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      <title>Ragionamento d'Isocrate a Filippo</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>10 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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      <date>800</date>
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        <term>858.7 - MISCELLANEA ITALIANA. 1814-1859</term>
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<div1><head>RAGIONAMENTO D'ISOCRATE A FILIPPO</head>

<p>Non ti maravigliare, o Filippo, se io non darò alla mie parole quel cominciamento che si apparterrebbe alla Orazione indirizzata al tuo nome che ora ti sarà recitata e mostra, ma sì prenderollo da una che io scrissi sopra il negozio d'Anfipoli. Io voglio toccare da prima alcune poche cose dintorno a quella mia scrittura per darti ad intendere, e così ancora agli altri, che io non ho preso a comporre questa infrascritta Orazione per imbecillità di mente, o forse per alcuno errore cagionato dalla mia presente infermità, ma che per ragione e a bell'agio mi vi sono indotto. Perciocchè al tempo della guerra che per la causa di Anfipoli avevamo tra noi tu e la città nostra, veggendo io da tal guerra nascere molti mali, mi posi a distendere per iscrittura, sopra la detta terra di Anfipoli e suo contado, non già qualche parte di quello che si usava di dire a quei tempi per li tuoi cortigiani e per li nostri oratori, anzi per in contrario certi miei concetti diversi di grandissima lunga dall'animo di coloro. Poichè, dove essi tuttavia più v'infiammavano alla guerra, aiutando colle loro parole i vostri appetiti, io, lasciando da parte i meriti della controversia, pigliato quel soggetto che mi pareva il più acconcio a mettervi in pace, e di quello trattando, diceva che eravate ambedue molto errati, e che la guerra si faceva dalla tua parte per cosa di nostro servigio, e dal lato della città in vantaggio della tua potenza. Perocchè il tuo migliore essere di non avere in mano quella contrada, e il nostro di non la pigliare in niun modo. Delle quali cose pareva a quelli che le udirono recitare, che io ragionassi in guisa che niuno di loro attendeva a lodare, siccome è usanza di certi, la orazione medesima o le parole di quella, come accurate e pure, ma bene si meravigliavano della verità delle sentenze, e stimavamo per niuno altro modo potere essere che voi vi rimaneste da quella contesa, se non per quest'uno, e ciò è dire, se tu dall'una parte fossi fatto capace doverti meglio fruttare l'amicizia nostra, di quello volevano le entrate che si potessero cavare da Anfipoli; e se la città conoscesse dall'altra parte, che al tutto egli si vuole astenersi da fondare di così fatte colonie, che sono andate a perdizione coi loro uomini già insino a quattro volte o cinque, e che bisogna cercare di cotali siti lontani da chi abbia potenza di comandare, e vicini a gente usata a servire, come è, per modo di esempio, il luogo dove i Lacedemoni posero la loro colonia di Cirene. Ancora similmente, se tu comprendessi che cedendo a noi quella contrada in nome, tu l'avresti pure in fatto alla tua signoria, e ne acquisteresti da vantaggio la nostra amicizia, della quale riceveresti altrettali statichi quanti fossero i coloni che di qua si mandassero nel tuo dominio; e dall'altro canto, se qui si trovasse alcuno che desse ad intendere al popolo come se noi prenderemo Anfipoli, egli ci converrà, per rispetto a quelli dei nostri che vi abiteranno, avere quello stesso riguardo agl'interessi tuoi, che già in altri tempi avevamo a quello antico Mèdoco, per cagione dei nostri coltivatori stanziati nel Chersoneso. E queste essendo le cose che si esponevano ai cittadini per quella scrittura, sperava chiunque la udì, che divulgata che ella fosse, dovessero ambedue le parti mettere giù le armi, e ravvistesi, prendere qualche partito conducevole alla utilità comune. Ora quanto si è a queste loro opinioni, o stolte o pur savie che elle si fossero, non altri che essi ragionevolmente hanne a portare o la lode o il biasimo. Ma intanto che io era in su quella scrittura, innanzi che ella fosse c'indotta a perfezione, voi fermaste la pace, operando in ciò saviamente, perocchè meglio era comporre quella controversia in qualunque modo, che sostenere i mali di quella guerra.</p>
<p>Preso dunque molto contento della deliberazione del popolo intorno all'accordo, e stimando che ella dovesse tornare in beneficio, non pur nostro, ma tuo ed anco di tutti i Greci, non potendo io sviare il pensiero delle cose dipendenti da tale accordo, subito mi volsi a speculare in che modo potessimo noi mantenere la pace fatta, e come dopo picciolo tempo la nostra città non entrasse in appetito di nuove guerre. E considerando a parte a parte, io trovava che in niuna guisa ella non poteva posare, se non quando le maggiori città della Grecia pigliassero partito di comporre tra loro ogni differenza e trasferire la guerra in Asia, e quivi dai Barbari procacciare per forza quegli avvantaggi e quei comodi che elle procacciano ora dai Greci: le quali cose trovomi aver consigliate nel Panegirico. Con questi pensieri, giudicando non si potere mai trovare materia più bella, nè che a tutti noi più comunemente di questa si appartenesse, nè di nostra utilità maggiore, mi commossi a volerne scrivere un'altra volta, con tutto che io non fossi già in niuna cosa malconoscente di mio stato e di mie facoltà, e mi avvedessi bene che egli si richiederebbe a tale ragionamento un uomo, non dell'età mia, ma in sul fiore degli anni, e oltracciò di natura infra gli altri molto eccellente; e ancora mi avvisassi che a gran fatica può la persona scrivere in una stessa materia due orazioni per modo che gli uomini le comportino; maggiormente, accadendo che quella divulgata prima sia scritta con tale artificio e stile che anco gl'invidiosi dello scrittore la imitino, e ne abbiano più maraviglia che non hanno eziandio quelli che la lodano a cielo. Ma nientedimeno io, messe tutte queste difficoltà in non cale, sono in questa mia vecchia età divenuto così baldanzoso, che io ho proposto di volere ragionando teco, in quel medesimo tempo accennare a far palese a quelli che meco hanno praticato per causa di studi, che lo andare noiando la moltitudine ragunata colla occasione delle feste e solennità, e favellare in comune a tutti quelli che vi concorrono, è un favellare a niuno; e non altrimenti queste cotali dicerie sono vane ed inefficaci, che sieno le leggi e le repubbliche scritte dai sofisti. Dovere coloro che non si dilettano di cianciare a vòto, ma intendono di voler fare qualche frutto, e che si credono avere alcuno loro ritrovamento da manifestare, il quale sia di beneficio comune, lasciare gli altri parlare nelle celebrità degli uomini, ed essi fare alle cose delle quali prendono a consigliare (se pur vogliono che vi sia posto mente) uno quasi capo, a ciò eleggendo un uomo di quelli che sanno e possono dire e fare, e che abbia stato e riputazione grande. Il che veduto io, e giudicato essere la verità, ho eletto di ragionare teco, non già con intenzione di scegliere quelle cose che più ti debbano essere a grado, come che egli mi sarebbe oltremodo caro che le mie parole ti aggradissero; ma io non pensava però a questo; e la cagione che mi mosse fu che io vedeva gli altri uomini grandi e di nome, vivere sotto l'autorità di comuni e di leggi, e non poter fare altro se non quello sia loro ingiunto; ed ancora essere da meno assai che non è richiesto alle cose che io sono per dire; a te, in contrario, la fortuna aver dato libera facoltà e di mandare a chi ti piacesse, e da chi ti piacesse altresì ricevere ambasciatori, e di poter dire ogni cosa chi tu credessi espediente; e oltre di questo io ti vedeva fornito di tanta ricchezza e militare potenza, di quanta non è tra i Greci niuno; le quali due cose sole al mondo possono di loro proprietà e persuadere e sforzare, che sono effetti, se io non m'inganno, bisognevoli l'uno e l'altro alla esecuzione delle cose che ora dobbiamo dire. Perocchè il mio proposito è consigliarti di voler essere autore e capo di ridurre i Greci a concordia e di fare oste sopra i Barbari. Dove il consigliarti di fare oste, è cosa di tuo speciale onore; di farla poi sopra i Barbari, è cosa di utilità comune. Questa sarà la sostanza di tutto il ragionamento. </p></div1></body></text></TEI.2>
