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      <title>Discorso sopra Mosco</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leoaprdi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<head>Discorso sopra Mosco</head>

	<p>La Vita di Mosco è tanto poco conosciuta, che alcuni hanno pensato a torsi d'innanzi questo personaggio, confondendolo con Teocrito, e hanno creduto che il vero nome di questo poeta sia Mosco, non essendo Teocrito che un soprannome datogli a cagione della fama che si era acquistata coi suoi componimenti: poichè Teocrito vale;<emph>uomo di divino giudizio</emph>. «Essendosi reso insigne nella poesia buccolica,» dice l'autor greco della Vita di Teocrito, «venne in gran credito, e, secondo alcuni, fu perciò chiamato Teocrito, e cangiò in questo il suo proprio nome di Mosco.» Questa opinione è falsa. L'autore degl'Idilli attribuiti a Teocrito, e di quelli che si hanno sotto il nome di Mosco, non può essere un solo. Sono essi di due caratteri troppo opposti fra loro. D'altronde Servio, Stobeo, Eudocia Augusta,<note resp="aut" place="foot">Eudocia Augusta, in Jon.</note>Suida<note resp="aut" place="foot">Suidas, in Lex. art. <foreign lang="gre">***</foreign>, et<foreign lang="gre">***</foreign>.</note>distinguono manifestamente l'uno dall'altro i due poeti. Di più Mosco stesso fa menzione di Teocrito nel suo canto funebre per la morte di Bione: ciò che decide ogni controversia.</p>
<p>	La patria di Mosco fu Siracusa, se crediamo a Suida,<note resp="aut" place="foot">Idem, l. c. art.<foreign lang="gre">***</foreign>.</note>e converrà pur credergli, poichè non abbiamo motivi per non farlo. Certo dall'Idillio sopra Bione e da quello sopra l'Alfeo ed Aretusa, apparisce che egli era di Sicilia. Mosco fu dunque compatriota di Teocrito.</p>
<p>	L'età, in cui egli visse, non è fuori di questione. Suida ci dice che egli fu discepolo di Aristarco Grammatico,<note resp="aut" place="foot">Idem, l. c.</note>il quale, per testimonianza dello stesso Suida<note resp="aut" place="foot">Idem, l. c. art.<foreign lang="gre">***</foreign>.</note>e di Eusebio,<note resp="aut" place="foot">Eusebius, in<title>Chron. Olymp.</title>156.</note>visse al tempo di Tolomeo Filometore intorno all'Olimpiade CLVI. Teocrito fiorì sotto Tolomeo Filadelfo, verso l'Olimpiade CXXX. Da ciò seguirebbe che egli fu di circa un secolo anteriore a Mosco. Ma come è dunque che questi, nell'Idillio sopra Bione, suo maestro, dice che Teocrito si duole della morte di lui? Ciò ha fatto credere a Longepierre e ad altri che Mosco sia stato non solamente compatriota, ma anche contemporaneo di Teocrito. Il Fabricio però ha amato meglio attenersi a Suida, dicendo che gli argomenti addotti da Longepierre contro la di lui opinione non sono invitti.<note resp="aut" place="foot">Fabricius,<title>Biblioth. Graec.</title>Lib. III, cap. 17, par. 10.</note>Ma egli non ha mostrato che in realtà non lo sieno, e a dir vero io credo che ciò possa farsi appena. Infatti nel citato Idillio dice Mosco che Ascra piangea Bione più che Esiodo, la Beozia più che Pindaro, Lesbo più che Alceo, Teo più che Anacreonte, Paro più che Archiloco, Mitilene più che Saffo; ma di Siracusa, che sembra essere stata la seconda patria di Bione, non dice, ciò che sarebbe stato ben naturale, che essa lo compiangea più di Teocrito: all'opposto, annoverando i pastori che si attristavano per la sua morte, dice che Teocrito la piangea tra i Siracusani. Quindi parmi che si abbia avuta molta ragione di dedurre che Bione e Mosco sono stati contemporanei di Teocrito. Quanto a M. Poinsinet de Sivry, che nelle Vite di Bione e di Mosco premesse alla traduzione francese delle loro poesie, dice che il secondo di questi poeti fu<foreign lang="fra"><emph>ami du fameux Aristarque et contemporain de Théocrite</emph></foreign>, noi ci congratuliamo con lui della sua comoda cronologia.</p>
<p>	Avendo fatto Mosco discepolo del grammatico Aristarco, Suida lo fe' anche grammatico esso stesso. «Mosco,» dic'egli,<note resp="aut" place="foot">Suidas, in Lex. art.<foreign lang="gre">***</foreign>.</note>«grammatico siracusano, discepolo di Aristarco, è dopo Teocrito il secondo scrittore dei drammi buccolici. Scrisse ancor egli poesie buccoliche». Veramente egli si mostra poco caritatevole verso il nostro povero seguace delle Grazie, che trasforma così in un accigliato grammatico, e, quel che è peggio, del genere di quelli che chiamavansi Aristarchei. Noi però non avremo difficoltà di fargli provare un simile trattamento, non prestandogli veruna fede. Infatti, dimostrato che Mosco non fu discepolo di Aristarco, ciò che mi sembra provato da quello che ho già detto, io penso che sia mostrato eziandio che egli non fu grammatico. Quanto all'errore di Suida, sospetto che gli abbia dato luogo un altro Mosco, di cui Ateneo, oltre alcuni libri di meccanica,<note resp="aut" place="foot">Athenaeus,<title>Deipnosop.</title>Lib. XIV.</note>cita la esposizione dei vocaboli usitati in Rodi, opera che sembra convenire ad un grammatico.<note resp="aut" place="foot">Athenaeus, l. c. Lib. XI.</note>Questa però è una semplice congettura, che forse non merita alcuna considerazione.</p>
<p>	Ciò che sappiamo di certo intorno al nostro Mosco, è che egli apprese la poesia buccolica da Bione. Ce lo fa sapere egli stesso nel suo canto funebre per la morte di questo poeta:
<quote rend="block"><lg>
	<l>Ed io pur anche</l>
<l>Per te, caro, mi dolgo, e or vo cantando</l>
<l>Un mesto Ausonio carme, io non ignaro</l>
<l>Del metro pastoral, che a me mostrasti,</l>
<l>E a' discepoli tuoi, cui festi eredi</l>
<l>Del Doriese canto. Ad altri i beni</l>
<l>Morendo in don lasciasti, a me la musa.</l>
</lg></quote></p>
	<p>Ecco quanto conosciamo della vita di Mosco. Tutto il resto ci è ignoto.</p>
<p>	V'ha grande apparenza che ci sia sconosciuta similmente la maggior parte dei suoi Idilli. Infatti il luogo di Suida, che ho riferito poco sopra, non par che possa accordarsi col piccolissimo numero degl'Idilli che ci rimangono, i quali non montano a più di sette o otto. Nè verosimil pare che Servio per otto soli Idilli abbia nominato Mosco come uno dei principali poeti buccolici.<note resp="aut" place="foot">Servius, in<title>Proem. Commentar.</title>ad Virgil. Eclog.</note>Quattro degl'Idilli che ci restano, cioè i primi e i più lunghi, sono stati stampati più volte tra quelli di Teocrito. Questi furono inseriti nella raccolta di poesie buccoliche da un contemporaneo di Artemidoro grammatico. A poco a poco si tralasciò di premettere a ciascuno di essi il nome di Mosco, e tutti quegl'Idilli, ad eccezione del primo, ci sono pervenuti, per negligenza dei librai, sotto il nome di Teocrito, ciò che è accaduto ancora ad un Idillio di Bione, e forse anche ad altri Idilli. Fulvio Ursino ed Enrico Stefano si sono occupati in distinguere i componimenti di Teocrito da quelli di altri autori, e col mezzo delle loro fatiche siamo giunti a conoscere che tre Idilli, attribuiti a Teocrito, debbonsi veramente a Mosco. Un altro Idillio di questo poeta, benchè si trovasse fra quelli di Teocrito, conservava nondimeno nel titolo il nome del suo autore. È ancora incerto se tutti gl'Idilli, che si leggono ora sotto il nome di Teocrito, gli appartengano veramente, ed è pur verosimile che tra essi se ne trovi qualcuno di altro poeta, e forse anche di Mosco, ma difficil cosa è il determinare quali siano di altro autore. Ciò non può farsi se non coll'aiuto dei manoscritti.</p>
<p>	Il primo e il più celebre degl'Idilli di Mosco ha per titolo:<title>Amor fuggitivo</title>. Questo è il ventesimo primo Idillio tra quelli di Teocrito nelle antiche edizioni di questo poeta. Alcuni, non so per qual ragione, l'hanno attribuito a Luciano, e<title>Amor fuggitivo</title>è stato impresso anche tra le opere di questo scrittore. Ma in verità l'Idillio è di Mosco, e a lui l'ascrive anche Stobeo.<note resp="aut" place="foot">Stobaeus, Serm. LXI.</note>Sembra che egli abbia tolta la idea di Venere, che va in traccia di Amore smarrito, dall'ode trentesima di Anacreonte, in cui si finge che quella dea cerchi il suo figliuolo fatto prigione dalle Muse, recando seco il suo riscatto. E non altri che Mosco potè avere in vista un anonimo, allorchè tradusse il luogo di Anacreonte così:
<quote rend="block"><lg>
<l>Vener priva del suo figlio,</l>
<l>Mille baci ora promette</l></lg></quote>
	<quote rend="block"><lg><l>A chi sotto il mesto ciglio</l>
<l>Il fanciullo le rimette.</l>
</lg></quote></p>

	<p>Certo non presso Anacreonte, ma bensì presso Mosco, Venere promette baci a chi le rechi innanzi il figlio perduto. Il Tasso deve a Mosco l'idea, che serve di materia al prologo del suo<title>Aminta</title>. Il nostro poeta avea fatto parlar Venere, ed egli fa parlare Amore fuggito, e sottrattosi al potere della madre. Fa uso pure di qualche pensiero tratto evidentemente dall'idillio di Mosco: come allorchè fa dire ad Amore:<note resp="aut" place="foot">Tasso,<title>Aminta</title>, Prol. verso 32 sgg.</note>
<quote rend="block"><lg>
	<l>Ella mi segue</l>
<l>Dar promettendo a chi m'insegna a lei</l>
<l>O dolci baci, o cosa altra più cara,</l>
<l>Quasi io di dare in cambio non sia buono</l>
<l>A chi mi tace, o mi nasconde a lei,</l>
<l>O dolci baci, o cosa altra più cara.</l>
</lg></quote></p>
<p>Finge ancora che Amore per non essere riconosciuto abbia deposto alcuni dei contrassegni che Mosco fa descrivere a Venere minutamente.<note resp="aut" place="foot">Tasso, l. c. verso 43 sgg.</note>
<quote rend="block"><lg>
	<l>Ma per istarne anco più occulto, ond'ella</l>
<l>Ritrovar non mi possa ai contrassegni</l>
<l>Deposto ho l'ali, la faretra e l'arco.</l>
</lg></quote>
</p>

	<p>In somma, la fuga di Amore cantata dal Tasso, non è diversa da quella cantata da Mosco, e il discorso di Venere messo in versi da questo poeta, e quello di Amore conservatoci dal Tasso, sono due scene di una stessa azione.</p>
<p>	Il secondo Idillio di Mosco s'intitola<title>Europa</title>. Esso fu attribuito a Teocrito, e nelle vecchie edizioni di questo trovasi nel ventesimo luogo. Salvini ed altri lo hanno tradotto insieme cogli Idilli di quel Buccolico. Longepierre recando in francese le poesie di Mosco ha lasciato<title>Europa</title>da banda. Ma sì lo stile, sì due MSS. veduti dall'Ursino mostrano che questo Idillio è del nostro poeta. Sembra che Orazio<note resp="aut" place="foot">Horatius,<title>Carm.</title>Lib. III, od. 27.</note>ed Ovidio<note resp="aut" place="foot">Ovidius,<title>Metamorph.</title>Lib. III.</note>l'abbiano imitato in qualche parte. Il cav. Marino nell'Idillio che intitolò<title>Il Rapimento d'Europa</title>non fe' che dilatare e allungare, vale a dire, corrompere quello di Mosco, di cui spesso tradusse anche fedelmente interi luoghi.</p>
<p><title>Il Canto funebre di Bione</title>, ossia il terzo Idillio di Mosco, che parmi la sua poesia più bella, e che certamente è un capo d'opera nel genere lugubre pastorale, occupa nelle antiche edizioni di Teocrito il decimonono luogo. Ma senza bisogno dei MSS. si conosce facilmente leggendo lo stesso Idillio, in cui si fa menzione di Teocrito, che esso non può appartenere a questo poeta.</p>
<p>	Il quarto Idillio di Mosco, che ha per titolo<title>Megara moglie d'Ercole</title>è il ventesimosesto nei vecchi esemplari impressi di Teocrito. Esso però si attribuisce generalmente al nostro poeta, benchè M. Poinsinet de Sivry lo abbia omesso nella sua traduzione di Mosco.</p>
<p>	Ciascuno di questi quattro Idilli ha nel greco il suo proprio titolo. Gli altri quattro ne mancano, perchè non ci son pervenuti nè in una raccolta d'Idilli, come i quattro primi, nè in manoscritti particolari, ma in una collezione di detti e di frammenti d'ogni genere.</p>
<p>	Il quinto Idillio di Mosco, conservatoci da Stobeo,<note resp="aut" place="foot">Stobaeus, Serm. LVII.</note>fu intitolato da M. Poinsinet de Sivry<title>La paresse</title>, ed io avrei adottato questo titolo, se i termini italiani di<emph>prigrizia</emph>,<emph>infingardaggine</emph>,<emph>poltroneria</emph>, non mi fossero sembrati troppo grossolani per un Idillio di Mosco, che però amai meglio lasciar senza titolo.</p>
<p>	Il sesto Idillio, trasmessoci pure da Stobeo,<note resp="aut" place="foot">Stobaeus, Serm. LXI.</note>non è più lungo di otto versi nel greco. Lo intitolai<title>Gli amanti odiati</title>, ed ebbi la sventura di credere questo titolo più convenevole all'Idillio di quello veramente espressivo, che vi ha posto M. Poinsinet de Sivry:<title>La Chaîne.</title></p>
<p>	L'Idillio settimo, che non è men breve del precedente, e che devesi, com'esso, a Stobeo, fu intitolato da me<title>L'Alfeo ed Aretusa</title>; da M. Poinsinet de Sivry<title>Le fleuve Alphée.</title></p>
<p>	L'ultimo Idillio, che intitolai<title>Espero</title>, essendo brevissimo, è veramente leggiadro, e farebbe grande onore a Mosco se gli appartenesse. Ma a dir vero, benchè abbia prevaluto l'opinione, che lo attribuisce a questo poeta, e benchè essa sia adottata universalmente sì dai traduttori di Mosco, che da altri scrittori, convien confessare nondimeno che essa è quasi evidentemente falsa. Presso Stobeo, che ci ha conservato quell'Idillio, esso segue immediatamente un altro Idillio di Bione, e precede il sesto Idillio di Mosco. Ciò forse ha dato luogo all'equivoco; ma i margini di Stobeo favoriscono Bione, a cui pure l'attribuisce Arsenio vescovo di Monembasia, scrittore greco del secolo decimosesto. Nondimeno attribuendosi generalmente questo Idillio a Mosco, non tralasciato di tradurlo.</p>
<p>	Ho chiamato Idilli e non frammenti queste ultime quattro poesie che si hanno presso Stobeo. Racchiudendo ciascuna di esse un pensiero compito, ho creduto che possano giudicarsi intere, benchè dalla collezione del citato raccoglitore non sia possibile trarre alcun lume sopra di ciò.</p>
<p>	Ci rimane anche un epigramma di Mosco, che ha per titolo:<title>Amore arante</title>. Molti lo hanno tradotto o imitato; Mutinelli fra gli altri in quel madrigale:
<quote rend="block"><lg>
	<l>Gittando Amor la face e i dardi suoi,</l>
<l>Prende gli arnesi d'arator bifolco;</l>
<l>E stimolando i buoi,</l>
<l>Sparge i semi nel campo, e forma il solco.</l>
<l>Poscia rivolto al ciel, fa che risponda</l>
<l>A l'ardue mie fatiche,</l>
<l>Disse, o Giove, la terra; e sia feconda</l>
<l>Delle bramate spiche;</l>
<l>Se d'Europa non vuoi converso in toro</l>
<l>Qui servir sotto, il giogo al mio lavoro.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Questa è imitazione; quella di Pagnini è traduzione:
<quote rend="block"><lg>
<l>Posto giù face e strali, ad armocollo</l>
<l>Un zaino Amore e un pungolo si tolse,</l>
<l>E avvinto al giogo il tollerante collo</l>
<l>De' buoi, un solco a lavorar si volse.</l>
<l>Gridò poi volto a Giove: o i campi miei</l>
<l>Feconda, o bue d'Europa arar tu dei.</l>
</lg></quote></p>
	<p>M. Poinsinet de Sivry volendo tradurre l'epigramma di Mosco, ci ha dati questi versi:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Jupiter à l'Amour dit un jour en colère,</l>
<l>Je briserai tes traits, ton arc, et ton carquois.</l>
<l>Penses-tu m'effrayer, dit le Dieu de Cythère?</l>
<l>Et si je te rends cygne une seconde fois?</l>
</lg></quote></p>
	<p>Egli è degnissimo di scusa per un errore che benchè alquanto ridicolo, merita molta compassione. L'epigramma che egli ha tradotto non è quello di Mosco. Esso è un altro epigramma di diverso autore, e sicuramente M. de Sivry avea le traveggole quando lo confuse con quello del nostro poeta. Carlo Maria Maggi lo tradusse così:
<quote rend="block"><lg>
<l>Giove disse ad Amor: frangerti un giorno</l>
<l>Vuo' quello stral maligno.</l>
<l>Rispose Amor: ma se a ferirti io torno,</l>
<l>Lasci l'aquila altera, e torni cigno.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Zappi l'imitò in quel madrigale:
<quote rend="block"><lg>
<l>Disse Giove a Cupido:</l>
<l>Che sì fanciullo infido,</l>
<l>Ch'io ti spennacchio l'ali,</l>
<l>E ti spezzo quell'arco, e quegli strali?</l>
<l>Eh, padre altisonante,</l>
<l>Tante minacce, e tante?</l>
<l>A quel ch'ascolto, hai voglia di tornare</l>
<l>A far due solchi in mare</l>
<l>Colle corna da bove.</l>
<l>Disse Cupido a Giove.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Così anche il Bettinelli:<note resp="aut" place="foot">Bettinelli,<title>Lettere</title>di una Dama ad una sua amica sulle belle arti. Lett. XIII.</note>
<quote rend="block"><lg>
	<l>Giove. Che sì che d'arco e strale</l>
<l>Ti spoglio, o d'ogni male,</l>
<l>Fanciullo, autor maligno.</l>
</lg>
	<lg><l>Amore. Spogliami pur, se vuoi, padre immortale.</l>
<l>Ma s'io ti vesto in toro, in serpe, in cigno?</l>
</lg></quote></p>
<p>	L'epigramma di Mosco è tratto dall'Antologia,<note resp="aut" place="foot"><title>Anthologia</title>, Lib. IV, cap. 12, num. 49.</note>come anche quello che Poinsinet ha tradotto in luogo suo.<note resp="aut" place="foot"><emph>Ibidem</emph>, Lib. I, cap. 7, num. 2.</note></p>
<p>	Daniele Heinsio attribuisce a Mosco l'Idillio ventesimo tra quelli che si hanno sotto il nome di Teocrito, intitolato<title>Il Bifolchetto</title>, e l'Idillio ventesimo settimo. che ha per titolo<title>Colloquio di Dafni e di una fanciulla</title>, e che Longepierre recò in francese insieme con le poesie di Mosco. Io tradussi il primo di questi Idilli moderandone qualche espressione troppo pastorale, ma confesso che volendo tradurre l'altro, e avendo messe le mani all'opera, mi perdei di coraggio, e per non essere obbligato a mutilarlo, come ha fatto il P. Pagnini, risolsi di desistere affatto dall'impresa. Infatti, alcuni luoghi di quell'Idillio sono intollerabili. Del rimanente la congettura dell'Heinsio non è adottata, e non merita di esserlo, poichè lo stile di Mosco è diversissimo da quello dei mentovati Idilli, nei quali spicca forse più che altrove quel carattere di Teocrito, che M. di Fontenelle accusava di rozzezza.<note resp="aut" place="foot">M. de Fontenelle,<title>Réflexions sur la nature de l'Églogue.</title></note>In essi l'amore è dipinto con tratti grossolani, che possono dirsi osceni, e che non hanno nulla che fare colle grazie di Mosco. Taccio che Stobeo, attribuì manifestamente a Teocrito l'Idillio che non ho tradotto, poichè ne citò sotto il suo nome il quarto verso.<note resp="aut" place="foot">Stobaeus, Serm. LXI.</note></p>
<p>	Mosco, disse Bettinelli,<note resp="aut" place="foot">Bettinelli,<title>Lettere</title>di Virgilio agli Arcadi. Lett. VI.</note>non somiglia a Teocrito così che paiano un solo. Infatti, i caratteri dell'uno e dell'altro sono ben diversi. Sì Teocrito che Mosco sono originali, giacchè Mosco non è un copista come Virgilio, ma cantando ambedue sopra le stesse materie, e coltivando lo stesso genere di poesia, hanno seguìto due strade diverse. Teocrito d'ordinario è più negletto, più povero d'ornamenti, più semplice, e talvolta anche più rozzo. Mosco è più delicato, più fiorito più elegante, più ricco di bellezze poetiche artificiose. In Teocrito piace la negligenza, in Mosco la delicatezza. Teocrito ha nascosto più accuratamente l'arte, di cui si è servito per dipingere la natura. Mosco l'ha lasciata trasparire un pocolino, ma in un modo che alletta, e non annoia, che fa gustare e non sazia, che mostrando solo una parte, e nascondendo l'altra, fa desiderare di vedere ancor questa. La natura nelle poesie di Mosco non è coperta dagli ornamenti, non è offuscata dalle frasi poetiche, non è serva dell'arte. Questa viene ad assidersi al fianco della natura, e la lascia comparire in tutto il suo splendore. Mosco è un poeta civilizzato, ma non corrotto; è un pastore che è sortito qualche volta dalla sua villa, ma che non ha contratto i vizi dei cittadini; è il Virgilio dei Greci, ma un Virgilio che inventa e non trascrive, e che inoltre canta in una lingua più delicata, e in un tempo che conserva alquanto più dell'antica semplicità. Questa da Mosco fu sottomessa all'arte ma non guasta, anzi talvolta fu lasciata spaziare liberamente. È stato detto che egli piace anche a quelli che sono accusati di non saper gustare la semplicità degli antichi. A giudizio di M. Poinsinet de Sivry egli l'ha conservata più di Bione. «Sembra» dic'egli, «che Mosco non somigli al suo maestro, se non quando questo somiglia a Teocrito. Ambedue però mi lusingano e m'incantano. Io lascio collo stesso dispiacere la ninfa di Bione ed il pastore di Mosco».<note resp="aut" place="foot"><foreign lang="fra">«À les comparer ensemble, on ne sait guère auquel donner le prix. L'un et l'autre offrent des beautés sans nombre; mais avec cette différence, que chez Bion les graces ont plus de parure, et chez Moschus plus d'agrément. L'un sème des fleurs avec négligence; l'autre sait l'arte de les employer. Le disciple, si j'ose le dire, paraît être plus voisin de la simplicité des anciens que son maître lui-même: il paraît, dis-je, ne ressembler à Bion, que lorsque Bion ressemble Théocrite. Quoi qu'il en soit, tous deux me flattent; tous deux me captivent. Je quitte avec le même  regret la nymphe de Bion, et le berger de Moschus». M. Poinsinet de Sivry, Anacréon, Sapho, Moschus, Bion, et autre poètes grecs, traduits en vers français. Vies de Moschus et de Bion.</foreign></note>Questi comunemente è posposto a Teocrito. Servio dice che questo poeta è migliore sì di Mosco che degli altri Buccolici.<note resp="aut" place="foot"><foreign lang="lat">«Intentio poetae haec est, ut imitetur Theocritum Syracusanum, meliorem Moscho, et caeteris, qui Bucolica scripserunt.» Servius, in Proem. Commentar. ad Virgil. Eclog.</foreign></note>Il P. Rapin,<note resp="aut" place="foot"><foreign lang="fra">«Moschus et Bion qui ont écrit en ce genre de vers, ont aussi de grandes beautés, et même de grandes délicatesses dans leurs Idylles.«</foreign>Rapin,<title>Réflex. sur la poétique en particulier</title>, par. 27.</note>dopo aver parlato di Teocrito e di Virgilio, dice solo che gl'Idilli di Mosco e di Bione hanno essi pure grandi bellezze ed anche grandi delicatezze. Blair però scrive che questi due poeti, se cedono nella semplicità a Teocrito, lo vincono nella tenerezza e nella delicatezza;<note resp="aut" place="foot">Blair,<title>Lectur. on Rhetoric</title>, and belles-letters. Tom. 3, Lect. 2.</note>e M. de Fontenelle si è dichiarato apertamente più favorevole a Mosco che a Teocrito, di cui ha trovato molto difettosi i componimenti.<note resp="aut" place="foot">M. de Fontenelle,<title>Réflex. sur la nature de l'Églogue.</title></note>Tiraboschi<note resp="aut" place="foot">Tiraboschi,<title>Storia della letteratura italiana</title>, tom. I, parte 2, c. 2 par. 9.</note>non ha osato entrar giudice del merito dei due poeti, ed ha amato meglio attenersi al silenzio. Quanto a me, non ardisco anteporre Mosco a Teocrito, che ha bellezze inarrivabili, e che fra gli antichi è per eccellenza il poeta dei pastori e dei campi, ma non ho difficoltà di dire che a qualcuno dei suoi Idilli nel quale domina quello stile austero, che ci pone innanzi agli occhi le genti di campagna con tutta la loro ruvidezza, io preferisco le graziose e colte poesie di Mosco. Chi infatti non si sente allettato dal leggiadro pastore che ci trattiene col canto funebre di Bione, più che dal villano bifolco, che nell'Idillio ventesimo di Teocrito si lagna perchè Eunice l'ha beffato, e rimproverandogli la sua deformità e il cattivo odore che avea intorno, ignominiosamente gli ha volte le spalle? Ognuno può facilmente fare il paragone di questi due Idilli, poichè io ho tradotto anche quello di Teocrito, che male a proposito è stato attribuito al nostro poeta, come ho detto di sopra.</p>
<p>	Basta il gran numero dei traduttori di Mosco a far conoscere in qual pregio si siano sempre avute le poche poesie, che di lui ci rimangono. Adolfo Metkerck,<note resp="aut" place="foot">Brug. 1565.</note>Lorenzo Gambara,<note resp="aut" place="foot">Antwerp, 1568.</note>Bonaventura Vulcanio,<note resp="aut" place="foot">Ibid. 1584.</note>Davide Withford,<note resp="aut" place="foot">Lond. 1679.</note>lo tradussero in versi latini. Con traduzione pur latina prosaica lo pubblicarono Giovanni Crispini,<note resp="aut" place="foot">Genev. 1584, 1600, 1629.</note>Commelin,<note resp="aut" place="foot">1596, 1603, 1604.</note>Giacomo Lect,<note resp="aut" place="foot">Genev. 1606.</note>e gli editori del Teocrito d'Oxford.<note resp="aut" place="foot">Oxon. 1699.</note>Enrico Stefano che l'avea pubblicato nella sua Collezione dei poeti principi<title>Heroici carminis,</title><note resp="aut" place="foot">Paris 1566.</note>ne inserì ancora tre Idilli in un'altra raccolta di brevi componimenti sì greci che latini,<note resp="aut" place="foot">Ibid. 1577.</note>e lo unì poi agl'Idilli di Teocrito e di Bione nelle edizioni che fece di questi poeti.<note resp="aut" place="foot">Ibid. 1579, 1586.</note>Winterton gli diè luogo nella sua<title>Collezione dei poeti minori.</title><note resp="aut" place="foot">Cantabrig. 1652, 1661.</note>Lo pubblicò quindi lo Schier con note di vari autori unitamente agli Idilli di Bione.<note resp="aut" place="foot">Lips. 1752.</note>Il Poliziano recò in versi latini il primo Idillio di Mosco, che fu pur tradotto poeticamente in latino da un anonimo, la cui versione venne pubblicata allato del testo greco di quell'Idillio dato in luce sotto il nome di Luciano insieme colle sue opere.<note resp="aut" place="foot">Paris 1615.</note>Giovanni Vorst<note resp="aut" place="foot">Berolini 1674, Francof. ad Viadr. 1692.</note>e Girolamo Freyer<note resp="aut" place="foot">Hal. Magdeburg. 1715.</note>inserirono il quarto Idillio di Mosco nelle loro raccolte di<title>Poesie Greche scelte.</title></p>
<p>	In francese, dopo Longepierre,<note resp="aut" place="foot">Paris, 1686, 1692.</note>tradusse Mosco, per tacere di altri, M. Poinsinet de Sivry, membro della società reale di scienze e belle lettere di Lorena, il quale raccolse le poesie di Anacreonte, di Saffo, di Bione, di Mosco, di Tirteo, ed alcuni epigrammi tratti dall'<title>Antologia</title>in un piccolo volumetto che comparve per la quarta volta<note resp="aut" place="foot">Paris 1782.</note>col titolo:<title>Anacréon, Sapho, Moschus, Bion et autres Poètes Grecs, traduits en vers français.</title>Questo libro ha ottenuto qualche celebrità, ed ha avuto l'onore di alcune satire, di che l'autore si è applaudito. In una lettera a M... D*** stampata appiè del volume, egli dice di aver tradotto Anacreonte per mostrare la falsità di quel pregiudizio, che ha fatto credere per lungo tempo che i Francesi non sarebbero mai riusciti a tradur bene in versi Anacreonte. La sua intenzione è lodevole, ma io credo che i Francesi ringrazieranno il loro nazionale della sua buona volontà e rinunzieranno alla prova, di cui egli ha voluto fornirli, della pieghevolezza della loro lingua. Infatti, per uno strano accidente M. Poinsinet ha confermato il pregiudizio che voleva distruggere. Nè poteva essere altrimenti. Un poeta tutto grazie, che svaniscono quasi al solo tocco, e che non soffrono la menoma alterazione; un poeta per cui ogni straniero abbellimento è una macchia, ogni benchè leggera amplificazione, un corrompimento, ogni nuova pennellata, uno sfregio; un poeta, che è il vero esemplare dell'antica semplicità, sì facile a perdersi e a disparire, come potea tradursi da chi ignorando, per quanto apparisce, perfettamente il Greco, era incapace di gustare quella leggiadria, che questo idioma conferisce ai delicatissimi componimenti di Anacreonte, e per conseguenza era incapace di sentire una terza parte delle bellezze di cotesti componimenti, e, quel che più importa, non era atto a conoscere il gusto vero e ad afferrare la vera idea della fantasia poetica di quel Lirico? Una parafrasi di Anacreonte è un mostro in letteratura. Anacreonte parafrasato è un ridicolo: la sua grazia diviene bassezza, la sua semplicità, affettazione: egli annoia e sazia al secondo istante. Parafrasato poi alla francese, Anacreonte può invidiare veramente i Bavi ed i Mevi. Per dare dunque una idea dell'opera di Poinsinet, basti dire che egli ci ha dato una parafrasi francese di Anacreonte. Questi nella sua traduzione è uno spiritoso scrittor di versetti, un dicitore di<foreign lang="fra">bons-mots</foreign>, un Greco vestito alla parigina, o piuttosto un Parigino vestito mostruosamente alla greca. Per trarre un esempio dalla prima Ode, veggasi come egli ne traduce il principio:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>J'allais chanter les Héros</l>
<l>Sortis de Thèbe et d'Argos,</l>
<l>Mais au fils de Cythèrée</l>
<l>Ma lyre était consacrée.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Chiamar Cadmo e gli Atridi gli eroi di Tebe e di Argo, e Amore il figlio di Citerea, è far uso di perifrasi che come ognun vede, tolgono la semplicità e guastano un'Ode di Anacreonte. Poinsinet però se ne serve assai spesso, e con ciò mostra di non avere inteso in che consista il pregio delle odi di quel poeta. Anacreonte non fa uso che della parola<foreign lang="gre">***</foreign>per esprimere la rugiada in quel luogo<note resp="aut" place="foot">Anacreon. Od. 43, vers. 3.</note>che Poinsinet ha tradotto così:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Pour toi l'amante de Céphale</l>
<l>Répand dès l'aube matinale</l>
<l>Le tendre tribut de ses pleurs.</l>
</lg></quote>
Far dire da Anacreonte alla cicala:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Pour toi la boîte de Pandore</l>
<l>N'eut point de maux contagieux,</l>
</lg></quote>
non è egli bel pensamento? È pur grossolana la conchiusione della bellissima ode, in cui Anacreonte fa parlare una colombella a un passeggero:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Mais adieu, je me retire;</l>
<l>Le jour tombe, il m'avertit</l>
<l>Qu'enfin j'en pourrais trop dire;</l>
<l>Et j'en ai déjà trop dit.</l>
</lg></quote>
Qual differenza dai delicati versi di Anacreonte,<note resp="aut" place="foot">Idem, Od. 9, vers. 35 sgg.</note>che il nostro De' Rogati ha tradotti così:
<quote rend="block"><lg>
<l>Tutto or sai, vanne felice;</l>
<l>D'una garrula cornice</l>
<l>Tu mi hai resa omai peggior.</l>
</lg></quote>
Ecco l'ode ottava di Anacreonte tradotta da Poinsinet:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Dans une débauche agréable,</l>
<l>Cédant aux douceurs du repos,</l>
<l>Ivre des plaisirs de la table,</l>
<l>La nuit me versait ses pavots.</l>
<l>Une tendre et douce chimère</l>
<l>Vient alors flatter mes esprits;</l>
<l>Soudain je me trouve à Cythère</l>
<l>Parmi le plaisirs et le ris.</l>
<l>Sans songer à mes cheveux gris,</l>
<l>Je poursuivais de près Glicère;</l>
<l>J'avais atteint Lise et Cloris.</l>
<l>En vain mes rivaux en arrière,</l>
<l>M'accablent d'injustes mépris;</l>
<l>Je touche au bout de la carrière</l>
<l>Dont cent baisers furent le prix.</l>
</lg></quote>
</p>
<p>	Paragonisi ora questa traduzione col testo greco di Anacreonte, ovvero colla versione quasi letterale che qui ne darò, e veggasi se è possibile raffigurare l'ode del poeta greco in quella del poeta francese: «Dormendo di notte sopra tappeti di porpora, rallegrato dal vino, sognai di correre velocemente colla estrema punta dei piedi, scherzando con uno stuolo di vergini. De' giovinetti più delicati di Bacco mi rimproveravano e mi deridevano con parole pungenti a cagione di quelle belle fanciulle. Ma mentre io voleva baciarle, tutti col sonno mi fuggirono dagli occhi, ed io misero, rimasto solo, cercai di addormentarmi di nuovo». Poinsinet non ha tradotta la terza ode di Anacreonte sopra Amore ricevuto in casa di notte dal poeta. Egli dice che non ha osato farlo dopo La Fontaine. La sua modestia è esemplare, ma, povero Anacreonte, se niuno avesse ardito tradurre quell'ode bellissima meglio di La Fontaine! A quei versi sì delicati, coi quali Anacreonte descrive l'ora di mezzanotte, che il De' Rogati ha tradotti in questa guisa:
<quote rend="block"><lg>
<l>Quando alla man d'Arturo</l>
<l>S'aggira l'Orsa intorno:</l>
<l>Giunta del corso oscuro</l>
<l>La notte alla metà;</l>
<l>Quando dall'opre cessa,</l>
<l>E chiude al sonno i lumi</l>
<l>Dalle fatiche oppressa</l>
<l>La stanca umanità.</l>
</lg></quote>
La Fontaine ha sostituiti questi altri di sua invenzione:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>J'étais couché mollement;</l>
<l>Et contre mon ordinaire</l>
<l>Je dormais tranquillement.</l>
</lg></quote></p>
<p>	E dove sono in Anacreonte quei versi degni di un comico volgare:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>Lui, regarde si la pluie</l>
<l>N'a point gaté quelque peu</l>
<l>Un arc, dont je me méfie.</l>
<l>Je m'approche toutefois...</l>
<l>Je dis: pourquoi craindre tant?</l>
<l>Que peut-il? c'est un enfant.</l>
<l>Ma couardise est extrême</l>
<l>D'avoir eu le moindre effroi:</l>
<l>Que serait-ce, si chez moi</l>
<l>J'avais reçu Polyphême?</l>
</lg></quote></p>
<p>	Chi non giurerebbe che cotesti poeti francesi non conoscono nè Anacreonte, nè la poesia greca, nè la natura dei componimenti che traducono?</p>
<p>	Quanto a Mosco, Poinsinet l'ha trattato crudelmente. Lasciando libero il freno al suo genio innovatore e distruggitore, egli ha troncato, aggiunto, cangiato; fuggendo intanto disperatamente le grazie, la venustà la delicatezza e la semplicità di Mosco. Benchè il suo stile sia bastantemente diffuso, l'Idillio sopra Europa, che egli ci ha dato è più breve della metà di quello del poeta greco. Esso è in conseguenza un componimento tutto nuovo. Io non ne recherò che un passo paragonandolo colla versione del Salvini, la quale essendo la più fedele che abbiamo in lingua italiana, fa ora più che qualunque altra al caso nostro. Ecco la descrizione delle figure scolpite sul canestro di Europa tradotta da Poinsinet:
<quote rend="block"><lg lang="fra">
<l>On y voyait Io transformée en génisse,</l>
<l>Paissant aù bord du Nil de son malheur complice,</l>
<l>Et les flors argentés de ce fleuve puissant,</l>
<l>De sept bouches sortis, s'accroître en bondissant.</l>
<l>Argus n'est plus; les yeux de ce gardien peu sage</l>
<l>Ornent déjà du Paon le superbe plumage,</l>
<l>Qui tel qu'un riche voile étalant ses trésors</l>
<l>Embrasse la corbeille, et couronne ses bords.</l>
</lg></quote>
Ecco la medesima tradotta fedelmente dal Salvini:
<quote rend="block"><lg>
<l>Eravi d'oro Ion d'Inaco figlia,</l>
<l>Vacca ancor, nè di donna avea sembiante;</l>
<l>Con quattro piedi il suo cammin facea,</l>
<l>E per le salse onde sen gìa notando:</l>
<l>Fabbricato d'azzurro eravi il mare:</l>
<l>Uomini due sovra il ciglion del lito</l>
<l>Stavansi insieme rimirando quella</l>
<l>Vitelletta, che a nuoto il mar fendea.</l>
<l>Eravi Giove, che toccava quella</l>
<l>In dolce modo colla man divina;</l>
<l>E allato a quel, che mette in mar con sette</l>
<l>Bocche, fiume del Nilo, ei di bel nuovo</l>
<l>D'una leggiadra e ben armata vacca</l>
<l>In bellissima femmina mutolla.</l>
<l>Del Nilo la corrente era d'argento,</l>
<l>Di bronzo la vitella e d'oro Giove:</l>
<l>Della paniera sotto l'orlo intorno</l>
<l>Mercurio era intagliato, a lui vicino</l>
<l>Disteso Argo vedeasi, ed abbattuto</l>
<l>Negli occhi, stati già sempre veglianti:</l>
<l>Dal fresco sangue sparso augel nascea</l>
<l>Superbo per le sue fiorite piume,</l>
<l>Che le penne spiegando in guisa d'una</l>
<l>Nave, che rotto l'Ocean passeggia,</l>
<l>Vago facea coperchio all'aureo vaso;</l>
<l>Tal della bella Europa era la cesta.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Penso che basti questo esempio a far conoscere il carattere della traduzione di Poinsinet che egli ha saputo conservare in tutto il resto del suo lavoro.</p>
<p>	Taccio delle belle edizioni di Mosco greche e latine, date dal Zamagna,<note resp="aut" place="foot">Mediol. 1784.</note>dal Bodoni, dal Teucher<note resp="aut" place="foot">Lips. 1793.</note>e dei suoi traduttori tedeschi, di Lieberkühn,<note resp="aut" place="foot">Berlino 1767.</note>di Küttner,<note resp="aut" place="foot">Mittau 1772.</note>di Grillo,<note resp="aut" place="foot">Berlino 1775.</note>di Manso. Venendo agl'Italiani, l'Amor fuggitivo di Mosco fu tradotto dall'Alamanni in versi rimati a due a due. Ecco il principio di quell'idillio nella sua traduzione:
<quote rend="block"><lg>
<l>Venere il figlio Amor cercando giva,</l></lg></quote>
	<quote rend="block"><lg><l>E chiamando dicea per ogni riva:</l>
<l>A chi m'insegna Amor da me fuggito,</l></lg></quote>
	<quote rend="block"><lg><l>Dono un bascio in mercede: e a chi sia ardito</l>
<l>Di rimenarlo a me, prometto e giuro</l></lg></quote>
	<quote rend="block"><lg><l>Ch'assai più gli darò d'un bascio puro;</l>
<l>Ha tai segni il fanciullo, e tali arnesi,</l></lg></quote>
	<quote rend="block"><lg><l>Ch'al suo primo apparir saran palesi.</l>
</lg></quote></p>
<p>	Francesco Antonio Cappone,<note resp="aut" place="foot">Venez. 1670.</note>il Salvini,<note resp="aut" place="foot">Venez. 1717. Arezzo 1754.</note>il Regolotti tradussero Mosco; il primo in versi lirici, gli altri due in isciolti. Di queste vecchie traduzioni non occorre parlare. Quella più moderna del Vicini in rima,<note resp="aut" place="foot">Venezia 1781.</note>è stata giudicata bassa prosa italiana. Quella del P. Pagnini in isciolti<note resp="aut" place="foot">Parma 1780.</note>merita più considerazione. Questo celebre traduttore ha conservato il gusto greco, ha dato una versione poetica e non una parafrasi, ha schivato l'affettazione, e ha scritti versi italiani e non barbari. Nondimeno una certa negligenza nel verseggiare, che rende di tratto in tratto i suoi versi alquanto duri, dispiace nella sua traduzione, e impedisce in parte di gustare le bellezze dei componimenti che egli ha tradotto. Ogni piccolo neo è visibile in quelle poesie, tutto il pregio delle quali consiste nella grazia e nella delicatezza. Il lettore, che v'incontra di tratto in tratto dei difetti, comincia ad annoiarsi, ed in poco tempo trova che quei componimenti lo saziano come le altre poesie ordinarie. La mediocrità, che i poeti debbono fuggir sempre, è da schivarsi in singolar guisa nei brevi canti, e specialmente del genere di quelli di Mosco. Ho cercato di evitare con cura il difetto del P. Pagnini, che in verità è molto piccolo, e che in qualche luogo è appena osservabile.</p>
<p>	Io non dirò nulla della traduzione dell'<title>Amor fuggitivo</title>, fatta in versi Anacreontici da Pagani Cesa. Confesso che questa non mi sembra capace di soddisfare, e forse era difficile fare una buona traduzione di quell'Idillio nel metro che egli ha scelto.</p>
<p>	La raccolta di alcuni Idilli di Teocrito, Mosco e Bione volgarizzati in rima dal signor Luigi Rossi, ristampata elegantemente in Padova dal Bettoni nel 1809 col testo originale, è troppo recente e troppo nota perchè faccia d'uopo parlarne. Anche Girolamo Pompei pubblicò nel 1764, insieme colle sue prime Canzoni pastorali, alcuni Idilli di Teocrito e di Mosco tradotti in versi italiani; e Mosco e Teocrito, dice Pindemonte nell'elogio di quel letterato, si leggono veramente nelle sue traduzioni.</p>
</div1></body>
</text>
</TEI.2>
