<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
   <teiHeader>
      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>Relazione della visita fatta all'ufizio de fossi di Pisa l'anno 1740</title>
            <author>Pompeo Neri</author>
         </titleStmt>
         <extent>0 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2003</date>
            <idno>bibit000515</idno>
            <availability>
               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
      personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
         <seriesStmt>
            <title>Collezione BibIt</title>
         </seriesStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title/>
               <publisher/>
               <pubPlace/>
               <date/>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
      <encodingDesc>
         <samplingDecl>
            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
    responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
    digitale</p>
         </samplingDecl>
         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
      riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
      sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
      ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <classDecl>
            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
            </taxonomy>
         </classDecl>
      </encodingDesc>
      <profileDesc>
         <creation>
            <date>700</date>
         </creation>
         <langUsage>
            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
         <textClass>
            <keywords scheme="CGB">
               <term>Documenti</term>
            </keywords>
         </textClass>
      </profileDesc>
      <revisionDesc>
         <change>
            <date>2000-02-28T00:00:00.000+01:00</date>
            <respStmt>
               <name>Paola Volpini</name>
               <name>CIBIT - Pisa</name>
            </respStmt>
            <item>Digitalizzazione</item>
         </change>
         <change>
            <date>2000-02-28T00:00:00.000+01:00</date>
            <respStmt>
               <name>Paola Volpini</name>
               <name>CIBIT - Pisa</name>
            </respStmt>
            <item>Correzione linguistica</item>
         </change>
         <change>
            <date>2003-02-28T00:00:00.000+01:00</date>
            <respStmt>
               <name>Elena Pierazzo</name>
               <name>CIBIT - Pisa</name>
            </respStmt>
            <item>Codifica XML</item>
         </change>
         <change>
            <date>2003-02-28T00:00:00.000+01:00</date>
            <respStmt>
               <name>Elena Pierazzo</name>
               <name>BIBIT</name>
            </respStmt>
            <item>Validazione</item>
         </change>
      </revisionDesc>
   </teiHeader>
   <text>
      <body>
       <div1 n="Titolo">
         <head>RELAZIONE
 Della visita fatta all'Ufizio de Fossi di Pisa
l'anno <num>1740</num>, e diretta a Sua Altezza Reale il Serenissimo
Gran Duca di Toscana nostro clementissimo
signore dall'auditor Pompeo Neri segretario
del suo consiglio di Reggenza, e uno dei
deputati della predetta visita sotto di
<date value="17431009">9 ottobre 1743</date> e
approvata dalla Reale Altezza Sua dopo la di lei
esaltazione al trono imperiale per suo
benigno dispaccio segnato in Vienna sotto di
<date value="17461026">26 ottobre 1746</date>
e
pubblicata per susseguente rescritto del
consiglio di reggenza del di
<date value="17470412">12 aprile 1747</date>
         </head>
         <argument>
            <p>Relazione della Visita fatta
all'Ufizio de' Fossi di Pisa
l'anno <num>1740</num>
Divisa in tre Parti

 Nella prima Parte si descrive il sistema con cui era
regolato l'Ufizio al tempo di detta Visita

 Nella seconda si descrive lo stato della Campagna
pisana al tempo di detta Visita, e si propongono i
regolamenti per bonificarla, e mantenerla sempre in buon grado

 Nella terza si descrive lo stato dell'azzienda
dell'Ufizio al tempo di detta Visita, e si propongono i
regolamenti per ristaurarla, e mantenerla in forze
proporzionate al bisogno della Campagna</p>
         </argument>
        <p></p>
        </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>Parte prima</head>
            <head> Relazione della Visita
fatta all'Ufizio de' Fossi
di Pisa l'anno <num>1740</num>
Parte Prima

Nella quale si descrive il sistema con cui era
regolato l'Ufizio al tempo di detta Visita</head>
            <div2 type="indice">
               <head>Indice</head>
               <pb n="0"/>
               <head> Tavola de' Capitoli della
Parte Prima</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1 </num> che serve d'Introduzione</item>
                  <item> Capitolo <num>2 </num> Descrizione del Territorio Pisano</item>
                  <item> Capitolo <num>3 </num> Del Magistrato de Fossi e sua Giurisdizione e soprintendenza</item>
                  <item> Capitolo <num>4 </num> Dell'Entrate assegnate all'Ufizio de Fossi</item>
                  <item> Capitolo <num>5 </num> Delle spese cbe debbono farsi a carico dell'Ufizio de' Fossi</item>
                  <item> Capitolo <num>6 </num> Delle spese a cui l'Ufizio de' Fossi soprintende
rimborsandosi sopra le Imposizioni</item>
                  <item> Capitolo <num>7 </num> Del concorso degli ecclesiastici alle Imposizioni
dell'Ufizio de' Fossi</item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo primo
Che serve d'introduzione</head>
               <p> Fino dall'anno <num>1739</num> diversi lamenti, che pervennero dalla provincia
pisana sopra lo stato infelice di quelle campagne indussero il Consiglio
di Reggenza a prendere qualche informazione dei danni, che il ritardato
scolo delle acque cagionava a quelle fertili pianure, e della condotta, e
amministrazione di quell'Ufizio de Fossi.
 L'Ufizio de' Fossi di Pisa è un magistrato stabilitovi espressamente per
aver cura dei fiumi, fossi, scoli, strade, e aquedotti di tutto quel
territorio, ai quali in parte provvede con entrate proprie, in parte con
entrate avventizie ricavate dall'imposizioni, che con certe regole egli
distribuisce sopra i privati.
 I lamenti che per più parti risvegliarono l'attenzione del suddetto
Consiglio consistevano in rappresentare il cattivo stato del paese rispetto
agl'argini de fiumi principali, che si dicevano in grado pericoloso rispetto
ai fossi che per la più parte erano ripieni, e agli stagnamenti d'acque,
che per detta causa, e per altre in diverse parti seguivano con danno della
semente, e della salubrità dell'aria; e in esagerare che non ostante
venivano aggravati più del consueto delle imposizioni di detto Ufizio, il
quale non pareva, che con la percezione delle medesime supplisse, come
sarebbe stato conveniente a tutti i bisogni della campagna, incolpando
in ciò la scarsezza dell'entrate, e più la cattiva economia dell'Ufizio
medesimo, colla quale venivano in pochi lavori troppo dispendiosi a
<pb n="1"/>
 consumarsi le forze della cassa in danno del rimanente. E tutto questo
si aggiungeva una quantità di clamori esorbitante, e benchè fra loro diversi
e bene spesso contraddittorj sopra l'utilità, ò necessità de lavori, che
l'Ufizio andava facendo, parendo a molti che ò si lavorasse contro i principj
della scienza idraulica, ò che si negligessero gli affari più importanti per
attendere a quelli di maggior premura.
  Per venire in cognizione di queste querele domandò il Consiglio diverse
informazioni si pubbliche, che private, si ai ministri dell'Ufizio, che
a persone in quello non interessate; ma siccome queste non soddisfecero
pienamente, e portava il caso che la poca concordia, che era tra i
ministri dell'Ufizio suddetto rendeva la materia più oscura, e le
relazioni che pervenivano più sospette, il Consiglio dopo un maturo
esame venne nel sentimento, che per essere appieno informato de' bisogni
presenti, e per riordinare con un sistema durevole l'amministrazione di
detto Ufizio in benefizio del popolo, e del territorio pisano, fusse
necessario far precedere una visita generale a tutta quella campagna,
nella quale riassumendo le ordinazioni prescritte da molti valenti geometri,
che per il passato hanno preseduto ai lavori di quel paese, si potesse
osservare lo stato presente del medesimo per vedere, se corrisponde alle regole,
che dovevano praticarsi, con notare, e correggere gli abbusi, che da
qualche tempo in quà potessero essere stati tollerati, e con migliorare, e
aggiungere ciò che l'ispezione del luogo, e l'esperienza potesse
suggerire per facilitare sempre più il corso dell'acque, e riassicurare
la sanità dell'aria.
  Fu considerato che per mezzo di tal visita si verrebbe ad
acquistare una giusta cognizione dei lavori da farsi per
migliorare e mantenere in buono stato la campagna pisana,
e del metodo annuale con cui fusse più espediente a regolare un
tal mantenimento.
 <pb n="2"/>
E che data la certezza di questi lavori si straordinarij, che annuali, si
sarebbe potuto con qualche fondamento pensare al provvedimento dei fondi,
d'assegnamenti si straordinari, che annuali, che fussero giudicati
bisognevoli. E siccome i lavori per le ordinazioni antiche, parte debbono
pagarsi con l'entrate proprie dell'Ufizio, e parte colle imposizioni sopra i
particolari, si sarebbe potuto, data la detta certezza, venire più facilmente
in chiaro, se l'entrate proprie dell'Ufizio fussero per essere bastanti, ò nò, e
procurare in appresso il supplemento necessario. Fatte le quali cose si poteva
senza timore di equivoco passare a riordinare, e riformare le leggi antiche
per adattarle alle circostanze de presenti tempi, e promulgarne anco
delle nuove, secondo l'esigenza delle operazioni da farsi, e a
prescrivere, e dirigere a norma di tale esigenza le respettive incumbenze dei
ministri dell'Ufizio, e togliere tra loro ogni principio di discordia.
  Fu creduta ancora questa visita opportuna per rivedere nell'istesso
tempo l'amministrazione del detto Ufizio, e appurare con chiarezza lo
stato dell'entrate, e delle spese con la mira di prescrivere, dove occorresse,
qualche regola per tener vive l'entrate, e procurarne senza disastro dei
sudditi la debita esazione per far le spese nei lavori con il maggior
risparmio possibile, e compatibile con la perfezione dei medesimi, e per distribuire con un giusto 
reparto le imposizioni necessarie sopra
i particolari.
Questa visita fu ordinata sotto di <date value="17400418">18 aprile 1740</date> con
Motu proprio spedito il medesimo giorno, di cui si dà annessa la copia
in piedi del presente capitolo, ove io ebbi l'onore d'esser nominato
per uno dei tre deputati a questa Commissione in compagnia del
senator Conte Pecori Commissario di Pisa, che in tal qualità
è uno de componenti il Magistrato suddetto dei Fossi, e del Cavaliere
Francesco Pecci soggetto i di cui ben conosciuti talenti avevano
fatto determinare il Consiglio nel sentimento di presceglierlo come
idoneo per la soprintendenza dell'Ufizio suddetto. E siccome per dare
<pb n="3"/>
 un prudente regolamento al corso dell'acque, e per togliere sopra di ciò
tutte le dispute era necessario, che a tal commissione fussero
aggiunti i periti più accreditati nell'arte idraulica, così furono scelti
per tal'effetto il Dottor Tommaso Perelli professore dell'astronomia
nell'Università di Pisa, Pietro Vayringe professore di fisica
sperimentale nell'Accademia di Vostra Altezza Reale, e Giovanni Veraci, ingegnere
del Magistrato della parte di Firenze.
  Per ben eseguire questa commissione fu stimato conveniente di
ridurre a qualche precisione le doglianze in confuso pervenute, e di
dare adito agl'interessati di farsi sentire, e dire tutto quello, che
avessero creduto opportuno; e perciò fu notificato ai Priori della città di
Pisa, e in appresso a ciascheduna comunità del territorio pisano, che
tal visita era stata ordinata per gli effetti sopraddetti, e che perciò ciascheduna
ponesse in carta i bisogni del suo proprio distretto, e le rappresentanze
che per proprio vantaggio avesse stimato bene di fare, e di suggerire,
acciò in seguito sopra il luogo si fussero con maggior profitto
esaminate dai deputati suddetti. Una tale intimazione fu fatta ancora ai
ministri delle possessioni di Vostra Altezza Reale, e a quelli delle possessioni della
religione di <abbr>S.</abbr> Stefano, e ad altri principali interessati nei terreni di
quella provincia; e preparate che si ebbero in tal guisa, e con diverse
altre disposizioni le materie da osservarsi, e da trattarsi
si credè opportuno di trasferirci a Pisa per eseguire con dovuta
esattezza gli ordini di cui eramo stati incaricati.</p>
               <div3 type="epistola">
                  <head>Motu proprio di Commissione della
Visita dell'Ufizio de Fossi
di Pisa</head>
                  <p> Avendo Sua Altezza Reale dalle relazioni fattele con molta diligenza, e
<pb n="4"/>
zelo dal senator Conte Pecori Commissario di Pisa, e dal Cavaliere Roffia
Vice Provveditore dell'Ufizio de Fossi di quella città riconosciuto lo stato poco
felice di quell'amministrazione, e il bisogno che vi è di provvedere alla
sanità di quella campagna; e risguardando con particolare affetto il
popolo pisano, che vi ha il principale interesse; vuole perciò, e comanda
che riassumendosi gli ordini antichi di quell'Ufizio con molta
saviezza pensati dai suoi Serenissimi predecessori, e correggendo gli abbusi
col decorso del tempo introdotti, si ristabilisca il sistema dell'Ufizio
medesimo nella forma più conveniente alle presenti necessità, colla
mira di prescrivere un regolamento all'acque delle pianure di Pisa, e
Livorno, che apporti il maggior profitto che sia possibile alla
fertilità della campagna, e la salubrità dell'aria, e con la mira di
render sempre meno sensibile agl'abitanti questo naturale aggravio
della loro provincia, e di procurarne sempre più eguale, e più discreto
il reparto; contentandosi benignamente la <abbr>R.</abbr>A<abbr>.</abbr>
                     <abbr>S.</abbr> di contribuire a
tal'effetto con tutti quei mezzi, e con tutti quei sussidj, che saranno alla
paterna di Lei clemenza rappresentati necessarj per assicurare a quel
paese la perpetuità d'uno stabilimento così salutevole.
Elegge per tanto Sua Altezza Reale e deputa l'Auditore Pompeo Neri, e il Cavaliere
Francesco Pecci incaricandoli di trasferirsi a Pisa, ove assieme col detto Senatore
Conte Pecori dovranno prender cognizione di tutto ciò che appartiene
al regolamento dell'Ufizio suddetto, e ascoltare le rappresentanze, che saranno
fatte da quelle comunità, e da qualunque persona interessata con
autorità di risolvere sommariamente sopra ciò che non ammette dilazione, ò che
non sia necessario partecipare alla <abbr>R.</abbr>A<abbr>.</abbr>
                     <abbr>S.</abbr>
 E per procedere con tutte le cautele, che più convengono alla buona 
direzione di tal affare, vuole Sua Altezza Reale che detti deputati facciano visitare
la pianura suddetta di Pisa, e quella di Livorno, e osservare il regolamento, che
presentemente si pratica intorno al corso dell'acque, ripari d'argini, e ripe,
e scavazioni dei fossi, direzione delle acque stagnanti, mantenimento
di strade, e ponti, e acquedotti, e tutt'altro appartenente a tali
<pb n="5"/>
articoli; nominando per tale incumbenza il Dottor Tommaso Perelli Professore di
astronomia nell'Università di Pisa, Pietro Vayringe Professore di Fisica
sperimentale nell'Accademia di Sua Altezza Reale, e Giovanni Veraci Ingegnere del
Magistrato della Parte, i quali fatte che abbino le più diligenti
osservazioni, riferischono il loro sentimento sopra tutto ciò che stimeranno meglio
convenire alla pubblica utilità.
 E perfezionata che sarà detta relazione, e prese che averanno i
deputati predetti tutte le altre informazioni che stimeranno piu idonee per
mettersi in grado di secondare, e condurre a fine la clementissima
intenzione di Sua Altezza Reale, e dati che averanno gli opportuni provvedimenti a quei
mali che esigessero un pronto riparo.
 Vuole la medesima A<abbr>.</abbr>
                     <abbr>S.</abbr>
                     <abbr>R.</abbr> che il detto Auditore Pompeo Neri
referisca in scritto ciò che da loro sarà stato operato, e le disposizioni che da
loro saranno stimate più giuste a prendersi in avvenire per il perpetuo
regolamento dell'Ufizio de' Fossi, per attendere in appresso la Sua Reale
approvazione.
Il presente motuproprio sarà registrato nella Cancelleria del suddetto
Ufizio; e comanda Sua Altezza Reale al Magistrato de Fossi, e a tutti i suoi
ministri , ai rappresentanti della Comunità, e agli iusdicenti, e
ministri del territorio di Pisa, e Livorno di riconoscere detti deputati per il tempo
che durerà la detta visita, e di eseguire i loro ordini, che tale è la sua
espressa volontà; e tutto non ostante. Dato in Consiglio di Reggenza
il di <date value="17400418">18 aprile 1740</date>
                  </p>
                  <signed> Consigliere Richecourt
 Consigliere Gaetano Antinori</signed>
               </div3>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo secondo</head>
               <head> Descrizione del Territorio Pisano</head>
               <p> Il territorio pisano di cui si da annessa la pianta al numero I
<pb n="6"/>
principia per la parte della Maremma dal mare all'imboccatura del fiume
Cecina, e seguita per questo fino al marchesato di Riparbella, poscia
continuando per i confini del vicariato di Lari, della potesteria di Peccioli, e di
quella di Palaja sempre per la parte delle colline cala nel fiume Cecinella,
e a seconda dell'acqua attraversa la strada Fiorentina circa a due
miglia e mezzo sopra Castel del Bosco, e vicino al suo sbocco nel fiume
Arno lascia la Cecinella, e pel confine della terra di Montopoli
giunge al predetto Arno, sopra il quale voltando pure a seconda dell'acqua
arriva dirimpetto al fosso della Gusciana, donde passando a traverso lo
stesso fiume sotto il poggio di Montecchio, perviene al confine della
comunità di Calcinaja vicariato di Vicopisano, e seguitando pel confine
della comunità di detto Vicopisano fino al fosso della Serezza, piega sù
detto fosso verso il lago di Bientina fino all'Argine Grosso, e camminando
verso i monti di Buti, giunge a un termine murato alla falda del monte,
che si chiama il Porto di Tiglio, primo confine fra i territorj pisano e
lucchese; quivi salendo il monte trova il luogo detto Tiglio, comunità
di Buti, vicariato di Vicopisano, e stendendosi lungo il confine de
lucchesi sul vertice de monti delle comunità di Vicopisano, San Giovanni
alla Vena, Cucigliana, Lugnano, Noce, Verruca, Montemagno, Calci, Agnano,
Asciano, Bagno, Rigoli, Corliano, Mulina, Colognolle, Pugnano, e
Ripafratta, scende pe' confini di questa il monte, e traversando un
piccolo piano, che ha per confine un fosso, giunge al fiume Serchio sopra a
Cerasomma secondo confine de lucchesi, e nel voltare secondando l'acqua del
Serchio, arriva dirimpetto al luogo detto Lajano, comunità di Filettole nel
territorio pisano, ove passa il Serchio; e procedendo lungo una fossa, che
serve di confine, sale alla sommità del monte fino ad una torre rovinata,
e continuando il cammino sopra i monti di detta comunità di Filettole,
e d'Avane previene in faccia al luogo detto Pietra a Padule, dove
è il terzo termine murato co' lucchesi; indi scendendo al piano verso il
lago di Mazzaciuccoli per le comunità di <abbr>S.</abbr> Frediano a Vecchiano, di
<pb n="7"/>
 Vecchiano, Nodica, e Malaventre; giunge sopra il porto della Bufalina
dentro la macchia di Viareggio quarto confine lucchese, dal quale
prosegue a seconda di una fossa che si chiama del Confine, la quale
traversando tutta la macchia di Migliarino si conduce al mare, ove termina
la confinazione col territorio di Lucca. Dallo sbocco di detta fossa in
mare prende poi il confine del mare medesimo, e lungo la macchia di
Migliarino arriva alla foce del Serchio, e quindi andando avanti lungo il
lido della macchia di <abbr>S.</abbr> Rossore, attraversa Fiume Morto, e perviene
alla foce d'Arno, dalla quale lungo la macchia di Tombolo si conduce
alla bocca del Calambrone, e di qui alle mura di Livorno, d'onde poi
seguitando sempre il mare passa il Rio Maggiore e il fiume Ardenza,
e arriva ai poggi di Montenero, per le falde de quali prosegue fino
a Castiglioncello, termine di detti poggi, e poi a traverso del piano di
Rosignano, e Vada ritrova lo sbocco del fiume Cecina in mare, da cui
comincia la presente confinazione.
 Il territorio pisano così descritto comprende il capitanato di
Pisa, e il capitanato vecchio, e nuovo di Livorno, i vicariati di Vico
Pisano e di Lari, e le potesterie di Riprafatta, Pontedera, e Cascina,
Peccioli, e Palaja, ed è diviso in centotrentasette comunità. Questo
territorio consiste in una pianura adjacente al mare circondata da una
parte da colline piacevoli, e dall'altra da monti alquanto aspri,
e salvatici, la qual pianura è divisa da due fiumi principali
Arno, e Serchio, che sboccano con gran copia d'acque nel mare, e che
per le acque di questi, e di altri piccoli fiumi che la irrigano è sottoposta
a continui pericoli d'inondazioni; siccome per il poco suo declive verso il
mare, e per il rialzamento del letto di detti fiumi è sottoposta agli
stagnamenti dell'acque sue proprie naturali, per cui molti tratti di quelle
fertili campagne restano padulosi, e frigidi, e per cui anco i
terreni coltivati patiscono bene spesso considerabili danni per il tardo,
e difficile scolo delle acque piovane.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo terzo</head>
               <pb n="8"/>
               <head>Del Magistrato de' Fossi, e
sua Giurisdizione, e 
soprintendenza</head>
               <p> Da tale descrizione è facile il comprendere di quanta
importanza sia in questo territorio la direzione dell'acqua, e che senza il
soccorso dell'arte, e della continua attenzione non può mantenersi in quelle
pianure la fertilità della campagna, nè la salubrità dell'aria;
onde non è maraviglia, che vi sia stato fino dagli antichi tempi
stabilito un magistrato, che avesse la particolar cura di dirigere questo
importante affare, e in fatti si trova fino dall'anno <num>1475</num> essendo
venuta Pisa in potere della Repubblica Fiorentina, pensò questa a
riparare al pessimo stato in cui era allora quella pianura, e vi stabilì
un magistrato, che fu chiamato Opera della Riparazione del
Contado di Pisa, composto di due cittadini fiorentini, e quattro pisani,
e furono fatte fin di quel tempo diverse leggi per riparare coll'industria
all'infelice situazione di quel paese, alle quali sono state successivamente
secondo la contingenza de tempi fatte diverse variazioni, e
aggiunte fino all'anno <num>1587</num> nel quale fu pubblicata l'ultima riforma; la
quale pose gli affari di quel magistrato nel sistema che appresso a poco
al presente continua, ed essendo stato da Cosìmo Primo Gran Duca
chiamato col nuovo nome d'Ufizio de Fossi, fu composto de due Consoli di
Mare residenti in Pisa, di tre cittadini pisani da estrarsi da certe
borse municipali e di un Provveditore da eleggersi da Sua Altezza Reale, e
con tal numero di persone continuò fino al <num>1680</num> nel qual tempo fu aggiunto
al detto Magistrato il Commissario di Pisa, come sussiste ancora di
presente, e si chiamano i Commissarij e Ufiziali de Fossi.
 La giurisdizione di detto magistrato si estende per tutto il territorio
pisano sopra descritto, dal quale solo deve eccettuarsi il Capitanato
vecchio di Livorno, il quale siccome si regola dalla comunità di Livorno
<pb n="9"/>
 con governo totalmente separato, ed indipendente da quello dell'Ufizio dei
Fossi, così se ne dà a parte alla pianta al numero II di cui si parlerà al
suo luogo. Del resto dentro i limiti del detto territorio ha l'Ufizio suddetto la
totale privativa soprintendenza della direzione dell'acque; e provede
perciò al regolamento de fiumi, e mantenimento de loro argini e ripe,
all'escavazione, e mantenimento dei fossi, di tutti gli edifizi a acqua, ò che
servono a dirigere, o raffrenare il corso dell'acqua, di tutte le strade della
città e territorio, e degli acquedotti della città medesima, siccome delle
fogne, e altre fabbriche pubbliche; e generalmente soprattutto ciò che può
contribuire alla pulizia della città, e luoghi abitati, alla fertilità
delle campagne, e alla salubrità dell'aria.
 Per soddisfare a tali incumbenze gli sono state assegnate
alcune entrate di pertinenza in origine delle comunità pisane; e siccome
tali entrate non possono essere sufficienti a tutto il bisognevole, così per
il rimanente sono stati stabiliti alcuni metodi di imporre sopra i particolari
interessati nei lavori da farsi, e di rimborsarsi per questo verso delle spese
occorrenti.
 E siccome molte leggi, e ordinazioni col progresso dei tempi sono state
fatte si per regolare le dette operazioni, si per custodire e tener vive l'entrate
destinate per loro dote, si per il giusto, e facile reparto delle imposizioni,
così l'esecuzione di tali leggi rimane commessa alla cura di questo
magistrato, il quale ha privativa cognizione, e giurisdizione in tutte le cause
si civili, che criminali, che alle dette leggi, e ordinazioni hanno rapporto,
con piena facoltà di comandare quanto per l'esercizio delle sue incumbenze
stimerà opportuno, e di forzare ciascheduno all'esecuzione.
 Detto magistrato è indipendente, e dalle sue deliberazioni non si
dà appello a verun'altro tribunale, solo essendo luogo al ricorso immediato
al Principe, al qual effetto è stato sempre solito raccomandare in Firenze
alla cura di uno ò più ministri la sopraintendenza agli affari di esso,
si per ricevere ed esaminare i ricorsi che si presentano al principe, si per
<pb n="10"/>
 esaminare le partecipazioni, che il medesimo magistrato dirige secondo
le sue istruzioni a Sua Altezza Reale per riceverne la sua sovrana approvazione, e
per comunicare gli ordini che alla <abbr>R.</abbr>A<abbr>.</abbr>
                  <abbr>S.</abbr> piace dare di tempo in tempo per il
buon governo di esso Ufizio.
 Il detto Ufizio per l'esecuzione dei suoi ordini ha diversi ministri
subalterni, de quali in piedi al presente capitolo se ne da la nota segnata
di lettera A colla descrizione delle incumbenze, provvisioni, ed
emolumenti di ciascheduno.
 Nell'anno <num>1602</num> le comunità del territorio pisano, eccettuata la
città medesima di Pisa, furono smembrate dalla giurisdizione, e
sopraintendenza del Magistrato de Nove di Firenze, che presiede al governo
di tutte le comunità dello stato fiorentino, e fu stabilito in Pisa a tal
effetto un magistrato intitolato de Surrogati de Nove, ma questo fu
composto delle istesse persone, che componevano il Magistrato de Fossi,
onde quantunque il titolo sia diverso, e gli affari vi si trattino con
qualche separazione di atti, tanto si può in sostanza dire che l'istesso
Magistrato de Fossi soprintende al governo economico di tutte le
comunità della provincia pisana.
 Un altro Magistrato detto di Fabbriche, e Coltivazioni fu
istituito nell'anno <num>1601</num>, e composto di quattro cittadini di Pisa eletti
da Sua Altezza Reale a vita, e questo quantunque sia formato da persone diverse,
tanto per l'affinità delle materie si aduna nell'istessa residenza
e intervengono alle sue adunanze il Provveditore e Assessore dell'Ufizio de
Fossi e si serve dell'istesso cancelliere, e cancelleria. La premura del
Gran Duca Ferdinando Primo di vedere ripopolata la pianura
pisana, e ampliata con nuove fabbriche e coltivazioni la fertilità
di quel suolo, dette origine allo stabilimento di tal magistrato, che ebbe
la speciale sopraintendenza sopra le fabbriche, e restaurazioni
di case e orti, che per ornato della città e suo contado erano
bisognevoli, e sopra le piantazioni, e coltivazioni de' terreni, con
<pb n="11"/>
 autorità di prendere e fare osservare tutte le cautele, che per ben
regolare la coltura, e fertilità delle possessioni si stimano necessarie, come
si vede dal motuproprio del Gran Duca Ferdinando annesso alla lettera
B. E siccome spesso accade che le materie subordinate alla
cognizione di questo magistrato non sono con una notoria distinzione
separate da quelle del Magistrato de Fossi, e sono alle volte di dubbiosa
pertinenza, così bene spesso si trattano in questi due magistrati gli
affari con qualche promiscuità per non dire confusione.</p>
               <div3 type="epistola">
                  <head>A</head>
                  <head> Nota del Danaro che dalla Cassa
dell'Ufizio de' Fossi a titolo di 
Provvisione, o di mance si paga a
diversi Ministri del medesimo 
Ufizio</head>
                  <p>Al Commissario di Pisa ch'è uno dei
componenti il Magistrato_____________________________________________<num>39.14</num>
Ai due Consoli di Mare che ancor essi
intervengono nel Magistrato__________________________________________<num>105.24.8</num>
Ai tre cittadini pisani che riseggono
nel detto Magistrato_________________________________________________<num>632.13</num>
Ai quattro Uffiziali del Magistrato di
Fabbriche, e Coltivazioni, che quantunque
formino un magistrato separato hanno
<pb n="12"/>
 però alcune mance dalla cassa dell'Ufizio_______________________<num>132</num>
Al Provveditore il quale è direttore di tutta 
l'amministrazione dell'Ufizio___________________________________________<num>2189.4</num>
All'Assessore_________________________________________________________<num>243.17.4</num>
Al Cancelliere che serve tre magistrati, cioè
de Fossi, de Surrogati e di Coltivazioni, e
Fabbriche______________________________________________________________<num>1066.15.8</num>
Al Sotto Provveditore il quale deve essere un
ministro intelligente, e pratico della campagna, e capace
di ordinare e fare eseguire ogni lavoro, siccome
capace di ben regolare la scrittura dell'Ufizio,
l'immediata direzione della quale resta a suo carico___________________<num>1054.19</num>
Al Camarlingo il quale ha una pensione
passiva di <num>287.10</num> ____________________________________________________<num>869.5.8</num>
Al Ministro dell'Estimo, il quale ha cura di
tenere in giorno i libri dell'estimo di tutte le
comunità, e di formare le distribuzioni, che
l'Ufizio ogn'anno pubblica per suo rimborso
tanto sopra l'estimo, che sopra li scoli, con
impostare e tenere i libri dei debitori di tali
distribuzioni; e ha la cura in oltre di fare
i saldi con tutti i camarlinghi delle suddette
comunità; onde la sue carica si
considera per la più laboriosa dell'Ufizio, ed ha
una pensione passiva di lire <num>336</num>_______________________________________<num>852.2.4</num>
All'Ingegnere___________________________________________________________<num>1185.5.8</num>
Al sotto Cancelliere____________________________________________________<num>631.6.8</num>
Allo Scrivano Computista________________________________________________ <num>627.18</num>
Ai due Ministri a Cavallo, i quali
debbono esser persone capaci di levare di
<pb n="13"/>
 pianta, e dell'altre operazioni di agrimensura,
di ordinare e fare eseguire un lavoro____________________________________<num>1097.16</num>
Al Ministro dell'Opere di Bestie,
il quale riceve le portate di tutte le
bestie del territorio, e dirige le comandate,
che occorrono delle medesime bestie,
e forma il reparto della tassa annuale
che si pubblica sopra le bestie
suddette_________________________________________________________________<num>483.1.4</num>
All'aiuto del Ministro dell'Estimo,
il quale ha inoltre la carica di
Sopraintendente alla pulizia della
città______________________________________________________________________<num>662</num>
All'altro aiuto del detto Ministro
il quale ha in oltre la carica di riscontro
del camarlingo ___________________________________________________________<num>461.19</num>
All'aiuto di cancelleria________________________________________________<num>224.13.4</num>
Ai compisti di cancelleria________________________________________________<num>12.10</num>
Al Ministro delle Pinete ________________________________________________<num>341.1.4</num>
Al Caterattaio del Fosso de
Navicelli in Pisa ________________________________________________________<num>555.10</num>
Al Caterattaio di detto fosso
in Livorno_________________________________________________________________<num>316.</num>
Al primo Caterattaio per la
pulizia della città ______________________________________________________<num>634.10</num>
Al secondo Caterattaio per
l'istesso oggetto_________________________________________________________<num>466.10</num>
Al Custode del palancato di
<abbr>S.</abbr> Piero in Grado ________________________________________________________<num>90.5.8</num>
Al Custode del palancato
di Barbaregina____________________________________________________________<num>97.4.8</num>
                     <pb n="14"/>
Al Custode del palancato di Malaventre_____________________________<num>90.5.8</num>
A sette Caporali per lavori che fa 
l'Ufizio__________________________________________________________________<num>17.10</num>
Ai fontanieri, muratore, legnaiolo e magorano,
e altri artefici che servono l'Ufizio ____________________________________<num>25</num>
Alle quattro guardie dell'Ufizio _______________________________________<num>20.--.8</num>
Al primo donzello________________________________________________________<num>293.17.2</num>
Al secondo donzello _____________________________________________________<num>293.17.2</num>
L'importare di tal nota arriva
alla somma________________________________________________________________<num>15814.7</num>
che sono scudi __________________________________________________________<num>2259.1.7</num>

 Ma si deve avvertire, che non tutta la spesa di queste provvisioni
resta a carico della cassa dell'Ufizio, la quale per alcune porzioni
di tale spesa si rimborsa sopra l'estimo, e per alcune si rimborsa sopra gl'interessati
nei lavori, e in tanto si è posta in tal forma, perchè si veda tutto quello che per verità
conseguiscono gli stipendiati; del resto l'uscita della cassa a titolo
di provvisioni, mance, e altro, fatti tutti gli scandagli, ascende
a scudi millesettecento in circa.</p>
               </div3>
               <div3 type="epistola">
                  <head> B</head>
                  <head>Motuproprio di creazione dei magistrati
di fabbriche e coltivazioni
Don Ferdinando Gran Duca
di Toscana</head>
                  <p> La città nostra di Pisa e suoi piani di Vald'Arno, e Val di Serchio
dalle colline in quà se fussero piene di case, e avessero maggior numero
<pb n="15"/>
di abitazioni, avriano ancora concorso di popoli, quali se li eleggerebbero
per patria, sariano più coltivati, e più facilmente si difenderebbero dalle
inondazioni d'Arno con rendersi fertilissimi, e atti a nutrire con il frutto loro
quella moltitudine di gente, che già sostentavano, e ancor a
mandar grasce fuora, oltre il sovvenire la nuova popolazione di
Livorno con loro utilità; onde maggior comodità s'avria di supplire alle
spese, che ne apportano le soprabbondanti acque d'Arno. Però
aviamo pensato per l'introduzione di questo pubblico servizio non solo
invitare gli abitatori presenti della città, e contado possessori di terreni
a voltar l'animo alla coltivazione, procurare aiuti di nuova gente,
migliorare l'aria, che facilita la multiplicazione, propagazione, e
conservazione loro, ma ancora obbligarli. E per questo effetto essere
opportuna una particolare deputazione di uomini d'esperienza,
intelligenza, et accuratezza, et autorità che piglino l'assunto di farne
conseguire l'effetto suddetto. Onde informati che tali qualità
concorrono in <abbr>M.</abbr> Cristofano Bandini Camarlingo dello Spedal Nuovo di
Pisa, in Baccio Panciatichi Provveditore della Grascia, Bastiano
Manacci Provveditore del Ufizio de Fossi, e Giovanni Vecchiani
cittadino pisano, gli aviamo eletti, e in virtù delle presenti li
eleggiamo Commissari Deputati sopra le fabbriche,
restaurazioni di case, casalini, orti, coltivazioni et ogni altro della
città, suo contado, e piani suddetti, e luoghi palustici, e del
Vald'Arno, Val di Calci, Asciano, Agnano, sino a Librafatta, e la
Marina, li scoli particolari non spettanti all'Ufizio dei Fossi, con
ampla amplissima autorità di visitarli, massime li adiacenti
alla strada di collina sino al ponte d'Arnaccio, e del Val di
Serchio spogliati di case, e beni, e coltivazioni; ordinami le fosse
camperecce, scoli privati, li spartimenti dei campi, le
piantate d'alberi da cima, gelsi, viti, farnie, pioppi, olivi, lecci,
<pb n="16"/>
 e altri alberi a proposito alla qualità dei terreni, prati, pasture,
piantumati, bestiami bufalini, vaccini, domi, bradi, cavalli, pecore,
capre, muli, modi di custodirli, e case, le capanne da potervi
ciascuno tenervi nutrirvi, custodirvi, e multiplicarvi, le distribuzioni di
semente di grani, biade grosse e minute, commettere le diligenze
necessarie, sollecitare l'Ufizio de Fossi che faccia fare li scoli, ponti,
argini, e strade tanto a sua cura, e spesa, quanto a cura solamente
con spesa solita distribuirsi sopra l'estimo spettanti alli
particolari possessori, assegnar termini convenienti a mettere in
esecuzione gli ordini che daranno, e in caso di negligenza di quelli
particolari a chi gli aran dati di coltivazioni, piantate, scoli privati,
restaurazioni, fabbriche di case, capanne, solite commettere
all'Ufizio dei Fossi, e si esiguischino a spese di tali contumaci, delle
quali si stia almeno assoluto arbitrio loro, onde possino per la
restituzione astringere le loro persone, beni e frutti di terreni de facto,
senza processo, sommariamente, Manu Regia, procurare lavori di
fornaci, fare accomodare a chi fabbricherà nella città siti, casalini,
e casette di poco momento, e prezzo da trecento scudi in giù, e nelli
ripartimenti di terreni, e per imprese grosse, pezzetti di terreni da
detto prezzo in giù, e con obbligo che per tal'effetto ogn'anno almeno
due volte, una per tutto il mese di maggio, l'altra per tutto settembre
abbino visitato tutti li paesi nella presente deputazione compresi. Ogni
otto giorni la domenica dopo vespro debbino ritrovarsi, ed adunarsi nel
tribunale dell'Ufizio dei Fossi; il Cancelliere del quale, o suo sustituto in un
libro a parte noti, e conservi diligentemente tutte le deliberazioni che
faranno, oltre all'andar con loro alla visita suddetta che si faccia a
spese dell'Ofizio, e nella quale procurino che ciascun padrone
amministratore dei terreni da visitarsi, ancora spettanti all'amministrazione
dello Scrittoio nostro di Pisa, vi si ritrovi nel tempo della visita per
meglio intendere, e possedere la resoluzione loro, e non errare
<pb n="17"/>
nell'eseguirla, dovendosi perciò con bando pubblico per la città, e mercati et
affissione alle parrocchie intimare innanzi li luoghi, e giorni della visita,
oltre al pertecipare le deliberazioni di cose importanti quali abbino
contradizione, e ricordare, e procurare che li denari siano sovvenuti,
ed i legnami, quelli che bisogno per tal effetto n'haveriano; e tre di loro
concordi faccino deliberazione, e magistrato.
 Dato in Pisa li <date value="16010504">4 di maggio 1601</date>
 Il Gran Duca di Toscana
 Lorenzo Usimbardi Segretario.</p>
               </div3>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quarto</head>
               <head> Dell'entrate assegnate all'Ufizio de
Fossi</head>
               <p> L'entrata più considerabile dell'Ufizio de Fossi è quella che si
dice dei sali vecchi, la quale si riscuote della cassa della
Dogana di Pisa nella somma annua di scudi tremila cinquecento.
 Questa entrata ha origine da diverse antiche imposizioni
ordinate dalla Repubblica Fiorentina per formare un assegnamento
all'Ufizio dei Fossi. In primo luogo nell'anno <num>1491</num> per provvisione dei
Diciassette Riformatori delle Cose di Pisa sotto di 
<date value="14910621">21 giugno</date> esistente nella cancelleria de Consoli di Mare si vede, che fu imposto sopra
la tratta, o gabella de' grani che escono fuori di stato un soldo per
sacco a favore del detto Ufizio. In secondo luogo nell'anno <num>1528</num> per
provvisione della Repubblica Fiorentina del di <date value="15280104">4 gennaio</date> esistente nella
detta cancelleria de' Consoli di Mare si vede aumentato il prezzo del
<pb n="18"/>
sale in Pisa e suo contado un quattrino la libbra per tre anni,
e assegnato questo accrescimento al detto Ufizio. In terzo luogo per
altra provvisione della Repubblica Fiorentina del di 
<date value="15310912">12 settembre 1531</date> non solo restò confermato l'accrescimento predetto ordinato nel 
<num>1528</num>,
ma fu imposto un nuovo accrescimento di altri due quattrini per
libbra a favore del medesimo Ufizio, il che allora fu fatto per cinque
anni, e poi successivamente confermato per dieci, e finalmente ridotto
perpetuo, come si vede da una lettera del Gran Duca Cosìmo Primo del 
<date value="15400619">19 giugno 1540</date> diretta a Donato Ridolfi Provveditore della
Dogana di Pisa esistente in quella cancelleria, che si da annessa alla
lettera A. In quarto luogo fu assegnato al medesimo Ufizio il sesto
delle gabelle delle mercanzie, che a tal'effetto furono gravate di un
sesto di più sopra la solita gabella, il quale assegnamento ha origine
da una Capitolazione fatta nel <num>1532</num> tra i quattro Riformatori
delle Cose di Pisa, e la detta città di Pisa, come costa da una
riforma di quella Dogana fatta dal Duca Alessandro sotto il di
<date value="15320817">17 agosto di detto anno 1532</date>, e dalla detta lettera del Gran Duca Cosìmo
Primo a Donato Ridolfi del <num>1540</num>.
 Delle sudette assegnazioni si vede che ne primi tempi ne fu
tenuto conto a parte dall'Ufizio della Dogana di Pisa, che le
risquoteva, e ne pagava il prodotto all'Ufizio de Fossi. Ma nell'anno
<num>1573</num>si vede che questo prodotto fu per facilità fissato ad una somma
annuale certa, che è la sopradetta di scudi tremila cinquecento, la quale da
quel tempo fino al presente è stata pagata ogn'anno regolarmente, e
senza veruna alterazione.
 Nell'anno <num>1595</num> essendo bruciato il Duomo di Pisa per riparare ai
danni di tale incendio fu dalla città di Pisa offerto spontaneamente che si
accrescesse di nuovo il prezzo del sale nella detta città, e suo contado quattro
quattrini per libbra, acciò il prodotto di tale accrescimento s'impiegasse nell'accennata
<pb n="19"/>
riparazione, il che fu approvato per rescritto del Gran Duca Ferdinando Primo
per anni dieci. Nell'anno <num>1603</num> essendo ristaurata la chiesa, i pisani
supplicarono che il prodotto di tale aumento per il rimanente del decennio si rivolgesse
in benefizio dell'Ufizio de Fossi, e si vede che furono esauditi per motuproprio del
detto Gran Duca Ferdinando del di <date value="16030416">16 aprile 1603</date> annesso alla lettera B, il
quale assegnamento finito il decennio venne a spirare; ma siccome in quel
tempo che durava erano accesi ai libri dell'Ufizio in debito della
Dogana due conti, un conto vecchio per l'antico aumento del sale, e
altre entrate di cui sopra abbiamo parlato destinate in favore
dell'Ufizio, e un conto nuovo per l'accrescimento temporale avanzato, come
sopra abbiamo detto alla reparazione del duomo, quando cessò di esigersi
questo conto nuovo, rimase ai libri il solo conto vecchio, o conto de' i sali
vecchi, con la quale denominazione dura tuttavia a scritturarsi si ne
i libri della Dogana, che in quelli dell'Ufizio dei Fossi.
 Il secondo articolo d'entrata assegnata all'Ufizio dei Fossi, è
quella delle pinete. I monti di Pisa sono in gran parte rivestiti di pini
salvatici, i quali fino negli antichi tempi della Repubblica Pisana
si trova che erano considerati come una regalia di quel comune,
ed è stato perciò sempre proibito a qualunque persona di
potergli tagliare, o farne uso veruno, e in tale proibizione restano compresi
ancora i padroni medesimi del suolo, ove i pini suddetti sono posti, i quali
non ostante il dominio non possono disporre delle dette pinete, la
conservazione delle quali premeva alla città per servizio pubblico, e in
specie delle sue armate navali. Col progresso del tempo
la giurisdizione, e soprintendenza sopra queste pinete è stata
assegnata dai serenissimi Gran Duchi all'Ufizio de' Fossi con
facoltà di tagliare quel che occorre per servizio degli
aquedotti, e altre fabbriche pubbliche, siccome di profittare dei tagli
annuali, che senza pregiudizio delle boscaglie potevano farsi applicando la rendita ai bisogni
<pb n="20"/>
dell'Ufizio, e in specie al mantenimento della fabbrica delle fonti, come
resulta dal motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo del di
<date value="15920611">11 giugno 1592</date> annesso alla lettera C.
 In queste istesse boscaglie siccome è stato solito sempre
tagliare per servizio dell'Arsenale di Pisa, così a proporzione del maggiore, o
minor consumo di detto Arsenale, maggiore, o minore sarà la rendita annua,
che l'Ufizio potrà ritirarne secondo il ragguaglio di quello che ha
fruttato nell'ultimo decennio. L'entrata dell'anno comune, sarebbe scudi
<num>982</num>in circa, e in ciò è da notarsi che il cattivo stato in cui sono quelle
boscaglie toglie ogni speranza di far sopra il taglio delle pinete
maggior profitto; e anzi necessità a contentarsi per molti anni di
minorarlo.
 Il terzo articolo d'entrata propria dell'Ufizio è quella detta
dell'opera di bestie, la quale procede dall'obbligo, che anticamente avevano
tutti i padroni, e possessori di bestie del territorio di Pisa di contribuire
coll'opera di dette bestie ai lavori, che annualmente l'Ufizio faceva
nell'escavazione de fossi. Fu poi introdotto l'uso di ridimersi da tal obbligo
con pagare in contanti l'equivalente di dette opere. E finalmente
nell'anno <num>1689</num> fu preso espediente di tassare ciascheduna comunità in
una somma fissa, la quale si repartisse in ciaschedun comune tra i
possessori delle bestie a proporzione del numero delle bestie medesime.
 In tal guisa dunque fu imposta la tassa sopra tutte le suddette
comunità, che al netto importa scudi per duemilacentosessantadue in
circa, come resulta dal ristretto annesso alla lettera D, e tal somma non
è soggetta a variazione quando si esiga con puntualità ai debiti
tempi. Sopra ciò è da avvertirsi, che il metodo di esigere questa
tassa non è d'impostare per debitrici le comunità, le quali pensino per
rimborsarsi alla distribuzione sopra i particolari, ma l'Ufizio
medesimo fa la distribuzione sopra ciaschedun particolare, e imposta per
debitore ciascheduno, e da ciascheduno riscuote. E a quest'effetto
tiene un Ministro che si chiama dell'Opere di Bestie, che riceve le
<pb n="21"/>
denunzie annuali di tutte le bestie, che esistono in ciascheduna
comunità, le quali denunzie è necessario che l'Ufizio sempre abbia con tutta
l'esattezza anco per altri effetti, come sarebbe quello di regolare le comandate
che occorrono per i lavori, ed altro. E sopra la certezza che da tali
denunzie si ricava del numero delle bestie esistenti in ciascheduna comunità,
e sopra la certezza della tassa fissa, che da ciascheduna di dette
comunità deva esigersi, detto ministero proporziona il reparto a tanto per bestia
in ciaschedun luogo, e con ciò imposta per debitori i respettivi possessori
delle bestie suddette, e manda la lista dei medesimi in ciaschedun comune
coll'enunciativa del rispettivo contingente, il quale da ciascuno deve
pagarsi in Pisa nel mese di agosto alla cassa dell'Ufizio.
 Il quarto articolo d'entrata destinata per dote all'Ufizio de
Fossi sono gli ancoraggi, i quali consistono in una tassa imposta
a tutti i navicelli che passano per il fosso navigabile, che da Pisa
va a Livorno, e per l'altro simile, che da Pisa va a Riprafratta. Per
il passaggio in ciascheduno di questi fossi fatti per comodo della
navigazione, e del commercio vi è una tariffa, che si dà annessa alla lettera
E, la quale determina l'esazione di detta tassa, il prodotto annuo
della quale, siccome depende dalla maggiore, o minore affluenza dei
trasporti, così è sottoposta a variazione, e fatto il calculo di anni
dieci si trova che gli ancoraggi dell'uno, e dell'altro fosso sono arrivati
a rendere scudi milleventiquattro in circa, senza però detrarre in tal
somma le provvisioni de' caterattai, nè il mantenimento delle cateratte
di Pisa, di Livorno, e di Riprafatta, e loro respettive fabbriche, e della
fabbrica del varatoio, e della tettoia di Pisa, che tutti sono aggravi
di tale entrata.
 Il quinto articolo d'entrata resulta da beni stabili, che
possiede in proprio l'Ufizio. Fra questi l'effetto più considerabile è il letto
d'Arnaccio, il quale è un canale molto amplo, che principia da Arno alle
Fornacette, e si conduce allo Stagno, e serve per divertirvi l'acque d'Arno
<pb n="22"/>
sudetto quando si dà il caso che nelle massime escrescenze minacci di
sommergere la città e pianura di Pisa; e siccome prescindendo da
tali congiunture non è di uso al corso dell'acqua, è terreno perciò molto
proprio per la pastura, al quale effetto è preso in affitto dalle comunità
circonvicine per la somma fissa di scudi trecentocinque l'anno, alla quale
tutte concorrono secondo il reparto che si da annesso alla lettera F.
 Oltre la rendita di questo affitto, dagli altri beni, che l'Ufizio
tiene affittati, o allivellati, secondo il ragguaglio di anni dieci viene
a ricavare annualmente la somma di scudi centoventicinque in circa.
 Molti altri effetti l'Ufizio possiede senza ricavarne frutto
alcuno, come sarebbe degli argini e panchine de fiumi, e fossi, letti
abbandonati, e altre cose simili, dove o perchè le leggi per buon
governo proibiscono far piantazioni, o perchè si tratti di piccolissimi
ritagli di luoghi palustri e sterilissimi, o per incuria finalmente ed
inavvertenza, non si è pensato a ritirarne verun profitto.
 Qualche entrata l'Ufizio ricava dal taglio degli alberi che egli fa
piantare nei luoghi pubblici, o di sua proprietà, la qual'entrata però
non passa gli scudi dugentocinquanta in circa, ed è assorbita da
altrettanta spesa che si vede impiegata in tal piantazione annualmente.
 Un articolo d'entrata doverebbero essere per l'Ufizio le pesche, le
quali essendo dagli statuti dell'Ufizio proibite generalmente per il territorio
pisano sopra i fossi di scolo, e altri luoghi, si apparterebbe al medesimo
Ufizio il dare la licenza di pescare in quei luoghi, che non fossero pericolosi, e con
quelle regole che esso prescrivesse per evitare le fraudi, e i danni de'
pescatori, e da tali licenze potrebbe ricavarne qualche vantaggio. Ma
secondo l'abbuso presente non ne ricava cosa alcuna, essendosi i pescatori
usurpati la facoltà d'introdursi in qualunque luogo senza dipendenza
dell'Ufizio.
 Finalmente formano un piccolo oggetto d'entrata alla cassa dell'Ufizio
<pb n="23"/>
diverse condannazioni di pene pecuniarie, in cui incorrono per diversi
titoli i trasgressori alle leggi dell'Ufizio, che ragguagliano fra tutte
annualmente la somma di scudi dugentosessantatre in circa.
 Sicchè restringendo tutte l'entrate assegnate all'Ufizio de' Fossi,
si riducono secondo la seguente nota alla somma annua di scudi
ottomila seicento undici.</p>
               <div3 type="epistola">
                  <head> Ristretto dell'entrate appartenenti
all'Ufizio de Fossi</head>
                  <p> Dai sali vecchi______________________________________________________ Scudi  <num>3500</num>
 Dalle pinete ________________________________________________________ Scudi   <num>982</num>
 Dall'opere di bestie_________________________________________________ Scudi  <num>2162</num>
 Dagli ancoraggi______________________________________________________ Scudi  <num>1024</num>
 Dai beni stabili_____________________________________________________ Scudi   <num>430</num>
 Dal taglio degli alberelli___________________________________________ Scudi   <num>250</num>
 Da condannazioni diverse ____________________________________________ Scudi   <num>263</num>
                                                                       ______________
                                                           in tutto   Scudi  <num>8611</num>
                  </p>
               </div3>
               <div3 type="epistola">
                  <head> A</head>
                  <head> Lettera del Gran Duca Cosìmo Primo a
Donato Ridolfi Provveditore della Dogana di Pisa

 Al Magnifico Provveditore di Pisa Donato Ridolfi nostro carissimo</head>
                  <pb n="24"/>
                  <p>spettabile amico nostro carissimo. L'estrema necessità e penuria che ha
patito tutto questo territorio ci fà conoscere quanto sia utile, e necessario il lavorare del
continuo ai fossi di codesta città, e suo contado, mediante il quale
oltre, al rendersi sano il paese, si può sperare ogn'anno copia grande di
frumenti, e di biade in quella provincia; onde essendo stata ordinata
per il passato a tale effetto una legge, la quale dispone, che chi tiene il
luogo e offizio che avete voi, sia obbligato sotto pene gravissime, delle quali
sono cognitori et esequtori e conservatori delle leggi di questa città,
pagare a detto Ufizio de Fossi la terza parte del terzo di tutto il
ritratto del sale, che si mette a entrata al netto, et un soldo per ogni sacco di
grano che va fuori con gabella, e di un altro terzo di detto ritratto del
sale, che si mette a entrata, come sopra, e di un sesto di tutte le
gabelle che pagano con il sesto, tutto quello che vi resta et
avanza pagato i salari de' Rettori del Contado di Pisa, e de Cavallari,
emessi loro, e pagato tutti li censi che ogn'anno si pagano in
questa città agli Offiziali del Monte, all'Arte dei Mercatanti,
et a Cinque del Contado; vogliamo, e per le presenti vi ordiniamo che
in esequzione, e per osservanza di essa legge voi, e vostri
successori ogni mese da qui avanti senza replica exceptioni, o
dilazione alcuna dobbiate pagare, et effettualmente paghiate all'Offizio
predetto de' Fossi tutte le rate e porzioni assegnate per virtù di detta
legge, come di sopra, e che mancandosi nei pagamenti suddetti quel
camarlingo che mancherà resti molestato, e condannato nelle
pene, e pregiudizi che in essa legge si contengano, e che li presenti
Conservatori possino, e debbino esigerle, e farle esigere
irremissibilmente non ostante qualsivoglia in contrario, et acciò questa nostra
volontà e ordinazione, sortisca l'effetto che desideriamo, e che
voi e vostri successori non possiate pretenderne, o allegarne
ignoranza alcuna, vogliamo che il moderno nostro Provveditore
<pb n="25"/>
di costì faccia registrare le presente ne libri di essa Dogana a perpetua
memoria, e che il Cancelliere di quella sia tenuto sotto pena della nostra
indignazione e disgrazia nel principio del loro ofizio notificarle a
qualsivoglia vostro successore, et a qualunque Provveditore di detta Dogana infra
il termine di giorni otto dal di, che haranno preso l'offizio. Però come voi
l'arete lette, e presone copia, non mancherete di consegnarle da
nostra parte in mano del moderno prefato Provveditore, acciò le faccia
registrare al Cancelliere di detta Dogana, il quale potrà salvare li originali in
filza, e così eseguite dandoci avviso d'averlo fatto e bene vale.
Di Fiorenza li <date value="15400619">19 giugno 1540</date>
 Cosìmo de Medici
 Estratta la presente copia dalla Riforma de Fossi in carta
pecora segnata di numero  <num>2</num> sotto le carte <num>45</num>.</p>
               </div3>
               <div3 type="epistola">
                  <head> B</head>
                  <head> Motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo
che applica il prodotto dell'aumento del
prezzo del sale all'Ufizio
de Fossi

Don Ferdinando Gran Duca di
Toscana</head>
                  <p> Spettabili Consoli di Mare, e Uffiziali de' Fossi. Essendo Dio grazia
la restaurazione del duomo della città di Pisa ridotta a segno
che si può sperare, che l'opera di essa chiesa con le sue entrate
<pb n="26"/>
supplirà a quel che resta da fare, però inclinati alle supplicazioni, a
preghi della città di Pisa in sollevamento dell'universale di tutto il
paese, e sgravio dell'estimo, et imposizioni che sarebbero necessarie di fare
particolarmente per il sostentamento, e per la manutenzione de' condotti delle
fonti, e della restaurazione del Ponte a Mare, e del taglio alla foce
d'Arno, caso che sia necessario il farlo. Però applichiamo, et
incorporiamo l'augumento del sale, che già fu imposto per la restaurazione di
detta chiesa alle dette tre opere, e non in altro uso, e questo per il tempo che
resta per l'imposizione per l'avvenire, cominciando da oggi, e così ne farete seguire
il pagamento ai debiti tempi in mano del camarlingo de Fossi, quale
però oltre il tener conto a parte, e separato, non possa con stanziamento
del magistrato, nè senza esso in modo alcuno direttamente, nè inderettamente
accomodare, nè pagare denari suddetti in altra causa, che per li detti
effetti sopra ordinati, sotto pena di pagarli del suo proprio, che
così li farete intimare a detto camarlingo, et a ministri del sale, e
deputati sopra la fabbrica del duomo, e a chi bisognerà, e così
eseguirete. Dato in Palazzo <date value="16030416">16 aprile
	1603</date>
                  </p>
                  <signed> Il Gran Duca di Toscana

 Estratta la presente copia dal registro di suppliche de Fossi
dal <num>1599</num> al <num>1600</num> segnato di lettera G e di numero 
<num>9</num> sotto numero  <num>591</num>.</signed>
               </div3>
               <div3 type="epistola">
                  <head> C</head>
                  <head> Motuproprio del Gran Duca Ferdinando Primo
sopra le Pinete

 Don Ferdinando Medici Gran Duca di Toscana</head>
                  <p> Spettabile Offiziali de' Fossi di Pisa nostri carissimi volendo noi provvedere
<pb n="27"/>
che le pinete che sono nei monti, e territorio sottoposto alla nostra
giurisdizione si mantenghino, e possino crescere in grossezza, e lunghezza
per li servizi e lavori pubblici; et apportando a questo molto impedimento
quelli pini, che in detti monti, e luoghi sono già secchi da piedi, e quelli 
che per essere storti non possono divenire abili da lavoro da filo, e
l'esser parimente alcuni ne' luoghi suddetti folti, di maniera, che
s'impediscono l'un l'altro.
 Però vi commettiamo, che quelli, li quali son già secchi
al piede, usando in ciò buona fede, e senza fraude, comunque
siano gli facciate tagliare, e levare da piedi e accatastare per
vendergli.
 E quanto a quelli, che sono torti, come sopra purchè siano
distanti da case, e coltivati tanto di grani e biade, come di castagni, o
olive, e viti almeno braccia cento li facciate tagliare, e accatastare,
e vendere, come sopra, e quelli che sono diritti, come pure oveunque
siano in luogo folto, e verdi, acciò possino crescere, gli facciate diramare,
senza però toccare mai il tronco e pedale dell'albero, acciò non secchino,
con fare accatastare, e vendere dette diramature, per l'esecuzione
del quale ordine v'intenderete con Bastiano Manacci Provveditore
della fabbrica delle fonti, dandogliene la cura principale,
e perchè vogliamo che il ritratto di detta legna, dedotta la spesa
del tagliarle, et accatastarle, serva per detta fabbrica, avvertendo
gli esecutori, che se in ciò useranno fraude alcuna, o corruttela
saranno esemplarmente gastigati. Dato in Livorno
li <date value="15920111">11 gennaio 1592</date>
                  </p>
                  <signed> Il Gran Duca di Toscana 
 Estratta la presente copia dalla filza di suppliche de' Fossi
dal <num>1590</num> al <num>1594</num> segnato di numero <num>7</num> sotto numero <num>375</num>.</signed>
               </div3>
               <pb n="28"/>
               <div3 type="epistola">
                  <head>D</head>
                  <p> Ristretto e nota delle comunità del piano, e collina di Pisa tassate 
al pagamento della tassa dell'opere di bestie nelle somme di contro a
ciascheduna di esse notate, in ordine al benigno rescritto di Sua Altezza Reale de
<date value="16890425">25 aprile 1689</date> le quali somme vengono distribuite sopra le bestie degli
abitanti di dette comunità, in ordine alla portata che da essi
ogn'anno nel mese di gennaio vien fatta, a ragione di un tanto per bestia più
e meno secondo la quantità di dette loro bestie, qual pagamento devono
fare gli predetti abitanti alla cassa dell'Ufizio de Fossi di Pisa per
tutto il mese di agosto di ciascun anno, passato il quale i contumaci
incorrono nella pena del doppio.


 Comunità ____________________________________________________tassa
del piano____________________________________________________delle comunità
 Sant'Andrea________________________________________________ Lire <num>66.10.16</num>
 Asciano____________________________________________________ Lire <num>181.9.10</num>
 Agnano_____________________________________________________ Lire <num>101.6. 5</num>
 Avane______________________________________________________ Lire <num>83.18.5</num>
 Arena______________________________________________________ Lire <num>393.13.8</num>
 Bottano____________________________________________________ Lire <num>210.2.11</num>
 Calignola__________________________________________________ Lire <num>107.9.3</num>
 Colognole__________________________________________________ Lire <num>13.6.1</num>
 Coccinaia__________________________________________________ Lire <num>19.13.9</num>
 San Frediano a Vecchiano___________________________________ Lire <num>110.3.10</num>
 Filettole__________________________________________________ Lire <num>234.14.2</num>
 Gello______________________________________________________ Lire <num>40.11.11</num>
 Ghezzano___________________________________________________ Lire <num>110.17.5</num>
 San Giusto a Campo_________________________________________ Lire <num>51.3.5</num>
                     <pb n="29"/>
Limiti, e Camazzano__________________________________ Lire <num>97.4.6</num>
 San Martino________________________________________________ Lire <num>52.10.9</num>
 Mezzana____________________________________________________ Lire <num>70.12.4</num>
 Malaventre_________________________________________________ Lire <num>54.18.5</num>
 Metato_____________________________________________________ Lire <num>99.5.6</num>
 Mulina_____________________________________________________ Lire <num>64.16.4</num>
 Nodica_____________________________________________________ Lire <num>127.9.3</num>
 Orzignano__________________________________________________ Lire <num>37.3.8</num>
 Ponte a Serchio____________________________________________ Lire <num>10.4.8</num>
 Patrignone_________________________________________________ Lire <num>21.9.10</num>
 Rugnano____________________________________________________ Lire <num>61.8.2</num>
 Rappiana___________________________________________________ Lire <num>73.13.9</num>
 Rigoli e Corliano__________________________________________ Lire <num>122.2.7</num>
 Ripafratta_________________________________________________ Lire <num>73.--.1</num>
 Vecchiano _________________________________________________ Lire <num>119.14.10</num>
 Vecchialigia_______________________________________________ Lire <num>26.5.2</num>
 San Vittorio a Campo_______________________________________ Lire <num>67.11.--</num>
 San Benedetto a Settimo____________________________________ Lire <num>136.2.4</num>
 Casciavola_________________________________________________ Lire <num>103.--.6</num>
 San Casciano_______________________________________________ Lire <num>352.8.--</num>
 Cascina____________________________________________________ Lire <num>765.17.5</num>
 San Frediano a Settimo_____________________________________ Lire <num>139.10.6</num>
 San Giorgio________________________________________________ Lire <num>67.4.1</num>
 Laiano_____________________________________________________ Lire <num>43.13.4</num>
 San Lorenzo alle Corti_____________________________________ Lire <num>142.18.9</num>
 San Lorenza a Pagnatico____________________________________ Lire <num>103.--.6</num>
 Marciana___________________________________________________ Lire <num>76.8.3</num>
 Marcianella________________________________________________ Lire <num>83.18.5</num>
 Musigliano_________________________________________________ Lire <num>31.--.10</num>
 Montione___________________________________________________ Lire <num>95.3.7</num>
 Navacchio__________________________________________________ Lire <num>12.5.8</num>
                     <pb n="30"/>
Oratoio______________________________________________ Lire <num>232.6.5</num>
 San Prospero_______________________________________________ Lire <num>145.13.4</num>
 Pettori____________________________________________________ Lire <num>62.15.5</num>
 Putignano__________________________________________________ Lire <num>295.15.5</num>
 Riglione___________________________________________________ Lire <num>60.14.5</num>
 San Rimedio________________________________________________ Lire <num>134.1.5</num>
 Ripoli_____________________________________________________ Lire <num>65.16.10</num>
 San Sisto__________________________________________________ Lire <num>48.8.10</num>
 Titignano__________________________________________________ Lire <num>204.6.11</num>
 Usignano___________________________________________________ Lire <num>79.9.8</num>
 Zambra_____________________________________________________ Lire <num>103.14.2</num>
 Buti_______________________________________________________ Lire <num>155.4.5</num>
 Calci______________________________________________________ Lire <num>239.9.8</num>
 Cucigliana_________________________________________________ Lire <num>15.--.2</num>
 Calcinaia__________________________________________________ Lire <num>294.16.2</num>
 Gello e Pozzale____________________________________________ Lire <num>208.8.9</num>
 San Giovanni alla vena_____________________________________ Lire <num>59.19.7</num>
 Lugnano, e Noce____________________________________________ Lire <num>55.18.10</num>
 Monte, e Castello__________________________________________ Lire <num>193.1.9</num>
 Montecchio_________________________________________________ Lire <num>119.15.4</num>
 Montemagno_________________________________________________ Lire <num>39.18.3</num>
 Pontadera__________________________________________________ Lire <num>553.13.7</num>
 Vico Pisano________________________________________________ Lire <num>292.14.1</num>
 Uliveto, e Caprona_________________________________________ Lire <num>51.3.5</num>
 Barbaregina________________________________________________ Lire <num>158.12.8</num>
 San Biagio a Cisanello_____________________________________ Lire <num>51.3.5</num>
 San Giusto a Cisanello_____________________________________ Lire <num>72.13.4</num>
 San Giovanni al Gatano_____________________________________ Lire <num>110.3.9</num>
 San Giusto in Canniccio____________________________________ Lire <num>122.16.3</num>
                     <pb n="31"/>
San Iacopo a Orticaia________________________________ Lire <num>53.4.4</num>
 San Marco a Calcesana______________________________________ Lire <num>27.5.9</num>
 San Michele degli Scalzi___________________________________ Lire <num>32.--.15</num>
 San Marco alle Cappelle____________________________________ Lire <num>212.10.7</num>
 Santo Stefano______________________________________________ Lire <num>100.5.11</num>
 Ponsacco___________________________________________________ Lire <num>254.9.10</num>
 Camugliano_________________________________________________ Lire <num>46 4 5</num>
                                                              ______________
 Le comunità del Piano sommano in tutto ____________________ Lire <num>10011.18.8</num>

 Comunità
della collina
 Bagno a Acqua______________________________________________ Lire <num>69.8.4</num>
 Cevoli_____________________________________________________ Lire <num>136.9.2</num>
 Crespina___________________________________________________ Lire <num>201.8.7</num>
 detta per la fattoria di Cenaia dei Signori Bartolini
tassata l'anno <num>1706</num>______________________________________ Lire <num>20.-.-</num>
 Casciana___________________________________________________ Lire <num>38.-.9</num>
 Colognole__________________________________________________ Lire <num>34.5.8</num>
 Ceppato, e Parlascio_______________________________________ Lire <num>24.11.3</num>
 Castell'Anselmo, e Nugola__________________________________ Lire <num>50.3.--</num>
 Nugola per la fattoria di Nugola di Sua Altezza Reale_______________ Lire <num>35.--.--</num>
 Castelnuovo________________________________________________ Lire <num>135.18.7</num>
 Collemontanino_____________________________________________ Lire <num>32.11.5</num>
 Sant'Ermo__________________________________________________ Lire <num>39.11.2</num>
 Fauglia____________________________________________________ Lire <num>127.18.7</num>
 Gabbro_____________________________________________________ Lire <num>110.7.--</num>
 Lari_______________________________________________________ Lire <num>87.10.--</num>
 Santa Luce, Pieve, e Pastina_______________________________ Lire <num>174.6.4</num>
 Montalto___________________________________________________ Lire <num>31.4.3</num>
 Perignano, e Lavaiano______________________________________ Lire <num>228.11.3</num>
                     <pb n="32"/>
Pomaya_______________________________________________ Lire <num>44.--.2</num>
 Panana_____________________________________________________ Lire <num>34.19.4</num>
 San Ruffino________________________________________________ Lire <num>36.13.5</num>
 San Regolo, e Luciana, e Postigliano_______________________ Lire <num>81.17.6</num>
 Rosignano__________________________________________________ Lire <num>234.17.7</num>
 Usigliano di Lari__________________________________________ Lire <num>50.6.4</num>
 Casanova___________________________________________________ Lire <num>75.4.5</num>
 Fabbrica___________________________________________________ Lire <num>199.4.4</num>
 Ghizzano___________________________________________________ Lire <num>116.9.10</num>
 Legoli_____________________________________________________ Lire <num>101.6.9</num>
 Morrona____________________________________________________ Lire <num>50.16.7</num>
 Montecchio_________________________________________________ Lire <num>40.15.4</num>
 Peccioli___________________________________________________ Lire <num>245.5.6</num>
 Stiana_____________________________________________________ Lire <num>92.5.7</num>
 Strido_____________________________________________________ Lire <num>117.10.5</num>
 Terricciola________________________________________________ Lire <num>127.1.6</num>
 Alica______________________________________________________ Lire <num>45.17.5</num>
 Capannoli__________________________________________________ Lire <num>92.2.2</num>
 Collegoli__________________________________________________ Lire <num>21.19.11</num>
 Forcoli____________________________________________________ Lire <num>105.15.--</num>
 San Gervasio_______________________________________________ Lire <num>50.9.8</num>
 Marti______________________________________________________ Lire <num>214.14.9</num>
 Montefoscoli_______________________________________________ Lire <num>151.5.11</num>
 Palaia_____________________________________________________ Lire <num>107.2.5</num>
 Santo Pietro_______________________________________________ Lire <num>124. 6.10</num>
 Solaia_____________________________________________________ Lire <num>41.19.2</num>
 Toiano_____________________________________________________ Lire <num>42.9.4</num>
 Treggiaia__________________________________________________ Lire <num>130.13.4</num>
 Villa Saletta______________________________________________ Lire <num>71.9.3</num>
 Usigliano di Palaia________________________________________ Lire <num>26.18.11</num>
 Castellina_________________________________________________ Lire <num>141.--.11</num>
                     <pb n="33"/>
Chianni______________________________________________ Lire <num>253.19.7</num>
 Laiatico___________________________________________________ Lire <num>195.6.1</num>
 Orciatico__________________________________________________ Lire <num>82.14.5</num>
 Orciano____________________________________________________ Lire <num>68.11.5</num>
 Rivalto____________________________________________________ Lire <num>43.6.5</num>
 Riparbella_________________________________________________ Lire <num>68.7.11</num>
 Lorenzana__________________________________________________ Lire <num>108.16.5</num>
 Tremolato, e Vicchio_______________________________________ Lire <num>27.12.8</num>
 Le comunità della collina sommano in tutto ________________ Lire <num>5472.19.7</num>
 E quelle del piano sommano in tutto________________________ Lire <num>10011.18.8</num>
 ammonta l'entrata dell'opere di bestie in tutto a__________ Lire <num>15484.18.3</num>
 sono_______________________________________________________ Scudi <num>2212.18.3</num>

 Si defalcano scudi cinquanta compresi, e che
si distribuiscono in detta somma per la provvisione
del ministro_______________________________________________ Scudi <num>50.</num>
 rimane al netto l'annua entrata____________________________ Scudi <num>2162.18.3</num>
                  </p>
               </div3>
               <div3 type="epistola">
                  <head> E</head>
                  <p>Tariffa e regola
di quello devono pagare gli ancoraggi dei navicelli d'ogni
sorte tanto grandi, come piccoli, che passeranno il Ponte a Mare,
o per il fosso navicabile da Pisa a Livorno, così d'andata come
di ritorno levata dalla vecchia esistente a <num>83</num> emanata
dal negozio partecipato a Sua Altezza Serenissima et approvato con suo
benigno rescritto del <date value="16840901">primo settembre 1684</date> posto in filza di suppliche
P numero <num>494</num> approvato dal Magistrato li <date value="16840920">20 settembre 1684</date>
a <num>269</num> e prima.
 <pb n="34"/>
Li navicelli che vanno a spasso per il fiume Arno, e tutti li navicelli
che vanno a pescare non pagano cosa alcuna.
 Quelli che vanno con detti giunchi, e legna gettate dal mare
alla marina per una volta pagano______________________ Lire <num>--.6.8</num>
 Ma se tornassero carichi di mercanzia di Livorno
paghino_______________________________________________ Lire <num>1.6.8</num>
 Quelli che vanno con detti ad alloggiare al Piano, o a bocca
d'Arno per ciascuna volta paghino_____________________ Lire <num>--.6.8</num>
 Ma se tornassino carichi di mercanzia di Livorno______" <num>1.6.8</num>
 Quelli che vanno con detti a Stagno per una volta tanto
paghino_______________________________________________ Lire <num>--.6.8</num>
 Ma se tornassero di Livorno a Pisa carichi di
mercanzia paghino ____________________________________ Lire <num>1.6.8</num>
 Quelli che vanno con detti verso ponente senza entrare
nel fosso, quanto all'andata paghino__________________ Lire <num>--.6.8</num>
 E altrettanto alla tornata; ma devino
giustificare essere andati verso ponente, ma se tornassero
con mercanzie verso levante di Livorno paghino________ Lire <num>1.6.8</num>
 Quelli che vanno con detti verso levante all'andare
paghino ______________________________________________ Lire <num>-.16.8</num>
 E altrettanto alla tornata
 Quelli che con detti portano farina per la biscotteria
di Livorno paghino dieci crazie all'andata, e
altrettanto alla tornata, intendendosi tanto per detto fosso che per
quello di Santa Marta talchè l'effetto sia che per tutti
due i fossi devino pagare in tutto_____________________ Lire <num>1.13.4</num>
 Li navicelli de' passeggieri paghino per l'andata, e ritorno
per una volta tanto____________________________________ Lire <num>-.16.8.</num>
                     <pb n="35"/>
Il decreto del Magistrato de' Fossi de <date value="16870827">27 agosto 1687</date>
                     <abbr>G.</abbr>
                     <abbr>R.</abbr> a <num>15</num>
enunciato nella Riforma a <num>87</num> dice che li navicelli che vengono da Livorno con
passeggieri devino, e siano tenuti in lire <num>-.6.8</num> per una volta in ordine alla tariffa,
e riforma dell'Ufizio de' Fossi; e non ritornando a Livorno con passeggeri
devino pagare__________________________________________ Lire <num>-.16.8</num>.
 Ma se tornassero da Livorno carichi di mercanzie
paghino________________________________________________ Lire <num>1.6.8</num>.
 Li navicelli che caricheranno ortaggi, e robe di
qualsivoglia sorte devono pagare come gli altri________ Lire <num>-.16.8</num>.
 E non hanno a portare se non persone, e robe de'
passeggieri, ma che non siano mercanzie.
 Li navicelli che caricheranno diaccio paghino dieci crazie
all'andata, e dieci alla tornata; si veda il decreto
del <date value="17270731">31 luglio 1727</date>, che li riduce a_______ Lire <num>-.6.8</num>.
 Quelli che con detti porteranno acqua di Pisa a Livorno Lire <num>-.6.8</num>.
 Ma se torneranno di Livorno carichi di mercanzia
paghino________________________________________________ Lire <num>1.6.8</num>.</p>
                  <p> Tariffa, e regola
Di quello devono pagare li navicelli, che toccheranno, e passeranno per il fosso
di Santa Marta.

 Navicelli, che anderanno di Pisa a Ripafratta, e da Ripafratta
verranno a Pisa, eccettuati quelli della biscotteria di Livorno, che devono solamente
pagare, come si e detto, paghino appunto tanto all'andata, che alla
tornata, alla ragione di quello, che pagano quelli, che vanno, e vengono da Pisa
a Livorno, e da Livorno a Pisa.
 Navicelli, che verranno dal Bagno a Pisa carichi di sassi, materiali o altro
<pb n="36"/>
paghino all'istessa ragione, che pagano i navicelli, che per il fosso di
Livorno vanno a Stagno.
 Navicelli che entreranno in Barbaregina paghino alla ragione di
quelli che vanno al piano.
 Navicelli che entreranno in detto fosso di Santa Marta carichi di
qualsivoglia roba, e portino in ogni luogo fuora de soprannominati, paghino
all'istessa ragione di quelli, che vanno al piano.
 Si eccettuano dai suddetti pagamenti tutti i navicelli, che
caricano per servizio dell'Ufizio de' Fossi.
 Navicelli che passeranno dalla Porta a Mare con grano, biade,
e legumi forestieri per condursi a Lucca per via del fosso paghino giuli
quattro per ciascuno, e quei navicelli, che portano mercanzie senza
vettovaglia, paghino giuli due per ciascuno, così fu comandato per rescritto di
Sua Altezza Reale del dì <date value="16100417">17 aprile 1610</date> registrato in Dogana di Pisa, come si vede
nella Riforma Vecchia di questo Ufizio a <num>68</num>.
 E tutti quei navicelli, che saranno trovati in frodo, e non
averanno osservato il passaporto conforme la regola suddetta, siano tenuti pagare
dall'uno il sei, e in oltre essendo catturati dai famigli per detto conto, e
condotti in carcere, oltre la pena suddetta siano tenuti pagare ai detti
famigli per cattura lire sette per ciascuno, e ciascheduna volta.
 I ministri delle porte usino ogni diligenza, che sopra i frodi
siano pagati detti noli.
 Marco Andrea Baroncini cancelliere demandato.</p>
                  <pb n="37"/>
                  <p>Nota delle comunità della Potesteria di
Cascina debitrici del fitto d'Arnaccio da repartirsi
sopra tutta la Massa dell'estimo pagante delle medesime comunità

 San Benedetto a Settimo________________________________ Lire <num>38.6.1</num>
 Casciavola_____________________________________________ Lire <num>62.18.6</num>
 Cascina________________________________________________ Lire <num>557.11.6</num>
 San Casciano___________________________________________ Lire <num>76.19.2</num>
 San Frediano a Settimo, e Macerata_____________________ Lire <num>173.5.2</num>
 San Lorenzo a Pagnatico________________________________ Lire <num>149.12.4</num>
 San Lorenzo alle Corte_________________________________ Lire <num>79.--.8</num>
 Laiano_________________________________________________ Lire <num>23.14.6</num>
 Marciana_______________________________________________ Lire <num>82.1.5</num>
 Marcianella____________________________________________ Lire <num>99.19.9</num>
 Montione_______________________________________________ Lire <num>18.12.3</num>
 Musigliano_____________________________________________ Lire <num>16.3.9</num>
 Navacchio______________________________________________ Lire <num>9.15.8</num>
 San Giorgio____________________________________________ Lire <num>122.13.8</num>
 Pettori________________________________________________ Lire <num>29.3.3</num>
 San Prospero a Via Cava________________________________ Lire <num>133.2.4</num>
 Ripoli_________________________________________________ Lire <num>63.6.11</num>
 Riglione_______________________________________________ Lire <num>8.19.6</num>
 San Sisto al Pino______________________________________ Lire <num>15.14.3</num>
 Usignano_______________________________________________ Lire <num>117.11.9</num>
 Titignano______________________________________________ Lire <num>182.11.--</num>
 Zambra_________________________________________________ Lire <num>73.17.4.</num>
                                                        ________________
                                                        Lire <num>2135.-.9</num>
                                                   sono Scudi  <num>305.-.9</num>
                  </p>
               </div3>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quinto</head>
               <pb n="38"/>
               <head>Delle spese, che debbono farsi a carico dell'Ufizio
de' Fossi</head>
               <p> Con l'entrate enunciate nell'antecedente capitolo, deve l'Ufizio de' Fossi
supplire ai seguenti generi di spese.
 In primo luogo deve pagare tutti i ministri stipendiati dell'Ufizio
secondo la nota riportata sotto il capitolo terzo alla lettera A, dalla
quale si deve detrarre l'importare delle provvisioni di cui l'Ufizio si
rimborsa; onde resta a carico della cassa la somma di scudi
millesettecento in circa.
 In secondo luogo sono a carico della medesima cassa le spese
generali per mantenimento dell'Ufizio, le quali consistono in fuoco, libri, carta,
cera, lumi per consumo dell'Ufizio, in mantenimento della fabbrica del medesimo,
in elemosine alla chiesa della Madonna dell'Acqua, e altri obblighi
simili. E tutte queste ragguagliano secondo il calcolo di un decennio
a scudi seicentocinquanta in circa l'anno.
 In terzo luogo vi sono i frutti dei denari, che tiene a cambio
passivo l'Ufizio suddetto, che annualmente ascendono alla somma di scudi
cinquecentottantotto in circa sopra la sorte di scudi
sedicimilaottocentoventidue, che tanti se ne trovò al tempo della nostra visita avere in debito
l'Ufizio.
 Il quarto articolo di spesa è il mantenimento della fabbrica degli
acquedotti, e delle fontane della città, la quale secondo il ragguaglio di
anni dieci ascende alla somma di scudi ottocentotrentasei in circa.
 Il quinto articolo è la pulizia delle strade, e fogne della città, la
quale resta a carico dell'Ufizio de Fossi, e costa annualmente scudi
trecento, essendosi trovata per tal somma data in impresa.
 Alcune provvisioni di legnami, ferramenti, e attrazzi, che conviene
<pb n="39"/>
all'Ufizio tenere preparati per comodo dei lavori da farsi formano il
sesto articolo di spesa, che si chiama del magazzino di Porta Mare, e
importa annualmente scudi dugento trentasette in circa secondo il
ragguaglio di anni dieci. 
 La necessità di facilitare lo scolo delle acque nei fossi di quella
pianura porta, che si debbino secondo gli usi, e gli ordini antichi due
volte l'anno nettare, e pulire dall'erbe che in gran copia vi crescono,
e crescendo riempiono gli alvei, e ritardano il moto dell'acque; onde
questo ripulimento annuale, che l'Ufizio deve fare nei fossi
addossati a suo carico costa la somma di scudi centoquarantasei in circa
secondo il ragguaglio di quello, che si è speso in dieci anni, e costerebbe
molto più se si spendesse quanto veramente il bisogno richiede.
 L'ottavo articolo di spesa consiste nella piantata degli
alberelli, la quale costa annualmente secondo il ragguaglio fatto di dieci anni
scudi dugento cinquanta in circa; appresso a poco quanto è il profitto
del taglio di questi medesimi alberelli.
 Il nono articolo di spesa è il mantenimento dei ponti sopra i
fossi di pertinenza dell'Ufizio, e sopra le strade maestre del territorio
pisano, la quale spesa quantunque non possa calcolarsi
esattamente, tanto non manca di essere riguardevole per i dispendi
straordinari, che può cagionare.
 Il decimo articolo similmente non è calcolabile, e consiste nelle
spese di lastrico, che l'Ufizio per uso inveterato nella città di Pisa
soffre in proprio lungo le sponde d'Arno, e in alcune piazze, e altri
luoghi vicini alle fonti pubbliche, le quali quantunque non siano
continue, sono però molto valutabili.
 Tutto quello, che avanza a queste spese, che certamente ogn'anno
diminuiscono la maggior parte delle medesime entrate, deve consacrarsi
all'escavazione dei fossi principali del piano di Pisa, che sono recipienti
<pb n="40"/>
di tutte le acque di quella vasta pianura, al bisogno de quali l'Ufizio
secondo gli ordini veglianti deve in tutto supplire secondo la nota, che si dà
annessa alla lettera A. E siccome tra questi vi è il fosso di Livorno, e quello
di Ripafratta che debbono continuamente tenersi scavati per l'uso della
navigazione, così richiedono ogn'anno una grossa partita di spesa
impiegandosi nel mantenimento del primo scudi milledugento novantatre, e nel
secondo scudi trecento ottantatre, secondo il ragguaglio di dieci anni, e
ristringono in tal guisa la somma impiegabile nell'escavazione degli altri fossi, che
rimane insufficiente al supplire al bisogno di tutti; e costringe l'Ufizio a
contrarre debiti, o la campagna a rimanere danneggiata dai ritardati scoli,
o a rivalersi con imposizioni straordinarie, come si vede che più volte è
seguito; e come dall'annesso ristretto facilmente ciascuno si persuaderà che debba
seguire.

 Ristretto dell'uscita annuale nelle spese
poste a carico dell'Ufizio de Fossi

 A provvisionati____________________________________________ Scudi <num>1.700</num>
 A spese generali___________________________________________ Scudi <num>650</num>
 A interessi de cambi_______________________________________ Scudi <num>588</num>
 A fabbrica delle fonti_____________________________________ Scudi <num>836</num>
 A pulizia della città______________________________________ Scudi <num>300</num>
 A spese del magazzino______________________________________ Scudi <num>237</num>
 A nettatura dell'erbe______________________________________ Scudi <num>146</num>
 A piantata degli alberelli_________________________________ Scudi <num>250</num>
 A mantenimento de ponti____________________________________ Scudi --
 A spese di lastrico________________________________________ Scudi --
 A fosso di Livorno_________________________________________ Scudi <num>1293</num>
 A fosso di Ripafratta______________________________________ Scudi <num>383</num>
                                                           __________
                                                     in tutto Scudi <num>6.383</num>
                  <pb n="41"/>
Dal che si vede, che deducendosi dall'entrata
come sopra descritta nella somma di _________________________ Scudi <num>8611</num>
 la detta uscita certa annuale di __________________________ Scudi <num>6383</num>
                                                             ___________
 resta per assegnamento dell'escavazione di tutti
gli altri fossi della pianura la sola somma di_______________ Scudi <num>2228</num>
               </p>
               <div3 type="epistola">
                  <head> A</head>
                  <head> Nota de fossi della Pianura di
Pisa
che debbono secondo lo stato presente scavarsi, e mantenersi a
spese dell'Ufizio de Fossi.</head>
                  <p> Il fiume della Tora è appartenente per tre quarti all'Ufizio, e per un
quarto a particolari interessati.
 Il fosso Reale è tutto a carico dell'Ufizio.
 La fossa Nuova è per metà a carico dell'Ufizio, e per metà a carico
degl'interessati.
 Il rio del Pozzale si appartiene tutto all'Ufizio.
 L'antifosso d'Arnaccio similmente tutto all'Ufizio.
 Il fosso Vecchio come sopra.
 Il fosso del Torale
 Il fosso di Titignano
 Il fosso di Oratoio, il quale con i due precedenti si appartiene per tre
quarti all'Ufizio, e per un quarto agl'interessati.
Il fosso del Caligio è tutto a carico dell'Ufizio.
 La fossa Chiara similmente appartiene tutta all'Ufizio.
 Il fosso de' Navicelli da Pisa a Livorno è tutto a carico dell'Ufizio.
 Il fosso, o sia scolo di Pisa per due terzi a carico dell'Ufizio, e per un terzo
dei particolari.
<pb n="42"/>
Il fosso della Sofina appartiene tutto all'Ufizio.
 Il fosso dei Bastioni è per due terzi a carico dell'Ufizio, e per un
terzo dello Scrittoio delle Fortezze.
 Il fosso delle Fortificazioni si appartiene per un terzo all'Ufizio,
un terzo all'Abbondanza, e un terzo allo Scrittoio delle Fortezze.
 Il fosso della Vicinaia.
 Il fosso del Martraverso.
 Il fosso dello Scorno, e
 Il fosso del Fiume Morto si appartengono tutti all'Ufizio.
 Il fosso del Marmigliaio.
 Il fosso dell'Osaretto.
 Il fosso del Tedaldo.
 La fossa Cuccia.
 Il fosso dell'Anguillara, e
 Il fosso dell'Oncinetto si appartengono tutti parimente all'Ufizio.
 Il fosso Doppio appartiene per tre quarti all'Ufizio, e per un quarto ai
particolari.
 Il fosso di Ripafratta tutto è a carico dell'Ufizio.
 Il fosso dell'Oseraccio come sopra.
 Il fosso della Bana.
 La fossa Magna.
 Il fosso della Storvigiana
 Il fosso della Traversagna tutti come sopra.
 Il fosso della Serezza Nuova per un quarto si appartiene all'Ufizio, e
per tre quarti ai lucchesi.</p>
               </div3>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo sesto</head>
               <head> Delle spese a cui l'Ufizio soprintende
rimborsandosi sopra l'imposizioni</head>
               <p> Fin qui si è parlato delle spese, che l'Ufizio deve fare con la dote
<pb n="43"/>
delle proprie entrate. Resta ora da parlare degli altri generi di spese
raccomandate alla cura, e soprintendenza, del detto Ufizio, delle quali esso si
rimborsa con l'imposizioni, che in diversi modi egli distribuisce sopra i
particolari, che debbano secondo gli ordini veglianti soffrirle.
 Gli articoli più importanti in questo genere di spese sono i ripari
degli argini, e ripe dei fiumi Arno, e Serchio, e il mantenimento
delle strade principali della provincia. Per tutto quello che occorre per
questi due oggetti l'Ufizio ha l'incumbenza di provvedere quel che stima
conveniente, e ordinando i lavori necessari, li paga con i denari della
propria cassa, la quale poi rimborsa con l'imposizione dell'estimo, che si
distribuisce nell'anno susseguente. E siccome tale imposizione non
incomincia a risquotersi, che nell' agosto dell'anno susseguente, così è
manifesto, che l'Ufizio dei denari che anticipa per tali occorrenze, si tiene in
disborso almeno per lo spazio di due anni in circa.
 Questa imposizione dell'estimo è una tassa prediale, che in
ciascheduna comunità s'impone sopra i beni stabili, e serve per pagare le
spese locali di ciascheduna comunità, e le spese universali a cui
ciascheduna comunità deve contribuire, e siccome tanto l'une, che l'altre
sono variabili, così variabile ancora è questa imposizione, la quale
caricandosi sopra beni stimati, o si voglia dire allibrati, si pone a tanto per lira
secondo il maggiore, o minor bisogno annuale, che ciascheduno resta in tal
guisa tassato a proporzione della stima delle sue possessioni.
 Le comunità del territorio pisano oltre che le suddette spese locali, e
universali, che tutte le altre soffrono, hanno di più il particolare aggravio
di contribuire alle spese sopradette dell'Ufizio de' Fossi nel mantenere
gli argini, e ripe d'Arno, e del Serchio, e le strade suddette. Questa
contribuzione fu regolata con una legge del <num>1551</num>, con la quale a
ciascheduna strada o parte di strada sono state assegnate le comunità,
sopra delle quali deve repartirsi la spesa, e il simile è stato fatto
alle diverse partite degli argini suddetti, con la mira di far soffrire
<pb n="44"/>
respettivamente le spese a quelle comunità, che ricevevano dai ripari, e
mantenimenti suddetti benefizio. La spesa adunque in vigore di detta legge si
distribuisce sopra le comunità assegnate, e si divide tra loro a
proporzione della massa dei loro estimi, e in ciascheduna si suddivide in appresso
l'aggravio sopra i particolari a proporzione delle lire d'estimo, che
ciascheduno possiede. E' però d'avvertirsi che l'Ufizio per rimborsarsi non imposta
per debitrici le comunità, rilasciando a loro la cura del reparto; ma fa
da se la distribuzione, e reparto sopra ciaschedun particolare, e
imposta ai suoi libri per debitore ciaschedun possessore dei beni secondo il
suo contingente, il quale si esige direttamente in Pisa dalla cassa
dell'Ufizio de' Fossi. Talchè l'effetto è che ogni possessore di beni nelle
comunità pisane paga il suo contingente d'estimo per le spese della sua
comunità locali, e universali in mano al camarlingo della comunità
medesima; e quella parte di estimo che s'impone per l'Ufizio de Fossi lo
deve pagare in Pisa alla cassa dell'Ufizio suddetto.
 Questo metodo oltre a essere d'incomodo ai particolari debitori, che
hanno l'imbarazzo di tenere per causa dell'estimo due conti accesi, uno alla
comunità, e uno all'Ufizio dei Fossi, e di dover pagare il loro debito parte
in provincia, e parte in Pisa, è cagione ancora, che l'Ufizio suddetto, il quale
per tanti altri titoli è già costretto a tenere una voluminosa scrittura,
deve a tal solo oggetto darle un così copioso, e laborioso accrescimento, che in
verità i ministri volendo tenerla in giorno vi restano oppressi. E in oltre
da questo metodo deriva, che rimanendo molti debitori insolventi,
l'Ufizio de' Fossi che ha anticipato il denaro, e deve risquotere per rimborso,
rimane allo scoperto coll'andar del tempo di considerabili somme, e si rende
in tal guisa esausta la sua cassa, e impotente a riparare alle
nuove spese, che giornalmente occorrerebbero.
 Ciò che impone l'Ufizio de' Fossi sopra l'estimo a causa de
sopradetti lavori non è fisso perchè dipende dalla maggiore o minore quantità
<pb n="45"/>
dei lavori suddetti; ma facendo il ragguaglio di quello che a questo titolo
ha speso in dieci anni, importa annualmente scudi cinquemilacentododici
in circa. È ben vero da avvertirisi, che tale imposizione in questi ultimi
tempi è molto cresciuta; poichè osservando lo speso per l'istesso titolo
nelli anni precedenti, e facendo un anno comune dal <num>1680</num> in poi, il
ragguaglio importerebbe scudi tremila trecento cinquantatre in circa, e così
una somma molto più mite di quella fatta nell'ultimo decennio.
 Questa somma deve avvertirsi, che non si distribuisce ugualmente sopra
tutte le comunità; ma siccome si aggravano solamente quelle in benefizio
delle quali sono occorsi i lavori colla regola della detta legge dell'anno
<num>1551</num>, così può succedere, che nel medesimo anno l'aggravio in una
comunità sia maggiore, e in un'altra minore secondo le contingenze.
 Un altro articolo di spesa, che l'Ufizio suddetto fa per rimborsarsi
sopra l'estimo, è quello che si dice uscita dei Surrogati, la quale
non consiste in altro, che in alcune piccole provvisioni di ministri,
le quali per non aggravare la cassa dell'Ufizio, fu detto, che questa se ne
rimborsasse sopra l'estimo, a contemplazione del servizio, che detti
ministri prestavano, non solo all'Ufizio de' Fossi propriamente detto, ma ancora
al magistrato dei Surrogati, e così a contemplazione dell'utilità, che da
tal ministero resulta a tutte le comunità in genere.
 E questa distribuzione si fà con imporre egualmente sopra tutte le
comunità del territorio pisano a proporzione della loro massa d'estimo.
È ben vero, che in sgravio di questa imposizione, si deve considerare ciò
che l'Ufizio annualmente ritira da certe tasse, che tutti i Camarlinghi
delle comunità pagano nell'atto di fare ogni anno il loro saldo, le
quali tasse importano scudi sessantatre, onde per quel di più che manca
al rimborso dell'Ufizio si forma l'imposizione nella sopradetta
maniera.
 Un tal metodo d'imporre si osserva ancora per rimborsarsi della
<pb n="46"/>
spesa che l'Ufizio fa nel mantenimento del Ponte a Mare, il quale essendo
giudicato di benefizio universale, si è posato similmente sopra l'universale
il carico di mantenerlo. Un simile metodo si è anco praticato con l'istessa
reflessione quando fu fatta la fabbrica del Ponte di Mezzo della città
di Pisa, e pare molto giusto, e facile a mettersi in pratica in ogni caso, ove
si tratti di lavori, che risguardino il benefizio non particolare, ma universale.
È pero da avvertirsi, che l'imposizione de Surrogati diversifica da
quella del Ponte a Mare in questo, che nella prima si aggravano in tutte le
comunità le sole masse d'estimo de laici, e nella seconda si
aggravano anco quelle degli ecclesiastici, come fu fatto anche in quella del
Ponte di Mezzo.
 Ciò che s'impone per i Surrogati può ascendere annualmente a scudi
cent'otto in circa, anzi siccome tal somma annua rimane troppo tenue per
ripartirsi in ciaschedun anno sopra tante comunità, così se ne fa la
distribuzione ogni cinque anni per aspettare, che la somma sia più sensibile, e
suscettibile di minute suddivisioni; e in tal guisa la cassa dell'Ufizio ne sta in
disborso per tutto questo tempo.
 La spesa occorrente per il Ponte a Mare è difficile ridurla a
ragguaglio annuale; ma a proporzione del bisogno si fanno i lavori, la spesa de
quali quando arriva a somma distribuibile si forma l'imposizione per il
rimborso.
 Un altro genere di spesa totalmente diversa è quello, che l'Ufizio fa
per scavare, e mantenere i fossi, e fiumi, al di cui mantenimento non è
stato provvisto con incaricarne l'Ufizio medesimo. Siccome questi lavori si
giudicano solamente espedienti alla privata utilità dei terreni, che scolano in
detti fossi, o temono le inondazioni di detti fiumi, così è stato giudicato,
che la spesa debba posarsi solamente sopra i particolari possessori di
quei terreni, che risentono profitto dai lavori suddetti.
 L'Ufizio in questo genere non intraprende operazione veruna, se non a
<pb n="47"/>
 richiesta di alcuno degl'interessati. È ben vero, che essendo il lavoro richiesto
e non contradetto, e riconosciuta la contradizione irragionevole, e l'Ufizio lo
intraprende, e lo perfeziona con i propri denari, i quali anco in questo caso
anticipa per rimborsarsene sopra l'imposizione.
 L'imposizione si fà misurando le stiora del terreno che scola nel
fosso da cavarsi, o che in qualche modo riceve benefizio dal lavoro da farsi
e di poi fatta che sia la spesa, questa si distribuisce a un tanto per stioro;
e quando si giudichi che non tutti i terreni ricevino uguale vantaggio, si
dividono i terreni in classi, e in ogni classe si fa il reparto a tanto per
stioro. Fatto in tal guisa il reparto, si impostano, e addebitano tutti i 
possessori dei terreni ai libri dell'Ufizio del loro contingente, il quale da
essi si paga alla cassa; ma segue anco in questo caso ciò che si è detto
di sopra, cioè, che restando molti debitori insolventi, l'Ufizio oltre allo
stare in disborso del suo denaro, non ottiene poi il rimborso completo, come
sarebbe di dovere.
 Le spese solite farsi annualmente per questi lavori a carico dei
particolari sono molto variabili, ma si possono calcolare a scudi quattro
mila settecento novanta otto, secondo la spesa fatta negli ultimi
dieci anni, nella quale però sono comprese anco le spese dei
palancati.
 I palancati sono chiuse fatte con rastrelli di legno per 
circondare, e difendere i luoghi seminati dagl'insulti dei bestiami che
stanno per le macchie, i quali siccome occorrono farsi in luoghi,
che interessano quantità di persone, così per fuggire le querele, e le
lunghezze vi è stata interposta l'autorità dell'Ufizio, perchè questo
pensasse a farli, e rimborsarsi sopra ciascuni particolare,
quantunque anche in questo caso convenisse all'Ufizio soffrire
l'anticipato disborso del denaro, e lo scapito sopra i debitori cattivi.
<pb n="48"/>
A questa classe di spese si deve riferire ancor quella del lastrico
delle strade della città di Pisa, e di qualche castello del suo territorio, le quali
si anticipano dall'Ufizio, e si distribuiscono sopra i padroni delle case
adiacenti; e queste rispetto alle strade di Pisa sono importate al ragguaglio degli
ultimi dieci anni scudi cinquecento ottanta nove in circa.
 Un'altra spesa finalmente assai importante per la città di Pisa, è
quella di riparare, e mantenere le sponde, e muriccioli d'Arno dentro la città,
alla quale si provvede similmente con i denari dell'Ufizio, il quale doverebbe
rimborsarsene sopra la città medesima; ma per essere controverso il modo di
effettuare questo rimborso, questo resta tuttavia impendente con danno di
quella economia. Secondo gli ordini antichi, che si vedono fino del <num>1475</num>
le spese di tale occorrenza si dovevano ripartire sopra tutti gli
abitanti della città di Pisa. Ma questo metodo fu abbandonato forse
perchè era di troppo disastro ai poveri, dei quali suol formarsi il
maggior numero degli abitanti della città, e perchè con tutto il disastro il
pervenire all'effettivo rimborso era per mezzo di tali impotenti persone molto
difficile. Fù adunque nell'anno <num>1577</num> pensato un nuovo metodo di
distribuire sopra le case della città, per un terzo sopra le case che
riescono lungarno, e per li altri due terzi sopra le rimanenti case della città,
e tale imposizione si doveva fare a misura della maggiore, o
minore estensione delle rispettive facciate, o gronde delle case suddette, e perciò
si chiamava la distribuzione delle gronde. Questa però non ostante che
fusse ordinata nel detto anno <num>1577</num> si vede che allora non fu messa in
pratica, e durò molto tempo l'Ufizio a spender di suo senza rimborsarsi.
Finalmente essendo accresciuto il credito dell'Ufizio a somma tale da non
poter più stare in disborso, si vede che nel <num>1680</num> fu messa in pratica la
prima volta questa distribuzione delle gronde ideata cento anni avanti;
e furono in poco tempo pubblicate tre distribuzioni, la seconda delle quali
nel <num>1684</num>, e la terza nel <num>1693</num>; ma con infelicissimo successo per le difficoltà
<pb n="49"/>
che si suscitarono, per le quali l'Ufizio non ha mai potuto conseguire
l'intiero rimborso. Tra le più considerabili difficoltà fu la
pretensione che s'incontrò negli ecclesiastici di esentare da detta imposizione le
gronde, o facciate delle chiese, e altri luoghi sacri, la qual
pretensione essendo stata sostenuta da Roma, non fu possibile per le
distribuzioni allora veglianti devenire all'esazione sopra tali luoghi, anzi
l'effetto è stato, che essendo gli ecclesiastici debitori in confuso e per
ragione di luoghi immuni, e per ragione di luoghi non immuni, hanno
sfuggito con tal confusione di pagare il debito anco per la parte non
controversa, e per tal causa son rimasti accesi al libro detto delle gronde
molti nomi di debitori.
 Un altro effetto è seguito, che doppo col tempo tale
distribuzione sopra le gronde, attese mi suppongo, le difficoltà incontrate,
non è stata altrimenti messa in uso, e nell'anno <num>1710</num> ritrovandosi
l'Ufizio de' Fossi creditore di questa imposizione per lavori fatti di scudi
cinquemila cinquecento, il pagamento di questi fu addossato, in cambio di
distribuirlo sopra le gronde, allo spiano del Panfine di Pisa, con farli
pagare scudi cinquecento subito, e il restante a ragione di scudi
centocinquanta l'anno, con che la cassa dell'Ufizio non si trova ancora
rimborsata dell'intero della spesa fatta fino a detto tempo. Ma quel
che più importa resta ancora in totale disborso delle spese occorse
dal <num>1710</num> fino al tempo presente, per le quali non è stato preso alcun
provvedimento, quantunque sia di precisa necessità il farlo, o con
ristabilire in modo eseguibile, e non litigioso l'imposizione delle gronde, o
con distribuire in altro modo sopra la città, o altri obbligati questo
debito sì per le spese passate, che per le future. Le quali spese future
si rendono tanto più indispensabili, e riusciranno più gravose,
<pb n="50"/>
 quanto che questa difficoltà di rimborso è stata causa per il passato, che
l'Ufizio in tale articolo ha speso meno che ha potuto; onde al presente le
sponde d'Arno si trovano in precisa, e pronta necessità di copiosi 
resarcimenti.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo settimo</head>
               <head> Del concorso degli ecclesiastici alle imposizioni
dell'Ufizio de' Fossi</head>
               <p> I beni ecclesiastici del territorio di Pisa sono nell'istessa guisa,
che nel rimanente della Toscana di due nature; poichè alcuni si dicono
di antico acquisto, perchè passati in dominio della Chiesa avanti la
bolla di Leone decimo, e gli altri di moderno acquisto, perchè acquistati
dopo la disposizione di detta bolla, che sottopone a tutte le gravezze
i beni, che da allora in poi sarebbero passati negli ecclesiastici.
 Per i beni di moderno acquisto la detta bolla, e la successiva
pacifica osservanza ha tolto tutte le difficoltà, perchè si equiparano a 
tutti gli effetti ai beni de laici; ma per i beni di antico acquisto si
incontrano in ogni genere d'imposizione degli ostacoli; perchè in primo
luogo pretendono di essere esenti, e privilegiati da qualunque
aggravio; e secondariamente quando in qualche caso siano tenuti a
concorrere, pretendono di dover godere qualche distinzione, e alleggerimento
della gravezza, e in oltre di non poter essere astretti a pagare per
mezzo dei tribunali laici; ma che deva l'esazione seguire per via
della Curia Ecclesiastica. Infatti nell'imposizione ordinaria
<pb n="51"/>
dell'estimo, che si forma in ciascheduna comunità, questi beni di
antico acquisto sono totalmente esenti, e si chiamano non paganti, non
concorrendo essi a ciò, che le comunità per le spese locali, e universali
impongono annualmente sopra i possessori dei terreni.
 Ma siccome quello che impone l'Ufizio dei Fossi sopra l'estimo
non è propriamente una gravezza, ma un rimborso, e restituzione di
spese fatte in diretta, e particolare utilità di ciaschedun possessore dei
terreni, che restano con tali spese liberati, e preservati dall'imminenti
danni delle acque, così è stato sempre preteso che restino obbligati
alla restituzione di tali spese anco i beni di antico acquisto, detti non
paganti, valendosi in ciò della generale consuetudine che è in Toscana, che
i beni ecclesiastici di tal natura concorrino alle spese di fiumi, ponti,
strade, e simili, che si fanno per particolare interesse di ciaschedun
concorrente.
 Nonostante in questo caso, o per fuggire le dubbizze, o per
qualunque altra causa fu creduto opportuno di domandare un breve a Roma
per ottenere il concorso di tali ecclesiastici. Il breve si ottenne, ma con
delle condizioni alquanto favorevoli per gli ecclesiastici, perchè fu detto che
li ecclesiastici concorressero, quando i beni dei laici non fussero potenti
a soffrire soli la spesa, che nel concorrere dovesse farsi loro qualche
sbasso, o diminuzione, e che non dovessero in alcun modo concorrere alle spese
di ornati, coltivazioni, e simili, e con altre dichiarazioni espresse nel
breve di cui si da la copia in piede del presente capitolo alla lettera
A, il quale è l'ultimo ottenuto nell'anno <num>1735</num>.
 Questo breve ogni dieci anni deve rinnovarsi, ed è quello che si
osserva pacificamente nella presente distribuzione delle imposizioni. In
oggi non si controverte più, se siano tenuti gli ecclesiastici a concorrere
o no, attesa la condizione di non concorrere, se non in caso d'impotenza
<pb n="52"/>
dei laici, perchè vi sono due sentenze di nunzi pontifici, che si danno
annesse alla lettera B, e alla lettera C, che dichiarono dover essi
concorrere atteso che costa che i beni dei laici sono insufficienti a soffrire
tutto il peso dell'imposizione. Nell'istesse sentenze però è stato
dichiarato, che da alcuni generi di spese siano gli ecclesiastici esenti, e in
specie da tutte le spese dei ministri, l'opera dei quali è necessario
impiegare per disegnare, dirigere, e perfezionare i lavori. Ed è stato detto che
l'Ufizio de' Fossi nel distribuire ciascheduna imposizione debba
mostrare la distribuzione, e i libri delle spese fatte a certi deputati
ecclesiastici, i quali possino riconoscere, se i loro beni venghino aggravati più
del giusto, e avvalorare con la loro approvazione dette distribuzioni.
 Queste condizioni da osservarsi fanno sì, che l'Ufizio per potersi
rimborsare dei suoi crediti bisogna che tenga in ciascheduna imposizione
conti, e libri doppi, e reduplichi la fatica dei suoi ministri, poichè dovendo
distinguersi la massa degli ecclesiastici da quella de' laici, viene a
imporsi con diversa proporzione, nè si può ad un tanto per lira collettare
gli uni, e gli altri, e tale reduplicazione di conti che si incontra in tutti i
minuti articoli di spese reduplica certamente la scrittura dell'Ufizio, e la fatica
delle persone impiegate a tenerla.
 E siccome doppo fatte tutte queste diligenze non si ottiene, che di
potere solamente imporre, giacchè l'esazione dei nomi ecclesiastici si vuole che
passi per la curia ecclesiastica, così segue che l'Ufizio non ha modo di
forzare i suoi debitori al pagamento, e rimane per molto tempo in disborso de'
suoi capitali, e con la tardanza si fanno sempre delle perdite a causa
delle poste che facilmente diventano inesigibili.
 Per accellerare tale esazione l'Ufizio è stato costretto di dare alla
curia ecclesiastica un sette per cento di partecipazione` sopra le somme,
che per suo mezzo si riscuotono, ed è stato costretto a restare perciò in un
sicuro, e perpetuo disborso di detta somma con danno della cassa, che per
tali perdite rimane sempre più esausta.
 Questo sette per cento quantunque non apporti alcun benefizio agli
<pb n="53"/>
ecclesiastici che pagano, è però un aggravio considerabile per l'Ufizio, nella
cassa del quale ogni anno si accresce il vuoto per altrettanta somma. 
E a questo si aggiunge un altro aggravio di cinque per cento, che l'Ufizio è quasi
sempre costretto a soffrire, perchè i debitori ecclesiastici essendo per l'ordinario
morosi, così cadono per lo più negli spogli, che fanno i soprasindaci, i quali
poi pensano a esigerli, ma con la pertecipazione del cinque per cento; sicchè
accade, che sopra tali nomi abbia bene spesso l'Ufizio uno scapito di
dodici per cento.
 Cumulando questo aggravio che soffre l'Ufizio con l'altro aggravio, che
soffre la massa de' laici in sopportare sola tutte le spese di ministero,
si vedrà chiaramente essere il concorso degli ecclesiastici a queste spese di
comune utilità molto incompleto, e molto lontano dalla giustizia, e
dall'uguale profitto, che ne ricavano tutti i proprietari dei terreni a proporzione delle
respettive loro possessioni.
 Ciò che si è detto per rapporto agli ecclesiastici nella distribuzione
della spesa che si fa sopra l'estimo, si deve intendere ancora della
distribuzione che si fa sopra gli scoli, nella quale si osservano l'istesse 
regole per tassare, e distribuire sopra i beni di antico acquisto.
 Finalmente anco in occasione delle spese fatte per causa di lastrichi,
avendo alcune chiese della città di Pisa promosse delle pretensioni, queste
con le loro lunghezze, e difficoltà hanno anco in questa parte ritardati
all'Ufizio de Fossi i mezzi di rimborsarsi. È ben vero, che l'uso è che gli
ecclesiastici paghino in questo come i laici, e non si sa che sia stata
formata pretensione, nè allegato alcun titolo per esentarsene. Solo di fatto
alcuni difficultano, e ritardano il pagamento, il quale per mancanza di
coattiva non si può fare eseguire senza molto circuito. E alcuni parochi
di Pisa per aver chiese di rendita miserabile ripugnano di esser
tenuti a tale spesa per mancanza della congrua, la quale obiezione non
porta in conseguenza, che la chiesa sia esente; ma ridurrebbe la
questione solo a vedere se per la chiesa sia tenuto il paroco, o il
<pb n="54"/>
patrono, o il popolo, o altri che in mancanza della congrua si possino
dire obbligati.
 Per l'imposizione delle gronde abbiamo accennato nel capitolo
precedente che fu preteso dagli ecclesiastici di esentare tutte le fabbriche
sacre e che questa pretenzione fu sostenuta acremente dalla Congregazione
dell'Immunità di Roma, la quale fece un decreto contrario a detta imposizione
nell'anno <num>1683</num> fondato in un voto del cardinale Albizi; ma non essendo
andata avanti questa imposizione, et essendo difficile per questa, e altre cause
di riassumerla, stimo superfluo il parlarne altrimenti.

</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>Parte seconda</head>
            <pb n="55"/>
            <head>Relazione della Vista fatta
all'Ufizio de Fossi di Pisa l'anno <num>1740</num>
 Parte seconda</head>
            <argument>
               <p>Nella quale si descrive lo stato della Campagna
pisana al tempo di detta visita, e si
propongono i regolamenti per bonificarla, e
mantenerla sempre in buon grado.</p>
            </argument>
            <div2 type="indice">
               <head>Indice</head>
               <pb n="71"/>
               <head>Tavola de Capitoli della Parte
seconda</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1 </num> Divisione della pianura pisana</item>
                  <item> Capitolo <num>2 </num> Del fiume Arno</item>
                  <item> Capitolo <num>3 </num> Degl'influenti del fiume Arno</item>
                  <item> Capitolo <num>4 </num> Del fiume Serchio</item>
                  <item> Capitolo <num>5 </num> Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli</item>
                  <item> Capitolo <num>6 </num> Della campagna adiacente al fiume Morto</item>
                  <item> Capitolo <num>7 </num> Del fosso Reale o Calambrone</item>
                  <item> Capitolo <num>8 </num> Della pianura interposta tra Arno, e fosso Reale</item>
                  <item> Capitolo <num>9 </num> Della pianura interposta tra fosso Reale e le colline</item>
                  <item> Capitolo <num>10 </num> Della pianura di Livorno</item>
                  <item> Capitolo <num>11 </num> Della città di Pisa</item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo primo</head>
               <pb n="72"/>
               <head>Divisione della Pianura pisana</head>
               <p> Dalla soprascritta narrazione può comprendersi qual fusse il 
sistema dell'Ufizio de' Fossi, allorchè ci fu data la commissione di visitare lo
stato della sua amministrazione, e lo stato della Campagna pisana. E siccome
questa visita aveva due oggetti, uno di stabilire i lavori necessari al buon
regolamento delle acque in quella Provincia, che in gran parte venivano
controversi, e l'altro di trovare li assegnamenti per i suddetti; così
principieremo da esporre ciò che fu operato per adempire alla prima parte di questa
nostra incumbenza, per passar poi alle proposizioni che ci parvero più
fattibili per assicurare alla disastratta azienda dell'Ufizio bastevoli e
perpetui assegnamenti.
 La Campagna pisana adunque dentro i confini da noi
sopradescritti è distinta in pianura, collina, e montagna, la pianura è
confinata a settentrione dalle montagne, che dividono lo stato pisano dal lucchese;
a mezzogiorno dalle colline, a levante dalla Cecinella, fiume che
divide il territorio pisano dal fiorentino, e dai Poggi di Montecchio; e a
ponente dal mare. Questa pianura è il principale oggetto dell'Ufizio de Fossi
per la difficoltà che vi è di regolare il corso dell'acque, le quali sì per la
montagna, che per la collina non hanno bisogno dell'assistenza dell'arte; e
perciò dentro i limiti di detta pianura fu da noi ristretta la nostra visita,
giacchè l'Ufizio de Fossi fuori di essa non ha altra cura che lo riguardi,
<pb n="73"/>
 che il mantenimento di alcune strade, che non formano un ogetto molto
considerabile.
 Questa pianura è di lunghezza, contando da Bocca d'Era fino al mare di
diciotto miglia in circa per linea retta. La sua larghezza poi è diversissima
secondo le molte vaste tortuosità che formano le radici de monti e delle colline
che la confinano. Lasciando da parte la pianura di Livorno come di
natura diversa, la maggior larghezza della pianura di Pisa è dalla parte del
mare, ove dal confine di Lucca fino alla Bocca del Calambrone si contano
sedici miglia; e la minor larghezza che è dal monte della Verrucola fino
alla Collina di Perignano è di cinque miglia. Non è stata calcolata
esattamente l'estensione della sopradetta Pianura per le tante irregolari sinuosità che
formano le radici delle suddette montagne, e colline; ma per le considerazioni
fattevi vien giudicata esser la di lei superficie dugento miglia quadre; e
di altrettanta e forse maggior ampiezza vien giudicata la superficie di quelle
montagne, e colline che mediante il loro declive tramandano le acque
nella pianura suddetta.
 Questa pianura si trova in stato quasi orizzontale e con pochissima
inclinazione verso il mare che dev'essere il ricettacolo delle di lei acque; e
questa è la causa che ella soffre tanti pregiudizi nel corso ritardato e
difficultato delle acque  suddette, e che vi è necessaria una straordinaria, e
perpetua diligenza per regolare il movimento delle medesime.
 L'acque che infestano questa pianura si possono distinguere in due sorte,
estranee cioè, e naturali. Le estranee sono quelle che per mezzo de fiumi
procedenti da paesi più remoti vi sono portate, e le naturali sono quelle
che dal cielo piovono sopra la suddetta pianura, e sopra la superficie
dei monti, e delle colline adiacenti, di dove poscia o per mezzo di rivoli
e torrenti scorrono nel piano, o per via di canali sotterranei tengono vive
le scaturigini d'acqua, che in gran quantità per il mezzo di detta pianura
si ritrovano.
 <pb n="74"/>
Tutte queste acque doverebbero portarsi la mare, e per portarvele non
vi sono, come dimostra la carta, che cinque bocche, cioè la Foce del
Calambrone, la Foce d'Arno, quella di Fiume Morto, quella del Serchio, e l'esito 
del porto di Viareggio, ove comunica il lago di Maciuccoli, nel quale
scolano diverse campagne del territorio pisano. Se a qualcheduna di
queste cinque foci potessero portarsi tutte le acque che sopravvengono
nella provincia pisana con un moto regolare, e ristrette in canali
atti a riceverle, la naturale fertilità della campagna, e la
benignità del clima renderebbe il paese uno de più floridi dell'Italia; ma
la poca inclinazione che abbiamo di sopra accennato che ha questa
pianura verso il mare, forma in diverse parti potenti ostacoli
al moto delle sue acque naturali, che sono perciò sottoposte a spessi
stagnamenti, altri temporali, altri perpetui; e l'impeto con cui talvolta
corrono per la pianura suddetta l'acque straniere espone il paese
all'altro male delle inondazioni, talchè per l'una e per l'altra di queste
naturali disgrazie resta notabilmente offesa la salubrità del suo per altro
delizioso soggiorno, resta una parte del suo terreno ben considerabile
totalmente inutile, e un'altra assai pericolosa, e resta priva della
popolazione di cui sarebbe intanto maggior numero capace, e di cui averebbe
necessità per render più leggiero alli scarsi suoi abitatori il peso della
vigilanza continua che bisogna impiegare per difendersi da simili
infortuni, e del dispendio annuo che per tal causa convien soffrire.
 Riassumendo la distinzione da noi di sopra proposta delle acque di
questa provincia, è da considerarsi che l'acque estranee vi sono portate
dal fiume Arno, e dal fiume Serchio, i quali siccome corrono con pelo delle
loro acque superiore al piano della campagna, così sono quasi per
tutto il loro corso sostenuti con argini alti e potenti, e sono per ciò
incapaci di ricevere in sè lo scolo delle pianure adiacenti che restano
più basse. Sicchè prescindendo da alcuni pochi influenti di cui
<pb n="75"/>
 si parlerà a suo luogo, si può dire generalmente che questi due canali
sono i ricettacoli delle acque straniere, e che solamente le altre tre foci, del
Calambrone, del Fiume Morto, e del lago di Maciuccoli servono a scolare le acque
naturali della campagna pisana, la quale perciò si divide comodamente
in tre parti; la prima cioè interposta tra il fiume Arno e le colline,
che più comunemente si chiama Valle d'Arno, che tutta sbocca in
Calambrone; la seconda interposta fra l'Arno, e il Serchio, che tutta sbocca
in Fiume Morto, e la terza situata di là dall'argine destro del Serchio,
che scola nel lago di Maciuccoli.
 Per seguitare adunque la divisione naturale del paese, prima
parleremo del corso di detti due fiumi Arno, e Serchio, e passeremo poi a
considerare le dette tre porzioni di pianura con la foce che ciascheduna ha
per lo scarico delle sue acque, notando in ciaschedun luogo le
osservazioni che nella visita a noi commessa furono fatte per benefizio di
questo importante territorio.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo secondo</head>
               <head> Del Fiume Arno</head>
               <p> Il fiume Arno nasce dalle montagne dell'Apennino, e
traversando la Toscana da levante a ponente prende la maggior
parte dell'acque di tutta la provincia, e le porta nel territorio
pisano, ove entra alla foce della Cecinella, e per mezzo di detto
territorio le scarica in mare con un corso alquanto tortuoso di
trenta miglia in circa.
 Queste acque portano alla città di Pisa e sue campagne
adiacenti il comodo di avere un fiume navigabile; ma dall'altra parte
espongono il paese a diversi incomodi, il primo e il più essenziale de'
quali è il pericolo dell'inondazioni, che bene spesso hanno desolato
<pb n="76"/>
 la parte più coltivata della campagna, e afflitto con danni
notabilissimi anco la città.
 A queste inondazioni tutti i luoghi adiacenti ai fiumi vi sono in
qualche modo sottoposti, e forse quando il caso porta una combinazione
contemporanea di eccessive pioggie, e di liquefazione di nevi vi sono 
sottoposti senza che l'arte possa portarvi alcun rimedio. Non ostante
per discorrere delle cause, che più particolarmente espongono il territorio
di Pisa a questa disgrazia, è da osservarsi che il letto d'Arno è talmente
rialzato, che se non fusse con argini ben forti accompagnato per tutto
il suo corso, traboccherebbe le sue acque per tutta la pianura, la
di cui salvezza perciò consiste nella stabilità, e custodia continua
di questi argini, i quali hanno bisogno nel tempo delle piene di esser molto ben
guardati dall'assistenza de circonvicini abitanti che in gran numero, e
muniti di certe regole vi accorrono per riparare ove l'impeto del fiume minaccia
di superare la resistenza che si trova opposta.
 Questo fiume adunque col pelo dell'acqua superiore alla
campagna corre con tal mole, che bene spesso rompe, o pone in pericolo i suoi
argini, e corre per un letto tortuoso, nelle quali tortuosità non può far
di meno di non perdere alquanto di velocità, e di alzarsi a proporzione
di corpo, il che gli accade anche in diversi altri luoghi, ove la
larghezza del letto è più smoderata del dovere.
 Di queste tortuosità le più nocive vengono considerate una appunto
avanti di entrare in Pisa che l'impedisce d'imboccare per un canale
diretto nel ponte della Fortezza; e l'altra sotto Pisa in luogo detto
Barbaregina, e l'altra alla foce del fiume vicino al mare, le quali in altri
tempi da Vincenzio Viviani, e da Cornelio Meyer fu proposto che si
levassero, ponendo il fiume in dirittura, il che averebbe fatto due buoni
effetti l'uno di toglier l'ostacolo all'impeto del fiume che lo fa in tali
trattenimenti crescere di corpo con pregiudizio degli argini superiori,
<pb n="77"/>
 e l'altro di risparmiare la grande e quotidiana spesa che per difendere le
ripe si richiede in tali tortuosità, come massimamente è accaduto in quella
di Barbaregina.
 A questi impedimenti alla velocità dell'acqua che accadono in più
luoghi del suo corso si aggiunge quello che incontra nella foce, la
quale ponendo in mare in una spiagga d'acque basse, non può in
conseguenza spingere molto avanti, nè precipitare in luogo profondo le arene,
che seco porta; ma restano depositate intorno alla foce, e vi fanno
alle volte una specie di banco che dificulta e ritarda lo sbocco del
fiume istesso con gran pregiudizio della velocità non solo necessaria
in tempo di piena a conservarsi, ma del suo letto ancora, che per tal causa
è costretto a rialzarsi; e questi banchi di arena, che si trovano alla
foce d'Arno, si dà il caso bene spesso che sono fortificati e accresciuti dal
movimento del mare, il di cui lido particolarmente ove le acque sono basse ogn'uno
sa essere a tali variazioni molto soggetto.
 Il vento ancora che domina la foce d'Arno può essere alle volte un
temporaneo, ma potente ostacolo alla velocità dell'acque, le quali incontrando
i flutti marini straordinariamente rigonfiati, e cresciuti di corpo, e spinti dalla
forza del vento verso il lido, non possono contro una forza così grande
proseguire l'ordinario corso, anzi regurgitano per un gran tratto di paese con gran
pericolo delle campagne superiori, quando si dà la combinazione delle
piene grandi e dell'impeto de venti opposti alla detta foce.
 Per tenere la foce d'Arno più libera dai mentovati impedimenti
si sa che fu proposto dai detti Viviani e Mayer di farvi un nuovo
taglio per togliere al fiume vicino al mare tutte le sue tortuosità, e farlo
sboccare in mare per un canale diritto, e quindi prolungare la foce di questo canale
per qualche tratto anco nel mare medesimo con accompagnarlo con certe
sassaie, e scogliere sostenute da palafitte, e con procurare di tenere la
larghezza di detta foce più angusta di quel ch'ella era, acciò
accrescendovisi la velocità dell'acqua, vi si potesse mantenere sempre
<pb n="78"/>
 la desiderata profondità, e potesse accompagnare lo scarico delle arene
più addentro nel mare che fusse possibile, e in luogo perciò d'acqua più
profonda, ove si potessero disperdere senza timore.
 La relazione più esatta di questi lavori giudicati espedienti per la
buona direzione del fiume Arno si può vedere originalmente nel discorso del
detto Cornelio Meyer ingegnere olandese, che l'ha impresso nel suo libro
intitolato L'arte di restituire a Roma la tralasciata navigazione
del suo Tevere, e nella relazione di Vincenzio Viviani del dì
<date value="16840412">12 aprile 1684</date> impressa nella raccolta degli scrittori dell'acque, e fatta al
Gran Duca Cosimo III in occasione della visita che in compagnia
di detto Meyer fece in quel tempo alla campagna pisana, dove per
occasione di una grandissima piena accaduta sotto di
<date value="16800519">19 maggio 1680</date> che allagò la città e la pianura, si vede che regnava un gran timore
di simili inondazioni, e risvegliò perciò l'attenzione di Sua Altezza Reale la quale
fece in quel tempo per editto pubblicare, che chiunque avesse da
proporre qualche rimedio per esimere in avvenire la città da simili disgrazie,
lo proponesse a fine di potervi sopra deliberare; e si vede che diversi
cittadini pisani distesero i loro pareri, che furono di poi dal Gran
Duca fatti esaminare al detto Meyer e al Viviani, come resulta dalle
loro relazioni, alle quali mi riporto.
 È ben vero che dopo questa visita e dopo queste relazioni certo è che i
lavori che furono dai periti concordemente proposti non sono stati effettuati, e
o fosse che il progresso del tempo dileguasse il timore della sofferta
inondazione, o che la spesa necessaria in detti lavori, e che passava ventimila
scudi, l'impedisse, non si sà che dall'Ufizio de Fossi sia stato mai dato
principio ai medesimi. Si sa bene che dopo l'inondazione del <num>1680</num> fu fatto
un generale rialzamento degl'argini d'Arno, e delle sue sponde in città;
onde può essere che per allora giudicassero questo riparo sufficiente senza
entrare nella spesa d'altri lavori.
 <pb n="79"/>
Riassumendo in oggi le osservazioni in quel tempo fatte, certo è che
Arno si trova esposto agl'istessi inconvenienti, anco di presente
mediante il rialzamento del letto che sempre cresce, e attese le tortuosità
sopraccennate che tuttavia sussistono, e altri luoghi dove per la troppa
ampiezza dell'alveo perde di velocità, e altre difficoltà che si trovano alla
di lui foce. Perciò non può negarsi che i lavori proposti in 
quell'occasione da quei valent'uomini non fossero per essere utilissimi, perchè tutti
tendenti a conservare al fiume la velocità necessaria, e per conseguenza
la bassezza dell'acqua. Siccome utilissimo sarebbe, non avendo in vista
altro che quest'oggetto, procedere in oltre a togliere tutte le altre
tortuosità del fiume Arno, oltre quelle sopraccennate, come sarebbe quella tra
Riglione e San Casciano, e generalmente ridurlo in un canale diritto da
Pontadera a Pisa, come fu pensiero del celebre architetto Bernardo
Bontalenti. E ottimo consiglio in oltre non può negarsi che sarebbe
l'ampliare le luci de i ponti di Pisa, che troppo anguste riescono alla mole
dell'acqua che vi deve passare, e dal perpetuo rialzamento del letto d'Arno sempre
più si vanno angustiando, secondo che spiega e propone Vincenzio
Viviani in detta sua relazione.
 Ma tutti i progetti per utili che siano, quando sono notabilmente
dispendiosi, sempre è solito che se ne aspetti la necessità evidente; onde siccome
la città di Pisa dal detto anno <num>1680</num> in qua non è stata inondata, e le
inondazioni che di poi sono seguite per la campagna, siccome quelle che
precederono la detta inondazione del <num>1680</num> non può dimostrarsi, se non ostante
l'apposizione di tutti questi rimedi fussero per accadere, o no; poichè in
verità possono darsi tali combinazioni di eccessive piogge, e di subite
liquefazioni di nevi, e di venti contrari alla corrente del fiume, per cui la
mole dell'acqua superi ogni riparo possibile, così questa incertezza
congiunta ai rari trabocchi nella città, che sogliono essere quegli
di maggior danno, e che più destano l'attenzione de cittadini, credo
<pb n="80"/>
che sia stata causa che non sia stato per anco intrapreso alcuno de lavori
soprannotati per non aggravare di un dispendio così insigne il paese già
disastrato, e che è forzato a succombere in questa materia a diverse altre spese più
indispensabili, e di più manifesta e presente utilità.
 Infatti l'allargare i ponti di Pisa, quantunque non possa negarsi che
in tempo di piena fussero per essere più opportuni, sarebbe una spesa la quale
nelle circostanze presenti non pare proponibile, perchè supera le forze del
territorio pisano; e similmente il ridurre Arno generalmente in canale, oltre la
spesa grandissima porterebbe qualche pregiudizio assai notabile alla
navigazione, la quale recando tanti altri vantaggi al paese, non bisogna
perdere di vista, mentre si tratta di difenderlo dalle inondazioni, finchè
almeno vi resta qualche altro riparo compatibile.
 Tali reflessioni di economia potrebbero anco fortificarsi in gran
parte, considerando che nella inondazione d'Arno ultimamente seguita dopo
la nostra visita nel <date value="17401203">3 dicembre 1740</date>, con tutto che fusse delle più
insolite, e che restasse allagata la città di Firenze molto meno esposta
a simile infortunio, che quella di Pisa, e tutte le campagne della
Valle d'Arno superiore, e inferiore, non ostante Arno in Pisa non fece
verun male, e la maggior parte della pianura adiacente restò salva;
onde tanto meno potrebbe credersi necessario l'intraprendere una spesa
notabile per liberarsi da un male, che può sperarsi remoto.
 Ma dall'altra parte bisogna ancora far reflessione che le
inondazioni con tutto che accadono di rado, quando però succedono particolarmente
nella città sono causa di un danno così grave, e così universale, che
non vi è spesa, che tutti allora non volessero avere impiegata per
prevenirlo. E il male non è di tal sorte, che si possa indugiare a porvi
riparo al tempo che arriva, perchè allora non vi è forza d'uomini, nè
somma di denaro che basti; ma bisogna avervi con preventivo consiglio
<pb n="81"/>
 poste in opera tutte le cautele possibili in tempo opportuno, e trattandosi di
cautele, non è un inconveniente che alcuna di esse, e anco la maggior parte resti
superflua, poichè basta che una sola in un tempo giovi, perchè la spesa di tutte
si possa dire ben fatta.
 Bisognerebbe ignorare la storia pisana che ci assicura de' casi più volte
seguiti a questa città di simili inondazioni, le quali quando accadino due o tre
volte in un secolo, non si può dire che accadino raramente, se si considera il male che
fanno, e il gran numero di famiglie che ne soffrono; onde quel ch'è accaduto
altre volte non vi è ragione veruna lusingarsi che non possa accadere ancora
in avvenire, essendo la natura l'istessa; anzi abbiamo una ragione
potentissima per accrescere il timore, poichè nel progresso del tempo i ripari contro
le inondazioni restano i medesimi, e le cause che producono le inondazioni
sempre crescono, perchè cresce il rialzamento del letto d'Arno, il quale
forzerà sempre a raddoppiare l'attenzione, e la spesa per difendersi dall'impeto
del fiume. E se nella detta inondazione del <num>1740</num> la città non patì, questo
non si può prendere per regola in avvenire, perchè potè esserne la cagione
che l'Era, l'Elsa, l'Ombrone, e altri fiumi sotto Firenze non
combinassero le loro massime piene con la massima piena d'Arno, il che può
non seguire un'altra volta, e potè essere ancora che l'istesso aver Arno
inondato tutte le campagne del territorio fiorentino facesse portarli
le sue acque più basse nel territorio pisano, il quale però restasse salvo,
nei quali accidenti come ogn'uno vede, non è prudenza sperare, tanto
più che la memoria è ancor fresca di quanto poco, ciò non ostante
mancasse al fiume a traboccare le sponde di città, e quale straordinario
sforzo ci volle per gli uomini che difendevano gl'argini, i quali furono
più volte in pericolo prossimo di perdersi.
 Sicchè quanto sia vanità il lusingarsi, che le cautele che
l'arte insegna debbino in tutti i casi, e in tutti i tempi
<pb n="82"/>
 resistere all'impeto della natura, altrettanto però è irragionevole sul
fondamento che questo impeto è alle volte irresistibile di addormentarsi
per sempre, e negligere di fare quel che si può, perchè se le cautele alle
volte non bastano, nella maggior parte de' casi però producono tutto
il loro profitto, e la prudenza esige che si attenda a ciò che più spesso
suole accadere. Il che tanto più deve in questo caso apprendersi; quanto
che il rialzamento che continuamente fa il letto d'Arno fa prevedere
che nel progresso del tempo sempre maggiore sarà il pericolo.
 Di questo rialzamento del letto d'Arno si portano tali prove nelle
due relazioni di Vincenzio Viviani impresse nella raccolta degli
scrittori dell'acque, ch'è superfluo ragionarne, riportandomi a quella
solo per appurare bene la proporzione di questo rialzamento, siccome non si 
sa che sia stata mai fatta la livellazione del corso dell'Arno, fu
creduto necessario di farla, e fu ordinato nella visita, che dai periti in
tempo opportuno fusse fatta con tutta l'esattezza dalla Cecinella fino
al mare, acciò possa servire di regola in avvenire, e di precisa
direzione ne i lavori da intraprendersi, e delle cautele tempo per tempo da
porsi in uso.
 Considerata per tanto la preponderanza delle ragioni che
persuadono essere cosa utile il pensare a difendersi dal pericolo delle future
inondazioni, fu creduto in primo luogo di dover pensare a fortificare
generalmente e rialzare gli argini, i quali è manifesto che dopo il
<num>1680</num> avevano bisogno almeno di quella maggior altezza che il letto del fiume
col rialzarsi averà loro fatto perdere; e di questo bisogno già ne danno
ocularmente in diversi luoghi indubitati contrassegni. Una tal cautela
oltre all'essere la più ovvia, e la più dimostrativamente efficace, si giudica
ancora che sia per ora la meno dispendiosa, non essendo per adesso
gl'argini d'Arno giunti a tale altezza da non poterla crescere, nè
mantenere in appresso senza smoderato incomodo. Ma siccome
<pb n="83"/>
coll'andare del tempo questo rimedio può mancare, perchè rialzando sempre più
il letto, bisognerebbe andare avanti col rialzamento degl'argini, a tal segno
che il costruirli, e mantenerli si ridurrà a una spesa eccedente; così pare
cosa prudente frattanto avere un occhio anche al tempo avvenire, e quando
venga l'opportunità, munirsi poco a poco anco con altre cautele
tendenti a raffrenare gl'impeti più nocivi di questo fiume, in proposito delle quali
noi non possiamo che lodare, e approvare i lavori per tal effetto proposti
nella detta relazione del <num>1684</num> da Vincenzio Viviani, dei quali
prescindendo dall'allargare i ponti di Pisa, cosa secondo le circostanze presenti
improponibile, e prescindendo dalla generale riduzione d'Arno in
canale, cosa pregiudiciale alla navigazione, crediamo che la maggior parte
si possa mettere in pratica con profitto. E se per causa del loro dispendio
atterriscono chi ne deve soffrire l'aggravio, si possono intraprendere
non tutti in un tempo, ma uno per volta, con rimettere alla discretezza
di chi dovrà presedere all'attuale direzione dell'Ufizio de Fossi, lo
scegliere quelle annate che possino essere più scariche del solito
dall'ordinarie imposizioni, affinchè il reparto di esse non sia di troppo grave e
subito incomodo agli abitanti, i quali dall'altra parte devono restare
persuasi, che trattandosi di liberare i loro terreni, e le loro case dalla desolazione
che cagionano i trabocchi d'acque, questa sicurezza non la possono
comprare, che con una porzione del loro denaro, non vi essendo altro modo
per riparare a un male che si può dire naturale di questa loro provincia.
 E pensando a distribuire con qualche giustezza la spesa che per tali
straordinari lavori si dovesse fare, si riflette che le inondazioni portano
un grandissimo e diretto pregiudizio alla città di Pisa, alle campagne
adiacenti al fiume, che già sono tassate per il mantenimento degl'argini,
e indirettamente a tutto l'universale del territorio pisano, che
dall'afflizione della città, e delle migliori sue campagne resta pregiudicato.
<pb n="84"/>
Onde si crederebbe, salvo un più giusto calcolo, che nell'atto di fare detti
lavori dovrà farsi, che la spesa dovesse repartirsi all'incirca per un
quarto sopra l'estimo universale del territorio pisano, e per il restante
sopra le comunità obbligate agl'argini d'Arno; e per alleggierire la spesa 
di questi lavori straordinari si crederebbe che si potesse in tali casi
procedere a delle comandate parimente straordinarie, imponendo otto, o dieci opere per
uomo sopra tutti gli abitanti dello stato pisano.
 Frattanto però dovendo discorrere del corso d'Arno tale quale è, e
prescindendo dagli accennati miglioramenti, che potrebbero opportunamente
farvisi, la prima cautela consiste in difendere le ripe tali quali al
presente sono, con prevenire, e riparare alle corrosioni che il fiume
tempo per tempo vi và facendo; nel che nè più facile, nè meno dispendiosa
regola si sà trovare, che l'avvertire che dette ripe siano tenute
inclinate al fiume con moltissima scarpa, e vestite con piantazioni atte a far
macchia che fortifichi il terreno, e possa eludere l'impeto della corrente.
Una tale avvertenza fu stimata molto necessaria a mettersi in
pratica, perchè fu osservato nella visita, che le ripe nella maggior
parte erano tenute negligentemente, e esposte per ciò alle corrosioni, le
quali corrosioni dilantandosi si approssimano col tempo all'argine,
dalla di cui resistenza depende nel tempo delle piene la salvezza
della campagna. Questa negligenza procede perchè i terreni fra gli argini
e le ripe sono per la più parte di piccola estensione, e sottoposti
a tutte le mediocri piene d'Arno; onde i padroni che li posseggono
non sogliono avere molta attenzione in difenderli, e quando accade
che il fiume con qualche corrosione cominci a minacciargli,
sperano che l'Ufizio de Fossi per cautela dell'argine farà nel fiume i lavori
necessari; onde sopra tale fiducia poco si curano di stare attenti,
e prevenire come potrebbero, con piccola diligenza l'insulto di
queste corrosioni.
 <pb n="85"/>
Questa piccola cautela fu stimata dunque necessarissima a farsi
osservare generalmente per risparmiare all'Ufizio de Fossi una spesa notabile, che per
i passati tempi si vede fatta in riparare con lavori di sasso, o di legname,
alle corrosioni che ogni anno accadono in diversi luoghi delle ripe suddette;
e siccome questa cautela non è di dispendio veruno, e di piccolissimo incomodo,
così non fu creduto ingiusto il darne il carico ai possessori dei terreni che
formano la ripa medesima, e fu stimato perciò doversi pubblicare un
editto, dove si assegnasse un termine a detti possessori ad avere scarpata la
propria ripa in forma che la scarpa sia di un braccio di pianta almeno
per ogni braccio di altezza della medesima ripa, e con che la detta scarpa
principi dal ciglio della ripa, ed arrivi fino al pelo del fiume in acqua
ordinaria; ed un termine ad aver vestita e piantata la ripa suddetta
almeno in questo principio con un filaro di Vetici parallelo al corso del
fiume, e con che l'obbligo di mantenere la ripa in tale stato
s'intenda essere loro perpetuo, e che ogni anno nel mese di agosto debbano
aver compite le riparazioni a tal'effetto necessarie; e per
l'osservanza di questo regolamento e di altri ancora che occorressero, fu creduto
espediente di stabilire l'uso di una visita ordinaria da farsi due volte
l'anno con l'intervento del Provveditore del Ufizio de' Fossi, del suo
ingegnere ordinario, e del mattematico che di tempo in tempo sarà deputato,
affinchè nel mese di aprile possino osservarsi i danni che ha fatto il
fiume nel passato inverno, e ordinarvi i ripari necessari, e nel mese di
settembre osservata l'esecuzione di tali ripari per cautela dell'inverno
avvenire, e tenuti in tal guisa in osservanza molti ordini prudentemente
ne' passati tempi pensati per il mantenimento degli argini, e delle ripe, e in
specie il sopraccennato editto per tenere dette ripe scarpate e vestite,
il quale in sequela di quanto fu nella visita risoluto, è stato in
appresso dal Magistrato de Fossi pubblicato.
 Le sopradette cautele è credibile che diminuiranno in parte
<pb n="86"/>
 le annuali corrosioni del fiume; ma non è però possibile che tutte le
impedischino, onde quando accadino, bisognerà pensare in primo luogo se sia opportuno
il ripararvi, e secondariamente con quale metodo sia più facile ottenere questo riparo.
 Il riparare alle corrosioni delle ripe è sempre espediente quando non
occorre in ciò fare dispendio notabile, e che non conviene altro che dare qualche
maggiore scarpa alla ripa medesima, o farvi qualche piantazione, o qualche altro
piccolo e facile lavoro; ma quando si trattasse di lavori murati, o di
palizzate, che esigessero gravi spese, certo è che bisogna avvertire se la ripa che
si vuol difendere è vicina all'argine, o lontana. In caso che sia lontana,
e che l'argine perciò non sia posto in pericolo, e che la prudenza non richieda
per altre cause di raffrenare in quel luogo per l'appunto  l'impeto del fiume
per forzarlo ad una miglior direzione, è da notarsi che un lavoro murato,
e per conseguenza dispendioso non serve in tal caso ad altro, che a salvare
la sola striscia di terreno che è tra la ripa e l'argine, nel che bisogna
avvertire che la spesa del lavoro che si fa non sia spoporzionata al
valore del poco di terreno che si difende, come più volte nel far la visita
dei lavori fatti in Arno, e nel Serchio ci è riuscito osservare. E perciò
bisogna che tempo per tempo i periti che ordineranno i lavori da
intraprendersi per difesa di tali corrosioni, abbino molta avvedutezza in
commettere simili ordinazioni, avendo l'occhio più tosto alla buona
direzione del fiume in generale, che ai lamenti alle volte troppo pressanti di
qualche privato possessore di detti terreni, e considerando che quando furono
costrutti gli argini, fu tutto lo spazio intermedio abbandonato, e
destinato per letto del fiume; e che la prudenza e l'uso vuole che si difendino
le ripe, questo solamente è necessario per un preventivo riparo degli argini
medesimi, i quali non è dovere che s'indugi a vederli dalla forza del
fiume corrodere.
 Quando poi si tratta di ripe vicine agl'argini, anco in tal
caso bisogna avere avvertenza se piu tosto che intraprendere lavori
dispendiosi nel fiume, sia più espediente ritirare l'argine addietro, il
<pb n="87"/>
 che nei luoghi dove il terreno non è molto valutabile, come da Pisa
verso il mare, può agevolmente farsi, quando non osti la considerazione di
non dare al alveo del fiume in qualche luogo un'ampiezza eccedente,
come di sopra abbiamo notato per le osservazioni scritte nelle relazioni del Meyer, 
e del Viviani. E generalmente nella nostra visita fu creduto che da
Barbaregina in giù verso il mare, ove il fiume ha la macchia di
San Rossore da una parte, e la macchia di Tombolo dall'altra, i
lavori murati siano un dispendio inutile.
 Quando poi veramente la necessità porti che la ripa si difenda
con lavori dentro il fiume, si ebbe campo di osservare che i
puntoni di sasso che in troppo abbondante quantità si vedono messi in
uso nel corso d'Arno, e del Serchio, non hanno prodotto quel felice
effetto che potrebbe sperarsi dal dispendio notabile che vi si
richiede, o per esser troppo inclinati contro la corrente del fiume, o
per essere troppo rilevati sopra il pelo dell'acque ordinarie, onde alcuni
sono restati inutili affatto, altri sono stati scalzati e posti in isola
dalla forza dell'acqua, che vi percuote, e altri hanno cagionato
un'altra corrosione nella ripa opposta, da cui è venuta la
necessità di un nuovo dispendio; perciò i periti avendo considerato la
natura di questo fiume in questo territorio, in cui corre senza pietre,
e senza ghiare, hanno creduto che dovendo munirsi le ripe per
riparare, o prevenire le corrosioni, sia meglio in avvenire, tralasciando
il riparo troppo dispendioso dei puntoni, il rivestire e armare le
dette ripe di sasso sciolto di cava in quella maniera che dal
sopralodato Vincenzio Viviani viene prescritto nelle citate relazioni. Un
tal modo di operare oltre il risparmio della spesa molto minore per
ogni conto che quella dei ripari soliti praticarsi fino al presente,
riuscirà sempre di più facile mantenimento, nè darà occasione alle
diverse riflessioni della corrente del fiume, al tormento delle
ripe opposte, e molte volte al serpeggiamento del letto che in
<pb n="88"/>
 conseguenza suole avvenirne. Giova anche avvertire che in quei casi ancora
ne' quali la fabbrica dei puntoni venisse creduta indispensabile, come nel
caso di dover difendere qualche fabbrica contigua alla ripa del fiume, o
altro simile, si osservi di dare ai medesimi molto maggiore scarpa di quella
che si è costumata finora; e nel regolare la direzione dei medesimi si
abbia riguardo a indirizzare la corrente del fiume verso i luoghi più 
fortificati e meno esposti. Per il medesimo motivo si giudicano pure inutili
le palafitte e steccati di legname ripiene di pietre e terreno per difendere
le ripe adiacenti ne i siti esposti alle corrosioni, facendo vedere
l'esperienza che simile sorta di lavori ne i letti de fiumi senza la conveniente
scarpa non si sostengono, anzi dall'impeto dell'acqua che urtando
perpedicolarmente ne i medesimi si reflette verso il fondo, e si forma in vortici,
vengono facilmente scalzati, e demoliti, rendendo in tal guisa sempre più deboli
e esposti alla rovina quei siti, ai quali con simile riparo pretendevasi di
provvedere.
 Dopo le ripe l'ultimo riparo è la custodia degli argini, i quali
conviene tenere con cautela nella fermezza, e altezza destinata. Per la
guardia di questi in tempo di piena vi sono buonissimi ordini nell'Ufizio de
Fossi, e in conseguenza di questi tutti gli abitanti della campagna a ogni
bisogno prontamente vi accorrono comandati da certi caporali a ciò destinati,
ed assistiti in caso di maggiore urgenza da i ministri che l'Ufizio vi
spedisce, e procurano insieme con grande sforzo con subitanei ripari
provvedere ai luoghi più minacciati dall'impeto delle acque, nel che è per la forza
degli ordini che vi sono, e per la pratica che hanno di tal cosa, e molto più
per la pressantissima necessità che li obbliga veramente a essere in ciò diligenti,
pare che tutti secondo il solito si comportino lodevolmente, onde in ciò non
si possa aggiungere cosa alcuna, e serva che si continui
nell'osservanza degli usi antichi.
 Per la fermezza similmente de i medesimi argini ottime sono le leggi
<pb n="89"/>
 dell'Ufizio de' Fossi che probiscono seminare e piantare sopra di essi, e a 
una certa distanza dalle loro radici, e molto più il farvi tane, o buche
da grano, per qualunque altro uso, e cose simili; e proibiscono la
pastura, e il passaggio dei bestiami sopra di essi; e ne i luoghi ove tal
passo di bestiame è inevitabile ve lo formano apposta murato, o in
altra maniera, che la grossezza, e altezza dell'argine non possa
patirne; onde sopra di ciò non è desiderabile altro che la vigilanza in
fare osservare dette leggi, e lo stabilimento della detta visita annuale al
fiume Arno, e Serchio, ove con l'ispezione de periti potrà in tempo 
opportuno prevedersi i detrimenti, che avessero nel corso dell'anno gli argini
sofferto, e dare gli ordini necessari per rimediarvi, e tenerli sempre
nell'altezza, e grossezza che viene destinata. Nè in ciò altro ci parve degno
di considerazione se non lo stato de muriccioli d'Arno in Pisa che si possono
chiamare gli argini di Città, i quali in più luoghi minacciano rovina,
e hanno bisogno di pronta e considerabile spesa per porvi riparo.
 Resta da parlare di un soccorso che nell'estrema necessità contro
le inondazioni si lusinga d'aver la città di  Pisa, e questa è una
diversione che si fà a Arno nell'atto che passato San Giovanni alla Vena
svolta vicino alle Fornacette verso ponente girando il Monte della
Verrucola, ove come dimostra la pianta di numero III, e di numero XI
nel gomito ch'egli fa opposto alla direzione del fiume si trova un
argine più piccolo, e più debole del rimanente degli argini d'Arno, il
quale nel tempo delle massime piene, o naturalmente si rovescia dal
fiume che prima che in ogni altro luogo vi trabocca, o non seguendo
questo si rompe anco tal volta a bella posta da i ministri
dell'Ufizio de' Fossi, che in tempo di piene debbono in tal sito esser presenti per
salvare con questa diversione la città di Pisa. Attestato a questo
arginello, che si dice del Trabocco, è un canale molto recipiente, che
si chiama Arnaccio, il quale conduce l'acque, che in tal contigenza
<pb n="90"/>
riceve verso lo stagno, ove diffondendosi si debbono poi condurre al mare per
la foce del Calambrone.
 Che questa diversione d'acque sia infinitamente nociva a quella parte
di pianura interposta fra il Fosso Reale il corso d'Arno, non è da porsi
in dubbio, perchè tutta l'acqua non può riceversi da quel canale, e
molta ne trabocca nelle campagne coltivate, e molta ne regurgita
anco dallo stagno con interrire gli scoli campestri, e gli altri recipienti
di acqua chiara tanto necessari alla sanità di quel paese. Se poi
detta diversione sia o no giovevole alla città di Pisa, è molto
dubitabile, perchè quantunque scemi la copia dell'acque, non scema però a
proporzione la mole della corrente, attesa la diminuzione di velocità che
le cagiona. Il Viviani nella sopramentovata sua Relazione asserisce
chiaramente questo trabocco inutile, e propone più tosto, quando i lavori da
esso in detta sua Relazione progettati per rimediare alle inondazioni della
città di Pisa non si credessero sufficienti, di fare un canale di perpetua
diversione, cioè non di trabocco, ma che realmente dividesse il letto d'Arno in
due rami, che per due alvei regolari e arginati conducessero l'acque al
mare; la qual proposizione per altro non ci pare ben considerata, si a causa
della navigazione che si perderebbe, si a causa del rialzamento del letto, che
nell'uno, e nell'altro ramo d'Arno ben presto verrebbe prodotto.
 Nonostante la difficoltà di persuadere ai pisani, che questa loro
ultima speranza del trabocco sia fallace, con tutto che alle volte Arno
abbia traboccato alle Fornacette, e di poi inondato anco la città, fa
che non sia prudenza l'abolire questo uso, che quantunque si possa
dimostrare nocivo per la Valle d'Arno, tale non può dimostrarsi per la città
di Pisa, e forse può anche essere che in qualche caso qualche piccolo
vantaggio le apporti; onde è da rilasciarsi alla prudenza di chi
<pb n="91"/>
 presiede all'Ufizio de' Fossi di non si valere veramente di questo trabocco se non in
casi di ultima necessità, e forse di aspettare senza far taglio veruno che
l'impeto del fiume naturalmente vi rompa; poichè è probabile che nelle piene
veramente massime, e atte a sommergere la città, questo argine come tenuto più
debole degl'altri sia il primo a essere superato, come in fatti si è veduto anche
modernamente accadere nella inondazione del
<date value="17400903">3 settembre 1740</date> in cui la diversione
seguì senza opera di veruno. E certo è che o fusse effetto di quella
diversione, o delle tante altre, che il fiume aveva sofferto nelle campagne
fiorentine, di cui sopra abbiamo parlato, la città di Pisa restò salva, il
che tanto più contribuì a confermare la buona opinione di questo
trabocco, il quale in dubbio per tal causa non si stima bene abolire.
 Questo è quello che si può dire per il regolamento di questo fiume, quando
le cose continuino a stare nel grado, che al presente si ritrovano; ma
se col progresso del tempo il letto d'Arno anderà rialzando, come pare che
debba seguire, perchè le cause di tale rialzamento non si possono rimuovere,
ogn'uno vede che bisognerà di mano in mano a proporzione che il letto
rialza, rialzare, e fortificare anco gli argini che lo sostengono, e
bisognando fare per maggior cautela degli argini doppi, e con l'istessa
proporzione alzare i muriccioli della città, in che sempre accrescerà la spesa,
e renderà più penoso, e più rischioso il mantenimento. Un rimedio che
libererebbe il paese da tutti questi pericoli che si antiveggono, e che
apporterebbe mille altri benefizi alla pianura bisognosa di maggior
declive verso il mare sarebbe quello, che è stato in altre occasioni da i
periti proposto, e spesso ancora viene popolarmente rammentato, di
valersi dell'acque d'Arno per rialzare regolarmente la pianura suddetta,
prendendo per via di colmate regolari, e fatte con buon ordine a
bonificare prima i terreni più alti, e più vicini al fiume, e procedendo a grado,
a grado più oltre verso i più bassi, e prendendo le debite cautele per non
interrire li scoli della campagna, che resta fuori della colmata,
e per non perdere il terreno vecchio nel mentre che se ne acquista
del nuovo.
 <pb n="92"/>
Questo progetto è per verità di vastissima e lenta esecuzione, et è difficile
per la varietà de padronati, in cui è diviso il terreno, che bisognerebbe
sottoporre alle colmate; ma però viene considerato dal Viviani in detta sua
Relazione spesso citata, e da molti altri periti per l'unico naturale
rimedio, che possa riparare agl'inconvenienti del rialzamento d'Arno, e a
quelli del poco declive della pianura, e dicono che non doverebbe
spaventare la sua vastità, nè la sua lentezza; poichè per grande che
sia l'impresa, tanto è possibile, quando l'autorità del Principe con
efficacia vi s'interponga; e siccome lento di sua natura è il male,
così non deve rincrescere che lento altresì sia il rimedio, quando si sia
persuasi della sua attività.
 Queste colmate sono state in alcuni tempi tentate, ed esistono ancora le
vestigia in due luoghi. Il primo alle Cateratte di Calcinaia, ove l'acqua
d'Arno si prendeva per condurla per un canale a colmare alcuni terreni
vicini al Padule di Bientina; e l'altre Cateratte esistono in un luogo vicino
a Pisa detto le Bocchette, ove attestava un fosso che conduce al margine
del Padul Maggiore per colmare quivi colle torbe d'Arno i terreni palustri, che
lo circondano. L'uno e l'altro di questi progetti ebbero infelice riuscita, non perchè
non si facesse colle torbe d'Arno qualche acquisto, massimamente con quello
delle Bocchette, conforme si desiderava; ma perchè portandosi in ambedue i 
luoghi l'acqua d'Arno per un lungo canale a colmare in luogo molto distante
dagli argini d'Arno, seguiva primieramente che s'interriva il canale
medesimo che doveva portarvi l'acqua con piccola caduta; che l'acqua di poi
depositato, che aveva, non aveva un emissario libero e franco; ma
pregiudicava agl'altri terreni sani che non erano nella colmata, e anco a quelli che
erano restati nelle parti superiori del canale, e che si erano lasciate addietro
per colmare prima i più bassi. Onde l'infelice riuscita di queste tali
esperienze non alla natura delle colmate deve attribuirsi; ma al poco metodo
che fu osservato in eseguirle; poichè volendo colmare, niuna parte di
<pb n="93"/>
terreno bisogna lasciare indietro, e bisogna cominciare prima dai più alti
luoghi per andare dopo ai più bassi, e provvedere di mano in mano all'esito
dell'acque che s'introducono per non perdere da una mano ciò che si acquista
dall'altra, come saviamente spiega il medesimo Viviani nella detta Relazione.
 Non ostante con tutto che la teorica delle colmate ci persuada
pienamente della loro utilità, e non ostante che il buon successo di quelle che
sono state fatte secondo le regole dell'arte ci confermi coll'esperienza
questa persuasione, tanto ci rimane luogo a dubitare, se queste regole dell'arte
che agevolmente possono praticarsi in una mediocre estensione di terreno, o
anco in una grande, ma inculta, e infruttifera, e abbandonata, si possino
poi senza superare un numero infinito di ostacoli porre in opera in una
pianura vastissima, e nella maggior parte fruttifera, e fertilissima, la
quale bisognerebbe per molti anni perdere a fine di sottoporla alle torbe del fiume
con la rovina di tutte le case, che sarebbe poi necessario reidificare, e con
la desolazione di tutte le famiglie, che da questa parte di pianura già
sana ritraggono il loro sostentamento.
 Di esperienze fatte altrove in simile vastità di terreno noi non
abbiamo altra notizia che delle colmate fatte coll'acque del Po' nel Polesine di
Ferrara, le quali ebbero buon successo; ma giudichiamo questo caso molto differente,
perchè si trattava nel Polesine di valli totalmente palustri, e
infruttifere, nelle quali l'ampiezza del luogo non forma alcuno ostacolo
all'architetto ch'è provvisto di denari sufficienti per far la spesa,
e ha copia di torbe in proporzionata abbondanza; laddove nel
pisano per acquistare del terreno bisogna cominciare a perderne per molti
anni più di altrettanto, e bisogna principiare a riparare ai danni di
tante persone, che a prima vista si presenta l'affare se non impossibile, 
almeno complicatissimo; onde noi riserberemo il dettagliare le difficoltà, e i
compensi che vi potessero essere per superarle, a coloro che si
ritroveranno in quel tempo, in cui la necessità fatta forse più pressante
<pb n="94"/>
forzerà i paesani a pensare più animosamente a i remidi che la natura loro
offerisce.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo terzo</head>
               <head> Degl'influenti del fiume Arno</head>
               <p> Il fiume Arno nell'entrare nel territorio pisano riceve nella
sponda sinistra la Cecinella, indi il rio di Ricavo, e poscia il rio
Bonello, e il rio di Monte Castello, i quali sono quattro piccoli torrenti, che vi
portano l'acqua dalle contigue colline con sufficiente caduta; onde non
somministrarono materia a veruna osservazione. Procedendo più oltre dalla
medesima sponda sinistra s'incontra la foce dell'Era torrente ancor esso,
ma molto più considerabile, perchè prende l'acqua dalle colline di Volterra,
e ricevendo in se alcuni altri rivoli e torrenti li porta in Arno.
Tralascieremo di parlare di tutto il corso di questo fiume, il quale essendo della
natura de torrenti, quando è bene arginato e lasciato scorrere nel suo
letto naturale, non può nocere alla pianura per cui passa, e noteremo solo
che nel Ponte sopra l'Era situato vicino al suo sbocco in Arno, e che
dà il nome alla terra di Pontedera, si osserva un arco di esso detta
sponda sinistra totalmente interrito, onde vi deve angustiare per necessità in
tempo di piene il corso dell'acque; e questo interrimento procede perchè nelle
parti superiori a detto ponte le sponde del fiume sono state da i
possessori de' terreni portate troppo avanti ristringendo l'alveo più del dovere,
e ciò massimamente è accaduto nella sponda sinistra, la quale ha voltato la
corrente del fiume dalla parte opposta, e dato luogo per conseguenza
all'interrimento seguito poco sotto di una luce del ponte. E perciò fu stimato
bene, che l'alveo fusse restituito alla sua primiera, e convenevola
<pb n="95"/>
larghezza, acciò il fiume potesse imboccare direttamente tutte le luci di
detto ponte, e profittare in tempo di piene tutta l'ampiezza che vi è, e fu
data perciò la commissione a i periti di farne la relazione e pianta in
forma precisa per potere ordinare a i possessori de' terreni la demolizione degli
acquisti fatti
 Fu osservato ancora che per liberare alcune strade della pianura
circonvicina del Pontedera dall'escrescenza del fiume, vi era bisogno della
costruzione di un argine che fu ordinato nell'atto della visita, e commessane 
l'esecuzione all'Ufizio de Fossi; siccome fu commessa l'esecuzione di alcuni
ripari a una corrosione molto tortuosa che il fiume aveva fatto intorno ai
beni dell'Opera del Duomo di Pisa. Del resto questo fiume non interessando
altrimenti la pianura pisana, non si credè materia da potervi fare più
particolari osservazioni, quantunque diverse dispute, che sono insorte ne
passati tempi tra i possessori de terreni a quello adiacenti abbiano dato
occasione di parlar molto di esso, come può vedersi in diverse scritture del Padre Abbate
Grandi, e di altre impresse sopra tale argomento della raccolta delli scrittori
dell'acque.
 Dopo la foce dell'Era Arno fino al mare dalla sponda sinistra non
riceve veruno influente. Dalla sponda destra il territorio di Pisa comincia
dopo il Poggio di Montecchio nella comunità di Calcinaia, la pianura della
quale assieme con la pianura di Bientina, e di Vico Pisano formano una
vallata interposta tra il Poggio di Montecchio, e altri contigui a levante, e
i monti di San Giovanni alla Vena, e di Vico a ponente, e questa vallata ha
a mezzo giorno le sponde d'Arno, e a tramontana il lago di Bientina, come
dimostra la pianta di numero IV.
 Il lago di Bientina è la più copiosa raccolta d'acque stagnanti che
si trovi in Toscana, avendo vicino a trenta miglia di circonferenza, ed è la
metà dello stato della repubblica di Lucca, e la metà nel Granducato, e Vostra Altezza Reale
è padrone dell'isola che c'è nel mezzo di detto lago, il quale rialzato da tutte
l'acque de monti vicini, non ha altro luogo di dove scaricarsi che in Arno,
<pb n="96"/>
e inonderebbe tutta la vallata di sopra descritta di Calcinaia,
Bientina, e Vico Pisano, se quelle comunità non si fossero difese con un argine
ben forte fatto al margine del lago, il quale non permette l'esito delle sue acque
più alte della pianura suddetta che per mezzo di un canale chiamato della
Serezza, il quale sotto i monti appunto di San Giovanni alla Vena le conduce
in Arno.
 Il lago predetto averebbe un'altra comunicazione nello stato
lucchese col fiume Serchio per via di un canale, che si chiama Rogio, il quale
attesta a un altro canale detto Oseri, che sbocca poi in Serchio, e da in tal
guisa il comodo della navigazione tra il lago e il fiume suddetto. Ma
non ha questo lago, per quanto si sappia, pendenza alcuna verso il
Serchio; anzi conviene a i lucchesi raffrenare molto cautamente l'impeto di
questo fiume, perchè nell'escrescenze non rompa, ed entri nel lago, come forse
vi averebbe qualche naturale inclinazione, come si può vedere da un
discorso di Lorenzo degli Albizzi impresso nella Raccolta degli scrittori
dell'acque. E il fatto è che il lago nelle sue massime copie d'acque non
prende altra direzione che verso la pianura di Bientina aggregando
l'acque addosso all'argine che la difende, di modo tale che quando si
dà la combinazione che Arno è grosso, e non può ricevere l'acque della
Serezza, e l'acque del lago dall'altra parte si alzano, l'argine suddetto fa
tutta la forza per difendere questa pianura, la quale sta in grave
pericolo d'inondazione, com'è seguito per alquanti giorni appunto nel
passato inverno.
 La pianura suddetta averebbe qualche inclinazione verso
il lago, come dimostra la carta di livellazione di numero V. Ma non può
il lago servirle di scolo, perchè ha bisogno piuttosto di difendersi dalle
di lui acque, che le riescono più alte; e non può nemmeno servirle di
scolo la Serezza, perchè questa è un canale che si livella col lago,
che bisogna tenere arginato colla stessa vigilanza del lago medesimo
<pb n="97"/>
sicchè lo scolo non può separarsi che nel letto d'Arno.
 Questo letto è veramente inferiore al livello della pianura, la quale in
tempo d'acque basse può scolare agevolmente nel fiume; ma nel tempo delle
gran piene, e anco nelle mediocri resta il pelo dell'acqua d'Arno
superiore alli scoli campestri, i quali bisogna che il tal caso restino stagnanti,
aspettando, che il fiume si abbassi; onde ogn'uno vede quanto danno per
causa di questi ritardati scoli debba inferirsi alla fertilità di queste campagne.
 Tre sono i canali per cui questa pianura tramanda le sue acque
naturali in Arno. Il primo è il Giuntino, che serve di scolo alla comunità di
Calcinaia. Il secondo serve alla comunità di Bientina, e si chiama
il Cilecchio. E il terzo che serve alla comunità di Vico si chiama lo
scolo di Vico.
 Li sbocchi di questi tre canali sono muniti di cateratte, acciò
possino tenersi aperti in tempo che il fiume è basso, e tenersi serrati in tempo
che l'acque alte del fiume impediscono non solo lo scolo, ma che
regurgiterebbero senza questa provvidenza nei canali medesimi con inondare
le campagne, e interrire le fosse.
 Fu osservato allo scolo del Giuntino, che primo si trova nella sponda
destra d'Arno, che le cateratte del medesimo fatte di due archi erano in
primo luogo di luce troppo angusta per ricevere facilmente la copia 
dell'acque di detto canale; e in secondo luogo erano situate non per l'appunto alla
foce del canale in Arno, ma per alquanto spazio dentro terra, da che ne
seguiva che la porzione del canale intermedia tra le cateratte, e
Arno restava sottoposta all'interrimento, che le piene d'Arno che
vi potevano senza ritegno passare, vi portavano; il che doveva essere
di un pregiudizio grandissimo allo scolo dell'acque; onde fu giudicato
espediente che queste cateratte si portassero più avanti sopra lo
sbocco per l'appunto del canale nel fiume, e si facessero di un arco solo,e  di
luce sufficiente, acciò senza impedimento potesse passare l'acqua
quando la bassezza d'Arno lo permette, e che lo sbocco in oltre di
<pb n="98"/>
Giuntino in Arno, si portasse in un punto più basso di quel che al
presente era, per fargli godere di maggior caduta, com'è notato nella
dimostrazione inclusa nella Carta di numero V.
 Un simile provvedimento fu creduto dover prendere nell'incontrare in detta
comunità di Calcinaia uno scolo campestre detto degli Alamanni, il quale
metteva foce in Arno per mezzo di una piccola cateratta, che aveva il vizio di
essere ancora essa costruita alquanto dentro terra con lasciare lo sbocco
esposto all'impeto del fiume, e aveva un altro difetto, che era costruita in 
modo, che difficultava e angustiava la strada che lungo la riva del
fiume in quella parte cammina, il che non poteva permettersi.
 Procedendo più oltre si trovò in appresso il canale del Cilecchio, il
quale parve in buon grado. E andando avanti si giunse alle cateratte di Vico,
ove attestano due canali, che servono di scolo alla pianura, il primo
de quali si chiama di Cesana, e il secondo di Vico e Pratogrande. Le soglie
di queste cateratte fu osservato che potrebbero essere sbassate alquanto, e
potrebbe in tal guisa togliersi un inutile impedimento allo scolo di una
gran parte di quella pianura, che per questo piccolo emissario deve
tramandare le sue acque.
 Sopra lo scolo di Vico,e  Pratogrande fu osservato in primo luogo essere
ripieno notabilmente, e dover essere cura degl'interessati il fare l'istanze
opprtune per ricavarlo, giacchè a loro si appartiene la spesa. E secondariamente
fu osservato che il letto di questo canale è troppo angusto. Sopra di che è da
sapersi che questo fosso fu scavato già parallelo all'antica Serezza per ricevere
li scoli della campagna, che restava a levante della detta Serezza
antica, e che poi essendosi ritirato il letto dell'antica Serezza più vicino al
monte, tutte le terre che prima erano a ponente della Serezza vecchia,
e sono ora intermedie tra i due letti della vecchia e nuova Serezza
concorrono in oggi con i diversi fossi, e con il letto della detta Serezza vecchia
ridotto a scolo campestre, a impinguare l'acque del canale di Vico e Pratogrande
il quale con tutta questa ricrescita d'acque è restato però nella sua primiera
<pb n="99"/>
angustia di letto; ed è notabile che dopo la congiunzione di queste due
acque laterali il letto nell'approssimarsi alle cateratte in vece di
allargarsi più si ristringe; ed essendo queste cateratte formate di tre luci, il letto di
questo canale non ne occupa che una sola; onde parve qui che alle
gravi difficoltà, che ritardano per natura a questa campagna lo scolo in Arno,
se ne aggiungessero per pura negligenza molte altre, alle quali volendo,
sarebbe possibile subito riparare.
 Ma una riprova di più supina negligenza la somministrano le
ture che in più luoghi si ritrovarono a traverso allo scolo di Vico, e
Pratogrande, e che si osservarono ancora in diverse parti delli scoli dei
particolari, i quali per quanto principalmente interessati siano nelle fertilità
di questa pianura, e per quanto formino vivissime querele sopra l'infelicità
della loro situazione, tanto con estrema maraviglia si lasciano dalla
negligenza trasportare a commettere, e tollerare inconvenienti di questa
sorta contro le chiare leggi dell'Ufizio de Fossi, e contro l'interesse publico,
e privato.
 Queste ture non ostante, che non paia forse credibile, pure troppo
spesso s'incontrano non solo in questa parte, ma in altre ancora del
territorio pisano; e per lo più sono fatte o da i pescatori per chiudere il pesce,
o da i contadini, che se ne servono come di ponti per passare da un campo
all'altro, e abbreviare così la strada. Certo è che non si può immaginare 
un disordine più fatale alla sanità della campagna, e che renda in un
momento inutile la grave spesa che si fa a cavare un fosso, e inutili
le speculazioni degl'ingegneri, che si danno tal volta tanta pena per
profittare di una piccola caduta. Ma non ostante, questo disordine
succede, e siccome le leggi dell'Ufizio de' Fossi sopra di questo sono buone, e
chiare, noi non possiamo dire altro, se non che bisogna inculcare a chi
presiede una maggior vigilanza per farle osservare, e ristabilire l'uso
delle guardie, che da poco in quà sono state dismesse, le quali
potranno contribuire alla più rigorosa osservanza di queste, e altre simili ordinazioni.
 <pb n="100"/>
Un altro gravissimo disordine a questo scolo di Vico, e a molti altri simili
del territorio pisano è cagionato dalle pesche, l'uso delle quali nei canali
dove debbono scolare l'acque della campagna anderebbe totalmente
abolito.
 Il canale della Serezza Vecchia ridotto, come si è detto in oggi
scolo campestre, si tiene da una fattoria di Vostra Altezza Reale a uso di pesca, e
questa pesca si dilata per tutti i canali delle risaie, che attestano alla
detta Serezza Vecchia, e per tutti i canali di Pratogrande, che debbono
anch'essi mettere foce nello scolo di Vico. L'ingordigia de
pescatori forma in questi canali per trattenere il pesce delle ture alle volte,
come si è detto, di terra, e più comunemente delle traverse, o siepi di cannucce,
che per quanto non tolghino totalmente la comunicazione all'acqua, tanto ne
ritardano e dificultano notabilmente il movimento; tanto più che queste siepi, e
incannucciate a ogni passo s'incontrano con grandissimo scandalo, e con grandissima
compassione de' poveri possessori dei terreni, che vengono aggravati con
tante spese per la pulizia dei canali, che per quest'altro verso con tali ingiustissimi
impedimenti restano loro ostrutti in fraude delle clementissime, e generose
intenzioni dei sovrani regnanti, che hanno impiegato tanta cura, e tante
somme di denaro per ridurre i paduli della pianura pisana a
campagna coltivabile.
 Sopra di questo noi non possiamo proporre altro, che la totale abolizione
di queste pesche, poichè in somma seminare, e pescare sopra li stessi campi
non è lecito, e l'arte del pescare è troppo direttamente contradittoria
all'istituto di tenere asciutta la campagna; onde in tal fatto non è luogo a
compensi, nè a mezzi termini; ma bisogna assolutamente rinunziare al piccolo
interesse di pochi centi di scudi, che possono importare le pesche di tutto
il piano di Pisa, per assicurarsi il frutto di tutte le gravi spese, e di tutte le
diligenze che si fanno per la sanità di detta pianura. Nè giova
lusingarsi che a forza di leggi, e di pene si possa ridurre i pescatori a
contentarsi di pescare solamente in quei modi, e in quei tempi, che senza fare lavori
<pb n="101"/>
ne i fossi, e senza recare impedimento al moto dell'acque potrebbe
esser permesso; poichè questo non è mai riuscito, nè potrà mai riuscire; e
facilmente ciascuno se ne persuaderà considerando che di tale importanza è
il tenere nei fossi di scolo sempre facile, e spedito il moto dell'acque,
che se l'Ufizio de Fossi in ciaschedun canale tenesse persone stipendiate,
acciò non solo due volte l'anno, come fà, ma giornalmente tenessero il letto
pulito dalle frane, cannelle, erbe palustri, e altri impedimenti, che pur
troppo la natura rigenera, non sarebbe se non un provvedimento utilissimo
alla sanità della campagna, che tanto patisce di questi ritardati scoli.
Onde se questo non si può fare per la troppo eccedente spesa, è però fattibile il
non tenere i pescatori, i quali sono appunto persone stipendiate
dall'interesse, che trovano nell'esercitare la loro arte per avere in ciaschedun
fosso una vigilanza continua a ritardare, e difficultare il tanto
necessario movimento dell'acque, il che è l'istesso, che stipendiare persone che
distrugghino tutto quello che l'Ufizio de Fossi va facendo, e togliere ai
poveri paesani il benefizio delle gravose imposizioni che soffrono.
Sicchè chiunque avrà la cura dell'Ufizio de' Fossi, e averà in mente il
bene della campagna, e le grandi spese che vi si fanno, dovrà procurare
l'estirpazione di questo pernicioso abuso delle pesche ne i canali di scolo il
quale oltre il danno che fà, si può dir francamente esser ingiusto, e una
mera usurpazione degli affittuari di dette pesche, le quali in tanto in oggi si
trova d'affittarle per qualche somma, in quanto che è cresciuta la
tolleranza di vedere trasgredite le leggi antiche dell'Ufizio de Fossi, che
proibiscono di fare a uso di pesca le cannicciate, e altri simili lavori per ritenere il
pesce, e l'acqua, senza de quali non potendo il pesce conservarsi nei
ricettacoli opportuni per i pescatori gli affitti suddetti non averebbero credito, e
forse sarebbero di niun valore. E quando ancora dovessero valere qualche cosa,
se mai è stato giusto che l'utile privato debba cedere all'utile pubblico,
questo è uno dei casi in cui si rende manifesta la necessità di porre in
pratica questa massima.
 <pb n="102"/>
Per ritornare adunque alla pianura di Vico, Bientina, e Calcinaia,
si conclude che liberata che fusse dall'abbuso delle pesche, e delle altre
negligenze, che ne suoi canali si scorgono, allargato l'alveo del canale di Vico,
e corrette, e abbassate le cateratte nella forma sopradetta, potrebbe esser
quella di miglior condizione, che al presente non si ritrova, e profittare dello
scolo, di cui è capace, quando l'acque d'Arno sono basse; ma non potrebbe perciò
ridursi totalmente sana, perchè la difficoltà dell'altezza d'Arno non può
superarsi, e questa troppo sovente s'incontra, e con i lunghi, e spessi ritardi
infrigidisce i terreni, e li rende incapaci alla cultura, da cui la loro bontà
molto prometterebbe.
 Pensando ai rimedi che vi potrebbono essere per superare questo
inconveniente, tre cose vennero in mente, che parvero degne di qualche reflessione.
 Il primo di applicare alla foce di ciaschedun canale di scolo, cioè
al Giuntino, al Cilecchio, e a Vico una macchina che servisse a alzare
l'acqua del canale in modo tale da poterla far passare in Arno anco quando
le sue acque sono alte, nel che si goderebbe il benefizio dello scolo in tutti
i tempi, cioè per mezzo delle cateratte quando l'acque sono basse, e per mezzo
della macchina quando fossero alte. Ma considerando all'estensione di
questa pianura, e alla quantità grande dell'acqua, a cui per forza di tali
macchine doverebbe darsi movimento, fu fatta reflessione che non una,
ma molte macchine sarebbero necessarie in ciaschedun luogo, e che assai
grave sarebbe la spesa, che si ricercherebbe per la costruzione, e per il
mantenimento di tali macchine, le quali a causa del sito della detta pianura
circondata d'ogn'intorno da monti non potrebbero, conforme in altri paesi si
costuma, muoversi col benefizio del vento; onde col multiplicarle a misura
che lo richiede la mole dell'acqua da evacuarsi da una pianura così vasta,
la spesa si calcola che diventerebbe eccedente; onde non fu creduto il
progetto eseguibile; e l'esperienza di qualche particolare, il quale in tal
maniera ha tentato in vano di tenere asciutto un piccolo spazio di terreno,
ha giustificato le difficoltà che nell'atto della visita furono opposte
<pb n="103"/>
alla proposizione che fu fatta di servirsi di dette macchine sull'esempio
d'Olanda, il quale per la ragione già detta, e per altre che per brevità si
tralasciano, non pare applicabile alle circostanze di quel paese.
 In secondo luogo fu pensato a rialzare egualmente la pianura già
detta fino a farle guadagnare quella caduta di cui manca al
presente per scolare con felicità le sue acque in Arno almeno in stato d'acqua
mediocre, servendosi a quest'effetto del benefizio delle colmate con
introdurre per mezzo di un canale manufatto le torbe d'Arno in tempo di 
piena a depositarvi la terra, di cui vanno cariche. Ma si considerò nel medesimo
tempo, che il poco declive, e l'angustia della pianura accennata
renderebbe se non impossibile, almeno difficile, tardo, e dispendioso un
somigliante rimedio. La bassezza dei terreni situati con poca differenza di livello
fra loro renderebbe necessaria la costruzione di una quantità
considerabile di arginature per impedire l'acqua delle colmate di spagliare
sopra i terreni fruttiferi e coltivati, e la poca pendenza della pianura
impedirebbe lo scarico dell'acqua chiarificata delle colmate, la quale
però converrebbe che a grande stento in tempo di acque più basse
si restituisse nel fiume.
 E di fatto gli avanzi che si osservano ancora delle sopradette
cateratte di Calcinaia fanno vedere che altre volte si pensasse alla
bonificazione dei terreni di questa pianura, per mezzo delle colmate, le quali dopo
qualche inutile tentativo, per i motivi accennati restassero abbandonate.
 Non potendosi adunque nè col benefizio troppo dispendioso delle
macchine, nè col rialzamento dei terreni per mezzo delle colmate sperare
di restituire a questa parte di campagna la necessaria felicità dello
scolo, venne in mente un terzo espediente, con cui fu immaginato di
poter condurre l'acque piovane per mezzo di una botte sotterranea a
traverso del fiume Arno a unirsi colli scoli della campagna, che resta
a sinistra del medesimo, e che si scarica per diversi canali nel
Calambrone.
 <pb n="104"/>
Un tal'espediente ci parve degno di considerazione, perchè
nell'osservare le campagne poste a destra e a sinistra del fiume la pura oculare ispezione
dimostrava essere la campagna destra superiore di livello alla sinistra;
onde si procurò di verificare questa differenza con tutta l'esattezza per
mezzo di diverse, e replicate livellazioni, il resultato delle quali si vede
alla carta di numero V.
 Assicurati adunque in tal guisa di avere sufficiente caduta, ci
parve che il rimanente del progetto restasse di facile esecuzione;
essendo molto ben possibile unire tutti gli scoli della pianura alla sola
foce dello scolo di Vico come più basso degli altri, e di poi far
passare un canale murato sotto il letto d'Arno, attestandolo allo scolo
di Vico, e facendolo passare dalla parte opposta. com'è dimostrato
dalla carta di numero IV nella quale anco si puol vedere lo scandaglio della
spesa che si crede necessaria in tale operazione, che passa di poco li scudi
diciottomila, onde si può comprendere che quando anche in pratica
riuscisse alquanto maggiore, resterebbe sempre molto bene impiegata,
e compensata del gran vantaggio che si apporterebbe a tutte quelle
vaste pianure, gl'interessati nelle quali hanno così bene compreso
l'importanza, e il profitto di tal lavoro, che già si sono esibiti di farne
essi la spesa da ripartirsi a proporzione delle respettive loro possessioni,
e con un memoriale sottoscritto da molti di loro hanno supplicato Vostra Altezza Reale
a concedergliene la permissione, la quale tanto più hanno luogo di sperare,
quanto che due fattorie della Reale Altezza Vostra situate in detto piano
riceverebbero dall'esecuzione di tal progetto amplissimi miglioramenti.
 L'acque uscite che fussero dalla volta sotterranea si potrebbero condurre
con un breve canale nel rio del Pozzale, per cui si porterebbero felicemente al
Calambrone. Nè ciò pare che possa preggiudicare agl'interessati nel rio del
Pozzale, perchè in primo luogo gl'interessati nella pianura di Vico, e
Bientina bisognerebbe che si unissero alle spese del ripulimento del detto
<pb n="105"/>
rio del Pozzale, che diventa in tal guisa ricettacolo delle loro acque, e
così verrebbe ad alleggierire la spesa di tal mantenimento ai vecchi
interessati. E giacchè tra poco sarà necessario ricavarsi il detto rio
del Pozzale, si potrebbe in tale escavazione anco allargare alquanto
il suo letto, il quale quantunque anche in oggi sia ben capace, potrà
allora con tale accrescimento ricevere senza scrupolo di alcuno
questa nuova aggiunta d'acque.
 E per ogni caso che non ostante s'incontrasse qualche difficoltà, che
per ora noi non sappiamo prevedere; vi è il rimedio di fare sboccare questo nuovo
canale nel Pozzale con mezzo di cateratta, tal che prima resti libero lo
scolo per gl'interessati vecchi, e poi serva per i nuovi. E finalmente vi è il modo
di non servirsi del sopradetto Pozzale, e di fare un canale separato, che
conduca in Fossa Chiara, e altrove, il qual'espediente accrescerà senza dubbio
la spesa da  farsi ora; ma non l'accrescerà talmente da non la potere non
ostante chiamare utilissima per tutte quelle campagne di cui sopra abbiamo
parlato.
 Questo è quello che può dirsi della campagna posta tra la Serezza,
il lago di Bientina, il poggio di Montecchio, e Arno. Ma resta ancora da
parlare di una piccola parte di questa pianura, che rimane interposta
tra i monti di Vico e la Serezza, la quale non può avere scolo in Arno,
perchè la foce della Serezza resta appunto a canto al monte di San
Giovanni alla Vena; onde tutte l'acque delle pendici dei poggi per quella parte,
e dellle vallate tra dette pendici racchiuse debbono scolare nella Serezza
medesima.
 Dalla foce della Serezza fino al castello di Vico tutti gl'influenti
che sboccano nella sua sponda destra non formano oggetto di
considerazione, perchè venendo direttamente dai poggi con sufficiente caduta, hanno
lo scolo libero, e non segue alcuno inconveniente.
 Sopra il castello di Vico Pisano mette foce nella Serezza per mezzo
di due piccole cateratte il rio delle Manette, e per questa foce debbono
<pb n="106"/>
passare tutte l'acque delle vallate interposte fra l'argine destro della
Serezza, l'argine del padule di Bientina, che si chiama di Margutte,
e i monti. Questo fosso delle Manette prende l'acqua del rio del Tinto, e del
rio Valletta, del rio Grifone e del rio Caselle, che vengono da i poggi vicini,
e prende l'acqua dell'antifosso della Serezza, che è un fosso parallelo 
all'argine destro della medesima, per cui doverebbero scolare l'acque campestri
di quella vallata adiacente fino alla fattoria delle Cascine.
 In primo luogo fu osservato che le cateratte del detto fosso delle
Manette sono di luce troppo angusta , e che sarebbe meglio rifarle di
un arco solo e di capacità più adattata alla copia dell'acqua che vi
deve passare.
 Di poi fu osservato che questa parte di campagna interposta tra i
poggi e la Serezza essendo molto più alta dell'altra parte di cui
sopra abbiamo parlato, potrebbe aver naturalmente lo scolo nella Serezza
medesima, quando questo canale non servisse ad altro che all'acque 
naturali del paese. Ma siccome porta l'acque del lago di Bientina, che
vi si mantengono, perciò bene spesso alte, così patisce ancor essa di
ritardato scolo, perchè bisogna aspettare almeno, che Arno possa ricevere
la Serezza, e poi che la Serezza sia sgravata a segno da poter
ricevere l'acque della campagna.
 Per tal causa dunque oltre molte terre frigide, e incapaci di
semente si vedono in questa parte due paduli, uno nella vallata tra
il castello di Vico e le Cascine, che si chiama la Paduletta, e
l'altro tra il poggio delle Cascine e il lago di Bientina, che si chiama
padule di Margutte.
 Nella Paduletta spaglia al presente il rio di Buti, che viene
dai monti circonvicini, e vi è lasciato andare senza regola veruna;
onde non serve ad altro che accrescere la mole dell'acque che debbono
<pb n="107"/>
poi sgravarsi nella Serezza; non ostante si osservò che col suo spaglio
quantunque irregolare qualche bonificamento, e rialzamento di terreno
aveva cagionato; onde fu considerato come un rimedio naturale per potere
col tempo adoprandovi l'arte, colmare questi luoghi bassi, che essendo
restati in un certo modo imprigionati tra i poggi e la Serezza, non possono
avere altra speranza per diventare coltivabili, che nel rialzamento.
 E siccome questo rio di Buti tanto può esser voltato nella vallata
della Paduletta, che nella vallata di Margutte, così col tempo facendo
buon uso dell'abbondanza delle sue torbe si potrebbe bonificare l'uno, e
l'altro luogo.
 Frattanto però affinchè l'acque si possino condurre alla foce
delle Manette nel miglior modo possibile, bisognerebbe che l'antifosso della
Serezza restasse libero da una tura che si osservò in luogo detto Val di Casale,
la quale serviva a uso di ponte, e siccome fu asserito essere quel passo
opportuno agli abitanti, fu all'istanza de' governatori della comunità
di Buti ordinato fabbricarvisi un ponte, acciò l'antifosso restasse libero.
E bisognerebbe ancora che fussero tolti molti impedimenti d'incannicciate,
che ancora in questa parte in gran numero si osservarono, e che l'antifosso
suddetto che non passa le Cascine restasse prolungato finchè dura
l'argine della Serezza fino al lago, acciò potesse prendere l'acque dal
Margutte che non hanno in oggi veruno sfogo, e che si avvertisse di
tenere la Serezza separata dall'antifosso, riparando alcune aperture
fatte nell'argine destro della Serezza, per cui le sue acque
comunicano non solo con quelle dell'antifosso, ma anco con quelle della
Paduletta; perchè siccome per lo più l'acque della Serezza sono più alte non è
prudenza che in questo tempo la campagna abbia a patire non solo
del ritardato scolo, ma debba ancora ricevere in se l'acque straniere,
dalle quali ogn'uno vede che sempre peggiori sono fatte le
condizioni de terreni che debbono scolare.
 <pb n="108"/>
Col rio di Buti adunque si possono col tempo migliorare queste
campagne; con le sopradette diligenze si possono le loro acque condurre più regolatamente
alla detta foce delle Manette; ma qui sempre resta la difficoltà nel farle
passare dalla detta foce nella Serezza, che troppo spesso di trova alta più
del dovere.Se agli argini del lago di Bientina si potessero fare le
cateratte, affinchè il canale della Serezza servisse prima per lo scolo della
campagna adiacente, e ricevesse poi l'acque del lago, il rimedio sarebbe trovato,
perchè come si è detto, la campagna sopra il letto del canale ha sufficiente
caduta. Ma questo espediente non sò se si possa prendere co' lucchesi, i quali senza
dubbio riguarderebbero questa macchina delle cateratte come contraria alla felicità
del loro scolo, per la quale essi già considerano il canale della Serezza come
serviente al lago, e sono in possesso di custodire essi a loro spese, e con persone nominate
da loro l'altre cateratte, che già sono alla Serezza, a Riparotto.
 Delle difficoltà che si trovano nell'impiegare le macchine per alzare le acque
di sopra abbiamo parlato; onde il pensiero più ragionevole sarebbe quello di
tramandare queste acque per un canale sotterraneo, che traversasse la
Serezza, e le portasse nella campagna adiacente all'argine sinistro di essa,
la quale è di livello molto inferiore alla campagna opposta. Qualche
ostacolo potrebbe fare a questo pensiero la troppa profondità del canale della
Serezza, che obbligherebbe a fare il canale di scolo sotterraneo forse più
concavo del dovere per poterlo con facilità tenere pulito; onde si stimò più
facile, trattandosi di un passaggio breve di formare un canale di
tavole grosse di pino, o altro legname atto a stare sotto l'acqua, e di collocare
questo canale nel mezzo dell'alveo della Serezza in modo che non
impedisca il passaggio ai Navicelli, il quale in tal guisa, attestandolo alla Foce
delle Manette, e attraverso della Serezza facendolo passare nella sponda
opposta, potrebbe dar l'esito con agevolezza, e con moderata spesa a tutte
l'acque, che a detta foce delle Manette si adunano, le quali non sono in
tal copia da non poter essere ricevute per un canale simile al sopradetto.
 <pb n="109"/>
Resta finalmente da parlare dell'istesso canale della Serezza, il quale
mette foce in Arno per mezzo di certe cateratte costruite a spese de lucchesi, e da
essi mantenute giacchè essi sono i principali interessati nel buono stato di questo
canale, ch'è l'unico emissario del lago di Bientina, il quale se si alzasse da
di corpo inonderebbe le pianure che vi sono adiacenti nel territorio di Lucca,
al quale farebbe maggior danno che al territorio di Toscana,perchè da questa
parte non vi confinano che poggi, o la pianura di Bientina bene
arginata, come si è detto di sopra. Si osservò l'argine sinistro di questo fosso,
il quale è più importante dell'altro, perchè ripara tutta la pianura di
Bientina e di Vico; e si vedde che era franato in diversi luoghi per difetto di scarpa,
e che in altri luoghi riusciva troppo angusto, poichè deve servire non solo
d'argine, ma anco di strada. Quest'argine fu costruito da i lucchesi, che lo
dovevano secondo le convenzioni fatte porre in buon grado, e poi consegnare
all'Ufizio de Fossi, acciocchè esso pensasse poi al di lui mantenimento a spese
comuni; onde attesi i difetti, che aveva quest'argine l'Ufizio de Fossi ha
sempre ricusato di prenderlo in consegna, pretendendo che i lucchesi
dovessero prima correggerlo, e ridurlo in buona forma secondo i patti. Sopra di
che nella faccia del luogo noi non potemmo che pienamente restar convinti delle
ragioni che haveva avuto l'Ufizio de Fossi nel recusare tal consegna, perchè
veramente l'argine non ha la scarpa conveniente, ha sofferto già alcune
frane, altre è esposto a soffrirne, e non può servire di strada, sicchè in
qualche luogo è troppo angusto, sì perchè mancano di distanza in distanza
le opportune poste per l'incontro delle vetture. Sicchè si approvò, che
dall'Ufizio s'insistesse con tutto il calore che l'argine restasse stabilito con tutta
la prontezza trattandosi di un riparo troppo importante per tutta quella
Pianura.
 I due ponti ancora che sono sopra la Serezza uno a Vico, e l'altro
alle Cascine furono osservati bisognosi di pronto resarcimento, il che essendo a
carico dell'Ufizio, fu detto doversi riparare senz'altra dilazione.
 Avanti di partire da questo luogo si osservò minutamente l'altezza
del letto d'Arno, e la di lui proporzione, coll'altezza della soglia delle
<pb n="110"/>
cateratte della Serezza, e rilevandosi essere il letto superiore, come
dimostra la carta di numero V fu creduto di potere aderire alle istanze che 
facevano i lucchesi di rialzare alquanto la detta soglia per render più maneggevoli
le cateratte che dovevano fare di nuovo.
 Dopo la foce della Serezza Arno comincia a correre sotto le radici
de i Monti, e serpeggiando sotto la costiera della Verrucola, riceve il rio
di San Giovanni, il rio della Mora, il rio di Noce, e la Zambra di Calci,
i quali essendo torrenti non danno luogo a veruna considerazione.
 A Caprona ricominciano li argini d'Arno da questa parte, il quale
scorre fino a Pisa per la pianura bene arginato, e senza ricevere veruno
influente.
 Giunto in Pisa riceve il fosso di Ripafratta, il quale è una deviazione
del Serchio presa a Ripafratta, e condotta per un canale a Pisa, ove si
congiunge con Arno. In questo sbocco era stato dubitato che il letto d'Arno potesse
ricevere del pregiudizio, perchè quantunque sia proibito per più giustissimi
motivi l'ammettere in questo canale l'acqua del Serchio quando è torba,
tanto alle volte vi viene dall'incontinenza de mugnai contro il divieto
introdotta; e si credeva che siccome il Serchio a Ripafratta porta materie più 
grosse di quelle che porti Arno a Pisa, lo scarico di queste torbe del Serchio in
Arno dovesse cagionare una deposizione nel letto di questo fiume vicino al ponte
della Fortezza di materie incapaci di rimoversi dalla sua corrente, onde
potesse in tal guisa restare pregiudicato. Si ebbe per tanto tutta l'avvertenza di
fare nel letto d'Arno le osservazioni più esatte ne luoghi circonvicini a questo
sbocco, e non ci fu permesso di riconoscere verun ridosso straordinario, nè si trovò
alcuna deposizione di materie più gravi di quelle che Arno soglia portare,
nè alcun vestigio in somma della ghiara del Serchio, che bene si sarebbe potuta
riconoscere. Sicchè noi veramente non crediamo che per questa causa sia stato inferito
alcun pregiudizio all'alveo del fiume, quantunque per altro si creda sempre
necessarissimo l'insistere nella più rigorosa osservanza di escludere l'acque torbe
del Serchio, perchè questo serve a diversi altri buoni effetti, a cui bisogna avere un
sommo riguardo.
 <pb n="111"/>
Questo fosso di Ripafratta è una delle più belle operazioni state fatte
nella campagna di Pisa, e ne fu l'architetto Lorenzo degl'Albizzi, il di cui
pensiero si legge in un suo Discorso impresso nella Raccolta degli scrittori
dell'acque. Questo ha dato a Pisa l'importante comodo de mulini, di cui di prima
non era capace per non aver acque che avessero la caduta necessaria. E le
somministra il comodo di altri edifizi di più generi, a cui questo fosso d'acqua
corrente potrebbe servire di fondamento sì dentro la città, che nella prossima
campagna. Traversando questo fosso tutta la pianura interposta tra l'Arno
e il Serchio, la difficoltà era di condurlo con una caduta regolare, e senza
accecare nè interrompere li scoli di questa medesima pianura, che dalla parte superiore
debbono andare verso il mare, ma girandolo lungo i monti, e sostenendolo con
argini si è venuto a condurre a Pisa così alto, che ha dato luogo di poter
far passare liberamente tutti li scoli della campagna per via di volte
sotterranee sotto il suo letto, come dimostra la pianta di numero VI e ha portato
a questi medesimi scoli il benefizio di poter essere in tempo di estate
dall'acqua chiara e fresca del Serchio, che di sopra si può in essi versare,
rinfrescati e ripuliti, il che particolarmente giova al fosso delle Fortificazioni della
città, che serve di scolo a tutte le immondezze della medesima.
 È pero da avvertirsi che toltane questa causa tutti gli altri trabocchi
di questo fosso sono nocivi, e perciò si diceva che l'acque torbe del Serchio
debbono sempre escludersi; perchè il fosso oltre all'interrirsi esso medesimo
interrisce tutti li scoli della campagna per cui trabocca, e siccome questa
campagna è già dalle proprie sue acque abbastanza carica, generalmente
tute le altre che vi s'introducano non possono farvi che danno.
 Prendendo a considerare il corso di questo fosso s'incontrano le Mulina
che sono a Pratale poco distanti dalle mura della città nel luogo dove
il fosso rimane intersecato dal fosso delle Fortificazioni, delle quali Mulina
bisogna però far uso con molta discretezza, massimamente in tempo di piene,
perchè queste non possono macinare senza deviare l'acque nelli scoli
sottoposti, il che nell'inverno, e sempre in tempo d'acque torbe è di pregiudizio.
 Fu osservato in appresso al ponte della Figuretta d'Osorvi dove
<pb n="112"/>
la Vicinaia, e la Carbonaia passano sotto il detto fosso di Ripafratta, che il
passaggio di questi due scoli è per mezzo di una volta sostenuta da due archi,
nel che il pilastro di mezzo che deve sostenere i due archi sempre serve
d'impedimento all'acque che debbono passare; sicchè per non restringere in tal guisa
la luce di cui hanno sempre necessità questi scoli, fu detto che sarebbe tornato
sempre meglio formare queste volte di un arco solo; e poichè l'agente della
duchessa di Massa interessata nello scolo della Vicinaia faceva istanza che li
fusse permesso di ridurre a sue spese la detta volta nella sopradetta guisa con
un arco solo, gli fu data l'opportuna permissione, tanto più che la detta volta
sopra di cui doveva passare il fosso di Ripafratta, cominciava a patire in
modo che l'acque del fosso superiore cadevano in qualche parte
nell'inferiore.
 Proseguendo il corso di questo fosso si avvicina alla radice de monti nel
luogo detto i Bagni, ove diverse scaturigini d'acque termali raccolte e
ridotte a uso di bagni tenuti una volta con molta proprietà e dispendio,
attiravano il concorso di molta gente, che nelle stagioni opportune andavano
a curarvi le loro infermità. Della qualità di queste acque è stato già
parlato da diversi professori di medicina con molta stima, onde riportandoci
all'oppenione già stabilita, resta qui solo per l'oggetto della nostra visita
a notarsi la situazione del luogo, la quale per se stessa sarebbe opportunissima
per attirare l'affluenza de i forestieri, si per la vicinanza alla città di
Pisa, si per il comodo trasporto per mezzo del detto canale, se non fusse in
qualche concetto d'aria insalubre, per cui si vede il soggiorno di questi quasi
abbandonato, e privo dei comodi di buona abitazione, la quale non mancherebbe
quando la frequenza delle persone concorrenti rendesse utile il fabbricarvi.
 Questa reputazione della poca salubrità dell'aria è fondata unicamente
dal vedersi intorno appunto a questi Bagni tre paduletti, come dimostra la
pianta di numero VII, l'esalazione de quali non possono per verità altro che
nuocere. Il primo di questi è l'Oseraccio, il quale è un canale che si partiva
<pb n="113"/>
dal Fosso di Ripafratta, e andava a levante lungo le radici de' monti per
servire con la navigazione al più comodo trasporto dei marmi, che dalle cave di quei
monti in un tempo sono stati cavati. In oggi questo canale non comunica più col fosso
di Ripafratta, essendone interrita, e ripiena la comunicazione; onde resta
totalmente stagnante, e si tiene vivo e pieno d'acqua da diverse polle sotterranee di
cui quei monti abbondano. E siccome questo fosso dalla parte opposta al monte
per mantenervi l'acqua alta a uso di navigazione era sostenuto con un argine,
questo argine vi è restato ancora, il quale presentemente non opera altro che tenere
insieme quella raccolta d'acque stagnanti, la quale essendo in oggi
abbandonata, e perciò piena di piante palustri, che poi vi si corrompono, è una sorgente
di pessime esalazioni.
 Considerando adunque il luogo, parve altrettanto opportuno quanto
facile il liberare i Bagni da questa cattiva vicinanza, potendo ciò farsi o con
riaprire la comunicazione di questo canale col fosso di Ripafratta, nel qual
caso si sarebbe dato moto a quell'acque, e ridottole in qualche modo correnti,
ovvero con tagliar l'argine, che sosteneva al presente questo stagnamento
dell'Oseraccio, e dare una direzione alle sue polle per il fosso dell'Acqua calda
ivi contiguo, il qual partito parve il più facile, e meno dispendioso, giacchè
le cave dei marmi per quei monti non son più in uso; onde questo braccio
di canale navigabile restava superfluo; e così è stato doppo la visita con
gran felicità eseguito non rimanendovi in oggi vestigio di quello
stagnamento tanto orrido all'aspetto, e dannoso alla salubrità dell'aria
circonvicina.
 Sotto l'Oseraccio si vedeva un gran tratto di terreno infrigidito detto il
padule del Palazzetto, e da un'altra parte una simile porzione di terreno
detto il padule del Bagno, il quale per essere più vicino al Bagno medesimo
era ancora più dannoso, e dava maggior discredito a quel soggiorno.
 Questi due paduli che appartengono in proprietà allo Scrittoio di
Vostra Altezza Reale fu osservato che potevano avere sopra li scoli della campagna
una sufficiente caduta, non essendo di natura differente dalle terre loro
circonvicine che si vedevano buone, e seminabili; onde fu concluso che se
<pb n="114"/>
vi si fossero cavate buone e profonde fosse campestri con fare uso
opportunamente del terreno cavato per rialzare li spazi intermedi, si sarebbe con
mediocre diligenza potuto asciugare l'uno, e l'altro padule come con tal
diligenza si seppe che erano state prosciugate altre simili porzioni di terreno
impadulite in quelle vicinanze, e da non molto tempo in qua ridotte a cultura.
 Essendo adunque stato indicato il modo che poteva tenersi, sono stati ancor
questi due paduli dopo la visita prosciugati in modo tale, che al presente quei
contorni non hanno l'orrido  aspetto che prima avevano, nè sono sottoposti alla
taccia dell'insalubrità dell'aria, la quale per nessuno altro titolo potevano
avere.
 Lo scolo delle stesse acque de Bagni, che si va a unire all'altre acque
della campagna vicina passando per canale sotterraneo sotto il fosso di
Ripafratta, si osservò ripieno, e bisognoso di essere ripulito, e scavato, il che già è stato
fatto; onde non resta in quel luogo da desiderarsi che qualche maggior
comodità di abitazione per uso de forestieri, che bramano dopo queste mutazioni di
poter godere il benefizio di quelle acque minerali.
 Da questo luogo prosegue il fosso non distante dalle radici dei monti fino
a Ripafratta, nè vi fu altra cosa che richiamasse l'attenzione, se non la
bocca per cui l'acqua del Serchio s'introduce nel fosso, la quale si vedde munita
di due cateratte per difendere il canale dalle torbe del fiume; ma non
ostante si osservò che il fiume per qualche strada sotterranea penetrando produce dei 
gemitivi, e introduce in tal guisa irregolarmente le sue acque nel principio del
sopradetto fosso. E benchè sia stata in quel luogo difesa la ripa del medesimo con
una forte e profonda muraglia, tanto qualche residuo di detti gemitivi ancora
vi si scuopre; onde è necessario usarci continua attenzione.
 Quest'acqua del Serchio corrente verso Pisa ha dato luogo di pensare
all'opportunità ch'ella somministra di fare andare con la sua velocità diversi
generi di edifizi, e per questi furono in tempo della nostra visita avanzate
diverse istanze si per la città, che per la campagna. Ma sopra tali edifizi
bisogna avvertire singolarmente a non permetterne veruno in Pisa, nè fuori di Pisa, che
possa per mezzo di steccaia, o qualunque altra cosa equivalente far alzare
in minima parte il pelo dell'acqua del fosso, poichè questo sarebbe di grandissimo
<pb n="115"/>
e irreparabile pregiudizio agli argini superiori del fosso medesimo, alle
luci dei ponti che lo attraversano, e alle campagne adiacenti, che in breve ne
sentirebbero del nocumento. Un altro genere di edifizi ancora non è lecito in
verun modo permettere: e questi son quelli per cui una parte delll'acqua di questo
fosso si deviasse dal suo corso, perchè oltre al diminuire in tal guisa l'acqua
alle Mulina di Pisa, bisogna considerare che l'acqua in tal guisa devita non
può gettarsi altrove che sopra li scoli della campagna, il che abbiamo
detto più volte di sopra non doversi permettere.
 Sicchè volendo servirsi della velocità di quest'acqua per uso di edifizi fu
fatta reflessione, che la sua corrente è tale, che può da se medesima
dare movimento a qualunque rota che vi fusse collocata nel mezzo, e che
questo espediente era l'unico che poteva mettersi in pratica senza
far crescere il corpo dell'acqua; onde si concluse, che con tal condizione
poteva aderirsi a tutte le istanze, che allora e per i tempi futuri
fussero fatte. E affinchè una simile rota non dasse incomodo alla
navigazione, fu detto che chi voleva collocare tali rote dovesse in
quel luogo allargare l'alveo  del fosso in modo da poterlo dividere in due
canali, uno de quali più esposto alla corrente stesse sempre aperto, e
servisse per la rota, e l'altro stesse chiuso con semplici porte di
legno da aprirsi ogni qual volta passasse qualche navicello; ovvero che
si consegnasse la detta rota in modo che con tutta la facilità, e con
piccola forza si potesse alzare et abbassare tutte le volte che qualche
navicello passasse, il che fu creduto che si potesse con agevolezza
eseguire, come in fatti sopra il disegno allora dato è stato a quest'ora dentro Pisa
felicemente messo in pratica.
 Ritornando a Arno, questo dopo lo sbocco del fosso di Ripafratta
riceve appena uscito dalla città lo sbocco del fosso de' Bastioni, il quale
gira la città dalla parte di tramontana, e serve ancora di scolo
campestre, e di scolo alle fogne della medesima città. Può questo fosso avere la sua
caduta in Arno per esser così prossimo alla città di Pisa, la quale è situata
<pb n="116"/>
in un luogo più elevato di tutto il restante della sua pianura. È ben vero che
la sua foce è munita di cateratte, perchè non può ottenere il suo scolo che nel
tempo che l'acque d'Arno sono basse.
 Questo fosso de Bastioni nel girar la città passa per la Fagianaia,
ch'è un bosco interposto tra la porta Nuova e Arno, che occupa tutto lo spazio
ove sono collocati i bastioni di terra, che servono di fortificazione alla
città, in quel bosco si osservò esser così insalvatichito, e ripieno oltre alle
piante grandi che vi sono, di macchia bassa che serviva di ricovero a una
prodigiosa quantità di Seysi, e tratteneva in quello spazio di terreno l'esito
dell'acque che dovevano scolare in detto fosso con notabil pregiudizio
dell'aria in un sito così vicino alla città. Perciò fu creduto espediente, che
lasciate in piedi le sole piante alte, il detto bosco si tagliasse tutto,
e si tenesse pulito perpetuamente, procurando di dare al terreno il pendio
necessario perchè potesse liberamente scolare, come in fatti è di poi seguito con
molto applauso, avendo convertito in un luogo di delizia quel ricettacolo
d'immondezze.
 Da questo fosso de' Bastioni in poi Arno non ha fino al mare verun
altro influente, e solo per terminare il discorso di questo fiume resta da parlare
di una dirivazione di Arno medesimo, la quale è il fosso de' Navicelli, che
conduce a Livorno, che attesta in Arno sotto la porta a Mare per
l'appunto, e serve di comodo per il trasporto dall'una all'altra città, e per evitare
la più lunga, e più pericolosa strada di Bocca d'Arno, e del mare.
 La Bocca di questo canale è munita di una cateratta, affinchè
le acque d'Arno non vi possino passare quando son torbe, perchè con molta
facilità seguirebbe l'interrimento del canale che ha insensibile
caduta. E per avere a ciò un più geloso riguardo non si permette che in tempo di
piene nemmeno per il puro passo de' Navicelli si aprino le cateratte; ma
per trasportare i detti navicelli da Arno al canale vi è una macchina
che si chiama varatoio, ove per mezzo di una rota i navicelli son
trasportati, il che per altro riesce di qualche incomodo a i bastimenti, che più
facilmente potrebbero far questo passaggio per via di sostegni.
 <pb n="117"/>
Del corso di questo canale non è qui luogo a parlarne, riserbandone le
osservazioni al discorso della campagna per cui esso traversa; onde passeremo secondo
la divisione in principio accennata al fiume Serchio.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quarto</head>
               <head> Del fiume Serchio</head>
               <p> Il fiume Serchio ha la sua origine dalle montagne di Modena,
dalle quali scendendo serve per un pezzo di confine tra il territorio lucchese e lo
stato di Toscana, e scorrendo poi coll'una e l'altra ripa nel territorio
lucchese rientra nello stato di Toscana, e particolarmente nel territorio pisano un
miglio sopra Ripafratta in luogo detto Cerasomma, e correndo in una
vallata stretta tra i monti di Ripafratta da una parte, e di Filettole, e
Avane dall'altra entra nella pianura aperta con la direzione verso 
mezzogiorno; ma passati i monti di Vecchiano in luogo detto Ponte a Serchio fa un
angolo prendendo la dirittura verso ponente, con la quale si porta al mare
con corso assai più rapido di quello che abbia Arno, attesa la minor distanza
che vi è dalla sua foce a i monti.
 Abbiamo sicure memorie che la sua foce in mare, ove di presente
si vede sia moderna, perchè si sa che esso metteva le sue acque in Arno
vicino a Pisa, come a contemplare la sua prima naturale direzione
verso mezzogiorno potrà ogn'uno facilmente persuadersene, e come ce ne
assicurano le testimonianze di Strabone, e Rutilio Numarziano che
descrivono la città di Pisa come posta nell'angolo della confluenza di questi
due fiumi. Si adducono ancora delle memorie antiche, per cui si potrebbe
forse indicare più precisamente il corso del Serchio vicino alla città, e del suo
corso per la campagna molte vestigia sono restate, come si può argomentare
dal nome di Oseri, che spessissimo in questa valle tra Arno e Serchio s'incontra
<pb n="118"/>
che non è altro che Esar, o Auxer l'antico nome del Serchio. Ma l'appurare tali
cose è da rilasciarsi alli studiosi dell'antichità pisana, ristringendosi noi
alla pura descrizione dello stato presente; e solo si è stimato opportuno
l'accennare questo, perchè altre volte è stato proposto di condurre questo fiume in Arno,
come si può vedere nel mentovato discorso di Lorenzo degl'Albizi impresso
nella Raccolta delli scrittori delle acque, nel quale due pensieri sono
accennati, uno di dirigerlo per il lago di Bientina, e l'altro di unirlo appunto
sotto Pisa, dove forse può essere stato un'altra volta
 Questo secondo pensiero ha per sè il favore dell'antichità, e si rende
plausibile, col dire che accrescendo in tal guisa il corpo dell'acqua d'Arno
vicino alla sua foce, questa foce si terrebbe più facilmente profonda e spedita
e favorirebbe la velocità del fiume. Ma se si riguarda lo stato della
campagna presente, certo è che questa unione non è eseguibile senza render
paludosa una floridissima parte della pianura di valle di Serchio, la quale
scolando tutta in mare per Fiume Morto, come dimostra la pianta di numero
X resterebbe imprigionata dal corso del Serchio, l'altezza del quale non
permette il libero scolo. Noi abbiamo di sopra accennato con quanta diligenza
bisognasse costruire il fosso di Ripafratta, affinchè li scoli della
campagna superiore potessero sotto di esso per volte sotterranee passare; onde
il far l'istesso a traverso a tutto il letto del Serchio sarebbe un dispendio
non proponibile. E se una volta questa confluenza di fiume
sussisteva, come veramente non può dubitarsene, certo è che in quel tempo, o i
letti d'Arno, e del Serchio saranno stati più bassi, come si può
immaginare, ovvero la campagna interposta tra i monti, e la confluenza
di questi due fiumi sarà stata tutta in padule.
 Considerando adunque questo fiume nello stato che è, diremo che
corre ancor esso arginato per tutto il territorio pisano per cautela delle
pianure adiacenti che restano più basse. È ben vero che alcune di esse
più prossime a detto fiume sono capaci in tempo di acque basse di
ricevere in esso lo scolo, e in fatti vi si osservano le foci di qualche fossa
<pb n="119"/>
campestre munita per altro di cateratte.
 Per il mantenimento delle ripe di questo fiume non si può che
insistere nelle cose medesime dette di sopra in proposito del fiume Arno, e ci
confermò nelli stessi sentimenti l'esperienza che si riscontrò al principio della
 visita di questo fiume, il quale entrando colla ripa sinistra nel terriorio
pisano a Cerasomma, prosegue colla ripa destra nello stato lucchese per
alquanto spazio fino alla comunità di Filettole, ove si ebbe luogo di vedere
la differenza della ripa lucchese tutta bene scarpata, e ben munita
di salci, e altre piantazioni e intatta però dalle corrosioni, che bene spesso
s'incontrano nella ripa pisana tenuta troppo in piombo e spogliata.
 L'istesse reflessioni fatte per Arno sopra i lavori murati si confermano
anche in questa parte, ove se ne osservarono alcuni dannosi, e alcuni
superflui, tra i quali recò qualche maraviglia un puntone che si vedde di
Bosco a Fiume dove per avvicinarsi il Serchio alla marina in mezzo a terreni
macchiosi, e inculti, o palustri dall'una e dall'altra parte, non pare
prudenza l'esporsi a si gravi spese per salvare i luoghi che non possono
considerare l'inondazione come un danno.
 Gli argini di questo fiume che sono tenuti coll'istesse leggi, e coll'istessa
custodia di quelli d'Arno sono per verità molto più deboli, e più bassi del
bisogno, come l'ispezione oculare, l'esperienza delle spesse inondazioni, e i
clamori di tutte le comunità interessate facilmente ce lo persuasero. Fu creduto
adunque che si dovessero soddisfare le istanze di quelle comunità
confinanti, e furono accennati i luoghi ove opportunamente dovevansi rialzare,
e fortificare gli argini suddetti per il successivo mantenimento dei quali non
si deve che l'insistere nell'osservanza delle leggi, e usare l'istesse cautele
di cui sopra abbiamo parlato nelli argini d'Arno.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quinto</head>
               <head>Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli</head>
               <p> La campagna che resta di là dall'argine destro del Serchio
<pb n="120"/>
 al confine del territorio di Lucca ha tutti i suoi scoli nel lago di
Maciuccoli, il quale è uno stagno di acqua chiara e profonda appartenente
quasi tutto al territorio di Lucca, ed ha la sua foce in mare al porto di
Viareggio. Questo lago ha vastissime adiacenze di pianura impadulita,
per mezzo alla quale sono state scavate alcune fosse per ricevere li scoli
della campagna un poco più sollevata, e vicina agli argini del Serchio,
ed in conseguenza capace di cultura, come dimostra la pianta di numero VIII.
Le principali di queste fosse sono la Barra che da Vecchiano conduce 
al lago; la fossa Magna che riceve l'acque dei comuni di Nodica e
Malaventre, e similmente le conduce al lago; la Traversagna, che ha una
foce nel fosso della Barra, e traversa la fossa Magna, e prende l'acque
della pianura di Migliarino, siccome quelle del fosso della Storvigiana.
 Questi quattro sono i fossi maestri di questa parte di paese che si
mantengono a cura e spese dell'Ufizio de Fossi, e che servono di ricettacolo alle
fosse, che ciaschedun particolare dev'esser sollecito di scavare per condurvi
l'acque de suoi terreni.
 La fossa Magna, e quella della Barra erano in buon grado, e di
sufficiente profondità, se non che si trovarono ancor esse impedite dalle
solite chiuse e incanniciate che in gran parte vi formano i pescatori.
 Il fosso della Traversagna si rende in oggi quasi inutile, perchè
passa a traverso di una campagna totalmente impaludita che non può
ricevere da esso benefizio veruno.
 Il fosso della Storvigiana si trovò molto ripieno, benchè ancor esso
in oggi non di uso che a pochi terreni.
 La bellezza, e vastità di questa pianura, che resta nella maggior
parte impaludita, ha risvegliato più volte il desiderio di portarvi qualche
miglioramento, ma sempre con infelice successo. Nell'anno <num>1704</num> fu
creduto che l'aprire un nuovo esito al lago di Maciuccoli in mare potesse
contribuire all'abbassamento delle di lui acque, e l'abbassamento di queste 
potesse prosciugare una parte delle sue adiacenze. E in conseguenza
di questo pensiero vicino al confine di Lucca fu fatta una fossa a traverso
<pb n="121"/>
il bosco di Migliarino, che prendendo l'acque del lago le conduceva al mare.
Ma l'esperienza dette a questo progetto l'esito che anco avanti, benchè in darno,
gli era stato prognosticato, e fece vedere che il livello del lago, che già per la
bocca di Viareggio comunicava col mare, non poteva con aprirsi un'altra,
nè infinite altre comunicazioni abbassarsi, e fece vedere che la fossa
medesima non poteva tenersi aperta; poichè il piccolo corpo d'acqua e non molto
corrente, che dal lago prendeva, non era bastevole a tenere la sua foce
libera da sorrenamenti, che i venti e l'impeto del mare ben subito vi fecero.
 Inutile adunque appena fatta restò questa fossa che si vede ancora, e può
servire di memoria per far comprendere di quale importanza sia al territorio
pisano l'esser sempre assistito da un architetto di grande, e conosciuto
sapere, poichè la di lui perizia può salvare da tante spese inutili che alle
volte per ignoranza, alle volte per troppo desiderio di operare vengono di tempo
in tempo proposte.
 Un'altra memoria abbiamo in questo paese di un'infelice esperienza
tentata per prosciugarlo da un certo olandese detto Pietro Vander Street, che
ottenne nell'anno <num>1653</num> dal principe don Lorenzo de Medici la proprietà di
quella palustre pianura con diversi privilegi, affinchè per suo profitto si
affaticasse a migliorarla, la quale anco in oggi da un simili nome corrotto si
chiama Valdistratte. Tentò questi di ridurla con intersecarla di spessi
canali, che attestavano alli scoli maestri del paese, cioè alla Barra
e alla fossa Magna, e in questi canali sperava egli di poter condurre
tutte le acque degli spazi di terreno intermedi, facendovele salire per
via di mulini a vento, di alcuni de quali si vedono anche di presente
le vestigie. Siccome sussistono ancora le vestigie di un grande
edifizio fatto nel mezzo di quella pianura per brillare il riso, ch'egli si
lusingava di potervi raccogliere. Ma due grandi inavvertenze renderono
inutili le sue fatiche, e le sue spese, che ben presto assorbirono il di lui
patrimonio. La prima alla forza del vento, che non è così regolare come in
Olanda, in cui però non può contarsi quando il bisogno appunto lo esigerebbe.
La seconda è alla tessitura del terreno, la quale in tutto il territorio
<pb n="122"/>
pisano è fragilissima, e di moderna spugnosa, e flessibile formazione, e
vicinissimo per tutto all'acque, la qual natura del buono e più sano terreno
di questa provincia molto più si manifesta in detta pianura, che non ha
ancora perduto l'aspetto di padule, dal che ne viene che nel mezzo a una
campagna di questa sorta poco giova lo scavare canali, e il formare
argini, perchè l'acqua che inzuppa il terreno degli spazi intermedi non si
separa, come segue nelle terre buone, e solide, nè concepisce movimento
per andare a raccogliersi nel fondo delle fosse campestri, ma resta
sempre come in una spugna legata, e mescolata col terreno, che se ne impasta,
e se ne imbeve, senza che vi sia arte che vaglia a separare le parti
aride dalle umide. E in oltre quando ancora si potesse dare il caso
che quest'acqua si separasse dal terreno, e si conducesse alle fosse, e che poi
da queste fosse si facesse con felicità a forza di macchine salire ne i
canali di scolo, non per questo i campi resterebbero asciutti, poichè dovendosi
formare i canali, e gli argini dell'istessa qualità di terreno che ivi si trova,
l'acqua subito trapassando per le mal tessute pareti di detti canali
ritornerebbe ben presto alla sua primiera espansione, riassumendo il suo
natural livello, dal quale non vi è forza, nè ingegno che possa rimoverla.
 La natura per altro non ha lasciata questa porzione di paese priva
affatto di soccorso, quando si voglia con qualche efficacia pensare al di
lei bonificamento. Il paese è così naturalmente basso, che senza alzarne la
superficie resterà sempre padule com'è; onde il soccorso non si può
prendere nè sperare altronde, che dalle acque del Serchio, le di cui torbe
saranno sufficienti a rialzarlo tanto che serva a ottenersi il desiderato
prosciugamento.
 Pare a prima vista molto difficile l'introdurre in questo piano
l'acqua del Serchio, essendovi interposta una barriera de i monti di Filettole,
e di Avane, e di Vecchiano, di là da i quali il fiume ha il suo corso. Ma
non ostante il pensiero è comodamente eseguibile, e per tale è stato
riconosciuto anco nei tempi più antichi, come si può vedere dal sopracitato Discorso
<pb n="123"/>
di Lorenzo degl'Albizi. E siccome per verità questo è l'unico rimedio sopra di
cui si possa sperare la salute di quel piano, e che l'importanza di detto
piano è così grande da poter compensare anco la grave spesa che si
richiede; noi credettemo di dovere nel tempo della nostra visita appurare
con precisione come potesse esser fattibile questo pensiero, che solo si trova
da detto Lorenzo degli Albizi accennato, e quale sarebbe la spesa
necessaria per effettuarlo.
 A tal'effetto fu fatta un'esatta livellazione di quella campagna,
e fu trovato, che prendendo l'acqua sopra la Steccaia di Ripafratta,
averebbe questa sopra il piano da colmarsi una caduta più che
sufficiente, come ne resulta dalla carta di livellazione annessa al numero IX. E
rispetto al modo di condurre quest'acqua, non è impossibile il tagliare il 
poggio di Pietra a Padule, come propose già Lorenzo degl'Albizi;
e più facile, e meno dispendioso sarà il semplicemente traforarlo; al
qual'effetto furono prese le misure necessarie, dalle quali computata la spesa
del canale, che doverebbe farsi sopra e sotto terra, e tutte le altre
operazioni, che sono opportune per mettere in buon grado quest'opera, resulta
che la spesa passerebbe di poco scudi ventun mila, come
apparisce dallo scandaglio annesso alla carta di numero IX il che se si dà
un'occhiata alle campagne che si possono con tal mezzo acquistare,
e migliorare non sembrerà eccedente. È da riflettersi in oltre che a
tal colmata non ostano quei dubbi che si sono accennati nel Capitolo
secondo parlando di una colmata generale della pianura pisana,
perchè si tratta di un paese di moderata estensione in proporzione
delle copiose torbe del Serchio, e quel che più importa, si tratta di un
paese tutto al presente inculto, e totalmente palustre, per colmare il quale
non conviene perdere porzioni notabili di terreno coltivato, nè
far danno a veruno; giacchè cominciando da i Paduli che sono
alle falde de' monti di Filettole, e di Avane, si potrebbe procedere
<pb n="124"/>
in appresso più oltre acquistando terreno sempre di padule in padule
fino alla macchia di Migliarino, con sicura speranza di far col tempo, e col
denaro sufficiente, e con osservare le buone regole, importantissimi
progressi. Talchè potrebbe questa essere una proposizione ben degna di farsi
alla clemenza di Vostra Altezza Reale, la quale con molto vantaggio del suo proprio
patrimonio proprietario in gran parte di quei vasti paduli potrebbe
apportare un singolarissimo benefizio all'aria, e alla fertilità di tutto quel paese. E
quando non piacesse alla Reale Altezza Vostra di fare l'impresa per conto proprio, e che
ella si degnasse accordare a chi la facesse, la proprietà del terreno, non si
crederebbe impossibile il trovare una compagnia di persone facoltose, che per
utilità delle loro famiglie sagrificassero al presente questa somma di denaro
con speranza certa di acquistare per i loro figliuoli bellissime possessioni.
 Avvicinandosi da questa parte al mare si esce da i Paduli che
circondano il lago di Maciuccoli, e si trova il bosco di Migliarino, che cuopre
tutta la spiaggia tra il Serchio e il confine di Lucca, ed ha circa tre
miglia di larghezza. Il terreno di questa spiaggia marina è come nel restante
della spiaggia pisana di superficie ineguale distinto in tumuli, e in
vallate appresso a poco come si vede giacere il lido del mare. Questi tumuli che
si chiamano tomboli restano per lo più paralelli al lido del mare e
interposte si veggono tra l'uno, e l'altro quelle vallate che si chiamano lame, e
fanno la figura di spaziosi solchi, dentro a quali l'acqua si aduna,e  stagna,
non avendo esito veruno: onde avviene che questo bosco nell'istessa guisa
degli altri che cuoprono la spiaggia pisana fino a Livorno, sia sempre
pieno di stagnamenti, alcuni de quali nell'estate si rasciugano, altri no,
per esser più copiosi d'acqua, e più concavi, tra i quali nel bosco di
Migliarino i più considerabili sono l'Ugnone, e il Serchio Vecchio.
 Alcuni di questi luoghi sono lasciati in tal guisa puramente per incuria,
perchè trattandosi di terreni inculti e macchiosi, non comple ai padroni
fare delle spese per dar loro lo scolo conveniente. Altri poi sono veramente
<pb n="125"/>
dalla natura condennati a esser pantani, essendo più concavi de' luoghi
adiacenti, nè altro rimedio a questa loro bassezza vi potrebbe essere, che il servirsi
una volta delle torbe del fiume per rialzarli, quando l'aver migliorato, e ridotto
in buon grado tutta la campagna coltivabile dasse adito a rivolgere
prudentemente il pensiero anco alli scoli delle boscaglie.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo sesto</head>
               <head> Della campagna adiacente al fiume
Morto</head>
               <p> Tutta la campagna interposta tra l'argine destro d'Arno e il
sinistro del Serchio, e i monti confluisce per vari rami in fiume Morto, il
quale una volta imboccava nel Serchio, ed ora ha la sua foce in
mare, come dimostra la pianta di numero X. Esposta a grandissimi danni
era tutta questa pianura avanti che fusse aperta questa foce, attesa la
difficoltà dello sbocco nel Serchio, che bene spesso era più alto del dovere.
E fu pensiero del Padre Castelli il voltare lo scolo della campagna
direttamente al mare. E quantunque si trattasse di portare la foce di quest'acque
in un punto notoriamente più basso, non ostante questo suo pensiero ebbe a
soffrire vivissime contradizioni, come resulta da diverse sue lettere impresse
nella raccolta degli scrittori dell'acque.
 La maggior obiezione che gli venisse fatta era la difficoltà di tenere
la foce del fiume Morto in mare aperta, atteso l'impeto dei venti, e de i
sorrenamenti; al che egli rispondeva che l'impeto dei venti tanto faceva
resistenza alla foce del Serchio, che a quella di fiume Morto; e che rispetto
ai sorrenamenti, il corpo dell'acqua di questo fiume era tanto grande da
<pb n="126"/>
potersi da se medesimo aprire la strada, cessati che fussero i venti contrari,
e molto più poteva aprirsela prestissimo ogni qualvolta in caso di
grand'occorrenza li fusse aperto tra le arene un piccolo fossetto, che egli averebbe in
poche ore con la sua corrente dilatato molto amplamente, del che se ne dovè
in quel tempo fare un'esperienza alla presenza de' principi di Toscana che
si trovavano in Pisa.
 In somma il progetto del Padre Castelli non ostante tutte le
contradizioni riuscì felicissimamente, e da quel tempo in poi questa parte di
campagna ha preso un altro aspetto, talchè in oggi si può dire la migliore di
questa provincia, e se gli abitatori non le mancassero, potrebbe tutta
scolare senza difficoltà, essendosi in fatti a poco a poco con la pura arte
dell'agricoltura espurgati diversi paduletti, come quelli di Agnano, e di
Asciano, e dopo la visita quegli intorno ai Bagni, di cui sopra abbiamo
parlato, il che potrebbe succedere a molti altri, quando l'industria e le forze dei
proprietari vi si applicasse.
 La parte di questa campagna prossima al mare detta la macchia
di San Rossore è ancor essa boschiva, e distinta in tumuli, e lame, come
abbiamo detto di quella di Migliarino, delle quali alcune potrebbero avere scolo,
se chi le possiede volesse; e altre non possono sperare in altro soccorso
che nelle torbe d'Arno, quando una volta fusse giudicato espediente
voltarlo per quella parte.
 Per ritornare al fiume Morto, questo è un canale maestro, che traversa
per lo lungo tutta la pianura da Caprona al mare, e fino 
all'intersecazione del fosso di Ripafratta si chiama la Vicinaia; indi prende il nome
di Martraverso fino alla Madonna dell'acqua; e indi quello di Scorno
fino al ponte della Sterpaia, ove comincia a nominarsi fiume Morto.
E per tutta la sua lunghezza divisa in questi quattro nomi è il suo
mantenimento a carico dell'Ufizio de' Fossi, e al tempo della visita di trovò
essere in buon grado, osservandosi in fatti che questa parte di campagna
era quella che pativa meno dell'altre.
 <pb n="127"/>
Due principali canali mettono l'acque in questo fosso, uno dalla parte tra
il Serchio e il fiume Morto, e si chiama il fosso dell'Anguillara ancor esso
a carico dell'Ufizio de' Fossi, il quale per essere scavato da non molto tempo non
meritava anch'esso per allora veruna spesa.
 Nel fosso dell'Anguillara mette foce l'Oncinetto appartenente ancor
questo all'Ufizio, e il fosso Doppio, che si mantiene per tre parti dall'Ufizio,
e per una quarta parte dagl'interessati; e questo era mediocremente ripieno,
onde tra qualche tempo sarebbe stato in necessità di escavazione. E tutti questi
fossi servono di rami maestri alli scoli della campagna; perchè a
qualcheduno di essi attestano molti altri fossi, di cui per non appartenere all'Ufizio
non si fa menzione, i quali ricevono l'acque particolari dei fossi
campestri.
 E per migliore intelligenza è qui necessario avvertire che di tre sorte
fossi si trovano nella pianura pisana. I primi che sono i recipienti
principali sono quelli che dall'Ufizio si scavano e mantengono a proprie
spese. La seconda classe è composta di quelli in cui si raccolgono l'acque
di molti terreni di diversi padronati, i quali l'Ufizio ha cura di scavare,
 e tener puliti con la sua direzione, acciò la moltitudine de' padroni
non cagioni disordine o negligenza con distribuire la sua spesa occorrente
sopra ciascheduno di detti proprietari interessati nel mantenimento dello
scolo. La terza classe è di quelle propriamente dette fosse campestri,
le quali per appartenere a un solo padrone, e per ricevere l'acque del
particolare suo terreno, oltre l'essere a carico del proprietario, si
rilasciano dall'Ufizio anco alla sua particolar provvidenza, dovendo
ciascheduno tenere i suoi campi in grado di potere scolare, se vuole
ricevere il benefizio delle semente; onde sopra questi l'Ufizio non vi
prende altra ingerenza che di fare osservare le leggi, che sopra
tal materia sono generalmente promulgate per il benefizio della
coltivazione della pianura pisana, perchè tal volta la negligenza
del possessore non pregiudichi a i suoi vicini.
 <pb n="128"/>
Di queste dunque non abbiamo giudicato espediente il farne menzione
perchè la consideriamo come un'incumbenza totalmente privata appartenente
a ciaschedun proprietario de' terreni.
 Della seconda classe similmente non abbiamo creduto necessario il farne
in questo luogo menzione, perchè questi fossi non si scavano con gli assegnamenti
dell'Ufizio, e quando l'Ufizio tien puliti e in buon grado i recipienti maestri,
dev'esser cura degl'interessati in ciaschedun fosso di fare le opportune
istanze, perchè l'Ufizio intraprenda l'escavazione anco di questi; il che ci pare
estraneo da i bisogni publici della campagna, che sono quelli che
coll'istanze di veruno non si possono rimediare, e quelli per cui è necessario
trovare gli assegnamenti.
 Restringendoci adunque alla descrizione de' fossi dell'Ufizio, abbiamo
fatta menzione di quelli che sono tra fiume Morto e il Serchio, che sono
i migliori che si siano veduti nel decorso della visita.
 Passando ora dall'altra parte, il primo ramo che sbocca in fiume
Morto si chiama fossa Cuccia, nella quale mette foce un altro fosso
nominato il Tedaldo, e il secondo ramo è l'Osaretto, in cui sbocca il
Marmigliaio. E tutti questi quattro fossi che conducono l'acque della
campagna interposta tra Arno e fiume Morto, e sono a carico dell'Ufizio,
si trovarono sommamente ripieni, e bisognosi di pronta escavazione per
sollievo delle belle, e fertili pianure adiacenti che soffrono per tale ripienezza
gravissimi, ed evidenti danni.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo settimo</head>
               <head> Del fosso Reale, o Calambrone</head>
               <p> La pianura interposta fra Arno e le colline si può comodamente
dividere in tre parti. La prima dalla Cecinella alla Cascina, quale per
<pb n="129"/>
essere più alta del rimanente ha per mezzo di diversi rivoli e torrenti il suo
scolo libero in Arno, e che perciò ci parve in ottimo grado, e che non meritasse le
considerazioni che bisogna avere per le parti inferiori.
 Dalle sponde della Cascina, che si unisce poi con l'Era fino al mare,
tutta la pianura scola nel fosso Reale, il quale la divide in due parti,
onde per la seconda parte considereremo quella che resta tra Arno, e il fosso
Reale descritta nella pianta di numero XI, e per la terza quella che
rimane tra il detto fosso Reale e le colline delineata nella pianta di
numero XII.
 Il fosso Reale fu fatto nell'anno <num>1554</num>, e principia nel comune di
Lari sotto il poggio di Lucagnano col nome di Zannone, e proseguendo il suo
corso fino al ponte di San Martino nel comune di Latignano prende il nome
di fosso Reale, e di qui camminando per linea retta entra nello stagno,
e passati i ponti di Stagno si spagliava prima nei paduli detti il
Calambrone, che avevano comunicazione col mare; ma nell'anno 
<num>1716</num> fu sotto i ponti di Stagno prolungato il suo canale, e condotto per mezzo di
detti paduli incassato e arginato a metter foce in mare, come al
presente si vede.
 Questo fosso prende l'acqua della Crespina,e dell'Orcina,
dell'Isola, della Tora e dell'Ugione, che sono torrenti di acque torbide, che
dalle vicine colline scendono nella pianura, e prende li scoli d'acque
chiare della pianura medesima dalla destra e dalla sinistra delle
sue sponde, come dimostra la pianta di numero XII. Sicchè egli
è un recipiente d'acque chiare insieme, e di acque torbe, e si deve
considerare esser egli più della natura de' fiumi, che degli scoli
campestri. Scorre in oggi sostenuto da buoni argini per tutta la
pianura coltivata finchè entrando nelle praterie, e altri terreni
palustri dello stagno e nello stagno medesimo, questi argini si
cominciano ad abbassare, e danno luogo a tutti i trabocchi di questo fosso
<pb n="130"/>
che per causa delle sue piene sono spessi, e prosegue poi con argini
quasi che affatto guasti per mezzo ai paduli del Calambrone, dove ha
la sua foce, come abbiamo detto, in mare.
 La direzione di questo canale fatta nell'anno <num>1716</num> dette luogo a
dubitare se potesse esser nociva al porto di Livorno, perchè le torbe del
fosso Reale, che prima si spagliavano ne i paduli del Calambrone
sarebbero per mezzo di questo nuovo canale portate tutte raccolte al
mare in luogo, dove la vicinanza del porto di sua natura
inclinato a riempirsi poteva indurre in qualche ragionevole sospetto che
tale sopravvenienza di torbe fusse per apportarli un nuovo motivo
di ripienezza. Per aver qualche considerazione a questo dubbio fu
chiamato alla nostra visita del Calambrone il signore Giovanni Maria del
Fantasia Provveditore delle Fortezze, e Fabbriche di Livorno per la sua
perizia, e per la sua avanzata età ben pratico di quel ministero,
il quale assicurò che nel porto di Livorno dal <num>1716</num> in poi non erano
state impiegate maggiori spese o fatiche nelli ordinari ricavamenti del
porto di quelle che si solessero impiegare prima di detto tempo; e assicurò
in oltre che nella ripienezza del suddetto porto dal <num>1716</num> in qua niuno
aumento sensibile poteva riconoscersi.
 Questa asserzione di un uomo assai perito nell'arte, e che per ragione
del suo ministero deve avere piena informazione di tali cose, ci fece
apprendere per più remoto di quel che alle volte si sente decantare
il pregiudizio del porto di Livorno. Ma non per questo si restò
persuasi doversi abbandonare ogni pensiero sopra di ciò, perchè il timore
di questi interrimenti si vede che è antico, ed è specialmente accennato
nel sopramentovato discorso di Lorenzo degli Albizi, ed è fondato
nella legge della natura, per cui si apprende che proseguendosi
dagl'influenti torbidi a portar terra sopra un lido di spiaggia
bassa qual'è quello del mar Toscano, si abbia questa spiaggia col
tratto successivo del tempo a interrire, il che osservando l'aspetto di
<pb n="131"/>
tutte le adiacenze littorali del piano di Pisa pare per verità che sia da
gran tempo in qua con lenti acquisti seguito; e ce lo conferma
l'esperienza istessa di Livorno, la di cui torre detta del Marzocco fondata già
nel mezzo al mare, si rende in oggi quasi accessibile in alcuni tempi
senza imbarcazione.
 Quando adunque col tempo si credesse opportuno di fare qualche
spesa per allontanare sempre più questo pericolo, si crederebbe espediente di
far qualche diligenza alla foce di detto Calambrone per voltarla verso
ponente, prolungandola in mare con qualche lavoro che tenga
l'acque per qualche tratto incassate verso la detta direzione, il che farà
profittare alle sue torbe del moto della corrente littorale, che si trova
nel Mediterraneo, la quale procedendo in questo mare verso ponente, è più
atta a tener lontane dal porto di Livorno le torbe; e tale lavoro farà
frattanto un altro benefizio di tenere più facilmente scavata e
profonda questa foce del Calambrone, per dove tutte le acque della
campagna pisana debbono passare.
 Per tal causa si crede adesso opportuno di non si mettere in
pena di resarcire l'argine sinistro del medesimo Calambrone ne
i luoghi più vicini al mare, ove confina con i paduli contigui
al vecchio Calambrone; poichè fu considerato che non può essere
di pregiudizio veruno alla campagna superiore che il canale
del Calambrone correndo incassato in fino al mare, e mentenendo
in tal guisa la velocità necessaria per dare moto all'acque
superiori, in tempo d'acque soprabbondanti trabocchi ne' paduli
adiacenti; anzi si crede che tal trabocco possa portare il benefizio di colmare
li stessi paduli, e ridurli capaci di dar qualche frutto, il che per la
loro naturale bassezza non può sperarsi se non mediante un
rialzamento di terreno.
 Si dice che tal trabocco può permettersi nell'argine sinistro,
perchè nel destro bisogna avere un'altra avvertenza di tenerlo
<pb n="132"/>
bene fortificato si per mantervi il comodo delle alzaie, si perchè le
torbe del fosso Reale traboccando da quella parte potrebbero interrire li scoli
che a quello scorrono vicini;onde per questa parte è necessità che l'argine
si prolunghi più prossimo al mare, che nell'altra.
 Generalmente però accostandosi più in sù verso i ponti di Stagno la
necessità di tenere gli argini ben custoditi vi è dall'una, e dall'altra parte, e
per tutto il corso dello stagno debbonsi gli argini rialzare, e uguagliare a
quelli che il fosso Reale ha nelle parti superiori, che sono molto belli;
perchè è un grandissimo male il permettere che l'acque torbe del fosso
Reale si diffondino nello stagno, poichè ricuoprono con tal espansione i
scoli della campagna che a traverso il medesimo stagno vanno a trovare
il fosso Reale, tengono in collo le loro acque, e interriscono li loro
canali, cosa di notabilissimo pregiudizio.
 Arginato che sia in tal guisa il fosso Reale fu considerato che essendo
questo un recipiente di acque torbide, non era espediente che servisse anco
di ricettacolo alle acque chiare della pianura; poichè il mescolare queste acque
ne i luoghi che mancano di caduta è sempre nocivo, atteso che il letto dove
corrono le acque torbide non può far di meno di non si rendere sempre più
alto di quel che sia convenienite alli scoli campestri, e la comunicazione
delle due acque espone sempre li scoli ai regurgiti, e agl'interrimenti.
E per ciò fu stabilito doversi porre per regola di tener l'acque torbe da se
rinchiuse tutte nel fosso Reale, e di escludere dal medesimo tutte le foci
dell'acque chiare, mandandole per via di recipienti separati a destra e a
sinistra a scolare ne i punti più bassi che sia possibile.
 Un tale provvedimento oltre al bene che farà alla campagna, che
deve scolare, e al risparmio degl'interrimenti che si eviteranno nelli
scoli collaterali, cagionerà un altro notabilissimo risparmio
all'Ufizio de Fossi, il quale ha speso per tenere scavato il fosso Reale somme
molto più importanti che ragguagliano più di mille scudi l'anno. Questa
spesa di escavazione è stata forse creduta necessaria, perchè trovandosi
il letto del fosso Reale più alto di quello che li scoli della campagna
<pb n="133"/>
adiacente richiedevano, si è creduto con l'escavazione di riparare all'inconveniente
senza avertire che questo fosso è della natura de i fiumi, perchè veramente prende
l'acque de fiumi sopranominati che scorrono dalle colline, e che i fiumi si
formano da se medesimi l'altezza del letto cui hanno bisogno per acquistare
la loro necessaria caduta; onde l'escavarli è spesa redicola, e inutilissima, perchè
ben presto fanno riprendere al loro letto la primiera figura, la quale è un
effetto necessario della loro direzione.
 Sicchè riserrando tra i buoni e gagliardi argini il fosso Reale per
assicurarsi dalle di lui inondazioni, ogni pensiero di escavarlo da qui avanti si può
abbandonare, ponendo l'unica cura in proibire più che sia possibile
ogni commercio fra l'acque torbe di questo fosso, e l'acque chiare della
campagna, per cui a suo luogo si additeranno le strade collaterali, che si
giudicheranno più opportune.
 Il fosso Reale viene intersecato dal fosso de' Navicelli, che da Pisa
conduce a Livorno, e questa intersecazione accade appunto poco sotto i ponti di
Stagno in luogo assai distante dal mare, ove le piene del fosso Reale
possono introdursi nel fosso de Navicelli, e quindi diffondersi in diversi canali che
dalla campagna in quello sboccano e nello Stagno ancora, che ha diverse
comunicazioni con detto fosso de' Navicelli. Perciò ad oggetto di chiudere
anco questa bocca per cui le piene del fosso Reale potrebbero introdursi
nella campagna, giacchè l'intersecazione di questi due fossi non si può
fuggire, il rimedio che può suggerirsi è quello di ritirare il canale de'
Navicelli più vicino al mare che sia possibile, acciò l'intersecazione
segua in un punto più basso che possa aversi del fosso Reale, e in luogo
perciò meno pericoloso e meno esposto al regurgito delle di lui piene,
le quali più difficilmente da questo punto basso, ove in molti altri luoghi
inculti e palustri possono diffondersi, s'insinueranno ne i canali superiori
della campagna. E se tal cautela non apporterà tutto quel giovamento
che si desidera, vi è sempre il rimedio delle cateratte da porsi all'una, e
altra parte di questa intersecazione, il qual rimedio si propone in secondo
<pb n="134"/>
luogo, perchè è dispendioso; ma per altro merita di esser considerato per
principale in riguardo alla sicurezza, in cui porrebbe questa pianura da tutti
i mali che soffre per l'escrescenza del fosso Reale.
 Ci resta a parlare di una proposizione modernamente fatta sopra
questo fosso consistente in renderlo un canale navigabile, con
estenderlo ancora fino alla Cascina verso il Ponsacco per dare il comodo a
tutti gli abitanti di quelle colline, e di quella pianura di trasportare i
loro generi alla città di Livorno. Noi ebbamo la curiosità di
appurare pienamente questa proposizione, e si riconobbe in primo luogo che il 
fosso Reale per quanta copia d'acque esso sia solito portate in tempo
di piene, per tanto non si può dire e non è navigabile, poichè passate
le straordinarie escrescenze, resta all'uso de torrenti se non del tutto
arido, almeno con un piccolo rivolo d'acqua lontanissimo dalla capacità
di sostenere qualunque piccola imbarcazione.
 Non essendo adunque navigabile, non si può immaginare di
renderlo in altra guisa che facendovi crescere di corpo l'acqua per via di
parate, e sostegni, il che ognuno vede quanto sia assurdo, o si consideri questo
fosso come un torrente tale quale è, in cui senza far forza agli
argini superiori tali parate non possono costruirsi; o si consideri come
uno scolo di acque campestri, la di cui natura esige, che il pelo
dell'acqua vi si tenga più basso che sia possibile, o si consideri come
un misto di fiume, e di scolo tale quale al presente si ritrova, e che
per tutti i riguardi abborrisce il freno di questi sostegni; che sarebbe
forza di apporli per renderlo navigabile.
 Un tal discorso persuade l'assurdità di un tal progetto non solo nel
fosso Reale, ma ancora nel rio del Pozzale, o in qualunque altro
fosso di scolo che in subalterna condizione veniva proposto.
 Esclusi dunque tutti i fossi presenti si riduceva la proposizione a
creare un canale totalmente nuovo, che non servisse nè di scolo alla
<pb n="135"/>
pianura, nè di recipiente all'acque torbe della collina. Allora per
render navigabile questo canale nuovo la prima difficultà s'incontrava nell'acqua
da darli per suo mantenimento. Si pretendeva questa potersi ricavare dalle polle che
formano in collina il Bagno a acqua, le quali sono acque calde termali, che
si raccolgono in quel luogo a uso di Bagni, i quali quantunque non siano così
copiosi, nè così magnificamente costruiti come quelli di Pisa, non ostante sono in
qualche maggior credito, e continuamente frequentati nelle stagioni opportune.
 Il rifiuto adunque di questi Bagni forma un ruscello sempre perenne anco
nell'estate, il quale s'immerge nel fiume Cascina. E questo ruscello si
credeva che deviato dalla Cascina, e introdotto nel nuovo canale potesse fornire
l'acqua sufficiente alla navigazione, trattenendovela, e facendovela alzare
di mole per via de i sopradetti sostegni.
 Non si credè da noi necessario il calcolare per l'appunto se quest'acqua
delle polle dei Bagni, che quantunque perenne non è però moltissima, fusse
sufficiente a mantenere navigabile il preteso canale; ma ci servì il reflettere
che in primo luogo la spesa di scavare un canal nuovo per almeno dal
Ponsacco fino al fosso de Navicelli, di arginarlo, di farlo passare sopra tanti
canali di scolo, che traversano la campagna, di mantenervi i
sostegni e gli operanti necessari era grandissima, e che dall'altra parte
l'utilità di questo canale era impercettibile. Poichè dal Ponsacco, e
luoghi circonvicini tutte le mercanzie che si volevano, e si solevano a
Livorno trasportare per acqua, potevano già di presente andarvi
per la via d'Arno, che non è distante da quei contorni più di tre o
quattro miglia, come in fatti si pratica; onde quei generi che dalle
colline si sogliono portare per vettura a Livorno, e che soli averebbero
potuto profittare di questo nuovo canale, si riducevano a piccole
provvisioni di polli, frutte, e ortaggi, che formano un così piccolo oggetto da
non permettere che si pensi in favore di esso a una tanto grandiosa spesa,
la quale di niun altro profitto sarebbe alla pianura pisana bisognosa
<pb n="136"/>
per motivi più pressanti di altri soccorsi.
 Queste considerazioni siccome ci persuasero della vanità di questo
progetto, così crediamo che possino esser bastevoli a persuaderla in
avvenire ogni qualvolta fusse per essere risvegliato. E tralasciando per tanto
il discorso del fosso Reale, passeremo a parlare delle campagne adiacenti,
e del modo di procurar loro il più libero scolo.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo ottavo</head>
               <head> Della pianura interposta fra Arno e
fosso Reale</head>
               <p> Questa pianura, come dimostra la pianta di numero XI si può
considerare distinta in tre parti. La prima superiore allo Stagno, che per
diversi fossi scola nel fosso Reale. La seconda è lo Stagno medesimo con
quella porzione di pianura che scola in esso. La terza fra lo Stagno
e il mare, che parte scola nel fosso de' Navicelli, e parte è macchia e
spiaggia marina detta la Boscaglia di Tombolo. Di questa terza parte
siccome quella piccola porzione che scola nel fosso de' Navicelli vi scola per
canali che non sono a carico dell'Ufizio de Fossi, e l'altra porzione
macchiosa non ha scolo regolare, e nulla di più si può dire se non quel che
si è detto per San Rossore, e per Migliarino, così noi non avremo luogo di
di farne altra menzione.
 Nella prima parte di pianura superiore allo Stagno quelle
campagne che sono sopra alle Fornacette hanno due bellissimi fossi
maestri, uno detto il rio del Pozzale, e l'altro la fossa Nuova, che si
<pb n="137"/>
congiungono dopo un corso di molte miglia vicino al fosso Reale, e in esso
imboccano per una sola foce che si chiama della fossa Nuova. L'uno e l'altro di
questi fossi appartiene all'Ufizio, quantunque alla spesa della fossa Nuova
concorrino per metà gl'interessati. E sono questi i recipienti di vastissimi
terreni, dove sboccano molti altri recipienti minori che si scavano a spese
dei respettivi proprietari. Il piccolo tratto della foce comune di questi
due fossi è pulito, e cavato di fresco; ma nel rimanente di tutto il loro
ben lungo corso sono pienissimi e bisognosi di pronta escavazione.
 Dalle Fornacette in giù principia l'Antifosso d'Arnaccio, il quale
scorrendo parallelo al canale d'Arnaccio, di cui sopra abbiamo parlato
che serve di trabocco nelle piene d'Arno, si congiunge dirimpetto a
Coltano col Fosso del Caligio, i quali poi uniti assieme col nome di fossa Chiara
intersecano il fosso de' Navicelli, e vanno sotto i ponti di Stagno a metter
foce nel Calambrone. La detta fossa Chiara era scavata di fresco, ma non 
ostante si osservava aggravata di notabile interrimento; onde per essere un
canale che serve di ricettacolo a tante acque, si crede che tra non molto
tempo sarebbe bisognato rivolgere il pensiero a scavarlo di nuovo.
 L'Antifosso poi è ripienissimo, e bisogno di pronta escavazione, e più bisognoso
di esso è il Caligio, il quale serve a una pianura più bassa. Tutti e tre questi fossi
sono di pertinenza dell'Ufizio, siccome al medesimo appartengono il fosso
Vecchio, il fosso d'Oratoio, il fosso di Titignano, e quello del Torale che sboccano
nell'istesso Caligio, e quanto il Caligio bisognosi tutti di prontissima
escavazione, essendosi per verità trovata questa parte di fertilissima campagna
molto danneggiata dalla ripienezza di questi fossi dell'Ufizio, che
cagionano in oltre la ripienezza di moltissimi altri di pertinenza de' particolari
che debbono in quello influire.
 L'essere in necessità l'Ufizio di scavare prontamente tanto numero di fossi,
ci fece rivolgere l'animo a pensare s'era possibile il diminuirli il dispendio.
E primieramente cadde in considerazione, se quella macchina per alzare l'acqua,
<pb n="138"/>
di cui sopra abbiamo parlato, giacchè non era fattibile di applicarla a
quei canali che hanno di bisogno di un perpetuo scolo per le ragioni sopra
enunciate, fosse almeno usabile per fare ne i fossi l'operazione che chiamano di
aggottare, che è di rasciugare quella parte di fosso che si vuole scavare.
Ma ancora qui fu considerato che il trasporto e l'idonea collocazione
di questa macchina a ciaschedun fosso sarebbe importata qualche spesa
notabile, e che bisognava anco valutare la facilità di rompere detta
macchina usandola, e la difficoltà di ripararla prontamente in
luoghi disabitati, com'è la campagna di Pisa, e che dall'altra parte
l'operazione delle aggottature che si fa a mano, supposto un numero sufficiente
d'uomini, riesce facile, pronta, e sicura. E questo numero d'uomini
nell'escavazione di un fosso sempre vi dev'essere, perchè sono lavori che ognuno
sà doversi fare in cortissimo tempo a forza di numero di lavoranti.
 Fu pensato secondariamente che un grave incomodo nella escavazione
de i fossi consiste in trasportare la terra del cavo di là dagl'argini
del fosso, il qual trasporto si fà a forza d'uomini per via di barelle, o
corbellini. Fu per tanto per facilitare questa operazione proposta una
macchina, per la quale si vede che posta nel mezzo dell'alveo di un fosso la
terra in un recipiente, e questo recipiente sopra la punta di un
trave inclinato, questo trave inclinato per via di un arganetto facilmente si
alza, e levandosi in capo il recipiente, lo fa sdrucciolare per tutto il suo
dorso, e lo precipita nella parte opposta dell'argine.
 Questa macchina quantunque sia molto ingegnosa non ostante 
con l'esperienza che se ne volle fare, si riconobbe che in primo luogo
non era applicabile alla maggior parte de fossi, perchè ne fossi larghi
e muniti di buone banchine gl'argini sono molto distanti fra loro, e
molto distanti sono ancora dal mezzo del fosso; onde la macchina che
non si può applicare altrove che sopra l'argine averebbe bisogno di
travi lunghissime per poter fare l'operazione, e riuscirebbe per ciò
<pb n="139"/>
impossibile a maneggiarsi. I fossi stretti dall'altra parte per lo più non hanno
argini, o li hanno poco sollevati, di modo tale che i cavatori de' medesimi non 
hanno bisogno di barelle per trasportare la terra, ma nell'atto di cavarla la
scagliano agevolmente di là dagli argini; onde la macchina in quel caso resta
superflua. Sicchè per applicare questa in luogo ove possa maneggiarsi, e
operi il trasporto con qualche vantaggio di tempo, bisognerebbe applicarla
a un fosso stretto, e profondo, de i quali non ve ne sono perchè una tal
proporzione è contro la regola de' canali di scolo, nella struttura de i quali
bisogna proporzionare la larghezza alla profondità, e anzi è necessario
eccedere nella larghezza per ricevere il profitto di tenere l'acque depresse più
che sia possibile.
 In oltre è da considerarsi che questa macchina per costruirla e armarla
di ferro, e farvi le viti opportune, costa qualche somma considerabile; che
il trasportarla similmente e il collocarla costerà qualche cosa; che per farla
giocare vi vogliono tre uomini, che il recipiente che trasporta non eccede
la capacità di uno de' soliti corbelli manuali; che questi recipienti che
debbono essere di legno sono esposti continuamente a rompersi, perchè debbono essere
precipitati da alto in basso; e che per il cavo di un fosso di tali macchine
bisognerebbe averne molte insieme che giuocassero, per potere andare avanti col
lavoro; onde considerate tutte queste circostanze, non si trovò per verità da
lusingarsi di verun risparmio.
 Ci venne in appresso in mente di potersi servire degl'istrumenti con
cui si pratica a Livorno di cavare alcuni di quei fossi, a i quali senza
rasciugarli, con certe barche a cui sono attaccate certe cucchiare che per
via di argani salgono e scendono, si mantiene la conveniente profondità.
 Si credeva in tal guisa senza aspettare a fare ogni tanti anni un
cavo generale del fosso già totalmente ripieno, si potesse anno per anno, o di 
tempo in tempo radere come convenisse, e togliere i ridossi che si scuoprissero
<pb n="140"/>
tenendoli in tal guisa nello stato della sua dovuta profondità. E
quantunque ciò non potesse servire che per quelle parti de i fossi che sono navigabili,
tanto si stimava che ciò dovesse riuscire di gran vantaggio, perchè appunto
le parti navigabili sono quelle che sono più vicine allo sbocco, e che
sarebbe opportuno tenere sempre più libere e profondate del rimanente. Si volle
per tanto fare l'esperienza di tal pensiero, e si fecero venire le chiatte di
Livorno a scavare il fosso de Navicelli sotto la Tettoia prossima alle
mura di Pisa, che già era ripiena, e computato il cavo fatto e la spesa, si
osservò che questa eccedeva ciò che soleva costare all'Ufizio de Fossi
l'ordinaria escavazione, quantunque il lavoro fatto in luogo vicino alla
città ci avesse dato il comodo di tenervi assistenti ministri idonei a prevenire
tutte le fraudi possibili nelle misure, le quali fraudi nel corso de lavori
da farsi per quella disabitata campagna erano poi da temersi
inevitabli. Sicchè l'eccedenza della spesa ci fece abbandonare il pensiero di questo
metodo il quale per quanto sia necessario in Livorno, ove i fossi non si
possono asciugare, si osservò esser pericoloso nei fossi della campagna, perchè
con tali escavazioni non si può osservare un'esattezza di livello nel
profondare, come sarebbe necessario ne' fossi di scolo, e per conseguenza in qualche
luogo si scava meno del dovere, e in qualche luogo più del necessario con
dispendio inutile. Sicchè fu stimato doversi riservare un tale espediente
a togliere qualche ridosso che di quando in quando potesse scuoprirsi
ne i fossi che l'Ufizio deve mantenere, qual ridosso per occupare un breve
spazio non comportasse la spesa di rasciugare tutto il fosso.
 E per tale accidente che alle volte può darsi fu anco pensato a
facilitare la macchina di cui si servono a Livorno, e fu corretta e
migliorata e ridotta in modo da potersene anche per qualche volta servire ne
i fossi incapaci di navigazione, applicando la macchina che sostiene
le cucchiare sopra le panchine del fosso. E ne fu fatta sopra tal disegno
costruire una, perchè l'Ufizio potesse in qualche occorrenza adoprarla,
avendo per altro sempre l'avvertenza di servirsene quando il bisogno di
escavare è circoscritto in un piccolo spazio, poichè il pretendere di scavare
<pb n="141"/>
con tal metodo un fosso intero sarebbe un crescere a dismisura la spesa per
avere un lavoro peggiore.
 Ritornando adunque a i fossi de i quali sopra abbiamo parlato, si reflettè
che per la foce di Fossanuova, e per la foce di fossa Chiara scola tutta la campagna
che è da questa parte del fosso Reale tra Pontedera e le Bocchette. Al buon
mantenimento di questa campagna che non contiene dentro di se stagni, nè patisce
di altri simili vizi, basta solo che questi fossi in oggi ripieni siano profondati,
e tenuti sempre a dovere. E nel restante non rimane altra avvertenza da
usare, che quella di liberarla dalle inondazioni, e da rincolli del fosso Reale.
Perciò adunque bisogna alzare a dovere gli argini di questo fosso, come sopra
abbiamo proposto; e per separare totalmente le di lui acque da quelle delli
scoli il partito più sicuro è togliere dal fosso Reale la foce di fossa Nuova
e voltarla nella fossa Chiara, come viene indicato nella pianta di numero
XII e come è stato di poi felicemente eseguito, e fare un canal solo
recipiente di tutte le acque campestri. E siccome la fossa Chiara pone ancor essa
la sua foce nel Calambrone poco sotto i ponti di Stagno, è necessario serrare
anche questa, e prolungare il canale di fossa Chiara verso la marina
sempre paralello, ma separato dal Calambrone, nel quale finalmente può
aprirseli la foce nel punto più basso assegnabile, giacchè l'unione in questo punto
bassissimo si crede esente da quei pregiudizi che apporta nelle parti
superiori; ed è dall'altra parte inevitabile per conservare la navigazione tra
Pisa e Livorno, e per conservare alla foce del Calambrone in mare un
sufficiente corpo d'acqua; e può in ogni caso munirsi questa comunicazione con
cateratte.
 Noi abbiamo detto di sopra parlando del fosso Reale, che bisognava
ritirare più che fosse possibile verso la Marina la sua intersecazione col
fosso de Navicelli, il che oltre i vantaggi sopraccennati per la parte della
pianura verso Pisa, riesce di necessità precisa per il bene della pianura
verso Livorno, come a suo luogo si dirà. Perciò siccome fossa Chiara
interseca anch'essa il fosso de' Navicelli, si potrebbe da qui avanti
<pb n="142"/>
da questo punto voltare la navigazione per il canale medesimo di fossa
Chiara, arrivando per esso prolungato che sia fino vicino alla foce del Calambrone,
ove dalla parte opposta può escavarsi un nuovo canale che serva a
proseguire la navigazione fino alle cateratte di Livorno, come
dimostra la pianta di numero XII.
 In tal guisa abbandonando il presente tronco del fosso de' Navicelli,
che resta dopo l'intersecarsi di fossa Chiara, e servendosi
dell'istessa fossa Chiara per canale navigabile da questo punto fino alla
fossa del Calambrone, e traversando ivi il Calambrone per imboccare nel nuovo
canale, averemo il fosso de' Navicelli con facilità ritirato alla
marina, come sopra si era detto essere espediente; e averemo in oltre portato
lo scolo dell'acque della campagna nel punto più basso che possa
assegnarsi in questa pianura; e averemo assicurati i canali di scolo dal nocivo
commercio coll'acque torbe del fosso Reale, onde per l'avvenire non resterà
altra attenzione all'Ufizio de' Fossi che quella di scavare ne i tempi 
opportuni questi canali, il che gli riuscirà tanto più agevole, quanto che
si risparmierà le gravi spese che fino al presente ha fatto nelle
inutili escavazioni del fosso Reale.
 La campagna dalle Bocchette d'Arno in giù quello che resta
coltivabile scola per mezzo di diversi fossi nel padule Maggiore, tra i quali
ve n'è uno che appartiene all'Ufizio de Fossi, che si chiama lo Scolo di Pisa,
che riceve da questa parte d'Arno le immondezze della città. Questi fossi
muoiono in detto Padule confondendo le loro acque con quelle che
inondano quella vastissima campagna, e ancor questi si ritrovarono ripienissimi, come
in specie erano quegli di San Giusto, e di Sant'Ermete di attinenza de'
particolari, e il detto scolo di Pisa di attenenza dell'Ufizio, il quale si osservò in
oltre con grandissimo scandalo impedito da certe ture fattevi da pescatori
che hanno in affitto la pesca di quelle acque.
 <pb n="143"/>
Noi abbiamo di sopra chiamato Stagno tutta questa parte di
campagna che per la sua naturale bassezza serve di stagnante raccolta
alle acque, e che circonda i Poggetti di Coltano e di Castagnolo, che restano nel
mezzo alle medesime posti in isola, come dimostra la pianta di numero XI. Di
questo stagno la parte che resta tra Coltano e Pisa si chiama Padul
Maggiore, e la parte che da Coltano risguarda Livorno si chiama propriamente
Stagno, il quale si diffonde per tutta quella pianura di quà e di là dal fosso
Reale fino alle colline.
 Il Padul Maggiore ha la comunicazione con lo Stagno, perchè gira
le punte di Castagnolo, e di Coltano, i quali restano così dall'acque messi
in isola. È ben vero che queste punte sono le parti più alte del Padule, e più
facili a inaridirsi, come lo sono in qualche parte dell'anno. Sicchè la
maggior pendenza e profondità del Padul Maggiore resta verso i Poggi di
Castagnolo e Coltano, di dove non ha altra uscita che l'angusto canale
della Sofina, che divide col suo letto la tenuta di Castagnolo da
quella di Coltano, e per questa unica bocca debbono scaricarsi tutte le acque
del sopradetto Padul Maggiore; e di tutte le campagne che v'influiscono,
le quali perciò in tempo d'inverno per l'espansione, e rincollo delle acque
patiscono estremamente.
 Sopra questo stretto della Sofina vi è un ponte che serve di
comunicazione fra l'isola di Castagnolo, e quella di Coltano; ma per essere questo
ponte di legno fondato sopra palizzate molto fitte, e troppo contigue fra loro,
veniva ad occuparsi con notabile impedimento l'alveo di detto fosso, e
quel ch'è peggio, questa angusta gola unico sfogo di tante acque, e già
da detto ponte mal costruito difficultata serve da residenza a un
pescatore che colle solite chiuse incannicciate traversa tutta la
larghezza del fosso, opponendo un ostacolo perniciosissimo allo scolo
dell'acque superiori, che per il loro moto lentissimo averebbero bisogno in tal
passaggio di esser piuttosto accelerate che trattenute. E volendo
noi osservare l'effetto di questo trattenimento con un diligente scandaglio
<pb n="144"/>
fu ritrovato il pelo dell'acqua davanti all'incannicciate due soldi di
braccio superiore al pelo dell'acqua dopo le incannicciate, sicchè questa sola
tura portava il pregiudizio di rialzare l'acqua del padule due
soldi di braccio più di quello che naturalmente vi sarebbe stata, la quale
altezza ognuno può comprendere di quanta importanza sia in un
padule di acqua bassa, ma largamente estesa, com'è quello, e quanta
espansione produca sopra terreni che altrimenti potrebbero essere
asciutti. E ciò noi ebbemo paciere di notare con precisione per capacitare
chi non fosse appieno persuaso dell'insigne danno che fanno queste
incannicciate, e altre simili arti pescatorie.
 Il fosso della Sofina appartiene ancor esso all'Ufizio, e mette foce nel
fosso dei Navicelli, nel quale scarica tutte l'acque di questo padule, che non
hanno altro esito per condursi al  mare che questo.
 Considerando all'ampiezza di questo Padul Maggiore, e alla sua vicinanza
alla città, ci parve cosa importante a pensarsi se vi era espediente
alcuno per aprirli un altro scolo più libero, perchè potesse più presto abbassare
le sue acque; poichè si tratta di un padule di acque bassissime, che
fa danno, come si è detto, con la sua grande espansione; onde ogni
piccola caduta che se li facesse acquistare prosciugherebbe gran tratto di
paese. Fù però livellata questa campagna fino al mare vicino a Arno
vecchio, poichè trovando caduta, si pensava di profittare di un fosso,
che traversa Castagnolo come dimostra la pianta di numero XI per
cui si sarebbe potuto aprire una nuova bocca al padule, facendoli
un canale che andasse a trovare per la strada più corta il mare, mettendo
foce in Arno Veccho. Ma tutto questo pensiero restò infruttuoso, perchè la
livellazione ci assicurò non esservi per tal viaggio sufficiente caduta.
 Sicchè questo padule per la sua naturale bassezza non pare veramente
che abbia altro rimedio che le colmate, il che molto più si deve dire di 
quell'altra parte di padule, che si chiama Stagno, ch'è anco più bassa del
Padul Maggiore. Il modo di fare queste colmate nel Padul Maggiore
<pb n="145"/>
non lo può somministrare che il fiume Arno, dal quale altre volte si è tentato
di tirare un tal soccorso, come ne fa testimonianza il fosso delle Bocchette,
per mezzo del quale nelli spaziosi margini di detto padule si fecero
considerabili acquisti. È ben vero che tali acquisti posero in pericolo di perdere le già
buone e coltivate campagne, e per questo l'uso di detto fosso si ebbe a dismettere,
come attesta Lorenzo degli Albizzi nel suo mentovato Discorso
impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque. E perciò le colmate è vero che
sono un rimedio per simili mali, ma sono rimedio grandioso che ha di
bisogno di essere intrapreso con la reflessione al Bene universale di tutto il
territorio, non per riguardo a qualche particolare partita di terreno, che non si
può effettuare se non col decorso del tempo, e con l'osservar bene le regole
dell'arte, e senza che vi s'interponga l'autorità e la munificenza del
Principe, la quale possa con le opportune compensazioni, e con i buoni
ordini conciliare con il publico futuro bene gl'interessi presenti di tutti i
padronati; e quando si dà il caso che questi interessi siano grandi, e molto
complicati, l'impresa resta difficile anco coll'interposizione dell'autorità
sovrana.
 Del resto se l'impresa fusse più facile, noi non ponghiamo in dubbio
che gran benefizio alla città e alla pianura di Pisa arrecherebbe un
tal prosciugamento, e ci porta gran meraviglia, che altre volte sia stato
revocato in dubbio se il colmare e prosciugare lo Stagno fusse cosa
vantaggiosa, o no, come si riconosce da un Discorso del celebre Alfonso
Borelli impresso nella Raccolta degli scrittori dell'acque, ove saviamente
risponde all'obiezioni che in quel tempo si vedono fatte sul fondamento, che l'acque
della pianura non potendo qualche volta per l'impeto de venti contrari
scolare in mare, abbiano bisogno di un vasto ricettacolo ove potersi
diffondere come in un luogo di deposito per aspettare che il mare ritorni alla sua
bassezza. Sopra di che noi non possiamo che lodare ciò che con molta
<pb n="146"/>
chiarezza spiega il detto Borelli; e appieno persuasi che l'impresa di
rasciugare lo stagno sarebbe utilissima, ci rincresce solo di averla con
l'ispezione del luogo trovata tanto difficile da non poter rivolgere l'animo
ad altro pensiero che a quello delle colmate, il metodo delle quali abbiamo
creduto ancora superfluo di specificare con più precisione, come abbiamo
fatto a quelle di Valdistratte, perchè quella è un'impresa più facile e
più ristretta, che interessa meno padroni, e che non obliga a disporre
di tanti terreni già di presente fruttiferi come questa.
 E se tanta difficoltà s'incontra nel progetto del colmare colle torbe
d'Arno, ogn'uno vede quanto chimerica sarebbe la proposizione di far tali
colmate colle acque chiare. E pure un tal pensiero modernamente non solo è 
venuto in mente, ma è stato posto in esecuzione, e se ne sono da noi osservati
i vestigi dell'esperienza fattane, come può credersi, con infelice successo
alla punta di Coltano, ove si volle dirigere la fossa Chiara con lusinga
di colmare le adiacenze del detto Coltano, come è noto nella pianta di
numero XI. E tutta questa operazione fu fatta senza avvertire che il letto
della fossa Chiara che passa per le parti più infime dello Stagno, era
più basso delle parti di detto Stagno più vicine a Coltano, che volevansi
colmare, e senza avvertire che l'acqua chiara non colma; onde non
rimane al presente che la memoria di questa spesa così follemente fatta,
la quale non può servire che di ammaestramento per avvertire quanto
sia necessaria al territorio pisano la perizia di un intelligente
architetto.
 Per terminare adunque il discorso dello Stagno, non pare che nello
stato presente vi si possa far altro che accrescergli in qualche luogo le bocche, che
da una parte lo fanno comunicare col fosso de' Navicelli, e dall'altra
con la fossa Chiara; poichè quando l'acque dello Stagno sono alte
non hanno altri emissari che questi per dove scaricarsi; onde è bene che
<pb n="147"/>
abbiano lo sfogo più libero e più facile che sia possibile; e tal
comunicazione non pare che in alcun tempo possa apportare pregiudizio nè al
canale de' Navicelli, nè a quello di fossa Chara.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo nono</head>
               <head> Della pianura interposta tra
fosso Reale, e le colline</head>
               <p> In questa parte di pianura scorrono l'influenti torbidi che
vengono dalle colline, e si debbono rinchiudere, come si è detto nel fosso
Reale.
 Per cominciare a parlare della parte superiore alla strada di
collina, diremo primieramente che questi influenti torbidi hanno portato a questa
pianura il benefizio di colmarvi alcuni paduli; poichè l'Orcina ha
colmato il padule di Gamberonci, e l'Isola ha colmato quello di Guinceri;
ma dall'altra parte questi medesimi influenti con la ridondanza delle loro
acque difficultano a questa parte di pianura li scoli, e la fanno patire
di un male, a cui la natura non l'averebbe destinata; perchè la sua
situazione è più alta del rimanente della campagna di là dal fosso
Reale.
 Un tale inconveniente ci confermò nel pensiero della necessità più
volte decantata di tenere separate le acque torbe da quelle delli scoli,
con la quale avvertenza si crede di potere ovviare a tutti i danni che
soffre questo fertilissimo territorio.
 <pb n="148"/>
Perciò fu ideato di cominciare sotto l'imboccatura del Zannone un
antifosso, che scorresse paralello al fosso Reale fino a Stagno imboccando
con un antifosso che sotto il fiume Isola già si trova, il quale però
bisognerebbe profondare, e allargare e conducendosi poi per la Torretta
navigabile fino ai Ponti di Stagno si prolungasse il suo corso a metter foce
nel più basso Calambrone secondo le regole accennate per fossa Chiara, e
ritenendo i medesimi principi.
 Questo antifosso, com'è delineato nella pianta di numero XII
doverebbe traversare i letti della Crespina, dell'Orcina, e dell'Isola, che
per via di volte sotterranee non sarebbe difficile, e in tal guisa
raccoglierebbe tutte l'acque campestri di questa pianura, alla quale toglierebbe
l'incomodo di dovere scolare o in alcuno de sopradetti torrenti, o nel
fosso Reale, dove tutti sono congregati, e condurrebbe le acque nel punto
più basso che si possa assegnare; onde grandissimo e sicuro sarebbe il
vantaggio di questi terreni, che assolutamente sono i più elevati di tutti,
e che per pura inavvertenza restano esposti a i danni degli stagnamenti.
 Resterebbe in principio di questa pianura il padule del Lupo vicino
a Cenaia, il quale per verità non pare che abbia rimedio alcuno, perchè è
rinchiuso tra le sinuosità di certi poggetti, per cui non pare che da veruna parte
possa sperarsi di aprire scolo che basti attesa la profondità delle sue
vallate. E la proposizione che ci fu detto essere stata un tempo fatta di
voltarci il fiume della Crespina per colmarlo, non ci parve a verun patto
eseguibile, perchè la Crespina resta troppo distante, vi sono intermedi
alcuni poggetti i quali bisognerebbe tagliare per farvi il canale, e non si
tratta di acquisto così grande da poter pensare a tal genere di spese. Sicchè per
verità non ci parve che la ragione dettasse veruno rimedio per questo luogo
condannato dalla natura a essere un perpetuo e profondo pantano.
 In tutto il restante poi con il sopradetto provvedimento la campagna
<pb n="149"/>
resterebbe sanissima. Già il padule di Gamberonci è stato dall'Orcina
ridotto a tutto terreno coltivabile; onde non richiede altra reflessione, restandoci
solo ad accennare sopra la foce dell'Orcina in fosso Reale, che potrebbe
esser tenuta più alta, potendosi introdurre ove direttamente l'Orcina si 
accosta al detto fosso Reale, abbreviandoli tutto il corso che l'è stato fatto fare
parallelo al medesimo fosso, il quale non sappiamo comprendere a quale fine li
fusse in tal guisa prolungato, trattandosi di un fiume che ha sopra il
fosso Reale la sua bastevole caduta.
 Il padule di Guinceri si trova ancor esso a sufficienza colmato
dall'Isola, eccettuate alcune bassate di terreno, che restano ancora infrigidite, nelle
quali con l'istesso fiume potrebbe continuarsi a colmare con molto
profitto. Si deve avvertire però che in questa colmata lo scolo fattovi imbocca
nell'Isola in un punto troppo alto, che l'espone però al detrimendo de'
rincolli; e si può facilmente acquistare a detto scolo maggior caduta,
prolungandolo in un punto più basso dell'Isola medesima, o dirigendolo
immediatamente nel fosso Reale, e più sicuramente voltandolo nell'antifosso del fosso
Reale, che in poca distanza da questa parte si vede principiare. E questo
antifosso quando sarà ridotto in larghezza sufficiente, e prolungato, come
abbiamo detto fino al Zannone, potrà ricevere tutti gli altri scoli di questa
pianura che imboccano nel fosso Reale, come quello del Fontino che 
sbocca sopra la Crespina, e quello di Valtriano che sbocca fra l'Orcina, e
l'Isola, e tutti gli altri che sboccano nei sopradetti torrenti, dei quali
tutti fatto che sia un solo recipiente di acqua chiara non vi è da
temere per queste campagne verun altro danno. Anzi l'elevazione
di questa pianura è tale che aveva fatto venire in mente di poter
far trapassare i scoli della medesima sotto il fosso Reale per via di
chiaviche nella campagna opposta per portarli nella fossa Nuova,
per il che si trovò caduta sufficiente, e si potrebbe fare quando non
<pb n="150"/>
vi fusse il sopradetto rimedio dell'antifosso ch'è preferibile a ogni altra
cosa.
 Passando alla pianura che dalla strada di collina va verso
Stagno, si trova primieramente il corso della Tora fiume torbido che porta
considerabili acque, e che andava una volta a sboccare ancor esso nel
fosso Reale che doverebbe naturalmente essere il suo ricettacolo. Da questa sua
direzione è gran tempo che fu deviato per colmare nell'adiacenze dello Stagno
una vallata di terreno sotto le Guasticce. Presentemente adunque questo 
fiume traversa col suo letto la pianura fino al luogo della detta
colmata, e tutta la campagna che resta tra la Tora e il fosso Reale ha il
suo scolo nell'antifosso suddetto, che va più basso a intestare un altro
canale che si chiama la Toretta navigabile, nella quale confluiscono
diversi altri scoli, che per essa si conducono ai Ponti di Stagno, e poco più
sotto s'introducono nel canale de Navicelli, e quindi nel Calambrone.
La pianura poi che resta interposta tra le colline e la Tora, o scola
nella Tora medesima, o nel canale dell'Acqua salsa, che passa per via
di chiavica sotto il letto della Tora, e s'introduce nell'altra parte della
pianura tramandando le sue acque alla Toretta navigabile, e a
Stagno.
 Li scoli di questa campagna la quale è tutta di un padrone, cioè dello
Scrittoio delle Possessioni di Vostra Altezza Reale, non sono a carico dell'Ufizio de' Fossi, al 
quale
solo appartiene il fiume della Tora, perchè la spesa de suoi argini per tre quarti
appartiene all'Ufizio suddetto, e per un quarto agl'interessati.
 Il letto di questo fiume si trovò malissimo tenuto, perchè l'argine destro in più
luoghi si vedde rovinato con grandissimo danno delle campagne adiacenti; le ripe
del fiume si veddero franate in diverse parti, e si osservò all'imboccatura della
Tanna, la quale è un altro torrente che scende dalle colline, che con la sua foce
le percuote troppo a angoli retti, e offende l'argine di contro.
 Procedendo poi al luogo dove la Tora prende il suo spaglio per colmare,
<pb n="151"/>
si osservò che la torba aveva già fatto il suo effetto, e che il terreno era talmente
rialzato, che potevasi, levato che se ne fusse il fiume, metter subito a cultura.
E non solamente il pensiero di poter profittare di questo terreno ci persuase della
necessità di dar nuovo regolamento a questo fiume; ma i danni grandissimi
che dal presente spaglio di esso soffrono le buone, e coltivate campagne
superiori alla colmata medesima, poichè essendo rotti gli argini traversi di detta
colmata, la Tora in tempo d'acque alte in vece di distendersi nelle parti
inferiori dello Stagno, regurgita nelle parti superiori, e offende la semente,
e accieca li scoli, i quali inconvenienti uniti a quelli che nel superiore suo 
corso li argini rotti del fiume cagionano, forzano a prendere un pronto
compenso per dare a questo fiume un nuovo regolamento. E avendo maturamente pensato
se conveniva ricondurlo a fosso Reale, oppure farne ancora qualche altro 
uso per ricolmare la campagna, si crede più utile questo secondo pensiero, poichè
l'adiacenze di questa parte dello stagno non hanno per verità altro naturale
rimedio che il colmarsi, col qual rimedio si vede che tante altre parti di questa
stessa pianura, che una volta si sa essere state padule, sono in oggi ridotte a
terre sementabili e fertilissime; onde non vi è dubbio che proseguendo a
profittare delle torbe di questo fiume si anderà sempre ampliando li acquisti del buon
terreno, e si ristringerà lo Stagno, e si terrà lontano dal fosso Reale un 
aumento così grande di torbe, che potrebbe riuscire sensibile nelle deposizioni,
ch'egli fa alla sua foce con pregiudizio del porto di Livorno.
 Riflettendo dunque alla direzione che potrebbe darsi a questo fiume, dopo
le più mature osservazioni fu creduto il migliore espediente quello di voltarlo
sotto il ponte di Ferretto, e spingerlo alle radici delle colline più che fusse
possibile, facendo un cavo sufficiente di terre per formare un argine ben
gagliardo, e piantarlo dalla parte della pianura, nel qual cavo introdotto
il fiume si poteva lasciare che si prendesse a suo talento verso la collina
l'ampiezza e profondità che richiede il suo letto, il quale resterebbe
sempre accompagnato dall'argine suddetto per difesa della pianura, e
condotto in tal guisa alle Guasticce dal luogo della presenta colmata. Di poi
proseguendo coll'istessa regola a scavare nella valle già colmata
<pb n="152"/>
il suo alveo, stringendolo sempre alle radici del monte, e difendendolo
dalla parte opposta coll'argine, si può il fiume condurre fuori de terreni al
presenti colmati verso l'altra inferiore vallata detta il Prato della Contessa,
come è disegnato nella pianta di numero XII nel quale si può lasciare al
fiume il libero spaglio delle sue torbe con sicura speranza che esso farà in questo
luogo il medesimo effetto di rialzare il terreno, come si vede aver egli fatto
sopra alle Guasticcie. E per assicurare le parti superiori da i regurgiti è
necessario resarcire, e stabilire bene l'argine traverso, e l'argine della Toretta
navigabile, che servendo di scolo alla campagna, bisogna difenderla
cautamente dagl'interrimenti.
 E seguita tale proposizione si otterrebbe li vantaggio di mettere
subito a cultura la colmata delle Gusticcie, e sia assicurerebbero i terreni
superiori della lavoria del Colle Salvetti, e altri, siccome i fossi di scolo delle
inondazioni che presentemente soffrono. Il secondo vantaggio consisterebbe in
aver tutta quella pianura dal fosso Reale fino alle radici della collina
libera e spedita, non potendo la Tora ristretta al monte servire d'impedimento
veruno allo scolo della medesima, e per conseguenza tutte le acque tra l'argine
della suddetta Tora, e l'argine del fosso Reale scolerebbero con felicità
nell'antifosso, e nella Toretta navigabile. E quei piccolissimi seni di pianura che
restassero tra poggio, e poggio dalla sponda sinistra della Tora, o
potranno facilmente per la loro elevazione con qualche piccolo arginello difendersi, o
goderanno dall'escrescenza del fiume il benefizio di essere ben presto rialzati
quanto bisogna. Il terzo vantaggio resulta dall'acquisto che si farà
sempre di nuovi terreni, e dal restringersi in tal guisa la superficie dello Stagno.
E il quarto finalmente dal dare al fiume una direzione meno dispendiosa,
perchè non avrà bisogno che di un argine solo; onde non potendosi più
trattenere nel letto che ha di presente, e dovendosi pensare per necessità a
costruire un letto nuovo, è molto da valutarsi che si possa combinare in questo che
si propone un minore dispendio nell'escavazione e nel mantenimento, e tanti
altri benefizi per il publico e privato bene che si sono accennati.
 <pb n="153"/>
Quando la Tora avesse in tal guisa depositate le sue torbe, potrebbe aver
l'emissario per il fosso delle Cataste, per cui potrebbe condursi a i ponti di Stagno,
e quindi al Calambrone. E tutto il lavoro che doverebbe farsi per ridurre a
perfezione questo nuovo alveo della Tora importerebbe secondo li scandagli che si 
sono fatti scudi cinque mila in circa, la quale spesa se si riguarda
all'utilità presente e futura che può cagionare, non deve parere eccedente;
tanto più che si tratta di una necessità precisa che obbliga a rimuovere
la Tora dal luogo dove è presentemente, nel quale spagliandosi senza regola,
ed essendo già terreno rialzato, viene a produrre nel letto superiore del fiume
un proporzionato rialzamento, e far sempre più forza sopra i suoi già
deboli argini, esponendo molte buonissime partite di terreno alle soventi
inondazioni, con cui già da qualche tempo più spesso del solito questo fiume
le suole devastare.
 Appartenendo tutta questa pianura, tanto la buona, e seminabile, che la
palustre fino a Stagno allo Scrittorio delle possessioni di Vostra Altezza Reale converrebbe
per tanto che la detta spesa si facesse dallo Scrittoio medesimo, giacchè si
tratta di difendergli de' beni ch'egli possiede, e di acquistargliene de nuovi,
come in fatti è seguito tutte le altre volte che lo Scrittoio ha voluto 
rimuovere il letto della Tora da un luogo all'altro. Ed è un oggetto ben degno
dell'attenzione della Reale Altezza Vostra, perchè all'utilità del Regio Patrimonio
congiunge questo lavoro un riflesso importantissimo d'interesse publico, migliorandosi
sempre per simili spese la fertilità della campagna, e la sanità dell'aria,
e facendosi così strada a crescere la popolazione di questa bella pianura,
che tutta una volta dallo stagno era occupata, e a poco a poco con tali
arti si è potuta dilatare e bonificare al segno che al presente si vede.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo decimo</head>
               <head> Della pianura di Livorno</head>
               <p> In poca distanza da i Ponti di Stagno questa pianura cessa di essere
<pb n="154"/>
confinata dalle colline, le quali terminano alla punta del poggio di Sovese,
dalla qual punta al lido del mare è tutta pianura, che si confonde con quella 
di Livorno; onde unitamente ne parleremo.
 Poco sotto a detti Ponti di Stagno il fosso Reale viene intersecato dal fosso
de' Navicelli, che và fino a Livorno. Questo fosso dopo che ha traversato il
Calambrone è traversato ancor esso dal canale della Toretta navigabile, e da quello delle
Cataste, che vanno ancor essi a unirsi poco più sotto al Calambrone.
Procedendo più avanti riceve l'acque dell'Ugione, che viene dalla parte opposta delle
colline, e và a trovare anch'esso il Calambrone, e più vicino a Livorno riceve la
Cigna, ch'è un altro torrente di simil natura che ha il suo sbocco in questo fosso,
e vi termina il suo corso, come si vede dalla pianta di numero XII.
 Si osservò adunque che essendo dal Calambrone a Livorno questo fosso de
Navicelli infestato da i sopradetti influenti d'acque torbe, viene il medesimo a patire
di notabili ripienezze, che obbligano l'Ufizio de' Fossi a un dispendio annuo molto
sensibile per tenere in questa parte libera la navigazione.
 Si osservò in oltre che il corso di questo fosso de Navicelli si trova in questa parte
in mezzo a i paduli, poichè procedendo verso Livorno a mano sinistra tra la
strada pisana e il fosso si trovano molti terreni infrigiditi che si chiamano la
Paduletta, e alla mano destra verso il mare tutta la pianura si vede piena di
paduli, e pantani, e terre frigide incapaci di cultura.
 Per tanto fu sempre riconosciuto per plausibile il pensiero di tirare
il fosso de' Navicelli più vicino al mare, come abbiamo di sopra accennato,
e abbandonare questo tronco di canale, che di presente serve tra il Calambrone,
e Livorno; si perchè in tal guisa si fuggirà il dispendio delle continue
escavazioni che bisogna farvi per dare il passo libero alle barche; e ritirandolo lungo
la spiaggia del mare, resteranno alla sua sinistra tutti li spaziosi paduli
che sono tra il Calambrone e Livorno, i quali potranno essere un libero
campo per farvi spagliare liberamente l'acque torbe dell'Ugione, e della Cigna, le quali
in tal guisa non porteranno pregiudizio a veruno, anzi potranno col decorso
del tempo apportare qualche bonificamento a quella campagna insalubre, che
<pb n="155"/>
per essere così vicina a Livorno merita una distinta considerazione. E perciò
combinando i vantaggi, che dall'esecuzione di questo progetto riceverà questa parte
di pianura con li altri vantaggi ch'è per ricevere la pianura della parte opposta
del fosso Reale, di cui sopra abbiamo parlato, si giudicò per tutti i titoli
espediente il porvi con tutta prontezza la mano per effettuarlo, come già a quest'ora
è stato principiato, essendosi fatto di già il nuovo canale de' Navicelli nel
modo che si vede nella detta pianta di numero XII disegnato, con tutto il buon
successo, e restando di proseguire le altre parti di questa operazione che l'Ufizio
de' Fossi potrà fare a sue spese con molto vantaggio di tutta la pianura,
e con speranza di risparmiare alla propria cassa per l'avvenire diverse e
gravi somme di annuale dispendio.
 La pianura di Livorno in questo spazio tra la città e il Calambrone ha
bisogno di tutti questi soccorsi per essere bonificata; ma dall'altra parte verso
mezzogiorno e levante è di ottima qualità e non soffre veruno incomodo di acque,
e l'Ardenza, e il rio Maggiore che la traversano, come dimostra la pianta di
numero II non hanno bisogno di altra avvertenza che quella che generalmente deve
aversi per tutti i torrenti, della di cui natura sono ancora questi anzi siccome il
rio Maggiore aveva nel decorso inverno cagionato diverse inondazioni,
venne proposto che fusse bene togliere al medesimo le frequenti tortuosità del suo
letto , e che fusse sbassata una steccaia che si trova a traverso del
medesimo; ma per verità non parve che il detto Rio avesse altro bisogno che di
buoni argini, e che con quelli fusse lasciato al letto una sufficiente
larghezza, acciò in quello spazio potesse il fiume rivolgersi a suo piacere. E
rispetto alla steccaia fu osservato esser questa molto antica; e avendo il
fiume abbondante caduta, e correndo rapidamente, non si credè che alla
steccaia potesse imputarsi veruno de i danni ch'egli cagiona per pura
mancanza di argini.
 Fu di poi osservato il porto di Livorno e le diverse macchine che vi sono per
tenerlo pulito, e liberarlo da i riempiemnti continui che vi si formano. E quivi
nuovamente da i ministri dello Scrittoio delle fabbriche, e da i Maestri de' puntoni
<pb n="156"/>
 ci venne assicurato non essere dal <num>1716</num> in quà cresciuto il lavoro della
suddetta escavazione, nè esservi nella medesima aumento sensibile. Non ostante però
il porto si vedde di natura sua tendente al riempimento, e in fatti con tutte le
diligenze che vi si fanno appena si arriva a poter tenere profondo e capace dei
grossi bastimenti un canale che gira in torno alle muraglie del molo, essendo
già nel mezzo ricolmo, e non capace d'altro che di piccole barche.
 Tutto il vicino lido ancora, massimamente dalla parte di ponente si vidde che
si andava sempre ampliando, e acquistando terreno; e si osservò ancora la
bocca del Vecchio Calambrone, che secondo tutte le congetture dovè essere l'antico
porto pisano, che anch'essa era ripiena e incapace presentemente di servire a tale
ufizio; onde pare per verità che col progresso de i tempi, o sia il fondo aligoso di
questa spiaggia, o siano le torbe confluenti de i fiumi che vi mettono foce,
o sia che il mare in questa parte abbia qualche movimento che lo forzi a 
formare delle vaste diposizioni di arena, certo è che per qualunque di queste cause
la natura inclina a dilatare il lido, del che anco più antichi contrassegni si
possono osservare in tutta la spiaggia pisana, ancora quelle che di presente
è vestita di macchia; poichè esaminando la superficie del suo suolo, e
osservando la qualità arenosa del medesimo, facilmente ognuno si persuaderà essere
terreno formato dal gettito del mare; e quel ch'è ora la Boscaglia di
Tombolo, San Rossore, e Migliarino, essere stata in tempi più remoti, di cui però
non abbiamo memoria, lido di mare.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo undecimo</head>
               <head> Della città di Pisa</head>
               <p> Terminata in tal guisa la visita della campagna pisana, resta
da parlare solo qualche cosa della città medesima, la quale risiede nel mezzo
della pianura in luogo più rilevato del rimanente. Molto sopra di essa si
potrebbe dire; se non fusse questo luogo da limitarsi a quel che solo nella medesima
<pb n="157"/>
appartiene alla direzione del Ufizio de' Fossi.
 La principal cura dunque del medesimo sono le sponde, o muriccioli
d'Arno, che in tempo di piena si fanno con diversi provvedimenti custodire, nei
quali come abbiamo di sopra detto, furono osservati molti bisogni di pronto e
dispendioso risarcimento.
 Il secondo pensiero dev'esser quello della pulizia della città, quale
consiste non solo in tenere in buon grado le fogne della medesima, che scolano dalla
parte settentrionale nel fosso delle Fortificazioni, e dalla parte meridionale
nello Scolo di Pisa; ma ancora in tener continuamente pulita, e spazzata la
città dalle immondezze, nel che particolarmente in tempo d'estate a causa del
fetore e dell'infezione dell'aria deve aversi somma avvertenza.
 In terzo luogo resta alla cura dell'Ufizio il lastrico delle strade, le quali
si trovano generalmente rovinate. La spesa di queste si rimborsa dall'Ufizio
sopra i particolari possessori delle case; ma del lastrico contiguo a luoghi
pubblici è uso che ne soffra il carico la cassa del medesimo Ufizio, senza che se ne
rimborsi da veruno, il che le ridonda in un aggravio molto sensibile.
 La cura delle strade è commessa all'Ufizio anco per tutta la
provincia pisana. Di queste noi non ne abbiamo parlato, perchè non sono oggetto che
abbia rapporto al regolamento dell'acque della pianura. È ben vero che
siccome nel girare la medesima si ebbe luogo di osservarle tutte, così può dirsi che
tutte sono in pessimo stato, il che sarà la causa di un sommo aggravio che
debbono soffrire le comunità, a cui si appartiene la spesa di resarcirle. E si
osservò che veramente queste era difficilissimo a tenerle praticabili nell'inverno;
poichè si tratta di terreno naturalmente sciolto e pantanoso che bisogna
assodare con sassi e ghiare il trasporto delle quali è di spesa
considerabile, la quale spesa bisogna spesso ripetere, poichè la natura di detto terreno
inghiottisce ben presto le materie solide che vi si gettano sopra, ed
esige che di nuovo si ritorni nell'istessa guisa a ricuoprirle. Se si considera 
a dunque il bisogno della campagna, molto in questo articolo vi sarebbe da
<pb n="158"/>
operare, ma la spesa sarebbe grandissima; e se si considerano le tenui
forze della provincia, siamo costretti a confessare che appena si può
giungere, contenendosi dentro i limiti della più stretta necessità, a fare i ripari
occorrenti nelle strade principali; onde chi presederà all'Ufizio sarà
obbligato in questo a procedere con molta circospezione, perchè volendo
spendere ovunque il bisogno lo richiede, gli abitanti comprerebbero questo comodo
a un tal prezzo che presentemente non hanno modo di pagare.
 Un'altra principal cura dell'Ufizio de Fossi in città consiste nelli
acquedotti, che per servizio della medesima prendono l'acqua da i monti di Asciano,
e sopra una muraglia sostenuta da archi le conducono a traverso la
campagna dentro le mura, ove si dividono in più canali che tengono vive
diverse fontane si pubbliche che private, dalle quali i pisani ricevono il
benefizio di avere un'acqua salubre, di cui la situazione della loro città
sarebbe altrimenti di sua natura mancante. Da ciò può comprendersi
con quanta gelosia si debba attendere alla conservazione di questo edifizio
che interessa la sanità di tutti gli abitanti, nel quale però l'Ufizio non
può pensare a risparmi, ma bisogna che sempre con prontezza e
puntualità invigili che i rifacimenti opportuni siano fatti, de i quali la lunga e
dispendiosa muraglia, che sostiene l'acque predette ha continui bisogni;
e anzi sarebbe molto conveniente si pensasse col tempo a trovare
qualche nuova sorgente, il che per quei monti ove già sono queste non si stima
difficile, per accrescere in tal guisa la copia dell'acque da condursi alla
città, la quale in tempo di estate ne soffre alle volte qualche penuria.


</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>Parte terza</head>
            <pb n="159"/>
            <head>Relazione della visita
fatta all'Ufizio de' Fossi
di Pisa l'anno 
<num>1740</num>
Parte Terza</head>
            <argument>
               <p> Nella quale si descrive lo stato dell'azzienda dell'Ufizio al
tempo di detto visita, e si propongono i regolamenti per ristaurarla,
e per manetenerla in forze proporzionata al bisogno della campagna.</p>
            </argument>
            <div2 type="indice">
               <head>Indice</head>
               <pb n="161"/>
               <head>Tavola di Capitoli
della Parte Terza</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1 </num> Dello stato dell'azzienda dell'Ufizio de' Fossi</item>
                  <item> Capitolo <num>2 </num> Proposizione per assicurare all'Ufizio de' Fossi il  pronto, e totale
rimborso di quello che egli spende per conto de particolari</item>
                  <item> Capitolo <num>3 </num> Proposizioni per evitare le spese inutili</item>
                  <item> Capitolo <num>4 </num> Proposizioni per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie
dell'Ufizio</item>
                  <item>  Capitolo <num>5 </num> Della soprintendenza dell'Ufizio de' Fossi</item>
                  <item>Capitolo finale</item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo primo</head>
               <pb n="162"/>
               <head>Dello stato dell'azzienda
dell'Ufizio de Fossi</head>
               <p> Dallo stato della campagna di sopra descritto si può rilevare
agevolmente la necessità che aveva al tempo della nostra visita l'Ufizio de
Fossi di spender ben prontamente considerabili somme per riparare a i bisogni
più pressanti.
 Separando tra i lavori sopra proposti quelli che ammettevano qualche
dilazione, e non considerando quelli che si sono indicati ad oggetto di bonificare e
migliorare i terreni che dovranno a suo tempo farsi a spese di chi ne risente
l'utilità, e restringendosi a quelli soli che l'Ufizio doveva fare con la sua cassa
astretto di riparare al pericolo e al male già presente, si può dire che l'escavazione
di molto fossi era inevitabile, perchè già erano tutti ripieni. E questa
ripienezza de i fossi principali cagionava ancora la ripienezza de i fossi di
seconda e terza classe, e in somma la perdita delle semente dalla quale
derivava la maggior parte de i clamori che si erano sentiti avanzare dagli
abitanti di tutte le comunità del piano.
 Tra questi fossi quelli che più prontamente degli altri dovevano scavarsi
erano nella valle d'Arno lo scolo di Pisa, il fosso del Caligio, il fosso Vecchio,
quello del Torale, quello di Titignano, e quello di Oratoio, e l'antifosso
d'Arnaccio, i quali tutti eccettuato lo scolo di Pisa, sono confluenti di fossa Chiara
che per esser il ricettacolo di tutti dovrà ancor essa tra non molto tempo
<pb n="163"/>
ricavarsi, giacchè dell'ultima scavazione poco è stato il profitto. E in
appresso bisognerà ricavare il rio del Pozzale, e la fossa Nuova, i quali sono ripieni
quanto gli altri, e solo possono aspettare qualche poco a riflesso che prendono
le acque delle campagne più alte di quelle che scolano ne i fossi di sopra
enunciati. Il fosso della Sofina anch'esso poco poteva aspettare, e molto meno era
permesso ciò il Canale de' Navicelli, il quale era in più luoghi notabilmente
interrito, e in specie sotto la Tettoia di Pisa, e per tutto lo spazio da San Guido
a Stagno.
 Nella valle di Serchio vi erano in primo luogo i fossi delle
Fortificazioni e de' Bastioni bisognosissimi di escavazione per la loro vicinanza
alla città. In oltre vi era fossa Cuccia, e il fosso del Tedaldo che non potevano
soffrire dilazione, e i fossi dell'Osaretto ancora, e del Marmigliaio avevano
bisogno dell'istessa prontezza, e vi era di più l'Oseraccio che per togliere
a i Bagni l'insalubrità dell'aria, che forse vi produce, doveva senza
ritardo pulirsi.
 Oltre tutti questi fossi che richiedevano una spesa superiore a
ventimila scudi, l'Ufizio bisognava che spendesse per riparare agl'argini del
Serchio ineguali, come si è detto, e nella maggior parte più deboli
del bisogno; e conveniva molto spendere ancora per i ripari necessari
alle ripe e argini d'Arno. E quantunque per questi due articoli vi
fusse il rimborso sopra l'estimo, tanto bisognava avere in quell'anno
il denaro pronto per potere aspettare detto rimborso, che non può seguire
che due anni in circa dopo la spesa.
 Inoltre il rialzamento degl'argini del fosso Reale non era da
differirsi per il gran male che soffrono le campagne vicine dalle di lui
inondazioni, e per l'istessa ragione non potevano differirsi i ripari
agl'argini della Tora, che aveva fatto con le sue rotture grandissimi
danni.
 <pb n="164"/>
Non si parla delle strade che tanto in città che per la campagna sono pessime,
perchè ci limitiamo alla pura e presente necessità di riparare al male allora
urgente; ma almeno per le strade di posta qualche spesa era per essere sempre
indispensabile per tenerle se non in buon grado, almeno in maniera da potersi praticare.
 A fronte di tutti questi urgenti bisogni si ritrovò che l'Ufizio de' Fossi al
tempo della nostra visita non aveva in cassa secondo il resto che se ne fece
appurare, che lire sessanta in circa. E si ritrovò di già aggravato di un debito cambiario
della somma di scudi sedicimila ottocento ventidue, e in oltre da un altro debito
infruttifero della somma di scudi settemila dugento ottantaquattro resultante da
depositi fatti dalle comunità de i loro denari nella cassa dell'Ufizio, il quale poi
li aveva spesi per i propri bisogni. E un altro debito ancora si trovò di lavori fatti
e non pagati, o non finiti di pagare ascendente alla somma di scudi quattromila
in circa.
 In tale angustia si stimò bene di dare un'occhiata ai crediti che poteva
avere l'Ufizio, e dopo molte diligenze, e dopo avere fatti esattamente spogliare tutti i libri,
si ritrovò veramente che l'Ufizio veniva a avanzare rilevanti somme per il passato
non esatte. E quantunque una gran parte di queste somme fussero in oggi
inesigibili, non ostante avendo diligentemente riscontrati i nomi de i debitori, e fattene
le opportune classazioni, si osservò che qualche assegnamento vi si poteva formare,
e che era ben precisamente necessario non perderlo di vista, per esser l'unico che nelle
presenti indigenze cadesse sotto gli occhi.
 Con questa unica speranza che poteva in qualche parte alleggerire il
male presente, si cominciò a riflettere alle cause che potevano aver cagionato il
disastro in cui vedevasi quell'azzienda, per pensare ai rimedi che fussero per
l'avvenire giovevoli a riparare a un incaglio così fatale alla campagna
pisana, e tre cause principalmente ci si presentarono capacissime ogn'una di esse
a rovinare questa amministrazione, che sempre sarà posta agli stessi
inconvenienti, quando da qui avanti non vi si provveda. La prima è il tardo e
incompleto rimborso de i denari che l'Ufizio spende per comodo d'altri; la seconda sono
le spese fatte in lavori inutili e forse dannosi; la terza consiste nella
<pb n="165"/>
scarsezza dell'entrate naturali dell'Ufizio che veramente non è proporzionata
con i suoi presenti bisogni.
 Sopra la prima del tardo e incompleto rimborso noi abbiamo di sopra detto
che l'Ufizio alcune spese le deve fare con le sue entrate naturali, e alcune le
deve fare per mezzo d'imposizioni. E che queste che fa per via d'imposizioni è solito
che dalla sua cassa si anticipi il denaro necessario, e che poscia finito
il lavoro si faccia il reparto dell'imposizione, e si procuri il rimborso.
 Un tal ritardo in primo luogo fa stare l'Ufizio in un perpetuo disborso
del proprio denaro, perchè supponendo ancora che ciò che si è speso in
quest'anno si venga puntualmente a rimborsare l'anno dopo, siccome anco
nell'anno dopo si procede a nuova simile anticipazione, così ne segue che per quanto
importano annualmente i lavori che si fanno per conto d'imposizioni, che suol
essere dieci, o dodici mila scudi l'anno, per tanta somma sia l'Ufizio in un
perpetuo disborso de i propri denari, il che a una azzienda che ha
le entrate più corte delle spese dev'essere di un grandissimo incomodo, necessitandola
a far debiti e soffrire i cambi, e estenuare sempre più le sue piccole
entrate in danno della campagna, a cui sono destinate.
 Il secondo luogo un tal metodo fa che il rimborso sia tardo e irregolare;
e infatti nei lavori che si rimborsano sopra l'estimo tutto il denaro che
si spende per esempio nell'anno <num>1740</num> non può cominciarsi a ritirare che
dopo il mese di agosto dell'anno <num>1741</num>. E poi siccome si deve esigere da
ciaschedun nome, il tempo del rimborso finale non è certo, ma dipende da
maggiore o minore opulenza de i debitori, e dalla maggiore, o minore
diligenza degli esecutori di giustizia, che bene spesso per diversi motivi
trascurano l'esazione, che loro viene commessa. Per la quota dell'estimo che deve
ritirarsi da i beni ecclesiastici l'Ufizio sta in disborso più lungo tempo,
perchè l'imposizione si pubblica ogni tre anni, ed è in appresso sottoposto
alla tardanza de i debitori morosi, che tra gli ecclesiastici sono molti,
perchè non possono essere astretti, che per mezzo della Curia ecclesiastica.
 <pb n="166"/>
Il denaro che l'Ufizio anticipa per li scoli, oltre la tardanza che ci
vuole in perfezzionare il lavoro, ripartire l'imposizione, ed esigerla, l'Ufizio è
sottoposto in parte a un disborso molto più lungo, poichè bene spesso accade che
per servizio di un fosso occorre annualmente qualche piccola spesa, la quale non
si può subito ripetere con l'imposizione, perchè non è tantò considerabile da
poterne fare il reparto; onde bisogna in ciaschedun fosso anno per anno
spendere e poi aspettare il tempo che il fosso si scavi e richieda una spesa più
insigne, poichè allora comulando tutte le spese fatte negli anni
precedenti si procede all'imposizione e al rimborso. E in fatti moltissimi sono i conti
che l'Ufizio si trova di lavori non per anco distribuiti, de i quali non può
sperare l'estinzione se non fra molto tempo. Per le spese de muriccioli d'Arno
abbiano veduto di sopra al capitolo sesto della parte prima quali
difficoltà abbiano ritardato il rimborso, e come finalmente si sia dovuto rimborsare
a scudi cento cinquanta l'anno per le spese fatte fino al <num>1710</num>, e come dal 
<num>1710</num> in quà per le spese fatte in tutto questo tempo che ascendono a somma
rilevante rimane ancora in disborso, e senza provvedimento di come
rimborsarsi. E finalmente per il lastrico la difficoltà di rimborsarsi si trova
potentissima, perchè la spesa di questo si distribuisce sopra le case per lo più di piccola
valuta, o possedute da persone miserabili, a cui l'aggravio del lastrico
riesce troppo sensibile per poterlo veder pagato con la dovuta prontezza.
 Ma questo rimborso oltre l'esser tardo e irregolare, il peggio è che di più è
sempre incompleto; poichè i cattivi debitori che in gran numero di poste
sempre vi sono, restano a carico dell'Ufizio, il quale si rimborsa di quel meno.
 Oltre ai cattivi debitori vi sono le poste de perdite dell'estimo, che si dicono
infognite, delle quali non apparire il possessore, l'Ufizio non può essere
reintegrato, e in tal guisa vanno facendosi delle annuali perdite di denaro,
che in un numero di anni sono ben capaci di far incagliare qualunque
amministrazione.
 Un'altra perdita soffre l'Ufizio nell'esigere dagli ecclesiastici;
poichè dovendosi servire della Curia ecclesiastica, per rimediare alla
<pb n="167"/>
lentezza con cui questa procedeva, è bisognato che l'Ufizio le accordi un
sette per cento di partecipazione sopra l'incassato; onde questo sette per cento
diminuisce il rimborso dell'Ufizio, il quale resta perciò in questo perpetuo
scapito; e ognuno può comprendere che prestando cento, e prendendo per rimborso
novantatre, si deve dopo un numero d'imprestiti consumare tutto il capitale.
 Un'altra perdita similmente soffre l'Ufizio nello spoglio de soprasindaci,
i quali secondo il loro costume spogliano i debitori arretrati di più di tre
anni, ne procurano l'esazione, e ne rimettono all'Ufizio il percetto, con la
retenzione però di cinque per cento. E siccome accade che tra questi debitori
arretrati per lo più siano gli ecclesiastici, così segue che l'Ufizio perde per lo più
sopra di essi un dodici per cento, cioè sette per la partecipazione della Curia
ecclesiastica, e cinque per la partecipazione de soprasindaci.
 Con queste reflessioni che da noi si ebbe cura di verificare col riscontro
de' libri dell'Ufizio, tralasciandone per brevità molte altre più minute che
potrebbero farsi, ciascuno si potrà facilmente persuadere che questo solo articolo del
rimborso tardo e incompleto è una causa perpetua della rovina di questa
amministrazione. E passando a discorrere ora della seconda causa dedotta dalle
spese inutili si resterà con l'istessa facilità convinti della sua efficacia,
quando si saprà che l'Ufizio nell'anno <num>1698</num> spese per le cateratte di
Calcinaia scudi <num>5791</num> che nell'anno <num>1704</num> per far la fossa di Migliarino
spese scudi <num>4900</num>, e che nell'anno <num>1716</num> per colmare con Fossa Chiara il padule
di Coltano spese scudi <num>3104</num> i quali tre esempi di spese insigni,
ma inutilissime e redicole, possano servire di sufficiente congettura, che
molte altre in questi stessi tempi ne siano accadute, se non di egual
somma, almeno di eguale inutilità. E in tal guisa spendendosi follemente il
denaro nell'esecuzione di progetti chimerici, restano gli assegnamenti
certi per supplire alle vere necessità, e si viene a un incaglio generale
in cui non si sappia come andare avanti.
 La terza ragione di questo incaglio, consiste come abbiamo di sopra
<pb n="168"/>
detto, nella scarsezza dell'entrate naturali dell'Ufizio, le quali per necessità non
sono proporzionate a i suoi bisogni, e questa sproporzione può agevolmente
dimostrarsi, reflettendo che i fossi della valle d'Arno non arrivavano una volta
che alla strada di Collina, poichè che da questa strada in giù tutto era
stagno, e terreno abbandonato. I detti fossi in oggi sono prolungati per molte miglia,
la superficie dello stagno si è ristretta notabilmente, e molti altri fossi sono
stati scavati totalmente di nuovo si nella valle d'Arno, che in quella del Serchio,
perchè sempre più col benefizio del tempo, con le premure de Serenissimi
Gran Duchi regnanti, e coll'industria de paesani acquistandosi nuovo terreno, vi
è stato bisogno di nuovi canali di scolo che servissero come in oggi
fanno, alle vastissime pianure che prima erano paduli, e che in oggi danno
fertilissime raccolte; ma questo prolungamento e crescimento de fossi accresce
l'annuale spesa dell'Ufizio per mantenerli e non sono già state acresciute
a lui l'entrate che aveva, le quali anzi si sa che negli antichi tempi erano
più forti, essendo tassati i paesani a un numero esorbitante di opere, ed essendo
in uso alcune contribuzioni sopra le raccolte, le quali poi bisognò abolire,
e le opere ridurre a forma delle leggi veglianti, poichè la povertà del paese
non permetteva un tale aggravio.
 Un altro fatto ancora persuaderà che l'entrate suddette averebbero
bisogno di qualche accrescimento, e questo è che nel <num>1680</num> l'Ufizio si ritrovò in
angustie simili alle presenti con tutti i fossi ripieni, e senza assegnamenti
per poterli vuotare; onde allora fu preso il compenso di farli scavare per una
volta a carico de' particolari interessati, senza che l'Ufizio vi spendesse, la
quale straordinaria imposizione cagionò in quel tempo molti clamori, e non può
in oggi servire di esempio, attesa la notoria impotenza del paese.
 In fatti a considerare il numero de fossi che l'Ufizio è obbligato a
mantenere, e a considerare quanto piccola somma possa egli annualmente spendere in
escavazioni, si può facilmente indovinare, che gli è bisognato abbandonare per
lungo tempo molti fossi e stare venti, venticinque e trenta anni senza cavarli,
come in fatti è seguita con sommo danno della campagna.
 <pb n="169"/>
Conosciuto in tal guisa il mal presente di questa amministrazione, e persuasi
dalle sue cause, credettemo nostro dovere di applicarci in primo luogo con tutta
l'efficacia a uscire del presente incaglio, e di poi pensare a i rimedi, perchè non
si avesse per l'avvenire a ricadere nell'istessi inconvenienti.
 L'unico riparo alla presente angustia erano, come di sopra abbiamo
indicato i debitori arretrati dell'Ufizio; onde per ridurre questi nomi con qualche celerità
a danaro contante senza angustiare le famiglie de poveri cittadini, e senza
rovinare quelle del contado, bisognò con molte minute osservazioni pensare
a diverse cautele, che temperassero l'equità col rigore, e prescrivere alcune
regole con le quali nello spazio di due o tre annate si potesse da debitori
arretrati avere incassato tanto da supplire alle spese dell'escavazioni similmente 
arretrate, e abbiamo avuto la soddisfazione di vedere il nostro pensiero quasi che
in tutto eseguito; poichè senza verun altro soccorso che di questi arretrati si è
potuto in questo tempo dopo la visita scavare lo scolo di Pisa, il Caligio, il Torale,
il Titignano, l'Oratoio, parte del fosso Vecchio, la fossa Chiara, e nel fosso de
Navicelli la Tettoia, e altri luoghi più bisognosi; e similmente sono escavati
nella valle del Serchio la fossa Cuccia, il Tedaldo, l'Osaretto, il Marmigliaio,
l'Oseraccio, il fosso de Bastioni, e quello delle Fortificazioni, e in oltre si è potuto
fare il taglio per condurre fossa Nuova in fossa Chiara, il nuovo canale de
Navicelli dalla foce del Calambrone fino alle cateratte di Livorno, come
dimostra la pianta di numero XII; risarcire gli argini alla Tora, e alzare buona
parte di quelli del fosso Reale, e non ostante tutti questi lavori si è potuto
pagare tutti i debiti arretrati di lavori fatti, e che al tempo della visita si
trovarono non pagati, che ascendevano come si è detto a scudi <num>4000</num> in circa, si
sono pagate tutte le spese della visita, si sono riposte in cassa tutte le somme
de' depositi della comunità ascendenti a scudi <num>7000</num> in circa, e si è pagato
ancora qualche piccola porzione di debiti cambiari, e per adesso la cassa
è liberata dall'angustia in cui si trovava, anzi si trova sempre una
conveniente affluenza di denaro per supplire a i giornalieri bisogni, ed è ristabilita
<pb n="170"/>
in tutto il credito necessario per poter trovare con prontezza qualunque
somma occorresse nel caso di urgente necessità. Queste escavazioni
fatte ne i fossi principali che sono a carico dell'Ufizio, hanno dato
luogo a intraprendere l'escavazioni di quelli che sono a carico dei
particolari, e si è già potuto cavare senza incomodo, nè disborso della
cassa il fosso di San Giusto, quello di San Rimedio, le tre Mezzanie, la
Maltagliata, la Carbonaia, il fosso del Seta, lo scolo dei Bagni,
il fosso del Fiumaccio, quello del Pero, e Pontale, il rio del Noce, il
fosso de Sei comuni, e per più della metà quello della Solaiola, il
quale dentro quest'anno sarà terminato. E in seguito di tali lavori
si è dato luogo a i padroni dei terreni di attendere essi alle
scavazioni de i fossi della terza classe, sopra i quali in questo tempo
tanto si è lavorato quanto la quantità degli abitanti ha potuto
permettere, essendo molti lavori restati addietro per pura mancanza di
lavoranti.
 Ci lusinghiamo adunque che con l'istesso passo si potrà anno per
anno proseguire a perfezionare le operazioni destinate nella visita
senza incomodo di nuove imposizioni, come convenne fare nel <num>1680</num>,
e perchè l'Ufizio non si abbia un'altra volta a ritrovare in simili
angustie, crediamo che si possa rimediare alle cause che hanno prodotto
il presente incaglio con le seguenti proposizioni.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo secondo</head>
               <pb n="171"/>
               <head>Proposizioni per assicurare
all'Ufizio de' Fossi il pronto, e totale
rimborso di quel che egli spende per conto
de' Particolari</head>
               <p> I mali che l'Ufizio viene a soffrire nel fare gl'imprestiti e
anticipazioni a i particolari per conto de quali egli spende, persuaderebbero generalmente
a togliere l'uso di queste anticipazioni. Ma si presentano a prima vista le
spese di argini, e strade per cui s'impone sopra l'estimo, per le quali spese che
non sono previsibili, e che non si sa subito a quali debitori si appartenghino, non
è possibile che i medesimi debitori si assumino l'incarico di trovare, e
depositare anticipatamente il denaro, onde bisogna veramente che l'Ufizio spenda a misura,
che di tempo in tempo la necessità di lavorare sopravviene, e che poi pensi
a rimborsarsene. E nemmeno si può accelerare questo rimborso, perchè bisogna
aspettare che l'annata sia finita per sapere quanto sia occorso spendere in
lavori di ciascheduna comunità, e bisogna attendere questa notizia per poter
rilevare quanto per lira si abbia a imporre nell'anno avvenire sopra i beni
situati nella comunità suddetta, e sopra questo fondamento rilevare in
appresso, e scritturare il debito di ciaschedun particolare possessore, il quale non
si può pubblicare che assieme col restante dell'imposizione dell'estimo. Anzi
vi è l'uso che non ostante che il rimanente dell'imposizione dell'estimo si
riscuota in tre paghe, la prima delle quali scade a tutto agosto, la seconda a
tutto ottobre, e la terza a tutto gennaro, la quota però contingente
all'Ufizio dei Fossi si paga tutta dentro il mese di agosto; e così quella
<pb n="172"/>
velocità di cui è compatibile questa imposizione si trova già dagli
ordini veglianti prescritta.
 Non potendosi adunque accelerare di più il metodo d'imporre, si
credè in primo luogo necessario che l'Ufizio procurasse di porre in cassa una
somma, la quale tenesse a parte per dote delle spese da farsi sopra
l'estimo, affinchè senza incomodo degli altri lavori potesse l'Ufizio stare
esposto a questa annuale anticipazione, e attendere senza incaglio del rimanente
il rimborso; e questa somma si stimò non dover esser minore di scudi
ottomila, atteso che l'Ufizio deve stare circa due anni spendendo per tale
articolo prima di principiarsi a rimborsare. E questa somma così importante
con l'esazione degli arretrati, di cui sopra abbiamo parlato, è stata già
acquistata e posta in cassa, e crediamo un punto essenzialissimo per la
buona amministrazione dell'Ufizio conservarla intera, e in questo stato di
separazione; perchè se giammai l'Ufizio sarà costretto a anticipare per
cassa dell'estimo dei denari che egli deve giornalmente spendere per i suoi
propri lavori, ogn'uno vede che la campagna resterà addietro; e troppo
incomodo sarà all'Ufizio il dovere attendere a rimborsarsi venti mesi, o due anni.
 Per assicurare poi l'Ufizio dalli scapiti che soffre in questa imposizione
dell'estimo, il primo avvertimento fu di pubblicare un indulto per le volture non
fatte in tempo, acciocchè ciascun possessore potesse senza timore di condanna
palesare gli errori che fussero nelle poste veglianti, e diminuirsi in
tal guisa il numero delle poste deperdite, e infognite.
 Dopo tale indulto fu ordinato che per le poste di cui non si fusse
trovato il possessore, e che dopo tutte le diligenze si fussero avute per deperdite, si
cessasse di imporre sopra di esse; ma si tenessero sospese fino a tanto che col
progresso del tempo non ne comparisse il debitore; e frattanto
l'imposizione si formasse sopra le sole poste veglianti, affinchè tutto lo speso fosse
distribuito sopra i veri effettivi debitori, e se ne potesse sperare il sicuro
rimborso.
 <pb n="173"/>
In appresso si credè opportuno di liberare l'Ufizio dal tedio e dal
pericolo di impostare a i suoi libri il debito di ciaschedun particolare, e di riscuoterlo da
se stesso separatamente. Fu creduto adunque migliore espediente che l'Ufizio
impostasse per debitrici le comunità di quella somma che annualmente averà speso in
favore di ciascheduna di esse, e che poi in ciascheduna comunità il cancelliere pensasse
a fare il reparto sopra ciaschedun particolare nel tempo che fa il reparto del
rimanente dell'imposizione dell'estimo. E siccome questa imposizione si esige da i
camarlinghi comunitativi a loro carico e pericolo, così si esigesse in
avvenire a loro carico e pericolo anco la quota contingente all'Ufizio de Fossi, il
quale averebbe avuto in tal guisa il vantaggio di avere in vece d'infiniti
particolari debitori, un solo debitore per comunità, di avere il rimborso pronto e
completo, perchè sarebbe stata cura del camarlingo che ha l'esazione a suo carico,
di ovviare alla mora de suoi corrispondenti; e di avere in cassa tutto il
rimborso in un tempo solo, e determinato, che fu fissato al di <num>15</num> di settembre.
 Questo metodo dava in oltre all'Ufizio il vantaggio di risparmiarli una
laboriosissima scrittura, quale si può credere che fusse necessaria per tenere aperti
tutti i conti di ciaschedun particolare per causa d'estimo; e i particolari debitori
non ne potevano dall'altra parte ricevere verun detrimento, anzi ne sentivano
un comodo, che laddove prima ciascheduno doveva pagare il suo debito in due
luoghi, cioè l'estimo comunitativo in mano del camarlingo comunale, e
l'estimo dell'Ufizio alla cassa dell'Ufizio, in avvenire averebbero potuto con un
solo pagamento, e senza venire a Pisa liberarsi da tutti due i debiti; e finalmente
i camarlinghi comunali non potevano sentirne aggravio, poichè essendo
già incaricati della più grossa esazione, possono attendere a esigere anco il
piccolo aumento, che deriva dal contingente dell'Ufizio; e possono farlo
senza incomodo, perchè si esige da i medesimi nomi già commessi a loro carico;
e vengono in oltre compensati da alcuni piccoli emolumenti sopra le ricevute,
che già di prima i particolari pagavano alla cassa dell'Ufizio.
 E per dare a detti camarlinghi il pieno commodo di esser puntuali a
corrispondere il di <num>15</num> di settembre alla cassa dell'Ufizio, fu ordinato che l'imposizione
<pb n="174"/>
dell'estimo che si divide in tre paghe, la prima delle quali scade a tutto
agosto, si dovesse pagare in avvenire nelli stessi tempi, ma con avvertire che la
prima paga di agosto dovesse importare la metà di tutto il debito, e le altre
due un quarto per ciascheduna; e in tal guisa i camarlinghi avrebbero
potuto, scaduta la paga di agosto, corrispondere alla comunità del terzo
della sua imposizione, e corrispondere all'Ufizio di tutto il suo contingente,
e ciò non averebbe portato incomodo a i debitori, perchè questi come si è detto,
erano tenuti secondo le leggi veglianti a pagare dentro agosto il terzo
dell'estimo comunitativo, e tutto il contingente dell'Ufizio.
 Molti altri più minuti provvedimenti bisognò fare per mettere in uso questo
nuovo metodo, de i quali è superfluo qui parlare, servendo il dire che il
pensiero è stato eseguito senza reclamo veruno, e si è ottenuto il
vantaggio di vedere che ogni anno dopo la visita la cassa dell'Ufizio nel di
<num>15</num> di settembre è stata fino all'ultimo soldo reintegrata di tutto il disborso per
causa d'estimo.
 Ci dispiacque che un tal metodo non potesse essere applicabile per i debitori
d'estimo ecclesiastici, perchè l'estimo comunitativo, come abbiamo di sopra
avvertito, dagli ecclesiastici non si paga, essendo questi solo tenuti a
contribuire alla quota dell'estimo contingente all'Ufizio. Perciò i
camarlinghi comunali non hanno nelle loro esazioni nomi ecclesiastici, nè
poteva darsi loro questo carico, si perchè sarebbe per essi stata un'esazione
totalmente nuova e diversa, si perchè la Curia ecclesiastica pretende di esigere
tali poste da se medesima. Bisognò adunque contentarsi di porre in
pratica questo metodo per i puri secolari, e in tal guisa ogni anno il ministro
dell'estimo appurato che abbia il debito di ciascheduna comunità, farà
il reparto di quanto spetti alla massa de' laici, e quanto alla massa
degli ecclesiastici; per la massa de laici manderà la partita in
ciascheduna comunità, dove sarà fatto il reparto e l'esazione, come abbiamo
detto; e per la massa degli ecclesiastici seguiterà il sistema antico di fare esso
<pb n="175"/>
il reparto, e aprire i conti di ciaschedun debitore, per attendere poi il rimborso
per mezzo della Curia ecclesiastica.
 Venendo ora a parlare delle spese che fa l'Ufizio per gli scoli de particolari,
il rimedio alli scapiti che ha fatto è più facile, perchè in fatti l'uso di anticipare si
può totalmente abolire, e così fu ordinato sull'idea di quel che si pratica nel
Magistrato della Parte di Firenze, che in questi lavori che si fanno per conto
d'interessati non si principi a spendere, se gl'interessati medesimi non hanno depositato
nella cassa dell'Ufizio una somma di denaro conveniente, o se per conto loro non si
prende a cambio da estinguersi il debito di capitali e frutti con l'imposizione.
 Ancor questo è stato posto in pratica senza reclamo veruno, e l'Ufizio in tal
guisa sarà sicuro di non essere giammai in danno; e per maggior cautela potrà
avvertire di ritenere nelle imposizioni che si anderanno formando qualche
piccola somma di rispetto in cassa, la quale possa supplire alle piccole spese
che annualmente possono accadere in ciaschedun fosso, le quali da una parte non
possono differirsi, e dall'altra non possono rimborsarsi fino alle generali
imposizioni, per esser troppo minute.
 Quantunque però in tal guisa l'Ufizio sia sicuro di non restare in danno,
bisogna però avere tutta la cautela per accellerare il rimborso anche di questo
articolo, e renderlo completo, affinchè i particolari non siano esposti per lungo
tempo a soffrire il cambio. Fu pensato perciò che le spese de i fossi si
distribuivano sopra i terreni adiacenti, e che questi terreni dovevano perciò essere situati
in qualche comunità, e che erano in qualche luogo già sottoposti alle
gravezze dell'estimo. Si credè pertanto fattibile che il predetto camarlingo
comunitativo che esige l'estimo, potesse esigere anco il debito delli scoli, quando
avesse avuto in mano le note de debitori, e si fusse dato il caso che i suoi
debitori di estimo fussero in quell'anno debitori anco per causa di scoli.
 Si ordinò pertanto che il ministro dell'estimo ogni volta che si procedesse a
una simile imposizione di scoli, ne facesse il reparto sopra le stiora de
terreni obbligati, e ne aprisse i conti a ciaschedun debitore com'è solito; e che
<pb n="176"/>
poi ogni anno quando manda a i cancellieri comunitativi il chiesto
dell'Ufizio per causa d'estimo, vi aggiungesse la nota de debitori di quella
comunità per causa di scoli, di modo tale che il cancelliere nel formare il
dazzaiolo al camarlingo, possa sotto la partita d'estimo che toccherà a
ciaschedun nome di debitore aggiungere la partita di scoli, quando vi
sia, e possa il camarlingo esigere l'una, e l'altra nell'istesso tempo. E così,
è riuscito con felicità di ottenere il totale rimborso anco di questo articolo,
avendo i camarlinghi di buona voglia aderito ad assumere l'esazione a
proprio pericolo, con rivolgere a loro profitto alcuni soldi per posta, che
già i particolari pagavano a i ministri dell'Ufizio per mandati e ricevute.
E in tal guisa è sperabile che in un anno o due al più si possa fare un
lavoro, repartirne l'imposizione, esigerla per l'intiero, estinguere i cambi,
e saldare tutti i conti, restando però impendente in questo articolo,
siccome in quello dell'estimo, l'esazione dei nomi ecclesiastici, in cui
s'incontra sempre maggior durezza.
 Quel che si dice delli scoli si deve intendere ancora per le spese de'
palancati, nei quali similmente usava l'anticipazione. Anzi siccome
per questo titolo di palancati l'Ufizio era in disborso delle spese arretrate,
perchè tra gl'interessati pendeva la lite di chi dovesse soffrirne
l'aggravio, fu detto che l'Ufizio per l'avvenire distribuisse solamente le spese sopra
i consenzienti, e non proceda al reparto sopra i dissenzienti senza
precedente decreto, che li dichiari obbligati a concorrere.
 I muriccioli d'Arno sono un'altra spesa, che ha esposto l'Ufizio a
considerabili scapiti. Si è pensato a rivalersi del denaro in questo lavoro
anticipato con l'imposizione delle Gronde; ma questa imposizione, come
abbiamo detto di sopra, non si è mai potuta pacificamente eseguire.
E il fatto è, che delle spese fatte fino all'anno <num>1710</num> si è dovuto
l'Ufizio stentatamente rimborsare a scudi <num>150</num> l'anno sopra l'entrata
comunitativa del Panfine della città di Pisa, e le spese fatte dal
<pb n="177"/>
                  <num>1710</num> in poi ne soffre ancora il disborso. E questo disborso ha cagionato in questo
tempo oltre il male del vuoto di cassa, l'altro male ben più considerabile, che
si sono trascurate di fare in tempo opportuno le riparazioni necessarie, per non
sapere come potersi rivalere della spesa, e si sono ridotti in oggi i
muriccioli in grado rovinoso, e ben bisognevoli di grandi spese per provvedervi.
 Un tale articolo adunque non puole stare più in sospeso, e ha
bisogno di qualche pronto riparo, si per correggere il male presente, che per
cautela dell'avvenire. Noi abbiamo considerato che il debito non può negarsi
che sia della città e comunità di Pisa, come è stato riconosciuto fino
dagli antichi tempi; sicchè il dubbio non può cadere che sopra il più comodo
genere d imposizione, per potersi di mano in mano rimborsare di quel che
conviene spendere.
 Di questi generi d imposizioni ne sono stati provati due, uno in antico sopra
le persone degli abitanti, e un altro più moderno sopra le case, che si diceva
delle Gronde; e l'uno e l'altro non si sono potuti mettere in esecuzione: onde
bisognò nel <num>1710</num> venire al terzo compenso, che la comunità pagasse ella con
le sue entrate il debito, il qual compenso come più pacifico si è potuto, e si
potrà eseguire; ma la somma di scudi <num>150</num> l'anno assolutamente non basta
al mantenimento di questi muriccioli; onde fatte tutte le considerazioni,
si crede che bisognerà crescerla fino al trecento, per pagare i quali la
comunità ha entrate sufficienti, e in ogni caso bisogna che consideri che la spesa
di salvarsi dall'impeto del fiume è la più necessaria, e la più 
indispensabile di tutte; che appartiene a lei che ne sente il comodo, il carico di 
liberarsene; e che tutti gli altri metodi tentati per fare tal colletta di
denaro già cadono appresso a poco sopra le borse de' componenti la comunità
medesima, ed essendo riusciti di dubbia e di difficile esazione, non può l'Ufizio
esporre il proprio denaro a questo pericolo, e non deve la città permettere che
la dubbiezza di rimborso sopra questo importante articolo ritenga dallo
spendere quando il bisogno viene, e si esponga il paese a danni considerabili.
 <pb n="178"/>
Con questo assegnamento sicuro di scudi trecento annui si crede che al
mantenimento de muriccioli potrà supplirsi; ma questo non serve al
bisogno presente, in cui per riparare al male già fatto, bisogna spendere
molte migliaia di scudi, e conviene però pensare a come trovare 
l'anticipazione di tali somme, e il comodo di restituirle. A tal effetto
abbiamo considerato che le sponde d'Arno non sono altro che la
continuazione degli argini d'Arno dentro la città, e che perciò non sarebbe
ingiusto che tutte le comunità obbligate alla costruzione e
mantenimento degl'argini suddetti soffrissero in universale all'incomodo di
fornire alle spese occorrenti a titolo d'imprestito, e con la sicurezza
di essere rimborsate nelle annate in cui l'assegnamento suddetto di
scudi trecento in tutto o in parte non si spendesse.
 Si proporrebbe perciò che ogni qual volta bisognasse per queste
sponde una spesa superiore alli scudi trecento, l'Ufizio dei Fossi la facesse,
e alla fine dell'anno distribuisse l'eccesso sopra tutte le masse
d'estimo concorrenti agl'argini d'Arno; e siccome rimesse che siano in buon
grado le dette sponde crediamo che il mantenimento annuale potrà
costare meno delli detti scudi trecento, così in tali annate si
proporrebbe, che l'avanzo si ponesse in sgravio delle masse suddette obbligate
già ogn'anno per altri titoli a concorrere, acciò in tal guisa restassero
compensate dell'aggravio sofferto negli anni, ove la spesa avesse ecceduto
li detti scudi trecento.
 Un tal metodo apporta il vantaggio di assicurare all'Ufizio il pronto
rimborso di queste spese, e gli dà il modo per conseguenza di potere
spendere a misura che il bisogno richiede, il che prima per la difficoltà di
questo rimborso non si è fatto con grave pericolo della città, e non è di molto
sensibile aggravio alle comunità suddette obbligate agli argini d'Arno
<pb n="179"/>
poichè avendo fra tutte una massa di circa sei mila lire d'estimo,
riesce il reparto distribuito sopra molti possessori, e perciò tenue, e da ciascuno
soffribile, e poi conguagliato dalle annate, in cui le spese, come sopra
si è detto, saranno minori. E non si deve tralasciare di avvertire che un
tal conguaglio tra le comunità obbligate agli argini d'Arno non è
nuovo, poichè bene spesso succede, che se Arno un'annata fa gran male
nel territorio di alcune comunità, e richiede per conseguenza tali
spese che riescirebbero a quelle comunità troppo gravose a pagarsi
tutte in quell'anno, si faccia il reparto della spesa sopra una massa più
generale, cioè sopra comunità in quell'anno non obbligate, le quali
poi nell'annate successive dalla comunità debitrice si compensano;
ottenendosi in tal guisa che una comunità all'altra dia questo
reciproco aiuto, sull'esempio del quale noi crediamo che possa introdursi
una simile reciproca condescendenza tra la città, e la campagna. 
 Resta ora a Parlare dei Lastrichi, il quale è l'articolo più duro
di tutti gli altri, in cui l'Ufizio spende per conto dei particolari.
Si potrebbe ancora qui proibire che l'Ufizio anticipasse denaro, e
ordinare che lo prendesse a cambio per conto dell'imposizione; ma la
difficoltà sta nel modo di estinguere il debito che si creasse; perchè
veramente in Pisa i lastrichi costano moltissimo, e le case sopra cui
deve distribuirsi la spesa son ben sovente poverissime; onde
l'aggravio rimane troppo forte a chi lo deve pagare, e rende perciò
difficile oltre ogni credere il buon mantenimento delle strade di città,
le quali li abitanti non hanno naturalmente tante forze da
poterle sostenere, come l'ampiezza e il decoro della città forse
richiederebbe.
 Qui per verità noi non possiamo proporre altro sistema, che
l'eccessiva parsimonia nello spendere in tali lavori, procurando di contenersi
<pb n="180"/>
dentro i limiti della inevitabile necessità; poichè se il tenere belle e
comode le strade porta seco la rovina di molte famiglie, noi non possiamo
applaudire a tal pensiero, e dovrà esser cura di chi di tempo in tempo
presiederà all'Ufizio de Fossi di adattarsi con moderazione alla miseria
della città, avendo un occhio alla necessità del servizio publico che
non può trascurarsi, e un altro alle piccole forze degli abitanti.
 Finalmente per non perdere di vista l'esazione degli ecclesiastici, la quale 
è l'articolo più duro per il rimborso dell'Ufizio, si per la mancanza di
coattiva, si per l'esenzione di alcune spese a cui gli ecclesiastici non
concorrono, si per il sette per cento, che di sicuro l'Ufizio scapita
ogn'anno sopra quel poco che esige, si per il gran numero di debitori morosi,
e cattivi che sempre si formano, noi crediamo che fin tanto che non si
apra una congiuntura da potere ottenere da Roma un breve più
favorevole, si potesse tentare di trovare un camarlingo tra gli
ecclesiastici medesimi, il quale si assumesse il peso di esigere a suo pericolo, e
come si dice, a schiena tutti i nomi ecclesiastici; e crediamo che se
questo camarlingo si trovasse, e desse per sicurezza dell'Ufizio
mallevadori secolari, l'Ufizio potesse in tal caso gratificarlo o d'una
provvisione, o d'una partecipazione sopra l'incassato, il che quantunque
portasse un accrescimento allo scapito del sette per cento, che soffre l'Ufizio,
crediamo che bene speso sia per tal causa, perchè si assicurerebbe tutto il
rimborso del rimanente, e con la prestazione de i mallevadori secolari
si verrebbe indirettamente a fare acquistare all'Ufizio una specie di coattiva
anco sopra l'esazione ecclesiastica.
 Noi proponghiamo di trovare un camarlingo ecclesiastico per non entrare
in una controversia giurisdizionale coll'Arcivescovo, e per attenersi alla
forma del breve, e al sistema presente, nel quale esigendosi i debitori
ecclesiastici dalla Curia Ecclesiastica, l'Arcivescovo suole nominare un
<pb n="181"/>
camarlingo il quale riscuote da i nomi de' particolari, e paga alla cassa
dell'Ufizio. Or questo camarlingo medesimo con accrescerli convenevolmente il
profitto, potrebbe ridursi a prendere l'esazione a proprio pericolo, e dare i
mallevadori secolari. Il profitto che al presente ritira questo camarlingo consiste
in due per cento di partecipazione sopra l'incassato, il quale è porzione del
sette per cento che, come abbiamo detto rilascia, l'Ufizio, servendo il rimanente per
dare due per cento a i ministri della cancelleria ecclesiastica, e tre per cento di
provvisione a un sollecitatore dell'esazione. Sicchè si potrebbe in primo luogo
applicare al camarlingo il tre per cento del sollecitatore il quale rimane
inutile quando il camarlingo esige a proprio pericolo; ma siccome un
cinque per cento non può servire a indurre veruno ad assumere sopra di
se un peso così grave, e il due per cento dei ministri della cancelleria
ecclesiastica non potrà toccarsi, così crediamo che per il di più al cinque per cento
 debba l'Ufizio supplire con la sua cassa quanto bisognerà per ottenere
questo fine, per cui rendendosi pacifica e sicura questa durissima, e
disordinata esazione, stimiamo ottimamente impiegato l'aggravio che sarà per
addossarsi.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo terzo</head>
               <head> Proposizioni per evitare le spese inutili</head>
               <p> Noi abbiamo veduto quanto grandi somme siano costate
all'Ufizio de Fossi gli errori degl'ingegneri, che hanno consigliato
tanti lavori inutili e tal volta dannosi. Certo è che non tutti gli
errori si possono prevenire; poichè ogni uomo è capace di sbagliare; ma
se vi è modo di prevenirli, la regola è di non si fidare che al consiglio
de più periti, e perciò non può a bastanza dirsi di quale importanza
<pb n="182"/>
sia all'Ufizio de Fossi di fare occupare il posto di suo ordinario ingegnere
a un uomo di eccellente e conosciuta abilità, e di avere ottimi ministri a
cavallo, e di allevare sempre de giovani ben pratic nell'agrimensura, e
 nell'arte di livellare da poter sostituire in luogo de vecchi.
 Ma siccome in questa scienza li errori si pagano a gran prezzo, così per maggiore
cautela, e per prevenire ogni abbuso stimiamo opportunissimo, che s'introduca
uno stabilimento, che l'Ufizio tenga un eccellente mattematico da potere
e dovere consultare in qualunque caso di lavori nuovi, che si
proponghino; l'occasione dell'università che risiede in Pisa darà sempre il
comodo all'Ufizio de Fossi di avere un valent'uomo per consultare con una
piccola recognizione annua. E dovrà avvertirsi che questo consultore
non abbia verun profitto nell'ordinazione, esecuzione, e direzione de
lavori; poichè questo deve rilasciarsi agl'ingegneri; e sarà in tal
guisa l'oppenione di un tal uomo più disinteressata, e in consequenza
più rispettabile.
 Ogni qual volta dunque occorressero lavori ne fiumi, o altri lavori
nuovi per la campagna doverebbe determinarsi che l'Ufizio oltre la
relazione dell'ingegnere proponente, dovesse avanti di spendere cosa
alcuna, fare ricercare e ottenere in carta il voto del mattematico, che in
tal guisa con maggior sicurezza si potrà procedere senza timore, 
ed è sperabile che non siano per eseguire le vane spese che alle volte
per mancare a quest'avvertenza sono state fatte.
 Un altro stabilimento necessario a riassumersi è la visita
annuale degli argini, e ripe d'Arno, e del Serchio. Costano questi due
fiumi ogni anno grossissime somme; e lo spendere secondo le regole dell'arte
può apportare grandissimo risparmio, e il mancare a queste regole può
produrre la desolazione della campagna. Onde questa visita crediamo che
onninamente e senza eccezioni debba farsi due volte l'anno, cioè nel
<pb n="183"/>
mese di aprile e nel mese di settembre da chi soprintende all'Ufizio in
compagnia dell'ingegnere ordinario, e del detto mattematico; perchè il governo di
questi due fiumi è l'obbligo più importante che abbia l'Ufizio.
 Generalmente poi fu considerato che quasi tutte le spese che l'Ufizio
faceva sarebbero state unitili, come non si ristabiliva l'uso delle guardie, le quali
potessero invigilare all'osservanza dell'ordini, e accusare di mano in mano i
trasgressori che sono infiniti, e per infinite cause, apportano agli alvei, o
agl'argini de fossi, e fiumi notabilissimi danni; si credè per tanto opportuno
di ristabilirne per ora almeno quattro, non essendo possibile con minor numero
far custodire tanta pianura totalmente disabitata, e pensare in oltre
alla custodia delle pinete, che sono nelle cime dei monti, e a i danni
delle quali bisogna pure che l'Ufizio cautamente provveda.
 Il ristabilimento delle guardie gioverà non ostante a poco, se non
si aboliscono totalmente, e con efficacia le pesche, l'uso delle quali si oppone
diametralmente all'istituto dell'Ufizio de Fossi, e rende inutili le gravi
spese ch'egli va facendo. Noi abbiamo di sopra a sufficienza
accennato che non stimiamo per ciò proponibile verun mezzo termine, o
compenso. Ma che o bisogna renunziare al pensiero di tener sana la
pianura Pisana, o al pensiero di potervi sopra pescare, e perciò in tutti
i fossi di scolo doverebbe essere rigorosamente proibito il pescare in
qualsivoglia modo; siccome in tutti li stagni, e paludi, poichè
sempre segue che l'industrie de pescatori ritardano in qualche modo, e
in qualche parte lo scolo e l'abbassamento dell'acque, all'acceleramento
del quale è rivolta tutta l'industria, e tutta la spesa dell'Ufizio de'
Fossi.
 Quell'istesso pregiudizio che i pescatori fanno alle spese impiegate
ne i fossi, vien fatto presso a poco da i carri nelle spese delle strade,
i quali avendo le ruote armate di grosse bolle di ferro, rovinano
<pb n="184"/>
quel poco di lavoro che le tenui forze delle comunità permettono che si
faccia intorno alle strade, e fanno grandissimo danno anco alle strade di
città, quando vi entrano; onde ancora in quest'articolo non vi è altro
compenso che di abolire l'uso di tali bolle a forza di ordini, e di pene,
conforme sappiamo che modernamente è stato abolito nel territorio
lucchese.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quarto</head>
               <head> Proposizioni per rimediare alla
scarsità dell'entrate proprie
dell'Ufizio</head>
               <p> Per rimediare alla scarsità dell'entrate proprie dell'Ufizio
ognuno vede che bisognerebbe essere in grado, o di accrescere tali entrate,
o di diminuire le spese. Ma sopra le entrate poco vi è da sperare,
perchè in primo luogo quella de Sali vecchi è ridotta a somma fissa, e non
è suscettibile di miglioramento. Similmente degli Ancoraggi poco può dirsi,
e molto meno in oggi che mediante l'appalto ancor questo articolo si
esige in somma fissa. L'entrata de' Beni stabili non può crescere,
perchè il letto d'Arnaccio, che è il fondo più considerabile è affittato a diverse
comunità per una somma fissa, e non ci pare che sia capace di maggior
rendita; e il rimanente de i beni stabili consiste in fitti, e livelli di
piccola importanza, che non possono ricevere notabile alterazione. Questi
beni spezzati era stato proposto di venderli per pagare debiti, e liberare
la cassa dalle angustie presenti: ma per verità da noi si credette che
<pb n="185"/>
per sollevare la cassa ci fussero altri metodi, come in fatti è riuscito, e che non
così leggermente sia prudenza che l'Ufizio pensi a vendere i suoi stabili; perchè
sono il fondamento del credito ch'egli ha co' particolari in caso che si trovi
in necessità di cercare denari a cambio.
 L'entrata dell'Opera di bestie ancor essa procede, come abbiamo di
sopra notato, da una somma fissa che si esige da ciascheduna comunità;
onde non è capace di aumento. È ben vero che si potè pensare alla più viva,
e più pronta esazione della medesima. Poichè quantunque si repartisca
una somma fissa in ciascuna comunità, tanto siccome l'Ufizio non
riconosce per debitrici le comunità medesime, ma i particolari padroni di
bestie, in cui la detta somma si suddivide, così avviene che i detti debitori
sono moltissimi, e bisogna tenere accese molte migliaia di partite in dare,
e in avere, le quali sono di gran fatica a chi deve tenere la scrittura,
e non possono far di meno di non cagionare con una necessità di una
scritturazione così voluminosa, qualche ritardo al rimanente della scrittura
dell'Ufizio, e in oltre sono causa che tra tanti piccoli debitori l'Ufizio
sempre ne va perdendo qualcheduno.
 Fu creduto però espediente d'impostare per debitori i camarlinghi
comunali, e di fare che essi si caricassero a loro pericolo dell'esazione
di questa imposizione, per la quale vengono loro formati i dazzaioli
dal ministro dell'Opere di bestie dell'Ufizio, e a forma di detti
dazzaioli debbono essi camarlinghi esigere il tutto, e rimetterlo per il di
<num>10</num> di settembre alla cassa dell'Ufizio, nel qual giorno con questo metodo dopo
la visita si è potuto riscuotere per l'intero tutto l'importare di detta
tassa, per la quale in oggi viene a risparmiarsi tutta la predetta
difficile scritturazione, e si riscuote in sole cento trentasette partite
con molta facilità, e senza reclamo di veruno; anzi con piacere
de contadini, che prima per il pagamento di due, o tre paoli erano obbligati
di fare il viaggio a Pisa per pagare alla cassa dell'Ufizio, e ora
<pb n="186"/>
possono farlo a casa loro senza tale incomodo. E per ricompensa de
camarlinghi comunali si sono applicati loro due soldi per posta, e che prima i debitori
solevano pagare a i ministri dell'Ufizio, e le pene del doppio, nelle quali
incorrono i debitori morosi, con che nell'istessa pena del doppio incorrino i
medesimi camarlinghi, quando non rimettino nel detto giorno <num>10</num> di settembre il loro
contingente alla cassa.
 Con tal metodo si è facilitata l'esazione di questa entrata, e assicurato
che non se ne perda in nomi di debitori; ma l'entrata per se stessa, come
si diceva, non può crescere, ed è incapace di aumento. Qualche aumento
solamente potrebbe sperarsi dall'altro articolo d'entrata, che vien formato
dalla piantazione degli alberelli. E sopra di questo fu considerato che
l'Ufizio de Fossi potrebbe profittare degli argini de Fossi, e delle strade
maestre per farvi vastissime piantate d'alberi, i quali sarebbero per
apportarli un'utilità molto riguardevole, attesa la scarsità del legname
che è nella pianura pisana. In esecuzione di questo pensiero sono
state dopo la visita intraprese queste piantazioni; ma con molta
maraviglia si è veduto che tutte hanno avuto infelice riuscita, non
perchè gli alberi non si attaccassero, poichè anzi venivano bellisimi;
ma perchè da persone dedite a mal fare venivano tagliati, e con tal
malignità sono state rovinate bellissime piantazioni che potevano
essere all'Ufizio in un tempo un buonissimo assegnamento.
 L'Ufizio de Fossi non ha mancato di rinnovare gli ordini che già
esistevano, e di aggiungere de più rigorosi contro tal genere di
malfattori; ma non ostante la malizia di costoro, la facilità di
commettere questo male, e la difficoltà di scoprirne l'autore ha fatto si,
che tra tutte queste nuove piantazioni non si sia salvato neppure
un albero; onde volendo proseguire questo pensiero, bisognerà pensare
a i rimedi più efficaci, acciò l'Ufizio possa col tempo godere di questo
sollievo, che dal suolo medesimo può ricevere senza incomodo, o
disastro di veruno.
 <pb n="187"/>
Resta da parlare delle pinete, l'entrata delle quali sarebbe
desiderabile che si potesse accrescere perchè è destinata a supplire alla conservazione
degli acquedotti, che è una dell'opere più interessanti la salubrità della
città di Pisa, e che richiederebbe perciò, che si potessero fare spese maggiori,
di quelle che le tenui forze dell'Ufizio permettono.
 Una delle proposizioni più vantaggiose a questa entrata sarebbe quella
di procurare che per le palizzate delle fortificazioni di Livorno non si
disponesse per l'avvenire come fin'ora è seguito, de i legnami di queste pinete; poichè
in quest'uso bene spesso s'impiegano somme prodigiose di bellissimi pini da palo,
i quali in breve tempo diventerebbero tutti pini grossi da sega, e per
conseguenza di maggior valore, de quali potrebbe fare l'uffizio annualmente un maggiore
ritratto.
 È vero che si perderebbe per le fortificazioni il comodo fin qui goduto di aver
 questa provvista di legnami senza pagamento di prezzo; ma bisogna
considerare che per aver questo comodo si fa un danno grandissimo all'Ufizio de Fossi,
e molto maggiore di quel che sia il comodo che la cassa delle
Fortificazioni ne risenta, poichè un pino da palo vale la quinta, o la sesta parte di
quel che costi un pino da sega; sicchè non è giusto che per risparmiare in
un'occasione per esempio cento scudi, si faccia perdere all'Ufizio dei Fossi
un'entrata di scudi cinquecento o seicento.
 Ma in oltre è da avvertirsi che per uso delle sopradette fortificazioni
sarebbe forse maggiore risparmio comprare a denari contanti il legname idoneo
per le medesime, che servirsi gratuitamente di questo dell'Ufizio de Fossi, poichè
essendo questo tutto legname di pino, quando questo non si usa sotto terra, o sotto
acqua, in brevissimo tempo marcisce e va male; onde occorre per servizio delle
palizzate in cui s'impiega scoperto e sopra terra, tornare prestissimo
a far nuovi consumi di detti pini da palo, e a replicare in conseguenza
le spese di trasporti, manifatture, e chiodagioni, con esporsi ad aver
sempre le palizzate assai deboli; quando che se fussero impiegati legnami
<pb n="188"/>
duri, come sarebbero querce, olmi, e cerri, le palizzate basterebbero un tempo
molte volte maggiore, e risparmierebbero tante reiterate spese che di gran
lunga compenserebbero la spesa di legname; e si averebbe in tal guisa
l'istesso, anzi un miglior servizio per le fortificazioni, con risparmiare all'Ufizio
un danno intollerabile, che da queste continue provvisioni risente.
 Un altro uso pregiudiciale a questa entrata, e che si è creduto che meriti
correzione, è quello che da qualche tempo in qua avevano introdotto i ministri
dell'Arsenale di Pisa, di marcare tutti quei pini da sega, che essi riconoscevano
più idonei alla fabbricazione de bastimenti, proibendo all'Ufizio medesimo
di tagliarli nè per uso proprio, nè per vendita dopo l'apposizione di tal marco. Per
rilevare il pregiudizio di questa introduzione, è primieramente da sapersi che
l'Arsenale ragguagliatamente non ha avuto occasione di valersi un anno per l'altro per
la sue fabbrica che di quaranta pini in circa l'anno, e che non
ostante, ogni anno ne ha marcati molte centinaia; sicchè è seguito che la
maggior parte di questi come sopra marcati sono periti inutilmente senza
profitto nè dell'Arsenale, nè dell'Ufizio dei Fossi, poichè tal genere di pini
salvatici, quando è giunto alla sua perfezione, in breve tempo va male, e
s'infunghisce, sicchè non resta buono per la sega.
 Adunque per rimediare a questo inconveniente si è creduto ragionevole,
che l'Arsenale domandi ogni anno, e in qualunque tempo tutta quella
quantità, e qualità di legname che bisogna, e questa li sia data secondo
il solito, lasciando nel rimanente tutta la libertà all'Ufizio di tagliare
e far ritratto di questa sua entrata; giacchè non è possibile a prevedersi
un caso, in cui abbia a venire all'Arsenale un bisogno di tanta quantità
di legname, che ben presto non possa in qualunque tempo in quelle vaste
boscaglie ritrovarsi.
 Un altro ostacolo alle vendite di questi pini era formato dal non poterne
tagliare veruno senza un precedente rescritto dalla Reale Altezza Vostra
<pb n="189"/>
il che ributtava i compratori che non potevano per ogni piccola compra prendersi
l'incomodo volta per volta di mandare un memoriale a Firenze, di procurarne poi
l'informazione dall'Ufizio de Fossi, e di sollecitarne finalmente la spedizione col
pericolo che questa non giungesse in tempo per i loro bisogni, nel mentre che
potevano altrove provvedersi senza il circuito di tali formalità.
 Un tale uso veramente si crede introdotto con una reflessione assai prudente
di non dare a veruno, e nemmeno all'Ufizio de Fossi una libertà smoderata
di tagliare in quelle boscaglie, onde deve considerarsi come un freno ben giusto
allo smoderato arbitrio, che potrebbe in qualche tempo usarsi, questa necessità
del consenso della Reale Altezza Vostra la quale potrebbe, vedendo l'eccessività dei tagli,
sospenderlo; ma dall'altra parte per tal'effetto non ci parve necessario il dare
per ogni piccola vendita un tante volte reiterato incomodo alla Reale Altezza Vostra con
una supplica, la quale era già ridotta a mera formalità; e si giudicò
più espediente che si concedesse all'Ufizio l'arbitrio di far tagliar fino
a una certa moderata quantità, e che solamente in caso che questa quantità
a capo dell'anno si dovesse eccedere, fosse necessario supplicare la Reale Altezza Vostra
e attenderne la sua benigna approvazione, e tal quantità si credè di
poterla con tutta la moderazione fissare al numero quattrocento pini
da sega, di mille da palo, e di cinquecento pertiche.
 In oltre siccome le boscaglie sono alpestri, e scoscese, e perciò vi
sono delle parti comode al trasporto dei pini, e di quelle molto incomode, onde
seguiva che nelle parti comode si andava sempre tagliando, e quelle
incomode restavano illese, e per conseguenza infruttuose, si osservò che in
avvenire per distribuire il taglio con più regolarità, e per cavar frutto da
tutte le parti delle pinete, averebbe potuto l'Ufizio ne' luoghi
scomodi far segare i pini sopra il luogo, e ridurli in tavole, le quali più
facilmente che i pini interi averebbe potuto estrarre da quelle montagne, ed
averebbe in appresso potuto vendere o a Livorno, o altrove con molto
profitto.
 <pb n="190"/>
Con tali provvedimenti, e con osservare che il terreno destinato alle pinete non
manchi, e si riduca al domestico per le coltivazioni che i privati chiedessero in
grazia di fare, si crede che questa entrata fosse capace alquanto di
migliorare, e di ridursi senza dubbio regolare e perpetua. Ma non bisogna
attendere accrescimenti tali da fondarvi grandi speranze; perchè negli anni
ultimi i tagli sono stati piuttosto forzati, onde molte parti delle pinete
restano stracche, e bisogna lasciarle per gran tempo riposare.
 Adunque riassumendo tutti gli articoli di entrata che ha l'Ufizio, si
può ragionevolmente concludere che non vi sia da sperare augumenti sopra la
rendita presente, poichè tutti ne sono totalmente incapaci, eccettuato quello delli
Alberelli, e delle Pinete; e noi abbiamo veduto gli ostacoli ritrovati nel
voler migliorare il primo, e siamo pienamente persuasi della moderazione che bisogna
usare per migliorare il secondo. Sicchè passando a discorrere delle spese, si
potrà comprendere, che anco sopra di esse poco, o niun risparmio possa
sperarsi in favore dell'economia dell'Ufizio.
 Vi è in primo luogo il mantenimento del fosso di Livorno, e di quello di
Ripafratta, per i quali con tutto che si spenda una somma riguardevole, tanto
ogn'uno sa che si spende pochissimo in riguardo al bisogno che vi sarebbe per
tenere franca e spedita la navigazione particolarmente da Pisa a Livorno,
essendo sempre il fosso interrito più del dovere, e restando i navicelli
sottoposti a spessi incagliamenti.
 La fabbrica delle fonti similmente è dispendiosissima, e richiederebbe
per esser ben mantenuta il doppio di assegnamento di quel che ella abbia; onde
ancora questa non è capace di veruna resecazione.
 Quel che si spende in nettature dell'erbe de i Fossi è similmente pochissimo
a quel che si doverebbe spendere, dovendo farsi detta nettatura secondo
le leggi due volte l'anno, la quale veramente si trascura, siccome si trascurano
molti altri bisogni della campagna, perchè mancano li assegnamenti.
 <pb n="191"/>
La pulizia della città è costata per il passato molto più di quel che costi
presentemente, e non può sperarsi di farvi maggiore risparmio, perchè è necessario
che venga usata tutta l'attenzione.
 Il mantenimento de ponti a chi ha girato tutta la campagna, e ha
veduto il pessimo stato in cui si trovano, si potrà facilmente persuadere che non
vi sono state impiegate somme superflue. Per altro sopra questo articolo si
potrebbe proporre un risparmio totale, con liberare in avvenire la cassa
dell'Ufizio da questo peso, incaricandone l'interessati nelle strade, ove i predetti
ponti respettivamente sono situati. Un tale regolamento oltre al produrre
questa piccola utilità all'Ufizio, porterebbe il vantaggio di togliere molte
di queste dispute che sono sopra il mentenimento di questi ponti tra
gl'interessati nel fosso, e gl'interessati nella strada, le quali dispute per mancanza
di una legge chiara, e di una pratica costante, si sono andate sempre più
complicando. Alle volte è accaduto disputare se sia più antico, o più
preferibile, il fosso, o la strada, e alle volte si è praticato di distinguere da qual
causa derivi il danno del ponte che occasiona la spesa; poichè se derivava
dal carreggio, la spesa si posava sopra la strada, e se derivava
dall'acqua la spesa si posava sopra il fosso. Ma la difficoltà di osservare
con regola questa distinzione impegna l'Ufizio in litigi lunghissimi, e per
conseguenza in lunghezza di disborso, anche nel caso che possa la
spesa ripetersi da alcuno degl'interessati. E per tal causa senza pregiudizio
delle liti già introdotte, e veglianti, non ci pare ingiusto il posare per i tempi
futuri tutto il carico di mantenere questi ponti agl'interessati nelle strade,
giacchè le strade senza i ponti non potrebbero di loro natura sussistere.
 Le spese di magazino, e le spese generali dell'Ufizio non sono
suscettibili di resecazioni, perchè contengono tutte le provviste che l'Ufizio deve
fare in legnami, ferramenti, arnesi per i lavori che occorrono, cateratte
<pb n="192"/>
e altro bisognevole per servizio della città in tempo di piene; limosine, e
obblighi, libri eccetera sopra delle quali cose non può sperarsi, anco usandovi tutta la
più straordinaria attenzione, profitto notabile a capo d'anno, e in molti
generi la spesa dipende da casi fortuiti.
 L'interessi annuali de cambi sono un aggravio, a cui non si può
riparare senza che l'Ufizio non si ponga in grado di acquistare una somma di
denaro non necessaria a i lavori della campagna, con cui possa estinguere
i debiti; onde per adesso che la campagna è bisognosissima non sarà poco andare avanti
senza far nuovo debito.
 Restano i provvisionati sopra de' quali non può veramente pensarsi a
veruno risparmio, si perchè il numero di essi non è eccedente alle gravi, e
multiplici incumbenze a cui l'Ufizio deve supplire; anzi riesce molto scarso,
talchè il corso degli affari restava ritardato, di modo che uno de nostri
principali scopi è dovuto essere di alleggerire la fatica a detti ministri col rendere
più facile, e meno laborioso il metodo della scritturazione dovunque si è potuto,
a ciò possino i libri esser tenuti sempre in giorno. Le provvisioni similmente che
l'Ufizio da a detti ministri sono scarsissime, e non hanno incerti di
considerazione che possino rifrancarli. E siccome null'altro deve premere più a questo
Ufizio, che di avere in ogni rango ministri di grande abilità, perchè si tratta di
ministero di somma gelosia, ove l'imperizia può cagionare grandissime
confusioni, e insigni scapiti per la cassa; così per avere al servizio sempre
persone perite, sarà ottimamente impiegata qualunque somma di denaro, e per
conseguenza non può pensarsi a veruna diminuzione degli stipendi presenti,
tanto più che nel rimettere molte esazioni dalla cassa dell'Ufizio, dove si
facevano a i camerlinghi comunali, molti profitti già si sono venuti
a perdere da detti ministri,  per i quali piuttosto meritano qualche
ricompensa, poichè la fatica per tutti resta ben grande.
 Se poi dopo queste spese certe, che articolo per articolo si sono esaminate
<pb n="193"/>
si riguarda l'escavazione de Fossi, nella quale si deve impiegare il
remanente del denaro dell'Ufizio, qui risalterà più che mai quanto grande sia 
il bisogno di spendere per tener sana la campagna, e quanto poco sia lo speso
annualmente per tal causa, come di sopra a i suoi luoghi abbiamo specificato, e quanto 
scarsi per conseguenza siano li assegnamenti dell'Ufizio, come in principio
abbiamo accennato, e come ne siamo con l'ispezione oculare de luoghi chiaramente convinti.
 Volendo adunque proporre qualche cosa che senza grave incomodo di Vostra Altezza Reale
potesse portar sollievo all'Uffizo, non ci è venuto in mente altro di più congruo
e più facile, che l'entrata delle pesche, che la Reale Altezza Vostra ritira in diverse
 parti del territorio pisano, la quale potrebbe per sua clemenza applicarle a questo
Ufizio, per il quale sarebbe conveniente che sopra l'acque che li cagionano tutta
la spesa, potesse in ricompensa ritirare qualche annuale emolumento.
 Le pesche del territorio pisano sono di due sorte; perchè alcune, come si è detto, sono
meri abusi introdotti contro le chiari leggi di questa provincia, e quel che è più
rimarcabile, contro il vero interesse de padroni de' terreni, e in conseguenza di
Reale Altezza Vostra a cui deve complire piuttosto di avere asciutte le vastissime tenute
che vi possiede, che di ritirare il piccolo vantaggio degli affitti di pescha;
di tal sorta sono nelle pianura di Bientina le pesche della Serezza Vecchia,
del Margutte e della Paduletta, nella Valle d'Arno le pesche della Sofina
e delle Bocche di Stagno, nella Valle di Serchio quella di Fiume Morto; e di la
dal Serchio quella della Gusciona ,e della Fossa Magna, l'ultima delle quali
appartiene alla Mensa Arcivescovale di Pisa.
 L'altro genere di pesche sono quelle, dove veramente l'uso del pescare non può
portare danno, come sarebbe nel fiume Arno, e Serchio, nella Serezza Nuova, nella
spiaggia marina, e in Arno Vecchio, ch'è un ramo d'Arno abbandonato, che ha
comunicazione col mare, e non è di veruno uso per lo scolo della campagna.
 Il primo genere di pesche anderebbe abbandonato e dato all'Ufizio de' Fossi
non per formarne un'entrata, ma perchè invigilasse ad abolire effettivamente
<pb n="194"/>
l'uso del pescare, il quale in detti luoghi è perniciosissimo. E una tal concessione
si torna a dire che sarebbe piuttosto di vantaggio, che d'incomodo ai proprietari,
perchè Vostra Altezza Reale ch'è interessato nella maggior parte del territorio pisano,
risentirebbe più d'ogni altro il benefizio dell'abolizione di questo abbuso, e il
simile si deve dire della Mensa, che possiede anch'essa tanti terreni.
E quando pure qualche piccolo scapito nelle prime annate vi dovesse essere,
bisogna avvertire che l'introduzione di tale pesche è un mero abuso contro la
chiara disposizione delle leggi antiche e moderne di questo territorio, il quale abuso
ha potuto forse prender piede per troppo inconsiderato zelo dei ministri delle
possessioni di Vostra Altezza Reale i quali riflettendo al piccolo interesse presente
resultante dalle pensioni dei pescatori, hanno potuto talvolta eludere i clamori
dell'Ufizio dei Fossi, ma sempre contro la vera intenzione de i sovrani
regnanti, i quali ogni qual volta hanno potuto essere informati del vero, hanno
persistito nella volontà di abolire queste pesche, come si può vedere da più
rescritti e ordini che sono nell'Ufizio.
 Le pesche del secondo genere si potrebbero applicare all'Ufizio a puro
oggetto di formarne un'entrata, e di rimediare alla scarsezza de suoi
assegnamenti; e tra queste la pesca d'Arno, e del Serchio non sarebbero di veruno
aggravio a Vostra Altezza Reale, perchè essendo libere, basterebbe darne la privativa 
all'Ufizio, che le potrebbe affittare, e resterebbe solo la pesca d'Arno Vecchio, e quella
della spiaggia marina che si chiama San Rossore detta del Gombo, le quali già si
affittano per conto di Vostra Altezza Reale la di cui munificenza potrebbe gradire di
sagrificarle al vantaggio della provincia pisana in ricompensa di tante
belle possessioni, che con l'industria, e con i regolamenti dell'Ufizio dei Fossi ella
ha nel progresso del tempo prosciugato e acquistato; e in ricompensa del
mantenimento del Fosso di Riprafratta, il quale servendo a i mulini, il di cui utile
si riceve dal patrimonio di Vostra Altezza Reale, parrebbe che anco dal medesimo patrimonio
<pb n="195"/>
si dovesse senza aggravio dell'Ufizio mantenere. 

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo quinto</head>
               <head> Della soprintendenza dell'Ufizio de'
Fossi</head>
               <p> Colle sopradette proposizioni noi crediamo che si possa notabilmente
migliorare lo stato economico dell'Ufizio, e con i regolamenti di cui si è parlato nella parte
seconda noi crediamo che possa mantenersi sana e sempre più bonificarsi la
pianura, per quanto la naturale posizione di essa, e le tenui forze delli scarsi
abitatori di questa provincia permettono. Ma qualunque regolamento per ottimo che
sia per lo più deve riconoscere la felicità dell'esito da chi soprintende
l'esecuzione di esso, giacchè i regolamenti generali non possono nè debbono essere così
minutamente completi, che non lascino gran parte di arbitrio a chi giorno per giorno,
caso per caso deve adattarli alle circostanze quotidiane, le quali infinite
imprevisibili occasioni somministrano di facilitare, di aggiungere, di migliorare,
di correggere ciò ch'è stato da principio pensato, e stabilito, siccome di
superare li ostacoli che non si fussero potuti antivedere, e di trovare sopra il fatto
compensi proporzionati per porre con effetto in esecuzione le massime
raccomandate alla sua vigilanza, secondo il tenore e la mente delle quali può egli,
e deve confermare non solo le operazioni previste e regolate; ma quelle ancora,
che o per troppa piccolezza, o complicazione non possano ridursi a regola, o che
non sono potute per qualunque causa venire in mente a chi ha avuto l'onore
<pb n="196"/>
di servire la Reale Altezza Vostra nella presente commissione.
 Sicchè sopra il buon successo di ogni progetto la principale influenza
viene sempre dal carattere di chi soprintende all'esecuzione, il quale se
si trova persuaso intieramente dalla verità e utilità delle regole ch'egli
deve seguire, se in lui si combinano la probità, l'attività, l'esperienza,
l'accortezza, e la costanza necessaria, tutto riuscirà felicemente; laddove
se manca, o l'interna persuasione, o mancano le qualità sopradescritte,
sempre un numero prodigioso di combinazioni disfavorevoli accaderà
capace di frastornare gli effetti di ogni più ben pensato disegno.
 Adattando dunque questo discorso al caso nostro, si fece da noi
riflessione che la soprintendenza all'esecuzione di tutte le ordinazioni fatte,
e da farsi in questa materia risiede nel Magistrato de' Fossi, che sopra
abbiamo descritto alla parte prima; e che altresì ad esso è attribuita la
giurisdizione, e la cura dell'osservanza delle leggi, da cui risulta una
soprintendenza universale alla quotidiana esecuzione di tutti gli ordini.
E siccome stimiamo, che tale giurisdizione sia per il pubblico bene ottimamente
collocata in detto Magistrato, stabilito a tale effetto fino dagli antichi
tempi con tal necessaria prerogativa, così non ci parve che fusse da proporsi
veruno cangiamento nella medesima, e solo ci restò da fare considerazione sopra
la parte che riguarda la soprintendenza all'amministrazione, alla economia,
ed a i lavori che in qualunque modo sogliono cadere sotto la direzione
dell'Ufizio, la quale importando in somma l'amministrazione di un grosso
patrimonio, e di più la perizia d'impiegar bene le di lui entrate in profitto del
territorio pisano, ha di bisogno di una più speciale vigilanza di quella che
possa prestarli un collegio di persone che non hanno altra voce che collegiale,
e non possono restare sempre adunate per esaminare e risolvere le cose
occorrenti.
 Una tale soprintendenza attuale adunque ci pare totalmente necessario
<pb n="197"/>
che dovesse restare ben collocata, e ci parve che non si potesse raccomandare
che a una persona solamente da scegliersi per la più idonea, acciocche questa
avesse sopra se sola, e indipendentemente da ogni altro tutto il carico
dell'amministrazione dell'economia, e de i lavori che in qualunque modo cadono
sotto la direzione dell'Ufizio, ad effetto che ella dovesse altresi sempre
riconoscersi per la sola debitrice di tutti gli ordini occorsi per le cose suddette,
e potesse con uno spirito uniforme condurre a fine le cose da eseguirsi;
poichè generalmente si fece riflessione che le cose economiche che richiedono
minute, e pronte resoluzioni, male si possono dividere in un collegio di 
persone che si adunano per intervalli; tanto più che si tratta nel caso nostro di
persone, che o sono distratte dalle occupazioni delle altre cariche che hanno,
o si mutano secondo il turno; sicchè non possono essere appieno informate,
nè capaci della continua applicazione che richiedono per queste materie.
Oltre di che in un collegio niuno assumendosi carico speciale della condotta
dell'amministrazione, non vi è chi si prenda la pena necessaria per il
buon successo, e niuno vi è che sia in particolare il vero ed evidente
debitore; onde sempre resta di maggiore vantaggio l'incaricare una persona
sola, che munita di certe regole e della più opportuna e sufficiente
autorità, e degli arbitri necessari, e che sono stati concessi al Magistrato
medesimo, o da esso già praticati altre volte, salva sempre all'istesso
Magistrato la giurisdizione, e cura dell'osservanza delle leggi, debba
prendersi tutto il carico della direzione economica in grado di
poterne sempre render conto.
 È da avvertirsi ancora che in un collegio facilmente si insinua
lo spirito di fazione, il quale rovina totalmente ogni riflesso di ben
pubblico; e in un luogo dove si tratta materie questionabili, come sono i
lavori necessari per la direzione dell'acqua, e dove cadono sotto il giudizio
diversi interessi così complicati di tante persone, è cosa molto agevole
<pb n="198"/>
cadere in differenza di opinioni, e da tali differenze in discordie che
poi si perpetuino in fazioni, che in pregiudizio della verità e della
giustizia abbiano solamente la mira al proprio vantaggio, e all'altrui
depressione.
 Un tal disordine non ci venne solo in mente dal reflettere alla
regola generale delle amministrazioni collegiali che vi sono naturalmente
sottoposte; ma ebbamo il dispiacere di trovarlo al tempo della nostra visita
già d'un pezzo introdotto e cresciuto a segno, che in ogni rango de' ministri
dell'Ufizio già traspariva, e faceva risentire al servizio pubblico le
conseguenze fatali di cui sempre è cagione; e la confusione che regnava
in tutti gli affari dell'Ufizio, l'incaglio della cassa, la negligenza con cui 
era tenuta la campagna, e i clamori si privati che pubblici ben
presto ci assicurarono doversi una gran parte del male attribuire a
questo spirito di contradizione, che divideva gli animi de ministri
tanto superiori che subalterni, e aggiungeva a i mali naturali di
questa azienda ogni giorno nuovi inconvenienti, e l'avevano finalmente
ridotta allo stato deplorabile in cui da noi fu ritrovata.
 Il Provveditore di questo Ufizio doverebbe essere il ministro, a cui
dovesse essere raccomandata la soprintendenza e direzione attuale
dell'economia, e de i lavori; ma crediamo che in qualche caso questa
carica manchi della opportuna autorità; e di più siccome la carica a
tempo della visita si trovò vacante, ed esercitata da un vice
Provveditore con autorità più limitata anche del solito, ciò produceva la
necessità di dover portare all'esame, e decisione del magistrato molti
affari non capaci di tal collegiale discussione, i quali moltiplicando
in tal guisa gli oggetti di disputa e di discordia, invece di essere da una
condotta uniforme e da una assidua attenzione assistiti,
erano sottoposti, a tutte le irregolarità che suol produrre la direzione
<pb n="199"/>
poco attenta, fortuita, incostante, e contraddittoria, quale suole esser quella
di un collegio in se stesso discorde.
 Dovendosi dunque porre un pronto rimedio a tal disordine, non
si seppe da noi conoscere altro più sicuro espediente, che quello di
ristabilire la carica di Provveditore, e di accrescerle ancora la solita
autorità, di maniera che esigendo tutta la più esatta subordinazione dai
ministri e dipendenti dell'Ufizio, potesse non solo eseguire liberamente
tutte le ordinazioni fatte dalla nostra visita, ma ancora in
appresso provvedere di tempo in tempo a tutto ciò che fusse per esigere la
buona economia dell'Ufizio, e il bisogno della campagna secondo la sua
prudenza, e con le solite partecipazioni alla Reale Altezza Vostra, sperando che in
tal guisa la condotta uniforme di una persona abile, e zelante per il
servizio pubblico, e rivestita di sufficiente potere averebbe posto in buon
ordine la confusione, che regnava in tutti i minuti affari dell'Ufizio,
e averebbe calmato le animosità e riuniti gli animi, e dirette in
somma le operazioni di tutti alla buona e felice esecuzione di quanto era
stato disposto e regolato nella nostra visita.
 Fu creduto in oltre che a una tal carica dovesse essere unita la
Soprintendenza generale al patrimonio delle comunità del territorio
pisano, si per esser tutte le comunità interessate ne i lavori che ogni
anno fa fare l'Ufizio, si perchè avendo ciascheduna comunità dei
soprintendenti particolari, la sottoscrizione de quali si ricerca ogni qual volta
si tratta di fare qualche lavoro a spese della medesima; e seguendo che alle
volte questi soprintendenti troppo facilmente fanno, o ricusano di fare le dette
sottoscrizioni, così è ragionevole che vi sia un soprintendente generale
che possa in caso di bisogno giudicare se a torto o a ragione siano
prestati, o recusati detti consensi, e possa quando i lavori sono necessari, e
l'indugio pernicioso, supplire con la propria firma a quella che manca, siccome
<pb n="200"/>
opporsi alla superfluità delle spese, e de i lavori alle volte inutili, e
alle volte dannosi, che spesso si propongono. E tal cosa si accorda
con l'estensione della potestà ordinaria dell'Ufizio, poichè essendo il medesimo
Magistrato che ha giurisdizione sopra i fossi, e sopra le comunità del
territorio pisano, come abbiamo sopra spiegato alla parte prima, così
è coerente a questa unione, che quello a cui è raccomandata la
soprintendenza attuale dell'economia dell'Ufizio de' Fossi, soprintenda ancora
all'economia delle comunità al medesimo Ufizio sottoposte.
 Oltre a ciò fu stimato opportuno che il detto soprintendente restasse
dispensato dall'intervenire nel Magistrato per non distrarlo dalla più assidua
indispensabile vigilanza alle continue particolari occupazioni, di cui
sarà sempre caricato, con lasciare però in libertà del medesimo di potervi
intervenire ogni volta che egli lo credesse necessario.
 Questo nostro pensiero essendo stato approvato dal Consiglio di Reggenza,
e col fine sopra esposto, e colle accennate facoltà essendo stato prescelto
pee la carica di Soprintendente il Cavaliere Francesco Pecci nostro collega in
questa deputazione, abbiamo avuto il piacere di vedere coll'esperienza
avverate le nostre reflessioni, e di vedere come in poco tempo egli ha
potuto correggere gli errori di una disordinata amministrazione, e
riempiere di denaro sufficiente la cassa già esausta, e fare nell'istesso
tempo tanti progressi ne i lavori della campagna da far risorgere le
speranze abbattute degli afflitti abitanti, che vedevano perdersi le
loro belle possessioni senza che vi apparisse altro rimedio, che il
doverle quasi ricomprare a forza d'imposizioni, che essi temevano quanto i
danni che allora soffrivano, e cagionavano le pubbliche e private querele
che per diverse parti furono avanzate al trono di Vostra Altezza Reale. Un tal felice
<pb n="201"/>
cambiamento accaduto in meno di due anni di tempo si deve non solo
attribuire al singolare talento di detto soprintendente, quanto alla di lui assidua e
ostinata fatica e applicazione, e alla lodevole costanza con cui egli ha superati
tutti gli ostacoli che si sono andati presentando all'esecuzione de nuovi stabilimenti
i quali però hanno potuto questo territorio pisano porre in tal grado, che da qualunque
 aiuto che la munificienza di Vostra Altezza Reale si degni darli, possa sperarne evidenti e
amplissimi vantaggi, e possa la Reale Altezza Vostra vedere in breve tempo i frutti delle sue
paterne clementissime cure.
 Ritornando al Magistrato, questo da noi fu creduto che dovesse seguitare
nell'esercizio della sua solita giurisdizione, e che dovesse esserli raccomandato con tutta
la premura l'invigilare all'osservanza delle leggi dalla quale dipende la salute
di tutta quella provincia. E per ridurre più semplice la direzione di questi affari
fu stimato conveniente di sopprimere il Magistrato di Coltivazioni e Fabbriche,
di cui abbiamo sopra parlato alla parte prima, e di aggregarne tutta la
giurisdizione e autorità al Magisrato de' Fossi, non essendo necessaria in materie
tanto affini e connesse questa reduplicazione di magistrati, la quale più tosto
genera confusione che facilità.
 Per servizio degli affari contenziosi si stimerebbe bensì necessario di
ristabilire la carica dell'Assessore dell'Ufizio de Fossi, la quale è vacata da
qualche anno in qua e non è stata di poi conferita a veruno. Del rimanente
le leggi dell'Ufizio con tutto che in qualche articolo non possino essere
adattate a i tempi presenti, sono saviamente pensate, e non vi è multiplicità nè
confusione tale, che esiga che si pensi a nuova compilazione o
promulgazione, servendo solo nelle cose che si sono nella visita credute degne di
cangiamento, che si approvi e si osservi la presente relazione, uniformandosi
nel restante agli ordini antichi, in cui non crediamo che per ora debba
farsi altra novità.
 <pb n="202"/>
Resta finalmente da considerarsi che siccome questo Magistrato non risiede
in Firenze, così è necessario all'ogetto che Vostra Altezza Reale possa essere regolarmente
informata degli affari del medesimo, e possa il medesimo ricevere gli ordini
supremi con la dovuta puntualità, che sia sempre incaricato in Firenze
qualche ministro a tenere il carteggio, e fare il rapporto alla Reale Altezza Vostra degli
affari di tal genere, e da essa intendere le sue sovrane determinazioni.
Una tale ingerenza è stata per i tempi passati esercitata da i ministri
che componevano la congregazione di Livorno, finchè questa ha sussistito.
Soppressa che fu questa congregazione, non fu surrogato alcuno, e furono
i negozi di questo Ufizio trattati confusamente e dispersi senz'ordine,
parte a i consigli, parte anco alla consulta, e senza aver persona che
avesse l'obbligo di prendere speciale informazione, e fusse incaricata di
sollecitarne, e dirigerne l'opportuna spedizione. Dopo la visita fatta
dalla nostra deputazione ho avuto io l'onore di esercitare questa
ingerenza fino al presente, come un residuo della deputazione predetta,
e all'oggetto di eseguire e perfezionare i regolamenti nella visita
disegnati, e proposti. Sicchè in oggi sta a Vostra Altezza Reale a comandare come voglia
restar servita per l'avvenire.

</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>Capitolo Finale</head>
               <head> Capitolo finale</head>
               <p> Questo è quello che in esecuzione del benigno motuproprio
di Vostra Altezza Reale del di <date value="17400418">18 aprile 1740</date> è stato operato dalla nostra
deputazione in benefizio del territorio pisano, e che io sopra le disposizioni già
fatte in tempo della visita, e sopra le riflessioni, e i sentimenti di
tutti i miei colleghi, e degli eccellenti periti che accompagnarono la
nostra deputazione ho potuto raccogliere per rappresentarlo alla Reale Altezza Vostra
<pb n="203"/>
nella comandata relazione, la quale non prima d'oggi mi son dato l'onore
di inviarle, perchè non prima si sono potute maturare le osservazioni
fatte con i sufficienti riscontri, nè verificarle con qualche esperienza com'era
ben giusto di fare avanti di avanzarle al sovrano discernimento di Vostra Altezza Reale.
 Anzi siccome non è potuta ancora aversi compita una pianta
esatta e misurata della pianura pisana ordinata già dalla nostra
visita, ho stimato bene in attenzione che questa pianta si perfezioni a misura
che la delicatezza del lavoro richiede tempo, di non trattenere frattanto
di chiudere la presente relazione, corredandola di piante in parte
dimostrative, le quali per l'intelligenza delle cose qui contenute stimo per ora
sufficienti.
 Una tale relazione potrà dare un'idea alla Reale Altezza Vostra
dell'importanza di questo territorio, e del nostro operato fino al presente per liberarlo da i
danni, a cui si trovava sottoposto, e potrà persuadere la somma
prudenza della Reale Altezza Vostra della necessità, e profitto che vi è d'invigilare
sempre più al mantenimento, e migliorazione di questa campagna; onde
è sperabile che ella colla sua sovrana approvazione darà
impulso alle più grandiose operazioni che restano da farsi in vantaggio
della medesima, che sono prima il canale sotto il letto d'Arno per dare
scolo alla pianura di Bientina di cui sopra abbiamo parlato
al capitolo <num>3</num> parte seconda da farsi a spese degl'interessati, seconda la
colmata de paduli adiacenti al Lago di Maciuccoli, di cui sopra
abbiamo parlato al capitolo <num>5</num> parte seconda da farsi a spese dello Scrittoio
della Reale Altezza Vostra proprietario di detti paduli, o di chi la Reale Altezza Vostra con
qualche agevolezza e privilegio ponesse in grado di prendere tale impegno,
terza l'antifosso del fosso Reale di cui sopra abbiamo parlato al
capitolo <num>9</num> di detta  parte seconda da farsi a spese degl'interessati nella
<pb n="204"/>
pianura tra le colline e il detto fosso Reale, quarta la colmata della
Tora di cui sopra abbiamo parlato al medesimo capitolo <num>9</num> da farsi a spese
dello Scrittoio di Vostra Altezza Reale unico proprietario delle terre da colmarsi;
quinta le colmate dell'Ugione e della Cigna di cui sopra abbiamo
parlato al capitolo <num>10</num> di detta parte seconda per interrire i paduli vicino a
Livorno, le quali servendo alla sanità dell'aria di Livorno più che
a qualunque altro reflesso, sarebbe giusto che la comunità medesima di
Livorno ne soffrisse la spesa, la quale potrebbe anco fare con
speranza di qualche altra utilità, quando prendesse a livello dalla Mensa
Arcivescovale di Pisa i predetti paduli che in gran parte sono di suo
dominio.
 Generalmente ancora non si deve tralasciare di mettere in
considerazione a Vostra Altezza Reale che saranno ottimamente impiegate tutte le
premure che ella si degnerà avere per profittare d'ogni occasione che si
presenti per moltiplicare nella campagna le case, il numero delle quali
riesce scarsissimo, particolarmente nella valle d'Arno; onde sarà sempre
un oggetto ben degno di aversi in vista dalla prudenza di Vostra Altezza Reale;
la quale e come sovrano del paese, e come proprietario di gran parte
del terreno potrà facilmente, o con edificare a conto proprio, o con
l'agevolare altrui i mezzi di fare tali edifizi, provvedere a un articolo così
importante si per l'utile privato, che per il benefizio universale della
popolazione, che a poco a poco in queste fertili pianure sarebbe in grado
di ampliarsi.
 Del rimanente essendo ai bisogni più pressanti dell'Ufizio stato
posto in qualche guisa riparo, resta solo che Vostra Altezza Reale nell'onorare di un
benigno compatimento quel che si è operato, si degni di dichiarare la
sua volontà sopra le pinete, che si disastrano in servizio delle
fortificazioni, come sopra abbiamo esposto al Capitolo <num>4</num> di questa parte terza,
<pb n="205"/>
e sopra l'abolizione delle pesche illecite nei canali di scolo, e sopra la
concessione dell'altre pesche lecite per accrescere le scarse doti dell'Ufizio, e 
sopra la liberazione dell'Ufizio medisimo dall'obbligo di resarcire i
ponti, che più congruamente doverebbe, come abbiamo detto, soffrirsi
dall'interessati nelle strade.
 E resta finalmente che la Reale Altezza Vostra si compiaccia nominare il
ministro che in Firenze deve attendere agli affari dell'Ufizio, e di
nominare il mattematico che dev'essere il consultore del medesimo Ufizio, in
ordine al quale saranno opportunissimi gli ordini più precisi, e più vigorosi
ch'ella si compiacerà dare, perchè si osservi l'esclusiva di tutti i lavori
straordinari e della maggior importanza, come sarebbero quelli da costruirsi nelle
ripe de fiumi, o quelli che dassero un nuovo corso e nuovo regolamento alle
acque, quando i medesimi non avessero la di lui approvazione. Anzi essendo in
tal guisa posto il sistema dell'Ufizio in grado di essere meno che sia
possibile sottoposto agli sbagli in materia di lavori, si crede che il miglior
servizio della Reale Altezza Vostra richiederebbe ch'ella non permettesse mai, che nel
territorio pisano si facesse alcuna operazione intorno alle acque
indipendentemente dal ministero dell'Ufizio suddetto, e delle regole come sopra
stabilite, e ciò quantunque si trattasse o del particolare interesse delle sue
possessioni, o di qualunque altro riflesso, perchè in questo territorio ella
non può avere miglior mezzo di farsi servire che questo ministero, il
quale per l'esperienza che averà del luogo, e per la necessità che sempre
vi sarà di tenervi impiegati de i valenti uomini, sarà preferibile
ogni altro architetto straniero; e l'esperienza dei tempi passati ci
fa avvertiti a diffidarsi de' progetti non bene esaminati, e non
conformi alle buone regole dell'Ufizio; ed è sempre bene che tutto il movimento delle
acque di questa provincia sia diretto con massime costanti e uniformi
<pb n="206"/>
dall'istessa mente, e dall'istesso spirito.
 E qui parendomi di avere adempito alla commissione di cui io
era stato incaricato, rendo umilissime grazie alla bontà di Vostra Altezza Reale
per l'onore fattomi di stimarmene degno, e pregandola di un
benigno compatimento, se la mia tenuità non ha saputo, nè potuto
corrispondere all'importanza, vastità, e complicazione della
materia che doveva trattarsi, mi dichiaro con vivo desiderio
di nuovi suoi ordini, e con la più perfetta sommissione.
 Firenze <date value="17431009">9 ottobre 1743</date>
 Di Vostra Altezza Reale 
 Umilissimo servo, e suddito
 Pompeo Neri.
</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="indice">
            <head>Indice generale</head>
            <head>Tavola generale dei capitoli</head>
            <pb n="207"/>
            <div2 type="indice">
               <head> Parte prima</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1</num>  Che serve d'introduzione <num>1</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>2</num>  Descrizione del territorio pisano <num>6</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>3</num>  Del Magistrato de Fossi, e sua giurisdizie e soprintendenza <num>9</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>4</num>  Dell'entrate assegnate all'Ufizio de Fossi <num>18</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>5</num>  Delle spese che debbono farsi a carico dell'Ufizio de Fossi <num>39</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>6</num>  Delle spese a cui l'Ufizio de Fossi soprintende
rimborsandosi sopra i particolari <num>43</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>7</num>  Del concorso degli ecclesiastici alle imposizioni
dell'Ufizio de Fossi <num>51</num>
                  </item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="indice">
               <head>  Parte seconda</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1</num>  Divisione della Pianura Pisana <num>73</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>2</num>  Del fiume Arno <num>76</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>3</num>  Degl'influenti del fiume Arno <num>95</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>4</num>  Del fiume Serchio <num>118</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>5</num>  Della campagna adiacente al lago di Maciuccoli <num>120</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>6</num>  Della campagna adiacente al fiume Morto <num>126</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>7</num>  Del fosso Reale o Calambrone <num>129</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>8</num>  Della pianura interposta tra Arno, e fosso Reale <num>137</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>9</num>  Della pianura interposta tra fosso Reale, e le Colline <num>148</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>10</num>  Della pianura di Livorno <num>154</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>11</num>  Della città di Pisa <num>157</num>
                  </item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="indice">
               <pb n="213"/>
               <head>Parte terza</head>
               <list>
                  <item> Capitolo <num>1</num>  Dello stato dell'azzienda dell'Ufizio de Fossi <num>163</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>2</num>  Proposizioni per assicurare all'Ufizio de Fossi il pronto,
e totale rimborso di quello che egli spende per conto
 de' particolari <num>172</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>3</num>  Proposizione per evitare le spese inutili <num>182</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>4</num>  Proposizioni per rimediare alla scarsità dell'entrate
proprie dell'Ufizio <num>185</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo <num>5</num>  Della soprintendenza dell'Ufizio de Fossi <num>196</num>
                  </item>
                  <item> Capitolo Finale <num>205</num>
                  </item>
               </list>
            </div2>
            <div2 type="indice">
               <head>Indice delle piante</head>
               <list>
                  <pb n="214"/>
                  <item>Pianta generale del piano di Pisa                          <num>I</num>
                  </item>
                  <item> Pianta del piano di Livorno                                     <num>II</num>
                  </item>
                  <item> Pianta della pianura di Bientina                               <num>III</num>
                  </item>
                  <item> Pianta di livellazione e dimostrazione della
spesa che si crede necessaria per la botte
sotterranea stata progettata per lo scolo
dell'acque di Vico eccetera sotto il letto d'Arno                 <num>IV</num>
                  </item>
                  <item> Pianta del corso d'Arno dalla Cecinella fino
 al mare                                                           <num>V</num>
                  </item>
                  <item> Pianta del corso del fosso di Ripafratta dal
 Serchio fino all'Arno                                            <num>VI</num>
                  </item>
                  <item>Pianta dei bagni di Pisa                                       <num>VII</num>
                  </item>
                  <item> Pianta della pianura di là dal Serchio                        <num>VIII</num>
                  </item>
                  <item> Pianta di livellazione di Pietra a Padule                       <num>IX</num>
                  </item>
                  <item> Pianta della pianura tra il Serchio e l'Arno                     <num>X</num>
                  </item>
                  <item> Pianta della pianura tra Arno e il fosso Reale                  <num>XI</num>
                  </item>
                  <item> Pianta del corso del fosso Reale                               <num>XII</num>
                  </item>
                  <item> Pianta della città di Pisa                                    <num>XIII</num>
                  </item>
               </list>
               <pb n="215"/>
            </div2>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>