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                <title>Delle differenze poetiche, per risposta al signor Orazio Ariosto</title>
                <author>Torquato Tasso</author>
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                <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2007</date>
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                    <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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                <title>Collezione BibIt</title>
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                    <title>Tutte le opere</title>
                    <author>Tasso, Torquato</author>
                    <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
                    <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
                    <date>1997</date>
                    <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo T. Tasso, Le prose diverse, a cura di C. Guasti, I, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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                    <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
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                    <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                    <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1><head>Delle differenze poetiche. Per risposta al signor Orazio
Ariosto.</head>
<p>La difesa dell'Ariosto acquista tanto di lode e di grazia
al signor Orazio suo nepote, quanto d'odio e di biasimo
acquisterebbe a me l'offesa, s'io cercassi d'estinguere la
sua memoria, o di far minore la sua fama; ma sì come
nell'Apologia del mio poema e negli altri scritti più nuovi
non è stato il mio proponimento altro che il difendere mio
padre e me stesso, così in quei Discorsi che m'uscirono da
le mani essend'io giovinetto, non volli diminuire in alcuna
parte la riputazione di quell'autore, ma cercar la verità, e
trovar la diritta strada del poetare, da la quale molto
hanno traviato i moderni poeti. E benchè io non dovessi, per
l'età mia giovenile, farmi guida degli altri, nondimeno,
vedendo molte strade e calcate da molti, non sapeva quale
eleggere; e mi fermai tra me stesso discorrendo in quel modo
che fanno i viandanti ove sogliono dividersi le strade,
quando non si avvengono a chi gli mostri la migliore. E
scrissi i miei Discorsi per ammaestramento di me stesso, i
quali sottoposi al giudicio altrui, come coloro che
dimandano consiglio. Or dopo tant'anni e tanti fortunosi
avvenimenti, quantunque abbia mutato in alcune cose
opinione, tuttavia, mutandola, io cercava d'avvicinarmi più
a quella meta che fu da gli antichi tocca, che
d'allontanarmene per vie così nuove e così insolite, come
son quelle che dimostrano alcuni scrittori di questo secolo.
Talchè, vedendo in molte parti riprovate le opinioni ch'io
portava, ho voluto difenderle, avvenga che sian di quelle
più conformi a la dottrina d'Aristotele e al modo di poetare
tenuto da Omero e da Virgilio.
</p>
<p>Dico, adunque, che il libro della Poetica non è così manco
e imperfetto, come crede o mostra di credere l'Ariosto; nè
fa mestieri che altri principii siano messi in campo; perciò
che, se questo fusse il primo de' tre libri dell'Arte dei
poeti, de' quali fa menzione Diogene Laerzio nella Vita di
Socrate, e Plutarco in quella di Omero, o de' due ***, non
sarebbe convenevole che i principii s'insegnassero in altri
libri: ma nel primo s'insegnano senza fallo, come fece
Aristotele medesimo nel primo libro della Fisica, nel quale
ritrovò i tre principii delle cose naturali; e non indugiò sino
al secondo o sino al terzo: ed è molto men ragionevole che
ritardasse in questo; perch'era assai minore il numero de' libri.
In questo primo, dunque, s'insegnano i principii della poesia;
cioè si dà la definizione, e si mostrano le similitudini e le
differenze di ciascheduna specie: ma neglio altri doveva forse
trattar della commedia, della quale si dicono poche parole in
questo primo, e del riso e de' ridicoli, e de' ditirambi, e
della poesia delle leggi, e degli auletici, e dei citaristici,
di cui non fa se non picciola menzione Aristotele. E benchè i
poeti lirici non siano i citaristici, si poteva convenevolmente
parlar di quella poesia che si canta a la cetra, e trarne così
le regole da Pindaro, da Alceo, da Simonide, da Saffo, da
Stesicoro, da Anacreonte e da Alcmane; come parlando di
Omero e di Sofocle e d'Euripide, aveva dato quelle
dell'epopea e della tragedia e della commedia. Laonde, se ci
fusse alcun difetto, sarebbe in questa parte solamente, o
nella diffinizione d'alcune specie che non sono diffinite:
nondimeno da le cose dette si può di leggiero raccorre quel
che siano, perchè Aristotele apre la strada con la quale si
può diffinire ciascuna separatamente: ma se questo libro
fosse quell'uno ch'era intitolato ***, cioè degli
Ammaestramenti poetici, non sarebbe però necessario
d'introdurvi nuovi principii: ma ch'egli sia un libro di
quei chiamati Memoriali, che si scrivevano per memoria delle
cose le quali si dovevano trattare più perfettamente, a me
par degno di nuova considerazione, perchè in quelli tutte le
cose non avevano lo scopo e l'intenzione medesima, come
disse Alessandro; ma in questo tutte son dirizzate ad un
istesso fine, che è l'insegnar l'arte poetica: ed oltre a
ciò, nei libri Memoriali gl'interpreti non credevano che le
sentenze fussero d'Aristotele: ma in questo senza fallo
sono; conciossia cosa che egli si rimetta a questo libro in
quelli della Retorica e ne' Civili: e i libri Memoriali non
erano degni della diligenza de' commentatori: ma questo da
poi stato tradotto da molti e commentato in molte lingue, e
fra gli Arabi ancora avuto in grandissimo pregio. Colui,
dunque, il qual disse che era Memoriale, o non doveva dargli
sì fatto nome, o non doveva commentarlo con tanto studio: ma
perchè non abbiamo in opera che sia stata composta in alcuna
delle tre lingue più belle maggior luce dell'Arte poetica
che in questa, non dobbiamo prendere gli ammaestramenti
poetici più volentieri da alcun altro, nè lasciarci
ingannare da false persuasioni o da ragioni apparenti;
imperocchè ogni piccolo errore che si commette ne'
principii, procedendo oltre, diviene grandissimo verso il
fine. Rimangono dunque i principii d'Aristotele saldi, e non
gettati per terra in guisa de' Termini, per antichissima
ragione posti e confirmati in questi campi della poesia, ne'
quali il signor Orazio vuol porre a me nuovi principii non
solamente, ma nuove differenze; e peraventura tante ne
potrebbe porre e ritrovare, che egli sarebbe simile a gli
Academici che le moltiplicavano in numero infinito: ma
perchè da lui o da gli altri non si è ritrovato un numero sì
fatto, ci basteranno quelle che pone Aristotele; io dico la
diversità dell'azione imitata, del modo dell'imitare, e
degl'istrumenti co' quali s'imita, significati da lui con
queste parole: *** le quali variamente congiungendosi,
o, come dice l'Ariosto, combinandosi, nascono tutte le specie
della poesia che sono usate, o che possono usarsi
convenevolmente. Nè già nego al signor Orazio che, se
la poesia rappresentativa ha due specie, la tragedia e la
commedia, l'una delle quali imita l'azione illustre, l'altra
la popolare, non ne possa aver due parimente la narrativa
che rassomiglia solo co 'l parlare; l'una come l'Iliade e
l'Odissea d'Omero e l'Eneide di Virgilio, l'altra come il
Margite e il Moreto: perchè, sì come nelle specie degli
animali non si congiunge insieme il ragionevole con
l'irragionevole, così non par conveniente che in una specie
di poesia si congiunga l'azione alta e la bassa, e la nobile
e la popolare; altrimenti sarebbe simile a' Centauri e a'
Minotauri. E quantunque nell'Odissea d'Omero siano
introdotti con gl'iddii, e coi re, e con gli eroi, i
guardiani di porci e di pecore e altri simiglianti, che la
fanno composizione di doppio genere; tuttavolta le persone
non son numerate da Aristotele fra le differenze, perciò che
tutte sono impiegate in un'alta operazione di vendetta, e
dirizzate ad un fine della quiete d'Ulisse. E non volendo
noi moltiplicare le differenze oltre quel numero che pone
Aristotele, ne segue che in quel genere di poesia il qual
imita con le parole solamente, due siano le specie: nell'una
delle quali porremo non solo l'Iliade, ma l'Odissea; e ciò
dichiara Aristotele, dicendo che l'Iliade e l'Odissea hanno
quel rispetto a la tragedia, che il Margite a la commedia:
ma nel genere rappresentativo due e non più dovrebbono
essere; la tragedia e la commedia; perciò che la
tragicommedia non si può far con l'arte d'Aristotele, nè con
l'autorità degli antichi Greci; nè si possono in una specie
congiungere insieme le differenze opposte, come insegna
Simplicio nei Predicamenti. E se l'alta azione si potesse
mescolare insieme con la bassa, si potrebbono ancora
confondere i caratteri e le forme dei parlari; perchè ogni
materia dee essere trattata con istile conveniente; ma non
potendosi mescolare que' due caratteri, come piace al
Falereo, non si debbono porre insieme azioni così
differenti: e se pur le differenze opposte si potessero
accoppiare, non basterebbe a congiungere le persone d'alto
affare con quelle di picciola nazione, ma sarebbe necessario
che le azioni alte e le basse fussero insieme composte; ed
in questo modo componendosi, non tre solamente sarebbono le
specie di questi due generi, ma quattro: nel rappresentativo
la tragedia, la commedia, la tragicommedia e la
cometragedia, di cui si legge solo il nome in Giovanni
Achéo; e, se non m'inganno, dovrebbe esser composto con
ordine opposto, cioè, cominciando da le cose piacevoli,
fornire nelle miserabili e nelle spaventevoli. E nell'altro
genere narrativo sarebbono quattr'altri, che rispondono
quasi da l'altra parte a l'altrettante subdistinzioni, o
subdivisioni, o non soverchie, in quel modo ch'egli dice, o
con differenze accidentali; talchè non fanno alcuna
diversità di specie: ma perch'egli passa da le differenze a
le proprietà, non concederò che sia proprietà d'alcun poema
imitar molte azioni; e quantunque de l'epopea sia proprio il
fingere molte favole, nondimeno le tesse in una sola
testura. Laonde possiam dire che siano molte favole in una;
perchè le favole doppie sono una per la congiunzione e per
lo modo, come l'Andria e gli Adelfi di Terenzio; ed
artificiosissimo è quello il quale si scioglie tirando un
sol capo, come si sciogliono ambedue le dette in quel modo
ch'io dissi al signor Pirro degli Unti, mentre studiavamo
insieme in Bologna. Ma Aristotele non chiama doppia la
favola per questa cagione, per la quale al signor Orazio
pare che sia triplice, ma perch'ella ha il riconoscimento e
la mutazione di fortuna; e semplici chiama quelle che non
l'hanno: e come che sia laudato da Aristotele, questa
maniera è biasimata quando è doppio in un altro significato,
cioè, dov'ella sia di due generi di persone, parte umili e
parte sublimi: ma l'ignoranza degli spettatori e l'aura
popolare è molto favorevole a questa sorte di favole: onde
altra considerazione si dee avere principalmente nel farle
semplici o doppie, com'ebbero molti degli antichi, o guidati
da la natura o da l'arte, i quali fecero la favola molto più
una che non fanno i moderni, e Omero particolarmente. Ma
Aristotele dà per ammaestramento, che l'azione debba essere
una, dicendo che Omero, sì come nell'altre cose fu
eccellente, così vide molto in questa, perchè fece l'Iliade
e l'Odissea di una sola azione; e appresso dice, che
l'Iliade e l'Odissea sono rinchiuse in una sola tragedia o
in due al più: ma lo scrittore delle cose Cipriane fece
l'azione di molti membri; e da la picciola Iliade si possono
cavare otto tragedie; e, a la somiglianza di costoro,
l'Ariosto e gli altri moderni hanno ripieni i loro poemi di
varie favole. Convien dunque aver riguardo a molte cose
insieme, e non considerar quel testo solamente d'Aristotele
nel quale egli afferma che il fingere molte favole è proprio
dell'epopea; ma quello che dice Plotino ancora ne' libri
della Prudenza, che una è la ragione della favola tragica e
della comica, la qual contiene in sè molte battaglie; perciò
che riduce sotto una concordia e temperanza tutte quelle
cose che sono discordi e combattono fra di loro; onde alcuno
l'assomiglierà a l'armonia che risulta da le cose contrarie:
ma, se la ragione della musica è simile a quella del mondo,
convien che sia moltiplice; e, se moltiplice non fosse, non
sarebbe ragion del tutto. Nè minor riguardo dobbiamo avere
negli episodi; perchè, quantunque gli episodi si possano
frapporre nella favola verisimilmente, nondimeno è viziosa
quella favola nella quale gli episodi sono in altro modo
inseriti, e si chiama favola episodica: ma l'arte allora è
più perfetta, ch'ella più s'assomiglia a la natura. E non
facendo la natura cosa alcuna per episodio nell'universo, il
qual è così grande e così adorno di tutte le specie e di
tutte le bellezze, l'arte vorrebbe anch'ella dimostrare a
prova le sue ricchezze e gli ornamenti, e ridurre tutte le
parti del poema sott'ordine quasi certo, e dare a ciascuna
disposizione e dependenza necessaria; ma non potendo
pervenir a tanta perfezione, fa verisimilmente alcuna volta
quel che non l'è conceduto di fare necessariamente. Non sono
dunque sbanditi gli episodi verisimili del poema, benchè le
parti principali siano le necessarie; ma debbono essere
legate in modo che alcuna non se ne possa sciogliere senza
guastar tutta la catena. E quel ch'abbiamo detto fin ora,
basti per risposta delle cose dette dal signor Orazio o per
difesa del mio poema, o per avvertimento de' moderni, o per
gloria degli antichi; solo che la brevità non tolga
riputazione a la verità, la quale io dico non per oscurar la
gloria d'alcuno, ma per illustrar gl'ingegni offuscati da le
passioni. Per altro i moderni poeti sono degni di molt'onore
e di molta lode, imperocchè la lode è la mercè dei morti.</p></div1></body></text></TEI.2>

