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      <title>Discorso intorno alla sedizione nata nel Regno di Francia l'anno 1585</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Tre scritti politici, a cura di L. Firpo, Torino, UTET 1980.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Discorso intorno alla sedizione nata nel regno di francia l'anno 1585">

<argument><p>DISCORSO INTORNO ALLA SEDIZIONE NATA  NEL REGNO DI FRANCIA L'ANNO 1585, NEL  QUALE SI PARLA DELLE CAGIONI ONDE HA AÙTO  ORIGINE E DEL FINE CHE È PER AVERE.</p></argument>
<p>È cosa malagevole e pericolosa il ragionar intorno alla revoluzione nata novamente nel potentissimo e nobilissimo regno di Francia l'anno della salute 1585. Malagevole, perciò che tale ce la rendono e la lontananza del luoco e il non potersi vedere i secreti consigli de gli uomini, e massimamente de' prencipi, e molto meno quelli di Dio; pericolosa, imperò che fa mestiero parlar di re e d'altri uomini grandi, li quali bisogna pungere sul vivo e trafiggere, eziandio ch'altri non voglia. Tuttavia ci siamo messo in pensiero di distendere questa scrittura in cotal materia; ma con proponimento ch'ella non debbia andare in man d'altri e ci abbia a servire per esercizio di quel discorso di mente, da quanto ch'egli si sia, che a Dio, larghissimo donatore, è piacciuto di darci.</p>
<p>Conterrà, dunque, la presente scrittura nostra dui capi precipui. Nel primo de' quali si annoteranno le cagioni, che possono aver dato origine a detto revolgimento, e nel secondo si parlarà intorno al fine che si può giudicare che sia per avere.</p>
<p>Ora, quanto al primo capo, dico che (lasciando star le cagioni superiori, cioè Dio benedetto, il quale si deve credere che voglia per questo mezzo prender castigo del Re di aver tollerati gli Ugonotti tanto tempo nel regno suo, e forse di aver commesso qualche altro peccato spiacevole a Sua divina Maestà) sei si possono giudicare esser le cagioni che hanno dato origine a questa sedizione: tre per la parte del Re e tre per la parte del cardinale di Borbone, del duca di Ghisa e delli altri, che si sono collegati contro esso Re.</p>
<p>La prima cagione per la parte del Re è stata la dapocagine sua, cioè a dire d'essersi mostro d'animo basso e rimesso assai più che a re non sarebbe stato dicevole. E di vero, niuno è che non sappia che, tanto quanto egli nei suoi anni più giovani e per fin che passò in Polonia ad incoronarsi di quel regno si mostrò valoroso e magnanimo, sostenendo fortemente per lo re Carlo suo fratello il carico di quella guerra che si fece contro il re di Navarra, il prencipe di Condé, l'Ammiraglio e gli altri della nuova e (come essi dicono) reformata religione, altretanto e più, ritornato in Francia di Polonia, si è mostro e d'animo e di vita rimessa, perciò che non così tosto fu giunto, che, perdendo la riputazione nell'abattere Livrone, cominciò a trattar la pace con li Ugonotti, li quali avanti la sua venuta staveno in gran spavento e timore di lui. La qual pace concluse in fra il primo anno con avantaggio di essi Ugonotti e con poco onor suo, concedendo loro alcune piazze principali per certo tempo, le quali tuttavia ad onta e dispetto suo tengono, ancorché il tempo prefisso alla restituzione sia trapassato.</p>
<p>Appresso si diede di subito ad una vita effeminatissima, attendendo di continuo a danze, a conviti e ad altre lascivie più disoneste, per fino a dui anni fa, che parve che egli si desse a vivere una vita spirituale, ma di quella guisa che più converrebbe ad uomo privato che ad un re; il cui carico, senza fallo niuno, Dio averebbe più a caro che s'impiegasse in discacciare del suo regno i nemici della sua santa Chiesa, che in macerarsi con digiuni e con battiture e in portar la Croce vestito di sacco in processione, come egli ha fatto.</p>
<p>Ma veggiamo un poco se ci può venir fatto di render la ragione perché questo Re, essendosi mostro avanti la sua andata in Polonia d'animo eroico (se però è vero ch'egli si dimostrasse mai tale, e non facesse più tosto quello che fece d'eroico a forza e co 'l valore e consiglio altrui, come stimano alcuni), sia poi riuscito così vile e da poco dopo la sua tornata in Francia.</p>
<p>Noi, adunque, crediamo che la ragione di ciò sia questa: perciò che i Francesi sono di natura che non sanno stare in ozio, ma sempre vorrebbeno essere in essercizio; e perciò, dove manca loro occasione di essercitarsi, subitamente marciscono, a questa guisa che noi veggiamo avenire d'un bel palafreno avezzo alle fatiche continue, che si lasci per alcun tempo nella stalla in ozio e in quiete, o in quella maniera che noi veggiamo avvenir delle rote dell'orioli, se soccede che l'oriolo si sconci, che di presente si arruginiscano. Senza che i piaceri venerei, conciosia che siano fuor di misura grandi e veementi, hanno proprietà e forza di sommergere chiunque vi si immerge, cioè di snervarli e indebolirgli il vigore così dell'animo come del corpo; e massime se colui che vi si immerge per sua natura v'inchina. Ora noi sappiamo ottimamente i Francesi di lor natura essere inchinevoli a' piaceri carnali, e spezialmente contro natura, perciò che, e noi lo veggiamo per prova, e Aristotile nel secondo della Politica e Ateneo nel libro XIII, cap. 27, ce lo affermano. E di vero, noi non ci debbiamo ammirare che i Francesi siano lussuriosi, imperò che è ciò proprietà de' soldati, di che essi fanno spezialmente professione. Onde Aristotile, pur nel secondo della Politica, per questo afferma ragionevolmente essere stato finto che Venere è moglie di Marte. Oltre che, come pur dice Aristotile ne' Problemi, quei che di continuo cavalcano sono lussuriosi, perciò che le parti vergognose, per lo moto e per lo stropiccìo sopra la sella, si riscaldano e si eccitano a lussuria: e i Francesi fanno spezialmente il cavalcatore ed essercitano il mestiere dell'arme a cavallo.</p>
<p>E, favellando in particulare di questo Re, è meno maraviglia di lui che delli altri, che sia strabocchevolmente inchinato alla lussuria contra natura; perciò che, oltre quello che s'è detto, concorrino in lui e la commodità e il non temerne danno; e, quello che non rilieva poco, è l'esser nato di madre per nazion fiorentina, i quali Fiorentini (come si sa) sono più dediti al vizio contra natura che altra gente d'Italia. E se il passato re Carlo o Francesco, ambi fratelli di questo, non avessero aùti perpetui travagli di guerra, sarebbero anco essi peraventura caduti nel medesimo vizio.</p>
<p>Dalle dette ragioni, dunque, è nato che il presente re Enrico, essendo passato di Francia in Polonia, dove non attese ad essercizio di guerra, e dopo ritornato di Polonia in Francia, dove subitamente si rapacificò, o almeno sospese l'arme, dando orecchie alla pratica della pace coi nemici di Cristo e suoi, s'è avilito ed è diventato da poco: massimamente avendo per il viaggio di quel ritorno aùto occasione, e préselasi, di darsi tutto a i piaceri e alle delizie, come fece in spezie in Venezia, dove dimorò per alquanti dì. Ora, che il demostrarsi il principe vile e da poco dia cagione alli sudditi di sedizioni e di movimento, lo dice apertamente Aristotile nel quinto libro della Politica, là dove afferma che in quei regni, ne' quali si succede per sangue e per raggione di eredità, è alle volte cagione di corrompimento e di perdita dello Stato il succedere persona da dispregiare.</p>
<p>Ma, dove anco non lo dicesse Aristotile, è ragionevolissimo, imperò che i soggetti, e massime quelli che sono di grande affare, hanno a sdegno e si recano a disonore di esser signoreggiati da uomo che si dimostri assai di meno esser di loro. Imperò che è dritto che quelli siano re, che di virtù avanzino gli altri, come ben dice il medesimo Aristotile nel terzo della Politica. E se noi vogliam passare a gli essempi per confirmar meglio quello che diciamo, si troverà che non per altro che per vacare alle lascivie e per dimostrarsi inetto al governo e maneggio del regno, Baiazette, già re de' Turchi e secondo di cotal nome, fu da i medesimi suoi giannizzeri discacciato. Similmente Vincislao re de' Romani, dandosi ad una guisa di vita cattiva e rimessa, e picciola cura prendendosi dello Stato, ne fu rimosso. Così ancora Hilderigo, re di questo medesimo regno di Francia, per viltà e dapocaggine fu costretto dal populo a deponere la corona reale e prendere abito di monaco; e mille altri, che per troppo non allungarmi tralascio.</p>
<p>Ma passiamo a considerare la seconda cagione per la parte del Re, onde può aver preso origine questo turbamento di cui si parla; la quale noi stimamo essere stata la poca prudenza civile e il poco intendimento delle cose di Stato. La qual prudenza e il quale intendimento, secondo che insegna Platone nel suo libro Del regno, si ricerca necessariamente in un re. Ha dimostro, dunque, questo Re d'intender male il governo e l'aministrazione dello Stato. Prima, perché non doveva ingrandire, sì come ha fatto, e negli onori e nelli utili Gioiosa, Pernone e gli altri suoi favoriti, o mignoni, come gli appellano, sopra tutti gli altri, e spezialmente sopra quei di Lorena e di Ghisa, che sono molto più nobili nel regno di Francia, e molto più amati dal populo, e di più meriti apresso quella Corona. E che il vedersi porre avanti gli uomini di minor merito ingeneri nelli animi de' grandi indignazione e dia loro occasione di sedizioni e di turbamento di Stato, lo dimostra chiaramente Aristotile nel quinto libro della Politica, dove discorre e favella delle cagioni che sogliano destare le sedizioni e mutare gli Stati. E di vero, qual può esser maggior occasione di turbamento di Stato, e per consequenza di sollevamento, che il vedersi dispregiare, il veder altri esser premiati oltra i meriti e il conoscere il principe in ciò dimostrarsi animoso e ingiusto? È ingiustizia nel principe il distribuire gli onori e gli utili a suo capriccio, e non secondo i meriti di ciascuno, servando l'ugualità geometrica; muove sdegno eziandio negli animi de' buoni il veder altri indegnamente agrandire. Ed è questa quella guisa di sdegno che da Aristotile è detto «Nemesi». Partorisce rabbia il vedersi in poco pregio del prencipe e postposto da lui ad uomo men degno di sé, imperò che viene il principe a dar per ciò a divedere al mondo, che i meriti suoi siano piccoli, e così viene a metterlo in poca stima appo il populo e stranieri. Per questa cagione Adolfo Nassaviense, già imperatore, fu discacciato dall'imperio, e mille altri provorno a loro spese, che cosa è e di che peso inalzar gl'indegni e abassar li grandi.</p>
<p>Appresso, ha dimostro questo Re d'intender male i maneggi di Stato in una altra cosa. Imperò che, avendo fatto il primo errore che detto abbiamo, almeno vi doveva prendere qualche compenso co 'l mandar fuori del regno sotto pretesti onorati quei di Lorena; e se non tutti, almeno i maggiori, che esso conosceva e poteva conoscere per uomini d'animo grande e sdegnoso. Il che fare ottimamente potevasi massime dopo la morte di monsignor di Alanzone ed essendovi l'occasione della guerra di Fiandra, alla quale è stato il Re di continuo chiamato, supplicandolo i Fiamenghi con grandissima instanza a voler esser loro signore e liberargli dalla cattività de' Spagnoli. Tornava a conto al Cristianissimo questa andata, se bene fosse anco stato sicuro di non dover mai veder la fine d'un tal acquisto e di dovervi rimettere qualche million d'oro di suo. Imperò che averebbe possuto con questo mezzo tener lontani li Ghisardi, precipui autori della presente sedizione, dando loro carichi principali di condurre esserciti: il che averebbe levato loro l'ozio e l'occasione di machinare. E s'altri dirà, che essi non vi sarebbero forsi voluti andare per l'amistà che tenghino co 'l re di Spagna, e io responderò che, in un caso tale, il Re averebbe potuto prender castigo di essi avanti che si collegassero o pigliassero l'armi. Oltre che, tenendo il Re Cristianissimo in travaglio il Cattolico, gli arebbe dato tanto che fare a difendere il suo, che male arebbe possuto disturbare il regno di Francia.</p>
<p>Mentre che i Romani guerreggiaveno contro Cartagine, non convertirono mai l'arme in loro stessi. Ruinata Cartagine, perciò che si diedero all'ozio, cominciorno a machinare contro il proprio sangue.</p>
<p>Avevano certa legge alcune republiche della Grecia, come Argo e Atene, di cui fa menzione Aristotile nel quinto della Politica, per la quale si determinava che i cittadini troppo potenti o per amici o per ricchezze o per valore si dovessero, come sospetti, tener per un certo tempo lontani da la città; e questa legge chiamavano l'ostracismo, la quale fu eziandio in Siragusa, e si chiamò petalismo. E che le ricchezze soglino partorir sedizione e pensieri di novità, l'afferma anco Platone nel quarto della Republica.</p>
<p>Lascio di dire che quasi tutti i prìncipi di questa Lega dovevano ancora essere aùti a sospetto per esser forastieri, o per esser di quella natura, o per schiatta. Conciosia cosa che quei di Ghisa sian di Lorena e Nivers italiano; perciò che i forestieri sono facili e presti a cagionar movimenti e sedizioni, come apunto dice Aristotile pur nel quinto della Politica e dimostra per molti essempi. E perciò a ragione si maraviglia Salustio, come il comune di Roma, che ebbe lungo tempo in costume di ricever per cittadini gli uomini di tutte le nazioni forestiere, eziandio gli inimici istessi, come testimonia Cornelio Tacito in certa diceria di Claudio imperatore, non sentisse mai per questa cagione sedizione alcuna.</p>
<p>Né senza ragione Dante esclama contro il mescolamento de' forestieri con cittadini, dicendo ciò essere stato sempre cagione di discordie civili. E s'altro volesse sapere onde avenga che i forestieri sono cagione di discordie e di sedizioni, noi li diremo primieramente quello che par che si cavi da Aristotile: cioè, che i forestieri non sono delli stessi costumi che i terrazzani, e per ciò inchinano ad altri fini. Appresso aggiungeremo che ciò aviene, imperò che i forastieri sono per lo più e le più volte mal veduti da quelli che sono nativi e originari nello Stato, e perciò hanno essi all'incontro occasione di portar odio e di machinare contro quelli di esso Stato. Così in Venegia veggiamo che quelle famiglie, che dopo la fondazione di essa in diversi tempi sono venute ad abitarvi e siano state fatte partecipi di tutti li utili e di tutte le dignità che in essa si danno, avenga che di lunghissimo tempo oggimai una gran parte di esse siano incorporate con l'altre, nondimeno sono avute in odio dalle famiglie fondatrici della città. Per dimostrazione del qual odio le prime appellano l'incorporate «famiglie nuove»; e l'incorporate, perciò che sono molto più, non lasciano mai spuntare alcuno di «casa vecchia» alla suprema dignità del ducato. E se non fossero i savi ordini di quella prudente Republica, già è molti anni che per cotal cagione arebbe patito discordie e sedizioni.</p>
<p>Bisognava dunque che il Cristianissimo, volendo provedere al suo regno, studiasse prudentissimamente (poiché voleva pur anteporre a questi prencipi qualche suo favorito) di tenergli con onesta cagione lontani, o almeno, se ciò far non voleva, di mantenergli discordi fra loro. Il che, come sarebbe stato agevole a far, così stato utilissimo sarebbe, imperò che niuno di essi, scompagnato dalli altri, è bastevole a dar noia e travaglio al Re.</p>
<p>Luigi XI re di Francia, facendo nascere discordia fra li prìncipi di quel regno, che si erano uniti a' suoi danni, fece sì che s'impadronì del loro Stato.</p>
<p>La seconda cosa, nella quale il Re ha mostrato poco giudizio e cognizione di governo, si è stato lo spendere e donare strabocchevolmente le rendite del suo regno, sì come ha fatto, là ove dovea riporle e metterle in serbo per i bisogni di guerra. Dovea considerare il Re, che non si difendono i regni se non con l'oro, e massime i regni grandi; e che per forza bisogna che si vaglino de' soldati stranieri, e spezialmente de' Svizzeri, che sono insaziabili nei stipendi e ne' pagamenti, come bisogna che faccia questo re di Francia.</p>
<p>Doveva, appresso, considerare di avere un re vicino emulo e naturalmente nimico suo e potente, che è il Re Cattolico, contro il quale faceva mestiero sempre esser presto di poter affrontarsi o per offenderlo o per difendersi: niuna delle quali cose si può far senza gran dispendio.</p>
<p>L'imperatore Massimiliano, primo di cotal nome, non ebbe mai cosa che l'interrompesse più le sue imprese, che il difetto dell'oro. Né altro fece, che questo Re di Francia (secondo che esso medesimo afferma nella dechiarazione che fa per giustificazione sua contro la Lega) s'inducesse così tosto a far la pace con li Ugonotti dopo il suo ritorno di Polonia, se non questo di non trovarsi danari.</p>
<p>O veggasi, adunque, questo: come si possa difendere di aver atteso da quella pace in qua a spendere e donare senza ragione, sì come fece spezialmente nelle nozze di Gioiosa, che tra spese e doni logrò più d'un million d'oro, e non ad accumulare e a metter tesoro in serbo. E se Platone nel quarto libro della Republica dice, che le città si conservano e si difendano inanzi con le virtù che con i tesori, è da dire che egli parla di quella città che esso intende di formare e di instituire, nella quale forsi si verificarebbe quel che egli dice. Ma non è così instituito il regno di Francia: anzi non vi è città al mondo, né mai vi fu, né per l'avenire vi serà mai, che sia conforme a quella idea che forma Platone. E fin qui sia detto brevemente della poca intelligenza del governo, che ha questo Re, e dell'occasione che per ciò ha dato a questa sedizione.</p>
<p>La terza parte, che per causa sua ha dato occasione a cotai movimenti, s'è per mio aviso il poco zelo che egli ha mostrato della religione, facendo pace con li Ugonotti con avantaggio loro, dando loro nel suo regno piazze per sicurezza, tollerandoli nella Corte e peraventura favorendoli, non si facendo restituire dette piazze da essi, quando è venuto il tempo della restituzione, tenendo amicizia stretta e confederazione co 'l Turco. E pur conviene che il Re sia tutto sacro, santo e zelante, onde gli Egizzi, come testimonia Platone nel suo libro Del regno, volevano che il loro re fosse insieme e re e sacerdote; e, come afferma il medesimo Platone ne l'Alcibiade primo della natura dell'uomo, li re Persi facevano amaestrare i loro figlioli principalmente nelle cose pertinenti al culto divino. E se mi si dirà che il Re ha pur mostro zelo di religione in questi ultimi anni, essendosi dato ad una vita riformata con battersi, con andar vestito di sacco in processione, portando esso stesso la Croce, con far orazioni, con digiuni, con tenere una corona ligata a cintola e con simil cose; io, d'altro lato, dirò che ad un re non si aspetta il mostrar zelo di religione in quella guisa che hanno da fare i privati uomini, ma in far leggi riguardanti il culto divino, in estirpar l'eresie, in perseguitar l'inimici di Cristo e in cose simili. Insegna Aristotile nel terzo libro della Politica, che altre vogliano esser le virtù d'un principe e altre quelle di uomo privato. E così potiamo dir noi, parlando in spezie del zelo della religione, che altro vuol esser quel d'un re e altro quel d'uomini particolari. Anzi, dirò di più, ch'io tengo per fermo che un re pecchi non leggiermente spendendo il tempo in far azioni private, che sarebbero lodevoli e di merito ne' soggetti, quando doverebbe spenderlo in opre buone e da lui. Imperò che ogni uno deve adoprarsi secondo la sua propria vocazione; e chi non si sente atto a reggere e governare altri, vada e renonzii il peso, e facciasi monaco, o retirisi ad altra vita privata.</p>
<p>Celestino V, conoscendosi inatto al governo del mondo cristiano e non potente a santificarsi di santità pontificia, rinunciò il papato e, datosi ad una santità privata, meritò di esser da Clemente V canonizzato sotto nome non di pontefice, ma di Pietro Confessore. E infiniti altri ci sono stati, che hanno renonziato le corone e i scetri; percioché è paruto loro di poter giustificarsi appo Iddio con le virtù private e non con le regie.</p>
<p>All'incontro, Lodovico re di Francia, il nono di cotal nome, fu santo adoprando le virtù eroiche e non private. Carlo il Grande e Gottifredo Boglione sono commendati per aver mostro zelo in ampliar la religione e in distruggere li inimici di Cristo, e non per aver menato vita da eremita o da monaco. Sono celebrati Ferdinando e Isabella, re e regina di Spagna, per aver discacciato i Mori dalla Granata e per aver messa la religione nell'Indie Occidentali. Similmente sono lodati il re don Giovanni di Portugallo e l'infante don Enrico suo figliuolo, per aver piantata la religione nell'Indie Orientali; e don Sebastiano, re pure di Portugallo, come che sia biasimato d'imprudenza, si è commendato di zelo di religione per aver valorosamente combattuto in Africa contra i Mori, nel qual combattimento morì. E tanto basti aver detto intorno alle cose che dalla parte del Re hanno dato occasione alla presente sedizione.</p>
<p>Consideriamo ora quelle che le hanno dato origine dalla parte de' collegati, la prima delle quali si è il valore e la potenza di essi. È valoroso senza dubio il duca di Ghisa non meno per essere di pensieri alti ed eroici, che per esser di gran coraggio. Il che si è potuto conoscere ottimamente nelle guerre che per cagion della nuova religione pate ultimamente la Francia. Non è meno di lui valoroso il duca di Umena, suo fratello carnale; né sono da dispregiare il duca di Lorena, o il duca di Umala, o 'l marchese del Buffo, loro cugini, o 'l duca di Mercurio, pur loro cugino e cugnato del Cristianissimo. Il cardinale di Borbone e il duca di Nivers sono uomini di valore per autorità e per consiglio, come si è visto all'occasione; e sarebbe Nivers valoroso anco della persona più che non è, sì come è stato per l'adietro valorosissimo, se non avesse guasta da un tiro di archibugio una gamba. Sono poi tutti questi prìncipi insieme di gran potere, imperò che eziandio da per sé ciascuno di essi è potente. Al che s'aggiunge l'avere il braccio del re di Spagna, il quale ha somministrato loro i danari e sumministrarà tuttavia, finché durarà questa guerra, movendolo a ciò non solo l'amicizia e la servitù che ha la casa di Ghisa con sua Maestà, da cui è benefiziata (come si dice) di pensioni, ma molto più l'interesse dei Stati suoi e il desiderio di vendicarsi de' disturbi patiti nelle province della Fiandra per opra di monsignor d'Alanzone, fratello del Cristianissimo, e forse del soccorso dato a don Antonio di Portugallo, così per l'armata che gli fu rotta dal marchese di Santa Croce, come per la difesa delle Terziere. E s'io dicesse che lo avesse mosso anco a ciò il pensiero che 'l duca di Savoia, suo genero, faccia l'impresa di Ginevra, la quale fu l'altra volta impedita dal Cristianissimo, per aventura non errarei.</p>
<p>Gl'interessi de' propri Stati, che hanno mosso la Maestà del Cattolico a fomentar questa Lega, sono principalmente due. L'uno il dubitare che il regno di Francia non cada in man di Navarra, il cui pensiero sarebbe di racquistare il suo regno posseduto per la gran parte dal Re Cattolico, e per zelo di vendetta unirsi con la regina d'Inghilterra e con altri prìncipi eretici a danno di esso Re Cattolico, e massime per impedire a Sua Maestà lo racquisto della Fiandra, o, se l'avesse di già acquistata, per disturbarli un'altra fiata il possesso di essa. L'altro interesse è, imperò che, mentre durano i romori in Francia, non ha da temere il Cattolico che il Re Cristianissimo acetti la protezione di Fiammenghi e dia loro aiuto, come sarebbe stato agevole che avesse fatto, essendone massimamente da essi con grande instanza già a lungo tempo ricerco.</p>
<p>Ma, tornando alla Lega, s'aggiunge ancora alla sua potenza la promissione fatta al duca di Nivers dal papa, mentre è stato in Roma a questa cagione. La qual promissione contiene di voler aiutar la Lega e con danari e con genti per fin all'ultimo esterminio degli Ugonotti, sì come aveva promesso Gregorio, sotto di cui fu trattato questo negozio. Il che s'è inteso dopoi, e s'è compreso la cagione dell'andata del legato in Spagna, e anco quel che vuol significare l'orazion delle Quarant'ore, che l'ultimo dì del passato carnevale Gregorio mise, acciò che si pregasse Dio per un suo pensiero.</p>
<p>Appresso, è potente la Lega per avere il populo dalla parte sua, il quale ha sollevato con speranza di alleviarlo da gli aggravi e dalle imposizioni che ora sopporta, come si può veder manifestamente nella scrittura che fu fatta e publicata da essa Lega per giustificarsi di esser venuta all'arme. E di vero, se si vuol ben riguardare, si vedrà che le più potenti cagioni, che muovino l'animo del populo a tumulto sedizioso, sono due; cioè quella delli agravi e la carestia delle vittovaglie. Perciò che l'imposizioni spiaccino generalmente a' sudditi, parendo loro che il principe usurpi per sé tirannicamente quello che toglie loro; e il populo, che per lo più è constituito di gente povera e vive con le diurne fatighe, soffrendo mal volentieri il disagio del vivere.</p>
<p>La città di Brescia si richiamò alla Republica di Venegia per una nuova data, che volevano loro imporre con occasione della guerra passata del Turco l'anno 1570. Urbino si sollevò e prese l'arme contro il suo duca pur per cagione di agravii l'anno '72. Ma peraventura è soperchio arrecar essempi di tal cosa, perciò che ogni dì se ne veggano. E però a buona ragione li prìncipi savi, che ciò prudentemente conoscano, entrando in qualche nuovo dominio, levano, purché da guerra non siano impediti, o in tutto o per la gran parte le imposizioni del populo, e massime quelle che ultimamente da i loro predecessori erano state imposte, perciò che sanno di doverselo in questa guisa gratificare.</p>
<p>Ugo Ciapetto, primo re del regno di Francia della famiglia di Valois, persuase i Francesi a non eleggere in loro re Carlo duca di Lorena, a cui pareva che di ragione si spettasse tal regno, spezialmente con racordar loro che esso agravava il suo populo d'imposizioni.</p>
<p>L'odio, che di continuo ha portato il populo di Roma al signor Giacomo Buoncompagno, non è proceduto quasi da altro, che dall'opinione che egli aveva, che la carestia di questa città si cagionasse per opra sua, se ben forsi non era vero.</p>
<p>Napoli il presente anno ha patito un po' di sedizione non per altra cagione che per questo.</p>
<p>Ma lasciamo di adurre essempi di ciò che non è bisogno; e tornando là onde ci siamo traviati alquanto, concludiam che, per tutte le cagioni dette, li signori e prìncipi della Lega, oltre che sono di valore, sono eziandio potenti. E se così è, concorrendo le cose che si son dette per la parte del Re, non è da maravigliarsi se hanno mosso questa sedizione. Perciò che il valor è uno acuto stimulo negli animi eroici per eccitarli a non tollerare il dominio di principe vile e da poco, e il sentirsi potente non lascia soffrire il dispregio.</p>
<p>La seconda cosa, ch'ha mosso i prìncipi della Lega alla presente sedizione, si è stata la nemistà che è fra loro e quelli della nuova religione, la qual nemistà è senza fallo grandissima. E prima, se favelliamo del cardinal di Borbone, esso nelle guerre passate con questi perversi reformatori o innovatori di falsa religione, essendo il presente Re e gli altri fratelli ancora in età puerile, fu sempre con la Regina madre, e si mostrò agro difensore della fede cattolica e acerbo aversario de' tristi reformatori, perché deve essere da essi odiato.</p>
<p>Quei di Ghisa odiano e sono odiati da Ugonotti a morte, perciò che nelle guerre corse hanno sempre aùto l'arme in mano l'uno contro gli altri. E 'l duca di Ghisa vecchio, padre di questo, fu occiso da un colpo d'archibugio fattogli tirare dal Coligno, allora Ammiraglio di Francia, Ugonotto sceleratissimo; il qual Coligno fu poi anch'esso, nel tempo che si fecero le nozze della sorella del Cristianissimo con Navarra, ferito parimente d'archibugiata e occiso per ordine e commissione de' Ghisardi. Però si vuol credere che tra i figlioli del Coligno e i Ghisardi si serbi odio grandissimo. Il duca di Ghisa in particulare ha questa cagione di odiare gli Ugonotti, perciò che, guerreggiando contro di essi in servizio del Re, ricevette una archibugiata in una gamba e un'altra in faccia, di cui se gli vede non piccola cicatrice; e ha cagione speziale di odiare Navarra, perciò che è sempre stato odiato da lui o alla scoperta e copertamente, e si tiene che, sotto color d'amicizia, cercasse di farlo occidere. Il duca di Nivers parimente fu chiamato a duello dall'Amiraglio nel Consiglio del Re, e si sarebbero senza fallo abbattuti, s'esso Re l'avesse permesso loro.</p>
<p>Si può credere adunque che grandissimo odio si serbi così negli animi di questi prìncipi della Lega contro Ugonotti, come in quelli di essi Ugonotti contro la Lega. Perché arebbeno da temere ragionevolmente e Borbone e i Ghisardi e Nivers, se Navarra fosse coronato della corona di Francia, di non esser scacciati fuor del regno e privi de' loro Stati. E perciò si sono mossi con gran ragione a prender l'arme in mano, per constringere il Re a dover far quello per forza, che per debito dovea fare: cioè, a discacciare gli Ugonotti e dichiarare inabile il re di Navarra alla sucessione del regno di Francia; e massimamente al presente, che Pernone sollicitava il Cristianissimo ad eleggere detto Navarra per successore, per guidardone di che esso ne dovea aver la sorella per moglie.</p>
<p>È da credere che ciò succeda per l'interesse de' Stati, poiché si vede che i prìncipi assai volte se ne mostrano più gelosi che della religione. E perciò, qual è quel principe che non si movesse a far ogni opera acciò che un suo inimico non gli divenisse signore?</p>
<p>Noi veggiamo quanto si affatighino i cardinali, e spezialmente quei che hanno Stati, o interesse di Stati, o sotto la Chiesa, o vicino ad essa, perché non riesca papa uno che sia loro nemico. Per questo fu escluso più volte Carpi dal Cardinale di Ferrara, e Morone una volta da Este; e per questo è stato escluso Farnese dal re di Spagna e da Medici più di una volta, e altro da altri.</p>
<p>Ma passiamo a veder la terza cosa, che per la parte della Lega ha dato origine a cotal rivoluzione.</p>
<p>Questa adunque noi stimiamo essere stata le religione, la quale essendo poco pregiata, nel modo che doverebbe essere, dal Re, e d'altro canto essendo con sommo zelo, almeno in dimostranza, abbracciata da' collegati, serve loro per scudo a difendersi contro tutti gli punti d'odii e maledicenzie che potrebbero esser loro sospinti adosso, [di aver preso] l'arme, se non contro il Re o contro la Corona, almeno in vilipendio di esso Re; ed è un gagliardo pretesto a colorir tutti i loro interessi o di Stati o d'altro, massime vedendosi che essi non si son mossi se non vedendosi morto monsignor Alanzone. Perciò che, vivendo lui, non si aveva da temere che il regno potesse venir in mano di Navarra. È ancora un ottimo mezzo per muover la Santità del pontefice, il quale ha molta ragione di adoprar ogni sua potenza acciò il regno di Francia, potentissimo fra tutti li regni cristiani e vicino all'Italia e a Roma, non cada in mano degli Ugonotti, capitali aversari della santa fede romana cattolica e apostolica.</p>
<p>Queste dunque sono le cagioni, se non siamo in errore, per le quali s'ha da pensare che sia nata la presente sedizione: anzi, per le quali s'ha da stimare che ragionevolmente e quasi di necessità dovea nascere. E così poniamo fine al primo capo di questa nostra fatiga.</p>
<p>Ora discorriamo, brevemente il più che potiamo, intorno al secondo; il quale è, sì come abbiamo proposto, che fine si può credere che sia per aver cotal romore.</p>
<p>Adunque, se si potessero, come s'è detto altra volta, spiare i consigli secreti de' prencipi, senza fallo assai più agevole ci sarebbe, che egli non è, il far giudizio intorno all'avenimento della presente sedizione. Perciò che in questa guisa noi potremo veder le cagioni di molte cose, che ora o ci sembrano mal fatte e dannose per chi le fa, o ci fanno almeno restare dubiosi e sospesi nell'animo. Ma poiché a noi non è conceduto veder se non le cose di fuori, e queste anco di lontano, e per esse ci convien far coniettura de' pensieri e consiglio d'altrui e presagio di fine avenevole, doverà parere assai al prudente lettore, che il nostro discorso sopra di ciò non sia vano o del tutto senza ragione, se bene non serà peraventura né compìto né vero. Adunque, di necessità conviene che socceda una di tre cose: cioè o che il Re vinca e rimanga senza molestia; o che la Lega vinca e ottenga il fine de' suoi desiderii; o che si concordino tutt'e dui insieme e faccino pace.</p>
<p>Ora, che il Re sia per vincere, da un lato si dimostra assai verisimile. Prima, imperò che egli è signor naturale non meno de' capitani e de' seguaci e per la gran parte de' soldati della Lega, di quel che sia de' suoi propri: e a' sudditi par cosa ingiusta e repugnante a tutte le leggi il combattere contro il loro principe naturale, se veramente sono essi sudditi d'una religione co 'l prencipe. Il che dico per rispondere a tutte le opposizioni, che altro potrebbe muovere, dell'Ugonotti, che erano pur soggetti naturalmente del Cristianissimo e tuttavia combatterono, pochi anni è, contro di lui. E nel vero non deve parer novità che, essendo i sudditi d'altra religione che il prencipe, ardiscano di venir all'armi con esso lui, e anco, potendo, di ucciderlo. Perciò che stimano cosa giusta occidere il nemico di Dio, chi egli si sia; e reputano di non esser tenuti all'osservanza del giuramento di fedeltà con chi non è fedel verso di Dio, conciosia cosa che i prìncipi siano signori subalterni e ministri inanzi che non di Stati e de' regni per lo supremo re Dio. E perciò, qualora si ribellano, o sono creduti dal populo ribellanti da Dio, sono stimati non esser più suoi ministri. Per questo i populi de' Paesi Bassi hanno combattuto e combattono tuttavia ostinatamente contro i lor re, se bene sono stati sospinti a far ciò anco da altro, cioè dall'insoportabil giogo imposto loro dalli Spagnoli, la cui ingorda e insaziabile avarizia ha cagionato fin nell'Indie che quei populi cominciano a perder la fede, la quale di già con ardore di animo presero e abracciarono. Per questo quei di Ginevra discacciarono il luogotenente del duca di Savoia loro signore e da esso si ribellarono; e infiniti altri essempi ci sono, che non è bisogno di adurre.</p>
<p>Là onde io fo giudizio e credo certo di appormi, che, tentandosi da' cattolici e spezialmente dal papa l'impresa d'Inghilterra, buona parte di quel regno, che ancora ritiene la vera religione, si sollevarebbe contro la persona della reina; e già si sa per ogni uno, che quando Pio Quinto, di felice e santa memoria, publicò la bolla, nella quale scommunicava detta regina, vi fu alcuno de' sudditi, che ardì d'appicarla di mezzo giorno alle porte della chiesa principale di Londra, e vi furono parecchi altri che si risolsero di uccidere detta regina, e l'arebbero fatto al sicuro, se non fossero stati scoperti. Così tengo per fermo ancora, che, movendosi l'arme da' cristiani contra il tiranno de' Turchi, si sollevarebbero a sua ruina e perdizione tutti li populi della Grezia, ancorché gli siano sudditi: e forse, non che altri, i gianizzeri istessi, delli quali io mi son molte volte ammirato come quel tiranno si fidi, essendo essi pur batezzati e allevati cristianamente fin a una certa età, e fatti turchi, o per forza, o almeno senza loro consentimento; e di più, avendo i padri e le madri, i fratelli e le sorelle e dell'altri cugnati, che vivono cristianamente e son conosciuti da essi. Ma peraventura Dio vuole, che detto tiranno confidi la vita sua alla costoro guardia, acciò che, soccedendo che essi l'uccidano (come un giorno fermamente avverrà, dove o noi meritaremo esser liberati dalle molestie che egli ci dà del continuo, o Dio sarà sazio delle sceleragini sue), si conosca da' nemici di Cristo vero Dio e Signor nostro, come egli tien poco cura di essi in respetto a noi.</p>
<p>Ma, tornando a quel che è nostro proposito, dico che, parendo a' sudditi ingiusta cosa il combattere contro il loro prencipe naturale quando è d'una istessa fede con essi, par credibile che 'l populo sollevato al presente contro il Re Cristianissimo sia per pentirsi a lungo andare, ripensando al commesso errore, e per tornare alla misericordia di esso Re; massime avendo ragione di temer, caso che il Re vincesse, di non perdere i loro poderi e di essere publicati ribelli della corona. Anzi, avendo ciò da temere in caso eziandio che il Re e la Lega s'accordassero insieme, però che suole incontrare che, dove i gran prìncipi vengono in controversia di che sia e poi si accordano, si fa l'accordo senza far menzione dei seguaci, onde aviene, che ad essi tocca ben spesso portar la pena e per sé e per i prìncipi; oltre, lo spendere, in processo di tempo, viene a noia e incresce a quelli a cui non tocca la briga. Così li Veneziani, avendo tolto a difendere Pisa, poiché veddero l'opera andare in lungo, si rafredarono nello spendere e la lasciorno cadere in mane de' Fiorentini. Perché pare anco verisimile che i gentiluomini, che a loro spese sono iti a servir la Lega, li quali sono senza dubio molti, siano per stancarsi e per rimanersene. Appresso, si dimostra in prima vista credibile il Re dover vincere, perciò che il popolo sollevato contro di esso, venendo in cognizione o in sospetto, come forsi non è difficile che venga, che la Lega si sia mossa più tosto per voglia di dominare, che per zelo di religione o per pietà di esso populo aggravato soverchiamente, è agevole che si volti a favor del Re.</p>
<p>Di più, noi sappiamo che le leghe per ordinario soglino mantenersi poco alla lunga e che ben spesso fra collegati, per diverse cagioni, nascano differenze e deserzioni, e per consequenza dislegamenti, di che non ocorre produrre essempi, perciò che ce ne sono le migliara noti ad ogni uno. E se così è, par che sia stato con poco savio consiglio e con gran periculo della Lega il differire di menar a fine l'impresa per cui sono venuti all'arme, e non tentare la fortuna della battaglia; la quale, come da principio arebbe al sicuro recato loro la vittoria, conciosia cosa che il Re fosse disarmato e tutto turbato nel animo per così improviso e inaspettato moto, così al presente non saria del tutto sicura; e sarà molto meno quanto più si produrrà la bisogna in lungo, essendosi in questa dilazione il Re armato, e armandosi ogni dì più; e perciò par che il Re abbia vantaggio e sia per vincere, potendo differire il combattere a suo piacere, come al presente può aspettare che nasca qualche disordine e dispiacere fra' collegati. Né mi par di lasciar di dire, che egli mostra di facilitarsi la vittoria per la parte del Re ancora, imperò che può valersi delle genti radunate da Navarra, delli aiuti della regina d'Inghilterra e di prìncipi di Germania, li quali gli li prestaranno di voglia e gagliardi, perciò che si tratta eziandio de' loro interessi. E può il Re scusarsi di prenderli, con dire di esser constretto a farlo per non patire questo disonore da' suoi sudditi, e per aventura può valersi ancora del Turco, il quale, danneggiando con una armata marittima le riviere di Sicilia e di Napoli, divertirà il soccorso che il Re Cattolico presta alla Lega, e in questa guisa verrà grandemente a debilitarla. Così il re Francesco, primo di cotal nome, infestato da Carlo Quinto, chiamò Solimano in aiuto, il quale mandò a sua richiesta Barbarossa con una poderosa oste per mare fino in Italia.</p>
<p>Ma d'altro lato par che si debba far giudizio, che la Lega sia per vincere: e prima, perché l'essercito di essa è guidato da capitani di gran valore, là dove quello del Re è condotto da uomini nodriti nelle delizie e nell'ozio, e più tosto esercitati nelle battaglie di Venere che di Marte. Nacquero, si può dire, il duca di Ghisa e 'l duca di Umena con l'arme in dosso, così si avezzarono da fanciulli a portarle e hanno corsi tutti i gradi della milizia, indrizzati dalla prudenza del buon duca di Ghisa vecchio, lor padre. Al contrario, Pernone e Gioiosa non hanno quasi mai vist'arme, fuor che per giuoco, e hanno poca o nesciuna esperienza di guerra, se non forse di quelle guerre che si fanno a solo a solo in camera. E quanto rilievi nelli eserciti che li capitani siano di valore, lo testifica quel savio, il qual disse che più era da pregiare uno esercito di cervi con un leone capitano, che uno esercito di leoni con un capitano cervo; e ce l'hanno dimostrato per prova nel tempo de' nostri avoli e Mottino Svizzero presso a Novara, e Gaston di Fois presso a Ravenna, e 'l Gran Capitano a Napoli, e il buon re Francesco primo a San Donato, e alcun altro altrove: e se importi ancora che i capitani siano esperimentati, non credo che occorra dirlo o provarlo. Aggiungasi che, appresso che Pernone, principalissimo capitano e favorito sopra tutti del Re, avendo i giorni passati patito affronto in presenza del Cristianissimo e del duca di Lorena dalla Reina Madre, la quale gli disse in viso, per sua cagione essere avvenuto tanto disturbo a Sua Maestà, è venuto in diffidenza e s'è assentato dalla corte; dove, se bene anco tornasse, non sarebbe più da fidarsene, perciò che in tanto ha tenuto parlamento e trattato con gli Ugonotti; e Gioiosa, conoscendosi da alcun mese in qua non essere più in quella grazia che era apresso Sua Maestà, non servirà con quel zelo, che per altro tempo arìa fatto. Ma quando anco e Pernone e Gioiosa servissero il Re con affetto, ad ogni modo non saria altro che indizio di poco senno di esso Re, e cosa dannosa al suo esercito, l'avergli preposti agli altri e fatti capitani supremi per favore e non per valore. Così Lodovico il Moro con suo gran danno e vituperio s'avidde d'uno errore che fece simile a questo: il qual errore fu di preporre al marchese di Mantova e al conte Gaiazzo, uomini valorosissimi, Galeazzo da S. Severino, uomo favorito appo lui, ma di gran lunga inferiore a' predetti dua per virtù.</p>
<p>Appresso, è da porre in considerazione che le genti della Lega sono molto migliori che quelle del Re, perciò che la cavallaria e fantaria francese di essa Lega, essendo stata adunata adagio e in tempo che 'l Re era volto ad altri pensieri, è da credere che sia tutta gente scelta e di gran virtù: alle quai gente francesi s'aggiungano buon numero d'Italiani, li quali al presente sono stimati il nerbo principale degli eserciti, e inoltre diecemila Svizzeri da' cantoni cattolici, che, per relazione di chi gli ha veduti, sono dei più fioriti che uscissero un gran pezzo fa de' lor paesi; per lasciare i lanzichenec e altri, che non sono né pochi né tristi. All'incontro, il Re, avendo messo insieme il suo esercito con quella celerità che ha potuto, constringendolo a così fare il bisogno, è da stimare che siano per lo più genti collettizie e tumultuarie, e per consequenza di poco pregio; di maniera che, se bene fossero anco in assai maggior numero, affrontandosi con l'esercito della Lega, non vi farebbeno resistenza. E di ciò ne sia essempio quello che a Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, intervenne; il cui esercito, racolto di persone per la gran parte tumultuarie, incontrandosi ad Eboli con quello di Carlo Ottavo, molto inferiore di numero, si mise subito in fuga senza combattere. E se nell'esercito di Sua Maestà vi sono nove mila Svizzeri da' cantoni eretici, che sono per aventura il nervo di esso, conciosia cosa che non vi siano Italiani, non ne avendo voluto il Re assoldare, non sono tutta via quei da comparare con quei della Lega, perciò che si sa che i Svizzeri dei cantoni cattolici sono di troppo maggior virtù, che non sono quelli delli eretici; così, contendendo, non è gran tempo, fra essi, sei mila de' cattolici ruppero e misero in sconfitta sette mila delli eretici.</p>
<p>Né mi pare da pretermettere, che i Svizzeri andati al soldo del Re, movendosi la guerra con Ginevra, come fra poco si moverà, essendo perciò stato concluso acordo tra il papa e il Re Cattolico e l'Altezza di Savoia, converrà che si partino e che venghino in socorso di Ginevrini, imperò che sono la più gran parte di Berna, tra il qual cantone e Ginevra è spezial confederazione. La qual partenza debilitarà grandemente le forze regie e le renderà più facili ad essere vinte, e appresso costernerà di maniera il Re, che li rintuzzerà l'animo d'impedire, dove anco potesse farlo, l'impresa di Ginevra; la quale impresa giudico esser saviamente in questo tempo permossa, nel quale il Re Cristianissimo è infestato nel proprio regno, imperò che, tutto rivolto a difendersi, non potrà in guisa niuna aiutar altri; e se bene anch'egli s'accordasse con la Lega, gli restarà tuttavia che fare per un pezzo a discacciar gli Ugonotti. Ma di questa impresa di Ginevra noi abbiamo determinato ragionare alla lunga in particolare discorso.</p>
<p>Pare adunque per le ragioni ora dette, e per altre che si potrebbero adurre, la vittoria dover cader dalla parte della Lega. Né sono di gran rilievo contro queste le addotte per l'altra parte, perciò che il dir primieramente che il Re Cristianissimo sia prencipe naturale, e che perciò i popoli abbino da temere di combattere contro di lui, non è ragion di molto peso; conciosia cosa che i sudditi, li quali stimano il prencipe governare tirannicamente, come stimano i Francesi fare il presente Re per li molti aggravii imposti, tengono anco esser loro lecito opporseli e contrastarli.</p>
<p>E appresso, poco rileva il dire che i popoli abbino da temere di non esser privati de' loro poderi e publicati ribelli della Corona, in caso che il Re vincesse, o che si facesse acordo fra esso Re e la Lega, imperò che, si hanno da temer di ciò, hanno da sperare d'altro lato che, vincendo la Lega, sì come è più verisimile, o anco accordandosi, il che non è credibil che segua, abbino da essere accarezzati e sgravati. Né rileva punto più, che lo spendere soglia venir a noia a lungo a coloro cui non appartiene la briga, perciò che ad ogni uno, di quei ch'hanno preso l'arme in Francia contro del Re, par che la cosa sia propria e apartenga a sé, trattandosi di liberare il popolo dalle date e i cattolici dalla molestia de' Ugonotti. E che il commun popolo sia per avedersi, o per entrare in sospezione, che i Ghisardi e gli altri della Lega si siano mossi più tosto per desiderio di dominare che per zelo di religione o per carità verso il popolo, non è da creder, perciò che essi, in tutti i parlamenti seguiti, hanno sempre proposti avanti li altri capitoli quelli che concernono il discacciamento delli Ugonotti e il disgravamento del popolo.</p>
<p>Né si deve concludere che il Re debba vincere, perciò che la Lega abbi mostro poca prudenza nel differire fin ad ora il tentar la fortuna della battaglia, il che pare essere stato con grave lor disvantaggio, imperò che ad ogni modo è la Lega potente e per soldati e per capitani, e se ha differito, è da credere che l'abbi fatto con gran conseglio: il qual conseglio, se ci è lecito a penetrare e chiarir ad un tempo il mondo, è che essi non sono bramosi di sangue, né perciò si muovano, e che non desiderano affrontarsi col Re, pur ch'esso non li tiri per li capelli. Né si vuol temere che si rompi cotesta Lega, perciò che sono i collegati per la gran parte, come si mostrò nel principio, stretti di sangue, e son tutti offesi, e per poco tutti tendono ad un medesimo fine.</p>
<p>Quello che ultimamente si disse, cioè che il Re si può valere delli aiuti delli Ugonotti e delli altri prìncipi eretici, e ancor delli Turchi, è da stimar poco, imperò che, quanto alli aiuti delli Ugonotti, non sono di gran momento, e si vede che il Re fino ad ora, forse rimordendo nella conscienza, non inchina a valersene. Quanto a questi d'Inghilterra, io son d'animo che la Reina non si moverà così volentieri a mandar fuori dell'isola gran numero de soldati, perciò che, temendo un giorno di non aver la guerra in casa, come ha ragione di temere, essendo incitati tutti i prìncipi cattolici a far quella impresa dalla bolla che Pio Quinto publicò contro detta Reina, e regnando ora Sisto Quinto, che è de' medesimi pensieri e del medesimo zelo, vorrà star preparata e munita per ogni evento. Quanto all'aiuto de Germania, non è da farne tutta la stima del mondo, sì perché i Germani non convengano con Francesi né per natura né per opinione, né anco con li Ugonotti; sì eziandio perciò che riescano più a parole che a fatti: il che s'è potuto conoscere nel contrasto di Colonia fra il nuovo eletto e il Trucches. Quanto al Turco, non è bisogno farci fondamento niuno, imperò che egli ha tanto che fare per sé durante la guerra col Persiano, che non gli può venir voglia, né, venendoli, potrebbe farlo, di mettere una armata gagliarda nei nostri mari a richiesta d'altri.</p>
<p>Resta adunque chiaro che 'l Re di Francia, nella presente guerra o sedizione, è assai dissavantaggiato da' collegati, e che per consequenza è più facile che egli rimanga perdente che vincitore.</p>
<p>Con tutto ciò, noi ci induciamo più tosto a credere dover seguir pace o concordia, imperò che il Re, mosso dalle predette considerazioni, e molto più dalla viltà dell'animo suo, e appresso ancora da' conforti della Reina Madre, che di sua natura ha sempre inchinato alla pace, e ora ha più ragione di inchinarvi che mai, dipendendo dalla sola vita del Re il dominio suo in quel regno, proporrà alla Lega condizioni grandissime e precipitarà in ogni guisa l'accordo; il quale accordo non ha da spezzare la Lega, quando sia avantaggioso per essa e conforme al fine per cui si è mossa, perciò che altrimente darebbe male odore di sé: oltre che, commettendosi alla fortuna del combattere, s'avenisse, come può avvenire, che in battaglia reale fossero rotti, malagevolmente si potrebbero più riavere: perciò che in quel caso gli animi de' popoli, punti chi dalla conscienza e chi dal timore, si rivolgerebbero a favor del Re.</p>
<p>E tanto basti aver detto intorno al secondo capo della proposta materia, e poniam fine qui al nostro discorso. </p></div1></body></text></TEI.2>
