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      <title>Dialogo</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
    </titleStmt>
    <extent>43 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit000662</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
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      <bibl>
        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1951</date>
        <note>3 v. in 4</note>
      </bibl>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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    <editorialDecl><p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea sono stati rappresentati sulla versione digitale</p></editorialDecl><classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
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      <date>500</date>
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    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language></langUsage>
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<div1 type="dialogo">
<head>Dialogo</head>
<argument>
<p>Con l’occasione d’una repulsa, che ad un cavaliero da una gentildonna era
stata data nel ballo, si discorre del debito del cavaliero amante e de la
gentildonna amata: se l’un debba per amor de l’amata mancar con l’altre donne
del debito e de la creanza, e se l’altra debba più favorir gli amanti o coloro
che non sono amanti; e si dicono molte cose d’amore e de le qualità de gli
amanti.</p>
</argument>
<stage>[Interlocutori: GIULIA &lt;C.&gt;, FORESTIERO NAPOLITANO]</stage>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Sete ancora sdegnato meco perché l’altra sera ricusassi di ballar con esso
voi?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Io non posso negare che molto il vostro rifiuto non mi dispiacesse;
nondimeno più tosto con me medesimo io debbo essere sdegnato: perché tale io
dovea essere e tale anco sforzarmi di parere a così giudiziosa signora come voi
sete, che da voi non meritassi d’esser rifiutato. Dunque debbo anzi accusare il
difetto del merito mio che il mancamento de la vostra cortesia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Niun difetto di merito è in voi, per lo quale io di ballare con voi
ricusassi; ma prima aveva altrui promesso, e per questa cagione non potei
compiacervi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker> 
<p>Già questa scusa fu allora anco addotta da voi e creduta da me; ma dapoi
ch’io mi fui ritirato, rimirando intentamente, non vidi che d’alcuno foste
invitata; laonde credetti quel ch’era convenevole che da me fosse creduto.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Di poca fede. Dunque il vostro credere altro non fu che negar credenza a le
mie parole?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Per certo; perché non so chi possa esser tanto trascurato o sì poco
giudizioso ch’avendovi invitata a ballare, o se ne dimentichi o non ne faccia
stima.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E fu pur alcuno il quale, se non se ne dimenticò, almen dimostrò di non
curarsene; né a me è sì nuova la smemorataggine di molti uomini, o ‘l disprezzo
che fan di noi altre, che allora molto me ne fossi maravigliata se avessi
conosciuto men cortese il gentiluomo; ma ora più tosto mi maraviglio che voi,
mosso da leggier argumento, giudichiate le mie parole indegne di fede.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Uomo per aventura può esser colui che in tal modo si dimentichi del suo
dovere e sì poco stima cose che debbono esser tenute in molto pregio, ma non
gentiluomo o giudizioso gentiluomo.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Se da voi fosse conosciuto colui di chi parliamo, e giudizioso e gentiluomo
sarebbe giudicato.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>S’egli è tale per aventura, non per dimenticanza o per picciola stima, ma
per alcun’altra secreta cagione si rimase di venirvi a prendere; e s’egli è
amante, convenevol rispetto il poté ritenere, e forse desiderio di far prova de
l’animo vostro: perciò che non men gli uomini che le donne si fanno talora
lecito di tentar le persone da le quali sono amate, con gelosie e con sospetti
e con altri simili passioni; i quali, come che per altro possono esser
giudiciosi, no ‘l dimostrarono ne l’amore.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>S’io credessi d’esser tale che fossi meritevole d’amante giudizioso, vi
potrei confessare ch’egli fosse; ma non posso dir ch’egli sia giudicioso, che
insieme non dica ch’amante non sia, mio almeno: perché amante d’alcun’altra,
che più sia degna de l’amor suo, potrebb’esser per aventura.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Non così di leggieri vi crederò, signora Giulia, che voi vi riputiate
indegna di giudizioso amante, la qual di lui degnissima sete a mio giudicio; ma
agevolmente perdonerei a quel gentiluomo ogni colpa, dove non per difetto o di
memoria o di giudicio o di cortesia avesse lasciato di ballar con esso voi, ma
per abondanza d’amore che ad altra donna portasse, la qual a sé l’avesse
chiamato e da voi per gelosia disviato.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E se per questa cagione egli si fosse rimaso, giudizioso potrebbe esser
insieme e amante, ma non mio: e io prima avrei avuta alcuna ragione di
ricusarvi, avendo promesso di ballare con uomo sì fatto, ed egli poi n’avrebbe
avuto molta di non ballar meco.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>In ciò non vi niego che voi non ne abbiate avuta alcuna.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Dunque con altrettanta ragione io di poca fede vi chiamai, poi che così
agevolmente credeste ch’io, non avendo promesso altrui, voi rifiutassi nel
ballo, e negaste credenza a le mie parole.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Se la mia è stata poca fede, per aventura da molta ragione fu accompagnata,
perciò che, se ben degno di scusa era quel giudizioso amante che, per non
dispiacere a la sua donna, lasciava ingannata di sé così valorosa signora come
voi sete, nondimeno maggior prudenza avrebbe dimostrato non mostrando desiderio
di compiacere a la sua donna con tanta discortesia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Io avrei creduto che ‘l giudizio de l’amante si dovesse manifestare nel far
elezion di donna meritevole, ma che dapoi che tale se l’avesse eletta, le
convenisse ubidirla a cenni e volere e disvolere tutto ciò ch’a lei piacesse o
dispiacesse.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E quando a lei le cose sconvenevoli piacessero e spiacessero le convenienti,
dimostrerebbe di non aver fatto buona elezione; e se fu cosa poco convenevole
lo schivar di ballar con esso voi, si può scusar più tosto quel vostro
giudizioso cavaliero non conosciuto da me che lodare: il qual sia, s’a voi così
pare, giudizioso per altro; ma non lo stimerò giamai tale ne l’elezione, avendo
eletto di servir chi del suo debito lo inducesse a mancare. </p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Se la mia è stata poca fede, per aventura da molta ragione fu accompagnata,
perciò che, se ben degno di scusa era quel giudizioso amante che, per non
dispiacere a la sua donna, lasciava ingannata di sé così valorosa signora come
voi sete, nondimeno maggior prudenza avrebbe dimostrato non mostrando desiderio
di compiacere a la sua donna con tanta discortesia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Io avrei creduto che ‘l giudizio de l’amante si dovesse manifestare nel far
elezion di donna meritevole, ma che dapoi che tale se l’avesse eletta, le
convenisse ubidirla a cenni e volere e disvolere tutto ciò ch’a lei piacesse o
dispiacesse.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E quando a lei le cose sconvenevoli piacessero e spiacessero le convenienti,
dimostrerebbe di non aver fatto buona elezione; e se fu cosa poco convenevole
lo schivar di ballar con esso voi, si può scusar più tosto quel vostro
giudizioso cavaliero non conosciuto da me che lodare: il qual sia, s’a voi così
pare, giudizioso per altro; ma non lo stimerò giamai tale ne l’elezione, avendo
eletto di servir chi del suo debito lo inducesse a mancare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma che dee far, o signor, colui che da alcuna apparenza è ingannato, la qual
molte fiate gli uomini di più sottile avedimento suol ingannare? ritirarsi da
l’amore?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Dovrebbe, se può.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma credete voi che l’amore che comincia per elezione possa anco per elezione
aver fine?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>A me pare che colui che elegge d’amare faccia cosa ragionevole, percioché
l’eleggere è operazione de la ragione; e chi con ragione comincia ad operare,
non veggo perché in mezzo de le operazioni debba la ragione abbandonare: e se
non l’abbandona, dee, sempre che ragionevole le paia, poter ritirarsi da
l’amore</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Quegli amori dunque da’ quali l’uomo a sua voglia non può ritrarsi, quasi da
tempesta in porto, sono anzi per destino che per elezione?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Così dicono coloro che vogliono che l’amore sia o per destino o per
elezione; io nondimeno non approvo la loro opinione, parendomi che niuno amore
sia dal destino cagionato e che molti non siano per elezione.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E come chiamerete voi quell’amore il quale non sarà né per destino né per
elezione?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Volontario: il qual come volontario è diverso da quelli che sono per
destino. Né segue che sia sempre per elezione, percioché non tutto quello che è
volontario si fa per elezione, quantunque tutto ciò che si fa per elezione sia
volontario. E se l’amore è una affezione o uno affetto, distinguendosi gli
altri in volontari e involontari e consigliati, egli ancora in questa guisa dee
esser distinto. Degli amori dunque s’alcuno è involontario, questo solo pare
esser detto per destino: gli altri saranno o fatti con qualche consiglio,
perché preceda l’elezione, o volontari sempre, ne’ quali non v’è né elezione né
consiglio. E io sono stato amico d’uomo che non elesse d’amare, né fu d’alcuna
violenza necessitato ad amare, ma amò perché si compiacque ne la bellezza e ne’
costumi di bella e valorosa donna: il qual compiacimento a poco a poco diventò
amore, non perché giamai eleggesse d’amare, ma perché, tornando la seconda
volta a rivedere quel che gli era piaciuto la prima, e la terza doppo la
seconda e la quarta doppo la terza, finalmente s’avide ch’amante era divenuto,
ma certo assai moderato.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma quando egli tornava a rivedere la donna amata, non eleggeva di
ritornarvi?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Poco importa se eleggesse di ritornarvi, ma certo con consiglio
d’innamorarsi non vi ritornava. Ma bench’il suo amore in questa guisa
cominciasse, non è irragionevole ch’altri, la prima volta senz’alcun’elezione
oltra modo d’alcuna bellezza compiacendosi, di lei possa innamorarsi: che se
ciò non fosse possibile, indarno sarebbe stato detto:?</p>
</sp>
<quote rend="block">
<lg>
<l>
<foreign lang="lat">Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit error.</foreign>
</l>
</lg>
</quote>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Dunque molti sono gli amori volontarî che non sono per elezione?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Sono</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Non è dunque maraviglia che quel del cavaliero del qual ragioniamo sia più
tosto volontario che per elezione.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Agevolmente a creder mio. Ma volontari son detti quelli ancora i quali si
fanno per cupidigia, avegnaché gli involontari paiano violenti: e ove sia
violento, sarà ancora acerbo; tutta volta più volontari son quelli però, se per
volontà saran fatti che se per &lt;elezione&gt;.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma gli amori sì fatti possono aver così il fine com’il principio
volontario?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>A la volontà e a l’appetito per aventura non può non piacere quel che è
piacevole o che le pare; onde molte fiate queste potenze sono quasi sforzate da
l’obietto: e questo è forse quello che d’alcuno è chiamato destino, il qual io
non so vedere perché sia più ne l’amore che ‘n alcuna de l’altre cose; forse
non è in veruna. Ma colui c’ha l’animo così ben avezzo che sol le belle e le
buone cose soglion piacergli, non amerà mai in guisa che sia da l’amor condotto
a far cose non convenienti, e potrà, non dirò a sua voglia stimare non
piacevole quel che pare a gli occhi, ma a sua voglia disamare, il piacevole
disprezzando.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Dunque, tutto che la donna prima amata come prima gli piacesse, potrebbe
nondimeno rimanersi di cotale amore?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Potrebbe a parer mio, perché l’amore e ‘l compiacimento son per aventura
diversi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E se ‘l cavaliero del qual ragioniamo, non conosciuto da noi, ha così
moderati gli affetti come dee, ove d’amar la sua donna non avesse voluto
rimanersi, doveva nondimeno infingersi di conoscere i suoi non convenevoli
desideri, né far cosa per compiacimento di lei, che a la cortesia di cavaliero
non convenisse.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Così credo.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E s’egli ciò avesse fatto, o signor, voi non avreste di ciò presa vana
sospizione, percioché a ballar meco sarebbe venuto, e voi l’avreste veduto e vi
sareste assicurato de la verità de le mie parole, de la quale ancora parete
dubbio ne’ sembianti; e, se non m’inganno, per modestia o per vergogna mostrate
di prestarmi credenza, ma veramente non mi credete.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Io non so, signora Giulia, quel che possiate da’ miei sembianti raccogliere;
ma s’essi possono esser testimoni del core, sono più degni di fede che le
parole, e io assai mi contento che voi non meno a’ sembianti crediate quali
sieno gli intrinsechi affetti miei che quali sieno le opinioni: e ora né de gli
uni né de l’altre più oltre vi voglio rivelare, ma lascerò che voi ne spiate e
ne crediate quel che vi pare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Egli non mi si laseria credere che voi quella sera meco volentieri non
aveste ballato. E questo solo mi par di conoscere da gli affetti vostri; ma de
le opinioni che ne potrò io mai altro sapere che quel che da voi mi sarà detto?
Se forse non volessi estimare che le opinioni in voi da affetto nascessero o
fossero confermate, com’in molti suol avenire, i quali a quelle più volentieri
s’appigliano che più sogliono giovare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Già non vi nego che voi di me a vostro modo crediate; ma, per ver dire, io
mi sono uno che porto assai fiate opinioni di cose che, palesandole, anzi
dannose e amare che giovevoli mi sarebbono, e care.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Se tal voi sete ne le vostre opinioni, non so quel che da’ vostri sembianti
io possa ritrarne.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Io non tanto giudicava che questo potesse esser possibile, quanto desiderava
che fosse, accioché, vedendomi questi nel cuore, secondo il vostro bendisposto
giudicio pensaste meglio di me che non pensate, e anco con maggior affetto, se
non d’amore, di benevolenza almeno corrispondeste a quello co ‘l quale io
v’onoro.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Queste parole, s’io non m’inganno, sono tutte piene di risentimento e di
finto sdegno, il qual, conceputo da voi per la repulsa del ballo, non è anco, a
quel che me ne paia, fatto minore, ma così modestamente si dimostra ch’io non
diffido di potervi placare, e vorrei &lt;chiedervi&gt; qual cosa io debba fare
per vostra sodisfazione.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Non s’appartiene a me, signora, d’insegnarvi il vostro debito, né voi alcun
debito avevate; ma se m’aveste fatto degno di ballar con esso voi, sarebbe
stata vostra cortesia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Non potrò io dunque intendere da voi qual opinione abbiate del debito d’una
gentildonna che, avendo altrui promesso, sia da altrui ricercata?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Al primo dee osservar la fede.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E se ‘l primo non viene a prenderla, come può sodisfare al secondo, o sia
alcun altro, se voi non volete essere quel desso?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Io non credo che fosse disdicevole ch’ella gli parlasse, s’egli è così
vicino che acconciamente possa farlo: e voi eravate tanto vicina a ch’avreste
potuto ragionar meco senza disconvenevolezza; e s’io fossi stato lontano, ad un
vostro cenno sarei corso per udire quel che vi fosse piaciuto.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Io certo parlar vi vedeva, ché non voglio negarvi d’avervi veduto mezzo fra
pensoso e sdegnato riguardar coloro che ballavano; ma fui lungamente trattenuta
da l’aspettazione del cavaliero a cui aveva promesso, e la sua venuta credeva
che dovesse a bastanza con voi discolparmi: ma del debito di lui non potrei io
ancora intendere la vostra opinione? Né già vi chiedo s’egli dovesse meco
ballare o non ballare, perché già a questo, se non m’inganno, avete risposto,
ma se, non essendo venuto al ballo, doveva scusarsi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Doveva al parer mio.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma quale scusa poteva fare? forse che a la sua donna così fosse piaciuto? Se
questa egli avesse detto, &lt;come la sua donna avrebbe potuto scusare? E se
con la colpa de la sua donna voleva discolpar se medesimo,&gt; peraventura
molto a quel obligo avrebbe mancato che muove ciascuno a difender la cosa
amata; e io vorrei che ‘l cavaliero a l’un debito in guisa sodisfacesse ch’a
l’altro non mancasse.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Egli non doveva per iscusa di sé incolpar la sua donna, ma amore, il qual
assai fiate a oltre la volontà de la amata ci suol constringere a far molte
cose che non debbiam fare e a tralasciarne alcune che non dovrebbono esser
tralasciate.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma s’a l’amore avesse voluto rimproverar la sua colpa, poteva egli dir che
l’amor fosse stato cagione d’oblivione o pur di poca stima, percioché gli
amanti in guisa amano la donna amata, s’io n’odo il vero, che ciò che non è lei
sono usati d’odiare e di sprezzare; ma per cortesia dovea tacersi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Doveva, quantunque v’avesse trovata assai cortese in perdonare a gli affetti
de gli amanti; nondimeno chi chiede perdono d’un errore o lo scusa, non dee dir
cosa per la quale debba chiederlo di nuovo errore o pure de la scusa
istessa.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Dunque sola la smemoratagine gli rimaneva, con la quale egli dovesse
scusarsi, o pur alcuna ragione ancora: perché non solo amor di donna, ma carità
di signore e obligo d’amicizia possono dare assai convenevol soggetto a le
scuse.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Da tutti questi luoghi ella si può fare; nondimeno da gli altri non è così
volentieri ricevuta come ella sarebbe da l’amore: laonde da questo fonte più
tosto che da alcuno io l’avrei derivata.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E che avreste detto? forse che l’amore fosse stato cagione di oblio?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Assai convenevolmente senza offesa vostra mi pareva che potesse dirsi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E può alcun dimenticarsi di quelle cose che non disprezza, o pur ogni
smemorataggine da alcun disprezzo è accompagnata?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Io estimo che di quelle sogliamo dimenticarci che ci paiono di minor pregio;
onde per lo paragone de l’altre, a le quali più pensiamo, che son degne di
maggiore stima, possiam dire ch’elle sieno meno stimate, ma per se stesse non
sarebbono mai poco stimate. Teseo bastici per essempio, il quale non istimava
poco Egeo suo padre, nondimeno si dimenticò, occupato da maggior pensiero,
d’alzar le vele nere; onde, se l’uomo d’alcuna donna si scorda, non dee ella in
alcun modo recarselo ad onta, ma ben ingiuria dovrebbe reputarla se per altro
gli paresse meritevole di poca stima.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Dunque avrebbe potuto dir quel cavaliero, scusandosi, che ‘l pensiero,
ch’era tutto volto a la sua donna, l’aveva in guisa rapito ch’egli aveva
tuffati in Lete tutti gli altri in un fascio, e ‘l debito insieme ch’egli aveva
seco?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Poteva, se d’esser amante avesse voluto confessare: poteva anche dire che un
profondo pensiero, che l’involava a tutti gli altri e a se stesso, era stato
cagione ch’egli del debito suo si fosse scordato.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma, così parlando, chiaramente, senza dirlo, avrebbe appalesato l’amore.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Avrebbe; ma molte cose più ne l’un che ne l’altro modo son convenevolmente
manifestate: oltre che più doveva schivare il sospetto di poco cortese
cavaliero che di troppo affettuoso amante.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ma forse nel palesare il suo amore avrebbe offesa la donna amata.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Se le cose belle sono amate, non veggo perché alcuna donna, la qual non
istimi oltraggio l’esser giudicata bella, se ‘l debba recare ad offesa; ma
forse alcuna, piena d’alterezza, non tanto schiva d’esser amata, quanto si
sdegna de l’amante; onde si legge: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Vostro gentile sdegno</l>
<l>Forse talor mia indignitade offende</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Ma se tal è il cavaliero del qual parliamo, quale da voi m’è descritto, a
niuna donna dovrebbe spiacer d’esser da lui servita.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Onde dunque aviene che molte donne, se sono amate, si riputano offese?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Ciò dovrei anzi chiedere a voi; nondimeno dirò, per ubbidirvi, che, s’alcuna
è la quale senz’alcuna distinzione di persona rifiuti d’esser amata, o molto
casta o troppo altiera convien ch’ella sia: e tale fu per aventura madonna
Laura cantata dal Petrarca; onde de l’alterezza si legge: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Ed ha sì eguali a le bellezz’orgoglio</l>
<l>Che di piacer altrui par che le spiaccia</l>
</lg>
</quote> e de la castità: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>L’alta beltà ch’al mondo non ha pare,</l>
<l>Noia l’è se non quanto il bel tesoro</l>
<l>Di castità par ch’ella adorni e fregi.</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Nondimeno, se le parea pure che la castità de la bellezza fosse ornamento se
l’alterezza non era in lei tale che da l’umiltà non fosse accompagnata, non
veggo altra cagion per la quale le devesse dispiacere di esser amata: e certo
non le dispiacque, come in que’ altri versi si conosce: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>S’al mondo tu piacesti a gli occhi miei,</l>
<l>Non ti vo’ dir; ma pur il dolce nodo</l>
<l>Mi piacque assai ch’intorno al cor avei</l>
<l>E piacemi il bel nome, se ‘l ver odo,</l>
<l>Che lungi e presso co ‘l tuo dir m’acquisti;</l>
<l>Né ma’ in tuo amor richiesi altro che modo.</l>
<l>Quel mancò solo; e mentre in atti tristi</l>
<l>Volei mostrarmi quel ch’io vedea sempre,</l>
<l>Il tuo cor chiuso a tutt’il mondo apristi.</l>
</lg>
</quote>
</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Da questi versi par a me che si raccolga ch’a lei non tanto dispiacesse
l’amore quanto il publico amore.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Si raccoglie senza alcun dubbio: e molte donne possono essere sì fatte, a le
quali tutto che piaccia l’esser amate, non vorrebbono però esser conosciute
come amanze, parendo loro che la fama de l’amore lor possa portar alcuna noia,
e alcuna gelosia al marito e a’ parenti: altre nondimeno si compiacciono
d’esser amate publicamente; comunque sia, s’alcuna è a cui dispiaccia, non le
dee spiacere che l’amante, occultando la cagione del suo amore, manifesti
l’effetto, percioché, se, palesando la donna amata, poco cauto amante si
dimostrerebbe, occultando l’amore, molto accresce le sue noie. Ma quella donna
a la quale aggrada d’esser amata secretamente, dee per mio aviso esser più
liberale de’ suoi favori a coloro che amanti non sono, che a gli amanti
istessi: il che io m’ingegnerò di provarvi, perché non istimo sì poco i favori
di coloro de le quali non sono amante, che non mi debba parer questa assai
piacevol fatica. Ma prima, signora Giulia, che ‘l nostro ragionamento più oltre
proceda, vorrei che tra noi rimanessimo d’accordo quel che fosse amore;
percioché alcuni d’amor parlano come s’essi fossero non uomini ma
intelligenzie, i quali altro che l’animo non mostrano d’amare: e se pur de gli
occhi o de la bocca de la sua donna ragionano alcuna volta, non passano
nondimeno più oltre, né gli altri sentimenti del corpo chiamano a parte de’
diletti amorosi. Ma io per me credo che l’uomo, che è composto di sentimento e
di ragione, voglia ne l’amore appagar così i sentimenti tutti come la ragione:
laonde direi che l’amor fosse desiderio d’abbracciamento. Piacevi, o signora
Giulia, questa diffinizione, o pur ancora alcun’altra cosa ci desiderate?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>A me tanto più piace di quella c’ho spesso udito addur da gli altri, che
l’amor sia desiderio di bellezza, quanto più mi pare che ci possa far accorte
che noi da voi altri debbiam guardarci; ma se l’altra stimeremo buona, molto di
voi ci potrem fidare, percioché la bellezza, se ‘l vero n’ho udito, non può
esser in alcun modo obietto del tatto; e, fidandocene, poco caute forse ci
dimostreremmo, e troppo semplici e facili da esser ingannate.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Non mancano de’ filosofi i quali vogliono che non solo la vista e l’udito,
ma tutti i sensi posson esser giudici de la bellezza.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>La bellezza a me pare cosa spiritale anzi che no; e se ‘l tatto ne fosse
giudice, ella sarebbe materialissima, come son forse que’ filosofi: ma io non
servo lor credenza e credo a [...].</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Mi piace che la verità detta da me sia creduta da voi, quantunque a me
stesso potesse esser dannosa; ma non vorrei &lt;che credeste che&gt;, bench’io
stimi amore cupidità d’abbracciamento, &lt;creda però&gt; ch’ogni sì fatta
cupidigia sia amore: percioché, s’alcun desidera gli abbracciamenti per un
cotal bisogno di natura o pur se non più d’un che d’un altro abbracciamento è
cupido, non è detto amadore in alcun modo, ma amante solo si dice colui che de
gli abbracciamenti è cupido per compiacimento ch’abbia d’alcuna particolar
bellezza. Dunque, se vi pare, diremo ch’amor sia cupidità d’abbracciamento per
compiacimento di particolar bellezza, &lt;e che amanti sian coloro che de gli
abbracciamenti altrui per compiacimento di particolar bellezza&gt; son
cupidi.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Assai mi pare d’aver inteso quel che sia amante.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Ma accioché meglio gli amanti da’ non amanti sian conosciuti, saper debbiamo
che ne gli animi nostri signoreggiano, per così dire, l’opinione del bene e la
cupidità del piacevole, che lo guidano e sono cagione de le nostre operazioni.
Ma se l’opinione, scorta da la ragione, supera la cupidità e ci conduce al
bene, è detta temperanza; e, vincendo la cupidità, l’opinione, che ci guida al
piacevole, si chiama intemperanza, la qual, perché può esser di varie sorti e
in varie cose dimostrarsi, con vari nomi è chiamata: ma quella che a’ piaceri
de la bellezza del corpo, per così dire, ci rapisce, è detta amore. Or, poi che
noi quel che sia amore e quel che sian gli amanti abbiam ritrovato, vogliam noi
ricercare se debba giudiziosa donna attender prima a gli amatori o a’ non
amatori?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Ricerchiamo, di grazia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Or ditemi: credete voi che in colui che in questo modo de gli abbracciamenti
de la sua donna è cupido, lungamente la cupidità durasse, s’egli non isperasse,
quando che sia, di goderne?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Credo ch’assai tosto s’estinguerebbe.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>La speranza dunque suol essere compagna de l’amore?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Suole.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E la speranza non si volge, come a suo obietto, a le cose difficili?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Così mi pare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E forse le cose che sono agevoli rade volte si desiderano e, non essendo
desiderate, non possono esser amate.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Così credo che avenga.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Ma quando alcun si propone le cose malagevoli, quantunque egli speri di
conseguirle, la speranza nondimeno da alcun timore è accompagnata?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>È a parer mio.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Il qual timore, come che possa nascere per diverse cagioni, se nasce perché
l’amante abbia compagni ne l’amore, è gelosia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Gelosia è certo.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E ‘l geloso, come che propriamente sia timido, nondimeno è invidioso ancora
del ben di coloro a’ quali porta gelosia.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Così mi pare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E se stima che i favori de la sua donna siano fatti a’ rivali immeritamente,
molto fra se stesso se ne sdegna e odia assai sovente coloro a’ quali son
fatti.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Così avien, cred’io.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Ma l’animo che ama e odia, spera e teme, invidia e si sdegna, è da cotai
movimenti molto agitato onde, non altramente che ‘l corpo per la distemperanza
de gli umori suol infermare, egli divien infermo. Credete queste cose o non le
credete, signora Giulia?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>A me paioni assai ragionevoli.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Ma se l’amore è infirmità e se gli amanti sono infermi, non debbono
com’infermi esser trattati?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Debbono a parer mio.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E dove l’istesse cose da gli infermi e da’ sani sian desiderate, a chi sono
più volentieri concedute?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>A’sani senza dubbio.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>E se gli amanti saranno simili a gli infermi, coloro che non amano saranno
simili a’ sani?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Saranno.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Dunque i favori, che da’ non amanti e da gli amanti sono desiderati, a’ non
amanti più tosto che a gli amanti da le donne si debbono concedere, o, se pur a
gli amanti alcuna volta, saran fatti parcamente in quel modo ch’a gli infermi
si danno alcuni cibi; e come gli assetati vorrebbono parimente che gli altri
avessero sete, e par che godano quando altri bee in lor presenza, e volentieri
veggono gli amici mostrarsi compassionevoli a le lor passioni, così gli amanti
vorrebbono che le lor donne amate di sete amorosa ardessero e da quegli istessi
affetti che essi sentono fossero perturbate, e che in somma languissero per la
medesima infirmità: ma la infirmità è male, dunque gli amanti vogliono male a
le lor donne amate. Oltre a ciò tutto quel che ripugna a gli infermi è molesto;
ma se l’onestà de l’amata donna ripugna a l’amante infermo, gli è molesta:
l’amante dunque non ama l’onestà de la donna amata, e perciò che le cose
inferiori a le superiori non possono contrastare, sempre l’amante desidera
vedersi la donna amata inferiore. Ma l’imprudente è inferiore al prudente, il
timido al forte, colui che non sa parlare a l’eloquente, il zotico e materiale
al sottile e intendente: dunque l’amante desidera l’amata e imprudente e timida
e poco atta a parlare e d’ingegno addormentato. Oltre a ciò, come gli infermi
portano invidia a’ sani, così gli amanti de la donna amata sono invidiosi; e sì
come gli infermi di doglianze, così gli amanti sono sempre pieni di lamenti e
di lacrime e di rimbrotti e dispettosi come gli infermi, e assai spesso molti
detti e molti fatti de le donne si recano ad offesa. E oltre a ciò desiderano
ch’elle siano povere d’amici e di parenti, parendo loro ch’ove tali siano, di
leggieri debbano esser soggette; e mal volentieri le odono lodare, perché
temono ch’altri se n’inamori, onde tanto più divenga malagevole il conseguirle:
e vorrebbono che fosse in lor poter di farle altrui care e odiose, onorate e
disonorate, stimate e dispregiate.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>Sin ora de gli amanti in modo avete ragionato ch’io non so quel che più di
male i nemici a’ nemici possan desiderare.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p> Non vi maravigliate, signora Giulia, che i nemici a gli amanti siano assai
somiglianti: perché, se simili non fossero, con nome di nemici gli amanti non
sarebbono chiamati.</p>
<p>
<quote rend="block">
<lg>
<l>Già cominciava a prender sicurtade</l>
<l>La mia dolce nemica a poco a poco,</l>
</lg>
</quote> disse l’un de’ nostri poeti; e l’altro: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Colà la mia nemica bella e cruda.</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Ma in questo, se non m’inganno, l’amata dal nimico sarà assai dissimile, che
sempre ella sarà dolce, ne le amaritudini eziandio, e sempre bella a gli occhi
de l’amante e a gli altri sensi: ove la vista del nemico amara e abominevole
suol parere; onde si legge: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>
<foreign lang="lat">Hostis amare, quid increpitas?</foreign>
</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Se tale dunque è l’amata a l’amante, egli ne l’amare non ha altro fine che
‘l proprio piacere. Ma colui che non ama, molte fiate l’utile e l’onor de la
donna con la quale ha dimestichezza si prepone per obietto; e chi desidera
l’utile e l’onor altrui ben gli vuole: molto più è ragionevol dunque che la
donna al non amante benevogliente che a l’amante che mal gli vuole desideri di
sodisfare con onesti favori. E quantunque io amato non fossi, non per tutto ciò
era indegno d’esser da voi nel ballo favoreggiato; e ove niun’altra mia qualità
me n’avesse fatto meritevole, il desiderio ch’io ho del bene e de l’onor
vostro, se non m’inganno, me ne faceva non indegno. .</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p> Assai bene avete provato, per quel che a me ne paia, che la donna anzi al
non amante che a l’amante debba esser cortese de’ favori: con qual artificio io
non so, ma qualunque egli sia, da voi a vostro danno non mi pare usato. E, se
ben mi soviene de le cose da voi dette, si ritrovano pur alcuni amanti
giudiziosi e temperati: questi vorre’ io sapere se voglion tanto di male a le
loro amate donne quanto gli altri che da voi sono stati descritti.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Tutti gli amanti, se non m’inganno, sono infermi, e niun animo infermo può
essere temperato: ma sì come ne l’infermità del corpo alcuni da gli appetiti si
lascian vincere, onde spesso s’adirano e co’ serventi e co’ medici, e oltre il
comandamento loro mangiano quei cibi che più lor piacciono, e beono quante
volte voglia lor viene, altri assai meno da la cupidigia sogliono lasciarsi
trasportare, onde i medici ascoltano volentieri e co’ famigliari ragionano
mansuetamente, ma per aventura alcuno non è che o nel bere o nel prendere il
cibo e il sonno alquanto non esca da la regola medica, così de gli amanti
alcuni da l’appetito concupiscibile e da gli altri affetti senz’alcuna
resistenza si lascian vincere, altri resistono, ma pur son vinti; ma chi gli
affetti superi non si ritrova o, se pur si ritrova, non è amante. Che se gli
amanti tutti da gli affetti non fosser vinti, indarno i poeti avrebbon finto
ch’Amor di lor trionfasse: e il trionfo d’Amore segue, non ch’altri, colui del
qual si legge: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Tacendo, amando quasi a morte corse;</l>
<l>E l’amor forza e ‘l tacer fu virtude;</l>
</lg>
</quote> il quale, benché facesse ad Amor lungo contrasto, nondimeno con gli
altri vinti d’Amore segue il suo trionfo. Quelli dunque son detti e temperati e
giudiziosi amanti, i quali o meglio san ricoprire l’amore o più modestamente
manifestarlo: e temperanti non sono, tutto che tali sian chiamati, ma men de
gli altri incontinenti.</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>E gli incontinenti vogliono male a le donne?</p>
</sp>
<sp>
<speaker>F.N.</speaker>
<p>Se ben de la donna è la pudicizia e l’onestà, e male l’impudicizia e la
disonestà, lor desiderano anzi male che bene; nondimeno né vergogna lor
desiderano né disonore, perché il disonore e la vergogna consistono ne le
opinioni de gli uomini; laonde molto secreti sogliono esser ne’ lor amori, e
pensosi e taciti e solitari si veggono il più de le volte. </p>
<p>
<quote rend="block">
<lg>
<l>Solo e pensoso i più deserti campi</l>
<l>Vo misurando a passi tardi e lenti;</l>
</lg>
</quote> così cantò in quel sonetto quel poeta, la cui poesia più che quella
d’alcuno altro fu in grande onor attribuita a la sua donna; e non potendo
nascondere l’amor suo, con gloria di lei si sforzò di manifestarlo; onde altro
non mostrava d’amare che la bellezza de l’animo, e quella del corpo in quanto
de gli occhi può esser obietto, come si legge: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>L’aria percossa da’ suoi santi rai</l>
<l>S’infiamma d’onestade e tal diventa</l>
<l>Che ‘l dir nostro e ‘l pensier vince d’assai.</l>
<l>Basso pensier non è ch’ivi si senta,</l>
<l>Ma d’onor, di virtude. Or quando mai</l>
<l>Fu per somma beltà vil voglia spenta?</l>
</lg>
</quote> e in quell’altro: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Un vive, ecco, d’odor là su ‘l gran fiume,</l>
<l>Io qui di foco e lume</l>
<l>Queto i vaghi e famelici mei spirti.</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Nondimeno alcuna fiata, a se stesso contradicendo e non ben sapendo ogni suo
amoroso desiderio ricoprire, dice: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Con lei foss’io, da che si part’il sole,</l>
<l>Sol una notte, e mai non fosse l’alba,</l>
<l>E non ci vedess’altri che le stelle;</l>
</lg>
</quote> e altrove: 
<quote rend="block">
<lg>
<l>Pigmalion, quanto lodar ti dèi</l>
<l>De l’imagine tua, che mille volte</l>
<l>N’avesti quel che sol una vorrei.</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>Comunque sia, perché il più de le volte assai modesto amante si dimostrò,
l’amor suo senza vergogna de la sua donna manifestò. E gli amanti sì fatti, se
sono conosciuti, sono assai volentieri tolerati: nondimeno tanto e non più de
l’onor de le donne loro soglion esser desiderosi, quanto essi par che in alcun
modo ne siano cagione; onde i poeti del grido d’onestà, per lo quale le donne
loro sono gloriose, si compiacciono assai volte come di effetto de l’arte loro;
né solo i poeti, ma i cavalieri eziandio e gli altri amanti, tutto che bramino
di vederle onorate, desiderano che ciò avenga per loro inato modo e avedimento:
onde a questi amanti ancora men liberali de’ lor favori debbono esser le donne
che a’ non amanti che bene lor vogliono. In questo proposito vorrei che mi
giovasse d’aver animosamente ragionato, non per far alcun risentimento de la
repulsa datami, ma perché altra fiata per difetto di benevolenza o di stima non
mi reputiate indegno di favore. .</p>
</sp>
<sp>
<speaker>G.C.</speaker>
<p>S’io son tale ch’altrui possa farlo, non lo desiderarebbe da me indarno il
signor; ma se favilla in fiamma alcuna fiata suol convertirsi, guardisi il
signor, di non divenire amante: ché per vero sarebbe il più affettuoso del
mondo. Ma se meco userà, a niun pericolo d’amore, per quel ch’io ne creda, sarà
esposto; ove se con altra più di me bella avesse dimestichezza, di leggieri
potrebbe avenire che i molti favori cangiassero la benevolenza in amore.</p>
</sp>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
