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      <title>Dissertazione sopra la luce</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>16 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit000534</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa rifeiimento al testo Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>195 - FILOSOFIA OCCIDENTALE MODERNA. ITALIA</term>
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        <head>Sopra la luce</head>
        <p>La luce è una delle 33 sostanze semplici note, la quale per la sua affinità con
          l'ossigeno agisce in modo particolare sopra i corpi. La di lei natura è stato finaddora il
          soggetto delle più importanti Filosofiche dispute. Pretende <hi rend="italic">Cartesio</hi> che il sole circondato per ogni parte dalla materia globosa premendola
          efficacemente risvegli in noi il senso della vista. Sembra che il Cartesio non sappia in
          alcuna occasione dimenticare il frivolo sistema del chimerico suo vortice. Per mezzo di
          esso egli ha preteso dimostrare l'impossibilità del vuoto; esso ha supposto esser la
          cagione della gravità dei corpi, senza darsi in modo alcuno la briga di esaminare la
          grandissima difficoltà, che incontrasi nell'ultimo di questi sistemi, il quale si oppone
          diametralmente alla prima universalissima, ed evidentissima legge della gravità, la di cui
          causa cercasi in esso di spiegare. Conoscendo adunque l'<hi rend="italic">Abbate
          Nollet</hi> l'assurdità dell'ipotesi Cartesiana, per l'insussistenza di questo vortice, e
          di questa materia globosa, cercò di supplirvi ammettendo esser la luce un fuoco
          elementare, il quale benchè sia sempre presente nondimeno per eccitare in noi il senso
          della vista ha bisogno di esser messo in moto dai corpi luminosi. Ma oltre l'esser questo
          sistema soggetto a gravissime difficoltà, che non è ora del mio instituto l'esporre
          convien confessare, che il modo, con cui spiegansi in esso gli effetti della luce è sopra
          modo difficile ad intendersi poichè per qual ragione un corpo, che è per ipotesi
          mobilissimo di sua natura, ed elastico non può esser messo in moto, che dai corpi
          luminosi? Egli è questo un fenomeno ancor più difficile a spiegarsi di quello, la di cui
          cagione cercasi di conoscere. A porre in chiaro delle sì intrigate questioni sorse in
          Inghilterra il <hi rend="italic">Cav. Isacco Newton</hi>, e prendendo a dilucidare gli
          antichi principj di Democrito, e di Epicuro propose l'unico vero sistema circa la luce
          affermando esser ella una reale continua emanazione de' corpi luminosi. L'obbjezione più
          comune, e solita ad opporsi a così fatta proposizione ell'è che il sole per cagion
          d'esempio verrebbe appoco appoco a distruggersi dovendo ad ogni momento scagliare una
          quantità immensa di luce. Questa obbjezione però facilmente vien resa inutile se si
          osservi che non soffrendo alcuna sensibile diminuzione di peso un picciolissimo corpo
          odoroso quantunque sparga per mesi, ed anni una grandissima quantità di effluvj, molto
          meno dovrà soffrirla un corpo, il quale è 14ò.0 volte più grande del globo, che noi
          abitiamo; oltredichè la luce, che egli diffonde è di una tal sottigliezza, che la nostra
          immaginazione non può in alcun modo percepirla. Ammessa adunque l'ipotesi Newtoniana noi
          passeremo a conoscere, e spiegare le proprietà, e gli effetti della luce dividendo quanto
          siam per dire nelle tre parti, in cui l'<hi rend="italic">Ottica</hi> vien divisa vale a
          dire l'<hi rend="italic">Ottica</hi> così detta, la quale considera la luce ne' corpi
          luminosi, la <hi rend="italic">Diottrica</hi>, che n'esamina gli effetti ne' corpi
          diafani, e la <hi rend="italic">Catottrica</hi>, che la riguarda ne' corpi opachi. Noi
          daremo infine una breve nozione del fuoco, la quale non sembra lontana dal nostro
          instituto.</p>
        <p>I raggi della luce si propagano in linea retta per ogni verso illuminando uno spazio
          sferico, nel cui centro è posto ciascun punto del corpo luminoso. Da ciò si rileva, che i
          raggi emanati dai varj punti del corpo luminoso debbono necessariamente intersecarsi fra
          loro, e decrescere in densità a misura che si allontanano dal proprio centro. Credevasi
          una volta, che la propagazione della luce fosse instantanea, ma si conobbe la falsità di
          questo principio per mezzo di un'osservazione, la quale vien riferita dal <hi rend="italic">P. Paulian</hi> nel modo, che segue. Ogni qual volta <hi rend="italic">Giove</hi> si pone tra la terra, e il suo satellite principale questo ne viene a nostro
          riguardo ecclissato, e noi non possiamo vederlo, che dopo seguita la sua emersione la
          quale ci è visibile 14. minuti prima allorchè <hi rend="italic">Giove</hi> è <hi rend="italic">apogèo</hi>, e 14. minuti dopo quando egli è <hi rend="italic">perigèo</hi>. La propagazione della luce non è dunque instantanea. Da questa medesima
          osservazione vien determinata la velocità della luce, poichè essendo riguardo a noi la
          diversità della distanza di <hi rend="italic">Giove apogèo</hi> e <hi rend="italic">Giove
            perigèo</hi> di circa 66ò.00 di leghe, ne segue, che la luce scorre 66ò.00 di leghe nel
          solo spazio di 14. minuti. "<quote>Dalla forza indicibile onde abbiam veduto esser
            lanciata la luce da' corpi luminosi sembra derivare</quote>, al dir del Sig.r <hi rend="italic">Saverio Poli</hi>, <quote>la proprietà cui ella costantemente serba di
            propagarsi per sentieri rettilinei conciossiachè la veemenza di quell'impulso fa sì, che
            le sue particelle si dispongano in serie l'una dopo l'altra, e quindi costituiscano de'
            raggi emuli di altrettante linee rette; non potendo la loro gravità distorli da quel
            retto sentiere per esser ella infinitamente picciola in corrispondenza della loro
            prodigiosa sottigliezza. In prova di ciò sì può far entrare un raggio di sole entro una
            camera buja per un foro praticato in una finestra. Vedrassi ella seguire immancabilmente
            il mentovato retto sentiere, talchè facendosi un altro foro nella parte opposta del
            muro, fino a cui si sporge il detto raggio propagherassi egli al di fuori, e scomparirà
            dell'intutto quella sua porzione, che attraversa la stanza senza diffondere in quella la
            menoma quantità di luce. Lo provano similmente le ombre de' corpi, i cui perimetri sono
            tali, che scorgonsi limitati da' raggi sporgenti in linea retta dal corpo illuminato
            sino ai diversi loro punti. Che anzi neppur elleno esisterebbono se la luce si
            propagasse per curvi sentieri, giacchè le ombre vengono cagionate siccome ognun sa da
            una semplice privazione di luce oppur dall'esser ella debole all'eccesso</quote>". Ed
          infatti se si ponga d'innanzi a dell'acqua corrente un corpo immobile si vedrà ella
          ripiegarsi verso i suoi lati e quindi piegandosi di nuovo, e riunendosi seguire come prima
          il suo corso, il che non accadendo nella luce è necessario il dire, che ella non si
          propaga, che per sentieri rettilinei.</p>
        <p>La luce allorchè passa per i corpi diafani soffre un certo devìamento, il quale chiamasi
          rifrazione. Egli è tanto maggiore quanto maggiore è la densità del mezzo, per cui la luce
          è costretta a passare. Per la Rifrazione ella si accosta tanto più alla linea
          perpendicolare alla superficie del mezzo quanto egli è più denso del corpo, in cui ella
          era prima della rifrazione, e tanto più se ne allontana quanto il primo è meno denso del
          secondo. I vetri convessi sono quelli, i quali riuniscono i raggi, che cadono sopra di
          essi in un punto tanto meno distante dal proprio foco quanto maggiore è la loro
          convessità. Così quanto ella è maggiore tanto maggiori appariscono gli oggetti guardati
          attraverso del vetro, perchè in tal modo questo riunisce i raggi emanati da ciascun punto
          dell'oggetto più presto, e per conseguenza in un angolo maggiore. Egli è dimostrato dalla
          leggi dell'Ottica, che quanto maggiore è l'angolo sotto cui ci si presentano gli oggetti
          tanto maggiore ci apparisce la loro grandezza. Per ciò i vetri concavi ci mostrano più
          piccioli gli oggetti guardati a traverso di essi giacchè aumentando la divergenza de'
          raggi, che partono da questi oggetti ne ritardano la congiunzione, e ce li rappresentano
          conseguentemente sotto un angolo minore. La cagione per cui i vetri convessi ci mostrano
          ad una data distanza gli oggetti rovesciati è che i raggi da essi rifratti dopo essersi
          riuniti progrediscono per la loro direzione in modo che quelli, i quali son rifratti nella
          parte destra del vetro dopo la loro riunione vanno alla parte sinistra, quelli di alto in
          basso, e così viceversa, dal che ne segue che essi ci mostrano l'oggetto in una situazione
          contraria a quella dove egli realmente si trova.</p>
        <p>Sembra appartenere specialmente a questa parte di Ottica la descrizione della struttura
          dell'occhio, e del modo, in cui egli percepisce, e vede gli oggetti. I raggi scagliati dai
          varj punti dell'oggetto entrano per la <hi rend="italic">tonaca</hi> detta <hi rend="italic">cornea</hi> nell'umore lenticolare, e convesso chiamato <hi rend="italic">acqueo</hi>, il quale riempie le due prime <hi rend="italic">camere</hi>, o cavità
          dell'occhio. Quivi rifratti, e resi gli uni più vicini agli altri secondo le leggi della
            <hi rend="italic">Diottrica</hi> passano, e sono successivamente, e maggiormente
          rifratti dall'umor <hi rend="italic">cristallino</hi>, e dall'umor vitreo, dopo di che
          giungono alla membrana detta <hi rend="italic">retina</hi>, e dipingendovi l'oggetto
          ammuovono il nervo ottico, da cui viene la sensazione della vista portata al cerebro. La
          visione è distinta allorchè i raggi giungono alla retina perfettamente riuniti, confusa
          allorchè eglino si riuniscono prima, o dopo di esservi giunti. Un cristallino troppo
          convesso riunisce assai presto, e più in qua della retina i raggi emanati dagli oggetti
          lontani per esser eglino paralleli, e rappresenta distintamente gli oggetti vicini perchè
          i raggi emanati da questi sono divergenti, e per conseguenza più tardi vengon raccolti.
          Perciò un cristallino poco convesso li riunisce più in là della retina, e non congiunge
          nel suo foco, che i raggi paralleli. Quelli, il di cui cristallino è della prima specie
          appellansi <hi rend="italic">Miopi</hi>, e <hi rend="italic">presbiti</hi> quelli, che lo
          hanno della seconda. Si vede da quanto abbiam detto, che per i primi è necessaria una
          lente concava, la quale renda divergenti i raggi paralleli, ed una lente convessa per i
          secondi, la quale renda convergenti i raggi divergenti. Nelle persone di perfetta vista il
          cristallino per mezzo di alcuni filamenti detti <hi rend="italic">ligamenti cigliari</hi>
          si rende più, o meno convesso secondo la maggiore, o minore distanza degli oggetti da
          osservarsi. Egli è dimostrato, che gli oggetti vengono nella retina dipinti rovesciati,
          poichè i raggi emanati dai varj punti dell'oggetto s'incrocicchiano nella pupilla, ossìa
          in quel foro, che è nella membrana detta <hi rend="italic">uvea</hi> la quale è tra l'umor
          acqueo, e l'umore cristallino, ma l'anima per la propria esperienza riferisce il raggio,
          che va a terminare nella parte superiore della retina alla parte inferiore dell'oggetto, e
          viceversa. Di ciò parla il celebre <hi rend="italic">Algarotti</hi> nel suo non men
          saggio, che elegante Dialogo detto <hi rend="italic">Caritèa</hi> posto in appendice agli
          altri suoi dialoghi sopra l'Ottica Newtoniana.</p>
        <p>Abbiamo di già parlato delle due prime parti dell'Ottica parleremo ora della Catottrica
          colla massima brevità. La luce incontrandosi in un corpo il quale gli neghi il passaggio
          rimbalza, e questo rimbalzar, che ella fa chiamasi riflessione. Ecco per qual cagione noi
          vediamo la nostra immagine allorchè ci presentiamo innanzi ad uno specchio poichè i raggi,
          che partono dai varj punti del nostro corpo riflettendo sullo specchio son costretti a
          tornare ai nostri occhi. Questo effetto non può venir prodotto, che dai corpi assai
          levigati poichè se un oggetto si presenti ad altri corpi essi ne sparpagliano, e
          confondono quasi tutti i raggi. Essendo la riflessione un effetto della reazione, ed
          elasticità non men della luce, che de' corpi, su cui ella cade egli è evidente, che gli
          specchi concavi debbono rendere i raggi convergenti, e divergenti gli specchi convessi, e
          che per conseguenza i primi debbono ingrandir l'oggetto, ed impiccolirlo i secondi. Alla
          Catottrica appartiene la dottrina dei colori. Quelli che diconsi primitivi sono sette vale
          a dire il <hi rend="italic">1. rosso, il 2. rancio, il 3. giallo, il 4. verde, il 5.
            turchino, l'6. indaco, ed il 7. violetto</hi>. Questi sono più rifrangibili a misura,
          che si avvicinano al violetto, e meno secondo, che si accostano al rosso, il quale è di
          tutti i colori il meno rifrangibile. La diversa rifrangibilità della luce provenendo
          secondo il <hi rend="italic">Newton</hi> dalla diversa massa, e velocità delle particelle
          di luce egli è facile il comprendere come l'anima percepisca le diverse sensazioni dei
          colori poichè le particelle, che hanno maggior velocità, e maggior mole commuovendo più
          fortemente la retina eccitano nell'anima la sensazione di un colore più vivo quale è il
          rosso, e così viceversa. Un corpo poi apparisce di un tal colore allorchè, secondo il
          sistema Newtoniano le sue parti sono disposte in modo da riflettere solamente quelle
          molecole di luce, che lo compongono, ed assorbire le altre. Se egli rifletta delle
          particelle di luce di due, o più specie apparisce di color misto. Se le rifletta di tutte
          le specie egli sembra bianco, e nero se non ne rifletta alcuna. Ed ecco spiegato secondo
          il sistema Newtoniano la natura, gli effetti, e le proprietà della luce. Altro ora non ci
          resta che l'esaminare brevemente la natura, e le proprietà del fuoco.</p>
        <p>Il fuoco non è, che un composto di calorico, e di luce. La combustione non viene in
          realtà prodotta da alcuna di queste sostanze, ma solamente dalla combinazione del
          combustibile con l'ossigeno. Ed infatti "<quote>essendo l'aria vitale</quote>, al dir del
            <hi rend="italic">Sig.r Dandolo</hi>, <quote>un composto di ossigeno di calorico, e di
            luce ne segue, che non può l'ossigeno base di questo gas andare a combinarsi in istato
            di solidità co' corpi combustibili, che si bruciano senza perdere il calorico, e la
            luce, che lo tenevano sotto forma aeriforme. Questa luce, e calorico, che si svolgono in
            questa decomposizione dell'aria vitale formano ciò, che chiamiamo volgarmente fiamma
            fuoco ec. La diversa rapidità, con cui i corpi combustibili assorbono quest'ossigeno in
            istato di solidità, la quantità diversa, che ne assorbono, e lo stato diverso, di
            solidità con cui lo ricevono in combinazione formano le differenze ch'esistono fra'
            corpi combustibili, e rendono ragione perchè siano così variate le quantità di calorico,
            e di luce, che dalle diverse combustioni si svolgono. Ecco dunque perchè le combustioni
            non hanno luogo, che dove esista aria vitale ossìa gas ossigeno, e cessano all'istante
            qualora vi manchi quest'elemento... Il fine di ogni combustione è sempre quello di
            convertire il combustibile, che si brucia in un ossido, o in un acido, cioè in un corpo
            incombustibile ossìa bruciato. Quest'ossido, od acido torna per conseguenza combustibile
            perdendo, in qualsivoglia modo l'ossigeno, con cui si è combinato bruciando</quote>".
          Vedesi chiaramente, che il fuoco non manifesta alcun peso sensibile perchè peso sensibile
          non hanno nè il calorico nè la luce di cui egli è composto. E ciò può esser bastante a
          formare una breve Teorìa del fuoco, ed a confutare i sistemi, che a spiegare la causa
          della combustione de' corpi publicarono <hi rend="italic">Becher, Macquer, Bergman, Sage,
            Kirvan, e Stahl</hi>.</p>
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