<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Trattato della Dignità</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
    </titleStmt>
    <extent>23 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
      <idno>bibit000788</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>500</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Trattati</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2007-02-14T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2007-02-14T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1><head>Della dignità</head>
<opener><salute>Al Signor Conte Ercole Estense Tassone il giovine.</salute></opener>
<p>Molto illustre Signor Conte.</p>
<p>Questo picciol trattato che ora intendo di scrivere in
materia della Dignità, non conterrà in sè tutto ciò ch'a la
cognizione di questa materia appartiene: perciò che più
pienamente e più perfettamente ho trattato di essa nella
seconda parte del <hi rend="italic">Dialogo della Nobiltà</hi>, l'opinioni del
quale non intendo ora di riprovare, non mi parendo che siano
tali che da un filosofo non possano essere sostenute e
difese, da quelli almeno che Accademici vogliono essere;
fra' quali io ho sempre amato di essere annoverato. Ma
alcune cose che ivi a bello studio tralasciai, avendo
riguardo al decoro delle persone che ragionavano, le quali
erano per affezione e per obligo da le parti Imperiale, e
servitori de' Duchi serenissimi di Savoia e di Ferrara, e al
fine che m'aveva proposto, ch'era la grazia de' Principi, la
cui dignità difendeva, or saranno da me poste in
considerazione; non già perchè io meno non desideri, di quel
che allora desiderassi, la grazia o del clementissimo
signore Duca di Ferrara, o dell'Imperatore suo, o del Re mio
signore; ma perchè mi par convenevole di render quell'onore
che debbo a Dio prima, e a la verità poi, la qual forse
altro non è che Iddio; perciò che egli, di se stesso
ragionando, disse: <hi rend="italic">ego veritas sum</hi>; il che è vero in quel
modo forse, nel qual dicono i filosofi, che l'intelletto
agente è la verità. Perciò che non si fa vero con intender
le altre cose, ma con intender se stesso: e a me pare di non
poter Iddio in alcun modo meglio onorare, che co 'l rendere
onore e ubbidienza al Papa, che è Vicario di Cristo suo
figliuolo in terra, ed è colui al quale si conviene
l'interpretare quelle carte le quali contengono in sè la
verità de' divini misteri; il quale illuminato dal lume
della Grazia e dello Spirito Santo, come Papa, non può
errare e ingannarsi nella cognizione dell'eterna verità;
sebben forse non è inconveniente che, come uomo, s'inganni
nella verità delle cose particolari; la qual sempre è
d'alcuna falsità mescolata in modo che non pare ch'ella sia
oggetto di quella parte dell'anima nostra che, come divina
ed immortale, è lontana dal contagio delle passioni del
corpo, dal corpo può separarsi; ma di quella che, informata
da' fantasmi e da le imagini delle cose sensibili, e
perturbata da gli affetti, molte fiate da le opinioni è
ingannata, e molto da le passioni quasi incantata. Voglio,
dunque, che mi giovi di credere, che s'egli alcuna cosa ne'
miei particolari ha commessa, della quale io ragionevolmente
a Cesare mi son richiamato, come uomo l'abbia commessa; ed
io come uomo sottoposto a tutti gli affetti, ed a lo sdegno,
ed a lo amore particolarmente, me ne son lamentato, forse
con minor riverenza di quella che da me era debita a
l'autorità sovrana del Vicario di Cristo: ond'ora
umilissimamente, gettato a' piedi della sua clementissima
Beatitudine, gliene chiedo perdono, usando parole simili a
quelle che da Cristo nel proposito della Maddalena furono
usate: <hi rend="italic">remittantur mihi, Domine, peccata multa, quia multum
dilexi</hi>. E certo, che s'a benevolenza alcuna si può
perdonare, quella ch'io ho sempre portata a la cara sua
persona, ed a quella del signor Iacomo e di monsignor il
Cardinale Guastavillano suo nipote, ove sia chi per prova
intenda amore, possono ritrovar pietà non che perdono. Ma
lasciando queste cose da parte, o riserbandole a migliore
occasione, dopo aver protestato ch'io sottometto la mia
opinione al giudicio della Chiesa Cattolica, della quale io
credo ch'egli sia capo, così, secondo il mio solito modo di
filosofare, comincierò a discorrere.</p>
<p>Si può dubitare, se le dignità e i titoli dal volere o da
le leggi degli uomini dipendano, e sian fra quelle cose le
quali son dette esser per <hi rend="italic">posizione</hi>, o perchè così
piacciono, o pur fra quelle che son per natura: perciò che
da l'un lato, essendo naturale quella giustizia che comparte
gli onori e i premi dell'utile secondo i meriti altrui, a
chi più e a chi meno; natural conviene che sia la dignità,
la quale ho già diffinita <hi rend="italic">superiorità d'onore e di
podestà</hi>; da l'altro, le cose naturali son sempre ed in ogni
luogo le medesime, ma le dignità e i titoli si mutano con la
mutazion de' paesi, onde non pare che sia per natura; il che
così essere chiaramente vedremo, se il titolo d'Imperatore,
quale ora è e quale fu anticamente, vorrem considerare.
Perciò che esso ora è titolo di soprana e perpetua dignità;
a' tempi della Republica tale non era: il titolo di Re
parimente nelle mutazioni de' tempi ad alcuna mutazione è
stato sottoposto; ed ora quel di Duca e di Conte molto è
vario secondo la varietà de' paesi: perciò che i Duchi della
Germania, che da l'Imperatore soprano principe temporale
hanno immediatamente l'autorità e la dignità, ed alcuni
dell'Italia, che dal Papa e da l'Imperatore insieme l'hanno,
quali sono il serenissimo e potentissimo Gran Duca di
Toscana, e 'l clementissimo e serenissimo signor Duca di
Ferrara mio signore, ed altri che da l'un solo di loro
l'hanno, come da l'Imperatore l'invittissimo e serenissimo
signor Duca di Savoia e 'l signor Duca di Mantova, e dal
Papa il signor Duca d'Urbino e quel di Parma, hanno autorità
molto simile e quasi uguale ad alcuni Re, particolarmente a
quelli che sono feudatarii. Ma i Duchi della Francia e della
Spagna e del Regno di Napoli son molto diversi da questi.
Onde ragionevolmente il Duca d'Urbino, che è il più povero,
ed il Duca di Parma, che è il più nuovo, possono pretendere
di voler titolo e luogo da loro separato. Questa medesima
diversità si può trovare fra' Conti della Germania e quelli
della Spagna e della Francia e del Regno di Napoli. Che si
concluderà dunque, essendo da l'una e da l'altra parte
ragione che prova, che la dignità sia e non sia per natura?
Io dirò, che sì come tuttochè Aristotile dubiti se la
giustizia sia per natura, vedendo ch'ella, per la materia
che l'è sottoposta, è piena d'incostanza e d'incertitudine,
nondimeno conclude ch'ella sia naturale, sebbene non è
inconveniente che alcun giusto non sia giusto per natura, ma
giusto per legge; così si può affermare che la dignità,
considerandola in sè ed in universale, è per natura,
ancorchè questa o quella particolar dignità molte fiate tal
non è per natura, ma per legge e per usanza degli uomini. La
qual distinzione è, a mio giudizio, bastevole a rimuovere
ogni dubbio, che in questo soggetto possa nascere, e la
medesima può solvere il dubbio de' titoli, il quale dal
primo, come rivo da fonte, dipende. Ma si può anche questo
rivo render più chiaro, di torbido ch'egli è, con l'esempio
de' nomi, de' quali fra Aristotile e Platone è molta
contesa: perciò che vuol Platone nel Cratilo, che i nomi
sian per natura, e che quelli veramente sian nomi che da
l'uom fabro de' nomi sono stati composti, e gli altri tali
non siano; in quella guisa forse che sono scudi quelli
solamente che co 'l publico segno stampa Jangatino, o altro
publico battitor di moneta, ma scudi quelli non sono che dal
falsificatore del conio son battuti. Ma ad Aristotile, nel
libro dell'Invenzione, cap. 2, piace che i nomi siano <hi rend="italic">a
placito</hi>, com'egli dice. Le quali due discordi e contrarie
opinioni Ammonio, filosofo peripatetico insieme e platonico,
cerca di concordare e di rendere amiche: perciò che egli
vuole che i nomi siano fabbrica dell'umano maestro, il quale
nondimeno gli compone riguardando nella natura delle cose, e
cercando d'imitarla con le lettere, e con la composizione
d'esse in modo, che la natura loro ne sia bene espressa e
bene imitata; e chi questi fa bene, è buon fabro di nomi; ed
i nomi sì fatti dir si possono <hi rend="italic">nomi naturali</hi>: ma chi nel
formarli niuna ragione si propone, forma nomi che nomi sono
perchè altrui piace che siano, i quali tanto a' primi
cedono, quanto a le monete d'argento del Re, o d'altro gran
Principe, cedono di bontà alcuni danari de' piccoli Signori,
che con molto rame son mescolati. Ora adattando questa
distinzione d'Ammonio a' titoli, dico che i titoli, ancorchè
siano per compiacimento, non per natura; quelli nondimeno
che con alcuna natural ragione son dati o presi, dir si
possono naturali, a differenza degli altri che non hanno
alcuna ragione in sè, che quella dell'uso, e molte fiate del
capriccio degli uomini.</p>
<p>Sono dunque le dignità per natura. Ma perciò che è naturale
che in tutti gli ordini si dia un sommo, resta che si
consideri, s'un solo o se due son gli ordini delle dignità.
Perciò che s'un solo sarà questo sommo, senza alcun dubbio
sarà il Papa, dal quale, come da Vicario di Cristo, niun
Principe, nè l'Imperatore stesso, si deve vergognare di
dipendere: ma se due saranno, non sarà inconveniente siano
due Sovrani, l'un de' quali il Papa, l'altro l'Imperatore,
l'uno de' quali da l'altro non abbia dipendenza. Ma par
ragionevole che tanti sian gli ordini delle dignità, quante
son le vite degli uomini: onde essendo le vite più d'una, ne
segue che più d'uno debbano esser gli ordini delle dignità.
E forse anche non è in tutto vero, che, dato che due siano
gli ordini o più, l'uno da l'altro non dipenda; perciò che
non è anche vero, che la vita attiva da la contemplativa, o
la contemplativa da l'attiva non abbia dipendenza, ma fra
loro si ritrova vicendevole dipendenza: perciò che in alcune
cose l'attiva da la contemplativa, in alcune la
contemplativa da l'attiva dipende essenzialmente: nondimeno
sempre la men nobile dipende da la più nobile, e la men
nobile a la più nobile è ordinata. Onde essendo chiara cosa,
che la contemplativa sia più nobile, ne segue che da lei
l'attiva abbia dipendenza; ed in conseguenza, che le dignità
degli uomini attivi dipendano da quelle de' contemplativi,
fra le quali annovererò il Sacerdozio; e se questo è vero in
ogni Sacerdozio, anche più è vero nel cristiano. E quando
pure l'Imperial dignità, in quanto dignità o in quanto
Imperiale, dal Pontificato non avesse dipendenza, l'ha ella
in quanto sacra ed in quanto cristiana, perchè dal Papa è
consecrato l'Imperatore, o da coloro che dal Papa sono
consecrati, e dal Papa dee prender l'osservanza di quelle
leggi le quali egli con l'arme è obligato di difendere. E
come che io non neghi, nè si possa negare, che 'l Papa
ancora in alcune cose da l'Imperatore non abbia dipendenza;
nondimeno l'essenzial dipendenza è nell'Imperatore dal Papa,
non nel Papa da l'Imperatore; e perciò giudico che in alcun
modo da uomo pio in dubbio non possa esser rivocato chi
debba precedere o il Papa o l'Imperatore, essendo chiara
cosa che l'Imperatore senza sospetto d'impietà non può
negare d'inginocchiarsi al Papa, almeno in alcuni atti, ed
in quelli particolarmente ne' quali, come da Vicario di
Cristo, riceve la corona dell'Imperio: e s'altramente han
fatto alcuni Imperatori, non sono degni di lode; fra' quali
non è stato certo il potentissimo Carlo Quinto. Ma io ora,
in questo mio piccolo discorso, non considero quel che si
sia usato, ma quel che si debba usare; e sebben come
istorico intorno a questo soggetto ho alcun dubbio, come
filosofo nondimeno e come cristiano non ho di che dubitare.
E non mi fanno alcun dubbio le ragioni opposte, che furono
da me addotte nel mio Dialogo, perch'io con una sola ragione
l'atterrai, la quale è questa: che può ben esser vero che
nella cittadinanza le dignità civili precedono a le
sacerdotali, ma non sarà ciò mai vero nella cittadinanza e
nella republica perfetta, perchè nella perfetta sempre le
più nobili precederanno. Ma ivi noi non negammo, che 'l
Pontificato fosse più nobile e più perfetto; ma dicemmo
solo, che non era inconveniente che nella cittadinanza le
dignità della vita attiva men nobile, a quelle della
contemplativa precedessero: il che è vero nella republica
imperfetta, ma nella perfetta in alcun modo vero non è: onde
possiamo affermare, che la republica cristiana sentisse
anche molto del gentile e, come nuova, fosse ancora
imperfetta, quando i Pontefici a gli Imperatori cedevano, e
con titoli di Signori gli onoravano. E per confermazion di
questa verità, giova a me di credere, che molte teologiche
ragioni si potrebbero addurre; le quali io lassando che da
coloro siano recate che delle sacre lettere fanno
professione, dirò solo che Aristotile nella Politica avendo
numerati i magistrati che nella città sono necessari, nella
conclusione il Sacerdote al Capitano prepone. Nelle Morali
parimente fa una distinzione, la quale molto serve al nostro
proposito, e con la quale potremo solvere ogni altro dubbio,
s'alcun pur ce ne resta; e questa è, che non è l'istesso il
comandare ad alcuna cosa, o 'l comandare intorno ad alcuna
cosa: perciò che molte fiate il medico comanda alcune cose
in grazia della sanità, ma non si può dire ch'egli comandi a
la sanità, essendo la medicina ordinata a la sanità come a
suo fine. Parimente i magistrati civili possono alcune cose
comandare intorno a la religione, ma a la religione essi
giammai comanderanno: perciò che la vita civile a la
religione è ordinata. Nel settimo della Politica ancora sono
alcune autorità d'Aristotile, le quali molto questa nostra
opinione confermano, perchè egli vuole che non meno la
felicità publica che la privata sia riposta nel bene
operare, e che la vita ottima sia l'attiva; ma vuole che le
meditazioni e le contemplazioni eziandio siano azioni: onde
si vede ch'egli in alcun modo si andava immaginando una
republica simile a le ragunanze de' religiosi, il cui fine è
anzi la contemplazione, che quella che propriamente è detta
azione, la quale anche Platone nella sua Republica si andò
immaginando: e da molti luoghi di quei libri si può
chiaramente raccogliere, ch'egli preponesse per ultimo fine
della città non l'azione, ma la contemplazione, la qual
nondimeno è azion dell'intelletto, nobilissima parte
dell'uomo.</p>
<p>Ma perchè s'è mostrato con ragioni e con autorità
filosofiche, non che cristiane, che l'Imperio dal
Pontificato abbia dipendenza; resta ch'or vediamo se 'l Papa
ragionevolmente può avere dominio degli Stati temporali. Il
Papa è senza dubbio il Vicario di Cristo; ma Cristo nel
mondo sostenne due persone, di Sacerdote e di Re: perciò che
vogliono che quando egli scacciò i venditori e i compratori
dal tempio, la persona di Re si vestisse; nè senza alto
mistero volle Pilato, che sulla croce gli fosse in greca, in
ebraica ed in latina lettera dato il titolo di Re: onde non
è inconveniente che 'l Papa sostenga altrettanto la persona
di Re, quanto quella di Sacerdote. Nondimeno, perchè Cristo
disse: Date a Cesare quel che è di Cesare, e quel che è
d'Iddio a Dio; e perchè in altra occasione disse, rifiutando
il titolo di Re che da Pilato gli era offerto, <hi rend="italic">Regnum meum
non est de hoc mundo</hi>; si può forse, senza empietà,
affermare che il Papa, tuttochè abbia in sè la dignità Reale
congiunta con la Sacerdotale, non debba avere il governo
degli Stati temporali, i quali egli riconosce in dono da gli
Imperatori. Il dono nondimeno fu fatto con alcuna occasione;
perciò che essendo gl'Imperatori molte volte lontani, e
spesso occupati in altre guerre, non potevano sempre esser
pronti a la difesa de' Papi, onde fu ragionevole che
concedessero loro alcuni Stati co' quali la lor dignità
potessero sostenere, i quali se da alcuni Pontefici sono
stati male usati, di loro avvenne quel che dell'altre umane
cose suole avvenire. Ma in questo io nondimeno cosa alcuna
non affermo nè rifiuto, giovandomi di crederne quello che da
l'Imperatore uomo piissimo n'è creduto, il quale so che è
buon figliuolo e difensore della Santa Chiesa cattolica
romana. Comunque sia, perchè il Papa senza dubbio è Vicario
di Cristo, ed ha in sè nobilissimamente la dignità Reale,
non si può dubitare ch'egli non possa altrui dare i titoli
di tutte le altre dignità; ed essendo i particolari titoli a
compiacimento, si può anche credere ch'egli un nuovo, o con
nuova virtù n'abbia potuto formare: onde essendoli
anticamente piaciuto di onorare di titolo di Duca o d'altri
nobilissimi titoli i Principi d'Este, possono essi con
ragione andarne altresì sopra molti altri che più nuovamente
hanno i medesimi titoli, e più sovra coloro che non li
hanno. Similmente non può da alcuno esser rivocata in dubbio
la dignità del Gran Duca di Toscana, che nuovamente da Pio V
a Cosimo il Grande fu data, nè gli può esser mossa alcuna
ragionevol lite sovra quel luogo che dal Vicario di Cristo,
uomo santissimo, gli fu concesso. E se vorremo anche
riguardare a' meriti particolari della Casa de' Medici,
giudicheremo che niuno onore, o niuna dignità, per grande
che sia, poteva loro da' Pontefici esser concessa, della
quale essi, per grandezza e per valore, non fossero
meritevoli; e particolarmente per la pietà che da loro è
stata sempre usata verso la Santa Chiesa romana. Ma se
vorremo considerare non sola la virtù e la felicità e la
religione e la pietà della Casa de' Medici, ma la grandezza
ancora dello Stato posseduto da lei, vedremo che con molta
ragione Cosmo con questo titolo di grandezza fu distinto da
gli altri: perciò che, quando prima, dopo la declinazione
dell'Imperio, questo titolo fu cominciato ad usare, fu usato
da coloro che governavano le provincie intiere, onde quattro
e non più furono i primi Duchi de' Longobardi; ma poichè i
Ducati moltiplicarono, i Signori di particolari città fur
chiamati Duchi. A ragion dunque i Principi de' Medici, che
sono signori non solo d'una provincia, ma d'una provincia
così grande, così nobile, così ricca, così piena d'uomini e
d'ingegni e di studi e d'arti, così possente, così atta a
difendersi e ad offendere, sono stati di questo titolo
onorati, e preposti a gli altri Duchi che o di città o di
piccole ed ignobili provincie sono signori; dal numero de'
quali nondimeno pare che il Duca di Ferrara in alcun modo
possa pretendere di separarsi, perciò che sebbene egli non è
signore se non d'alcune piccolissime provincie, se pur di
tal nome la Garfagnana e 'l Frignano sono capaci; nondimeno
avendo alcune città belle e ricche e grandi e nobili e tutte
unite, e molte castella uguali a le città d'alcuni Principi,
pare che il suo Stato possa sostenere ogni onorato titolo.
Ma tanto sia di ciò quanto ne piace al Papa e a
l'Imperatore, Principi soprani, a' quali s'appartiene dare i
luoghi e le dignità a' Principi minori secondo la grandezza
loro, o pur anche secondo i meriti c'hanno con la Chiesa e
con l'Impero. E certo che gli antichi meriti che la Casa
d'Este ha con la Chiesa, ed i nuovi d'Alfonso con l'Imperio,
d'ogni favore e d'ogni grazia il fanno meritevole; sì come
ancora i meriti che la Casa de' Medici ha con la Casa
d'Austria, e il felicissimo bambino che gli è nato d'una
sorella di Massimiliano Imperatore, sono cagioni ch'egli
meritevolissimo sia d'ogni onore e d'ogni dignità, la quale
egli così bene sostiene con la grandezza d'una Corte Regia,
e con la spesa di molte galee, le quali per servizio di
Cristo e della Chiesa ha armate, e con la nobilissima
Religione de' Cavalieri che ha instituita: come bene Alfonso
meritò la grazia dell'Imperatore quand'egli con la propria
persona nobilissima, e con la valorosissima ed ornatissima
cavalleria di suo' soggetti, andò a seguirlo nella guerra
ch'egli ebbe con Solimano Re de' Turchi, nella quale l'opera
e 'l consiglio suo furono di tanto giovamento, quanto quello
d'alcun altro Principe Germano ch'allora presso l'Imperatore
si ritrovasse.</p>
<p>E qui voglio che mi giovi di por fine al mio piccolo
discorso; il quale, sebbene da me cominciato per rendere
onore al Papa ed a la Religione, desidero nondimeno che mi
giovi in acquistar la grazia del serenissimo e potentissimo
Gran Duca di Toscana, e del serenissimo ed eccellentissimo
signor Duca mio signore, a i quali alcun altro d'Italia,
trattone l'invittissimo e serenissimo Duca di Savoia, non
giudico che in alcun modo possa esser uguagliato; sebbene il
Duca di Mantova, principe valorosissimo, potentissimo e
giustissimo, così di potenza come di ricchezza più di tutti
gli altri lor s'avvicina, e pochi anche di Germania si
possono uguagliare: n'eccettuo nondimeno sempre i Principi
Elettori, da la volontà de' quali così dipende l'elezione
del nuovo Imperatore, come da quella de' Cardinali quella
del Papa; onde non è dubbio, ch'essi a tutti gli altri
Duchi, tutto che il titolo di Duca non abbiano, debbano
esser preferiti: e sebben ceder debbano a' Cardinali, son
nondimeno più riguardevoli (lasso stare la potenza o l'altre
condizioni), dico per l'autorità, perciò che la loro
autorità è ristretta in pochi, ove quella de' Cardinali in
grandissimo numero, e alcune volte in persone immeritevoli
di quel grado.</p>
<p>Legga Vostra Signoria, signor Conte, questo picciol
discorso, e mi faccia favore, in buona occasione, di
mostrarlo al clementissimo signor Duca mio signore, e
mandarne fuori alcune copie; procurandomi favore appresso
quei Principi o Signori, l'amor de' quali verso di me
conosce maggiore o meno impedito di rispetti o da gli
interessi.</p>
<p>Di Vostra Signoria umilissimo servitore</p>
<closer><signed>TORQUATO TASSO.</signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
