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      <title>Il Manso overo de l'Amicizia</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>104 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<front>
<div1 type="dedica" n="Dedica">
<p><add>Al molto illustre signor  Giovan Battista Manso</add>.</p>

	<p>Illustrissimo signor mio osservandissimo,</p>

	<p>Ne l'amicizia non si può far dono maggiore de l'amicizia istessa: però, non volendo riserbare a me stesso alcuna parte di me de la quale Vostra Signoria non possa disporre, ho voluto donarle e quasi consacrarle questo quasi <add>pegno e</add> imagine de l'amicizia espressa co 'l mio stile, qualunque egli sia, ma assai simile a quella nobilissima forma ch'<add>io</add> n'aveva conceputa ne l'animo. La prego dunque <add>che</add> non voglia disprezzar quel ch'io posso offerirle. E benché <add>il</add> dono fosse più utile al donatore ch'al ricevitore, Vostra Signoria nondimeno nel ricevere non dee dissimulare la sua liberalità e <add>la</add> cortesia con la qual non suol ricusar l'incommodità che portan seco l'amicizie de gli uomini amici de la <add>virtù</add>, ma nemici de la fortuna e da lei perseguitati <add>e oppressi</add>. Sarà dunque Vostra Signoria liberalissima e cortesissima nel prendere in grado quel ch'io le mando, io, se non liberale, almen non inutile nel donare; laonde vorei con questo dono giovare non solamente al signor Giovan Battista, ma a tutti que' prencipi e cavalieri co' quali potrà esser fatto commune. Rimetto nondimeno nel suo arbitrio o 'l ristringere il dono e l'amicizia fra pochi, come è parer di Aristotele, o 'l farne parte a molti, come fu opinione di Plutarco, accioché niuna cosa manchi a la sua virtù, a la felicità, benché molto potesse mancare a l'altrui promesse o a le mie medesime speranze.</p>
	<p><add>Di Vostra Signoria molto illustre</add></p>
<closer>
<add>servitore affezionatissimo</add>
<signed><add>TORQUATO TASSO.</add></signed>
</closer>

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<titlePart type="main"> IL MANSO OVERO DE L'AMICIZIA </titlePart>
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	<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>IL SIGNOR GIOVAN BATTISTA MANSO, </role></castItem> <castItem type="role"><role>FORESTIERO <add>NAPOLITANO</add>,</role></castItem> <castItem type="role"><role>B.</role></castItem></castList>

</front>
<body>
<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<stage>Il signor Giovan Battista Manso con la nobiltà del sangue, con la gloria de' suoi antecessori, con lo splendor de la fortuna ha congiunta per lunga consuetudine tanta cortesia e tanta affabilità ne la conversazione ch'a ciascuno è più agevole interrompere i suoi studî che a lui medesimo quelli de' suoi domestici e famigliari: e quantunque egli sia desideroso d'imparare e d'intendere sempre cose nuove, è nondimeno ne le belle e buone lettere ammaestrato e avezzo ne la lezione de gli ottimi libri, e di sì alto intendimento che ne' luoghi più oscuri e ne' passi più difficili de la filosofia o de l'istorie è simile a coloro i quali caminano per via conosciuta; laonde non hanno bisogno di guida, ma possano fare la scorta a gli altri. Più tosto adunque a guisa di signore che di peregrino, si spazia ne le scienze e s'avolge quasi nel cerchio de l'arti e de le discipline: e benché l'occupazioni de la corte siano impedimento a lo studio, tutta volta con l'acume de l'ingegno e con l'altezza de l'animo supplisce al difetto del tempo e de l'occasioni. Però, non dubitando io che le mie visite le fossero moleste soverchiamente, una tra l'altre volte il ritrovai con l'operette di Plutarco davanti e con uno intrinseco amico; e volendo io ritirarmi acciò ch'egli seguisse di leggere, egli mi disse:</stage>
	<stage>Non vi partite, ché le cose lette non si possono meglio ritenere a memoria che di lor ragionando: e a me il vostro ragionamento sarà quasi una nuova lettura.</stage>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E di che leggevate?</p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> De la differenza tra l'amico e l'adulatore, e come l'uno da l'altro sia conosciuto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Teme l'adulatore d'esser conosciuto, ma per opinione d'Aristotele l'amico desidera più d'esser conosciuto che di conoscere: però più mi giova d'aver cognizione del vostro merito che di scoprirvi la mia affezione; non mi doglio nondimeno che insieme con la sincerità de l'animo possiate conoscere l'ignoranza e l'altre mie imperfezioni. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> E chi non conosce il vostro merito e la fama? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La fama è bugiarda anzi che no: laonde coloro che sono conosciuti per fama mi paiono simili a quelle imagini che non son ritratte dal naturale, ma da un'altra pittura. Sin ora adunque non mi conosce chi per fama mi conosce: ma io direi di volere esser conosciuto per vostro amico, se non dubitassi di parere troppo superbo; ma s'io non aspirassi a la vostra amicizia come a segno troppo sublime, per aventura parrei lusinghiero o pusillanimo più tosto, benché tutti gli adulatori siano pusillanimi. Laonde da l'uno lato e da l'altro veggio il pericolo: e volendo tenere una via di mezzo, somiglierei coloro che in Sicilia navigano tra Scilla e Caribdi, senza avicinarsi più a la destra che a la manca parte. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Strano paragone è questo, e malagevole navigazione adducete per essempio de l'amicizia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'amicizia è quasi il porto, o sia quel de la filosofia o de la vostra grazia o altro simigliante: la corte è simile al mare, in cui fa uopo d'esperto nocchiero; i cortigiani simili a gli scogli coperti da l'onde, che sogliono occultamente sommergere l'altrui fortune; i venti contrari sono l'avversità di questo mondo; i mostri i vizî de gli infelici cortegiani, la cui virtù consiste ne lo schivargli; il vostro favor, quasi celeste e divina luce, può esser paragonato a l'Orse a <add>le</add> quali, come disse un vostro poeta,

<quote rend="block"><lg>
<l>Stanco nocchier di notte alza la testa.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Dolcissima cosa è per se medesima la propria lode; tutta volta non è senza sospetto di adulazione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non è segno d'adulazione il lodar le cose degne di loda, ma di nemistà o malignità il tacerle: però io non temo tanto il nome d'adulatore, lodandovi, quanto quello di malevolo e d'invidioso, tacendo de' vostri meriti e di quelli de' vostri nobilissimi progenitori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> De gli antichi nostri niuna nuova loda potrebbe parer soverchia; ma misurandosi con la misura de' miei propri meriti, tutte parrebbono smisurate. Non vogliate adunque oltramisura lodarmi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Le mie lodi adunque, quelle, dico, che da me sono date, saranno simili a le vostre virtù tutte moderate, anzi tutte misure e tutte mediocrità, com'è la vostra modestia; ma io credeva ch'al poeta e a l'oratore si convenisse il lodare oltremodo. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> I poeti e gli oratori non sono amici, ma adulatori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il falso adunque leggiamo de l'amicizia d'Ennio con Scipione e d'Orazio con Mecenate e di tante altre, di cui non è necessario il far menzione. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Se non furono falsi amici, non scrissero il falso. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tanta differenza è adunque tra lo scrivere e 'l parlare che, parlando, sia lecito dire per l'amico una menzogna che di verità abbia sembianza, ma, scrivendo, non sia egualmente convenevole. Io avrei più tosto creduto che fosse minor male spargere una fama onorata de gli amici che ingannare i giudici nel giudicio, come fecero molti oratori; ma se in qualche modo si conviene il dir le bugie, è lecito a l'amico. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> A l'adulatore più tosto, il quale, essendo nemico de la verità (come dice Plutarco), è nemico di tutti gli iddii: percioché la verità è divina cosa, da la quale, quasi da fonte, derivano tutti i beni; e quantunque l'adulatore fosse (come dicevano gli antichi filosofi) nemico d'ogni deità, repugnava particolarmente a quella di Apolline: percioché Apolline ci conforta a conoscere noi stessi, ma l'adulatore ci priva di questa cognizione e quasi ci inserisce ne l'animo una falsa opinione, per la quale, ingannando noi medesimi, non conosciamo né i nostri beni né i nostri mali, ma i beni quasi tronchiamo e facciamo tronchi e imperfetti, i mali divengono incorregibili e senza emenda. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La menzogna de l'adulatore adunque è contraria a quella del poeta, perché l'una è cagione d'ignoranza, l'altra di scienza più tosto: però che ne l'imitazione è una falsità che insegna a conoscere la natura de le cose imitate. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> L'imitazione è simile a lo specchio: il poeta similmente mostra l'imagini de le cose. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto è vero; ma lo specchio rappresenta l'imagini de le cose esteriori, il poeta mostra a l'amico quelle de le interiori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Se il poeta è imitatore, è per aventura simile a l'alchimista, come per giudicio di Plutarco è l'adulatore: perché gli alchimisti non fanno le cose d'oro, ma imitano solamente lo splendore de l'oro; così l'adulatore imita solamente la piacevolezza de l'amico, non facendo mai resistenza né contendendo in alcuna cosa, ma tacendo la verità o dicendo la bugia per compiacere. E dice il medesimo Plutarco che, sì come la pittura è una tacita poesia, così tacendo alcuna volta suole lodare l'adulatore, <add>ch'</add>è quasi un tragico istrione de l'amicizia: perché, sì come è un'estrema ingiustizia l'esser riputato giusto, così l'adulazione nascosta nel silenzio è oltre ad ogni altra pericolosissima. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Adunque, tacendo e parlando, è pestifero l'adulatore; il poeta a l'incontro dovrebbe esser giovevole ancora con la bugia: e s'alcune bugie sono officiose, cioè che possano giovare, tali estimo che siano le bugie de' poeti, avenga che, lodando l'azioni che meritano loda, accrescano la virtù del lodato, se è vero quel che si dice: <quote rend="block"><foreign lang="lat">virtus laudata crescit.</foreign></quote> Ma ne gli onori non meritati le laudi sono quasi consigli e avertimenti del meritarle e fanno vergognare de la propria imperfezione colui che non se ne conosce degno, perché da' medesimi luoghi e quasi da' medesimi fonti sogliono derivar le lodi e l'ammonizioni; ma il consigliare e l'ammonire si conviene a persona più grave, come è quella di filosofo e di maestro; il lodare è più conveniente a quella virtù de l'amicizia la qual consiste ne la conversazione. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Questa è un'altra virtù, diversa da quella che noi propriamente chiamiamo amicizia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È come voi dite; nondimeno Aristotele quella del conversare chiama virtù senza fallo, l'altra lascia in dubbio s'ella sia virtù, ma vuol nondimeno ch'ella non sia senza virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> O sia virtù o congiunta con la virtù, è diversissima da l'adulazione ne l'operazioni, quantunque ne la similitudine possa esser somigliante. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Distinguiamo adunque fra l'una e l'altra, o distinguete più tosto: perché distinguendo farete due ottime cose in un tempo, l'una di schifar l'inganno, l'altra di ridurvi in memoria le cose dette, o di ridurmi più tosto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> La distinzione (come piace a Plutarco) è dal fine e da l'uso, però che 'l fine de l'amico è il giovare, de l'adulatore il compiacere. Diletta nondimeno ancora l'amico; ma sì come ne' profumi e in alcuni unguenti sentiamo l'odore, ma quello apperecchiato per compiacere al senso solamente, questo purga e riscalda e copre la ferita di carne e oltre a ciò è odorifero molto, così la vicendevole benevolenza de gli amici ne le cose oneste suol dilettare, e ne' giuochi e ne gli scherzi e ne la beffa è quasi condimento de le cose oneste e de le gravi; ma l'adulatore ha questo sol fine e a questo solo è intento, al ritrovar, dico, qualche giuoco o qualche ragionamento o qualche artificio da piacere. E per restringere in poche parole questa materia, non è cosa che l'adulatore non estimi conveniente, sol che diletti; ma l'amico, facendo sempre quel che conviene, spesso è piacevole, spesso è molesto, né soverchiamente studia di piacere, né troppo schifa la molestia, sì veramente ch'egli apporti giovamento e utilità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Da Massimo Tirio più brevemente s'ha questa conclusione, che l'amico sia distinto da l'adulatore non dal piacere o da la noia, né dal danno o da l'utile, ma dal vizio e da la virtù: avete udito l'opinione de l'uno e de l'altro. Ma Plutarco con molte altre differenze separa l'uno da l'altro, distinguendolo da la causa e dal principio, perché la similitudine de' costumi è principio d'amicizia, e la necessità de l'adulazione, o altra cosa che faccia gli uomini diseguali. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ha ciascuno oltre a ciò la sua proprietà e quasi l'officio per opinione di Plutarco, il quale non ci volle solamente insegnare la differenza che è fra loro, ma la proprietà de l'uno e de l'altro. È proprio de l'amico la libertà del parlare, de l'adulatore il parlare a voglia altrui per acquistarsi grazia e benevolenza. Ma essendo l'adulatore astutissimo, cerca d'imitarla a guisa di cuoco, il qual condisce le vivande con diversi sapori e, acciò che la soverchia dolcezza non venga a noia, la tempera con l'agro e con l'acetoso. Ma ci è insegnato ancora il modo di conoscere questo inganno; perciò che l'adulatore non è costante ne l'imitazione, ma mutabile in ciascuna forma e vario e sempre diverso da se stesso: co' cacciatori è cacciatore e giuocatore co' giuocatori, e musico fra' musici, lieto con lieti, mesto co' mesti, e in somma simile al camaleonte, il qual piglia tutti i colori de le cose che gli sono vicine; o più tosto, come <add>le</add> linee de' matematici e le superficie non si piegano né si distendano né si movono da se stesse, ma si piegano, si distendano e si movono di luogo co' corpi de' quali sono estremità, così l'adulatore sempre consente con gli altri, e dice il parere e discorre e intende a modo altrui e suole ancora a voglia de gli altri adirarsi. Sono differenti oltre a ciò l'amico e l'adulatore, che l'amico tralascia ne' negozî alcune cose minute e non mostra soverchia diligenza o curiosità, l'adulatore ne le cose sì fatte è assiduo e infaticabile, e non concede ad alcuno altro luogo o tempo di servire. L'amico concede l'utilità a l'amico, ma l'onestà riserba a se stesso; l'adulatore concede di leggieri la vittoria de le cose oneste e in ciascuna operazione si contenta de le seconde parti, se non ne' vizî, ma in quelli vuole il principato; alcun dice d'amare, egli afferma d'impazzire; s'altri si mostra irato, vuole parer furioso. Ma in niuna cosa meglio si conosce che ne gli offici e nel modo di servire, percioché gli offici fatti da l'amico non sono esposti a gli occhi di ciascuno a guisa di merce, né ricercano il plauso del vulgo né la vanagloria o l'ambizione, ma il più de le volte sono occulti come il dono di Arcesilao fatto ad Appelle infermo, il quale, ritrovando sotto il cuscino le dieci dracme lasciateli da l'amico, quasi volesse accomodare il capezzale, disse sorridendo a la fante che l'aveva ritrovate: "Questo è un de' furti d'Arcesilao". Non altrimenti per mio aviso gli ottimi medici sogliano sanar gli infermi, quantunque gli infermi non sappian di risanare, o più tosto in questa maniera stessa Iddio fa beneficio a gli uomini, che non si avveggiono di riceverlo. Ma a l'incontro l'officio de l'adulatore non ha parte alcuna di giusto, di vero o di semplice o di liberale, ma si appaga del grido e del corso e de l'apparenza e de l'opinione, come di cosa fatta con molta fatica e con molto studio: oltre a ciò l'adulatore non solo rimprovera il fatto beneficio, ma nel farlo è uso di gloriarsene; l'amico, se così fosse necessario, de la cosa medesima parlerebbe modestamente, di sé stesso nulla direbbe. Ma non si conosce principalmente l'amico da l'adulatore perché questo sia avezzo di servire malvolentieri e di promettere agevolmente, ma più tosto perché l'amico serve ne le cose oneste, l'adulatore ne le brutte, l'uno per far giovamento, l'altro per acquistar grazia. E fra l'altre differenze aggiungerò questa, che l'amico è partecipe più tosto de l'infelicità e de l'infortuni che de l'ingiustizia, l'adulatore a l'incontro fugge con la mala e ritorna con la buona fortuna, ma, fuggendo e ritornando, è sempre congiunto co 'l vizio. Ma l'amico ne' pericoli ci sovviene, ne le fatiche e ne le spese e ne le cose malagevoli, e solamente in quelle che sono congiunte con qualche vergogna ricusa d'adoperarsi; l'adulatore tutto al contrario si scusa ne le fatiche e ne l'operazioni che hanno difficultà e malagevolezza, non si trova con l'amico a difender la causa, non a consigliare; non l'accompagna ne le contese o ne le battaglie, ma a' conviti, a le commedie, a le feste, a' giuochi corre non chiamato, fidele ministro e messaggiero d'amore e diligentissimo investigatore de' più fini e preziosi vini e de le più delicate vivande, e de la feminile onestà nemico e insidiatore. Necessario ancora è l'amico, inutile l'adulatore: laonde è simigliante a la simia, la quale sa imitar solamente, ma non può guardare la casa come il cane, non portare la soma come il cavallo, non arare la terra come il bue; però sostiene l'ingiurie e disprezzi, e non si reca ad onta d'esser beffato e schernito e di farsi quasi gioco e trastullo de gli adulati. Ecco alcune de le molte cose dette da Plutarco per insegnarci a conoscere l'uno da l'altro per le similitudini e per le dissimilitudini, per le proprietà e per le differenze di ciascuno. Proprietà è de l'amico il parlar liberamente, de l'adulatore il favellare in grado; ma ne l'operazioni è proprio de l'amico l'essere officioso, de l'adulatore il ricusare i pericoli e le fatiche. Sono differenti nel principio, perché l'amicizia nasce da similitudine, l'adulazione da dissimiglianza; ne l'elezione, perché l'amico elegge di esser partecipe de la sciagura e de la colpa, l'adulatore fugge la mala ventura, ma del vizio non è nemico; dal fine, perché l'uno ha per fine il giovare, l'altro il piacere; da l'uso, perché l'amico è necessario, l'altro inutile; dal modo, perché l'amico, pur che non manchi ne le più vili cose, ne le grandi non ha difetto, ma l'adulatore in queste è difettoso, in quelle soperchio; da gli effetti ancora, avenga che giovi l'amico ne l'operazioni, noccia l'adulatore; e in somma da lo studio e da la contesa, perché l'adulatore cede la vittoria de le cose oneste, ma in questa sola non si contenta l'amicizia d'esser superata. Quinci avenne che risonarono di grida e d'applauso gli antichi teatri nel contrasto di Pilade e d'Oreste, quando ciascuno voleva morir per l'amico e vincer di magnanimità, e i nuovi parimente con le medesime voci si maravigliarono, s'io n'intesi il vero, per l'emulazione di Ruggiero e di leone e di quella lor magnanima contesa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Di molte cose mi maraviglio e di molte son dubbio; e prima noi abbiamo conchiuso che l'amicizia ami la verità e aborrisca la falsità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se ciò è vero, più laudevole sarà ne l'amicizia la verità detta d'Oreste, d'esser Oreste, che la bugia detta da Pilade, d'essere Oreste, per morire in vece de l'amico. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> L'una e l'altra è parimente laudevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Adunque l'amicizia non ama più il vero del falso, ma l'uno e l'altro egualmente, anzi più tosto concede la somma laude a la falsità, perché la verità detta da Oreste non meritava gran fatto d'esser lodata, non potendo egli consentire a la morte e a la bugia de l'amico senza colpa; ma la menzogna di Pilade è quella che mosse la maraviglia e fece risonare i teatri con applauso de la sua incredibile costanza. E se quello è vero che si conchiude per questo argomento, in niuna occasione la verità confermò tanto l'amicizia quanto in questa la menzogna detta non a l'amico ma per l'amico: ecco un de' miei dubi ne' quali io sono avviluppato; e 'l signor Giovan Battista, che può, non si sdegnerà di scioglier questo nodo. L'altro mio dubbio è ne la proprietà che voi con le parole di Plutarco attribuite a l'amicizia, perch'io avrei detto che l'amicizia non avesse cosa alcuna di proprio, ma tutte fossero comuni. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Tutte sono communi le cose utili, ma ne l'oneste ha l'amico qualche proprietà. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> In questa guisa l'amicizia non sarà avara cosa, ma ambiziosa molto, poiché riserba per sé la vittoria de le cose oneste, da le quali nasce l'onore. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Diciamo adunque che fra gli amici ogni cosa è commune, ma alcune nondimeno sono proprie di tutti gli amici e non communi a gli adulatori, come è la libertà del parlare, la qual Plutarco assomiglia a l'asta d'Achille: perché, sì come Patroclo, vestendosi l'arme del compagno, condusse i cavalli in battaglia e solamente la lancia non fu ardito di toccare, così conviene che l'adulatore, mentre va quasi ombreggiando il culto e gli ornamenti de l'amico e imita l'insegne e l'imprese, lascia solo la libertà del parlare come peso troppo grave. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Da un dubbio nascono molti: né so la cagione perché Patroclo sia assimigliato a l'adulatore, se forse non ci vuol significare che, se fu amante, fu adulatore, percioché tutti gli amanti sono in qualche modo lusinghieri; ma se fu amico, non doveva lasciar la lancia, cioè la libertà del parlare, la quale si conviene a' maggiori d'età. Ma Patroclo (come leggiamo in Omero e in Platone) era men giovane d'Achille: poteva adunque ammonirlo, e doveva farlo; ma forse ebbe riguardo a la disugualità del valore e de la fortuna. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> A questa senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma l'amicizia dovrebbe esser fra gli eguali e fra disuguali, come dice Aristotele, il quale, oltre quella amicizia che è propriamente detta amicizia, ragiona d'un'altra ch'egli ne' libri a Nicomaco chiama in supereccelenzia, la quale è fra' superiori e gli inferiori di virtù o di fortuna; ma gli amici diseguali, essendo ne la disegualità simili a gli adulatori, deono esser somiglianti nel rispetto del ragionare e conceder tutte le cose a' maggiori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma questa maggioranza in qual cosa principalmente deve essere considerata? ne la fortuna, ne l'età o ne la virtù? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ne la virtù più tosto e nel valore. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Adunque fu lecito ad Achille, che era valoroso cavaliere, ragionare con tanta libertà contra Agamennone, più vecchio di lui e di maggiore autorità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non parve a molti conveniente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Forse fu lecito a Calistene, com'a vecchio e a filosofo, il ripigliare Alessandro così acerbamente e con sì rigido parlare. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Né Calistene meritò lode de l'acerba riprensione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> In qual maggioranza adunque d'amicizia è lecita la libertà del parlare, se non conviene in quella de la virtù o de la età? in quella de la fortuna? Adunque gli amici maggiori non sono i più nobili, i più valorosi, ma i più ricchi, come piacque a monsignor de la Casa, che de' beni de la fortuna fu oltremodo abbondevole. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Io direi ch'ivi si convenga maggior libertà del parlare, ove sia maggior dignità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto potrebbe esser vero, se la dignità fosse congiunta con la potenza; ma, essendo disgiunta, a' più degni sarebbe molto pericoloso il parlare rigidamente. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque, se la dignità sola ritiene la libertà, la ritiene con pericolo; ma se la riserva congiunta con la potenza, la maggioranza è pur de la fortuna: laonde, per non concedere a la fortuna alcuna superiorità, non permetterei che fosse alcuna superiorità ne l'amicizia, ma direi che la vera amicizia fosse tra gli eguali solamente, seguendo in ciò il giudicio de' Pitagorici, i quali (come referisce Alessandro Afrodiseo, comentatore d'Aristotele sopra i libri scritti da lui de la <emph>Filosofia divina</emph>) definirono l'amicizia parimente pari: quasi non bastasse quello ch'è eguale inegualmente, ma a la vera amicizia si richiedesse la vera equalità. E agevolmente credo che dal signor Giovan Battista mi sarà conceduto che si ritrovi la vera equalità, quantunque quel che ella sia o quale, per sentenza di Platone nel dialogo decimo de le <emph>Leggi </emph>è occulto ad ogni altro giudicio, se non a quello de gli iddii. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> E come si può negare quel che approva Platone? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma concedendosi che si trovi una vera equalità, per nascosta ch'ella sia, è necessario ancora che ci sia una falsa equalità, ne la quale di leggieri ci avegnamo, e quasi altra equalità non conosciamo: laonde non possiamo conoscere agevolmente ch'ella sia falsa. Dico che è necessario ch'ella ci sia, perché non può esser l'un contrario che non sia l'altro; ma la vera e la falsa equalità sono a mio parere contrarie, se forse a la vera equalità non vogliamo più tosto dar per contrario la falsa inegualità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Come vi pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma per aventura la falsa inegualità e la egualità vera potrebbono esser l'istesso o in istesso subietto; ma la falsa egualità e la vera egualità non possono in alcun modo essere insieme. Ma ricercando la vera egualità, non so s'andremo cercando quello che è eguale per sé, il qual si ricerca nel <emph>Menone</emph> di Platone: ma o sia l'istesso l'equale per sé a quello che è veramente eguale, o pur diverso, bastici ora di trovar quello che è veramente eguale. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non fia mica picciolo acquisto il ritrovarlo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma dove l'andrem noi cercando? ne le republiche popolari, dove coloro che sono eguali ne la libertà vogliono essere eguali in ciascuna altra cosa e tutte le governano con la proporzione aritmetica? Diremo dunque che eguali fossero Iperbolo e Aristide, e che fra loro fosse vera egualità perché erano pari ne la libertà. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ciò a niun modo può tolerarsi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque la vera egualità non sarà ne le republiche, dove ciascuno si stima degno de' medesimi onori; né i buoni e i rei, come dice Isocrate, deono esser egualmente onorati. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non per opinione de' più savi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E non vi essendo la vera egualità, non vi fia per aventura la vera amicizia: la cercherem adunque più tosto ne le republiche de gli ottimati, ne le quali gli onori e i premi sono compartiti con proporzione geometrica. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così mi pare più convenevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se ciò è vero, la vera egualità fie quella che premia inegualmente: perciò che, sì come insegna Aristotele nel quinto de le sue <emph>Morali</emph>, deono pigliarsi quattro termini, cioè due cose e due persone. Sia Achille di degnità e merito quasi dodici, Patroclo come sei; siano due cose, l'una di prezzo d'otto, l'altra di quattro. Sì come Achille, il quale è di dodici, si considera in rispetto di Patroclo, ch'è il sei, così la cosa ch'è otto, data per mercede ad Achille nel compartimento de le prede, ha 'l medesimo riguardo a quella di quattro che si diede a Patroclo. Dunque l'egualità consiste ne' premi dati a gli ineguali disegualmente. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così pare convenevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Questa è dunque vera egualità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Vera. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E fra costoro potrà esser vera amicizia. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Tale fu l'opinione di quei tempi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque al contrario abbiamo conchiuso di quel che prima credevamo, cioè che la vera egualità sia disegualmente eguale: e questa è quella egualità, se non m'inganno, la quale è nel cielo, dove non tutti participano egualmente de la gloria, benché fra l'anime beate sia somma amicizia e somma concordia. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Assai è certa questa dimostrazione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> S'ingannaro adunque i Pitagorici, e io con essi, stimando che la vera amicizia sia quella ch'è parimente pari: perch'ella non è ne le republiche de gli ottimati, né pur nel cielo. S'ingannarono ancora dicendo che la giustizia è quella ch'è parimente pari, come referisce Aristotele ne' libri ad Eudemo: perché la giustizia e l'amicizia sarebbe il medesimo, e oltre di ciò la vera giustizia non si troverebbe ne la proporzione geometrica ma ne l'aritmetica, non fra gli dii o fra gli ottimi principi ma ne le republiche popolari: il che è falso. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così mi pare senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma forse non è inconveniente che la giustizia e l'amicizia sia l'istessa cosa o molto congiunta, come parve ad Aristotele; e quando i Pitagorici definirono che l'amicizia fosse quella che parimente è pari, vollero ch'ella fosse fra due persone eguali non solamente di libertà, ma d'età, di merito, di valore e di degnità, a' quali tutti gli onori e tutti i premi egualmente eguali si dovessero concedere. Ma tali per aventura non furono Teseo o Piritoo, né Achille o Patroclo, né Pilade e Oreste, né Lelio e Scipione: laonde è più tosto l'idea de l'amicizia, da la quale potevano per aventura prendere essempio Torquato e Valerio Corvino, o Cesare e Pompeo, se fossero stati contenti d'essere amici, o Bruto e Cassio, se giusta fosse stata la loro azione: e io in questa idea riguardai, quando descrissi l'amicizia del re di Gotia e di quel di Svecia; ma l'amor non consentì ch'io potessi descriverla perfetta. Molto adunque sono dubbioso se la vera amicizia, la quale dee consistere ne la vera equalità, sia quella che egualmente è eguale o pur l'altra <add>ch'</add>è pari imparimente; percioché è malagevol molto l'affermare che fra Lelio e Scipione e fra gli altri già detti non fosse vera amicizia, quantunque fosse in eccelenzia, non essendo egualmente eguale e non potendo la virtù di Lelio agguagliarsi co 'l valor di Scipione, né quella di Patroclo con la fortezza d'Achille, e così ne gli altri. Da l'altro lato non devrebbe parerci maraviglia se l'amicizie, per così dire, de gli uomini non siano così perfette com'è quella considerata da' Pitagorici quasi in idea: dico quasi in idea perch'altro sono i numeri, altro l'idee; tutta volta non vi mancarono di quelli che dissero che erano il medesimo. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Questa mi pare assai sottile ragione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Forse con maggiore applauso si potrebbe affermare che l'amore non è men possente de la morte: laonde, se la morte agguaglia tutte le nostre diseguaglianze, come dice il Petrarca, può l'amor parimente far pari le cose dispari, e, come disse Aristotele, quando si ama come si conviene a la degnità di ciascuno, si fa alcuna egualità. Laonde, se la sapienza di Lelio era eguale a la magnanimità di Scipione, o la prudenza di Ulisse a la fortezza di Diomede, bastava la benevolenza e la concordia a far l'equalità. Potremo adunque riporre la vera amicizia più tosto fra gli eguali che fra gli ineguali, e diremo con Aristotele ch'avenga il contrario ne la giustizia e ne l'amicizia: perché ne la giustizia primieramente si ricerca quella egualità la qual è per degnità e per convenienza, ne l'amicizia prima quello ch'è eguale per quantità, l'altro dopo. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così estimo convenevole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma qual vorremo che sia il suo genere? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> L'equalità per le ragioni che sin ora sono addutte. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il pari più tosto, ch'è uno de' dieci ordini de' Pitagorici o de le dieci opposizioni ordinate a l'incontro, che sono quasi sommi generi de le cose; ma ponendo l'amicizia sotto il pari, convenevolmente la nimicizia e la discordia sarà riposta sotto l'impari. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così pare assai conveniente, perché assai volte la disegualità è cagione di nemistà, come suole avvenire ne le republiche e ne' regni, ne' quali gli onori e i premi disugualmente dispensati sogliono generare discordia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ne l'istesso modo potremo dire che l'amicizia debba riporsi sotto il genere de la similitudine e la nimicizia sotto quello de la dissimilitudine, perché la somiglianza de' costumi è cagione di benevolenza, la dissimilitudine d'odio. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ne l'istesso modo senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tutta volta Aristotele ne' suoi libri <emph>Morali</emph>, adducendo l'opinione de gli antichi filosofi, disse che alcuni volsero che l'amicizia fosse una similitudine, come Empedocle, altri più tosto una dissimilitudine e una contrarietà, come Eraclito, il qual disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>Quando è secca, la terra ama la pioggia; </l>
<l>Ma quando più di pioggia è gonfio il cielo, </l>
<l>A la terra desia cader nel grembo. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma queste ragioni sono naturali più tosto che morali: laonde ci atterremo a la primiera opinione, perché veramente la similitudine è amata per sé, ma per accidente la contrarietà. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Sotto la similitudine dunque e sotto l'egualità sarà l'amicizia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Per aventura non può esser sotto l'uno e sotto l'altro genere; ma sotto qual più convenevolmente si riponga, si potrà in questa guisa considerare. I Pitagorici non supponevano altra natura al numero: laonde, quando elli dissero che l'amicizia fosse quello che parimente è pari, volsero che fosse numero senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Numero, e non altro. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma il numero o è sostanza, come essi credevano, o quantità, come i Peripatetici e gli altri hanno voluto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Questa opinione più mi piace. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Adunque, essendo l'amicizia numero, o sarà sostanza o quantità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Per fermo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma ne l'altro modo nascono grandissime sconvenevolezze: perché la sostanza è quella che non è in altro soggetto, ma l'amicizia è ne l'amico come in suo soggetto; oltre a ciò la sostanza non riceve né più né meno: ma de l'amicizia diciamo ch'ella sia più o meno, o maggiore o minore amicizia. Ultimamente a la sostanza niuna cosa è contraria, ma a l'amicizia è contraria la nemicizia; però Empedocle, che fu uno de gli altri filosofi che posero i princìpi de le cose contrarî, oltre i quattro elementi che sono princìpi materiali aggiunse l'amicizia e la discordia: non è dunque l'amicizia sostanza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non è possibile ch'ella sia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or consideriamo s'ella sia quantità. S'ella è quantità, è quantità non continova, ma discreta, o disgiunta che vogliam dirla. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> È necessario. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sarà dunque non solamente l'interrotta e redintegrata, ma la continua amicizia quantità discreta e disgiunta: e ciò non pare convenevole, perché a l'amicizia si conviene d'unire e di congiungere tutte le cose; laonde più convenevolmente si può riporre sotto il genere de la relazione o de la qualità, come la ripose Aristotele, chiamandola mutua benevolenza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> È miglior opinione senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma la relazione, come dice Aristotele, è un non so che nato dapoi a guisa di germoglio: laonde nasce sovra la qualità, quasi sovra suo fondamento. Porremo adunque l'amicizia sotto la qualità ne la quale è l'amore, e diremo ch'ella sia amore, come disse Empedocle, il quale confuse assai volte questi nomi d'amore e d'amicizia; ma chiamandola amore, la chiameremo con un nome più sommo che non è quello de la benevolenza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non disdegnerà questo nome l'amicizia, il quale è più divino di quello de la carità stessa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma l'amore o è amore di concupiscenza o di benevolenza: e lasciando da parte quel primo amore di cupidigia, porremo l'amicizia sotto quest'altro di benevolenza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così più conviene. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Diremo adunque che l'amicizia è benevolenza: ma la benevolenza alcuna volta è vicendevole, altra non è. E qual diremo che sia l'amicizia? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> La vicendevole senza dubbio: perché l'amore può esser senza corrispondenza, ma l'amicizia non può trovarsi se non da l'uno e da l'altro lato. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È dunque l'amicizia benevolenza reciproca; ma de le benevolenze sì fatte alcune possono essere occulte e fra persone non conosciute se non per fama, altre sono manifeste: e fra queste vuole Aristotele che sia l'amicizia, che per suo parere è benevolenza mutua e non occulta; e noi a niuna altra opinione più volentieri debbiamo appigliarci. Ma non seguiremo l'opinione di coloro i quali essistimavano ch'una solamente fosse l'amicizia, percioché il più e 'l meno, come lor pare, non fanno diversità di specie, avenga che ne le cose ancora differenti di specie sia il più e 'l meno: il che per aventura sarà manifesto se fia conosciuto quel che s'ama, o l'amabile che vogliamo dirlo, il quale suole essere o buono o piacevole o utile; e quello si stimerà utile co 'l quale si acquisterà qualche bene o qualche piacere. Laonde aviene ch'el piacevole e l'onesto s'amino come fine, l'utile più tosto per mezzo di qualche fine: e pare che ciascuno ami non tanto quel che è bene semplicemente, quanto quel che stima bene a se stesso; laonde i beni apparenti sono il più de le volte i più desiderati, quasi non sia gran differenza tra l'amare quel ch'è bene per sé e quel che solamente consiste ne l'apparenza. Essendo adunque tre cose per le quali gli uomini si muovono ad amare, non si chiama amicizia quella de le cose inamorate, perché l'amore non è vicendevole, ma ne l'amicizia conviene che la benevolenza sia reciproca. Tante adunque sono le specie de l'amicizie quante de gli amori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> De gli amori introducon i vostri poeti un numero quasi infinito, ne' quali, se ben mi sovviene, il vostro Tibullo avenendosi di notte tempo, non uscì senza molto pericolo de le loro mani. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tre nondimeno sono le specie principali, eguali di numero a le cose amate: perché altri amano l'onesto, altri il piacere, altri vanno dietro a l'utilità, ma coloro che sono amati per utile o per piacere non sono amati per sé ma per accidente: laonde queste amicizie di leggieri si dissolvono, perché le medesime cose non sono sempre utili né sempre piacevoli egualmente; però, cessando l'utilità o 'l piacere, cessa l'amicizia. L'una nondimeno, quella, dico, che si restringe per cupidità d'avere, è propria de' vecchi, perché quell'età non suole seguire il piacere ma l'utilità. Fra queste amicizie Aristotele ne' libri a Nicomaco pone quella de gli ospiti e de gli albergatori; ma ne gli altri ad Eudemo vuol che sia oltre ad ogni altra principalissima. Ma l'amicizia de' gioveni si congiunge per il piacere: però che quell'età è tutta inchinata al diletto; però tosto si fanno l'amicizie fra gioveni e tosto finiscono, e sono simiglianti a gli amori. Ma l'amicizia di coloro che sono simili per virtù è perfetta amicizia: percioché l'amicizia sì fatta è per sé, non per accidente, avegna che l'uno vuol bene a l'altro non per altra cagione se non perché è buono; ma sono buoni per se stessi, perché la virtù è una perfezione che fa gli uomini buoni e buone le loro operazioni. Laonde e grandissima amicizia, perciò che quello che è per sé buono è maggior di quel che è buono per accidente. Essendo adunque per se stessa questa amicizia e l'altre per accidente, ne segue necessariamente che i virtuosi, i quali vogliono bene a gli amici per se stessi e non per altra cosa, siano grandemente amici: e perché si amano per la virtù, essendo la virtù abito stabile e permanente, il quale non trapassa di leggieri, questa sola amicizia dura quanto la vita e quasi s'invecchia. Questa ancora è quella sola amicizia a la quale non manca alcuna cosa; laonde questa sola è perfetta, sì come quella la quale comprende in se stessa tutto quello ch'è di buono e di laudevole ne l'altre amicizie. Perch'ogni amicizia è per qualche bene o per qualche piacere, o semplicemente considerato o per rispetto de l'amico; ma questa amicizia ha tutte queste cose insieme, io dico non solamente quel ch'è per sé bene, ma 'l piacere e l'utilità: in lei adunque si congiungono tutte le cagioni che muovono l'uomo ad amare, e in niuna più s'ama che in questa, non ne gli amori medesimi, quantunque ne gli amori più si pianga e più si sospiri, perché non è sempre maggior la benevolenza dov'è maggior la privazione. Rare adunque sono tali amicizie: imperoché pochi sono gli uomini così fatti per la malagevolezza ch'è nel toccare il mezzo, quasi quel punto in cui saetta l'arciero, o quella strada angusta che suole esser fra i dirupi e fra i precipizî. Oltre a ciò fa mestieri in sì fatta amicizia di lungo tempo o di lunga consuetudine; percioché l'uno non è ricercato da l'altro per amico se non dopo la perfetta cognizione, la qual non può farsi in pochi giorni né senza molta esperienza de la lor virtù; ma coloro che fanno tosto quelle operazioni che appartengono a l'amicizia vogliono esser amici, ma non sono, ove non siano degni d'essere amati e conoscano il merito, avenga che si faccia quasi incontinenti non l'amicizia ma la volontà d'essere amico. Questa adunque amicizia è perfetta, e per tempo e per ciascuna altra cosa e per tutte insieme si fa e si conferma; e perché in questa l'uno amico a l'altro è simile ne la virtù, in ogni altra cosa divien somigliante, come si ricerca ne la amicizia. Ma l'amicizie che si fanno per l'utile e per il piacere hanno similitudine con questa: perché gli amici sono buoni e utili e piacevoli vicendevolmente, e per niuna altra cagione sogliono durare l'amicizie così fatte se non perché si rende quasi diletto per diletto, de l'istessa maniera come suole avenire fra i faceti ne la piacevole conversazione, ma non in quella guisa che suole incontrar fra gli amanti: perché gli amanti non godono de le cose medesime, ma l'uno de l'aspetto e de la bellezza de l'amato, l'altro de la servitù e de l'obedienza de lo amatore; laonde spesse volte suol mancare l'amicizia co 'l fior de l'età e de la bellezza, perciò che a l'uno di loro non piace più l'aspetto come soleva, a l'altra non si fa più la medesima servitù. Sono alcuni i quali non cambiano ne l'amore il diletto, ma l'utilità: e questi sono meno amici e meno continuano ne l'amistà, avenga che coloro che sono amici per l'utilità sono amici più tosto de l'utile che de l'amico; laonde tanto dura l'amicizia quanto l'utilità. Però aviene ch'i malvagi a' malvagi e i buoni a' malvagi e a gli uni e a gli altri coloro che non sono né buoni né rei siano amici per utilità e per diletto; ma i buoni solamente per se stessi; e sola l'amicizia de' buoni è quella ne la quale non ha luogo alcuno la calunnia, perché non è agevole il prestar credenza ad alcuna cosa contra l'amico di cui si è fatta esperienza per lungo tempo: onde è proprio di questa amicizia che l'uno creda a l'altro e che siano tanto lontane da lei l'ingiuria quanto la calunnia. Ma ne l'altre specie d'amicizie suole avvenire il contrario; però solamente la prima è propria amicizia, l'altre sono dette amistà per qualche similitudine che hanno con la prima, a la quale sono simili nel piacere e ne l'utilità: laonde non sono amicizie assolutamente, ma, perché così avviene e così incontra, sono dette amistà, e per la somiglianza principalmente. Ma sì come ne le virtù altri sono buoni in abito, altri in atto così avviene ne l'amicizia, perciò che de gli amici alcuni vivono insieme e godono de la conversazione e de la scambievole utilità, altri, come dice Aristotele, dormono e, separati di luogo, non fanno alcuna operazione, ma sono disposti ad operare amichevolmente: perché i luoghi non dissolvano l'amicizia, ma l'operazioni più tosto, quantunque la lunga assenzia par che generi quasi oblivione de l'amicizia come de l'amore: ma estinguendo l'amore, fa quasi operazione di giovevole medicina; dissolvendo l'amicizia, è simile ad un lento veleno. È dunque necessaria la presenzia, senza la quale l'amicizia è quasi priva del suo diletto: però né i vecchi né i severi paiono atti a la amicizia, perché sogliono apportare poco diletto ne la conversazione. Ma <add>fra</add> coloro fra' quali non è domestichezza può essere più tosto benevolenza che amicizia: perché niuna cosa è più propria de l'amico che il vivere insieme, avenga che i poveri e i mendici desiderano l'utilità; ma il vivere insieme è desiderato ancora da i felici, i quali non è convenevole che vivano ne la solitudine, essendo la solitudine grandissimo male: e sarebbe molesta nel cielo, come disse alcuno. Ma non è possibile che usino insieme se non coloro che si compiacciono de la domestichezza, e tale suol esser l'amicizia de' compagni, ch'insieme sogliono godere. Principalissima nondimeno oltre tutte l'altre è l'amicizia de' buoni: percioché quel ch'è bene assolutamente è amabile e desiderabile per sé; ma a questo o a quello suole esser piacevole quel ch'a lui particolarmente è bene o gli pare, come suole parere a gli amanti. Ma fra l'amore e l'amistà è questa differenza, che l'amore è simile a l'affetto, l'amicizia a l'abito; e l'amore si stende ancora a le cose inanimate, le quali non possono riamare: ma de gli amici l'uno ama l'altro per elezione, ma l'elezione procede da l'abito. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Io credeva che non solamente l'amicizia, ma l'amore nascesse per elezione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> O quanto bene avete fatto, signor mio, a rompere il corso del mio ragionamento, nel quale io non era tanto veloce che potessi scavare la noia de gli ascoltatori. Ma avendo comincio a referire le cose d'Aristotele, da l'un lato mi vergogno di non dire cosa che a voi potesse parere nuova, né di saperla in guisa ornare che a voi piacesse almeno per l'ornamento; da l'altro non aveva ardire di mescolare le mie o l'altrui opinioni con le sue: perché, sì come l'argento, giunto a l'oro, non può farlo più prezioso, così la dottrina de gli altri, congiunta con quella d'Aristotele, non la fa di maggior pregio, e se ci è alcuna loda nel sapere accoppiarle, è più tosto ne l'artificio che ne la materia. Ma de l'opere sì fatte avviene nondimeno quello che suole avvenire de' vasi d'argento indorati, i quali sono ricercati per minore spesa; e se la spesa diminuisce il diletto de le cose comprate, costando meno, piacciono più. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Chiamate forse il tempo e la fatica quasi un prezzo de le cose imparate? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Senza fallo: però carissime oltre tutte sono quelle che n'insegna Aristotele, l'altre si apprendono più di leggieri; ma al vostro dubbio si potrebbe rispondere con Aristotele e con gli altri insieme. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> È più tosto opinione che dubbio: perch'io non dubito s'un amante debba eleggere di amare, ma credo che debba eleggere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E quai cose dovrebbe elegger di amare, le belle o le brutte o quelle che participano de l'uno e de l'altro estremo? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Le belle senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma de le cose che non hanno dubbio sono certe o incerte? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Certe. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E de le certe non si fa consultazione, ma de le incerte solamente. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Così dice Aristotele. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dice similmente Aristotele che la consultazione o 'l consiglio va avanti a l'elezione: laonde non possono essere elette quelle cose che non possano essere consigliate; e se non possiamo rivocare in dubbio e quasi sottoporre al consiglio l'amore de le cose belle, non possiamo anco eleggere d'amarle. Oltre a ciò ditemi, signor mio: stimate vera questa opinione di Aristotele, che l'amore sia somigliante a l'affezione, l'amicizia a l'abito? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Concedasi che Aristotele abbia detto il vero. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io avrei più tosto desiderato che da voi mi fosse negato; ma concedendosi, ne segue che, se l'amore è simile a l'affetto, non è affetto; se l'amicizia e somigliante a l'abito, non è abito. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Aristotele ha detto che l'amore è simile a gli affetti, perché è simile a l'altre passioni, sì come l'amistà è somigliante a gli altri abiti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il dottissimo signor Manso ha dichiarato Aristotele con san Tomaso, e con questa parola "a gli altri abiti" datomi la vita. L'amicizia è adunque abito. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> E se non fosse, siasi per me. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E l'amore è passione o affetto? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ne l'istesso modo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma Aristotele ne' libri ad Eudemo divide gli affetti co 'l voluntario e con l'involuntario, non con l'elezione o co 'l destino. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> E questo ch'importa? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Che noi, ragionando d'amore, non debbiamo chiedere s'egli sia per elezione o per destino, ma s'egli è voluntario o non voluntario: perché può essere voluntario e non essere per elezione né per destino, e se 'l destino è il fato, le cose che sono per fato sono per natura; ma quel che si fa per natura è in qualche modo opposto a quel che si fa per voluntà. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non è alcun amore naturale? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non dico questo, ma più tosto che due siano le spezie de gli amori, come dice Dante:

<quote rend="block"><lg>
<l>...Ogni amore</l>
<l>È naturale o d'animo, e tu 'l sai; </l>
</lg></quote></p>

<p>le quali si distinguono per opposte differenze. Ora io comincio a mescolare le cose de gli altri con quelle d'Aristotele: e se non vi spiace la mescolanza, siami lecito anche egli di mescolare questa opinione d'Isocrate: le cose belle fanno così tosto la sua operazione che togliano lo spazio al consiglio e per conseguente a la elezione. Laonde io stimarei che gli amanti siano simili a' percossi dal fulmine, i quali non hanno tempo di schifare il pericolo; però disse il Petrarca:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Come co 'l balenar tuona in un punto, </l>
<l>Così fui io da' begli occhi lucenti</l>
<l>E da un dolce saluto insieme aggiunto. </l>
</lg></quote></p>

<p>S'ama adunque, signor mio, o per natura o per voluntà, non per consiglio né per elezione. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Del consiglio sia quel ch'a voi ne pare; perché Alessandro non propose al consiglio de' Macedoni s'egli dovesse amar Rossane, né Massinissa si consigliò co' Numidi s'a lui si convenisse di consentire a l'amore di Sofonisba; e se prima si fosse consigliato, sarebbe per aventura avenuto quello che dapoi avvenne, come disse il Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
<l>Però d'un tale amico un tal consiglio</l>
<l>fu quasi un scoglio a l'amorosa impresa; </l>
</lg></quote></p>

<p>avenga che l'operazioni de gli amanti, come voi diceste, sian veloci, ma il consiglio ritarda tutte le cose; ma io ne l'amore ricerco una elezione senza consiglio, una deliberazione senza contesa di varie opinioni, una costanza senza opposizione. E come potrebbe esser costanza ne l'amore se non vi fosse elezione? Se sono adunque alcuni amanti costanti, sono per elezione: anzi, se non è amore quello che non è costante, non è alcuno amore che non sia con l'elezione. Gli altri, ne' quali l'amante non elegge d'amare, di servire e di meritare amando, non sono amori, ma umori, appetiti, cupidigia, sensualità: l'amore conviene che sia stabile, fermo e fondato ne l'elezione e nel proponimento d'amar continuamente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Né io ricercava ne l'elezione il consiglio d'altrui che di se stesso come necessario: ma mi pareva assai convenevole quel modo di consigliarsi che suol fare l'amante fra se medesimo, come si legge ne' poeti:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Che fai, alma? che pensi? avrem mai pace? </l>
<l>Avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? </l>
<l>Quel che sarà non so; ma a quel ch'io scerna, </l>
<l>A' suoi begli occhi il nostro mal non piace. </l>
</lg></quote></p>

<p>O in quelli altri:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Che debbo far, che mi consigli, Amore? </l>
  <l>Tempo è ben di morire, </l>
<l>Ed ho tardato più ch'io non vorrei. </l>
<l>Madonna è morta ed ha seco il mio core, </l>
<l>E volendol seguire, </l>
<l>Interromper convien questi anni rei; </l>
</lg></quote></p>

<p>quantunque tardi fossero questi consigli. Ma 'l principio de l'amore fu senza consiglio e senza elezione e simile al terrore e a la cattività di un uomo assalito a l'improviso: come si legge in questi altri versi:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Però, turbato nel primiero assalto, </l>
<l>Non ebbe tanto di vigor né spazio</l>
<l>Che potesse al bisogno prender l'arme, </l>
	<l>O vero al poggio faticoso ed alto</l>
<l>Ritrarmi accortamente da lo strazio, </l>
<l>Dal quale oggi vorrei, non posso aitarme. </l>
</lg></quote></p>

<p>Non è maraviglia adunque che <add>ne</add> l'amore nel quale non è elezione non sia costanza; ma sarebbe per aventura maraviglia se bastasse l'elezione a far costante l'amore, non altrimenti che se l'elezione del navigare potesse far costante la fortuna del mare. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> L'elezione può far costante il nocchiero, quantunque sia instabile la fortuna. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma io assomiglierei il nocchiero più tosto a la ragione, la quale dee sedere al governo e sedare gli affetti concitati d'amore ne l'onde agitate da la fortuna. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Tutta volta il Petrarca pose Amore al timone, dicendo:

	<quote rend="block"><lg>
<l>...Ed al governo</l>
<l>Siede il signore, anzi il nemico mio. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Vi parla il poeta d'una disperazione amorosa, ne la quale niuna cosa si elegge, ma tutte sono violente e fortunose: laonde per mio aviso la costanza non è propria de l'amore, perché l'amore non è abito, ma passione, cioè movimento. Oltre a ciò Aristotele, scrivendo ad Eudemo, chiama costanti quelle cose solamente le quali non si fanno tosto né tosto si dissolvono; ma l'amor nasce incontinente a guisa di fuoco che subito s'appiglia: l'amicizia a l'incontro tardi si ristringe e tardi o non mai si rallenta; dunque de l'amicizia è propria la costanza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Già mi son pentito d'aver creduto che l'amicizia sia abito: e per aventura Aristotele volle intendere ch'ella fosse passione o disposizione ne la stabilità, simile a gli abiti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto potrebbe esser vero, perché ne la <emph>Topica</emph> non volle ch'el subietto de l'amicizia fosse la voluntà, come parve dapoi a san Tomaso, ma la parte sensuale; ma per aventura non intese d'altra amicizia che di quella che ha per fine il piacere: perché l'altra, il cui obietto è l'onesto, ragionevolmente dovrebbe avere la sede e quasi la reggia ne la voluntà. Comunque sia, se l'amistà fosse passione simile a gli abiti, l'amore sarebbe abito somigliante a le passioni. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non so quale sconvenevolezza sarebbe questa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'amore adunque, tutto che fosse abito, sarebbe instabile come le passioni, e l'amicizia, quantunque fosse passione, sarebbe costante come gli abiti. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Io crederei più tosto che l'amicizia somigliasse a gli abiti ne la facilità de l'operare o in altra cosa sì fatta, e l'amore fosse simile a le passioni ne la malagevolezza e nel fervore: perché niuno amico opera con tanto ardore e con tanta sollecitudine con quanta sogliono adoperare gli amanti quelle cose che sono in servigio de la persona amata. Ma voi che ne dite, signor B., che sì lungamente avete taciuto non a guisa d'arbitro, ma quasi ascoltatore de le nostre o più tosto de l'altrui differenze? </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Io per me reputo l'amor cosa divina: però non mi può capere ne l'animo in modo alcuno che le cose divine siano più instabili de l'umane, avenga che, se v'è alcuna certa costanza, è ne le cose celesti e ne l'intelligibili; ma ne l'altre, che son fatte a quella similitudine, si trova solamente una quasi imagine de la costanza. Però, se è vera quella opinione ch'il nome d'amore sia più divino di ciascun altro, non debbiamo dubbitare che l'amore sia costantissimo; ma se l'amicizia ancora è sì fatta, l'amicizia similmente è cosa divina e non pare che sia umana virtù, anzi per opinione di Luciano merita divino onore e fa divine operazioni. Laonde non è maraviglia ch'ella fosse adorata fra gli Sciti e che dei ed eroi fossero reputati quei Greci che meritarono d'essere celebrati ne le lodi d'amicizia e adorati da' barbari e da' nemici medesimi; e alcuna volta ho creduto che la virtù eroica e divina altro non sia che l'amicizia: perché non è operazione d'umana virtù l'anteporre l'altrui vita a la propria, ma le cose divine da le divine non sono distinte di genere. Laonde io non porrei l'amore e l'amicizia così diseguali e quasi contrari, cioè l'amicizia sotto il genere de gli affetti, l'amore sotto quello de gli abiti; ma direi che l'amicizia e l'amore fossero sotto un genere stesso o che l'amore fosse genere de l'amicizia e principio, come si dice, de la benevolenzia. E più mi piace l'opinione di coloro che vogliono che l'amore sia amicizia quasi nascente e l'amicizia sia un amore invecchiato; né concederei che l'amico necessariamente ami l'altro, ma l'amato possa non amare l'amante; ma più tosto approvo l'antichissima sentenza di Solone, che l'amato sia l'amico. Né per mio aviso ne segue alcuno di quelli inconvenienti, che molti siano inimici de gli amici e a l'incontro amici de' nemici: perché

<quote rend="block"><lg>
<l>Amore a nullo amato amare perdona; </l>
</lg></quote></p>

<p>e sì come ne la vera amicizia, così ne lo amore non finto è necessario che l'amato riami. Non s'estingue dunque l'amore prima de l'amicizia per difetto di chi riami, ma l'uno e l'altro è costante e divino e maraviglioso egualmente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Se tanto è simile l'amore a l'amicizia che siano per poco l'istesso, dubito de la costanza de l'amicizia medesima e non veggo altra fuga o altro refugio che la distinzione: perché, distinguendo le specie de l'amicizia secondo le specie de gli amori, potrei concedere ch'alcuna fosse divina amicizia come è la carità, altra umana amicizia; ma ferina amicizia come ferino amore, se pur si trova, a pena ch'io ardissi d'usare questo nome. Ho letto nondimeno de gli amori e de gli odi non solamente tra le fiere, come è quello di cui fa menzione Aristotele o Plinio, ma tra le piante e tra gli elementi: tutta volta non udii dire giamai che tra fiera e fiera fosse amicizia ferina, ma ferina nemistà o nemistà naturale, cioè passioni e affetto senza consiglio e senza elezione. Laonde il nome d'amore da l'uno estremo è più divino, il che vi si concede, da l'altro è più ferino; ma l'amicizia, che non può tanto aspirare a la divinità, molto più è sicura da la ferità. Non lodo adunque né Empedocle né Eraclito, che non distinsero l'amicizia da l'amore: né tanto mi piace il distinguer le spezie de l'amicizia secondo quelle d'amore, quanto secondo le spezie de la giustizia, come le distingue Aristotele ne' libri ad Eudemo; né porta opinione molto diversa da questa scrivendo a Nicomaco, avenga che egli c'insegni che l'amistà sia ne le medesime cose o intorno a le stesse, perché in ogni compagnia pare che si trovi qualche giustizia o qualche amistà. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Io mi maraviglio de la diversità de le opinioni, perché alcuna volta avete detto che l'amicizia e l'amore sia l'istesso, altre volte che l'amistà e la giustizia sia il medesimo: laonde, se queste due opinioni fossero insieme vere, seguirebbe che la giustizia e l'amore fosse il medesimo. Ma questa mi pare falsa opinione, perché ho letto:

<quote rend="block"><lg>
<l>Gran giustizia a gli amanti è grande offesa; </l>
</lg></quote>

e altrove:

<quote rend="block"><lg>
<l>Amor regge suo imperio senza spada. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma la giustizia adopera la spada ne' regni da lei governati. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io ho letto chi cinge la spada al fianco d'Amore, ma non so chi gli ponga le bilancie in mano: ma s'egli ha usurpato il fulmine di Giove, gli poteva anco un giorno involar le bilancie con le quali pesasse le colpe e i meriti de gli amanti. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Gentile impresa sarebbe far figurar un Amor con le bilancie, ma s'io chiedessi il motto, agevolmente trapasserei di materia in materia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Seguiamo adunque il nostro ragionamento: e vediamo quanto si acquisti o si guadagni, presupponendo che l'amore e l'amicizia sia l'istesso o non molto dissimigliante. E prima ditemi, vi priego, signor B.: non è egli vero che l'amore è un desiderio de le cose buone e de le belle? </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Questa è opinione da ciascuno approvata. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma il desiderio è de le cose che ci mancano, perché non è uomo il qual non desideri quelle di cui sia privo. Se l'amore dunque è desiderio del bello e del bene, egli non è né bello né buono: non può essere ancora di mala natura, perché il male non desidera il bene, né il brutto desidera il bello. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Questo ancora vi si concede, quantunque Eraclito portasse opinione ch'un contrario fosse amico de l'altro. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È necessario il concederlo, perché altrimenti l'odio sarebbe amico de l'amore e la nemistà de la concordia: cosa sconvenevolissima. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Io non so se a' dialettici sia lecito provare tutte le cose come a' poeti di fingerle; ma se v'ha poeti c'hanno finto Amore innamorato, e filosofi ancora, come Apuleio, non vi dovrebbe mancare chi descrivesse l'odio o la concordia innamorata: e fu sottile avvedimento di quel nostro poeta, che accennò questa opinione in quel verso:

<quote rend="block"><lg>
<l>Amor, tu pria farai con l'odio pace. </l>
</lg></quote></p>

<p>Perché, se l'amore può far pace con l'odio, può amar l'odio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Fu addotta per cosa impossibile: laonde, s'io non sono errato, con tre sillogismi, come insegnano i logici, si potrebbe provare che impossibile fosse che l'un contrario fosse amico de l'altro. Falsa adunque per mio parere è l'opinione d'Eraclito, e vera quella ch'amore, essendo desiderio del bello e del buono, non sia né bello né buono; ma se l'amicizia ancora desidera le cose belle e le buone similmente, non fie né bella né buona, né buoni fiano gli amici né rei, ma tra buoni e rei senza l'una e l'altra qualità. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Saranno adunque come le persone de le tragedie. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tragiche persone sono Pilade e Oreste, non meno eroiche Achille e Patroclo; ma gran perdita ha fatto l'amicizia con questa mutazione di sentenze, se non può essere amicizia fra' buoni, là dove con Aristotele avevam provato che tra' buoni fosse solamente la vera amicizia. Ora con questa ragione s'è conchiuso che i buoni non possono essere amici de' buoni. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> La ragione m'è fuggita de l'animo, come fanno quelle cose che non hanno fermezza. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Replichiamla adunque con le parole usate da Platone medesimo nel <emph>Lisia</emph>, e consideriam di quanto valore ella sia. Se crediamo al vecchio proverbio, pare che il bello ci sia amico, percioché il bello è un non so che di molle, di liscio, di piacevole e di polito: perciò di leggieri serpe, trapassa e penetra per ciascuna parte. Ma io dico ch'il buono è bello, e a gli altri dovrebbe parere il medesimo. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> A ciascuno. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma del buono e del bello è amico quel che non è buono né maligno: perciò che sono tre generi ne l'anima l'uno buono, l'altro reo, l'ultimo né buono né reo; fra' quali né il buono è amico al buono, né il maligno al maligno, né il buono al malivolo, come dimostra la ragione addotta di sopra. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Più tosto la profezia o 'l vaticinio di Platone, perché egli disse queste cose quasi indovinando. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Questa conclusione non è senza prova; perché già s'è detto che, se il male fosse amico al buono, l'un contrario sarebbe amico a l'altro; ma s'il reo fosse amico al reo o il buono al buono, ciascuno sarebbe amico di quelle cose le quali possiede; ma l'amicizia come l'amore paiono di quelle che sono ne gli altri. Oltre a ciò, se il buono fosse amico al buono o 'l malevolo al malevolo, l'amicizia sarebbe tra' simili: ma per opinione d'Esiodo ciò è inconveniente, essendo la similitudine cagione di nemicizia, come c'insegua quel vecchio proverbio. Resta adunque che il buono sia amico di quello che non è né buono né reo; e questa amicizia fra quello che non è buono e 'l buono è per la presenza del male: perciò che il corpo sano per la sanità non è amico al medico, ma sì come egli inferma, subito si fa quest'amicizia tra il medico e 'l corpo infermo, il quale ricerca e ama la medicina per la presenza del male. Ma il corpo in se stesso non è né buono né reo; ma quello che non è buono o reo, alcuna volta per la presenza del male non è ancor maligno, alcun'altra è divenuto maligno quando ancora non è maligno. La presenza del male ci sforza a desiderare il bene; ma la presenzia del male, che faccia malevolo il soggetto, corrompe l'appetito del bene e rifiuta l'amicizia, perché non è più né l'uno né l'altro, ma è divenuto l'altro, cioè il male: ma il male non può essere amico al bene o 'l bene al male. Per questa cagione coloro che sono già sapienti non sogliano più filosofare, né coloro che troppo sono corrotti da l'ignoranza. Coloro adunque solamente i quali per soverchia ignoranza non hanno perduto gli occhi de la mente, ma conoscono di non sapere quel che non sanno, sono veramente filosofi e amatori de la sapienza. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> I filosofi adunque non sono buoni né rei. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non per questa ragione: perciò che né i maligni possono filosofare, né i buoni più se ne curano, avenga che il contrario non sia amico al contrario, né il simile, come abbiamo dimostrato. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> I buoni dunque doppo l'acquisto de le scienze sono simili a' mercanti arricchiti, i quali non ai curano di traricchire. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Queste cose mi paione dette da Platone più tosto per riprovare l'altrui opinione che per confermar la sua, la qual fu che l'amicizia fosse non solamente tra 'l buono e colui che non è buono né reo, ma tra il buono e 'l buono: perché, se il buono men desidera il buono, non è men solito il buono di godere il buono, anzi di niuna cosa più gode che de la virtù e de la virtuosa conversazione, la quale non basta per conservar l'amicizia. Laonde per giudizio de' Platonici due sono le spezie de l'amistà: l'una, tra il buono e colui che non è buono o reo, fondata più tosto nel desiderio che nel piacere; l'altra, tra il buono e 'l buono, ne la quale è minor desiderio e maggior diletto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Gran diversità è questa fra Aristotele e Platone, perché l'uno estima che l'amicizia possa ancora congiungersi fra' malvagi affine d'avere diletto o utilità, quantunque la vera e perfetta amicizia sia tra' buoni; l'altro tra' malvagi non pone amicizia, e tra' buoni a pena la concede. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Non è meno discorde M. Tullio a l'uno e a l'altro, o non pare; ma senza fallo la sua opinione è più nobile e degna di maggior lode, avenga che poco generoso nascimento diano a l'amicizia coloro che vogliano ch'ella abbia principio da la povertà e dal bisogno e da la debolezza, affinché nel dare e nel ricevere ciascuno prendesse dal compagno quello che fa mestieri e vicendevolmente gliele rendesse. Ma più antica e più illustre e più bella e più naturale è l'origine de l'amicizia, perché l'amore dal quale si nomina l'amicizia è quasi principe nel congiungere gli animi con la benevolenza: perciò che l'utile spesso si piglia da coloro che per similitudine de l'amicizia sono onorati ne le occasioni; ma ne l'amicizia niente è finto, niente è simulato, ma tutto ciò che è ne la amicizia è vero e volontario. Però, come piace al medesimo autore, non può essere amicizia se non fra' buoni. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io concedo agevolmente a l'amore luogo ne l'amicizia, e 'l principio, non ch'altro, se vi pare; ma distinguendo le spezie de l'amicizia, come è nostro proponimento, non lodo che ciò si faccia seguendo la distinzione de le specie de l'amore, perché si va a grandissimo pericolo, come sarebbe quello de la confusione de la natura e de le cose: avenga che il distruggere i fondamenti de la amicizia, che sono le virtù, è quasi un gittare a terra quelli del mondo e richiamare l'antichissimo caos, nel cui grembo egli si giaceva, come accennò Dante quando disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>Parve che l'universo sentisse amore. </l>
</lg></quote></p>

<p>Laonde estimo più securo partito, seguendo Aristotele, distinguere l'amistà come la giustizia o come le republiche, se così facesse mestieri. E già abbiam detto che de l'amicizie alcune sono fra gli equali, altre fra gli ineguali, di cui poco o nulla abbiamo ragionato; e queste sono tra il padre e 'l figliuolo, tra il marito e la moglie e tra il principe e 'l soggetto e, come dice in altro luogo, tra colui che fa beneficio e quel che il riceve, i quali tutti hanno diversa virtù e diverse operazioni, diversa amicizia e diverso amore: laonde l'istesse cose non sono fatte né ricercate da l'uno e da l'altro. Ma i padri danno a' figliuoli quel che a' figliuoli è conveniente, i figliuoli a l'incontro concedono a' padri quel che è debito; e come in ciascuna di queste amicizie sia l'amore, è amore con degnità e convenevolezza, perciò che il più degno e il più utile merita più d'essere amato. E in questa guisa ne la disaguaglianza si fa l'egualità, in un altro modo nondimeno che ne la giustizia: perché ne la giustizia è prima equale quello che è per degnità, dapoi l'altro per quantità; ma ne l'amistà prima è pari quel ch'è pari in quantità, come abbiamo detto, dapoi è quello ch'è per degnità e per convenienza. E quantunque ciò paia esser vero più tosto ne le spezie de l'amistà che sono tra gli eguali, nondimeno fra' diseguali ancora non è falso che prima si debba aver riguardo a l'egualità che è nel quanto, dapoi a quel che conviene: perciò che ne l'amicizia, come ne insegna Cicerone, coloro che sono superiori deono inchinarsi e quasi sottoporsi e inalzare gli inferiori. In questa guisa si fa la parità, e grandissima cosa è ne l'amicizia, come afferma il medesimo, che l'inferiore sia pari al superiore: però oltre tutti gli altri fu lodatissimo Scipione, che non si preponeva a Filone, non a Lelio, non ad altro amico, quantunque tutti superasse di valore e d'eccelenza. Dovrebbe adunque la conversazione fra gli amici essere somigliante a' ragionamenti fra piccioli e fra grandi, de' quali disse l'Anguillara quasi per gioco:

<quote rend="block"><lg>
<l>Conviene che s'impiccioli, io m'ingrandi. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ed ebbe forse risguardo a que' versi di Pindaro... Ma oltre tutti gli altri io lodo il parere di Aristotele ne' libri ad Eudemo, il quale vuole che si faccia quasi un cambio ne la quantità, perciò che il più eccelente, concedendo la maggiore utilità a l'amico men degno, ha il maggiore onore e la maggior gloria. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Questo è quello di che pare che si rammarichi Lelio appresso Cicerone, dicendo: "Dove ritroverai questo uomo, il quale l'onore de l'amico anteponga al suo medesimo?" Quasi non basti l'anteporre l'utilità de l'amico a la propria, se non si antepone anche l'onore. Non estima ancora che si debba commendare ne la amicizia la parità de gli offici e de la volontà in guisa che la ragione de l'avere e del ricevere sia eguale, perché questo è un fare i conti ne l'amicizia troppo minuta e sottilmente. Più viva e più abbondante deve essere la vera amistà, e non devrebbe temere di non rendere più ch'ella non ha ricevuto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Generosa è l'amicizia, come poco dianzi diceste; ma non men generosa la giustizia, in tanto che da' suoi nemici o da' sofisti fu riputata pazzia: si stima poco da gli amici l'avere per l'amicizia, si sprezza similmente per la giustizia; si va a la morte per l'amistà, si corre a la morte per la giustizia per testimonio ancora di quel poeta che disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>Come uom che per giustizia a morte corra. </l>
</lg></quote></p>

<p>Né solamente si ritorna a la prigionia o al morire, come fecero alcuni amici, ma a' tormenti de la crudelissima morte, in quel modo che d'Attilio Regolo si legge. Ma ne le fortune del mare, de <add>le</add> quali niuna cosa è più orribile e spaventosa, si dispone l'uno amico al medesimo pericolo nel quale era caduto l'altro: in quella guisa che Tossari scita racconta di Damone e di Eutidico; e senza far contesa o di sovero o di tavola gittata ne l'onde per loro salute, benché da gli altri rimasi ne la nave fossero pianti per morti, vivi pervennero a' lidi de la Grecia e ambo insieme filosofarono in Atene. Il giusto similmente non usurperebbe la tavola ne' naufragi del mare, dove altri potesse salvarsi, quantunque egli dovesse perderne la vita. Non è adunque men generosa la giustizia de l'amistà, ma in tanto è meno fortunata, che la giustizia alcuna volta costringe il giusto a mandare in essiglio i figliuoli, a privarli de gli occhi, a dar lor la morte: ma l'amicizia sempre s'adopera per la salute de gli amici. Oltre a ciò da la amistà per sentenzia di Cicerone è contraria ogni severità e ogni mestizia; ma la giustizia è sempre severa e 'l più de le volte mesta ne le sue operazioni, e per questa cagione degna di maggior lode: laonde M. Tullio, conchiudendo il suo libro, dice che l'amicizia dovrebbe essere anteposta a tutte le cose, eccettuatane la virtù. Ma niuna virtù per giudizio di Aristotele devrebbe più eccettuarsi de la giustizia, perch'ella è tutta la virtù; ma in niuna sua azione è più magnanima la giustizia che ne l'avere eguale considerazione a' nemici e gli amici. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non fu così fatto Agesilao, il quale per rispetto de gli amici aveva minore riguardo a la giustizia: come si legge nel caso di Sfodria, al quale dal re fu perdonato per l'amicizia che era tra' figliuoli de l'uno e de l'altro. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non merita di questa azione e de le altre simiglianti alcuna loda Agesilao, e più debbiam lodare i Bruti e Torquati e gli altri che furno giusti giudici de gli amici e de' parenti, o pure accusatori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Troppo severa è la giustizia, se non concede a l'amistà ch'ella possa difendere l'amico a torto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'autorità de' magnanimi principi, di Ciro, dico, e di Agesilao, e quella de' duo ottimi filosofi, di Senofonte e di Aristotele, mi fanno di ciò dubitare alcuna volta: ma particolarmente la virtù del re de' Lacedemoni, la qual per giudicio di Senofonte fu simile al regolo e a la norma, e da tutti dovrebbe essere imitata; ma di lui si scrive, non men che di Ciro, che egli si sforzava di superare gli amici e i benemeriti ne' beneficî, e gli inimici nel modo di nuocere e, se ben mi ricordo, ne l'ingiurie. Anzi, se crediamo a Socrate e a Senofonte in quel libro ch'egli compose de' suoi detti e fatti, la principal virtù de l'uomo è il vincere gli amici co' beneficî e gli inimici co' maleficî: e l'istesse cose che sono ingiuste ne gli amici, sono giuste ne gli inimici, come l'occisioni, le prede, gli incendi e le ruine e l'altre sì fatte. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Per mio aviso più tosto si dovrebbe defendere un nemico a torto che offendere il nemico senza ragione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma per giudicio d'Aristotele le ragioni in ciò son quasi pari, e da' medesimi costumi procede il far bene a gli amici e male a' nemici: laonde, convenendo queste proposizioni, ne l'istesso modo sarebbe degno di biasimo colui che giovasse al nemico e nocesse a l'amico. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Molto simile è l'opinione d'Aristotele a quella di Senofonte, e par quasi rivo derivato dal medesimo fonte. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma ditemi, vi prego, signore: se l'uom valoroso dea nuocere al nemico, o co 'l vizio dea nuocere o con la virtù, o con l'uno e con l'altro? </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> In una di queste senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma nocendo co 'l vizio, sarebbe vizioso. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Sarebbe, s'egli nocesse co 'l proprio vizio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Parlo di questo: perché il nuocere al nemico suo co 'l vizio o con la ignoranza del nemico medesimo è lode e virtù de' più eccelenti capitani; ma non devendo alcuno al nemico far danno co 'l proprio vizio, non deve esserli dannoso co 'l vizio e con la virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Per la medesima ragione non dee farlo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque con la virtù deve nuocere al nemico; ma con la virtù non si nuoce, ma si giova, essendo così proprio de la virtù il giovare, come del vizio il nuocere: dunque si può revocare in dubbio l'autorità de' duo magnanimi re e de' duo grandissimi filosofi. Ma Aristotele segni questa opinione in quei libri ov'egli non insegna la verità, ma il trovare gli argumenti per l'una e per l'altra parte; in altri libri disse che tutte le cose male adoperate potevano essere nocive, eccetto la virtù, la quale non può essere male adoperata. Con la virtù adunque non si nuoce, e 'l fine de la giustizia non è il nuocere, ma il giovare: e se pare che noccia ad alcuni, o quello non è nocumento o è congiunto con l'utile, come fu a' popoli barbari l'esser soggiogati da Alessandro o da' Romani o da Carlo Quinto o da Filippo, non meno erede de la gloria che de' regni e de la potenza, co 'l giovamento e co 'l pro' di molti. Però ben disse Aristotele ad Eudemo che dove è la giustizia non è necessaria la fortezza, a la quale per aventura si appartiene solamente il fare danno a' nemici; ma concedendo questa gloria a l'amicizia, scrisse a Nicomaco che ivi non fa mestieri la giustizia, ove ha luogo l'amicizia: per la giustizia dunque cessa ogni bisogno che abbiamo de la fortezza, e l'amicizia fa che uopo non sia la giustizia. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Ma la fortezza è più necessaria ove è maggiore amicizia, come ci dimostra Tossari con l'essempio di quei Sciti che per l'amistà s'esposero a la morte, e come prima ci dichiarò l'essempio di Teseo e di Piritoo e d'Achille e di Patroclo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Potrebbe forse la fortezza bastare da un lato solo, come si conosce ne lo essempio di Ruggiero e di Leone, nel quale il valore di Ruggiero supplisce al difetto de lo amico. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non si contentando l'amicizia che la benevolenza sia ne l'uno de gli amici solamente, non sarà contenta ch'uno solamente sia il virtuoso; anzi io porto opinione che l'amicizia non sia amore scambievole, ma reciproca virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto per aventura è vero, ma non è sempre l'istessa virtù eguale ne l'uno e ne l'altro de gli amici: però in Ruggiero si celebra il valore, in Leone la cortesia; e questa, s'io non m'inganno, è la cagione per la quale i poeti antichi congiunsero ne' pericoli Ulisse e Diomede, affinché la prudenza de l'uno aiutasse l'altro e vicendevolmente ricevesse aiuto da la fortezza de l'altro. Dunque, dove sia vera amistà, poco è necessaria la fortezza e meno la giustizia, e felicissima per questa cagione è l'amistà: per alcun'altra cede a la giustizia, però che la giustizia provede a tutti e non esclude alcuno; ma l'amistà, quasi ristretta fra brevissimi termini, raccoglie pochi e pochi conserva, intanto che gli Sciti portarono opinione che l'amistà compartita fra molti fosse somigliante a gli amori divisi in varie parti o pure al matrimonio violato da varî abbracciamenti. Ma se la moltitudine de gli amici può violare l'amicizia, molto si toglie di prosperità e di buona fortuna a questa virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> I felici poco hanno bisogno d'amici: però non si deono curare di molti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La felicità solitaria si rimarrebbe quasi d'essere felicità: laonde in questa parte debbiamo acquietarci a l'opinione di Aristotele e di Marco Tullio e de' migliori, i quali vogliono che a l'amico si convenga più tosto di fare che di ricevere i beneficî, e che sia più onesto a gli amici che a gli estrani: però al felice sono necessarî gli amici almeno perché vi sia chi riceva le sue grazie, i suoi doni e i suoi favori. E si suol dubitare se gli amici siano più necessarî ne la prospera o ne l'avversa fortuna, perciò che ne l'una si ricerca chi faccia il beneficio, ne l'altra chi il riceva; ma in ambedue senza fallo sono ricercati, e senza essi non sarebbe piacevole la vita, come deve esser quella del felice, né piacevole né continua l'operazione. Oltre a ciò, essendo l'amicizia grandissimo bene oltre tutti i beni esterni, sconvenevole sarebbe privare il felice del maggior bene e quasi condennarlo a la noia d'una solitudine perpetua. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Non tanto stimo che sia dubbioso se gli amici sono necessarî ne la felicità, quanto se molti amici sono necessarî, avenga che io mi ricordi di avere lette in Plutarco queste o simiglianti parole: "Il vero amico niuna cosa estima di maggiore piacere che l'amare e insieme l'essere amato da molti: però continuamente usa con qualche amico, com'egli a molti sia amico e caro; e per fermo, avendo io opinione che le cose de gli amici siano communi, niuna cosa dovrebbe essere più comune de l'amicizia stessa". Ne le quali parole ci insegna di ristringere la conversazione fra pochi e di communicare l'amicizia fra molti e di moltiplicare in questa guisa gli amici e le amicizie. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesta opinione è tanto contraria a quella che porta Aristotele ne' <emph>Magni Morali</emph> che nulla più: perché Aristotele non solo esclude da la amicizia i molti amici, ma i pochi; altrimenti, come egli dice, avverrebbe che l'amico avesse sovente occasione di dolersi per la varietà de' fortunosi accidenti e de le morti, a le quali è soggetta la vita de gli uomini: e vuol ch'ella si restringa fra due o tre al più. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Sarà adunque l'amicizia a guisa d'un Gerione: così concordi saranno le operazioni de tre. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il Gerione da Luciano è assomigliato a l'amico, ma da Aristotele ne' suoi libri de la <emph>Topica</emph> si assomiglia a l'anima, perché ne la anima sono tre potenze a guisa di Gerione, fra le quali nondimeno dovrebbe essere amicizia. E in questa guisa si potrebbe solvere quella che par contradizione in Aristotele: perché in alcuno luogo vuole che si trovi l'amicizia fra se stesso, ne l'altro non vuole che l'amicizia possa essere tra meno che fra duo soggetti; il che è vero senza fallo. E vero sarebbe parimente che l'uomo non potrebbe essere amico di se medesimo, se l'amicizia non si considerasse per rispetto de le molte parti de l'anima. È dunque prima l'amicizia ne le potenze de l'anima, come esistimò Aristotele, e la giustizia similmente, come giudicò Platone. </p></sp>
	<sp><speaker>G.M.</speaker><p> Vero adunque è senza dubbio quello che diceste poco prima, cioè che l'amicizia e la giustizia siano ne le cose medesime e intorno a le istesse: e ciò dovrebbe intendere non solo de l'interiori ma de l'esteriori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Così estimo, anzi giudico che l'amistà interiore sia origine de l'esteriore, e la giustizia similmente. Non per tutto ciò mi turbano alquanto alcune parole di Aristotele ad Eudemo, dove egli dice che ne la casa è il fonte d'ogni giustizia: il che io estimo vero in parte, cioè avendosi riguardo a le cose esteriori. La giustizia domestica è quasi fonte de le altre, ma ella deriva da fonte più occulto e interno, che è ne l'animo: non altrimenti che soglia avvenire del Nilo o d'altro fiume o de l'oceano medesimo, se l'oceano avesse fonti, come scrissero Esiodo e gli altri greci teologi. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Così debbiamo credere senza fallo: e questo misterio ci è quasi velato ne le sacre lettere, perciò che i quattro fiumi che irrigano il paradiso disegnano, come dice Filone Ebreo, le quattro virtù de l'anima, le quali pigliano il principio da Eden, cioè da la divina Sapienza. E questo è il vero principio de la amicizia e d'ogni morale virtù, le quali irrigano le oneste azioni e fanno germogliare la virtù e la contemplazione a guisa di pianta. Il primo è Frison, che circonda tutta la terra dove è l'oro e il carbonchio e altre pietre preziose: e questo significa la prudenzia. Il secondo fiume è Gebon, che gira intorno a l'Etiopia: il cui nome è interpretato il medesimo che l'umiltà, avenga che l'umiltà sia cosa umile e abietta, a cui la fortezza è contraria. Il terzo fiume, detto Tigri, corre contra l'Assiria: è la terza virtù, cioè la temperanza, la quale, correggendo la nostra umana debolezza, va contra a' piaceri; perciò che gli Assiri si possono dire in questa lingua scorretti o incorrigibili: e ha comune questo nome con la tigre, ferocissimo animale, in cui la temperanza ha molto che fare. Ma l'Eufrate, come dice, è segno de la giustizia, la quale non oppugna alcuno né cinge, e non ha avversario, perché a lei s'appartiene dare a ciascuno il suo, e tiene loco non d'accusatore ma di giudice. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Feconda senza fallo conviene che sia l'anima da quattro fiumi irrigata; ma oltre i quattro principali molti deono essere i rivi e i ruscelli da' quali inaffiata, produce frutti di virtù e di buone e di lodevoli operazioni. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Da queste quattro, quasi da regi fiumi, derivano l'altre virtù: e queste quattro sono ne l'anima derivate da Dio, fonte d'ogni virtù e d'ogni bontà e di ogni perfezione. Abbiamo dunque il principio de l'amicizia, il quale non è il bisogno o l'indigenza, come parve ad alcuni, ma Iddio, che è la copia e l'abbondanza di tutti i beni, i quali a guisa d'onde sono da lui compartiti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Altissimo veramente e nobilissimo principio. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Divino senza dubbio ed eterno principio: laonde Empedocle, che fra i principi de le cose naturali numerò l'amicizia e la discordia, non si dilungò molto da la verità, quantunque egli ponesse i principî contrarî fra se stessi, come prima avevano fatto gli altri filosofi e dapoi fece Aristotele medesimo; ma uno è veramente il principio de le cose, come scrisse Dionigi, sovra ogni contrarietà e contradizione altissimamente collocato: e chi dicesse questo principio essere l'amicizia, per mio aviso non errerebbe di soverchio, perché Dio medesimo è l'amicizia, se la carità è amicizia, come parve a Ciro Prodromo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or che abbiamo ritrovato il principio de l'amicizia, debbiamo ricercare il fine. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Il medesimo che è principio de l'amicizia è fine di lei medesimamente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Mi par d'aver letto in Proclo o 'n altro platonico che il fine de la guerra è la giustizia e 'l fine de la pace è l'amicizia; ma ora ch'io ascolto voi sì altamente ragionare del suo principio e del suo fine, estimo altrimenti; e giudico più tosto che la pace sia fine de l'amicizia, perché Iddio è pace, quella pace, dico, la quale non è unione ma unità; perché de l'altra, che è unione, l'amicizia è quasi fine. Ma questi misteri sono così alti e così ascosi ne le tenebre e quasi ne la caligine che non senza cagione fu assegnata da Esiodo la notte per madre de l'amicizia. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Diverse tenebre e diversa caligine senza fallo è quella de la quale egli ragiona, la quale si può rimanere colà giù ne l'oscurissimo Tartaro, dove ella nacque per aventura; ma ne la santissima notte nacque appresso quella luce ch'è veramente pace e veramente amicizia, la quale congiunge e unisce i buoni a se stessi: e fra loro è un santissimo legame d'amicizia e di carità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Soverchio è dunque omai il dubitare se l'uomo debba desiderare l'essaltazione de gli amici, quasi ne la grandezza de l'uno consista la destruzione de l'amicizia medesima: perché, se l'uomo può essere amico di Iddio, come parve ad Aristotele, il quale al savio attribuì questo onore, non è inconveniente adunque che fra gli uomini si conservi l'amicizia ne la grandissima varietà o distanza de la fortuna. Però Platone fu amico del siracusano Dionigi, Senofonte d'Agesilao, Euripide d'Archelao, Aristotele di Filippo e di Alessandro, Ennio del maggior Scipione Affricano, Polibio e Panezio del minore, Possidonio di Pompeio, Plutarco di Traiano, dapoi ancora ch'egli a la altissima degnità de l'imperio fu essaltato; e per ragionare de' nostri, il Petrarca del re Roberto e di Prospero Colonna e del cardinale: fra' quali senza dubbio fu perfetta amicizia, perché fra loro fu la concordia di tutte le opinioni, non solamente di quelle che appertengono a lo stato civile, che bastano a la civile amistà, ma non a la perfetta amicizia. E vera è senza dubbio quella opinione di Dante nel suo <emph>Convito</emph>, che la filosofia altro non sia che divina amicizia e 'l filosofo amico di Dio, che è vera sapienza: e da questo principio discende prima ne' principi che in alcun altro, e ne gli uomini d'alto affare. Se tale è dunque l'amicizia, la quale non solamente congiunge insieme gli animi de' cittadini, ma le cose civili con le straniere e le terrene con le celesti e l'umane con le divine, con altissime laudi senza dubbio dovrebbe essere celebrata. </p></sp>
	<sp><speaker>B.</speaker><p> Qui si ricercherebbe l'inno vostro o d'altro poeta, il quale la chiamasse principio e fine de le cose, facitrice e procreatrice del cielo e de le stelle, e de gli elementi similmente conservatrice, armonia del mondo, concordia de le cose discordi, nodo e legame de la natura, diletto e perfezione de l'arte, concento e quasi musica de le opinioni, fondamento de le città e de le republiche, accrescimento de gli imperî e de' regni, consolazione de la avversa fortuna e de la prospera ornamento, alleggiamento de la povertà, ammaestramento de le ricchezze e gloria de la potenzia, sicurezza, riposo, tranquillità e onore de la vita umana e principio quasi de la divina. Perché tu, o amicizia, fai l'anime nostre compagne e colleghe de le intelligenze; tu <quote rend="block"><foreign lang="lat">das epulis accumbere divum</foreign></quote>; tu fai gli dii uomini e gli uomini dii, costringendo le divine materie a vestirsi d'umanità e l'umanità, quasi a transumanarsi: tu giusta, tu pietosa, tu santa, tu celeste insieme e terrena, mortale e immortale, umana e divina, risguarda questo mondo terreno e soggetto a la corruzione il quale, come si dice, è generato da la discordia; e non potendo tu collocar la tua sede fra le repugnanze de gli elementi e de le contrarie nature, siedi ne gli animi nostri e ne le menti de gli ottimi principi, i quali governino questo globo inferiore ad imitazione de' superiori è sian in terra vive imagini de la divina maestà. Io ho lodata l'amicizia come ho saputo; voi, se vi pare, potrete aggiungervi i numeri e l'armonia poetica. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> In niuna guisa meglio s'onora l'amicizia che con le buone operazioni. Piaccia a Iddio che da noi in questo modo stesso in ogni luogo e in ogni tempo sia onorata e commendata. </p></sp>

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</text>
</TEI.2>
