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      <title>Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio</title>
      <author>Niccolò Machiavelli</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Machiavelli, Niccolo</author>
        <editor id="ed">Martelli, Mario</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>[1971]</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Dedica">
<opener><salute>Niccolò Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai salute</salute></opener>

<p>Io vi mando uno presente, il quale, se non corrisponde agli
obblighi che io ho con voi, è tale, sanza dubbio, quale ha
potuto Niccolò Machiavelli mandarvi maggiore. Perché in
quello io ho espresso quanto io so e quanto io ho imparato
per una lunga pratica e continua lezione delle cose del
mondo. E non potendo né voi né altri desiderare da me più,
non vi potete dolere se io non vi ho donato più. Bene vi può
increscere della povertà dello ingegno mio, quando siano
queste mie narrazioni povere; e della fallacia del giudicio,
quando io in molte parte, discorrendo, m'inganni. Il che
essendo, non so quale di noi si abbia ad essere meno
obligato all'altro: o io a voi, che mi avete forzato a
scrivere quello che io mai per me medesimo non arei scritto;
o voi a me, quando, scrivendo non vi abbi sodisfatto.
Pigliate, adunque, questo in quello modo che si pigliano
tutte le cose degli amici; dove si considera più sempre la
intenzione di chi manda, che le qualità della cosa che è
mandata. E crediate che in questo io ho una sola
satisfazione, quando io penso che, sebbene io mi fussi
ingannato in molte sue circunstanzie, in questa sola so
ch'io non ho preso errore, di avere eletto voi, ai quali,
sopra ogni altri, questi mia Discorsi indirizzi: sì perché,
faccendo questo, mi pare avere mostro qualche gratitudine
de' beneficii ricevuti: sì perché e' mi pare essere uscito
fuora dell'uso comune di coloro che scrivono, i quali
sogliono sempre le loro opere a qualche principe
indirizzare; e, accecati dall'ambizione e dall'avarizia,
laudano quello di tutte le virtuose qualitadi, quando da
ogni vituperevole parte doverrebbono biasimarlo. Onde io,
per non incorrere in questo errore, ho eletti non quelli che
sono principi, ma quelli che, per le infinite buone parti
loro, meriterebbono di essere; non quelli che potrebbero di
gradi, di onori e di ricchezze riempiermi, ma quelli che,
non potendo, vorrebbono farlo. Perché gli uomini, volendo
giudicare dirittamente, hanno a stimare quelli che sono, non
quelli che possono essere liberali, e così quelli che sanno,
non quelli che, sanza sapere, possono governare uno regno. E
gli scrittori laudano più Ierone Siracusano quando egli era
privato, che Perse Macedone quando egli era re: perché a
Ierone ad essere principe non mancava altro che il
principato; quell'altro non aveva parte alcuna di re, altro
che il regno. Godetevi, pertanto, quel bene o quel male che
voi medesimi avete voluto: e se voi starete in questo
errore, che queste mie opinioni Vi siano grate, non mancherò
di seguire il resto della istoria, secondo che nel principio
vi promissi. Valete.</p>
</div1>
</front>

<body>

<div1 type="libro">

<head>LIBRO PRIMO</head>

<p>Ancora che, per la invida natura degli uomini, sia sempre
suto non altrimenti periculoso trovare modi ed ordini nuovi,
che si fusse cercare acque e terre incognite, per essere
quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni
d'altri; nondimanco, spinto da quel naturale desiderio che
fu sempre in me di operare, sanza alcuno respetto, quelle
cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho
deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta
ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e
difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante
quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine
considerassino. E se lo ingegno povero, la poca esperienzia
delle cose presenti e la debole notizia delle antique
faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità;
daranno almeno la via ad alcuno che, con più virtù, più
discorso e iudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare:
il che, se non mi arrecherà laude, non mi doverebbe
partorire biasimo.</p>
<p>Considerando adunque quanto onore si attribuisca
all'antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti
altri esempli, un frammento d'una antiqua statua sia suto
comperato gran prezzo, per averlo appresso di sé, onorarne
la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella
arte si dilettono; e come quegli dipoi con ogni industria si
sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo; e veggiendo,
da l'altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie
ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche
antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed
altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più
presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in
ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci
è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne
maravigli e dolga. E tanto più, quanto io veggo nelle
diferenzie che intra cittadini civilmente nascano, o nelle
malattie nelle quali li uomini incorrono, essersi sempre
ricorso a quelli iudizii o a quelli remedii che dagli
antichi sono stati iudicati o ordinati: perché le leggi
civili non sono altro che sentenze date dagli antiqui
iureconsulti, le quali, ridutte in ordine, a' presenti
nostri iureconsulti iudicare insegnano. Né ancora la
medicina è altro che esperienze fatte dagli antiqui medici,
sopra le quali fondano e' medici presenti e' loro iudizii.
Nondimanco, nello ordinare le republiche, nel mantenere li
stati, nel governare e' regni, nello ordinare la milizia ed
amministrare la guerra, nel iudicare e' sudditi, nello
accrescere l'imperio, non si truova principe né republica
che agli esempli delli antiqui ricorra. Il che credo che
nasca non tanto da la debolezza nella quale la presente
religione ha condotto el mondo, o da quel male che ha fatto
a molte provincie e città cristiane uno ambizioso ozio,
quanto dal non avere vera cognizione delle storie, per non
trarne, leggendole, quel senso né gustare di loro quel
sapore che le hanno in sé. Donde nasce che infiniti che le
leggono, pigliono piacere di udire quella varietà degli
accidenti che in esse si contengono, sanza pensare
altrimenti di imitarle, iudicando la imitazione non solo
difficile ma impossibile; come se il cielo, il sole, li
elementi, li uomini, fussino variati di moto, di ordine e di
potenza, da quello che gli erono antiquamente. Volendo,
pertanto, trarre li uomini di questo errore, ho giudicato
necessario scrivere, sopra tutti quelli libri di Tito Livio
che dalla malignità de' tempi non ci sono stati intercetti,
quello che io, secondo le cognizione delle antique e moderne
cose, iudicherò essere necessario per maggiore intelligenzia
di essi, a ciò che coloro che leggeranno queste mia
declarazioni, possino più facilmente trarne quella utilità
per la quale si debbe cercare la cognizione delle istorie. E
benché questa impresa sia difficile, nondimanco, aiutato da
coloro che mi hanno, ad entrare sotto questo peso,
confortato, credo portarlo in modo, che ad un altro resterà
breve cammino a condurlo a loco destinato.
</p>

<div2 type="capitolo">

<head>1</head>
<head>Quali siano stati universalmente i principii di qualunque
città, e quale fusse quello di Roma.</head>

<p>Coloro che leggeranno quale principio fusse quello della
città di Roma, e da quali latori di leggi e come ordinato,
non si maraviglieranno che tanta virtù si sia per più secoli
mantenuta in quella città; e che dipoi ne sia nato quello
imperio al quale quella republica aggiunse. E volendo
discorrere prima il nascimento suo, dico che tutte le
cittadi sono edificate o dagli uomini natii del luogo dove
le si edificano o dai forestieri. Il primo caso occorre
quando agli abitatori dispersi in molte e piccole parti non
pare vivere securi, non potendo ciascuna per sé, e per il
sito e per il piccolo numero, resistere all'impeto di chi le
assaltasse; e ad unirsi per loro difensione, venendo il
nimico, non sono a tempo; o quando fussono, converrebbe loro
lasciare abbandonati molti de' loro ridotti; e così
verrebbero ad essere subita preda dei loro inimici: talmente
che, per fuggire questi pericoli, mossi o da loro medesimi,
o da alcuno che sia infra loro di maggiore autorità, si
ristringono ad abitare insieme in luogo eletto da loro, più
commodo a vivere e più facile a difendere.</p>
<p>Di queste, infra molte altre, sono state Atene e Vinegia.
La prima, sotto l'autorità di Teseo, fu per simili cagioni
dagli abitatori dispersi edificata; l'altra, sendosi molti
popoli ridotti in certe isolette che erano nella punta del
mare Adriatico, per fuggire quelle guerre che ogni dì, per
lo avvenimento di nuovi barbari, dopo la declinazione dello
Imperio romano, nascevano in Italia, cominciarono infra
loro, sanza altro principe particulare che gli ordinasse, a
vivere sotto quelle leggi che parevono loro più atte a
mantenerli. Il che successe loro felicemente per il lungo
ozio che il sito dette loro, non avendo quel mare uscita, e
non avendo quelli popoli, che affliggevano Italia, navigli
da poterli infestare: talché ogni piccolo principio li poté
fare venire a quella grandezza nella quale sono.</p>
<p>Il secondo caso, quando da genti forestiere è edificata una
città, nasce o da uomini liberi o che dependono da altri:
come sono le colonie mandate o da una republica o da uno
principe per isgravare le loro terre d'abitatori, o per
difesa di quel paese che, di nuovo acquistato, vogliono
sicuramente e sanza ispesa mantenersi; delle quali città il
Popolo romano ne edificò assai, e per tutto l'imperio suo:
ovvero le sono edificate da uno principe, non per abitarvi,
ma per sua gloria; come la città di Alessandria, da
Alessandro. E per non avere queste cittadi la loro origine
libera, rade volte occorre che le facciano processi grandi,
e possinsi intra i capi dei regni numerare. Simile a queste
fu l'edificazione di Firenze, perché (o edificata da'
soldati di Silla, o, a caso, dagli abitatori dei monti di
Fiesole, i quali, confidatisi in quella lunga pace che sotto
Ottaviano nacque nel mondo, si ridussero ad abitare nel
piano sopra Arno) si edificò sotto l'imperio romano: né
poté, ne' principii suoi, fare altri augumenti che quelli
che per cortesia del principe gli erano concessi.</p>
<p>Sono liberi gli edificatori delle cittadi, quando alcuni
popoli, o sotto uno principe o da per sé, sono constretti, o
per morbo o per fame o per guerra, a abbandonare il paese
patrio, e crearsi nuova sede: questi tali, o egli abitano le
cittadi che e' truovono ne' paesi ch'egli acquistano, come
fe' Moises; o e' ne edificano di nuovo, come fe' Enea. In
questo caso è dove si conosce la virtù dello edificatore, e
la fortuna dello edificato: la quale è più o meno
maravigliosa, secondo che più o meno è virtuoso colui che ne
è stato principio. La virtù del quale si conosce in duo
modi: il primo è nella elezione del sito; l'altro nella
ordinazione delle leggi. E perché gli uomini operono o per
necessità o per elezione; e perché si vede quivi essere
maggior virtù dove la elezione ha meno autorità; è da
considerare se sarebbe meglio eleggere, per la edificazione
delle cittadi, luoghi sterili, acciocché gli uomini,
constretti a industriarsi, meno occupati dall'ozio,
vivessono più uniti avendo, per la povertà del sito, minore
cagione di discordie; come interviene in Raugia, e in molte
altre cittadi in simili luoghi edificate: la quale elezione
sarebbe sanza dubbio più savia e più utile, quando gli
uomini fossero contenti a vivere del loro, e non volessono
cercare di comandare altrui. Pertanto, non potendo gli
uomini assicurarsi se non con la potenza, è necessario
fuggire questa sterilità del paese, e porsi in luoghi
fertilissimi; dove, potendo per la ubertà del sito ampliare,
possa e difendersi da chi l'assaltasse e opprimere qualunque
alla grandezza sua si opponesse. E quanto a quell'ozio che
le arrecasse il sito, si debbe ordinare che a quelle
necessità le leggi la costringhino, che il sito non la
costrignesse, ed imitare quelli che sono stati savi, ed
hanno abitato in paesi amenissimi e fertilissimi, e atti a
produrre uomini oziosi ed inabili a ogni virtuoso esercizio,
che, per ovviare a quelli danni i quali l'amenità del paese,
mediante l'ozio, arebbe causati, hanno posto una necessità
di esercizio a quelli che avevano a essere soldati; di
qualità che, per tale ordine, vi sono diventati migliori
soldati che in quelli paesi i quali naturalmente sono stati
aspri e sterili. Intra i quali fu il regno degli Egizi, che,
non ostante che il paese sia amenissimo, tanto potette
quella necessità, ordinata dalle leggi, che ne nacque uomini
eccellentissimi; e se li nomi loro non fussono dalla
antichità spenti, si vedrebbe come ei meriterebbero più
laude che Alessandro Magno, e molti altri de' quali ancora è
la memoria fresca. E chi avesse considerato il regno del
Soldano, e l'ordine de' Mammalucchi e di quella loro
milizia, avanti che da Salì, Gran Turco, fusse stata spenta,
arebbe veduto in quello molti esercizi circa i soldati, ed
averebbe, in fatto, conosciuto quanto essi temevano
quell'ozio a che la benignità del paese li poteva condurre,
se non vi avessono con leggi fortissime ovviato.</p>
<p>Dico, adunque, essere più prudente elezione porsi in luogo
fertile, quando quella fertilità con le leggi infra i debiti
termini si ristringa. Ad Alessandro Magno, volendo edificare
una città per sua gloria, venne Dinocrate architetto, e gli
mostrò come e' la poteva edificare sopra il monte Atho, il
quale luogo, oltre allo essere forte, potrebbe ridursi in
modo che a quella città si darebbe forma umana; il che
sarebbe cosa maravigliosa e rara, e degna della sua
grandezza. E domandandolo Alessandro di quello che quelli
abitatori viverebbero, rispose non ci avere pensato: di che
quello si rise, e, lasciato stare quel monte, edificò
Alessandria, dove gli abitatori avessero a stare volentieri
per la grassezza del paese, e per la commodità del mare e
del Nilo. Chi esaminerà, adunque, la edificazione di Roma,
se si prenderà Enea per suo primo progenitore, sarà di
quelle cittadi edificate da' forestieri; se Romolo di quelle
edificate dagli uomini natii del luogo; ed in qualunque
modo, la vedrà avere principio libero, sanza dependere da
alcuno: vedrà ancora, come di sotto si dirà, a quante
necessitadi le leggi fatte da Romolo, Numa, e gli altri, la
costringessono; talmente che la fertilità del sito, la
commodità del mare, le spesse vittorie, la grandezza dello
imperio, non la potero per molti secoli corrompere, e la
mantennero piena di tanta virtù, di quanta mai fusse
alcun'altra città o republica ornata.</p>
<p>E perché le cose operate da lei, e che sono da Tito Livio
celebrate, sono seguite o per publico o per privato
consiglio, o dentro o fuori della cittade; io comincerò a
discorrere sopra quelle cose occorse dentro e per consiglio
publico, le quali degne di maggiore annotazione giudicherò,
aggiungendovi tutto quello che da loro dependessi; con i
quali Discorsi questo primo libro, ovvero questa prima
parte, si terminerà.</p>

</div2>
<div2 type="capitolo">

<head>2</head>
<head>Di quante spezie sono le republiche, e di quale fu la
republica romana.</head>

<p>Io voglio porre da parte il ragionare di quelle cittadi che
hanno avuto il loro principio sottoposto a altrui; e parlerò
di quelle che hanno avuto il principio lontano da ogni
servitù esterna, ma si sono subito governate per loro
arbitrio, o come republiche o come principato: le quali
hanno avuto, come diversi principii, diverse leggi ed
ordini. Perché ad alcune, o nel principio d'esse, o dopo non
molto tempo, sono state date da uno solo le leggi, e ad un
tratto; come quelle che furono date da Licurgo agli
Spartani: alcune le hanno avute a caso, ed in più volte e
secondo li accidenti, come ebbe Roma. Talché, felice si può
chiamare quella republica, la quale sortisce uno uomo sì
prudente, che gli dia leggi ordinate in modo che, sanza
avere bisogno di ricorreggerle, possa vivere sicuramente
sotto quelle. E si vede che Sparta le osservò più che
ottocento anni sanza corromperle, o sanza alcuno tumulto
pericoloso: e, pel contrario, tiene qualche grado
d'infelicità quella città, che, non si sendo abbattuta a uno
ordinatore prudente, è necessitata da sé medesima
riordinarsi. E di queste ancora è più infelice quella che è
più discosto dall'ordine; e quella ne è più discosto che co'
suoi ordini è al tutto fuori del diritto cammino, che la
possa condurre al perfetto e vero fine. Perché quelle che
sono in questo grado, è quasi impossibile che per qualunque
accidente si rassettino: quelle altre che, se le non hanno
l'ordine perfetto, hanno preso il principio buono, e atto a
diventare migliore, possono per la occorrenzia degli
accidenti diventare perfette. Ma fia bene vero questo, che
mai si ordineranno sanza pericolo; perché gli assai uomini
non si accordano mai ad una legge nuova che riguardi uno
nuovo ordine nella città se non è mostro loro da una
necessità che bisogni farlo; e non potendo venire questa
necessità sanza pericolo, è facil cosa che quella republica
rovini, avanti che la si sia condotta a una perfezione
d'ordine. Di che ne fa fede appieno la republica di Firenze,
la quale fu dallo accidente d'Arezzo, nel dua, riordinata; e
da quel di Prato, nel dodici, disordinata.</p>
<p>Volendo, adunque, discorrere quali furono li ordini della
città di Roma, e quali accidenti alla sua perfezione la
condussero; dico come alcuni che hanno scritto delle
republiche dicono essere in quelle uno de' tre stati,
chiamati da loro Principato, Ottimati, e Popolare, e come
coloro che ordinano una città, debbono volgersi ad uno di
questi, secondo pare loro più a proposito. Alcuni altri, e,
secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che
siano di sei ragioni governi: delli quali tre ne siano
pessimi tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili
a corrompersi, che vengono ancora essi a essere perniziosi.
Quelli che sono buoni, sono e' soprascritti tre: quelli che
sono rei, sono tre altri, i quali da questi tre dipendano; e
ciascuno d'essi è in modo simile a quello che gli è
propinquo, che facilmente saltano dall'uno all'altro: perché
il Principato facilmente diventa tirannico; gli Ottimati con
facilità diventano stato di pochi; il Popolare sanza
difficultà in licenzioso si converte. Talmente che, se uno
ordinatore di republica ordina in una città uno di quelli
tre stati, ve lo ordina per poco tempo; perché nessuno
rimedio può farvi, a fare che non sdruccioli nel suo
contrario, per la similitudine che ha in questo caso la
virtute ed il vizio.</p>
<p>Nacquono queste variazioni de' governi a caso intra gli
uomini: perché nel principio del mondo, sendo gli abitatori
radi, vissono un tempo dispersi a similitudine delle bestie;
dipoi, moltiplicando la generazione, si ragunarono insieme,
e, per potersi meglio difendere, cominciarono a riguardare
infra loro quello che fusse più robusto e di maggiore cuore,
e fecionlo come capo, e lo ubedivano. Da questo nacque la
cognizione delle cose oneste e buone, differenti dalle
perniziose e ree: perché, veggendo che se uno noceva al suo
benificatore, ne veniva odio e compassione intra gli uomini,
biasimando gl'ingrati ed onorando quelli che fussero grati,
e pensando ancora che quelle medesime ingiurie potevano
essere fatte a loro; per fuggire simile male, si riducevano
a fare leggi, ordinare punizioni a chi contrafacessi: donde
venne la cognizione della giustizia. La quale cosa faceva
che, avendo dipoi a eleggere uno principe, non andavano
dietro al più gagliardo, ma a quello che fusse più prudente
e più giusto. Ma come dipoi si cominciò a fare il principe
per successione, e non per elezione, subito cominciarono li
eredi a degenerare dai loro antichi; e, lasciando l'opere
virtuose, pensavano che i principi non avessero a fare altro
che superare gli altri di sontuosità e di lascivia e d'ogni
altra qualità di licenza: in modo che, cominciando il
principe a essere odiato, e per tale odio a temere, e
passando tosto dal timore all'offese, ne nasceva presto una
tirannide. Da questo nacquero, appresso, i principii delle
rovine, e delle conspirazioni e congiure contro a' principi;
non fatte da coloro che fussono o timidi o deboli, ma da
coloro che, per generosità, grandezza d'animo, ricchezza e
nobilità, avanzavano gli altri; i quali non potevano
sopportare la inonesta vita di quel principe. La
moltitudine, adunque, seguendo l'autorità di questi potenti,
s'armava contro al principe, e, quello spento, ubbidiva loro
come a suoi liberatori. E quelli, avendo in odio il nome
d'uno solo capo, constituivano di loro medesimi uno governo;
e, nel principio, avendo rispetto alla passata tirannide, si
governavono secondo le leggi ordinate da loro, posponendo
ogni loro commodo alla commune utilità; e le cose private e
le publiche con somma diligenzia governavano e conservavano.
Venuta dipoi questa amministrazione ai loro figliuoli, i
quali non conoscendo la variazione della fortuna, non avendo
mai provato il male, e non volendo stare contenti alla
civile equalità, ma rivoltisi alla avarizia, alla ambizione,
alla usurpazione delle donne, feciono che d'uno governo
d'ottimati diventassi uno governo di pochi, sanza avere
rispetto ad alcuna civilità, talché, in breve tempo,
intervenne loro come al tiranno; perché, infastidita da'
loro governi, la moltitudine si fe' ministra di qualunque
disegnassi in alcun modo offendere quelli governatori; e
così si levò presto alcuno che, con l'aiuto della
moltitudine, li spense. Ed essendo ancora fresca la memoria
del principe e delle ingiurie ricevute da quello, avendo
disfatto lo stato de' pochi e non volendo rifare quel del
principe, si volsero allo stato popolare; e quello
ordinarono in modo, che né i pochi potenti, né uno principe,
vi avesse autorità alcuna. E perché tutti gli stati nel
principio hanno qualche riverenzia, si mantenne questo stato
popolare un poco, ma non molto, massime spenta che fu quella
generazione che l'aveva ordinato; perché subito si venne
alla licenza, dove non si temevano né gli uomini privati né
i publici; di qualità che, vivendo ciascuno a suo modo, si
facevano ogni dì mille ingiurie: talché, costretti per
necessità, o per suggestione d'alcuno buono uomo, o per
fuggire tale licenza, si ritorna di nuovo al principato; e
da quello, di grado in grado, si riviene verso la licenza,
ne' modi e per le cagioni dette.</p>
<p>E questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche
si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano
ne' governi medesimi; perché quasi nessuna republica può
essere di tanta vita, che possa passare molte volte per
queste mutazioni, e rimanere in piede. Ma bene interviene
che, nel travagliare, una republica, mancandole sempre
consiglio e forze, diventa suddita d'uno stato propinquo,
che sia meglio ordinato di lei: ma, posto che questo non
fusse, sarebbe atta una republica a rigirarsi infinito tempo
in questi governi.</p>
<p>Dico, adunque, che tutti i detti modi sono pestiferi, per
la brevità della vita che è ne' tre buoni, e per la
malignità che è ne' tre rei. Talché, avendo quelli che
prudentemente ordinano leggi, conosciuto questo difetto,
fuggendo ciascuno di questi modi per sé stesso, ne elessero
uno che participasse di tutti, giudicandolo più fermo e più
stabile; perché l'uno guarda l'altro, sendo in una medesima
città il Principato, gli Ottimati, e il Governo Popolare.</p>
<p>Intra quelli che hanno per simili constituzioni meritato
più laude, è Licurgo; il quale ordinò in modo le sue leggi
in Sparta, che, dando le parti sue ai Re, agli Ottimati e al
Popolo, fece uno stato che durò, più che ottocento anni, con
somma laude sua e quiete di quella città. Al contrario
intervenne a Solone, il quale ordinò le leggi in Atene; che,
per ordinarvi solo lo stato popolare, lo fece di sì breve
vita, che, avanti morisse, vi vide nata la tirannide di
Pisistrato; e benché, dipoi anni quaranta, ne fussero gli
eredi suoi cacciati, e ritornasse Atene in libertà, perché
la riprese lo stato popolare, secondo gli ordini di Solone,
non lo tenne più che cento anni, ancora che per mantenerlo
facessi molte constituzioni, per le quali si reprimeva la
insolenzia de' grandi e la licenza dell'universale, le quali
non furono da Solone considerate: nientedimeno, perché la
non le mescolò con la potenza del Principato e con quella
degli Ottimati, visse Atene, a rispetto di Sparta,
brevissimo tempo.</p>
<p>Ma vegnamo a Roma; la quale, nonostante che non avesse uno
Licurgo che la ordinasse in modo, nel principio, che la
potesse vivere lungo tempo libera, nondimeno furo tanti gli
accidenti che in quella nacquero, per la disunione che era
intra la Plebe ed il Senato, che quello che non aveva fatto
uno ordinatore, lo fece il caso. Perché, se Roma non sortì
la prima fortuna, sortì la seconda; perché i primi ordini
suoi, se furono difettivi, nondimeno non deviarono dalla
diritta via che li potesse condurre alla perfezione. Perché
Romolo e tutti gli altri re fecero molte e buone leggi,
conformi ancora al vivere libero: ma perché il fine loro fu
fondare un regno e non una republica, quando quella città
rimase libera, vi mancavano molte cose che era necessario
ordinare in favore della libertà, le quali non erano state
da quelli re ordinate. E avvengaché quelli suoi re
perdessono l'imperio, per le cagioni e modi discorsi;
nondimeno quelli che li cacciarono, ordinandovi subito due
Consoli che stessono nel luogo de' Re, vennero a cacciare di
Roma il nome, e non la potestà regia: talché, essendo in
quella republica i Consoli e il Senato, veniva solo a essere
mista di due qualità delle tre soprascritte, cioè di
Principato e di Ottimati. Restavale solo a dare luogo al
governo popolare: onde, sendo diventata la Nobilità romana
insolente per le cagioni che di sotto si diranno si levò il
Popolo contro di quella; talché, per non perdere il tutto,
fu costretta concedere al Popolo la sua parte e, dall'altra
parte, il Senato e i Consoli restassono con tanta autorità,
che potessono tenere in quella republica il grado loro. E
così nacque la creazione de' Tribuni della plebe, dopo la
quale creazione venne a essere più stabilito lo stato di
quella republica, avendovi tutte le tre qualità di governo
la parte sua. E tanto le fu favorevole la fortuna, che,
benché si passasse dal governo de' Re e delli Ottimati al
Popolo, per quelli medesimi gradi e per quelle medesime
cagioni che di sopra si sono discorse, nondimeno non si
tolse mai, per dare autorità agli Ottimati, tutta l'autorità
alle qualità regie; ne si diminuì l'autorità in tutto agli
Ottimati, per darla al Popolo; ma rimanendo mista, fece una
republica perfetta: alla quale perfezione venne per la
disunione della Plebe e del Senato, come nei dua prossimi
seguenti capitoli largamente si dimosterrà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>3</head>
<head>Quali accidenti facessono creare in Roma i Tribuni della
Plebe, il che fece la republica più perfetta.</head>

<p>Come dimostrano tutti coloro che ragionano del vivere
civile, e come ne è piena di esempli ogni istoria, è
necessario a chi dispone una republica, ed ordina leggi in
quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano
sempre a usare la malignità dello animo loro, qualunque
volta ne abbiano libera occasione; e quando alcuna malignità
sta occulta un tempo, procede da una occulta cagione, che,
per non si essere veduta esperienza del contrario, non si
conosce; ma la fa poi scoprire il tempo, il quale dicono
essere padre d'ogni verità.</p>
<p>Pareva che fusse in Roma intra la Plebe ed il Senato,
cacciati i Tarquini, una unione grandissima; e che i Nobili
avessono diposto quella loro superbia, e fossero diventati
d'animo popolare, e sopportabili da qualunque ancora che
infimo. Stette nascoso questo inganno, né se ne vide la
cagione, infino che i Tarquinii vissero; dei quali temendo
la Nobilità, ed avendo paura che la Plebe male trattata non
si accostasse loro, si portava umanamente con quella: ma,
come prima ei furono morti i Tarquinii, e che ai Nobili fu
la paura fuggita, cominciarono a sputare contro alla Plebe
quel veleno che si avevano tenuto nel petto, ed in tutti i
modi che potevano la offendevano. La quale cosa fa
testimonianza a quello che di sopra ho detto che gli uomini
non operono mai nulla bene, se non per necessità; ma, dove
la elezione abonda, e che vi si può usare licenza, si
riempie subito ogni cosa di confusione e di disordine. Però
si dice che la fame e la povertà fa gli uomini industriosi,
e le leggi gli fanno buoni. E dove una cosa per sé medesima
sanza la legge opera bene, non è necessaria la legge; ma
quando quella buona consuetudine manca, è subito la legge
necessaria. Però mancati i Tarquinii, che con la paura di
loro tenevano la Nobilità a freno, convenne pensare a uno
nuovo ordine che facesse quel medesimo effetto che facevano
i Tarquinii quando erano vivi. E però, dopo molte
confusioni, romori e pericoli di scandoli, che nacquero
intra la Plebe e la Nobilità, si venne, per sicurtà della
Plebe, alla creazione de' Tribuni; e quelli ordinarono con
tante preminenzie e tanta riputazione, che poterono essere
sempre di poi mezzi intra la Plebe e il Senato, e ovviare
alla insolenzia de' Nobili.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>4</head>
<head>Che la disunione della Plebe e del Senato romano fece
libera e potente quella republica.</head>

<p>Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti
che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione
de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di
molti che dicono, Roma essere stata una republica
tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona
fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a' loro
difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io
non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero
cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro
non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che
sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia
buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella
città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i
Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che
furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino
più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano,
che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non
considerino come e' sono in ogni republica due umori
diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come
tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano
dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere
seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano
più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte
partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per
tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica
divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò
in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò
pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari. Né si
può chiamare in alcun modo con ragione una republica
inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li
buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona
educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli
tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi
esaminerà bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano
partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune
bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà.
E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi
efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato,
il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le
strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di
Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le
legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con i
quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime
quelle città che nelle cose importanti si vogliono valere
del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo
modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e'
faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il
nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava
in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi
rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e' nascono,
o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere
oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi è il
rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che,
orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come
dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della
verità, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è
detto loro il vero.</p>
<p>Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo
romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti
uscivano di quella republica, non erano causati se non da
ottime cagioni. E se i tumulti furano cagione della
creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre
al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano
constituiti per guardia della libertà romana, come nel
seguente capitolo si mosterrà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>5</head>
<head>Dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà, o
nel Popolo o ne' Grandi; e quali hanno maggiore cagione di
tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere.</head>

<p>Quelli che prudentemente hanno constituita una republica,
in tra le più necessarie cose ordinate da loro è stato
constituire una guardia alla libertà: e, secondo che questa
è bene collocata, dura più o meno quel vivere libero. E
perché in ogni republica sono uomini grandi e popolari, si è
dubitato nelle mani di quali sia meglio collocata detta
guardia. Ed appresso a' Lacedemonii, e, ne' nostri tempi,
appresso de' Viniziani, la è stata messa nelle mani de'
Nobili; ma appresso de' Romani fu messa nelle mani della
Plebe.</p>
<p>Pertanto, è necessario esaminare quale di queste republiche
avesse migliore elezione. E se si andasse dietro alle
ragioni ci è che dire da ogni parte; ma se si esaminasse il
fine loro, si piglierebbe la parte de' Nobili, per avere
avuta la libertà di Sparta e di Vinegia più lunga vita che
quella di Roma. E venendo alle ragioni, dico, pigliando
prima la parte de' Romani, come e' si debbe mettere in
guardia coloro d'una cosa, che hanno meno appetito di
usurparla. E sanza dubbio, se si considerrà il fine de'
nobili e degli ignobili, si vedrà in quelli desiderio grande
di dominare, ed in questi solo desiderio di non essere
dominati; e, per conseguente, maggiore volontà di vivere
liberi, potendo meno sperare di usurparla che non possono i
grandi: talché essendo i popolari preposti a guardia d'una
libertà, è ragionevole ne abbiano più cura; e non la potendo
occupare loro, non permettino che altri la occupi.
Dall'altra parte, chi difende l'ordine spartano e veneto,
dice che coloro che mettono la guardia in mano di potenti
fanno due opere buone: l'una, che ei satisfanno più
all'ambizione loro, ed avendo più parte nella republica, per
avere questo bastone in mano, hanno cagione di contentarsi
più; l'altra, che lievono una qualità di autorità dagli
animi inquieti della plebe, che è cagione d'infinite
dissensioni e scandoli in una republica, e atta a ridurre la
Nobilità a qualche disperazione, che col tempo faccia
cattivi effetti. E ne dànno per esemplo la medesima Roma,
che, per avere i Tribuni della plebe questa autorità nelle
mani, non bastò loro avere un Consolo plebeio, che gli
vollono avere ambedue. Da questo, ei vollono la Censura, il
Pretore, e tutti gli altri gradi dell'imperio della città:
né bastò loro questo, ché, menati dal medesimo furore,
cominciorono poi, col tempo, a adorare quelli uomini che
vedevano atti a battere la Nobilità; donde nacque la potenza
di Mario, e la rovina di Roma. E veramente, chi discorressi
bene l'una cosa e l'altra, potrebbe stare dubbio, quale da
lui fusse eletto per guardia di tale libertà, non sappiendo
quale umore di uomini sia più nocivo in una republica, o
quello che desidera mantenere l'onore già acquistato o quel
che desidera acquistare quello che non ha.</p>
<p>Ed in fine, chi sottilmente esaminerà tutto, ne farà questa
conclusione: o tu ragioni d'una republica che voglia fare
uno imperio, come Roma; o d'una che le basti mantenersi. Nel
primo caso, gli è necessario fare ogni cosa come Roma; nel
secondo, può imitare Vinegia e Sparta, per quelle cagioni e
come nel seguente capitolo si dirà.</p>
<p>Ma, per tornare a discorrere quali uomini siano in una
republica più nocivi, o quelli che desiderano d'acquistare,
o quelli che temono di non perdere l'acquistato; dico che,
sendo creato Marco Menenio Dittatore, e Marco Fulvio Maestro
de' cavagli, tutti a due plebei, per ricercare certe
congiure che si erano fatte in Capova contro a Roma, fu data
ancora loro autorità dal popolo di potere ricercare chi in
Roma, per ambizione e modi straordinari, s'ingegnasse di
venire al consolato, ed agli altri onori della città. E
parendo alla Nobilità, che tale autorità fusse data al
Dittatore contro a lei, sparsono per Roma, che non i nobili
erano quelli che cercavano gli onori per ambizione e modi
straordinari ma gl'ignobili, i quali, non confidatisi nel
sangue e nella virtù loro, cercavano, per vie straordinarie,
venire a quelli gradi, e particularmente accusavano il
Dittatore. E tanto fu potente questa accusa che Menenio,
fatta una concione e dolutosi delle calunnie dategli da'
Nobili, depose la dittatura, e sottomessesi al giudizio che
di lui fusse fatto dal Popolo, e dipoi, agitata la causa
sua, ne fu assoluto: dove si disputò assai, quale sia più
ambizioso o quel che vuole mantenere o quel che vuole
acquistare; perché facilmente l'uno e l'altro appetito può
essere cagione di tumulti grandissimi. Pur nondimeno, il più
delle volte sono causati da chi possiede, perché la paura
del perdere genera in loro le medesime voglie che sono in
quelli che desiderano acquistare; perché non pare agli
uomini possedere sicuramente quello che l'uomo ha, se non si
acquista di nuovo dell'altro. E di più vi è, che, possedendo
molto, possono con maggiore potenza e maggiore moto fare
alterazione. Ed ancora vi è di più, che gli loro scorretti e
ambiziosi portamenti accendano, ne' petti di chi non
possiede, voglia di possedere, o per vendicarsi contro di
loro spogliandoli, o per potere ancora loro entrare in
quelle ricchezze e in quelli onori che veggono essere male
usati dagli altri.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>6</head>
<head>Se in Roma si poteva ordinare uno stato che togliesse via
le inimicizie intra il Popolo ed il Senato.</head>

<p>Noi abbiamo discorso, di sopra, gli effetti che facevano le
controversie intra il Popolo ed il Senato. Ora, sendo quelle
seguitate infino al tempo de' Gracchi, dove furono cagione
della rovina del vivere libero, potrebbe alcuno desiderare
che Roma avesse fatti gli effetti grandi che la fece, sanza
che in quella fussono tali inimicizie. Però mi è parso cosa
degna di considerazione, vedere se in Roma si poteva
ordinare uno stato che togliesse via dette controversie. Ed
a volere esaminare questo, è necessario ricorrere a quelle
republiche le quali sanza tante inimicizie e tumulti sono
state lungamente libere, e vedere quale stato era in loro, e
se si poteva introdurre in Roma. In esemplo tra gli antichi
ci è Sparta, tra i moderni Vinegia, state da me di sopra
nominate. Sparta fece uno Re, con uno piccolo Senato, che la
governasse; Vinegia non ha diviso il governo con i nomi, ma,
sotto una appellagione, tutti quelli che possono avere
amministrazione si chiamano Gentiluomini. Il quale modo lo
dette il caso, più che la prudenza di chi dette loro le
leggi: perché, sendosi ridotti in su quegli scogli dove è
ora quella città, per le cagioni dette di sopra, molti
abitatori, come furano cresciuti in tanto numero, che, a
volere vivere insieme, bisognasse loro far leggi, ordinarono
una forma di governo; e convenendo spesso insieme ne'
consigli, a diliberare della città, quando parve loro essere
tanti che fossero a sufficienza a uno vivere politico,
chiusero la via a tutti quelli altri che vi venissono ad
abitare di nuovo, di potere convenire ne' loro governi; e,
col tempo, trovandosi in quello luogo assai abitatori fuori
del governo, per dare riputazione a quelli che governavano,
gli chiamarono Gentiluomini, e gli altri Popolani. Potette
questo modo nascere e mantenersi senza tumulto, perché,
quando e' nacque, qualunque allora abitava in Vinegia fu
fatto del governo, di modo che nessuno si poteva dolere;
quelli che dipoi vi vennero ad abitare, trovando lo stato
fermo e terminato, non avevano cagione né commodità di fare
tumulto. La cagione non vi era, perché non era stato loro
tolto cosa alcuna; la commodità non vi era, perché chi
reggeva li teneva in freno, e non gli adoperava in cose dove
e' potessono pigliare autorità. Oltre a di questo, quelli
che dipoi vennono ad abitare Vinegia non sono stati molti, e
di tanto numero che vi sia disproporzione da chi gli governa
a loro che sono governati, perché il numero de' Gentiluomini
o egli è equale al loro, o egli è superiore: sicché, per
queste cagione, Vinegia potette ordinare quello stato, e
mantenerlo unito.</p>
<p>Sparta, come ho detto, era governata da uno Re e da uno
stretto Senato. Potette mantenersi così lungo tempo, perché,
essendo in Sparta pochi abitatori, ed avendo tolta la via a
chi vi venisse ad abitare, ed avendo preso le leggi di
Licurgo con riputazione (le quali osservando, levavano via
tutte le cagioni de' tumulti) poterono vivere uniti lungo
tempo. Perché Licurgo con le sue leggi fece in Sparta più
equalità di sustanze, e meno equalità di grado; perché quivi
era una equale povertà, ed i plebei erano manco ambiziosi,
perché i gradi della città si distendevano in pochi
cittadini ed erano tenuti discosto dalla plebe, né gli
nobili col trattargli male dettono mai loro desiderio di
avergli. Questo nacque dai Re spartani, i quali, essendo
collocati in quel principato e posti in mezzo di quella
Nobilità, non avevano il maggiore rimedio a tenere ferma la
loro dignità, che tenere la Plebe difesa da ogni ingiuria:
il che faceva che la Plebe non temeva e non desiderava
imperio; e non avendo imperio né temendo, era levata via la
gara che la potesse avere con la Nobilità, e la cagione de'
tumulti; e poterono vivere uniti lungo tempo. Ma due cose
principali causarono questa unione: l'una essere pochi gli
abitatori di Sparta, e per questo poterono essere governati
da pochi; l'altra, che, non accettando forestieri nella loro
republica, non avevano occasione né di corrompersi né di
crescere in tanto che la fusse insopportabile a quelli pochi
che la governavano.</p>
<p>Considerando adunque tutte queste cose, si vede come a'
legislatori di Roma era necessario fare una delle due cose a
volere che Roma stesse quieta come le sopradette republiche:
o non adoperare la plebe in guerra, come i Viniziani; o non
aprire la via a' forestieri, come gli Spartani. E loro
feciono l'una e l'altra; il che dette alla plebe forze ed
augumento, ed infinite occasioni di tumultuare. Ma venendo
lo stato romano a essere più quieto, ne seguiva questo
inconveniente, ch'egli era anche più debile, perché e' gli
si troncava la via di potere venire a quella grandezza dove
ei pervenne: in modo che, volendo Roma levare le cagioni de'
tumulti, levava ancora le cagioni dello ampliare. Ed in
tutte le cose umane si vede questo, chi le esaminerà bene:
che non si può mai cancellare uno inconveniente, che non ne
surga un altro. Per tanto, se tu vuoi fare uno popolo
numeroso ed armato per poter fare un grande imperio, lo fai
di qualità che tu non lo puoi poi maneggiare a tuo modo: se
tu lo mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo,
se tu acquisti dominio, non lo puoi tenere, o ei diventa sì
vile che tu sei preda di qualunque ti assalta. E però, in
ogni nostra diliberazione si debbe considerare dove sono
meno inconvenienti, e pigliare quello per migliore partito:
perché tutto netto, tutto sanza sospetto non si truova mai.
Poteva dunque Roma, a similitudine di Sparta, fare un
principe a vita, fare uno Senato piccolo; ma non poteva,
come lei, non crescere il numero de' cittadini suoi, volendo
fare un grande imperio: il che faceva che il Re a vita ed il
piccolo numero del Senato, quanto alla unione, gli sarebbe
giovato poco.</p>
<p>Se alcuno volesse, per tanto, ordinare una republica di
nuovo, arebbe a esaminare se volesse che ampliasse, come
Roma, di dominio e di potenza, ovvero che la stesse dentro a
brevi termini. Nel primo caso, è necessario ordinarla come
Roma, e dare luogo a' tumulti e alle dissensioni universali,
il meglio che si può; perché, sanza gran numero di uomini, e
bene armati, mai una republica potrà crescere, o, se la
crescerà, mantenersi. Nel secondo caso, la puoi ordinare
come Sparta e come Vinegia: ma perché l'ampliare è il veleno
di simili republiche, debbe, in tutti quelli modi che si
può, chi le ordina proibire loro lo acquistare, perché tali
acquisti fondati sopra una republica debole, sono al tutto
la rovina sua. Come intervenne a Sparta ed a Vinegia: delle
quali la prima, avendosi sottomessa quasi tutta la Grecia,
mostrò in su uno minimo accidente il debile fondamento suo;
perché, seguita la ribellione di Tebe, causata da Pelopida,
ribellandosi l'altre cittadi, rovinò al tutto quella
republica. Similmente Vinegia, avendo occupato gran parte
d'Italia, e la maggiore parte non con guerra ma con danari e
con astuzia, come la ebbe a fare pruova delle forze sue,
perdette in una giornata ogni cosa. Crederrei bene, che a
fare una republica che durasse lungo tempo, fusse il modo,
ordinarla dentro come Sparta o come Vinegia; porla in luogo
forte, e di tale potenza che nessuno credesse poterla subito
opprimere; e, dall'altra parte, non fusse sì grande, che la
fusse formidabile a' vicini: e così potrebbe lungamente
godersi il suo stato. Perché, per due cagioni si fa guerra a
una republica: l'una, per diventarne signore; l'altra, per
paura ch'ella non ti occupi. Queste due cagioni il
sopraddetto modo quasi in tutto toglie via; perché, se la è
difficile a espugnarsi, come io la presuppongo, sendo bene
ordinata alla difesa, rade volte accaderà, o non mai, che
uno possa fare disegno di acquistarla. Se la si starà intra
i termini suoi, e veggasi, per esperienza, che in lei non
sia ambizione, non occorrerà mai che uno per paura di sé le
faccia guerra: e tanto più sarebbe questo, se e' fussi in
lei constituzione o legge che le proibisse l'ampliare. E
sanza dubbio credo, che, potendosi tenere la cosa bilanciata
in questo modo, che e' sarebbe il vero vivere politico e la
vera quiete d'una città. Ma sendo tutte le cose degli uomini
in moto, e non potendo stare salde, conviene che le salghino
o che le scendino; e a molte cose che la ragione non
t'induce, t'induce la necessità: talmente che, avendo
ordinata una republica atta a mantenersi, non ampliando, e
la necessità la conducesse ad ampliare, si verrebbe a tor
via i fondamenti suoi, ed a farla rovinare più tosto. Così,
dall'altra parte, quando il Cielo le fusse sì benigno che la
non avesse a fare guerra, ne nascerebbe che l'ozio la
farebbe o effeminata o divisa; le quali due cose insieme, o
ciascuna per sé, sarebbono cagione della sua rovina.
Pertanto, non si potendo, come io credo, bilanciare questa
cosa, né mantenere questa via del mezzo a punto; bisogna,
nello ordinare la republica, pensare alle parte più
onorevole; ed ordinarle in modo, che, quando pure la
necessità le inducesse ad ampliare, elle potessono, quello
ch'elle avessono occupato, conservare. E, per tornare al
primo ragionamento, credo ch'e' sia necessario seguire
l'ordine romano, e non quello dell'altre republiche; perché
trovare un modo, mezzo infra l'uno e l'altro, non credo si
possa, e quelle inimicizie che intra il popolo ed il senato
nascessino, tollerarle, pigliandole per uno inconveniente
necessario a pervenire alla romana grandezza. Perché, oltre
all'altre ragioni allegate, dove si dimostra l'autorità
tribunizia essere stata necessaria per la guardia della
libertà, si può facilmente considerare il beneficio che fa
nelle republiche l'autorità dello accusare, la quale era,
intra gli altri, commessa a' Tribuni; come nel seguente
capitolo si discorrerà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>7</head>
<head>Quanto siano in una republica necessarie le accuse a
mantenerla in libertade.</head>

<p>A coloro che in una città sono preposti per guardia della
sua libertà, non si può dare autorità più utile e
necessaria, quanto è quella di potere accusare i cittadini
al popolo, o a qualunque magistrato o consiglio, quando
peccassono in alcuna cosa contro allo stato libero. Questo
ordine fa dua effetti utilissimi a una republica. Il primo è
che i cittadini, per paura di non essere accusati, non
tentano cose contro allo stato; e tentandole, sono,
incontinente e sanza rispetto, oppressi. L'altro è che si dà
onde sfogare a quegli omori che crescono nelle cittadi, in
qualunque modo, contro a qualunque cittadino: e quando
questi omori non hanno onde sfogarsi ordinariamente,
ricorrono a' modi straordinari, che fanno rovinare tutta una
republica. E però non è cosa che faccia tanto stabile e
ferma una republica, quanto ordinare quella in modo che
l'alterazione di quegli omori che l'agitano, abbia una via
da sfogarsi ordinata dalle leggi. Il che si può per molti
esempli dimostrare, e massime per quello che adduce Tito
Livio, di Coriolano, dove dice, che, essendo irritata contro
alla Plebe la Nobilità romana, per parerle che la Plebe
avessi troppa autorità, mediante la creazione de' Tribuni
che la difendevano; ed essendo Roma, come avviene, venuta in
penuria grande di vettovaglie, ed avendo il Senato mandato
per grani in Sicilia; Coriolano, inimico alla fazione
popolare, consigliò come egli era venuto il tempo da potere
gastigare la Plebe, e torle quella autorità che ella si
aveva in pregiudicio della Nobilità presa; tenendola
affamata, e non gli distribuendo il frumento: la quale
sentenzia sendo venuta agli orecchi del Popolo, venne in
tanta indegnazione contro a Coriolano, che allo uscire del
Senato lo arebbero tumultuariamente morto, se gli Tribuni
non lo avessero citato a comparire, a difendere la causa
sua. Sopra il quale accidente, si nota quello che di sopra
si è detto, quanto sia utile e necessario che le republiche
con le leggi loro, diano onde sfogarsi all'ira che concepe
la universalità contro a uno cittadino: perché quando questi
modi ordinari non vi siano, si ricorre agli straordinari; e
sanza dubbio questi fanno molto peggiori effetti che non
fanno quelli.</p>
<p>Perché, se ordinariamente uno cittadino è oppresso, ancora
che li fusse fatto torto, ne séguita o poco o nessuno
disordine in la republica; perché la esecuzione si fa sanza
forze private, e sanza forze forestieri, che sono quelle che
rovinano il vivere libero; ma si fa con forze ed ordini
pubblici, che hanno i termini loro particulari, né
trascendono a cosa che rovini la republica. E quanto a
corroborare questa opinione con gli esempli, voglio che
degli antiqui mi basti questo di Coriolano; sopra il quale
ciascuno consideri, quanto male saria risultato alla
republica romana, se tumultuariamente ei fusse stato morto:
perché ne nasceva offesa da privati a privati, la quale
offesa genera paura; la paura cerca difesa; per la difesa si
procacciano partigiani; da' partigiani nascono le parti
nelle cittadi, dalle parti la rovina di quelle. Ma sendosi
governata la cosa mediante chi ne aveva autorità si vennero
a tor via tutti quelli mali che ne potevano nascere
governandola con autorità privata.</p>
<p>Noi avemo visto ne' nostri tempi quale novità ha fatto alla
republica di Firenze non potere la moltitudine sfogare
l'animo suo ordinariamente contro a un suo cittadino, come
accadde ne' tempi che Francesco Valori era come principe
della città; il quale sendo giudicato ambizioso da molti, e
uomo che volesse con la sua audacia e animosità transcendere
il vivere civile; e non essendo nella republica via a
potergli resistere se non con una setta contraria alla sua;
ne nacque che, non avendo paura quello se non di modi
straordinari, si cominciò a fare fautori che lo
difendessono; dall'altra parte, quelli che lo oppugnavano
non avendo via ordinaria a reprimerlo, pensarono alle vie
straordinarie: intanto che si venne alle armi. E dove,
quando per l'ordinario si fusse potuto opporsegli, sarebbe
la sua autorità spenta con suo danno solo; avendosi a
spegnere per lo straordinario, seguì con danno non solamente
suo, ma di molti altri nobili cittadini. Potrebbesi ancora
allegare, in sostentamento della soprascritta conclusione,
l'accidente seguito pur in Firenze sopra Piero Soderini, il
quale al tutto seguì per non essere in quella republica
alcuno modo di accuse contro alla ambizione de' potenti
cittadini. Perché lo accusare uno potente a otto giudici in
una republica, non basta: bisogna che i giudici siano assai,
perché i pochi sempre fanno a modo de' pochi. Tanto che, se
tali modi vi fussono stati, o i cittadini lo arebbero
accusato, vivendo lui male; e per tale mezzo, sanza far
venire l'esercito spagnuolo, arebbono sfogato l'animo loro;
o, non vivendo male, non arebbono avuto ardire operargli
contro, per paura di non essere accusati essi: e così
sarebbe da ogni parte cessato quello appetito che fu cagione
di scandolo.</p>
<p>Tanto che si può conchiudere questo, che, qualunque volta
si vede che le forze estranee siano chiamate da una parte di
uomini che vivono in una città, si può credere nasca da'
cattivi ordini di quella, per non essere, dentro a quel
cerchio, ordine da potere, sanza modi istraordinari, sfogare
i maligni omori che nascono negli uomini: a che si provede
al tutto con ordinarvi le accuse agli assai giudici, e dare
riputazione a quelle. I quali modi furono in Roma sì bene
ordinati, che, in tante dissensioni della Plebe e del
Senato, mai o il Senato o la Plebe o alcuno particulare
cittadino disegnò valersi di forze esterne; perché, avendo
il rimedio in casa, non erano necessitati andare per quello
fuori. E benché gli esempli soprascritti siano assai
sufficienti a provarlo, nondimeno ne voglio addurre un
altro, recitato da Tito Livio nella sua istoria: il quale
riferisce come, sendo stato in Chiusi, città in quelli tempi
nobilissima in Toscana, da uno Lucumone violata una sorella
di Arunte, e non potendo Arunte vendicarsi per la potenza
del violatore, se n'andò a trovare i Franciosi, che allora
regnavano in quello luogo che oggi si chiama Lombardia; e
quelli confortò a venire con armata mano a Chiusi, mostrando
loro come con loro utile lo potevano vendicare della
ingiuria ricevuta: che se Arunte avesse veduto potersi
vendicare con i modi della città, non arebbe cerco le forze
barbare. Ma come queste accuse sono utili in una republica,
così sono inutili e dannose le calunnie, come nel capitolo
seguente discorreremo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>8</head>
<head>Quanto le accuse sono utili alle republiche, tanto sono
perniziose le calunnie.</head>

<p>Non ostante che la virtù di Furio Cammillo, poi ch'egli
ebbe libera Roma dalla oppressione de' Franciosi, avesse
fatto che tutti i cittadini romani, sanza parere loro torsi
riputazione o grado, cedevano a quello; nondimanco Manlio
Capitolino non poteva sopportare che gli fusse attribuito
tanto onore e tanta gloria; parendogli, quanto alla salute
di Roma, per avere salvato il Campidoglio, avere meritato
quanto Cammillo; e, quanto all'altre belliche laude, non
essere inferiore a lui. Di modo che, carico d'invidia, non
potendo quietarsi per la gloria di quello, e veggendo non
potere seminare discordia infra i Padri, si volse alla
Plebe, seminando varie opinioni sinistre intra quella. E
intra le altre cose che diceva, era come il tesoro il quale
si era adunato insieme per dare ai Franciosi, e poi non dato
loro, era stato usurpato da privati cittadini; e, quando si
riavesse, si poteva convertirlo in publica utilità,
alleggerendo la Plebe da' tributi, o da qualche privato
debito. Queste parole poterono assai nella Plebe; talché
cominciò a avere concorso, ed a fare a sua posta dimolti
tumulti nella città: la quale cosa dispiacendo al Senato, e
parendogli di momento e pericolosa, creò uno Dittatore,
perché ci riconoscesse questo caso, e frenasse lo empito di
Manlio. Onde è che subito il Dittatore lo fece citare, e
condussonsi in publico all'incontro l'uno dell'altro; il
Dittatore in mezzo de' Nobili, e Manlio nel mezzo della
Plebe. Fu domandato Manlio che dovesse dire, appresso a chi
fusse questo tesoro ch'e' diceva, perché n'era così
desideroso il Senato, d'intenderlo, come la Plebe: a che
Manlio non rispondeva particularmente; ma, andando
sfuggendo, diceva come non era necessario dire loro quello
che si sapevano: tanto che il Dittatore lo fece mettere in
carcere.</p>
<p>È da notare, per questo testo, quanto siano nelle città
libere, ed in ogni altro modo di vivere, detestabili le
calunnie; e come, per reprimerle, si debba non perdonare a
ordine alcuno che vi faccia a proposito. Né può essere
migliore ordine, a torle via, che aprire assai luoghi alle
accuse; perché, quanto le accuse giovano alle republiche,
tanto le calunnie nuocono: e dall'una all'altra parte è
questa differenza, che le calunnie non hanno bisogno né di
testimone né di alcuno altro particulare riscontro a
provarle, in modo che ciascuno e da ciascuno può essere
calunniato; ma non può già essere accusato, avendo le accuse
bisogno di riscontri veri e di circunstanze che mostrino la
verità dell'accusa. Accusansi gli uomini a' magistrati, a'
popoli, a' consigli; calunnionsi per le piazze e per le
logge. Usasi più questa calunnia dove si usa meno l'accusa,
e dove le città sono meno ordinate a riceverle. Però, un
ordinatore d'una republica debbe ordinare che si possa in
quella accusare ogni cittadino, sanza alcuna paura o sanza
alcuno rispetto; e fatto questo, e bene osservato, debbe
punire acremente i calunniatori: i quali non si possono
dolere quando siano puniti, avendo i luoghi aperti a udire
le accuse di colui che gli avesse per le logge calunniato. E
dove non è bene ordinata questa parte, seguitano sempre
disordini grandi: perché le calunnie irritano, e non
castigano i cittadini; e gli irritati pensano di valersi,
odiando più presto, che temendo, le cose che si dicano
contro a loro.</p>
<p> Questa parte, come è detto, era bene ordinata in Roma; ed
è stata sempre male ordinata nella nostra città di Firenze.
E come a Roma questo ordine fece molto bene, a Firenze
questo disordine fece molto male. E chi legge le istorie di
questa città, vedrà quante calunnie sono state in ogni tempo
date a' suoi cittadini, che si sono adoperati nelle cose
importanti di quella. Dell'uno dicevano, ch'egli aveva
rubato i danari al Comune; dell'altro, che non aveva vinta
una impresa per essere stato corrotto; e che quell'altro per
sua ambizione aveva fatto il tale ed il tale inconveniente.
Di che ne nasceva che da ogni parte ne surgeva odio: donde
si veniva alla divisione, dalla divisione alle sètte, dalle
sètte alla rovina. Che se fusse stato in Firenze ordine
d'accusare i cittadini, e punire i calunniatori, non
seguivano infiniti scandoli che sono seguiti; perché quelli
cittadini, o condannati o assoluti che fussono, non arebbono
potuto nuocere alla città, e sarebbeno stati accusati meno
assai che non ne erano calunniati, non si potendo, come ho
detto, accusare come calunniare ciascuno. Ed intra l'altre
cose di che si è valuto alcun cittadino per venire alla
grandezza sua, sono state queste calunnie: le quali venendo
contro a cittadini potenti che all'appetito suo si
opponevano, facevono assai per quello; perché, pigliando la
parte del Popolo, e confermandolo nella mala opinione
ch'egli aveva di loro, se lo fece amico. E benché se ne
potessi addurre assai esempli, voglio essere contento solo
d'uno. Era lo esercito fiorentino a campo a Lucca, comandato
da messer Giovanni Guicciardini, commessario di quello.
Vollono o i cattivi suoi governi o la cattiva sua fortuna
che la espugnazione di quella città non seguisse: pure,
comunque il caso stesse, ne fu incolpato messer Giovanni,
dicendo com'egli era stato corrotto da' Lucchesi: la quale
calunnia sendo favorita dagl'inimici suoi, condusse messer
Giovanni quasi in ultima disperazione. E benché, per
giustificarsi, e' si volessi mettere nelle mani del
Capitano; nondimeno non si potette mai giustificare, per non
essere modi in quella republica da poterlo fare. Di che ne
nacque assai sdegni intra gli amici di messer Giovanni, che
erano la maggior parte degli uomini grandi ed infra coloro
che desideravano fare novità in Firenze. La quale cosa, e
per questa e per altre simili cagioni, tanto crebbe che ne
seguì la rovina di quella republica.</p>
<p>Era adunque Manlio Capitolino calunniatore, e non
accusatore; ed i Romani mostrarono, in questo caso appunto,
come i calunniatori si debbono punire. Perché si debbe farli
diventare accusatori; e quando l'accusa si riscontri vera, o
premiarli o non punirli: ma quando la non si riscontri vera,
punirli, come fu punito Manlio.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>9</head>
<head>Come egli è necessario essere solo a volere ordinare una
repubblica di nuovo, o al tutto fuor degli antichi suoi
ordini riformarla.</head>

<p>Ei parrà forse ad alcuno, che io sia troppo trascorso
dentro nella istoria romana, non avendo fatto alcuna
menzione ancora degli ordinatori di quella republica, né di
quelli ordini che alla religione o alla milizia
riguardassero. E però, non volendo tenere più sospesi gli
animi di coloro che sopra questa parte volessono intendere
alcune cose; dico come molti per avventura giudicheranno di
cattivo esemplo, che uno fondatore d'un vivere civile, quale
fu Romolo, abbia prima morto un suo fratello, dipoi
consentito alla morte di Tito Tazio Sabino, eletto da lui
compagno nel regno; giudicando, per questo, che gli suoi
cittadini potessono con l'autorità del loro principe, per
ambizione e desiderio di comandare, offendere quelli che
alla loro autorità si opponessero. La quale opinione sarebbe
vera, quando non si considerasse che fine lo avesse indotto
a fare tal omicidio.</p>
<p>E debbesi pigliare questo per una regola generale: che mai
o rado occorre che alcuna republica o regno sia, da
principio, ordinato bene, o al tutto di nuovo, fuora degli
ordini vecchi, riformato, se non è ordinato da uno; anzi è
necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla
cui mente dependa qualunque simile ordinazione. Però, uno
prudente ordinatore d'una republica, e che abbia questo
animo, di volere giovare non a sé ma al bene comune, non
alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe
ingegnarsi di avere l'autorità, solo; né mai uno ingegno
savio riprenderà alcuno di alcuna azione straordinaria, che,
per ordinare un regno o constituire una republica, usasse.
Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo
scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo
scuserà: perché colui che è violento per guastare, non
quello che è per racconciare, si debbe riprendere. Debbi
bene in tanto essere prudente e virtuoso, che quella
autorità che si ha presa non la lasci ereditaria a un altro:
perché, sendo gli uomini più proni al male che al bene,
potrebbe il suo successore usare ambiziosamente quello che
virtuosamente da lui fusse stato usato. Oltre a di questo,
se uno è atto a ordinare, non è la cosa ordinata per durare
molto, quando la rimanga sopra le spalle d'uno; ma sì bene,
quando la rimane alla cura di molti e che a molti stia il
mantenerla. Perché, così come molti non sono atti a ordinare
una cosa, per non conoscere il bene di quella, causato dalle
diverse opinioni che sono fra loro; così, conosciuto che lo
hanno, non si accordano a lasciarlo. E che Romolo fusse di
quelli che nella morte del fratello e del compagno meritasse
scusa, e che quello che fece, fusse per il bene comune, e
non per ambizione propria, lo dimostra lo avere quello,
subito ordinato uno Senato, con il quale si consigliasse, e
secondo la opinione del quale deliberasse. E chi considerrà
bene l'autorità che Romolo si riserbò, vedrà non se ne
essere riserbata alcun'altra che comandare agli eserciti
quando si era deliberata la guerra e di ragunare il Senato.
Il che si vide poi, quando Roma divenne libera per la
cacciata de' Tarquini, dove da' Romani non fu innovato alcun
ordine dello antico, se non che, in luogo d'uno Re perpetuo,
fossero due Consoli annuali; il che testifica, tutti gli
ordini primi di quella città essere stati più conformi a uno
vivere civile e libero, che a uno assoluto e tirannico.</p>
<p>Potrebbesi dare in sostentamento delle cose soprascritte
infiniti esempli; come Moises, Licurgo, Solone, ed altri
fondatori di regni e di republiche, e' quali poterono, per
aversi attribuito un'autorità, formare leggi a proposito del
bene comune: ma li voglio lasciare indietro, come cosa nota.
Addurronne solamente uno, non sì celebre, ma da considerarsi
per coloro che desiderassono essere di buone leggi
ordinatori: il quale è, che, desiderando Agide re di Sparta
ridurre gli Spartani intra quelli termini che le leggi di
Licurgo gli avevano rinchiusi, parendogli che, per esserne
in parte deviati, la sua città avesse perduto assai di
quella antica virtù, e, per consequente, di forze e
d'imperio, fu, ne' suoi primi principii, ammazzato dagli
Efori spartani, come uomo che volesse occupare la tirannide.
Ma succedendo dopo di lui nel regno Cleomene, e nascendogli
il medesimo desiderio per gli ricordi e scritti ch'egli
aveva trovati d'Agide, dove si vedeva quale era la mente ed
intenzione sua, conobbe non potere fare questo bene alla sua
patria se non diventava solo di autorità; parendogli, per
l'ambizione degli uomini, non potere fare utile a molti
contro alla voglia di pochi: e presa occasione conveniente,
fece ammazzare tutti gli Efori, e qualunque altro gli
potesse contrastare; dipoi rinnovò in tutto le leggi di
Licurgo. La quale diliberazione era atta a fare risuscitare
Sparta, e dare a Cleomene quella riputazione che ebbe
Licurgo, se non fusse stata la potenza de' Macedoni, e la
debolezza delle altre republiche greche. Perché, essendo,
dopo tale ordine, assaltato da' Macedoni, e trovandosi per
sé stesso inferiore di forze, e non avendo a chi rifuggire,
fu vinto; e restò quel suo disegno, quantunque giusto e
laudabile, imperfetto.</p>
<p>Considerato adunque tutte queste cose, conchiudo, come a
ordinare una republica è necessario essere solo; e Romolo,
per la morte di Remo e di Tito Tazio, meritare iscusa e non
biasimo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>10</head>
<head>Quanto sono laudabili i fondatori d'una republica o d'uno
regno, tanto quelli d'una tirannide sono vituperabili.</head>

<p>Intra tutti gli uomini laudati sono i laudatissimi quelli
che sono stati capi e ordinatori delle religioni. Appresso,
dipoi, quelli che hanno fondato o republiche o regni. Dopo a
costoro, sono celebri quelli che, preposti agli eserciti,
hanno ampliato o il regno loro o quello della patria. A
questi si aggiungono gli uomini litterati. E perché questi
sono di più ragioni, sono celebrati, ciascuno d'essi,
secondo il grado suo. A qualunque altro uomo, il numero de'
quali è infinito, si attribuisce qualche parte di laude, la
quale gli arreca l'arte e lo esercizio suo. Sono pel
contrario, infami e detestabili gli uomini distruttori delle
religioni, dissipatori de' regni e delle republiche, inimici
delle virtù, delle lettere, e d'ogni altra arte che arrechi
utilità e onore alla umana generazione; come sono gl'impii,
i violenti, gl'ignoranti, i dappochi, gli oziosi, i vili. E
nessuno sarà mai sì pazzo o sì savio, sì tristo o sì buono,
che, prepostagli la elezione delle due qualità d'uomini, non
laudi quella che è da laudare, e biasimi quella che è da
biasimare: nientedimeno, dipoi, quasi tutti, ingannati da
uno falso bene e da una falsa gloria, si lasciono andare, o
voluntariamente o ignorantemente, nei gradi di coloro che
meritano più biasimo che laude; e potendo fare, con perpetuo
loro onore, o una republica o uno regno, si volgono alla
tirannide: né si avveggono per questo partito quanta fama,
quanta gloria, quanto onore, sicurtà, quiete, con
sodisfazione d'animo, ei fuggono; e in quanta infamia,
vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine, incorrono.</p>
<p>Ed è impossibile che quelli che in stato privato vivono in
una republica, o che per fortuna o per virtù ne diventono
principi, se leggessono le istorie, e delle memorie delle
antiche cose facessono capitale, che non volessero quelli
tali privati vivere nella loro patria più tosto Scipioni che
Cesari; e quelli che sono principi, più tosto Agesilai,
Timoleoni, Dioni, che Nabidi, Falari e Dionisii: perché
vedrebbono questi essere sommamente vituperati, e quelli
eccessivamente laudati. Vedrebbero ancora come Timoleone e
gli altri non ebbono nella patria loro meno autorità che si
avessono Dionisio e Falari, ma vedrebbono di lunga avervi
avuta più sicurtà.</p>
<p>Né sia alcuno che s'inganni, per la gloria di Cesare,
sentendolo, massime, celebrare dagli scrittori: perché
quegli che lo laudano, sono corrotti dalla fortuna sua, e
spauriti dalla lunghezza dello imperio, il quale, reggendosi
sotto quel nome, non permetteva che gli scrittori parlassono
liberamente di lui. Ma chi vuole conoscere quello che gli
scrittori liberi ne direbbono, vegga quello che dicono di
Catilina. E tanto è più biasimevole Cesare, quanto più è da
biasimare quello che ha fatto, che quello che ha voluto fare
un male. Vegga ancora con quante laude ei celebrano Bruto;
talché, non potendo biasimare quello, per la sua potenza, ei
celebravano il nimico suo.</p>
<p>Consideri ancora quello che è diventato principe in una
republica, quanta laude, poiché Roma fu diventata Imperio,
meritarono più quelli imperadori che vissero sotto le leggi
e come principi buoni, che quelli che vissero al contrario:
e vedrà come a Tito Nerva, Traiano, Adriano, Antonino e
Marco, non erano necessari i soldati pretoriani né la
moltitudine delle legioni a difenderli, perché i costumi
loro, la benivolenza del Popolo, l'amore del Senato, gli
difendeva. Vedrà ancora come a Caligola, Nerone, Vitellio,
ed a tanti altri scelerati imperadori, non bastarono gli
eserciti orientali ed occidentali a salvarli contro a quelli
inimici che li loro rei costumi, la loro malvagia vita,
aveva loro generati. E se la istoria di costoro fusse bene
considerata, sarebbe assai ammaestramento a qualunque
principe, a mostrargli la via della gloria o del biasimo, e
della sicurtà o del timore suo. Perché, di ventisei
imperadori che furono da Cesare a Massimino, sedici ne
furono ammazzati, dieci morirono ordinariamente e se di
quelli che furono morti ne fu alcun buono come Galba e
Pertinace, fu morto da quella corruzione che lo antecessore
suo aveva lasciata nei soldati. E se tra quelli che morirono
ordinariamente ve ne fu alcuno scelerato, come Severo,
nacque da una sua grandissima fortuna e virtù; le quali due
cose pochi uomini accompagnano. Vedrà ancora, per la lezione
di questa istoria, come si può ordinare un regno buono:
perché tutti gl'imperadori che succederono all'imperio per
eredità, eccetto Tito, furono cattivi, quelli che per
adozione, furono tutti buoni come furono quei cinque da
Nerva a Marco: e come l'imperio cadde negli eredi, e'
ritornò nella sua rovina.</p>
<p>Pongasi, adunque, innanzi un principe i tempi da Nerva a
Marco, e conferiscagli con quelli che erano stati prima e
che furono poi; e dipoi elegga in quali volesse essere nato,
o a quali volesse essere preposto. Perché, in quelli
governati da' buoni, vedrà un principe sicuro in mezzo de'
suoi sicuri cittadini, ripieno di pace e di giustizia il
mondo; vedrà il Senato con la sua autorità, i magistrati co'
suoi onori; godersi i cittadini ricchi le loro ricchezze, la
nobilità e la virtù esaltata; vedrà ogni quiete ed ogni
bene; e, dall'altra parte, ogni rancore, ogni licenza,
corruzione e ambizione spenta; vedrà i tempi aurei, dove
ciascuno può tenere e difendere quella opinione che vuole.
Vedrà, in fine, trionfare il mondo; pieno di riverenza e di
gloria il principe, d'amore e sicurtà i popoli. Se
considererà, dipoi, tritamente i tempi degli altri
imperadori, gli vedrà atroci per le guerre, discordi per le
sedizioni, nella pace e nella guerra crudeli: tanti principi
morti col ferro, tante guerre civili, tante esterne;
l'Italia afflitta, e piena di nuovi infortunii; rovinate e
saccheggiate le cittadi di quella. Vedrà Roma arsa, il
Campidoglio da' suoi cittadini disfatto, desolati gli
antichi templi, corrotte le cerimonie, ripiene le città di
adulterii: vedrà il mare pieno di esilii, gli scogli pieni
di sangue. Vedrà in Roma seguire innumerabili crudeltadi e
la nobilità, le ricchezze, i passati onori, e sopra tutto la
virtù, essere imputate a peccato capitale. Vedrà premiare
gli calunniatori, essere corrotti i servi contro al signore,
i liberti contro al padrone; e quelli a chi fussero mancati
inimici, essere oppressi dagli amici. E conoscerà allora
benissimo quanti oblighi Roma, l'Italia, e il mondo, abbia
con Cesare.</p>
<p>E sanza dubbio, se e' sarà nato d'uomo, si sbigottirà da
ogni imitazione de' tempi cattivi, ed accenderassi d'uno
immenso desiderio di seguire i buoni. E veramente, cercando
un principe la gloria del mondo, doverrebbe desiderare di
possedere una città corrotta, non per guastarla in tutto
come Cesare, ma per riordinarla come Romolo. E veramente i
cieli non possono dare agli uomini maggiore occasione di
gloria, né gli uomini la possono maggiore desiderare. E se,
a volere ordinare bene una città, si avesse di necessità a
diporre il principato, meriterebbe, quello che non la
ordinasse per non cadere di quel grado, qualche scusa: ma
potendosi tenere il principato ed ordinarla, non si merita
scusa alcuna. E, in somma, considerino quelli a chi i cieli
dànno tale occasione, come ei sono loro preposte due vie:
l'una che li fa vivere sicuri, e dopo la morte li rende
gloriosi; l'altra li fa vivere in continove angustie, e,
dopo la morte, lasciare di sé una sempiterna infamia.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>11</head>
<head>Della religione de' Romani.</head>

<p>Avvenga che Roma avesse il primo suo ordinatore Romolo, e
che da quello abbi a riconoscere, come figliuola, il
nascimento e la educazione sua, nondimeno, giudicando i
cieli che gli ordini di Romolo non bastassero a tanto
imperio, inspirarono nel petto del Senato romano di eleggere
Numa Pompilio per successore a Romolo, acciocché quelle cose
che da lui fossero state lasciate indietro, fossero da Numa
ordinate. Il quale, trovando uno popolo ferocissimo, e
volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della
pace, si volse alla religione, come cosa al tutto necessaria
a volere mantenere una civiltà; e la constituì in modo, che
per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in
quella republica; il che facilitò qualunque impresa che il
Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare. E
chi discorrerà infinite azioni, e del popolo di Roma tutto
insieme, e di molti de' Romani di per sé, vedrà come quelli
cittadini temevono più assai rompere il giuramento che le
leggi; come coloro che stimavano più la potenza di Dio, che
quella degli uomini: come si vede manifestamente per gli
esempli di Scipione e di Manlio Torquato. Perché, dopo la
rotta che Annibale aveva dato ai Romani a Canne, molti
cittadini si erano adunati insieme, e, sbigottiti della
patria, si erano convenuti abbandonare la Italia, e girsene
in Sicilia; il che sentendo Scipione, gli andò a trovare, e
col ferro ignudo in mano li costrinse a giurare di non
abbandonare la patria. Lucio Manlio, padre di Tito Manlio,
che fu dipoi chiamato Torquato, era stato accusato da Marco
Pomponio, Tribuno della plebe, ed innanzi che venisse il dì
del giudizio, Tito andò a trovare Marco, e, minacciando di
ammazzarlo se non giurava di levare l'accusa al padre, lo
costrinse al giuramento; e quello, per timore avendo
giurato, gli levò l'accusa. E così quelli cittadini i quali
lo amore della patria, le leggi di quella, non ritenevano in
Italia, vi furono ritenuti da un giuramento che furano
forzati a pigliare; e quel Tribuno pose da parte l'odio che
egli aveva col padre, la ingiuria che gli avea fatto il
figliuolo, e l'onore suo, per ubbidire al giuramento preso:
il che non nacque da altro, che da quella religione che Numa
aveva introdotta in quella città.</p>
<p>E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto
serviva la religione a comandare gli eserciti, a animire la
Plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare i
rei. Talché, se si avesse a disputare a quale principe Roma
fusse più obligata, o a Romolo o a Numa, credo più tosto
Numa otterrebbe il primo grado: perché, dove è religione,
facilmente si possono introdurre l'armi e dove sono l'armi e
non religione, con difficultà si può introdurre quella. E si
vede che a Romolo, per ordinare il Senato, e per fare altri
ordini civili e militari, non gli fu necessario
dell'autorità di Dio; ma fu bene necessario a Numa, il quale
simulò di avere domestichezza con una Ninfa, la quale lo
consigliava di quello ch'egli avesse a consigliare il
popolo: e tutto nasceva perché voleva mettere ordini nuovi
ed inusitati in quella città, e dubitava che la sua autorità
non bastasse.</p>
<p>E veramente, mai fu alcuno ordinatore di leggi
straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio; perché
altrimente non sarebbero accettate: perché sono molti i beni
conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in sé ragioni
evidenti da poterli persuadere a altrui. Però gli uomini
savi, che vogliono tôrre questa difficultà, ricorrono a Dio.
Così fece Licurgo, così Solone, così molti altri che hanno
avuto il medesimo fine di loro. Maravigliando, adunque, il
Popolo romano la bontà e la prudenza sua, cedeva ad ogni sua
diliberazione. Ben è vero che l'essere quelli tempi pieni di
religione, e quegli uomini, con i quali egli aveva a
travagliare, grossi, gli dettono facilità grande a
conseguire i disegni suoi, potendo imprimere in loro
facilmente qualunque nuova forma. E sanza dubbio, chi
volesse ne' presenti tempi fare una republica più facilità
troverrebbe negli uomini montanari, dove non è alcuna
civilità, che in quelli che sono usi a vivere nelle cittadi,
dove la civilità è corrotta: ed uno scultore trarrà più
facilmente una bella statua d'un marmo rozzo, che d'uno male
abbozzato da altrui.</p>
<p>Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione
introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità
di quella città: perché quella causò buoni ordini; i buoni
ordini fanno buona fortuna; e dalla buona fortuna nacquero i
felici successi delle imprese. E come la osservanza del
culto divino è cagione della grandezza delle republiche,
così il dispregio di quello è cagione della rovina d'esse.
Perché, dove manca il timore di Dio, conviene o che quel
regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d'uno principe
che sopperisca a' difetti della religione. E perché i
principi sono di corta vita, conviene che quel regno manchi
presto, secondo che manca la virtù d'esso. Donde nasce che
gli regni i quali dipendono solo dalla virtù d'uno uomo,
sono poco durabili, perché quella virtù manca con la vita di
quello e rade volte accade che la sia rinfrescata con la
successione, come prudentemente Dante dice:
</p>

<lg type="versi">
<l>Rade volte discende per li rami</l>
<l>L'umana probitate; e questo vuole</l>
<l>Quel che la dà, perché da lui si chiami.</l>
</lg>
<p>Non è, adunque, la salute di una republica o d'uno regno
avere uno principe che prudentemente governi mentre vive; ma
uno che l'ordini in modo, che, morendo ancora, la si
mantenga. E benché agli uomini rozzi più facilmente si
persuada uno ordine o una opinione nuova, non è però per
questo impossibile persuaderla ancora agli uomini civili e
che presumono non essere rozzi. Al popolo di Firenze non
pare essere né ignorante né rozzo: nondimeno da frate
Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio. Io non
voglio giudicare s'egli era vero o no, perché d'uno tanto
uomo se ne debbe parlare con riverenza: ma io dico bene, che
infiniti lo credevono sanza avere visto cosa nessuna
straordinaria, da farlo loro credere; perché la vita sua la
dottrina e il suggetto che prese, erano sufficienti a fargli
prestare fede. Non sia, pertanto, nessuno che si sbigottisca
di non potere conseguire quel che è stato conseguito da
altri; perché gli uomini, come nella prefazione nostra si
disse, nacquero, vissero e morirono, sempre, con uno
medesimo ordine.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>12</head>
<head>Di quanta importanza sia tenere conto della religione, e
come la Italia, per esserne mancata mediante la Chiesa
romana, è rovinata.</head>

<p>Quelli principi o quelle republiche, le quali si vogliono
mantenere incorrotte, hanno sopra ogni altra cosa a
mantenere incorrotte le cerimonie della loro religione, e
tenerle sempre nella loro venerazione; perché nessuno
maggiore indizio si puote avere della rovina d'una
provincia, che vedere dispregiato il culto divino. Questo è
facile a intendere, conosciuto che si è in su che sia
fondata la religione dove l'uomo è nato; perché ogni
religione ha il fondamento della vita sua in su qualche
principale ordine suo. La vita della religione Gentile era
fondata sopra i responsi degli oracoli e sopra la setta
degli indovini e degli aruspici: tutte le altre loro
cerimonie sacrifici e riti, dependevano da queste perché
loro facilmente credevono che quello Iddio che ti poteva
predire il tuo futuro bene o il tuo futuro male, te lo
potessi ancora concedere. Di qui nascevano i templi, di qui
i sacrifici, di qui le supplicazioni, ed ogni altra
cerimonia in venerarli: perché l'oracolo di Delo, il tempio
di Giove Ammone, ed altri celebri oracoli, i quali
riempivano il mondo di ammirazione e divozione. Come costoro
cominciarono dipoi a parlare a modo de' potenti, e che
questa falsità si fu scoperta ne' popoli, diventarono gli
uomini increduli, ed atti a perturbare ogni ordine buono.
Debbono, adunque i principi d'una republica o d'uno regno, i
fondamenti della religione che loro tengono, mantenergli; e
fatto questo sarà loro facil cosa mantenere la loro
republica religiosa, e, per conseguente buona e unita. E
debbono, tutte le cose che nascano in favore di quella come
che le giudicassono false, favorirle e accrescerle; e tanto
più lo debbono fare quanto più prudenti sono, e quanto più
conoscitori delle cose naturali. E perché questo modo è
stato osservato dagli uomini savi, ne è nato l'opinione dei
miracoli, che si celebrano nelle religioni eziandio false;
perché i prudenti gli augumentano, da qualunque principio e'
si nascano; e l'autorità loro dà poi a quelli fede appresso
a qualunque. Di questi miracoli ne fu a Roma assai; intra i
quali fu, che, saccheggiando i soldati romani la città de'
Veienti, alcuni di loro entrarono nel tempio di Giunone, ed
accostandosi alla imagine di quella, e dicendole: «Vis
venire Romam?» parve a alcuno vedere che la accennasse a
alcuno altro che la dicesse di sì. Perché sendo quegli
uomini ripieni di religione (il che dimostra Tito Livio,
perché, nello entrare nel tempio, vi entrarono sanza
tumulto, tutti devoti e pieni di riverenza), parve loro
udire quella risposta che alla domanda loro per avventura si
avevano presupposta: la quale opinione e credulità da
Cammillo a dagli altri principi della città fu al tutto
favorita ed accresciuta. La quale religione se ne' principi
della republica cristiana si fusse mantenuta, secondo che
dal datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le
republiche cristiane più unite, più felici assai, che le non
sono. Né si può fare altra maggiore coniettura della
declinazione d'essa, quanto è vedere come quelli popoli che
sono più propinqui alla Chiesa romana, capo della religione
nostra hanno meno religione. E chi considerasse i fondamenti
suoi, e vedesse l'uso presente quanto è diverso da quelli,
giudicherebbe essere propinquo, sanza dubbio, o la rovina o
il fragello.</p>
<p>E perché molti sono d'opinione, che il bene essere delle
città d'Italia nasca dalla Chiesa romana, voglio, contro a
essa, discorrere quelle ragioni che mi occorrono: e ne
allegherò due potentissime ragioni le quali, secondo me, non
hanno repugnanzia. La prima è, che, per gli esempli rei di
quella corte, questa provincia ha perduto ogni divozione e
ogni religione: il che si tira dietro infiniti inconvenienti
e infiniti disordini; perché, così come dove è religione si
presuppone ogni bene, così, dove quella manca, si presuppone
il contrario. Abbiamo, adunque, con la Chiesa e con i preti
noi Italiani questo primo obligo, di essere diventati sanza
religione e cattivi: ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il
quale è la seconda cagione della rovina nostra. Questo è che
la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa. E
veramente, alcuna provincia non fu mai unita o felice, se la
non viene tutta alla ubbidienza d'una republica o d'uno
principe, come è avvenuto alla Francia ed alla Spagna. E la
cagione che la Italia non sia in quel medesimo termine, né
abbia anch'ella o una republica o uno principe che la
governi, è solamente la Chiesa: perché, avendovi quella
abitato e tenuto imperio temporale, non è stata sì potente
né di tanta virtù che l'abbia potuto occupare la tirannide
d'Italia e farsene principe; e non è stata, dall'altra
parte, sì debole, che, per paura di non perdere il dominio
delle sue cose temporali, la non abbia potuto convocare uno
potente che la difenda contro a quello che in Italia fusse
diventato troppo potente: come si è veduto anticamente per
assai esperienze, quando, mediante Carlo Magno, la ne cacciò
i Longobardi, ch'erano già quasi re di tutta Italia; e
quando ne' tempi nostri ella tolse la potenza a' Viniziani
con l'aiuto di Francia; di poi ne cacciò i Franciosi con
l'aiuto de' Svizzeri. Non essendo, adunque, stata la Chiesa
potente da potere occupare la Italia, né avendo permesso che
un altro la occupi, è stata cagione che la non è potuta
venire sotto uno capo; ma è stata sotto più principi e
signori, da' quali è nata tanta disunione e tanta debolezza,
che la si è condotta a essere stata preda, non solamente de'
barbari potenti, ma di qualunque l'assalta. Di che noi altri
Italiani abbiamo obbligo con la Chiesa, e non con altri. E
chi ne volesse per esperienza certa vedere più pronta la
verità, bisognerebbe che fusse di tanta potenza che mandasse
ad abitare la corte romana, con l'autorità che l'ha in
Italia, in le terre de' Svizzeri; i quali oggi sono, solo,
popoli che vivono, e quanto alla religione e quanto agli
ordini militari, secondo gli antichi: e vedrebbe che in poco
tempo farebbero più disordine in quella provincia i rei
costumi di quella corte, che qualunque altro accidente che
in qualunque tempo vi potesse surgere.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>13</head>
<head>Come i Romani si servivono della religione per riordinare
la città e seguire le loro imprese e fermare i tumulti.</head>

<p>Ei non mi pare fuora di proposito addurre alcuno esemplo
dove i Romani si servivono della religione per riordinare la
città, e per seguire le imprese loro; e quantunque in Tito
Livio ne siano molti, nondimeno voglio essere contento a
questi. Avendo creato il Popolo romano i Tribuni di potestà
consolare, e, fuora che uno, tutti plebei; ed essendo
occorso, quello anno, peste e fame, e venuto certi prodigi,
usorono questa occasione i Nobili nella nuova creazione de'
Tribuni, dicendo che gl'Iddii erano adirati per avere Roma
male usato la maiestà del suo imperio, e che non era altro
rimedio a placare gl'Iddii che ridurre la elezione de'
Tribuni nel luogo suo: di che nacque che la plebe,
sbigottita da questa religione, creò i Tribuni tutti nobili.
Vedesi ancora, nella espugnazione della città de' Veienti,
come i capitani degli eserciti si valevano della religione
per tenergli disposti a una impresa; che, essendo il lago
Albano, quello anno, cresciuto mirabilmente, ed essendo i
soldati romani infastiditi per la lunga ossidione, e volendo
tornarsene a Roma, trovarono i Romani come Apollo e certi
altri risponsi dicevano che quello anno si espugnerebbe la
città de' Veienti, che si derivassi il lago Albano: la quale
cosa fece ai soldati sopportare i fastidi della ossidione,
presi da questa speranza di espugnare la terra: e stettono
contenti a seguire la impresa, tanto che Cammillo fatto
Dittatore espugnò detta città, dopo dieci anni che la era
stata assediata. E così la religione, usata bene, giovò e
per la espugnazione di quella città, e per la restituzione
del Tribunato nella Nobilità che, sanza detto mezzo,
difficilmente si sarebbe condotto e l'uno e l'altro.</p>
<p>Non voglio mancare di addurre a questo proposito un altro
esemplo. Erano nati in Roma assai tumulti per cagione di
Terentillo tribuno, volendo lui proporre certa legge, per le
cagioni che di sotto, nel suo luogo, si diranno; e tra i
primi rimedi che vi usò la Nobilità, fu la religione, della
quale si servirono in due modi. Nel primo, fecero vedere i
libri Sibillini, e rispondere come alla città, mediante la
civile sedizione, soprastavano quello anno pericoli di non
perdere la libertà: la quale cosa, ancora che fusse scoperta
da' tribuni, nondimeno messe tanto terrore ne' petti della
plebe, che la raffreddò nel seguirli. L'altro modo fu che,
avendo un Appio Erdonio, con una moltitudine di sbanditi e
di servi, in numero di quattromila uomini, occupato di notte
il Campidoglio, in tanto che si poteva temere che, se gli
Equi e i Volsci, perpetui inimici al nome romano, ne fossero
venuti a Roma, la arebbono espugnata; e non cessando i
tribuni, per questo, continovare nella pertinacia loro, di
proporre la legge Terentilla, dicendo che quello insulto era
simulato e non vero; uscì fuori del Senato un Publio
Ruberio, cittadino grave e di autorità, con parole, parte
amorevoli, parte minaccianti, mostrandogli i pericoli della
città, e la intempestiva domanda loro; tanto ch'ei costrinse
la plebe a giurare di non si partire dalla voglia del
consolo: tanto che la plebe, ubbidiente, per forza ricuperò
il Campidoglio. Ma essendo in tale espugnazione morto Publio
Valerio consolo, subito fu rifatto consolo Tito Quinzio, il
quale, per non lasciare riposare la plebe, né darle spazio a
pensare alla legge Terentilla, le comandò s'uscisse di Roma
per andare contro ai Volsci, dicendo che per quel giuramento
aveva fatto di non abbandonare il consolo, era obligata a
seguirlo: a che i tribuni si opponevano, dicendo come quel
giuramento s'era dato al consolo morto, e non a lui.
Nondimeno Tito Livio mostra come la Plebe, per paura della
religione, volle più tosto ubbidire al consolo, che credere
a' tribuni, dicendo in favore della antica religione queste
parole: «Nondum haec, quae nunc tenet saeculum, negligentia
Deum venerat, nec interpretando sibi quisque jusjurandum et
leges aptas faciebat». Per la quale cosa dubitando i
Tribuni di non perdere allora tutta la lor dignità, si
accordarono col consolo di stare alla ubbidienza di quello;
e che per uno anno non si ragionasse della legge Terentilla,
ed i Consoli per uno anno non potessero trarre fuori la
plebe alla guerra. E così la religione fece al Senato
vincere quelle difficultà, che, sanza essa, mai averebbe
vinte.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>14</head>
<head>I Romani interpetravano gli auspizi secondo la necessità,
e con la prudenza mostravano di osservare la religione,
quando forzati non la osservavano; e se alcuno
temerariamente la dispregiava, punivano.</head>

<p>Non solamente gli augurii, come di sopra si è discorso,
erano il fondamento, in buona parte, dell'antica religione
de' Gentili, ma ancora erano quelli che erano cagione del
bene essere della Republica romana. Donde i Romani ne
avevano più cura che di alcuno altro ordine di quella; ed
usavongli ne' comizi consolari, nel principiare le imprese,
nel trar fuora gli eserciti, nel fare le giornate, ed in
ogni azione loro importante, o civile o militare; né mai
sarebbono iti ad una espedizione, che non avessono persuaso
ai soldati che gli Dei promettevano loro la vittoria. Ed in
fra gli altri auspicii, avevano negli eserciti certi ordini
di aruspici, ch'e' chiamavano pullarii: e qualunque volta
eglino ordinavano di fare la giornata con il nimico, ei
volevano che i pullarii facessono i loro auspicii; e,
beccando i polli, combattevono con buono augurio, non
beccando, si astenevano dalla zuffa. Nondimeno, quando la
ragione mostrava loro una cosa doversi fare, non ostante che
gli auspicii fossero avversi, la facevano in ogni modo; ma
rivoltavanla con termini e modi tanto attamente, che non
paresse che la facessino con dispregio della religione.</p>
<p>Il quale termine fu usato da Papirio consolo in una zuffa
che ei fece importantissima coi Sanniti, dopo la quale
restarono in tutto deboli ed afflitti. Perché, sendo Papirio
in su' campi rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella
zuffa la vittoria certa, e volendo per questo fare la
giornata, comandò ai pullarii che facessono i loro auspicii;
ma non beccando i polli, e veggendo il principe de' pullarii
la gran disposizione dello esercito di combattere, e la
opinione che era nel capitano ed in tutti i soldati di
vincere, per non tôrre occasione di bene operare a quello
esercito, riferì al consolo come gli auspicii procedevono
bene: talché Papirio, ordinando le squadre, ed essendo da
alcuni de' pullarii detto a certi soldati, i polli non avere
beccato, quelli lo dissono a Spurio Papirio nepote del
consolo; e quello riferendolo al consolo, rispose subito,
ch'egli attendessi a fare l'ufficio suo bene; che, quanto a
lui ed allo esercito, gli auspicii erano buoni; e se il
pullario aveva detto le bugie, le tornerebbono in
pregiudizio suo. E perché lo effetto corrispondesse al
pronostico, comandò ai legati che constituissono i pullarii
nella prima fronte della zuffa. Onde nacque che, andando
contro a' nimici, sendo da un soldato romano tratto uno
dardo, a caso ammazzò il principe de' pullarii: la quale
cosa udita, il consolo disse come ogni cosa procedeva bene,
e col favore degli Dei; perché lo esercito con la morte di
quel bugiardo s'era purgato da ogni colpa e da ogni ira che
quelli avessono presa contro a di lui. E così, col sapere
bene accomodare i disegni suoi agli auspicii, prese partito
di azzuffarsi, sanza che quello esercito si avvedesse che in
alcuna parte quello avesse negletti gli ordini della loro
religione.</p>
<p>Al contrario fece Appio Pulcro in Sicilia, nella prima
guerra punica: che, volendo azzuffarsi con l'esercito
cartaginese, fece fare gli auspicii a' pullarii; e
riferendogli quelli, come i polli non beccavano, disse: -
Veggiamo se volessero bere! - e gli fece gittare in mare.
Donde che azzuffandosi, perdé la giornata: di che egli fu a
Roma condannato, e Papirio onorato, non tanto per avere
l'uno vinto, e l'altro perduto, quanto per avere l'uno fatto
contro agli auspicii prudentemente, e l'altro
temerariamente. Né ad altro fine tendeva questo modo dello
aruspicare, che di fare i soldati confidentemente ire alla
zuffa; dalla quale confidenza quasi sempre nasce la
vittoria. La qual cosa fu non solamente usata dai Romani, ma
dagli esterni: di che mi pare da addurne uno esemplo nel
seguente capitolo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>15</head>
<head>I Sanniti, per estremo rimedio alle cose loro afflitte, ricorsero alla religione.</head>

<p>Avendo i Sanniti avute più rotte da' Romani, ed essendo
stati per ultimo distrutti in Toscana, e morti i loro
eserciti e gli loro capitani; ed essendo stati vinti i loro
compagni, come Toscani, Franciosi ed Umbri; «nec suis nec
externis viribus jam stare poterant, tamen bello non
abstinebant adeo ne infeliciter quidem defensae libertatis
taedebat, et vinci, quam non tentare victoriam, malebant».
Onde deliberarono fare l'ultima prova: e perché ei sapevano
che, a volere vincere, era necessario indurre ostinazione
negli animi de' soldati, e che a indurvela non era migliore
mezzo che la religione; pensarono di ripetere uno antico
loro sacrificio, mediante Ovio Paccio, loro sacerdote. Il
quale ordinarono in questa forma: che, fatto il sacrificio
solenne e fatto, intra le vittime morte e gli altari accesi,
giurare tutti i capi dell'esercito di non abbandonare mai la
zuffa, citorono i soldati ad uno ad uno: ed intra quegli
altari, nel mezzo di più centurioni con le spade nude in
mano gli facevano prima giurare che non ridirebbono cosa che
vedessono o sentissono; dipoi, con parole esecrabili e versi
pieni di spavento, gli facevano promettere agli Dei,
d'essere presti dove gl'imperadori gli mandassono, e di non
si fuggire mai dalla zuffa, e d'ammazzare qualunque ei
vedessono che si fuggisse: la quale cosa non osservata,
tornassi sopra il capo della sua famiglia e della sua
stirpe. Ed essendo sbigottiti alcuni di loro, non volendo
giurare, subito da' loro centurioni erano morti, talché gli
altri che succedevono poi, impauriti dalla ferocità dello
spettacolo, giurarono tutti. E per fare questo loro
assembramento più magnifico, sendo quarantamila uomini, ne
vestirono la metà di panni bianchi, con creste e pennacchi
sopra le celate; e così ordinati si posero presso ad
Aquilonia. Contro a costoro venne Papirio; il quale, nel
confortare i suoi soldati, disse: «non enim cristas vulnera
facere, et picta atque aurata scuta transire romanum
pilum». E per debilitare la opinione che avevono i suoi
soldati de' nimici per il giuramento preso, disse che quello
era a timore non a fortezza loro; perché in quel medesimo
tempo gli avevano avere paura de' cittadini, degl'Iddii, e
de' nimici. E venuti al conflitto, furono superati i
Sanniti; perché la virtù romana, e il timore conceputo per
le passate rotte, superò qualunque ostinazione ei potessero
avere presa per virtù della religione e per il giuramento
preso. Nondimeno si vede come a loro non parve potere avere
altro rifugio, né tentare altro rimedio a potere pigliare
speranza di ricuperare la perduta virtù. Il che testifica
appieno, quanta confidenza si possa avere mediante la
religione bene usata. E benché questa parte più tosto, per
avventura, si richiederebbe essere posta intra le cose
estrinseche; nondimeno, dependendo da uno ordine de' più
importanti della Republica di Roma, mi è parso da
connetterlo in questo luogo, per non dividere questa materia
e averci a ritornare più volte.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>16</head>
<head>Uno popolo, uso a vivere sotto uno principe, se per qualche accidente diventa libero, con difficultà mantiene la libertà.</head>

<p>Quanta difficultà sia a uno popolo, uso a vivere sotto uno
principe, perservare dipoi la libertà, se per alcuno
accidente l'acquista, come l'acquistò Roma dopo la cacciata
de' Tarquinii, lo dimostrono infiniti esempli che si leggono
nelle memorie delle antiche istorie. E tale difficultà è
ragionevole; perché quel popolo è non altrimenti che un
animale bruto, il quale, ancora che di natura feroce e
silvestre, sia stato nutrito sempre in carcere ed in
servitù; che dipoi lasciato a sorte in una campagna libero,
non essendo uso a pascersi, né sappiendo i luoghi dove si
abbia a rifuggire, diventa preda del primo che cerca
rincatenarlo.</p>
<p>Questo medesimo interviene a uno popolo, il quale, sendo
uso a vivere sotto i governi d'altri, non sappiendo
ragionare né delle difese o offese pubbliche, non conoscendo
i principi né essendo conosciuto da loro, ritorna presto
sotto uno giogo, il quale il più delle volte è più grave che
quello che, poco inanzi, si aveva levato d'in sul collo: e
trovasi in queste difficultà, quantunque che la materia non
sia corrotta. Perché un popolo dove in tutto è entrata la
corruzione, non può, non che piccol tempo, ma punto vivere
libero come di sotto si discorrerà: e però i ragionamenti
nostri sono di quelli popoli dove la corruzione non sia
ampliata assai, e dove sia più del buono che del guasto.</p>
<p>Aggiungesi alla soprascritta un'altra difficultà, la quale
è, che lo stato che diventa libero si fa partigiani inimici,
e non partigiani amici. Partigiani inimici gli diventono
tutti coloro che dello stato tirannico si prevalevono,
pascendosi delle ricchezze del principe; a' quali sendo
tolta la facultà del valersi, non possono vivere contenti, e
sono forzati ciascuno di tentare di ripigliare la tirannide,
per ritornare nell'autorità loro. Non si acquista, come ho
detto, partigiani amici; perché il vivere libero prepone
onori e premii, mediante alcune oneste e determinate
cagioni, e fuora di quelle non premia né onora alcuno, e
quando uno ha quegli onori e quegli utili che gli pare
meritare, non confessa avere obligo con coloro che lo
rimunerano. Oltre a di questo, quella comune utilità che del
vivere libero si trae, non è da alcuno, mentre che ella si
possiede conosciuta: la quale è di potere godere liberamente
le cose sue sanza alcuno sospetto, non dubitare dell'onore
delle donne, di quel de' figliuoli, non temere di sé; perché
nessuno confesserà mai avere obligo con uno che non
l'offenda.</p>
<p>Però, come di sopra si dice, viene ad avere, lo stato
libero e che di nuovo surge, partigiani inimici, e non
partigiani amici. E volendo rimediare a questi
inconvenienti, e a quegli disordini che le soprascritte
difficultà arrecherebbono seco, non ci è più potente
rimedio, né più valido né più sicuro né più necessario, che
ammazzare i figliuoli di Bruto: i quali, come la istoria
mostra, non furono indotti, insieme con altri giovani
romani, a congiurare contro alla patria per altro, se non
perché non si potevono valere straordinariamente sotto i
consoli come sotto i re; in modo che la libertà di quel
popolo pareva che fosse diventata la loro servitù. E chi
prende a governare una moltitudine, o per via di libertà o
per via di principato, e non si assicura di coloro che a
quell'ordine nuovo sono inimici, fa uno stato di poca vita.
Vero è che io giudico infelici quelli principi che, per
assicurare lo stato loro hanno a tenere vie straordinarie,
avendo per nimici la moltitudine: perché quello che ha per
nimici i pochi, facilmente e sanza molti scandoli, si
assicura, ma chi ha per nimico l'universale non si assicura
mai, e quanta più crudeltà usa tanto più debole diventa il
suo principato. Talché il maggiore rimedio che ci abbia, è
cercare di farsi il popolo amico.</p>
<p>E benché questo discorso sia disforme dal soprascritto,
parlando qui d'uno principe e quivi d'una republica;
nondimeno, per non avere a tornare più in su questa materia,
ne voglio parlare brevemente. Volendo, pertanto, uno
principe guadagnarsi uno popolo che gli fosse inimico,
parlando di quelli principi che sono diventati della loro
patria tiranni, dico ch'ei debbe esaminare prima quello che
il popolo desidera, e troverrà sempre che desidera due cose:
l'una, vendicarsi contro a coloro che sono cagione che sia
servo; l'altra, di riavere la sua libertà. Al primo
desiderio il principe può sodisfare in tutto, al secondo in
parte. Quanto al primo, ce n'è lo esemplo appunto. Clearco,
tiranno di Eraclea, sendo in esilio, occorse che, per
controversia venuta intra il popolo e gli ottimati di
Eraclea, che, veggendosi gli ottimati inferiori, si volsono
a favorire Clearco e congiuratisi seco lo missono, contro
alla disposizione popolare, in Eraclea e tolsono la libertà
al popolo. In modo che, trovandosi Clearco intra la
insolenzia degli ottimati, i quali non poteva in alcuno modo
né contentare né correggere, e la rabbia de' popolari, che
non potevano sopportare lo avere perduta la libertà,
diliberò a un tratto liberarsi dal fastidio de' grandi, e
guadagnarsi il popolo. E presa, sopr'a questo, conveniente
occasione, tagliò a pezzi tutti gli ottimati, con una
estrema sodisfazione de' popolari. E così egli per questa
via sodisfece a una delle voglie che hanno i popoli, cioè di
vendicarsi. Ma quanto all'altro popolare desiderio, di
riavere la sua libertà, non potendo il principe sodisfargli,
debbe esaminare quali cagioni sono quelle che gli fanno
desiderare d'essere liberi; e troverrà che una piccola parte
di loro desidera di essere libera per comandare; ma tutti
gli altri, che sono infiniti, desiderano la libertà per
vivere sicuri. Perché in tutte le republiche, in qualunque
modo ordinate, ai gradi del comandare non aggiungono mai
quaranta o cinquanta cittadini: e perché questo è piccolo
numero, è facil cosa assicurarsene, o con levargli via, o
con fare loro parte di tanti onori, che, secondo le
condizioni loro, e' si abbino in buona parte a contentare.
Quelli altri, ai quali basta vivere sicuri, si sodisfanno
facilmente, faccendo ordini e leggi, dove insieme con la
potenza sua si comprenda la sicurtà universale. E quando uno
principe faccia questo, e che il popolo vegga che, per
accidente nessuno, ei non rompa tali leggi, comincerà in
breve tempo a vivere sicuro e contento. In esemplo ci è il
regno di Francia, il quale non vive sicuro per altro che per
essersi quelli re obligati a infinite leggi, nelle quali si
comprende la sicurtà di tutti i suoi popoli. E chi ordinò
quello stato, volle che quelli re, dell'armi e del danaio
facessero a loro modo, ma che d'ogni altra cosa non ne
potessono altrimenti disporre che le leggi si ordinassero.
Quello principe, adunque, o quella republica che non si
assicura nel principio dello stato suo, conviene che si
assicuri nella prima occasione, come fecero i Romani. Chi
lascia passare quella, si pente tardi di non avere fatto
quello che doveva fare.</p>
<p>Sendo, pertanto, il popolo romano ancora non corrotto
quando ei ricuperò la libertà, potette mantenerla, morti i
figliuoli di Bruto e spenti i Tarquinii, con tutti quelli
modi ed ordini che altra volta si sono discorsi. Ma se fusse
stato quel popolo corrotto, né in Roma né altrove si truova
rimedi validi a mantenerla; come nel seguente capitolo
mosterreno.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>17</head>
<head>Uno popolo corrotto, venuto in libertà, si può con difficultà grandissima mantenere libero.</head>

<p>Io giudico ch'egli era necessario, o che i re si
estinguessono in Roma, o che Roma in brevissimo tempo
divenisse debole e di nessuno valore; perché, considerando a
quanta corruzione erano venuti quelli re, se fossero
seguitati così due o tre successioni, e che quella
corruzione, che era in loro, si fosse cominciata ad
istendere per le membra, come le membra fossero state
corrotte, era impossibile mai più riformarla. Ma perdendo il
capo quando il busto era intero, poterono facilmente ridursi
a vivere liberi ed ordinati. E debbesi presupporre per cosa
verissima, che una città corrotta che viva sotto uno
principe, come che quel principe con tutta la sua stirpe si
spenga, mai non si può ridurre libera, anzi conviene che
l'un principe spenga l'altro: e sanza creazione d'uno nuovo
signore non si posa mai, se già la bontà d'uno, insieme con
la virtù, non la tenesse libera; ma durerà tanto quella
libertà, quanto durerà la vita di quello: come intervenne, a
Siracusa, di Dione e di Timoleone: la virtù de' quali in
diversi tempi, mentre vissono, tenne libera quella città;
morti che furono, si ritornò nell'antica tirannide. Ma non
si vede il più forte esemplo che quello di Roma; la quale,
cacciati i Tarquinii, poté subito prendere e mantenere
quella libertà; ma, morto Cesare, morto Caio Caligola, morto
Nerone, spenta tutta la stirpe cesarea, non poté mai, non
solamente mantenere, ma pure dar principio alla libertà. Né
tanta diversità di evento in una medesima città nacque da
altro, se non da non essere ne' tempi de' Tarquinii il
popolo romano ancora corrotto, ed in questi ultimi tempi
essere corrottissimo. Perché allora, a mantenerlo saldo e
disposto a fuggire i re, bastò solo farlo giurare che non
consentirebbe mai che a Roma alcuno regnasse; e negli altri
tempi non bastò l'autorità e severità di Bruto, con tutte le
legioni orientali, a tenerlo disposto a volere mantenersi
quella libertà che esso, a similitudine del primo Bruto, gli
aveva renduta. Il che nacque da quella corruzione che le
parti mariane avevano messa nel popolo; delle quali sendo
capo Cesare, potette accecare quella moltitudine, ch'ella
non conobbe il giogo che da sé medesima si metteva in sul
collo.</p>
<p>E benché questo esemplo di Roma sia da preporre a qualunque
altro esemplo, nondimeno voglio a questo proposito addurre
innanzi popoli conosciuti ne' nostri tempi. Pertanto dico,
che nessuno accidente, benché grave e violento, potrebbe
ridurre mai Milano o Napoli liberi, per essere quelle membra
tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo
Visconti; che, volendosi ridurre Milano alla libertà, non
potette e non seppe mantenerla. Però, fu felicità grande
quella di Roma, che questi rediventassero corrotti presto,
acciò ne fussono cacciati, ed innanzi che la loro corruzione
fusse passata nelle viscere di quella città: la quale
incorruzione fu cagione che gl'infiniti tumulti che furono
in Roma, avendo gli uomini il fine buono, non nocerono, anzi
giovorono, alla Republica.</p>
<p>E si può fare questa conclusione, che, dove la materia non
è corrotta, i tumulti ed altri scandoli non nuocono: dove la
è corrotta, le leggi bene ordinate non giovano, se già le
non sono mosse da uno che con una estrema forza le faccia
osservare, tanto che la materia diventi buona. Il che non so
se si è mai intervenuto o se fusse possibile ch'egli
intervenisse: perché e' si vede, come poco di sopra dissi,
che una città venuta in declinazione per corruzione di
materia, se mai occorre che la si rilievi, occorre per la
virtù d'uno uomo che è vivo allora, non per la virtù dello
universale che sostenga gli ordini buoni; e subito che quel
tale è morto, la si ritorna nel suo pristino abito: come
intervenne a Tebe, la quale, per la virtù di Epaminonda,
mentre lui visse, potette tenere forma di republica e di
imperio; ma, morto quello, la si ritornò ne' primi disordini
suoi. La cagione è, che non può essere uno uomo di tanta
vita, che 'l tempo basti ad avvezzare bene una città lungo
tempo male avvezza. E se uno d'una lunghissima vita, o due
successione virtuose continue, non la dispongano; come la
manca di loro, come di sopra è detto, rovina, se già con
dimolti pericoli e dimolto sangue e' non la facesse
rinascere. Perché tale corruzione e poca attitudine alla
vita libera, nasce da una inequalità che è in quella città:
e volendola ridurre equale, è necessario usare grandissimi
straordinari, i quali pochi sanno o vogliono usare; come in
altro luogo più particularmente si dirà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>18</head>
<head>In che modo nelle città corrotte si potesse mantenere uno stato libero, essendovi; o, non vi essendo, ordinarvelo.</head>

<p>Io credo che non sia fuora di proposito, né disforme dal
soprascritto discorso, considerare se in una città corrotta
si può mantenere lo stato libero, sendovi; o quando e' non
vi fusse, se vi si può ordinare. Sopra la quale cosa, dico,
come gli è molto difficile fare o l'uno o l'altro: e benché
sia quasi impossibile darne regola, perché sarebbe
necessario procedere secondo i gradi della corruzione;
nondimanco, essendo bene ragionare d'ogni cosa, non voglio
lasciare questa indietro. E presupporrò una città
corrottissima, donde verrò ad accrescere più tale
difficultà; perché non si truovano né leggi né ordini che
bastino a frenare una universale corruzione. Perché, così
come gli buoni costumi, per mantenersi, hanno bisogno delle
leggi; così le leggi, per osservarsi, hanno bisogno de'
buoni costumi. Oltre a di questo, gli ordini e le leggi
fatte in una republica nel nascimento suo, quando erano gli
uomini buoni, non sono dipoi più a proposito, divenuti che
ei sono rei. E se le leggi secondo gli accidenti in una
città variano, non variano mai, o rade volte, gli ordini
suoi: il che fa che le nuove leggi non bastano, perché gli
ordini, che stanno saldi, le corrompono.</p>
<p>E per dare ad intendere meglio questa parte, dico come in
Roma era l'ordine del governo, o vero dello stato; e le
leggi dipoi, che con i magistrati frenavano i cittadini.
L'ordine dello stato era l'autorità del Popolo, del Senato,
de' Tribuni, de' Consoli, il modo di chiedere e del creare i
magistrati, ed il modo di fare le leggi. Questi ordini poco
o nulla variarono negli accidenti. Variarono le leggi che
frenavano i cittadini; come fu la legge degli adulterii, la
suntuaria, quella della ambizione, e molte altre; secondo
che di mano in mano i cittadini diventavano corrotti. Ma
tenendo fermi gli ordini dello stato, che nella corruzione
non erano più buoni, quelle legge, che si rinnovavano, non
bastavano a mantenere gli uomini buoni, ma sarebbono bene
giovate, se con la innovazione delle leggi si fussero
rimutati gli ordini.</p>
<p>E che sia il vero, che tali ordini nella città corrotta non
fussero buoni, si vede espresso in doi capi principali,
quanto al creare i magistrati e le leggi. Non dava il popolo
romano il consolato, e gli altri primi gradi della città, se
non a quelli che lo domandavano. Questo ordine fu, nel
principio, buono, perché e' non gli domandavano se non
quelli cittadini che se ne giudicavano degni ed averne la
repulsa era ignominioso sì che, per esserne giudicati degni,
ciascuno operava bene. Diventò questo modo, poi, nella città
corrotta, perniziosissimo; perché non quelli che avevano più
virtù, ma quelli che avevano più potenza domandavano i
magistrati; e gl'impotenti, comecché virtuosi, se ne
astenevano di domandarli, per paura. Vennesi a questo
inconveniente, non a un tratto, ma per i mezzi, come si cade
in tutti gli altri inconvenienti: perché avendo i Romani
domata l'Africa e l'Asia, e ridotta quasi tutta la Grecia a
sua ubbidienza, erano divenuti sicuri della libertà loro, né
pareva loro avere più nimici che dovessono fare loro paura.
Questa sicurtà e questa debolezza de' nimici fece che il
popolo romano, nel dare il consolato, non riguardava più la
virtù, ma la grazia; tirando a quel grado quelli che meglio
sapevano intrattenere gli uomini, non quelli che sapevano
meglio vincere i nimici: dipoi da quelli che avevano più
grazia, ei discesono a darlo a quegli che avevano più
potenza; talché i buoni, per difetto di tale ordine, ne
rimasero al tutto esclusi. Poteva uno tribuno, e qualunque
altro cittadino, preporre al Popolo una legge; sopra la
quale ogni cittadino poteva parlare, o in favore o incontro,
innanzi che la si deliberasse. Era questo ordine buono,
quando i cittadini erano buoni; perché sempre fu bene che
ciascuno che intende uno bene per il publico lo possa
preporre; ed è bene che ciascuno sopra quello possa dire
l'opinione sua, acciocché il popolo, inteso ciascuno, possa
poi eleggere il meglio. Ma diventati i cittadini cattivi,
diventò tale ordine pessimo; perché solo i potenti
proponevono leggi, non per la comune libertà, ma per la
potenza loro; e contro a quelle non poteva parlare alcuno,
per paura di quelli: talché il popolo veniva o ingannato o
sforzato a diliberare la sua rovina.</p>
<p>Era necessario, pertanto, a volere che Roma nella
corruzione si mantenesse libera, che, così come aveva nel
processo del vivere suo fatto nuove leggi, l'avesse fatto
nuovi ordini: perché altri ordini e modi di vivere si debbe
ordinare in uno suggetto cattivo, che in uno buono; né può
essere la forma simile in una materia al tutto contraria. Ma
perché questi ordini, o e' si hanno a rinnovare tutti a un
tratto, scoperti che sono non essere più buoni, o a poco a
poco, in prima che si conoschino per ciascuno; dico che
l'una e l'altra di queste due cose è quasi impossibile.
Perché, a volergli rinnovare a poco a poco, conviene che ne
sia cagione uno prudente, che vegga questo inconveniente
assai discosto, e quando e' nasce. Di questi tali è
facilissima cosa che in una città non ne surga mai nessuno:
e quando pure ve ne surgessi, non potrebbe persuadere mai a
altrui quello che egli proprio intendesse; perché gli
uomini, usi a vivere in un modo, non lo vogliono variare; e
tanto più non veggendo il male in viso, ma avendo a essere
loro mostro per coniettura. Quanto all'innovare questi
ordini a un tratto, quando ciascuno conosce che non son
buoni, dico che questa inutilità, che facilmente si conosce,
è difficile a ricorreggerla; perché, a fare questo, non
basta usare termini ordinari, essendo modi ordinari cattivi;
ma è necessario venire allo straordinario, come è alla
violenza ed all'armi, e diventare innanzi a ogni cosa
principe di quella città, e poterne disporre a suo modo. E
perché il riordinare una città al vivere politico presuppone
uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una
republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si
troverrà che radissime volte accaggia che uno buono, per vie
cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia
diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia
operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella
autorità bene, che gli ha male acquistata.</p>
<p>Da tutte le soprascritte cose nasce la difficultà, o
impossibilità, che è nelle città corrotte, a mantenervi una
republica, o a crearvela di nuovo. E quando pure la vi si
avesse a creare o a mantenere, sarebbe necessario ridurla
più verso lo stato regio, che verso lo stato popolare;
acciocché quegli uomini i quali dalle leggi, per la loro
insolenzia, non possono essere corretti, fussero da una
podestà quasi regia in qualche modo frenati. E a volergli
fare per altre vie diventare buoni, sarebbe o crudelissima
impresa o al tutto impossibile; come io dissi, di sopra, che
fece Cleomene: il quale se, per essere solo, ammazzò gli
Efori; e se Romolo, per le medesime cagioni, ammazzò il
fratello e Tito Tazio Sabino, e dipoi usarono bene quella
loro autorità; nondimeno si debbe avvertire che l'uno e
l'altro di costoro non aveano il suggetto di quella
corruzione macchiato, della quale in questo capitolo
ragioniamo, e però poterono volere, e, volendo, colorire il
disegno loro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>19</head>
<head>Dopo uno eccellente principe si può mantenere uno principe
debole; ma, dopo uno debole, non si può con un altro debole
mantenere alcuno regno.</head>

<p>Considerato la virtù ed il modo del procedere di Romolo,
Numa e di Tullo, i primi tre re romani, si vede come Roma
sortì una fortuna grandissima, avendo il primo re
ferocissimo e bellicoso, l'altro quieto e religioso, il
terzo simile di ferocità a Romolo, e più amatore della
guerra che della pace. Perché in Roma era necessario che
surgesse ne' primi principii suoi un ordinatore del vivere
civile, ma era bene poi necessario che gli altri re
ripigliassero la virtù di Romolo; altrimenti quella città
sarebbe diventata effeminata, e preda de' suoi vicini. Donde
si può notare che uno successore, non di tanta virtù quanto
il primo, può mantenere uno stato per la virtù di colui che
lo ha retto innanzi, e si può godere le sue fatiche: ma
s'egli avviene o che sia di lunga vita, o che dopo lui non
surga un altro che ripigli la virtù di quel primo, è
necessitato quel regno a rovinare. Così, per il contrario,
se dua, l'uno dopo l'altro, sono di gran virtù, si vede
spesso che fanno cose grandissime, e che ne vanno con la
fama in fino al cielo.</p>
<p>Davit, sanza dubbio, fu un uomo, per arme, per dottrina,
per giudizio, eccellentissimo; e fu tanta la sua virtù, che,
avendo vinti e battuti tutti i suoi vicini, lasciò a
Salomone suo figliuolo uno regno pacifico: quale egli si
potette con l'arte della pace, e non con la guerra,
conservare; e si potette godere felicemente la virtù di suo
padre. Ma non potette già lasciarlo a Roboam suo figliuolo;
il quale, non essendo per virtù simile allo avolo, né per
fortuna simile al padre, rimase con fatica erede della sesta
parte del regno. Baisit, sultan de' Turchi, come che fussi
più amatore della pace che della guerra, potette godersi le
fatiche di Maumetto suo padre; il quale avendo, come Davit,
battuto i suoi vicini, gli lasciò un regno fermo, e da
poterlo con l'arte della pace facilmente conservare. Ma se
il figliuolo suo Salì, presente signore, fusse stato simile
al padre, e non all'avolo, quel regno rovinava; ma e' si
vede costui essere per superare la gloria dell'avolo. Dico
pertanto con questi esempli, che, dopo uno eccellente
principe, si può mantenere uno principe debole; ma, dopo un
debole, non si può, con un altro debole, mantenere alcun
regno, se già e' non fusse come quello di Francia, che gli
ordini suoi antichi lo mantenessero: e quelli principi sono
deboli, che non stanno in su la guerra.</p>
<p>Conchiudo pertanto, con questo discorso, che la virtù di
Romolo fu tanta, che la potette dare spazio a Numa Pompilio
di potere molti anni con l'arte della pace reggere Roma: ma
dopo lui successe Tullo, il quale per la sua ferocità
riprese la riputazione di Romolo: dopo il quale venne Anco,
in modo dalla natura dotato, che poteva usare la pace e
sopportare la guerra. E prima si dirizzò a volere tenere la
via della pace, ma subito conobbe come i vicini,
giudicandolo effeminato, lo stimavano poco: talmente che
pensò che, a volere mantenere Roma, bisognava volgersi alla
guerra, e somigliare Romolo, e non Numa.</p>
<p>Da questo piglino esemplo tutti i principi che tengono
stato; che chi somiglierà Numa, lo terrà o non terrà,
secondo che i tempi o la fortuna gli girerà sotto; ma chi
somiglierà Romolo, e fia come esso armato di prudenza e
d'armi, lo terrà in ogni modo, se da una ostinata ed
eccessiva forza non gli è tolto. E certamente si può stimare
che, se Roma sortiva per terzo suo re un uomo che non
sapesse con le armi renderle la sua riputazione non arebbe
mai poi, o con grandissima difficultà, potuto pigliare
piede, né fare quegli effetti ch'ella fece. E così, in
mentre che la visse sotto i re la portò questi pericoli di
rovinare sotto uno re o debole o malvagio.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>20</head>
<head>Dua continove successioni di principi virtuosi fanno grandi effetti; e come le republiche bene ordinate hanno di necessità virtuose successioni, e però gli acquisti ed
augumenti loro sono grandi.</head>

<p>Poiché Roma ebbe cacciati i re, mancò di quelli pericoli, i
quali di sopra sono detti che la portava succedendo in lei
uno re o debole o cattivo. Perché la somma dello imperio si
ridusse ne' consoli, i quali, non per eredità o per inganni
o per ambizione violenta, ma per suffragi liberi venivano a
quello imperio, ed erono sempre uomini eccellentissimi: de'
quali godendosi Roma la virtù, e la fortuna di tempo in
tempo, poté venire a quella sua ultima grandezza in
altrettanti anni che la era stata sotto i re. Perché si
vede, come due continove successioni di principi virtuosi
sono sufficienti ad acquistare il mondo: come furano Filippo
di Macedonia ed Alessandro Magno. Il che tanto più debba
fare una republica, avendo per il modo dello eleggere non
solamente due successioni ma infiniti principi virtuosissimi
che sono l'uno dell'altro successori: la quale virtuosa
successione fia sempre in ogni republica bene ordinata.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>21</head>
<head>Quanto biasimo meriti quel principe e quella republica che manca d'armi proprie.</head>

<p>Debbono i presenti principi e le moderne republiche, le
quali circa le difese ed offese mancano di soldati propri,
vergognarsi di loro medesime; e pensare con lo esemplo di
Tullo, tale difetto essere, non per mancamento di uomini
atti alla milizia, ma per colpa sua, che non han saputo fare
i suoi uomini militari. Perché Tullo, sendo stata Roma in
pace quarant'anni, non trovò, succedendo egli nel regno,
uomo che fusse stato mai in guerra: nondimeno, disegnando
esso fare guerra, non pensò valersi né de' Sanniti, né de'
Toscani, né di altri che fussero consueti stare nell'armi,
ma diliberò, come uomo prudentissimo, di valersi de' suoi. E
fu tanta la sua virtù, che in un tratto, sotto il suo
governo gli poté fare soldati eccellentissimi. Ed è più vero
che alcuna altra verità, che, se dove è uomini non è
soldati, nasce per difetto del principe, e non per altro
difetto o di sito o di natura. Di che ce n'è un esemplo
freschissimo. Perché ognuno sa, come ne' prossimi tempi il
re d'Inghilterra assaltò il regno di Francia, né prese altri
soldati che popoli suoi; e, per essere stato quel regno più
che trenta anni sanza fare guerra, non aveva né soldati né
capitano che avesse mai militato: nondimeno, non dubitò con
quelli assaltare uno regno pieno di capitani e di buoni
eserciti, i quali erano stati continovamente sotto l'armi
nelle guerre d'Italia. Tutto nacque da essere quel re
prudente uomo, e quel regno bene ordinato; il quale nel
tempo della pace non intermette gli ordini della guerra.</p>
<p>Pelopida ed Epaminonda tebani, poiché gli ebbero libera
Tebe, e trattala della servitù dello imperio spartano,
trovandosi in una città usa a servire, ed in mezzo di popoli
effeminati; non dubitarono, tanta era la virtù loro, di
ridurgli sotto l'armi, e con quelli andare a trovare alla
campagna gli eserciti spartani, e vincergli: e chi ne
scrive, dice come questi duoi in brieve tempo mostrarono che
non solamente in Lacedemonia nascevano gli uomini da guerra,
ma in ogni altra parte dove nascessi uomini, pure che si
trovasse chi li sapesse indirizzare alla milizia, come si
vede che Tullo seppe indirizzare i Romani. E Virgilio non
potrebbe meglio esprimere questa opinione, né con altre
parole mostrare di accostarsi a quella, dove dice:
</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l>Desidesque movebit</l>
<l>Tullus in arma viros.</l>
</lg>

</div2>

<div2 type="capitolo">

<head>22</head>
<head>Quello che sia da notare nel caso de' tre Orazii romani e tre Curiazii albani.</head>

<p>Tullo re di Roma, e Mezio, re di Alba, convennero che
quello popolo fusse signore dell'altro, di cui i
soprascritti tre uomini vincessero. Furono morti tutti i
Curiazii albani, restò vivo uno degli Orazii romani: e per
questo restò Mezio re albano, con il suo popolo suggetto a'
Romani. E tornando quello Orazio vincitore in Roma,
scontrando una sua sorella, che era a uno de' tre Curiazii
morti maritata, che piangeva la morte del marito, l'ammazzò.
Donde quello Orazio per questo fallo fu messo in giudizio, e
dopo molte dispute fu libero, più per li prieghi del padre,
che per li suoi meriti. Dove sono da notare tre cose: l'una,
che mai non si debbe con parte delle sue forze arrischiare
tutta la sua fortuna; l'altra, che non mai in una città bene
ordinata le colpe con gli meriti si ricompensano; la terza,
che non mai sono i partiti savi, dove si debba o possa
dubitare della inosservanza. Perché, gl'importa tanto a una
città lo essere serva, che mai non si doveva credere che
alcuno di quelli re o di quelli popoli stessero contenti che
tre loro cittadini gli avessero sottomessi: come si vide che
volle fare Mezio, il quale, benché subito dopo la vittoria
de' Romani si confessassi vinto, e promettessi la ubbidienza
a Tullo, nondimeno nella prima espedizione che gli ebbero a
convenire contro a' Veienti, si vide come ei cercò
d'ingannarlo; come quello che tardi si era avveduto della
temerità del partito preso da lui. E perché di questo terzo
notabile se n'è parlato assai, parlereno solo degli altri
due ne' seguenti duoi capitoli.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>23</head>
<head>Che non si debbe mettere a pericolo tutta la fortuna e non tutte le forze; e, per questo, spesso il guardare i passi è dannoso.</head>

<p>Non fu mai giudicato partito savio mettere a pericolo tutta
la fortuna tua e non tutte le forze. Questo si fa in più
modi. L'uno è faccendo come Tullo e Mezio, quando e'
commissono la fortuna tutta della patria loro, e la virtù di
tanti uomini quanti aveva l'uno e l'altro di costoro negli
eserciti suoi alla virtù e fortuna di tre de' loro
cittadini, che veniva a essere una minima parte delle forze
di ciascuno di loro. Né si avvidono, come per questo partito
tutta la fatica che avevano durata i loro antecessori
nell'ordinare la republica, per farla vivere lungamente
libera e per fare i suoi cittadini difensori della loro
libertà, era quasi che stata vana, stando nella potenza di
sì pochi a perderla. La quale cosa da quelli re non poté
essere peggio considerata.</p>
<p>Cadesi ancora in questo inconveniente quasi sempre per
coloro, che, venendo il nimico, disegnano di tenere i luoghi
difficili, e guardare i passi: perché quasi sempre questa
diliberazione sarà dannosa, se già in quello luogo difficile
commodamente tu non potesse tenere tutte le forze tue. In
questo caso, tale partito è da prendere; ma sendo il luogo
aspro, e non vi potendo tenere tutte le forze, il partito è
dannoso. Questo mi fa giudicare così lo esemplo di coloro,
che, essendo assaltati da un inimico potente, ed essendo il
paese loro circundato da' monti e luoghi alpestri, non hanno
mai tentato di combattere il nimico in su' passi ed in su'
monti, ma sono iti a rincontrarlo di là da essi; o, quando
non hanno voluto fare questo, lo hanno aspettato dentro a
essi monti, in luoghi benigni e non alpestri. E la cagione
ne è stata la preallegata: perché, non si potendo condurre
alla guardia de' luoghi alpestri molti uomini, sì per non vi
potere vivere lungo tempo, sì per essere i luoghi stretti e
capaci di pochi, non è possibile sostenere uno inimico che
venga grosso a urtarti: ed al nimico è facile il venire
grosso perché la intenzione sua è passare, e non fermarsi,
ed a chi l'aspetta è impossibile aspettarlo grosso, avendo
ad alloggiarsi per più tempo, non sappiendo quando il nimico
voglia passare in luoghi, come io ho detto, stretti e
sterili. Perdendo, adunque, quel passo che tu ti avevi
presupposto tenere, e nel quale i tuoi popoli e lo esercito
tuo confidava, entra il più delle volte ne' popoli e nel
residuo delle genti tua tanto terrore, che, sanza potere
esperimentare la virtù d'esse, rimani perdente; e così vieni
a avere perduta tutta la tua fortuna con parte delle tue
forze.</p>
<p>Ciascuno sa con quanta difficultà Annibale passasse l'alpe
che dividono la Lombardia dalla Francia, e con quanta
difficultà passasse quelle che dividono la Lombardia dalla
Toscana: nondimeno i Romani l'aspettarono prima in sul
Tesino, e dipoi nel piano d'Arezzo: e vollon, più tosto, che
il loro esercito fusse consumato da il nimico nelli luoghi
dove poteva vincere, che condurlo su per l'alpe a essere
distrutto dalla malignità del sito.</p>
<p>E chi leggerà sensatamente tutte le istorie, troverrà
pochissimi virtuosi capitani avere tentato di tenere simili
passi, e per le ragioni dette, e perché e' non si possono
chiudere tutti, sendo i monti come campagne, ed avendo non
solamente le vie consuete e frequentate, ma molte altre le
quali, se non sono note a' forestieri, sono note a paesani;
con l'aiuto de' quali sempre sarai condotto in qualunque
luogo, contro alla voglia di chi ti si oppone. Di che se ne
può addurre uno freschissimo esemplo, nel <num>1515</num>. Quando
Francesco re di Francia disegnava passare in Italia per la
recuperazione dello stato di Lombardia, il maggior
fondamento che facevono coloro ch'erano alla sua impresa
contrari, era che gli Svizzeri lo terrebbono a' passi in su'
monti. E, come per esperienza poi si vidde, quel loro
fondamento restò vano: perché, lasciato quel Re da parte dua
o tre luoghi guardati da loro, se ne venne per un'altra via
incognita; e fu prima in Italia, e loro apresso, che lo
avessono presentito. Talché loro sbigottiti si ritirarono in
Milano, e tutti i popoli di Lombardia si accostarono alle
genti franciose; sendo mancati di quella opinione avevano,
che i Franciosi devessono essere ritenuti in su' monti.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>24</head>
<head>Le republiche bene ordinate costituiscono premii e pene a'
loro cittadini, né compensono mai l'uno con l'altro.</head>

<p>Erano stati i meriti di Orazio grandissimi, avendo con la
sua virtù vinti i Curiazii: era stato il fallo suo atroce,
avendo morto la sorella: nondimeno dispiacque tanto tale
omicidio a' Romani, che lo condussono a disputare della
vita, non ostante che gli meriti suoi fossero tanto grandi e
sì freschi. La quale cosa, a chi superficialmente la
considerasse, parrebbe un esemplo d'ingratitudine popolare:
nondimeno, chi la esamina meglio e con migliore
considerazione ricerca quali debbono essere gli ordini delle
republiche, biasimerà quel popolo più tosto per averlo
assoluto che per averlo voluto condannare. E la ragione è
questa, che nessuna republica bene ordinata non mai cancellò
i demeriti con gli meriti de' suoi cittadini; ma avendo
ordinati i premii a una buona opera e le pene a una cattiva
ed avendo premiato uno per avere bene operato, se quel
medesimo opera dipoi male, lo gastiga, sanza avere riguardo
alcuno alle sue buone opere. E quando questi ordini sono
bene osservati, una città vive libera molto tempo:
altrimenti sempre rovinerà tosto. Perché, se a un cittadino
che abbia fatto qualche egregia opera per la città, si
aggiugne, oltre alla riputazione che quella cosa gli arreca,
una audacia e
confidenza di poter, senza temere pena, fare qualche opera
non buona, diventerà in brieve tempo tanto insolente che si
risolverà ogni civilità.</p>
<p>È bene necessario, volendo che sia tenuta la pena per le
malvagie opere, osservare i premii per le buone, come si
vide che fece Roma. E benché una republica sia povera, e
possa dare poco, debbe da quel poco non astenersi, perché
sempre ogni piccol dono, dato ad alcuno per ricompenso di
bene ancora che grande, sarà stimato, da chi lo riceve,
onorevole e grandissimo. È notissima la istoria di Orazio
Cocle, e quella di Muzio Scevola: come l'uno sostenne i
nimici sopra un ponte, tanto che si tagliasse; l'altro si
arse la mano, che aveva errato, volendo ammazzare Porsenna,
re degli Toscani. A costoro per queste due opere tanto
egregie fu donato dal pubblico due staiora di terra per
ciascuno. È nota ancora la istoria di Manlio Capitolino. A
costui, per avere salvato il Campidoglio da' Franciosi che
vi erano a campo, fu dato, da quelli che insieme con lui vi
erano assediati dentro, una piccola misura di farina. Il
quale premio, secondo la fortuna che allora correva in Roma
fu grande; e di qualità che, mosso poi Manlio o da invidia o
dalla sua cattiva natura, a fare nascere sedizione in Roma e
cercando guadagnarsi il popolo, fu, sanza rispetto alcuno
de' suoi meriti, gittato precipite da quello Campidoglio che
esso prima, con tanta sua gloria, avea salvo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>25</head>
<head>Chi vuole riformare uno stato anticato in una città libera, ritenga almeno l'ombra de' modi antichi.</head>

<p>Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d'una
città, a volere che sia accetto, e poterlo con satisfazione
di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l'ombra
almanco de' modi antichi, acciò che a' popoli non paia avere
mutato ordine, ancorché, in fatto, gli ordini nuovi fussero
al tutto alieni dai passati; perché lo universale degli
uomini si pascono così di quel che pare come di quello che
è: anzi, molte volte si muovono più per le cose che paiono
che per quelle che sono. Per questa cagione i Romani,
conoscendo nel principio del loro vivere libero questa
necessità, avendo in cambio d'uno re creati duoi consoli,
non vollono ch'egli avessono più che dodici littori, per non
passare il numero di quelli che ministravano ai re. Oltre a
di questo, faccendosi in Roma uno sacrificio anniversario,
il quale non poteva essere fatto se non dalla persona del
re, e volendo i Romani che quel popolo non avesse a
desiderare per la assenzia degli re alcuna cosa delle
antiche; crearono uno capo di detto sacrificio, il quale
loro chiamarono Re Sacrificulo, e sottomessonlo al sommo
Sacerdote: talmente che quel popolo per questa via venne a
sodisfarsi di quel sacrificio, e non avere mai cagione, per
mancamento di esso, di disiderare la ritornata de' re. E
questo si debbe osservare da tutti coloro che vogliono
scancellare un antico vivere in una città, e ridurla a uno
vivere nuovo e libero: perché, alterando le cose nuove le
menti degli uomini, ti debbi ingegnare che quelle
alterazioni ritenghino più dello antico sia possibile; e se
i magistrati variano, e di numero e d'autorità e di tempo,
degli antichi, che almeno ritenghino il nome. E questo, come
ho detto, debbe osservare colui che vuole ordinare uno
vivere politico, o per via di republica o di regno: ma
quello che vuole fare una potestà assoluta, la quale dagli
autori è chiamata tirannide, debbe rinnovare ogni cosa, come
nel seguente capitolo si dirà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>26</head>
<head>Uno principe nuovo, in una città o provincia presa da lui, debbe fare ogni cosa nuova.</head>

<p>Qualunque diventa principe o d'una città o d'uno stato, e
tanto più quando i fondamenti suoi fussono deboli e non si
volga o per via di regno o di republica alla vita civile, il
megliore rimedio che egli abbia, a tenere quel principato,
è, sendo egli nuovo principe, fare ogni cosa, in quello
stato, di nuovo: come è, nelle città, fare nuovi governi con
nuovi nomi, con nuove autorità, con nuovi uomini; fare i
ricchi poveri, i poveri ricchi come fece Davit quando ei
diventò re: «qui esurientes implevit bonis, et divites
dimisit inanes»; edificare, oltra di questo, nuove città,
disfare delle edificate, cambiare gli abitatori da un luogo
a un altro; ed in somma, non lasciare cosa niuna intatta in
quella provincia e che non vi sia né grado, né ordine né
stato, né ricchezza, che chi la tiene non la riconosca da
te; e pigliare per sua mira Filippo di Macedonia, padre di
Alessandro, il quale, con questi modi, di piccol re, diventò
principe di Grecia. E chi scrive di lui, dice che tramutava
gli uomini di provincia in provincia, come e' mandriani
tramutano le mandrie loro. Sono questi modi crudelissimi, e
nimici d'ogni vivere, non solamente cristiano, ma umano; e
debbegli qualunque uomo fuggire, e volere piuttosto vivere
privato, che re con tanta rovina degli uomini; nondimeno,
colui che non vuole pigliare quella prima via del bene,
quando si voglia mantenere conviene che entri in questo
male. Ma gli uomini pigliono certe vie del mezzo, che sono
dannosissime; perché non sanno essere né tutti cattivi né
tutti buoni: come nel seguente capitolo, per esemplo, si
mosterrà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>27</head>
<head>Sanno rarissime volte gli uomini essere al tutto cattivi o al tutto buoni.</head>

<p>Papa Iulio secondo, andando nel <num>1505</num> a Bologna, per
cacciare di quello stato la casa de' Bentivogli, la quale
aveva tenuto il principato di quella città cento anni,
voleva ancora trarre Giovampagolo Baglioni di Perugia, della
quale era tiranno, come quello che aveva congiurato contro a
tutti i tiranni che occupavano le terre della Chiesa. E
pervenuto presso a Perugia con questo animo e deliberazione,
nota a ciascuno, non aspettò di entrare in quella città con
lo esercito suo, che lo guardasse, ma vi entrò disarmato,
non ostante vi fusse drento Giovampagolo con gente assai,
quale per difesa di sé aveva ragunata. Sì che, portato da
quel furore con il quale governava tutte le cose, con la
semplice sua guardia si rimisse nelle mani del nimico; il
quale dipoi ne menò seco, lasciando un governatore in quella
città, che rendesse ragione per la Chiesa. Fu notata, dagli
uomini prudenti che col papa erano, la temerità del papa e
la viltà di Giovampagolo; né potevono estimare donde si
venisse che quello non avesse, con sua perpetua fama,
oppresso ad un tratto il nimico suo, e sé arricchito di
preda, sendo col papa tutti li cardinali, con tutte le loro
delizie. Né si poteva credere si fusse astenuto o per bontà
o per conscienza che lo ritenesse; perché in uno petto d'un
uomo facinoroso, che si teneva la sorella, che aveva morti i
cugini e i nipoti per regnare, non poteva scendere alcun
pietoso rispetto: ma si conchiuse, nascesse che gli uomini
non sanno essere onorevolmente cattivi, o perfettamente
buoni, e, come una malizia ha in sé grandezza, o è in alcuna
parte generosa, e' non vi sanno entrare.</p>
<p>Così Giovampagolo, il quale non stimava essere incesto e
publico parricida, non seppe, o, a dir meglio, non ardì,
avendone giusta occasione, fare una impresa, dove ciascuno
avesse ammirato l'animo suo, e avesse di sé lasciato memoria
eterna, sendo il primo che avesse dimostro a' prelati,
quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro ed
avessi fatto una cosa, la cui grandezza avesse superato ogni
infamia, ogni pericolo, che da quella potesse dependere.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>28</head>
<head>Per quale cagione i Romani furono meno ingrati contro agli loro cittadini che gli Ateniesi.</head>

<p>Qualunque legge le cose fatte dalle republiche, troverrà in
tutte qualche spezie d'ingratitudine contro a' suoi
cittadini: ma ne troverrà meno in Roma che in Atene, e per
avventura in qualunque altra republica. E ricercando la
cagione di questo, parlando di Roma e d'Atene credo
accadessi perché i Romani avevano meno cagione di sospettare
de' suoi cittadini, che gli Ateniesi. Perché a Roma,
ragionando di lei dalla cacciata de' Re infino a Silla e
Mario, non fu mai tolta la libertà da alcuno suo cittadino
in modo che in lei non era grande cagione di sospettare di
loro, e, per conseguente, di offendergli inconsideratamente.
Intervenne bene ad Atene il contrario; perché, sendogli
tolta La libertà da Pisistrato nel suo più florido tempo, e
sotto uno inganno di bontà; come prima la diventò poi
libera, ricordandosi delle ingiurie ricevute e della passata
servitù, diventò prontissima vendicatrice, non solamente
degli errori, ma della ombra degli errori de' suoi
cittadini. Quinci nacque lo esilio e la morte di tanti
eccellenti uomini, quinci l'ordine dell'ostracismo, ed ogni
altra violenza che contro a' suoi ottimati in varii tempi da
quella città fu fatta. Ed è verissimo quello che dicono
questi scrittori della civilità: che i popoli mordono più
fieramente poi ch'egli hanno recuperata la libertà, che poi
che l'hanno conservata. Chi considererà, adunque, quanto è
detto, non biasimerà in questo Atene, né lauderà Roma; ma ne
accuserà solo la necessità, per la diversità degli accidenti
che in queste città nacquero. Perché si vedrà, chi
considererà le cose sottilmente che, se a Roma fusse stata
tolta la libertà come a Atene, non sarebbe stata Roma più
pia verso i suoi cittadini, che si fusse quella. Di che si
può fare verissima coniettura per quello che occorse, dopo
la cacciata de' re, contro a Collatino ed a Publio Valerio:
de' quali il primo, ancora che si trovasse a liberare Roma,
fu mandato in esilio non per altra cagione che per tenere il
nome de' Tarquinii; l'altro, avendo solo dato di sé sospetto
per edificare una casa in sul monte Celio, fu ancora per
esser fatto esule. Talché si può stimare, veduto quanto Roma
fu in questi due sospettosa e severa, che l'arebbe usata la
ingratitudine come Atene, se da' suoi cittadini come quella,
ne' primi tempi ed innanzi allo augumento suo, fusse stata
ingiuriata. E per non avere a tornare più sopra questa
materia della ingratitudine, ne dirò, quello ne occorrerà,
nel seguente capitolo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>29</head>
<head>Quale sia più ingrato, o uno popolo o uno principe.</head>

<p>Egli mi pare, a proposito della soprascritta materia, da
discorrere quale usi con maggiori esempli questa
ingratitudine, o uno popolo o uno principe. E per disputare
meglio questa parte, dico, come questo vizio della
ingratitudine nasce o dall'avarizia o da il sospetto.
Perché, quando o uno popolo o uno principe ha mandato fuori
uno suo capitano in una espedizione importante, dove quel
capitano, vincendola, ne abbi acquistata assai gloria, quel
principe o quel popolo è tenuto allo incontro a premiarlo: e
se, in cambio di premio, o e' lo disonora o e' l'offende,
mosso dall'avarizia, non volendo, ritenuto da questa
cupidità, satisfarli; fa uno errore che non ha scusa, anzi
si tira dietro una infamia eterna. Pure si truova molti
principi che ci peccono. E Cornelio Tacito dice, con questa
sentenzia, la cagione: «Proclivius est iniuriae, quam
beneficio vicem exsolvere, quia gratia oneri, ultio in
questu habetur». Ma quando ei non lo premia, o, a dir
meglio, l'offende, non mosso da avarizia ma da sospetto,
allora merita, e il popolo e il principe, qualche scusa. E
di queste ingratitudini, usate per tale cagione, se ne legge
assai: perché quello capitano il quale virtuosamente ha
acquistato uno imperio al suo signore, superando i nimici, e
riempiendo sé di gloria e gli suoi soldati di ricchezze, di
necessità, e con i soldati suoi, e con i nimici, e con i
sudditi propri di quel principe, acquista tanta riputazione,
che quella vittoria non può sapere di buono a quel signore
che lo ha mandato. E perché la natura degli uomini è
ambiziosa e sospettosa, e non sa porre modo a nessuna sua
fortuna, è impossibile che quel sospetto che subito nasce
nel principe dopo la vittoria di quel suo capitano, non sia
da quel medesimo accresciuto per qualche suo modo o termine
usato insolentemente. Talché il principe non può pensare a
altro che assicurarsene: e, per fare questo, ei pensa o di
farlo morire o di torgli la riputazione, che si ha
guadagnata nel suo esercito o ne' suoi popoli; e con ogni
industria mostrare che quella vittoria è nata non per la
virtù di quello ma per fortuna, o per viltà de' nimici, o
per prudenza degli altri capi che sono stati seco in tale
fazione.</p>
<p>Poiché Vespasiano, sendo in Giudea fu dichiarato dal suo
esercito imperadore, Antonio Primo, che si trovava con un
altro esercito in Illiria, prese le parti sue, e vennene in
Italia contro a Vitellio, quale regnava a Roma, e
virtuosissimamente ruppe dua eserciti Vitelliani, e occupò
Roma, talché Muziano, mandato da Vespasiano, trovò, per la
virtù d'Antonio, acquistato il tutto, e vinta ogni
difficultà. Il premio che Antonio ne riportò, fu che Muziano
gli tolse subito la ubbidienza dello esercito, e a poco a
poco lo ridusse in Roma sanza alcuna autorità: talché
Antonio ne andò a trovare Vespasiano, quale era ancora in
Asia, dal quale fu in modo ricevuto, che, in breve tempo,
ridotto in nessuno grado, quasi disperato morì. E di questi
esempli ne sono piene le istorie. Ne' nostri tempi, ciascuno
che al presente vive, sa con quanta industria e virtù
Consalvo Ferrante, militando nel regno di Napoli contro a'
Franciosi, per Ferrando re di Ragona, conquistassi e
vincessi quel regno; e come, per premio di vittoria, ne
riportò che Ferrando si capitoloì da Ragona, e, venuto a Napoli,
in prima gli levò la ubbidienza delle genti d'armi, dipoi
gli tolse le fortezze, ed appresso lo menò seco in Spagna;
dove, poco tempo poi, inonorato, morì. È tanto, dunque,
naturale questo sospetto ne' principi, che non se ne possono
difendere; ed è impossibile ch'egli usino gratitudine a
quelli che con vittoria hanno fatto, sotto le insegne loro,
grandi acquisti.</p>
<p>E da quello che non si difende un principe, non è miracolo,
né cosa degna di maggior memoria, se uno popolo non se ne
difende. Perché, avendo una città che vive libera, duoi
fini, l'uno lo acquistare, l'altro il mantenersi libera;
conviene che nell'una cosa e nell'altra per troppo amore
erri. Quanto agli errori nello acquistare, se ne dirà nel
luogo suo. Quanto agli errori per mantenersi libera, sono,
intra gli altri, questi: di offendere quegli cittadini che
la doverrebbe premiare; avere sospetto di quegli in cui la
si doverrebbe confidare. E benché questi modi in una
republica venuta alla corruzione sieno cagione di gran mali,
e che molte volte piuttosto la viene alla tirannide, come
intervenne a Roma di Cesare, che per forza si tolse quello
che la ingratitudine gli negava; nondimeno in una republica
non corrotta sono cagione di gran beni, e fanno che la ne
vive libera; più mantenendosi, per paura di punizione, gli
uomini migliori e meno ambiziosi. Vero è che infra tutti i
popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra
discorse, Roma fu la meno ingrata: perché della sua
ingratitudine si può dire che non ci sia altro esemplo che
quello di Scipione; perché Coriolano e Cammillo furono fatti
esuli per ingiuria che l'uno e l'altro avea fatto alla
plebe. Ma all'uno non fu perdonato, per aversi sempre
riserbato contro al popolo l'animo inimico; l'altro, non
solamente fu richiamato, ma per tutti i tempi della sua vita
adorato come principe. Ma la ingratitudine usata a Scipione
nacque da uno sospetto che i cittadini cominciarono avere di
lui, che degli altri non si era avuto: il quale nacque dalla
grandezza del nimico che Scipione aveva vinto, dalla
riputazione che gli aveva data la vittoria di sì lunga e
pericolosa guerra, dalla celerità di essa, dai favori che la
gioventù, la prudenza, e le altre sue memorabili virtudi gli
acquistavano. Le quali cose furono tante, che, non che
altro, i magistrati di Roma temevano della sua autorità: la
quale cosa dispiaceva agli uomini savi, come cosa inusitata
in Roma. E parve tanto straordinario il vivere suo, che
Catone Prisco, riputato santo, fu il primo a fargli contro;
e a dire che una città non si poteva chiamare libera, dove
era uno cittadino che fusse temuto dai magistrati. Talché se
il popolo di Roma seguì in questo caso la opinione di
Catone, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare
quegli popoli e quegli principi che per sospetto sono
ingrati. Conchiudendo adunque questo discorso, dico che,
usandosi questo vizio della ingratitudine o per avarizia o
per sospetto, si vedrà come i popoli non mai per avarizia la
usarono, e per sospetto assai manco che i principi, avendo
meno cagione di sospettare: come di sotto si dirà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>30</head>
<head>Quali modi debbe usare uno principe o una republica per fuggire questo vizio della ingratitudine; e quali quel capitano o quel cittadino per non essere oppresso da quella.</head>

<p>Uno principe, per fuggire questa necessità di avere a
vivere con sospetto, o essere ingrato, debbe personalmente
andare nelle espedizioni, come facevono nel principio quegli
imperadori romani, come fa ne' tempi nostri il Turco, e come
hanno fatto e fanno quegli che sono virtuosi. Perché,
vincendo, la gloria e lo acquisto è tutto loro, e quando ei
non vi sono, sendo la gloria d'altrui, non par loro potere
usare quello acquisto, se non spengano in altrui quella
gloria che loro non hanno saputo guadagnarsi; e diventono
ingrati ed ingiusti: e sanza dubbio è maggiore la loro
perdita che il guadagno. Ma quando, o per negligenza o per
poca prudenza, e' si rimangono a casa oziosi, e mandano uno
capitano; io non ho che precetto dare loro, altro che quello
che per loro medesimi si sanno. Ma dico bene a quel
capitano, giudicando io che non possa fuggire i morsi della
ingratitudine, che facci una delle due cose: o subito dopo
la vittoria lasci lo esercito, e rimettasi nelle mani del
suo principe, guardandosi da ogni atto insolente o
ambizioso, acciocché quello, spogliato d'ogni sospetto,
abbia cagione o di premiarlo o di non lo offendere; o,
quando questo non gli paia di fare, prenda animosamente la
parte contraria, e tenga tutti quelli modi per li quali
creda che quello acquisto sia suo proprio e non del principe
suo, faccendosi benivoli i soldati ed i sudditi; e facci
nuove amicizie co' vicini, occupi con li suoi uomini le
fortezze, corrompa i principi del suo esercito, e di quelli
che non può corrompere si assicuri; e per questi modi cerchi
di punire il suo signore di quella ingratitudine che esso
gli userebbe. Altre vie non ci sono: ma, come di sopra si
disse, gli uomini non sanno essere né al tutto tristi, né al
tutto buoni; e sempre interviene che, subito dopo la
vittoria, lasciare lo esercito non vogliono, portarsi
modestamente non possono, usare termini violenti e che
abbiano in sé l'onorevole non sanno; talché, stando ambigui,
intra quella loro dimora ed ambiguità, sono oppressi.</p>
<p>Quanto a una republica, volendo fuggire questo vizio dello
ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al
principe; cioè che vadia, e non mandi, nelle espedizioni
sue, sendo necessitata a mandare uno suo cittadino.
Conviene, pertanto, che per rimedio io le dia, che la tenga
i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno
ingrata che l'altre. Il che nacque dai modi del suo governo.
Perché, adoperandosi tutta la città, e gli nobili e gli
ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età
tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il
popolo non aveva cagione di dubitare d'alcuno di loro, sendo
assai, e guardando l'uno l'altro. E in tanto si mantenevano
interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione né
cagione al popolo, come ambiziosi, l'offendergli, che,
venendo alla dittatura quello maggiore gloria ne riportava
che più tosto la diponeva. E così, non potendo simili modi
generare sospetto, non generavano ingratitudine. In modo
che, una republica che non voglia avere cagione d'essere
ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che
voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe osservare i termini
osservati da' cittadini romani.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>31</head>
<head>Che i capitani romani per errore commesso non furano mai istraordinariamente puniti; né furano mai ancora puniti quando per la ignoranza loro o tristi partiti presi da loro
ne fusse seguiti danni alla republica.</head>

<p>I Romani non solamente, come di sopra avemo discorso,
furano manco ingrati che l'altre republiche, ma ancora
furano più pii e più rispettivi nella punizione de' loro
capitani degli eserciti che alcuna altra. Perché se il loro
errore fusse stato per malizia, e' lo gastigavano
umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissono,
e' lo premiavano ed onoravano. Questo modo del procedere era
bene considerato da loro: perché e' giudicavano che fusse di
tanta importanza, a quelli che governavano gli eserciti
loro, lo avere l'animo libero ed espedito, e sanza altri
estrinseci rispetti nel pigliare i partiti, che non volevono
aggiugnere, a una cosa per sé stessa difficile e pericolosa,
nuove difficultà e pericoli; pensando che, aggiugnendoveli,
nessuno potessi essere che operassi mai virtuosamente.
Verbigrazia, e' mandavano uno esercito in Grecia contro a
Filippo di Macedonia, o in Italia contro a Annibale, o
contro a quelli popoli che vinsono prima. Era, questo
capitano che era preposto a tale espedizione, angustiato da
tutte quelle cure che si arrecavano dietro quelle faccende,
le quali sono gravi e importantissime. Ora, se a tali cure
si fussi aggiunto più esempli de' Romani ch'eglino avessono
crucifissi o altrimenti morti quelli che avessono perdute le
giornate, egli era inpossibile che quello capitano intra
tanti sospetti potessi deliberare strenuamente. Però,
giudicando essi che a questi tali fusse assai pena la
ignominia dello avere perduto, non li vollono con altra
maggiore pena sbigottire.</p>
<p>Uno esemplo ci è, quanto allo errore commesso non per
ignoranza. Erano Sergio e Virginio a campo a Veio, ciascuno
preposto a una parte dello esercito; de' quali Sergio era
all'incontro donde potevono venire i Toscani, e Virginio
dall'altra parte. Occorse che, sendo assaltato Sergio da'
Falisci e da altri popoli, sopportò di essere rotto e fugato
prima che mandare per aiuto a Virginio. E dall'altra parte
Virginio, aspettando che si umiliasse, volle più tosto
vedere il disonore della patria sua e la rovina di quello
esercito, che soccorrerlo. Caso veramente malvagio e degno
d'essere notato, e da fare non buona coniettura
della Republica romana, se l'uno o l'altro non fussono stati
gastigati. Vero è che, dove un'altra republica gli averebbe
puniti di pena capitale, quella gli punì in denari. Il che
nacque non perché i peccati loro non meritassono maggiore
punizione, ma perché gli Romani vollono in questo caso, per
le ragioni già dette, mantenere gli antichi costumi loro. E
quando agli errori per ignoranza, non ci è il più bello
esemplo che quello di Varrone: per la temerità del quale
sendo rotti i Romani a Canne da Annibale, dove quella
Republica portò pericolo della sua libertà; nondimeno,
perché vi fu ignoranza e non malizia, non solamente non lo
gastigarono ma lo onorarono; e gli andò incontro, nella
tornata sua in Roma, tutto l'ordine senatorio: e non lo
potendo ringraziare della zuffa, lo ringraziarono ch'egli
era tornato in Roma, e non si era disperato delle cose
romane. Quando Papirio Cursore voleva fare morire Fabio, per
avere, contro al suo comandamento, combattuto co' Sanniti;
intra le altre ragioni che dal padre di Fabio erano
assegnate contro alla ostinazione del dittatore, era che il
popolo romano in alcuna perdita de' suoi capitani non aveva
fatto mai quello che Papirio nelle vittorie voleva fare.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>32</head>
<head>Una republica o uno principe non debbe differire a beneficare gli uomini nelle sue necessitadi.</head>

<p>Ancora che ai Romani succedesse felicemente essere liberali
al popolo, sopravvenendo il pericolo, quando Porsenna venne
a assaltare Roma per rimettere i Tarquinii; dove il Senato,
dubitando della plebe, che la non volesse più tosto
accettare i re che sostenere la guerra, per assicurarsene la
sgravò delle gabelle del sale, e d'ogni gravezza, dicendo
come i poveri assai operavano in beneficio publico se ei
nutrivono i loro figliuoli; e che per questo beneficio quel
popolo si esponessi a sopportare ossidione, fame e guerra;
non sia alcuno che, confidatosi in questo esemplo,
differisca ne' tempi de' pericoli a guadagnarsi il popolo;
però che mai gli riuscirà quello che riuscì ai Romani.
Perché l'universale giudicherà non avere quel bene da te, ma
dagli avversari tuoi, e dovendo temere che, passata la
necessità, tu ritolga loro quello che hai forzatamente loro
dato, non arà teco obligo alcuno. E la cagione perché a'
Romani tornò bene questo partito, fu perché lo stato era
nuovo, e non per ancora fermo; e aveva veduto quel popolo,
come innanzi si erano fatte leggi in beneficio suo, come
quella dell'appellagione alla plebe; in modo che ei potette
persuadersi che quel bene gli era fatto, non era tanto
causato dalla venuta dei nimici, quanto dalla disposizione
del Senato in beneficarli. Oltre a questo, la memoria dei re
era fresca, dai quali erano stati in molti modi vilipesi e
ingiuriati. E perché simili cagioni accaggiono rade volte,
occorrerà ancora rade volte che simili rimedi giovino. Però,
debbe qualunque tiene stato, così republica come principe,
considerare innanzi, quali tempi gli possono venire addosso
contrari, e di quali uomini ne' tempi avversi si può avere
di bisogno; e dipoi vivere con loro in quello modo che
giudica, sopravvegnente qualunque caso, essere necessitato
vivere. E quello che altrimenti si governa, o principe o
republica, e massime un principe, e poi in sul fatto crede,
quando il pericolo sopravviene, con i beneficii
riguadagnarsi gli uomini, se ne inganna: perché, non
solamente non se ne assicura, ma accelera la sua rovina.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>33</head>
<head>Quando uno inconveniente è cresciuto o in uno stato o contro a uno stato, è più salutifero partito temporeggiarlo che urtarlo.</head>

<p>Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed
imperio, i vicini, i quali prima non avevano pensato quanto
quella nuova republica potesse arrecare loro di danno,
cominciarono, ma tardi, a conoscere lo errore loro; e
volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato,
congiurarono bene quaranta popoli contro a Roma: donde i
Romani intra gli altri rimedii soliti farsi da loro negli
urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cioè
dare potestà a uno uomo che sanza alcuna consulta potesse
diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le
sue diliberazioni. Il quale rimedio, come allora fu utile, e
fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli, così fu
sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello
augumento dello imperio, in qualunque tempo surgessono
contro alla Republica.</p>
<p>Sopra il quale accidente è da discorrere prima, come,
quando uno inconveniente, che surga o in una republica o
contro a una republica, causato da cagione intrinseca o
estrinseca, è diventato tanto grande che e' cominci a fare
paura a ciascuno, è molto più sicuro partito temporeggiarsi
con quello, che tentare di estinguerlo. Perché, quasi
sempre, coloro che tentano di ammorzarlo fanno le sue forze
maggiori, e fanno accelerare quel male che da quello si
sospettava. E di questi simili accidenti ne nasce nella
republica più spesso per cagione intrinseca che estrinseca:
dove molte volte, o e' si lascia pigliare ad uno cittadino
più forze che non è ragionevole, o e' si comincia a
corrompere una legge, la quale è il nervo e la vita del
vivere libero; e lasciasi trascorrere questo errore in
tanto, che gli è più dannoso partito il volere rimediare che
lasciarlo seguire. E tanto è più difficile il conoscere
questi inconvenienti quando e' nascono, quanto e' pare più
naturale agli uomini favorire sempre i principii delle cose:
e tali favori possano, più che in alcuna altra cosa, nelle
opere che paiano che abbiano in sé qualche virtù e siano
operate da' giovani. Perché se in una republica si vede
surgere uno giovane nobile, quale abbia in sé virtù
istraordinaria, tutti gli occhi de' cittadini si cominciono
a voltare verso lui e concorrere,sanza alcuno rispetto, a
onorarlo; in modo che, se in quello è punto d'ambizione,
accozzati i favori che gli dà la natura e questo accidente,
viene subito in luogo che, quando i cittadini si avveggono
dello errore loro, hanno pochi rimedi ad ovviarvi e volendo
quegli tanti ch'egli hanno, operarli, non fanno altro che
accelerare la potenza sua.</p>
<p>Di questo se ne potrebbe addurre assai esempli, ma io ne
voglio solamente dare uno della città nostra. Cosimo de'
Medici, dal quale la casa de' Medici in la nostra città ebbe
il principio della sua grandezza, venne in tanta riputazione
col favore che gli dette la sua prudenza e la ignoranza
degli altri cittadini, che ei cominciò a fare paura allo
stato, in modo che gli altri cittadini giudicavano
l'offenderlo pericoloso ed il lasciarlo stare così,
pericolosissimo. Ma vivendo in quei tempi Niccolò da Uzzano,
il quale nelle cose civili era tenuto uomo espertissimo, ed
avendo fatto il primo errore di non conoscere i pericoli che
dalla riputazione di Cosimo potevano nascere; mentre che
visse, non permesse mai che si facesse il secondo, cioè che
si tentasse di volerlo spegnere; giudicando tale tentazione
essere al tutto la rovina dello stato loro; come si vide in
fatto, che fu, dopo la sua morte: perché, non osservando
quegli cittadini che rimasono, questo suo consiglio, si
feciono forti contro a Cosimo, e lo cacciorono da Firenze.
Donde ne nacque che la sua parte, per questa ingiuria
risentitasi, poco di poi lo richiamò, e lo fece principe
della republica: a il quale grado sanza quella manifesta
opposizione non sarebbe mai potuto salire.</p>
<p>Questo medesimo intervenne a Roma con Cesare, che, favorita
da Pompeio e dagli altri quella sua virtù, si convertì poco
dipoi quel favore in paura: di che fa testimone Cicerone,
dicendo che Pompeio aveva tardi cominciato a temere Cesare.
La quale paura fece che pensarono ai rimedi; e gli rimedi
che fecero, accelerarono la rovina della loro Republica.</p>
<p>Dico, adunque, che poi che gli è difficile conoscere questi
mali quando ei surgano, causata questa difficultà da uno
inganno che ti fanno le cose in principio, è più savio
partito il temporeggiarle poi che le si conoscono, che
l'oppugnarle: perché, temporeggiandole, o per loro medesime
si spengono, o almeno il male si differisce in più lungo
tempo. E in tutte le cose debbono aprire gli occhi i
principi che disegnano cancellarle o alle forze ed impeto
loro opporsi; di non dare loro, in cambio di detrimento,
augumento; e, credendo sospingere una cosa, tirarsela
dietro, ovvero suffocare una pianta a annaffiarla. Ma si
debbano considerare bene le forze del malore, e quando ti
vedi sufficiente a sanare quello, metterviti sanza rispetto;
altrimenti lasciarlo stare, né in alcun modo tentarlo.
Perché interverrebbe, come di sopra si discorre, come
intervenne a' vicini di Roma: ai quali, poiché Roma era
cresciuta in tanta potenza, era più salutifero con gli modi
della pace cercare di placarla e ritenerla addietro, che coi
modi della guerra farle pensare ai nuovi ordini e alle nuove
difese. Perché quella loro congiura non fece altro che farli
più uniti, più gagliardi, e pensare a modi nuovi, mediante i
quali in più breve tempo ampliarono la potenza loro. Intra i
quali fu la creazione del Dittatore; per lo quale nuovo
ordine, non solamente superarono i soprastanti pericoli ma
fu cagione di ovviare a infiniti mali, ne' quali sanza
quello rimedio quella republica sarebbe incorsa.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>34</head>
<head>L'autorità dittatoria fece bene, e non danno, alla Republica romana: e come le autorità che i cittadini si tolgono, non quelle che sono loro dai suffragi liberi date,
sono alla vita civile perniziose.</head>

<p>E' sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che
trovarono in quella città modo di creare il Dittatore, come
cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma;
allegando, come il primo tiranno che fosse in quella città
la comandò sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se
non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto
alcuno titolo publico adonestare la sua tirannide. La quale
cosa non fu bene, da colui che tiene questa opinione,
esaminata, e fu fuori d'ogni ragione creduta. Perché, e' non
fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma,
ma fu l'autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello
imperio: e se in Roma fusse mancato il nome dittatorio, ne
arebbono preso un altro; perché e' sono le forze che
facilmente si acquistano i nomi, non i nomi le forze. E si
vede che 'l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini
publici, e non per autorità propria, fece sempre bene alla
città. Perché e' nuocono alle republiche i magistrati che si
fanno e l'autoritadi che si dànno per vie istraordinarie,
non quelle che vengono per vie ordinarie: come si vede che
seguì in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno
Dittatore fece se non bene alla Republica.</p>
<p>Di che ce ne sono ragioni evidentissime. Prima, perché a
volere che un cittadino possa offendere, e pigliarsi
autorità istraordinaria, conviene ch'egli abbia molte
qualità, le quali in una republica non corrotta non può mai
avere: perché gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai
aderenti e partigiani, i quali non può avere dove le leggi
si osservano; e quando pure ve gli avessi, simili uomini
sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non
concorrano in quelli. Oltra di questo, il Dittatore era
fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a
quella cagione mediante la quale era creato; e la sua
autorità si estendeva in potere diliberare per sé stesso
circa i rimedi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa
sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione: ma non
poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come
sarebbe stato tôrre autorità al Senato o al Popolo, disfare,
gli ordini vecchi della città, e farne de' nuovi. In modo
che, raccozzato il breve tempo della sua dittatura, e le
autorità limitate che egli aveva, ed il popolo romano non
corrotto; era impossibile ch'egli uscisse de' termini suoi,
e nocessi alla città: e per esperienza si vede che sempre
mai giovò.</p>
<p>E veramente, infra gli altri ordini romani, questo è uno
che merita essere considerato e numerato infra quegli che
furono cagione della grandezza di tanto imperio; perché
sanza uno simile ordine le cittadi con difficultà usciranno
degli accidenti istraordinari. Perché gli ordini consueti
nelle republiche hanno il moto tardo (non potendo alcuno
consiglio né alcuno magistrato per sé stesso operare ogni
cosa, ma avendo in molte cose bisogno l'uno dell'altro, e
perché nel raccozzare insieme questi voleri va tempo) sono i
rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a
una cosa che non aspetti tempo. E però le republiche debbano
intra loro ordini avere uno simile modo: e la Republica
viniziana, la quale intra le moderne republiche è
eccellente, ha riservato autorità a pochi cittadini, che ne'
bisogni urgenti, sanza maggiore consulta, tutti d'accordo
possino deliberare. Perché, quando in una republica manca
uno simile modo, è necessario, o, servando gli ordini,
rovinare, o, per non ruinare, rompergli. Ed in una republica
non vorrebbe mai accadere cosa che con modi straordinari si
avesse a governare. Perché, ancora che il modo straordinario
per allora facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male;
perché si mette una usanza di rompere gli ordini per bene,
che poi, sotto quel colore, si rompono per male. Talché mai
fia perfetta una republica, se con le leggi sue non ha
provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e
dato il modo a governarlo. E però, conchiudendo, dico che
quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno
rifugio o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne'
gravi accidenti rovineranno. È da notare in questo nuovo
ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu
saviamente provisto. Perché, sendo la creazione del
Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo, di capi
della città, a divenire sotto una ubbidienza come gli altri;
e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra'
cittadini; vollono che l'autorità dello eleggerlo fosse nei
Consoli: pensando che, quando l'accidente venisse che Roma
avesse bisogno di questa regia potestà, ei lo avessono a
fare volentieri e facendolo loro, che dolesse loro meno.
Perché le ferite ed ogni altro male che l'uomo si fa da sé
spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno,
che quelle che ti sono fatte da altrui. Ancora che poi negli
ultimi tempi i Romani usassono, in cambio del Dittatore, di
dare tale autorità al Console, con queste parole: «Videat
Consul, ne Respublica quid detrimenti capiat». E per
tornare alla materia nostra, conchiudo, come i vicini di
Roma, cercando opprimergli, gli fecerono ordinare, non
solamente a potersi difendere, ma a potere, con più forza,
più consiglio e più autorità, offendere loro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>35</head>
<head>La cagione perché la creazione in Roma del Decemvirato fu nociva alla libertà di quella republica, non ostante che fusse creato per suffragi publici e liberi.</head>

<p>E' pare contrario a quel che di sopra è discorso, che
quella autorità che si occupa con violenza, non quella ch'è
data con gli suffragi, nuoce alle republiche, la elezione
dei dieci cittadini creati dal Popolo romano per fare le
leggi in Roma: i quali ne diventarono con il tempo tiranni,
e sanza alcuno rispetto occuparono la libertà di quella.
Dove si debbe considerare i modi del dare l'autorità e il
tempo per che la si dà. E quando e' si dia autorità libera,
col tempo lungo, chiamando il tempo lungo uno anno o più,
sempre fia pericolosa, e farà gli effetti o buoni o rei,
secondo che siano rei o buoni coloro a chi la sarà data. E
se si considerrà l'autorità che ebbero i Dieci, e quella che
avevano i Dittatori, si vedrà, sanza comparazione, quella
de' Dieci maggiore. Perché, creato il Dittatore, rimanevano
i Tribuni, i Consoli, il Senato, con la loro autorità; né il
Dittatore la poteva tôrre loro: e s'egli avessi potuto
privare, uno del Consolato, uno del Senato, ei non poteva
annullare l'ordine senatorio, e fare nuove leggi. In modo
che il Senato, i Consoli, i Tribuni, restando con l'autorità
loro, venivano a essere come sua guardia, a farlo non uscire
della via diritta. Ma nella creazione de' Dieci occorse
tutto il contrario: perché gli annullorono i Consoli ed i
Tribuni; dettero loro autorità di fare legge, ed ogni altra
cosa, come il Popolo romano. Talché, trovandosi soli, sanza
Consoli, sanza Tribuni, sanza appellagione al Popolo; e per
questo non venendo ad avere chi gli osservasse ei poterono,
il secondo anno, mossi dall'ambizione di Appio, diventare
insolenti. E per questo si debbe notare, che, quando e' si e
detto che una autorità, data da' suffragi liberi, non offese
mai alcuna republica, si presuppone che un popolo non si
conduca mai a darla, se non con le debite circunstanze e ne'
debiti tempi: ma quando, o per essere ingannato, o per
qualche altra cagione che lo accecasse, e' si conducesse a
darla imprudentemente, e nel modo che il Popolo romano la
dette a' Dieci gl'interverrà sempre come a quello. Questo si
prova facilmente, considerando quali cagioni mantenessero i
Dittatori buoni, e quali facessero i Dieci cattivi; e
considerando ancora, come hanno fatto quelle republiche che
sono state tenute bene ordinate, nel dare l'autorità per
lungo tempo, come davano gli Spartani agli loro Re, e come
dànno i Viniziani ai loro Duci: perché si vedrà, all'uno ed
all'altro modo di costoro essere poste guardie, che facevano
che ei non potevano usare male quella autorità. Né giova, in
questo caso, che la materia non sia corrotta; perché una
autorità assoluta in brevissimo tempo corrompe la materia e
si fa amici e partigiani. Né gli nuoce, o essere povero, o
non avere parenti; perché le ricchezze ed ogni altro favore
subito gli corre dietro: come particularmente nella
creazione de' detti Dieci discorrereno.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>36</head>
<head>Non debbano i cittadini, che hanno avuti i maggiori onori, sdegnarsi de' minori.</head>

<p>Avevano i Romani fatto Marco Fabio e <abbr>G.</abbr> Manilio consoli, e
vinta una gloriosissima giornata contro a' Veienti e gli
Etruschi; nella quale fu morto Quinto Fabio, fratello del
consolo, quale lo anno davanti era stato consolo. Dove si
debbe considerare quanto gli ordini di quella città erano
atti a farla grande; e quanto le altre republiche, che si
discostono da' modi suoi, s'ingannino. Perché, ancora che i
Romani fossono amatori grandi della gloria, nondimeno non
stimavano così disonorevole ubbidire ora a chi altra volta
essi avevano comandato, e trovarsi a servire in quello
esercito del quale erano stati principi. Il quale costume è
contrario alla opinione, ordini e modi de' cittadini de'
tempi nostri: ed in Vinegia è ancora questo errore, che uno
cittadino, avendo avuto un grado grande, si vergogni di
accettarne uno minore; e la città gli consenta che se ne
possa discostare. La quale cosa, quando fusse onorevole per
il privato, è al tutto inutile per il publico. Perché più
speranza debbe avere una republica, e più confidare in uno
cittadino che da uno grado grande scenda a governare uno
minore che in quello che da uno minore salga a governare uno
maggiore. Perché a costui non può ragionevolmente credere,
se non gli vede uomini intorno, i quali siano di tanta
riverenza o di tanta virtù che la novità di colui possa
essere, con il consiglio ed autorità loro, moderata. E
quando in Roma fosse stata la consuetudine quale è a Vinegia
e nell'altre republiche e regni moderni, che chi era stato
una volta Consolo non volesse mai più andare negli eserciti
se non Consolo, ne sarebbero nate infinite cose in disfavore
del vivere libero; e per gli errori che arebbon fatti gli
uomini nuovi, e per l'ambizione che loro arebbono potuta
usare meglio, non avendo uomini intorno, nel cospetto de'
quali ei temessono errare; e così sarebbero venuti a essere
più sciolti: il che sarebbe tornato tutto in detrimento
publico.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>37</head>
<head>Quali scandoli partorì in Roma la legge agraria: e come fare una legge in una republica, che riguardi assai indietro, e sia contro a una consuetudine antica della città, è scandolosissimo.</head>

<p>Egli è sentenzia degli antichi scrittori, come gli uomini
sogliono affliggersi nel male e stuccarsi nel bene; e come
dall'una e dall'altra di queste due passioni nascano i
medesimi effetti. Perché, qualunque volta è tolto agli
uomini il combattere per necessità, combattono per
ambizione; la quale è tanto potente ne' petti umani, che
mai, a qualunque grado si salgano, gli abbandona. La cagione
è, perché la natura ha creati gli uomini in modo che possono
desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa:
talché, essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza
dello acquistare, ne risulta la mala contentezza di quello
che si possiede, e la poca sodisfazione d'esso. Da questo
nasce il variare della fortuna loro: perché, disiderando gli
uomini, parte di avere più, parte temendo di non perdere lo
acquistato, si viene alle inimicizie ed alla guerra; dalla
quale nasce la rovina di quella provincia e la esaltazione
di quell'altra. Questo discorso ho fatto, perché alla Plebe
romana non bastò assicurarsi de' nobili per la creazione de'
Tribuni, al quale desiderio fu costretta per necessità; che
lei, subito, ottenuto quello, cominciò a combattere per
ambizione, e volere con la Nobiltà dividere gli onori e le
sustanze, come cosa stimata più dagli uomini. Da questo
nacque il morbo che partorì la contenzione della legge
agraria, che infine fu causa della distruzione della
Republica. E perché le republiche bene ordinate hanno a
tenere ricco il publico e gli loro cittadini, poveri,
convenne che fusse nella città di Roma difetto in questa
legge: la quale o non fusse fatta nel principio in modo che
la non si avesse ogni dì a ritrattare, o che si differisse
tanto in farla, che fosse scandoloso il riguardarsi indietro
o, sendo ordinata bene da prima, era stata poi dall'uso
corrotta, talché in qualunque modo si fusse, mai non si
parlò di questa legge in Roma, che quella città non andasse
sottosopra.</p>
<p>Aveva questa legge due capi principali. Per l'uno si
disponeva che non si potesse possedere per alcuno cittadino
più che tanti iugeri di terra; per l'altro, che i campi di
che si privavano i nimici, si dividessono intra il popolo
romano. Veniva pertanto a fare di dua sorte offese ai
nobili: perché quegli che possedevano più beni non
permetteva la legge (quali erano la maggiore parte de'
nobili), ne avevano a essere privi, e dividendosi intra la
plebe i beni de' nimici, si toglieva a quegli la via dello
arricchire. Sicché, venendo a essere queste offese contro a
uomini potenti, e, che pareva loro, contrastandola,
difendere il publico, qualunque volta, come è detto, si
ricordava, andava sottosopra tutta quella città: e i nobili
con pazienza ed industria la temporeggiavano o con trarre
fuora uno esercito o che a quel Tribuno che la
proponeva si opponesse un altro Tribuno, o talvolta cederne
parte, ovvero mandare una colonia in quel luogo che si
avesse a distribuire: come intervenne del contado di Anzio,
per il quale surgendo questa disputa della legge, si mandò
in quel luogo una colonia, tratta di Roma, alla quale si
consegnasse detto contado. Dove Tito Livio usa un termine
notabile, dicendo che con difficultà si trovò in Roma chi
desse il nome per ire in detta colonia: tanto era quella
plebe più pronta a volere desiderare le cose in Roma, che a
possederle in Anzio. Andò questo omore di questa legge,
così, travagliandosi un tempo, tanto che gli Romani
cominciarono a condurre le loro armi nelle estreme parti di
Italia, o fuori di Italia; dopo al quale tempo parve che la
cessassi. Il che nacque perché i campi che possedevano i
nimici di Roma essendo discosti agli occhi della plebe, ed
in luogo dove non gli era facile il cultivargli, veniva a
essere meno desiderosa di quegli: e ancora i Romani erano
meno punitori de' loro nimici in simil modo; e quando pure
spogliavano alcuna terra del suo contado, vi distribuivano
colonie. Tanto che, per tali cagioni, questa legge stette
come addormentata infino ai Gracchi; da' quali essendo poi
svegliata, rovinò al tutto la libertà romana; perché la
trovò raddoppiata la potenza de' suoi avversari, e si
accese, per questo, tanto odio intra la Plebe ed il Senato,
che si venne nelle armi ed al sangue, fuori d'ogni modo e
costume civile. Talché, non potendo i publici magistrati
rimediarvi, né sperando più alcuna delle fazioni in quegli,
si ricorse ai rimedi privati, e ciascuna delle parti pensò
di farsi uno capo che la difendesse. Prevenne in questo
scandolo e disordine la plebe, e volse la sua riputazione a
Mario tanto che la lo fece quattro volte consule; ed in
tanto continovò con pochi intervalli il suo consolato, che
si potette per sé stesso far consulo tre altre volte. Contro
alla quale peste non avendo la Nobilità alcuno rimedio, si
volse a favorire Silla; e fatto, quello, capo della parte
sua, vennero alle guerre civili; e, dopo molto sangue e
variare di fortuna, rimase superiore la Nobilità.
Risuscitarono poi questi omori a tempo di Cesare e di
Pompeio; perché, fattosi Cesare capo della parte di Mario, e
Pompeio di quella di Silla, venendo alle mani, rimase
superiore Cesare: il quale fu primo tiranno in Roma; talché
mai fu poi libera quella città.</p>
<p>Tale, adunque, principio e fine ebbe la legge agraria. E
benché noi mostrassimo altrove, come le inimicizie di Roma
intra il Senato e la Plebe mantenessero libera Roma, per
nascerne, da quelle, leggi in favore della libertà, e per
questo paia disforme a tale conclusione il fine di questa
legge agraria; dico come, per questo, io non mi rimuovo da
tale opinione: perché gli è tanta l'ambizione de' grandi,
che, se per varie vie ed in vari modi ella non è in una
città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua.
In modo che, se la contenzione della legge agraria penò
trecento anni a fare Roma serva, si sarebbe condotta, per
avventura, molto più tosto in servitù quando la plebe, e con
questa legge e con altri suoi appetiti, non avesse sempre
frenato l'ambizione de' nobili. Vedesi per questo ancora,
quanto gli uomini stimano più la roba che gli onori. Perché
la Nobilità romana sempre negli onori cede sanza scandoli
straordinari alla plebe; ma come si venne alla roba fu tanta
la ostinazione sua nel difenderla, che la plebe ricorse, per
isfogare l'appetito suo, a quegli straordinari che di sopra
si discorrono. Del quale disordine furono motori i Gracchi,
de' quali si debbe laudare più la intenzione che la
prudenzia. Perché, a volere levar via uno disordine
cresciuto in una republica, e per questo fare una legge che
riguardi assai indietro, è partito male considerato; e, come
di sopra largamente si discorse, non si fa altro che
accelerare quel male, a che quel disordine ti conduce: ma,
temporeggiandolo, o il male viene più tardo, o per sé
medesimo col tempo avanti che venga al fine suo, si spegne.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>38</head>
<head>Le republiche deboli sono male risolute e non si sanno
diliberare; e se le pigliano mai alcun partito, nasce più da
necessità che da elezione.</head>

<p>Essendo in Roma una gravissima pestilenza, e parendo per
questo agli Volsci ed agli Equi che fusse venuto il tempo di
potere oppressare Roma, fatto questi due popoli uno
grossissimo esercito, assaltarono i Latini e gli Ernici; e
guastando il loro paese, furono costretti i Latini e gli
Ernici farlo intendere a Roma, e pregare che fossero difesi
da' Romani: ai quali, sendo i Romani gravati dal morbo,
risposero che pigliassero partito di difendersi da loro
medesimi e con le loro armi, perché essi non gli potevano
difendere. Dove si conosce la generosità e prudenza di quel
Senato, e come sempre in ogni fortuna volle essere quello
che fusse principe delle diliberazioni che avessero a
pigliare i suoi; né si vergognò mai diliberare una cosa che
fusse contraria al suo modo di vivere o ad altre
diliberazioni fatte da lui, quando la necessità gliene
comandava.</p>
<p>Questo dico, perché altre volte il medesimo Senato aveva
vietato ai detti popoli l'armarsi e difendersi; talché a uno
Senato meno prudente di questo sarebbe paruto cadere del
grado suo a concedere loro tale difensione. Ma quello sempre
giudicò le cose come si debbano giudicare, e sempre prese il
meno reo partito per migliore: perché male gli sapeva non
potere difendere i suoi sudditi, male gli sapeva che si
armassero sanza loro, per le ragioni dette e per molte altre
che s'intendano: nondimeno, conoscendo che si sarebbono
armati, per necessità, a ogni modo, avendo il nimico
addosso; prese la parte onorevole, e volle che quello che
gli aveano a fare, lo facessero con licenza sua, acciocché,
avendo disubbidito per necessità, non si avvezzassero a
disubbidire per elezione. E benché questo paia partito che
da ciascuna republica dovesse essere preso, nientedimeno le
republiche deboli e male consigliate non gli sanno pigliare,
né si sanno onorare di simili necessità. Aveva il duca
Valentino presa Faenza, e fatto calare Bologna agli accordi
suoi. Dipoi, volendo tornarsene a Roma per la Toscana, mandò
in Firenze uno suo uomo a domandare il passo per sé e per lo
esercito suo. Consultossi in Firenze come si avesse a
governare questa cosa, né fu mai consigliato per alcuno di
concedergliene. In che non si seguì il modo romano: perché,
sendo il Duca armatissimo, ed i Fiorentini in modo disarmati
che non gli potevan vietare il passare, era molto più onore
loro, che paresse che passasse con volontà di quegli, che a
forza; perché, dove vi fu al tutto il loro vituperio,
sarebbe stato in parte minore quando l'avessero governata
altrimenti. Ma la più cattiva parte che abbiano le
republiche deboli, è essere inresolute; in modo che tutti i
partiti che le pigliono, gli pigliono per forza; e se vien
loro fatto alcun bene, lo fanno forzate, e non per prudenza
loro.</p>
<p>Io voglio dare di questo due altri esempli, occorsi ne'
tempi nostri, nello stato della nostra città.</p>
<p>Nel <num>1500</num>, ripreso che il re Luigi XII di Francia ebbe
Milano, desideroso di rendervi Pisa, per avere cinquantamila
ducati che gli erano stati promessi da' Fiorentini dopo tale
restituzione, mandò gli suoi eserciti verso Pisa, capitanati
da monsignore di Beumonte; benché francese, nondimanco uomo
in cui i Fiorentini assai confidavano. Condussesi questo
esercito e questo capitano intra Cascina e Pisa, per andare
a combattere le mura; dove dimorando alcuno giorno per
ordinarsi alla espugnazione, vennono oratori Pisani a
Beumonte, e gli offerirono di dare la città allo esercito
francese con questi patti: che, sotto la fede del re,
promettesse non la mettere in mano de' Fiorentini, prima che
dopo quattro mesi. Il quale partito fu da' Fiorentini al
tutto rifiutato, in modo che si seguì nello andarvi a campo
e partirsene con vergogna. Né fu rifiutato il partito per
altra cagione che per diffidare della fede del re; come
quegli che per debolezza di consiglio si erano per forza
messi nelle mani sue, e, dall'altra parte, non se ne
fidavano, ne vedevano quanto era meglio che il re potesse
rendere loro Pisa sendovi dentro, e, non la rendendo,
scoprire l'animo suo, che, non la avendo, poterla loro
promettere, e loro essere forzati comperare quelle promesse.
Talché, molto più utilmente arebbono fatto a acconsentire
che Beumonte l'avessi, sotto qualunque promessa, presa: come
se ne vide la esperienza dipoi nel <num>1502</num>, che, essendosi
ribellato Arezzo, venne ai soccorsi de' Fiorentini mandato
da il re di Francia monsignor Imbalt con gente francese; il
quale, giunto propinquo ad Arezzo, dopo poco tempo cominciò
a praticare accordo con gli Aretini, i quali sotto certa
fede volevon dare la terra, a similitudine de' Pisani. Fu
rifiutato in Firenze tale partito; il che veggendo monsignor
Imbalt, e parendogli come i Fiorentini se ne intendessero
poco, cominciò a tenere le pratiche dello accordo da sé,
sanza partecipazione de' Commessari: tanto che ei lo
conchiuse a suo modo, e, sotto quello, con le sue genti se
n'entrò in Arezzo, faccendo intendere ai Fiorentini come
egli erano matti, e non s'intendevano delle cose del mondo:
che, se volevano Arezzo, lo facessero intendere a il re, il
quale lo poteva dare loro molto meglio, avendo le sua gente
in quella città, che fuori. Non si restava in Firenze di
lacerare e biasimare detto Imbalt; né si restò mai infino a
tanto che si conobbe che, se Beumonte fosse stato simile a
Imbalt, si sarebbe avuto Pisa come Arezzo.</p>
<p>E così, per tornare a proposito, le republiche inresolute
non pigliono mai partiti buoni, se non per forza, perché la
debolezza loro non le lascia mai deliberare dove è alcuno
dubbio; e se quel dubbio non è cancellato da una violenza
che le sospinga, stanno sempre mai sospese.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>39</head>
<head>In diversi popoli si veggano spesso i medesimi accidenti.</head>

<p>E' si conosce facilmente, per chi considera le cose
presenti e le antiche, come in tutte le città ed in tutti i
popoli sono quegli medesimi desiderii e quelli medesimi
omori, e come vi furono sempre. In modo che gli è facil
cosa, a chi esamina con diligenza le cose passate, prevedere
in ogni republica le future, e farvi quegli rimedi che dagli
antichi sono stati usati; o, non ne trovando degli usati,
pensarne de' nuovi, per la similitudine degli accidenti. Ma
perché queste considerazioni sono neglette, o non intese da
chi legge, o, se le sono intese, non sono conosciute da chi
governa; ne seguita che sempre sono i medesimi scandoli in
ogni tempo.</p>
<p>Avendo la città di Firenze, dopo il <num>94</num>, perso parte dello
imperio suo, come Pisa ed altre terre, fu necessitata fare
guerra a coloro che le occupavano. E perché chi le occupava
era potente, ne seguiva che si spendeva assai nella guerra,
sanza alcun frutto; dallo spendere assai, ne risultava assai
gravezze; dalle gravezze, infinite querele del popolo: e
perché questa guerra era amministrata da uno magistrato di
dieci cittadini che si chiamavano i Dieci della guerra,
l'universale cominciò a recarselo in dispetto, come quello
che fusse cagione e della guerra e delle spese d'essa; e
cominciò a persuadersi che, tolto via detto magistrato,
fusse tolto via la guerra, tanto che, avendosi a rifare, non
se gli fecero gli scambi; e lasciatosi spirare, si mandarono
le azioni sue alla Signoria. La quale diliberazione fu tanto
perniziosa, che, non solamente non levò la guerra, come lo
universale si persuadeva, ma, tolto via quegli uomini che
con prudenza l'amministravano, ne seguì tanto disordine,
che, oltre a Pisa, si perdé Arezzo e molti altri luoghi: in
modo che, ravvedutosi il popolo dello errore suo, e come la
cagione del male era la febbre e non il medico, rifece il
magistrato de' Dieci. Questo medesimo omore si levò in Roma
contro al nome de' Consoli: perché veggendo quello popolo
nascere l'una guerra dall'altra, e non poter mai riposarsi;
dove e' dovevano pensare che la nascessi dall'ambizione de'
vicini che gli volevano opprimere, pensavano nascessi
dall'ambizione de' nobili, che, non potendo dentro in Roma
gastigare la Plebe difesa dalla potestà tribunizia, la
volevon condurre fuora di Roma sotto i Consoli, per
oppressarla dove la non aveva aiuto alcuno. E pensarono, per
questo, che fusse necessario o levar via i Consoli, o
regolare in modo la loro potestà, che e' non avessono
autorità sopra il popolo né fuori né in casa. Il primo che
tentò questa legge, fu uno Terentillo tribuno; il quale
proponeva che si dovessero creare cinque uomini che
dovessero considerare la potenza de' Consoli, e limitarla.
Il che alterò assai la Nobilità, parendogli che la maiestà
dello imperio fusse al tutto declinata, talché alla Nobilità
non restasse più alcun grado in quella Republica. Fu
nondimeno tanta l'ostinazione de' Tribuni, che 'l nome
consolare si spense; e furono in fine contenti, dopo qualche
altro ordine, più tosto creare Tribuni con potestà
consolare, che Consoli: tanto avevano più in odio il nome
che l'autorità loro. E così seguitarono lungo tempo, infine
che, conosciuto l'errore loro, come i Fiorentini ritornarono
a' Dieci, così loro ricreorno i Consoli.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>40</head>
<head>La creazione del Decemvirato in Roma, e quello che in essa
è da notare: dove si considera, intra molte altre cose, come
si può o salvare, per simile accidente, o oppressare una
republica.</head>

<p>Volendo discorrere particularmente sopra gli accidenti che
nacquero in Roma per la creazione del Decemvirato, non mi
pare soperchio narrare, prima, tutto quello che seguì per
simile creazione, e dopo disputare quelle parti che sono, in
esse azioni, notabili: le quali sono molte e di grande
considerazione, così per coloro che vogliono mantenere una
republica libera, come per quelli che disegnassono
sottometterla. Perché in tale discorso si vedrà, molti
errori fatti dal Senato e dalla plebe in disfavore della
libertà; e molti errori fatti da Appio, capo del
Decemvirato, in disfavore di quella tirannide che egli si
aveva presupposto stabilire in Roma. Dopo molte disputazioni
e contenzioni seguite intra il Popolo e la Nobilità per
fermare nuove leggi in Roma, per le quali si stabilisse più
la libertà di quello stato, mandarono, d'accordo, Spurio
Pestumio, con duoi altri Cittadini, a Atene, per gli esempli
di quelle leggi che Solone dette a quella città, acciocché
sopra quelle potessono fondare le leggi romane. Andati e
tornati costoro, si venne alla creazione degli uomini che
avessero ad esaminare e fermare dette leggi; e crearono
dieci cittadini per uno anno, intra i quali fu creato Appio
Claudio, uomo sagace ed inquieto. E perché e' potessono,
sanza alcun rispetto, creare tali leggi, si levarono di Roma
tutti gli altri magistrati, ed in particulare i Tribuni ed i
Consoli, e levossi lo appello al Popolo; in modo che tale
magistrato veniva a essere al tutto principe di Roma.
Appresso ad Appio si ridusse tutta l'autorità degli altri
suoi compagni, per i favori che gli faceva la Plebe; perché
egli s'era fatto in modo popolare con le dimostrazioni, che
pareva maraviglia ch'egli avesse preso sì presto una nuova
natura e uno nuovo ingegno, essendo stato tenuto, innanzi a
questo tempo, uno crudele perseguitatore della plebe.</p>
<p>Governaronsi questi Dieci assai civilmente, non tenendo più
che dodici littori, i quali andavano davanti a quello ch'era
infra loro proposto. E benché gli avessono l'autorità
assoluta, nondimeno, avendosi a punire uno cittadino romano
per omicida, lo citorno nel cospetto del popolo, e da quello
lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi in dieci
tavole; ed avanti che le confermassero, le messono in
publico, acciocché ciascuno le potesse leggere e disputarle;
acciocché si conoscesse se vi era alcun difetto, per poterle
innanzi alla confermazione loro emendare. Fece, in su
questo, Appio nascere un romore per Roma, che, se a queste
dieci tavole se ne aggiugnesse due altre, si darebbe a
quelle la loro perfezione; talché questa opinione dette
occasione al popolo di rifare i Dieci per un altro anno: a
che il popolo s'accordò volentieri, sì perché i Consoli non
si rifacessono, sì perché e' pareva loro potere stare sanza
Tribuni, sendo loro giudici delle cause, come disopra si
disse. Preso, dunque, partito di rifarli, tutta la Nobilità
si mosse a cercare questi onori; ed intra i primi era Appio;
ed usava tanta umanità verso la plebe nel domandarlo, che la
cominciò a essere sospetta a' suoi compagni: «credebant
enim haud gratuitam in tanta superbia comitatem fore». E
dubitando di opporsegli apertamente, deliberarono farlo con
arte, e benché e' fusse minore di tempo di tutti dettono a
lui autorità di proporre i futuri Dieci al popolo, credendo
ch'egli osservassi i termini degli altri di non proporre sé
medesimo, sendo cosa inusitata e ignominiosa in Roma. «Ille
vero impedimentum pro occasione arripuit» e nominò sé intra
i primi, con maraviglia e dispiacere di tutti i nobili;
nominò dipoi nove altri, a suo proposito. La quale nuova
creazione, fatta per uno altro anno, cominciò a mostrare al
Popolo ed alla Nobilità lo errore suo. Perché subito
«Appius finem fecit ferendae alienae personae»; e cominciò
a mostrare la innata sua superbia, ed in pochi dì riempié
de' suoi costumi i suoi compagni. E per isbigottire il
popolo ed il Senato in cambio di dodici littori, ne feciono
cento venti.</p>
<p>Stette la paura equale qualche giorno; ma cominciarono poi
a intrattenere il Senato, e batter la plebe: e se alcuno
battuto dall'uno, appellava all'altro, era peggio trattato
nell'appellagione che nella prima sentenzia. In modo che la
Plebe, conosciuto lo errore suo, cominciò piena di
afflizione a riguardare in viso i nobili, «et inde
libertatis captare auram, unde servitutem timendo, in eum
statum rempublicam adduxerunt». E alla Nobilità era grata
questa loro afflizione, «ut ipsi, taedio praesentium,
Consules desiderarent». Vennono i dì che terminavano
l'anno: le due tavole delle leggi erano fatte, ma non
publicate. Da questo i Dieci presono occasione di
continovare nel magistrato; e cominciarono a tenere con
violenza lo stato, e farsi satelliti della gioventù nobile,
alla quale davono i beni di quegli che loro condennavano.
«Quibus donis juventus corrumpebatur et malebat licentiam
suam, quam omnium libertatem». Nacque in questo tempo, che
i Sabini ed i Volsci mossero guerra a' Romani; in su la
quale paura cominciarono i Dieci a vedere la debolezza dello
stato loro, perché sanza il Senato non potevono ordinare la
guerra, e, ragunando il Senato, pareva loro perdere lo
stato. Pure, necessitati, presono questo ultimo partito; e
ragunati i senatori insieme, molti de' senatori parlarono
contro alla superbia de' Dieci, e in particulare Valerio ed
Orazio: e l'autorità loro si sarebbe al tutto spenta, se non
che il Senato, per invidia della Plebe, non volle mostrare
l'autorità sua pensando che, se i Dieci deponevano il
magistrato voluntari, che potesse essere che i Tribuni della
plebe non si rifacessero. Deliberossi dunque la guerra
uscissi fuori con dua eserciti guidati da parte di detti
Dieci; Appio rimase a governare la città. Donde nacque che
si innamorò di Virginia, e che, volendola tôrre per forza,
il padre Virginio, per liberarla, l'ammazzò: donde seguirono
i tumulti di Roma e degli eserciti: i quali riduttisi
insieme con il rimanente della plebe romana, se ne andarono
nel Monte Sacro, dove stettero tanto che i Dieci deposono il
magistrato, e che furono creati i Tribuni ed i Consoli, e
ridotta Roma nella forma della sua antica libertà.</p>
<p>Notasi adunque, per questo testo, in prima, essere nato in
Roma questo inconveniente di creare questa tirannide per
quelle medesime cagioni che nascano la maggior parte delle
tirannidi nelle città: e questo è da troppo desiderio del
popolo, d'essere libero, e da troppo desiderio de' nobili,
di comandare. E quando e' non convengano a fare una legge in
favore della libertà, ma gettasi qualcuna delle parti a
favorire uno, allora è che subito la tirannide surge.
Convennono il popolo ed i nobili di Roma a creare i Dieci, e
crearli con tanta autorità, per il desiderio che ciascuna
delle parti aveva, l'una di spegnere il nome consolare,
l'altra il tribunizio. Creati che furono, parendo alla plebe
che Appio fusse diventato popolare e battessi la Nobilità,
si volse il popolo a favorirlo. E quando uno popolo si
conduce a fare questo errore, di dare riputazione a uno,
perché batta quelli che egli ha in odio, e che quello uno
sia savio, sempre interverrà ch'e' diventerà tiranno di
quella città. Perché egli attenderà, insieme col favore del
popolo, a spegnere la Nobilità; e non si volterà mai alla
oppressione del popolo, se non quando e' l'arà spenta; nel
quale tempo, conosciutosi il popolo essere servo, non abbi
dove rifuggire. Questo modo hanno tenuto tutti coloro che
hanno fondato tirannide in le republiche. E se questo modo
avesse tenuto Appio, quella sua tirannide arebbe presa più
vita, e non sarebbe mancata sì presto: ma e' fece tutto il
contrario, né si potette governare più imprudentemente; che,
per tenere la tirannide, e' si fece inimico di coloro che
gliele avevano data e che gliele potevano mantenere, ed
inimico di quelli che non erano concorsi a dargliene e che
non gliene arebbono potuta mantenere; e perdessi coloro che
gli erano amici, e cercò di avere amici quegli che non gli
potevano essere amici. Perché, ancora che i nobili
desiderino tiranneggiare, quella parte della Nobilità che si
truova fuori della tirannide, è sempre inimica al tiranno;
né quello se la può guadagnare mai tutta, per l'ambizione
grande e grande avarizia che è in lei non potendo il tiranno
avere né tante ricchezze né tanti onori che a tutta
satisfaccia. E così Appio, lasciando il popolo ed
accostandosi a' nobili, fece uno errore evidentissimo, e per
le ragioni dette di sopra, e perché, a volere con violenza
tenere una cosa, bisogna che sia più potente chi sforza che
chi è sforzato.</p>
<p>Donde nasce che quegli tiranni che hanno amico l'universale
ed inimici i grandi, sono più sicuri, per essere la loro
violenza sostenuta da maggiori forze, che quella di coloro
che hanno per inimico il popolo e amica la Nobilità. Perché
con quello favore bastono a conservarsi le forze
intrinseche: come bastarono a Nabide, tiranno di Sparta,
quando tutta Grecia e il Popolo romano lo assaltò: il quale,
assicuratosi di pochi nobili, avendo amico il Popolo, con
quello si difese; il che non arebbe potuto fare avendolo
inimico. In quello altro grado per avere pochi amici dentro,
non bastono le forze intrinseche, ma gli conviene cercare di
fuora. Ed hanno a essere di tre sorte: l'una satelliti
forestieri, che ti guardino la persona, l'altra armare il
contado, che faccia quello ufficio che arebbe a fare la
plebe, la terza accostarsi con vicini potenti che ti
difendino. Chi tiene questi modi e gli osserva bene, ancora
ch'egli avesse per inimico il popolo, potrebbe in qualche
modo salvarsi. Ma Appio non poteva fare questo, di
guadagnarsi il contado, sendo una medesima cosa il contado e
Roma: e quel che poteva fare, non seppe: talmente che rovinò
ne' primi principii suoi. Fecero il Senato ed il Popolo in
questa creazione del Decemvirato errori grandissimi: perché,
avvenga che di sopra si dica, in quel discorso che si fa del
Dittatore, che quegli magistrati che si fanno da per loro,
non quelli che fa il popolo, sono nocivi alla libertà;
nondimeno il popolo debbe, quando egli ordina i magistrati,
fargli in modo che
gli abbino avere qualche rispetto a diventare scelerati. E
dove e' si debbe preporre loro guardia per mantenergli
buoni, i Romani la levarono, faccendolo solo magistrato in
Roma, ed annullando tutti gli altri, per la eccessiva voglia
(come di sopra dicemo) che il Senato aveva di spegnere i
Tribuni, e la plebe di spegnere i Consoli; la quale gli
accecò in modo, che concorsono in tale disordine. Perché gli
uomini, come diceva il re Ferrando, spesso fanno come certi
minori uccelli di rapina; ne' quali è tanto desiderio di
conseguire la loro preda, a che la natura gl'incita, che non
sentono uno altro maggiore uccello che sia loro sopra per
ammazzarli. Conoscesi, adunque, per questo discorso, come
nel principio preposi, lo errore del popolo romano, volendo
salvare la libertà, e gli errori di Appio, volendo occupare
la tirannide.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>41</head>
<head>Saltare dalla umiltà alla superbia, dalla piatà alla
crudeltà, sanza i debiti mezzi, è cosa imprudente e
inutile.</head>

<p>Oltre agli altri termini male usati da Appio per mantenere
la tirannide, non fu di poco momento saltare troppo presto
da una qualità a un'altra. Perché l'astuzia sua nello
ingannare la plebe simulando d'essere uomo popolare, fu bene
usata; furono ancora bene usati i termini che tenne perché i
Dieci si avessono a rifare; fu ancora bene usata quella
audacia di creare sé stesso contro alla opinione della
Nobilità; fu bene usato creare compagni a suo proposito: ma
non fu già bene usato, come egli ebbe fatto questo, secondo
che disopra dico, mutare, in uno subito, natura; e, di
amico, mostrarsi inimico alla plebe; di umano, superbo; di
facile, difficile; e farlo tanto presto, che, sanza scusa
niuna, ogni uomo avesse a conoscere la fallacia dello animo
suo. Perché chi è paruto buono un tempo, e vuole a suo
proposito diventar cattivo, lo debbe fare per i debiti
mezzi; ed in modo condurvisi con le occasioni, che, innanzi
che la diversa natura ti tolga de' favori vecchi, la te ne
abbia dati tanti de' nuovi, che tu non venga a diminuire la
tua autorità: altrimenti, trovandoti scoperto e sanza amici,
rovini.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>42</head>
<head>Quanto gli uomini facilmente si possono corrompere.</head>

<p>Notasi ancora, in questa materia del Decemvirato, quanto
facilmente gli uomini si corrompono, e fannosi diventare di
contraria natura, quantunque buoni e bene ammaestrati;
considerando quanto quella gioventù che Appio si aveva
eletta intorno, cominciò a essere amica della tirannide per
uno poco di utilità che gliene conseguiva; e come Quinto
Fabio, uno del numero de' secondi Dieci, sendo uomo ottimo,
accecato da uno poco d'ambizione, e persuaso dalla malignità
di Appio, mutò i suoi buoni costumi in pessimi, e diventò
simile a lui. Il che esaminato bene, farà tanto più pronti i
latori di leggi delle republiche o de' regni a frenare gli
appetiti umani, e tôrre loro ogni speranza di potere impune
errare.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>43</head>
<head>Quegli che combattono per la gloria propria, sono buoni e
fedeli soldati.</head>

<p>Considerasi ancora, per il soprascritto trattato, quanta
differenzia è da uno esercito contento e che combatte per la
gloria sua, a quello che è male disposto e che combatte per
l'ambizione d'altrui. Perché, dove gli eserciti romani
solevano sempre essere vittoriosi sotto i Consoli, sotto i
Decemviri sempre perderono. Da questo esemplo si può
conoscere, in parte, delle cagioni della inutilità de'
soldati mercenari; i quali non hanno altra cagione che gli
tenga fermi, che un poco di stipendio che tu dai loro. La
qual cagione non è né può essere bastante a fargli fedeli,
né tanto tuoi amici, che voglino morire per te. Perché in
quegli eserciti che non è un'affezione verso di quello per
chi e' combattono, che gli faccia diventare suoi partigiani,
non mai vi potrà essere tanta virtù che basti a resistere a
uno nimico un poco virtuoso. E perché questo amore non può
nascere, né questa gara, da altro che da' sudditi tuoi; è
necessario, a volere tenere uno stato, a volere mantenere
una republica o uno regno, armarsi de' sudditi suoi: come si
vede che hanno fatto tutti quelli che con gli eserciti hanno
fatto grandi profitti. Avevano gli eserciti romani sotto i
Dieci quella medesima virtù; ma perché in loro non era
quella medesima disposizione, non facevono gli usitati loro
effetti. Ma come prima il magistrato de' Dieci fu spento, e
che loro come liberi cominciorono a militare, ritornò in
loro il medesimo animo; e per consequente, le loro imprese
avevono il loro fine felice, secondo l'antica consuetudine
loro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>44</head>
<head>Una moltitudine sanza capo è inutile: e come e' non si
debbe minacciare prima, e poi chiedere l'autorità.</head>

<p>Era la plebe romana, per lo accidente di Virginia, ridotta
armata nel Monte Sacro. Mandò il Senato suoi ambasciadori a
dimandare con quale autorità gli avevano abbandonati i loro
capitani, e ridottosi nel Monte. E tanto era stimata
l'autorità del Senato, che, non avendo la plebe intra loro
capi, niuno si ardiva a rispondere. E Tito Livio dice, che
e' non mancava loro materia a rispondere, ma mancava loro
chi facesse la risposta. La qual cosa dimostra appunto la
inutilità d'una moltitudine sanza capo. Il quale disordine
fu conosciuto da Virginio, e per suo ordine si creò venti
Tribuni militari, che fossero loro capi, a rispondere e
convenire col Senato. Ed avendo chiesto che si mandasse loro
Valerio ed Orazio, a' quali loro direbbono la voglia loro,
non vi vollono andare se prima i Dieci non deponevano il
magistrato: e arrivati sopra il Monte dove era la Plebe, fu
domandato loro da quella, che volevano che si creassero i
Tribuni della Plebe, e che si avesse a appellare al Popolo
da ogni magistrato, e che si dessono loro tutti i Dieci che
gli volevono ardere vivi. Laudarono Valerio ed Orazio le
prime loro domande; biasimarono l'ultima come impia,
dicendo: «Crudelitatem damnatis, in crudelitatem ruitis»;
e consigliarongli che dovessono lasciare il fare menzione
de' Dieci, e ch'egli attendessero a ripigliare l'autorità e
potestà loro: dipoi non mancherebbe loro modo a sodisfarsi.
Dove apertamente si conosce quanta stultizia e poca prudenza
è domandare una cosa, e dire prima: io voglio fare il tale
male con essa; perché non si debbe mostrare l'animo suo, ma
vuolsi cercare di ottenere quel suo desiderio in ogni modo.
Perché e' basta a domandare a uno l'arme, sanza dire: io ti
voglio ammazzare con esse; potendo, poi che tu hai l'arme in
mano, soddisfare allo appetito tuo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>45</head>
<head>È cosa di malo esemplo non osservare una legge fatta, e
massime dallo autore d'essa; e rinfrescare ogni dì nuove
ingiurie in una città, è, a chi la governa, dannosissimo.</head>

<p>Seguito lo accordo, e ridotta Roma in l'antica sua forma,
Virginio citò Appio innanzi al Popolo, a difendere la sua
causa. Quello comparse accompagnato da molti nobili:
Virginio comandò che fusse messo in prigione. Cominciò Appio
a gridare, ed appellare al Popolo. Virginio diceva che non
era degno di avere quella appellagione che egli aveva
distrutta, ed avere per difensore quel Popolo che egli aveva
offeso: Appio replicava, come e' non avevano a violare
quella appellagione che gli aveva con tanto desiderio
ordinata. Pertanto egli fu incarcerato, ed avanti al dì del
giudizio ammazzò se stesso. E benché la scelerata vita di
Appio meritasse ogni supplicio, nondimeno fu cosa poco
civile violare le leggi, e tanto più quella che era fatta
allora. Perché io non credo che sia cosa di più cattivo
esemplo in una republica, che fare una legge e non la
osservare; e tanto più, quanto la non è osservata da chi
l'ha fatta. Essendo Firenze, dopo al <num>94</num>, stata riordinata
nello stato suo con lo aiuto di frate Girolamo Savonerola,
gli scritti del quale mostrono la dottrina, la prudenza, e
la virtù dello animo suo; ed avendo, intra le altre
costituzioni per assicurare i cittadini, fatto fare una
legge, che si potesse appellare al Popolo dalle sentenzie
che, per casi di stato, gli Otto e la Signoria dessono; la
quale legge persuase più tempo, e con difficultà grandissima
ottenne; occorse che, poco dopo la confermazione d'essa,
furono condannati a morte dalla Signoria, per conto di
stato, cinque cittadini; e volendo quegli appellare, non
furono lasciati, e non fu osservata la legge. Il che tolse
più riputazione a quel frate, che alcuno altro accidente:
perché, se quella appellagione era utile, e' doveva farla
osservare, se la non era utile, non doveva farla vincere. E
tanto più fu notato questo accidente, quanto che il frate,
in tante predicazioni che fece poi che fu rotta questa
legge, non mai o dannò chi l'aveva rotta, o lo scusò; come
quello che dannare non la voleva come cosa che gli tornava a
proposito, e scusare non la poteva. Il che avendo scoperto
l'animo suo ambizioso e partigiano, gli tolse riputazione, e
dettegli assai carico.</p>
<p>Offende ancora uno stato assai, rinfrescare ogni dì nello
animo de' tuoi cittadini nuovi umori per nuove ingiurie che
a questo e quello si facciano: come intervenne a Roma dopo
il Decemvirato. Perché tutti i Dieci, ed altri cittadini in
diversi tempi, furono accusati e condennati; in modo che gli
era uno spavento grandissimo in tutta la Nobilità,
giudicando che e' non si avesse mai a porre fine a simili
condennagioni, fino a tanto che tutta la Nobilità non fusse
distrutta. Ed arebbe generato, in quella città, grande
inconveniente, se da Marco Duellio tribuno non vi fusse
stato proveduto; il quale fece uno editto, che per uno anno
non fusse lecito a alcuno citare o accusare alcuno cittadino
romano: il che rassicurò tutta la Nobilità. Dove si vede
quanto sia dannoso a una republica o a un principe, tenere
con le continove pene ed offese sospesi e paurosi gli animi
de' sudditi. E sanza dubbio non si può tenere il più
pernizioso ordine: perché gli uomini che cominciono a
dubitare di avere a capitare male, in ogni modo si
assicurano ne' pericoli, e diventono più audaci, e meno
respettivi a tentare cose nuove. Però è necessario o non
offendere mai alcuno, o fare le offese a un tratto: e dipoi
rassicurare gli uomini, e dare loro cagione di quietare e
fermare l'animo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>46</head>
<head>Li uomini salgono da una ambizione a un'altra; e prima si
cerca non essere offeso, dipoi si offende altrui.</head>

<p>Avendo il Popolo romano recuperata la libertà e ritornato
nel suo pristino grado ed in tanto maggiore quanto si erano
fatte di molte leggi nuove in confermazione della sua
potenza; pareva ragionevole che Roma qualche volta
quietassi. Nondimeno, per esperienza si vide in contrario;
perché ogni dì vi surgeva nuovi tumulti e nuove discordie. E
perché Tito Livio prudentissimamente rende la ragione donde
questo nasceva, non mi pare se non a proposito referire
appunto le sue parole, dove dice che sempre o il Popolo o la
Nobilità insuperbiva, quando l'altro si umiliava; e stando
la plebe quieta intra i termini suoi, cominciarono i giovani
nobili a ingiuriarla; ed i Tribuni vi potevon fare pochi
rimedi, perché, loro anche, erano violati. La Nobilità,
dall'altra parte, ancora che gli paresse che la sua gioventù
fusse troppo feroce, nonpertanto aveva a caro che, avendosi
a trapassare il modo, lo trapassassono i suoi, e non la
plebe. E così il disiderio di difendere la libertà faceva
che ciascuno tanto si prevaleva ch'egli oppressava l'altro.
E l'ordine di questi accidenti è che, mentre che gli uomini
cercono di non temere, cominciono a fare temere altrui; e
quella ingiuria che gli scacciano da loro, la pongono sopra
un altro; come se fusse necessario offendere o essere
offeso. Vedesi, per questo, in quale modo, fra gli altri, le
republiche si risolvono, ed in che modo gli uomini salgono
da un'ambizione a un'altra, e come quella sentenza
sallustiana, posta in bocca di Cesare, e verissima: «quod
omnia mala exempla bonis initiis orta sunt». Cercono, come
di sopra è detto, quegli cittadini che ambiziosamente vivono
in una republica, la prima cosa, di non potere essere
offesi, non solamente dai privati, ma etiam da' magistrati:
cercono, per poter fare questo, amicizie; e quelle
acquistano per vie in apparenza oneste, o con sovvenire di
danari, o con difenderli da' potenti: e perché questo pare
virtuoso, inganna facilmente ciascuno, e per questo non vi
si pone rimedi; in tanto che lui, sanza ostaculo
perseverando, diventa di qualità che i privati cittadini ne
hanno paura, ed i magistrati gli hanno rispetto. E quando
egli è salito a questo grado, e non si sia prima ovviato
alla sua grandezza, viene a essere in termine, che volerlo
urtare è pericolosissimo, per le ragioni che io dissi, di
sopra, del pericolo ch'è nello urtare un inconveniente che
abbi di già fatto assai augumento in una città: tanto che la
cosa si riduce in termine che bisogna, o cercare di
spegnerlo con pericolo d'una subita rovina, o, lasciandolo
fare, entrare in una servitù manifesta, se morte o qualche
accidente non te ne libera. Perché, venuto a' soprascritti
termini, che i cittadini e magistrati abbino paura a
offendere lui e gli amici suoi, non dura dipoi molta fatica
a fare che giudichino ed offendino a suo modo. Donde una
republica intra gli ordini suoi debbe avere questo, di
vegghiare che i suoi cittadini, sotto ombra di bene non
possino fare male; e ch'egli abbino quella riputazione che
giovi, e non nuoca, alla libertà, come nel suo luogo da noi
sarà disputato.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>47</head>
<head>Gli uomini, come che s'ingannino ne' generali, ne'
particulari non s'ingannono.</head>

<p>Essendosi il Popolo romano, come di sopra si disse, recato
a noia il nome consolare, e volendo che potessono essere
fatti Consoli uomini plebei, o che fusse diminuita la loro
autorità; la Nobilità, per non maculare l'autorità consolare
né con l'una né con l'altra cosa, prese una via di mezzo, e
fu contenta che si creassi quattro Tribuni con potestà
consolare, i quali potessono essere così plebei come nobili.
Fu contenta a questo la plebe, parendole spegnere il
Consolato, ed avere in questo sommo grado la parte sua.
Nacquene di questo uno caso notabile: che, venendosi alla
creazione di questi Tribuni, e potendosi creare tutti
plebei, furono dal Popolo romano creati tutti nobili. Onde
Tito Livio dice queste parole: «Quorum comitiorum eventus
docuit, alios animos in contentione libertatis et honoris,
alios secundum deposita certamina in incorrupto iudicio
esse». Ed esaminando donde possa procedere questo, credo
proceda che gli uomini nelle cose generali s'ingannono
assai, nelle particulari non tanto. Pareva generalmente alla
Plebe romana di meritare il Consolato, per avere più parte
in la città, per portare più pericolo nelle guerre, per
essere quella che con le braccia sue manteneva Roma libera,
e la faceva potente. E parendogli, come è detto, questo suo
desiderio ragionevole, volse ottenere questa autorità in
ogni modo. Ma come la ebbe a fare giudicio degli uomini suoi
particularmente, conobbe la debolezza di quegli, e giudicò
che nessuno di loro meritasse quello che tutta insieme gli
pareva meritare. Talché, vergognatasi di loro, ricorse a
quegli che lo meritavano. Della quale diliberazione
maravigliandosi meritamente Tito Livio, dice queste parole:
«Hanc modestiam aequitatemque et altitudinem animi, ubi
nunc in uno inveneris, quae tunc populi universi fuit?».</p>
<p>In confirmazione di questo, se ne può addurre un altro
notabile esemplo, seguito in Capova da poi che Annibale ebbe
rotti i Romani a Canne. Per la quale rotta sendo tutta
sollevata Italia, Capova ancora stava per tumultuare, per
l'odio che era intra 'l popolo ed il Senato: e trovandosi in
quel tempo nel supremo magistrato Pacuvio Calano, e
conoscendo il pericolo che portava quella città di
tumultuare, disegnò con suo grado riconciliare la Plebe con
la Nobilità; e fatto questo pensiero, fece ragunare il
Senato, e narrò loro l'odio che il popolo aveva contro di
loro, ed i pericoli che portavano di essere ammazzati da
quello, e data la città a Annibale, sendo le cose de' Romani
afflitte: dipoi soggiunse che, se volevano lasciare
governare questa cosa a lui, farebbe in modo che si
unirebbono insieme; ma gli voleva serrare dentro al palagio,
e, col fare potestà al popolo di potergli gastigare,
salvargli. Cederono a questa sua opinione i Senatori; e
quello chiamò il popolo a concione, avendo rinchiuso in
palagio il Senato; e disse com'egli era venuto il tempo che
potevano domare la superbia della Nobilità, e vendicarsi
delle ingiurie ricevute da quella, avendogli rinchiusi tutti
sotto la sua custodia: ma perché credeva che loro non
volessono che la loro città rimanessi sanza governo, era
necessario, volendo ammazzare i Senatori vecchi, crearne de'
nuovi: e per tanto aveva messo tutti i nomi de' Senatori in
una borsa, e comincerebbe a tragli in loro presenza; e gli
farebbe, i tratti, di mano in mano morire, come prima loro
avessono trovato il successore. E cominciato a trarne uno,
fu al nome di quello levato uno romore grandissimo,
chiamandolo uomo superbo, crudele ed arrogante: e chiedendo
Pacuvio che facessono lo scambio, si racchetò tutta la
concione; e dopo alquanto spazio, fu nominato uno della
plebe; al nome del quale chi cominciò a fischiare, chi a
ridere, chi a dirne male in uno modo, e chi in uno altro. E
così seguitando di mano in mano, tutti quegli che furono
nominati, gli giudicavano indegni del grado senatorio. Di
modo che Pacuvio, preso sopra questo occasione, disse:
Poiché voi giudicate che questa città stia male sanza il
Senato, e, a fare gli scambi a' Senatori vecchi non vi
accordate, io penso che sia bene che voi vi riconciliate
insieme; perché questa paura in la quale i Senatori sono
stati, gli arà fatti in modo raumiliare che quella umanità
che voi cercavi altrove, troverrete in loro. Ed accordatisi
a questo, ne seguì la unione di questo ordine; e quello
inganno in che egli erano si scoperse, come e' furno
costretti venire a' particulari. Ingannonsi, oltra di
questo, i popoli generalmente nel giudicare le cose e gli
accidenti di esse; le quali, dipoi si conoscono
particularmente, mancano di tale inganno.</p>
<p>Dopo il <num>1494</num>, sendo stati i principi della città cacciati
da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma più
tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose
publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la
rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne
accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i
disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e
tôrre loro la libertà; e stavano questi tali per le logge e
per le piazze, dicendo male di molti cittadini,
minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori,
scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero.
Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo
magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che
vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde
nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficultà
del rimediarvi. E veduto come i tempi, e non gli uomini,
causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e
d'un'altra fatta; perché la cognizione delle cose
particulari gli toglieva via quello inganno che nel
considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché,
quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito
parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto,
credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle
cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi.
Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque
tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo
in piazza, ed uno in palazzo. Considerando, dunque, tutto
quello si è discorso, si vede come e' si può fare tosto
aprire gli occhi a' popoli, trovando modo, veggendo che uno
generale gl'inganna, ch'egli abbino a discendere a'
particulari; come fece Pacuvio in Capova, ed il Senato in
Roma. Credo ancora, che si possa conchiudere, che mai un
uomo prudente non debba fuggire il giudicio populare nelle
cose particulari, circa le distribuzioni de' gradi e delle
dignità: perché solo in questo il popolo non s'inganna; e se
s'inganna qualche volta, fia sì rado, che s'inganneranno più
volte i pochi uomini che avessono a fare simili
distribuzioni. Né mi pare superfluo mostrare, nel seguente
capitolo, l'ordine che teneva il Senato per ingannare il
popolo nelle distribuzioni sue.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>48</head>
<head>Chi vuole che uno magistrato non sia dato a uno vile o a
uno cattivo, lo facci domandare o a uno troppo vile e troppo
cattivo o a uno troppo nobile e troppo buono.</head>

<p>Quando il Senato dubitava che i Tribuni con potestà
consolare non fussero fatti d'uomini plebei, teneva uno de'
due modi: o egli faceva domandare ai più riputati uomini di
Roma; o veramente, per i debiti mezzi, corrompeva qualche
plebeio vile ed ignobilissimo, che mescolati con i plebei
che, di migliore qualità, per l'ordinario se lo domandavano,
anche loro lo domandassono. Questo ultimo modo faceva che la
plebe si vergognava a darlo; quel primo faceva che la si
vergognava a torlo. Il che tutto torna a proposito del
precedente discorso, dove si mostra che il popolo, se
s'inganna de' generali, de' particulari non s'inganna.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>49</head>
<head>Se quelle cittadi che hanno avuto il principio libero,
come Roma, hanno difficultà a trovare legge che le
mantenghino: quelle che lo hanno immediate servo, ne hanno
quasi una impossibilità.</head>

<p>Quanto sia difficile, nello ordinare una republica,
provedere a tutte quelle leggi che la mantengono libera, lo
dimostra assai bene il processo della Republica romana:
dove, non ostante che fussono ordinate di molte leggi da
Romolo prima, dipoi da Numa, da Tullo Ostilio e Servio, ed
ultimamente dai dieci cittadini creati a simile opera;
nondimeno sempre nel maneggiare quella città si scoprivono
nuove necessità, ed era necessario creare nuovi ordini: come
intervenne quando crearono i Censori i quali furono uno di
quegli provvedimenti che aiutarono tenere Roma libera, quel
tempo che la visse in libertà. Perché, diventati arbitri de'
costumi di Roma, furono cagione potissima che i Romani
differissono più a corrompersi. Feciono bene nel principio
della creazione di tale magistrato uno errore, creando
quello per cinque anni; ma, dipoi non molto tempo, fu
corretto dalla prudenza di Mamerco dittatore, il quale per
nuova legge ridusse detto magistrato a diciotto mesi. Il che
i Censori, che vegghiavano ebbero tanto per male, che
privarono Mamerco del Senato: la quale cosa e dalla Plebe e
dai Padri fu assai biasimata. E perché la istoria non mostra
che Mamerco se ne potessi difendere, conviene o che lo
istorico sia difettivo, o gli ordini di Roma in questa parte
non buoni: perché e' non è bene che una republica sia in
modo ordinata, che uno cittadino per promulgare una legge
conforme al vivere libero, ne possa essere, sanza alcuno
rimedio, offeso. Ma tornando al principio di questo
discorso, dico che si debbe, per la creazione di questo
nuovo magistrato, considerare che, se quelle città che hanno
avuto il principio loro libero, e che per sé medesimo si è
retto, come Roma, hanno difficultà grande a trovare leggi
buone per mantenerle libere; non è maraviglia che quelle
città che hanno avuto il principio loro immediate servo,
abbino, non che difficultà, ma impossibilità a ordinarsi mai
in modo che le possino vivere civilmente e quietamente. Come
si vede che è intervenuto alla città di Firenze; la quale,
per avere avuto il principio suo sottoposto allo Imperio
romano, ed essendo vivuta sempre sotto il governo d'altrui,
stette un tempo abietta, e sanza pensare a sé medesima:
dipoi, venuta la occasione di respirare, cominciò a fare
suoi ordini; i quali sendo mescolati con gli antichi, che
erano cattivi, non poterono essere buoni: e così è ita
maneggiandosi, per dugento anni che si ha di vera memoria,
sanza avere mai avuto stato, per il quale la possa veramente
essere chiamata republica. E queste difficultà, che sono
state in lei, sono state sempre in tutte quelle città che
hanno avuto i principii simili a lei. E, benché molte volte,
per suffragi pubblici e liberi, si sia data ampla autorità a
pochi cittadini di potere riformarla; non pertanto non mai
l'hanno ordinata a comune utilità, ma sempre a proposito
della parte loro: il che ha fatto, non ordine, ma maggiore
disordine in quella città. E per venire a qualche esemplo
particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a
considerare da uno ordinatore d'una republica è esaminare
nelle mani di quali uomini ei ponga l'autorità del sangue
contro de' suoi cittadini. Questo era bene ordinato in Roma,
perché e' si poteva appellare al Popolo ordinariamente: e se
pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la
esecuzione mediante l'appellagione fusse pericoloso, avevano
il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al
quale rimedio non refuggivano mai, se non per necessità. Ma
Firenze, e le altre città nate nel modo di lei, sendo serve,
avevano questa autorità collocata in uno forestiero, il
quale, mandato dal principe, faceva tale ufficio. Quando
dipoi vennono in libertà, mantennono questa autorità in uno
forestiero, il quale chiamavono capitano: il che, per potere
essere facilmente corrotto da' cittadini potenti, era cosa
perniziosissima. Ma dipoi, mutandosi per la mutazione degli
stati questo ordine, crearono otto cittadini che facessino
l'uffizio di quel capitano. El quale ordine, di cattivo,
diventò pessimo, per le ragioni che altre volte sono dette;
che i pochi furono sempre ministri de' pochi, e de' più
potenti. Da che si è guardata la città di Vinegia; la quale
ha dieci cittadini, che, sanza appello, possono punire ogni
cittadino. E perché e' non basterebbono a punire i potenti,
ancora che ne avessino autorità, vi hanno constituito la
Quarantia: e di più, hanno voluto che il Consiglio de'
Pregai, che è il Consiglio maggiore, possa gastigargli; in
modo che, non vi mancando lo accusatore, non vi manca il
giudice a tenere gli uomini potenti a freno. Non è adunque
maraviglia, veggendo come in Roma, ordinata da sé medesima e
da tanti uomini prudenti, surgevano ogni dì nuove cagioni
per le quali si aveva a fare nuovi ordini in favore del
viver libero; se nell'altre città, che hanno più disordinato
principio, vi surgano tante difficultà, che le non si
possino riordinarsi mai.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>50</head>
<head>Non debba uno consiglio o uno magistrato potere fermare le
azioni delle città.</head>

<p>Erano consoli in Roma Tito Quinzio Cincinnato e Gneo Giulio
Mento, i quali, sendo disuniti, avevono ferme tutte le
azioni di quella Republica. Il che veggendo il Senato, gli
confortava a creare il Dittatore, per fare quello che per le
discordie loro non potevon fare. Ma i Consoli, discordando
in ogni altra cosa, solo in questo erano d'accordo, di non
volere creare il Dittatore. Tanto che il Senato, non avendo
altro rimedio, ricorse allo aiuto de' Tribuni; i quali, con
l'autorità del Senato, sforzarono i Consoli a ubbidire. Dove
si ha a notare, in prima, la utilità del Tribunato; il quale
non era solo utile a frenare l'ambizione che i potenti
usavano contro alla Plebe, ma quella ancora ch'egli usavano
infra loro: l'altra, che mai si debbe ordinare in una città,
che i pochi possino tenere alcuna diliberazione di quelle
che ordinariamente sono necessarie a mantenere la republica.
Verbigrazia, se tu dài una autorità a uno consiglio di fare
una distribuzione di onori e d'utile, o ad uno magistrato di
amministrare una faccenda; conviene o imporgli una necessità
perché ci l'abbia a fare in ogni modo, o ordinare, quando
non la voglia fare egli, che la possa e debba fare uno
altro: altrimenti, questo ordine sarebbe difettivo e
pericoloso; come si vedeva che era in Roma, se alla
ostinazione di quegli Consoli non si poteva opporre
l'autorità de' Tribuni. Nella Republica viniziana il
Consiglio grande distribuisce gli onori e gli utili:
occorreva alle volte che l'universalità, per isdegno o per
qualche falsa persuasione, non creava i successori a'
magistrati della città, ed a quelli che fuori amministravano
lo imperio loro. Il che era disordine grandissimo: perché in
un tratto, e le terre suddite e la città propria mancavano
de' suoi legittimi giudici, né si poteva ottenere cosa
alcuna, se quella universalità di quel Consiglio o non si
soddisfaceva o non si sgannava. Ed avrebbe ridotta questo
inconveniente quella città a mal termine, se dagli cittadini
prudenti non vi si fusse proveduto: i quali, presa occasione
conveniente, fecero una legge, che tutti i magistrati che
sono o fusseno dentro e fuori della città, mai vacassero, se
non quando fussono fatti gli scambi e i successori loro. E
così si tolse la commodità a quel Consiglio di potere, con
pericolo della republica, fermare le azioni publiche.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>51</head>
<head>Una republica o uno principe debbe mostrare di fare per
liberalità quello a che la necessità lo constringe.</head>

<p>Gli uomini prudenti si fanno grado delle cose sempre e in
ogni loro azione, ancora che la necessità gli constringesse
a farle in ogni modo. Questa prudenza fu usata bene dal
Senato romano, quando ei diliberò, che si desse il soldo del
publico agli uomini che militavano, essendo consueti
militare del loro proprio. Ma veggendo il Senato come in
quel modo non si poteva fare lungamente guerra, e per questo
non potendo né assediare terre né condurre gli eserciti
discosto; e giudicando essere necessario potere fare l'uno e
l'altro, deliberò che si dessono detti stipendi: ma lo
feciono in modo che si fecero grado di quello a che la
necessità gli constringeva. E fu tanto accetto alla plebe
questo presente, che Roma andò sottosopra per l'allegrezza,
parendole uno beneficio grande, quale mai speravono di
avere, e quale mai per loro medesimi arebbono cerco. E
benché i Tribuni s'ingegnassero di cancellare questo grado,
mostrando come ella era cosa che aggravava, non alleggeriva,
la plebe, sendo necessario porre i tributi per pagare questo
soldo: nientedimeno non potevano fare tanto che la plebe non
lo avesse accetto: il che fu ancora augumentato dal Senato
per il modo che distribuivano i tributi, perché i più gravi
e i maggiori furono quelli ch'ei posano alla Nobilità, e gli
primi che furono pagati.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>52</head>
<head>A reprimere la insolenzia d'uno che surga in una republica
potente, non vi e più sicuro e meno scandoloso modo, che
preoccuparli quelle vie per le quali viene a quella
potenza.</head>

<p>Vedesi, per il soprascritto discorso, quanto credito
acquistasse la Nobilità con la plebe, per le dimostrazioni
lette in beneficio suo, sì del soldo ordinato, sì ancora del
modo del porre i tributi. Nel quale ordine se la Nobilità si
fosse mantenuta, si sarebbe levato via ogni tumulto in
quella città, e sarebbesi tolto ai Tribuni quel credito che
gli avevano con la plebe, e, per consequente, quella
autorità. E veramente, non si può in una republica, e
massime in quelle che sono corrotte, con miglior modo, meno
scandoloso e più facile, opporsi all'ambizione di alcuno
cittadino, che preoccupandogli quelle vie, per le quali si
vede che esso cammina per arrivare al grado che disegna. Il
quale modo se fusse stato usato contro a Cosimo de' Medici,
sarebbe stato miglior partito assai per gli suoi avversari,
che cacciarlo da Firenze: perché, se quegli cittadini che
gareggiavano seco avessero preso lo stile suo, di favorire
il popolo, gli venivano, sanza tumulto e sanza violenza, a
trarre di mano quelle armi di che egli si valeva più. Piero
Soderini si aveva fatto riputazione nella città di Firenze
con questo solo, di favorire l'universale; il che nello
universale gli dava riputazione, come amatore della libertà
della città. E veramente, a quegli cittadini che portavano
invidia alla grandezza sua, era molto più facile, ed era
cosa molto più onesta, meno pericolosa, e meno dannosa per
la republica, preoccupargli quelle vie con le quali si
faceva grande, che volere contrapporsegli, acciocché con la
rovina sua rovinassi tutto il restante della republica.
Perché, se gli avessero levato di mano quelle armi con le
quali si faceva gagliardo (il che potevono fare facilmente),
arebbono potuto in tutti i consigli e in tutte le
diliberazioni publiche opporsegli sanza sospetto e sanza
rispetto alcuno. E se alcuno replicasse che, se i cittadini
che odiavano Piero, feciono errore a non gli preoccupare le
vie con le quali ei si guadagnava riputazione nel popolo,
Piero ancora venne a fare errore, a non preoccupare quelle
vie per le quali quelli suoi avversari lo facevono temere.
Di che Piero merita scusa, si perché gli era difficile il
farlo, si perché le non erano oneste a lui; imperocché le
vie con le quali era offeso, erano il favorire i Medici; con
li quali favori essi lo battevano, ed alla fine lo
rovinarono. Non poteva, pertanto, Piero onestamente pigliare
questa parte, per non potere distruggere con buona fama
quella libertà, alla quale egli era stato preposto guardia:
dipoi, non potendo questi favori farsi segreti e a un
tratto, erano per Piero pericolosissimi; perché comunche ei
si fusse scoperto amico ai Medici, sarebbe diventato
sospetto ed odioso al popolo: donde ai nimici suoi nasceva
molto più commodità di opprimerlo, che non avevano prima.</p>
<p>Debbono, pertanto, gli uomini in ogni partito considerare i
difetti ed i pericoli di quello, e non gli prendere, quando
vi sia più del pericoloso che dell'utile; nonostante che ne
fussi stata data sentenzia conforme alla diliberazione loro.
Perché, faccendo altrimenti, in questo caso interverrebbe a
quelli come intervenne a Tullio; il quale, volendo tôrre i
favori a Marc'Antonio, gliene accrebbe. Perché, sendo
Marc'Antonio stato giudicato inimico del Senato, ed avendo
quello grande esercito insieme adunato, in buona parte, de'
soldati che avevano seguitato le parte di Cesare; Tullio,
per torgli questi soldati, confortò il Senato a dare
riputazione ad Ottaviano, e mandarlo con Irzio e Pansa
consoli contro a Marc'Antonio: allegando, che, subito che i
soldati che seguivano Marc'Antonio, sentissero il nome di
Ottaviano nipote di Cesare, e che si faceva chiamare Cesare,
lascerebbono quello, e si accosterebbono a costui; e così
restato Marc'Antonio ignudo di favori, sarebbe facile lo
opprimerlo. La quale cosa riuscì tutta al contrario; perché
Marc'Antonio si guadagnò Ottaviano; e, lasciato Tullio e il
Senato, si accostò a lui. La quale cosa fu al tutto la
distruzione della parte degli ottimati. Il che era facile a
conietturare: né si doveva credere quel che si persuase
Tullio, ma tener sempre conto di quel nome che con tanta
gloria aveva spenti i nimici suoi, ed acquistatosi il
principato in Roma; né si doveva credere mai potere, o da
suoi eredi o da suoi fautori, avere cosa che fosse conforme
al nome libero.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>53</head>
<head>Il popolo molte volte disidera la rovina sua, ingannato da
una falsa spezie di beni: e come le grandi speranze e
gagliarde promesse facilmente lo muovono.</head>

<p>Espugnata che fu la città de' Veienti, entrò nel popolo
romano un'opinione, che fosse cosa utile per la città di
Roma, che la metà de' Romani andasse ad abitare a Veio;
argomentando che, per essere quella città ricca di contado,
piena di edificii e propinqua a Roma, si poteva arricchire
la metà de' cittadini romani, e non turbare per la
propinquità del sito nessuna azione civile. La quale cosa
parve al Senato ed a' più savi Romani tanto inutile e tanto
dannosa, che liberamente dicevano, essere più tosto per
patire la morte che consentire a una tale diliberazione. In
modo che, venendo questa cosa in disputa, si accese tanto la
plebe contro al Senato, che si sarebbe venuto alle armi ed
al sangue, se il Senato non si fusse fatto scudo di alcuni
vecchi ed estimati cittadini, la riverenza de' quali frenò
la plebe, che la non procedé più avanti con la sua
insolenzia. Qui si hanno a notare due cose. La prima che il
popolo molte volte, ingannato da una falsa immagine di bene,
disidera la rovina sua; e se non gli è fatto capace, come
quello sia male, e quale sia il bene, da alcuno in chi esso
abbia fede, si porta in le republiche infiniti pericoli e
danni. E quando la sorte fa che il popolo non abbi fede in
alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato
per lo addietro o dalle cose o dagli uomini, si viene alla
rovina, di necessità. E Dante dice a questo proposito, nel
discorso suo che fa De Monarchia, che il popolo molte volte
grida Viva la sua morte! e Muoia la sua vita! Da questa
incredulità nasce che qualche volta in le republiche i buoni
partiti non si pigliono: come di sopra si disse de'
Viniziani, quando, assaltati da tanti inimici, non poterono
prendere partito di guadagnarsene alcuno con la restituzione
delle cose tolte ad altri (per le quali era mosso loro la
guerra, e fatta la congiura de' principi loro contro),
avanti che la rovina venisse.</p>
<p>Pertanto, considerando quello che è facile o quello che è
difficile persuadere a uno popolo, si può fare questa
distinzione: o quel che tu hai a persuadere rappresenta in
prima fronte guadagno, o perdita; o veramente ci pare
partito animoso, o vile. E quando nelle cose che si mettono
innanzi al popolo, si vede guadagno, ancora che vi sia
nascosto sotto perdita; e quando e' pare animoso, ancora che
vi sia nascosto sotto la rovina della republica, sempre sarà
facile persuaderlo alla moltitudine: e così fia sempre
difficile persuadere quegli partiti dove apparisse o viltà o
perdita, ancora che vi fusse nascosto sotto salute e
guadagno. Questo che io ho detto, si conferma con infiniti
esempli, romani e forestieri, moderni ed antichi. Perché da
questo nacque la malvagia opinione che surse, in Roma, di
Fabio Massimo, il quale non poteva persuadere al Popolo
romano, che fusse utile a quella Republica procedere
lentamente in quella guerra, e sostenere sanza azzuffarsi
l'impeto d'Annibale; perché quel popolo giudicava questo
partito vile, e non vi vedeva dentro quella utilità vi era;
né Fabio aveva ragioni bastanti a dimostrarla loro: e tanto
sono i popoli accecati in queste opinioni gagliarde, che,
benché il Popolo romano avesse fatto quello errore di dare
autorità al Maestro de' cavagli di Fabio, di potersi
azzuffare, ancora che Fabio non volesse; e che per tale
autorità il campo romano fusse per essere rotto, se Fabio
con la sua prudenza non vi rimediava, non gli bastò questa
isperienza, che fece di poi consule Varrone, non per altri
suoi meriti che per avere, per tutte le piazze e tutti i
luoghi publici di Roma, promesso di rompere Annibale,
qualunque volta gliene fusse data autorità. Di che ne nacque
la zuffa e la rotta di Canne, e presso che la rovina di
Roma. Io voglio addurre, a questo proposito, ancora uno
altro esemplo romano. Era stato Annibale in Italia otto o
dieci anni, aveva ripieno di occisione de' Romani tutta
questa provincia, quando venne in Senato Marco Centenio
Penula, uomo vilissimo (nondimanco aveva avuto qualche
grado nella milizia), ed offersesi, che, se gli davano
autorità di potere fare esercito d'uomini volontari in
qualunque luogo volesse in Italia, ei darebbe loro, in
brevissimo tempo, preso o morto Annibale. Al Senato parve la
domanda di costui temeraria; nondimeno, ei, pensando, che s'
ella se gli negasse e nel popolo si fusse dipoi saputa la
sua chiesta, che non ne nascesse qualche tumulto, invidia e
mal grado contro all'ordine senatorio, gliene concessono:
volendo più tosto mettere a pericolo tutti coloro che lo
seguitassono, che fare surgere nuovi sdegni nel popolo;
sapendo quanto simile partito fusse per essere accetto, e
quanto fusse difficile il dissuaderlo. Andò, adunque, costui
con una moltitudine inordinata ed inconposta a trovare
Annibale; e non gli fu prima giunto all'incontro, che fu,
con tutti quegli che lo seguitarono, rotto e morto.</p>
<p>In Grecia, nella città di Atene, non potette mai Nicia,
uomo gravissimo e prudentissimo, persuadere a quel Popolo
che non fusse bene andare a assaltare Sicilia; talché, presa
quella diliberazione contro alla voglia de' savi, ne seguì
al tutto la rovina di Atene. Scipione, quando fu fatto
consolo, e che desiderava la provincia di Africa,
promettendo al tutto la rovina di Cartagine, a che non si
accordando il Senato per la sentenzia di Fabio Massimo,
minacciò di proporla nel Popolo, come quello che conosceva
benissimo quanto simili diliberazioni piaccino a' popoli.</p>
<p>Potrebbesi a questo proposito dare esempli della nostra
città; come fu quando messere Ercole Bentivogli governatore
delle genti fiorentine, insieme con Antonio Giacomini,
poiché ebbono rotto Bartolommeo d'Alviano a San Vincenti
andarono a campo a Pisa la quale impresa fu diliberata dal
popolo in su le promesse gagliarde di messere Ercole, ancora
che molti savi cittadini la biasimassero: nondimeno non vi
ebbono rimedio, spinti da quella universale volontà, la
quale era fondata in su le promesse gagliarde del
governatore. Dico, adunque, come e' non è la più facile via
a fare rovinare una republica dove il popolo abbia autorità,
che metterla in imprese gagliarde; perché, dove il popolo
sia di alcuno momento, sempre fiano accettate, né vi arà,
chi sarà d'altra opinione, alcuno rimedio. Ma se di questo
nasce la rovina della città, ne nasce ancora, e più spesso,
la rovina particulare de' cittadini che sono preposti a
simili imprese: perché, avendosi il popolo presupposto la
vittoria, come ei viene la perdita, non ne accusa né la
fortuna né la impotenzia di chi ha governato, ma la
malvagità e ignoranza sua; e quello, il più delle volte, o
ammazza o imprigiona o confina: come intervenne a infiniti
capitani Cartaginesi ed a molti Ateniesi. Né giova loro
alcuna vittoria che per lo addietro avessero avuta, perché
tutto la presente perdita cancella: come intervenne ad
Antonio Giacomini nostro, il quale, non avendo espugnata
Pisa, come il popolo si aveva presupposto ed egli promesso,
venne in tanta disgrazia popolare, che, non ostante infinite
sue buone opere passate, visse più per umanità di coloro che
ne avevano autorità, che per alcuna altra cagione che nel
popolo lo difendesse.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>54</head>
<head>Quanta autorità abbi uno uomo grave a frenare una
moltitudine concitata.</head>

<p>Il secondo notabile sopra il testo nel superiore capitolo
allegato, è, che veruna cosa è tanto atta a frenare una
moltitudine concitata, quanto è la riverenzia di qualche
uomo grave e di autorità, che se le faccia incontro; né
sanza cagione dice Virgilio:
</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l>Tum pietate gravem ac meritis si forte virum quem</l>
<l>Conspexere, silent, arrectisque auribus adstant.</l>
</lg>

<p>Per tanto, quello che è preposto a uno esercito, o quello
che si trova in una città, dove nascesse tumulto debba
rappresentarsi in su quello con maggiore grazia e più
onorevolmente che può, mettendosi intorno le insegne di
quello grado che tiene, per farsi più riverendo. Era, pochi
anni sono, Firenze divisa in due fazioni, Fratesca ed
Arrabbiata, che così si chiamavano; e venendo all'armi, ed
essendo superati i Frateschi, intra i quali era Pagolantonio
Soderini, assai in quegli tempi riputato cittadino, ed
andandogli in quelli tumulti il popolo armato a casa per
saccheggiarla; messere Francesco suo fratello, allora
vescovo di Volterra, ed oggi cardinale, si trovava a sorte
in casa; il quale, subito sentito il romore e veduta la
turba, messosi i più onorevoli panni indosso, e di sopra il
roccetto episcopale, si fece incontro a quegli armati, e con
la presenzia e con le parole gli fermò; la quale cosa fu per
tutta la città per molti giorni notata e celebrata.
Conchiudo, adunque, come e' non è il più fermo né il più
necessario rimedio a frenare una moltitudine concitata, che
la presenzia d'uno uomo che per presenzia paia e sia
riverendo. Vedesi, adunque, per tornare al preallegato
testo, con quanta ostinazione la plebe romana accettava quel
partito d'andare a Veio, perché lo giudicava utile, né vi
conosceva, sotto, il danno vi era; e come, nascendone assai
tumulti, ne sarebbe nati scandoli, se il Senato con uomini
gravi e pieni di riverenza non avesse frenato il loro
furore.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>55</head>
<head>Quanto facilmente si conduchino le cose in quella città
dove la moltitudine non è corrotta: e che, dove è equalità,
non si può fare principato; e dove la non è, non si può fare
republica.</head>

<p>Ancora che di sopra si sia discorso assai quello è da
temere o sperare delle cittadi corrotte, nondimeno non mi
pare fuori di proposito considerare una diliberazione del
Senato circa il voto che Cammillo aveva fatto di dare la
decima parte a Apolline della preda de' Veienti: la quale
preda sendo venuta nelle mani della Plebe romana, né se ne
potendo altrimenti rivedere conto, fece il Senato uno
editto, che ciascuno dovessi rappresentare in publico la
decima parte di quello ch'egli aveva predato. E benché tale
diliberazione non avesse luogo, avendo dipoi il Senato preso
altro modo, e per altra via sodisfatto a Apolline, in
sodisfazione della plebe; nondimeno si vede per tale
diliberazione quanto quel Senato confidava nella bontà di
quella, e come ei giudicava che nessuno fusse per non
rappresentare appunto tutto quello che per tale editto gli
era comandato. E dall'altra parte si vede come la plebe non
pensò di fraudare in alcuna parte lo editto con il dare meno
che non doveva, ma di liberarsi di quello con il mostrarne
aperte indegnazioni. Questo esemplo, con molti altri che di
sopra si sono addotti, mostrano quanta bontà e quanta
religione fusse in quel popolo, e quanto bene fusse da
sperare di lui. E veramente, dove non è questa bontà, non si
può sperare nulla di bene; come non si può sperare nelle
provincie che in questi tempi si veggono corrotte: come è la
Italia sopra tutte l'altre, ed ancora la Francia e la Spagna
di tale corrozione ritengono parte. E se in quelle provincie
non si vede tanti disordini quanti nascono in Italia ogni
dì, diriva non tanto dalla bontà de' popoli, la quale in
buona parte è mancata, quanto dallo avere uno re che gli
mantiene uniti, non solamente per la virtù sua, ma per
l'ordine di quegli regni, che ancora non sono guasti. Vedesi
bene, nella provincia della Magna, questa bontà e questa
religione ancora in quelli popoli essere grande; la quale fa
che molte republiche vi vivono libere, ed in modo osservono
le loro leggi che nessuno di fuori né di dentro ardisce
occuparle. E che e' sia vero che, in loro, regni buona parte
di quella antica bontà, io ne voglio dare uno esemplo simile
a questo, detto di sopra, del Senato e della plebe romana.
Usono quelle republiche, quando gli occorre loro bisogno di
avere a spendere alcuna quantità di danari per conto
publico, che quegli magistrati o consigli che ne hanno
autorità, ponghino a tutti gli abitanti della città uno per
cento, o due, di quello che ciascuno ha di valsente. E fatta
tale diliberazione, secondo l'ordine della terra si
rappresenta ciascuno dinanzi agli riscotitori di tale
imposta; e, preso prima il giuramento di pagare la
conveniente somma, getta in una cassa a ciò diputata quello
che secondo la conscienza sua gli pare dovere pagare: del
quale pagamento non è testimone alcuno, se non quello che
paga. Donde si può conietturare quanta bontà e quanta
religione sia ancora in quegli uomini. E debbesi stimare che
ciascuno paghi la vera somma: perché, quando la non si
pagasse, non gitterebbe quella imposizione quella quantità
che loro disegnassero secondo le antiche che fossino usitate
riscuotersi, e non gittando, si conoscerebbe la fraude: e
conoscendo si arebbe preso altro modo che questo. La quale
bontà è tanto più da ammirare in questi tempi, quanto ella è
più rada: anzi si vede essere rimasa solo in quella
provincia.</p>
<p>Il che nasce da dua cose: l'una, non avere avute
conversazioni grandi con i vicini; perché né quelli sono iti
a casa loro, né essi sono iti a casa altrui, perché sono
stati contenti di quelli beni, vivere di quelli cibi,
vestire di quelle lane, che dà il paese; d'onde è stata
tolta via la cagione d'ogni conversazione, ed il principio
d'ogni corruttela; perché non hanno possuto pigliare i
costumi, né franciosi, né spagnuoli, né italiani; le quali
nazioni tutte insieme sono la corruttela del mondo. L'altra
cagione è, che quelle republiche dove si è mantenuto il
vivere politico ed incorrotto, non sopportono che alcuno
loro cittadino né sia né viva a uso di gentiluomo: anzi
mantengono intra loro una pari equalità, ed a quelli signori
e gentiluomini, che sono in quella provincia, sono
inimicissimi; e se per caso alcuni pervengono loro nelle
mani, come principii di corruttele e cagione d'ogni
scandolo, gli ammazzono. E per chiarire questo nome di
gentiluomini quale e' sia, dico che gentiluomini sono
chiamati quelli che oziosi vivono delle rendite delle loro
possessioni abbondantemente, sanza avere cura alcuna o di
coltivazione o di altra necessaria fatica a vivere. Questi
tali sono perniziosi in ogni republica ed in ogni provincia,
ma più perniziosi sono quelli che, oltre alle predette
fortune, comandano a castella, ed hanno sudditi che
ubbidiscono a loro. Di queste due
spezie di uomini ne sono pieni il regno di Napoli, Terra di
Roma, la Romagna e la Lombardia. Di qui nasce che in quelle
provincie non è mai surta alcuna republica né alcuno vivere
politico; perché tali generazioni di uomini sono al tutto
inimici d'ogni civilità. Ed a volere in provincie fatte in
simil modo introdurre una republica, non sarebbe possibile:
ma a volerle riordinare, se alcuno ne fusse arbitro, non
arebbe altra via che farvi uno regno. La ragione è questa
che, dove è tanto la materia corrotta che le leggi non
bastano a frenarla, vi bisogna ordinare insieme con quelle
maggior forza; la quale è una mano regia, che con la potenza
assoluta ed eccessiva ponga freno alla eccessiva ambizione e
corruttela de' potenti. Verificasi questa ragione con lo
esemplo di Toscana: dove si vede in poco spazio di terreno
state lungamente tre republiche, Firenze, Siena e Lucca; e
le altre città di quella provincia essere in modo serve,
che, con lo animo e con l'ordine, si vede o che le
mantengono o che le vorrebbono mantenere la loro libertà.
Tutto è nato per non essere in quella provincia alcuno
signore di castella, e nessuno o pochissimi gentiluomini; ma
esservi tanta equalità, che facilmente da uno uomo prudente,
e che delle antiche civilità avesse cognizione, vi
s'introdurrebbe uno vivere civile. Ma lo infortunio suo è
stato tanto grande, che infino a questi tempi non si è
abattuta a alcuno uomo che lo abbia possuto o saputo fare.</p>
<p>Trassi adunque di questo discorso questa conclusione: che
colui che vuole fare dove sono assai gentiluomini una
republica, non la può fare se prima non gli spegne tutti: e
che colui che, dov'è assai equalità, vuole fare uno regno o
uno principato, non lo potrà mai fare se non trae di quella
equalità molti d'animo ambizioso ed inquieto, e quelli fa
gentiluomini in fatto, e non in nome, donando loro castella
e possessioni, e dando loro favore di sustanze e di uomini;
acciocché, posto in mezzo di loro, mediante quegli mantenga
la sua potenza; ed essi, mediante quello, la loro ambizione;
e gli altri siano constretti a sopportare quel giogo che la
forza, e non altro mai, può fare sopportare loro. Ed essendo
per questa via proporzione da chi sforza a chi è sforzato,
stanno fermi gli uomini ciascuno negli ordini loro. E perché
il fare d'una provincia atta a essere regno una republica, e
d'una atta a essere republica farne uno regno, è materia da
uno uomo che per cervello e per autorità sia raro: sono
stati molti che lo hanno voluto fare e pochi che lo abbino
saputo condurre. Perché la grandezza della cosa, parte
sbigottisce gli uomini, parte in modo gl'impedisce, che ne'
principii primi mancano.</p>
<p>Credo che a questa mia opinione, che dove sono gentiluomini
non si possa ordinare republica, parrà contraria la
esperienza della Republica viniziana, nella quale non
possono avere alcuno grado se non coloro che sono
gentiluomini. A che si risponde, come questo esemplo non ci
fa alcuna oppugnazione, perché i gentiluomini in quella
Republica sono più in nome che in fatto; perché loro non
hanno grandi entrate di possessioni, sendo le loro ricchezze
grandi fondate in sulla mercanzia e cose mobili, e di più,
nessuno di loro tiene castella, o ha alcuna iurisdizione
sopra gli uomini: ma quel nome di gentiluomo in loro è nome
di degnità e di riputazione, sanza essere fondato sopra
alcuna di quelle cose che fa che nell'altre città si
chiamano i gentiluomini. E come le altre republiche hanno
tutte le loro divisioni sotto vari nomi, così Vinegia si
divide in gentiluomini e popolari: e vogliono che quegli
abbino, ovvero possino avere, tutti gli onori; quelli altri
ne siano al tutto esclusi. Il che non fa disordine in quella
terra, per le ragioni altra volta dette. Constituisca,
adunque, una republica colui dove è, o è fatta, una grande
equalità; ed all'incontro ordini un principato dove è grande
inequalità: altrimenti farà cosa sanza proporzione e poco
durabile.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>56</head>
<head>Innanzi che seguino i grandi accidenti in una città o in
una provincia, vengono segni che gli pronosticono, o uomini
che gli predicano.</head>

<p>Donde ei si nasca io non so, ma ei si vede per gli antichi
e per gli moderni esempli, che mai non venne alcuno grave
accidente in una città o in una provincia, che non sia
stato, o da indovini o da rivelazioni o da prodigi o da
altri segni celesti, predetto. E per non mi discostare da
casa nel provare questo, sa ciascuno quanto da frate
Girolamo Savonerola fosse predetta innanzi la venuta del re
Carlo VIII di Francia in Italia; e come, oltre a di questo,
per tutta Toscana si disse essere sentite in aria e vedute
genti d'armi, sopra Arezzo, che si azzuffavano insieme. Sa
ciascuno, oltre a questo, come, avanti alla morte di Lorenzo
de' Medici vecchio, fu percosso il duomo nella sua più alta
parte con una saetta celeste, con rovina grandissima di
quello edifizio. Sa ciascuno ancora, come, poco innanzi che
Piero Soderini, quale era stato fatto gonfalonieri a vita
dal popolo fiorentino, fosse cacciato e privo del suo grado,
fu il palazzo medesimamente da uno fulgure percosso.
Potrebbonsi, oltre a di questo, addurre più esempli i quali,
per fuggire il tedio, lascerò. Narrerò solo quello che Tito
Livio dice, innanzi alla venuta de' Franciosi a Roma: cioè,
come uno Marco Cedicio plebeio riferì al Senato avere udito
di mezza notte, passando per la Via nuova, una voce,
maggiore che umana, la quale lo ammuniva che riferissi a'
magistrati come e' Franciosi venivano a Roma. La cagione di
questo credo sia da essere discorsa e interpretata da uomo
che abbi notizia delle cose naturali e soprannaturali: il
che non abbiamo noi. Pure, potrebbe essere che, sendo questo
aere, come vuole alcuno filosofo, pieno di intelligenze, le
quali per naturali virtù preveggendo le cose future, ed
avendo compassione agli uomini, acciò si possino preparare
alle difese, gli avvertiscono con simili segni. Pure,
comunque e' si sia, si vede così essere la verità; e che
sempre dopo tali accidenti sopravvengono cose istraordinarie
e nuove alle provincie.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>57</head>
<head>La Plebe insieme è gagliarda, di per sé è debole.</head>

<p>Erano molti Romani, sendo seguita per la passata dei
Franciosi la rovina della loro patria, andati ad abitare a
Veio, contro la constituzione ed ordine del Senato: il
quale, per rimediare a questo disordine, comandò per i suoi
editti publici che ciascuno, infra certo tempo, e sotto
certe pene, tornasse a abitare a Roma. De' quali editti, da
prima per coloro contro a chi e' venivano, si fu fatto
beffe; dipoi, quando si appressò il tempo dello ubbidire,
tutti ubbidirono. E Tito Livio dice queste parole «Ex
ferocibus universis singuli metu suo obedientes fuere». E
veramente, non si può mostrare meglio la natura d'una
moltitudine in questa parte, che si dimostri in questo
testo. Perché la moltitudine è audace nel parlare, molte
volte contro alle diliberazioni del loro principe; dipoi,
come ei veggono la pena in viso, non si fidando l'uno
dell'altro, corrono ad ubbidire. Talché si vede certo che,
di quel che si dica uno popolo circa la buona o mala
disposizione sua, si debba tenere non gran conto, quando tu
sia ordinato in modo da poterlo mantenere, s'egli è bene
disposto; s'egli è male disposto, da potere provedere che
non ti offenda. Questo s'intende per quelle male
disposizioni che hanno i popoli, nate da qualunque altra
cagione che o per avere perduto la libertà o il loro
principe stato amato da loro e che ancora sia vivo:
imperocché le male disposizioni che nascono da queste
cagioni sono sopra ogni cosa formidabili, e che hanno
bisogno di grandi rimedi a frenarle: l'altre sue
indisposizioni fiano facili, quando e' non abbia capi a chi
rifuggire. Perché non ci è cosa, dall'un canto, più
formidabile che una moltitudine sciolta e sanza capo; e,
dall'altra parte, non è cosa più debole: perché, quantunque
ella abbia l'armi in mano, fia facile ridurla, purché tu
abbi ridotto da poter fuggire il primo empito; perché quando
gli animi sono un poco raffreddi, e che ciascuno vede di
aversi a tornare a casa sua, cominciano a dubitare di loro
medesimi, e pensare alla salute loro o col fuggirsi o con
l'accordarsi. Però una moltitudine così concitata, volendo
fuggire questi pericoli, ha subito a fare infra sé medesima
uno capo che la corregga, tenghila unita e pensi alla sua
difesa; come fece la plebe romana, quando, dopo la morte di
Virginia, si capitoloì da Roma, e per salvarsi feciono infra
loro venti Tribuni: e non faccendo questo, interviene loro
sempre quel che dice Tito Livio nelle soprascritte parole
che tutti insieme sono gagliardi, e, quando ciascuno poi
comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e
debole.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>58</head>
<head>La moltitudine è più savia e più costante che uno
principe.</head>

<p>Nessuna cosa essere più vana e più incostante che la
moltitudine, così Tito Livio nostro, come tutti gli altri
istorici, affermano. Perché spesso occorre, nel narrare le
azioni degli uomini, vedere la moltitudine avere condannato
alcuno a morte, e quel medesimo dipoi pianto e sommamente
desiderato: come si vede aver fatto il popolo romano, di
Manlio Capitolino, il quale avendo condannato a morte,
sommamente dipoi desiderava quello. E le parole dello autore
sono queste: «Populum brevi, posteaquam ab eo periculum
nullum erat, desiderium eius tenuit». Ed altrove, quando
mostra gli accidenti che nacquono in Siracusa dopo la morte
di Girolamo nipote di Ierone, dice: «Haec natura
multitudinis est: aut humiliter servit, aut superbe
dominatur». Io non so se io mi prenderò una provincia dura
e piena di tanta difficultà, che mi convenga o abbandonarla
con vergogna, o seguirla con carico; volendo difendere una
cosa, la quale, come ho detto, da tutti gli scrittori è
accusata. Ma, comunque si sia, io non giudico né giudicherò
mai essere difetto difendere alcuna opinione con le ragioni,
sanza volervi usare o l'autorità o la forza. Dico, adunque,
come di quello difetto di che accusano gli scrittori la
moltitudine, se ne possono accusare tutti gli uomini
particularmente, e massime i principi; perché ciascuno, che
non sia regolato dalle leggi, farebbe quelli medesimi errori
che la moltitudine sciolta. E questo si può conoscere
facilmente, perché ei sono e sono stati assai principi, e
de' buoni e de' savi ne sono stati pochi: io dico de'
principi che hanno potuto rompere quel freno che gli può
correggere; intra i quali non sono quegli re che nascevano
in Egitto, quando, in quella antichissima antichità, si
governava quella provincia con le leggi; né quegli che
nascevano in Sparta; né quegli che a' nostri tempi nascano
in Francia; il quale regno è moderato più dalle leggi che
alcuno altro regno di che ne' nostri tempi si abbia notizia.
E questi re che nascono sotto tali constituzioni non sono da
mettere in quel numero, donde si abbia a considerare la
natura di ciascuno uomo per sé, e vedere s'egli è simile
alla moltitudine; perché a rincontro si debbe porre una
moltitudine medesimamente regolata dalle leggi come sono
loro; e si troverrà in lei essere quella medesima bontà che
noi vediamo essere in quelli, e vedrassi quella né
superbamente dominare né umilmente servire: come era il
popolo romano, il quale, mentre durò la Republica
incorrotta, non servì mai umilmente né mai dominò
superbamente; anzi con li suoi ordini e magistrati tenne il
suo grado onorevolmente. E quando era necessario commuoversi
contro a un potente, lo faceva; come si vide in Manlio, ne'
Dieci ed in altri che cercorono opprimerla: e quando era
necessario ubbidire a' Dittatori ed a' Consoli per la salute
publica, lo faceva. E se il popolo romano desiderava Manlio
Capitolino morto, non è maraviglia, perché ei desiderava le
sue virtù, le quali erano state tali, che la memoria di esse
recava compassione a ciascuno, ed arebbono avuto forza di
fare quel medesimo effetto in un principe, perché la è
sentenzia di tutti gli scrittori, come la virtù si lauda e
si ammira ancora negli inimici suoi: e se Manlio, intra
tanto desiderio, fusse risuscitato, il popolo di Roma arebbe
dato di lui il medesimo giudizio, come ei fece, tratto che
lo ebbe di prigione, che poco di poi lo condannò a morte;
nonostante che si vegga de' principi, tenuti savi, i quali
hanno fatto morire qualche persona, e poi sommamente
desideratola: come Alessandro, Clito ed altri suoi amici; ed
Erode, Marianne. Ma quello che lo istorico nostro dice della
natura della moltitudine, non dice di quella che è regolata
dalle leggi, come era la romana; ma della sciolta, come era
la siragusana: la quale fece quegli errori che fanno gli
uomini infuriati e sciolti, come fece Alessandro Magno, ed
Erode, ne' casi detti. Però non è più da incolpare la natura
della moltitudine che de' principi, perché tutti equalmente
errano, quando tutti sanza rispetto possono errare. Di che,
oltre a quel che ho detto, ci sono assai esempli, ed intra
gl'imperadori romani, ed intra gli altri tiranni e principi;
dove si vede tanta incostanzia e tanta variazione di vita,
quanta mai non si trovasse in alcuna moltitudine.</p>
<p>Conchiudo adunque, contro alla commune opinione; la quale
dice come i popoli, quando sono principi, sono varii,
mutabili ed ingrati; affermando che in loro non sono
altrimenti questi peccati che siano ne' principi
particulari. Ed accusando alcuno i popoli ed i principi
insieme, potrebbe dire il vero; ma traendone i principi,
s'inganna: perché un popolo che comandi e sia bene ordinato,
sarà stabile, prudente e grato non altrimenti che un
principe, o meglio che un principe, eziandio stimato savio:
e dall'altra parte, un principe, sciolto dalle leggi, sarà
ingrato, vario ed imprudente più che un popolo. E che la
variazione del procedere loro nasce non dalla natura
diversa, perché in tutti è a un modo, e, se vi è vantaggio
di bene, è nel popolo; ma dallo avere più o meno rispetto
alle leggi, dentro alle quali l'uno e l'altro vive. E chi
considererà il popolo romano, lo vedrà essere stato per
quattrocento anni inimico del nome regio, ed amatore della
gloria e del bene commune della sua patria; vedrà tanti
esempli usati da lui, che testimoniano l'una cosa e l'altra.
E se alcuno mi allegasse la ingratitudine ch'egli usò contra
a Scipione, rispondo quello che di sopra lungamente si
discorse in questa materia, dove si mostrò i popoli essere
meno ingrati de' principi. Ma quanto alla prudenzia ed alla
stabilità, dico, come un popolo è più prudente, più stabile
e di migliore giudizio che un principe. E non sanza cagione
si assomiglia la voce d'un popolo a quella di Dio: perché si
vede una opinione universale fare effetti maravigliosi ne'
pronostichi suoi; talché pare che per occulta virtù ei
prevegga il suo male ed il suo bene. Quanto al giudicare le
cose, si vede radissime volte, quando egli ode duo
concionanti che tendino in diverse parti, quando ei sono di
equale virtù, che non pigli la opinione migliore, e che non
sia capace di quella verità che egli ode. E se nelle cose
gagliarde, o che paiano utili, come di sopra si dice, egli
erra; molte volte erra ancora un principe nelle sue proprie
passioni, le quali sono molte più che quelle de' popoli.
Vedesi ancora, nelle sue elezioni ai magistrati, fare, di
lunga, migliore elezione che un principe, né mai si
persuaderà a un popolo, che sia bene tirare alle degnità uno
uomo infame e di corrotti costumi: il che facilmente e per
mille vie si persuade a un principe. Vedesi uno popolo
cominciare ad avere in orrore una cosa, e molti secoli stare
in quella opinione: il che non si vede in un principe. E
dell'una e dell'altra di queste due cose voglio mi basti per
testimone il popolo romano: il quale in tante centinaia
d'anni, in tante elezioni di Consoli e di Tribuni, non fece
quattro elezioni di che quello si avesse a pentire. Ed ebbe,
come ho detto, tanto in odio il nome regio, che nessuno
obligo di alcuno suo cittadino, che tentasse quel nome, poté
fargli fuggire le debite pene. Vedesi, oltra di questo, le
città, dove i popoli sono principi, fare in brevissimo tempo
augumenti eccessivi, e molto maggiori che quelle che sempre
sono state sotto uno principe: come fece Roma dopo la
cacciata de' re, ed Atene da poi che la si liberò da
Pisistrato. Il che non può nascere da altro, se non che sono
migliori governi quegli de' popoli che quegli de' principi.
Né voglio che si opponga a questa mia opinione tutto quello
che lo istorico nostro ne dice nel preallegato testo, ed in
qualunque altro; perché, se si discorreranno tutti i
disordini de' popoli, tutti i disordini de' principi, tutte
le glorie de' popoli e tutte quelle de' principi, si vedrà
il popolo di bontà e di gloria essere, di lunga, superiore.
E se i principi sono superiori a' popoli nello ordinare
leggi, formare vite civili, ordinare statuti ed ordini
nuovi; i popoli sono tanto superiori nel mantenere le cose
ordinate, ch'egli aggiungono sanza dubbio alla gloria di
coloro che l'ordinano.</p>
<p>Ed insomma, per conchiudere questa materia, dico come hanno
durato assai gli stati de' principi, hanno durato assai gli
stati delle republiche, e l'uno e l'altro ha avuto bisogno
d'essere regolato dalle leggi: perché un principe che può
fare ciò ch'ei vuole, è pazzo; un popolo che può fare ciò
che vuole, non è savio. Se, adunque, si ragionerà d'un
principe obligato alle leggi, e d'un popolo incatenato da
quelle, si vedrà più virtù nel popolo che nel principe: se
si ragionerà dell'uno e dell'altro sciolto, si vedrà meno
errori nel popolo che nel principe e quelli minori, ed
aranno maggiori rimedi. Però che a un popolo licenzioso e
tumultuario, gli può da un uomo buono essere parlato, e
facilmente può essere ridotto nella via buona: a un principe
cattivo non è alcuno che possa parlare né vi è altro rimedio
che il ferro. Da che si può fare coniettura della importanza
della malattia dell'uno e dell'altro: ché se a curare la
malattia del popolo bastan le parole, ed a quella del
principe bisogna il ferro, non sarà mai alcuno che non
giudichi, che, dove bisogna maggior cura, siano maggiori
errori. Quando un popolo è bene sciolto, non si temano le
pazzie che quello fa, né si ha paura del male presente, ma
di quel che ne può nascere, potendo nascere, infra tanta
confusione, uno tiranno. Ma ne' principi cattivi interviene
il contrario: che si teme il male presente, e nel futuro si
spera; persuadendosi gli uomini che la sua cattiva vita
possa fare surgere una libertà. Sì che vedete la differenza
dell'uno e dell'altro, la quale è quanto, dalle cose che
sono, a quelle che hanno a essere. Le crudeltà della
moltitudine sono contro a chi ei temano che occupi il bene
commune: quelle d'un principe sono contro a chi ei temano
che occupi il bene proprio. Ma la opinione contro ai popoli
nasce perché de' popoli ciascuno dice male sanza paura e
liberamente, ancora mentre che regnano: de' principi si
parla sempre con mille paure e mille rispetti. Né mi pare
fuor di proposito, poiché questa materia mi vi tira,
disputare, nel seguente capitolo, di quali confederazioni
altri si possa più fidare; o di quelle fatte con una
republica, o di quelle fatte con uno principe.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>59</head>
<head>Di quale confederazione o lega altri si può più fidare; o
di quella fatta con una republica, o di quella fatta con uno
principe.</head>

<p>Perché, ciascuno dì, occorre che l'uno principe con
l'altro, o l'una republica con l'altra, fanno lega ed
amicizia insieme: ed ancora similmente si contrae
confederazione ed accordo intra una republica ed uno
principe: mi pare da esaminare qual fede è più stabile, e di
quale si debba tenere più conto, o di quella d'una
republica, o di quella d'uno principe. Io, esaminando tutto,
credo che in molti casi ei sieno simili ed in alcuni vi sia
qualche disformità. Credo, per tanto, che gli accordi fatti
per forza non ti saranno né da uno principe né da una
republica osservati; credo che, quando la paura dello stato
venga, l'uno e l'altro, per non lo perdere, ti romperà la
fede, e ti userà ingratitudine. Demetrio, quel che fu
chiamato espugnatore delle cittadi, aveva fatto agli
Ateniesi infiniti beneficii: occorse dipoi, che, sendo rotto
da' suoi inimici, e rifuggendosi in Atene come in città
amica ed a lui obligata, non fu ricevuto da quella: il che
gli dolse assai più che non aveva fatto la perdita delle
genti e dello esercito suo. Pompeio, rotto che fu da Cesare
in Tessaglia, si rifuggì in Egitto a Tolomeo, il quale era
per lo adietro da lui stato rimesso nel regno; e fu da lui
morto. Le quali cose si vede che ebbero le medesime cagioni:
nondimeno fu più umanità usata e meno ingiuria dalla
republica, che dal principe. Dove è, pertanto, la paura, si
troverrà in fatto la medesima fede. E se si troverrà o una
republica o uno principe, che, per osservarti la fede,
aspetti di rovinare, può nascere questo ancora da simili
cagioni. E quanto al principe, può molto bene occorrere che
egli sia amico d'uno principe potente, che, se bene non ha
occasione allora di difenderlo, ei può sperare che col tempo
ei lo ristituisca nel principato suo; o veramente che,
avendolo seguito come partigiano, ei non creda trovare né
fede né accordi con il nimico di quello. Di questa sorte
sono stati quegli principi del reame di Napoli, che hanno
seguite le parti franciose. E quanto alle republiche, fu di
questa sorte Sagunto in Ispagna, che aspettò la rovina per
seguire le parti romane; e di questa Firenze, per seguire
nel <num>1512</num> le parti franciose. E credo, computato ogni cosa,
che in questi casi, dove è il pericolo urgente, si troverrà
qualche stabilità più nelle republiche, che ne' principi.
Perché, sebbene le republiche avessero quel medesimo animo e
quella medesima voglia che uno principe, lo avere il moto
loro tardo, farà che le perranno sempre più a risolversi che
il principe, e per questo perranno più a rompere la fede di
lui. Romponsi le confederazioni per lo utile. In questo le
republiche sono, di lunga, più osservanti degli accordi, che
i principi. E potrebbesi addurre esempli, dove uno minimo
utile ha fatto rompere la fede a uno principe, e dove una
grande utilità non ha fatto rompere la fede a una republica:
come fu quello partito che propose Temistocle agli Ateniesi,
a' quali nella concione disse che aveva uno consiglio da
fare alla loro patria grande utilità, ma non lo poteva dire
per non lo scoprire, perché, scoprendolo, si toglieva la
occasione del farlo. Onde il popolo di Atene elesse
Aristide, al quale si comunicasse la cosa, e secondo dipoi
che paresse a lui se ne diliberasse: al quale Temistocle
mostrò come l'armata di tutta Grecia, ancora che la stesse
sotto la fede loro, era in lato che facilmente si poteva
guadagnare o distruggere; il che faceva gli Ateniesi al
tutto arbitri di quella provincia. Donde Aristide riferì al
popolo, il partito di Temistocle essere utilissimo ma
disonestissimo: per la quale cosa il popolo al tutto lo
ricusò. Il che non arebbe fatto Filippo Macedone, e gli
altri principi che più utile hanno cerco e guadagnato con il
rompere la fede, che con alcuno altro modo. Quanto a rompere
i patti per qualche cagione di inosservanzia, di questo io
non parlo, come di cosa ordinaria; ma parlo di quelli che si
rompono per cagioni istraordinarie: dove io credo, per le
cose dette, che il popolo facci minori errori che il
principe, e per questo si possa fidar più di lui che del
principe.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>60</head>
<head>Come il Consolato e qualunque altro magistrato in Roma si
dava sanza rispetto di età.</head>

<p>Ei si vede per l'ordine della istoria, come la Republica
romana, poiché il Consolato venne nella Plebe, concesse
quello ai suoi cittadini sanza rispetto di età o di sangue;
ancora che il rispetto della età mai non fusse in Roma, ma
sempre si andò a trovare la virtù, o in giovane o in vecchio
che la fusse. Il che si vede per il testimone di Valerio
Corvino, che fu fatto Consolo in ventitré anni: e Valerio
detto, parlando ai suoi soldati, disse come il Consolato era
«praemium virtutis, non sanguinis». La quale cosa se fu
bene considerata o no, sarebbe da disputare assai. E quanto
al sangue, fu concesso questo per necessità; e quella
necessità che fu in Roma, sarebbe in ogni città che volesse
fare gli effetti che fece Roma, come altra volta si è detto:
perché e' non si può dare agli uomini disagio sanza premio,
né si può tôrre loro la speranza di conseguire il premio
sanza pericolo. E però a buona ora convenne che la Plebe
avessi speranza di avere il Consolato: e di questa speranza
si nutrì un pezzo sanza averlo; dipoi non bastò la speranza,
che e' convenne che si venisse allo effetto. Ma la città che
non adopera la sua plebe a alcuna cosa gloriosa, la può
trattare a suo modo come altrove si disputò: ma quella che
vuol fare quel che fe' Roma, non ha a fare questa
distinzione. E dato che così sia, quella del tempo non ha
replica anzi è necessaria: perché nello eleggere uno giovane
in un grado che abbi bisogno d'una prudenza di vecchio,
conviene, avendovelo a eleggere la moltitudine, che a quel
grado lo facci pervenire qualche sua notabilissima azione. E
quando uno giovane è di tanta virtù, che si sia fatto in
qualche cosa notabile conoscere; sarebbe cosa dannosissima
che la città non se ne potessi valere allora, e che l'avesse
a aspettare che fosse invecchiato con lui quel vigore
dell'animo e quella prontezza, della quale in quella età la
patria sua si poteva valere: come si valse Roma di Valerio
Corvino, di Scipione e di Pompeio, e di molti altri, che
trionfarono giovanissimi.
</p>
</div2>

</div1>

<div1 type="libro">

<head>LIBRO SECONDO</head>

<p>Laudano sempre gli uomini, ma non sempre ragionevolmente,
gli antichi tempi, e gli presenti accusano: ed in modo sono
delle cose passate partigiani, che non solamente celebrano
quelle etadi che da loro sono state, per la memoria che ne
hanno lasciata gli scrittori, conosciute; ma quelle ancora
che, sendo già vecchi, si ricordano nella loro giovanezza
avere vedute. E quando questa loro opinione sia falsa, come
il più delle volte è, mi persuado varie essere le cagioni
che a questo inganno gli conducono. E la prima credo sia,
che delle cose antiche non s'intenda al tutto la verità; e
che di quelle il più delle volte si nasconda quelle cose che
recherebbono a quelli tempi infamia; e quelle altre che
possano partorire loro gloria, si rendino magnifiche ed
amplissime. Perché il più degli scrittori in modo alla
fortuna de' vincitori ubbidiscano, che, per fare le loro
vittorie gloriose, non solamente accrescano quello che da
loro è virtuosamente operato, ma ancora le azioni de' nimici
in modo illustrano, che, qualunque nasce dipoi in qualunque
delle due provincie, o nella vittoriosa o nella vinta, ha
cagione di maravigliarsi di quegli uomini e di quelli tempi,
ed è forzato sommamente laudarli ed amarli. Oltra di questo,
odiando gli uomini le cose o per timore o per invidia,
vengono ad essere spente due potentissime cagioni dell'odio
nelle cose passate, non ti potendo quelle offendere, e non
ti dando cagione d'invidiarle. Ma al contrario interviene di
quelle cose che si maneggiano e veggono; le quali, per la
intera cognizione di esse, non ti essendo in alcuna parte
nascoste, e conoscendo in quelle insieme con il bene molte
altre cose che ti dispiacciono, sei forzato giudicarle alle
antiche molto inferiori, ancora che, in verità, le presenti
molto più di quelle di gloria e di fama meritassoro:
ragionando, non delle cose pertinenti alle arti, le quali
hanno tanta chiarezza in sé, che i tempi possono tôrre o
dare loro poco più gloria che per loro medesime si meritino;
ma parlando di quelle pertinenti alla vita e costumi degli
uomini, delle quali non se ne veggono sì chiari testimoni.</p>
<p>Replico, pertanto, essere vera quella consuetudine del
laudare e biasimare soprascritta: ma non essere già sempre
vero che si erri nel farlo. Perché qualche volta è
necessario che giudichino la verità; perché, essendo le cose
umane sempre in moto, o le salgano, o le scendano. E vedesi
una città o una provincia essere ordinata al vivere politico
da qualche uomo eccellente, ed, un tempo, per la virtù di
quello ordinatore, andare sempre in augumento verso il
meglio. Chi nasce allora in tale stato, ed ei laudi più gli
antichi tempi che i moderni, s'inganna; ed è causato il suo
inganno da quelle cose che di sopra si sono dette. Ma coloro
che nascano dipoi, in quella città o provincia, che gli è
venuto il tempo che la scende verso la parte più ria, allora
non s'ingannano. E pensando io come queste cose procedino,
giudico il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo,
ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo;
ma variare questo cattivo e questo buono, di provincia in
provincia: come si vede per quello si ha notizia di quegli
regni antichi, che variavano dall'uno all'altro per la
variazione de' costumi; ma il mondo restava quel medesimo.
Solo vi era questa differenza, che dove quello aveva prima
allogata la sua virtù in Assiria, la collocò in Media, dipoi
in Persia, tanto che la ne venne in Italia ed a Roma; e se
dopo lo Imperio romano non è seguito Imperio che sia durato,
né dove il mondo abbia ritenuta la sua virtù insieme, si
vede nondimeno essere sparsa in di molte nazioni dove si
viveva virtuosamente; come era il regno de' Franchi, il
regno de' Turchi, quel del Soldano; ed oggi i popoli della
Magna; e prima quella setta Saracina che fece tante gran
cose, ed occupò tanto mondo, poiché la distrusse lo Imperio
romano orientale. In tutte queste provincie, adunque, poiché
i Romani rovinorno, ed in tutte queste sètte è stata quella
virtù, ed è ancora in alcuna parte di esse, che si disidera,
e che con vera laude si lauda. E chi nasce in quelle, e
lauda i tempi passati più che i presenti, si potrebbe
ingannare; ma chi nasce in Italia ed in Grecia, e non sia
diventato o in Italia oltramontano o in Grecia turco, ha
ragione di biasimare i tempi suoi, e laudare gli altri:
perché in quelli vi sono assai cose che gli fanno
maravigliosi; in questi non è cosa alcuna che gli ricomperi
da ogni estrema miseria, infamia e vituperio: dove non è
osservanza di religione, non di leggi, non di milizia; ma
sono maculati d'ogni ragione bruttura. E tanto sono questi
vizi più detestabili, quanto ei sono più in coloro che
seggono pro tribunali, comandano a ciascuno, e vogliono
essere adorati.</p>
<p>Ma tornando al ragionamento nostro, dico che se il giudicio
degli uomini è corrotto in giudicare quale sia migliore, o
il secolo presente o l'antico, in quelle cose dove per
l'antichità e' non ne ha possuto avere perfetta cognizione
come egli ha de' suoi tempi; non doverebbe corrompersi ne'
vecchi nel giudicare i tempi della gioventù e vecchiezza
loro avendo quelli e questi equalmente conosciuti e visti.
La quale cosa sarebbe vera, se gli uomini per tutti i tempi
della lor vita fossero di quel medesimo giudizio, ed
avessono quegli medesimi appetiti: ma variando quegli ancora
che i tempi non variino, non possono parere agli uomini
quelli medesimi, avendo altri appetiti, altri diletti, altre
considerazioni nella vecchiezza, che nella gioventù. Perché,
mancando gli uomini, quando gl'invecchiano, di forze, e
crescendo di giudizio e di prudenza, è necessario che quelle
cose che in gioventù parevano loro sopportabili e buone,
rieschino poi, invecchiando, insopportabili e cattive; e
dove quegli ne doverrebbono accusare il giudizio loro, ne
accusano i tempi. Sendo, oltra di questo, gli appetiti umani
insaziabili, perché, avendo, dalla natura, di potere e
volere desiderare ogni cosa, e, dalla fortuna, di potere
conseguitarne poche; ne risulta continuamente una mala
contentezza nelle menti umane, ed uno fastidio delle cose
che si posseggono: il che fa biasimare i presenti tempi,
laudare i passati, e desiderare i futuri; ancora che a fare
questo non fussono mossi da alcuna ragionevole cagione. Non
so, adunque, se io meriterò d'essere numerato tra quelli che
si ingannano, se in questi mia discorsi io lauderò troppo i
tempi degli antichi Romani, e biasimerò i nostri. E
veramente, se la virtù che allora regnava, ed il vizio che
ora regna, non fussino più chiari che il sole andrei col
parlare più rattenuto, dubitando non incorrere in questo
inganno di che io accuso alcuni. Ma essendo la cosa sì
manifesta che ciascuno la vede, sarò animoso in dire
manifestamente quello che io intenderò di quelli e di questi
tempi; acciocché gli animi de' giovani che questi mia
scritti leggeranno, possino fuggire questi, e prepararsi ad
imitar quegli, qualunque volta la fortuna ne dessi loro
occasione. Perché gli è offizio di uomo buono, quel bene che
per la malignità de' tempi e della fortuna tu non hai potuto
operare, insegnarlo ad altri, acciocché, sendone molti
capaci, alcuno di quelli, più amato dal Cielo, possa
operarlo. Ed avendo ne' discorsi del superior libro, parlato
delle diliberazioni fatte da' Romani, pertinenti al di
dentro della città, in questo parleremo di quelle, che 'l
Popolo romano fece pertinenti allo augumento dello imperio
suo.
</p>

<div2 type="capitolo">

<head>1</head>

<head>Quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i
romani, o la virtù, o la fortuna.</head>

<p>Molti hanno avuta opinione, ed in tra' quali Plutarco,
gravissimo scrittore, che 'l popolo romano nello acquistare
lo imperio fosse più favorito dalla fortuna che dalla virtù.
Ed intra le altre ragioni che ne adduce, dice che per
confessione di quel popolo si dimostra, quello avere
riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo
quello edificati più templi alla Fortuna che ad alcuno altro
iddio. E pare che a questa opinione si accosti Livio; perché
rade volte è che facci parlare ad alcuno Romano, dove ei
racconti della virtù, che non vi aggiunga la fortuna. La
qual cosa io non voglio confessare in alcuno modo, né credo
ancora si possa sostenere. Perché, se non si è trovata mai
republica che abbi fatti i profitti che Roma, è nato che non
si è trovata mai republica che sia stata ordinata a potere
acquistare come Roma. Perché la virtù degli eserciti gli
fecero acquistare lo imperio; e l'ordine del procedere, ed
il modo suo proprio, e trovato dal suo primo latore delle
leggi gli fece mantenere lo acquistato: come di sotto
largamente in più discorsi si narrerà. Dicono costoro, che
non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno
medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del Popolo romano;
perché e' non ebbero guerra con i Latini, se non quando egli
ebbero, non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu
fatta da' Romani in defensione di quelli; non combatterono
con i Toscani, se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed
enervati con le spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che
se due di queste potenze intere si fossero, quando erano
fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente
conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana
Republica. Ma, comunque questa cosa nascesse, mai non
intervenne che eglino avessero due potentissime guerre in
uno medesimo tempo: anzi parve sempre che, o, nel nascere
dell'una, l'altra si spegnesse, o nello spegnersi dell'una,
l'altra nascesse. Il che si può facilmente vedere per
l'ordine delle guerre fatte da loro: perché, lasciando stare
quelle che fecero prima che Roma fosse presa dai Franciosi,
si vede che, mentre che combatterno con gli Equi e con i
Volsci, mai, mentre che questi popoli furono potenti, non
scesero contro di loro altre genti. Domi costoro, nacque la
guerra contro a' Sanniti; e benché, innanzi che finisse tale
guerra, i popoli latini si ribellassero da' Romani;
nondimeno, quando tale ribellione seguì, i Sanniti erano in
lega con Roma, e con i loro eserciti aiutarono i Romani
domare la insolenzia latina. I quali domi, risurse la guerra
di Sannio. Battute per molte rotte date a' Sanniti le loro
forze, nacque la guerra de' Toscani; la quale composta, si
rilevarono di nuovo i Sanniti per la passata di Pirro in
Italia. Il quale come fu ributtato, e rimandato in Grecia,
appiccarono la prima guerra con i Cartaginesi: né prima fu
tale guerra finita, che tutti i Franciosi, e di là e di qua
dall'Alpi, congiurarono contro ai Romani; tanto che intra
Populonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti,
furono con massima strage superati. Finita questa guerra,
per spazio di venti anni ebbero guerre di non molta
importanza; perché non combatterono con altri che con
Liguri, e con quel rimanente de' Franciosi che era in
Lombardia. E così stettero tanto che nacque la seconda
guerra cartaginese, la quale per sedici anni tenne occupata
Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra
macedonica; la quale finita, venne quella d'Antioco e
d'Asia. Dopo la quale vittoria, non restò in tutto il mondo
né principe né republica che, di per sé, o tutti insieme,
che si potessero opporre alle forze romane.</p>
<p>Ma innanzi a quella ultima vittoria chi considererà bene
l'ordine di queste guerre, ed il modo del procedere loro, vi
vedrà dentro mescolate con la fortuna una virtù e prudenza
grandissima. Talché, chi esaminassi la cagione di tale
fortuna, la ritroverebbe facilmente: perché gli è cosa
certissima, che come uno principe e uno popolo viene in
tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino
abbia di per sé paura ad assaltarlo e ne tema, sempre
interverrà che ciascuno d'essi mai lo assalterà, se non
necessitato; in modo che e' sarà quasi come nella elezione
di quel potente, fare guerra con quale di quei sua vicini
gli parrà, e gli altri con la sua industria quietare. E'
quali, parte rispetto alla potenza sua, parte ingannati da
que' modi ch'egli terrà per adormentargli, si quietano
facilmente; quegli altri potenti, che sono discosto e che
non hanno commerzio seco, curano la cosa come cosa
longinqua, e che non appartenga a loro. Nel quale errore
stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale
venuto, non hanno rimedio a spegnerlo se non con le forze
proprie le quali dipoi non bastono, sendo colui diventato
potentissimo. Io voglio lasciare andare come i Sanniti
stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Volsci e gli
Equi; e per non essere troppo prolisso, mi farò da'
Cartaginesi: i quali erano di gran potenza e di grande
estimazione, quando i Romani combattevano co' Sanniti e con
i Toscani; perché di già tenevano tutta l'Africa, tenevano
la Sardigna e la Sicilia, avevano dominio in parte della
Spagna. La quale potenza loro, insieme con lo essere
discosto ne' confini dal popolo romano, fece che non
pensarono mai di assaltare quello, né di soccorrere i
Sanniti ed i Toscani: anzi fecero come si fa nelle cose che
crescano più tosto in loro favore, collegandosi con quegli e
cercando l'amicizia loro. Né si avviddono prima dello errore
fatto, che i Romani, domi tutti i popoli mezzi in fra loro
ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dello
imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo
a' Franciosi che a' Cartaginesi, e così a Filippo re de'
Macedoni, e a Antioco; e ciascuno di loro credea, mentre che
il Popolo romano era occupato con l'altro, che quello altro
lo superasse, ed essere a tempo, o con pace o con guerra,
difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che
ebbero in questa parte i Romani, l'arebbono tutti quegli
principi che procedessono come i Romani, e fossero della
medesima virtù che loro.</p>
<p>Sarebbeci da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal
Popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel
nostro trattato de' Principati non ne avessimo parlato a
lungo: perché, in quello, questa materia è diffusamente
disputata. Dirò solo questo lievemente, come sempre
s'ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che
fussi scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla:
come si vede che per il mezzo de' Capuani entrarono in
Sannio, de' Camertini in Toscana, de' Mamertini in Sicilia,
de' Saguntini in Spagna, di Massinissa in Africa, degli
Etoli in Grecia, di Eumene ed altri principi in Asia, de'
Massiliensi e delli Edui in Francia. E così non mancorono
mai di simili appoggi, per potere facilitare le imprese
loro, e nello acquistare le provincie e nel tenerle. Il che
quegli popoli che osserveranno, vedranno avere meno bisogno
della fortuna, che quelli che ne saranno non buoni
osservatori. E perché ciascuno possa meglio conoscere,
quanto possa più la virtù che la fortuna loro ad acquistare
quello imperio, noi discorrereno, nel seguente capitolo, di
che qualità furono quelli popoli con e' quali egli ebbero a
combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro
libertà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>2</head>

<head>Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come
ostinatamente quegli difendevono la loro libertà.</head>

<p>Nessuna cosa fe' più faticoso a' Romani superare i popoli
d'intorno e parte delle provincie discosto, quanto lo amore
che in quelli tempi molti popoli avevano alla libertà, la
quale tanto ostinatamente difendevano, che mai se non da una
eccessiva virtù sarebbono stati soggiogati. Perché, per
molti esempli si conosce a quali pericoli si mettessono per
mantenere o ricuperare quella; quali vendette ei facessono
contro a coloro che l'avessero loro occupata. Conoscesi
ancora nella lezione delle istorie, quali danni i popoli e
le città ricevino per la servitù. E dove in questi tempi ci
è solo una provincia, la quale si possa dire che abbi in sé
città libere, ne' tempi antichi in tutte le provincie erano
assai popoli liberissimi. Vedesi come in quelli tempi de'
quali noi parliamo al presente, in Italia, dall'Alpi che
dividono ora la Toscana da Lombardia, infino alla punta
d'Italia, erano tutti popoli liberi; come erano i Toscani, i
Romani, i Sanniti, e molti altri popoli che in quel resto
d'Italia abitavano. Né si ragiona mai che vi fusse alcuno
re, fuora di quegli che regnorono in Roma, e Porsenna re di
Toscana; la stirpe del quale come si estinguesse, non ne
parla la istoria. Ma si vede bene, come in quegli tempi che
i Romani andarono a campo a Veio, la Toscana era libera: e
tanto si godeva della sua libertà, e tanto odiava il nome
del principe, che, avendo fatto i Veienti per loro
difensione uno re in Veio, e domandando aiuto a' Toscani
contro a' Romani, quegli, dopo molte consulte fatte,
deliberarono di non dare aiuto a' Veienti, infino a tanto
che vivessono sotto il re; giudicando non essere bene
difendere la patria di coloro che l'avevano di già
sottomessa a altrui. E facil cosa è conoscere donde nasca
ne' popoli questa affezione del vivere libero; perché si
vede per esperienza, le cittadi non avere mai ampliato nè di
dominio né di ricchezza, se non mentre sono state in
libertà. E veramente maravigliosa cosa è a considerare, a
quanta grandezza venne Atene per spazio di cento anni,
poiché la si liberò dalla tirannide di Pisistrato. Ma sopra
tutto maravigliosissima è a considerare a quanta grandezza
venne Roma, poiché la si liberò da' suoi Re. La ragione è
facile a intendere; perché non il bene particulare, ma il
bene comune è quello che fa grandi le città. E senza dubbio,
questo bene comune non è osservato se non nelle republiche;
perché tutto quello che fa a proposito suo, si esequisce; e
quantunque e' torni in danno di questo o di quello privato,
e' sono tanti quegli per chi detto bene fa, che lo possono
tirare innanzi contro alla disposizione di quegli pochi che
ne fussono oppressi. Al contrario interviene quando vi è uno
principe; dove il più delle volte quello che fa per lui,
offende la città; e quello che fa per la città, offende lui.
Dimodoché, subito che nasce una tirannide sopra uno vivere
libero, il manco male che ne resulti a quelle città è non
andare più innanzi, né crescere più in potenza o in
ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre, interviene
loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi
surgesse uno tiranno virtuoso il quale per animo e per virtù
d'arme ampliasse il dominio suo, non ne risulterebbe alcuna
utilità a quella republica, ma a lui proprio: perché e' non
può onorare nessuno di quegli cittadini che siano valenti e
buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad avere
sospetto di loro. Non può ancora le città che esso acquista,
sottometterle o farle tributarie a quella città di che egli
è tiranno: perché il farla potente non fa per lui; ma per
lui fa tenere lo stato disgiunto, e che ciascuna terra e
ciascuna provincia riconosca lui. Talché, de' suoi acquisti,
solo egli ne profitta, e non la sua patria. E chi volessi
confermare questa opinione con infinite altre ragioni, legga
Senofonte nel suo trattato che fa <emph>De Tyrannide</emph>. Non è
maraviglia, adunque, che gli antichi popoli con tanto odio
perseguitassono i tiranni ed amassino il vivere libero, e
che il nome della libertà fusse tanto stimato da loro: come
intervenne quando Girolamo, nipote di Ierone siracusano, fu
morto in Siracusa, che, venendo le novelle della sua morte
in nel suo esercito, che non era molto lontano da Siracusa,
cominciò prima a tumultuare, e pigliare l'armi contro agli
ucciditori di quello; ma come ei sentì che in Siracusa si
gridava libertà, allettato da quel nome, si quietò tutto,
pose giù l'ira, contro a' tirannicidi, e pensò come in
quella città si potessi ordinare uno vivere libero. Non è
maraviglia ancora, che e' popoli faccino vendette
istraordinarie contro a quegli che gli hanno occupata la
libertà. Di che ci sono stati assai esempli, de' quali ne
intendo referire solo uno, seguito in Corcira, città di
Grecia, ne' tempi della guerra peloponnesiaca; dove, sendo
divisa quella provincia in due parti, delle quali l'una
seguitava gli Ateniesi l'altra gli Spartani, ne nasceva che
di molte città, che erano infra loro divise, l'una parte
seguiva l'amicizia di Sparta, l'altra di Atene: ed essendo
occorso che nella detta città prevalessono i nobili, e
togliessono la libertà al popolo, i popolari per mezzo degli
Ateniesi ripresero le forze, e, posto le mani addosso a
tutta la Nobilità, gli rinchiusero in una prigione capace di
tutti loro; donde gli traevono a otto o dieci per volta,
sotto titolo di mandargli in esilio in diverse parti, e
quegli con molti crudeli esempli facevano morire. Di che
sendosi, quelli che restavano, accorti, deliberarono in
quanto era a loro possibile, fuggire quella morte
ignominiosa: ed armatisi di quello potevano, combattendo con
quelli che vi volevano entrare, la entrata della prigione
difendevano; di modo che il popolo, a questo romore fatto
uno concorso, scoperse la parte superiore di quel luogo, e
quegli con quelle rovine suffocò. Seguirono ancora in detta
provincia molti altri simili casi orrendi e notabili; talché
si vede essere vero che con maggiore impeto si vendica una
libertà che ti è suta tolta, che quella che ti è voluta
tôrre.</p>
<p>Pensando dunque donde possa nascere, che, in quegli tempi
antichi, i popoli fossero più amatori della libertà che in
questi; credo nasca da quella medesima cagione che fa ora
gli uomini manco forti: la quale credo sia la diversità
della educazione nostra dall'antica. Perché, avendoci la
nostra religione mostro la verità e la vera via, ci fa
stimare meno l'onore del mondo: onde i Gentili, stimandolo
assai, ed avendo posto in quello il sommo bene, erano nelle
azioni loro più feroci. Il che si può considerare da molte
loro constituzioni, cominciandosi dalla magnificenza de'
sacrifizi loro, alla umiltà de' nostri; dove è qualche pompa
più delicata che magnifica, ma nessuna azione feroce o
gagliarda. Qui non mancava la pompa né la magnificenza delle
cerimonie, ma vi si aggiugneva l'azione del sacrificio pieno
di sangue e di ferocità, ammazzandovisi moltitudine
d'animali; il quale aspetto, sendo terribile, rendeva gli
uomini simili a lui. La religione antica, oltre a di questo,
non beatificava se non uomini pieni di mondana gloria; come
erano capitani di eserciti e principi di republiche. La
nostra religione ha glorificato più gli uomini umili e
contemplativi, che gli attivi. Ha dipoi posto il sommo bene
nella umiltà, abiezione, e nel dispregio delle cose umane:
quell'altra lo poneva nella grandezza dello animo, nella
fortezza del corpo, ed in tutte le altre cose atte a fare
gli uomini fortissimi. E se la religione nostra richiede che
tu abbi in te fortezza, vuole che tu sia atto a patire più
che a fare una cosa forte. Questo modo di vivere, adunque,
pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in preda
agli uomini scelerati; i quali sicuramente lo possono
maneggiare, veggendo come l'università degli uomini, per
andarne in Paradiso, pensa più a sopportare le sue battiture
che a vendicarle. E benché paia che si sia effeminato il
mondo, e disarmato il Cielo, nasce più sanza dubbio dalla
viltà degli uomini, che hanno interpretato la nostra
religione secondo l'ozio, e non secondo la virtù. Perché, se
considerassono come la ci permette la esaltazione e la
difesa della patria, vedrebbono come la vuole che noi
l'amiamo ed onoriamo, e prepariamoci a essere tali che noi
la possiamo difendere. Fanno adunque queste educazioni, e sì
false interpretazioni, che nel mondo non si vede tante
republiche quante si vedeva anticamente; né, per
consequente, si vede ne' popoli tanto amore alla libertà
quanto allora: ancora che io creda più tosto essere cagione
di questo, che lo Imperio romano con le sue arme e sua
grandezza spense tutte le republiche e tutti e' viveri
civili. E benché poi tale Imperio si sia risoluto, non si
sono potute le città ancora rimettere insieme né riordinare
alla vita civile, se non in pochissimi luoghi di quello
Imperio. Pure, comunque si fusse, i Romani in ogni minima
parte del mondo trovarono una congiura di republiche
armatissime ed ostinatissime alla difesa della libertà loro.
Il che mostra che il popolo romano sanza una rara ed estrema
virtù mai non le arebbe potute superare.</p>
<p>E per darne esemplo di qualche membro, voglio mi basti lo
esemplo de' Sanniti: i quali pare cosa mirabile, e Tito
Livio lo confessa, che fussero sì potenti, e l'arme loro sì
valide, che potessono infino al tempo di Papirio Cursore
consolo, figliuolo del primo Papirio, resistere a' Romani
(che fu uno spazio di quarantasei anni), dopo tante rotte,
rovine di terre, e tante strage ricevute nel paese loro;
massime veduto ora quel paese, dove erano tante cittadi e
tanti uomini, essere quasi che disabitato; ed allora vi era
tanto ordine e tanta forza, che gli era insuperabile, se da
una virtù romana non fosse stato assaltato. E facil cosa è
considerare donde nasceva quello ordine, e donde proceda
questo disordine; perché tutto viene dal vivere libero
allora, ed ora dal vivere servo. Perché tutte le terre e le
provincie che vivono libere in ogni parte, come di sopra
dissi, fanno profitti grandissimi. Perché quivi si vede
maggiori popoli, per essere e' connubi più liberi, più
desiderabili dagli uomini: perché ciascuno procrea
volentieri quegli figliuoli che crede potere nutrire, non
dubitando che il patrimonio gli sia tolto; e ch'ei conosce
non solamente che nascono liberi e non schiavi, ma ch'ei
possono mediante la virtù loro diventare principi.
Veggonvisi le ricchezze multiplicare in maggiore numero, e
quelle che vengono dalla cultura, e quelle che vengono dalle
arti. Perché ciascuno volentieri multiplica in quella cosa,
e cerca di acquistare quei beni, che crede, acquistati,
potersi godere. Onde ne nasce che gli uomini a gara pensono
a' privati e publici commodi; e l'uno e l'altro viene
maravigliosamente a crescere. Il contrario di tutte queste
cose segue in quegli paesi che vivono servi; e tanto più
scemono dal consueto bene, quanto più è dura la servitù. E
di tutte le servitù dure, quella è durissima che ti
sottomette a una republica: l'una, perché la è più durabile,
e manco si può sperare d'uscirne; l'altra, perché il fine
della republica è enervare ed indebolire, per accrescere il
corpo suo, tutti gli altri corpi. Il che non fa uno principe
che ti sottometta, quando quel principe non sia qualche
principe barbaro, destruttore de' paesi e dissipatore di
tutte le civiltà degli uomini, come sono i principi
orientali. Ma s'egli ha in sé ordini umani ed ordinari, il
più delle volte ama le città sue suggette equalmente, ed a
loro lascia l'arti tutte, e quasi tutti gli ordini antichi.
Talché, se le non possono crescere come libere, elle non
rovinano anche come schiave; intendendosi della servitù in
quale vengono le città servendo a un forestiero, perché di
quelle d'uno loro cittadino ne parlai di sopra. Chi
considererà, adunque, tutto quello che si è detto, non si
maraviglierà della potenza che i Sanniti avevano, sendo
liberi, e della debolezza in che e' vennono poi, servendo: e
Tito Livio ne fa fede in più luoghi, e massime nella guerra
di Annibale, dove e' mostra che, sendo i Sanniti oppressi da
una legione di uomini che era in Nola, mandarono oratori ad
Annibale, a pregarlo che gli soccorressi; i quali, nel
parlare loro, dissono, che avevano per cento anni combattuto
con i Romani con i propri loro soldati e propri loro
capitani, e molte volte aveano sostenuto dua eserciti
consolari e dua consoli, e che allora a tanta bassezza erano
venuti, che non si potevano a pena difendere da una piccola
legione romana che era in Nola.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>3</head>

<head>Roma divenne gran città rovinando le città circunvicine, e
ricevendo i forestieri facilmente a' suoi onori.</head>

<p>«Crescit interea Roma Albae ruinis». Quegli che disegnono
che una città faccia grande imperio, si debbono con ogni
industria ingegnare di farla piena di abitatori; perché,
sanza questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare
grande una città. Questo si fa in due modi: per amore e per
forza. Per amore, tenendo le vie aperte e sicure a'
forestieri che disegnassono venire ad abitare in quella,
acciocché ciascuno vi abiti volentieri: per forza,
disfacendo le città vicine, e mandando gli abitatori di
quelle ad abitare nella tua città. Il che fu in tanto
osservato da Roma, che, nel tempo del sesto re, in Roma
abitavano ottantamila uomini da portare arme. Perché i
Romani vollono fare ad uso del buono cultivatore; il quale,
perché una pianta ingrossi, e possa produrre e maturare i
frutti suoi, gli taglia i primi rami che la mette,
acciocché, rimasa quella virtù nel piede di quella pianta,
possano col tempo nascervi più verdi e più fruttiferi. E che
questo modo, tenuto per ampliare e fare imperio, fusse
necessario e buono lo dimostra lo esemplo di Sparta e di
Atene: le quali essendo dua republiche armatissime, ed
ordinate di ottime leggi, nondimeno non si condussono alla
grandezza dello Imperio romano; e Roma pareva più
tumultuaria, e non tanto bene ordinata come quelle. Di che
non se ne può addurre altra cagione, che la preallegata:
perché Roma, per avere ingrossato per quelle due vie il
corpo della sua città, potette di già mettere in arme
dugentottantamila uomini; e Sparta ed Atene non passarono
mai ventimila per ciascuna. Il che nacque, non da essere il
sito di Roma più benigno che quello di coloro, ma solamente
da diverso modo di procedere. Perché Licurgo, fondatore
della republica spartana, considerando nessuna cosa potere
più facilmente risolvere le sue leggi che la commistione di
nuovi abitatori, fece ogni cosa perché i forestieri non
avessono a conversarvi: ed oltre a non gli ricevere ne'
matrimoni, alla civilità, ed alle altre conversazioni che
fanno convenire gli uomini insieme, ordinò che in quella sua
republica si spendesse monete di cuoio, per tor via a
ciascuno il disiderio di venirvi per portarvi mercanzie, o
portarvi alcuna arte; di qualità che quella città non
potette mai ingrossare di abitatori. E perché tutte le
azioni nostre imitano la natura, non è possibile né naturale
che uno pedale sottile sostenga uno ramo grosso. Però una
republica piccola non può occupare città né regni che sieno
più validi né più grossi di lei; e, se pure gli occupa,
gl'interviene come a quello albero che avesse più grosso il
ramo che il piede, che, sostenendolo con fatica, ogni piccol
vento lo fiacca: come si vide che intervenne a Sparta; la
quale avendo occupate tutte le città di Grecia, non prima se
gli ribellò Tebe, che tutte le altre città se gli
ribellarono, e rimase il pedale solo sanza rami. Il che non
potette intervenire a Roma, avendo il piè sì grosso, che
qualunque ramo poteva facilmente sostenere. Questo modo
adunque di procedere, insieme con gli altri che di sotto si
diranno, fece Roma grande e potentissima. Il che dimostra
Tito Livio in due parole, quando disse: «Crescit interea
Roma Albae ruinis».
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>4</head>

<head>Le republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare.</head>

<p>Chi ha osservato le antiche istorie, trova come le
republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare. L'uno è
stato quello che osservarono i Toscani antichi, di essere
una lega di più republiche insieme, dove non sia alcuna che
avanzi l'altra né di autorità né di grado; e, nello
acquistare, farsi l'altre città compagne, in simil modo come
in questo tempo fanno i Svizzeri, e come ne' tempi antichi
fecero in Grecia gli Achei e gli Etoli. E perché i Romani
feciono assai guerra co' Toscani, per mostrare meglio le
qualità di questo primo modo, mi distenderò in dare notizia
di loro particularmente. In Italia, innanzi allo Imperio
romano, furono i Toscani per mare e per terra potentissimi:
e benché delle cose loro non ce ne sia particulare istoria,
pure c'è qualche poco di memoria, e qualche segno della
grandezza loro; e si sa come e' mandarono una colonia in su
'l mare di sopra, la quale chiamarono Adria, che fu sì
nobile, che la dette nome a quel mare che ancora i Latini
chiamono Adriatico. Intendesi ancora, come le loro armi
furono ubbidite dal Tevere per infino a piè delle Alpi che
ora cingono il grosso di Italia; non ostante che, dugento
anni innanzi che i Romani crescessono in molte forze, detti
Toscani perderono lo imperio di quel paese che oggi si
chiama la Lombardia; la quale provincia fu occupata da'
Franciosi: i quali, mossi o da necessità o dalla dolcezza
dei frutti, e massime del vino vennono in Italia sotto
Belloveso loro duca; e rotti e cacciati i provinciali, si
posono in quello luogo, dove edificarono di molte cittadi, e
quella provincia chiamarono Gallia, dal nome che tenevano
allora; la quale tennono fino che da' Romani fussero domi.
Vivevono, adunque, i Toscani con quella equalità, e
procedevano nello ampliare in quel primo modo che di sopra
si dice: e furono dodici città, tra le quali era Chiusi,
Veio, Arezzo, Fiesole, Volterra, e simili: i quali per via
di lega governavano lo Imperio loro; né poterono uscire
d'Italia con gli acquisti; e di quella ancora rimase intatta
gran parte, per le cagioni che di sotto si diranno. L'altro
modo è farsi compagni: non tanto però che non ti rimanga il
grado del comandare, la sedia dello Imperio, ed il titolo
delle imprese: il quale modo fu osservato da' Romani. Il
terzo modo è farsi immediate sudditi, e non compagni; come
fecero gli Spartani e gli Ateniesi. De' quali tre modi,
questo ultimo è al tutto inutile; come si vide ch'ei fu
nelle soprascritte due republiche: le quali non rovinarono
per altro, se non per avere acquistato quel dominio che le
non potevano tenere. Perché, pigliare cura di avere a
governare città con violenza, massime quelle che fussono
consuete a vivere libere, è una cosa difficile e faticosa. E
se tu non sei armato, e grosso d'armi, non le puoi né
comandare né reggere. Ed a volere essere così fatto, è
necessario farsi compagni che ti aiutino, e ingrossare la
tua città di popolo. E perché queste due città non fecero né
l'uno né l'altro, il modo di procedere loro fu inutile. E
perché Roma, la quale è nello esemplo del secondo modo, fece
l'uno e l'altro, però salse a tanta eccessiva potenza. E
perché la è stata sola a vivere così, è stata ancora sola a
diventare tanto potente: perché, avendosi lei fatti di molti
compagni per tutta Italia, i quali in di molte cose con
equali leggi vivevano seco; e, dall'altro canto, come di
sopra è detto, sendosi riserbata sempre la sedia dello
Imperio ed il titolo del comandare, questi suoi compagni
venivano, che non se ne avvedevano, con le fatiche e con il
sangue loro a soggiogare sé stessi. Perché, come ei
cominciarono a uscire con gli eserciti di Italia, e ridurre
i regni in provincie, e farsi suggetti coloro che, per
essere consueti a vivere sotto i re, non si curavano di
essere suggetti, ed avendo governatori romani, ed essendo
stati vinti da eserciti con il titolo romano, non
riconoscevano per superiore altro che Roma. Di modo che
quegli compagni di Roma che erano in Italia, si trovarono in
un tratto cinti da' sudditi romani, ed oppressi da una
grossissima città come era Roma; e quando ei s'avviddono
dello inganno sotto il quale erano vissuti, non furono a
tempo a rimediarvi; tanta autorità aveva presa Roma con le
provincie esterne, e tanta forza si trovava in seno, avendo
la sua città grossissima ed armatissima. E benché quelli
suoi compagni, per vendicarsi delle ingiurie, le
congiurassero contro, furono in poco tempo perditori della
guerra, peggiorando le loro condizioni; perché, di compagni,
diventarono ancora loro sudditi. Questo modo di procedere,
come è detto, è stato solo osservato da' Romani: né può
tenere altro modo una republica che voglia ampliare; perché
la esperienza non ce ne ha mostro nessuno più certo o più
vero.</p>
<p>Il modo preallegato delle leghe, come viverono i Toscani,
gli Achei e gli Etoli e come oggi vivono i Svizzeri è, dopo
a quello de' Romani, il migliore modo; perché, non si
potendo con quello ampliare assai, ne séguita due beni;
l'uno, che facilmente non ti tiri guerra a dosso; l'altro,
che quel tanto che tu pigli, lo tieni facilmente. La cagione
del non potere ampliare è lo essere una republica disgiunta
e posta in varie sedie: il che fa che difficilmente possono
consultare e diliberare. Fa, ancora, che non sono desiderosi
di dominare: perché, essendo molte comunità a participare di
quel dominio, non stimano tanto tale acquisto quanto fa una
republica sola, che spera di goderselo tutto. Governonsi,
oltra di questo, per concilio, e conviene che sieno più
tardi ad ogni diliberazione, che quelli che abitono drento a
uno medesimo cerchio. Vedesi ancora per sperienza, che
simile modo di procedere ha un termine fisso, il quale non
ci è esemplo che mostri che si sia trapassato: e questo è di
aggiugnere a dodici o quattordici comunità; dipoi, non
cercare di andare più avanti: perché, sendo giunti a grado
che pare loro potersi difendere da ciascuno, non cercono
maggiore dominio; sì perché la necessità non gli stringe di
avere più potenza; sì per non conoscere utile negli
acquisti, per le cagioni dette di sopra. Perché gli arebbono
a fare una delle due cose; o a seguitare di farsi compagni,
e questa moltitudine farebbe confusione; o egli arebbono a
farsi sudditi, e perché e' veggono in questo difficultà, e
non molto utile nel tenergli, non lo stimano. Pertanto,
quando e' sono venuti a tanto numero che paia loro vivere
sicuri, si voltono a due cose: l'una a ricevere
raccomandati, e pigliare protezioni; e per questi mezzi
trarre da ogni parte danari, i quali facilmente infra loro
si possono distribuire: l'altra è militare per altrui, e
pigliare soldo da questo e da quel principe che per sue
imprese gli solda; come si vede che fanno oggi i Svizzeri, e
come si legge che facevano i preallegati. Di che n'è
testimone Tito Livio, dove dice che, venendo a parlamento
Filippo re di Macedonia con Tito Quinzio Flaminio, e
ragionando d'accordo alla presenza d'uno pretore degli
Etoli, e venendo a parole detto pretore con Filippo, gli fu
da quello rimproverato la avarizia e la infidelità dicendo
che gli Etoli non si vergognavano militare con uno, e poi
mandare loro uomini ancora a servigio del nimico; talché
molte volte intra due contrari eserciti si vedevano le
insegne di Etolia. Conoscesi, pertanto, come questo modo di
procedere per leghe, è stato sempre simile, ed ha fatto
simili effetti. Vedesi ancora, che quel modo di fare sudditi
è stato sempre debole, ed avere fatto piccoli profitti; e
quando pure egli hanno passato il modo, essere rovinati
tosto. E se questo modo di fare sudditi è inutile nelle
republiche armate, in quelle che sono disarmate è
inutilissimo: come sono state ne' nostri tempi le republiche
d'Italia. Conoscesi, pertanto, essere vero modo quello che
tennono i Romani, il quale è tanto più mirabile, quanto e'
non ce n'era innanzi a Roma esemplo, e dopo Roma non è stato
alcuno che gli abbi imitati. E quanto alle leghe, si trovano
solo i Svizzeri e la lega di Svezia che gli imita. E, come
nel fine di questa materia si dirà, tanti ordini osservati
da Roma, così pertinenti alle cose di dentro come a quelle
di fuora, non sono ne' presenti nostri tempi non solamente
imitati, ma non n'è tenuto alcuno conto: giudicandoli alcuni
non veri, alcuni impossibili, alcuni non a proposito ed
inutili; tanto che, standoci con questa ignoranzia, siamo
preda di qualunque ha voluto correre questa provincia. E
quando la imitazione de' Romani paresse difficile, non
doverrebbe parere così quella degli antichi Toscani, massime
a' presenti Toscani. Perché, se quelli non poterono, per le
cagioni dette, fare uno Imperio simile a quel di Roma,
poterono acquistare in Italia quella potenza che quel modo
del procedere concesse loro. Il che fu, per un gran tempo,
sicuro, con somma gloria d'imperio e d'arme, e massime laude
di costumi e di religione. La quale potenza e gloria fu
prima diminuita da' Franciosi, dipoi spenta da' Romani: e fu
tanto spenta, che, ancora che, dumila anni fa, la potenza
de' Toscani fusse grande, al presente non ce n'è quasi
memoria. La quale cosa mi ha fatto pensare donde nasca
questa oblivione delle cose: come nel seguente capitolo si
discorrerà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>5</head>
<head>Che la variazione delle sètte e delle lingue, insieme con
l'accidente de' diluvii o della peste, spegne le memorie
delle cose.</head>

<p>A quegli filosofi che hanno voluto che il mondo sia stato
eterno, credo che si potesse replicare che, se tanta
antichità fusse vera, e' sarebbe ragionevole che ci fussi
memoria di più che cinquemila anni; quando e' non si vedesse
come queste memorie de' tempi per diverse cagioni si
spengano: delle quali, parte vengono dagli uomini, parte dal
cielo. Quelle che vengono dagli uomini sono le variazioni
delle sètte e delle lingue. Perché, quando e' surge una
setta nuova, cioè una religione nuova, il primo studio suo
è, per darsi riputazione, estinguere la vecchia; e, quando
gli occorre che gli ordinatori della nuova setta siano di
lingua diversa, la spengono facilmente. La quale cosa si
conosce considerando e' modi che ha tenuti la setta
Cristiana contro alla Gentile; la quale ha cancellati tutti
gli ordini, tutte le cerimonie di quella, e spenta ogni
memoria di quella antica teologia. Vero è che non gli è
riuscito spegnere in tutto la notizia delle cose fatte dagli
uomini eccellenti di quella: il che è nato per avere quella
mantenuta la lingua latina; il che feciono forzatamente,
avendo a scrivere questa legge nuova con essa. Perché, se
l'avessono potuta scrivere con nuova lingua, considerato le
altre persecuzioni gli feciono, non ci sarebbe ricordo
alcuno delle cose passate. E chi legge i modi tenuti da San
Gregorio, e dagli altri capi della religione cristiana,
vedrà con quanta ostinazione e' perseguitarono tutte le
memorie antiche, ardendo le opere de' poeti e degli
istorici, ruinando le imagini e guastando ogni altra cosa
che rendesse alcun segno della antichità. Talché, se a
questa persecuzione egli avessono aggiunto una nuova lingua,
si sarebbe veduto in brevissimo tempo ogni cosa dimenticare.
È da credere, pertanto, che quello che ha voluto fare la
setta Cristiana contro alla setta Gentile, la Gentile abbia
fatto contro a quella che era innanzi a lei. E perché queste
sètte in cinque o in seimila anni variano due o tre volte,
si perde la memoria delle cose fatte innanzi a quel tempo; e
se pure ne resta alcun segno, si considera come cosa
favolosa, e non è prestato loro fede: come interviene alla
istoria di Diodoro Siculo, che, benché e' renda ragione di
quaranta o cinquantamila anni, nondimeno è riputato, come io
credo, che sia cosa mendace.</p>
<p>Quanto alle cause che vengono dal cielo, sono quelle che
spengono la umana generazione, e riducano a pochi gli
abitatori di parte del mondo. E questo viene o per peste o
per fame o per una inondazione d'acque: e la più importante
è questa ultima, sì perché la è più universale, sì perché
quegli che si salvono sono uomini tutti montanari e rozzi, i
quali, non avendo notizia di alcuna antichità, non la
possono lasciare a' posteri. E se infra loro si salvasse
alcuno che ne avessi notizia, per farsi riputazione e nome,
la nasconde, e la perverte a suo modo; talché ne resta solo
a' successori quanto ei ne ha voluto scrivere, e non altro.
E che queste inondazioni, peste e fami venghino, non credo
sia da dubitarne; sì perché ne sono piene tutte le istorie,
sì perché si vede questo effetto della oblivione delle cose,
sì perché e' pare ragionevole ch'e' sia: perché la natura,
come ne' corpi semplici, quando e' vi è ragunato assai
materia superflua, muove per sé medesima molte volte, e fa
una purgazione, la quale è salute di quel corpo; così
interviene in questo corpo misto della umana generazione,
che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, in
modo che non possono vivervi, né possono andare altrove, per
essere occupati e ripieni tutti i luoghi; e quando la
astuzia e la malignità umana è venuta dove la può venire,
conviene di necessità che il mondo si purghi per uno de' tre
modi; acciocché gli uomini, sendo divenuti pochi e battuti,
vivino più comodamente, e diventino migliori. Era dunque,
come di sopra è detto, già la Toscana potente, piena di
religione e di virtù, aveva i suoi costumi e la sua lingua
patria: il che tutto è suto spento dalla potenza romana.
Talché, come si è detto, di lei ne rimane solo la memoria
del nome.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>6</head>
<head>Come i Romani procedevano nel fare la guerra.</head>

<p>Avendo discorso come i Romani procedevano nello ampliare,
discorrereno ora come e' procedevano nel fare la guerra; ed
in ogni loro azione si vedrà con quanta prudenzia ei
deviarono dal modo universale degli altri, per facilitarsi
la via a venire a una suprema grandezza. La intenzione di
chi fa guerra per elezione, o vero per ambizione, è
acquistare e mantenere lo acquistato; e procedere in modo
con essa, che l'arricchisca e non impoverisca il paese e la
patria sua. È necessario dunque, e nello acquistare e nel
mantenere, pensare di non spendere; anzi fare ogni cosa con
utilità del publico suo. Chi vuole fare tutte queste cose,
conviene che tenga lo stile e modo romano: il quale fu in
prima di fare le guerre, come dicano i Franciosi, corte e
grosse; perché, venendo in campagna con eserciti grossi,
tutte le guerre che gli ebbono con i Latini, Sanniti e
Toscani, le spedirano in brevissimo tempo. E se si noteranno
tutte quelle che feciono dal principio di Roma infino alla
ossidione de' Veienti, tutte si vedranno ispedite, quale in
sei, quale in dieci, quale in venti dì. Perché l'uso loro
era questo: subito che era scoperta la guerra, egli uscivano
fuora con gli eserciti allo incontro del nimico, e subito
facevano la giornata. La quale vinta, i nimici, perché non
fosse guasto loro il contado affatto venivano alle
condizioni ed i Romani gli condannavano in terreni: i quali
terreni gli convertivano in privati commodi o gli
consegnavano ad una colonia; la quale posta in su le
frontiere di coloro veniva ad essere guardia de' confini
romani, con utile di essi coloni, che avevano quegli campi,
e con utile del publico di Roma, che sanza spesa teneva
quella guardia. Né poteva questo modo essere più sicuro, o
più forte, o più utile: perché mentre che i nimici non erano
in su i campi, quella guardia bastava: come e' fossono
usciti fuori grossi per opprimere quella colonia, ancora i
Romani uscivano fuori grossi, e venivano a giornata con
quegli, e fatta e vinta la giornata, imponendo loro più
grave condizione, si tornavano in casa. Così venivano ad
acquistare di mano in mano riputazione sopra di loro, e
forze in sé medesimi. E questo modo vennono tenendo infino
che mutarono modo di procedere in guerra: il che fu dopo la
ossidione de' Veienti; dove, per potere fare guerra
lungamente, gli ordinarono di pagare i soldati, che prima,
per non essere necessario, essendo le guerre brevi, non gli
pagavano. E benché i Romani dessino il soldo, e che per
virtù di questo ei potessono fare le guerre più lunghe, e
per farle più discosto la necessità gli tenesse più in su'
campi; nondimeno non variarono mai dal primo ordine di
finirle presto, secondo il luogo ed il tempo; né variarono
mai dal mandare le colonie. Perché nel primo ordine gli
tenne, circa il fare le guerre brevi oltra a il loro
naturale uso, l'ambizione de' Consoli; i quali avendo a
stare uno anno e di quello anno sei mesi alle stanze,
volevano finire la guerra per trionfare. Nel mandare le
colonie gli tenne l'utile e la commodità grande che ne
risultava. Variarono bene alquanto circa le prede, delle
quali non erano così liberali come erano stati prima; sì
perché e' non pareva loro tanto necessario, avendo i soldati
lo stipendio; sì perché, essendo le prede maggiori,
disegnavano d'ingrassare di quelle in modo il publico che
non fussono constretti a fare le imprese con tributi della
città. Il quale ordine in poco tempo fece il loro erario
ricchissimo. Questi dua modi, adunque, e circa il
distribuire la preda, e circa il mandare le colonie, feciono
che Roma arricchiva della guerra; dove gli altri principi e
republiche non savie ne impoveriscono. E si ridusse la cosa
in termine, che a uno Consolo non pareva potere trionfare,
se non portava col suo trionfo assai oro ed argento, e
d'ogni altra sorta preda, nello erario. Così i Romani, con i
soprascritti termini, e con il finire le guerre presto,
sendo valenti con lunghezza straccare i nimici, e con le
rotte e con le scorrerie e con accordi a loro vantaggi,
diventarono sempre più ricchi e più potenti.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>7</head>
<head>Quanto terreno i Romani davano per colono.</head>

<p>Quanto terreno i Romani distribuissono per colono, credo
sia difficile trovarne la verità. Perché io credo ne dessino
più o manco, secondo i luoghi dove e' mandavano le colonie.
Giudicasi che ad ogni modo ed in ogni luogo la distribuzione
fussi parca: prima, per potere mandare più uomini, sendo
quelli diputati per guardia di quel paese; dipoi perché,
vivendo loro poveri a casa, non era ragionevole che
volessono che i loro uomini abbondassino troppo fuora. E
Tito Livio dice come, preso Veio, e' vi mandarono una
colonia, e distribuirono a ciascuno tre iugeri e sètte once
di terra; che sono, al modo nostro.... Perché, oltre alle
cose soprascritte, e'giudicavano che non lo assai terreno,
ma il bene cultivato, bastasse. È necessario bene, che
tutta la colonia abbi campi publici dove ciascuno possa
pascere il suo bestiame, e selve dove prendere del legname
per ardere; sanza le quali cose non può una colonia
ordinarsi.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>8</head>
<head>La cagione perché i popoli si partono da' luoghi patrii,
ed inondano il paese altrui.</head>

<p>Poiché di sopra si è ragionato del modo nel procedere nella
guerra osservato da' Romani, e come i Toscani furono
assaltati da' Franciosi, non mi pare alieno dalla materia
discorrere, come le si fanno di dua generazioni guerre.
L'una è fatta per ambizione de' principi o delle republiche,
che cercano di propagare lo imperio; come furono le guerre
che fece Alessandro Magno, e quelle che fecero i Romani, e
quelle che fanno, ciascuno dì, l'una potenza con l'altra. Le
quali guerre sono pericolose, ma non cacciano al tutto gli
abitatori d'una provincia; perché e' basta, al vincitore,
solo la ubbidienza de' popoli, e il più delle volte gli
lascia vivere con le loro leggi, e sempre con le loro case,
e ne' loro beni. L'altra generazione di guerra è quando uno
popolo intero con tutte le sue famiglie si lieva d'uno
luogo, necessitato o dalla fame o dalla guerra, e va a
cercare nuova sede e nuova provincia; non per comandarla,
come quegli di sopra, ma per possederla tutta
particularmente, e cacciarne o ammazzare gli abitatori
antichi di quella. Questa guerra è crudelissima e
paventosissima. E di queste guerre ragiona Sallustio nel
fine dell'Iugurtino, quando dice che, vinto Iugurta, si
sentì il moto de' Franciosi che venivano in Italia: dove ei
dice che il Popolo romano con tutte le altre genti combatté
solamente per chi dovesse comandare, ma con i Franciosi
combatté sempre per la salute di ciascuno. Perché a un
principe o a una republica, che assalta una provincia, basta
spegnere solo coloro che comandano; ma a queste populazioni
conviene spegnere ciascuno, perché vogliono vivere di quello
che altri viveva. I Romani ebbero tre di queste guerre
pericolosissime. La prima fu quella quando Roma fu presa, la
quale fu occupata da quei Franciosi che avevano tolto, come
di sopra si disse, la Lombardia a' Toscani, e fattone loro
sedia; della quale Tito Livio ne allega due cagioni: la
prima, come di sopra si disse, che furono allettati dalla
dolcezza delle frutte e del vino d'Italia, delle quali
mancavano in Francia; la seconda che, essendo quel regno
francioso multiplicato in tanto di uomini, che non vi si
potevono più nutrire, giudicarono i principi di quelli
luoghi, che e' fusse necessario che una parte di loro
andasse a cercare nuova terra, e, fatta tale deliberazione,
elessono, per capitani di quegli che si avevano a partire,
Belloveso e Sicoveso, duoi re de' Franciosi: de' quali
Belloveso venne in Italia, e Sicoveso passò in Ispagna.
Dalla passata del quale Belloveso nacque la occupazione di
Lombardia, e di quindi la guerra che prima i Franciosi
fecero a Roma. Dopo questa, fu quella che fecero dopo la
prima guerra cartaginese, quando intra Piombino e Pisa
ammazzarono più che dugentomila Franciosi. La terza, fu
quando i Tedeschi e' Cimbri vennero in Italia: i quali,
avendo vinti più eserciti romani, furono vinti da Mario.
Vinsero adunque i Romani queste tre guerre pericolosissime.
Né era necessario minore virtù a vincerle, perché si vide
poi, come la virtù romana mancò e che quelle armi perderono
il loro antico valore, fu quello imperio destrutto da simili
popoli: i quali furono Gotti, Vandali, e simili, che
occuparono tutto lo Imperio occidentale.</p>
<p>Escono tali popoli de' paesi loro, come di sopra si disse,
cacciati dalla necessità: e la necessità nasce o dalla fame,
o da una guerra ed oppressione che ne' paesi propri è loro
fatta: talché e' son constretti cercare nuove terre. E
questi tali, o e' sono gran numero; ed allora con violenza
entrano ne' paesi d'altrui, ammazzano gli abitatori,
posseggono i loro beni, fanno uno nuovo regno, mutano il
nome della provincia: come fece Moisè, e quelli popoli che
occuparono lo Imperio romano. Perché questi nomi nuovi che
sono nella Italia e nelle altre provincie, non nascono da
altro che da essere state nomate così da nuovi occupatori:
come è la Lombardia, che si chiamava Gallia Cisalpina: la
Francia si chiamava Gallia Transalpina, ed ora è nominata
da' Franchi, che così si chiamavono quelli popoli che la
occuparono: la Schiavonia si chiamava Illiria; l'Ungheria,
Pannonia; l'Inghilterra, Britannia; e molte altre provincie
che hanno mutato nome, le quali sarebbe tedioso raccontare.
Moisè ancora chiamò Giudea quella parte di Soria occupata da
lui. E perché io ho detto, di sopra, che qualche volta tali
popoli sono cacciati dalla propria sede per guerra, donde
sono constretti cercare nuove terre; ne voglio addurre lo
esemplo de' Maurusii, popoli anticamente in Soria: i quali,
sentendo venire i popoli ebraici, e giudicando non potere
loro resistere, pensarono essere meglio salvare loro
medesimi, e lasciare il paese proprio, che, per volere
salvare quello, perdere ancora loro; e levatisi con loro
famiglie, se ne andarono in Africa, dove posero la loro
sedia, cacciando via quelli abitatori che in quegli luoghi
trovarono. E così quegli che non avevano potuto difendere il
loro paese, potettono occupare quello d'altrui. E Procopio,
che scrive la guerra che fece Belisario coi Vandali,
occupatori della Africa, riferisce avere letto lettere
scritte in certe colonne, ne' luoghi dove questi Maurusii
abitavano, le quali dicevano: «Nos Maurusii, qui fugimus a
facie Jesu latronis filii Navae». Dove apparisce la cagione
della partita loro di Soria. Sono, pertanto, questi popoli
formidolosissimi, sendo cacciati da una ultima necessità; e
se e' non riscontrano buone armi, non mai saranno sostenuti.
Ma quando quegli che sono costretti abbandonare la loro
patria non sono molti, non sono sì pericolosi come quelli
popoli di chi si è ragionato; perché non possono usare tanta
violenza, ma conviene loro con arte occupare qualche luogo,
e, occupatolo, mantenervisi per via d'amici e di
confederati: come si vede che fece Enea Didone, i Massiliesi
e simili; i quali tutti, per consentimento de' vicini,
dov'e' posono, poterono mantenervisi. Escono i popoli
grossi, e sono usciti quasi tutti, de' paesi di Scizia;
luoghi freddi e poveri: dove, per essere assai uomini, ed il
paese di qualità da non gli potere nutrire, sono forzati
uscirne, avendo molte cose che gli cacciono, e nessuna che
gli ritenga. E se, da cinquecento anni in qua, non è occorso
che alcuni di questi popoli abbiano inondato alcuno paese, è
nato per più cagioni. La prima, la grande evacuazione che
fece quel paese nella declinazione dello Imperio, donde
uscirono più di trenta popoli. La seconda è che la Magna e
l'Ungheria, donde ancora uscivano di queste genti hanno ora
il loro paese bonificato in modo che vi possono vivere
agiatamente; talché non sono necessitati di mutare luogo.
Dall'altra parte, sendo loro uomini bellicosissimi, sono
come uno bastione a tenere che gli Sciti, i quali con loro
confinano, non presumino di potere vincergli o passarli. E
spesse volte occorrono movimenti grandissimi de' Tartari che
sono dipoi dagli Ungheri e da quelli di Polonia sostenuti; e
spesso si gloriano, che, se non fussono l'armi loro, la
Italia e la Chiesa arebbe molte volte sentito il peso degli
eserciti tartari. E questo voglio basti quanto ai prefati
popoli.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>9</head>
<head>Quali cagioni comunemente faccino nascere le guerre intra
i potenti.</head>

<p>La cagione che fece nascere guerra intra i Romani ed i
Sanniti, che erano stati in lega gran tempo, è una cagione
comune che nasce infra tutti i principati potenti. La quale
cagione o la viene a caso o la è fatta nascere da colui che
disidera muovere la guerra. Quella che nacque intra i Romani
ed i Sanniti fu a caso; perché la intenzione de' Sanniti non
fu, movendo guerra a' Sidicini, e dipoi ai Campani, muoverla
ai Romani. Ma, sendo i Campani oppressati, e ricorrendo a
Roma fuora della opinione de' Romani e de' Sanniti, furono
forzati, dandosi i Campani ai Romani, come cosa loro
defendergli, e pigliare quella guerra che a loro parve non
potere con loro onore fuggire. Perché e' pareva bene ai
Romani ragionevole non potere difendere i Campani come
amici, contro a' Sanniti amici, ma pareva ben loro vergogna
non gli difendere come sudditi ovvero raccomandati;
giudicando, quando e' non avessino presa tale difesa, tôrre
la via a tutti quegli che disegnassino venire sotto la
potestà loro. Perché, avendo Roma per fine lo imperio e la
gloria, e non la quiete, non poteva ricusare questa impresa.
Questa medesima cagione dette principio alla prima guerra
contro ai Cartaginesi, per la defensione che i Romani
presono de' Messinesi in Sicilia: la quale fu ancora a caso.
Ma non fu già a caso, dipoi, la seconda guerra che nacque
infra loro; perché Annibale capitano cartaginese assaltò i
Saguntini amici de' Romani in Ispagna, non per offendere
quelli, ma per muovere l'armi romane, ed avere occasione di
combatterli, e passare in Italia. Questo modo nello
appiccare nuove guerre è stato sempre consueto intra i
potenti, e che si hanno, e della fede e d'altro, qualche
rispetto. Perché, se io voglio fare guerra con uno principe,
ed infra noi siano fermi capitoli per un gran
tempo osservati, con altra giustificazione e con altro
colore assalterò io uno suo amico che lui proprio;
sappiendo, massime, che, nello assaltare lo amico, o ei si
risentirà, ed io arò lo intento mio di farli guerra, o, non
si risentendo, si scoprirà la debolezza o la infidelità sua,
di non difendere uno suo raccomandato. E l'una e l'altra di
queste due cose e per torli riputazione, e per fare più
facili i disegni miei. Debbesi notare, adunque, e per la
dedizione de' Campani, circa al muovere guerra, quanto di
sopra si è detto; e di più, quale rimedio abbia una città
che non si possa per sé stessa difendere, e vogliasi
difendere in ogni modo da quello che l'assalta: il quale è
darsi liberamente a quello che tu disegni che ti difenda,
come feciono i Capovani a' Romani, e i Fiorentini a il re
Ruberto di Napoli: il quale non gli volendo difendere come
amici, gli difese poi come sudditi contro alle forze di
Castruccio da Lucca, che gli opprimeva.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>10</head>
<head>I danari non sono il nervo della guerra, secondo che è la
comune opinione.</head>

<p>Perché ciascuno può cominciare una guerra a sua posta, ma
non finirla, debbe uno principe, avanti che prenda una
impresa, misurare le forze sue, e secondo quelle governarsi.
Ma debbe avere tanta prudenza, che delle sue forze ei non
s'inganni; ed ogni volta s'ingannerà, quando le misuri o dai
danari, o dal sito, o dalla benivolenza degli uomini,
mancando, dall'altra parte, d'armi proprie. Perché le cose
predette ti accrescono bene le forze, ma ben non te le
danno; e per sé medesime sono nulla; e non giovono alcuna
cosa sanza l'armi fedeli. Perché i danari assai non ti
bastano sanza quelle; non ti giova la fortezza del paese e
la fede e benivolenza degli uomini non dura, perché questi
non ti possono essere fedeli, non gli potendo difendere.
Ogni monte, ogni lago, ogni luogo inaccessibile diventa
piano, dove i forti difensori mancano. I danari ancora, non
solo non ti difendono, ma ti fanno predare più presto. Né
può essere più falsa quella comune opinione che dice, che i
danari sono il nervo della guerra. La quale sentenza è detta
da Quinto Curzio nella guerra che fu intra Antipatro
macedone e il re spartano: dove narra, che, per difetto di
danari, il re di Sparta fu necessitato azzuffarsi, e fu
rotto; ché se ei differiva la zuffa pochi giorni, veniva la
nuova in Grecia della morte di Alessandro, donde ei sarebbe
rimaso vincitore sanza combattere: ma, mancandogli i danari,
e dubitando che lo esercito suo per difetto di quegli non lo
abbandonasse, fu constretto tentare la fortuna della zuffa:
talché Quinto Curzio per questa cagione afferma, i danari
essere il nervo della guerra. La quale sentenza è allegata
ogni giorno, e da' principi, non tanto prudenti che basti,
seguitata. Perché, fondatisi sopra quella, credono che basti
loro, a difendersi, avere tesoro assai, e non pensano che se
il tesoro bastasse a vincere, che Dario arebbe vinto
Alessandro; i Greci arebbono vinto i Romani; ne' nostri
tempi il duca Carlo arebbe vinti i Svizzeri; e pochi giorni
sono, il Papa ed i Fiorentini insieme non arebbono avuta
difficultà in vincere Francesco Maria, nipote di papa Iulio
II, nella guerra di Urbino. Ma tutti i soprannominati furono
vinti da coloro che non il danaio ma i buoni soldati stimano
essere il nervo della guerra. Intra le altre cose che Creso
re de' Lidii mostrò a Solone ateniese, fu uno tesoro
innumerabile, e domandando quel che gli pareva della potenza
sua, gli rispose Solone, che per quello e' non lo giudicava
più potente; perché la guerra si faceva con il ferro e non
con l'oro, e che poteva venire uno che avessi più ferro di
lui, e torgliene. Oltre a di questo, quando, dopo la morte
di Alessandro Magno, una moltitudine di Franciosi passò in
Grecia, e poi in Asia, e, mandando i Franciosi oratori a il
re di Macedonia per trattare certo accordo; quel re, per
mostrare la potenza sua e per sbigottirli, mostrò loro oro
ed ariento assai: donde quelli Franciosi, che di già avevano
come ferma la pace, la ruppono; tanto desiderio in loro
crebbe di torgli quell'oro: e così fu quel re spogliato per
quella cosa che egli aveva per sua difesa accumulata. I
Viniziani, pochi anni sono, avendo ancora lo erario loro
pieno di tesoro, perderno tutto lo stato, sanza potere
essere difesi da quello.</p>
<p>Dico pertanto, non l'oro, come grida la comune opinione,
essere il nervo della guerra, ma i buoni soldati: perché
l'oro non è sufficiente a trovare i buoni soldati, ma i
buoni soldati sono bene sufficienti a trovare l'oro. Ai
Romani, s'eglino avessoro voluto fare la guerra più con i
danari che con il ferro, non sarebbe bastato avere tutto il
tesoro del mondo, considerato le grandi imprese che feciono,
e le difficultà che vi ebbono dentro. Ma, faccendo le loro
guerre con il ferro, non patirono mai carestia dell'oro,
perché da quegli che gli temevano era portato loro infino
ne' campi. E se quel re spartano per carestia di danari ebbe
a tentare la fortuna della zuffa, intervenne a lui quello,
per conto de' danari, che molte volte è intervenuto per
altre cagioni: perché si è veduto che, mancando a uno
esercito le vettovaglie, ed essendo necessitati o a morire
di fame o azzuffarsi, si piglia il partito sempre di
azzuffarsi, per essere più onorevole, e dove la fortuna ti
può in qualche modo favorire. Ancora è intervenuto molte
volte, che, veggendo uno capitano al suo esercito inimico
venire soccorso, gli conviene o azzuffarsi con quello e
tentare la fortuna della zuffa; o, aspettando ch'egli
ingrossi, avere a combattere in ogni modo, con mille suoi
disavvantaggi. Ancora si è visto (come intervenne a
Asdrubale, quando nella Marca fu assaltato da Claudio
Nerone, insieme con l'altro console romano) che un capitano,
necessitato o a fuggirsi o a combattere, come sempre elegge
il combattere; parendogli in questo partito, ancora che
dubbiosissimo, potere vincere; ed in quello altro avere a
perdere in ogni modo. Sono, adunque, molte necessitadi che
fanno a un capitano fuor della sua intenzione pigliare
partito di azzuffarsi, intra le quali qualche volta può
essere la carestia de' danari; né per questo si debbono i
danari giudicare essere il nervo della guerra, più che le
altre cose che inducano gli uomini a simile necessità. Non
è, adunque, replicandolo di nuovo, l'oro il nervo della
guerra, ma i buoni soldati. Son bene necessari i danari in
secondo luogo, ma è una necessità che i soldati buoni per sé
medesimi la vincono; perché è impossibile che ai buoni
soldati manchino i danari, come che i danari per loro
medesimi trovino i buoni soldati. Mostra, questo che noi
diciamo essere vero, ogni istoria in mille luoghi; non
ostante che Pericle consigliasse gli Ateniesi a fare guerra
con tutto il Peloponnesso, mostrando ch'e' potevano vincere
quella guerra con la industria e con la forza del danaio. E
benché in tale guerra gli Ateniesi prosperassino qualche
volta, in ultimo la perderono; e valson più il consiglio e
li buoni soldati di Sparta, che la industria ed il danaio di
Atene. Ma Tito Livio è di questa opinione più vero testimone
che alcuno altro, dove, discorrendo se Alessandro Magno
fussi venuto in Italia, s'egli avesse vinto i Romani, mostra
essere tre cose necessarie nella guerra; assai soldati e
buoni, capitani prudenti, e buona fortuna: dove, esaminando
quali o i Romani o Alessandro prevalessero in queste cose,
fa dipoi la sua conclusione sanza ricordare mai i danari.
Doverono i Capovani, quando furono richiesti da' Sidicini
che prendessono l'armi per loro contro ai Sanniti, misurare
la potenza loro dai danari, e non da' soldati: perché, preso
ch'egli ebbero partito di aiutargli, dopo due rotte furono
constretti farsi tributari de' Romani, se si vollono
salvare.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>11</head>
<head>Non è partito prudente fare amicizia con uno principe che
abbia più opinione che forze.</head>

<p>Volendo Tito Livio mostrare lo errore de' Sidicini a
fidarsi dello aiuto de' Campani, e lo errore de' Campani a
credere potergli difendere, non lo potrebbe dire con più
vive parole, dicendo: «Campani magis nomen in auxilium
Sidicinorum, quam vires ad praesidium attulerunt». Dove si
debbe notare che le leghe che si fanno coi principi, che non
abbino o commodità di aiutarti per la distanza del sito, o
forze da farlo per suo disordine o altra sua cagione,
arrecono più fama che aiuto a coloro che se ne fidano: come
intervenne, ne' dì nostri, ai Fiorentini, quando, nel
<num>1479</num>, il Papa ed il re di Napoli gli assaltarono: ché,
essendo amici del re di Francia, trassono di quella amicizia
«magis nomen, quam praesidium», come interverrebbe ancora
a quel principe, che, confidatosi di Massimiliano
imperadore, facesse qualche impresa; perché questa è una di
quelle amicizie che arrecherebbe a chi la facesse «magis
nomen, quam praesidium», come si dice, in questo testo, che
arrecò quella de' Capovani a' Sidicini. Errarono, adunque,
in questa parte i Capovani, per parere loro avere più forze
che non avevano. E così fa la poca prudenzia degli uomini,
qualche volta, che, non sappiendo né potendo difendere sé
medesimi, vogliono prendere impresa di difendere altrui:
come fecero ancora i Tarentini, i quali, sendo gli eserciti
romani allo incontro dello esercito Sannite, mandarono
ambasciadori al Console romano, a fargli intendere come ei
volevano pace intra quegli due popoli, e come erano per fare
guerra contro a quello che dalla pace si discostasse; talché
il Console, ridendosi di questa proposta, alla presenza di
detti ambasciadori fece sonare a battaglia, ed al suo
esercito comandò che andasse a trovare il nimico, mostrando
ai Tarentini, con la opera e non con le parole, di che
risposta essi erano degni.</p>
<p>Ed avendo nel presente capitolo ragionato de' partiti che
pigliono i principi, al contrario, per la difesa d'altrui,
voglio, nel seguente, parlare di quegli che si pigliano per
la difesa propria.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>12</head>
<head>S'egli è meglio, temendo di essere assaltato, inferire o
aspettare la guerra.</head>

<p>Io ho sentito da uomini, assai pratichi nelle cose della
guerra, qualche volta disputare, se sono dua principi quasi
di equali forze, e quello più gagliardo abbi bandito la
guerra contro a quell'altro, quale sia migliore partito per
l'altro, o aspettare il nimico dentro a' confini suoi, o
andarlo a trovare in casa ed assaltare lui: e ne ho sentito
addurre ragioni da ogni parte. E chi difende lo andare
assaltare altri, ne allega il consiglio che Creso dette a
Ciro, quando, arrivato in su' confini de' Massageti per fare
loro guerra, la loro regina Tamiri gli mandò a dire, che
eleggessi quale de' due partiti volesse; o entrare nel regno
suo, dove ella lo aspetterebbe; o volesse che ella venisse a
trovare lui. E venuta la cosa in discettazione, Creso,
contro alla opinione degli altri, disse che si andasse a
trovare lei; allegando che, s'egli la vincesse discosto a il
suo regno, che non le torrebbe il regno, perché ella arebbe
tempo a rifarsi, ma se la vincesse dentro ai suoi confini,
potrebbe seguirla in su la fuga, e, non le dando spazio a
rifarsi, torle lo stato. Allegane ancora il consiglio che
dette Annibale ad Antioco, quando quel re disegnava fare
guerra ai Romani: dove ei mostra come i Romani non si
potevano vincere se non in Italia, perché quivi altrui si
poteva valere delle armi e delle ricchezze e degli amici
loro; ma chi gli combatteva fuora d'Italia, e lasciava loro
la Italia libera, lasciava loro quella fonte che mai le
manca vita a somministrare forze dove bisogna; e conchiuse
che ai Romani si poteva prima tôrre Roma che lo imperio, e
prima la Italia che le altre provincie. Allega ancora
Agatocle che, non potendo sostenere la guerra di casa,
assaltò i Cartaginesi che gliene facevano, e gli ridusse a
domandare pace. Allega Scipione che, per levare la guerra di
Italia, assaltò la Africa.</p>
<p>Chi parla al contrario, dice che chi vuole fare capitare
male uno inimico, lo discosti da casa. Allegane gli
Ateniesi, che, mentre che feciono la guerra commoda alla
casa loro, restarono superiori; e come si discostarono, ed
andarono con gli eserciti in Sicilia, perderono la libertà.
Allega le favole poetiche, dove si mostra che Anteo, re di
Libia, assaltato da Ercole Egizio, fu insuperabile mentre
che lo aspettò dentro a' confini del suo regno; ma, come ei
se ne discostò per astuzia di Ercole, perdé lo stato e la
vita. Onde è dato luogo alla favola che Anteo, sendo in
terra, ripigliava le forze da sua madre, che era la Terra, e
che Ercole, avvedutosi di questo, lo levò in alto, e
discostollo dalla terra. Allegane ancora i giudicii moderni.
Ciascuno sa come Ferrando re di Napoli fu ne' suoi tempi
tenuto uno savissimo principe: e venendo la fama, due anni
davanti la sua morte, come il re di Francia Carlo VIII
voleva venire a assaltarlo, avendo fatte assai preparazioni,
ammalò; e, venendo a morte, intra gli altri ricordi che
lasciò a Alfonso suo figliuolo, fu ch'egli aspettasse il
nimico dentro a il regno; e per cosa del mondo non traesse
forze fuora dello stato suo, ma lo aspettasse dentro a' suoi
confini tutto intero: il che non fu osservato da quello; ma,
mandato uno esercito in Romagna, sanza combattere perdé
quello e lo stato.</p>
<p>Le ragioni che, oltre alle cose dette, da ogni parte si
adducono, sono: che chi assalta viene con maggiore animo che
chi aspetta, il che fa più confidente lo esercito: toglie,
oltre a di questo, molte commodità al nimico di potersi
valere delle sue cose, non si potendo valere di que' sudditi
che siano saccheggiati; e, per avere il nimico in casa, è
constretto il signore avere più rispetto a trarne da loro
danari ed affaticargli: sicché ei viene a seccare quella
fonte, come disse Annibale, che fa che colui può sostenere
la guerra. Oltra di questo, i suoi soldati, per trovarsi nel
paese d'altrui, sono più necessitati a combattere; e quella
necessità fa virtù, come più volte abbiamo detto. Dall'altra
parte si dice: come, aspettando il nimico, si aspetta con
assai vantaggio, perché, sanza disagio alcuno, tu puoi dare
a quello molti disagi di vettovaglie, e d'ogni altra cosa
che abbia bisogno uno esercito: puoi meglio impedirgli i
disegni suoi, per la notizia del paese che tu hai più di
lui: puoi con più forze incontrarlo, per poterle facilmente
tutte unire, ma non potere già tutte discostarle da casa:
puoi, sendo rotto, rifarti facilmente; sì perché del tuo
esercito se ne salverà assai, per avere i rifugi propinqui;
sì perché il supplimento non ha a venire discosto: tanto che
tu vieni ad arristiare tutte le forze, e non tutta la
fortuna; e, discostandoti, arrischi tutta la fortuna, e non
tutte le forze. Ed alcuni sono stati che, per indebolire
meglio il suo nimico, lo lasciono entrare parecchi giornate
in su il paese loro, e pigliare assai terre; acciò che,
lasciando i presidii in tutte, indebolisca il suo esercito,
e possinlo dipoi combattere più facilmente.</p>
<p>Ma, per dire ora io quello che io ne intendo, io credo che
si abbia a fare questa distinzione: o io ho il mio paese
armato, come i Romani, o come hanno i Svizzeri, o io l'ho
disarmato, come avevano i Cartaginesi, o come l'hanno il re
di Francia e gli Italiani. In questo caso, si debbe tenere
il nimico discosto a casa; perché, sendo la tua virtù nel
danaio e non negli uomini, qualunque volta ti è impedita la
via di quello, tu sei spacciato; né cosa veruna te lo
impedisce quanto la guerra di casa. In esempli ci sono i
Cartaginesi; i quali, mentre che ebbono la casa loro libera,
potettono con le rendite fare guerra con i Romani; e quando
l'avevano assaltata, non potevano resistere ad Agatocle. I
Fiorentini non avevano rimedio alcuno con Castruccio signore
di Lucca, perché ei faceva loro la guerra in casa; tanto che
gli ebbero a darsi, per essere difesi, al re Ruberto di
Napoli. Ma, morto Castruccio, quelli medesimi Fiorentini
ebbono animo di assaltare il duca di Milano in casa, ed
operare di torgli il regno: tanta virtù mostrarono nelle
guerre longinque, e tanta viltà nelle propinque. Ma quando i
regni sono armati, come era armata Roma e come sono i
Svizzeri, sono più difficili a vincere quanto più ti
appressi loro: perché questi corpi possono unire più forze a
resistere a uno impeto, che non possono ad assaltare altrui.
Né mi muove in questo caso l'autorità d'Annibale, perché la
passione e l'utile suo gli faceva così dire a Antioco.
Perché, se i Romani avessono avute in tanto spazio di tempo
quelle tre rotte in Francia ch'egli ebbero in Italia da
Annibale, sanza dubbio erano spacciati: perché non si
sarebbono valuti de' residui degli eserciti, come si valsono
in Italia; non arebbono avuto, a rifarsi, quelle commodità;
né potevono con quelle forze resistere al nimico, che
poterono. Non si truova, per assaltare una provincia, che
loro mandassino mai fuora eserciti che passassino
cinquantamila persone; ma per difendere la casa ne missero
in arme contro ai Franciosi, dopo la prima guerra punica,
diciotto centinaia di migliaia. Né arebbono potuto poi
rompere quegli in Lombardia, come gli ruppono in Toscana;
perché contro a tanto numero di inimici non arebbono potuto
condurre tante forze sì discosto, né combattergli con quella
commodità. I Cimbri ruppono uno esercito romano nella Magna,
né vi ebbono i Romani rimedio. Ma come gli arrivarono in
Italia, e che ei poterono mettere tutte le loro forze
insieme, gli spacciarono. I Svizzeri è facile vincergli
fuori di casa, dove ei non possono mandare più che un trenta
o quarantamila uomini; ma vincergli in casa, dove ei ne
possono raccozzare centomila, è difficilissimo. Conchiuggo
adunque, di nuovo, che quel principe che ha i suoi popoli
armati ed ordinati alla guerra, aspetti sempre in casa una
guerra potente e pericolosa, e non la vadia a rincontrare:
ma quello che ha i suoi sudditi disarmati, ed il paese
inusitato alla guerra, se le discosti sempre da casa il più
che può. E così l'uno e l'altro, ciascuno nel suo grado si
difenderà meglio.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>13</head>
<head>Che si viene di bassa a gran fortuna più con la fraude;
che con la forza.</head>

<p>Io stimo essere cosa verissima che rado, o non mai,
intervenga che gli uomini di piccola fortuna venghino a
gradi grandi, sanza la forza e sanza la fraude; pure che
quel grado al quale altri è pervenuto non li sia o donato o
lasciato per eredità. Né credo si truovi mai che la forza
sola basti, ma si troverrà bene che la fraude sola basterà:
come chiaro vedrà colui che leggerà la vita di Filippo di
Macedonia, quella di Agatocle siciliano, e di molti altri
simili, che d'infima ovvero di bassa fortuna, sono pervenuti
o a regno o a imperii grandissimi. Mostra Senofonte, nella
sua vita di Ciro, questa necessità dello ingannare,
considerato che la prima ispedizione che fe' fare a Ciro
contro al re di Armenia è piena di fraude, e come con
inganno, e non con forza, gli fe' occupare il suo regno; e
non conchiude altro, per tale azione, se non che a un
principe che voglia fare gran cose, è necessario imparare a
ingannare. Fegli ingannare, oltra di questo, Ciassare, re
de' Medii, suo zio materno, in più modi; sanza la quale
fraude mostra che Ciro non poteva pervenire a quella
grandezza che venne. Né credo che si truovi mai alcuno,
costituto in bassa fortuna, pervenuto a grande imperio solo
con la forza aperta ed ingenuamente, ma sì bene solo con la
fraude: come fece Giovan Galeazzo per tôrre lo stato e lo
imperio di Lombardia a messer Bernabò suo zio. E quel che
sono necessitati fare i principi ne' principii degli
augumenti loro, sono ancora necessitate a fare le
republiche, infino che le siano diventate potenti, e che
basti la forza sola. E perché Roma tenne in ogni parte, o
per sorte o per elezione, tutti i modi necessari a venire a
grandezza, non mancò ancora di questo. Né poté usare, nel
principio, il maggiore inganno, che pigliare il modo,
discorso di sopra da noi, di farsi compagni; perché sotto
questo nome se gli fece servi: come furono i Latini, ed
altri popoli a lo intorno. Perché prima si valse dell'armi
loro in domare i popoli convicini, e pigliare la riputazione
dello stato; dipoi, domatogli, venne in tanto augumento, che
la poteva battere ciascuno. Ed i Latini non si avvidono mai,
di essere al tutto servi, se non poi che vidono dare due
rotte ai Sanniti, e constrettigli ad accordo. La quale
vittoria, come ella accrebbe gran riputazione ai Romani co'
principi longinqui, che mediante quella sentirono il nome
romano, e non l'armi, così generò invidia e sospetto in
quelli che vedevano e sentivano l'armi, intra i quali furono
i Latini. E tanto poté questa invidia e questo timore, che
non solo i Latini ma le colonie che essi avevano in Lazio,
insieme con i Campani, stati poco innanzi difesi,
congiurarono contro a il nome romano. E mossono questa
guerra i Latini nel modo che si dice di sopra che si muovono
la maggior parte delle guerre, assaltando non i Romani, ma
difendendo i Sidicini contro ai Sanniti; a' quali i Sanniti
facevano guerra con licenza de' Romani. E che sia vero che i
Latini si movessono per avere conosciuto questo inganno, lo
dimostra Tito Livio nella bocca di Annio Setino pretore
latino, il quale nel concilio loro disse queste parole:
«Nam si etiam nunc sub umbra foederis aequi servitutem pati
possumus <abbr>etc.</abbr>». Vedesi pertanto i Romani ne' primi
augumenti loro non essere mancati etiam della fraude; la
quale fu sempre necessaria a usare a coloro che di piccoli
principii vogliono a sublimi gradi salire: la quale è meno
vituperabile quanto è più coperta, come fu questa de'
Romani.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>14</head>
<head>Ingannansi molte volte gli uomini, credendo con la umiltà
vincere la superbia.</head>

<p>Vedesi molte volte come l'umiltà non solamente non giova ma
nuoce, massimamente usandola con gli uomini insolenti, che,
o per invidia o per altra cagione, hanno concetto odio teco.
Di che ne fa fede lo istorico nostro in questa cagione di
guerra intra i Romani e i Latini. Perché, dolendosi i
Sanniti con i Romani che i Latini gli avevano assaltati, i
Romani non vollono proibire ai Latini tale guerra,
disiderando non gli irritare: il che non solamente non gli
irritò ma gli fece diventare più animosi contro a loro, e si
scopersono più presto inimici. Di che ne fanno fede le
parole usate dal prefato Annio pretore latino nel medesimo
concilio, dov'e' dice: «Tentastis patientiam negando
militem: quis dubitat exarsisse eos? Pertulerunt tamen hunc
dolorem. Exercitus nos parare adversus Samnites, foederatos
suos, audierunt, nec moverunt se ab urbe. Unde haec illis
tanta modestia, nisi conscientia virium, et nostrarum et
suarum?». Conoscesi, pertanto, chiarissimo per questo
testo, quanto la pazienza de' Romani accrebbe l'arroganza
de' Latini. E però, mai un principe debbe volere mancare del
grado suo, e non debbe mai lasciare alcuna cosa d'accordo,
volendola lasciare onorevolmente, se non quando e' la può, o
ei si crede che la possa tenere: perché gli è meglio, quasi
sempre, sendosi condotta la cosa in termine che tu non la
possa lasciare nel modo detto, lasciarsela tôrre con le
forze, che con la paura delle forze. Perché, se tu la lasci
con la paura, lo fai per levarti la guerra, ed il più delle
volte non te la lievi: perché colui a chi tu arai con una
viltà scoperta concesso quella, non istarà saldo, ma ti
vorrà tôrre delle altre cose, e si accenderà più contro a di
te, stimandoti meno; e, dall'altra parte, in tuo favore
troverrai i difensori più freddi, parendo loro che tu sia o
debole o vile: ma se tu, subito scoperta la voglia dello
avversario, prepari le forze, ancora che le siano inferiori
a lui, quello ti comincerà a stimare; stimanti più gli altri
principi allo intorno; e a tale viene voglia di aiutarti,
sendo in su l'armi, che, abbandonandoti, non ti aiuterebbe
mai. Questo s'intende quando tu abbia uno inimico; ma quando
ne avessi più, rendere delle cose che tu possedessi a alcuno
di loro per riguadagnarselo, ancora che fussi di già
scoperta la guerra, e per ismembrarlo dagli altri
confederati tuoi nimici, fia sempre partito prudente.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>15</head>
<head>Gli stati deboli sempre fiano ambigui nel risolversi: e
sempre le diliberazioni lente sono nocive.</head>

<p>In questa medesima materia, ed in questi medesimi principii
di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in
ogni consulta è bene venire allo individuo di quello che si
ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo né in su lo
incerto della cosa. Il che si vede manifesto nella consulta
che feciono i Latini, quando ei pensavano alienarsi dai
Romani. Perché, avendo i Romani presentito questo cattivo
umore che ne' popoli latini era entrato, per certificarsi
della cosa, e per veder se potevano sanza mettere mano alle
armi riguadagnarsi quegli popoli, fecero loro intendere,
come e' mandassono a Roma otto cittadini perché avevano a
consultare con loro. I Latini, inteso questo, ed avendo
coscienza di molte cose fatte contro alla voglia de' Romani,
fecioro concilio per ordinare chi dovesse ire a Roma e darli
commissione di quello ch'egli avesse a dire. E stando nel
concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste
parole: «Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror, ut
cogitetis magis, quid agendum nobis, quam quid loquendum
sit. Facile erit, explicatis consiliis, accommodare rebus
verba». Sono, sanza dubbio, queste parole verissime e
debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate:
perché, nella ambiguità e nella incertitudine di quello che
altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole, ma,
fermo una volta l'animo, e diliberato quello sia da
esequire, è facil cosa trovarvi le parole. Io ho notata
questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte
conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle publiche
azioni, con danno e con vergogna della republica nostra. E
sempre mal avverrà che ne' partiti dubbi e dove bisogna
animo a diliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbiano
a essere consigliati e diliberati da uomini deboli.</p>
<p>Non sono meno nocive ancora le diliberazioni lente e tarde,
che le ambigue; massime quelle che si hanno a diliberare in
favore di alcuno amico; perché con la lentezza loro non si
aiuta persona, e nuocesi a sé medesimo. Queste diliberazioni
così fatte procedono o da debolezza d'animo e di forze, o da
malignità di coloro che hanno a diliberare i quali, mossi
dalla passione propria di volere rovinare lo stato o
adempiere qualche altro loro disiderio, non lasciano seguire
la diliberazione, ma la impediscono e la attraversono.
Perché i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga
popolare voltarsi alla parte perniziosa, mai impediranno il
diliberare, massime di quelle cose che non aspettano tempo.
Morto che fu Girolamo tiranno in Siragusa, essendo la guerra
grande intra i Cartaginesi ed i Romani, vennono i Siracusani
in disputa se dovevano seguire l'amicizia romana o la
cartaginese. E tanto era lo ardore delle parti, che la cosa
stava ambigua, né se ne prendeva alcuno partito: insino a
tanto che Apollonide, uno de' primi in Siracusa, con una sua
orazione piena di prudenza, mostrò come e' non era da
biasimare chi teneva la opinione di aderirsi ai Romani, né
quelli che volevano seguire la parte cartaginese; ma era
bene da detestare quella ambiguità e tardità di pigliare il
partito, perché vedeva al tutto in tale ambiguità la rovina
della republica; ma preso che si fussi il partito, qualunque
si fusse, si poteva sperare qualche bene. Né potrebbe
mostrare più Tito Livio, che si faccia in questa parte, il
danno che si tira dietro lo stare sospeso. Dimostralo ancora
in questo caso de' Latini: poiché, essendo i Lavinii
ricerchi da loro d'aiuto contro ai Romani, differirono tanto
a diliberarlo, che, quando eglino erano usciti appunto fuora
della porta con le genti per dare loro soccorso, venne la
nuova i Latini essere rotti. Donde Milionio loro pretore
disse: - Questo poco della via ci costerà assai col Popolo
romano -. Perché, se si diliberavano prima, o di aiutare o
di non aiutare i Latini, non li aiutando, ei non irritavano
i Romani; aiutandogli, essendo lo aiuto in tempo, potevono
con la aggiunta delle loro forze fargli vincere; ma
differendo, venivano a perdere in ogni modo, come intervenne
loro. E se i Fiorentini avessono notato questo testo, non
arebbono avuto co' Franciosi né tanti danni né tante noie
quante ebbono nella passata che il re Luigi di Francia XII
fece in Italia contro a Lodovico duca di Milano. Perché,
trattando il re tale passata, ricercò i Fiorentini
d'accordo: e gli oratori, che erano appresso al re,
accordarono con lui che si stessino neutrali, e che il re
venendo in Italia gli avesse a mantenere nello stato e
ricevere in protezione: e dette tempo un mese alla città a
ratificarlo. Fu differita tale ratificazione da chi per poca
prudenza favoriva le cose di Lodovico: intanto che, il re
già sendo in su la vittoria, e volendo poi i Fiorentini
ratificare, non fu la ratificazione accettata; come quello
che conobbe i Fiorentini essere venuti forzati e non
voluntari nella amicizia sua. Il che costò alla città di
Firenze assai danari, e fu per perdere lo stato: come poi
altra volta per simile causa le intervenne. E tanto più fu
dannabile quel partito, perché non si servì ancora a il duca
Lodovico; il quale, se avesse vinto, arebbe mostri molti più
segni d'inimicizia contro ai Fiorentini, che non fece il re.
E benché del male che nasce, alle republiche, di questa
debolezza, se ne sia di sopra in uno altro capitolo
discorso, nondimeno, avendone di nuovo occasione per uno
nuovo accidente, ho voluto replicarne parendomi, massime,
materia che debba essere dalle republiche, simili alla
nostra, notata.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>16</head>
<head>Quanto i soldati de' nostri tempi si disformino dagli
antichi ordini.</head>

<p>La più importante giornata che fu mai fatta in alcuna
guerra con alcuna nazione dal Popolo romano, fu questa che
ei fece con i popoli latini, nel consolato di Torquato e di
Decio. Perché ogni ragione vuole che, così come i Latini per
averla perduta diventarono servi, così sarebbero stati servi
i Romani, quando non l'avessino vinta. E di questa opinione
è Tito Livio; perché in ogni parte fa gli eserciti pari di
ordine, di virtù, d'ostinazione e di numero: solo vi fa
differenza, che i capi dello esercito romano furono più
virtuosi che quelli dello esercito latino. Vedesi ancora
come nel maneggio di questa giornata nacquono due accidenti,
non prima nati, e che dipoi hanno radi esempli: che, di due
Consoli, per tenere fermi gli animi de' soldati, ed
ubbidienti a' comandamenti loro, e diliberati al combattere
l'uno ammazzò sé stesso, e l'altro il figliuolo. La parità,
che Tito Livio dice essere in questi eserciti, era che, per
avere militato gran tempo insieme, erano pari di lingua,
d'ordine e d'armi: perché nello ordinare la zuffa tenevano
uno modo medesimo; e gli ordini e i capi degli ordini
avevano i medesimi nomi. Era dunque necessario, sendo di
pari forze e di pari virtù, che nascesse qualche cosa
istraordinaria, che fermasse e facesse più ostinati gli
animi dell'uno che dell'altro: nella quale ostinazione
consiste, come altre volte si è detto, la vittoria; perché,
mentre che la dura ne' petti di quelli che combattono, mai
non dànno volta gli eserciti. E perché la durasse più ne'
petti de' Romani che de' Latini, parte la sorte, parte la
virtù de' Consoli fece nascere che Torquato ebbe a ammazzare
il figliuolo, e Decio sé stesso. Mostra Tito Livio, nel
mostrare questa parità di forze, tutto l'ordine che tenevono
i Romani nelli eserciti e nelle zuffe. Il quale esplicando
egli largamente, non replicherò altrimenti; ma solo
discorrerò quello che io vi giudico notabile, e quello che,
per essere negletto da tutti i capitani di questi tempi, ha
fatto, negli eserciti e nelle zuffe, di molti disordini.
Dico, adunque, che per il testo di Livio si raccoglie come
lo esercito romano aveva tre divisioni principali, le quali
toscanamente si possono chiamare tre schiere; e nominavano
la prima astati, la seconda principi, la terza triari: e
ciascuna di queste aveva i suoi cavagli. Nello ordinare una
zuffa, ei mettevano gli astati innanzi; nel secondo luogo,
per ritto, dietro alle spalle di quelli, ponevano i
principi; nel terzo, pure nel medesimo filo, collocavano i
triari. I cavagli di tutti questi ordini gli ponevano a
destra ed a sinistra di queste tre battaglie; le stiere de'
quali cavagli, dalla forma loro, e dal luogo, si chiamavano
«alae» perché parevano come due alie di quel corpo.
Ordinavono la prima stiera, degli astati, che era nella
fronte, serrata in modo insieme, che la potesse spignere e
sostenere il nimico. La seconda stiera, de' principi, perché
non era la prima a combattere, ma bene le conveniva
soccorrere alla prima quando fussi battuta o urtata, non la
facevano stretta, ma mantenevano i suoi ordini radi, e di
qualità che la potessi ricevere in sé, sanza disordinarsi,
la prima, qualunque volta, spinta dal nimico, fusse
necessitata ritirarsi. La terza stiera, de' triari, aveva
ancora gli ordini più radi che la seconda, per potere
ricevere in sé, bisognando, le due prime stiere, de'
principi e degli astati. Collocate, dunque, queste stiere in
questa forma, appiccavano la zuffa: e, se gli astati erano
sforzati o vinti, si ritiravano nella radità degli ordini
de' principi; e, tutti uniti insieme, fatto di due stiere
uno corpo, rappiccavano la zuffa: se questi ancora erano
ributtati, sforzati si ritiravano tutti nella rarità degli
ordini de' triari; e tutt'a tre le stiere, diventate uno
corpo, rinnovavano la zuffa: dove essendo superati, per non
avere più da rifarsi, perdevono la giornata. E perché ogni
volta che questa ultima stiera de' triari si adoperava, lo
esercito era in pericolo, ne nacque quel proverbio: «Res
redacta est ad triarios», che, a uso toscano, vuole
dire: «Noi abbiamo messa l'ultima posta». I capitani de'
nostri tempi, come egli hanno abbandonati tutti gli altri
ordini, e della antica disciplina non ne osservano parte
alcuna, così hanno abbandonata questa parte, la quale non è
di poca importanza: perché chi si ordina di potersi rifare
nelle giornate tre volte, ha ad avere tre volte inimica la
fortuna a volere perdere, ed ha ad avere per iscontro una
virtù che sia atta tre volte a vincerlo. Ma chi non sta se
non in sul primo urto, come stanno oggi tutti gli eserciti
cristiani, può facilmente perdere; perché ogni disordine,
ogni mezzana virtù gli può tôrre la vittoria. Quello che fa
agli eserciti nostri mancare di potersi rifare tre volte, è
lo avere perduto il modo di ricevere l'una stiera
nell'altra. Il che nasce perché al presente s'ordinano le
giornate con uno di questi due disordini: o ei mettono le
loro stiere a spalle l'una dell'altra, e fanno la loro
battaglia, larga per traverso, e sottile per diritto; il che
la fa più debole, per avere poco dal petto alle stiene. E
quando pure, per farla più forte, ei riducano le stiere per
il verso de' Romani, se la prima fronte è rotta, non avendo
ordine di essere ricevuta dalla seconda, s'ingarbugliano
insieme tutte, e rompano sé medesime: perché, se quella
dinanzi è spinta, ella urta la seconda; se la seconda si
vuole fare innanzi, ella è impedita dalla prima: donde che,
urtando la prima la seconda, e la seconda la terza, ne nasce
tanta confusione, che spesso un minimo accidente rovina uno
esercito. Gli eserciti spagnuoli e franciosi nella zuffa di
Ravenna, dove morì monsignor de Fois capitano delle genti di
Francia (la quale fu, secondo i nostri tempi, assai bene
combattuta giornata), s'ordinarono con l'uno de'
soprascritti modi; cioè che l'uno e l'altro esercito venne
con tutte le sue genti ordinate a spalle: in modo che non
venivano avere né l'uno né l'altro se non una fronte, ed
erano assai più per il traverso che per il diritto. E questo
avviene loro sempre, dove egli hanno la campagna grande,
come gli avevano a Ravenna: perché, conoscendo il disordine
che fanno nel ritirarsi, mettendosi per un filo, lo fuggono,
quando ei possono, col fare la fronte larga, come è detto;
ma quando il paese gli ristrigne, si stanno nel disordine
soprascritto, sanza pensare al rimedio. Con questo medesimo
disordine cavalcano per il paese inimico, o se ei predano, o
se fanno altro maneggio di guerra. Ed a Santo Regolo in quel
di Pisa, ed altrove, dove i Fiorentini furono rotti da'
Pisani ne' tempi della guerra che fu tra i Fiorentini e
quella città, per la sua ribellione dopo la passata di Carlo
re di Francia in Italia, non nacque tale rovina d'altronde
che dalla cavalleria amica; la quale, sendo davanti e
ributtata da' nimici, percosse nella fanteria fiorentina, e
quella ruppe: donde tutto il restante delle genti dierono
volta: e messer Ciriaco dal Borgo, capo antico delle
fanterie fiorentine, ha affermato alla presenza mia molte
volte, non essere mai stato rotto se non dalla cavalleria
degli amici. I Svizzeri, che sono i maestri delle moderne
guerre, quando ei militano con i Franciosi, sopra tutte le
cose hanno cura di mettersi in lato, che la cavalleria
amica, se fusse ributtata, non gli urti. E benché queste
cose paiano facili ad intendere, e facilissime a farsi,
nondimeno non si è trovato ancora alcuno de' nostri
contemporanei capitani, che gli antichi ordini imiti, e i
moderni corregga. E benché gli abbino ancora loro tripartito
lo esercito, chiamando l'una parte antiguardo, l'altra
battaglia, e l'altra retroguardo; non se ne servono ad altro
che a comandarli nelli alloggiamenti, ma nello adoperargli,
rade volte è, come di sopra è detto, che a tutti questi
corpi non faccino correre una medesima fortuna.</p>
<p>E perché molti, per scusarne la ignoranza loro, allegano
che la violenza delle artiglierie non patisce che in questi
tempi si usino molti ordini de gli antichi, voglio disputare
nel seguente capitolo questa materia, e vo' esaminare se le
artiglierie impediscano che non si possa usare l'antica
virtù.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>17</head>
<head>Quanto si debbino stimare dagli eserciti ne' presenti
tempi le artiglierie; e se quella opinione, che se ne ha in
universale, è vera.</head>

<p>Considerando io, oltre alle cose soprascritte, quante zuffe
campali (chiamate ne' nostri tempi, con vocabolo francioso,
giornate, e, dagli Italiani, fatti d'arme) furono fatte da'
Romani in diversi tempi, mi è venuto in considerazione la
opinione universale di molti, che vuole che, se in quegli
tempi fussono state le artiglierie, non sarebbe stato lecito
ai Romani, né sì facile, pigliare le provincie, farsi
tributari i popoli, come ei fecero; né arebbono in alcuno
modo fatto sì gagliardi acquisti. Dicono ancora, che,
mediante questi instrumenti de' fuochi, gli uomini non
possono usare né mostrare la virtù loro, come ei potevano
anticamente. E soggiungano una terza cosa: che si viene con
più difficultà alle giornate che non si veniva allora, né vi
si può tenere dentro quegli ordini di quegli tempi; talché
la guerra si ridurrà col tempo in su le artiglierie. E
giudicando non fuora di proposito disputare se tali opinioni
sono vere, e quanto le artiglierie abbino accresciuto o
diminuito di forze agli eserciti, e se le tolgano o danno
occasione ai buoni capitani di operare virtuosamente,
comincerò a parlare quanto alla prima loro opinione: che gli
eserciti antichi romani non arebbano fatto gli acquisti che
feciono, se le artiglierie fussono state. Sopra che,
rispondendo, dico come e' si fa guerra o per difendersi o
per offendere; donde si ha prima a esaminare a quale di
questi due modi di guerra le faccino più utile o più danno.
E benché sia che dire da ogni parte, nondimeno io credo che
sanza comparazione faccino più danno a chi si difende, che a
chi offende. La ragione che io ne dico è, che quel che si
difende, o egli è dentro a una terra, o egli è in su i campi
dentro a uno steccato. S'egli è dentro a una terra, o questa
terra è piccola, come sono la maggior parte delle fortezze,
o la è grande: nel primo caso, chi si difende è al tutto
perduto, perché l'impeto delle artiglierie è tale che non
truova muro, ancoraché grossissimo, che in pochi giorni ei
non abbatta; e se chi è dentro non ha buoni spazi da
ritirarsi e con fossi e con ripari, si perde; né può
sostenere l'impeto del nimico che volessi dipoi entrare per
la rottura del muro, né a questo gli giova artiglieria che
avessi: perché questa è una massima, che dove gli uomini in
frotta e con impeto possono andare, le artiglierie non gli
sostengono. Però i furori oltramontani nella difesa delle
terre non sono sostenuti: son bene sostenuti gli assalti
italiani, i quali, non in frotta ma spicciolati, si
conducano alle battaglie, le quali loro, per nome molto
proprio, chiamano scaramucce. E questi che vanno con questo
disordine e questa freddezza a una rottura d'un muro dove
siano artiglierie, vanno a una manifesta morte, e contro a
loro le artiglierie vagliano: ma quegli che in frotta
condensati, e che l'uno spinge l'altro, vengono a una
rottura, se non sono sostenuti o da fossi o da ripari,
entrono in ogni luogo, e le artiglierie non gli tengono; e,
se ne muore qualcuno, non possono essere tanti che
gl'impedischino la vittoria.</p>
<p>Questo, essere vero, si è conosciuto in molte espugnazioni
fatte dagli oltramontani in Italia, e massime in quella di
Brescia: perché, sendosi quella terra ribellata da'
Franciosi, e tenendosi ancora per il re di Francia la
fortezza, avevano i Viniziani, per sostenere l'impeto che da
quella potesse venire nella terra, munita tutta la strada
d'artiglierie, che dalla fortezza alla città scendeva, e
postene a fronte e ne' fianchi, ed in ogni altro luogo
opportuno. Delle quali monsignor di Fois non fece alcuno
conto; anzi, quello con il suo squadrone, disceso a piede,
passando per il mezzo di quelle, occupò la città, né per
quelle si sentì ch'egli avesse ricevuto alcuno memorabile
danno. Talché, chi si difende in una terra piccola, come è
detto, e truovisi le mura in terra, e non abbia spazio da
ritirarsi con i ripari e con fossi ed abbiasi a fidare in su
le artiglierie, si perde subito. Se tu difendi una terra
grande, e che tu abbia commodità di ritirarti, sono
nondimanco sanza comparazione più utili le artiglierie a chi
è di fuori, che a chi è dentro. Prima, perché, a volere che
una artiglieria nuoca a quegli che sono di fuora, tu se'
necessitato levarti con essa dal piano della terra; perché,
stando in sul piano, ogni poco d'argine e di riparo che il
nimico faccia, rimane sicuro, e tu non gli puoi nuocere.
Tanto che, avendoti a alzare, e tirarti in sul corridoio
delle mura, o in qualunque modo levarti da terra, tu ti tiri
dietro due difficultà: la prima, che tu non puoi condurvi
artiglierie della grossezza e della potenza che può trarre
colui di fuora, non si potendo ne' piccoli spazii maneggiare
le cose grandi: l'altra è, quando bene tu ve le potessi
condurre, tu non puoi fare quegli ripari fedeli e sicuri,
per salvare detta artiglieria, che possono fare quegli di
fuori, essendo in sul terreno, ed avendo quelle commodità e
quello spazio che loro medesimi vogliono: talmenteché, gli è
impossibile, a chi difende una terra, tenere le artiglierie
ne' luoghi alti, quando quegli che sono di fuori abbino
assai artiglierie e potente; e se egli hanno a venire con
essa ne' luoghi bassi, ella diventa in buona parte inutile,
come è detto. Talché la difesa della città si ha a ridurre a
difenderla con le braccia, come anticamente si faceva, e con
l'artiglieria minuta: di che se si trae un poco di utilità,
rispetto a questa artiglieria minuta, se ne cava incommodità
che contrappesa alla commodità dell'artiglieria; perché,
rispetto a quella, si riducano le mura delle terre, basse e
quasi sotterrate ne' fossi: talché, come si viene alla
battaglia di mano, o per essere battute le mura o per essere
ripieni i fossi, ha, chi è dentro, molti più disavvantaggi
che non aveva allora. E però, come di sopra si disse,
giovano questi instrumenti molto più a chi campeggia le
terre, che a chi è campeggiato. Quanto alla terza cosa, di
ridursi in un campo dentro a uno steccato, per non fare
giornata se non a tua comodità o vantaggio, dico che in
questa parte tu non hai più rimedio, ordinariamente, a
difenderti di non combattere, che si avessono gli antichi; e
qualche volta, per conto delle artiglierie, hai maggiore
disavvantaggio. Perché, se il nimico ti giugne addosso, ed
abbia un poco di vantaggio del paese, come può facilmente
intervenire, e truovisi più alto di te; o che nello arrivare
suo tu non abbia ancora fatti i tuoi argini, e copertoti
bene con quegli; subito, e sanza che tu abbia alcun rimedio,
ti disalloggia, e sei forzato uscire delle fortezze tue, e
venire alla zuffa. Il che intervenne agli Spagnuoli nella
giornata di Ravenna; i quali essendosi muniti tra 'l fiume
del Ronco ed uno argine, per non lo avere tirato tanto alto
che bastasse, e per avere i Franciosi un poco il vantaggio
del terreno, furono costretti dalle artiglierie uscire delle
fortezze loro, e venire alla zuffa. Ma dato, come il più
delle volte debbe essere, che il luogo che tu avessi preso
con il campo fosse più eminente che gli altri all'incontro,
e che gli argini fussono buoni e sicuri, talché, mediante il
sito e l'altre tue preparazioni il nimico non ardisse
d'assaltarti; si verrà in questo caso a quegli modi che
anticamente si veniva, quando uno era con il suo esercito in
lato da non potere essere offeso: i quali sono, correre il
paese, pigliare o campeggiare le terre tue amiche, impedirti
le vettovaglie, tanto che tu sarai forzato da qualche
necessità a disalloggiare, e venire a giornata; dove le
artiglierie, come di sotto si dirà, non operano molto.
Considerato, adunque, di quali ragioni guerre feciono i
Romani, e veggendo come ei feciono quasi tutte le loro
guerre per offendere altrui e non per difendere loro, si
vedrà, quando siano vere le cose dette di sopra, come quelli
arebbono avuto più vantaggio, e più presto arebbono fatto i
loro acquisti, se le fossono state in quelli tempi.</p>
<p>Quanto alla seconda cosa, che gli uomini non possono
mostrare la virtù loro, come ei potevano anticamente,
mediante l'artiglieria; dico ch'egli è vero, che, dove gli
uomini spicciolati si hanno a mostrare, che ei portano più
pericoli che allora, quando avessono a scalare una terra, o
fare simili assalti, dove gli uomini non ristretti insieme
ma di per sé l'uno dall'altro avessono a comparire. È vero
ancora, che gli capitani e capi degli eserciti stanno
sottoposti più a il pericolo della morte che allora, potendo
essere aggiunti con le artiglierie in ogni luogo; né giova
loro lo essere nelle ultime squadre, e muniti di uomini
fortissimi. Nondimeno si vede che l'uno e l'altro di questi
dua pericoli fanno rade volte danni istraordinari: perché le
terre munite bene non si scalano, né si va con assalti
deboli ad assaltarle; ma, a volerle espugnare, si riduce la
cosa a una ossidione, come anticamente si faceva. Ed in
quelle che pure per assalto si espugnano, non sono molto
maggiori i pericoli che allora: perché non mancavano anche
in quel tempo, a chi difendeva le terre, cose da trarre; le
quali, se non erano così furiose, facevano, quanto allo
ammazzare gli uomini, il simile effetto. Quanto alla morte
de' capitani e condottieri, ce ne sono, in ventiquattro anni
che sono state le guerre ne' prossimi tempi in Italia, meno
esempli che non era in dieci anni di tempo appresso agli
antichi. Perché, dal conte Lodovico della Mirandola, che
morì a Ferrara quando i Viniziani, pochi anni sono,
assaltarono quello stato, ed il Duca di Nemors, che morì
alla Cirignuola, in fuori, non è occorso che d'artiglierie
ne sia morto alcuno; perché monsignore di Fois a Ravenna
morì di ferro, e non di fuoco. Tanto che, se gli uomini non
dimostrano particularmente la loro virtù, nasce, non dalle
artiglierie, ma dai cattivi ordini e dalla debolezza degli
eserciti; i quali, mancando di virtù nel tutto, non la
possono mostrare nella parte.</p>
<p>Quanto alla terza cosa detta da costoro, che non si possa
venire alle mani, e che la guerra si condurrà tutta in su
l'artiglierie, dico questa opinione essere al tutto falsa; e
così fia sempre tenuta da coloro che secondo l'antica virtù
vorranno adoperare gli eserciti loro. Perché, chi vuole fare
uno esercito buono, gli conviene, con esercizi o fitti o
veri, assuefare gli uomini sua ad accostarsi al nimico, e
venire con lui al menare della spada ed a pigliarsi per il
petto; e si debbe fondare più in su le fanterie che in su'
cavagli, per le ragioni che di sotto si diranno. E quando si
fondi in su i fanti ed in su i modi predetti, diventono al
tutto le artiglierie inutili; perché con più facilità le
fanterie, nello accostarsi al nimico, possono fuggire il
colpo delle artiglierie, che non potevano anticamente
fuggire l'impeto degli elefanti, de' carri falcati, e
d'altri riscontri inusitati, che le fanterie romane
riscontrarono; contro ai quali sempre trovarono il rimedio:
e tanto più facilmente lo arebbono trovato contro a queste,
quanto egli è più breve il tempo nel quale le artiglierie ti
possano nuocere, che non era quello nel quale potevano
nuocere gli elefanti ed i carri. Perché quegli nel mezzo
della zuffa ti disordinavano, queste, solo innanzi alla
zuffa, t'impediscano: il quale impedimento facilmente le
fanterie fuggono, o con andare coperte dalla natura del
sito, o con abbassarsi in su la terra quando le tirano. Il
che anche, per isperienza, si è visto non essere necessario,
massime per difendersi dalle artiglierie grosse; le quali
non si possono in modo bilanciare, o che, se le vanno alto,
le non ti trovino, o che, se le vanno basso, le non ti
arrivino. Venuti poi gli eserciti alle mani, questo è chiaro
più che la luce, che né le grosse né le piccole ti possono
offendere: perché, se quello che ha l'artiglierie è davanti,
diventa tuo prigione; s'egli è dietro, egli offende prima
l'amico che te; a spalle ancora non ti può ferire in modo
che tu non lo possa ire a trovare, e ne viene a seguitare lo
effetto detto. Né questo ha molta disputa; perché se ne è
visto l'esemplo de' Svizzeri, i quali a Novara nel <num>1513</num>,
sanza artiglierie e sanza cavagli, andarono a trovare lo
esercito francioso, munito d'artiglierie, dentro alle
fortezze sue, e lo roppono sanza avere alcuno impedimento da
quelle. E la ragione è, oltre alle cose dette di sopra, che
l'artiglieria ha bisogno di essere guardata, a volere che la
operi, o da mura o da fossi o da argini; e come le mancherà
una di queste guardie, ella è prigione, o la diventa
inutile: come le interviene quando la si ha a difendere con
gli uomini; il che le interviene nelle giornate e zuffe
campali. Per fianco le non si possono adoperare, se non in
quel modo che adoperavano gli antichi gli instrumenti da
trarre; che gli mettevano fuori delle squadre, perché ei
combattessono fuori degli ordini; ed ogni volta che o da
cavalleria o da altri erano spinti, il rifugio loro era
dietro alle legioni. Chi altrimenti ne fa conto, non la
intende bene, e fidasi sopra una cosa che facilmente lo può
ingannare. E se il Turco, mediante l'artiglieria, contro al
Sofi ed il Soldano ha avuto vittoria, è nato non per altra
virtù di quella che per lo spavento che lo inusitato romore
messe nella cavalleria loro.</p>
<p>Conchiuggo pertanto, venendo al fine di questo discorso,
l'artiglieria essere utile in uno esercito quando vi sia
mescolata l'antica virtù; ma, sanza quella, contro a uno
esercito virtuoso è inutilissima.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>18</head>
<head>Come per l'autorità de' Romani, e per lo esemplo della
antica milizia, si debba stimare più le fanterie che i
cavagli.</head>

<p>E' si può per molte ragioni e per molti esempli dimostrare
chiaramente, quanto i Romani in tutte le militari azioni
estimassono più la milizia a piede che a cavallo, e sopra
quella fondassino tutti i disegni delle forze loro: come si
vede per molti esempli, ed infra gli altri, quando si
azzuffarono con i Latini appresso al lago Regillo; dove
essendo già inclinato lo esercito romano, per soccorrere ai
suoi, fecero discendere, degli uomini a cavallo, a piede, e
per quella via, rinnovata la zuffa, ebbono la vittoria. Dove
si vede manifestamente, i Romani avere più confidato in loro
sendo a piede, che mantenendoli a cavallo. Questo medesimo
termine usarono in molte altre zuffe, e sempre lo trovarono
ottimo rimedio alli loro pericoli.</p>
<p>Né si opponga a questo la opinione d'Annibale, il quale,
veggendo in la giornata di Canne che i Consoli avevano fatto
discendere a piè li loro cavalieri, facendosi beffe di
simile partito, disse: «Quam mallem vinctos mihi traderent
equites!», cioè: - Io arei più caro che me gli dessino
legati -. La quale opinione, ancoraché la sia stata in bocca
d'un uomo eccellentissimo, nondimanco, se si ha ad ire
dietro alla autorità, si debbe più credere a una Republica
romana, e a tanti capitani eccellentissimi che furono in
quella, che a uno solo Annibale. Ancoraché, sanza le
autorità, ce ne sia ragioni manifeste: perché l'uomo a piede
può andare in di molti luoghi, dove non può andare il
cavallo; puossi insegnarli servare l'ordine, e, turbato che
fussi, come e' lo abbia a riassumere: a' cavagli è difficile
fare servare l'ordine, ed impossibile, turbati che sono,
riordinargli. Oltre a questo, si truova, come negli uomini,
de' cavagli che hanno poco animo, e di quegli che ne hanno
assai: e molte volte interviene che un cavallo animoso è
cavalcato da un uomo vile, e uno cavallo vile da uno
animoso; ed in qualunque modo che segua questa disparità, ne
nasce inutilità e disordine. Possono le fanterie, ordinate,
facilmente rompere i cavagli, e difficilmente essere rotte
da quegli. La quale opinione è corroborata, oltre a molti
esempli antichi e moderni, dalla autorità di coloro che
danno delle cose civili regola: dove ei mostrano come in
prima le guerre si cominciarono a fare con i cavagli, perché
non era ancora l'ordine delle fanterie ma come queste si
ordinarono, si conobbe subito quanto loro erano più utili
che quelli. Non è per questo però che i cavagli non siano
necessarii negli eserciti, e per fare scoperte, per
iscorrere e predare i paesi, per seguitare i nimici quando
ei sono in fuga, e per essere ancora in parte una
opposizione ai cavagli degli avversari: ma il fondamento e
il nervo dello esercito, e quello che si debbe più stimare,
debbano essere le fanterie.</p>
<p>Ed infra i peccati de' principi italiani, che hanno fatto
Italia serva de' forestieri, non ci è il maggiore che avere
tenuto poco conto di questo ordine, ed avere volto tutta la
sua cura alla milizia a cavallo. Il quale disordine è nato
per la malignità de' capi, e per la ignoranza di coloro che
tenevano stato. Perché, essendosi ridotta la milizia
italiana da' venticinque anni indietro, in uomini che non
avevano stato, ma erano come capitani di ventura, pensarono
subito come potessero mantenersi la riputazione, stando
armati loro e disarmati i principi. E perché uno numero
grosso di fanti non poteva loro essere continovamente
pagato, e non avendo sudditi da potere valersene, ed uno
piccol numero non dava loro riputazione, si volsono a tenere
cavagli: perché dugento o trecento cavagli che erano pagati
ad uno condottiere, lo mantenevano riputato, ed il pagamento
non era tale, che dagli uomini che tenevono stato non
potesse essere adempiuto. E perché questo seguisse più
facilmente, e per mantenersi più in riputazione, levarono
tutta l'affezione e la riputazione da' fanti, e ridussonla
in quelli loro cavagli: e in tanto crebbono in questo
disordine, che in qualunque grossissimo esercito era una
minima parte di fanteria. La quale usanza fece in modo
debole, insieme con molti altri disordini che si mescolarono
con quella, questa milizia italiana, che questa provincia è
stata facilmente calpesta da tutti gli oltramontani.
Mostrasi più apertamente questo errore, di stimare più i
cavagli che le fanterie, per uno altro esemplo romano. Erano
i Romani a campo a Sora, ed essendo uscito fuori della terra
una turma di cavagli per assaltare il campo, se gli fece
allo incontro il Maestro de' cavagli romano con la sua
cavalleria; e datosi di petto, la sorte dette che nel primo
scontro i capi dell'uno e dell'altro esercito morirono; e
restati gli altri sanza governo, e durando nondimeno la
zuffa, i Romani, per superare più facilmente il nimico,
scesono a piede, e constrinsono i cavalieri inimici, se si
vollono difendere, a fare il simile: e, con tutto questo, i
Romani ne riportarono la vittoria. Non può essere questo
esemplo maggiore in dimostrare quanto sia più virtù nelle
fanterie che ne' cavagli: perché, se nelle altre fazioni i
Consoli facevano discendere i cavalieri romani, era per
soccorrere alle fanterie che pativano, e che avevano bisogno
di aiuto; ma in questo luogo e' discesono, non per
soccorrere alle fanterie né per combattere con uomini a piè
de' nimici, ma combattendo a cavallo, con cavagli,
giudicarono, non potendo superargli a cavallo, potere,
scendendo, più facilmente vincergli. Io voglio adunque
conchiudere, che una fanteria ordinata non possa sanza
grandissima difficultà essere superata se non da un'altra
fanteria. Crasso e Marc'Antonio romani corsono per il
dominio de' Parti molte giornate con pochissimi cavagli ed
assai fanteria, ed allo incontro avevano innumerabili
cavagli de' Parti. Crasso vi rimase, con parte dello
esercito, morto; Marc'Antonio virtuosamente si salvò.
Nondimanco in queste azioni romane si vide quanto le
fanterie prevalevano ai cavagli: perché, essendo in uno
paese largo, dove i monti sono radi, i fiumi radissimi, le
marine longinque, e discosto da ogni commodità, nondimanco
Marc'Antonio, al giudicio de' Parti medesimi,
virtuosissimamente si salvò; né mai ebbeno ardire tutta la
cavalleria partica tentare gli ordini dello esercito suo. Se
Crasso vi rimase, chi leggerà bene le sue azioni vedrà come
e' vi fu piuttosto ingannato che sforzato: né mai, in tutti
i suoi disordini, i Parti ardirono d'urtarlo; anzi, sempre
andando costeggiandolo, impedendogli le vettovaglie, e
promettendogli e non gli osservando, lo condussono a una
estrema miseria.</p>
<p>Io crederei avere a durare più fatica in persuadere quanto
la virtù delle fanterie è più potente che quella de' cavalli
se non ci fossono assai moderni esempli che ne rendano
testimonianza pienissima. E' si è veduto novemila Svizzeri a
Novara, da noi di sopra allegata, andare a affrontare
diecimila cavagli ed altrettanti fanti, e vincergli: perché
i cavagli non gli potevano offendere: i fanti, per essere
gente in buona parte guascona e male ordinata, la stimavano
poco. Videsi di poi ventiseimila Svizzeri andare a trovare
sopra a Milano Francesco re di Francia, che aveva seco
ventimila cavagli, quarantamila fanti, e cento carra
d'artiglierie; e se non vinsono la giornata come a Novara,
ei la combatterono dua giorni virtuosamente e dipoi, rotti
ch'ei furono, la metà di loro si salvarono. Presunse Marco
Regolo Attilio, non solo con la fanteria sua sostenere i
cavagli, ma gli elefanti; e se il disegno non gli riuscì,
non fu però che la virtù della sua fanteria non fosse tanta,
ch' e' non confidasse tanto in lei che credesse superare
quella difficultà. Replico, pertanto, che, a volere superare
i fanti ordinati, è necessario opporre loro fanti meglio
ordinati di quegli: altrimenti, si va a una perdita
manifesta. Ne' tempi di Filippo Visconti, duca di Milano,
scesono in Lombardia circa sedicimila Svizzeri: donde quel
Duca, avendo per suo capitano allora il Carmignuola, lo
mandò con circa mille cavagli e pochi fanti all'incontro
loro. Costui, non sappiendo l'ordine del combattere loro, ne
andò a incontrarli con i suoi cavagli, presumendo poterli
subito rompere. Ma trovatigli immobili, avendo perduti molti
de' suoi uomini, si ritirò: ed essendo valentissimo uomo, e
sappiendo negli accidenti nuovi pigliare nuovi partiti,
rifattosi di gente gli andò a trovare; e, venuto loro
all'incontro, fece smontare a piè tutte le sue genti d'armi,
e, fatto testa di quelle alle sue fanterie, andò ad
investire i Svizzeri. I quali non ebbono alcuno rimedio:
perché, sendo le genti d'armi del Carmignuola a piè e bene
armate, poterono facilmente entrare intra gli ordini de'
Svizzeri, sanza patire alcuna lesione ed entrati tra quegli
poterono facilmente offenderli: talché di tutto il numero di
quegli, ne rimase quella parte viva, che per umanità del
Carmignuola fu conservata.</p>
<p>Io credo che molti conoschino questa differenzia di virtù
che è intra l'uno e l'altro di questi ordini: ma è tanta la
infelicità di questi tempi, che né gli esempli antichi né i
moderni né la confessione dello errore è sufficiente a fare
che i moderni principi si ravvegghino; e pensino che, a
volere rendere riputazione alla milizia d'una provincia o
d'uno stato, sia necessario risuscitare questi ordini,
tenergli appresso, dare loro riputazione, dare loro vita,
acciocché a lui e vita e riputazione rendino. E come ei
deviano da questi modi, così deviano dagli altri modi, detti
di sopra: onde ne nasce che gli acquisti sono a danno, non a
grandezza, d'uno stato; come di sotto si dirà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>19</head>
<head>Che gli acquisti nelle republiche non bene ordinate, e che
secondo la romana virtù non procedano, sono a ruina, non ad
esaltazione di esse.</head>

<p>Queste contrarie opinioni alla verità fondate in su i mali
esempli che da questi nostri corrotti secoli sono stati
introdotti, fanno che gli uomini non pensono a deviare dai
consueti modi. Quando si sarebbe potuto persuadere uno
Italiano, da trenta anni in dietro che diecimila fanti
potessono assaltare in un piano diecimila cavagli ed
altrettanti fanti, e con quelli non solamente combattere ma
vincergli, come si vide per lo esemplo da noi più volte
allegato, a Novara? E benché le istorie ne siano piene,
tamen non ci arebbero prestato fede; e se ci avessero
prestato fede, arebbero detto che in questi tempi s'arma
meglio, e che una squadra di uomini d'arme sarebbe atta ad
urtare uno scoglio, non che una fanteria: e così con queste
false scuse corrompevano il giudizio loro; né arebbero
considerato che Lucullo con pochi fanti ruppe cento
cinquantamila cavalli di Tigrane, e che fra quelli cavalieri
era una sorte di cavalleria simile al tutto agli uomini
d'arme nostri: e così, come questa fallacia è stata scoperta
dallo esemplo delle genti oltramontane. E come e' si vede,
per quello, essere vero, quanto alla fanteria, quello che
nelle istorie si narra, così doverrebbero credere essere
veri e utili tutti gli altri ordini antichi. E quando questo
fusse creduto, le republiche ed i principi errerebbero meno;
sariano più forti a opporsi a uno impeto che venisse loro
addosso; non spererebbero nella fuga; e quegli che avessono
nelle mani uno vivere civile, lo saperebbono meglio
indirizzare, o per la via dello ampliare, o per la via del
mantenere; e crederebbono che lo accrescere la città sua di
abitatori, farsi compagni e non sudditi, mandare colonie a
guardare i paesi acquistati, fare capitale delle prede,
domare il nimico con le scorrerie e con le giornate e non
con le ossidioni, tenere ricco il publico, povero il
privato, mantenere con sommo studio gli esercizi militari,
fusse la vera via a fare grande una republica, e ad
acquistare imperio. E quando questo modo dello ampliare non
gli piacessi, penserebbe che gli acquisti per ogni altra via
sono la rovina delle republiche, e porrebbe freno a ogni
ambizione; regolando bene la sua città dentro con le leggi e
co' costumi, proibendole lo acquistare, e solo pensando a
difendersi, e le difese tenere ordinate bene: come fanno le
republiche della Magna, le quali in questi modi vivano e
sono vivute libere un tempo.</p>
<p>Nondimeno, come altra volta dissi quando discorsi la
differenza che era, da ordinarsi per acquistare e ordinarsi
per mantenere; è impossibile che ad una republica riesca lo
stare quieta, e godersi la sua libertà e gli pochi confini:
perché, se lei non molesterà altrui, sarà molestata ella; e
dallo essere molestata le nascerà la voglia e la necessità
dello acquistare; e quando non avessi il nimico fuora, lo
troverrebbe in casa: come pare necessario intervenga a tutte
le gran cittadi. E se le republiche della Magna possono
vivere loro in quel modo, ed hanno potuto durare un tempo,
nasce da certe condizioni che sono in quel paese, le quali
non sono altrove, sanza le quali non potrebbero tenere
simile modo di vivere.</p>
<p>Era quella parte della Magna di che io parlo, sottoposta
allo Imperio romano come la Francia e la Spagna: ma venuto
dipoi in declinazione e ridottosi il titolo di tale Imperio
in quella provincia, cominciarono quelle città più potenti,
secondo la viltà o necessità degl'imperadori, a farsi
libere, ricomperandosi dallo Imperio, con riservargli un
piccol censo annuario; tanto che, a poco a poco, tutte
quelle città che erano immediate dello imperadore, e non
erano suggette d'alcuno principe, si sono in simil modo
ricomperate. Occorse, in questi medesimi tempi che queste
città si ricomperavano, che certe comunità sottoposte al
duca di Austria si ribellarono da lui; tra le quali fu
Filiborg, e i Svizzeri, e simili; le quali prosperando nel
principio, pigliarono a poco a poco tanto augumento, che,
non che e' siano tornati sotto il giogo di Austria, sono in
timore a tutti i loro vicini: e questi sono quegli che si
chiamano i Svizzeri. È, adunque, questa provincia
compartita in Svizzeri, republiche che chiamano terre
franche, principi, ed imperadore. E la cagione che, intra
tante diversità di vivere, non vi nascano, o, se le vi
nascano, non vi durano molto le guerre, è quel segno dello
imperadore; il quale, avvenga che non abbi forze, nondimeno
ha infra loro tanta riputazione ch'egli è un loro
conciliatore, e con l'autorità sua, interponendosi come
mezzano, spegne subito ogni scandolo. E le maggiori e le più
lunghe guerre vi siano state, sono quelle che sono seguite
intra i Svizzeri ed il duca d'Austria: e benché da molti
anni in qua lo imperadore ed il duca d'Austria sia una
medesima cosa, non pertanto non ha mai possuto superare
l'audacia de' Svizzeri; dove non è stato mai modo d'accordo,
se non per forza. Né il resto della Magna gli ha porti molti
aiuti; sì perché le comunità non sanno offendere chi vuole
vivere libero come loro; sì perché quelli principi, parte
non possono, per essere poveri, parte non vogliono, per
avere invidia alla potenza sua. Possono vivere, adunque,
quelle comunità contente del piccolo loro dominio, per non
avere cagione, rispetto all'autorità imperiale, di
disiderarlo maggiore: possono vivere unite dentro alle mura
loro, per avere il nimico propinquo, e che piglierebbe le
occasioni di occuparle, qualunque volta le discordassono.
Ché, se quella provincia fusse condizionata altrimenti,
converrebbe loro cercare di ampliare e rompere quella loro
quiete. E perché altrove non sono tali condizioni, non si
può prendere questo modo di vivere; e bisogna o ampliare per
via di leghe, o ampliare come i Romani. E chi si governa
altrimenti, cerca non la sua vita, ma la sua morte e rovina:
perché in mille modi e per molte cagioni gli acquisti sono
dannosi; perché gli sta molto bene, insieme acquistare
imperio e non forze; e chi acquista imperio e non forze
insieme, conviene che rovini. Non può acquistare forze chi
impoverisce nelle guerre, ancora che sia vittorioso, che ei
mette più che non trae degli acquisti: come hanno fatto i
Viniziani ed i Fiorentini, i quali sono stati molto più
deboli, quando l'uno aveva la Lombardia e l'altro la
Toscana, che non erano quando l'uno era contento del mare, e
l'altro di sei miglia di confini. Perché tutto è nato da
avere voluto acquistare e non avere saputo pigliare il modo:
e tanto più meritano biasimo, quanto eglino hanno meno
scusa, avendo veduto il modo hanno tenuto i Romani, ed
avendo potuto seguitare il loro esemplo, quando i Romani,
sanza alcuno esemplo, per la prudenza loro, da loro medesimi
lo seppono trovare. Fanno, oltra di questo, gli acquisti
qualche volta non mediocre danno ad ogni bene ordinata
republica, quando e' si acquista una città o una provincia
piena di delizie, dove si può pigliare di quegli costumi per
la conversazione che si ha con quegli: come intervenne a
Roma, prima, nello acquisto di Capova, e dipoi, a Annibale.
E se Capova fusse stata più longinqua dalla città, che lo
errore de' soldati non avesse avuto il rimedio propinquo, o
che Roma fusse stata in alcuna parte corrotta, era, sanza
dubbio, quello acquisto la rovina della romana Repubblica. E
Tito Livio fa fede di questo con queste parole: «Iam tunc
minime salubris militari disciplinae Capua, instrumentum
omnium voluptatum, delinitos militum animos avertit a
memoria patriae». E veramente, simili città o provincie si
vendicano contro al vincitore sanza zuffa e sanza sangue;
perché, riempiendogli de' suoi tristi costumi, gli espongono
a essere vinti da qualunque gli assalti. E Iuvenale non
potrebbe meglio, nelle sue satire, avere considerata questa
parte, dicendo che ne' petti romani per gli acquisti delle
terre peregrine erano entrati i costumi peregrini; ed in
cambio di parsimonia e d'altre eccellentissime virtù, «gula
et luxuria incubuit, victumque ulciscitur orbem». Se,
adunque, lo acquistare fu per essere pernizioso a' Romani
ne' tempi che quegli con tanta prudenzia e tanta virtù
procedevono, che sarà adunque a quegli che discosto dai modi
loro procedono? e che, oltre agli altri errori che fanno, di
che se n'è di sopra discorso assai, si vagliano de' soldati
o mercenari o ausiliari? Donde ne risulta loro spesso quelli
danni di che nel seguente capitolo si farà menzione.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>20</head>
<head>Quale pericolo porti quel principe o quella republica che
si vale della milizia ausiliare o mercenaria.</head>

<p>Se io non avessi lungamente trattato, in altra mia opera,
quanto sia inutile la milizia mercenaria ed ausiliare, e
quanto utile la propria, io mi stenderei in questo discorso
assai più che non farò; ma avendone altrove parlato a lungo,
sarò, in questa parte, brieve. Né mi è paruto in tutto da
passarla, avendo trovato in Tito Livio, quanto a' soldati
ausiliari, sì largo esemplo; perché i soldati ausiliari sono
quegli che un principe o una republica manda, capitanati e
pagati da lei, in tuo aiuto. E venendo al testo di Livio,
dico che, avendo i Romani, in due diversi luoghi, rotti due
eserciti de' Sanniti con gli eserciti loro, i quali avevano
mandati al soccorso de' Capovani; e per questo liberi i
Capovani da quella guerra che i Sanniti facevano loro; e
volendo ritornare verso Roma, ed a ciò che i Capovani,
spogliati di presidio, non diventassono di nuovo preda de'
Sanniti; lasciarono due legioni nel paese di Capova, che gli
difendesse. Le quali legioni marcendo nell'ozio,
cominciarono a dilettarsi in quello; tanto che, dimenticata
la patria e la reverenza del Senato, pensarono di prendere
l'armi ed insignorirsi di quel paese che loro con la loro
virtù avevano difeso; parendo loro che gli abitatori non
fussono degni di possedere quegli beni che non sapevano
difendere. La quale cosa presentita, fu da' Romani oppressa
e corretta: come, dove noi parleremo delle congiure,
largamente si mosterrà. Dico pertanto, di nuovo, come di
tutte l'altre qualità de' soldati, gli ausiliari sono i più
dannosi: perché in essi quel principe o quella repubblica
che gli adopera in suo aiuto, non ha autorità alcuna, ma vi
ha solo l'autorità colui che gli manda. Perché gli soldati
ausiliarii sono quegli che ti sono mandati da uno principe,
come ho detto, sotto i suoi capitani, sotto sue insegne e
pagati da lui: come fu questo esercito che i Romani
mandarono a Capova. Questi tali soldati, vinto ch'eglino
hanno, il più delle volte predano così colui che gli ha
condotti, come colui contro a chi e' sono condotti; e lo
fanno o per malignità del principe che gli manda, o per
ambizione loro. E benché la intenzione de' Romani non fusse
di rompere l'accordo e le convenzioni avevano fatto co'
Capovani; non per tanto la facilità che pareva a quegli
soldati di opprimergli fu tanta, che gli potette persuadere
a pensare di tôrre a' Capovani la terra e lo stato.
Potrebbesi di questo dare assai esempli, ma voglio mi basti
questo, e quello de' Regini, a' quali fu tolto la vita e la
terra da una legione che i Romani vi avevano messa in
guardia. Debbe, dunque, un principe o una republica pigliare
prima ogni altro partito, che ricorrere a condurre nello
stato suo per sua difesa genti ausiliarie, quando al tutto
e' si abbia a fidare sopra quelle; perché ogni patto, ogni
convenzione, ancora che dura, ch'egli arà col nimico gli
sarà più leggieri che tale partito. E se si leggeranno bene
le cose passate, e discorrerannosi le presenti, si troverrà,
per uno che ne abbi avuto buono fine, infiniti esserne
rimasi ingannati. Ed un principe o una republica ambiziosa
non può avere la maggiore occasione di occupare una città o
una provincia, che essere richiesto che mandi gli eserciti
suoi alla difesa di quella. Pertanto, colui che è tanto
ambizioso che, non solamente per difendersi ma per offendere
altri, chiama simili aiuti, cerca d'acquistare quello che
non può tenere, e che, da quello che gliene acquista, gli
può facilmente essere tolto. Ma l'ambizione dell'uomo è
tanto grande, che, per cavarsi una presente voglia, non
pensa al male che è in breve tempo per risultargliene. Né lo
muovono gli antichi esempli, così in questo come nell'altre
cose discorse; perché, se e' fussono mossi da quegli,
vedrebbero come, quanto più si mostra liberalità con i
vicini, e di essere più alieno da occupargli, tanto più si
gettono in grembo: come di sotto, per lo esemplo de'
Capovani, si dirà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>21</head>
<head>Il primo Pretore ch'e' Romani mandarono in alcuno luogo,
fu a Capova, dopo quattrocento anni che cominciarono a fare
guerra.</head>

<p>Quanto i Romani, nel modo del procedere loro circa lo
acquistare, fossero differenti da quegli che ne' presenti
tempi ampliano la giurisdizione loro, si è assai di sopra
discorso; e come e' lasciavano quelle terre, che non
disfacevano, vivere con le leggi loro, eziandio quelle che,
non come compagne, ma come suggette si arrendevano loro; ed
in esse non lasciavano alcuno segno d'imperio per il Popolo
romano, ma le obligavano a alcune condizioni, le quali
osservando le mantenevano nello stato e dignità loro. E
conoscesi questi modi essere stati osservati infino che gli
uscirono d'Italia, e che cominciarono a indurre i regni e
gli stati in provincie.</p>
<p>Di questo ne è chiarissimo esemplo, che il primo Pretore
che fussi mandato da loro in alcun luogo, fu a Capova: il
quale vi mandarono, non per loro ambizione, ma perché e' ne
furono ricerchi dai Capovani: i quali, essendo intra loro
discordia, giudicarono essere necessario avere dentro nella
città uno cittadino romano che gli riordinasse e riunisse.
Da questo esemplo gli Anziati mossi, e constretti dalla
medesima necessità, domandarono, ancora loro, uno Prefetto;
e Tito Livio dice, in su questo accidente, ed in su questo
nuovo modo d'imperare «quod jam non solum arma, sed iura
romana pollebant». Vedesi, pertanto, quanto questo modo
facilitò lo augumento romano. Perché quelle città, massime
che sono use a vivere libere, o consuete governarsi per sua
provinciali, con altra quiete stanno contente sotto uno
dominio che non veggono, ancora ch'egli avesse in sé qualche
gravezza, che sotto quello che veggendo ogni giorno, pare
loro che ogni giorno sia rimproverata loro la servitù.
Appresso, ne seguita uno altro bene per il principe: che,
non avendo i suoi ministri in mano i giudicii ed i
magistrati che civilmente o criminalmente rendono ragione in
quelle cittadi, non può nascere mai sentenza con carico o
infamia del principe: e vengono per questa via a mancare
molte cagioni di calunnia e d'odio verso di quello. E che
questo sia il vero, oltre agli antichi esempli che se ne
potrebbero addurre, ce n'è uno esemplo fresco in Italia.
Perché, come ciascuno sa, sendo Genova stata più volte
occupata da' Franciosi, sempre quel re, eccetto che ne'
presenti tempi, vi ha mandato uno governatore francioso che
in suo nome la governi. Al presente solo, non per elezione
del re, ma perché così ha ordinato la necessità, ha lasciato
governarsi quella città per sé medesima, e da uno
governatore genovese. E sanza dubbio, chi ricercasse quali
di questi due modi rechi più sicurtà al re, dello imperio
d'essa, e più contentezza a quegli popolari, sanza dubbio
approverebbe questo ultimo modo. Oltre a di questo, gli
uomini tanto più ti si gettono in grembo, quanto più tu pari
alieno dallo occupargli; e tanto meno ti temano per conto
della loro libertà, quanto più se' umano e dimestico con
loro. Questa dimestichezza e liberalità fece i Capovani
correre a chiedere il Pretore a' Romani: ché se a' Romani si
fusse dimostro una minima voglia di mandarvelo, subito
sariano ingelositi, e si sarebbero discostati da loro. Ma
che bisogna ire per gli esempli a Capova ed a Roma, avendone
in Firenze ed in Toscana? Ciascuno sa quanto tempo è che la
città di Pistoia venne volontariamente sotto lo imperio
fiorentino. Ciascuno ancora sa quanta inimicizia è stata
intra i Fiorentini, e' Pisani, Lucchesi e Sanesi: e questa
diversità di animo non è nata, perché i Pistolesi non
prezzino la loro libertà come gli altri, e non si giudichino
da quanto gli altri; ma per essersi i Fiorentini portati con
loro sempre come frategli, e con gli altri come inimici.
Questo ha fatto che i Pistolesi sono corsi volontari sotto
lo imperio loro: gli altri hanno fatto e fanno ogni forza
per non vi pervenire. E sanza dubbio, se i Fiorentini o per
vie di leghe o di aiuti avessero dimesticati e non
insalvatichiti i suoi vicini, a questa ora, sanza dubbio, e'
sarebbero signori di Toscana. Non è per questo che io
giudichi che non si abbia adoperare l'armi e le forze; ma si
debbono riservare in ultimo luogo dove e quando gli altri
modi non bastino.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>22</head>
<head>Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini
nel giudicare le cose grandi.</head>

<p>Quanto siano false molte volte le opinioni degli uomini, lo
hanno visto e veggono coloro che si truovono testimoni delle
loro diliberazioni: le quali, molte volte, se non sono
diliberate da uomini eccellenti, sono contrarie ad ogni
verità. E perché gli eccellenti uomini nelle republiche
corrotte, nei tempi quieti massime, e per invidia e per
altre ambiziose cagioni, sono inimicati, si va dietro a
quello che o, da uno comune inganno è giudicato bene, o, da
uomini che più presto vogliono i favori che il bene dello
universale, è messo innanzi. Il quale inganno dipoi si
scuopre nei tempi avversi, e per necessità si rifugge a
quegli che nei tempi quieti erano come dimenticati: come nel
suo luogo in questa parte appieno si discorrerà. Nascono
ancora certi accidenti, dove facilmente sono ingannati gli
uomini che non hanno grande isperienza delle cose, avendo in
sé, quello accidente che nasce, molti verisimili, atti a
fare credere quello che gli uomini sopra tale caso si
persuadono. Queste cose si sono dette per quello che Numicio
pretore, poiché i Latini furono rotti dai Romani, persuase
loro, e per quello che, pochi anni sono si credeva per
molti, quando Francesco I re di Francia venne allo acquisto
di Milano, che era difeso da' Svizzeri. Dico pertanto che,
sendo morto Luigi XII, e succedendo nel regno di Francia
Francesco d'Angolem, e desiderando restituire al regno il
ducato di Milano, stato, pochi anni davanti, occupato da'
Svizzeri mediante i conforti di Papa Iulio II, desiderava
avere aiuti in Italia che gli facilitassero la impresa; ed
oltre a' Viniziani, che Luigi si aveva riguadagnati, tentava
i Fiorentini e papa Leone X; parendogli la sua impresa più
facile, qualunque volta si avesse riguadagnati costoro, per
essere genti del re di Spagna in Lombardia, ed altre forze
dello imperadore in Verona. Non cedé Papa Leone alle voglie
del re, ma fu persuaso da quegli che lo consigliavano
(secondo si disse) si stesse neutrale, mostrandogli in
questo partito consistere la vittoria certa: perché per la
Chiesa non si faceva avere potenti in Italia né il re né i
Svizzeri ma, volendola ridurre nell'antica libertà, era
necessario liberarla dalla servitù dell'uno e dell'altro. E
perché vincere l'uno e l'altro, o di per sé o tutti a dua
insieme, non era possibile; conveniva che superassino l'uno
l'altro, e che la Chiesa con gli suoi amici urtasse quello,
poi, che rimanesse vincitore. Ed era impossibile trovare
migliore occasione che la presente, sendo l'uno e l'altro in
su i campi, ed avendo il Papa le sue forze a ordine da
potere rappresentarsi in su i confini di Lombardia, e
propinquo a l'uno e l'altro esercito, sotto colore di volere
guardare le cose sue, e quivi stare tanto che venissono alla
giornata, la quale ragionevolmente, sendo l'uno e l'altro
esercito virtuoso, doverrebbe essere sanguinosa per tutte a
due le parti, e lasciare in modo debilitato il vincitore che
fusse al Papa facile assaltarlo e romperlo: e così verrebbe
con sua gloria a rimanere signore di Lombardia, ed arbitro
di tutta Italia. E quanto questa opinione fusse falsa, si
vide per lo evento della cosa: perché, sendo dopo una lunga
zuffa suti superati i Svizzeri, non che le genti del Papa e
di Spagna presumessero assaltare i vincitori, ma si
prepararono alla fuga; la quale ancora non sarebbe loro
giovata, se non fusse stato o la umanità o la freddezza del
re, che non cercò la seconda vittoria, ma li bastò fare
accordo con la Chiesa.</p>
<p>Ha questa opinione certe ragioni che discosto paiono vere,
ma sono al tutto aliene dalla verità. Perché, rade volte
accade che il vincitore perda assai suoi soldati: perché de'
vincitori ne muore nella zuffa, non nella fuga; e nello
ardore del combattere, quando gli uomini hanno volto il viso
l'uno all'altro, ne cade pochi, massime perché la dura poco
tempo, il più delle volte; e quando pure durasse assai tempo
e de' vincitori ne morisse assai, è tanta la riputazione che
si tira dietro la vittoria, ed il terrore che la porta seco,
che di lungi avanza il danno che per la morte de' suoi
soldati avesse sopportato. Talché, se uno esercito il quale,
in su la opinione che fusse debilitato, andasse a trovarlo,
si troverrebbe ingannato; se già, e' non fusse lo esercito
tale che d'ogni tempo, e innanzi alla vittoria e poi,
potesse combatterlo. In questo caso ei potrebbe, secondo la
sua fortuna e virtù, vincere e perdere; ma quello che si
fusse azzuffato prima, ed avesse vinto, arebbe più tosto
vantaggio dall'altro. Il che si conosce certo per la
isperienza de' Latini, e per la fallacia che Numizio pretore
prese, e per il danno che ne riportarono quegli popoli che
gli crederono: il quale, vinto che i Romani ebbero i Latini,
gridava per tutto il paese di Lazio, che allora era tempo
assaltare i Romani debilitati per la zuffa avevano fatta con
loro; e che solo appresso a' Romani era rimaso il nome della
vittoria, ma tutti gli altri danni avevano sopportati come
se fussino stati vinti; e che ogni poco di forza che di
nuovo gli assaltasse, era per spacciargli. Donde quegli
popoli, che gli crederono, fecero nuovo esercito, e subito
furono rotti, e patirono quel danno che patiranno sempre
coloro che terranno simile opinione.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>23</head>
<head>Quanto i Romani nel giudicare i sudditi per alcuno
accidente che necessitasse tale giudizio fuggivano la via
del mezzo.</head>

<p>«Iam Latio is status erat rerum, ut neque pacem neque
bellum pati possent». Di tutti gli stati infelici, è
infelicissimo quello d'uno principe o d'una republica che è
ridotto in termine che non può ricevere la pace o sostenere
la guerra: a che si riducono quegli che sono dalle
condizioni della pace troppo offesi; e dall'altro canto,
volendo fare guerra, conviene loro o gittarsi in preda di
chi gli aiuti o rimanere preda del nimico. Ed a tutti questi
termini si viene, pe' cattivi consigli e cattivi partiti, da
non avere misurato bene le forze sue, come di sopra si
disse. Perché quella republica o quel principe che bene le
misurasse, con difficultà si condurrebbe nel termine si
condussono i Latini: i quali, quando non dovevano accordare
con i Romani, accordarono; e quando ei non dovevano rompere
loro guerra, la ruppono: e così seppono fare in modo, che la
inimicizia ed amicizia de' Romani fu loro equalmente
dannosa. Erano, dunque, vinti i Latini ed al tutto afflitti,
prima da Manlio Torquato, e dipoi da Cammillo: il quale,
avendogli costretti a darsi e rimettersi nelle braccia de'
Romani, ed avendo messo la guardia per tutte le terre di
Lazio, e preso da tutte gli statichi; tornato in Roma,
referì al Senato come tutto Lazio era nelle mani del Popolo
romano. E perché questo giudizio è notabile, e merita di
essere osservato, per poterlo imitare quando simili
occasioni sono date a' principi, io voglio addurre le parole
di Livio, poste in bocca di Cammillo; le quali fanno fede e
del modo che i Romani tennono in ampliare, e come ne'
giudizi di stato sempre fuggirono la via del mezzo, e si
volsono agli estremi. Perché uno governo non è altro che
tenere in modo i sudditi che non ti possano o debbano
offendere: questo si fa o con assicurarsene in tutto,
togliendo loro ogni via da nuocerti, o con benificarli in
modo, che non sia ragionevole ch'eglino abbiano a desiderare
di mutare fortuna. Il che tutto si comprende, e prima per la
proposta di Cammillo, e poi per il giudizio dato dal Senato
sopra quella. Le parole sue furono queste: «Dii immortales
ita vos potentes huius consilii fecerunt, ut, sit Latium an
non sit, in vestra manu posuerint. Itaque pacem vobis, quod
ad Latinos attinet, parare in perpetuum, vel saeviendo vel
ignoscendo potestis. Vultis crudelius consulere in
dedititios victosque? licet delere omne Latium. Vultis,
exemplo maiorum, augere rem romanam, victos in civitatem
accipiendo? materia crescendi per summam gloriam suppeditat.
Certe id firmissimum imperium est, quo obedientes gaudent.
Illorum igitur animos, dum expectatione stupent, seu poena
seu beneficio praeoccupari oportet». A questa proposta
successe la diliberazione del Senato: la quale fu secondo le
parole del Consolo, che, recatosi innanzi, terra per terra,
tutti quegli ch'erano di momento, o e' gli benificarono o e'
gli spensono, faccendo ai beneficati esenzioni, privilegi,
donando loro la città, e da ogni parte assicurandogli; di
quegli altri sfasciarono le terre, mandoronvi colonie,
ridussongli in Roma, dissiparongli talmente che con l'armi e
con il consiglio non potevono più nuocere. Né usarono mai la
via neutrale in quelli, come ho detto, di momento. Questo
giudizio debbono i principi imitare. A questo dovevano
accostarsi i Fiorentini, quando nel <num>1502</num> si ribellò
Arezzo, e tutta la Val di Chiana: il che se avessono fatto,
arebbero assicurato lo imperio loro, e fatto grandissima la
città di Firenze, e datogli quegli campi che per vivere gli
mancono. Ma loro usorono quella via del mezzo, la quale è
dannosissima nel giudicare gli uomini; e parte degli Aretini
confinarono, parte ne condennarono; a tutti tolsono gli
onori e gli loro antichi gradi nella città; e lasciarono la
città intera. E se alcuno cittadino nelle diliberazioni
consigliava che Arezzo si disfacesse; a quegli che pareva
essere più savi, dicevano come e' sarebbe poco onore della
republica disfarla, perché e' parrebbe che Firenze mancasse
di forze da tenerli. Le quali ragioni sono di quelle che
paiono e non sono vere; perché con questa medesima ragione
non si arebbe a ammazzare uno parricida, uno scelerato e
scandoloso, sendo vergogna di quel principe mostrare di non
avere forze da potere frenare uno uomo solo. E non veggono,
questi tali che hanno simili opinioni, come gli uomini
particularmente ed una città tutta insieme pecca tal volta
contro a uno stato, che, per esemplo agli altri, per sicurtà
di sé, non ha altro rimedio uno principe
che spegnerla. E l'onore consiste nel potere e sapere
gastigarla, non nel potere con mille pericoli tenerla:
perché quel principe che non gastiga chi erra, in modo che
non possa più errare, è tenuto o ignorante o vile. Questo
giudizio che i Romani dettero, quanto sia necessario si
conferma ancora per la sentenza che dettero de' Privernati.
Dove si debbe, per il testo di Livio, notare due cose:
l'una, quello che di sopra si dice, ch'e' sudditi si debbono
o benificare o spegnere: l'altra, quanto la generosità
dell'animo, quanto il parlare il vero giovi, quando egli è
detto nel conspetto di uomini prudenti. Era ragunato il
Senato romano per giudicare de' Privernati, i quali, sendosi
ribellati, erano di poi per forza ritornati sotto la
ubbidienza romana. Erano mandati dal popolo di Priverno
molti cittadini per impetrare perdono dal Senato; ed essendo
venuti al conspetto di quello, fu detto a uno di loro da uno
de' Senatori, «quam poenam meritos Privernates censeret».
Al quale il Privernate rispose: «Eam, quam merentur qui se
libertate dignos censent». Al quale il Consolo replicò:
«Quid si poenam remittimus vobis, qualem nos pacem vobiscum
habituros speremus?». A che quello rispose: «Si bonam
dederitis, et fidelem et perpetuam,si malam, haud
diuturnam». Donde la più savia parte del Senato, ancora che
molti se ne alterassono, disse: «se audivisse vocem et
liberi et viri; nec credi posse ullum populum, aut hominem,
denique in ea conditione cuius eum poeniteat diutius quam
necesse sit, mansurum. Ibi pacem esse fidam, ubi voluntarii
pacati sint, neque eo loco ubi servitutem esse velint, fidem
sperandam esse». Ed in su queste parole, deliberarono che i
Privernati fossero cittadini romani, e de' privilegi della
civilità gli onorarono, dicendo: «eos demum qui nihil
praeterquam de libertate cogitant, dignos esse, qui Romani
fiant». Tanto piacque agli animi generosi questa vera e
generosa risposta; perché ogni altra risposta sarebbe stata
bugiarda e vile. E coloro che credono degli uomini
altrimenti, massime di quegli che sono usi o a essere o a
parere loro essere liberi, se ne ingannono; e sotto questo
inganno pigliano partiti non buoni per sé, e da non
satisfare a loro. Di che nascano le spesse ribellioni, e le
rovine degli stati. Ma per tornare al discorso nostro,
conchiudo, e per questo e per quel giudizio dato de' Latini:
quando si ha a giudicare cittadi potenti e che sono use a
vivere libere, conviene o spegnerle o carezzarle;
altrimenti, ogni giudizio è vano. E debbesi fuggire al tutto
la via del mezzo, la quale è dannosa, come la fu ai Sanniti
quando avevano rinchiusi i Romani alle Forche Gaudine;
quando non vollero seguire il parere di quel vecchio, che
consigliò che i Romani si lasciassero andare onorati, o che
si ammazzassero tutti; ma pigliando una via di mezzo,
disarmandogli e mettendogli sotto il giogo, gli lasciarono
andare pieni d'ignominia e di sdegno. Talché poco dipoi
conobbono con loro danno la sentenza di quel vecchio essere
stata utile, e la loro diliberazione dannosa: come nel suo
luogo più a pieno si discorrerà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>24</head>
<head>Le fortezze generalmente sono molto più dannose che
utili.</head>

<p>E' parrà forse a questi savi de' nostri tempi cosa non bene
considerata, che i Romani, nel volere assicurarsi de' popoli
di Lazio e della città di Priverno, non pensassono di
edificarvi qualche fortezza, la quale fosse uno freno a
tenergli in fede; sendo, massime, un detto in Firenze,
allegato da' nostri savi, che Pisa e l'altre simili città si
debbono tenere con le fortezze. E veramente, se i Romani
fussono stati fatti come loro, egli arebbero pensato di
edificarle; ma perché gli erano d'altra virtù, d'altro
giudizio, d'altra potenza, e' non le edificarono. E mentre
che Roma visse libera, e che la seguì gli ordini suoi e le
sue virtuose constituzioni, mai n'edificò per tenere o città
o provincie, ma salvò bene alcuna delle edificate. Donde
veduto il modo del procedere de' Romani in questa parte, e
quello de' principi de' nostri tempi, mi pare da mettere in
considerazione, s'egli è bene edificare fortezze, o se le
fanno danno o utile a quello che l'edifica. Debbesi,
adunque, considerare come le fortezze si fanno o per
difendersi dagl'inimici o per difendersi da' suggetti. Nel
primo caso le non sono necessarie; nel secondo, dannose. E
cominciando a rendere ragione perché, nel secondo caso, le
siano dannose, dico che quel principe o quella republica che
ha paura de' sudditi suoi e della rebellione loro, prima
conviene che tale paura nasca da odio che abbiano i suoi
sudditi seco; l'odio, da' mali suoi portamenti; i mali
portamenti nascono o da potere credere tenergli con forza, o
da poca prudenza di chi gli governa: ed una delle cose che
fa credere potergli forzare, è l'avere loro addosso le
fortezze; perché e' mali trattamenti, che sono cagione
dell'odio, nascono in buona parte per avere quel principe o
quella republica le fortezze: le quali, quando sia vero
questo, di gran lunga sono più nocive che utili. Perché in
prima, come è detto, le ti fanno essere più audace e più
violento ne' sudditi; dipoi, non vi è quella sicurtà,
dentro, che tu ti persuadi: perché tutte le forze, tutte le
violenze che si usono per tenere uno popolo, sono nulla,
eccetto che due; o che tu abbia sempre da mettere in
campagna uno buono esercito, come avevano i Romani, o che
gli dissipi, spenga, disordini e disgiunga, in modo che non
possano convenire a offenderti. Perché, se tu
gl'impoverisci, «spoliatis arma supersunt»; se tu gli
disarmi, «furor arma ministrat»; se tu ammazzi i capi, e
gli altri segui d' ingiuriare, rinascono i capi, come quelli
della Idra, se tu fai le fortezze, le sono utili ne' tempi
di pace, perché ti dànno più animo a fare loro male ma ne'
tempi di guerra sono inutilissime, perché le sono assaltate
dal nimico e da' sudditi, né è possibile che le faccino
resistenza ed all'uno ed all'altro. E se mai furono
disutili, sono, ne' tempi nostri, rispetto alle artiglierie;
per il furore delle quali i luoghi piccoli e dove altri non
si possa ritirare con gli ripari, è impossibile difendere,
come di sopra discorremo.</p>
<p>Io voglio questa materia disputarla più tritamente. O tu,
principe, vuoi con queste fortezze tenere in freno il popolo
della tua città; o tu, principe, o republica, vuoi frenare
una città occupata per guerra. Io mi voglio voltare al
principe, e gli dico: che tale fortezza, per tenere in freno
i suoi cittadini, non può essere più inutile per le cagioni
dette di sopra; perché la ti fa più pronto e men rispettivo
a oppressargli; e quella oppressione gli fa sì disposti alla
tua rovina, e gli accende in modo, che quella fortezza, che
ne è cagione, non ti può poi difendere. Tanto che un
principe savio e buono, per mantenersi buono, per non dare
cagione né ardire a' figliuoli di diventare tristi, mai non
farà fortezza, acciocché quelli, non in su le fortezze, ma
in su la benivolenza degli uomini si fondino. E se il conte
Francesco Sforza, diventato duca di Milano, fu riputato
savio, e nondimeno fece in Milano una fortezza, dico che in
questo ei non fu savio, e lo effetto ha dimostro come tale
fortezza fu a danno, e non a sicurtà de' suoi eredi. Perché
giudicando mediante quella vivere sicuri, e potere offendere
i cittadini e sudditi loro, non perdonarono a alcuna
generazione di violenza; talché, diventati sopra modo
odiosi, perderono quello stato come prima il nimico gli
assaltò: né quella fortezza gli difese, né fece loro nella
guerra utile alcuno, e nella pace aveva fatto loro danno
assai. Perché se non avessono avuto quella, e se per poca
prudenza avessono agramente maneggiati i loro cittadini,
arebbono scoperto il pericolo più tosto, e sarebbonsene
ritirati; e arebbono poi potuto più animosamente resistere
allo impeto francioso, co' sudditi amici sanza fortezza,
che, con quelli inimici, con la fortezza: le quali non ti
giovano in alcuna parte; perché, o le si perdono per fraude
di chi le guarda, o per violenza di chi le assalta, o per
fame. E se tu vuoi che le ti giovino, e ti aiutino
ricuperare uno stato perduto, dove ti sia rimasa solo la
fortezza; ti conviene avere uno esercito, con il quale tu
possa assaltare colui che ti ha cacciato: e quando tu abbi
questo esercito, tu riaresti lo stato in ogni modo, eziandio
la fortezza non vi fosse; e tanto più facilmente, quanto gli
uomini ti fossono più amici che non ti erano avendogli male
trattati per l'orgoglio della fortezza. E per isperienza si
è visto, come questa fortezza di Milano, né agli Sforzeschi
né a' Franciosi, ne' tempi avversi dell'uno e dell'altro,
non ha fatto a alcuno di loro utile alcuno, anzi a tutti ha
arrecato danno e rovine assai, non avendo pensato, mediante
quella, a più onesto modo di tenere quello stato. Guidubaldo
duca di Urbino, figliuolo di Federigo, che fu ne' suoi tempi
tanto stimato capitano, sendo cacciato da Cesare Borgia,
figliuolo di papa Alessandro VI, dello stato; come dipoi,
per uno accidente nato, vi ritornò, fece rovinare tutte le
fortezze che erano in quella provincia, giudicandole
dannose. Perché, sendo quello amato dagli uomini, per
rispetto di loro non le voleva; e, per conto de' nimici,
vedeva non le potere difendere, avendo quelle bisogno d'uno
esercito in campagna, che le difendesse: talché si volse a
rovinarle. Papa Iulio, cacciati i Bentivogli di Bologna fece
in quella città una fortezza; e dipoi faceva assassinare
quel popolo da uno suo governatore: talché quel popolo si
ribellò; e subito perdé la fortezza; e così non gli giovò la
fortezza; e l'offese, intanto che, portandosi altrimenti,
gli arebbe giovato. Niccolò da Castello, padre de' Vitelli,
tornato nella sua patria donde era esule, subito disfece due
fortezze vi aveva edificate papa Sisto IV, giudicando, non
la fortezza, ma la benivolenza del popolo lo avesse a tenere
in quello stato. Ma di tutti gli altri esempli il più fresco
ed il più notabile in ogni parte ed atto a mostrare la
inutilità dello edificarle e l'utilità del disfarle, è
quello di Genova, seguito ne' prossimi tempi. Ciascuno sa
come, nel <num>1507</num>, Genova si ribellò da Luigi XII re di
Francia, il quale venne personalmente e con tutte le forze
sue a riacquistarla; e ricuperata che la ebbe, fece una
fortezza, fortissima di tutte le altre delle quali al
presente si avesse notizia: perché era, per sito e per ogni
altra circunstanza, inespugnabile, posta in su una punta di
colle che si estende nel mare, chiamato da' Genovesi Codefà;
e, per questo, batteva tutto il porto e gran parte della
città di Genova. Occorse poi, nel <num>1512</num>, che, sendo
cacciate le genti franciose d'Italia, Genova, nonostante la
fortezza, si ribellò, e prese lo stato di quella Ottaviano
Fregoso; il quale con ogni industria, in termine di sedici
mesi, per fame la espugnò. E ciascuno credeva, e da molti
n'era consigliato, che la conservasse per suo refugio in
ogni accidente; ma esso, come prudentissimo, conoscendo che
non le fortezze, ma la volontà degli uomini mantenevono i
principi in stato, la rovinò. E così, sanza fondare lo stato
suo in su la fortezza, ma in su la virtù e prudenza sua, lo
ha tenuto e tiene. E dove a variare lo stato di Genova
solevano bastare mille fanti, gli avversari suoi lo hanno
assaltato con diecimila, e non lo hanno potuto offendere.
Vedesi adunque per questo, come il disfare la fortezza non
ha offeso Ottaviano, ed il farla non difese il re. Perché,
quando ei potette venire in Italia con lo esercito, ei
potette ricuperare Genova, non vi avendo fortezza; ma quando
ei non potette venire in Italia con lo esercito, ei non
potette tenere Genova, avendovi la fortezza. Fu, adunque, di
spesa a il re il farla, e vergognoso il perderla; a
Ottaviano, glorioso il riacquistarla, ed utile il rovinarla.</p>
<p>Ma vegnamo alle republiche che fanno le fortezze non nella
patria, ma nelle terre che le acquistano. Ed a mostrare
questa fallacia, quando e' non bastasse lo esemplo detto, di
Francia e di Genova, voglio mi basti Firenze e Pisa: dove i
Fiorentini fecero le fortezze per tenere quella città; e non
conobbero che una città stata sempre inimica del nome
fiorentino, vissuta libera, e che ha alla rebellione per
rifugio la libertà, era necessario, volendola tenere,
osservare il modo romano; o farsela compagna, o disfarla.
Perché la virtù delle fortezze si vide nella venuta del re
Carlo; al quale si dettono o per poca fede di chi le
guardava o per timore di maggiore male: dove, se le non
fussono state, i Fiorentini non arebbero fondato il potere
tenere Pisa sopra quelle, e quel re non arebbe potuto per
quella via privare i Fiorentini di quella città; e i modi
con gli quali si fusse mantenuta infino a quel tempo,
sarebbono stati per avventura sufficienti conservarla, e
sanza dubbio non arebbero fatto più cattiva prova che le
fortezze. Conchiudo adunque, che, per tenere la patria
propria, la fortezza è dannosa; per tenere le terre che si
acquistono, le fortezze sono inutili: e voglio mi basti
l'autorità de' Romani, i quali, nelle terre che volevano
tenere con violenza, smuravano, e non muravano. E chi contro
a questa opinione mi allegasse negli antichi tempi Taranto,
e ne' moderni Brescia, i quali luoghi mediante le fortezze
furono recuperati dalla ribellione de' sudditi, rispondo che
alla ricuperazione di Taranto, in capo di uno anno, fu
mandato Fabio Massimo con tutto lo esercito, il quale
sarebbe stato atto a ricuperarlo eziandio se non vi fusse
stata la fortezza, e se Fabio usò quella via, quando la non
vi fusse stata, ne arebbe usata un'altra che arebbe fatto il
medesimo effetto. Ed io non so di che utilità sia una
fortezza che, a renderti la terra, abbia bisogno, per la
ricuperazione d'essa, d'uno esercito consolare e d'uno Fabio
Massimo per capitano. E che i Romani l'avessono ripresa in
ogni modo, si vede per l'esemplo di Capova; dove non era
fortezza, e per virtù dello esercito la riacquistarono. Ma
vegnamo a Brescia. Dico, come rade volte occorre quello che
occorse in quella rebellione, che la fortezza che rimane
nelle forze tua, sendo ribellata la terra, abbi uno esercito
grosso e propinquo, come era quel de' Franciosi: perché,
sendo monsignor di Fois, capitano del re, con lo esercito a
Bologna, intesa la perdita di Brescia, sanza differire ne
andò a quella volta, ed in tre giorni arrivato a Brescia,
per la fortezza riebbe la terra. Ebbe, pertanto, ancora la
fortezza di Brescia, a volere che la giovasse, bisogno d'un
monsignor di Fois, e d'uno esercito francioso che in tre dì
la soccorresse. Sì che lo esemplo di questo, allo incontro
delli esempli contrari, non basta; perché assai fortezze
sono state, nelle guerre de' nostri tempi, prese e riprese
con la medesima fortuna che si è ripresa e presa la
campagna, non solamente in Lombardia, ma in Romagna, nel
regno di Napoli, e per tutte le parti d'Italia. Ma, quanto
allo edificare fortezze per difendersi da' nimici di fuori,
dico che le non sono necessarie a quelli popoli ed a quelli
regni che hanno buoni eserciti; ed a quegli che non hanno
buoni eserciti, sono inutili: perché i buoni eserciti sanza
le fortezze sono sofficienti a difendersi; le fortezze sanza
i buoni eserciti non ti possono difendere. E questo si vede
per isperienza di quegli che sono stati e ne' governi e
nell'altre cose tenuti eccellenti; come si vede de' Romani e
degli Spartani: che, se i Romani non edificavano fortezze,
gli Spartani, non solamente si astenevano da quelle, ma non
permettevano di avere mura alle loro città; perché volevono
che la virtù dell'uomo particulare, non altro defensivo, gli
difendesse. Dond'è che, sendo domandato uno Spartano da uno
Ateniese, se le mura di Atene gli parevano belle, gli
rispose: - Sì, s'elle fussono abitate da donne -. Quello
principe, adunque, che abbi buoni eserciti, quando in sulle
marine e alla fronte dello stato suo abbia qualche fortezza
che possa qualche dì sostenere el nimico infino che sia a
ordine, sarebbe cosa utile, qualche volta, ma non è
necessaria. Ma quando il principe non ha buono esercito,
avere le fortezze per il suo stato, o alle frontiere, gli
sono o dannose o inutili: dannose, perché facilmente le
perde, e perdute gli fanno guerra; o, se pure le fussono sì
forti che il nimico non le potessi occupare, sono lasciate
indietro dallo esercito inimico, e vengono a essere di
nessuno frutto; perché i buoni eserciti, quando non hanno
gagliardissimo riscontro, entrano ne' paesi inimici sanza
rispetto di città o di fortezze che si lascino indietro;
come si vede nelle antiche istorie, e come si vede fece
Francesco Maria, il quale, ne' prossimi tempi, per assaltare
Urbino si lasciò indietro dieci città inimiche, sanza alcuno
rispetto. Quel principe, adunque, che può fare buono
esercito, può fare sanza edificare fortezze; quello che non
ha lo esercito buono, non debbe edificarle. Debbe bene
afforzare la città dove abita, e tenerla munita, e bene
disposti i cittadini di quella, per potere sostenere tanto
uno impeto inimico, o che accordo o che aiuto esterno lo
liberi. Tutti gli altri disegni sono di spesa ne' tempi di
pace, ed inutili ne' tempi di guerra. E così, chi
considererà tutto quello ho detto, conoscerà i Romani, come
savi in ogni altro loro ordine, così furono prudenti in
questo giudizio de' Latini e de' Privernati; dove, non
pensando a fortezze, con più virtuosi modi e più savi se ne
assicurarono.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>25</head>
<head>Che lo assaltare una città disunita, per occuparla
mediante la sua disunione, è partito contrario.</head>

<p>Era tanta disunione nella Republica romana intra la Plebe e
la Nobilità, che i Veienti, insieme con gli Etrusci,
mediante tale disunione, pensarono potere estinguere il nome
romano. Ed avendo fatto esercito, e corso sopra i campi di
Roma, mandò il Senato, loro contro, Gaio Manilio e Marco
Fabio; i quali avendo condotto il loro esercito propinquo
allo esercito de' Veienti, non cessavano i Veienti, e con
assalti e con obbrobri, offendere e vituperare il nome
romano: e fu tanta la loro temerità ed insolenzia, che i
Romani, di disuniti diventarono uniti; e venendo alla zuffa,
gli ruppano e vinsono. Vedesi pertanto, quanto gli uomini
s'ingannano, come di sopra discorremo, nel pigliare de'
partiti; e come molte volte credono guadagnare una cosa, e
la perdono. Credettono i Veienti, assaltando i Romani
disuniti, vincergli; e quello assalto fu cagione della
unione di quegli, e della rovina loro. Perché la cagione
della disunione delle republiche il più delle volte è l'ozio
e la pace; la cagione della unione è la paura e la guerra. E
però, se i Veienti fussono stati savi, eglino arebbero,
quanto più disunita vedevon Roma, tanto più tenuta da loro
la guerra discosto, e con l'arti della pace cerco di
oppressargli. Il modo è cercare di diventare confidente di
quella città che è disunita; ed infino che non vengono
all'armi, come arbitro maneggiarsi intra le parti. Venendo
alle armi, dare lenti favori alla parte più debole; sì per
tenergli più in su la guerra, e fargli consumare; sì perché
le assai forze non gli facessero dubitare tutti, che tu
volessi opprimergli e diventare loro principe. E quando
questa parte è governata bene, interverrà, quasi sempre, che
l'arà quel fine che tu ti hai presupposto. La città di
Pistoia, come in altro discorso ed a altro proposito dissi,
non venne sotto alla Republica di Firenze con altra arte che
con questa: perché sendo quella divisa, e favorendo i
Fiorentini ora l'una parte ora l'altra, sanza carico
dell'una e dell'altra la condussono in termine, che, stracca
in quel suo vivere tumultuoso, venne spontaneamente a
gittarsi in le braccia di Firenze. La città di Siena non ha
mai mutato stato, col favore de' Fiorentini, se non quando i
favori sono stati deboli e pochi. Perché, quando ei sono
stati assai e gagliardi, hanno fatto quella città unita alla
difesa di quello stato che regge. Io voglio aggiugnere ai
soprascritti uno altro esemplo. Filippo Visconti, duca di
Milano, più volte mosse guerra a' Fiorentini, fondatosi
sopra le disunioni loro, e sempre ne rimase perdente; talché
gli ebbe a dire, dolendosi delle sue imprese, come le pazzie
de' Fiorentini gli avevano fatto spendere inutilmente due
milioni d'oro. Restarono adunque, come di sopra si dice,
ingannati i Veienti e gli Toscani da questa opinione, e
furano alfine in una giornata superati da' Romani. E così
per lo avvenire ne resterà ingannato qualunque per simile
via e per simile cagione crederrà oppressare uno popolo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>26</head>
<head>Il vilipendio e l'improperio genera odio contro a coloro
che l'usano, sanza alcuna loro utilità.</head>

<p>Io credo che sia una delle grandi prudenze che usono gli
uomini, astenersi o dal minacciare o dallo ingiuriare alcuno
con le parole: perché l'una cosa e l'altra non tolgono forze
al nimico; ma l'una lo fa più cauto, l'altra gli fa avere
maggiore odio contro di te, e pensare con maggiore industria
di offenderti. Vedesi questo per lo esemplo de' Veienti, de'
quali nel capitolo superiore si è discorso; i quali alla
ingiuria della guerra, aggiunsono, contro a' Romani,
l'obbrobrio delle parole; dal quale ogni capitano prudente
debbe fare astenere i suoi soldati; perché le sono cose che
infiammano ed accendano il nimico alla vendetta, ed in
nessuna parte lo impediscono, come è detto, alla offesa;
tanto che le sono tutte armi che vengono contro a te. Di che
ne seguì già uno esemplo notabile in Asia: dove Gabade,
capitano de' Persi, essendo stato a campo a Amida più tempo,
ed avendo deliberato, stracco dal tedio della ossidione,
partirsi; levandosi già con il campo, quegli della terra,
venuti tutti in su le mura, insuperbiti della vittoria, non
perdonarono a nessuna qualità d'ingiuria, vituperando,
accusando, e rimproverando la viltà e la poltroneria del
nimico. Da che Gabade irritato, mutò consiglio; e ritornato
alla ossidione tanta fu la indegnazione della ingiuria, che
in pochi giorni gli prese e saccheggiò. E questo medesimo
intervenne a' Veienti: a' quali, come è detto, non bastando
il fare guerra a' Romani, ancora con le parole gli
vituperarono, ed andando infino in su lo steccato del campo
a dire loro ingiuria, gl'irritarono molto più con le parole
che con le armi: e quegli soldati che prima combattevano mal
volentieri, costrinsero i Consoli a appiccare la zuffa,
talché i Veienti portarono la pena, come gli antedetti,
della contumacia loro. Hanno dunque i buoni principi di
eserciti, ed i buoni governatori di republica, a fare ogni
opportuno rimedio, che queste ingiurie e rimproveri non si
usino o nella città o nello esercito suo, né infra loro, né
contro al nimico: perché, usati contro al nimico, ne
riescono gl'inconvenienti soprascritti; infra loro,
farebbero peggio, non vi si riparando, come vi hanno sempre
gli uomini prudenti riparato. Avendo le legioni romane,
state lasciate a Capova, congiurato contro a' Capovani, come
nel suo luogo si narrerà; ed essendone di questa congiura
nata una sedizione, la quale fu poi da Valerio Corvino
quietata, intra le altre constituzioni che nella convenzione
si fece ordinarono pene gravissime a coloro che
rimproverassero mai a alcuni di quegli soldati tale
sedizione. Tiberio Gracco, fatto, nella guerra di Annibale,
capitano sopra certo numero di servi che i Romani, per
carestia d'uomini, avevano armati, ordinò, intra le prime
cose, pena capitale a qualunque rimproverasse la servitù a
alcuno di loro. Tanto fu stimato dai Romani, come di sopra
si è detto, cosa dannosa il vilipendere gli uomini ed il
rimproverare loro alcuna vergogna; perché non è cosa che
accenda tanto gli animi loro, né generi maggiore isdegno, o
da vero o da beffe che si dica: «Nam facetiae asperae,
quando nimium ex vero traxere, acrem sui memoriam
relinquunt».
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>27</head>
<head>Ai principi e republiche prudenti debbe bastare vincere;
perché, il più delle volte, quando e' non basta, si perde.</head>

<p>Lo usare parole contro al nimico poco onorevoli, nasce il
più delle volte da una insolenzia che ti dà o la vittoria o
la falsa speranza della vittoria; la quale falsa speranza fa
gli uomini non solamente errare nel dire, ma ancora nello
operare. Perché questa speranza, quando la entra ne' petti
degli uomini, fa loro passare il segno; e perdere, il più
delle volte, quella occasione dell'avere uno bene certo,
sperando di avere un meglio incerto. E perché questo è un
termine che merita considerazione, ingannandocisi dentro gli
uomini molto spesso, e con danno dello stato loro, e' mi
pare da dimostrarlo particularmente con esempli antichi e
moderni, non si potendo con le ragioni così distintamente
dimostrare. Annibale, poi ch'egli ebbe rotti i Romani a
Canne, mandò suoi oratori a Cartagine a significare la
vittoria, e chiedere sussidi. Disputossi in Senato di quello
che si avesse a fare. Consigliava Annone, uno vecchio e
prudente cittadino cartaginese, che si usasse questa
vittoria saviamente in fare pace con i Romani, potendola
avere con condizioni oneste, avendo vinto; e non si
aspettasse di averla a fare dopo la perdita: perché la
intenzione de' Cartaginesi doveva essere, mostrare a' Romani
come e' bastavano a combatterli; ed avendosene avuto
vittoria, non si cercasse di perderla per la speranza d'una
maggiore. Non fu preso questo partito; ma fu bene poi, dal
Senato cartaginese, conosciuto savio, quando la occasione fu
perduta. Avendo Alessandro Magno già preso tutto l'oriente,
la republica di Tiro, nobile in quelli tempi, e potente per
avere la loro città in acqua come i Viniziani, veduta la
grandezza di Alessandro, gli mandarono oratori a dirli, come
volevano essere suoi buoni servidori e darli quella
ubbidienza voleva, ma che non erano già per accettare né lui
né sue genti nella terra; donde sdegnato Alessandro, che una
città gli volesse chiudere quelle porte che tutto il mondo
gli aveva aperte, gli ributtò, e, non accettate le
condizioni loro vi andò a campo. Era la terra in acqua, e
benissimo, di vettovaglie e di altre munizioni necessarie
alla difesa, munita: tanto che Alessandro, dopo quattro
mesi, si avvide che una città gli toglieva quel tempo alla
sua gloria che non gli avevano tolto molti altri acquisti; e
diliberò di tentare lo accordo, e concedere loro quello che
per loro medesimi avevano domandato. Ma quegli di Tiro,
insuperbiti, non solamente non vollero accettare lo accordo,
ma ammazzarono chi venne a praticarlo. Di che Alessandro
sdegnato, con tanta forza si misse alla ispugnazione, che la
prese, disfece, ed ammazzò e fece schiavi gli uomini.</p>
<p>Venne, nel <num>1512</num>, uno esercito spagnuolo in sul dominio
fiorentino per rimettere i Medici in Firenze, e taglieggiare
la città, condotti da cittadini d'entro, i quali avevano
dato loro speranza, che, subito fussono in sul dominio
fiorentino, piglierebbero l'armi in loro favore; ed essendo
entrati nel piano, e non si scoprendo alcuno, ed avendo
carestia di vettovaglie, tentarono l'accordo: di che
insuperbito il popolo di Firenze, non lo accettò: donde ne
nacque la perdita di Prato, e la rovina di quello stato.</p>
<p>Non possono, pertanto, i principi, che sono assaltati, fare
il maggiore errore, quando lo assalto è fatto da uomini di
gran lunga più potenti di loro, che recusare ogni accordo,
massime quando egli è offerto: perché non sarà mai offerto
sì basso, che non vi sia dentro in qualche parte il bene
essere di colui che lo accetta, e vi sarà parte della sua
vittoria. Perché e' doveva bastare al popolo di Tiro, che
Alessandro accettasse quelle condizioni ch'egli aveva prima
rifiutate ed era assai vittoria la loro, quando con l'arme
in mano avevano fatto condiscendere uno tanto uomo alla
voglia loro. Doveva bastare ancora al popolo fiorentino, che
gli era assai vittoria, se lo esercito spagnuolo cedeva a
qualcuna delle voglie di quello e le sue non adempiva tutte:
perché la intenzione di quello esercito era mutare lo stato
in Firenze, levarlo dalla divozione di Francia, e trarre da
lui danari. Quando di tre cose e' ne avesse avute due, che
son l'ultime, ed al popolo ne fusse restata una, che era la
conservazione dello stato suo, ci aveva dentro ciascuno
qualche onore e qualche satisfazione: né si doveva il popolo
curare delle due cose, rimanendo vivo; né doveva volere,
quando bene egli avesse veduta maggiore vittoria, e quasi
certa, mettere quella in alcuna parte a discrezione della
fortuna, andandone l'ultima posta sua: la quale qualunque
prudente mai arrischierà se non necessitato. Annibale,
partito d'Italia, dove era stato sedici anni glorioso,
richiamato da' suoi Cartaginesi a soccorrere la patria,
trovò rotto Asdrubale e Siface; trovò perduto il regno di
Numidia e ristretta Cartagine intra i termini delle sue
mura, alla quale non restava altro refugio che esso e lo
esercito suo. Conoscendo come quella era l'ultima posta
della sua patria, non volle prima metterla a rischio,
ch'egli ebbe tentato ogni altro rimedio; e non si vergognò
di domandare la pace, giudicando, se alcuno rimedio aveva la
sua patria, era in quella e non nella guerra: la quale
sendogli poi negata, non volle mancare, dovendo perdere, di
combattere; giudicando potere pur vincere, o, perdendo,
perdere gloriosamente. E se Annibale, il quale era tanto
virtuoso ed aveva il suo esercito intero, cercò prima la
pace che la zuffa,
quando ei vidde che, perdendo quella, la sua patria diveniva
serva, che debbe fare un altro di manco virtù e di manco
isperienza di lui? Ma gli uomini fanno questo errore, che
non sanno porre termini alle speranze loro; ed in su quelle
fondandosi, sanza misurarsi altrimenti, rovinano.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>28</head>
<head>Quanto sia pericoloso a una republica o a uno principe non
vendicare una ingiuria fatta contro al publico o contro al
privato.</head>

<p>Quello che facciano fare gli sdegni agli uomini, facilmente
si conosce per quello che avvenne ai Romani quando ei
mandarono i tre Fabii oratori a' Franciosi, che erano venuti
a assaltare la Toscana, ed in particulare Chiusi. Perché,
avendo mandato il popolo di Chiusi per aiuto a Roma contro
a' Franciosi, i Romani mandarono ambasciadori a' Franciosi,
i quali, in nome del Popolo romano, significassero loro che
si astenessero di fare guerra a' Toscani. I quali oratori,
sendo in su 'l luogo, e più atti a fare che a dire, venendo
i Franciosi ed i Toscani alla zuffa, si messero in tra i
primi a combattere contro a quelli: onde ne nacque che,
essendo conosciuti da loro, tutto lo sdegno avevano contro
a' Toscani, volsero contro a' Romani. Il quale sdegno
diventò maggiore, perché, avendo i Franciosi per loro
ambasciadori fatto querela con il Senato romano di tale
ingiuria, e domandato che in soddisfazione del danno fussino
loro dati i soprascritti Fabii, non solamente non furono
consegnati loro, o in altro modo gastigati, ma venendo i
comizi, furono fatti Tribuni con potestà consolare. Talché,
veggendo i Franciosi quelli onorati che dovevano essere
puniti, ripresono tutto essere fatto in loro dispregio e
ignominia; ed accesi di sdegno e d'ira, vennero a assaltare
Roma, e quella presono, eccetto il Campidoglio. La quale
rovina nacque ai Romani solo per la inosservanza della
giustizia; perché, avendo peccato i loro ambasciatori
«contra ius gentium», e dovendo esserne gastigati, furono
onorati. Però è da considerare quanto ogni republica ed ogni
principe debbe tenere conto di fare simile ingiuria, non
solamente contro a una universalità, ma ancora contro a uno
particulare. Perché, se uno uomo è offeso grandemente o dal
publico o dal privato e non sia vendicato secondo la
soddisfazione sua; se e' vive in una republica, cerca,
ancora che con la rovina di quella, vendicarsi; se e' vive
sotto un principe, ed abbi in sé alcuna generosità, non si
acquieta mai, in fino che in qualunque modo si vendichi
contro a di colui, come che egli vi vedesse, dentro, il suo
proprio male.</p>
<p>Per verificare questo, non ci è il più bello né il più vero
esemplo che quello di Filippo re di Macedonia, padre
d'Alessandro. Aveva costui in la sua corte Pausania, giovane
bello e nobile, del quale era inamorato Attalo, uno de'
primi uomini che fusse presso a Filippo ed avendolo più
volte ricerco che dovesse acconsentirgli, e trovandolo
alieno da simili cose, diliberò di avere con inganno e per
forza quello che, per altro verso, vedea di non potere
avere. E fatto uno solenne convito, nel quale Pausania e
molti altri nobili baroni convennero, fece, poi che ciascuno
fu pieno di vivande e di vino, prendere Pausania, e,
condottolo allo stretto, non solamente per forza sfogò la
sua libidine, ma ancora, per maggiore ignominia, lo fece da
molti degli altri in simile modo vituperare. Della quale
ingiuria Pausania si dolse più volte con Filippo; il quale,
avendolo tenuto un tempo in speranza di vendicarlo, non
solamente non lo vendicò, ma prepose Attalo al governo d'una
provincia di Grecia: donde che Pausania, vedendo il suo
nimico onorato e non gastigato, volse tutto lo sdegno suo,
non contro a quello che gli aveva fatto ingiuria, ma contro
a Filippo che non lo aveva vendicato. Ed una mattina
solenne, in su le nozze della figliuola di Filippo, ch'egli
aveva maritata a Alessandro di Epiro, andando Filippo al
tempio, a celebrarle, in mezzo de' due Alessandri, genero e
figliuolo, lo ammazzò. Il quale esemplo è molto simile a
quello de' Romani, e notabile a qualunque governa: che mai
non debbe tanto poco stimare un uomo, che ei creda,
aggiugnendo ingiuria sopra ingiuria, che colui che è
ingiuriato non pensi di vendicarsi con ogni suo pericolo e
particulare danno.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>29</head>
<head>La fortuna acceca gli animi degli uomini, quando la non
vuole che quegli si opponghino a' disegni suoi.</head>

<p>Se e' si considererà bene come procedono le cose umane, si
vedrà molte volte nascere cose e venire accidenti, a' quali
i cieli al tutto non hanno voluto che si provvegga. E
quando, questo che io dico, intervenne a Roma, dove era
tanta virtù, tanta religione e tanto ordine, non è
maraviglia che gli intervenga molto più spesso in una città
o in una provincia che manchi delle cose sopradette. E
perché questo luogo è notabile assai, a dimostrare la
potenza del cielo sopra le cose umane, Tito Livio largamente
e con parole efficacissime lo dimostra: dicendo come,
volendo il cielo a qualche fine, che i Romani conoscessono
la potenza sua, fece prima errare quegli Fabii che andarono
oratori a' Franciosi, e, mediante l'opera loro, gli concitò
a fare guerra a Roma; dipoi ordinò, che, per reprimere
quella guerra, non si facesse in Roma alcuna cosa degna del
Popolo romano; avendo prima ordinato che Cammillo, il quale
poteva essere solo unico remedio a tanto male, fusse mandato
in esilio a Ardea; dipoi, venendo i Franciosi verso Roma,
coloro che, per rimediare allo impeto de' Volsci ed altri
finitimi loro inimici, avevano creato molte volte uno
Dittatore, venendo i Franciosi, non lo crearono. Ancora nel
fare la elezione de' soldati, la fecioro debole e sanza
alcuna istraordinaria diligenza; e furono tanto pigri al
pigliare l'arme, che a fatica furono a tempo a scontrare i
Franciosi sopra il fiume di Allia, discosto a Roma dieci
miglia. Quivi i Tribuni posero il loro campo, sanza alcuna
consueta diligenza; non prevedendo il luogo prima, e non si
circundando con fossa e con isteccato, non usando alcuno
rimedio umano e divino; e nello ordinare la zuffa, fecero
gli ordini radi e deboli: in modo che né i soldati né i
capitani fecero cosa degna della romana disciplina.
Combattessi poi sanza alcuno sangue; perché ei fuggirono
prima che fussono assaltati, e la maggior parte se n'andò a
Veio, l'altra si ritirò a Roma; i quali, sanza entrare
altrimenti nelle case loro, se ne entrarono in Campidoglio:
in modo che il Senato, sanza pensare di difendere Roma, non
chiuse, non che altro, le porte; e parte se ne fuggì, parte
con gli altri se ne entrarono in Campidoglio. Pure, nel
difendere quello, usarono qualche ordine non tumultuario;
perché ei non aggravarono quello di gente inutile; messonvi
tutti i frumenti che poterono, acciocché potessono
sopportare l'ossidione; e della turba inutile de' vecchi,
delle donne e de' fanciugli, la maggior parte se ne fuggì
nelle terre circunvicine, il rimanente restò in Roma in
preda de' Franciosi. Talché, chi avesse letto le cose fatte
da quel popolo tanti anni innanzi, e leggessi dipoi quelli
tempi, non potrebbe a nessuno modo credere che fusse stato
uno medesimo popolo. E detto che Tito Livio ha tutti e'
sopradetti disordini, conchiude dicendo: «Adeo obcaecat
animos fortuna, cum vim suam ingruentem refringi non vult».
Né può più essere vera questa conclusione: onde gli uomini
che vivono ordinariamente nelle grandi avversità o
prosperità, meritano manco laude o manco biasimo. Perché il
più delle volte si vedrà quelli a una rovina ed a una
grandezza essere stati convinti da una commodità grande che
gli hanno fatto i cieli, dandogli occasione, o togliendogli,
di potere operare virtuosamente.</p>
<p>Fa bene la fortuna questo, che la elegge uno uomo, quando
la voglia condurre cose grandi, che sia di tanto spirito e
di tanta virtù, che ei conosca quelle occasioni che la gli
porge. Così medesimamente, quando la voglia condurre grandi
rovine, ella vi prepone uomini che aiutino quella rovina. E
se alcuno fusse che vi potesse ostare, o la lo ammazza o la
lo priva di tutte le facultà da potere operare alcuno bene.
Conoscesi questo benissimo per questo testo, come la
fortuna, per fare maggiore Roma, e condurla a quella
grandezza venne, giudicò fussi necessario batterla (come a
lungo nel principio del seguente libro discorrereno), ma non
volle già in tutto rovinarla. E per questo si vede che la
fece esulare, e non morire, Cammillo; fece pigliare Roma, e
non il Campidoglio; ordinò che i Romani, per riparare Roma,
non pensassono alcuna cosa buona; per difendere poi il
Campidoglio, non mancarono di alcuno buono ordine. Fece,
perché Roma fusse presa, che la maggior parte de' soldati
che furono rotti a Allia, se ne andorono a Veio; e così, per
la difesa della città di Roma, tagliò tutte le vie. E
nell'ordinare questo, preparò ogni cosa alla sua
ricuperazione; avendo condotto uno esercito romano intero a
Veio, e Cammillo a Ardea, da potere fare grossa testa, sotto
uno capitano non maculato d'alcuna ignominia per la perdita,
ed intero nella sua riputazione per la recuperazione della
patria sua.</p>
<p>Sarebbeci da addurre in confermazione delle cose dette
qualche esemplo moderno; ma, per non gli giudicare
necessari, potendo questo a qualunque satisfare, gli
lascereno indietro. Affermo, bene, di nuovo,questo essere
verissimo, secondo che per tutte le istorie si vede, che gli
uomini possono secondare la fortuna e non opporsegli;
possono tessere gli orditi suoi, e non rompergli. Debbono,
bene, non si abbandonare mai; perché, non sappiendo il fine
suo, e andando quella per vie traverse ed incognite, hanno
sempre a sperare, e sperando non si abbandonare, in
qualunque fortuna ed in qualunque travaglio si truovino.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>30</head>
<head>Le republiche e gli principi veramente potenti non
comperono l'amicizie con danari, ma con la virtù e con la
riputazione delle forze.</head>

<p>Erano i Romani assediati nel Campidoglio, e ancora
ch'eglino aspettassono il soccorso da Veio e da Cammillo,
sendo cacciati dalla fame, vennono a composizione con i
Franciosi di ricomperarsi certa quantità d'oro; e sopra tale
convenzione pesandosi di già l'oro, sopravvenne Cammillo con
lo esercito suo: il che fece, dice lo istorico, la fortuna,
«ut Romani auro redempti non viverent». La quale cosa non
solamente è notabile in questa parte, ma etiam nel processo
delle azioni di questa Republica; dove si vede che mai
acquistarono terre con danari, mai feciono pace con danari,
ma sempre con la virtù dell'armi: il che non credo sia mai
intervenuto a alcuna altra republica. Ed intra gli altri
segni per gli quali si conosce la potenza d'uno stato forte,
è vedere come egli vive con gli vicini suoi. E quando ei si
governa in modo che i vicini, per averlo amico, sieno suoi
pensionari, allora è certo segno che quello stato è potente:
ma quando detti vicini, ancora che inferiori a lui, traggono
da quello danari, allora è segno grande della debolezza di
quello.</p>
<p>Legghinsi tutte le istorie romane, e vedrete come i
Massiliensi, gli Edui, i Rodiani, Ierone siracusano, Eumene
e Massinissa regi, i quali tutti erano vicini ai confini
dello imperio romano, per avere l'amicizia di quello
concorrevono a spese ed a tributi ne' bisogni d'esso, non
cercando da lui altro premio che lo essere difesi. Al
contrario si vedrà negli stati deboli: e cominciandoci dal
nostro di Firenze, ne' tempi passati, nella sua maggiore
riputazione, non era signorotto in Romagna che non avessi da
quello provvisione; e di più la dava a' Perugini, a'
Castellani, e a tutti gli altri suoi vicini. Che se questa
città fusse stata armata e gagliarda, sarebbe tutto ito per
il contrario; perché molti, per avere la protezione di essa,
arebbono dato danari a lei; e cerco, non di vendere la loro
amicizia, ma di comperare la sua. Né sono in questa viltà
vissuti soli i Fiorentini, ma i Viniziani, ed il re di
Francia, il quale, con un tanto regno, vive tributario di
Svizzeri, e del re d'Inghilterra. Il che tutto nasce dallo
avere disarmati i popoli suoi, ed avere più tosto voluto,
quel re e gli altri prenominati, godersi un presente utile,
di potere saccheggiare i popoli, e fuggire uno immaginato
più tosto che vero pericolo, che fare cose che gli
assicurino, e faccino i loro stati felici in perpetuo. Il
quale disordine, se partorisce qualche tempo qualche quiete,
è cagione col tempo di necessità, di danni e rovine
irrimediabili. E sarebbe lungo raccontare quante volte i
Fiorentini, Viniziani, e questo regno, si sono ricomperati
in su le guerre, e quante volte ei si sono sottomessi a una
ignominia; a che i Romani una sola volta furono per
sottomettersi. Sarebbe lungo raccontare quante terre i
Fiorentini ed i Viniziani hanno comperate: di che si è
veduto poi il disordine, e come le cose che si acquistano
con l'oro, non si sanno difendere con il ferro. Osservarono
i Romani questa generosità e questo modo di vivere, mentre
che ei vissono liberi; ma poi che gli entrarono sotto
gl'imperadori, e che gl'imperadori cominciarono a essere
cattivi, ed amare più l'ombra che il sole, cominciarono
ancora essi a ricomperarsi, ora dai Parti, ora dai Germani,
ora da altri popoli convicini: il che fu principio della
rovina di tanto Imperio.</p>
<p>Procedono, pertanto, simili inconvenienti dallo avere
disarmati i tuoi popoli: di che ne risulta uno altro,
maggiore, che quanto il nimico più ti si appressa, tanto ti
truova più debole. Perché chi vive ne' modi detti di sopra,
tratta male quelli sudditi che sono dentro allo imperio suo,
e bene quegli che sono in su i confini dello imperio suo,
per avere uomini ben disposti a tenere il nimico discosto.
Da questo nasce che, per tenerlo più discosto, ei dà
provvisione a quelli signori e popoli che sono propinqui ai
confini suoi. Donde nasce che questi stati così fatti fanno
un poco di resistenza in sui confini, ma, come il nimico gli
ha passati, ei non hanno rimedio alcuno. E non si avveggono,
come questo modo del loro procedere è contro a ogni buono
ordine. Perché il cuore e le parti vitali d'uno corpo si
hanno a tenere armate, e non le estremità d'esso; perché
sanza quelle si vive, e, offeso questo, si muore: e questi
stati tengono il cuore disarmato, e le mani e li piedi
armati.</p>
<p>Quello che abbia fatto questo disordine a Firenze, si è
veduto, e vedesi ogni dì: e come uno esercito passa i
confini, e che gli entra dentro propinquo al cuore, non
truova più alcuno rimedio. De' Viniziani si vide, pochi anni
sono, la medesima pruova; e se la loro città non era
fasciata dalle acque, se ne sarebbe veduto il fine. Questa
isperienza non si è vista sì spesso in Francia, per essere
quello sì gran regno, ch'egli ha pochi inimici superiori:
nondimanco, quando gli Inghilesi, nel <num>1513</num>, assaltarono
quel regno, tremò tutta quella provincia: ed il re medesimo,
e ciascuno altro, giudicava che una rotta sola gli potessi
tôrre il regno e lo stato. Ai Romani interveniva il
contrario; perché, quanto più il nimico s'appressava a Roma,
tanto più trovava potente quella città a resistergli. E si
vide nella venuta d'Annibale in Italia, che, dopo tre rotte
e dopo tante morti di capitani e di soldati, ei poterono,
non solo sostenere il nimico, ma vincere la guerra. Tutto
nacque dallo avere bene armato il cuore, e delle estremità
tenere meno conto. Perché il fondamento dello stato suo era
il popolo di Roma, il nome latino, le altre terre compagne
in Italia, e le loro colonie; donde ei traevano tanti
soldati, che furono sufficienti con quegli a combattere e
tenere il mondo. E che sia vero, si vede per la domanda che
fece Annone cartaginese a quelli oratori d'Annibale dopo la
rotta di Canne, i quali avendo magnificato le cose fatte da
Annibale, furono domandati da Annone, se del popolo romano
alcuno era venuto a domandare pace, e se del nome latino e
delle colonie alcuna terra si era ribellata dai Romani; e
negando quegli l'una e l'altra cosa, replicò Annone: -
Questa guerra è ancora intera come prima -.</p>
<p>Vedesi, pertanto, e per questo discorso, e per quello che
più volte abbiamo altrove detto, quanta diversità sia, dal
modo del procedere delle republiche presenti, a quello delle
antiche. Vedesi ancora, per questo, ogni dì, miracolose
perdite e miracolosi acquisti. Perché, dove gli uomini hanno
poca virtù, la fortuna mostra assai la potenza sua; e,
perché la è varia, variano le republiche e gli stati spesso;
e varieranno sempre, infino che non surga qualcuno che sia
della antichità tanto amatore, che la regoli in modo, che la
non abbia cagione di mostrare, a ogni girare di sole, quanto
ella puote.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>31</head>
<head>Quanto sia pericoloso credere agli sbanditi.</head>

<p>E' non mi pare fuori di proposito ragionare, intra questi
altri discorsi, quanto sia cosa pericolosa credere a quelli
che sono cacciati della patria sua, essendo cose che
ciascuno dì si hanno a praticare da coloro che tengono
stati; potendo, massime, dimostrare questo con uno
memorabile esemplo addotto da Tito Livio nelle sue istorie,
ancora che sia fuora del presupposto suo. Quando Alessandro
Magno passò con lo esercito suo in Asia, Alessandro di
Epiro, cognato e zio di quello, venne con gente in Italia,
chiamato dagli sbanditi Lucani, i quali gli dettono speranza
che potrebbe, mediante loro, occupare tutta quella
provincia. Donde che quello, sotto la fede e speranza loro
venuto in Italia fu morto da quelli, sendo loro promessa la
ritornata nella patria dai loro cittadini, se lo
ammazzavano. Debbesi considerare, pertanto, quanto sia vana
e la fede e le promesse di quelli che si truovano privi
della loro patria. Perché, quanto alla fede, si ha a
estimare che, qualunque volta e' possano per altri mezzi che
per gli tuoi rientrare nella patria loro, che lasceranno te
ed accosterannosi a altri, nonostante qualunque promesse ti
avessono fatte. E quanto alle vane promesse e speranze, egli
è tanta la voglia estrema che è in loro di ritornare in
casa, che ei credono naturalmente molte cose che sono false
e molte a arte ne aggiungano: talché, tra quello che ei
credono e quello che ei dicono di credere, ti riempiono di
speranza talmente che, fondatoti in su quella, o tu fai una
spesa in vano o tu fai una impresa dove tu rovini.</p>
<p>Io voglio per esemplo mi basti Alessandro predetto, e di
più Temistocle ateniese; il quale, essendo fatto ribello, se
ne fuggì in Asia a Dario; dove gli promisse tanto, quando ei
volessi assaltare la Grecia, che Dario si volse alla
impresa. Le quali promesse non gli potendo poi Temistocle
osservare, o per vergogna o per tema di supplizio, avvelenò
sé stesso. E se questo errore fu fatto da Temistocle, uomo
eccellentissimo, si debbe stimare che tanto più vi errino
coloro che, per minore virtù, si lasceranno più tirare dalla
voglia e dalla passione loro. Debbe, adunque, uno principe
andare adagio a pigliare imprese sopra la relazione d'uno
confinato, perché il più delle volte se ne resta o con
vergogna o con danno gravissimo. E perché ancora rade volte
riesce il pigliare le terre di furto, e per intelligenzia
che altri avesse in quelle, non mi pare fuora di proposito
discorrerne nel sequente capitolo; aggiugnendovi con quanti
modi i Romani le acquistavano.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>32</head>
<head>In quanti modi i Romani occupavano le terre.</head>

<p>Essendo i Romani tutti volti alla guerra, fecero sempremai
quella con ogni vantaggio, e quanto alla spesa, e quanto a
ogni altra cosa che in essa si ricerca. Da questo nacque che
si guardarono da il pigliare le terre per ossidione; perché
giudicavano questo modo di tanta spesa e di tanto scommodo,
che superassi di gran lunga la utilità che dello acquisto si
potessi trarre: e per questo pensarono che fosse meglio e
più utile soggiogare le terre per ogni altro modo che
assediandole, donde in tante guerre ed in tanti anni ci sono
pochissimi esempli di ossidioni fatte da loro. I modi,
adunque, con i quali gli acquistavano le città. erano o per
espugnazione o per dedizione. La espugnazione era o per
forza e violenza aperta, o per forza mescolata con fraude.
La violenza aperta era o con assalto, sanza percuotere le
mura (il che loro chiamavano «aggredi urbem corona» perché
con tutto lo esercito circundavono la città, e da tutte le
parti la combattevano); e molte volte riuscì loro che in uno
assalto pigliarono una città, ancora che grossissima, come
quando Scipione prese Cartagine Nuova in Ispagna; o, quando
questo assalto non bastava, si dirizzavano a rompere le mura
con arieti, o con altre loro machine belliche: o ei facevano
una cava, e per quella entravano nella città (nel quale modo
presono la città de' Veienti); o, per essere equali a quegli
che difendevano le mura, facevono torri di legname, o ei
facevono argini di terra appoggiati alle mura di fuori, per
venire all'altezza d'esse sopra quegli. Contro a questi
assalti, chi difendeva la terra, nel primo caso, circa lo
essere assaltato intorno intorno, portava più subito
pericolo, ed aveva più dubbi rimedi: perché, bisognandogli
in ogni luogo avere assai difensori, o quegli ch'egli aveva
non erano tanti che potessero o sopperire per tutto o
cambiarsi; o, se potevano, non erano tutti di equale animo a
resistere, e da una parte che fusse inchinata la zuffa, si
perdevano tutti. Però occorse, come io ho detto, che molte
volte questo modo ebbe felice successo. Ma quando non
riusciva al primo, non lo ritentavono molto, per essere modo
pericoloso per lo esercito; perché, distendendosi in tanto
spazio, restava per tutto debole a potere resistere a una
eruzione che quelli di dentro avessono fatta; ed anche si
disordinavano e straccavano i soldati; ma per una volta ed
allo improvviso tentavano tale modo. Quanto alla rottura
delle mura, si opponevano, come ne' presenti tempi, con
ripari. E per resistere alle cave, facevano una contracava,
e per quella si opponevano al nimico, o con le armi o con
altri ingegni: intra i quali era questo, che gli empievano
dogli di penne, nelle quali appiccavano il fuoco, ed accesi
gli mettevano nella cava, i quali con il fumo e con il puzzo
impedivano la entrata a' nimici. E se con le torre gli
assaltavano, s'ingegnavano con il fuoco rovinarle. E quanto
agli argini di terra, rompevano il muro da basso, dove lo
argine s'appoggiava, tirando dentro la terra che quegli di
fuori vi ammontavano; talché, ponendosi di fuora la terra, e
levandosi di drento, veniva a non crescere l'argine. Questi
modi di espugnare non si possono lungamente tentare: ma
bisogna o levarsi da campo o cercare per altri modi vincere
la guerra; come fe' Scipione, quando, entrato in Africa,
avendo assaltato Utica e non gli riuscendo pigliarla, si
levò da campo, e cercò di rompere gli eserciti cartaginesi:
ovvero volgersi alla ossidione, come fecero a Veio, Capova,
Cartagine e Ierusalem e simili terre, che per ossidione
occuparono. Quanto allo acquistare le terre per violenza
furtiva, occorre come intervenne di Palepoli, che per
trattato di quelli di dentro i Romani la occuparono. Di
questa sorte espugnazioni, dai Romani e da altri ne sono
state tentate molte, e poche ne sono riuscite: la ragione è
che ogni minimo impedimento rompe il disegno, e
gl'impedimenti vengano facilmente. Perché, o la congiura si
scuopre innanzi che si venga allo atto, e scuopresi non con
molta difficultà, sì per la infedelità di coloro con chi la
è communicata, sì per la difficultà del praticarla, avendo a
convenire con i nimici, e con chi non ti è lecito, se non
sotto qualche colore, parlare. Ma quando la congiura non si
scoprisse nel maneggiarla, vi surgono poi, nel metterla in
atto, mille difficultà. Perché, o se tu vieni innanzi al
tempo disegnato, o se tu vieni dopo, si guasta ogni cosa: se
si lieva uno romore fortuito, come l'oche del Campidoglio,
se si rompe un ordine consueto; ogni minimo errore, ogni
minima fallacia che si piglia, rovina la impresa.
Aggiungonsi a questo le tenebre della notte, le quali
mettono più paura a chi travaglia in quelle cose pericolose.
Ed essendo la maggiore parte degli uomini che si conducono a
simili imprese, inesperti del sito del paese, e de' luoghi
dove ei sono menati, si confondono, inviliscono ed implicano
per ogni minimo e fortuito accidente, ed ogni immagine falsa
è per fargli mettere in volta. Né si trovò mai alcuno che
fosse più felice in queste ispedizioni fraudolente e
notturne, che Arato Sicioneo; il quale, quanto valeva in
queste, tanto nelle diurne ed aperte fazioni era
pusillanime: il che si può giudicare fosse più tosto per una
occulta virtù che era in lui, che perché in quelle
naturalmente dovesse essere più felicità. Di questi modi,
adunque, se ne pratica assai, pochi se ne conduce alla
pruova, e pochissimi ne riescono.</p>
<p>Quanto allo acquistare le terre per dedizione, o le si
danno volontarie, o forzate. La volontà nasce, o per qualche
necessità estrinseca che gli costringe a rifuggirtisi sotto,
come fece Capova ai Romani, o per desiderio di essere
governati bene, sendo allettati da il governo buono che quel
principe tiene in coloro che se gli sono, volontari, rimessi
in grembo, come fecero i Rodiani, i Massiliensi ed altre
simile cittadi, che si dettono al Popolo romano. Quanto alla
dedizione forzata, o tale forza nasce da una lunga
ossidione, come di sopra è detto; o la nasce da una
continova oppressione di scorrerie, di predazioni, ed altri
mali trattamenti; i quali volendo fuggire, una città si
arrende. Di tutti i modi detti, i Romani usarono più questo
ultimo che nessuno; ed attesono per più che quattrocento
cinquanta anni a straccare i vicini con le rotte e con le
scorrerie, e pigliare, mediante gli accordi, riputazione
sopra di loro, come altre volte abbiamo discorso. E sopra
tale modo si fondarono sempre, ancora che gli tentassino
tutti; ma negli altri trovarono cose o pericolose o inutili.
Perché nella ossidione è la lunghezza e la spesa; nella
espugnazione, dubbio e pericolo; nelle congiure, la
incertitudine. E viddono che con una rotta di esercito
inimico acquistavano un regno in un giorno; e, nel pigliare
per ossidione una città ostinata, consumavano molti anni.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>33</head>
<head>Come i Romani davano agli loro capitani degli eserciti le
commissioni libere.</head>

<p>Io estimo che sia da considerare, leggendo questa liviana
istoria, volendone fare profitto, tutti e' modi del
procedere del Popolo e Senato romano. Ed intra le altre cose
che meritano considerazione, sono: vedere con quale autorità
ei mandavano fuori i loro Consoli, Dittatori ed altri
capitani degli eserciti; de' quali si vede l'autorità essere
stata grandissima, ed il Senato non si riservare altro che
l'autorità di muovere nuove guerre e di confirmare le paci;
e tutte l'altre cose rimetteva nello arbitrio e potestà del
Consolo. Perché, deliberata ch'era dal Popolo e dal Senato
una guerra, verbigrazia contro a' Latini, tutto il resto
rimettevano nello arbitrio del Consolo, il quale poteva o
fare una giornata o non la fare, e campeggiare questa o
quell'altra terra, come a lui pareva. Le quali cose si
verificano per molti esempli, e massime per quello che
occorse in una espedizione contro a' Toscani. Perché, avendo
Fabio consolo vinto quelli presso a Sutri, e disegnando con
lo esercito dipoi passare la selva Cimina ed andare in
Toscana, non solamente non si consigliò col Senato, ma non
gliene dette alcuna notizia, ancora che la guerra fusse per
aversi a fare in paese nuovo, dubbio e pericoloso. Il che si
testifica ancora per le deliberazioni che allo incontro di
questo furono fatte dal Senato: il quale avendo intesa la
vittoria che Fabio aveva avuta, e dubitando che quello non
pigliasse partito di passare per le dette selve in Toscana,
giudicando che fosse bene non tentare quella guerra e
correre quel pericolo, mandò a Fabio due Legati a fargli
intendere non passasse in Toscana; i quali arrivarono ch'e'
vi era già passato, ed aveva avuta la vittoria, ed in cambio
di impeditori della guerra tornarono ambasciadori dello
acquisto e della gloria avuta. E chi considererà bene questo
termine, lo vedrà prudentissimamente usato; perché, se il
Senato avesse voluto che un Consolo procedessi nella guerra
di mano in mano, secondo che quello gli commetteva, lo
faceva meno circunspetto e più lento: perché non gli sarebbe
paruto che la gloria della vittoria fusse tutta sua, ma che
ne participasse il Senato, con el consiglio del quale ei si
fusse governato. Oltra di questo, il Senato si obligava a
volere consigliare una cosa che non se ne poteva intendere;
perché, nonostante che in quello fossono tutti uomini
esercitatissimi nella guerra nondimeno, non essendo in sul
luogo e non sappiendo infiniti particulari che sono
necessari sapere, a volere consigliare bene, arebbono,
consigliando, fatti infiniti errori. E per questo ei
volevano che il Consolo per sé facesse, e che la gloria
fosse tutta sua; lo amore della quale giudicavano che fusse
freno e regola a farlo operare bene. Questa parte si è più
volentieri notata da me, perché io veggo che le republiche
de' presenti tempi, come è la Viniziana e Fiorentina, la
intendono altrimenti; e se gli loro capitani, provveditori o
commessari hanno a piantare una artiglieria, lo vogliono
intendere e consigliare. Il quale modo merita quella laude
che meritano gli altri, i quali tutti insieme le hanno
condotte ne' termini in che al presente si truovano.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>1</head>
<head>A volere che una setta o una republica viva lungamente, è
necessario ritirarla spesso verso il suo principio.</head>

<p>Egli è cosa verissima, come tutte le cose del mondo hanno
il termine della vita loro; ma quelle vanno tutto il corso
che è loro ordinato dal cielo, generalmente, che non
disordinano il corpo loro, ma tengonlo in modo ordinato, o
che non altera, o, s'egli altera, è a salute, e non a danno
suo. E perché io parlo de' corpi misti, come sono le
republiche e le sètte, dico che quelle alterazioni sono a
salute, che le riducano inverso i principii loro E però
quelle sono meglio ordinate, ed hanno più lunga vita, che
mediante gli ordini suoi si possono spesso rinnovare; ovvero
che, per qualche accidente fuori di detto ordine, vengono a
detta rinnovazione. Ed è cosa più chiara che la luce, che,
non si rinnovando, questi corpi non durano.</p>
<p>Il modo del rinnovargli, è, come è detto, ridurgli verso e'
principii suoi. Perché tutti e' principii delle sètte, e
delle republiche e de' regni, conviene che abbiano in sé
qualche bontà, mediante la quale ripiglio la prima
riputazione ed il primo augumento loro. E perché nel
processo del tempo quella bontà si corrompe, se non
interviene cosa che la riduca al segno, ammazza di necessità
quel corpo. E questi dottori di medicina dicono, parlando
de' corpi degli uomini, «quod quotidie aggregatur aliquid,
quod quandoque indiget curatione». Questa riduzione verso
il principio, parlando delle republiche, si fa o per
accidente estrinseco o per prudenza intrinseca. Quanto al
primo, si vede come egli era necessario che Roma fussi presa
dai Franciosi, a volere che la rinascesse e rinascendo
ripigliasse nuova vita e nuova virtù; e ripigliasse la
osservanza della religione e della giustizia, le quali in
lei cominciavano a macularsi. Il che benissimo si comprende
per la istoria di Livio, dove ei mostra che nel trar fuori
lo esercito contro ai Franciosi e nel creare e' Tribuni con
la potestà consolare, non osservorono alcuna religiosa
cerimonia. Così medesimamente, non solamente non punirono i
tre Fabii, i quali «contra ius gentium» avevano combattuto
contro ai Franciosi, ma gli crearono Tribuni. E debbesi
facilmente presuppore, che dell'altre constituzioni buone,
ordinate da Romolo e da quegli altri principi prudenti, si
cominciasse a tenere meno conto che non era ragionevole e
necessario a mantenere il vivere libero. Venne, dunque,
questa battitura estrinseca, acciocché tutti gli ordini di
quella città si ripigliassono, e si mostrasse a quel popolo,
non solamente essere necessario mantenere la religione e la
giustizia, ma ancora stimare i suoi buoni cittadini, e fare
più conto della loro virtù che di quegli commodi che e'
paresse loro mancare, mediante le opere loro. Il che si vede
che successe appunto; perché, subito ripresa Roma,
rinnovarono tutti gli ordini dell'antica religione loro;
punirono quegli Fabii che avevano combattuto «contra ius
gentium»; ed appresso tanto stimorono la virtù e bontà di
Cammillo, che posposto, il Senato e gli altri, ogni invidia,
rimettevano in lui tutto il pondo di quella republica. È
necessario, adunque, come è detto, che gli uomini che vivono
insieme in qualunque ordine, spesso si riconoschino, o per
questi accidenti estrinseci o per gl'intrinseci. E quanto a
questi, conviene che nasca o da una legge, la quale spesso
rivegga il conto agli uomini che sono in quel corpo; o
veramente da uno uomo buono che nasca fra loro, il quale con
i suoi esempli e con le sue opere virtuose faccia il
medesimo effetto che l'ordine.</p>
<p>Surge, adunque, questo bene nelle republiche, o per virtù
d'un uomo o per virtù d'uno ordine. E quanto a questo
ultimo, gli ordini che ritirarono la Republica romana verso
il suo principio furono i Tribuni della plebe, i Censori, e
tutte l'altre leggi che venivano contro all'ambizione ed
alla insolenzia degli uomini. I quali ordini hanno bisogno
di essere fatti vivi dalla virtù d'uno cittadino, il quale
animosamente concorre ad esequirli contro alla potenza di
quegli che gli trapassano. Delle quali esecuzioni, innanzi
alla presa di Roma da' Franciosi, furono notabili, la morte
de' figliuoli di Bruto, la morte de' dieci cittadini, quella
di Melio frumentario: dopo la presa di Roma, fu la morte di
Manlio Capitolino, la morte del figliuolo di Manlio
Torquato, la esecuzione di Papirio Cursore contro a Fabio
suo Maestro de' cavalieri, l'accusa degli Scipioni. Le quali
cose, perché erano eccessive e notabili, qualunque volta ne
nasceva una, facevano gli uomini ritirare verso il segno: e
quando le cominciarono ad essere più rare, cominciarono
anche a dare più spazio agli uomini di corrompersi, e farsi
con maggiore pericolo e più tumulto. Perché dall'una
all'altra di simili esecuzioni non vorrebbe passare, il più,
dieci anni: perché, passato questo tempo, gli uomini
cominciano a variare con i costumi e trapassare le leggi; e
se non nasce cosa per la quale si riduca loro a memoria la
pena, e rinnuovisi negli animi loro la paura, concorrono
tosto tanti delinquenti, che non si possono più punire sanza
pericolo. Dicevano, a questo proposito quegli che hanno
governato lo stato di Firenze dal <num>1434</num> infino al <num>1494</num>,
come egli era necessario ripigliare ogni cinque anni lo
stato, altrimenti, era difficile mantenerlo: e chiamavano
ripigliare lo stato, mettere quel terrore e quella paura
negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo, avendo in
quel tempo battuti quegli che avevano, secondo quel modo del
vivere, male operato. Ma come di quella battitura la memoria
si spegne, gli uomini prendono ardire di tentare cose nuove,
e di dire male; e però è necessario provvedervi, ritirando
quello verso i suoi principii. Nasce ancora questo
ritiramento delle republiche verso il loro principio dalla
semplice virtù d'un uomo, sanza dependere da alcuna legge
che ti stimoli ad alcuna esecuzione: nondimanco sono di tale
riputazione e di tanto esemplo, che gli uomini buoni
disiderano imitarle e gli cattivi si vergognano a tenere
vita contraria a quelle. Quegli che in Roma particularmente
feciono questi buoni effetti, furono Orazio Cocle, Scevola,
Fabrizio, i dua Deci, Regolo Attilio, ed alcuni altri i
quali con i loro esempli rari e virtuosi facevano in Roma
quasi il medesimo effetto che si facessino le leggi e gli
ordini. E se le esecuzioni soprascritte, insieme con questi
particulari esempli, fossono almeno seguite ogni dieci anni
in quella città, ne seguiva di necessità che la non si
sarebbe mai corrotta: ma come ei cominciorono a diradare
l'una e l'altra di queste due cose, cominciarono a
multiplicare le corrozioni. Perché dopo Marco Regolo non vi
si vide alcuno simile esemplo: e benché in Roma surgessono i
due Catoni, fu tanta distanza da quello a loro, ed intra
loro dall'uno all'altro, e rimasono sì soli, che non
potettono con gli esempli buoni fare alcuna buona opera; e
massime l'ultimo Catone, il quale, trovando in buona parte
la città corrotta, non potette con lo esemplo suo fare che i
cittadini diventassino migliori. E questo basti quanto alle
republiche.</p>
<p>Ma quanto alle sètte, si vede ancora queste rinnovazioni
essere necessarie, per lo esemplo della nostra religione, la
quale, se non fossi stata ritirata verso il suo principio da
Santo Francesco e da Santo Domenico sarebbe al tutto spenta.
Perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di
Cristo, la ridussono nella mente degli uomini, che già vi
era spenta: e furono sì potenti gli ordini loro nuovi, che
ei sono cagione che la disonestà de' prelati e de' capi
della religione non la rovinino; vivendo ancora poveramente,
ed avendo tanto credito nelle confessioni con i popoli e
nelle predicazioni, che ci dànno loro a intendere come egli
è male dir male del male, e che sia bene vivere sotto la
obedienza loro, e, se fanno errore, lasciargli gastigare a
Dio: e così quegli fanno il peggio che possono, perché non
temono quella punizione che non veggono e non credono. Ha,
adunque, questa rinnovazione mantenuto, e mantiene, questa
religione.</p>
<p>Hanno ancora i regni bisogno di rinnovarsi, e ridurre le
leggi di quegli verso i suoi principii. E si vede quanto
buono effetto fa questa parte nel regno di Francia; il quale
regno vive sotto le leggi e sotto gli ordini più che alcuno
altro regno. Delle quali leggi ed ordini ne sono mantenitori
i parlamenti, e massime quel di Parigi; le quali sono da lui
rinnovate qualunque volta ei fa una esecuzione contro ad un
principe di quel regno, e che ei condanna il Re nelle sue
sentenze. Ed infino a qui si è mantenuto per essere stato
uno ostinato esecutore contro a quella Nobilità: ma
qualunque volta ei ne lasciassi alcuna impunita, e che le
venissono a multiplicare, sanza dubbio ne nascerebbe o che
le si arebbono a correggere con disordine grande, o che quel
regno si risolverebbe.</p>
<p>Conchiudesi, pertanto, non essere cosa più necessaria in
uno vivere comune, o setta o regno o republica che sia, che
rendergli quella riputazione ch'egli aveva ne' principii
suoi; ed ingegnarsi che siano o gli ordini buoni o i buoni
uomini che facciano questo effetto, e non lo abbia a fare
una forza estrinseca. Perché, ancora che qualche volta la
sia ottimo rimedio, come fu a Roma, ella è tanto pericolosa,
che non è in modo alcuno da disiderarla. E per dimostrare a
qualunque, quanto le azioni degli uomini particulari
facessono grande Roma, e causassino in quella città molti
buoni effetti, verrò alla narrazione e discorso di quegli:
intra e' termini de' quali questo terzo libro, ed ultima
parte di questa prima Deca, si concluderà. E benché le
azioni degli re fossono grandi e notabili nondimeno,
dichiarandole la istoria diffusamente, le lascerò indietro;
né parlereno altrimenti di loro, eccetto che di alcuna cosa
che avessono operata appartenente alli loro privati commodi;
e comincerenci da Bruto, padre della romana libertà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>2</head>
<head>Come egli è cosa sapientissima simulare in tempo la
pazzia.</head>

<p>Non fu alcuno mai tanto prudente, né tanto estimato savio
per alcuna sua egregia operazione, quanto merita d'esser
tenuto Iunio Bruto nella sua simulazione della stultizia. Ed
ancora che Tito Livio non esprima altro che una cagione che
lo inducesse a tale simulazione, quale fu di potere più
sicuramente vivere e mantenere il patrimonio suo;
nondimanco, considerato il suo modo di procedere, si può
credere che simulasse ancora questo per essere manco
osservato, ed avere più commodità di opprimere i Re e di
liberare la sua patria, qualunque volta gliele fosse data
occasione. E, che pensassi a questo, si vide, prima, nello
interpetrare l'oracolo d'Apolline, quando simulò cadere per
baciare la terra, giudicando per quello avere favorevole
gl'Iddii a' pensieri suoi; e dipoi, quando, sopra la morta
Lucrezia, intra 'l padre ed il marito ed altri parenti di
lei, ei fu il primo a trarle il coltello della ferita, e
fare giurare ai circustanti, che mai sopporterebbono che,
per lo avvenire, alcuno regnasse in Roma. Dallo esemplo di
costui hanno ad imparare tutti coloro che sono male contenti
d'uno principe: e debbono prima misurare e prima pesare le
forze loro; e, se sono sì potenti che possino scoprirsi suoi
inimici e fargli apertamente guerra, debbono entrare per
questa via, come manco pericolosa e più onorevole. Ma se
sono di qualità che a fargli guerra aperta le forze loro non
bastino, debbono con ogni industria cercare di farsegli
amici: ed a questo effetto, entrare per tutte quelle vie che
giudicano essere necessarie, seguendo i piàciti suoi, e
pigliando dilettazione di tutte quelle cose che veggono
quello dilettarsi. Questa dimestichezza, prima, ti fa vivere
sicuro; e, sanza portare alcuno pericolo, ti fa godere la
buona fortuna di quel principe insieme con esso lui, e ti
arreca ogni comodità di sodisfare allo animo tuo. Vero è che
alcuni dicono che si vorrebbe con gli principi non stare sì
presso che la rovina loro ti coprisse, né sì discosto che,
rovinando quegli, tu non fosse a tempo a salire sopra la
rovina loro: la quale via del mezzo sarebbe la più vera,
quando si potesse osservare; ma perché io credo che sia
impossibile, conviene ridursi a' duoi modi soprascritti,
cioè o di allargarsi o di stringersi con loro. Chi fa
altrimenti, e sia uomo, per la qualità sua, notabile, vive
in continovo pericolo. Né basta dire: - Io non mi curo di
alcuna cosa, non disidero né onori né utili, io mi voglio
vivere quietamente e sanza briga! - perché queste scuse sono
udite e non accettate: né possono gli uomini che hanno
qualità, eleggere lo starsi, quando bene lo eleggessono
veramente e sanza alcuna ambizione, perché non è loro
creduto; talché, se si vogliono stare loro, non sono
lasciati stare da altri. Conviene adunque fare il pazzo,
come Bruto; ed assai si fa il matto, laudando, parlando,
veggendo, faccendo cose contro allo animo tuo, per
compiacere al principe. E poiché noi abbiamo parlato della
prudenza di questo uomo per ricuperare la libertà a Roma,
parlereno ora della sua severità nel mantenerla.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>3</head>
<head>Come egli è necessario, a volere mantenere una libertà
acquistata di nuovo, ammazzare i figliuoli di Bruto.</head>

<p>Non fu meno necessaria che utile la severità di Bruto nel
mantenere in Roma quella libertà che elli vi aveva
acquistata; la quale è di uno esemplo raro in tutte le
memorie delle cose: vedere il padre sedere pro tribunali, e
non solamente condennare i suoi figliuoli a morte ma essere
presente alla morte loro. E sempre si conoscerà questo per
coloro che le cose antiche leggeranno: come, dopo una
mutazione di stato, o da republica in tirannide o da
tirannide in republica è necessaria una esecuzione
memorabile contro a' nimici delle condizioni presenti. E chi
piglia una tirannide e non ammazza Bruto, e chi fa uno stato
libero e non ammazza i figliuoli di Bruto, si mantiene poco
tempo. E perché di sopra è discorso questo luogo largamente,
mi rimetto a quello che allora se ne disse: solo ci addurrò
uno esemplo, stato, ne' dì nostri e nella nostra patria,
memorabile. E questo è Piero Soderini, il quale si credeva
superare con la pazienza e bontà sua quello appetito che era
ne' figliuoli di Bruto, di ritornare sotto un altro governo
e se ne ingannò. E benché quello, per la sua prudenza,
conoscesse questa necessità; e che la sorte e l'ambizione di
quelli che lo urtavano, gli dessi occasione a spegnerli;
nondimeno non volse mai l'animo a farlo. Perché, oltre al
credere di potere con la pazienza e con la bontà estinguere
i mali omori, e con i premii verso qualcuno consummare
qualche sua inimicizia; giudicava (e molte volte ne fece con
gli amici fede) che, a volere gagliardamente urtare le sue
opposizioni, e battere suoi avversari, gli bisognava
pigliare istraordinaria autorità, e rompere con le leggi la
civile equalità: la quale cosa, ancora che dipoi non fosse
da lui usata tirannicamente, arebbe tanto sbigottito
l'universale, che non sarebbe mai poi concorso, dopo la
morte di quello, a rifare un gonfalonieri a vita; il quale
ordine elli giudicava fosse bene augumentare e mantenere. Il
quale rispetto era savio e buono: nondimeno, e' non si debbe
mai lasciare scorrere un male, rispetto ad uno bene, quando
quel bene facilmente possa essere, da quel male, oppressato.
E doveva credere che, avendosi a giudicare l'opere sue e la
intenzione sua dal fine, quando la fortuna e la vita
l'avessi accompagnato, che poteva certificare ciascuno,
come, quello l'aveva fatto, era per salute della patria, e
non per ambizione sua; e poteva regolare le cose in modo,
che uno suo successore non potesse fare per male quello che
elli avessi fatto per bene. Ma lo ingannò la prima opinione,
non conoscendo che la malignità non è doma da tempo né
placata da alcuno dono. Tanto che, per non sapere somigliare
Bruto, e' perdé, insieme con la patria sua, lo stato e la
riputazione. E come egli è cosa difficile salvare uno stato
libero, così è difficile salvarne uno regio; come nel
sequente capitolo si mosterrà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>4</head>
<head>Non vive sicuro uno principe in uno principato, mentre
vivono coloro che ne sono stati spogliati.</head>

<p>La morte di Tarquinio Prisco causata dai figliuoli di Anco,
e la morte di Servio Tullo causata da Tarquinio Superbo,
mostra quanto difficil sia, e pericoloso, spogliare uno del
regno, e quello lasciare vivo, ancora che cercassi con
merito guadagnarselo. E vedesi come Tarquinio Prisco fu
ingannato da parergli possedere quel regno giuridicamente,
essendogli stato dato dal Popolo e confermato dal Senato: né
credette che ne' figliuoli di Anco potesse tanto lo sdegno,
che non avessono a contentarsi di quello che si contentava
tutta Roma. E Servio Tullo s'ingannò, credendo potere con
nuovi meriti guadagnarsi i figliuoli di Tarquinio.
Dimodoché, quanto al primo, si può avvertire ogni principe,
che non viva mai sicuro del suo principato, finché vivono
coloro che ne sono stati spogliati. Quanto al secondo, si
può ricordare ad ogni potente, che mai le ingiurie vecchie
furono cancellate da' beneficii nuovi; e, tanto meno, quanto
il beneficio nuovo è minore che non è stata la ingiuria. E
sanza dubbio, Servio Tullo fu poco prudente a credere che i
figliuoli di Tarquinio fussono pazienti ad essere generi di
colui di chi e' giudicavano dovere essere re. E questo
appitito del regnare è tanto grande, che non solamente entra
ne' petti di coloro a chi si aspetta il regno, ma di quelli
a chi e' non si aspetta: come fu nella moglie di Tarquinio,
giovane, figliuola di Servio; la quale, mossa da questa
rabbia, contro ogni piatà paterna, mosse il marito contro al
padre a torgli la vita ed il regno: tanto stimava più essere
regina che figliuola di re. Se, adunque, Tarquinio Prisco e
Servio Tullo, perderono il regno per non si sapere
assicurare di coloro a chi ei lo avevano usurpato, Tarquinio
Superbo lo perdé per non osservare gli ordini degli antichi
re: come nel sequente capitolo si mosterrà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>5</head>
<head>Quello che fa perdere uno regno ad uno re che sia, di
quello, ereditario.</head>

<p>Avendo Tarquinio Superbo morto Servio Tullo, e di lui non
rimanendo eredi, veniva a possedere il regno sicuramente,
non avendo a temere di quelle cose che avevano offeso i suoi
antecessori. E, benché il modo dell'occupare il regno fosse
stato istraordinario ed odioso, nondimeno quando elli avesse
osservato gli antichi ordini delli altri re, sarebbe stato
comportato, né si sarebbe concitato il Senato e la plebe
contro di lui per torgli lo stato. Non fu, adunque, cacciato
costui per avere Sesto suo figliuolo stuprata Lucrezia, ma
per avere rotte le leggi del regno, e governatolo
tirannicamente; avendo tolto al Senato ogni autorità, e
ridottola a sé proprio; e quelle faccende che ne' luoghi
publici con sodisfazione del Senato romano si facevano, le
ridusse a fare nel palazzo suo, con carico ed invidia sua;
talché in breve tempo gli spoliò Roma di tutta quella
libertà ch'ella aveva sotto gli altri re mantenuta. Né gli
bastò farsi inimici i Padri, che si concitò ancora, contro,
la Plebe, affaticandola in cose mecaniche e tutte aliene da
quello a che gli avevano adoperati i suoi antecessori:
talché, avendo ripiena Roma di esempli crudeli e superbi,
aveva disposto già gli animi di tutti i Romani alla
ribellione, qualunque volta ne avessono occasione. E, se lo
accidente di Lucrezia non fosse venuto, come prima ne fosse
nato un altro, arebbe partorito il medesimo effetto. Perché
se Tarquinio fosse vissuto come gli altri re, e Sesto suo
figliuolo avessi fatto quello errore, sarebbono Bruto e
Collatino ricorsi a Tarquinio, per la vendetta contro a
Sesto, e non al Popolo romano. Sappino adunque i principi,
come a quella ora ei cominciano a perdere lo stato che
cominciano a rompere le leggi, e quelli modi e quelle
consuetudini che sono antiche, e sotto le quali lungo tempo
gli uomini sono vivuti. E se, privati che ei sono dello
stato, ei diventassono mai tanto prudenti che ei
conoscessono con quanta facilità i principati si tenghino da
coloro che saviamente si consigliano, dorrebbe molto più
loro tale perdita, ed a maggiore pena si condannerebbono,
che da altri fossono condannati. Perché egli è molto più
facile essere amato dai buoni che dai cattivi, ed ubidire
alle leggi che volere comandare loro. E volendo intendere il
modo avessono a tenere a fare questo, non hanno a durare
altra fatica che pigliare per loro specchio la vita de'
principi buoni, come sarebbe Timoleone Corintio, Arato
Sicioneo, e simili: nella vita dei quali ei troveria tanta
sicurtà e tanta sodisfazione di chi regge e di chi è retto,
che doverrebbe venirgli voglia di imitargli, potendo
facilmente, per le ragioni dette, farlo. Perché gli uomini,
quando sono governati bene, non cercono né vogliono altra
libertà: come intervenne a' popoli governati dai dua
prenominati; che gli costrinsono ad essere principi mentre
che vissono, ancora che da quegli più volte fosse tentato di
ridursi in vita privata. E perché in questo, e ne' due
antecedenti capitoli, si è ragionato degli omori concitati
contro a' principi, e delle congiure fatte da' figliuoli di
Bruto contro alla patria, e di quelle fatte contro a
Tarquinio Prisco ed a Servio Tullo; non mi pare cosa fuor di
proposito, nel sequente capitolo, parlarne diffusamente,
sendo materia degna d'essere notata da' principi e da'
privati.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>6</head>
<head>Delle congiure.</head>

<p>Ei non mi è parso da lasciare indietro il ragionare delle
congiure, essendo cosa tanto pericolosa ai principi ed ai
privati; perché si vede per quelle molti più principi avere
perduta la vita e lo stato, che per guerra aperta. Perché il
poter fare aperta guerra ad uno principe, è conceduto a
pochi: il poterli congiurare contro, è concesso a ciascuno.
Dall'altra parte, gli uomini privati non entrano in impresa
più pericolosa né più temeraria di questa; perché la è
difficile e pericolosissima in ogni sua parte. Donde ne
nasce che molte se ne tentino, e pochissime hanno il fine
desiderato. Acciocché, adunque, i principi imparino a
guardarsi da questi pericoli, e che i privati più
timidamente vi si mettino, anzi imparino ad essere contenti
a vivere sotto quello imperio che dalla sorte è stato loro
proposto; io ne parlerò diffusamente, non lasciando indietro
alcuno caso notabile in documento dell'uno e dell'altro. E
veramente, quella sentenzia di Cornelio Tacito è aurea, che
dice: che gli uomini hanno ad onorare le cose passate e ad
ubbidire alle presenti; e debbono desiderare i buoni
principi, e, comunque ei si sieno fatti, tollerargli. E
veramente, chi fa altrimenti, il più delle volte rovina sé e
la sua patria.</p>
<p>Dobbiamo adunque, entrando nella materia, considerare prima
contro a chi si fanno le congiure; e troverreno farsi o
contro alla patria, o contro ad uno principe: delle quali
due voglio che al presente ragioniamo; perché, di quelle che
si fanno per dare una terra a' nimici che la assediano, o
che abbino, per qualunque cagione, similitudine con questa,
se n'è parlato di sopra a sufficienza. E trattereno, in
questa prima parte, di quelle contro al principe, e prima
esaminereno le cagioni di esse: le quali sono molte, ma una
ne è importantissima più che tutte le altre. E questa è lo
essere odiato dallo universale, perché il principe che si è
concitato questo universale odio, è ragionevole che abbi de'
particulari i quali da lui siano stati più offesi, e che
desiderino vendicarsi. Questo desiderio è accresciuto loro
da quella mala disposizione universale che veggono essergli
concitata contro. Debbe, adunque, un principe fuggire questi
carichi privati; e come debba fare a fuggirli, avendone
altrove trattato, non ne voglio parlare qui; perché,
guardandosi da questo, le semplice offese particulari gli
faranno meno guerra. L'una, perché si riscontra rade volte
in uomini che stimino tanto una ingiuria, che si mettino a
tanto pericolo per vendicarla; l'altra, che, quando pure ei
fossono d'animo e di potenza da farlo, sono ritenuti da
quella benivolenza universale che veggono avere ad uno
principe. Le ingiurie, conviene che siano nella roba, nel
sangue o nell'onore. Di quelle del sangue sono più
pericolose le minacce che le esecuzioni; anzi, le minacce
sono pericolosissime, e nelle esecuzioni non vi è pericolo
alcuno; perché chi è morto non può pensare alla vendetta;
quelli che rimangono vivi, il più delle volte ne lasciano il
pensiero a te. Ma colui che è minacciato, e che si vede
costretto da una necessità o di fare o di patire, diventa
uno uomo pericolosissimo per il principe: come nel suo luogo
particularmente direno. Fuora di questa necessità, la roba e
l'onore sono quelle due cose che offendono più gli uomini
che alcun'altra offesa, e dalle quali il principe si debbe
guardare: perché e' non può mai spogliare uno, tanto, che
non gli rimanga uno coltello da vendicarsi; non può mai
tanto disonorare uno, che non gli resti uno animo ostinato
alla vendetta. E degli onori che si tolgono agli uomini,
quello delle donne importa più; dopo questo, il vilipendio
della sua persona. Questo armò Pausania contro a Filippo di
Macedonia, questo ha armato molti altri contro a molti altri
principi: e ne' nostri tempi Luzio Belanti non si mosse a
congiurare contro a Pandolfo tiranno di Siena, se non per
averli quello data e poi tolta per moglie una sua figliuola;
come nel suo loco direno. La maggiore cagione che fece che i
Pazzi congiurarono contro ai Medici, fu la eredità di
Giovanni Bonromei, la quale fu loro tolta per ordine di
quegli. Un'altra cagione ci è, e grandissima, che fa gli
uomini congiurare contro al principe; la quale è il
desiderio di liberare la patria, stata da quello occupata.
Questa cagione mosse Bruto e Cassio contro a Cesare; questa
ha mosso molti altri contro a' Falari, Dionisii, ed altri
occupatori della patria loro. Né può, da questo omore,
alcuno tiranno guardarsi, se non con diporre la tirannide. E
perché non si truova alcuno che faccia questo, si truova
pochi che non capitino male; donde nacque quel verso di
Iuvenale:
</p>

<lg type="versi" lang="lat">
<l>Ad generum Cereris sine caede et vulnere pauci</l>
<l>Descendunt reges, et sicca morte tiranni.</l>
</lg>

<p>I pericoli che si portano, come io dissi di sopra, nelle
congiure, sono grandi, portandosi per tutti i tempi; perché
in tali casi si corre pericolo nel maneggiarli, nello
esequirli, ed esequiti che sono. Quegli che congiurano, o ei
sono uno, o ei sono più. Uno, non si può dire che sia
congiura, ma è una ferma disposizione nata in uno uomo di
ammazzare il principe. Questo solo, de' tre pericoli che si
corrono nelle congiure, manca del primo; perché, innanzi
alla esecuzione non porta alcuno pericolo, non avendo altri
il suo secreto, né portando pericolo che torni il disegno
suo all'orecchio del principe. Questa deliberazione così
fatta può cadere in qualunque uomo, di qualunque sorte,
grande, piccolo, nobile, ignobile, familiare e non familiare
al principe; perché ad ognuno è lecito qualche volta
parlarli; ed a chi è lecito parlare, è lecito sfogare
l'animo suo. Pausania, del quale altre volte si è parlato,
ammazzò Filippo di Macedonia che andava al tempio, con mille
armati d'intorno, ed in mezzo intra il figliuolo ed il
genero. Ma costui fu nobile e cognito al principe. Uno
spagnuolo, povero ed abietto, dette una coltellata in su el
collo al re Ferrando, re di Spagna: non fu la ferita
mortale, ma per questo si vide che colui ebbe animo e
commodità a farlo. Uno dervis, sacerdote turchesco, trasse
d'una scimitarra a Baisit, padre del presente Turco: non lo
ferì, ma ebbe pure animo e commodità a volerlo fare. Di
questi animi fatti così, se ne truova, credo, assai che lo
vorrebbono fare, perché nel volere non è pena né pericolo
alcuno; ma pochi che lo facciano: ma di quelli che lo fanno,
pochissimi o nessuno che non siano ammazzati in sul fatto;
però non si truova chi voglia andare ad una certa morte. Ma
lasciamo andare queste uniche volontà, e veniamo alle
congiure intra i più. Dico, trovarsi nelle istorie, tutte le
congiure essere fatte da uomini grandi, o familiarissimi del
principe: perché gli altri, se non sono matti affatto, non
possono congiurare; perché gli uomini deboli, e non
familiari al principe, mancano di tutte quelle speranze e di
tutte quelle commodità che si richiede alla esecuzione d'una
congiura. Prima, gli uomini deboli non possono trovare
riscontro di chi tenga loro fede; perché uno non può
consentire alla volontà loro, sotto alcuna di quelle
speranze che fa entrare gli uomini ne' pericoli grandi: in
modo che, come ei si sono allargati in dua o in tre persone,
ci trovono lo accusatore e rovinano: ma quando pure si
fossono tanto felici che mancassino di questo accusatore,
sono nella esecuzione intorniati da tale difficultà, per non
avere l'entrata facile al principe, che gli è impossibile
che in essa esecuzione ei non rovinino. Perché, se gli
uomini grandi, e che hanno l'entrata facile, sono oppressi
da quelle difficultà che di sotto si diranno, conviene che
in costoro quelle difficultà sanza fine creschino. Pertanto
gli uomini (perché, dove ne va la vita e la roba, non sono
al tutto insani) quando e' si veggono deboli, se ne
guardano; e quando egli hanno a noia uno principe, attendono
a bestemmiarlo, ed aspettono che quelli che hanno maggiore
qualità di loro, gli vendichino. E se pure si trovasse che
alcuno di questi simili avessi tentato qualche cosa, si
debbe laudare in loro la intenzione, e non la prudenza.
Vedesi, pertanto, quelli che hanno congiurato, essere stati
tutti uomini grandi, o familiari, del principe; de' quali
molti hanno congiurato, mossi così da troppi beneficii, come
dalle troppe ingiurie: come fu Perennio contro a Commodo,
Plauziano contro a Severo, Seiano contro a Tiberio. Costoro
tutti furono dai loro imperadori constituiti in tanta
ricchezza, onore e grado, che non pareva che mancasse loro,
alla perfezione della potenza, altro che lo imperio; e di
questo non volendo mancare, si mossono a congiurare contro
al principe; ed ebbono le loro congiure tutte quel fine che
meritava la loro ingratitudine: ancora che di queste simili
ne' tempi più freschi ne avessi buono fine quella di Iacopo
di Appiano contro a messer Piero Gambacorti, principe di
Pisa: il quale Iacopo, allevato e nutrito e fatto riputato
da lui, gli tolse poi lo stato. Fu di queste quella del
Coppola, ne' nostri tempi, contro il re Ferrando d'Aragona;
il quale Coppola, venuto a tanta grandezza che non gli
pareva gli mancassi se non il regno, per volere ancora
quello, perdé la vita. E veramente, se alcuna congiura
contro ai principi, fatta da uomini grandi, dovesse avere
buono fine, doverrebbe essere questa; essendo fatta da un
altro re, si può dire, e da chi ha tanta commodità di
adempiere il suo disiderio: ma quella cupidità del dominare
che gli accieca, gli accieca ancora nel maneggiare questa
impresa; perché, se ei sapessono fare questa cattività con
prudenza, sarebbe impossibile non riuscisse loro. Debbe,
adunque, uno principe che si vuole guardare dalle congiure,
temere più coloro a chi elli ha fatto troppi piaceri, che
quelli a chi egli avesse fatte troppe ingiurie. Perché
questi mancono di commodità, quelli ne abondano; e la voglia
è simile, perché gli è così grande o maggiore il desiderio
del dominare, che non è quello della vendetta. Debbono,
pertanto, dare tanta autorità agli loro amici, che da quella
al principato sia qualche intervallo, e che vi sia in mezzo
qualche cosa da desiderare: altrimenti, sarà cosa rada se
non interverrà loro, come a' principi soprascritti. Ma
torniamo all'ordine nostro.</p>
<p>Dico che, avendo ad essere, quelli che congiurano, uomini
grandi, e che abbino l'adito facile al principe, si ha a
discorrere i successi di queste loro imprese quali siano
stati, e vedere la cagione che gli ha fatti essere felici ed
infelici. E come io dissi di sopra ci si truovano dentro, in
tre tempi, pericoli: prima, in su 'l fatto e poi. Se ne
truova poche che abbino buono esito, perché gli è
impossibile, quasi, passarli tutti felicemente. E
cominciando a discorrere e' pericoli di prima, che sono i
più importanti, dico, come e' bisogna essere molto prudente,
ed avere una gran sorte, che, nel maneggiare una congiura,
la non si scuopra. E si scuoprono o per relazione, o per
coniettura. La relazione nasce da trovare poca fede, o poca
prudenza, negli uomini con chi tu la comunichi. La poca fede
si truova facilmente, perché tu non puoi comunicarla se non
con tuoi fidati, che per tuo amore si mettino alla morte, o
con uomini che siano male contenti del principe. De' fidati
se ne potrebbe trovare uno o due; ma, come tu ti distendi in
molti, è impossibile gli truovi: dipoi, e' bisogna bene che
la benivolenza che ti portano sia grande, a volere che non
paia loro maggiore il pericolo e la paura della pena. Dipoi
gli uomini s'ingannano, il più delle volte, dello amore che
tu giudichi che uno uomo ti porti; né te ne puoi mai
assicurare, se tu non ne fai esperienza: e farne esperienza
in questo è pericolosissimo. E sebbene ne avessi fatto
esperienza in qualche altra cosa pericolosa dove e' ti
fossono stati fedeli, non puoi da quella fede misurare
questa, passando, questo, di gran lunga, ogni altra qualità
di pericolo. Se misuri la fede dalla mala contentezza che
uno abbia del principe, in questo tu ti puoi facilmente
ingannare: perché, subito che tu hai manifestato a quel male
contento l'animo tuo, tu gli dài materia di contentarsi, e
conviene bene, o che l'odio sia grande, o che l'autorità tua
sia grandissima a mantenerlo in fede.</p>
<p>Di qui nasce che assai ne sono rivelate, ed oppresse ne'
primi principii loro; e che, quando una è stata infra molti
uomini segreta lungo tempo, è tenuta cosa miracolosa: come
fu quella di Pisone contro a Nerone, e, ne' nostri tempi,
quella de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de' Medici:
delle quali erano consapevoli più che cinquanta uomini; e
condussonsi, alla esecuzione, a scoprirsi. Quanto a
scoprirsi per poca prudenza, nasce quando uno congiurato ne
parla poco cauto, in modo che uno servo o altra terza
persona t'intenda, come intervenne ai figliuoli di Bruto,
che, nel maneggiare la cosa con i legati di Tarquinio,
furono intesi da uno servo, che gli accusò: ovvero quando
per leggerezza ti viene communicata a donna o a fanciullo
che tu ami o a simile leggieri persona; come fece Dimmo, uno
de' congiurati con Filota contro a Alessandro Magno, il
quale communicò la congiura a Nicomaco, fanciullo amato da
lui; il quale subito la disse a Ciballino suo fratello, e
Ciballino ad el re. Quanto a scoprirsi per coniettura, ce
n'è in esemplo la congiura Pisoniana contro a Nerone; nella
quale Scevino, uno de' congiurati, il dì dinanzi ch'egli
aveva ad ammazzare Nerone, fece testamento, ordinò che
Milichio, suo liberto, facessi arrotare un suo pugnale
vecchio e rugginoso, liberò tutti i suoi servi e dette loro
danari, fece ordinare fasciature da legare ferite: per le
quali conietture accortosi Milichio della cosa, lo accusò a
Nerone. Fu preso Scevino, e con lui Natale un altro
congiurato, i quali erano stati veduti parlare a lungo e di
segreto insieme, il dì davanti; e non si accordando del
ragionamento avuto, furono forzati a confessare il vero
talché la congiura fu scoperta, con rovina di tutti i
congiurati.</p>
<p>Da queste cagioni dello scoprire le congiure è impossibile
guardarsi che, per malizia, per imprudenza o per leggerezza,
la non si scuopra, qualunque volta i conscii d'essa passono
il numero di tre o di quattro. E come e' ne è preso più che
uno, è impossibile non riscontrarla, perché due non possano
essere convenuti insieme di tutti e' ragionamenti loro.
Quando e' ne sia preso solo uno, che sia uomo forte, può
elli, con la fortezza dello animo, tacere i congiurati; ma
conviene che i congiurati non abbiano meno animo di lui a
stare saldi, e non si scoprire con la fuga: perché da una
parte che l'animo manca o da chi è sostenuto o da chi è
libero, la congiura è scoperta. Ed è rado lo esemplo indotto
da Tito Livio nella congiura fatta contro a Girolamo, re di
Siracusa; dove, sendo Teodoro, uno de' congiurati, preso,
celò con una virtù grande tutti i congiurati, ed accusò gli
amici del re, e dall'altra parte, i congiurati confidarono
tanto nella virtù di Teodoro, che nessuno si capitoloì di
Siracusa, o fece alcuno segno di timore. Passasi, adunque,
per tutti questi pericoli nel maneggiare una congiura
innanzi che si venga alla esecuzione di essa: i quali
volendo fuggire, ci sono questi rimedi. Il primo ed il più
vero, anzi, a dire meglio, unico, è non dare tempo ai
congiurati di accusarti; e comunicare loro la cosa quando tu
la vuoi fare, e non prima. Quelli che hanno fatto così,
fuggono al certo i pericoli che sono nel praticarla, e, il
più delle volte, gli altri; anzi hanno tutte avuto felice
fine: e qualunque prudente arebbe commodità di governarsi in
questo modo. Io voglio che mi basti addurre due esempli.</p>
<p>Nelemato, non potendo sopportare la tirannide di
Aristotimo, tiranno di Epiro, ragunò in casa sua molti
parenti ed amici, e, confortatogli a liberare la patria,
alcuni di loro chiesono tempo a diliberarsi ed ordinarsi,
donde Nelemato fece a' suoi servi serrare la casa, ed a
quelli che esso aveva chiamati disse: - O voi giurerete di
andare ora a fare questa esecuzione, o io vi darò tutti
prigioni ad Aristotimo -. Dalle quali parole mossi coloro,
giurarono; ed andati, sanza intermissione di tempo,
felicemente l'ordine di Nelemato esequirono. Avendo uno
Mago, per inganno, occupato il regno de' Persi, ed avendo
Ortano, uno de' grandi uomini del regno, intesa e scoperta
la fraude, lo conferì con sei altri principi di quello
stato, dicendo come gli era da vendicare il regno dalla
tirannide di quel Mago; e domandando, alcuno di loro, tempo,
si levò Dario, uno de' sei chiamati da Ortano, e disse: - O
noi andreno ora a fare questa esecuzione, o io vi andrò ad
accusare tutti -. E così d'accordo levatisi, sanza dare tempo
ad alcuno di pentirsi, esequirono felicemente i disegni
loro. Simile a questi due esempli ancora è il modo che gli
Etoli tennono ad ammazzare Nabide, tiranno spartano; i quali
mandarono Alessameno loro cittadino, con trenta cavagli e
dugento fanti, a Nabide, sotto colore di mandargli aiuto; ed
il segreto solamente comunicorono ad Alessameno; ed agli
altri imposono che lo ubbidissoro in ogni e qualunque cosa,
sotto pena di esilio. Andò costui in Sparta, e non comunicò
mai la commissione sua se non quando e' la volle esequire:
donde gli riuscì d'ammazzarlo. Costoro, adunque per questi
modi, hanno fuggiti quelli pericoli che si portano nel
maneggiare le congiure; e chi imiterà loro, sempre gli
fuggirà.</p>
<p>E che ciascuno possa fare come loro io ne voglio dare lo
esemplo di Pisone preallegato di sopra. Era Pisone
grandissimo e riputatissimo uomo, e familiare di Nerone, ed
in chi elli confidava assai. Andava Nerone ne' suoi orti
spesso a mangiare seco. Poteva, adunque, Pisone farsi amici
uomini, d'animo e di cuore e di disposizione atti ad una
tale esecuzione (il che ad uno grande è facilissimo); e
quando Nerone fosse stato ne' i suoi orti, comunicare loro
la cosa, e con le parole convenienti inanimarli a fare
quello che loro non avevano tempo a ricusare, e che era
impossibile che non riuscisse. E così, se si esamineranno
tutte l'altre, si troverrà poche non essere potute condursi
nel medesimo modo: ma gli uomini, per l'ordinario, poco
intendenti delle azioni del mondo, spesso fanno errori
gravissimi, e tanto maggiori in quelle che hanno più dello
istraordinario, come è questa. Debbesi, adunque, non
comunicare mai la cosa se non necessitato ed in sul fatto; e
se pure la vuoi comunicare, comunicarla ad uno solo, del
quale abbia fatto lunghissima isperienza, o che sia mosso
dalle medesime cagioni che tu. Trovarne uno così fatto è
molto più facile che trovarne più, e per questo vi è meno
pericolo, dipoi, quando pure ei ti ingannassi, vi è qualche
rimedio a difendersi, che non è dove siano congiurati assai:
perché da alcuno prudente ho sentito dire che con uno si può
parlare ogni cosa, perché tanto vale, se tu non ti lasci
condurre a scrivere di tua mano, il sì dell'uno quanto il no
dell'altro; e dallo scrivere ciascuno debbe guardarsi come
da uno scoglio, perché non è cosa che più facilmente ti
convinca, che lo scritto di tua mano. Plauziano, volendo
fare ammazzare Severo imperadore ed Antonino suo figliuolo,
commisse la cosa a Saturnino tribuno; il quale, volendo
accusarlo e non ubbidirlo, e dubitando che, venendo
all'accusa, e' non fussi più creduto a Plauziano che a lui,
gli chiese una cedola di sua mano, che facessi fede di
questa commissione; la quale Plauziano, accecato
dall'ambizione, gli fece: donde seguì che fu, dal tribuno,
accusato e convinto; e sanza quella cedola, e certi altri
contrassegni, sarebbe stato Plauziano superiore; tanto
audacemente negava. Truovasi, adunque, nell'accusa d'uno,
qualche rimedio, quando tu non puoi essere da una scrittura,
o altri contrasegni, convinto: da che uno si debbe guardare.</p>
<p>Era nella congiura Pisoniana una femina chiamata Epicari,
stata per lo adietro amica di Nerone; la quale giudicando
che fussi a proposito mettere tra i congiurati uno capitano
di alcune trireme che Nerone teneva per sua guardia, gli
comunicò la congiura ma non i congiurati. Donde, rompendogli
quello capitano la fede ed accusandola a Nerone, fu tanta
l'audacia di Epicari nel negarlo, che Nerone, rimaso
confuso, non la condannò. Sono, adunque, nel comunicare la
cosa ad uno solo, due pericoli: l'uno, che non ti accusi in
pruova; l'altro, che non ti accusi convinto e constretto
dalla pena, sendo egli preso per qualche sospetto o per
qualche indizio avuto di lui. Ma nell'uno e nell'altro di
questi due pericoli è qualche rimedio, potendosi negare
l'uno, allegandone l'odio che colui avesse teco; e negare
l'altro, allegandone la forza che lo constringesse a dire le
bugie. È, adunque, prudenza non comunicare la cosa a
nessuno, ma fare secondo gli esempli soprascritti; o, quando
pure la comunichi, non passare uno; dove, se è qualche più
pericolo, ve n'è meno assai che comunicarla con molti.
Propinquo a questo modo è quando una necessità ti costringa
a fare quello al principe che tu vedi che 'l principe
vorrebbe fare a te, la quale sia tanto grande che non ti dia
tempo se non a pensare ad assicurarti. Questa necessità
conduce quasi sempre la cosa al fine desiderato: ed a
provarlo voglio bastino due esempli.</p>
<p>Aveva Commodo, imperadore, Leto ed Eletto, capi de' soldati
pretoriani, ed intra' primi amici e familiari suoi; aveva
Marzia in nelle prime sue concubine o amiche; e perché egli
era da costoro qualche volta ripreso de' modi con i quali
maculava la persona sua e lo Imperio, diliberò di farli
morire; e scrisse in su una listra Marzia, Leto ed Eletto ed
alcuni altri che voleva, la notte sequente fare morire; e
quella listra messe sotto il capezzale del suo letto. Ed
essendo ito a lavarsi, un fanciullo favorito da lui,
scherzando per camera e su pel letto, gli venne trovato
questa listra, ed uscendo fuora con essa in mano, riscontrò
Marzia; la quale gliene tolse, e, lettala, e veduto il
contenuto di essa, subito mandò per Leto ed Eletto; e
conosciuto tutti a tre il pericolo in quale erano,
deliberorono prevenire; e, sanza mettere tempo in mezzo, la
notte sequente ammazzorono Commodo. Era Antonino Caracalla,
imperadore, con gli eserciti suoi in Mesopotamia, ed aveva
per suo prefetto Macrino, uomo più civile che armigero; e,
come avviene ch'e' principi non buoni temono sempre che
altri non operi, contro a loro, quello che par loro
meritare, scrisse Antonino a Materniano suo amico a Roma,
che intendessi dagli astrologi, s'egli era alcuno che
aspirasse allo imperio, e gliene avvisasse. Donde Materniano
gli scrisse, come Macrino era quello che vi aspirava; e
pervenuta la lettera, prima alle mani di Macrino che dello
imperadore, e, per quella, conosciuta la necessità o
d'ammazzare lui prima che nuova lettera venisse da Roma o di
morire, commisse a Marziale centurione, suo fidato, ed a chi
Antonino aveva morto, pochi giorni innanzi uno fratello, che
lo ammazzasse: il che fu esequito da lui felicemente.
Vedesi, adunque, che questa necessità che non dà tempo, fa
quasi quel medesimo effetto che il modo, da me sopra detto,
che tenne Nelemato di Epiro. Vedesi ancora quello che io
dissi, quasi nel principio di questo discorso, come le
minacce offendono più i principi, e sono cagione di più
efficace congiure che le offese: da che uno principe si
debbe guardare; perché gli uomini si hanno o accarezzare o
assicurarsi di loro; e non li ridurre mai in termine che gli
abbiano a pensare che bisogni loro o morire o far morire
altrui.</p>
<p>Quanto ai pericoli che si corrono in su la esecuzione,
nascono questi o da variare l'ordine, o da mancare l'animo a
colui che esequisce, o da errore che lo esecutore faccia per
poca prudenza, o per non dare perfezione alla cosa,
rimanendo vivi parte di quelli che si disegnavano ammazzare.
Dico, adunque, come e' non è cosa alcuna che faccia tanto
sturbo o impedimento a tutte le azioni degli uomini, quanto
è in uno instante, sanza avere tempo, avere a variare un
ordine e a pervertirlo da quello che si era ordinato prima.
E se questa variazione fa disordine in cosa alcuna, lo fa
nelle cose della guerra, ed in cose simili a quelle di che
noi parliano; perché in tali azioni non è cosa tanto
necessaria a fare, quanto che gli uomini fermino gli animi
loro ad esequire quella parte che tocca loro: e se gli
uomini hanno volto la fantasia per più giorni ad uno modo e
ad uno ordine, e quello subito varii, è impossibile che non
si perturbino tutti, e non rovini ogni cosa; in modo che gli
è meglio assai esequire una cosa secondo l'ordine dato,
ancora che vi si vegga qualche inconveniente, che non è, per
volere cancellare quello, entrare in mille inconvenienti.
Questo interviene quando e' non si ha tempo a riordinarsi;
perché, quando si ha tempo, si può l'uomo governare a suo
modo.</p>
<p>La congiura de' Pazzi contro a Lorenzo e Giuliano de'
Medici, è nota. L'ordine dato era che dessino desinare al
cardinale di San Giorgio, ed a quel desinare ammazzargli:
dove si era distribuito chi aveva a ammazzargli, chi aveva a
pigliare il palazzo, e chi correre la città e chiamare alla
libertà il popolo. Accadde che, essendo nella chiesa
cattedrale in Firenze i Pazzi, i Medici ed il Cardinale ad
uno ufficio solenne, s'intese come Giuliano la mattina non
vi desinava: il che fece che i congiurati s'adunorono
insieme e quello che gli avevano a fare in casa i Medici,
deliberarono di farlo in chiesa. Il che venne a perturbare
tutto l'ordine, perché Giovambatista da Montesecco non volle
concorrere all'omicidio, dicendo non lo volere fare in
chiesa: talché gli ebbono a mutare nuovi ministri in ogni
azione; i quali, non avendo tempo a fermare l'animo, fecero
tali errori, che in essa esecuzione furono oppressi.</p>
<p>Manca l'animo a chi esequisce, o per riverenza, o per
propria viltà dello esecutore. È tanta la maestà e la
riverenza che si tira dietro la presenza d'uno principe,
ch'egli è facil cosa o che mitighi o che gli sbigottisca uno
esecutore. A Mario, essendo preso da' Minturnesi, fu mandato
uno servo che lo ammazzasse; il quale, spaventato dalla
presenza di quello uomo e dalla memoria del nome suo,
divenuto vile, perdé ogni forza ad ucciderlo. E se questa
potenza è in uomo legato e prigione, ed affogato nella mala
fortuna; quanto si può tenere che la sia maggiore in uno
principe sciolto, con la maestà degli ornamenti, della pompa
e della comitiva sua! talché ti può questa tale pompa
spaventare, o vero con qualche grata accoglienza raumiliare.
Congiurorono alcuni contro a Sitalce re di Tracia,
deputorono il dì della esecuzione; convennono al luogo
diputato, dove era il principe; nessuno di loro si mosse per
offenderlo: tanto che si partirono sanza avere tentato
alcuna cosa e sanza sapere quello che se gli avessi
impediti; ed incolpavano l'uno l'altro. Caddono in tale
errore più volte; tanto che, scopertasi la congiura,
portarono pena di quello male che potettono e non vollono
fare. Congiurarono contro a Alfonso, duca di Ferrara, due
sui frategli, ed usarono mezzano Giannes, prete e cantore
del duca; il quale più volte, a loro richiesta, condusse il
duca fra loro, talché gli avevano arbitrio d'ammazzarlo:
nondimeno, mai nessuno di loro non ardì di farlo; tanto che,
scoperti, portarono la pena della cattività e poca prudenza
loro. Questa negligenza non potette nascere da altro, se non
che convenne o che la presenza gli sbigottisse o che qualche
umanità del principe gli umiliasse. Nasce in tali esecuzioni
inconveniente o errore per poca prudenza o per poco animo;
perché l'una e l'altra di queste due cose ti invasa, e
portato da quella confusione di cervello ti fa dire e fare
quello che tu non debbi.</p>
<p>E che gli uomini invasino e si confondino, non lo può
meglio dimostrare Tito Livio quando discrive di Alessameno
etolo, quando ei volle ammazzare Nabide spartano, di che
abbiamo di sopra parlato; che, venuto il tempo della
esecuzione, scoperto che egli ebbe ai suoi quello che si
aveva a fare, dice Tito Livio queste parole: «Collegit et
ipse animum, confusum tantae cogitatione rei». Perché gli è
impossibile che alcuno, ancora che di animo fermo, ed uso
alla morte degli uomini e adoperare il ferro, non si
confunda. Però si debba eleggere uomini isperimentati in
tali maneggi, ed a nessuno altro credere, ancora che tenuto
animosissimo. Perché, dello animo nelle cose grandi, sanza
averne fatto isperienza, non sia alcuno che se ne prometta
cosa certa. Può, adunque, questa confusione o farti cascare
l'armi di mano, o farti dire cose che facciano il medesimo
effetto. Lucilla, sirocchia di Commodo, ordinò che Quinziano
lo ammazzassi. Costui aspettò Commodo nella entrata dello
anfiteatro e con un pugnale ignudo accostandosegli, gridò: -
Questo ti manda il Senato! - le quali parole fecero che fu
prima preso ch'egli avesse calato il braccio per ferire.
Messer Antonio da Volterra, diputato, come di sopra si
disse, ad ammazzare Lorenzo de' Medici, nello accostarsegli
disse: - Ah traditore! - la quale voce fu la salute di
Lorenzo, e la rovina di quella congiura. Può non si dare
perfezione alla cosa, quando si congiura contro ad uno capo,
per le cagioni dette: ma facilmente non se le dà perfezione
quando si congiura contro a due capi, anzi è tanto
difficile, che gli è quasi impossibile che la riesca. Perché
fare una simile azione in uno medesimo tempo in diversi
luoghi, è quasi impossibile; perché in diversi tempi non si
può fare, non volendo che l'una guasti l'altra. In modo che,
se il congiurare contro ad uno principe è cosa dubbia,
pericolosa e poco prudente; congiurare contro a due, è al
tutto vana e leggieri. E se non fosse la riverenza dello
istorico, io non crederrei mai che fosse possibile quello
che Erodiano dice di Plauziano, quando ei commisse a
Saturnino centurione, che elli solo ammazzasse Severo ed
Antonino, abitanti in diversi paesi: perché la è cosa tanto
discosto da il ragionevole che altro che questa autorità non
me lo farebbe credere.</p>
<p>Congiurorono certi giovani ateniesi contro a Diocle ed
Ippia, tiranni di Atene. Ammazzarono Diocle ed Ippia, che
rimase, lo vendicò. Chione e Leonide eraclensi e discepoli
di Platone, congiurarono contro a Clearco e Satiro, tiranni;
ammazzarono Clearco; e Satiro, che restò vivo, lo vendicò.
Ai Pazzi, più volte da noi allegati, non successe di
ammazzare se non Giuliano. In modo che di simili congiure
contro a più capi, se ne debbe astenere ciascuno, perché non
si fa bene né a sé né alla patria né ad alcuno: anzi quelli
che rimangono, diventono più insopportabili e più acerbi;
come sa Firenze, Atene ed Eraclea, state da me preallegate.
È vero che la congiura che Pelopida fece per liberare Tebe
sua patria, ebbe tutte le difficultà: nondimeno ebbe
felicissimo fine; perché Pelopida non solamente congiurò
contro a due tiranni, ma contro a dieci, non solamente non
era confidente e non gli era facile la entrata a e' tiranni,
ma era ribello: nondimanco ei poté venire in Tebe, ammazzare
i tiranni, e liberare la patria. Pure nondimanco fece tutto,
con l'aiuto d'uno Carione, consigliere de' tiranni, dal
quale ebbe l'entrata facile alla esecuzione sua. Non sia
alcuno, nondimanco, che pigli lo esemplo da costui: perché
come ella fu impresa impossibile, e cosa maravigliosa a
riuscire, così fu, ed è tenuta dagli scrittori, i quali la
celebrano, come cosa rara e quasi sanza esemplo. Può essere
interrotta tale esecuzione da una falsa immaginazione o da
uno accidente imprevisto che nasca in su 'l fatto. La
mattina che Bruto e gli altri congiurati volevano ammazzare
Cesare, accadde che quello parlò a lungo con Gneo Popilio
Lenate, uno de' congiurati; e vedendo gli altri questo lungo
parlamento, dubitarono che detto Popilio non rivelasse a
Cesare la congiura: e furono per tentare di ammazzare Cesare
quivi, e non aspettare che fosse in Senato; ed arebbonlo
fatto, se non che il ragionamento finì, e, visto non fare a
Cesare moto alcuno istraordinario, si rassicurarono. Sono
queste false immaginazioni da considerarle, ed avervi, con
prudenza, rispetto; e tanto più, quanto egli è facile ad
averle. Perché chi ha la sua conscienza macchiata,
facilmente crede che si parli di lui: puossi sentire una
parola, detta ad uno altro fine, che ti faccia perturbare
l'animo, e credere che la sia detta sopra il caso tuo, e
farti o con la fuga scoprire la congiura da te, o confondere
l'azione con acceleralla fuora di tempo. E questo tanto più
facilmente nasce, quando ei sono molti ad essere conscii
della congiura.</p>
<p>Quanto alli accidenti, perché sono inisperati, non si può
se non con gli esempli mostrarli, e fare gli uomini cauti
secondo quegli. Luzio Belanti da Siena, del quale di sopra
abbiamo fatto menzione, per lo sdegno aveva contro a
Pandolfo, che gli aveva tolto la figliuola che prima gli
aveva data per moglie, diliberò d'ammazzarlo, ed elesse
questo tempo. Andava Pandolfo quasi ogni giorno a vicitare
uno suo parente infermo, e nello andarvi passava dalle case
di Iulio. Costui, adunque, veduto questo, ordinò di avere i
suoi congiurati in casa ad ordine per ammazzare Pandolfo nel
passare; e, messisi dentro all'uscio armati, teneva uno alla
finestra, che, passando Pandolfo, quando ei fussi presso
all'uscio, facessi un cenno. Accadde che, venendo Pandolfo,
ed avendo fatto colui il cenno, riscontrò uno amico che lo
fermò; ed alcuni di quelli che erano con lui, vennono a
trascorrere innanzi; e veduto, e sentito il romore d'arme,
scopersono l' agguato; in modo che Pandolfo si salvò, e
Iulio ed i compagni si ebbono a fuggire di Siena. Impedì
quello accidente di quello scontro quella azione, e fece a
Iulio rovinare la sua impresa. Ai quali accidenti, perché e'
son rari, non si può fare alcuno rimedio. È bene necessario
esaminare tutti quegli che possono nascere, e rimediarvi.</p>
<p>Restaci al presente, solo a disputare de' pericoli che si
corrono dopo la esecuzione: i quali sono solamente uno; e
questo è, quando e' rimane alcuno che vendichi il principe
morto. Possono, adunque, rimanere suoi frategli, o suoi
figliuoli, o altri aderenti, a chi si aspetti il principato;
e possono rimanere o per tua negligenzia o per le cagioni
dette di sopra, che faccino questa vendetta: come intervenne
a Giovanni Andrea da Lampognano, il quale, insieme con i
suoi congiurati, avendo morto il duca di Milano, ed essendo
rimaso uno suo figliuolo e due suoi frategli, furono a tempo
a vendicare il morto. E veramente, in questi casi, i
congiurati sono scusati, perché non ci hanno rimedio; ma
quando ne rimane vivo alcuno, per poca prudenza, o per loro
negligenza, allora è che non meritano scusa. Ammazzarono
alcuni congiurati Forlivesi il conte Girolamo loro signore,
presono la moglie, ed i suoi figliuoli, che erano piccoli; e
non parendo loro potere vivere sicuri se non si
insignorivano della fortezza, e non volendo il castellano
darla loro, Madonna Caterina (che così si chiamava la
contessa) promisse ai congiurati, che, se la lasciavano
entrare in quella, di farla consegnare loro, e che
ritenessono a presso di loro i suoi figliuoli per istatichi.
Costoro, sotto questa fede, ve la lasciarono entrare; la
quale, come fu dentro, dalle mura rimproverò loro la morte
del marito, e minacciogli d'ogni qualità di vendetta. E per
mostrare che de' suoi figliuoli non si curava, mostrò loro
le membra genitali, dicendo che aveva ancora il modo a
rifarne. Così costoro, scarsi di consiglio e tardi
avvedutisi del loro errore, con uno perpetuo esilio patirono
pena della poca prudenza loro. Ma di tutti i pericoli che
possono dopo la esecuzione avvenire, non ci è il più certo
né quello che sia più da temere, che quando il popolo è
amico del principe che tu hai morto: perché a questo i
congiurati non hanno rimedio alcuno, perché e' non se ne
possono mai assicurare. In esemplo ci è Cesare, il quale,
per avere il popolo di Roma amico, fu vendicato da lui;
perché, avendo cacciati i congiurati, di Roma, fu cagione
che furono tutti, in varii tempi e in varii luoghi,
ammazzati.</p>
<p>Le congiure che si fanno contro alla patria sono meno
pericolose, per coloro che le fanno, che non sono quelle
contro ai principi: perché nel maneggiarle vi sono meno
pericoli che in quelle; nello esequirle vi sono quelli
medesimi; dopo la esecuzione non ve ne è alcuno. Nel
maneggiarle non vi è pericoli molti: perché uno cittadino
può ordinarsi alla potenza sanza manifestare lo animo e
disegno suo ad alcuno; e, se quegli suoi ordini non gli sono
interrotti, seguire felicemente la impresa sua; se gli sono
interrotti con qualche legge, aspettare tempo ed entrare per
altra via. Questo s'intende in una republica dove è qualche
parte di corrozione; perché, in una non corrotta, non vi
avendo luogo nessuno principio cattivo, non possono cadere
in uno suo cittadino questi pensieri. Possono, adunque, i
cittadini per molti mezzi e molte vie aspirare al principato
dove e' non portano pericolo di essere oppressi: sì perché
le republiche sono più tarde che uno principe, dubitano
meno, e per questo sono manco caute; sì perché hanno più
rispetto ai loro cittadini grandi, e per questo quelli sono
più audaci e più animosi a fare loro contro. Ciascuno ha
letto la congiura di Catilina scritta da Sallustio, e sa
come, poi che la congiura fu scoperta, Catilina non
solamente stette in Roma, ma venne in Senato, e disse
villania al Senato ed al Consolo, tanto era il rispetto che
quella città aveva ai suoi cittadini. E partito che fu di
Roma, e ch'egli era di già in su gli eserciti, non si
sarebbe preso Lentulo e quelli altri, se non si fossoro
avute lettere di loro mano che gli accusavano
manifestamente. Annone, grandissimo cittadino in Cartagine,
aspirando alla tirannide, aveva ordinato nelle nozze d'una
sua figliuola di avvelenare tutto il Senato, e dipoi farsi
principe. Questa cosa intesasi, non vi fece il Senato altra
provisione che d'una legge, la quale poneva termini alle
spese de' conviti e delle nozze: tanto fu il rispetto che
gli ebbero alle qualità sue. È bene vero, che nello
esequire una congiura contro alla patria, vi è difficultà
più, e maggiori pericoli, perché rade volte è che bastino le
tue forze proprie conspirando contro a tanti; e ciascuno non
è principe d'uno esercito, come era Cesare o Agatocle o
Cleomene, e simili, che hanno ad un tratto e con le forze
loro occupato la patria. Perché a simili è la via assai
facile ed assai sicura, ma gli altri, che non hanno tante
aggiunte di forze, conviene che facciano le cose, o con
inganno ed arte, o con forze forestiere. Quanto allo inganno
ed all'arte, avendo Pisistrato ateniese vinti i Megarensi, e
per questo acquistata grazia nel popolo, uscì una mattina
fuora, ferito, dicendo che la Nobilità per invidia lo aveva
ingiuriato, e domandò di potere menare armati seco per
guardia sua. Da questa autorità facilmente salse a tanta
grandezza, che diventò tiranno di Atene. Pandolfo Petrucci
tornò, con altri fuora usciti, in Siena, e gli fu data la
guardia della piazza con governo, come cosa mecanica, e che
gli altri rifiutarono; nondimanco quelli armati, con il
tempo, gli dierono tanta riputazione, che, in poco tempo, ne
diventò principe. Molti altri hanno tenute altre industrie
ed altri modi, e con ispazio di tempo e sanza pericolo vi si
sono condotti. Quegli che con forze loro, o con eserciti
esterni, hanno congiurato per occupare la patria, hanno
avuti varii eventi, secondo la fortuna. Catilina preallegato
vi rovinò sotto. Annone, di chi di sopra facemo menzione,
non gli essendo riuscito il veleno, armò, di suoi
partigiani, molte migliaia di persone, e loro ed elli furono
morti. Alcuni primi cittadini di Tebe per farsi tiranni
chiamorono in aiuto uno esercito spartano, e presono la
tirannide di quella città. Tanto che, esaminate tutte le
congiure fatte contro alla patria, non ne troverrai alcuna,
o poche, che, nel maneggiarle, siano oppresse; ma tutte, o
sono riuscite o sono rovinate, nella esecuzione. Esequite
che le sono, ancora non portano altri periculi che si porti
la natura del principato in sé: perché divenuto che uno è
tiranno, ha i suoi naturali ed ordinari pericoli che gli
arreca la tirannide, alli quali non ha altri rimedi che si
siano di sopra discorsi.</p>
<p>Questo è quanto mi è occorso scrivere delle congiure; e se
io ho ragionato di quelle che si fanno con il ferro, e non
col veneno, nasce che le hanno tutte uno medesimo ordine.
Vero è che quelle del veneno sono più pericolose, per essere
più incerte, perché non si ha commodità per ognuno; e
bisogna conferirlo con chi la ha, e questa necessità del
conferire ti fa pericolo. Dipoi, per molte cagioni, uno
beveraggio di veleno non può essere mortale: come intervenne
a quelli che ammazzarono Commodo, che, avendo quello
ributtato il veleno che gli avevano dato, furono forzati a
strangolarlo, se vollono che morisse. Non hanno, pertanto, i
principi il maggiore nimico che la congiura: perché, fatta
che è una congiura loro contro, o la gli ammazza, o la gli
infama. Perché, se la riesce, e' muoiono; se la si scuopre,
e loro ammazzino i congiurati, si crede sempre che la sia
stata invenzione di quel principe, per isfogare l'avarizia e
la crudeltà sua contro al sangue e la roba di quegli che
egli ha morti. Non voglio però mancare di avvertire quel
principe o quella republica contro a chi fosse congiurato,
che abbino avvertenza, quando una congiura si manifesta
loro, innanzi che facciano impresa di vendicarla, cercare ed
intendere molto bene la qualità di essa, e misurino bene le
condizioni de' congiurati e le loro; e quando la truovino
grossa e potente, non la scuoprino mai, infino a tanto che
si siano preparati con forze sufficienti ad opprimerla:
altrimenti facendo, scoprirebbono la loro rovina. Però,
debbono con ogni industria dissimularla; perché i
congiurati, veggendosi scoperti, cacciati da necessità,
operano sanza rispetto. In esemplo ci sono i Romani; i
quali, avendo lasciate due legioni di soldati a guardia de'
Capovani contro ai Sanniti, come altrove dicemo,
congiurarono quelli capi delle legioni insieme di opprimere
i Capovani: la quale cosa intesasi a Roma, commissono a
Rutilio nuovo Consolo che vi provvedesse; il quale, per
addormentare i congiurati, pubblicò come il Senato aveva
raffermo le stanze alle legioni capovane. Il che credendosi
quelli soldati, e parendo loro avere tempo ad esequire il
disegno loro, non cercarono di accelerare la cosa; e così
stettono infino che cominciarono a vedere che il Consolo gli
separava l'uno dall'altro: la quale cosa generò in loro
sospetto, fece che si scopersono e mandarono ad esecuzione
la voglia loro. Né può essere questo maggiore esemplo
nell'una e nell'altra parte: perché per questo si vede,
quanto gli uomini sono lenti nelle cose dove credono avere
tempo, e quanto e' sono presti dove la necessità gli caccia.
Né può uno principe o una republica, che vuole differire lo
scoprire una congiura a suo vantaggio, usare termine
migliore che offerire, di prossimo, occasione con arte ai
congiurati acciocché, aspettando quella, o parendo loro
avere tempo, diano tempo a quello o a quella a gastigarli.
Chi ha fatto altrimenti, ha accelerato la sua rovina: come
fece il duca di Atene, e Guglielmo de' Pazzi. Il duca,
diventato tiranno di Firenze, ed intendendo esserli
congiurato contro, fece, sanza esaminare altrimenti la cosa,
pigliare uno de' congiurati: il che fece subito pigliare
l'armi agli altri; e torgli lo stato. Guglielmo, sendo
commessario in Val di Chiana nel <num>1501</num>, ed avendo inteso
come in Arezzo era una congiura in favore de' Vitelli per
tôrre quella terra ai Fiorentini, subito se n'andò in quella
città, e sanza pensare alle forze de' congiurati o alle sue,
e, sanza prepararsi di alcuna forza, con il consiglio del
vescovo suo figliuolo, fece pigliare uno de' congiurati:
dopo la quale presura, gli altri subito presono l'armi, e
tolsono la terra ai Fiorentini; e Guglielmo, di commessario,
diventò prigione. Ma quando le congiure sono deboli, si
possono e debbono sanza rispetto opprimerle. Non è ancora da
imitare in alcuno modo due termini usati, quasi contrari
l'uno all'altro, l'uno dal prenominato duca di Atene, il
quale, per mostrare di credere di avere la benivolenza de'
cittadini fiorentini, fece morire uno che gli manifestò una
congiura; l'altro da Dione siragusano, il quale, per tentare
l'animo di alcuno che elli aveva a sospetto, consentì a
Callippo, nel quale ei confidava, che mostrasse di farli una
congiura contro. E tutti a due questi capitorono male:
perché l'uno tolse l'animo agli accusatori, e dettelo a chi
volesse congiurare, l'altro dette la via facile alla morte
sua, anzi fu elli proprio capo della sua congiura; come per
isperienza gl'intervenne, perché Callippo, potendo sanza
rispetto praticare contro a Dione, praticò tanto che gli
tolse lo stato e la vita.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>7</head>
<head>Donde nasce che le mutazioni dalla libertà alla servitù, e
dalla servitù alla libertà, alcuna ne è sanza sangue, alcuna
ne è piena.</head>

<p>Dubiterà forse alcuno donde nasca che molte mutazioni, che
si fanno dalla vita libera alla tirannica, e per contrario,
alcuna se ne faccia con sangue, alcuna sanza; perché, come
per le istorie si comprende, in simili variazioni alcuna
volta sono stati morti infiniti uomini, alcuna volta non è
stato ingiurato alcuno: come intervenne nella mutazione che
fe' Roma dai Re a' Consoli, dove non furono cacciati altri
che i Tarquinii, fuora della offensione di qualunque altro.
Il che depende da questo: perché quello stato che si muta,
nacque con violenza, o no: e perché, quando e' nasce con
violenza, conviene nasca con ingiuria di molti, è necessario
poi, nella rovina sua, che gl'ingiuriati si voglino
vendicare; e da questo desiderio di vendetta nasce il sangue
e la morte degli uomini. Ma quando quello stato è causato da
uno comune consenso d'una universalità che lo ha fatto
grande, non ha cagione poi, quando rovina detta
universalità, di offendere altri che il capo. E di questa
sorte fu lo stato di Roma, e la cacciata de' Tarquinii; come
fu ancora in Firenze lo stato de' Medici, che poi nelle
rovine loro, nel <num>1494</num>, non furono offesi altri che loro. E
così tali mutazioni non vengono ad essere molto pericolose:
ma sono bene pericolosissime quelle che sono fatte da quegli
che si hanno a vendicare; le quali furono sempre mai di
sorte, da fare, non che altro, sbigottire chi le legge. E
perché di questi esempli ne sono piene le istorie, io le
voglio lasciare indietro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>8</head>
<head>Chi vuole alterare una republica, debbe considerare il
suggetto di quella.</head>

<p>Egli si è di sopra discorso, come uno tristo cittadino non
può male operare in una republica che non sia corrotta: la
quale conclusione si fortifica, oltre alle ragioni che
allora si dissono, con lo esemplo di Spurio Cassio e di
Manlio Capitolino. Il quale Spurio, essendo uomo ambizioso,
e volendo pigliare autorità istraordinaria in Roma, e
guadagnarsi la plebe con il fargli molti beneficii, come era
dividergli quegli campi che i Romani avevano tolto agli
Ernici; fu scoperta dai Padri questa sua ambizione, ed in
tanto recata a sospetto, che, parlando egli al popolo, ed
offerendo di darli quelli danari che si erano ritratti dei
grani che il publico aveva fatti venire di Sicilia, al tutto
gli recusò, parendo a quello che Spurio volessi dare loro il
prezzo della loro libertà. Ma se tale popolo fusse stato
corrotto, non arebbe recusato detto prezzo, e gli arebbe
aperta alla tirannide quella via che gli chiuse. Fa molto
maggiore essemplo di questo, Manlio Capitolino: perché
mediante costui si vede quanta virtù d'animo e di corpo,
quante buone opere fatte in favore della patria, cancella
dipoi una brutta cupidità di regnare: la quale, come si
vede, nacque in costui per la invidia che lui aveva degli
onori erano fatti a Cammillo; e venne in tanta cecità di
mente, che, non pensando al modo del vivere della città, non
esaminando il suggetto, quale esso aveva, non atto a
ricevere ancora trista forma, si misse a fare tumulti in
Roma contro al Senato e contro alle leggi patrie. Dove si
conosce la perfezione di quella città, e la bontà della
materia sua: perché nel caso suo nessuno della Nobilità,
come che fossero agrissimi difensori l'uno dell'altro, si
mosse a favorirlo; nessuno de' parenti fece impresa in suo
favore: e con gli altri accusati solevano comparire,
sordidati, vestiti di nero, tutti mesti per accattare
misericordia in favore dello accusato, e con Manlio non se
ne vide alcuno. I Tribuni della plebe, che solevano sempre
favorire le cose che pareva venissono in beneficio del
popolo; e quanto erano più contro a' nobili, tanto più le
tiravano innanzi; in questo caso si unirono co' nobili, per
opprimere una comune peste. Il popolo di Roma
desiderosissimo dell'utile proprio, ed amatore delle cose
che venivano contro alla Nobilità, avvenga che facesse a
Manlio assai favori, nondimeno, come i Tribuni lo citarono,
e che rimessono la causa sua al giudicio del popolo, quel
popolo, diventato di difensore giudice, sanza rispetto
alcuno lo condannò a morte. Pertanto io non credo che sia
esemplo in questa istoria, più atto a mostrare la bontà di
tutti gli ordini di quella Republica, quanto è questo;
veggendo che nessuno di quella città si mosse a difendere
uno cittadino pieno d'ogni virtù, e che publicamente e
privatamente aveva fatte moltissime opere laudabili. Perché
in tutti loro poté più lo amore della patria che alcuno
altro rispetto; e considerarono molto più a' pericoli
presenti che da lui dependevano che a' meriti passati: tanto
che con la morte sua e' si liberarono. E Tito Livio dice:
«Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus
esset, memorabilis». Dove sono da considerare due cose:
l'una, che per altri modi si ha a cercare gloria in una
città corrotta, che in una che ancora viva politicamente;
l'altra (che è quasi quel medesimo che la prima), che gli
uomini nel procedere loro, è tanto più nelle azioni grandi,
debbono considerare i tempi, e accommodarsi a quegli.</p>
<p>E coloro che, per cattiva elezione o per naturale
inclinazione, si discordono dai tempi, vivono, il più delle
volte, infelici, ed hanno cattivo esito le azioni loro, al
contrario l'hanno quegli che si concordano col tempo. E
sanza dubbio, per le parole preallegate dello istorico, si
può conchiudere, che, se Manlio fusse nato ne' tempi di
Mario e di Silla, dove già la materia era corrotta e dove
esso arebbe potuto imprimere la forma dell'ambizione sua,
arebbe avuti quegli medesimi séguiti e successi che Mario e
Silla, e gli altri poi, che, dopo loro, alla tirannide
aspirarono. Così medesimamente, se Silla e Mario fussono
stati ne' tempi di Manlio, sarebbero stati, in tra le prime
loro imprese, oppressi. Perché un uomo può bene cominciare
con suoi modi e con suoi tristi termini a corrompere uno
popolo di una città, ma gli è impossibile che la vita d'uno
basti a corromperla in modo che egli medesimo ne possa
trarre frutto; e quando bene e' fussi possibile, con
lunghezza di tempo, che lo facesse, sarebbe impossibile,
quanto al modo del procedere degli uomini, che sono
impazienti, e non possono lungamente differire una loro
passione. Appresso, s'ingannano nelle cose loro, ed in
quelle, massime, che desiderono assai; talché, o per poca
pazienza o per ingannarsene, entrerebbero in impresa contro
a tempo, e capiterebbono male. Però è bisogno, a volere
pigliare autorità in una republica e mettervi trista forma,
trovare la materia disordinata dal tempo, e che, a poco a
poco, e di generazione in generazione, si sia condotta al
disordine: la quale vi si conduce di necessità, quando la
non sia, come di sopra si discorse, spesso rinfrescata di
buoni esempli, o con nuove leggi ritirata verso i principii
suoi. Sarebbe, dunque, stato Manlio uno uomo raro e
memorabile, se e' fussi nato in una città corrotta. E però
debbeno i cittadini che nelle republiche fanno alcuna
impresa o in favore della libertà o in favore della
tirannide, considerare il suggetto che eglino hanno, e
giudicare da quello la difficultà delle imprese loro. Perché
tanto è difficile e pericoloso volere fare libero uno popolo
che voglia vivere servo, quanto è volere fare servo uno
popolo che voglia vivere libero. E perché di sopra si dice,
che gli uomini nell'operare debbono considerare le qualità
de' tempi e procedere secondo quegli, ne parlereno a lungo
nel sequente capitolo.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>9</head>
<head>Come conviene variare co' tempi volendo sempre avere buona
fortuna.</head>

<p>Io ho considerato più volte come la cagione della trista e
della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del
procedere suo con i tempi: perché e' si vede che gli uomini
nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con
rispetto e con cauzione. E perché nell'uno e nell'altro di
questi modi si passano e' termini convenienti, non si
potendo osservare la vera via, nell'uno e nell'altro si
erra. Ma quello viene ad errare meno, ed avere la fortuna
prospera, che riscontra, come ho detto, con il suo modo il
tempo, e sempre mai si procede, secondo ti sforza la natura.
Ciascuno sa come Fabio Massimo procedeva con lo esercito suo
rispettivamente e cautamente, discosto da ogni impeto e da
ogni audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo
modo riscontrò bene con i tempi. Perché, sendo venuto
Annibale in Italia, giovane e con una fortuna fresca, ed
avendo già rotto il popolo romano due volte; ed essendo
quella republica priva quasi della sua buona milizia, e
sbigottita; non potette sortire migliore fortuna, che avere
uno capitano il quale, con la sua tardità e cauzione,
tenessi a bada il nimico. Né ancora Fabio potette
riscontrare tempi più convenienti a' modi suoi: di che ne
nacque che fu glorioso. E che Fabio facessi questo per
natura, e non per elezione, si vide, che, volendo Scipione
passare in Affrica con quegli eserciti per ultimare la
guerra, Fabio la contradisse assai, come quello che non si
poteva spiccare da' suoi modi e dalla consuetudine sua;
talché, se fusse stato a lui Annibale sarebbe ancora in
Italia; come quello che non si avvedeva che gli erano mutati
i tempi, e che bisognava mutare modo di guerra. E se Fabio
fusse stato re di Roma, poteva facilmente perdere quella
guerra; perché non arebbe saputo variare, col procedere suo,
secondo che variavono i tempi: ma essendo nato in una
republica dove erano diversi cittadini e diversi umori, come
la ebbe Fabio, che fu ottimo ne' tempi debiti a sostenere la
guerra, così ebbe poi Scipione, ne' tempi atti a vincerla.</p>
<p>Quinci nasce che una republica ha maggiore vita, ed ha più
lungamente buona fortuna, che uno principato, perché la può
meglio accomodarsi alla diversità de' temporali, per la
diversità de' cittadini che sono in quella, che non può uno
principe. Perché un uomo che sia consueto a procedere in uno
modo, non si muta mai, come è detto; e conviene di necessità
che, quando e' si mutano i tempi disformi a quel suo modo,
che rovini.</p>
<p>Piero Soderini, altre volte preallegato, procedeva in tutte
le cose sue con umanità e pazienza. Prosperò egli e la sua
patria, mentre che i tempi furono conformi al modo del
procedere suo: ma come e' vennero dipoi tempi dove e'
bisognava rompere la pazienza e la umiltà, non lo seppe
fare; talché insieme con la sua patria rovinò. Papa Iulio II
procedette in tutto il tempo del suo pontificato con impeto
e con furia; e perché gli tempi l'accompagnarono bene gli
riuscirono le sua imprese tutte. Ma se fossero venuti altri
tempi che avessono ricerco altro consiglio, di necessità
rovinava; perché no arebbe mutato né modo né ordine nel
maneggiarsi. E che noi non ci possiamo mutare, ne sono
cagioni due cose: l'una, che noi non ci possiamo opporre a
quello che ci inclina la natura; l'altra, che, avendo uno
con uno modo di procedere prosperato assai, non è possibile
persuadergli che possa fare bene a procedere altrimenti:
donde ne nasce che in uno uomo la fortuna varia, perché ella
varia i tempi, ed elli non varia i modi. Nascene ancora le
rovine delle cittadi, per non si variare gli ordini delle
republiche co' tempi; come lungamente di sopra discorremo:
ma sono più tarde, perché le penono più a variare, perché
bisogna che venghino tempi che commuovino tutta la
republica, a che uno solo, col variare il modo del
procedere, non basta.</p>
<p>E perché noi abbiamo fatto menzione di Fabio Massimo che
tenne a bada Annibale, mi pare da discorrere nel capitolo
sequente, se uno capitano, volendo fare la giornata in ogni
modo col nimico, può essere impedito, da quello, che non lo
faccia.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>10</head>
<head>Che uno capitano non può fuggire la giornata, quando
l'avversario la vuol fare in ogni modo.</head>

<p>«Cneus Sulpitius dictator adversus Gallos bellum trahebat,
nolens se fortunae committere adversus hostem, quem tempus
deteriorem in dies, et locus alienus, faceret». Quando e'
séguita uno errore, dove tutti gli uomini o la maggiore
parte s'ingannino, io non credo che sia male molte volte
riprovarlo. Pertanto, come che io abbia di sopra più volte
mostro quanto le azioni circa le cose grandi sieno disformi
a quelle delli antichi tempi, nondimeno non mi pare
superfluo al presente replicarlo. Perché, se in alcuna parte
si devia dagli antichi ordini si devia massime nelle azioni
militari, dove al presente non è osservata alcuna di quelle
cose che dagli antichi erano stimate assai. Ed è nato questo
inconveniente, perché le republiche ed i principi hanno
imposta questa cura ad altrui; e per fuggire i pericoli si
sono discostati da questo esercizio: e se pure si vede
qualche volta uno re de' tempi nostri andare in persona, non
si crede, però, che da lui nasca altri modi che meritino più
laude. Perché quello esercizio, quando pure lo fanno, lo
fanno a pompa, e non per alcuna altra laudabile cagione.
Pure, questi fanno minori errori rivedendo i loro eserciti
qualche volta in viso, tenendo a presso di loro il titolo
dello imperio, che non fanno le republiche, e massime le
italiane; le quali, fidandosi d'altrui, né s'intendendo in
alcuna cosa di quello che appartenga alla guerra; e,
dall'altro canto, volendo, per parere d'essere loro il
principe, deliberarne, fanno in tale deliberazione mille
errori. E benché di alcuno ne abbi discorso altrove, voglio
al presente non ne tacere uno importantissimo. Quando questi
principi oziosi, o republiche effeminate, mandono fuora uno
loro capitano, la più savia commissione che paia loro
dargli, è quando gl'impongono che per alcuno modo venga a
giornata, anzi, sopra ogni cosa, si guardi dalla zuffa; e
parendo loro, in questo, imitare la prudenza di Fabio
Massimo, che, differendo il combattere, salvò lo stato ai
Romani, non intendono che, la maggiore parte delle volte,
questa commissione è nulla o è dannosa. Per che si debbe
pigliare questa conclusione: che uno capitano, che voglia
stare alla campagna, non può fuggire la giornata, qualunque
volta il nemico la vuole fare in ogni modo. E non è altro
questa commissione che dire: fa' la giornata a posta del
nimico, e non a tua. Perché a volere stare in campagna, e
non fare la giornata, non ci è altro rimedio sicuro che
porsi cinquanta miglia almeno discosto al nimico; e di poi
tenere buone spie, che, venendo quello verso di te, tu abbi
tempo a discostarti. Uno altro partito ci è; inchiudersi in
una città. E l'uno e l'altro di questi due partiti è
dannosissimo. Nel primo si lascia in preda il paese suo al
nimico; ed uno principe valente vorrà più tosto tentare la
fortuna della zuffa, che allungare la guerra con tanto danno
de' sudditi. Nel secondo partito è la perdita manifesta;
perché e' conviene che, riducendoti con uno esercito in una
città, tu venga ad essere assediato, ed in poco tempo patire
fame, e venire a dedizione. Talché fuggire la giornata, per
queste due vie, è dannosissimo. Il modo che tenne Fabio
Massimo, di stare ne' luoghi forti, è buono quando tu hai sì
virtuoso esercito, che il nimico non abbia ardire di venirti
a trovare dentro a' tuoi vantaggi. Né si può dire che Fabio
fuggissi la giornata, ma più tosto che la volessi fare a suo
vantaggio. Perché, se Annibale fusse ito a trovarlo, Fabio
l'arebbe aspettato, e fatto la giornata seco: ma Annibale
non ardì mai di combattere con lui a modo di quello. Tanto
che la giornata fu fuggita così da Annibale come da Fabio:
ma se uno di loro l'avessi voluta fare in ogni modo, l'altro
non vi aveva se non uno de' tre rimedi; i due sopradetti, o
fuggirsi.</p>
<p>E che questo che io dico sia vero, si vede manifestamente
con mille esempli, e massime nella guerra che i Romani
feciono con Filippo di Macedonia, padre di Perse: perché
Filippo, sendo assaltato dai Romani, deliberò non venire
alla zuffa; e, per non vi venire, volle fare prima come
aveva fatto Fabio Massimo in Italia; e si pose con il suo
esercito sopra la sommità d'uno monte, dove si afforzò
assai, giudicando ch'e' Romani non avessero ardire di andare
a trovarlo. Ma, andativi e combattutolo, lo cacciarono di
quel monte; ed egli, non potendo resistere, si fuggì con la
maggiore parte delle genti. E quel che lo salvò che non fu
consumato in tutto, fu la iniquità del paese, qual fece che
i Romani non poterono seguirlo. Filippo, adunque, non
volendo azzuffarsi, ed essendosi posto con il campo presso
a' Romani, si ebbe a fuggire; ed avendo conosciuto per
questa isperienza, come, non volendo combattere, non gli
bastava stare sopra i monti, e nelle terre non volendo
rinchiudersi, deliberò pigliare l'altro modo, di stare
discosto molte miglia al campo romano. Donde, se i Romani
erano in una provincia, e' se ne andava nell'altra, e così
sempre, donde i Romani partivano esso entrava. E veggendo,
alla fine, come nello allungare la guerra per questa via, le
sue condizioni peggioravano, e che i suoi suggetti ora da
lui ora dai nimici erano oppressi, deliberò di tentare la
fortuna della zuffa; e così venne con i Romani ad una
giornata giusta. È utile adunque non combattere, quando gli
eserciti hanno queste condizioni che aveva lo esercito di
Fabio, e che ora ha quello di Gneo Sulpizio, cioè avere uno
esercito sì buono, che il nimico non ardisca venirti a
trovare drento alle fortezze tue; e che il nimico sia in
casa tua sanza avere preso molto piè, dove e' patisca
necessità del vivere. Ed è in questo caso il partito utile,
per le ragioni che dice Tito Livio: «nolens se fortunae
committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies,
et locus alienus, faceret». Ma in ogni altro termine non si
può fuggire giornata, se non con tuo disonore e pericolo.
Perché fuggirsi, come fece Filippo, è come essere rotto; e
con più vergogna, quanto meno si è fatto pruova della tua
virtù. E se a lui riuscì salvarsi, non riuscirebbe ad uno
altro che non fussi aiutato dal paese come egli. Che
Annibale non fussi maestro di guerra, alcuno mai non lo dirà
ed essendo allo incontro di Scipione in Affrica, s'egli
avessi veduto vantaggio in allungare la guerra, ei lo arebbe
fatto; e per avventura, sendo lui buono capitano, ed avendo
buono esercito, lo arebbe potuto fare, come fece Fabio in
Italia: ma non lo avendo fatto, si debbe credere che qualche
cagione importante lo movessi. Perché uno principe che abbi
uno esercito messo insieme, e vegga che per difetto di
danari o d'amici e' non può tenere lungamente tale esercito,
è matto al tutto se non tenta la fortuna innanzi che tale
esercito si abbia a risolvere: perché, aspettando e' perde
il certo; tentando, potrebbe vincere.</p>
<p>Un'altra cosa ci è ancora da stimare assai: la quale è che
si debbe, eziandio perdendo, volere acquistare gloria; e più
gloria si ha, ad essere vinto per forza, che per altro
inconveniente che ti abbi fatto perdere. Sì che Annibale
doveva essere constretto da queste necessità. E dall'altro
canto, Scipione, quando Annibale avessi differita la
giornata, e non gli fusse bastato l'animo irlo a trovare ne'
luoghi forti, non pativa, per avere di già vinto Siface ed
acquistato tante terre in Affrica, che vi poteva stare
sicuro e con commodità come in Italia. Il che non
interveniva ad Annibale, quando era all'incontro di Fabio;
né a questi Franciosi, che erano allo incontro di Sulpizio.</p>
<p>Tanto meno ancora può fuggire la giornata colui che con lo
esercito assalta il paese altrui; perché, se vuole entrare
nel paese del nimico, gli conviene, quando il nimico se gli
facci incontro, azzuffarsi seco, e se si pone a campo ad una
terra, si obliga tanto più alla zuffa: come ne' tempi nostri
intervenne al duca Carlo di Borgogna, che, sendo accampato a
Moratto, terra de' Svizzeri, fu da' Svizzeri assaltato e
rotto, e come intervenne allo esercito di Francia, che,
campeggiando Novara, fu medesimamente da' Svizzeri rotto.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>11</head>
<head>Che chi ha a fare con assai, ancora che sia inferiore,
pure che possa sostenere gli primi impeti, vince.</head>

<p>La potenza de' Tribuni della plebe nella città di Roma fu
grande; e fu necessaria, come molte volte da noi è stato
discorso, perché altrimenti non si sarebbe potuto porre
freno all'ambizione della Nobilità, la quale arebbe molto
tempo innanzi corrotta quella republica, che la non si
corroppe. Nondimeno, perché in ogni cosa, come altre volte
si è detto, è nascoso qualche proprio male, che fa surgere
nuovi accidenti, è necessario a questo con nuovi ordini
provvedere. Essendo, pertanto, divenuta l'autorità
tribunizia insolente, e formidabile alla Nobilità e a tutta
Roma, e' ne sarebbe nato qualche inconveniente, dannoso alla
libertà romana, se da Appio Claudio non fosse stato mostro
il modo con il quale si avevano a difendere contro
all'ambizione de' Tribuni: il quale fu che trovarono sempre
infra loro qualcuno che fussi, o pauroso, o corrottibile, o
amatore del comune bene; talmente che lo disponevano ad
opporsi alla volontà di quegli altri, che volessono tirare
innanzi alcuna deliberazione contro alla volontà del Senato.
Il quale rimedio fu un grande temperamento a tanta autorità,
e per molti tempi giovò a Roma. La quale cosa mi ha fatto
considerare che, qualunche volta e' sono molti potenti uniti
contro a un altro potente ancora che tutti insieme siano
molto più potenti di quello, nondimanco si debbe sempre
sperare più in quel solo e men gagliardo che in quelli
assai, ancora che gagliardissimi. Perché, lasciando stare
tutte quelle cose delle quali uno solo si può, più che
molti, prevalere (che sono infinite), sempre occorrerà
questo: che potrà, usando un poco d'industria, disunire gli
assai; e quel corpo, ch'era gagliardo, fare debole. Io non
voglio in questo addurre antichi esempli, che ce ne
sarebbono assai; ma voglio mi bastino i moderni, seguiti ne'
tempi nostri.</p>
<p>Congiurò nel <num>1481</num> tutta Italia contro ai Viniziani; e
poiché loro al tutto erano persi, e non potevano stare più
con lo esercito in campagna, corruppono il signor Lodovico
che governava Milano, e per tale corrozione feciono uno
accordo, nel quale non solamente riebbono le terre perse ma
usurparono parte dello stato di Ferrara. E così coloro che
perdevano nella guerra, restarono superiori nella pace.
Pochi anni sono, congiurò contro a Francia tutto il mondo:
nondimeno, avanti che si vedesse il fine della guerra,
Spagna si ribellò da' confederati, e fece accordo seco; in
modo che gli altri confederati furono constretti, poco
dipoi, ad accordarsi ancora essi. Talché, sanza dubbio, si
debbe sempre mai fare giudicio, quando e' si vede una guerra
mossa da molti contro ad uno, che quello uno abbia a restare
superiore, quando sia di tale virtù, che possa sostenere i
primi impeti, e col temporeggiarsi aspettare tempo. Perché,
quando ei non fosse così, porterebbe mille pericoli: come
intervenne a' Viniziani nell'otto, i quali, se avessero
potuto temporeggiare con lo esercito francioso, ed avere
tempo a guadagnarsi alcuno di quegli che gli erano collegati
contro, averiano fuggita quella rovina; ma, non avendo
virtuose armi da potere temporeggiare il nimico, e per
questo non avendo avuto tempo a separarne alcuno,
rovinarono. Per che si vide che il Papa, riavuto ch'egli
ebbe le cose sue, si fece loro amico, e così Spagna: e molto
volentieri l'uno e l'altro di questi due principi arebbero
salvato loro lo stato di Lombardia contro a Francia, per non
la fare sì grande in Italia, se gli avessono potuto.
Potevano, dunque, i Viniziani dare parte per salvare il
resto: il che se loro avessono fatto in tempo che paressi
che la non fussi stata necessità, ed innanzi ai moti della
guerra, era savissimo partito; ma in su' moti era
vituperoso, e per avventura di poco profitto. Ma, innanzi a
tali moti, pochi in Vinegia de' cittadini potevano vedere il
pericolo, pochissimi vedere il rimedio, e nessuno
consigliarlo. Ma, per tornare al principio di questo
discorso, conchiudo: che così come il Senato romano ebbe
rimedio per la salute della patria contro all'ambizione de'
Tribuni, per essere molti, così arà rimedio qualunque
principe che sia assaltato da molti, qualunque volta ei
saprà con prudenza usare termini convenienti a disgiungerli.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>12</head>
<head>Come uno capitano prudente debbe imporre ogni necessità di
combattere a' suoi soldati, e, a quegli degli inimici,
torla.</head>

<p>Altre volte abbiamo discorso quanto sia utile alle umane
azioni la necessità, ed a quale gloria siano sute condutte
da quella; e, come da alcuni morali filosofi è stato
scritto, le mani e la lingua degli uomini, duoi nobilissimi
instrumenti a nobilitarlo, non arebbero operato
perfettamente, né condotte le opere umane a quella altezza
si veggono condotte, se dalla necessità non fussoro spinte.
Sendo conosciuta, adunque, dagli antichi capitani degli
eserciti la virtù di tale necessità, e quanto per quella gli
animi de' soldati diventavono ostinati al combattere;
facevano ogni opera perché i soldati loro fussero constretti
da quella; e, dall'altra parte, usavono ogni industria
perché gli nimici se ne liberassero: e per questo molte
volte apersono al nimico quella via che loro gli potevano
chiudere; ed a' suoi soldati propri chiusono quella che
potevano lasciare aperta. Quello, adunque, che desidera o
che una città si defenda ostinatamente, o che uno esercito
in campagna ostinatamente combatta, debbe, sopra ogni altra
cosa, ingegnarsi di mettere, ne' petti di chi ha a
combattere, tale necessità. Onde uno capitano prudente, che
avesse a andare ad una espugnazione d'una città, debbe
misurare la facilità o la difficultà dello espugnarla, dal
conoscere e considerare quale necessità constringa gli
abitatori di quella a difendersi: e quando vi truovi assai
necessità che gli constringa alla difesa, giudichi la
espugnazione difficile; altrimenti, la giudichi facile.
Quinci nasce che le terre, dopo la rebellione, sono più
difficili ad acquistare, che le non sono nel primo acquisto;
perché, nel principio, non avendo cagione di temere di pena,
per non avere offeso, si arrendono facilmente; ma parendo
loro, sendosi dipoi ribellate, avere offeso, e per questo
temendo la pena, diventono difficili ad essere espugnate.
Nasce ancora tale ostinazione da e' naturali odii che hanno
i principi vicini, e le republiche vicine, l'uno con
l'altro: il che procede da ambizione di dominare e gelosia
del loro stato, massimamente se le sono republiche, come
interviene in Toscana; la quale gara e contenzione ha fatto
e farà sempre difficile la espugnazione l'una dell'altra.
Pertanto, chi considera bene i vicini della città di Firenze
ed i vicini della città di Vinegia, non si maraviglierà,
come molti fanno, che Firenze abbia più speso nelle guerre,
ed acquistato meno di Vinegia: perché tutto nasce da non
avere avuto i Viniziani le terre vicine sì ostinate alla
difesa, quanto ha avuto Firenze; per essere state tutte le
cittadi finitime a Vinegia use a vivere sotto uno principe,
e non libere; e quegli che sono consueti a servire, stimono
molte volte poco il mutare padrone, anzi molte volte lo
desiderano. Talché Vinegia, benché abbia avuto i vicini più
potenti che Firenze, per avere trovato le terre meno
ostinate, le ha potuto più tosto vincere, che non ha fatto
quella sendo circundata da tutte città libere.</p>
<p>Debbe adunque uno capitano, per tornare al primo discorso,
quando egli assalta una terra, con ogni diligenza ingegnarsi
di levare, a' difensori di quella, tale necessità, e, per
consequenzia, tale ostinazione; promettendo perdono, se gli
hanno paura della pena; e se gli avessono paura della
libertà, mostrare di non andare contro al comune bene, ma
contro a pochi ambiziosi della città; la quale cosa molte
volte ha facilitato le imprese e le espugnazioni delle
terre. E benché simili colori sieno facilmente conosciuti, e
massime dagli uomini prudenti; nondimeno vi sono spesso
ingannati i popoli, i quali, cupidi della presente pace,
chiuggono gli occhi a qualunque altro laccio che sotto le
larghe promesse si tendesse. E per questa via infinite città
sono diventate serve: come intervenne a Firenze ne' prossimi
tempi; e come intervenne a Crasso ed allo esercito suo: il
quale, come che conoscesse le vane promesse de' Parti, le
quali erano fatte per tôrre via la necessità a' suoi soldati
del difendersi, non per tanto non potette tenergli ostinati,
accecati dalle offerte della pace che erano fatte loro da'
loro inimici; come si vede particularmente leggendo la vita
di quello. Dico pertanto, che avendo i Sanniti, fuora delle
convenzioni dello accordo, per l'ambizione di pochi, corso e
predato sopra i campi de' confederati romani; ed avendo
dipoi mandati imbasciadori a Roma a chiedere pace, offerendo
di ristituire le cose predate, e di dare prigioni gli autori
de' tumulti e della preda; furono ributtati dai Romani. E
ritornati in Sannio sanza speranza di accordo, Claudio
Ponzio, capitano allora dello esercito de' Sanniti, con una
sua notabile orazione mostrò come i Romani volevono in ogni
modo guerra, e, benché per loro si desiderasse la pace,
necessità gli faceva seguire la guerra dicendo queste
parole: «Iustum est bellum quibus necessarium, et pia arma
quibus nisi in armis spes est»; sopra la quale necessità
egli fondò con gli suoi soldati la speranza della vittoria.
E per non avere a tornare più sopra questa materia, mi pare
di addurci quelli esempli romani che sono più degni di
notazione. Era Gaio Manilio con lo esercito, all'incontro
de' Veienti; ed essendo parte dello esercito veientano
entrato dentro agli steccati di Manilio, corse Manilio con
una banda al soccorso di quegli; e perché i Veienti non
potessino salvarsi, occupò tutti gli aditi del campo; donde
veggendosi i Veienti rinchiusi, cominciarono a combattere
con tanta rabbia, che gli ammazzarono Manilio; ed arebbero
tutto il resto de' Romani oppressi, se dalla prudenza d'uno
Tribuno non fusse stato loro aperta la via ad andarsene.
Dove si vede come, mentre la necessità costrinse i Veienti a
combattere, e' combatterono ferocissimamente; ma quando
viddero aperta la via, pensarono più a fuggire che a
combattere.</p>
<p>Erano entrati i Volsci e gli Equi con gli eserciti loro ne'
confini romani. Mandossi loro allo incontro i Consoli.
Talché, nel travagliare la zuffa, lo esercito de' Volsci,
del quale era capo Vezio Messio, si trovò, ad un tratto,
rinchiuso intra gli steccati suoi, occupati dai Romani, e
l'altro esercito romano; e veggendo come gli bisognava o
morire o farsi la via con il ferro, disse a' suoi soldati
queste parole: «Ite mecum; non murus nec vallum, armati
armatis obstant; virtute pares, quae ultimum ac maximum
telum est, necessitate superiores estis». Sì che questa
necessità è chiamata da Tito Livio «ultimum ac maximum
telum». Cammillo, prudentissimo di tutti i capitani romani,
sendo già dentro nella città de' Veienti con il suo
esercito, per facilitare il pigliare quella, e tôrre ai
nimici una ultima necessità di difendersi, comandò, in modo
che i Veienti udirono, che nessuno offendessi quegli che
fussono disarmati; talché, gittate l'armi in terra, si prese
quella città quasi sanza sangue. Il quale modo fu dipoi da
molti capitani osservato.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>13</head>
<head>Dove sia più da confidare, o in uno buono capitano che
abbia lo esercito debole, o in uno buono esercito che abbia
il capitano debole.</head>

<p>Essendo diventato Coriolano esule di Roma, se n'andò ai
Volsci; dove contratto uno esercito per vendicarsi contro ai
suoi cittadini, se ne venne a Roma; donde dipoi si capitoloì,
più per la piatà della sua madre, che per le forze de'
Romani. Sopra il quale luogo Tito Livio dice, essersi per
questo conosciuto, come la Republica romana crebbe più per
la virtù de' capitani che de' soldati; considerato come i
Volsci per lo addietro erano stati vinti, e solo poi avevano
vinto che Coriolano fu loro capitano. E benché Livio tenga
tale opinione, nondimeno si vede in molti luoghi della sua
istoria la virtù de' soldati sanza capitano avere fatto
maravigliose pruove, ed essere stati più ordinati e più
feroci dopo la morte de' Consoli loro, che innanzi che
morissono: come occorse nello esercito che i Romani avevano
in Ispagna sotto gli Scipioni; il quale, morti i due
capitani, poté, con la virtù sua, non solamente salvare sé
stesso, ma vincere il nimico, e conservare quella provincia
alla Republica. Talché, discorrendo tutto, si troverrà molti
esempli, dove solo la virtù de' soldati arà vinta la
giornata; e molti altri, dove solo la virtù de' capitani arà
fatto il medesimo effetto: in modo che si può giudicare,
l'uno abbia bisogno dell'altro, e l'altro dell'uno. Ècci
bene da considerare, prima, quale sia più da temere, o d'uno
buono esercito male capitanato, o d'uno buono capitano
accompagnato da cattivo esercito. E seguendo in questo la
opinione di Cesare, si debbe estimare poco l'uno e l'altro.
Perché, andando egli in Ispagna contro a Afranio e Petreio,
che avevano uno ottimo esercito, disse che gli stimava poco,
«quia ibat ad exercitum sine duce», mostrando la debolezza
de' capitani. Al contrario, quando andò in Tessaglia contro
a Pompeio, disse: «Vado ad ducem sine exercitu».</p>
<p>Puossi considerare un'altra cosa: a quale è più facile, o
ad uno buono capitano fare uno buono esercito, o ad uno
buono esercito fare uno buono capitano. Sopra che dico che
tale questione pare decisa: perché più facilmente molti
buoni troverranno o instruiranno uno, tanto che diventi
buono, che non farà uno molti. Lucullo, quando fu mandato
contro a Mitridate, era al tutto inesperto della guerra;
nondimanco quel buono esercito, dove era assai capi ottimi,
lo feciono tosto uno buono capitano. Armorono i Romani, per
difetto di uomini, assai servi, e gli dieno ad esercitare a
Sempronio Gracco, il quale in poco tempo fece uno buon
esercito. Pelopida ed Epaminonda, come altrove dicemo, poi
che gli ebbono tratta Tebe loro patria della servitù degli
Spartani, in poco tempo fecero, de' contadini tebani,
soldati ottimi, che poterono non solamente sostenere la
milizia spartana ma vincerla. Sì che la cosa è pari, perché
l'uno buono può trovare l'altro. Nondimeno uno esercito
buono sanza capo buono suole diventare insolente e
pericoloso; come diventò lo esercito di Macedonia dopo la
morte di Alessandro, e come erano i soldati veterani nelle
guerre civili. Tanto che io credo che sia più da confidare
assai in uno capitano che abbi tempo ad instruire uomini e
commodità di armargli, che in uno esercito insolente con uno
capo tumultuario fatto da lui. Però è da addoppiare la
gloria e la laude a quelli capitani che, non solamente hanno
avuto a vincere il nimico, ma, prima che venghino alle mani
con quello, è convenuto loro instruire lo esercito loro, e
farlo buono: perché in questi si mostra doppia virtù, e
tanto rada, che, se tale ferita fosse stata data a molti, ne
sarebbono stimati e riputati meno assai che non sono.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>14</head>
<head>Le invenzioni nuove, che appariscono nel mezzo della
zuffa, e le voci nuove che si odino, quali effetti
facciano.</head>

<p>Di quanto momento sia ne' conflitti e nelle zuffe uno nuovo
accidente che nasca per cosa che di nuovo si vegga o oda, si
dimostra in assai luoghi: e massime per questo esemplo che
occorse nella zuffa che i Romani fecero con i Volsci: dove
Quinzio, veggendo inclinare uno de' corni del suo esercito,
cominciò a gridare forte, che gli stessono saldi perché
l'altro corno dello esercito era vittorioso: con la quale
parola avendo dato animo ai suoi e sbigottimento a' nimici,
vinse. E se tali voci in uno esercito bene ordinato fanno
effetti grandi, in uno tumultuario e male ordinato gli fanno
grandissimi, perché il tutto è mosso da simile vento. Io ne
voglio addurre uno esemplo notabile, occorso ne' tempi
nostri. Era la città di Perugia, pochi anni sono, divisa in
due parti, Oddi e Baglioni. Questi regnavano; quelli altri
erano esuli: i quali avendo, mediante loro amici, ragunato
esercito, e ridottisi in alcuna loro terra propinqua a
Perugia, con il favore della parte, una notte entrarono in
quella città, e, sanza essere iscoperti, se ne venivano per
pigliare la piazza. E perché quella città in su tutti i
canti delle vie ha catene che la tengono sbarrata, avevano
le genti oddesche, davanti, uno che con una mazza di ferro
rompea i serrami di quelle, acciocché i cavagli potessero
passare; e restandogli a rompere solo quella che sboccava in
piazza, ed essendo già levato il romore all'armi, ed essendo
colui che rompeva oppresso dalla turba che gli veniva
dietro, né potendo per questo alzare bene le braccia per
rompere; per potersi maneggiare, gli venne detto: - Fatevi
indietro! - la quale voce andando di grado in grado dicendo
«addietro!», cominciò a fare fuggire gli ultimi, e di mano
in mano gli altri, con tanta furia, che per loro medesimi si
ruppono: e così restò vano il disegno degli Oddi, per
cagione di sì debole accidente.</p>
<p>Dove è da considerare che, non tanto gli ordini in uno
esercito sono necessari per potere ordinatamente combattere
quanto perché ogni minimo accidenti non ti disordini.
Perché, non per altro le moltitudini popolari sono disutili
per la guerra, se non perché ogni romore ogni voce, ogni
strepito, gli altera e fagli fuggire. E però uno buono
capitano in tra gli altri suoi ordini debbe ordinare chi
sono quegli che abbino a pigliare la sua voce e rimetterla
ad altri, ed assuefare gli suoi soldati che non credino se
non a quelli; e gli suoi capitani, che non dichino se non
quel che da lui è commesso; perché, non osservata bene
questa parte, si è visto molte volte avere fatti disordini
grandissimi.</p>
<p>Quanto al vedere cose nuove, debbe ogni capitano ingegnarsi
di farne apparire alcuna, mentre che gli eserciti sono alle
mani, che dia animo a' suoi e tolgalo agli inimici; perché,
intra gli accidenti che ti diano la vittoria, questo è
efficacissimo. Di che se ne può addurre per testimone Caio
Sulpizio, dittatore romano; il quale venendo a giornata con
i Franciosi, armò tutti i saccomanni e gente vile del campo;
e quegli fatti salire sopra i muli ed altri somieri con armi
ed insegne da parere gente a cavallo, gli messe sotto le
insegne, dietro ad uno colle, e comandò che, ad uno segno
dato, nel tempo che la zuffa fosse più gagliarda, si
scoprissono e mostrassinsi a' nimici. La quale cosa così
ordinata e fatta, dette tanto terrore ai Franciosi, che
perderono la giornata. E però uno buono capitano debbe fare
due cose: l'una, di vedere, con alcune di queste nuove
invenzioni, di sbigottire il nimico; l'altra, di stare
preparato che, essendo fatte dal nimico contro di lui, le
possa scoprire, e fargliene tornare vane. Come fece il re
d'India a Semiramis; la quale, veggendo come quel re aveva
buono numero di elefanti, per isbigottirlo, e per mostrargli
che ancora essa n'era copiosa, ne formò assai con cuoia di
bufoli e di vacche, e, quegli messi sopra i cammegli, gli
mandò davanti; ma conosciuto da il re lo inganno, le tornò
quel suo disegno, non solamente vano, ma dannoso. Era
Mamerco, dittatore, contro ai Fidenati, i quali, per
isbigottire lo esercito romano, ordinarono che, in su
l'ardore della zuffa, uscisse fuori di Fidene numero di
soldati con fuochi in su le lance, acciocché i Romani,
occupati dalla novità della cosa, rompessono intra loro gli
ordini. Sopra che è da notare, che, quando tali invenzioni
hanno più del vero che del fitto, si può bene allora
rappresentarle agli uomini, perché, avendo assai del
gagliardo, non si può scoprire così presto la debolezza
loro: ma quando le hanno più del fitto che del vero, è bene,
o non le fare o, faccendole, tenerle discosto, di qualità
che le non possino essere così presto scoperte; come fece
Caio Sulpizio de' mulattieri. Perché, quando vi è dentro
debolezza, appressandosi, le si scuoprono tosto, e ti fanno
danno, e non favore; come fero gli elefanti a Semiramis, e
ai Fidenati i fuochi: i quali benché nel principio
turbassono un poco lo esercito, nondimeno, come e'
sopravenne il Dittatore, e cominciò a gridargli, dicendo che
non si vergognavano a fuggire il fumo come le pecchie, e che
dovessono rivoltarsi a loro; gridando: «Suis flammis delete
Fidenas, quas vestris beneficiis placare non potuistis»;
tornò quello trovato ai Fidenati inutile, e restarono
perditori della zuffa.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>15</head>
<head>Che uno e non molti sieno preposti ad uno esercito, e come
i più comandatori offendono.</head>

<p>Essendosi ribellati i Fidenati, ed avendo morto quella
colonia che i Romani avevano mandata in Fidene, crearono i
Romani, per rimediare a questo insulto, quattro Tribuni con
potestà consolare de' quali lasciatone uno alla guardia di
Roma, ne mandarono tre contro ai Fidenati ed i Veienti: i
quali, per essere divisi infra loro e disuniti, ne
riportarono disonore, e non danno: perché, del disonore, ne
furono cagione loro; del non ricevere danno, ne fu cagione
la virtù de' soldati. Donde i Romani, veggendo questo
disordine, ricorsono alla creazione del Dittatore, acciocché
un solo riordinasse quello che tre avevano disordinato.
Donde si conosce la inutilità di molti comandadori in uno
esercito, o in una terra che si abbia a difendere; e Tito
Livio non lo può più chiaramente dire che con le
infrascritte parole: «Tres Tribuni potestate consulari
documento fuere, quam plurium imperium bello inutile esset,
tendendo ad sua quisque consilia, cum alii aliud videretur,
aperuerunt ad occasionem locum hosti».</p>
<p>E benché questo sia assai esemplo a provare il disordine
che fanno nella guerra i più comandatori, ne voglio addurre
alcuno altro, e moderno ed antico, per maggiore
dichiarazione della cosa.</p>
<p>Nel <num>1500</num>, dopo la ripresa che fece il re di Francia Luigi
XII, di Milano, mandò le sue genti a Pisa per ristituirla ai
Fiorentini; dove furono mandati commessari Giovambatista
Ridolfi e Luca di Antonio degli Albizi. E perché
Giovambatista era uomo di riputazione, e di più tempo, Luca
al tutto lasciava governare ogni cosa a lui: e s'egli non
dimostrava la sua ambizione con opporsegli, la dimostrava
col tacere, e con lo straccurare e vilipendere ogni cosa, in
modo che non aiutava le azioni del campo né con l'opere né
con il consiglio, come se fusse stato uomo di nessuno
momento. Ma si vide poi tutto il contrario; quando
Giovambatista, per certo accidente seguito, se n'ebbe a
tornare a Firenze; dove Luca, rimasto solo, dimostrò quanto
con l'animo, con la industria e col consiglio, valeva: le
quali tutte cose, mentre vi fu la compagnia, erano perdute.
Voglio di nuovo addurre, in confermazione di questo, parole
di Tito Livio; il quale, referendo come, essendo mandato da'
Romani contro agli Equi Quinzio ed Agrippa suo collega,
Agrippa volle che tutta l'amministrazione della guerra fosse
appresso a Quinzio, e' dice: «Saluberrimum in
administratione magnarum rerum est, summam imperii apud unum
esse». Il che è contrario a quello che oggi fanno queste
nostre republiche e principi di mandare ne' luoghi, per
amministrargli meglio, più d'uno commessario e più d'uno
capo: il che fa una inestimabile confusione. E se si
cercassi le cagioni della rovina degli eserciti italiani e
franciosi ne' nostri tempi, si troveria la potissima essere
stata questa. E puossi conchiudere veramente, come egli è
meglio mandare in una ispedizione uno uomo solo di comunale
prudenzia, che due valentissimi uomini insieme con la
medesima autorità.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>16</head>
<head>Che la vera virtù si va ne' tempi difficili, a trovare; e
ne' tempi facili, non gli uomini virtuosi, ma quegli che per
ricchezze o per parentado hanno più grazia.</head>

<p>Egli fu sempre, e sempre sarà, che gli uomini grandi e rari
in una republica, ne' tempi pacifichi, sono negletti;
perché, per la invidia che si ha tirato dietro la
riputazione che la virtù d'essi ha dato loro, si truova in
tali tempi assai cittadini che vogliono, non che essere loro
equali, ma essere loro superiori. E di questo ne è uno luogo
buono in Tucidide, istorico greco; il quale mostra come,
sendo la republica ateniese rimasa superiore in la guerra
peloponnesiaca, ed avendo frenato l'orgoglio degli Spartani,
e quasi sottomessa tutta l'altra Grecia, salse in tanta
riputazione che la disegnò di occupare la Sicilia. Venne
questa impresa in disputa in Atene. Alcibiade e qualche
altro cittadino consigliavano che la si facesse, come quelli
che, pensando poco al bene publico, pensavono all'onore
loro, disegnando essere capi di tale impresa. Ma Nicia, che
era il primo intra i reputati di Atene, la dissuadeva; e la
maggiore ragione che, nel concionare al popolo, perché gli
fusse prestato fede, adducesse, fu questa: che, consigliando
esso che non si facesse questa guerra, e' consigliava cosa
che non faceva per lui; perché, stando Atene in pace, sapeva
come vi era infiniti cittadini che gli volevano andare
innanzi; ma, faccendosi guerra, sapeva che nessuno cittadino
gli sarebbe superiore o equale.</p>
<p>Vedesi, pertanto, adunque, come nelle republiche è questo
disordine, di fare poca stima de' valenti uomini, ne' tempi
quieti. La quale cosa gli fa indegnare in due modi: l'uno
per vedersi mancare del grado loro; l'altro, per vedersi
fare compagni e superiori uomini indegni e di manco
sofficienza di loro. Il quale disordine nelle republiche ha
causato di molte rovine; perché quegli cittadini che
immeritamente si veggono disprezzare, e conoscono che e' ne
sono cagione i tempi facili e non pericolosi,
s'ingegnano di turbargli, movendo nuove guerre in
pregiudicio della republica. E pensando quali potessono
essere e' rimedi, ce ne truovo due: l'uno, mantenere i
cittadini poveri, acciocché con le ricchezze sanza virtù e'
non potessino corrompere né loro né altri, l'altro, di
ordinarsi in modo alla guerra, che sempre si potesse fare
guerra, e sempre si avesse bisogno di cittadini riputati,
come e' Romani ne' suoi primi tempi. Perché, tenendo fuori
quella città sempre eserciti, sempre vi era luogo alla virtù
degli uomini; né si poteva tôrre il grado a uno che lo
meritasse, e darlo ad uno che non lo meritasse: perché, se
pure lo faceva qualche volta, per errore o per provare, ne
seguiva tosto tanto suo disordine e pericolo, che la
ritornava subito nella vera via. Ma le altre republiche, che
non sono ordinate come quella, e che fanno solo guerra
quando la necessità le costringe, non si possono difendere
da tale inconveniente: anzi sempre v'incorreranno dentro; e
sempre ne nascerà disordine, quando quello cittadino,
negletto e virtuoso, sia vendicativo, ed abbia nella città
qualche riputazione e aderenzia. E la città di Roma uno
tempo fece difesa; ma a quella ancora, poiché l'ebbe vinto
Cartagine ed Antioco (come altrove si disse), non temendo
più le guerre, pareva potere commettere gli eserciti a
qualunque la voleva; non riguardando tanto alla virtù,
quanto alle altre qualità che gli dessono grazia nel popolo.
Perché si vide che Paulo Emilio ebbe più volte la ripulsa
nel consolato, né fu prima fatto consolo che surgesse la
guerra macedonica; la quale giudicandosi pericolosa, di
consenso di tutta la città fu commessa a lui.</p>
<p>Sendo nella nostra città di Firenze seguite dopo il <num>1494</num>
di molte guerre, ed avendo fatto i cittadini fiorentini
tutti una cattiva pruova, si riscontrò a sorte la città in
uno che mostrò come si aveva a comandare agli eserciti; il
quale fu Antonio Giacomini. E mentre che si ebbe a fare
guerre pericolose, tutta l'ambizione degli altri cittadini
cessò, e nella elezione del commessario e capo degli
eserciti non aveva competitore alcuno; ma come si ebbe a
fare una guerra dove non era alcuno dubbio, ed assai onore e
grado, e' vi trovò tanti competitori, che, avendosi ad
eleggere tre commessari per campeggiare Pisa, e' fu lasciato
indietro. E benché e' non si vedesse evidentemente che male
ne seguisse al publico per non vi avere mandato Antonio,
nondimeno se ne potette fare facilissima coniettura; perché,
non avendo più i Pisani da defendersi né da vivere, se vi
fusse stato Antonio, sarebbero stati tanto innanzi stretti,
che si sarebbero dati a discrezione de' Fiorentini. Ma,
sendo loro assediati da capi che non sapevano ne stringergli
ne sforzargli, furono tanto intrattenuti che la città di
Firenze gli comperò, dove la gli poteva avere a forza.
Convenne che tale sdegno potesse assai in Antonio; e
bisognava ch'e' fussi bene paziente e buono, a non
disiderare di vendicarsene, o con la rovina della città,
potendo, o con l'ingiuria di alcuno particulare cittadino.
Da che si debbe una republica guardare; come nel seguente
capitolo si discorrerà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>17</head>
<head>Che non si offenda uno, e poi quel medesimo si mandi in
amministrazione e governo d'importanza.</head>

<p>Debbe una republica assai considerare di non preporre
alcuno ad alcuna importante amministrazione, al quale sia
stato fatto da altri alcuna notabile ingiuria. Claudio
Nerone, il quale si capitoloì dallo esercito che lui aveva a
fronte ad Annibale, e con parte d'esso ne andò nella Marca,
a trovare l'altro Consolo per combattere con Asdrubale
avanti ch'e' si congiugnesse con Annibale, s'era trovato per
lo addietro in Ispagna a fronte di Asdrubale, ed avendolo
serrato in luogo con lo esercito, che bisognava o che
Asdrubale combattesse con suo disavvantaggio o si morisse di
fame, fu da Asdrubale astutamente tanto intrattenuto con
certe pratiche d'accordo, che gli uscì di sotto, e tolsegli
quella occasione di oppressarlo. La quale cosa, saputa a
Roma, gli dette carico grande appresso a il Senato ed al
popolo; e di lui fu parlato inonestamente per tutta quella
città, non sanza suo grande disonore e disdegno. Ma, sendo
poi fatto Consolo, e mandato allo incontro di Annibale,
prese il soprascritto partito, il quale fu pericolosissimo,
talmente che Roma stette tutta dubbia e sollevata infino a
tanto che vennono le nuove della rotta di Asdrubale. Ed
essendo poi domandato Claudio, per quale cagione avesse
preso sì pericoloso partito, dove sanza una estrema
necessità egli aveva giucato quasi la libertà di Roma;
rispose che lo aveva fatto perché sapeva che, se gli
riusciva, riacquistava quella gloria che si aveva perduta in
Ispagna; e se non gli riusciva, e che questo suo partito
avesse avuto contrario fine, sapeva come e' si vendicava
contro a quella città ed a quegli cittadini che lo avevano
tanto ingratamente ed indiscretamente offeso. E quando
queste passioni di tali offese possono tanto in uno
cittadino romano, e in quegli tempi che Roma ancora era
incorrotta, si debbe pensare quanto elle possano in uno
cittadino d'un'altra città che non sia fatta come era allora
quella. E perché a simili disordini che nascano nelle
republiche non si può dare certo rimedio, ne seguita che gli
è impossibile ordinare una republica perpetua, perché per
mille inopinate vie si causa la sua rovina.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>18</head>
<head>Nessuna cosa è più degna d'uno capitano, che presentire i
partiti del nimico.</head>

<p>Diceva Epaminonda tebano, nessuna cosa essere più
necessaria e più utile ad uno capitano, che conoscere le
diliberazioni e' partiti del nimico. E perché tale
cognizione è difficile, merita tanto più laude quello che
adopera in modo che le coniettura. E non tanto è difficile
intendere i disegni del nimico, ch'egli è qualche volta
difficile intendere le azioni sue; e non tanto le azioni che
per lui si fanno discosto, quanto le presenti e le
propinque. Perché molte volte è accaduto che, sendo durata
una zuffa infino a notte, chi ha vinto crede avere perduto,
e chi ha perduto crede avere vinto. Il quale errore ha fatto
diliberare cose contrarie alla salute di colui che ha
diliberato: come intervenne a Bruto e Cassio, i quali per
questo errore perderono la guerra; perché, avendo vinto
Bruto dal corno suo, credette Cassio, che aveva perduto, che
tutto lo esercito fusse rotto; e disperatosi, per questo
errore, della salute, ammazzò sé stesso. Ne' nostri tempi,
nella giornata che fece in Lombardia, a Santa Cecilia,
Francesco re di Francia, con i Svizzeri, sopravvenendo la
notte, credettero, quella parte de' Svizzeri che erano
rimasti interi, avere vinto, non sappiendo di quegli che
erano stati rotti e morti: il quale errore fece che loro
medesimi non si salvarono, aspettando di ricombattere la
mattina con tanto loro disavantaggio; e fecero anche errare,
e per tale errore presso che rovinare, lo esercito del Papa
e di Ispagna, il quale, in su la falsa nuova della vittoria,
passò il Po, e, se procedeva troppo innanzi, restava
prigione de' Franciosi che erano vittoriosi.</p>
<p>Questo simile errore occorse ne' campi romani e in quegli
degli Equi. Dove, sendo Sempronio consolo con lo esercito
allo incontro degl'inimici, ed appiccandosi la zuffa, si
travagliò quella giornata infino a sera, con varia fortuna
dell'uno e dell'altro: e venuta la notte, sendo l'uno e
l'altro esercito mezzo rotto, non ritornò alcuno di loro ne'
suoi alloggiamenti; anzi ciascuno si ritrasse ne' prossimi
colli, dove credevano essere più sicuri; e lo esercito
romano si divise in due parti: l'una ne andò col Console;
l'altra, con uno Tempanio centurione, per la virtù del quale
lo esercito romano quel giorno non era stato rotto
interamente. Venuta la mattina, il Consolo romano, sanza
intendere altro de' nimici, si tirò verso Roma; il simile
fece lo esercito degli Equi: perché ciascuno di questi
credeva che il nimico avesse vinto, e però ciascuno si
ritrasse sanza curare di lasciare i suoi alloggiamenti in
preda. Accadde che Tempanio, ch'era con il resto dello
esercito romano, ritirandosi ancora esso, intese, da certi
feriti degli Equi, come i capitani loro s'erano partiti, ed
avevano abbandonati gli alloggiamenti: donde che egli, in su
questa nuova, se n'entrò negli alloggiamenti romani, e
salvogli; e dipoi saccheggiò quegli degli Equi, e se ne
tornò a Roma vittorioso. La quale vittoria come si vede,
consisté solo in chi prima di loro intese i disordini del
nimico. Dove si debbe notare, come e' può spesso occorrere
che due eserciti, che siano a fronte l'uno dell'altro, siano
nel medesimo disordine, e patischino le medesime necessità;
e che quello resti poi vincitore che è il primo ad intendere
le necessità dello altro.</p>
<p>Io voglio dare di questo uno esemplo domestico e moderno.
Nel <num>1498</num>, quando i Fiorentini avevano uno esercito grosso
in quel di Pisa, e stringevano forte quella città; della
quale avendo i Viniziani presa la protezione, non veggendo
altro modo a salvarla, diliberarono di divertire quella
guerra, assaltando da un'altra banda il dominio di Firenze;
e, fatto uno esercito potente, entrarono per la Val di
Lamona, ed occuparono il borgo di Marradi, ed assediarono la
rocca di Castiglione, che è in sul colle di sopra. Il che
sentendo i Fiorentini, diliberarono soccorrere Marradi, e
non diminuire le forze avevano in quel di Pisa; e fatte
nuove fanterie, ed ordinate nuove genti a cavallo, le
mandarono a quella volta: delle quali ne furono capi Iacopo
IV d'Appiano, signore di Piombino, ed il conte Rinuccio da
Marciano. Sendosi adunque, condotte queste genti in su il
colle sopra Marradi, si levarono i nimici d'intorno a
Castiglione, e ridussersi tutti nel borgo. Ed essendo stato
l'uno e l'altro di questi due eserciti a fronte qualche
giorno, pativa l'uno e l'altro assai e di vettovaglie e
d'ogni altra cosa necessaria: e non avendo ardire l'uno
d'affrontare l'altro, né sappiendo i disordini l'uno
dell'altro, deliberarono in una sera medesima l'uno e
l'altro di levare gli alloggiamenti la mattina vegnente, e
ritirarsi in dietro; il Viniziano verso Bersighella e
Faenza, il Fiorentino verso Casaglia e il Mugello. Venuta
adunque la mattina, ed avendo ciascuno de' campi
incominciato ad avviare i suoi impedimenti; a caso una donna
si capitoloì del borgo di Marradi, e venne verso il campo
fiorentino, sicura per la vecchiezza e per la povertà,
desiderosa di vedere certi suoi che erano in quel campo:
dalla quale intendendo i capitani delle genti fiorentine,
come il campo viniziano partiva, si fecero, in su questa
nuova, gagliardi; e mutato consiglio, come se gli avessono
disalloggiati i nimici, ne andarono sopra di loro, e
scrissero a Firenze avergli ributtati e vinta la guerra. La
quale vittoria non nacque da altro che dallo avere inteso
prima dei nimici come e' se n'andavano: la quale notizia, se
fusse prima venuta dall'altra parte, arebbe fatto contro a'
nostri il medesimo effetto.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>19</head>
<head>Se a reggere una moltitudine è più necessario l'ossequio
che la pena.</head>

<p>Era la Republica romana sollevata per le inimicizie de'
nobili e de' plebei: nondimeno, soprastando loro la guerra,
mandarono fuori con gli eserciti Quinzio ed Appio Claudio.
Appio, per essere crudele e rozzo nel comandare, fu male
ubidito da' suoi, tanto che quasi rotto si fuggì della sua
provincia; Quinzio, per essere benigno e di umano ingegno
ebbe i suoi soldati ubbidienti, e riportonne la vittoria.
Donde e' pare che e' sia meglio, a governare una
moltitudine, essere umano che superbo, pietoso che crudele.
Nondimeno, Cornelio Tacito, al quale molti altri scrittori
acconsentano in una sua sentenza conchiude il contrario,
quando ait: «In multitudine regenda plus poena quam
obsequium valet». E considerando come si possa salvare
l'una e l'altra di queste opinioni dico: o che tu hai a
reggere uomini che ti sono per l'ordinario compagni, o
uomini che ti sono sempre suggetti. Quando ti sono compagni,
non si può interamente usare la pena, né quella severità di
che ragiona Cornelio; e perché la plebe romana aveva in Roma
equale imperio con la Nobilità, non poteva uno, che ne
diventava principe a tempo, con crudeltà e rozzezza
maneggiarla. E molte volte si vide che migliore frutto
fecero i capitani romani che si facevano amare dagli
eserciti, e che con ossequio gli maneggiavano, che quegli
che si facevano istraordinariamente temere; se già e' non
erano accompagnati da una eccessiva virtù, come fu Manlio
Torquato. Ma chi comanda a' sudditi, de' quali ragiona
Cornelio, acciocché non doventino insolenti, e che per
troppa tua facilità non ti calpestino, debbe volgersi più
tosto alla pena che all'ossequio. Ma questa anche debbe
essere in modo moderata, che si fugga l'odio; perché farsi
odiare non tornò mai bene ad alcuno principe. Il modo del
fuggirlo è lasciare stare la roba de' sudditi: perché del
sangue, quando non vi sia sotto ascosa la rapina, nessuno
principe ne è desideroso, se non necessitato, e questa
necessità viene rade volte; ma, sendovi mescolata la rapina
viene sempre, né mancano mai le cagioni ed il desiderio di
spargerlo; come in altro trattato sopra questa materia si è
largamente discorso. Meritò adunque, più laude Quinzio che
Appio, e la sentenza di Cornelio, dentro ai termini suoi, e
non ne' casi osservati di Appio, merita d'essere approvata.</p>
<p>E perché noi abbiamo parlato della pena e dell'ossequio non
mi pare superfluo mostrare, come uno esemplo di umanità poté
appresso i Falisci più che l'armi.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>20</head>
<head>Uno esemplo di umanità appresso i Falisci potette più che
ogni forza romana.</head>

<p>Essendo Cammillo con lo esercito intorno alla città de'
Falisci, e quella assediando, uno maestro di scuola de' più
nobili fanciulli di quella città, pensando di gratificarsi
Cammillo ed il popolo romano, sotto colore di esercizio
uscendo con quegli fuori della terra, gli condusse tutti nel
campo innanzi a Cammillo, e presentandogli, disse, come,
mediante loro quella terra si darebbe nelle sue mani. Il
quale presente non solamente non fu accettato da Cammillo;
ma, fatto spogliare quel maestro, e legatogli le mani di
dietro, e dato a ciascuno di quegli fanciulli una verga in
mano, lo fece da quegli con di molte battiture accompagnare
nella terra. La quale cosa intesa da quegli cittadini,
piacque tanto loro la umanità ed integrità di Cammillo, che,
sanza volere più difendersi, diliberarono di darli la terra.
Dove è da considerare, con questo vero esemplo, quanto
qualche volta possa più negli animi degli uomini uno atto
umano e pieno di carità, che uno atto feroce e violento; e
come molte volte quelle provincie e quelle città che le
armi, gl'instrumenti bellici ed ogni altra umana forza non
ha potuto aprire, uno esemplo di umanità e di piatà, di
castità o di liberalità, ha aperte. Di che ne sono nelle
istorie, oltre a questo, molti altri esempli. E vedesi come
l'armi romane non potevano cacciare Pirro d'Italia, e ne lo
cacciò la liberalità di Fabrizio, quando gli manifestò
l'offerta che aveva fatta ai Romani quello suo familiare, di
avvelenarlo. Vedesi ancora, come a Scipione Affricano non
dette tanta riputazione in Ispagna la espugnazione di
Cartagine Nuova, quanto gli dette quello esemplo di castità,
di avere renduto la moglie, giovane, bella, ed intatta al
suo marito; la fama della quale azione gli fece amica tutta
la Ispagna. Vedesi ancora, questa parte quanto la sia
desiderata da' popoli negli uomini grandi, e quanto sia
laudata dagli scrittori; e da quegli che descrivano la vita
de' principi, e da quegli che ordinano come ei debbano
vivere. Intra i quali Senofonte si affatica assai in
dimostrare quanti onori, quante vittorie, quanta buona fama
arrecasse a Ciro lo essere umano ed affabile, e non dare
alcuno esemplo di sé, né di superbo, né di crudele, né di
lussurioso né di nessuno altro vizio che macchi la vita
degli uomini. Pure nondimeno, veggendo Annibale, con modi
contrari a questi, avere conseguito gran fama e gran
vittorie, mi pare da discorrere, nel seguente capitolo,
donde questo nasca.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>21</head>
<head>Donde nacque che Annibale, con diverso modo di procedere
da Scipione fece quelli medesimi effetti in Italia che
quello in Ispagna.</head>

<p>Io estimo che alcuni si potrebbono maravigliare veggendo
come qualche capitano, nonostante ch'egli abbia tenuto
contraria vita, abbia nondimeno fatti simili effetti a
coloro che sono vissuti nel modo soprascritto: talché pare
che la cagione delle vittorie non dependa dalle predette
cause; anzi pare che quelli modi non ti rechino né più forza
né più fortuna, potendosi per contrari modi acquistare
gloria e riputazione. E per non mi partire dagli uomini
soprascritti, e per chiarire meglio quello che io ho voluto
dire, dico come e' si vede Scipione entrare in Ispagna, e
con quella sua umanità e piatà subito farsi amica quella
provincia, ed adorare ed ammirare da' popoli. Vedesi, allo
incontro, entrare Annibale in Italia, e con modi tutti
contrari, cioè con crudeltà, violenza e rapina ed ogni
ragione infideltà, fare il medesimo effetto che aveva fatto
Scipione in Ispagna; perché, a Annibale, si ribellarono
tutte le città d'Italia, tutti i popoli lo seguirono.</p>
<p>E pensando donde questa cosa possa nascere, ci si vede
dentro più ragioni. La prima è, che gli uomini sono
desiderosi di cose nuove; in tanto che così disiderano il
più delle volte novità quegli che stanno bene, come quegli
che stanno male: perché, come altra volta si disse, ed è il
vero, gli uomini si stuccono nel bene, e nel male si
affliggano. Fa, adunque, questo desiderio aprire le porte a
ciascuno che in una provincia si fa capo d'una innovazione;
e s'egli è forestiero, gli corrono dietro; s'egli è
provinciale, gli sono intorno, augumentanlo e favorisconlo:
talmenteché, in qualunque modo elli proceda, gli riesce il
fare progressi grandi in quegli luoghi. Oltre a questo, gli
uomini sono spinti da due cose principali; o dallo amore, o
dal timore: talché, così gli comanda chi si fa amare, come
lui che si fa temere; anzi, il più delle volte è più seguito
e più ubbidito chi si fa temere che chi si fa amare.</p>
<p>Importa, pertanto, poco ad uno capitano, per qualunque di
queste vie e' si cammini, pure che sia uomo virtuoso, e che
quella virtù lo faccia riputato intra gli uomini. Perché,
quando la è grande, come la fu in Annibale ed in Scipione,
ella cancella tutti quegli errori che si fanno per farsi
troppo amare o per farsi troppo temere. Perché dall'uno e
dall'altro di questi due modi possono nascere inconvenienti
grandi, ed atti a fare rovinare uno principe: perché colui
che troppo desidera essere amato, ogni poco che si parte
dalla vera via, diventa disprezzabile: quell'altro che
desidera troppo di essere temuto, ogni poco ch'egli eccede
il modo, diventa odioso. E tenere la via del mezzo non si
può appunto, perché la nostra natura non ce lo consente: ma
è necessario queste cose che eccedono mitigare con una
eccessiva virtù, come faceva Annibale e Scipione. Nondimeno
si vide come l'uno e l'altro furono offesi da questi loro
modi di vivere, e così furono esaltati.</p>
<p>La esaltazione di tutti a due si è detta. L'offesa, quanto
a Scipione, fu che gli suoi soldati in Ispagna se gli
ribellarono, insieme con parte de' suoi amici: la quale cosa
non nacque da altro che da non lo temere; perché gli uomini
sono tanto inquieti, che, ogni poco di porta che si apra
loro all'ambizione, dimenticano subito ogni amore che gli
avessero posto al principe per la umanità sua; come fecero i
soldati ed amici predetti: tanto che Scipione, per rimediare
a questo inconveniente, fu costretto usare parte di quella
crudeltà che elli aveva fuggita. Quanto ad Annibale, non ci
è esemplo alcuno particulare, dove quella sua crudeltà e
poca fede gli nocesse: ma si può bene presupporre che
Napoli, e molte altre terre che stettero in fede del popolo
romano, stessero per paura di quella. Viddesi bene questo
che quel suo modo di vivere impio, lo fece più odioso al
popolo romano, che alcuno altro inimico che avesse mai
quella Republica: in modo che, dove a Pirro mentre che egli
era con lo esercito in Italia, manifestarono quello che lo
voleva avvelenare, ad Annibale mai, ancora che disarmato e
disperso, perdonarono, tanto che lo fecioro morire.
Nacquene, adunque, ad Annibale, per essere tenuto impio e
rompitore di fede e crudele, queste incommodità; ma gliene
risultò allo incontro una commodità grandissima, la quale è
ammirata da tutti gli scrittori: che, nel suo esercito,
ancoraché composto di varie generazioni di uomini, non
nacque mai alcuna dissensione, né infra loro medesimi, né
contro di lui. Il che non potette dirivare da altro, che dal
terrore che nasceva dalla persona sua: il quale era tanto
grande, mescolato con la riputazione che gli dava la sua
virtù, che teneva i suoi soldati quieti ed uniti. Conchiudo,
dunque, come e' non importa molto in quale modo uno capitano
si proceda, pure che in esso sia virtù grande che condisca
bene l'uno e l'altro modo di vivere: perché, come è detto,
nell'uno e nell'altro è difetto e pericolo, quando da una
virtù istraordinaria non sia corretto. E se Annibale e
Scipione, l'uno con cose laudabili, l'altro con detestabili,
feciono il medesimo effetto; non mi pare da lasciare
indietro il discorrere ancora di due cittadini romani, che
conseguirono con diversi modi, ma tutti a due laudabili, una
medesima gloria.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>22</head>
<head>Come la durezza di Manlio Torquato e la comità di Valerio
Corvino acquistò a ciascuno la medesima gloria.</head>

<p>E' furno in Roma in uno medesimo tempo due capitani
eccellenti, Manlio Torquato e Valerio Corvino; i quali, di
pari virtù, di pari trionfi e gloria, vissono in Roma, e
ciascuno di loro, in quanto si apparteneva al nimico, con
pari virtù l'acquistarono, ma quanto si apparteneva agli
eserciti ed agl'intrattenimenti de' soldati,
diversissimamente procederono: perché Manlio con ogni
generazione di severità sanza intermettere a' suoi soldati o
fatica o pena, gli comandava: Valerio, dall'altra parte, con
ogni modo e termine umano, e pieno di una familiare
domestichezza, gl'intratteneva. Per che si vide, che, per
avere l'ubbidienza de' soldati, l'uno ammazzò il figliuolo,
e l'altro non offese mai alcuno. Nondimeno, in tanta
diversità di procedere, ciascuno fece il medesimo frutto, e
contro a' nimici ed in favore della republica e suo. Perché
nessuno soldato non mai o detrattò la zuffa o si ribellò da
loro o fu, in alcuna parte, discrepante dalla voglia di
quegli; quantunque gl'imperi di Manlio fussero sì aspri, che
tutti gli altri imperi che eccedevano il modo, erano
chiamati «manliana imperia». Dove è da considerare, prima,
donde nacque che Manlio fu costretto procedere sì
rigidamente; l'altro, donde avvenne che Valerio potette
procedere sì umanamente l'altro, quale cagione fe' che
questi diversi modi facessero il medesimo effetto; ed in
ultimo, quale sia di loro meglio, e, imitare, più utile. Se
alcuno considera bene la natura di Manlio d'allora che Tito
Livio ne comincia a fare menzione, lo vedrà uomo fortissimo,
pietoso verso il padre e verso la patria, e reverentissimo
a' suoi maggiori. Queste cose si conoscono dalla morte di
quel Francioso, dalla difesa del padre contro al Tribuno; e
come, avanti ch'egli andasse alla zuffa del Francioso, e'
n'andò al Consolo con queste parole: «Iniussu tuo adversus
hostem nunquam pugnabo, non si certam victoriam videam».
Venendo, dunque, un uomo così fatto a grado che comandi,
desidera di trovare tutti gli uomini simili a sé; e l'animo
suo forte gli fa comandare cose forti; e quel medesimo,
comandate che le sono, vuole si osservino. Ed è una regola
verissima, che, quando si comanda cose aspre, conviene con
asprezza farle osservare; altrimenti, te ne troverresti
ingannato. Dove è da notare, che a volere essere ubbidito, è
necessario saper comandare: e coloro sanno comandare, che
fanno comparazione dalle qualità loro a quelle di chi ha ad
ubbidire; e quando vi veggono proporzione, allora comandino;
quando sproporzione, se ne astenghino.</p>
<p>E però diceva un uomo prudente, che, a tenere una
republica, con violenza, conveniva fusse proporzione da chi
sforzava a quel che era sforzato. E qualunque volta questa
proporzione vi era, si poteva credere che quella violenza
fusse durabile; ma quando il violentato fusse più forte che
il violentante, si poteva dubitare che ogni giorno quella
violenza cessasse.</p>
<p>Ma tornando al discorso nostro, dico che, a comandare le
cose forti, conviene essere forte; e quello che è di questa
fortezza e che le comanda, non può poi con dolcezza farle
osservare. Ma chi non è di questa fortezza d'animo, si debbe
guardare dagl'imperi istraordinari, e negli ordinari può
usare la sua umanità. Perché le punizioni ordinarie non sono
imputate al principe, ma alle leggi ed a quegli ordini.
Debbesi, dunque, credere che Manlio fusse costretto
procedere sì rigidamente dagli straordinari suoi imperi, a'
quali lo inclinava la sua natura: i quali sono utili in una
republica, perché e' riducono gli ordini di quella verso il
principio loro, e nella sua antica virtù. E se una republica
fusse sì felice, ch'ella avesse spesso, come di sopra
dicemo, chi con lo esemplo suo le rinnovasse le leggi; e non
solo la ritenesse che la non corresse alla rovina, ma la
ritirasse indietro; la sarebbe perpetua. Sì che Manlio fu
uno di quelli che con l'asprezza de' suoi imperi ritenne la
disciplina militare in Roma; costretto prima dalla natura
sua, dipoi dal desiderio aveva, si osservasse quello che il
suo naturale appetito gli aveva fatto ordinare. Dall'altro
canto, Valerio potette procedere umanamente, come colui a
cui bastava si osservassono le cose consuete osservarsi
negli eserciti romani. La quale consuetudine, perché era
buona, bastava ad onorarlo; e non era faticosa a osservarla,
e non necessitava Valerio a punire i transgressori: sì
perché non ve n'era; sì perché, quando e' ve ne fosse stati,
imputavano, come è detto, la punizione loro agli ordini e
non alla crudeltà del principe. In modo che, Valerio poteva
fare nascere da lui ogni umanità, dalla quale ei potesse
acquistare grado con i soldati, e la contentezza loro. Donde
nacque che, avendo l'uno e l'altro la medesima ubbidienza,
potettono, diversamente operando, fare il medesimo effetto.
Possono quelli che volessero imitare costoro, cadere in
quelli vizi di dispregio e di odio che io dico, di sopra, di
Annibale e di Scipione: il che si fugge con una virtù
eccessiva che sia in te, e non altrimenti.</p>
<p>Resta ora a considerare quale di questi modi di procedere
sia più laudabile. Il che credo sia disputabile, perché gli
scrittori lodano l'uno modo e l'altro. Nondimeno, quegli che
scrivono come uno principe si abbia a governare, si
accostano più a Valerio che a Manlio; e Senofonte,
preallegato da me, dando di molti esempli della umanità di
Ciro, si conforma assai con quello che dice di Valerio, Tito
Livio. Perché, essendo fatto Consolo contro ai Sanniti, e
venendo il dì che doveva combattere, parlò a' suoi soldati
con quella umanità con la quale ei si governava; e dopo tale
parlare, Tito Livio dice quelle parole: «Non alias militi
familiarior dux fuit, inter infimos milites omnia haud
gravate mundia obeundo. In ludo praeterea militari, cum
velocitatis viriumque inter se aequales certamina ineunt,
comiter facilis vincere ac vinci vultu eodem; nec quemquam
aspernari parem qui se offerret; factis benignus pro re;
dictis haud minus libertatis alienae, quam suae dignitatis
memor; et (quo nihil popularius est) quibus artibus petierat
magistratus, iisdem gerebat». Parla medesimamente, di
Manlio, Tito Livio onorevolmente, mostrando che la sua
severità nella morte del figliuolo fece tanto ubbidiente lo
esercito al Consolo, che fu cagione della vittoria che il
popolo romano ebbe contro ai Latini; ed in tanto procede in
laudarlo, che, dopo tale vittoria, descritto ch'egli ha
tutto l'ordine di quella zuffa, e mostri tutti i pericoli
che il popolo romano vi corse, e le difficultà che vi furono
a vincere fa questa conclusione: che solo la virtù di Manlio
dette quella vittoria ai Romani. E faccendo comparazione
delle forze dell'uno e dell'altro esercito, afferma come
quella parte arebbe vinto che avesse avuto per consolo
Manlio. Talché considerato tutto quello che gli scrittori ne
parlano, sarebbe difficile giudicarne. Nondimeno, per non
lasciare questa parte indecisa, dico come in uno cittadino
che viva sotto le leggi d'una republica, credo sia più
laudabile e meno pericoloso il procedere di Manlio: perché
questo modo tutto è in favore del publico, e non risguarda
in alcuna parte all'ambizione privata; perché tale modo non
si può acquistare partigiani, mostrandosi sempre aspro a
ciascuno, ed amando solo il bene commune; perché chi fa
questo, non si acquista particulari amici, quali noi
chiamiamo, come di sopra si disse, partigiani. Talmenteché,
simile modo di procedere non può essere più utile né più
disiderabile in una republica; non mancando in quello la
utilità publica, e non vi potendo essere alcun sospetto
della potenza privata. Ma nel modo del procedere di Valerio
è il contrario: perché, se bene in quanto al publico si
fanno e' medesimi effetti, nondimeno vi surgono molte
dubitazioni per la particulare benivolenza che colui si
acquista con i soldati, da fare in uno lungo imperio cattivi
effetti contro alla libertà.</p>
<p>E se in Publicola questi cattivi effetti non nacquono, ne
fu cagione non essere ancora gli animi de' Romani corrotti,
e quello non essere stato lungamente e continovamente al
governo loro. Ma se noi abbiamo a considerare uno principe,
come considera Senofonte, noi ci accostereno al tutto a
Valerio, e lasceremo Manlio perché uno principe debbe
cercare ne' soldati e ne' sudditi l'ubbidienza e lo amore.
La ubbidienza gli dà lo essere osservatore degli ordini e lo
essere tenuto virtuoso; lo amore gli dà l'affabilità,
l'umanità, la piatà, e l'altre parti che erano in Valerio, e
che Senofonte scrive essere in Ciro. Perché lo essere uno
principe bene voluto particularmente, ed avere lo esercito
suo partigiano, si conforma con tutte l'altre parti dello
stato suo: ma in uno cittadino che abbia lo esercito suo
partigiano, non si conforma già questa parte con l'altre sue
parti, che lo hanno a fare vivere sotto le leggi ed ubidire
ai magistrati.</p>
<p>Leggesi intra le cose antiche della Republica viniziana,
come, essendo le galee viniziane tornate in Vinegia, e
venendo certa differenza intra quegli delle galee ed il
popolo, donde si venne al tumulto ed all'armi, né si potendo
la cosa quietare né per forza di ministri né per riverenza
di cittadini né timore de' magistrati; subito a quelli
marinai apparve innanzi uno gentiluomo che era, l'anno
davanti, stato capitano loro, per amore di quello si
partirono, e lasciarono la zuffa. La quale ubbidienza generò
tanta suspizione al Senato, che, poco tempo dipoi, i
Viniziani, o per prigione o per morte, se ne assicurarono.
Conchiudo pertanto, il procedere di Valerio essere utile in
uno principe e pernizioso in uno cittadino; non solamente
alla patria, ma a sé a lei, perché quelli modi preparano la
via alla tirannide; a sé, perché in sospettando la sua città
del modo del procedere suo è costretta assicurarsene con suo
danno. E così, per il contrario, affermo il procedere di
Manlio in uno principe essere dannoso, ed in uno cittadino
utile, e massime alla patria: ed ancora rade volte offende;
se già questo odio che ti reca la tua severità, non è
accresciuto da sospetto che l'altre tue virtù per la gran
riputazione ti arrecassono: come, di sotto, di Cammillo si
discorrerà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>23</head>
<head>Per quale cagione Cammillo fusse cacciato di Roma.</head>

<p>Noi abbiamo conchiuso di sopra, come, procedendo come
Valerio, si nuoce alla patria ed a sé; e, procedendo come
Manlio, si giova alla patria, e nuocesi qualche volta a sé.
Il che si pruova assai bene per lo esemplo di Cammillo, il
quale nel procedere suo simigliava più tosto Manlio che
Valerio. Donde Tito Livio, parlando di lui, dice, come
«eius virtutem milites oderant, et mirabantur».</p>
<p>Quello che lo faceva tenere maraviglioso era la
sollicitudine, la prudenza, la grandezza dello animo, il
buon ordine che lui servava nello adoperarsi, e nel
comandare agli eserciti: quello che lo faceva odiare, era
essere più severo nel gastigargli che liberale nel
rimunerargli. E Tito Livio ne adduce di questo odio queste
cagioni: la prima, che i danari che si trassono de' beni de'
Veienti che si venderono, esso gli applicò al publico, e non
gli divise con la preda: l'altra, che nel trionfo ei fece
tirare il suo carro trionfale da quattro cavagli bianchi,
dove essi dissero che per la superbia e' si era voluto
agguagliare al Sole: la terza, che ei fece voto di dare a
Apolline la decima parte della preda de' Veienti, la quale,
volendo sodisfare al voto, si aveva a trarre delle mani de'
soldati che l'avevano di già occupata. Dove si notano bene e
facilmente quelle cose che fanno uno principe odioso
appresso il popolo; delle quali la principale è privarlo
d'uno utile. La quale è cosa d'importanza assai, perché le
cose che hanno in sé utilità, quando l'uomo n'è privo, non
le dimentica mai, ed ogni minima necessità te ne fa
ricordare; e perché le necessità vengono ogni giorno, tu te
ne ricordi ogni giorno. L'altra cosa è lo apparire superbo
ed enfiato; il che non può essere più odioso a' popoli, e
massime a' liberi. E benché da quella superbia e da quel
fasto non ne nascesse loro alcuna incommodità, nondimeno
hanno in odio chi l'usa: da che uno principe si debbe
guardare come da uno scoglio: perché tirarsi odio addosso
senza suo profitto, è al tutto partito temerario e poco
prudente.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>24</head>
<head>La prolungazione degl'imperii fece serva Roma.</head>

<p>Se si considera bene il procedere della Republica romana,
si vedrà due cose essere state cagione della risoluzione di
quella Republica: l'una furon le contenzioni che nacquono
dalla legge agraria; l'altra, la prolungazione degli
imperii: le quali cose se fussono state conosciute bene da
principio, e fattovi i debiti rimedi, sarebbe stato il
vivere libero più lungo, e per avventura più quieto. E
benché, quanto alla prolungazione dello imperio, non si
vegga che in Roma nascessi mai alcuno tumulto; nondimeno si
vide in fatto, quanto nocé alla città quella autorità che i
cittadini per tali diliberazioni presono. E se gli altri
cittadini a chi era prorogato il magistrato, fussono stati
savi e buoni come fu Lucio Quinzio, non si sarebbe incorso
in questo inconveniente. La bontà del quale è di uno esemplo
notabile, perché, essendosi fatto intra la Plebe ed il
Senato convenzione d'accordo, ed avendo la Plebe prolungato
in uno anno lo imperio ai Tribuni, giudicandogli atti a
potere resistere all'ambizione de' nobili, volle il Senato,
per gara della Plebe e per non parere da meno di lei,
prolungare il consolato a Lucio Quinzio: il quale al tutto
negò questa diliberazione, dicendo che i cattivi esempli si
voleva cercare di spegnergli, non di accrescergli con uno
altro più cattivo esemplo, e volle si facessono nuovi
Consoli. La quale bontà e prudenza se fosse stata in tutti i
cittadini romani, non arebbe lasciata introdurre quella
consuetudine di prolungare i magistrati, e da quelli non si
sarebbe venuto alla prolungazione delli imperii: la quale
cosa, col tempo, rovinò quella Republica. Il primo a chi fu
prorogato lo imperio, fu a Publio Philone; il quale essendo
a campo alla città di Palepoli, e venendo la fine del suo
consolato, e parendo al Senato ch'egli avesse in mano quella
vittoria, non gli mandarono il successore, ma lo fecero
Proconsolo; talché fu il primo Proconsolo. La quale cosa,
ancora che mossa dal Senato per utilità publica, fu quella
che con il tempo fece serva Roma. Perché, quanto più i
Romani si discostarono con le armi, tanto più parve loro
tale prorogazione necessaria, e più la usarono. La quale
cosa fece due inconvenienti: l'uno, che meno numero di
uomini si esercitarono negl'imperii, e si venne per questo a
ristringere la riputazione in pochi: l'altro, che, stando
uno cittadino assai tempo comandatore d'uno esercito, se lo
guadagnava e facevaselo partigiano; perché quello esercito
col tempo dimenticava il Senato e riconosceva quello capo.
Per questo Silla e Mario poterono trovare soldati che contro
al bene publico gli seguitassono: per questo, Cesare potette
occupare la patria. Che se mai i Romani non avessono
prolungati i magistrati e gli imperii, se non venivano sì
tosto a tanta potenza, e se fussono stati più tardi gli
acquisti loro, sarebbono ancora più tardi venuti nella
servitù.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>25</head>
<head>Della povertà di Cincinnato e di molti cittadini romani.</head>

<p>Noi abbiamo ragionato altrove come la più utile cosa che si
ordini in uno vivere libero è che si mantenghino i cittadini
poveri. E benché in Roma non apparisca quale ordine fusse
quello che facesse questo effetto, avendo, massime, la legge
agraria avuta tanta oppugnazione; nondimeno per esperienza
si vide, che, dopo quattrocento anni che Roma era stata
edificata, vi era una grandissima povertà; né si può credere
che altro ordine maggiore facesse questo effetto, che vedere
come per la povertà non ti era impedita la via a qualunque
grado ed a qualunque onore, e come e' si andava a trovare la
virtù in qualunque casa l'abitasse. Il quale modo di vivere
faceva manco desiderabili le ricchezze. Questo si vede
manifesto; perché, sendo Minuzio consolo assediato con lo
esercito suo dagli Equi, si empié di paura Roma, che quello
esercito non si perdesse; tanto che ricorsero a creare il
Dittatore, ultimo rimedio nelle loro cose afflitte. E
crearono Lucio Quinzio Cincinnato, il quale allora si
trovava nella sua piccola villa, la quale lavorava di sua
mano. La quale cosa con parole auree e celebrata da Tito
Livio, dicendo: «Operae pretium est audire, qui omnia prae
divitiis humana spernunt, neque honori magno locum, neque
virtuti putant esse, nisi effusae affluant opes». Arava
Cincinnato la sua piccola villa, la quale non trapassava il
termine di quattro iugeri quando da Roma vennero i Legati
del Senato a significargli la elezione della sua dittatura,
a mostrargli in quale pericolo si trovava la romana
Republica. Egli, presa la sua toga, venuto in Roma e
ragunato uno esercito ne andò a liberare Minuzio, ed avendo
rotti e spogliati i nimici, e liberato quello, non volle che
lo esercito assediato fusse partecipe della preda,
dicendogli queste parole: - Io non voglio che tu participi
della preda di coloro de' quali tu se' stato per essere
preda; - e privò Minuzio del consolato, e fecelo Legato,
dicendogli: - Starai in questo grado tanto, che tu impari a
sapere essere Consolo -. Aveva fatto suo Maestro de' cavagli
Lucio Tarquinio, il quale per la povertà militava a piede.
Notasi, come è detto, l'onore che si faceva in Roma alla
povertà; e come a un uomo buono e valente, quale era
Cincinnato, quattro iugeri di terra bastavano a nutrirlo. La
quale povertà si vede come era ancora ne' tempi di Marco
Regolo; perché, sendo in Affrica con gli eserciti, domandò
licenza al Senato per potere tornare a custodire la sua
villa, la quale gli era guasta da' suoi lavoratori. Dove si
vede due cose notabilissime: l'una, la povertà, e come vi
stavano dentro contenti, e come e' bastava a quelli
cittadini trarre della guerra onore, e l'utile tutto
lasciavano al publico. Perché, s'egli avessero pensato
d'arricchire della guerra, gli sarebbe dato poca briga che i
suoi campi fussono stati guasti. L'altra è considerare la
generosità dell'animo di quelli cittadini, i quali, preposti
ad uno esercito, saliva la grandezza dello animo loro sopra
ogni principe, non stimavono i re, non le republiche; non
gli sbigottiva né spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi
privati, diventavano parchi, umili, curatori delle piccole
facultà loro, ubbidienti a' magistrati, reverenti alli loro
maggiori: talché pare impossibile che uno medesimo animo
patisca tale mutazione. Durò questa povertà ancora infino a'
tempi di Paulo Emilio, che furono quasi gli ultimi felici
tempi di quella Republica, dove uno cittadino, che col
trionfo suo arricchì Roma, nondimeno mantenne povero sé. Ed
in tanto si stimava ancora la povertà, che Paulo,
nell'onorare chi si era portato bene nella guerra, donò a
uno suo genero una tazza d'ariento, il quale fu il primo
ariento che fusse nella sua casa. Potrebbesi, con un lungo
parlare, mostrare quanto migliori frutti produca la povertà
che la ricchezza, e come l'una ha onorato le città, le
provincie, le sétte, e l'altra le ha rovinate; se questa
materia non fusse stata molte volte da altri uomini
celebrata.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>26</head>
<head>Come per cagione di femine si rovina uno stato.</head>

<p>Nacque nella città d'Ardea intra i patrizi e gli plebei una
sedizione per cagione d'uno parentado: dove, avendosi a
maritare una femina ricca, la domandarono parimente uno
plebeo ed uno nobile; e non avendo quella padre, i tutori la
volevono congiugnere al plebeo, la madre al nobile: di che
nacque tanto tumulto, che si venne alle armi; dove tutta la
Nobilità si armò in favore del nobile, e tutta la plebe in
favore del plebeo. Talché, essendo superata la plebe, si
uscì d'Ardea, e mandò a' Volsci per aiuto: i nobili
mandarono a Roma. Furono prima i Volsci, e, giunti intorno
ad Ardea, si accamparono. Sopravvennono i Romani, e
rinchiusono i Volsci infra la terra e loro; tanto che gli
costrinsono, essendo stretti dalla fame, a darsi a
discrezione. Ed entrati i Romani in Ardea, e morti tutti i
capi della sedizione, composono le cose di quella città.</p>
<p>Sono in questo testo più cose da notare. Prima, si vede
come le donne sono state cagioni di molte rovine, ed hanno
fatti gran danni a quegli che governano una città, ed hanno
causato di molte divisioni in quelle: e, come si è veduto in
questa nostra istoria, lo eccesso fatto contro a Lucrezia
tolse lo stato ai Tarquinii; quell'altro, fatto contro a
Virginia, privò i Dieci dell'autorità loro. Ed Aristotile,
intra le prime cause che mette della rovina de' tiranni, è
lo avere ingiuriato altrui per conto delle donne, o con
stuprarle, o con violarle, o con rompere i matrimonii; come
di questa parte, nel capitolo dove noi trattamo delle
congiure, largamente si parlò. Dico, adunque, come i
principi assoluti ed i governatori delle republiche non
hanno a tenere poco conto di questa parte; ma debbono
considerare i disordini che per tale accidente possono
nascere, e rimediarvi in tempo che il rimedio non sia con
danno e vituperio dello stato loro o della loro republica:
come intervenne agli Ardeati; i quali, per avere lasciato
crescere quella gara intra i loro cittadini, si condussero a
dividersi infra loro; e, volendo riunirsi, ebbono a mandare
per soccorsi esterni: il che è uno grande principio d'una
propinqua servitù.</p>
<p>Ma veniamo allo altro notabile, del modo del riunire le
città; del quale nel futuro capitolo parlereno.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>27</head>
<head>Come e' si ha ad unire una città divisa; e come e' non è
vera quella opinione, che, a tenere le città, bisogni
tenerle divise.</head>

<p>Per lo esemplo de' Consoli romani che riconciliorono
insieme gli Ardeati, si nota il modo come si debbe comporre
una città divisa: il quale non è altro, né altrimenti si
debbe medicare, che ammazzare i capi de' tumulti, perché gli
è necessario pigliare uno de' tre modi: o ammazzargli, come
feciono costoro; o rimuovergli della città; o fare loro fare
pace insieme, sotto oblighi di non si offendere. Di questi
tre modi, questo ultimo è più dannoso, meno certo e più
inutile. Perché gli è impossibile, dove sia corso assai
sangue, o altre simili ingiurie, che una pace, fatta per
forza, duri, riveggendosi ogni dì insieme in viso; ed è
difficile che si astenghino dallo ingiuriare l'uno l'altro,
potendo nascere infra loro ogni dì, per la conversazione,
nuove cagioni di querele.</p>
<p>Sopra che non si può dare il migliore esemplo che la città
di Pistoia. Era divisa quella città, come è ancora, quindici
anni sono, in Panciatichi e Cancellieri; ma allora era in
sull'armi, ed oggi le ha posate. E dopo molte dispute infra
loro vennono al sangue, alla rovina delle case, al predarsi
la roba, e ad ogni altro termine di nimico. Ed i Fiorentini,
che gli avevano a comporre, sempre vi usarono quel terzo
modo; e sempre ne nacque maggiori tumulti e maggiori
scandali: tanto che, stracchi, e' si venne al secondo modo,
di rimuovere i capi delle parti; de' quali alcuni messono in
prigione alcuni altri confinarono in vari luoghi: tanto che
l'accordo fatto potette stare, ed è stato infino a oggi. Ma
sanza dubbio più sicuro saria stato il primo. Ma perché
simili esecuzioni hanno il grande ed il generoso, una
republica debole non le sa fare, ed ènne tanto discosto, che
a fatica la si conduce al rimedio secondo. E questi sono di
quegli errori che io dissi nel principio, che fanno i
principi de' nostri tempi, che hanno a giudicare le cose
grandi; perché doverrebbono volere udire come si sono
governati coloro che hanno avuto a giudicare anticamente
simili casi. Ma la debolezza de' presenti uomini, causata
dalla debole educazione loro e dalla poca notizia delle
cose, fa che si giudicano i giudicii antichi, parte inumani,
parte impossibili. Ed hanno certe loro moderne opinioni,
discosto al tutto dal vero, come è quella che dicevano e'
savi della nostra città, un tempo fa: che bisognava tenere
Pistoia con le parti, e Pisa con le fortezze; e non si
avveggono, quanto l'una e l'altra di queste due cose è
inutile.</p>
<p>Io voglio lasciare le fortezze, perché di sopra ne parlamo
a lungo; e voglio discorrere la inutilità che si trae del
tenere le terre, che tu hai in governo, divise. In prima,
egli è impossibile che tu ti mantenga tutte a due quelle
parti amiche, o principe o republica che le governi. Perché
dalla natura è dato agli uomini pigliare parte in qualunque
cosa divisa, e piacergli più questa che quella. Talché,
avendo una parte di quella terra male contenta, fa che, la
prima guerra che viene, te la perdi; perché gli è
impossibile guardare una città che abbia e' nimici fuori e
dentro. Se la è una republica che la governi, non ci è il
più bel modo a fare cattivi i tuoi cittadini ed a fare
dividere la tua città, che avere in governo una città
divisa; perché ciascuna parte cerca di avere favori, e
ciascuna si fa amici con varie corruttele: talché ne nasce
due grandissimi inconvenienti; l'uno, che tu non ti gli fai
mai amici, per non gli potere governare bene, variando il
governo spesso, ora con l'uno, ora con l'altro omore;
l'altro, che tale studio di parte divide di necessità la tua
republica. Ed il Biondo, parlando de' Fiorentini e de'
Pistolesi, ne fa fede, dicendo: «Mentre che i Fiorentini
disegnavono di riunire Pistoia, divisono sé medesimi».
Pertanto, si può facilmente considerare il male che da
questa divisione nasca.</p>
<p>Nel <num>1502</num>, quando si perdé Arezzo, e tutto Val di Tevere e
Val di Chiana, occupatoci dai Vitelli e dal duca Valentino,
venne un monsignor di Lant, mandato dal re di Francia a fare
ristituire ai Fiorentini tutte quelle terre perdute; e
trovando Lant in ogni castello uomini che, nel vicitarlo,
dicevano che erano della parte di Marzocco, biasimò assai
questa divisione: dicendo, che, se in Francia uno di quegli
sudditi del re dicesse di essere della parte del re, sarebbe
gastigato, perché tale voce non significherebbe altro, se
non che in quella terra fusse gente inimica del re, e quel
re vuole che le terre tutte sieno sue amiche, unite e sanza
parte. Ma tutti questi modi e queste opinioni diverse dalla
verità, nascono dalla debolezza di chi è signore; i quali,
veggendo di non potere tenere gli stati con forza e con
virtù, si voltono a simili industrie: le quali qualche volta
ne' tempi quieti giovano qualche cosa, ma, come e' vengono
le avversità ed i tempi forti, le mostrano la fallacia loro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>28</head>
<head>Che si debbe por mente alle opere de' cittadini, perché
molte volte sotto una opera pia si nasconde uno principio di
tirannide.</head>

<p>Essendo la città di Roma aggravata dalla fame, e non
bastando le provisioni publiche a cessarla, prese animo uno
Spurio Melio, essendo assai ricco, secondo quegli tempi, di
fare provisione privatamente di frumento, e pascerne col suo
grado la plebe. Per la quale cosa, egli ebbe tanto concorso
di popolo in suo favore, che il Senato, pensando all'
inconveniente che di quella sua liberalità poteva nascere,
per opprimerla avanti che la pigliasse più forze, gli creò
uno Dittatore addosso, e fecelo morire. Qui è da notare,
come molte volte le opere che paiono pie e da non le potere
ragionevolmente dannare, diventono crudeli, e per una
republica sono pericolosissime, quando le non siano a buona
ora corrette. E per discorrere questa cosa più
particularmente, dico che una republica sanza i cittadini
riputati non può stare, né può governarsi in alcuno modo
bene. Dall'altro canto, la riputazione de' cittadini è
cagione della tirannide delle republiche. E volendo regolare
questa cosa, bisogna ordinarsi talmente, che i cittadini
siano riputati, di riputazione che giovi, e non nuoca, alla
città ed alla libertà di quella. E però si debbe esaminare i
modi con i quali e' pigliano riputazione; che sono in
effetto due: o publici o privati. I modi publici sono,
quando uno, consigliando bene, operando meglio, in beneficio
comune, acquista riputazione. A questo onore si debba aprire
la via ai cittadini, e preporre premii ed ai consigli ed
alle opere, talché se ne abbiano ad onorare e sodisfare. E
quando queste riputazioni, prese per queste vie, siano
stiette e semplici, non saranno mai pericolose: ma quando le
sono prese per vie private, che è l'altro modo preallegato,
sono pericolosissime ed in tutto nocive. Le vie private
sono, faccendo beneficio a questo ed a quello altro privato,
col prestargli danari, maritargli le figliuole, difenderlo
dai magistrati, e faccendogli simili privati favori, i quali
si fanno gli uomini partigiani, e danno animo, a chi è così
favorito, di potere corrompere il publico e sforzare le
leggi. Debbe, pertanto, una republica bene ordinata aprire
le vie come è detto, a chi cerca favori per vie publiche, e
chiuderle a chi li cerca per vie private, come si vede che
fece Roma perché in premio di chi operava bene per il
publico, ordinò i trionfi, e tutti gli altri onori che la
dava ai suoi cittadini, ed in danno di chi sotto vari colori
per vie private cercava di farsi grande, ordinò l'accuse; e
quando queste non bastassero, per essere accecato il popolo
da una spezie di falso bene, ordinò il Dittatore, il quale
con il braccio regio facesse ritornare dentro al segno chi
ne fosse uscito, come la fece per punire Spurio Melio. Ed
una che di queste cose si lasci impunita, è atta a rovinare
una republica; perché difficilmente con quello esemplo si
riduce dipoi in la vera via.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>29</head>
<head>Che gli peccati de' popoli nascono dai principi.</head>

<p>Non si dolghino i principi di alcuno peccato che facciono i
popoli ch'egli abbiano in governo; perché tali peccati
conviene che naschino o per la sua negligenza, o per essere
lui macchiato di simili errori. E chi discorrerà i popoli
che ne' nostri tempi sono stati tenuti pieni di ruberie e di
simili peccati, vedrà che sarà al tutto nato da quegli che
gli governavano, che erano di simile natura. La Romagna,
innanzi che in quella fussono spenti da papa Alessandro VI
quegli signori che la comandavano, era un esempio d'ogni
sceleratissima vita, perché quivi si vedeva per ogni
leggiere cagione seguire occisioni e rapine grandissime. Il
che nasceva dalla tristitia di quelli principi; non dalla
natura trista degli uomini, come loro dicevano. Perché,
sendo quegli principi poveri, e volendo vivere da ricchi,
erano necessitati volgersi a molte rapine, e quelle per vari
modi usare. Ed intra l'altre disoneste vie che tenevano, e'
facevano leggi, e proibivono alcuna azione; dipoi erano i
primi che davano cagione della inosservanza di esse, né mai
punivano gli inosservanti, se non poi, quando vedevano assai
essere incorsi in simile pregiudizio; ed allora si voltavano
alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per
cupidità di riscuotere la pena. Donde nasceva molti
inconvenienti, e sopra tutto, questo, che i popoli
s'impoverivano, e non si correggevano; e quegli che erano
impoveriti, s'ingegnavano, contro a' meno potenti di loro,
prevalersi. Donde surgevano tutti quelli mali che di sopra
si dicano, de' quali era cagione il principe. E che questo
sia vero, lo mostra Tito Livio quando e' narra che, portando
i Legati romani il dono della preda de' Veienti ad Apolline,
furono presi da' corsali di Lipari in Sicilia, e condotti in
quella terra: ed inteso Timasiteo, loro principe, che dono
era questo, dove gli andava e chi lo mandava, si portò,
quantunque nato a Lipari, come uomo romano, e mostrò al
popolo quanto era impio occupare simile dono; tanto che, con
il consenso dello universale, ne lasciò andare i Legati con
tutte le cose loro. E le parole dello istorico sono queste:
«Timasitheus multitudinem religione implevit, quae semper
regenti est similis». E Lorenzo de' Medici, a confermazione
di questa sentenza, dice:
</p>

<lg type="versi">
<l>E quel che fa 'l signor, fanno poi molti;</l>
<l>Ché nel signor son tutti gli occhi volti.</l>
</lg>
</div2>

<div2 type="capitolo">

<head>30</head>
<head>A uno cittadino che voglia nella sua republica fare di sua
autorità alcuna opera buona, è necessario, prima, spegnere
l'invidia: e come, vedendo il nimico, si ha a ordinare la
difesa d'una città.</head>

<p>Intendendo il Senato romano come la Toscana tutta aveva
fatto nuovo deletto per venire a' danni di Roma; e come i
Latini e gli Ernici, stati per lo addietro amici del Popolo
romano, si erano accostati con i Volsci, perpetui inimici di
Roma; giudicò questa guerra dovere essere pericolosa. E
trovandosi Cammillo tribuno di potestà consolare, pensò che
si potesse fare sanza creare il Dittatore, quando gli altri
Tribuni suoi collegi volessono cedergli la somma dello
imperio. Il che detti Tribuni fecero volontariamente: «Nec
quicquam (dice Tito Livio) de maiestate sua detractum
credebant, quod maiestati eius concessissent». Onde
Cammillo, presa a parole questa ubbidienza, comandò che si
scrivesse tre eserciti. Del primo volle essere capo lui, per
ire contro a' Toscani. Del secondo fece capo Quinto
Servilio, il quale volle stesse propinquo a Roma, per ostare
ai Latini ed agli Ernici, se si movessono. Al terzo esercito
prepose Lucio Quinzio, il quale scrisse per tenere guardata
la città e difese le porte e la curia, in ogni caso che
nascesse. Oltre a di questo, ordinò che Orazio, uno de' suoi
collegi, provedesse l'armi ed il frumento e l'altre cose che
richieggono i tempi della guerra. Prepose Cornelio, ancora,
suo collega, al Senato ed al publico consigliò, acciocché
potesse consigliare le azioni che giornalmente si avevano a
fare ed esequire: in modo furono quegli Tribuni, in quelli
tempi, per la salute della patria, disposti a comandare ed a
ubbidire. Notasi per questo testo, quello che faccia uno
uomo buono e savio, e di quanto bene sia cagione, e quanto
utile e' possa fare alla sua patria, quando, mediante la sua
bontà e virtù, egli ha spenta la invidia; la quale è molte
volte cagione che gli uomini non possono operare bene, non
permettendo detta invidia che gli abbino quella autorità la
quale è necessaria avere nelle cose d'importanza. Spegnesi
questa invidia in due modi. O per qualche accidente forte e
difficile, dove ciascuno, veggendosi perire, posposta ogni
ambizione, corre volontariamente ad ubbidire a colui che
crede che con la sua virtù lo possa liberare: come
intervenne a Cammillo, il quale avendo dato di sé tanti
saggi di uomo eccellentissimo, ed essendo stato tre volte
Dittatore, ed avendo amministrato sempre quel grado ad utile
publico, e non a propria utilità aveva fatto che gli uomini
non temevano della grandezza sua; e per esser tanto grande e
tanto riputato, non stimavano cosa vergognosa essere
inferiori a lui (e però dice Tito Livio saviamente quelle
parole «Nec quicquam» <abbr>ecc.</abbr>) in un altro modo si spegne
l'invidia quando, o per violenza o per ordine naturale,
muoiono coloro che sono stati tuoi concorrenti nel venire a
qualche riputazione ed a qualche grandezza; quali,
veggendoti riputato più di loro, è impossibile che mai
acquieschino, e stieno pazienti. E quando e' sono uomini che
siano usi a vivere in una città corrotta, dove la educazione
non abbia fatto in loro alcuna bontà, è impossibile che per
accidente alcuno, mai si ridichino; e per ottenere la voglia
loro, e satisfare alla loro perversità d'animo sarebbero
contenti vedere la rovina della loro patria. A vincere
questa invidia non ci è altro rimedio che la morte di coloro
che l'hanno; e quando la fortuna è tanto propizia a
quell'uomo virtuoso, che si muoiano ordinariamente, diventa,
sanza scandalo, glorioso, quando sanza ostacolo e sanza
offesa e' può mostrare la sua virtù; ma quando e' non abbi
questa ventura, gli conviene pensare per ogni via a torsegli
dinanzi; e prima che e' facci cosa alcuna, gli bisogna
tenere modi che vinca questa difficultà. E chi legge la
Bibbia sensatamente, vedrà Moisè essere stato forzato, a
volere che le sue leggi e che i suoi ordini andassero
innanzi, ad ammazzare infiniti uomini, i quali, non mossi da
altro che dalla invidia, si opponevano a' disegni suoi.
Questa necessità conosceva benissimo frate Girolamo
Savonerola; conoscevala ancora Piero Soderini, gonfaloniere
di Firenze. L'uno non potette vincerla, per non avere
autorità a poterlo fare (che fu il frate), e per non essere
inteso bene da coloro che lo seguitavano, che ne arebbero
avuto autorità. Nonpertanto per lui non rimase, e le sue
prediche sono piene di accuse de' savi del mondo e
d'invettive contro a loro: perché chiamava così questi
invidi, e quegli che si opponevano agli ordini suoi.
Quell'altro credeva, col tempo, con la bontà, con la fortuna
sua, col benificare alcuno, spegnere questa invidia;
vedendosi di assai fresca età, e con tanti nuovi favori che
gli arrecava el modo del suo procedere, che credeva potere
superare quelli tanti che per invidia se gli opponevano,
sanza alcuno scandolo, violenza e tumulto: e non sapeva che
il tempo non si può aspettare, la bontà non basta, la
fortuna varia, e la malignità non truova dono che la plachi.
Tanto che l'uno e l'altro di questi due rovinarono, e la
rovina loro fu causata da non avere saputo o potuto vincere
questa invidia.</p>
<p>L'altro notabile è l'ordine che Cammillo dette, dentro e
fuori, per la salute di Roma. E veramente, non sanza cagione
gli istorici buoni, come è questo nostro, mettono
particularmente e distintamente certi casi, acciocché i
posteri imparino come gli abbino in simili accidenti
difendersi. E debbesi in questo testo notare, che non è la
più pericolosa né la più inutile difesa, che quella che si
fa tumultuariamente e sanza ordine. E questo si mostra per
quello terzo esercito che Cammillo fece scrivere per
lasciarlo, in Roma, a guardia della città: perché molti
arebbero giudicato e giudicherebbero questa parte superflua,
sendo quel popolo, per l'ordinario, armato e bellicoso; e
per questo, che non bisognasse di scriverlo altrimenti, ma
bastasse farlo armare quando il bisogno venisse. Ma
Cammillo, e qualunque fusse savio come era esso, la giudica
altrimenti; perché non permette mai che una moltitudine
pigli l'arme, se non con certo ordine e certo modo. E però,
in su questo esemplo, uno che sia preposto a guardia d'una
città, debba fuggire come uno scoglio il fare armare gli
uomini tumultuosamente; ma debba avere prima scritti e
scelti quegli che voglia si armino, chi gli abbino ad
ubbidire, dove a convenire, dove a andare; e, quegli che non
sono scritti, comandare che stieno ciascuno alle case sue, a
guardia di quelle. Coloro che terranno questo ordine in una
città assaltata, facilmente si potranno difendere: chi farà
altrimenti, non imiterà Cammillo, e non si difenderà.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>31</head>
<head>Le republiche forti e gli uomini eccellenti ritengono in
ogni fortuna il medesimo animo e la loro medesima dignità.</head>

<p>Intra l'altre magnifiche cose che 'l nostro istorico fa
dire e fare a Cammillo, per mostrare come debbe essere fatto
un uomo eccellente, gli mette in bocca queste parole: «Nec
mihi dictatura animos fecit, nec exilium ademit». Per le
quali si vede, come gli uomini grandi sono sempre in ogni
fortuna quelli medesimi; e se la varia, ora con esaltarli,
ora con opprimerli, quegli non variano, ma tengono sempre lo
animo fermo, ed in tale modo congiunto con il modo del
vivere loro, che facilmente si conosce per ciascuno, la
fortuna non avere potenza sopra di loro. Altrimenti si
governano gli uomini deboli perché invaniscono ed inebriano
nella buona fortuna, attribuendo tutto il bene che gli hanno
a quella virtù che non conobbono mai. D'onde nasce che
diventano insopportabili ed odiosi a tutti coloro che gli
hanno intorno. Da che poi depende la subita variazione della
sorte; la quale come veggono in viso, caggiono subito
nell'altro difetto, e diventano vili ed abietti. Di qui
nasce che i principi così fatti pensano nelle avversità più
a fuggirsi che a difendersi, come quelli che, per avere male
usata la buona fortuna, sono ad ogni difesa impreparati.
Questa virtù, e questo vizio, che io dico trovarsi in un
uomo solo, si truova ancora in una republica, ed in esemplo
ci sono i Romani ed i Viniziani. Quelli primi, nessuna
cattiva sorte gli fece mai diventare abietti né nessuna
buona fortuna gli fece mai essere insolenti; come si vide
manifestamente dopo la rotta ch'egli ebbero a Canne, e dopo
la vittoria ch'egli ebbero contro a Antioco; perché, per
quella rotta, ancora che gravissima per essere stata la
terza, non invilirono mai; e mandarono fuori eserciti; non
vollono riscattare i loro prigioni contro agli ordini loro;
non mandarono ad Annibale o a Cartagine a chiedere pace: ma,
lasciate stare tutte queste cose abiette indietro, pensarono
sempre alla guerra armando, per carestia di uomini, i vecchi
ed i servi loro. La quale cosa conosciuta da Annone
cartaginese, come di sopra si disse, mostrò a quel Senato
quanto poco conto si aveva a tenere della rotta di Canne. E
così si vide come i tempi difficili non gli sbigottivono, né
gli rendevono umili. Dall'altra parte, i tempi prosperi non
gli facevano insolenti: perché, mandando Antioco oratori a
Scipione, a chiedere accordo, avanti che fussono venuti alla
giornata, e ch'egli avesse perduto Scipione gli dette certe
condizioni della pace; quali erano, che si ritirasse dentro
alla Soria, ed il resto lasciasse nello arbitrio del Popolo
romano. Il quale accordo recusando Antioco, e venendo alla
giornata, e perdendola, rimandò imbasciadori a Scipione, con
commissione che pigliassero tutte quelle condizioni erano
date loro dal vincitore: alli quali non propose altri patti
che quegli si avesse offerti innanzi che vincesse;
soggiugnendo queste parole: «Quod Romani, si vincuntur, non
minuuntur animis; nec, si vincunt, insolescere solent».</p>
<p>Al contrario appunto di questo si è veduto fare ai
Viniziani: i quali nella buona fortuna, parendo loro
aversela guadagnata con quella virtù che non avevano, erano
venuti a tanta insolenza che chiamavano il re di Francia
figliuolo di San Marco; non stimavano la Chiesa; non
capivano in modo alcuno in Italia; ed eronsi presupposti
nello animo di avere a fare una monarchia simile alla
romana. Dipoi, come la buona sorte gli abbandonò e ch'egli
ebbono una mezza rotta a Vailà, dal re di Francia, perderono
non solamente tutto lo stato loro per ribellione, ma buona
parte ne dettero al papa ed al re di Spagna per viltà ed
abiezione d'animo; ed in tanto invilirono, che mandarono
imbasciadori allo imperadore a farsi tributari, scrissono al
papa lettere piene di viltà e di sommissione per muoverlo a
compassione. Alla quale infelicità pervennono in quattro
giorni, e dopo una mezza rotta: perché, avendo combattuto il
loro esercito, nel ritirarsi venne a combattere ed essere
oppresso circa la metà, in modo che, l'uno de' Provveditori,
che si salvò, arrivò a Verona con più di venticinquemila
soldati, intr'a piè ed a cavallo. Talmenteché, se a Vinegia
e negli ordini loro fosse stata alcuna qualità di virtù,
facilmente si potevano rifare, e rimostrare di nuovo il viso
alla fortuna, ed essere a tempo o a vincere o a perdere più
gloriosamente, o ad avere accordo più onorevole. Ma la viltà
dello animo loro, causata dalla qualità de' loro ordini non
buoni nelle cose della guerra, gli fece ad un tratto perdere
lo stato e l'animo. E sempre interverrà così a qualunque si
governa come loro. Perché questo diventare insolente nella
buona fortuna ed abietto nella cattiva, nasce dal modo del
procedere tuo, e dalla educazione nella quale ti se'
nutrito: la quale, quando è debole e vana, ti rende simile a
sé; quando è stata altrimenti, ti rende anche d'un'altra
sorte; e, faccendoti migliore conoscitore del mondo, ti fa
meno rallegrare del bene, e meno rattristare del male. E
quello che si dice d'uno solo, si dice di molti che vivono
in una republica medesima; i quali si fanno di quella
perfezione, che ha il modo del vivere di quella.</p>
<p>E benché altra volta si sia detto come il fondamento di
tutti gli stati è la buona milizia; e come, dove non è
questa, non possono essere né leggi buone né alcuna altra
cosa buona, non mi pare superfluo riplicarlo: perché ad ogni
punto nel leggere questa istoria si vede apparire questa
necessità; e si vede come la milizia non puoté essere buona,
se la non è esercitata; e come la non si può esercitare, se
la non è composta di tuoi sudditi. Perché sempre non si sta
in guerra, né si può starvi. Però conviene poterla
esercitare a tempo di pace; e con altri che con sudditi non
si può fare questo esercizio, rispetto alla spesa. Era
Cammillo andato, come di sopra dicemo, con lo esercito
contro ai Toscani; ed avendo i suoi soldati veduto la
grandezza dello esercito de' nimici, si erano tutti
sbigottiti, parendo loro essere tanto inferiori da non
potere sostenere l'impeto di quegli. E pervenendo questa
mala disposizione del campo agli orecchi di Cammillo, si
mostrò fuora, ed andando parlando per il campo a questi e
quelli soldati, trasse loro del capo questa opinione; e
nello ultimo, sanza ordinare altrimenti il campo, disse:
«Quod quisque didicit, aut consuevit, faciet». E chi
considera bene questo termine, e le parole disse loro, per
inanimirli ad ire contro a' nimici, considerasi come e' non
si poteva né dire né fare fare alcuna di quelle cose a uno
esercito che prima non fosse stato ordinato ed esercitato ed
in pace ed in guerra. Perché di quegli soldati che non hanno
imparato a fare cosa alcuna, non può uno capitano fidarsi, e
credere che faccino alcuna cosa che stia bene; e se gli
comandasse uno nuovo Annibale, vi rovinerebbe sotto. Perché,
non potendo uno capitano essere, mentre si fa la giornata,
in ogni parte; se non ha prima in ogni parte ordinato di
potere avere uomini che abbino lo spirito suo e bene gli
ordini e modi del procedere suo, conviene di necessità che
ci rovini. Se, adunque, una città sarà armata ed ordinata
come Roma; e che ogni dì ai suoi cittadini, ed in
particulare ed in publico, tocchi a fare isperienza e della
virtù loro, e della potenza della fortuna; interverrà sempre
che in ogni condizione di tempo ei fiano del medesimo animo,
e manterranno la medesima loro degnità: ma quando e' fiano
disarmati, e che si appoggeranno solo agl'impeti della
fortuna e non alla propria virtù, varieranno col variare di
quella, e daranno sempre, di loro, esemplo tale che hanno
dato i Viniziani.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>32</head>
<head>Quali modi hanno tenuti alcuni a turbare una pace.</head>

<p>Essendosi ribellate dal Popolo romano Circei e Velitre, due
sue colonie, sotto speranza di essere difese dai Latini, ed
essendo di poi i Latini, vinti, e mancando di quella
speranza, consigliavano assai cittadini che si dovesse
mandare a Roma oratori a raccomandarsi al Senato: il quale
partito fu turbato da coloro che erano stati autori della
ribellione; i quali temevano che tutta la pena non si
voltasse sopra le teste loro. E per tôrre via ogni
ragionamento di pace, incitarono la moltitudine ad amarsi,
ed a correre sopra i confini romani. E veramente, quando
alcuno vuole o che uno popolo o uno principe lievi al tutto
l'animo da uno accordo, non ci è altro rimedio più vero né
più stabile, che farli usare qualche grave sceleratezza
contro a colui con il quale tu non vuoi che l'accordo si
faccia: perché sempre lo terrà discosto quella paura di
quella pena che a lui parrà per lo errore commesso avere
meritata. Dopo la prima guerra che i Cartaginesi ebbono con
i Romani, quelli soldati che dai Cartaginesi erano stati
adoperati in quella guerra in Sicilia ed in Sardigna, fatta
che fu la pace, se ne andarono in Affrica; dove non essendo
sodisfatti del loro stipendio, mossono l'armi contro ai
Cartaginesi; e fatti, di loro, due capi, Mato e Spendio,
occuparono molte terre ai Cartaginesi, e molte ne
saccheggiarono. I Cartaginesi, per tentare prima ogni altra
via che la zuffa, mandarono, a quelli, ambasciadore
Asdrubale loro cittadino, il quale pensavano avesse alcuna
autorità con quelli, essendo stato per lo adietro loro
capitano. Ed arrivato costui, e volendo Spendio e Mato
obligare tutti quelli soldati a non sperare di avere mai più
pace con i Cartaginesi e per questo obligarli alla guerra;
persuasono loro, ch'egli era meglio ammazzare costui, con
tutti i cittadini cartaginesi, quali erano appresso loro
prigioni. Donde, non solamente gli ammazzarono, ma con mille
supplicii in prima gli straziorono; aggiugnendo a questa
sceleratezza uno editto che tutti i Cartaginesi, che per lo
avvenire si pigliassono, si dovessono in simile modo
uccidere. La quale diliberazione ed esecuzione fece quello
esercito crudele ed ostinato contro ai Cartaginesi.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>33</head>
<head>Egli è necessario, a volere vincere una giornata, fare lo
esercito confidente ed infra loro e con il capitano.</head>

<p>A volere che uno esercito vinca la giornata, è necessario
farlo confidente, in modo che creda dovere in ogni modo
vincere. Le cose che lo fanno confidente sono: che sia
armato ed ordinato bene; conoschinsi l'uno l'altro. Né può
nascere questa confidenza o questo ordine, se non in quelli
soldati che sono nati e vissuti insieme. Conviene che il
capitano sia stimato di qualità che confidino nella prudenza
sua: e sempre confideranno, quando lo vegghino ordinato,
sollecito ed animoso, e che tenga bene e con riputazione la
maestà del grado suo: e sempre la manterrà, quando gli
punisca degli errori, e non gli affatichi invano; osservi
loro le promesse; mostri facile la via del vincere; quelle
cose che discosto potessino mostrare i pericoli, le nasconda
o le alleggerisca. Le quali cose, osservate bene, sono
cagione grande che lo esercito confida, e confidando vince.
Usavano i Romani di fare pigliare agli eserciti loro questa
confidenza per via di religione: donde nasceva, che con gli
augurii ed auspicii creavano i Consoli, facevano il deletto,
partivano con gli eserciti, e venivano alla giornata. E
sanza avere fatto alcuna di queste cose, non mai arebbe uno
buono capitano e savio tentata alcuna fazione, giudicando di
averla potuta perdere facilmente, s'e' suoi soldati non
avessoro prima intesi gli Dii essere da parte loro. E quando
alcuno Consolo, o altro loro capitano, avesse combattuto,
contro agli auspicii, lo arebbero punito; come ei punirono
Claudio Pulcro. E benché questa parte in tutte le istorie
romane si conosca, nondimeno si pruova più certo per le
parole che Livio usa nella bocca di Appio Claudio; il quale,
dolendosi col popolo della insolenzia de' Tribuni della
plebe, e mostrando che, mediante quelli, gli auspicii e le
altre cose pertinenti alla religione si corrompevano, dice
così: «Eludant nunc licet religiones. Quid enim interest,
si pulli non pascentur, si ex cavea tardius exiverint, si
occinuerit avis? Parva sunt haec; sed parva ista non
contemnendo, maiores nostri maximam hanc rempublicam
fecerunt». Perché in queste cose piccole è quella forza di
tenere uniti e confidenti i soldati: la quale cosa è prima
cagione d'ogni vittoria. Nonpertanto, conviene con queste
cose sia accompagnata la virtù: altrimenti, le non vagliano.
I Prenestini, avendo contro ai Romani fuori el loro
esercito, se n'andarono ad alloggiare in sul fiume d'Allia,
il luogo dove i Romani furono vinti da i Franciosi; il che
fecero per mettere fiducia ne' loro soldati, e sbigottire i
Romani per la fortuna del luogo. E benché questo loro
partito fusse probabile, per quelle ragioni che di sopra si
sono discorse; nientedimeno il fine della cosa mostrò che la
vera virtù non teme ogni minimo accidente. Il che lo
istorico benissimo dice con queste parole, in bocca poste
del Dittatore, che parla così al suo Maestro de' cavagli:
«Vides tu, fortuna illos fretos ad Alliam consedisse; at
tu, fretus armis animisque, invade mediam aciem». Perché
una vera virtù, un ordine buono, una sicurtà presa da tante
vittorie, non si può con cose di poco momento spegnere; né
una cosa vana fa loro paura, né un disordine gli offende:
come si vede certo, che, essendo due Manlii consoli contro
a' Volsci, per avere mandato temerariamente parte del campo
a predare, ne seguì che, in un tempo, e quelli che erano iti
e quelli che erano rimasti si trovavono assediati; dal quale
pericolo, non la prudenza de' Consoli, ma la virtù de'
propri soldati gli liberò. Dove Tito Livio dice queste
parole: «Militum, etiam sine rectore, stabilis virtus
tutata est».</p>
<p>Non voglio lasciare indietro uno termine usato da Fabio,
sendo entrato di nuovo con lo esercito in Toscana, per farlo
confidente, giudicando quella tale fidanza essere più
necessaria per averlo condotto in paese nuovo, incontro a
nimici nuovi: che, parlando avanti la zuffa a' soldati, e
detto ch'ebbe molte ragioni, mediante le quali ei potevono
sperare la vittoria, disse che potrebbe ancora dire loro
certe cose buone, e dove ei vedrebbono la vittoria certa, se
non fusse pericoloso il manifestarle. Il quale modo, come e'
fu saviamente usato, così merita di essere imitato.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>34</head>
<head>Quale fama o voce o opinione fa che il popolo comincia a
favorire uno cittadino: e se ei distribuisce i magistrati
con maggiore prudenza che un principe.</head>

<p>Altra volta parlamo come Tito Manlio, che fu poi detto
Torquato, salvò Lucio Manlio suo padre da una accusa che gli
aveva fatta Marco Pomponio tribuno della plebe. E benché il
modo del salvarlo fosse alquanto violento ed istraordinario,
nondimeno quella filiale piatà verso del padre fu tanto
grata allo universale, che, non solamente non ne fu ripreso,
ma, avendosi a fare i Tribuni delle legioni, fu fatto Tito
Manlio nel secondo luogo. Per il quale successo, credo che
sia bene considerare il modo che tiene il popolo a giudicare
gli uomini nelle distribuzioni sue; e che, per quello noi
veggiamo, s'egli è vero quanto di sopra si conchiuse, che il
popolo sia migliore distributore che uno principe.</p>
<p>Dico, adunque, come il popolo nel suo distribuire va dietro
a quello che si dice d'uno per publica voce e fama, quando
per sue opere note non lo conosce altrimenti, o per
presunzione o opinione che si ha di lui. Le quali due cose
sono causate o da' padri di quelli tali che, per essere
stati grandi uomini e valenti nella città, si crede che i
figliuoli debbeno essere simili a loro, infino a tanto
che per le opere di quegli non s'intenda il contrario; o la
è causata dai modi che tiene quello di chi si parla. I modi
migliori che si possino tenere, sono: avere compagnia di
uomini gravi, di buoni costumi, e riputati savi da ciascuno.
E perché nessuno indizio si può avere maggiore d'un uomo,
che le compagnie con quali egli usa; meritamente uno che usa
con compagnie oneste, acquista buono nome, perché è
impossibile che non abbia qualche similitudine di quelle. O
veramente si acquista questa publica fama per qualche azione
istraordinaria e notabile ancora che privata, la quale ti
sia riuscita onorevolmente. E di tutte a tre queste cose che
danno nel principio buona riputazione ad uno, nessuna la dà
maggiore che questa ultima: perché quella prima de' parenti
e de' padri è sì fallace, che gli uomini vi vanno a rilento;
ed in poco si consuma, quando la virtù propria di colui che
ha a essere giudicato non l'accompagna. La seconda, che ti
fa conoscere per via delle pratiche tue, è meglio della
prima, ma è molto inferiore alla terza, perché, infino a
tanto che non si vede qualche segno che nasca da te sta la
riputazione tua fondata in su l'opinione, la quale è
facilissima a cancellarla. Ma quella terza, essendo
principiata e fondata in sul fatto ed in su la opera tua, ti
dà nel principio tanto nome, che bisogna bene che operi poi
molte cose contrarie a questa, volendo annullarla. Debbono,
adunque, gli uomini che nascono in una republica pigliare
questo verso, ed ingegnarsi, con qualche operazione
istraordinaria, cominciare a rilevarsi. Il che molti a Roma
in gioventù fecero o con il promulgare una legge che venisse
in comune utilità; o con accusare qualche potente cittadino
come transgressore delle leggi; o col fare simili cose
notabili e nuove, di che si avesse a parlare. Né solamente
sono necessarie simili cose per cominciare a darsi la
riputazione ma sono ancora necessarie per mantenerla ed
accrescerla. Ed a volere fare questo, bisogna rinnovarle;
come per tutto il tempo della sua vita fece Tito Manlio:
perché, difeso ch'egli ebbe il padre tanto virtuosamente e
istraordinariamente, e per questa azione presa la prima
riputazione sua, dopo certi anni combatté con quel
Francioso, e, morto, gli trasse quella collana d'oro che gli
dette il nome di Torquato. Non bastò questo, che dipoi, già
in età matura, ammazzò il figliuolo per avere combattuto
sanza licenza, ancora ch'egli avesse superato il nimico. Le
quali tre azioni allora gli dettero più nome e per tutti i
secoli lo fanno più celebre, che non lo fece alcuno trionfo
ed alcuna altra vittoria, di che elli fu ornato quanto
alcuno altro Romano. E la cagione è, perché in quelle
vittorie Manlio ebbe moltissimi simili; in queste
particulari azioni n'ebbe o pochissimi o nessuno.</p>
<p>A Scipione maggiore non arrecarono tanta gloria tutti i
suoi trionfi, quanto gli dette lo avere, ancora giovinetto,
in sul Tesino, difeso il padre; e lo avere, dopo la rotta di
Canne, animosamente con la spada sguainata fatto giurare più
giovani romani che ei non abbandonerebbero l'Italia, come di
già infra loro avevano diliberato: le quali due azioni
furono principio alla riputazione sua, e gli feciono scala
ai trionfi della Spagna e dell'Affrica. La quale opinione da
lui fu ancora accresciuta, quando ei rimandò la sua
figliuola al padre, e la moglie al marito, in Ispagna.
Questo modo del procedere non è necessario solamente a
quelli cittadini che vogliono acquistare fama per ottenere
gli onori nella loro republica, ma è ancora necessario ai
principi per mantenersi la riputazione nel principato loro:
perché nessuna cosa gli fa tanto stimare, quanto dare di sé
rari esempli con qualche fatto o detto rado, conforme al
bene comune, il quale mostri il signore o magnanimo o
liberale o giusto, e che sia tale che si riduca come in
proverbio intra i suoi suggetti.</p>
<p>Ma, per tornare donde noi cominciamo questo discorso, dico
come il popolo, quando ei comincia a dare uno grado a uno
suo cittadino, fondandosi sopra quelle tre cagioni
soprascritte, non si fonda male; ma poi, quando gli assai
esempli de' buoni portamenti d'uno lo fanno più noto, si
fonda meglio, perché in tale caso non può essere che quasi
mai s'inganni. Io parlo solamente di quelli gradi che si
dànno agli uomini nel principio, avanti che per ferma
isperienza siano conosciuti, o che passino da un'azione a
un'altra dissimile: dove, e quanto alla falsa opinione, e
quanto alla corrozione, sempre faranno minori errori che i
principi. E perché e' può essere che i popoli
s'ingannerebbono della fama, della opinione e delle opere
d'uno uomo, stimandole maggiori che in verità non sono, il
che non interverrebbe a uno principe, perché gli sarebbe
detto, e sarebbe avvertito da chi lo consigliasse; perché
ancora i popoli non manchino di questi consigli, i buoni
ordinatori delle republiche hanno ordinato, che, avendosi a
creare i supremi gradi nelle città, dove fosse pericoloso
mettervi uomini insufficienti, e veggendosi la voga popolare
essere diritta a creare alcuno che fosse insufficiente, sia
lecito a ogni cittadino, e gli sia imputato a gloria, di
publicare nelle concioni i difetti di quello, acciocché il
popolo, non mancando della sua conoscenza, possa meglio
giudicare. E che questo si usasse a Roma, ne rende
testimonio l'orazione di Fabio Massimo, la quale ei fece al
popolo nella seconda guerra punica, quando nella creazione
de' Consoli i favori si volgevano a creare Tito Ottacilio; e
giudicandolo Fabio insufficiente a governare in quelli tempi
il consolato, gli parlò contro, mostrando la insufficienza
sua; tanto che gli tolse quel grado, e volse i favori del
popolo a chi più lo meritava che lui. Giudicano, adunque, i
popoli, nella elezione a' magistrati, secondo quelli
contrassegni che degli uomini si possono avere più veri; e
quando ei possono essere consigliati come i principi, errano
meno de' principi: e quel cittadino che voglia cominciare a
avere i favori del popolo, debbe con qualche fatto notabile,
come fece Tito Manlio, guadagnarseli.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>35</head>
<head>Quali pericoli si portano nel farsi capo a consigliare una
cosa; e, quanto ella ha più dello istraordinario, maggiori
pericoli vi si corrono.</head>

<p>Quanto sia cosa pericolosa farsi capo d'una cosa nuova che
appartenga a molti, e quanto sia difficile a trattarla ed a
condurla, e, condotta, a mantenerla, sarebbe troppo lunga e
troppo alta materia a discorrerla: però, riserbandola a
luogo più conveniente, parlerò solo di quegli pericoli che
portano i cittadini, o quelli che consigliano uno principe a
farsi capo d'una diliberazione grave ed importante, in modo
che tutto il consiglio di essa sia imputato a lui. Perché,
giudicando gli uomini le cose dal fine, tutto il male che ne
risulta s'imputa allo autore del consiglio; e, se ne risulta
bene, ne è commendato: ma di lunge il premio non contrappesa
a il danno. Il presente Sultan Salì, detto Gran Turco,
essendosi preparato (secondo che ne riferiscono alcuni che
vengono de' suoi paesi) di fare la impresa di Soria e di
Egitto, fu confortato da uno suo Bascià, quale ei teneva ai
confini di Persia, di andare contro al Sofì: dal quale
consiglio mosso andò con esercito grossissimo a quella
impresa; e arrivando in uno paese larghissimo, dove sono
assai diserti e le fiumare rade, e trovandovi quelle
difficultà che già fecero rovinare molti eserciti romani, fu
in modo oppressato da quelle, che vi perdé, per fame e per
peste, ancora che nella guerra fosse superiore, gran parte
delle sue genti: talché, irato contro allo autore del
consiglio, lo ammazzò. Leggesi, assai cittadini stati
confortatori d'una impresa, e, per avere avuto quella tristo
fine, essere stati mandati in esilio. Fecionsi capi alcuni
cittadini romani, che si facesse in Roma il Consule plebeio.
Occorse che il primo che uscì fuori con gli eserciti, fu
rotto; onde a quegli consigliatori sarebbe avvenuto qualche
danno, se non fosse stata tanto gagliarda quella parte, in
onore della quale tale diliberazione era venuta.</p>
<p>È cosa adunque certissima, che quegli che consigliano una
republica, e quegli che consigliano uno principe, sono posti
intra queste angustie, che, se non consigliano le cose che
paiono loro utili, o per la città o per il principe, sanza
rispetto, e' mancano dell'ufficio loro; se le consigliano,
e' gli entrano in pericolo della vita e dello stato: essendo
tutti gli uomini in questo ciechi, di giudicare i buoni e i
cattivi consigli dal fine. E pensando in che modo ei
potessono fuggire o questa infamia o questo pericolo, non ci
veggo altra via che pigliare le cose moderatamente, e non ne
prendere alcuna per sua impresa, e dire la opinione sua
sanza passione, e sanza passione con modestia difenderla: in
modo che, se la città o il principe la segue, che la segua
voluntario, e non paia che vi venga tirato dalla tua
importunità. Quando tu faccia così, non è ragionevole che
uno principe ed uno popolo del tuo consiglio ti voglia male,
non essendo seguito contro alla voglia di molti: perché
quivi si porta pericolo dove molti hanno contradetto, i
quali poi nello infelice fine concorrono a farti rovinare. E
se in questo caso si manca di quella gloria che si acquista
nello essere solo contro a molti a consigliare una cosa,
quando ella sortisce buono fine, ci sono a rincontro due
beni: il primo, del mancare di pericolo; il secondo, che, se
tu consigli una cosa modestamente, e per la contradizione il
tuo consiglio non sia preso e per il consiglio d'altrui ne
seguiti qualche rovina, ne risulta a te gloria grandissima.
E benché la gloria che si acquista de' mali che abbia o la
tua città o il tuo principe, non si possa godere, nondimeno
è da tenerne qualche conto.</p>
<p>Altro consiglio non credo si possa dare agli uomini in
questa parte: perché consigliandogli che tacessono, e che
non dicessono l'opinione loro, sarebbe cosa inutile alla
republica o al loro principe, e non fuggirebbono il
pericolo; perché in poco tempo diventerebbono sospetti: ed
ancora potrebbe loro intervenire come a quegli amici di
Perse re de' Macedoni, il quale essendo stato rotto da Paulo
Emilio, e fuggendosi con pochi amici, accadde che, nel
replicare le cose passate, uno di loro cominciò a dire a
Perse molti errori fatti da lui, che erano stati cagione
della sua rovina; al quale Perse rivoltosi, disse:
- Traditore, sì che tu hai indugiato a dirmelo ora che io non
ho più rimedio! - e sopra queste parole di sua mano lo
ammazzò. E così colui portò la pena d'essere stato cheto
quando e' doveva parlare, e di avere parlato quando e'
doveva tacere; non fuggì il pericolo per non avere dato il
consiglio. Però credo che sia da tenere ed osservare i
termini soprascritti.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>36</head>
<head>Le cagioni perché i Franciosi siano stati e siano ancora
giudicati nelle zuffe, da principio più che uomini, e dipoi
meno che femine.</head>

<p>La ferocità di quello Francioso che provocava qualunque
Romano, appresso al fiume Aniene, a combattere seco, dipoi
la zuffa fatta intra lui e Tito Manlio, mi fa ricordare di
quello che Tito Livio più volte dice, che i Franciosi sono
nel principio della zuffa più che uomini, e nel successo del
combattere riescono poi meno che femine. E pensando donde
questo nasca, si crede per molti che sia la natura loro così
fatta: il che credo sia vero; ma non è per questo che questa
loro natura, che gli fa feroci nel principio, non si potesse
in modo con l'arte ordinare, che la gli mantenesse feroci
infino nello ultimo.</p>
<p>Ed a volere provare questo, dico come e' sono di tre
ragioni eserciti: l'uno dove è furore ed ordine; perché
dall'ordine nasce il furore e la virtù, come era quello de'
Romani: perché si vede in tutte le istorie, che in quello
esercito era un ordine buono, che vi aveva introdotto una
disciplina militare per lungo tempo. Perché in uno esercito,
bene ordinato nessuno debbe fare alcuna opera se non
regolarlo: e si troverrà, per questo, che nello esercito
romano, dal quale, avendo elli vinto il mondo, debbono
prendere esemplo tutti gli altri eserciti, non si mangiava,
non si dormiva, non si meritricava, non si faceva alcuna
azione o militare o domestica sanza l'ordine del console.
Perché quegli eserciti che fanno altrimenti, non sono veri
eserciti; e se fanno alcuna pruova, la fanno per furore e
per impeto, e non per virtù. Ma dove la virtù ordinata usa
il furore suo con i modi e co' tempi, né difficultà veruna
lo invilisce, né li fa mancare l'animo: perché gli ordini
buoni gli rinfrescono l'animo ed il furore, nutriti dalla
speranza del vincere; la quale mai non manca, infino a tanto
che gli ordini stanno saldi. Al contrario interviene in
quelli eserciti dove è furore e non ordine, come erano i
Franciosi, i quali tuttavia nel combattere mancavano,
perché, non riuscendo loro con il primo impeto vincere, e
non essendo sostenuto da una virtù ordinata quello loro
furore nel quale egli speravano né avendo fuori di quello
cosa in la quale ei cunfidassono come quello era raffreddo,
mancavano. Al contrario i Romani, dubitando meno de'
pericoli per gli ordini loro buoni non diffidando della
vittoria, fermi ed ostinati combattevano col medesimo animo
e con la medesima virtù nel fine che nel principio: anzi,
agitati dalle armi, sempre si accendevano. La terza qualità
di eserciti è dove non è furore naturale né ordine
accidentale: come sono gli eserciti italiani de' nostri
tempi, i quali sono al tutto inutili; e se non si abbattano
a uno esercito che per qualche accidente si fugga, mai non
vinceranno. E sanza addurre altri esempli, si vede, ciascuno
dì, come ei fanno pruove di non avere alcuna virtù. E
perché, con il testimonio di Tito Livio, ciascuno intenda
come debbe essere fatta la buona milizia, e come è fatta la
rea; io voglio addurre le parole di Papirio Cursore, quando
ei voleva punire Fabio, Maestro de' cavalli, quando disse:
«Nemo hominum, nemo Deorum, verecundiam habeat; non edicta
imperatorum, non auspicia observentur; sine commeatu vagi
milites in pacato, in hostico errent; immemores sacramenti,
licentia sola se ubi velint exauctorent; infrequentia
deserant signa; neque conveniatur ad edictum, nec
discernantur, interdiu nocte; aequo iniquo loco, iussu
iniussu imperatoris pugnent; et non signa, non ordines
servent: latrocinii modo, caeca et fortuita pro sollemni et
sacrata militia sit». E puossi per questo testo adunque,
facilmente vedere se la milizia de' nostri tempi è cieca e
fortuita, o sacrata e solenne; e quanto le manca a essere
simile a quella che si può chiamare milizia; e quanto ella è
discosto da essere furiosa ed ordinata, come la romana, o
furiosa solo, come la franciosa.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>37</head>
<head>Se le piccole battaglie innanzi alla giornata sono
necessarie; e come si debbe fare a conoscere uno inimico
nuovo, volendo fuggire quelle.</head>

<p>E' pare che nelle azioni degli uomini, come altra volta
abbiamo discorso, si truovi, oltre alle altre difficultà,
nel volere condurre la cosa alla sua perfezione, che sempre
propinquo al bene sia qualche male, il quale con quel bene
sì facilmente nasca che pare impossibile potere mancare
dell'uno, volendo l'altro. E questo si vede in tutte le cose
che gli uomini operano. E però si acquista il bene con
difficultà, se dalla fortuna tu non se' aiutato in modo, che
ella con la sua forza vinca questo ordinario e naturale
inconveniente. Di questo mi ha fatto ricordare la zuffa di
Manlio e del Francioso, dove Tito Livio dice: «Tanti ea
dimicatio ad universi belli eventum momenti fuit, ut
Gallorum exercitus, relictis trepide Castris, in Tiburtem
agrum mox in Campaniam transierit». Perché io considero,
dall'uno canto, che uno buono capitano debbe fuggire, al
tutto, di operare alcuna cosa, che, essendo di poco momento,
possa fare cattivi effetti nel suo esercito: perché
cominciare una zuffa dove non si operino tutte le forze e vi
si arrischi tutta la fortuna, è cosa al tutto temeraria;
come io dissi di sopra, quando io dannai il guardare de'
passi.</p>
<p>Dall'altra parte, io considero come i capitani savi, quando
vengono allo incontro d'uno nuovo nimico, e ch'e' sia
riputato, ei sono necessitati, prima che venghino alla
giornata, fare provare, con leggieri zuffe, ai loro soldati,
tali nimici; acciocché, cominciandogli a conoscere e
maneggiare, perdino quel terrore che la fama e la
riputazione aveva dato loro. E questa parte in uno capitano
è importantissima; perché ella ha in sé quasi una necessità
che ti costringe a farla, parendoti andare ad una manifesta
perdita, sanza avere prima fatto, con piccole isperienze, di
tôrre ai tuoi soldati quello terrore che la riputazione del
nimico aveva messo negli animi loro.</p>
<p>Fu Valerio Corvino mandato dai Romani con gli eserciti
contro ai Sanniti nuovi inimici, e che per lo addietro mai
non avevano provate l'armi l'uno dell'altro, dove dice Tito
Livio, che Valerio fece fare ai Romani con i Sanniti alcune
leggieri zuffe «ne eos novum bellum, ne novus hostis
terreret». Nondimeno è pericolo gravissimo, che, restando i
tuoi soldati in quelle battaglie vinti, la paura e la viltà
non cresca loro, e ne conseguitino contrari effetti a'
disegni tuoi: cioè, che tu gli sbigottisca, avendo disegnato
di assicurargli: tanto che questa è una di quelle cose che
ha il male sì propinquo al bene, e tanto sono congiunti
insieme, che gli è facil cosa prendere l'uno, credendo
pigliare l'altro. Sopra che io dico, che uno buono capitano
debbe osservare con ogni diligenza, che non surga alcuna
cosa che per alcuno accidente possa tôrre l'animo allo
esercito suo. Quello che gli può tôrre l'animo è cominciare
a perdere; e però si debbe guardare dalle zuffe piccole, e
non le permettere se non con grandissimo vantaggio, e con
speranza di certa vittoria: non debbe fare imprese di
guardare passi, dove non possa tenere tutto lo esercito suo:
non debbe guardare terre, se non quelle che, perdendole, di
necessità ne seguisse la rovina sua; e quelle che guarda,
ordinarsi in modo, e con le guardie di esse e con lo
esercito, che, trattandosi della ispugnazione di esse, ei
possa adoperare tutte le forze sue; l'altre debbe lasciare
indifese. Perché ogni volta che si perde una cosa che si
abbandoni, e lo esercito sia ancora insieme, non si perde la
riputazione della guerra né la speranza del vincerla: ma
quando si perde una cosa che tu hai disegnata difendere, e
ciascuno crede che tu la difenda, allora è il danno e la
perdita; ed hai quasi, come i Franciosi, con una cosa di
piccolo momento perduta la guerra.</p>
<p>Filippo di Macedonia, padre di Perse, uomo militare e di
gran condizione ne' tempi suoi, essendo assaltato dai
Romani, assai de' suoi paesi, i quali elli giudicava non
potere guardare, abbandonò e guastò: come quello che, per
essere prudente, giudicava più pernizioso perdere la
riputazione col non potere difendere quello che si metteva a
difendere, che, lasciandolo in preda al nimico perderlo come
cosa negletta. I Romani, quando dopo la rotta di Canne le
cose loro erano afflitte, negarono a molti loro raccomandati
e sudditi gli aiuti, commettendo loro che si difendessono il
meglio potessono. I quali partiti sono migliori assai, che
pigliare difese e poi non le difendere: perché in questo
partito si perde amici e forze; in quello, amici solo. Ma
tornando alle piccole zuffe, dico che, se pure uno capitano
è costretto per la novità del nimico fare qualche zuffa,
debbe farla con tanto suo vantaggio, che non vi sia alcuno
pericolo di perderla: o veramente fare come Mario (il che è
migliore partito), il quale, andando contro a' Cimbri,
popoli ferocissimi, che venivano a predare Italia, e venendo
con uno spavento grande per la ferocità e moltitudine loro,
e per avere di già vinto uno esercito romano, giudicò Mario
essere necessario, innanzi che venisse alla zuffa, operare
alcuna cosa per la quale lo esercito suo deponesse quel
terrore che la paura del nimico gli aveva dato; e, come
prudentissimo capitano, più che una volta collocò lo
esercito suo in luogo donde i Cimbri con lo esercito loro
dovessono passare. E così, dentro alle fortezze del suo
campo, volle che i suoi soldati gli vedessono, ed
assuefacessono li occhi alla vista di quello nimico;
acciocché, vedendo una moltitudine inordinata, piena
d'impedimenti, con armi inutili, e parte disarmati, si
rassicurassono, e diventassono desiderosi della zuffa. Il
quale partito, come fu da Mario saviamente preso, così dagli
altri debbe essere diligentemente imitato, per non incorrere
in quelli pericoli che io dico disopra, e non avere a fare
come i Franciosi, «qui ob rem parvi ponderis trepidi, in
Tiburtem agrum et in Campaniam transierunt». E perché noi
abbiamo allegato in questo discorso Valerio Corvino, voglio,
mediante le parole sue, nel seguente capitolo, come debbe
essere fatto uno capitano, dimostrare.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>38</head>
<head>Come debbe essere fatto uno capitano nel quale lo esercito
suo possa confidare.</head>

<p>Era, come di sopra dicemo, Valerio Corvino con lo esercito
contro ai Sanniti, nuovi nimici del Popolo romano: donde
che, per assicurare i suoi soldati, e per farli conoscere i
nimici, fece fare a' suoi certe leggieri zuffe; e non gli
bastando questo, volle, avanti alla giornata, parlare loro,
e mostrò, con ogni efficacia, quanto ei dovevano stimare
poco tali nimici, allegando la virtù de' suoi soldati, e la
propria. Dove si può notare, per le parole che Livio gli fa
dire, come debbe essere fatto uno capitano in chi lo
esercito abbia a confidare; le quali parole sono queste:
«Tum etiam intueri, cuius ductu auspicioque ineunda pugna
sit, utrum, qui audiendus dumtaxat magnificus adhortator
sit, verbis tantum ferox, operum militarium expers, an qui
et ipse tela tractare, procedere ante signa, versari media
in mole pugnae sciat. Facta mea, non dicta, vos, milites,
sequi volo; nec disciplinam modo, sed exemplum etiam a me
petere, qui hac dextra mihi tres consulatus, summamque
laudem peperi». Le quali parole, considerate bene,
insegnano a qualunque, come ei debbe procedere a volere
tenere il grado del capitano: e quello che sarà fatto
altrimenti, troverrà, con il tempo, quel grado, quando per
fortuna o per ambizione vi sia condotto, torgli e non dargli
riputazione; perché non i titoli illustrono gli uomini, ma
gli uomini i titoli. Debbesi ancora dal principio di questo
discorso considerare che, se gli capitani grandi hanno usati
termini istraordinari a fermare gli animi d'uno esercito
veterano quando con i nimici inconsueti debbe affrontarsi;
quanto maggiormente si abbia a usare la industria quando si
comandi uno esercito nuovo, che non abbia mai veduto il
nimico in viso! Perché, se lo inusitato inimico allo
esercito vecchio dà terrore, tanto maggiormente lo debbe
dare ogni inimico a uno esercito nuovo. Pure, si è veduto
molte volte dai buoni capitani tutte queste difficultà con
somma prudenza essere vinte: come fece quel Gracco romano,
ed Epaminonda tebano, de' quali altra volta abbiamo parlato,
che con eserciti nuovi vinsono eserciti veterani ed
esercitatissimi.</p>
<p>I modi che ei tenevano, era: parecchi mesi esercitargli in
battaglie fitte e assuefargli alla ubbidienza ed allo
ordine; e da quelli poi, con massima confidenza, nella vera
zuffa gli adoperavano. Non si debba, adunque, diffidare
alcuno uomo militare di non potere fare buoni eserciti,
quando non gli manchi uomini; perché quel principe, che
abbonda di uomini e manca di soldati, debbe solamente, non
della viltà degli uomini, ma della sua pigrizia e poca
prudenza, dolersi.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>39</head>
<head>Che uno capitano debbe essere conoscitore de' siti.</head>

<p>Intra le altre cose che sono necessarie a uno capitano di
eserciti, è la cognizione de' siti e de' paesi; perché,
sanza questa cognizione generale e particulare, uno capitano
di eserciti non può bene operare alcuna cosa. E perché tutte
le scienze vogliono pratica a volere perfettamente
possederle, questa è una che ricerca pratica grandissima.
Questa pratica, ovvero questa particulare cognizione, si
acquista più mediante le cacce che per veruno altro
esercizio. Però gli antichi scrittori dicono che quelli eroi
che governarono nel loro tempo il mondo, si nutrirono nelle
selve e nelle cacce; perché la caccia, oltre a questa
cognizione, c'insegna infinite cose che sono nella guerra
necessarie. E Senofonte, nella vita di Ciro, mostra che,
andando Ciro ad assaltare il re d'Armenia, nel divisare
quella fazione, ricordò a quegli suoi, che questa non era
altro che una di quelle cacce le quali molte volte avevano
fatte seco. E ricordava a quelli che mandava in agguato in
su e' monti, che gli erano simili a quelli che andavano a
tendere le reti in su e' gioghi; ed a quelli che scorrevano
per il piano, erano simili a quegli che andavano a levare
del suo covile la fiera, acciocché, cacciata, desse nelle
reti.</p>
<p>Questo si dice per mostrare come le cacce, secondo che
Senofonte appruova, sono una immagine d'una guerra: e per
questo agli uomini grandi tale esercizio è onorevole e
necessario. Non si può ancora imparare questa cognizione de'
paesi in altro commodo modo, che per via di caccia, perché
la caccia fa, a colui che la usa sapere come sta
particularmente quei paese dove elli la esercita. E fatto
che uno si è familiare bene una regione, con facilità
comprende poi tutti i paesi nuovi; perché ogni paese ed ogni
membro di quelli hanno insieme qualche conformità, in modo
che dalla cognizione d'uno facilmente si passa alla
cognizione dell'altro. Ma chi non ne ha bene pratico uno,
con difficultà, anzi non mai se non con un lungo tempo, può
conoscere l'altro. E chi ha questa pratica, in uno voltare
d'occhio sa come giace quel piano, come surge quel monte,
dove arriva quella valle, e tutte le altre simili cose, di
che elli ha per lo addietro fatto una ferma scienza. E che
questo sia vero, ce lo mostra Tito Livio con lo esemplo di
Publio Decio; il quale, essendo Tribuno de' soldati nello
esercito che Cornelio consolo conduceva contro ai Sanniti,
ed essendosi il Consolo ridotto in una valle, dove lo
esercito de' Romani poteva dai Sanniti essere rinchiuso, e
vedendosi in tanto pericolo, disse al Consolo: «Vides tu,
Aule Corneli, cacumen illud supra hostem? arx illa est spei
salutisque nostrae, si eam (quoniam caeci reliquere
Samnites) impigre capimus». Ed innanzi a queste parole,
dette da Decio, Tito Livio dice: «Publius Decius tribunus
militum, conspicit unum editum in saltu collem, imminentem
hostium castris aditu arduum impedito agmini, expeditis haud
difficilem». Donde, essendo stato mandato sopra esso dal
Consolo con tremila soldati, ed avendo salvo lo esercito
romano e disegnando, venente la notte, di partirsi, e
salvare ancora sé ed i suoi soldati, gli fa dire queste
parole: «Ite mecum, ut, dum lucis aliquid superest, quibus
locis hostes praesidia ponant, qua pateat hinc exitus,
exploremus. Haec omnia sagulo militari amicus ne ducem
circumire hostes notarent, perlustravit». Chi considerrà,
adunque, tutto questo testo, vedrà quanto sia utile e
necessario a uno capitano sapere la natura de' paesi:
perché, se Decio non gli avesse saputi e conosciuti, non
arebbe potuto giudicare quale utile faceva pigliare quel
colle, allo esercito Romano, né arebbe potuto conoscere di
discosto, se quel colle era accessibiie o no; e condotto che
si fu poi sopra esso, volendosene partire per ritornare al
Consolo, avendo i nimici intorno, non arebbe dal discosto
potuto speculare le vie dello andarsene, e gli luoghi
guardati da' nimici. Tanto che, di necessità conveniva, che
Decio avesse tale cognizione perfetta: la quale fece che,
con il pigliare quel colle, ei salvò lo esercito romano;
dipoi seppe, sendo assediato, trovare la via a salvare sé e
quegli che erano stati seco.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>40</head>
<head>Come usare la fraude nel maneggiare la guerra è cosa
gloriosa.</head>

<p>Ancora che lo usare la fraude in ogni azione sia
detestabile, nondimanco nel maneggiare la guerra è cosa
laudabile e gloriosa; e, parimente è laudato colui che con
fraude supera il nimico, come quello che lo supera con le
forze. E vedesi questo per il giudicio che ne fanno coloro
che scrivono le vite degli uomini grandi; i quali lodono
Annibale e gli altri che sono stati notabilissimi in simili
modi di procedere. Di che per leggersi assai esempli, non ne
replicherò alcuno. Dirò solo questo, che io non intendo
quella fraude essere gloriosa, che ti fa rompere la fede
data ed i patti fatti; perché questa, ancora che la ti
acquisti, qualche volta, stato e regno, come di sopra si
discorse, la non ti acquisterà mai gloria. Ma parlo di
quella fraude che si usa con quel nimico che non si fida di
te, e che consiste proprio nel maneggiare la guerra; come fu
quella di Annibale quando in sul lago di Perugia simulò la
fuga per rinchiudere il Consolo e lo esercito romano, e
quando, per uscire di mano di Fabio Massimo, accese le corna
dello armento suo.</p>
<p>Alle quali fraudi fu simile questa che usò Ponzio capitano
dei Sanniti, per rinchiudere lo esercito romano dentro alle
Forche Caudine: il quale, avendo messo lo esercito suo a
ridosso de' monti, mandò più suoi soldati sotto veste di
pastori con assai armento per il piano; i quali sendo presi
dai Romani, e domandati dove era lo esercito de' Sanniti,
convennono tutti, secondo l'ordine dato da Ponzio, a dire
come egli era allo assedio di Nocera. La quale cosa, creduta
dai Consoli, fece che ei si rinchiusono dentro ai balzi
caudini; dove entrati, furono subito assediati dai Sanniti.
E sarebbe stata questa vittoria, avuta per fraude,
gloriosissima a Ponzio, se egli avesse seguitati i consigli
del padre il quale voleva che i Romani o ei si salvassono
liberamente o ei si ammazzassono tutti, e che non si
pigliasse la via del mezzo, «quae, neque amicos parat neque
inimicos tollit». La quale via fu sempre perniziosa nelle
cose di stato come di sopra in altro luogo si discorse.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>41</head>
<head>Che la patria si debbe difendere o con ignominia o con
gloria; ed in qualunque modo è bene difesa.</head>

<p>Era, come di sopra si è detto, il Consolo e lo esercito
romano assediato da' Sanniti: i quali avendo posto ai Romani
condizioni ignominiosissime (come era volergli mettere sotto
il giogo, e disarmati rimandargli a Roma), e per questo
stando i Consoli come attoniti, e tutto lo esercito
disperato; Lucio Lentolo, legato romano, disse che non gli
pareva che fosse da fuggire qualunque partito per salvare la
patria: perché, consistendo la vita di Roma nella vita di
quello esercito, gli pareva da salvarlo in ogni modo; e che
la patria è bene difesa in qualunque modo la si difende, o
con ignominia o con gloria: perché, salvandosi quello
esercito, Roma era a tempo a cancellare la ignominia; non si
salvando, ancora che gloriosamente morisse, era perduto Roma
e la libertà sua. E così fu seguitato il suo consiglio. La
quale cosa merita di essere notata ed osservata da qualunque
cittadino si truova a consigliare la patria sua: perché dove
si dilibera al tutto della salute della patria, non vi debbe
cadere alcuna considerazione né di giusto né d'ingiusto, né
di piatoso né di crudele, né di laudabile né d'ignominioso;
anzi, posposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel
partito che le salvi la vita e mantenghile la libertà. La
quale cosa è imitata con i detti e con i fatti dai
Franciosi, per difendere la maestà del loro re e la potenza
del loro regno; perché nessuna voce odono più
impazientemente che quella che dicesse: - Il tale partito è
ignominioso per il re -; perché dicono che il loro re non può
patire vergogna in qualunque sua diliberazione, o in buona o
in avversa fortuna: perché, se perde, se vince, tutto dicono
essere cose da re.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>42</head>
<head>Che le promesse fatte per forza, non si debbono
osservare.</head>

<p>Tornati i Consoli con lo esercito disarmato e con la
ricevuta ignominia a Roma, il primo che in Senato disse che
la pace fatta a Caudio non si doveva osservare, fu il
consolo Spurio Postumio; dicendo, come il popolo romano non
era obligato, ma ch'egli era bene obligato esso e gli altri
che avevano promessa la pace: e però il popolo, volendosi
liberare da ogni obligo, aveva a dare prigioni nelle mani
de' Sanniti lui e tutti gli altri che l'avevano promessa. E
con tanta ostinazione tenne questa conclusione, che il
Senato ne fu contento; e mandando prigioni lui e gli altri
in Sannio, protestarono ai Sanniti la pace non valere. E
tanto fu in questo caso, a Postumio, favorevole la fortuna,
che i Sanniti non lo ritennono; e ritornato in Roma, fu
Postumio appresso ai Romani più glorioso per avere perduto,
che non fu Ponzio appresso ai Sanniti per avere vinto. Dove
sono da notare due cose: l'una, che in qualunque azione si
può acquistare gloria, perché nella vittoria si acquista
ordinariamente; nella perdita si acquista o col mostrare
tale perdita non essere venuta per tua colpa, o per fare
subito qualche azione virtuosa che la cancelli: l'altra è,
che non è vergognoso non osservare quelle promesse che ti
sono state fatte promettere per forza; e sempre le promesse
forzate che riguardano il publico, quando e' manchi la
forza, si romperanno, e fia sanza vergogna di chi le rompe.
Di che si leggono in tutte le istorie vari esempli; e
ciascuno dì, ne' presenti tempi, se ne veggono. E non
solamente non si osservano intra i principi le promesse
forzate, quando e' manca la forza; ma non si osservano
ancora tutte le altre promesse, quando e' mancano le cagioni
che le feciono promettere. Il che se è cosa laudabile o no,
o se da uno principe si debbono osservare simili modi o no,
largamente è disputato da noi nel nostro trattato De
Principe: però al presente lo tacereno.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>43</head>
<head>Che gli uomini, che nascono in una provincia, osservino
per tutti i tempi quasi quella medesima natura.</head>

<p>Sogliono dire gli uomini prudenti, e non a caso né
immeritamente, che chi vuole vedere quello che ha a essere,
consideri quello che è stato; perché tutte le cose del
mondo, in ogni tempo, hanno il proprio riscontro con gli
antichi tempi. Il che nasce perché, essendo quelle operate
dagli uomini, che hanno ed ebbono sempre le medesime
passioni, conviene di necessità che le sortischino il
medesimo effetto. Vero è, che le sono le opere loro ora in
questa provincia più virtuose che in quella, ed in quella
più che in questa, secondo la forma della educazione nella
quale quegli popoli hanno preso il modo del vivere loro. Fa
ancora facilità il conoscere le cose future per le passate;
vedere una nazione lungo tempo tenere i medesimi costumi,
essendo o continovamente avara, o continovamente
fraudolente, o avere alcuno altro simile vizio o virtù. E
chi leggerà le cose passate della nostra città di Firenze, e
considererà quelle ancora che sono ne' prossimi tempi
occorse, troverrà i popoli tedeschi e franciosi pieni di
avarizia, di superbia, di ferocità e d'infidelità; perché
tutte queste quattro cose in diversi tempi hanno offeso
molto la nostra città. E quanto alla poca fede, ognuno sa
quante volte si dette danari a re Carlo VIII, ed elli
prometteva rendere le fortezze di Pisa, e non mai le rendé.
In che quel re mostrò la poca fede, e l'assai avarizia sua.
Ma lasciamo andare queste cose fresche. Ciascuno può avere
inteso quello che seguì nella guerra che fece il popolo
fiorentino contro a' Visconti duchi di Milano; ed essendo
Firenze privo degli altri ispedienti, pensò di condurre lo
imperadore in Italia, il quale con la riputazione e forze
sue assaltasse la Lombardia. Promisse lo imperadore venire
con assai genti, e fare quella guerra contro a' Visconti, e
difendere Firenze dalla potenza loro, quando i Fiorentini
gli dessono centomila ducati per levarsi, e centomila poi
ch'ei fosse in Italia. Ai quali patti consentirono i
Fiorentini; e pagatigli i primi danari, e dipoi i secondi,
giunto che fu a Verona, se ne tornò indietro sanza operare
alcuna cosa, causando essere restato da quegli che non
avevano osservate le convenzioni erano fra loro. In modo
che, se Firenze non fosse stata o costretta dalla necessità
o vinta dalla passione, ed avesse letti e conosciuti gli
antichi costumi de' barbari, non sarebbe stata né questa né
molte altre volte ingannata da loro; essendo loro stati
sempre a un modo, ed avendo in ogni parte e con ognuno usati
i medesimi termini. Come ei si vede ch'ei fecero anticamente
a' Toscani, i quali essendo oppressi dai Romani, per essere
stati da loro più volte messi in fuga e rotti; e veggendo
mediante le loro forze non potere resistere allo impeto di
quegli; convennono, con i Franciosi che di qua dall'Alpi
abitavano in Italia, di dare loro somma di danari, e che
fussono obligati congiugnere gli eserciti con loro, ed
andare contro ai Romani: donde ne seguì che i Franciosi,
presi i danari, non vollono dipoi pigliare l'armi per loro,
dicendo avergli avuti, non per fare guerra con i loro
nimici, ma perché si astenessino di predare il paese
toscano. E così i popoli toscani, per l'avarizia e poca fede
de' Franciosi, rimasono ad un tratto privi de' loro danari,
e degli aiuti che gli speravono da quegli. Talché si vede,
per questo esemplo de' Toscani antichi, e per quello de'
Fiorentini, i Franciosi avere usati i medesimi termini; e
per questo facilmente si può conietturare, quanto i principi
si possono fidare di loro.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>44</head>
<head>E' si ottiene con l'impeto e con l'audacia molte volte
quello che con modi ordinarii non si otterrebbe mai.</head>

<p>Essendo i Sanniti assaltati dallo esercito di Roma, e non
potendo con lo esercito loro stare alla campagna a petto ai
Romani, diliberarono lasciare guardate le terre in Sannio e
di passare con tutto lo esercito loro in Toscana, la quale
era in triegua con i Romani; e vedere, per tale passata, se
ei potessono con la presenzia dello esercito loro indurre i
Toscani a ripigliare l'armi; il che avevano negato ai loro
ambasciadori. E nel parlare che feciono i Sanniti ai
Toscani, nel mostrare, massime, qual cagione gli aveva
indotti a pigliare l'armi, usarono uno termine notabile,
dove dissono: «rebellasse, quod pax servientibus gravior,
quam liberis bellum esset». E così, parte con le
persuasioni, parte con la presenza dello esercito loro,
gl'indussono a ripigliare l'armi. Dove è da notare che
quando uno principe desidera ottenere una cosa da uno altro,
debbe, se la occasione lo patisce, non gli dare spazio a
diliberarsi, e fare in modo che vegga la necessità della
presta diliberazione; la quale è quando colui che è
domandato vede che dal negare o dal differire ne nasca una
subita e pericolosa indegnazione.</p>
<p>Questo termine si è veduto bene usare ne' nostri tempi da
papa Iulio con i Franciosi, e da monsignore di Fois capitano
del re di Francia col marchese di Mantova: perché papa
Iulio, volendo cacciare i Bentivogli di Bologna, e
giudicando, per questo, avere bisogno delle forze franciose,
e che i Viniziani stessono neutrali; ed avendone ricerco
l'uno e l'altro, e traendo da loro risposta dubbia e varia;
diliberò col non dare loro tempo fare venire l'uno e l'altro
nella sentenza sua: e partitosi da Roma con quelle tante
genti ch'ei poté raccozzare, ne andò verso Bologna; ed ai
Viniziani mandò a dire che stessono neutrali, ed al re di
Francia, che gli mandasse le forze. Talché, rimanendo tutti
distretti dal poco spazio di tempo, e veggendo come nel papa
doveva nascere una manifesta indegnazione differendo o
negando, cederono alle voglie sue, ed il re gli mandò aiuto,
ed i Viniziani si stettono neutrali. Monsignor di Fois,
ancora, essendo con lo esercito in Bologna, ed avendo intesa
la ribellione di Brescia, e volendo ire alla ricuperazione
di quella, aveva due vie; l'una per il dominio del re, lunga
e tediosa; l'altra, breve, per il dominio di Mantova: e non
solamente era necessitato passare per il dominio di quel
marchese, ma gli conveniva entrare per certe chiuse intra
paludi e laghi, di che è piena quella regione, le quali con
fortezze ed altri modi erano serrate e guardate da lui. Onde
che Fois, diliberato d'andare per la più corta, e per
vincere ogni difficultà né dare tempo al marchese a
diliberarsi, a un tratto mosse le sue genti per quella via,
ed al marchese significò gli mandasse le chiavi di quel
passo. Talché il marchese, occupato da questa subita
diliberazione, gli mandò le chiavi: le quali mai gli arebbe
mandate se Fois più trepidamente si fosse governato, essendo
quello marchese in lega con il Papa e con i Viniziani, ed
avendo uno suo figliuolo nelle mani del Papa; le quali cose
gli davano molte oneste scuse a negarle. Ma assaltato dal
subito partito, per le cagioni che di sopra si dicono, le
concesse. Così feciono i Toscani coi Sanniti, avendo, per la
presenza dello esercito di Sannio, preso quelle armi che gli
avevano negato, per altri tempi, pigliare.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>45</head>
<head>Quale sia migliore partito nelle giornate, o sostenere
l'impeto de' nimici, e, sostenuto, urtargli; ovvero da prima
con furia assaltargli.</head>

<p>Erano Decio e Fabio, consoli romani, con due eserciti
all'incontro degli eserciti de' Sanniti e de' Toscani; e
venendo alla zuffa ed alla giornata insieme, è da notare, in
tale fazione, quale de' due diversi modi di procedere tenuti
dai due Consoli sia migliore. Perché Decio con ogni impeto e
con ogni suo sforzo assaltò il nimico; Fabio solamente lo
sostenne, giudicando lo assalto lento essere più utile,
riserbando l'impeto suo nello ultimo, quando il nimico
avesse perduto el primo ardore del combattere, e, come noi
diciamo, la sua foga. Dove si vede, per il successo della
cosa, che a Fabio riuscì molto meglio il disegno che a
Decio: il quale si straccò ne' primi impeti; in modo che,
vedendo la banda sua più tosto in volta che altrimenti, per
acquistare con la morte quella gloria alla quale con la
vittoria non aveva potuto aggiugnere, ad imitazione del
padre sacrificò sé stesso per le romane legioni. La quale
cosa intesa da Fabio, per non acquistare manco onore
vivendo, che si avesse il suo collega acquistato morendo,
spinse innanzi tutte quelle forze che si aveva a tale
necessità riservate; donde ne riportò una felicissima
vittoria. Donde si vede che il modo del procedere di Fabio è
più sicuro e più imitabile.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>46</head>
<head>Donde nasce che una famiglia in una città tiene un tempo i
medesimi costumi.</head>

<p>E' pare che non solamente l'una città dall'altra abbia
certi modi ed instituti diversi, e procrei uomini o più duri
o più effeminati, ma nella medesima città si vede tale
differenza essere nelle famiglie, l'una dall'altra. Il che
si riscontra essere vero in ogni città, e nella città di
Roma se ne leggono assai esempli: perché e' si vede i Manlii
essere stati duri ed ostinati, i Publicoli uomini benigni ed
amatori del popolo, gli Appii ambiziosi e nimici della
Plebe: e così molte altre famiglie avere avute ciascuna le
qualità sue spartite dall'altre. Le quali cose non possono
nascere solamente dal sangue, perché conviene che varii
mediante la diversità de' matrimonii; ma è necessario venga
dalla diversa educazione che ha l'una famiglia dall'altra.
Perché gl'importa assai che un giovanetto da' teneri anni
cominci a sentire dire bene o male d'una cosa; perché
conviene di necessità ne faccia impressione, e da quella poi
regoli il modo del procedere in tutti i tempi della sua
vita. E se questo non fusse, sarebbe impossibile che tutti
gli Appii avessono avuto la medesima voglia, e fossono stati
agitati dalle medesime passioni, come nota Tito Livio in
molti di loro: e per ultimo, essendo uno di loro fatto
Censore ed avendo il suo collega alla fine de' diciotto
mesi, come ne disponeva la legge, diposto il magistrato,
Appio non lo volle diporre, dicendo che lo poteva tenere
cinque anni, secondo la prima legge ordinata da' Censori. E
benché sopra questo se ne facessero assai concioni, e
generassissene assai tumulti, non pertanto non ci fu mai
rimedio che volesse diporlo, contro alla volontà del Popolo
e della maggiore parte del Senato. E chi leggerà la orazione
gli fece contro Publio Sempronio tribuno della plebe, vi
noterà tutte le insolenzie appiane, e tutte le bontà ed
umanità usate da infiniti cittadini per ubbidire alle leggi
ed agli auspicii della loro patria.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>47</head>
<head>Che uno buono cittadino per amore della patria debbe
dimenticare le ingiurie private.</head>

<p>Era Marzio consolo con lo esercito contro ai Sanniti, ed
essendo stato in una zuffa ferito, e per questo portando le
genti sue pericolo, giudicò il Senato essere necessario
mandarvi Papirio Cursore dittatore per sopperire ai difetti
del consolo. Ed essendo necessario che il Dittatore fosse
nominato da Fabio, quale era consolo con gli eserciti in
Toscana; e dubitando, per essergli nimico, che non volesse
nominarlo; gli mandarono i Senatori due ambasciadori a
pregarlo, che, posto da parte i privati odii, dovesse per
beneficio publico nominarlo. Il che Fabio fece, mosso dalla
carità della patria; ancora che col tacere e con molti altri
modi facesse segno che tale nominazione gli premesse. Dal
quale debbono pigliare esemplo tutti quelli che cercano di
essere tenuti buoni cittadini.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>48</head>
<head>Quando si vede fare uno errore grande a uno nimico, si
debbe credere che vi sia sotto inganno.</head>

<p>Essendo rimaso Fulvio Legato nello esercito che e' Romani
avevano in Toscana, essendo ito il Consolo per alcune
cerimonie a Roma, i Toscani, per vedere se potevano avere
quello alla tratta, posono uno aguato propinquo a' campi
romani, e mandarono alcuni soldati con veste di pastori con
assai armento, e li feciono venire alla vista dello esercito
romano: i quali così travestiti si accostarono allo steccato
del campo; onde che il Legato, maravigliatosi di questa loro
presunzione, non gli parendo ragionevole, tenne modo ch'egli
scoperse la fraude; e così restò il disegno de' Toscani
rotto. Qui si può commodamente notare, che uno capitano di
eserciti non debbe prestare fede ad uno errore che
evidentemente si vegga fare al nimico: perché sempre vi sarà
sotto fraude, non sendo ragionevole che gli uomini siano
tanto incauti. Ma spesso il disiderio del vincere acceca gli
animi degli uomini, che non veggono altro che quello pare
facci per loro.</p>
<p>I Franciosi, avendo vinto i Romani ad Allia, e venendo a
Roma, e trovando le porte aperte e sanza guardia, stettero
tutto quel giorno e la notte sanza entrarvi, temendo di
fraude, e non potendo credere che fusse tanta viltà e tanto
poco consiglio ne' petti romani, che gli abbandonassono la
patria. Quando nel <num>1508</num>, stando li Fiorentini, a campo a
Pisa, Alfonso Del Mutolo, cittadino pisano, si trovava
prigione de' Fiorentini e' promisse che, s'egli era libero,
che darebbe una porta di Pisa allo esercito fiorentino. Fu
costui libero: dipoi, per praticare la cosa, venne molte
volte a parlare con i legati de' commessari; e veniva non di
nascosto ma scoperto ed accompagnato da' Pisani; i quali
lasciava da parte, quando parlava con i Fiorentini.
Talmenteché si poteva conietturare il suo animo doppio;
perché non era ragionevole, se la pratica fosse stata
fedele, ch'elli l'avesse trattata sì alla scoperta. Ma il
disiderio che si aveva di avere Pisa, accecò in modo i
Fiorentini, che, condottisi con l'ordine suo alla porta a
Lucca, vi lasciarono più loro capi ed altre genti, con
disonore loro, per il tradimento doppio che fece detto
Alfonso.
</p></div2>

<div2 type="capitolo">

<head>49</head>
<head>Una republica, a volerla mantenere libera, ha ciascuno dì
bisogno di nuovi provvedimenti; e per quali meriti Quinto
Fabio fu chiamato Massimo.</head>

<p>È di necessità, come altre volte si è detto, che ciascuno
dì in una città grande naschino accidenti che abbiano
bisogno del medico; e secondo che gl'importano più, conviene
trovare il medico più savio. E se in alcuna città nacquono
mai simili accidenti, nacquono in Roma e strani ed
insperati; come fu quello quando e' parve che tutte le donne
romane avessono congiurato contro ai loro mariti di
ammazzargli: tante se ne trovò che gli avevano avvelenati, e
tante che avevano preparato il veleno per avvelenargli. Come
fu ancora quella congiura de' Baccanali, che si scoprì nel
tempo della guerra macedonica, dove erano già inviluppati
molte migliaia di uomini e di donne; e, se la non si
scopriva, sarebbe stata pericolosa per quella città, o se
pure i Romani non fussono stati consueti a gastigare le
moltitudini degli erranti: perché, quando e' non si vedesse
per altri infiniti segni la grandezza di quella Republica, e
la potenza delle esecuzioni sue, si vede per le qualità
della pena che la imponeva a chi errava. Né dubitò fare
morire per via di giustizia una legione intera per volta, ed
una città; e di confinare otto o diecimila uomini con
condizioni istraordinarie, da non essere osservate da uno
solo, non che da tanti: come intervenne a quelli soldati che
infelicemente avevano combattuto a Canne; i quali confinò in
Sicilia, ed impose loro che non albergassono in terra, e che
mangiassono ritti.</p>
<p>Ma di tutte le altre esecuzioni era terribile il decimare
gli eserciti, dove a sorte, di tutto uno esercito, era morto
di ogni dieci uno. Né si poteva, a gastigare una
moltitudine, trovare più spaventevole punizione di questa.
Perché quando una moltitudine erra, dove non sia l'autore
certo, tutti non si possono gastigare, per essere troppi;
punirne parte, e parte lasciarne impuniti, si farebbe torto
a quegli che si punissono, e gli impuniti arebbono animo di
errare un'altra volta. Ma ammazzandone la decima parte a
sorte, quando tutti lo meritano, chi è punito si duole della
sorte, chi non è punito ha paura che un'altra volta non
tocchi a lui, e guardasi da errare.</p>
<p>Furono punite, adunque, le venefiche e le baccanali,
secondo che meritavano i peccati loro. E benché questi morbi
in una republica faccino cattivi effetti, non sono a morte,
perché sempre quasi si ha tempo a correggergli: ma non si ha
già tempo in quelli che riguardano lo stato, i quali, se non
sono da uno prudente corretti, rovinano la città.</p>
<p>Erano in Roma, per la liberalità che i Romani usavano di
donare la civiltà a' forestieri, nate tante genti nuove, che
le cominciavano avere tanta parte ne' suffragi, che il
governo cominciava variare, e partivasi da quelle cose e da
quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi
Quinto Fabio, che era Censore, messe tutte queste genti
nuove, da chi dipendeva questo disordine, sotto quattro
Tribù acciocché non potessono, ridutti in sì piccoli spazi,
corrompere tutta Roma. Fu questa cosa bene conosciuta da
Fabio, e postovi, sanza alterazione, conveniente rimedio; il
quale fu tanto accetto a quella civiltà, ch'e' meritò di
essere chiamato Massimo.
</p>
</div2>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
