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      <title>Dissertazione sopra l'esistenza di un ente supremo</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>16 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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        <term>195 - FILOSOFIA OCCIDENTALE MODERNA. ITALIA</term>
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<div1><head>Sopra l'esistenza di un ente supremo</head> <p>Esiste un essere supremo. Gli astri, il sole, la terra, il cielo tutto ci predica la sua esistenza. Se in mezzo al dilettevole armonioso concento degli abitatori dell'aere fra l'ondeggiar delle fronde, il sibilar delle aurette, il mormorar del ruscello volge il Filosofo il passo egli ritroverà in tutto questo un Dio. Se nel placido taciturno orror della notte in mezzo al tranquillo silenzio dell'emisfero alza egli l'avido sguardo, e mira il corso non interrotto degli astri, l'esercito luminoso, che tutte ingombra le azzurre volte del cielo egli udrà da tutto ripetersi, che un Dio esiste. Se allo spirar bramato di aure seconde assiso egli in sicuro naviglio gira d'intorno le attonite pupille, e mira quasi congiungersi l'ondosa pianura con il vasto spazioso campo del firmamento egli vedrà in tutto l'impronta scolpita di un essere creatore. Il balenar del lampo, lo scoppiar del tuono, lo scintillar della folgore l'uomo istesso l'uomo il più nobile di quanto presentasi ai suoi sensi ci addita, e ci mostra un Dio. L'ardito Filosofo, che spinge lo sguardo indagatore fin dentro le cupe viscere della terra, egli, che non ignora come in seno alle rupi indurisi il metallo, come nel fondo dell'oceano le perle vengan prodotte, la cagion qual sia, per cui <hi rend="italic">gravido</hi> il Nilo di acque straniere reca agli Egizj campi quella fecondità, che il cielo ad essi di conceder ricusa, egli stesso allorchè giunge al primo invariabil principio, da cui tutto dimana è costretto da invincibil forza ad arretrarsi, ed a confessar suo malgrado la picciolezza delle sue cognizioni. Ma se all'uomo non lice il penetrare nel profondo arcano dell'infinita immensità di perfezioni, che l'essenza compongono di questo ente sovrano egli può nondimeno muovere in qualche modo il passo per quelle vie, che la ragione ci addita intorno ad una sì sublime sostanza nè tacciar mi si deve di presunzione, e follìa se astraendo totalmente, e per ogni parte da quanto la Cattolica Religione ci mostra circa un sì importante oggetto a dimostrare imprendo al presente l'esistenza di un essere perfettissimo deducendo ogni argomento dalla vista di tutto il creato dall'essenza medesima di questo ente supremo, e dall'universal consenso delle genti tutte.</p>
<p>Un saggio Filosofo, il quale spaziando ne' vasti campi della ragione, e spingendo i suoi pensieri a calcar le vie da questa additateci contempli l'ordine immutabile della natura, l'invariabil ruotamento degli astri, il continuato succedersi delle stagioni, il vegetar delle piante, il non mai interrotto corso del globo in cui abbiam vita; non comprende egli la necessità di una mente perfettissima a regger con invariabil consiglio la tanto ammirevol macchina dell'universo? Egregia fu alcerto l'argomentazione, che il sublime <hi rend="italic">Arpinate</hi> Filosofo apportò a dimostrare la necessità di un essere perfettissimo allorchè nel primo suo libro <foreign lang="lat">de inventione</foreign> così scrisse "<quote lang="lat">Melius accurantur quae consilio geruntur quam quae sine consilio administratur,... nihil autem omnium rerum melius quam mundus administratur; nam, et signorum ortus, et obitus definitum quemdam ordinem servant, et annuae commutationes non modo quadam ex necessitate semper eodem modo fiunt verum ad utilitates quoque rerum omnium sunt accomodatae, et diurnae, nocturnaeque vicissitudines nulla in re unquam mutatae quidquam nocuerunt. Quae signa sunt omnia non mediocri quodam consilio naturam mundi administrari.</quote>" Simile a questa è l'argomentazione del Filosofo di <hi rend="italic">Stagira</hi>, il quale dalla vista dell'universo deduce, e conclude l'esistenza di un essere supremo. Appresso <hi rend="italic">Cicerone</hi> egli così parla "<quote lang="lat">Si essent, qui sub terra semper habitavissent bonis, et illustribus domiciliis... accepissent autem fama, et auditione esse quoddam numen, et vim deorum: deinde aliquo tempore patefactis terrae faucibus ex illis abditis sedibus evadere in haec loca, quae nos incolimus, atque exire potuissent cum repente terram, et mare coelumque vidissent... aspexissentque solem ejusque... efficentiam cognovissent... cum autem terras nox opacasset tum coelum totum cernerent astris distinctum, et ornatum, lunaeque luminum varietatem tum crescentis tum senescentis... haec cum viderent profecto, et esse deos, et haec tanta opera deorum esse arbitrarentur.</quote>" Nè dalla vista dell'universo dedur si deve soltanto l'esistenza di un essere perfettissimo, ma dalla medesima può ancora venir dedotta la necessità del non mai interrotto, invariabil regime, con cui governata viene la mole immensa del tutto, e che considerar si deve come una perpetua, e sempre continuata creazione.</p>
<p>L'universo necessariamente esser dovea per mano dell'Essere supremo tolto dal nulla, per conseguenza non può in modo alcuno affermarsi, che egli abbia esistito dal principio de' secoli. Fondati alcuni sopra le parole dell'Angelico Dottore, cioè "<quote lang="lat">Mundum ab aeterno non extitisse sola fide tenetur, et demonstrative probari non potest</quote>" sostengono che nulla metafisicamente si oppone alla possibilità dell'eterna esistenza del mondo. Una chiarissima argomentazione dimostra evidentemente la falsità di un tal principio. Il mondo è un ente composto: un ente composto non può godere di ciò, che appellasi asseità poichè un ente, che ha in se la cagione della propria esistenza esser deve necessariamente privo di parti, le quali venendo a disciogliersi darebbero alla sua esistenza quel fine, che è contrario alla di lui essenza: Il mondo perciò è un ente, il quale ha la cagione della propria esistenza in un essere, che l'ha in se stesso cioè in Dio: egli adunque ha ricevuto dal medesimo la sua esistenza; laonde Iddio deve necessariamente avere esistito prima di esso: Il mondo non è dunque eterno. Inoltre al dir dell'<hi rend="italic">Epicureo Poeta</hi></p>
<quote rend="block" lang="lat"><l>"... Si nulla fuit genitalis origo</l>
<l>Terrarum et caeli semperque aeterna fuere</l>
<l>Cur supra bellum Thebanum, et funera Trojae</l>
<l>Non alias alii quoque res cecinere Poetae?"</l> <bibl>Lucr.</bibl></quote>
<p>Perchè non avremmo noi libri più antichi de' Mosaici? Come può mai supporsi, che nel corso d'infiniti secoli uscito non sia scritto alcuno, che a nostra cognizione sia quindi pervenuto? Ma di ciò basti non essendo il fine prefissoci totalmente consentaneo alla finquì trattata questione. Passiamo al presente a dimostrare la necessità di un Essere Supremo a fronte de' pazzi seguaci di <hi rend="italic">Epicuro</hi>, senza di che inutili sarebbero le finaddora apportate ragioni le quali dimostrano l'esistenza di questo Essere in contemplazione dell'Universo.</p>
<p>Affermano gli <hi rend="italic">Epicurei</hi>, che il mondo non è che un composto di atomi ossia di sottilissimi elementi, o primitive particelle, le quali aggirandosi sin da tutta l'eternità nel vacuo spazio per mezzo di un moto, di cui ignorasi la cagione, vennero per un fortuito incontro a combinarsi, ed a comporre l'universo tutto, gli uomini formandosi dipoi dalla feccia del <hi rend="italic">Nilo</hi>. "<quote lang="lat">Hic ego non mirer</quote>, esclama in tanta assurdità <hi rend="italic">l'Oratore di Arpino</hi>, <quote lang="lat">esse quemquam, qui sibi persuadeat corpora quaedam solida, atque individua vi, et gravitate ferri, mundumque effici ornatissimum, et pulcherrimum ex eorum corporum concursione fortuita? Hoc qui extimat fieri potuisse non intelligo cur non idem putet si innumerabiles unius, et viginti formae litterarum, vel aureae, vel quales libet aliquo conijciantur posse ex his in terram excussis annales Ennii ut deinceps legi possint effici, quod nescio an ne in uno quidem versu possit tantum valere fortuna</quote>". Con queste parole, a cui hanno alcuni attribuita ragionevolmente l'invenzion della stampa dimostra <hi rend="italic">Marco Tullio</hi> l'assurdità del sistema degli Epicurei. Inoltre "<quote>Se il fortuito, ed accidentale concorso degli atomi ha potuto</quote>, come esprimesi l'<hi rend="italic">Abate Sauri</hi>, <quote>produrre quest'universo per qual ragione non produrrà egli un palazzo, una città, un vascello cose di tanto più facile esecuzione? Poi qual necessità vi ha egli mai, che questi atomi abbiano esistito? Per quale necessità si saranno essi agitati, e posti in moto? In qual maniera questi esseri di tanto poca conseguenza saranno stati necessarj? E quando ancora fossero eglino necessarj, e quando fosse anche stato necessario il lor moto in qual maniera si sarà poi egli potuto alterare. Se il moto non fosse stato lor necessario chi mai lo averebbe ad essi communicato? Più ancora. Se la feccia del Nilo avrà potuto altre volte produrre degli uomini, e degli animali per qual ragione questa feccia medesima non ne produce anche al giorno d'oggi? Oltreacchè tutte le combinazioni possibili di atomi, e di elementi non daranno mai altro, che produzioni di quella natura medesima, di cui son composti gli atomi, e gli elementi combinati mentre la organizzazione, e la vita non possono mai risultare da un casuale miscuglio di atomi, e di elementi. Un chimico infatti quando combina insieme gli uni con gli altri i varj principj dei corpi non produrrà un misto, il quale sia capace nel suo crociuolo di sentire, e di pensare.</quote>" Si fonda inoltre il presente sistema sopra un principio, il quale non è sì facile a dimostrarsi; cioè suppongono essi, che esista fuori del creato un vacuo, nel quale avessero campo di aggirarsi quegli atomi, e quelle particelle, che sono il fondamento del sistema di cui parliamo. Un tal principio dette ad alcuni materia ad opporsi all'esistenza di un Essere Supremo, dicendo, che questo vuoto è un ente, che ha in se medesimo la cagione della propria esistenza, e che conseguentemente dalla cognizione dell'<hi rend="italic">asseità</hi> dedur non si può l'esistenza di un Dio. Benchè questa obbjezione non sia di alcuna forza essendo evidente che sebbene questo vuoto esistesse non dovrebbe considerarsi che come una sostanza passiva senza forza alcuna pensiero, o intendimento, e che conseguentemente in qualunque modo ciò esser si voglia sempre necessaria sarà l'esistenza di un Essere perfettissimo; mi sia nondimeno lecito di riflettere che lo spazio considerar si può come un essere affatto ideale. Non si abbia a sdegno di seguirmi in questa mia qualunque siasi argomentazione.</p>
<p>Supponiamo per un poco di ritrovarci nel nulla, noi non meno, che l'universo tutto, e lo stesso Dio. Ciò posto immaginiamoci, per cagion d'esempio il num.o 10. Sarà forse questo numero una qualche cosa di reale? No certamente. Ma supponiamo di ritrovarci nello stato, in cui al presente ci ritroviamo, cioè godendo della nostra esistenza, e poniamo di nuovo il num.o 10. applicandolo a qualsivoglia oggetto; questo numero esisterà, ma non in se medesimo nè come un essere reale, ma soltanto nell'oggetto, a cui viene applicato, e per forza solo dell'uman pensiero. Ciò posto, sup[po]niamo di nuovo di ritrovarci ancora nel nulla prima della creazione dell'intero universo. Perchè mai ammetter si dovrà uno spazio eterno, increato, infinito, immenso, incomprensibile, esistente per propria virtù, per propria forza, per cagion di se medesimo? Perchè mai non si dovrà ammettere, che creato l'universo cominciasse allora ad esistere questo spazio non come un ente reale, ma come composto, e formato dall'ordine delle cose coesistentine? Se mi si opponesse che posto un tal sistema il mondo esister non potrebbe poichè non avrebbe luogo alcuno ove esistere, io risponderei, che creando l'ente supremo l'universo creò ancora lo spazio ove il ripose non come un ente reale, ma come compreso nel mondo istesso, e come formato dall'ordine degli esseri coesistenti. Questo è il famoso sistema di Leibnizio, a cui necessariamente si oppone il sistema degli Epicurei ammettendo, che gli atomi si aggirassero sino dal principio de' secoli in un immenso vuoto. Ma sebbene questo vuoto si ammetta non perciò ammetter si dovrà il sistema degli atomisti, il quale già con altre ragioni dimostrammo essere affatto assurdo. In qualunque modo adunque ciò esser si voglia dovrà necessariamente ammettersi l'esistenza di un essere supremo in contemplazione dell'universo, il quale esister non potrebbe se non esistesse un ente perfettissimo.</p>
<p>Esiste adunque Iddio poichè tutto ciò, che si offre ai nostri sensi evidentemente cel dimostra, ma non è questo il solo fonte, da cui dimanano le chiarissime prove della sua esistenza. La natura, e l'essenza istessa di un essere perfettissimo ci somministra un argomento dei più convincenti a dimostrarne l'esistenza. Egli è chiaro, che un essere perfettissimo deve possedere tutte le perfezioni possibili in grado sommo diversamente altri esser potrebbe di lui più perfetto. Ciò posto l'assoluta necessità di esistere essendo una perfezione, il che è per se stesso evidente esser deve da questo ente posseduta in grado sommo. Ora un essere perfettissimo è di propria natura possibile, non implicando la sua essenza alcuna contraddizione, e per conseguenza egli esiste, poichè una delle sue perfezioni essendo l'assoluta necessità di esistere, e non trovandosi ragione alcuna, che impedisca di ammettere la possibilità della sua esistenza egli dovrà necessariamente goderne.</p>
<p>Il comune universale consenso di tutte le nazioni fornisce non meno, che gl'indicati principj una evidentissima prova dell'esistenza di questo supremo Essere poichè, come esprimesi il Console Arpinate "<quote lang="lat">Omni in re consensio omnium gentium lex naturae putanda est</quote>" e al dir del medesimo "<quote lang="lat">Nulla gens est tam immanis, neque tam fera, quae non etiamsi ignoret qualem Deum habere deceat tamen habendum sciat</quote>". Da ciò può dedursi, che la cognizione dell'Essere Supremo è così altamente impressa nella mente dell'uomo dalla natura medesima, che necessariamente egli è costretto a piegare innanzi ad esso la fronte, e ad onta degli sforzi degli Atei ostinati, che proccurano con ogni impegno di scancellarnela essa resterà fissa sempre, ed immota nella mente dell'uomo, e necessario sarà per opporsegli il far contrasto alle leggi tutte della natura, la quale altamente ci predica l'esistenza di un Dio. Tacciano gli stolti scellerati avversarj della verità, ed intendano dalla bocca istessa del più sapiente tra i Pagani Filosofi "<quote lang="lat">Malam, et impiam consuetudinem esse contra Deum disputandi, sive ex animo id fit sive simulate</quote>".</p></div1>
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