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      <title>Il Ghirlinzone overo l'Epitafio</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<front>
<div1 type="dedica" n="Dedica">
<p>A la serenissima signora e padrona  mia colendissima
la signora duchessa  di Mantova.</p>

	<p>Quantunque io cerchi con breve orazione rinovar la memoria di lungo tempo, nondimeno, perché le verissime lodi sogliono operare i grandissimi affetti ne l'animo de' lettori, stimo ch'a Vostra Altezza serenissima non sarà discaro di leggerla e di concedere a l'autorità de la serenissima duchessa Barbara, già morta molti anni sono, quel che non hanno impetrato le preghiere e l'intercessioni de' vivi. Le bacio umilissimamente le mani.</p>
	<p>Di Vostra Altezza serenissima</p>
<closer>
umilissimo servo
<signed>IL TASSO.</signed>
</closer>
</div1>


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<titlePart type="main"> IL GHIRLINZONE OVERO L'EPITAFIO </titlePart>
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<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>ORAZIO GHIRLINZONE, </role></castItem> <castItem type="role"><role>FORESTIERO NAPOLITANO. </role></castItem></castList>


</front>
<body>
<div1 type="dialogo" n="Dialogo">
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Dal castello venite, o di qual altra parte?</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Da la casa de la signora Tarquinia Molza. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Questa sarebbe più tosto l'ora d'andarvi che di ritornare: e sì per tempo vi sete andato, per tempo vi sete partito. E di ciò prendo gran maraviglia, percioché a niuno il quale metta il piede in quelle stanze, par che sia in sua libertà di far altro viaggio: così piacevoli sono i sembianti di quella valorosa signora, così dolci le parole, così care l'accoglienze. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non volontario, ma sforzato e quasi cacciato da' suoi commandamenti. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Qual nuova cagione può esser che voi siate escluso da chi suol raccoglier ogni altro vostro pari? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il suo gran sapere e la mia ignoranza. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Se ciò fosse vero, parebbe cagione assai conveniente: perché due contrari non possono insieme accozzarsi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tuttavolta colui che gela s'avvicina al fuoco, e l'assetato s'appressa a le chiare fontane d'acqua viva e a' rivi correnti, e lo stanco peregrino ricerca l'ombra, e l'infermo il medico. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Così aviene senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque par che ricerchi il suo contrario, o più tosto il contrario di quella passione o di quel male ch'in lui si ritrova. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io dunque, che brutto sono e ignorante, ragionevolmente debbo avvicinarmi a lei, ch'è sì bella e sì dotta: ed ella non dovrebbe cacciarmi, percioché né da' tepidi bagni si scacciano gli assiderati, né da' fiumi e da' fonti quelli c'hanno patita soverchia sete, né da l'ombre gli affaticati, né da' medici sogliono gli infermi esser fuggiti. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Qual dunque è stata la cagione ch'ella contra il suo costume e senza ragione v'abbia data licenza? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dirollavi. Io aveva una orazione funebre in lode de la serenissima duchessa Barbara, figliuola di Fernando imperatore, e gliele aveva portata un giorno nel quale io la ritrovai a seder fra messer Francesco Patrizio e messer Camillo Coccapani, uomini riputati dottissimi ne le belle lettere: ed ella, prendendola in mano, subito che la cominciò a leggere, s'accorse ch'era senza proemio; onde si rivolse sorridendo a messer Camillo e dissegli: “Che vi pare di questa orazione”? Egli rispose: “L'orazione senza principio, ché principio si dice in nostra lingua quello ch'i Greci dicono <emph><foreign lang="grc">prooímion</foreign></emph>, è simile a gli uomini senza testa”. E così parve che desse la sentenza finale; né mi giovò il replicare che il proemio non è fra quelle parti ch'Aristotele stima necessarie ne l'orazione, e che ne le cose oneste è lecito di usarlo e di non usarlo, e che molti sono i tempi ne' quali si può lasciar sicuramente: laonde, essendo questa onestissima e illustrissima e forse stanchi gli uomini di avere ascoltate l'altre orazioni, convenevolmente <add>poteva</add> esser lasciato a dietro. Perch'ella, volgendosi da l'altra parte a messer Francesco Patrizio con un viso alquanto più severo, gliene chiese il suo parere: ed egli disse ch'i proemi erano come quelle tirate che sogliono far i sonatori de la cetera o d'istromento, prima che cominciano a sonare, i quali con grandissimo diletto dispongono gli animi de gli ascoltatori ad udire il canto. Al che replicava pur io che ciascuno è disposto e apparecchiato per udir le cose altissime e nobilissime, come sono le lodi di questa santissima reina; talché niuna ragione necessaria par che ci astringa a farci il proemio. Ed egli, concedendomi quel ch'io diceva, quantunque paresse farlo mal volentieri e quasi costretto, soggiunse che l'autorità d'Aristotele non si dee in modo alcuno porre a l'incontra a quella di Platone, il quale fu tanto amator de' proemi che volle che fosser fatti in tutte le sue leggi. E replicando io pure ch'Aristotele e Marco Tullio parlano de l'orazioni e Platone de le leggi, ch'è diversa specie di componimento, soggiunse la signora Tarquinia che le lodi di Barbara a tutte le donne illustri debbono esser leggi di modestia, di cortesia, di liberalità, di magnanimità, di clemenza, di castità, e in somma leggi d'ogni virtù e di ogni reale ed eroica operazione; laonde io rimasi quasi mutolo a questa risposta, stimando che non fosse lecito né convenevole il recare alcuna ragione a l'incontra. E volgendo pur ne l'animo la fatta orazione, mi parti' per aver maggior commodità di pensarvi; ma così fisse mi rimanevano ne la mente le parole de la signora Tarquinia che mi pareva di aver maggior obligo di quelli c'hanno gli altri oratori, i quali non risguardano se le cose dette o scritte da loro siano vere o false, ma se elle siano grandi o picciole, ornate; o non ornate e io giudicava che da me s'aspettasse che non solamente le cose grandi si dicessero con ornamento, ma senza menzogna; percioché le leggi sono imitazioni de la verità, e in questa orazione a me conveniva essere anzi legislatore che no. Volendomi dunque vestir di così degna persona e sostener così grave peso, considerava minutamente le cose ch'io prima aveva scritte frettolosamente, ma non ritrovando alcuna che vera non fosse, tutte le riputava degne di esser lette, quantunque tutte non fossero egualmente adornate, percioch'io ho ricercato più tosto la bellezza e la dignità che la vaghezza e la leggiadria. Feci dunque il proemio e recai di nuovo l'orazione a la signora Tarquinia: e di nuovo la ritrovai con messer Francesco Patrizio e con messer Camillo Coccapani; ma c'era ancora messer Lazzaro: i quali furono ascoltatori de l'orazione, e alcuno di loro l'avrebbe per aventura lodata, s'io l'avessi scritta in lingua latina; ma non commendavano questa lingua, né gli pareva che l'altezza di così nobil materia potesse convenevolmente esser trattata ne la volgare, la quale gli pare acconcia solamente a scriver cose di amore e alcun'altre sì fatte, ne le quali non si ricerca tanto ornamento o tanto splendore o tanta gravità quanto ne le lodi di Barbera è ricercato. Al che io replicai molte cose in lode di questa lingua, per le quali stimava convenevole ch'ella potesse ornare i più degni soggetti; ma particolarmente mi dolsi che si volesse negare a la lingua italiana questo testimonio de l'amicizia e del parentado il quale è per cagione di Barbara fra' principi tedeschi e gli italiani, fra' quali ella visse in guisa che niun maggior diletto dimostrò che di piacere a colui che l'era stato eletto per suo marito: laonde ingrata sarebbe veramente quella lingua ne la quale ella, figliuola e sorella e nipote di imperatori, si degnò di favellare, se consentisse che ne le lodi di Barbara alcun'altra la superasse. A queste parole la signora Tarquinia, quasi commossa, mi tolse l'orazione di mano e volendola leggere, la vide così male scritta come sogliono esser tutti i miei componimenti: laonde, piena di sdegno, me la rendé e commandommi ch'io non le tornassi davanti, se non le recava l'orazione meglio ricopiata e tradotta ne la lingua romana. E per ubbedire mi sono partito, e ora non so dove io debba, né chi addimandare: percioché, quantunque sian molti i quali dureranno volentieri questa fatica di ricopiarla, pochi vorran prender l'altra di farla latina. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> La signora Tarquinia la ricerca da voi stesso, non da alcun altro, per aver occasione di legger le vostre composizioni ne l'una come ne l'altra favella. Fra tanto fate ch'io l'oda in questa, ne la quale prima l'avete scritta. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Come vi piace; ma dove volete che si legga? Perché qui il popolo vi concorrerebbe come a la predica. </p></sp>
	<sp><speaker>O.G.</speaker><p> Entriamo in questa casa, ch'è vostra: e sedete in questa sede, la quale è così alta; ch'io sederò in questa più bassa, come conviene a gli ascoltatori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> “Coloro i quali sogliono i vivi celebrare, sono, s'io non m'inganno, simili a quelli che lodano gli istrioni, mentre ancora ne la scena luminosa, dipinta di molti colori, si rappresentano l'azioni favolose: percioché la vita nostra è somigliante a la comedia o pur a la tragedia, piena di vari casi e di varie mutazioni de la fortuna, la quale ora ci solleva di miseria in felicità, ora ci deprime con movimento contrario; e mentre tutti gli animi sono sospesi e pieni di maraviglia, niuna altra cosa par che più si ricerchi che 'l silenzio e la attenzione: onde le nostre lodi in quel tempo paiono sconvenevoli e importune, e dettate più tosto da passione che dal giudicio: percioché una bella morte è quella ch'onora tutta la vita, e dal fine sono approvate tutte le azioni. Assai convenevolmente dunque, mentre visse la serenissima duchessa Barbara, figliuola di Fernando imperatore e moglie di Alfonso duca di Ferrara, io tacqui e rimirai la sua grandezza e le sue virtù maravigliose, né volli con le mie parole o con gli scritti rompere il silenzio de gli altri, né perturbare la riverenza o la maraviglia, né mostrarmi in modo alcuno lusinghiero o pieno di affetto. Ma dapoi ch'ella è morta, o più tosto ritornata al cielo, il gran teatro di questo mondo risuona di pianti e di querele e di lamenti; laonde posso a guisa di trombetta imporre il silenzio e render attenti coloro che non sono ancora dipartiti, quasi alcuna cosa ci rimanga ad ascoltare. </p>
	<p>Io rivolgo dunque il ragionamento non solamente a voi, che sete abitatori di questa parte di Italia la quale è innondata dal Po, dove ella visse, dove regnò, dove fece la vita felice e felice questo nobilissimo stato ch'è quasi un regno, dove lasciò sì bello essempio del suo valore e de la sua innocenza, dove abbandonò la vita ritornando a la sua vera patria e c'insegnò la strada di seguitarla, ma a tutti coloro che dimorano fra' due mari, che innondano l'Italia, e i due monti, l'uno de' quali la divide e l'altro la circonda; né a questi solamente, ma a tutti i Germani fra' quali ella nacque, e a tutti i vassalli de l'imperio nel quale signoreggiò il padre; e finalmente a tutti i ritrovatori de' nuovi popoli e a tutti i ritrovati, a' vinti e a' vittoriosi, a le diverse genti e a le varie nazioni che hanno in riverenza il suo nome e quello de la sua casa imperiale e de gli Augusti e de' Cesari da' quali è discesa. E 'l rivolgo a tutti perché, sì come a ciascuno si poteva prepor l'essempio de la sua vita per santissima legge di ogni virtù reale, così a ciascuno par che appartenga il dolor de la sua morte, a ciascuno par convenevole ogni uffizio di pietà, ogni debito di servitù, ogni dimostrazione di fede e di osservanza e di religione. E chiedo a ciascuno non solamente attenzione ma devozione: l'uno, perché 'l mio parlare, come si deve, sia considerato; l'altro, perché il soggetto, quanto conviene, sia onorato. E se tutti gli onori umani sono minori del suo merito, non le si debbono negare le divine lodi or che ella, spogliandosi de la nostra umanità, a gli immortali secoli è trapassata. Ma cominciamo da quelle che le si dovevano mentre ella sostenne persona e dignità da regina. </p>
	<p>Tre sono le maniere de' beni che gli oratori sono usati di lodare: quelli de la fortuna, del corpo e de l'animo; e in questo campo, anzi pur in questi tre grandissimi campi, si spazia e si distende ogni orazione. Ma in ragionando de la duchessa Barbara e de la sua stirpe, non pare ch'abbiano luogo alcuno quelli che son chiamati di fortuna: e niuna parte al caso è conceduta, niuna a la temerità abbandonata; anzi le sue ricchezze, la copia de gli amici, de' servitori e de' parenti, e sopratutto la sua regia e imperiale nobiltà non è bene de la fortuna ma dono de la providenza: perché, se alcun regno, se alcun impero si conservò e crebbe per volontà d'Iddio e per sua grazia particolare, è quel de la casa di Austria, nobilissima e potentissima oltre tutte l'altre che furono o che sono state per l'adietro, de la quale uscì la duchessa Barbara, e nacque reina, avengaché tutte ci nascono con questo nome e con questa dignità. E sì come il sole, nel medesimo tempo ch'egli nasce, è coronato di tutti i suoi raggi, così elle nel nascimento si fanno quasi corona de la gloria de' loro maggiori e hanno il titulo de gli antecessori; né tanto è naturale il diadema a la fenice, o pur ad alcune stirpi de' gentili la lancia colorata ne la pelle, quanto a ciascuno de la casa di Austria la dignità e la virtù de' re che portano seco da la natività, la qual è tanto più degna di riverenza quanto è maggiore l'impero di cui nascono signori: imperio veramente ch'avanza tutti gli altri in quella stessa maniera che 'l legnaggio loro supera tutti gli altri legnaggi. E se fu lecito ad alcuno d'accrescer le lodi di reina lodata con quelle de l'amante, più ragionevolmente si dee concedere ch'in scrivendo di questa santissima reina s'aggiunga a' suoi meriti quelli del padre, de l'avo e de' fratelli e de' zii e de' cugini e de gli altri che nati sono del medesimo sangue: perché tra quelle, molte cose necessariamente si mescolavano, che potevano recare in alcun modo vergogna a colei a la quale si procurava onore: come sono amori, rapine, guerre e sedizioni, incendi e distruzioni di città e di regni e altri mali che derivano da cagione simigliante. </p>
	<p>Tra queste niuna parola, niun detto s'interpone che non s'accresca la gloria di Barbara. Niuna ombra v'è di male, niuna suspizione di bruttezza, niuna parte che non sia risguardevole e che non risplenda. Ma se furono possenti e grandi imperatori Federico e 'l vecchio Massimigliano, Carlo e Ferdinando, se n'accresce onore a Barbara d'Austria; s'è temuto e venerato ne l'imperio di Germania il presente Massimigliano e gli altri suoi fratelli, n'acquista gloria Barbara d'Austria. Se tremano i novi popoli occidentali e quelli ch'abitano sotto l'altro polo separato dal vastissimo oceano, del nome di Filippo si fa maggiore la riputazione di Barbara d'Austria. Se fra noi son celebrate con chiarissima lode le vittorie del signor don Giovanni, si lodano più volentieri per Barbara d'Austria. Se dimostrano grandissima prudenza <add>Anna</add> in Baviera, Leonora in Mantova e Giovanna in Toscana e Margherita in Parma, sono assomigliate da Barbara d'Austria: laonde tutto quello che si dice de la nobiltà de gli uomini o de le donne nate di questo sangue o de la grandezza e antichità di questo imperio, tutto ritorna in onore di questa nobilissima reina. </p>
	<p>E certo io mi vergogno di paragonare il regno de gli Assiri o de' Medi o de' Persi con quello di questi imperatori: percioché quelli furono barbari e inesperti nel guerreggiare e nel commandare, i quali non potevano altramente governare i paesi soggiugati se non andando sempre attorno e sentendo sollevarsi la parte lontana quando la vicina s'acquetava; laonde il governo loro non era altro ch'un cerchio di sedizioni e di ribellioni, l'una de le quali succedeva a l'altra continuamente. Ma questi reggono il mondo co 'l cenno: e se pur si muovono alcuna volta, di quella parte dove si fermano estirpano tutte le radici de la discordia e tutti i semi de la disobedienza. Né la monarchia de' Macedoni con questa si dee paragonare; percioch'ella passò in guisa di torrente o di fulmine, e, cominciando in Filippo, ebbe fine in Alessandro, con la morte del quale si divise il mondo che non rimase alcun'ombra di monarchia: e questa continova già tante centinaia di anni ne gli imperatori del sangue medesimo, accrescendo sempre le forze e la riputazione. Né l'imperio de' Romani istessi, ch'è il più famoso di quelli che siano stati, merita di essere agguagliato con quello de la casa di Austria: né si errerebbe molto, dicendo ch'egli tanto è superato quanto egli quel de' Persiani avanzò, e l'avanzò de la metà e di tutto il mare Mediterraneo; ma quasi de la metà e di tutto l'oceano supera l'imperio, i regni de' principi d'Austria l'antica potenza romana, conciosiacosa che essi non passarono giamai oltre le colonne d'Ercole, né conobbero i novi popoli e le nazioni. Laonde non solo è soverchiata l'antica signoria de la metà del mondo, ne la quale già fu maggiore di quel di Ciro, di Dario, di Serse e di Artasserse, ma di un mondo intiero non prima visto, non conosciuto, non inteso, in maniera che nessun altro ne l'infinità de' secoli potrebbe tanto superarlo: e sì come è vincitore di tutti i regni, di tutti gli imperi e di tutte le monarchie passate, così è invitto e invincibile in comparazione di tutte le future e di tutte quelle che si possono aspettare o temere o descrivere od imaginare. </p>
	<p>Né solamente è maggiore la possanza di questi principi ne l'ampiezza de' paesi conosciuti, ne la moltitudine de' popoli e de le nazioni, ma ne la lunghezza del tempo e ne la successione de la stirpe: percioché da' primi scrittori de l'imperio romano son numerati dodici Cesari, ne' quali egli non poté esser tanto stabile che non passasse assai spesso d'una in altra famiglia o per adozione o per violenza; e molte volte vi passò con spargimento di sangue e con morte e con distruzion de la schiatta. Ma ne l'imperio germanico sono stati Augusti di questo medesimo sangue, oltre tanti principi di grandissima virtù, e sono succeduti ne la corona senza insidia, senza violenza, non solamente per valore, per merito e per elezione, ma per natura. Oltre di ciò ne le famiglie de gli antichi Cesari sono annoverate molte donne celebri per fama d'impudicizia; ma ne la stirpe de' nostri imperatori tutte sono state lontane da ogni colpa e d'ogni sospetto che potesse macchiar la gloria de l'onestà: laonde, terminando questo paragone, io dico che gli antichi Augusti comandaro a mezzo il mondo a pena con mezza la felicità macchiata da la crudeltà de gli uomini e contaminata da la disonestà de le donne; ma i moderni principi de la casa d'Austria comandano al mondo con l'intiera felicità adornata da la clemenza de' re e illustrata da la innocenza de le reine, anzi pur con due felicità in due emisperi sotto due poli, e dispiegano la croce e l'aquile sotto altre Orse, altre stelle, altri segni celesti che da' nostri antichi non furono mai riguardati. </p>
	<p>In questo grandissimo imperio dunque e di questa nobilissima stirpe essendo nata Barbara reina, non si può dubitare che la fortuna avesse alcuna parte ne la sua nobiltà; né l'ebbe ne le ricchezze o ne gli amici o ne le compagne o ne' servitori o ne le serve o ne gli ornamenti: percioché tutte queste cose le furono date da la prudenza di Ferdinando imperatore suo padre, il quale la faceva nudrire in Ispruc con le sorelle, e conservate poi da la medesima virtù di Massimigliano suo fratello: laonde furono più lodevoli in loro queste parti che ne gli altri, perché erano meno soggette a gli accidenti e a le mutazioni. </p>
	<p>La forma ancora del corpo, la leggiadria e la maestà derivavano da l'animo, e furono quasi raggi de la bellezza interiore, la qual illustrava gli occhi e la fronte e l'aspetto, e faceva più dilettevoli le maniere e più graziosi i movimenti, e aggiungea dolcezza e gravità a le parole e piacevolezza e autorità a tutte l'operazioni. In questa guisa i costumi accrebbero la sua beltà, e la beltà fece più risguardevole la sua virtù e la virtù maggior la benevolenza, e la benevolenza s'acquistò più facilmente la riputazione appresso ciascuno: laonde non solo ne la Germania era conosciuto il suo nome, ma ne l'altre provincie molti potentissimi principi la desideravano per moglie. Ma fu merito d'Italia o felicità, ché ventura non ardisco chiamarla, ch'ella fosse stimata degna di tanto onore e di tanta grazia fra tutte l'altre provincie sottoposte a l'imperio o per antica o per nuova ragione, quasi con questo privilegio fatta compagna de la Germania dove è la nuova sede de l'imperio romano; percioché Carlo Quinto, quantunque nascesse in Gante, città de la Fiandra, di madre spagnuola, e avesse la Spagna assai obediente al suo nome, non congiunse Margarita sua figliuola ad alcuno signore spagnuolo o fiamingo o d'altra nazione straniera, ma prima ad Alessandro de' Medici e poi ad Ottavio Farnese, principi per nobiltà e per valore meritevoli che l'imperatore facesse di lor questa elezione. <add>Il</add> quale essempio seguendo Ferdinando suo fratello, diede per moglie a Francesco duca di Mantova Isabella d'Austria sua figliuola e poi regina di Polonia, e a Guglielmo, che successe in quello stato e ne' meriti de gli antecessori, Leonora, una de l'altre sorelle, dotata d'ogni nobilissima virtù e felice di bella successione; e rimanendo Barbara e Giovanna senza marito, quella congiunse in matrimonio con Alfonso duca di Ferrara, cavalier di valor inestimabile, questa con Francesco principe di Toscana, simile al padre ne la liberalità, ne la prudenza e in ogn'altra condizione. Questi matrimoni sono stati senza alcun dubbio cagione de la tranquillità d'Italia; ne la quale le reine di casa d'Austria meritano lode maggiore d'Ersilia e de le altre Sabine o pur de le Celte, perch'è meglio esser concedute da' padri o da' fratelli che rapite da gli amanti, e più lodevole il troncar i principî di tutte le guerre ch'estinguerle dapoiché sono accese. </p>
	<p>Venendo adunque Barbara a marito ne la nostra Italia e uscendo da la Germania, ne la qual parte era stata quasi rinchiusa, spiegò con grandissima pompa tutte le sue maravigliose virtù, de le quali s'aveva per fama cognizione, e le sottopose quasi in una bellissima vista a gli occhi de' principi, de' cavalieri e de la moltitudine ch'era adunata per le sue feste: né l'oro de la Germania, del quale i signori tedeschi avevano grandissime catene al collo e a traverso, né la ferocità de' cavalli né la fortezza de' cavalieri a sé gli rivolse, ma le virtù di Barbara gli abbagliaro con chiarissima luce; de le quali ciascuna per se stessa era riguardevole molto, ma tutte insieme risplendevano in guisa che ne restavano superati gli occhi de l'intelletto. Allora la prudenza, ch'era quasi duce de l'altre, si dimostrò ne' ragionamenti e ne l'accoglienze fatte co' principi e co' legati del papa e co 'l cardinale Madruccio, signore di bontà singolare, il quale l'accompagnava: e si manifestò la giustizia, egualmente gli eguali onorando e con debita disaguaglianza gli ineguali accarezzando e i favori a proporzione de' meriti compartendo; e la sua temperanza si fece palese ne' conviti, e la sua liberalità nel donare e la magnificenza nel vestire e la modestia nel comandare e nel tolerare la mansuetudine; né vi fu in somma virtù ch'ivi non si conoscesse, e di tutte insieme nacque tanta maraviglia ch'a fatica a la lode fu luogo conceduto, la quale in quelle cose che superano ogni copia e ogni artificio di parlare, molte volte co 'l silenzio suol ricoprir la sua imperfezione. </p>
	<p>Tutte le lodi adunque erano imperfette in comparazione de la perfettissima virtù di Barbara; ma tutte le furono date per concederle vittoria non meno sovra l'eloquenza de gli scrittori che sovra la virtù de' principi. E gli uni e gli altri fecero a gara per onorar la sua venuta, quelli con le giostre e co' torneamenti, questi co' versi e con le prose. Né in alcuna di loro si legge spettacolo così maraviglioso come i giuochi celebrati in quella occasione, ne la quale la magnificenza d'Alfonso agguagliò quella de' grandissimi re, e 'l valore superò quel de' fortissimi cavalieri. E se vorremo paragonar le cose nuove con l'antiche, non è stata così grande la fama de le cose passate come la verità de le presenti; né l'ardire licenzioso de' poeti ha potuto così accrescer le altrui maraviglie come la splendida liberalità d'un principe le sue medesime. Né con eguale convenevolezza furono onorate l'essequie de la sepoltura e le pompe de le nozze: percioch'a queste convengono tutti i giochi e tutte le cose che possono accrescer l'allegrezza; a quella, niuna che sia disdicevole, deve temperare il dolore. Cedano dunque le vecchie a le moderne imitazioni de la guerra: e se Patroclo o Anchise è per quelli famoso, sia Barbara per questi gloriosa, perché non dee meno esser celebrata per l'amor del marito che l'un per la benevolenza de l'amico, l'altro per la pietà del figliuolo. </p>
	<p>Ma dapoi che fu consumato il matrimonio e fornite le feste e gli spettacoli e ritornato ciascuno nel suo paese, Barbara, rimasa ne lo stato del marito, ch'è un de' più belli e de' più nobili d'Italia, e in quella casa medesima la quale aveva prima raccolte le figliuole de' re di Napoli e di Francia, ebbe nuova occasione da mostrar la sua providenza: perché l'altezza del grado dove nacque, la diversità de la patria onde venne, la varietà de' costumi ne' quali si nutrì, per la nuova e insolita mutazione avean bisogno di grandissimo avvedimento; ma la natura l'avea dotata d'accorgimento, e l'artificio l'avea accresciuto, e tutte le cose erano temperate da l'amor del marito, de la cui volontà ella si fece legge. E quantunque da la sua magnificenza ella potesse aver essempio d'usarla, nondimeno volle più tosto simigliar Stratonica o Cornelia ne la fede e ne la benevolenza che Semiramide o Cleopatra ne la pompa e ne la superbia. E se le reine de' Persi con gli ornamenti del corpo davano nome a le provincie, Barbara con quelli de l'animo accrebbe la riputazione de la Germania, provincia maggiore di ciascun'altra e più memorabile per tutte le condizioni: e dove quelle erano custodite dal timore, ella solamente da l'amore era guardata. Ma vero senza dubbio è quel detto, che 'l sommo amore è somma vergogna: percioché ella, amando sommamente, volle dimostrarlo solo con la modestia e con la castità, la quale non è meno degna di memoria che quella di Lucrezia o di Tazia perché sia manco a la favola somigliante: anzi più certo testimonio de la sua pudicizia è l'amor del marito che 'l ferro bagnato del sangue o che 'l cribro che ritenne l'acqua, o la zona che fermò la nave, o altro sì fatto celebrato da l'antichità, del quale ci maravigliamo come de l'altre cose a pena credute. Ma di questo niuno è che dubiti: laonde è tanto più meritevol di considerazione che ciascun altro, quanto è il movimento e l'ordine celeste de' mostri e de' prodigi, tuttoché questi empiano di stupore il volgo e di quelli paia cessata ogni maraviglia. </p>
	<p>Visse dunque Barbara co 'l marito in sommo amore e in somma concordia: e da questa, quasi da suo fonte, derivò la pace fra' suoi domestici e la quiete fra' suoi famigliari e l'unione de gli animi e la tranquillità de gli ordini, i quali furono sempre inviolabilmente osservati; e insegnò il mansueto imperio co 'l comandare e la pronta essecuzione con l'ubbidire; e onorò l'umiltà con l'essempio e vituperò la superbia co 'l paragone. E quantunque tutte l'altre paci allora siano stabili che sono più lontane da ogni contesa, quella ch'era fra l'uno e l'altro si stabilì per una nuova maniera di contrasto, percioché l'uno contendeva con l'altro di benevolenza e di cortesia: e Barbara concedeva le sue voglie a quelle d'Alfonso, come si conveniva a l'esser donna, e Alfonso le sue alcuna volta a quelle di Barbara, come parea che ricercasse la grandezza del fratello; e in questa pacifica contesa vissero, sinché la grave e lunga infermità de la duchessa le diede maggior occasione di manifestare un'altra sua maravigliosa virtù, io dico la fortezza feminile, la quale non è men lodevole che sia quella de gli eroi, né si dimostra in pericoli minori. E s'alcuna emulazione può nascere tra 'l marito e la moglie, nacque fra loro nel dimostrarla, percioché quella d'Alfonso fu conosciuta ne le tempeste del mare e ne le ruine del terremoto e ne l'uccisioni de la guerra, la qual concede luogo proprio da manifestarla; ma Barbara fece esperienza de la sua ne' dolori de l'infermità, ne gli spaventi de la morte e ne la vicinanza de l'ultimo passo: e la fece senza armi, senza cavalieri, senza schiere e senza esserciti, i quali accompagnaro il duca, che non fu sempre vittorioso, quantunque sempre fosse invitto; ma Barbara fu de la morte medesima vincitrice. </p>
	<p>O dolorosa vittoria, o speranze fallaci, o fuggitive allegrezze, o perdita irrestorabile, o danno irreparabile, o dolore senza consolazione, o consolazione senza rimedio, o rimedio senza giovamento. O fronte già serena più del cielo, or divenuta oscura ne la morte; o occhi già colmi di luce, or pieni di tenebre; o maestà del volto, o leggiadria de le membra, o gravità de' sembianti, o dolcezza de le parole, o soavità de' costumi, onde tante e sì subite mutazioni? O Barbara, o nipote, o figliuola, o sorella de' Cesari, o reina, nel qual nome respirava l'Italia, dove sei ita, o dove dimori? E che picciola parte ci hai lasciata de la tua bellezza? E come tosto sarà in cenere convertita? È questa la successione che da te s'aspettava? Son questi i doni ch'io credeva appresentarsi? Ma mi pare che, sì come ne le tragedie gli dei favolosi parlano da le <add>nubi</add>, così un'angelica voce di lei, che tanto s'è avvicinata al vero Iddio, mi si faccia udire, i lamenti in lode convertendo. </p>
	<p>Tacete, o Ferraresi, e temperate il pianto, perché non è misera per la sua morte la vostra reina, né bisognosa de le vostre lacrime né d'alcuna misericordia per lo viaggio incominciato; ma se fu mai quella d'alcun'altra felice, è stata la sua morte, ne la quale combattendo ha meritato eterna corona di gloria, e di mortale immortale, di terrena celeste, d'umana è divenuta divina. Né l'ha raccolta Stige o Cocito od Acheronte, né Lete gli ha tolta la memoria de le cose sue più care, ma dal suo e vostro signore è stata ricevuta nel cielo, dove trionfa co 'l padre e con gli avi imperatori, che qua giù guerreggiaro per la fede; e gli è fatto il medesimo onore ch'a Iudit, ad Isabella, a Maria, a Matelda, a Beatrice, a Leonora e a tante altre uscite de l'uno e de l'altro legnaggio o maritate ne l'una e ne l'altra famiglia di principi gloriosi. </p>
	<p>Laonde con altri onori omai deve essere onorata, come colei che divenne superiore a tutte l'umane grandezze, né senza aiuto divino fece l'ultima partita: perché, essendo la morte a tutti proposta egualmente, non a tutti parimente è conceduto il poter ben morire e lasciar desiderio de la sua vita ne gli uomini e la memoria de la sua benevolenza ne le donne e l'essempio de le sue virtù in tutte le nazione, e salirsene al cielo, raccogliendo da tutte le parti lodi e lacrime e lamenti senza fine e senza misura. Però non c'è alcuna cagione per la quale siamo di soverchio desiderosi di vita: né si dee più tosto misurar la felicità dal frutto de la sua lunga vecchiezza che da l'operazione de la perfetta virtù; laonde assai bene ha vissuto colui il quale ha speso ne le nobilissime azioni lo spazio conceduto e s'è dipartito a guisa di poeta ch'abbia finita la favola, non avendo ancora saziati gli auditori. Ma quella veramente è beata ch'avendosi goduto de la vita quanto ella era desiderabile, l'ha poi abbandonata co' mali e co' dolori de l'infermità, piena di tutti gli onori, ornata di tutte le grazie, nutrita fra gli scettri e fra le corone e fra i trionfi e fra le palme cresciuta, e da la signoria terrena al celeste imperio s'è inalzata. </p>
	<p>E s'alcuno v'è che stimi non esserle fatto onore a bastanza, supplisca e accresca la riverenza con la divozione: percioché molto secura è questa lode, la qual ci par dettata da la sua bocca medesima, tanto a' suoi meriti quanto a la verità s'avvicina. Né sarà per aventura soverchio celebrarla ne le istorie e ne' versi de' poeti, come Placidia o Serena o Termanzia o alcuna de le già nominate, dicendo: Non sei ancora morta, o Barbara, ma vivi fra noi, perché è viva la protezione che di noi prendesti. O reina, che vivesti come santa e sei morta in modo che più t'onorano, o gloria de la tua stirpe, ornamento de l'imperio, sostegno di questa città, gradisci quel ch'io posso darti o dirti: de le altre cose l'Italia lagrimando si prenderà cura publicamente”. </p></sp>

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</TEI.2>
