi lasci ben intendere li acuti ed eloquenti loro strilli, nulladimeno io ne traeva un infinito e dolce diletto più che da qualsiasi melodia. Ho chiesto loro che cosa bramavano ch'io ti scrivessi. Allora hanno tutte e due ad un tempo sospesi i lor salti, e in tuono serio pregato di dirti che tu faccia presto ritorno; e in questo desiderio sa Dio quanto il mio cuore ancor esso ardentemente concorra. Perché a dir vero la tua assenza e quella di tuo marito mi attrista tutte le vie di Milano, e non vi trovo alcuna immagine d'allegrezza. L'unica distrazione alla noia che mi assedia è l'andar lavorando intorno alla mia povera <title>Feroniade</title>, la quale ne' giorni andati ha sofferta una grande mia infedeltà, avendo io dovuto lasciarla da parte per far contenta la brama di un'antica e cara mia amica, la Marchesa Antonietta Costa di Genova, in occasione delle nozze di suo figlio con una Durazzo. Ho scritto adunque un sermone contro la setta romantica: sermone che ha destato e desta grande romore, e di cui nel momento che ti scrivo sta sotto il torchio la quarta edizione con notabili accrescimenti, non avendo io potuto castigarlo e limarlo a mio senno prima d'inviarlo al suo destino.</p>
<p>Rispondo ora alla dimanda che mi fai intorno all'edizione Trentina della Vita di S. Girolamo. Il cortese editore me ne mandò un esemplare, ed io, come le buone creanze volevano, lodai l'opera sua per ciò che riguarda la critica sulla scelta delle varie lezioni, più corrette sicuramente che quelle delle stampe anteriori. Ma sul merito di quel testo nulla dissi. Ecco tutto.</p>
<p>Odo da tua suocera che, terminata la cura de' bagni, tu passerai a Verona. Preveggo quindi che non seguirà così presto il tuo ritorno. Che farò io dunque misero abbandonato? Accetterò l'affettuoso invito che l'amico Aureggi mi fa di seguirlo con tutta la piccola mia famiglia in Brianza, come son solito tutti gli anni: tanto più che la speranza di aver qui il Patriarca per l'oggetto che tu ben sai, è svanita; e Maffei, il poltrone Maffei, non mi ha mai consolato neppur d'una riga. Vedi che la disgrazia non vuole meco far pace. Ed io ho fatto decreto nel mio animo di calcarla, e non lasciarmi vincere dall'ingiustizia. Avessi meco almeno il consiglio di tuo marito!</p>
<p>Mia moglie ti saluta e ti abbraccia carissimamente. Ti salutano istessamente Aureggi, Ambrosoli e Bettoni. Nel prossimo ordinario (se sarà pronto) ti manderò un esemplare del sopraddetto mio sermone, e un altro l'invierò a Zajotti, a cui, chiusa la presente, scriverò due righe.</p>
<closer>E avendomi egli stesso raccomandato di amarti, gli farò intendere che la sua Cattina è cara come figliuola al tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2751.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Settembre 1825.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Ho chiusa in questo punto una lunga lettera alla Cattina, di cui, tornato da Como, ho trovato qui giacente da parecchi giorni una bella e cara risposta alle mie antecedenti. Eccomi adunque nuovamente in Milano. Ma per me, senza la tua presenza e senza quella della Cattina, <foreign lang="lat">lugent viæ Sion</foreign>, e me ne vivo solitario <foreign lang="lat">tamquam nicticorax in domicilio</foreign>.</p>
<p>Uscito dai triboli dell'antiromantico mio sermone ho ripigliato il dolce e modesto lavoro della <title>Feroniade</title>, alla quale mi giova aver fatto precorrere quel sermone che ne prepara la via, e tu m'intendi. Se ne fa nell'atto medesimo che ti scrivo una quarta edizione con parecchi cangiamenti ed accrescimenti: fra' quali ben puoi credere che non ho lasciato cadere indarno quella tua giustissima e sottile osservazione sul verso</p>
<lg type="nc"><l>Magnifico parlar, degno di Plato.</l></lg>
<p>Quantunque io avessi adoperato <hi rend="italic">Platone</hi> come generico di Filosofo, e come tale sia stato inteso dal pubblico: nulladimeno studiandomi io sempre, per quanto posso, di presentar chiare e libere da ogni equivoco le mie idee, ho corretto così:</p>
<lg type="nc"><l>Magnifico parlar! degno del senno</l>
<l>Che dettò della Stoa l'alte dottrine,</l>
<l>Ma non del senno che cantò gli errori</l>
<l>Del figliuol di Laerte, e del Pelide</l>
<l>L'ira, e fu prima fantasia del Mondo.</l></lg>
<p>Contrapposto adunque al senno di Zenone quello d'Omero, cioè al senno del filosofo quello del poeta, il concetto acquista tutta chiarezza, e fa sentire (a chi ben sente) che altra dev'essere la via del filosofo, ed altra quella del poeta, il cui obbligo è quello d'indossare non il pallio di Zenone, ma quello di Omero.</p>
<p>Nell'episodio pure di Matilde ho corretta l'oscurità del passo da te notato, oscurità che in parte nasceva dalla mancanza d'una virgola dopo <hi rend="italic">rivo</hi>, e <add resp="ed">in</add> parte dalle insignificanti parole <hi rend="italic">in suo cammino</hi>, quantunque tali e quali s'incontrino nel testo litterale datomi dal Maffei.</p>
<p>E a proposito di cotesto nostro caro poltrone, sai tu che Sua Signoria non si è degnata di neppur scrivermi una sola riga con cui avvisarmi se quel Patriarca, aspettato più del Messia, venga o non venga? Io non so più che pensarne, né che risolvere su la stampa già pronta di quell'Episodio.</p>
<closer>Se mi soccorrerai di qualche consiglio, farai cosa pietosa e più pietosa ancora se farai presto ritorno fra le braccia del tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Molti e cordiali saluti al conte Tosi e all'Arici, e tu aggradisci quelli di mia moglie, di Ambrosoli e d'Aureggi. Sono stato ieri ad abbracciare le tue care bambine, che mi hanno fatta intorno un'angelica festa, e strillano e saltano come allegri uccelletti sopra la frasca.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2755.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre <add resp="ed">1825</add>, alle 7 della mattina.</date></opener>
<p>Mio caro Zajotti.</p>
<p>Fra mezz'ora io partirò per Caraverio, ove spero quando che sia darai a me, a mia moglie il contento di abbracciarti: ché tutti ti amiamo teneramente come individuo d'una sola famiglia.</p>
<p>Dalla nostra Cattina nessun riscontro. Tolga Dio che il suo silenzio proceda da non buona salute. E il re de' poltroni l'hai tu ancora veduto? Quando ti verrà nel cospetto, ricordati di carminarlo secondo il merito. Che può egli mai dire per discolparsi con me e il Patriarca?</p>
<p>La nuova edizione del mio Sermone uscirà oggi nel pubblico, ed io lascio ordine che te ne siano spediti subito due esemplari. Mia moglie ed Aureggi ti salutano caramente, e questi vuole ch'io ti ringrazi particolarmente della cortese accoglienza fatta al suo amico Baretta, il quale loda alle stelle la bontà con che l'hai ricevuto.</p>
<p>Anche il mio servitore t'inchina con reverenza, e desidera ch'io ti faccia sapere che la causa con ottimi auspicj si manda oggi al Criminale. Se anche lontano il puoi favorire, mi farai cosa grata senza misura. Il titolo della sua causa è — Luigi Bisi contra Gaetano Lombardi, Francesco Maggi, e Pietro Baratta.</p>
<closer>Ti abbraccio con tutta l'anima e sono tutto il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2756.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1825.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Nell'<title>Invito del solitario</title>, ove dice:</p>
<lg type="nc"><l>Fuggi il pazzo furor del maledetto, etc.</l></lg>
<p>correggasi:</p>
<lg type="nc"><l>Fuggi il pazzo furor, fuggi il sospetto</l>
<l>De' sollevati, nel cui pugno il ferro</l>
<l>Già non piaga il terren, non l'olmo, etc.</l></lg>
<p>Nel verso altrove che dice: <hi rend="italic">Che ne puoi disgradar Gi… e St…</hi>, cioè Giorgi e Stoppani, invece di <hi rend="italic">Gi…</hi> amerei si ponessero le iniziali di qualche professore romantico, se ve n'ha alcuno il cui nome sia dissillabo.</p>
<p>Tutte le settimane il cavallante di Caraverio va e viene. Basta dunque consegnare le solite prove delle stampe successive alla donna che lascio a custodia della casa, e sicure e preste le avrò e correggerò per ciò che mi occorresse di mutare ne' versi, giacché, contra la mia prima intenzione, siete risoluto di pubblicarli tutti, quelli cioè che si possono sottrarre al rigore della Censura.</p>
<p>Salutate Fusi, e state sano.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2757.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1825</add>.</date></opener>
<p>Caro Resnati.</p>
<p>Eccovi di pronto rimando la correzione delle stampe, alle quali prego il Sig. Donadelli di star attento. Nel verso <hi rend="italic">Conscia de' miei trionfi ecc.</hi> la mutazione proposta dal nostro Maggi non mi contenta. <hi rend="italic">Diletti</hi> o <hi rend="italic">gioje</hi> sono voci più moderate, ma <emph>trionfi</emph> è voce più poetica nel luogo ove sta. Perciò ritengasi l'antica lezione.</p>
<closer>Salutate il nostro Fusi, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2760.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI RESNATI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio in Brianza</add>, <add resp="ed">Settembre 1825</add>.</date></opener>
<p>Oltre le correzioni delle prove, vi mando trascritto il mio famoso Sonetto codato, di cui girano per tutta Italia migliaia di copie a mano, e tutte storpiate, né mai fu dato alle stampe. Dubito che la Censura nol passi. Tuttavia il tentarne la permissione non può far male. Fate considerare all'ottimo Revisore che non si nomina nessuna persona, e che quelle che fur prese di mira sono tutte sotterra. In somma ella è una satira, acerba in vero e pel luogo e pel tempo in cui fu scritta, ma divenuta adesso dopo tanti anni innocua, e nulla più di quel che siano quelle del Menzini, del Rosa e di tanti altri.</p>
<p>Vi ripeto che amerei di veder comprese nella vostra edizione tutte e tre le Cantate per S. M. l'Imperatore. Se dell'<title>Invito a Pallade</title> non avete alcun esemplare, l'ho io di magnifica edizione della Stamperia I. e R., e ve la darò, a patto che non se ne faccia sciupo nel comporla, perché è destinata per la Biblioteca pubblica di Ferrara. E nel davanti, dopo il titolo, desidero che sia messo il nome dei tre valenti maestri che le posero in musica, Federici, Weigl e Mayr.</p>
<closer>I soliti saluti a Fusi, ed amate <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2761.</head>
<opener><salute>A FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre del 1825</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Non vi ho mandato, né posso mandarvi il promesso indice degli Abbagli, perché sciaguratamente ho dimenticate alcune carte che mi sono necessarie a questo lavoro: e fra la molta confusione delle altre carte è disperata cosa, me lontano, il cercarle. Ma potrò farne di meno se voi vi recherete in persona in mia casa, e farete diligenza fra' miei libri, mostrando la presente alla donna di governo, e messa insieme tutta la Crusca postillata del P. Cesari, darete ordine in mio nome che la Peppa ne faccia subito la spedizione.</p>
<p>Per l'articolo del Zajotti ne scriverò a lui stesso, e lo solleciterò a fare il secondo: ma egli è tanto occupato delle cure del suo tribunale, che non ha tempo di respirare. Ove gli sia conceduto un poco di ozio, egli mi ha dato speranza di venire a Caraverio. Se ciò accade, in pochi giorni ci sbrigheremo di tutto.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2762.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 3 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Sopracarissimo mio Figliuolo ed Amico.</p>
<p>Ho notizia che tu sei finalmente tornato a Milano e spero il medesimo della Cattina. Ambedue adunque siete ansiosamente aspettati a Caraverio, ed io in nome di Aureggi te ne rinnovo espressamente l'invito. Dopo tanta fatica tu hai bisogno di riposare, e non si dà miglior riposo di quello che si gusta in seno della vera amicizia. Qui la vita è liberissima come l'aria balsamica che si respira. Qui troverai non poca ed onestissima compagnia. Qui godrai il paradiso della beata poltroneria, e un soffice letto nuziale da Imperatore e cuori tanto fatti che ti desiderano. Non lasciar dunque cader indarno le nostre preghiere e tieni per certo che la salute della Cattina vi farà più guadagno che ai bagni di Trento: perché l'ottima delle medicine è il cuor lieto e sicuro di essere amato da quanti ti circondano.</p>
<closer>Non più parole. S'egli è vero che tu mi ami (e ne sono certissimo) tu verrai, e darai un'infinita consolazione al tuo aff.mo come padre ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La presente ti verrà consegnata dal mio buon amico Baretta, il quale è specialmente incaricato da mia moglie e da Aureggi di presentare a te ed alla Cattina le nostre suppliche.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2763.</head>
<opener><salute>A Don GIUSEPPE ALBORGHETTI — S. Gervaso in Brianza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 3 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signor Alborghetti.</p>
<p>Il fischio de' tordi ha cominciato a farsi sentire, e del certo Voi vi siete già messo al vostro solito agguato per pigliarli alla rete. Saremo noi (Aureggi ed io) indiscreti, se un giorno verremo di bel mattino a sorprendervi? Questa si è veramente la nostra intenzione; ma per farne sicuri che la nostra visita non vi riesca discara, noi vorremmo averne dalla vostra viva voce l'assenso, che è quanto dire vorremmo aver prima il contento d'abbracciarvi a Caraverio in persona, onde ottenere innanzi tutto dalla vostra gentilezza il perdono d'alcune nostre mancanze verso di Voi: Aureggi il perdono d'aver lasciato senza risposta una vostra lettera nella lusinga di poter darvela a bocca in Milano, avendogli Voi promesso di farlo ivi contento d'una vostra visita. Io poi mi vi confesso più reo ancora d'Aureggi, non essendo stato da tanto di accozzar quattro versi in risposta ai bellissimi che la vostra Musa m'indirizzò cantando i diletti della cacciagione.</p>
<p>Direte che il debito de' colpevoli vuole che essi vengano a cercar prima in persona l'assoluzione del loro fallo; ma dove la vergogna abbonda, bisogna che l'assolvente sia generoso: bisogna insomma che Voi stesso veniate a dirci: <foreign lang="lat">ego vos absolvo</foreign>: e allora le relazioni dell'amicizia rientreranno nell'ordine consueto degli anni scorsi, e voteremo in pace le tazze all'onore delle vostre reti. Mia moglie unisce le sue preghiere alle nostre, e tutti viviamo nella speranza che non le lascerete cader senza effetto.</p>
<closer>Aureggi v'abbraccia di tutto cuore. Io fo altrettanto, e godo protestare che sono senza riserva il vostro Serv. ed Amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2765.</head>
<opener><salute>A PARIDE ZAJOTTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">primi d'Ottobre 1825</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Ho scorso qua e là il borioso libercolo del Torti di Bevagna, del quale è più mesi m'avea già data notizia Lampredi. La gran lite che mette in campo costui (uno dei tanti falsi amici, de' quali in tutti i tempi della mia vita è stata sempre erba trastulla la mia buona fede) si riduce a volermi mostrare che il poema di Dante non è didascalico, ma eroico. Questo picciolo topo con tanto strepito partorito rimane sotto il peso d'una sola parola schiacciato dallo stesso Dante, che pose in fronte al suo poema il titolo di <title>Commedia</title> (Bocc., <title>Vit. di Dante</title>) e Commedia il chiama nel corso del suo stesso poema (<title>Inf.</title> XVI, <quote>Per le note — Di questa Commedìa, lettor, ti giuro</quote>). E per lo contrario <quote>alta Tragedìa</quote> chiama l'<title>Eneide</title> (Ib. c. XX): così che lo stesso Dante si è quello che toglie al suo poema il titolo d'<emph>eroico</emph>, e lo getta nella classe dei comici, ne' quali hanno luogo tutti gli stili. E messa anche da parte la suprema autorità dello stesso poeta, a cui più d'ogni altro appartiene il giudicare della qualità del suo lavoro, non è egli pazza sentenza il chiamare eroica una poesia nella quale i diavoli fanno trombetta del culo, e i versi con eleganze tutte proprie del bordello si scontrano tante volte conditi de' <emph>nobilissimi</emph> nomi di <quote>rogna</quote>, di <quote>merda</quote>, di <quote>ruffiani</quote> e <quote>puttane ecc.</quote> e di proverbi che unicamente corrono nel Galateo della canaglia? Eroico un poema tutto satirico, tutto rivolto a dipingere co' più neri colori i più scellerati uomini dell'età sua, anzi di tutte, cominciando dalla creazione del mondo, e trovando nella sua terribile bile il segreto di flagellare e straziare a tutto sangue re, papi, imperatori ecc. anche in mezzo alla letizia perpetua del Paradiso? — Il poema di Dante, grida il Torti, è descrittivo. È pur descrittivo, rispondo io l'<title>Orlando</title> del Berni, il <title>Ricciardetto</title>, la <title>Secchia rapita</title>, lo <title>Scherno degli Dei</title>, il <title>Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno</title> ecc. ecc. Ne vien egli per buona induzione che siano poemi eroici anche questi? — Ma confinare alla classe dei Didascalici il Poema Dantesco è orrendo sproposito. — Di grazia, sig. Dottore: Nol potendo io (per sentenza dello stesso Dante che 'l vuole espressamente comico) annoverar fra gli eroici, qual battesimo gli daremo? Non di tragico, perché da Commedia a Tragedia è la differenza che corre tra il buffone e l'eroe. Non di lirico, e non occorre gittar parole a dirne il perché. Dunque, sapendo tutti che tutta da capo a fondo la <title>Divina Commedia</title> è sparsa e stipata di dottrine teologiche e di precetti morali, e d'insegnamenti a ben guidare la vita tra le leggi dell'uomo e quelle di Dio, che altro titolo gli converrà meglio che quello di didascalico, ossia istruttivo?</p>
<p>Dinanzi a queste leggermente sfiorate considerazioni a me pare che tutta la romorosa ciancia del Torti si risolva nel vento che mandava la trombetta di Barbariccia. E il guaire ch'egli fa per non aver io nella <title>Proposta</title> mai fatta parola del suo <title>Prospetto del Parnaso Italiano</title> né del suo <title>Purismo nemico del buon gusto</title>, non ti par ella una smisurata e pazza arroganza? E impertinenza da frusta il pretendere ch'io mi sia fatto bello delle sue dottrine? Possa io morire con gli scritti del Torti appiccati al collo per penitenza se mi è venuto mai alle mani quel suo <title>Purismo</title> e se, scrivendo que' miei pensieri sullo stile di Dante significati nell'ultimo volume della <title>Proposta</title>, mi è mai passato per mente ciò ch'egli n'ha blaterato nel suo <title>Prospetto</title>. Ma ti dirò io, mio caro Zajotti, la fonte di tante sue ire: egli è stato sempre nemico a tutta guerra del nostro Giulio, di cui appena morto ha lacerata brutalmente la fama. Sa il Torti, che contro questa sua ladra bricconeria in alcune lettere a' miei amici di Roma io feci sacramento di vendicare, quando fosse, l'offeso. Quindi egli mi ha rubate le mosse. Ma per dio, se una volta uscirò dal lavoro in che ora sono impacciato, io spero, aiutato dalla potenza della tua penna, farlo pentire.</p>
<p>La mia Teresa è alquanto indisposta, né ti so dire quanto essa ed Aureggi e tutta la compagnia siamo dolenti del vederci caduti della dolce speranza di averti per qualche giorno con noi insieme con la cara Cattina, massimamente nel giorno onomastico della Teresa, che cadendo il sabbato trasporteremo alla seguente Domenica. Pazienza! Venisse almeno il dolcissimo nostro re de' poltroni, dico il Maffei, al quale darai per me un amplesso che lo strangoli per tenerezza, ond'egli intenda bene quanto io lo amo.</p>
<closer>Salutami caramente la Cattina e le angeliche tue bambine. Sta sano, ed ama il tuo più che padre ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Fammi il piacere di dire a Stella che nel venturo ordinario comincerò a mandare il Ms. ch'egli desidera.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2767.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO FUSI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 12 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Sig. Fusi pregiatissimo.</p>
<p>Rimando le correzioni di stampa delle due cantate per S. M. I. e Reale, ma non vedo ancora la terza per lo stesso argomento, intitolata <title>Invito a Pallade</title>, impressa dalla stamperia reale e messa in musica dal Mayr. Questa pure io desidero che si unisca alle altre, ed occorrendo di ottenere il superior consenso, vi autorizzo a farne in mio nome l'istanza, che sarà necessaria.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2770.</head>
<opener><salute>A PIER ALESSANDRO PARAVIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Dopo un intero mese di campagna (ove ad altro non ho atteso che allo studio della salute), ritornato finalmente in città, adempio per prima cosa il debito di ringraziarvi del caro dono inviatomi delle vostre poesie, e delle osservazioni che vi è piaciuto indirizzarmi sull'ultima edizione della <title>Vita di Dante</title> scritta dal Boccaccio. Ho lette e trovate piene di ogni eleganza le prime, e dettate da molta e sicura critica le seconde; e per le une e per le altre io penso debba venirvene doppia lode e di leggiadro poeta e di acuto conoscitore delle più riposte bellezze negli arcani del bello scrivere.</p>
<p>I passi da voi notati come scorretti, a me pure paiono tali senza dubitazione, e sarebbe obbligo degli editori accuratamente avvertirli, e disfarsi una volta della cieca fede ai codici, ricordando che questi furono sempre materiale lavoro di gente ignorante, e accattante la vita col servile mestiere di copiare gli scritti altrui senza intenderli. Ben conobbe questa gran verità il Petrarca, che in più luoghi ebbe a compiangere la misera condizione delle opere degli antichi indegnamente da cotesti ribaldi guaste e straziate. Ma disgraziatamente i nostri dotti hanno più fede in queste logore carte, che in Marco e in Giovanni.</p>
<p>Nella serie di nuove voci che voi proponete di aggiungere al Vocabolario, tristo servigio, a parer mio, si renderebbe alla buona lingua col regalarle <emph>posterità</emph> nello strano senso in che il Boccaccio l'adoperò, né mi accordo con voi che quella sua frase <quote>posporre gli sdegni</quote> vaglia consumarli. Ma vale propriamente lasciarli da parte, non farne conto, e per dirla in altro modo, dissimularli. Così credo, senza però pretendere che la mia chiosa sia miglior della vostra. In quanto poi allo sproposito della Crusca su quel passo del Petrarca:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Largata alfin con l'amorose chiavi</l>
<l>L'anima esce del cor, etc.</l></lg></quote>
<p>io pure l'ebbi già notato nella <title>Proposta</title>, onde ora godo d'avervi compagno nel condannare la disgraziata dichiarazione datane dalla Crusca. Il che tutto sia detto per farvi intendere che ho letto con attenzione, cioè con piacere, il vostro scritto.</p>
<p>Continuatemi la vostra benevolenza, e tenetemi per vostro buon servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2772.</head>
<opener><salute>Al March. GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Ornate.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">19 o 20 Ottobre 1825</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Marchese ed Amico sopracarissimo.</p>
<p>Tutto concedesi all'amicizia, e a me sarà sempre un grande piacere il far tutto che il mio Trivulzio desidera. Scriva ella dunque al nostro novello sposo, che volentieri acconsento all'edizione che lo stampator veneziano suo protetto ha in animo di eseguire delle <emph>ultime cose mie</emph>: ma ch'egli la faccia senza dar segno ch'io gliel'abbia acconsentito, come già di altre mie poesie recentemente si è fatto da altri veneti stampatori. Tutto in somma che da dieci anni in qua è uscito in luce del mio, tutto gli sia permesso: ma nulla che sia compreso nell'edizione del Bodoni, e il perché di questa riserva, le farò poi noto a voce quando che sia.</p>
<p>Gli scriva ancora che a Niccolini sarà pagato il mio debito di ringraziarlo e dentr'oggi medesimo, se il potrò, nell'angustia di tempo in cui mi trovo, essendo tornato ieri dalla campagna.</p>
<p>Ponga ai piedi dell'<emph>inclita Bice</emph> la mia devozione, e mi abbia sempre per suo obbedientissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2773.</head>
<opener><salute>A GIAMBATTISTA NICCOLINI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Illustre e caro mio Amico.</p>
<p>Bellotti mi ha portato i vostri saluti, e al medesimo tempo il nostro Mustoxidi mi fa sapere da Venezia, che l'esemplare recatomi (è già più mesi) da mano incognita delle ultime vostre Tragedie, è vostro dono diretto: dono carissimo perché pegno sicuro della preziosa vostra benevolenza. Abbiatene dunque i miei più vivi ringraziamenti, e se vi affermo che il vostro <title>Edipo</title> e l'<title>Ino e Temisto</title> crescono due belle gemme alla tragica vostra corona, tenete per vere ed ischiette le mie parole. Tale si è il libero mio giudizio, e tutto il cuore mi gode nel palesarlo, e vi porto invidia del poter dire senza paura tutto ciò che l'alto core vi detta.</p>
<p>Così potessi allargarmi su questo punto! Ma talvolta il tacere dice più che il parlare.</p>
<closer>Salutatemi caramente il più gentile de' cavalieri Gino Capponi, e Lampredi, ed Oreste, cioè il buon Valeriani, e non vi sia grave il continuare la vostra amicizia al tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2774.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Ottobre 1825.</date></opener>
<p>Leggi l'acchiusa mia risposta al Conte Capodistria, e comprenderai per essa il soggetto della proposta. Ne affido a te la spedizione per le ragioni che a viva voce ti esporrà il presentatore di questa, il sanatore de' miei poveri occhi, il signor Taramelli, chirurgo di Corte, valentissimo galantuomo e mio tenero amico; onde che ricevilo liberamente nella tua amicizia, ch'egli n'è degno.</p>
<p>È già oltre due anni che sospiro di abbracciarti; ed ora che in braccio ad amore sei salito al paradiso dell'umana felicità, chi sa se vorrai più scendere in terra per consolare il tuo povero Monti? Oh quante cose egli avrebbe da dirti! e la più dolce e la più ripetuta sarebbe sempre quella di accertarti che anche lontano io ti porto tutto nel cuore.</p>
<p>Ho scritto, secondo il tuo desiderio, al Niccolini in termini da fargli non dubbiamente comprendere che lo amo e lo stimo. E per vero egli è l'unico ch'esce della greggia di quei superbi pedanti.</p>
<p>La mia Costanza sarà sabbato sera fra le mie braccia.</p>
<p>Salutami caramente la tua bella sposa, e l'Albrizzi, e Aglietti, e Franceschinis, e Soranzo, e ogni altro che si ricordi ancora di me.</p>
<p>P. S. Unisco alla presente una copia della nuova edizione, fatta in Milano, del mio Sermone sopra i Romantici.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2777.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PAOLO TAGLIABÒ</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">14 Novembre 1825</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Se mai deste a copiare il sonetto di ieri, correggete così l'ottavo verso:</p>
<lg type="nc"><l>E viva cosa il cor mi mostra appena.</l></lg>
<p>E il decimo in questo modo:</p>
<lg type="nc"><l>Cortesi amici, in cui s'alberga e splende.</l></lg>
<closer>Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2779.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE BERNARDONI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 16 Novembre 1825.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Grata gratissima la tua lettera piena di tanta benevolenza. Te ne ringrazio di cuore, e <foreign lang="lat">in omnibus et per omnia</foreign> ti fo mio plenipotenziario a significare con tutta la diplomatica tua eloquenza a cotesto Monsignor Patriarca la mia gratitudine per la memoria ch'egli conserva della povera mia persona; e nel far questo, gli porgerai co' ginocchi a terra l'acclusa.</p>
<p>Io dovrei qui mostrarti che mi sei stato inumano, partendo senza darmi la consolazione di abbracciarti; ma se nol fo, sappine buon grado all'infermità de' miei occhi, che, come sai, non mi permette lo stancarli con lunga scrittura. Lasciami dunque andar per le corte.</p>
<p>Teresa e Costanza ti risalutano caramente e senza fine. E la prima ti dice che non avendo tu voluto ricevere lo scorso anno il pagamento della nota acqua stillata, al presente non può più accettare la cortese tua offerta. L'altra, nella persuasione di farti piacere, ti manda i quattordici miei versi attergati; e il soggetto l'intenderai dal titolo.</p>
<p>Risalutami molto il nostro De Capitani e Taramelli. Se hai occasione di vedere l'Albrizzi, Soranzo, Aglietti, Mustoxidi, Franceschinis, Paravia, a tutti i più cordiali saluti.</p>
<p>E tu, caro briccone, ama chi t'ama senza riserva.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2782.</head>
<opener><salute>A CARLO TEDALDI FORES — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Novembre 1825.</date></opener>
<p>La diversità delle opinioni fra le oneste persone non dee mai rompere le amicizie. Lungi dall'adirarmi che voi abbiate tolto a combattere le mie sentenze sopra la Mitologia, io son anzi lieto d'avervi data occasione di scrivere sì bei versi, e parlo sincero. Bensì m'adiro che al formolario dell'amicizia abbiate sostituito quello dei rispetti, unicamente perché all'ultima vostra non feci alcuna risposta, e vi parve appresso che il mio contegno, nella visita che mi faceste a Milano, non fosse quale si conveniva. Mio bell'amico, nel corso della vita abbiamo tutti certi momenti di afflizione e di sofferenza, ne' quali siamo divisi da noi medesimi. Allorché mi venne quella lettera vostra, oltre la fiera malinconia in che m'avea sepolto il divieto di affaticare colla penna la vista già mal condotta dal replicato taglio della fistola all'occhio diritto, mi atterravano lo spirito altri colpi di avversa fortuna; e quando mi visitaste in Milano, io non aveva più meco la testa: e questo misero stato mi è durato assai tempo anche dopo. Ma se voi aveste fatto ciò che in simili casi la schietta amicizia richiede, se mi aveste, cioè, dimandata ragione del mio non lieto contegno, avrei risposto: mio caro amico, perdona, il mio cuore è in duro stato di sofferenza: e mi rendo certo, che voi, discreto qual siete, senz'altra richiesta avreste rispettato il mio silenzio, e compatitolo. Ecco la mia discolpa al rimprovero che mi avete fatto; ed io ve ne ringrazio, perché mi avete aperta con esso la via di giustificare la falsa apparenza, che vi ha tratto a dubitare de' miei benevoli sentimenti.</p>
<p>Del resto ben godo d'avervi nemico, e me ne chiamo onorato; ma vi avverto che voi combattete una larva tutta sognata. Se voi richiamerete ben alla mente il consiglio ch'io vi diedi, di non caricare la poesia di troppi ornamenti mitologici; se, dando un'occhiata alla più parte de' miei componimenti, farete attenzione, che, tranne la <title>Ierogamia</title> (in cui parve a me, e parve al pubblico intelligente ch'io avessi destramente trovata una felice allegoria, sotto il cui velo si celebravano altamente le nozze d'un uomo, che, malgrado de' suoi tanti difetti, nell'abbagliata immaginazione degli uomini avea più del divino che dell'umano), negli altri ho gittato con la debita parsimonia gli ornati della mitologia, e nel più di essi neppur una foglia di questi fiori, ben v'avvedrete, ch'io non son punto nemico di quel genere di poesia che voi chiamate romantico e io classico, e che, ridotto il tutto a poche parole, io non mi sdegno dall'una parte e dall'altra che dell'eccesso. E in quanto all'abuso della mitologia, parmi d'aver parlato assai chiaro, dicendo: <hi rend="italic">di gentil poesia fonte perenne — (a chi saggio v'attigne), veneranda, — mitica dea</hi>. E in quanto ai romantici, chi può rimanersi dal dire che delirano, allorché pretendono di sbandirla affatto dalla poesia? e non solo sbandirla, ma volerla spenta del tutto? e spenta con essa la fonte del bello ideale nelle belle arti? I capolavori di Canova e d'Appiani sono nella più parte tratti da questo fonte. E se Psiche, se Elena, come ho detto io nel Sermone, sono belle in marmo ed in tela, perché nol potranno essere egualmente, e più, animate dalla poesia, da cui prendono affetti e parole, da mute e insensate che il marmo e la tela ce le presentano? Ciò è poco. Ogni poeta dee dipingere la natura; ma quella che gli sta sotto gli occhi. Io lodo adunque la poesia settentrionale, che si accorda perfettamente all'orrido cielo da cui riceve le sue inspirazioni. Ma l'italiana, inspirata da un cielo tutto di letizia e di riso, non è ella pazza quando va a farsi bella fra le nebbie e il gelo dell'Orsa maggiore, e si studia di dipingere una natura di cui ella non può avere idea che per imitazione? Ed inoltre la poesia, il cui principale officio è il diletto (e nella misera condizione dell'uomo il dilettare è giovare), dovrà ella presentarsi sempre burbera, sempre accigliata, sempre governata da una pedantesca severità, a cui si dà il nome di filosofica? Possibile che non si sappia distinguere l'officio del poeta da quel del filosofo? che il parlar ai sensi è diverso dal parlare all'intelletto? che la nuda e rigida verità è morte della poesia? che poesia…, vale finzione, e che la favola non è altro che la verità travestita? che questa verità ha bisogno di essere ornata di rose onde avere liete accoglienze? E rose belle e freschissime sono quelle di che voi avete sparse le vostre <title>Meditazioni poetiche</title>, ove parlate della Grecia e d'Omero. Ma quando uscite dai campi di quella eterna bellezza di poesia, e dite che i pensieri de' Greci si agitavano in un'angusta sfera d'immagini, e, dopo questa bugia, a briglia abbandonata vi gettate nelle lodi del romanticismo, allora, mio bell'amico (perdonate se vi apro liberamente il mio parere), allora voi non siete più quello. E s'io vi fossi stato al fianco al momento che scrivevate quel vostro tenero addio agli Dei della Grecia, vi avrei distolto dal farlo per non irritare l'ombra di Schiller, di quello Schiller, che, dopo Shakespeare, è l'amor mio più che vostro d'assai. Ignorate voi forse che una delle più belle e accarezzate sue Odi è <title>Gli dei della Grecia</title>, nella quale egli si adira della follia di coloro che gli hanno espulsi dal regno delle Muse, e fa voti perché siano richiamati a far bella la vita e la poesia? Ho trattato amichevolmente lord Byron nel suo soggiorno di 
romantica? E nel senso in che oggi s'intende, nessuno fu romantico più di lui. Ma egli sdegnava un tal nome per non trovarsi compagno all'infinita turba degli sciocchi che disonorano questa nobile scuola. E persuadetevi bene, che parimenti nella scuola contraria v'ha tali, che per la stessa ragione accetterebbero più volentieri il titolo d'ignoranti che di classici.</p>
<p>Non voglio farvi addosso il dottore, ma concedete alla vera amicizia che a voi mi lega, il finire con un consiglio che da molti anni ho preso per me medesimo: <foreign lang="lat">inter utrumque vola</foreign>. E lasciando a cheto il furor delle sette, attendiamo secondo le nostre forze a far buoni versi.</p>
<p>State sano ed amate il vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S. Salutatemi Cazzaniga e Mocchetti.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2783.</head>
<opener><salute>Al Prof. DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Dicembre 1825.</date></opener>
<p>Una consolazione e un dolore ad un tempo: grande consolazione l'udire l'eredità conseguita dal nostro buon Niccolini, e il vedere che questa volta la sorte ha fatto pace colla virtù: e grande dolore la nuova che qui si è sparsa dell'afflitta salute di Gino Capponi. Io non so darmi a credere che sì bel fiore di nobiltà e gentilezza sia ridotto alla misera condizione che qui si dice: e il non avermene voi fatta parola mi tiene nella lusinga che non sia tutta vera la pubblica voce. Toglietemi, prego, di questa incertezza, e fate che con nuove più liete possa allegrar l'animo dei non pochi che qui lo conoscono, e l'hanno in pregio ed amore.</p>
<p>Il povero Montani anzi che sdegno mi fa compassione. Egli si è messo a parlare di cosa che non intende, e confondendo stranamente l'officio del filosofo con quello del poeta, tira con tutti i deliranti suoi pari a distruggere, se fosse possibile, la poesia. S'egli intendesse bene lo spirito di quest'arte, se sapesse distinguere dalle operazioni della fantasia quelle dell'intelletto, s'egli in somma non si fosse lasciato prendere dalla smania ridicola di comparire filosofo non essendo poeta (ché ad esser tale, altro ci vuole che il suo mazzetto di <emph>fiorellini</emph>), non avrebbe gettato via tanto inchiostro e giudizio in quella sua lunga predica dissennata contro il mio <title>Sermone</title>, né sarebbe trascorso a dire che al presente la scuola romantica è scuola cattolica. Legga egli il lungo articolo in data del primo corrente dicembre inserito nel <title>Giornale dei <foreign lang="fre">Débats</foreign></title>, e vegga con quanta ragione egli ha osato di dire che anco tutta Francia adesso è romantica. E quand'anco lo fosse, ne vien egli che debba romanticamente impazzire anche tutta l'Italia, il cui genio in fatto di letteratura è sì diverso da quello dell'orrido e scapestrato settentrione? L'articolo sopraddetto è sì bello e termina con una pittura sì viva e vera del pazzo romanticismo, che mai non fu scritta cosa più grave condita del più grazioso ridicolo. Leggilo, mio buon amico, e fallo leggere al Niccolini, cui caramente saluterai;</p>
<closer>e sta sano. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mia moglie, la figlia, Aureggi e Jesi ti risalutano senza fine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2786.</head>
<opener><salute>Al Prof. ANDREA ZAMBELLI — Pavia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1825</add>.</date></opener>
<p>Caro Zambelli.</p>
<p>Per la molta nostra amicizia vi prego di far lieta accoglienza al giovine presentatore di questa, il signor Giovanni Provasole, che viene a istruirsi in Pavia nell'arte medica. Mi preme che per l'ottima sua indole egli trovi in voi una guida, un protettore, un amico. Raccomandatelo a' suoi maestri e procurategli la conoscenza degli altri miei amici, Tamburini, Prina, Lotterio, Zuccala, ecc.; e qualunque attenzione gli userete mettetela a conto mio.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2787.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Prof.</add> <add resp="ed">ANDREA ZAMBELLI</add> — <add resp="ed">Pavia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1825</add>.</date></opener>
<p>Caro Zambelli.</p>
<p>Il presentatore di queste poche parole è mio amico. Ciò basti perché siavi caldamente raccomandato.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>La mia moglie vi saluta.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2789.</head>
<opener><salute>All'Abate GIUSEPPE ANTONELLI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Gennaio 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo signor Abate.</p>
<p>Il cav. Zanoli mi aveva già data speranza della venuta vostra in Milano. La vostra dei 24 decembre, ricevuta solamente ieri, me la conferma, e ne provo molto piacere, perché nella mia lontananza dalla patria niuna cosa mi è si cara quanto il consolarmi della presenza di qualche amico concittadino, consolazione che di rado mi avviene. Siate adunque sicuro che sarò lieto assai di conoscervi e ringraziarvi dell'onore che fate alle cose mie in cotesta pubblica Biblioteca, secondo ciò che il Zanoli mi dice. Memore della mia promessa, ho raunato parecchie altre mie operette per farne dono alla detta Biblioteca. E avrete principalmente la nuova edizione, che è sul finire, non solo di quanto trovasi in quelle di Parma, Pisa, Siena, Napoli, Verona, ma di tutte ancora le poesie che mi è accaduto di scrivere in Milano dopo la venuta del Tedesco. Ma da questa edizione per inevitabile mia sciagura sono sbandite tutte le poesie che odorano di libertà, che è quanto dire tutto che ho scritto dal 98 del secolo andato fino al 14 del presente, che appunto è la parte migliore delle mie fatiche. Ho molti inviti da Londra a farne colà una completa edizione. Ma i regolamenti mel vietano della vigente Censura, e il violarli porterebbe la mia ruina. Intanto la pirateria degli stampatori fuori di Stato mi assassina. Nella sola Firenze sonosi pubblicate cinque edizioni della mia <title>Iliade</title>, oltre quelle di Brescia, di Milano e di Napoli, e tutte le esterne senza verun mio profitto. Altrettanto si è fatto delle tragedie per tutta l'Italia. Della <title>Bassvilliana</title> non parlo, di cui tutto dì a mio pregiudizio si moltiplicano le edizioni, le quali già s'appressano al centinaio, e a me povero autore non ne viene il guadagno neppur di qualche copia in regalo. Tale in Italia è la misera condizione de' letterati, per non essersi mai tra' Governi italiani convenuta una reciproca garanzia della proprietà degli scritti a pro degli autori.</p>
<p>Odo con piacere che siate sul punto di pubblicare un saggio assai più diffuso di quello del Baruffaldi sulla patria tipografia del sec. XV. Nella Trivulziana, di cui posso disporre, e nella Breriana, il cui bibliotecario è tutto mio, io spero che troverete aiuti alla vostra impresa; e trattandosi di cosa patria, io v'offerisco fin d'ora qualunque siasi tutta l'opera mia.</p>
<p>Risalutate caramente i miei nipoti Giulio e la Maddalena col marito, e affrettate la vostra venuta, che sarà gratissima al vostro servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2793.</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 Gennaio 1826.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Una lettera del Rosini mi aveva già significata la guerra di che arde tutta la toscana letteratura su quel verso di Dante: <quote>poscia più che il dolor poté il digiuno</quote>; e, per altra lettera del Niccolini al Bellotti, so ch'egli stesso eccitatore dell'incendio se ne tira in disparte, protestando di non voler gittare parole in difesa dell'opinione da esso risuscitata che Ugolino si divorasse i propri figli. Nel che lodo il suo senno; perché quella chiosa, per mio sentire, mette in campo un pensiero troppo pieno d'orrore; e non è maraviglia se per ciò rimase dimenticata, anzi derisa. Nella narrazione di quel terribile fatto, quale si è l'intenzione del poeta? Sicuramente quella di destar lagrime e compassione. Ora a me pare che lo spettacolo d'un padre che divora i suoi figli, spegna tutto d'un tratto e negli occhi il pianto, e nel cuore la compassione; pare che Ugolino mi si presenti non più come uomo di alto animo nella sventura, ma come fiera di tutta brutale natura: la pietà convertesi in raccapriccio, e l'effetto tragico è tutto perduto. Ciò è poco. Esce fuori di tutti i termini del verisimile che un padre al ricordo di quel bestiale suo fatto aggiunga anche l'orrore di raccontarlo; perciocché quelle parole non sono in bocca di Dante, ma di Ugolino. Ed un padre che narri di esser trascorso ad un eccesso sì orrendo, e l'accenni senza porvi una parola che ne faccia in qualche modo la scusa, senza sillaba che ne diminuisca l'orrore, costui non merita più né stilla di pianto, né favilla di commiserazione. Si fa ancora innanzi al pensiero un'altra considerazione che a me sembra di molto peso. Il Buti racconta che dopo otto giorni fu aperta la carcere di quei cinque infelici, e vi si trovarono tutti morti. Se Ugolino si fosse fieramente pasciuto della carne de' suoi figliuoli, primieramente non si sarebbe trovato morto ancor esso: in secondo luogo, sarebbero apparsi nelle membra smozzicate de' suoi figli i segni visibili di quel suo bestial nutrimento: e un simile fatto non sarebbesi dalla storia taciuto. Nel suo silenzio adunque su questo punto, chi mai può creder Dante sì povero di giudizio, da inventarsi tutto dì suo capo un tal fatto con tanto discapito d'interesse e di compassione verso il protagonista di tanta tragedia? Per queste considerazioni, alle quali, se avessi ozio e più voglia, potrei dare maggior luce e più peso, io reputo miglior consiglio il non partirsi dalla chiosa comune, tutto che mi contenti poco il dover ammettere che nel dar morte a Ugolino fu più potente la fame che il dolore; parendomi che sarebbe stato più nobile e più pietoso sentimento il contrario. Fu perciò che, allorquando l'editore del Codice Bartoliniano mi mostrò la lezione ch'ivi si trova: <hi rend="italic">poiché il dolor poté più che il digiuno</hi>, parvemi che questa rispondesse perfettamente all'antico mio pensamento, e confesso che il cuore l'accarezzò, e ne dirò subito la ragione. Ugolino in quel passo, a ben meditarlo, non prende a narrare s'egli morisse più di fame che di dolore. Dopo i terribili versi</p>
<quote><lg type="terzina"><l>Ed io sentii chiavar l'uscio di sotto</l>
<l>All'orribile torre, ond'io guardai</l>
<l>Nel viso a' miei figliuoi senza far motto,</l></lg></quote>
<p>ognuno vede e sente da sé che il misero è dannato a morire di fame: e il poeta dicendo appresso che a farlo morire poté, più che il dolore, il digiuno, direbbe cosa superflua, perché il cuore dell'ascoltante l'ha già presentita: e Dante non usa perdere parole in cose già chiare. Il verso adunque</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Poiché il dolor poté più che il digiuno,</l></lg></quote>
<p>secondo la lezione del Codice Bartoliniano, non mira a far noto se la morte di Ugolino fu più effetto del dolore che del digiuno, ma a render ragione del come, oltre tutte le forze della natura, egli abbia potuto sopravvivere tre giorni a' suoi figli morti <quote>tra il quinto dì e il sesto</quote>. E di vero, per consenso di tutti i fisici è dimostrato che senza alimento non regge si lungo tempo la vita, né senza il concorso di qualche causa morale straordinaria, come appunto il dolore, il quale, secondo che Galeno e tutta la sua scuola c'insegna, concentrando gli umori, ritarda l'effetto dell'inedia che li disecca. Avendo dunque detto Ugolino che, brancolando già cieco sui cadaveri de' suoi figli, seguitò a chiamarli tre giorni dopo la loro morte, rende ragione dell'aver potuto durare la vita tre giorni più che i suoi figli; e la ragione si è che il dolore fu più potente a tenerlo vivo, che la fame ad ucciderlo: e con questo tratto egli dà al suo dolore una forza quasi sopra natura, e raddoppia mirabilmente, in chi l'ode, la compassione, laddove la contraria lezione del digiuno più potente che il dolore, l'estingue.</p>
<p>Se la variante Bartoliniana e la mia chiosa non vi garbano, io non mi ostinerò a difenderla, solo che concediate esservi maggior decoro ed affetto che nella comune. E qui ponete attenzione a quelle pietose parole di Ugolino,</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>E tre dì li chiamai poiché fur morti.</l></lg></quote>
<p>Si può avere il cuore di credere che quel povero padre dolorosamente chiamando i morti suoi figli se li mangiasse? Come accordare tanta tenerezza con tanta brutalità? Eccovi <foreign lang="lat">currenti calamo</foreign> la mia risposta alla dimanda fattami. E sappiatemene grado, perché sono mesi ed anni che, per riguardo alla mia debole vista, non ho scritto lettera così lunga.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2794.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Napoli.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Gennaio 1826.</date></opener>
<p>Se l'aria di Napoli, come mi scrivi, conferisce alla tua salute, la regal Sirena avrà da me un inno di ringraziamento e di lode; e io tel canterò quando in fiore di perfetta sanità verrai a Milano: il che faccia Dio che presto accada, prima che l'ostinata malattia de' miei poveri occhi mi tolga affatto la vista. Perché non solo ho perduto ogni speranza di guarire, ma sento l'un dì più che l'altro peggiorarsene la condizione; e sì lo scrivere come il leggere mi torna così penoso e nocivo, che il mio vivere è una continua malinconia. Aggiungi a questo la sempre più crescente mia sordità, per cui nelle compagnie non altro sono già divenuto che tronco. Affretta dunque la tua venuta; e la tua presenza sarà una grande consolazione per Maffei, e sarà senza misura una gioia di paradiso pel</p>
<closer>tuo amantissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Segretario Perpetuo della R. Accademia, l'abate Teodoro Monticelli, uomo coltissimo, e ciò che più monta onoratissimo, è tutto aureo di bontà e cortesia. Portagli i miei saluti, e ciò solo ti basterà ond'essere ben accolto, e la sua amicizia sarà la migliore di quante ti posso fare in cotesta città. Il Trivulzio ti saluta, e altrettanto fa mia moglie.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2795.</head>
<opener><salute>A LEONARDO CIARDETTI Tipografo — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 Gennaio 1826.</date></opener>
<p>Stimatissimo signor Ciardetti.</p>
<p>Ebbi a suo tempo li tre esemplari della mia <title>Iliade</title> e gli altri tre delle mie Tragedie nella bella vostra edizione, e per la persona che me li presentò, ve ne mandai i miei ringraziamenti, che ora piacemi di ripetere vivamente.</p>
<p>Le mie correzioni alla traduzione di Persio sono terminate, e tali che l'opera è quasi nuova del tutto. Ma voi sapete i miei impegni col Fusi, al quale non posso mancar di fede. Sarà in vostro arbitrio il farne nuova edizione, come avete già fatto dell'<title>Iliade</title> e delle Tragedie; ma i primi riguardi io li debbo al suddetto Fusi, e voi siete troppo onesto per non dolervene.</p>
<p>Ove io possa far cosa di vostro piacere, mi troverete pronto a farvi contento.</p>
<p>Salutatemi distintamente il cav. Ciampi, e state sano.</p>
<p>P. S. L'edizione del mio Persio avrà posdomani cominciamento, e alla fine del mese spero sarà finita.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2796.</head>
<opener><salute>A CARLO PEPOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Gennaio 1826.</date></opener>
<p>Io sperava di finir la mia vita al tutto mondo del primo dei sette peccati: ma voi coll'intitolarmi i vostri bei versi sulla prigione del Tasso con parole di tanto amore ed onore, voi mi fate venire in tale superbia, che mi trarrebbe a dimenticare di esser indegno di sì bel dono, se non considerassi che voi più che dal poco mio merito, avete preso consiglio dalla molta bontà dell'animo vostro. Ben veggo che di ciò pochi vi loderanno, ed io per primo conosco che la gentilezza del cuore ha fatto velo al vostro giudizio. Ma posso io biasimarvi di un errore che torna a mio profitto? E non dovrò io mirabilmente godere del vedermi amato da voi, mio dolce amico, in cui, dal primo momento che vi conobbi, ebbi scoperta un'anima così bella, così delicata, così cara al mio Papadopoli, e finalmente sì veneranda per le sventure che vi combattono, e per l'altezza dei sentimenti con cui sapete calcare l'avversità? Crediate che l'acquisto della vostra amicizia mi è vero tesoro, e ch'io mi studierò di custodirlo intatto e prezioso fino all'estremo della mia vita.</p>
<p>Zajotti, Bellotti e Maffei, che tutti si trovavano nella mia stanza all'arrivo de' vostri versi, tutti vi ringraziano dell'esemplare che a ciascuno di loro in nome vostro ho distribuito, e niuno vi è stato avaro delle lodi ben meritate; e vuole espressamente esservi ricordata anche la mia Costanza, che subito me n'ha rapita una copia. Ne offrirò un'altra, siccome desiderate, anche al Trivulzio, a cui per sicuro sarà gratissima, quanto è stata a me e al Maffei la Tibulliana dell'egregio vostro cugino il cav. Benedetti; dico la bella sua versione dell'Elegia: <title lang="lat">Phœbe, fave, etc.</title>. Così si potesse sperare d'averle tutte tradotte! Ringraziatelo del cortese suo dono, risalutatemi carissimamente il mio Costa; ma soprattutto significate a vostra sorella la mia viva riconoscenza per la memoria ch'ella conserva di me</p>
<p>divoto suo servitore, e vostro affezionatissimo amico.</p>
<p>P. S. Non conosco il poema del Ricci sulla <title>Georgica dei Fiori</title>, ma non mi sembra ch'egli sia rivale da sgomentarsi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2798.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla Signora</add> <add resp="ed">CATTINA ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Trento</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Di casa</add>, <add resp="ed">il 18 Febbraio 1826</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>Zajotti e Maffei verranno dimani a farmi lieto della lor compagnia. Ma questa letizia non mi può esser piena senza la mia buona Cattina. Piacciati adunque di esaudir la preghiera che il mio plenipotenziario Maffei ti porgerà in nome mio e di mia moglie e della figlia, e non ti rincresca di venire nel modo che ti dirà Maffei per fare a Zajotti una grata sorpresa. Io sperava di poter recarmi io stesso a prenderti: ma mi sento tuttavia travagliato dalla tosse sì fieramente, che non ardisco uscire all'aperto in sì malvagia stagione. Tieni dunque occulto al marito, onde vieppiù rallegrarlo, il mio disegno</p>
<closer>e vieni a consolare della tua cara presenza il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2799.</head>
<opener><salute>A DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1826.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Non so vedere qual lode mi possa venire dal render pubblica la lettera in cui vi esposi, per contentarvi, la mia opinione sul tanto disputato verso di Dante</p>
<l><quote>Poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno.</quote></l>
<p>Quella lettera (notatelo bene) fu scritta senza alcuna di quelle cure che si suol porre alle cose destinate alla stampa; e l'onorevole giudizio che voi e i vostri amici ne portate, procedendo da animi ben disposti a benevolenza, non mi tranquilla. Tuttavolta dovendosi coi cortesi esser cortese, anche quando si corre pericolo di scapitare, io non so farvi niego della dimanda fattami di pubblicarla. Ma voi non siate sì corrivo nell'accettare la lezione Bartoliniana da me lodata; perché, tutto posatamente considerato, m'è avviso che la comune sia da preferirsi. Vero è che questa, secondo la chiosa di quasi tutti gli espositori, non fa molto onore al dolor d'Ugolino, mettendo con erroneo giudizio ad una stessa bilancia l'effetto del dolore e del digiuno, e spiegando che questo fu più potente di quello a privarlo della vita: il che per certo non imprime nell'animo quell'alta idea che ognun s'aspetta del</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Disperato dolor che il cor gli preme.</l></lg></quote>
<p>Ma bene e fortemente l'imprimerà, se si considera questo dolore, non come mezzo ad ucciderlo, ma come mezzo a farlo sopravvivere tre giorni alla morte de' cari suoi figli; essendo verità incontrastabile che ne' forti caratteri una grande passione somministra forze soprannaturali a poter resistere all'ultima dissoluzione dell'esistenza. Il che intese assai bene Torquato là dove disse:</p>
<quote rend="block"><lg type="ottava" part="F"><l>Oh che sanguigna e spaziosa porta</l>
<l>Fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,</l>
<l>Nell'armi e nelle carni! e se la vita</l>
<l>Non esce, sdegno tienla al petto unita.</l></lg></quote>
<p>E là pure, ove, parlando di Sveno, cantò:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>La vita no, ma la virtù sostenta</l>
<l>Quel cadavero indomito e feroce.</l></lg></quote>
<p>E allo stesso effetto di valor disperato convien riferire quei versi:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Moriva Argante, e tal moria qual visse:</l>
<l>Minacciava, morendo; e non languia.</l></lg></quote>
<p>Dietro le quali osservazioni, tratte dal fondo vero della fisica e della morale, ecco l'interpretazione, che, dividendomi da tutti gli espositori (e credo non ingannarmi), io do al verso in questione:</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l><emph>Poscia più che 'l dolor poté 'l digiuno:</emph></l></lg></quote>
<p>cioè: dopo essere io sopravvissuto tre giorni a' miei figli, dopo averli per tutto quello spazio di tempo pietosamente chiamati, brancolando già cieco sovra i loro cadaveri, finalmente, più che la forza del dolore e del furore a tenermi vivo, fu potente la forza della fame a darmi la morte. Con questa interpretazione a me pare che il dolore di Ugolino acquisti una qualità di grandezza che la più non può darsi, e che salvi quel misero dalla taccia di esser morto più di fame che di dolore, mentre appunto, perché fu immenso il suo dolore ed immensa la sua disperazione, poté in lui operarsi il prodigio di render vano per tre giorni l'effetto terribile della fame. Questa è la finale opinione in cui sono fermo. Quanto all'altra, dell'essersi egli pasciuto della carne de' suoi propri figli, credo di aver spiegato abbastanza nell'altra mia lettera l'orrore di questa cena.</p>
<closer>Salutate carissimamente gli amici, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2800.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BISCACCIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Febbraio 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Premessi i miei ringraziamenti per l'onore che le è caduto nell'animo di farmi intitolando al mio nome la nuova edizione del suo <title>Parnaso Anacreontico</title>, l'intimo sentimento della mia coscienza vuole che io le protesti di non esser da tanto da poter sostenere il troppo carico delle lodi, di cui Ella mi è cortese, secondo la modula della dedicatoria trasmessami. Concepita in termini così lontani dal poco mio merito, no, non è possibile che io l'accetti.</p>
<p>Ben l'assicuro di essere per tanta sua gentilezza compreso della più viva riconoscenza; la quale mi fa desiderare più giusta occasione di addimostrarle l'ossequio e la stima con cui mi protesto suo obb.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2801.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BISCACCIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Marzo 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Poiché la sua cortesia e pur ferma nel desiderio di vedere il mio nome in fronte al suo <title>Parnaso Anacreontico</title>, e fortemente Ella stessa si mostra poco contenta della nuova modula inviatami della lettera dedicatoria, ecco in brevi parole il mio consiglio.</p>
<p>Il costume di siffatte lettere è meritamente andato in disuso, e con più senno al presente si suole supplire con una semplice iscrizione, anche quando l'opera viene intitolata ai Potenti: e ciò molto più si conviene ad umile persona come la mia. Si appigli dunque al mio suggerimento, e con quattro parole significanti la sua benevolenza renda più pago il mio cuore e il giudizio del pubblico.</p>
<closer>Su questa lusinga, le anticipo i sentimenti della mia riconoscenza pari all'intima stima con cui mi confermo suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2803.</head>
<opener><salute>Al Consigliere P. ZAJOTTI — S. P. M. <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Di casa</add>, <add resp="ed">12 Marzo 1826</add>.</date></opener>
<p>Caro Zajotti.</p>
<p>Se hai pronte le quattro parole di cui t'ho pregato per Battaglia, non indugiarmele. Se non le hai (e ne sarei ben dolente), rimandami lo scartafaccio di Remondini, o piuttosto fammi il sagrificio di una mezza ora, e vieni tu stesso ad aiutarmi de' tuoi pensieri onde liberare la mia promessa meglio che si potrà.</p>
<closer>Scusa, perdona, e ti caglia del tuo <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2811.</head>
<opener><salute>Al Conte GIROLAMO CICOGNARA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Maggio 1826.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Le vere amicizie non hanno bisogno di essere alimentate da molte lettere per mantenersi vive e tenere. Rade volte, gli è vero, è venuta a noi l'occasione di scriverci; ma la nostra amicizia è tale, che, per mio sentire, non potrebbe alterarla né scemarla il silenzio neppure d'un secolo. L'interesse che voi prendete alla mia salute, mi è carissimo: e ve ne ringrazio con pienezza di cuore. Ma la mia infermità non è finita. Sono quarantasei giorni ch'ella mi tiene inchiodato nel letto. La febbre assai pericolosa in cui si sviluppò, è stata domata; ma v'è molto da fare per il restante. La paralisi del manco braccio e della coscia sinistra mi toglie tuttavia affatto l'uso di queste due parti del mio povero corpo; e prevedo che, per trovarmi qualche rimedio, mi sarà forza seguire il consiglio dei pratici, che mi esortano a tentare i fanghi d'Abano. Onde verisimilmente, nel prossimo luglio, mi recherò a Padova per questo effetto, e quel soggiorno mi recherà, spero, un altro bene, la compagnia di molti amici ch'io conto colà, e la speranza di dare una scorsa a Venezia per abbracciar voi e il Patriarca. Ma un altro grande nemico mi convien prima vincere, ed è una fierissima tosse di petto, che veramente mi conquassa tutta la persona; e, se debbo dire il vero, mi mette anche in qualche apprensione. Amerei che su questi cenni che vi do della mia infermità, consultaste il grande Esculapio Aglietti, abbracciandolo prima carissimamente in mio nome.</p>
<closer>E pregovi di fare altrettanto con Leopoldo, coll'Albrizzi, con Soranzo, con Mustoxidi, e con tutti quelli che benevolmente si ricordano del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2812.</head>
<opener><salute>A MARIO VALDRIGHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Maggio 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore ed Amico.</p>
<p>Nelle sventure è una grande consolazione la benevolenza e l'interesse, che prendono alle nostre disgrazie le persone di alta considerazione quale voi siete. Quindi non vi so dire quanto mi sia riuscita cara la vostra lettera. Ma io mi trovo ancora molto oppresso dalla malattia che da quarantasei giorni mi travaglia, e mi obbliga ad una lunga e penosa convalescenza. Il pericolo della vita è rimosso, ma soffro tutto quello che si. può soffrire in una infermità complicata come la mia. Sono divenuto veramente l'uomo dei dolori, perché, oltre una paralisi alla gamba sinistra e a tutto il braccio sinistro, mi convien combattere dì e notte con una tosse al petto che non mi lascia mai respiro.</p>
<p>Vi ringrazio delle stampe che mi avete mandato, le quali perché mi sieno accette basta ch'io vi legga in fronte il nome dell'Ottonelli e del Parenti; al quale, se vi viene il destro, porterete i miei saluti e direte che fra pochi giorni uscirà l'Appendice alla <title>Proposta</title>, nella quale Appendice il Parenti in più di un luogo vedrà in quanta stima io lo tenga. Il misero stato in cui mi trovo non mi ha peranche permesso di leggere la cantica della signora Reggianini e similmente neppure il <title>Dorateo</title> dell'Ottonelli. Ma tutto ciò ch'esce dalla calda penna di una colta donna dispone l'animo mio a favore dell'autore; onde vi ringrazio doppiamente del dono che mi avete fatto, tanto maggiormente se questo dono è stato di consenso dell'egregia autrice.</p>
<closer>Non vi stancate di continuarmi la preziosa vostra amicizia e rendetevi certo di essere ben corrisposto dal vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2814.</head>
<opener><salute>Ad ENRICHETTA DIONIGI ORFEI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Giugno 1826.</date></opener>
<p>Volesse Iddio che i fogli pubblici, che hanno anunziata la mia guarigione, avessero detto il vero. Ma disgraziatamente la mia salute è tanto lontana dall'essere ristabilita, che io mi trovo quasi allo stesso punto in cui ebbe principio la mia malattia. La mia paralisi al manco piede e al braccio sinistro è sempre la stessa; e queste due parti dei mio povero corpo sono tuttavia prive del potere di adempiere il loro ufficio. L'interesse che voi prendete al mio misero stato, mi comprende della più viva gratitudine.</p>
<p>Non ho mai dimenticata la promessa di mandarvi alcune cose mie. Al momento in cui scrivo, si sta ultimando in Milano una nuova edizione d'alcune mie poesie; di già ne sono pronti due volumi: terminata ch'ella sia, vi do parola d'onore, che uno dei primi esemplari sarà per voi: e acciocché vi giunga sicuramente, raccomanderò il plico a cotesto signor conte Alborghetti, Inviato Pontificio.</p>
<p>Non mi reputo degno dell'onore di essere aggregato alla Accademia Tiberina: e s'ella non isdegna di avermi per suo socio, mi stimerò fortunatissimo. Ma l'Accademia non acquisterà in me che un tronco disutile ed infruttuoso: ed ecco la mia risposta alla cortese dimanda da voi fattami. Non rispondo di pugno alla carissima vostra, e ciò sia prova dello stato infelice a cui sono ridotto.</p>
<p>Conservatemi la preziosa vostra benevolenza, ed abbiatemi sempre vostro buon servitore ed amico affezionatissimo.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2815.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">LUIGI AUREGGI</add> — <add resp="ed">Caraverio</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Giugno 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Ciò ch'io temea è accaduto. La mia Teresa col troppo strapazzarsi in assistermi si è ammalata e guarda il letto dopo un abbondante salasso, mercé del quale la febbre, ch'era piuttosto forte, si è molto mitigata e al presente l'ammalata è molto sollevata, e d'altro non si lagna che d'alquanto dolore alla gola. Io pure a dispetto dell'iniqua stagione vo migliorando, ma quasi insensibilmente. Ho fatto esperimento della carrozza, il cui moto non solo non mi ha fatto alcun disturbo, ma anzi mi ha dato vigore di modo, che io già venia ragionando con Teresa il giorno e il modo di metterci tutti in viaggio per Caraverio, e se non accadeva la disgrazia che ho detto della mia buona Teresa, forse a quest'ora saremmo a mezza strada.</p>
<p>Oggi è bella giornata ed io con Taramelli e Bellotti farò il secondo esperimento della carrozza. Se il buon tempo dura altri due o tre giorni, del certo io vengo a mettermi in braccio al dott. Craverio. Ho fatto un grande sforzo per iscrivere queste poche righe a biscia. Tutti gli amici vi salutano caramente, innanzi a tutti Costanza, Zajotti e Bellotti. La malata poi ed io senza fine vi abbracciamo col cuore, impazienti di farlo colla persona.</p>
<closer>Addio le mille volte. Il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2816.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — Trento.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Giugno 1826.</date></opener>
<p>Persuaso, mia cara Cattina, che per la tua bontà tu prendi interesse alla mia salute, voglio far prova di dartene di proprio pugno le nuove.</p>
<p>Quale mi lasciasti, tale mi trovo, cioè sempre in paralisi la gamba sinistra ed il braccio, non potendo far passo, senza appoggio, né stringere con le dita alcuna cosa. La sola tosse è vinta, o almeno quasi vinta. L'unico mio conforto in tanta ruina e tristezza è la fedele compagnia di tuo marito, che mai non mi lascia. E Dio ne lo rimeriti. Mia moglie tre giorni fa era caduta inferma ancor essa per forte costipazione, e per il troppo strapazzarsi in assistermi. Io n'era un po' spaventato. Ma essa secondo il suo solito curandosi da se stessa senza punto consultar il medico, chiamato un chirurgo, e fattasi trarre diecisette oncie di sangue, si è subito liberata e dalla febbre e dalla costipazione ed ora è perfettamente ristabilita, e caramente ti saluta, e t'aspetta per andare a Caraverio, ove Aureggi a braccia aperte ci attende. La mano mi casca, e ricusa di andare più oltre con lo scrivere.</p>
<closer>Do fine coll'abbracciarti siccome tenera figlia, e tu ricordati del tuo babbo, e torna presto a consolare della tua dolce presenza il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline></opener>
<p>Mia cara Amica.</p>
<p>Non ho voluto che mio padre s'incarichi de' miei saluti, perché troppo m'è caro di poterveli porgere io stessa. Voi accoglieteli dunque coll'usata vostra gentilezza; e scrivetene, ve ne prego: datene notizia della vostra salute, e speranza del vostro sollecito ritorno, il quale tutti affrettiamo co' più caldi voti, e più che tutti</p>
<closer>la vostra aff.ma serva ed amica <signed>COSTANZA</signed>.</closer></div3>
<div3 type="epistola" n="C">
<opener><byline>Paride Zajotti</byline></opener>
<p>Questa lettera ha la data del 12 <add resp="ed">sic</add>, ma mi vien mandata a questo punto: io sapea, che dovea venirmi, ma sperava che fosse più presto, e volea scriverti a lungo sovr'essa: ora per altro non mi resta che il tempo materiale per mandarla alla posta, dicendoti solo, che siamo tutti sani, e che oggi con nostro dolore siamo nuovamente privi di tue notizie. Deh non essere così avara con noi, e leva d'ogni inquietudine chi tanto ti ama,</p>
<closer>Il tuo <signed>PARIDE</signed>.</closer>
<ps><p>P. S. Domani ti scriverò circa il Monti.</p></ps></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2817.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">MARC'ANTONIO PARENTI</add> — <add resp="ed">Modena</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Giugno 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore ed Amico.</p>
<p>Cotesto signor conte Mario Valdrighi mi aveva già mandata la <title>Cantica</title> della signora Reggianini. Non potei esporne al medesimo il mio parere, perché nel misero stato in cui mi trovo, poca è la facoltà di leggere, e nulla affatto quella di scrivere. Nulladimeno, acciocché vediate quanto mi sia giunta carissima la vostra lettera, voglio sforzarmi di rispondervi. E poiché vi piace ch'io vi apra sincero il mio giudizio su quella <title>Cantica</title>, sinceramente vi dico che io vi scorgo molta bellezza dal lato particolarmente dello stile, nel quale scintillano tratto tratto certe locuzioni tutte sue, ma foggiate su quelle di Dante. Insomma io vi scorgo i semi dell'ottima poesia, e solo l'esorterei a tenersi lontana dalle cose ascetiche. Il Varano, per essersi nelle sue <title>Visioni</title> abbandonato troppo alla teologia, ne ha raccolto più biasimo che lode. Del resto la vostra Reggianini promette molto, e molto manterrà. Fategliene le mie congratulazioni; e voi compatite alla cattiva scrittura, con cui vi esprimo il mio sentimento e i miei ringraziamenti per l'affettuoso interesse che prendete alla mia salute, la quale è ancora ben lontana dall'essere ristabilita; poiché l'uso del manco braccio e della gamba è ancora paralizzato, e temo di non poterlo più ricuperare.</p>
<closer>Continuatemi la vostra benevolenza <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2818.</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Sesto di Monza</add>, <add resp="ed">Giugno 1826</add>.</date></opener>
<p>Ecco che ti scrivo, ma non isperare una sola linea dritta, poiché la tremante mia mano non obbedisce alla falsa riga, e va storta come la biscia. In somma è penna romantica. La mia salute è sempre buona, ma le forze sempre perdute, né finora posso dire di averne tratto vantaggio sensibile. Ma forse è ancor troppo presto. Mandami il cappello, poiché le due berrette di seta non mi difendono abbastanza dal sole nel traversare da un luogo ombroso ad un altro, ove non si può andare che trapassando qualche tratto di sole.</p>
<p>Ti attendo colla Costanza giovedì.</p>
<p>L'uso delle ortiche, che in Milano non ho potuto tollerare, l'ho ripigliato adesso spontaneamente, convinto che non può farmi che bene, e pentito di non averlo continuato. Vedi che qualche volta pure sono ragionevole, e che il sarei sempre, se l'impazienza non mi vincesse. Dillo a Taramelli, e fagli sapere che, secondo la promessa, l'attendo, e che mi lascerò orticare dalle sue proprie mani quanto vorrà.</p>
<p>Abbi cura della tua salute, che mi preme più della mia; e se alla posta sono lettere per me, falle recapitare in casa Calderara.</p>
<closer>Ti abbraccio con tutta l'anima, e fo il medesimo con la Costanza, e sarò sempre, finché avrò vita, il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2819.</head>
<opener><salute>A TERESA PIKLER MONTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Sesto di Monza</add>, <add resp="ed">Giugno 1826</add>.</date></opener>
<p>Non è più tempo di riguardi. L'aria di Sesto (l'esperienza è fatta) non solo non mi aiuta, ma, sto per dire, mi nuoce, poiché mi ha cagionato una tale inappetenza, che non v'ha cibo che non mi dia di volta allo stomaco; e sì l'affettuosa cura de' miei ospiti non lascia di procurarmi i più squisiti. Mangio pochissimo, e il poco che mi va giù per la gola, il restituisco per secesso tal quale ho potuto a stento ingoiarlo. In somma il mio stato ha bisogno di aria più elastica. E quando penso al delizioso e sempre vivo appetito che a tutte le ore aveva meco a Caraverio, mi fa ardentemente desiderare di andare a respirarla. Quella solitudine non mi spaventa (altronde non si è mai soli quando si ha la compagnia di buoni libri): quindi mi sono fermamente fitto nell'animo di andare a quell'aria, che per prova mi ha sempre conferito mirabilmente. Mi basta l'aver meco il nostro buon servitore Luigi; e ove si tratti di ricuperare la salute, conviene metter da parte tutti i sollazzi. Vieni dunque a prendermi il più presto che puoi, e spero che Aureggi acconsentirà alla mia andata a Caraverio, ove mi chiama il sommo bisogno di rifarmi in salute, per ricuperare la quale io voglio e debbo tentare tutte le vie.</p>
<p>Ti abbraccio con tutte le forze del cuore, e fo lo stesso con Costanza ed Aureggi, e vi prego tutti di compatire il mio misero stato. Addio mille volte.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2820.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — Trento.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">nei primi di Luglio del 1826</add>.</date></opener>
<p>Mia carissima come figlia.</p>
<p>Bisogna essere infelice e maltrattato del corpo e dell'anima come son io per intendere quanta consolazione sia il ricevere i conforti delle persone che ci son care, siccome accade a me nel ricevere le affettuose tue lettere, le quali ti giuro, mia diletta Cattina, mi sono un vero balsamo allo spirito oppresso dalla malinconia, e abbattuto dal pensiero del misero stato in cui mi trovo, perdendo ogni dì la speranza di riavermi.</p>
<p>Tuo marito mi è sempre al fianco, e questo appresso alle cure della mia buona Teresa è il maggior bene che mi rimanga, e fa ch'io ami il tuo Paride d'amore più che di padre. Al finire del corrente andremo tutti a Caraverio, nella cui aria fina ed elastica è riposta omai tutta la mia speranza di migliorar la mia condizione, e nel pensare che tu e tuo marito sarete con noi, mi si allarga il core e mi rinasce il morto coraggio perché in me non è tanto il bisogno di curare il mal fisico quanto il morale, e non voglio arrossire di confessarti che sono veramente avvilito. E non mi fo a descriverti la mia miseria, perché la paralisia della mano sinistra mi attacca non poco anche la destra e mi toglie lo scrivere, e mi costringe a dar fine.</p>
<p>Tu che hai libera la penna non istancarti di adoperarla per compassione del tuo povero Monti, che con tutta l'anima ti abbraccia, e ti rende i più cari saluti di Aureggi e di tutta la casa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2821.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO MARIA TORRICELLI — Fossombrone.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Luglio 1826.</date></opener>
<p>Non vi stupite, mio caro Conte, se tardi rispondo alla gratissima vostra dei primi dell'andato mese, nella quale ho grandemente gustate le vostre belle Ottave, e veduto con sentimenti di riconoscenza l'interesse che voi prendete alla mia salute, la quale Dio volesse che fosse ristabilita come i pubblici fogli hanno annunziato; ma il vero si è ch'io sono tuttavia in misera condizione. La gamba sinistra, egualmente che il braccio manco, sempre paralizzati, e non poco anche la mano destra: il che potete argomentare voi stesso dalla presente, che a grande stento ho preso a scrivervi di proprio pugno. E corre già il terzo mese che io mi trovo in questo misero stato. Perdonate adunque alla mia malvagia scrittura, e alla sua brevità. Do fine col rallegrarmi de' vostri bei versi, e coll'esortarvi a non perdere di vista la vita del Pergamini. Questo lavoro vi farà onore, e ne verrà molta gloria alla vostra patria e all'italiana letteratura. Vi ringrazio all'ultimo della preziosa amicizia che mi conservate, e ch'io desidero di meritare, se me ne porgerete occasione.</p>
<closer>Vi fo i saluti di mia figlia, e sono a tutta prova il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2822.</head>
<opener><salute>Al Conte LEOPOLDO CICOGNARA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 Luglio 1826.</date></opener>
<p>Sono ridotto a scrivere come i fanciulli che vanno sull'orma. La paralisi della mano manca mi attacca alcun poco anche la dritta. Nulladimeno voglio far prova di rispondere tutto di proprio pugno alla vostra dolcissima.</p>
<p>Il parere del vostro Aglietti intorno ai fanghi di Abano, se siano ad applicarsi alla mia infermità, è del tutto conforme a quello di Scarpa, il quale me gli interdisse altamente. Al voto di questi due grandi, al quale si accorda anche quello dei due medici che mi curano, bisognerà dunque piegare la mia volontà. Ben vi dico che me ne duole, perché la cura dei detti fanghi mi prometteva, tra molti contenti, quello di passar qualche ora deliziosa in compagnia dei molti amici che in Padova mi avrebbero consolato della loro presenza, fra i quali io contava particolarmente la dolcezza di abbracciar te, mio caro Leopoldo, e l'ottimo tuo cugino Momolo, e il mio Trivulzio, che avendo sperimentato già il buon effetto dei fanghi per la salute della moglie, mi disse aver intenzione di tornarvi ancora quest'anno. Puoi adunque vedere che non sono pochi i conforti che io perdo non venendo a tentare la virtù dei tanto lodati fanghi di Abano, ch'io sperava dovessero per me essere la piscina dell'Evangelio. Ma contro l'avviso di un Aglietti e d'uno Scarpa, chi può ardire di muoversi? Tuttoché la sentenza del grande Esculapio veneto abbia distrutto le mie speranze, non per questo deve restar muta la mia gratitudine verso di lui. Per la qual cosa io ti prego di portagliene in voce o in iscritto la più sincera espressione, e di ringraziarlo senza fine della bontà con cui si è degnato di contentare le mie dimande. Che se il cielo farà che il presente mio misero stato si volga in meglio, prometto di venir io stesso in persona a ringraziar in Venezia tutti i cuori gentili, che in questa mia sventura hanno mostrato tanto interesse per la mia vita, particolarmente la bell'anima di tua moglie, a cui e mia figlia e la madre inviano i più affettuosi saluti.</p>
<closer>Abbraccia caramente per me il nostro Momolo, e tu pure cura la tua preziosa salute, ed ama il tuo amantissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se ti abbatti in Soranzo e nell'Albrizzi, <quote>nullo bel salutar sia lor taciuto</quote> per parte mia.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2826.</head>
<opener><salute>Al Consigliere PARIDE ZAJOTTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Luglio 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Senza dubbio mette conto il fare delle lettere al Conte Saurau e al Principe un fascicolo al Patriarca per le savie ragioni che tu mi accenni nella tua dolcissima. Estimo anche ottima cosa il lasciarle ambedue a sigillo alzato, onde il discorso che n'uscirà tra questi tre personaggi sul mio affare si trovi in armonia. Abbandono dunque alla tua prudenza il condurre le cose secondo il meglio che te ne parrà. Troverai alcune annotazioni fatte alla lettera pel Metternich. Se non ti garbano, riduci la minuta a tuo senno, e rimandalami, che io mi sforzerò di ricopiarla, e avremo tempo di far tutto questo fino ai primi d'Agosto, ma nell'emendare i miei spropositi lascia correre, che l'apoplessia che m'ha colpito è l'unico guadagno che ho tratto nell'obbedire ai comandi del Governo colla fatica spesa per otto anni continui in un'opera di tanto dispendio e di tempo, e di mente, come tu sai, e tutto il pubblico ben conosce. Tu vedi abbastanza chiaro l'oggetto di questo tocco, e non aggiungo più parole. Seguito il tuo consiglio sul resto, e scriverò al Patriarca, pregandolo di far consegnare a Saurau e al Principe le lettere rispettive qualche giorno prima della sua visita ai suddetti personaggi. Attendo l'arrivo di Costanza non più tardi che posdimani, e ad essa consegnerò la seconda lettera al Patriarca e sarà di mio proprio pugno, se potrò, ma ne temo, perché poco pochissimo è il guadagno di vita alla mano, e la paralisi è tuttavia in vigore. Mentre io sperava di averti in Caraverio con la Cattina, tu ti allontani da noi in direzione tutta contraria. Aureggi n'è dolente ed io più che dolente. Ma se <foreign lang="lat">fata obstant, superanda omnis fortuna ferendo est</foreign>. Noi tutti ti abbracciamo col cuore, e non vogliamo del tutto rinunziare alla speranza di averti fra le nostre braccia tornato da Recoaro.</p>
<closer>Addio mille volte, mio dilettissimo. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2827.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Recoaro</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Luglio 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Per ben quattro volte e sempre l'una peggio che l'altra ho copiato quella benedetta lettera al Principe Metternich, di modo tale, che, avendo consumato il quinterno di carta reale portato meco a quell'effetto, mi conviene ordinare a Costanza che me mie mandi un altro quinterno della stessa qualità e grandezza, onde finalmente o bene o male uscire di questa pena.</p>
<p>Intanto osserva l'acclusa, che ho stimato bene di scrivere al conte Saurau, dalla cui mediazione spero non poco, sapendo dallo stesso Patriarca la buona ed intima amicizia che vive tra loro, e se tutti e due si uniscono nel raccomandare al Principe il mio affare, mi fo quasi sicuro del buon effetto.</p>
<p>Io vorrei poterti esprimere la consolazione che mi viene dalle tue lettere, così piene d'affetto, ma non ho parole che adeguino il mio sentimento: solamente ti dirò che mi sono dolcissime.</p>
<p>Ecco Aureggi e mia moglie che mi soprarrivano e vogliono che ti porti subito i più cari saluti. Tu farai altrettanto per me con Maffei, massimamente colla Cattina, che qui aspettiamo del certo, tornati che sarete a Milano.</p>
<p>La mia salute è la migliore di cui possa godere il tuo povero paralitico.</p>
<closer>Ti abbraccio col più vivo del core, e sono senza limiti il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La lettera a Saurau è senza soprascritta, perché non so i suoi titoli. Prendine tu informazione, e supplisci.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2828.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 6 Agosto 1826.</date></opener>
<p>Veneratissimo e carissimo signor Marchese.</p>
<p>La presente, se avrò forza bastante per terminarla, ha per oggetto primieramente il richiamare alla memoria dell'incomparabile marchese Trivulzio un povero suo servitore apopletico, condotto fra queste montane solitudini dalla speranza di migliorare alcun poco la sua salute, respirando un'aria più attiva. Ma il mio sperare finora è riuscito vano, né sento di aver fatto guadagno. Troppo grave è il mio male; tutta la metà sinistra del mio corpo è sempre perduta, non mi restando altro di vivo che il cuore, nel quale non ha più luogo che il sentimento della mia disgrazia, e mi risuona dentro la fantasia a tutte l'ore una voce che mi grida quel terribile verso: <quote>Lasciate ogni speranza, ecc.</quote>. Per la qual cosa io mi vado già disponendo con rassegnazione al gran salto, che per me sarà quello di Leucade.</p>
<p>Il secondo oggetto che mi muove a scriverle è di significarle essere giunto il momento di dar corso alla raccomandazione ch'Ella con tanta bontà mi promise di scrivere al cav. Hammer per l'affare della mia pensione. Né di altro Ella deve pregare il nominato cavaliere se non di unire i suoi buoni offici a quelli del Patriarca presso il principe Metternich, onde questo protegga la mia supplica all'Imperatore, a cui il Patriarca con molta effusione di cuore promette di raccomandarla a viva voce del pari che al principe Metternich. E acciocché Ella possa meglio comprendere la disposizione dell'animo del Patriarca, non le sia grave il leggere l'acclusa del medesimo ad un mio amico. Le sia anche noto che a sua insinuazione ho scritto io stesso a Sua Altezza. Altrettanto ho pur fatto di proprio mio consiglio col conte Saurau, toccando una cosa a cui il cav. Hammer come letterato potrebbe dare un gran peso; ed è il far sentire tanto a S. A. che a S. M. che il miserabile stato in cui sono caduto procede, a giudizio de' medici che mi hanno curato, e giuro che non s'ingannano, da soverchio sforzo di applicazione nell'attendere per otto anni continui con tanto consumo di mente ad un'opera dal Governo medesimo comandata, senza alcuna rimunerazione, e senza altro frutto per me che la intima convinzione d'aver reso colla <title>Proposta</title> un grande servigio all'italiana letteratura, e fatto onore alla suprema Autorità che l'ha comandata; e se facesse d'uopo una dichiarazione dell'Istituto, che il peso a lui imposto direttamente, la riforma, cioè, del Vocabolario, scaricò tutto sulle mie povere spalle, anche questa dichiarazione si otterrà, e apparirà sempre più chiaro che per lo zelo di servire con lode alle superiori intenzioni, io ci ho rimessa la vita.</p>
<p>Un'altra cosa, veneratissimo signor Marchese, mi resta a chiederle, e a ciò mi sforzano le presenti mie ristrettezze; ed è il sapere se io possa fare alcun conto della convenzione corsa col signor Federici per l'edizione a lui conceduta del <title>Convito</title>, che il nostro Maggi prima della mia partenza per la Brianza mi disse esser già molto avanzata.: parlo dell'edizione normale che il di lei senno ha stimato bene doversi fare in Milano, onde la padovana riesca più corretta e spedita.</p>
<p>Fo fine perché la mano mi cade, e Dio faccia che questa non sia l'ultima lettera che co' sentimenti della più viva riconoscenza e del più alto rispetto ha l'onore d'inviarle il suo umilissimo servitore ed amico.</p>
<p>P. S. Mille ossequi all'inclita Bice e al Marchesino.</p>
<p>Riapro la lettera per aggiungere, che scrivendo al cavaliere Hammer, il punto su cui bisogna insistere si è di metter bene nel capo al principe Metternich, che in me il titolo d'istoriografo non è già titolo d'impiego, come si volle far credere onde avere un pretesto di sopprimer la pensione, ma un puro titolo di onore senza alcun obbligo di scrivere alcuna storia, come già ebbero in Francia Racine e Boileau, in Napoli Giambattista Vico sotto Carlo III di Spagna, e alla corte di Vienna Apostolo Zeno, istoriografo dell'austriaca monarchia; de' quali letterati niuno scrisse mai parola della storia, di cui godevano il titolo, e col titolo la pensione. E a pienamente convincersi di questa verità, basta il considerare che la detta mia pensione non era già a carico dello Stato, ma della Corona, onde che sempre venne portata sulla lista civile di Corte, il che la costituiva pensione privilegiata, del numero di quelle che S. M., prendendo il possesso di questo regno <foreign lang="lat">cum honoribus et oneribus</foreign>, secondo la clausula dei forensi, si obbligò di mantenere, di modo che essa non si può sopprimere senza commettere una somma ingiustizia. Questo è il chiodo che bisogna battere e altamente conficcare nella testa del Sovrano e del Ministro.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2829.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 7 Agosto 1826.</date></opener>
<p>Se il nostro marchese Trivulzio è in Milano, fatemi il piacere di recargli l'acclusa. Se non v'è, raccomandatela al suo agente perché gli sia sollecitamente inviata, ovunque si trovi. Fra le parecchie cose di che lo prego, una ve n'ha di cui mi vergogno alcun poco, ed è il chiedergli se la convenzione fatta col Federici relativamente all'edizione del <title>Convito</title>, sussista a mio profitto, siccome da principio fu statuito. La dimanda non ha bella faccia, ma la scusi il bisogno; perché, sappi, mio caro, che (per servirmi d'una frase Cesariana) se mi accade di <emph>basire</emph>, l'autore della <title>Basvilliana</title> non ha di che pagare il becchino. Questo dirai per mia scusa al Marchese, e questa medesima cosa lo pregherai di scrivere liberamente al cav. Hammer, per l'oggetto ch'egli ben sa, e che qui sarebbe lungo a dire. Tanto è, mio dolcissimo; il tuo povero Monti da un giorno all'altro s'aspetta di dover entrare nella barca di Caronte, sì poca è la speranza di riavermi, che che gli amici mi vadano pascendo di belle lusinghe. Né altro più mi consola che la vista degli amici, che qui vengono a darmi l'ultima prova della loro benevolenza. Ond'io canto loro que' bei versi del Molza:</p>
<quote rend="block" lang="lat"><lg type="nc"><l>Ultima iam properant, video, mea fata, sodales,</l>
<l>Meque ævi metas jam tetigisse monent.</l>
<l>Si foret hic certis morbus sanabilis herbis,</l>
<l>Sensissem medicæ jam, miser, artis opem;</l>
<l>Si lacrymis, vestrum quis me non luxit? et ultro</l>
<l>Languentem toties non miseratus abit?</l></lg></quote>
<p>Egli è vero che il Molza moriva di mal francese, ed io per più onesta cagione; ma la conclusione è la stessa.</p>
<p>Se Fusi ha terminata l'edizione del mio Persio, pregoti di mandarmela, e se fosse possibile anche una copia di tutto ciò che finora si è stampato del <title>Convito</title>.</p>
<closer>Ti abbraccio, mio caro Maggi, con tutta l'anima, e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Salutami tuo cognato e Resnati.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2831.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BISCACCIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, 14 Agosto 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Corre già il terzo mese che, tocco d'un colpo d'apoplessia che mi ha morta la metà del corpo, ho dovuto rinunziare ad ogni letterario commercio, e ritirarmi fra le montagne della Brianza, ove mi ha condotto e mi tiene la speranza che l'aria più attiva del monte possa migliorare la trista condizione della mia vita. Non si maravigli adunque Vossignoria se tardi rispondo alla gratissima sua del 15 luglio scaduto, significandole che io non ho ancor ricevuto il 1 volume ch'Ella dice d'avermi inviato da molto. Del che non bisogna stupire. Perché ove trattasi di libri, questi dapprima si mandano alla Censura, la quale poca cura si prende di rilasciarli alla loro direzione.</p>
<closer>Tanto le sia noto per mia giustificazione, e sono sempre con tutta la stima suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2833.</head>
<opener><salute>Al Consigliere PARIDE ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Godo del tuo ritorno a Milano, ma non godo delle faccende che ti sono sopraggiunte, perché queste mi rubano la consolazione di abbracciarti in Caraverio colla Cattina. Io sperava che la Costanza mi avrebbe confortato per più giorni della sua compagnia, ma la necessità di ricondursi a Milano pe' suoi affari me la rapisce.</p>
<p>La mia salute è certamente migliore, e in quest'aria sento d'aver acquistata qualche forza nel corpo, ma nessuna nello spirito. Il mio stato è tale che non mi lascia entrare nell'animo alcuna speranza di riavermi. Quindi mi vo preparando al gran passo, e tu preparami l'articolo necrologico, nel quale poco ti resta a dire di me come uomo di lettere, ma spero che non ti mancheranno le parole, se mi considererai come uomo di buon carattere, e di cuore ben disposto alle morali virtù. Sotto questo aspetto ti affermo che in nessun punto della mia vita ho mai cessato di essere onesto e leale.</p>
<p>Volevo scrivere alla Cattina, che amo quanto la mia Costanza. Adempi tu con essa la mia vece. Lo scrivere mi costa fatica e non ho a chi dettare, e il diavolo fa che appunto in questa impotenza mi diluviano da tutte le parti lettere e libri.</p>
<closer>Ti abbraccio, mio caro, con tutta l'anima, che sempre sarà tua fino all'ultimo respiro del tuo aff.mo come padre <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2834.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Consigliere</add> <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Quantunque nel misero stato in cui mi trovo, ad ogni momento mi sia necessaria, l'assistenza del mio Luigi, nulladimeno preferendo io il suo interesse al mio comodo, con rassegnazione acconsento ch'egli obbedisca alla chiamata del Tribunale. Ma prego te, e supplico il signor Consigliere Rosmini di lasciarmelo in libertà il più tosto che sia possibile, perché dai servigi di questo mio fedele dipende il poco che mi avanza della mia moribonda esistenza, e quando udrò che la causa del truffato mio Luigi sia finalmente definita, e condannati, secondo giustizia, i suoi truffatori, io ne avrò una mirabile consolazione. Da esso a viva voce saprai minutamente lo stato della mia infermità. Veramente mi sento condotto a miglior condizione in quanto al corpo, ma l'animo è fortemente abbattuto. Non mi conforta che la presenza delle persone benevole, e sono certo che più d'ogni altra la tua mi rimetterebbe in petto la vita Aspetto in breve il ritorno della mia Costanza. Possibile che le cure del Tribunale non ti lascino libero per alquanti giorni onde venire in sua compagnia ad abbracciare il tuo povero Monti? La Diligenza di Oggiono va e viene due volte la settimana. Mi consola grandemente l'udire che la nostra Cattina trae molto profitto dalle acque di Recoaro. Dille che lo stesso effetto le produrrebbe anche l'aria di Caraverio. L'ultima lettera del Patriarca mi conferma la promessa di perorare egli stesso a viva voce il mio affare presso S. M. Almeno mi venisse fatta non la grazia, ma la giustizia di rintegrarmi nel possesso della maggior pensione, poiché, come sai, delle due ch'io godeva mi hanno tolto la maggiore, e lasciata la minore con inaudita ingiustizia.</p>
<closer>Sta sano, mio sopracarissimo, ed ama chi ti ama senza misura. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2835.</head>
<opener><salute>Al Consigliere PARIDE ZAJOTTI — in Casa Monti.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Ogni parola della tua dolcissima lettera mi è caro cenno d'amore, per valermi della frase di Dante, onde te ne ringrazio con tutta l'anima, e finché mi dura la tua benevolenza non mi crederò del tutto misero. Del mio stato avrai le nuove dalla mia buona Teresa.</p>
<p>La lettera della Cattina ricevuta ieri sera è appunto quale tu me l'hai annunziata tutta piena d'affetto. Te l'acchiudo onde tu veda ch'ella gareggia teco nel consolarmi della sua amicizia.</p>
<p>Ho durato grande fatica a legger tutto il gelato Dramma del De Cristoforis, e quando alla seconda scena sono arrivato al bellissimo emistichio <quote>Son maggiordomo di Sergianni</quote>, non ho potuto rimanermi dall'esclamare Oh poeta da peti e da catene. La mia pazienza è poi uscita dai gangheri quando sono arrivato a quel Grilletto da Portici, e a quel Rinaldo, ubbriaco. Insomma <add resp="ed">non</add> s'è mai veduta tragedia così povera d'interesse. Ecco il terzo esperimento romantico peggiore della <title>Beatrice</title> e dei <title>Crociati Lombardi</title>. Me ne gode il core, e spero che ne vedremo di peggiori.</p>
<p>P. S. Non mi smarrire, ve', la lettera della Cattina, che al mio ritorno in Milano mi restituirai.</p>
<closer>Ti abbraccio con tutta l'anima e tu ama, come fai, il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2836.</head>
<opener><salute>Al Conte LEOPOLDO CICOGNARA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>A dispetto della mia paralisi eccovi altre quattro parole di mio pugno. Ma non prendete da ciò ragione di credere che la condizione del mio povero corpo sia migliorata. Io sperava che l'aria della Brianza, ove mi trovo, avrebbe in parte rifiorita la mia misera vita; ma finora nessuno o pochissimo giovamento. Tanto la gamba che il braccio sinistro sempre perduti, sempre impotenti. Aggiungete per soprassello alla mia disgrazia una incredibile inappetenza, che mi rende nauseoso ogni cibo. Ond'è che, non potendo abbastanza nutrirmi, vo perdendo, l'un dì più che l'altro, le forze vitali, e con queste ogni speranza di riavermi. Di questa mortale inappetenza parlatene, vi prego, col sapientissimo Aglietti, se mai per caso egli sapesse qualche segreto, atto a risvegliarmi un poco l'appetito, o almeno a scemarmi questa orribile nausea ad ogni cibo. Mi ha contristato la descrizione che mi fate de' vostri incomodi, e sento per prova non esser vero l'odioso proverbio, che ai miseri sia sollievo l'aver compagni nella sventura, perché quando i compagni della disgrazia sono i nostri più cari, come voi lo siete a me, non solamente i nostri mali non si scemano, ma si augumentano. Ben mi pare che voi vi troviate in condizione migliore assai della mia, perché voi siete provvisto di maggior coraggio che non son io, già avvilito e omai disperato della vita, non tanto per la gravezza del male, quanto pel peso degli anni. L'unico mio conforto è il sentirmi ancor vivo il cuore, il quale si apre più che mai ai sentimenti dell'amicizia, della quale voi mi date prove sì affettuose: di che io vi rendo grazie con tutta l'anima. E di vero egli è particolarmente nell'infortunio che si fa bella e divina la sentenza di Pitagora, quando disse che gli Dei, mossi a compassione dell'umane miserie, spedirono in terra l'Amicizia per consolarci: il che ho provato io nella presente mia calamità, tali e tante sono state le dimostrazioni di benevolenza, di cui, sia detto senza vanità, tutta Milano mi ha confortato. E mi rendo certo che voi, a tutti carissimo per le eccellenti vostre qualità morali, direte altrettanto della vostra Venezia, nello stato in cui siete di sofferenza per la dolorosa infermità che vi travaglia. E per parte mia vi giuro che ne sono afflittissimo. Spero però, che in breve udirò rifiorita la vostra salute. Così potessi io sperar della mia! Ma in voi ride ancora la gioventù, e in me piange l'ultima vecchiaia. Orsù, pochi giorni di più o di meno nel corso della vita poco rilevano. Io mi sento maturo pel sepolcro, e sono già disposto a discendervi coll'ultimo <foreign lang="lat">vale</foreign> degli amici; fra' quali m'è dolce il contar voi e i pochi che vi somigliano.</p>
<closer>Ritornate alla sempre amabilissima vostra moglie i saluti della mia con quelli della figlia, e ditele che nell'anno venturo, se non sono sotterra, verremo tutti e tre in persona a salutarla, e ad abbracciare Aglietti, Soranzo, Franceschinis e la Bettina, e tutti insomma gli amici del vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se scrivete a Momolo e a Gino Capponi, salutateli senza fine.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2837.</head>
<opener><salute>Al Cav. CARLO LONDONIO — Cernobbio.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>Incredibile consolazione mi ha portata al cuore la vostra lettera. Ad un uomo percosso, come son io, dalla disgrazia, nulla cosa è sì dolce, quanto il sapersi vivo nella memoria e benevolenza degli ottimi. E la vostra benevolenza mi fa sentire verissima quella divina sentenza di Pitagora, che gli Dei, mossi a compassione delle umane miserie, mandarono dal cielo in terra l'Amicizia per consolarci. E la più nobile di tutte le amicizie e la più degna di un'anima virtuosa si è quella di amare gli infelici a misura delle loro sciagure. Queste sono le considerazioni che mi ha destato nell'animo la vostra lettera. Ond'io non voglio più lagnarmi della sventura che mi ha colto, se questa mi frutta il bene di essere da voi amato e dall'angelica vostra famiglia, che io accompagno col cuore nella sua andata a Firenze. Intanto io mi studierò di curare la mia salute per avere la consolazione di abbracciarvi al vostro ritorno in Milano. Non crediate però che la mia convalescenza proceda tanto felice quanto v'è stato detto, perché veramente io non vivo, ma strascino la vita, e sento di non poterla strascinar lungamente; e nello stato in cui sono, non so se il vivere sia un bene anzi che un male. Non mi allargo di più, perché l'uso della penna mi è molto penoso, e sono ridotto alla condizione dei fanciulli che vanno sull'orma. Non voglio però finire senza pregarvi de' miei sinceri rispetti a Donna Angiolina, e dei più cari saluti al nostro Riva, egualmente che alle due celesti creature Isabella ed Emilia.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2840.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 24 Agosto 1826.</date></opener>
<p>Veneratissimo e sopracarissimo sig. Marchese.</p>
<p>La sua lettera mi ha portata al cuore una mirabile consolazione. Quanta benevolenza! Quanta bontà verso il suo povero servitore ed amico! Quasi mi compiaccio della mia disgrazia, che mi ha fruttato una tanta dimostrazione d'affetto, e ringrazio il cielo che la mia infermità, uccidendomi il corpo, mi ha lasciato almeno vivo il core, ond'esser grato a chi mi compiange, particolarmente all'uomo che ho sempre amato d'un amore pari al rispetto che sempre gli ho professato.</p>
<p>Lodo che Ella abbia differito di scrivere al cav. Hammer fino al ritorno del P. M.&gt;/abbr&gt; a Vienna. Il Patriarca mi si mostra più disposto che mai a perorare presso S. M. il mio affare. M'era venuto nell'animo di raccomandarlo anche al maresciallo conte di Bellegarde, e al conte di Goez, che governa gli affari d'Italia, e che, quando venne a Milano, volle personalmente conoscermi, e mi usò moltissima cortesia. Ma mi rattiene dal farlo il timore che al Patriarca possa dispiacere tanto movimento di mezzi, quasi che io dubiti della efficacia de' suoi offici. A me pare che se per la mediazione di Hammer si giunge a ottener il favore del principe di Metternich, a me pare, io dico, che questo sia d'assai, massimamente se si considera che io non chiedo grazia, ma giustizia, perché la pensione toltami è del numero delle privilegiate siccome pensione riportata sempre nella lista civile di Corte, e non a carico dello Stato, ma della Corona. Questa sola considerazione dovrebbe bastare a convincersi che il titolo d'istoriografo non era titolo d'impiego, ma puramente d'onere, come lo fu in Boileau, in Racine, in Duclos, ecc. presso i re di Francia, in Giambattista Vico istoriografo di Carlo III di Spagna, e in Apostolo Zeno istoriografo della Casa d'Austria ecc. Ma dicendo a Lei queste cose gli è un portare frasche nella selva. Ben sarebbero state da dirsi al sig. conte Strassoldo, quando, per confutare un articolo dei fogli pubblici d'Inghilterra biasimanti il Governo austriaco d'avermi tolta quella pensione, ne fece inserire un altro nella <title>Biblioteca Italiana</title>, nel quale si volle far credere che quella pensione era l'appuntamento d'un vero impiego soppresso come tanti altri non compatibili col nuovo sistema. La prolissità di questa lettera sia prova a Lei del mio miglioramento, quantunque io mi strascini tuttavia sulle grucce, e non abbia speranza di gittarle via del tutto. La prego di ricordarmi ossequiosissimo servitore alla signora Marchesa, e alla quarta Rosa.</p>
<p>Mi saluti carissimamente anche il nostro Maggi, e non si stanchi di voler bene al tutto suo umilissimo e devotissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2844.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 30 Agosto 1826.</date></opener>
<p>Veneratissimo signor Marchese.</p>
<p>Il sonetto di Paravia è veramente bello, né io vi trovo altro difetto che la troppa lode a quel piccolo <emph>Grande</emph>, nei cui versi egli fa rivivere l'Alighieri. Nel misero stato in che mi trovo egli è impossibile che mi caschi dalla penna un solo verso degno dell'inclita Bice e del suo nuovo poeta: e ne sia prova lo scherzo poetico, anzi antipoetico, che qui detto al mio segretario, cioè alla mia tenera figlia, che è venuta, tuttoché mal condotta in salute, a far compagnia per qualche giorno al suo povero padre.</p>
<lg type="nc"><head>ALLA SIGNORA MARCHESA BEATRICE TRIVULZIO.</head>
<l>Allo spirto gentile</l>
<l>Che in sì pietoso stile</l>
<l>Si compiange dell'empio mio destino;</l>
<l>Rispondi, inclita Bice,</l>
<l>Che la Musa infelice</l>
<l>Del tuo poeta è morta; e che nel pianto</l>
<l>Spenta è l'arte del canto; e se talora</l>
<l>Tento le corde della cetra, i suoni</l>
<l>N'escon sì rozzi e miseri,</l>
<l>Che più poveri versi non faria</l>
<l><hi rend="italic">Tommaseo, Mangiagalli e Compagnoni</hi>.</l>
<l>Su me dunque s'intuoni</l>
<l>L'eterna requie, e quindi innanzi sia</l>
<l>Il poeta di Bice, Paravia.</l></lg>
<p>Leggerò volentieri i versi di Pindemonte sul Teseo di Canova, e terminata che sia costì l'edizione del <title>Convito</title>, mi sarà gratissima cosa l'averne una copia. Il mio segretario non vuole che la presente finisca senza il ricordo della sua servitù: il mio Aureggi la ringrazia de' suoi saluti. Io poi la supplico di ottenermi dall'inclita Bice il perdono dei ladri versi che le ho diretti.</p>
<closer>Mi raccomando alla sua benevolenza, e sono sempre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2845.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 2 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Ho letto tutta la parte del <title>Convito</title> che mi avete mandata, e ne sono contentissimo. Non vi voleva che il vostro senno e l'incomparabile vostra pazienza per condurne così corretta la stampa. Tutte le note sono stese con sicuro giudizio, e converrà che sia ben in ira a Minerva, chiunque vorrà in minima parte addentarle. Ognuno insomma che abbia sano il discorso, loderà questo lavoro, nel quale mi duole d'aver avuta sì poca parte, anzi nessuna, perché il merito n'è tutto vostro e del nostro Marchese, il quale m'ha consolato con due lettere graziosissime. Nella seconda avendomi egli mandato un bel sonetto di Paravia diretto alla marchesa Beatrice e allusivo alla mia disgrazia, nel ringraziarlo mi sono scappati dalla penna i quattro versicoli ben meschini che vi trascrivo, e veramente apopletici:</p>
<lg type="nc"><l>Allo spirto gentile</l>
<l>Che in sì pietoso stile</l>
<l>Si compiagne dell'empio mio destino,</l>
<l>Rispondi, inclita Bice,</l>
<l>Che la Musa infelice</l>
<l>Del tuo poeta è morta,</l>
<l>Più morta ancor di quella</l>
<l>Che di tragico gelo e di languore</l>
<l>Il <hi rend="italic">Caracciolo</hi> agghiaccia e il suo lettore.</l>
<l>Rispondi che nel pianto</l>
<l>Spenta ho l'arte del canto, e che qualora</l>
<l>Tento le corde della cetra, i suoni</l>
<l>N'escon sì rozzi e striduli,</l>
<l>Che più miseri versi non faria</l>
<l>Tommaseo, Mangiagalli e Compagnoni.</l>
<l>Su me dunque s'intuoni</l>
<l>L'eterna requie e quindi innanzi sia</l>
<l>Con più felici auspicj</l>
<l>Il poeta di Bice, Paravia.</l></lg>
<p>Salutatemi caramente vostro cognato, Resnati e Fusi e date pur un tenero bacio al vostro angelico Giuseppino. Molte grazie alla vostra ottima moglie pel caro saluto che mi ha mandato.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2848.</head>
<opener><salute>Al Cav. ANDREA MAFFEI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Maffei.</p>
<p>Questa Madama Landriani milanese, di cui leggi qui il nome, è un'amabilissima e bellissima donna, villeggiante poco distante da Caraverio. Figurandosi essa che Aureggi possa aver direttamente o indirettamente qualche mezzo onde procurare in Verona qualche protezione presso quel supremo tribunale alla supplica di un valentissimo giovine, di Marcantonio Toni, aspirante ad una pretura qualsiasi, è venuta in persona a raccomandarsi, e gli ha lasciato l'annesso promemoria contenente i requisiti del suo raccomandato; e Aureggi, che ben sa le creanze che con una bella donna debbonsi praticare, raccomanda a te la petizione del detto aspirante, onde tu gl'interceda il favorevole voto del Senatore tuo padre; ed io alle preghiere di Aureggi aggiungo le mie, e col maggior calore di cui sia capace l'amicizia ti scongiuro di rendere pago non tanto il nostro desiderio, quanto quello dell'angelica donna venuta in persona a intercedere presso te la nostra mediazione.</p>
<closer><gap/>… <add resp="ed">A Bellotti e Maggi,</add> se sono tornati, di' loro che li aspettiamo, e tu pure dovresti essere di compagnia per consolazione del tuo povero <signed>Monti</signed>, che carissimamente ti abbraccia.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2849.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 11 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Veneratissimo signor Marchese ed Amico sopracarissimo.</p>
<p>Veramente belli sono i versi di Pindemonte sul Teseo di Canova, e pel contrario scipita l'allegoria dei Cadmiti, nella quale niente altro so vedere di buono che lo stile. Le rendo grazie della cambiale, e ne scrivo lettera di ringraziamento allo stesso Federici, e gli do conto delle bramate postille al commento del Biagioli sopra Dante, e commetto a mia figlia la cura di metterlo in pronto per farne la spedizione all'amico. Commetto pure al nostro Maggi il pensiero di prendere da Fusi una copia della nuova edizione che dal medesimo si sta eseguendo di alcune mie miserie, e di presentarla ossequiosamente in mio nome all'amatissima amica mia la contessa Clarina Mosconi, a cui mi stringe una infinita riconoscenza, sì per parte mia propria, come per parte del povero Perticari, al tempo che questa incomparabile donna ci volle suoi ospiti nel nostro passaggio da Verona andando a Venezia. Nel caso che l'amico Maggi sia impedito dal presentare l'accennata offerta, prego Lei, carissimo signor Marchese, di adempiere le sue veci. Soprattutto le raccomando di ricordarmi perpetuo servitore all'alma Bice, e a tutta la rispettabile sua famiglia.</p>
<closer>Il mio ottimo Aureggi con mia moglie e la figlia la riveriscono distintamente, ed io sono sempre smisuratamente il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2850.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 11 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Mio carissimo Maggi.</p>
<p>Mi scrive il nostro Marchese che il dì 6 dell'andante aspettava da Verona la contessa Clarina Mosconi. A questa amabilissima donna io sono legato di molte e grandi obbligazioni. Bramo adunque che voi, che siete un altro me stesso, prendiate dalla stamperia Fusi una copia della nuova edizione delle mie poetiche povertà castrate, e la presentiate divotamente in mio nome alla detta dama, e amerei che vi uniste un esemplare delle tragedie, l'edizione cioè in due tometti procurata dal nostro Resnati. Nel caso che questa commissione vi gravi, giratela al nostro Marchese.</p>
<p>Ho riletto il commento al <title>Convito</title>, e sempre più trovo bello il lavoro, sì bello, che otterrà, spero, l'onore di essere sospeso al naso schiacciato di Compagnoni e di Tommaseo. Mia moglie ed Aureggi vi salutano caramente. Lo stesso fo io con vostra moglie, e con tutti i soliti amici.</p>
<p>Un bacio per me a Giuseppino, e voi seguitate a voler bene al vostro povero storpio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2851.</head>
<opener><salute><add resp="ed">All'ab.</add> <add resp="ed">FORTUNATO FEDERICI</add> — <add resp="ed">Padova</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 14 Settembre 1826.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Il marchese Trivulzio mi ha mandata la cambiale di mille franchi da me esigibile alla fine del mese. Ma sopra chi esigibile? Questo è quello che io desidero di sapere. Le postille da me fatte al Commento del Biagioli e copiate da vostro nipote sono rimaste a Milano fra l'immenso caos delle mie carte. Ho scritto a mia figlia che ne faccia diligente ricerca, e trovate che sieno, le manderò per sicura occasione. Per la posta sarebbe troppo dispendio, e voi verreste a pagane troppo care. L'apoplessia da cui sono stato colpito mi ha spinto fra queste montagne, ove mi fermerò fino alla metà di ottobre, se pure mi durerà tanto la vita, della quale ho poca speranza. Era mia intenzione di recarmi ai fanghi di Abano, ma i medici, e fra questi il dottor Aglietti, me ne hanno dissuaso. Se però mi avverrà di rimaner vivo fino all'anno venturo, a tutti i modi penso di venir a farne l'esperimento, e a provare prima di morire la consolazione di abbracciare gli amici, che in Padova e in Venezia si sono addolorati della mia disgrazia.</p>
<p>Salutatemi caramente Francesconi e Barbieri, ed amate il vostro semivivo ma affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2852.</head>
<opener><salute>Al Consigliere PARIDE ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figlio.</p>
<p>Il Conte Saurau mi ha risposto una lettera affettuosissima, dalla quale anche Aureggi ha tratto buon augurio. Te ne accludo la copia, che tu poscia darai a Costanza, del cui stato sono afflittissimo. Ma mi mette buona speranza il medico che n'ha presa la cura, mentr'io vo disperato per l'ostinato tormento delle gengive, che da sessanta e più giorni mi travaglia dì e notte, e mi impedisce ogni masticazione, per conseguenza il nutrirmi di cibi sostanziosi. Questo stato mi tiene in una continua insuperabile malinconia, che equivale ad una morte continua, e se dura così, la vita non è guadagno ma perdita, e più male che bene.</p>
<p>Ora che la Cattina è tornata io vorrei che tu ed essa vi ricordaste delle vostre promesse, ma chi può avere il coraggio di dire a due care persone: venite ad annoiarvi in compagnia d'un morto, in mezzo ai tristi silenzi d'un deserto? Sono stato, egli è vero, ne' giorni andati consolato dalla visita di parecchie belle donne, condotte da cortesia, ma sono stati passeggeri conforti, de' quali vo debitore non all'amicizia, ma piuttosto alla fama delle mie sventure, le quali mi hanno acquistato e m'acquistano la compassione d'ogni gentil cuore, che per caso si trovi in questi contorni; ma non sono queste le visite che il mio cuore desidera. La compagnia sopra tutte desiderata era quella della mia Costanza, ma vedi quanta è la mia disgrazia. La sua travagliata salute me l'ha tolta dal fianco, e son costretto a benedire il Cielo, ch'ella non sia meco; in luogo ove non si possono avere i soccorsi che la città somministra, e che al suo stato abbisognano.</p>
<p>Dopo la compagnia di Costanza io desiderava quella della mia seconda figlia, cioè della Cattina. Ma io non voglio essere né indiscreto, né egoista; solo ti dico, che s'io me la vedessi comparire davanti, la sua presenza mi sarebbe quella di un angelo venuto espressamente dal cielo a richiamarmi in vita. Questo dirai alla buona Cattina; il resto dirà a lei stessa il suo cuore.</p>
<closer>Ti abbraccio col più vivo dell'anima e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2853.</head>
<opener><salute>Alla Signora CATTINA ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mia cara Cattina.</p>
<p>La Diligenza di Oggiono va e viene due volte la settimana, e da Milano a Caraverio non s'impiega più di quattr'ore. Se mi farai sapere la giornata in che avrai fisso di venire, io farò che il mio servitore Luigi si trovi pronto al luogo in cui ti farà d'uopo smontare dalla vettura, e fare un venti passi a piedi per giungere alla casa d'Aureggi, ov'io a braccia aperte ti starò attendendo sulla porta, promettendoti di cacciar subito fuori di casa la malinconia, e già fin d'ora il core mi balza dalla contentezza.</p>
<closer>Dopo tanto desiderare vieni dunque una volta a consolare il tuo aff.mo come padre <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Un caro abbraccio a tuo marito.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2855.</head>
<opener><salute>Al Senatore <add resp="ed">FILIPPO</add> MAFFEI — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Onorandissimo signor Senatore.</p>
<p>Presentatore di questa mia rispettosa sarà il sig. ingegnere Giacomo Negri milanese, il quale si reca a Verona per produrre e far valere a viva voce le sue ragioni in una causa che il Tribunale d'Appello ha rimessa a codesto Tribunale Supremo. Per la santa amicizia che mi stringe all'egregio vostro figlio, <foreign lang="lat">animæ dimidium meæ</foreign>, io vi prego, Signore, di ascoltare benignamente il suddetto sig. Negri, e giovarlo del vostro favore fin dove i riguardi del giusto il consentono. Questa preghiera verrebbe aiutata dallo stesso vostro figlio, se io fossi a Milano, perché il grande amore ch'egli mi porta non mi saprebbe negar nulla cosa; ma io mi trovo da due mesi diviso da lui sulle colline della Brianza, ove mi ha condotto la speranza di migliorare in queste arie sottili ed elastiche la misera condizione della mia salute, la quale in vero ha fatto qualche guadagno, se non altro quello di poter fare uso alcun poco della mano destra per scrivere, poiché la sinistra con tutta la sinistra parte del corpo è perduta.</p>
<p>La tanta miseria in che sono caduto sia dunque al cortese animo vostro un novello eccitamento a consolare della grazia di che caldamente e rispettosamente vi piega il vostro devotissimo ed ossequiosissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2857.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">18 Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo Maggi.</p>
<p>L'offerta della nuova edizione delle mie operette alla contessa Mosconi sarebbe incompleta ed avara, se non comprendesse anche l'<title>Iliade</title> e le Tragedie, delle quali preferisco a tutte l'edizione in 32, procurata dal nostro Resnati. Per liberarvi poi dal pensiero di andar in cerca di questa dama, nel caso ch'ella non sia per anche arrivata e voi non abbiate ancor presentato alla medesima l'esemplare intero della edizione, pregovi di consegnarlo al nostro Bellotti, al quale scrivo oggi stesso, pregandolo di assumersi esso questo pensiero.</p>
<p>Conosco di fare un indiscreto strapazzo della vostra pazienza; ma voi siete sì buono, che spero mi perdoniate. Udite ora la solenne preghiera che, andando voi in campagna, vogliate allungare di poche miglia la vostra gita fino a Caraverio. Veramente questa grazia mi darebbe la vita più che tutte le medicine de' miei Esculapi. E voi, venendo fra le nostre braccia col vostro Giuseppino, dovete esser certo ch'egli troverebbe qui una seconda madre. Animo adunque, fate quest'opera di misericordia pel vostro povero Monti, il quale, alle tante obbligazioni che vi professa, aggiungerà anche questa di aver prolungati i suoi giorni. Parmi d'aver udito da voi che la vostra villeggiatura non è molto distante da Merate. Ora da Merate a Caraverio non v'è che il viaggio d'un'ora. Su dunque, <foreign lang="lat">macte animo</foreign>, ed io canterò la vostra pietà.</p>
<p>Addio mille volte.</p>
<p>P. S. Dite a Resnati, abbracciandolo per me caramente, che ben mi piace la ristampa delle lettere di Visconti sopra la mia <title>Iliade</title>; che l'autografo delle sue osservazioni sulla medesima essendo rimasto a Milano, di queste bisognerà far omissione, o aspettare il mio ritorno in città. Allora colle osservazioni di Visconti potremo aggiungere anche quelle di Mustoxidi, che pur sono belle e degne di essere pubblicate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2858.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 18 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Dolcissimo Amico mio.</p>
<p>L'amico Maggi ti consegnerà un esemplare della nuova edizione delle mie cose che si sta eseguendo dal Fusi, e <add resp="ed">ti prego</add> di presentarlo in mio nome unitamente all'acchiusa alla contessa Clarina Mosconi, di cui il Trivulzio mi annunzia la venuta in Milano, e dallo stesso Trivulzio che l'aspettava in sua casa potrai informarti del suo soggiorno, e mi rendo certo ch'egli stesso si farà un piacere di presentartela. Lascio aperta la lettera che le scrivo, acciocché dal modo con cui le scrivo tu possa prender norma a quello che le dirai in mio nome. Non ispendo molte parole a pregarti di questo favore, perché sono sicuro che la tua cortesia non mi farà niego.</p>
<p>La mia salute va sempre dello stesso piede, cioè né avanti, né indietro.</p>
<closer>Mia moglie ti saluta carissimamente, altrettanto fa Aureggi. Io poi ti abbraccio con tutta l'anima, e sono, e voglio esser sempre, il tuo affezionatissimo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ti raccomando il recapito dell'acchiusa a Maggi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2859.</head>
<opener><salute>Alla Contessa CLARINA MOSCONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 18 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Il marchese Trivulzio da parecchi giorni mi ha annunziata la vostra venuta in Milano. Per ultima delle tante disgrazie che mi percuotono, mancava ancor questa, ch'io dovessi esser privo della consolazione di baciarvi la mano e di professarvi a viva voce che, malgrado del lungo silenzio delle mie lettere, il mio cuore è sempre pieno di voi. Non potendo dunque venir di persona a salutarvi, commetto ad un altro me stesso, al celebre traduttore d'Eschilo e di Sofocle, Felice Bellotti, la cura di adempiere per me questo ufficio di santa amicizia, ben sicuro che vi sarà grato il conoscere questo bel lume dell'italica poesia come al mio Bellotti sarà gratissimo il conoscere in voi il fior delle dame tanto celebrato negli aurei versi del Pindemonte, al quale (sia detto per parentesi) farete per me molte congratulazioni pel tre volte bello, bellissimo suo poemetto sul Teseo di Canova. Il Bellotti, unitamente a queste poche mie righe (poche, perché l'apoplessia che mi ha colpito, avendomi morta la metà del corpo, mi ha morto ancor l'uso dello scrivere, ond'è che a grande stento mi è dato il mover la penna), vi presenterà un esemplare della nuova edizione che in Milano si va eseguendo delle mie ciance poetiche; edizione poverissima, perché di tutte quelle che ho scritte dal 1798 al 1814 né pure una sillaba mi è stato permesso di ristampare; ed è la parte meno cattiva delle mie poesie. Vi prego di gradire l'offerta, e di renderla accetta al <emph>mio piccolo amico</emph>, cioè a vostro figlio, al quale sapete che per vezzo amoroso io dava il nome di <emph>mio piccolo amico</emph>, e ben vi prego di abbracciarlo e baciarlo per me teneramente.</p>
<p>Supplico poi vivamente l'incomparabile mia Clarina, che per pietà della grande disgrazia che mi ha visitato, voglia ridonare tutta l'antica sua benevolenza al suo vero servidore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2863.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Dolcissimo e sopracarissimo Amico mio.</p>
<p>Ogni parola della vostra lettera è stata una consolazione al vostro povero storpio, il quale, deposto ogni timore di essere indiscreto, vi raccomanda il recapito dell'acchiusa. La Mosconi mi ha risposto una lettera tutta piena di cortesia e amicizia, ond'io vi ringrazio d'aver sì bene eseguita la mia commissione, ma più vi ringrazio della terza visita che mi promettete in compagnia di Andromaca, e spero che questa volta la visita non sarà così corta, e tale è pur la speranza di mia moglie e d'Aureggi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2864.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Settembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Marchese.</p>
<p>La Clarina mi ha scritto una lettera affettuosissima, quale appunto il core aspettava, ond'io ringrazio senza fine il mio carissimo e onorandissimo sig. Marchese d'aver sì ben eseguita la presentazione delle mie opericciuole commessagli dal verecondissimo Maggi. La mia ottima amica mi fa inoltre sapere per mezzo di Bellotti che, dovendo in breve far ritorno a Milano, non ne partirà senza darmi in un modo o nell'altro la consolazione di vederla: il che veramente mi farà un gran bene allo spirito sempre abbattuto dalla malinconia. E persistendo essa nell'intenzione di fare quest'opera di misericordia, io vi prego, Signore, di non atterrirla colla considerazione che, venendo a Caraverio, non si potrebbe tornare in città senza toccar la notte, perché la casa del cortese mio ospite è fornita di appartamenti e diletti da poter lusingar pure i sonni d'una regina, e alloggiare un re con tutta la corte: oltre di che il ripartire appena arrivati sarebbe troppo grande mortificazione al mio amico, il cui sommo studio e piacere si è il far onore a chi si degna onorar la sua casa. Le acchiudo la risposta fattami dal conte Saurau, della quale s'ella fosse a tempo di dare un tocco al cav. Hammer per sua norma, mi avviso ch'egli si farebbe più animo di parlare per me al principe Metternich, con più efficacia e calore. Ma ciò sia rimesso al suo senno. Ne' giorni andati sono stato onorato di parecchie visite di belle donne, ond'io comincio a considerarmi qui come Prometeo incatenato alla rupe e visitato dalle Nereidi.</p>
<closer>Mi raccomando alla sua benevolenza e a quella dell'inclita Bice, a cui bacio rispettosamente le mani, e sono sempre con tutta l'anima il suo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2865.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, 28 Settembre 1826.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Poiché tanta è la vostra bontà e cortesia che mi pregate di non fare risparmio dell'opera vostra, eccovi nuova occasione di obbligarvi la mia gratitudine. Vi è noto il cattivo stato di salute a cui la Costanza è ridotta. Ella ha bisogno di assistenza e consolazione. Siatele adunque padre e fratello. Di ciò vi prega pure sua madre, la quale, se non fosse la pessima condizione della mia stessa salute, sarebbe già volata a prestare la sua assistenza alla figlia. Dico pessima la mia condizione, perché l'ostinato malore delle gengive mi tiene sempre impedito l'officio della masticazione, ond'è che, non potendo bene nutrirmi, rimango sempre privo di forze, e sempre oppresso da profonda malinconia senza speranza di riavermi.</p>
<closer>Non v'è che la presenza degli amici, che mi richiama sulle labbra il sorriso, e voi n'avrete prova se i vostri affari permetteranno che colla vedova d'Ettore veniate a rallegrare il vostro <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2868.</head>
<opener><salute>Al Prof. ANTONIO MARSAND — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Marsand.</p>
<p>Non v'ha cosa che tanto mi pesi quanto il dare una negativa agli amici, e darla a quelli che più amo, tra' quali metto principalmente voi. Ma voi non potete ignorare i miei impegni col Fusi rispetto all'edizione delle cose mie, e ch'io non posso né debbo onestamente concederne ad altri la permissione senza il suo consentimento. Discorretela adunque voi stesso col Fusi, e s'egli vi acconsente quello che dimandate pel signor Sicca, io ne sarò più che contento, che anzi il desidero, poiché finalmente l'edizione che il vostro amico avrebbe intenzione di eseguire della mia <title>Iliade</title> unitamente ai quattro maggiori poeti italiani mi torna ad onore, e l'onor letterario è per me cosa di molto momento.</p>
<p>Siete uomo che intende ragione e mi rendo certo che mi perdonerete, se questa volta non mi è dato l'adempiere la vostra brama.</p>
<p>Mia moglie e il mio ospite vi salutano caramente. La mia salute è sufficientemente buona, ma la morte mi tira giù dentro la fossa, e la mia piccola stella è già sul tramonto.</p>
<closer>Vogliatemi bene, ch'io ne vorrò a voi anche tra' morti. Tale è l'amicizia che vi professa il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2869.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Ho molte grazie da rendervi, ma le renderò in persona se verrete, e allora non solo vi farò il promesso sorriso, ma vi spiccherò ancora un salto d'allegrezza acciocché comprendiate quanto mi è cara la vostra presenza, la quale farà lieti solamente me, mia moglie altresì ed Aureggi, e se ci porterete buone nuove della Costanza, sarà compita la nostra festa. Venite adunque, e sia con voi la moglie di Ettore, e anche la figlia d'Agamennone, alla quale io credeva che aveste preso a tesser l'abito prima che ad Andromaca.</p>
<closer>Vi abbraccio con tutto il cuore e sono svisceratamente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2871.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 8 Ottobre 1826.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dovrò io adunque scendere nel sepolcro senza dare al mio Roverella l'ultimo addio? Non so quanti giorni ancora mi sarà dato di strascinare questa vita, ma so che al mio male non è rimedio. Tutta la manca parte del mio corpo, braccio e gamba, è perduta. Non mi rimane che un poco di vitalità alla mano destra, onde poter scrivere a stento qualche parola come i fanciulli che vanno sull'orma, e il puoi comprendere dal torto andamento della presente mia scrittura. In quanto alle facoltà morali, l'apoplessia non mi ha lasciato altro di vivo che il cuore e il sentimento della mia disgrazia, in mezzo alla quale ho nondimeno gustato qualche dolcezza, potendo assicurarti, mio caro, che non vi è ordine di persone che non siasi affrettato di consolarmi, non solamente in tutta Milano, ma in tutta l'Italia, per lettere piene di compassione e d'amore.</p>
<p>I soli che siansi mostrati indifferenti alla mia sciagura sono i miei cari nepoti, l'ingratitudine dei quali mi fa un male al core che non si può spiegar con parole, e solo al pensano mi casca di mano la penna.</p>
<p>Nella montana solitudine, a cui mi son condotto colla speranza che l'aria elastica di questo paradiso della Lombardia potesse invigorirmi la vita, ho ricevuto da' miei amici, e specialmente dal mio Bellotti, molte consolazioni, e dagli amici non solo, ma ben anche da stranieri e da belle donne, onde talvolta m'è paruto di essere il Prometeo di Eschilo conficcato alla rupe e visitato dalle Nereidi. In questa bizzarra idea potrai vedere che lo spirito poetico non è in me ancora morto del tutto. Ed infatti così malandato qual sono, qualche buon verso m'è caduto dalla penna, e alcuni altri ne vo meditando nel punto che scrivo a te la presente, consacrati alla mia donna, la quale non mi ha mai abbandonato un momento dacché sono caduto in tanta calamità; e se sono ancor vivo, il debbo principalmente alle sue tenere cure.</p>
<closer>La mano ricusa di scrivere più oltre, onde fo fine, e ti prego quando sarò sotterra di ricordarti qualche volta del grande amore che sempre ti ha portato il tuo povero <signed>V. M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. Quando scriverai all'ottima tua sorella, salutala caramente in nome mio e di mia moglie. Alli 16 del corrente sarò di ritorno a Milano. Pregoti ancora di salutare il vicebibliotecario Antonelli, e d'informarti se abbia ricevuto l'Appendice alla <title>Proposta</title>, e un esemplare dell'edizione che si sta eseguendo in Milano delle opere mie, di quelle cioè che si licenzieranno dalla censura, la quale mi esclude le meno cattive, e il perché di questa falcidia puoi da te figurartelo. Ti ringrazio e mi rallegro teco de' bei sonetti pubblicati per le nozze della tua cugina.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2872.</head>
<opener><salute>A GIUSEPPE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio in Brianza, 8 Ottobre 1826.</date></opener>
<p>Caro Nepote.</p>
<p>Che i vostri fratelli, e tutti i parenti, mi abbiano dimenticato nella fiera disgrazia che m'ha percosso, non voglio meravigliarne. Ma che voi pure mi abbiate crudelmente abbandonato e non curiate di sovvenirmi in tanto bisogno col soddisfare almeno in Parte il debito che meco vi corre, voi che tanto ho amato e amo tuttavia, questa è tale dimenticanza, che non so darmene pace, ed è perciò che vi scrivo, e vi prego di fare ogni sforzo possibile perché siano pareggiati una volta i nostri conti. Il colpo che mi ha già tolta più che la metà della vita non lasciandomi altro di vivo che il sentimento dei miei mali mi costa a quest'ora tra medico, chirurgo e apoticario e infermieri e mille altre cose, più di trecento scudi romani, né mai mi sono trovato in tante necessità. E se non fosse che nessuno dei miei amici mi ha abbandonato, la sola considerazione che quello a cui correva più obbligo di soccorrermi mi ha barbaramente negletto, il dolore di questo solo pensiero sarebbe bastato ad uccidermi, perché le ferite che più passano il cuore son quelle che ci vengono da chi più è stato l'oggetto dell'amor nostro. Se dunque non sono morti in voi del tutto la coscienza, la religione e l'onore, non fate che questa lettera sia scritta indarno, e studiatevi di saldare per quanto potete il vostro debito, ché il mio credito è il più sacro di tutti. Nella solitudine di queste Alpi ove mi ha spinto la speranza che l'aria elastica della montagna potesse aiutare il povero resto di vita che mi rimane, non ho meco che la mia povera Teresa, a cui sono debitore di tutto questo avanzo di vita. Ed essa pure vi scongiura di aver compassione di noi. La Costanza era anch'essa in compagnia della madre, ma colpita pure essa da forti e pericolose perdite di sangue, ha dovuto lasciarci e tornare a Milano, ove noi pure saremo di ritorno il 17 del corrente per prestare alla figlia la dovuta assistenza. Vedete ora che cumulo di mali mi si rovescia addosso tutto in un tempo,</p>
<closer>e questo mio stato di miseria vi sia stimolo a consolare l'infelice ed aff.mo vostro zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2873.</head>
<opener><salute>Al Consigliere PARIDE ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro.</p>
<p>Dall'acchiusa Nota, venutami dal Governo, comprenderai che il mio affare è già stato deciso. Ma se in bene o in male nol so. Vedendolo rimesso all'Officio del R. Governo anzi che a quello del Viceré come io sperava, e come si fece alla supplica di Oriani quando egli chiese la ripristinazione della sua pensione, il cuore mi dice che, secco secco venendomi intimato di pagare la tassa dei rescritti, la cosa si riduce a pagare il boia che mi scanna. Nulladimeno converrà che tu, facendoti mio procuratore, ti prenda la cura di abboccarti per me con Tagliabò o col consigliere Renati ambidue miei amicissimi, pregandoli di verificar essi lo stato di questa faccenda, e secondo che udirai, darne ragguaglio al Patriarca, il quale ben temo che abbia fatto un buco nell'acqua, ond'io mi dolgo dell'ingiustizia degli uomini non meno che della fortuna. Nel caso poi (il che non credo) che la mia petizione sia stata rimessa al Governo per informazione, allora, potrai prendere notizia dei mezzi da porsi in opera perché l'informazione sia fatta secondo il puro vero ed il giusto, o che almeno si aspetti il mio ritorno a Milano e mi sia concesso di esporre e perorare io stesso le mie ragioni, o deputare chi le tratti a viva voce per me: nella quale supposizione ben puoi intendere che io non saprei invocare che l'eloquente tua voce. — La Cattina non mi dà alcun riscontro alla lettera che le ho scritto intorno alla sua promessa venuta. Io la sto ansiosamente aspettando da un momento all'altro, e il mio aspettare è il medesimo che quello di mia moglie e d'Aureggi. Ti rendo grazie di cuore dell'assistenza prestata a Costanza sì nella sua malattia, sì nel travaglio della mutazione della casa, e ti prego di continuarle il tuo aiuto: e di tutto ti ringrazio, in nome pure dell'afflitta sua madre. La mano mi trema e mi casca la penna, onde fo fine abbracciandoti con tutta l'anima. Restituisco alla Cattina il bacio che m'ha mandato, ma vorrei ridarlo in persona.</p>
<closer>Questo è il vivo desiderio del suo e tuo aff.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Nel punto di chiudere la presente, ecco Primo che giunge e in nome di Tagliabò mi fa intendere che la mia petizione è realmente stata rimessa al Governo per informazione: il che torna lo stesso che rimettere il richiamo dell'agnello contro il lupo al lupo che ne parli. Ed in fatti è già deciso che l'oracolo del Consiglio Governativo debba riconfermare il rapporto già fatto fin dal primo ricorso, senza punto far caso che ogni più stretta regola di giustizia dimanda, che delle due pensioni, qualora fossero incompatibili, sarebbe da togliersi la minore, non la maggiore. Tutto considerato, ben veggo che il Patriarca me l'ha fatta da prete, e ch'egli ha data la mia supplica senza spendervi parola di raccomandazione; ma io tre volte coglione a non pensare che un'alta ingiustizia non si emenda mai dal potere assoluto che l'ha commessa. Ma <foreign lang="lat">moriemur inulti</foreign>? No per dio, se arrivo ancor a campar quattro mesi; e ho già trovato luogo nella <title>Feroniade</title> a parlare del secolo barbaro in cui viviamo, e della guerra turca che si fa alle Muse. Ti prego di darmi presto riscontro sul di più che potrai scoprire.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2874.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">PARIDE ZAJOTTI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Zajotti.</p>
<p>La impotenza della mano a far uso della penna mi si fa sempre maggiore, e temo che finirò col non poter più scrivere nemmeno il mio nome. Nulla di meno, presente Ambrosoli che mi ha recato la tua dolcissima, mi sforzo a risponderti due righe; e a ringraziarti dell'amore che sempre porti al tuo povero Monti, che ti corrisponde, lo giuro, col più vivo del core. Ma credi a ciò che ti affermo: il mio ultimo istante non è lontano, ed io muoio accorato del non vedere alcun esito del mio affare; il Patriarca si è fatto giuoco di me e le chimere della mia speranza sono dileguate.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2876.</head>
<opener><salute>A BARNABA ORIANI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico e Collega.</p>
<p>Vi recherà la presente il mio <foreign lang="lat">alter ego</foreign>, il signor Felice Bellotti. Io ve l'indirizzo In qualità di mio plenipotenziario perché mi ottenga da voi e dal nostro degnissimo Presidente un favore che può tornarmi in gran bene, e in mezzo alla grande disgrazia che m'ha percosso, farmi lietissimo. E udite il come.</p>
<p>Il Patriarca di Venezia, a cui la pubblica voce attribuisce molto potere sull'animo dell'imperatore, mosso da spontanea benevolenza, e forse ancora da qualche sentimento di riconoscenza per avergli io tradotto in versi italiani un episodio della sua <title>Tunisiade</title> (ch'egli è poeta, e di primo grido nella Germania), ha presentata a S. M. e a viva voce caldamente raccomandata una mia supplica, colla quale imploro la reintegrazione della pensione assegnatami da Napoleone col titolo d'Istoriografo del Regno d'Italia; pensione indebitamente soppressa dalla Giunta milanese all'arrivo della armi austriache, sotto il pretesto che questo fosse un impiego vero, e non un puro titolo d'onore senza alcun obbligo di scrivere storie, come già fu dato in Francia a Racine, a Boileau e tant'altri; quindi pensione privilegiata, perché non fu mai a carico dello Stato, ma sempre mantenuta sulla lista civile della Corona. Ora la supplica è stata dall'Imperatore rimessa al Governo per informazione e Tagliabò, che per me molto si adopera in questo affare, mi fa sapere che molto mi gioverebbe un documento, dal quale apparisse che l'opera della <title>Proposta</title>, che mi è costata tanta fatica e tanti anni di tempo, è stata scritta per commissione dell'Istituto, a cui il Governo avea comandato di dar opera alla correzione del Vocabolario italiano; correzione invocata da tutta l'Italia, massimamente riguardo alle scienze. Ora, a nessuno dell'Istituto può essere uscito di mente che il conte di Saurau governatore di Milano, in cui tutta posavasi la podestà governativa, fu quello che con replicati dispacci diè moto a questo grande lavoro, al quale l'Istituto, occupato allora in materie di maggior momento, non potendo interamente dedicarsi, commise a me di pubblicare le mie critiche osservazioni sul Vocabolario della Crusca. (alle quali poi diedi il titolo di <title>Proposta ecc.</title>), onde il Governo per prove di fatto vedesse che l'Istituto, malgrado delle sue serie occupazioni, non dimenticava i superiori comandi. E ricordatevi che l'Istituto per le spese di stampa, fin da principio mi assegnò il soccorso di mille cinquecento franchi, con altre duemila lire austriache, delle quali mi fu liberale al finire dell'opera.</p>
<p>Ecco lo storico documento di cui ho bisogno, e di cui caldamente vi prego, e spero che, per onore della nuda e pura verità, ed anche per pietà della sventura in cui sono caduto, spero, dissi, che il nostro ottimo Carlini mi sarà cortese, estraendolo dagli atti dell'Istituto, col transunto delle lettere di S. E. Saurau e con quelle considerazioni che, senza uscire dal vero, più possono farmi onore, toccando l'effetto che la <title>Proposta</title> ha prodotto in tutta l'italiana letteratura; al che può molto conferire il giudizio portatone ultimamente in due articoli della <title>Biblioteca Italiana</title>, scritti con mirabile eloquenza e filosofia dal consigliere Zajotti, e stampati anche in fascicolo separato, e nuovamente ristampati dallo Stella nell'Appendice alla <title>Proposta</title>, uscita ultimamente alla luce.</p>
<p>Mio caro amico e benefattore, io porto sempre scritta nel cuore la generosa liberalità con cui mi avete più volte spontaneamente sovvenuto ben altro che di parole. Al presente non chieggo che l'efficacia delle vostre parole presso Carlini e l'onestissimo Cesaris. Non mi abbandonate adunque in un punto di tanta importanza, e ridate la vita al vostro povero storpio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2878.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Bellotti.</p>
<p>Lodo che sul mio affare abbiate stimato meglio l'aspettare il ritorno di Oriani prima di far passo con Cesaris e Carlini, non potendosi da noi prevedere fino a qual segno questi due onestissimi paurosi possano spingere i politici loro scrupoli. Quantunque la mia dimanda sia tale, che in coscienza non si può contraddire, e il ricusarla sarebbe opera non solamente discortese, ma rea e anticristiana. Ma un'altra ottima cosa ho pensata, e l'intenderete dall'acchiusa a Psalidi. Pregovi di recapitarla, e se non fosse abuso della vostra pazienza, presentarla voi stesso e fargli intendere il bene che potrebbe venirmi dal documento che gli chiedo, e che Psalidi non può onestamente negarmi. Io sarò in Milano con mia moglie il dì 16 o 17, e se le vostre briglie non vi avranno permesso di eseguire l'indiscreta mia commissione, potrò eseguirla io stesso e sciogliermi dal rimorso di esservi troppo importuno. Mi move a sollecitare il mio ritorno in città non tanto il bisogno di perorare in persona il mio affare, quanto il procurare alla povera Costanza l'assistenza della madre nella malattia che la travaglia ; di che pregovi anticiparle l'avviso onde stia di buon animo. Ho piacere che il Trivulzio siasi ritenuta la lettera di Saurau per farne buon uso col Vice—presidente Barretta, ma se voi giudicaste necessario il farla conoscere anche a Cesaris, onde acquietare qualche suo scrupolo, fatevene dare la copia da Zajotti a cui la mandai perché occorrendo mie rendesse informato per sua norma il Patriarca. Ottenuto, come spero, il documento chiesto a Psalidi, l'uniremo a quello dell'Istituto, e così faremo constatare al Governo che non solo ho scritta la <title>Proposta</title> per commissione de' miei colleghi, ma che la stampa è stata fatta a carico mio, onde che oltre il dispendio dell'ingegno v'è stato anche quello della borsa a tutto mio rischio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2879.</head>
<opener><salute>Al Sig.r RESNATI nella Stamperia Fusi al Cappuccio — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Resnati.</p>
<p>Leggete l'acchiusa, e dalla risposta conoscerete che col sig.r Fusi e con voi godo di procedere colla più delicata onestà.</p>
<p>La mia salute ha fatto in quest'aria qualche guadagno, ma la sinistra parte del mio povero corpo è sempre perduta.</p>
<closer>Salutatemi caramente Fusi ed amate il vostro <signed>Monti</signed>.</closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2881.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 12 Ottobre <add resp="ed">1826</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Marchese.</p>
<p>Il dì prossimo 16 o 17 io sarò di ritorno in Milano, ove mi richiama la mal andata salute della figlia, a cui rendesi necessaria l'assistenza della madre. Differisco dunque a renderle grazie a viva voce di tutto ch'ella ha fatto per me: e promesso a Bellotti di fare presso i Consiglieri di Governo, ch'io non conosco, onde disporli a mio favore intorno al mio affare. Al Federici ho già scritto io stesso, promettendogli tutte le mie postille al Commento del Biagioli, ma se non fo io stesso la ricerca fra le mie carte, non è possibile che altri le rinvenga. In quanto alla permissione richiestami dallo Sicca di ristampare l'<title>Iliade</title>, aveva io già scritto al Marsand, che mi ha fatta l'istessa domanda, che, stante i miei impegni col Fusi, io non posso onestamente concedere la detta licenza senza il consentimento del detto Fusi. Ma ora ch'Ella pure il desidera, nulla sarà negato a tanto intercessore, e farò col Fusi in modo che egli ne dia l'assenso.</p>
<p>Io sono impaziente di abbracciarla, caro sig. Marchese; ma il mio stato è tutt'ora compassionevole, e il sarà finché l'amica degli infelici, la morte, mi liberi da ogni male.</p>
<p>La prego de' miei ossequi alla signora Marchesa, e sono sempre il suo obbligatissimo servitore ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2883.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Ottobre 1826</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo mio signor Marchese.</p>
<p>Il sig. Beccaria, nel quale accidentalmente mi sono abbattuto questa mattina, mi ha dato la nuova che il Governo ha rimesso in campo l'affare della mia pensione, ordinando che si esamini legalmente se la medesima sia compatibile coll'altra di cui sono in possesso.</p>
<p>Imploro, dilettissimo mio Signore, i suoi buoni uffici presso quei tutti, ai quali le può essere permesso di raccomandarmi.</p>
<p>Intorno all'altro affare, avrò l'onore di presentarle domenica dopo il mezzodì la minuta della lettera di cui le ho parlato questa mattina.</p>
<p>Se la preghiera non è superba, rassegni i miei rispetti alla signora Marchesa, e aggradisca la sincera protestazione del mio profondo ossequio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2885.</head>
<opener><salute>A GIAN GIACOMO TRIVULZIO — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Ottobre—Novembre 1826</add>.</date></opener>
<p>Veneratissimo sig. Marchese.</p>
<p>Dopo un lungo aspettare finalmente il sig. Gironi mi manda alcuna copie in istampa dei versi a Lei promessi, ed io senza indugio li compiego al mio sig. Marchese, significandogli che ho riscosso la nota cambiale di Padova, della quale rendo grazie infinite al benefico mio Mecenate. Ho sicura notizia che l'informazione del Consiglio di Stato sul mio affare sarà favorevole.</p>
<p>La prego de' miei ossequi alla sig.a Marchesa, e sono sempre, co' sentimenti più vivi di gratitudine e di rispetto, il suo dev.mo ed obb.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2887.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BISCACCIA — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Novembre 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Signore.</p>
<p>Dal sig. professor Bellini ho ricevuto ieri sera il secondo e terzo tomo del <title>Parnaso Anacreontico</title>, ma chi le ha fatto credere che io abbia ricevuto il primo volume giuro che l'ha ingannata. Mi stimerei reo di inescusabile negligenza, se, avendolo ricevuto non ne avessi dato riscontro.</p>
<p>Onde la prego di non credermi così dimentico delle buone creanze, e molto ringraziandola del caro suo dono, mi confermo suo obb.mo servitore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2889.</head>
<opener><salute>A CARLO TEDALDI FORES — Cremona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1826</add>.</date></opener>
<p>La vostra lettera e i bei versi che l'accompagnano mi sono prezioso pegno dell'amicizia vostra; onde ve ne ringrazio di cuore, e il farei con molte affettuose parole, se il mio misero stato non mi togliesse anche l'uso della scrittura. Dal Cazzaniga avrete inteso che i vostri versi sono piaciuti molto al difficile Zajotti, e si stampano dallo Stella nel suo <title>Ricoglitore</title>. Li darò anche al Consigliere Gironi, Direttore della <title>Biblioteca Italiana</title>; e se non fossero in lode mia, mi adoprerei perché si pubblicassero per onor vostro nel detto Giornale; ma forse il farà di proprio moto.</p>
<p>Vi confermo i sentimenti della vera amicizia che a voi mi lega, e pregovi di credere, che l'apoplessia mi ha tolto il corpo ma non il cuore, e ch'io sono sempre il vostro affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2893.</head>
<opener><salute>A GINO CAPPONI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Dicembre 1826.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio Signore ed Amico.</p>
<p>In pochi tratti e pochi momenti il sig. Sabatelli ha magistralmente disegnato la meschina figura da voi desiderata, e ne avrebbe potuto oggi stesso fare la spedizione, se, per meglio renderne la somiglianza, non avesse voluto porvi quelle piccole diligenze che dànno a siffatti lavori la perfezione. Mi ha chiesto un'altra seduta per rifare il suo lavoro a suo proprio contentamento: al quale suo desiderio volentieri ho acconsentito, perché così delle due prove si potrà mandare a voi la migliore. Intanto, come potrò io degnamente ringraziarvi dell'onore che mi fate col volere davanti a' vostri occhi la imagine del vostro povero servitore ed amico? Questo è tratto di tale bontà, che non posso pensarvi senza insuperbire; e vorrei aver l'eloquenza del mio Giordani per bene esprimere la mia riconoscenza, e nello stesso tempo la consolazione dell'udire che la preziosa vostra salute abbia preso miglior andamento. Della mia non so che promettermi. Ben so dirvi, che desidero di tanto campare da poter venire ad abbracciarvi in Firenze, e a veder verificato nella vostra bella patria il bel sogno di Platone, a vedere cioè la filosofia sul trono.</p>
<p>Piacciavi di dire a Giordani e a Niccolini che li amo e li saluto di cuore; piacciavi ancora di credere che nessuno vi pregia e vi riverisce quanto il vostro devotissimo servo ed affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2894.</head>
<opener><salute>A LEONARDO CIARDETTI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Gennaio 1827</add>.</date></opener>
<p>Sig. Ciardetti carissimo.</p>
<p>Vi rendo grazie del cortese pensiero che vi siete dato di mandarmi qualche esemplare del mio Persio da voi ristampato sull'ultima edizione milanese; ma accade cosa che rende nulla la vostra cortesia; perché l'officio della Censura non permette l'estrazione dalla dogana delle stampe forestiere. Onde che, se desiderate che io goda del vostro dono, conviene che troviate occasione particolare per farmele pervenire. Quanto al rendere più pregiata la vostra edizione col somministrarvi io stesso qualche cosa inedita, questo in coscienza d'uomo d'onore non posso farlo, perché troppo pregiudicherei all'edizione del Fusi col quale ho qualche impegno obbligatorio, e di più non si può mandar sillaba da stamparsi fuori di Stato senza la permissione della Censura, e questa è la ragione per cui nell'edizione stessa del Fusi non si è potuto dar luogo a nessuna delle molte cose (e sono le men cattive) che ho scritte sotto il Governo francese dal 1798 fino al 1814. Ma poiché vedo che desiderate di gratificarmi, il potete fare col mandarmi per occasione particolare un altro esemplare della bella edizione da voi eseguita della mia <title>Iliade</title> in tre volumi.</p>
<p>Salutatemi caramente il sig. Borghi e il prof. Valeriani e credetemi vostro aff.mo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2898.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Gennaio 1827.</date></opener>
<p>Vi ringrazio delle sante orazioni che alzate al cielo per me, ma forte mi dolgo dell'ingiuria che mi fate trattandomi da miscredente. Perché qualche volta me la piglio colla superstizione e coll'ipocrisia dei fanatici religiosi, avete avuto il cuore di credere che io abbia rinunziato all'Evangelio? Dalle mie indignazioni contro i superstiziosi e gl'ipocriti dovevate conchiudere tutto il contrario. Orsù! perdono alla buona intenzione l'offesa che mi fate,</p>
<p>ma pregovi di mutare opinione rispetto alla mia credenza, altrimenti io avrò finito d'essere il vostro affezionatissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2899.</head>
<opener><salute>Al Prof. BERNARDO BELLINI — Cremona.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 28 Gennaio <add resp="ed">1827</add>.</date></opener>
<p>Pregiatissimo sig. Professore.</p>
<p>Il misero stato di mia salute mi ha tolto da molti mesi l'uso della penna. Nulladimeno la lettera che v'è piaciuto di scrivermi è tale, che mi mette in obbligo di rispondervi, ma perdonerete se sarò breve.</p>
<p>Ogni mia ragione di sdegno contro di voi finisce dove comincia la candida confessione de' vostri torti verso di me. Con nobile sincerità voi chiamate <emph>follie</emph> il vostro trascorso, e veramente anche a me pare non aver voi seriamente operato prendendo ad offendere senza alcuna provocazione un uomo più disposto ad esservi amico che nemico. Le parole che il sig. Cazzaniga mi attribuisce rispetto alla vostra <title>Colombiade</title> sono alterate, perché, avendomi egli annunziato che in questo vostro poema voi mi avreste onorato di qualche lode, io non risposi che le seguenti poche parole: Farò delle sue lodi quel conto che ho fatto delle sue ingiurie: le quali vi accerto che non mi hanno lasciato nell'animo alcuna ruggine contro di voi. Ed ora che spontaneamente e liberamente vi accostate a me con oneste e cortesi espressioni, sarei uomo mal educato se non le gradissi.</p>
<p>Ve ne rendo adunque le debite grazie, accompagnate dalla protesta di una stima ben dovuta e sincera. Vostro dev.mo ed obbl.mo servitore.</p></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Andrea Maffei</byline></opener>
<p>Chiarissimo sig. Professore.</p>
<p>Aggiungo una linea alla lettera del cav. Monti per ringraziarla delle cortesi parole di cui le piacque onorarmi nel suo poema e per significarle la mia pienissima estimazione.</p>
<closer>Suo dev.mo obb.mo servitore <signed>ANDREA MAFFEI</signed>.</closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2903.</head>
<opener><salute>Ad ALESSANDRO MANZONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Febbraio 1827</add>.</date></opener>
<p>Premesso alla cortesia del nostro Fauriel un vivo ringraziamento della briga ch'egli si prende per cagion mia, rispondetegli che, ove sia impossibile il far l'acquisto dell'opera intera di Raynouard, si tolga giù al tutto dal farne altra ricerca. Quell'opera è tale, che per gli studi della nostra lingua ogni volume è di molto momento, e io stimo che gl'Italiani non condurranno mai a buon porto il nostro Vocabolario, senza quel libro. Scrivete dunque all'amico, che tutto o nulla; e nel medesimo tempo rendetelo certo della mia gratitudine per la benevolenza di cui mi fa lieto nella disgrazia che mi ha percosso, della quale sento l'un dì più che l'altro di non potermi redimere che la morte!</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2904.</head>
<opener><salute>Al Conte GIOVANNI ANTONIO ROVERELLA — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 Febbraio 1827.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Nel miserabile stato in cui si trova la mia salute, peggiorata, ne' giorni andati, non poco dall'iniqua stagione, e più dall'estremo abbattimento di spirito in cui sono caduto, il chiedermi versi, gli è un chiedermi l'impossibile. Nulla cosa avrei tanto desiderato quanto il far cosa grata a te e al signor Gucci, ma credimi, la mia fantasia è assiderata, prostrata, e tu devi perdonare al tuo povero amico l'impotenza di far contenta la tua dimanda. Lo stesso ti dice per bocca mia la infelice mia Costanza, la quale è tuttavia travagliata da mala salute, per cui sono risoluto di condurla all'acque di Recoaro, mentre io mi condurrò, se il potrò, a sperimentare per me i fanghi di Abano, al quale effetto scrissi già e scriverò di nuovo al nostro Momolo, perché mi trovi in Padova un alloggio conveniente, ed io spero che la sua bontà ed amicizia si assumerà per me questo pietoso pensiero. Non mi mancano che pochi versi per terminare la <title>Feroniade</title>. Tutti i giorni vi penso, e ancora non so contentarmi del fine, a cui bisogna venire. Se lo stato della mente e del corpo si volgerà in meglio alcun poco, il poema vedrà, spero, la luce tanto aspettata. Un tenero abbraccio a Momolo, e il saluto del cuore alla Marietta Scutellari.</p>
<closer>Sta sano, ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mia moglie ed Aureggi ti risalutano caramente, e tutti ti preghiamo di far tu altrettanto per noi coll'ottima tua sorella.</p>
<p>Fammi il piacere di dire al mio nipote Giulio, che, poiché suo fratello Giuseppe non si degna neppur di rispondere alle mie lettere, mi faccia esso Giulio la grazia d'informarsi se fra i libri lasciati da Costanza a Majano si trovano due volumi in ottavo del Dante di Biagioli, edizione di Parigi, postillati tutti di mia mano da capo a fondo. E nel caso che sì, li ricuperi subito, e li tenga presso di sé finché io gli scriverò l'uso da farne.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2908.</head>
<opener><salute>A SAMUELE JESI — Lucca.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Febbraio 1827.</date></opener>
<p>Nel misero stato in cui sempre mi trovo, la sola consolazione, che mi rende ancor dolce la vita, è la compassione degli amici che frequentano la mia casa, e le affettuose lettere dei lontani, fra i quali il mio ottimo Jesi è certamente uno de' più diletti. Mirabilmente cara mi è quindi giunta la vostra lettera, e carissimi i saluti di Amarilli, e la cortese memoria che conserva della mia povera persona l'egregio cavaliere Cesare Lucchesini, ai quali il mio cuore, la sola parte di me che sia ancor viva, rende grazie senza misura. Mi era già noto il favorevole esito della nuova Tragedia del nostro buon Niccolini, e il piacere che ne ho provato e ne provo, eguaglia l'amor grande che io gli porto, e sono impaziente di leggere questo novello parto del suo felice ingegno. Se egli la manda alle stampe, pregovi di trovar modo che io l'abbia il più presto che sia possibile.</p>
<p>A dar fine alla mia <title>Feroniade</title> non mancano che pochi versi; ma la mia vena poetica non è più quella, e mi duole altamente la troppa prevenzione che se n'è sparsa nel pubblico, e Dio volesse che ne corresse aspettazione contraria: e così dovrebbe essere, considerando che questo mio breve poema è tutto antiromantico.</p>
<closer>Mia moglie e la figlia vi risalutano caramente, così pure Aureggi, e tutti gli amici, fra' quali il più affezionato è il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se andate a Firenze, ricordatevi di abbracciare per me tanto e poi tanto il nostro Valeriani. La mia tortuosa scrittura vi farà fede che non ho per anco ben ricuperato l'uso della penna. Ricordatevi ancora di fare espressamente per me una visita al fiore de' cavalieri toscani Gino Capponi, il quale mi ha fatto un grazioso invito in sua casa, eccitandomi a far prova del beato clima di Firenze per rifare la mia salute.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2912.</head>
<opener><salute>A MARIO VALDRIGHI — Modena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Marzo 1827.</date></opener>
<p>L'illustre mio amico il marchese Trivulzio mi aveva già da più giorni fatto dono d'un esemplare delle lettere di alcuni illustri Italiani da lei pubblicate, le quali, se allora mi furono care, or mi sono carissime, essendomi esse prezioso attestato della singolare cortesia di V. S. a cui rendo grazie particolarissime del dono che me ne fa, ed è ben giusto che io me ne compiaccia mirabilmente, poiché nella lettera del Muratori trovo sì fortemente sostenuta la opinione da me predicata perpetuamente nella <title>Proposta</title> intorno alla nostra lingua contro alle pretensioni fiorentine. E sarebbe pur tempo che i signori Accademici della Crusca intendessero ragione, che cioè il toscano dialetto, per quanto si accosti più degli altri all'illustre e comune lingua italiana, non può mai divenire lingua dell'intera nazione, perché un dialetto, qualunque siasi, è il parlare di alcuni, ma non di tutti: ma pare che più si predica loro la verità, più essi si ostinino a rifiutarla. Dico questo perché l'accademico Follini ha preso ultimamente a pretendere, che il trattato del Volgare Eloquio di Dante non è di Dante, e pazzamente rimette in campo questa lite, con tante invitte ragioni già decisa dal Gravina nella sua <title>Ragion poetica</title>. Oh fosse vivo quell'esimio conoscitore del nostro idioma Giulio Ottonelli, sì stoltamente beffato dall'arcipedante Salviati! Oh si accendesse un poco contro ai nuovi delirj della Crusca la dotta e nobile bile del vostro e nostro grande filologo sig. Parenti! e non fosse muta per sempre la penna del mio Perticari, <add resp="ed">ché</add> del certo il Follini si pentirebbe dell'ardimento. Ho nominato il Parenti.</p>
<closer>Vi prego, sig. Conte, di portargli per me il saluto del cuore, e pregovi insieme di credere che, coi sentimenti della più perfetta stima ed ossequio, sono il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2913.</head>
<opener><salute>A URBANO LAMPREDI — Ragusa.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Costanza Monti Perticari</byline>
<date>Milano, a' 27 di Marzo 1827.</date></opener>
<p>Mio carissimo Amico e Maestro.</p>
<p>Questa è in nome di mio padre e di me; ché entrambi veramente vi dobbiamo le più sincere dimostrazioni di gratitudine per la tanta cortesia che avete adoperata verso di noi. Ma io specialmente, come significarvi il mio rossore e in uno la mia riconoscenza? Non in altra miglior guisa di certo il potrei, che in confessando essere stata tutto effetto e dono della vostra somma gentilezza la troppo onorevole menzione che fate di me nella bella, ed erudita vostra epistola diretta a mio padre. E pari alla vostra fu la cortesia del sig.r Chersa, che in così aurei versi dipinse, non dirò già alcun mio merito, ché non oserei mai appropriarmi lodi tanto al di sopra del mio scarso valore, ma piuttosto la generosa sua indole. Siatemi or dunque voi intercessore appresso di lui così a ringraziarnelo, come a mantenermi viva la sua benevolenza, la quale, siccome la vostra, io tengo in quel pregio che tener si debbono le cose più nobili e preziose. E ringraziatelo anche a nome di mio padre per la elegantissima versione latina ch'egli ha fatta del suo idillio. Ma poiché lo stesso mio padre desidera aggiungere alla presente alcune righe di suo pugno, lascerò ch'egli medesimo vi dica il di più che spetta a' suoi sentimenti verso di voi e verso il sig.r Chersa. Mi è intanto ben dolce l'assicurarvi, che la salute di lui procede ognor meglio: sicché io spero che la novella stagione ridonandogli le forze del corpo, siccome ei serba sempre vigorose quelle dello spirito, il restituirà agli abbandonati suoi studi. Egli v'invia alcune copie della vostra epistola, alla cui stampa ha presieduto l'esimio sig.r Maggi, uomo caro per ogni titolo di peregrino ingegno alla repubblica delle lettere, e per quelli del cuore a tutti li buoni ed a mio padre specialmente. Non dubito quindi che non ne rimaniate a pieno soddisfatto. Addio, caro amico. Vi piaccia gradire la sincera protesta della mia stima e della mia più affettuosa riconoscenza; e serbatemi la vostra amicizia, della quale sì giustamente mi onoro.</p>
<closer>La vostra amica aff.ma e vera <signed>COSTANZA MONTI PERTICARI</signed>.</closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>A soddisfazione dell'animo mio moltissime cose avrei bisogno di aggiungere alla lettera della mia buona Costanza; ma disusato da otto e più mesi a scrivere, sono ridotto a tale da non poter far uso della penna, che al modo de' fanciulli che vanno sull'orma. Contentatevi adunque di poche parole, perché poche e stentate me ne concede la mia mano apopletica.</p>
<p>La vostra lettera in difesa della mia versione dell'<title>Iliade</title> mi ha recato meraviglioso piacere, non già per le lodi delle quali mi siete sì liberale, ma per la benevolenza di cui il vostro scritto è tutto pieno. Ho raccomandato allo stampatore Silvestri di spedirvene quel maggior numero di esemplari che si potrà, e spero che in breve gli avrete. Spero anche non vi dispiacerà, che il mio ottimo amico Maggi, al giudizio che voi portate della mia versione, abbia aggiunto quello di Visconti del tutto conforme, acciocché gl'invidiosi non abbiano da incolparvi di essere voi il solo, che per soverchia bontà ed amicizia è trascorso in quella tanta lode. Unito al parere del Visconti leggerete anche quello di Mustoxidi, il cui voto mi onora e parmi degno di far bell'appendice al vostro ed a quello del Visconti; e questo triplice voto di tre sommi Ellenisti servirà, spero, non poco ad abbassare l'orgoglio dell'arrogante Mancini, che vantavasi di avermi subissato; e avrebbe dovuto accorgersi del contrario in vedendo nella stessa sua patria, in Firenze, ristampata già per la quinta volta la mia traduzione, oltre la edizione di Pisa e le altre molte per tutta l'Italia. Ma il Mancini è sì pieno di sé medesimo, che chiama ciechi i suoi medesimi concittadini; e le beffe, che tutta Italia si fa della sua <title>Iliade italiana</title>, non servono che a renderlo più insolente. Voi l'avete urbanamente concio secondo il merito; ma duole ai molti amici che qui avete, duole, ripeto, che vi sia uscita di mente la traduzione del più maligno ed invidioso di tutti gli omerici traduttori. Parlo di Ugo Foscolo, che del certo non si alza punto sugli altri, ed è anzi al di sotto di quei medesimi ch'egli calpesta, tra' quali sono io il più calpestato. Egli ha mandato da Londra in Italia i seguenti due versi da incidersi sotto il mio ritratto:</p>
<quote rend="block"><lg><l>Questi è Vincenzo Monti cavaliero,</l>
<l>Gran traduttor dei traduttor d'Omero,</l></lg></quote>
<p>ai quali ho fatto risposta con altri quattro versetti che dicono:</p>
<lg type="quartina"><l>Questi è il rosso di pel, Foscolo detto,</l>
<l>Sì falso, che falsò fino sé stesso</l>
<l>Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:</l>
<l>Guarda la borsa, se ti viene appresso.</l></lg>
<p>Per intelligenza del terzo verso, egli è a sapersi che il suo nome di battessimo è Niccolò; e per intelligenza del quarto, vuolsi notare che il Foscolo in Londra si è fatto celeberrimo pei suoi stocchi e debiti di ogni fatta. Ma dove sono io trascorso oltre la forza della mia salute, nulla anche dicendo dell'oggetto principale per cui vi scrivo? ch'era ed è quello di significare al signor Chersa, che io mi chiamo grandemente onorato dell'amicizia che egli mi concede, e che gli rendo grazie infinite dell'aver fatto sì bello, con l'aurea sua traduzione latina, il mio idillio, <title>Le nozze di Cadmo</title>. Pregovi quanto più posso di accertarlo che il dono della sua amicizia mi è preziosissimo, e che l'apoplessia mi ha bensì tolta la metà del corpo, ma non il core.</p>
<closer>Con questo lo abbraccio, e ti abbraccio teneramente, mio diletto Lampredi, e caramente salutandoti per parte di mia moglie, sono senza riserva il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola"><head>2916.</head>
<opener><salute>A LUIGI MANUSARDI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1827.</date></opener>
<p>Stimatissimo sig. Manusardi.</p>
<p>Eccole in iscritto la risposta da farsi al sig. Ciardetti: I libri sequestrati in dogana da questa I. R. Censura non si possono estrarre senza una mia dichiarazione, in virtù della quale io verrei a permettere nel nostro Stato la libera vendita delle edizioni delle mie cose fatte all'estero, il che io non posso fare per più ragioni. E primieramente perché io non potrei negare ad altri stampatori d'altre parti d'Italia quello che concedessi al sig. Ciardetti: poi perché esiste una convenzione in iscritto tra me ed il sig. Fusi, colla quale io mi sono obbligato a non permettere l'introduzione fra noi delle edizioni fatte altrove, onde il sig. Fusi avrebbe diritto di citarmi ai tribunali. Di qui può vedere il sig. Ciardetti ch'io non solo mancherei alle condizioni d'uomo onorato, ma ben anche pregiudicherei l'interesse del sig. Fusi e per conseguenza anche il mio, dove concedessi lo spaccio fra noi della sua edizione. Quanto al rimanente della lettera del sig. Ciardetti, V. S. significherà al medesimo che mi sono pervenuti due esemplari del Persio, ed uno dell'<title>Iliade</title>, dei quali lo ringrazio: duolmi però che nella prefazione all'<title>Iliade</title> ed in quella al Persio (levata dall'edizione milanese) egli, il sig. Ciardetti, si sia permesso di far credere al pubblico ch'io abbia date direttamente a lui quelle correzioni ch'io ho esclusivamente somministrate al signor Fusi, la cui edizione fu da lui interamente copiata.</p>
<closer>La mia indisposizione non mi permette di scrivere di proprio pugno, bastandomi solo la mano a sottoscrivermi obb.mo servidore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2917.</head>
<opener><salute>A SAMUELE JESI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 Aprile 1827.</date></opener>
<p>In mezzo ai guai, che circondano la mia trista esistenza, avete trovato il segreto di consolarmi, annunziandomi il ben disposto animo dei Fiorentini a farmi lieta accoglienza nel caso che la misera condizione della mia vita mi permetta di venire ad abbracciare i miei dilettissimi amici Capponi, Niccolini, Giordani e Valeriani, poiché l'infermità che mi ha morto la metà del corpo, non mi ha morto perciò il cuore, e questo non mi vive che pe' dolci sentimenti della amicizia; e se vengo, siccome vivamente desidero, ne darò prova sicura anche al Frullone, col quale protesto di non avere alcuna ruggine, tuttoché mi avesse precisa ogni via di accostamento il sapere che qualcuno de' suoi preclarissimi abburattanti ebbe già parte alle turpissime villanie di Farinello Semoli, fuori di tutti i termini dell'onestà e della decenza. Or dunque sappiate che veramente ardo del desiderio di rivedere Firenze prima di andar sotterra: al quale effetto ho risoluto nel prossimo giugno di recarmi ai fanghi di Abano in Padova, dai quali spero qualche rintegrazione di forze a potere intraprendere il viaggio, e ne ho già scritto anche al gentilissimo marchese Manfredini dimorante in quelle vicinanze. Una spontanea cortesia di questo signore mi ha aperto l'adito alla sua corrispondenza. Così la visita che gli farò sarà visita di gratitudine e insieme d'interesse, perché mi rendo certo di ottenere dalla sua bontà qualche lettera di raccomandazione che sempre più mi conforti a venire a Firenze.</p>
<p>All'egregio signor cavaliere Puccini risponderò con mio grandissimo piacere, ma insieme con grande dispiacere di non poterlo fare contento dei versi che voi ed esso desiderate. Crediate, mio caro Jesi, che non sono più atto a far versi. Tanto è vero che a dar fine alla <title>Feroniade</title> non mi mancando che una cinquantina di versi, non sono ancora da tanto da poterli accozzare, e mi dà inoltre molto rincrescimento la troppa prevenzione che si è sparsa nel pubblico su questa mia poesia antiromantica, contro la quale i romantici hanno già incoccato gli strali: e questa è l'unica considerazione che mi fa sperarne buon esito presso coloro che ancora credono doversi rispettare la scuola di Omero e Virgilio.</p>
<p>Né la Tragedia del mio Niccolini, né il Pindaro del signor Lucchesini, preziosissimi doni, mi sono ancora pervenuti, ed io gli aspetto con grande ansietà. Gradirei ancora un esemplare dell'edizione che mi dite essersi fatta delle mie Tragedie con quelle dell'Alfieri.</p>
<closer>State sano, ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mia moglie e mia figlia vi salutano caramente; Aureggi è in campagna.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2919.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">GIULIO MONTI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, li 20 Maggio 1827.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Acciocché vediate quanta sia la fiducia che io pongo nella vostra onestà, non ho punto esitato di deputarvi coll'accluso mandato di procura mio rappresentante e come un <foreign lang="lat">alter ego</foreign> nel congresso che si deve tenere in Ferrara risguardante gli affari del rispettivo nipote e vostro fratello Giuseppe.</p>
<p>Non mi resta che di avvertirvi di star cauto nella transazione che vi potrebbero proporre, essendo il mio credito, come sapete, il più sacrosanto e dipendente da affitti che dovevano servire pel mio sostentamento, e che ora più che mai mi fanno di bisogno nel misero stato in cui sono caduto.</p>
<p>Quando poi, finito questo congresso, poteste incassare intanto o parte, od anche il tutto, mi vi raccomando col mio minore danno di inviarmelo mediante cambiale o con quel mezzo <add resp="ed">che crederete</add> più opportuno, avendone estremo bisogno per le eccessive spese a cui mi obbliga la mia malattia.</p>
<p>Non vi scrivo di proprio pugno, ma di mano dell'amico Aureggi (che fa mille saluti).</p>
<closer>Salutate per me e per mia moglie la vostra moglie e cognata, e sono senza più il vostro aff.mo zio <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2922.</head>
<opener><salute>Al Cons. PARIDE ZAJOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Monza, il giorno 8 di Giugno 1827.</date></opener>
<p>Mio carissimo come figliuolo.</p>
<p>Ho veduto con indignazione le vili contumelie di Lionardo Ciardetti e del suo degnissimo amico; ma chi se ne potrebbe maravigliare? Ogni uomo segue il suo stile, e parlando o scrivendo fa ritratto de' suoi costumi. Que' due signori t'accusano d'aver mentite le mie parole, ed è pur sacro e verissimo che non hai pubblicata sillaba nella <title>Biblioteca Italiana</title>, che non iscorresse dal mio labbro alla tua penna. Il Ciardetti o volontariamente s'inganna o cerca ingannare, e il debbo pur dire, perché stampando separati alcuni passi di lettere mie ne guasta la piena sentenza, che solo dall'intero scritto emergerebbe sincera: ed aggiungi che egli con destrezza peggio che prudente dissimula il colloquio che fu tra noi, quand'ei venne a Milano. Fu allora che io non solo gli negai il mio consenso alla nuova edizione, non solo gli dissi che mi doleva di non poterla impedire, ma sì anche con aperte parole gli rappresentai che il suo fatto noceva a me, noceva al Fusi, col quale io mi era obbligato. Poteva io credere che questa franca manifestazione della mia volontà non avrebbe bastato? Poteva io pensare che un uomo di cuor gentile mi volesse avvertitamente far danno? Ah, mio caro, io son vecchio, ma l'anima mia tante volte ingannata, crede ancora alla bontà degli uomini! M'ingannai anche questa volta, e il Ciardetti, guardando al suo solo interesse, stette risoluto a proseguire la ristampa che già avea incominciata. Che poteva fare allora il tuo Monti? Quello medesimo che il viandante sopraffatto da forza maggiore; cedere e pregare che almeno non gli si arrechi l'ultimo danno. Il saggio dell'edizione era già sulle prime macchiato d'un bestiale sproposito, e quella era minaccia di guasti ancora più gravi: il perché venni, spaventato, a pregare il Ciardetti che volesse almeno attenersi alla stampa migliore, ch'era come dire che se volea sacrificarmi nell'interesse, non cercasse almeno d'insidiarmi a quel modo la fama. Questo è il consenso che io diedi al leale ed onesto tipografo: di questa bella e nobile azione ei si vanta, e metti per giunta ch'ei dice regalate a lui quelle varianti che appartengono al solo Fusi; e con questi scaltrimenti tenterebbe, ove il potesse, di mostrarmi violatore delle mie salde promesse. Potea piacere al mio amor proprio, e tu lo dicesti, che in una città che mi si voleva far credere terra nemica, si ristampassero le opere mie, e così fosse solennemente riprovata l'insolenza, d'alcuni ribaldi: ma che fa questo alla pessima causa del nuovo editore? Nel <title>Parnaso classico italiano</title> che stampossi a Padova volea pubblicarsi la mia versione dell'<title>Iliade</title>, ed io nol potei concedere al chiarissimo professore Marsand, nol potei concedere alle preghiere dell'illustre marchese Trivulzio, fiore di nobiltà e di gentilezza: e quello che io negai a due tali uomini a me sovrammodo carissimi, io lo dovea permettere allo sconosciuto Lionardo Ciardetti? Non più: questo sarà suggello che sganni ogni persona.</p>
<closer>Tu fa quell'uso che vuoi di questa mia lettera, e vieni presto a confortare d'un tuo abbraccio la stanca mia vita. <signed>Il tuo Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2924.</head>
<opener><salute>Ad ALESSANDRO MANZONI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">Giugno 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Papadopoli e Primo mi avevano messa in core la dolce speranza che ieri mi avreste consolato d'una vostra desideratissima visita. Deluso di questa lusinga, e temendo che la vostra imminente mossa per Roma mi tolga la consolazione di più rivedervi, poiché l'un dì più che l'altro sento avvicinarsi il mio fine, mi vi presento in iscritto per dirvi che vado ad aspettarvi in cielo, ove ho certa speranza di rivedervi a suo tempo.</p>
<p>Intanto prima che il mio don Abbondio m'intuoni il <foreign lang="lat">Proficiscere</foreign>, voglio ringraziarvi del prezioso dono fattomi de' vostri <title>Sposi Promessi</title>, de' quali dirò quello che già dissi del <title>Carmagnola</title>: vorrei esserne io l'autore. Ho letto la vostra Novella, e finitane la lettura, mi sono sentito meglio nel core, ed aumentata la mia ammirazione. Si, mio caro Manzoni; il vostro ingegno è ammirabile, e il vostro core è una inesauribile fontana di nobilissimi affetti, cosa che rende singolare il vostro scrivere e vi pone in un'altezza, a cui non possono aggiungere che i <foreign lang="lat">pauci quos æquus amavit Iupiter</foreign>,</p>
<closer>alla guisa che pochi ponno amarvi e stimarvi come il tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Se la preghiera non è superba, ponetemi a' piedi di quel caro miracolo di beltà e di senno, dico la celeste Giulietta, a cui</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l part="F">l'antica gente Achea</l>
<l>meritamente avrebbe arsi gl'incensi</l>
<l>a Minerva concessi e a Citerèa.</l></lg></quote></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2926.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Alla sig.ra</add> <add resp="ed">ADELAIDE BUTTI CALDERARA</add> — <add resp="ed">Sesto di Monza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Luglio 1827</add>.</date></opener>
<p>Cara Didina.</p>
<p>Il Giardino di Aureggi vivificato dalla vostra visita vi manda in un cestello di persiche un piccolo contrassegno della sua riconoscenza, ed io suo segretario vi prego di aggradire il buon cuore del donatore e i ringraziamenti che Aureggi e mia moglie ed io particolarmente vi facciamo della graziosa visita con cui e voi e l'ottima vostra madre e il cortesissimo vostro marito e l'affettuoso vostro zio ci avete consolati della cara vostra presenza, la quale ha contribuito pure a migliorare la mia salute. Abbracciate in nome nostro tutti di casa, intendo vostra madre, il marito e la bell'anima di Primo, di cui ho avuto ieri i saluti da Como.</p>
<closer>Salutate insieme cordialmente Oriani se trovasi a Sesto e tutta la casa Misini, e vogliate bene al vostro povero <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2928.</head>
<opener><salute>A COSTANZA PERTICARI nata MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 29 Luglio 1827.</date></opener>
<p>Mia cara Figlia.</p>
<p>Sul supposto che tu già sia giunta felicemente a Ferrara, dirigo la presente a Ferrara, di dove attendo con impazienza il risultamento del congresso legale sugli affari del nostro povero Giuseppino, la cui situazione mi stringe il cuore, e merita tutti i riguardi per l'onestissimo suo procedere in tanta ruina de' suoi interessi. Nel caso che i suoi creditori intendessero di estendere la loro azione anche sulla casa di Majano, ricordati di produrre in campo il mio diritto sopra di essa, in virtù di una particolare disposizione fattane da mio padre nel suo testamento, nel quale egli mi ha nominato compadrone della detta casa insieme con mio fratello Francesco, padre di Giuseppino. Tu non hai bisogno di altre parole per far valere la mia ragione su questo punto, sul quale io ti autorizzo a fare in mia vece tutte le necessarie proteste.</p>
<p>Lo stato della mia salute è sempre lo stesso, col desiderio sempre vivo di poter venire a Fusignano a confondere le mie con le sante ossa di mio padre e mia madre.</p>
<p>Tu abbi cura della tua salute, e Iddio piova sopra di te le sue benedizioni con quelle dell'amantissimo tuo padre.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2933.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 8 Agosto <add resp="ed">1827</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>La lettera che dici avermi scritto appena giunto in Venezia non l'ho ricevuta. Ho bensì ricevuto l'immenso salame che mi hai mandato da Verona, ma che per altro non mi compensa la perdita della lettera, perché le tue lettere piene di tanto amore saranno d'ora in poi l'unico conforto che possa rendermi cara la vita, amareggiata dai più grandi dispiaceri, che mai possono farmi più infelice. Sì, mio dolcissimo amico, sappilo, ma tienlo chiuso nel tuo segreto, sappilo, il mio cuore è crudelmente trafitto; e da chi? dalla mala condotta di Z… e di C… Mi duole il dirlo. Z… è mirabile ingegno, ma il suo cuore è cattivo, e prevedo che sarò forzato ad abborrirlo quanto l'ho amato. Compiangimi adunque, e, se ti è cara la mia vita, torna presto a Milano a ravvivare lo spirito già prostrato del tuo povero Monti.</p>
<p>La C… è partita, e faccia Dio che i suoi affari non le permettano di ritornare sì presto.</p>
<p>Non ho ancor veduta la risposta di Pagani a P…. Il duello non è tra eguali, ma il più forte è tanto detestato, che tutto Milano, per quello che odo, è tutto in favore di Pagani.</p>
<p>Ti rendo grazie dell'interesse che prendi per lo sgraziato mio affare: sarebbe bene che la persona a cui ne darai la cura si abboccasse col Patriarca, onde intendere da esso <foreign lang="lat">quo res summa loco</foreign>. La penna mi fugge dalle mani e convienmi far fine. Ti abbraccio adunque col più vivo sentimento dell'animo e altrettanto fa la mia buona Teresa, la quale non fa che parlare della tua virtù e dell'incomparabile tua cortesia.</p>
<closer>A Mustoxidi ogni bel salutare e non istancarti di amare il tuo infelicissimo <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2936.</head>
<opener><salute>Al Conte GIUSEPPE ALBORGHETTI — Ravenna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 20 Agosto 1827.</date></opener>
<p>È già due mesi che ho cangiato il soggiorno di Milano con quello di Monza sulla speranza che quest'aria della Brianza mi sia più salutare. Subito che potrò strascinarmi alla capitale, metterò da parte tutte le lettere (che son molte) di madama Staël; ve le manderò tutte, e volentieri ve ne farò amplissimo dono per rimeritarvi del sommo piacere che mi avete fatto di ricordarvi del povero vostro amico, al quale nel misero stato in cui si trova non rimangono altre consolazioni, che quelle dell'amicizia. Vorrei potervi dire con più parole il contento che mi ha recato la vostra lettera; ma la misera mia condizione è tale, che mi conviene usar la penna come i fanciulli, che vanno sull'orma del pedagogo.</p>
<p>Compatite adunque alla brevità della mia risposta, e seguitate a voler bene allo sventurato, ma aff.mo vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2937.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 21 Agosto 1827.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Ma che ti ha fatto il tuo povero Monti per lasciarlo, come fai, in abbandono, e privarlo al tutto della tua cara presenza? Questo dolce lamento è anche quello della mia buona Teresa.</p>
<p>Sappilo, e perdonane lo sfogo all'infelice tuo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2939.</head>
<opener><salute>A FELICE BELLOTTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Monza</add>, <add resp="ed">Agosto 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Bellotti.</p>
<p>Ricordati la promessa di venirmi a trovare col nostro Maggi, al quale dirai che porti seco il ms. della <title>Feroniade</title>, e colle note, se pure ha finito di estrarle dal Volpi.</p>
<closer>Ti abbraccio con tutta l'anima, e sono sempre il tuo misero <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2942.</head>
<opener><salute>Ad ANSELMO RONCHETTI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 30 Agosto 1827.</date></opener>
<p>Mio caro Ronchetti.</p>
<p>Per carità, mio carissimo, ponete un termine alle vostre grazie, e non fate che io comparisca uno svergognato accettandole senza potervene rimeritare; o ch'io pecchi di vanità portando scarpe e pantofole piuttosto da Papa e da Re che da povero poeta apoplettico, al quale non è rimasta neppure la facoltà di ringraziarvi quanto dovrei e vorrei, essendomi tolto perfino l'uso della penna, e, quel ch'è peggio, ancor l'intelletto. Supplisca dunque al mio debito il muto linguaggio del cuore, che è tutto vostro;</p>
<closer>e faccia Dio ch'io possa ricuperar tanto di forze, da potervi far palese in degno modo la mia riconoscenza, e l'affetto con cui mi protesto e sono veramente il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2943.</head>
<opener><salute>Alla «Gazzetta» di Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, 6 Settembre 1827.</date></opener>
<p>Nel n. 65 del <title>Diario di Roma</title> trovansi alcune righe che mi riguardano, ed alle quali per amore della mia riputazione e del vero debbo fare la seguente risposta: Non <emph>conquistato</emph>, ma sibbene di propria volontà, vedendo che la mia vita va sempre più declinando, ho voluto procacciarmi i conforti della mia religione, in cui venni allevato e nudrito principalmente dall'esempio dell'ottimo mio padre, morto in opinione poco men che di santo, e dalla quale, quantunque abbia potuto traviar talvolta la mia penna, certo non se n'è mai ribellato il mio cuore. Io non sospettava nemmeno che questo semplicissimo fatto, del quale mi compiaccio tuttora, dovesse trovare chi lo giudicasse tanto difforme dalla passata mia vita, da attribuirgli i nomi di <emph>conquista</emph> e di <emph>ritorno ai sani principj</emph>, meno poi da ascriverlo a vanto di chi che sia. Lasciando il giudizio della mia e dell'altrui coscienza a Quel solo che ne ha il diritto, avrei creduto di mancare a me stesso, se non avessi protestato contro l'abuso che il giornalista di Roma ha fatto a mio danno di troppo importanti parole. Qualunque poi siasi il nome che dar si voglia alla cosa, debbo dichiarare, esser falso che sia stata opera dei RR. PP. Barnabiti di Monza, i quali io neppur conosceva (sebbene io abbia sempre nudrito la dovuta stima per la loro congregazione) in quel tempo in cui deposi i segreti della mia coscienza nelle mani di un mio amico sacerdote di Milano, e domandai di essere accolto al perdono di ogni mio errore. Così parimenti è del tutto supposta e non vera la lettera che il giornalista asserisce scritta da me al mio ch. collega ab. De Cesaris: e falso è finalmente che io divida ora il mio tempo fra la conversazione dei RR. PP. Barnabiti di Monza e la <title>Feroniade</title>. Queste cose mi parve di dover rispondere all'articolo del <title>Diario di Roma</title>.</p>
<closer><signed>VINCENZO MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2945.</head>
<opener><salute>A BARNABA ORIANI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">21 Settembre 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio caro amico e benefattore.</p>
<p>Eccomi in Caraverio, ove spero trovare aria più confacente alla mia salute, come, malgrado dei turbini e delle pioggie, vi ho trovato le delizie dell'autunno. Mi piglio l'ardire di mandarvene un saggio. Non vale certamente la vostra luganega. Ma ciò che vien mandato dal core e dalla riconoscenza ha sempre qualche prezzo, e io spero che i pochi frutti che accompagnano le mie parole troveranno lieta accoglienza egualmente che i saluti della mia buona moglie e del cortese ospite mio.</p>
<closer>Vi abbraccio di cuore e sono senza misura il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2946.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio in Brianza</add>, <add resp="ed">Ottobre 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Privo da molto tempo delle care tue lettere, e prossimo all'ultimo mio fine, vengo con queste poche righe a prender congedo per l'altro mondo, e non credere che m'inganni. Ho già nel cuore la morte, e sinceramente sono stanco di vivere. Né mi duole di cessare una vita amareggiata dai più crudeli disgusti che mai possano opprimere il tuo povero Monti. Sì, mio caro, io muoio infelicissimo e direi quasi disperato per la mala condotta di quelli che più amo. Non vale che la mia buona Teresa, vera donna di virtù; non c'è che sol essa che mi salvi dalla disperazione del vedermi mal pagato di amore dalla Costanza. So che questa si è resa indegna della tua amicizia. Ma se mai avvenisse che tu le scrivessi, non lasciare di dirle ch'essa è quella che anticipa il sepolcro ad un padre che l'adorava. E tu, dolcissimo amico mio, non vorrai tu darmi la consolazione di teneramente abbracciarti prima di chiudere questi miei poveri occhi nell'eterna notte? Deh vieni, deh vola a ricevere l'ultimo mio respiro; e fa' ch'io mi lodi della tua pietà dinanzi a Dio, a cui spero di salire sull'ali del suo perdono.</p>
<p>Scrivo dal paradiso della Brianza ove sono passato da quello di Monza, e alla fine del corrente saremo di ritorno, se sarò vivo, all'inferno della città, abitato dai demoni, che sotto il colore dell'amicizia nascondono l'anima la più perfida, e studiano la morte del tuo povero Monti.</p>
<p>P. S. Anche il barbaro silenzio di Monsignor Pyrker del mio affare contribuisce non poco a spingermi nella fossa.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2947.</head>
<opener><salute>A GIOVANNI ANTONIO MAGGI — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">agosto 1826</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo Maggi.</p>
<p>La vostra lettera, tutta piena di tenera benevolenza, mi è stata un soavissimo balsamo alle ferite dell'animo, e sento per prova la verità di quella divina sentenza di Pitagora, che gli Dei, mossi a compassione delle umane miserie mandarono in terra l'amicizia per consolarci. Siate adunque benedetto voi, che mi mostrate, nella terribile mia disgrazia, tanta compassione, e benedetto il nostro Marchese che non si è dimenticato di me co' soci della Minerva. Ma in mezzo a questi conforti non vi dissimulo, mio dolcissimo amico, che il mio spirito è molto abbattuto, e ben veggo che da un momento all'altro può suonare la mia ultima ora; perciò mi ci vado preparando, leggendo e meditando le divine lettere di Seneca sul disprezzo della morte, la quale nel mio pensiero già comincia a prendere faccia d'un bene da desiderare anziché da temersi, per uno che, come me, sia caduto nel fondo della sventura.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2948.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Caraverio</add>, <add resp="ed">Ottobre 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo.</p>
<p>Il desiderio di rivederti è grandissimo, ma se si oppone a quello di tuo padre, non fare che la brama dell'amico vinca la paterna. Fra le tante belle qualità della tua bell'anima, piacemi che in te si lodi anche la filiale obbedienza.</p>
<p>Potessi io dire altrettanto della mia Costanza. Essa si è messa in guerra aperta con sua madre, dalla quale le si è fatto credere di essere odiata e perseguitata. Ed io, che so per prova quanto questa madre è amorosa verso l'ingannata sua figlia, mi sento lacerar l'anima per questo dissidio, e, più che il misero stato in cui mi trovo, mi strazia l'errore in cui è stata con diabolico artifizio strascinata la sciagurata mia figlia.</p>
<p>Non è molto il profitto che ho tratto dall'aria della Brianza, ma posso chiamarmi contento, e se mi fosse dato il godere della presenza e dei conforti del mio Papadopoli, vorrei sperare di riavermi, se non del tutto, almeno quanto basta per rendermi cara la vita. Addio, <foreign lang="lat">animæ dimidium meæ</foreign>.</p>
<closer>La mia buona Teresa ti saluta carissimamente, ed io sono il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2950.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 26 Ottobre 1827.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Riceverai la presente dalle mani del mio Esculapio Taramelli, dalla cui viva voce avrai le nuove del mio stato sì fisico, che morale. Ma tu non mi essere così avaro delle tue lettere. Ho grande bisogno di consolazione, e l'attendo dalla pietà degli amici.</p>
<closer>Fa' dunque di spargere il balsamo dell'amicizia sul cuore piagato del tuo povero <signed>Monti</signed>.</closer>
<ps><p>P. S. Se il tuo agente in Vienna ha fatto alcun passo per aver qualche notizia sullo stato del mio affare, o sinistra o buona, non lasciarmela ignorare.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2951.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO GÃ€MBARA — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Novembre <add resp="ed">1827</add> .</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Sono veramente disgraziato, ché mentre io non avrei nessuna cosa tanto cara quanto il rendervi qualche servigio, ricevo un vostro comando in cosa che mi è tolto il servirvi. Da un mese e più la mia amicizia col consigliere Zajotti soffre una forte eclissi, che al certo per adesso non è possibile che si dissipi. Ma voi avete in Brescia chi può largamente adempire il mio difetto. L'amicizia del nostro Arici col Zajotti non è minore di quella che regnava tra me e il suddetto Zajotti. Valetevi adunque, per giovare al vostro amico, delle raccomandazioni di Arici, e saranno più efficaci delle mie.</p>
<p>Che anzi pregatelo in nome mio e salutatelo caramente, dicendogli che, non essendo lontana la mia ultim'ora, vorrei abbracciarlo prima di scender tutto nella fossa. Dico a voi lo stesso, e lo dico di tutto cuore.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2956.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Dicembre 1827.</date></opener>
<p>Io non sono mai stato né un ateo, né Luterano, né Calvinista; e l'aver fatto ciò che fa e deve fare ogni buon cristiano ridotto agli estremi della vita, non parmi che ad un simile atto di religione debba darsi il nome di <emph>conversione</emph>; nome il quale suppone che io veramente abbia professato principj irreligiosi. Per la qual cosa apertamente vi dico che mi chiamo offeso del titolo che mi apponete, e che in verun modo non posso né debbo acconsentire alla pubblicazione della canzone di cui mi parlate. Questa lettera vi verrà recata dal mio dilettissimo amico Papadopoli, da cui più nettamente intenderete il mio giusto sdegno contro l'articolo del Diario Romano, il quale articolo è tutto dettato dalla intenzione di farsi merito presso il pubblico. Non mi dilungo, perché il mio stato e l'impedimento della mano no 'l consente.</p>
<p>State sano, ed amate il vostro affettuosissimo amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2961.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO VILLARDI — Padova.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1827—28</add>.</date></opener>
<p>Io non debbo né posso entrar giudice nella questione insorta tra voi e il Cesari; ma parmi che cotesto vostro grande archimandrita del bello scrivere alle volte si metta in capo per belle cose certe stranezze da riderne tutto l'anno. E per vero io non so comprendere come si possano congiungere insieme l'idea della viltà a quella del coraggio, <emph>vile ed ardita</emph>. Credo adunque che voi vi abbiate più che ragione, e che quelle sue <title>Bellezze di Dante</title> il più delle volte siano un brutto delirio. La penna non risponde al desiderio che avrei di dire altre cose più serie. Ma a buon intenditor poche parole.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2962.</head>
<opener><salute>A DIODATA SALUZZO — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1827</add>.</date></opener>
<p>Cerco e non trovo parole sufficienti a ringraziarla del prezioso dono ch'ella m'ha fatto dell'<title>Ipazia</title>. Questo poema è un bello e nuovo alloro alla sua chioma, e mostra che omai non è genere di poesia in cui ella non sia degna dei più alti scanni. Io, per l'antica ammirazione in cui ho sempre tenuto il poetico suo valore, me ne congratulo primieramente con lei, poi coll'Italia, di cui ella veramente è un grande decoro; e mi reputo fortunato di essere da lei posto nel numero di quelli ch'ella onora di sua benevolenza ed amicizia. Il colpo apoplettico che mi ha percosso, togliendomi quasi affatto l'uso della penna, mi ha lasciato ancor vivo il cuore; e da questo la prego di creder uscita la protesta,</p>
<p>con cui mi rassegno suo devotissimo ed obbligatissimo servo ed amico.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2963.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANDREA MUSTOXIDI</add> — <add resp="ed">Venezia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1827</add>.</date></opener>
<p>Mio carissimo.</p>
<p>Dalla viva voce del mio Papadopoli avrai le nuove del mio misero stato, sempre misero, se non in quanto mi rende ancor dolce la vita la presenza degli amici, tra' quali infinita consolazione mi ha portato e mi porta al cuore la tenera amicizia di Papadopoli, di cui non credo darsi al mondo anima più nobile né più generosa.</p>
<p>Ti sovverrà, mio caro, che io ti affidai in Milano alcune lettere di Giordani. Gli scherzi terribili della sorte mi hanno più volte turbato il pensiero sulle vicende di quelle lettere. Per acquetare adunque i miei timori, piacciati, mio caro, di rimetterle alle mani del nostro amico. Vorrei aver libera la facoltà di scrivere onde poterti dire alcuna delle mille cose che mi stanno nel core. Ma lascio al nostro Papadopoli la cura di significarti quanto ti amo, e quanto desidero che i tuoi destini si volgano in meglio, e ti rendano interamente beato.</p>
<closer>Il tuo povero storpio <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2964.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Gennaio 1828.</date></opener>
<p>Mio dolcissimo Amico.</p>
<p>Dopo la tua partenza sono stato sei giorni in poca buona salute con forte timore di ricaduta, per cui ho dovuto sottomettermi ad una generosa cavata di sangue. M'ha cresciuto anche malinconia e tristezza una lettera di mio nepote, la quale mi ha dato nuove non buone della salute di Costanza, per cui la meschina sarà obbligata a passare a Fusignano tutto l'inverno. In mezzo a tutte queste cagioni di mal umore è giunta a tempo la tua carissima che non poco mi ha confortato, assicurandomi della tua preziosa amicizia. Non passa giorno che io non pensi alla <title>Feroniade</title>, e alla promessa fatta alla nostra Trivulzio, ma non trovo ancora di che contentarmi.</p>
<closer>Abbracciami caramente il mio Mustoxidi ed ama il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Qui non si parla di altro che della destituzione di C… <emph>per inaudita immoralità</emph>. Quelle parole sono terribili, s'egli è vero che siano quelle dell'imperiale decreto che lo condanna. Addio. Non istancarti di volermi bene. Mia moglie, Bellotti, Ambrosoli, tutti ti salutano teneramente, ma niuno con tanto affetto quanto il tuo Vincenzo Monti</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2965.</head>
<opener><salute>A GIULIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">3 Gennaio 1828</add>.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Mi rattrista l'udire che la salute di Costanza non è la migliore. S'ella si fosse risoluta di andare alle acque di Recoaro, mi rendo conto che n'avrebbe ricavato profitto come hanno fatto molte altre donne, che ne hanno fatto la prova. Ora essendone passata la stagione, sarà bene se pensa di restarsene in Romagna tutto l'inverno, ed io vi avrò una grande obbligazione, se voi seguirete ad usarle tutte quelle attenzioni che il suo stato richiede.</p>
<p>Salutate l'ottima vostra moglie e abbracciate per me i vostri figli. La mia Teresa vi saluta caramente, ed io sono di cuore il vostro aff.mo zio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>2967.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO SOPRANI — Piacenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1828</add>.</date></opener>
<p>Ho letto con vera soddisfazione la vostra <title>Aganadeca</title>, desidero ora di rileggerla stampata. Ho presa la libertà di notare alcune mende, e pochi versi che mi sembrano troppo visibilmente impressi dell'indole Caledonica. Sulla scelta dell'argomento, vi sarà da molti fatto rimprovero per essere quei poemi onde fu tratta, generalmente poco apprezzati e conosciuti, e perciò temerei, quanto all'effetto teatrale, che i due primi atti e singolarmente il primo non riescano languidi allo spettatore; ma il terzo e soprattutto il quarto e il quinto, faranno ben presto dimenticare quella ingrata impressione, prodotto ordinario di una curiosità non sì tosto appagata, e per se stessa impaziente. I personaggi, e soprattutto l'Aganadeca, mi sembrano egregiamente scolpiti, e vi meriterà assai lode lo sviluppo della catastrofe, imaginata diversamente da Ossian, sicché la morte di Aganadeca debba attribuirsi al concorso d'imprevedute circostanze anziché a un orribile e premeditato disegno. Lo stile da capo a fondo nobile e franco, e all'uopo dignitoso e conveniente al dramma tragico.</p>
<p>I cori, nuovi e bellissimi, quelli specialmente che chiudono il quarto e il quinto atto.</p>
<p>Continuate nell'intrapresa carriera, né vi rattengano, o sgomentino, le baie dei giornalisti.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro <signed>M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2970.</head>
<opener><salute>Ad ANDREA MUSTOXIDI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Febbraio <add resp="ed">1828</add>.</date></opener>
<p>Mio dilettissimo come figlio.</p>
<p>Prima discendere tutto nella fossa, la quale mi ha ingoiato più che per metà, io sperava di abbracciarti in Milano. Disperato di questa consolazione, vengo a prendere congedo per l'altro mondo in iscritto. Ti abbraccio dunque di cuore, e se rimane nulla di noi dopo la morte, ti fo certo che anche tra gli estinti ti amerò di quell'amore che strigne, che lega il cuore d'un padre a quello d'un figlio.</p>
<closer>Siati raccomandata la mia memoria fra quelli che lascio, e addio per sempre. Il tuo <signed>M.</signed></closer>
<ps><p>P. S. Comolli mi ha portato i tuoi saluti, che mi sono stati carissimi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>2972.</head>
<opener><salute>A GERTRUDE LAZZARI CASSI — Pesaro.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Marzo 1828.</date></opener>
<p>Pregiatissima Signora.</p>
<p>Rispondendo alla carissima sua, comincerò dal condolermi seco della perdita del marito. Ella ha perduto in lui un ottimo compagno della sua vita, il pubblico un ottimo cittadino ed io un ottimo amico.</p>
<p>Passando al secondo oggetto della sua lettera per riguardo all'affare del Sannazzaro, l'inclusa cambiale di scudi venti sopra codesto sig. Annesio Nobili le farà conoscere ch'io sono un debitore onorato. Sappia però che il prezzo del libro suddetto era già stato da me consegnato nelle mani del povero Giulio Perticari, mio genero, acciocché lo passasse al sig. Lazzari. Ora però, non sapendo se questo sia stato eseguito, in mancanza di prove amo meglio di pagar due volte, di quello che comparire cattivo pagatore.</p>
<p>La prego de' miei cari saluti al fratello conte Francesco, al quale dirà che ho ricevuto il secondo fascicolo della sua traduzione, ma che ignoro a chi debbo pagare il valore dell'associazione.</p>
<closer>Sono con tutta la stima e l'affetto suo devotissimo obbligatissimo servidore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2973.</head>
<opener><salute>Al Barone CAMILLO VACANI Maggiore nell'I. R. Corpo del Genio, Cav. della Corona Ferrea e della Legion d'onore — Vienna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, il 19 Marzo 1828.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Il nostro comune amico Fusi mi è buon testimonio che più volte ho fatto prova di scrivervi e che sempre la misera condizione della mia vita ha resa vana la mia intenzione, di modo che non ha mai potuto aver effetto l'espressione della mia gratitudine per le cortesi premure con cui vi siete adoperato nell'affare dell'edizione fatta costì delle mie tragedie, contro il prescritto delle leggi sulla contraffazione delle stampe a danno de' poveri scrittori, fra i quali io sono il più maltrattato da questi pirati della letteratura. Vi siano dunque rese le più sincere grazie per tutto quello che avete fatto e potete fare su questo punto non tanto per me, quanto pel nostro Fusi, a cui per l'onesto suo procedere ho conceduto la proprietà di quell'opera mia. E qui la vostra gentilezza mi fa coraggio a chiedervi una cosa di molto maggiore importanza.</p>
<p>Corre il quarto anno che ad insinuazione del Patriarca di Venezia Monsignor Pyrker io feci presentare da lui medesimo a sua Maestà una supplica per la repristinazione della pensione ch'io godeva col titolo di Istoriografo del Regno d'Italia. Questa supplica fu rimessa da Vienna al Governo di Milano per informazioni; e l'informazione che in pieno Consiglio fu decretata e immediatamente spedita a Vienna fu amplissimamente favorevole alla mia domanda. Da quel punto il detto Patriarca mi ha sempre pasciuto di belle speranze, ma finora senza verun effetto. Al presente, senza discontinuare le medesime lusinghe, con ultima sua lettera mi consiglia di rivolgermi a S. E. il signor conte Saurau, siccome è persona di cuore generoso e il più di tutti ben disposto a mio favore, al quale il ridetto Patriarca mi accerta di aver scritto egli stesso.</p>
<p>La bontà del lodato Signore mi è già manifesta per una gentilissima lettera di cui egli mi onorò fin dalle prime mosse di questo affare. Io non ho il coraggio di nuovamente importunarlo, ma Voi che siete all'orecchio di codesto eccellente Signore e so che ne godete l'affetto e la stima, Voi, mio caro Maggiore, Voi prendendo consiglio dal vostro bel cuore, Voi potreste, se la mia preghiera non è troppo ardita, intercedere per me la protezione di codesto Signore, il quale durante il breve tempo del suo governo ha sempre dimostrato tanto amore per i poveri italiani, e amerei gli poneste in considerazione, che allorquando, per bene dell'italiana letteratura, Egli ordinò all'Istituto di occuparsi della riforma del Vocabolario italiano (lavoro necessarissimo a pro delle lettere e delle scienze italiane) io fui quello che dallo stesso Istituto restai incaricato della sua esecuzione, siccome risulta da onorevolissimo ed amplissimo attestato dei miei colleghi; la quale immensa fatica è durata pazientemente per sette anni continui con tanto discapito della mia salute, la quale finalmente, percossa da gravissimo colpo d'apoplessia, mi ha messo e tra poco momento nel sepolcro, e ciò non è tutto. Al dispendio sofferto della mia salute amerei che la detta Eccellenza sua prendesse in considerazione la spesa che mi costa la stampa dell'opera, la qual spesa è rimasta tutta a mio carico ed ha importato L. 20,600 austriache, come rilevasi dai registri della Stamperia Reale, senza la minima remunerazione.</p>
<p>Ecco le cose che bramerei significate con tutta delicatezza al ridetto sig. conte Saurau, e Voi che sapete con sì bella eloquenza descrivere le cose della guerra, Voi, eccitato dall'amicizia, saprete meglio ch'io non so accennarle, esporre il mio bisogno ed ottenermi quegli onesti riguardi, che le tante mie fatiche mi sembrano meritare;</p>
<closer>dippiù non aggiungo e, con l'animo tutto pieno di gratitudine, mi protesto senza riserva vostro devotissimo servo ed aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2975.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">CARLOTTA MARCHIONNI</add> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 23 Aprile 1828.</date></opener>
<p>Confermando i sentimenti di mia moglie, null'altro posso aggiungere se non che la mia salute è sempre la stessa, cioè più morto che vivo, e che mi tocca il cuore la gentilezza con cui la prima attrice del teatro italiano si degna ricordarsi</p>
<closer>del suo servitore ed amico <signed>V. M.</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2977.</head>
<opener><salute>Ad ANTONIO PAPADOPOLI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Aprile 1828.</date></opener>
<p>Sopracarissimo Amico.</p>
<p>Dove avevi tu il tuo buon senno quando, scrivendo alla marchesa Trivulzio, ti davi a credere ch'io fossi in collera teco? Io non risposi all'ultima tua lettera perché la mia paralisi non me lo permise, come neppur oggi me lo permette, avendo perduto quasi del tutto l'uso della penna. Invece adunque di darmi colpa del mio silenzio, compiangimi, se senti vera amicizia pel tuo povero Monti, la cui misera vita corre a gran passi al suo termine, e tra poco vi sarà giunta senza che io m'abbia la consolazione di abbracciarti.</p>
<closer>Ti abbraccio nulladimeno col desiderio, e sono e voglio essere fino all'ultimo respiro il tuo affezionatissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>2978.</head>
<opener><salute>Alla Signora GIUSEPPA CASIRAGHI nella contrada di S. Paolo — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Monza, 4 Maggio 1828.</date></opener>
<p>Mia cara Pina.</p>
<p>Vieni; e fa' presto, altrimenti avrai presto la nuova che siamo morti di malinconia e di noia.</p>
<closer>Salutami il tuo Carlino, ed ama il tuo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2></div1>
<div1 type="appendice" n="Appendice">
<div2 type="epistola"><head>3044.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Luglio 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Ricevo in questo punto la vostra Epistola stampata, e rispondo subito. Parliamo prima dei suoi difetti, che sono due; uno più grosso dell'altro. Il primo è stato in quel <emph>celebre</emph>, ed il secondo in quelle note per cagion delle quali io non potrò leggere la vostra Epistola che a qualche amico, perché in essa manifestasi una soverchia corrispondenza tra me e voi. Parliamo ora delle sue bellezze. Sono tali, amico caro, che mi hanno incantato e sedotto. Confesso la verità, io non soglio lasciarmi sorprendere sì facilmente, anzi la taccia che mi dànno gli stessi amici è quella di confinare molte volte colla stupidezza quando sento qualche loro poesia: difetto da cui per altro mi vado correggendo per adattarmi all'adulazion tiberina. Ma questa volta io mi sarei scosso ancorché fossi stato di bronzo. Vi protesto da galantuomo e ve lo giuro sull'<title lang="lat">Agnus Dei</title> che non posso far a meno di non invidiarvi un sì bel pezzo di poesia. Bisognerà rispondervi, ma resterò di sotto, perché mi avete veramente minchionato. La vostra satira sopra Orbilio è un <add resp="ed">nulla</add> in confronto dell'Epistola. Seguite di questo passo e siate certo di fare delle cose superbe: ma intanto non aspettate la risposta da me, se prima non è terminata la stampa della mia raccolta. In una lettera ad un mio amico che inserisco nella medesima, e di cui oggi si tirano le correzioni, ho avuto campo di citare fresca fresca la vostra Epistola, ma non mi sono spiegato così chiaro, come fate voi sui nostri poeti dello Zenith e del Nadir, perché la cosa è assai pericolosa. Tuttavia non parlo oscuro. Vi trascrivo quei paragrafi i quali precedono l'accennata citazione, e la citazione stessa. Fate conto che in generale vi sia il quadro dei poeti più formidabili di Roma.</p>
<p><quote>«Non v'è dubbio che Voi, valoroso sig. Abate, sarete niente sollecito del voto di chiunque la pensi come il sig. Martino (Sherlock di cui si è parlato prima), né io vi desidero la disgrazia di ottenerlo, perché non ho piacere che la vostra riputazione diventi equivoca presso il mondo letterario. Del resto, non è necessario essere allievo e panegirista del sig. Martino, o esser nato in Irlanda per pensare bestialmente e per disapprovare un bel genere di poesia come la vostra. Qual suffragio pretendete voi da quelli che vanno sempre in traccia della metafora, che idolatri di uno stile costantemente figurato, disprezzano i semplici e parlanti colori della natura, ed hanno la malattia di render corporee tutte le idee, anche le più secche, le più puerili con ridurre la poesia ad una specie di lanterna magica? da quelli che rifriggono i bisticci dell'<title>Adone</title> per gettar della polvere negli occhi degli ignoranti, e con orribili contorsioni danno fiato alla tromba per cantar in versi mimallonei, l'esequie d'un passero egualmente che la morte di Carlo duodecimo, o il terremoto di Lisbona? da quelli che pongonsi a leggere un libro di poesia coll'istessa intenzione con cui si studiano i libri di S. Agostino, o le regole del calcolo differenziale? da quelli che tutto sentono e tutto veggono con una stolida indifferenza che essi chiamano filosofia, e ch'io chiamerei piuttosto paralisia di spirito, per cui a forza di pesar tutto sulla bilancia d'un difficile criterio, indegni si rendono ed incapaci di gustare le bellezze reali? Da tutti insomma quegli scientifici Pantilii del moderno Parnaso che con bel garbo va berteggiando in una elegantissima Epistola in versi, degna dello stesso satirico di Venosa, il sig. Clementino Vannetti, giovane di mirabili talenti, di critica purgata, e di piacevolissima fantasia, caro a Pallade e innamorato delle Ninfe di Ippocrene quanto lo sono io di quelle del Tevere»</quote>.</p>
<p>Nella ventura settimana dovrebbe uscire l'articolo sul vostro <add resp="ed">Elogio</add>, come vi scrissi che si sarebbe fatto in altra mia.</p>
<p>Io non so chi sia il sig. Martini e il sig. Clemente Baroni, devo però credere che siano persone piene di gentilezza. Fate loro i miei ringraziamenti e dite loro ch'io sono molto diverso da quel colosso che essi mi credono.</p>
<p>Sento che Zorzi stia meglio. <foreign lang="lat">Te Deum laudamus</foreign>. Io avevo risoluto di morir ancora io se moriva lui. Lo stesso farò se morirete voi. Ma non pensiamo per ora alla morte; pensiamo alla vita. Io procuro di conservarla più che sia possibile. Ma è molto tempo che io mi trovo di cattiva luna. Le ninfe tiberine mi piacciono assai più che le Muse; e pure sono costumato come un Ippolito, perché io opero quasi sempre per meccanica più che per riflessione.</p>
<closer>Amatemi e credetemi il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3045.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Ottobre 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo</p>
<p>Mille ringraziamenti al sig. Martini, che ha trovate così buone le mie ottave. Il giudizio di quest'uomo mi lusinga moltissimo. Il vostro, abbiate pazienza, è troppo sospetto. L'amicizia v'inspira qualche volta del fanatismo, ed io non vorrei che negli estratti mi metteste bersaglio alle dicerie per lodarmi troppo. Vi torno a dire quello che vi scrissi tempo fa, cioè ch'io non potrò assolutamente compiacermi affatto del vostro articolo, se non è animato qua e là dalla critica. A questo patto, io acconsento che diciate ciò che volete. Circa all'inserire questi estratti piuttosto in un giornale che nell'altro, fate voi, ché tutto è ben fatto. Volete sapere l'esito delle ottave? Nissuno. Il Cardinal Boschi le mandò egli stesso al Principe Borghesi. Questi venne a ringraziarlo, e per mezzo d'un mio amico che spesso lo vede, mi fece dire che per allora non aveva piacere che si stampassero, per ischivar certe ciarle che si erano fatte per Roma intorno alle feste che egli dava. Io che sempre ho fatto a modo mio, io che scrivo per mio divertimento, e non porto la livrea di nessuno, feci stampare segretamente le ottave. Ne ho mandate parecchie copie a Napoli, Firenze, e senza distribuirle qui in Roma fuorché a qualche amico di estrema confidenza. Si sa peraltro che sono stampate, e qualcheduno se le è fatte venire di fuori, se le ha volute. Di trecento copie non me n'è rimasta neppure una. Ieri mattina partì il sig. Abate Baroni. Fra le altre cose io gli ho consegnato un rotolo di venti copie legate del mio libro da esitarsi per me. A ciascheduna di queste è unita una copia delle ottave. Il prezzo è di quattro paoli l'una.</p>
<p>Io vorrei potermi distrigare delle altre che mi restano in numero di 70 circa. Mi sono rifatto delle mie spese, ma m'è convenuto far dei creditucci coi librari qua e là. Ho bisogno di raccoglier denaro per un viaggetto che medito, e a questo fine se credete che le venti copie del mio libro le esiterete o presto o tardi, io vi pregherei di anticiparmene il prezzo e di mandarmelo dentro a questo mese se è possibile, anzi subito. Guardate quanto io mi abuso, o mio caro Vannetti, della vostra amicizia. Quando farete voi lo stesso con me? o per meglio dire, quando mi porgerete voi l'occasione di scontar qualcheduna delle molte obbligazioni che vi professo?</p>
<p>Ricordatevi che l'Elogio di Zorzi mi sta sul cuore. Non so chi sia l'autore di quella lettera che voi attribuite a Barotti. Io non lo posso credere capace d'una cosa così cattiva.</p>
<p>Il sonetto del vostro amico per il nostro Zorzi mi piace. E dolce, appassionato, nitido e semplice. Tutti pregi dei quali scarseggiano le poesie d'oggidì. Chi ne è mai l'autore?</p>
<p>Eccovi due sonetti satirici. Sono miei e sono fatti contro un certo Abate Galfo, ex gesuita siciliano. Costui fu autore di una satira contro l'Accademia del Bosco Parrasio (nella quale io recitai la canzonetta di Pericle) e in essa ogni accademico era ferito, chi più, chi meno. Si scoperse donde veniva lo strale, e <foreign lang="lat">illico et immediate</foreign> uscirono i miei sonetti. Costui è tale quale lo descrivo nei primi due versi, ed è uno degli Accademici Quirini (fra questi ho la disgrazia di essere ancor io), i quali portano per istemma la Lupa coi due gemelli lattanti.</p>
<lg type="nc"><lg type="quartina"><l>E un tristo Lojolita, un Prete macro,</l>
<l>a cui l'invidia i bigi occhi arronciglia,</l>
<l>una latrina dell'Ascreo lavacro,</l>
<l>un rifiuto d'Arcadia e di Siciglia,</l></lg>
<lg type="quartina"><l>contro le Muse del Parrasio sacro</l>
<l>il satirico pungolo assottiglia?</l>
<l>Ti bacia in fronte, e un cultro infame ed acro</l>
<l>dietro le spalle per ferirti, piglia?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ah carca di peccati astuta volpe:</l>
<l>s'io t'augno, per Dio, che il puzzo e il morbo</l>
<l>toglierò a Pindo delle rie tue colpe.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Ti scorzerò le membra e a un mozzo sorbo</l>
<l>appenderò la pelle empia e le polpe;</l>
<l>spavento all'altre belve e cibo al corbo.</l></lg>
<lg type="nc"><l>Oh neghittoso ed orbo</l>
<l>Quirin, che lasci la tua sacra Lupa</l>
<l>dar le poppe ad un mostro che la strupa,</l>
<l>oh tu scaccia e dirupa</l>
<l>giù dal tuo Colle questa Fiera, o tutto</l>
<l>n'andrai del sangue suo bagnato e brutto.</l></lg></lg>
<lg type="nc"><lg type="quartina"><l>O nudrito del tosco e della bava</l>
<l>che dai labbri al Livor cola e trabocca,</l>
<l>che il satirico dardo dalla cocca</l>
<l>vibri appiattato in tenebrosa cava</l></lg>
<lg type="quartina"><l>dove apprendesti, ingrata anima prava,</l>
<l>dietro il tergo a ferir chi non ti tocca?</l>
<l>Perché la verde lurida tua bocca</l>
<l>nel sangue degli amici empia si lava?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>E v'è chi applaude al fero atto e t'ingozza?</l>
<l>Ed alimento porge al putrid'estro</l>
<l>che le ree carte in Elicona insozza?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>E Quirino ti soffre? e dall'alpestro</l>
<l>dirupo non ti sbalza? ed alla strozza</l>
<l>non ti ravvolge il tiberin capestro?</l></lg>
<lg type="nc"><l>O Nazzaren Maestro,</l>
<l>deh l'acre penna dalla man mi leva,</l>
<l>Tu che vuoi ch'io perdoni a chi m'aggreva,</l>
<l>pria che irata ella beva</l>
<l>le costui vene e di costui lo scempio</l>
<l>serva ai compagni traditor d'esempio.</l></lg></lg></div2>
<div2 type="epistola"><head>3046.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Novembre 1779.</date></opener>
<p>Amico carissimo.</p>
<p>Sono stato due settimane in villeggiatura a Bassano, feudo del Principe Giustiniani, ove era esso con tutta la famiglia.</p>
<p>La mia compagnia è stata il Signor Duca di Ceri. Oh quanto è amabile e colto questo giovane! Si sono fatte delle eccellenti recite e la mia Musa ha cantato in lode degli eccellentissimi comici. Vi mando quattro sonetti su questo proposito. Non hanno altro merito che quello di esser figli del momento.</p>
<p>L'ultimo però è stato fatto un giorno dopo il mio ritorno a Roma o non ha che fare colle recite. Per opprimervi secondo il solito di merce poetica, vi aggiungo alcuni sciolti, i quali senza dubbio vi dispiaceranno meno dei sonetti.</p>
<p>Questo benedetto Elogio di Zorzi si fa pur desiderare. I miei amici ne sono impazienti al pari di me. Da Pazzini non ho ancora ricevuto nulla; ma più degli 80 paoli mi rincresce il ritardo del libro. Affrettatelo, per amor del Cielo. Visconti, Serassi, avranno subito le loro copie.</p>
<p>Forse il desiderio m'inganna, ma io spererei che dovessimo abbracciarci fra non molti mesi. Alla nostra amicizia non manca altra soddisfazione che questa, e poi la potremo proporre al pubblico per modello. Può ella essere più tenera, più grande di quello che è?</p>
<p>Già me l'aspettavo che Bettinelli dovesse riveder il pelo alla insolente canaglia di Parnaso. Egli lo può fare meglio di tutti, perché sa più di tutti e per teorica e per pratica.</p>
<p>Io non merito di esser da lui mentovato onorevolmente; confesso però la verità, che l'esser lodato da un tant'uomo mi sarebbe d'una incredibile tentazione a credere di non essere il peggiore di tutti i poeti. E impossibile peraltro che andiamo d'accordo sopra certi punti, nei quali egli mi sembra troppo inesorabile, come io potrò sembrare a lui troppo condiscendente.</p>
<p>Convengo ancor io che Bertola sia una specie di Godard per un altro verso.</p>
<p>Per far la corte all'Arcivescovo di Capua, che io amo assai e che dice di amare anche me, io nominai il Bertola nella lettera diretta a Visconti.</p>
<p>Del rimanente io stimo i suoi talenti, ma condanno la sua maniera di scrivere.</p>
<p>Dio volesse che ruinasse sopra i poeti d'oggidì una tempesta che li distruggesse tutti. Io sono in una città dove la verità non ardisce di metter fuori la testa, perché son troppi i suoi nemici.</p>
<p>Verrà un tempo in cui ci leveremo la maschera, e dimanderemo ragione delle profanazioni che si commettono tutto giorno nel santuario delle Muse.</p>
<p>Per quanto io desideri che l'estratto si faccia con tutto vostro comodo, non posso però dispensarmi dal pregarvi a sollecitarlo.</p>
<p>Non voglio che l'estratto sia maggiore del libro né io bramo di trovarmi costretto a far l'estratto dell'estratto. Ricordatevi di non risparmiare la critica! Guai a voi!</p>
<p>Un saluto al sig. Martini e rallegratevi con lui del sonetto.</p>
<p>Non vi ricordo di continuarmi l'amor vostro perché è inutile.</p>
<closer>Vi prego piuttosto di metter voi alle prove il mio, onde esperimentarmi vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. I versi sciolti sono di risposta ad altri sciolti dell'Ab. Calderoni, maestro di belle lettere in Faenza, nei quali esso mi prega di scrivere per certe nozze. Maledetti argomenti che io odio <add resp="ed">non</add> meno del diavolo e dei versi di Godard.</p>
<p>Ferri è molto tempo che è partito. La vostra lettera fu consegnata a suo fratello, il quale avrà cura di fargliela giungere a Parigi di dove sicuramente vi scriverà.</p>
<lg type="sonetto"><head>Ai valorosi recitanti del Beverley:</head>
<lg type="quartina"><l>So ben che quella doglia, e quelle scene,</l>
<l>E quel crudo di morte orrido affanno</l>
<l>Son di parlanti lacrimose scene</l>
<l>Un lusinghiero non previsto inganno.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Pur sì lo spirto ad assalir mi viene</l>
<l>L'altrui sventura simulata e il danno,</l>
<l>Che freddo errami il sangue nelle vene,</l>
<l>E piangon gli occhi che mentir non sanno.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Oh voi che avete per un vago errore</l>
<l>Dolce sui labbri d'eloquenza incanto</l>
<l>Arbitro delle menti, e insiem del coro,</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Qual sarà mai sull'alme il vostro vanto</l>
<l>S'ange i petti così finto il furore,</l>
<l>Finta la morte, e favoloso il pianto?</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><head>A S. E. la sig.a Principessa Giustiniani, che mirabilmente recitò la parte di Agrippina nel <hi rend="italic">Britannico</hi>:</head>
<lg type="quartina"><l>Donde l'arte, o gran donna, e quell'accento</l>
<l>Che suonar sì gradito al cor s'intende?</l>
<l>Donde gli atti leggiadri, e il portamento</l>
<l>Su cui lo sguardo s'innamora e pende?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>E Neron dunque il matronal ne offende</l>
<l>Decoro, e il tuo deride alto lamento?</l>
<l>E caldo delle prime ire tremende</l>
<l>L'atro tosco prepara, e il tradimento?</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Se la vedova allor di Claudio avea</l>
<l>Sì grave la sembianza ed il pensiero,</l>
<l>Ah che il dispetto di Neron cedea!</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Cangiate avria le voglie, o almen primiero</l>
<l>Il sangue del fratel non percorrea</l>
<l>L'orride piaghe del latino impero.</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><head>A S. E. la sig.a Duchessa di Ceri, che mirabilmente recitò la parte di Giunia nel <hi rend="italic">Britannico</hi>:</head>
<lg type="quartina"><l>È la Bellezza un dono degli Dei,</l>
<l>Dono fatal che il cor soggioga e tante</l>
<l>Guerre porta e perigli infausti e rei</l>
<l>Alla ragion smarrita, e vacillante.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>E ben se quale al guardo appar costei</l>
<l>Tal era di Britannico l'amante,</l>
<l>Se tale il vestimento e gli occhi bei,</l>
<l>E la dolcezza del gentil sembiante,</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Scuso io Neron dell'improvviso ardore,</l>
<l>E se l'amar sì vaghe alme pupille</l>
<l>Fu colpa, il non amarle era maggiore.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Né sol l'escuso se al rival rapille:</l>
<l>Lo scuserei se avesse il suo furore</l>
<l>Tutta involta per lor Roma in faville.</l></lg></lg>
<lg type="sonetto"><head>A S. E. il Duca di Ceri, fra gli Arcadi Fetide, ritornato l'autore in città dopo molti giorni di villeggiatura seco lui passata:</head>
<lg type="quartina"><l>Pelide, tu se' lungi, ahi cruda pena!</l>
<l>Chi mi toglie al tuo fianco, e chi m'invola</l>
<l>Ai cortesi atti, al favellar che cola</l>
<l>Dolce dai labbri e l'anime incatena?</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Ma lontananza l'ale non affrena</l>
<l>Del mio pensier che fido a te sen vola.</l>
<l>Ei ti si pone a lato, e lo consola</l>
<l>Amor ch'è seco e gli dà spirto e lena.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Né più l'arresta il ben che qui s'ammira,</l>
<l>Né Fille che pietosa mi sorride,</l>
<l>Ché dove tu non sei tutto m'è greve.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Mesta ho la fronte, il parlar basso e breve,</l>
<l>E solo il dì beato si sospira</l>
<l>Che al Tebro riconduca il mio Pelide.</l></lg></lg>
<lg type="nc"><head>Al sig. Ab. Francesco Calderoni l'Ab. Monti:</head>
<l>Oh vana arte di Febo! Oh de' poeti</l>
<l>miserabil destin! Se d'Esculapio</l>
<l>o di Temi un seguace al crin s'avvolge</l>
<l>di lauri un compro ramoscel; se all'ara</l>
<l>un giovanetto sacerdote ascende,</l>
<l>se una donzella a cui tolta è la speme</l>
<l>di leggiadro marito un velo piglia,</l>
<l>e per dispetto al ciel consacra un fiore</l>
<l>che il mondo rifiutò; se lieto Imene</l>
<l>ai porporini talami conduce</l>
<l>innamorata vergine ritrosa;</l>
<l>se la rota del cocchio (oh crudo caso!)</l>
<l>di cagnolin maltese il capo schiaccia,</l>
<l>e di lacrime vanno rubicondi</l>
<l>di madonna i begli occhi, o s'altra alfine</l>
<l>simil ventura accade, in iscompiglio</l>
<l>vedi de' vati andar la schiera e quindi</l>
<l>giù dal Parnaso rovesciarsi un nembo</l>
<l>di canzoni, e sonetti, e rumorose</l>
<l>volar per l'aria le Raccolte, e tutte</l>
<l>empir l'Ausonia d'apollinea peste.</l>
<l>Così al tornar di primavera i magri</l>
<l>storni alle viti infesti e le cornacchie</l>
<l>alto gracchiando coprono le rive</l>
<l>del volubil Primaro e la soggetta</l>
<l>della pigra Comacchio immensa valle.</l>
<l>Piangon le Muse che ronzar dì e notte</l>
<l>odono l'importun sciame poetico,</l>
<l>né suonar altro per le sacre cime</l>
<l>che la Monaca, e il Prete, od il Dottore.</l>
<l>Né val che Apollo con gelosa cura</l>
<l>e di Castalia e d'Ippocrene i fonti</l>
<l>tutti racchiuda, ché di Pindo i corbi</l>
<l>nell'atra feccia dell'ascree cloache</l>
<l>cacciano il becco in molle ed ivi in parte</l>
<l>ammorzan la rabbiosa aonia sete.</l>
<l>E tu, canoro Calderoni, a cui</l>
<l>larga del suo favor sorride Euterpe,</l>
<l>e armoniosi somministra i carmi,</l>
<l>tu cento volte di giust'ira acceso</l>
<l>meco invan deplorasti il reo costume,</l>
<l>che su infecondo, povero subbietto</l>
<l>anche i cigni febei spesso condanna</l>
<l>a scior deriso e disprezzato il canto.</l>
<l>Allor per tutti d'Elicona i Numi</l>
<l>giurasti che avvilita all'uso indegno</l>
<l>l'aurea cetra per te più non saria,</l>
<l>la cetra che donar Febo ti volle</l>
<l>quel giorno che d'Alcon nella capanna</l>
<l>Mopso cantando e Melibeo vincesti.</l>
<l>Inutil voto! fra le gravi cure,</l>
<l>che ti pungon il cor (ch'anche de' vati</l>
<l>son tiranne le cure, e a discacciarle</l>
<l>non bastano di lauro infruttuoso</l>
<l>poche foglie sul crin), v'è chi molesto</l>
<l>carmi ti chiede, e a celebrar t'invita</l>
<l>due giovanetti sposi, a cui nel seno</l>
<l>mista al bollor del sangue e dell'etade</l>
<l>ferve tutta Ciprigna, e d'altro or cale</l>
<l>che della fredda melodia d'Apollo.</l>
<l>Ma tu sdegnoso dell'imposta soma</l>
<l>vuoi sull'omero mio posarla, e speri</l>
<l>ch'io salga in Pindo, e sulle corde d'oro</l>
<l>un inno tempri, che di luce asperso</l>
<l>di queste due bell'alme innamorate</l>
<l>la virtù molta esalti, e l'aureo strale</l>
<l>che fe' d'entrambo in sen la dolce piaga,</l>
<l>degno che di vermiglie idalie rose</l>
<l>lo coronin le Ninfe, e Febo il ponga</l>
<l>a scintillar sul cielo astro novello.</l>
<l>Folle speranza! per Imen la cetra</l>
<l>non toccherei se un'altra Teti in mare</l>
<l>ad un altro Peleo stretta io vedessi</l>
<l>e promettesse il fato un altro Achille</l>
<l>che non al Xanto e al Simoenta in riva,</l>
<l>ma sull'Istro e di Grecia in su l'arene</l>
<l>dall'Europa snidasse il Turco infido,</l>
<l>e di turbanti e rovesciate lune</l>
<l>e di barbare membra un monte alzasse</l>
<l>per tutta la tessalica campagna.</l>
<l>Qual pro dal sen le armoniche parole</l>
<l>scioglier per nozze? del crinito Iopa</l>
<l>ti risovvenga, che le Tirie cene</l>
<l>di carmi inesauditi empia, gli errori</l>
<l>della Luna cantando, e le fatiche</l>
<l>del sole onor degli astri, alma del Mondo,</l>
<l>mentre Dido infelice al fianco assisa</l>
<l>dell'amabil troiano entro i bicchieri</l>
<l>bevea l'oblivion del suo Sicheo,</l>
<l>al canto sorda del gentil poeta.</l>
<l>Fille del plettro mio soave cura</l>
<l>miglior mercede ai versi miei promette,</l>
<l>e Amor che l'estro mi governa e regge,</l>
<l>sta sulla soglia della mente, i miei</l>
<l>pensieri esaminando ad uno ad uno,</l>
<l>e se a Fille non vanno, ei minaccioso</l>
<l>chiude le porte; e li respinge indietro.</l></lg></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3047.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 di Febbraio 1780.</date></opener>
<epigraph lang="lat"><p>Rerum dulcissime.</p></epigraph>
<p>Ieri mattina passò da me Monsignor Visconti per vedere s'era venuto il vostro Elogio Zorziano e l'Epistolario. Io non intendo la cagione di questo inumano ritardo. Visconti m'importuna perché sappiate ch'egli ha dell'interesse per la riputazione dell'Ab.e Zorzi e per la vostra. Egli ha letto tanto dell'uno e dell'altro quanto basta per innamorarlo. Ora dunque per amor del Cielo sollecitate il Sig.r Pazzini acciò spedisca almeno il libro (giacché non ha intenzione di mandare il denaro). Siate sicuro che io non deporrò il vostro libro, se prima non l'ho esaminato da capo a piedi. Io mi presagisco moltissimo piacere e moltissima utilità dalla lettura del medesimo. Sarà cura dei vostri amici il far poscia che l'<title>Effemeridi Romane</title> vi rendano tutta la giustizia. Mi permetterete di prendere sopra di me l'assunto dell'estratto.</p>
<p>L'altro giorno l'abate Serassi nella solita, privata Accademia del nostro Duca di Ceri lesse una vostra lettera latina tutta d'oro. Figuratevi se tutti i membri di questo letterario Senato (membri peraltro assai meschini, ma però non privi del senso comune, pregio assai rado in Roma) figuratevi, dissi, se non fecero il panegirico del vostro buon gusto! L'Abate Cunich sopra tutti vi ama, vi stima, appunto perché è il giudice di tutti il più competente.</p>
<p>Non so se mai <foreign lang="lat">fama tuas pervenit ad aures</foreign> dell'Abate Taruffi bolognese. Questo è un letterato di merito infinito, buon poeta, buon filosofo, gran politico e terribile esaminatore dei gabinetti d'Europa. Questi ha letta la vostra <title>Epistola</title> diretta a me, e senza sapere chi ne fosse l'autore, ne è rimasto penetrato. Mi ha imposto di farvi un complimento di congratulazione a nome suo. Io serberò per il medesimo una delle copie a me destinate del vostro <title>Elogio</title>.</p>
<p>Voi avete prevenute le mie premure per qualche paio di copie del vostro estratto. Questa è la volta in cui le vostre lodi e le vostre censure mi faranno assolutamente eccedere nella vanagloria. Sono ansiosissimo di vederlo sortito.</p>
<p>Dentro non molto tempo avrò bisogno di ricorrere al vostro severo giudizio sopra una poesia che sto lavorando, la quale va a decidere di un altro genere di riputazione poetica, per me assai più preziosa di quella di lirico. Fin d'adesso mi raccomando al vostro buon criterio. Quando la cosa a forza di correzioni arriverà a quadrare a voi, e a pochi altri vostri simili, dormirò tranquillo sul resto.</p>
<p>Amami, mio caro Vannetti, che io ti amo quanto amar può un poeta pieno di quella vantata e male conosciuta <emph>sensibilità</emph> dei nostri moderni. Ma quando ci abbracceremo? Quando ci faremo quattro carezze?</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3048.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 12 Agosto 1780.</date></opener>
<p>Oggi ho terminato di leggere la Clarisse Harlowe. Oh che cosa divina! assolutamente divina! Mi credeva che dopo la Giulia fosse inutile la lettura di qualunque altro libro simile, ma la Clarisse, amico mio, la Clarisse è dieci, cinquanta volte più bella. Se mi risolveva di leggere questo romanzo prima di comporre la canzonetta, assicurati, o mia vita, che la canzonetta sarebbe riuscita migliore in superlativo. Ad onta di tutte le lodi che tu ne scrivi, io vi ho scoperto un numero grande di difettucci. Il Cardinal Boschi, uomo <foreign lang="lat">emunctæ naris</foreign>, non ne è pienamente soddisfatto, e prima di lui Visconti mi ha avvertito di uno sproposito di cui neppur tu ti sei accorto, e a cui ho rimediato col mandarne subito alla Caminer la correzione.</p>
<p>L'errore è che ho scritto sulla <hi rend="italic">idalia balza</hi>, invece di <hi rend="italic">balza idea</hi>. Idalia è una minestra, e idea un'altra. Le tue emendazioni poi mi quadrano sommamente. La tua testa è un tesoro, è un arsenale di mercanzia poetica; ho detto male: la tua testa è il crogiuolo di Parnaso, come la mia è un forno di coglionerie che non vagliono un corno, propriamente un corno.</p>
<p>Ho consegnato a Cunich e a Taruffi le tue lettere. La prima a Cunich, secondo il mio debole parere, è men bella della seconda. Ma tu sei nel resto un cacapaure. Perché t'ho scritto che Taruffi ha della stima per Klopstock, per questo tu hai da essere scomunicato?</p>
<p>Ma credi tu che io e Taruffi non conveniamo teco sopra le stravaganze tedesche, come non conveniamo sopra l'esilio che tu vorresti dar loro? Ma non dubitare che egli ti scriverà una lettera tutta di mele, tutta di zucchero, una lettera, insomma, bella quanto la tua, se questo è possibile.</p>
<p>Cunich poi lesse in presenza mia, di Stay, di Somaglia e di altri la tua lettera, e quantunque, come ti ho detto, non mi soddisfacesse a pieno, nulla ostante ho goduto di sentirne un mondo di elogi.</p>
<p>La qual cosa in verità mi fa credere che io non ho voce in capitolo sulle bellezze della lingua latina.</p>
<p>Il povero Sperandio è stato portato ai pazzarelli, ove abbiamo fatto preparare un posto anche per Galfo.</p>
<p>Nel foglio delle <title>«Effemeridi»</title> è uscito un articolo pieno di elogi sopra una poesia di Zacchiroli. Dio benedetto, che razza di versi sono mai questi? Confesso la verità che, quando leggo simili porcherie, mi vien voglia di mandare al diavolo tutti i poeti d'oltremonte, la lettura dei quali produce in Italia tanti cattivi poeti. Ma sant'Apollo! Io non capisco come un uomo di buon senso e di buona scuola possa mai lasciarsi investire dallo spirito di corruttela leggendo questi poveri poeti tedeschi e francesi, i quali potrebbero arricchire il Parnaso d'Italia di tante belle merci peregrino, se gl'Italiani avessero giudizio.</p>
<p>Io mi batto la mano sull'anca, e dopo di aver bestemmiato sulla poesia di Zacchiroli, invio col cuore un migliaio di maledizioni a chi ne ha fatto l'elogio, come invio a te, che sei l'amor mio, un milione di saluti.</p>
<closer>Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Ti manderò la patente di Accademico Quirino, e in contraccambio consegnerò a Golt una copia dell'Epistola Lagariniana.</p>
<p>Lascia a me la cura delle tue convenienze, e non dubitare. Se adesso ti volessi cavar qualche capriccio, sappi che ho tutta la mano per farlo inserire nella <title>Antologia</title>, alla quale io servii tempo fa in qualità di secretario contro le <title>Effemeridi</title>.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3049.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 29 Agosto 1782.</date></opener>
<p>Potete figurarvi che il disordine cagionato ieri da quell'incendio mi tolse la libertà di passare da voi, ed abbracciarvi prima di partire. Questo dispiacere mi fa maggiormente desiderare di tornare a Fusignano.</p>
<p>Volevo anche chiedervi qualche denaro, ma, temendo di darvi disgusto, nol feci. Bisognava ancora che parlassimo sull'affare dell'Abate Mami, il quale mi fa delle nuove premure in due lettere sue, che ho trovate in Cesena al mio arrivo. Questo discorso per altro potrete risolverlo col fratello, il quale è istruito delle obbligazioni che ho con questo amico, del bisogno che posso avere di lui, non tanto per me, quanto pei vantaggi del fratello, e del vivo desiderio che avrei di fargli la sicurtà che mi chiede. Basta, mi rimetto alle vostre risoluzioni.</p>
<p>Darete al fratello i due libri che unisco a questa lettera.</p>
<closer>Mille abbracci per me a' miei genitori e a voi. Addio. Il vostro affezionatissimo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3050.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Dicembre 1782.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Siamo inquieti io e l'ab. Mami in sentire che non abbiate ricevuta una mia lettera di due facciate, nella quale eravi un di lui poscritto di proprio pugno. Se l'avete avuta, avvisateci, se no, accusatela nullaostante per quietare l'amico. Per verità rincrescerebbemi infinitamente la perdita di quella lettera.</p>
<p>Le notizie date sulla nota Amministrazione, non bastano. E d'uopo che facciate delle scoperte, e stiate attento.</p>
<p>I miei ossequi alle Signore Contesse Pacheni e Crispi, e al Sig. Commissario e sua Signora. Addio.</p>
<p>P. S. Avvisatemi subito se volete che io vi raccomandi per l'Agenzia dell'Arcivescovo di Ravenna, quando sarà fatto.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3051.</head>
<opener><salute>A FRANCESCO ANTONIO MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1783</add>.</date></opener>
<p>C. F..</p>
<p>Eccomi un'altra volta ammalato. Profitto d'un momento che sono senza febbre, e vi scrivo per pregarvi di mandarmi la seconda cassetta di coteghini, che m'avete promesso, e sopra de' quali avevo già fatto il mio conto, avendoli destinati, a dirvela in confidenza, al mio stesso Padrone, il quale è tanto ghiotto di questo frutto, che ogni giorno lo vuole in tavola. Dunque mandatemela, e che siano buoni.</p>
<p>Ho già scritto a D. Cesare circa la nota affittanza di S. Callisto. Egli vi comunicherà la mia lettera, e voi risponderete.</p>
<p>La supposta commissione non sussiste per ora. Credo per altro che le urgenze dello Stato faranno nascere questo bisogno per tutte le provincie.</p>
<p>Attendo risposta da Giusti, e subito ve la comunicherò.</p>
<p>Non potendo muovermi di casa per queste maledette terzane, pregherò qualche amico di far le mie veci con Soderini.</p>
<p>La cassetta dei salati, ricordatevi di dirigerla a S. E. il Sig. Duca Braschi, e d'insistere perché sia subito ricevuta.</p>
<p>Addio.</p>
<p>P. S. A Rimini non conosco nessuno veramente a proposito per impegnare la Sacrati. Il P.e Urbini può servirvi meglio di Putti. Scrivetegli in nome mio, e ditegli che nol fo io stesso, perché sono ammalato.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3052.</head>
<opener><salute>A Don CESARE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Luglio 1783.</date></opener>
<p>Carissimo Fratello.</p>
<p>Dopo il complimento fatto a Carocci e al Cellerario in vostro nome io non ho più avuto nuove di loro, né essi di me. La delibera per altro è stata fatta e, per tirar molto in su le offerte, han dato ad intendere che la vostra ascendeva a mille e cinquecento con tutte le note condizioni. Questo io lo so da un certo Martinetti, il di cui fratello era uno dei concorrenti. Intanto l'affitto è stato deliberato ad un certo Mascalzoni per mille e seicento, netti per l'Abbazia. Vedete che matto e che matti. Voi mi saprete poi dire come andranno le cose. Morelli mi scrive che, dovendosi portare in Alfonsine, ha piacere di abboccarsi con voi. Se avete negozi, intendetevela con esso, o pure comunicateli a me e ditemi in che posso coadiuvarne la riuscita. Il sig. Ab. Ridolfi è persona di molto garbo e vi prego di riverirmelo e salutarmelo caramente.</p>
<p>Son persuaso della seria condotta che voi mi scrivete tenersi dal medesimo e non farete che bene d'usargli tutte le attenzioni.</p>
<p>Ricordatevi della biancheria che mia madre mi deve mandare.</p>
<closer>Datemi nuove del padre e amatemi. Vostro aff.mo fratello <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3053.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINO VANNETTI — Rovereto.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Agosto 1785.</date></opener>
<p>Amico sempre carissimo.</p>
<p>La vostra lettera e il vostro Tartarotti sono venuti a svegliarmi questa mattina, e m'han rallegrato il cuore e la vista. Veramente io amo moltissimo Petrarca, e poco i Petrarchisti, come stimo grandemente Frugoni e niente i Frugonisti. Tuttavolta il vostro Tartarotti, per quel poco che ho letto, sembrami assai delicato, e vi trovo uno stile castigatissimo, e dei pensieri che vanno al cuore. Onde buonissima e lodevolissima è stata la vostra risoluzione di pubblicar queste rime illustrando così la vostra patria, e la memoria d'un vostro concittadino. Non parlo dei meriti dell'editore. Il suo nome è il suo elogio, ed io lo porto sempre scritto nel cuore.</p>
<p>A che rinfacciarmi di nuovo i miei amori per le Muse Tedesche? Ho io tradito per questo le Greche, le Italiane, e le Latine? Ho forse cessato di appassionarmi per Omero, per Marone, e per Dante? Quando mai ci capiremo, mio caro Vannetti? Le vostre esortazioni mi fan sospettare che voi mi crediate assai guasto. Non mi private dunque delle vostre censure, ed illuminatemi. Ora più che mai ho bisogno di lumi, essendomi messo il coturno, e pascendomi tutto giorno d'idee grandi e patetiche. Bella cosa il piangere, e insegnar agli uomini il pianto, che è la prima affezione che apre i nostri occhi, e l'ultima che li chiude.</p>
<closer>Vi abbraccio e vi prego di scrivere più spesso al vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3054.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 31 Agosto 1785.</date></opener>
<p>Sig. Conte ornatissimo.</p>
<p>Io perdono volentieri al sig. Fagnoli la sua mancanza perché mi ha procurata la fortuna di essere da Lei favorito della sicurtà che mi occorreva: favore che tanto è più valutabile, perché non vi ha avuta nessuna parte la mia importunità, ma tutta il suo cuore. Io Le rendo adunque di questo le maggiori grazie che posso, e sommamente mi compiaccio che alla stima singolarissima che io ho della sua persona io debba aggiunger anche la mia riconoscenza; della quale io desidero ch'Ella faccia esperimento, onde convincersi che non l'inganno</p>
<closer>quando mi protesto di essere con tutto il rispetto e la gratitudine di Lei, Sig.r Conte, u.mo dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Col ritorno costà d'Ambrogio Ella riceverà i lampioni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3055.</head>
<opener><salute>A CLEMENTINA FERRETTI — <add resp="ed">Roma].</add></salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <add resp="ed">1787</add>.</date></opener>
<p>Non v'è ostacolo che possa impedire due amici di rivedersi, quando l'amicizia sia vera. Io non dubiterò della vostra quando là vedrò più risoluta e più coraggiosa. Diversamente risparmiatevi delle bugie e <add resp="ed">non fatevi giuoco</add> del vostro amico.</p>
<p>Attendo un'altra risposta.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3056.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Febbraio 1787.</date></opener>
<p>Sig. Conte stimatissimo.</p>
<p>Non so perché mi sia da Lei meritato il nome di negligente, quando puntualmente risposi alla prima sua lettera significandole assai chiaramente che il mio Padrone avrebbe sommamente gradita l'attenzione ch'Ella pensava di usargli aggregandolo nel modo che si era detto. Io sì che dovrei lamentarmi della sua trascuratezza, ma a Lei tutto convien perdonare, e null'altro mi spiace che d'aver manifestata al Padrone una cosa, della quale non si è poi veduto l'effetto. Ma ciò non importa.</p>
<p>Importa bensì molto che io Le renda grazie d'aver gradito l'esemplare del mio <title>Aristodemo</title>, e di aver esibita a Melloni per mio bisogno la sua assistenza pel noto affare. Se sapessi spiegar tutta l'abbondanza della mia riconoscenza, Ella conoscerebbe che il suo beneficio non è stato collocato nel cuor d'un ingrato.</p>
<p>Ho già finito il <title>Manfredo</title>, e non mi resta che correggerlo. Avevo in animo di dedicarlo al Magistrato Faentino, ma una circostanza contraria mi sforza a dedicarlo al Real Duca di Parma.</p>
<p>So che l'<title>Aristodemo</title> ha trovato in Faenza molti critici. La prego di nominarmeli, e di comunicarmi le lor riflessioni, non già per rispondere, ma per ridere, o istruirmi.</p>
<p>Procurerò di far tutto pel suo raccomandato, ma non soglio aver molto garbo per certi impegni. Tuttavolta il piacer di servirla ecc.</p>
<closer>Sono con tutto il rispetto e senza riserva u.mo dev.mo obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>Un saluto a Melloni. Anche per lui farò quel che posso. Non gli rispondo per assoluta mancanza di tempo. Ma Ella gli raccomandi il mio affare, comunque debba concludersi.</p>
<p>Dirà al medesimo che mio fratello prete mi secca per una copia dell'<title>Aristodemo</title>. Onde ecc.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3057.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Marzo 1787.</date></opener>
<p>Sig. Conte gentilissimo.</p>
<p>La mia grande economia poetica mi fa spesso aver bisogno della sua assistenza, e non vi voleva che le viscere d'un poeta per accordarmela. Mi costa caro l'aver scritto l'<title>Aristodemo</title>, e l'averlo stampato, e l'averlo fatto rappresentare. Pizzi vi avrebbe guadagnato qualche centinaio, ed io vi ho rimesso qualche mezzo migliaio. Ma il buon esito mi compensa di tutto, e non è l'ultima delle mie compiacenze, che la mia tragedia sia piaciuta al sig. conte Conti (e dispiaciuta al sig. conte Boschi). Non vorrei che il <title>Manfredo</title> dovesse finire di rovinarmi. Egli a buon conto è terminato, copiato, e quasi interamente corretto. Ma t'è poi riuscito bene? L'autore risponde: meglio dell'<title>Aristodemo</title>. Sentiremo che ne dirà il conte Boschi, e gli altri che mi amano come lui.</p>
<p>Io mi dimenticava il principio della mia lettera e il fine per cui la scrivo. Egli è di ringraziarla quanto posso della sua bontà e de' suoi favori per l'affare del noto censo. Ma queste non sono che sterili parole.</p>
<closer>Vorrei aver grandezza di forze come di volontà, ed Ella conoscerebbe allora che il suo beneficio non è stato collocato in cuor sconoscente e che tale non è certamente quello del suo vero u.mo dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3058.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 10 Dicembre 1787.</date></opener>
<p>Ill.mo signor Padrone colendissimo.</p>
<p>Melloni mi ha burlato e coglionato. Egli aveva nelle mani del denaro a me spettante per pagare il sig. Fagnoli. Se non l'ha fatto, lo farò io subito dopo le Feste, e la prego di dirglielo, e di far con esso le mie scuse.</p>
<p>Non ho risposto subito, perché siamo stati finora in desolazione e vi siamo tuttora per il pericolo di vita in cui trovasi il figlio del mio Padrone.</p>
<p>Vedendo il conte Cesare, gli dica che nol credevo così timoroso. Quando si difende l'onor proprio non bisogna vergognarsi di nulla, né temere di nulla. Presto farò sentire qualche cosa di meglio che il sonetto caudato, e sarà in istampa.</p>
<closer>Mi onori de' suoi comandi, e sono con tutta la stima e il rispetto di V. S. Ill.ma <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3059.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 Settembre 1788.</date></opener>
<p>Ill.mo signor Padrone colendissimo.</p>
<p>Il ritardo del noto pagamento di frutti è provenuto interamente dall'Ab. Melloni, nelle cui mani esisteva il denaro fin da quando io diedi risposta al sig. D. Zampighi. Io son vissuto sempre tranquillo sulla fede dell'amico, e non credevo di dovermi inquietare per cosa di sì poco momento. Per altro il prete di Laguna poteva ben far di meno di scrivermi una lettera impertinente, come ha fatto, senza prima indagare di chi era la colpa, e prevenirmi dell'altrui negligenza. La mia risposta, che all'Ab.e Andrea Strocchi ho affidata prima di partir da Cesena, non sarà certo piaciuta molto a Sua Riverenza, e ben mi duole che anche V. S. Ill.ma abbia dovuto per cagione <add resp="ed">mia</add> soffrir del disturbo. Ma spero non soffrirà il secondo, poiché ho già intimata la disdetta del censo.</p>
<closer>Mi onori de' suoi comandi, e pieno di vero rispetto mi creda di V. S. Ill.ma u.mo dev.mo obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3060.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Maggio 1789.</date></opener>
<p>Ill.mo signor Padrone colendissimo.</p>
<p>Scrivo a mio fratello che non solamente paghi i frutti del noto censo, ma l'estingua di più, non volendo aver che fare coll'Arciprete di Laguna, che l'anno passato ebbe il coraggio di scrivermi una lettera senza galateo, e per la quale mi sarei certamente determinato a fargli sospirar molto i frutti del censo, se non mi avesse trattenuto un giusto riguardo verso la sua persona, ornatissimo sig. Conte. Vero è bensì che l'Ab. Melloni, che da molti mesi aveva in mano il mio denaro per soddisfar il mio debito, usò della negligenza, e differì il pagamento; ma non era questo un sufficiente motivo, perché quel prete villano mi dovesse scrivere nel modo che fece. Ma a lui tutto il mio aborrimento, e a Lei, sig. Conte stimatissimo, tutta la mia gratitudine, della quale non sarò mai dimentico finché avrò vita.</p>
<closer>Sono con tutto il rispetto di V. S. Ill.ma u.mo dev.mo obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3061.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Conte</add> <add resp="ed">FRANCESCO ANTONIO ZAULI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Ottobre 1789.</date></opener>
<p>Ill.mo signor Padrone colendissimo.</p>
<p>Il signor Duca Braschi si reputerà onorato dell'aggregazione, a cui la gentilezza di codesti Signori vuol acclamarlo. Egli ama i Faentini e gode di esserne corrisposto e gradirà senza dubbio questo attestato della loro amorevolezza. Il suo gradimento sarebbe poi sommo qualora codesto pubblico non si dimenticasse delle sue premure in favore del sig. Ab. Strocchi. Egli mi ha interrogato più volte su questo punto, e la massima sua compiacenza sarebbe certamente il sentire esaudite le sue preghiere e soddisfatto il desiderio del suo raccomandato, ch'egli ama e stima, e protegge in modo particolare.</p>
<closer>Tanto debbo in risposta alle ricerche di V. S. Ill.ma, e, desideroso de' suoi comandi, sono con tutto il rispetto di V. S. Ill.ma dev.mo obb.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3062.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Febbraio 1790.</date></opener>
<p>Ill.mo signor Padrone colendissimo.</p>
<p>Questa mattina l'Ab.e Strocchi per la seconda <add resp="ed">volta</add> ha perorata la causa dei Fratelli Acquaviva presso il sig. Duca mio padrone. Io mi sono fatto un dovere di aggiungervi le mie premure sapendo che l'affare è stato da Lei medesima raccomandato. Dimani adunque correrà un biglietto di Sua Eccellenza all'Uditor Santissimo. Dovendo farlo io stesso può Ella credere che non tralascerò di porvi tutto quel calore che mai potrà ispirarmi il desiderio di servirla. Il motivo intanto di questa lettera non è altro che un suggerimento dell'Ab.e Strocchi medesimo, il quale ha bramato che io le renda testimonianza dell'impegno con cui si adopera per servirla. Il di più lo intenderà da lui stesso.</p>
<closer>E pieno di rispetto mi rassegno di V. S. Ill.ma, cui prego di salutare l'Ab.e Melloni e di dirgli che risponderò all'ultima sua lettera, quando avrò parlato con Mons. Tesoriere, u.mo dev.mo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3063.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Febbraio 1790.</date></opener>
<p>Sig. Conte Padrone stimatissimo.</p>
<p>Sull'affare dei signori Acquaviva non ho più che dire, se non che, avendo questa stessa mattina parlato all'Ab.e Donati relativamente all'altra inchiesta che si pensa di fare per compimento di grazia, mi è stato risposto che non creda vi si possa incontrare difficoltà, nei termini almeno che l'Ab.e Strocchi m'ha detto.</p>
<p>La canzonetta del Capriccioso ragionevole mi è sembrata così graziosa e brillante, che per sua cred'io non la sdegnerebbe Metastasio medesimo. Sarebbe forse riuscita ancora più bella, se, com'Ella mi dice, non fosse stato lavoro quasi improvviso.</p>
<p>Se ama la gloria di codesto bravo nipote, procuri di fargli aborrire questa miserabile felicità e facilità di far versi, della quale avrebbe sicuramente un giorno a pentirsi.</p>
<closer>Mi continui il suo patrocinio e m'onori de' suoi comandi, essendo sempre con tutto il rispetto di V. S. Ill.ma <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3064.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Marzo 1790.</date></opener>
<p>Sig. Conte Padrone stimatissimo.</p>
<p>L'Ab.e Strocchi mi ha comunicata la di Lei lettera, dalla quale rilevo il desiderio di codesti signori Acquaviva che è di dare al sig. Duca Braschi un contrassegno della loro gratitudine per l'interesse ch'egli si è preso per il buon esito della lor causa. Credo di doverli dissuadere da questo pensiero, ed eccone le ragioni. Quando la signora Donna Teresa di Lui sorella gli raccomandò dapprima quest'affare, S. E. si mostrò poco inclinato a secondarne le premure. Quando in seguito l'Ab.e Strocchi mi manifestò che la commendatizia del sig. Duca a Mons. Roverella avrebbe portato qualche profitto a me stesso, io ne feci consapevole confidenzialmente il Padrone, il quale principalmente coll'oggetto di farmi del bene si assunse quest'impegno. Ella ben sa che la mira d'un affettuoso Padrone suole d'ordinario esser questa, e ch'esso rimane pagato delle sue premure quando sopra i suoi benaffetti ne ricade il profitto. Mi sono liberamente con Lei esternato su questo punto, perché, senza timore che i signori Acquaviva abbiano a comparire ingrati, possa distorli da un pensiero che non potrebbe effettuarsi senza qualche dispendio.</p>
<closer>Sul resto dell'affare mi riporto alla lettera di Strocchi. Mi comandi, e sperimenti la mia costante riconoscenza, e la stima e il rispetto con cui mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3065.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Agosto 1790.</date></opener>
<p>Sig. Conte veneratissimo.</p>
<p>L'Arciprete Zampighi è un briccon f…. Egli sa che mio fratello D. Cesare ha incombenza di pagargli i noti frutti, sa che ad ogni richiesta sarà soddisfatto, e con tutto questo vien ad importunar Lei, e a tormentarla senza creanza, e senza bisogno. Questo villano più da capestro che da stola, pretende forse che mio fratello si parta da Fusignano apposta per pagarlo, e vada a cercarlo colla lanterna, o ch'io stesso mi prenda il pensiero di far per questo trecento miglia? Dal contegno di questo animale comprendo essere necessario che mi liberi da questo debito. Se mio fratello non fosse un prete ancor esso, l'avrebbe fatto a quest'ora, poiché mi promise di farlo fin dall'anno passato, e poteva e può farlo quando che il voglia. Ora tornerò a supplicare questo duro sacerdote perché mi redima da un altro che è peggiore di lui.</p>
<p>Dal discorso che Rocchetti ha tenuto col noto Padre Generale parmi di dover arguire che l'affare del nostro frate sia disperato. La condotta del Vescovo ha rovinato tutto. Nondimeno mi abboccherò di nuovo con Rocchetti, e sentirò che cosa si possa fare.</p>
<p>Non ho ancor veduto l'amico Strocchi, perché sono tornato ieri in Roma da Nemi, ove i miei Padroni sono passati a villeggiare per fuggire l'estate. Prima di ripartire procurerò di vederlo, e di combinare con esso e con Rocchetti il modo di servirla.</p>
<closer>Desidero spesso quest'onore, e con tutto il rispetto mi rassegno a Lei, sig. Conte veneratissimo, u.mo dev.mo ed obb.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3066.</head>
<opener><salute>Al Conte FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 Ottobre 1790.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Padrone colendissimo.</p>
<p>La lettera che il sig. Duca scrive al sig. Cardinale Chiaramonti è la più breve di tutte le raccomandazioni, e di tutte, io spero, la più efficace. Mi rimetto sul resto alla risposta di Sua Eccellenza alla signora Bettina. Desidero che spesso mi onori de' suoi comandi, e portandole i saluti di Strocchi (il quale ha scritto un bel commentario <title>De vita Alexandri Cardinalis Albani</title>),</p>
<closer>con tutto il rispetto mi rassegno <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3067.</head>
<opener><salute>Al Conte REGINALDO ANSIDEI — Perugia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Dicembre 1793.</date></opener>
<p>I suoi caratteri mi sono sempre d'onore, ed io non posso non essere sensibile a questa sua singolar gentilezza, e all'impazienza con cui mi dice di attendere il proseguimento del <title>Bassville</title>, di cui già sarebbe stampato il Quinto Canto, se le vicende d'Europa cangiando ad ogni momento non forzassero anche me a cangiar le fila e i colori della mia tela. Intanto perché non si è Ella degnata di regalarmi la sua raccolta?</p>
<p>In verità non le meno buona la scusa che mi scrive, e pretendo di essere partecipe anch'io di questo libretto, in cui spiacemi non aver io pure la mia parte, siccome doveva.</p>
<p>Il sig. Duca Braschi gradisce i di Lei complimenti, le ne rende grazie e glieli ritorna distinti e sinceri.</p>
<closer>Io poi sono più che mai suo dev.mo ed obbl.mo servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3068.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FRANCESCO CONTI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Bologna, 22 Giugno Anno I Repubblicano.</date></opener>
<p>Cittadino.</p>
<p>Il Popolo Veneto, che in pochi giorni di carriera è passato innanzi a tutti i popoli liberi dell'Italia, invia una Deputazione a fraternizzare con essi, e manda dappertutto il fuoco della sua libertà per riscaldare principalmente noi miserabili ex—schiavi della Pu… di Roma, e degl'ipocriti suoi ruffiani. Questi bravi deputati, dopo di aver fraternizzato il meglio che han potuto cogli egoisti Bolognesi, si recano in Romagna, ove si lusingano di trovare dei sentimenti più fervidi, liberi, e coraggiosi. Mi hanno chiesto di essere indirizzati in. Faenza al cittadino più illuminato e più puro, e voi vedete bene ch'io non poteva indirizzarli meglio che a voi. Fate dunque comunione con essi, adempite i desiderj del nostro Redentor Bonaparte, secondate le benefiche loro intenzioni, assicurate gl'interessi della vostra patria e quelli di tutta l'Emilia, giacché allora solamente potremo esser liberi, quando formeremo un solo spirito, una sola famiglia.</p>
<p>Abbracciate Strocchi per me, procurate ai Deputati Veneti la sua conoscenza, e passate in sue mani il pacchetto di stampe, che essi vi consegneranno alla sua direzione.</p>
<p>Ricordatevi qualche volta di me, che vi stimo e vi amo moltissimo, e salute sempre, fratellanza, e amicizia.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3069.</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Termidoro Anno 5 Repubblicano.</date></opener>
 <p>Pare imminente l'unione dell'Emilia, alla Cisalpina. Si rende dunque necessaria una lista di buoni ed illuminati patriotti non tanto pel Corpo Legislativo, che per le amministrazioni centrali di cotesto o cotesti nuovi Dipartimenti. Io son incaricato di procurare da qualche probo repubblicano questa lista, e mi rivolgo a voi, come a persona, che conosce i migliori di tutta la Romagna.</p>
<p>Affrettatevi dunque, Cittadino, di mandarmi una nota divisa in due rami, uno di soggetti istruiti e capaci per il Corpo Legislativo, l'altro per le rispettive amministrazioni, segnando similmente i cittadini più disinteressati ed onesti. Sceglieteli imparzialmente dai diversi paesi, e <foreign lang="lat">Tros Rutulusve fuat</foreign>, non vi lasciate guidare che dall'amore del vero e dalla causa pubblica. Se saranno ammogliati o vedovi, tanto meglio. Non vi trattenga neppure l'eccezione di esser prete, purché sia sperimentato e deciso repubblicano. La sola qualità che bisogna inesorabilmente escludere è quella di superstizioso e d'ipocrita. E se sopra ogni individuo, che noterete, potrete per nostra regola aggiungere un cenno delle rispettive loro prerogative e carattere, questa pure sarà ottima cosa.</p>
<p>Tenete dunque severo consiglio con voi medesimo, non ascoltate le voci dell'amicizia, ma quelle del vero e della giustizia, e, occorrendo, rendetela ai vostri stessi nemici, perché si può esser vostro nemico senza esserlo della patria.</p>
<p>Attendo con impazienza una vostra risposta, e di cuore intanto vi dico salute e fratellanza.</p>
<p>P. S. Sebbene l'amico Strocchi sia stato segnato nella lista, che all'azzardo è stata da noi preparata, nondimeno segnatelo voi pure nella vostra, perché la vostra sanzione gli acquisti più fiducia presso il Generale.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3070.</head>
<opener><salute>Al cittadino FRANCESCO CONTI — Faenza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Fruttidoro, Anno 5 Repubblicano.</date></opener>
<p>Cittadino.</p>
<p>Vi ringrazio senza fine della nota trasmessami, e meco ve ne ringrazia il Direttore Costabili. Ma è ben desolante il quadro che ci abbozzate del patriottismo romagnolo. Noi credevamo tutto il contrario, ed ora vediamo che realmente senza un gran cangiamento resteremo sempre nulli, e che al più avremo delle leggi democratiche senza democrazia. Ma che vale la libertà se non è scritta nel cuore? E come si può esser liberi, ed essere nel tempo stesso superstiziosi? Oh! amico, quando penso che questo delirio costa alla terra diciotto secoli di sangue, di lagrime, e di delitti, mi smarrisco, mi perdo, e dispero del trionfo della ragione, perché vedo che la ragione è molto men forte dell'imaginazione. I preti hanno fondato il vasto ed immenso loro edificio sopra una base troppo inconcussa, vale a dire sull'umana paura, e perciò l'edificio, crediatelo, sarà eterno. Pazienza.</p>
<p>Severoli mi ha dati alcuni esemplari della vostra bella e forte scrittura sulla causa di cotesto teatro, e li ho passati nelle mani del Direttore Costabili, che anche per questa vi rende grazie. Io non sono (a proposito di Costabili) il suo segretario, ma il suo commensale e contubernale. Il mio impiego è quello di Segretario Generale degli affari esteri.</p>
<p>Giacché mi dite che Strocchi è in campagna, rimetto a voi una lettera da lui mandatami per presentarla a Bonaparte, e poi ridomandatami da Strocchi medesimo.</p>
<p>Quando sarà di ritorno dalla sua villeggiatura, salutatelo, abbracciatelo, e state sano.</p>
<p>P. S. Forse non sarò il primo a darvi la grande notizia che 19 Membri del Consiglio dei Cinquecento sono stati arrestati per ordine del Direttorio, che Carnot è fuggito, Barthelemy guardato a vista e Augerau alla testa dei patriotti in difesa del Direttorio. A mio parere questo è l'avvenimento più grande di tutta la rivoluzione; e senza di questo colpo la Cisalpina era nulla più che un sogno. Son d'avviso che Bonaparte a questa nuova avrà arruffato i bargigli per allegria, e che il tuono della sua voce sarà divenuto molto più maestoso. Speriamo bene, e per isperar bene speriamo un'altra campagna.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3071.</head>
<opener><salute>Al cittadino ANTONIO FORTUNATO STELLA — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 10 Ottobre 1797.</date></opener>
<p>Dopo due mesi che dalle stampe del cittadino Curti è uscita la <title>Musogonia</title>, dopo due mesi che io autore di questa qualunque siasi produzione ne dimando e ne cerco e ne imploro supplichevole un esemplare, finalmente il caso, e non il dovere dell'editore, me la fa capitare nelle mani. E non l'avessi pur mai veduta! Dacché gli stampatori godono il privilegio di assassinare gli autori, non si è mai veduto né strazio né indegnità tipografica da paragonarsi con questa. Versi mancanti, parole mutate, altre mutilate, altre ripetute nella medesima rima, errati i verbi, alterata la sintassi, i punti e le virgole alla rinfusa come gli atomi d'Epicuro; insomma la grammatica e l'ortografia messe tutte a soqquadro: ecco le care eleganze di questa veneta edizione in caratteri bodoniani. Io non voglio lagnarmi di veruno per non lagnarmi di tutti; ma facendo uso del mio diritto protesto solennemente contro siffatta edizione, e solennemente in vigore di quelle leggi che in ogni paese comandano l'onestà e la creanza, proibisco all'editore veneto di darle corso, intraprendendone io stesso un'altra in Milano che provveda alla mia manomessa riputazione. — Non farò altrettanto dei due canti <title>Il Fanatismo</title> e <title>La Superstizione</title> de' quali ho ceduto la proprietà; sebbene anche su questi debbo querelarmi che non siasi l'editore preso il pensiero di mandarne qualche esemplare a Milano, ove non pochi li hanno desiderati e dove pur mi premeva che quel mio libretto, or ammirato, or infamato, si conoscesse, e sulla bilancia una volta si posasse non del beccaio modanese, ma della logica e della giustizia. Quanto però alla <title>Musogonia</title>, della quale, senza alienarmi la proprietà, ho condisceso soltanto la stampa, vi prego, cittadino, di far conoscere al vostro amico il suo torto: e della ristampa del <title>Prometeo</title>, che pur erasi per mezzo vostro con lui progettata, non si faccia mai più parola. Dopo il trattamento avvisato mi permetterete di non esporre questo povero Titano al pericolo di un altro supplizio più crudele di quello che ha già sofferto sul Caucaso.</p>
<p>Sono stato, il veggo, indiscreto interrompendo per una quisquilia poetica le dotte teatrali vostre fatiche. Ma la soavità del vostro carattere mi fa sperare che mi sarete liberale di compatimento, come me lo siete già d'amicizia.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3072.</head>
<opener><salute>Al cittadino ARCIPRETE di Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>, <byline>Luigi Oliva</byline>
<date>Faenza, a dì 12 Frimaire, Anno VI Rep..</date></opener>
<p>Dalla Municipalità di Fusignano vi saranno comunicati i nostri sentimenti rapporto all'elezione del Cappellano di S. Savino.</p>
<p>Noi vi invitiamo, cittadino Arciprete, ad uniformarvi alle nostre determinazioni, che troverete corrispondenti alla ragione e alla Legge.</p>
<closer>Salute e fratellanza.
<signed>L. OLIVA</signed>
<signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3073.</head>
<opener><salute>Agli ABITANTI DEI DIPARTIMENTI DEL LAMONE E RUBICONE.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Forlì, 17 Frimale, Anno 6 della Libertà .</date></opener>
<p>Essendo installate costituzionalmente le Amministrazioni Centrali dei due Dipartimenti del Lamone e Rubicone, è cessata dalle sue funzioni l'Amministrazione Centrale dell'Emilia.</p>
<p>Il confine dei due Dipartimenti è segnato al mezzogiorno dall'andamento del fiume Ronco, seguendone la linea sino alla strada così detta di Bagnolo, quattro miglia sotto Forlì: dalla strada di Bagnolo il confine piega sulla sponda del Bevano, e lungo questo fiume corre direttamente all'Adriatico: questo confine è provvisorio sino all'approvazione del Corpo Legislativo.</p>
<p>Gli abitanti e le Municipalità dei due Dipartimenti si dirigeranno d'ora innanzi all'Amministrazione centrale del Dipartimento in cui sono compresi. L'Amministrazione del Lamone risiede in Faenza, e l'Amministrazione del Rubicone in Rimini.</p>
<p>La Giunta Ecclesiastica è sospesa rapporto ai nuovi contratti di Beni mobili de' Corpi Regolari soppressi; potrà unicamente adempire le obbligazioni già assunte.</p>
<p>Il potere giudiziario resta provvisoriamente affidato ai Giusdicenti, che attualmente esistono nell'Emilia. I Commissari organizzatori si riservano di comunicare ad essi le istruzioni necessarie per la loro dipendenza dalle Autorità Superiori, e dal Ministro di Giustizia.</p>
<p>Questo proclama sarà pubblicato per tutta l'Emilia e spedito a tutte le Autorità Costituite dei due Dipartimenti per loro direzione.</p>
<closer><signed>L. OLIVA</signed>
<signed>V. MONTI</signed>
<signed>P. DELLA PORTA <hi rend="italic">Segretario</hi></signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3074.</head>
<opener><salute>Al Cittadino <add resp="ed">Don Mariano</add> CORELLI Cellerario di S. Vitale.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ravenna, li 10 Nevoso, Anno VI Rep..</date></opener>
<p>Cittadino.</p>
<p>V'invitiamo con la più forte premura a somministrare al Cittadino Francesco Monti esibitore della presente tutti quei lumi e documenti ch'egli saprà dimandarvi rapporto ai contratti del Cittadino Guiccioli con la vostra Abazia.</p>
<closer>Salute e fratellanza.
<signed>L. OLIVA</signed>
<signed>V. MONTI</signed>
<signed>P. DELLA PORTA <hi rend="italic">Segretario</hi></signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3075.</head>
<opener><salute>Al cittadino G. B. MORTARA — Casalmaggiore.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Termidoro, A. 6 R..</date></opener>
<p>Poiché vi dura il mal gusto, e siete così ostinato in cercare cose cattive, eccovi il <title>Prometeo</title>. Non vi mando che il primo canto, perché l'edizione, come vi scrissi, rimase imperfetta alla mia venuta in Milano, ove cento ragioni mi hanno disgustato della poesia. Se mi risolverò una volta a stampare tutto il poema, avrò memoria del vostro desiderio, di cui mi chiamo assai onorato.</p>
<p>Salute e fratellanza.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3076.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al cittadino</add> <add resp="ed">FRANCESCO CONTI</add> — <add resp="ed">Faenza</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 19 Vendemmiale <add resp="ed">1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>È impossibile il non romperla affatto con Strocchi. Nel penultimo ordinario mi aveva scritto che <emph>infallantemente</emph> avrei ricevuta col prossimo Corriere una <emph>grossa somma</emph> in isconto del suo debito. Il Corriere è arrivato, e neppure una riga. Per Dio quest'uomo non conosce delicatezza per non dir peggio. Nel bisogno assoluto in cui sono di riscuotere il mio denaro io sono forzato a lasciar da parte i riguardi, e a fargli un sequestro sopra la paga. Questo partito è già risoluto. Se le conseguenze ne saranno disgustose, non incolpi che se medesimo. Egli mi ha esposto, mi ha sagrificato, mi ha trafitto abbastanza, ed io l'ho già fuori affatto del cuore.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono con tutta l'amicizia il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3077.</head>
<opener><salute>A <add resp="ed">G. B. COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Germile, A. 7 R..</date></opener>
<p>Sono le undici della sera e finalmente trovo un momento per scriverti due righe. È inutile il dirti l'agitazione in cui si vive per la retrocessione dei Francesi. Lo spirito e il cuore sono in un continuo passaggio dalla speranza al timore, e dal timore alla speranza. Nondimeno il Direttorio procede nelle sue funzioni con fermezza e non dorme, nel possibile caso che Milano rimanga scoperto. Finora però la posizione presa dai Francesi sotto la direzione immediata di Moreau è tale, che non deve lasciarci tanto temere, né il Generale in capo né Rivaud vogliono che si tema, giacché i rinforzi arrivano in non poco numero. Defolly dimani si unirà a Moreau, Berthier è arrivato con non so quanti mila uomini dal Piemonte, non tarderà a giungere l'armata di Roma, dalla Provenza marciano 14 mezze brigate, Moreau dirige le truppe, dunque speriamo. Una lettera ancora giunta in questo punto al Direttorio dal Quartier Generale in data di Pizzighettone c'infonde buone speranze, ma in caso di rovescio il Governo ha preso le misure di precauzione. Mi dimenticava di dirti che oggi è arrivato qui Championnet, che passa all'Armata sull'Adda Capo dello Stato Maggiore.</p>
<p>Da uno degli annessi decreti del Direttorio imparerai la fuga veramente vituperosa del Ministro della Polizia. Da un altro vedrai la misura che si è presa contro gli allarmisti e gli insorgenti. Attualmente si sta stampando un altro decreto per l'apertura dei Circoli costituzionali con delle serie cautele. Altre se ne prenderà dimani per animare la Guardia Nazionale in tutti i Dipartimenti. Insomma nulla si trascura e dalle 7 della mattina fino alle 12 della sera si travaglia continuamente.</p>
<closer>Ti abbraccio e sono sempre il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3078.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">AMBROGIO PADOVANI</add> — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Casa, li 22 Luglio 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Vi spedisco la copia dell'Instrumento stipulato con li fratelli Mami, principali debitori del Censo Zanotti. Da questo rileverete non avere li medesimi alcuno scampo per sottrarsi al debito pagamento. Aggiugnete che il Zanotti ha sempre riconosciuti per suoi debitori li Mami, come da ricevute, che si potranno esibire in caso. Il Notaro, che rogò l'Instrumento di creazione, ha fatto documento che tutto il denaro passò in mano di Mami: altre lettere comprovano lo stesso. In queste circostanze vedesi una manifesta ragione che l'instanze ora dirette contro di Monti sono una persecuzione mossa per un animo avverso al medesimo (che tengono li Commissarii di D. Olivieri), per altri motivi già manifestati in causa diversa.</p>
<p>Mandatemi il foglio di cui parlammo, che io ve lo firmerò, e m'obbligherò a soccombere alle poche spese che si potranno incontrare, non essendo il Mami disperato<note place="inter">Non solamente non è disperato, ma i suoi fratelli, che rilevano la mia sigurtà, possiedono un capitale liberissimo di sopra duecento mila scudi </note>, ma solvibile quanto qualunque altro.</p>
<closer>Sono in fretta con veri sentimenti d'amicizia <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3079.</head>
<opener><salute>Ad AMBROGIO PADOVANI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Casa, 23 Luglio 1805.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Eccovi la carta di obbligo, di cui siamo già convenuti. Mostratela al Sig.r D. Olivieri, e ditegli la ragione per cui sono costretto a pregarlo di rivolgersi al principal debitore, onde comprenda, che il piacere che gli dimando non è soltanto una cortesia, ma una vera equità, tanto più che restano sempre intatte le sue ragioni contro di me. Leggetegli l'Istrumento Frontori, col quale i Fratelli Mami rilevano in solido la mia sigurtà, e nel chiedere che farà loro i frutti decorsi e da decorrere, avvertitelo di mandare ai Fratelli Mami il documento provante la sua successione al Zanotti. Non vi raccomando l'affare, perché la vostra attività ed onestà me ne dispensano. Solo vi dico, che i vostri passi non saranno perduti.</p>
<closer>Addio. Tutto vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3080.</head>
<opener><salute>A <foreign lang="fre">Monsieur</foreign> MIMAUT — <add resp="ed">Parigi</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Agosto 1805.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Questa lettera avrà da voi, ne son certo, buona accoglienza, perché vi porta i saluti di una cara e bella persona. A questi contrassegni il vostro cuore già mi previene, e vi nomina Madama Martinetti. Ebbene: la prima dimanda fattami da questa graziosa creatura nel rivedermi è stata il chiedermi nuove di M.r Mimaut, e una candida confessione della sua <emph>benevolenza</emph> per voi. Notate questa parola, che nel vocabolario delle belle donne suona tenerezza, e lagnatevi del vostro troppo rispetto, se non ne avete messo a profitto tutti i diritti. Ella trovasi presentemente per cagion di salute ai bagni di Porretta, e voi che mi date, se fra pochi mesi ve la mando fino a Parigi col pretesto di far una visita a M.r Aldini? Ma badate che non verrà sola, e che il marito che l'accompagna è geloso de' suoi tesori. Siate dunque discreto, e sappiatemi buon grado della notizia.</p>
<p>Non ho ancora veduta la traduzione della mia Visione per M.r Deschamps, e ne sono curioso. Se ne avete copia, mandatemela. Intendo che Carrion de Nisas ha impressa magnificamente la sua, e Marescalchi mi scrive che forse me ne verrà rimesso un bell'esemplare. Attenderò anche questo, e non senza compiacenza, giacché il mio amor proprio non può non prendervi dell'interesse. Ma voi che meglio d'ogni altro in Francia possedete la lingua italiana, siete voi persuaso che queste due traduzioni corrispondano alla fama che ne sento correre nei pubblici fogli? So già il vostro giudizio sulla seconda, ma il desidero ancora intorno alla prima.</p>
<p>Volete intanto su quel mio componimento udirne una delle curiose? La Polizia Veneta ne ha proibita l'introduzione negli Stati Austriaci. Questo rigore non può procedere che da quel verso</p>
<l>Vide il suo meglio, ed abbassò le ciglia.</l>
<p>Ciò non ha punto impedito che molte migliaia d'esemplari siansi diffuse nei paesi Imperiali Ex—Veneti, e quattordici edizioni italiane che a quest'ora se ne sono eseguite hanno traboccato anche nel regno di Napoli, ove l'introduzione di consimili scritti è molto più rigorosa. Questo è prova, per mio sentire, che il nome di Napoleone è molto caro in Italia, e che migliaia e migliaia di cuori si trovano già disposti a ricevere le sue leggi. Quanto a me, se volessi render pubbliche tutte le lettere che mi sono venute su questa poesia, farei un grosso volume, e la cosa va tant'oltre, che incommoda la mia borsa, specialmente dopo l'aumento che il nostro Prina ha posto sul prezzo delle lettere. Ma che volete? La mia piccola vanità mi fa soffrire con pazienza questo dispendio.</p>
<closer>Amatemi, scrivetemi, e state sano. Il vostro <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mille saluti al Principe Giustiniani e a Giardini, se li vedete.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3081.</head>
<opener><salute><add resp="ed">Al Cav.</add> <add resp="ed">FRANCESCO CONTI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 26 Agosto 1805.</date></opener>
<p>Il mio insensato discorso di ieri sera vi ha offeso indebitamente, e se a risarcire l'offesa può bastare il chiederne scusa, io ve la dimando sinceramente, e vi prego di non negarmela. Una passeggera alterazione di spirito non deve distruggere il sentimento dell'antica nostra amicizia, e il mio rimorso eccitato dalla memoria dei tanti piaceri che in ogni tempo, e con ogni larghezza mi avete fatti, vi vendica abbastanza dell'errore che ho commesso prestando fede con troppa precipitanza a un maligno rapporto.</p>
<p>Chiamatevi dunque contento del mio rossore, gradite il mio pentimento, e permettete ch'io vi creda ancora mio buon amico, quale il son io più che mai e di cuore.</p>
<p>P. S. Attendo una riga di cortese riscontro per correre ad abbracciarvi.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3082.</head>
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Novembre 1805.</date></opener>
<p>Carissimo Nipote.</p>
<p>Tornato ier l'altro a Milano dopo un'assenza di quaranta e più giorni, trovo la carissima vostra, che mi avvisa il prossimo vostro arrivo in questa città dopo esservi finalmente risoluto di entrare nella Guardia d'Onore. Adempiendo le condizioni a cui vi siete obbligato, voi sarete il ben ricevuto e da me e da mia moglie, e v'avremo come proprio nostro figlio. Se mancherete poi alla vostra parola, vostro zio sarà per voi come morto, ed è necessario che vi faccia in tempo questa dichiarazione perché non abbiate a dolervi che di voi stesso. Vi attendo adunque con impazienza.</p>
<p>Salutate tutti di casa e fate che io abbia presto il piacere di abbracciarvi. Addio.</p></div2>
<div2 type="epistola"><head>3083.</head>
<opener><salute>A TROILO MALIPIERO — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Gennaio 1810.</date></opener>
<p>Egregio Signore.</p>
<p>Non farò veruna risposta al primo paragrafo della obbligante sua lettera, perché non contenendo esso che una lode mal meritata, né la verecondia né la coscienza mi permettono di fermarmi su questo articolo.</p>
<p>Passo adunque alla sua tragedia, che subito ho letta con assai interesse e piacere, parendomi che l'autore vi manifesti molti talenti e molta energia. Ma Ella è in errore dandosi a credere che per esporla sulle scene sia <emph>per ora</emph> necessaria la mia approvazione. Finché il Governo non abbia mandato al sig.r Fabbrichesi il repertorio di cui S. A. I. mi ha comandato la revisione, il capo comico è liberissimo nella rappresentazione dei teatrali componimenti. Nol sarà più dopo che il Principe stesso avrà approvato la riforma che si è creduto il dover fare al medesimo repertorio, e allora né pur io sarò libero né di ammettere né di escludere, ma sarà d'uopo che vi concorra l'uniforme parere di altri due miei colleghi, uno de' quali, nel punto in che scrivo, è ammalato e l'altro in Parigi.</p>
<p>Così stando le cose, io rimetto alla direzione da lei indicatami la sua <title>Rosvinga</title>,</p>
<closer>e augurandomi la fortunata occasione di meglio manifestarle la mia stima, mi rassegno suo dev.mo ed obbl.mo servo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3084.</head>
<opener><salute>A NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 9 Febbraio 1811.</date></opener>
<p>Caro Bettoni.</p>
<p>Ho riscontrato i fogli che mi avete mandato, ma solamente <add resp="ed">in fretta</add>. S'io m'abbia ragione di bestemmiare, giudicatelo da questi sc<add resp="ed">onci versi</add>, uno di dieci sillabe, il secondo di tredici, e il terzo di dodici.</p>
<list><label>pag. 45, v. 61:</label> <item>Callianassa e Ianassa, e alfine</item>
<label>pag. 48, v. 129:</label> <item>E lo sia (ripigliò allor con un profondo</item>
<label>pag. 124, v. 27:</label> <item>Come demonio lanciossi rivolgendo.</item></list>
<p>Dunque mai più versi di Monti alla stamperia Bettoni, ove, per quel che tocco con mano, le correzioni che mando si affidano al compositore, senza che nessuno de' correttori si prenda la necessaria cura di riscontrarli.</p>
<lg><l>Callianassa ed Ianassa; e alfine</l>
<l>E lo sia (ripigliò con un profondo</l>
<l>Come demon lanciossi rivolgendo.</l></lg>
<p>Il primo si può emendare aggiungendo la lettera <emph>d</emph> alla prima congiuntiva <hi rend="italic">e</hi>: il terzo pure, cancellando col temperino le ultime due lettere a <hi rend="italic">demonio</hi>. Ma pel secondo è indispensabile la ristampa della pagina. Si corregga alla pag. 35, v. 797: <hi rend="italic">Nell'alterna</hi> — <hi rend="italic">Dell'alterna</hi>. Agli altri molti errori di virgole, di punti e d'accenti sbagliati non ci si pensi <add resp="ed">più</add>: son troppi.</p>
<closer>State sano. Il vostro amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Ancora non ho avuto riscontro dell'ultimo ms.</p>
<p>Aggiungete alle altre correzioni anche le seguenti:</p>
<list><label>pag. 124, v. 25: </label> <item><hi rend="italic">Alle mirice</hi> — <hi rend="italic">Alle mirici</hi>.</item>
<label>pag. 138, v. 378:</label> <item><hi rend="italic">Qui vedi</hi> — <hi rend="italic">Qui siamo</hi>.</item></list>
<p>Quest'ultimo errore è tutto mio, ed è proceduto dal voler troppo correggere.</p>
<p>Secondo P. S. Ho data una scorsa anche ai fogli in 4 e, oltre agli errori notati in 8, trovo i due seguenti che negli altri fogli non sono:</p>
<list><label>pag. 44, v. 43:</label> <item><hi rend="italic">Le terribil mani</hi> — <hi rend="italic">Le terribili mani</hi>.</item>
<label>pag. 73, v. 769:</label> <item><hi rend="italic">Altri con vinchi</hi> — <hi rend="italic">Altre con vinchi</hi>.</item></list>
<p>Parmi che questi si potranno emendare a mano facilmente. Mi raccomando.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3085.</head>
<opener><salute>All'Avvocato LODOVICO COSTA ne' Regi Archivi di S. M. il Re di Sardegna — Torino.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 Marzo 1815.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Voi mi riuscite, mio bell'Avvocato, un venditore di belle ciance. Riposato su le larghe vostre promesse, io m'aspettava il primo saggio delle varianti e delle glosse del <title>Dittamondo</title>; e in luogo di queste non mi veggo venir innanzi che il commentario dello sciagurato vostro viaggio.</p>
<p>E la storia fosse almen vera, come elegante. Ma né a me, né alla Sig.a Elena, né alla sua compagnia, voi la darete a bere sì facilmente. Noi sappiamo per la viva voce del direttore della diligenza che il fatto è andato molto diverso. Sappiamo che la compagna del vostro viaggio era viso assai bello, e che voi subito, preso de' suoi begli occhi, le avete aperte le vostre fiamme, e recatala prestamente alle vostre voglie, le avete fatto il regalo che il Reverendo Padre Panglos ebbe un dì dalla cameriera di Cunegonda nel migliore di tutti i mondi. E già prima della vostra partenza la Sig.a Elena all'odor che veniva dalle vostre brache si era accorta assai bene della magagna che v'era dentro. Né vale che voi adesso vi adoperiate di darne carico a quella povera Napoletana.</p>
<p>Queste sono astuzie, questi son bindoli di sottil leguleio, reti in somma da pigliar mosche, non Brocchi, non Caleppio, né me, molto manco la sig.a Elena, la quale (sappiatelo, e disperatevi) aveva disposto il suo cuore ad amarvi, e a dirvi che le eravate caro ed accetto. Ma carico, come siete, di quella brutta mercuriale mercatanzia, vi par egli di esser degno de' suoi affetti? Tuttavolta vince i suoi sdegni la compassione; ed ella stessa, ringraziandovi dell'amorosa dichiarazione che le porgete in iscritto per mezzo mio, mi commette di dirvi che vi desidera una sollecita guarigione, e un pronto ritorno — e questo è il verace desiderio di tutti i suoi amici.</p>
<p>Intanto (se Esculapio e Mercurio ve lo permettono) io vorrei che deste mano alle chiose le più importanti del <title>Dittamondo</title>. E per non fare indarno un doppio lavoro, tornerebbe bene che voi mi sceglieste quelle del secondo, o del terzo libro, poiché il Morelli mi avvisa di aver già dato principio a quelle del primo. E il glossatore (per quel che pare) essendo lo stesso sì del Codice Veneto che del Torinese, a questo modo, la trascrizione partita in due copisti l'uno in Torino e l'altro in Venezia, più sollecito sarebbe il servizio che potrei rendere a mio genero, al quale ho già promesso mari e mondi per conto vostro.</p>
<p>Il Trivulzio vi fa la stessa preghiera. Animo adunque, signor Leggiadro, allontanate gli amorosi pensieri, e siatemi, non un galante, ma un grave letterato, un geloso osservatore di sua parola, se non volete ch'io dica che Sua Maestà Sarda spende male i suoi danari nel confidarvi i suoi Archivi.</p>
<p>Brocchi, Caleppio e Spinelli vi salutano caramente, ma innanzi a tutti la Sig.a Elena, la quale non finiva mai di dimandarmi le vostre nuove.</p>
<closer>Attendo le chiose, e sono senza riserva il vostro aff.mo amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Da Francesconi avrete inteso che il Bossi ha letto un bel rapporto de' vostri libri nell'Istituto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola"><head>3086.</head>
<opener><salute>A GIOVITA SCALVINI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Novembre 1820</add>.</date></opener>
<p>Mio Carissimo Amico.</p>
<p>Se non ti ho fatta subito la risposta, ne avrai il perché nell'acchiusa. Ciò che il Marchese mi scrive non è pretesto; ed io che infinitamente ti voglio bene, non tacerei se fosse il contrario. L'ostacolo che tuttavia si oppone al vivo suo desiderio di averti seco è di tal natura che da un momento all'altro può dileguarsi e può anche per qualche anno non dileguarsi. Egli è un vecchio che ha già l'un piè nella fossa, e di più non dico.</p>
<p>Non crederò che l'amore della solitudine ti rapisca tanto da tagliarti ogni via di venire qualche volta a Milano. Ogni anima della casa Calderara ti desidera. Di me non parlo.</p>
<closer>Saluta gli amici, Ugoni cioè ed Arici ecc., ma innanzi a tutti la Contessa Gigola. Addio. Il tuo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3087.</head>
<opener><salute>A Madama NECKER DE SAUSSURE — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 Agosto 1821.</date></opener>
<p>Madama.</p>
<p>Se in voi, egregia Signora, è viva ancora la bontà colla quale vi è piaciuto di riguardarmi, me ne darete, spero, una prova coll'accogliere cortesemente il presentatore di questa, il signor Luigi Calderara, giovine milanese fornito di tutte quelle virtù di cuore e d'ingegno, che il possono render meritevole della vostra grazia. Io l'amo come mio figlio, ed egli invero merita grandemente di essere amato da tutti i buoni. Ciò mi dà coraggio a caldamente raccomandarvelo, ben sicuro ch'egli si mostrerà degno di entrare nel numero dei vostri devoti amici. Vaglia a rendervelo caro il sapere ch'egli adora la memoria dell'immortale vostra cugina Madama Staël, e più si accenderà di amore verso quella gran donna, se voi gli darete a leggere il bell'elogio che voi n'avete tessuto, e che a me, presso questi nostri sciagurati librai, non è stato ancora possibile di ritrovare: ond'è che a far contento il lungo mio desiderio ho commesso allo stesso mio raccomandato la cura di mandarmelo da Ginevra.</p>
<closer>Onoratemi de' vostri comandi e aggradite la piena e sincera espressione d'ossequio e di stima con cui godo di rassegnarmi vostro dev.mo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola"><head>3088.</head>
<opener><salute>A Don GIUSEPPE ALBORGHETTI — San Gervaso in Brianza.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 11 Ottobre 1822.</date></opener>
<p>Carissimo sig. Abate Alborghetti.</p>
<p>Eccomi di nuovo in Caraverio colla speranza di abbracciarla, e di più colla bella intenzione di dare, come l'anno passato, una scorsa al suo roccolo. Ma questo disegno non avrà effetto, s'ella non esaudisce prima una preghiera del nostro Aureggi, alla quale unisco la mia. Nel prossimo mercoledì ricorre il giorno onomastico di mia moglie, e a crescerne la letizia abbiamo tutti speranza che il nostro buon Alborghetti vorrà onorarlo e rallegrarlo della sua cara presenza. Le porgo questa calda preghiera nel nome anche della mia figlia, la quale mi rende certo che sarà lieta di conoscere non solo un bravo e ottimo amico, ma ben anche un eccellente poeta.</p>
<closer>Sono con la più distinta stima e amicizia il suo servo ed amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2></div1>
</body>
<back>
<div1 type="appendice" n="Appendice">
<div2 type="epistola" n="1">
<opener><salute><foreign lang="fre">À Monsieur M.r l'Abbè</foreign> CESAR MONTI — Lugo per Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 14 7bre 1782.</date></opener>
<p>Caro Fratello.</p>
<p>Perdonate se ho tardato a rispondervi. Il mio Amico Mami mi fa delle nuove premure per questi denari, ma quando il Sig.r Padre non sia contento di fare la sigurtà che per soli scudi 500 bisognerà prender questi. Intanto io vi prego di far tutto il possibile per trovar questo denaro. Ho delle obbligazioni con questo Amico, e senza di queste, la sola amicizia è bastante per farmi tentar tutto il possibile per contentarlo. Oltre di che egli mi può sicuram.te esser giovevole per l'avvenire, e quantunque sia figlio di famiglia, ciò non porta nessun pericolo al vostro interesse, essendo egli il galantuomo de' galantuomini. Siatene ben persuaso, e credetemi che se io arrivassi a trovargli tutta la somma ch'ei desidera, io gli farei un gran servigio senza il minimo mio, e vostro pregiudizio.</p>
<p>Se mi manderete li 10 zecchini, di cui vi parlò Francescantonio in Lugo mi farete una grazia, che io metterò nel numero delle altre. Io penso di essere a Faenza pel Triduo di S. Luigi per far una visita alla sorella, e agli amici. Se potete datemi il piacere d'abbracciarvi colà, e venite la Domenica a cercarmi in Casa Severoli, giacché in tal giorno io sarò in Faenza in compagnia del Mar.se Guidi, e l'ora in cui arriveremo sarà forse o alle diecinove, o alle ventitre. Abbracciate per me i miei cari Genitori, de' quali ho avuto buone nuove dal Fratello Cappuccino che con mio sommo piacere ho trovato jeri in Cesena.</p>
<closer>Amatemi, e credetemi Il Vostro Aff.mo Fr.ello <signed>Vincenzo</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="2">
<opener><salute>A <del resp="ed">[CLEMENTINO VANNETTI]</del> — <del resp="ed">[Rovereto]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 31 marzo 1784.</date></opener>
<p>Da Malfatti vi sarà mandato un esemplare dell'ultima mia <hi rend="italic">Edizione</hi>. Da tutto il libro che stampai anni sono, non ho preso che pochissimi versi, e questi pure ritoccati in gran parte. Mi sono vergognato di prendere il resto, e col rigettarlo ho inteso di condannarlo. Voi mi darete ragione sicuram.te, e vi compiacerete che il vostro amico sia divenuto sì rigido. Ho detto amico, perché mi lusingo che il silenzio d'un anno, e forse anche di più, non mi abbia reso tanto colpevole presso Voi da cancellarmi nella vostra memoria. Lo giudico dalla mia, e dalla sincera amicizia che tuttavia vi professo, e vi professerò eternamente onde pregovi di farmi sapere che non mi sono ingannato, e che voi in mezzo alla vostra gloria letteraria non avete ancora cessato di amare</p>
<closer>il vostro fedele Amico <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. L'acclusa Canzonetta per Montgolfier manca nel libro, perciò graditela a parte.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="3">
<opener><salute><foreign lang="fre">À Monsieur Mr. Abbè</foreign> CESAR MONTI — Lugo per Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 2 Maggio <add resp="ed">1785</add>.</date></opener>
<p>Car.mo Fratello.</p>
<p>Poco male se Mami non ha risposto. Quando sarà tempo che il suo Censo sia maturato direte al Sig. Zanotti che se l'intenda con Mami se vuol essere pagato dei frutti. Sul resto non vi fate caso del suo silenzio, e guardatevi di scrivere al suo padrone.</p>
<p>Sono stato parecchi giorni in letto per un foruncolo sopra una chiappa. Ora son libero.</p>
<p>Se il Vescovo di Faenza non è partito da Roma gli parlerò per nostro Cognato. In caso diverso gli scriverò.</p>
<closer>Salutate la Madre, e sono sempre il V.o Fratello Aff.mo <signed>Vincenzo</signed></closer>
<ps><p>P. S. Presentemente il Papa è alle Paludi e di là, è probabile, che passi a Gaeta per abboccarsi col Re di Napoli. Ecco tutte le nuove.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="4">
<opener><salute>A PROSPERO MANARA — Parma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 Dicembre 1786.</date></opener>
<p>Eccellenza.</p>
<p>Fino dal passato settembre fa data commissione a codesto Sig.re Bodoni di presentare a V. E. il primo esemplare d'una mia mediocre Tragedia, l'<title>Aristodemo</title>, che dal medesimo si finiva allora di stampare. E non avendo io abbastanza coraggio, oscuro poeta qual sono, di azzardare per me medesimo questa offerta ad un altro poeta coltissimo qual è certamente V. E., ebbe il nominato Sig.r Bodoni istruzione di presentarla in nome dell'E.mo Sig.r Cardinale Boschi. Volle in seguito questo gentilissimo Porporato ringraziare l'egregio tipografo per la nitidissima Edizione ch'egli aveva fatta della Tragedia, che gli era stata a questo effetto caldamente raccomandata, ed io mi presi finalmente l'ardire di farne umiliare sei esemplari a S. A. R. per mezzo del Padre Grioni dell'Ordine de' Predicatori, mosso a ciò dalle persuasioni di persona alla medesima S. A. R. affezionatissima, e che s'incaricava delle mie scuse, e lusingato insieme dalla bellezza dell'Edizione, unico pregio di questo libro. Ora di tutto questo né sua Eminenza, né io abbiam finora potuto aver riscontro veruno, e me due cose inquietano principalmente, la prima che sia stata storpiata l'offerta che se ne doveva fare a codesto Sovrano, l'altra che V. E., a cui sommamente premevami di dare anteriormente a tutti questo qualunque siasi contrassegno del mio rispetto, non abbia ricevuto l'indicato esemplare dell'<title>Aristodemo</title> nel debito tempo, e nella rispettosa maniera che al Sig.r Bodoni era stata prescritta.</p>
<p>Per uscire di questo doppio tormento non dispiaccia a V. E. che intendo essere Signor cortese come il conosco elegante poeta, non le dispiaccia ch'io ricorra alla sua persona medesima per essere illuminato dell'accaduto, e che implori sopratutto la sua mediazione per ottenermi da S. A. R. un benigno perdono per l'ardimento che mi sono permesso, e per cui ora sono disturbatissimo, temendosi da persona che ha diritto di comandarmi, rimproverarmi e punirmi, che questa mia dimostrazione di rispetto verso un Sovrano non sia stata fatta con tutta quella decenza, e garbo che conveniva.</p>
<p>Scrivendo a V. E. non mi sotto dimenticato ch'io scriveva ad un rispettabile Ministro di Stato, ma mi sono ancor ricordato, che un altro celebre Ministro non isdegnava d'aver corrispondenza co' poeti della Corte d'Augusto, e Mecenate poi non era egli stesso un poeta. Neppur io sono né Virgilio, né Flacco, ma la Stima d'essi facevano de' talenti del loro Aulico Protettore non era sicuramente così ragionevole come quella che io professo all'E. V., né in verun modo paragonabile col vero, e profondo rispetto, con cui ho l'onore di essere</p>
<closer>Dell'E. V. U.mo Dev.mo Aff.mo Ser.e vero Ab. <signed>VINCENZO MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="5">
<opener><salute>Al Sig. Ab.e TURCHI Gov.e di Gatteo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Cesena, 20 agosto 1788.</date></opener>
<p>Molto Ill.re ed Ecc.te Sig.re.</p>
<p>Un certo Mamino piazzaro di mestiere, e dimorante in Gatteo, avendo i giorni passati trovata sui confini di non so qual Commenda di Malta una vaccina d'un mio colono, non contento d'averla indebitam.te catturata, l'ha ancora più bruto della bestia medesima così malmenata con bastone, e con punte, che difficilm.te potrà guarirne.</p>
<p>Due soddisfazioni io dunque dimando sopra costui, una di giustizia, e l'altra di convenienza, e rimetto l'affare al savio discernimento di V. S., dalla cui rettitudine e gentilezza mi riprometto questo favore.</p>
<closer>Mi obbligherà sommam.te per questa via e mi darà motivo di essere, qual sono veram.te, con tutta la parzialità, e benevolenza, di S. V. aff.mo L. <signed>Braschi Onesti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="6">
<opener><salute>Al Sig. ANTONIO MASSARI — <add resp="ed">Comacchio</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 16 Marzo 1791.</date></opener>
<p>Ill.mo sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Dal Sig.r Ab.te Ciceroni mi è stato mandato a casa in di Lei nome un zangolo di anguille ed una cassetta d'altri frutti delle Valli di Comacchio. Quanto meno so d'aver meritata questa sua generosità, tanto maggiore si è la mia riconoscenza, la quale desidero Ella sperimenti co' suoi comandi. Desidero anche maggiormente che gli offici che si sono praticati per il conseguimento della nota carica riescano felici, ma io temo che un riguardo politico non distrugga l'effetto delle buone raccomandazioni, che erano state avanzate su questo punto. Credo che domani questo affare sarà deciso, ed auguro che lo sia secondo di nostre brame. Certo è che il di Lei figlio è uno dei pochi in predicamento fra la moltitudine di circa trenta concorrenti, ed è certo egualmente che Sua Santità ne ha favorevole ed affettuosa opinione.</p>
<p>Profittando dell'opportunità, che la Sua gentilezza mi ha porto di doverLe scrivere mi azzarderò a farLe una preghiera per un soggetto, che assai mi preme, e riguarda un oggetto forse lontano, ma forse ancora vicino. Siccome questo è il paese in cui più d'ogni altro si fanno dei calcoli sulla vita delle persone, uno vi è stato fatto anche su quella dell'Ab.te Ciceroni di Lei agente, il quale a dir vero non promette gli anni di Nestore. Un mio amico adunque, il quale ha consultato il suo oroscopio sulla vecchiaia di questo galantuomo, pieno com'è di gioventù, e di altrettanta onestà, munito delle principali aderenze di questa Città, assiduo confidente del Sig.r Duca Braschi, ed amico particolarmente di Monsignor Tesoriere di cui sopratutto Ella ha di bisogno, questo amico, che per giusti riguardi ora non vuol essere nominato, ambirebbe l'onore di servirLa in qualità d'Agente nel caso di qualche vacanza. Io lo propongo liberamente, ed Ella liberamente risponda, volendomi di tanto onorare.</p>
<closer>Non mi privi dei suoi comandi, e mi creda qual sono veramente con tutta l'obbligazione e la stima Di V. S. Ill.ma Dev.mo Obl.mo Servitore <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="7">
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 3 Agosto 1793.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Non sarebbe senza discolpa il ritardo di mia risposta all'umanissimo suo foglio, Sig.r mio prestantissimo. Ma piuttosto che scusarmi, e annojarla, amo di abbandonarmi alla discreta sua gentilezza, da cui otterrò quel perdono, che non potrei sperare da Monsignor della Casa.</p>
<p>Mi dispenserò dal risponderle sull'articolo delle mie lodi, su cui non mi torna conto il disingannarla. Quello che mi preme di significarle è il sommo piacere, con cui ho letto il suo elegantissimo, e sensatissimo opusculo. Manco male, che anche l'Epigramma è stato vendicato, manco male che la ragione anche in ciò ha scosso il pregiudizio della devota pedanteria, assegnando ella a questo grazioso genere di poesia confini più estesi, e più convenienti alla libertà dell'ingegno; giacché parmi, che niun sistema di repubblica sia così necessario, e legittimo come il poetico. Ma sarebbe poco l'averne stabiliti i principj teorici, se questi non fossero poi anche rettificati, com'Ella ha fatto, coll'esempio, voglio dire col saggio de' suoi ingegnosi, e vivaci epigrammi. Riceva dunque le mie sincere congratulazioni, qualunque siano, per l'uno, e per l'altro, e gradisca insieme i miei ringraziamenti pel cortese dono ch'ella mi ha fatto del suo libretto, e molto più per quello della sua preziosa amicizia, sopra di che mi professo assai tenuto alla bontà di Madama Van—Loo, nella di cui memoria godo tanto di vivere tuttavia.</p>
<closer>Ricordi alla medesima la mia servitù, ed Ella, ornatissimo Signore, sperimenti co' suoi comandi la sincera stima con cui mi rassegno Di V. S. Ill.ma Dev.mo, ed Obb.mo Ser.e <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="8">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ALESSANDRO ALESSANDRETTI</add> — <add resp="ed">Imola</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Maggio 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Annesso a questa mia umilissima troverà V. S. Ill.ma e R.ma il transunto dell'Arcipretale di Comacchio colle formole dei giuramenti da prestarsi dal nuovo Arciprete, e la nota autentica delle Spese, che in tutto montano a scudi 94.75, detratti però li scudi 8.50che il detto Sig.r Arciprete deve ricuperare dal suo pensionario secondo l'istruzione espressa nella cartolina, che si unisce alla nota.</p>
<p>Vi troverà pure il transunto della matrimoniale per il Sig.r Bertazzoli.</p>
<p>Quanto prima manderò pure il noto rescritto di Mons.r Tesoriere, che me l'ha fatto sperare per le prime Udienze.</p>
<p>Ho portato in persona al Sig.r Cav. Miller la di Lei Lettera in risposta alla quale mi ha pregato di significarLe aver egli già ricevuto i noti fogli da Lei trasmessigli, ed essere stato spedito dal Sig.r Sperandini il noto denaro. Non risponde di pugno, e ne chiede perdono, perché da qualche mese è affatto inabilitato a scrivere, e credo che non gli restino più che pochi mesi di vita, sebbene la sua testa sia la men patita di tutto il suo corpo.</p>
<p>Il Sig.r Sala non sa abbastanza ringraziarLa di quanto Ella gli ha fatto sapere per mezzo mio, e sarà maggiore la sua obbligazione, se si degnerà di prendere sul foglio che già Le trasmisi le opportune, e genuine informazioni per finire le questioni che sono insorte, siccome avrà osservato. Per di Lei governo, la lettera che mi dovrà scrivere su questo articolo passerà tal quale nelle, mani dell'E.mo Pro—datario, e credo sotto gli occhi medesimi di Sua Santità, a cui preme la decisione di questo affare. In questo sospetto Ella si cauteli colla solita sua prudenza, perché la sua informazione non dia in seguito moto a una lite.</p>
<p>Le carcerazioni romane sono finite, e tutte le congiure, tutti i Catilina, tutti i Giacobini sono divenuti ottimi galantuomini, vale a dire che gli arrestati usciranno quanto prima innocenti di tutto. Questa è almeno l'opinione dei non fanatici.</p>
<p>Scrivono da Napoli, che il Duca Filomarino, e il fratello di questo Mons.r Dentici già arrestati fino dalle prime scoperte della supposta congiura siano morti in carcere, ed anche un Frate. Queste morti si fanno credere naturali, ma non sembrano tali ai nostri politici.</p>
<p>Una Tartana venuta l'altro giorno da Genova a Civitavecchia ha portato la nuova della capitulazione della Bastia, e la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra, e della Spagna alla repubblica di Genova. Ciò sembra verisimile per una circostanza sicura la quale è questa, che il Corriere di Spagna non passa più per Genova.</p>
<p>Un soldato Inglese a Civitavecchia si è bruciato il cervello per non soccombere a cento bastonate a cui era stato condannato per una cattiva risposta al suo Officiale.</p>
<p>Il Papa sta sempre bene,</p>
<closer>ed io sono sempre col più profondo rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Ob.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Circa l'affare del Sig.r Sala se si potesse prescindere dall'informazione del Succollettore dei Spogli non sarebbe che cosa ben fatta, giacché questi per officio proprio non tralascerà di favorir l'interesse della Camera contro quello della Dataria. Suppongo sempre che possa ciò farsi senza pregiudizio della verità.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="9">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ALESSANDRO ALESSANDRETTI</add> — <add resp="ed">Imola</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Roma</add>, 31 Mag.o <add resp="ed">1794</add>.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Le respingo il Memoriale del Bonazza col desiderato rescritto, per il quale non ho pagato nella Segreteria del Tesor.e e nell'Officio di Camera che paoli 28. La spesa sarebbe stata molto maggiore, ma essendosi combinato che questo affare apparteneva alla Ponenza del Sig.r Ab.e Pecci Sostituto Camerale, e Uditore di Casa Braschi, stante la nostra amicizia mi ha messo in grado di farmene un merito.</p>
<p>Attendo riscontro dei transunti spediti nell'Ordinario passato, e dell'affare del Sig.r Sala, sopra di che se V. S. Ill.ma e R.ma invece di una lettera ostensibile penserà di farne un foglio di particolare informazione, il suo pensiero non sarà che più conveniente, in vista di quanto le ho accennato nell'ultima mia.</p>
<p>Nel Convitto della Chiesa Imperiale dell'anime sono stati arrestati, e tradotti in Castel Sant'Angiolo due preti Trentini ivi dimoranti da molti anni. Conosco personalmente uno di questi, che è un tale Ab.e Poli già maestro di Teologia nel Seminario di Frascati, uomo assai dotto, e di costumi semplicissimi, e di massime (per quanto sempre mi è sembrato) illibatissimo. Il suo delitto, che certamente non è piccolo, è di aver fatte delle postille ad uno dei Brevi spediti in Francia da Roma fino dal principio della rivoluzione. Queste annotazioni si sono rinvenute fra le carte al medesimo sequestrate in una antecedente perquisizione. La delinquenza dell'altro non la so, ma non dev'essere diversa molto da questa.</p>
<p>Inquanto al Chirurgo Angelucci si è verificato quanto io predissi, vale a dire che la montagna avrebbe partorito il topo. Secondo l'opinione di tutti niun complotto, niuna congiura, niuna corrispondenza, niuna carta, che lo costituisca reo di Stato. Il Sig.r Card.e Antonelli che lo protegge con un calore, che maggiore non potrebbe essere per un fratello, si è data perfino la pena di stendere egli stesso il memoriale, e la difesa di quest'uomo da presentarsi a Sua Santità, e il Sig.r Card.e Decano altro suo gran protettore dice senza mistero che l'Angelucci è innocente di tutte le imputazioni, e che lo vuol fuori con tutta la sua convenienza. Dall'altra parte Mons.r Barberi onnipotente, e il Sig.r Card.e Segretario di Stato si adoprano per trovarlo reo, e dicesi che non potendolo trovar tale in materia di Stato, procurano di attaccarlo per la parte della morale. Il Pubblico spettatore tacito di questa lotta ne sta aspettando l'esito con impazienza, e curiosità.</p>
<p>Un certo Cav.e Maria Veneziano di famiglia rispettabile è stato, non esigliato, ma per prudenza mandato via da Roma. Il fatto accaduto nella sua persona è comico—tragico. Questo giovine, divotissimo di S. Filippo, ha nel suo palazzo di Udine un Oratorio privato dedicato a questo Santo. Venuto a Roma accompagnato da savia persona senza cui non ardiva di mover passo, la sua prima cura fu di aver in possesso una relliquia di S. Filippo, ottenuta la quale per mezzo del Segretario Regio di Venezia, egli era l'uomo più beato di questo mondo, ed aspettava con impazienza la Festa di questo Santo per contemplarne coi propri occhi i monumenti, e le relliquie. Venuta la vigilia della Festa fu tale la sua impazienza, che senza aspettare la compagnia del suo Mentore si portò da sé solo alla Capella privata di S. Filippo, ed ivi pregò uno di quei religiosi a mostrargliene il Santuario, e le Scarpe, e le vesti, e la disciplina, e tutto quello che in vita apparteneva a quel Santo. Il Veneziano era fuori di sé per l'allegrezza, e nel dimandare minutamente ora una cosa, ora l'altra, semplicemente, e santamente rideva come una creatura. Il Relligioso avendo interpretato per una derisione quel riso, gli si volse furioso, e gridò: di che ridi Giacobino birbante? Questa voce fu il segnale di morte per quel disgraziato, che fra gli urli della gente appena poté salvarsi in Chiesa. Essendosi ivi trattenuto una mezz'ora per raccomandarsi al Signore, e riaversi dalla paura, nell'uscire fu assalito da trecento e più persone che l'aspettavano, e che gli posero furiosamente le mani adosso, e l'avrebbero fatto in pezzi se i soldati non l'avessero a viva forza sottratto. Il Vicegerente fu subito ministerialmente informato dell'equivoco, e non se ne sarebbe più parlato. Ma il Papa essendo andato il giorno dopo alla Capella di S. Filippo, quei Frati gli raccontarono a modo loro la storia, e per motivi prudenziali è convenuto allontanare quell'imbecille da Roma come un Sacrilego scellerato.</p>
<closer>Mi comandi, e mi creda con tutto il rispetto U.mo Dev.mo ed Obl.mo Ser.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="10">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Vescovo di Zama, e Vicario Apostolico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 4 Giugno 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Ho subito presentato a Monsignore della Somaglia il piego d'informazione da Lei trasmessomi risguardante la supplica del Sig.r Alfiere Carli, e fra pochi giorni spero di vederne il rescritto.</p>
<p>Non parlo delle Bolle dell'Arcipretura, perché all'arrivo di questa mia Ella non solo ne avrà ricevuto il transunto, ma l'avrà ancora spedito al Sig.r Ballola, il quale vorrei fosse persuaso che nelle attuali ristrettezze della Dataria può chiamarsi contento del ribasso che si è ottenuto nelle spese della spedizione. Unitamente al transunto delle Bolle avrà ricevuto anche l'altro della matrimoniale, e nell'ultimo ordinario finalmente il rescritto per il Bonazza.</p>
<p>Ho passata originalmente la sua lettera sotto gli occhi di Sua Ecc.za e non ho fatto che rinnovare nel suo animo i motivi del suo vero, ed intimo rincrescimento per la di Lei dolorosa situazione. Se il fare una raccomandazione al Papa per un soggetto che ne sia degno non fosse molte volte lo stesso, che maggiormente pregiudicarlo, il Sig.r Duca non una, ma cento, e mille volte perorerebbe la di Lei causa. Ma con un uomo SS.mo, e buonissimo, ma qualche volta curiosissimo il quale, quando lo preghi, ti risponde — io non do mai niente a chi mi domanda — io non voglio raccomandazioni — io non voglio seccature — con un uomo di siffatta natura qual partito prendere, e in qual modo mai contenersi? Ella dirà che non cerca grazie, ma la sua dimissione: ma questo è ciò, che al Sig.r Duca non piacerebbe, perché questa rinunzia affliggerebbe i di Lei amici, e non farebbe punto onore a Sua Santità, la quale sa i di Lei meriti, le di Lei fatiche, e i patimenti, e i discapiti, e deve saper anche le lusinghe sulle quali affidata Ella abbracciò l'infelice Vicariato di Comacchio, a cui conveniva condannare un delinquente, non Ella. In tale stato di cose io vedo. che in un modo, o nell'altro è d'uopo di uscire da quella valle di lagrime, e con questo principio il Sig.r Duca la servirà, a costo anche di male risposte, e di brutti musi, i quali non sono poi tanto infrequenti da sgomentarlo, e fargli sorpresa. Dio sia quello che dirigga le sue parole a beneficio d'una persona, in cui il merito sarà sempre maggiore del beneficio, qualunque siasi, foss'anche un berretto di color di rosa. Intanto Sua Ecc.za L'esorta a star di buon animo, e Le fa i suoi complimenti.</p>
<closer>Io poi la prego sempre de' suoi comandi, essendo eternamente con tutto il rispetto. Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. La supplico di rassegnare la mia umile servitù a Sua Em.za a cui non avanzo le nuove della Città, perché nessuna ve n'ha che lo meriti, tutto essendo tranquillo, se non inquanto ci funestano gli ammazzati, e i ladri.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="11">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ALESSANDRO ALESSANDRETTI</add> — <add resp="ed">Imola</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 7 Giugno 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Appena ho sopportato di legger tutta la Copia del patetico suo foglio avanzato al Segretario di Stato, che subito ho impegnata a di Lei favore la bontà, e l'amicizia del Sig.r Duca mio padrone. Egli ne ha graziosamente, e senza ritardo parlato al Sig.r Card.e, ed avendo trovato che questi aveva già rimessa la lettera di V. S. Ill.ma e R.ma a Monsignor Galeppi, a cui Nostro Signore ha affidata tutta questa spinosa provincia, che risguarda gli Emigrati Preti Francesi, mi sono portato io stesso questa mattina dal sudetto Prelato, ed in nome particolare di Sua Eccellenza gli ho caldamente, e lungamente parlato delle cose, sulle quali Ella riclama la provvidenza, e la clemenza del Sovrano. Dalla risposta di Segreteria di Stato intenderà, che si vuol salvo interamente il di Lei interesse a tenore della circolare ultimamente spedita, e che per essere rimborsata di qualunque sua spesa non avrà che a trasmetterne mensualmente la nota all'E.mo Arcivescovo di Ferrara, a cui questa sera medesima per organo Ministeriale se ne scrive l'ordine, e l'istruzione opportuna. Credo poi, che i nuovi emigrati sopraggiunti, in vista delle miserie di Comacchio da Lei esposte, verranno presto di là ritirati, e mandati in luogo più addattato. Ma questo non è ciò, di che mi sono maggiormente consolato in mezzo alle tante amarezze di cui Ella si lagna. Quello che più mi tocca si è che io, e il Sig.r Duca speriamo d'aver trovato un mezzo più legittimo per far note a Sua Santità le di Lei angustie, poiché Monsignor Galeppi dovendo frequentemente <foreign lang="lat">ex offìtio</foreign> render conto a Sua Santità dello stato di questi emigrati, che interessano particolarmente il suo cuore, egli prenderà motivo appunto dalle di Lei lettere onde parlare con bel modo al Sovrano della di Lei persona lodandone la condotta, e dipingendone la miseria, i patimenti, e tutto quello che con molta eloquenza ha Ella saputo scrivere ai Superiori; e sia ben persuasa, che questo mezzo indiretto gioverà più d'assai che l'aperta, ed immediata protezione del Sig.r Duca, giacché il Papa è di tal pasta, che non si può maneggiare ed ammollire diversamente. Sia certa ancora, che Galeppi metterà tutta la sua ambizione in secondare su questo punto le premure del Sig.r Duca, e s'Ella stimasse cosa opportuna lo scriverne due parole al detto Prelato, toccando quanto le viene da me esposto, e significandogli fin d'ora la sua gratitudine pei buoni officj, che a di Lei vantaggio si è impegnato di fare, io stesso gli presenterò la Lettera qualunque siasi, e dalla risposta conoscerà d'aver acquistato in esso un amico.</p>
<p>Ma basta di ciò, e veniamo agli affari della Sua Diocesi. E in quanto alla Parocchia di Vacolino, essendo passato il Quadrimestre, e non essendovi stata nessuna valida presentazione, Ella rilasci subito, se così le piace, l'attestato a favore di qualunque sacerdote, che da Lei si reputi idoneo, e se ne spidiranno immediatamente le Bolle. E perché non si perda tempo, potrà unire all'attestato d'idoneità anche l'altro del fruttato della parocchia, e del tempo in cui è vacata, e per risulta di chi.</p>
<p>Circa poi il piccolo Canonicato, è necessario di sapere il tempo in cui è vacato, e per morte di chi, e se sia seguita l'erezione in Canonicato residenziale, o se sia semplice <foreign lang="lat">Canonicatus nuncupatus</foreign> e in qual Chiesa fondato. Siccome poi dalla particola del Testamento si vede, che il Testatore vuole che questo beneficio sia presbiterale, ne viene che la nomina fatta in persona d'un semplice chierico è nulla, e che v'è bisogno delle Bolle Apostoliche per la deroga all'articolo della fondazione, né il Vescovo senza di queste può in alcun modo darne l'istituzione; quindi non comprendo come sia ciò seguito altre volte. È necessario per altro di aspettare il termine del Quadrimestre, mentre potendo i padroni Laici a preferenza degli Ecclesiastici nominare più soggetti, egli è bene di attendere il Quadrimestre prima di venire ad alcun passo. È necessario ancora di osservare se vi sia persona abile <foreign lang="lat">ex familia Fundatoris</foreign>, perché allora questo tale è <foreign lang="lat">passive vocatus</foreign> e quand'anche non fosse prete, avrebbe sempre il diritto di preferenza, colla dispensa però di Roma, per sanare una mancanza di qualità espressamente voluta dal Testatore.</p>
<p>Il non veder riscontro dei transunti da tanto tempo spediti mi fa dubitare di qualche ritardo nella posta; il che suol accadere quando trattasi di plichi, su i quali i Direttori delle Poste han sempre sospetto di cedole.</p>
<closer>Mi comandi, e non lasci oziosa la brama che ho sempre viva di servirla, e di mostrarmi qual sono veramente con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="12">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Ves.o di Zama e Vicario Ap.co di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 giugno 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo R.mo Sig.r Sig.r P.rone C<add resp="ed">ol.mo</add>.</p>
<p>Due righe in somma fretta, perché mai ho avuto tante le<add resp="ed">tte</add>re da scrivere come oggi.</p>
<p>Il Breve per il Sig.r Carli non si può avere che Sabbato, e non importerà che nove paoli.</p>
<p>Attendo coll'Ordinario di dimani la lettera per Mons.r Galeppi. Attendo ancora la informazione sull'affare del Capitolo di Comacchio, a cui spero di ottener la grazia che dimandano.</p>
<p>Col Corriere di Venezia si è avuta notizia, che sia stato colà arrestato il Banchiere Ojetti fuggito con una truffa di circa 150 mila scudi, senza contare i suoi capitali.</p>
<closer>Mi comandi, e mi creda sempre con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="13">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Ves.o di Zama, e Vic.o Apostolico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Giugno 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo e Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Questa sera spedisco prontamente al Sig. Can.co Samaritani un'altra Copia delle due formole una di giuramento, e l'altra di professione di Fede, e sinceramente Le dimando perdono della mia sme<add resp="ed">mo</add>rataggine per la quale in vece d'una real penitenza, come mi era ben meritato, ricevo un tratto d'amorevolezza nella sua dolce riprensione.</p>
<p>Le accludo il rescritto per il Sig.r Carli. La spesa non è che di nove paoli. Quanto prima le spedirò quello del Maccanti.</p>
<p>La lettera che V. S. Ill.ma mi ha trasmessa per Mons.r Galeppi, siccome è a sigillo alzato, io l'ho comunicata questa sera medesima al Sig.r Duca, e l'ho indotto senza molto pregarlo a passarla egli stesso nelle mani del sudetto Prelato, a cui efficacemente parlerà a tenore di quanto le ho già in altra mia accennato. Io le giuro, che la pittura delle sue malinconie mi trafigge, e trafigge egualmente il Sig.r Duca, a cui ho letta ancora la patetica storia de' Vescovi di Comacchio. Ma bisogna essere intimamente convinti dei principj santi di relligione che professano, relligione fondata tutta sulla pazienza, sull'umiltà, e sulle tribolazioni. Diversamente chi non bestemmierebbe all'aspetto della virtù calpestata, e del vizio esaltato, e felice?</p>
<p>Sulla supplica del Sig. Ab.e Lenzarini le ho già scritto quello che si deve fare.</p>
<p>Inquanto all'Agenzia ch'Ella per sua bontà mi procura io non potrò mai ringraziarla abbastanza di sì obbligante pensiero. Qualunque Ella sia io l'accetterò volentieri se mi viene dalle sue mani.</p>
<p>Non Le do nuove della Città, perché non ne abbiamo nessuna d'importanza. Solamente al Sig.r Ab.e Martinez ho trasmessa una copia della relazione venuta di Napoli della grande eruzione del Vesuvio ultimamente seguita, qual relazione mi figuro ch'Ella avrà campo di leggere presso il Sig.r Card.e, a di cui piedi la supplico di mettere la persona del suo umile Agente.</p>
<closer>E con sentimenti indelebili di rispetto, mi protesto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Qualora il suo Cancelliere mandi a me il noto attestato Ella non tema punto, che il Sig.r Sala possa metter mano nell'altrui messe. Ricevuto che avrò il detto attestato sarà mio debito di renderliela subito consapevole.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="14">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Vescovo di Zama e Vicario Apostolico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 25 Giugno 1794.</date></opener>
<p><add resp="ed">Ill.mo</add> e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p><add resp="ed">Ieri</add> il Duca Braschi colle proprie mani consegnò a Mons.r Galeppi la lettera di V. S. Ill.ma e R.ma, ed Ella potrà intendere dalla risposta, che mi figuro correrà questa sera, con quanta lode, con quanta amicizia, ed interesse abbia Sua Ecc.za parlato della di lei persona. Io non mi fermerò a dirle tutto quello che si è pensato di fare per trarla fuori dall'inferno di Comacchio, né in qual modo, né in qual tempo, perché i momenti più molli, ed opportuni non istanno in mano di chi vuol giovarla. Mi restringo però ad assicurarla, che efficacemente si tenterà la di Lei redenzione, disperata la quale si dimanderà nettamente la sua dimissione, e così in un modo, o nell'altro la sua dannazione sarà finita. Intanto mi sembrerebbero a proposito due righe di ringraziamento al Sig.r Duca per tenerlo sempre più saldo, e altre due (se si potesse) di cotesto E.mo al Sig.r Duca sudetto per sempreppiù infiammarlo a questa buona azione. Dal canto mio poi sia così persuasa del mio impegno a servirla, che per farlo son pronto a tutto.</p>
<p>L'essere state ieri chiuse le Segreterie perché fu giorno di Festa, sarà motivo, che dentro questa sera non potrò forse avere il rescritto del Sig.r Ab.e Lenzarini, ma sicuramente per Sabbato l'avrò.</p>
<p>Il Sig.r Pozzati mi ha trasmesso da Comacchio i noti attestati. Starò ora in attenzione de' di Lei comandi.</p>
<closer>Sono intanto, con vero immutabile attaccamento, e rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo, ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Unita agli attestati ho ricevuta ancora la profession di Fede del nuovo Sig.r Arciprete, che ho passata in Dataria.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="15">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Ves.o di Zama, e Vicario Ap.co di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 19 luglio 1794.</date></opener>
<p><add resp="ed">Ill.</add>mo e <add resp="ed">R.mo</add> Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Tornato quest'oggi da Palazzo il Sig.r Duca mi ha detto d'aver parlato con Monsignor Galeppi, e che questi non credé altrimenti opportuno di tener discorso ieri sera col Papa sulla di Lei persona, avendolo trovato d'umor torbido, il che pur troppo è vero da qualche giorno, e chi dice per le nuove soppressioni di Napoli delle rendite ecclesiastiche, e chi dice per le sinistre nuove di Francia. Comunque sia, l'amico ha stimato bene di non azzardare un passo che preme col pericolo di disgraziate risposte, ed in questo egli si è condotto benissimo, perché il Papa è come il gatto che getta foco quando si palpa, e dà la zampata in mezzo alle carezze medesime. Intanto per sua quiete Sua Ecc.za ha voluto ch'Ella sia informata di questo ritardo.</p>
<p>Rispondo questa sera al Sig.r Conte Negri.</p>
<p>Il Re di Sardegna ha scritta una Lettera a tutti i Sovrani d'Italia, inclusivamente al Papa, chiedendo ajuto, e protestando che se non gli si manda un rinforzo almeno di ottanta mila persone, egli assolutamente non è in istato di potersi più reggere contro i Francesi, i quali sempreppiù crescono, ed inondano da tutte le parti specialmente dopo che hanno perduta la speranza di una insurezione dentro Torino. Su questo importante oggetto si è tenuta ieri sera una Congregazione straordinaria, e che cosa abbiano risoluto non si sa. Questa ancora, cred'io, è una delle ragioni per cui il Papa secondo l'assertiva dei Palatini medesimi, da parecchi giorni è divenuto piucché mai brusco, ed intollerante. Fuori di questa nessun'altra novità merita l'onore di essere scritta.</p>
<closer>Sono, e sarò eternamente con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="16">
<opener><salute>All'Ill.mo e Rev.mo Sig.r Sig.r P.ne Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Ves.o di Zama e Vic.rio Apostolico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 26 Lug.o 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p><add resp="ed">Il</add> Cav.e Morelli parte dimani da Roma. Egli in voce le dirà lo stato del nostro affare, ch'io chiamo nostro, perché io pure vi prendo tanta parte, che credo che poca ne rimanga per gli altri, e per Lei medesima. Mons.r Galeppi non ha avuta altra udienza dopo quella di cui Le ho scritto, ed ora poi lo stato dei cervelli è così pericoloso a cagione dei cald<add resp="ed">i</add> orribili, <add resp="ed">ch</add>e rovesciano propriamente il giudizio, che mi persuado esser bene per noi l'aspettare che la stagione rinfreschi. Il Sud.o Cav.e lo sa a spese proprie, e forse gliene farà la confidenza. Aggiunga a tutte le cause fisiche le morali, voglio dire le soppressioni di Napoli piucché mai nostra inimica, le rotte degli Alleati nelle Fiandre, le minacce di 150 m. non so se uomini, o demoni, che si dice piombino in Italia dalla Francia meridionale, i non pochi disordini dell'interno, e cent'altri pensieri, il minimo de' quali altera il core, e la testa, come l'alterano realmente a chi dovrebbe averla sempre serena per il ben pubblico. Monsignore amatissimo, o la paura mi multiplica agli occhi gli oggetti, o io veggo per l'aria un nuvolo di mali, che ci renderà tutti infelici. Oh quanto desidero adesso la paterna mia solitudine! Oh quanto <add resp="ed">sono</add> stanco di veder delitti, abbominazioni, ingiustizie, e vederle dappertutto! Se non mi trattenesse una moglie, che amo, e due figli, che qualche volta mi richiamano sulla bocca un sorriso, io avrei già preso partito, quello cioè d'un uomo che ama la sua quiete, i suoi simili, e la sua relligione; perché quest'ultima si perde anche fuori di Francia, che gliel dich'io.</p>
<closer>Al mio nuovo corrispondente i miei complimenti, e a <add resp="ed">Lei</add> tutta quanta la mia persona, essendo eternamente con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Il Duca Braschi è alquanto indisposto, e guarda il letto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="17">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Vescovo di Zama, e Vicario Apostolico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 6 Agosto 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Finalmente Mons. Galeppi ha parlato, ed ha parlato con interesse, con efficacia, e spero ancora non senza frutto. Il suo dialogo col Papa non è stato neppur passeggero, ed in questo più volte è caduto l'elogio di Mons.r Alessandretti, di cui Sua Santità medesima ha confessato aver della stima, e di conoscerne i <emph>talenti</emph>, e il <emph>sapere</emph>. Non è stato taciuto in questo discorso il nome del Sig.r Duca Braschi principalmente, e del Sig.r Card. Chiaramonti, e senza manifestare il di Lei desiderio, e quello del Sig.r Duca sudetto, gli si è fatto anche tacendo sì chiaramente travedere, ch'Egli ha sentita bene tutta la forza della reticenza. Pareva che non rimanesse abbastanza persuaso, dell'alterazione di salute, ch'Ella ha contratta in quell'aria, ma fortunatamente la testimonianza del Sig.r Massari qui dimorante ha potuto snebbiar in parte l'animo del Papa su questo punto. Il detto Sig.r Massari ancora per dovere di coscienza non ha potuto dispensarsi dal renderle quella giustizia, ch'Ella realmente si merita rapporto all'adempimento de' suoi obblighi di Pastore, ha creduto però, (e bisogna ringraziarnelo) di dar eccezione al mezzo da Lei suggerito dell'applicazione dei noti cento scudi a favore degli Emigrati Francesi stanziati in Comacchio, benché il Papa l'avesse già approvato, e lodato. Propone però un altro ripiego al nostro bisogno più confacente, ed è questo. Asserisce, e crede fermamente il Sig.r Massari, che nessun estraneo potrà mai assolutamente durarla in quel paese non tanto per le impressioni di quell'aria pestifera, quanto per il carattere degli abitanti più pestifero ancora dell'aria medesima. Quindi è di parere che si debba proporre a Sua Santità di eleggere colà in Vicario Apostolico un nativo di Comacchio stessa (ed ha nominato un soggetto, ch'egli crede addattissimo nella persona del Sig.r Canonico Fogli, se non erro) e di ritenere sulle rendite della Mensa li cento scudi, che si era pensato di prendere dal deposito camerale, ed applicarli al sostentamento degli Emigrati. Mons.r Galeppi volentieri ha abbracciato questo suggerimento, che gli somministra un ottima ragione di perorare maggiormente, e più apertamente la di Lei causa (che Le assicuro, né so perché, ha bisogno di molta circospezione), e questo lo farà nella prima udienza, e il farà, non ne dubiti, colla massima delicatezza, perché l'amico è onesto, e sa parlare, ed è ben ascoltato. Intanto ho voluto per sua quiete accennarle quello che finora si è potuto fare, e desidero, che sia ben persuasa dell'interesse che prendo nelle dolorose sue circostanze.</p>
<p>Le Bolle del Canonicato Tomasi saranno subito spedite e si procurerà tutto il ribasso possibile.</p>
<p>Circa l'intimazione del Concorso per <add resp="ed">la</add> Penitenzieria Ella ha un semestre di tempo <foreign lang="lat">a die vacationis</foreign>, e spirato questo termine si può ottenere la proroga.</p>
<closer>Mi comandi, e mi creda immutabilmente col più profondo rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="18">
<opener><salute>Al conte PAOLO NEGRI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 9 agosto 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig. Sig. P.rone Col.mo.</p>
<p>Sono stati pagati al Sig. Ab.e Filippo Berrini li scudi 40 ch' Ella m'ordina per conto del Sig. Conte Faella, e glieli ho mandati io stesso a casa, non per contravvenire a quanto ella mi prescrive; di aspettare cioè, che chi vuol essere pagato venga da me, ma perché essendomisi presentato ieri quest'Ab.e e in tempo, che le mie lettere non erano state portate, perché il Portalettere le aveva confuse secondo il solito con quelle del Sig. Duca mio padrone che sta fuori di Roma e non avendo perciò creduto di pagarlo senza esser certo del di Lei ordine, che oggi mi è arrivato, mi son fatto un dovere di mandarglieli fino a casa per non farlo ritornare. Oltre di che mi piace di peccare di delicatezza piuttostoché di negligenza.</p>
<p>Il Sig. Ab.e Padovani poi ancora non è comparso. Per il primo Corriere dipendente di Casa Braschi, e di provata onestà, qual sarebbe Davia, e Porrena, io Le manderò in varie cedole le più sane che si potrà, la somma ch'Ella mi prescrive. Diversamente non è cosa da azzardarsi, perché mandandoLe per la Posta il denaro è perduto, aprendosi tutte le lettere doppie. D'altra parte non tutti i Corrieri sono così discreti da far questi servigi senza loro interesse. Del rimanente questa specolazione di mandare costà le cedole per rimandar poi le somme in Cambiali è ottimo, e se Ella potesse aver in Imola una sicura immancabile direzione si potrebbe intraprendere un giro di …, da trarre qualche profitto.</p>
<closer>Mi comandi e mi creda immutabilmente di V. S. Ill.ma Dev.mo ed Obbl.mo Ser.re <signed> Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Oggi ho riscossi le due Cambiali dal Sig. Acquaroni.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="19">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Ves.o di Zama e Vic.o Ap.o di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 27 Agosto 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>I fogli che le accludo sono le Bolle del Canonicato Tomasi. Presto avremo il rescritto della Congregazione del Concilio alla supplica del Capitolo.</p>
<p>Anche l'affare del Maccanti spero finirà bene. Sebbene nulla di nuovo io possa scriverLe sulla sua redenzione, nulladimeno io voglio ch'Ella stia di buon animo. Finché avrò fiato parlerò, e quanto maggiore sarà l'altrui ostinazione, altrettanto lo sarà la mia importunità, e mi permetta di dirle, che in certi casi, come il suo, bisogna contar più sugli amici, che su i protettori. I Grandi son buoni, e pieni di buona volontà, ma gli amici sono attivi, e Galeppi è un amico. Anche Massari mostra di esserlo. Se il sia davvero lo vedrò dall'adempimento di sue parole, avendomi promesso di mover discorso sopra di Lei, e sopra la pregiudicata di Lei salute con sua Santità, la quale s'è messo in testa, che l'aria di Comacchio sia più salubre di quella dell'Eden.</p>
<closer>Sono sempre con profondo rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="20">
<opener><salute><add resp="ed">Al conte</add> <add resp="ed">PAOLO NEGRI</add> — <add resp="ed">Imola</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 13 7mbre 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo Sig.re Col.mo.</p>
<p>Ho pagato al Sig. Ab. Cernitori li sc. 25 ch'Ella mi ha comandato, ed ho tenuto con suo fratello di Lei curiale un lungo discorso sullo stato de' suoi affari, che han bisogno di seria attenzione. Rapporto al debito col Banco di Santo Spirito oltre tutto quello che nel passato ordinario le ho scritto, ho pregato il detto Sig. Ab. di portarmi una nuova supplica da presentarsi a Sua Santità, e che farò raccomandare all'E.mo Roverella, sebbene io abbia saputo, ch'egli solo fu cagione che in vista d'un supposto concorso di creditori, il Papa rigettò la prima istanza. Il male grande consiste in due punti; primo, che l'E.mo Roverella voglia adesso tener col Papa un linguaggio diverso da quel che prima ha tenuto; il secondo nel levar di testa al Papa medesimo l'ingiusto, e pazzo sospetto ch'Ella sia decotto, come si è cercato di fargli credere. Comunque sia, si farà efficacem.te tutto quello che si potrà. A misura però che m'interno in questa faccenda scopro la diligenza, che usa segretam.te l'Ab. Padovani per rovinarla, ed io più volentieri mi sceglierei una battaglia col diavolo, che con un Curiale.</p>
<p>L'altro affare della Depositeria, che fidato sulla parola di Monsignor Castiglioni Segret.o del B. G. credevo finito, improvvisam.te si è imbrogliato. Dopo tutto quello che il detto Monsignor Seg.o aveva promesso al Sig. Mar.se Zagnoni, ed a me in parola d'onore, all'improvviso il medesimo ha fatto avvisato il lodato Sig. Mar.se che l'E.mo Card. Prefetto senza di Lui saputa ha fatto rispondere al Card. Legato, che non si accorderà la chiesta dilazione senza il consenso del Tesor.e della Provincia. Informato di questo rovescio dal ridetto Sig. Mar.se, che mi cercò tutto un giorno per farmene consapevole, ecco il rimedio che si è pensato, e che subito ho messo ad effetto. Ho indotto il mio Padrone, presentandogli le preghiere ancora del nostro Sig. Marchese, a scrivere una forte lettera al Tesorier Cappi, perché ci accordi questo consenso, che pei maneggi del Sig.r Gamberini ha negato. La commendatizia l'ho passata nelle mani del Mar.se che ne tirerà copia per mandarla a Lei stessa per sua regola, e spedirà l'originale a Ravenna diretta ad un suo corrispondente, il quale personalm.te la presenterà al Sig. Cappi, e colla viva voce coadjuverà la dimanda del Sig. Duca. Io poi scrivo questa sera medesima all'Ab.e Orioli mio amico, e Procuratore della Tesoreria, perché egli pure persuada il Tesoriere a non negare questa grazia, che finalm.te si risolve in un atto di pura equità, a cui tutti sono obbligati. Io spero insomma, che per questo modo il male sarà rimediato, ma subito che sarà partito l'Ordinario di questa sera, io non son contento se non mi porto dimattina col levar del sole dal Sig. Ab.e Gamberini, e non gli rinfaccio la durezza del suo procedere, dopo avermi data parola, che non avrebbe fatto alcun passo in di Lei pregiudizio; sopra di che confesso, che la mia collera ha bisogno di uno sfogo solenne. Ella intanto si stia tranquillo, perché il mio naturale è questo, di ostinarmi contro gli ostacoli.</p>
<closer>Mi comandi e mi creda di V. S. Ill.ma Dev.mo ed Obb.mo Ser. V.o <signed>Vin.zo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Dopo reiterati avvisi l'esattore del Banco ancora non si è veduto. Io qui pure sospetto un poco di malizia, e sarebbe per dar pretesto alla persecuzione che le si fa. A suo dispetto però egli deve all'ora ch'io scrivo, aver ricevuto li sc. 140. del passato semestre, ch'io gli ho mandato a pagare per mezzo di questo nostro Mastro di Casa, e se non fosse stato giorno di posta glieli avrei portati io stesso. Sono di nuovo ecc. ecc.</p>
<p>P. S. In questo punto il mio aiutante di Segreteria mi consegna una di Lei stimatissima in data delli 6 corrente, ch'egli per istorditaggine erasi dimenticato di darmi essendo venuta colle lettere di S. E. Appena ho tempo di leggerla, e di dirle che la commendatizia presso l'Em.o Legato di Bologna sarà difficile per alcune ragioni particolari. Spero però ottenerla presso … degli Antonj; e inquanto all'Avvocato Aldini essendo egli mio amico, io stesso gli parlerò, cosa che avrei potuto fare personalm.te questa mattina, se avessi avuta in tempo la lettera, poiché la combinazione me l'ha fatto incontrare nel Banco Torlonia. Ma dentro dimani o lunedì gli parlerò senza dubbio. Con più commodo poi comunicherò al Sig. Duca le notizie, ch'ella mi manda sul patrimonio Odorici. Un'altra cosa. Ho pagato al Sig. Ten.e Rivalta li sc. 13 ch'Ella mi ordina. Manco male che questa volta non vi sono stati petegolezzi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="21">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons. ALESSANDRETTI Ves.o di Zama, e Vicario Ap.o di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 17 Settembre 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Ho parlato col Segretario di Mons.r Tesor.e e gli ho lasciate due righe di supplica, che si rende necessaria per non esservi stato in addietro il costume di spedir la patente, che dal Sig.r Carli si dimanda, e per cui il lodato Segretario si protesta di non voler nulla assolutamente. Io insisterò perché accetti li scudi 3 ch'Ella mi prescrive, ma se porro risparmiarli al Sig.r Carli sarò più contento.</p>
<p>Mons.r Galeppi è impegnatissimo, non ne dubiti, ed esso, ed io viviamo di non mal fondate speranze. Anche Massari è d'accordo, e la testimonianza da Lui fatta al Papa sulla di Lei pregiudicata salute, e il progetto di sostituirle un Comacchiese nella persona del Canonico Fogli deve partorire un ottimo effetto, perché il Papa ha mostrato di gustarlo. Ma Egli è lentissimo nelle sue provvidenze, e pare che abbia patteggiato colla morte. Sono sei giorni, ch'io non ho veduto l'amico, né so se vi sia nulla di nuovo, né ho potuto portarmi da Lui, perché sono indisposto alquanto di salute da parecchi giorni. Il mio incommodo consiste in un forte raffredor di petto, il quale né mi lascia girare, né scriver molto, né far bene le cose mie. Fra queste sia persuasa che conto per la prima il suo affare. Così avess'io parole da spezzar le pietre, e scuotere le coscienze.</p>
<closer>Mi voglia bene, mi comandi, e mi creda eternamente con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. In questo punto vengo avvisato, che si è ottenuto il tanto desiderato rescritto per il Maccanti. Ciò devesi specialmente alla diligenza, e destrezza d'un giovine di Segreteria de' Vescovi, e Regolari per nome Fanucci, a cui promisi fin da principio, che non sarebbero stati senza frutto i suoi buoni officj. Ella mi dirà se approva questo mio contegno, e che cosa gli si può dare senza perder di mira la povertà del Maccanti. Il rescritto poi uscirà Sabbato. Di tre ricorrenti, che chiedevano la stessa grazia, il Maccanti è stato l'unico ad ottenerla.</p>
<p>P. S. Per non moltiplicar lettere la prego dire al Sig.r Conte Negri che ho pagato il semestre al Banco di S. Spirito, che ho parlato coll'Avvocato Aldini, che ho combinato qualche cosa con esso, che viva quieto che non dispero di veder tutto finir bene, e che non gli scrivo perché poco è il tempo, e molte le cose che ho da dire. Spero di essermi ristabilito nel venturo Ordinario, e di dar sfogo a tutto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="22">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Monsignor ALESSANDRETTI Vicario di Comacchio, e Vescovo di Zama — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 11 Ottobre 1794.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>Che vuol dir questo, Monsignore mio amatissimo? Io sento di Lei nuove che assolutamente non voglio sentire. Io sento ch'Ella si è data di nuovo alla malinconia. Questa è una trista compagna, questo è un ospite, che ruba la vi<add resp="ed">ta</add>. Bisogna cacciarlo, bisogna lottare colla disgrazia, e provare e sentire il piacere inesplicabile di superarla. Colla vir<add resp="ed">tù</add> al fianco, e con una pura coscienza nel petto non si deve <add resp="ed">esser</add> tristo. Se la ragione non ci assiste in questi bisogni perc<add resp="ed">hé</add> tenerla? O farne l'uso ch'è degno della sua divina origine, <add resp="ed">o</add> rinunziarla, e impazzire. Ma questo non è il partito da p<add resp="ed">ren</add>dersi da un galantuomo, molto meno da chi unisce alla probità l'ingegno, e la filosofia. E poi, qual ragione ha Ella di tanto attristarsi? Forse i suoi amici l'hanno abbandonata? forse sono spente le nostre speranze? Tutto il contrario. Monsignor Galeppi è sempre lo stesso, e continuamente mi ripete pazienza, e tutto andrà bene. Il Card.e Roverella ha nelle mani una promemoria per Lei, e quando tornerà in Roma ne parlerà al Papa. In occasione che questo E.mo si porterà, come credo in Imola, per restituire al Card.e Chiaramonti la visita, ella gli parli, e gli faccia parlare.</p>
<p>Occasione di rimozione per Lei a dir vero ancora non si è data dacché sono state fatte al Papa delle nuove premure pe' suoi avanzamenti. Capisco che l'ostinazione del Papa è crudele, ma vuol Ella per questo vendicarsene col lasciarci la pelle? Anch'io senza essere Vicario di Comacchio ho le mie grandi tribulazioni, ma mi sono avezzato a guarirle colla medicina del tempo, e della costanza. Mi metto a cantare il verso d'Orazio — <quote>nil conscire sibi, nulla pallescere culpa</quote>, prendo in braccio qualcuno de' figli, e mi sento nel cuore l'anima di Scipione. Insomma, mio caro Monsignore, stia allegramente. A Comacchio non ci pensi, stia salda in questo proposito, e se il Papa non vuol levarla di là colle buone, la leverà per forza.</p>
<p>Per l'affare del Maccanti ho regalato quindici paoli, ed io regalo (avverta bene) a questo pover uomo la provigione dell'Agente, a cui nulla si deve, e che nulla vuole assolutamente.</p>
<closer>Mi comandi, e mi creda senza fine con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="23">
<opener><salute>All'Ill.mo R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Mons.r ALESSANDRETTI Vescovo di Zama, e Vic.o Ap.o di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Aprile 1795.</date></opener>
<p>Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo.</p>
<p>L'Abate Folcari ha perduto l'unico suo figlio, e trovasi addoloratissimo, mentr'io pure mi trovo angustiato per la ricaduta del mio Padrone, che nuovamente è nelle mani dei manigoldi d'Ippocrate. Scrivo però due righe per accompagnare l'acclusa, che mi viene rimessa dalla Congregazione dell'immunità, e che dal Sig.r Pozzati mi era stata ordinata.</p>
<p>Sull'affare della riduzione delle Messe ho sollecitato più che ho potuto la relazione, ma le Congregioni da tenersi sono sì affollate, che andando per ordine non ispero di vederne l'esito che sui primi di Maggio.</p>
<p>Non ho veduto, né ho potuto vedere Monsignor Bartolucci, perché mai ho potuto movermi di casa. Egli deve aver parlato di Lei al Papa jeri mattina nel riferire a Sua Santità alcuni sconcerti della Diocesi di Foligno. Ella comprende il nostro disegno. Dio lo protegga, e ci dia pazienza, giacché gli altri mancano di discrezione.</p>
<closer>Parlo del suo Vicario, e sono con tutto il rispetto Di V. S. Ill.ma U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="24">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r <gap/>… Monsignor ALESSANDRETTI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 21 Novembre 1795.</date></opener>
<p><add resp="ed">L'</add>Ab.e Folcari ha fatte nel passato Ord<add resp="ed">inario le mie</add> veci rispondendo all'ultima di Lei veneratiss<add resp="ed">ima</add>. <add resp="ed">Quale</add> ultimo discarico della medesima ho l'onore di acc<add resp="ed">ludere</add> la fede di deposito dei noti scudi 7 per il Clero di Comacchio. Circa le suppliche dei quattro Chierici, ques<add resp="ed">te</add> si manderanno nel venturo Ordinario.</p>
<p>Che debbo rispondere sull'articolo della sua malinconia? Io ne ho tanta ancor io per le mie proprie ragioni, che unendole insieme potremmo, cred'io, avvelenare tutto il genere umano. Se mai ho lodato la risoluzione del Philantropo di Molière questo è il momento; ma non posso sfogarmi, non posso fiatare, e perciò mi sento scoppiare. Ella mi prega di pregare <add resp="ed">il Signore per</add> Lei, ed io la prego di pregarlo per me <add resp="ed">perché</add> mi faccia la grazia di assiderarmi la man<add resp="ed">o, o</add> di far nascere d'ora innanzi tutte le oche senza penne maestre.</p>
<closer>Sono con tutto il rispetto, e di cuore U.mo Dev.mo ed Obb.mo Ser.o V.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="25">
<opener><salute>All'Ill.mo e R.mo Sig.r Sig.r P.ne Col.mo Monsig.r ALESSANDRETTI Vescovo di Zama, e Vicario Ap.lico di Comacchio — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 28 Novembre 1795.</date></opener>
<p>Mons.r Mio St.mo ed A.co Car.mo.</p>
<p>Il povero Folcari ha dovuto impazzire per le pazzie di altri pazzi Am.i. Mons.r Gabrielli si è messo in capo lo scrupolo di accordare le note facoltative per la bella, e delicata ragione, che essendo morto il Vescovo di Comacchio, ed essendosi fatti dei cangiamenti non può più in coscienza considerare Mons.r Alessandretti in qualità di Vicario, e che perciò non gli è lecito senza peccato rimettere al medesimo le Ordinazioni, che si dimandano. Forse io sbaglio qualche termine, ma questa è la sostanza del suo ragionamento. Folcari si è dato al diavolo per persuaderlo; finalmente, è sembrato che quel degno, e perspicace Prelato sia rimasto convinto, e nel venturo Ordinario (se non gli si rovescia il capo di nuovo) metterà d'accordo la sua timorosa coscienza colle nostre suppliche.</p>
<p>Intanto le trasmetto due brevi, e la dispensa per il Diacono Bellini; e riportandomi alla mia del passato Ordinario</p>
<closer>con tutto il rispetto mi rassegno U.mo Dev.mo Obb.mo Ser.o <signed>Vincenzo Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Per non dupplicar lettera mi farà la grazia di dire a Negri, che in questo punto ho ricevuta la sua colla nota supplica.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="26">
<opener><salute>All'Ill.mo Sig.r Sig.r P.rone Col.mo Monsignore ALESSANDRETTI — Imola.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 2 Dicembre 1795.</date></opener>
<p>Mons.r Mio Sti.mo, ed A.co Car.mo.</p>
<p>EccoLe la risposta di Caleppi, sulla quale son certo ch'Ella farà dei lunari, ma a torto, perché le cose stanno sempre nello stesso piede. Quando comincerò a veder netto l'abuso che si farà della nostra buona fede, allora Ella mi avrà suo maestro nelle imprecazioni.</p>
<p>Ho parlato subito a Sperandini, ma ho trovato, ch'egli ha già spedito l'ordine a Massari per seicento scudi. Il ritardo è derivato da questo, che quando egli ricevette in Settembre i soliti di Lei conti, stava già per partire, e non ebbe tempo a pensarvi. Ritornato a Roma se n'è presa subito cura, ed Ella può vederlo dall'effetto.</p>
<p>Io parto dimattina per le Paludi col Sig.r Duca, che La riverisce, e non sarò di ritorno che verso li 15. In mia assenza l'Ab.e Folcari resta incaricato delle mie veci, e su gli altri affari Ecclesiastici mi riporto alla sua Lettera.</p>
<p>Prima di partire ho pensato anche a Negri, ma la conseguenza delle mie premure non la saprò che al mio ritorno, nel quale aspetto pure nuovi di Lei comandi.</p>
<closer>Sono intanto con tutto l'attaccamento, e il rispetto Di V. S. Ill.ma e R.ma U.mo Dev.mo e Obb.mo Ser. ed A.co <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="27">
<opener><salute><foreign lang="fre">À Monsieur M.r L'Abbé</foreign> CESAR MONTI — Lugo per Fusignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 20 del 1796.</date></opener>
<p>Car. Fr.ello.</p>
<p>Nel passato Ordinario mandai al Fratello la copia della Lettera che ho scritto a Giusti, e che spero produrrà il miglior effetto del mondo per i nostri interessi, e mi dimenticai di dirgli due circostanze, che debbono rendere anche più efficace la suddetta Lettera; e la prima si è che l'Ab. Tombari l'accompagnava egli stesso con una sua calcatissima, secondo il solito, al medesimo Giusti, e l'altra, che il Sig.r Duca mio padrone vi aveva fatto aggiungere egli stesso un obbligantissimo, e lungo poscritto per mano del Marchese Zappi amicissimo di Giusti, e che si trovò presente nell'atto che io scriveva la detta Lettera. Zappi dunque portando la parola del Sig.r Duca ringraziava Giusti di quanto avea fatto, e lo pregava di compir l'opera addossandogli egli stesso la gratitudine dei fratelli Monti. Se avete dunque occasione di scrivere a Frat.lo Ant.o indicategli la particolarità, che vi ho scritta, e che deve piacergli.</p>
<p>Ho riscossi a questa posta i nove gigliati, e le quattro doppie, che m'avete mandate. Dopo l'imprestito fattomi in Lugo io mi sono proposto di non far più parola de' miei assegnamenti fintantoché non rimanga pareggiato il nostro conto, e di accettare come grazia tutto quello che vi piacerà di mandarmi. Dal primo adunque di Settembre passato regoleremo, se così vi piace, il nostro conteggio, e segnerete a mio credito quello che riterrete de' miei assegnamenti, che voi fisserete al limite che fu convenuto in Lugo. In questo caso essendo decorsi da Settembre in qua quattro mesi mi saprete voi indicare quello che avrete notato a mio sconto non avendomi mandato tutto questo tempo che 32.13. Segnerete anche il valore della scatola d'oro che lasciai nelle mani del fratello a questo fine. Se poi questo regolamento non vi quadra, fate allora tutto quello che vorrete, che per me son contento. Bastami che siate persuaso che io sono memore del servizio fattomi, e che sono disposto a tutte le privazioni per far conto paro.</p>
<p>Cercherò qualche mezzo presso il Procur.e Gen.le di S. Callisto per il fine che desiderate Spiacemi d'avere nei giorni passati avuto qualche disgusto col P.e Paccaroni, quale non vorrei mi facesse parte contraria giungendo a sapere il mio impegno. Ma vi saprò dire come andrà la faccenda.</p>
<closer>Mia moglie vi saluta, abbracciate per noi la madre, e credetemi tutto Vostro Aff.mo F.ro <signed>Vincenzo</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="28">
<opener><salute>A LUIGI ANGIOLINI — Roma.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 20 giugno 1796.</date></opener>
<p>Sig. cav. Ornatissimo.</p>
<p>Il suo Fidanza, così solo, non sta bene.</p>
<p>Voglio dunque aver io l'onore d'accompagnarlo. E poiché Ella dilettasi molto, né senza ragione, dello stile di questo autore, gradisca ancora una <hi rend="italic">Tempesta</hi>, e una <hi rend="italic">Calma</hi> del medesimo, che le umilia, in attestato della sincera sua devozione,</p>
<closer>il suo devotissimo <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="29">
<opener><salute>A <add resp="ed">GIOVAN BATTISTA COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">seconda metà di Gennaio 1798</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Sono in Milano, ma non vedrò la faccia del mio Amico, se prima non ho veduta quella del Giudice. Mi duole che tu m'abbia creduto poco delicato. Senza il tuo avviso avrei saputo rispettare egualm.te la tua situazione. Perdonami, hai mostrato di conoscermi poco.</p>
<p>Ti prego di avvisar Oliva che sono arrivato. Dillo anche a Strocchi ecc..</p>
<closer>Il Tuo <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="30">
<opener><salute>A <add resp="ed">GIOVAN BATTISTA COSTABILI CONTAINI</add> — <add resp="ed">Ferrara</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 30 Ventoso A. 7. V..</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Questa mattina Marescalchi ha fatto il suo ingresso nel Direttorio fra le acclamazioni del popolo. La funzione è stata fatta con tutta la solennità nel gran salone dei pubblici ricevimenti. Il Generale in Capo e l'Ambasciatore vi sono intervenuti con tutto lo Stato Maggiore, e oggi tutto il Direttorio è stato a pranzo dell'Ambasciatore. Il pubblico spera d'aver acquistato in Marescalchi un ottimo Direttore. Egli ti saluta, e si lagna della tua poca amicizia perché non gli hai scritto mai. Ma intendi bene che questo lamento non è che prova della stessa amicizia.</p>
<p>Schérer parte domani, e la sua partenza mi fa sperare che presto sentiremo cominciare le ostilità anche alle nostre frontiere. Le nuove che finora son giunte dei fatti accaduti sul Reno sono tutte felici. In dieci giorni si sono fatti diecimila prigioneri con tutto quel corredo di perdite in munizioni, bandiere, cannoni, bagagli che puoi figurarti. Marescalchi racconta, che fino alla nuova della guerra di Napoli, la Corte di Vienna è stata sempre nella persuasione che la Francia non avesse mezzi di far la guerra. La cecità e l'orgoglio di quel Gabinetto sono incredibili. Tanto meglio. Assicura ancora, che l'imperatore è tutto per la pace, quanto a sé, ma che Tonghut e Colloredo gli hanno ispirato una diffidenza tale di se medesimo, che non ardisce far valere la sua opinione e suo malgrado è costretto a far guerra.</p>
<p>In ultimo però, cioè dopo il fatto di Napoli, Tonghut medesimo ha conosciuto egli stesso che il miglior partito sarebbe la pace, ma Paolo Primo essendo indemoniato nel partito della guerra, Tonghut non sa più come cavarsela sull'articolo di far retrocedere i Russi, essendo sicuro che allora viene a rompersi colla Moscovia.</p>
<p>Ora vedi che bella operazione è stata mai questa. Ringraziamo i despoti delle loro follie, senza le quali la libertà sarebbe sempre bambina e pigmea.</p>
<p>Si attendono di momento in momento le nuove della Toscana. Tu sarai il primo a saperle, perché più vicino. È arrivato il nuovo Commissario che rimpiazza Amelot. Si chiama l'Hommond, ed ha una faccia poco liberale. Un Aiutante del Generale De Belle l'altra sera insultò una Guardia Nazionale nel Teatro della Scala. Il Generale in capo informato del fatto ha cacciato in arresto l'Aiutante in Castello, ed ha allontanato dallo Stato Maggiore un altro Officiale Francese, che trovandosi presente all'insulto non vi pose riparo. Ecco il primo caso in cui l'onore dei nostri soldati non è stato calpestato. <hi rend="italic">Brune</hi> avrebbe fatto punire l'offeso invece di vendicarlo.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore. <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="31">
<opener><salute>Al Sig.r GIUSEPPE AVANZINI Vice—Seg.o dell'Istituto — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 1 Marzo 1805.</date></opener>
<p>Egregio Collega ed Amico.</p>
<p>Uno dei gravissimi torti della Politica colla Filosofia si è di ridurre l'uomo degno alla condizion dell'indegno, forzandolo di abbassarsi alle preghiere invece di attenderlo. Fu mia intenzione di risparmiare a chi presiede agli Studj una appunto di cosiffatte ignominie raccomandandogli la vostra persona aspirante alla Cattedra di Canterzani, e ne aveva il diritto e la veste come Assessore al Ministro dell'Interno per questi oggetti. Né spero che indarno sarà stata la mia premura, avendomi questo Capo dell'Istruzione pubblica Luigi de Rossi impegnata solennem.te e di nuovo la sua parola, che venuta la dimissione di Canterzani voi sarete proposto alla scelta dell'Autorità superiore in preferenza di chicchessia. Alla prima occasione ne parlerò al Ministro medesimo, e invocherò pure la raccomandazione di Oriani, siccome d'uomo che vi stima, e che meglio di me può fare testimonianza del vostro merito matematico, del quale io sono assertor non idoneo trovandomi collocato in una regione di studj troppo diversa. Mi è dolce intanto il raccogliere da questa premura mia un frutto caro al mio cuore, la vostra benevolenza, e lascio all'esimio nostro Araldi, che mi conosce alcun poco, la cura di dirvi in qual pregio io tenga l'amicizia de' vostri pari.</p>
<closer>Salutatemelo caramente, e disponete ambedue senza riserva del Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="32">
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Ferrara, 26 Lug.o 1805.</date></opener>
<p>Amico e Collega Carissimo.</p>
<p>L'acchiusa stampa mi è stata spedita dal Professor Pacchiani perché a Voi la presenti, come ad ottimo, e sapientissimo giudice delle materie in essa trattate. Se troverete, siccome spero, degna di considerazione e di lode la sua scoperta, mi sarà dolce cosa il significarglielo, e allora vi prego di non lasciar la presente senza risposta.</p>
<p>Del mio tornare a Milano non so ancora dir nulla; tante sono le piaghe che ho trovate ne' miei affari, oltre la perdita d'un fratello, di cui mi è toccato raccogliere l'ultimo respiro. Ciò scusi il mio silenzio con Voi, e con gli amici, massimamente colla Casa Marliani, per la quale vi gravo di molti, e cordiali saluti. Pregovi d'altrettanto con Lamberti e Rossetti.</p>
<closer>Sono di cuore Tutta cosa vostra <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="33">
<opener><salute>A GIAMBATTISTA MANZONI — Lugo.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 dicembre 1805.</date></opener>
<p>Mio caro Amico e Nipote.</p>
<p>Secondo tutte le apparenze noi siamo di nuovo alla vigilia d'una gran guerra. Non dubito del buon esito, ma chiunque considera il grande apparecchio che fanno gli Austriaci sulla linea di confine, e le forze inferiori che finora vengono opposte, entra in sospetto che possa esser mira dell'Imperatore e Re nostro il lasciare che il nemico s'inoltri nella Lombardia, onde troncargli la ritirata, e distruggerlo piombando nella Germania dalla parte del Reno.</p>
<p>Comunque sia, se mai vi fu tempo d'andar cauto nei fatti e nelle parole, gli è il presente. La Polizia è severa, le passioni private si svegliano, i delatori sono in faccende, e dove non trovano colpe vere le inventano e parlasi di far rivivere la legge di Termidoro per gli Allarmisti. Chi dunque è saggio e prudente concentrasi nel seno della sua famiglia, misura i suoi detti nel pubblico, e guarda il futuro. La tua prudenza, mio caro Giambattista, mi fa sicuro della tua condotta, ma il galantuomo non è mai povero di nemici e un nemico piglia dalla virtù stessa il pretesto di far del danno. L'amor che ti porto voleva che ti ammonissi di queste cose.</p>
<closer>Salutami il Conte, la Caterina e Simone. Addio di cuore. <signed>Il tuo zio Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="34">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 dicembre 1806.</date></opener>
<p>Mio cariss. ed egregio amico.</p>
<p>Un De Coureil scrive contro la vostra dissertazione! Ricevetene le mie congratulazioni. Ma se al cane che vi morde non date il bastone fra capo e collo, farete male. Con le bestie matte ci vuol randello, e senza pietà. La pazienza è buona pel Paradiso, ma non in letteratura, a meno che De Coureil non sia un avanzo di galera come il suo corrispondente Lattanzi qui dimorante, il quale più volte si è divertito a maltrattarmi. Ma costui è uomo pubblicamente infamato, né io posso rispondergli senza disonorarmi. Quindi per finirla ho invocato la voce della polizia, la quale gli ha promesso la scopa per man del boia. Se il De Coureil adunque non ha la testa come il mio Lattanzi una sentenza di galera, stimo che senza pregiudizio della buona filosofia gliela dobbiate suonare a doppio sopra le orecchie. Le ha sì lunghe che non potete sbagliare. Se vi mette conto il citare una cattiva autorità, citate pure liberamente il paragrafo che mi accennate della mia lettera. Il parere che vi espressi nella medesima io l'ho comune con gl'ingegni più culti di questa città, con Paradisi, Lamberti, de Rossi, e più altri di <foreign lang="lat">emuncta nare</foreign>. Né per questo veruno di noi cessa di essere ammiratore d'Alfieri. Ma tutti i grandi uomini hanno avuto il loro peccato. Non l'avrà egli, il grande autore della <title>Filantropineria</title>, dell'<title>Antireligioneria</title>, della <title>Sesqui—Plebe</title>, e d'altre siffatte grazie! Del resto, se il vostro scritto ha concitato contro di voi la bile né splendida né generosa del De Coureil, consolatevi. Dal Cav. Tassoni dovreste già aver ricevuto un esemplare della <title>Spada di Federico</title>. Non è ancora dodici giorni, che ho pubblicato questo poemetto e già ne sono comparse cinque edizioni. Gradirò di sentire se vi sia stato recapitato.</p>
<closer>Amatemi, commandatemi e credetemi tutto vostro <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="35">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 gennaio 1807.</date></opener>
<p>Egregio e caro amico.</p>
<p>Da Genova, ove gli amici e le grazie d'una bella Donna mi hanno fatto passare 24 giorni, arrivo a Milano e trovo sul tavolino due vostre carissime. Quanto mi dite di De—Coureil comincia veramente a farmi arrossire d'essermi abbassato a frustarlo. Ma se costui, oltre l'essere pessimo nelle lettere, è pur anche uno scellerato, come mai uomini rispettabili e celebrati comportano che il loro nome associato a quello d'un ribaldo ignorante, si stampi in fronte a un infame giornale! Questa è demenza ed obbrobrio della sana letteratura. Ed io vi confesso che se fino dal bel principio della nostra corrispondenza non mi aveste annunciato d'aver ritirato da quel foglio vituperato il vostro nome, io avrei ritirato da voi la vostra stima ed amicizia, qualunque siasi, siccome con mio rammarico ho dovuto far con Fabbroni e Rosini. Un certo Mustoxidi Corcirese, cultissimo giovine, mio scolaro in Pavia, durante il suo soggiorno in Toscana, due anni fa, voleva ch'io mi legassi in amicizia col Professor Pacchiani, e questo legame mi sarebbe stato assai caro, perché conosco il valore di questo ingegno. Ma l'aver visto il suo nome confuso con quello del De—Coureil, mi ha fatto fermamente resistere all'attrattiva di così bella corrispondenza. Se in Toscana non si conosce né si sente ancor bene questa limpida verità che il <title>Giornale di Pisa</title> nelle mani di De—Coureil è reputato in tutta Italia il più grande vituperio della nazionale letteratura, per Dio, i Toscani son ciechi e non raccoglieranno alla fine del gioco che l'universale dispregio. Ma basti di questa sporca materia. Leggerò le infamie contro voi vomitate dal quadrupede vostro critico, e mi saranno aumento di stima verso di voi. Vi ringrazio delle cose onorevoli che mi scrivete sulla <title>Spada di Federico</title>, e veramente sono tentato di pigliarmi per vere le vostre lodi vedendo le sei edizioni che in meno di un mese si son fatte di questa qualsiasi poesia, oltre una traduzione in latino qui pubblicata e dedicata al Viceré, ma di poca mia soddisfazione. Col vomito Couregliano aspetto la ristampa della vostra Dissertazione, e potrete il tutto spedirmi colla direzione a Sua Eccellenza il signor Luigi Vaccari Segretario di Stato del Regno Italiano.</p>
<closer>Amatemi e credete che sono di cuore il vostro amico <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Al momento di chiudere la presente mi giunge la vostra del 4 corrente. La critica di De—Coureil porta ella in fronte il suo nome? Se il porta, tutte le ingiurie diventano panegirici. Egli non ha qui che un lodatore, il Galeotto Lattanzi, il quale senza dubbio magnificherà nel suo <hi rend="italic">Giornale</hi> la satira Curegliana. Ma ciò stesso la renderà più spregevole. Siate tranquillo. I letterati che qui sostengono la vostra opinione non giurano <foreign lang="lat">in verba</foreign> di nessuno, molto meno in quelle di De Coureil. Nondimeno farete bene a mandar più copie che potete della vostra ristampa per diffonderla, e cautelare la vostra non letteraria ma morale riputazione contro le calunnie dell'infame vostro nemico. Peraltro il suo libretto, per quel ch'io sappia, non è ancora comparso.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="36">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 gennaio 1807, alle 9 pomeridiane.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dopo aver mandato alla Posta altra mia lettera responsiva alle tre ultime vostre ho fatto un pensiero intorno alla bricconeria di De Coureil, e non differisco a comunicarvelo, perché giusto per mio sentire. Coureil facendo guerra alla vostra Dissertazione e guerra illiberale ed infame, egli oltraggia per conseguenza tutto il rispettabile Corpo d'Accademia, che ha coronato quella Dissertazione. Per ciò dunque che riguarda al merito letterario della questione, tocca all'Accademia, se ha sentimento d'onore, il difendere la propria decisione, altrimenti è infamata. Per ciò che spetta all'estimazione morale tocca a voi il rispondere, e il Coureil assalendovi su questo punto vi libera da qualunque riguardo nelle risposte. Nella dimora a Genova ho sostenute assai dispute in difesa della vostra Alfieriana, e credo d'aver rettificate molte idee sul conto vostro, e sul conto dell'Accademia che ha coronato il vostro discorso, avendo il De Coureil fatto credere in Genova per mezzo di qualche suo tristo corrispondente, che Voi e l'Accademia siete pagati e corrotti dal Principe di Lucca per dir male d'Alfieri, come del nemico di tutte le potestà principesche. E questa calunnia al mio arrivo colà aveva preso radice nella testa di molti deboli. Io ne feci apertamente sentire l'assurdità, e a viso scoperto attaccai gl'idolatri d'Alfieri, e senza mancar di rispetto per sì grand'uomo, ne rilevai liberissimamente gli enormi difetti, e provai che la vostra critica era moderatissima. Concludo adunque ch'egli è interesse degli Accademici stessi il levarsi in piedi, e al tribunale della pubblica opinione sostenere l'imparzialità del loro giudizio e liberarlo da ogni sospetto di venalità, sospetto propagato dai fanatici e dagli amici di De Coureil per atterrarvi e infamarvi, atterrando e infamando con voi l'Accademia che per beneficio delle sane lettere vi ha onorato del suo vantaggio. Mi estenderei di più se il tempo non stringesse. Ma <foreign lang="lat">intelligenti pauca</foreign>. Attendo con impazienza la vostra nuova edizione, e la satira curegliana. Se il piego è discreto, fatene siccome vi ho suggerito la direzione: al Segretario di Stato, diversamente raccomandatelo a Tassoni.</p>
<closer>Sono in fretta ma di cuore Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="37">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 27 gennaio 1807.</date></opener>
<p>Mio carissimo amico.</p>
<p>Ho letto attentamente il biglietto di Rosini: e la lettera che quest'oggi medesimo gli scrivo, lo convincerà che io sono ampiamente con lui riconciliato. L'espulsione di De Coureil dalla redazione del <title>Giornale Pisano</title> è il maggior beneficio che si potesse fare all'onore della letteratura Toscana abbastanza vituperata e manomessa da quel furfante. E se la vostra amicizia ha subito pensato a inserire nel redento <hi rend="italic">Giornale</hi> un articolo espiatorio delle tante villanie pubblicate contro di me, voi mi permetterete di prenderlo per un atto di pura giustizia. Se quel <hi rend="italic">Giornale</hi> non avesse portato in fronte che il nome di De Coureil, le sue contumelie mi sarebbero state un favore. Ma il forestiero che legge nell'Indice i nomi rispettabili che pur vi sono, aveva diritto di crederli partecipi di quei giudizi, e questo per la stima in che tengo quei nomi, doveva necessariamente mettermi di malumore. Né io vi dissimulo che nell'impeto della bile io aveva preparato un amarissimo scritto, nel quale a visiera calata io accusava al pubblico di vigliacca e disonorata tutta quanta la letteratura toscana compresa in quell'infame Catalogo. Fortunatamente il lavoro del <title>Bardo</title> mi tolse il tempo di terminare e pubblicare quella eruzione di collera, e ne sono contento. Se direte ancora due parole del <title>Bardo</title>, mi farete sommo piacere. E se vorrete aver sottocchio il giudicio portatone da Cesarotti, da Bettinelli, da Pindemonti e da altri sommi ingegni, vel manderò unitamente al principio dell'ottavo canto, nel quale io rendo conto e ragione della varietà del metro che ho adottato nel mio poema, poema non epico, ma lirico, quale insomma dev'essere il canto d'un Bardo. Ma basti di ciò. Attenderò che sia terminata la vostra ristampa per leggere tutto insieme e il vomito couregliano e la medicina con che l'avrete curato. Abbraccerò con trasporto la prima occasione di legar amicizia col Professor Pacchiani, ch'io stimo altamente, e ditegli ch'io mi compiaccio di dividere questo sentimento con Moscati e con Paradisi, il voto de' quali deve lusingarlo ben più del mio. Non mi lasciate senza le ulteriori nuove che mi promettete intorno al grande animale,</p>
<closer>ed amate il vostro amico <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="38">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 Febbraio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Vorrei che questa lettera vi giungesse in momento in cui il vostro cuore fosse disposto ad un generoso perdono. Per accidente son venuto a sapere che lo sciagurato De—Coureil è padre di molta famiglia, e che il Giornale di Pisa era il suo pane. Questa notizia mi ha scosso, e la compassione fa dimenticare le sue ribalderie. Pregovi dunque, e la preghiera parte del cuore, che non si chiuda del tutto a questo infelice la forse unica strada ch'egli aveva aperta alla sua sussistenza. La riputazione del <hi rend="italic">Giornale</hi> ha bisogno d'essere redenta, lo veggo. Ma la società cooperatrice erigendo nel suo seno un tribunale di censura che invigili sulla giustizia e castità delle letterarie sentenze che in quel foglio debbonsi pubblicare, parmi, che anche De—Coureil, fatto più savio dalla onnipotente necessità o dalla fame, possa seguitare a contribuire le sue fatiche, e a trarne quel profitto che la sua miseria dimanda. Né io veggo il bisogno che il suo nome continui a sporcare il catalogo degli illustri uomini che quel <hi rend="italic">Giornale</hi> ha portato in fronte finora. Basta che la società interessata non ne ricusi gli estratti, se dal tribunal di censura verranno giudicati ragionevoli ed innocenti. Del resto punitene pure la petulanza rispondendo altamente alle sue villanie, ma non lo fate morire. Le Muse non amano questi sacrifici di sangue, e il De Coureil è un animale che ha bisogno d'esser bastonato ma non ucciso; e voi l'uccidete se gli togliete il fieno di bocca. Comunicate a Rosini e a Pacchiani questa mia supplica, e siate tutti e tre generosi. Vi propongo l'esempio mio. Il <hi rend="italic">Giornale</hi> di Lattanzi doveva l'anno passato esser soppresso. Gli dava il pane, ed io, uno degli offesi, mi adoperai perché la sentenza fosse sospesa. Lattanzi, prevalendosi della libertà di cui gode la stampa, seguita a strapazzarmi, ma Lattanzi non muore di fame, e questo è un beneficio. Ho nelle mani tutti gli autentici documenti della sua infamia, ma questo avanzo di remo non ha stancato ancora la mia pazienza a segno di dargli il colpo di grazia pubblicando i monumenti della sua vita patibolare, consegnandoli alla autorità superiore perché lo rimandi alla galera donde è fuggito.</p>
<p>Aspetto riscontro, e impaziente delle vostre stampe da tutti desiderate,</p>
<closer>di cuore vi abbraccio e sono il vostro amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="39">
<opener><salute>Al Chiarissimo Sig. <add resp="ed">GIOVANNI</add> ROSINI Professore d'eloquenza nell'Università di Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 febbraio 1807.</date></opener>
<p>Caro Rosini.</p>
<p>La storia delle furfanterie di de—Coureil niente mi ha sorpreso. La perversità del suo carattere letterario mi diceva abbastanza la sua perversa morale. Gli è un uomo senza pudore, e tutto è compreso in questa parola. Del resto era superflua ogni ulteriore giustificazione, e la nebbia che è passata sul sereno della nostra amicizia non risorgerà, spero, mai più.</p>
<p>Coll'inviarmi che farà Carmignani la ristampa della sua Dissertazione mandatemi il Manifesto d'associazione alla magnifica vostra Edizione dell'Alfieri. Tuttoché in questa Capitale sieno ben pochi i lettori di buoni libri, e i Milanesi spendano più volentieri cinque lire in un buon cappone che cinque soldi in un foglio stampato, nulladimeno mi adoprerò per trovarvi associati. Ma se il rimanente delle opere postume che il pubblico attende di quel grand'uomo sarà in valore alle sue traduzioni dal Greco e all'Abele e alle Satire, parmi che siasi mal provveduto alla sua riputazione. Comunque sia mi rendo certo che la vostra edizione riuscirà superba, e quelle che avete già date vi assicuravano il secondo posto dopo Bodoni.</p>
<p>Prendo parte alle vostre domestiche consolazioni, e vi ringrazio del dilicato pensiero che avete avuto di aggiungere ai nomi del vostro figlio anche quello del vostro Amico. Se me ne allestirete un terzo alla mia venuta in Toscana (che ardo di rivedere) ve lo terrò a battesimo, e sarà per noi nuovo legame di benevolenza.</p>
<p>La perdita della povera Massimiliana ha contristato tutti gli amici. Era donna di colto spirito e di grande carattere, e suo marito il miglior de' mariti. La sua amicizia era un elogio per chiunque la possedeva, ed ho caro il sentire che voi eravate di questo numero.</p>
<closer>Un saluto a Carmignani e a Pacchiani. Comandatemi senza riguardi ed amate il vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="40">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 febbraio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Sono stato ne' giorni passati e il sono tuttavia fortemente occupato in un lavoro letterario, che in breve dovrà pubblicarsi. Ecco il perché non ho avuto ancor tempo di mandarvi gli scritti promessi. Il farò nei primi momenti di libertà. Udite impudenza. Il De—Coureil ha mandato a Milano il suo vomito contro di noi col regalo d'un esemplare (indovinate mo' per chi?) per me. Dico ch'egli è quello che me l'ha mandato, perché quantunque il mio libraio me l'abbia rimesso in nome dello stampatore Lucchese, nulladimeno scommetto che ciò si è fatto per insinuazione dell'autore. Ho cominciato a leggere quella miserabile maldicenza, e dopo alquante pagine non ho potuto più reggere e l'ho gettata sul fuoco. Ma qui si è letto, e Lattanzi ne gongola, e pochi altri Alfieriani fanatici. Tutto il crocchio del Consultor Paradisi aspetta con impazienza la vostra risposta, e nessuno si è curato della curegliana. La pittura che mi fate dell'infame carattere del vostro avversario mi toglie ogni scrupolo sopra la sua espulsione. Se adempirete l'idea che vi siete proposta di altro Giornale con altro titolo, volentieri mi associerò alle vostre fatiche, e farò che Lamberti e Foscolo contribuiscano degli articoli. Mandatene il manifesto, che mi figuro farete precorrere, e per le cose letterarie della parte Cisalpina d'Italia procureremo di supplire al vostro bisogno il meglio che si potrà, dandovi non parola, ma speranza che per il primo volume vi somministrerò qualche cosa d'inedito qualora siate fermo in questo desiderio. Scrivo a Pacchiani due righe.</p>
<closer>Salutate Rosini e in fretta con pienezza di cuore credetemi immutabilmente il vostro amico <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="41">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 2 maggio 1807.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Invece di questa lettera doveva all'improvviso comparirvi dinanzi il vostro amico in persona. Molte seccature hanno differita di qualche giorno la mia partenza, ma dentro il mese avrò pur il piacere di abbracciarvi. E se la fretta dell'affare che mi spinge a Roma in compagnia di mia moglie portasse che nel mio passaggio per Firenze non potesse dilungarmi fino a Pisa, al mio ritorno non vi sarà impedimento che mi trattenga. Espongo al Can.co Sacchetti il foglio di proteste amplissimamente sottoscritto. La soverchieria che si è praticata mi ha veramente stomacato. I due articoli che mi avete trasmessi sono dettati dall'amicizia, io ho veramente bisogno dell'indulgenza de' miei amici in un tempo, nel quale i miei accaniti nemici si danno una faccenda incredibile per atterrarmi. Il Gobbo Gianni con un certo Scrofani di Palermo si sono uniti a Lattanzi e nella <title lang="lat">Revue Littéraire</title> di Parigi hanno vomitato a bigonce il loro veleno. Disperati di non poter pervertire l'opinione del pubblico italiano, si sono dati a prevertir quella degli stranieri. Nulladimeno questo attentato già palese agli stessi Francesi, non ha fatto che irritare maggiormente lo zelo de' miei benevoli, né io ho mai ricevuto da ogni parte d'Italia tanti attestati di benevolenza quanto al presente. In voce vi racconterò ardimenti e impudenze di questa canaglia che vi farà stordire. Tutta la ciurma dei mezzo poeti, dei mezzo letterati si è collegata ed esigono, e tendono ad avvilire se fosse possibile i loro non simili. Per me rido nel vederli arrabattarsi tanto per conto mio, prevalendosi della funesta libertà della stampa, che i Decreti del Sovrano permettono, ma mi duole di vedere indegnamente strappazzati i miei amici. Il Galeotto negli ultimi fogli del suo infame <hi rend="italic">Giornale</hi> ha insultato al Consigliere Paradisi con una sfrontatezza, di cui non poteva essere capace da questo avanzo di galera e di forca. Il pubblico rimane a bocca aperta, e un gran Dignitario della Corona e del Regno d'Italia con tutte le sue larghe patacche sul petto viene calpestato dal più infame degli uomini senza mover un dito per annientarlo. Il Guillon di cui mi chiedete è un fior di virtù che fa mazzetto con Lattanzi. Costui è un arrogantissimo e bricconissimo emigrato francese, che non sa sillaba di buon italiano, e che decide di tutto. La clemenza del Principe, dopo averlo punito con qualche anno di rilegazione nella fortezza di Mantova, gli ha perdonato gli antichi peccati, e ad istanza di qualche protettore, di cui non vi ha mai penuria per li furfanti, gli ha dato un pane associandolo alla compilazione del <title>Giornale Italiano</title>. Ciò basta perché costui converta un foglio accreditato ed onesto in una efemeride d'impertinenze letterarie. Insomma se i buoni non si stringono di saldi nodi di amicizia e di stima, la fazione de' cattivi alla fine trionferà, e allora addio speranze di buone Lettere.</p>
<closer>Vi abbraccio col cuore e sono il Vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Prima di partir da Milano vi scriverò. Salutate Rosini, e permettetemi di dirvi che resto assai mortificato del silenzio di Pacchiani. Egli non ha mai risposto alla liberalissima lettera che gli scrissi. Venendo a Pisa porterò meco le carte promessevi.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="42">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 8 giugno 1807.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Voi non avete nelle brache che 1 De Coureil e io ne ho quattordici o quindici. Alla vigilia della mia partenza (era fissata alli 10 del mese trascorso) il <emph>Galeotto</emph>, d'intelligenza col Gobbo Gianni che, stando in Parigi, move tutta la macchina della congiura, pubblicò in Milano la ristampa di una svergognata e pazza critica contro di me inserita nella <title lang="lat">Revue Littéraire</title>. I tristi esultarono, i buoni fremettero, e io vedendo che lo scopo di questa personale diffamazione era di nuocermi nella benevolenza del Sovrano, e nella opinione di tutti i francesi, deliberai per consiglio de' miei amici, di non lasciarla senza risposta. Una lettera segreta venutami da Parigi mi mise al fatto di tutta questa tenebrosa cospirazione ed io ho calato il velo del mistero, e l'ho rivelato al pubblico al quale pur era necessario scoprir finalmente tutta la cabala. La mia risposta ha qui fatta un'altissima sensazione. La moderazione e nel tempo stesso la franchezza con cui ho strappato la maschera a questa gran manica di mascalzoni ha aperto gli occhi anche ai ciechi; e io ho ottenuto interamente lo scopo che mi era prefisso, quello principalmente di far noto il morale carattere de' miei nemici. Leggete, e nella seconda parte che è tutta storica, vedrete che fior di bricconi insidiano alla mia riputazione. Non so se nella storia di Tiraboschi si trovi esempio di una sporca cabala letteraria siccome questa.</p>
<p>Al momento in cui scrivo, il mio libretto si sta traducendo da buona penna in francese: voglio inondarne tutta Parigi. La seconda edizione, a cui già si è posta mano (essendo in quattro giorni ormai smaltita la prima) diffonderà questo fatto per tutta l'Italia, e mi fermerò qui ancora per altri otto o dieci giorni a questo effetto.</p>
<p>Desidero intanto che il vostro <hi rend="italic">Giornale</hi> ne parli con brevità ma con gravità, battendo forte principalmente sopra lo scandalo di queste letterarie persecuzioni, fatte in mezzo alle tenebre e alla guisa degli assassini. Oggi il Vice—Re sarà di ritorno e dimani gli presenterò la mia stampa, rinnovandogli la preghiera di accordarmi quattro mesi di libertà per mandare ad effetto il mio viaggio in Toscana e a Roma. Se non sorge qualche altra tempesta, dentro il mese ci abbracceremo. Questo è un bisogno del cuore, sì verso di voi, che verso Rosini e Pacchiani, ai quali darete a leggere la mia confutazione. Rosini che ben conosce il carattere dell'infame gobbo, non si farà nessuna meraviglia della sporca guerra che costui mi fa. Ma che dirà Rosini e voi e tutti quando saprete che l'istrumento delle bricconerie del Gobbo è stato Lampredi! Dica al Professor Sacchetti che il Signor Thiebaut mi ha inviata una lunga giustificazione sul noto affare, e che io n'ho forbito il terz'occhio. Se mi risponderete, ancorché la vostra lettera mi trovi partito, mi raggiungerà a Bologna, ove mi fermerò qualche giorno per lavar il capo al Sig. Giusti e al Sig. Costa, già divenuti l'esecrazione e il ludibrio di tutta la città, e perfino della scolaresca, da cui non si possono più salvare. Il Costa soprattutto è il più arrogante asino che mai siasi messo a fare il censore. È un ridicolo Ravegnano che non merita che calci in culo.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="43">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Roma, 18 Agosto 1807.</date></opener>
<p>Mio carissimo amico.</p>
<p>A due rispondo con questa sola. E intorno alla prima gli amici a cui potete indirizzare a Milano la vostra Alfleriana sono Paradisi e Lamberti, e i due Rossi. Ma Lamberti è in Genova, e Paradisi è in giro pel Regno alla visita delle Acque di cui è direttore. Brunacci è con lui, e ad esso, se non volete farlo direttamente con Paradisi, potete inviare le vostre stampe. Quanto ai due Rossi, l'uno è fiorentino e vi deve esser noto; l'altro è Reggiano e dimorante in Milano, Segretario Generale dell'Istruzione Pubblica. Egli è buon grecista egualmente che l'altro ed è nel numero esso pure dei profani che non credono interamente all'assoluta divinità d'Alfieri. Del resto bisogna che il vostro libraio trovi modo di spedire ai librai milanesi qualche buon numero d'esemplari della vostra dissertazione. Io non ve ne propongo nessuno, perché in tutti i paesi essendo i librai una cattiva razza, bisogna lasciare che se le sbrighino tra di loro. Veniamo alla seconda vostra. Il Galeotto Lattanzi dopo la pubblicazione della mia lettera a Bettinelli, avendo avuto stretta ed alta proibizione di mai più proferire il mio nome, il birbo si è rivolto al suo confratello De Coureil, di cui stampa in Milano le villanie non potendo stampare le proprie. Io non ho letta, né voglio leggere la couregliana, perché quando pubblicai la mia risposta all'articolo della <title lang="lat">Revue</title>, avendo il nostro Principe detto: Monti si è avvilito — queste parole poche mi prescrivono un profondo silenzio su tutte le impertinenze, presenti o future de' miei nemici. Lodo il vostro partito di uscirvene con una lettera anonima e lodo ancora moltissimo la risposta del buffone ideata dall'amico Rosini. Se egli vuole un compagno a quest'atto di pubblica beneficenza, io mi quotizzo per dieci zecchini. Attendo intanto lo scritto anonimo che mi fate sperare. Dura cosa doversi difendere contro una ciurma di mascalzoni e non poter mostrare la faccia senza disonorarsi. Questa è guerra di svergognati contro verecondi, e a viso scoperto c'è sempre da perdere. Gatteschi mi ha scritto in termini di molta amicizia e cortesia. Io gli ho risposto d'egual tenore. Salutate Pacchiani e Rosini, e dite a quest'ultimo che le maliziose asserzioni di De Coureil rispetto a me, non hanno punto alterato la mia leale e ferma amicizia. Salutate anche il Professor Sacchetti, e ditegli che alla fine dell'entrante gli confermerò in voce la mia ferma adesione alla sua causa. Tra pochi giorni parto per Napoli, e dopo breve dimora riprenderò la via di Firenze e di Pisa; voi però, se mi scrivete, indirizzate sempre a Roma le vostre lettere.</p>
<closer>Vi abbraccio, e sono sempre di cuore il vostro vero amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="44">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Napoli, 6 febbraio 1808.</date></opener>
<p>Carissimo amico.</p>
<p>Purtroppo sono stato gravemente ammalato, e il sarei ancora senza la protezione di Santo Mercurio. Ora sono al termine della mia guarigione, ma la qualità dei rimedi di cui ho dovuto far uso, non mi permette di affrontare i freddi e le nevi dell'Appennino prima di primavera. Da Manzi mi fu subito comunicata l'<title>Escursione</title> sull'animale Curegliano, e io la lessi con piacere, e ne seppi dallo stesso Manzi l'autore. Lo ringrazierete vivamente in mio nome o gli direte che difeso da un tale avvocato, io non poteva mai aver torto. Del resto io mi figurava bene che il De Coureil fosse un tristo, ma un briccone da remo, non mai. E se tale l'avessi saputo quale il so adesso in virtù dei documenti pubblicati nell'<title>Escursione</title>, o non mi sarei mai disonorato a nominarlo. Vorrei potervi mandare il dramma che qui ho scritto per questa Corte; ma né io posso pubblicarlo senza il reale permesso, né il Re vorrà che si pubblichi se non si dà l'occasione di farlo eseguire in teatro. Quello che posso dirvi si è che Paisiello ha composto sulle mie parole una bella musica, colla quale egli spera di chiudere gloriosamente la sua carriera. Quanto al mio lavoro egli ha destato entusiasmo nei molti napoletani a cui l'ho letto, e il Re stesso, non contento d'averlo verbalmente esaltato, ha voluto manifestarmene in iscritto il suo giudizio con una cortesissima lettera tutta di pugno, e larga e piena di straordinaria benevolenza.</p>
<closer>Salutate caramente Rosini, Pacchiani, ed amate il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="45">
<opener><salute>All'ornatissimo Signore Il Sig. <add resp="ed">GIOVANNI</add> ROSINI prof. d'eloquenza nell'Università di Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Fusignano, 19 giugno 1808.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Alla carissima vostra speditami da Mustoxidi, ed unica ch'io m'abbia ricevuta delle tre che dite d'avermi scritto, rispondo dal fondo della Romagna, e in un momento assai doloroso. Dopo 16 giorni di orribile malattia è spirato tra le mia braccia un mio caro fratello, la cui perdita mi è fatale per mille versi. Questa lagrimevole avventura scusi presso di voi il mio tardo rispondere alla vostra terza lettera, e la brevità della presente. Sbrigati ch'io m'abbia i miei affari qui dove sono passerò immediatamente a Milano, e di là manderò la procura per il battesimo del vostro figlio, e la farò in testa di Carmignani, col quale me l'intenderò sul resto della funzione.</p>
<closer>Salutatelo caramente, fate i miei rispetti alla futura Comare, ed amatemi, mentre io sono sempre Il V. Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="46">
<opener><salute>Al Sig.r GIO. ROSINI Profess. d'eloquenza nell'Università di Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Agosto 1808.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Non sono che quattro giorni che ho rimesso piede in Milano dopo quattordici mesi di assenza. Dacché ritornando da Napoli ripassai per Firenze, e di là mi ricondussi alla casa paterna da quel momento che vita è stata la mia! Ho raccolto gli ultimi aneliti d'un fratello, ho sistemata un'eredità, ho dato marito alla figlia, ho assicurata la sussistenza di mia moglie nel caso della mia morte, ho riparato alla mia vacillante salute coi bagni della Battaglia sopra la Brenta, ho scorso tutte le principali città del Nord dell'Italia compresa Venezia, ho contentato l'innocente capriccio di mia moglie, a cui restava questa sola parte del nostro stivale a percorrere, e finalmente ho fatto ritorno a Milano, ove il primo de' miei pensieri è l'adempimento della mia promessa.</p>
<p>In questo stesso corso di posta spedisco a Carmignani l'opportuno mandato di procura per il battesimo del vostro figlio, e l'avrei fatto prima, se non fossi stato sempre qua e là vagabondo. Non scrivo alla Comare perché non ho propriamente tempo, ma questo dovere non resterà lungamente inadempito.</p>
<closer>Vi abbraccio mio caro compare, e sono per la vita Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="47">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 24 Agosto 1808.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Dopo quattordici mesi di viaggio e di malattie eccomi finalmente di ritorno in Milano. Qui giunto adempio un dolce impegno d'amicizia contratto col nostro Rosini, e l'acchiuso mandato di procura vi dirà di che si tratta. Ho lasciato il nome in bianco ché, non potendo Voi rappresentarmi personalmente, possiate nominare a vostro senno altro soggetto che ne adempia le veci. Unisco anche una piccola cambiale per le spese del Battesimo riserbandomi ad altro tempo l'adempimento delle buone creanze colla comare.</p>
<closer>Scrivo con grandissima fretta, e sono senza fine il vostro amico <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="48">
<opener><salute>A GIOVANNI CARMIGNANI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 Settembre 1808.</date></opener>
<p>Carissimo amico.</p>
<p>Al mio ritorno qui da Bologna, ove mi avevano chiamato le Adunanze Elettorali del mio Collegio, io speravo di trovare una qualche vostra risposta all'ultima mia dello scorso Agosto nella quale vi compiegai accompagnato da una cambialetta di scudi 20romani il mandato di procura per adempire le mie veci nel battesimo della figlia del nostro amico Rosini. Ma nessun riscontro per parte vostra. Intendo però con piacere dallo stesso Rosini, che la funzione era stata da voi adempita in mio nome. Ve ne fo dunque il mio ringraziamento, e gradirò di sentire se nelle spese occorse mi sopravvanza alcun debito; ed ora che stabilmente mi sono restituito agl'interrotti miei studi, mi sarà caro il ripigliare l'antica nostra corrispondenza.</p>
<p>La vita vagabonda che per quindici mesi ho condotta, mi ha talmente addormentata la fantasia, che non so più come ravvivarla. E frattanto mi è forza il cantare e riprendere l'arpa d'Ullino perché una lettera di Marescalchi mi avvisa che l'imperatore attende il proseguimento del <title>Bardo</title> con impazienza. Al principio dunque dell'anno nuovo spero di essermi sdebitato.</p>
<closer>Mille saluti alla Comare e a Rosini, al quale risponderò in momento più libero, ed amate il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="49">
<opener><salute>All'avv. REGOLI — Bologna.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 21 novembre 1808.</date></opener>
<p>Egregio Sig. Av.to ed Amico.</p>
<p>Basta così. Voi mi giurate sul vostro onore di non assumere la difesa di alcuno contro il Gherardi, ed io vi presto fede, e tutto è finito. Ma nell'atto di giudicare resterete voi impassibile dimenticando le antiche clientele e benevolenze. Voglio credere anche a questo prodigio, ma ricordatevi che ogni detto, ogni passo, ogni minimo officio vostro in favore dell'antico vostro cliente sarebbe un furto fatto alla giustizia, e che voi tradireste il vostro dovere tanto più indegnamente quanto più celato e coperto resterebbe il vostro procedere.</p>
<closer>Mi riposo interamente sul fermo vostro procedere, e mi ripeto piucché mai Vostro Serv.e ed aff.mo <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="50">
<opener><salute>Al Sig.r NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">29 Gennaio 1809</add>.</date></opener>
<p>Car<add resp="ed">.</add>mo Amico.</p>
<p>Ringrazio voi ed Arici dell'onorevole articolo sulla <title>Palingenesi</title>, ma mi attrista il sentire che egli è tuttora ammalato. Visitatelo in mio nome, e ditegli che a tutti gli amici delle sante Muse preme la sua salute.</p>
<p>Leggerò con piacere l'altro articolo che mi annunziaste del nostro Bianchi, cui caram.te saluterete.</p>
<p>Vi sia noto che con Salvi vi ho dato credito di 12. Ital. per lo Stazio che ho preso, e di altre 10 con Sonzogno per il Tibullo dell'Heyne. Prenderò anche un Silio Italico che mi bisogna, e vi avviserò l'importare.</p>
<closer>Amatemi, comandatemi e state sano. Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="51">
<opener><salute>Al cav. PALLAVICINI prefetto del Dipartimento del Rubicone — Forlì.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 22 marzo 1809.</date></opener>
<p>Mio caro Prefetto.</p>
<p>Deve esservi pervenuto un ricorso di Francesco Monti mio Fratello, chiedente di essere liberato dal doppio pagamento di estimo d'uno stesso fondo che la Deputazione di perequazione dell'Estimo Comparto della Romagna bassa coll'alta ha portato tanto nell'estimo del Reno quanto in quello del basso Po. Le giustificazioni prodotte da mio fratello, e la natura del fatto stesso non ammettono equivoco. Nulladimeno ve lo raccomando se non altro per cogliere questa nuova occasione di rinnovarvi le proteste della mia costante stima e amicizia,</p>
<closer>essendo sempre senza riserva. Tutto Vostro <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="52">
<opener><salute>Alla Nobile Donna La Sig.a ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 3 Giugno 1809.</date></opener>
<p>Amabilissima.</p>
<p>Se non fossi intimam.te addolorato della disgrazia di Franceschinis sarei tentato di benedirla, poiché mi procura il contento e l'onore d'una vostra lettera. Ma la vostra raccomandazione per quell'infelice è un'offesa alla verace amicizia. Io ne ho adempiuti, per quanto in me stava, i sacri doveri; ma la giustizia politica guarda gli errori come delitti, e più che le buone intenzioni considera le apparenze. Il decreto di sospensione <add resp="ed">è</add> in se stesso un castigo senza dubbio, ma se vuolsi riflettere che questo ne ha impedito un altro più rigoroso, quello cioè d'una immediata destituzione d'impiego, confesserete, che quel decreto è stato un salutare provvedimento, lasciando all'incolpato aperta la via di giustificarsi. L'amico Rossi, a cui del pari che a me avete raccomandato questo affare infelice, vi spiegherà più diffusam.te le ragioni del suo operato, siccome quegli che vede più da vicino le intenzioni de' superiori. Bisogna però rendere giustizia all'onestà del suo procedere, e quando verrà il tempo di farne al Principe l'esatta relazione, siate ben certa ch'egli non ommetterà nessuna di quelle considerazioni che potranno diminuire lo sbaglio che si è commesso. Egli insomma si studierà di giustificarlo un po' meglio di quello che abbia fatto finora il medesimo Franceschinis, la cui apologia attentam.te ponderata collo stesso Rossi non ci soddisfa di nessuna maniera.</p>
<p>Vi rendo grazie, Cuor generoso, dei benevoli sentimenti che mi avete espressi nel carissimo vostro foglio, e sento che l'essere lodato da una prestantissima donna, quale voi siete, è la vera voluttà delle Muse.</p>
<closer>Vivete alla gloria, ed amate il Vostro Amm.e ed A.co <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="53">
<opener><salute>Al S.r NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 17 Xmbre <add resp="ed">1809</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>L'avermi voi mandato per posta le prime stampe dell'8 ha fatto che io le abbia ricevute dopo le seconde pervenutemi jeri mattina pel canale della Direz.e degli Studi<add resp="ed">.</add></p>
<p>Eccovi le correzioni. Nel prossimo Ordinario manderò il terzo Canto. Domani vado a pranzo da Vaccari e gli parlerò del vostro Affare.</p>
<p>La modula della Circolare è una caricatura. Io non voglio nessuna lode, né che si parli per nulla delle altre traduzioni.</p>
<closer>È tardi e finisco. Salutate Arici e Bianchi, e state sano. Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="54">
<opener><salute>Al Sig.r NICOLÒ BETTONI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 9mbre <add resp="ed">1810</add>.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Dalla Prefettura riceverete il m. s. di tutto il decimo settimo libro, e metà del decimo ottavo. Il suo resto nell'entrante settimana. Nella susseguente il decimo nono, e così di posta in posta sino alla fine.</p>
<p>Gl'infiniti e grossolani errori trascorsi nel secondo Tomo, e che erano già stati corretti, siccome mi risulta dagli stamponi esistenti presso di me, mi hanno abbastanza ammaestrato sulla diligenza de' vostri correttori. Dichiaro però che se nel terzo volume avranno luogo di nuovo errori di tal natura ritirerò del tutto, e per sempre la mia fiducia alle vostre prossime belle nozze,</p>
<closer>e state sano Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Per mia quiete riscontratemi subito la ricevuta di questa lettera<add resp="ed">.</add></p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="55">
<opener><salute>A <add resp="ed">NICOLÒ BETTONI</add> — <add resp="ed">Brescia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">Dicembre 1810</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Dalla Prefettura vi verrà rimesso il Manoscritto del 19 e del 20 col principio del 21 per riempire il quinterno.</p>
<p>Desidero più sollecitudine, e pronta risposta che mi avvisi la ricevuta del Manoscritto e della presente.</p>
<closer>Addio Il Vostro A.co <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><list><head>Libro 18 <foreign lang="lat">Errata Corrige</foreign></head>
<label>v. 146 — del mel</label> <item>del miel</item>
<label>393 — Or delle case</label> <item>Or dalle case</item>
<label>402 — le secondi,</label> <item>lo secondi,</item>
<label>413 — si svegliò, davvero</label> <item>si svegliò davvero,</item>
<label>543 — sofferte</label> <item>sofferto</item>
<label>635 — vita,</label> <item>vita</item>
<label>710 — castello o di</label> <item>castello, o di</item>
<label>743 — ed un illeso</label> <item>e un altro illeso</item>
<label>789 — frutto</label> <item>frutto,</item>
<label>829 Lustri —</label> <item>Lustro</item>
<label>841 Il grande fiume Ocean —</label> <item>Il gran fiume Ocean</item></list></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="56">
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>A Vincenzo Monti — <add resp="ed">Fusignano</add>.</salute>
<byline>Girolamo Cicognara</byline>
<date>Ferrara, li 13 Settembre 1811.</date></opener>
<p>All'Ornatissimo e Pregiatissimo Amico, il Cavaliere Vincenzo Monti.</p>
<p>Da gran tempo i moltissimi, che qui vi amano, e vi apprezzano, siccome meritate, bramano ardentemente un riavvicinamento tra voi, e il Sig. Barone Ronchi. Io sopra ogni altro, che mi glorio di avere la vostra intimità, ho esternato, che ambirei d'esserne il mediatore, tanto più, che so essere questa riunione desiderata dal Governo. Il Sig. Barone Ronchi conoscendo le mie intenzioni mi ha dichiarato che per parte sua è dispostissimo, e di tutto buon grado a secondarie, e che me ne rimette il modo. Ecco dunque il momento, mio prezioso Amico, di far cosa grata al Governo, ai vostri Concittadini, a me in particolar maniera. Datemi la soddisfazione annuendo voi pure alle mie mire di ottenere un intento, che deve a tutti esser caro.</p>
<closer>Dalla vostra singolare benevolenza per me, io mi riprometto, che condiscenderete, e così si aumenteranno i titoli, che a voi mi legano, e pei quali senza riserva sono Vostro vero Servitore ed Amico <signed>G. Cicognara</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><salute>A GIROLAMO CICOGNARA Podestà — <del resp="ed">[Ferrara]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Casa, 13 7mbre 1811.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e dilettissimo Amico.</p>
<p>Nessuna inimicizia dev'essere eterna, né il mio cuore è fatto per odiare veruno. Altronde i desideri del Governo sono comandi.</p>
<closer>Disponete adunque della mia pronta obbedienza, e resti tutta ed arbitrio di tanto mediatore ed Amico la volontà del Vostro. <signed>V. Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola" n="57">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 14 gennaio 1812.</date></opener>
<p>Carissimo e pregiatissimo Amico.</p>
<p>Ho ritardato a rispondervi perché ho voluto prima adempire le vostre brame riguardo l'egregio amico vostro Sig. Amati. Il Com. Dirett. del Censo se n'è fatto memoria di proprio pugno, colla promessa o di confermarlo o di provvederlo in altra Stazione, senza però dilungarlo molto dal suo paese. A meno che il Ministro non rompa le buone intenzioni del Direttore, confortate di buona speranza l'amico.</p>
<p>Io pure nella mia versione di Persio feci il pericolo di tradurre la sesta delle sue satire in altrettanti versi italiani quanti i latini e mi era lusingato finora di essermene tolto con lode. Ma il mio esperimento, parlo sincero, non è riuscito sì bello come il vostro con Stazio. E voglio che se voi vi foste gettato di proposito nella poesia, pochi vi avrebbero pareggiato. Mi rendo quindi certissimo che i vostri versi per le nozze di mia figlia con Perticari metteranno in molta superbia gli sposi, né io dubito che i vostri colleghi non adempiano essi pure con valore la parte che sarà loro toccata. E l'argomento da voi ideato per vero è assai bello e di novità peregrina. Intendo però che Strocchi, se l'ha lodato, ha però riserbato di associarsi al vostro Canto, tutto che gli avesse riserbato l'inno di Apollo. Mi sarà grato l'udire se questa impresa poetica procede felicemente.</p>
<closer>Vogliatemi bene, e scrivendomi per carità trattatemi con più amicizia, essendo io tutto vostro. <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="58">
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><salute>Al Sig.r Cav.r VINCENZO MONTI — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Antonio Fortunato Stella</byline>
<date>Milano, 16 genn. 1812.</date></opener>
<p>Amico Preg.mo.</p>
<p>Avendo già accolta con piacere la proposizione che a voce fatta m'avete, d'essere io il solo venditore della seconda edizione del vostro Omero, vi noto qui i punti principali dell'accordo amichevole che in conseguenza dee seguire tra noi.</p>
<list><label>1.</label> <item>Niuna copia della detta edizione sia in 8Â° o sia in <add resp="ed">4</add> potrà esser venduta da altri, fuori che da me, o al mio mezzo. Per questo nella pagina dirimpetto al frontespizio, come è nella recente edizione del Pandolfini<add resp="ed">,</add> vi sarà <hi rend="italic">Vendesi da Antonio Fortunato Stella, ecc.</hi>.</item>
<label>2.</label> <item>Sulla vendita, sia qualunque il prezzo che verrà da voi stabilito, io dovrò avere la provvigione stessa che accordata viene agli autori alla Stamperia Reale, ed è il 25%, ossia il quarto del prezzo del libro.</item>
<label>3.</label> <item>Per essa provvigione, eccettuata la legatura, rimarrà a mio carico ogni altra spesa sì di carteggio che di registro, di spedizione ecc., non che la provvisione stessa ch'io stesso accorderò a librai.</item>
<label>4.</label> <item>Ogni qualvolta chiedesi per iscritto copie del vostro Omero o sciolte o legate, mi dovranno venir subito consegnate o da voi, o dalla Stamperia Reale per vostro conto.</item>
<label>5.</label> <item>Le dette copie verranno tosto o da me o da' miei agenti registrate in un libro bollato, nel quale verrà registrata pure ogni copia che venderò o spedirò. Ivi sarà registrato pure di giorno in giorno tutto il denaro ch'entrerà dalla vendita, o dalle spedizioni. In questo modo potrete conoscere ogni qualvolta vi piacerà, lo stato della vostra edizione, cioè il numero d<add resp="ed">ell</add>e copie che si troveranno sì presso di me, che presso d'altri mandate loro da vendere, il numero delle copie vendute, le scossioni fatte, ecc.</item>
<label>6.</label> <item>Di queste scossioni ogni mese si farà il ristretto del quale avrete subito la porzione di denaro che vi spetta, cioè i tre quarti netti della vendita.</item>
<label>7.</label> <item>Allorché poi per l'esito delle copie troverete esser necessario di farsi un'altra edizione, io vi presenterò subito, ed anche prima di quel tempo, se così vi piacesse, la nota di tutte le copie che si trovassero o vendute e non pagate, o affidate altrui da vendere, come ne affida già anche la Stamperia Reale. Se le dette copie io non potrò ricuperarle ed averle in Milano entro lo spazio di sei mesi dal giorno della ricercatami nota, dovrò allo di questo prontamente rimborsarvi dei tre quarti netti della vostra porzione per le copie ch'io non avessi.</item></list>
<p>Parmi nei detti sette punti d'aver detto tutto. Non ostante ciò, se trovaste voi da aggiungere o da modificare, ditemelo liberamente, assicurandovi che in questo nostro proficuo affare, ancor più del mio interesse,</p>
<closer>amo dimostrarvi col fatto ch'io sono Vostro sincero cordialiss. Amico <signed>Antonio Fortunato Stella</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><salute>A <del resp="ed">[Antonio Fortunato Stella]</del> — <del resp="ed">[…]</del>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>A.co Car.mo.</p>
<p>Le proposte condizioni sono tutte di mio gradimento, e le accetto. Di più: sopra gli esemplari che la Direz.e degli Studi per avventura potesse prendere per uso de' Licei, prometto una conveniente partecipaz.e di utile.</p>
<closer><signed>V. Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola" n="59">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 marzo 1812.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Due sole righe per dirvi che quest'oggi ho ricevuto il vostro bell'inno e che per obbedirvi vi farò qualche storpio, avendo già notato qualche cosetta che mi si sospende sul naso. Risponderò adunque nel venturo Ordinario.</p>
<p>P. S. Anche Arici di Brescia ha composto un bell'inno per le nozze di Perticari e ha preso a soggetto Venere, ma Venere celeste, e ha fatto la stampa. Ma siate ben contento del vostro.</p>
<closer>Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="60">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 31 marzo 1812.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Secondo le mie promesse eccovi di ritorno la vostra Venere accompagnata dalle pedantesche mie annotazioni. I duemila fastidi che mi circondano alla vigilia della mia partenza mi hanno tolto il tempo di farle qualche carezza. Ma il farò, se in Romagna, ov'io mi troverò verso il 10 dell'entrante aprile, mi rimetterete ridotta a vostro modo la vostra poesia, nella quale di certo ci sono belle cose e di bello stile. Solo vorrei che la cadenza dei versi fosse più variata, perciocché se vi porrete mente vedrete che il più dei medesimi ha l'appoggiatura sopra la quinta.</p>
<p>E veniamo al rimanente della vostra lettera. Gratissimo e lusinghiero mi è l'invito di partecipare all'onore del vostro corpo Accademico. Ma troppo superbo è il Battesimo che avete in animo di darmi, né per l'opposto mi garba punto il pronome di <emph>Ansure</emph> che vale Imberbe poiché grazie a Dio la mia barba è ben armata di pelo. Cercatemi adunque qualche nome più modesto, e non vi troverete imbrogliato nell'accompagnativo.</p>
<p>In quanto alla Dedica volentieri l'accetto a condizione che la vostra amicizia non vi faccia scappar dalla penna tal lode che faccia arrossire, poiché per vero il sentimento del mio merito val poco in sé.</p>
<closer>In fe' savio, non altro a dir mi resta, se non che io sono per sempre. <signed>Il vostro Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="61">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 aprile 1812.</date></opener>
<p>Carissimo Amico.</p>
<p>Una sola lettera vostra ho ricevuto da Roma, quella in che mi mandaste un saggio della traduzione di Quinto Calabro e mi avvisaste di alcuni scritti inediti di Dante e del Poliziano. Alla qual lettera non solo feci risposta, ma vi annunzia inoltre la cortese offerta fattami da questo Sig. C.te Trivulzio, mio amico, di tutto quello d'inedito ch'egli possiede del Poliziano, ma sia vostro pensiero il far pubblicare le vostre belle scoperte. Sul qual proposito, ora che le lettere non corrono, come le passate, il pericolo di smarrirsi, mi farete sapere la vostra mente.</p>
<p>Mi è giunto l'esemplare dell'Inno Dei Consenti, e Lamberti ne parlerà nel Poligrafo. E se non fosse che il proemiale mette il lettore in sospetto che il rimanente sia una stessa farina, il libro farebbe miglior fortuna. Quel meschino e puerile capitolo toglie riputazione ai fratelli, la maggior parte dei quali è bella in grado eccellente.</p>
<p>Se la traduz.ne di Quinto non adempie l'aspettazione, non farete, credo, l'errore di pubblicarla. Vorrei però che poneste mano alla stampa delle cose del Poliziano e di Dante: e di quest'ultimo amerei mi mandaste alcun saggio.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="62">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">aprile—maggio 1812</add>.</date></opener>
<p>Mio caro Amico.</p>
<p>Non sia ch'io mostri a Borda la vostra seconda lettera. Egli è troppo pedante e ciò che più monta, poco stimato e dal celebre nostro Storelli sommam.te deriso. Biasimo se per loro si sapesse ch'egli vi ha messo le mani. Confidate adunque unicam.te nel vostro senno che in siffatte materie non ha bisogno di pedagogo, e soltanto togliete via per carità quell'<foreign lang="lat">Historico Honorato</foreign> che assolutam.te va male e rimettete francam.te la prima lezione. Fate conto insomma che le annotazioni critiche di Borda non prevalgano nell'intima vostra coscienza. Vi accludo l'inno d'Arici ridotto a terza rima, il comportamento è corto ma leggiadro. Se Amati non è matto del tutto seguirà il mio consiglio. In caso contrario solennemente dichiaro che non acconsentirò giammai mi sia dedicato un libro in cui per le nozze di mia figlia si dia un moto così ridicolo a tutta la celeste corte. Queste sono assolutamente scempiezze alle quali non potendo né dovendo mai dare, come padre della persona lodata, la mia approvazione, è mestiere che troviate altri a cui intitolarle.</p>
<closer><foreign lang="lat">Vale et me ama</foreign>. Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="63">
<opener><salute>A BARTOLOMEO BORGHESI — Savignano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 17 maggio 1812.</date></opener>
<p>Cariss.mo Amico.</p>
<p>Ho messo la falce per obbedirvi all'Inno del Sig. Bignardi, ed ho gettato a salti sul margine le mie riflessioni. Riandando poscia il componimento e sorgendomene nel pensiero nuovi propositi e nuove idee ha scarabocchiato a parte il foglio che unisco all'originale. Delle quali mie emendazioni l'egregio autore farà quel conto che gli parrà. Solo vorrei che non rifiutasse il suggerimento di sostituire alle parole l'oracolo di Carmenta: <quote lang="lat">cecinit qua prima futuros Eneados magnos</quote>, siccome scrisse Virgilio, il quale gli farà scorta al cangiamento che gli propongo. Castigato nel divisato modo questa parte dell'Inno, se il Sig. Bignardi vorrà rimandarmelo, avverrà che ne riesca di condurlo a maggior perfezione; e avrei io stesso per me medesimo ridotto alla forma che desidero quel vaticinio, se l'inno del Cassi portatomi da Giulio e da esso caldam.te raccomandatomi non mi facesse roder le ugne. E di questo pure ne caveremo, spero, una bella poesia, perché il fondo ne è bello e pieno di calore.</p>
<p>Farina nulla mi ha scritto. Giulio sta bene ed ama la mia Costanza e l'una e l'altro saranno in breve felici.</p>
<closer>Amatemi e state sano. Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="64">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di Casa, 27 Ag.o 1812.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Ritornato a casa sul Mezzogiorno ho trovato le seicento Lire Italiane da voi riscosse sul mandato del Min.o dell'Interno, e ve ne ho dato credo.</p>
<closer>Vi ringrazio, e sono sempre Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="65">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO FORTUNATO STELLA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 29 Maggio 1813.</date></opener>
<p>In conformità della scrittura in data di oggi ricevo io sottoscritto dal Sig.r Fortunato Stella pe' due prossimi mesi di Giugno e Luglio lire quattrocento Italiane. Dico L. 400</p>
<closer><signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="66">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA Negoz.e di Libri — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 9mbre 1813.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Dal vostro Commesso ho ricevuto Lire duecento Italiane delle quali tengo buon conto nel ristretto del nostro Dare ed Avere.</p>
<closer>Vi saluto e sono sempre Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="67">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA Negoz.e di Libri — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 18 marzo 1814.</date></opener>
<p>Ricevo una cambiale di L. Ital.e centoventi per la fine del presente mese sopra Costantino Bisazia di Cesena, e più L. ottanta Italiane in moneta, in tutto Lire dugento, delle quali, riscossa la cambiale, vi darete credito ne' nostri conti.</p>
<closer>E vi saluto. Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="68">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Maggio 1814.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ricevo la Cambiale di L. Italiane centosettantasei e 59 cent. che m'avete trasmessa sopra il Bisazia di Cesena scadente il 28 di questo mese. Ricevo pure in contante L. 23 e 41 centesimi a compimento di lire duecento, delle quali vi darò credito incassata che avrò la detta Cambiale.</p>
<closer>Vi saluto, e state sano. Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="69">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA pressante — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">21 maggio 1814</add>.</date></opener>
<p>Caro Amico.</p>
<p>Finalmente ricevo lettere di mio Genero che mi avvisano l'esito delle Cambiali intorno alle quali gli è bene che intendiate lo stato del Lanfranconi che si dice prossimo a fallire, onde non restiate con danno. Vi prego di venire per un momento e significarmi che debba rispondere a Perticari per vostro meglio.</p>
<closer>Addio. Il Vostro <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Mi troverete in casa fino al Mezzogiorno. Dopo quell'ora uscirò, e rientrerò verso le due.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="70">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO FORTUNATO STELLA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 20 Giugno 1814.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ricevo le due cambiali sopra il Libraio Conti di Faenza, l'una di Lire Italiane 193.09 l'altra di 193.08, delle quali, incassato il danaro, vi darò credito. Dell'altra sopra il Polis di Urbino ho già avuto riscontro, e spero di annunziarvene presto la riscossione.</p>
<closer>State sano ed amate Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="71">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO FORTUNATO STELLA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Lu.o 1814.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ricevo in denaro Lire 93 e 84 cent. delle quali vi darete credito ne' vostri conti. (Intorno alle due Cambiali sopra il Conti di Faenza intenderete dal vostro Giovine il mio consiglio). Le due sopra il Bisazia sono state riscosse. Su quelle del Lanfranconi non si è avuto che un a conto. Il libraio di Macerata non ha mai dato risposta, e su quello d'Urbino Perticari nulla mi scrive: il qual silenzio non so donde nasca. Dimani gli replico, e spero che quel denaro sarà prontamente incassato.</p>
<closer>Tornate presto ed amate il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="72">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Ag.o 1814.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>La cambiale di L. 100 sopra il Librajo d'Urbino è stata riscossa. A queste aggiungerete a mio debito altri dieci Napoleoni L. 50 pagati jer l'altro.</p>
<closer>Vi saluto, e sono Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="73">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 10 settembre 1814.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Ricevo la Cambiale di Lire Italiane centosessantasei e cinquantanove centesimi sopra il Bisazia di Cesena e di più in effettivo Lire ventitre e cent. quarantuno. Della qual somma vi darò interam.te credito riscossa che avrò la Cambiale.</p>
<closer>Vi saluto. Il Vostro Amico <signed> V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="74">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 19 8bre 1814.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Accuso la ricevuta di una Cambiale di Lire Italiane 109.83 sopra il Bisazia di Cesena, ed altre 90.17 in contante, che in tutto fanno 200. Ponetele dunque al mio conto,</p>
<closer>ed amate Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="75">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 5 Xmbre 1814.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Il Bisazia ha pagata la Cambiale di L. 109 ritirata sovr'esso lo scorso Ottobre. Onde ponetela a mio debito. Ricevo oggi l'altra sopra il medesimo di egual somma, della quale soddisfatta che sia mi darò debito come dell'altra sopra il Davilli di Macerata. Intanto vi ringrazio della Doppia di Genova rimessami colle dette Cambiali,</p>
<closer>e sono sempre Il Vostro Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="76">
<opener><salute>Al Sig.r <add resp="ed">ANTONIO</add> FORTUNATO STELLA — Milano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Gen.o 1815.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Ricevo le tre doppie di Torino a L.e di Milano trentasette e mezzo l'una, e ve ne ringrazio. Poneteli dunque a mio debito,</p>
<closer>e state sano Il Vostro A<add resp="ed">.</add>co <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="77">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANTONIO FORTUNATO STELLA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 4 luglio 1815.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Vi ringrazio dei quattro zecchini in moneta, e della Cambiale di L. 120 sopra il Bisazia, della quale, riscossa che sia mi darò debito, avvertendovi che l'altra pure di L. 120 sopra lo stesso tirata da tanto tempo, e scaduta, ancora non è stata pagata.</p>
<closer>Addio Il V.o Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="78">
<opener><salute>All'Illustre Signore Il Signor GIUSEPPE NICOLINI — Brescia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 7 Agosto 1815.</date></opener>
<p>Valentissimo Signor Nicolini.</p>
<p>Con maraviglioso piacere ho letta la Coltivazione de' Cedri, e tante bellezze vi ho trovato e di stile e d'imagini e di sentenze che tutte non si potrebbero scrivere degnamente. Il dono che me ne fate mi è venuto adunque carissimo e io debbo veramente aver molte grazie al mio Arici che vi ha messo in cuore così cortese pensiero.</p>
<p>Per darvi alcun segno della stima ch'io fo sincerissima dell'eccellente ed Ariciana vostra maniera di poetare, io voleva arrischiarmi a notare alcune cosette, le quali, se un vecchio poeta merita fede, sono quell'<quote lang="lat">aliquid</quote> di Orazio, <quote lang="lat">quod tollere vellem</quote>. Ma elle sono sì lievi che per avventura indurrebbero voi e chi altri le udisse a notar me medesimo di pedanteria. Mi ristringo adunque con più sano consiglio ad esortarvi di proseguire la vostra via del modo che avete cominciato; e se porrete ogni studio a conservare quella passione e quel virgiliano decoro ch'io veggo sparso per tutte le membra del vostro poema, pochi vi agguaglieranno, e nessuno vi metterà il piede innanzi in Parnaso.</p>
<closer>Ogni bel saluto all'Arici, e ponetemi, se ne son degno, nel numero de' vostri Amici. <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="79">
<opener><salute>A FEDELE MONTI — Ferrara.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 10 gennaio <add resp="ed">1816</add>.</date></opener>
<p>Mio caro nipote.</p>
<p>La perdita che mi annunziate è degna di lungo pianto: ma la morte del giusto dimanda altre lagrime che le comuni. Il vostro buon padre e mio buon fratello al presente è beato, e noi soli siamo infelici, né io mi consolo che della certa speranza di rivederlo e di riunirmi a lui in un Mondo assai migliore di questo. Il corso della mia vita s'avvicina anch'esso alla sera, e questa idea non ha nulla che mi rattristi, consapevole d'aver meco la compagnia d'una coscienza netta ed onorata.</p>
<p>Vi sono grato delle affettuose vostre espressioni, e siete ben corrisposto; ché al Mondo non è maggior dolcezza che l'amar chi ci ama; molto più allor quando i legami del sangue crescono incitamenti alla naturale benevolenza. Non avverrà dunque per questa parte, che il mio cuore sia mai chiuso. Salutate tutta la famiglia e abbracciatela tutta per parte mia. Non dico per parte ancor di mia moglie, perché trovandosi alquanto indisposta non le ho per anche annunziato che suo marito non ha più fratelli: considerazione, che per lei non può essere che dolorosa.</p>
<closer>Addio. Vostro <signed> Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="80">
<opener><salute>Al Signor commend. TITO MANZI — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 14 Giug. 1817.</date></opener>
<p>La Biblioteca Italiana parlando dell'opera di codesto M.se Ridolfi ha punto arrogantemente i Toscani in fatto di Lingua, terminando la sua Sentenza con queste maliziose parole: <quote>Ma sull'Adige, e sull'Olona v'è chi sorride</quote> le quali, secondo l'interpretazione divulgatasi dal venduto Autore medesimo, che la scrisse, significano apertamente, che il Cesari in Verona, e il Monti in Milano si fanno beffe de<add resp="ed">'</add> Vostri Scrittori. Questo zolfanello di discordia tra Toscani, e Lombardi mi è fortemente spiaciuto, e più sul punto in cui sono di pubblicare la mia <title>Proposta di correzioni e di aggiunte al Vocabolario della Crusca</title>; che tale è il titolo della mia Opera, alla cui stampa ho già messo le Mani.</p>
<p>Il timore adunque che quel tratto insolente possa per avventura costì produrre una pessima impressione contro di me, fa' ch'io ti preghi di non lasciar correre quest'errore nell'animo de<add resp="ed">'</add> tuoi amici, ai quali ti cadesse occasione di parlarne. Tu sai quanta sia la mia Riverenza verso i bravi uomini della Toscana, e più verso gli Accademici della Crusca, ai quali reputo mia somma gloria l'appartenere in qualità di Socio onorario; sai che nella formazione di una nuova Società per compilare un nuovo Giornale io miravo principalmente ad una Confederazione ecumenica di tutti i Letterati Italiani, rimosse tutte le miserabili private passioni; sai insomma ch'io non cerco, e non grido che pace fra i buoni contro i latrati de' pessimi, ai quali non si potrà mai far fronte, se i migliori non si collegano. Mi giovi dunque che per tua bocca si sappia questa mia professione di fede sempre che te ne venga il taglio opportuno, e di ciò prega ancor se ti pare.</p>
<closer>T<add resp="ed">uo</add> <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="81">
<opener><salute>Al Chiarissimo Sig. Professore GIOVANNI ROSINI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 gennaio 1818.</date></opener>
<p>Amico Carissimo.</p>
<p>Ebbi già dallo Stella i due tometti delle vostre poesie, e non posi cura a farvene un subito ringraziamento perché abbandonai la scusa della mia trascuratezza all'indulgenza dell'amicizia. Qualunque sia stato il vostro pensiero nel pubblicarli, io lodo che l'abbiate fatto perché vi leggo di molte cose che vi faranno bella riputazione, e niuna che sia indegna del vostro nome saldamente già stabilito. Godo poi molto d'intendere che abbiate alle mani un lungo lavoro: del quale già altri mi aveva dato alcun tocco. Ma finché voi non vorrete ch'io il sappia, io nol saprò: perché delle cose dell'amico non si dee sapere che quanto a lui piace.</p>
<p>Del Cajo Gracco e del Galeotto Manfredi fatene il vostro senno: solo che vi serviate dell'edizione del Silvestri, che è la meno scorretta, ma non è correttissima, tuttoché io stesso vi avessi l'occhio: e anche in quella occasione ebbi a convincermi che l'autore non è mai buon correttore delle cose proprie, perché le legge non come stanno su la stampa ma come stanno nella memoria. Voi ne vedrete gli errori, e di proprio ingegno li correggerete.</p>
<p>A momenti uscirà il primo e secondo volume delle mie Osservazioni intorno al Vocabolario, o per meglio dire il solo primo volume diviso in due parti: e già da molti giorni sarebbe nelle mani del Pubblico, se la Stamperia Reale fosse più diligente, o se io vi potessi alzar la voce come in una privata.</p>
<p>Il Borrini mi ha mandato la sua Palingenesi per le nozze. Se questi sono i versi di cui mi fate cenno nella vostra lettera, vi dirò molto candidamente che per mio sentire vi sono di belle immagini, e caldi concetti, e splendore di locuzione, e armonia felice. Egli è giovane, e a quanto pare dalla lettera che m'ha scritto, pieno di buone voglie. Ora io stimo che colla gioventù si convenga essere generoso, onde animarla a far meglio: e questo io farò rispondendogli, e terrò modo diverso da quello che terrei col <emph>chiarissimo</emph> professor dalla Vistola: perché a coloro che vanno alla questua della lode, come il mendico, non darei né manco una goccia d'acqua a conforto della sete che li strugge.</p>
<p>Salutatemi la Comare, ed anche abbracciatela per me, se la preghiera non esce fuori della discrezione come l'intemperanza del gran professor della Vistola. Salutate ancora l'ottimo Carmignani che io amo sempre e stimo assaissimo.</p>
<closer>E voi amatemi e state sano. Il Vostro Affezionatissimo Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="82">
<opener><salute>Al Sig.r PAREA, presso Il Sig.r Stella — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Di casa, 24 Febb.o 1818.</date></opener>
<p>Caro Parea.</p>
<p>Mi prometteste ieri mattina che avendo già dato a Silvestri diciotto esemplari dell'opera mia, avreste immediatamente mandato anche al Sonzogno le sessanta copie convenute nel nostro contratto, e riconosceste cosa giustissima che avendone conceduta la vendita ad un libraio non compreso nel Manifesto molto più si doveva concedere al Sonzogno che da tanti mesi si era studiato a raccogliere Associati.</p>
<p>Ora io so che la vostra promessa non è stata adempita; e ciò non può essere colpa vostra, né del Sig.r Borsa, ma d'alcun altro. Ora io vi prego di dirgli, qualunque siasi, che se in virtù del contratto io sono nell'obbligo di dare compimento all'opera secondo il Manifesto, la riputazione dell'opera stessa sta tutta nelle mie mani; e che se io sarò spinto agli estremi ridurrò l'opera stessa a tale che tutti si ritirino dall'Associazione.</p>
<p>Ho presso il pubblico qualche fama di più del bisogno da giocarmi senza avvilirmi, e non mi mancano mezzi da giustificare davanti allo stesso pubblico lo strapazzo che farò del proprio mio lavoro. E allora la Ditta Stella avrà sulle spalle sei e dieci volumi se occorre, ma di cose che non varranno un c…, e che io farò pentire chi non sa essere cortese con gli scrittori.</p>
<closer>Questo ditegli, e salutando il Sig.r Borsa credetemi Il vostro amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="83">
<opener><salute>Al Chiarissimo Signore BENEDETTO DEL BENE, Membro del Cesareo Istituto — Verona.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 11 Aprile 1818.</date></opener>
<p>Pregiatissimo mio signore e Collega.</p>
<p>Io cercava da molto tempo occasione di scrivervi, onde introdurmi (se il desiderio mio non è superbo) nella pregiata vostra amicizia: ed ecco che me ne porge onesta cagione una graziosa lettera vostra all'Arici, nella quale avete portato dell'opera mia a cui ho messe le mani così cortese giudizio. Al Perticari ed a me riesce tanto onorevole il consenso di un vostro pari negli stessi nostri principj in fatto di lingua, ch'io non so tenermi dal ringraziarvi, e significarvene la mia compiacenza. Non ho veruna speranza nella conversione dell'illustre vostro concittadino. Ma la disputa è già venuta a tal termine che se i riscontri dei dotti di tutta Italia dicono il vero, egli ha perduta la causa: e poco importa se il pedantissimo grammuffastronzolo di Parigi impugna le armi a combattermi. E voi già capite che io vi parlo dell'Angeloni, a cui mirabilmente si convengono le parole <quote lang="lat">si contuderis stultum in pila non auferetur ab eo stultitia eius</quote>. Delle sue minacce, e di quelle di alcun altro satellite Cesariano io era già informato per una lettera di Verona al marchese Trivulzio. Ma il Cesari farà pochi avanzi se si affida al valore di così fatti campioni: e a me, che in quanto alla materiale conoscenza della lingua, sinceramente lo stimo, dorrebbe assai che gl'imprudenti suoi difensori mi obbligassero a metter nel chiaro sole le infinite colpe delle sue Giunte, mentre non è mia intenzione che di passarvi sopra leggermente tanto che basti a scaltrire il loro lettore sia italiano, sia forestiero. La poca anzi nessuna critica adoperata in quelle tante sue superfetazioni mostra chiaramente ch'egli conosce assai bene ciò che è materia della favella, ma niente la sua filosofia. E questo enorme difetto, se i suoi campioni non fanno senno, io il porrò in tanta luce, ch'egli n'avrà al cuore gran penitenza: e avverrà che là dove io desidero di dargli dal lato che il merita ogni prova della mia stima sarò costretto ad affliggerlo il doppio del già fatto fin qui. E contuttociò sappiate che nella lista che io mando a Vienna dei letterati da me creduti i più abili ad operare la Riforma del Vocabolario, il Cesari è dei primi: tanto io sono lontano dal contrastargli la stima che gli è dovuta.</p>
<p>Colle lettere di questa sera rallegrerò mio genero avvisandogli, intorno al suo Trattato, il favorevole vostro giudizio. La seconda parte del primo volume uscirà posdimani. Se vi degnerete di notarmi qualcuno dei molti errori nei quali sarò caduto, io ve ne farò merito nel secondo volume, e mi recherò a vera gloria il rendere pubblico il beneficio. Né il vostro nome, ve lo prometto, si troverà male accompagnato: poiché altri famosi già concorrono d'ogni parte ad aiutare l'opera mia, la quale per la debolezza delle mie forze non può essere ben condotta, ma del certo è tutta italiana.</p>
<closer>Accogliete cortesemente le vere prestazioni della mia stima, e credetemi Vostro obbl. ser. ed Amico <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. In questo punto giunge nelle mie stanze il Profess. Zuccala, il quale, come amico del Cesari, mi aveva chiesta la permissione di scrivergli che malgrado delle cose dette di lui nella mia Appendice io gli professava nulladimeno la debita riverenza: e ciò per addolcirgli l'amaro di quella mia confutazione. Or eccovi la sua risposta, che il Zuccala mi permette anzi mi prega di comunicarvi, onde sia chiaro l'umore di cotest'uomo. Anche il Giordani nella sua lettera che vedrete stampata nella seconda parte volle per amore del Cesari che io gli concedessi di toccare lo stesso tasto: ed io volentieri gliel consentii. Ma il degno uomo stima troppo se stesso. Ed io prevedo che dovrò finalmente arrendermi alle preghiere del grande nostro collega Oriani, il quale mi stimola a commentare tutta la pagina 172del Dialogo delle Grazie. E il processo, se il fo, sarà assai rigoroso.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="84">
<opener><salute>Al Chiarissimo Sig. Profess. <add resp="ed">GIOVANNI</add> ROSINI — Siena.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Agosto 1818.</date></opener>
<p>A. C..</p>
<p>Dopo un'assenza di venti giorni tornato da Brescia a Milano ricevo il libro, che vi è piaciuto intitolarmi, La vostra confutazione non è soda, ma onestissima, ed io ve ne ringrazio, e sinceramente vi affermo che ho trovato in essa il compenso delle stolide villanie che l'Anonimo Fiorentino ha fatto pubblicare contro di me nella Biblioteca puttana. Ad un nemico mascherato e villano non si risponde che col disprezzo. Ben mi stupisco che in Firenze si adoprino le armi degli assassini, perché i soli assassini assaltano colla faccia coperta i galantuomini che mostran la fronte: e ripeto che il saettare dietro la tela a furia di contumelie è mestier da vigliacchi e ladroni. Perciò tanto è maggiore la mia gratitudine verso di voi che avete preso a combattermi colle armi con cui amo di essere combattuto, colle armi della civiltà. Di una sola cosa mi dolgo, che abbiate reputata degna di stampa quella mia lettera confidenziale e scritta a penna corrente alla quale, se mi aveste aperta la vostra brama, avrei potuto fare le debite correzioni, e ridurla a termini più degni di voi e di me. Ma il male è fatto, né vuolsi per sì poco abolire il privilegio dell'amicizia. Del resto voi vedrete a suo luogo le mie risposte ma brevi. E s'io mi chiamo contento di voi, spero che voi direte altrettanto del fatto mio.</p>
<closer>State sano, salutate il logico Carmignani, ed amate il Vostro Aff.mo Amico. <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Un cotal prete Vallardi ha pubblicato ancor esso uno scritto in difesa dell'Ab. Cesari portato al di là dei sette cieli, di quel Cesari che nella Prefazione alla Crusca Veronese lasciò detto che i Fiorentini hanno già rinunciato a quel bello stile che loro fece cotanto onore; che il Boccaccio, Dante, il Villani, il Petrarca non sono più ad essi i maestri e gli autori esemplari del puro scrivere che al presente sprezzano questi grandi loro come anticaglie, e scherniscono chi li legge, e li studia. Ma tanto il Cesari che il Vallardi sono anime del Limbo, e convien lasciarle ove stanno: ché il predicare a costoro la necessità di governare il Vocabolario e la lingua colle norme della Filosofia è tempo perduto.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="85">
<opener><salute>Al Chiarissimo Sig. Profess. <add resp="ed">GIOVANNI</add> ROSINI — Pisa.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 Agosto 1818.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Per la Posta di jeri vi ho già accusata la ricevuta del vostro libro, e fattovene ringraziamento. A suo luogo risponderò, né verrò meno all'onestà e alla creanza della quale voi mi date sì bell'esempio. La presente non serve che a far compagnia al nostro Benedetti il quale si riconduce alla patria, e promette di portarvi, passando per Pisa, i miei abbracciamenti e saluti. Dalla viva sua voce intenderete qual conto io faccia dei latrati fiorentini raccolti dalla Biblioteca puttana. La causa non si dee decidere né sull'Arno, né sull'Olona, ma sul gran Teatro d'Italia, e a questo Tribunale converrà che voi ed io ci presentiamo coll'armi in mano per batterci, ma col cuore sempre legato dall'amicizia.</p>
<p>Mi è piaciuto di conoscere nel Benedetti un giovine che farà molto onore alle Lettere, e che molto vi ama. Il che me l'ha fatto caro per doppio titolo.</p>
<closer>Salutate di cuore il nostro Carmignani, ed amate. Il Vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="86">
<opener><salute>A TITO <add resp="ed">MANZI</add> — <add resp="ed">Firenze</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 13 9mbre 1818.</date></opener>
<p>Mio Caro Tito.</p>
<p>Hai tu mai udito il proverbio: <quote>La volpe vuol ire a Loreto?</quote> Fa tuo conto ch'e' sia stato inventato appuntino per gl'ippocriti pari tuoi. Con una faccia tutta degna del gran Direttore della Biblioteca puttana tu mi vieni addosso con un carro d'accuse, delle quali io non so come tu possa aver la coscienza di gravarmi sì indegnamente, e filosofando sopra l'amore mi dai tutte le colpe di cui tu stesso ti senti lordo. Bravo per dio: ma non dubitare che come tornerai a Milano, metafisica volpe, te ne darò la paga che meriti, e canterò la palinodia della tenera lettera che ti scrissi al primo tuo arrivo in Firenze. Arrabbio di non aver potuto farti le corna col folletto degli <foreign lang="qlo">Andeghè</foreign>: ch'egli ti è troppo fedele: ma non sempre mi verrà tagliata la via di vendicarmi.</p>
<p>Arrabbio ancora di esser obbligato a farti de' ringraziamenti, mentr'io non vorrei che dispetti: e i ringraziamenti sono per la conoscenza che m'hai procurata del Marchese Capponi. Egli è veramente fiore di Cavalieri, e io non veggo in lui altro difetto che l'essere amico tuo. Io l'ho presentato subito al mio Trivulzio e a tutta la sua bella famiglia, colla quale avremo pranzo dimani. Oggi siamo da Porro, che con tutto il suo gregge romantico ti saluta, e desidera il tuo ritorno non quanto però il tuo folletto, e mia moglie ed Aureggi, e tutti gli affascinati dalle tue belle e scaltrissime ippocrisie. Di me non parlo, che ardo tutto dello spirito di vendetta, e se mi darai avviso del giorno ti verrò incontro fino a Marignano, e ti attenderò a piè fermo nel luogo, che ben conosco, ove Francesco Primo rimase prigione di Carlo Quinto.</p>
<p>Grazie ancora e ben molte della notizia che mi hai data dell'animale che mi ha vomitato addosso tante immondizie nella Biblioteca puttana. E se altro ti verrà fatto di scoprire su la natura di cotesto bue pregoti strettamente di significarmelo, ch'io ne trarrò bel partito. Sappi intanto che Acerbi per dar credito alle impertinenze del Fani andava sussurando agli orecchi alti e bassi che quello scritto è lavoro di uno de' primi Accademici della Crusca: precise parole di quel porco; dalle quali, perché sono pubbliche, io prenderò a suo luogo onesta occasione di vendicare con dignità e me e gli Accademici, trattando il Fani col supremo disprezzo di cui è degno, e chiedendo al solo suo editore rigoroso conto della sua sfacciata menzogna. Onde vedi che potendo io avere qualche altra contezza dell'asinello Archivista più bello è il giuoco che me ne viene.</p>
<p>Nicolini mi ha mandato i suoi saluti portatimi da Capponi. Risalutalo caramente. Io tocco nella prefazione in generale alcun che della confutazione di cui mi ha onorato. Vedrai dal poco che dico che altamente io lo stimo.</p>
<p>Ho dato al Trivulzio il foglio risguardante il noto papiro. Mi ha promesso di esaminarlo, e trovandolo degno che se ne faccia l'acquisto il farà.</p>
<p>Cerco nel mio cuore la collera che ha dato principio a questa lettera, e più non la trovo. Oh va che sei un gran mago anche lontano. Ma bada che quel <emph>va</emph> significa <hi rend="italic">vieni</hi>. E <hi rend="italic">andare</hi> per <hi rend="italic">venire</hi>, sappilo, è bellissima catacresi.</p>
<closer>Sta sano ed ama il più vero de' tuoi amici <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="87">
<opener><salute><add resp="ed">Al conte</add> <add resp="ed">GIROLAMO GRIMANI</add> — <add resp="ed">Venezia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 23 Agosto 1819.</date></opener>
<p>Egregio Sig.r Conte.</p>
<p>Un campestre divagamento qua e là di parecchi giorni fuor di Milano mi ha ritardato fino a jeri l'altro il piacer di ricevere la sua gentilissima; alla quale brevemente rispondendo dirò che lodo il nobile suo divisamento diretto a dare all'Italia una Collezione de' poeti italiani, che guidata con gusto critico adempia un po' meglio delle precedenti il voto della nazione, e ne ponga con più sceltezza in salvo il decoro.</p>
<p>Io leggerò adunque con assai contento il prospetto ch'Ella mi annunzia; e se in qualche cosa mi terrà atto a servirla, volentieri farò prova di corrispondere, per quanto la tenuità del mio ingegno il consente, alla cortese di lei richiesta. In attenzione per ciò de' suoi desiderati comandi, e pregandola de' miei più cari saluti al Conte Polcastro,</p>
<closer>co' sentimenti della più perfetta stima mi do l'onore di professarmi Suo Dev.mo ed Obb.mo Ser.e <signed>Vincenzo Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="88">
<opener><salute><add resp="ed">Al conte</add> <add resp="ed">GIROLAMO GRIMANI</add> — <add resp="ed">Venezia</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 Settembre 1819.</date></opener>
<p>Pregiatissimo Sig.r Conte.</p>
<p>Di nuovo il divagamento della Villeggiatura mi ha fatto presso di voi reo di negligenza, e di nuovo imploro il Vostro perdono se tardi rispondo.</p>
<p>Ho esaminato l'elenco mandatomi de' poeti ec., e il titolo della Collezione. Voi ne volete il libero mio parere, e l'avrete: e ciò vi sia testimonio della mia stima; poiché il vero non si dice che ai degni d'udirlo.</p>
<p>Quel titolo <title>Collezione dei più bei fiori di Pindo raccolti nel vago giardino ec.</title> non mi piace, né può piacere a veruno. Egli è troppo lezioso, e affatto privo di decoro, e di gravità. E più duolmi che fra i cultori di questo <emph>vago giardino</emph> abbiate notato certi nomi antichi e moderni, dai quali non vi potranno venire che fiori fracidi e puzzolenti, fiori che da gran tempo la ragione e il buon Gusto gittarono sul mondezzajo, fiori in somma, mio caro, di cui l'Italia è stanca e ammorbata. Egli è tempo di abbandonare tutte le vecchie e nuove quisquilie. Ponete mente alla prepotenza del secolo in cui viviamo, e alla grande rivoluzione seguita nello spirito umano. E poiché finalmente ai dì nostri la poesia si è collegata colla filosofia, qual era ai giorni di Dante, studiamoci dal canto nostro di secondare questa beata confederazione, e alimentare di spiriti generosi i nostri intelletti.</p>
<p>Alla riforma dello spirito è seguita anche quella della favella, la quale malgrado di tutti gli sforzi e le chiacchere de' pedanti dell'Arno e dell'Adige si va spogliando di tutte le viete forme ridicole, ritenute solamente quelle, che educate dai tre gran lumi della nostra lingua, e dai pochi loro seguaci, sono e saranno eternam.te belle, e piene di magnificenza e di luce. Ora una gran parte dei poeti segnati nel vostro elenco non sarebbero atti che a ricondurci al secolo delle ghiande, e un'altra gran parte, quella de' moderni, non ci porrebbe innanzi che esempj di corrotta, e pazza licenza, essendo pochissimi quelli che abbiano saputo tenersi sulla buona strada <quote>Fra il parlar de' moderni, e il sermon prisco</quote>.</p>
<p>Ma forse questi timori sono fuor di stagione, e prima di averli per giusti bisogna vedere il disegno di tutta l'opera: il quale più importa che ogni altra cosa. E non mi facendo voi di questo alcun motto io terrò sospeso il mio giudizio, e mi restringerò a ripetere che voi date all'impresa troppa estensione, e con troppa generosità e larga manica mettete tutti nel cielo: e crediate che ben molti di costoro son degni di ardere nel <emph>Ninferno</emph>.</p>
<p>Non vi dispiaccia ch'io abbia sbanditi da questa lettera i titoli della signoria per dar luogo a quelli dell'amicizia. Mi farete grazia se voi terrete meco lo stesso stile.</p>
<closer>I complimenti mi ammazzano, e se mi volete buon servitore bisogna che mi permettiate ancora di essere il vostro buon amico <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P .S. Al nostro Polcastro mille saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="89">
<opener><salute>Al Nobile Uomo Il Sig.r Conte GIROLAMO GRIMANI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 25 Xmbre 1819.</date></opener>
<p>Pregiatissimo e Caro Amico.</p>
<p>Difficilmente potrei ora ridurmi alla memoria quanto vi scrissi nella lettera andata a cattive mani per l'equivoco preso nella direzione. Ma che avete voi bisogno de' miei consigli? E a che vi possono questi servire, avendo nel loro senno i vostri colleghi già pubblicato, siccome odo, i primi volumi? Io non gli ho per anche veduti: ma la persona da cui nel mio vivere ritirato mi è venuta questa notizia, uomo colto e di buon giudizio, assicurandomi che il disegno della vostra impresa è ben ordinato, e che degno di tutta lode gliene pare il cominciamento, io non ho che a consolarmene seco voi, e co' vostri egregi consocj.</p>
<p>Se poi il nuovo parnaso di cui m'è stato parlato fosse tutt'altro che il vostro, allora dimanderei se avete speranza, o per meglio dire certezza che il vostro debba vincere tutti gli altri non tanto per la scelta delle poesie quanto de' poeti: perché a me sta sempre fitta nell'animo la paura che volendo noi mostrare agli stranieri la poetica nostra immensa ricchezza si corra pericolo di confondere l'oro col fango. E di fango per vero n'abbiamo tanta dovizia che l'immaginazione se ne spaventa, e ciò ch'è peggio la borsa. E se cominciamo dal Re Enzo e Pier delle Vigne, gli associati, prima di arrivare all'oro del Petrarca, si lagneranno di dover pagare a peso d'oro la ruggine d'un intero secolo antecedente, al cui poetico armento parmi che, prescindendo da pochi, non si dovrebbe tributare altra lode che quella di nominarli. Al qual effetto io non premetterei che una storica e sobria introduzione innestandovi a tempo e luogo i saggi più belli del poetico loro valore ora brevi, ora lunghi secondo il merito e il grido di ciascheduno.</p>
<p>Quanto al titolo quello di Giardino ec., siccome parmi avervi già scritto, mi sembra troppo lezioso, e del certo i fiori di Jacopone e Guittone, nella difficile schifiltà del secolo in cui viviamo, metteranno odore non buono, e faranno dire a più d'uno che anzi che fiori sono cardi ed ortiche. Né di meglio, per aprirvi francamente l'animo mio, né punto di meglio promettono certi nomi moderni, scritti nel catalogo da voi trasmessomi, nell'ammissione de' quali io dubito che l'amicizia, o altro riguardo particolare abbia fatto velo al giudizio. A recar tutto in poche parole io procederei nell'impresa con assai più rigore di quello che mi risulta dai fogli comunicatimi. Ma questa mia severità non vi ritragga dal seguire la via che la saviezza vostra e de' vostri colleghi si è proposta. E nel libero mio pensamento pregovi di non veder altro che il buon desiderio, che la cosa sia condotta con onor vostro e della nazione.</p>
<p>Sono stato alcuni giorni indisposto nella salute, solito mio tributo alla fredda stagione. Ciò mi ottenga il perdono del non avervi data pronta risposta.</p>
<closer>State sano ed amate il vostro serv.e ed Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="90">
<opener><salute>Al Nobile Uomo Il Sig.r Conte GIROLAMO GRIMANI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 18 Gen.o 1820.</date></opener>
<p>Mio Caro Sig.r Conte.</p>
<p>Voi deferite troppo, il ripeto, allo scarso mio giudizio, e troppo son io lontano dal credermi sufficiente a ben consigliare nella direzione dell'impresa a cui avete fermo di porre le mani. Tuttavolta per l'amore e la stima che vi professo non ricuso di farmi vostro ajutante. Ma ciò non è cosa da potersi ben adempire per lettera, e in una sola breve ora di viva voce noi del certo ce la intenderemo assai meglio che in un intero anno di scritto. Poiché dunque, secondo che mi scrivete, è vostra intenzione di essere quanto prima in Milano, differiamo, vi prego, a tal tempo ogni consulta. E qualora la vostra venuta non possa aver effetto <del resp="ed">[allora]</del> facciamo di accozzarci l'uno e l'altro in Verona ove alla nuova stagione ho <del resp="ed">[promesso]</del> alla gentilissima delle Dame la Clarina Mosconi una visita. Allora ci metteremo <add resp="ed">perf</add>ettamente d'accordo, e troncheremo <foreign lang="lat">hinc inde</foreign> le difficoltà che per lettera tagliar non si possono né presto né bene.</p>
<closer>Apritemi su ciò l'animo vostro, e conservatemi la preziosa vostra benevolenza. Vostro serv.e ed Amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="91">
<opener><salute>Al Nobile Uomo Il sig. VITTORE BENZONI — Venezia.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 marzo 1820.</date></opener>
<p>Caro Benzoni.</p>
<p>Perdonate, caro Vittore, se tardi vi rendo grazie del prezioso dono inviatomi della vostra <title>Nella</title>. La stampa del quarto volume della <title>Proposta</title> mi tiene dì e notte occupato, ed è gran cosa, che nelle strettezze del tempo in cui sono io non abbia potuto resistere al diletto di tutta leggere quella vostra <title>Nella</title>, della quale mi avete innamorato. E nondimeno non voglio tacervi che mi è parso vedervi dei difettucci. Ma sono tante le sue bellezze che non si ha cuore di fermarsi a' suoi nèi. Tutto in essa è calore, anzi non calore ma fuoco, quel nobile fuoco di sentimenti che accendeva un tempo le anime vere Italiane, ed ora non vive che in pochi petti sdegnosi.</p>
<p>Io me ne consolo con voi, mio caro e magnanimo amico: e se avverrà che l'occasione ci accozzi insieme, vi darò solenne prova della mia stima ed amore coll'accennarvi liberamente i luoghi che rubano al vostro sentimentale poema il titolo di perfetto. E contuttociò abbiate per fermo che vi fa grand'onore, e che leva assai alto il vostro nome.</p>
<p>Ricordatemi buon servitore alla gentilissima delle donne vostra madre, e sempre amico a Rangoni. Al finire d'aprile mi troverò per alcuni giorni in Verona. Se di quel tempo sarete vagabondo da quelle parti, niun contento mi verrà maggiore che quello di abbracciarvi.</p>
<closer>Addio. Il vostro <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="92">
<opener><salute>All'Egregio Signore Il Sig.r Av.to PELLEGRINO ROSSI — Ginevra.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 Lug.o 1820.</date></opener>
<p>Mio Caro Amico.</p>
<p>Ti sia caldamente raccomandato il nostro Davide Bertolotti portatore della presente. Intenderai da esso quanto ti amo, e quanto sei desiderato da tutti che ti conoscono. Non fare adunque che le coniugali dolcezze ti tolgano dalla mente l'Italia, e vieni, ma non solo. Ché anche in Italia l'amabile tua compagna troverà sentimenti d'amore e di stima degni di lei.</p>
<p>Tito, Serangeli, e tutta la Casa Calderara ti salutano caramente, e ti porgono le stesse preghiere.</p>
<closer>Sta sano, e procura che il mio Bertolotti trovi presso i buoni Ginevrini liete accoglienze: ch'egli n'è degno. Il Tuo <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="93">
<opener><salute>A <del resp="ed">[GIAN GIACOMO TRIVULZIO]</del> — <del resp="ed">[Milano]</del>.</salute></opener>
<div3 type="epistola" n="A">
<opener><byline>Giulio Perticari</byline>
<date>Pesaro, 12 ottobre 1820.</date></opener>
<p>Chiarissimo Signor Marchese ed Amico.</p>
<p>Con mia grande sorpresa il nostro Monti mi avvisa ch'ella non ha ricevute le ultime lettere da me scrittele: colpa le negligenze, e fors'anche le malizie de' curatori delle poste. Dal che m'è venuto grave rammarico: temendo non mi tenga Ella in conto d'uno scortese ed ingrato: mentre di niuna cosa sono io tanto desideroso, quanto del significarle l'amicizia mia anzi la mia devozione. Le scriverò dunque tante lettere, finché una pura ne scampi da questi naufragi, e le giunga, e le parli di me, e la ringrazii di quelle dolcissime lodi ch'ella ha dato al mio libro sopra Dante, e sulle origini del sermone italico. Perché io seguo il mio Monti, e dico: che il solo Trivulzio mi basta. Né temo gli <emph>anonimi firentini</emph>, che per ciò mi condannino: imitando il divino Tullio che diceva il medesimo pel suo Catone: <quote lang="lat">Cato ille noster qui mihi unus est pro centum millibus</quote>. E veramente io credo che il grave giudizio di Lei valga nella cosa delle lettere quello che l'acre senno di Catone valeva nella repubblica.</p>
<p>Ai molti ed acuti stimoli che mi pungevano a venire a Milano non era necessario l'aggiungerne altri: bastando l'amore che mi stringe al mio tenero padre, e l'amicizia ch'ella m'ha offerto. Ma se pure alcun'altra cosa può venir terza tra questi affetti, le confesso ch'ella è la voglia di faticare sopra Dante un po' più utilmente che finora non ho fatto, né potuto fare. Perché in niuno luogo trovarei soccorsi tanto meravigliosi quanto i codici, e le edizioni di codesta sua biblioteca; e, quel che più vale, in niuna parte del mondo potrei avere il Trivulzio, il Rosmini, il Monti per consigliatori. Quest'ultimo mi ha fatto parte della bella lezione da lei avvisata nel Purgatorio, ove alcuni codici leggono <hi rend="italic">alleviando</hi>, altri <hi rend="italic">la rivestita carne allelujando</hi>. Quella nuova lezione è bellissima: e i soli ciechi della mente non la vedranno. E mi è piaciuta pur tanto che ho voluto studiarvi sopra un poco: ed ho trovato che il verbo <emph>allelujare</emph> è di stampa antica: che si legge ne' Breviarii del ducento: essendo, secondo S. Girolamo, la vera voce con cui la Chiesa significava il gaudio della Rissurezione, e dell'Ascensione. Onde niuna espressione è più propria di questa, parlandosi del cantare di coloro che <emph>risorti ascendono</emph> in cielo. Di questo, se a lei piace, le terrò discorso in una lettera, che penso d'indirizzarle nel venturo tomo della Proposta: in cui parlerò di quell'altro luogo di Dante non inteso né dalla Crusca né da' commentatori: ove il poeta dice di quelle fiammelle</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>che di tratti pennelli avean sembiante</l></lg></quote>
<p>ove niuno ha avvisato che <hi rend="italic">Pennello tratto</hi> vale bandiera stesa, e stendale: siccome è a vedersi in Cino, nel Sachetti nell'Ariosto, e in altri: e più di tutti nel contesto medesimo di Dante, che dovendo poscia nominarli, li chiama <emph>stendali</emph>.</p>
<quote rend="block"><lg type="nc"><l>Questi stendali dietro eran maggiori</l>
<l part="I"> che la mia vista.</l></lg></quote>
<p>Di queste e d'altre cosarelle vorrei parlare in quella lettera di cui le dico. Ma nol farò se prima Ella non me ne conceda licenza.</p>
<closer>Intanto la prego di mantenermi nella sua buona grazia, e di avermi per cosa tutta sua. dev.mo serv. ed amico <signed>Giulio Perticari</signed></closer></div3>
<div3 type="epistola" n="B">
<opener><byline>Vincenzo Monti</byline></opener>
<p>Spero di poter portar meco la lettera che il mio Giulio le accenna, e mi rendo certo ch'Ella avrà molto caro le cose ch'egli dirà in quelle due novissime interpretazioni, e più cara l'affettuosa significazione della sua stima.</p>
<p>Io vivo qui fra le braccia de' miei figli la più dolce e riposata vita del mondo. Ma questo mio Eliso avrà fine (e assai me ne duole) prima del mezzo mese, e se Ella al mio arrivo si troverà in quello di Omate, quivi volerò ad abbracciarla, e riverirla.</p>
<closer>All'<emph>alma Bice</emph> i miei devoti rispetti, al Marchesino e al Rosmini i miei saluti, e a Lei, carissimo mio signore, tutto me stesso. <signed>V. Monti</signed></closer></div3></div2>
<div2 type="epistola" n="94">
<opener><salute>A GIOVANNI LORENZO FERRI — Fano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, 30 genn.o 1821.</date></opener>
<p>Mio caro amico.</p>
<p>Il vostro ms. è tutto nelle mie mani e sono già in trattato con lo Stella, con il quale potrei assicurarvi che l'affare sarebbe già concluso se egli da qualche tempo non si fosse associato con altri quattro compagni non tanto corrivi. Nel prossimo o nel susseguente ordinario saprete il risultato delle mie premure in servirvi.</p>
<closer>Salutate caramente i vostri nepoti ed amate il tutto vostro <signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="95">
<opener><salute>A GIOVANNI LORENZO FERRI — Fano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 28 febb.o 1821.</date></opener>
<p>Mio caro Ferri.</p>
<p>Vi scrivo dal letto a cui mi obbliga una febbretta di costipazione e più la malinconia di aver la moglie già da due mesi in cattiva salute. Dall'acchiusa intenderete un altro mio grave rammarico, quello che la Compagnia Stella non può per le presenti circostanze d'Italia assumere la stampa della vostra opera. Subito che potrò uscire di casa ne proporrò l'impresa allo stampatore Silvestri che è l'unico su cui mi resti qualche speranza. Se l'opera non fosse piuttosto voluminosa, io stesso ne avrei assunto l'impresa a mio rischio; ma quattro volumi spaventano il piccolo mio borsiglio. Vi darò conto del nuovo tentativo che vi ho accennato, e intanto a piccole riprese (ché lunghe il mio capo infermo non le permette) mi andrò ristorando lo spirito colla deliziosa lettura del vostro aureo manoscritto; e parlo sincero.</p>
<p>Il quinto volume della Proposta si va stampando ma lentamente, perché la salute non mi consente molta fatica.</p>
<closer>All'ottimo Monsignor Tesini e ai vostri nipoti mille saluti, ed amate il vostro <signed>MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="96">
<opener><salute>A GIOVANNI LORENZO FERRI — Fano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">1821</add>.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Quando si ha la morte nel core non è da stupire né da mettere a colpa se non si trova mai la via di visitar con le lettere gli amici lontani. Io sono ne' guai fino alla gola e tali che li tengo nascosti pure a' miei figli per non affliggerli. E voi ed essi saprete tutto quando spogliato di tutte le mie pensioni intenderete che mi sia ritirato alla casa paterna. Tale è il grave pericolo in cui mi trovo. Con questa spina che da più di tre mesi porto fitta nel core, mi compatirete, spero, se mi sono reso a voi reo di negligenza nel ragguagliarvi del vostro manoscritto. Egli è stato lungo tempo nelle mani di chi m'aveva dato speranza di assumerne l'edizione. Finalmente costui m'avvisa che quando pure rimanesse fermo nella disposizione di stamparlo, la Censura non lascerebbe correre parecchie cose, che una volta sarebbero state giudicate innocenti ed ora per la delicata circostanza de' tempi non hanno più corso libero. Voi siete savio e intenderete più di quello che io dico.</p>
<p>Le vostre carte son tutte salve ed intere nelle mie mani; e avendole tutte lette e rilette mi dolgo che un'opera così pensata e che avrebbe fatto grande onore all'Italia tanto povera di opere sentimentali come la vostra non debba veder la luce in una città che abbonda d'uomini capaci di gustarla.</p>
<p>Vi ho svelata una delle afflizioni che mi stringono il cuore. Taccio le altre molte che la moglie inferma e l'amicizia ne' ferri mi fa sentire.</p>
<p>Non mi private voi della vostra, perdonate alla mia negligenza e il Cielo vi renda più felice del vostro amico.</p></div2>
<div2 type="epistola" n="97">
<opener><salute>A GIOVANNI LORENZO FERRI — Fano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 15 agosto 1821.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Alla ricevuta dell'ultima vostra aveva io già ricuperato dal Banchiere Sig. Negri il Vostro manoscritto, e il ricuperarlo è stata non so se io dica fortuna o disgrazia; perché essendosi egli ammalato il giorno avanti la sua partenza per Bologna, ove ha fissa la sua dimora colla compagnia Bignami, il vostro ms. non era altrimenti in viaggio, siccome vi scrissi, onde è avvenuto che così ho potuto racquistarlo e consegnarlo, siccome ho fatto, al Corriere Imperiale Berzago conformemente agli ordini da voi dati al vostro corrispondente in Bologna. Ma se aveste avuto men fretta, il vostro ms. per mezzo del sig. Negri coll'arrivo di questa e tutto ben condizionato e in un solo involto sarebbe già in vostre mani, mentre adesso, siccome il Berzago mi ha detto, vi converrà riceverlo in due portate, non permettendo i regolamenti postali la spedizione di fagotti sì grossi come era quello. Comunque accada io ho fatto il vostro volere e per esattamente adempirlo sono tornato ieri sera a bella posta in città.</p>
<closer>Vi ripeto la brama di abbracciarvi se, tornando in Francia, pigliate la via di Milano, e sono sempre senza riservo il vostro <signed>MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="98">
<opener><salute>A GIOVANNI LORENZO FERRI — Fano.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 30 settembre 1821.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Il vostro ms. è già nelle mani dello Stella che promette di presto metter mano alla stampa.</p>
<p>Egli è ben provveduto di correttore. Tuttavolta gli ho offerta io pure l'opera mia e gli ho dato inoltre il consiglio di valersi del mio censore, l'Ab.e Bellisomi, il più discreto di tutti e il meno sofistico.</p>
<p>Attendo qui da un momento all'altro il mio Giulio. Avreste fatto pur bene ad unirvi con esso e far insieme una corsa a Milano. Gli è un anno che vivo in questa speranza e voi me ne avevate dato lusinga. Ma veggo ormai disperata la mia aspettazione.</p>
<closer>Salutate i vostri nepoti ed amate il tutto vostro <signed>V. MONTI</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="99">
<opener><salute>All'Ill.mo Sig. Col.mo Il Sig. Prof.e DOMENICO VALERIANI — Firenze.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Pesaro, 3 gennaio 1822.</date></opener>
<p>C. A..</p>
<p>Per lettere di Firenze s'è qui sparsa una nuova, che ha contristato me e i miei figli grandemente. Narrasi che il nostro Nicolini sia caduto infermo di tal malattia che oltre il guasto fisico gli ha dato ancora all'intelletto: onde che i Medici gli consigliano mutazione di aria. Ho scritto al suo amico l'egregio Marchese Capponi, che il mandino qui a Pesaro dove l'aria è dolce, serena, e più di primavera che d'inverno, e mio genero gli ha profferto di cuore la casa in nome ancor della moglie: perché tutti amiamo di amor vero il Nicolini, e tutti l'avremo caro come fratello. Voi che gli siete vicino, e ne conoscerete meglio il bisogno esortatelo a questo; e l'assistenza dell'amicizia ve lo ritornerà in fiore più che prima, e noi ve ne avremo grandissima obbligazione, perché il porgere alla sincera amicizia occasione di manifestarsi è una grazia. E questo sia il primo oggetto della presente.</p>
<p>Il secondo sarà una preghiera di altro genere. Nella Laurenziana esiste un codice intitolato <title>Scelta di Canzoni Siciliane</title>, citato dal Bandini nel Tomo 3 del Supplemento della detta Biblioteca, pag. 269, col titolo: Codice 96. Premerebbe al mio Perticari ed a me l'avere il primo ed ultimo verso d'ognuna delle canzoni, e il nome degli autori. Similm.te nella medesima Laurenziana trovasi un codice intitolato: <title>Invettiva contra certi calunniatori di Dante di Messer Francesco Petrarca e di Gio. Boccaccio, i nomi de' quali per onestà si tacciono, composta per lo scientifico e circospetto uomo Messer Cino di Francesco Rinuccini cittadino Fiorentino, e ridotta di grammatica in volgare</title>. Incomincia: <quote>Infiammato di santo sdegno</quote>. Finisce: <quote>Fatti con Dio, e sta paziente a così sopportare</quote>. Di questa Invettiva sono tre Testi: l'uno al Pluteo 89. cod. 63. l'altro al Pluteo 90. cod. 134. e il terzo, cod. 135: e noi a qualunque costo ne vorremmo una copia. Trovate adunque un qualche <emph>Menante</emph> che non sia bestia, e senza badare a spesa fatene tirar copia. E intanto date, per nostra norma, riscontro a questa, a cui do fine abbracciandoti caramente e salutandoti in nome de' miei figli, e pregandoti di darci buone nuove di Nicolini.</p>
<closer>Addio. Il Tuo <signed>Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Alla tua signora mille ossequi e saluti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="100">
<opener><salute><foreign lang="fre">À Madame M.me</foreign> CORNÉLIE MARTINETTI, <foreign lang="fre">née Comtesse Rossi</foreign> — à Bologne.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 6 Xbre 1824.</date></opener>
<p>Carissima e incomparabile Amica.</p>
<p>A voi bella regina di tutte le cortesie recherà la presente uno di quei famosi che onorano il nostro secolo, il principe delle scienze fisiche Mr. Biot. E il raccomandarlo a voi che sapete ben apprezzare gli uomini sommi, e siete voi stessa un bel lume di gentile letteratura, sia prova che ove si tratta di far conoscere ad un forestiero un perfetto modello di grazia e di leggiadria, io non so correte col pensiero che a voi, bellissimo esempio di gentilezza italiana.</p>
<p>Non vi farò dunque il torto di spendere molte parole per pregarvi di accogliere graziosamente il mio raccomandato. Il solo suo nome, e la sua sola presenza saranno presso voi più eloquenti di qualunque altra raccomandazione.</p>
<closer>Abbracciatemi caramente vostro marito, e ricordatevi qualche volta del vostro Servitore ed Amico, <signed>V. Monti</signed></closer>
<ps><p>P. S. Farete al Signor Biot un grande piacere se gli procurerete la conoscenza di cotesto prodigio di lingue Mezzofanti.</p></ps></div2>
<div2 type="epistola" n="101">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ANDREA MAFFEI</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, <add resp="ed">Fra il 29 Luglio e il 6 Agosto 1825</add>.</date></opener>
<p>Caro Maffei.</p>
<p>sono impaziente di sapere se il Patriarca è arrivato; e amerei di parlarti prima che tu vada a visitarlo. Onde fa ch'io ti vegga, e sappia a che ora il potrai.</p>
<closer>Ti abbraccio di cuore e sono il tuo <signed>Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="102">
<opener><salute>A <add resp="ed">Teresa Calderara—Primo</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Caraverio, 2 8bre 1825.</date></opener>
<p>Mia Cara Amica.</p>
<p>Col ritorno di Casiraghi si piglia Aureggi la confidenza d'inviarvi quattro pere del suo giardino, ed io suo segretario le accompagno colla presente, la quale vi porta i saluti cordialissimi e d'Aureggi e di mia moglie, e della Casiraghi, prima di tutti però quelli del vostro fedelissimo che son io. E voi passateli alla Didina e al marito, e al mio Luigino, se finalmente è tornato alle vostre braccia.</p>
<p>Vi rinnovo nello stesso tempo l'invito dell'amico ospite mio, il quale sarebbe consolatissimo del vedervi per qualche giorno sotto il suo tetto. Del piacere che a me medesimo ne verrebbe non parlo. Ben sapete che sarebbe infinito, perché infinito è l'affetto che a voi mi tiene legato per tutta la vita.</p>
<p>E Primo che ci avea dato speranza di fare fino a noi una scorsa? Siamo noi caduti affatto dalla sua mente? O le cure del suo officio non gli permettono di dilungarsi troppo dalla città? Comunque sia, salutate caramente ancor esso, e in modo particolare il mio Oriani, cui mi figuro tutto occupato a correr dietro alle comete di cui parlano le Gazzette. Cogliete adunque il momento in cui disceso dal Cielo in terra egli torna a vivere co' mortali, e dategli uno stretto abbraccio per me. E se non basta, pregate la Didina (che è persona vicina agli Angeli più di noi) di fare altrettanto.</p>
<closer>State sana, ed amate Il tutto Vostro <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="103">
<opener><salute><add resp="ed">Ad</add> <add resp="ed">ADELAIDE CALDERARA</add> — <add resp="ed">Milano</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><add resp="ed">Milano</add>, <add resp="ed">maggio—ottobre 1826</add>.</date></opener>
<lg type="stanza"><l>Donna d'alto intelletto e d'alto core</l>
<l>Onor della divina arte d'Apelle <add resp="ed">,</add></l>
<l>Pingi, ti dice Amore,</l>
<l>Pingi a tua fantasia</l>
<l>Una figura femminil che sia</l>
<l>Per forme amate e belle</l>
<l>Simigliante alla mia</l>
<l>Diva madre Afrodite</l>
<l>Qual già parve quel dì che senza velo</l>
<l>Uscia dall'onde innamorando il cielo.</l>
<l>Pingi nel caro viso</l>
<l>Delle Grazie il sorriso;</l>
<l>Sembri Minerva nel decoro, e Giuno</l>
<l>Nel portamento; e se tu vuoi d'ognuno</l>
<l>Di tanti pregj in un sol volto espressa</l>
<l>La peregrina idea, pingi te stessa.</l></lg>
<p>P. S. Questi poveri versi non sono degni di Lei, ma Ella perdoni alla lor misera condizione considerando che essi derivano da una fantasia già morsa, e che l'apoples<add resp="ed">s</add>ia che m'ha percosso mi ha offeso col corpo anche l'ingegno, non lasciandomi altro di vivo, che il core nel quale conservo sempre viva la memoria de' miei amici fra' quali è il suo pregiatissimo consorte al quale mi raccomando</p>
<closer>Dev<add resp="ed">.</add>mo&gt;/abbr&gt; ed Obb<add resp="ed">.</add>mo Se<add resp="ed">.</add>re <signed> V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="104">
<opener><salute>A <add resp="ed">GABRIELE ROSSETTI</add> — <add resp="ed">Londra</add>.</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date>Milano, 12 ottobre 1826.</date></opener>
<p>Mio caro Rossetti.</p>
<p>Un colpo funesto che mi toglie quasi dai vivi mi farà da te perdonare un carattere di mano aliena, la quale pietosa va supplendo alla mia sì inerta. Ma so che non ti dispiace il ravvisare la penna del nostro Crotti che ti esprime i sensi del tuo Monti.</p>
<p>Questa lettera ti sarà consegnata dal Dr. Vulpes, divenuto viaggiatore naturalista che ti dirà per me mille cose.</p>
<p>Gli amici che spesso circondano amorosi il mio letto mi han fatta lettura della tua opera meravigliosa. Se gli altri volumi corrisponderanno al primo hai sciolto un gran problema, che non potea mai ben risolversi se non all'aura della libera Albione. Mi hai confutato con sì bel garbo riguardo a quel benedetto <emph>alcuno</emph> che non posso lamentarmene; e mi lagnerei a torto che abbia sradicato un errore dalla testa, che mi avea approfondito la barba.</p>
<closer>Amami e credimi. Il tuo amico <signed>V. Monti</signed></closer></div2>
<div2 type="epistola" n="105">
<opener><salute>A … — ….</salute>
<byline>Vincenzo Monti</byline>
<date><del resp="ed">[…]</del>, <del resp="ed">[…]</del>.</date></opener>
<p>Ho dimenticato jeri sera i miei occhiali sopra una sedia accanto alla finestra. Consegnateli al latore del presente.</p>
<closer>Addio Il V.o <signed>Monti</signed></closer></div2></div1>
</back>
</text>
</TEI.2>
