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      <title>Il N. overo de la Pietà</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>20 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<titlePart type="main"> IL N. OVERO DE LA PIETÀ </titlePart>
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 <castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head>
    <castItem type="role"><role>FILIBERTO ROBBA,</role></castItem>
    <castItem type="role"><role>FRANCO LAMPUGNANO,</role></castItem>
    <castItem type="role"><role>A.N.,</role></castItem>
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</front>
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<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<stage>Poiché voi sete stato presente, signor Lampugnano, al ragionamento ch'ebbe il signor A.N. co 'l signor P.G. e co 'l signor F.M. nel territorio di Lucca, mentre il signor marchese d'Este v'era a' bagni, vi prego che distintamente me 'l raccontiate, perch'io sono altrettanto desideroso d'udire quel che fu discorso tra quelli eccelenti ingegni, quanto sarei stato di vedere la bellezza di quel felice paese.</stage>
	<sp><speaker>F.L.</speaker><p>Noi eravamo un giorno in una piacevole montagnetta la qual vagheggia il Serchio, assai penserosi per la lontananza di Turino, la quale omai ci cominciava a rincrescere; ma più di tutti gli altri il signor A.N. pareva da pensieri angosciato, il quale sedeva sotto alcuni alberi che ricoprivano con l'ombra una bella fontana, intorno a la quale alcuni tronchi facevano bastevoli seggi a coloro che stanchi dal caminare vi capitavano: e si trovavano con esso noi il signor P.G. e 'l F.M., i quali con tutti avevano presa stretta dimestichezza, e particolarmente co 'l signor A.N., ed erano per gli meriti loro assai stimati dal signor marchese, che n'è buon conoscitore.</p></sp>
 <stage>Allora ilM, rivoltosi al N., disse:</stage>
	<stage>Dove ora tenete fermi gli occhi e 'l pensiero così fissamente?</stage>
	<sp><speaker>A.N.</speaker><p> Io riguardava questi alberi e, riguardandoli, m'aveniva quel che prima avenne al Petrarca, mentre caminava per luoghi inospiti e selvaggi: percioch'io avea ne gli occhi la mia donna, e mi pareva di veder seco donne e donzelle, e sono abeti e faggi; e se peraventura rivolgo gli occhi o ne le nubi del cielo o ne l'acque del Serchio, il mio pensiero me l'adombra ne l'istessa maniera. né solamente questi miracoli m'avengono, ma alcuni altri, simili a quello del quale egli ragiona in que' versi:

<quote rend="block"><lg>
<l>E i duo mi trasformaro in quel ch'io sono,</l>
<l>Facendomi d'uom vivo un lauro verde,</l>
<l>Che per fredda stagion foglia non perde.</l>
</lg></quote></p>

<p>Peroché m'imaginava di vederla in riva non del Peneo, ma d'un più altero fiume, in compagnia d'Amore, il quale non s'allontana da lei pur un passo. E mentre intentamente mi pareva di rimirarla, non so come, io mi sentia tutto in lei trasformato; laonde udia co' suoi orecchi, vedea con gli occhi suoi e pensava co' suoi pensieri, e co' suoi desideri desiderava quello ch'ella mostra di desiderare, i tormenti dico, e le pene mie, le quali temeva solo che non fossero troppo brevi e che non fornissero con la mia vita; però avrei voluto che, sì come l'amore è infinito, così elle non avessero meta o termine alcuno. Ma pur io piangeva con le mie lagrime e non con le sue; percioch'io non vedeva in lei alcuna compassione del mio male, né alcun segno di pianto in quegli occhi, i quali con una stilla sola sparsa da loro avrebbono potuto temperare mille fiamme amorose; ma più tosto mi pareva di vederla sorridere, mentre in una grande e lieta festa ballava con alcuni leggiadri cavalieri e con loro ragionava. E io era intanto così in lei trasformato che così mi piaceva d'andarmi tra le mie miserie avolgendo, e così m'erano cari i favori i quali ella faceva a que' giovani cavalieri com'era a lei medesima di farli: laonde, quantunque fosse stato in mio potere d'impedirla che non gli facesse, non gli avrei dato impedimento alcuno. </p></sp>
	<sp><speaker>P.G.</speaker><p> Gran trasmutazione è questa vostra: e se voi sete così trasfigurato ne la vostra donna come voi dite, non è maraviglia ch'ella non abbia compassione del vostro male; anzi impossibil sarebbe ch'ella l'avesse. </p></sp>
	<sp><speaker>A.N.</speaker><p> E perché impossibile? </p></sp>
	<sp><speaker>P.G.</speaker><p> Perch'essendo in lei trasformato, sete divenuto quel ch'ella è, di maniera che tutto quello ch'era vostro è fatto suo. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p> Sì veramente. </p></sp>
	<sp><speaker>P.G.</speaker><p> Dunque il vostro male ancora è diventato suo; e perché la compassione, o la misericordia che vogliam dirla, è un dolor del male altrui, non può averla di quel che fu vostro, lo quale ora è suo. E s'Amasi, il quale aveva lagrimato de la sciagura de l'amico, non pianse de la morte del figliuolo, come di cosa che troppo l'accorava, per questa istessa cagione io stimo che non pianga del vostro dolore, quantunque vero fosse quello che di vedere v'imaginate: e peraventura il riso ch'in lei vi parve di rimirare fu simile a quel d'Aniballe, il quale

<quote rend="block"><lg>
<l>Rise fra gente lagrimosa e mesta</l>
<l>Per isfogar il suo acerbo despitto;</l>
</lg></quote></p>

<p>perch'essendo ella dolorosa per la vostra partita, dee per onor suo celar questa passione sotto il contrario manto. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Io confesso che questo potesse così avenire come voi narrate, se non fosse che non solo io sono stato rapito da la imaginazione in modo ch'io l'ho veduta e udita quasi presente, ma ancora, come ho detto, mi sono in lei trasformato e co' suoi pensieri e co' suoi affetti medesimi ho consentito al mio male; però, s'ella non ha pietà, non aviene per la ragione che voi dite, la qual mi par più tosto ingegnosa che vera: laonde io pregherò il signor F.M., che molto meglio saprà rispondere a le vostre ragioni, che prenda sovra di sé questa parte di risposta o di difesa, la quale ad uno addolorato come io è troppo grave, ed egli, sottentrando al mio peso, mostrerà quella compassion di me la quale sin ora non ho potuto né vedere né imaginare ne la mia donna. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Quantunque io creda che voi siate così forte cavaliero che non vi lasciate facilmente vincere né stancar dal dolore, nondimeno, poich'a voi così piace, io ne discorrerò in vostra vece co 'l signor P.G.; e lasciando star da parte questa vostra amorosa trasformazione, peroché qual ella sia, mi par che dopo debba esser considerata, chiedo al signor P. s'egli stima che la compassione sia uno affetto simile a l'ira, a lo sdegno e a la paura, l'oggetto de' quali è fuor di noi in guisa che l'appetito del senso, seguendolo, si muove verso lui o, fuggendo, cerca d'allontanarsene. </p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>In ciò veramente sono assai simili. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Nondimeno pare che l'oggetto sia qualche volta in noi stessi, perch'alcuno si sdegna non solo con gli altri, ma con se medesimo; laonde lo sdegno allora si ritorce: e però si legge:

<quote rend="block"><lg>
	<l>L'animo mio per disdegnoso gusto,</l>
<l>Credendo co 'l morir fuggir disdegno,</l>
<l>Ingiusto fece me contra me giusto.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Questo mi par che non si possa negare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> E alcuno parimente s'adira con se medesimo, come fece Aiace in molti e poi in se stesso, forte o furioso più tosto. </p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Parimente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> E in questo modo altri ha paura di se medesimo, come si legge in quel luogo:

<quote rend="block"><lg>
<l>Tal paura e vergogna ha di se stesso.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Così credo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Dunque in questo modo ancora alcun potrà aver compassione di se stesso; e l'ebbe quel poeta il qual, di sé parlando disse:

<quote rend="block"><lg>
	<l>E' m'incresce di me sì malamente</l>
<l>Ch'altrettanto di doglia</l>
<l>Mi reca la pietà quanto il martire;</l>
</lg></quote></p>

<p>e quell'altro il quale scrisse:

<quote rend="block"><lg>
<l>Una pietà sì forte di me stesso. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma qual sia questo modo, possiamo andar considerando.</p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Come vi piace. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Credete voi che l'uomo sia uno semplicemente, o un composto di molte parti e di molte potenze? </p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Un composto senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Ciascuna de le quali è diversa da l'altra? </p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Sì veramente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Dunque non è sconvenevole che l'una si sdegni contra l'altra e che s'adiri e che tema similmente: peroché la parte irascibile s'adira e si sdegna contra la concupiscibile, e la concupiscibile teme l'irascibile, e l'una e l'altra la ragione, la quale ha il freno e la verga con la quale le castiga e le corregge. </p></sp>
	 <sp><speaker>P.G.</speaker><p>Così suole avenire ne gli animi ben composti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Dunque in questa stessa guisa è convenevole che l'una parte abbia compassione de l'altra; e quantunque questa compassione sia dolore del male altrui, peroch'ella è del male d'una potenza diversa, tuttavolta, perché l'uomo ha in se medesimo tutte queste potenze, si può dire che la compassione sia di se stesso, come lo sdegno e l'ira e la paura. E se questo è come abbiamo conchiuso, potendo l'uomo aver compassione di se stesso, maggiormente può averla la donna amata, quantunque in lei sia trasformato: laonde io ho gran pietà di questo cavaliero se, come egli dice, non glie n'è avuta alcuna da la sua donna. Ma potrebbe essere ch'egli peraventura s'ingannasse: però ricerchiamo che sia questa compassione ch'egli desidera che gli sia portata, accioché, ben conoscendola, non la prendiamo in iscambio; e, se vi piace, non co 'l signor P., ma con voi, signor A., n'andrò ricercando. Ditemi dunque: desiderate ch'ella v'abbia convenevole o disconvenevole compassione? </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Convenevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> E se sarà convenevole, sarà giusta, perché niuna cosa è convenevole ch'ingiusta sia. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Così è veramente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Ma s'ella è giusta, diremo ch'ella partecipi de la giustizia o pur ch'ella sia giusta per se stessa? </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p> Ne l'uno e ne l'altro modo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Dunque due saranno tra sé differenti, l'una giusta per se stessa e l'altra giusta per participazione. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Così credo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Ma la compassione non è ella talvolta ingiusta, come fu quella de la quale parlò Dante ne l'<emph>Inferno</emph>:

<quote rend="block"><lg>
<l>Chi è più scelerato di colui</l>
<l>Ch'al giudizio divin passion porta? </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Così stimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> E pare che sempre sia giusta la compassione la qual si porta a coloro i quali son condannati dal giudizio de gli uomini: perché, quantunque per altro fossero scelerati, mentre sono di qua, veggiono aperte le braccia de la divina bontà, la qual le ha così grandi

<quote rend="block"><lg>
<l>Che prende ciò che si rivolve a lei. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma di coloro che dal giudizio d'Iddio sono condennati è ingiusta. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>È veramente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Se dunque due sono le giuste, una giusta per sé, l'altra la qual può participar di giustizia, accioché meglio le possiamo conoscere, le debbiamo chiamar con nomi differenti. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Così stimo convenevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Quella dunque ch'è per sé giusta o che più tosto è una parte de la giustizia medesima, percioché dimora in quella parte de l'animo la qual non è soggetta a le passioni, non chiamaremo compassione, ma pietà; l'altra, la qual alberga ne l'appetito del senso, dove sono tutti gli affetti, e può participare e non participare di giustizia, chiameremo compassione o misericordia. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Assai convenevolmente mi pare che sian dati loro questi nomi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Tuttavolta, quando ella ne partecipa, suole esser chiamata co 'l nome de l'altra che per sé è giusta; però de l'una si legge:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ben torna a consolar tanto dolore</l>
<l>Madonna, ove pietà la riconduce; </l>
</lg></quote></p>

<p>e altrove:

<quote rend="block"><lg>
<l>Deh, qual pietà, qual angel fu sì presto?; </l>
</lg></quote></p>

<p>e:

<quote rend="block"><lg>
<l>...Ma tranquilla oliva</l>
<l>Pietà mi manda; </l>
</lg></quote></p>

<p>e de l'altra:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ma voi che mai pietà non discolora; </l>
</lg></quote></p>

<p>e in altri luoghi:

<quote rend="block"><lg>
<l>Pietà s'appressa e del tardar si pente; </l>
</lg></quote></p>

<p>e:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ella si tace e di pietà dipinta; </l>
</lg></quote></p>

<p>e:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ch'un foco di pietà fessi sentire; </l>
</lg></quote></p>

<p>e:

<quote rend="block"><lg>
<l>Di sua man propria avea descritto Amore</l>
<l>Con lettere di pietà. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Omai stimo che l'una da l'altra e ambedue da quella ch'essendo ingiusta, non riceve il nome di pietà, facilmente potrò riconoscere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Poiché le riconoscete dunque, quali desiderate che vi sian portate da la vostra donna, le due convenevoli o pur quella la qual convenevol non è? </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Le convenevoli. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Dunque quella la quale è ne la volontà, e l'altra ch'è ne l'appetito concupiscibile, ma partecipa nondimeno de la luce de l'intelletto, che tutta l'illustra. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Sì certo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> E queste ingiustamente vi sono negate da lei, se voi la servite e amate in quel modo ch'è convenevole. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Io la servo e l'amo così affettuosamente che quasi mi sono in lei trasformato. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> Ma forse la vostra trasformazione è simile a quella la qual si rimira in alcuni di questi razzi che vengono di Fiandra e sono così vaghi da riguardare: peroch'in quelli si vede Dafne o altra ninfa, la quale conserva ancora la forma umana ne gli occhi e ne la fronte e nel volto tutto e nel petto e ne le mammelle e ne le parti ch'a queste sono congiunte, ma le cosce e l'altre inferiori sono coperte da una scorza de albero, la quale, tuttavia verdeggiando, ha fisse in terra le sue radici. Così voi avete già trasformate le parti inferiori de l'anima vostra in quelle de l'anima sua sensitiva, peroché sentite co' suoi sensi, come avete detto, e desiderate co' suoi affetti, ma non avete ancora trasformate le superiori, intendendo a vostro modo e avendo libera la volontà; laonde, se perfetta dee essere questa amorosa trasformazione, conviene che con la vostra mente ne la sua vi trasformiate e che, facendole dono del vostro arbitrio, vogliate e disvogliate come a lei pare. E allora ella sarà pietosa di voi quanto conviene; e forse, dove ora vi dolete, vi rallegrarete doppiamente: perché l'una gioia sarà l'averle donato l'intelletto e la volontà, e l'altra ch'ella, a voi ridonandola, adopri non solo la vostra ma la sua medesima, come a voi piacerà. Fra tanto guardate di non v'ingannare, perché forse il suo riso non è simile a quello d'Aniballe, ma a quello di Laura, di cui fu detto:

<quote rend="block"><lg>
<l>Io vidi lampeggiar quel dolce riso, </l>
<l>Ch'un sol fu già di sue virtute afflitte. </l>
</lg></quote></p>

<p>E peraventura ella ha pietà di voi, ma voi non la conoscete, perché l'ire sue e gli sdegni sono come quelli de la madre, la quale non è men pia per la sferza. </p></sp>
	 <sp><speaker>A.N.</speaker><p>Io v'aveva chiamato in mia difesa, e voi non vi sete armato per me ma contra me, mostrandovi prontissimo difensore de la mia donna. E perch'è ragionevole ch'ella, la quale in tutte le parti è superiore, riporti ancora vittoria d'ogni contesa che potesse nascer fra noi, non ardisco di chiamar ingiusta questa vostra difesa, ma giudiziosa più tosto l'elezione, poiché avete voluto esser campione di tanta bellezza; e io, il qual sono suo, come dissi, in suo nome ve ne ringrazio e nel mio non me ne dolgo. Ma ben vorrei che m'insegnaste di persuaderla in tal maniera ch'io destassi in lei non solo quella pietà la quale è scompagnata da ogni passione, ma quell'altra la quale compatisce a' nostri dolori e, venendo talvolta ne gli occhi e ne la lingua, si suol dimostrar ne le lagrime e ne' sospiri. </p></sp>
	<sp><speaker>F.M.</speaker><p> A cattivo maestro di questa arte vi sete avenuto: e voi avete tanto ingegno ch'agevolmente per voi stesso saprete ritrovare ragioni a bastanza. Ma se pur ne voleste intendere il mio parere, non cerchereste di dar a lei alcuna passione, ma di liberarne voi medesimo a fatto e di purgarne l'animo vostro in guisa che senza impedimento possa godere de la bellezza e de la luce del suo. Ma i ragionamenti ricercherebbono più lungo tempo, e già, come vedete, cade da altissimi monti maggior l'ombra; però sarà ora che ce ne ritorniamo a la città. </p></sp>
</div1>
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</TEI.2>
