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      <title>Estratti dalla Poetica di Lodovico Castelvetro</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, I, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 type="parte" n="Estratti dalla Poetica del Castelvetro">
<head>ESTRATTI DALLA POETICA DEL CASTELVETRO.</head>
<p>Aristotele dovea prima compor l'arte di scriver l'istorie, che le poesie. Perchè è prima in natura la verità, che la verisimilitudine, e prima la cosa rappresentata, che la rappresentante.</p>
<p>E se avesse scritta l'arte del comporre l'istorie, sarebbe stato in gran parte soverchio questo della Poetica. Perchè molti precetti, anzi la maggior parte, a l'una ed a l'altra son comuni.</p>
<p>Platone e Cicerone peccano gravemente a scrivere in dialoghi di materia filosofica o d'arte; perchè il dialogo, essendo drammatico, ed avendo per fine il palco, deve essere di materia popolare.</p>
<p>Peccano tutti che scrivono dialoghi in prosa; perchè la prosa, ch'è instrumento della verità, non si conviene a ragionamenti di soggetto imitativo, e trovato da l'ingegno dello scrittore.</p>
<p>Il verso è fermissimo argomento a darci ad intendere che 'l soggetto sia imaginato; la prosa, che sia vero.</p>
<p>In prosa non ha luogo il favore delle Muse, nè il loro rammemorare; e per questo peccano in poca verisimilitudine i dialoghi, i quali contengono così minutamente le proposte e le risposte.</p>
<p>T. Ma nota tu, che Platone invoca molte volte ne' dialoghi.</p>
<p>I prologhi portano poca <foreign lang="lat">charis</foreign> a le commedie; perchè in essi si palesa non esser vero quel che si de' recitare.</p>
<p>I ragionamenti degli animali e delle piante, come quelli d'Esopo, non son soggetti di poesie, perchè non sono verisimili; e per questo errò Socrate che ne scrisse in versi: ma o pertengono al filosofo per un insegnare, o al retore per persuadere.</p>
<p>Raccoglie da Aristotele, che nè scienza nè arte alcuna sia materia di poesia; onde seguita, che sia errore il spiegarle in verso.</p>
<p>Tasso. Tu nega quest'ultima conseguenza.</p>
<p>Se la materia del poema fosse quella dell'istoria, sarebbe quell'istessa, e perciò non sarebbe simile. Rispondi tu a questa. Oltre di ciò il poeta non ne meritarebbe lode, perchè non si sarebbe faticato a trovarla. Questa è miglior ragione.</p>
<p>La poesia è stata trovata per dilettare la moltitudine.</p>
<p>Il verso è stato trovato, oltre l'atre cagioni, perchè si possa alzar la voce in palco senza sconvenevolezza.</p>
<p>Riprende Quintiliano, che dice: nessuno essere bono intenditore de' poeti, se non è ammaestrato nella filosofia o nell'astrologia.</p>
<p>Aristotele ha per costante, che la poesia non può esser altro che d'azione umana. Se la poesia è imagine dell'istoria, e l'imagine deve essere imagine di tutto l'imaginato; ne seguita, che l'istoria non possa essere se non d'azione umana.</p>
<p>Crede il Vittorio, che non si truovi nell'Epopeia il semplice modo narrativo senza qualche mistione di drammatico; ma che si truovi solo nel ditirambo. – Ma s'inganna, perchè il Moreto di Virgilio è composto in questo modo semplice, ove il poeta parla solamente in sua persona.</p>
<p>Il Moreto è Poema epico imitativo de' piggiori. –</p>
<p>Aristolele nella Poetica non parla se non delle poesie che si recitavano in publico.</p>
<p>Le concioni (di Livio e di Sallustio) non convengono a l'istorie; non essendo vero che i sermonanti le dicessero, o ch'altri le abbia potute raccogliere.</p>
<p>Trogo, siccome testimonia Giustino nel XXVIII, riprende in Livio ed in Sallustio il modo di concionare retto, cioè quello ov'appare la persona de' sermonanti.</p>
<p>Il modo obliquo è proprio della narrativa.</p>
<p>Il giudicare, il biasimare, e 'l lodare non si conviene al poeta epico nella sua persona; perchè lo dimostra appassionato, e diminuisce in lui la fede. In questo non errò Omero: vi errò Virgilio, e molto più Lucano.</p>
<p>Se 'l poeta se ne dee guardare, molto più l'istorico.</p>
<p>Aristotele non credette la poesia essere dono di Dio ed infusa, non annoverando questa fra le cagioni dell'origine della poesia.</p>
<p>Platone scherza nel Fedro e nell'Ione del furor divino; perciocchè, s'egli credesse i poeti inspirati da Dio, non li caccierebbe da la sua republica</p>
<p>T. Ma non scherzò nell'Apologia e nel Fedro.</p>
<p>I poeti che truovano da sè la materia e la figura sono assomigliati dal Petrarca, nell'Epistola a Tomaso da Messina, al vermicello della seta; gli altri, che le togliono, a le pecchie.</p>
<p>I titoli tolti da la persona si danno al poema quando l'azione è avvenuta in più luoghi. Eneide, Odissea.</p>
<p>I titoli tolti dal luogo, quando l'azione è avvenuta in un luogo. Iliade. – </p>
<p>Biasima l'Iliade d'Omero; perchè, se bene è un'azione, è azione di più persone: non volendo che basti l'unità dell'azione, se non vi concorre l'unità della persona. Ciò dice di mente d'Aristotele, secondo lui.</p>
<p>Aristotele vuole che l'azione sia una, e d'una sola persona.</p>
<p>Secondo i suoi principii: se 'l poema è imitazione dell'istoria, e l'istoria può essere di più azioni d'un solo, o di più azioni d'una gente. Adunque</p>
<p>La favola della Tragedia e della Commedia dee contenere una sola azione per necessità, non potendo per la brevità contenerne più.</p>
<p>La favola dell'Epopeia non per necessità, ma per dimostrazione d'eccellenza. Ma, chi è contento di minor gloria, non pecca se tesse poema di più favole. – </p>
<p>Nota, che par che 'l Castelvetro voglia che più azioni possano divenir una per l'unità del tempo, del luogo, della persona, non solo per la dipendenza. Falsissimo. – </p>
<p>Esservi molte azioni, delle quali, per la dipendenza che ha l'una dell'altra, si può formare un'azione ed una favola: esservene alcune, ch'ad un'azione sola non si possono ridurre. Vedi il testo d'Aristotele, dove riprende gli autori della Teseide e dell'Erculeide.</p>
<p>Leggi diligentemente tutto 'l discorso; chè 'l Castelvetro anco di sua mente par che voglia l'unità della persona.</p>
<p>Aristotele non riconosce il furor poetico in Omero; perchè dice, o da arte, o da natura; nè vi nomina il furore.</p>
<p>Tasso. Considera, se può essere inteso sotto nome di natura.</p>
<p>Non è conveniente scrivere poema di quelle cose intorno a i particolari delle quali è stata scritta istoria, ma solo intorno a quelle che sono note così in universale e sommariamente. – </p>
<p>Pare che Aristotele consenta che l'istorico nelle concioni guardi a l'universale, non al particolare, in questo testo ove fa paragone della poesia.</p>
<p>Verisimile in Omero, che i soldati Troiani e Greci, ch'avevano lungamente guerreggiato insieme, e fatte molte tregue, si conoscessero, e parlando s'intendessero: non verisimile il medesimo in Virgilio nel principio della guerra fra Troiani e Rutuli.</p>
<p>Omero non nomina alcuno nel Catalogo, non conosciuto per fama o per istoria: Virgilio ne finge molti. – </p>
<p>Gli antichi Greci e Latini giudicano gli scherzi fatti d'intorno al nome esser cosa leggiera, e però se n'astennero. Il Petrarca no: forse è proprietà della lingua nostra, che 'l comporta.</p>
<p>Il miracolo delle navi in Virgilio, oltre che è senz'esempio, ed eccede troppo, non opera nulla. Vedi molte opposizioni a questo miracolo, bonissime.</p>
<p>Non deve il poeta nelle cose incerte interporre alcune parole che le dimostrin per tali: verbi grazia, Così si dice, Così crede la rozza antichità. Il Petrarca:
<quote rend="block"><l>Un'altra fonte ha Epiro,</l>
<l>Di cui si scrive, ch'essendo fredd'ella.</l></quote>
L'istorico, a l'incontra, deve le cose incerte manifestar per incerte, come le concioni, e le simili.</p>
<p>Il soggetto dell'Epopeia non deve essere di cose conosciute particolarmente, perchè o 'l poeta sarebbe ributtato come falsario da l'istoria, o seguendola non sarebbe poeta.</p>
<p>Aristotele non pruova che la materia della Tragedia debba essere compassionevole e spaventevole; ma 'l presuppone.</p>
<p>Aristotele contraddice a se stesso, perchè avendo detto di sopra, là dove cerca l'origine della poesia, che 'l suo fine è 'l diletto, ora drizza la Tragedia a l'utilità, cioè a la purgazione degli animi; della quale utilità o non si deve tenere conto alcuno, o almeno non se ne deve tener tanto, che per lei si rifiutino tutte l'altre maniere di Tragedie, che ne son prive. E se pur dell'utilità s'ha d'aver considerazione; perchè non d'altra sorte d'utilità? come di quelle Tragedie, che contengono la mutazion de' buoni di miseria in felicità; le quali confermano l'opinione, che ha il popolo, della provvidenza di Dio, ec.</p>
<p>L'Epopeia riceve il soggetto orribile e compassionevole; ma si dice proprio della Tragedia secondo Aristotele, non perchè non convenga a l'Epopeia, ma perchè secondo lui la Tragedia non ne può ricevere altro.</p>
<p>Tasso. Di' tu che l'orrore e la compassione non è mai fine dell'Epico, se ben può essere adoperato da l'Epico per mezzo ad altro fine.</p>
<p>Vedi a carte 37. L'opposizione fatta ad Aristotele, che la rassomiglianza o imitazione non sia stata causa della poetica, è tutta fondata nell'equivocazione; e l'altra opposizione è facilissima a solvere.</p>
<p>La imitazione richiesta a la poesia non si può chiamare dirittamente imitazione; ma si può appellare gareggiamento del poeta e della disposizione della fortuna, o del corso delle mondane cose. Vedi tutta la pagina 37 e 38.</p>
<p>Ci piacciono le cose imitanti le vere che non ci piacciono, quando le imitano in parte: chè se in tutto le imitassero, e le potessero esprimere, non ci piacerebbono. Tali sono le biscie e le carogne dipinte, le quali nella rassomiglianza non hanno altro che i lineamenti e i colori simili a le vere; e per conseguenza non hanno il veleno o 'l puzzo, nè ci rappresentano la malizia e i nocumenti.</p>
<p>Oppone: Non diletta sempre l'imitazione; non diletta l'imagine che rinovelli dolore, o imagine disonesta a persona onesta.</p>
<p>Tasso. Solvi: Diletta la imitazione <emph>per se</emph>, attrista <foreign lang="lat">per accidens</foreign>. Vedi diligentemente tutto quel discorso. Aristotele non intendeva trattar se non di quelle poesie che si fanno in piazza per diletto del popolo; e, se tratta delle altre, ne tratta <foreign lang="lat">per accidens</foreign>.</p>
<p>L'Epopeia, perchè narrativa ed istorica, ed ha il verso magnifico ed atto a comprender molte cose, non è in sua natura se non delle severe; non dovendo passare in istoria se non cose tali: e fa <foreign lang="lat">contra suam naturam</foreign>, tirata fuor di strada, nel Margite e ne' simili.</p>
<p>Omero non diede la forma a la Tragedia con l'Iliade, ed a la Commedia con l'Odissea, come disse Donato in Terenzio, ma a la Commedia col Margite; il quale aveva tal proporzione con la Commedia, quale gli altri due con la Tragedia.
<quote rend="block"><l>TURPITUDINE d'animo:</l>
<l><emph>move a riso: sciocchezza</emph></l>
<l><emph>non move a riso: malvagità</emph></l>
<l>TURPITUDINE di corpo:</l>
<l><emph>senza dolore: move a riso</emph></l>
<l>con dolore: non move a riso.</l></quote></p>
<p>Tasso. Forse la turpitudine non è semplicemente causa di ogni riso, ma di quel riso solo che è materia della Commedia; essendovi il riso che nasce da l'allegrezza di veder persone cascare, e dal solletico.</p>
<p>Aristotele non mette il ridicolo per materia propria della Commedia nova, ma della vecchia; essendo materia della nova una favola che abbia altronde il diletto.</p>
<p>Il prologo fu aggiunto a la Commedia latina per dar qualche notizia della favola, essendo d'azione ignota, e per questo fa: ma chi l'antipone a le Tragedie, non si può scusar di questo errore se non con un maggiore, cioè che la favola della Tragedia sia ignota.</p>
<p>Il prologo toglie verisimilitudine a l'azione.</p>
<p>Fra i prologhi che son parte della favola, e quelli che son totalmente disgiunti, v'è una terza specie mista; quali sono alcuni d'Euripide, che dicono alcune cose passate pertinenti a la favola.</p>
<p>La Tragedia non ha ricevuta la lunghezza dell'Epopeia, perchè ella è ristretta dal luogo e dal tempo, non potendo passar un giro del sole: ed è ristretta dentro tai termini per comodità degli uditori, i quali non potriano stare più lungo spazio contenti a lo spettacolo; nè si potria loro dare ad intendere che nello spazio di dieci o dodici ore fossero passati più giorni, o un mese, o un anno.</p>
<p>Plauto nell'Amfitruone, e Terenzio ne l'Heautentimorumenos hanno errato in far l'azione più lunga di dodici ore.</p>
<p>L'Epopeia, benchè non ristretta da un tempo o da luoghi, non de' essere più lunga di quello che l'epopeio la possa raccontare al popolo comodamente in una fiata.</p>
<p>Omero divise egli stesso i suoi libri; i quali poi confusi da gli scrittori Aristarco riordinò.</p>
<p>Aristarco ripreso nella divisione, avendo distinta la narrazione di Ulisse ad Alcinoo, che fu fatta in una sera, in quattro libri.</p>
<p>Virgilio, ripreso per aver diviso la narrazione d'Enea in due.</p>
<p>Platone peccò nel verisimile, facendo i Dialoghi della Republica tanto lunghi, che non è possibile che passassero in una sera, come egli introduce.</p>
<p>Quello che Aristotele chiama sentenzia nella Poetica, è quello che nella Retorica si dice invenzione.</p>
<p>Loda Aristotele più que' tragici antichi che usavano la sentenzia civilmente, che i più moderni che l'usano pomposamente e retoricamente.</p>
<p>Quintiliano rimove Lucano da' poeti, e 'l ripone fra gli oratori, perchè usa la sentenzia retoricamente.</p>
<p>Il medesimo si contraddice, lodando Euripide, perchè in questa parte è simile a gli oratori.</p>
<p>La sentenzia tiene il terzo luogo nella Poetica; ma il primo nella Retorica, perchè l'invenzione quivi è principale.</p>
<p>L'ordine poetico non dee esser differente da l'istorico, perchè la poesia è imitata da l'istoria.</p>
<p>Il soggetto dell'Odissea comincia non da la partita di Troia, ma di Calipso, e quel dell'Eneida da la tempesta.</p>
<p>Aristotele biasima in Omero, che Pallade discenda a far che Ulisse ritenga i Greci, che volevano ritornare a casa, quasi soluzione per macchina.</p>
<p>Terenzio, ripreso che schivi troppo il parlar del volgo.</p>
<p>I difetti dell'arte non si conoscono così nelle pitture e negli idoli piccoli, come nelle grandi. Il simile nella poesia. Però è da essere preposto Omero a Virgilio.</p>
<p>Risponde a proporzione a le figure grandi il descrivere minutamente le cose, come fa Omero; perchè la distinzion delle parti è simile a la distinzion delle membra, che si vede esattamente nelle figure grandi.</p>
<p>È vero quel che dice Socrate nel fine del Convito, che una stessa è l'arte del far le Commedie e le Tragedie, avendo riguardo a la constituzion della favola.</p>
<p>Se 'l costume è parte accessoria della favola, seguita che errino quelli, fra' quali è lo Scaligero, che vogliono che 'l fine d'Omero o Virgilio sia il dipingere uno sdegnato in supremo, o un magnanimo: chè se ciò fosse, il fine lor principale sarebbe il costume, sendo lo sdegno e la magnanimità costume.</p>
<p>Se ciò fosse vero, simil materia non sarebbe poetica, ma filosofica.</p>
<p>Il fine di Omero e di Virgilio fu la bella favola; e i costumi fur presi, acciò riuscisse più bella.</p>
<p>I costumi nella pittura sono la prima parte, secondo Leon Battista Alberti, per la difficoltà.</p>
<p>Nota, che 'l Castelvetro, in più luoghi vuol che la principalità nasca da la difficoltà: il che è falso.</p>
<p>Ovidio, Lucano, Euripide, ripresi nella sentenza per usarla troppo retoricamente.</p>
<p>Livio, ripreso perchè si mostra appassionato chiamando i Romani i nostri, e gli altri barbari.</p>
<p>Giacomo Pelatiere, retore, vuol che Lucano non sia poeta, perchè non serva l'ordine prepostero.</p>
<p>S'ingannano Orazio e Rodolfo Agricola, ch'Omero servasse l'ordine prepostero.</p>
<p>La persona buona affatto è soggetto di Tragedia; perchè, ancora che fosse vero che generi sdegno, genera nondimeno compassione e spavento. Vedi il suo discorso intorno a ciò.</p>
<p>Non esser vero che 'l buono, patendo, genera sdegno contra Dio. Aggiungi tu: Tale almeno nella nostra religione, nella quale si crede la felicità o la miseria esserci serbata nell'altro mondo; ma nella religione de' Gentili esser ciò stato vero, nella quale diede i precetti Aristotele.</p>
<p>Il piacere che nasce da la Commedia e da l'Epopeia, è piacer diritto.</p>
<p>Il piacere che nasce da la compassione e da lo spavento, è piacere obliquo; ed è quando noi, sentendo dispiacere delle miserie altrui ingiustamente avvenute, ci riconosciamo esser buoni, poichè le cose ingiuste ci dispiaciono. La qual riconoscenza, per l'amor naturale che ciascuno porta a se stesso, è di piacer grandissimo; al qual piacere s'aggiunge l'altro d'imparar l'incostanze dell'umane cose.</p>
<p>Il costume, in quanto entra nelle Tragedie, è definito da Aristotele: dichiarazione di quel che altri appetisce o rifiuta; la qual si fa con favola o con atto.</p>
<p>I ragionamenti fatti in persona dell'istorico o del poeta non deono avere il costume; perchè manifestando ciò che appetisce o rifiuta, si mostrerebbe appassionato.</p>
<p>Il poeta o l'istorico, mostrando ciò che appetisce o ciò che rifiuta, mostra anco di credere che 'l lettore senza la sua dimostrazione non sia atto per sè a farne giudicio; onde non fugge il sospetto d'arrogante: il che vide ottimamente Omero; Virgilio, non.</p>
<p>Nota: Aristotele attribuisce quelle quattro condizioni al costume non in rispetto di tutte le persone, ma di quelle sole che dice esser atte a la Tragedia.</p>
<p>A la Tragedia sta bene non meno la grandezza che a l'Epopeia per rispetto delle persone reali. Pag. 273.</p>
<p>Aristotele, non so perchè, assegnò le lingue a l'epico: se per la magnificenza, per la medesima ragione le dovea assegnare al tragico. Le assegnò, dunque, senza alcuna ragione, solo mosso da l'esempio d'Omero, il quale non è da commendare. Tasso: Nota tu di provare, che la magnificenza è più propria dell'epico che del tragico.</p>
<p>Omero usò le lingue, perchè vagando avea fatto una mistione d'ogni idioma.</p>
<p>Tasso: La magnificenza si conviene più a l'epico, e perchè è meno patetico, e perchè parla più in sua persona, e perchè ha più per fine il mirabile, e perchè, quando narra persona altrui, quel modo non è semplice drammatico.</p>
<p>Le lingue, usate da gl'istorici per la similitudine che hanno con gli epici.</p>
<p>Erodoto, scusato da Ermogene nell'idea della dolcezza, che abbia usato le lingue con l'esempio d'Omero e d'Esiodo.</p>
<p>Tucidide, come testimonia l'Alicarnasseo, usò le lingue per avanzar l'impresa dell'istoria.</p>
<p>Conclude in somma, <foreign lang="lat">de sua mente</foreign>, le lingue non convenire a l'epico.</p>
<p>La traslazione è propria della Tragedia, perchè esprime meglio le passioni, e le Persone della Tragedia sono appassionate.</p>
<p>Le persone appassionate non hanno tanto agio dal loro affetto, che possano distendere le comparazioni; ma, accorciandole, ne fanno metafore. Perciò le traslazioni si ricevono nella Tragedia, e le comparazioni no.</p>
<p>Le comparazioni distese son proprie dell'epico, perchè il poeta non è appassionato.</p>
<p>Quattro maniere d'aggiunti: perpetuo, temporale, operante, scioperato.</p>
<p>Considera la quarta parte, a car. 277; ove vedrai che 'l fine del poeta è 'l diletto, e che la poesia non è imitazion dell'istoria. Leggi il testo e 'l comento: troverai contrarietà nel Castelvetro.</p>
<p>Il modo col quale s'introducono le persone a parlar nell'Epopeia, non è veramente rappresentativo. Car. 301. Quinci tu argomenterai che per ciò non gli si richiede tanto la proprietà quanto a la Tragedia, nè l'iambo come a la Tragedia; e per ciò riesce più magnifica.</p>
<p>Tasso: il modo col quale s'introducono le persone a parlare nell'Epopeia, si può dir mezzo fra 'l narrativo semplice e 'l semplice drammatico. Questa dottrina però è cavata da i suoi viluppi. Car. 301.</p>
<p>Tasso: Virgilio forse fu più scarso nel drammatico che Omero, per introdurre maggior magnificenza nel poema.</p>
<p>Universaleggiare e particolareggiare, chiama il Castelvetro l'esser meno o più drammatico.</p>
<p>Tasso: Riprende due luoghi di Virgilio:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Fortunati ambo, si quid mea carmina possunt;</l></quote>
e l'altro:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Nescia mens hominum fati...</l>
<l>Turno tempus erit.</l></quote>
Difendi tu questo; perchè è proprio dell'epico il pronosticare.</p>
<p>Tasso: Omero, particolareggiando, ebbe riguardo a quel che è proprio della Poesia in generale, cioè l'imitare. Virgilio, universaleggiando, mirò al proprio dell'Epopeia, cioè al magnifico.</p>
<p>Il lodamento e 'l giudicamento perterrebbe al coro, se simile azione fosse compresa in una Tragedia; perchè il coro rappresenta il popolo. Adunque nell'Epopeia si dee lasciare al popolo, che ascolta. Car. 302.</p>
<p>Tasso: Di' tu: Il coro sostiene l'officio del poeta (<emph>Horat.</emph>); e perciò il Castelvetro medesimo gli concede il parlar più nobilmente e più securamente. Se dunque nella Tragedia è officio del coro, nell'Epopeia è officio del poeta.</p>
<p>Il modo rappresentativo per un'altra cagione, oltre la detta d'Aristotele, è degno di lode, portando seco grande industria l'introdurlo spesso senza rincrescimento. 302.</p>
<p>Tasso: Non so come quelli d'Omero siano senza rincrescimento.</p>
<p>Tasso: Move il dubbio, e 'l lascia irresoluto; perchè a l'epico, che è tutto drammatico, come è Omero, non si dia il jambico, soluto già da me.</p>
<p>Tasso: Ricordati, che mi pare ch'Omero interponga il suo giudicio ove Glauco e Diomede cambian l'armi, chiamando stolto Glauco; benchè il Castelvetro neghi che mai ciò faccia: e tanto più l'interpone che Virgilio; quando Virgilio parla in universale, <quote lang="lat">Nescia mens hominum</quote>, ed egli in particolare, ec.</p>
<p>Loda più la caccia data da Enea a Turno, che da Achille ad Ettore, per buone ragioni.</p>
<p>La meraviglia non si genera solo per giunte, come dice Aristotele, ma per diminuzione ancora; quando si tacciono alcune cose, come nella caccia d'Achille.</p>
<p>Tasso: Quelle diminuzioni si possono chiamar giunte della ferocità d'Achille. Car. 307.</p>
<p>Intende per parti oziose tutte quelle nelle quali il poeta parla in sua persona. Vedi bene car. 319 e 320.</p>
<p>Cappe fatte alla Spagnuola. Usanza antica de' soldati Romani, quando erano a la guerra; e sono effigiate nell'arco trionfale di marmo di Severo imperadore in Roma.</p>
<p>Tasso: <quote>Nè credo già ch'amor in Cipro avessi</quote>. <emph>Amor</emph> vocativo, ed <emph>avessi</emph> seconda persona. È 'l Bembo ripreso, che la fa terza. Nondimeno il Petrarca altrove la fa terza:
<quote rend="block"><l>E 'n vista parve s'accendessi.</l></quote>
Nè vi è risposta.</p>
<p>Aristotele credette che la cognizione delle scienze e dell'arti non fosse necessaria al poeta. Altrimenti non avrebbe detto, che i peccati delle scienze e delle arti fossero accidentali al poeta, e scusabili.</p>
<p>Omero e Virgilio nell'Eneide non dimostra mai tempo alcuno dell'anno, per nascimento o cadimento di stelle, se non conosciute dal vulgo. Erra in ciò Ovidio, Lucano e Dante.</p>
<p>Ripreso nel Petrarca:
<quote rend="block"><l>Aprasi la prigion ond'io son chiuso.</l></quote></p>
<p>Concede Aristotele che talor si ricevano alcune cose incredibili, perchè il fine del poeta riesca più meraviglioso. Oppone egli in questo: Noi non ci meravigliamo se non per quello che crediamo; perchè delle cose non credute non nasce meraviglia. Adunque le cose incredibili non posson fare che 'l fine riesca più meraviglioso.</p>
<p>Tasso: Rispondi quel ch'accenna anch'egli: ch'un'altra parte, contenente cose incredibili, per la disposizione della precedente, contenente l'incredibile, sarà quella che riuscirà più meravigliosa. L'esempio d'Ulisse trasportato dormendo, che fa più mirabile l'occisione dei Proci.</p>
<p>Aristotele vuole, che molte opposizioni si possono solvere per la figura chiamata trasportamento; cioè quando si trasporta ciò che si costuma al tempo del poeta, al tempo delle persone di cui ragiona: come Sofocle, fa che ne' giuochi Pizii si tenzonasse al corso delle carrette; il che non s'usava a' tempi d'Oreste, se ben s'usava a' tempi di Sofocle. Questa soluzione non approva il Castelvetro, come quello ch'è errore nell'istoria; il quale errore non è scusabile, o <foreign lang="lat">per accidens</foreign>, perchè toglie il verisimile: siccome non è scusabile l'errore nella grammatica e nel versificare.</p>
<p>La figura del trasportamento del tempo si concede solo nella denominazione de' nomi; come Dante:
<quote rend="block"><l>Esso atterrò l'orgoglio degli Arabi;</l></quote>
e 'l Petrarca:
<quote rend="block"><l>Che fe in Germania e in Francia tal ruina.</l></quote>
</p>
<p>Biasimato Virgilio, ch'usa male il trasportamento del tempo in Didone.</p>
<p>Si può usar la denominazione antica in luogo della moderna, <foreign lang="lat">et e contra</foreign>, solamente quando la persona che l'usa, può aver cognizione dell'una e dell'altra; o quando la lingua in cui si parla, non abbia altra voce che la moderna: così Dante e 'l Petrarca. Però errò Virgilio, che fe dire a Palinuro: <quote lang="lat">Portusque require Velinos</quote>; Plauto ne l'Anfitrione, che fa giurar per Ercole, quando non era nato. L'Ariosto fa dir Marano a Feraù.</p>
<p>Ripreso il Petrarca, che disse:
<quote rend="block"><l>..... del nocchier di Stige.</l></quote>
Opinion gentile.</p>
<p><quote lang="lat">Si diis placet; per deos immortales</quote>: ripreso nel Sadoleto e nel Longolio. Riprende il medesimo Origene ne' Cristiani, scrivendo a Celso.</p>
<p>Non si può fare Commedia o Tragedia, che sia lodevole, che non abbia due favole; ma l'una principale, l'altra accessoria. Falsissimo: nasce da un falso presupposto, che da le più combinazioni di persone nascano più favole.</p>
<p>Attribuisce ad Aristotele, che dica ch'un corpo grande non possa aver un'anima sola; e per conseguente, che l'Epopeia, secondo lui, non possa avere una sola favola: a che il Castelvetro contraddice, dando l'esempio del gigante e della balena, che sono informati da una anima sola. Ma egli non intende Aristotele, perchè non dice che la favola della Epopeia non possa essere una, ma che non possa essere una d'unità, così semplice come è quella della Tragedia: è questo vero.</p>
<p>Il corpo dell'Epopeia non dee essere di determinata misura; e tanto meno d'una sì grande, ch'una favola sola no 'l possa empire.</p>
<p>Tasso: Vero dice Aristotele, ch'una favola sola, che sia semplice, e non sia mista, no 'l può empire. Vedi tutto il dicorso della comparazione della epica, che sia meno una che la tragica; e ricordati della distinzion mia, d'unità più o men semplice, che solve ogni cosa.</p>
<p>L'Epopeia porge diletto più largo che la Tragedia; ma meno intenso, secondo la proporzione.</p>
<p>Tasso: È lecita la varietà delle lingue anche negli epici volgari; ed a chi dicesse che le nostre lingue d'Italia non son nobili come le Greche, non avendo scrittori, rispondi: che questo rispetto può fare ch'a le parole prese dal Lombardo o dal Veneto si dia la terminazion Toscana, non che però si lasci del tutto.</p></div1>
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</TEI.2>
