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      <title>Parere sopra il Salterio ebraico</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>19 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<div1><head>PARERE SOPRA IL SALTERIO EBRAICO</head>

<p> <emph>versificato dal comm. Giovambattista Co. Gazola sulla italianizzazione dell'Abate Giuseppe Venturi con testo e note. Verona, dalla Tipografia Mainardi, 1816, fasc. I e II, cioè libri I e II.</emph></p>

<p>	Dire che quest'opera è utile e non manca di novità non è lodarla leggermente, difficilissima cosa essendo, come ognun vede, trattare utilmente e in nuova foggia, materie infinite volte trattate da uomini sovente non dispregevoli. «Io intendo,» dice il sig. Ab. Venturi, «di ammettere per base del mio lavoro tal quale si è l'attual Testo Ebraico e secondo le consonanti e secondo le vocali... far conoscere io voglio agli Italiani... il testo del Salterio, quale ora si trova in uso presso gli esuli discendenti dal prisco Israello». Questo scopo è utile, e certo profittevolissimo deve essere agl'Italiani un volgarizzamento del Salterio diligentemente fatto sopra il testo Ebraico, che mal si lusingherebbero essi di conoscere sì compiutamente col mezzo della Vulgata. La prefazione del Venturi non ha cosa che non meriti lode, salvo forse il cominciamento che sa un po' di vecchio, e alcuna nota che mi par faccia ingiuria ai lettori, dichiarando cose conosciutissime le quali chi non sa, non apre il<title>Salterio Ebraico Italianizzato</title>, come è quella che ragguarda il decreto del Concilio di Trento sull'uso della Vulgata. L'opera è partita in quattro colonne. La prima contiene il testo in caratteri Ebraici, la seconda ha la version poetica, la terza la interpretazione del Venturi, la quarta le sue Annotazioni. Duolmi che alla prima colonna manchino i punti vocali, essendochè, se io non erro, molti leggono speditamente scritture ebraiche coi punti, che senza, non possono leggere nè intendere, privi come sono di uso che basti. Ma di questo difetto essendosi il Venturi scusato nella sua prefazione, e' si converrà sopportarlo senza mormorarne. Degli accenti, tutti, tranne pochissimi, più che inutili, poco o nulla mi cale. La interpretazione del Venturi è fedelmente e accuratamente fatta; ma tra perchè la non fosse anzi barbara che italiana, tra per dilucidare i luoghi oscuri, l'autore ha soventi volte aggiunto alcuna cosa, o cangiato alcuna frase del testo: e per vero dire, molti di questi aggiungimenti o cangiamenti non m'appaiono necessari. A cagione di esempio sul bel principio nel primo versetto del salmo primo: «Benavventurato chi non mosse il piede al consiglio degli empi, nè mai si soffermò sul sentiero de' peccatori, e pria morrebbe che seder sulla cattedra de' beffatori»; non ben veggo per qual ragione il traduttore non abbia renduto il <emph>lo jasciàb non sedè</emph>, semplicemente come il <emph>lo halàch non andò</emph>, e il <emph>lo ghuamàd non ristette</emph>, ma v'abbia aggiunto del suo il «pria morrebbe». Il testo del salmo terzo, versetti secondo e terzo, ha: <emph>Adonàj mahrabbu tzaraj: rabbim Kumìm ghualàj. Rabbìm omerìm lenàfsci: en jesciughuàthah lo belolùm.</emph> «Signore, quanto sonsi moltiplicati i tribolatori miei! Molti levansi contro di me: molti dicono dell'anima mia, non è salute per lei in Dio, cioè, non isperi scampo da Dio»: e la traduzione del Venturi: «O Signore, quanto si moltiplicarono i miei tribolatori! <emph>pressochè tutti levaronsi</emph> contro di me. <emph>Pressochè tutti</emph> van' dicendo di me: <emph>Non v'ha più scampo per lui; Iddio stesso lo abbandonò</emph>». Il versetto terzo del salmo quarto si legge nel testo così: <emph>Bené isc ghuad-mèh chebòdi lichlìmmah theehabùn rik tebakkèsciu chazàb</emph> le quali parole, se il senso adottato dal traduttore è il vero, significano: Figli dell'uomo (che vale popolo <emph>esimio</emph> o <emph>forte</emph>, o, come interpreta il Venturi, <emph>prediletto</emph>, poichè il testo ha <emph>isc viri</emph> non <emph>adàm hominis</emph>: e veggasi il terzo versetto del salmo XLIX) «e sino a quando, gloria mia, vituperevolmente amerete la vanità e andrete in traccia della menzogna?». Il Venturi volta: «Popolo prediletto, ma incostante, in sino a quando voi, che eravate la gloria mia, vituperevolmente seguirete la vanità dell'usurpatore, e vi darete alla menzogna?». In questa traduzione disparisce moltissimo dell'affetto che sgorga dal <emph>chebòdi</emph> «gloria mia» dell'originale: e il «che eravate» sembra anzi arbitrario che no. La stessa cosa (e sia detto qui in passando) può notarsi nella traduzion poetica:
<quote rend="block"><lg>
<l>Fin a quando infidi sudditi,</l><l>
Già mia gloria, seguirete</l><l>
Uno stolto usurpator?</l><l>
E le vie calcar vorrete</l><l>
Della frode e dell'error?</l>
</lg></quote></p>
<p>	Ma già io penso che <emph>lichlìmmah</emph> non possa in verun conto rendersi: «vituperevolmente» e che però il vero senso del primo emistichio non sia il seguìto dal Venturi. Nel terzo versetto del sesto salmo, l'emistichio: «poichè illanguidisce la forza mia», fa che molto illanguidisca la forza della dizione che si ravvisa nel testo, nè rende tutti i significati che insieme si contengono nelle parole: <emph>chi nìbhalu ghuataznài</emph> «poichè turbaronsi le mie ossa». Al salmo e versetto decimo, la versione ha: «onde cadano in sua mano gli sciagurati» dove nel testo per «in sua mano», si legge: <emph>baghuatzumàn</emph> «tra i suoi forti», o sia «nelle sue forze», che più acconciamente per avventura avrebbesi potuto tradurre: «in sua forza», quando «essere, venire in forza» di qualcuno, ed «avere in sua forza» sono ottime frasi usate dai migliori.</p>
<p>	Notare qualche errore di lingua, come <emph>incuria</emph> (Pref. p. III, lin. 23) <emph>verseggiatore</emph> (Lib. I, p. 47, col. 2, lin. 4, p. 99, col. 2, lin. 18, p. III, col. 2, lin. 33, Lib. II, p. 45, lin. 15) <emph>mezo</emph> costantemente per <emph>mezzo</emph>, regalato anche a Dante; e forse ancora <emph>sortire</emph> usato un po' troppo frequentemente alla francese per <emph>uscire</emph>, (Lib. I, p. 57, col. 1, lin. 8, col. 2, lin. 16, p. 79, col. 4, lin. 19, pag. 137, col. 4, lin. 27, ec.) che però nella Crusca ha per se l'esempio del Buonarroti, sarebbe cosa da pedante. Ben parmi da non approvare il costume che tiene il Venturi, seguìto anche nella traduzion poetica, di scrivere <emph>Zionne</emph> per <emph>Sionne</emph>, a cagione, dice, dello <emph>Tzàde</emph> che egli pronunzia <emph>Zzàde</emph>. Ma tante essendo le diverse maniere di legger le lettere ebraiche che tengono ora i dotti, e queste per ordinario dissimili a quella in che noi pronunziamo i nomi Ebraici, volere accomodar questi alla sua maniera, sarebbe mettersi a rischio di non essere inteso. Chi in <emph>Rìbkah</emph> troverebbe <emph>Rebecca</emph>, in <emph>Jiscmaghuèl</emph> o <emph>Jiscmanhèl</emph>, o <emph>Jiscmanghèl, Ismaele</emph>, in <emph>Lèah</emph> Lia, in <emph>Boghuòz</emph> o <emph>Bonhòz</emph> o <emph>Bonghòz</emph> Booz?. E sì il Venturi nel<title>Sefèr Tholedòt, libro delle generazioni</title>, o sia Genealogia da Tare a David, che è nell'ultima faccia del secondo fascicolo, ha dato tutti questi nomi come s'usa pronunziarli comunemente, anzi ha pure scritto: <emph>Isacco</emph> non <emph>Izacco, Phares</emph> non <emph>Pharez, Esron</emph> non <emph>Ezron, Sarvia</emph> non <emph>Zarvia</emph>, benchè l'Ebraico di questi nomi abbia appunto lo <emph>Tzàde</emph>, onde non so perchè il solo Sionne abbia avuto la sventura d'increscergli. Ma infinechè si tratta di un solo nome, la cosa è di piccolo momento, e queste macchie, se il sono tutte che io ho creduto scernere, sì son lievi, che anche con esse, l'opera del Venturi, si rimane utilissima e degnissima d'esser letta, e lodata da qualsisia dotto.</p>
<p>	Veggo che ora mi conviene parlare della version poetica del Sig. Commendatore Conte Gazola, e mi spiace, perchè lettala pur ora, io son tutto ghiaccio, nè vorrei dir cosa alcuna, ma poichè pur debbo dire, dirò certo il vero, o quello che mi par vero. Gran freddo è ciò che io ho sentito in correndo questi paesi Ebreo-Italiani, e so di certo che tutto il debbo alle <emph>leggi severissime</emph>, che come ne fa avvisati egli stesso, ha creduto doversi imporre il Sig. Commendatore; empie leggi contra le quali non posso adirarmi a bastanza. Poco importa al lettore che il metro della traduzione somigli quello che si pretende scorgere nel testo; pochissimo, che la versione serbi la distinzion de' versetti che è nell'originale; niente che i salmi, alfabetici o acrostici nel testo, il siano altresì nella traslazione: ma molto che il traduttore si vegga acceso, avvampato dal fuoco dell'originale; moltissimo che la traduzione conservi la semplicità, la forza, la rapidità, il calore della fantasia orientale e profetica (si considerino bene ad una ad una tutte queste doti sustanzialissime che mancano quasi sempre all'opera del N.A.), sommamente che la versione il commuova quasi come il commuoverebbe l'originale, e come forse il commuove alcuna interpretazione in prosa che non ha altro pregio che la fedeltà, e la stessa Vulgata. Le troppe difficoltà (delle quali io penso sia stata la massima quella della rima, con cui sembra impossibil cosa fare una buona traduzione, e che pure in questa sorta di poesia per nostra mala ventura appar necessaria) han fatto, se io non erro, che il terribile <emph>mediocre</emph> si affacci alle labbra di chi legge questa versione. Non negherò già io che il Salterio del Gazola sia più fedelmente composto, forse anche assolutamente migliore di tutti gli altri Salteri poetici Italiani venuti in luce fino ad ora, ma questa, non parrà, credo, grande cosa a chi consideri che ove gli emuli son più che deboli, il trionfo è senza molta gloria. Annegati brevissimi versetti in altrettante strofe, temperato il calore vivissimo dell'originale, annacquate le frasi, allentato il corso rapido della poesia profetica, resta una copia languida e smorta, in cui a quando a quando si travede alcuna bellezza, solo perchè l'originale traspare necessariamente. Si chiederanno esempi di tutto questo: io dirò: leggete il primo salmo, indi il secondo, poi il terzo e gli altri, e se vi sentite trasportare, e levare sopra voi stessi, se tremate, piangete, avvampate, esultate col poeta, se ravvisate anche nel traduttore l'uomo ispirato e intento ad altro che a cercare le rime, a dare al verso la giusta misura, e a fare che il versetto a qualsisia costo tocchi e non sorpassi i confini della strofa, dite pur senza tema che io ho il torto, ed io stesso ne sarò lieto. Ma perchè ad ogni modo si vorrà qualche esempio, aprirò il libro e recherò i luoghi che mi vedrò innanzi. Esempi d'allungamento siano questi.</p>
<p>	Salmo quinto, versetto secondo: «Ascolta, signore, le mie parole, intendi i preghi miei».
<quote rend="block"><lg>
<l>Deh vi piaccia d'accoglier pietoso</l><l>
Di mia voce le fervide note:</l><l>
Dell'afflitto mio cor sospiroso</l><l>
Le incessanti preghiere devote</l><l>
Deh! vi movan signore a pietà!</l>
</lg></quote></p>
<p>	Salmo nono, versetto quarto: «In rivolgersi indietro, precipiteranno e periranno i miei nemici al tuo cospetto».
<quote rend="block"><lg>
<l>Fugge, fugge per subito spavento,</l><l>
Sebben non vegga ancor chi lo persegua,</l><l>
Il mio nemico; e cade, e si dilegua,</l><l>
Al cospetto di Dio, qual fumo al vento.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Un verso intero e due emistichi aggiunti in quattro versi. Salmo decimonono, versetto terzo: «L'un giorno il dice all'altro, e l'una l'insegna all'altra notte».
<quote rend="block"><lg><l>L'un giorno che tramonta</l><l>
L'accenna al dì vegnente:</l><l>
L'una all'altra il racconta</l><l>
La notte e la possente</l><l>
Virtù di Dio infinita</l><l>
Anche tacendo addita.</l></lg>
</quote></p>
<p>	Salmo quarantottesimo, versetto sesto: «Essi la viddero, stupirono, si turbarono, fuggirono».
<quote rend="block"><lg><l>Non appena dappresso alle sue mura</l><l>
Baldanzosi si fero,</l><l>
Il loro orgoglio altero</l><l>
Da vergogna fu domo e da paura:</l><l>
La viddero: stupiro:</l><l>
Tremarono: fuggiro.</l></lg></quote></p>
<p>	Quattro versi inutili in sei. Luoghi così fatti potrei recar tanti che il lettore avria chiuso gli occhi o il libro prima che io fossi nel mezzo del cammino. Chi è vago di questa sorta di delizie può vedere anche il primo versetto del salmo ventesimoterzo, il versetto decimo del salmo trentesimosettimo, il decimo pure e il decimoterzo del quarantottesimo salmo. Esempi di forze moltissimo attenuate son già tutti i passi addotti: pur vo' recarne altro più evidente. Salmo quinto, versetto ultimo: «Poichè tu, Signore, benedirai il Giusto, ci coprirai colla tua benevolenza come con uno scudo».
<quote rend="block"><lg>
<l>Poichè, o Dio, voi farete godere</l><l>
Ricco dono di grazie ed eletto</l><l>
All'uom giusto da Voi benedetto:</l><l>
E del vostro amoroso Volere</l><l>
Collo scudo il vorrete coprir.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Per esempio di bellezze immolate al metro, veggasi il sublime maraviglioso salmo ottavo che il Sig. Commendatore, sfrondandolo, e storpiandolo, ha cacciato a viva forza entro un sonetto. Trovare altri esempi, chi ne bramasse, sarà agevol cosa, solo che aprasi il libro. Or basta, perciocchè <emph>I' sento già stancar la penna.</emph></p>
<p>	Non parlo degli errori di lingua, come <emph>usare</emph> per <emph>valersi</emph>, col secondo caso (Pref. pag. XV. lin. 23); <emph>ritardare</emph> in significato neutro (Lib. I. pag. 16. col. 2. lin. 5); <emph>per il reo delitto</emph> in vece di <emph>per lo</emph> (Lib. II. pag. 48. lin. 12), che pure avrebbesi potuto sfuggire in un'opera di bella letteratura.
<quote rend="block"><lg><l>I tuoi confini a limite</l><l>
Avranno il mondo intero</l></lg></quote></p>
<p rend="noindent">nel secondo salmo, versetto ottavo, parmi grosso errore di dizione. Chi dicesse: <emph>i confini del tuo regno saranno quelli del mondo</emph>, ben direbbe; ma come mai possono i confini di uno spazio avere a limite lo spazio stesso? Quell'usar sempre parlando a Dio la seconda persona plurale, m'appar cosa molto importuna, nè veggo perchè gl'Italiani, almeno in poesia, abbiano a seguire un costume rigettato dai nostri insigni scrittori e ignoto agli Ebrei, ai Greci, ai Latini che conobbero il grande e il sublime certo non meno di noi.</p>
<p>	Ma per fare aperto che bramo lodare e che ove nol fo credo di nol potere, arrecherò una strofa che mi piace per sè stessa, non badando al testo. È il settimo versetto del salmo quarantottesimo.
<quote rend="block"><lg><l>Ivi improvviso in mezzo a lor si sparse</l><l>
Freddo tremor mortale:</l><l>
Tremore a quello eguale</l><l>
Di donna, che al primiero avvicinarse</l><l>
Dell'esser madre l'ora</l><l>
Trepida e s'addolora.</l></lg></quote></p>
<p>	Vivo e rapido è il passo del decimottavo salmo, dall'ottavo versetto al decimosesto:
	<quote rend="block"><lg><l>Al tuo cospetto — la terra smovesi,</l><l>
Ed al suo sdegno — i monti squotonsi,</l><l>
E vacillar'!</l>
</lg>
<lg><l>
	Il fumo a vortici — sue nari esalano</l><l>
E da sue labbia — scorrono fuori</l><l>
E fuoco e fulmini — distruggitor'.</l>
</lg><lg><l>
	Abbassò i cieli, — e giù ne venne:</l><l>
Sono le nubi — sotto i suoi piè.</l>
</lg><lg><l>
	Da Cherubini portato egli è,</l><l>
Vola de' venti in sulle penne.</l>
</lg><lg><l>
	Notte lo ammanta — misteriosa</l><l>
E nube densa — caliginosa</l><l>
E l'acque formangli — padiglion.</l>
</lg><lg><l>
	Fra le nubi il suo volto lampeggia:</l><l>
Ecco grandine e globi di foco:</l>
</lg><lg><l>
	Spesso tuono per l'aer romoreggia,</l><l>
Dell'Eccelso ell'è voce che echeggia,</l>
</lg><lg><l>
	Fra la grandine, e i globi di foco.</l><l>
Folgori accendonsi</l><l>
L'empio perì:</l><l>
Saette fulminano</l><l>
L'empio svanì.</l>
</lg>
<lg><l>
	Apparve al dì</l><l>
Dell'acque il fondo:</l><l>
E discoprì</l><l>
Sue basi il mondo:</l><l>
Al soffio irato</l><l>
Di Dio sdegnato.</l></lg></quote></p>
<p>	Salvo la voce <emph>padiglion</emph> che quadrisillaba non ha buon suono, tutto in questo passo è bello, magnifico ed espressivo; e se l'intero Salterio fosse tradotto in questa guisa, non sarebbe da bramare in Italia altra traduzione de' Salmi. Egli è vero che 'l traduttore è stato più felice ove si è veduto più libero, sì come in questo passaggio e in tutto il salmo quarantottesimo, in cui egli ha sparso rime a suo talento, ed ha usato un acconcio metro anzi facile che no, benchè simile a quello che si crede ravvisare nel testo. Ripeto dunque, e parmi a buon dritto, che le infinite difficoltà, e le severissime leggi che al N.A. è piaciuto imporsi, han fatto che possa anco dirsi meritare il Salterio che lo si volti poeticamente in Italiano, e però non dubito che i due salmi trasportati, come dice nella sua prefazione il Sig. Commendatore, in versi sciolti, non siano assaissimo migliori degli altri, e tengo per fermo non volersi dalla traslazione del Salterio argomentare il valor poetico dell'A.N.</p></div1>
</body></text>
</TEI.2>
