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      <title>Discorso sopra il Parere fatto dal signor Francesco Patricio in difesa di Lodovico Ariosto</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, I, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Discorso sopra il Parere di Francesco Patricio in difesa di Ariosto">
<head>DISCORSO SOPRA IL PARERE FATTO DAL SIGNOR FRANCESCO PATRICIO IN DIFESA DI LUDOVICO ARIOSTO.</head>
<opener><salute>Al molto illustre Signor Giovanni Bardi di Vernio.</salute></opener>
<p>Molto illustre Signore.</p>
<p>S'al signor Patricio fosse bastato, per compiacere a Vostra
Signoria, prender la difesa dell'Ariosto, senza il mio
biasimo e d'Omero, l'averebbe potuto far sicuramente, non
solo con mio silenzio, ma con mia lode: ma quella che pare
difesa, è veramente offesa; ed offesa fatta ad Aristotele,
fatta ad Omero, fatta ed a tutti coloro c'hanno seguito gli
ammaestramenti dell'uno e le vestigia dell'altro: onde
voglio che mi sia lecito di ributtarla. E quantunque molti
potessero farlo con maggior dottrina e con maggior
eloquenza, e molti ancora ci siano a' quali paia più
convenirsi, che a me non appertiene; nondimeno, perch'il mio
poema ha dato l'occasione a queste contese, io, più ch'alcun
altro, debbo respondere a gli argomenti. E m'è lecito ancora
di farlo, perchè quella risposta ch'io aspettava per suo
mezzo, e per opera di Vostra Signoria, non è ancora venuta,
e peraventura non verrebbe mai, s'io non gli ne dessi
ricordo; dimostrandogli con la ragione quanto da la verità
sia lontana l'opinione del signor Patricio; perciò che la
ragione non dee impedire la grazia, nè le questioni de'
letterati debbono torre a' Principi l'animo d'usar pietosa
liberalità. Nè voi dovete leggere men volontieri questa mia
lettera, di quel ch'abbiate fatto la sua; perchè non è
scritta con intenzione d'onorarvi meno, nè con voluntà di
non dirvi il vero; il quale, per opera d'altri, è da crudele
obumbrazione offuscato: laonde il Patricio scrive per
acquistar quella benevolenza la quale io ho mal saputo
guadagnarmi, non lusingando a l'opinione degli uomini che ci
vivono; ed ha tanto favorevole la fortuna, che può farlo
sotto pretesto di filosofo platonico, ed uscito da
l'Academia; avegna che Platone istesso scrivesse alcune cose
contra Omero: nondimeno, adducendo io le ragioni d'alcuni
altri seguaci di Platone, potrete conoscere la differenza.
Ma perciò che non ho mai lodato alcuno de' filosofi che
biasimi Aristotele, ma quelli solamente che congiungono
l'opinione Platonica e l'Aristotelica, o almeno fanno
professione di non impugnarla; in questo mio picciol
discorso non muterò il mio antico proponimento.</p>
<p>Dico, adunque, ch'i principii d'Aristotele sono proprii, e
veri, e bastanti ad insegnarci l'arte della poesia, ed a
formar i poemi, ed a mostrarci la maniera di giudicarne;
contra quello ch'afferma il Patricio così arditamente nel
principio della sua scrittura. E prima, s'elli non fossero
proprii, sarebbono communi a l'altre arti imitative, come a
la pittura ed a la scoltura; o vero a quelle che sono
intorno al parlare, come a la dialettica e la retorica: ma
in quel libro alcuno non impara a dipingere, nè a scolpire,
nè molto meno a formar gli argomenti, ed a persuadere i
giudici ed i senatori; dunque, i principii non sono communi.
Hanno, oltre di ciò, quelle condizioni che si convengono a'
proprii, perciò che sono primi per natura, e sono più
chiari; e son quelli co' quali si posson dimostrare tutte
l'altre proposizioni della poesia, e possono separar la
poesia da ciascuna altra specie o genere d'imitazione. Sono
ancora veri in quel modo che posson esser veri in un'arte
che c'insegni il verisimile; perciò che la poetica non è
arte in cui s'apprenda a distinguere il vero dal falso, come
nella dialettica; ma da lei impariamo ad imitarlo: e s'essi
fossero veri in altro modo, come forsi vuole intendere il
Patricio, non sarebbono proprii, ma communi della dialettica
e della poesia, le quali sono arti molto congiunte.
Tuttavolta, perchè a l'arte medesima appartiene di
considerare il verisimile e 'l vero, i principii della
poesia posti da Aristotele non sono falsi, e sono bastevoli
a constituire l'arte poetica, o scienziale o no ch'ella sia;
perchè non ce n'è necessario alcuno altro; nè c'è alcuna
specie di buona poesia, che non possa ritrovarsi con le
differenze le quali pone Aristotele, e darsene dritto
giudicio in quel modo ch'egli c'insegna, dimostrandoci la
perfezione di Omero, e l'imperfezione di coloro c'hanno
scritto la vita d'Ercole, e di Teseo, e d'altri poeti di
quei tempi e di quella lingua, ad imitazione de' quali
scrissero i Latini; laonde tanto sono migliori, quanto ad
Omero sono più somiglianti. Nè conviene al maestro dell'arte
formare i precetti secondo l'uso, come vuole il Patricio; ma
considerando le cagioni, per le quali alcune delle cose
usate meritano lode, altre biasimo, separar l'une da
l'altre, ed insegnar a sceglier il buono dal cattivo, in
quel modo ch'è avenuto nella medicina: perchè da
l'osservazione delle cose che sono giovevoli o dannose,
nacque l'arte; ed in quella de' marinari e degli
agricoltori, e nella architettura e nella musica e nella
retorica, ed in tutte l'altre di qualunque genere elle
sieno, nell'istesso modo s'è ritrovata la perfezione.</p>
<p>Non è vero poi quel ch'egli dice, ch'il genere d'epico sia
fra gli equivoci: perciò che equivoci son quelli che non
hanno alcuna cosa commune, quanto al significato; ma in
tutte quelle quattro specie che sono enumerate dal Patricio,
è commune il significato del parlare: oltre di ciò, gli
equivoci non possono insieme esser paragonati; ma queste
specie possono paragonarsi; dunque, non sono equivoche.
Laonde io direi più tosto, che Aristotele chiamasse epico
per eccellenza il poema eroico, dando a la specie il nome
del genere; come si dice della disposizione d'alcune altre
cose. E s'egli pur fosse equivoco, tutti gli equivoci non
sono scacciati da la dottrina demonstrativa; e s'in quella
hanno luogo, molto più facilmente il debbono avere in
questa, che non è sì fatta: e soverchio è peraventura in
questo proposito il numerare i poeti e i poemi, come
annovera il Patricio, perchè questo non è libro de' poeti,
ma dell'arte poetica; ed Aristotele trattò degli uni e degli
altri separatamente, come si legge in Diogene Laerzio; e
come fece Marco Tullio degli oratori, de' quali compose un
libro particolare dopo molti dell'arte retorica, ch'egli
n'aveva scritti.</p>
<p>Nè fallo è d'Aristotele, ma sicurissimo ammaestramento,
quando egli dice che tutta la poesia è imitazione, perciò
che non è alcuna specie la quale non imiti; come si può
conoscere numerando ciascuna di parte in parte, e quelle
ancora che non hanno favola, o che non l'hanno per soggetto
principale, come l'ha il poema eroico, e la tragedia, e la
comedia, che sono poemi di compiuta grandezza. E potrebbe
bastare il nome istesso per prova, se non ci fossero altri
argomenti: perchè tanto significa poeta quanto imitatore; e
se i poeti sono imitatori, la poesia tutta è imitazione. Ma
ce ne sono ancora degli altri: perchè similmente conviene a
l'istorico il narrare, ed al poeta l'imitare; ma l'uno è
proprio dell'istorico, dunque l'altro è proprio del poeta: e
s'al poeta non convenisse d'imitar il vero, al dialettico
non si converrebbe di provarlo. A le quali ragioni
s'aggiungono l'autorità di tutti coloro c'hanno scritto dopo
Aristotele dottamente di questo artificio, e di quelli
ancora i quali scrissero prima di lui: fra' quali, Platone
medesimo pone il poeta fra gli imitatori. Dunque, i trenta
otto poemi d'Orfeo o non furno poemi, o furono imitazioni; e
i diciotto d'Omero parimente, dei quali tutti non si può dar
perfetto giudizio, perchè son perduti per l'ingiuria del
tempo; ma quelli ch'ancora si leggono, sono imitazione senza
fallo. E poich'il Patricio non ci niega ch'il poeta buono
debba imitare, non doveva riprendere Aristotele, che dice la
poesia essere imitazione: perchè sempre la diffinizione deve
essere dirizzata a l'ottimo; e dando egli precetti della
poesia, doveva aver risguardo a l'eccellentissimo.</p>
<p>E particolarmente è molto falso quello ch'egli scrive: che
prima che venissero in scena la tragedia, e la satira, e la
comedia, e i mimi, e gli ilarodi, e i magodi, niuno altro
poema fu imitazione; perchè assai prima, come dice
Aristotele istesso nella Poetica, furono imitazione l'Iliade
e l'Odissea; quantunque molto da poi Demetrio Falereo
introducesse nel teatro i recitatori de' versi d'Omero, come
si legge in Ateneo: e dal Margite prese l'origine la comedia
senza dubbio. Ma più antichi sono l'Argonautica d'Orfeo, e
'l poema di Museo, nel quale egli descrive gli amori di
Leandro e d'Ero; poema assai picciolo, ma bello oltre
misura: al quale furono simili peraventura quei tanti
ch'egli numera, d'Orfeo, d'Omero e d'Esiodo, e d'altri, de'
quali Aristotele non parla in questo libro; perch'egli ci
propone la forma d'una perfetta grandezza, com'è la Iliade e
l'Odissea, e come fra' pittori era la statua di Minerva
fatta da Fidia, o pur quella di Giove Olimpio. Ma
peraventura si potrebbe richiamar in dubbio, se la poesia
debba ridursi a la imitazione com'a suo genere, o pure a
quello della musica e del verso; come facevano coloro che
dividevano le specie de' poeti secondo le maniere de' versi,
chiamando li altri compositori d'esametri, altri d'elegi,
altri di iambi.</p>
<p>Ma 'l genere della imitazione è più nobile dell'altro; però
ragionevolmente a lui deve ridursi: e secondo le differenze
dell'imitazione, sono differenti le specie della poesia,
come disse Aristotele, non secondo quelle del verso, come
vollero molti a que' tempi, e molti del nostro, che chiamano
poeti compositori di canzoni e di sonetti e di madrigali e
di stanze, non avendo risguardo a l'eccellentissima parte
della poesia, ed a l'artificiosissima, la quale è
l'imitazione. Ma s'alcuno volesse ridurre la poesia a due
generi, come alcune cose sogliono ridursi, a le quali non
basta uno solamente, io dico a l'imitazione ed a l'armonia;
non averebbe costui contrario Platone, nè Massimo Tirio, nè
Plutarco, nè altri filosofi Platonici e Peripatetici; e
forse non averebbe contrario Aristotele medesimo ne'
Problemi, che, sotto quella parte la quale contiene la
quistione appartenente a la musica, ne tocca alcune che sono
communi a la poesia. Ma senza dubbio l'armonia, o la musica,
o 'l verso non può solamente esser genere della poesia; e
c'è necessaria l'imitazione, come principale: il che afferma
Aristotele medesimo, dicendo ch'il poeta è più tosto poeta
di favole che di versi. E s'alcuno vorrà paragonare la
soavità de' concenti a la dolcezza delle parole, il parlare
averà somiglianza de' cibi, e l'armonia degli odori; ma
l'odore, in quanto odore, non ha virtù di nutrire. E
quantunque il sofista sia imitatore, come dice Platone, in
quel dialogo che da lui prende il titolo; nondimeno, come
afferma egli stesso, sono due le maniere dell'imitazione,
delle quali l'una merita biasimo, l'altra lode. E se di
questa distinzione avesse voluto ricordarsi il dottissimo
signor Patricio, c'ha vedute tutte le cose, e di tutte si
raccorda, non avrebbe imposta necessità di ridurgliele a
memoria a me, che son smemoratissimo, e di tutte mi son
dimenticato: e sol di tanto mi ricordo, ch'i favori e i
benefici ricevuti furon pochi, e di poche persone, de' quali
non perderò mai la memoria; ma piaccia a Dio, che non solo
mi sia ristorata ed accresciuta, ma fattami grazia della
quale volentieri debba ricordarmi.</p>
<p>Or tornando a l'opposizioni del Patricio, oppone ancora ad
Aristotele, ch'egli non abbia diffinito il poema eroico,
quasi voglia biasimar questo suo libretto come difettoso; il
quale se fosse solo, o pur se ce ne fossero altri appresso,
o pur se fosse quasi un memoriale di quello che doveva
scriver più lungamente, voglio che d'altri ne sia il
giudicio, perch'in questa parte ci sono diverse opinioni: ma
tanto c'insegna in questo solo e picciol libro, che basta a
rimuovere ogni dubbio; perciò ch'egli ci dimostra la
similitudine e la dissimilitudine ch'è tra la tragica e
l'epica poesia; e c'insegna che la tragedia ha tutte le
parti dell'epopeia, ed alcune appresso; e dandoci la
diffinizione della tragedia, co 'l levarne alcune
dell'ultime differenze, ci resta quasi intiera la
diffinizione dell'epopeia. E s'alcuna cosa mancasse,
facilmente si può raccorre da le parole d'Aristotele
istesso, con le quali debbiamo giudicare tutti i poemi,
perciò che sono esattissima regola della poesia: e posto che
tutti quelli di questa lingua fossero romanzi, come ha per
costante il Patricio, non sarebbe sconvenevole ch'un poema
istesso potesse esser eroico e romanzo.</p>
<p>Ma quantunque egli, per mio giudicio, dica il vero della
derivazione del nome; tuttavolta non è necessario che tutti
poemi di questa lingua siano romanzi: anzi, questo nome non
è proprio degli Italiani, ma degli Spagnuoli e de' Francesi;
i quali, oltra quella lingua ch'ora parlano, nata per
corrozione della romana, n'avevano una propria e naturale,
come scrive Enrico Galerano sopra i Comentari di Cesare:
laonde questo, a differenza di quella, fu detto romanzo; e
per l'istessa cagione spesse volte leggiamo nei titoli de'
libri spagnuoli, scritti in romanzo castigliano. Ma noi,
oltra la romana latina, non avevamo altra lingua, a
differenza della quale questa dovesse dirsi romanzo; perchè,
se ciò fosse vero, sarebbe vera ancora l'opinione del
Calmeta, che la lingua volgare si favellasse a gli antichi
tempi. È, dunque, questo nome di romanzo proprio delle
lingue oggi usate da gli stranieri, le quali nacquero per
corruzione della romana: e romanzi furono detti quei poemi,
o più tosto quelle istorie favolose, che furon scritte nella
lingua de' Provenzali o de' Castigliani; le quali non si
scrivevano in versi, ma in prosa, come alcuni hanno
osservato prima di me; perchè Dante, parlando d'Arnaldo
Daniello, disse:
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<lg rend="italic">
<l>Rime d'amore e prose di romanzi</l>
<l>Soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti,</l>
<l>Che quel di Lemosì credon ch'avanzi.</l></lg>
</quote>
E 'l Boccaccio disse nella Giornata seconda: «e chi a
legger romanzi, e chi a giocare a scacchi;» essendo proprio
il legger della prosa, e 'l cantar del verso, come si
raccoglie da la terza Giornata: «Dioneo e la Fiammetta si
diedono a cantar di M. Guglielmo e della Dama del Vergiù;»
e da la settima: «Dioneo e la Fiammetta gran pezza
cantorono d'Aneta e di Palemone.» Furono da poi dimandati
romanzi i versi; non però tutti, ma quelli che trattavano
delle favole inglesi o francesche, delle quali prima erano
stati scritti alcuni romanzi: laonde il poema di Dante, che
non è di questi, non ha questo nome; sì come non è dato a la
Teseide del Boccaccio, perchè tratta delle cose de' Greci.</p>
<p>È dunque il Furioso romanzo; e per la detta ragione molto
più li convien questo nome, ch'ad alcuno degli altri i quali
abbiamo nominati. Ma per l'istessa si converrebbe al Giron
Cortese, ed a l'Avarchide, quantunque l'uno d'essi si possa
dimandare eroico: e non implica contradizione; perchè
romanzo non è nome di vituperio, ma si prende da la lingua,
sì come l'altro dal soggetto: quantunque avendo noi il nome
eroico, usato da gli antichi, il quale è nobile e peregrino,
non so perchè debba usarsi quest'altro, ch'era già molto
avilito per uso; ma da poi che gli uomini famosi ne diedero
regole e formarono precetti, par ch'egli ancora in un certo
modo si nobilitasse. Ma questa è lite del nome, il quale io
presi in quel significato che s'usa da gli altri: ma niuna
necessità mi costringe a determinar se l'Ariosto sia eroico,
e se nell'eroico sia necessaria l'unità dell'azione; perciò
che non è mio proposito in questa lettera d'oppugnare
l'Ariosto, ma di prendere la difesa d'Aristotele e d'Omero.
E perchè il Patricio da l'umiltà delle persone par che
argomenti che l'Odissea non sia poema eroico; rispondo che
l'argomento sarebbe forse bastevole a provare, se il poema
fosse imitazione degli agenti: ma egli è principalmente
imitazione dell'azione; laonde essendo eroica l'azione, il
poema è necessariamente eroico. E non è vero quel ch'egli
dice appresso, che noi caminiamo al buio per la via
d'Aristotele, il qual non determina l'azione; perciò ch'egli
determina la favola che si forma dell'azione, e
particolarmente quella ch'è doppia; i termini della quale
sono la felicità e l'infelicità della fortuna, da l'uno de'
quali trapassa nell'altro.</p>
<p>E se fosse lecito di congiungere insieme molte azioni, come
dice il Patricio, molte sarebbono le favole e molte le
imitazioni, le quali potrebbe multiplicare senza fine;
laonde non ci sarebbe certo termine, nè alcuna misura della
sua grandezza: dunque, mentre egli cerca i termini
dell'azione, o non s'accorge di gettar per terra quegli
ch'aveva posti Aristotele, o non se ne vuole accorgere; e di
fare il poema infinito, e per consequenza indeterminato:
onde, non altramente che fra gli uomini ricchi e tra'
principi sogliono nascere le liti e le guerre per cagione
de' confini, rimovendosi quelli che antichissimamente aveva
posti il buono Aristotele, ne nascerebbe grandissima
confusione ne' fruttiferi campi della poesia. Non offendiamo
dunque le ragioni del termine, al quale Giove istesso
concedette il Campidoglio, come si legge non solamente
nell'antiche favole, ma nelle sacre lettere: ma se 'l
letteratissimo signor Patricio volesse far alcuna azione
determinata da la mutazione della fortuna, e l'altre
indeterminate, la comporrebbe del termino e dell'infinito,
secondo la dottrina forse di Proclo Licio, ch'egli ha
tradotto, o d'altro Platonico: ma di questi misteri ora non
intendo di favellare.</p>
<p>Or consideriamo le opposizioni che da l'ingegnoso seguace
di Platone son fatte al divino Omero. Dice egli: «che 'l
più di quel poema è senza azione, tutto d'episodi; e che pur
finalmente quando esce Achille a far faccende, non è più ira
che lo spinga, ma dolore; cioè un'altra passione d'animo,
per la morte del suo caro Patroclo; sì che li sei o sette
ultimi libri servono sì al soggetto d'Achille, ma non ad
alcuna azione principale, ch'ira ed ozio fu:» e li ultimi
libri non hanno a far con questa. Le quali cose, parte hanno
bisogno di prova, parte senza prova sono false; perchè è
incerto ch'i primi libri siano senza azione, non avendo
Aristotele descritta in poche parole la favola dell'Iliade,
come fece quella dell'Odissea: ma è certo che l'affetto che
mosse Achille, fosse più tosto ira che dolore: e se ci fu
l'uno e l'altro, l'ira fu maggiore, e superò l'altro di gran
lunga; perchè se 'l dolore fosse stato più possente,
l'averebbe ritenuto a lacrimar sovra 'l corpo dell'amico: ma
l'ira lo spinse contra i Troiani, contra' quali non avevano
potuto moverlo i doni, nè le preghiere d'Agamennone, nè le
persuasioni d'Ulisse e di Fenice, nè i gridi e l'uccision
de' Greci, i quali gli erano uccisi su gli occhi
miseramente; e l'ira parimente fu cagione ch'egli
incrudelisse nel corpo morto d'Ettore, e ch'egli non
perdonasse ad alcuno ch'affrontasse nella battaglia, ma
n'uccidesse tante migliaia, ch'impedirono il corso del fiume
Xanto. Non fu, dunque, tutto dolore quel d'Achille, come
scrive il Patricio, nè tutto ozio ed ira; ma tutta ira ed
azione, cioè azione d'uomo adirato; che fa la favola
patetica, come dicono i Greci, o, come noi diciamo,
affettuosa: e benchè Achille per alcuni giorni stesse in
ozio, nondimeno l'ozio è cagione che l'azione sia più
maravigliosa; e l'un contrario per l'altro più si manifesta,
perchè egli solo vinse i Troiani ed Ettore, dal quale a pena
tutti i Greci avevano potuto difender le navi. Ma del
maraviglioso artificio d'Omero, e particolarmente in quel
ch'appertiene a questo proposito, è stato ragionato più
lungamente. Nè merita Omero alcun biasimo perchè intitolasse
il poema dal luogo, il quale è una delle circonstanze;
perciò che da le circonstanze ancora l'intitolano coloro che
prendono il titolo da la persona, com'egli medesimo prese
dell'altro poema, e dopo lui Virgilio e Stazio, e quelli
c'hanno scritto l'azioni di Teseo e d'Ercole: e fra tutte le
circonstanze, quella del luogo si prende più acconciamente
dopo quella della persona, perciò ch'egli contiene tutte le
cose; laonde molti esistimarono che 'l luogo fosse la
materia: tal che non mi pare che questa autorità possa
difendere l'Ariosto, come dice il Patricio, perch'egli non
prese il suo titolo dal luogo, nè da altra circonstanza, ma
da una passione, com'egli parimente afferma. Nondimeno può
fare scudo a l'Ariosto dell'autorità d'Omero quanto gli
piace; ch'io non cercherò di offenderlo: ma egli non doveva,
se questa sola difesa gli aveva apparecchiata, tanto
indebolirla con le sue medesime ragioni, che ella paresse
mal sicura. Ma in quella parte dove egli prepone l'Ariosto
ad Omero, dicendo che l'uno osserva le promesse, e l'altro
non le osserva, non mi pare che l'opinione del Patricio
debba esser seguita: perciò che le promesse dell'Ariosto son
molte, ed universali; e quelle d'Omero poche, e particolari:
tal che l'Ariosto non poteva più osservar di quel ch'aveva
promesso, ed Omero avanzò con gli effetti le promesse, e
c'insegnò come si debbia promettere, e come mover
l'espettazione, e come superarla con la maraviglia; e, come
dice Dione Crisostomo, la morte d'Ettorre fu data per
giunta, oltra le promesse: e quantunque egli dubbiti che da
principio non fosse assai deliberata, nondimeno s'Omero
scrisse per arte, era deliberata, se per natura forse non
deliberata; ma la natura propose, per esempio, quel che
l'arte doveva seguire. Ma d'Omero più dobbiamo credere a
Dion Crisostomo nell'altre orazioni, ch'in quella ch'egli
scrisse a' Troiani: perciò che nell'altre il fine è
l'insegnare, ed in questa il persuadere a quelli uomini, che
non dovessero aver così certa opinione dell'infelicità de'
lor maggiori, anzi della miseria loro istessa. Vince,
dunque, Omero le promesse con l'opere: e, come dice Orazio,
non ci dà fumo da luce, ma dal fumo la luce: e benchè sia
più largo donatore che promettitore, nondimeno non ci
promette cosa alcuna ch'egli non ci osservi; perchè,
quantunque non rimanesse esca de' cani alcuno de' Greci che
furono uccisi in quella battaglia, vi poterono rimanere de'
Troiani: e nella proposizione non s'intende de' Greci, ma
de' Troiani.</p>
<p>Nè meno accorto fu nell'Odissea, quantunque l'astuzia
lodevole o la prudenza d'Ulisse ritenga molto di quel
costume antico, per lo quale dal medesimo Dion Crisostomo è
più lodato Sofocle ed Eschilo, d'Euripide,
ch'accortissimamente aveva descritti i nuovi costumi nella
favola di Filottete, che tutti tre avevano fatta, quasi
l'uno a prova dell'altro. Nè solo vide Ulisse le città
d'Alcinoo, come dice il Patricio; ma, come afferma Massimo
Tirio, gli spettacoli d'Ulisse furono i Traci, i Ciconi, i
Cimerii che non veggono il sole, i Ciclopi uccisori de'
peregrini, una donna incantatrice, Scilla, Caribdi, gli orti
d'Alcinoo: laonde, oltre le città ch'adduce il Patricio, ci
sono quelle dei Ciconi, ch'egli volle espugnare; se ben mi
rammento delle cose che molti anni sono non ho lette: e
quelle altre che, negli errori d'Enea, Achemenide compagno
d'Ulisse dimostra a' Troiani; perciò che Omero, come afferma
Dion Crisostomo, dice una parte delle cose, e l'altra lascia
che sia intesa dal lettore. Ma quando il Patricio biasima
tanto il costume delle persone introdotte da Omero,
doverebbe ricordarsi quel che scrive Plotino, dottissimo
filosofo, ch'il poema non sarìa bello, s'alcuno ne togliesse
i peggiori: e quantunque Aristotele fra le condizioni
principalmente ricercate nel costume numeri la bontà, non si
deve intendere ch'egli la ricerchi sempre, nè in tutte le
persone; perch'è necessario che ci sian de' maligni, come
egli medesimo accenna, dicendo che Menelao fu da Euripide
fatto malvagio senza necessità.</p>
<p>Ma s'Achille fosse migliore di quel che parve ad Orazio,
come vuole il Patricio, non è ora tempo da ricercare; perchè
non si disputa della bontà d'Achille, ma dell'eccellenza
d'Omero: e quella parte ch'appartiene a gli Dei, la quale è
trattata pienamente da Platone ne' libri della Republica,
quantunque da poi fosse aggravata da Senofone, e da
Parmenide, e da Eupoli, e da Tolomeo Alessandrino, trovò
nondimeno difensori; perciò che Zenone c'insegnò ch'Omero
aveva scritto alcune cose secondo l'opinione, altre secondo
la verità: e prima di lui il disse Antistene filosofo, per
dimostrarci ch'in Omero non c'è contrarietà; e da poi
Perseo, discepolo di Zenone. La qual difesa è conforme a
quel che dice Aristotele, ch'i poeti dicono le cose o come
sono, o come son credute, o come possono essere: e Plutarco
ancora c'insegna come debbano esser interpretate quelle
dette da Omero: e Massimo Tirio scrisse, ch'ogni poesia
dentro ha più opinioni della religione: nè Marco Tullio
biasimò Omero, ma insegnò quel ch'era da far più tosto,
seguendo l'opinione di Platone. Nondimeno, perch'egli ne'
dialoghi del Giusto non insegna l'arte poetica, ma la
politica, si deve aver molto risguardo a' poeti, nè da'
Principi tutte le cose debbono esser lor concedute;
quantunque quelli stessi, che non sono approvati, debbono
esser onorati per l'eccellenza dell'ingegno e per la
divinità dell'arte, come dimostra Platone in quelli stessi
dialoghi ne' quali scaccia Omero. Ma non è ragionevole che
s'alcuno si diletta d'Omero, porti odio a Platone; o s'altri
si maraviglia di Platone, disprezzi Omero: perchè se Platone
avesse voluto formare una republica simile a quella di Creta
o di Sparta, o al regno di Sicilia, ci sarebbono stati
necessari molti Omeri; ed Esiodo ed Orfeo, parimente ci si
sarebbe chiamato; sì come ci sono necessari molti fisici: e
se Omero ne fu discacciato, Ippocrate coronato ed unto,
sarebbe escluso nella istessa maniera. Ma Omero avrebbe
particolarmente ritrovato loco grazioso nel regno
d'Alessandro, come ritrovarono i suoi poemi dopo la morte: e
quantunque egli vivendo fosse vinto da Esiodo, nondimeno
s'avesse conteso al giudicio de' re, non sarebbe stato
vinto; perchè i poemi d'Omero sono poesie da re, come
dimostrò Cassandro ancora: ma quelli di Teognide e di
Focillide più convengono a la plebe. Fu, dunque, Omero più
glorioso dopo la morte che nella vita; e fu letto, e lodato,
e tenuto in pregio, ed avuto in riverenza, non solamente
fra' Greci e fra' Macedoni, ma fra' Traci e fra' gli Sciti e
fra' gli Indi; e, come scrisse alcuno di coloro che più
volte abbiamo nominato, la virtù derivò a' Barbari da' versi
d'Omero, perchè tutta la sua poesia altro non è ch'una lode
della virtù, per testimonio del gran Basilio istesso: laonde
ha superata la morte e l'invidia; e s'alcuna cosa fra'
mortali è immortale, niuna più s'avicina a l'eternità della
poesia d'Omero: talch'egli è più sicuro da le ingiuste
opposizioni e da la maledicenza, che la sommità del monte
Olimpo da' venti e da le tempeste.</p>
<closer><dateline>Di Ferrara, a dì 8 di settembre 1585. </dateline></closer></div1></body></text></TEI.2>
