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      <title>La Molza overo de l'Amore</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<titlePart type="main"> LA MOLZA OVERO DE L'AMORE </titlePart>
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    <castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>FORESTIERO NAPOLITANO. </role></castItem></castList>

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<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<p>Io aveva già pagato il nuovo debito d'un'antica servitù, quantunque la tardanza avesse accresciuto l'obligo e peraventura diminuita la sodisfazione: e mi ritrovava a la presenza de la illustrissima ed eccelentissima signora donna Marfisa d'Este, signora di lodevoli maniere e d'alto intendimento e di molta bellezza e di molta onestà, dove m'aveva condotto il signore Ippolito Gianluca per vincere in questa parte con la sua molta cortesia la mia contraria fortuna. E quantunque la signora donna Marfisa m'avesse raccolto così domesticamente ch'io poteva depor ogni temenza, nondimeno tra la riverenza e l'umiltà, doppo le prime parole, che furono assai brevi e semplici, non ardiva di parlar di cosa alcuna; laonde la signora Tarquinia Molza, che le sedeva a destra, perché da l'altra mano era la signora Ginevra Marcia, mi disse ch'io ragionassi d'alcuna cosa: e io risposi che le presenti mi porgevano maggior occasione di parlar che ciascun'altra ch'io avessi veduto o udito molti anni sono, ma tutta volta il soggetto avanzava troppo le mie forze. E replicando ella medesima, o pur la signora donna Marfisa, ch'io dicessi qualche nuova diffinizione d'amore, mi fu portato da sedere a l'incontro e mi fu imposto ch'io accettassi quel favore: perché io vergognosamente il faceva per rispetto d'alcune damigelle le quali erano in piedi; e dapoi ch'io sedei, come volle chi poteva commandare, dissi: Nuova diffinizione di quel che sia l'amore, difficilmente si può aspettare da vecchio amante, il quale non sia invecchiato ne l'amore ma ne' fastidi; nondimeno io farò prova se così a l'improviso mene potesse sovvenire alcuna degna de l'audienza, ma non so certo se mi verrà fatto di ritrovarla, perché non ci ho prima pensato, e non ci ho pensato di molto tempo: laonde que' primi pensieri hanno ceduto a' nuovi e si sono quasi dileguati.</p>
	<p>Fate, disse la signora Tarquinia, prova di richiamargli; e io gli risposi: Mi sforzerò, signora, ma voi aiutate il mio sforzo con darmi qualche tempo; e accioché non v'incresca l'indugio, userò un artificio che potrei tener occulto, ma ve lo voglio scoprire con la solita semplicità. E qual artificio è questo? dimandò la Molza. Quello, diss'io, che sogliono usare in corte ne le feste, ne le quali le vecchie molte fiate sono le prime a baciarsi, mentre le giovinette s'adornano: perché, quantunque sia passato quel tempo in cui molte di loro arrivavano nel mezzo o inanzi al fine, non è perduta nondimeno la memoria. </p>
	<p>E in qual parte, mi richiese di nuovo la signora Tarquinia, questo artificio è somigliante al vostro? In questo, dissi, che, mentre vo ricercando alcuna nuova diffinizione d'amore, addurrò prima quelle che sono state da gli altri ritrovate, le quali paragonerò a la mia, quasi giovenetta donna con l'attempate: perciò vorrei che avesse quel privilegio che si suol concedere a l'età giovenile, in cui tutti i diffetti si comportano più facilmente e si lodano spesse volte. Senza dubbio, disse la signora Ginevra, per questa cagione sarà più volentieri ascoltata. </p>
	<p>Allora io rincominciai: Se voglio prendere il principio da le opinioni più antiche, dirò ch'amor sia un gran dio, come già disse Orfeo, o grandissimo, come scrisse Euripide, e antichissimo oltre tutti gli altri; e se vorrò parlarne con felicissimi poeti, dirò ch'amore è giovenissimo e tenero e delicato molto, ma voglio seguir l'autorità d'Erisimaco, il quale affermò che l'amor buono sia la concordia e 'l reo la discordia; se con Empedocle, dirò ch'egli e la discordia siano principî; se con altri medici, conchiuderò che sia una sorte di malatia, la quale si può curare come l'altre, e co 'l digiuno e con l'ubbriachezza o co 'l trar del sangue fu da altri medicata. Ma s'io m'attenessi a l'opinione d'alcuni filosofi naturali, direi che l'amore è prima affezione de la materia, la quale, essendo imperfetta ed informe, desidera la perfezione e la forma. Se narrerò l'opinione di Fedro, dirò ch'egli è degno di somma riverenza e giova molto a la virtù; se le favole d'Aristofane volessi raccontare, direi che prima gli uomini erano congiunti, ma dapoi furono divisi per l'ira di Giove in guisa che ciascuno divenne il mezzo il quale a l'altro suo mezzo cerca di unirsi; ma s'io m'appigliassi a quello che Socrate apprese da la sua maestra Diotima, direi che l'amore è più tosto un gran demone ch'un gran dio: egli non è bello come sono gli iddii, né eterno, ma mezzo fra le cose belle e le brutte e fra le mortali e le immortali: onde potrei diffinirlo desiderio di bellezza; e percioch'ogni desiderio presuppone privazione, finalmente direi ch'egli fosse privo de le cose belle. Ma s'io numerassi con l'altre opinioni quella di Lucrezio, io direi che l'amore è desiderio di trasportamento: perché l'amante par che desideri di trapassar ne l'amata. Se quella di Ieroteo fra queste mescolassi, intendereste che l'amore è una certa virtù inestata, per la quale le cose superiori hanno la providenza de le inferiori e l'inferiori si volgono a le superiori e l'eguali si congiungono. Ma s'a queste aggiungessi la diffinizione d'Aurelio, l'amor sarebbe un distendimento, per il qual la volontà si distende verso la cosa desiderata; o pur direi ch'amor è quella prima piacenza o quel primo piacere che abbiamo quando la cosa desiderabile ci occorre a la vista e ci diletta. Se doppo questa adducessi l'opinione di Plotino, si conoscerebbe che l'amore è un atto de l'anima che desidera il bene; se ultimamente recassi quella di Dante, udireste

<quote rend="block"><lg>
<l>Ch' amore e 'l cor gentile sono una cosa.</l>
</lg></quote></p>

<p>E tutte queste diffinizioni sono talmente antiche che la più nuova nacque inanzi l'accrescimento di questa lingua con la qual favelliamo, quando la poesia toscana era ancora giovinetta. Ma secondo quella del Bembo assai più moderna,

<quote rend="block"><lg>
<l>Amore è graziosa e dolce voglia;</l>
</lg></quote></p>

<p>né dopo questa n'addurrò alcuna altra. </p>
	<p>Allora disse la signora Ginevra: Sono tante che possono far una festa, come avete detto; ma qual vi piace più de l'altre? Perché dovreste aver giudicio de le vecchie ancora, non solo de le giovane, massimamente quando son belle come son queste. E io risposi: Ne farò giudice la signora Tarquinia, ch'è fornita di sottile avvedimento e ornata di molte lettere e di molta dottrina, e voi medesima, quantunque vi reputi anzi nemiche d'amore ch'amiche. E la signora Tarquinia replicò: Noi non vogliamo giudicare se non sentiamo prima le ragioni de le parti, perché non paia che giudichiamo a passione: ditecile dunque. Chi le sa meglio di voi, diss'io, la qual avete lette tutte le cose e tutte ve le ricordate? Ed ella soggiunse: Piacesse a Dio che così fosse; ma come si sia, le ragioni s'ascoltano da' giudici, non s'adducono in favor a le parti, perché si dimostrarebbe l'istessa animosità. E io dissi: Poiché volete pur ascoltar quello che meglio di me sapete, restringerò in brevi parole quelle cose che mi paiono di maggior importanza. Dico dunque che sei generi sono i principali, i quali sono assignati ne la diffinizione d'amore: l'uno è desiderio, la qual opinione è seguita da Socrate nel <emph>Convito</emph> e da molti Socratici, quantunque peraventura la sua propria si manifesti nel <emph>Fedro</emph>, da Lucrezio e dal Bembo e da grandissimo numero de scrittori. L'altra, ch'ella sia infirmità; la terza, che sia virtù, come volle Ieroteo, che in ora ha pochi seguaci; la quarta pone che sia atto, e questa ancora non è seguita da alcuno, ch'io sappia; la quinta dice ch'è distendimento de la volontà; e la sesta che sia piacere o componimento, se pur questa è diversa da la quarta, la quale ha per seguaci tutti i seguaci di san Tomaso oltre quelli di sant'Agostino. Ma dovendosi l'amore ridurre ad alcuno di questi generi, parrà forse più convenevole che si riduca al più nobile o più eccelente. E a voi che ne pare? S'io, rispose la Molza, dicessi a l'incontro, oltre che contradirei a la dottrina d'Aristotele, mi dimostrarei troppo nemica d'amore: laonde il mio giudicio sarebbe sospetto. </p>
	<p>Dunque, diss'io, non ridurremo l'amore al genere del desiderio, il qual essendo una passione de l'anima nostra, è imperfettissima oltre tutte l'altre, e molto meno a l'infirmità; ma la ridurremo a l'uno de gli altri tre: o a la virtù, come piacque a Ieroteo; o a l'atto, come volle Plotino; o a la piacenza, come stima san Tomaso. Ad uno di questi tre senza fallo, rispose la signora Tarquinia. Ma paragonando di nuovo, soggiuns'io, queste tre opinioni tra loro, quale stimeremo più perfetta? Ècci alcuna cosa, diss'ella, più perfetta de la virtù? La virtù, risposi io, è abito, e le cose che sono per abito, peraventura sono men perfette di quelle che sono in atto o sono atto: laonde per questa ragione sarebbe il genere de l'atto più nobile. Sarebbe, rispose la signora Tarquinia, per questa ragione. Tuttavolta, soggiunsi, la virtù de la quale parla Ieroteo non è una de le nostre morali: la quale alcuna volta è ne l'ozioso che non opera o è impedito ne l'operare, ma sempre è in atto: e se pur è abito, è divino abito, il quale non è disgiunto da l'operazione; tal che a lei non s'agguaglia di perfezione l'atto de l'animo che desidera il bene, il quale non è puro atto, ma atto che participa di potenza. Direm dunque ch'il genere posto da Ieroteo sia perfettissimo; e voi, come giudice giusta, confessarete ch'amore sia virtù. </p>
	<p>Allor disse la signora Tarquinia: Quando io penso a l'amor ch'io porto a la signora donna Marfisa, non posso conchiudere altro, né credo ch'altro conchiuderebbe la signora Ginevra. Ed ella rispose: Tutto quello ch'è in me di buono, se pur ce n'è alcuna parte, deriva da l'amor a questa mia signora o da quello che ella porta a me, che le son umilissima serva. La benevolenza ch'è fra la signora Tarquinia e me nasce ancora da questa concordia: laonde mi pare molto vero quello che disse questo vostro filosofo. Fu santo, diss'io, e teologo anzi che filosofo. Tanto meglio, rispose ella, perché per questa ragione dovrò prestargli maggior credenza; ma dove è la vostra nuova diffinizione? Mettetela al paragone di queste altre vecchie. Allora io soggiunsi: Io mi vergogno che fra l'antiche opinioni, che sono così belle, si mostri giovinetta di così picciola beltà; ma che posso altro che ubbidirvi? E dovrei servirvi, se ci fossi atto; ma voi non mi commandareste cosa a la quale io non fossi acconcio. Ed ella replicò: Orsù, dite. Dirò, signora, risposi, ma siate contenta ch'io non la cavi fuori a l'improviso. Come a l'improviso? disse la signora Tarquinia; noi l'abbiamo tanto aspettata. Non vi spiaccia, allora diss'io, d'attenderla ancora, perché l'indugio non sarà a fatto noioso. E che direte in questo mezzo? disse la signora Ginevra. Alcuna opinione de gli altri, soggiunsi io, presso le quali questa ch'io v'apparecchio sarà più facilmente intesa. </p>
	<p>Dico adunque che san Tomaso ed Egidio e i seguaci de l'uno e de l'altro pongono tre quasi gradi de gli affetti e de le passioni; e quantunque siano diversi, nondimeno in questa sono concordi; percioché subito che s'appresenta l'oggetto amabile a l'anima nostra, se ci piace, nasce l'amore, il quale è il primo compiacimento; ma se l'animo cerca di conseguir la cosa amata, ne desta il desiderio: e, giungendola, s'ha diletto di seguirla. Queste tre passioni adunque sono ne l'animo nostro per rispetto de l'obietto amabile o del piacevole: l'una è il compiacimento, il quale è amore; l'altra il desiderio che segue l'amore; e la terza il diletto nel quale s'acqueta. E tre ne sono ancora, se si risguarda quel che dispiace e che s'abborrisce: perché, se l'oggetto spiacevole s'offerisce a l'animo, egli si ristringe in se stesso a somiglianza del loto o d'altra pianta, la quale spiega i fiori al sole e gli raccoglie nel suo partire: e in questo raccoglimento e, per così dire, ristringimento de la volontà è riposto l'odio, sì come l'amore ne l'estensione. Ma se l'oggetto spiaciuto s'appressa, l'animo il fugge: e questo affetto si dice fuga, ch'è contraposta al desiderio; e finalmente ne nasce il dolore, ch'è contrario al piacere. Vedete dunque che ne l'animo nostro sono da quella parte che si volge al piacere tre quasi termini o gradi, se pur non vogliamo chiamarli passioni con proprio nome, e tre da l'altra da cui s'offerisce quel che dispiace. Tanti sono veramente, rispose la signora Tarquinia. </p>
	<p>Allora soggiunsi io: Ma ne' primi opposti gli scolastici pongono l'amore e l'odio, nel secondo il desiderio e la fuga: assai diversamente da' Platonici, i quali volevano che l'amore fosse desiderio. Ora, volendo io addurre la mia opinione, mi pare di riempire quel terzo grado e di porre l'amore ne la quiete. Come, disse la signora Ginevra, l'amore ne la quiete? Chi fu mai più inquieto de gli amanti? Non mi date il torto così tosto, diss'io, ma ascoltate, se vi piace, la mia opinione. L'amore senza fallo è contrario a l'odio, ma l'odio è affetto invecchiato e ira invecchiata, come parve alcuna volta ad Aristotele; onde conviene che l'amore ancor s'invecchi. Convien senza fallo, rispose la signora Tarquinia, per questa ragione; e io soggiunsi: Ma se l'amor fosse il primo piacere, non s'invecchiarebbe giamai; anzi, subito nato il desiderio, egli si morrebbe, e 'l suo figliuolo sarebbe micidiale del padre, come sono i figliuoli de la vipera. Così averrebbe disse; e io replicai: Desiderio giamai non estinse amore, ma l'accrebbe, sì come fiamma non s'estingue per fiamma,

<quote rend="block"><lg>
<l>Ma sempre l'un per l'altro simil poggia.</l>
</lg></quote></p>

<p>Dunque io direi più tosto che l'amore in fasce e quasi in culla fosse la prima piacenza, ma che, poi ch'egli, avendo bevuto il latte de la speranza, è divenuto grande e ha messo l'ali e vola come augello, non è più quel primo piacere, ma 'l desiderio, con le cui saette egli ci trafigge volando: e s'egli tanto vola che giunga la cosa amata e la posseda, s'acqueta nel piacevole; né per questo muore, altramente tutti gli amanti che hanno goduto de' loro amori lascerebbono d'amare, ma perpetua nel godere e ne l'amare parimente. Dunque que' tre de' quali abbiamo ragionato, il compiacimento, dico, il desiderio e 'l diletto, non sono altro che le tre diverse età de l'amore: percioché ne la prima è bambino, ne la seconda è amore già cresciuto per lo nascimento del fratello, detto Anterote, ne la terza è amore invecchiato, come si conosce dal suo contrario, che s'invecchia similmente; anzi, s'in alcuna età egli merita propriamente il nome d'amore, gli si conviene in questa terza per mio parere. </p>
	<p>Questo vostro amore, disse la signora Tarquinia, mi pare in parte simile a quel del Petrarca, in parte diverso: simile, perché s'invecchia come il suo; diverso, perché quello del quale egli ragiona fu

<quote rend="block"><lg>
<l>Mansueto fanciullo e fiero vecchio;</l>
</lg></quote></p>

<p>ma questo sarà vecchio mansuetissimo. Io soggiunsi: L'amor che s'invecchia senza conseguir il suo fine, diventa fiero per lunga passione e s'incrudelisce, per così dire, ne' tormenti; ma quello il quale è possessore de la cosa amata è piacevolissimo oltre tutti gli altri, e non è ucciso dal piacere, come alcuni credono, ma conservato il più de le volte: perché troppo rea e maligna sarebbe la natura del diletto, s'ella uccidesse l'amore. E se vogliam prendere la similitudine del fuoco, il quale pare che s'assimigli a l'amore più di tutte l'altre cose, noi veggiamo ch'egli si genera nel seno de la terra, e, levandosi in alto per sua natura, non s'estingue, ma più s'infiamma, e dapoi ch'egli è nel suo proprio luogo, quantunque egli perda il primo moto, non rimane però d'esser fuoco, anzi divien perfetto e tanto acquista de la forma quanto de la perfezione; ma, essendo mosso con altro movimento, pare che in un certo modo s'acqueti ne la sua sfera, ne la quale si conserva immortale. Similmente l'amore nasce ne l'animo ch'è desto dal piacevole, e verso lui si muove a guisa di fiamma, che per la sua forma è atta a salire, desiderando di conseguire la posseduta bellezza; e dapoi ch'egli n'è fatto signore, non si muove più con sì fatto movimento, ma con un altro assai diverso, il quale non è altro che desiderio di perpetuare ne la possessione, e non distrugge l'amore e non impedisce la contentezza de l'amante. </p>
	<p>Io aspettava, disse la signora Tarquinia, che voi diceste ch'egli s'acquetasse nel moto come il cielo, o pur come l'intelletto nostro ne l'intendere, ch'è sua operazione. In questa guisa, diss'io, s'acquetano gli amori intellettuali; ma quelli i quali lasciano alcuna parte al senso e a le fiamme amorose, sono più simili al fuoco, ch'è sotto il cielo de la luna. Comunque sia, io direi più tosto che l'amore fosse una quiete nel piacevole che un movimento verso il piacevole, come alcuni hanno detto, percioché il genere de la quiete è più nobile de l'altro; laonde Senocrate, che diffinì l'anima un numero che si muove per se stesso, fu ripreso d'Aristotele, il qual disse che l'animo era uno stato, e, come lo stato è l'istesso che la quiete o pur di natura molto somigliante, così è l'amor e l'animo: però fu detto

<quote rend="block"><lg>
<l>Amore e cor gentile sono una cosa. </l>
</lg></quote></p>

<p>È dunque l'amor quiete: e allora è veramente amore ch'egli è divenuto signor nel suo regno. </p>
	<p>E quale è questo suo regno? disse la signora Ginevra. – Io porrei la sua reggia nel core, tutto che alcuni poeti, fra' quali sono Omero e Sofocle, l'albergassero nel fegato e nel polmone. Questi, disse la signora Tarquinia, il fanno più tosto bestiale che ragionevole, separandolo co 'l cinto ch'è detto septotransverso da la parte più nobile e legandolo a guisa di cavallo o d'altra bestia ne la stalla; ma, s'io n'ho inteso il vero, non parlano d'ogni amore, ma del sensuale solamente. Platone, dissi io, ragionò de la parte concupiscibile, ne la quale alberga questo affetto, che merita più tosto il nome di cupidigia che d'amore; ma concede l'ira al core, la qual forse si potrebbe chiamar la reggia di quello amore che signoreggia ne gli uomini. Voi contradicete a voi medesimo, disse la signora Tarquinia, perché in qualche vostra composizione dite che 'l tempio d'amore è nel vostro core, ma la reggia è ne gli occhi de la vostra donna. E io risposi: Voi chiamate a sindicato gli scherzi di poeta. Le adulazioni più tosto, disse la signora Ginevra, o le lusinghe che vogliate dire; e io replicai sorridendo: Niuna cosa ho detto che non sia ragionevole: percioché amore è re somigliante a gli altri re, e particolarmente a quelli de' Persiani, i quali cangiavano albergo secondo le stagioni de l'anno, e la state abitavano in Ecbatana di Media, dove l'aria è fredissima, ma 'l verno dimoravano in Susa e in Babilonia e alcuna volta in Battro; laonde non è sconvenevole che l'amor abbia molti palagi e molti alberghi. E s'io volessi ragionar di lui non come fece Diotima con Socrate, ma come ragiona Socrate con Fedro, io mi lasciarei rapir sin in cielo, dove veramente egli nacque e dove ci riconduce: né in alcun modo più convenevole se ne può ragionare a la presenza de la eccelentissima signora donna Marfisa, ch'è signora di tanto merito e di tanto valore; ma io non posso né purgare i pensieri né inalzar le parole quanto si converrebbe a la dignità del soggetto e a la nobiltà de le ascoltatrici. </p>
	<p>Allora la signora donna Marfisa, levandosi, fu cagione ch'io sorgessi per onorarla; e dapoi di nuovo tornò a sedere e, fattomi dare una sedia appresso un instromento di musica, mi disse ch'io scrivessi alcuna cosa d'amore. E io, prendendo la penna, feci alcuni versi, ne' quali non compiacqui a me stesso; laonde io le dissi: Eccelentissima signora, io son poco felice poeta, né posso comporre se non tardi e con molta difficoltà. Seguite dunque, disse la signora Tarquinia, il vostro ragionamento. E io soggiunsi: Nulla m'avanza che dire, avendo prima narrate l'opinioni de gli altri e poi detta la mia; ma s'oltre le cose pensate ne debbo aggiunger alcun'altra, io cercherò di prenderla da buon luogo, accioch'ella sia degna de l'audienza. Dico dunque ch'amore è quel ch'avete udito, e quale; ma de le sue qualità si potrebbono dir molte cose: percioch'alcuni vogliono che da l'amore di se stesso nascan tutti i mali; altri ch'amor sia semenza in noi d'ogni virtute e d'ogni operazione che meriti pena, e distingue quelle del purgatorio secondo la qualità de' peccati commessi de l'amore: il quale, s'egli si volge a le cose create, erra o per troppo o per poco di vigore. </p>
	<p>Allora disse la signora Tarquinia: Poteva anco compartire i premi del paradiso e l'abitazioni de' beati secondo le diverse virtù de l'amore: né so per qual cagione seguisse altra divisione. Non lo fece in guisa diversa, diss'io, che non accenni che la carità è quella la quale dà i luoghi più alti e più bassi: e, come voi sapete, la carità è l'amore. È senza fallo, rispose, amor illuminato da Dio, il qual è cagione de la vera beatitudine; ma questo, nel qual voi ponete la quiete, è cagione di tutte quelle pene le quali si purgano nel purgatorio. E io soggiunsi: Questo è torto che mi fate; ma pur, essendomi conceduto l'interpretar la mia opinione, posso dir che la quiete nel piacevole si deve intendere di quella quiete ch'è veramente riposo e di quel piacevole che non è mescolato d'alcuna amaritudine. </p>
	<p>Ma la signora Marfisa, quasi volesse aiutarmi, soggiunse: Dichiarate la vostra intenzione con vostri versi medesimi, ne' quali dite che la speranza e la fede non entrano nel cielo, ma solo a l'amor è conceduto d'entrarvi: perché, s'egli entra nel cielo, conviene che 'l vero amore sia vera quiete. Questo aiuto, diss'io allora, è così buono che niuno teologo lo potrebbe dar migliore; ma s'amore entra solo, direm che nel ritorno egli vada solo o pur a guisa di capitano vittorioso? Solo entra secondo voi, disse la signora Ginevra; e io soggiunsi: Ma non parte solo; perché egli ha seco la fede e la speranza e tutte l'altre virtù parimente, come si legge nel Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
<l>Con molte sue virtù in lei ristrette;</l>
</lg></quote></p>

<p>perché tutte le ordina l'amore in una bella schiera; anzi la virtù medesima non è altro che ordine d'amore. Maraviglioso ordine è questo veramente, disse la signora Tarquinia; ma come e in qual guisa sono ordinate? E io risposi: Io non ho veduto chi le descriva; tutta volta Dante ce ne può dar qualche luce, dicendo che l'amor, il qual si volge al primo bene o ne' secondi misuri se stesso, non possa esser cagione di mal diletto. Allora disse la signora Ginevra: Fate che questa luce vi illustri, overo che tutte c'illumini. E io ripigliai il ragionamento in questo modo: Amor, volgendosi al primo bene, è la carità, la quale ne gli altri modera se medesima: e questa è la prima virtù ne la schiera de le teologiche, ma non è sola, perché è accompagnata da la fede e da la speranza, le quali similmente nascono in questo rivolgimento de l'anima a Dio. Ma se l'amor si volge a le cose create, produce la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza, la liberalità, la mansuetudine, la modestia e l'altre, le quali sono in guisa congiunte che l'una non può star senza l'altra, percioché in ogni ordine c'è una communanza e quasi una congiunzione, la quale discende da la unità ne la moltitudine, e ogni moltitudine si riduce ne l'unità. Se questo è, disse la signora Marfisa, il Petrarca, quando descrisse il trionfo di Laura e la schiera de le sue belle virtù, poteva fare ch'ella trionfasse con Amore: tutta volta trionfava d'Amore. Trionfava di quell'Amor, diss'io, il qual è nutrito di pensieri dolorosi e lascivi,

<quote rend="block"><lg>
<l>Fatto signore e dio di gente vana,</l>
</lg></quote></p>

<p>a cui lungamente era stato soggetto. Ma 'l vero trionfo d'Amore è quello de la Divinità, co 'l qual nome egli per aventura volle velar gli occulti sensi del suo poema in quella guisa che alcuni solevano fare ne' misteri. <emph><foreign lang="lat">Laus Deo</foreign></emph>. </p>

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</text>
</TEI.2>
