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      <title>L'oplomachia pisana, ovvero la battaglia del ponte di Pisa</title>
      <author>Camillo Ranier Borghi</author>
    </titleStmt>
    <extent>288 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000626</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>L' Oplomachia pisana, ovvero La battaglia del ponte di Pisa, descritta da Camillo Ranier Borghi nobil pisano ... e da esso consacrata al Senato, e popolo della medesima citta di Pisa</title>
        <author>Borghi , Camillo Ranieri</author>
        <editor id="ed">Frediani, Pellegrino</editor>
        <publisher>per Pellegrino Frediani</publisher>
        <pubPlace>Lucca</pubPlace>
        <date>1713</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<front>
   <titlePage>
    <docTitle>
    <titlePart type="princ">L'OPLOMACHIA
PISANA,</titlePart>
<titlePart type="sub">OVVERO
LA BATTAGLIA
DEL PONTE DI PISA,</titlePart></docTitle>
    <docAuthor>DESCRITTA DA
CAMILLO RANIER BORGHI
NOBIL PISANO, ALFIERE D'INFANTERIA DELL'A<abbr>.</abbr> <abbr>R.</abbr>
DI TOSCANA NELLA BANDA DI PISA,
E DA ESSO CONSACRATA
AL SENATO, E POPOLO
Della medesima Città di Pisa.</docAuthor>
    <docImprint><pubPlace>In Lucca</pubPlace>, <date>MDCCXIII</date>.
     <publisher>Per Pellegrino Frediani.</publisher> <hi rend="italic">Con <abbr>Lic.</abbr> de' <abbr>Sup.</abbr></hi></docImprint></titlePage>
<div1 type="dedica">
<head>Dedica</head>
<p>AL SENATO, E POPOLO PISANO
CAMILLO RANIER BORGHI.
Quanto grande, ed
eroica, altrettanto
commendabile fu l'ingegnosa invenzione
di quella finta, ma fiera Battaglia, che
fin dal principio di questa superba
Città destò ne' forti animi degli
antichi Pisani quell'alto valore, che
dimostrarono poi nelle tante
malagevoli imprese, e nelle tante segnalate
Vittorie ottenute, allora che
l'intrepidezza del loro magnanimo cuore non
aveva limite, che le impedisse il corso,
nè freno, che la retardasse dal
tentare ogni più periglioso cimento. Per la
qual cosa ben meritarono, che ne
fossero consacrate all'Immortalità le
memorie, e dalle penne, che descrissero
in più volumi le gloriose loro geste,
e dagli Scarpelli, che le incisero ne'
Marmi, e le scolpirono a maraviglia
ne' Bronzi. Di non minor laude
condegna sempre mai si rendè l'emula
Pisana Posterità, che divenuta non
mica erede delle superbe Grandezze,
che sono beni caduchi della cieca
Fortuna; ma bensì delle rare, ed
immortali Virtù degli Avi suoi, fe trapassare
d'uno in un altro Secolo, fino a
questo ancor nascente, la bella usanza
d'appresentare d'anno in anno all'altrui
curiose pupille quel vago, ed insieme
orrido Spettacolo, che volgarmente
Giuoco del Ponte s'appella, tanto più
mirabile, quanto più nascendo tra gli
ozj, e le delizie d'una tranquilla pace,
accresce pregio vie più riguardevole
al di lei genio egualmente nobile, e
marziale.
Di questo adunque celebre, e
famoso Giuoco, vera sembianza di
Guerra, e della di lui origine bramando
or'io di rintracciare il vero, e di
difendere per quanto estendonsi le deboli
forze del mio talento, dalle ingiurie
del tempo una così illustre memoria,
ho preso, eccelso Sentao, e valoroso
Popolo, a raccogliere tutte le notizie
che intorno a ciò sono state possibili.
E dovendo per compiacere agli
Amici, permettere, che queste mie
povere fatiche compariscano alla pubblica
luce, ho tosto conosciuto corrermi
l'obbligo, per aver' il vanto ancor'io di
derivare da questa inclita Patria, di
dovere consacrarle a Voi, facendomi
a credere, che non possano esservi
se non care; sì perchè viene in esse a
farsi onorata menzione delle nobili, e
generose azioni de' nostri Maggiori;
sì perchè potrete ravvisare in Voi
stessi, e nell'eroiche Opere vostre, una
vostra di loro felicissima immitazione.
Questa sola credenza mi ha fatto
superar quel timore, ch'io non senza
gran ragione concepiva, d'aver ad
incontrare le vostre giuste repulse per la
tenuità dell'offerta, nella quale
essendosi pur degnato il vostro benigno
consentimento d'approvare, e
d'aggradir parimente il Tributo
dell'obbligata mia volontà, prendo animo a
sperare, che siccome (mercè
l'incomparabile umanità vostra) sono per
rendersi meno osservabili le oscurità
dell'ingegno, che questo mio mal
composto libro contiene; così più chiaro sia
per apparire quell'umilissimo ossequio,
e quella somma venerazione, con cui
ho l'onore di presentarvelo,
ponendoli in fronte la gloria, e lo Splendore
del vostro riveritissimo nome.
</p>
</div1>
<div1 type="prefazione">
<head>Prefazione</head>
<p><hi rend="italic"> L'Aver trascorso, leggendo per mio divertimento, il
trattato de' Giuochi Circensi Romani, posto in
luce dal famoso Padre Onofrio Panvinio, e la Parafrasi di
Pindaro dell'eruditissimo <abbr>Sig.</abbr> Alessandro Adimari circa
gli antichi Giuochi de' Greci, m'invogliò di far passare
con ogni maggior distinzione alla Posterità anche le
notizie del nostro Giuoco del Ponte, per assicurarlo al
possibile, che
</hi></p>
<lg type="versi">
<l n="1"> L'Astro, che d'involar, se non invola,</l>
<l n="2">Tenta la gloria all'opere ammirande,</l>
<l n="3">Il tempo alfin, che la credenza nega</l>
<l n="4">Alle scorse memorie</l>
</lg>
<p><hi rend="italic"> non potessero o minorare, o supprimere il grido, e la
Fama d'un Giuoco vero ritratto di Guerra, in cui
unitamente esercitandosi le virtù dell'animo, e del corpo, può
meritamente tenersi di stima superiore a quanti mani, se ne
rappresentassero e da' Romani, e da' Greci; poichè i
Giuochi de' primi non servirono a' loro Cittadini, che di puro
divertimento; e di solo esercizio del corpo quei de'
secondi.
Misurata dunque la bassezza del mio intendimento
con la difficoltà dell'impresa, e ricordevole di quel detto.
</hi><foreign lang="lat"> Sumite materiam vestris, qui scribitis, aequam
Viribus,
</foreign><hi rend="italic"> mi riconobbi quasi incapace a soddisfare il mio
desiderio; reflettendo poi, che niuna cosa dev'essere più in
pregio agli Uomini in vita, che la loro Patria,
senz'altro riguardo a simili impegno m'accinsi.
Appena, per così dire, dato di piglio alla pena,
l'inaspettato passaggio, come può sperarsi, al Paradiso
</hi>Nell'età sua più fresca, e più fiorita
<hi rend="italic"> di Camilla Balbiani Consorte, e signora mi dilettissima,
universalmente compianta per le degnissime sue qualità,
concorrendo in essa, tutte le virtù, e condizioni, che in
una Dama, e Moglie si ricercano, sospese il progresso del
mio disegno; a cui nè meno per ombra averei mai più
pensato, se, bisognose le mie lacrime di sollievo, non mi
fosse stata forza ricorrere a qualche applicazione, essendo
lo studio il balsamo più potente per alleggerire i dolori, e
gli affanni.
Terminato il lavoro, stetti in dubbio di darlo alla
luce, per non espormi alle rigorose censure della Critica:
l'aver poi letto </hi><foreign lang="lat"> Difficile esse aliquod reperiri opus,
in quo nihil a quopiam reprehendatur, est enim
arduum ita quidpiam perficere, ut non alicubi pecces.
Quos di etiam sine aliquo errore quidpiam peragat
aliquis, non facile est, quin patiatur, ac inveniat
aliquem iniquum Judicem, </foreign><hi rend="italic"> mi fece correre a seconda
del genio di molti affezionati a questo Giuoco, che ne
domandavano la pubblicazione; sperando ancora, che le
mie fatiche, quando la materia non sia trattata con
l'ordine, che ricercasi, possano servire almeno d'impulso ad
altri di ridurla a perfezione; e che la rozzezza dello stile
deva esigere cortese compatimento, sapendosi, che la
mia professione è di Soldato.
Con tutte le diligenza da me usate poco in proposito
del nostro Giuoco m'è sortito raccogliere, perchè pochi sono
gli Autori, che di esso abbiano trattato; e niune le antiche
memorie, che del medesimo appresso i Pisani si conservino.
Sopra le cose dubbie ho stimato ragionevole dire il
mio parere, intendendo discorrere delle materie, e non
formare un puro registro dell'altrui opinioni: delle cose
poi totalmente oscure ho tralasciato di parlarne perchè
</hi></p>
<lg type="versi">
<l n="1"> Assai meglio è tacer, che dir menzogna.</l>
</lg>
<p><hi rend="italic"> Il titolo d'Oplomachia Pisana, posto in fronte al
presente Trattato, l'ho dedotto da quella Oplomachia Greca,
da cui suppongo possa avere origine il nostro Giuoco; al
quale, quand'anche fosse falso il supposto, ho creduto tal
nome poterglisi non ostante convenire, atteso il proprio
significato dell'istessa voce Oplomachia, che risuona
<foreign lang="lat">Armorum ficta conflictio, </foreign> come a suo luogo si manifesta.
In alcuni luoghi ho rapportato gl'interi passi degli
Autori, per dar maggior forza a quanto ivi di discorre.
Nel confutare gli altrui pareri, ho voluto addurre
tutte quelle ragioni, che mi sembravano a proposito, senza
eccettuarne alcuna, benchè di poca vaglia; persuadendomi,
che unite con l'altre di maggior conto potessero molto
cooperare alla mia intenzione, giusta la nota regola di
Ragione, <foreign lang="lat"> quae singula non prosunt, simul collecta juvant.
</foreign> Fino l'anno passato era mio pensiero, che la
presente Opera corresse la Fortuna della Stampa, ma il
passaggio delle Truppe Alemanne in Toscana, all'assistenza del
quale fui in diversi tempi, e luoghi dalla mia Patria, e
dal mio Sovrano impiegato, non mi diede campo di ciò
eseguire: desiderando ora che ella uscisse al Mondo,
almeno senza errori di Stampa, per ottenerne l'intento, non
potendovi assistere di Persona, ne aveva porte premurose
l'istanze a chi doveva; ma perchè, per quello scrisse
erudita penna, </hi> il presupporre la Stampa senza errori è
appunto un voler credere senz'acqua il mare, senza
moto i Pianeti, e non più contrarj tra loro gli
Elementi, <hi rend="italic"> alcuni de' più essenziali vedonsi corretti in un
foglio in fine del Libro, lasciandosi gli altri al cortese
compatimento, ed alla perfetta intelligenza di chi legge.</hi>
</p>
</div1>
  </front>
<body>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito I</head>
<head>Qual sia l'Origine del Giuoco del
Ponte.</head>
<p>Non tengono i Pisani cos'alcuna di certo
dell'origine di questo loro antichissimo
Giuoco, perchè, oltre il lungo corso del
tempo, i tragici successi della loro Patria
hanno sepolto in una perpetua oblivione le più
gloriose memorie. Quindi è, che in proposito del
medesimo Giuoco seguendo ciascuno le notizie
passategli per fama d'età in età da' proprj Antenati, a
tenore della varietà delle medesime, varie sono le
opinioni, che del suo principio si formano.
Qualunque elle si sieno, quivi di tutte ne porrò
distintamente il ragguaglio, ed esaminando di ciascuna le
circostante a misura della propria intellingenza, mi
farò lecito l'esprimere, quale io mi pesuada per
più d'ogn'altra probabile, lasciando intero il suo
luogo alla verità, e a chi si sia libero l'arbitrio di
credere ciò, che gli sembrerà più ragionevole,
perchè</p>
<lg type="versi" rend="italic">
<l n="1">Si puote male altrui far chiaro, e piano</l>
<l n="2">Quel che ne pure a se medesmo è noto.</l>
</lg>
<p>OPINIONE I.
Dicono alcuni, che Musetto Re di Sardigna,
<pb n="1"/>
forte sdegnato contro i Pisani per le da loro
ricevute sconfitte, bramoso di vendicarsene navigasse
col fiore delle sue Truppe alla volta di Pisa, e nel
più cupo della notte penetrato in essa dallaparte, che
'l mezzo giorno riguarda, quella col fuoco quasi
tutta in cenere riducesse; e che mentre passando il
Ponte, che la Città dal Fiume Arno divisa
congiunge, portar volesse l'istesse rovine anche nella
parte verso Tramontana, il Popolo Pisano già
messo in arme per opera d'una Matrona chiamata Chinsica,
che al primo strepito delle nemiche furie s'era corsa
a darne parte al Senato, s'opponesse alla di lui
barbarie, e' fieramente con esso combattendo lo
costringesse ad una vilissima fuga; onde il Senato, per
conservar' eterna la memoria di tatnto successo
ordinasse, che ogn'anno nel giorno dell'ottenuta
vittoria, sopra ilPonte medesimo, si rappresentasse
fra gli Abitatori dell'una, e dell'altra parte della
città un giocoso combattimento. Il Padre <abbr>Gio.</abbr>
Battista Ferrari Gesuita registra anch'esso questo
pensiero e prima di lui fu da altri cantato
      </p>
<lg type="versi" rend="italic">
<l n="1">Anzi perchè l'altr'jer là su quel Ponte</l>
<l n="2">Incontro a' Saracin le vostre squadre</l>
<l n="3">Si dimostraron sì valorose, e pronte,</l>
<l n="4">Ch'alla vittoria lor troncar le strade,</l>
<l n="5">Acciò divenghin manifeste, e conte</l>
<l n="6">L'alte prodezze alla futura etade</l>
<l n="7">Su quel Ponte medesmo a vostra gloria</l>
<l n="8">Eterna altrui se ne farà memoria.</l>
<l n="9">Del vostro alto valor per rimembranza,</l>
<l n="10"><pb n="2"/>
ch'ogni stagion brumal quì si rinuova, </l>
<l n="11">Di giuoco tal s'ordinerà l'usanza,</l>
<l n="12">Di cui più bel non mai si vide altrove:</l>
<l n="13">Di vera pugna altrui darà sembianza,</l>
<l n="14">Dov'ha Marte a spiegar tutte sue Prove;</l>
<l n="15">Proprie, e vere saran l'armi a difesa,</l>
<l n="16">Ma Lunati Targon sol per offesa.</l>
</lg>
<p>Che Musetto veramente l'anno millecinque
venisse a' danni di Pisa, e che in essa facilmente
entrato per non esser circondata di mura (avendo la
fabbrica di queste avuto principio nell'anno <num>1102</num>, e
termine nel <num>1154</num> desse alle fiamme la parte
sopranotata, pare, che nonpossa dubitarsene; poichè
tutti gli Scrittori delle memorie Pisane in questo
fatto concordano; ma che fra i Pisani, e le genti
del prefato Musetto vi seguisse battaglia, non v'è
riscontro, che lo dimostri. E' vero che Raffaello
Roncioni asserisce, che vi fu un simil
combattimento; ma vedendo che il Padre Lorenzo Tajoli
Domenicano, che egli celebra per diligentissimo nelle cose
di Pisa, e che avanti di lui scrisse, dice totalmente
il contrario; e il Troncia, che dopo di esso
compilò della Città gli annali, aderisce al Tajoli, mi fanno
credere per ideali del Roncioni il racconto.
Riferisce il primo che quando Musetto si mosse contro
Pisa, essendo i Pisani in Calabria all'assedio di
Reggio, in essa non si trovavano altri Uomini, che
Vecchi, Putti, Dottori, e simili inesperti all'armi, i quali
nell'avvicinarsi del Barbaro alla Città tutti si
fuggirono a' monti, ed egli entrò in essa senza alcuna
<pb n="3"/>
difficoltà, e resistenza) e non trovandosi Abitatori la
fece saccheggiare; e data alle fiamme quella parte di
essa, che è detta Chinsica, subito si partì con tutte le
sue genti. Narra il secondo, che l'accennato
Musetto venne alla rovina di Pisa, sapendo che la
Città si trovava sprovveduta, e senza Difensori, per
essere i Pisani all'assedio di Reggio; e che egli assalì in
tempo, che i pochi Abitatori, e inabili all'armi, si
erano ritirati a' monti; e che dopo aver
saccheggiata, e bruciata la parte sopra descritta, si diede alla
fuga, insospettito dal suono d'una campana, fatta
sonare da' Reggenti della Repubblica; il che pure
ricavasi da altri Manoscritti. Che fosse costume de'
Pisani, quando si prtavano a gran'imprese, lasciar
la Patria con pochi, o nissuni Difensori, confidati
forse nella fortezza di quattordicimila, o sedicimila
Torri, che la coronavano, appieno lo
dimostrano li due seguenti successi. L'anno <num>1004</num>
incamminati a' danni dell'istesso Re Musetto, avendo i
Lucchesi mosso contro il loro stato, non proseguirono
il viaggio, perchè la Città si trovava vota di gente,
e in pericolo di ricevere qualche gran danno.
L'anno <num>1114</num> tornando i Lucchesi a' danni de' Pisani in
tempo, che questi navigavano all'acquisto delle
Baleari, per non tralasciare l'impresa, ricorsero
all'aiuto della Repubblica Fiorentina, per assicurare la
Città da qualche sorpresa, per esser rimaste in essa
poche persone abili all'armi. Se dunque in fra i
Pisani ed i Saracini non vi seguì la decantata
battaglia, ne viene in nevessaria conseguenza, che il
<pb n="4"/>
Giuoco del Ponte, che si propose istituito per memoria
d'azione così gloriosa, veramente non abbia
l'assegnato principio.
Ma quando ancora vi fosse seguito il detto
conflitto, poco a mio credere favorirebbe l'addotta
opinione; non parendomi probabile, che, se in
memoria di quel fatto si fosse istituito il nostro
Giuoco, il Roncioni medesimo, che registra l'onorifica
remunerazione, conceduta dal Senato Pisano a
quella generosa Donna, per il benefizio da essa
ricevuto, dovesse poi esser così ingrato alla Patria di
trascurare la memoria di detto Giuoco, che tanto
ridondava in memoria della Patria medesima. Racconta
come per supremo decreto fosse determinato, che la
parte incendiata, detta allora Guassalongo, e
Spassavento, per l'avvenire si chiamasse Chinsica, come di
presente si chiama; nome, che altri dicono impostole
dalla voce Chinsica, che in Lingua di quei Saracini
significar volesse arsiccio, o abbruciaticcio; e che
a detta Donna fosse eretta una Statua di marmo, che
per fama universale si tiene quella, che vedesi in via
<abbr>S.</abbr> Martino nella facciata d'una Casa de' <abbr>RR.</abbr> <abbr>PP.</abbr>
del Carmine; ricompensa, se non eguale al di lei
illustre operato, almeno di decoro non ordinario,
poichè uno degli onori, che possa farsi ad un'Uomo di
gran merito, si è quello d'ergere Statue a sua gloria,
particolarmente  quando ciò vien' esequito dal
Pubblico.
Tralasciando finalmente le congetture direi,
che dal seguente riscontro pienamente si
<pb n="5"/>
manifestasse la fallacia della già assegnata origine del nostro
Giuoco; poichè non può controvertersi, che a
volere, che avesse avuto il principio dalla fuga del Re
Musetto, converrebbe, che la sua venuta a Pisa
fosse stata in detto <date value="10050117">anno 1005, dì 17 Gennajo</date>, per
esser questo il giorno destinato ab immemorabili alla
di lui rappresentazione, com'è notissimo; ma
essendo seguita in tempo, che i Pisani erano in Calabria
all'assedio di Reggio, come consta di sopra, non
potè essere di Gennajo, perchè essi partirono a tale
impresa il <date value="10050706">dì 6 Luglio 1005</date> e da quella vittoriosi
ritornarono il <date value="10050806">dì 6 Agosto 1005</date>.
Benchè dalle sopra espresse ragioni possa restar
manifesto, qual conto debba farsi dell'autorità de'
sopracitati Nozzolini, e Ferrari, soggiungo, che
oltre all'essere Autori moderni, avendo il primo dato
alla luce il suo Poema in Firenze l'anno <num>1635</num>, ed il
secondo i suoi ragionamenti in Siena l'anno <num>1652</num>,
hanno scritto ciò, che da altri è stato loro suggerito,
come chiaramente da' medesimi si deduce, e in
specie del Ferrari, che fonda il suo discorso nella
relazione datagli di simil Giuoco da Francesco
Rossermini nobil Pisano, che pure non fermasi
nell'addotta opinione, come in seguito si manifesta.
Ma quando ancora potesse darsi, il che non
s'ammette, che la fuga del Re Musetto fosse seguita
nel <date value="10050117">dì 17 Gennajo</date>, non ostante, attesa la seguente
reglessione, ardirei dubitare, che il Giuoco del Ponte
non riconoscesse dalla predetta fuga il principio,
poichè, se in tal giorno la Città di Pisa ottenne la
<pb n="6"/>
liberazione dal guasto, e saccheggiamento dell'Armi
del prenominato Musetto, probabilmente oltre
all'istituzione del Giuoco averebbero i Pisani
conservato tal memoria con solennizzare la Festa di <abbr>S.</abbr>
Antonio Abbate, che cade ind etto giorno; o almeno
con eleggerlo in Santo Padrone della Città, come
hanno fatto d'altri Santi per simili, e anche minori
congiunture di riportate vittorie, cioè di <abbr>S.</abbr> Sisto
Papa, e Martire, de' diecimila Martiri, di <abbr>S.</abbr>
Giustina Vergine, e Martire, e d'altri, a' quali ancor
di presente la Città di Pisa conserva il titolo di Padroni.
Leggendosi in oltre, che in onore del primo i
Pisani edificassero in Pisa una Chiesa sotto il di lui
titolo, che ancora oggidì è in essere, ed il Rettore di
essa ha dignità di Priorato, e dura tuttavia nella
Comunità il padronato di quella ed a gloria de'
secondi della Vacchetta de' Partiti dell'anno <num>1500</num>, e
<num>1501</num> segnata di Lettera K segnata <abbr>num.</abbr> <num>10</num>
esistere nel pubblico Archivio della Comunità medesima
a carte <num>139</num> vedesi registrata la seguente
deliberazione.
<foreign lang="lat" rend="italic">Votum, et promissio facta à <abbr>D.</abbr> <abbr>D.</abbr> Antianis quator
Capitaneis Conductoribus Decem millium Martyrum
auxiliatorum libertatis, et Populi Pisani, quolibet anno die
<num>22</num> Junii celebrandi x Missas, faciendi unum
convivium x Pauperibus, et praeconizandi factum dictorum
quator Capitaneorum x millium Martyrum praelantium,
auxiliantium, liberantium, et defendentium Populum
Pisanum, et ejus Civitatem ab ejus inimicis.
<pb n="7"/>
</foreign>Altri raccontano, che Publio Elio Adriano,
che in luogo dell'estinto Trajano l'anno di nostra
saluta <num>119</num> fu eletto all'Imperio, venisse in Pisa, e
v'introducesse questo nobilissimo Giuoco. <abbr>Gio.</abbr>
Cervoni, ed il precitato Padre Ferrari registrano
anch'essi queta notizia, e in un marmo esistente
nella facciata lungo l'Arno della casa del già <abbr>Sig.</abbr>
Pietro Viviani, infra alcune altre cose al detto Giuoco
attenenti, le seguenti precise parole si leggono:
Qual Giuoco ebbe principio da Elio
Adriano Imperator <abbr>Rom.</abbr>
quando stata in Pisa negli anni
di Xpto CXIX.
Al che parve ancora alluder volesse un celebre
Poeta dicendo
	</p>
<lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Aut haec instituit simulati bella Gradivi,</l>
<l n="2">Cum semel Alphea Caesar in Urbe fuit:</l>
</lg>
<p>se veramente si giustificasse, che Pisa avesse goduto la
presenza di quest'Imperatore, non sarebbe forse
lontano dal verisimile il poter credere, ch'ei fosse
stato l'autore del nostro Giuoco essendo fama, che in
tutte le Città, dov'esso pervenne, vi fondasse
qualche fabbrica, vi facesse rappresentare quei Giuochi
soliti farsi in Roma, e ve ne istituisse acnhe de'
nuovi.
<pb n="8"/>
Il Canonico Totti, ed il prenominato
Roncioni scrivono, ch'egli vi sia stato; anzi il
secondo soggiunge, che vi fabbricasse un sontuoso
Palazzo, un'Anfiteatro, e le Terme, il qual Palazzo narra
esser stato poste ov'è di presente il Duomo,
l'Anfiteatro, e le Terme fuori della Porta al Leone, della
qual Porta vedonsi pur' al presente i vestigi poco
lontano da quella, che adesso chiamano la Porta nuova,
che fece fare il Gran-Duca Cosimo II, come testifica
la seguente iscrizione posta la medesimaPorta:
<foreign lang="lat">Cosmus <abbr>Med.</abbr> Florentie et Senarum
Dux II.
</foreign>Delle Terme suddette fa anche menzione il
Troncia dicendo, che l'anno <num>1063</num> fu dato
principio al Duomo, dove anticamente erano le Terme
d'Adriano; e Ubaldo Arrosti scrive, che il
Senato Pisano l'anno <num>800</num> si congregava nel Palazzo
delle Terme d'Adriano alla Porta al Parlascio, ora
volgarmente chiamata la Porta a Lucca.
Il Padre Tajoli, che prima del Totti,e  del
Roncioni scrisse le sue Istorie, celebrato dall'istesso
Roncioni, come sopra si dicce, per diligentissimo nelle
cose di Pisa, non dà veruna notizia della venuta, e
dimora in essa Città del suddetto Imperatore; e il
Troncia, che dopo quegli scrisse i suoi annali, anch'egli
di simil venuta non parla. Se avessero trovato
riscontro, che Adriano fosse stati in Pisa, non mi sembra
<pb n="9"/>
probabile, ne avessero tralasciato il racconto;
poichè, se tanto il primo, quanto il secondo
(quantunque egli non sel creda) pongono la dimora fatta in
Pisa da Nerone, che fu Imperatore dall'anno
<num>55</num> di nostra salute all'anno <num>70</num>, molto più
averebbero certamente registrato quella d'Adriano, che
dal <num>119</num> visse fino al <num>141</num>. Parimente non posso
persuadermi, che, se fosse stato in Pisa, Sparziano, e
Pietro Messia Scrittori della di lui vita, ciò
dovessero tacere; ed in specie il secondo, che regista la
venuta in essa d'altri Imperatori, che furono
Federigo II, Enrico VII, Lodovico V, Carlo IV,
Lothario II e se espressamente non pone quella
d'Ottone II, e d'Enrico quarto, che pure vuole il
Troncia, che abbiano onorata con la loro presenza
questa Città, massime Ottone con lasciarvi alcuni della
sua nobil Corte, da' quali dice, che derivarono
l'illustri Famiglie Pisane Casamatti, Orlandi,
Ripafratta, Visconti, Verchionesi, Gusmai, e Duodi;
non tralascia però di significare i loro viaggi per
tutta l'Italia, per iquali non vien tolta la probabilità
d'esservi stati. Dunque, se in vece di verificarsi la
dimora in Pisa d'Adriano, resta provato più tosto il
contrario, io non posso appagarmi, che il Giuoco
del Ponte, come puramente fondato nella predetta
dimora, possa riconoscere per Autore questo
Monarca. Nè crederei dovessero fare statol'autorità del
Cervoni, del Ferrari, e  dell'accennato marmo, per
non avere detti due soggetti altro fondamento,
<pb n="10"/>
come gli stessi asseriscono, che d'averlo sentito dire; nè
la memoria di quella pietra a mio giudizio altra
origine, che uno de' suddetti Autori per esser ivi
stata psota dal Signor Cosimo Viviani pochi anni avanti
la di lui morte, che seguì l'anno <num>1700</num>, leggendosi
in essa:
<foreign lang="lat">Cosmus Vivianus Antiqui Patriae Ludi
Amans ne Imperantis Verba
Pereant, hic sculpta Posuit.
</foreign>Parimente direi non meritasse attenzione, ciò
che potesse replicarsi in ordine a quanto, circa le
Terme d'Adriano, ne' precitati Roncioni, Troncia,
e Arrosti si legge. In primo luogo per non vedersi
da altri singolari Scrittori fatta stima veruna del loro
Racconto. L'eruditissimo Padre Noris, che del <num>1681</num>
diede alle stampe in Venezia le sue gloriose fatiche,
specialmente parlando delle Terme alla porta del
Parlascio sistenti, delle quali ad onta del tempo
conservasi ancora intatto un Ipocausto, (luogo in cui
l'Uomo sudava, come si fa di presente nelle nostre Stufe)
le suppone fabbricate da Antonino Pio,
congetturandolo da alcuni frammenti di pietre, che si
vedono in diverse parti nella facciata esteriore del nostro
Duomo, che gli considera colà trasportati dalle
rovine di dette Terme, per trovarsi in essi, in pezzi
però separati, inciso il nome di quell'Imperatore
come appresso si manifesta.
<pb n="11"/>
<foreign lang="lat">(<abbr>Imp.</abbr> Caesar) - (<abbr>Imp.</abbr> Caesari Divi
Hadriani <abbr>Fil.</abbr> Divi Trajani <abbr>Nep.</abbr> Pa<abbr>rth.</abbr>) -
(<abbr>I.</abbr> Tra) à (<abbr>I.</abbr> Aeelio Hadriano
Antonino A<abbr>ug.</abbr> Pio <abbr>Pont.</abbr> Ma<abbr>x.</abbr>
<abbr>Trib.</abbr> <abbr>Potes.</abbr> III <abbr>Cos.</abbr> III <abbr>Pr.</abbr>
Indulgentis).
</foreign>Secondariamente perchè, quando anche chiaro
constasse, che in Pisa fossero state con le Terme
d'Antonino anche le Terme predete d'Adriano
come pare senta il <abbr>Sig.</abbr> Canonico Martini,
non per ciò stimerei ne potesse venire in
conseguenza, ch'egli avesse in questa Città dimorato. Poichè
siccome vi sarebbero state le Terme d'Antonino, che
con tutta certezza può dirsi, che mai a Pisa venisse,
mentre non giudicando egli luogo più a proposito
per la dimora dell'Imperatore, che la Città di
Roma, come Regina, e capo dell'Imperio, contro il
costume de' passati Cesari, non volle mai da quella
partirsi, che per sola cagione di ricrearsi, e di gire
qualche volta alla caccia, così vi potrebbero
essere state anche quelle d'Adriano, senza che egli in
Pisa avesse dimorato, e che o per averle a sue spese
fatte del tutto fabbricare per lo solito fasto della
Romana grandezza, o per avere a' Pisani permesso
il costruirle, o resarcirle, avesse voluto, che con tal
nome chiamate venissero, nell'istessa guisa, che
riedificata a sua permissione la Città di Gerusalemme,
<pb n="12"/>
già da Tito distrutta, volle, che lasciato il proprio
nome, quello d'Elia Adria Capitolina prendesse;
o pure che gli stessi Pisani così la nominassero per
aver'ssso col proprio denaro in qualche parte alla di
loro fabbrica contirbuito; essendo stato costume de'
buoni Imperatori Romani il prestare in alcune
contingenze simili ajuti alle Città dal loro Imperio
depedenti, come si legge che praticasse l'istesso
Adriano con le Città di Nicomedia, e di Nicea per la
restaurazione delle rovine, in esse Città dal Teremoto
cagionate; e Antonino Pio in occasione di seguiti
incendj, con la Città di Narbona in Francia, con
quella d'Antiochia in Asia, e con Cartagine in
Affrica: ed egli pure fu quegli, che restituì al
primiero suo stato la via Emilia, che da Pisa passando a
dirittura per le Maremme andava a Roma, come di
tal risarcimento ne fanno fede gl'infrascritti caratteri
incisi in una colonna, che sopra detta strada serviva
per termine delle miglia, ritrovata pochi anni sono
in un luogo chiamato Rimazzano, la quale ora si
conserva nel Campo Sato di Pisa; e parla di dettta via
ancora Leandro Alberti nella sua descrizione
d'Italia.
<foreign lang="lat">CA<abbr>ES.</abbr> <abbr>I.</abbr> A<abbr>EL.</abbr>
Adrianus Antoninus A<abbr>ug.</abbr> Pius <abbr>P.</abbr> <abbr>M.</abbr>
<abbr>TR.</abbr> <abbr>P.</abbr> VI <abbr>Cos.</abbr> III <abbr>PP.</abbr>
Viam Aemiliam Vetustate
Dilapsam <abbr>Oper.</abbr> Ampliatis
<pb n="13"/>
Restituendam <abbr>Cur.</abbr> A Roma
<abbr>M.</abbr> <abbr>P.</abbr> CLXXXVIII.
</foreign>Io però reflettendo alla poca distanza, che
s'interpone dalla Porta a Lucca, o sia del Parlascio al
Duomo, e dal Duomo fuori della Porta al Leone,
e alla vastità, che Vitruvio assegna per la
costruzione di simili fabbriche, giudicherei fuori d'ogni
dubbio, che le Terme motivate dal Roncioni, dal
Troncia, e dall'Arrosti, benchè in luoghi separati
fossero una solo mole, una cosa medesima,
potendosi fabbrica tale estendersi non solo da detta Porta
a' Luoghi già accennati; ma di vantaggio ancora,
poichè generalmente eranole Terme superbi
edifizj, ne' quali si trovavano non solo Bagni d'acque
calde, e tiepide, che servivano per purificarli
dall'immondizie, molte Scuole per esercitare il corpo ne'
giuochi, e l'animo nelle virtù, ma ancora Portici,
Boschetti, Giardini, Piazze, e simili, dimodo che la
di loro magnificenza, e grandezza era così mirabile,
come può riconoscersi dalle rovine di quelle, che si
vedevano in Roma (l'iconografia delle quali
trovasi diligentemente riportata da Sebastiano Serlio
nelle sue opere d'Architettura che potevano
assomigliarsi ad uno de' sette miracoli del Mondo:
onde Ammiano Marcellino stimando didiminuire la
capacità di queste Terme col paragonare ognuna di
esse ad una Città uguagliolle a tante Provincie:
<foreign lang="lat" rend="italic">Romae Lavacra in modum Provinciarum extracta.
</foreign>Premesso ciò crederi, che indubitatamente si potesse
<pb n="14"/>
tenere, che le dette Terme, in Pisa esistenti, non
fossero altrimenti fabbricate nè da Adriano, ne da
Antonino, ma bensì da' Pisani, per non dire molti
secoli prima, che Roma nascesse, avanti almeno,
che dagli Imperatori dominata ella fosse.
In primo luogo potrebbe considerarsi, che la
Città di Pisa era una delle dodici antiche Dominanti
di Toscana, che riconosceva per genitrice la
Grecia, che da' Greci si praticavano i Ginnasj, che le
Terme de' Romani erano l'istessa cosa degli accennati
Ginnasj de' Greci, e che l'uso di quelli prima passò
di Grecia in Toscana, e poi di Toscana a Roma:
ma per non andar vagando in presunzioni dirò, che
gra gli altri decreti fatti in segno di mestizia dalla
Republica Pisana per onorare, come devota Colonia
de' Romani, la morte di Cajo Cesare, Figlio
adottivo d'Ottaviano Augusto, apertamente si legge, che
durante il tempo prefisso al lutto si tenessero serrati
anche i Bagni pubblici: <foreign lang="lat" rend="italic">Balneisque publicis, et
tabernis omnibus clausis. </foreign>Dunque se dino al tempo di detto
Cajo Cesare, che morì, circa l'anno terzo del
nascimento del Salvator nostro Gesù Cristo, ritrovavansi
in Pisa i Bagni pubblici, che altro i somma non
erano, che e decantate Terme, non volendo
significare quella voce <foreign lang="lat" rend="italic">BThermae </foreign> che <foreign lang="lat" rend="italic">loca aquas habentia, aut
sponte natura calentes, aut fornace calefactas, sudandi,
lavandique usibus deputata</foreign>, se mancano non dirò
memorie ma congetture, che qualifichino per diversi dalle
Terme de' Romani que' Bagni, de' quali ammiransi
<pb n="15"/>
anche di presente in Pisa gli avanzi, nonpare, che
ammetter possa contradizione il mio sentimento.
L'erudite iscrizioni, che l'anno <num>1693</num> furono
collocate ne' resarcimenti del già nominato Ipocausto,
stabiliscono anch'esse il mio pensiero, mentre le
dichiarano per degna memoria di quelle Terme, che la
Città di Pisa era solita negli antichi tempi servirsi.
<foreign lang="lat" rend="italic"><abbr>D.</abbr> <abbr>O.</abbr> <abbr>M.</abbr>
Parietinae, quas Viator aspicis, reliquiae Thermarum
sunt, quibus antiquitus Pisana Civitas utebatur.
Harum, cum reliquas partes tempus edax consumpserit,
Sudatorio dumtaxat pepercit, quod nec innumerabili annorum
serie, nec Barbarorum injuriis eversum studiosos
vetustatis oculos ad se allicit. Id ingredere, et attentius
contemplare, si rerum antiquarum delectaris, videbis
integram edificii formam, observabis rationem luminum, et
quomodo calor per tubos immitteretur, nihil notitae tuae
subtractum quereris, nec facile quicquam alibi in hoc
genere inveniri posse perfectius affirmabis, et simul
gratias ages providentiae Serenissimi Cosmi III. Magni
Aetruriae Ducis, qui ne hoc antiquitatis insigne Monumentum
funditus interiret, eius curam, diligentemque custodiam
imperavit Anno MDCIIV.<abbr>D.</abbr> <abbr>O.</abbr> <abbr>M.</abbr>
Sex viri, qui Parthenonem, ubi Parentibus orbae
Virgines aluntur, et educantur, qui vulgo Charitatis
Domus appellatur, moderantur, ejusque rem administrant,
cum ad suum jus, dictionemque pertineat hic locus, in quo
Sudatorium Thermarum Pisanarum tot saeculis, tot
casibus mansit invictum, et officii sui minime negligentes,
<pb n="16"/>
et Magni Ducis jussis obtemperantes, et antiquitatis
reverentia moti reliquias tam vetusti, tam insignis
aedificii omni ope, et cura tuendas, et conservandas
censuerunt Anno Sa<abbr>lut.</abbr> MDCXCIII. Magistratum
gerabant
Eques Gaspar Leolus,
Eques Joannes Baptista Nervius,
Eques Honofrius Mosca,
Julius Gaetanus,
Tiberius Gualandius,
Joannes Lanfranchus Chiccolius.
</foreign>La rovina delle Terme si ascrisse
generalmente dal Bacci a' tempi de' Goti, e de' Longobardi;
che per essersi poi mutati i costumi in Italia non
ritornarono più in uso, attesochè la Religione
Cattolica non volle permettere si riedificassero. Che
Pisa fosse Colonia de' Romani lo attesta ilNOris,
dicendo, che fu dichiarata tale a istanza de' propij
Cittadini,l'Anno della fondazione di Roma <num>574</num>,
che vuol dire negli anni del Mondo <num>3790</num>, e avanti
la venuta del Divino Redentore anni <num>176</num>. Il
contenuto de i decreti fatti dalla Repubblica Pisana in tal
tempo, e per la cagione sopra descritta si legge
scolpito in una tavola di marmo, che oggi trovasi in
Campo Santo a mano destra nella parete vicina alla Porta
dell'ingresso in detto luogo, posta allato ad altra
simil tavola, che parimente contiene diverse
costituzioni, dall'istessa Repubblica formate, per la morte
di Lucio Cesare, fratello di detto Cajo Cesare;
memorie, che di presente restano sommamente
<pb n="17"/>
illustrate, avendo dato motivo all'erudizione del celebre
Padre Noris di porle sotto il titolo di
<hi rend="italic">Cenotaphia Pisana</hi>. Quella, che al nostro proposito
appartiene, in tal forma leggesi espressa.
<foreign lang="lat">Pisi In Foro In Augusteo <abbr>Scrib.</abbr>
A<abbr>dfuer.</abbr> <abbr>Q.</abbr> Setorius <abbr>Q.</abbr> <abbr>F.</abbr> Atilius
Tacitus <abbr>P.</abbr> Rasinius <abbr>L.</abbr> <abbr>F.</abbr> Bassus <abbr>L.</abbr> Lappius <abbr>P.</abbr>
<abbr>F.</abbr> Thalus <abbr>Q.</abbr> Sertorius <abbr>Q.</abbr> <abbr>F.</abbr> Alpius Pica
<abbr>C.</abbr> Vettius <abbr>L.</abbr> <abbr>F.</abbr> Vircula <abbr>M.</abbr> Herius <abbr>M.</abbr> <abbr>F.</abbr>
Priscus A<abbr>.</abbr> Albius A<abbr>.</abbr> <abbr>F.</abbr> Gutta <abbr>Ti.</abbr>
Petronius <abbr>Ti.</abbr> <abbr>F.</abbr> Pollio <abbr>L.</abbr> Fabius <abbr>L.</abbr> <abbr>F.</abbr>
Bassus Sex <abbr>F.</abbr> <abbr>Cretic.</abbr> <abbr>C.</abbr> Canius <abbr>C.</abbr> <abbr>F.</abbr>
Saturninus <abbr>L.</abbr> Otaclius <abbr>Q.</abbr> <abbr>F.</abbr> Panthera.
Quod adsunt cum in Colonia
nostra propter contentiones canditatorum
Magistratus non essent, et ea acta
essente, quae infra scripta sunt.
Cum ad IIII nonas Apriles
allatus esset Nuntius Ca<abbr>jum.</abbr> Caesarem
Augusti Patriae <abbr>Pontif.</abbr> Maxumi
custodis Imperii Romani, totiusque
orbis terrarum praesidis Filium Divum
Nepotem post consulatum, quem ultra
finis extremas Populi Romani bellum
gerens Feliciter peregerat; bene gesta
<pb n="18"/>
Re Publica, devicteis, aut in Fidem
receptis bellicosissimis, ac Maximis
Gentibus ipsum volneribus pro Republica
exceptis ex eo casu crudelibus fatis
ereptum Populo Romano jam
designatum, justissimum, ac simillimum
Parentis sui virtutibus Principem Coloniae
nostrae unicum Praesidium Eaque Res
non dum quieto luctu, quem ex
decessu <abbr>L.</abbr> Caesaris Fratris ejus Consulis
designati Auguris Patroni nostri
Principis juventutis Colonia Universa
susceperat renovasset, multiplicassetque
moerorem omnium singulorum
universorumque ob eas res universi
Decuriones Colonique quando eo casu in
Colonia neque II vir neque Prefecti
erant neque quisquam juri dicundo
praerat inter se se consenserut pro
Magnitudine tantae, ac tam improvisae
calamitatis opportere ex ea die qua ejus
decessus nuntiatus esset usqui ad eam
diem, qua ossa relata atque condita
justaque ejus manibus perdecta essent
<pb n="19"/>
cunctos veste mutata Templisque
Deorum immortalium BALNEISQUE
PUBLICIS, et tabernis omnibus
CLAUSIS convictibus se se apstinere
matronas quae in colonia nostra sunt
sublugere diemque eum quo die <abbr>C.</abbr> Caesar
obit qui dies est A<abbr>.</abbr> <abbr>D.</abbr> VIIII k
Martias pro alliensi lugubrem memoriae
prodi notarique in proesentia omnium
jussu ac voluntate caverique ne quod
sacrificium publicum neve quae
supplicationes nive sponsalia nive convivia
publica postea in eum diem eove die qui
dies erit A<abbr>.</abbr> <abbr>D.</abbr> VIIII k Ma<abbr>rt.</abbr> fiant
concipiantur indicanturve nive qui LUDI
scenici CIRCIENSESVE eo die fiant
spectenturue utique eo die quod annis
publice manibus eius per Magistratus eosve
qui Pisis jure dicundo praerunt eodem
loco eodemque modo quo <abbr>L.</abbr> Caesari
Parentari institutum est Parentetur.
Utique arcus celeberrimo
Coloniae nostrae loco constituatur ornatus
spoleis devictarum aut in fide
<pb n="19"/>
receptarum ab eo Gentium super eum
statua pedestris ipsius triumphali
ornatu circaque eam duae equestres
inauratae Ca<abbr>i.</abbr> et <abbr>Luci.</abbr> Caesarum statuae
ponantur.
Utique cum primum per legem
Coloniae duo viros creare et Habere
potuerimus II duo viri qui primi
creati erunt hoc quod Decurionibus, et
universis Colonis placuit ad
Decuriones referant eorum publica
auctoritate adhibita legitumue id caveatur
auctoribusque iis in tabulas publicas
referatur interea <abbr>T.</abbr> Statulenus Juncus
flamen augustalis <abbr>Pontif.</abbr> <abbr>Minor.</abbr>
publicorum <abbr>P.</abbr> <abbr>R.</abbr> sacrorum rogaretur ut
cum Legatis excusata praesenti
Coloniae necessitate hoc officium publicum
et voluntatem universorum libello
reddito <abbr>Imp.</abbr> Caesari Augusto Patriae
<abbr>Pontif.</abbr> Maxumo Tribuniciae potest XXVI
indicet.
Idque <abbr>T.</abbr> Statulenus Juncus
Princeps Coloniae nostrae Flamen A<abbr>ugust.</abbr>
<pb n="21"/>
<abbr>Pontif.</abbr> <abbr>Minor.</abbr> publicorum <abbr>P.</abbr> <abbr>R.</abbr>
Sacrorum libello ita ubi supra scriptum
est Imperatori Caesari Augusto
Ponfitici Maximo <abbr>Tribun.</abbr> <abbr>Potect.</abbr> XXVI
Patri Patriae  reddito fecerit placere
copscriptis quae ad IIII nonas Apriles quae
sex Aelio Cato <abbr>C.</abbr> sentio Saturnino <abbr>cos.</abbr>
fuerunt facta acta constituta sunt per
consensum omnium ordinum ea
omnia ita fieri agi haberi opservarique ab
<abbr>L.</abbr> Titio A<abbr>.</abbr> <abbr>F.</abbr> et Allio <abbr>T.</abbr> <abbr>F.</abbr> Rufo II
viris et ab eis quicumque postea in
Colonia nostra II vir Praefecti sive qui
ali Magistratus erunt omnia in
perpetuom ita fieri agi haberi observarique
utique <abbr>L.</abbr> Titius A<abbr>.</abbr> <abbr>F.</abbr> <abbr>T.</abbr> Allius <abbr>T.</abbr> <abbr>F.</abbr>
Rufus II viri era omnia quae suprascripta
sunt ex decreto nsotro coram Pro
quaestoribus primo quoque tempore per
Scribam publicum in Tabulas publicam
referenda curent.
Censuere.
</foreign>
	    </p>
<pb n="22"/>
<p> OPIONIONE III
Non manca, chi crede, che questo Giuoco
possa ricnoscere il suo principio da Nerone, il più
famoso in crudeltà fra tutti i Principi. Narrasi, che
questo Tiranno venisse in Pisa, e in onore della Dea
Diana, vi fabbricasse un suntuosissimo Tempio; Che
nel giorno della sua dedicazione facesse
rappresentare un fierissimo combattimento di Gladiatori; Che
obbligasse con barbara potenza gl'istessi Pisani a
dover celebrare ogni anno, nel giorno medesimo, per
memoria di tal dedicazione, un simile spettacolo.
Che l'uso empio di questa battaglia non solo dirasse
finche visse l'Istitutore, ma a titolo di superstiziosa
Religine, da altri suoi Successori permesso,
continuasse fino ad Antonino Pio; Che questi, abborrendo
le stragi, ordinasse, che in avvenire in simili conflitti
si combattesse con le spade spuntate, e senza taglio:
Che in tal forma per qualche tempo i detti Pisani
operassero; Che finalmente appieno illustrati da i
Raggi della <abbr>S.</abbr> Fede Cattolica, restase per loro un
tal reo costume annullato; Che desiderosi nondimeno
di conservare l'acerba rimembranza, per loro
conforto il riducessero in un volontario giocoso
divertimento, mutando quella spada, in uno stromento di
legno, che mazza chiamarono, che accompagnata
allo scudo, solito portarsi ancora nel primo loro
cimento,a  detto Giuoco il nome di mazza e scudo ne
dessero; Che questo, dall'arbitrio di chi di tempo
in tempo a detto Giuoco ha soprinteso, e dagli
eventi del caso, abbia poi prese le forme, che di
presente si praticano; e da Giuoco di mazza, e scudo,
<pb n="23"/>
siasi il suo nome in quello di Giuoco del Ponte
mutato, perchè sopra del Ponte si cominciasse a
rappresentare.
D'un Tempio fabbricato in Pisa da Nerone
in onore di Diana, nel tempo della sua creduta
dimora in Città, ne fanno menzione diversi
Scrittori delle memorie Pisane, dicendo; Che si trovasse
vicino, ov'è di presnte la Porta a Luccca, che fosse
di forma rotonda, tutto incrostato di bianchi marmi;
Che la sua volta ascendente all'altezza di cento
braccia, si sostenesse sopra novanta colonne, parimente
di marmo bianco; Che la sua sommità avesse un
Cielo di rame, a similitudine del vero Cielo
smaltato, e dipinto; Che in esso ingegnosamente
apparissero, e tramontassero il Sole, la Luna, e le Stelle;
Che vi si facessero i tuoni, e per minutissimi fori
cadesse l'acqua a simiglianza di pioggia, trattavi sopra
per via di condotto da' vicini monti del Bagno;
Che nella parte principale del Tempio fosse collocata
la Statua di Diana tutta d'oro con ricchissimi
ornamenti di pietre preziose; Che questo finalmente
restasse abbattuto, e distrutto per intercessione d'un
Pisano vero, e fedel servo di nostro <abbr>Sig.</abbr> Gesù Cristo
per nome Turpè, che era della corte dell'istesso
Nerone, da cui gloriosamente ottenne dopo
crudelissimi tormenti la corona del Santo Martirio; Che
gl'Imperatori Romani per la dedicazione, e
consacrazione de i loro Tempj, Teatri, Anfiteatri, e
simili fossero soliti far rappresentare diversi Giuochi, e
<pb n="24"/>
spettacoli ce ne assicura il Panvinio, e si
riscontra, che tanto facesse Cesare per la consacrazione
del Tempio di Giulio, Ottaviano per la
terminazione di quello di Venere, e Caligoa per quello
d'Augusto. Quanto Nerone si dilettasse degli
Spettacoli de' Gradiatori, può raccogliersi dall'istanze, che
egli fece al Senato per rimetterne l'uso de'
medesimi già vietati; il che avendo ottenuto facevagli poi
combattere, non solo Uomo con Uomo, ma come
in una battaglia squadra con isquadra. Che
dalla clemenza d'Antonino Pio veramente restasse
interdetto l'uso delle spade di filo a' Gladiatori, si
giustifica dal Mercuriale; e che finalmente l'antico
Giuoco de' Pisani si nominasse di mazza, e scudo si
manifesta parimente dal Nozzolini, che cantò:
       </p>
<lg type="versi" rend="italic">
<l n="1">Dove in fero certame a scudo, e mazza</l>
<l n="2">Sembran genti pugnar fra lor discordi;</l>
</lg>
<p>e da altri Autori ancora.
Non ostante le cose predette, dubiterei della
verità dell'addotta origine del nostro Giuoco, non
parendomi, che il di lei principal fondamento, che
è la venuta a Pisa di Nerone, resti in modo alcuno
giustificata. E' vero, che li sopra citati Tajoli,
Roncioni, Totti, Razzi, e Troncia pongono, ch'egli vi
sia stato, ma la loro autorità, ardirei dire, che in
quest'affare esser potesse di poco rilievo. Poichè
oltre l'esser tutti moderni, non eccedendo il più
antico il corso di centocinquant'anni, ed il registrare
cose antichissime senza verun testimonio, sono
<pb n="25"/>
anche fra loro discordi del quando la detta venuta
seguisse. Il primo non dà notizia di tempo il secondo
afferma, ed è seguito da altri due, che vi venisse
l'anno <num>57</num> di nostra salute, e vi ritornasse l'anno <num>60</num>,
facendovi Martirizzare <abbr>S.</abbr> Turpè. L'ultimo referisce
trovarsi in cronache manoscritte, che vi fosse l'anno <num>70</num>.
In secondo luogo perchè gli Scrittori della vita
di Nerone non solo non danno ragguaglio alcuno
della sua venuta a Pisa, ma chiaramente da' medesimi si
deduche, che, durante il suo Imperio, che fu dal <num>57</num>
al <num>70</num> di nostra salute, non s'allontanò mai da Roma
che per andare a' suoi vicini divertimenti; se non
quando circa l'undecimo anno del suo dominio si
portò in Grecia per romper l'Istmo d'Acaja, ch'è uno
stretto di terra fra l'Arcipelago, e il Mare Ionio, che
fa quest'Isola nel Peloponneso, chiamato oggi la
Morea. Il che pure avvertì l'istesso Troncia
dicendo: <hi rend="italic">Che Nerone abitasse in Pisa difficilmente me lo
persuado, poichè in quattordici anni, ch'egli imperò,
non trovo, che mai partisse di Roma, solo che
l'antepenultimo anno, che andò in Acaja; nè vedo con qual viaggio
potesse passare a Pisa.
</hi>Terzo perchè chiaramente si manifesta,
com'eglino senza attendere alla probabilità delle cose
hanno scritto ciò, che ha loro somministrato una fallace
tradizione; mentre non solo narrano, che quei
pezzi d'antica muraglia, che di presente vedonsi alla
porta a Lucca, siano avanzi delle fabbriche, che ivi
fece il menzionato Nerone, quando si è sopra
pienamente giustificato, altro non essere, che
memorabili contrasegni dell'antiche Terme Pisane, per tali
<pb n="26"/>
considerandosi ancora dall'erudito intendimento del
Ca<abbr>v.</abbr> Fra<abbr>nc.</abbr> Maria Ceffini, pubblico Professore
ordinario civile nello studio di Pisa,e  da Francesco
Robertelli. Ma di più asseriscono, chele vestigia
di quegli Archi, che ancora ammiransi in una vietta,
ora chiamata della Murella, che capo poco sopra
'l Bagno, alla strada maestra lung il Fosso d'Osori,
comunemente detta via del Bagno, siano laceri
avanzi di quegli Aquedotti, per li quali da' vicini monti
facesse Nerone correr l'acqua sopra l'edifizio
accennato, senza maturamente riflettere, se per altri più
adeguati usi potessero ivi essere stati fabbricati,
come con maggior fondamento osservarono due dotti
Soggetti de' nostri tempi; credendo l'uno, che per
trovarsi in vicinanza di essi alcune acque da lui, per
quanto scrive, con particolare osservazione
riconosciute calde, l'istesse sopra detti archi scorressero
alle dette Terme; e tenendo l'altro per più
verisimile, e probabile, che per quelli fossero condotte
acque fesche per l'uso tanto più universale,
necessario, e salutevole del bere, per non trovarsi, almeno
in questi tempi, in Pisa Fontana alcuna, che
naturalmente sorga dal suolo; massime ancora attesa la
qualità di detta fabbrica poco, o niente dissimile
dagli Acquedotti, che da' Monti d'Asciano per lo corso
continuato di <num>5</num> miglia conducono di presente
l'acque alle Fonti della nostra Città di Pisa; <hi rend="italic">Acque</hi>, allo
scrivere di penna erudita <hi rend="italic">rese al rigoroso cimento
di ben mille sperienze più celebri di quante già mai
<pb n="27"/>
sortissero da tutte le Fonti d'Europa, le quali pel merito
della loro eccellenza vengono condotte trionfanti su gli
archi, </hi>benefizio, che deve comunemente riconoscersi
dal paterno zelo della felice memoria di
Ferdinando I, terzo Gran Duca di Toscana, e di Cosimo
secondo suo successore, come si legge nell'appresso
memoria, esistente in uno degli archi degl'istessi
Aquedotti, ove resta la Fonte alla strada di Calci
contigua, e fa menzione ancora il Troncia:
<foreign lang="lat">Aqueductum à Ferdinando Magno
Duce Hetruriae III Salubritati
urbis inchoatum Cosmus II <abbr>Fil.</abbr>
Ma<abbr>g.</abbr> Dux IIII Perfecit
Anno MDCXIII.
</foreign>Se gli Autori predetti avessero anche
considerato, che Nerone in tutto 'l tempo del suo Imperio
non fece mai cosa buona, e che spogliò delle più
riguardevoli ricchezze gli Altari della Grecia; e
permise l'uccisione di molti nobili Romani, a solo
fine d'usurpargli i loro ricchi patrimonij,  mi
persuado, non avessero certamente ammessa per vera una
relazione, che qualificava per cultor degl'Iddj, chi
altra Deità non conobbe, che la tirannia, e la
dissolutezza. Dunque se Pisa godè la sorte di non veder
l'aspetto di Nerone, il Giuoco del Ponte altresì
goderà quella di non riconoscere per autore un simil
Tiranno; e se in essa pure non fu, come ne resta
<pb n="28"/>
manifesto, il tanto celebrato Tempio di Diana, il
Martirio di <abbr>S.</abbr> Turpè, non dovette avere origine dalla
rovina di quello.
Se poi fuori del suddetto di Nerone fosse stato
in Pisa altro Tempio all'istesso Idolo dedicato, e
che per opra di detto Santo a terra cadesse, io non
oso ciò affermare, nè contradire; perchè, siccome si
trovavano in essa Tempj eretti alla falsità d'altri
Numi, uno de' quali dedicato ad Apolline dicesi fosse
la Chiesa di presenta chiamata <abbr>S.</abbr> Pietro <foreign lang="lat">in vinculis;
</foreign>un'altro consacrato a Marte l'antica Chiesa di
<abbr>S.</abbr> Michele in Borgo; un'altro a Cerere, dove
trovasi di presente la Chiesa di <abbr>S.</abbr> Niccola;
un'altro a Venere, dov'è la chiesa di <abbr>S.</abbr> Andrea in
Chinsica; e un'altro alla Dea Vesta, ove ora risiede la
Sapienza, prima Dogana del Sale, così esser vi
potea quello in onore della prefata Diana: è ben vero,
che Scrittori degni di fece non fanno menzione
alcuna di simil successo, e solo riferiscono, che esso
fosse della Casa, e famiglia di Nerone, e che
ricevesse in Pisa la Palma del <abbr>S.</abbr> Martirio. Ond'io
fermamente credo, che non altro, che la persecuzione,
che generalmente sostenne in quei tempi la <abbr>S.</abbr> Chiesa,
che fu la prima, che per Imperial decreto seguisse,
in cui, oltre un grandissimo numero di Cristiani,
furono anche fatti morire i gloriosi, e beati Apostoli
<abbr>S.</abbr> Pietro, e <abbr>S.</abbr> Paolo, fosse quella, che
introdusse nel Cielo in nostro concittadino Eroe.
<pb n="29"/>
Ma quando ancora Nerone fosse stato in Pisa,
ed ivi avesse operato quanto da' precitati Autori si
disse, non ostante dubiterei, che il nostro Giuoco
non fosse derivato da lui; poichè non è probabile,
nè verisimile, che i Pisani, che a forza furono
astretti a sacrificarsi come vittime al di lui barbaro genio,
dopo aver veduto ridotto miracolosamente in
polvere il Tempio, e poco dopo con esso anche il suo
fondatore, avesser voluto con l'istituzione del loro
Giuoco eternare la memoria d'un'azione più tosto
detestabile, e ignominiosa; nè che la Pietà della
Religione Cattolica, che fino dell'anno <num>44</num> di nostra
salute fu dall'istesso <abbr>S.</abbr> Pietro introdotta, e che
dopo la morte di Nerone essendosi mirabilmente
estesa, solo patì la seconda general persecuzione sotto
l'Imperio di Domiziano, che dall'anno <num>80</num> della
Nascita del Salvatore visse fino al <num>98</num>, avesse loro
permessa, una simil commemorazione, come
repugnante a' suoi sacrosanti istituti; assicurandosi <abbr>S.</abbr>
Cipriano, che, abbattuta l'Idolatria, restarono anche
sbito dannati tutti gli Spettacoli, che dalla
medesima dependevano: <foreign lang="lat"><hi rend="italic">Omnia inquam ista spectaculorum
genera damnavit </hi>(scilicet scriptura) <hi rend="italic">quando Idololatriam
substulit ludorum omnium matrem.</hi>
</foreign>Avendo in principio della presente opinione
nominati spesse volte i Gladiatori, ho stimato a
proposito porre quì nel fine un breve ragguaglio de'
medesimi, per appagare la curiosità di chi n'avesse
desiderata la notizia. I Gladiatori erano Uomini, che
per dar sollazzo a' Riguardanti s'uccidevano l'un
<pb n="30"/>
l'altro, ed erano della condizione de' Servi comprati,
costretti a simil vita per esser prigioni di guerra, o
pure volontariamente sottoposti a detta professione.
Da certi loro Maestri, che Lanisti si nominavano,
prendevano quotidiana lezione di ferire, e
difendersi, come si fa nelle scuole di scherma: bene
esercitati che fossero, si vendevano a' Munerarj, che erano
quelli, che gli presentavano a combattere negli
Spettacoli, ne' quali si conquistavano il nome di
Gladiatore. In memoria de' vincitori si formavano alcune
statue di metallo, che s'offerivano a i Tempj  quasi
trofeo del loro valore. Il loro continuo cibo
consisteva in certa specie di polenta fatta di farina
d'orzo. Marc'Antonio alimentava di questi così gran
numero, che nella guerra contro Ottaviano
Augusto ebbero ardire, con danno notabile degli amici di
questo, di portarsi quasi sino in Egitto in soccorso
dell'altro: sotto Trajano a Toma ne
comparvero in un sol giorno in campo diecimila, sotto
Probo trecento paja, sotto Aureliano ottocento, e
sotto Filippo primo mille. Nel mettere in
campo i Gladiatori eleggevano due pari d'età, di
destrezza, e d'ardire, onde spesso avveniva, che ambedue
rimanevano morti; e se a caso succedeva, che uno
fosse ferito, e che indietro cedesse fino all'estremità
del Campo, donde non era lecito uscire, e che
l'avversario di continuo il ferisse, e che il ferito si
raccomandasse al Popolo Romano, egli facendo fermare
il vincitore scampava da morte il vinto: ottenendo più
<pb n="31"/>
volte vittoria, di Servi erano fatti liberi, e allora
non potevano esser più forzati a combattere; si
concedeva loro la libertà percontendogli con una
bacchetta il capo, dicendo loro nell'istesso tempo <foreign lang="lat" rend="italic">liber
esto: </foreign>lasciando il loro esercizio appendevano le
proprie Armi alla porta del Tempio d'Ercole, come
protettore dell'arte Gladiatoria; costumandosi in
quei tempi d'appendere gli strumenti dell'esercizio,
che più non volea praticarsi, alle porte de i Tempj
delle Deità, che quello riguardavano. Da
gente vile, plebea, e serva passò un simile esercizio, a
titolo di far prova del propio valore, anche ne
liberi, e da questi ne' Nobili, Cavalieri, e Senatori,
e finalmente negli Imperatori medesimi; leggendosi
che Comodo vi operasse settecento trentacinque
volte: è ben vero, che i Gladiatori, contro de'
quali quest'Imperatore con la spada di filo combatteva,
avevano le spade di piombo, o se pure di ferro,
con le punte di piombo. L'uso de' predetto
Gladiatori vogliono fosse introdotto in Roma da'
Figliuoli di Marco Lepico; e Ateneo afferma, che i
Mantinensi,e gli Arcadi ne fosse gl'inventori, e che i
Romani sl'imparassero da' Toscani, a' quali fossero
insegnati da' Greci. Costantino il Magno non
volendo comportare, che gli uomini si dessero così
scioccamente la morte, vi pose con la seguente
legge il rimedio - <foreign lang="lat" rend="italic"> cruenta spectacula in otio civili, et
domestica quiete non placent, qua propter omnino
Gladiatores esse prohibemus: </foreign> essendo di poi stati
<pb n="32"/>
nuovamente permessi, restarono del tutto annullati
dall'Imperatore Onorio che morì nell'anno di nostra salute
<num>427</num>.
OPIONIONE IV.
Da altri si tiene, che Pelope, Figlio di Tantalo
Re di Frigia, lasciati al dominio de' proprj Stati
Atreo, Tieste, e Pitteo suoi Figli, desideroso
d'acquistar nuove Corone, benchè d'età assai matura, si
ponesse con poderosa armata in mare; e che dopo
molto faticoso, e incerto viaggio perndesse
finalmente terra in Toscana alla foce del real Fiume Arno,
che portatosi per esso finoin un luogo detto
Cataldo, ivi sbarcasse, e, fatte riconoscere le adiacenti
campagne, stabilisse, attesa la comidità di detto Fiume,
la vicinanza del Mare, la fertilità delle pianure, de'
Monti, e de' Colli, di edificare una città in riva al
medesimo; che perciò eseguire invitasse, e anche
costringesse gli sparsi Abitatori di quei contorni ad unirsi
con le sue Genti; e a tutti somministrando dell'oro
per fabbricare, perchè molto n'avesse seco condotto
(essendo egli il più ricco, e potente fra gli altri nel
Peloponneso) in breve tempo il luogo da esso
per la Città disegnato restasse d'abitazioni, e
Abitatori ripieno. Che questa nuova Città col nome di
Pisa chiamasse, perchè da Pisa d'Elide questi suoi
fondatori venissero; e che volendo in essa totalmente
governarsi secondo le leggi, e i costumi di loro
Patria v'introducessero il nostro Giuoco, a imitazione
di quel certame Olimpico, che nel proprio paese era
<pb n="33"/>
solito rappresentare; il quale per il corso de' tempi
siasi poi ridotto a quella perfezione, che di presente
si vede.
Che Pisa in Toscana riconosca il suo principio
da' Popoli di Pisa in Grecia, pare non possa
controvertersi, poichè con Virgilio, che scrisse
	     </p>
<lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"><foreign lang="lat"> Hos parere jubent Alpheae ab origine Pisae,</foreign></l>
<l n="2">Urbs Etrusca solo.</l>
</lg>
<p> E rutilio Numanziano
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Elide deductas suscepit Etruria Pisas</l>
<l n="2">Nominis indicio testificata genus.</l>
</lg>
<p> unitamente concordano Catone, e Plinio. Che
detti popoli fossero quivi condotti da Pelope, oltre
tutti gli Scrittori delle Cronache Pisane altri molti
Autori, e antichi, e moderni l'istesso confermano:
onde il Nozzolini prese a cantare
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Mirate in prima quì, dove il natale</l>
<l n="2">Dell'alma vostra Alfea principia, e fonda</l>
<l n="3">Pelope Re de' Greci.</l>
</lg>
<p>Che in Grecia si celebrassero i Giuochi
Olimpici, ricavasi pienamente da Pindaro, da cui ancora
si deduce, che la vittoria Olimpica era maggiore
appresso i Greci, che il trionfo appresso i Romani,
che pure era il sommo, il massimo di tutti gli onori
di quella Repubblica.
<pb n="34"/>
Strabone però discorda dagli altri Scrittori, e
ascrive l'onore dell'origine di Pisa a certi Pisei
chiamati Pilj, che all'impresa di Troja furono seguaci di
Nestore, dicendo, che questi nel ritorno, che
facevano vittoriosi alla Patria, trasportati dalla fortuna
del Mare parte approdassero nel Metaponto, e
parte nel lido pisano. Ma che questo Autore siasi
in questa parte certamente ingannato, appieno lo
dimostra Dionisio Alicarnasseo, che pone la Città di
Pisa nel numero dell'altre Città abitate da' Pelasgi,
che furono quelli, che uniti con gli Aborigini
cacciarono d'Italia i Siculi tre etadi avanti l'accennata
rovina di Troja; e il precitato Numanziano in tal
forma s'esprime:
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1"> Ante diu quam Trojugenas fortuna Penates</l>
<l n="2">Laurentinorum Regibus insereret,</l>
<l n="3">Elide deductas suscepit Etruria Pisas, <abbr>etc.</abbr></l>
</lg>
<p> E se veramente Pisa non fosse stata fabbricata
avanti l'eccidio di quella gran Città, probabilmente
non sarebbe potuta concorrere al soccorso d'Enea,
con dargli mille de' suoi valorosi soldati, per esser
quello giunto nelle campagne di Laurento, dove poi
fabbricò Lavinio, la seconda State dopo l'esterminio
della sua Patria; come di tal ajuto ne rende
infallibile testitmonianza Virgilio in quei versi:
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1"> Tertius ille hominum, Divumque interpres Asilas, </l>
<l n="2">Cui pecundum fibrae, Coeli cui sidera parent,</l>
<l n="3">Et linguae volucrum, et presagi fulminis ignes,</l>
<l n="4">Mille rapit densos acie, atque horrentibus hastis,</l>
<l n="5">Hos parere jubent Alphae ab origini Pisae,</l>
<l n="6">Urbs Etrusca solo.</l>
<pb n="35"/>
</lg>
<p> Dal che il Nozzolini prenominato prese motivo
di cantare
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Ecco più quà, che di copiose squadre</l>
<l n="2">Del suo Popol feroce arma un presidio;</l>
<l n="3">E contro a Turno al Trojan Duce, e Padre</l>
<l n="4">Del Romano valor diello in sussidio,</l>
<l n="5">Che giunto a quel di Populonia Madre</l>
<l n="6">Dell'Impero Latin fondaro il nidio.</l>
</lg>
<p> Fermato dunque, che Pelope sia stato il
fondatore della Città di Pisa, prima di dar giudizio della
addotta origine del nostro Giuoco, parmi necessario
riconoscere il tempo della fondazione della medesima
Città, e quello dell'istituzione de' Giuochi Olimpici.
E in ordine alla prima ispezione, non trovasi
certezza alcuna del suo principio, consta bensì, che
Pelope non desse il nome di Peloponneso a tutta quella
Penisola, che si distende in fra i due Mari Ionio, ed
Egeo, già Apia, e Pelasgia detta, ed ora Morea
chiamata, se non dopo superato Enomao ivi
regnante, e sposata la Figlia Ippodamia; e che un tal
cambiamento di nome seguisse circa gli anni del
Mondo <num>2521</num> al tempo d'Ottoniel Giudice degli Ebrei.
Ciò stante discorrerei così: se Pelope nel tempo
accennato aveva già Moglie, non è probabile fosse di
tre lustri minore: diamo, che partisse da' suoi stati in
età d'anni sessanti, e che a causa di tempeste,
incertezza di viaggio, e simili, prima di giungere in
Toscana vi consumasse altri quattro anni, crederei si
potesse anche verisimilmente concludere, che Pisa avesse
potuto ricevere dal detto Pelope il principio circa
<pb n="36"/>
gli anni del Mondo <num>2570</num>; e così avanti l'incendio
di Troja anni <num>214</num>, avanti la fondazione di Roma
anni <num>646</num>, e avanti al nascimento del Redentore anni
<num>1396</num>. Poichè l'eccidio diTroja dopo anni <num>10</num>,
mesi <num>6</num>, e giorni <num>12</num> di crudelissima guerra, in cui
morirono settecento settantamila Greci, e seicento
settantaseimila Trojani avanti la caduta, e altri
dugentosettantamila dopo quella, seguì negli anni del
Mondo <num>2784</num>. Roma fu fondata da Romulo <num>432</num>
anni doop l'eversione della Città predetta, e così
negli anni del Mondo <num>3216</num>, e il Salvator nostro
Gesù Cristo nacque l'anno <num>42</num> dell'Imperio di Cesare
Augusto, di Roma <num>750</num>, e del Mondo <num>3966</num>, il tutto
secondo il computo degli Ebrei. Se al conto
predetto si aggiungerà gli anni decorsi dalla Nascita
di nostro Signore fino al presente, che secondo lo
stile Pisano sono <num>1712</num> troverassi, che la Città di Pisa
vanta fin quì <num>3108</num> anni di vita; fortuna, che non
hanno goduta tant'altre Città Toscane, a le
contemporanee,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Che appena i segni</l>
<l n="2">Dell'altre sue ruine il lido serba.</l>
</lg>
<p> Passando alla seconda ricerca, sono diversi i
pareri di chi sia stato l'inventore de' Giuochi Olimpici,
e in conseguenza del tempo, in cui avessero il loro
principio. Alcuno dicono, che il primo, che gli
ritrovasse, fosse Ercole Ideo nella venuta ch'egli fece
d'Ida in Elice con quattro suoi Fratelli; e che ciò
<pb n="37"/>
operasse in onore di Giove. Altri vogliono, che
Giove istesso ne fosse l'inventore dopo aver
superato Apollo nel corso, Mercurio, e Marte alle pugna;
e altri ne danno per autori Enomao, e Pelope. La
più ricevuta, e seguita opinione si è, che Ercole non
l'ideò, ma il Figlio d'Alcmena, dopo aver debellato
Ogea Re d'Elide, l'istituisse in onore di Giove suo
padre; o pure, come affermano altri, in onore di
Pelope, n fra i quali Stazio Papinio nella Tebaide
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Ludumque superquo martia bella</l>
<l n="2">Praesudare paret, se seque accendere virtus</l>
<l n="3">Grajum ex more decus primus Pisaea paratus</l>
<l n="4">Hunc pius Alcides Pelopi certavit honorem.</l>
</lg>
<p> E Ausorico in fine <abbr>eglog.</abbr>
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Tantali dae Pelopi maestum dicat Elis honorem, </l>
</lg>
<p> di cui esso Ercole era pronepote, attesochè
Alcmena sua Madre era nata di Lisidice Figlia di Pelope,
e d'Ippodamia. Se dunque Ercole inventò i
Giuochi Olimpici in memoria di Palope, è manifesto non
poter' essere istituito in Pelope a imitazione di detti
Giuochi Olimpici quello del Ponte; oltre che
Pelope in quel tempo non poteva trovarsi in vita stante
l'essere di lui Ercole pronepote in età di debellare
Ogea Re d'Elide; ma quando fosse stato vivo, non
sarebbe regnato in Elide Ogea, ma l'istesso Pelope,
mentr'ebbe tutto quel Regno in dote da Ippodamia
<pb n="38"/>
dopo la morte d'Enomao. Ma posto ancora che non
in onore di Pelope, ma di Giove fossero i detti
Olimpici dall'istesso Ercole istituiti, non perciò il Giuoco
del Ponte potrebbe riconoscer da quelli il suo
principio; perchè se da Pelope furono gettati a Pisa i
fondamenti negli anni del Mondo <num>2570</num>, come si è sopra
già detto, i Giuochi Olimpici furono da Ercole
ritrovati negli anni del Mondo <num>2673</num> come ricavasi da <abbr>Gio.</abbr>
Tarcagnotta nelle sue Istorie del Mondo, e così
cento tre anni dopo la fondazione di Pisa; oltre
che i medesimi Giuochi non ebberonoto principio
che <num>406</num> anni, e di vantaggio dopo la decantata
rovina diTroja, allora che furonorinovati da Isito
Figlio di Prassonide, atteso l'Oracolo d'Appoline, che
le guerre, e i mali sopra i Greci non sarebbero
cessati, se non si fossero rinovati i detti Giuochi; e dal
detto tempo cominciossi in Grecia numerare la
prima Olimpiade.
Ma quando ancora in tempo della fondazione
di Pisa fossero stati in essere i detti Giuochi Olimpici,
attesa la total differenza, che dal nostro Giuoco a
quelli si trova, come riscontrasi dal sopradetto
Pindaro, non potrei persuadermi, che esso da quelli
avesse sortito inataili. In primo luogo quelli si
celebravano ogni <num>5</num> anni una volta, e nel plenilunio di quel
Mese da' Greci chiamato Partenio, che seguiva tra
l'Aprile, e 'l Maggio; il nostro ogni anno, e sempre
nel Mese di Gennajo, non essendovi fama in contrario.
Quelli fuori della Città, cioè infra Pisa, ed Elide,
vicino al Tempio di Giove, dove era una Selvetta
<pb n="39"/>
d'Ulivi, delle cui frondi il Vincitore s'inghirlandava;
il nostro dentro la Città. A quelli davasi nome di
Sacri; al nostro non trovo, che un tal nome sia mai
stato attribuito. Quelli duravano per cinque continui
giorni, il nostro in poch'ore d'un sol giorno finisce-
Chi in quelli operava v'interveniva del tutto
spogliato; e nel nostro armato tutto di ferro. In quelli si
riportavano da' Vincitori premj assari riguardevoli; nel
nostro altro premio non ottiensi, che la gloria d'aver
vinto. A quelli per legge era proibito alle donne il
trovarvisi presenti, e se alcuna contro il divieto vi
fosse intervenuta, veniva giù dal Monte Tifeo
precipitata; che al nostro vi sia mai stata una simil
costituzione, non v'è memoria, che lo ricordi. Quella era
una festa composta di diversi spettacoli; e la nostro
un solo ne comprende, e totalmente dissimile da
quant'in essa se ne vedevano. Di cinque sorte erano gli
esercizj, che negli Olimpici si rappresentavano, cioè
la Lotta, il Pugilato, il Corso, il Salto, il Disco; quelli,
che in essi operavano, Lottatori, Pugili, Cursori,
Saltatori, e Discoboli chiamavansi. Il Salto era un
moto con sollevazione di corpo senz'altra legge,
il quale però in varie forme facevasi. Il Disco
consisteva nello scagliare una pietra rotonda, e grave, e quei
che più altro, o più lontano la sospingevano,
erano i più valorosi. La Lotta era un contrasto, ove gli
Uomini unti, aspersi di certa polvere, e nudi
cercavano con vantaggio si prese di braccia, e di mani,
e di gambe atterrarsi l'un l'altro: e di questi restava
vincitore chi tre volte gettava a terra il compagno.
Il Corso si faceva in diversi modi, e con diversi
<pb n="40"/>
nomi si distingueva correndosi a piedi, a cavallo, e
con le carrette. Il Pugilato era un contrasto, che
facevano con le pugna nude, e tal volta armate
d'un certo strumento chiamato Cesto, ch'era un guanto
di lame di bronzo, inchiodate sopr'alcune strisce di
cuojo: la vittoria era di quello, che o gettava a
terra a forza di colpi, il nemico, o che gravemente, e
con danno maggiore il feriva; e questi Pugili de'
Greci, vogliono, che fossero l'istesso de' Gladiatori de'
Romani.
L'onore di chi restava negli Olimpici Vincitore
consisteva, in esser subitamente coronato con una
ghirlanda d'olivo salvatico, nell'erigere in sua
memoria Statue, in esser cantato da chiarissimi Poeti il suo
nome, e quello della di lui Patria, nell'entrare
nella sua Città non per le porte di essa, ma dentro un
sublime cocchio, per un'apertura, che apposta
facevasi nelle di lei mura, o per via di Ponti sopra le
mure medesime; e finalmente in darglisi
perpetuamente il vitto a spese del pubblico erario.
OPINIONE V.
V'è ancora chi narra, che dopo incendiata
Troja dovendo i soldati, che a detta impresa assisterono,
far tutti ritorno alle proprie case, quei Pisei, che
militavano sotto la condotta di Nestore, giudicando, che
la loro Patria, attesa la moltitudine delle reliquie
trojane, che prigioniere in Grecia portavano, non
<pb n="41"/>
potesse più esser bastante ad alimentar tanta Gente,
risolvessero di navigare inToscana, sapendo, che ivi
trovar dovevasi una Città, già fabbricata da' Popoli
di loro nazione, sperando, che questi recusar non
dovessero di ricevergli per Compagni; Che dopo
molto cammino finalmente a Pisa pervenuti, fossero con
somma allegrezza ricevuti, ed abbracciati,
assegnando loro per abitazione la parte opposta d'Arno,
dove ora chiamasi in Chinsica, la quale dopo aver ripiena
di molte fabbriche, col mezzo di Ponti sopra
dell'Arno eretti unissero al primo abitato; e perchè in
Pisa d'Elide, d'onde essi partirono, si celebrassero in
quei tempi i Giuochi Olimpici, seguendo il natio
costume introducessero anche in Pisa un simili istituto,
prendendo a rappresentarlo sopra uno de' già
accennati Ponti; e che da questo principio riconosca
l'origine il nostro Giuoco, ridottopoi neò corso de'
tempi come di presente si vede. Il Padre
Noris mostrasi fautore dell'addotta opinione
quanto alla venuta in Pisa di detti secondi Pisei, nella
seguente forma scrivendo: <foreign lang="lat" rend="italic"> At si dicamus Pisas à Pelope
ortas, quod eamdem urbem Nestor Pelopis altero saeculo
successor per socios Trojani belli in Etruria delatos
excitaverit, Plinium Straboni satis commode conciliabimus;
</foreign> essendo nell'origine di Pisa detti Autori discordi,
come nella precedente opinione si manifesta.
Frat'Annio Viterbese nell'ottavo de' suoi comentarij
sopra Mirtillo Lesbo, riportato anche da Leandro
Alberti alla pa<abbr>g.</abbr> <num>27</num> della sua Italia, pone, che quei
Popoli, che andarono alla guerra di Troja con Nestore,
<pb n="42"/>
fossero domandati Pilj, il che pure asserisce l'istesso
Strabone; e, che venendo in quest parti, la Città da
essi edificata, Pilia, e non Pisa la domandassero, la
quale poi prendesse il nome di Capilia, ed ora quello
di Campiglia ritenga; che è di presente una
Terra situata nelle Maremme lontane da Pisa miglia
quaranta in circa. Il Roncioni seguita
anch'egl'il predetto parere, soggiungendo, essere stata
aggiunta la lettera G al nome di Capilia per dare
al nome medesimo miglior suono, e più spirito
nel proferirlo; tenendo, che quella prima parola
Capilia altro non volesse significare, se non che coloro,
che edificarono Campiglia, fossero discesi da' Pilj, per
prendersi da' Toscani la sillaba ca per derivazione.
Nel sentimento del Viterbese non concorre il
già citato Noris, ma contro di quello non parmi,
che adduca altre ragioni che la sopraccennata
conciliazione di Strabone con Plinio. Io però senza
maggior fondamento non saprei allontanarmi,
poichè è certo, che i Pisei, come sopra si è provato,
da Pisa d'Elide la nostra Città Pisa chiamarono;
che i Pelasgi passati in Toscana, in essa una Città
edificarono, che da Larissa loro Metropoli nel
Peloponneso Larissa nominarono; che gli Arcadi sotto il
comando d'Evandro loro Re venuti in Italia
fabbricarono nel Lazio un Castello col nome di Pallanzio,
perchè dalla greca Città di Pallanzio discesi, che i
Trojani da Enea giudati eressero nelle campagne di
Laurento un'altro Castello che come Figli di Troja,
Troja appellarono. E che Antenore anch'egli
Trojano fondasse nel seno del Mare Adriatico
<pb n="43"/>
un'altra Troja in memoria della sua Patria. Perchè
dunque non potrà credersi probabile, tanto più non
constando in contrario, che anche i detti Pilj
avessero costrutta la detta Città, e chiamatala Pilia per
conservare come l'altre sopra espresse Colonie il
nome di quella Città di Pilia, d'onde essi uscirono, che
pure nel Peloponneso trovavasi? Le Colonie
erano Città, che avevano origine da altre Città
metropoli; ed erano fabbricate da quei Popoli, che
dall'istesse Metropoli ne venivano, per così dire,
sbanditi; essendo stato costume de' Grci, che qunado la
Gente volgare talmente in una Città avanzavasi, che
il territorio d'essa non producesse alimento
succifiente per tutto il numero degli Abitatori, o pure che
dall'intemperie dellaria reso più sterile meno del
solito fruttasse, il mandare buona parte della
medesima ben d'armi munita fuori de' proprj confini ad
acquistarsi o con la forza, o con la permissione, oltre la
susistenza per vivere, anche il luogo per istabilirsi.
Ne la differenza da Pilia, a Campiglia potrebbe
servire a mio credere d'oposizione, sia, o non sia
d'attendersi ciò che in proposito di tal mutazione dal
detto Roncioni fu scritto; poichè è verissimo, che
infiniti sono quei luoghi o totalmente variati, o in
parte corrotti dall'antica sua denominazione, come
di questi ultimi senza allontanarsi dalla Toscana ne
fanno fede Manliana, Saturnia, Clusio, Blera,
Pistoria, Fesule, ora detti Magliano, Saturniana,
Chiusi, Bieda, Pistoja, Fiesole. Restando dunque
<pb n="44"/>
probabile, che i detti Pilj a Pisa non venissero, non
saprei comprendere, come potessero considerarsi per
inventori del nostro Giuoco. Ma quando ancora vi
fossero giunti,  come si suppone in principio, con
tuttociò sarei di parere, che loro non si dovesse
attribuire l'onore dell'invenzione del nostro Giuoco,
poichè proponendolo istituito  a imitazione de'
Giuochi Olimpici, loro osterebbero tutte l'istesse ragioni, che
si riferirono in fine dalla precedente opinione, con
quel più, che conseguentemente si dirà nel quarto
quesito.
OPINIONE VI.
Altri suppongono, che 'l Giuoco del Ponte sia
stato inventato dalla Repubblica Pisana per una
politica ragione di stato, a fine di tener lontano
dall'ozio i propri Suddit; e per assuefare la Gioventù con
un Giuocoso militare trattenimento a veri marziali
cimenti, come ricavasi da un ingnoto Poeta, che in
tal forma cantò:
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Ne secoli trascorsi allora, quando</l>
<l n="2">Facea pisa tremar l'acqua, e la terra,</l>
<l n="3">Per dar dalla Città perpetuo bando</l>
<l n="4">All'ozio, che lumana gloria atterra,</l>
<l n="5">Andarono i Politici inventando</l>
<l n="6">Un Giuoco, il quale avea forma di guerra,</l>
<l n="7">In cui spesso operando i loro petti</l>
<l n="8">Empievan di coraggio i Giovanetti,</l>
</lg>
<p> Che l'opinione predetta non tenga molto del
probabil,e non può certamente negarsi,
<pb n="45"/>
ammettendosi comunemente dagli Statisti la pratica di simili
popolari divertimenti, come prodottivi della quiete, e
del valore ne' Sudditi, ambi effetti di sommo
riguardo; e ne rende le ragioni il Botero con queste
precise parole: <hi rend="italic"> Perchè il Popolo è di natura sua instabile,
e desideroso di novità, n'avviene, che se gli non è
trattenuto con varj mezzi dal suo Prencipe, la cerca da se
stesso, anco con la mutazione di Stato, e di Governo;
perciò tutti i Prencipi savj anno introdotti alcuni
trattenimenti popolari, ne' quali quanto più s'ecciterà la virtù
dell'animo, tanto saranno più a proposito; </hi> e il Conte
Gualdo nel suo Guerriero prudente soggiunge: <hi rend="italic"> Il
valore de' Sudditi è la più fida guardia, che darsi possa
alla Greggia del Dominio, e come i Lupi appunto stanno
lontanid a quell'Agnelle, che alla custodia loro tengano
buoni Mastini, così gli emoli non così facilmente si
dispongono ad assalire quello Stato, alla cui difesa veggiono i
Sudditi fedeli, e armigeri.
</hi>Io però riflettendo alla destinazione del giorno,
in cui esso Giuoco si suole annualmente
rappresentare, dubiterei della verità dell'addotto parere, non
potendomi persuadere, che un'allegrezza inventata
per sollievo di tutto il Popolo Pisano dovesse poi
solennizarsi in un giorno di lavoro, che vuol dire in
un giorno più tosto dannoso alla maggior aprte del
medesimo Popolo, cioè a' manifattori, e lavoranti,
per non essere in Pisa festivo il dì <num>17</num> Gennajo, (giorno
in cui suole rappresentarsi il nostro Giuoco, come si
è replicatamente detto) con tutto che in esso cada la
solennità di <abbr>S.</abbr> Antonio Abbate, com'è notorio.
Accresce il mio dubbio la comune consuetudine di
<pb n="46"/>
rappresentarsi in giorni festivi tutti quegli spettacoli,
che puramente riguardano il semplice divertimento
de' Popoli, come vedesene l'esempio nel Giuoco del
Calcio in Firenze, in Siena, in Lucca, in Livorno,
nel Giuoco del Pomo in Arezzo, in quello de'
Pugni in Venezia, nella Giostra di Bologna nella
Domenica della Quinquagesima, ne' Giuochi Florali
in Tolosa il dì primo Maggio, e nella festa de' Tori
in Madrid nel giorno di <abbr>S.</abbr> Gio9 Batista. Uso a
mio credere indotto da una perfetta politica, mentre
in simil giorni disoccupate dalle faccende le Genti
de' circonvici paesisi lasciano più facilmente guidare
dalla curiosità a i medesimi spettacoli; dal che
n'avviene utile non ordinario alle Città, ove quelli si
rappresentano, che è quanto doverebbe ricercarsi da chi
desidera il vantaggio della sua Patria: cosa, che non
succede, quando gli stessi divertimenti vengono
praticati in giorno di lavoro, come l'esperienza ne ha
più volte dimostrata Pisa medesima la differenza.
Considero di più, che, se il Giuoco del Ponte
fosse stato inventato puramente per i Politici fini
sopra descritti, non solo non dovesse premere a'
Pisani, che il detto Giuoco si esercitasse anche fuori di
Pisa negli altri Luoghi di loro proprietà; ma che
per gli stessi fini si dovesse più tosto ne' Luoghi
medesimi introdurre: e pure riferisce il Cervoni aver
veduto in mano del <abbr>Sig.</abbr> Canonico Raffaello
Roncioni, in un'antico Libro di Statuti, scritti in carta
pecora, e fatt'in Sardigna nella terra di Caglieri, in
tempo che i Pisani erano Padroni di detta Isola,
<pb n="47"/>
sotto numero <num>61</num> la seguente proibizione, cioe: <hi rend="italic"> E
siano tenuti detti consoli per sacramento, e pena lire
venticinque Pisane, che quando egli vedessimo, o sentissino,
che in detto Castello di Castro si volesse Giuocare, o
combattere a Mazza, e scudo, incontinente egli con quelli
Citadini, che parrà loro, anderanno a i Castellani, e
opereranno a lor potere, che quel Giuoco, o battaglia non si
faccia in nessun modo. </hi> E pure detto Castello di Castro fu
ivi l'anno <num>1217</num> dalla Repubblica Pisana di pianta
edificato, con altra Terra ancora, che Villa di Chiesa
chiamarono. Nel principio del predetto libro di
Statuti asserisce l'istesso Cervoni, che vi fosse la
seguente intitolazione, che in grazia dell'Antichità
quivi si porta.
<foreign lang="lat"> In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
</foreign><hi rend="italic"> Questo breve </hi>(così sogliono i Pisani chiamare i
Volumi de' loro Statuti)<hi rend="italic"> fu composto, fatto, e ordinato
a mandare a correggere a Pisa, in tempo delli discreti, e
savi Uomini,Messer Nero di Gonculino, Messer Bindo
Facca Consoli del Porto di Callari, e corretto, e
emendato per li descritti, e savi Uomini Ser Collino del Colle,
e Ser Pellajo della Seta, Ser Giudone da Fauglia, e Ser
Bacciomeo di Malglo, correnti allora gli anni del Signore
<num>1318</num> del Mese di Febbrajo. Ser Piero Porcellino del
detto Porto, Notajo. Ser Gaddo da Fagiano.
</hi>OPINIONE VI.
Si registra finalmente da altri, che il Giuoco
del Ponte tragga l'origine da un certo militare
esercizio, con cui gli Antichi Greci fossero soliti
<pb n="48"/>
ammaestrare per la guerra i proprj loro Soldati, giusta il
sentimento di non ignobil Poeta:
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Forsan, et Heroes sic consuevere Pelasgi</l>
<l n="2">Ad Martem armatos excoluisse viros;</l>
</lg>
<p> e che l'uso del medesimo sia stato trasportato
dell'Orientali contrade in Toscana dal soprannominato Re
Pelope della Città di Pisa fondatore.
Non sembra controvertibile, che dappoichè
l'ambizione, e l'ingordigia di dominare diedero il
motivo alle discordie, e a i combattimenti, che appena
creato il Mondo si fecero sentire, (attestando
Giuseppe Ebreo, che Thobel, che fu il nono
descendente d'Adamo, egregiamente esercitasse l'arte della
guerra, anche la disciplina militare, cioè l'arte di
far buono il Soldato dovesse avere coll'istessa
guerra il princio; affermandosi, che gli eserciti,) che sono
una moltitudine d'Uomini, d'animali, di strumenti,
di macchine, e di monizioni ridott'insieme per far
la guerra, non per altro con tal nome si
chiamino, che dal continuo necessario esercizio, che in essi
per ben regolargli ricercasi; onde ilCornazano
cantò:
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Esercito per questo fu chiamato</l>
<l n="2">Moltitudine d'Uomini esercenti</l>
<l n="3">Se stessi contr al lor nemico armato</l>
</lg>
<p> E' parimente manifesto, che accortosi il
Mondo, come la disciplina, e buona istituzione de'
Soldati fosse il nervo della milizia, la nudrice, e
<pb n="49"/>
l'anima degli eserciti, abbiano gli Uomini di tempo in
tempo inventato varj mezzi per approfittarsi nella
medesima; riducendogli, per render più dilettevole la
fatica, in diverse forme di Giuochi; tutti però
all'uso della guerra appropriati, perchè in grazia della
medesima introdotti. Nè può dubitarsi, che
infra l'altre Nazioni per una sì lodevol politica, non
aprisse la Greca pubbliche scuole, che Ginnasj, e
Palestre appellarono: dove sotto la direzione di
bravi Professori ammaestravasi la di lei Gioventù
nell'arte Ginnastica, cioè in certi Giuochi detti Ginnici,
ritrovati da Licaone Re d'Arcadia, che fu al
Mondo molto prima del detto Re Pelope, come
ricavasi da <abbr>Gio.</abbr> Boccaccio, che consistevano nella
Chironomia, cioè in fare alle braccia, o sia lottare;
nella Sciamachia, cioè nella Scherma; in Giuocar di
Picca, in Saltare, in tirar l'Arco, in caricare il
Dardo, in maneggiar Cavalli, in correre, e in altri
simili militari esercizj. Oltre le predette cose
particolari, esercitavansi ancora nell'Oplomachia, che
altro non era, che un finto fatto d'arme, come spiega
Celio Aureliano, riportato da <abbr>Gio.</abbr> Argoli: <foreign lang="lat" rend="italic"> hoc
est armorum ficta conflictio; </foreign> nella quale dovevano
operare armati, e con lo scudo, e col rimanente
dell'armi loro, come pare possa raccogliersi dalla parola
<foreign lang="lat" rend="italic"> Hoplomachus, </foreign> che significa <foreign lang="lat" rend="italic"> is qui scuto, reliquisque
armis instructus in arenam descendit. </foreign> Ciò, che in si
fatto cimento in vece di spada, o d'altr'arme
<pb n="50"/>
offensiva tenessero, a me non consta, ma trattandosi
d'un puro esercizio, simile a cert'altro battimento,
con con piccole mazzette facevasi, come soggiunge
il sopracitato Argoli <foreign lang="lat" rend="italic"> ut erat batutitio, quae rudiculis,
virgisque fiebat, </foreign> (da cui si dice esserne derivato
appresso gl'Italiani la voce <hi rend="italic">battersi, e battaglia</hi>) non sarebbe
lontano il credere, che anche nell'Oplomachia si
servissero di qualche bastoncello, o altro simile
strumento, per esser contor la natura del Giuoco
l'usarvi cose, che portino il rischio di far danno
notabila, e di toglier forse anche la vita. Onosandro
Platonico ne' suoi antichi militari precetti registrò, che
dopo ordinato l'esercito secondo le regole da esso
prescritte si dividesse in due parti, e di poi senza
ferro si ristringesse a combattere, distribuendo a'
Soldati i leggier pili, e l'aste fragili; e, se fossero stati
in terreno lavorato, si facessero combattere
con le zolle di terra. Ciro il grande, essendo
in Media, per assuefare i suoi Persiani ad assalire con
le scimitarre i Nemici, che solo servivansi d'armi da
lanciare, divise i medesimi in due parti; e dando ad
una di essi, che figurò per li Nemici, zolle di terra,
armò gli altri d'una grossa sferza nella destra, e con
lo scudo nella sinistra, e con le corazze indosso
disponevagli in tal forma a combattere; variando di
poi l'ordine, facevagli nuovamente azzuffare, acciò
che i suoi Soldati restassaro universalmente in simil
battaglia esercitati.
Posto ciò, attesa la similitudine della predetta
Oplomachia con l'antico Giuoco de' Pisani, l'esser
<pb n="51"/>
Pisa stata edificata da' Greci, la probabilità, che in essa
trovar si potessero i Ginnasj, e le Palestie, essendo
molto verisimile allo scriver d'Andrea Palladio,
che in ogni Greca Città fosse uno di questi tali
edifizj, e la notizia che i Pisanj, attendendo quanto
bastava alla coltura de' terreni, si dessero nel resto
totalme alla milizia, stimolati dallo stesso Re Pelope
esercitatissimo nell'armi, ardirei di concludere,
che da questa potesse riconoscer quello il suo
principio; e così esser vera, o almeno più
d'ogn'altra probabile, e verisimile la preaddotta
origine del nostro Giuoco. Poichè se l'Oplomachia,
come si disse, altro non era, che un'esercizio di finte
battaglie; il Giuoco de' Pisani non altro, che una
simil disciplina contenne, e contiene. Se chi in quella
operava vi compariva armato della persona, in
questo un simil costume non solo di presente si pratica;
ma altresì anticipatamente praticar si dovea, poichè
trovasi, che l'anno <num>1407</num> dopo che i Fiorentini
ebbero Pisa per tradimento di <abbr>Gio.</abbr> Gambacorta,
mandasse un bando, che pena vita da' Pisani si
portassero al Palazzo maggiore con ogni altra sorta d'armi,
tanto offensive, che difensive, anche quelle, che si
giuocava a Mazza, e Scudo: e finalmente se in
detta Oplomachia unito allo scudo servivansi per
combattere di qualche strumento di legno,come si è
probabilmente supposto; anche da' Pisani adopravasi
con lo Scudo pure un pezzo di legno lavorato in
forma di Clava, che Mazza chiamarono, da' quali
strumenti l'azione medesima prese il nome di Mazza,
<pb n="52"/>
e Scudo. Qualumque finalmente siasi di questo
Giuoco l'origine, io me la figuro per sommamente
gloriosa; poichè se fosse stato altrimenti, tengo per
fermo, che avesse la sorte di tant'altri famosi
Spettacoli, de' quali ne vive appena il nome. Ma
perchè, come scrisse erudita penna, l'opinione è
uno specchio, che dimostra le cose piccole grandi,
e le grandi piccole, rimetto liberamente i miei sensi,
conoscendo la debolezza del mio, ad altro più
sagace intendimento.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito II</head>
<head>Cosa sia il Giuoco del Ponte.</head>
<p>Per chiarezza maggiore di quello deve dirsi,
stimiamo necessario premettere, che la Città di Pisa
resta divisa in due parti quasi eguali dal Fiume
Arno, che vi scorre dal Levante al Ponente per braccia
millenovecento in circa; dal che n'avviene, che,
siccome egli ne disgiunge gli Abitatori, così separa gli
affetti, e il genio de' medesimi in due contrarie
fazioni, non per altro però, nè per altra ragioni
discordi, che per questo loro Giuocoso divertimento:
onde da nobile Poeta fu detto
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Dividit et Pisas media pulcherrimus unda</l>
<l n="2">Arnus, et in partes sic quoque corda secat:</l>
</lg>
<p> ed altro celebre Soggetto mio particolare Amico, ed
<pb n="53"/>
amato Concittadino Cantò
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Pisa posta sull'una, e l'altra riva</l>
<l n="2">Del bell'Arno, che lei divide, e bagna;</l>
</lg>
<p> e più sotto
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Al rinomato Ponte ecco i Cavalli,</l>
<l n="2">V suol in se divisa Alfea pugnare.</l>
</lg>
<p> Ciò stante, crederei, che il Giuoco del Ponte,
attese le forme, con le quali di presente sipratica,
potesse assolutamente chiamarsi un vero simulacro di
guerra, mentre toltene le stragi, e la morte, ogni
altro requisito della vera guerra ritrovasi: poichè se la
guerra altro non è, che una pugna di due eserciti
con le debite solennità preventivamente intimata
<foreign lang="lat" rend="italic"> pugnam duorum exercitium rite prius indictam;
</foreign> ovvero una discordia di due Popoli, che con la forza
combattano <foreign lang="lat" rend="italic"> Dissidium duorum Populorum per vim
certantium; </foreign> il Giuoco del Ponte altro parimente non
è, che una battaglia di due Eserciti, o due Popoli,
che tali possono considerarsi le due predette fazioni,
anch'essa con le debite solennità preventivamente
intimata. Se la guerra rispettivamente riguarda il
riacquisto del perduto, e la difesa dell'acquistato;
anche il nostro Giuoco altro fine non ha, che di
ritogliere, e respettivamente difendere la fama, e la
gloria da una delle fazioni conseguita nella
conquista del famoso Ponte, che la Città divisa congiunge:
e se per far la guerra ricercasi denaro, soldati,
monizioni, armi, coraggio, e prudenza; per fare
altresì il nostro Giuoco l'istesse cose appunto
<pb n="54"/>
richieggonsi. La sola mancanza dunque delle stragi, e del
sangue, perchè simulatamente, e per prova di
valore si combatte, dà il nome di Giuoco al nostro
conflitto; l'ira però, e lo sdegno,  che da esso deriva,
superiore a quello di qualsivoglia guerra si rende,
poichè ciascun Soldato quivi combatte per propria
elezione, e genio di rimaner superiore al Nemico, non
già per obbedienza al proprio Principe, o per
l'utile del soldo: in somma la causa è a comune di
ciascheduno de Combattenti, dal che ne avviene, che
segua così feroce il combattimento, che pone in
dubbio chi non ha simil Giuoco altre volte veduto,
come possa aver termine senza la morte di molti; e per
verità se il desiderio di quei, che pugnano fosse
sufficiente ad uccidere, niuno di essi vivo uscirebbe: nè
di minore stima sarebbe certamente comparso alla
vista di Zizimo Fratello di Bajasette, se, trovandosi
presente ad una Giostra, gli sembrarono poco a far da
vero, e troppo per passatempo gl'incontri, che in
quella seguivano: e non di rado ne' tempi
andati prima che restasse proibito agli armati il montare
su le spallette del Ponte, è succeduto, che lacuni
mossi, o da cieca temerità, o da scambievole
violenza di combattere, azuffatisi sopra le dette
spallette sono combattendo precipitati nel Fiume,
ostinatamente persistendo anche nell'acque nell'intrapresa
battaglia <foreign lang="lat" rend="italic"> neque in hibernalibus tamen aquis succensus
furor, aut ultio refrigebat, sed ruebant pugnantes,
pugnabant natantes altero hostem ictu, altero aquam
verberantes.
<pb n="55"/>
</foreign></p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Ma quel, che apporta a chi nol sa', stupore,</l>
<l n="2">E' che quei, che quel giorno eran nemici,</l>
<l n="3">E ch'in questo s'avrian cavato il core,</l>
<l n="4">La mattina di poi son veri amici:</l>
</lg>
<p> verificandosi a prova,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> C'ha'l furor dal pugnar sol nutrimento</l>
<l n="2">In nobile Alma, e quel finito, è spento.</l>
</lg>
<p> La gara delle predette fazioni giunge al
maggior segno perchè i Pisani sono in essa generati,
allevati, ed istruiti: chiunque e dall'intendere, che i
piccoli Fanciulli in quei giorni, che sono interposti
dalla disfida alla battaglia, con pugni, con calci, con
morsi, con sassi,e  simili si percuotano, e malamente
si trattino per il Viva del loro partito, potrà
argomentarne la qualità della passione degli adulti, e
degli Uomini, dalla quale non vanno esenti nè meno
le Donne medesime. Con tutta la gran gara però,
la gran passione, il grande sdegno, non trovasi, che
mai per alcun tempo sia insorto scompiglio, che
abbia disturabata la pace, e la tranquilla quiete della
Città, e de' Cittadini; che è quello, che rende
ancora ammirati i Forestieri, non potendo capire, come
Pisa siasi preservata così illesa da quei sinistri, che a
cagione di simili fazioni altre gran Città hanno
sofferto, e più d'ogni altra Costantinopoli, che per la
divisione di due colori, cioè verde, e rosso, vide
vicendevolmente svenati numero infinito degli
aderenti, donde nacquer poi le guerre civili, e quelle
sanguinose battaglie, che desertarono quasi tutto
<pb n="55"/>
l'Oriente. Così bella prerogativa della Città di Pisa
(oltre la buona condotta de' Capit, la prudenza de'
Nobili, e de' Cittadini, e 'l desiderio comune della
preservazione del Giuoco, motivi, che hanno sempre
cooperato, e cooperano a sopprimere qualumque
benchè piccola confusione, che nascer potesse)
comunemente si tiene, che deva riconoscersi da più
secoli in quà anche dal Cielo, come impegnato a
favorire con ajuto speciale una simile azione.
Raccontasi, che essendo in Pisa <abbr>S.</abbr> Caterina da Siena nel
tempo solito giocarsi al Ponte, e che stanto un
giorno nella Chiesa di <abbr>S.</abbr> Cristina in amorosi colloquj col
suo, e nostro Crocifisso Signore, restasse sorpresa da
improviso strepito di Trombe, e tamburi; e che
avendole detto il Salvatore, che non si sbigottisse,
perchè quel romore non seguiva, che per occasione
d'un Giuoco solito rappresentarsi da' Pisani, ella
efficacemente, mossa dall'ardente sua carità, lo pregasse
di non permettere, che mai 'n quello, ne per
quello alcun male succeder dovesse, il che le fosse dalla
Divina misericordia accordato. Tanto
comunemente porta in Pisa la memoria d'una fama, che non ha
memoria. Nè può credersi senza mistero l'antico
continuato costume di celebrarsi dalla parte, ove la detta
Chiesa di <abbr>S.</abbr> Cristina risiede, nel giorno, che accade
il Giuoco, una Messa solenne in onore di detta Santa,
come si dirà a suo luogo: e finalmente dal
successo felice di tanti secoli pare non possano revocarsi
in dubbio gli effetti della Divina promessa, della
quale in ogni tempo se ne sono veduti infallibili
riscontri; ed in specie l'anno <num>1661</num>, in cui dovendosi nel dì
<pb n="57"/>
<date value="16610224">24 Febbrajo</date> rappresentare una superbissima Battaglia
sotto il Generalato per la parte di Mezzogiorno del
<abbr>Sig.</abbr> Cavaliere ….. Mosca, e per quella di
Tramonata del <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere Gabbriello Antonio Raù,
circa l'ore <num>22</num>, mentre da ciascuna delle parti
preparavasi le milize per marciare al campod ella Battaglia,
oscurossi in un subito il Cielo; e con sommo terrore
delle persone cominciò una fierissima tempesta
d'acqua accompagnata con grandine, con vento, con
baleni, e con tuoni, facendosi sera, e continuando
la pioggia, si venne infra le parti per mezzo
d'Ambasciatori al trattato di trasferire ad altro giorno il
combattimento: ma perchè nel prendere, e riferire
l'ambasciate nacquero alcuni disoridni con
apparenza di farsene de' maggiori, per ovviare a tutti gli
sconcerti restarono licenziati i Combattenti, nè più si
fece detta battaglia. Esorcizzandosi poi ne' giorni
seguenti nella Chiesa di <abbr>S.</abbr> Cristina dal <abbr>Sig.</abbr> Buonanni,
Curato della medesima, un'indemoniato, disse, che
per intercessione di <abbr>S.</abbr> Caterina da Siena fu operato
che non si Giocasse al Ponte il detto dì <num>24</num>, perchè
nel calare che avesse fatto la Battaglia da una delle
parti, attesa la moltitudine deglia rmati,c he erano
sopra secento per parte, ci sarebbe seguita morte
d'Uomini. Che la città di Pisa abbia avuto la
sorte di godere più volte della presenza d'una Santa
così riguardevole, non può controvertersi; anzi che in
essa, e nella già detta Chiesa dal suo Sposo Gesù le
furono concedute le Sacrosante Stimmate l'anno di
nostra salute <num>1375</num>, come referisce il <abbr>P.</abbr> Domenico
Maria Marchesi nel suo Diario Domenicano; e
<pb n="58"/>
ne rende ampla testimonianza la seguente iscrizione,
che sta impressa nella medesima Chiesa, ove il gran
miracolo succedè.
<foreign lang="lat"> <abbr>D.</abbr><abbr>O.</abbr><abbr>M.</abbr>
<abbr>D.</abbr> Catharina Virgo Patria
Senensis, virtute Coelestis, ad hanc aram
Sacratissimo Jesu Crucifixi Stigmate
donatur Anno reparatae sa<abbr>l.</abbr> MCCCLXXV
mense Aprili inuente, mox Divini
Authoris Immagine Senas clanculum
delata, quaeque hinc superstes capsula
vetustate detrita Fabius Orlandinus
Patritius Flor tantae memoriae Religiosus
hoc Sacellum erexit. dicavit, ornavit
Anno <abbr>D.</abbr> MDCXVII.
</foreign>Qual nome le due Fazioni del nostro Giuoco
negli antichi tempi tenessero, non consta; ma essendo
che i Romani, a i quali in materia di Giuochi fu
maestra la Toscana, nel corso delle carrette fino in sei
Fazioni divisi, o per distinguersi nel corso medesimo,
o per poter celebrare le glorie della parte vincitrice,
si servissero di varj colori, che furono il Bianco, il
Rosso, il Verde, il Celeste, il Dorato, e'l Porporino;
e che dal colore, di che essi erano vestiti, prendessero
il nome, come de' Bianchi, se di coloro bianco, de'
Rossi, se di color rosso, e così successivamente
<pb n="59"/>
forma appunto che segue di presente nel
Giuoco del Calcio, potrebbe credersi, che anche i Pisani
(tanto più atteso l'uso antichissimo delle predette divise,
delle quali alcuni fanno autore il Re Enomao),
per li fini già accennati di due diversi colori
abbigliandosi, da quelli 'l nome delle loro Fazioni
derivato ne fosse. Di certo può dirsi per quanto
riferisce il Cervoni, che l'anno <num>1580</num> una di esse era
chiamata la parte di Banchi; e l'altra la parte di
Borgo; e ciò a mio giudizio dal nome di due
principali strade, che fanno capo a quel Ponte, che è
campo del nostro Giuoco. L'anno <num>1599</num> per quello
ricavasi da un cartello stampato, ch'era nelle mani del
Signor Donato Samminiatelli, venivano chiamate
coll'istesso nome, che di presente ritengono, tolto
a mio credere, dagli aspetti della situazione delle
parti medesime, cioè di Mezzogiorno la parte di
Banchi, perchè al Mezzogiorno rivolta; di
Tramontana quella di Borgo, perchè a Tramontana esposta
rimirasi. Ciascuna di dette parti resta presentemente
divisa in sei Compagnie, ovvero Squadre, le quali
tutte innalzano propria bandiera di vaghi colori
composta; quelle di Mezzogiorno sono <abbr>S.</abbr> Antonio, <abbr>S.</abbr>
Martino, <abbr>S.</abbr> Marco, Leoni, Dragoni, e Delfini:
L'insegna della prima è di color di fuoco; della
seconda bianco, nero, e rosso; della terza bianco, e
giallo; della quarta nero, e bianco; della quinta verde
e bianco, e della sesta turchino, e giallo. Le
Squadre di Tramontana si chiamano <abbr>S.</abbr> Maria, <abbr>S.</abbr>
Michele, Calci, Calcesana, Mattaccini, e Satiri: L'insegna
<pb n="60"/>
della prima, è di color celeste, e bianco; della
seconda bianco, e rosso; della terza verde, bianco, e
dorè; della quarta giallo, e nero; della quinta
bianca, turchino, e fior di Pesco, e della festa rosso, e
nero.
Al pari d'ogni altro principio del nostro
Giuoco resta incerto il tempo dell'istituzione delle
Squadre predette nel numero soprassegnato, ed il
motivo della loro denominazione; poichè l'anno <num>1569</num>, e
l'anno <num>1574</num> trovasi, che ciascuna delle parti
comparve al combattimento con dieci squadre. L'anno
<num>1589</num> nella battaglia fatta per le nozze di
Ferdinando I terzo Gran-Duca di Toscana, la parte di
Mezzogiorno aveva otto Squadre, e quella di
Tramontana nove. In quella rappresentata in Firenze da'
Pisani l'anno <num>1608</num> per gli sponsali del Principe di
Toscana, Cosimo II suo Figlio, furono dieci
Squadre per parte, tutte tanto in questa, che in quella
preceente Battaglia con bizzarre invenzioni formate, e
fuori dell'ordine delle sopra descritte, delle quali si
dirà a suo luogo. Se poi fosse costume de' Pisani il
variare in ogni Battaglia le divise, o pur che ciò solo
facessero in qualche singolare occasione alle due
predette somigliante, per mancanza di notizie non v'è che
soggiungere; siccome se nel numero delle dieci
Squadre per parte dell'altre anteriori Battaglie vi
potessero essere incluse, anche le sei sopranominate,
benchè di ciò qualche cosa potesse dedursene dal
trovarsi fatta menzione nel ricordo della Battaglia
<pb n="61"/>
 del <num>1574</num> della banda di <abbr>S.</abbr> Martino, e di quella di
<abbr>S.</abbr> Maria.
Toccante la denominazione delle Squadre, che
modernamente ottengono nel nostro Giuoco,
crederei, che parte di esse potessero aver sortito il nome
da alcuni Quartieri della medesima Città, cioè <abbr>S.</abbr>
Maria, <abbr>S.</abbr> Antonio, <abbr>S.</abbr> Martino; altre dal luogo de'
Soldati, che le compongono, come <abbr>S.</abbr> Michele,
Calci, Calcesana, e <abbr>S.</abbr> Marco; ed altre dall'Impresa,
che nella loro Insegnaportano, come Mattaccini,
Satiri, Leoni, Dragoni, e Delfini: il che pure fu
anche prima di me in parte considerato da erudito
Soggetto, che di tal particolare trattando nella
seguente forma lasciò scritto: <foreign lang="lat" rend="italic"> Sex utrinque Cohortes
variis nominibus, partim ab ea urbis regione, quam
incolunt, partim a tesseris, sive imaginibus, quas gestant,
sic Leones, Satyros, Dracones se vocant.
</foreign> Appoggiando la mia credenza alla notizia, che abbiamo
de' Nomi imposti alle Romane Legioni, ed al
tempo, in cui esse erano istituite, come Prima,
Seconda, <abbr>ec.</abbr>, ed al Luogo, dov'erano collocate, come
l'Italica, se in Italia; la Cretense, se in Creta, <abbr>ec.</abbr> e
da' Regni, e dalle Provincie da loro debellate, come
la Partica, la Scitica, al Macedonica, <abbr>ec.</abbr> e
dall'Impresa, che alzacano, come la Fulminatrice dal
Fulmine dipinto negli Scudi, la Ferrata, perchè tutta
coperta di ferro, <abbr>ec.</abbr> e dal nome de' suoi Istitutori,
come l'Augusta, la Claudia, la Trajana, <abbr>ec.</abbr> e dagli
Dei venerati dal Comandante Supremo, come la
Minerva, l'Appollinare, <abbr>ec.</abbr> e finalmente da altri varj
accidenti, come Ausiliaria, Valente, Vincitrice, Pia,
<pb n="62"/>
Fedele, Felice, ec. Non meno che fra le
Legioni Romane regna nelle Squadre predette così
gagliarda l'Emulazione, che stimandosi ciascuna a tutte
l'altre di condotta, e di prodezza superiore, sdegna
d'ogni altra, benchè dell'istesso partito, il paragone,
sempre ricercando a gara nelle Battaglie l'impiego de'
più ardui cimenti, e delle più difficili azioni, per
riportarne il pregio, e la gloria d'un segnalato valore.
Ciascuna di dette Squadre gloriasi d'aver' i suoi
Fautori, che contribuiscono col denaro al loro
armamento, e  con tanta passione vi s'interessano, che
alcuni vi hanno consumate, se non tutte, almeno
buona parte delle proprie sostanze; e forse con
rammarico di non poter' imitare un Milione, che ne'
Giuochi di Roma diede fondo a tre Patrimonj; un
Probo, che per solennizzare imedesimi donò al
Popolo <num>1200</num> libre d'oro; un Simmaco, che vi dissipò
dugentomila Scudi; e un Massimo, che ve ne
spese quarantamila. Alcuni altri poi non contenti
della special cura presasi di dette Squadre in vita,
per avervi parte anche dopo morte, hanno
obbligati gli Eredi a somministrare per comodo delle
medesime e sopravesti, ed armi.
Nel testamento del Sergente Domenico del
<abbr>quond.</abbr> Benedetto Rosi di Pisa del dì <date value="16580809">9 Agosto 1658</date>
Fiorentino, rogato da <abbr>M.</abbr> <abbr>Gio.</abbr> Battista Barberi, in
cui istituì suo Erede universale l'Opera dello
Spedale di <abbr>S.</abbr> Gregorio, e <abbr>S.</abbr> Bartolomeo di Pisa, si
legge quanto appresso, cioè: <hi rend="italic"> Con obbligo agli medesimi
Eredi di preservare appresso di loro, o di detti Esecutori
<pb n="63"/>
tutte le armature per il Giuoco del Ponte, che si troverà
avere sino al giorno della sua morte, quali non si debbano
mai vendere, ma tenersi inperpetuo, con obbligo di
prestare quelle a quello, o a quelli, che armeranno la
Squadra di Satiri per il giorno della Battaglia; e poi si
debbano dagli detti Eredi, ed Esecutori ricuperare per
tutto il Carnovale, volendo, che a' medesimi, che
armeranno, gli sia dagli Esecutori, ed eredi dato, e
somministrato pezze quattro di tele ordinarie per le Camiciuole
de' Combattenti di quel colore, che parrà agli Esecutori.
</hi>L'armi ritrovate furono sette Morioni, tre a
maschera, e quattro a bastoncelli, tre paja di
guantoni, quattropaja di spallacci imbottiti, ed un pajo
di bracciali di ferro, come apparisce al Libro
Entrata, ed Uscita della suddetta Eredità. <hi rend="italic"> a<abbr>.</abbr> <num>9</num></hi>.
Nel Testamento del <abbr>S.</abbr> Cosimo Viviani ab
Episcopo del dì <date>21 Aprile 1595</date>, rogato da <abbr>M.</abbr> Simon
Antonio Braccesi, in cui istituì Erede
Fideicommissario il <abbr>Sig.</abbr> Pietro Viviani suo Nepote, vi sta
registrato quando appresso <hi rend="italic"> Item comanda, e vuole, che da
detto suo Erede sia prestato per servizio del Giuoco del
Ponte l'Insegne, e tutti quelli Morioni, e altre arme,
che vi sono per servizio di esso Giuoco, con questo però,
che de' migliori Morioni non gli presti, ma l'imprestanza
di tali robe faccia alle Battaglie generali, ma alle
Battaglie piccole gli sia proibito il darle, e questo il Testatore
vuole, che sia esequito per mantenere detto antico, e
famoso Giuoco.</hi>
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito III</head>
<pb n="64"/>
<head>Di che tempo si faccia il Giuoco del
Ponte.</head>
<p>Nell'antecedenti ricerche si è replicatamente
detto, che il dì <num>17</num> Gennajo, in cui cade la
solennità di <abbr>S.</abbr> Antonio Abate, è il giorno destinato
all'annua rappresentazione del nostro Giuoco, non
essendo dalla fama, giammai fin quì stata posta in
dubbio una simil consuetudine; ne a queta repugna il
numero di molte Battaglie, che potrebbero contarsi
seguite fuori di detto giorno, e mese, essendo ciò
accaduto per onorare l'intervento di qualche gran
Personaggio, o per altro straordinario motivo; come
seguì l'anno <num>1589</num>, che si Giuocò il dì <date value="15890426">26 Aprile</date>
per la venuta in Pisa di Madama Cristina di Lorena,
Sposa di Ferdinando III Gran Duca di Toscana;
l'anno <num>1609</num>, che si Giuocò il dì <date value="16091028">28 Ottobre</date> in
Firenze sul Ponte a <abbr>S.</abbr> Trinità per le nozze del Gran
Principe Cosimo suo Figlio; l'anno <num>1653</num>, che si
Giuocò il dì <date value="16530106">6 Gennajo</date> per trovarsi in Pisa il Duca di
Modena; l'anno <num>1664</num> il dì <date value="16640302">2 Marzo</date>, che fu la
prima Domenica di Quaresima per esser in Pisa
Monsieur Luigi di Bourlemont, Plenipotenziario di
Lodovico XIV Re di Francia, e <abbr>Monsig.</abbr> Cesare
Rasponi, Plenipotenziario di Papa Alessandro VII;
<pb n="65"/>
dove prosperamente aggiustarono alcune differenze,
infra la <abbr>S.</abbr> Sede, e la detta Corona di Francia,
essendo il predetto Bourlemont riseduto della Casa de'
Signori Scorzi, come testifica questa iscrizione,
che vedesi espressa nella facciata della medesima Casa:
<foreign lang="lat"> DEO PACIS SACRUM
Hisce in Aedibus locus praebitus
Ludovico Burlemontio Ludovici XIV
Regis Christia<abbr>niss.</abbr> Legato ad
instaurandam concordiam inter eumdem
Regem, et A<abbr>lex.</abbr> VII <abbr>Pontif.</abbr> Ma<abbr>x.</abbr>
bonae Fidei omine cum supra Januam
Domus jam diu scriptum extaret
SIT PACIS
Antonius Scorzius Insualae
Dominus laeti successus Monumentum
Posuit A<abbr>.</abbr> <abbr>D.</abbr> MDCLXIV <abbr>Ferdin.</abbr> II <abbr>M.</abbr>
<abbr>D.</abbr> A<abbr>etrur.</abbr> Regnante Publicaeque illud
tranquillitatis opus studiis curisque
adjuvante.
</foreign> e in altre simili infinite occasioni. In oltre detta
mutazione di tempo è succeduta, e succede da che hanno i
Pisani introdotto il costume, (di cui pure non trovasi il
principio,) di fare due Battaglie l'anno, una nel
giorno accennato di <abbr>S.</abbr> Antonio, alla quale vien dato il
nome di Battagliaccia, che serve come d'una scuola
per disciplinare i Soldati novelli; e l'altra si chiama
<pb n="66"/>
Battaglia generale, che non ha tempo prefisso,
dependendo dalle convenzioni delle parti la sua
rappresentazione. E' ben vero però, che ne' tempi
moderni, cioè dopo la venuta in Toscana della
Serenissima Violante Beatrice di Baviera, nostra Gran
Principessa, anche la Battaglia per <abbr>S.</abbr> Antonio alle volte,
e specialmente quando l'Atezza sua è stata in Pisa, si
è trasportata al dì <num>23</num> Gennajo, giorno natalizio della
medesima.
Da che dependa l'annua celebrazione di questo
Spetatcolo nel prefisso giorno de' <num>17</num> Gennajo, resta
al pari della sua origine totalmente ignoto; odne
facendosi luogo alle conjetture, che in ossequio
dell'Antichità generalmente s'ammettono, direi, che
ciò potesse seguire per una singolar
commemorazione, o del salvo arrivo di Pelope dopo i suoi
incerti, e pericolosi viaggi nel luogo, ove Pisa risiede; o
del principio, ovvero della terminazione e
dedicazione dell'istessa Città di Pisa. Mi nasce il primo
pensiero dall'intendere, che quei Greci, che
militarono sotto Ciro, nel ritorno, che dopo la di lui
morte facevano alla Patria, giunti salvi a Trabisonda,
oltre i sacrifizj fatti a Giove Salvatore secondo il
promesso voto, rappresentassero per allegrezza
anche i Giuochi Ginnici. Mi somministra il
secondo l'usato costume de' Romani (a' quali in tutto fu
unica Maestra la Grecia) di solennizzare come
festivo il dì <num>20</num> Aprile, in cui rappresentavano alcune
Feste dette Palilie, perchè alla Dea Pale dedicate,
chiamando detto giorno il natal della Patria, solo
<pb n="67"/>
perchè in esso furono a Roma i primi fondamenti
gettati; onde Properzio <abbr>lib.</abbr> <num>4</num> <abbr>Eleg.</abbr>
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Urbi festus erat, dixere Palilia Patres: </l>
<l n="2">Hic primus cepit moenibus esse dies.</l>
</lg>
<p> Traggo l'altro dall'osservanza degli Antichi di
celebrare per la terminazione di qualche nuova Città
diversi Giuochi, e Spettacoli, come fece Agrippa re
de' Giudei con grandissima splendidezza, per le
Città da lui fabbricate; e prima di esso Erode nella
dedicazione di quella di Cesarea, con ordine, che in
memoria della medesima ogni cinque anni rinovar si
dovessero.
Potrebbe ancora considerarsi, che la
destinazione del nostro Giuoco già detto aver potesse per
fine qualche memorabil vittoria dall'istesso Pelope
ottenuta contro quegli ostacoli, che ordinariamente
accadono a quelle Nazioni, che pretendono gli altrui
Stati occupare. Volendo Ercole far passaggio in
Italia, gli convenne prima superare i Liguri, che
valorosamente gli si opposero; Enea appena pervenuto
nel Lazio vide armati a' suoi danni tutti i Popoli di
quella Regione; e Cristofano Colombo,
Fernando Cortese, ed altri valorosi Capitani, senza
replicate battaglie non poterono stabilire a i Cattolici
l'acquisto del nuovo Mondo. Che per l'acquisto
di segnalate vittorie siasi praticata l'istituzione di
qualche Giuoco, e Spettacolo per tener sempre viva
negli Uomini la memoria delle gloriose geste degli
Antenati, si giustifica con l'esempio d'Ercole
<pb n="68"/>
istitutore de' Giuochi Olimpici, i quali volle, che di cinque
in cinque anni si rappresentassero, come per una
specie di trionfo per aver superato Ogea Re d'Elide.
Con quello parimente d'Ottaviano Augusto,
che istituì nella Città di Nicopoli, da esso fatta
fabbricare in Epiro, alcuni Spettacoli da rinovarsi
ancor'essi ogni cinque anni in memoria della disfatta
di Marc'Antonio, e di Cleopatra. Con quello
della Repubblica Fiorentina, per la caduta della
nostra Città di Pisa, datale in potere da <abbr>Gio.</abbr>
Gambacorti per la somma di cinquantamila fiorini, che ordinò,
che ogni anno per la commemorazione di tal successo
il dì <num>9</num> d'Ottobre si dovesse correre un Palio di
Cavalli corsieri, comunemente chiamati Barbari;
e con molti altri esempj, che per brevità si tralasciano.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito IV</head>
<head>Dove si faccia il Giuoco del Ponte.</head>
<p>Dal nome stesso del Giuoco, e da quello si è
detto nel secondo Quesito, resta chiaramente
manifesto,com'esso sopra d'un Ponte si rappresenti;
e de i tre, che in Pisa sul fiume d'Arno di presente
ritrovansi, quello di mezzo, che Ponte nuovo
chiamasi, è il Campo destinato per tale Spettacolo;
facendo fede del suo glorioso impiego la seguente
iscrizione, scolpita dalla parte di Tramontana in un de'
Pilastri delle di lui sponde:
<pb n="69"/>
</p><lg type="versi" lang="lat">
<l n="1">En moles</l>
<l n="2">Olim Lapidea</l>
<l n="3">Vix Aetatem Ferens</l>
<l n="4">Nunc Marmorea</l>
<l n="5">Pulchrior, et Firmior Stat</l>
<l n="6">Simulato Marte</l>
<l n="7">Virtutis Verae Specimen</l>
<l n="8">Soepe Datura.</l>
</lg>
<p> Dove anticamente si rappresentasse al pari
d'ogni altra sua particolarità ignoto ne resta: io però
mi pesuaderei, tantopiù attesi que' gloriosi
Testimonj d'Antichità, che alla Porta a Lucca si vedono,
de' quali si parlò nella seconda Opinione del primo
Quesito, che anche in Pisa, come da' Greci
fabbricata, trovar si dovessero i soliti loro Ginnasj; e che
nelle Piazze di questi, Stadj chiamate, con gli
altri consueti Giuochi ginnici anche il nostro si
celebrasse. Che poi a imitazione di Roma, colla quale
le Città d'Italia, e specialmente le Colonie maggiori
facevano emulazione, vi fosse introdotto il
Circo, che era un grande spazio di terreno in forma
rotonda, cinto di mura, deputato per gli Spettacoli;
e che in esso con tutti gli altri Giuochi, che
dall'istesso Circo Circensi sempre appellaronsi,
anch'egli si facesse vedere; essendo manifestissimo, che in
<pb n="70"/>
Pisa si rappresentassero, come in Roma detti
Giuochi Circensi, onore permesso solo alle Colonie più
nobili, come registra il già citato Padre Noris:
<foreign lang="lat" rend="italic"> Uti Romae, ita in Coloniis ludi Scaenici, ac Circenses
edebantur, non in omnibus Romanorum Urbibus, sed
tantum in nobilioribus: </foreign> poichè nelle già allegate
costituzioni fatte da' Pisani per la morte di Lucio Cesare le
seguenti precise parole si leggono:  NIVE QUI LUDI
SCAENICI CIRCIENSESVE EO DIE FIANT SPECTENTURVE.
 Costume in simili occasioni di pubblico lutto, praticato
ancora da' Greci fino a serrare del tutto i Ginnasj, e
le Plestre, come seguì in Atene per l'avuto
penetimento della commessa uccisione di Socrate, così
scrivendone il Fabbro: <foreign lang="lat" rend="italic"> Ludos Gymnicos sicuti usurpatos in
laetitia publica, sic in moerore, luctuque publico intermissos,
et quidem adeo ut Gymnasia ipsa occluderentur, et
Palestrae, quod evenisset Athenis post necatum Socratem, cum
ejus rei postea penituisset.
</foreign> Perdutosi l'uso de' predetti Giuochi Circensi, il
quale vogliono, che per le crudeli, e miserabili
Guerre co' Goti, dalla povera Italia per anni
diciotto continui sofferte, restasse abolito a i tempi di
Giustiniano Imperatore, che mancò di vita l'Anno
di nostra Salute <num>578</num>; crederei, che il nostro
Giuoco si fosse cominciato a praticare, o sopra
qualche piazza, come cantò il Nozzolini:
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Rimirate più là, come in gran Piazza</l>
<l n="2">Fan con ricche livree ludi, e bagordi,</l>
<l n="3">Dove in fero certame a Scudo, e Mazza</l>
<l n="4"><pb n="71"/>
 Sembran genti pugnar fra lor discordi.</l>
<l n="5"/>
</lg>
<p> o pure in qualche altro adeguato luogo, come
seguì dall'anno <num>1637</num> all'anno <num>1659</num>, che, essendo
rovinato il Ponte, fu eletto per Campo di battaglia  la
strada de' Setaioli, assegnando la metà verso la
Piazza, detta de' Cavoli, a' Cavalieri di Mezzogiorno,
e l'altra verso il rovinato Ponte a' Cavalieri di
Tramontana: tenendo per indubitato, che il
rappresentarsi ora sul Ponte sia un fatto veramente
moderno, non perchè in Pisa un simil luogo mancasse,
che ciò, stante la divisione del Fiume Arno,
succeder non poteva; ma perchè quei Ponti, de' quali si
ha notizia, che in essa già sette secoli scorsi in
numero di tre si ritrovavano ne' medesimi siti, ove i
presenti si vedono, non fossero proprj per una simile
azione; perchè il Ponte, per cui ora si passa in
Fortezza, chiamato già in Ponte di Spina, era di legno:
è però vero, che dall'anno <num>1036</num> all'anno <num>1046</num>
videsi fabbricato di sasso; ma il suo piano
ineguale, e la di lui situazione in un'estremo della Città,
lo rendeva forse incapace del nostro Giuoco,
trovandosi, che l'anno <num>1167</num> esso fu rappresentato in
Arno, il qual'era talmente stretto dal ghiaccio, che
per più giorni continui vi si camminò come per le
strade, e vi passarono i carri carichi senza affondarsi:
il che seguì del Mese di Gennajo, come ricavasi da
un'antico Manuscritto latino di Cronache Pisane, che
trovasi appresso li <abbr>Sig.</abbr> Scorzi di Pisa; e nota il
Roncioni nel libro settimo delle sue Istorie, che detti
ghiacci si mantennero sino al dì <num>17</num> del Mese
predetto. Il Ponte a Mare, quand'anche in quei tempi
<pb n="72"/>
fosse stato di sasso, non era atto tal funzione, come
il primo, sì per la somiglianza del sito nell'altro
estremo della Città, sì per l'inegualità del suo terreno,
che averebbe conceduto maggior vantaggio più ad
una parte, che all'altra. In che tempo la fabbrica
di questo Ponte seguisse, a me non consta: posso ben
dire, che, essendo l'anno <num>1328</num> per la sollevazione,
che seguì in Pisa contro il Vicario di Lodovico
Bavaro, in qualche parte demolito, fosse poi l'anno
<num>1332</num> nel pristino stato rimesso; e che nell'anno
<num>1640</num> minacciando rovina fossero smantellate le sue
sponde, e ridotto nella forma, che ora si vede. Il
Ponte di mezzo non era capace di farvisi il Giuoco,
perchè oltre l'esser di legno restava ingombrato da
molte Botteghe, che sopra di esso erano state
fabbricate, delle quali tiravansi annualmente di pigione
più di trecento Fiorini; anzichè impedendo questo
la veduta del bel Teatro, che fa il Fiume con
l'ampie vie lungo se dall'una, e dall'altra parte, fu
stabilito da Pietro Gambacorta insieme con gli
Anziani, e col Consiglio de' Cittadini, per maggior'
ornamento della Città, di farlo di pietra; e così fu dato
principio alla di lui fabbrica il dì <date value="13810414">14 Aprile 1381</date>.
Poichè fu perfezionato, cedè con precipitosa rovina
alle vicende del tempo
<date value="16370109"> l'anno 1637 il dì 9 di Gennajo</date> a ore ventitrè, e tre quarti: dal capriccio
dell'Ingegnere Alessandro Bortolotti il dì <date value="16410610">10 Giugno 1641</date>
cominciò a rifarsi colla demolizione di molte Case
di quà, e di là contigue al medesimo, furono allora
fatte quelle piazze, che anche di presente si vedono;
<pb n="73"/>
ma prima di restar terminato, la notte del dì
<date value="16440101">primo di Gennajo 1644</date> circa l'ore sei tornò a cadere nel
Fiume. Finalmente dalla perizia di Francesco Navi sopra
le pigne del primo Ponte rovinato, nel breve corso
di mesi diciassette, l'anno <num>1660</num> restò di tre Archi,
come ora si trova, nuovamente ristabilito; che la
Divina Provvidenza, per utile della povera Città di
Pisa, si compiaccia preservarlo illeso con gli altri
tutti per quanto ne duri 'l Mondo.
Trovasi ancora fatta menzione d'un'altro
Ponte, (detto alla Spian da quell'istessa Chiesa di <abbr>S.</abbr>
Maria della Spina, la qual'anche di presente si vede) che
dalla strada di <abbr>S.</abbr> Maria passava a quella di <abbr>S.</abbr>
Antonio. Fu detto Ponte cominciato da alcuni
particolari Cittadini l'anno <num>1182</num>; e perchè per tal cagione
insorsero in Pisa infiniti disordini, fu solo data
mano alla di lui terminazione a spese della Repubblica
l'anno <num>1263</num>: quando restasse perfezionato, e di
che tempo ne seguisse la caduta, per mancanza di
notizie, a me ignoto totalmente ne resta. Stante
dunque le cose premesse parmi ne resti abbastanza
manifesto, che il rappresentarsi del nostro Giuoco
sopra del Ponte esser non possa, che una moderna
Invenzione, la quale abbia avuto il suo principio, o
dopo la terminazione del suddetto Ponte, ovvero,
com'è più probabile, del precedente eretto il
sopradetto anno <num>1381</num>, per esser stato posto quasi nel
centro del bel Teatro d'Arno, e ad una più bella, e
maggior veduta mirabilmente scoperto.
Più moderna di questo suo rappresentarsi sul
Ponte mi credo la mutazione del di lui nome da
<pb n="74"/>
 Giuoco di Mazza, e Scudo in quello di Giuoco del
Ponte, la quale senza dubbio attribuirei alla
variazione di quell'Armi, che davano al Giuoco il nome
predetto di Mazza, e Scudo, seguìta a' tempi del
Magnifico Lorenzo de' Medici, che mancò di vita
nell'anno <num>1492</num>, e di Giovanni Medici, Padre di
Cosimo I Gran-Duca di Toscana; registrando il
Cervoni, che il primo, essendo veramente vago
d'ogni sorta di Spettacoli, introdusse le Targhe in
vece degli Scudi, e'l secondo fece cambiare le
dette Targhe in Targoni, o Pavesi in quella foggia, che
a' nostri tempi si vedono.
Avendo dimostrato insieme coll'origine del
Giuoco che cosa egli sia, di che tempo si faccia, e dove
si faccia, per continuazione dell'intrapreso ordine
converrebbe ora trattare del come si faccia; ma
perchèe ciò a mio credere non potrebbe pienamente
intendersi senza l'antecedente cognizione di tutte l
circostanze, che necessariamente vanno gli avanti,
ho giudicato a proposito, prima d'ogni altra cosa,
di ciascuna di esse separatamente discorrere; dal che
ancora sempre più si farà manifesto, quanto il nostro
Giuoco con la vera Guerra concordi.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito V</head>
<pb n="75"/>
<head>Del Consiglio di Guerra.</head>
<p>Non v'è dubbio, che per non trovarsi nel
Mondo azione alcuna, che più ricerchi consiglio,
che quella della Guerra; e per essersi riconosciuto,
che tutte le cose più importanti di essa non
vengano mai meglio deliberate, ed esequite, che col
consiglio, coll'autorità, e parere di diversi, ne
fosse introdotta quell'Assemblea d'Uomini insigni
nell'armi, e nelle politiche, a cui dassi il nome di
Consulta di Guerra. Per l'istessi riguardi anche da
ciascuna delle Fazioni del nostro Giuoco la medesima
Consulta costituita ne venne, nella quale
concorrono due Soggetti della prima Nobiltà, con titolo di
Deputati della Parte, molti altri Cavalieri, e
Cittadini, e tutti quelli, che si prendono cura del
Giuoco. Tal consiglio però non radunasi, che in
occasione di Battaglie Generali, facendosi poco conto
della Battaglia ordinaria per <abbr>S.</abbr> Antonio, volgarmente
detta a chi Monta Monta; essendo in arbitrio di
qualsivoglia il promoverla, ottenuta che sia la licenza di
battere il Tamburo, che deve concedersi dal
Maestro di Campo delle Bande, e in assenza dal
Capitano Anziano delle medesime; venendo questa
totalmente ordinata a spese particolari della novella
Gioventù. non interessandovisi regolarmente, che pochi
Soldati veterani, e quetsi a solo fine di dirigerla, ed
istruirla nelle regole del Giuoco, e per osservarne i
<pb n="76"/>
più valorosi, riempiendosi poi di questi
all'occorrenza i Ruoli de' Veterani medesimi. Tal Battaglia per
<abbr>S.</abbr> Antonio non è differente, quanto alla sostanza
della condotta, e del combattimento, dalla Generale,
e però non intendo sopra di essa diffondermi, perchè
dalla notizia della maggiore, si farà anche la
minore palese.
Trattandosi dunque di Battaglia Generale,
radunasi una, o più volte, occorrendo, il detto
Consiglio di Guerra, discutendo prima, se debba a detta
Battaglia procedersi: approvata la risoluzione, si
passa a considerare i veri fondamenti della Guerra,
che sono il fondo del denaro per le spese da farsi,
e l'elezione del Generale, e degli altri Ufiziali;
come Luogotenente Generale, Sergente Maggiore,
Maestro di Campo, Consiglieri, Ambasciatori,
Capitani, Alfieri, Caporali secondo l'usato stile di
simili Battaglie: trovati gli assegnamenti del primo,
e approvati i Soggetti per il secondo, si concede la
permissione d'intimare alla parte contraria il
Cimento. Ciò, che si pratica nel denunziare la Battaglia
Generale, dal Cartello infuori, s'opera ancora per
l'ordinaria di <abbr>S.</abbr> Antonio: l'obbligo di tal cerimonia
corre alla Fazione, che nell'ultimo conflitto restò
perdente, con questa distinzione però, che a chi
perdè la Battaglia ordinaria tocca la disfida della
Battaglia ordinaria; e a chi restò vinto nella Generale,
incumbe la disfida della Generale.
Oltre i suddetti Consigli di Guerra, che di si
possono Generali, se ne fanno ancora de' particolari
<pb n="77"/>
commposti solo d'Ufiziali, e di pratici Soldati, dove
a tenore de' militari precetti consultansi i modi da
tenersi per deluder gli sforzi del Nemico; ed è
lecito a ciascheduno di detta Consulta di proporre i
suoi disegni, intesi i quali cn le ragioni de' loro
fondamenti, dal Generale poi con gli altri supremi
Comandanti si risolve segretamente l'impresa da
eseguirsi: e simili Consulte sono assolutamente
necessarie, perchè ciascuno per virtuoso, e di
svegliata intelligenza che sia, abbisogna degli altrui
consigli; e tanto più nel nostro Giuoco, dependendo
l'esito felice del cimento non solo dal valore de'
Combattenti, quanto alla saggia condotta de'
Comandanti, operando in esso più della forza
l'ingegno, a cagione de' vari stratagemmi, che vi si
praticano, e vi si possono praticare.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito VI</head>
<head>Come si proceda nella Disfida.</head>
<p>Perchè non sembrava ragionevole rivolger l'armi
contro chi volesse umiliarsi con domandar
pace, e alle leggi altrui volontariamente sottoporsi,
fu introdotto, prima di commettere ostilità alcuna,
di denunziare la Guerra al suo preteso Nemico.
Avanti che Roma vi Fosse, ciò costumavasi con
inviare al medesimo un'Araldo. Da' Romani fu
l'istesso praticato col lanciare per mano di certi loro
deputati, Feciali nominati, alla presenza almeno di tre
testimoni dentor i confini degli Avversarj un'asta
ferrata, ovvero sanguinosa: ne' tempi più moderni
si sodisfece a tal'uso con pubblicar Manifesti, con
fare scopertamente levate di Truppe, e con non
tener celato il suo disegno. I Pisani, imitando in
qualche parte i Romani, ed in qualche parte li più
Antichi, nel Mondo seguente la loro Guerra
protestano.
La Fazione, come si è accennato, che in ultimo
luogo predette, da un luogo destinato, come dalle
Sette Colonne, se quella di Tramontana; e di Banchi,
se l'altra di Mezzogiorno, Posti, che fanno figura
delle loro respettive Tende, manda un Tamburo
battente a' confini del Campo nemico, cioè alla metà del
Ponte, ed ivi fatta una chiamata a Battaglia, donde
partì, ritorna. Dopo breve dimora replica la detta
funzione, e ciò fino alla terza volta facendo,
intendesi la Marzial denunzia soddisfatto.
La Fazione contraria prima d'accettar l'invito,
anch'essa tiene col suo Consiglio di Guerra le
necessarie conferenze: Concludendosi di combattere,
nell'istesso modo che fu sfidata risponde. Di
consenso poi delle Parti si stabiliscono due giorni più
o meno fra loro distanti, secondo richiede il
bisogno, in uno de' quali la Parte provocante presenta
alla provocata la disfida formale in carta, e
nell'altro rende questa a quella di detta disfida la risposta.
Nel tempo, che resta in mezzo dalla prima
intimazione all'attacco del Cartello, che così chiamasi
l'azione suddetta, si camina giornalmente per la Città
<pb n="78"/>
colle Bandiere, Trombe, e Tamburi; si procede
alla pubblica elezione del Generale, e de' rimanenti
Uffiziali, alla scelta de' Combattenti, e allo
stabilimento delle Compagnie de' medesimi colla
distribuzione de' Segni delle Squadre; il qual segno consiste
in un galano di nastro di Seta del colore della Divisa,
o Insegna, sotto cui devono militare, che
regolarmente da ogni Soldato al Cappello si porta.
Giunto il giorno destinato al Cartello della
Fazione, che deve riceverlo, ne' posti sopra accennati si
alza un Maestoso Padiglione, sotto cui, corteggiati
dalla Nobiltà più cospicua, stanno a sedere i
Deputati, e la Generalità di detta Fazione, cioè tutti gli
Uffiziali,e altri Uomini insigni per valore, e per
direzione, necessarj al buon governo dell'Armi. Da
detto Padiglione alla metà del Ponte in doppia
Spalliera, lasciando in mezzo un'ampia via, si
distendono armati di spada con la maggior parte de'
Guerrieri, tutti gli Aderenti della Parte, che a migliaja,
e d'ogni condizione, senza ritegno alcuno vi
concorrono.
Ordinate in tal forma le cose della Fazione
opposta, col Cartello spiegato nelle mani s'invia
un'Araldo, che ha sempre un nobil Giovanetto,
accompagnato da altri due Gentiluomini, e da infinita
moltitudine del di lui partito, armata, parimente di spada.
Appena posto il piede nel Campo nemico, resta
onorato il di lui arrivo con lo sparo di Mortaletti, che
continua per quanto esso in detto Campo dimora; per
mezzo delle Truppe nemiche, avanti il suddetto
Padiglione si porta, e senz'altri complimenti, che
<pb n="80"/>
d'un tacito saluto, ad una Statua, che si pone alla
destra del Padiglione medesimo, affigge il Cartello, e
poi di buon passo con tutti i suoi seguaci spargendo
a nembi copie del medesimo, con voci strepitose
d'allegrezza fa nel suo Campo ritorno.
Il che seguito, il Popolo, che resta, con
incredibil silenzio s'affolla intorno al Padiglione per
intendere il contenuto della Disfida, venendo questa da
un posto eminente ad alta voce letta dal Cancelliere
della Fazione, la qual terminata, e  con allegro viva
applaudita, con Trombe, con Tamburi, e colle sei
Insegne si portano immediatamente alla metà del
Ponte, e dopo una guerriera armonia partendosi, vanno
per la Città scorrendo, fino a qualche ora di notte,
supplendo alla mancanza della luce del giorno collo
splendore di varj, e numerosi fuochi.
Le formalità, che la Parte provocata pratica in
ricever la Disfida, l'istesse appunto costuma la
provocante in attender di essa la risposta.
Se la comparsa di tanto Popolo armato,
adorno di nastri della sua parziale divisa, tutto giulivo,
e festeggiante, in angusto terreno ristretto, colle
circostanti Fabbriche piene di Spettatori, ossa
formare uno Spettacolo degno veramente
d'ammirazione, alla mancanza della Penna in esprimerlo
supplisca la mente di chi legge in considerarlo.
I Cartelli per simili Disfide sogliono essere
concepiti con istima non ordinaria dal Nemico, ben
sapendo,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Che quanto il vinto è di più pregio, tanto</l>
<l n="2">Più glorioso è di chi vince il vanto;</l>
</lg>
<p><pb n="81"/>
 e con tutti i registri in dette Scritture necessarij, come
il contenuto della Querela nella proposta, la
Mentita nella risposta, e in tutte il nome a chi si manda,
la data del luogo, del dì, del mese, dell'Anno, e
la sottoscrizione del mandante; come può dedursi
dagli seguenti, che per modo d'esempio quivi si
pongono.
A i valorosi Cavalieri di Tramontana.
<hi rend="italic">Vincesti, ò Cavalieri di Tramontana, per
aumentare ancora a noi la Gloria d'aver generosamente
combattuto con la vostra possanza. La dubbiezza però d'una
fiera Battaglia, che a Voi concedè l'avvantaggio di poco
arringo guerriero, a noi altresì diede l'animo di poter
credere, che nella vostra vittoria avesse la maggior parte
la Sorte. Vi sfidiamo dunque, più coraggiosi che mai, a
nuovo cimento, per mantenervi, che senza l'aiuto della
Fortuna è inutile ogni sforzo del vostro coraggio, e per
contrastare col nostro valore. Il giorno, che da Voi sarà
proposto per combattere,e  da noi accettato per trionfare,
sarà testimonio, che veramente cedemmo all'avversità
del Destino, e non alla vostra baldanza.
</hi> Dalle nostre Tende il dì
I Ca<abbr>v.</abbr> di Mezzogiorno.
A i valorosi Cavalieri di Mezzogiorno.
<hi rend="italic">V'ingannate, o generosi Cavalieri di Mezzogiorno,
se credete di minorare il pregio della nostra Glorai con
attribuire all'incostante Fortuna le vostre cadute.
Sovvengavi, che le Leggi di questo Nume non ebbero mai
forza nel Regno della Virtù, sotto l'insegne della quale
oppresso non resta, che valorosamente combatte; e che le
replicate Vittorie, spesse volte contro le vostre animose
<pb n="82"/>
Squadre ottenute, convincono per falsa la vostra
asserzione. Giacchè oppressi vi confessate, consolatevi pure con
la speranza di risorgere. Accettiamo la vostra Disfida,
e con quella l'occasione di nuovamente trionfare. Vi
attendiamo dunque il dì del presente Mese, con le solite
armi, nell'usato Campo; dove difendendo le nostre ragioni
vi faremo confessare, che la sola Virtù, unita al Valore
del nostro braccio, è quella che ci fa strada a' Trionfi.
</hi>Dal nostro Campo il dì
I Ca<abbr>v.</abbr> di Tramontana.
<abbr>Ne.</abbr> tempi più antichi la soscrizione de'
predetti Cartelli fu in diversi modi praticata, essendone
stati quando da un Cavaliere a nome di tutta la
Fazione, quando dal Maestro di Campo, e quando dal
Generale medesimo, sempre però con nomi finti, e
d'invenzione.
In uno dell'anno <num>1618</num> leggesi: <hi rend="italic"> Io Ca<abbr>v.</abbr>
Launimedoro d'universal consenso, e a nome commune de'
Cavalieri Meridionali affermo quanto sopra. </hi>
In altro dell'anno <num>1623</num>  <hi rend="italic"> Io Cavalier Palamedoro di commune
consenso de'Cavalieri di Mezzogiorno affermo
quanto sopra. </hi>
In altro dell'anno <num>1628</num> <hi rend="italic"> Io Cavalier Lodovildo
del Carro Mestro di Campo affermo. </hi>
E in due dell'anno <num>1651</num> vedesi notato in
quello di Mezzogiorno: <hi rend="italic"> Io Cavaliere Copiamor
d'Anglante Capitano Generale</hi>. Nell'altro di Tramontana:
<hi rend="italic"> Io Cavaliere Caspicenario Capitano Generale</hi>.
Seguita la funzione del Cartello si passa a far le
Truppe, il che nella forma seguente succede. In un
giorno a piacimento della Parte provocata i Soldati
di ciascheduna Squadra, armati tutti di Spada, co i
<pb n="83"/>
loro Alfieri, e Capitani, senza Insegna veruna, nè
Trombe, o Tamburo, vanno separatamente
passeggiando per l'una, e per l'altra parte della Città,
visitando le Case de' loro Amici; girato, che hanno fino
all'ore ventitrè in circa, riconducono alle proprie
Case i detti Alfieri, e Capitani, dove trovano
apparecchiata una sontuosa refezione, terminata la quale
resta ciascuno licenziato. In altro giorno dalla
Parte provocata vengono praticate le medesime
formalità. Ne' tempi passati facevansi le Truppe da ambe
le Parti in un medesimo giorno, il che riusciva di
maggiore allegria, avendo solo dell'anno <num>1697</num> avuta
origine la sopraccennata separazione.
Il far di dette Truppe non è senza motivo
militare, poichè serve per una particolar Rassegna de'
Soldati di ciascheduna Squadra, non solo per
osservare le qualità personali de' medesimi, quanto quel
più, che riguardar possa l'onore, e la fortezza
dell'istessa Squadra. L'uso poi dello scambievole
passaggio ne' Campi nemici lo suppongo introdotto per un
popolare divertimento, per dar mostra di loro a chi
non possa godere della battaglia, e per far pompa
de' Combattenti; non curandosi, per confidare
ciascuna delle Fazioni fuor di modo nel proprio
valore, di palesare la forza delle sue Genti.
Essendosi detto spra, che pendente il tempo
della prima disfida col Tamburo all'attacco
formale del Cartello si procede all'elezione de'
Soldati, ed Uffiziali, si passerà a dimostrare, come a tale
elezione si venga; siccome si tratterà di tutti i
Carichi del nostro Giuoco occorrenti, delle qualità
ricercate ne' Soggetti da conferirgli, e de' pesi, e delle
<pb n="84"/>
obbligazioni, che ciascun Carico seco porta; dando
principio da quello de' Deputati della Parte, e del
Furiere, come persone necessarie anche nelle prime,
e più remote predisposizioni; e proseguendo di
grado, in grado tanto de' Combattenti, quanto de'
Comandanti, de' suoi Consiglieri, ed Ambasciatori, si
tratterà poi d'altre deputazioni necessarie nel solo
giorno, o nell'atto della Battaglia.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito VII</head>
<head>Delle Qualità, dell'Autorità, e degli
Obblighi de' Deputati della Parte.</head>
<p>I Deputati della Parte si eleggono sempre dalla
prima Nobiltà della Fazione, e debbono esser
prudenti, sagaci, politici, affabili, e di buo
discorso, per dipendere dalla di loro buona condotta, e
contegno la sodisfazione, e la quiete di tutta la
Fazione medesima. Il numero di essi suol'essere
ordinariamente di due, o al più tre per parte: la
continuazione della loro carica depende dalla propria
volontà; in eleggersi non si pratica altra solennità,
che d'essere dalla maggior parte di quelli, che
s'interessano nel Giuoco, pregati ad accettare simile
ufizio.
In occasione di Consigli di Guerra, che
devono intimarsi colla precedente loro permissione,
debbono intervenire tante volte, quante richiede il
bisogno, acciò col loro esempio vi concorrano tutti
<pb n="85"/>
gli altri aderenti; trattandosi di collette di denaro,
o proposte d'assegnamenti, debbono essere i primi a
contribuire, e fare offerte per muover gli altri ad
operare con generosità; devono mantenere la
reputazione, e l'onore della sua Parte, non
permettendo le venga tolto ciò, che di ragione se le
perviene.
Senza il di loro consenso, con tutta la licenza
ottenuta dagli Ufiziali delle Bande, trattandosi di
Battaglia Generale, non può toccarsi il Tamburo:
per quello riguarda la quiete, utilità, e 'l buon
governo del Giuoco possono obbligare tutto il loro
partito, toccando ad essi, non essendovi Generale, di
accordare, fermare, e soscrivere le bisognevoli
convenzioni; da loro dipende ancora la destinazione
del giorno da farsi le Truppe dopo la funzione
del Cartello, e molte altre simili incumbenze.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito VIII</head>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi
del Furiere.</head>
<p>Il Furiere per uso del nostro Giuoco è la carica
più laboriosa di quante in esso se ne ritrovi,
dependendo, per così dire, dalla di lui buona
attività l'esistenza del Giuoco medesimo: è dunque
necessario, ch'egli sia più tosto Giovine, che d'età
avanzata, di perfetta salute, di buon concetto, allegro,
e gioviale, di vivace ingegno, ameno di ripieghi,
intelligente delle cose pertinenti al conciliar gli
<pb n="86"/>
animi disgiunti, di buon discorso, e  non ignorante di
politica.
Giovine, e di perfetta salute, perchè ad esso
tocca la fatica di camminare replicatamente da un
luogo all'altro a fine di trovare, e discorrere con
chi è solito d'ingerirsi nel Giuoco; di buon
concetto, per ottener fede con facilità presso coloro, co'
quali discorre; allegro, e gioviale, per allettargli a
trattar con esso; di vivace ingegno, per rispondere
con facilità alle opposizioni gli venissero fatte;
ameno di ripieghi, per proporre con prestezza partiti,
e trovarne de' nuovi, quando i già proposti non
piacessero; intelligente del conciliar gli animi, per
valersi degli opportuni rimedj per simili infermità; di
buon discorso, sì per persuadere, sì perchè alle
occasioni gli occorre trattare non solo colla più
fiorita Nobiltà, ma co' Principi medesimi; non
ignorante finalmente di politica, per procedere con
cautela in tutte le sue operazioni.
Gli obblighi di suo Ufizio è impossibile il
registrarli, posandosi addosso di esso quasi tutte le
incumbenze del Giuoco, tanto per trovare
assegnamenti per il medesimo, che per provedere Armi per
li Soldati, per intimare, e fare intimare le
necessarie Consulte di Guerra, portare, occorrendo,
ambasciate, ricever' ordini, compartirgli, ed altri
simili impieghi. Il numero di questi Ufiziali è uno per
Parte, e sempre suol'essere un'onorato Cittadino,
che, possedendo le qualità sopra descritte, non resta
mai da detta carica rimosso; e alle volte suol darseli
un'ajuto, che resta eletto a intera sodisfazione del
Furiere medesimo.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito IX</head>
<pb n="87"/>
<head>Delle Qualità, ed Obblighi del
Celatino.</head>
<p>L'Ufizio del Celatino è importantissimo nel nostro
Giuoco; e ardirei di affermare, che l'esito felice
delle Battaglie in buona parte dependa dalla
diligente vigilanza, e sollecitudine del medesimo; onde
conviene, che sia intelligente per pratica del
Giuoco, robusto, e gagliardo per eseguire le sue
incumbenze, che quasi tutte nella forza consistono; non
temerario, per non cimentarsi più del dovere;
obbediente, per non trasgredire gli ordini ricevuti;
e finalmente attento ad operare ciò, che ad esso
tocca, non curandosi d'ingerirsi in quello, che ad altri
sarà commesso, perchè
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1">Nulla fa chi troppe cose pensa.</l>
</lg>
<p> Al detto Celatino (nome conferitogli dalla
Celata, che porta in testa) vien permesso comparire
alla Battaglia Col Corsaletto di ferro indosso,
Guantoni imbottiti alle mani, Celata, o Borgognotta in
capo, della forma, che si vede per la figura L,
nella prima Tavola delle Figura poste al seguente
Quesito, e colla Rotella, e la Targa conforme l'uso
antico. Il numero di essi depende dalle convenzioni
delle Parti, che si regolano a misura del numero de'
Soldati delle Squadre; deputandone più, o meno
secondo comporta il bisogno, come quattro, sei,
otto per Isquadra, purchè ne sia l'istesso preciso
numero per Parte.
<pb n="88"/>
Gli obblighi di detti Celatini non hanno
principio, per così dire, che con l'istessa Battaglia, e
sono differenti secondo i Posti, che vengono loro
assegnati, che sono all'assistenza della Buca, a quella de'
Prigioni, e a quella delle proprie Truppe.
A' primi in quel numero, che saranno eletti,
essendo ciò in arbitrio delle Parti, corre l'obbligo
di prendere, e far prendere prigioni, essendo loro
possibile, quei Soldati della Parte contraria, che
superano gli altri di coraggio, e di bravura; e di aprire,
quando lor sarà comandato, la Buca medesima, con
la maggior possibile ampiezza, acciò l'Entrature
possano avere il desiderato effetto: cio che sia Buca,
ed Entratura, a suo luogo si farà manifesto.
Incumbe a' secondi il ricevere i Prigioni, che
da' primi saranno fatti, e quelli condurre, per
disarmarsi del Morione, a' Deputati, eletti per ricevere
i detti Morioni da' medesimi prigionieri.
Agli ultimi corre il peso di tenere bene unite,
e in ordine le Truppe, che devono combattere; di
alzare le Buffe, rinfrescare, e riordinare quei
Soldati, che usciranno stracchi dalla Battaglia, che con
voce propria dicesi <hi rend="italic"> Rimpostar le Truppe</hi>, per poi
dopo qualche respiro rimettergli, occorrendo, nel
Combattimento.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito X</head>
<pb n="89"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Soldato privato.</head>
<p>Quell'istesse qualità, che si desiderano nel
Soldato per l'uso della Guerra, che sono età,
attitudine di corpo, coraggio, obbedienza, volontà,
buona nascita, pratica dell'Armi, e timor di Dio, si
ricercano ancora in quello per servizio del nostro
Giuoco.
L'età non meno di diciotto, nè più di
cinquant'anni, perchè il troppo giovine non può avere nè la
complessione, nè la cognizione, che ad un tal
mestiere ricercasi; e al troppo avanzato suol mancare le
forze, e quegli spiriti generosi, che ad un Soldato
convengono.
Di buona attitudine di corpo, che si distringue
in gagliardia, e agilità di membra, acciò possa
reistere alla fatica, e maneggiarsi in tutte le necessarie
operazioni.
Ardito, e coraggioso, a fine d'eseguire
qualsivoglia azione con maggiore intrepidezza,
virtù, senza la quale non pare, che possa convenirsi ad
alcuno il nome d'Uomo, non che di Soldato.
Obbediente, per esser pronto all'occasioni del
comando; Volontario, perchè sia permenente nel
servizio; Di Stirpe onorata, acciò lo stimolo della
riputazione l'induca in qualsivoglia contingenza a
far buone, e degne azioni; Pratico d'Armi, acciò
nelle Battaglie non si trovi impacciato nel maneggio
<pb n="90"/>
di quelle, che gli saran consegnate; Timorato
finalmente di Dio, poichè da questo il tutto depende.
Sono così in pregio in questo Giuoco il valore,
e le buone qualità d'un Soldato, che trovandosene,
in occasione di farsi il Giuoco, alcuno contumace
alla Giustizia, o per debito Civili, benchè Fiscali, o
per Cause Criminali ancorchè Capitali, è consueto,
ricorrendo alla clemenza de' nostri Serenissimi
Padroni, il concedere a simili Delinquenti un
Salvacondotto per giorni tre, cioè per il giorno avanti
la Battaglia, per il giorno, che si combatte, e per il
susseguente. Trovandosi talvolta in Carcere vien
permesso di estrarli, col solo dar Mallevadore di
rimetterli; dal che spesse volte ne deriva l'intera
libertà, ed assoluzione de' medesimi, terminando con
adeguato aggiustamento i loro interessi.
A fine poi che i Soldati eletti per il nostro
Giuoco dovessero corrispondere anche coll'opere alla
speranza, che concepivasi dalla buona disposizione
di loro Persona, ne' tempi più remoti da
ciascheduna delle Fazioni introducevasi sul Ponte con un
vaso di certa mistura ripieno, e con un grosso
pennello nelle mani alcuni Uomini, amatori veramente
del Giuoco, e della verità, che con titolo di
<hi rend="italic"> Osservatori</hi> chiamavansi, ad effetto di segnare nelle
spalle que' Soggetti, che avessero sfuggito il cimento, e
quei, che avessero combattuto con cattivo Giuoco;
intendendosi cattivo Giuoco il ferire dal petto in
giù. Accadendo, che alcuno fosse in tal forma
contrasegnato, veniva riconosciuto, e con suo biasimo
dal Ruolo de' Combattenti levato: imitando in ciò
<pb n="91"/>
 i Romani, che toglievano dalle loro Milizie quei
Soldati, che di poco servizio riuscivano: ne'
tempi moderni, benchè l'uso di contrasegnare nel
modo predetto sia da qualche tempo andato in
dissuetudine, non si tralascia però anche presentemente
per gli fini medesimi di tacitamente osservare chi
manca a' suoi doveri.
La quantità de' Sldati bisognevole per il
nostro Giuoco, secondo la diversità delle congiunture,
e de' tempi, è stata anch'essa variante. Avanti che
nelle Battaglie Generali fosse prescritta
l'eguaglianza del numero delle Soldatesche, da ogni Fazione
armavansane quante più si poteva, essendo giunti
fino a trascendere ottocento Soldati per parte.
Accordata poi a ricerca della Parte di Mezzogiorno la
detta egualità di numero (il che seguì non senza
contradizioni l'anno <num>1672</num>, prevedendosi, che
tolto il refugio d'ascrivere le perdire delle Battaglie
alla superiorità delle forze nemiche, si sarebbe
maggiormente accresciuta delle Parti la gara, come
infatti è succeduto, e succede) la quantità de'
Combattenti depende dalle convenzioni delle medesime
Parti, che si regolano a misura degli assegnamenti,
che si ritrovano; il che ha causato, che alle volte si
è combattuto a trenta, quaranta, cinquanta, e fino
a sessanta per Isquadra.
Gli obblighi del Soldato privato in questo
Giuoco sono di provedere per tempo le sue necessarie
armature, d'intervenire alla funzione del Cartello, e
di risegnarsi la mattina della Battaglia a casa del suo
Alfiere; Essendo benestante doverebbe farsi la sua
<pb n="94"/>
sopravvesta, detta <hi rend="italic"> Camiciuola</hi>, e l'Armi offensive, e
contribuire ancora a qualche altra per utile, e onore
della sua Squadra.
L'armi per la sua difesa sono Celata di ferro con
visiera, o buffa, che si alza, e abbassa, da' Pisani
detta <hi rend="italic"> Morione</hi>, come di vede nella prima Tavola per la
Figura A. Falzata, che è una berretta ripiena di
Cotone, da porsi sotto il Morione, ad effetto che stia
in capo stabile, e non crolli, fatta come dimostra la
figura B. Corsaletto di ferro volgarmente chiamato
Petto, e Schiene, come la figura C, sotto di cui
costumavasi portare un giubbone di cuojo, o di tela
imbottito di crine cotto, che da alcuni ancora
di presente si pratica; Bracciali di ferro, come la figura D,
ovvero di canovaccio imbottiti, come la figura E;
Spallacci propriamente chiamati; Collare imbottito,
come la figura F; Guantoni imbottiti, come la figura G;
Parasotto di ferro, come la figura H; e Stincaletti,
che sono certi grossi cartoni, che si pongono a difesa
delle gambe.
Tutte le suddette Armi si adattano intorno al
Soldato, come dimostra la figura della seconda
Tavola, che ricoperto poi con la sua Camiciuola di
tela (e alle volte è stata anche di Seta) lunga fino al
ginocchio, de' colori della Bandiera, sotto cui deve
militare, ed impugnata la sua Arme offensiva
nominata Targone, fa quella comparsa, che denota la
figura della terza Tavola. Il Targone è uno strumento
di tavola grosso un quindicesimo di braccio, lungo
un braccio, e due terzi in circa, alla cima più largo
d'un terzo, e al fondo da un sesto di braccio, che si
maneggia per mezzo di due manichi; ed è lavorato
 <pb n="93"/>
 nella forma, che rappresenta la figura I della prima
Tavola.
Gli ultimi due pezzi d'armatura sono moderni
ritrovati dalla necessità di defendere quelle parti dove
essi si pongono, per assicurarsi dal cattivo Giuoco,
che sempre qualche poco di corre, perchè, come
disse il Tasso,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Che è, che meta a giust'ira prescriva?</l>
<l n="2">Chi contra i colpi, e la dovuta offesa,</l>
<l n="3">Mentr'arde la tenzon, misura, e pesa?</l>
</lg>
<p> e come cantò l'Arriosto,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Tirare i colpi a filo ogn'or non lice.</l>
</lg>
<p> L'altre Armi sono antichissime, facendosi autore
della Corazza un tal Midea Messeni, e della Celata,
secondo alcuni i Lacedemoni, e secondo altri gli
Egizzj, da' quali passasse ne' Greci, per quello ne
registra Polidoro Vergilio. Che i Romani
adoprassero Celate poco dissimili da quei nostro Morioni, che
si chiamano a maschera, si deduce da Guglielmo
Choul, che in proposito di dette Celate, così
precisamente discorre: <hi rend="italic"> la visiera, delle quali (come quelle, che
alzano, e abbassano oggi i nostri uomini d'arme) era
fatta come una maschera, come quelle, che noi veggiamo
ancora a' tempi nostri. </hi>I Giubboni traputanti, e
imbottiti fino a' tempi di Ciro si portavano da certi
Popoli della Natolia detti Calibi: e gli costumarono
anche i Romani sotto nome di Toracomaca:
ultimamente poi se ne servivano i Gannizzeri; e
<pb n="94"/>
gl'Indiani di Acasual, per quello scrive Pietro
d'Alvaredo a Fernando Cortese, non avevano indosso alte
armi, che certe casacche di cotone, grosse tre dita,
lunghe fino a' piedi.
Il Targone pure, Pavese ancora chiamato,
benchè moderno nel nostro Giuoco, mi persuado,
che riconosca dall'Antichità il suo essere,
leggendosi nel precitato Choul, che gli Scudi de' Romani
erano fatti a similitudine de' Pavesi. Di questi
Pavesi fa ancora menzione il <abbr>Sig.</abbr> di Gaiia con le seguenti
parole: <foreign lang="fre" rend="italic"> Les Escus, Targes, ou Pavois, che les
Anciens portojent au bras gauche, pour parer les coups a
l'imitation des Samnites, qui en estojent les inventeurs.
</foreign>La forma di combattere con detti Pavesi
dall'antico parimente depende, deducendosi dal Tacito,
che il ferir con gli Scudi fosse costume de'
Batavi, al che l'Adimari soggiunge: <hi rend="italic"> e fin'oggi i
valorosi Pisani in Toscana ritenendo forse per tradizione l'uso
dell'antica Grecia loro Patria combattano con essi il forte
Giuoco del Ponte, immagine del Sinapismo, che è
secondo Suida, quando i Soldati uniti accozzavano gli Scudi
insieme.
</hi> Le già sopraccennate Armi per uso del nostro
Giuoco, a riserva della maggior parte de'
Corsaletti, che con le debite licenze vengono
somministrate dall'Armeria della Fortezza di Pisa, si trovano
nelle mani di diversi Particolari, da' quali
repartitamente a' Combattenti si distribuiscono; e poche
<pb n="95"/>
sono quelle Case, che di tali Armi non abbiano,
perchè pochissimi sono quei Pisani, che non abbiano
Giuocato, e che non Giuochino; facendosi fra
loro poca stima di quella Gioventù, che in questo
cimento non comparisce, operando ciò, che quella
parte di essa, che, in occasione di Battaglie
numerate, resta escluda dal conflitto, per non esservi luogo
per tutta, se ne chiami in sommo grado offesa; e
l'anno <num>1699</num> per ovviare a molte dissensioni insorte
nella parte di Tramontana, a causa di simili
Malcontenti, fu presoper espediente fabbricare un Ponte di
legno nella Piazza di <abbr>S.</abbr> Caterina, sopra di cui
sfogassero i loro marziali furori, come seguì il secondo
giorno di Marzo, che comparvero alla Battaglia in
numero di centododici, divisi in due Squadre, con
sopravvesta del colore di loro Bandiere, una Fior
di pesca, ed una Cerulea, dentro le quali pendente
da tre aste vedevasi dipinto un gran Vaglio, o
Crivello, ripieno di Soldati, con le divise di Tramontana,
con altri sotto di esso in terra, e altri in figura
d'esser caduti, e  cadenti da' fori di detto crivello. Il
Combattimento secondo il convenuto durò
mezz'ora, terminando con egual valore de' Combattenti,
che si chiamarono i Crivellati.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XI</head>
<pb n="96"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Capo Squadra, o Caporale.</head>
<p>Siccome, secondo i precetti militari, l'Uffizio del
Caporale deve sempre conferirsi al Soldati più
anziano, benemerito, e pratico della Compagnia,
perchè dalla di lui buona vigilanza, e sollecitudine
in gran parte depende ogni particolare della
Compagnia medesima; così coll'istesso riguardo è
solito eleggere per Caporali delle Compagnie del
nostro Giuoco (Truppe da noi chiamate) quei
Soggetti, che per lungo servizio, e per natural
disposizione sono riconosciuti per i più pratichi, ed accorti
Soldati delle Truppe medesime. Dal numero delle
Soldatesche si regola quello di detti Caporali, non
assegnandosi più di quindici Soldati per
ciascheduno.
Per debito di loro Uffizio devono tenere nota
distinta di tutti gli Uomini della sua Truppa, e
conoscergli di vista, e di nome; mancando per
qualche accidente alcuno di essi, devono parteciparlo a'
loro Uffiziali. Devono riscontrare se l'armi  de' loro
Soldati siano bene in ordine. Devono ingegnarsi di
conoscere la natura, e qualità de' suoi Soldati più
importanti, e adoprar loro nelle operazioni più
difficoltose; e devono ricercare, ed eseguire con
esatezza i comandi de' loro Uffiziali. Oltre a'
suddetti pesi, che si convengono ancora a' Caporali delle
<pb n="97"/>
Milizie, s'aspetta a' medesimi il consegnare a
ciascuno de' suoi Soldati il segno della loro divisa, il
condurgli nella Battaglia secondo gli ordini loro
conferiti, il ritrargli a  tempo dalla medesima, e il fargli
rinfrescare, e riunire per nuovamente, occorrendo,
rientrare a combattere.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XII</head>
<head>Delle Qualità, ed Obblighi dell'Alfiere.</head>
<p>Sostenendo nella Milizia l'Alfiere uno de' posti più
onorati della Compagnia, e di maggior
confidenza d'ogn'altro, venendogli consegnata l'Isegna,
che è segno, e guida de' valorosi Soldati, esser
dovrebbe generoso, Nobile, prudente, vigilante,
accorto, giovane, robusto, di bella presenza; e
finalmente dotato di tutte le qualità, che in Persona di
simil sorta si richiedono.
L'Alfiere per uso delle nostre Squadre basta,
che sia solamente generoso, non già per segnalarsi
con coraggio esemplare ne' militari cimenti,
eleggendosi regolarmente Giovanetti di quattordici, o
quindici anni; ma per supplire con mano liberale alle
spese dalla di lui carica ricercate; dal che n'avviene,
che sia indistintamente conferita, tanto alla Nobiltà,
che alla Cittadinanza.
Il numero di questi Uffiziali è uno per Isquadra,
che vuol dire sei per ciascuna Fazione.
<pb n="98"/>
Vengono pubblicamente eletti da una, o più Truppe di
quelle respettive Squadre, delle quali devono essere
Alfieri, con portargli sopra le spalle per qualche
spazio di tempo per la Città, gridando con festose
voci, viva il <abbr>Sig.</abbr> Alfiere. Accettato che abbiano
l'impiego, in abito da Città pomposamente adorni di
galani, e pennacchj de' colori delle loro respettive
Bandiere, con la spada al fianco, e col seguito ciascuno
di due Paggi, parimente abbigliati con Livrea della
loro Insegna, vanno passegiando in quel posto per
la Città fino all'adempimento della Battaglia;
seguita la quale, restano anch'essi d'ogni loro titolo
spogliati.
Gli obblighi dell'Alfiere sono di dare il segno
a tutti i Soldati, e Celatini della di lui Squadra; di
tenere bene inordine la propria Insegna; di dare nel
giorno,che tocca alla di lui parte il far le Truppe,
rinfresco a quei Soldati, che l'averanno
accompagnato per la Città; di procacciare a sue spese un
Tamburino per il giorno della Battaglia; contribuire per
la stampa de' componimenti, che per onore della di
lui Squadra si volessero dispensare; e corrispondere
in altre occorrenti spese a proporzione del proprio
Grado.
Ne' tempi più antichi costumavasi ancora
d'eleggere il Tenente della Squadra; ma perchè questa
carica non è stata sempre permanente, nè pure a'
moderni tempi si stila, se ne tralascia la descrizione.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XIII</head>
<pb n="99"/>
<head>Della Qualità, e degli Obblighi del
Capitano.</head>
<p>Vogliono le regole della Milizia, che le qualità
del Capitano, che è capo, e direttore
supremo della sua Compagnia, devano superare quelle
degli Uffiziali a lui subalterni, per quanto esso avanza
gli altri d'autorità, e d'onore.
Nell'elezione del nostro Capitano
allontanandosi alquanto dalle predette regole, più che ad ogni
altra prerogativa, si ha riguardo alla ricchezza, e
generosità. Il numero de' Capitani, la forma della
loro elezione, la pompa del vestire, e la
continuazione della lor carica, si uniforma a quanto dell'Alfiere
si disse senz'altro divario, che in vece di due Paggi
il Capitano quattro seco ne conduce.
I suoi obblighi sono d'armare di sopravvesta, e
di Targoni, a riserva di quelli, che contribuisce il
Generale, e Luogotenente, tutti i Soldati della di lui
Squadra; di dare l'istesso rinfresco, e di supplire
alle spese de' componimenti, secondo dell'Alfiere si
disse; e vincendosi la Battaglia, insieme coll'Alfiere
deve convitare i Soldati della Squadra.
Ma siccome le vicende del Mondo hanno fatto
mancare i denari, e crescere i bisogni, recusandosi
tal volta dagli Alfieri, e da' Capitani di sottoporsi a
tutte le spese, alle quali sarebbero tenuti, suol
contribuirsi all'armanento di loro Squadra da altri
<pb n="100"/>
affezionati alla medesima; ricavandosi ancora qualche
capitale dalle collette degli aderenti alle Fazioni, e da
altri assegnamenti, che sogliono essere a notizia del
Furiere delle parti, da cui regolarmente suol
tenersene nota distinta.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XIV</head>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Sergente Maggiore.</head>
<p>Perchè al Sergente Maggiore resta appoggiata
l'esecuzione di quasi tutte le cose, che nella
Milizia si trattano, è necessario, che esso sia Soldato
sperimentato, consumato in diverse guerre; che abbia
maniera nel comandare; che sia di credito, e
d'autorità, e sopra tutto diligente, e  vigilante.
Di qualità non inferiori si ricerca il nostro
Sergente Maggiore, a cui vien commesso quasi tutto il
regolamento del nostro Giuoco, essendo a suo
carico, a similitudine dell'altro, l'ordinare le
Soldatesche, tanto in occasion di marciare, che
d'alloggiare, e combattere; e siccome al primo, atteso la
multiplicità delle cose al suo Offizio attenenti, alle quali
mai da se solo potrebbe sodisfare, gli vien
conceduti due Ajutanti, che siano Uomini di molta abilità,
e valore, di forze, e di età da poter travagliare;
così parimente al nostro per la medesima causa gli
<pb n="101"/>
stessi aggiunti, e della stessa vaglia si danno.
Oltre i predetti obblighi militari, per decoro
di sua Persona deve andare bizzarramente vestito;
deve condur seco almeno quattro Servitori,
coperti di quella livrea gli sembrerà più a proposito, e
contribuire con generosità alle spese
dell'armamento della sua Fazione.
Il numero di simili Uffiziali è uno per parte,
come del Maestro di Campo, Luogotenente
Generale, e Generalissimo, cariche tutte, che terminano
con al fine del Giuoco.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XV</head>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Maestro di Campo.</head>
<p>Le qualità del nostro Maestro di Campo non
sono per niente discorsi da quelle, che la
Milizia in tal Soggetto ricerca; poichè è necessario, che
sia molto sperimentato in guerra, che in essa abbia
con onorate cariche comandato, di molto consiglio
nel prendere gli partiti intorno agli accidenti, se li
portassero, d'animo intrepido, e valoroso, segreto
nel celare le risoluzioni comunicategli, diligente
nell'eseguirle, vigilante nel prevenire il Nemico; e
finalmente accorto, ed avveduto in ogni particolare,
scegliendo il buono dal cattivo, e l'ottimo dal
migliore.
<pb n="102"/>
Nell'elezione del nostro Maestro di Campo,
siccome del Sergente Maggiore, Luogotenente
Generale, e dell'istesso Generale, procedesi nella forma
si disse dell'Alfiere, e del Capitano, non col altro
divario, che dal minore, o maggior numero di
Popolo che a detta elezione concorre. Le suddette
quattro cariche è stato sempre solito conferirle a
Soggetti della prima Nobiltà.
Gli obblighi militari del nostro Maestro di
Campo sono di ricevere da i suoi Superiori tutte le
commissioni, e gli ordini, che secondo le occorrenze
saranno necessarj, e quelli distribuire agli Uffiziali suoi
subalterni. Negli altri pesi poi cammina del pari col
Sergente Maggiore.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XVI</head>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Luogotenente Generale.</head>
<p>Essendo il nostro, non meno del Luogotenente
Generale di Armata, la seconda Persona dopo il
Generalissimo, la chiave, il fondamento, e la viva
voce di tutto l'esercito, è necessario, che a
similitudine di quello sia peritissimo nell'arte militare,
sperimentato nella medesima per essersi trovato in
diverse battaglie, e incontri; e di perfetta cognizione
nel maneggio delle Soldatesche, sì per condurle, che
per dirigerle, e farle combattere.
<pb n="103"/>
E' a suo capriccio il prender gli ordini dal
Generale, e poi di sua propria bocca dargli a
qualunque sia di bisogno, in assenza di quello, a cui tocca
il governo del Campo. Nel vestire, e nella servitù
deve con qualche maggior pompa distinguersi dal
Maestro di Campo, e dal Sergente Maggiore; e
deve dare cento Targoni per servizio degli Armati, con
quel più gli detterà la generosità del suo animo.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XVII</head>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi del
Capitano Generale.</head>
<p>Dalle qualità ricercate negli Ufiziali subalterni
al Capitano Generale potrà dedursi la stima di
quelle, che in esso Soggetto debbano concorrere;
essendo certissimo, che, se quegli, a cui sì nobile, ed
importante cura vien commessa, non sarà di rara,
ed esquisita virtù dotato, non potrà mai nè alla
grandezza del carico, nè alla necessità dell'opera sua
corrispondere; e sempre chiamerassi felice
quell'esercito, che da prudente Capitano si governa.
Di prerogative non inferiori esser dovrebbe
anche il Generale del nostro Giuoco, per potere,
senza dependenza degli altrui consigli, sodisfare
all'incumbenze del proprio ufizio; ma atteso il grave
dispendio, che seco porta la detta carica, più che
<pb n="104"/>
alla sagacità, al valore, all'intrepidezza, all'impegno
si ha riguardo alla ricchezza, e alla generosità,
restando appoggiato il maneggio, e la disposizione delle
Soldatesche alla sufficiente perizia de' Comandanti
inferiori.
Al pari del Generale d'Armata incumbe anche
al nostro il procurare d'aver certezza de' fatti del
Nemico, della qualità degli Ufiziali; se il di lui esercito
sia composto da Gente veterana, e pratica, ovvero
di nuova; quali fini, e pensieri abbia, e cercare
ingegnosamente di toglierli gli Amici, i Confederati,
e simili.
Gli corre poi obbligo, essendo numeroso
l'Armamento, di dare dugento Targoni, due casse di
Verdea per rinfrescare gli Armati, mente combattono;
di fare tre giorni avanti la Battaglia nel proprio
Palazzo un nobilissimo rinfresco generale; di regalare
a tutti i Celatini delle sei Squadre di sua Fazine la
Sopravveste de' colori dell'Insegna, di cui sono
Celatini; di vestire il giorno, che fansi le Mostre, per
assistere alla sua comitiva, sei Cavalieri con
Calzonetti, e Giubbone di Drappo, con Animetta, ed Elmo
all'Eroica; di pagare le Trombe, e i Tamburi
dalla funzione del Cartello fino alla terminazione del
Giuoco; di supplire al bisognevole de' fuochi per
tutte quelle allegrie, che si fanno avanti, e dopo la
Battaglia vincendosi; di condurre continuamente
seco sei Paggi, o Staffieri con livrea di sua
soddisfazione, e d'andare in abito corrispondente alla
nobiltà del suo Impiego. Vincendosi la Battaglia,
deve banchettare tutti gli Uffiziali di sua Fazione; far
<pb n="105"/>
Festini, ed altri simili divertimenti.
La scarsezza però del denaro, che da molti anni
in quà universalmente regna, congiunta colle
vicende della sorte di molte Nobili Famiglie Pisane, ha
operato, ed opera, che la detta carica di Capitano
Generale ne' tempi moderni non resti sì spesso
conferita, come per lo passato seguiva; e dalla
mancanza di questa altresì ha origine la mancanza del
Luogotenente Generale, del Maestro di Campo, e del
Sergente Maggiore, quanto però alla pubblica pompa;
ma non già per il bisogno delle Soldatesche, al
regolamento delle quali, e del Giuoco medesimo gli
stessi Soggetti assistono, con titolo particolare di
Comandanti. Tutte l'altre cose, come i Posti degli
Alfieri, e  de' Capitani restano nel primiero loro
essere, e sempre in ogni Battaglia Generale si sono
praticate, a  riserva di quella dell'anno <num>1707</num>; alla quale
di consenso delle Parti per minor briga, stante la
mancanza di tempo, si procedette senza i detti
Alfieri, e Capitani: per Battaglia Generale
presentemente intendesi quella, che si fa a numero eguale di
Combattenti per parte.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XVIII</head>
<pb n="106"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi de'
Consiglieri.</head>
<p>Con tutte le ottime qualità del Capitano
Generale, per quello che scrisse un celebre, ed
antichissimo Autore, <hi rend="italic"> Fa di bisogno, che il medesimo
abbia seco alcuni Colleghi, e Compagni insieme, co' quali
deliberi d'ogni cosa, </hi>Con lo stesso fine anche il
Generale del nostro Giuoco di simili Consiglieri ben
proveduto ne viene. Questi si desiderano non solo
della prima Nobiltà, ma dotati di prudenza, di pratica
negli affari politici, e finalmente periti di quanto
richiede la di loro carica. Il numero di essi è in
arbitrio del Generale, e per quel che ricavasi dal
Cervoni, sono stati fino a tre. Il loro obbligo si è,
richiesti che siano, di dire il loro parere intorno alle
proposizioni, che verranno lor fatte. Non sono
tenuti d'andare in abito distinto, come si è detto
degli altri Ufiziali: solo il giorno della Battaglia
debbono comparire alla Mostra nella forma, che si farà
nota a suo luogo; e devono contribuire secondo la
propria volontà all'Armamento della loro Fazione.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XIX</head>
<pb n="107"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi
degli Ambasciatori.</head>
<p>Oltre i predetti Consiglieri, il nostro Generale,
resta ancora assistito d'altro Soggetto pure
della prima Nobiltà, con titolo d' Ambasciatore.
Questi conviene, che sia prudente, politico, di buo
discorso, e di vivace ingegno, per eseguire con
ispirito ciò, che sarà alla di lui condotta appoggiato. E'
al suo peso l'esporre con chiarezza, e senza parole
equivoche l'ambasciate, che dal suo Generale, o da
chi per lui sarangli commesse; e nell'istessa forma
referire le risposte, che dal Generale della contraria
parte a quelle verranno fatte; potendo l'oscurità di
qualche detto, sì nell'esporre, che ne riferire,
cagionare disordini considerabili: onde a propria
cautela fu da simili Ambasciatori introdotto il farsi
dare in carta il fondamento, tanto delle proposte, che
delle risposte, adornandone poi a misura del proprio
talento l'esposizione, per potere, in caso di
controversia, far constare di non aver nè mancato, nè
ecceduto alle commissioni loro ingiunte. Per onore
poi del proprio grado devono andare in abito da
farsi distinguere, conducendo ancora con esso loro
qualche Paggio. Il giorno della Battaglia debbono
comparire alla Mostra a cavallo, abbigliati con
bizzarria, e col seguito di due Staffieri, e devono
contribuire secondo la propria generosità
all'Armamento di loro Fazione
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XX</head>
<pb n="108"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi de'
Deputati al riscontro de' Combattenti.</head>
<p>Con l'introduzione delle Battaglie a numero
eguale di Combattenti per parte restò altresì
introdotto il costume di deputare da ciascuna delle
Fazioni alcuni Soggetti da mandarsi nel Campo
nemico, a fine di riscontrare, che il numero de'
Soldati non ecceda la quantità convenuta; e per assistere
all'esecuzione di tutte quelle cose, che per il buon
governo della Battaglia saranno state dall'istesse
parti reciprocamente accordate. Questi Deputati è
necessario, che siano di molt'accortezza, acciocchè dal
Nemico non venga in qualche modo defraudata la
loro assistenza; di petto, e di stima per esigere il
dovuto rispetto, e nemici delle dissensioni per ottenere
il loro intento senza sofisticherie: regolarmente
vengono eletti tanti Cavalieri, e tanti buoni Cittadini
per parte, e 'l numero di essi depende dalle
convenzioni delle medesime Parti: essendo stati alle volte
due, quattro, sei, e fino in dieci.
Avvicinandosi l'ora dell'Accampamento, i
Deputati del Mezzogiorno devono passare nel Campo
di Tramontana, e quei di Tramontana nel Campo di
Mezzogiorno, ciascuno di essi col segno al cappello
delle loro proprie Divise, acciocchè da tutti restino
conosciuti per Nemici; tosto ordinando a chi n'avrà
<pb n="109"/>
l'incumbenza, di far partire dal Ponte, e dagli
Steccati il Popolo, che ivi adunato si fosse: ciò
eseguito, debbono far serrare tutte le avvenute degli
Steccati, a riserva di quella per l'ingresso degli Armati:
restando nel recinto di essi Case, o Botteghe, devono
quelle attentamente visitare, acciocchè non vi fossero
o Uomini, o Armi, e poi farle immantinente
sprangare. Debbono altresì visitare il circuito de'
medesimi Steccati per riconoscere, se vi siano luoghi
capaci da poter passarvi Uomini. Giungendo l'Armata
nemica, devono riscontrare il numero de' Soldati, de'
Celatini, e d'ogn'altro Ufiziale, che abbia da
intervenire nel Combattimento; debbono attendere, che
le Sopravvesti de' Soldati siano de' colori proprj
delle Divise, e che distinguansi da quelle de Nemici per
evitare i disordini, e le confuzioni; che i Targoni
non siano de' proibiti: intendendosi per proibiti
tutti quelli, che possono impugnarsi per la loro coda a
due mani. Terminata la Funzione del contare le
Truppe, nel tempo, che dura la Battaglia, devono
vigilare, che non entri persona alcuna negli Steccati;
e che siano appieno osservate tutte le convenzioni
infra le Parti firmate, come si disse in principio.
Oltre al numero predetto da mandarsi ne' due
Campi nemici, eleggonsi ancora altrettanti Soggetti
per Parte delle qualità sopraddette, per assistere
ciascuno di essi nel proprio Campo a' Mandati de'
Nemici, acciocchè il tutto abbia il suo fine con ordine,
e senza confusione.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXI</head>
<pb n="110"/>
<head>Delle Qualità, e degli Obblighi de i
Deputati nel ricevimento de' Prigionieri.</head>
<p>Affine che non si smarriscano i Morioni di quei
Soldati, che dall'una all'altra Fazione passano
prigionieri di battaglia, costumasi dalle Parti
medesime di mandar parimente quattro, sei, o più
Soggetti, secondo gli accordi già fatti nel Campo
nemico, perchè sia lor cura di ricuperare i Morioni
predetti. Le prerogative di questi Deputati per l'istesse
ragioni, e per li fini medesimi non devono essere
inferiori a quelle de i Deputati sopradescritti: anche
in simil carico vengono collocati unitamente e
Cavalieri, e buoni Cittadini.
Per debito di loro Uffizio, passati che siano nel
campo nemico, anch'essi col loro distinto segno al
Cappello, non devono in altro ingerirsi, che in
ricevere i Morioni da quei Soldati, che saranno fatti
prigioni, e quelli in luogo sicuro riporre, venendo
per tale effetto deputata una delle Botteghe, che
sono poste nel distretto degli Steccati; e poi la
mattina seguente quelli restituire a' lor veri Padroni, per
quanto verrà a loro notizia dal nome registrato in
un polizzino, che dentro nel Morione da ciascun
Combattente sul dubbio, che nascer potrebbe di
loro prigionia, incollocato ne resta. Incumbe
ancora a' medesimi d'osservare, ed operare, che non
<pb n="111"/>
vengano fatti strapazzi agli stessi Soldati, che passano
prigionieri.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXII</head>
<head>Delle Qualità, dell'Autorità, e degli
 Obblighi de' Deputati all'assistenza
dell'Oriuolo.</head>
<p> I Deputati all'assistenza dell'Oriuolo devono essere
della prima Nobiltà, ed è solito eleggerne uno,
ovvero due per Parte. Il loro Uffizio unicamente si
ristringe ad osservare, che non prima, nè dopo il
giusto, e preciso termine del tempo prefisso al
combattimento, venga dato ilsegno per al fine del
medesimo; potendo l'arbitrio, quando non fosse per
comando supremo, o per qualche strano accidente,
apportare sommo pregiudizio ad una delle Parti; come
seguì l'anno <num>1711</num> per la Battaglia solida del dì
<date value="17110117">17 Gennajo</date>, giorno di <abbr>S.</abbr> Antonio, che avendo i
predetti Signori Deputati di comune parere
acconsentito, che seguisse il tiro a correr dieci minuti in
circa avanti la terminazione de i tre quarti d'ora
prefissi al combattimento, benchè i Cavalieri di
Tramontana avessero guadagnato quasi tutto il Ponte degli
Avversarj, non ostante da' Cavalieri di
Mezzogiorno fu preteso, che loro dovuta non fosse la vittoria;
sopra la qual differenza ne nacque la seguente
dichiarazione.
<pb n="112"/>
A dì <date value="17110206">6 Febbrajo 1710 Fior8</date> <abbr>Fior.</abbr>
<hi rend="italic"> Io Senatore Gino Capponi Commissario, e Capitano
Generale per <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> <abbr>R.</abbr> della Città di Pisa, volendo
aderire all'istanze, che mi vengono fatte dagli Signori
Deputati dell'una, e dell'altra Parte sopra il Giuoco del
Ponte, di venire a quella dichiarazione, che a me pare
conveniente sopra gli emergenti isorti nella Battaglia
seguita in mia assenza il dì <date value="17110117">17 Gennajo prossimo caduto</date>,
Avendo udito più volte le ragioni degli uni, e
degli altri, e visti, e considerati i Capitoli tra essi
concordati; e presa informazione del successo, e circostanze del
fatto da Persone terze disappassionate, e degne di fede;
Dico, che con tutto, che quelli della Parte di
Tramontana avessero riportato vantaggio ben grande sopra la
Parte avversa nell'istante, che fu sparato il mortaletto,
ad ogni modo, perchè mancava ancora molto spazio di
tempo al termine di tre quarti d'ora, che per patto espresso
era stato prefisso, e concordato ne' Capitoli firmati tra
l'una, e l'altra Parte dover durare la Battaglia; non mi
pare che si possa, nè deva venire ad un'espressa
dichiarazione, che quelli della Parte di Tramontana abbiano
riportato un'intera, e reale vittoria; e però non essere
lecito a' medesimi usare quei trionfi, che si sogliono concedere
alla Parte vincitrice.
Ma perchè ancora considero, che al tiro del
mortaletto, non si può, nè si deve più combattere; e però molto
lodevolmente avere gli medesimi di Tramontana desistito
dal proseguire la vittoria, che già inclinava a loro
favore;
Dichiaro, che stante lo svantaggio, nel quale al
detto tempo dello sparo del mortaletto si trovavano quelli
della Parte di Mezzogiorno, in occasione d'altra
<pb n="113"/>
Battaglia per <abbr>S.</abbr> Antonio si deva da questi, come soccombenti, nel
dett'atto del tiro del mortaletto disfidare quelli di
Tramontana; nella qual congiuntura sarà molto conveniente
farsi dichiarazione più distinta circa le pendenze del
tempo, ed altro, che occorra, per troncar la strada a nuovi
sconcerti, e disturbi, <abbr>ec.</abbr>
Io Gino Capponi Commissario di Pisa mano propria.
</hi>Dall'anno <num>1707</num> in qua hanno i predetti
Deputati il privilegio, che deva procedersi col loro
parere alla sommaria condanna di quei Trasgressori,
che nell'atto della Battaglia monteranno, armati, o
disarmati che siano, sulle spallette del Ponte.
Trovandosi presenti a tal Festa i nostri
Serenissimi Padroni, che risiedono nel Palazzo Pretorio
della Città, posto nella parte di Mezzogiorno a piè del
combattuto Ponte, l'Oriuolo sta nelle mani
dell'Altezze loro; e da esse, che pure si compiacciono di
ricercarne il consenso de' Deputati assistenti, vien
dato il segno per il principio, e per il termine della
Battaglia. In mancanza de' Serenissimi Padroni ciò
eseguisce il Commessario <hi rend="italic"> pro tempore</hi>, e in assenza
di esso il suo Giudice.
Ne' tempi più antichi, per quello ricavasi da un
ricordo dell'anno <num>1574</num>, e da un Cartello
stampato l'anno <num>1559</num>, il tempo della Battaglia
ascendeva a due ore: fu poi ridotto ad un'ora per
quanto riscontrasi da un recapito stampato l'anno <num>1661</num>;
e finalmente dell'anno <num>1686</num> in qua a tre soli
quarti d'ora s'estende.
<pb n="114"/>
Il detto tempo comincia a decorrere dal segno,
che vien dato per alzarsi <hi rend="italic"> l'Antenna</hi>, ch'è un lungo
abete posto attraverso al Ponte, per tener separati i
Combattenti; invenzione introdotta dopo la nuova
fabbrica del Ponte medesimo, che vuol dire
dall'anno <num>1660</num> in quà; costumando prima di fare la detta
divisine con una, o con due corde, come leggesi nel
già citato Cartello del <num>1599</num>.
Lo sparo di due mortaletti postati di rimpetto al
suddetto Palazzo Pretorio, al provvedimento de'
quali supplisce di proprio la Fortezza della Città, fa palese
ad ognuno esser terminato il tempo prefisso della
Battaglia. L'uso di questo tiro non sarà <num>40</num> anni, ch'è stato
introdotto, poichè l'anno <num>1664</num> sonavasi tre volte la
campana della Torre del Commessario, e l'ultima
sonata indicava il fine del combattimento, come
espressamente si legge nell'iscrizione, posta nella facciata
della Casa del nostro Concittadino Pietro Viviani, e
ritrovasi al libro de' Bandi di detto tempo <num>64</num>; e ciò
secondo il costume antico, come si deduce dal
Cervoni alla pa<abbr>g.</abbr> <num>136</num>.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXIII</head>
<pb n="115"/>
<head>De' Bandi, degli Ordini, e delle
Convenzioni per uso del nostro
Giuoco.</head>
<p>Prima di porre in marcia l'esercito vogliono i
militari precetti, che si pubblichino diversi Ordini,
e Bandi per il buon governo del medesimo: per
l'istesso fine avanti di movere le nostre Soldatesche
da pubblico Banditore fanno intimarsi i soliti, e
consueti Ordini intorno al nostro Giuoco, non solo a
dette Milizie, ma alla Città tutta, secondo la mente
del nostro Serenissimo Padrone, cioè,
<hi rend="italic">Che nessuno sia ardito di tirare da' tetti, palchi,
finestre, o altro luogo sassi, pine, o altro, che possa
offendere gli Armati, e l'altre Persone, che saranno sul
Ponte; siccome da questi non si possa nè fra di loro, nè ad
altri fuori del Ponte tirare le cose medesime sotto pena di
scudi cinquanta d'oro ciascuno, e per ciascuna volta
con più due tratti di fune ad arbitrio, e cattura.
Che nell'atto del Giuoco non si possa portare sul
Ponte arme offensiva sotto le pene imposte per i Bandi
vecchi.
Che l'arme offensiva del Giocatore sia il solito
Targone senza poter esser' atterrato.
</hi>Di più si riduce a memoria a tutti gl'interessati
nella Battaglia l'osservanza degli accordi, e delle
capitolazioni fermate colla Parte contraria per l'esito felice
<pb n="116"/>
della medesima, che secondo il consueto sono,
<hi rend="italic">Che </hi>(non essendovi Generale) <hi rend="italic"> non vi sia
Generale, nè altro Comandante in alcuna forma alla testa delle
due Armate.
Che  i Capitani, che vorrano combattere, abbiano
nella loro Squadra un Soldato meno del numero, ch'è
stabilito da' <abbr>Sig.</abbr> Deputati sopra ciò eletti.
Che i Capitani, e gli Alfieri di ciascuna Squadra, che
non vorrano combattere, siano ammessi dentro lo Steccato nel
modo, e con l'istesse armi, come si dirà in appresso, de' Celatini.
Che i Paggi de' Capitani, e degli Alfieri di alcuna
Squadra, siccome quelli degli altri Ufiziali, che
anderanno a servire colla mostra, non siano ammessi nello Steccato.
Che debba eleggersi numero eguale di Celatini per
Parte, i quali possano intervenire nello Steccato con
Petto, e Reni, e Guantoni, con Borgognotta, o Celata,
escluso il Morione con falsata; e portare Rotella, e Targa
conforme l'uso antico.
Che per comandare siano ammessi solamente quattro
per Parte, due soli de' quali possano stare sopra e sponde
del Ponte, senza cosa nissuna in mano da poter' offendere,
nè loro sia lecito levar Targoni agli Armati; e gli
altri due comandare in terra, con facoltà a questi di
poter eleggere due Ajutanti di loro sodisfazione.
Che nessuno Armato, Celatino, o Ufizialie, e
qualsivoglia altra Persona possa montare, e stare sopra le
sponde del Ponte, durante la Battaglia, fuori che gli
suddetti due Comandanti eletti per Parte.
Che sia eletto egual numero di Soggetti per Parte
per riscontrare il numero delle persone, tanto rispetto agli
Armati per combattere, che al numero de' Celatini, ed
altri Ufiziali; parte de' quali vadano ne' respettivi
<pb n="117"/>
Campi nemici, e parte rimangano ne' loro proprj, per
assistere, che i Deputati de' Nemici esercitino con giustizia le
loro incumbenze.
Che non siano ammessi, nè introdotto negli Steccati
quei Soldati, che porteranno Targoni, che non siano della
qualità, che sempre è stato solito usarsi; siccome quelli,
che non averanno le Camiciuole divisate con li colori
proprj, e bene apparenti dell'Insegne della loro Parte.
Che sia eletto egual numero di Persone per Parte,
scambievolmente per assistere al riscatto de' Morioni di
quei Soldati, che passeranno prigioni nel Combattimento.
Che il giorno della Battaglia si debbano dare
reciprocamente li Nomi, e Cognomi delli Deputati alle
suddette cariche, ad effetto che possano essere introdotti nello
Steccato.
Che i Prigioni siano messi immediatamente fuori
dello Steccato senza Morione, e Targone, e che non possano
più rientrare in detto Steccato.
Che non sia lecito, nè permesso in alcun modo a
tutti quei destinati nel Campo nemico sì a contare, che ad
assistere a' Prigioni, e a ricevere i Morioni, di montare
sul Ponte, venendo loro ciò espressamente proibito; e solo
debbano stare negli Steccati a' posti loro, all'esercizio del
proprio ministero.
Che i Palchi destinati per gli Spettatori del Giuoco
debbano esser distanti tre braccia dagli Steccati.
Che le Botteghe, che sono tanto dall'una, che
dall'altra parte dentro agli Steccati, debbano esser visitate, e
sprangate bisognando, se vi fosse qualche sospetto; nelle
quali, essendo fuori di sospetto, si possano tenere li
rinfreschi, e riporre i Morioni, da consegnarsi in esse da uno
de' Cavalieri assistenti, che deve stare a tal'effetto nella
<pb n="118"/>
medesima Bottega insieme col Padrone di essa.
Che ad effetto, che l'antenna vada su unita, e si
rimova ogni disordine passato per cagione della medesima,
debba questa esser'incassata in un ferro fabbricato
apposta per detto effetto.
Che detta Antenna non sia mandata su senza il
consenso dell'una, e dell'altra Parte.
Che da ciascuna delle Parti si deputino due
Cavalieri per assistere all'Oriuolo, e per attendere i comandi
del Padron Serenissimo, essendovi.
Che la Battaglia debba aver principio da' cenni del
Serenissimo Padrone; e non essendovi, da chi per lui; e
debba durare tre quarti d'ora all'Oriuolo dell'Altezza
Sua, da cui si darà il solito cenno del termine della
medesima per lo sparo de i due mortaletti.
</hi>Ne' tempi andati il sengo per il principio della
Battaglia facevasi col suono della Campana, che sta
nella Torre del Palazzo Pretorio; e fu introdotto il
darsi dal Principe l'anno, che furono Generali per
la parte di Tramontana il Cavaliere Catani, e per
quella di Mezzogiorno il Cavaliere Campiglia,
come ricavasi dal già citato Chimentelli,
<foreign lang="lat" rend="italic"> Campanae sonus pro signo, aut Principis manus annuentis, quod
hoc anno factum.</foreign> <hi rend="italic"> Che, spirato il termine de' predetti tre quarti d'ora,
debba seguire lo sparo de i due mortaletti; e quella Parte,
che averà guadagnato del Ponte all'altra, s'intenda
vittoriosa.
Che al consueto sparo delli due mortaletti, tanto li
Vincitori, che i Vinti siano obbligati ritirarsi
immediatamente nel loro respettivo Campo di Battaglia.
Che ad effetto, che allo sparo de' predetti due
<pb n="119"/>
mortaletti più facilmente si divida la Battaglia, siano
obbligati i Deputati dell'una, e dell'altra Parte ricorrere
a chi s'aspetta, per ottenere quel numero di Corazze, che
più occorre.
Che i Vincitori non possano passare con le Squadre,
Tamburi, e Fuochi fuori dello Steccato, da farsi dall'una,
e dall'altra parte del Ponte.
</hi> Oltre i suddetti Capitoli, che a beneplacito de'
Deputati <hi rend="italic">pro tempore</hi> delle Parti, da' quali vengono
accordati, e sottoscritti, possono accrescersi, e
diminuirsi, l'anno <date value="169705324">1697 sotto dì 24 Maggio</date> ne
furono accordati alcuni da osservarsi per sempre in
avvenire, con l'interposizione, e autorità del
Marchese Filippo Nerli, Commessario di Pisa in detto tempo,
i quali furono i seguenti, cioè,
<hi rend="italic"> Che il giorno, nel quale s'attaccherà il Cartello della
Disfida, i Soldati dell'una Parte, e dell'altra non possano
passare dopo la Disfida nella Parte avversa in truppa con
le Spade; e sia proibito a ciascuno portare Spadoncini a
due mani.
Che alle Truppe, che si fanno secondo il solito
avanti la Battaglia, e che passano dalla Parte contraria, sia
da' <abbr>Sig.</abbr> Deputati prefissa la giornata da potersi dare da
una Parte sola, ed un'altra giornata per l'altra Parte,
precedendo ad avere la prima giornata quella de' Vincitori.
Che quei Soldati della Parte di Tramontana, che
saranno fatti Prigioni, siano obbligati passare il Barchetto
dalla Scala della Botte; e all'incontro quei di
Mezzogiorno debbano passare altro Barchetto alla Scala della Pietra
vecchia; ne' quali luoghi doverassi respettivamente
destinare detti Barchetti dall'una, e dall'altra Parte.
Che dopo la Battaglia di  <abbr>S.</abbr> Antonio non si possa più
<pb n="120"/>
toccar Tamburo, nè spiegare Insegne da' Vinti per lo
spazio di giorni cinque, compresovi il giorno della
Battaglia; spirati i quali possano farlo, mentre siano in grado
di portare la Disfida a' Vincitori per la nuova Battaglia
Generale.
Che il Vincitore possa nella medesima sera della
Vittoria passare nella parte del nemico, dentro  però gli
steccati, con l'Insegne, Tromba sonante, e Tamburo battente
una, o più volte volendo, ed ivi far fuochi d'allegrezza
fino alla mezza notte, e non più oltre.
Che dalla suddetta sera in poi non possa il Vincitore
passare la metà del Ponte, nè con Insegne, nè con Trombe, e
Tamburi, nè con Camiciuole, nè con Truppe con le Spade, o
senza; ma solo gli sia lecito fare su la sua parte tutte
quelle Feste, che vorrà per la Vittoria ottenuta, non
avvilendo mai la Parte contraria con figure, nè segni da
concitare gli odj; il che doveranno resecare i Deputati della
Parte medesima dentro a' limiti della convenienza; nè
mettere in istampa Poesie, o altro senza licenza sottoscritta
dal Commessario pro tempore.
Che all'incontro il Vinto non possa dopo la Battaglia
toccar la cassa, spiegare, e cavar fuora Insegne, portar
Camiciuole, far fuochi, nè alcun segno di Festa pubblica
indicante il Giuoco del Ponte per giorni cinque, come a
quella di <abbr>S.</abbr> Antonio, compresovi il dì della Battaglia,
fuori che, facendosi la Battaglia Generale la Domenica ultima
del Carnovale, si possano dare l'ultima sera di Carnovale
le feste da tutte e due le Parti; e facendosi la Battaglia
Generale il lunedì ultimo di Carnovale non si possa dal
Vinto far cos'alcuna nè meno la detta sera dell'ultimo del
Carnovale.
</hi><pb n="121"/>
L'anno <num>1707</num> con l'approvazione del Senatore
Gino Capponi, Commessario della Città di Pisa, oltre
le cose predette fu ordinato,
<hi rend="italic"> Che, se alcuno averà ardire levare i Targoni agli
Armati per offendere qualcheduno, con lanciarle, o
percuotere in altra forma, s'intenda ipso facto incorso nella pena
di due tratti di fune, e carcere ad arbitrio; siccome se
alcuno Armato monterà sopra le spallette del Ponte,
durante la Battaglia con Targone, incorra nella pena che sopra;
ed essendo disarmato, e montando senza Targone, incorra
nella pena di scudi quindici da applicarsi al Giuoco del
Ponte per la Parte de' contravenienti, contro de' quali
sommariamente si proceda, e solo col parere di quei
Cavalieri, che saranno Deputati ad assistere all'Orologio.
</hi>I Capitoli soliti accordarsi da' Deputati delle
Parti, o da' loro Generali ne' tempi più antichi, per
quello dimostra un Cartello di Disfida dell'anno <num>1599</num>,
furono alle volte stampati in seguito della Disfida
medesima, e in tal forma a tutti universalmente noti
rendendosi, non potevasi da alcuno allegarne
ignoranza.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXIV</head>
<pb n="122"/>
<head>Del far ricorso a Dio.</head>
<p>Se è vero, com'è verissimo (vedendosi ciò
religiosamente praticato nelle tenebre degli antichi
tempi, non solo dal Gentilesimo, ma da qualsivoglia
altra Nazione), che da ogni prudente, e pratico
Condottiere d'eserciti, prima di dar principio
all'impresa premeditata, si ricorra ad invocare le proprie
Dietà per il prospero evento della medesima;
così prima di farsi il nostro Giuoco un simil ricorso
al vero Dio non si tralascia, per implorare dalla sua
Divina Misericordia, che in esso, nè per esso verun
male intervenga; affine di che da ciascuna delle
Parti la mattina del giorno, in cui deve seguire la
Battaglia, si fa celebrare una Messa solenne in musica,
con lo sparo di più mortaletti; alla quale in adeguato
posto assistono il Generale, essendovi, gli Alfieri con
le Bandiere, tutti gli altri Uffiziali, e infinità di
Popolo, che vi concorre.
La Chiesa, dove segue detta funzione nella
parte di Tramontana, essendo in Pisa i Serenissimi
Padroni, è quella di <abbr>S.</abbr> Niccola; non essendovi, succede
in <abbr>S.</abbr> Michele di Borgo. Dalla parte di
Mezzogiorno alle volte si è eletta la Chiesa di <abbr>S.</abbr> Martino, alle
volte di <abbr>S.</abbr> Lorenzo in Chinsica, e alle volte di
Santa Cristina.
Nella parte di Tramontana si canta sempre la
<pb n="123"/>
Messa della Beatissima Vergine Maria, e nell'altra di
Mezzogiorno la Messa propria di <abbr>S.</abbr> Caterina da
Siena; e celebrandosi fuori della Chiesa di <abbr>S.</abbr> Cristina, si
fa una decorosa Festa al di lei Altare per la cagione,
che si disse nel secondo Quesito. La celebrazione di
dette Messe, ma senza musica, si pratica ancora per la
piccola Battaglia di <abbr>S.</abbr> Antonio. Terminata la Messa
si procede alla benedizione di tutte le Bandiere, e poi
uscendo di Chiesa con Trombe, e Tamburi si
conducono alle loro Case ad uno, ad uno gli Alfieri con la
propria Insegna, che immantinente vien posta
ventilando alle loro finestre.
Essendovi fatta menzione della benedizione
delle Bandiere, non voglio tralasciare di soggiungere,
che esse non solo di benedicono nell'occasione
predetta; ma portando il caso, come al bisogno
succede, di metter fuori una nuova Insegna, prima che
resti al pubblico spiegata, viene solennemente benedetta;
al che si procede con pompa non ordinaria,
abbigliandosi con vago militare apparato quella Chiesa,
ove segue la cerimonia, cantandosi Messa solenne in
musica, con lo sparo di mortaletti, e con varietà di
componimenti.
Delle suddette Bandiere ve ne sono alcune fatte
dal Pubblico, che si conservano appresso qualche
privato Cittadino; ed altre fatte di proprio da'
particolari, da' quali vengono cortesemente concedute
per servizio del Giuoco; e tutte sono di Drappo,
della grandezza ciascuna di braccia sei per ogni
parte, galantemente intrecciate co i colori, che le
compongono.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXV</head>
<pb n="124"/>
<head>Del Luogo del Rendevos.</head>
<p>Essendo difficilissimo, per non dire impossibile, che
un Principe, che delibera mettere in Campo
un'Armata, possa avere tutte le Truppe pronte, ed
unite in quella parte, dove deve marciare il suo
Esercito, fu dalla necessità introdotto il deputarsi un
tal luogo, in cui in un giorno a ciò destinato debba
senza fallo concorrere tutto il numero delle
Soldatesche, affinchè il Generale dell'Armata possa dar
loro una rivista per riconoscere appieno le forze, e
le qualità, e 'l capitale, che possa farne; d'un
sito medesimo, che da' Franzesi chiamasi del
Rendevos, fa di mestiere per le Milizie del nostro
Giuoco, acciocchè il nostro Generale, essendovi, e in
sua mancanza altro Ufiziale possa per gl'istessi
sopranarrati fini riconoscerle, renderle informate
delle operazioni da eseguirsi,e  in alcuna di quelle,
occorrendo, farle esercitare.
Per il Rendevos della Parte di Tramontana
resta regolarmente eletta la fabbrica dello Studio di
Pisa, volgarmente chiamata la Sapienza; e per
quello di Mezzogiorno i Portici, e la Piazza di <abbr>S.</abbr>
Sepolcro.
La mattina del giorno destinato alla Battaglia,
appena spuntati i primi raggi del Sole, s'odono per
la Città mille bellicosi suoni, che eccitano il
<pb n="125"/>
coraggio delle Milizie; si vedono i Soldati correre a'
luoghi da essi eletti, chi a prendere, chi a sgravarsi
dell'armi già provedute; miransi i loro Capi tutti
giubilo andar confortando, e animando i proprij
Soldati alla gloria, e all'onore; per tutto altro in fine non
sentonsi che voci strepitose di guerra:
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Guerra, guerra, ciascuno esclama guerra,</l>
<l n="2">Che ogni dimora lor grave si rende:</l>
<l n="3">Guerra il suol, guerra il mar par che risponda.</l>
</lg>
<p> Il dopo pranzo poi di ciascheduna Squadra i
Soldati vanno con le loro armi a casa del loro
Alfiere, dove interviene ancora il Capitano;  all'ora
opportuna, che suol'essere la vigesima prima in
circa, a Squadra a Squadra marciando con Trombe, e
Tamburi si portano al sopraddetto Redevos:
unite che siano le Truppe, dal Generale, e dagli altri
Comandanti dansi loro gli Ordini più necessarij; e
dopo aver loro fatta l'istesso Generale, o pur'altri
per lui, una breve militare Orazione si dispongono
alla marcia.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXVI</head>
<head>Della Marcia dell'Armata.</head>
<p>La Marcia delle nostre Armate, che da noi
chiamasi <hi rend="italic"> Far le Mostre</hi>, è una delle vaghe
Funzioni, che nel Giuoco succedano, e enlla forme
<pb n="126"/>
seguente alla medesima si dà principio. Alla testa di
ciascheduna Armata vedonsi due Cavalli di ricchissimi
abbigliamenti coperti, guidati a manoda due
Staffieri bizzarramente vestiti; dietro questi, che voti
conduconsi per uso del Generale, compariscono sei
Trombetti, ciascuno con piccolo Elmo in testa, e
con Sopravveste in dosso de i colori d'una delle sei
Bandiere della Fazione, sopra cavalli con bardature
corrispondenti alla Divisa del loro vestire, e con
pennone simile alla Tromba. Viene poi il Generale (al
quale precedono sei Paggi a piede colla di lui livrea
abbigliati, con bizzarre Berrette in testa, e con
Targa, e Scudi nelle mani) in Abito all'Eroica, di
nobile Usbergo armato, con Elmo rilucente in testa di
piume, e gioje arricchito, sopra cavallo
fastosamente adorno, e con bastone dorato nelle mani;
dietro ad esso cavallo, e in Abito Militare seguono i
suoi Consiglieri, e in mezzo a questi il di lui
Ambasciatore, dipoi in due ale divisi marciano pure a
cavallo sei Cavalieri d'Elmo, e Corazza armati,
ed all'Eroica parimente vestiti; appresso questi
camminano altri sei Paggi a piede con livrea del
Luogotenente Generale, e poi lo stesso Luogotenente
armato, e a cavallo, preceduto ciascuno di essi
da quattro Paggi a piede, sulla dritta il Maestro di
Campo, e sulla sinistra il Sergente Maggiore,
armati, e in gala non meno de' Comandanti supremi;
viene appresso il Capitano della prima squadra a piede
in Abito pure all'Eroica, con Mazza, e Scudo nelle
mani, (e ciò in memoria dell'antico Giuoco di
<pb n="127"/>
Mazza, e Scudo) preceduto anch'esso da quattro
Paggi addobbati con Abito de i colori della sua
Bandiera, col seguito de' suoi soldati, e Celatini, che con
tamburo battente marciano in debita distanza a due,
o a quattro per riga, con Sopravveste, e Pavese de
i colori di loro Divisa, portando sulla punta
dell'istesso Pavese il proprio Morione di vaghe piume
ripieno; in mezzo de' quali trovasi l'Alfiere in Abito
non dissimile al Capitano con la sua Insegna
spiegata in ispalla, e con due Paggi, che lo precedono,
tenendo anch'essi in mano, secondo il costume di
tutti gli altri Paggi, lo Scudo, e la Targa. Con
l'ordine della prima, marcia la seconda, e tutte l'altre
Squadre, delle quali, per non infastidire con
soverchie repliche chi legge, se ne tralascia il racconto.
Gli due Ajutanti, che sono quelli, de' quali si
trattò nella carica del Sergente Maggiore, camminano
fuori dell'ordinanza per assistere, acciocchè non
segua confusione in detta marcia.
Le Squadre di ciascheduna Fazione in simili
congiunture riconoscono sempre il loro posto, nè
potrebbe senza gravi sconcerti togliersi loro la
precedenza: dalla Parte di Tramontana si deve il primo
luogo a <abbr>S.</abbr> Maria, poi a <abbr>S.</abbr> Michele, a' Mattacini,
a Calcesana, a i Satiri, e a Calci; da quella di
Mezzogiorno si concede a <abbr>S.</abbr> Martino, poi a <abbr>S.</abbr> Antonio,
a <abbr>S.</abbr> Marco, a' Leoni, a' Dragoni, e a' Delfini.
Il cammino di detta marcia suol regolarsi
secondo l'opportunità delle occasioni: quando sono stati
in Pisa i Serenissimi Padroni, s'è sempre praticato,
che l'Armata di Tramontana uscendo dalla
<pb n="128"/>
Sapienza, vada a dirittura di lung'Arno al Palazzo
dell'Altezze loro, e intorno a quello un breve giro
facendo, per la medesima strada al suo Campo di
Battaglia si porti; e quella di Mezzogiorno partendosi
da <abbr>S.</abbr> Sepolcro cammini dalla sua parte di
lung'Arno, finchè non giunge rimpetto al Palazzo
medesimo, e girando il palchetto delle Conce, anch'essa al
suo Campo di Battaglia s'inoltri.
Solamente l'anno <num>1685</num> per avere <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> <abbr>R.</abbr>
anticipata la sua gita al Palazzo del Commessario, non
ebbe luogo la suddetta consuetudine, e le Mostre
seguirono in altra maniera; poichè l'Armata di
Tramontana passò tutto il Ponte, e, proseguendo la marcia
intorno agli Steccati del Nemico, fece ritorno al suo
posto: il simile fu operato dall'altra di
Mezzogiorno nel Campo di Tramontana. In assenza de'
Serenissimi Principi ciascuna si parte dal solito luogo
del suo Rendevos, marciando di lung'Arno
immantinente al Ponte.
Durante la detta marcia, da ogni Squadra si
dispensano Sonetti, ed altri varij Componimenti;
alcuni fatti dal Generale, e da' Capitani per accender gli
animi de' Soldati ad una nobil gara; altri da'
Soldati al Generale, e a' Capitani, esprimenti la loro
ubbidienza, e prontezza al combattere; ed altri dal
Generale, da' Capitani, e da' Soldati medesimi
dedicati al merito, e alla bellezza delle Dame Pisane.
Non essendovi Generale, si praticano non
ostante tutte le formalità sopra descritte, e la di lui
mancanza non minora, che la sola comparsa delle
Mostre.
<pb n="129"/>
Ne' tempi andati convien credere, che i
Generali alle volte si dilettassero di comparire nel giorno
della Battaglia sotto nomi finti; leggendosi in un
Cartello stampato l'anno <num>1659</num>: <hi rend="italic"> Leucippo il veloce
Condottiere de' Campioni di Tramontana:</hi> in due altri
dell'anno <num>1662</num>: <hi rend="italic"> Aquilante Condottiero de' Campioni
dell'Austro: Muzio Scevola Generale de' Cavalieri di
Tramontana;</hi> e in altro dell'anno <num>1664</num>: <hi rend="italic"> Claudio Tiberio
Generale de' Cavalieri di Tramontana.</hi>
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXVII</head>
<head>Del mettere in Battaglia l'Esercito.</head>
<p>Quel riguardo, che deve aversi nel porre in
battaglia un'Esercito, che è l'ordinanza,
l'istesso, e forse maggiore si ricerca nel disporre le
nostre Soldatesche, perchè, se in questa l'arte alle
volte suol giovare più che la forza, sempre nel
nostro Giuoco più dall'arte, che dalla forza, il
vantaggio ne viene; cagionando la buona disposizione
non meno in esso, che negli Eserciti la vittoria, e al
contrario la confusione, la rovina, e la perdita:
e che veramente si proceda colle regole della vera
ordinanza Militare in seguito si farà manifesto.
Nelle fronti degli Eserciti è solito collocarsi
parte delle Genti più deboli, perchè non isperandosi la
vittoria da' primi, ma dal corpo di tutta l'Armata,
<pb n="130"/>
quelle servono per disordinare, e straccare gli
Avversarj. Nelle fronti parimente delle nostre
Armate, <hi rend="italic"> Affronti</hi> da noi chiamate, (che si compongono
da cinquanta, sessanta, e più Soldati, disposti a
quattro, o cinque per riga, secondo l'uso dell'antica
Romana Testudine, cioè <hi rend="italic"> Serrati talmente, e coperti da'
loro Pavesi, come se fossero tutti cuciti insieme</hi>, si
mettono sempre de i Soldati novizj, e di minor
valore; non dovendo questi regolarmente combattere,
ma resistere alle percosse de' Nemici, avanzare, e
mantener terreno.
L'onore di simile impiego, che è il posto più
importante, e di maggior fatica, e pericolo, dalla
Parte di Mezzogiorno resta sempre conferito alla
Squadra di <abbr>S.</abbr> Marco, e a quella de' Dragoni;
armando con la prima l'ala dritta, e con la seconda la
sinistra della sua Armata; e dalla parte di Tramontana,
contro la Squadra di <abbr>S.</abbr> Marco si oppone quella di
<abbr>S.</abbr> Michele, e contro i Dragoni la Squadra di Calci;
preeminenza, che non si potrebbe lor togliere
senza il totale ammutinamento di dette Squadre.
Nelle Militari Ordinanze si pratica, o almeno
praticar si dovrebbe, di porre insieme i Fratelli co'
Fratelli, gli Amici cogli Amici; perchè con
maggior'animo combattono, confidati in quell'ajuto, che in
caso di pericolo potria loro essere
vicendevolmente dall'affetto del Parente, e dell'Amico con tutto
vigore somministrato. Nel distribuire le
Compagnie del nostro Giuoco con tutt'attenzione simil
precetto, e con frutto non ordinario si attende.
<pb n="131"/>
Si osserva, come cosa utilissima nell'Armate,
di distribuire in piccoli distaccamenti le Milizie, non
tanto per compartire le fatiche, quanto per non
esporre un solo corpo al pericolo di essere disfatto
interamente, essendo poi impossibile il rimetterlo; ed
ancora perchè dall'emulazione, che nasce tra gli
Uffiziali, e i Soldati di corpo differenti, vengono
l'imprese con calor maggiore eseguite. Per li precisi
già accennati fini anche nel nostro Giuoco si
scompartiscono le Squadre in piccole Truppe di
quindici, o pochi più Uomini per ciascheduna.
Nell'ordinanze dell'Armate è necessario, che le Truppe siano
talmente postate, che in caso fossero le prime
rovesciate, non possano urtare, e confondere l'altre, che
seguono: con ordine non dissimile si postano
quelle del nostro Giuoco, perchè, disunite che
fossero, sarebbe forse impossibile il riordinarle, e
rimetterle.
Devono finalmente negli Eserciti tenersi
Truppe di riserva per farle accorrere dove, e quando lo
ricerchi il bisogno; ed altresì disporne alcune in
modo, che possano combattere più volte, perchè chi
conserva più Gente all'ultimo, guadagna.
Queste precauzioni nel nostro Giuoco sono
assolutamente più d'ogni altra riguardevoli, perchè quella
Fazione, che nell'avvicinarsi del termine del
Combattimento non avrà forze riservati, verrà a sottoporsi
senza dubbio alla perdita. Ma perchè
perfettamente si riconosca l'ordinanza del nostro Giuoco, si
mostra al seguente figura, che in piano iconografico
<pb n="132"/>
rappresenta il Campo d'una delle Fazioni, con le
Truppe in Battaglia in numero di trecento sessanta
Soldati, e sessanta Celatini, co' loro Capitani,
Alfieri, ed altri in tal maniera spiegandosi:
AC, BD, Lunghezza della metà del Ponte.
AB, Larghezza del medesimo.
EF, GH, Spazio serrato dagli Steccati per comodo
delle Soldatesche.
II, Posti de' due Comandanti, che stanno sopra le
spallette del Ponte.
KK, Posti de' due Comandanti in terra.
LL, Posti delle sei Bandiere della Fazione: i
Capitani non hanno posto fermo, ma scorrono per
l'ordinanza a loro beneplacito.
M, Affronti di cinquant'Uomini per ciascuno,
impostati otto, o dieci braccia lontano dall'antenna:
dietro a' medesimi stanno i due Ajutanti per
riceve da' Comandanti delle spallette gli avvisi di quello
faccia la Battaglia, e il Nemico, e referirgli a'
Comandanti di terra.
N, Truppa di quindici Uomini, che alzata l'antenna
entra a pareggiare il Taglio, chiamandosi <hi rend="italic"> Taglio</hi>
quella linea, che si forma alla fronte de' Combattenti.
O, Trombetti, e Tamburini, che suonano nel
tempo che si combatte.
P, Truppa d'otto Celatini per servizio <hi rend="italic"> della Buca</hi>, che
è quel vano, che resta per fianco tra l'uno, e l'altro
Affronto, per cui si mandano le Soldatesche alla
Battaglia.
Q, Quattro Truppe di sei Celatini l'una per
ricevere, e accompagnare i Prigioni a disarmarsi.
R, Tre Truppe di sei Celatini l'una per condurre le
<pb n="133"/>
Soldatesche stanche a rinfrescarsi.
S, Quattro Truppe di dodici Uomini l'una per
mettersi a suo tempo una dopo l'altra a combattere.
T, Quattro Truppe di dieci Uomini l'una per
servirsene secondo porti il bisogno.
V, Otto Truppe di quindici Uomini l'una per
l'istesso servizio di quelle della lettera S.
X, Due Truppe, una di diciotto, e una di
diciannove Soldati scelti per dar con esse il carico alla
Battaglia.
Y, Truppa di dieci Celatini per rinfrescare, e
rimpostare negli Steccati quei Combattenti, che
usciranno della pugna stracchi.
Z, Posto di diciotto Soldati a cavallo per dividere
la Battaglia; i quali, essendo in Pisa i Serenissimi
Padroni, sono della guardia; in mancanza, si
comandano le Corazze della Banda di Pisa.
&amp;, Posto de' Mandati de' Nemici al riscontro de'
Combattenti.
å, Posto de' Mandati de' Nemici al riscatto de'
Morioni de' Prigionieri.
Con l'ordine medesimo, o poco differente pone
la sua Gente in Battaglia anche la Fazione contraria,
per poi ciascheduna di essa disporne, non a misura
della propria volontà, ma dell'opportuna occasione,
ch'è l'origine d'ogni bell'opra.
L'ordine, e la prontezza di porre in Battaglia
le Soldatesche dalla perizia de' Comandanti facile
fuor di modo si rende; poichè essendo a' medesimi
nota la forza di tutte le Squadre, anticipatamente
distribuiscono ciascuna di esse in quel numero di
<pb n="134"/>
 Truppe, che loro sembra più a proposito, facendo
poi, posto nella Sopravvesta di ciascuna Truppa, un
contrasegno, come sarebbe una Stella, una Luna,
un Giglio, un'Aquila, o altro, nel dispor la
Marcia, comandano, che giunte tutte le Milizie al
Campo di Battaglia, per esempio, la Truppa di <abbr>S.</abbr>
Maria del Giglio, prenda posto sul Ponte otto, o dieci
braccia dietro la Truppa de Mattaccini della Stella;
che quella di Calcesana dell'Aquila si fermi negli
Steccati alla dritta, o alla sinistra di quella de' Satiri
della Luna; e così discorrendo delle Truppe
rimanenti, talmente che appena giunte al detto Campo di
Battaglia, in un momento, e senza veruna
confusione, vedesi piantata l'ordinanza con le debite
distanze, occupati i posti dagli Uffiziali a misura del loro
impiego, e in istato di prontamente combattere, che
è la principale tra l'azioni delle Milizie.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXVIII</head>
<head>Delle Considerazioni, e
dell'Avvertenze pratiche nel Combattimento.</head>
<p>Per evitare al possibile gli errori, che non meno
nel nostro Giuoco, che nella Guerra riescon
sempre dannosi, si procede nel di lui
Combattimento con molte considerazioni, e avvertenze, che
nelle vere Battaglie s'attendono, cioè
<pb n="135"/>
Che s'impedisca al possibile, che non giunga a
notizia del Nemico l'ordinanza da tenersi nel
combattere, e al contrario si cerchi d'aver lingua delle
di lui disposizioni.
Che prima d'attaccare il conflitto, il Generale,
e gli altri supremi Comandanti, camminando per
l'ordinanza, esortino gli Uffiziali, e i soldati a
valorosamente Combattere; raccomandando loro sopra
tutto l'ubbidienza, ch'è Madre, e governatrice d'ogni
virtù.
Che nell'inviare le Genti alla Battaglia, e nel
ritirare dalla medesima le stanche, si osservi di non
confondere gli ordini.
Che le Truppe, che escono stracche dalla pugna,
si tirino addietro per prender lena, e
rinfrescarsi.
Che vi siano Truppe pronte ad ogni
occorrenza, senza averne a distaccare dall'ordinanza fatta.
Che le Truppe stiano sempre unite, e in
ordine fino all'ultimo Combattimento.
Che non s'impegnino le Truppe, se non per
necessità, facendole avanzare a tempo, e in modo,
che portino terrore, e danno a' Nemici, soccorso,
e ardire agli Amici.
Che si rinfreschi a tempo la Gente stanca con la
fresca.
Che non si aspetti il Nemico con piè fermo,
ma piuttosto si vada ad incontrare, procurando
d'arrivare in Battaglia sopra di lui, avanti ch'egli vi
sia ordinato.
Che nel Combattere si osservino gli ordini
<pb n="136"/>
cagionandone l'inosservanza non ordinarj disordini.
Che quelli, che comandano, non devano
Combattere, ma attendendo al loro impiego, non potendo
con le mani valere che per un'Uomo, ma col senno,
e col giudizio per molti, anzi per tutti.
Che vincendosi del terreno nemico, le Truppe
s'avanzino verso la Battaglia, mantenendo la loro
ordinanza; e perdendosene del proprio, si ritirino a
misura della perdita verso gli Steccati.
Che nel posto delle prime Truppe, che vanno
a Combattere, subentrino le seconde, in quello delle
seconde le terze, e così successivamente fino
all'ultime.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXIX</head>
<head>Come si combatta.</head>
<p>Giunte le Milizie al Campo di Battaglia, e con le
già accennate considerazioni disposte, li
Comandanti Supremi si portano a riconoscerne
l'ordinanza; e visitando ciascuna delle Truppe, dove
riducono a memoria a' loro Capi l'istruzioni loro date
per la propria condotta, dove variano l'incumbenze
occorrendo, e dove nuovi ordini fanno palesi, non
tralasciando ancora con accomodate le parole
d'accender nuovamente gli animi di tutti i Soldati a
soddisfare con segnalato valore all'intrapreso impegno.
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> In tanto Tromba s'ode alta, e canora</l>
<l n="2"><pb n="137"/>
 Che alteramente con superbo carme</l>
<l n="3">Grida alle forti Schiere all'arme all'arme</l>
</lg>
<p> Quasi che simil suono avesse forza di togliere la
favella a tante viventi migliaja di Spettatori d'ogni
stato, Maschi, Femine, Giovani, Vecchj, Secolari,
Religiosi, Nobili, Plebei, <abbr>ec.</abbr>, che per quanto si
distende la veduta del lung'Arno occupano le Strade,
le Sponde, le Finestre, i Terrazzi, i Tetti, i Palchi
per tal uso fabbricati, ed ancora empiono le barche,
che nell'Arno ritrovansi, non s'ode una benchè
piccola voce, effetto d'un'interna passione, che
infondendo ne' cuori anche de' meno interessati un certo
timore per la dubbiezza dell'evento, nel principio
dell'azione obbliga le lingue di tutti al silenzio. A
tal tocco di Tromba ambe le Armate, partendosi da'
primi loro posti, marciano l'una contro l'altra, e
giungono a toccare unicamente e l'Antenna, che i
loro Campi divide; dove fatto alto senza passare ad
ostilità alcuna, al costume degli Antichi attendono il
segno di Combattere, non mancando però
d'invitarvi al possibile con le parole. Dopo brevissima
dimora deal Serenissimo padrone, o da chi per lui, si dà il
segno per l'attacco della Battaglia: nell'alzarsi
dell'Antenna, unico ostacolo alle nemiche Schiere,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Orror più che di morte i cuoi ingombra</l>
<l n="2">Pallor più che di morte i volti imbianca;</l>
</lg>
<p> e gli Affronti d'ambe le Fazioni al suono de'
guerrieri strumenti con impeto indicibile, con urti, e con
percosse gli uni contro gli altri si spingono,
secondati con pari ardire da alcune Truppe, che i di loro
<pb n="138"/>
fianchi riguardano. Portando il caso, che la mente
di ciascuno de' Generali sia di contrastare
coll'Avversario a tutta forza, consistendo la vittoria
nell'occupare il terreno nemico, da ognuno di essi
cercasi di sostenere il posto unite, e ristrette le
proprie Milizie; ingegnandosi con reciproca industria di
penetrare con l'ajuto di nuove Truppe
nell'ordinanza nemica per fiancheggiarla, e sbaragliarla. Non
sortendo alle volte a niuno di essi l'intento, vedesi
quella folta moltitudine di persone a misura delle
forze, che a vicenda dalle Fazioni nella Battaglia
s'impegnano, ora cedere, ora recuperare il perduto,
<foreign lang="lat" rend="italic"> ut propugnaculum ambulans, aut aggerem mobilem merito
quis dixerit</foreign> lasciò già scritto un bell'Ingegno.
Ottenendo uno di loro la sorte di rompere, e
disordinare qualche ala dell'Esercito nemico,
sforzasi di tagliar fuor l'altra, o tutta, o in pare, e
farla prigioniera. Accorresi da chi vede tal'infortunio
al riparo del danno con inviar soccorsi al corno
indebolito, o con ritirar l'avanzato per conservare il
retta linea la fronte della Battaglia. Succede
talvolta, che a cagione, o della reciproca forza, o della
stanchezza di Combattere delle prime righe, o dalla
necessità del respiro, contro il volere de'
Comandanti si rivolga altresì scambievolmente quel forte;
mescolandosi allora i Soldati dell'uno, e dell'altro
Partito alla confusa in ogni parte si combatte. A tal
pernizioso disordine cercasi da quelli di por rimedio,
tentando di rimetter la Battaglia, o con nuovi
soccorsi, o con imprigionare i più avanzati, e meno
cauti Nemici. Talvolta desiderando uno de'
<pb n="139"/>
Generali togliere all'altro nel principio della Battaglia quel
più di forze, che gli sarà permesso, ordina
all'Affronto della sua dritta, che subito attaccata la zuffa
si lasci a poco a poco rispingere, acciocchè il
Nemico impegnandosi possa esser tagliato, e preso
prigioniere. Talvolta per l'istesso fine vi posterà un falso
Affronto, o pure scoprirà affatto uno degli Affronti
nemici, senza lasciarvi rincontro nè pur'un'Uomo a
Combattere. Talvolta ambi i Generali,
incontrandosi nell'istesso disegno, trovansi astretti a cambiare in
un'istante le fatte disposizioni; opportunità, che
richiede ne' Comandanti del nostro Giuoco la pratica
più esatta di quanto contengono di perfetto le
regole della buona Milizia. Sempre però dalla loro
perizia a questi, ed altri molti stratagemmi si
oppongo i necessarj rimedj con rinforzi di Truppe, con
risolute passate di Soldati, con arrestare la Parte,
che avanza, caricare l'altra più stabile, ritirarsi, e
simili operazioni; dal che ne avviene quando il
lentamente avanzare, quando il frettolosamente cedere
d'una delle Parti, quando con pari impeto
riacquistare, poi riperdere, e sempre a forza di pesantissimi
colpi di Targone, che destano in chi gli vede
orrore, e compassione; percotendosi senza riguardo di
punta, di taglio, e a due mani il capo, le braccia, il
petto; tenendo in tal forma la sorte sospesi gli animi
degli Spettatori (da' quali a qualsivoglia progresso
dell'armi del proprio Partito con festose acclamazioni
s'applaude) di chi debba riportare in fine la vittoria.
In tali vicende di fortuna chiaramente risplendono
l'ingegno, la risoluzione, la buona condotta de'
Capi, ed il valore de' Combattenti, i quali
<pb n="140"/>
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Fanno or con lunghi, ora con finti, e scarsi</l>
<l n="2">Colpi veder, che mastri son del Giuoco;</l>
<l n="3">Or gli vedi ir altieri, or rannicchiandosi,</l>
<l n="4">Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco,</l>
<l n="5">Ora crescere innanzi, ora ritrarsi,</l>
<l n="6">Ribatter colpi, e spesso dal lor loco,</l>
<l n="7">Girarsi intorno, e d'onde l'uno cede,</l>
<l n="8">L'altro aver posto immantinente il piede.</l>
</lg>
<p> Oltre le industrie, e gli stratagemmi nel
Combattere, se ne praticano ancora  molti nel mandare i
soccorsi, che con voce propria diconsi <hi rend="italic"> Entrature</hi>;
vestendosi talvolta i più valorosi, ed intendenti
Soldati delle Fazioni colle Sopravvesti delle Squadre
meno temute, a fine  che il Nemico loro non si
opponga con valida resistenza; talvolta facendo fare ad
una medesima Truppa due Entrature, ora
con Sopravveste d'una Squadra, e poi d'un'altra per
impegnar l'Avversario, supponendole Genti diverse, a
consumar delle proprie ancor fresche; e per fargli
credere in ultimo, che tutte le Truppe nemiche
abbiano una, o più volte combattuto, al che
somma attenzione si riguarda per misurare col tempo del
Combattimento le forze fresche, che restano:
fingesi ancora talvolta qualche numerosa Entratura di
Combattenti per tirare il Nemico ad opporsile con
forza eguale, eseguendola poi, o con la metà
dell'Entrature ordinarie, o del tutto tralasciandola;
poco importando cedere in principio di Battaglia
qualche spazio del proprio terreno, quando ciò segua
con risparmio delle sue, e con iscapito delle forze
nemiche. Altre militari sottigliezze si praticano, e si
<pb n="141"/>
possono praticare, ma per non ammaestrare il
Nemico in quello, che da esso, o non si sa, o non si
attende, se ne tralascia la spiegazione, tutte però
all'occorrenza si pongono in esecuzione con
incredibile aggiustatezza; e ben vero, che non sempre se ne
ritrae il desiderato fine, perchè oltre l'ingegno
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Fortuna anco più bisogna assai,</l>
<l n="2">Che senza val virtù raro, o non mai.</l>
</lg>
<p> Nell'atto del Combattimento tutti i Capi, ed
Ufiziali subalterni vedonsi intenti alla puntuale
esecuzione delle loro incumbenze: chi rinfresca le
Milizie stanche, ; chi le rimposta, e le riordina; chi
accomoda a' Soldati alcuna dell'arme di dosso; chi fa
Prigioni; chi le conduce alla coda dell'Armata; chi
provvede di Targoni quei Soldati, che nel
Combattimento hanno il proprio perduto; chi assiste alle
Truppe di riserva; chi avvalora i più timidi; chi
loda i valorosi; e chi si affatica ad aprir la Buca per
l'Entrature: in somma non v'ha persona oziosa.
I Prigioni, che nell'atto della Battaglia si
prendono, passando nelle mani de' Celatini, vengono
condotti a' Deputati al ricevimento de' Morioni; e di
quelli, e de' Targoni disarmati si pongono subito
fuori dello steccato, e senz'altra pena valicando in
piccoli Barchetti l'Arno, nel terreno di loro
Fazione ritornano.
Vicino allo spirare del termine prefisso al
Combattimento, dalla Parte vincitrice con tutte le
Truppe e fresche, e rimpostate, e stanche si dà alla
Perdente l'ultimo carico, il che chiamasi <hi rend="italic"> Far bastione</hi>:
quella cerca di sostenere tale sforzo con ogni suo
<pb n="142"/>
possibil vantaggio, e, ponendo in esecuzione l'ultime
prove del proprio valore, tenta di ricuperar il
terreno perduto, o almeno di non cederne di
vantaggio, per minorare alla Vincente il pregio d'una più
segnalata Vittoria.
Consumato il termine prescritto de' tre quarti
d'ora, a' cenni di chi può segue lo sparo de i due
mortaletti; e quella Fazione, che in quel tempo si
trova nel terreno dell'Avversaria, s'intende la
Vincitrice; seguìto il tiro
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Del Popol lieto un mormorio festante</l>
<l n="2">Sonoro applauso a quegli Eroi compone:</l>
</lg>
<p> e le Corazze, che nell'uno, e nell'altro Campo
stanno a posta ad aspettare un tal cenno, montano sul
Ponte a dividere il Combattimento; e tutti i
Soldati da' loro posti partendosi vanno alle proprie Case a
disarmarsi, e in un momento per tutta la Città, e ne'
vicini Contorni si sa qual Parte abbia dell'altra
trionfato; poichè vincendo i Cavalieri di
Mezzogiorno si suona per qualche tempo una Campana, che è
nella Torre del Commessario, detta Campana
dell'Arme; e vincendo quei di Tramontana, suona una
Campana, che sta nella Torre dell'Oriuolo
pubblico della Città, chiamata la Campana dello Studio.
Il detto Studio, per quello riferiscono il
Troncia, e l'Arrosti, fu eretto in Pisa l'anno <num>1339</num>,
e l'anno <num>1343</num> da Papa Clemente VI fu confermato,
e dichiarato Studio Generale: essendo stato
serrato molti anni a cagione di Guerre, fu riaperto da
Lorenzo de' Medici circa l'anno <num>1476</num>; e nel <num>1479</num>
<pb n="143"/>
per la rea contagione, ch'era in Pisa, fu trasferito
a Pistoja, e l'anno <num>1481</num> in Prato: tornato a Pisa
fece nuovo passaggio in Prato l'anno <num>1495</num>; e l'anno
<num>1497</num> fu portato a Firenze: nel <num>1515</num> si riaperse in
Pisa, e circa il <num>1527</num> a cagione di Peste, e di Guerra
fu nuovamente serrato: rinnovato finalmente da
Cosimo I Gran-Duca di Toscana l'anno <num>1543</num>
fin quì felicemente mantiensi. I primi Professori,
che venisesro a leggere nello Studio predetto
furono Bartolo da Sassoferrato per la Legge, e <abbr>M.</abbr>
Guido da Prato Dottore di Fisica per la Chirurgia; il
primo con provisione di <num>150</num>, e 'l secondo di <num>230</num>
Fiorini d'oro di lire <num>3</num> per Fiorino di Moneta Pisana.
Il detto Bartolo abitò nell'antiche Case de' Familiati
vicino al Duomo, e quando il Gran-Duca
Ferdinando I fece fabbricare il Palazzo per il Collegio degli
Scolari, chiamato perciò Ferdinando, acciò non si
perdesse la memoria d'un'Abitatore tanto insigne,
nel seguente Epitaffio, posto sopra la porta di detto
Palazzo, <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> volle ne apparisse perpetua ricordanza
a' Posteri.
<foreign lang="lat"> Ferdinandus Medices Magnus Dux
Aetruriae III has Aedes, quas olim
Bartolus Juris Interpres Celeber incoluit,
nunc renovatas, et instructas
Adolescentibus, qui ad Philosophorum, et
Jurisconsultorum Scolas missi
<pb n="144"/>
Publico Urbium, atque Oppidorum suorum
sumptu separatim alebantur, publicae
utilitati consulens addixit, Legesque,
quibus in Victu, Vestitu, Vitaque simul
degenda utebantur, tulit Anno Salutis
MDLXXXXV.
</foreign></p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXX</head>
<head>Della Vittoria.</head>
<p>E' solito, che la Vittoria faccia godere
all'Esercito Vincitore il vantaggio delle sofferte fatiche
colle ricompense, che da i Soldati si riportano a
misura del merito, e del valore, tanto in generale, che
in particolare; concedendo loro talvolta il poter
saccheggiare gli Alloggiamenti, i Carriaggi, le Terre, i
Castelli, e qualche Città de' Nemici.
Parimente la Vittoria del nostro Giuoco
contribuisce anch'ella ' Guerrieri della Parte vincitrice
le meritate ricompense, che consistono nella gloria,
e nella fama, premj, che si danno alle fatiche de'
veri Soldati; e che sono  i frutti della vera virtù,
e nell'onore d'aver vinto, e di poter passeggiare nel
Campo del superato Nemico colle proprie
Bandiere, Trombe, e Tamburi, e con fuochi d'allegrezza,
<pb n="145"/>
(come appresso si farà manifesto) che è l'oggetto, a
cui tendono tutti i sudori, tutte le spese, e tutte le
applicazioni delle due Fazioni combattenti. Se a
Tigrane figlio di Artabano prima di passare in Grecia
fosse stato palese il fine della nostra Pugna, alla
notizia datagli, che gli Arcadi contendessero ne'
Giuochi Olimpici per una corona d'Oleastro, che pure
con l'onore portava ancora, a chi toccava la sorte di
conseguirla, utile non ordinario, non averebbe
certamente esclamato: oimè, Mardonio, e in qual
parte n'hai condotti a guerreggiare, ove gli Uomini
non per ira, non per ricchezze, ma per virtù
combattono?
Terminata, come si disse, la Battaglia, i
Soldati dell'uno, e dell'altro Partito si portano alle
proprie case a deporre i militari Arnesi: quei della
Parte vincitrice, dpo breve riposo, armati di lunga
Spada per maltrattati, e percossi che siano, escono fuori
a tripudiare, e far festa, baldanzosamente narrando
ciascuno le fatte prove del proprio valore. Fra
tanto da chi ne ha l'incumbenza cominciasi a distribuire
ne' luoghi opportuni ciò, che abbisogna per
solennizzare la riportata Vittoria. Ordinato tutto il
bisognevole, circa l'ode due della notte i Vincitori
accompagnati dal rimbombo di mortaletti, dallo
strepito di fuochi artifiziati, da fragor di Trombe, da
rumor di Tamburi, e da mille, e mille voci di
giulive acclamazioni, allo splendore di varj ardenti
fuochi festosi, passano negli Steccati de' Nemici a cogliere
il frutto delle gloriose loro operazioni; (il che in
<pb n="146"/>
detta sera possono, ed è loro lceito fare una, o più
volte a loro piacere, purchè segua avanti che passi la
mezza notte, restando loro dopo un tal passaggio
interdetto) e fatta in essi una decente dimore,
ritornano nel proprio terreno, camminando quasi tutta
notte con varj lumi per la Città, venendo loro
sempre in abbondanza somministrati dalla maggior
parte delle Case, dalle quali passano con le Bandiere.
Il costume di simili fuochi, e allegrezze dopo
le ricevute Vittorie, è antichissimo, trovandosi in uso
fino a' tempi di Moisè, sotto nome di <hi rend="italic"> Festa Epinicia</hi>,
Maggiore dell'allegria de' Vincitori si è la
mestizia, e la confusione de' Perditori, talmente che in
quella notte la parte da loro abitata pare una
solitudine, non sentendosi, nè vedendosi per le strade
di essa persona alcuna; e la mattina, che segue,
deposti i segni di loro Divise, non sembrano più
quelli, che furono; ma stando depressi, e sconsolati, si
lusingano colla speranza di vincere un'altra volta,
disponendosi intanto a soffrire, almeno con
apparente costanza, lo spettacolo del Trionfo
dell'Avversario, da cui suol rappresentarsi nel giorno della
prima Festa susseguente alla già fatta Battaglia, o in
altra secondo gli torna di maggior comodo.
Le Vittorie delle Battaglie per <abbr>S.</abbr> Antonio si
solennizzano ancor'esse con li suddetti fuochi, e
allegrie, ma non si da dipoi trionfo alcuno.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXXI</head>
<pb n="147"/>
<head>Del Trionfo.</head>
<p>L'Onore del Trionfo, consistente nell'ingresso, e
cammino, che facevasi dal Generale vincitore
per la Città sopra suplime Cocchio d'avorio,
preceduto con vaga disposizione dalle spoglie de'
superati Nemici, da' Principi, e da' Capitani prigionieri,
e da altri non ordinarj apparati, inventato a' tempi
di Bacco, introdotto in Roma dal di le Fondatore,
e tenuto da' Romani per il sommo, il massimo di
tutti gli onori, fu il premio delle fatiche de'
Generali, terminato che avessero coll'esito felice della
Vittoria le Guerre da loro intraprese.
Premio non dissimile conferisce parimente a'
nostri Generali la Vittoria del nostro Giuoco: è ben
vero, che per servirsi della medesima con
moderazione, cedono il proprio posto a qualche simulato
Personaggio. La magnificenza, la nobiltà, e la
comparsa de' loro trionfi, per non esservi forma prescritta,
depende dall'intelligenza, e dall'ingegno di chi ne
prende la direzione, regolarmente però suol
praticarsi coll'ordine seguente.
Due Trombetti a cavallo danno principio alla
pompa; a questi succedono dieci, quindici, e più
coppie d'Uomini a Cavallo in abito militare,
seguiti da una, o due Carrette da guerra ripiene d'armi
ostili, bandie, ed altri militari trofei; dietro a
queste camminano a piede in figura di Nemici
<pb n="148"/>
prigionieri con le braccia legate alcuni Soldati; preceduti,
e fiancheggiati da altri Soldati a piede in abito
d'Alabardieri per accompagnatura, e per guardia de'
Prigioni, e delle Carrette; alla testa de' quali
marciano quattro Trombetti, e altrettanti Tamburini:
comarisce poi tirato da quattro, o sei Cavalli un
maestoso Carro con vaga struttura formato,
arricchito d'imprese, e di motti, e accompagnato da
molti Soldati a cavallo, che da ogni parte
ordinatamente il circondano: nel posto più eminente di esso
trovasi, o il Valore, o la Fama, o la Vittoria, e nella
parte più bassa si vedono in nobil coro disposte, o le
Ninfe dell'Arno, o le Muse, o le Virtù con varj
strumenti musicali. Gli Abiti di tutta questa
comitiva sogliono essere bizzarri, e ricchi, siccome le
bardature de' Cavalli, e gli addobbi del Carro,, e delle
Carrette, e tutto appropriato al possibile a quello, che
rappresentano.
Con l'ordine descritto, e col seguito di molte
Carrozze di nobili Dame ripiene, e d'infinito
Popolo, dispensando varj poetici componimenti, e
cantando ne' luoghi premeditati con soave melodia le
glorie della riportata Vittoria, camminano fino a sera per
la Città; e dopo terminato il trionfo non mancano
di fare sul proprio terreno nuovi fuochi d'allegrezza,
e tutto con ogni rispetto del superato Nemico, non
ignorando, che
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Esser parco al dannar, largo alle lodi</l>
<l n="2">Deve ogni buon Guerrier, che fama agogna:</l>
<l n="3">In pregio non si vien per torti modi,</l>
<l n="4">Ne ci dà vero onor l'altrui vergogna.</l>
</lg>
<p><pb n="149"/>
 Tal volta ancora, sebbene di rado, si è
trionfato fuori dell'ordine già accennato, come pure seguì
l'anno <num>1696</num> per la Vittoria riportata nella Battaglia
Generale del dì <date value="16960304">4 Marzo</date> dalla parte di Mezzogiorno,
che onorò con sì degno trionfo il valore de' suoi
guerrieri, che
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> La Città di Gradivo</l>
<l n="2">A' Figli suoi del Mondo vincitori</l>
<l n="3">Non erse in paragon Trofei maggiori.</l>
</lg>
<p> Un maestoso Loggiato d'ordine Dorico, che in
Isola sopra quindici pilastri di bianco marmo in
lunghezza di braccia cinquantasette, e in larghezza di
braccia trentatrè in circa, nel proprio terreno quasi
in faccia del combattuto Ponte superbamente sìinalza,
architettura aggiunse il Vincitore la vaghezza di
bizzarro apparato, adornando con riprese, cadute, e
svolazzi di drappi diversi gli archi tutti di quella
fabbrica, dalla sommità de' quali stavano pendenti
dipinte Cartelle di varj componimenti ripiene:
leggendosi in alcune di esse i pregi di più Vittorie dalle sue
armi ottenute dall'anno <num>1674</num> al dett'anno <num>1696</num>.
Nella parte anteriore di dette Logge vedevansi
tramezzati da arguti, e saggi motti, ed iscrizioni
intrecci d'arme, e di bandiere, e d'altri militari
strumenti. Lunghi ordini di sedie porgevano la comodità a
Riguardanti d'ivi per qualche tempo trattenersi.
All'ingresso, che in esse fecero i Comandanti, e tutti gli
altri Uffiziali con Insegne, Trombe, e Tamburi,
seguì un lungo sparo di mortaletti; terminato il quale
furono dispensati diversi sonetti in onore
<pb n="150"/>
dell'ottenuta vittoria, terminando poi la sera medesima la
festa con fuochi, e con altre simili allegrie. Le
suddette Logge furono fatte fabbricare da Ferdinando
III Gran-Duca di Toscana per comodo de'
Mercanti l'anno <num>1605</num>, come dalla seguente iscrizione ricavasi.
<foreign lang="lat"> Ferdinandus <abbr>M.</abbr> Dux III
Mercatorum comodo
Civitatis Ornamento,
Publicaeque Utilitati consulens
Antiquis Aedificiis Dirutis,
Et Area data,
Forum
A Fundamentis excitavit
Anno <abbr>D.</abbr> MDCV.
</foreign> Tal volta suol anche avvenire, che niuna delle
Parti resti vincitrice per terminarsi la Battaglia,
senza che l'una abbia conquistato del terreno dell'altra.
Succedendo ciò, si solennizza da ciascuna di esse la
Pace, con Carri trionfali, fuochi, banchetti,
poesie, e altre simili allegrezze. Tali accidenti però
rare volte accadono, e a mia notizia ne sono
pervenuti due soli, che uno seguì l'anno
<date value="16720225">1672 nella Battaglia del dì 25 Febbrajo</date>, che fu la prima volta,
che si combattesse con numero eguale di Soldati
per Parte, i quali furono quaranta per ogni
Squadra; e l'altro nella Battaglia del dì
<date value="16620117">17 Gennajo 1662 Pisano</date>, essendo Generale per la Parte di
<pb n="151"/>
Tramontana il <abbr>Sig.</abbr> Ca<abbr>v.</abbr> Muzio Ranier Lanfranchi,
e per quella di Mezzogiorno il <abbr>Sig.</abbr> Alamanno
Venerosi, rappresentata in occasione di trovarsi in Pisa il
Serenissimo Arciduca d'Ispruch, con gran
controversia però de' Cavalieri di Tramontana, che ne
pretendevano la Vittoria sul fondamento, che al termine
del Combattimento la destra di loro Armata fosse
precisamente sul mezzo del Ponte, e la sinistra inoltrata
per qualche braccio nel terreno degli Avversarj, che
poi restò nella seguente forma decisa.
<hi rend="italic"> <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> <abbr>S.</abbr> ha dichiarato, che nel primo futuro Giuoco
del Ponte si deva attaccare il Cartello dal Generale della
parte di <abbr>S.</abbr> Martino; comandando, che fra tanto nessuna
delle Parti ardisca passare nel terreno della Parte
contraria con granate accese, o altrimenti in forma di
trionfo; permettendo perciò a ciascuna di esse Parti il fare dalla
sua banda, e nel suo terreno quelle allegrezze, e fuochi,
che le parrà, già che giudica <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> che il vantaggio fosse
per la Parte di Tramontana, ma non pare di dichiararlo
un'intera Vittoria; e questo s'intenda per le pendenze del
Giuoco di jeri giorno de'
<date value="16610117">17 Gennajo 1661 ab Incarnatione</date>; riservandosi <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> <abbr>S.</abbr> di dichiarare quello più
occorra
per dir come si devano contenere in avvenire.
</hi> In ordine alla suddetta dichiarazione i
Cavalieri di Mezzogiorno il dì <date value="16610212">12 Febbrajo</date> fecero un
bellissimo Carro Trionfale, condotto da quattro
superbissimi Cavalli, sopra di cui era la Pace coronata
d'Ulivo con quattro Amorini, che due vestiti di
teletta d'argento con Giubbone celeste, e due di
teletta d'oro con Giubbone bianco, anch'essi coronati
d'Ulivo, e con molti strumenti musicali, e con esso
andarono camminando per la Città, dispensando vaghi
Componimenti, tutti allusivi alla Pace: circa
mezz'ora di notte trovandosi nella Piazza rincontro il
Palazzo del Commessario, dov'erano moltissime Dame,
furono cantati alcuni Madrigali in Musica; e quei
quattro Amorini allo splendore di molte fiaccole
fecero un bizzarro balletto, e terminossi la Festa.
Il dì <date value="16610221">21 detto</date> anche i Cavalieri di
Tramontana uscirono con un ben'inteso Carro Trionfale, ove
vedevasi la Vittoria mascherata, Venere, Amore,
e un Coro di Musici, e di strumenti, che in diversi
luoghi della Città cantarono un Componimento
adeguato al soggetto, che rappresentavano; il Carro
era maestrevolmente composto, e riccamente
ornato; nella di lui Poppa trovavasi dipinta la Vittoria
mascherata, e vestita nel modo stesso, ch'era sul
Carro, col Motto <hi rend="italic"> Tanto più bella son, quanto non
mostro</hi>. Da uno de' lati un'Alloro col Motto
<hi rend="italic"> Impallidito mai</hi>, ed una catasta di legne con un poco di
brace accesa, e un Vento, che spira, col Motto <hi rend="italic"> Un
soffio sol m'accende</hi>. Dall'altro lato un Sole coperto da
una nuvola, ma co' raggi, che la penetravano, ed il
Motto <hi rend="italic"> Tanto risplendo</hi>; ed un campo con lacuni
Ulivi da una parte, e dall'altra alcuni Uomini armati,
che combattevano tra loro, col Motto <hi rend="italic"> Bisognerà
così</hi>. Era il Carro accompagnato da molti Uomini
a cavallo, tutti in abito di guerra, che dispensavano
diversi Componimenti in prosa, e in versi, e da
infinita quantità di Popolo.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXXII</head>
<pb n="152"/>
<head>De' Conviti dopo la Vittoria.</head>
<p>Se è precetto militare, come registra Onosandro
Platonico, che, ottenuta la Vittoria, si
debbano apparecchiare solenni conviti a' Vincitori;
l'esecuzione del medesimo anche nel nostro Giuoco
non si tralascia, poichè non solo da' Capitani di
ciascuna vincitrice Squadra si dà a' proprj Soldati una
lauta mensa; ma dal Generale ancora a' Capitani, e
a tutti gli altri Uffiziali della Fazione si fa un
solennissimo Banchetto.
Le ricreazioni de' Soldati è solito si facciano da
ciascuna Squadra in giorni separati per prolungare
al possibile l'allegrie, e le feste. Si portano alle
emdesime colla Sopravveste del Giuoco in dosso, armati
di Spada, e Pugnale, marciando alla Casa, che deve
ricevergli, colla propria insegna, che vien posta
ad una finestra di essa con Tamburo battente, e con
Tromba sonante; ponendosi poi il segno del loro
ingresso a mangiare con lo sparo di mortaletti.
Per il fine predetto costumasi di fare anche il
Convito degli Ufiziali in giorno, che non vi sia
altro divertimento: l'apparecchio del medesimo
ordinato con bizzarria, e diversità di trionfi, con
ricchezza d'argenti, abbondanza di commestibili, e
vaghezza di Militari trofei, che adornano il luogo,
ov'esso celebrasi, può da tutti vedersi, essendo
libero a ciascheduno l'ingresso. Lo sparo de'
<pb n="154"/>
mortaletti significa il principio del pranzo, che viene
accompagnato da grata armonia di Trombe fino al
termine del medesimo, che pure fassi noto da altro
simile strepito di mortaletti; chiudendosi in fine il
periodo di tal festa con una pubblicazione di qualche
ingegnoso Sonetto. Non essendovi il Generale, segue
non ostante il suddetto Convito a spese de'
Commensali, che v'intervengono.
L'uso degli accennati Conviti, per quel che
ricavasi da Giuseppe Ebreo, è antichissimo;
leggendosi, che Moisè fece in segno di Vittoria un
sontuoso Banchetto a Gesù Capitano degli Ebrei per la
rotta data agli Ameliciti.
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXXIII</head>
<head>Dell'Utile del nostro Giuoco.</head>
<p>Quanto il nostro Giuoco è conforme
nell'apparecchio, nell'ordine, e nel fine alla vera
Guerra, altrettanto dissimile negli effetti si rende, perchè
da quella mali infiniti alle Città ne vengono; da
questo, oltre il trattenimento, e 'l diletto, utile non
ordinario alla nostra Città se ne produce, e con
frutto dell'anima, e del corpo.
Dell'anima, perchè l'applicazione di
prepararsi alla Battaglia, e 'l denaro, che per ssa si
spende, totalmente devia le Persone oziose da molti
<pb n="155"/>
mali: col discorso del Giuoco, di cui i Pisani
oltremisura si compiacciono, si toglie universalmente ne'
Congressi la critica, o per meglio dire la satira
dell'altrui operazioni; e per la frequenza delle radunanze
s'uniscono gli animi discordi, e molte volte si dà fine
a lunghe, ed ostinate inimicizie.
Del corpo, perchè non v'è mestiere, che con suo
guadagno non travagli; l'Armaiolo, e'l Magnano in
racconciare Armature; il Legnajolo in esitar tavole,
e far Targoni; il Sellajo in lavorare Spallacci,
Guantoni, Falsate, e Collari; il Fondaco in vender Tele,
Nastri, e Drappi; il Sarto in cucire Camiciuole, ed
altri Abiti; il Pittore in dipinger dette Camiciuole,
e Targoni; il Doratore in ornare d'oro, e
d'argento Elmi, Animette, e Targhe; il Droghiere in
vendere Oro, Argento, Tinte, e Colla; il Funajolo in
dar via Spago, e Funicelle; il Chiodajo in vender
chiodi; il Muratore in fabbricar Palchi per comodo
degli Spettatori; il Facchino in portare, e riportare
Armi, ed altri arredi; il Vetturino, e 'l
Navicellajo in condurre, e ricondurre Forestieri; lo
Speziale, e 'l Cerusico in medicar percosse, stincature, e
qualche rottura di capo, che sempre ve n'è divizia;
e più d'ogn'altro l'Oste nel far le spese a' Forestieri,
che in buon numero v'intervengono di Livorno, di
Lucca, e d'altri circonvicini Paesi; concorrendovi
ancora indistintamente il Contado tutto, talmente
che Pisa sembra una nuova Città, sì per il detto
concorso di Popolo, sì per l'abbondanza de'
commestibili, quanto per il denaro, che vi si spende, e che
vi resta; e per l'allegria ancora, che poi s'estende a
tutto il Carnovale, non mancando Maschere,
<pb n="155"/>
Veglie, Gestini Accademie, ed altre recitazioni. Se
agli antichi Romani fu molto a cuore di conservare
i Giuochi Gladiatorj, che altro in fine non erano,
che iniqui, e crudeli divertimenti, giudicandoli
profittevoli alla Repubblica, perchè fomentavano il
coraggio; con maggior fondamento
doverebbero i miei Concittadini custodire questo loro singolar
Giuoco del Ponte, e cercare co' mezzi d'una
perfetta politica unione ogni di lui più regolato
preseguimento; poichè oltre l'essere uno de' celebri
Spettacoli del Mondo, non solo serve loro di fomite al
coraggio, ma reca a' medesimi tutti li già detti
riguardevoli avvantaggi, i quali dal loro senno, dalla
prudenza, e condotta, in ogni tempo possono ricevere
maggiore agumento, instruendogli ancora nelle
marziali discipline, onde saggiamente fu detto,
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Che chi 'l Ponte d'Alfea forte contende</l>
<l n="2">La guerriera virtù provido apprende.</l>
</lg>
<p>
</p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXXIV</head>
<head>Degli Autori, che hanno fatta
menzione del nostro Giuoco.</head>
<p>Benchè nel corso dell'Opera a' suoi proprj luoghi
si trovino citati quasi tutti gli Autori da me
veduti, che discorrono del nostro Giuoco, non
ostante ho voluto qui porre un distinto ragguaglio di
essi con registrar ciò, che in lode dell'istesso
<pb n="157"/>
 Giuoco hanno scritto, e della nostra Città a cagione del
medesimo.
Il Ca<abbr>v.</abbr> <abbr>Gio.</abbr> Batista Guarini in un Sonetto, che
è in ordine l'ottantesimo quarto, in tal forma cantò:
<hi rend="italic"> Guerra del Ponte a Pisa,</hi>
</p><lg type="versi">
<l n="1"> Qualor di guerra in simulacro armata,</l>
<l n="2">Di valore indivisa, Arno divide,</l>
<l n="3">E qual fu sempre, ove più Marte ancide,</l>
<l n="4">Pisa al ferir' invitta, al vincer nata.</l>
<l n="5">Tal da penna famosa invidiata</l>
<l n="6">Pugnar Goffredo in sul Giordan la vide:</l>
<l n="7">E Schiere disarmar Perse, e Numide</l>
<l n="8">Di sacre spoglie, e più di gloria ornata.</l>
<l n="9">Se tal'era d'Etruria il vinto stuolo</l>
<l n="10">Al periglioso varco, allor che volse</l>
<l n="11">L'intrepido Romano a lei la fronte;</l>
<l n="12">La fama, che cantò d'Orazio solo</l>
<l n="13">Contra Toscana, or canteria, che tolse</l>
<l n="14">Un sol Toscano a tutta Roma il Ponte.</l>
</lg>
<p>Don Tolomeo Nozzolini nel Poema della
Sardegna recuperata ca<abbr>nt.</abbr> <num>17</num> sta<abbr>n.</abbr> <num>63</num> cantò:
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Taccia il moderno tempo, a Stocchi, e Scudi</l>
<l n="2">Od a lancia, e corsier Giostre, e Tornei;</l>
<l n="3">Taccia l'antica età bagordi, e ludi</l>
<l n="4">Olimpi, Juvenali, Ismi, e Nemei;</l>
<l n="5">Taccian d'Evandro i Lupercali ignudi,</l>
<l n="6">I Dionisi, i Piti, e  gli Eraclei</l>
<l n="7">Ch'al paragon del Ponte umil trastulli</l>
<l n="8">Dir si potrian di Femmine, e Fanciulli.</l>
</lg>
<p> Roberto Titi, descrivendo il nostro Giuoco
sotto nome di Gephiromachia Pisana, ne' suoi versi
impressi in Firenze l'anno <num>1571</num> con quelli di Pietro
<pb n="158"/>
Gherardi alla pa<abbr>g.</abbr> <num>159</num> conclude:
</p><lg type="versi" rend="italic" lang="lat">
<l n="1">Hic cernas priscos Heroas, acris Achillei,</l>
<l n="2">Hic est Ajacis virtus, Diomedis, Ulissei,</l>
<l n="3">Atque illic contra pugnantem praelia magnum</l>
<l n="4">Hectora, et ingentem spectes Sarpedona, et usque</l>
<l n="5">Si qui alti doctis celebrantur carmine Grais.</l>
</lg>
<p> Giovanni Cervoni nella descrizione delle
Pompe, e Feste fatte nella Città di Pisa per la venuta di
Madama Cristina di Lorena, Granduchessa di
Toscana, registra alla pa<abbr>g.</abbr> <num>29</num>: <hi rend="italic"> Prima è da sapersi, che la
Battaglia del Ponte di Pisa è un Giuoco antichissimo.
</hi>Agostino Paradisi nel trattato dell'onore, che
è il secondo Tomo del suo Ateneo dell'Uomo
nobile pa<abbr>rt.</abbr> <num>3</num> ca<abbr>p.</abbr> <num>14</num> <abbr>n.</abbr><num>24</num> in fine in proposito del
nostro Giuoco dice <hi rend="italic"> Questo Giuoco memorabile per la sua
antichità, industrioso per l'ingegno, che vi s'impiega,
vago per la varietà de' colori, che vi campeggiano, è
stato annoverato nel numero de' più celebri Spettacoli
dell'Universo da penna erudita di celebre Poeta, che n'ha
cantato in versi eroici latini la descrizione, aggregandolo agli
altri più singolari del Mondo, presi per soggetti delle sue
Poesie.
</hi>L'Abbate Felice Viali nel suo ringraziamento a
Pisa, azione prima pa<abbr>g.</abbr> <num>4</num> scrive <hi rend="italic"> Nel partimento di se
stessa ebbe il privilegio di credere uniti i suoi Abitanti,
non in altro tempo discordi, che in occasione di Giuoco,
ne ad altri fine armati, che per cavalleresco esercizio
nell'annua famosa guerra sul Ponte, che la congiunge; ove in
finta Battaglia fanno pomposa mostra d'un vero coraggio,
ammaestrando non tanto la destra, che il cuore a' marziali
conflitti, e abbattendo anche tra scherzi così co' lampi
degli Usberghi, onde s'ornano, come co' colpi degli ordigni,
<pb n="159"/>
onde s'armano, quasi tanti Ercoli con la Clava alle mani
l'abominevole mostro dell'ozio, che gli spiriti generosi
divora.
</hi> Alessando Adimari nel suo Pindaro tradotto
in verso Toscano, nella dichiarazione dell'Ode
prima dell'Istmia <abbr>n.</abbr> <num>11</num> pa<abbr>g.</abbr> <num>501</num> parlando del ferir con
gli scudi, così soggiunge <hi rend="italic"> e sin oggi i valorosi Pisani
in Toscana, ritenendone forse per tradizione l'uso
dell'antica Grecia lor Patria, combattono con ess il forte Giuoco
del Ponte.</hi>
Il Padre <abbr>Gio.</abbr> Battista Ferrari Gesuita nella
quarta delle sue Collocuzioni alla pa<abbr>g.</abbr> <num>56</num> descrivendo il
nostro Giuoco, così ragiona: <foreign lang="lat" rend="italic"> Neque hic
dissimulandum silentio est, consuevisse Mediceos Principes,
concorditer discordes, et inter se diversos alterutri favere
Factioni, pugnae consultationibus praesidere, consilio,
manuque animos, viresque suppeditare. Hoc autem feroci
ludo ab antiquissimi usque temporibus prolusere Pisae
suorum seriis, ac triumphalibus Civium certaminibus,
quibus Terrae, Marisque domitores Sardiniae in primis,
Balearium Insularum, Siciliae, Corsicaeque Regna subegerunt,
et in Hierosolimorum inclita, divinaque expeditione
Goffredo Bollionio auxilium voluntarium, et valentissimum
attulerunt.
</foreign> Valerio Chimentelli in una delle sue Orazioni,
che manoscritte ritrovasi nella riguardevole Libreria
del <abbr>Sig.</abbr> Luigi Maria Ceffini, Cavaliere dell'<abbr>Illustris.</abbr>
e Sacra Religione di <abbr>S.</abbr> Stefano Papa, e Martire,
uno de' dodici del Consiglio di detta Religione, e
Professore ordinario civile nell'Università di Pisa,
parlando del nostro Giuoco così discorre <foreign lang="lat" rend="italic"> Atqui
bellicis consultationibus ipsi quoque Serenissimi Principes
<pb n="160"/>
hinc Mathias ad Meridiem, hinc Leopoldus ad Boream
interesse solent, qui statim a prandio Regiam linquentes
sedem, tamquam Genii, ac Numina tutelaria, ore,
auctoritate, consilio, suam quisque Partem propugnaturi
conventum illum adeunt. Haud minus divisa studia
Foeminarum Principum, quae sua itidem auspicia
Propugnantibus commodant.
</foreign></p>
</div1>
<div1 type="sezione">
<head>Quesito XXXV</head>
<head>Descrizione della nobil comparsa di
di due famose Battaglia del Ponte.</head>
<p>Avendo nel secondo Quesito fatta menzione
della Battaglia seguita in Pisa il dì
<date value="15890426">26 Aprile 1589</date> per la venuta in detta Città della Serenissima
Madama Cristierna dell'Oreno, Sposa del
Serenissimo Ferdinando Medici III Granduca di Toscana; e
di quella fatta da' medesimi Pisani in Firenze sul
Ponte a <abbr>S.</abbr> Trinita il dì <date value="16091028">28 Ottobre 1609</date> per le Nozze
del Serenissimo Gran Principe Cosimo di lui Figlio con
la Serenissima Maria Maddalena Arciduchessa
d'Austria, ho voluto in fine di quest'opera descrivere
l'invenzione, e gli abiti delle Squadre, che in dette due
Battaglie intervennero, come cose assai
riguardevoli, e molto difficili, per non dire impossibili a più
vedersi ne' tempi avvenire a cagione delle gravi spese,
che vi si ricercano. Le Squadre dunque della prima
Battaglia, di cui fu Generale per la Parte di
Tramontana, detta allora di Borgo, il <abbr>Sig.</abbr> Marchese di
<pb n="161"/>
Fusdinovo, e per quella di Mezzogiorno, di Banchi
in quel tempo chiamata, il <abbr>Sig.</abbr> Tiberio Ceuli furono
le seguenti.
Squadre della Parte di Tramontana.
La prima squadra fatta dal <abbr>Sig.</abbr> di Piombino, e
dal <abbr>Sig.</abbr> Odoardo Rossermini suo Luogotenente
condotta in persona d'Alessandro il Macedone consisteva
in trenta Soldati vestiti d'Ermisino zaffrone
all'usanza di Macedonia, cioè con busto di corsaletto, con
falde larghe increspate nell'appiccatura del busto,
lunghe fino al ginocchio, mezze maniche fino al
gomito, che in braccio facevano gran gonfio. Il vestito
era tutto guarnito di larghe trine d'argento al
numero d'otto strisce per il dritto, e una intorno alle
falde, alle maniche, e da collo. In gamba avevano
calzette di colore con istivaletti d'argento affibbiati con
nastri incarnati; in braccio Guantoni di cuojo
inargentato; in capo Morione inargentato con
isvolazzo di tremolante, e sopra un Mappamondo con una
palma dritta nel mezzo, e in una cartella, che
cingeva la palma, elggevasi <hi rend="italic"> corsi, e vinsi</hi>. Alla mostra
portarono picche molto belle, e accanto scimitarre con
fornimenti d'argento, dispensando un cartello, in cui
dicevano, <hi rend="italic"> volem mantenere, che fuori d'Alessandro
Magno non era altri degno di servire alla Serenissima
Granduchessa. Nella Battaglia si servirono di Targoni
inargentati coll'impresa, e motto sopra descritto, che
pure trovavasi nella di loro Insegna, la qual'era di
taffettà incarnato, e bianco, divisata a onde, con
fiamme d'oro nell'onde bianche, e fiamme d'argento
nell'incarnato.</hi>
<pb n="162"/>
La seconda Squadra fatta dal <abbr>Sig.</abbr> Don Pietro
Medici, e condotta dal Sergente Cupido in
Persona del Balsà di Soria, era di trentaquattro Soldati
vestiti alla Turchesca di drappo scarnatino vagamente
abbigliato, e guernito, con berrettini del medesimo
colore in capo, avvolti con lunghi veli d'oro, e
d'argento in forma di turbanti, con targhe alla
Turchesca in mano, e scimitarre al fianco, che servirono
alla mostra, armandosi poi alla Battaglia di Morione,
e Targone di colore parimente scarnatino, siccome
era la loro Insegna, senza veruna impresa dentro la
medesima, pubblicando con un Cartello di
mantenere, <hi rend="italic"> che ogni sorta d'oltraggio fatto dalle Dame agli
amanti fa crescer l'amore, ma sol quello, ch'è
accompagnato con qualche gentilezza.
</hi>La terza Squadra fatta, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr>
Jacopo Galletti in persona di Federigo Sueco, era
composta di ventiquattro Soldati in abito alla Tedesca di
drappo bianco, e turchino, con quella divisa di
colori ne' collari, giubboni, calze, e berrette, che
detta nazione usa in queste bande; Le berrette così
divisate avevano cordoni turchini con nastri di seta
bianca avvolti, ornate di medaglie, e di belle
penne di più colori: alla mostra avevano alabarde in
ispalla con ferri inargentati, e l'aste de' colori
predetti, siccome erano i Morioni, e i Targoni; in piedi
avevano scarpette bianche: L'insegna era in tre parti
divisa per il lungo, le due parti da banda bianche,
e la di mezzo turchina, dentro di cui vedevasi tra
fiamme di fuoco un'Aquila nera col motto <foreign lang="lat" rend="italic"> verus
amor</foreign>, proponendo con un Cartelllo <hi rend="italic"> di mantenere non
esser cosa da Cavaliere l'ingannare con finzioni le Dame,
<pb n="163"/>
ma con tutta fedeltà doverle defendere da chi ardisse far
loro oltraggio.
</hi>La quarta Squadra fatta dal <abbr>Sig.</abbr> Orazio
Lanfranchi, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Fabio degli Agostini in
persona di Cajo Aquilio Palladio Cavalier
Romano, era di ventiquattro Soldati abbigliati con una
sopravveste militare all'antica Romana di Raso
bianco, e rosso a' quartieri, divisati i busti dalle
falde, frappato in cintura, e da piedi; i busti erano a
corsaletto, e le falde a guisa di faldiglia, appiccate
senza crespe al busto; in piedi Stivaletti d'argento
fino a mezza gamba, divisati a quartieri, e legati con
varj nastri di seta; in capo il Morione, pure
divisato a quartieri de' medesimi colori, e sopra di esso per
cimiero un'Aquila d'argento in atto di levarsi a
volo, con una palla simile in una zampa. L'Insegna di
Taffettà bianco, e rosso divisa a quartieri, dentro di
cui era una palla azzurra con tre gigli d'oro, e sopra
di essa una Corona Reale, e sotto tre Aquilotti
bianchi, che rimiravano alcuni raggi Solari, che
uscivano da detta palla, col motto in Franzese <foreign lang="lat" rend="italic"> Alla
pravve</foreign>; I Targoni erano divisati anch'essi a
quartieri bianchi, e rossi coll'istessa Impresa, e Motto,
dichiarandosi con un Cartello <hi rend="italic"> Di mantenere, che
l'Amore nato di Venere è giusto, e buono, e degno di esser
seguito da ogni onorato Cavaliere, perchè per mezzo di
quello l'Uomo viene ad essere spronato ad operare
generosamente: </hi>e perchè questa Squadra fingevasi sotto la
protezione di Venere, avanti la medesima procedeva
un ben ornato Carro da quattro ruote in forma di
Conchiglia, il quale veniva adombrato da una bianca
nuvola, leggiadramente formata di cotone, e sopra
<pb n="164"/>
di esso Venere, che aveva in mano il Pomo
d'oro, col suo detto <foreign lang="lat" rend="italic"> Detur pulchriori</foreign>, e a lei davanti
Cupido, benissimo ornato di veli, che mostrava il
nudo, e detto Carro era tirato da due candidissime
Colombe, che erano due Cavalli figurati sotto
quella forma.
La quinta Squadra fatta dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere
Adriano Urbani, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Celso degli
Agostini in persona d'Urganda Maga, era di
ventiquattro Soldati vestiti con Sopravveste da Soldato
all'antica di Drappo Turchino accollata, coperta tutta
d'una rete inargentata, per la quale erano
scompartiti molti fiorami d'argento: in capo avevano
Morioni turchini, con veste ,e buffe inargentate; in
gamba calzaretti d'argento; in braccio Targoni di
color turchino, coll'Impresa d'un ramo di Trifoglio,
nascente nell'arena del Mare, fiorito di fiori bianchi,
rovolto ad un Sole, col motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Tuo mutor aspectu</foreign>.
L'Insegna era di Taffettà turchino, traversata da una
sbarra bianca dalla punta dell'asta alla coda dinanzi
dell'Insegna, col Motto, e coll'Impresa già detta.
La Maga era in abito di Drappo nero, tutto
coperto di segni celesti, e di Figure triangolari,
quadrangolari, ed altre simil d'argento, con capelli neri,
scapigliata, con veste scollata, ed increspata fino a'
piedi all'usanza antica, con collare giallo di velo
fino di seta, e bacchetta in mano inargentata
facendo manifesto con una lettera: <hi rend="italic"> D'aver condotto alla
Battaglia del Ponte con Amadis di Gaula altri
Cavalieri, acciò col loro valore onorassero nel gran Torneo la gran
Signora di Toscana. </hi>Questa Squadra, facendo di se
Mostra particolare, fu condotta giù per Arno da
<pb n="165"/>
questa Maga in un gran Serpente alato di lunghezza
di braccia trenta, accomodato sopra una Barca, che
calando per il Fiume pareva Serpente naturale, e
gettava fuoco lavorato per bocca: giunto avanti il
Palazzo di <abbr>S.</abbr> A<abbr>.</abbr> restò il Serpente artifiziosamente
adombrato da una nuvola, e aprendosi nelle reni, i
Combattenti insieme con la Maga saltarono fuori
armati,e  coll'Insegna inalberata salirono sopra la
strada in ordinanza.
La sesta Squadra era di ventidue Soldati, sotto
nome di Venturieri sconosciuti, vestiti di Drappo
bigio vergato di bianco, con Morioni, e Targoni
del medesimo colore, e coll'Insegna di Taffettà
fatta a striscie di bigio, e bianco, entrovi una
Lanterna cieca col lume dentro, e col motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Latent
meliora</foreign>: ma fu creduto, che seguisse a spese del
Generale della Parte.
La settima Squadra, guidata da Cammillo
Scarlatti in figura di Pelope Re d'Arcadia, aveva
numero venti Soldati vestiti di Drappo rosso, e  sopra
il vestito avevano certe pelli, che lor coprivano il
petto, e le spalle, all'uso degli antichi Pastori
d'Arcadia; nella pelle davanti avevano una Cartella col
Motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Hinc genus, et Patria</foreign>; in capo portarono
alla Mostra Berrettini rossi, con diversi ornamenti, e
vaghi capricci pastorali; i Targoni, ed i Morioni,
che servirono alla Battaglia, erano rossi, col Motto
già detto, il qual'era ancora nell'Insegna di Drappo
rosso.
L'ottava Squadra fatta, e condotta dal <abbr>Sig.</abbr>
Pietro della Seta, sotto nome di Attilio Regolo
<pb n="166"/>
Cavaliere Romano, comparve di numero ventisei
Soldati armati di veste Militare alla Romana, corta fino a
mezza coscia, e di mezze maniche fino a mezzo il
braccio, con sottomaniche; il busto era di color
turchino, e le falde rosse tutte listate, punteggiate, e
rabescate d'argento; le falde erano increspate
nell'appiccatura del busto; il busto era frappato sulla
cintura, e le falde da' piedi; nel petto, e nelle reni
aveano due maschere d'oro; in capo alla Mostra
Celate di carton pesto inargentate, e rabescate
d'oro; al fianco scimitarre simili; in piedi
borsacchini all'antica di cuojo d'oro, travisati di color rosso.
La loro Insegna era di Taffettà turchino, e rosso,
divisata da cima a fondo de' medesimi colori,
entrovi un'Aquila bianca, che posava la zampa destra
sopra una palla turchina, e la sinistra sopra un giglio
bianco, col Motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Evexit ad Aethera virtus</foreign>. Alla
Battaglia portarono i Morioni dipinti dinanzi di
bianco, e di dietro di rosso, siccome i Targoni col
Motto predetto: avanti questa Squadra andava a piedi
la Fama vestita di Drappo nel solito suo abito, con
l'ali piene d'occhi, d'orecchie, e di lingue,
variata di colori, e con Tromba alla bocca, dopo
lei veniva Marte a cavallo, armato egli, e'l cavallo
in quella foggia, che di esso Marte si legge; e
dispensarono un Cartello, in cui fingevasi, che la
Principessa d'Uobatina scrivesse alla Serenissima
Gran-Duchessa, narrandole <hi rend="italic"> La rapina fatta di suo Marito da
una Maga del Lago, e la speranza, che aveva,
mediante il responso dell'Oracolo, di riavere il suo Sposo per
mezzo del valore del suddetto Attilio Regolo</hi>.
La nona, ed ultima Squadra della Fazione di
<pb n="167"/>
Tramontana. fatta dal <abbr>Sig.</abbr> Francesco Gatani, e
condotta dal <abbr>Sig.</abbr> Lodovico Chiostra, era di
ventiquattro Soldati, coperti d'una veste di Drappo nero
fino a' piedi, con Morioni, e Targoni di simil
colore, entro de' quali, e nelle vesti vedevansi, come
altresì nell'Insegna di Drappo parimente nero due
rami di Cipresso pendenti uno dalla destra, e l'altro
dalla sinistra, levati in traverso con fascia, nel
mezzo de' quali veniva annodata dritta un'Accetta
o Scure, col Motto nella fascia a lettere rosse
<hi rend="italic"> Irreparabile</hi>.
Squadre della Parte di Mezzogiorno.
La prima squadra fatta dal Generale di detta
Fazione, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Cesare Grazia, sotto
nome d'Alindo dell'Isola di Taprobana, era composta
di ventiquattro Soldati, abbigliati con veste Militare
a uso di camiciuola lunga fino a mezza gamba di
broccatello dorè, bianco, e azzurro, com maniche
fino al gomito, e sotto maniche d'altro colore, con
begli Stivaletti in piede, con Morioni azzurri
rabescati di giallo, e Targoni simili: questa Squadra
marciava con due Insegne, che una di Taffettà giallo,
e turchino fatta a bande larghe circa mezzo braccio,
entro di cui appariva un Pezzo d'Artiglieria sulla
carretta, al quale dato fuoco la palla andava a
ferire in un trofeo di molte sorte d'armi, col Motto:
<hi rend="italic"> Virtute ardente</hi>; e la'ltra di Taffettà verde, e dorè a
quartieri, e dispensarono un Cartello, in cui si
conteneva <hi rend="italic"> Voler provare, che le Donne di Roma, e di
Genova fossero le più belle del Mondo</hi>.
La seconda Squadra fatta parimente dal
Generale predetto, e guidata dal Capitano Girolamo
Bertucci comparve numerosa di venti Soldati, chiamati
ausiliarj, che militavano sotto le due predetto
Bandiere, ed erano vestiti di Drappo giallo con Elmi,
e Targoni di simil colore.
La terza squadra fatta, e condotta dal <abbr>Sig.</abbr>
Curzio Lanfranchi, in persona di Talestri Amazzone,
era composta di trenta Soldati vestiti all'uso
dell'Amazzoni, cioè con Sopravvesti militari fino a mezza
gamba, frappate in cintura, e da piedi. Il busto era
di color turchino, le falde gialle, e le maniche
d'incarnato, per tutto rabescate d'argento a fiorami,
e viticci; in capo Capelliere parte sciolte, e parte
annodate con veletti d'oro, e d'argento, nastri di
diversi colori, e svolazzi pendenti alle spalle, e
sopra Elmi di carton pesto inargentati, e rabescati
d'azzurro con pennacchiere di varie penne, di veli
d'oro, e d'argento, con nodi, e fiocchi vaghi,
abbellite da fila di tremolante, al fianco Scimitarre alla
Greca, pendenti da cinture di cuojo d'argento
rabescato; in piedi Stivaletti d'argento rabescati  di rosso,
aperti davanti, e legati con nastri di seta di più
colori; in braccio Targhe lunate di color pavonazzo,
entrovi un Levriere in atto d'andar volontario alla
lassa, che pendeva da una mano posta in alto col
Motto <hi rend="italic"> Per ubbidire a chi d'imperio è degno</hi>.
L'insegna loro era di Taffettà giallo colla predetta
Impresa, e Motto, il qual'era ancora ne' Targoni, che si
servirono in Battaglia, pubblicando con un Cartello
<hi rend="italic"> Di voler mantenere, che le leggi del Mondo hanno fatto
gran torto alle Donne nel distinguere gli esercizi virili
da' feminili: essendo la Donna per se stessa atta ad
esercitare tutte le cose, che possono esercitare gli Uomini</hi>.
<pb n="168"/>
La quarta Squadra fatta da alcuni
Gentiluomini Fiorentini, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Andrea Velluti, era
di trenta Soldati vesti con veste lunga fino al
collo del piede di Drappo verde, con mezze maniche
sopra il gomito, con guarnizioni d'argento, che
rappresentavano il ghiaccio, e la neve, e con
sottomaniche di Drappo scarnatino, che figuravano il nudo;
in piede Stivaletti d'argento; in capo per la Mostra
Celate inargentate, lavorate con diversi colori, e per
la Battaglia Morioni de' colori medesimi; in braccio
Targoni verdi pendenti al giallo con Imprese
rappresentanti quasi tutte le Cacce, e Uccellagioni del
Verno. La loro Insegna era di Verde, entrovi un
Troncone d'albero mezzo secco, quasi tutto
coperto, e  macchiato d'argento, che ne rassembrava la
neve, col Motto, <foreign lang="lat" rend="italic"> Et cum hyeme legio</foreign>, scritto in una
Cartella, che fasciava il Tronco. Dietro a detta
Squadra veniva un'alto, e spazioso Monte figurato
per l'Appenino, il quale dalla metà verso la cima
appariva ripieno di neve: nella sua cima in certo
cavo era situato un Vecchione così ben vestito di tela
incarnata, che pareva veramente nudo, con chioma,
e barba bianca lunga, spruzzato alquanto di neve, con
certi ghiacciuoli alla barba, e a' capelli, in atti di
morirsi di freddo: alle falde del Monte si vedevano
alberi, cespugli, spine, ed altre piante di quelle si
tengono verdi nel Verno, tutte asperse di bianco
per rappresentarle nevose: alle radici del Monte
erano finte alcune Spelonche, dentro, e fuori delle
quali si vedano Pastori, che pascevano i loro
Armenti, ed alcune spezie d'Animali, che l'Appenino
produce. Il Monte era portato, nè si vedeva da chi:
<pb n="170"/>
appariva tirato da due Gufi, i quali tiravano con
certe corde, che appena si scorgevano. Appresso il
detto Monte veniva la primavera sopra un bel
Carro tutto coperto di frondi, e fiori di varie sorte,
e colori, tirato da due leggiadri Cavalli, coperti di
Drappo pavonazzo, a cui d'intorno, e di sopra
erano scompartite molte maschere d'oro, e
d'argento, con veli sottilissimi d'oro, e d'argento, e di
varj colori, fiocchi a gruppi, a svolazzi. La
Primavera era in abito d'una Giovane molto leggiadra,
ornata di verde, rabescata di frondi, di fiori, e di
mascherette d'oro, e  d'argento, e  di colori diversi: nella
sinistra si aveva un gruppo di molti fiori; a' suoi piedi
era quello, che guidava il Carro, vestito di Drappo
verdegiallo, con Montiera in testa d'argento
rabescata di più colori. Fuori vicini al Carro andavano
due Giovani vestiti di Drappo bianco con
Montiera in capo di colore incarnato, adornati di belli
svolazzi, e di varj pennoni, portando in mano una
Canestra inargentata assai grande per ciascuno piena di
fiori, i quali porgevano alla pirmavera, che gli
andava spargendo all'ultimo Verso del sottoscritto
Madrigale, il quale fu cantato in musica a cinque voci
con Liuto, e Spinetta. I Musici erano vestiti di
Drappi diversamente colorati con Montiere in capo
verdi, e d'argento, con fronde, e fiori intorno.
</p><lg type="versi" rend="italic">
<l n="1"> Di frondi, e fiori adorna,</l>
<l n="2">Donne, la vaga Primavera il fero</l>
<l n="3">Verno scaccia, e ritorna</l>
<l n="4">Per rinovar d'Amore il bel pensiero.</l>
<l n="5">Già le nevi all'altero</l>
<l n="6"><pb n="171"/>
Padre Appennin disgombra, e come suole</l>
<l n="7">Sparge nel vostro sen rose, e viole.</l>
</lg>
<p> La quinta Squadra fatta, e condotta dal <abbr>Sig.</abbr>
Francesco da Scorno sotto nome di Sicano, era di
ventiquattro Guerrieri Siciliani suoi compagni
descendenti di Briareo, vestiti d'un abito di drappo bianco
col busto a uso di corsaletto con le falde fino sotto
al ginocchio ornato per tutto di fiamme di fuoco, e
nel petto di ciascuno, racchiusa da un festoncino in
figura circolare, vedevasi una mano con una facella
ardente composta di molte verghe, o bacchette col
motto <foreign lang="lat" rend="italic"> jactata crescit</foreign>, la qual'impresa era ancora nella
loro Bandiera di taffettà bianco con fiamme di
fuoco, e ne' Targoni, che erano inargentati, come
ancora ne' Morioni. Alla veste avevano mezze
maniche frappate, e sotto quelle per tutto il braccio
maniche di drappo scarnatino, che rassembrava il nudo,
in gamba stivaletti d'argento aperti d'avanti, e legati
con nastri bianchi, e scarnatini, proponendo con un
Cartello <hi rend="italic"> di mantenere, che le Donne della parte Australe
della Città di Pisa fossero più belle di quelle della parte
Settentrionale</hi>.
La sesta Squadra fatta dal Pittore Achille fu
di soli ventiquattro Soldati nominati Venturieri
Genovesi, vestiti con Camiciuole di Drappo di colore
azzurro rabescate di bianco con calzette di piu colori,
e scarpette simili: alla mostra portarono in capo
cappelletti di color turchino, abbigliati con varj
capricci, e in mano mazze ferrate, nel petto, ne' Morioni,
e ne' Targoni avevano uno specchio commesso, e
circondato d'oro. La loro Insegna era di taffetà
turchino entrovi l'arme Ducale impressa nel corpo
<pb n="172"/>
del Sole, che da tutte le bande la cingeva di raggi,
con un'Aquila sotto, che rigurdava quel Sole col
motto <foreign lang="lat" rend="italic"> nec minus milites</foreign>.
La settima squadra, fatta, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr>
Flaminio da Scorno, e dal <abbr>Sig.</abbr> Orazio Punta era di
trenta Soldati cognominati i Ragazzi di Banco,
abbigliati con una veste militare alla Romana di drappo
scarnatino tutto ripieno di gigli d'argento, fatta nel
busto a corsaletto, con falde a uso di faldiglia fino
sotto il ginocchio, le maniche di drappo verde; in
capo alle mostre berrettini di drappo pavonazzo,
guarniti di cordoni rossi; in gamba calzette di color
turchino; in piedi scarpe bianche con nastri
scarnatini; i Targoni di colore scarnatino ripieni di gigli
d'argento nel mezzo de' quali era scritto <foreign lang="lat" rend="italic">Aut hunc,
aut super hunc</foreign>. L'insegna era di taffettà di color
simile piena de' medesimi gigli con un'impresa, che
era un termine, il quale dal mezzo in su produceva
un Ragazzo dal corpo al capo, il quale teneva
aperte le braccia, e le mani alte; e nella destra aveva una
palla azzurra con tre gigli d'oro, e nella sinistra un
giglio bianco col motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Utcumque</foreign>: il medesimo
termine, e motto era nel petto, e nelle Reni delle
veste di ciascun Soldato.
L'ottava, ed ultima Squadra della Parte di
Mezzogiorno fatta, e guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Adriano
Ceuli, sotto nome del Cavaliere Vranio d'Arabia, era
di venti Soldati, vestiti con Camiciuole di drappo
ceruleo, e lunghe fino a mezza gamba, con mezze
maniche fino a mezzo il braccio, e sotto maniche di
drappo giallo, tutto sparso di stele d'oro di più
grandezze: le falde, e le mezze maniche erano tagliate a
<pb n="173"/>
drappelloni larghi quattro dita, e certe catenelle
d'oro legavano, e incatenavano nel fin del taglio
l'uno all'altro drappellone. I Morioni erano del
color medesimo ripieni di stelle, come ancora i
Targoni, dentro de' quali, e nella bandiera di taffettà
ceruleo v'era l'impresa d'uno di quegli Sparvieri detti
Accipitri, volante, e zoppo da un piede, ritratto al
naturale, col motto <foreign lang="lat" rend="italic"> Pede coniugium, pede bellum</foreign>,
dispensando un Cartello, in cui diceva, <hi rend="italic"> voler
mantenere, che la sua Donna avanzava di grazia, e di bellezza
tutte l'altre Donne del Mondo</hi>.
Dagli Abiti de' Soldati privati potrà la
prudenza di chi legge argomentare di che ricchezza, e
galanteria esser dovessero quelli degli Alfieri, de'
Capitani, de' Tenenti, de' Supremi Uffiziali, e di tutta
l'accompagnatura de' Paggi, Staffieri, Trombetti,
Tamburini, e simili; e chi ne desiderasse un'esatta
contezza, siccome dell'esplicazione dell'imprese, e de'
motti sopra mentovati nella descrizione fattane da
Messer <abbr>Gio.</abbr> Cervoni sovente nell'opera citato potrà
pienamente appagarsi, leggendo dalla pagina <num>67</num> alla
pa<abbr>g.</abbr> <num>136</num>.
Le Squadre della seconda Battaglia, di cui fu
Generale per la parte di Mezzogiorno il <abbr>Sig.</abbr> Don
Ferdinando Orsino, e quella di Tramontana il <abbr>Sig.</abbr>
Don Antonio Medici, furono delle seguenti
invenzioni.
Squadre della parte di Mezzogiorno.
La prima Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Orazio
Moriani, era composta di trenta Soldati in abito
all'Indiana, così attillatamente vestiti, che dal mezzo in
su, e dalla metà della coscia a' piedi apparivano
<pb n="174"/>
nudi; un girello di piume di più colori coprivagli
dalla cintura a mezza coscia; sotto il ginocchio, e sopra
il gomito avevano piccole piume, che circondavano
loro la gamba, e 'l braccio. Dalla spalla sinistra
traversando il petto, cadeva loro sopra il fianco destro
una banda; o tracolla. In piedi scarpette all'Indiana
alla mostra, in capo piccola berretta con altre
penne introno, nella mano sinistra il Targone, che in
tutti faceva figura di scudo, e nella destra un dardo
d'altezza quanto l'Uomo.
La seconda Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Vincenzo
Aquilani, era di trenta Soldati Tedeschi, con veste
ad uso di Camiciuola fino al ginocchio, con mezze
maniche tagliate, e sotto maniche intere: sopra
detta veste corsaletto di ferro, in gamba Stivaletti, in
capo alla mostra Elmo con piume, nella mano
sinistra il Targone, e nella destra la picca.
La terza Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Gasparo del
Torto, era di trenta Soldati vestiti all'uso de'
Contadini Tedeschi con calzoni molto larghi, legati sopra
'l ginocchio, increspati di sopra, e di sotto, che
stavano assai gonfi, giubbone attillato fino a mezza
coscia bene stretto in cintura con mezze maniche
larghe, e increspate dalla spalla, e dal gomito, che in
braccio facevano gran gonfio, con sotto maniche
fino al polso; in gamba calzette legate sotto il
ginocchio con galani di nastro; in capo alla mostra
bizzarra berretta; nella mano sinistra lo scudo, e nella
destra un corto bastone.
La quarta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Raffaello
Roscellajo, era di trenta Soldati, armati di veste
militare alla Romana fina a mezza coscia con mezze
<pb n="175"/>
maniche tagliate a falde, e sottomaniche fino al gomito:
il busto era fatto a corsaletto, e da esso scendevano
intorno falde un poco più corte della suddetta veste;
in piedi stivaletti; da mezza coscia alla metà della
gamba appariva il nudo; in capo alla mostra Elmo
con piume al fianco pendente da una tracolla la
Scimitarra, nella mano destra una Sargentina, e nella
sinistra lo Scudo.
La quinta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Filippo
Baldovino, era di trenta Soldati sotto nome di
Vecchj coperti d'una larga veste, lunga quasi sino a
piedi legata in cintura, con mezze maniche larghe,
increspate dalla spalla, alla metà del braccio, con
gran collare all'antica al collo: alla mostra
comparvero con lunga barba al mento, berretta con piume
in capo, Spada al fianco, e scudo in mano.
La sesta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Marc'Antonio
Relingiero, era di trenta Soldati nominati parimente
Vecchj, abbigliati con una larga veste fino a mezza
gamba, con mezze maniche a falde, e sotto
maniche, fatta nel busto detta veste a guisa di corsaletto:
in piede avevano stivaletti, in capo alla mostra Elmo
con alto, e vago cimiero, al mento lunga barba,
nella mano sinistra la picca, e nella destra il Targone.
La settima Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Odoardo
Diesso, era di trenta Soldati, anch'essi col nome di
Vecchj chiamati, in abito poco dissimile dagli
antecedenti, giungendo loro la veste appunto al
ginocchio, con alcune falde, che staccavansi dal
corsaletto, un poco più corte della veste. In capo alla
mostra portarono Elmo con piume, al mento barba
mediocre, Sargentina, e Scudo nelle mani.
<pb n="176"/>
L'ottava Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Michele
Barchi, era di trenta Soldati in abito alla Turchesca con
veste lunga fino a mezza gamba, Turbante in capo
con mezza Luna in cima, Sciabla al fianco, e Scudo
nelle mani.
La nona Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Alessandro
Lippi in persona di Nettuno, era di trenta Soldati, in
forma di Dei Marini, coperti dal collo a' piedi d'una
veste fatta a squame di Pesce, circondata la
cintura, le braccia, ed il collo da larghe foglie d'erbe
marine, con maschera al viso al naturale di detti Dei,
con un grand'osso di Pesce nella destra, e lo Scudo
nella sinistra, dispensando un Cartello, in cui esso
Nettuno diceva <hi rend="italic"> d'esser comparso alla Battaglia per
acquistare gloria, ed onore, e per vedere, e ammirare le
grandezze del gran Fernando</hi>.
La decima, ed ultima Squadra della Parte di
Mezzogiorno, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Marc'Antonio
Quarantotti, era di trenta Soldati nominati Affricani,
adorni in modo, che sembravano veri Leoni; ed alla
mostra avevano nella destra una Clava, o mazza
ferrata, e nella sinistra una Palla, affermando con un
Cartello <hi rend="italic"> di voler mantenere, che le Dame della Parte
dell'Austro erano di bellezza maggiore, e di valore
almeno eguale a quelle, che abitavano da Tramontana</hi>.
Squadre della Parte di Tramontana.
La prima Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Ca<abbr>v.</abbr>
Lanfreducci, era di trenta Soldati, nominati Nobili di
Francia, vestiti con giubbone molto alla vita,
calzoni fino a mezza coscia, increspati in cima alla
cintura, e in fondo alla coscia, che facevano assai gonfio;
sotto di essi altri calzonetti fino al ginocchio, che
<pb n="177"/>
con vaghe legature fermavano le calzette; in capo
alla mostra portarono Berrette con piume, e
svolazzi cadenti alle spalle, e spada a canto pendente da
una tracolla.
La seconda Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Pietro
Rossermini, era di trenta Soldati sotto il nome di
Guerrieri sconosciuti, in abito alla Persiana, con Sottoveste
fino al ginocchio, e Sopravveste un poco più corta,
affibbiata davanti fino alla cintura con mezze
maniche fino al gomito: alla Mostra comparvero con una
Berretta in capo alla Scocca, ma dritta, con bizzarra
nappa alla cima, e due svolazzi cadenti alle spalle,
che si partivano dalla Mostra di detta Berretta;
Scimitarra al fianco, e Targa nella destra, pubblicando
con un Cartello <hi rend="italic"> Di voler defendere, che l'onore, e la
gloria nell'azioni umane proposte come oggetto non
debbono mai stimarsi onesti, se però bramati non sono, perchè
l'Uomo così onorato, e glorioso possa dipoi con più
segnalato rilievo giovare altrui</hi>.
La terza Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Muzio
Lanfranchi, era di trenta Soldati, sotto nome di Antichi,
abbigliati d'abito simile a quelli, che sopra si
descrissero nella settima Squadra del Mezzogiorno, ma in
mano non portarono che il Targone.
La quarta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Lattanzio
Poggio, era di trenta Soldati, detti Ciclopi, quali
erano figurati tuti nudi, nè altro avevano in dosso
che un Drappo, che dalla spalla sinistra discendeva
loro davanti, e di dietro fino a mezze cosce; in
testa alle Mostre avevano alcune piccole Berrette, e
sulla spalla destra portavano un'Asta, in cima di cui
era finto un ferretto fatto da una parte a guisa di
<pb n="178"/>
martello, e dall'altra a punta un poco ritorta,
dichiarandosi con un Cartello <hi rend="italic"> Di mantenere, che Amore non
è aspra, e fiera, ma dolce, e graziosa voglia, che i più
feroci e i più selvaggi affrena</hi>.
La quinta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Adriano
Campana, era di trenta Soldati Mori, con veste
fino al ginocchio, con mezze maniche, affibbiata fino
alla cintura, con Ciarpa sopra, e Stivaletti a mezza
gamba, apparendo il rimanente, come le braccia,
nudo; in testa alle Mostre avevano piccole Berrette
con basse piume; nella destra una Lancia, e nella
sinistra lo Scudo.
La sesta Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Anibale
d'Abramo, era di trenta Soldati vestiti alla Greca,
d'abito simile a quello si disse sopra de' Persiani, eccetto
la Berretta, che era bassa con un gran gruppo di
penne da una parte, e ornata di veli ad uso di piccolo
Turbante cadenti con isvolazzo dietro le spalle.
La settima Squadra guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere
Ferdinando Rossermini, era di trenta Soldati,
chiamati Tedeschi, precisamente vestiti di quell'abito,
che vedonsi di presente quei della Guardia a piede
de' nostri Serenissimi Padroni, con di più un gran
collare rotondo al collo, e in testa alla Mostra una
larga Berretta ornata di poche piume da una parte,
Spada al fianco, e Alabarda in ispalla.
L'ottava Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Alessandro
Pescaglia, era di trenta Soldati, sotto il nome di
Cavalieri d'Augusta, ed erano vestiti nella forma
medesima di quei descritti nella settima Squadra del
Mezzogiorno, proponendo con un Cartello <hi rend="italic"> Di
mantenere, che il vero Amore più delle faticose, che nelle
facili Imprese chiaro si scorge</hi>.
<pb n="179"/>
La nona Squadra, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere
Leonardo Pone, era di trenta Soldati, sotto nome
di Veterani, vestiti all'Unghera con una Sottoveste
fino al ginocchio, abbottonata davanti, e una
Sopravveste larga, fatta a guisa di Gabbano con sue
maniche fino al gomito, lunga quasi a mezza gamba:
alla Mostra portarono in capo Berretta all'Unghera
con arme in ispalla simile ad un'Alabarda,
affermando con un Cartello <hi rend="italic"> Di voler dimostrare, che a
valoroso Capitano convenga il vincere non meno per opera del
consiglio, che il superare per virtù dell'armi; e che la
temerità ne' Giovani non ha tosto versato l'impeto, che è
forza, che languisca</hi>.
La decima, ed ultima Squadra della Parte di
Tramontana, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere Brunozzi,
era di trenta Soldati, nominati Schiavi, di vestitura
poco differente dalla Squadra de' Turchi del <abbr>Sig.</abbr>
Michel Bianchi; e comparvero alla Mostra con
Turbante in testa, Sciabla al fianco, e Scudo nelle mani.
L'onore delle sopradescritte Notizie si deve
alla diligenza di Matteo Greutter d'Argentina, che
con somma accuratezza delineò, ed incise la Mostra
dell'accennata Battaglia in un disegno di lunghezza
tre quarti di braccio Fiorentino, e di larghezza due,
il quale, col mezzo delle stampe, ebbe luogo di
spargersi per il Mondo, ed io ne ho vedute in Pisa tre
copie; una appresso il <abbr>Sig.</abbr> Bruno Scorzi; una in
Casa del <abbr>Sig.</abbr> Jacinto Viviani; e l'altra nelle mani
del <abbr>Rev.</abbr> <abbr>Sig.</abbr> Giovanni Giusti, leggendosi in detto
disegno la seguente Iscrizione:
<pb n="180"/>
Il Nobile, e Antico Gioco del
Combattimento del Ponte, solito farsi
in Pisa, e per le Nozze de'
Serenissimi Sposi Cosimo de' Medici Prencipe
di Toscana, e Maria Maddalena
Arciduchessa d'Austria fatto sul Ponte a
Santa Trinita in Firenze alli
<date value="16081028">28 Ottobre 1608</date>, Squadre venti di Persone
trenta per Squadra venuti di Pisa per
Combattere.
Di che qualità di Drappi, differenza di colori,
e ricchezza d'abbigliamento fossero poi le Squadre
predette, siccome le loro Insegne, Imprese, Motti,
e Cartelli, a riserva de' sei sopraddetti favoritimi dal
<abbr>Sig.</abbr> Marc'Antonio Orlandi, a me non è sortito con
tutte le diligenze praticate, e fatte praticare
rinvenirne memoria alcuna: bisogna però, che
veramente fossero con molto sfarzo, e senza
risparmio, mentre la spesa della Squadra degli
Ungheri, condotta dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere Pone, ascese alla
somma di Scudi seicento settanta, e quella della
Squadra degli Schiavi, guidata dal <abbr>Sig.</abbr> Cavaliere
Brunozzi, importò Scudi seicento settantotto, lire
sei, soldi dieci, e denari quattro, come apparisce a'
libri dell'<abbr>Illustris.</abbr>, e Sacra Religione di <abbr>S.</abbr> Stefano,
da cui dette due Squadre furono a proprie spese
ordinate. Convien dunque credere, che anche la
spesa dell'altre non fosse dissimile dalle dette due,
<pb n="181"/>
essendo ragionevole, che, siccome erano tutte
eguali di numero di combattenti, e ad un'istesso fine
ordinate, così ancora fossero di decoro, e di
comparsa.
IL FINE
<pb n="182"/></p>
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</body>
</text>
</TEI.2>
