<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Lettera ai Sigg. compilatori della Biblioteca Italiana in risposta a quella di Mad. la baronessa di Staël Holstein ai medesimi</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
    </titleStmt>
    <extent>18 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit000789</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>800</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>858.7 - MISCELLANEA ITALIANA. 1814-1859</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Lettere ed epistolari</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2004-05-21T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Marta Zanazzi</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2004-06-14T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1 type="ep">
<head>LETTERA IN RISPOSTA A QUELLA DI MAD. LA BARONESSA DI STAEL HOLSTEIN</head>
<opener>
<dateline>Recanati 18 Luglio 1816</dateline>
</opener>
<p>Signori,</p>
<p>Voi avete promesso ove qualche Italiano voglia fornirvi una risposta alla nuova lettera della Baronessa di Staël che è nel num. 6 della vostra <title>Biblioteca</title>, di riceverla con gratitudine e di pubblicarla fedelmente<note resp="aut" place="foot"><bibl><title>Biblioteca Italiana</title>, Tomo II, pag. [417]</bibl>, nota di G. Acerbi: [«Noi siamo ben lontani dal credere che la lettera di mad. di Staël non ammetta risposta. Speriamo anzi che qualche Italiano ce ne vorrà fornire qualcuna, e noi la riceveremo con gratitudine, e fedelmente la riporteremo».]</note>. Una lettera, già due mesi io vi ho fatto tenere che non vi è paruto bene di far pubblica, e di che io rispettando il vostro tacito giudizio mi astengo dal mentovare il suggetto. Se anco questa vi piacerà di tener nascosta, ciò sarammi segno che non sapete che fare delle cose mie, nè io vorrò lagnarmene, che sarebbe stoltizia, ma ristarò di noiarvi colle mie baie, che tali dovrò riputare i miei scritterelli; e di ciò voi ed io, spero, saremo lieti. Vedrete che questa non è lettera da insuperbirne. Io dunque non taccio il mio nome perchè la illustre Dama non asconde il suo, ed egli mi par non sia cosa da uomo magnanimo quel combattere sempre a visiera calata. Se trascorrerò in detti ingiuriosi e disconvenevoli, non il Pubblico ma la mia coscienza avrò da temere; se in ispropositi, per questo appunto non si crederà che da matto orgoglio sia stato indotto a nominarmi. Ad ogni modo agevol cosa vi sarà toglier via il mio nome, ove abbiate contrario pensiero. Forsechè alcuno mi avrà prevenuto, e perchè di certo avrà fatto meglio che non farò io, dovrò rallegrarmene sinceramente<note resp="aut" place="foot">Questa lettera fu in effetto consegnata al Sig. Direttore Acerbi che forse avralla smarrita.</note>.</p>
<p>Io risi molto, e credo che Madama avrà riso del pari, ed altro che ridere non può farsi, in udire il gran romore che menano i fanatici per vergogna d'Italia, accagionando la Dama di preoccupazione contro la patria nostra, solito e facile rimbrotto da gittare in faccia a qualunque avversario per chi non usa nè vuole nè sa altro che fare strepito. Ancor più risi quando in certe note <emph>piccanti</emph> vidi mettere in beffe quel detto di Madama: <quote><emph>Niuno vorrà in Italia per lo innanzi tradurre la Iliade; poichè Omero non si potrà spogliare dell'abbigliamento onde il Monti lo rivestì</emph></quote>: quasi fosse da apporle a delitto l'aver creduto che Italia dopo esser giunta al sommo di una cosa sapesse fermarsi, nè volesse dispogliare al primo Classico antico la veste che sola se gli confà: e davvero Madama in crederlo ha avuto il torto. Non risi però quando vidi che un Italiano col tuono dell'uomo da senno nella lettera a voi indiritta, e pubblicata nel num. 4 della <title>Biblioteca</title>, venìa provando qualche sua opinione diversa da alcune di Madama, e per dirla schiettamente trovai che io pensava com'egli. Madama che come denno fare tutti che hanno <emph>gl'intelletti sani</emph>, non ha degnato rispondere alle frasche con che molti hanno creduto perseguitarla, ha replicato a quell'articolo, e sopra la lettera che ha scritta a questo fine ho divisato di ragionare.</p>
<p>Che conoscere non porti seco necessità d'imitare è proposizione che benchè paia vera così a prima giunta, esaminata con maturità di riflessione potrebbe non parer tale in tutta la sua ampiezza. Ma di ciò poi. Ben parmi certo che ogni scrittore drammatico Italiano possa conoscere, e considerare, e notomizzare diligentemente le tragedie e le commedie francesi senza vederle rappresentate in teatro; e che in Italia non ne manchino lettori e traduzioni, e che ogni meschino letterato italiano abbia tanto capitale di lingua francese da potere ove il voglia, trarre dalle tragedie e dalle commedie francesi quante idee gli piaccia, e che volere rappresentar quelle ne' nostri teatri in luogo delle Italiane, sarebbe metterci a rischio di non aver più teatro proprio, e che Madama dicendo che non per questo bisogna ignorare le produzioni straniere di tal genere, non abbia risposto alla obbiezione, e che però il consiglio dato a noi di volgerci al teatro francese sia per lo meno inutile.</p>
<p>Se gli scienziati italiani s'istruiscono con diligenza dello stato delle scienze loro presso gli stranieri, questo è perchè le scienze, possono fare, e fanno progressi tutto giorno dove che la letteratura non può farne, cosa che l'Italiano autore della lettera a voi indiritta ha dopo infiniti altri dimostrato egregiamente, e a cui non so per qual ragione la illustre Dama abbia fatto vista di non badare. Non è un sacro orrore che c'impedisce di por soverchia cura in istudiare le lettere straniere ma una sacrosanta ragione di che non una sola volta han favellato gl'Italiani, e che ripeterò appresso ancor io. <quote><emph>Gli scienziati italiani</emph></quote>, dice Madama, <quote><emph>hanno una riputazione universale, ma i letterati, tranne alcuni pochi non sono niente più conosciuti dall'Europa di quello ch'essi braman conoscerla</emph></quote>. Se Europa non conosce Parini, Alfieri<note resp="aut" place="foot">Le tragedie d'Alfieri voltate in inglese sono state di fresco stampate in Londra per lo Lloyd. Le sono pure state recate in francese e pubblicate già qualche tempo con riflessioni su cadauna tragedia da C. B. Petitot, Dio sa come, chè io non ho letta questa traduzione, ma la ci farà pur vedere in Alfieri un eccellente scrittor di spirito.</note>, Monti, Botta, la colpa non parmi d'Italia<note resp="aut" place="foot">Non sanno gli stranieri altro che domandarne quali sono di presente i nostri grandi uomini. Carissimi stranieri, degli uomini grandi ha dovizia fra voi come de' piccoli? E' si credeva un tempo che dappertutto ne fosse carestia, e che un secolo il quale avesse un solo uomo veramente grande, non fosse povero. Nominate di grazia un uomo de' vostri che possa stare a petto a Canova; citate un numero d'ingegni superiori uguale a quello che può ora citare l'Italia.</note>. Se poi gli stranieri non conoscono i nostri piccoli letterati, e nè manco noi conosciamo i loro, e i Francesi non conoscono quelli d'Inghilterra nè gl'Inglesi quelli di Germania, e già si sa che ad acquistar fama presso le altre nazioni vuolsi grandezza d'ingegno, onde qui non veggo luogo a meraviglie<note resp="aut" place="foot">Lepidissima cosa è che ogni straniero il quale viaggia in Italia, o apre qualche libro Italiano, crede fermamente veder cose non mai vedute, scoprire infiniti errori di nostra nazione e dando alle stampe i suoi pellegrini pensamenti, insegnarne cose da farne trasecolare. Giuro all'Europa che se il Cielo vorrà mai che io viaggi in Francia, o in Inghilterra o in altro paese, scriverò Trattati sopra la letteratura Francese o Inglese o d'altro popolo pieni di osservazioni tanto sode e profonde da sembrar proprio scritte da un Francese. Poche son le cose che non soffrono eccettuazione, ed io non vo' qui parlare della nostra Dama.</note>.</p>
<p>Già vengo di proposito al suggetto della nuova lettera di Madama, ed è: che gl'Italiani denno spesso rivolgere l'attenzione ad oltremonte e ad oltremare, e porre opera diligentissima a conoscere la Letteratura degli stranieri: cosa che al dotto Italiano non era saputa buona. Ora Madama viene fra le altre cose osservando che Dante ebbe una erudizione immensa per la età in cui visse, e che da Omero fino ai dì nostri i Poeti si sono sempre adoperati a raccogliere lumi sopra quest'Universo cui aveano a celebrare: con argomentarne che un uomo di genio prestante non trascurerebbe studio il qual valesse a somministrargli una idea di più. E qui non vorrà, io spero, tenersi offesa la celebre Dama, se dirò parermi che ella confonda gli oggetti delle idee, coll'uso che se ne fa. Che il poeta debba saper di Storia, di Geografia, di Metafisica, di Morale, di Teologia, non pure il concedo agevolmente, ma anco espressamente lo affermo. Che però gli faccia mestieri conoscere i gusti di tutti i popoli, e le maniere tutte con che si mettono in uso le idee Storiche, Fisiche, Metafisiche, Teologiche negolo risolutamente. Gran rischio, dice Madama, corre la letteratura italiana di essere inondata da idee, e frasi comuni; bisogna guardarsi dalla sterilità che debbe seguirne. E se le menti italiane son fredde, crediamo noi che il settentrione possa riscaldarle? Non poca lettura, ma scarsa vaghezza di mettere a frutto l'ingegno proprio ne fa poveri di grandi poeti, e di spiriti creatori. Io non veggo come si possa essere originale attingendo, e come un largo studio d'ogni gusto e d'ogni letteratura, abbia a menarne ad <emph>una originalità trascendente</emph>. Forse che quanto si è più ricco di suppellettile poetica, tanto si è più atto a crear cose grandi? nè sapranno gl'Italiani crear altro che materia già creata? Scintilla celeste, e impulso soprumano vuolsi a fare un sommo poeta, non studio di autori, e disaminamento di gusti stranieri. O noi sentiamo l'ardore di quella divina scintilla, e la forza di quel vivissimo impulso, o non lo sentiamo. Se sì, un soverchio studio delle letterature straniere non può servire ad altro che ad impedirci di pensare, e di creare di per noi stessi: se no, tutti scrittori del mondo non ci faranno poeti in dispetto della natura. Ricordiamoci (e parmi dovessimo pensarvi sempre) che il più grande di tutti i poeti è il più antico, il quale non ha avuto modelli, che Dante sarà sempre imitato, agguagliato non mai, e che noi non abbiamo mai potuto pareggiare gli antichi (se v'ha chi tenga il contrario getti questa lettera che è di un mero pedante) perchè essi quando voleano descrivere il cielo, il mare, le campagne, si metteano ad osservarle, e noi pigliamo in mano un poeta, e quando voleano ritrarre una passione s'immaginavano di sentirla, e noi ci facciamo a leggere una tragedia, e quando voleano parlare dell'universo vi pensavano sopra, e noi pensiamo sopra il modo in che essi ne hanno parlato; e questo perchè essi e imprimamente i Greci non aveano modelli, o non ne faceano uso, e noi non pure ne abbiamo, e ce ne gioviamo, ma non sappiamo farne mai senza, onde quasi tutti gli scritti nostri sono copie di altre copie, ed ecco perchè sì pochi sono gli scrittori originali, ed ecco perchè c'inonda una piena d'idee e di frasi comuni, ed ecco perchè il nostro terreno è fatto sterile e non produce più nulla di nuovo<note resp="aut" place="foot">Spedita la lettera, leggendo la Epistola del Pindemonte ad Apollo mi avvenni con gioia a pensieri che mi parver simili ai miei. Pregherei di cuore i lettori, a dare un'occhiata a quella Epistola, se non credessi la preghiera inutile. Niuno aspetti che io citi il Trattato della Composizione Originale di Young. Altri che io lo vanterà.</note>. Ebbene date dunque agl'Italiani altri modelli, fate che leggano gli autori stranieri: questo è mezzo certo per aver novità e cacciare in bando il rancidume. Vanissimo consiglio! Apriamo tutti i canali della letteratura straniera, facciamo sgorgare ne' nostri campi tutte le acque del settentrione, Italia in un baleno ne sarà dilagata, tutti i poetuzzi Italiani correranno in frotta a berne, e a diguazzarvi, e se n'empieranno sino alla gola (poichè pur troppo ne sono essi andati sempre ghiottissimi, tuttochè Mad. recando l'esempio del Sig. Leoni intenda provare l'opposito) si aumenterà del doppio il vocabolario delle nostre frasi e delle nostre idee; e dopo dieci anni tutte le frasi e tutte le idee aggiunte diverranno viete e comuni; e noi torneremo là onde eravamo partiti, o più veramente c'inoltreremo buon tratto verso il pessimo. Questo rimedio è come una dose d'oppio che differisce il dolore e ne lascia la cagione. Vuolsi andare alla radice e gridare agl'Italiani: create nè vogliate curarvi di legger tutto, e se non sapete creare nè vi sentite accesi da quel divino fuoco che è puro dono d'Apollo fate quel che più vi aggrada che già non è da sperar nulla da voi. Ma farà dunque mestieri non legger più; e dei veri Poeti quello sarà più grande che avrà letto meno? Nello stato in che il mondo si trova di presente, non si può scrivere senza aver letto, e quello che era possibile ai giorni d'Omero è impossibile ai nostri<note resp="aut" place="foot">Alcuna delle ragioni di ciò potrà raccogliersi dalla sopra menzionata Epistola del Pindemonte; altre moltissime ne troverà ogni accorto uomo nel proprio intelletto.</note>. Leggiamo e consideriamo e ruminiamo lungamente e maturamente gli scritti dei Greci maestri e dei Latini e degl'Italiani che han bellezze da bastare ad alimentarci per lo spazio di tre vite se ne avessimo. O Italiani che vi pensate di aver tanto bevuto a queste fonti che le siano già secche, dite qual è il vostro Omero, quale il vostro Anacreonte, quale il vostro Cicerone, quale il vostro Livio. Ove già aveste agguagliati questi altissimi ingegni, vorrei perdonarvi se diceste: siamo giunti al fine di questa strada, andiamo a cercarne altre: avvengachè allor pure sarebbe da gente di poco senno parlar così, poichè se aveste aggiunto Omero, dovreste pensare ad avanzarlo, e non cercare altre strade per restare inferiori ad altri modelli: ma mentre tanto cammino vi rimane a fare per questo sentiero, volere entrare in altri è consiglio da mentecatti. Leggete i Greci, i Latini, gl'Italiani, e lasciate da banda gli scrittori del Nord, e ove pure vogliate leggerli, se è possibile non gl'imitate, e se anco volete imitarli, non aprite più mai, ve ne scongiuro per le nove Sorelle, Omero Virgilio e Tasso nè vogliate innestare nei lor celesti Poemi Fingallo e Temora, con far mostri più ridicoli de' Satiri, più osceni delle Arpie.</p>
<p>Non vo' già dir io che sia necessario ignorare affatto quello che pensano e creano gl'Ingegni stranieri, ma temo assaissimo la soverchia imitazione alla quale Italia piega tanto, che parmi faccia d'uopo a levarle il mal vezzo usar maniere che sentano dell'eccessivo. Conoscere non porta seco assoluta necessità d'imitare, ma se non costringe, muove, e giunge a tanto da rendere il non imitare poco men che impossibile, ond'è che Metastasio non volle mai leggere Tragedie Francesi. E che sia difficilissimo schifare la imitazione di quel che si è letto e ponderato diligentemente, è cosa di che ogni letterato, io penso, per poco, che abbia scritto, può citare in fede la propria sperienza. Nutriamoci d'Ossian e d'altri poeti settentrionali, e poi scriviamo se siam da tanto, come più ci va a grado senza usare le loro immagini e le loro frasi. Forse Madama non sarebbe malcontenta di questo effetto, ma molti Italiani i quali assai frequentemente trovano in quegli scrittori esagerazioni ed immagini gigantesche, ed assai radamente la vera castissima santissima leggiadrissima natura, ne avrebbon grande increscimento. Se mi è lecito, dirò ad esempio di Madama, parlare un momento di me, io come Talete ringraziava il Cielo per averlo fatto Greco, ringraziolo di cuore per avermi fatto Italiano, nè vorrei dar la mia patria per un Regno, e ciò non per il potere d'Italia che niuno ne ha, nè per il suo bel clima di cui poco mi cale nè per le sue belle città di cui mi cale ancor meno, ma per lo ingegno degli Italiani, e per la maniera della italiana letteratura che è di tutte le letterature del mondo la più affine alla greca e latina, cioè a dire (parlo secondo la mia opinione, ed altri segua pure la sua) alla sola vera, perchè la sola naturale, e in tutto vota d'affettazione.</p>
<p>Spero che queste poche righe non ispiaceranno alla preclarissima Baronessa la qual vedrà agevolmente che amor di patria, non di fazione, ed intimo convincimento, mi han mosso a scrivere, perchè più presto sarò ripreso dagl'Italiani che da Lei, di cui tutto ho in somma riverenza salvo la opinione.</p>
<closer>
<salute>Sono con grandissima e non mentita stima</salute>
<signed>Il vostro Umil.mo Obbed.mo Servo GIACOMO LEOPARDI.</signed>
</closer>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
