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      <title>Tre croci</title>
      <author>Federigo Tozzi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Opere : romanzi, prose, novelle, saggi</title>
        <author>Tozzi, Federigo</author>
        <editor id="ed">Marchi, Marco</editor>
        <publisher>A. Mondadori</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1987</date>
        <note>Introduzione di Giorgio Luti</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<text>
<front>
<epigraph>
<p><emph>a Luigi Pirandello</emph></p></epigraph>
</front>
<body>
<div1 type="capitolo">
<head>I</head>
<p>Giulio chiamò il fratello:</p>
<p>— Niccolò! Déstati!</p>
<p>Quegli fece una specie di grugnito, bestemmiò, si tirò più
giù la tesa del cappello; e richiuse gli occhi. Stava
accoccolato su una sedia, con le mani in tasca dei calzoni e
la testa appoggiata a uno scaffale della libreria; vicino a
una cassapanca antica, che tenevano lì in mostra per i
forestieri; tutta ingombra di vasi, di piatti e di pitture.</p>
<p>— Ohé! Non ti vergogni a dormire! È tutta la mattina! Fai
rabbia!</p>
<p>Niccolò, allora, si sdrusciò forte le labbra e aprì gli
occhi guardando il fratello.</p>
<p>— Ma che vuoi? Io, fino all'ora di mangiare dormo!</p>
<p>— Volevo dirti che io devo andare alla banca! Stamani, c'è
un rinnovo.</p>
<p>Niccolò fece una sbuffata e rispose:</p>
<p>— Vai! C'era bisogno di destarmi?</p>
<p>— Alla bottega chi ci bada?</p>
<p>— A quest'ora, non viene nessun imbecille a comprare i
libri! Vai! Ci bado io!</p>
<p>Niccolò, mentre il fratello cercava il tubino, si alzò,
giunse fino alla porta, come se avesse voluto mettersi a
correre, prendendo lo slancio; e tornò a dietro,
rincantucciandosi a sedere.</p>
<p>Era alto e grasso; con la barbetta brizzolata, le labbra
grandi e gli occhi bigi.</p>
<p>Allora, perché Giulio andava da sé alla banca, invece di
mandarci lui o l'altro fratello, lo guardò e chiese con
premura studiata:</p>
<p>— Enrico dov'è? Dobbiamo sempre fare tutto noi anche per
lui?</p>
<p>— Sarà a spasso, a quest'ora! Dove vuoi che sia? Lo sai che
a quest'ora ha sempre bisogno di fare una passeggiata.</p>
<p>— E rimproveravi me perché me ne sto qui a dormire?</p>
<p>Giulio voleva sorridere; ma si mise le lenti, guardò la
firma su la cambiale e disse:</p>
<p>— Bada anche tu se ti pare venuta bene!</p>
<p>Niccolò alzò le spalle e non rispose. Giulio disse, con una
specie di ammirazione sempre meno involontaria:</p>
<p>— M'è venuta proprio bene!</p>
<p>Il fratello abbassò la testa e fece un'altra sbuffata; poi
si mise a battere lesto lesto la punta d'un piede; e,
allora, tremava tutta la cassapanca con quel che c'era
sopra.</p>
<p>— Smetti: farai rompere tutto!</p>
<p>— Non sarebbe meglio?</p>
<p>Giulio, grattandosi vicino alla bocca, quasi sorpreso, lo
guardò:</p>
<p>— Con te non ci si capisce niente! Ormai, mio caro, anche
se volessimo smettere, sarebbe tardi. Piuttosto, speriamo
che troveremo i denari per pagare le cambiali!</p>
<p>— E se alla banca scoprono prima che tu... che noi facciamo
le firme false?</p>
<p>Giulio era il più melanconico dei tre fratelli Gambi, ma
anche il più forte e quello che sperava perciò di guadagnare
tanto con la libreria, da non correre più nessun pericolo.
Era stato lui a proporre quell'espediente; ed era lui che
aveva imparato ad imitare le firme. Ma quando il fratello
gli diceva a quel modo, si perdeva d'animo e andava alla
banca soltanto perché era indispensabile a guadagnare tempo.
È vero anche, però, che era doventata un'abitudine; che lo
preoccupava piuttosto per la puntualità che ci voleva.
Perfino lusingato che ormai da tre anni la cosa andasse
bene: avevano preso più di cinquantamila lire senza destare
nessun sospetto, e il cavaliere Orazio Nicchioli, che aveva
fatto da vero il favore di firmare qualche cambiale non
indovinava ancora niente. Seguitava sempre ad essere il loro
amico, e ad andare alla libreria tutte le sere; a fare la
chiacchierata.</p>
<p>Giulio era anche più alto di Niccolò: ma senza barba e più
giovane, sebbene i suoi capelli fossero tutti bianchi. I
baffetti erano ancora biondi; il viso roseo; e gli occhi
celesti facevano pensare a qualche pietra di quel colore. Il
più intelligente e il solo che avesse voglia di lavorare,
stando dentro la libreria dalla mattina alla sera. Niccolò,
invece, faceva anche l'antiquario; e stava quasi sempre
fuori di Siena, a cercare alle fattorie antiche e nei paesi
qualche cosa da comprare.</p>
<p>Enrico faceva il legatore, a una piccola bottega vicino
alla libreria. Era basso, con i baffi più scuri; sgarbato e
prepotente.</p>
<p>Soltanto Niccolò aveva moglie; ma vivevano tutti insieme
con due giovinette orfane, loro nipoti.</p>
<p>Il loro padre era stato fortunato, e anch'essi da prima
stavano bene; poi, a poco a poco, la libreria aveva sempre
fruttato meno.</p>
<p>Giulio si mise il tubino, dopo averlo spolverato con il
gomito, stette un poco incerto a esaminare la cambiale
aperta su lo scrittoio; si grattò vicino alla bocca, la
prese e se la mise in tasca. Niccolò lo guardava, imprecando
e bestemmiando.</p>
<p>— È inutile bestemmiare.</p>
<p>— Che devo dire, allora?</p>
<p>— Niente. Rassegnarsi.</p>
<p>— Ma io in galera non ci voglio andare!</p>
<p>Aveva la voce forte e robusta, e quando gridava a quel modo
non si sapeva se faceva sul serio o per canzonatura. Allora
anche a Giulio era impossibile sentirsi afflitto e umiliato.
E rispose, con la sua pacatezza di uomo educato:</p>
<p>— Ci metteranno me in galera! Sei contento?</p>
<p>Ma Niccolò gridò:</p>
<p>— Torna presto, perché io qui dentro non voglio che mi ci
venga un accidente!</p>
<p>Giulio, tenendo la mano in tasca dov'era la cambiale,
perché aveva paura che potesse escirgli fuori, andò alla
banca; cercando di camminare a testa alta e di farsi vedere
senza preoccupazioni; sicuro di quel che faceva.</p>
<p>Niccolò restò su la sua sedia; e si mise a biascicare un
sigaro, sputando i pezzetti sotto lo scrittoio; allungando
le gambe fin nel mezzo della bottega. Quando entrò un
signore, che conosceva perché una volta erano andati a
caccia insieme, Niccolò non si mosse né meno.</p>
<p>Quegli chiese:</p>
<p>— Come sta?</p>
<p>— Io, bene. E lei?</p>
<p>— Un poco di raffreddore.</p>
<p>Niccolò sorrise, dicendogli con una serietà finta di cui
nessuno alla prima si accorgeva:</p>
<p>— Si abbia riguardo!</p>
<p>Il signor Riccardo Valentini, allora, guardò qualche libro,
e Niccolò richiuse gli occhi come se non ci fosse stato né
meno. Tutti quelli che lo conoscevano, non si rivolgevano
mai a lui per comprare; ma a Giulio, magari aspettando che
tornasse, se non c'era.</p>
<p>Il Valentini gli disse:</p>
<p>— Bella vita, sempre a sedere!</p>
<p>— Lo so! Me la invidia anche lei?</p>
<p>— Io? No, da vero. Anzi, ci ho piacere.</p>
<p>— E io campo da signore per dispetto a quelli che mi
vorrebbero vedere a mendicare. Non faccio bene? Devono tutti
mangiarsi il fegato dalla rabbia!</p>
<p>Il signor Valentini fece una risata.</p>
<p>— Oggi, a pranzo, tordi e quaglie. E mi son fatto mandare
da una delle migliori tenute del Chianti un vino che, se lo
bevesse lei, resterebbe stupito. Dio! Come mi voglio godere!
Per me, nella vita, non c'è altro! Sono nato un signore, io;
più di lei!</p>
<p>— Più di me? Ah, lo credo! Lei non ha quelle preoccupazioni
di cui io non posso fare a meno. Anche stamani son dovuto
venire a Siena, perché il fattore mi s'è ammalato. Come si
fa a rimandare al giorno dopo gli affari, con una tenuta di
trenta poderi come io ho su le mie spalle! Senza mentovare,
poi, anche le mercature.</p>
<p>Niccolò si sollazzava a quelle confidenze; e, fregatesi le
mani, disse:</p>
<p>— Vino e ponci! Ma i ponci li faccio da me. Mezzo litro di
rumme per volta! Ah, io sto bene!</p>
<p>Nella sua voce c'era una gioia rabbiosa e violenta. Ed
egli, ridendo a quel modo, restava simpatico a tutti.</p>
<p>— Ora, quando torna Giulio, che è andato a un appuntamento
con una bella signora, si chiude questa paretaia; e si va a
mangiare. Che mangiata! Vorrei avere due ventri! Uno non mi
basta! Ho fatto comprare, dalla nostra serva, un chilo di
parmigiano e certe pere che passano una libbra l'una!
Scommetto che le viene voglia di desinare con me!</p>
<p>Il signor Valentini rise e gli batté una mano su la spalla.
Poi, chiese:</p>
<p>— Che Madonna è quella, lì nel mezzo alla cassapanca?
Quella lì ritta?</p>
<p>Niccolò doventò serio.</p>
<p>— Non me lo vuol dire?</p>
<p>— Anzi! A lei dirò la verità: è una Madonna che ho trovato
in casa d'un contadino. Non me la volevano vendere a nessun
costo. L'ho pagata cento lire sole!</p>
<p>Si alzò, e con la voce che doventava acuta, ripeté
gongolando:</p>
<p>— Cento lire! Cento lire! Me l'ha regalata! Ci voleva un
idiota come quello!</p>
<p>— E lei quante ce ne prenderà?</p>
<p>La voce di Niccolò si fece tonante:</p>
<p>— Io?</p>
<p>Poi, con sprezzo:</p>
<p>— Ieri, un inglese mi dava quattromila lire, quattromila
lire!</p>
<p>— E non l'ha data?</p>
<p>La voce parve calmarsi, farsi esatta:</p>
<p>— Ce ne prenderò seimila.</p>
<p>E siccome s'era rimesso a sedere, si alzò di scatto,
battendo i piedi e ricominciando a gridare:</p>
<p>— Cento lire! Quell'idiota! Ci voleva un idiota come lui,
per darmela!</p>
<p>E finse di ridere tanto, come fosse sul punto di soffocare.</p>
<p>Giulio, con il cappello su gli occhi, come senza
avvedersene si metteva sempre tornando dalla banca, entrò
serio:</p>
<p>— Di che ti esalti?</p>
<p>Niccolò smise istantaneamente; e s'avventò alla porta, come
se fuggisse perché non valeva la pena di rispondergli.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>II</head>
<p>Fuori camminava a testa ritta, nel mezzo della strada,
facendo il grande; rispondeva a pena se lo salutavano,
tirava via come se sprezzasse tutti; lesto, come se non
avesse tempo da perdere. Giunse, per la Via Cavour, fin
dov'era una fruttaiola; e, allora, guardò le ceste in
mostra; ma senza fermarsi, girando un poco il collo come se
avesse da accomodarsi il solino. L'odore della frutta gli
fece allargare e stringere le narici; e gli si piegarono le
ginocchia; ma seguitò a camminare: benché senza
raccapezzarsi più dove andasse, e a ogni pochi passi urtando
qualcuno; poi tornò a dietro, pensando alle frutta vedute,
che se le immaginava più buone e più saporite di quante ne
aveva mangiate durante tutta la sua vita. Quasi gli venivano
le lagrime, perché si trovava senza denaro in tasca. Ma
decise di supplicare il fratello, perché glie le comprasse.</p>
<p>In bottega non c'era più il signor Valentini; ed egli disse
a Giulio:</p>
<p>— Che voleva quel vagabondo? Quando viene in bottega,
un'altra volta, lo prendo a calci nei ginocchi.</p>
<p>— Che t'ha fatto di male?, gli chiese Giulio, ridendo.</p>
<p>— Toh! C'è bisogno che mi faccia qualche cosa di male? Non
lo posso né vedere né sopportare: ecco quel che m'ha
fatto!</p>
<p>— Tu non puoi vedere nessuno. Sei mezzo matto! Già, non
saresti della nostra razza!</p>
<p>Allora, Niccolò gli strinse un braccio e gli disse, dopo
aver fatto scricchiare i denti, come un ragazzo che non può
più contenersi:</p>
<p>— Giulio, Giulio mio! Ho visto certe mele e certe pere
che... se le potessi assaggiare, darei dieci anni! Me ne
sono invaghito.</p>
<p>Giulio, divertendosi della sua ghiottoneria, gli chiese:</p>
<p>— Erano belle da vero?</p>
<p>— Meravigliose! Con una buccia grassa, che dev'essere come
il burro! Io oggi non mangio, se non mi levo anche la voglia
di quelle!</p>
<p>— Ci manderemo Enrico, quando viene!</p>
<p>— Sì, sì! Piglia tutto quel che abbiamo incassato stamani;
e mandacelo. Fa' invogliare anche lui.</p>
<p>— Non ci vorrà di molto!</p>
<p>Enrico entrò sbattendo l'uscio, per chiuderlo; perché
quando una volta potevano tenere un commesso, se lo faceva
sempre chiudere e aprire. Guardò tutta la bottega; per
vedere se c'era qualcuno; sospettoso e pronto a qualche
villania. Giulio gli chiese:</p>
<p>— Dove sei stato?</p>
<p>— Sei mio padre, perché io te lo debba dire? Te lo domando
mai io a te?</p>
<p>Niccolò disse:</p>
<p>— Hai ragione!</p>
<p>— Tu stai zitto!, gli rispose Enrico, con la sua voce
nasale e strascicata. — Hai sempre voglia di ruzzare. Ho
visto escire il Valentini: che ci viene a fare in bottega,
se non compra mai un libro? Già, non sa né meno leggere!
Perché non sta a casa sua? L'impiantito, quando è consumato,
bisogna rifarlo fare con i nostri denari! Se stesse a casa,
il fattore non terrebbe compagnia alla sua moglie!</p>
<p>— È vero? Chi te l'ha detto? Che soddisfazione mi dài!</p>
<p>— Lo so. Quando dico una cosa io, mi chiedete sempre da chi
l'ho saputa! Ma, se non ci credete, per me è lo stesso.</p>
<p>Giulio aprì il cassetto dello scrittoio, prese con la punta
delle dita dieci lire e gliele porse:</p>
<p>— Vai da Cicia, e compra due chili tra mele e pere.</p>
<p>— Io ci devo andare? O voi non siete capaci?</p>
<p>Niccolò non gli parlava più e non lo guardava né meno, come
se lo avesse irritato. Giulio gli disse:</p>
<p>— È lui che ti vuol mandare.</p>
<p>— Ma io, se devo andarci, compro anche un pezzo di
gorgonzola dal nostro pizzicagnolo.</p>
<p>— Fa' quel che vuoi.</p>
<p>Enrico s'avviò verso l'uscio; e Niccolò, allora, disse:</p>
<p>— Purché tu ti spicci; invece di star qui tra i piedi!</p>
<p>E, quando fu escito, seguitò:</p>
<p>— Non ha voglia di fare niente.</p>
<p>Ma tutti e due doventarono silenziosi. Soltanto dopo una
mezz'ora, Giulio, che s'era seduto allo scrittoio battendo a
colpi regolari le lenti su la carta sugante, disse:</p>
<p>— Con la cambiale d'oggi, sono cinquemila lire di più.</p>
<p>— A me lo dici?</p>
<p>— A chi devo dirlo?</p>
<p>— Non me ne importa. Io non voglio né meno sentirne
parlare.</p>
<p>— Hai paura di guastarti il sangue?</p>
<p>— Giulio! Smettila! Tu sai quel che ho nel cuore. È una
spina grossa come il mio pollice.</p>
<p>— Lo so: sarà eguale alla mia.</p>
<p>Allora, Niccolò divenne affettuoso; la sua voce quasi
supplichevole e dolce; e sarebbe stato capace di fargli
anche le moine:</p>
<p>— Se non ci si volesse bene tra noi, vorrei doventare una
bestia... un rospo!</p>
<p>Giulio lo guardò con tenerezza; ma il fratello gli disse:</p>
<p>— Non mi guardare!</p>
<p>— Quelle bambine hanno bisogno di vestiti da inverno.</p>
<p>— Glieli farai comprare. Subito! Per loro, faccio anche a
meno delle scarpe! Di tutto! Mi lascio morire di fame!</p>
<p>Quando aveva di questi propositi, che gli duravano poco, si
drizzava con tutta la persona; mandando in fuora il petto:
camminando in su e in giù per la bottega, che allora per lui
pareva troppo stretta. Egli era soddisfatto di se stesso e
dava occhiate di orgoglio affettuoso; ansando come se avesse
dovuto difendere precipitosamente le due nipoti. Pareva che
non potesse star fermo mai più.</p>
<p>— Per noi, quelle bambine devono esser sacre. Non è
vero?</p>
<p>— L'ho sempre detto anch'io.</p>
<p>— Ma Enrico... ti pare che Enrico sia del nostro
sentimento?</p>
<p>— Diamine!</p>
<p>Ma Niccolò cambiò subito discorso:</p>
<p>— O quando torna con le frutta?</p>
<p>— Sono dieci minuti soli che è andato via!</p>
<p>E Giulio sbirciò il suo orologio.</p>
<p>— Io vado a casa, e vi aspetto là tutti e due. Vieni
presto!</p>
<p>Ma Giulio, restato solo, si mise a preparare alcune fatture
da riscuotere. Mentre scriveva, entrò, come faceva tutte le
mattine, venendo dall'Archivio di Stato, un giovane
francese, critico d'arte, stabilitosi a Siena per studiare
certi pittori del quattrocento. Era vestito sempre bene; con
i baffi biondi e un bastone con il pomo d'avorio cerchiato
d'oro. Aveva gli occhi turchini, e i baffi parevano un peso
sul sorriso.</p>
<p>— Buon giorno, signor Nisard.</p>
<p>— Buon giorno.</p>
<p>— Che mi dice di nuovo?</p>
<p>— Ho trovato una cosa molto importante su Matteo di
Giovanni. Una cosa straordinaria! Una scoperta che farà
effetto! Sono molto contento!</p>
<p>Giulio domandò:</p>
<p>— Si può sapere?</p>
<p>— Mi servirà per il libro che sto preparando!</p>
<p>— Allora non voglio essere indiscreto: non voglio che me la
dica.</p>
<p>Il libraio aveva una specie di ammirazione per tutto ciò
che facevano gli altri; e aveva piacere se glielo dicevano.
Era perciò un buon amico, uno di quelli da confidenze. Gli
pareva che gli altri, non compromessi come lui e i suoi
fratelli, appartenessero a un mondo che per lui esisteva
soltanto prima delle firme false. Ora si sentiva, sempre di
più, costretto a subire anche le conseguenze morali della
sua colpa. Non avrebbe ardito né meno di chiedere a un altro
che gli si mostrasse pronto a stimarlo. Anzi, non voleva. Si
schermiva, doventava timido; faceva in modo che gli altri
non gli dessero mai nulla dei loro sentimenti; perché non
voleva ingannarli.</p>
<p>Giudicatosi da sé, accettava soltanto la consapevolezza dei
fratelli. Perciò il suo sorriso restava sempre impacciato e
riservato; e quelle erano le occasioni della sua tristezza.
Niccolò non voleva amicizie e lo rimproverava tutte le volte
che era stato affabile con qualcuno. Gli diceva:</p>
<p>— Tu sai che tra noi e gli altri c'è una cosa, che nessuno
ci perdonerà. Anche noi, perciò, con gli altri non dobbiamo
avere tenerezze.</p>
<p>Giulio ascoltava il Nisard, con le mani nelle tasche della
giubba, senza alzare gli occhi, come un povero riesce ad
essere più contento se sta insieme qualche mezz'ora con un
ricco. Non avrebbe voluto né meno che il Nisard gli desse la
mano!</p>
<p>Quel giorno il Nisard, pensando che a Siena spendevano
pochi denari per comprare i libri, gli chiese per dirne male
con lui:</p>
<p>— Va bene la bottega?</p>
<p>Giulio scosse la testa; e, poi, disse:</p>
<p>— Non so come facciamo a andare avanti!</p>
<p>E, allora, il piacere sentito ascoltando il Nisard, lo fece
soffrire. Gli pareva una grande ingiustizia e una privazione
acuta che egli non potesse come lui lavorare, senza
imbarazzi, a qualche cosa. Gli venivano in mente parecchi
progetti, e vi rinunciava a pena li aveva pensati; sebbene,
qualche volta, gliene restasse il ricordo nel suo amor
proprio. Il Nisard gli disse:</p>
<p>— Per fortuna ella ha guadagnato in altri tempi, e ora ha i
denari per vivere!</p>
<p>Giulio restò un poco perplesso, e poi rispose:</p>
<p>— Già: è una fortuna da vero! Ma io non me ne voglio
preoccupare! Sarà quel che Dio vorrà.</p>
<p>Il Nisard, credendo che esagerasse per spilorceria e per
grettezza, si mise a ridere. Giulio socchiuse gli occhi, e
seguitò:</p>
<p>— Lei non mi crede.</p>
<p>— Ma, signor Giulio, vuol darmi ad intendere....</p>
<p>— Io non dico mai bugie: cioè, non vorrei mai dirle!</p>
<p>E restò soprapensiero. Il Nisard lo guardava in viso, come
se avesse capito lo scherzo; e gli domandò:</p>
<p>— Crede che io vada a raccontarlo all'agente delle tasse,
perché gliele cresca?</p>
<p>In quel mentre, aprì la porta Enrico, senza richiuderla;
tenendo con ambedue le braccia tutte le frutta comprate.
Egli disse, allegro:</p>
<p>— Ora, ci manca il gorgonzola! Non inventerete che io penso
prima a me e poi a voi! Dite sempre che io sono un
egoista!</p>
<p>Il Nisard si divertiva a vedere come Giulio era restato
male e imbarazzato. Ma Giulio esclamò:</p>
<p>— Le pere sono belle da vero!</p>
<p>Enrico chiese:</p>
<p>— Posso andare a casa? C'è altro da comprare?</p>
<p>Il fratello gli accennò la porta, e quegli escì.</p>
<p>Enrico, quando aveva comprato qualche cosa, non salutava né
meno: doventava più arrogante e rispondeva male.</p>
<p>Allora Giulio disse:</p>
<p>— La tavola bene apparecchiata è una nostra debolezza.
Siamo tutti eguali: anche la mia cognata, Modesta, l'abbiamo
avvezzata male.</p>
<p>Egli ora era impaziente di essere a casa; perché non lo
avrebbero aspettato; e sapeva che i primi sceglievano sempre
i bocconi più buoni. Se non ci fosse stato il Nisard,
avrebbe chiuso subito la bottega; quantunque un signore gli
avesse detto che sarebbe passato a comprare alcuni libri.
Egli, pentito, soffriva anche di essersi impegnato ad
aspettarlo; e, perciò, si dolse:</p>
<p>— Non capisco come si possano buttar via i denari per
comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato
tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m'è
venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa
sarebbe mandarli tutti al macero!</p>
<p>— Ma lei è così intelligente, e parla sul serio a questo
modo?</p>
<p>— Sono stato intelligente. Ora, è finita. Ho quarant'anni,
e mi sembra di averne ottanta o cento. Lei non mi crede né
meno ora!</p>
<p>Il Nisard allargò le braccia; e, sorridendo, disse che si
rassegnava a credergli. Ma Giulio cercava di ricordarsi se
avevano comprato il parmigiano da grattare su i maccheroni;
e, dentro di sé, diceva: “Chi sa come resta male Niccolò
quando sente che non è di quello come piace a noi!”. E gli
pareva di vedere il fratello che se la prendeva con la
moglie; senza smettere più, per tutto il pranzo. Era capace
di alzarsi da tavola, quando aveva finito di mangiare, e di
escire senza voler parlare più alla moglie fino al giorno
dopo; mentre le nipoti, Chiarina e Lola, ci ridevano; ed
Enrico diceva che era una sconvenienza da pazzo. Queste cose
deliziavano Giulio; che si fermò nel mezzo di bottega, con
il viso ubriaco di godimento.</p>
<p>Ad un tratto, si sentirono suoni di parecchie campane
insieme. Era mezzogiorno. Giulio, per esserne più sicuro,
escì nella strada, ascoltando. L'orologio municipale batteva
le ore, con una cadenza placida; e anche San Cristoforo, la
chiesa più vicina alla libreria, in Piazza Tolomei, si dette
a suonare. La gente era meno rada, e cominciavano a passare
gli impiegati. Allora, egli disse, con dolcezza:</p>
<p>— Posso chiudere!</p>
<p>Il Nisard, che doveva andare alla villa presa in affitto
fuor di Porta Camollia, lo salutò frettolosamente.</p>
<p>Dopo cinque minuti, l'orologio replicò le ore; e a Giulio
parve che rispondessero proprio a lui, e fossero saporite e
allegre come una leccornia.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>III</head>
<p>Dopo mangiato, Niccolò era sempre disposto all'allegria, ma
così volubilmente che ingiuriava chiunque gli diceva una
parola più di quelle che volesse ascoltare.</p>
<p>Giulio, invece, durante tutto il chilo, faceva ripetizione
alle nipoti; ed Enrico andava a dormire per un paio d'ore.
Niccolò disse:</p>
<p>— Non mi parlate, perché vado in bestia! Mi fate rodere
dalla rabbia! Mi sentivo così allegro, invece! Lasciatemi:
sto bene so lo, a parlare con me stesso. Io solo
m'intendo!</p>
<p>Poi escì, camminando lentamente e strenfiando; quasi
sudando, benché fosse d'ottobre. Gli era venuta la gotta,
come agli altri fratelli; e, da quanto aveva impippiato,
moveva a pena le gambe.</p>
<p>Per la strada, fingeva di fare il viso da ridere; e se
qualcuno, allora, si preparava a fargli altrettanto, egli
lesto si scansava e mostravasi arcigno; quasi offeso.</p>
<p>Tornato dalla passeggiata alla Lizza, che gli bastava per
fumare tutto il sigaro, trovò in bottega un suo amico,
Vittorio Corsali, che era agente d'una compagnia
d'assicurazioni.</p>
<p>— Oh, oggi, non voglio discorrere troppo! Mi fa fatica!</p>
<p>— Non so come faccio a darti fastidio se non ho aperto
bocca da quando sei venuto!</p>
<p>— Non importa! A me le persone danno fastidio anche se
stanno zitte!</p>
<p>— Ma io, come dicevo a tuo fratello Giulio, ero venuto per
proporti un buon affare!</p>
<p>— Non ho voglia di affari! Parlane con lui. Ma quando non
ci sono io, perché oggi non posso sopportare né meno una
mosca che vola.</p>
<p>E si mise a ridere, come per fare una bravata da
smargiasso. Era un riso violento, sensuale e acre. Il
Corsali disse a Giulio:</p>
<p>— Aspetterò che gli passi!</p>
<p>Niccolò, allora, fu preso dal furore:</p>
<p>— E io ti dico che non devi parlarmi! Hai capito? Io ti
prendo per il collo, e ti metto fuori di bottega!</p>
<p>Egli respirava forte, mordendosi le mani.</p>
<p>Il Corsali, che era per aversene a male, quantunque Giulio
gli facesse cenno che non lo prendesse sul serio, allungò un
passo verso la porta, per andarsene.</p>
<p>Niccolò gli fece, a pena voltato, una risata così spontanea
e gioconda, che quegli restò stupefatto.</p>
<p>— Non ti eri accorto che celiavo?</p>
<p>— Non è questo il modo di trattare gli amici.</p>
<p>Ma Niccolò non voleva sentirselo dire; e ridoventò
minaccioso e provocante.</p>
<p>Vittorio Corsali era magro, senza capelli e i baffi
bianchi. Quando parlava, gli si vedevano i denti; e tutta la
testa pareva, all'incirca, un cranio di volpe. Giulio
domandò al fratello:</p>
<p>— Quando è che ti senti disposto ad ascoltarlo? Ci farai il
piacere di dircelo.</p>
<p>— Tutte le volte che vuoi, meno che oggi.</p>
<p>— Ma domani io vado con il calesse a Radicondoli, per
affari della mia compagnia d'assicurazioni. E là, dal
piovano, ho visto un crocifisso d'argento....</p>
<p>Niccolò, che cominciava ad ascoltare, si volse con
veemenza:</p>
<p>— Lo vende?</p>
<p>— È quello che volevo dirti!</p>
<p>Niccolò pareva adirato e come se avesse da leticare:</p>
<p>— Sei sicuro che mi piacerà?</p>
<p>— Io credo.</p>
<p>— Tu non capisci niente: non mi fido.</p>
<p>— Lo so che tu mi ritieni uno sciocco!</p>
<p>Giulio chiese:</p>
<p>— Quanto pretende? È avaro?</p>
<p>— Ci vogliono, a quel che ho capito, due fogli da cento.</p>
<p>Niccolò fremeva:</p>
<p>— Digli al prete che se lo ficchi in gola! Non fa per me.
Io compro da quelli che non sanno vendere. Se capita nella
libreria, lo prendo a pedate. Diglielo! Dio ne guardi, se mi
viene a cercare!</p>
<p>E spalancò la bocca, come se avesse voluto morderlo. Poi,
sorridendo, si racchetò. Si mise disteso su la sedia,
guardando ora il fratello e ora l'amico, con gli occhi
luccicanti di godimento; stimolandoli a ridere. Aveva in
tutto il viso una ilarità così piacevole, che anche gli
altri la sentirono subito. Ma quando Niccolò li vide così
cambiarsi, disse con rammarico afflitto e brusco:</p>
<p>— Non mi parlate!</p>
<p>Poi, come se il Corsali non ci fosse, si mise a parlare con
il fratello:</p>
<p>— Hai mandato quelle fatture?</p>
<p>— Devo metterle dentro le buste.</p>
<p>— O che aspetti?</p>
<p>— In giornata ci penserò.</p>
<p>— Hai segnato bene tutto?</p>
<p>— Ho ricopiato dal libro.</p>
<p>— Con le date?</p>
<p>— Con le date.</p>
<p>— Vorrei sapere perché non pagano!</p>
<p>— I signori vogliono fare il loro comodo.</p>
<p>Niccolò picchiò con l'anello del mignolo su la cassapanca;
poi, disse, sbadigliando:</p>
<p>— Mi duole la testa: m'ha fatto male quell'intingolo troppo
impepato.</p>
<p>— Sei tu che lo vuoi così!</p>
<p>— Stasera, c'è il pollo?</p>
<p>— Credo.</p>
<p>— Se no, vado a mangiare a qualche trattoria.</p>
<p>— Ci puoi andare: nessuno te lo proibisce. Non è la prima
volta.</p>
<p>— E tu che mangi, Vittorio?</p>
<p>— Io? Io mangio quel che trovo: minestra magari come la
broscia, lesso, e poi, se c'è, un cirindello di cacio quanto
basterebbe per metterlo nella trappola a un topo.</p>
<p>Niccolò fece una risata, e disse:</p>
<p>— Io vorrei trovarmi la tacchina; per domani. Ci credi che
il lesso io non lo potrei né meno mettere in bocca per
biascicarlo?</p>
<p>Egli era gaio e festoso; e si mise a raccontare una delle
sue barzellette. Ne sapeva sempre nuove; e allora rideva
anche con lo stomaco, sussultando:</p>
<p>— Questa è bella da vero! Trovatene un altro che le scovi
come me!</p>
<p>Anche Giulio rideva, ma a gola chiusa. Niccolò seguitò:</p>
<p>— Dio, come rido! Mi vengono perfino le lacrime agli occhi!
Mi fa perfino male! Stanotte, la mia moglie s'è destata e
m'ha detto: o che hai da ridere? Perché mi ricordavo
sognando di quella che dissi l'altro giorno. Ripetila anche
a lui, Giulio! Le mie facezie bisognerebbe stamparle.</p>
<p>Ma divenne serio, perché Enrico entrava in bottega. Era
ancora assonnato e intontito; camminava tutto dinoccolato e
cozzò nel banco dov'era lo scaffale dei libri.</p>
<p>— Oh, non ci vedo! Ho dormito male: c'era, sotto le
finestre, il marmista che faceva un chiasso, con certi
tonfi! Quando si sa che c'è uno a dormire, dovrebbero avere
più riguardo! Pareva che facesse a posta! Vorrei sapere che
bisogno avesse di sbatacchiare!</p>
<p>— Gli sarà arrivato il marmo!</p>
<p>— Eh, ma si tratta di educazione! Non ci sta mica lui solo
nella casa! Che m'importa del suo marmo? Sarebbe lo stesso
che importasse a me delle sue corna! La moglie glie le fa
tutti i giorni. Lo dicono!</p>
<p>— E a lui che importava se tu volevi dormire?</p>
<p>— Che discorsi mi fate? Dei due, domandiamolo a chi volete,
la ragione l'ho io. Io ci scommetto quel che volete:
qualunque gentiluomo darebbe ragione a me. Perché, se io
dormo, lui può lavorare lo stesso; mentre io mi son dovuto
destare. Quando sono sceso, volevo leticarci. Ma, un'altra
volta, non starò zitto. Sono troppo buono! E tu perché ti
sei succhiata tutta la bottiglia del cognacche?</p>
<p>Niccolò rispose:</p>
<p>— Compratene una per te.</p>
<p>— Certo! Da qui in avanti, farò così! Anche se tra fratelli
ci si tratta a questo modo! Io credevo di trovarcene almeno
un bicchierino!</p>
<p>— E hai bevuto l'acqua?</p>
<p>— L'acqua? Vorrei mi schizzassero via gli occhi, se io ne
ho messo mai in bocca una gocciola. Con quella mi ci netto
il codrione.</p>
<p>Egli, quando s'arrabbiava, aveva la voce di cattivo; e
seguitò:</p>
<p>— Me lo dite per offendermi; ma io so tenervi al posto!
Perché mi avete domandato se ho bevuto l'acqua? O che tra
fratelli non ci si deve portare rispetto? Non è vero,
Vittorio? Se me lo ripetono un'altra volta, questiono per da
vero. Perché io sono permaloso. E, poi, per le cose
giuste!</p>
<p>Niccolò gli chiese:</p>
<p>— Perché non vai nella tua legatoria?</p>
<p>— Io faccio il mio comodo. Ne ho diritto quanto te. I libri
non si rilegano mica con la mia pelle! Se avete voglia di
questionare, io sono sempre pronto; anche se siete in due
contro di me.</p>
<p>Giulio lo guardò meravigliato e rispose:</p>
<p>— Mi sembra che noi ti lasciamo spifferare tutto quel che
vuoi.</p>
<p>— Per forza! Ho ragione!</p>
<p>— Io non ti dico di no.</p>
<p>— E, allora, perché volete insistere?</p>
<p>— Ti dico che io non ho nessuna voglia di alzare la voce.</p>
<p>— Tu, no; ma Niccolò, sì.</p>
<p>Allora, Niccolò disse a Giulio:</p>
<p>— Consiglialo che se ne vada!</p>
<p>E prese in mano un vaso antico.</p>
<p>— E tu, per rompermi la testa, sciuperesti codesto vaso? Io
adopro le mani! Fagli posare il vaso! Non mica perché io
abbia paura, ma perché la roba di bottega la deve tenere di
conto! È d'una terraglia che si scheggia a guardarla. E,
poi, badate com'ha ammaccato con i piedi la cassapanca! Sei
un lezzone e uno sciupone.</p>
<p>Vittorio, che aveva voglia di ridere, disse:</p>
<p>— Fatemi il piacere di smettere, tutti e due. È una
vergogna, tra fratelli. O non vi volete bene?</p>
<p>Enrico rispose:</p>
<p>— Lui no: mi farebbe a pezzetti se potesse!</p>
<p>Giulio disse:</p>
<p>— Non è vero!</p>
<p>— Tu lo scusi sempre, ma è così. Fagli posare il vaso. Non
vuol dare mica retta! Non lo vuoi posare? Me ne vado io!
Accidenti a quando sono venuto!</p>
<p>Dette un'occhiata stizzosa anche allo scaffale dei libri,
ed escì.</p>
<p>Allora, Niccolò disse:</p>
<p>— Bisogna metterci riparo! Deve smettere!</p>
<p>— Ma sei anche tu che non lo sai prendere!</p>
<p>— Io vorrei che morisse.</p>
<p>Il Corsali chiese:</p>
<p>— E perché?</p>
<p>— Il perché lo so io! Non mi fate parlare! Se fossimo io e
Giulio soli, le cose non ci andrebbero come ci vanno! È
tanto tempo che desidero d'essere io e Giulio soltanto!</p>
<p>— Ma ormai, c'e anche lui; ed è bene che ci resti fino a
quando....</p>
<p>Il Corsali non capì a che alludesse; ma Niccolò gli tagliò
lo stesso le parole, tremando tutto:</p>
<p>— Zitto!</p>
<p>Giulio capì che poteva commettere un'imprudenza. E il
Corsali, accortosene, disse perché fossero tranquilli:</p>
<p>— I fatti vostri non li voglio conoscere. Io vengo qui da
amico; e potete essere sicuri che non sono né un pettegolo
né un maligno.</p>
<p>Giulio, allora, si riprese:</p>
<p>— È Niccolò che fa immaginare non si sa che; con le sue
gaglioffate.</p>
<p>Niccolò, picchiando le ginocchia insieme, esclamò:</p>
<p>— Zitto, ti dico!</p>
<p>— Che cosa ho detto?</p>
<p>— Zitto, zitto!</p>
<p>E si turò la bocca con una mano.</p>
<p>Il Corsali s'era incuriosito, ma ormai capì che di più non
avrebbero sciorinato.</p>
<p>— Se avete paura di me, io vi lascio.</p>
<p>Niccolò gli gridò:</p>
<p>— No: voglio che tu resti!</p>
<p>Giulio arrossiva come una giovinetta imbarazzata. Il
Corsali disse:</p>
<p>— Pochi minuti fa, eravate così allegri!</p>
<p>Niccolò gli gridò più forte:</p>
<p>— Io allegro? Questa è la più grande calunnia che mi si
possa inventare! Io non rido mai! Mai, hai capito?</p>
<p>— Perché non te ne ricordi!</p>
<p>— Basta! Basta! Basta! Se lo dico io che non rido!</p>
<p>Giulio fece cenno al Corsali che se ne andasse. E, quando
se ne fu andato, Niccolò si mise a singhiozzare.</p>
<p>— E, ora, perché piangi?</p>
<p>— Non ne posso più!</p>
<p>Allora anche Giulio, che lo guardava, in piedi, da dietro
la scrivania, sentì gli occhi empirsi di lacrime bollenti;
che lo accecavano.</p>
<p>E non ebbero il coraggio di guardarsi ancora.
</p></div1>
<div1 type="capitolo">
<head>IV</head>
<p>Il cavaliere Orazio Nicchioli, assessore comunale e capo di
parecchie congregazioni di carità, era sicuro di trovare
sempre la stessa accoglienza deferente. Entrava con un'aria
di bonarietà affettuosa, procurando di non far sentire che
egli si considerava il padrone della libreria; e voleva bene
da vero a tutti e tre i fratelli.</p>
<p>Aveva una bocca da bambino, e l'arricciava sempre.
Guardava, abbassando la testa, da sopra le lenti.</p>
<p>Il giorno dopo che i due fratelli avevano pianto, domandò
sottovoce a Giulio perché non sentisse Niccolò:</p>
<p>— Come vanno le cose?</p>
<p>Giulio arrossì, e gli rispose:</p>
<p>— Non cambiano.</p>
<p>— Ma... niente di peggio?</p>
<p>— No, no!</p>
<p>Niccolò aspettava che gli rivolgesse per primo la parola, e
con lui era quasi umile. Gli chiese:</p>
<p>— A me non parla?</p>
<p>— Perché dovrei fare una differenza tra lei e Giulio? Lei
se ne sta sempre rincantucciato in codesta sedia! Povero
signor Niccolò!</p>
<p>— Qui ci sto meglio che in tutti gli altri posti.</p>
<p>Quasi involontariamente, gli venne da scherzare anche con
lui; ma sorrise e basta. Giulio, invece, si sentiva un poco
sconvolto; e doveva stare attento di non perdere la testa.
Sarebbe andato via volentieri per fare a meno di parlargli;
come quando trovava il pretesto magari d'andare a comprarsi
un francobollo, ed esciva trattenendosi fuori più che
poteva. O come Enrico che fingeva d'avere un sacco di
faccende, svignandosela subito; sebbene Niccolò non gliela
perdonasse.</p>
<p>Ma il Nicchioli doventava, qualche volta, così affettuoso
che essi non sapevano più che contegno tenere. E Niccolò
disse:</p>
<p>— Giulio, dàgli una sedia!</p>
<p>— La prendo da me.</p>
<p>— Non ci mancherebbe altro! Piuttosto, le do la mia.</p>
<p>Ma nondimeno non si alzò; seguitando a dire:</p>
<p>— Siccome lei ci fa sempre il piacere di venirci a trovare,
sia tanto buono di trattenersi quanto vuole.</p>
<p>Il cavaliere, allora, s'intenerì; ed essi, avvedendosene,
cercarono di dirgli cose gradite:</p>
<p>— Come sta sua moglie?</p>
<p>— Sta bene; grazie.</p>
<p>— E il bambino?</p>
<p>— Ingrassa sempre più.</p>
<p>— Che bel bambino!</p>
<p>Il cavaliere n'era tanto orgoglioso che non trovava né meno
più le parole per lodarlo a modo suo:</p>
<p>— È... veramente... un prodigio! Bello... forte... Come
devo dire?.. Robusto... ben fatto... i piedini... le
manine... Intelligente!. Capisce più di noi!. Basta
fargli... psi... psi... si volta subito... E ha quattordici
mesi precisi... L'ha compiuti tre giorni fa... È la mia
consolazione!..</p>
<p>Niccolò cominciava ad aver voglia di ridere, ma fece finta
di starnutire.</p>
<p>Il cavaliere disse a Giulio:</p>
<p>— Venga con me: facciamo una passeggiata insieme. Così, ne
parliamo un poco!</p>
<p>Giulio, non potendo rifiutare, si mise il tubino e rispose:</p>
<p>— Vengo subito!</p>
<p>— Io parlo volentieri soltanto di lui. Per me, al mondo non
c'è altro.</p>
<p>Niccolò gli faceva cenno di sì con la testa.</p>
<p>Andarono fino a Porta Camollia e poi in Pescaia, per
rientrare in città da Fontebranda. La strada di Pescaia cala
girando sotto una poggiaia dirupata e sterposa, sempre più
alta; e Siena si ritira e si nasconde sempre di più dietro
ad essa. La campagna, a destra, divalla dentro un collineto
lunghissimo e avvignato. Al Madonnino Scapato, si scopre
soltanto San Domenico; massiccio e rosso, su un rialzo che
sporge. Il cielo era tinto di una nebbiolina rosea; e il
Monistero, su un'altura più ritta e più lontana, pareva
dello stesso rosso, con due cipressi accanto; scuricci e
acuminati. Un torrente affossato, strosciando giù per le
gorate, veniva dalla sua collina fino alla strada, tra un
arruffio tremolante di pioppi storti e arrembati;
impolloniti. Accanto ai pioppi, c'era l'erba di un verde
così forte e fresco che il Nicchioli smise di parlare del
suo bambino, per dire a Giulio:</p>
<p>— Questi campi li baratterei volentieri con i miei di
Monteriggioni.</p>
<p>Ma si riprese subito, e non dette tempo al libraio di
rispondere. Egli aveva raccontato, benché non fosse la prima
volta, quanti medici avevano assistito la sua moglie
partoriente; tutto quel che era accaduto, con i pericoli ed
i rimedii. Poi, quante balie aveva dovuto provare, prima di
azzeccarne una che avesse latte sufficiente. Ora, era giunto
all'infiammazione delle gengive per i denti che cominciavano
a spuntare. Cavò di tasca un libretto foderato di cartone
bianco, con i margini dorati; e disse:</p>
<p>— Vede: io, per non dimenticare niente, segno tutto qui. Il
bambino non piange mai... né meno la notte... ma quando lo
sentimmo piangere... mia moglie, sensibile e nervosa
com'è... si allarmò subito... perché a nessuno dei due era
venuto in mente che poteva trattarsi dei denti... mandammo,
immediatamente, le dico immediatamente, a chiamare il medico
di casa... che, per dire la verità, a suo onore... venne
subito... in carrozza... È uno dei pochi medici scrupolosi,
dei quali ci si possa fidare.... Io non ne chiamerei mai un
altro... Badi, m'ero scordato di dirle... che il bambino
aveva la febbre... In casa avevamo già perso la testa... chi
correva di qua... chi di là... Era venuta anche la mia
suocera, che voleva mettere le mignatte.. Ma io non volli...
sebbene sia un rimedio che non mi dispiaccia... Mia moglie
piangeva... Le lascio immaginare tutto il rimanente!..</p>
<p>E siccome egli temeva che Giulio si distraesse, lo
costringeva sempre a guardarlo negli occhi come faceva lui.</p>
<p>Quando tornarono alla libreria, Giulio non ne poteva più. E
il cavaliere disse a Niccolò:</p>
<p>— Abbiamo fatto una magnifica passeggiata. Lo domandi a suo
fratello.</p>
<p>— Lo credo; se me lo dice lei!</p>
<p>— Ma ne faremo, presto, un'altra! E verrà lei con me,
Niccolò!</p>
<p>— Io a piedi non posso camminare.</p>
<p>— E perché? Se cammino perfino io!</p>
<p>Giulio disse:</p>
<p>— Noi abbiamo tutti e tre la gotta, come lei sa!</p>
<p>— È una cosa che fa vergogna. Mi permettano di dirlo
francamente... Ah, se l'avessi io....</p>
<p>— Che cosa farebbe?</p>
<p>Ma il cavaliere non seppe quel che rispondere; e restò
male, a pensarci. Dopo cinque minuti, riprese:</p>
<p>— Se l'avessi io... vorrei guarire! Ah, non potrei
sopportarla!</p>
<p>E fissò in viso i due fratelli; che si affrettarono a farsi
vedere convinti.</p>
<p>Ma Giulio aveva paura che il Nicchioli volesse farli
parlare parecchio per conoscere meglio il loro animo. E,
siccome si riteneva più colpevole degli altri, gli pareva
che il Nicchioli già sospettasse. E tutte le volte che egli
entrava in bottega, si sentiva già perso e chiudeva gli
occhi. Anche Niccolò aveva paura, ma cercava di pensare ad
altro; perché lo pigliava una specie d'immobilità. E,
allora, sbagliava anche a rispondere; come se fosse stato
sordo e non capisse. Gli saliva il sangue alla testa; e, se
il cavaliere si tratteneva molto, stava male tutta la
giornata.</p>
<p>Giulio, a lungo andare, aveva perso la salute; e dimagrava;
benché, ormai, il suo carattere non potesse più cambiarsi.
Una volta era stato di modi distinti, quasi signorili; ed
ora si rassegnava male a portare sempre lo stesso vestito
blu; lustro e magagnato.</p>
<p>Il Nicchioli li ammonì:</p>
<p>— È inutile che ve lo ridica, mi pare: se il denaro dei
vostri incassi fosse poco, me lo dovete avvertire. Badate
che io, in contraccambio del favore che vi ho fatto, non
esigo da voi altra sincerità... Voi capite che anch'io...
benché possa essere... fino a un certo punto... un
signore... devo sapere come... si trova il mio denaro.</p>
<p>Niccolò andò a cambiare di posto a una fila di libri;
spolverandoli con un gomito. Ma anche Giulio stette zitto.
Il cavaliere si meravigliò un poco; e, credendo d'averli
offesi, seguitò:</p>
<p>— Badiamo che io... vi parlo così... perché vi sono
amico... ve ne do la prova... Non mi crediate cattivo o...
pentito della firma messa... Vi ho detto che... a farmi
restituire ciò che è mio... non ho nessuna fretta... Io so
che voi siete buoni e leali... come me... Mi vergognerei a
sospettare... Non mi sbalùgina né meno per la mente!</p>
<p>Giulio lo avrebbe supplicato di smettere; e Niccolò ficcava
all'incontrario i libri nello scaffale, che era anche troppo
corto.</p>
<p>Passava tutto il reggimento, e si sentivano soltanto i
passi cadenzati. Involontariamente, tutti e tre si voltarono
ai vetri della porta; sempre con lo stesso stato d'animo,
che si faceva anzi più intenso. All'improvviso, la banda
attaccò, con tutti gli strumenti, una marcia. I vetri
tremarono; e tutti e tre si riscossero. Essi ascoltavano; e
i loro sentimenti parevano aumentare, benché in contrasto
con la musica sgargiante; come stupefatti.</p>
<p>Quando si fu allontanata, essi si sentirono un'altra volta
insieme, allo stesso punto, con l'animo sospeso. Il
Nicchioli aspettò un poco, e poi riprese:</p>
<p>— Vedete come siete voi?.. Io sono indifferente... non per
vantarmene....</p>
<p>Niccolò disse con la sua voce robusta, che faceva subito
credere:</p>
<p>— Se lei vuole, noi restituiremo il suo denaro dentro due
mesi!</p>
<p>Al Nicchioli questa risposta dispiacque, perché
credette di avere irritato il loro amor proprio.</p>
<p>— Lei prende le cose sempre per il peggio!</p>
<p>Giulio, con una dolcezza che gli repugnava, disse:</p>
<p>— Il cavaliere non intendeva dire questo! Con te non si può
mai parlare! Lo scusi, perché né meno lui sa quello che si
dica! Doventa irresponsabile.</p>
<p>Il Nicchioli fu soddisfatto, e disse:</p>
<p>— Nessuno.. più di me... conosce la vostra onestà...
nessuno, più di me... vi stima. E non vi basta!. Ci
conosciamo fino da ragazzi... e sarei pronto a restare per
voi senza pane... se non avessi famiglia! Io vi chiedo
soltanto di trattarmi... da amico... perché non credo che
possiate lamentarvi di me.</p>
<p>Niccolò riescì a ridere e gli disse:</p>
<p>— Lo sa come io sono lunatico!</p>
<p>Ma il cavaliere non s'era ancora sfogato, e Giulio dovette
ascoltarlo per quasi una mezz'ora. Quando se ne andò, Giulio
disse:</p>
<p>— Oh, finalmente respiriamo!</p>
<p>Niccolò propose:</p>
<p>— E se gli dicessimo della cambiale falsa? Io scommetto che
la pagherebbe! È così benefico! Non hai sentito come
parla?</p>
<p>— E che importa se parla in quel modo? Non bisogna
approfittarne; e, forse, né meno credergli.</p>
<p>— Tu non vuoi mai tentare!</p>
<p>— Perché sono sicuro di quello che succederebbe!</p>
<p>— Giulino, dai retta a me! Ti dico che pagherebbe la
cambiale! Dammi retta, almeno una volta!</p>
<p>— Vuoi assumerti tu la responsabilità di dirglielo?</p>
<p>— Io? Io, finché non se ne accorge, non gli dico niente.</p>
<p>Enrico, zoppicando per la gotta, aprì l'uscio.</p>
<p>— Son venuto a prendere una ventina di lire per il pesce!
M'hanno detto che al mercato c'è una palomba bianca come il
sale, e una cesta d'anguille ancora vive!</p>
<p>— Allora, hai fatto bene a tornare! Ma, un'altra volta, se
ci lasci soli quand'entra il cavaliere, ti giuro che a casa
non ti ci voglio più.</p>
<p>Ma siccome Giulio rideva, Enrico capì che non c'era
pericolo di leticare. E disse:</p>
<p>— Che vi ha detto? Non capisco perché tutti i giorni si
zeppi qui, come se la nostra libreria fosse il suo
confessionale! È un'indecenza. Quando la gente può stare
tutto il giorno senza fare nulla, cerca di passare le ore
con le chiacchiere! Io, ora, se mi date i soldi, vado a
comprare il pesce. Ci vado da me, perché lo voglio
scegliere. Suderò come un ciuco, a portarlo fin su a casa.</p>
<p>— Fallo portare dal pesciaiolo!</p>
<p>— No, no: non mi fido. Ti ricordi quando ci barattò le
triglie che puzzavano, e io le avevo scelte, a una a una,
fresche? Non c'è da fidarsi! Datemi i denari; se no, c'è
caso che lo compri qualche trattore o qualche signore.</p>
<p>Giulio cavò dal portafogli venti lire. Ed Enrico,
prendendole come se fosse riescito a truffarle, disse:</p>
<p>— Il cavaliere parla sempre di quel bambino, che crede suo!
Più imbecille di lui, non c'è nessuno.</p>
<p>E tutti e tre fecero una risata.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>V</head>
<p>Modesta era una paciona che viveva soltanto per la
famiglia: non sapeva fare altro e non capiva di più.
Energica e robusta, passava le giornate in casa; e lavorava
più lei che la donna di servizio. Per farsi portare qualche
ora a spasso, le sue nipoti dovevano tentare tutti gli
espedienti. Alta quanto Niccolò, non era meno massiccia e
meno grassa. Il marito e i cognati le empivano la casa di
provviste da mangiare; ed ella doveva soltanto preoccuparsi
di cucinarle. Ma aveva subodorato che le nascondevano
qualche cosa; e non era più tranquilla e contenta come una
volta.</p>
<p>Mentre Niccolò finiva di asciugarsi il viso e le mani, ella
gli chiese:</p>
<p>— Perché ti lamenti sempre che la libreria non guadagna, e
in vece facciamo i signori; come se i denari ci fossero a
palate?</p>
<p>Niccolò temette di lei, ma rispose con disinvoltura:</p>
<p>— Tu stai al tuo posto. Queste domande, la mia moglie non
le deve fare.</p>
<p>Ella voleva tenergli testa, ma le venne da ridere. Egli,
allora, seguitò con il suo solito brio:</p>
<p>— Le donne devono pensare alla calza!</p>
<p>Ella si perse di franchezza, ma non volle stare più zitta.</p>
<p>— Sono sicura che non mi dici la verità.</p>
<p>Niccolò rise più forte.</p>
<p>— Troppe volte ti ho visto preoccupato, e troppe volte hai
detto che noi ci possiamo trovare nella miseria!</p>
<p>— Non farmi andare in collera di mattinata! Mi ero alzato
così di buonumore, e tu me lo vuoi guastare.</p>
<p>— Non fare il buffo!</p>
<p>— E tu le bizze.</p>
<p>— Non faccio bizze: sono stizzita da vero.</p>
<p>— Come ti devo ragionare io? Ti devo guarire io? T'ho detto
di lasciarmi vestire in pace. Te lo chiedo per favore.</p>
<p>Ella, allora, andò in cucina; a preparargli la cioccolata.
Egli s'affrettò a mettersi la giubba, prima che tornasse.</p>
<p>Modesta non si sarebbe arrischiata ad insistere, ma la sua
ansia le dette forza. E, portatagli la cioccolata in camera,
senza farlo andare in salotto, per esser soli, gli disse
ancora:</p>
<p>— Io andrò, oggi, dal cavaliere Nicchioli.</p>
<p>— Vai da chi ti pare!</p>
<p>Niccolò era ancora disposto ad essere mite, credendo che la
moglie la facesse finita. Ma non si sarebbe sentito sicuro,
se non avesse pensato ai fratelli. Egli aveva il viso
afflitto; e, pure di potersene andare, non gli importava che
la cioccolata gli bruciasse la lingua.</p>
<p>— Tu, nonostante il bene che ti voglio e gli anni del
nostro matrimonio, tenti di nascondermi quello che fai
capire anche a guardarti. Bada che non è una celia!</p>
<p>— Mi minacci? Ora non potrai dire più d'essere una buona
moglie come credevo. E come ti vantavi.</p>
<p>Ella restò senza fiato, ma senza sentirsi avvilita. Il
marito non le poteva mentire, ed ella era stata una sciocca.
Ma, nondimeno, il suo istinto non la persuadeva. Come quando
aveva creduto di sognare un terno sicuro, e tornava a
rigiocare i numeri; con quel suo fanatismo testardo e
assurdo.</p>
<p>Ella, allora, aspettando che Enrico entrasse in salotto a
bevere il caffè, mentre gli preparava le fette imburrate,
decise di parlarne con lui. Con Giulio non ancora, perché lo
avrebbe ridetto al marito.</p>
<p>Enrico era con lei sornione, e qualche volta cupo. Le
parlava a distanza, sempre da sgarbato. Vedendolo entrare
più burbero del solito, temette che le rispondesse troppo
male. Ma gli chiese:</p>
<p>— Come vanno gli interessi della libreria?</p>
<p>— Non c'è il tuo marito? Perché non lo domandi a lui?
Perché lo domandi a me? Questo latte non è più buono, come
prima!</p>
<p>— Niccolò non ha voluto dirmi niente!</p>
<p>— E, perciò, ti rivolgi a me?</p>
<p>— Ma lo saprò lo stesso.</p>
<p>— Le donne riescono a tutto.</p>
<p>— Non mi sarà difficile, allora!</p>
<p>— Senti: lasciami far colazione in pace! Piuttosto, hai
messo poco burro su le fette! Bisognerà che ce lo stenda da
me. Meno che io voglio parlare con te, e più tu mi vieni
attorno.</p>
<p>Ella non sapeva se s'ingannava o se aveva ragione di
sospettare. Egli la guardava con disprezzo, accigliato e con
una serietà ostile; come se l'avesse odiata. Qualche volta
egli le era restato antipatico, ma s'era subito
rimproverata; come di una sconvenienza. Non poteva
prendersela con un cognato! Pensò, allora, di supplicarlo;
ma a pena egli se ne accorse, le disse:</p>
<p>— Ti prego di smettere e di andartene!</p>
<p>Ella obbedì, pentita d'aver creduto ch'egli l'avrebbe
ascoltata.</p>
<p>Enrico, invece di fare la passeggiata di tutte le mattine,
andò difilato a bottega e disse a Niccolò:</p>
<p>— Mi pare che la tua moglie metta su presunzione!</p>
<p>— Che t'ha detto?</p>
<p>— Suppongo che prima abbia chiesto a te quel che chiedeva a
me.</p>
<p>Niccolò, per non passare da debole dinanzi al fratello,
rispose:</p>
<p>— Con me, se n'è guardata bene.</p>
<p>— Mi credi un idiota? Mettiamoci, invece, d'accordo. E,
quando viene Giulio, domandiamo anche a lui.</p>
<p>— Veramente, non credo che possiamo rimproverarla.</p>
<p>— Ed io ti dico di sì. Non fare il sentimentale.</p>
<p>— Oggi, le parleremo tutti e tre insieme. Perché non dovete
supporre che io mi sia lasciato scappare né meno un ette!</p>
<p>— Ti saresti fatto pigliare proprio alla tagliola.</p>
<p>— Non c'è pericolo! Sono abbastanza furbo, benché lei sia
una donna.</p>
<p>— Appunto perché è una donna ci vuole doppio giudizio. E
bisogna metterla subito al posto.</p>
<p>— Io non le permetto né meno di fiatare!</p>
<p>— Pare di sì: altrimenti, non avrebbe osato, mentre facevo
colazione, di mettersi lì ad affrontarmi. Io non me
l'aspettavo.</p>
<p>— Stai tranquillo che non sa niente. Piuttosto, la
strozzo.</p>
<p>— Io le ho portato sempre rispetto, da buon cognato, ma ora
glie lo farei scontare.</p>
<p>— Con la mia moglie ci penso da me. Basto io!</p>
<p>Giulio, quando gli raccontarono tutto, disse:</p>
<p>— Siamo rovinati! Non c'è più scampo! Le donne son più
astute del diavolo. Chi avrebbe immaginato che quella
sciocca... Scommetto che ha sentito qualche nostro discorso.
Ierisera parlammo sottovoce, al buio. Può darsi che sia
stata ad ascoltare.</p>
<p>Ma Niccolò disse:</p>
<p>— Oggi, prima di metterci a tavola, la facciamo pentire.</p>
<p>— Senza tanti riguardi!</p>
<p>Giulio propose:</p>
<p>— È meglio con le buone!</p>
<p>Enrico ribatté:</p>
<p>— Allora, io non me ne occupo. Farete da voi.</p>
<p>Giulio chiese, come se riflettesse da sé, a voce alta:</p>
<p>— È meglio con le buone o con le cattive?</p>
<p>Enrico rispose:</p>
<p>— Io ho sempre sentito dire....</p>
<p>Ma Niccolò gridò:</p>
<p>— Ci penso io! Basta! Voi starete lì soltanto; e, se ce ne
sarà bisogno, mi aiuterete.</p>
<p>Enrico scosse la testa, ed escì. Ma Giulio era anche
spiacente di obbligare la cognata a non immischiarsi nelle
faccende degli interessi.</p>
<p>— O chi glie lo avrà messo in mente? Mi pare impossibile
che nessuno l'abbia messa su. Sempre così quieta come una
pecora! Non c'è stato mai una mezza questione!</p>
<p>— Sono ubbie del suo cervello. Ti garantisco che non sa
niente!</p>
<p>— Lo spero.</p>
<p>A mezzogiorno, Niccolò, la fece chiamare in salotto; e
mandò le nipoti in cucina, chiuse insieme con la donna di
servizio. E le disse:</p>
<p>— Siamo tutti e tre sorpresi dei discorsi che hai
cominciato stamani. Diteglielo anche voi: non è così?</p>
<p>Modesta si sentì addirittura incapace di difendersi. Era il
suo istinto che le dava ragione, ma avrebbe voluto piuttosto
essere rovinata da vero che trovarsi lì a quel modo. Non
s'aspettava né meno che il marito le avrebbe fatto
sopportare quella parte! Se fosse stata sola con lui, si
sarebbe buttata in ginocchio; e invece si sentiva venire
meno, come se le si piegassero le gambe, ed ella non avesse
più forza di tenersi ritta. Era sbigottita; e, nello stesso
tempo, meravigliata. Ben lontana da indovinare che Giulio le
avrebbe chiesto perdono, e che Enrico sarebbe stato pronto,
più degli altri, per viltà, a dirle tutto, Niccolò sentiva
per lei un affetto che durante qualche attimo rasentava
l'adorazione. Ella li credeva indignati, e pieni d'ira. E
se, invece, avesse detto una mezza parola, tutti e tre non
avrebbero più osato di apparirle dinanzi. Ma ella, a pena si
fu un poco rimessa, bisbigliò:</p>
<p>— Non dovete badare a me!</p>
<p>Enrico rispose:</p>
<p>— Non voglio sapere altro: mi basta.</p>
<p>Niccolò aggiunse:</p>
<p>— Un'altra volta sarai più prudente.</p>
<p>Giulio non le disse nulla, perché si vergognava.</p>
<p>Allora, ella, piena di gioia quasi delirante, andò in
cucina a dire alle nipoti che potevano portare la minestra.</p>
<p>Durante il pranzo, incitava gli altri a ridere e a essere
allegri; sentendo una felicità non provata mai. Le pareva
perfino troppa; e di essersi ubriacata, benché non avesse
bevuto più del solito. Niccolò l'approvava, e burlava Giulio
quando stava serio. Egli presentiva che presto non avrebbero
più riso; e, allora, con la sua ilarità avrebbe voluto
insultare tutti. Se l'avessero sentito sghignazzare il
cassiere e il direttore della banca, sarebbe stato disposto
a dare da vero dieci anni della sua vita. Erano risate
sorde, ma spumose; risate piene d'impazienza; che, ad
ascoltarle bene, parevano brividi; lente e comode, larghe e
insolenti. Egli rideva anche con la voce; i suoi occhi
luccicavano, destando la malcreanza d'Enrico, e la timidità
corrotta di Giulio. Ma, a un certo punto, pareva che
dovessero ridere anche i piatti; battendo su la tavola.
Tutto doventava ridicolo e piacevole.</p>
<p>Giulio disse:</p>
<p>— Ora, è troppo!</p>
<p>Chiarina e Lola gridarono:</p>
<p>— No, no! Non dovete smettere!</p>
<p>Soltanto Enrico riescì a farli tornare in sé, dicendo:</p>
<p>— Questa baldoria non mi piace!</p>
<p>Quantunque Niccolò gli rispondesse pronto con una
sguaiataggine tutt'altro che pulita, risero meno, tra i
denti. Enrico disse ancora:</p>
<p>— Che tu sei il più sboccato, lo sapevo. Ma le sudicerie le
devi serbare per la bottega. In presenza delle bambine, no.
Metti il grifo dentro ai piatti e taci.</p>
<p>— Se non vuoi ascoltare....</p>
<p>Giulio disse:</p>
<p>— Non prendiamo le inezie troppo sul serio! Cionchiamoci
sopra un bicchiere di vino; e vi passerà la voglia di fare
un bisticcio. È meglio divertirsi che altercare!</p>
<p>Niccolò faceva il pentito, con un'aria che rimetteva la
voglia di ridere. Le due nipoti lo guardavano con una
ammirazione ingenua; quasi rapite.</p>
<p>Modesta si alzò, andò dietro alla sua sedia; e,
prendendogli la testa, lo baciò. Egli si strofinò con il
tovagliolo dov'era stato baciato; e, allontanandola con una
spinta, disse:</p>
<p>— Queste confidenze non le devi prendere. O che non puoi
ritenerti?</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>VI</head>
<p>Chiarina e Lola, crescendo, si volevano sempre più bene.</p>
<p>Tutte e due bruttine, nàchere e tracagnotte, troppo grasse;
e si assomigliavano. Chiarina la maggiore. Vestivano alla
buona, cucendo da sé; e di grazioso non avevano niente. Si
parlavano sempre sottovoce, anche se erano sole; perché
credevano che avessero da dirsi cose troppo insulse; da
nascondere. Quando la zia le sorprendeva a parlarsi,
facevano una risatina; e, con gli occhi, si raccomandavano
di non confessare. Ma nascondevano soltanto il loro pudore e
la loro innocenza. E si promettevano sempre di non parlarsi
più a quel modo; quantunque, specie certi giorni, la loro
amicizia avesse bisogno di sottrarsi a chiunque. Erano
contente di pensare a cose eguali; e avevano fatto
proponimento, giurando, di essere sempre così; non
desiderando un'altra fortuna migliore.</p>
<p>A tutte e due piacevano le passeggiate in campagna. E la
zia, sebbene non più di due volte la settimana, le portava
fuori di città, per una strada solitaria e quieta.</p>
<p>Dovevano passare davanti alla loro Scuola Normale; e allora
davano un'occhiata dentro la porta; per vedere se ci fosse
la direttrice a salutare qualcuna del convitto, che i
parenti erano andati a prendere. Dando quell'occhiata,
sghignazzavano e camminavano più leste; arrivando a Porta
Tufi quando la zia stava ancora a metà della scesa.</p>
<p>Si voltavano, tenendosi a braccetto, per guardare il
muraglione, a mattoni, del giardino della scuola; in cima al
quale s'attacca una pianta d'edera; sbrandellandosi. Di
fronte, un muro più basso fatica a reggere un campo; che
quasi strabocca. Sopra l'arco della Porta, di fuori, una
meridiana vecchia e stinta; senza il ferro. Un arco più
alto, fatto di pietre grigie; chiuso quando riadattarono
l'entrata. Da ambedue le parti, congiunte alla Porta,
cominciano due muraglie; d'un rosso scuro, con qualche
chiazza giallastra; e, dietro a quelle, viti e olivi. Non
c'era mai nessun rumore; ed elle facevano un passo più nel
mezzo della strada quando all'improvviso sentivano il
fruscìo di una scala messa da qualche contadino tra i rami
di un fico. Una delle muraglie, dopo un cancello di legno,
coperto sotto un piccolo tetto a doppio pendìo, termina a un
caseggiato d'un rosso cupo, con le finestre anguste, fino al
Cimitero della Misericordia. Ma le due giovinette, dopo
averlo domandato alla zia, prendevano sempre la Strada del
Mandorlo. E allora, tra gli olivi, dietro un muricciolo
basso, sul quale ci si può anche mettere seduti, si
ricomincia a vedere Siena.</p>
<p>Quando Chiarina e Lola si soffermarono lì, ad aspettare la
zia, il cielo era tutto cinereo, ma chiaro; e il sole faceva
doventare abbarbagliante la nebbia dove restava ficcato. La
campagna, sotto il Monte Amiata, sempre più sbiadita e
uniforme. I contorni dei poggi si attenuavano, quasi
sparendo. Anche i cipressi si velavano; meno che quelli
vicini. Le mura della cinta cascano dentro la terra gialla,
tra l'erba delle grosse greppaie. E Siena strapiomba su un
rialzo alto, separata dalla sua cinta che in quel punto è
quasi dritta; mentre, verso la Porta San Marco, stramba a
saliscendi. Dalle case della città esce fuori soltanto il
campanile del Carmine; a punta.</p>
<p>Seguitando la china, sentivano i loro passi risonare;
perché la strada si fa più stretta tra i suoi muri sempre
più alti. La poggiaia fuori di Porta Romana s'appiana,
aprendosi con le sue campagne sparse da per tutto. Più in
là, ma come della stessa altezza, i poggi azzurri, dopo una
striscia violacea; con le file nere dei cipressi.</p>
<p>Giunsero, quasi senza più parlare, ad una villa con la
facciata scolorita dall'umidità; con una finestra finta e le
persiane verdi; con rappezzature fatte a calce, come
patacche bianche.</p>
<p>Incontrarono un portalettere sciancato; con la pipa in
bocca; volta in giù; con la borsa logora a tracolla ed una
fazzolettata di chiocciole in mano.</p>
<p>Chiarina e Lola fecero le boccacce. Poi, incontrarono due
preti: uno basso, tarpagno; e un altro secco come un
nocciolo d'oliva. E alle due sorelle venne da ridere.</p>
<p>Poi, giunsero ad un'altra casa, tenuta su, perché non
franasse, con certi rinforzi di mattoni, a pendio, che
arrivavano al tetto. Aveva la facciata gialleggiante di
licheni.</p>
<p>Ora, i muri della strada erano tutti storti e piegati;
sbilenchi, con rigonfiature che si spaccano come se fossero
per sfiancarsi.</p>
<p>Elle si misero a canticchiare; ma, stonando e non andando a
tempo, dovevano sempre rifarsi da capo. Non pensavano a
niente; e la zia disse loro:</p>
<p>— Non camminate troppo, perché sudate.</p>
<p>Lola chiese:</p>
<p>— Non arriviamo fino alla cappella?</p>
<p>— È troppo lontana; poi, per tornare a dietro, è salita.</p>
<p>— Non t'impaurire. Ti porteremo noi.</p>
<p>Modesta ripensava al contrasto del giorno avanti, con il
marito e i cognati. Era stato uno sbaglio di lei che avrebbe
potuto finire in litigio. E benché se ne sentisse ancora
pentita, era più serena e sicura. Dunque, il suo istinto,
questa volta, l'aveva ingannata.</p>
<p>Ma le due sorelle volevano fare la passeggiata più lunga,
perché avevano da dirle un gran segreto; volevano anche
esserci preparate e vederla disposta bene. Veramente, a
parlare, toccava a Chiarina; perché il segreto riguardava
lei; ma non ne erano ben certe. In due, si sarebbero fatte
coraggio meglio.</p>
<p>Chiarina pregò Lola:</p>
<p>— Diglielo tu. Appunto perché si tratta di me, mi parrebbe
d'essere troppo temeraria.</p>
<p>— E, se per caso, mi dovessi fidanzare io, che faresti
tu?</p>
<p>— Lo sai: glielo direi io. Mi ci viene da piangere.</p>
<p>— Aspetta a quando torneremo a casa.</p>
<p>— A forza d'aspettare, non glielo diremo mai. Guarda che
more grosse e mature.</p>
<p>— Bisognerebbe fare un salto, per arrivarle.</p>
<p>— C'è da bucarsi le mani.</p>
<p>Erano in fondo alla Strada del Mandorlo, alla cappella.
Dirimpetto a loro, su un siepone pieno di roghi, c'è una
ventina di cipressi; tutti diseguali anche d'altezza. La
cappella pare un casotto; con due scalini corti, di pietra e
con un'inferriata arrugginita sopra una finestrucola nella
porta. Due statuette, come due fantocci di pietra
scortecciata, una di San Bernardino e una di Santa Caterina,
in proda al tetto di tegole smosse.</p>
<p>— Ce la diranno mai la messa?</p>
<p>— C'entrerebbe soltanto il prete.</p>
<p>— Sicuro! Scommetto che a sentire la messa restano di
fuori; qui dove siamo noi.</p>
<p>Più in là, dove sboccava un'altra strada, c'è una croce di
legno; con un gallo colorato in cima; in mezzo a due
cipressi. Due donne, accoccolate sul ceppo della croce, si
spartivano una grembialata d'uva.</p>
<p>Quand'erano più piccole, Chiarina e Lola dicevano sempre
qualche avemaria. Anche ora, si sentivano preoccupate e
confuse, quasi sperse; come se la croce proibisse loro di
star sole senza la zia.</p>
<p>— Non sarebbe meglio che tu non ti fidanzassi?</p>
<p>Chiarina voltò le spalle alla croce e si discostò:</p>
<p>— Perché me lo dici qui?</p>
<p>— È peccato qui?</p>
<p>— Mi pare.</p>
<p>— Andiamo via subito, allora!</p>
<p>Ma Chiarina stava tra la paura della croce e il suo
desiderio; e disse:</p>
<p>— La zia vorrà riposarsi!</p>
<p>— E tu non esagerare, dunque! Se si riposerà, glielo dirò
subito. Oggi o mai più!</p>
<p>— Bada che, se le dispiace, la colpa è tua!</p>
<p>— Va bene: la prenderò io.</p>
<p>Modesta giunse, trenfiando. Lola le disse prendendola a
braccetto:</p>
<p>— Zia, Chiarina ha da confessarti una cosa!</p>
<p>— C'è bisogno che tu porti l'ambasciata?</p>
<p>— Da sé non te lo può dire.</p>
<p>— Fate sempre le giuccarelle, come se tu non avessi ormai
quindici anni e lei diciassette!</p>
<p>Chiarina, allora, andò di corsa a dare un pugno a Lola.</p>
<p>— Ohi! M'hai fatto male!</p>
<p>— E tu perché non sei stata zitta?</p>
<p>— Ma mi hai fatto male troppo!</p>
<p>— E io voglio sapere quel che avete tra voi! Vi fate sempre
le moine!</p>
<p>— Te lo dirà Chiarina da sé! Io non voglio né meno
ascoltare.</p>
<p>Ma Chiarina, dopo aver dato il pugno alla sorella,
piangeva; sebbene quelle due donne la guardassero.</p>
<p>— Io disse Modesta, ricordandosi un'altra volta del
giorno avanti, — non voglio arrabbiarmi per voi! Vi fa
vergogna! Ormai, siete grandi e grosse, da marito!</p>
<p>Lola chiese, ridendo:</p>
<p>— Da marito?</p>
<p>Modesta, allora, cercò di riflettere se aveva detto una
cosa fuori posto. Ma Lola seguitò, doventando però così
seria e nervosa che si sentiva tirare tutti i tendini fino
alla punta dei piedi:</p>
<p>— Chiarina ti voleva dire questo!</p>
<p>La sorella smise di piangere, e la picchiò su le spalle e
su la testa quanto poteva. Modesta glie la tolse di sotto e
le chiese:</p>
<p>— È vero, sì o no?</p>
<p>Lola, per vendicarsi, rispose per la sorella; lagrimando:</p>
<p>— È vero! È vero!</p>
<p>Ma Chiarina, allora, non sapendo come meglio nascondersi,
l'abbracciò stretta stretta; con tutta la sua amorevolezza,
che la faceva tremare. Lola, pentita d'essersi vendicata a
quel modo, la schiacciava a sé, con il desiderio di non
lasciarla più.</p>
<p>Modesta, benché quelle due donne, incuriosite, ridessero,
prese le nipoti insieme; e le baciò.</p>
<p>E Lola raccontò come un giovanotto, impiegato al Demanio,
era riescito a far sapere a Chiarina, dopo averla fatta
innamorare, quanto già era lui, che avrebbe domandato in
casa di fidanzarsi.</p>
<p>Tornarono a dietro, fuori di sé dalla contentezza. Modesta
aveva dovuto promettere a Chiarina di non dire niente,
ancora, a nessuno degli zii. Ma ella, la sera stessa, lo
fece sapere a Giulio; che, grattandosi vicino alla bocca,
rispose:</p>
<p>— Bisognerà informarsi bene chi è lui.</p>
<p>Modesta gli chiese:</p>
<p>— Devo dirlo anche a Niccolò?</p>
<p>— Io direi d'aspettare. Perché Niccolò le piglierebbe in
burletta e chi sa come darebbe la baia a Chiarina.</p>
<p>E Chiarina non voleva mettersi né meno a tavola; se non
l'avesse persuasa la sorella. Si vergognava; e
s'impensieriva senza saper perché, vedendo lo zio Giulio più
serio del solito.</p>
<p>La sorella, dopo, le chiese:</p>
<p>— Mi accompagni al pianoforte?</p>
<p>— No, no! Non mi riesce!</p>
<p>— Dio mio! Ma è possibile che tu faccia così?</p>
<p>— Ho un'irrequietezza che mi noia. Avrei bisogno di
distrarmi.</p>
<p>— Perciò vieni con me al pianoforte!</p>
<p>— Mi farebbe peggio!</p>
<p>Lola le suggerì:</p>
<p>— Chiudi gli occhi.</p>
<p>— Non mi riesce più.</p>
<p>— Te li chiudo io, con le mani. Ti passa?</p>
<p>Ma Chiarina voleva esser più forte del suo sentimento; e le
disse:</p>
<p>— Non è facile, anche per me, capire quel che ho.</p>
<p>— Andremo a letto prima.</p>
<p>— No: voglio stare al buio, con la finestra aperta. Voglio
provare così!</p>
<p>Dalla finestra della loro camera, si vedeva la campagna tra
Porta Ovile e Porta Pispini. Ma era già troppo buio, e la
campagna doventava di un colore cinerognolo tutto eguale.
Soltanto dove cominciava, il cielo rimaneva come un lungo
taglio più chiaro; che, però, affievoliva. Il vento
frusciava nei giardini e negli orti, a piè delle case;
dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiudere
qualche persiana, sbattendo; e c'era un piccolo eco affilato
e rauco, che ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel
rumore; come se andasse ad appiattarsi laggiù; dove gli
archi della fonte di Follonica s'interrano fino a mezzo;
impiastricciati di muschi, che si sfanno con il tartaro
dell'acquiccia. L'erta delle case, silenziosa, morta, non
sentiva le foglie di un gran tiglio, sotto la finestra della
camera, staccarsi l'una dopo l'altra; senza che potessero
smettere più.</p>
<p>Lola era in salotto, a studiare un libro di scuola; e
Chiarina si voltò per guardare fisso il Cristo d'ebano e
d'avorio, quello della prima comunione, su la parete del
letto.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>VII</head>
<p>Giulio diede subito importanza a quel che gli aveva detto
la cognata. Ma da solo non riesciva a vedere come avrebbe
fatto a fingere che la ragazza avesse almeno una dote
piccola. Era curioso di conoscere il giovine; e aspettava,
da un giorno all'altro, che capitasse in bottega; perché,
certamente, avrebbe dovuto prima parlare a lui. Ma, poi, non
volle preoccuparsene troppo; perché, convinto che tutto
ormai gli dovesse essere contrario, si racchiocciolava e non
desiderava più che la sua sfortuna mutasse; e aveva perduto
ogni senso di volontà. Però, fu di parere di dirlo ai
fratelli: Enrico rispose che non ci credeva e che si
trattava molto probabilmente d'una fisima da donnicciole, e
Niccolò garantì che non valeva la pena né meno di
occuparsene. Allora, Giulio volle impegnarsi da solo a fare
per Chiarina quel che avrebbe potuto. Tutto il suo
sentimento d'uomo gli dava un piacere d'energia, che si
trovava d'accordo con la sua coscienza. E credette, così, di
rendersi meno abbandonato a se stesso. Non aveva fatto mai
niente che avesse un intento morale, ed ora gliene capitava
l'occasione!</p>
<p>Volle riprovarsi a discorrerne più a lungo con Niccolò, e
gli disse:</p>
<p>— Tu che sei tanto affezionato, e non lo metto in dubbio, a
quelle due bambine, perché ti rifiuti ora di prendere sul
serio la possibilità che una abbia trovato da sistemarsi
bene?</p>
<p>— Giulio, lo sai! Io di queste bazzecole non me ne intendo
punto!</p>
<p>— O perché?</p>
<p>— Perché io, da qui in avanti, più che ci s'avvicina
all'abisso, voglio mangiare e bere soltanto!</p>
<p>— Mi pare che l'una cosa non escluda l'altra!</p>
<p>— Ma che dovrei fare?</p>
<p>— Siccome è un impiegato al Demanio, tu che conosci il
direttore, dovresti informartene.</p>
<p>Niccolò si mise a ridere:</p>
<p>— Ti pare che io sia proprio adatto?</p>
<p>Poi disse con violenza, alzandosi in piedi e battendosi una
mano aperta sul ventre:</p>
<p>— Se è uno che cerca la dote, ha sbagliato! La dote non c'è
e non la piglia. Si trovi un'altra fidanzata!</p>
<p>Poi, con una voce, che gli sbatteva insieme con le sue
risate brusche e quasi minacciose, seguitò gridando:</p>
<p>— Ti pare che la sposi senza una dote? Ah, io non ci credo!
Sarebbe un bell'imbecille! Sono il primo io a dirglielo!
Avete voluto mandare a scuola anche lei, e invece doveva
entrare a farsi monaca! L'ho sempre detto! Non mi sento mica
un gonzo!</p>
<p>— Ormai, è inutile avere codeste idee.</p>
<p>— E, allora, fate quel che volete. Io resto del mio
parere.</p>
<p>E rise, sempre più aspramente.</p>
<p>Mentre rideva, entrò un giovine vestito abbastanza bene;
con i baffi rossi e le lenti. Niccolò gli chiese, con un
risolino beffardo:</p>
<p>— Vuol qualche libro?</p>
<p>— Volevo parlare a uno di loro. Non so a chi.</p>
<p>— Parli al mio fratello!</p>
<p>E, abbottonatasi la giubba, scappò.</p>
<p>Giulio escì da dietro la scrivania, e il giovine si
presentò:</p>
<p>— Sono il ragioniere Bruno Pallini, impiegato da un anno al
Demanio di Siena.</p>
<p>Giulio, inchinandosi, gli rispose:</p>
<p>— Mi dica pure quello che vuole.</p>
<p>Il giovine stette un momento zitto.</p>
<p>— Sa... è la prima volta ch'io parlo con lei! Mi scusi! Io
desidererei l'onore di fidanzarmi con la signorina
Chiarina.</p>
<p>Aveva gli occhi luccicanti, e gli tremavano anche le lenti. Aspettava ansioso che il libraio aprisse bocca.</p>
<p>— Non c'è nulla in contrario, se la mia nipote acconsente:
purché lei sia disposto anche se le condizioni... attuali...
della ragazza sono piuttosto modeste.</p>
<p>Il giovine, esaltato, disse senza riflettere:</p>
<p>— Ah, non le voglio né meno sapere!</p>
<p>— Allora... la cosa può essere fattibile! Oggi ne parlerò
alla sua zia e a lei.</p>
<p>— Quando vuole che torni?</p>
<p>— A comodo suo. Stasera, domattina... Meglio domattina.</p>
<p>Il giovine avrebbe voluto stare con lui più a lungo, ma
siccome non trovava niente da dire, sorrise tutto
imbarazzato e timido, gli tese la mano; e se ne andò.</p>
<p>Giulio restò fermo, allo stesso posto; facendo girare le
lenti fra le dita. Poi, disse:</p>
<p>— E ora?</p>
<p>Ma entrò Costanzo Nisard tutto azzimato e gioioso; con un
crisantemo che pareva d'oro; tenendolo insieme con un
manoscritto arrotolato.</p>
<p>— Disturbo, forse?</p>
<p>— Anzi, mi fa piacere. C'è stato, mezzo minuto fa, un
signore a chiedere la mano d'una mia nipote; di Chiarina.</p>
<p>Il Nisard, a cui piaceva fare i complimenti, esclamò:</p>
<p>— Mi duole di essere arrivato troppo tardi! Lo avrei
conosciuto volentieri.</p>
<p>— Pare serio. Dev'essere meridionale; come quasi tutti gli
impiegati che mandano qua.</p>
<p>— È ricco?</p>
<p>— Io non gliel'ho chiesto.</p>
<p>Ma il Nisard aveva parlato abbastanza di quell'argomento, e
disse:</p>
<p>— Ero venuto per sapere se lei ha un fascicolo del
<foreign lang="eng" rend="italic">Burlington Magazine</foreign>, dov'è uno studio sul Sassetta del
Berenson. Mi scusi se io cerco quel che interessa me.</p>
<p>— Ora, guarderemo se lo troviamo!</p>
<p>— Non ho nessuna fretta.</p>
<p>Ma comparve Niccolò, ghignando; e s'accomodò a sedere senza
dire niente.</p>
<p>— Era lui quello che ci domanda di Chiarina, gli disse
Giulio.</p>
<p>— Lo sapevo. E perciò me la son battuta.</p>
<p>Allora il Nisard gli chiese scherzando, con la sua voce
crepitante come fatta di aghi, con un sorriso che
sgrigliolava liscio e pulito come le sue scarpe sempre nuove
e sempre lucide:</p>
<p>— E lei è contento?</p>
<p>Niccolò lo ragguardò in viso, ridendo; e ora, il suo riso
era tranquillo, ma dileggiante lo stesso. Si calcò il
cappello fin sugli occhi, in modo che le sopracciglia
toccarono la tesa, e gli rispose:</p>
<p>— Le pare che io pensi agli sposalizii?</p>
<p>Il Nisard, con una voce che pareva donnesca, si raccomandò
che non si prendesse gioco anche della nipote. E restò con
il sorriso sospeso, aspettando a ricominciarlo quando il
libraio gli avesse risposto. Allora rise come se gli
facessero il solletico; rannicchiandosi con le spalle; e
torcendosi le mani.</p>
<p>— Ma via! È troppo grossa! Soltanto lei dice cose
simili!</p>
<p>Giulio, con il suo sorriso che si sottometteva, un sorriso
che si mutava subito nella voce, gli disse:</p>
<p>— Non c'è da far caso più di niente con lui!</p>
<p>Ma Niccolò, con un ridere agro, che scherniva:</p>
<p>— Io non me ne intendo!</p>
<p>Poi, chinò la testa, e dopo un poco ronfava.</p>
<p>Il Nisard sfogliò, sul banco, il fascicolo del <foreign lang="eng" rend="italic">Magazine</foreign>;
batté la punta del bastone su le ginocchia di Niccolò, per
salutarlo. Ma Niccolò finse di non destarsi. Quando sentì ch'era
escito, fece uno sbadiglio lungo come una ragliata, a più
riprese, e disse:</p>
<p>— Non so perché i quadri debbano stare nei musei, e invece
non li dànno a me, per venderli! Caro Giulio, senza un
quadro di autore vero, saremo sempre miserabili.</p>
<p>Giulio, pensieroso, rispose:</p>
<p>— Lo so! Ma bada se ti riesce a staccarne almeno qualcuno
da dove li tengono chiusi a chiave.</p>
<p>— Ecco qui! Siamo costretti a fare l'industria delle
antichità false! Come le trecche!</p>
<p>Rise con un suono, che pareva quello di un trombone; e,
spalancando la bocca con un altro sbadiglio, continuò:</p>
<p>— Una volta, almeno, si poteva cercare per la campagna! Ora
il governo ha fatto inventariare tutto senza pensare al
nostro mestiere! Ci hanno rovinato tutti!</p>
<p>Poi, con una voce più naturale:</p>
<p>— Dimmi almeno quel che t'ha detto!</p>
<p>— Chi?</p>
<p>— Quel signore, che è venuto a posta per Chiarina!</p>
<p>— Ah, m'era passato di mente!</p>
<p>Niccolò parve preso dall'impazienza:</p>
<p>— Che t'ha detto?</p>
<p>Ma ambedue si volsero verso la porta, sentendo toccare la
maniglia: era il cavaliere Nicchioli. Allora, Niccolò
richiuse lesto gli occhi.</p>
<p>Il cavaliere disse tutto festoso:</p>
<p>— Ho incontrato il Nisard, e m'ha detto che la vostra
Chiarina è per fidanzarsi. Me ne congratulo, quantunque...
al mio bambino sia venuta una tossetta... piuttosto
cattiva.</p>
<p>Giulio sorrise:</p>
<p>— Sono certo che domani tutta Siena saprà che è venuto un
giovine a domandarmi il consenso di....</p>
<p>— Oh, lo sapranno tutti! Si figuri: ho parlato con due miei
amici, che sapevano perché ho dovuto cambiare la donna di
servizio... che non si prestava... amorevolmente... con il
mio bambino.</p>
<p>— È una cosa meravigliosa.</p>
<p>— Siena è fatta così; e nessuno ci cambierà: se Dio vuole!
Anch'io, del resto, non vivrei volentieri a Siena se non
fosse possibile conoscere quel che si desidera degli altri.
Perché non mi piacciono le grandi città? Principalmente,
perché io non potrei stare senza conoscere gli altri come me
stesso. È una curiosità, che abbiamo nel sangue. E nessuno
ce la leva. Anzi, io, le persone che non sono di qui, non ce
le vorrei né meno! Che ci fanno? Stiamo bene tra noi;
essendo tutti eguali e dello stesso seme. Dorme davvero
Niccolò?</p>
<p>La voce del cavaliere pareva malata, un poco saponosa,
d'una timidità floscia.</p>
<p>Il libraio gli rispose:</p>
<p>— Credo. Non fa altro!</p>
<p>— Mi dica che giovine è.</p>
<p>— Ancora non ho avuto tempo di chiederlo a nessuno.</p>
<p>— O che aspetta? Vuole che me ne incarichi io? Lo faccio
con vero piacere. Mi dia il nome.</p>
<p>Scrisse il nome, e riescì dicendo:</p>
<p>— Tra un'ora... lei saprà con precisione quanti anni ha, di
che famiglia è nato, e se è un partito da farsi. Si fidi di
me.</p>
<p>Giulio, allora, chiese al fratello:</p>
<p>— Ti sei addormentato da vero?</p>
<p>Niccolò se ne vantò:</p>
<p>— Sognavo perfino!</p>
<p>Dentro la libreria c'era poca luce e dovevano accendere
presto il gasse. Nella strada, vedevano passare sempre le
stesse persone; e qualcuna si fermava a guardare la vetrina.
Allora, Niccolò, che occhiava dal suo cantuccio, cominciò a
dire:</p>
<p>— Quello è il pazzo che dovette fuggire da Siena, quando
scoprirono che aveva rubato al cugino l'eredità; che non
doveva toccare a lui... Una di quelle due signore, la più
brutta, è la moglie di un tale che s'è fatto pagare i debiti
dal suocero... Ecco la contessa, che al servizio non vuol
tenere donne... Oh, ecco la marchesa tradita dal marito con
la governante dei figlioli... Lo sai chi è quel prete? È un
canonico del Duomo: si dice che abbia per amante la zia di
quel signore che l'altro giorno comprò tutti quei libri di
chimica... quella è l'amante del barone che va sempre con
l'automobile... stai attento: tra poco passa anche lui...
Eccolo! Che ti dicevo, Giulio? Lo vedi che è vero?...</p>
<p>E batté le mani dalla compiacenza:</p>
<p>— Scommetto che sono esciti, a quest'ora, per vedersi!.
Oh, ecco la governante che tradisce la marchesa! È giovine!
Si vede che dev'essere l'amante di lui! Basta guardarla in
faccia! Stai sicuro che non ci si sbaglia! Lo vedi che io so
tutto? E hai visto come soffre la marchesa?.. Bada quella
signorina che si tinge sempre!. M'hanno detto che la
mantiene quel conte tanto ricco, che ha le tenute a
Poggibonsi. Io ci credo! Se no, chi glieli comprerebbe i
vestiti a quel modo? E suo padre è contento. Anche questo
so. Chi me l'ha detto, la conosce fin da bambina... Come fa
schifo quella signora vecchia! Non la posso né meno
guardare. Come biascica! Non ha più né meno un dente!.
Almeno la baronessa, che va sempre a spasso con gli
ufficiali, se li è messi finti. È andata da un dottore
americano, che sta a Firenze. Ha speso una somma
favolosa!</p>
<p>Ma si turbò, dicendo:</p>
<p>— Ecco questo screanzato.</p>
<p>Era Enrico che zoppicava anche più del solito. Niccolò gli
chiese:</p>
<p>— Che vuoi?</p>
<p>— Quel che mi pare.</p>
<p>Giulio lo difese:</p>
<p>— Ha ragione.</p>
<p>— Mi ha detto il Nisard che è venuto quel giovine, per il
fidanzamento.</p>
<p>— Lo sai anche tu?</p>
<p>— Se non lo so io? Non è anche mia nipote? Dimmi,
piuttosto, le tue impressioni.</p>
<p>— Né buone né cattive.</p>
<p>— Parla bene? Era disinvolto?</p>
<p>— È un gingillino, di pelo rosso, mogio, un poco anemico!
Ma decente.</p>
<p>— Io non capisco perché sia capitato proprio lui! Speriamo
che sia una buona fortuna. Per l'appunto è il primo e
l'unico. Non c'è né meno da scegliere, così!</p>
<p>— E chi è che può imbroccare se si deve dirgli di no o di
sì?</p>
<p>— Se sono innamorati, io direi di non rimandarlo via! E,
tu, Niccolò, l'hai visto?</p>
<p>Niccolò non gli rispose, e si mise a togliere la polvere di
sopra alla cassapanca. Allora, Enrico disse:</p>
<p>— Io, invece di prendere moglie, mi metterei un pietrone al
collo e m'affogherei.</p>
<p>— Ma tutti non sono come te!</p>
<p>— Perché non hanno la mia furbizia!</p>
<p>E con la voce, che gli cambiava tono, quando voleva
preparare gli altri a udire qualche scappata, proseguì:</p>
<p>— Bel piacere a prender moglie! Allora, anche di me
direbbero che ho le corna!</p>
<p>E rise, stridendo come un topo e spruzzolando lontano la
saliva.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>VIII</head>
<p>Enrico era stato uno di quei ragazzi impertinenti e
sfacciati, dei quali si dice che non se ne ricaverà mai
nulla. Ma i fratelli, minacciando che lo avrebbero mandato
fuori di casa, riescirono a mettergli un poco di giudizio.
Egli, però, doventava sempre più intrattabile. In casa ci
s'era trovato bene, specie dopo il matrimonio di Niccolò; e
così cercava di andare d'accordo più ch'era possibile. Egli,
qualche volta, aveva tentato di comandare e d'imporsi agli
altri; ma, essendo meno intelligente, specie di Giulio,
aveva dovuto sempre sottomettersi. Dentro di sé, è vero,
glie ne era rimasta la presunzione; e non avrebbe mai voluto
essere né disapprovato e né biasimato. Ma egli aveva la
convinzione che i fratelli parlassero male di lui anche con
gli altri; e, perciò, si vantava d'essere sempre diffidente.</p>
<p>Ora che s'avvicinava la scadenza di un'altra cambiale,
piuttosto grossa, anch'egli sapeva com'era difficile trovare
il denaro per scontarla, o almeno, com'erano soliti, per
scemarla d'un quinto. Egli disse:</p>
<p>— Giulio, tu che hai fatto sempre bene e con prudenza,
bisogna che anche questa volta suggerisca il mezzo di
toglierci d'imbarazzo! é proprio indispensabile!</p>
<p>Egli sapeva che non aveva niente da proporgli, e fingeva di
aver fiducia in lui.</p>
<p>— Questa volta bisognerà raccomandarsi a Dio!</p>
<p>— Che c'entra Dio? Bada di non scherzare.</p>
<p>Egli, indispettito, piantò il fratello nell'intrigo;
pensando con disprezzo che non sarebbe stato capace di
escirne. E incontrato Niccolò nella strada, gli disse:</p>
<p>— Lo sapevo che quel menno lì avrebbe compromesso anche
noi!</p>
<p>Niccolò, allora, difese il fratello, e rispose:</p>
<p>— È meglio che tu non me ne parli!</p>
<p>Enrico borbottò le sue solite ingiurie, e andò in una
bettola a giocare a briscola. Egli giocava anche dopo cena,
fino alla mezzanotte. E disse ai suoi amici:</p>
<p>— È una bella sfortuna avere un micco di fratello, che non
capisce niente.</p>
<p>Gli amici non badavano se aveva ragione o torto; ed egli
poteva dirne quante voleva. Perciò, quasi tutte le volte che
aveva messo la sua carta, domandava a qualcuno, senza che
nessuno gli rispondesse mai:</p>
<p>— Che gli faresti se tu avessi un fratello come il mio? Non
sarebbe meglio nascere soli? Non dovrei trovare io modo,
magari per mezzo di tribunale, di farmi rispettare?</p>
<p>Alla fine di parecchie partite, toccava a lui scozzare le
carte. Ma egli tenne il mazzo chiuso in mano; e disse:</p>
<p>— Voi credete ch'io faccia una bella vita. Non è mica vero!
Vi giuro, sul mio onore, che io non ho mai un giorno di
bene. Ma come dovrei fare a separarmi dai fratelli? Ormai da
tanti anni stiamo insieme, e sono già troppo anziano. Ma Dio
mi scortichi se nessuno di voi ci resisterebbe. Non ci
credete? Ci resisto io, perché li lascio fare come vogliono,
e sono remissivo; anzi, dolce. Fanno di me come se fossi un
ragazzo! È sempre stato il mio torto.</p>
<p>Egli aveva un'aria sincera e afflitta come quando si
lamentava dei tormenti della gotta.</p>
<p>— Vedete: io vengo qui a giocare e a sorsellare un gocciolo
di vino, perché ho bisogno di distrarmi! Non ho altra
consolazione. Dalla mattina alla sera, non ho altro svago.
Mi si può rimproverare, dunque? E pare, secondo loro, che io
sia un essere spregevole: uno che non è buono a niente. Come
se fossi incastronito. Ma io l'ho specie con Giulio, che è
responsabile di tutti i nostri affari. Non dovrebbe essermi
riconoscente se io, di mia volontà, mi son tirato in
disparte?</p>
<p>Ma gli amici non volevano ascoltarlo, e gli gridavano che
desse le carte.</p>
<p>— No, oggi, non gioco più; perché sono troppo stordito.</p>
<p>Posò le carte, e andò a dire le stesse cose al padrone
della bettola; che, per fargli piacere, gli dette ragione.
Egli, allora, aggiunse:</p>
<p>— Tutti sanno che io, per esempio, ai teatri non mi ci
reco; perché non mi ci diverto; anche alla banda, la
domenica, mi annoierei. Faccio qualche passeggiata, sempre
solo; e non cerco mai di nessuno.</p>
<p>— Ma con la cognata va d'accordo?</p>
<p>— Perché è merito mio. Io non le rivolgo mai la parola,
altro che quando siamo a tavola; per convenienza. E, così,
evito qualunque diverbio. E pure non me ne dolgo! Io, anzi,
non dico mai male di lei; e mi rimetto sempre a quel che
fanno gli altri! E, pure, trovano da ridire anche sul mio
carattere e sul mio contegno, che meglio non potrebbe
essere.</p>
<p>— Ma Niccolò è tanto allegro! Lo giudico anche
simpatico!</p>
<p>— Quando pare a lui! Ma non mica con me! Le giuro che non
mi può vedere! Giulio, poi, è un testardo e basta. Non dice
mai niente di quello che fa, e pretende che io ne sia
contento. Se non ci fosse lui in mezzo, forse con Niccolò mi
potrei affiatare. Ci sono io che penso a tutto. La spesa la
faccio io, per il mangiare dò l'ordine io... Io, lo so, ho
finito con il sacrificarmi e con il doventare ingiusto anche
verso me stesso! È la mia disgrazia. Avrei dovuto prendere
moglie, e stare per conto mio. Vedrà che, un giorno,
dovranno chiudere la libreria e anche la legatoria. Anzi,
bisogna che vada a farmi vedere; se no, montan in bestia
tutti e due.</p>
<p>Ma il padrone della bettola stava, ora, attento a tre che
bestemmiavano per un litro di vino; perché s'erano scordati
di portarglielo, e non lo salutò né meno; quantunque si
fosse affissato di gusto ad ascoltare quel grumolo di
bestemmie.</p>
<p>Enrico non entrò in bottega e si appoggiò, invece, al muro;
vicino alla porta. Era deciso a dire le sue ragioni;
quantunque, pensandoci meglio, dentro di sé non ne trovasse
né meno una. In fondo, riconosceva che aveva forse torto, e
che non doveva lagnarsi di niente. E, scontento di sentirsi
solo, entrò in bottega; dove doveva esserci il Nisard e
anche il Corsali. Egli sapeva che quei due erano piuttosto
amici dei suoi fratelli; ma gli era venuto voglia di farseli
amici anche lui. E, siccome c'erano appunto tutti e due,
cercò di dire subito qualche cosa che attirasse la loro
attenzione.</p>
<p>Quand'egli voleva mostrarsi affabile, dava ragione a
qualunque cosa che uno dicesse; e, sentendo che il Nisard
sosteneva che il Pinturicchio gli piaceva meno del Perugino,
egli disse:</p>
<p>— Io sono del suo parere! Bravo! Ci voleva proprio un
forestiero a dire la verità.</p>
<p>Ma Niccolò, per deriderlo, gli gridò:</p>
<p>— Tu di che t'intendi?</p>
<p>— Io me ne intendo quanto te e più di te.</p>
<p>Niccolò dette in una di quelle sue risate, che non si
dimenticavano più per un giorno intero; e facevano divertire
anche a ripensarci dopo un pezzo. Anche il Nisard rise, come
un flauto stonato. Giulio gli disse:</p>
<p>— Che ti salta in testa?</p>
<p>Enrico lo guardò con risentimento e gli rispose:</p>
<p>— Lo vedremo chi di noi due ha più cervello! Per cosa molto
più seria di questa. Ché questa è una buffonata e basta! Io
ti voglio vedere alla prova, da qui a qualche giorno! Non
c'è mica molto! Del resto, il Nisard è più competente di
voi, e io ho approvato lui.</p>
<p>Giulio doventò pallido e si sentì pieno di dolore.</p>
<p>— Io me ne lavo le mani di tutto: te lo fischio davanti a
testimoni. Io e tu sappiamo a quel che voglio alludere.</p>
<p>Il Corsali disse:</p>
<p>— Ho capito! È una delle vostre bazzecole di famiglia! E,
per così poco, siete vicini a leticare?</p>
<p>— Tu stai zitto, perché non sai quel che snàcchero. Ma chi
mi deve intendere, non è sordo! A buon intenditor, poche
parole.</p>
<p>Giulio era anche convulso e non riesciva a rimpiattare
niente. Il suo dolore gli faceva girare la testa; e non
sentiva più quel che dicevano; benché alzassero tutti la
voce.</p>
<p>Niccolò stringeva i pugni nelle tasche della giubba, per
nascondere la sua ira.</p>
<p>Il Corsali disse:</p>
<p>— Ho capito! C'è qualche cosa di grosso, che vorrebbe
trapelare da sé. Ma, allora, aspettate di essere soli.</p>
<p>Il Nisard, vedendo Giulio così pallido che le chiazze rosse
delle guance gli eran doventate livide, si fece serio pur
senza capire di che si trattava. Egli, appoggiato alla
scrivania, chinò la testa, aspettando che tornasse la
giovialità di prima. Il Corsali, credendo di far bene,
disse:</p>
<p>— Ormai nella vostra bottega non ci si viene più
volentieri! Rizzate sempre qualche chiassata che disturba.
Dite quel che avete e non vi adirate l'uno con l'altro.</p>
<p>Il Nisard non se ne andava per non essere maleducato con
Giulio. Egli sentiva che aveva ragione lui; ed era irritato
d'Enrico; ma non se ne fece accorgere.</p>
<p>Enrico ricominciò, volgendosi a Giulio:</p>
<p>— Perché non dici chiaramente qual è la ragione della mia
arrabbiatura? Se lo dici, a me ormai non importa più
nulla.</p>
<p>— Vuoi dare a me la colpa di tutto?</p>
<p>Enrico non s'arrischiò a rispondere. Ma Giulio proseguì:</p>
<p>— La prendo io! Tu che ne pensi, Niccolò? Voglio conoscere
anche il tuo sentimento.</p>
<p>Niccolò si storse tutto, e, raccattando il sigaro acceso
che gli era caduto di bocca, disse al fratello:</p>
<p>— Io vorrei soffrire come te. Mi pare giusto! Ma tutti non
si può soffrire. Uno, soffrendo, piange; e io, invece,
rido.</p>
<p>Allora Giulio, avendo bisogno di una parola buona, chiese:</p>
<p>— E di lui che ne pensi?</p>
<p>— Stasera non gli parrà vero di parlarti come deve!</p>
<p>Ma Enrico rimbeccò:</p>
<p>— Sbagliate tutti e due.</p>
<p>Niccolò disse al Nisard:</p>
<p>— Mi faccia la cortesia lei: lo porti fuori di bottega!</p>
<p>Il Nisard si accostò ad Enrico, tirandolo per una spalla:</p>
<p>— Venga con me.</p>
<p>Enrico, quasi lusingato che il Nisard si intromettesse, si
fece portare fuori. Da principio, voleva stare zitto; ma,
poi, disse:</p>
<p>— Lo vede come mi trattano? Se non c'era lei mi sbattevano
la porta in faccia.</p>
<p>Il Nisard non gradiva ascoltare quelle confidenze, e non
gli rispondeva. Allora Enrico, sentendosi troppo sotto a
lui, gli disse, con uno sgarbo che non riescì a velare:</p>
<p>— Non s'incomodi per me. Io vado nella bettola, dove sono
stato dianzi. Là ci sono i miei amici.</p>
<p>Il Nisard voleva sgridarlo, ma torse la bocca e lasciò che
facesse il suo comodo. Poi, affrettandosi, tornò nella
libreria.</p>
<p>Il Corsali diceva cose sciocche e senza senso; credendo
fosse suo dovere a mettere bocca. Né Giulio né Niccolò lo
ascoltavano: Niccolò guardava per tutti i versi la
cassapanca e la roba che c'era sopra, come se mancasse
qualche cosa. Giulio cercava d'inghiottire la sua amarezza;
che gli pareva inverosimile. Il Nisard disse con sdegno
affettuoso:</p>
<p>— È andato a giocare.</p>
<p>Soltanto il Corsali gli rispose:</p>
<p>— Quello è il suo posto!</p>
<p>Allora il Nisard dette la mano ai due fratelli, si tolse il
cappello al sensale; e se la svignò. I tre rimasti non si
parlarono più, per parecchio tempo; alla fine si salutarono
e basta.</p>
<p>Enrico tornò al tavolino dove i suoi amici giocavano
ancora. Ma, essendo incominciata la partita, egli dovette
sedersi in disparte. Pensava ai fratelli, e gli pareva di
avete agito bene. Ora, finalmente, s'era fatto intendere!
Gli pareva di essere stato bravo come a giocare a briscola!
E loro non conoscevano né meno le carte! Loro non avevano il
coraggio di venire a giocare, come lui! Egli non voleva
avere più nessun affetto per Niccolò, comportandosi come se
Giulio non esistesse né meno! Stette così fino a buio, su
uno sgabello; con una gamba accavalciata sopra l'altra;
avvinazzandosi. Ma quando fu in casa, benché avesse giurato
che non ce lo avrebbero più visto, domandò premuroso a
Modesta:</p>
<p>— Sono venuti i fratelli?</p>
<p>— Stanno già a tavola.</p>
<p>— Ora vengo subito anch'io.</p>
<p>Ed, entrato dov'erano a mangiare, si scusò d'aver fatto più
tardi del solito.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>IX</head>
<p>Pareva che Giulio escisse da una malattia lunga. Emaciato,
con la pelle del viso più floscia, si capiva che era molto
abbattuto d'animo.</p>
<p>Il Nisard tornò subito il giorno dopo a trovarli, ma
s'avvide che non avevano voglia di burlare. Egli disse:</p>
<p>— Ma! Non bisogna mai stare male più di quanto è
necessario!</p>
<p>Niccolò, che sonnecchiava, aprì gli occhi e
li richiuse smovendo la lingua come se l'avesse allappata.
Sapeva qualche cosa il Nisard, forse? A lui, in quel
momento, non gliene importava. Giulio pensò che doveva
subito investigare, ma bastò ch'egli guardasse il Nisard per
rassicurarsi. Allora, sfilò un libro dallo scaffale che gli
era dietro, lo aprì a una pagina che conosceva e gli fece
leggere, tenendo l'indice sotto le parole e scorrendolo:
<foreign lang="lat" rend="italic">Fili, sic dicas in omni re; Domine, si tibi placitum
fuerit, fiat hoc ita</foreign>.</p>
<p>Rimise subito il libro al posto, e chiese:</p>
<p>— Non ha ragione chi ha scritto così?</p>
<p>Il francese voleva contraddirlo, ma restò colpito che il
libraio gli avesse fatto leggere l'<hi rend="italic">Imitazione di Cristo</hi>.
Non era delicato né opportuno farne una discussione da
passatempo. Però, egli aveva intuito che le cose della
libreria dovessero andare di molto male e che ne dovessero
apparire presto le conseguenze. E se non gliene dicevano
niente, vuol dire che diffidavano anche di lui. Egli si
disse, vergognandosi di questa diffidenza: “Ma! Soltanto
tra sé sanno quel che accade!”. E, perché quel giorno aveva
voglia di sentirsi lieto, non si trattenne come al solito.</p>
<p>Niccolò si alzò di scatto dalla sedia, stirandosi e
mettendo il petto in fuori. Egli pensava a cose addirittura
infantili per aiutare il fratello; ch'era costretto a
pregarlo che lo lasciasse fare. Quando si fu stirato, tanto
che gli parve di essere molto più alto di quel che era,
disse:</p>
<p>— Vendiamo la libreria al primo che capita, e noi faremo un
altro mestiere! Io vado a Milano, a Torino, a Roma; e trovo
il compratore. Lo porto qua con me; e il rimedio è preso!</p>
<p>E picchiò forte le mani insieme; poi, fece una giravolta;
che lasciò i segni del tacco sul pavimento.</p>
<p>— Oh, ma non bisogna perdere tempo!</p>
<p>Giulio scosse la testa; con le mani nelle tasche dei
calzoni e gli occhi fissi su gli sgorbi della cartasuga. I
suoi occhi doventavano luminosi e trasparenti; e avevano una
tristezza, che avrebbe fatto pietà a chiunque.</p>
<p>Dopo un poco, Niccolò trasse fuori un'altra proposta; anche
più seriamente:</p>
<p>— Facciamoci firmare una cambiale dal signor Riccardo
Valentini.</p>
<p>— La firmerà la prima volta, ma la seconda no. E, poi, se
non ci fossero quelle false e quelle vere del Nicchioli!</p>
<p>— Già! Non ci avevo pensato! Il meglio è dirlo al
cavaliere, dunque!</p>
<p>— Potremo andare qualche altro mese, ma poi?</p>
<p>— Bisogna resistere fino all'ultimo.</p>
<p>— Abbiamo fatto già tutto il possibile.</p>
<p>— Seguiteremo.</p>
<p>Giulio aprì il cassetto della scrivania, come se avesse
potuto trovarci qualche cosa che gli fosse utile. Toccò
tutti i mucchi delle carte che c'erano, e con le unghie
volle levare uno spillo restato dentro una commettitura del
legno. Poi, si mise a bucarsi la punta delle dita.</p>
<p>— Vogliamo dire tutte le cose, come stanno, al direttore
della banca? Ci vado io. E gli chiedo che ci lasci il tempo
di riparare alla nostra uscita.</p>
<p>— Io mi strabilio come non ti rendi conto che tu
farnetichi.</p>
<p>— Vado a rubare, piuttosto! Ma in prigione per le cambiali
false, no. M'ammazzo!</p>
<p>Il malessere di Giulio si eccitava anche di più; e finì che
egli ebbe più compassione per il fratello che per se stesso.
Di Enrico pensò che era un cretino.</p>
<p>Niccolò gridava sempre di più:</p>
<p>— Come! Due uomini non siamo capaci a slegarci da
quest'impicci! Faremo ridere tutta Siena! Chi sa quanta
gente ci avrà piacere. Ma io me ne strafotto! Basta che non
mi vengano sotto il viso! Sarà una festa per parecchi il
nostro fallimento.</p>
<p>— Zitto! Non dire questa parola.</p>
<p>Niccolò si volse attorno impaurito, e chiese:</p>
<p>— Non siamo soli?</p>
<p>E, data una stratta alla sedia, la fece rompere. Allora,
come un matto, escì di bottega.</p>
<p>Giulio rimise insieme i pezzi della sedia, legandoli con lo
spago.</p>
<p>Niccolò andò a casa, quasi correndo, giù per la scesa di
Via del Re ci mancò poco che non sdrucciolasse. Come se
fosse ammattito da vero, tremando tutto, baciò le nipoti e
disse alla moglie:</p>
<p>— Modesta, non ti affaticare troppo per il mangiare! Non
voglio! Anche tu hai ragione di riposarti, qualche volta.
Dacci pane, acqua e qualche cipolla cruda. Io non voglio
altro!</p>
<p>Modesta si spaventò e si volse a guardare le nipoti.</p>
<p>— Che hai? La febbre! Quando t'è venuta?</p>
<p>Egli entrava da una stanza a un'altra, e riesciva subito.
Non capivano quel che volesse.</p>
<p>Egli chiese, sempre senza fermarsi:</p>
<p>— Chiarina, è venuto già il tuo fidanzato?</p>
<p>La ragazza gli rispose ridendo:</p>
<p>— Viene questa sera.</p>
<p>Lo zio le fece una carezza sotto il mento e girò gli occhi
su attorno al soffitto.</p>
<p>— Niccolò, che hai? Mi fai battere il cuore. Io mando a
chiamare il medico.</p>
<p>— Il medico? Non ce n'è bisogno. Sono venuto a farvi una
visita e a cercare il mio cappello sodo, che mi pareva
d'averlo attaccato in questa stanza.</p>
<p>Ma non s'era ancora fermato; e la moglie gli domandò:</p>
<p>— E, ora, dove te ne vai?</p>
<p>Ella e le nipoti gli andavano dietro, di stanza in stanza.</p>
<p>— Voi, piuttosto, che volete da me? O se io volessi vivere
solo da qui in avanti? Toh, non mi piace più avere moglie e
stare con tutti voi. Siamo troppi!</p>
<p>Modesta, allora, credette che burlasse; e gli disse,
facetamente, sebbene non del tutto rassicurata:</p>
<p>— Se mi vuoi lasciare, io ne sono più contenta di te.</p>
<p>Egli rise a singhiozzi, come sforzandocisi. E, rendendosi
conto del suo stato d'animo, all'improvviso, lo continuò
finché non fu all'uscio: l'aprì, mandò indietro la moglie e
saltò giù per le scale. Egli si chiedeva perché gli fosse
venuto quell'estro poco serio, mentre in bottega aveva
lasciato Giulio solo.</p>
<p>Gli chiese, rientrando:</p>
<p>— Che hai fatto mentre non c'ero?</p>
<p>Giulio gli sorrise:</p>
<p>— T'ho accomodato la sedia e mi son messo a segnare sul
registro quel pacco di libri arrivato stamani.</p>
<p>— Che roba è?</p>
<p>— Romanzi, novelle....</p>
<p>— Pappa sciapa per chi non ha niente da pensare. Al
macero!</p>
<p>E, messosi a ciancicarsi le unghie, disse:</p>
<p>— Io prenderei quelli che scrivono i libri e con una frusta
li farei ballare a suon di lividure.</p>
<p>— Codesti son ghiribizzi!</p>
<p>— O alla cambiale non ci pensi più?</p>
<p>Giulio, che se n'era un poco dimenticato, gli disse:</p>
<p>— Lasciami respirare!</p>
<p>— Ho capito: ci penso più io di te.</p>
<p>— Perché? Che hai fatto? Hai trovato i denari?</p>
<p>— È inutile che tu mi faccia l'ironico.</p>
<p>E sperò che Giulio avesse già rimediato, parendogli più
tranquillo. Perciò, lo guardò, aspettando che tenesse a
bocca dolce anche lui. Ma Giulio gli disse, accorato:</p>
<p>— Questa volta scivoliamo senza poterci aggrappare a
niente! Tu, ancora, non ci vuoi credere!</p>
<p>— Fino ad ora, la fortuna ci ha sempre assistito!</p>
<p>— Ed ora ci ha lasciato.</p>
<p>— Vuol dire che subiremo insieme la stessa sorte: io non
sono come Enrico.</p>
<p>— Pensavo, invece, se qualcuno di voi si potesse salvare.</p>
<p>— A quale scopo?</p>
<p>— È vero: se tocca a me, anche voi dovete fare lo
stesso.</p>
<p>Ma Niccolò non avrebbe potuto resistere di più alla
monotonia di questa tristezza sconsolata. Egli cominciò a
muoversi e poi a dimenarsi su la sedia; come quando,
d'estate, per chiappare una mosca picchiava e sbatacchiava
le mani da per tutto.</p>
<p>Giulio se ne accorse e gli disse:</p>
<p>— Vai a fare una bella scorpacciata d'aria! Non è mica
necessario che tu stia qui perché ci sto io!</p>
<p>Ma il suo dolore, che doveva sopportare da solo, si fece
più vivo; con un'acutezza felina.</p>
<p>Niccolò rispose:</p>
<p>— Ti garantisco che non perderò mai il mio appetito. Se,
stasera, avessimo una mezza dozzina di beccacce arrosto, io
pulirei anche gli ossi. La soddisfazione di farmi stare male
non l'avrà mai nessuno. Alla bottega sarei il primo io a
darle fuoco! Perché te la vuoi prendere, Giulio?</p>
<p>— C'è bisogno che tu mi metta coraggio? Io non mi sono mai
sentito galantuomo e leale come ora! Mi sembra di non avere
più nulla da chiedere; né agli uomini né a Dio. La mia
volontà consiste appunto nel rendermi conto del mio
tracollo. È una specie di orgoglio alla rovescia; ma sempre
orgoglio. Ho fatto di tutto non per essere un signore,
perché non sarebbe stato possibile, ma per mantenerci quel
che avevamo avuto da nostro padre. Se non m'è riescito, non
è colpa mia. Nondimeno, mi prendo lo stesso la colpa: e
voglio morire con più coscienza di quella che avevo due o
tre anni fa. Era destinato ch'io dovessi finire male, e non
me ne lamento. Qualcuno potrà dire che s'era sbagliato ad
avermi stima; e io gli rispondo che ora faccio a meno di
qualunque stima. Sono io, proprio io, che gli toglierei
qualunque illusione. Nessuno può pretendere da me che io non
sia come Dio mi ha messo al mondo. Non ho mai recato,
volontariamente, male a nessuno. Ho fatto le firme false,
solo perché la mia firma vera non avrebbe contato nulla.</p>
<p>Niccolò, per approvare, fece una specie di grugnito; e
disse un'imprecazione con una parola oscena. Ma Giulio si
sentiva come morire, desiderando lo stesso di sacrificarsi
senza chiedere un limite.</p>
<p>— Nessuno, se sapesse ch'io sono un falsario, mi darebbe la
mano. Non me ne importa più!</p>
<p>Gli mancava anche il respiro, e dovette riposarsi. Niccolò
gli disse:</p>
<p>— Io solo, che t'ho sentito parlare così, e ti sono
fratello, posso apprezzarti. Ma anche di me non te ne deve
importare! Sono io che seguo te, se non vuoi che io sparisca
alla chetichella. Ora, stiamo zitti, perché entra il
verro!</p>
<p>Enrico, con la sua collottola dura di lardo e di cotenna,
entrò anche più fosco e imbiecato degli altri giorni.
Giulio, senza nessun rancore e senza nessuna animosità, gli
chiese:</p>
<p>— Che vuoi?</p>
<p>Egli, prima, biascicò senza rispondere; poi, disse:</p>
<p>— Domani è domenica: vogliamo mangiare una spiedonata di
tordi? Li ho visti da Cicia, legati a mazzi. Mi son parsi
grassi abbastanza.</p>
<p>Niccolò, allora, bofonchiò:</p>
<p>— Io domani non mangio con voi!</p>
<p>— E perché? Dove vai?</p>
<p>Niccolò, con un tono da gradassata insolente, rispose:</p>
<p>— A Firenze. È tanto tempo che non assaggio più i fagioli
cotti in forno; come li fanno i fiorentini. Questi di Siena
non sono buoni.</p>
<p>Giulio rispose, ad ambedue, con una voce pacata; che
commoveva:</p>
<p>— Domani tu mangerai i fagioli a Firenze, e tu comprerai i
tordi da Cicia. Vi manca altro?</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>X</head>
<p>La domenica, Giulio e il cavaliere Nicchioli fecero
un'altra passeggiata. Niccolò era andato a Firenze; e perché
non lo dissuadessero, aveva evitato di parlare a solo con i
fratelli.</p>
<p>Quando prendeva di queste decisioni, doventava
intrattabile; rifiutando di darne qualunque giustificazione.
Non riescivano né meno a trovarlo.</p>
<p>Il cavaliere chiese a Giulio:</p>
<p>— Vogliamo andare da Ovile a Pispini?</p>
<p>Il libraio era distratto, e rispose:</p>
<p>— Dove vuole lei. Per me, è lo stesso.</p>
<p>Nell'aria c'era una dolcezza pungente; e le campagne
parevano gli avanzi della primavera. Quasi tutti i contadini
avevano vendemmiato; e perciò i cancelli su le strade erano
aperti; ma portavano ancora le spine.</p>
<p>Siena è come tante strisce dritte di tetti e di facciate,
della stessa altezza; che si alzano invece all'improvviso
dove le case vengono più in fuori, pigliando un poco di
poggetto. Ma San Francesco e Provenzano, con spicchi di case
in mezzo, da un'altra parte della città, taglierebbero
quelle strisce quasi ad angolo retto se in quel punto la
pendenza non fosse più ripida. E le mura della cinta,
trattenute dalle loro torrette smozzicate e vuote, lasciano
un gran spazio libero; venendo fin giù alla strada; come una
corda allentata. Poi, la strada gira troppo sotto la cinta;
e Siena non si vede più. Ma dopo un poco ritorna; con le
case ammucchiare alla ridossa. E la Torre del Mangia pare
che si spenzoli, su alta nel cielo, dalle mura.</p>
<p>Il cavaliere disse:</p>
<p>— Si volti a vedere com'è bella la nostra Siena!</p>
<p>Ma Giulio non aveva voglia di guardare. Aspettando l'ora
dell'appuntamento s'era sempre più persuaso che a chiedere
al Nicchioli un'altra firma si sarebbe compromesso; o, per
lo meno, gli avrebbe suggerito un sospetto troppo forte. E,
poi, si sentiva con lui di una timidità molle. L'averlo
ingannato gli metteva nell'animo il desiderio di compensarlo
con una devozione intima e profonda. Ma, standoci insieme,
fu tentato; e gli parve possibile che il cavaliere avrebbe
annuito a firmare un'altra volta. Era, del resto, il mezzo
di salvarsi soltanto per altre poche settimane e basta! Ma
quando sentì che gli parlava con quella sua tenerezza
vanitosa e saccente, gli disse:</p>
<p>— Domani avrei bisogno da lei di una gentilezza che m'ha
fatto un'altra volta.</p>
<p>— Se posso, volentieri!</p>
<p>Giulio ebbe un gran rivoltone dentro, e continuò come se
fosse fatale non potersi trattenere più:</p>
<p>— Ci fanno comodo altri denari....</p>
<p>Il cavaliere impallidì, e chiese:</p><p>— Quanti?</p>
<p>— Un diecimila lire!</p>
<p>— E perché?</p>
<p>— Siamo restati al secco.</p>
<p>Il cavaliere trasecolava e allibiva; e Giulio si accorse
che, parlando, aveva dato il tracollo a tutto. Ma gli pareva
già da un tempo incalcolabile e che fosse possibile
rimediare. Stava per dire che non era vero, quando s'accorse
che il cavaliere non aveva più nessuna stima di lui. Allora
si raccomandò come un ragazzo, cercando di fargli credere
che si trattasse quasi di un capriccio, di una necessità non
indispensabile; quasi di un lusso. Gli premeva che il
Nicchioli non sospettasse, e sorrise. Ma il cavaliere,
addirittura di un altro umore, non dette retta a quel
sorriso. Che gli era avvenuto? Non alzava più gli occhi e
non aveva più voglia di parlare. Questo cambiamento sembrava
pieno di conseguenze cattive. Camminava più lesto, come se
non potesse stare più con lui. Era adirato? Era finita la
loro amicizia? O sarebbe andato a informarsi alla banca?</p>
<p>Ma non indovinò nulla, benché il cavaliere, lasciandolo,
gli desse la mano in un modo come per rimproverarlo.</p>
<p>In casa, Giulio trovò Enrico che insegnava a giocare a dama
alle nipoti; mentre stava su una poltrona con un piede
dentro un senapismo caldo, perché durante la notte aveva
avuto un altro attacco di gotta. Modesta, vicino alla
finestra, cuciva.</p>
<p>Egli entrò in camera, e ci si chiuse. Sentì che per lui
vivere era doventata una cosa del tutto involontaria. Non
gli importava più di niente, e le voci di quelli che
parlavano nella stanza accanto gli sembrava che si
fermassero a una specie d'ostacolo; che non le lasciava
passare oltre. Egli, a un certo momento, si voltò perfino
per vedere se quell'ostacolo era visibile! Non riesciva né
meno ad essere triste e a preoccuparsi: una chiarezza fatale
ed inalterata gli faceva conoscere, con un gran guazzabuglio
di ricordi e di pensieri, ch'egli non avrebbe potuto
cambiare nulla. Sentiva dissolversi ogni cosa e non riesciva
più a prendere una decisione. Anzi, gli pareva proibito per
sempre che egli potesse trovare una ragione qualunque di
quel silenzio cosciente. Se uno avesse parlato di cose
allegre, gli avrebbe fatto piacere; e gli sarebbe parso
naturale. Pensava volentieri che Niccolò era andato a
Firenze per divertirsi; ed egli stesso non credeva più che
il giorno dopo c'era la scadenza d'una cambiale.
S'allontanava agevolmente dalla realtà; e gli pareva che
avrebbe potuto fare a meno di riavvicinarcisi.</p>
<p>S'accorse che non parlavano più; ed Enrico, sporgendo la
testa dall'uscio, dopo un bel pezzo, gli chiese:</p>
<p>— Sei stato con il cavaliere?</p>
<p>— Sì: quasi due ore. C'è qualche motivo perché tu me lo
domandi?</p>
<p>— Volevo sapere quel che ne pensi, e se gli hai detto
niente. Non te ne fidare: è doppio come le cipolle.</p>
<p>— Ma ti pare che io volessi entrare con lui in certi
gineprai?</p>
<p>Egli aveva tutt'altro per la testa. Non sarebbe stato né
meno educazione.</p>
<p>— Allora, hai agito bene.</p>
<p>— Sono venuto al mondo stamattina?</p>
<p>— Lo so. Ma te l'ho chiesto tanto per potermi regolare nel
caso che lo incontrassi io.</p>
<p>— Tu farai sempre conto di cadere dalle nuvole, qualunque
cosa ti domandi.</p>
<p>— Siamo d'accordo. O perché te ne stai costì solo? Vieni di
qua anche tu. Le bambine escono con Modesta.</p>
<p>Giulio rispose come se il fratello cercasse di fargli
commettere qualche errore:</p>
<p>— Perché devo muovermi di qui? Ci sto così bene!</p>
<p>— Allora, se credi, fai il tuo comodo.</p>
<p>E, ritirata la testa, chiuse l'uscio. Ma, istantaneamente,
Giulio si sentì invadere come da un delirio senza scampo.
Chi lo avrebbe trattenuto perché non andasse in mezzo alla
cognata e alle nipoti gridando? Come avrebbe potuto fare a
non buttarsi a capofitto contro il muro? Chi lo poteva
tenere, nella strada, che non corresse per tutta Siena?
Bisognava, dunque, che egli si preparasse a commettere chi
sa quale stravaganza, che avrebbe fatto effetto a tutti.
“Ecco, egli pensava, come un uomo può cambiarsi! È lo
stesso di una malattia, che viene quando non ci si pensa né
meno!”. Ma egli restava a sedere; e nessuno, vedendolo,
avrebbe potuto sospettare di niente. Gli seccò che le nipoti
andassero a salutarlo e a baciarlo. Pensava: “C'è bisogno
di queste smancerie?”. E non si rendeva conto che esse
avevano fatto sempre così. Poi, pensava: “Tutta la nostra
regola di vivere dev'essera intesa in un altro modo.
Altrimenti, vuol dire che io, in quarant'anni che ho, non
sono mai riescito ad imbastire attorno a me una cosa che mi
possa fare veramente piacere e che risponda ai miei
sentimenti. Perché gli altri mi credono eguale a loro?
Perché gliel'ho fatto credere io. E perché se io dicessi a
loro quel che penso, è certo che ne proverebbero dispiacere
e non vorrebbero? Vuol dire che io li ho tanto abituati a me
stesso e ad essere così, che io ho perduto ormai qualunque
diritto a ricredermi. Ho fatto bene o male? E non potrebbe
essere un bene anche per loro se io riescissi a far
conoscere quel che penso? Io ho continuato a vivere
adattandomi sempre, e costringendo me stesso a una certa
regolarità, che mi sembrava giusta ed opportuna. Ora
m'accorgo che posso esser vissuto soltanto provvisoriamente,
finché un giorno dovesse sopravvenire un fatto decisivo,
come quello della cambiale, che farà doventare debole ciò
che prima mi sembrava sicuramente forte e scelto bene. E se
io non volessi più obbedire a tutto ciò che fa parte anche
di me stesso, mi troverei obbligato a non stare più in
questa casa e forse ad andarmene chi sa dove. L'impazienza
del mio stato d'animo deliberativo dipende soltanto da me;
finché io non l'ho manifestato a nessuno. Ma, siccome per
eseguire la mia volontà, dovrei necessariamente, in un modo
o in un altro, farla conoscere a loro, io non sarei più
libero come mi credo; ed io, perciò, mi sono illuso da vero
di godere e di soffrire soltanto per un effetto della mia
coscienza. La paura che io ho di sbagliare a prendere
qualche decisione, l'impossibilità anzi di prenderla, è la
causa della mia indifferenza. Non vale, dunque, la pena
ch'io soffra; perché non soffro soltanto per me ma anche per
gli altri. Io vivo così perché essi vivono insieme con me.”</p>
<p>Allora gli pareva possibile cedere e trasmettere la sua
sofferenza a qualcuno di loro; ed egli ritrarsi verso
qualche punto, dal quale avrebbe potuto soltanto assistere.
Non vide più perché egli avesse dovuto continuare a vivere,
e il desiderio della morte gli parve preferibile e
necessario. “Essi mi fanno morire, senza ch'io abbia il
diritto di rifiutarmi. Anzi non mi preparo né meno a
rifiutarmi. E perché?”. Ma il perché non lo trovava; e, a
forza di pensarci, gli vennero in mente altre cose, che con
quella domanda non avevano più nessun legame. Almeno,
quand'era giovine, non gli era mai capitato di perdersi in
queste possibilità negative, che ora filtravano anche nel
suo passato più remoto; in quel passato che credeva
invulnerabile. Invece non esisteva nessuna resistenza; e un
giorno di disperazione si trovava subito a contatto con la
sua giovinezza; che, con una rapidità da far paura, era
doventata soltanto una verità del suo sentimento.</p>
<p>Escì di camera con un viso che Enrico gli domandò se si
sentisse male.</p>
<p>— Io? Perché? Non sono mai stato come oggi!</p>
<p>Niccolò a Firenze s'era divertito a girare tutto il giorno;
senza parlare a nessuno. Egli s'incoraggiava con energia ad
essere senza preoccupazioni; e camminava a testa alta,
tronfio e rimpettito, come un signore che avesse a fare
visite da insuperbire; e, solleticando il suo amor proprio,
fossero dicevoli soltanto alle sue ricchezze. La giornata
gli parve troppo breve; e soltanto in treno, mentre si
riavvicinava a Siena, ebbe qualche dubbio se avesse dovuto
stare insieme con Giulio. Ma si portò almeno un centinaio di
ragioni, l'una migliore dell'altra; che lo approvarono.
“Avrei poco giudizio se io me la prendessi prima del tempo!
Per oggi, è bene ch'io abbia fatto così.”</p>
<p>Quando il treno arrivò, era vicino a buio; e Niccolò non si
sentì nessuna fretta di andare a casa. Lasciò passarsi
avanti tutti gli altri scesi alla stazione; seguiti dai
facchini con le valigie in spalla; ed egli guardava Siena
come se la vedesse per la prima volta. Era tentato, perfino,
di domandare quale strada dovesse prendere! Si fermò, con le
mani dietro la schiena, a guardare la basilica di San
Francesco; già scura d'ombra.</p>
<p>Dirimpetto, né meno a mezzo chilometro, il pendio d'una
collina era invece ancora chiaro; e, tra essa e la basilica,
la vallata che s'allargava in pianura, non smettendo fino ai
monti lontani, era azzurrognola e placida; con anche certi
colori di grigio quasi bianco. Un cipresso, da sopra una
sporgenza che non si vede, pareva sospeso sopra alla
pianura. Sotto San Francesco, le case d'Ovile; sospinte e
sdrucciolate giù per lunghi scarichi.</p>
<p>Niccolò si volse intorno, per vedere se nessuno lo notava.
Desiderava che lo giudicassero pieno di boria e d'alterigia;
e, andando a casa, si soffermò a tutte le botteghe dove
erano ghiottonerie e robe da mangiare. A casa disse
giubilando, per vantarsi:</p>
<p>— Come sono stato bene! Una giornata incantevole!</p>
<p>E, poi, fingendo una magnanimità compunta:</p>
<p>— Scommetto che voi vi siete annoiati!</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>XI</head>
<p>Il Nicchioli non aveva sospettato; ma gli era parso che il
libraio volesse troppo approfittarsi di lui; e, perciò,
s'era imbroncito. Dopo, però, s'avvide ch'egli avrebbe
potuto essere più fermo senza alterarsi. E aveva in mente di
spiegarlo al Gambi; disposto magari, in seguito, e dopo aver
visto le cose con chiarezza, a non rifiutare il suo aiuto;
quando non ci fossero stati veri pericoli. Non poteva darsi
pace, anzi, d'essere stato costretto a un diniego così
reciso e anche umiliante. Ma la sua stessa albagia
buonacciona non gli permetteva né meno di temere che Giulio
avesse fatto qualche imbroglio. Egli, intanto, per evitare
di chiedergli troppo presto scusa e anche di
accondiscendere, pensò che non doveva tornare almeno per un
poco di tempo alla libreria; e, il lunedì, sebbene non ce ne
avesse bisogno, andò alle sue tenute di Monteriggioni: così,
se lo avessero cercato, non lo avrebbero trovato in casa.
Bisogna essere buoni, ma fino a un certo punto!</p>
<p>Il lunedì mattina, tutti e tre i fratelli si trovarono
nella libreria. Enrico bofonchiava abbacchiato ed
immusonito; con gli occhi gonfi e pesti. Cavò l'orologio dal
taschino, e disse:</p>
<p>— Oh, a presentare la cambiale, c'è ormai due ore sole!</p>
<p>Niccolò, che stava a capo riverso su la sua sedia,
sbattendo i denti insieme, gli fece una sghignazzata
rabbiosa e gridò:</p>
<p>— Tu stattene cheto!</p>
<p>Giulio si raccomandò che non si mettessero a imbastire un
litigio, perché gli avrebbero fatto perdere di più la testa.</p>
<p>Egli era sempre mite; e restava assorto a almanaccare la
via di scampo più prudente. Si teneva il mento con una mano,
e non alzava mai gli occhi. Le mani gli s'erano affilate e
parevano fatte soltanto di tendini. Niccolò non voleva
essere distornato dal guardarlo, aspettando; e preparandogli
un risolino. Ma Giulio disse, con una dolcezza rassegnata:</p>
<p>— Farò un'altra firma falsa.</p>
<p>I due fratelli, che s'aspettavano di meglio, restarono
zitti; quasi contrariati. Giulio sentì che avevano ragione,
e non aggiunse altre parole.</p>
<p>Allora, Enrico disse, con una certa vivacità che credeva
approvata da Niccolò:</p>
<p>— Se non trovi un santo più fidato!</p>
<p>— Non abbiamo fatto così le altre volte?</p>
<p>— Ma... sarebbe tempo di smettere.</p>
<p>Niccolò si drizzò e disse a Giulio, andando alla scrivania:</p>
<p>— Dammi quel che ci vuole per comprare la cambiale: ci vado
io.</p>
<p>Enrico disse:</p>
<p>— Aspetta! Riflettiamo, prima!</p>
<p>Allora, Giulio rimise i soldi nella ciotola di legno;
pigiandoci la punta delle dita sopra. Niccolò sembrava
abbonito, quasi contento; come se, anzi, avesse la bramosia
di comprare la cambiale. Egli ci teneva a farsi vedere il
più sveglio, quasi il più sagace; me siccome gli altri
restavano ancora indecisi, egli spazientito si ributtò su la
sedia, spingendola a dietro con tutto il corpo e puntando i
piedi in terra. Badò se ci aveva un mezzo sigaro, e poi si
mise a cacciarsi le dita nel naso.</p>
<p>Giulio teneva gli occhi bassi, benché fosse voltato dalla
parte di Enrico; e sentiva le ciglia chiudersi da sé, su gli
occhi. Enrico disse:</p>
<p>— O quel mascalzone del Nicchioli non potrebbe cavarci
d'impiccio?</p>
<p>Giulio accennò di no, con la testa.</p>
<p>— Ma bisognerebbe almeno che tu provassi!</p>
<p>Giulio si fece di porpora, e disse:</p>
<p>— Glie ne parlai ieri.</p>
<p>Niccolò, allora, smosse un altra volta la sedia; che
scricchiolò come se si sfondasse. E gridò:</p>
<p>— Le bugie né meno tu me le devi dire.</p>
<p>— Che male ho fatto?</p>
<p>Niccolò riprendeva gagliardia, quasi baldanza. Andò fino
alla porta, tornò a dietro; poi fece lo stesso altre due
volte.</p>
<p>Enrico gli disse:</p>
<p>— Smetti. Non senti come sventoli?</p>
<p>Egli, allora, si piantò a sedere; e gridò:</p>
<p>— Di qui non mi alzo!</p>
<p>Mentre Giulio stava per dire a Enrico che intanto poteva
decidersi lui a comprare la cambiale da qualche tabaccaio,
purché non andasse troppo lontano, entrò il Corsali; che
aveva voglia di raccontare un pettegolezzo su certi suoi
pigionali; uno di quei pettegolezzi che li mettevano di buon
umore. Niccolò lo aggredì:</p>
<p>— Che vuoi? Non è giornata, oggi!</p>
<p>— Che ti è accaduto? Io non ne so mica niente!</p>
<p>— Vattene.</p>
<p>— Oh, ma potresti usare modi più garbati!</p>
<p>Niccolò ringhiò, battendo forte i piedi. Giulio gli fece
capire, con un cenno della testa, che non potevano dargli
retta.</p>
<p>Allora, il Corsali s'arrischiò:</p>
<p>— Se io posso esservi utile....</p>
<p>Enrico disse, come se si rivolgesse ai fratelli:</p>
<p>— Non se ne vuole mica andare! Entra, qua dentro, franco,
quasi con brio... e pretende che lo si tratti da persona
educata! La colpa è vostra, perché è sempre venuto a trovare
voi! Io non l'avrei fatto passare né meno una volta!</p>
<p>Il Corsali, adirato, gli chiese:</p>
<p>— E tu che hai da guaire contro di me? Finché vi ho fatto
comodo....</p>
<p>Niccolò rispose:</p>
<p>— A me non fa comodo nessuno. Altro che i signori. E oggi
né meno quelli! Vattene, e basta!</p>
<p>— Mi meraviglio di Giulio!</p>
<p>Ma anche Giulio sbuffò; e il Corsali escì, minacciandoli.</p>
<p>Erano tutti e tre fuori di sé dalla collera; ed erano i
soli momenti che si volevano veramente bene. Giulio, sicuro
che nessuno avrebbe contraddetto, disse ad Enrico:</p>
<p>— Vai a prenderla!</p>
<p>Restati soli, Giulio e Niccolò sentivano l'uno per l'altro
una tenerezza che pareva una cosa sola con la loro collera.
Anche Giulio, ora, era più spigliato; e, quando venne la
cambiale, la stese subito su la scrivania. Scelse una penna
che faceva bene, e la provò con l'unghia del pollice; ma,
siccome gli tremavano un poco le mani, disse:</p>
<p>— Prima è meglio ch'io mi calmi!</p>
<p>Gli altri due fratelli, appoggiati agli scaffali, gli
stavano attorno. Giulio accese una sigaretta; e, fumatala
mezza, disse:</p>
<p>— Ora sono in ordine!</p>
<p>Si strinse forte le mani insieme, poi un dito per volta
della destra; tuffò la penna, guardò che non fosse
inchiostrata troppo; e, tenendo ferma la cambiale con la
sinistra, cominciò la firma. In quel momento si
entusiasmava; e, benché si sentisse sempre rimescolare e
come un'interruzione nella sua coscienza, non avrebbe potuto
fare a meno di finire la firma; quasi protetto e scusato
dalla certezza della sua bravura. Egli esaminò la firma, da
tutte le parti; e la mostrò ai fratelli; che la trovarono
perfetta, confrontandola con una vera del Nicchioli. Ma,
fatta la firma, bisognava portare la cambiale. E la
titubanza cominciava qui. Per portarla, doveva ragionare
presso a poco così: “Ormai è fatta, e sarei ridicolo che me ne pentissi e me
ne vergognassi. Se è fatta, vuol dire ch'io devo prendere la
cambiale e portarla alla banca. A che cosa servirebbe, se
no? Sono doventato un ragazzo che non sa quello che deve
lambiccare?”. Ma quella mattina non ebbe tempo per queste
riflessioni, e né meno per altre più brevi; perché tanto
Niccolò che Enrico gli intimarono:</p>
<p>— Non bisogna perdere più tempo! C'è mezz'ora soltanto!
Alzati da sedere!</p>
<p>Egli prese la cambiale ed obbedì. Ma, per la strada,
sentiva di perdere quella specie di sicurezza; e camminava
sempre più a rilento. Avrebbe potuto tornare a dietro o
strappare la cambiale? Egli ci pensò, un attimo solo e come
a una cosa impossibile. C'erano dinanzi a lui tante vie, ma
egli doveva prendere quella della banca. Quando fu su per le
scale, pulite ed eleganti, riconobbe l'odore che veniva
sempre da quegli uffici. Molta gente scendeva e saliva; egli
ne conosceva parecchi e s'affrettava a salutarli. Giunto
allo sportello dove accettavano gli sconti, dovette
attendere perché c'erano almeno una dozzina di persone. Ma
non gli venne mai in mente di andarsene; anzi, ostentava di
avere fretta; e consegnò la cambiale all'impiegato, con un
sorriso convenzionale; da commerciante conosciuto e
accreditato. Poi chiese, scherzando:</p>
<p>— Va bene?</p>
<p>L'impiegato, con un moto della testa, rispose:</p>
<p>— Benissimo!</p>
<p>E buttò la cambiale, insieme con le altre, in una cestina
di vimini.</p>
<p>Giulio, scendendo con più allegrezza, pensava: “Anche
questa volta il colpo è fatto!”. Ma s'accorgeva che la sua
allegria era impacciata e malsicura: pareva che egli non
avesse forza. Si sentiva, ora, come un convalescente; che
comincia a riconoscere le proprie sensazioni e le trova
troppo vecchie e usate. E vuole averle più intense. Ma non
tardò molto a confessarsi ripreso in mezzo al disordine
delle sue preoccupazioni.</p>
<p>In bottega c'era il Nisard, che parlava con quella voce che
viene quando ci si trova tra persone in lutto. Egli non
capiva che cosa avessero; ma voleva rendersi gradevole e non
far pesare quella specie di giocondità corretta, quasi
precisa e convenuta, che era della sua indole; pur senza
essere costretto a lasciarla per gli altri.</p>
<p>Giulio, con un cenno, fece capire ai fratelli che la
cambiale era stata presa; e si mise alla scrivania, un poco
impacciato e incuriosito di quel che parlavano. Soffiò
meticolosamente la polvere da su la scrivania; quasi
toccandola con le guance, per piegare la testa e sogguardare
da vicino e contro luce. Il Nisard gli piaceva, anche perché
gli parlava di pittura antica; e con lui poteva mostrare la
sua erudizione di bibliofilo; sempre con un'ironia astuta e
bonaria. Possedeva parecchi libri rari; e, facendoli vedere
con una compiacenza particolare, li sfogliava come se li
accarezzasse. S'intendeva bene di stampe vecchie e le
riconosceva subito; sorridendo come una zitellona, con il
labbro di sotto che gli pendeva.</p>
<p>Il Nisard capì, con un'occhiata, che anche Giulio era molto
differente agli altri giorni; e perché fossero costretti ad
ammirare la sua amabilità, sfoggiò, prima di andarsene,
qualche parola come egli solo sapeva scegliere in certe
circostanze.</p>
<p>Come fu escito, Giulio disse:</p>
<p>— Domani sapremo se la cambiale sarà accettata dalla
banca!</p>
<p>Niccolò rispose:</p>
<p>— Ne sono arcisicuro!</p>
<p>Ma Enrico non era del suo parere e scuoteva la testa. Poi
s'impennò:</p>
<p>— Se io fossi certo che la respingono, anderei ad
ammazzarli uno per volta! Ladri! Che ci rimettono, loro, a
farci questo piacere? Vorrei che si trovassero con l'acqua
alla gola come noi!</p>
<p>Niccolò seguitò, per un pezzo, a sostenere che aveva torto.</p>
<p>— Ah, ah, ah! Tu non ne infili né meno una! Anzi sono
sicuro, appunto perché tu dici di no, che la cambiale sarà
presa! Andrà a vele gonfie! Mi par di vederla, quando la
prenderanno in mano quelli che devono decidere! Perdio!
Siamo galantuomini, per ora!</p>
<p>Anche Giulio allora si rifece animo; e disse cose
strampalate:</p>
<p>— Ci penserò tutto il giorno; così, la cambiale doventerà
viva come se nel suo posto ci fossi io e potrà parlare da
sé!</p>
<p>Enrico chiese:</p>
<p>— O, allora perché dianzi ci siamo tanto rannuvolati? Se
viene il Corsali, quando io non ci sono, ditegli a nome mio
che non lo volevo offendere sul serio!</p>
<p>Giulio gli chiese:</p>
<p>— E dove hai da andare?</p>
<p>— Vado a giocare due o tre briscole; perché non ne posso
fare a meno! Mi parrebbe di non essere più io!</p>
<p>Niccolò era così nervosamente allegro che cominciò a
canticchiare sguaiataggini. Giulio lo ascoltava; ma ad un
tratto, senza osare di dirlo a lui, sentì come un fendente
dal capo ai piedi. Per salvarsi, nascose il viso tra le
mani.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>XII</head>
<p>Alla banca, un amico del Nicchioli si stupì che egli avesse
firmato per i Gambi un'altra cambiale; e pensò di dirglielo.</p>
<p>Il Nicchioli non voleva crederci, e restò così sconvolto ed
atterrito delle conseguenze che né meno la moglie riescì a
calmarlo. Si spense in lui ogni stima per gli altri; e se si
fosse ritrovato, da un giorno a un altro, senza più niente,
non avrebbe potuto accasciarsi di più. La moglie gli diceva
che, dopo tutto, sessanta o settanta mila lire perdute, se
dal fallimento non ci fosse stato da prendere né meno una
lira, erano per lui soltanto un anno e forse meno di
rendita. Egli le dava ragione, le baciava le mani mentre
ella lo accarezzava; ma, dopo un poco, ricominciava a
smaniare più di prima; senza sapere se andava la sera stessa
a trovare i Gambi o se aspettava il giorno dopo; quando si
fosse rimesso e fosse tornato in sé. La moglie non lo fece
escire; ed egli la notte non poté mai addormentarsi. Verso
la mattina, pianse per più di un'ora, zitto zitto; e poté
assopirsi anche perché era sfinito.</p>
<p>Si alzò con il proposito di andare alla libreria, a farsi
vedere sdegnato e a trattar male i Gambi; ma, per la strada,
la sua furia diminuiva; ed era così debole che sudava. Egli
non ebbe animo d'entrare solo; e andò a prendere, in casa,
il Corsali; che credeva piuttosto di sognare.</p>
<p>Intanto, i Gambi sapevano che la cambiale era stata non
solo respinta, ma anche denunciata. Pareva che già lo
sapesse anche tutta Siena; perché molti ne parlavano a voce
alta, fermandosi davanti alla libreria; dicendo che si
trattava di quasi novantamila lire; e qualcuno assicurava
centomila. Enrico era andato a quella bettola, a combinare
una partita a carte per la sera; e un suo conoscente gli
aveva riso su la faccia. Egli, sgattaiolando, corse ad
avvertire i fratelli; facendo loro vedere con che aria la
gente si fermava davanti alla libreria. Non c'era più niente
da sperare!</p>
<p>Giulio cadde in deliquio; e Niccolò, stringendo la sua
testa fra le mani, lo baciava e lo chiamava per nome.
Enrico, per non trovarsi a qualche umiliazione brutta, andò
a turarsi in casa. E, per essere il primo, disse tutto a
Modesta; che cominciò a disperarsi strillando, insieme con
le nipoti.</p>
<p>Quando Giulio si riebbe, non pianse; ma aveva gli occhi di
chi ha sparso sempre lagrime. Niccolò non stava fermo,
andava per tutti i cantucci della libreria; fremendo,
bestemmiando e insultando chiunque gli veniva alla mente. La
sua voce sembrava un legno grosso che si stronca; ma c'era
sempre una specie di risata, che la rendeva più tagliente e
sanguigna.</p>
<p>Quando apparve il Nicchioli seguito dal Corsali, che
avrebbe voluto non essere lì, per paura che poi i Gambi si
sarebbero rifatti sfogandosi contro di lui, Niccolò si fermò
di botto, sbiancando come se dovesse venirgli male; e Giulio
cadde un'altra volta in deliquio. Il Nicchioli disse a
Niccolò, senz'essere sicuro che egli l'ascoltasse:</p>
<p>— Avrei diritto di dirvi quel che penso e tutto quel che
volessi, ma ho compassione di voi!</p>
<p>Niccolò fece un gesto, come per trattenerlo e per
accennargli Giulio abbandonato addosso alla scrivania; ma il
Nicchioli non volle sentire niente, e rispose:</p>
<p>— Non ce n'è bisogno. Mi aspettavo più coscienza!</p>
<p>Il Corsali, che si teneva a una certa distanza, gli aprì la
porta; e, prima di escire anche lui, disse:</p>
<p>— Più tardi tornerò!</p>
<p>Allora a Niccolò venne da ridere; ma a vedere il fratello
come un morto s'infuriava; e lo sollevò di peso,
accomodandolo su la sedia. Egli pensava: — Ci dovrebbe
essere Modesta! Io non lo so assistere!</p>
<p>Giulio, aprendo gli occhi, disse:</p>
<p>— Che m'è accaduto? Mi son sentito girare la testa. Guarda
che le mie lenti non si siano rotte.</p>
<p>Niccolò glie le dette, e gli disse:</p>
<p>— Bisogna che tu sia più forte!</p>
<p>Giulio, tentando di sorridere, chiese:</p>
<p>— Il Nicchioli se n'è andato subito?</p>
<p>— Quasi.</p>
<p>— Che ti ha detto? Volevo parlargli io!</p>
<p>— Non ha detto niente! Se non fosse un imbecille, dovrebbe
pagare la cambiale; e anche lui eviterebbe quel che cerca
facendoci fallire!</p>
<p>Giulio disse:</p>
<p>— Mi pare di sentirmi male.</p>
<p>Ma Niccolò vide alcune persone ferme dinanzi alla bottega:
allora, andò dietro i vetri e fece una risata; le persone,
sorprese e vergognose, s'allontanarono.</p>
<p>— Credono che io gliela dia vinta! Altro che fallimenti ci
vogliono! Niccolò non si leva il cappello a nessuno! Senti,
Giulio, non ti affliggere come fai. Non ti posso sopportare.
Guarda il contegno che tengo io! Guarda: non mi tremano né
meno le mani!</p>
<p>E tese il braccio; ma la mano gli tremava così forte che la
ritirò subito.</p>
<p>— Che gente! Pare che i soldi li abbiamo presi a loro! Che
gliene importa? Non si sapesse, che sono tutti peggio di
noi!</p>
<p>Poi, credendo di avere già influito sul fratello, disse:</p>
<p>— Per me, sono contento se mi resta questa cassapanca. Me
la faccio mettere in camera, e me la guarderò quanto
voglio.</p>
<p>Ma Giulio si sentiva trafitto, e non avrebbe voluto parlare
più. Egli, nello stesso tempo, provava una grande dolcezza,
quasi una grande contentezza, che gli faceva desiderare
sofferenze più acute. Gli pareva d'essere doventato, invece,
insensibile; e questo lo deludeva. Non c'era altro, dunque,
da inventare acciocché egli fosse costretto a patire quanto
aveva sognato? Perché, dunque, viveva? Non era incompatibile
che vivesse se i suoi occhi vedevano gli stessi scaffali e
suo fratello? Non era immorale se egli, forse tra pochi
minuti, doveva parlare, come una volta, a Modesta e alle
nipoti? A quale fine sarebbe stato così differente a Enrico
e anche a Niccolò? Sapeva da sé quello che ormai era:
nessuno glie lo avrebbe potuto dire con più asprezza. Ecco
perché le angosce degli altri giorni oggi non tornavano!
Ecco perché sentiva una specie di serenità incerta e
nebulosa; ma quasi soave; come se i suoi pensieri si
purificassero da sé, a contatto di una misericordia. Disse a
Niccolò:</p>
<p>— Io invidio quelli che possono credere.</p>
<p>Niccolò, con un'alterezza violenta, chiese:</p>
<p>— A che?</p>
<p>— A Dio.</p>
<p>Niccolò non voleva sentirne parlare, e s'impazientì di più.</p>
<p>— Giulio, oggi tu hai perso la testa! Non ti giudicavo
così. Fammi sentire il polso se hai la febbre!</p>
<p>Allora, Giulio disse:</p>
<p>— Ho detto... una cosa qualunque. Piuttosto, ora dovremo
andare a casa; e non potremo più nascondere niente.</p>
<p>— Ah, certo! é bene che anche Modesta faccia buon viso
alla sventura. Subito ci si deve avvezzare! Ci penso io!
Guai a lei se piange! Non ci dormirei né meno insieme.
Perdio! Le turo la bocca con le mani. Ci hai il vino in
casa?</p>
<p>Ma anche egli, benché il suo istinto fosse sempre forte, si
sentiva esasperare; e gli mancava sempre di più l'animo. Ed
aveva paura di doversi pentire. Nondimeno, per ora, sembrava
capace di qualunque resistenza e anche di qualunque eccesso.
Egli, infatti, con le mani dietro la schiena, e il sigaro in
bocca, benché non avesse voluto accenderlo, si mise al vetro
della porta, fissando in viso tutti quelli che si voltavano;
non smettendo se essi non erano i primi. Poi disse quasi
allegro, benché con una certa punta d'agrezza:</p>
<p>— Giulio, fatti vedere anche tu.</p>
<p>— Ma perché dài importanza a queste nànnole? Vieni più in
dentro, e lasciali stare quanti sono. Ora chiudiamo, e
andiamo a casa. Poi, sentiremo quel che ci dovrà capitare.
Verranno a mettere i sigilli alla porta e poi....</p>
<p>— E poi?</p>
<p>— Se io sarò vivo, vedrò.</p>
<p>— E io lo stesso.</p>
<p>Escirono insieme, come non facevano da anni; e insieme non
ci sapevano camminare. Giulio affettava di essere
indifferente e anche di non dare importanza alla faccenda;
mentre Niccolò guardava tutti con un'aria arrogante e
sguaiata. In Via del Re, a un certo punto, Giulio disse:</p>
<p>— Senti come puzzano queste stalle! Di qui non ci si
dovrebbe mai passare!</p>
<p>Scesi dal Vicolo di San Vigilio, si trovarono al Palazzo
Piccolomini: uno dei suoi spigoli pareva rasente alla Torre;
come se fosse stata staccata da esso con un taglio. E il
Palazzo, di pietra, con le finestre inferriate, fa sempre
un'impressione, ch'è addolcita dalle Logge, benché deserte e
polverose, chiuse dalla vecchia cancellata.</p>
<p>Niccolò, alzando gli occhi, che ridoventarono furbi e
maliziosi, alle finestre, disse:</p>
<p>— Se mi lasciassero entrare dove sono le pergamene! Altro
che cambiale!</p>
<p>Ma quando si trattò di girare la chiave nella serratura di
casa, egli non ebbe più voglia di scherzare; e il viso gli
doventò scuro. Giulio, prima d'aprire, si raccomandò che
lasciasse fare a lui; senza montare in furie, anche se
Modesta avesse voluto dire qualche cosa; perché, del resto,
aveva diritto a non stare zitta. E, sebbene poco
rassicurato, aprì.</p>
<p>Allora, come se fosse stata lì ad attenderli, Modesta si
avventò al collo del marito e non lo voleva più lasciare;
singhiozzando e torcendosi tutta, quasi da cadere insieme
con lui. Niccolò, a cui non piaceva quella passione
insensata e si asciugava il viso che la donna gli bagnava
con le lacrime, disse a Giulio:</p>
<p>— Levamela tu di dosso! Prendila! Io non vorrei farle male
a staccarla; da quanto mi stringe!</p>
<p>Ma in quel punto le due nipoti afferrarono Giulio, e con il
loro peso lo fecero perfino traballare. Giulio, però, si
commosse; e avrebbe desiderato che non lo lasciassero più.
Ma disse loro che andassero a prendere la zia e la
portassero in salotto. Egli non s'aspettava che sapessero
già tutto; e non gli veniva in mente che poteva essere stato
Enrico.</p>
<p>Niccolò gli disse:</p>
<p>— Hai visto che sentimento ha quella donna? Non ha detto né
meno una parola cattiva!</p>
<p>— Vai da lei!</p>
<p>Niccolò andò in salotto e si mise a sedere accanto alla
moglie; ma, a vederlo, faceva ridere, tanto ci stava
goffamente e malvolentieri. Egli non le diceva nulla; e
quando ella, per affetto, voleva fissarlo negli occhi, egli
a poco a poco li girava altrove e fingeva di fare così per
distrarsi quanto fosse possibile.</p>
<p>— Perché non mi avete detto la verità prima? Vedi ch'io ero
stata indovina? Non meritavo, allora, che tu fossi stato
schietto?</p>
<p>Egli storceva la bocca e chiudeva gli occhi.</p>
<p>— Forse avrei potuto consigliarti.</p>
<p>Allora, Niccolò si scosse e fece l'atto di alzarsi; ma si
rilasciò su la sedia.</p>
<p>— Certamente, non avrei permesso che spendessimo tanto!</p>
<p>Egli, risolutamente, si alzò. E le disse, con una specie di
autorità canzonatoria:</p>
<p>— Ne parleremo domani.</p>
<p>Giulio, nella sua camera, si sentiva assai più triste che
nella libreria; e gli sarebbe stato impossibile rimanerci a
lungo. Mangiò un pezzo di pane intinto nel vino, e andò a
serrarsi dentro la libreria; a stracciare carte e a
preparare i bilanci dei registri. Lavorava in fretta e con
una facilità che non aveva sempre avuta. Lavorava come se
avesse potuto riparare a qualche cosa; e si sentiva calmo;
ma con una di quelle calme che pesano come il piombo e se ne
ha paura; perché si sa che esse ci costringeranno a qualche
tristizia inaudita.</p>
<p>La sera non mangiò niente, e barcollando si gettò subito
sul letto. Dormì con un senso di dolcezza che lo
affascinava. Poi, rimpianse di essersi destato: in certi
casi non si lascerebbe mai il sonno.</p>
<p>Niccolò tentò di parlare con Enrico, ma gli fu impossibile.
Uno diceva una cosa e uno un'altra; e nessun dei due pareva
disposto a capire quel che dicevano. Enrico sembrava
addirittura idiota, quasi inconsapevole della cambiale.
Pareva che soltanto a stento ammettesse che era vero; e,
alla fine, disse che anche a parlarne non ne ricavavano
nessuna utilità. Egli non aveva né meno aperto la legatoria;
e i due o tre operai, saputo del perché, se n'erano andati.
Niccolò avrebbe voluto stare con Giulio; ma questi gli aveva
detto di no. Allora, pensò di trovare il Nisard; ma non
riuscì ad incontrarlo.</p>
<p>Non poteva stare senza discorrere; e, tornato a casa, si
mise a fare il chiasso con le nipoti; mentre Modesta,
distesa su una greppina, si teneva gli orecchi turati con le
mani.</p>
<p>Ogni tanto, Enrico si affacciava alla stanza; e tornava via
senza dire niente. Egli stava con i gomiti appuntellati al
davanzale della finestra, sbadigliando.</p>
<p>A tavola, disse:</p>
<p>— Il peggio sarà che non potremo mangiare come abbiamo
fatto fino ad ora! Il resto, poi, non conta niente.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>XIII</head>
<p>La mattina, Giulio si disse: “No; non mi lascerò illudere.
Ho capito, ormai, che le cose bisogna guardarle in un modo
come ancora non sapevo! Se io accettassi di vivere, giacché
non mi sento per ora nessun male che mi possa togliere la
vita, sarebbe lo stesso io trovassi gusto a farmi
martoriare. Ma questo non può essere, per quanto io soffra
molto meno. Non può essere mi manchi la forza di fare a me
quello che non farei agli altri. Forse, sbaglierò; ma è
necessario io faccia la prova della morte. Stanotte, mi
pareva già di non avere più a che fare con la mia solita
vita, alla quale ho creduto fino ad ora; e non rimpiangevo
niente. Non avevo mai sognato così bene!”.</p>
<p>Ma la calma della sera innanzi s'era già rivelata per una
enfiagione di cose malaticce. Ed egli continuò a pensare,
con piacere: “Qualcuno crederà che io mi uccida buttandomi
dalla finestra; un altro che io vada ad annegarmi. No: così
non mi ucciderò”.</p>
<p>Ed escì di casa. La mattina era umida e fresca. Si fermò a
vedere una sciancata; che, aiutandosi con il bastone e
appoggiandosi anche con una mano alla sporgenza della
balaustrata, cercava di salire le scale della Chiesa di San
Martino. Egli non aveva mai visto un'altra ostinazione così
vogliosa e nello stesso tempo un'altra impazienza forse così
piena di gioia. Egli sentiva che quella donnàcchera poteva
significare una cosa, che cercò in vano. E la sua
disperazione crebbe. Il giorno dopo, la legge avrebbe fatto
mettere i sigilli alla libreria; ed egli aveva dinanzi a sé
soltanto poche ore, per prendere qualche risoluzione che
potesse essere definitiva.</p>
<p>Svoltando per una strada, s'imbatté con il Nisard; che gli
andò incontro mentre il suo viso doventava rapidamente
compunto. Egli disse:</p>
<p>— Ma che disgrazia! Come mi dispiace!</p>
<p>Giulio lo guardò con il viso scomposto, quasi
irriconoscibile per i sentimenti che ora gli si vedevano.
Poi aggiunse:</p>
<p>— Una cosa inevitabile! Vuole accompagnarmi un poco? Ero
diretto alla libreria; ma se lei non si vergogna a venire
con me, specie per la gente, andremo un poco insieme.</p>
<p>Il Nisard troncò subito la sua titubanza e tornò a dietro
con lui. Presero, come se l'uno volesse far piacere
all'altro, per Via delle Terme, dove potevano incontrare
meno conoscenti.</p>
<p>Le case alte e strette insieme danno un senso d'angustia
monotona; con i vicoli di Fontebranda come tanti baratri che
lasciano vedere, lontana, una collina verde e intramezzata
di cipressi neri. In Piazza di San Domenico si fermarono:
sicuri che lì non li avrebbe uditi nessuno. C'è un
giardinetto mezzo devastato con un abete in mezzo; su cui
s'arrampicavano un branco di monelli. La Chiesa è d'un rosso
tutto eguale; con le finestre tappate a mattoni e la torre
crettata da cima a fondo. Dentro uno spiazzo, tra due mura
sporgenti accanto alla torre, su per un arco chiuso che
arriva fino al tetto, una striscia d'erba sempre più larga
in basso; che va a unirsi con quella del prato.</p>
<p>A Giulio pareva di respirare con una boccata sola tutta
l'aria della piazza; ed era come un ragazzo che si trova
dinanzi a cose che non può capire, ma vi si attacca lo
stesso. Sentiva che poteva parlare con quanta sincerità
voleva; una sincerità immensa. Egli, nondimeno, voleva
evitare che il Nisard lo mettesse al punto di parlare di se
stesso; e insisteva perché mai cadesse il discorso anche su
le cambiali false. Il Nisard si meravigliava di questa
noncuranza tranquilla; attribuendola, a torto, a poca
scrupolosità; quasi a un cinismo che gli pareva
spaventevole, e che egli non osava discutere. Perciò, senza
volere, assecondava il desiderio del libraio; e, visto che
presso a poco poteva parlargli come tutte le altre volte, lo
portò a guardare Siena; dal muricciolo della Fortezza. Gli
disse:</p>
<p>— Venga a vedere come, a quest'ora, i colori sono più belli
che la sera. Io me ne sono convinto venendo qui la mattina e
il giorno.</p>
<p>Viene subito alla vista un gran rigonfio di case; e,
dentro, la Cattedrale. In Fontebranda, le case invece si
biforcano, lasciando in mezzo uno spazio vuoto. Stanno come
attaccate e schiacciate sotto la Cattedrale; a strapiombo su
gli orti e su la campagna. Poi si abbassano sempre di più
fino a sparire, sotto una balza; e allora si vedono soltanto
i loro tetti. Quelle più grosse reggono le altre; e non è
possibile capire dove siano le vie; perché le case paiono
separate l'una dall'altra da spacchi e da tagli quasi
bizzarri, alla rinfusa; a crocicchi rasenti, contrari, di
tutte le lunghezze e di tutte le specie. E i tetti, in
quelle picce e in quegli arrembamenti, in quelle
spezzettature di ogni forma, sono sempre più rari di mano in
mano che le case si spargono per le chine. La campagna era
d'un'ampiezza, che non finiva mai; e Siena, in quel
silenzio, quasi taciturno ma soave, sembrava tutta raccolta
in se stessa e inaccostabile. Mentre le cime più lontane,
fino alle Cornate di Gerfalco, si sbandavano e riempivano
l'orizzonte sperduto.</p>
<p>Giulio guardò con avidità: non mai, come allora, aveva
amato la sua Siena; e ne fu orgoglioso. Il Nisard gli spiava
nel viso l'effetto, e lo riportò via subito perché gli
sembrava che fosse troppo forte. Giulio disse:</p>
<p>— Ci sarei stato per sempre!</p>
<p>— Lei è senese, e scommetto che qui non c'era mai venuto.</p>
<p>— È vero: soltanto da ragazzo, ma allora non capivo.</p>
<p>— Ci tornerà, ora, da sé?</p>
<p>— Chi lo sa? Oggi siamo vivi e domani già morti! E, poi,
io! Mi ricordo di quand'ero giovine. Bastava che restassi
una mezz'ora solo e non avessi niente da fare, perché mi
venisse una specie di sospetto che mi faceva paura. Io non
ero né meno sicuro di vivere. Il sospetto che avevo non glie
lo so spiegare, ma cercherò di farglielo capire. Lei
sognando, qualche volta, ha certamente avuto nello stesso
istante una sensazione vaga, non si sa se con piacere o con
dolore, che le impediva di credere al suo sogno; e avrebbe
voluto che fosse stata la realtà, invece. Ma quella
sensazione staccava il suo sogno, lo teneva discosto, senza
riescire però a fare di lei stesso e del sogno una cosa
sola. Ebbene la realtà - la chiamano realtà - che m'era
intorno, mi faceva lo stesso effetto. Io non sapevo se quel
che vedevo era un sogno più vasto, continuo, a cui mi ero
abituato; e del quale soltanto poche volte avevo coscienza.
Per farla capire meglio, imagini che il presente stesso era
per me il senso d'una realtà convenzionale.</p>
<p>Ma al Nisard questo parlare non piaceva; e, arricciando il
naso, si discostò dal libraio senza dirgli niente. Quegli
seguitò:</p>
<p>— Io, questi pochi minuti che sono stato con lei in
Fortezza, ho capito come vivevo per tanti anni di seguito. E
non vorrei ricominciare da capo. Pare che la nostra memoria
sparisca e poi si faccia anche più viva di quel che non ci
aspettiamo noi.</p>
<p>Il Nisard storceva la bocca; e, ridacchiando, disse:</p>
<p>— Capisco! Capisco!</p>
<p>Ma egli avrebbe voluto dirgli: “Ero venuto con lei per la
curiosità che ho di sapere tutta la storia delle cambiali; e
invece lei mi fa di queste divagazioni fuori di luogo; che
sembrano sciocchezze d'una mente alterata!”. E, per non
trovarsi più a disagio, disse che doveva lasciarlo, per
tornare a San Domenico; a vedere una tavola di Matteo di
Giovanni, ch'egli studiava. Andò in chiesa ridendo e
proponendosi di raccontare tutto, perché ridesse anche
qualche altro. E, dicendosi troppo credulo e troppo debole
ad aver pensato ch'egli doveva consolare un pazzo di quel
genere, entrò nella cappella, dov'era attaccata quella
tavola; e lo dimenticò subito.</p>
<p>Ma Giulio era restato come ebbro; e aveva una specie di
gaudio amaro. Dentro di lui sentiva moversi come una
quantità di cose parassite e malvagie; che volevano prendere
il sopravvento. I suoi stati di coscienza si erano
solidificati l'uno vicino all'altro, ma irriducibilmente; ed
egli tentava in vano di metterli d'accordo e di spiegarli
con un solo mezzo. Non si sentiva più libero e comprendeva
che la coscienza quotidiana si era inspirata non ai suoi
sentimenti, sempre mobili, ma a certe invariabilità; alle
quali, forse, quei sentimenti si erano sempre attaccati.
Ora, anche il desiderio di morire era invariabile. Non gli
parve necessario rivedere quelli della sua famiglia; perché
credeva che dovesse restare più solo che fosse possibile;
come un dovere. Egli, in quel momento, non poteva avere più
nessun affetto per loro; e, quando fu alla libreria, ne aprì
la porta come se andasse a conoscere la realtà del suo
sentimento.</p>
<p>Nella libreria, con gli sportelli chiusi, c'era buio ed
egli accese il gasse. Il rumore del gasse, prendendo fuoco,
lo fece tremare di spavento. Girò gli occhi intorno, e gli
venne voglia di avventarsi a quelle pareti. Loro lo avevano
fatto mentire e poi perdere; loro le più forti.</p>
<p>Ad un tratto, sentì bussare: Niccolò, lo chiamava. Doveva
rispondere? Non allora. Egli era troppo da più di lui,
perché gli permettesse di chiamarlo ancora. Lasciò che egli
smettesse di battere le nocche; e, dal cassetto della
scrivania, prese una corda forte, con la quale era stato
legato un pacco di libri. Egli, allora, non credette più che
si sarebbe ammazzato! Perciò salì sopra uno sgabello e
provò, ficcandoci il manico del martello dentro, se un
gancio alla trave veniva via. Era proprio sicuro che non si
sarebbe ammazzato! Ci lega la fune, a nodo scorsoio. Poi,
ridiscese dallo sgabello e si mise a guardarla da tutte le
parti; sentendo la voglia di sorridere. La guardava
scherzando; ma pensò di toglierla perché aveva paura che le
avrebbe dato retta, mettendoci il collo dentro. Egli
delirando le parlava, perché non lo tentasse. Ma non osava
più toccarla. Egli disse: “La lascerò qui per sempre.
Perché si veda a che punto mi sono ridotto”. Era ormai come
un pazzo; e appuntellò la porta per paura che venisse un
branco di gente a buttarla giù. Non dovevano tardare molto.
Li sentiva venire, da tutte le parti. Non c'era più modo di
resistere: i puntelli saltavano via. Su la cassapanca, tutti
quegli oggetti falsamente antichi gli dissero: “Tu sei
eguale a noi! È inutile che tu cerchi d'evitarci!”. Egli
rispose a voce alta: “Aspettate, faccio una firma”. E vide
la sua firma falsa saltellare sul pavimento. Si chinò per
chiapparla; entro con la testa sotto gli scaffali: la firma
c'era, ma egli non la vedeva più. “Guardate: in mano non ce
l'ho!”.</p>
<p>Allora, spense la luce. E, al buio, senza rendersi conto
che si ammazzava, mise la testa dentro il laccio. Sentendosi
stringere, avrebbe voluto gridare; ma non gli riescì.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>XIV</head>
<p>Il pretore fece staccare il cadavere e portarlo
all'Istituto Anatomico. Ma, dopo due giorni, fu dato il
permesso di seppellirlo nel cimitero del Laterino. Enrico e
Niccolò lo accompagnarono, dietro la lettiga d'incerato
verde; ma erano sospettosi di tutti e desideravano di fare
presto, come se temessero di essere arrestati insieme con il
morto. C'era soltanto il becchino che li aiutò a collocare
il cadavere dentro la cassa. Pochi minuti dopo, venne il
cappellano del cimitero; che, messa la stola, benedì con
l'aspersorio un altro morto. Era un vecchio prete
atticciato, con il viso adusto e le scarpe imbullettate; da
contadino.</p>
<p>I due fratelli stavano a capo scoperto e badavano di non
mettere i piedi sopra certi fiori già putridi, caduti da
qualche ghirlanda: anch'essi avevano macchiato il pavimento
della piccola cappella.</p>
<p>Il prete, arrossendo e accennando con il mento la bara del
Gambi, chiese:</p>
<p>— Come si è ammazzato?</p>
<p>Niccolò era pieno d'ira. Ma Enrico rispose:</p>
<p>— Con un nodo scorsoio.</p>
<p>Il prete, allora, li salutò; andandosene come se avesse
avuto furia, con l'ombrello e il cappello in mano. Egli
andava e veniva tra la sua casa e il cimitero; e non aveva
mai tempo da perdere.</p>
<p>Era un cielo grigio; quasi giallognolo; con una umidità che
bagnava tutto. Anche la cancellata del cimitero sgocciolava
giù per le spranghe di ferro; le lapidi si lavavano e la
cima dei cipressi restava nascosta nella nebbia; e, benché
fossero ormai le dieci, sembrava sempre l'alba. Siena, con
un velo addosso che la faceva assomigliare ad una superficie
tutta piana e unita, cominciava a schiarirsi allora;
lasciando distinguere e riconoscere le case e i loro
aggruppamenti; poi anche i loro colori; tutti un poco ceruli
però. Finché restò su l'orizzonte un vapore bianco e
luccicante.</p>
<p>Niccolò disse:</p>
<p>— Io non mi reggo più in piedi.</p>
<p>— A me dolgono le ginocchia: è la mia gotta reumatica. Ma,
ormai, bisogna aspettare.</p>
<p>Il becchino chiamò due compagni; e misero il morto in una
fossa. Poi, cominciarono subito a buttarci la terra con le
pale. I due fratelli piangevano tappandosi gli occhi.
Sentivano che lì dentro lasciavano e perdevano quel che essi
non avevano: ed erano veramente commossi. Giulio s'era preso
la responsabilità di tutto, e li aveva salvati. Ma,
all'escita del cimitero, Niccolò chiese al fratello:</p>
<p>— Tu passi per la strada più corta per andare a casa?</p>
<p>— O che vuoi ch'io faccia?</p>
<p>— Io, invece, giro da San Marco.</p>
<p>— Perché? Andiamo insieme!</p>
<p>Ma Niccolò, pigliando rasente uno dei muri della strada,
affrettò il passo e lo lasciò a dietro. Andò a comprare un
sigaro, dove era sicuro non sapevano che tornava dal
cimitero e s'affrettò a trovare il Corsali. E in meno di due
ore si misero d'accordo: anche lui avrebbe fatto l'agente
d'assicurazione; perché appunto bisognava trovare uno che
conoscesse bene i paesi del circondario e fosse disposto ad
andarci.</p>
<p>Soltanto Modesta aveva da parte qualche centinaio di lire;
e, a tavola, Niccolò disse al fratello:</p>
<p>— Io mi son già sistemato da me; e voglio pensare alla
moglie e alle bambine. Anche tu, se credi, arrangiati!</p>
<p>— Dammi almeno tempo!</p>
<p>— No, no! Stasera non verrai né meno a dormire; perché non
ti ci voglio: non c'è posto. Io e la mia moglie prendiamo
una casa più piccola; e tu farai portare via la tua roba.</p>
<p>Si trattava di un estro forse meditato in quei due giorni,
e poi venuto fuori lì per lì. E sarebbe stato inutile fargli
capire ch'era troppo repentino.</p>
<p>Modesta, non per cattiveria, trovò giusto quel che disse il
marito; ed Enrico tentò invano di cavare qualche cosa da
lei; perché Niccolò, che stava alle vedette, le proibì di
rispondergli e a lui ripeté che doveva fare come gli aveva
detto.</p>
<p>— Non ci doveva essere né meno il bisogno che te lo
suggerissi io!</p>
<p>Enrico, senza nessuna idea in capo, gli disse:</p>
<p>— Prestami, almeno, un poco di denaro che mi basti per
trovarmi una camera!</p>
<p>Niccolò non gli voleva dare niente; ma Modesta escì dalla
stanza dove egli le aveva detto che si chiudesse; e,
allungando un braccio, gli porse cento lire.</p>
<p>Enrico le strinse e se ne andò; barellando come un ubriaco.</p>
<p>Al processo, come se si fossero messi d'accordo prima,
incolparono Giulio compiangendolo; ed essi furono assolti.</p>
<p>Ma non restava loro più nulla; ed il cavaliere Nicchioli
ricavò a pena la metà della cambiale firmata da vero.</p>
<p>Enrico non voleva darsi a niente; e le cento lire, che
s'era tenute in tasca invece di pagare la retta della
camera, gli bastarono poco più d'una settimana. Egli non
poteva fare a meno delle sue abitudini, e andava sempre
anche a quella bettola. Là si doleva, e attribuiva a Niccolò
la sua miseria. La gotta lo perseguitava e s'era ridotto
molto male. Alla fine, si dette a fermare tutti i clienti
più ricchi della libreria, chiedendo qualche lira. Essi,
dopo le prime volte, fingevano di non vederlo e si
scansavano; e, se erano in più d'uno, gli facevano capire
che non potevano dargli retta, prima che s'avvicinasse. Ma
Enrico era capace d'aspettare e di seguirli, finché,
sopraggiungendoli, quando credeva il momento opportuno, li
costringeva almeno ad ascoltarlo. Diceva, quasi sempre:</p>
<p>— Niccolò non s'è vergognato a mandarmi via e m'ha tolto
tutto quello che avevo. Lo divorerei vivo con il mio odio. A
tal carne, tal coltello! Io non posso mettermi a lavorare
perché sono impedito dalla gotta. Se non ci credono,
guardino che nodi noccioluti m'è venuto alle dita! Faccio
pietà! Ora ho anche l'uremia nervosa e intestinale. Bisogna
che m'aiutino.</p>
<p>Ma Niccolò, sempre più libero dopo il processo, cominciava
a trovarsi discretamente. Gli amici, che gli restavano
ancora quasi in ogni paese, dove l'avevano conosciuto quando
faceva l'antiquario, non era difficile che lo invitassero a
mangiare; ed egli, allora, si compensava delle strettezze in
famiglia. Era tornato di buon umore, benché fosse
invecchiato a fretta. Egli diceva, picchiandosi il petto:</p>
<p>— Io ho fortuna!</p>
<p>E, a testa ritta, si faceva vedere ancora ben portante e
sciolto: qualche volta, si metteva a camminare lesto a
posta; con gli occhi più sgargi di prima.</p>
<p>In casa, erano stati afflitti in un'angustia repentina; e
pareva che non potessero dimenticare più i tempi di una
volta.</p>
<p>Chiarina non aveva perso il fidanzato; ma s'era fatta anche
più dimessa; e con Lola non rideva quasi più. Modesta
portava sempre, per voto, le candele alla Madonna del Duomo;
e tra le nipoti pregava lunghe ore, sotto le fiammelle delle
lampade d'argento, con gli occhi intenti all'altare, in
mezzo alle pareti coperte dai cuori di tutte le dimensioni e
dai gioielli. La Madonna, dietro il vetro lustro e
luccicante, si scorgeva a pena; ma l'ambascia infervorava
sempre di più quella disgraziata; che, senza la fede, non si
sarebbe sentita più né meno un essere umano.</p>
<p>Niccolò non avrebbe voluto che andasse sempre in chiesa, ma
non si arrischiava a rimproverarla. Soltanto, continuava a
fare il proprio comodo; con quella sua giocondità irascibile
e beffarda, che gli traluceva anche dagli occhi. Non aveva
altra soddisfazione che di farsi invitare a pranzo; e, poi,
tornato a Siena, di raccontarlo a Modesta; che, a biasciare
il pane, le pareva meno saporito. Ma ringraziava Dio che
Niccolò s'ingegnasse a quel modo; e anche lei, qualche
volta, si rinfrancava a vederlo sempre eguale. Nondimeno
egli, verso la fine dell'anno, a pena due mesi dopo il
suicidio di Giulio, cominciò ad avere certi dolori alla
testa che lo lasciavano sbigottito. Contro di essi, non
poteva fare niente, e gli andava via la voglia di celiare.
Poi, gli venne anche l'insonnia; e il giorno dopo non si
sentiva mai capace di prendere il treno. Restava a letto
finché, per non avere rimorsi, zoppicando, esciva a
rimettere in pari gli affari della Compagnia di
Assicurazione. L'insonnia gli lasciava il senso di vivere
troppo, quasi il doppio. E, lì, a letto, lo assalivano mille
tristezze, che lo abbattevano.</p>
<p>— Modesta, che pensi quando io non rido più? È vero che,
allora, la casa pare morta? Quando rido, io la scuoto tutta
e anche voi state meglio. Peccato ch'io non portassi a casa
la mia cassapanca, che avevo nella libreria! Qui a letto,
non ci ho niente da guardare. L'avrei messa a una di queste
pareti; e avrebbe abbellito la stanza.</p>
<p>Poi si voltava verso la finestra, e diceva:</p>
<p>— Gli occhi mi s'annebbiano: non so perché.</p>
<p>Ma se Modesta gli si metteva attorno, magari per portargli
un guanciale di più, egli non voleva a nessun costo. Poi, se
Modesta cominciava a lagrimare, egli le rifaceva il verso; e
voleva che le nipoti, sentendolo attraverso l'uscio aperto,
ridessero.</p>
<p>— Mi dovete obbedire! Volete farmi crepare di lagrime! Vuol
dire che non mi sapete voler bene!</p>
<p>Quando ridevano, egli alzava la testa e chiedeva:</p>
<p>— Chi ve l'ha dato il permesso?</p>
<p>E, crucciato, stava ore ed ore senza parlare. Egli sperava
di guarire e voleva, a primavera, andare ai bagni caldi; ma
peggiorò sempre di più.</p>
<p>Oltre all'insonnia, che gli faceva spavento soltanto a
ricordarsene, gli vennero i delirii. Dapprima, non ci fecero
caso; credendo che sognasse troppo forte; ma poi, si
destavano e lo ascoltavano con terrore. Egli diceva cose
lubriche o insensate. Gli pareva sempre che lo avessero
chiuso nella libreria e non volessero lasciarlo più. E lo
costringevano a dondolare Giulio penzoloni. Anche gli pareva
che lo facessero camminare nudo, con le mani e con i piedi.
Alla fine faceva una risata che non finiva più; una risata
bavosa, che gli bagnava il pizzo. I delirii doventarono più
intensi in poche settimane. Quando andavano via, gli restava
il dolore alla testa; che era quasi peggio. Ma, durante il
giorno, esciva come prima; e non voleva nessuno con sé.
Andava per strade solitarie; e se lo incontravano i ragazzi
che tornavano di scuola, gli facevano la chiucchiurlaia.
Egli non se la prendeva; anzi, se ne vantava; e alla moglie
gliene parlava come se fosse andato ad una festa. Allora
ella temeva che fosse per perdere la ragione; e voleva farlo
visitare. Bastava ch'ella dicesse così, perché ritornasse in
sé, strafinefatto; e riprendesse subito il suo solito
aspetto. Si capiva, però, ch'era uno sforzo; perché, dopo
poco, mentre anche la pelle gli si faceva floscia e pallida,
il viso doventava paralizzato, solido, privo di qualsiasi
intelligenza.</p>
<p>Una notte, gli venne un delirio così violento che rotolò
dal letto. A sedere in terra, tra le sedie rovesciate, egli
incominciò a gridare; come non aveva fatto mai. La sua voce,
a stratte, si faceva sempre più acuta e più forte; con una
rapidità che metteva raccapriccio. Talvolta, invece, era
cupa e bassa, quasi piatta; talvolta, scivolava con una
ilarità acuminata; una voce senza più parole e senza senso;
ma con dolcezze tenere; intonata.</p>
<p>Non riesciva, ormai, più a calmarsi; e per quanto, durante
qualche intervallo, egli si ricordasse di quando stava bene
e invocasse di guarire, subito dopo la sua bocca restava
spalancata e torta. Ed egli si sbatteva giù in terra, fuori
di sé. Questo delirio, che fece ammalare Modesta e sconvolse
i nervi alle bambine, durò quasi tre ore; senza attenuarsi
mai. Finché la voce venne sempre di più a mancargli. Allora,
gli cominciò il rantolo, che pareva una risata repressa;
gorgogliante nel sangue diacciato dall'apoplessia reumatica.</p>
</div1>
<div1 type="capitolo">
<head>XV</head>
<p>Enrico, come della cambiale, seppe alla bettola che Niccolò
era morto prima dell'alba. Era, ormai, stralinco; con le
mani e le gambe gonfie; con la bocca livida; da cui non
esciva più nessuna parola che non facesse sentire una
cattiveria quasi repugnante. Stava seduto, con un bicchiere
di vino davanti. Si grattò i capelli sul collo, pieni di
lendini, e disse:</p>
<p>— Comincio a credere che ci sia Dio! È morto prima di me,
razza di un cane! Ha fatto di tutto per straziarmi; ma,
questa volta, è partito prima lui! Ohè! Avete sentito quel
che m'è stato detto? È morto quel farabutto di mio
fratello! Ora voglio vedere stesa la sua moglie, quel
pezzaccio di carnaccia e di grasso! E io non seguo quello
scimunito di Giulio che, appeso al soffitto, scalciava per
dare la benedizione con i piedi!</p>
<p>I suoi amici, da un bugigattolo buio e puzzolente, risero;
e risposero, rifacendogli la voce un poco strascicata:</p>
<p>— Quando morirai tu, si piglia tutti la sbornia! Quel
giorno, il nostro oste non ci metterà l'acqua. Credi di
averci molto da campare?</p>
<p>— Che m'importa a me? Se fossi un signore come prima!</p>
<p>— Un signore non sei stato mai.</p>
<p>— Del resto, una volta, mi portavate tutti rispetto.</p>
<p>Allora, uno gli andò a versare una bottiglia d'acqua dentro
il collo, mentre non se l'aspettava, perché sollevava con
una mano la tendina rossa della porta e teneva gli occhi ai
vetri. Sbalzò dallo sgabello, scuotendosi:</p>
<p>— O non lo sapete che mi potete far morire da vero, con la
gotta come ho io? E non sono mica guarito dell'uremia
nervosa e viscerale!</p>
<p>— Che ce ne importa a noi? Dici sempre la stessa
tiritera!</p>
<p>— Io dico quel che ho, e non invento niente!</p>
<p>Ma, visto ch'era inutile arrabbiarsi o protestare, anche
perché non ci avrebbe ricavato nulla, si ributtò a sedere;
e, voltando le spalle a quelli, si mise a discorrere con
l'oste che stava con una mano appoggiata allo spigolo
dell'uscio e la fronte sopra.</p>
<p>— Stamani il conte, quello che ha più corna che quattrini,
non s'è vergognato di mettermi in mano mezza lira sola! Gli
ho tenuto dietro per tutta Siena, e gli ho detto che non
avevo né meno da mangiare! Se fossi un signore io, vorrei
insegnare a quanti sono. Mi voglio mettere a vendere le
corna dei signori, per arricchire anch'io.</p>
<p>L'oste gli rispose:</p>
<p>— Sarebbe il mestiere più adatto per te!</p>
<p>Prima l'oste gli dava del lei, poi aveva fatto come tutti
gli altri; ed Enrico aveva detto:</p>
<p>— Sì, sì; a farmi dare del tu mi piace.</p>
<p>Enrico, allora, gli fece una lunga spiegazione:</p>
<p>— Il carretto, come fanno tanti che vanno a prendere le
valigie alla stazione, io non lo tirerò mai; perché non l'ho
mai tirato. Mi dovrei mettere a fare il fabbro? E la forza
dove l'ho? È inutile: quando si nasce con l'animo di
signore, non si perde mai. Ci vuole altro!</p>
<p>— E a dormire dove vai?</p>
<p>— In una panchina della Lizza, sotto agli abeti. Ma
comincio a starci male, perché è freddo. Con la malattia che
ho, reumatismo e gotta, mi scricchiolano le ossa e mi
vengono certe nevralgie che mi fanno perdere i sensi. Mi
dolgono tutte le ossa, e mi chiappa un malessere
indefinibile che non mi lascia addormentare. Non posso stare
in nessun modo; e, anche se avessi una coperta, non potrei
adoprarla, perché addosso non sopporterei nulla. Basta anche
toccarmi con un dito, per farmi saltare dallo spasimo.
Perciò, scendo giù dalla panchina e mi metto a passeggiare;
anche perché il freddo mi faccia meno male e non mi sbatta i
denti. Passeggio fin quasi a giorno; e, allora, potrei quasi
addormentarmi; ma ci sono i giardinieri che mi destano; e
così non riposo mai.</p>
<p>— Ma non hai trovato né meno un buco, una spelonca, che so
io? dove ficcarti, per essere più riparato? O quando
piove?</p>
<p>— Ho dormito, per quasi una settimana, in quelle grotte che
sono giù per la strada di Pescaia. Ma ci venivano a fare
all'amore; e, poi, la notte, due o tre giovinastri,
vagabondi, che la insozzavano da non respirarci più dal
puzzo. La mattina, a digiuno, mi sentivo quasi svenire. Alla
Lizza, invece, sarebbe un luogo più sicuro e più pulito!
Però, vorrei sapere perché ti diverti a sentirmi squadernare
queste delizie!</p>
<p>— Hai sempre la stessa boria: non c'è verso di fartela
passare. Ora, vattene! Bada se raccapezzi qualche altro
soldo! Vattene: se no, il passeggio dei signori finisce.</p>
<p>Enrico si alzò e chiese a quelli dentro il bugigattolo:</p>
<p>— Volete niente da me?</p>
<p>Quelli non risposero. Allora, egli ci si avvicinò.</p>
<p>— Vi ho chiesto se volete niente da me.</p>
<p>Uno gli disse:</p>
<p>— Tieni: piglia questa cicca. Se tu ne avessi parecchie,
potresti levarti la fame!</p>
<p>Enrico se la mise in bocca, per biascicarla. Il suo vestito
non ne poteva più e mancavano tutti i bottoni.</p>
<p>Non sapendo come arzigogolare il tempo, andò al cimitero.
Ma il guardiano non lo voleva far passare; credendo che
volesse portarsi via qualche cosa. Allora egli, risentito,
con i suoi denti ancora intatti e bianchi, come quelli di un
lupo, che gli si vedevano quand'era arrabbiato e gli
s'arricciava la bocca, gli disse:</p>
<p>— Non mi riconosci? Pochi mesi fa son venuto a sotterrare
quel mio fratello che si suicidò. Oggi vengo a veder
sotterrare quell'altro fratello, che allora era con me.</p>
<p>— Come si chiama?</p>
<p>— Niccolò Gambi.</p>
<p>— È sotterrato. L'hanno portato giù stamani.</p>
<p>— Dove l'hanno messo?</p>
<p>— Nel quadrilatero più vecchio, che ora per ordine del
municipio si ributta all'aria. Quasi in fondo. La fossa si
riconosce, perché è la più fresca.</p>
<p>— Ho capito: vado!</p>
<p>Ma il guardiano, non rassicurato del tutto, gli disse:</p>
<p>— Aspettami un momento: ti ci porto io. Devo venire da
quella parte per preparare un'altra fossa.</p>
<p>Cominciava a pioviscolare, ed era un'acqua così diaccia che
faceva venire i brividi. Tutto il vecchio cimitero era stato
scavato. Avevano addossato le lapidi al muro di cinta; e le
croci erano tutte una catasta accanto a un cippo. I cipressi
odoravano; come se la pioggia facesse escire i loro succhi.
E gli uccelli saltellavano sul muro di cinta.</p>
<p>Il guardiano, per avvertire ch'era venuto, fischiò al
becchino; e disse a Enrico:</p>
<p>— La fossa è quella.</p>
<p>— Sei proprio sicuro?</p>
<p>— Per una settimana almeno, me ne ricordo di tutte e sono
sicuro di non sbagliare. Ora che cosa fai?</p>
<p>— Ho voluto vedere qual è per tornarci con più agio.</p>
<p>Gironzolò un poco attorno alla fossa, fin quasi a metterci
un piede sopra; poi, tornò via.</p>
<p>Il guardiano gli tenne gli occhi dietro finché non ebbe
ripassato la cancellata. Enrico, allora, si ricordò di come
il fratello l'aveva lasciato proprio in quel punto; e sentì
stringersi i pugni: non gli pareva che già fosse morto!</p>
<p>Ma non si decideva ad entrare in città. Quella Porta è più
stretta delle altre; e ci passano soltanto per andare al
cimitero. Egli s'era soffermato, ma siccome la guardia
daziaria, dall'apertura del suo casotto di legno, lo spiava
per capire quel che voleva fare, entrò.</p>
<p>Alzando gli occhi a sinistra, vide l'Ospizio de' Vecchi
Impotenti: ce n'era uno, vestito di nero, con una suora
ritta accanto; e stava seduto sul muraglione alto, con il
dorso verso la strada. Allora pensò che anch'egli, con la
raccomandazione di qualche signore, avrebbe potuto farsi
prendere con gli altri lì dentro.</p>
<p>Strascicava una gamba; e, per quel giorno, non aveva
trovato ancora né meno da spilluzzicare. Il vecchio stava
lassù, tranquillo sotto una pergola; riparato dal vento e
dall'acqua. Egli, invece, si sentiva male e non ne poteva
più.</p>
<p>Ma a Modesta, che ora campicchiava con le trine e i ricami,
pareva di far male a lasciarlo finire in quel modo; senza
mai dirgli almeno una parola. Perciò andava quasi ad
appostarlo dove indovinava ch'egli potesse passare. E
siccome egli tirava di lungo, facendo finta di non averla
guardata, ella aspettava un poco, tutta dritta; poi lo
raggiungeva. Gli metteva nella mano, ch'egli non apriva
subito, qualche lira; e seguitando a camminargli di fianco,
perché egli non si voltava né meno allora, gli diceva:</p>
<p>— Perché, almeno, non ti converti a Dio? Anche il povero
Niccolò è morto senza potersi confessare; e Giulio s'è
ucciso. Forse, stanno male tutti e due; ora. Bisogna pensare
alle loro anime.</p>
<p>Enrico faceva il viso cattivo; e si raggomitolava tutto;
perch'ella non lo vedesse.</p>
<p>La donna proseguiva:</p>
<p>— Vai a farti aiutare dai canonici del Duomo. Fermali
quando escono dal coro, la mattina. Tu non hai da
compicciare niente in tutta la giornata!</p>
<p>Ella voleva che chiedesse l'elemosina ai canonici, perché a
poco a poco gli venisse l'idea di entrare in chiesa. Ma
Enrico ai preti non voleva ricorrere; e le rispondeva con la
voce velata:</p>
<p>— Ora basta! Vattene!</p>
<p>Modesta, prima di lasciarlo, gli chiedeva:</p>
<p>— Hai bisogno che ti lavi qualche fazzoletto, almeno? Vieni
in casa nostra, a farti ricucire i calzoni; li hai troppo
rotti.</p>
<p>Ma egli tirava di lungo; ed ella tornava a casa con la
stessa tristezza, sebbene un poco sdebitata di coscienza.</p>
<p>Enrico non le dava ascolto, perché non voleva che le
bambine, vedendolo, si vergognassero di lui.</p>
<p>Quando le scorgeva di lontano, spariva; magari entrando
dentro un uscio, finché non fossero passate.</p>
<p>E, se era dentro la bettola, diceva agli amici:</p>
<p>— Quelle sono due angeli. Ho riguardo soltanto dei loro
occhi innocenti, che non mi vedano così.</p>
<p>Aveva imparato tutti i luoghi più deserti e più sporchi di
Siena. Soltanto a quelli ci si avvicinava sicuro; come
quando andava a riposarsi in Via del Sole, sotto le case di
Salicotto, e doveva stare attento che i cenci alle finestre,
legati alle forcelle di legno e i fili di ferro, non gli
sgocciolassero addosso. E, poi, c'era caso che lo colpissero
su la testa con qualche scarpa vecchia, attraventata giù, o
magari con le bucce di pomodoro quando le donne ripulivano
le pentole e i piatti. Buttavano via anche pezzi di vestiti
logori; e i suoi occhi ci si fermavano sopra per ore intere.</p>
<p>Alla fine, dopo avere atteso per un altro mese, i primi di
febbraio lo presero all'Ospizio di Mendicità. Egli avrebbe
voluto rifiutare, perché si vergognava; ma dovette cedere.
Era sempre meglio di quando moriva di fame in qualche
immondezzaio, e qualche cane randagio, con le costole
sottili che tremolavano, andava a raspare nei mucchi della
spazzatura e delle putrilagini; e trovava un osso; ed egli,
allora, guardava il cane che mangiava, e gli veniva la
saliva alla bocca.</p>
<p>Lo misero in un camerone, dove c'era un centinaio di letti
e nessuno vuoto. Quando lo fecero lavare e gli dettero un
vestito come avevano tutti gli altri, rossiccio e grosso,
con un berretto filettato di turchino, si sentì avvilire.</p>
<p>I primi giorni, non poteva fare a meno di guardare fisso
quel che gli altri mangiavano; e a lui pareva che la sua
parte non bastasse.</p>
<p>Siccome era dei meno vecchi, lo mandarono nell'orto a
raccattare le potature restate sotto gli olivi. Poi, con due
compagni, a portarle in un piazzale; dove erano le serre dei
limoni.</p>
<p>Egli pensava sempre alle nipoti; e avrebbe voluto che le
domeniche fossero andate a trovarlo. Ma esse non andavano
ancora; perché non sapevano il suo desiderio; e passavano
tutte le sere dinanzi all'Ospizio di Mendicità.</p>
<p>Una mattina, mentre raccattava le potature, disse a quelli
con lui:</p>
<p>— Se io muoio presto, vi prego di dire alle mie due nipoti,
che verranno a vedermi, che io m'ero messo a lavorare.</p>
<p>Gli altri alzarono gli occhi da terra; e lo guardarono,
senza rispondergli. Allora, egli si spiegò:</p>
<p>— Anch'io ho un briciolo di coscienza. E soltanto quelle
bambine capiscono che è vero.</p>
<p>I più vecchi si misero ad ascoltarlo; e, per ascoltarlo,
non lavoravano. Qualcuno cercò di sorridere e non ci riescì:
smosse le labbra, come se ciancicasse. Egli proseguì:</p>
<p>— Sono mesi e mesi che non mi parlano più.</p>
<p>Ed egli pensava, senza osare di dirlo: “Mi porterebbero
una boccina di vino”.</p>
<p>Ma egli aveva patito troppo; e, una notte, preso da una
nuova crisi di gotta, che gli aveva ormai infettato tutto il
sangue, morì senza né meno accorgersene.</p>
<p>La mattina era freddo come il marmo del refettorio.</p>
<p>Lola e Chiarina gli misero due mazzetti di fiori sul letto,
uno a destra e uno a sinistra. C'era una sola candela; che,
essendo di sego, si piegava per il calore della sua fiamma
rossa come se avesse nello stoppino un poco di sangue
morticcio.</p>
<p>Esse pregavano inginocchiate, con le mani congiunte vicino
ai mazzetti di fiori; e, in mezzo a loro, il morto doventava
sempre più buono.</p>
<p>Il giorno dopo, spaccarono il salvadanaio di coccio e
fecero comprare da Modesta tre croci eguali; per metterle al
Laterino.</p>
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</text>
</TEI.2>
