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    <titleStmt>
      <title>Esposizioni sopra la Commedia di Dante</title>
      <author>Giovanni Boccaccio</author>
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    <extent>1610 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>I commenti danteschi dei secoli XIV, XV e XVI</title>
        <editor id="ed">Procaccioli, Paolo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1999</date>
        <note>L' edizione elettronica fa riferimento al testo Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, in "Tutte le opere di Giovanni Boccaccio.", VI, Milano, Mondadori, 1965.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1>
<head>ACCESSUS</head>
	<p>«Nel mezzo del cammino di nostra vita» etc. La nostra umanità,
quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sì debile
che cosa alcuna, quantunque menoma sia, far non può nè bene nè compiutamente senza la divina
grazia: la qual cosa e gli antichi valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente e
domandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne' princìpi d'ogni nostra
operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano.</p>
	<p>Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficultà divenire, leggendo quello che ne
scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del primo libro del suo <title>Timeo</title>,
per sè dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Nam cum omnibus mos sit et quasi quedam religio, qui vel de
maximis rebus vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium, quanto nos
equius est, qui universitatis nature substantieque rationem prestaturi sumus, invocare divinam
opem, nisi plane quodam sevo furore atque implacabili raptemur
amentia?</foreign>».</p>
</quote>
</p>
	<p>E se Platone confessa sè, più che alcuno altro, avere del divino aiuto bisogno, io che
debbo di me presummere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria
labile, e spezialmente sottentrando a peso molto maggiore che a' miei omeri si convegna, cioè a
spiegare l'artificioso testo, la moltitudine delle storie e la sublimità de' sensi nascosi sotto il poetico
velo della <title>Comedìa</title> del nostro Dante, e massimamente ad uomini d'alto
intendimento e di mirabile perspicacità, come universalmente solete esser voi, signori fiorentini?
Certo, oltre ogni considerazione umana debbo credere abisognarmi.</p>
	<p>Adunque, acciò che quello che io debbo dire sia onore e gloria del santissimo nome di
Dio e consolazione e utilità degli uditori, intendo, avanti che io più oltre proceda, quanto più
umilemente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto, molto più della sua benignità fidandomi che
d'alcuno mio merito.</p>
	<p>E imperciò che di materia poetica parlare dovemo, poeticamente quello invocherò con
Anchise troiano, dicendo que' versi che nel II del suo <title>Eneida</title> scrive Virgilio:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Iupiter omnipotens, precibus si
flecteris</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ullis, aspice nos: hoc tantum; et, si</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pietate meremur, da deinde auxilium,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pater etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fatica ne presti della sua grazia,
avanti che alla lettera del testo si vegna estimo sieno da vedere tre cose, le quali generalmente si
sogliono cercare ne' princìpi di ciascuna cosa che apartenga a dottrina: la primiera è dimostrare
quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual
parte di filosofia sia il presente libro supposto.</p>
	<p>Le cause di questo libro son quatro: la materiale, la formale, la efficiente e la finale. La
materiale è, nella presente opera, doppia, così come è doppio il suggetto, il quale è colla materia
una medesima cosa: per ciò che altro suggetto è quello del senso litterale e altro quello del senso
allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, sì come manifestamente aparirà nel
processo.</p>
	<p>È adunque il suggetto, secondo il senso litterale, lo stato dell'anime dopo la morte de'
corpi semplicemente preso, per ciò che di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente
opera intende; il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per lo libero arbitrio
meritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e di punire obligato.</p>
	<p>La causa formale è similmente doppia, per ciò ch'egli è la forma del trattato e la forma del
trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro: la prima
divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione
è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti; la terza divisione e quella
secondo la quale ciascuno canto si divide in rittimi.</p>
	<p>La forma o vero il modo del trattare è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e
transuntivo; e, con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobativo e positivo d'essempli.</p>
	<p>La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale più distesamente
diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo.</p>
	<p>La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli, che nella presente vita vivono,
dallo stato della miseria allo stato della felicità.</p>
	<p>La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale
secondo alcuni è questo: «Incomincia la <title>Comedìa</title> di Dante Alighieri
fiorentino». Alcuno altro, seguendo più la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo:
«Incominciano le cantiche della <title>Comedìa</title> di Dante Alighieri
fiorentino»; la quale per ciò che, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa
prima parte essere: «Incomincia la prima cantica delle cantiche della
<title>Comedìa</title> di Dante Alighieri», volendo per questo mostrare dovere il titolo di
tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della <title>Comedìa</title> di Dante»
etc., come detto è.</p>
	<p>Ma perchè questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori e verremo a quello
per che all'autore dovè parere di doverlo così intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, per
ciò che in quello si conterrà la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato.</p>
	<p>E ad evidenzia di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere sì come i musici ogni loro
artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e delle varietà di
queste con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano «canto»,
così i poeti: non solamente quegli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro
autore fa, volgarmente dettano, componendo i loro versi, secondo la diversa qualità d'essi, di certo e
diterminato numero di piedi intra se medesimi, dopo certa e limitata quantità di parole, consonanti,
sì come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal numero di sillabe, sempre
il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce; per che
pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convegna che i musici alle
loro invenzioni danno, come davanti dicemmo, cioè «canti», e per conseguente quella
opera, che di molti canti è composta, doversi «cantica» appellare, cioè cosa in sè
contenente più canti.</p>
	<p>Appresso, si dimostra nel titolo questo libro essere appellato <title>Comedìa</title>. A
notizia della qual cosa è da sapere che le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, sì come è
tragedìa, satira e comedìa, buccolica, elegìa, lirica ed altre. Ma volendo di quella sola, che al
presente titolo apartiene, vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo,
argomentando primieramente dal significato del vocabolo e, appresso, dal modo del trattare de'
comici, il quale pare molto essere differente da quello che l'autore serva in questo libro.</p>
	<p>Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col
significato del vocabolo, per ciò che «comedìa» vuole tanto dire quanto «canto
di villa», composto da «<foreign lang="grc">comos</foreign>», che in latino
viene a dire «villa», e «<foreign lang="grc">odòs</foreign>», che
viene a dire «canto»: e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, sì
come di loro quistioni intorno al cultivare della terra, o conservazione di loro bestiame o di loro
bassi e rozi inamoramenti e costumi rugali; a' quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate
in alcuna parte della presente opera, ma sono di persone eccellenti, di singulari e notabili operazioni
degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenzia, de' costumi degli angeli e della divina
essenzia.</p>
	<p>Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, acciò che alla materia sia conforme;
quello che della presente opera dire non si può, per ciò che, quantunque in volgare scritto sia, nel
quale pare che comunichino le feminette, egli è nondimeno ornato e leggiadro e sublime, delle
quali cose nulla sente il volgare delle femine. Non dico però che, se in versi latini fosse, non mutato
il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse più artificioso e più sublime molto, per ciò che molto
più d'arte e di gravità ha nel parlare latino che nel materno.</p>
	<p>E, appresso, dell'arte spettante al comedo: mai nella comedìa non introducere se
medesimo in alcuno atto a parlare; ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per
diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che apartenga al tema
impreso della comedìa; dove in questo libro, lasciato l'artificio del comedo, l'autore ispessissime
volte e quasi sempre or di sè or d'altrui ragionando favella.</p>
	<p>E similemente nelle comedìe non s'usano comparazioni nè recitazioni d'altre storie che di
quelle che al tema assunto apartengono: dove in questo libro si pongono comparazioni infinite e
assai storie si racontano che dirittamente non fanno al principale intento.</p>
	<p>Sono ancora le cose che nelle comedìe si racontano cose che per avventura mai non
furono, quantunque non sieno sì strane da' costumi degli uomini che essere state non possano: la
sustanziale istoria del presente libro, dell'essere dannati i peccatori, che ne' loro peccati muoiono, a
perpetua pena, e quegli, che nella grazia di Dio trapassano, essere allevati alla eterna gloria, è,
secondo la catolica fede, vera e stata sempre.</p>
	<p>Chiamano, oltre a tutto questo, i comedi le parti intra sè distinte delle loro comedìe
«scene»; per ciò che, recitando li comedi quelle nel luogo detto
«scena», nel mezzo del teatro, quante volte introduceano varie persone a ragionare
tante della scena uscivano i mimi trasformati da quegli che prima avevano parlato e fatto alcuno
atto, e, in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti dal popolo riguardante e ascoltante
il comedo che racontava; dove il nostro autore chiama «canti» le parti della sua
<title>Comedìa</title>.</p>
	<p>E così, acciò che fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non
convenirsi a questo libro nome di «comedìa». Nè si può dire non essere stato della
mente dell'autore che questo libro non si chiamasse «comedìa», come talvolta ad
alcuno d'alcuna sua opera è avvenuto, con ciò sia cosa che esso medesimo nel XXI canto di questa
prima cantica il chiami <title>Comedìa</title>, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l>Così di ponte in ponte altro parlando, che la</l>
<l>mia Comedìa cantar non cura
etc.</l>
</quote>
	<p>Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, con ciò sia cosa che occulatissimo uomo
fosse l'autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle comedìe si contengono, ma al tutto, e
da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il tutto della comedìa è, per
quello che per Plauto e per Terrenzio, che furono poeti comici, si può comprendere, che la comedìa
abbia turbulento principio e pieno di romori e di discordie e poi l'ultima parte di quella finisca in
pace e in tranquillità.</p>
	<p>Al qual tutto è ottimamente conforme il libro presente: per ciò che egli incomincia da'
dolori e dalle tribulazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella gloria, la quale hanno i
beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che così fatto nome si possa di ragion
convenire a questo libro.</p>
	<p>Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma
in ciascuno altro pare di necessità di doversi sapere; e questo, acciò che noi non prestiamo
stoltamente fede a chi non la merita, con ciò sia cosa che noi leggiamo: «Qui misere credit,
creditur esse miser». E qual cosa è più misera che credere al patricida dell'umanità e pietà,
al libidinoso della castità, all'invidioso della scritta o all'eretico della fede catolica? Rade volte
avviene che alcuno contro alla sua professione favelli. Voglionsi adunque essaminare la vita e'
costumi e gli studi degli uomini, acciò che noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro
parole.</p>
	<p>Fu adunque autore del presente libro, sì come il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per
ischiatta nobile uomo della nostra città; e la sua vita non fu uniforme, ma, da varie permutazioni
infestata, spesse volte in nuove qualità di studi si permutò; della quale non si può convenevolmente
parlare, che con essa non si ragioni de' suoi studi.</p>
	<p>E però egli primieramente dalla sua puerizia nella propria patria si diede agli studi liberali
e in quelli maravigliosamente s'avanzò, per ciò che, oltre alla prima arte, fu, secondo che appresso
si dirà, maraviglioso loico e seppe retorica, sì come nelle sue opere apare assai bene; e per ciò che
nella presente opera apare lui essere stato astrolago, e quello essere non si può senza arismetrica e
geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato.</p>
	<p>Ragionasi similemente lui nella sua giovaneza avere udita filosofia morale in Firenze e
quella maravigliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nello XI
canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio:</p>
<quote rend="block">
<l>Non ti rimembra di quelle parole, con le</l>
<l>quali la tua Etica pertratta,</l>
</quote>
<p>quasi voglia per questo s'intenda la filosofia morale in singularità essere stata a lui familiarissima e
nota.</p>
	<p>Similemente in quella, udì gli autori poetici, e studiò gli istoriografi, e ancora vi prese
altissimi princìpi nella filosofia naturale, sì come esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in
questa opera avuti con ser Brunetto Latino, il quale in quella scienza fu reputato solenne uomo.</p>
	<p>Nè fu, quantunque a questi studi attendesse, senza grandissimi stimoli datigli da quella
passione, la qual noi generalmente chiamiamo «amore», e, similemente, dalla
sollicitudine presa degli onori publici, a' quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura
di peggio, andando le cose traverse a lui e a quegli che quella setta seguiano, convenne partire di
Firenze.</p>
	<p>Dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo a
ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n'andò a Parigi e quivi ad udire
filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s'avanzò tanto che, fatti e una e altra
volta certi atti scolastici, sì come sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude da'
valenti uomini.</p>
	<p>Poi in Italia tornatosi e in Ravenna riduttosi, avendo già il cinquantesimosesto anno della
sua età compiuto, come catolico cristiano fece fine alla sua vita e alle sue fatiche, dove
onorevolmente fu appo la chiesa de' Frati Minori sepellito, senza aver preso alcuno titolo o onore di
maestrato, sì come colui che 'ntendea di prendere la laurea nella sua città, come esso medesimo
testifica nel principio del canto XXV del <title>Paradiso</title>; ma al suo desiderio prevenne la
morte, come detto è.</p>
	<p>I suoi costumi furono gravi e pesati assai e quasi laudevoli tutti; ma, per ciò che già delle
predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di più distenderle. Le quali cose
se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sarà
reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua <title>Comedìa</title> da lui
recitata.</p>
	<p>Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per
se medesimo si dimostra, per ciò che ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle
cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato
«Dante». E che costui ne desse volentieri, l'effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro
che prender ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente
onesto diletto e salutevole utilità si truova da ciascuno che con caritevole ingegno cercare ne
vuole.</p>
	<p>E, per ciò che questo gli parve eccellentissimo dono, sì per la ragion detta e sì perchè con
molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l'acquistò, non parve a lui dovere essere
contento che questo nome da' suoi parenti gli fosse imposto causalmente, come molti ciascun dì se
ne pongono: per dimostrare quello essergli per disposizione celeste imposto, a due eccellentissime
persone in questo suo libro si fa nominare.</p>
	<p>Delle quali la prima è Beatrice, la quale, aparendogli in sul triumfale carro del celestiale
essercito in su la suprema alteza del monte di purgatorio, intende essere la sacra teologia, dalla
quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli
per divina disposizione chiamato sia Dante:</p>
	<p>a confermazione di ciò, si fa a lei Dante appellare in quella parte del XXX canto del
<title>Purgatorio</title>, nel quale essa, parlandogli, gli dice: <hi rend="italic">Dante, perchè
Virgilio se ne vada</hi>; quasi voglia s'intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto
degno, o non l'avrebbe nominato o avrebbelo per altro nome chiamato; oltre a ciò soggiugnendo,
per la ragion già detta, in quello luogo di necessità registrarsi il nome suo, e questo ancora acciò
che paia lui a tal termine della teologia essere pervenuto che, essendo Dante, possa senza Virgilio,
cioè senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine.</p>
	<p>L'altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo, nostro primo padre, al quale fu
conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e perchè si crede lui averle degnamente
nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli
fosse, con la testimonanza di Adamo; la qual cosa fa nel canto XXVI del <title>Paradiso</title>,
là dove Adamo gli dice: <hi rend="italic">Dante, la voglia tua discerno meglio etc</hi>. E questo
basti intorno al titolo avere scritto.</p>
	<p>La terza cosa principale, la quale dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia
sottoposto il presente libro; il quale, secondo il mio giudicio, è sottoposto alla parte morale, o vero
etica: per ciò che, quantunque in alcun passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per
cagione di speculazione ciò posto, ma per cagione dell'opera, la quale quivi ha quel modo richesto
di trattare.</p>
	<p>Espedite le tre cose sopradette, è da vedere della rubrica particulare che segue, cioè:
«Incomincia il primo canto dello <title>Inferno</title>». Ma, avanti che io più oltre
proceda, considerando la varietà e la moltitudine delle materie che nella presente lettura
sopraverranno, il mio poco ingegno e la deboleza della mia memoria, intendo che, se alcuna cosa
meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla
catolica verità, che per non detta sia, e da ora la rivoco e alla emendazione della santa Chiesa me ne
sommetto.</p>
	<p>Dice adunque la nostra rubrica: «Incomincia il primo canto dello
<title>Inferno</title>»; intorno alla quale è da vedere s'egli è inferno e se n'è più ch'uno e
in qual parte del mondo sia, donde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva e se per
altro nome si chiama che «inferno».</p>
	<p>E primieramente dico ch'egli è inferno. Il che per molte autorità della
<title>Scrittura</title> si pruova, e primieramente per Isaia, il quale dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Dilatavit infernus animam suam et aperuit os suum absque ullo
termino</foreign>»;</p>
</quote>
e Virgilio nel VI dell'<title>Eneida</title> dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Inferni ianua regis</foreign>»;</p>
</quote>
e Iòb:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">In profundissimum infernum descendet anima
mea</foreign>»:</p>
</quote>
per le quali autorità apare essere inferno.</p>
	<p>Appresso, si domanda se egli n'era più che uno: e' pare per lo senso della <hi rend="italic">Scrittura sacra</hi> che ne sieno tre, de' quali i santi chiamano l'uno superiore e il
secondo mezzano e il terzo inferiore, vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di
pene, d'angosce e di peccati. E, di questo parlando, dice il Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Circumdederunt me dolores mortis et pericula inferni invenerunt
me»;</foreign></p>
</quote>
e in altra parte dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Descendant in infernum viventes</foreign>»,</p>
</quote>
quasi voglia dire: «nelle miserie della presente vita».</p>
	<p>E di questo inferno sentono i poeti co' santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de'
mortali; e, in ciò dilatando la fizione, dicono a questo inferno essere un portinaio, e questo dicono
essere Cerbero, infernal cane, il quale è interpetrato «divoratore»: sentendo per lui la
insaziabilità de' nostri disideri, li quali saziare nè empiere non si possono.</p>
	<p>E l'uficio di questo cane non è di vietare la entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno
dello 'nferno non esca: volendo per questo che, là dove entra la cupidità delle riccheze, degli stati,
de' diletti e dell'altre cose terrene, ella non esce mai o con difficultà se ne trae; sì come essi
mostrano, fingendo questo cane essere stato tratto da Ercule dello 'nferno, cioè questa insaziabilità
de' disideri terreni essere dal virtuoso uomo tratta e tirata fuori del cuore di quel cotale
virtuoso.</p>
	<p>Appresso, dicono in questo inferno essere Carone nocchiere e il fiume di Acheronte. E
per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose disiderate e la miseria di questo
mondo; e per Carone intendono il tempo, il quale per vari spazi le nostre volontà e le nostre
speranze d'un termine trasporta in un altro: e voglion dire che, secondo i vari tempi, varie cose che
muovono gli appetiti essere al cuore trasportate.</p>
	<p>Dicono, oltre a ciò, sedere in questo inferno Minòs, Eaco e Radamanto, giudici e
sentenziatori delle colpe dell'anime che in quello inferno vanno: e a costoro questo officio
attribuiscono, per ciò che grandissimi legisti furono e giusti uomini; per loro intendendo la
conscienza di ciascuno, la quale, sedendo nella nostra mente, è prima e avveduta giudicatrice delle
nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta.</p>
	<p>E, appresso, a quali pene ella condanni i peccatori, in alquanti tormentati disegnano.
Dicono quivi essere Tantalo, re di Frigia, il quale per ciò che puose il figliuolo per cibo davanti
agl'idii, in un fiume e tra grande abondanza di pomi, di fame e di sete morire: sentendo per costui la
qualità dell'avaro, il quale, per non diminuire l'acquistato, non ardisce toccarne e così in cose assai
patisce disagio, potendosene adagiare. E sanza fallo sono quello che Tantalo è interpetrato secondo
Fulgenzio, cioè «volente visione», per ciò che gli avari alcuna cosa non vogliono de'
loro tesori se non vedergli.</p>
	<p>Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, per ciò che, essendo, secondo che alcuni
vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di voler giacere con lei, la quale in
forma di sè gli pose inanzi una nuvola, con la quale giaccendo, d'essa ingenerò i Centauri; e Giove
il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a' raggi di una ruota, la quale
mai non ristesse di volgersi: volendo per questo che per Isione s'intendano coloro li quali sono
disiderosi di signoria e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per
Giunone s'intende; e di questa tirannia sopravegnendo i sospetti, nascono i Centauri, cioè gli
uomini dell'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli. Ed hanno i
tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni, e, se non sono, par loro essere, e in occulte
sollicitudini: le quali afflizioni per la ruota volubile e per le serpi s'intendono.</p>
	<p>Oltre a questi, vi discrivono Tizio. Per ciò che disonestamente richiese Latona, dicono lui
da Appollo essere stato allo 'nferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avoltoi e
quello, come consumato è, rinascere intero: per costui sentendo quegli che d'alto e splendido luogo
sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come
tornar possano là onde caduti sono; nè prima dall'una sollicitudine sono lasciati che essi sono
rientrati nell'altra; e così senza requie s'affliggono.</p>
	<p>Pongonvi ancora le figliuole di Danao e dicono, per l'avere esse uccisi i mariti, essere
dannate a dovere empiere d'acqua certi vasi senza fondo, per la qual cosa, sempre attingendo, si
faticano invano: volendo per questo dimostrare la stoltizia delle femine, le quali, avendosi la
ragione sottomessa, la quale dee essere loro capo e lor guida, come è il marito, intendono con loro
artifici far quello che giudicano non ne avere fatto la natura, cioè, lisciandosi e dipignendosi, farsi
belle; di che segue le più volte il contradio, e perciò è la loro fatica perduta;
	o voglian dire sentirsi per queste la efeminata scioccheza di molti, li quali, mentre stimano
con continuato coito sodisfare all'altrui libidine, sè votano ed altrui non riempiono. Ma acciò che io
non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore
inferno sentono i poeti gentili.</p>
	<p>Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla
superfice della terra, il quale noi vulgarmente chiamiamo «limbo» e la santa
<title>Scrittura</title> talvolta il chiama il «seno d'Abraàm»; e quello vogliono
essere separato da' luoghi penali, vogliendo in esso essere istati i giusti antichi aspettanti la venuta
di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pone quegli o che non peccarono o che,
bene adoperando, morirono senza battesimo; ma questo è differente da quello de' santi, in quanto
quelli che v'erano disideravano e speravano, e venne la loro salute, e quelli che l'autore pone
disiderano, ma non isperano.</p>
	<p>Estimarono ancora essere uno inferno inferiore, e quello essere luogo di pene eterne date
a' dannati; e di questo dice il <title>Vangelo</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Mortuus est dives et sepultus est in
inferno</foreign>»;</p>
</quote>
ed il Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">In inferno autem quis confitebitur tibi?</foreign>»</p>
</quote>
E che questo sia si legge nel <title>Vangelio</title>, in quella parte ove il ricco sepellito in
inferno, vedendo sopra sè Lazero nel grembo di Abraàm, il priega che 'ntinga il dito minimo
nell'acqua e, gittandogliele in bocca, il rifrigeri alquanto. E di questo inferno similemente tratta il
nostro autore dal V canto in giù.</p>
	<p>Domandavasi appresso dove sia l'entrata ad andare in questo inferno, con ciò sia cosa che
l'autore, quella nel principio del III canto scrivendo, dove ella sia in alcuna parte non mostra. Della
qual cosa appo gli antichi non è una medesima oppinione.</p>
	<p>Omero, il quale pare essere de' più antichi poeti che di ciò menzione faccia, scrive nel
libro XI della sua <title>Odissea</title> Ulisse per nave essere stato mandato da Circe in Occeano
per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia tebano i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui
essere pervenuto appo certi popoli, li quali chiama Scizi, dove alcuna luce di sole mai non apare, e
quivi avere lo 'nferno trovato.</p>
	<p>Virgilio, il quale in molte cose il seguita, in questo discorda da lui, scrivendo nel VI del
suo <title>Eneida</title> l'entrata dello 'nferno essere appo il lago d'Averno tra la città di Pozuolo
e Baia, dicendo:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Spelunca alta fuit vastoque immanis
hiatu,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">scrupea torva, lacu nigro nemorumque
tenebris;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">quam super haud ulle poterant impune
volantes</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">tendere iter pennis: talis sese alitus
atris</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">faucibus effundens supera ad convexa
ferebat.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Unde locum Grai dixerunt nomine Avernum
etc.</foreign></l>
</quote>
E per questa spelunca scrive essere disceso Enea appresso la Sibilla in inferno.</p>
	<p>Stazio, nel primo del suo <title><foreign lang="grc">Thebaidos</foreign></title>, dice
questo luogo essere in una isola non guari lontana da quella estremità d'Acaia, la quale è più
propinqua all'isola di Creti, chiamata <hi rend="italic">Trenaron</hi>; e di quindi dice essere, a'
tempi di Edippo, re di Tebe, d'inferno venuta nel mondo Tesifonè, pregata da lui, a mettere
discordia tra Etiocle e Pollinice suoi figliuoli, così scrivendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">......... illa per umbras,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">et caligantes animarum examine
campos</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">trenaree limen petit irremeabile porte
etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>E con costui mostra d'accordarsi Seneca tragedo, <foreign lang="lat">in tragedia
Herculis furentis</foreign>, dove dice Cerbero infernal cane essere stato tratto d'inferno da Ercule
e da Teseo per la spelunca di Trenaro, dicendo così:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Postquam est ad oras Trenari ventum, et
nitor</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">percussit oculos lucis etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>Pomponio Mela, nel primo libro della sua <title>Cosmographia</title>, dice questo
luogo essere appo i popoli li quali abitano vicini all'entrata nel mar Maggiore, scrivendo in questa
forma:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">In eo primum Mariatidinei urbem habitant, ab Argivo, ut ferunt,
Hercule datam; Heraclea vocitatur, id fame fidem adicit. Iuxta specus est Acherusia, ad manes, ut
aiunt, pervius; atque inde extractum Cerberum existimant</foreign>» etc.</p>
</quote>
Altri dicon di Mongibello e di Vulcano e di simili, quello affermando con favole non assai
convenienti alle feminelle.</p>
	<p>La forma di questo inferno, parlando di lui come di cosa materiale, discrive l'autore
essere a guisa di un corno il quale diritto fosse, e di questo fermarsi la punta in sul centro della terra
e la bocca di sopra venire vicina alla superfice della terra; in quello, agirandosi l'uomo intorno al
vòto del corno a guisa che l'uomo fa in queste scale ravolte, che vulgarmente si chiamano
«chiocciole», discendersi, benchè in alcuna parte apaia questo luogo, se non quanto
allo spazio della via onde si scende, essere in parte cavernoso e in parte solido: cavernoso in quanto
vi distingue luoghi, li quali appella «cerchi» e ne' quali i miseri sono puniti, e alcuna
volta vi discrive scogli e alcuni valichi e fiumi, li quali non potrebbono per lo vacuo, con quello
ordine che egli discrive, discendere.</p>
	<p>Serve lo 'nferno alla divina giustizia ricevendo l'anime de' peccatori, le quali l'ira di Dio
hanno meritata, e in sè gli tormenta e affligge, secondo che hanno più o meno peccato, essendo loro
eterna prigione.</p>
	<p>Ultimamente si domandava, se altri nomi avea che «inferno»; il quale
averne più appo i poeti manifestamente apare. Virgilio, sì come nel VI dell'<title>Eneida</title> si
legge, il chiama Averno, dove dice:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Tros Anchisiades, facilis descensus Averni</foreign>;</p>
</quote>
e nominasi questo misero luogo Averno <foreign lang="lat">ab «a», quod est
«sine», «vernus», quod est «letitia»</foreign>, cioè
«luogo senza letizia». E in altra parte nel preallegato libro il chiama Tartaro, quivi:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">.......... tum Tartarus ipse</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">bis patet in preceps etc.;</foreign></l>
</quote>
e questo nome è detto da «tortura», cioè da tormentamento, il quale i miseri in questo
ricevono; ed è, secondo Virgilio, questo la più profonda parte dello 'nferno.</p>
	<p>Chiamalo ancora Dite nel preallegato libro, dove dice:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Perque domos Ditis vacuas et inania regna</foreign>;</p>
</quote>
ed è così chiamato dal suo re, il quale da' poeti è chiamato Dite, cioè ricco e abondante, per ciò che
in questo luogo grandissima moltitudine d'anime discendono sempre. Nominalo similemente Orco
nel libro spesse volte allegato, dove scrive:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci</foreign>;</p>
</quote>
ed è chiamato Orco, cioè oscuro, per ciò che è oscurissimo, come nel processo aparirà. Oltre a
questo, l'appella Erebo nel già detto libro, dicendo:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Venimus et magnos Erebi transnavimus amnes</foreign>;</p>
</quote>
e però è chiamato Erebo, secondo che dice Uguiccione, perchè egli s'acosta molto co' suoi supplìci
a coloro li quali miseramente riceve e in sè tiene.</p>
	<p>Ed è ancora chiamato questo luogo Baratro, come appresso dice l'autore nel canto XII di
questa parte, dove dice: <hi rend="italic">Cotal di quel baratro era la scesa</hi>; e chiamasi
Baratro dalla forma d'un vaso di giunchi, il quale è ritondo, nella parte superiore ampio, e nella
inferiore aguto. Chiamasi ancora Abisso, sì come nell'<title>Apocalissi</title> si legge, ove dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Bestia que ascendet de abysso, faciet adversus illos
bellum</foreign>»;</p>
</quote>
e in altra parte:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Data est illi clavis putei abyssi et aperuit puteum
abyssi</foreign>»;</p>
</quote>
il qual nome significa «profondità». Hanne ancora il detto luogo alcuni, ma basti al
presente aver narrati questi.</p>
	<p>Vedute le predette cose, avanti che all'ordine della lettura si vegna, pare doversi
rimuovere un dubbio, il quale spesse volte già è stato, e massimamente da litterati uomini, mosso, il
quale è questo. Dicono adunque questi cotali: «Secondo che ciascuno ragiona, Dante fu
litteratissimo uomo; e se egli fu litterato, come si dispuose egli a comporre tanta opera e così
laudevole, come questa è, in volgare?». A' quali mi pare si possa così rispondere: certa cosa
è che Dante fu eruditissimo uomo, e massimamente in poesì, e disideroso di fama, come
generalmente siam tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, così:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Ultima regna canam fluvido contermina
mundo,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">spiritibus que lata patent, que premia
solvunt</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pro meritis cuicunque suis etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>E già era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare stilo; e il consiglio che 'l
mosse fu manifestamente conoscere i liberali studi e' filosofici essere del tutto abandonati da'
prencipi e da' signori e dagli eccellenti uomini, li quali solevano onorare e rendere famosi i poeti e
le loro opere: e però, veggendo quasi abandonato Virgilio e gli altri, o essere nelle mani d'uomini
plebei e di bassa condizione, estimò così al suo lavorio dovere adivenire, e per conseguente non
seguirnegli quello per che alla fatica si sommettea.</p>
	<p>Di che gli parve dovere il suo poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori,
agl'ingegni de' presenti signori, de' quali se alcuno n'è che alcuno libro voglia vedere e esso sia in
latino, tantosto il fanno trasformare in volgare; donde prese argomento che, se vulgare fosse il suo
poema, egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato. E perciò, lasciati i versi latini, in rittimi
vulgari scrisse, come veggiamo.</p>
	<p>Questo soluto, ne resta venire etc., <foreign lang="lat">ut supra</foreign>.</p>

</div1>

<div1>
<head>Inferno</head>
<div2>
<head>I</head>
<div3>
<head>ESPOSIZIONE LITTERALE</head>
	<p>Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il
presente volume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo l'ha
diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio e
trattato. La seconda comincia nel principio del secondo canto. La prima parte si divide in due; nella
prima discrive l'autore la sua ruina, nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La
seconda comincia quivi: «Mentre ch'io ruvinava in basso loco».</p>
	<p>Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente, discrive il luogo dove si ritrovò;
appresso, mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente, pone
qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quello luogo uscire. La seconda quivi:
«Io non so ben ridire»; la terza quivi: «Ed ecco quasi».</p>

<div4>
<head>1-6</head>
	<p><add resp="ed">1-3</add> Dice adunque così: «Nel mezzo del cammin di nostra
vita». Ove, ad evidenzia di questo principio, è da sapere: la vita de' mortali è, massimamente
di quegli li quali a quel termine divengono il quale pare che per convenevole ne sia posto, settanta
anni, quantunque alquanti e pochi più ne vivano e infinita moltitudine meno, sì come per lo
Salmista si comprende nel <title>Salmo</title> LXXXVIIII, dove dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum
septuaginta anni. Si autem in potentatibus circa octoginta anni; et amplius eorum labor et
dolor</foreign>»:</p>
</quote>
e perciò colui, il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra
vita.</p>
	<p>Ed è figurata in forma d'uno arco, dalla prima estremità del quale infino al mezzo si salga
e dal mezzo infino all'altra estremità si discenda; e questo è stimato, per ciò che infino all'età di
trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi e, quel termine
passato, diminuirsi: e a questo termine d'anni pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima
s'accorse del suo errore.</p>
	<p>E che egli fosse così assai ben si verifica per quello che già mi ragionasse un valente
uomo, chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' più intimi amici e
servidori che Dante avesse in Ravenna, affermandomi avere avuto da Dante, giaccendo egli nella
infermità della quale e' morì, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal
preterito maggio avea infino a quel dì. E assai ne consta Dante essere morto negli anni di Cristo
MCCCXXI, dì XIIII di settembre; per che, sottraendo ventuno di cinquantasei, restano
trentacinque; e cotanti anni aveva nel MCCC, quando mostra d'avere la presente opera
incominciata.</p>
	<p>Per che apare ottimamente la sua età essere discritta dicendo: <hi rend="italic">Nel mezzo
del cammin</hi>, cioè dello spazio, <hi rend="italic">di nostra vita</hi>, cioè di noi mortali, <hi rend="italic">Mi ritrovai</hi>, errando, <hi rend="italic">per una selva oscura</hi>, a differenzia
d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta di Chiassi, <hi rend="italic">Chè la
diritta via era smarrita</hi>. Vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in
questa selva, ma per ismarrimento. <add resp="ed">4-6</add> <hi rend="italic">E quanto a
dir</hi>, cioè a discrivere, <hi rend="italic">qual era</hi>, questa selva, <hi rend="italic">è cosa
dura</hi>, quasi voglia dire: impossibile, <hi rend="italic">Esta selva selvaggia e aspra e
forte</hi>. Pon qui tre condizioni di questa selva. Dice prima che ell'era «selvaggia»,
quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione e per conseguente essere
orribile; dice appresso ch'ella era «aspra», a dimostrare la qualità degli alberi e de'
virgulti di quella, li quali doveano essere antichi, con rami lunghi e ravolti, contessuti e intrecciati
intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, sanza alcuno ordine cresciuti e in
qua e in là distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella; e in quanto
dice «forte» dichiara lo 'mpedimento già premostrato, vogliendo, per l'aspreza di
quella, essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne. E questo dice esser
tanto, <hi rend="italic">Che nel pensier</hi>, cioè nella ramentizione d'esservi stato dentro, <hi rend="italic">rinuova la paura</hi>. Umano costume è tante volte da capo rimpaurire, quante
l'uom si ricorda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.</p>
</div4>

<div4>
<head>7-9</head>
	<p><hi rend="italic">Tanto è amara</hi>, non al gusto ma alla sensualità umana, <hi rend="italic">che poco è più morte</hi>. Ed è la morte, secondo il filosofo, l'ultima delle cose
terribili, in tanto che ciascuno animale naturalmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla.
Adunque, se la morte è poco più amara che quella selva, assai chiaro apare lei dovere essere molto
amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente.</p>
	<p><hi rend="italic">Ma per trattar del ben ch'io vi trovai</hi>. Maravigliosa cosa pare
quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcuno bene trovasse in una selva tanto orribile quanto
egli ha mostrato essere questa; e, per ciò che egli nella littera non esprime qual bene in quella
trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trarre di sotto alla corteccia
litterale; e perciò, dove di questa parte aprirremo l'allegoria, chiariremo quello che qui voglia
intendere. <hi rend="italic">Dirò dell'altre cose</hi>, cioè che non sono bene, <hi rend="italic">ch'io v'ho scorte</hi>, cioè vedute; e questo altressì si conoscerà nell'allegoria.</p>
</div4>

<div4>
<head>10-12</head>
	<p><hi rend="italic">I' non so ben ridir com'io v'entrai</hi>. In questa parte mostra l'autore
donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo, e primieramente risponde a una tacita
quistione. Potrebbe alcuno domandare: «Se questa selva era così paurosa e amara cosa,
come v'entrastù entro?». A che egli risponde sè non saperlo; e assegna la ragione, dicendo:
<hi rend="italic">Sì era pien di sonno in su, a, quel punto, Che la verace via</hi>, la quale mi
menava là dove io dovea e volea andare, <hi rend="italic">abandonai</hi>.</p>
</div4>

<div4>
<head>13-18</head>
	<p><add resp="ed">13-15</add> <hi rend="italic">Ma poi ch'i' fui</hi>, errando e cercando
come di quella uscir potessi, <hi rend="italic">al piè d'un colle giunto</hi>, cioè pervenuto, <hi rend="italic">Là ove terminava</hi>, finiva, <hi rend="italic">quella valle</hi>, nella quale era
questa selva oscura, <hi rend="italic">Che m'avea di paura il cor compunto</hi>, cioè afflitto,
<add resp="ed">16-18</add> <hi rend="italic">Guardai 'n alto e vidi le sue spalle</hi>, cioè la
sommità o quasi, sì come le spalle nostre sono quasi la più alta parte della persona nostra, <hi rend="italic">Coperte già de' raggi del pianeta</hi>, cioè del sole, il quale è l'uno de' sette pianeti.
E per ciò dice del sole, per ciò che esso solo è di sua natura luminoso e ogni altro corpo che luce, o
pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, sì come da fonte di quella, sì come per
esperienza si vede negli ecclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza, ma per
singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta abondanza che d'ogni parte dintorno a sè manda
infinita moltitudine di raggi, per li quali, ovunque pervenire possano, si diffonde copiosamente la
luce sua; e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che
toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, pervengono, sono le sommità de'
monti.</p>
	<p>Per la qual cosa apare qui che il giorno cominciava ad aparire, quando l'autore cominciò
ad avvedersi dove era ed a volere di quel luogo uscire: e di potere ciò fare gli venne speranza,
ramemorandosi <hi rend="italic">Che</hi>, la luce di questo pianeto, <hi rend="italic">mena dritto
altrui per ogni calle</hi>, cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra, vede l'uomo
dove si va e ancora con miglior giudicio si diriza là dove andar vuole mediante la luce di
costui.</p>
</div4>

<div4>
<head>19-21</head>
	<p>E, per questa speranza presa, dice: <hi rend="italic">Allor fu la paura un poco
queta</hi>, cioè meno infesta, <hi rend="italic">Che nel lago del cor</hi>. È nel cuore una parte
concava, sempre abondante di sangue, nel quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spiriti
vitali, e di quella, sì come di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore, il quale
per tutto il corpo si spande; ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò dice che in
quello gli era perseverata la passione della paura auta. E perciò dice: <hi rend="italic">m'era durata,
La notte ch'i' passai con tanta pieta</hi>, cioè con tanta afflizione, sì per la diritta via la quale
smarrita avea e sì per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde nè come egli si potesse alla
diritta via ritornare.</p>
</div4>

<div4>
<head>22-27</head>
	<p><add resp="ed">22-24</add> <hi rend="italic">E qual è quei che con lena</hi>, cioè
virtù, <hi rend="italic">affannata</hi>, afaticata, &lt;<hi rend="italic">Uscito fuor del pelago alla
riva</hi>&gt;: come colui il quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto perviene
alla riva e <hi rend="italic">Volgesi all'acqua perigliosa</hi>, della quale è uscito, <hi rend="italic">e guata</hi>; e in quel guatare cognosce molto meglio il pericolo del quale è
scampato, che esso non cognosceva, mentre che in esso era, per ciò che allora, spronandolo la paura
del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scampare; ma, iscampato, con più riposato
giudicio vede quante cose poteano la sua salute impedire e, quasi in esso fosse, molto più teme che
non facea quando v'era: <add resp="ed">25-27</add> e però seguita, adattando sè alla
comparazione: <hi rend="italic">Così l'animo mio ch'ancor fuggiva</hi>, cioè che ancora scampato
esser non gli parea, ma, come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, così parendogli,
<hi rend="italic">Si volse indietro</hi>, come fa colui che notando è pervenuto alla riva, <hi rend="italic">a rimirar lo passo</hi>, pericoloso della oscura selva, <hi rend="italic">Che non
lasciò giammai</hi>, uscire di sè, <hi rend="italic">persona viva</hi>. Questa parola non si vuole
strettamente intendere «essere viva», per ciò che qui usa l'autore una figura che si
chiama «iperbole», per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si
trapassa oltre al vero: come fa Virgilio, che, per manifestare la leggiereza della Camilla, dice che
ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare turbato e non s'arebbe immollate le piante de' piedi. E
perciò si vuole intendere qui sanamente l'autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno
usciti vivi; per ciò che, se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice sè esserne
uscito, come sarebbe vivo?</p>
</div4>

<div4>
<head>28-30</head>
	<p><hi rend="italic">E poi ch'ebbi posato il corpo lasso</hi>, per la fatica sostenuta, <hi rend="italic">Ripresi via per la piaggia diserta</hi>; e così mostra avere abandonata la valle per
dover salire al monte: cioè, in sì fatta maniera andando, <hi rend="italic">Sì che 'l piè fermo sempre
era il più basso</hi>, mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman più in su
quel piè che più basso rimane.</p>
</div4>

<div4>
<head>31-36</head>
	<p><add resp="ed">31-33</add> «Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In
questa terza parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quel luogo
uscire e dice ciò essere stato tre bestie, per la fiereza delle quali, non che salir più avanti, ma egli fu
per tornare indietro nel pericolo del quale era cominciato ad uscire. Dice adunque: <hi rend="italic">Ed ecco quasi al cominciar dell'erta</hi>, cioè della costa, su per la quale salir volea,
per partirsi della pericolosa valle, <hi rend="italic">Una lonza leggiera e presta molto Che di pel
maculato era coperta</hi>. <add resp="ed">34-36</add> Poi, discritta la forma della bestia, dice:
<hi rend="italic">E non mi si partìa dinanzi al volto</hi>. Appresso, dice che, &lt;per&gt; questo
stargli sempre davanti, che essa &lt;<hi rend="italic">anzi</hi>&gt; <hi rend="italic">impediva
tanto il mio cammino</hi>, per lo quale al monte salir volea, <hi rend="italic">Ch'i' fui per
ritornar</hi>, nella valle, <hi rend="italic">più volte volto</hi>.</p>
</div4>

<div4>
<head>37-42</head>
	<p><add resp="ed">37-39</add> <hi rend="italic">Tempo era del principio</hi>. Discrive
qui l'autore l'ora che era del dì, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualità della stagione
dell'anno; e quanto a l'ora del dì, dice ch'era principio <hi rend="italic">del mattino</hi>: il che
assai apare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommità del monte; <hi rend="italic">E 'l sol montava su</hi>, cioè sopra l'orizonte orientale di quella regione, vegnendo
dallo emisperio inferiore al superiore, <hi rend="italic">con quelle stelle</hi>, in compagnia, <hi rend="italic">Ch'eran con lui, quando l'Amor divino</hi>, cioè lo Spirito santo, <add resp="ed">40-
42</add> <hi rend="italic">Mosse da prima</hi>, cioè nel principio del mondo, <hi rend="italic">quelle cose belle</hi>, cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e
leggiadra discrizione la qualità della stagione dell'anno.</p>
	<p>Ad evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli
egizi, furono li primi che per considerazione conobbero il movimento dell'ottava spera e de' pianeti
e similemente quello che per li movimenti de' corpi superiori negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe
esperienzie avvedendosi che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente qua giù si
permutavano le qualità dell'anno, e queste qualità essere quatro, cioè quelle che noi primavera,
state, autunno e verno chiamiamo, intesa già qual fosse nel cielo la via del sole, quella, secondo il
numero di queste, divisero in quatro parti equali. E poi, perchè sentirono ciascuna di queste parti
avere i princìpi differenti dalle fini e 'l mezzo sentire della natura del principio e della fine, ciascuna
di queste quatro parti divisero in tre parti equali: e così fu da loro la via del sole divisa in dodici
parti equali, e quelle chiamarono «segni». E, acciò che l'uno si cognoscesse dall'altro,
imaginando figurarono in ciascuna parte alcuno animale ornato da certa quantità di stelle,
ingegnandosi di figurare, in quelle, animali la natura de' quali fosse conforme agli effetti di quella
parte, nella quale con la imaginazione il figuravano. E, per ciò che la prima qualità dell'anno
estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell'anno; e così quella parte del
cielo, nella quale essendo il sole questa primavera venìa, vollero che fosse la prima parte della via
del sole e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale
affermano alcuni nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole.</p>
	<p>E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il principio della primavera,
dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali erano con
lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò e diede loro il movimento, il quale sempre
poi continovato hanno: volendo per questo darne ad intendere che, quando da prima pose la mano
alla presente opera, essere circa al principio della primavera; e così fu, sì come appresso
aparirà.</p>
	<p>Egli nella presente fantasia entrò a dì XXV di marzo.</p>
	<p>«Sì ch'a bene sperare». Questa lettera si vuole così ordinare: «Sì che
l'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperare bene di quella fiera alla gaetta
pelle»; o vero, se la lettera dice «di quella fiera la gaetta pelle», si vuole
ordinare così: «m'era cagione a sperare bene la gaetta pelle di quella fiera». Ciascuna
di queste due lettere si può sostenere, per ciò che sentenzia quasi non se ne muta.</p>
	<p>Reassumendo adunque la lettera come giace nel testo, dice: <hi rend="italic">Sì che a
bene sperar m'era cagione Di quella fiera</hi>, cioè di quella lonza, <hi rend="italic">alla gaetta
pelle</hi>, cioè leggiadretta, per ciò che pulita molto è la pelle della lonza; o vero, secondo l'altra
lettera, «m'era cagione di sperare bene di dovere ottenere la pelle di quella fiera»: la
quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondo che
esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel canto XVI, dove scrive:
<quote rend="block">
<l>Io avea una corda intorno cinta,</l>
<l>e con essa pensai alcuna volta</l>
<l>prender la lonza alla pelle
dipinta;</l>
</quote>
</p>
</div4>

<div4>
<head>43-45</head>
	<p><hi rend="italic">L'ora del tempo</hi>, cioè il principio del dì, <hi rend="italic">e la
dolce stagione</hi>, cioè la primavera.</p>
	<p>Ma puossi qui domandare: «Che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la
lonza l'ora del mattino e la stagione della primavera?»: con ciò sia cosa che in questi due
tempi si soglia più di ferocità essere negli animali, per ciò che l'ora del mattino gli suole
generalmente tutti rendere affamati e per conseguente feroci, e la stagione del tempo gli soglia
rendere inamorati più che alcuna altra stagione del tempo: e gli animali sogliono per queste due
cose, per lo cibo e per Venere, essere ferocissimi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura
lussuriosissimo animale. E così pare che di quello, di che si conforta, si dovesse più tosto
sconfortare.</p>
	<p>Puossi nondimeno così rispondere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli
animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questi tempi crescere il vigore, in quanto essi,
che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di
paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti del loro ingegno usare a vincere e in che guisa
possano i pericoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme
alla complession sanguinea, e però in quella il sangue è più chiaro, più caldo e più ardire
amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell'autore acendere ottima
speranza di vittoria.</p>
	<p><hi rend="italic">Ma non sì</hi>, gli diede speranza l'ora del tempo etc., <hi rend="italic">Che paura non gli desse La vista</hi>, cioè la veduta, <hi rend="italic">che</hi> gli
<hi rend="italic">aparve</hi>, appresso la lonza, <hi rend="italic">d'un leone</hi>.</p>
</div4>

<div4>
<head>46-48</head>
	<p><hi rend="italic">Questi parea che contro a me venisse</hi>. E così apare questo leone
essere il secondo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte impedì. <hi rend="italic">Colla test'alta</hi>, nel qual atto si mostrava audace, <hi rend="italic">e con rabbiosa
fame</hi>; questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto; <hi rend="italic">Sì che
parea che l'aere ne temesse</hi>, in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone,
indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mostrava, impropriamente parlando, di
aver paura di lui.</p>
</div4>

<div4>
<head>49-54</head>
	<p><add resp="ed">49-51</add> <hi rend="italic">Ed una lupa</hi>: questo è il terzo
ostaculo, il quale il suo salire impediva; <hi rend="italic">che di tutte brame Pareva carca nella sua
magreza</hi>. «Brama» è propriamente il bestiale appetito di manicare, però che
oltre modo pieno di voler si mostra. Le quali essere in questa lupa testimonia la magreza sua, della
quale noi prosummiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male stato pasciuto, e per
conseguente magro e indi bramoso. <hi rend="italic">Che molte genti fè già viver grame</hi>, cioè
dolorose. <add resp="ed">52-54</add> <hi rend="italic">Questa</hi>, lupa, <hi rend="italic">mi
porse tanto di grameza</hi>, cioè di noia, <hi rend="italic">Colla paura ch'uscia di sua
vista</hi>, cioè era sì orribile nello aspetto che ella porgea paura altrui, <hi rend="italic">Ch'io
perdei la speranza dell'alteza</hi>, cioè di potere pervenire alla sommità del monte, sopra le cui
spalle avea veduti i raggi del sole.</p>
</div4>

<div4>
<head>55-60</head>
	<p><add resp="ed">55-57</add> «E quale è quegli che volentieri acquista». Per
questa comparazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento pòrtogli da questa
bestia, dicendo: <hi rend="italic">E qual è que'</hi>, o mercatante o altro, <hi rend="italic">che
volentieri acquista</hi>, cioè guadagna, <hi rend="italic">E giugne 'l tempo che perder lo
face</hi>, qual che sia la cagione, <hi rend="italic">Che 'n tutti i suo' pensier</hi>, ne' quali si
solea, guadagnando, rallegrare, perdendo, <hi rend="italic">piange e s'attrista</hi>; <add resp="ed">58-60</add> <hi rend="italic">Tal mi fece la bestia senza pace</hi>, cioè questa lupa,
la quale dice essere animale senza pace, per ciò che la notte e 'l dì sempre sta attenta e sollicita a
poter predare e divorare. <hi rend="italic">Che, venendomi incontro</hi>, come soglion fare le
bestie che vogliono altrui assalire, <hi rend="italic">a poco a poco</hi>, tirandomi io indietro, <hi rend="italic">Mi ripignea là ove 'l sol tace</hi>, cioè nella oscura selva, della quale io era uscito.
Ed è questo, cioè «ove 'l sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore pur qui, ma
ancora in altre parti in questa opera, sì come nel canto V, quando dice: <hi rend="italic">Io venni in
luogo d'ogni luce muto</hi>; assai manifesta cosa è che 'l sole non parla, nè similemente alcuno
luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce: e sono questi due
accidenti, il tacere e l'essere muto, propiamente dell'uomo, quantunque il <title>Vangelio</title>
dica che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto. Ma questo modo di parlare si scusa per
una figura, la quale si chiama «acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore che la
paura, che egli avea di questo animale, il ripignea là dove il sole non luce, cioè in quella oscurità, la
quale egli disiderava di fuggire.</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p>«Mentre ch'io ruvinava in basso loco». Qui dissi cominciava la seconda
parte di questo canto, nella quale l'autore dimostra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella
valle. E fa in questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a Virgilio, quivi
aparitogli, quantunque nol conoscesse; appresso, senza nominarsi, per più segni dimostra Virgilio
allo autore chi egli è; poi l'autore, estollendo con più titoli Virgilio, s'ingegna di acattare la
benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di
quella lupa e il disfacimento di lei, consigliandolo della via la quale dee tenere; appresso, l'autore
priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il
segue. E segue la seconda quivi: «Ed egli a me»; la terza quivi: «Or se' tu quel
Virgilio»; la quarta quivi: «A te conviene»; la quinta quivi: «Ed io a
lui: poeta»; la sesta quivi: «Allor si mosse».</p>
	<p>Dice adunque nella prima: <hi rend="italic">Mentre ch'io ruvinava</hi>, cioè tornava,
<hi rend="italic">in basso loco</hi>, cioè nella valle della quale era cominciato a partire, <hi rend="italic">Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco</hi>. Il che
avviene o perchè da alcuna seccheza intrinsica è sì rasciutta la via del polmone, dal quale la
prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in
quella via è alquanta d'umidità rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto
intrinsico dell'uomo, provoca tanta umidità viscosa in questa via che similemente rende l'uomo
meno espeditamente parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. Ma non credo l'autore
questo intenda qui, ma più tosto, per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati
già è tanto tempo che la chiara fama di loro è quasi perduta o divenuta più oscura che essere non
solea.</p>
</div4>

<div4>
<head>64-66</head>
	<p><hi rend="italic">Quando vidi costui</hi>, cioè Virgilio, aparitogli dinanzi, <hi rend="italic">pel gran diserto</hi>, cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chiamata
dall'autore «diserto», sendo sì aspra, come di sopra ha detto, e priva di luce; <hi rend="italic">Miserere di me, gridai a lui</hi>, sì come molte volte gl'impauriti e sbigottiti usano,
per essere del loro avenuto caso soccorsi, gridare; tale l'autore, nella paura presa della orribile
bestia, fece alla veduta di Virgilio, umilemente verso di lui gridando: – Abbi misericordia di
me, – quasi dicendo: «Aiutami», come più inanzi si dichiarerà.</p>
	<p><hi rend="italic">Qual che tu sii, od ombra od omo certo</hi>. Non conosceva quivi
l'autore, per lo impedimento della paura, se costui, che aparito gli era, era più tosto spirito che
uomo o uomo che spirito; e in questo parlare in forse il chiama «ombra», il qual è
vocabolo usitatissimo de' poeti; e questo muove da ciò, che altrimenti prendere non si possono che
l'omo possa pigliare l'ombra che alcun corpo faccia.</p>
	<p>E, per ciò che questa materia, cioè che cosa sia l'ombra, o vero anima, e come l'ombra
prenda quel corpo, il quale agli occhi nostri apare che ella abbia, quando talvolta n'apaiono, si
tratterà, sì come in luogo ciò richiedente, nel XXV canto del <title>Purgatorio</title>, non curo
qui di farne più lungo sermone.</p>
</div4>

<div4>
<head>67-69</head>
	<p><hi rend="italic">Risposemi: non omo</hi>. In questa seconda particella si dimostra chi
costui fosse che aparito gli era; e questo si dimostra per sei cose spettanti al domandato. Dice
adunque: «non omo», a dimostrare che l'omo è composto d'anima e di corpo, e però,
separato l'uno dall'altro, non rimane omo, nè il corpo per se medesimo, nè l'anima per sè. E in
quanto dice: <hi rend="italic">omo già fui</hi>, mostra sè essere spirito già stato congiunto con
corpo.</p>
	<p><hi rend="italic">E li parenti miei</hi>. È colui, che si manifesta qui, Virgilio; e prima si
manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto dice: <hi rend="italic">furon lombardi</hi>.
Dove è da sapere che Virgilio fu figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva
quell'arte, cioè di comporre diversi vasi di terra; e la madre di lui, secondo che dice Servio, <hi rend="italic">Sopra l'</hi> ‘<title>Eneida</title>’, quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice
adunque che costoro furon lombardi, così dinominati da Lombardia, provincia situata tra 'l monte
Appennino e gli Alpi e 'l mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse, fu chiamata Gallia,
da' Galli che quella occuparono e cacciaronne i Toscani; e prima che Gallia si chiamasse, quella
parte, dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quelli Eneti che seguirono Antenore troiano dopo il
disfacimento di Troia.</p>
	<p>La cagione per che Lombardia si chiama è che, partitisi certi popoli dell'isola di
Scantinavia, la quale è tra ponente e tramontana in Occeano, chiamati dalle barbe grandi e da'
capelli, li quali s'intorcevano davanti al viso, Longobardi, e sotto diversi signori e dopo lunghissimo
tempo in varie regioni venendo, dimorati, si fermarono in Ungheria e in quella stettero nel torno di
quarantasei anni. Poi, a' tempi di Giustiniano imperatore, essendo patricio in Italia per lui un suo
eunuco, chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano, ed
essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe e metterebbelo a filare colle femine sue,
isdegnato rispose che, se ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, per ciò che egli ordirebbe
tal tela ch'ella non la fornirebbe di tessere in vita sua. E, carichi molti somieri di diversi frutti, con
una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il quale allora era re de' Longobardi,
mandandolo pregando che egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli frutti
nascevano. Albuino, che già in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi
popoli vicini, li quali si chiamavano Avari, in Gallia con tutti i suoi, maschi e femine, piccoli e
grandi, ne venne. E con la lor forza e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e,
toltogli il nome antico, da sè lo dinominarono Lombardia; il qual nome infino a' nostri dì
persevera.</p>
	<p><hi rend="italic">Mantovani per patria amendui</hi>. Mantova fu già notabile città; ma,
per ciò che d'essa si tratterà nel XX canto di questo pienamente, qui non curo di più scriverne.</p>
</div4>

<div4>
<head>70-72</head>
<p><foreign lang="lat">Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi</foreign>. Qui dimostra Virgilio
chi egli fosse dal tempo della sua natività; e pare che l'autore voglia lui essere nato vicino al fine
della dettatura di Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse, per ciò che, se al fine
della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo
nato avanti la sua morte: dove Eusebio, <foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="grc">De imperiali</foreign></title>, scrive lui essere morto l'anno dello 'mperio
d'Ottaviano Cesare..., che fu avanti la natività di Cristo da quatordici o quindici anni; e il predetto
Eusebio scrive, nel detto libro, della sua natività così:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Virgilius Maro in vico Andos, haud longe a Mantua,
&lt;nascitur&gt;, Crasso et Pompeio consulibus</foreign>»,</p>
</quote>
il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura, la qual tenne quatro anni e parte
del quinto, bene venti anni.</p>
	<p><hi rend="italic">E vissi a Roma</hi>. Certa cosa è che Virgilio, avendo l'ingegno
disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cremona e di quindi n'andò a Melano, là
dov'egli studiò in medicina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia e vedendo i poeti essere nel
cospetto d'Ottaviano acetti, se ne andò a Napoli e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto
tempo. E quivi similemente dimostrando, sì come egli medesimo testimonia nel fine del libro,
avendo prima composto la <title>Buccolica</title>, e racquistato per opera d'Ottaviano i campi
paterni, li quali a Mantova erano, stati conceduti a un centurione chiamato Arrio, compose la
<title>Georgica</title>. Poi, sì come Macrobio <foreign lang="lat">in libro</foreign>
<title><foreign lang="lat">Saturnaliorum</foreign></title> scrive, mostra, mentre che scrisse
l'<title>Eneida</title>, si stesse in villa; il dove non dice, ma per quello che delle sue ossa fece
Ottaviano, si presumme che questa villa fosse propinqua a Napoli e prossimana al promontorio di
Posilipo, tra Napoli e Pozuolo.</p>
	<p>E portò tanto amore a quella città che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose
notabili con l'aiuto dell'astrologia; per ciò che, essendo Napoli fieramente infestato da continua
moltitudine di mosche e di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame sotto sì fatta
costellazione che, postola sopra il muro della città verso quella parte onde le mosche e' tafani da un
padule vicino vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò nè mosca nè
tafano.</p>
	<p>Fecevi similemente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni cavallo che avesse
auti i dolori o altra naturale infermità, avendo tre volte menatolo dintorno a questo. Fece, oltre a
questo, due teste di marmo intagliate, delle quali l'una piangea e l'altra ridea, e posele ad una porta,
la quale si chiamava porta Nolana, l'una dall'un lato della porta e l'altra dall'altro; ed avevano questa
propietà, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli e disavedutamente entrava per quella
porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piangea, mai non potea
recare a fine quello per che egli venuto v'era e, se pure il recava, penava molto e con gran noia e
fatica il faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la
bisogna sua.</p>
	<p>E però credo che egli vivesse poco a Roma; ma che egli talvolta vi usasse, questo è
credibile.</p>
	<p><hi rend="italic">Sotto il buono Augusto</hi>, cioè Ottaviano Cesare, il quale, essendo
per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia,
sirocchia di Giulio Cesare, nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per testamento
gli lasciò questo cognome di Cesare. Poi, avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali
avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleopatra le guerre
cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio di Roma, ed essendo a Roma venuti ambasciadori
indiani e di Scizia, genti ancora appena da' Romani conosciute, a domandare l'amicizia e la
compagnia sua e de' Romani, e, oltre a ciò, avendo i Parti renduti i segni romani tolti a Crasso e ad
Antonio, parendo a' Romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono,
adorare per idio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo della
republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di
Mimacio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè acrescitore. Ma, per ciò che in molte parti
di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto. Chiamalo «il buon
Augusto» l'autore, per ciò che, quantunque crudel giovane fosse, nella età matura diventò
umano e benigno principe e buono per la republica.</p>
	<p><hi rend="italic">Nel tempo degl'idii falsi e bugiardi</hi>. Sono falsi, non veri idii,
«<foreign lang="lat">quia dii gentium demonia</foreign>»; bugiardi gli chiama, per
ciò che il demonio, sì come e' medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna.</p>
</div4>

<div4>
<head>73-75</head>
<p><add resp="ed">L. III</add> <hi rend="italic">Poeta fui</hi>. Apresi ancora qui Virgilio per
questo nome di «poeta» più all'autore; intorno al qual nome, chiamato da molti e
conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi.</p>
	<p>È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l'uficio del
poeta e che onore sia retribuito al buon poeta. Estimarono molti, forse più da invidia che da altro
sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un verbo detto
«<foreign lang="lat">poio-pois</foreign>», il quale, secondo che li gramatichi
vogliono, vuol tanto dire quanto «<foreign lang="lat">fingo-fingis</foreign>»: il
qual «<foreign lang="lat">fingo</foreign>» ha più significazioni, per ciò che egli sta
per «comporre», per «ornare», per «mentire» e per altri
significati.</p>
	<p>Quegli adunque che dall'avilire altrui credono sè essaltare dissono e dicono che dal detto
verbo «<foreign lang="lat">poio</foreign>» viene questo nome
«poeta»; e per ciò che quello suona «<foreign lang="lat">poio</foreign>» che «<foreign lang="lat">fingo</foreign>»,
lasciati stare gli altri significati di «<foreign lang="lat">fingo</foreign>», e preso
quel solo nel quale egli significa «mentire», conchiudendo, vogliono che
«poeta» e «mentitore» sieno una medesima cosa: e per questo sprezano
e aviliscono e anullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di
sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando i poeti per autorità di
Platone dovere esser cacciati delle città.</p>
	<p>E, oltre a ciò, prendendo d'una pìstola di Geronimo a Damaso papa, <title><foreign lang="lat">De filio prodigo</foreign></title>, questa parola:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Carmina poetarum sunt cibus
demoniorum</foreign>»,</p>
</quote>
quasi armati dell'arme d'Acchille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente insultano,
aggiungendo a' loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Quis – inquit – has scenicas meretriculas ad hunc
egrum permisit accedere, que dolores eius non modo ullis remediis foverent, verum dulcibus
insuper alerent venenis</foreign>?».</p>
</quote>
E se più alcuna cosa truovano, similemente, come contro a nemici della repubblica, contro a essi
l'oppongono.</p>
	<p>Ma, per ciò che a questi cotali a tempo sarà risposto, vengo alla prima parte, cioè donde
avesse origine il nome del poeta. Ad evidenzia della qual cosa è da sapere, secondo che il mio
padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo, suo fratello, monaco di Certosa, gli
antichi Greci, poi che per l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi dell'anno
e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dovere essere colui il quale con perpetua
ragione dà ordine a queste cose, e quello essere Idio, e tra loro gli ebbero edificati templi e ordinati
sacerdoti e sacrifici, estimando di necessità essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire
alcune parole, nelle quali le laude degne a Dio e ancora i lor prieghi a Dio si contenessero, e
conoscendo non essere degna cosa a tanta deità dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico con
l'altro, familiarmente diciamo, o il signore al servo suo, costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e
sommi uomini erano, queste parole trovassero.</p>
	<p>Le quali questi sacerdoti trovarono; e, per farle ancora più strane dall'usitato parlare degli
uomini, artificiosamente le composero in versi. E perchè in quelle si contenevano gli alti misteri
della divinità, acciò che per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero
quelli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi Greci fu appellato
«<foreign lang="grc">poetès</foreign>», il qual vocabolo suona in latino
«esquisito parlare»; e da « <foreign lang="grc">poetès</foreign>»
venne il nome del «poeta», il qual nulla altra cosa suona che «esquisito
parlatore».</p>
	<p>E quegli, che prima trovarono appo i Greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E,
perchè ne' lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente
«poeti», ma «teologi»; e per le opere di costoro dice Aristotile che i
primi che teologizarono furono i poeti. E, se bene si riguarderà alli loro stili, essi non sono dal
modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leggiamo, sotto velamento di parole nella prima
aparenza fabulose, l'opere ammirabili della divina potenza.</p>
	<p>È vero che coloro, spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto
esser vero, sì come da verace dettatore è stato dettato; quello che i poeti finsero fecero per forza
d'ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavano vero,
sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de' quali sono stati assai, non ascosero
sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti
alla divinità e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la
<title>Buccolica</title> del mio eccellente maestro, messer Francesco Petrarca, la quale chi
prenderà e aprirrà, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverrà sotto alle dure cortecce
salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similemente nella presente opera, sì come io spero che
nel processo aparirà. E così si cognoscerà i poeti non essere mentitori, come gl'invidiosi e ignoranti
li fanno.</p>
	<p>Appresso, è l'uficio del poeta, sì come per le cose sopradette assai chiaro si può
comprendere, questo nascondere la verità sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i
valorosi poeti si troverrà da chi con diligenza ne cercherà. Ma ciò che io ora ho detto, è da
intendere sanamente. Io dico «la verità», secondo l'oppinione di quegli tali poeti; per
ciò che il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della catolica fede, non potè la verità di quella
nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; per
ciò che, se altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non sarebbe stato buon
poeta.</p>
	<p>E, per ciò che i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio essaltatori delle
opere de' valorosi uomini, per li quali li stati de' regni, delle province e delle città si servano, e, oltre
a ciò, quelli ne' loro versi di fare eterni si sforzarono, e similemente furono grandissimi
commendatori delle virtù e vituperatori de' vizi, estimarono lor dovere estollere con quel singulare
onore che i principi triumfanti per alcuna vittoria erano onorati: cioè che dopo la vittoria d'alcuna
loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro, a
dimostrare che, come l'alloro serva sempre la sua verdeza, così sempre era da conservare la loro
fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il Senato di Roma, al
qual solo aparteneva il concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad un poeta
conceduta che egli concedette ad Africano, a Pompeo, a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e
solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli
biasimano.</p>
	<p>E se per avventura volesson dire: «Noi gli biasimiamo perchè furono gentili, le
scritture de' quali sono da schifare, sì come erronee», direi che da tolerar fosse, se Platone,
Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, così gentili come i poeti furono,
fossero similemente schifati: il che non avvenendo, non si può forse altro dire se non che singular
malavolenzia il faccia fare.</p>
	<p>Ma da rispondere è alle obiezioni di questi valenti uomini fatte contro a' poeti. Dicono
adunque, aiutati dall'autorità di Platone, che i poeti sono da essere cacciati delle città, quasi
corrompitori de' buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro della sua
<title>Republica</title> non lo scriva: ma le sue parole, non bene intese da questi cotali, fanno
loro queste cose senza sentimento dire.</p>
	<p>Fu ne' tempi di Platone e avanti, e poi perseverò lungamente ed eziandio in Roma, una
spezie di poeti comici, li quali, per acquistare riccheze e il favore del popolo, componevano lor
comedìe, nelle quali fingevano certi adultèri e altre disoneste cose state perpetrate dagli uomini, li
quali la stoltizia di quella età avea mescolati nel numero degl'idii; e queste cotali comedìe poi
recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro,
stando dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femine, della città ad udire. E non
gli traeva tanto il disiderio di udire quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del comedo
procedevano; li quali erano in questa forma: che una spezie di buffoni, chiamati
«mimi» , l'uficio de' quali è sapere contrafare gli atti degli uomini, uscivano di quella
scena, informati dal comedo, in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle persone gli atti delle quali
dovevano contrafare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il comedo
diceva, facevano.</p>
	<p>E, per ciò che spesso vi si facevano intorno agli adultèri, che i comedi recitavano, di
disoneste cose, si moveváno gli appetiti degli uomini e delle femine riguardanti a simili cose
disiderare e adoperare; di che i buoni costumi e le menti sane si corrompevano e ad ogni disonestà
discorrevano.</p>
	<p>Perciò, acciò che questo cessasse, Platone, considerando, se la republica non fosse onesta,
non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle città. Non
adunque disse d'ogni poeta.</p>
	<p>Chi fia di sì folle sentimento che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato
della città, il quale è dalle leggi chiamato «padre d'ogni virtù»? chi Solone, che nello
estremo de' suoi dì, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del
qual Solone non solamente lo scapestrato vivere degli Ateniesi regolarono, ma ancora composero i
costumi de' Romani, già cominciati a divenire grandi. Chi crederrà ch'egli avesse cacciato Virgilio,
chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? Chi crederrà che egli avesse cacciato il
venerabile mio maestro, messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo
essemplo d'onestà? chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi così
fatti poeti cacciasse, cui riceverà egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio
Catellina, Neròn Cesare?
	Ma in verità questa obiezione potevano essi, o potrebbono, agevolmente tacere. Non è egli sì
gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle città: Omero abitò il più per li luoghi solitari
d'Arcadia; Virgilio, come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato
d'ogni usanza d'uomini: e, se investigando si verrà, questo medesimo si troverrà di molti altri.</p>
	<p>Dicono, oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo: «<foreign lang="lat">Demonum cibus sunt carmina poetarum</foreign>»: le quali parole senza alcun
dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima epistola letto, avrebbe potuto vedere di quali
versi san Girolamo avesse inteso, e massimamente nella figura, la quale pone, d'una femina non
giudea, ma prigione de' Giudei, la qual dice che, avendo raso il capo e posti giù i vestimenti suoi e
toltesi l'unghie e i peli, potersi ad uno israelita per via di matrimonio congiugnere: forse con minore
fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a' poeti allegate. E, acciò che questo
più apertamente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo se non, per quegli atti
che la <title>Scrittura</title> di Dio dice dover fare, se non, una purgazione del paganesmo o
d'altra setta fatta, potere qualunque femina nel matrimonio venire de' Giudei: e così, purgate certe
inconvenenze del numero de' poeti, restare i versi de' poeti non come cibo di dimonio, ma come
angelico potersi da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta,
poi che Constantino imperadore, battezato da san Salvestro, diede luogo al lume della verità; per
ciò che per la santità e sollicitudine de' papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopradetti
comici e ogni disonesto libro ardendo, par questa poesia antica purgata e potersi, ne' libri autorevoli
e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.</p>
	<p>Non dico perciò, che è quello a che san Girolamo nella predetta epistola attende molto,
che il prete o 'l monaco, o qual altro religioso voglian dire, al divino officio obligato, debba il
breviario posporre a Virgilio; ma, avendo con divozione e con lagrime il divino officio detto, non è
peccare nello Spirito santo il vedere gli onesti versi di qualunque poeta.</p>
	<p>E, se questi cotali non fossero più religiosi o più dilicati che stati sieno i santi dottori, essi
ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de' demòni, non solamente non essere stato gittato via o
messo nel fuoco, come alcuni per avventura vorrebbono, ma essere stato con diligenzia servato,
trattato e gustato da Fulgenzio, dottore e pontefice catolico, sì come apare in quello libro, il quale
esso appella <title>Delle mitologie</title>, da lui con elegantissimo stilo scritto, esponendo le
favole de' poeti.</p>
	<p>E similemente troverebbono santo Agostino, nobilissimo dottore, non avere auto in odio
la poesia nè i versi de' poeti, ma con solerte vigilanzia quegli avere studiati e intesi: il che se negare
alcuno volesse, non puote, con ciò sia cosa che spessissime volte questo santo uomo ne' suoi
volumi induca Virgilio e gli altri poeti, nè quasi mai nomina Virgilio senza alcuno titolo di
laude.</p>
	<p>Similemente e Geronimo, dottore essimio e santissimo uomo, maravigliosamente
ammaestrato in tre linguaggi, il quale gli ignoranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi
non intendono, con tanta diligenzia i versi de' poeti studiò e servò nella memoria, che quasi paia
nelle sue opere non avere &lt;cosa alcuna&gt; senza la testimonanza loro fermata. E, se essi non
credono questo, veggano, tra gli altri suoi libri, il prolago del libro il quale egli chiama
<title><foreign lang="lat">Hebraicarum questionum</foreign></title>, e considerino se quello è
tutto terrenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi assertori, induce Virgilio e Orazio,
e non solamente questi, ma Persio e gli altri minori poeti; leggano, oltre a questo, quella
facundissima epistola da lui iscritta a santo Agustino e cerchino se in essa l'ammaestrato uomo
pone i poeti nel numero de' chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere.</p>
	<p>Appresso, se essi nol sanno, leggano negli <title>Atti degli Apostoli</title> e troveranno
se Paolo, vaso d'elezione, studiò i versi poetici e quelli conobbe e seppe: essi troveranno lui non
avere avuto in fastidio, disputando nello Ariopago contro la ostinazione degli Ateniesi, d'usare la
testimonianza de' poeti; e in altra parte avere usato il testimonio di Menandro, comico poeta,
quando disse: «<foreign lang="lat">Corrumpunt bonos mores colloquia
mala</foreign>». E similemente, se io bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide
poeta, il quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezatori de' poeti, quando dice:
«<foreign lang="lat">Cretenses semper mendaces, male bestie, ventres
pigri</foreign>». E così colui il quale fu rapito insino al terzo cielo non estimò quello che
questi, più santi di lui, vogliono, cioè esser peccato o abominevole cosa aver letti e apparati i versi
de' poeti.</p>
	<p>Oltre a tutto questo, cerchino quello che scrisse Dionigio Ariopagita, discepolo di Paolo e
glorioso martire di Gesù Cristo, nel libro il quale compose <title>Della celeste gerarchia</title>.
Esso dice e proseguita e pruova la divina teologia usare le poetiche fizioni, dicendo intra l'altre cose
così:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Et enim valde artificialiter theologia poeticis sacris formationibus
in non figuratis intellectibus usa est, nostrum, ut dictum est, animum revelans, et ipsi propria et
coniecturali reductione providens, et ad ipsum reformans anagogicas sanctas
Scripturas</foreign>»;</p>
</quote>
ed altre cose ancora assai, le quali a questa somma seguitano.</p>
	<p>E ultimamente, acciò che io lasci star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi
nemici del poetico nome, non esso medesimo Gesù Cristo, nostro salvadore e signore, nella
evangelica dottrina parlò molte cose in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico?
Non esso medesimo incontro a Paolo, abattuto dalla sua potenzia in terra, usò il verso di Terrenzio,
cioè
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Durum est tibi contra stimulum
calcitrare</foreign>»?</p>
</quote>
Ma sia di lungi da me che io creda Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da
Terrenzio prendesse. Assai mi basta a confermare la mia intenzione il nostro Signore aver voluto
alcuna volta usare la parola e la sentenzia prolata già per la bocca di Terrenzio, acciò che egli apaia
che del tutto i versi de' poeti non sono cibo del diavolo.</p>
	<p>Che adunque diranno questi, li quali così presuntuosamente s'ingegnano di scalpitare il
nome poetico? Certo, al giudicio mio, e' non gli possono giustamente dannare, se non che co' versi
poetici non si guadagnan danari, che credo sia quello che in tanta abominazione gli ha loro messi
nel petto, perchè a' loro disideri non sono conformi.</p>
	<p>Resta a spezare l'ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a
quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia
abbia cacciate le Muse poetiche da Boezio, sì come femine meretrici e disoneste, e i conforti delle
quali conducono chi l'ascolta non a sanità di mente, ma a morte. Ma quel testo, male inteso, fa
errare chi reca quel testo in argomento contro a' poeti.</p>
	<p>Egli è senza alcun dubbio vero la filosofia essere venerabile maestra di tutte le scienze e
di ciascuna onesta cosa; e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e
commosso dello essilio a gran torto ricevuto, egli, sì come impaziente, avendo per quello cacciata
da sè ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedi oportuni a
dover cacciar via le noie che danno gl'infortuni della presente vita; anzi cercava di comporre cose,
le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto, e per conseguente mettessero
compassion di lui in altrui. E questa gli pareva sì soave operazione che, senza guardare che egli in
ciò faceva ingiuria alla filosofica verità, la cui opera è di sanare, non di lusingare, il passionato, che
esso con la dolceza delle lusinghe del potersi dolere insino alla sua estrema confusione avrebbe in
tale impresa proceduto; e, però che questo è essercizio de' comici di sopra detti, a fine di
guadagnare, di lusingare e di compiacere alle inferme menti, chiama la Filosofia queste Muse
«<foreign lang="lat">meretricule scenice</foreign>», non perchè ella creda le Muse
essere meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo lo 'ngegno dell'artefice che nelle disoneste
cose le 'nduce. Assai è manifesto non essere difetto del martello fabrile, se il fabro fa più tosto con
esso un coltello, col quale s'uccidono gli uomini, che un bomere, col quale si fende la terra e
rendesi abile a ricevere il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che le Muse sieno
qui instrumento adoperante secondo il giudicio dell'artefice, e non secondo il loro, ottimamente il
dimostra la Filosofia dicendo in quel medesimo luogo che è di sopra mostrato, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«“Partitevi di qui, Serene dolci infino alla morte, e lasciate questo infermo curare
alle mie Muse”,</p>
</quote>
cioè alla onestà e alla integrità del mio stilo, nel quale mediante le mie Muse io gli mosterrò la
verità, la quale egli al presente non conosce, sì come uomo passionato e afflitto».</p>
	<p>Nelle quali parole si può comprendere non essere altre Muse, quelle della Filosofia, che
quelle de' comici disonesti e degli elegiaci passionati, ma essere d'altra qualità l'artefice, il quale
questo istrumento dee adoperare. Non adunque nel disonesto appetito di queste Muse, le quali
chiama la Filosofia «<foreign lang="lat">meretricule</foreign>», sono vituperate le
Muse, ma coloro che in disonesto essercizio l'adoperano.</p>
	<p>Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma per ciò che in altra parte più
distesamente di questo abbiamo scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra impresa
ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio poeta, e non fu popolare poeta, ma solennissimo, e le sue opere
e la sua fama chiaro il dimostrano agl'intendenti. <add resp="ed">L. IIII</add></p>
	<p><hi rend="italic">E cantai</hi>.  Usa Virgilio questo vocabolo in luogo di
«composi»; e la ragione in parte si dimostrò dove di sopra si disse perchè
«cantiche» si chiamano l'opere de' poeti. Alla quale si puote aggiugnere una usanza
antica de' Greci, dalla qual credo non meno esser mossa la ragione per che «cantare»
si dicono i versi poetici, che da quella che già è detta: e l'usanza era questa, che' nobili giovani greci
si reputavano quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro canti e suoni usavano
molto ne' lor conviti.</p>
	<p>E non erano li loro canti di cose vane, come il più delle canzoni odierne sono, anzi erano
versi poetici, ne' quali d'altissime materie o di laudevoli operazioni da valenti uomini adoperate
&lt;si trattava&gt;, sì come noi possiam vedere nella fine del primo dello <title>Eneida</title> di
Virgilio, dove, dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, Iopa, sonando la cetera, canta gli
errori del sole e della luna e la prima generazione degli uomini e degli altri animali e donde fosse
l'origine delle piove e del fuoco e altre simili cose: dal quale atto potè nascere il dirsi che i poetici
versi si cantino.</p>
	<p>E per conseguente Virgilio dell'opere da sè composte dice «cantai». Il qual
non solamente compuose l'<title>Eneida</title>, ma molti altri libri, sì come, secondo che Servio
scrive, l'<title>Ostirina</title>, l'<title>Ethna</title>, il <title>Culice</title>, la
<title>Priapea</title>, il <title>Cathalecthon</title>, le <title>Dire</title>, gli
<title>Epigramati</title>, la <title>Copa</title>, il <title>Moreto</title> e altri; ma sopra tutti fu
l'<title>Eneida</title>, la quale in laude di Ottaviano compuose.</p>
	<p>Poi, partendosi da Napoli e andandone ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il
detto <title>Eneida</title>, quello lasciò a due suoi amici, valenti poeti, cioè a Tucca e a Varrone,
con questo patto, che, se avvenisse che egli avanti la tornata sua morisse, che essi il dovessero
ardere; per che, essendo a Brandizio morto, senza potere essere pervenuto ad Atene, e Tucca e
Varrone sappiendo questo libro in laude di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva,
temettero d'arderlo senza conscienza d'Ottaviano; e perciò, racontata a lui la intenzion di Virgilio,
ebbero in comandamento di non doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con questo
patto, che essi alcuna cosa non v'aggiugnessero e, se vi trovassero cosa da doverne sottrarre,
potessero: il che essi con fede fecero. Poi Ottaviano, fatte recare le sue ossa da Brandizio a Napoli,
vicino al luogo dove gli era dilettato di vivere, il fece sepellire, cioè infra 'l secondo miglio da
Napoli lungo la via che si chiamava Puteolana, acciò che esso quivi giacesse morto dove gli era
dilettato di vivere.</p>
	<p><hi rend="italic">Di quel giusto Figliuol d'Anchise</hi>, cioè d'Enea, del quale Virgilio
nel primo dell'<title>Eneida</title> fa ad Ilioneo dire d'Enea alla reina Dido queste parole:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Rex erat Eneas nobis, quo iustior alter</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">nec pietate fuit nec bello maior et
armis,</foreign></l>
</quote>
nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise fu della schiatta de' re di Troia,
figliuolo di Capis, figliuolo di Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d'Enea, come qui si dice; <hi rend="italic">che venne da Troia</hi>. Troia è una provincia nella minore Asia, vicina
d'Ellesponto, alla quale è di ver ponente il mare Egeo, dal mezzodì Meonia, da levante Frigia
Maggiore, da tramontana Bittinia, così dinominata da Troio, re di quella.</p>
	<p><hi rend="italic">Poi che 'l superbo Iliòn fu combusto</hi>. Ilione fu una città di Troia,
così nominata da Ilio, re di Troia, e fu la città reale e quella, secondo che Pomponio Mela scrive nel
primo della sua <title>Cosmographia</title>, che fu da' Greci assediata e ultimamente presa e arsa
e disfatta. Chiamalo «superbo» dall'alteza dello stato del re Priamo e de' suoi
predecessori.</p>
</div4>

<div4>
<head>76-78</head>
	<p>E, poi che manifestato s'è, egli fa una brieve domanda all'autore, dicendo: <hi rend="italic">Ma tu perchè ritorni a tanta noia</hi>?, quanta è a essere nella selva, della quale
partito ti se'; e quinci segue e fanne un'altra: <hi rend="italic">Perchè non sali al dilettoso monte
Ch'è principio e cagion di tutta gioia</hi>?</p>
</div4>

<div4>
<head>79-86</head>
	<p><add resp="ed">79-81</add> Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di
questa seconda, nella quale dissi che con ammirazione l'autore rispondea, e col commendar Virgilio
s'ingegnava d'acattare la sua benivolenza; e, rispondendo alla dimanda di lui, gli mostra quello per
che al monte non sale e il suo aiuto adimanda e dice: <hi rend="italic">Or se' tu quel Vergilio e
quella fonte, Che spandi di parlar sì largo fiume</hi>?. Commendalo qui l'autore dell'amplitudine
della sua facundia, quella faccendo simigliante ad un fiume.</p>
	<p><hi rend="italic">Rispuos'io lui con vergognosa fronte</hi>. Vergognossi l'autore
d'essere da tanto uomo veduto in sì miserabile luogo, e dice «con vergognosa fronte»,
per ciò che in quella parte del viso prima apariscono i segni del nostro vergognarci; come che qui si
può prendere il tutto per la parte, cioè tutto il viso per la fronte. <add resp="ed">82-84</add> <hi rend="italic">O degli altri poeti</hi>, latini, <hi rend="italic">onore</hi>: per ciò che per Virgilio
è tutto il nome poetico onorato; e lume. Sono state l'opere di Virgilio a' poeti, che appresso di lui
sono stati, uno essemplo, il quale ha dirizate le loro invenzioni a laudevole fine, come la luce diriza
i passi nostri in quella parte dove d'andare intendiamo.</p>
	<p>«Vagliami il lungo studio e 'l grande amore». Poi che l'autore ha poste le
laude di Virgilio, acciò che per quelle il muova al suo bisogno, ora il priega per li meriti di se
medesimo, per li quali estima Virgilio, sì come obligatogli, il debba aiutare, e dice: <hi rend="italic">Vagliami</hi>, a questo bisogno, <hi rend="italic">il lungo studio</hi>. Vuol
mostrare d'avere l'opera di Virgilio istudiata non discorrendo, ma con diligenza; <hi rend="italic">e
'l grande amore</hi>. E per questo intende mostrare un atto caritativo, che fatto gli ha studiare il
libro di Virgilio, e non, come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere e
biasimare. <hi rend="italic">Che m'ha fatto cercare il tuo volume,
l'</hi><title>Eneida</title>.</p>
</div4>

<div4>
<head>85-87</head>
	<p><hi rend="italic">Tu se' il mio maestro</hi>: qui con reverirlo vuol muovere Virgilio,
chiamandol «maestro», <hi rend="italic">e 'l mio autore</hi>. In altra parte si legge
«signore», e credo che stia altressì bene, per ciò che qui, umiliandosi, vuol pretendere
il signore dovere ne' bisogni il suo servidore aiutare. <hi rend="italic">Tu se' solo colui a cu' io
tolsi</hi>, cioè presi, <hi rend="italic">Il bello stilo</hi>, del trattato e massimamente dello
<title>Inferno</title>,<hi rend="italic"> che m'ha fatto onore</hi>, cioè farà: e pon qui il
preterito per lo futuro faccendo soloecismo.</p>
</div4>

<div4>
<head>88-90</head>
	<p><hi rend="italic">Vedi la bestia</hi>, e mostragli la lupa, della quale di sopra è detto, <hi rend="italic">per cu' io mi volsi</hi>, dal salire al dilettoso monte: e qui gli risponde
all'interrogazion fatta. Appresso, il priega, dicendo: <hi rend="italic">Aiutami da lei, famoso e
saggio</hi>. Nelle quali parole vuol mostrare colui veramente essere saggio il quale non
solamente è saggio nel suo secreto, ma eziandio nel giudicio degli altri, per lo quale esso diventa
famoso. <hi rend="italic">Ch'ella mi fa tremar le vene e' polsi</hi>. Triemano le vene e' polsi
quando dal sangue abandonate sono; il che avviene quando il cuore ha paura, per ciò che allora
tutto il sangue si ritrae a lui ad aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l'altro corpo rimane
vacuo di sangue e freddo e palido.</p>
</div4>

<div4>
<head>91-99</head>
	<p><add resp="ed">91-93</add> «A te convien tenere altro viaggio». In questa
quarta particella fa l'autore due cose: prima, dichiara ciò che Virgilio dice della natura di quella
lupa e il suo futuro disfacimento; appresso, gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da
tenere, acciò che egli possa di quello luogo pericoloso uscire. La seconda quivi: «Ond'io per
lo tuo meglio».</p>
	<p>Dice dunque: <hi rend="italic">A te convien tenere altro viaggio</hi>, che quello il quale
di tenere ti sforzi, <hi rend="italic">Rispuose</hi>, Virgilio, <hi rend="italic">poi che lagrimar mi
vide, Se vuoi campar</hi>, senza morte uscire, <hi rend="italic">d'esto loco selvaggio</hi>, come
di sopra è dimostrato. <add resp="ed">94-96</add> E, seguendo, Virgilio gli dice la cagione per che
a lui convien tenere altro cammino, dicendo: <hi rend="italic">Chè quella bestia</hi>, cioè quella
lupa, <hi rend="italic">per la qual tu gride</hi>, domandando misericordia, <hi rend="italic">Non
lascia altrui passar per la sua via</hi>, non della lupa, ma di colui che andar vuole; <hi rend="italic">Ma tanto lo 'mpedisce</hi>, ora in una maniera e ora in un'altra, <hi rend="italic">che
l'uccide</hi>. <add resp="ed">97-99</add> <hi rend="italic">Ed ha</hi>, questa lupa, <hi rend="italic">natura sì malvagia e ria Che mai non empie la bramosa voglia</hi>, del divorare,
<hi rend="italic">Ma dopo il pasto ha più fame che pria</hi>. Vuole Virgilio per queste parole
rimuovere un pensier vano il quale potrebbe cadere nell'autore, dicendo: «Quantunque
questa bestia sia bramosa e abbia la fame grande, egli potrà avvenire che ella prenderà alcuno
animale e pascerassi e, pasciuta, mi lascerà andare dove io disidero». Il qual avviso si
rimuove per quelle parole: «E dopo il pasto ha più fame che pria».</p>
</div4>

<div4>
<head>100-102</head>
	<p><hi rend="italic">Molti son gli animali a cui s'amoglia</hi>, cioè co' quali si congiugne.
Questo è fuori dell'uso della natura di qualunque animale, congiugnersi con molti animali di diverse
spezie; ma con alcuno assai bestie il fanno, sì come il cavallo coll'asino, la leonessa col leopardo e
la lupa col cane. E questo non è da dubitare che l'autore non sapesse; per che, avendol posto, assai
ben possiam comprendere l'autore volere altro sentire che quello che semplicemente suona la
lettera, e così in ciò che seguita del rimettimento di questa lupa in inferno: la sposizione delle quali
cose a suo tempo riserberemo. <hi rend="italic">E più saranno ancora</hi>, che stati non sono, <hi rend="italic">fin che 'l veltro Verrà</hi>. È il veltro una spezie di cani maravigliosamente nimica
de' lupi: de' quali veltri dice, com'apare, doverne venire uno <hi rend="italic">che la farà morir con
doglia</hi>.</p>
</div4>

<div4>
<head>103-105</head>
	<p><hi rend="italic">Questi</hi>, cioè questo veltro, <hi rend="italic">non ciberà</hi>, cioè
non mangerà, <hi rend="italic">terra nè peltro</hi>. Peltro è una spezie vile di metallo composta
d'altri. <hi rend="italic">Ma sapienza, amore e virtute</hi>. Questi non sogliono essere cibi de'
cani; e perciò assai chiaro apare lui intendere altro che non par che dica la lettera. <hi rend="italic">E sua nazion sarà tra feltro e feltro</hi>: è il feltro vilissima spezie di panno, come
ciascun sa manifestamente.</p>
</div4>

<div4>
<head>106-108</head>
	<p>«Di quella umile». Usa qui l'autore un tropo, il quale si chiama
«ironia», per vocabolo contrario mostrando quello che egli intende di dimostrare;
cioè per «umile» «superba», sì come noi tutto 'l dì usiamo, dicendo d'un
pessimo uomo: «Or questi è il buono uomo», d'un traditore: «Questi è il leale
uomo», e simili cose. Dice adunque: <hi rend="italic">Di quella umile</hi>, cioè superba,
<hi rend="italic">Italia fia salute</hi>.</p>
	<p>È Italia una gran provincia, nominata da Italo, figliuolo di Corito re, e fratello di
Dardano, del quale più distesamente diremo appresso, nel IIII canto, terminata dall'Alpi e dal mare
Tireno e dall'Adriano, contenente in sè molte province: e perciò, a voler dimostrare di qual parte di
questa Italia dice, soggiugne: <hi rend="italic">Per cui morì</hi>, cioè fu uccisa, <hi rend="italic">la vergine Camilla</hi>.</p>
	<p>Fu questa Camilla, secondo che Virgilio scrive nel XI dell'<title>Eneida</title>,
figliuola di Metabo, re di Priverno, e di Casmilla, sua moglie: e, per ciò che nel partorire questa
fanciulla morì la madre, piacque al padre di levare una lettera sola, cioè quella «s»
che era nel nome di Casmilla, sua moglie, e nominare la figliuola Camilla. La quale essendo ancora
piccolissima, avvenne, per certe divisioni de' Privernati, Metabo re a furore fu cacciato di
Priverno.</p>
	<p>Il quale, non avendo spazio di potere alcuna altra cosa prendere, prese questa piccola sua
figliuola e una lancia e con essa, essendo dai Privernati seguito, si mise in fuga; e pervegnendo a un
fiume, il quale si chiamava Amaseno, e trovandol per una grandissima piova cresciuto molto e sè
veggendo convenirgli lasciar la fanciulla, se notando il volea trapassare, subitamente prese
consiglio d'involgere questa fanciulla in un suvero e legarla alla sua lancia e quella lanciare di là dal
fiume e poi esso notando passarlo.</p>
	<p>Per che, legatola e dovendola gittare oltre, umilemente la racomandò a Diana, a lei
botandola, se ella salva gliele facesse dall'altra parte del fiume ritrovare; e, lanciatola e poi notando
seguitola, e dall'altra parte trovata senza alcuna lesione la figliuola, andatosene con essa in certe
selve vicine, allevò questa sua figliuola alle poppe d'una cavalla.</p>
	<p>Alla quale, come crescendo venne, appiccò una faretra alle spalle e posele uno arco in
mano e insegnolle non filare, ma saettare e gittare le pietre con la rombola e correr dietro agli
animali; e i suoi vestimenti erano di pelli d'animali salvatichi. Ne' quali essercizi costei, già
divenuta grande, fu maravigliosa femina; e fu in correre di tanta velocità che, correndo, ella pareva
si lasciasse dietro i venti, e fu sì leggiera che Virgilio, iperbolicamente parlando, dice che ella
sarebbe corsa sopra l' onde del mare senza immollarsi le piante de' piedi.</p>
	<p>Costei, da molti nobili uomini adomandata in matrimonio, mai alcuna cosa non ne volle
udire, ma, virginità servando, si dilettava d'abitar le selve, nelle quali era stata allevata, e di
cacciare. Poi pare che richiamata fosse nel regno paterno; e, ritornatavi, e sentendo la guerra di
Turno con Enea, da Turno richiesta, con molti de'suoi Volsci andò in aiuto di lui, dove un dì,
fieramente contro a' Troiani combattendo, fu fedita d'una saetta nella poppa da uno che avea nome
Arruns, della qual fedita essa morì incontanente.</p>
	<p><hi rend="italic">Eurialo, Turno e Niso di ferute</hi>. Eurialo e Niso furono due giovani
troiani, li quali in Italia aveano seguito Enea; ed essendo insieme con Ascanio, figliuolo d'Enea,
rimasi a guardia del campo d'Enea, il quale era andato a cercare aiuto contro a Turno a certi popoli
circunvicini, avvenne che, premendo Turno molto Ascanio, si dispose Ascanio, per tema di non
poter sofferire la forza di Turno, di far sentire ad Enea come da assedio era gravemente stretto,
acciò che di tornare in soccorso di lui il padre s'affrettasse.</p>
	<p>Alla qual cosa fare Niso si proferse e ingegnavasi di farlo occultamente da Eurialo, per
ciò che conosceva il pericolo esser grande ed Eurialo ancora un garzone, ed egli nol voleva mettere
a quel pericolo. Ma non seppe sì fare che Eurialo nol sentisse, per la qual cosa convenne che
Eurialo andasse con lui; e, usciti una notte del campo d'Ascanio, convenendo loro passar per lo
mezzo de' nimici e tacitamente andando e trovandogli tutti dormire, n'ucciser molti. Ed Eurialo,
vago come i garzoni sono, di certe armadure belle, tratte a coloro li quali uccisi aveano, carico,
seguitando Niso, avvenne che si scontrarono in una grande quantità di nimici, li quali come Niso
vide, tantosto si ricolse in un bosco, credendo avere appresso di sè Eurialo; ma egli era rimaso e già
intorniato da' nimici, quando Niso lui non esser seco si avvide.</p>
	<p>Per che voltosi e vedendol nel mezzo de' nimici e loro correntigli addosso per ucciderlo,
tornando adietro cominciò a gridare che perdonassero ad Eurialo, sì come a non colpevole e
uccidessono lui, il quale aveva tutto quello male fatto. Ma poco valse: essi uccisono Eurialo e poi
ucciser lui; e così amenduni quivi morti rimasero.</p>
	<p>«Turno». Costui fu figliuolo di Dauno, re d'Ardea, e nepote carnale
d'Amata, moglie di Latino, re de' Laurenti, giovane ardentissimo e di gran cuore; il quale, vedendo
Latino re avere data Lavina, sua figliuola, per moglie ad Enea, la quale prima avea promessa a lui,
sdegnato, aveva mossa guerra ad Enea e per questo molte battaglie aveano fatte. Ultimamente,
secondo che Virgilio scrive nel fine del XII dell'<title>Eneida</title>, soprastandogli Enea in una
singular battaglia stata fra loro e veggendogli cinto il balteo, il quale era stato di Pallante, cui ucciso
avea, lui, adomandante perdono, uccise.</p>
	<p>E così dalle morti di costoro ha l'autore discritta di quale parte d'Italia intenda, cioè di
quella là dove è Roma, con alcune piccole circustanze: la quale in tanta superbia crebbe che le
parve poco il voler soprastare a tutto il mondo.</p>
	<p>Nè per la ruina del romano imperio cessò però la romana superbia, perseverando in essa
la sede apostolica: nella quale, al tempo che l'autore di prima pose mano alla presente opera, sedeva
Bonifazio papa ottavo, il quale, quantunque altiero signor fosse molto, parve per avventura ancor
molto più all'autore, in quanto piegare non fu potuto a' piaceri nè alle domande fatte da quegli della
setta della quale fu l'autore.</p>
</div4>

<div4>
<head>109-111</head>
	<p><hi rend="italic">Questi</hi>, cioè questo veltro, <hi rend="italic">la caccerà per ogni
villa</hi>, cioè estermineralla del mondo, <hi rend="italic">Fin che l'avrà rimessa nello 'nferno, Là
onde invidia prima dipartilla</hi>. In queste parole chiaramente si può intendere l'autore dire una
cosa e sentire un'altra: con ciò sia cosa che manifesto sia in inferno non generarsi lupi, e perciò di
quello non poterne essere stato tratto alcuno, per doverlo in questa vita menare.</p>
</div4>

<div4>
<head>112-117</head>
	<p><add resp="ed">112-114</add> «Ond'io per lo tuo meglio». In questa
particella seconda della quarta dice l'autore il consiglio preso da Virgilio per sua salute e, secondo
l'usanza poetica, mostra in poche parole ciò che dee trattare in tutto questo suo volume; e dice così:
<hi rend="italic">Ond'io</hi>, considerata la natura di questa lupa che t'impedisce, <hi rend="italic">per lo tuo me' penso e discerno</hi>, giudico, <hi rend="italic">Che tu mi segua, el io
sarò tua guida E trarrotti di qui</hi>, cioè di questo luogo pericoloso, <hi rend="italic">per luogo
eterno</hi>, cioè per lo 'nferno e per lo purgatorio, li quali sono luoghi eterni; <add resp="ed">115-
117</add> <hi rend="italic">Dove</hi>, cioè in quel luogo, <hi rend="italic">udirai le dispietate
strida</hi>, in quanto paiono d'uomini crudeli e senza alcuna umanità; <hi rend="italic">E vederai
gli spiriti dolenti Che la seconda morte ciascun grida</hi>, cioè la morte dell'anima, per ciò che
quella del corpo, la quale è la prima, essi l'hanno avuta. Adomandano adunque la seconda,
credendo per quella le pene, che sentono, non dovere poscia sentire.</p>
	<p>Ma i nostri teologi tengono che, quantunque essi la spiritual morte domandino, non
perciò, potendola avere, la vorrebbono, per ciò che per alcuna cagione non vorrebbono perdere
l'essere. De'si adunque intendere li dannati chiamar la seconda morte, sì come noi mortali spesse
volte chiamiamo la prima; la quale se venir la vedessimo, senza alcun dubbio a nostro potere la
fuggiremmo. O puossi sporre così: tiensi per li teologi essere più spezie di morte, delle quali è la
prima quella della quale tutti corporalmente moiamo; la seconda dicono che è morte di miseria, la
qual veramente io credo essere infissa ne' dannati, in tanta tribulazione e angoscia sono: e questo è
quello che ciascun dannato grida, non dimandandola, ma dolendosi.</p>
</div4>

<div4>
<head>118-123</head>
	<p><add resp="ed">118-120</add> <hi rend="italic">E vederai color che son contenti Nel
fuoco</hi>, della penitenza; e dice «contenti», per ciò che quella penitenza, che non
si facesse con contentamento d'animo di colui che la facesse, non varrebbe alcuna cosa a salute; <hi rend="italic">perchè speran di venire, Quando che sia</hi>, finito il tempo della penitenzia, <hi rend="italic">alle beate genti</hi>. <add resp="ed">121-123</add> <hi rend="italic">Alle
quali</hi>, beate genti, <hi rend="italic">se tu vorrai salire</hi>, però che sono in cielo, <hi rend="italic">Anima fia a ciò più di me degna. Con lei ti lascerò nel mio partire</hi>. E questa fia
quella di Stazio poeta, con la quale egli poscia il lasciò in su la sommità del monte di purgatorio,
sopra la riva del fiume di Letè, come nel XXX canto del <title>Purgatorio</title> si legge.</p>
</div4>

<div4>
<head>124-129</head>
	<p><add resp="ed">124-126</add> <hi rend="italic">Chè quello imperador</hi>, cioè Idio,
<hi rend="italic">che là su</hi>, cioè in cielo, <hi rend="italic">regna, Perch'io fui ribellante</hi>,
non seguendola, <hi rend="italic">alla sua legge</hi>, a' suoi comandamenti, <hi rend="italic">Non
vuol che 'n sua città</hi>, in paradiso, <hi rend="italic">per me si vegna</hi>. <add resp="ed">127-129</add> In tutte parti impera, comandando, e quivi, nel cielo impireo, regge. <hi rend="italic">Quivi è la sua città</hi>, nel cielo, <hi rend="italic">e l'alto seggio</hi>, reale. <hi rend="italic">O felice colui, cui quivi elegge</hi>!, per abitatore di quello, come i beati sono.</p>
</div4>

<div4>
<head>130-136</head>
	<p><add resp="ed">130-132</add> <hi rend="italic">Io cominciai: poeta</hi>. In questa
quinta particella l'autore, udito il consiglio di Virgilio e aprovandolo, lo scongiura che quivi il
meni, dicendo: <hi rend="italic">io ti richieggio Per quello Idio</hi>, cioè Gesù Cristo, <hi rend="italic">che tu non conoscesti, Acciò ch'io fugga questo male</hi>, cioè il pericolo nel quale
al presente sono, <hi rend="italic">e peggio</hi>, cioè la morte, <add resp="ed">133-136</add> <hi rend="italic">Che tu mi meni là ove or dicesti</hi>, cioè in inferno e in purgatorio, <hi rend="italic">Sì ch'i' vegga la porta di san Piero</hi>, cioè la porta del purgatorio, dove sta il
vicario di san Piero; <hi rend="italic">Con quegli i quali tu fai</hi>, cioè dì essere, <hi rend="italic">cotanto mesti</hi>, cioè dolorosi, dannati alle pene eterne.</p>
	<p><hi rend="italic">Allor si mosse</hi>, entrando nel cammino dimostrato, ed è atto d'uomo
disposto a quello di che è richesto, che senza eccezione il mette ad essecuzione. Ed è questa l'ultima
particella delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale del primo canto. <hi rend="italic">Ed io gli tenni dietro</hi>, cioè il seguitai.</p>
</div4></div3>

<div3>
<head>ESPOSIZIONE ALLEGORICA</head>
<div4>
<head>1-3</head>
<p><add resp="ed">L. V</add></p>
	<p>«Nel mezzo del cammin di nostra vita» etc.. Poi che, per la grazia di Dio, è
quello, che secondo il senso litterale si può, dimostrato, è da tornarsi al principio di questo canto e
quello che sotto la roza corteccia delle parole è nascoso, cioè il senso allegorico, aprire e
dichiarare.</p>
	<p>Intorno alla qual cosa credo udirete cose, per le quali vi si potrebbe forse meritamente
dire le parole che l'autore medesimo dice nel II canto del <title>Paradiso</title>, cioè:
<quote rend="block">
<l>Que' gloriosi che passaro al Colco</l>
<l>non s'ammiraron, come voi
farete,</l>
<l>quando vider Gianson fatto
bifolco:</l>
</quote>
per ciò che allora per effetto potrete vedere quanto d'arte e quanto di sentimento sia stato e sia nel
poetico stilo, oltre alla stima che molti fanno. E però che, gustando con lo 'ntelletto il mellifluo e
celestial sapore, nascoso sotto il velo del favoloso discrivere, forse vi dorrete il nostro poeta e gli
altri avere tanta soavità riposta in guisa che senza difficultà aver non si puote, e direte:
«Perchè non diedono i poeti la loro dottrina libera ed aperta ed espedita, come molti altri
fanno la loro, sì che chi volesse ne potesse prendere frutto più tosto?»: in risponsione della
qual cosa si possono tre ragioni dimostrare.</p>
	<p>E la prima può esser questa. Costume generale è di tutte le cose meritamente da aver care
il discreto uomo non tenerle in piaza, ma sotto il più forte serrame c'ha nella sua casa e con
grandissima diligenzia guardarle, e ad alquanti suoi amici e pochi e rade volte mostrarle. E questo
fa, acciò che il troppo farne copia non faccia quelle divenire più vili: il che per atto possiam tutto il
dì vedere avvenire. E, se in ogni altra cosa nascosa ci fosse questa verità, guardiamo al sole, del
quale alcuna cosa sì bella, non che più, veggiamo, nè alcuna sì chiara muoversi, non tirato nè
sospinto, se non dal divino ordine impostogli; pieno di tanta luce che ogni altro lucido corpo
illumina, ogni terrena cosa vivifica, acresce e nutrica e al suo fine conduce: il quale, per troppo
mostrarsi, è non solamente poco prezato, ma son di quegli che di vederlo ischifano.</p>
	<p>Per la qual cosa, acciò che questo non seguiti, non so qual'altra cosa noi possiamo con più
certa ragion dire che sia più cara, più da gradire e meglio da riporre e da guardare, che sono gli alti
effetti della natura e i secreti misteri e i sublimi della divinità. Questi, se negl'intelletti
universalmente del vulgo divenissero, in poco tempo ne seguirebbe che sarebbon prezati meno che
non è il sole o che i ragionamenti meccanici e le favole delle feminelle. E per questo lo Spirito
santo, &lt;d'ogni&gt; cosa dottissimo, gli alti secreti della divina mente nascose, come noi possiam
vedere nelle figure del <title>Vecchio Testamento</title>, nelle visioni di certi profeti e ancora
nella <title>Apocalissi</title> di Giovanni evangelista, sotto parole tanto nella prima faccia
differenti dal vero e meno conformi nell'aparenza a' sensi nascosi, che per poco più esser non
potrebbono.</p>
	<p>Le vestige del quale, con quelle forze che possono gli umani ingegni seguir la divinità,
con ogni arte s'ingegnarono di seguitare i poeti, quelle cose che essi estimavano più degne sotto
favoloso parlare nascondendo, acciò che, dove carissime sono, non divenissero vili, ad ogni uomo
aperte lasciandole. Il che assai bene pare ne dimostri Macrobio, nel primo libro <title><foreign lang="lat">De somnio Scipionis</foreign></title>, così dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">De diis autem, ut dixi, ceteris et de anima, non frustra se, nec ut
oblectent, ad fabulosa convertunt, sed quia sciunt inimicam esse nature apertam nudamque
expositionem sui: que, sicut vulgaribus hominum sensibus intellectum sui vario rerum tegmine
operimentoque subtraxit, ita a prudentibus arcana sua voluit per fabulosa tractari. Sic ipsa
misteria fabularum cuniculis operiuntur, ne vel hoc adeptis nudam rerum talium natura se prebeat,
sed summatibus tantum viris &lt;sapientia&gt; interprete veri arcani consciis. Contenti sunt reliqui
ad venerationem, figuris defendentibus a vilitate secretum</foreign>» etc.</p>
</quote>
</p>
	<p>La seconda ragione può esser questa. Suole quello, che con difficultà s'acquista, piacer
più e guardarsi meglio che quello che senza alcuna fatica o poca si truova: e questo le grandi eredità
rimase a' nostri giovani cittadini hanno mostrato. Non essendo adunque senza alcun dubbio esser
molta malagevoleza il trarre la nascosa verità di sotto al fabuloso parlare, dee seguire essere
incomparabile diletto a colui che, per suo studio, vede averla saputa trovare; laonde non solamente
ogni affanno avutone se ne dimentica, ma ne rimane una dolceza nell'animo, la quale quasi con
legame indissolubile ferma, nella memoria di colui che ritrovata l'ha, la verità ritrovata: dove quella
che senza alcuna difficultà s'acquista, come leggiermente venne, così leggiermente si parte. Di che
seguita che dell'avere faticato s'acquista, dove del non avere studiato l'uomo si ritruova di scienza
vòto.</p>
	<p>La terza ragione mi pare dovere esser questa. E' non pare che alcun dubbio sia li cieli, i
pianeti e le stelle essere ministri della divina potenza e, secondo la virtù loro attribuita, i corpi
inferiori generare, mediante quelle cagioni che dalla natura sono ordinate, e quegli nutrire e nel lor
fine menargli. E, per ciò che essi corpi superiori sono in continuo moto e in diversi modi si
congiungono e si separano l'uno dall'altro, par di necessità che gli effetti da lor prodotti in diversi
tempi e in materie diverse, debbano esser diversi e a diverse cose disposti: e quinci par che seguiti
la diversità degli aspetti degli uomini, de' quali non pare che alcuno alcun altro somigli; e
similemente degli offici, li quali veggiam manifestamente essere, eziandio naturalmente, diversi
negli uomini.</p>
	<p>Dalla qual cosa mosso, dice il nostro autore nel <title>Paradiso</title>:
<quote rend="block">
<l>Un ci nasce Solone, ed altro Serse,</l>
<l>altri Melchisedèc, ed altri
quello</l>
<l>che, volando per l'aere, il figlio
perse.</l>
</quote>
E questo si dee cognoscere muovere dal divino intelletto, il quale cognosce una università, come è
quella dell'umana generazione, non poter consistere in sè, se non avesse diversità d'offici; e perciò,
acciò che dell'altre cose lasciamo al presente stare, alcun ci nasce atto a filosofia, alcuno ad
astrologia, alcuno a poesia e alcuni altri ad altre scienze.</p>
	<p>Colui che nasce atto a poesia seguita, in quanto può e sa, d'essercitarsi nel poetico officio;
e, quantunque da Dio sia alle nostre anime, le quali esso <hi rend="italic">immediate</hi> crea,
data la ragione e il libero arbitrio, per lo quale non ostante la forza de' cieli, ciascun può far quello
che più gli agrada, pare che il più seguitin gli uomini quello a che essi sono atti nati. Laonde quegli
che al poetico officio è nato, eziandio volendo, non pare possa fare altro che quello che a tale
officio s'apartiene; e, per ciò che a quello officio s'apartiene quello che di sopra è detto, se egli in
quello laudevolmente sè essercita, non è per avventura da maravigliarsene.</p>
	<p>E perciò non si ramarichi alcuno, se da' poeti è sotto favole nascosa la verità, ma più tosto
si dolga della sua negligenza, per la quale e' perde o ha perduto quello che il farebbe lieto,
faticandosi d'avere ritrovata la cara gemma nella spazatura nascosa. E questo basti avere a questa
parte risposto.</p>
	<p>Fu adunque il nostro poeta, sì come gli altri poeti sono, nasconditore, come si vede, di
così cara gioia, come è la catolica verità, sotto la volgare corteccia del suo poema. Per la qual cosa
si può meritamente dire questo libro essere poliseno, cioè di più sensi. De' quali è il primo senso
quello il quale egli ha nelle cose significate per la littera, sì come voi potete aver di sopra, nella
esposizion litterale, udito: e chiamasi questo senso «litterale», e così è. Il secondo
senso è «allegorico», o vero «morale»; il quale, acciò che voi
comprendiate meglio, essemplificando vel dichiarerò in questi versi: «<foreign lang="lat">In exitu Israel de Egypto, domus Iacob de populo barbaro, facta est Iudea sanctificatio
eius, Israel potestas eius</foreign>». De' quali, se noi guarderemo a quello che la lettera
suona solamente, vedremo esserci significato l'uscimento de' figliuoli di Israèl d'Egitto, al tempo di
Moisè, e se noi guarderemo alla alligoria, vedremo esserci mostrata la nostra redenzione fatta per
Cristo: e se noi guarderemo al senso morale, vedremo esserci mostrata la conversione dell'anima
nostra dal pianto e dalla miseria del peccato allo stato della grazia, e se noi guarderemo al senso
anagogico, vedremo esserci dimostrato l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente
servitudine alla libertà della gloria eternale.</p>
	<p>E così come questi sensi mistici sono generalmente per vari nomi appellati, tutti
nondimeno si possono appellare «allegorici», con ciò sia cosa che essi sieno diversi
dal senso litterale, o vero istoriale. E questo è per ciò che «allegoria» è detta da un
vocabolo greco, detto «<foreign lang="grc">alleon</foreign>», il quale in latino
suona «alieno», o vero «diverso»: e perciò dissi questo libro esser
poliseno, per ciò che tutti questi sensi, da chi tritamente volesse guardare, gli si potrebbono in assai
parti dare.</p>
	<p>E per questo, agutamente pensando, forse potremmo del presente libro dir quello che san
Gregorio dice, nel proemio de' suoi <title>Morali</title>, della santa <title>Scrittura</title>, così
scrivendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Sacra Scriptura locutionis sue morem transcendit, quia in uno
eodemque sermone dum narrat textum prodit misterium, et sic misterio sapientes exercet, sic
superfice simplices refovet. Habet enim in publico unde parvulos nutriat et servat in occulto, unde
mentes sublimium almiratione suspendat. Quidam fluvius esse videtur, ut ita dixerim, planus et
altus, in quo agnus ambulet et elephans natet</foreign>»</p>
</quote>
 etc.: per ciò che, recitando della presente opera la corteccia litterale, con quella insieme narriamo il
misterio delle cose divine e umane, sotto quella artificiosamente nascose. E in questa maniera
intorno al senso allegorico si possono i savi essercitare e intorno alla dolceza testuale nudrire i
semplici, cioè quegli li quali ancora tanto non sentono che essi possano al senso allegorico
trapassare. E così possiam vedere questo libro avere in publico donde nudrir possa gl'ingegni di
quegli che meno sentimento hanno e donde egli sospenda con ammirazione le menti de' più
provetti. E ancora, quantunque alla sacra <title>Scrittura</title> del tutto aguagliar non si possa,
se non in quanto di quella favelli, come in assai parti fa, nondimeno, largamente parlando, dir si
può, di questo, quello esserne che san Gregorio afferma di quella: Cioè questo libro essere un fiume
piano e profondo, nel quale l'agnello puote andare e il leofante notare, cioè in esso si possono i rozi
dilettare e i gran valenti uomini essercitare.</p>
	<p>Ma, avendo già l'una delle due parti in questo primo canto mostrata, cioè come quegli,
che di minor sentimento sono, si possano intorno al senso litterale non solamente dilettare, ma
ancora e nudrire e le lor forze crescere in maggiori, è da dimostrare la seconda, intorno alla quale si
possano gl'ingegni più sublimi essercitare: la qual cosa si farà aprendo quello che sotto la crosta
della lettera sta nascoso.</p>
	<p>Intorno alla qual cosa sono da considerare, quanto è alla prima parte del presente canto,
diece cose. Delle quali la prima serà il veder quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno,
il quale dice che ricordar nol lascia come nella selva oscura s'entrasse; la seconda, come noi in
questo sonno ci leghiamo; la terza, qual fosse la diritta via, la quale per questo sonno dice d'avere
smarrita; la quarta, qual cosa potesse essere quella che il movesse a ravedersi che esso avesse la
diritta via smarrita; la quinta, perchè più nel mezzo del cammino di nostra vita che in altra età; la
sesta, quello che egli intenda per quella selva tanto oscura e malagevole, quanto dimostra esser
quella nella quale dice si ritrovò; la settima, perchè più nel principio del dì che ad altra ora scriva
d'essersi raveduto; la ottava, quello che vuole s'intenda per li raggi del sole aparitigli e per lo monte,
nella sommità del quale gli aparvero; la nona, quello ch'esso senta per la considerazione avuta, poi
che alquanto la paura gli cessò; la decima, quello che noi dobbiam sentire per le tre bestie, le quali
lo 'mpedivano al salire al monte: e, queste vedute, procederemo alla seconda parte del presente
canto.</p>
	<p>La prima cosa, la qual dissi si voleva investigare, acciò che il senso allegorico nascoso
sotto la lettera della prima parte di questo canto &lt;si dichiari&gt;, è quello che il nostro autore
voglia sentire per lo sonno, il qual dice che ricordar nol lascia come egli entrasse nell'oscura selva.
Ad evidenzia della quale è da sapere che 'l sonno, che alla presente materia apartiene, è di due
maniere: l'una è sonno corporale, l'altra è sonno mentale.</p>
	<p>Il sonno corporale si può in due maniere distinguere. Delle quali l'una è naturale, e puossi
dire esser quella la quale naturalmente in noi si richiede in nudrimento e conservazione della nostra
sanità: il quale, occupandoci, lega e quasi oziose rende tutte le nostre potenzie sensitive e le
'ntellettive, per ciò che, perseverante esso, nè sentiamo nè intendiamo alcuna cosa; di che a' morti
simili divegnamo. Ma, poi che la natura ha preso per la sua indigenzia quello che l'è oportuno a
restaurazione delle virtù faticate nella vigilia e in conforto della vegetativa virtù, eziandio senza
essere da alcuno eccitati, da questo per noi medesimi ci sciogliamo. E di questa alcuna cosa più
distesamente diremo nel principio del IIII canto del presente libro.</p>
	<p>L'altra maniera del corporale sonno è quella, dalla quale vinta ogni corporale potenza, si
separa l'anima dal corpo e, senza alcuna cosa sentire o potere o sapere, immobili giacciamo e
giaceremo infino al dì novissimo senza poterci levare. E di questo intende il Salmista, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Cum dederit dilectis suis somnum</foreign>».</p>
</quote>
</p>
	<p>Il sonno mentale, allegoricamente parlando, è quello quando l'anima, sottoposta la
ragione a' carnali appetiti, vinta dalle concupiscenze temporali, s'adormenta in esse e oziosa e
negligente diventa e del tutto dalle nostre colpe legata diviene, quanto è in potere alcuna cosa a
nostra salute operare; e questo è quel sonno dal quale ne richiama san Paolo, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Hora est iam nos de somno surgere</foreign>».</p>
</quote>
E questo sonno può essere temporale e può esser perpetuo.</p>
	<p>Temporale è quando ne' peccati e nelle colpe nostre inviluppati dormiamo; e il Salmista
dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Surgite postquam sederitis, qui manducatis panem
doloris</foreign>»;</p>
</quote>
e in altra parte san Paolo, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Surge, qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit te
Christus</foreign>».</p>
</quote>
E talvolta avviene per sola benignità di Dio che noi ci risvegliamo e,riconosciuti i nostri errori e le
nostre colpe, per la penitenzia levandoci, ci riconciliamo a Dio, il quale non vuole la morte de'
peccatori; e, a lui riconciliati, ripognamo, mediante la sua grazia, la ragione, sì come donna e
maestra della nostra vita, nella suprema sedia dell'anima, ogni scellerata operazione per lo suo
imperio scalpitando e discacciando da noi.</p>
	<p>Perpetuo è quel sonno mentale, il quale, mentre che ostinatamente ne' nostri peccati
perseveriamo, ne sopragiugne l'ora ultima della presente vita e, in esso adormentati, nell'altra
passiamo, là dove, non meritata la misericordia di Dio, in sempiterno co' miseri in tal guisa passati
dimoriamo: li quali si dicon dormire nel sonno della miseria, in quanto hanno perduto il poter
vedere, conoscere e gustare il bene dello 'ntelletto, nel quale consiste la gloria de' beati.</p>
	<p>È adunque questo sonno mentale quello del quale il nostro autore vuole che qui
allegoricamente s'intenda; nel quale ciascuno, che si diletta più di seguir l'appetito che la ragione, è
veramente legato, e ismarrisce, anzi perde, la via della verità, alla quale in eterno non può
ritornare.</p>
	<p>La seconda cosa che era da vedere dissi che era come noi in questo sonno mentale ci
leghiamo. E per ciò che i lacciuoli sono infiniti, li quali la carne, il mondo e 'l dimonio tendono alla
nostra sensualità, pienamente dire non se ne potrebbe per lingua d'uomo; ma ad un de' modi, il
quale è quasi universale, riducendoci, dico che, dalla nostra puerizia, noi il più diriziamo i piedi,
cioè le nostre affezioni, in questi lacci, e, quasi non accorgendocene, per ciò che più i sensi che la
ragione abbiamo allora per guida, sì c'inveschiamo che poi o non ci sciogliamo da quegli o non
senza grande difficultà, volendo, ce ne sviluppiamo.</p>
	<p>A questa età i nostri tre predetti nimici con ogni sollicitudine stendono le reti loro. E la
ragione è questa: l'età, com'è detto, è tenera e nuova e vaga e la sensualità è in essa fortissima, per
ciò che la ragione non v'è ancora assai perfetta; e, secondo che pare che la esperienza ne dimostri,
dalla gola, alla quale quella età è inchinevole, par che prenda inizio la nostra ruina: e la ragione
pare assai manifesta.</p>
	<p>Sono generalmente i fanciulli vaghi del cibo, sospignendogli a ciò la natura che il suo
aumento disidera; e gustando, come spesso avviene, le saporite e dilicate vivande e i vini esquisiti,
a pian passo procedendo ed ausando il gusto a quello che non gli bisognerebbe, cominciano,
quantunque piccoli, i fanciulli ad avere men cari quegli cibi che, quantunque rozi, soleano satisfare
alla fame e alla sete loro, e i più preziosi disiderano e domandano, e dal disiderio ad ottenergli si
sforzano; e con questo nella età più piena procedendo, quasi come da naturale ordine tirati, nel
vizio della lussuria discorrono.</p>
	<p>Questa, la quale non solamente i giovani, ma i vecchi fa se medesimi sovente
dimenticare, loro con tante e tali lusinghe diletica che, potendo all'appetito la vigorosa età
dell'adolescenzia sodisfare, con ogni pensiero e con ardentissima affezione quello vituperevole
diletto seguendo, tutti si mettono. E quinci, per compiacere, negli ornamenti del corpo discorrono,
non altrimenti assai sovente ornandosi che se vender si volessono al mercato de' poco savi. Le quali
cose, per ciò che senza denari essercitare pienamente non si possono, gli sospingono nel disiderio
d'aver denari, e, per quegli ogni conscienza posposta, senza alcuna difficultà ad ogni disonesto
guadagno si dispongono e quinci giucatori, ladri, barattieri, simoniaci, ruffiani e disleali
divengono.</p>
	<p>Le quali cose acciò che a' Lacedemoni avvenir non potessero, per legge comandò Ligurgo
che i lor figliuoli etc.: vedi Giustino nel III libro, poco dopo il principio.</p>
	<p>Nè è mia intenzione il modo da adormentare i miseri nel sonno de' peccati lasciare.</p>
	<p>E già ad età più piena d'anni venuti, veggendo gli onori, la pompa, la potenza e la
grandigia de' re, de' signori, de' gran cittadini, di quegli s'accendono, e quinci invidiosi, superbi,
crudeli e ambiziosi divengono: le quali cose, e altre molte, così successivamente, e talora con altro
ordine cresciute e multiplicate e abituate in noi, nel sonno della oblivione de' comandamenti di Dio
ci legano e tengono sì stretti che, quasi convertite in natura, per romore che fatto ci sia in capo,
destare non ci lasciano, per ciò che molti aguati hanno gli avversari nostri, con li quali, se creduti
sono, ogni matura e robusta età adoppiano.</p>
	<p>Ma per ciò mi piacque far singular menzione di questa, perchè, in questo modo presi ci
abituiamo ne' peccati. E por giù l'abito preso è difficilissimo; e, se pur si rimuove l'uomo talvolta
dal peccare, con molta meno difficultà n'è rivocato colui che abituato vi fu, che colui che non vi fu
abituato, e alcuna volta da essa memoria delle colpe già commesse v'è ritirato.</p>
	<p>La terza cosa, la qual dissi era da cercare, è di veder qual sia la via, la quale l'autore dice
d'avere per questo sonno smarrita. Egli è il vero che le vie son molte, ma tra tutte non è che una che
a porto di salute ne meni, e quella è esso Idio, il quale di sè dice nell'<title>Evangelio</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Ego sum via, veritas et vita</foreign>»;</p>
</quote>
e questa via tante volte si smarrisce – dico «smarrisce», perchè poi chi vuole
la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo – quante le nostre iniquità da' piaceri di
Dio ne trasviano, mostrandoci nelle cose labili e caduche esser somma e vera beatitudine.</p>
	<p>E questa via, per la quale i nostri avversari ci ritorcono, danna il Salmista, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Beatus vir qui non abiit in consilium impiorum et in via
peccatorum non stetit</foreign>» etc.;</p>
</quote>
ed in altra parte dice, pregando:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Viam iniquitatis amove a me et in lege tua miserere
mei</foreign>».</p>
</quote>
Chiamasi ancora la vita presente «via»; e di questa dice il Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Beati immaculati in via</foreign>»;</p>
</quote>
e in altra parte:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">De torrente in via bibit</foreign>».</p>
</quote>
</p>
	<p>Ma, come detto è, acciò che di molte altre lasciamo istare il ragionare, la prima è quella
per la quale, se la gloria eterna vogliamo, ci conviene andare: e da questa si smarrisce ciascuno il
quale nel sonno de' peccati si lega. E, per ciò che, come di sopra è mostrato, lusinghevolmente
sottentrano i vizi e cominciano in età nella quale pienamente conosciuti non sono, dice l'autore non
ricordarsi come questa via diritta abandonasse. E credibile è: chi sarà colui che pienamente della
origine delle sue colpe si possa ricordare? con ciò sia cosa che esse vengano con diletto della
sensualità, e, quel passato, quasi state non fossero, leggiermente in dimenticanza si mettono.</p>
	<p>La quarta cosa, la qual propuosi da essere da investigare, fu quale cosa potesse esser
quella che l'autor movesse a ravedersi che esso avesse la diritta via smarrita. E questa, senza alcun
dubbio, si dee credere che fosse la grazia di Dio, il quale ci ama assai più che non ci amiamo noi
medesimi e sempre è alla nostra salute sollicito; il che assai bene ne mostra Iovenale, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Nam pro iocundis aptissima queque dabunt
dii:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">carior est homo illis, quam sibi etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>Ma, acciò che noi cognosciamo qual fosse la grazia di Dio, dalla quale l'autore tocco si
movesse a destarsi del sonno mortale, nel quale la mente sua era legata, e a ravedersi in qual
periculo fosse l'anima sua, è da sapere, sì come il Maestro delle <title>Sentenzie</title> afferma,
esser quatro grazie quelle che la divina bontà ci presta alla nostra salute.</p>
	<p>Delle quali la prima è chiamata grazia «operante»; della quale dice san
Paolo: «Per la grazia di Dio io sono quello che io sono»; la seconda grazia si chiama
grazia «cooperante», e di questa dice san Paolo medesimo: «La grazia di Dio
non fu in me vacua»; la terza grazia si chiama «perseverante», della quale dice
il Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Et misericordia eius subsequatur me omnibus diebus vite
mee</foreign>»;</p>
</quote>
la quarta grazia si chiama «salvante», della quale si legge
nell'<title>Evangelio</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">De plenitudine eius omnes accepimus gratiam pro
gratia</foreign>».</p>
</quote>
Fa adunque la prima grazia, del malvagio uomo, buono, sì come nel libro della
<title>Sapienza</title> si scrive:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Verte impium, et non erit</foreign>»;</p>
</quote>
e san Paolo dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Fuistis aliquando tenebre, nunc autem lux in
Domino</foreign>».</p>
</quote>
La seconda, cioè la cooperante, fa del buono migliore; e di ciò dice il <title>Salmo</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Ibunt de virtute in virtutem</foreign>».</p>
</quote>
La terza, cioè la perseverante, ne trasporta della via nella patria, della quale dice
l'<title>Evangelio</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus
erit</foreign>»;</p>
</quote>
nell'<title>Apocalissi</title> si legge:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Quicunque vicerit, dabo ei edere de ligno vite, quod est in
paradiso Dei mei</foreign>»;</p>
</quote>
e in altra parte nell'<title>Apocalissi</title> medesimo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Quicunque vicerit, faciam illum columnam in templo Dei
mei</foreign>».</p>
</quote>
La quarta, cioè la salvante, secondo i meriti guiderdona i faticanti; di che
l'<title>Evangelio</title> dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Quid hic statis cotidie ociosi? Ite et vos in vineam meam, et quod
iustum fuerit dabo vobis</foreign>»;</p>
</quote>
e san Paolo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Ut recipiat unusquisque secundum ea que
fecit»</foreign>.</p>
</quote>
</p>
	<p>Di queste quatro grazie, delle quali ho alquanto parlato per ciò che più volte nel processo
di questo libro se n'ha a ragionare, più diffusamente se ne vorrebbe esser detto; nondimeno questo
basti al presente. E dico che la prima grazia senza alcun merito di colui che la riceve si dona; di che
dice san Paolo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Non secundum opera que fecimus nos, sed secundum suam
misericordiam salvos nos fecit</foreign>».</p>
</quote>
Le qualità delle quali grazie considerate, assai manifestamente apare la prima delle quatro essere
stata quella che al nostro autore, e similemente a ciascun altro che in simile caso si truova, fu
conceduta da Dio, per la quale esso il suo misero stato conobbe. Ma potrebbe alcun domandare: in
che maniera tocca Domenedio i peccatori con questa sua grazia? Le maniere sono molte, per ciò
che a tanto artefice, quanto Idio è, non mancò mai modo a quello che egli volesse adoperare. Dice il
Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Dixit et facta sunt; mandavit et creata
sunt</foreign>».</p>
</quote>
Esso primieramente alcuna volta con visioni tocca le menti di coloro che di questa grazia hanno
bisogno, sì come noi leggiamo di Constantino imperadore, il quale, dormendo, vide san Piero e san
Paolo e il loro ammaestramento udì e poi, desto dal corporal sonno e dal mentale, quello seguì e gli
errori del paganesmo tutti da sè cacciò. Tocca alcuna volta con aperta visione, come fece san Paolo
quando andava a Domasco: e fu di sì fatta forza questo toccamento che esso divenne subitamente,
di lupo, agnello e vaso di elezione pieno di Spirito santo. Tocca ancora co' suoi messaggieri, sì
come fece Davìt, il quale per l'omicidio d'Uria e per l'adulterio commesso in Bersabè, essendosi dal
suo piacer partito, mandatogli Natàn profeta, il fece riconoscere, il quale, piangendo, e in quel
<title>Salmo</title> allora da lui composto, cioè «<foreign lang="lat">Miserere mei,
Deus</foreign>», la sua misericordia adomandando, impetrò del commesso perdonanza; e
similemente Ezechia re, nunziatagli per comandamento di Dio da Isaia profeta la sua morte, pianse
e pregò e impetrò quindici anni di vita. Tocca ancora con tribulazioni intorno alle cose mondane:
perchè gli uomini, sentendosi affliggere nella perdita de' figliuoli e delle possessioni, delle
mercatantie, degli stati e di simili cose, quasi desti dal mortal sonno si ritornano verso Idio e
ingegnansi d'uscire della via delle tenebre e tornare alla luce.</p>
	<p>E quantunque saper non possiamo qual si fosse, di queste o forse d'alcuna altra, la
maniera con la quale la grazia di Dio toccò l'autore adormentato dal sonno mentale, credesi
nondimeno per molti che da tribulazioni fosse tocco; già avveggendosi in questo tempo, nel quale
la presente opera incominciò, di quello che poi quasi a mano a mano gli adivenne, cioè di dover
perdere lo stato suo e di dovere andare in essilio e di dovere nelle proprie cose ricever danno. Per la
qual cosa, da questa grazia operante tocco, cominciò a pensare e, pensando, a conoscere le cose
presenti non avere alcuna stabilità, esser piene d'invidia e di pericoli, e nulla altra cosa in sè aver
fermeza se non il servire e amare Idio. Dal quale pensiero fu cominciata a rompere la nuvola della
ignoranza, la quale infino a quella ora l' aveva occupato, e cominciò a conoscere la miseria dello
stato de' peccati e ad avvedersi in quanti e quali esso fosse inviluppato e in quanto pericolo esso
fosse lungamente dimorato d'andare ad eterna perdizione.</p>
	<p>La quinta cosa, che dissi era da vedere, è perchè più nel mezzo della nostra vita che in
altra età questo avvenisse. Intorno alla qual cosa è da sapere questo vocabol «mezzo»
potersi prendere in due modi. L'uno modo è quello che nella esposizione litterale dicemmo, cioè
puntale, il quale mezzo è dirittamente quel punto che igualmente è distante a due estremità;
verbigrazia: egli è una verga lunga due braccia, cioè dall'una estremità della verga all'altra sono due
braccia; per che il mezzo puntale di questa verga serà là dove, dall'una estremità cominciandosi e
andando verso l'altra la lungheza di un braccio, là dove egli finirà, sia puntalmente il mezzo di
questa verga. E possiamo ancor dire il mezzo puntale esser quel punto il quale la sesta fa, quando
alcun cerchio discriviamo, per ciò che questo in ogni parte del cerchio è igualmente distante dalla
circunferenza.</p>
	<p>La seconda maniera del mezzo s'intende assai sovente ciò che si contiene intra due
estremi, o infra la circunferenza del cerchio, sì come Niccolaio di Trevet, <hi rend="italic">Sopra 'l
Tito Livio</hi>, dice che Arno è un fiume posto nel mezzo tra Fiesole e Arezzo; e in alcun luogo
dice la <title>Scrittura</title> Ierusalèm essere nel mezzo del mondo: per lo qual mezzo molti
intendono il mezzo puntale, e ciò, come i geometri sanno, non è vero.</p>
	<p>E perciò in questa parte è da prendere la parola dell'autore, quanto alla persona sua, per lo
mezzo puntale, per ciò che, come di sopra mostrammo, egli era di età di trentacinque anni, ch'è il
mezzo puntale della vita nostra, quando, tocco dalla grazia di Dio, si ravide dove l'aveva la
ignoranza menato.</p>
	<p>Ma, per ciò che a ciascuno uomo, in che che età egli si sia, può avvenire, anzi avviene
tutto il dì, che, abandonata la via della verità, s'entra ne' vizi, e similemente per la grazia di Dio, il
ravedersi, si può per gli altri, li quali in altra età che l'autore si raveggono, intender questo mezzo
quello spazio che è posto infra 'l dì della nostra natività e il dì della morte; e puossi quel mezzo, il
quale per l'autore s'intende che è intorno all'età de' trentacinque anni, moralmente prendere,
secondo che in quella età ogni corporale virtù è a sua perfezion venuta.</p>
	<p>E così, in qualunque tempo l'uomo si ravede del suo mal vivere e al ben vivere si
converte, si può dire ogni potenzia animale esser venuta in perfetta vertù; e così nella buona
disposizione, aiutato dalla grazia cooperante, perseverando, va di questa virtù in altra maggiore e di
quell'altra in un'altra, tanto che egli perviene dove ciascun discreto disidera di venire.</p>
	<p>La sesta cosa, la qual dissi che era da investigare, era quello ch'egli intendesse per quella
selva oscura e malagevole, nella quale dice si ritrovò. È adunque questa selva, per quello che io
posso comprendere, lo 'nferno, il quale è casa e prigione del diavolo, nella quale ciascun peccatore
cade ed entra, sì tosto come cade in peccato mortale. E che ella sia lo 'nferno la discrizion di quella
il dimostra assai chiaro, in quanto dice che ella era «oscura», cioè piena d'ignoranza
– il che assai chiaro ne mostra Isaia, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Erravimus a via veritatis, et sol iustitie non illuxit
nobis</foreign>»,</p>
</quote>
– considerata la qualità di coloro che in essa dimorano: però che, se in loro fosse alcuna luce
di sapienza, non è alcun dubbio che non cercasson tantosto d'uscirne. E chi è più ignorante che
colui il quale, potendo schifare il fare contro a' comandamenti del suo Creatore, che può ciascun
che vuole,si lascia tirare alle lusinghe della carne e del mondo e alle fallacie del dimonio? O che
pure, veggendosi per la nostra fragilità tirato, non si sforza, avendo la via, d'uscirne, ma
aggiugnendo l'una colpa sopra l'altra, più se medesimo inviluppa e fa col continovo peccare più
tenebroso il suo intelletto e più forti le catene del suo avversario?</p>
	<p>Dice, oltre a ciò, questa selva essere «selvaggia», sì come del tutto strana
da ogni abitazione umana:per ciò che nella prigion del diavolo, nella quale noi medesimi peccando
ci mettiamo, non è alcuna umanità, nè pietà, nè clemenzia, anzi è piena di crudelità, di bestialità e
di iniquità. Nè osta il dire: egli v'abitano gli uomini peccatori; per ciò che questo non è vero, chè
come l'uomo ha commesso il peccato; egli diventa quella bestia, li cui costumi son simili a quel
peccato, verbigrazia: colui che nel vizio della lussuria si lascia cadere, per ciò che la lussuria per la
sua brutteza è simigliata al porco, esso diventa porco, quantunque effige umana gli rimanga, e il
rapace diventa lupo, perchè il lupo è rapacissimo animale: e così quello luogo è salvatico, sì come
privato d'ogni umana stanza.</p>
	<p>È, oltre a questo, «aspra» per le spine, per li triboli e per gli stecchi, cioè
per le punture de' peccati, li quali, continuamente dai morsi della conscienza infestati,
dolorosamente pungono il peccatore. Ed è «forte», in quanto tenacissimi sono i
legami del diavolo e massimamente negli ostinati, li quali, poi che nel profondo delle colpe caduti
sono, della divina misericordia disperandosi, disprezano Idio e turano gli orecchi alli ammonimenti
de' giusti uomini e alla evangelica dottrina. E per queste qualità, a colui il qual è tocco dalla divina
grazia, ella pare, e così è, piena di tanta amaritudine che poco più è la morte eternale, nella quale
alcuna dolceza non s'aspetta giammai</p>
</div4>

<div4>
<head>7-9</head>
	<p>Nondimeno dice l'autore alcun bene aver trovato in essa: per lo qual bene niuna altra cosa
credo che sia da intendere altro che la misericordia di Dio, la quale non ha luogo che ne' giusti si
adoperi; e così ne' peccatori è tanto necessaria che, se essa non fosse, alcun nostro merito nè
lagrima mai potrebbe sodisfare alla divinità del peccato commesso. Ella adunque è quella che, nella
oscurità della nostra ignoranza e delle nostre colpe, colle braccia aperte si truova presta a non
guardare a' difetti commessi, ma solamente alla buona affezione di chi a lei rivolger si vuole per
doverla ricevere: questa è quella, la cui benignità riguardata, a sè dalla disperazion ci ritira. Della
quale, sì come di bene trovato là ove ella è oportuna, l'autore dice di voler trattare, sì come fa nel
libro II della presente <title>Comedìa</title>, nel quale pienamente si posson comprendere e la
sua santissima liberalità e i pietosi effetti verso i peccatori, quantunque essi abbiano incontro ad
essa operato.</p>
</div4>

<div4>
<head>13-18</head>
	<p>La settima cosa: dissi era da vedere perchè più nel principio del dì scriva l'autore d'essersi
raveduto che ad altra ora. Puossi intorno a questa parte dire, quanto gli uomini involuti ne' peccati
dimorano, tanto dimorare nelle tenebre della notte, cioè della ignoranza; la quale, come la notte
toglie il poter conoscere o vedere le cose, quantunque nel cospetto ci sieno, così toglie il
cognoscere il vero dal falso e le cose utili dalle dannose. E perciò qualora avviene che la grazia di
Dio operante tocca il peccatore ed è da lui ricevuta, così comincia a tornar la luce della conoscenza
di Dio e di se medesimo e del suo stato; e ognora che la luce aparisce, è di necessità che le tenebre
della notte cessino: ed in quella ora che le tenebre cessano, sì come manifestamente apare, è
principio del dì, e massimamente a colui il quale abandona la notte della ignoranza, sollicitato e
sospinto dalla divina grazia. E di questo dice Osee profeta in persona di Cristo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">In tribulatione sua mane consurgent ad
me</foreign>».</p>
</quote>
Ed il peccatore d'altra parte, come agli occhi dello 'ntelletto gli aparisce la divina luce, già le sue
malvage operazioni cominciando a conoscere, può dire quelle parole del Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Mane adstabo tibi et videbo: quoniam non Deus volens
iniquitatem tu es</foreign>».</p>
</quote>
Dunque congruamente finge l'autore da mattina essere stato questo ravedimento, per lo quale si
conobbe essere nella oscura selva de' peccati e della ignoranza.</p>
	<p>L'ottava cosa: dissi era da vedere quello che l'autore vuole intendere per lo sole, che sopra
il monte vide,e per lo monte. Per li monti intende la <title>Scrittura</title> di Dio spesse fiate gli
apostoli: e questo, per ciò che, come i monti son quegli che prima ricevono i raggi del sole
materiale surgente, così gli apostoli furono i primi che ricevettero i raggi, cioè la dottrina del vero
sole, cioè di Gesù Cristo, il quale è veramente sole di giustizia e luce,la quale illumina ciascuno che
viene in questo mondo: e che esso sia vero sole per molte ragioni si dimostrerebbe, le quali al
presente per brevità ometto.</p>
	<p>E, secondo che io estimo, nell'autore sentita la grazia di Dio, venne quel disiderio, il
quale si dee credere che vegna in ciascuno il quale quella grazia in sè riceve, cioè di conoscere
pienamente le colpe sue e qual via dovesse tenere per poter venire a salute: ed occorsegli nella
mente alcuna dottrina non potergli in questo suo disiderio satisfare come l'apostolica;
ramemorandosi delle parole del Salmista, dove, parlando di loro, dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Non sunt loquele neque sermones, quorum non audiantur voces
eorum. In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terre verba
eorum</foreign>».</p>
</quote>
E però, fuggendo la confusione delle tenebre del peccato, si può dire dicesse, come talvolta disse il
Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium
michi</foreign>»,</p>
</quote>
volendo in questo dire che egli levasse gli occhi della mente alle <title>Scritture</title> e alla
dottrina apostolica, dalla quale sperava dovere avere aiuto al suo bisogno. Ed acciò che questa
speranza gli si fermasse nel cuore, dice che vide la sommità di questo monte coperta de' raggi del
pianeta, cioè del sole, a dimostrare che essa dottrina apostolica sia illuminata del lume dello Spirito
santo, il quale veramente mena altrui diritto per ogni calle, cioè, da che che colpa l'uomo si parte,
egli è da lui menato in porto di salute. E che la dottrina degli apostoli sia santa e veramente piena
de' doni dello Spirito santo, apare per le parole d'Isaia, dove dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Requiescet super eum spiritus timoris Domini, spiritus sapientie et
intellectus, spiritus consilii et fortitudinis, spiritus scientie et pietatis, et replebit eum spiritus
timoris Domini</foreign>».</p>
</quote>
</p>
</div4>

<div4>
<head>19-21</head>
	<p>Per che l'autore, e qualunque altro, veggendosi così fatto rifugio aparecchiato davanti,
dove prender lo voglia, puote meritamente sperare e, sperando, minuire la paura della morte eterna,
nella quale il fanno dimorare le catene del diavolo, mentre in esse dimora legato. E, oltre a ciò,
veggendo sopra questo monte il sole scacciatore delle tenebre eterne, e il quale è toglitore de'
peccati,sì come noi di lui leggiamo: «<foreign lang="lat">Ecce agnus Dei, ecce qui tollit
peccata mundi</foreign>», puote ancora maggiormente sperar salute, sospinto dalle parole
d'Isaia, il quale dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Vobis, qui timetis Deum, orietur sol
iustitie</foreign>».</p>
</quote></p>
</div4>

<div4>
<head>28-30</head>
	<p>E perciò meritamente l'autore, conosciuto, là dove era, esser valle di miseria, si sforza di
partir di quella e di voler salire al monte, cioè alla dottrina della verità, e a Colui il quale puote
liberare ciascuno, che con affetto vuole, delle mani dello 'nferno. <add resp="ed">L. VI</add></p>
	<p>La nona cosa, la qual dissi considerar si volea, era quello che l'autor sentisse per la
considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; e apare per le sue parole essere stata del
pericolo, nel quale si vedeva essere stato la passata notte: per la quale dobbiamo intendere il
primiero atto dell'animo di colui che la passata miseria della sua vita comincia a cognoscere. Il
quale veramente non è altro che paura, e spezialmente avendo egli spazio e alcuna luce di
sentimento, per la qual possa discernere quante e quali possano essere state quelle cose che in
quella miseria l'avrebbono, ciascuna per se medesima, potuto far morire di perpetua morte: e
massimamente conoscendo la ingratitudine sua verso Idio, dal quale infiniti benefici ha ricevuti,
conoscendo la sua giustizia, la quale, passato il tempo della misericordia, è irrevocabile, nè si può,
come quella de' mortali giudici, con prieghi nè con lagrime piegare, nè corromper con doni o con
eccezioni prolungare.</p>
	<p>Dalla quale considerazione si levan presti coloro, li quali invano non ricevono la divina
grazia e per la diserta piaggia a salire al monte muovono i passi loro. E dice
«diserta», per ciò che ancora è sterile e senza alcun virtuoso frutto l'anima di colui
che pure ora ora comincia a partirsi della via del peccato.</p>
	<p>La decima cosa, la quale da essere cercata dissi, è quello che noi dobbiamo sentire per le
tre bestie, le quali l'autor mostra che impedivano il suo cammino. Ed intorno a questo è da
considerare queste bestie altrimenti doversi intendere avendo riguardo solamente all'autore, e
altrimenti avendo riguardo generalmente a ciascun peccatore, che vuole alla via della verità
ritornare, per ciò che non ogni uomo igualmente è da una medesima passione impedito: e perciò
avviso l'autor ponesse quello che a lui sentiva s'apartenesse, e di che più si conosceva passionato; e
però primieramente quello dirò ch'io sentirò per queste tre bestie apartenere all'autore: poi, se
alcuna cosa v'avrò da mutare per riducerle al senso spettante all'università de' peccatori, come
saprò, il farò e dimosterrò.</p>
</div4>

<div4>
<head>21-33</head>
	<p>Dice adunque che, essendo nella predetta meditazione, diliberato di lasciare la valle
oscura e di salire al monte luminoso e chiaro, cioè alla dottrina apostolica ed evangelica, essere
state tre bestie quelle che il suo salire impedivano: una leonza, o lonza che si dica, e un leone e una
lupa. Le quali, quantunque a molti e diversi vizi adattare si potessono, nondimeno qui, secondo la
sentenzia di tutti, par che si debbano intendere per questi, cioè per la lonza il vizio della lussuria e
per lo leone il vizio della superbia e per la lupa il vizio dell'avarizia. E, per ciò che io non intendo di
partirmi dal parere generale di tutti gli altri, verrò a dimostrare come questi animali a' detti vizi si
possono apropiare; e poi, se all'autore parrà di dovergli attribuire, rimangasi nello albitrio di
ciascuno.</p>
	<p>Sono adunque nella lonza, tra l'altre molte quatro singolari proprietà. Ella primieramente
è leggierissima del corpo, tanto, o più, quanto alcuno altro quadrupede sia; appresso, la sua pelle è
leccata, piana e di molte macchie dipinta; oltre a questo, ella è maravigliosamente vaga del sangue
del becco; ultimamente, ella è di sua natura crudelissimo animale. Le quali quatro proprietà,
secondo il mio giudicio, sono mirabilmente conformi ai vizio della carne; per ciò che la sua
leggiereza ha a dimostrare la levità degli animi di quelle persone o che con l'appetito o che
attualmente con esso vizio s'inviscano; imperò che essi alcuna volta ardon tutti, da fervente
disiderio della cosa amata accesi, e alcun'altra son più freddi che la neve, cessando punto la
speranza della cosa amata; e quasi in un momento ridono e cantano e lamentansi e piangono, e così
insuperbiscono subito e subitamente diventano umili; ora, turbati, garrono e gridano, e di presente,
mitigati, lusingano. Le quali levità ottimamente discrive Plauto in una sua comedìa chiamata
<title>Cistellaria</title>, dove un giovane, più che uopo non gli era, invescato in questa pania,
dice così:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Credo ego amorem primam apud homines carnificinam
commentum.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Hanc ego de me coniecturam domi facio ne foras
queram;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">qui omnes homines supero atque antideo
cruciabilitatibus animi.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Iactor, crucior, agitor,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">stimulor, vexor vi amoris totus,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">miser exanimor,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">feror, differor, distrahor, diripior:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ita nullam mentem animi habeo;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ubi sum, ibi non sum;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ubi non sum, ibi est animus;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ita michi omnia ingenia sunt.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Quod lubet, non lubet iam id continuo.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Ita me amor lassum animi ludificat,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">fugat, agit, appetit, raptat, retinet,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">iactat, largitur;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">quod dat, non dat, deludit;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">modo quod suasit, dissuadet;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">quod dissuasit, id ostentat.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Maritimis moribus mecum expetitur:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">ita meum frangit amantem animum,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">neque, nisi quia miser ne eo pessum,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">michi ulla abest perdito pernities etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>Oltre a ciò, questo disonesto appetito è velocissimo in permutarsi e salta tosto di una cosa
in un'altra: un muover d'occhi, un atto vezoso, un riso, una guatatura soave, una paroletta accesa,
una lusinga, d'uno amore in un altro, come vento foglia, gli trasporta; e ora avendo a schifo questa
che piacque e ora disiderando quella che ancora non era piaciuta, dimostrano il lieve movimento
della lor mente. La infelice Didone, secondo Virgilio, per un forestiero affabile, mai più non
veduto, subitamente dimenticò il lungamente e molto amato Siccheo; assai bene verificando quello
che l'autore nel <title>Purgatorio</title> delle femine dice:
<quote rend="block">
<l>Per lei di là assai vi si comprende</l>
<l>quanto in femina fuoco d'amor
dura,</l>
<l>se l'occhio o 'l tatto spesso nol
raccende.</l>
</quote>
Giansone dell'amor d'Isifile in brieve tempo saltò in quel di Medea, e, lei abandonata, poi si rivolse
a Creusa. Le quali inconvenienze e disordinati appetiti assai bene convenirsi la leggiereza di questa
bestia co' miseri libidinosi dimostrano.</p>
	<p>Appresso, la pelle sua leccata e di macchie dipinta, non meno che la predetta, si confà co'
costurni de' lascivi; per ciò che quegli, li quali da tal passione son faticati, quanto possono, o per
pigliare o per tenere, si studiano di piacere; per la qual cosa s'adornano di vestimenti vari,
pettinansi, lavansi e dipingonsi, specchiansi, tondonsi, vanno e tornano, cantano, suonano,
spendono, gittano, e, dove di parer più belli e più acettevoli si sforzano, vituperevolmente di
disoneste ed enormi brutture si macchiano. Con queste armi e prese e fu preso Parìs da Elena; con
queste armi mise Dalila nelle mani de' suoi nimici Sansone; con queste armi prese e irretì Cleopatra
Cesare.</p>
	<p>E, oltre a questo, questa bestia è maravigliosamente vaga del sangue del becco. Intorno
alla qual cosa si dee intendere in questo dimostrarsi l'appetito corrotto di coloro li quali in questa
bruttura si mescolano: per ciò che, sì come il becco è lussuriosissimo animale, così, per l'usare
questo vizio, più lussurioso si diviene. Per la qual cosa alcuni miseramente, credendosi in cotal
guisa sviluppare, non accorgendosene, s'inviluppano; per ciò che non questo, come gli altri vizi, per
continuo combattimento si vince, ma per fuggire: il che ottimamente dimostrarono i poeti nella
scrizione della battaglia d'Ercule e d'Anteo.</p>
	<p>E, oltre a ciò, il becco è fiatoso animale e olido, del quale questa bestia si diletta: in che si
dimostra la vagheza de' libidinosi intorno al fiatoso e abominevole atto venereo, il quale è in tanto
al naso e agli occhi noioso e allo 'ntelletto umano che, se non fosse che la natura ha in quello posto
maraviglioso diletto, acciò che l'umana spezie per non generare non venga meno, io sono
d'oppinione che ciascuno come fastidiosissima cosa il fuggirebbe. E la dilettazione, la quale questa
bestia ha del sangue del becco, assai chiaro dimostra l'appetito che ciascuna delle parti di quegli,
che a questa turpitudine si congiungono, hanno del fine di quello disonesto atto; nel quale il sangue
de' miseri dannosamente tante volte, quante per altro che per generare si versa, non meno
biasimevolmente che se in una fetida sentina si gittasse, si perde. Senza che, per questo i nervi ne
'ndeboliscono, il veder ne racorcia, i membri ne diventan tremuli e la nodosa podagra, con
gravissima noia di chi l'ha, tiene tutto il corpo quasi imobile e contratto: e così non solamente se
n'offende Idio, ma ancora se ne guastano i miseri la persona. Per questo convenne a Gaio Antonio,
poste giù l'armi, militare con l'animo dietro a Catellina; e, come che più non me ne ridica or la
memoria, non è da dubitare che i passati secoli non ne sieno stati così copiosi, come veggiamo
l'odierno.</p>
	<p>Ultimamente, dissi questo animale essere crudele, per la qual crudeltà è da intendere la
crudeltà di questo peccato, il quale quegli, che più con lui si dimesticano e congiungono, le più
delle volte conduce a crudelissime spezie di morte. Quanti robusti giovani, quante vaghe donne,
mentre senza alcun freno questo disonesto diletto hanno seguito, hanno già la lor morte, dopo
faticosa infermità, avacciata? Quanti ancora, non potendo sofferire nè porre modo al loro fervente
disiderio di pervenire a quello, hanno se medesimi disonestamente disfatti? Il non potere aspettare
Demofonte, suo amico, condusse Fillide ad impiccarsi; la miseria di questo vizio diede ad Artabano
medo vittoria sopra Sardanapalo; e qual porco crederrem noi che uccidesse Adone, altro che il
soperchio coito con Venere, reina di Cipri, sua moglie?</p>
</div4>

<div4>
<head>34-36</head>
<p>Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupiscenza carnale, la quale, lusinghevole
insino alla morte, con tutte quelle mortali dolceze ch'ella porge faccendosi incontro alla sensualità
umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose
tornarsi, con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendoglisi dinanzi dal volto, quasi
voglia dire: ramemorandogli tutte quelle persone che già sono state amate, tutti quegli atti, tutte le
parole che già sono state piaciute; le lagrime, la promessa fede, i rotti saramenti con pietoso aspetto
ricordandogli; con false dimostrazioni suadendogli che questa castità, questo proponimento riserbi
agli anni vecchi e non voglia ora perdere quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali
conforti, e altri molti a questi simiglianti, nel IIII dell'<title>Eneida</title> mostra Virgilio essersi
Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla gloriosa impresa rivolgerlo; come già assai dal buon
principio hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.</p>
</div4>

<div4>
<head>37-48</head>
	<p><add resp="ed">37-42</add> Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per doverlo
fare nelle abandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora del tempo e dalla dolce stagione prese
speranza di vincere questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del principio del dì credo
sia da prendere l'ora o 'l tempo nel quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne fu
senza alcun dubbio il principio della nostra salute, il principio della riconciliazione del nostro
signor Idio con la nostra umanità, il principio del tempo acettevole, il quale per tante migliaia
d'anni fu aspettato: e questo, per ciò che in quel propio dì fu, cioè dì XXV di marzo, nel quale, sì
come aparirà appresso, il nostro autore dice sè essere risentito dal sonno mortale. E così vuole
adunque l'autore darne a vedere che, di ciò ricordandosi, prendesse buona speranza della
misericordia di Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria. <add resp="ed">43-
48</add> La stagione del tempo similemente gli diè buona speranza, conoscendo che in quella
stagione era cominciato il tempo della grazia e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata
serrata, ed il nimico della umana generazione abattuto; per che sperar si dovea di poter similemente
abattere i suoi ministri.</p>
	<p>La seconda bestia, la quale si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi
essere inteso per la superbia, alla quale come egli si confaccia ne mosterranno alcune delle sue
propietà, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace, ma temerario; e,
appresso, è rapace e soprastante, ed è ancora altisono nel ruggir suo, in tanto che egli spaventa le
bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai più ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per
lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.</p>
	<p>Dissi adunque il lione essere non solamente audace, ma temerario; per ciò che, senza
misurare le forze sue, non è alcuno animale sì forte, chè ne sono assai più forti di lui, il quale egli
non presumma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile,
nel III dell'<title>Etica</title>, là dove parla della forteza, dice che l'esser temerario è vizio, in
quanto il temerario presumme oltre alle sue forze quello che a lui non s'apartiene: e questo vizio è il
presummere alcuno di combattere con due o con tre o con più; con ciò sia cosa che ciascuno debba
credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire segno di forteza,
dove l'andar contro a più, potendogli schifare, è temerità. In questo l'uomo superbo è simigliante al
lione, per ciò che il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è
alcuna sì grave che egli non presumma di fare, quantunque a lui non si convenga, solo che egli
creda per quello essere reputato magnanimo; e questa cechità ha già messo in distruzione molti
regni, molte province e molte genti. Questo fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso
con tutti i suoi seguaci; questo fu cagione a Campaneo d'esser fulminato e gittato delle mura di
Tebe in terra; questo fu cagione a Golia d'essere ucciso da Davìt, come la <title>Scrittura</title>
santa ne dice.</p>
	<p>Dissi ancora che il leone era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto più può propia
del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma
continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i
resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare
agli altri, estimando per questo lo stato suo divenirne maggiore, essere più temuto e di più
eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso
Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezabèl ad essere della torre sospinta e da' cavalli e da' carri e dagli
uomini scalpitata e divenir loto e sterco della vigna di Nabaòt; e Antioco, re d'Asia e di Siria, essere
oltre al monte Tauro da' Romani rilegato.</p>
	<p>Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e che egli spaventa le bestie
circunstanti; il che Amòs profeta dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Leo rugiet, quis non timebit</foreign>?».</p>
</quote>
Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo
sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sè e de' suoi
gran fatti e dilettasi e vuole che altri ne parli, quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per
piacergli. Per la qual bestialità Nabucdonosòr, di se medesimo per divina operazione ingannato,
lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simòn Mago cadde d'aria e fiaccossi la
coscia; Roboàm, re de' Giudei, de' dodici tribi d'Israèl perdè nove.</p>
	<p>Le quali cose, sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo
leone, al nostro autore aparito, intendersi il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e
dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtù, si para dinanzi agli occhi della
mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il
suo altiero stato abandoni, egli diverrà un menomo plebeio; nè sarà mai ad alcuna gran cosa
chiamato e intra' suoi, di niuna riputazione avuto, sarà dispettato e da coloro, li quali esso ha già
premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrà,
quando vorrà, risalire.</p>
	<p>Para ancora la gloria della preeminenzia, la potenza del levare in alto e d'abassare
secondo il suo volere, la pompa degli onori e simili cose assai.</p>
	<p>Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle
timide di cadere e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due
dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravenuta una lupa e quella, più che l'altre
due, averlo spaventato e ripintolo indietro.</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p>La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il
quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia; con la quale come costei si convenga, come
nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietà prese, con quelle del vizio conformatole, il
mostreranno.</p>
	<p>Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando
quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concepere, avendo molti lupi dietro continuamente,
a quello, il quale più misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è
animale sospettissimo, continuo si guarda datorno e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo
dalla conscienza sua medesima acusato.</p>
	<p>Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo
avaro; per ciò che, quantunque l'uomo avaro abbia, quello che gli bisogna, onestamente e in
qualunque guisa ragunato, forse con molta sollicitudine e gran suo pericolo, non sta a quel
contento; ma, da maggior cupidità acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo essercizio più
che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niuno pericolo è, niuna
disonestà, niuna falsità o altra nequizia, nella quale non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio nel III
dell'<title>Eneida</title> fieramente la sgrida, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">... Quid non mortalia pectora cogis,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">auri sacra fames.</foreign></l>
</quote>
	<p>Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che
apare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno così, le
loro operazioni il dimostrano.</p>
	<p>Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta, per non spendere,
dimorando senza muoversi, diece o venti anni presterrà ad usura, vestirà male e calzerà peggio,
rifiuterà gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso
diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore stretteza fa del suo, tanto tien gli occhi
più diritti all'altrui. Sempre è pieno di ramarichii, sempre dice sè esser povero e mostrasi; e,
brievemente, faccendosi de' beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e
misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia acompagnarsi con
la più misera condizione d'uomini che si truovi, come la lupa col più tristo de' lupi si
congiugne.</p>
	<p>Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa essere l'avaro, i suoi
costumi il dimostrano. Esso con alcuno suo amico non comunica la quantità de' suoi beni,
sospicando non la gran quantità palesata gli generi aguati o invidia; e, oltre a ciò, niuna fede presta
all'altrui parole: sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna
parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per
doverlo rubare la riguardi.</p>
	<p>Alcun sonno aver non puote intero, nè riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di
qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse
ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i
sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sè convertono i lacciuoli, li quali già hanno tesi ad
altrui?</p>
	<p>E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o
l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti
guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel
cuore gli mette cotali pensieri: «Che fai tu, misero? Ove vuo' tu andare? Da qual parte
comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati?
Vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu t'avrai? Vuo' tu avere tanta fatica,
tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? Vuo' tu venire alla mercè degli uomini?
Come faranno i figliuoli tuoi? Vuo'gli tu vedere morir di fame? Come farà la tua bella donna, e tu,
misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito e non sarà chi ti voglia vedere
nè udire. Tu puoi ancora indugiare: ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il suo a coloro da'
quali tu l'hai avuto: egli sarà il meglio che tu ancora attenda a guadagnare».</p>
	<p>E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per subducimento e opera del
dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può,spesse volte siamo frastornati; e,
avuta poco a prezo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo e per conseguente in eterna
perdizione ruiniamo. Nè a guardarcene mai c'induce l'età piena d'anni: per ciò che, quantunque gli
altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovanisce; e di ciò fanci verissimi
testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abandonarono che essa da loro,
vivendo, fosse abandonata.</p>
	<p>Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularità cagione di resistenza e di
paura. Ma che direm noi, in generalità, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal
vizio partendosi, vogliono alla virtù ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre
bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali
nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo: e per la carne intendere la lonza, per lo mondo il leone e
'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente veghiano e stanno intenti alla nostra
dannazione.</p>
	<p>La carne ne lusinga con la dolceza de' diletti temporali, sotto a' quali ha nascoso il veleno
infernale, il quale noi, come il pesce con l' esca piglia l' amo, così quasi sempre co' diletti
prendiamo; e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvadore
n'ammaestra e sollicita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Vigilate et orate: spiritus quidem promptus, caro autem
infirma</foreign>»;</p>
</quote>
e san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus
spiritum</foreign>»,</p>
</quote>
vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni
carnali.</p>
	<p>Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le
province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria, nascondendo sotto la sua falsa
luce i tradimenti, le violenze gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, le 'nvidie e i furori e' cadimenti e altre
cose assai, senza le quali nè pigliare nè tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste
grandeze temporali; le quali tutte e ciascuna n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna
beatitudine.</p>
	<p>Subseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e
d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se
della sua via usciremo, atorniandoci sempre con aguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in
tanta ansietà con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina
misericordia, a volontaria morte c'induce: e così impedisce tanto chi vuole alla via della verità
ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce.</p>
	<p>E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da'
nostri nimici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia
della lettera l'autore ne dimostra.</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p>«Mentre ch'io ruvinava in basso loco». Nella precedente parte di questo
canto è stato dimostrato per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato e
disiderare d'uscir di quello e tornare alla via della verità, da lui per lo mentale sonno smarrita; e,
oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscano: in questa parte
dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, acciò che, schifato lo 'mpedimento delli detti
vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che oportuno è alla sua salute. E come questo
mandato gli fosse, più distintamente si mosterrà nel canto seguente.</p>
	<p>E, per ciò che, come noi per esperienza veggiamo coloro, li quali delle infermità si
lievano, esser deboli e male atanti della persona, così creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla
infermità del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanità. E come il nostro corpo infermo
senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote nè muoversi ad alcuno atto utile, così l'anima
nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenzia non può cosa alcuna
aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore dimostrarci come Idio, il quale ha sempre gli
occhi della sua pietà diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con
l'aiuto e con la dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e,
riconosciute con più avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia,
perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.</p>
	<p>Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per
Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sì per discrezione e sì per
iscienza e sì ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, per ciò che Virgilio,
quantunque con altro senso in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare;
e ancora, per ciò che il trattato dee essere poetico, era più conveniente un poeta che alcuno altro
sublime uomo: e però prese lui, più tosto che alcuno altro, per ciò che egli tra' latini ottiene il
principato.</p>
</div4>

<div4>
<head>64-66</head>
	<p>E costui dice gli aparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima
sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel
profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno
e senza conforto.</p>
	<p>Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, là dove bisogno serà, nella
presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio e per la quale noi siamo chiamati
«animali razionali», per ciò che la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee
credere questa seconda grazia ricevere e abitare, con ciò sia cosa che essa ne sia da Dio data non
solamente a cooperare con altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizare e a guidare ogni
nostra operazione in bene: la qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante
volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi. Ma quando la sensualità, per le
nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non
comanda, non dispon più secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E per ciò che sotto i piedi
della sensualità era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue
parole paresse «fioca».</p>
	<p>Questa adunque, come il disiderio delle virtù torna, abattuta la sensualità, risurge e torna
nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel
luogo d'ogni virtù, d'ogni buona operazione vacuo, pronta e aparecchiata ad ogni sua oportunità: e,
avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di
salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento de'
vizi sospignere allo 'nferno.</p>
	<p>Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia e
qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalità, la quale è morale e laudevole virtù, ella fia scacciata,
superata e vinta e in inferno &lt;rimessa&gt;, là onde il diavolo, per invidia della gloria promessa
all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, acciò che per la sua opera l'anime, create ad
esser beate, fossero là giù traboccate, onde ella era stata menata, &lt;...&gt;. E a questo seguita che,
poi che per lo impedimento de' vizi quella via più propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui
conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscire della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire
la ragione, dimostratrice della verità, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.</p>
	<p>Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio, volendo uscire dello stato
della miseria e ritornare nella grazia, tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi
tenere. E la ragione può essere questa: oportuno è a ciascuno, il quale vuol fare quello che detto è,
primieramente conoscere le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giustizia di Dio
siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è
principio della sapienza, come il Salmista ne dice; e questo timore di Dio incontanente fa seguire
nelle nostre menti contrizione e pentimento delle cose non ben fatte; dalla quale, secondo che la
censura ecclesiastica ne dimostra, si viene alla confessione e da quella alla satisfazione, dopo la
quale si sale alla gloria, come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che il nostro
autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al salire alla gloria, ne può la nostra ragion
dimostrare: per ciò che tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.</p>
</div4>

<div4>
<head>112-120</head>
	<p>Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione, che tien qui luogo della grazia
cooperante, gli dà, cioè che egli &lt;vada&gt; per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni, li
quali, a rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in inferno; e, tra quegli,
considerati quegli che la nostra ragione, le leggi positive e la divina dannino, conoscerà quello da
che astenere si dee ciascuno che secondo vertù vuol vivere e quello che, seguendol, merita pena, e
qual pena secondo le leggi temporali e secondo l'eterne; conoscerà la giustizia di Dio e meritamente
avrà timore dell'ira sua. E da questo luogo, già delle cose meno che ben fatte pentendosi, venga a
vedere coloro che son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenza; acciò che quindi,
dietro alla guida della teologia, le cui ragioni e dimostrazioni la nostra ragione non può
comprendere, salga purgato delle offese all'eterna beatitudine. Ed in questo mi pare consista la
sentenzia dell'allegoria di questo primo canto.</p>
</div4>

<div4>
<head>103-105</head>
	<p>Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che dirizi l'animo ciascuno che il
presente libro legge, e quella disidera di sapere: cioè quello che l'autore abbia voluto sentire per
quello veltro, la cui nazione dice dovere esser «tra feltro e feltro». E, per quello che
io abbia potuto comprendere, sì per le parole dell'autore, sì per li ragionamenti intorno a questo di
ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui dovere essere alcuna costellazione
celeste, la quale dee negli uomini generalmente imprimere la virtù della liberalità, come già è lungo
tempo, e ancora persevera, quella del vizio dell'avarizia. Il che l'autore assai chiaro dimostra nel
<title>Purgatorio</title>, dove dice:
<quote rend="block">
<l>O ciel, nel cui girar par che si creda</l>
<l>le condizion di qua giù
trasmutarsi,</l>
<l>quando verrà per cui questa
disceda?,</l>
</quote>
cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio dell'avarizia.</p>
	<p>Or non so io se questo dovere avvenire l'autore ne' moti futuri de' superiori corpi si vide,
o se per alcune altre conietture ciò dovere avvenire s'ha avvisato. È nondimeno assai chiaro i
costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra trasportarsi; per ciò che, sì come ne mostrano le
istorie de' Gentili, e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cose temporali, cominciando sotto Nino re, fu
molte centinaia d'anni sotto gli Assiri, sotto i Medi e sotto i Persi: e lungamente avanti vi era stata
la religione e la scienza, le quali, come prima là erano state, così primieramente se ne partirono e
vennerne in Egitto e d'Egitto in Grecia. E poi da Alessandro, re di Macedonia, fu d'Asia lo 'mperio
trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e l'armi poi partendosi, ne vennero appo i
Latini, e qui per lungo spazio furono; poi di qui paiono andate in ver ponente, essendo appo i
Tedeschi e appo i Galli, e par già che il cielo ne minacci di portarle in Inghilterra. Il che per
avventura potrà, se piacer fia di Dio, di questa costellazione, che l'autor dice, avvenire.</p>
	<p>E, per ciò che queste impressioni del cielo conviene che qua giù s'inizino e comincino ad
aparere i loro effetti o per alcuno uomo o per più, par l'autore qui sentire che per uno si debbano gli
alti effetti di questa impressione dimostrare: il quale <foreign lang="lat">metaphorice</foreign>
chiama «veltro»,per ciò che i suoi effetti saranno del tutto così contrari all'avarizia,
come il veltro di sua natura è contrario al lupo. E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e
che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro.</p>
	<p>E questa è quella parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente discrizione si
contiene: la qual parte io manifestamente confesso ch'io non intendo, e perciò in questo sarò più
recitatore de' sentimenti altrui che esponitore de' miei.</p>
	<p>Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi intendere Cristo, e la sua venuta
dovere essere nello estremo giudicio ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia, della
quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio rimettere in inferno. Ma questa oppinione a
niun partito mi piace: per ciò che Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni altra cosa,
non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni, anzi essi, sì come ogni altra creatura, seguitano
il suo piacere e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrà, sarà il cielo nuovo e la
terra nuova e non saranno più uomini, ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo: e la
venuta di Cristo non sarà allora salute nè d'Italia nè d'altra parte, per ciò che solo la giustizia avrà
luogo e alla misericordia sarà posto silenzio e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno in perpetuo
rilegati in inferno. E, oltre a ciò, Cristo non dee mai più nascere, dove l'autor dice che questo veltro
dee nascere; nè si può dire qui l'autore aver qui usato il futuro per lo preterito, quasi: «e'
nacque tra feltro e feltro», cioè della Vergine Maria, che era povera donna, e nacque in
povero luogo. Ma questa ragione non procederebbe, per ciò che sono MCCCLXXIII anni che
nacque, e, ne' tempi che nacque, era la potenza di questo vizio nelle menti umane grandissima, nè
poi si vede non che essere scacciata, ma nè mancata; nè si può dire che nascesse tra feltro e feltro,
cioè di vile nazione: egli fu figliuolo del Re del cielo e della terra e della Vergine, che era di reale
progenie; e se dire volessono: «Ella era povera»: la povertà non è vizio, e perciò non
ha a imporre viltà nel suggetto per ciò che noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze
temporali poverissimi e ricchissimi di virtù e di santità. Perchè dich'io tante parole? Questa ragione
non procede in alcuno atto.</p>
	<p>Altri dicono, e al parer mio con più sentimento, dover potere avvenire, secondo la
potenzia conceduta alle stelle, che alcuno, poveramente e di parenti di bassa e infima condizione
nato, il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro» in quanto questa spezie di
panno è, oltre ad ogni altra, vilissima, potrebbe per virtù e laudevoli operazioni in tanta
preeminenzia venire e in tanta eccellenza di principato, che, dirizandosi tutte le sue operazioni a
magnificenzia, senza avere in alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o di
tesoro,ed avendo in singulare abominazione il vizio dell'avarizia, e dando di sè ottimo essemplo a
tutti nelle cose apartenenti alla magnificenzia, e la costellazione del cielo essendogli a ciò
favorevole, che egli potrebbe, o potrà, muovere gli animi de' subditi a seguire, faccendo il
simigliante, le sue vestige, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente del mondo. Ed
essendo salute di quella umile Italia, la qual fu già capo del mondo, e dove questo vizio più che in
alcuna altra parte pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rimanente del mondo; e così, d'ogni
parte discacciatola, la rimetterebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam dire in
quella parte dove gli altri vizi son tutti e donde ella primieramente surse intra' mortali. E a roborare
questa loro oppinione inducono questi cotali i tempi già stati, cioè quegli ne' quali regnò Saturno, li
quali per li poeti si truovano essere stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura simplicità, e ne' quali
questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per conseguente, se questo fu, anche dover
poter essere che questi sotto il governo d'alcuno altro uomo sarebbono.</p>
	<p>Alcuni altri. acostandosi in ogni cosa alla predetta oppinione, danno del «tra feltro
e feltro» una esposizione assai pellegrina, dicendo sè estimare la dimostrazione di questa
mutazione, cioè del permutarsi i costumi degli uomini e gli appetiti da avarizia in liberalità, doversi
cominciare in Tartaria, o vero nello 'mperio di mezzo, là dove estimano essere adunate le maggiori
moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la
quale la loro oppinione fortificano, è che dicono essere antico costume degli imperadori de' Tartari,
le magnificenze de' quali e le riccheze appo noi sono incredibili, morendo, essere da alcuno de' loro
servidori portato sopra una asta, per la contrada dove muore, una peza di feltro, e colui che la porta
andar gridando: – Ecco ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i suoi
tesori – ;e, poi che questa grida è andata, in questo feltro inviluppano il morto corpo di
quello imperadore, e così senza alcun altro ornamento, il sepelliscono. E per questo dicon così:
questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di questa costellazione, nascerà in
Tartaria tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra 'l feltro
adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee in lui nella sua morte adoperare.</p>
	<p>Questa oppinione sarebbero di quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la
quale non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare: e questo è in quanto dicono
quegli imperadori aver grandissimi tesori, e perciò quivi mostran istimino, dall'abondanza dei tesori
riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riempiere e gli effetti magnifichi cominciare.
Il che mi par più tosto da ridere che da credere, per ciò che quanto tesoro fu mai sotto luna, o sarà,
non avrebbe forza di saziare la fame di un solo avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra
ne sono. Che dunque più? Tenga di questo ciascuno quello che più credibile gli pare, che io per me
credo, quando piacer di Dio sarà, o con opera del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri
costumi. E questo, quanto sopra il primo canto, basti d'avere scritto, sempre a correzione di coloro
che più sentono che io non faccio.</p>
	<p>Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano, non solamente in questo libro,
ma eziandio in ogni altro e ne' divini, ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto sè
alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e però, non essendo nel precedente canto ad
ogni parola altro sentimento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere
difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi 'l dicesse,
questi cotali sono della loro oppinione ingannati, per ciò che in ciascuna figurata scrittura si
pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata e alcune che alcuna cosa figurata non
ascondono, ma però vi si pongono, perchè quelle che figurano possan consistere, sì come per
essemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera. Che ha a fare al senso allegorico:
«La sesta compagnia in due si scema?»; che n'ha a fare: «Così discesi del
cerchio primaio?»; che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come potrà
seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende di fare? come aconciarsi quelle che per
significare altro si scrivono?</p>
	<p>Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale a nascondere, di soperchio avrebbe
san Girolamo detto nel proemio dell'<title>Apocalissi</title>, e non in altra parte della
<title>Scrittura</title>, tanti essere i misteri quante son le parole, con ciò sia cosa che
nell'<title>Apocalissi</title> per eccellenzia quello si creda avvenire che in alcun altro libro della
sacra <title>Scrittura</title> non avviene. Tuttavia, acciò che più pienamente si creda non ogni
parola avere allegorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel libro
<title>Dell'eterna Ierusalèm</title>, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Non omnia, que gesta narrantur, aliquid etiam significare
putanda sunt; sed propter illa, que aliquid signficant, &lt;etiam ea que nichil significant,&gt;
attexuntur. Solo enim vomere terra prescinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam cetera aratri
membra sunt necessaria; et soli nervi in citharis atque huiusmodi vasis musicis aptantur ad
cantum; sed, ut aptari possint, insunt et cetera in compagibus organorum, que non percutiuntur a
canentibus, sed ea, que percussa resonant, huic connectuntur</foreign>» etc.</p>
</quote>
</p>
	<p>E perciò estimo che molto più onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente oppinare
quello che manifestamente si può riprovare; e quinci prendere certeza, se alcuna cosa allegorizando
è omessa, quella non per negligenzia, ma per non conoscere che oportuna vi sia l'allegoria, essere
stata intralasciata.</p>
</div4>
</div3>
</div2>

<div2>
<head>II</head>
<div3>
<head>ESPOSIZIONE LITTERALE</head>
<div4>
<head>1-3</head>
	<p>«Lo giorno se n'andava e l'aere bruno» etc. Comincia qui la parte seconda
di questa prima cantica chiamata <title>Inferno</title>, nella quale dissi l'autore cominciare il suo
trattato. E, come che questa si potesse in diverse maniere dividere, questa sola intendo che basti per
universale, cioè dividersi in tante parti quanti canti seguitano, per ciò che pare che ciascun canto
tratti di materia differente dagli altri. E questo canto dividerò in sei parti: nella prima si continua
l'autore al precedente; nella seconda, secondo il costume poetico, fa la sua invocazione; nella terza
muove l'autore a Virgilio un dubbio; nella quarta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella quinta
l'autore, rassicuratosi, dice di volere seguir Virgilio; nella sesta ed ultima l'autor mostra come
appresso a Virgilio entro in cammino. La seconda comincia quivi: «O Muse, o alto
ingegno»; la terza quivi: «Io cominciai: poeta»; la quarta quivi: «S'io
ho ben la tua parola»; la quinta quivi: «Quali i fioretti»; la sesta quivi:
«e poi che mosso fue».</p>
	<p>Dico adunque che l'autore si continua alle cose precedenti, per ciò che, avendo detto nella
fine del precedente canto sè esser mosso dietro a Virgilio, nel principio di questo discrive l'ora nella
quale si mossero, dicendo: <hi rend="italic">Lo giorno se n'andava</hi>, e questo per lo chinare
del sole all'occidente; <hi rend="italic">e l'aere bruno</hi>, cioè la notte sopravegnente, la qual
sempre all'occultar del sole seguita. Di che apare null'altra cosa essere il dì se non la stanza del sole
sopra la terra; e questo è quello che è così chiamato, cioè «dì», dalla luce.</p>
	<p>E, per ciò che al levarsi di quello sempre la notte fugge,Pronapide, greco poeta e maestro
d'Omero, raconta una cotal favola.</p>
	<p>E vogliono gli astrologi questo chiamarsi «dì artificiale», cioè quello spazio
il quale si contiene tra il levare del sole e l'occultare; e la ragione è perchè essi, usandolo nelle loro
elevazioni d'ogni tempo, il dividono in dodici parti equali, e così fanno la notte. Il dì naturale è di
ventiquatro ore equali, e in questo è la notte congiunta col dì; ma dinominasi tutto
«dì» dalla parte più degna, cioè dalla parte splendida. E chiamasi dì da
«<foreign lang="grc">Dios</foreign>», grece, il quale in latino viene a dire
«Idio»: per ciò che, come Idio sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, così nelle
nostre operazioni ne aiuta il dì con la sua luce; e potrebbesi dire che Egli n'aiuta nelle buone, per
ciò che chi fa male ha in odio la luce. E mostra per questa discrizione del farsi notte che l'autore
fosse stato, dal farsi dì infino al farsi notte di quel dì, in quella valle, occupato da quelle tre bestie
ed a ragionar con Virgilio.</p>
	<p><hi rend="italic">Toglieva gli animali che sono in terra Dalle fatiche loro</hi>.
Dimostrane qui l'autore una delle operazioni della notte, la quale l'ordine della natura attribuisce al
riposo e alla quiete degli animali degli affanni avuti il dì passato, per ciò che, se alcun tempo al
riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno animale che nelle sue operazioni potesse perseverare; e
però dice l'autore che l'aere bruno «toglieva», cioè levava, «dalle fatiche
loro».</p>
	<p>E seguita: <hi rend="italic">ed io sol uno</hi>. Par che qui sia un vizio, il quale si
chiama «<foreign lang="lat">inculcatio</foreign>», cioè porre parole sopra parole
che una medesima cosa significhino, come qui sono; per ciò che «solo» non può
essere se non uno, e «uno» non può essere se non solo: ma questo si scusa per lo
lungo e continuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo di parlare, contro al
vizio della inculcazione; o potrebbesi dire questo nome «solo» fosse nome adiettivo,
e «uno» fosse nome proprio di quel numero, e così cesserebbe il vizio.</p>
</div4>

<div4>
<head>4-6</head>
	<p><hi rend="italic">M'aparecchiava a sostener la guerra</hi>, cioè la fatica,nemica e
infesta al mio riposo, <hi rend="italic">Sì del cammino</hi>, che far doveva, in che mostra dovere
il corpo esser gravato, e <hi rend="italic">sì della pietate</hi>, cioè della compassione, la quale
aspetta d'avere vedendo l'afflizioni e le pene de' dannati e di quegli che nel fuoco si purgano. Ed in
questo dimostra l'anima dovere esser faticata, per ciò che essa è dalle passioni, che dalle cose
esteriori vengono, gravata e noiata, essa e non il corpo: quantunque ella sia ancor gravata dalle
passioni corporali. <hi rend="italic">Che tratterà</hi>, cioè raconterà, <hi rend="italic">la
mente</hi>, cioè la potenza memorativa, che non erra; e questo dice, per ciò che si conosceva
avere tenace memoria, per la qual cosa non temeva di dover errare nè nella quantità nè nella
qualità.</p>
</div4>

<div4>
<head>7-9</head>
	<p><hi rend="italic">O Muse, o alto ingegno</hi>. In questa seconda parte l'autore fa la sua
invocazione, secondo il costume poetico. Usano i poeti in pochi versi dire la intenzione sommaria
di ciò che poi intendono di trattare in tutto il processo del libro, e, questo detto, fare la loro
invocazione; e così fa Virgilio nel principio del suo <title>Eneida</title>:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">..... ac nunc horrentia Martis</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">arma virumque cano, Troie qui primus ab oris
etc.;</foreign></l>
</quote>
e, questi pochi versi detti, incontanente invoca, dicendo:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Musa, michi causas memora: quo numine leso etc</foreign>.;</p>
</quote>
</p>
	<p>e Ovidio, nel principio del suo maggior volume, dice:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">In nova fert animus mutatas dicere
formas</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">corpora;</foreign></l>
</quote>
ed incontanente invoca, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">..... Di ceptis, nam vos mutastis et illas,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">aspirate meis etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>E talvolta i poeti, insieme con l'invocazione, mescolano la sommaria intenzion loro; e
così, nel principio della sua <title>Odissea</title>, fece Omero, li versi del quale ottimamente
traslatò in latino Orazio, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Dic michi, Musa, virum, capte post tempora
Troie,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">qui mores hominum multorum vidit et
urbes.</foreign></l>
</quote>
	<p>Così similemente il venerabile mio precettore messer Francesco Petrarca fece nel
principio della sua <title>Africa</title>, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Et michi conspicuum meritis belloque
tremendum,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Musa, virum referas.</foreign></l>
</quote>
	<p>Ma il nostro autore s'acostò più allo stilo di Virgilio, come in ciascuna cosa fa, che a
quello d'alcun altro, per ciò che, avendo sotto brevità nel precedente canto mostrato quello che
intende in tutto il libro suo di dire là dove dice: «E trarrotti di qui per luogo eterno»
etc., qui fa la sua invocazione, dicendo: «O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate; o mente, che
scrivesti» etc.</p>
	<p>Invoca adunque in questo suo principio, sì come apare, le Muse, come di sopra è mostrato
far gli altri poeti: per che pare di dover dichiarare che cosa sieno queste Muse e quante e qual sia il
loro uficio; e questo, sì per più pienamente dar lo 'ntelletto del presente testo e sì ancora perchè in
più parti del presente libro se ne farà menzione</p>
	<p>È adunque da sapere, secondo che i poeti fingono, che le Muse sono nove e furono
figliuole di Giove e della Memoria; e la ragione per che questo sia da' poeti, fingendo, detto è
questa. Piace ad Isidoro, cristiano e santissimo uomo e pontefice, nel libro <title>Delle
etimologie</title>, che, per ciò che il suono delle predette Muse è cosa sensibile e che nel preterito
passa e imprimesi nella memoria, però essere da' poeti dette figliuole di Giove e della
Memoria.</p>
	<p>Ma io, a maggior dichiarazione di questo sentimento, estimo che sia così da dire: che, con
ciò sia cosa che da Dio sia ogni scienza, come nel principio del libro della <title>Sapienza</title>
si legge, e non basti a ricevere quella solamente l'avere inteso, ma che, a farla in noi essere scienza,
sia di necessità le cose intese commendare alla memoria e così divenire in noi scienza, il che
l'autore appresso assai bene ne dimostra, là dove dice:
<quote rend="block">
<l>Apri la mente a quel ch'io ti paleso,</l>
<l>e fermal dentro, chè non fa
scienza,</l>
<l>senza lo ritenere, avere
inteso,</l>
</quote>
dobbiamo e possiam dire queste Muse, cioè scienza in noi già abituata per lo 'ntelletto e per la
memoria, potersi dire figliuole di Giove, cioè di Dio Padre, e della Memoria.</p>
	<p>E dico Giove doversi intendere qui Idio Padre, per ciò che alcuno altro nome non so più
conveniente a Dio Padre che questo. E la ragione è che Giove si chiama in latino <foreign lang="lat">Iuppiter</foreign>, il quale noi intendiamo <foreign lang="lat">iuvans
pater</foreign>: il qual nome, se ben vorremo riguardare, ad alcun altro che a Dio Padre
dirittamente non s'apartiene, per ciò che esso solo dirittamente si può dir padre, per ciò che, essendo
senza avere auto padre, è delle cose eterne, ed eziandio dell'altre, unico e vero creatore e padre; e,
oltre a ciò, ad ogni onesta operazione è veramente aiutatore, nè si può senza il suo aiuto alcuna cosa
perfettamente ad effetto recare: e così, quante volte in alcuno onesto atto Giove si nomina,
possiamo e dobbiamo di Dio onnipotente intendere.</p>
	<p>Così adunque, ritornando al proposito, meritamente di Giove e della Memoria possiam
dire le Muse essere state figliuole, in quanto egli è vero dimostratore della ragione di qualunque
cosa. Le quali sue dimostrazioni, servate nella memoria, fanno scienza ne' mortali, per la quale qui,
largamente prendendo, s'intendono le Muse: e così sarà la memoria, ricevitrice e ritenitrice di
questo santo seme, e poi ridicitrice, quasi partoritrice, madre delle Muse.</p>
	<p>Le quali dice il predetto Isidoro, nel libro preallegato, essere nominate <foreign lang="lat">a querendo</foreign>, cioè da «cercare»; per ciò che per esse, sì come
gli antichi vogliono, si cerca la ragione de' versi e la modulazione della voce. E per questo, per
derivazione, viene dal nome loro questo nome di «musica», la quale è scienza di
sapere moderare le voci. E da questa ragione si può prendere la cagione per che più se l'hanno i
poeti appropiate e fatte familiari, che alcun'altra maniera di scientifici.</p>
	<p>Sono queste Muse in numero nove; e perchè elle sieno nove, si sforza di mostrare
Macrobio, nel II libro <title><foreign lang="lat">Super Somnio Scipionis</foreign></title>,
equiparando quelle a' canti delle otto spere del cielo, vogliendo poi la nona essere il concento che
nasce della modulazione di tutti e otto i cieli; aggiungendo poi le Muse essere il canto del mondo, e
questo, non che dall'altre genti, ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, per ciò che da loro sono
le Muse chiamate «Camene», quasi «<foreign lang="grc">canene</foreign>», del «cantare» così nominate.</p>
	<p>Ed acciò che voi intendiate che vuole dire questo canto del mondo, dovete sapere che fu
oppinione di Pittagora e di altri filosafi che ciascun cielo di questi otto, cioè l'ottava spera e i sette
de' sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, facessero alcuno ruggire, qual più aguto e qual più
grave, sì per divino artificio di debiti tempi misurati che, insieme concordando, facevano una
soavissima melodia, la quale qui intende Macrobio per lo concento; della qual noi, per l'udirla
continuo, non ci curiamo nè vi riguardiamo. Ma questa oppinione di Pittagora con manifeste
ragioni è riprovata da Aristotile.</p>
	<p>Ma di questo rende Fulgenzio nel libro delle sue <title>Mitologie</title> altra ragione,
dicendo per queste nove Muse doversi intendere la formazione perfetta della nostra voce: la qual
voce dice si forma da quatro denti, li quali la lingua percuote quando l'uomo parla; de' quali, se
alcuno mancasse, parrebbe che più tosto si mandasse fuori un sufolo che voce. Appresso questo,
dice formarsi la voce dalle due nostre labbra, le quali non altrimenti sono che due cembali
modulanti la commodità delle nostre parole; e così la lingua, col suo piegamento e circunflessione,
essere a modo che un plettro, il quale formi lo spirito vocale; e quindi essere oportuno il palato, per
la concavità del quale si profera il suono. E ultimamente, acciò che nove cose sieno, s'aggiugne la
canna della gola, la quale presta il corso spirituale per la sua ritonda via. E, oltre a questo, per ciò
che da molti si dice Appollo cantare con queste nove Muse, non altrimenti che servatore del
concento, al canto delle predette cose è dal detto Fulgenzio aggiunto il polmone, il quale, a guisa
d'un mantaco, le cose concette manda fuori e rivoca dentro. E, non volendo che in così riposto
secreto della natura a lui solamente paia di dovere essere prestata fede di così esquisita ragione,
induce per testimoni Anassimandro lampsaceno e Zenofane eracleopolita, li quali conferma queste
cose avere scritte ne' libri loro; aggiugnendo ancora queste medesime cose da molti chiarissimi
filosafi essere affermate, sì come da Pisandro fisico, e da Eussimene in quello libro il quale egli
chiama <title><foreign lang="grc">Thelegumenon</foreign></title>.</p>
	<p>Appresso, il detto Fulgenzio ad altro intelletto e più divulgato disegna gli effetti di queste
Muse, i loro nomi ponendo e quello per ciascuno in particularità si debba intendere. E così la prima
nomina Cliò, e per questa vuole s'intenda il primo pensiero d'apparare, per ciò che «<foreign lang="grc">clios</foreign>» in greco viene a dire «fama» in latino: e nullo è che cerchi
scienza se non quella nella quale crede potere prolungare la dignità della fama sua; e per questa
cagione è chiamata la prima Cliò, cioè «pensiero di cercare scienza». La seconda è in
greco chiamata Euterpè, la quale in latino vuol dire «bene dilettante», acciò che
primieramente sia il cercare scienza e, appresso, sia il dilettarsi in quello che tu cerchi. La terza è
appellata Melpomenè, quasi «<foreign lang="grc">melempio comene</foreign>»,
cioè «faccente stare la meditazione», acciò che primieramente sia il volere, e,
appresso, che quello diletti che tu vuogli,e, oltre a ciò, perseverare, meditando quello che tu
disideri. La quarta ha nome Talia, cioè capacità, quasi come l'uom dicesse «<foreign lang="grc">tythonlia</foreign>», cioè «pognente cosa che germini». La
quinta si chiama Polimina, quasi «<foreign lang="grc">polium neemen</foreign>»,
cioè «cosa che faccia molta memoria», per ciò che noi diciamo che, dopo la capacità,
è necessaria la memoria. La sesta è chiamata Eratò, cioè «<foreign lang="grc">eurun
comenon</foreign>», il qual noi in latino diciamo «trovatore del simile», per
ciò che, dopo la scienza e dopo la memoria è giusta cosa che l'uomo di suo truovi alcuna cosa
simile. La settima si chiama Tersicorè, cioè «dilettante ammaestramento»: adunque,
appresso la invenzione, bisogna che l'uomo discerna e giudichi quello che esso truovi. L'ottava si
chiama Urania, cioè «celestiale», per ciò che, dopo l'aver giudicato, elegge l'uomo
quello che egli debba dire e quello che egli debba rifiutare; per ciò che lo eleggere quello che sia
utile e rifiutare quello che sia caduco e disutile è atto di celestiale ingegno. La nona è chiamata
Caliopè, cioè «ottima voce».</p>
	<p>Sarà adunque l'ordine questo: primeramente, volere la dottrina; appresso, dilettarsi in
quello che l'uom vuole; poi, perseverare in quello che diletta; e, oltre a ciò, prendere quello in che si
dee perseverare; e quinci ricordarsi di quello che l'uom prende; appresso, trovare del suo cosa
simigliante a quello di che l'uom si ricorda; dopo questo, giudicare di quello di che l'uom si ricorda;
e così eleggere quello di che si giudichi; e ultimamente proferere bene quello che l'uomo avrà
eletto.</p>
	<p>Dalle quali dimostrazioni, e spezialmente per le prime, si può comprendere che cagione
muova i poeti ad invocare il loro aiuto. Nondimeno pare ad alcuno che le Muse si debbano
dinominare da «<foreign lang="grc">moys</foreign>», che in latino viene a dire
«acqua». E questo vogliono, per ciò che il comporre e ancora il meditare alcuna
invenzione e la composta essaminare si sogliano con meno difficultà fare su per la riva di un bel
fiume o d'alcun chiaro fonte che in altra parte, quasi il riguardar dell'acqua abbia alle predette cose
e muovere e incitar gl'ingegni. E questo par che vogliano prendere da ciò, che Cadmo, re di Tebe,
sedendo sopra il fonte chiamato Ipocrene, trovò le figure delle lettere greche, le quali essi ancora
usano, come che da Palamede poi, e ancora da Pittagora, ve ne fossero alcune aggiunte; e quivi
similemente meditò la loro composizione insieme, acciò che, secondo quello che era oportuno al
greco idioma, per quelle si proferesse; affermando ancora molti fonti, secondo l'antico errore,
essere stati alle Muse consecrati, sì come il fonte Castalio, il fonte Aganippe ed altri, questo rispetto
avendo, che sopra quegli fossero gl'ingegni umani più pronti alle meditazioni che in alcuna altra
parte.</p>
	<p>«O alto ingegno». È lo 'ngegno dell'uomo una forza intrinsica dell'animo,
per la quale noi spesse volte troviamo di nuovo quello che mai da alcuno non abbiamo apparato. Il
che avere sovente fatto l'autore in questo libro si truova, per ciò che, quantunque Omero e, appresso
lui, Virgilio dello scendere in inferno iscrivessero, ancora che in alcuna parte gli abbia l'autore
imitati nello <title>Inferno</title>, nelle più delle cose tiene dal loro cammino molto diverso: del
quale però che alcuno altro scrittore non si truova che in quella forma trattato n'abbia, assai
manifestamente possiam vedere della forza del suo ingegno questa invenzione e il modo del
procedere esser premuto; or m'aiutate: per ciò che mi bisogna a questo punto la 'nventiva, e 'l modo
del procedere e la sonorità dello stilo.</p>
	<p><hi rend="italic">O mente</hi>. Non bastando solo lo 'ngegno, per la cui forza le
pellegrine inventive si truovano, invoca ancora la mente sua, acciò che, per l'opera di lei, quello
possa servare e poi racontare, che avrà trovato. Ed è questa mente, secondo che Papia scrive, la più
nobile parte della nostra anima, dalla quale procede l'intelligenzia, e per la quale l'uomo è detto
fatto alla imagine di Dio; o è l'anima stessa, la quale per li molti suoi effetti ha diversi nomi
meritati.</p>
	<p>Ella è allora chiamata «anima», quando ella vivifica il corpo; ella è
chiamata «animo», quando ella alcuna cosa vuole; ella è chiamata
«ragione», quando ella alcuna cosa dirittamente giudica; ella è chiamata
«spirito», quando ella spira; ella è chiamata «senso», quando ella
alcuna cosa sente; ella è chiamata «mente», quando ella sa ed intende: questa sta
nella più eccelsa parte dell'anima, e perciò è chiamata mente, perchè ella si ricorda.</p>
	<p>Per lo quale effetto qui il suo aiuto invoca l'autore; per ciò che, se in questo la mente non
l'aiutasse, invano sarebbe disceso o discenderebbe a vedere tante cose e così diverse, quante per
opera della mente ne scrive; <hi rend="italic">che scrivesti</hi>, cioè in te racogliesti, <hi rend="italic">ciò ch'i' vidi</hi>, nel cammino da me fatto; <hi rend="italic">Qui</hi>, cioè nella
presente opera, <hi rend="italic">si parrà la tua nobilitate</hi>, cioè la tua sofficienza in
conservare: per ciò che la nobiltà della cosa consiste molto nello essercitar bene e compiutamente
quello che al suo uficio apartiene.</p>
</div4>

<div4>
<head>10-15</head>
	<p><add resp="ed">10-12</add> «Io cominciai: poeta». In questa terza parte
del presente canto dissi che l'autore moveva un dubbio a Virgilio; il quale, mosso da pusillanimità,
mostra di temere di mettersi nel cammino, il quale Virgilio nella fine del primo canto disse di
dovergli mostrare. E dice: <hi rend="italic">Io cominciai</hi>, a dire: <hi rend="italic">poeta</hi>,
Virgilio, <hi rend="italic">che mi guidi, Guarda</hi>, cioè essamina, <hi rend="italic">la mia
virtù</hi>, cioè la mia forza, <hi rend="italic">s'ella è possente</hi>, a sostener tanto affanno
quanto nel lungo cammino e malagevole, lo quale tu dì di volermi menare, fia di necessità di
sofferire; e fa' questo <hi rend="italic">Prima che all'alto passo</hi>, cioè d'entrare in inferno, <hi rend="italic">tu mi fidi</hi>, tu mi commetta; quasi voglia dire: «Io vorrei per avventura ad
ora tornare indietro, ch'io non potrei». <add resp="ed">13-15</add> «Tu dici».
Qui vuole l'autore levar via una risposta, la quale Virgilio, sì come egli avvisava, gli arebbe potuta
fare, cioè di dire: «Non puo' tu venire, o non credi potere, là dove andò Enea e ancora là
dove andò san Paolo?». E comincia: <hi rend="italic">Tu dici</hi>, nel VI libro del tuo
<title>Eneida</title>, <hi rend="italic">che di Silvio lo parente</hi>, cioè padre. Ebbe Enea due
figliuoli, de' quali fu l'uno chiamato Iulio Ascanio e questo ebbe di Creusa, figliuola di Priamo, re
di Troia, e l'altro ebbe nome Iulio Silvio Postumo, il quale Lavinia, figliuola del re Latino, essendo
rimasa gravida d'Enea, partorì dopo la morte d'Enea in una selva, per la qual cosa ella il cognominò
Silvio; e Postumo fu chiamato, per ciò che dopo la umazione del padre, cioè poi che 'l padre fu
messo sotterra, era nato: e così si chiamano tutti quelli che dopo la morte de' padri loro
nascono.</p>
	<p><hi rend="italic">Corruttibile ancora</hi>, cioè ancora vivo: per ciò che chiunque nella
presente vita vive è corruttibile, cioè atto a corruzione, <hi rend="italic">ad imortale</hi>, cioè
eterno, <hi rend="italic">Secolo</hi>, cioè mondo. «Secolo», secondo il suo propio
significato, è uno spazio di tempo di cento anni, secondo il romano uso: ma in questa parte non lo
'ntende l'autore per ispazio di tempo, ma, seguendo l'uso del parlare fiorentino, nel quale, volendo
dire «in questo mondo», spesso si dice «in questo secolo», rivolgendo il
nome del tempo in nome del luogo dove il tempo s'usa, cioè nel mondo, chiama secolo l'altro
mondo, cioè lo 'nferno, il quale noi similemente assai spesso chiamiamo «l'altro
mondo»: il che la sacra <title>Scrittura</title> similemente fa alcuna volta. Il quale del
presente mondo dicendo, dice san Paolo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Pie et iuste viventes in hoc seculo</foreign>»;</p>
</quote>
e dell'altra vita parlando:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Nescimus in quos fineseculi devenerunt</foreign>»;</p>
</quote>
<hi rend="italic">andò, e fu sensibilmente</hi>: volendo per questo s'intenda Enea non per
visione o per contemplazione essere andato in inferno, ma col vero corpo e sensibilmente.</p>
	<p>E questo prende l'autore da ciò che Virgilio scrive nel Vl dell'<title>Eneida</title>, nel
quale dice che, essendo Enea, poi che di Cicilia si partì, pervenuto nel seno di Baia, e quivi in assai
tranquillo mare, dando per avventura riposo a' suoi compagni, e disideroso di sapere quello che di
questa sua peregrinazione gli dovesse avvenire, essendo andato al lago d'Averno, dove aveva udito
essere l'oraculo della Sibilla cumana ed essa altressì, la pregò che in inferno il menasse al padre; e,
dietro alla sua guida, vivo e con l'arme discese: e, per quello passando, pervenne ne' Campi Elisi, là
dove &lt;vide&gt; quegli che in istato di beatitudine erano, secondo l'antico errore. E perciò dice
l'autore che egli andò «sensibilmente».</p>
</div4>

<div4>
<head>16-18</head>
	<p><hi rend="italic">Perchè, se l'avversario d'ogni male</hi>, cioè Idio, <hi rend="italic">Cortese fu</hi>, di lasciarlo andare senza alcuna offensione, non è maraviglia: <hi rend="italic">pensando l'alto effetto Ch'uscir dovea di lui</hi>, cioè d'Enea, <hi rend="italic">e 'l
chi e 'l quale</hi>, cioè Cesare dettatore o Ottaviano imperadore. De' quali ciascun fu da molto, e
ciascun si potrebbe dire essere stato fondatore della imperial dignità; per ciò che, quantunque
Cesare non fosse imperadore, egli fu dettatore perpetuo, e fu il primo, dopo i re cacciati di Roma, il
quale recò nelle sue mani violentemente tutto il governo della republica. Del quale occupamento
seguì il triumvirato di Ottaviano e de' compagni; e da quello, essendo da Ottaviano per loro
bestialità posti giù dell'uficio del triumvirato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solo
triumviro, ne seguì, o per tacita forza o pure per ispontaneo piacere del Senato e del popolo di
Roma, l'essergli il governo della republica commesso, quando cognominato fu Augusto; dopo il
quale poi sempre fu servato poi, uno dopo l'altro, essere in quella dignità sustituiti e chiamati
imperadori.</p>
</div4>

<div4>
<head>19-21</head>
	<p>E risponde qui l'autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire: «Come dei tu,
che se' cristiano, credere che Idio fosse più liberale ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno,
che a te?». A che egli e nelle parole predette risponde e in quelle che seguono, dicendo: <hi rend="italic">Non pare indegno</hi>, l'avere Idio sostenuto l'andata d'Enea, <hi rend="italic">ad
omo d'intelletto</hi>, il cui giudicio è ragionevole e giusto, e massimamente avendo riguardo <hi rend="italic">Ch'ei</hi>, Enea, <hi rend="italic">fu dell'alma</hi>, cioè eccelsa, <hi rend="italic">Roma</hi>, la quale tutto il mondo si sottomise, <hi rend="italic">e dello
'mpero</hi>, cioè della signoria di Roma, o vogliam dire della dignità spettante a quegli che noi
chiamiamo imperadori, de' quali fu il primo Ottaviano, disceso per molti mezzi della schiatta
d'Enea.</p>
	<p><hi rend="italic">Nello 'mpireo cielo</hi>, cioè nel cielo della luce dove si crede essere il
solio della divina maestà; e chiamasi «impireo», cioè igneo, per ciò che
«<foreign lang="grc">pir</foreign>» in greco, viene a dire «fuoco» in
latino: e vogliono i nostri santi quello dirsi «impireo», per ciò che egli arde tutto di
perfetta carità; <hi rend="italic">per padre eletto</hi>. Vuol per questo sentir l'autore per divina
disposizione essere d'Enea seguito quello che leggiamo essere stato operato per li suoi
successori.</p>
	<p>E dice qui Enea essere padre di Roma e dello 'mperio, per ciò che quegli che di lui
nacquero per sedici re, infino a Numitore, che fu l'ultimo della schiatta d'Enea, regnarono in Alba
per ispazio di CCCCXXIIII anni. Poi, essendo di Numitore re nata Ilia, e Amulio, fratello di
Numitore, più giovane d'età, tolto a Numitore il regno, fece uccidere un figliuolo di Numitore
chiamato Lauso; e per torre ad Ilia speranza di figliuoli, la fece vergine vestale, alle quali era pena
d'essere sotterrata viva, se in adulterio fossero state trovate. Nondimeno questa Ilia, come che ella
si facesse o con cui che ella si giacesse, ella ingravidò, e partorì due figliuoli ad un parto, dei quali
l'uno fu chiamato Romolo e l'altro Remulo. Li quali, essendo già, per comandamento di Amulio,
Ilia stata sotterrata viva, furono gittati, da persone mandate dal re a ciò, gittati non nel corso del
Tevero, al quale, perchè cresciuto era, non si poteva andare, ma alla riva; e 'l fiume scemato, e essi
trovati vivi da una chiamata Acca Laurenzia, moglie d'un pastore del re chiamato Faustulo, furono
racolti e nutricati, niente sappiendone il re, e così nominati da Faustulo.</p>
	<p>Li quali, cresciuti, ed avendo reale animo, ed essendo pastori e capitani e maggiori di
ladroni e d'uomini violenti ed avendo da Faustulo sentito cui figliuoli erano, composto il modo tra
loro, fu l'un di loro preso e menato davanti dal re e acusato; e l'altro, attendendo il re ad udire la
querela, feritolo di dietro, l'uccise e a Numitore, loro avolo, che in villa si stava, restituirono il
reame, ed essi tornatisene là dove allevati erano stati, fecero quella città, la qual, da Romolo
dinominata Roma, divenne donna del mondo. Per la qual cosa apare Enea essere stato padre di
Roma.</p>
	<p>Appresso, partitosi Iulio Proculo, il quale fu bisnipote di Iulio Silvio e di Romulo, re
d'Alba, e discendente, come detto è, d'Enea, e venutosene con Romulo ad abitare a Roma, quivi
fondò la famiglia de' Giuli, secondo che Eusebio, <foreign lang="lat">in libro</foreign>
<title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title>, dice; li quali poi in Roma, per continue
successioni perseverando, infino a Gaio Iulio Cesare pervennero. Il quale, non avendo alcun
figliuolo, s'adottò in figliuolo Ottaviano Ottavio, li cui antichi, secondo che dice Svetonio,
<title><foreign lang="lat">De duodecim Cesaribus</foreign></title>, furono di Velletri, figliuolo
d'una sua sirocchia carnale chiamata Iulia; ed in costui poi fu di pari consentimento del Senato e del
popolo di Roma, come davanti è detto, commesso il governo della republica e fu cognominato
Augusto: e fu il primo imperadore, e de' discendenti di Enea. E così Enea fu similemente padre
dello 'mperio, cioè della dignità imperiale.</p>
</div4>

<div4>
<head>22-24</head>
	<p><hi rend="italic">La quale</hi>, cioè Roma, <hi rend="italic">e 'l quale</hi>, imperio,
<hi rend="italic">a voler dir lo vero, Fur stabiliti</hi>, ordinati per evidenzia da Dio, <hi rend="italic">per lo loco santo</hi>, cioè per la sede apostolica, <hi rend="italic">U'siede il
successor</hi>, cioè il papa, <hi rend="italic">del maggior Piero</hi>, cioè di san Piero apostolo,
il quale chiama maggiore» per la dignità papale e a differenza di più altri santi uomini
nominati Piero. E che questo fosse preveduto e ordinato da Dio apare nelle cose seguite poi, tra le
quali sappiamo Constantino imperadore, mondato della lebbra da san Salvestro papa, lasciò Roma e
la imperiale sedia al papa e andossene in Constantinopoli; e oltre a questo, ordinò e fè i suoi
successori sempre con la loro potenza esser presti contro a ciascheduno, il quale infestasse o
turbasse la quiete della Chiesa di Dio e de' pastori di quella: per che meritamente dice l'autore
essere stabiliti e Roma e lo 'mperio per lo santo luogo della apostolica sede.</p>
	<p>E però conoscendo Idio, al quale nulla cosa è nascosa, questo, non è da maravigliare se
esso fu cortese ad Enea di lasciarlo andare in inferno; e massimamente sappiendo che esso dovea là
giù udir cose, le quali l'animerebbono a dover dare opera a quello di che dovea questo seguire.</p>
</div4>

<div4>
<head>25-27</head>
	<p>E poi suggiugne l'autore: <hi rend="italic">Per questa andata</hi>, d'Enea in inferno,
<hi rend="italic">onde</hi>, cioè della quale, <hi rend="italic">tu mi dai vanto</hi>, cioè
promessione, dicendo di menarmi là giù; benchè in alcuni libri si legge:«Per questa
andata,onde tu gli dai vanto», ad Enea, commendandolo ed estollendolo per quella, là ove tu
dì nel Vl dell'<title>Eneida</title>:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Noctes atque dies patet atri ianua
Ditis:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">sed revocare gradum superas&lt;que&gt; evadere ad
auras,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">hoc opus, hic labor est. Pauci, quos equus
amavit</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Iuppiter, aut ardens evexit in ethera
virtus,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">dis geniti potuere;</foreign></l>
</quote>
per le quali parole estimo migliore questa seconda lettera che la prima; <hi rend="italic">Intese
cose</hi>, Enea, <hi rend="italic">che furon cagione Di sua vittoria</hi>, in quanto, riempiendolo
di buona speranza, il fecero animoso alla 'mpresa contro a Turno, re de' Rutoli, del quale avuto
vittoria e già in Italia divenuto potente, ne seguì l'effetto che poco avanti si legge, cioè <hi rend="italic">&lt;e&gt; del papale ammanto</hi>. Vuol qui l'autore per parte s'intenda il tutto, cioè
per lo papale ammanto tutta l'autorità papale. Ed è da intender qui che egli in quelle cose che da
Anchise intese, come Virgilio nel VI dell'<title>Eneida</title> mostra, cominciando quivi:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Nunc age, Dardaniam prolem que deinde
sequatur</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">gloria etc.,</foreign></l>
</quote>
non udì cosa alcuna del papale ammanto, ma udì cose le quali poi in processo di tempo, come detto
è, furon cagione che Roma divenisse sedia del papa, come lungamente già fu.</p>
</div4>

<div4>
<head>28-30</head>
	<p><hi rend="italic">Andovi poi</hi>, cioè lungo tempo dopo Enea, <hi rend="italic">il vaso
d'elezione</hi>, cioè san Paolo, il quale non andò in inferno come Enea, ma fu rapito in paradiso,
là dove tu dì che io andrò se io vorrò. La qual cosa è vera, sì come egli medesimo testimonia,
affermando sè aver vedute cose, delle quali non è licito agli uomini di favellare: e per ciò che Idio
l'aveva eletto per vaso dello Spirito santo, conoscendo il frutto che delle sue predicazioni doveva
uscire, non è mirabile se Idio di così fatta andata gli fu cortese, e massimamente considerando che
egli v'andò <hi rend="italic">Per recarne</hi>,qua giù tra noi, <hi rend="italic">conforto a quella
fede</hi>, cristiana, <hi rend="italic">Ch'è principio alla via di salvazione</hi>. E questo è
certissimo, però che, non possendosi gli alti segreti della divinità per alcuna nostra ragion
cognoscere, è di necessità, inanzi ad ogni altra cosa, che per fede si credano: sì che ben dice l'autore
la fede catolica esser principio alla via di salvazione; alla quale, ancora debole e fredda nelle menti
di molti già cristiani divenuti, san Paolo, con la dottrina apresa nel celeste regno, recò alla nostra
fede molto conforto, riscaldando colle sue predicazioni e con le pìstole le menti fredde e quasi
ancora dubitanti.</p>
</div4>

<div4>
<head>31-42</head>
	<p><add resp="ed">31-33</add> <hi rend="italic">Ma io, perchè venirvi</hi>?, ne' luoghi ne'
quali tu mi prometti di menarmi; quasi dica: «Per qual mio merito?»; <hi rend="italic">o chi 'l concede</hi>?, cioè che io in questi luoghi debba venire; volendo per questo
intendere, come appresso dimostra, esser temeraria cosa l'andare in alcun secreto luogo, senza
alcun merito o senza licenzia.</p>
	<p><hi rend="italic">Io non Enea</hi>, al quale Idio fu cortese per le ragioni già mostrate.
Chi Enea fosse, ancora che a molti sia noto, nondimeno più distesamente si dirà appresso nel IIII
canto di questo libro, e però, quanto è al presente, basti quello che detto n'è; <hi rend="italic">io non
Paolo sono</hi>. San Paolo fu del tribo di Beniamìn, e fu per patria di Tarso, città di Cilicia; e
avanti che divenisse cristiano, fu nelle scienze mondane assai ammaestrato e fu ferventissimo
perseguitore de' cristiani. Poi, chiamato da Dio al suo servigio, fu mirabilissimo dottore e con le sue
predicazioni molte nazioni convertì al cristianesimo, molti pericoli e molte avversità di mare e di
terra e d'uomini sostenne per lo nome di Cristo e ultimamente, imperante Nerone Cesare, per lo
nome di Cristo ricevette il martirio; e, per ciò che era cittadino di Roma, gli fu tagliata la testa, e
non fu, come san Piero, crocefisso.</p>
	<p>Di costui predisse Iacòb, molte centinaia d'anni avanti, in persona di Beniamìn, suo
figliuolo, e del quale egli doveva discendere: «<foreign lang="lat">Beniamin, lupus rapax,
mane devorat predam et vespere dividit spolia</foreign>». Il quale vaticinio apartenere a
san Paolo assai chiaramente si vede, perciò che esso fu lupo rapace: alla mattina, cioè nella sua
giovaneza, divorò la preda, cioè uccise i cristiani, e al vespro, cioè nella sua età più matura,
divenuto servidore a Cristo, divise le spoglie. Il quale da Dio fu eletto a conforto della nostra
fede.</p>
	<p><hi rend="italic">Me degno a ciò</hi>: quasi voglia dire: «Perchè io non sia Enea
nè san Paolo, io potrei per alcun altro gran merito credere d'esser degno di venirvi, ma io non
so»; e questo, d'esser di venir degno, <hi rend="italic">nè io nè altri il crede</hi>. <add resp="ed">34-36</add> Appresso questo, conchiude al dubbio suo, dicendo: <hi rend="italic">Per
che</hi>, cioè per non esserne degno, <hi rend="italic">se del venire</hi>, là dove tu mi vuoi
menare, <hi rend="italic">io m'abandono</hi>, cioè mi metto in avventura, <hi rend="italic">Temo
che la venuta</hi>, mia, <hi rend="italic">non sia folle</hi>, cioè stolta, in quanto male e
vergogna me ne potrebbe seguire.</p>
	<p>E quinci rende Virgilio, al quale egli parla, attento a dover guardare al dubbio il quale
egli muove, in quanto dice: <hi rend="italic">Se' savio, e</hi>, per questo, <hi rend="italic">intendi
me' ch'i' non ragiono</hi>, cioè che io non ti so dire. <add resp="ed">37-42</add> E, appresso
questo, per una comparazione liberamente apre l'animo suo, dicendo: <hi rend="italic">E quale è
quegli che disvuol</hi>, cioè non vuole, <hi rend="italic">ciò che volle</hi>, poco avanti, <hi rend="italic">E per nuovi pensier</hi>, sopravenuti, <hi rend="italic">cangia proposta</hi>, da
quella che prima aveasi proposto di fare, <hi rend="italic">Sì che dal cominciar tutto si tolle; Tal mi
fec'io in quella oscura costa</hi>: per ciò che mostra non fossero ancor tanto andati, che usciti
fossero del luogo oscuro, nel quale destandosi s'era trovato.</p>
	<p><hi rend="italic">Per che, pensando</hi>: mostra la cagione per che divenuto era tale,
quale è colui il quale disvuole ciò che volle, e dice che, pensando non fosse il suo andare
pericoloso, <hi rend="italic">consumò</hi>, cioè finì, <hi rend="italic">la 'mpresa</hi>, che fatta
avea di seguir Virgilio; <hi rend="italic">Che fu nel cominciar cotanto tosta</hi>, cioè sùbita in
quanto senza troppo pensare aveva risposto a Virgilio, come nel canto precedente apare,
pregandolo che il menasse.</p>
</div4>

<div4>
<head>43-48</head>
<p><add resp="ed">L. VIII</add></p>
	<p><add resp="ed">43-45</add> «S'io ho ben la tua parola intesa». In questa
quarta parte del presente canto dimostra l'autore qual fosse la risposta fattagli da Virgilio, nella qual
discrive come e da cui e perchè e donde Virgilio fosse mosso a dover venire allo scampo suo. Dice
adunque: <hi rend="italic">Rispuose</hi>, a me, <hi rend="italic">del magnanimo
quell'ombra</hi>, cioè quell'anima di Virgilio, il quale cognomina «magnanimo», e
meritamente, per ciò che, sì come Aristotile nel IIII della sua <title>Etica</title> dimostra, colui è
da dire «magnanimo», il quale si fa degno d'imprendere e d'adoperare le gran cose.
La qual cosa maravigliosamente bene fece Virgilio in quello essercizio, il quale alla sua facultà
s'aparteneva: per ciò che, primeramente, con lungo studio e con vigilanza si fece degno di dover
potere sicuramente ogni alta materia imprendere, per dovere d'essa in sublime stilo trattare; e,
fattosene col bene adoperare degno, non dubitò d'imprenderla e di proseguirla e recarla a
perfezione. E ciò fu di cantare d'Enea e delle sue magnifiche opere in onore di Ottaviano Cesare: le
quali in sì fatto e sì eccelso stilo ne discrisse, che nè prima era stato, nè fu poi alcun latino poeta
che v'aggiugnesse.</p>
	<p><hi rend="italic">S'io ho ben la tua parola intesa</hi>, cioè il tuo ragionare, il quale
veramente aveva bene inteso, &lt;<hi rend="italic">rispuose del magnanimo
quell'ombra</hi>&gt;, <hi rend="italic">L'anima tua è da viltate offesa</hi>: cioè occupata da
tiepideza e da pusillanimità, la quale non che le maggiori cose, ma eziandio quelle che a colui, nel
quale ella si pone, si convengono, non ardisce d'imprendere. <add resp="ed">46-48</add> <hi rend="italic">La qual</hi>, viltà, <hi rend="italic">molte fiate l'omo ingombra</hi>, cioè
impedisce, <hi rend="italic">E onorata impresa</hi>, poi fatta, <hi rend="italic">l'arivolve</hi>,
della sua misera e tiepida oppinione;</p>
	<p><hi rend="italic">Come</hi>, ingombra, <hi rend="italic">falso veder</hi>, parendo una
cosa per un'altra vedere: il che avviene per ricevere troppo tosto nella virtù fantastica alcuna forma,
nella imaginativa subitamente venuta; <hi rend="italic">bestia quand'ombra</hi>, cioè adombra, e,
temendo, non vuole più avanti andare. E vuolsi questa lettera così ordinare:«la quale molte
fiate ingombra l'uomo, come falso vedere fa bestia, quand'ombra, e onorata impresa
l'arivolve».</p>
</div4>

<div4>
<head>49-51</head>
	<p>Poi seguita: <hi rend="italic">Da questa tema</hi>, la quale tu hai di venire là dove detto
t'ho, <hi rend="italic">acciò che tu ti solve</hi>, cioè sciolghi, sì che ella non ti tenga più impedito,
<hi rend="italic">Dirotti perch'io venni e</hi>, dirotti, <hi rend="italic">quel ch'io intesi, Nel primo
punto che di te mi dolve</hi>, cioè che io ebbi compassione di te.</p>
</div4>

<div4>
<head>52-54</head>
	<p><hi rend="italic">Io era tra color che son sospesi</hi>: in quanto non sono demersi nella
profondità dello 'nferno nè nella profonda miseria de' supplìci più gravi, come sono molti altri
dannati; nè sono non che in gloria, ma in alcuna speranza di minor pena, che quella la quale
sostengono. Poi segue Virgilio: ed essendo quivi, <hi rend="italic">E donna mi chiamò beata e
bella</hi>; dove, per mostrare più degna colei che il chiamò, le pone tre epiteti. Prima, dice che
era «donna», il qual titolo, come che molte, anzi quasi tutte, oggi usino le femine, a
molte poche si confà degnamente: e dimostrasi per questo la condizione di costei non esser servile.
Dice, oltre a questo, che ella era «bella»; e l'esser bella è singular dono della natura, il
quale, quantunque nelle mondane donne sia fragile e poco durabile, nondimeno da tutte è
maravigliosamente disiderato; senza che, egli è pure alcun segno di benivole stelle operatesi nella
concezione di quella cotale, che questo dono riceve; e quasi non mai sogliono i superiori corpi
questo concedere, ch'egli non sia d'alcuna altra grazia acompagnato: per la qual cosa paiono più
venerabili quelle persone, che hanno bello aspetto, che gli altri. Appresso, dice che era
«beata», nella qual cosa rachiude tutte quelle cose, le quali debbano potere muovere
a' suoi comandamenti qualunque persona richesta; però che chi è beato, non è verisimile dovere
d'alcuna cosa, se non onestissima, richiedere alcuno, e può chi è beato remunerare; e de'si credere
lui essere grato verso chi a' suo' piacer si dispone.</p>
	<p>Le quali cose Virgilio sì come avvedutissimo uomo conoscendo, dice: ella era <hi rend="italic">Tal che di comandar i' la richiesi</hi>, cioè offersimi, come ella mi chiamò, presto
ad ogni suo comandamento. E ben doveva questa donna esser degna di reverenza, quando tanto
uomo, quanto Virgilio fu, si proferse a lei.</p>
</div4>

<div4>
<head>55-57</head>
	<p>Poi segue continuando il suo dire, e ancora più degna la dimostra, dicendo: <hi rend="italic">Lucevan gli occhi suoi più che la stella</hi>. De'si qui intendere l'autore volere
preporre la luce degli occhi di questa donna alla luce di quella stella ch'è più lucente. <hi rend="italic">E cominciommi a dir</hi>, questa donna, <hi rend="italic">soave e piana</hi>: nel
qual modo di parlare si comprende la qualità dell'animo di colui che favella dovere essere riposata,
non mossa da alcuna passione; e, oltre a ciò, in questo disegna l'atto donnesco, il quale in ogni suo
movimento dee essere soave e riposato.</p>
	<p><hi rend="italic">Con angelica voce</hi>: aggiugne un'altra cosa, mirabilmente oportuna
nelle donne, d'aver la voce piacevole, nè più sonora nè meno, che alla gravità donnesca si richiede;
e queste così fatte voci fra noi sono chiamate «angeliche». E, oltre a questo,
l'attribuisce Virgilio questa voce in testimonio della beatitudine di lei, per ciò che estimar dobbiamo
alcuna cosa deforme non potere essere in alcun beato; <hi rend="italic">in sua favella</hi>, cioè in
fiorentino volgare, non ostante che Virgilio fosse mantovano.</p>
	<p>Ed in ciò n'ammaestra alcuno non dovere la sua original favella lasciare per alcun'altra,
dove necessità a ciò nol costrignesse. La qual cosa fu tanto all'animo de' Romani, che essi, dove che
s'andassero, o ambasciadori o in altri offici, mai in altro idioma che romano non parlavano; e già
ordinarono che alcuno, di che che nazion si fosse, in Senato non parlasse altra lingua che la romana.
Per la qual cosa assai nazioni mandaron già de' lor giovani ad imprendere quello linguaggio, acciò
che intendesser quello e in quello sapessero e proporre e rispondere.</p>
	<p>Ma potrebbe qui muoversi un dubbio e dirsi: «Come sai tu che questa donna
parlasse fiorentino?». A che si può rispondere aparire in più luoghi, in questo volume,
Beatrice essere stata una gentildonna fiorentina, la quale l'autore onestamente amò molto tempo; e
per questo comprendere e dire lei in fiorentino volgare  aver parlato. E per ciò che questa è la
primera volta che di questa donna nel presente libro si fa menzione, non pare indegna cosa alquanto
manifestare di cui l'autore in alcune parti della presente opera intenda, nominando lei; con ciò sia
cosa che non sempre di lei allegoricamente favelli.</p>
	<p>Fu adunque questa donna, secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe
e fu per consanguinità strettissima a lei, figliuola di un valente uomo chiamato Folco Portinari,
antico cittadino di Firenze; e come che l'autore sempre la nomini Beatrice dal suo primitivo, ella fu
chiamata Bice, ed egli aconciamente il testimonia nel <title>Paradiso</title>, là dove dice:</p>
<quote rend="block">
<l>Ma quella reverenza che s'indonna</l>
<l>di tutto me, pur per ‘be’ e per
‘ice’.</l>
</quote>
	<p>E fu di costumi e d'onestà laudevole quanto donna esser debba e possa, e di belleza e di
leggiadria assai ornata, e fu moglie d'un cavaliere de' Bardi, chiamato messer Simone; nel
ventiquatresimo anno della sua età passò di questa vita, negli anni di Cristo MCCLXXXX. Fu
questa donna maravigliosamente amata dall'autore; nè cominciò questo amore nella loro provetta
età, ma nella loro fanciulleza, per ciò che, essendo ella d'età d'otto anni e l'autore di nove, sì come
egli medesimo testimonia nel principio della sua <title>Vita Nuova</title>, prima piacque agli
occhi suoi; ed in questo amore con maravigliosa onestà perseverò mentre ella visse.</p>
	<p>E molte cose in rima per amore ed in onor di lei già compuose; e, secondo che egli nella
fine della sua <title>Vita Nuova</title> scrive, esso in onor di lei a comporre la presente opera si
dispose, e, come apare e qui e in altre parti, assai maravigliosamente l'onora.</p>
</div4>

<div4>
<head>58-60</head>
	<p><hi rend="italic">O anima</hi>. Qui cominciano le parole, le quali Virgilio dice essergli
state dette da questa donna, nelle quali la donna, con tre commendazioni di Virgilio, si sforza di
farlosi benivolo ed ubidiente, dicendo primeramente: <hi rend="italic">cortese</hi>, il che in
qualunque, quantunque eccellente, uomo è onorevole titolo e da disiderare, per ciò che in ciascuno
nostro atto è laudevole cosa l'esser cortese; quantunque molti vogliano che ad altro non si referisca
l'esser cortese, se non al donare il suo ad altrui;</p>
	<p><hi rend="italic">mantovana</hi>, il che la donna dice per mostrare che ella il conosca, e
a lui voglia dire e dica, e non ad un altro; <hi rend="italic">La cui fama nel mondo ancora
dura</hi>, cioè persevera: e questa è la seconda cosa, per la quale la donna si vuol fare benivolo
Virgilio, mostrandogli lui essere famoso.</p>
	<p>La qual cosa, quantunque ad ogni uomo, il quale ha sentimento, molto piaccia, sopra a
tutti gli altri piacque a' Gentili, li quali, non avendo alcuna notizia della beatitudine celestiale, la
quale Idio concede a coloro li quali adoperano bene, quelli cotanti li quali virtuosamente
adoperavano, a fine d'acquistar fama il facevano, e quella vedersi avere acquistata con somma
letizia ascoltavano.</p>
	<p>È la Fama un romore generale d'alcuna cosa, la quale sia stata operata, o si creda essere
stata, da alcuno sì come noi sentiamo e ragioniamo delle magnifiche opere di Scipione Africano,
della laudevole povertà di Fabrizio e della fornicazione di Didone e di simiglianti; la quale finge
Virgilio nel IIII del suo <title>Eneida</title> essere stata figliuola della Terra e sorella di Ceo e
d'Anchelado, e lei la Terra, commossa dall'ira degl'idii, aver partorita.</p>
	<p>Della qual si raconta una cotal favola, che, con ciò fosse cosa che, per disiderio d'ottenere
il regno d'Olimpo, fosse nata guerra tra i Titani, uomini giganti, figliuoli della Terra, e Giove, si
divenne in questo, che tutti i figliuoli della Terra, li quali inimicavan Giove, furon dal detto Giove e
dagli altri idii occisi: per lo qual dolore la Terra commossa e disiderosa di vendetta, con ciò fosse
cosa che a lei non fossero arme contro a così possenti nemici, acciò che con quelle forze, le quali
essa potesse, alcun male contro agl'idii facesse, constretto il ventre suo, ne mandò fuori la Fama,
racontatrice delle scellerate operazioni degl'idii.</p>
	<p>La forma della quale Virgilio nel preallegato libro discrive, e dice:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Fama, malum quo non aliud velocius ullum etc.</foreign>,</p>
</quote>
seguendo che ella vive per movimento e andando acquista forze e nella prima tema è piccola, ma
poi se medesima lieva in alto e quindi va su per lo suolo della terra e il suo capo nasconde tra'
nuvoli; e ch'ella è in su i piè velocissima e ha alie molto ratte ed è un mostro orribile e grande; e
quante penne ha nel corpo suo, tanti occhi n'ha sotto che sempre veghiano e tante lingue e tante
bocche le quali continuamente parlano, e tanti orecchi li quali sempre tiene levati; e vola la notte
per lo mezzo del cielo e per l'ombra della terra, stridendo, senza dormire mai; e 'l dì siede
raguardatrice sopra le sommità delle case e spaventa le città grandi: tenace così de' composti mali,
come raportatrice del vero.</p>
	<p>Ma, se io, avendo la sua origine e la forma e gli effetti secondo le fizioni poetiche
discritte, non aprissi quello che essi sotto questa crosta sentano, potrei forse meritamente essere
ripreso. Dico adunque che gl'idii, per l'ira de' quali la Terra si commosse e turbò, è da intendere
intorno ad alcuna cosa l'operazioni delle stelle, le quali gli antichi, erronei, chiamavano
«idii», avendo riguardo alla loro eternità e alla loro integrità, che alcuna corruzione
non ricevea.</p>
	<p>Le quali stelle e corpi superiori senza alcun dubbio, per la potenza loro attribuita dal
creatore di quelle, adoperano in noi secondo le disposizioni delle cose riceventi le loro impressioni;
e da questo avviene che il fanciullo, o vogliam dire il giovane, per loro opera è aumentato, con ciò
sia cosa che colui che 'nvecchia sia diminuito; e con ciò sia cosa che mai si scostino dalla ragione
dell'ottimo e perfetto governatore, alcuna volta fanno cose, le quali dal repentino e falso giudicio
de' mortali pare che abbino, sì come adirati, fatte, come quando per loro opera muore un giusto re,
un felice imperadore, un caro e oportuno uomo al ben comune, un savissimo uomo o un nobile ed
egregio cavaliere: e per questo, cioè per lo fare venir meno i solenni uomini pare che come adirati
contro a loro faccino.</p>
	<p>Dissono li poeti gl'idii essere adirati, avendo uccisi coloro li quali si doveano perpetuare.
Ma che di questo seguita? che la Terra se ne commuove, cioè l'animoso uomo, per ciò che tutti
siamo di terra e in terra torniamo, e sforzasi d'adoperare quello di che nasca nome e fama di lui, la
quale sia vendicatrice della sua futura morte; acciò che, quando quello avverrà che i corpi superiori
facciano venire al suo fine il suo mortal corpo, viva di lui per li suoi meriti, eziandio non volendo i
corpi superiori, il nome suo e la fama delle sue operazioni, non altrimenti che se esso vivo
fosse.</p>
	<p>E in quanto dice questa nella prima tema essere piccola, non ce ne inganniamo, per ciò
che, quantunque grandi sieno le opere delle quali ella nasce, nondimeno paiono da un temore degli
uditori cominciare a spandersi. Poi, in quanto dice Virgilio essa elevarsi ne' venti, niuna altra cosa
vuol dire, se non essa divenire in più ampio favellìo delle genti; o vogliam, per quel, sentire essa
mescolarsi ne' ragionamenti delle genti mezzane; e, in quanto poi discende nel suolo della terra,
intende il poeta lei mescolarsi nel vulgo; e così, quando mette il capo ne' nuvoli, dobbiamo
intendere lei dovere mescolarsi ne' ragionamenti de' prencipi e degli uomini sublimi.</p>
	<p>E l'avere l'alie e' piè veloci assai manifestamente dimostra il suo presto trascorso d'una
parte in un'altra; e per gli occhi, li quali le discrive molti, sente agli occhi della Fama ogni cosa
pervenire, e così agli orecchi; e lei non tacere mai, dove che ella si favelli, o in publico o in occulto,
o in un luogo o in un altro; lei non dormir mai e volar la notte per lo mezzo del cielo o per l'ombra
della terra, non credo altro intendere si debbia se non il suo continuo andamento di questo in quello,
e, per li suoi raportamenti vari e molti, metter temore ne' popoli, e per conseguente fare guardar le
terre e alle porti e sopra le torri fare stare le guardie e gli speculatori.</p>
	<p>E, per ciò che essa non cura di distinguere il vero dal falso, è contenta di raportare ciò che
ella ode. Ma in quanto dicono costei dalla Terra essere generata per dovere i peccati e le disoneste
cose degl'idii racontare, per alcun'altra cosa non credo esser stato fitto, se non per dimostrare le
vendette degli uomini men possenti, li quali, non potendo altro fare a' grandi uomini, s'ingegnano,
parlando mal di loro, di farli venire in infamia e per conseguente in disgrazia delle genti.</p>
	<p>Figliuola della Terra è detta, per ciò che dell'opere sole, che sopra la terra si fanno,
s'ingenera la fama. E che essa non abbia padre credo avvenire da questo: per lo non sapersi donde il
più delle volte nasca il principio del ragionare di quello che poi fama diventa; il che se si sapesse,
direbbe l'uomo quel cotale essere il padre della fama.</p>
	<p>Dunque mostra in questo la donna di conoscere da quali cose si doveva far benivolo
Virgilio; e poi suggiugne la terza, dicendo: <hi rend="italic">E durerà</hi>, questa tua fama, <hi rend="italic">mentre il mondo lontana</hi>, ponendo qui il presente tempo per lo futuro, in quanto
dice «lontana» per «lontanerà», cioè si prolungherà: e questo per la
consonanza della rima si concede. Ed è questa terza cosa quella che più piace a coloro li quali fama
acquistano, che essa dopo la lor morte duri lunghissimo tempo, estimando che, quanto più dura, più
certo testimonio renda della virtù di colui che guadagnata l'ha. Ed in questo la donna gli compiace,
in quanto gli dice quello che gli è grato ad udire; e, oltre a ciò, dicendo quella dovere essere
perpetua, mostra di credere lui essere stato per sua grandissima vertù degno d'eterna fama.</p>
	<p>Ma, per ciò che qui di questa fama si fa menzione, e ancora in più parti nel processo se ne
farà, e di sopra abbiamo scritta la sua origine, estimo sia commendabile il mostrare, anzi che più
procediamo, che differenza sia tra onore e laude e fama e gloria, acciò che, dove nelle cose seguenti
menzione se ne farà, s'intenda in che differenti sieno; e questo dico, per ciò che già alcuni
indifferentemente posero l'un nome per l'altro, de' quali forse furono di quelli che non sapevano la
differenza.</p>
	<p>Dico adunque che «onore» è quello il quale ad alcuno in presenza si fa, o
meritato o non meritato che l'abbia, come che il meritato sia vero onore e l'altro non così: sì come a
Scipione Africano, il quale, avendo magnificamente per la republica contro a Cartagine adoperato,
tornando a Roma, gli fu preparato il carro triumfale e fattigli tutti quegli onori che al triumfo
aspettavano, che eran molti. E questo era vero e debito onore, che per vertù di colui che il riceveva
s'acquistava.</p>
	<p>A dimostrazione della qual cosa è da sapere che, Marco Marcello nel quinto suo
consolato, secondo che dice Valerio, avendo vinto primieramente Clastidio e poi Seragusa in
Cicilia, e botato in questa guerra un tempio alla Virtù e all'Onore, fu per lo collegio dei pontefici
iudicato a due deità non potersi un tempio solo farsi, per ciò che, se alcuna cosa miracolosa in
quello avvenisse, non si saprebbe a quale delle due deità ordinare i sacrifici debiti e le
supplicazioni: e perciò fu ordinato che a ciascuna delle due deità si facesse un tempio. Li quali
furono fatti congiunti insieme in questa guisa, che nel tempio fatto in reverenza dell'Onore non si
poteva entrare, se per lo tempio della Virtù non s'andasse. E questo fu fatto a dare ad intendere che
onore non si poteva acquistare se non per operazione di virtù. E, oltre a questo, fatto onore ad
alcuni, li quali per loro merito nol ricevono, ma per alcuna dignità loro conceduta, o per la memoria
de' lor passati o forse per la loro età: questi sono, andando, messi innanzi, posti nelle prime sedie e
in simili maniere onorati.</p>
	<p>Le «laude», come l'onore si fa in presenza al colui che meritato l'ha, così si
dicono, lui essendo assente; per ciò che, se, lui presente, si dicessero, non laude ma lusinghe
parrebbono. La «gloria» è quella che delle ben fatte cose da' grandi e valenti uomini,
essendo lor vivi, si cantano e si dicono, e l'essere con ammirazione dalla moltitudine riguardati e
mostrati e reveriti, come fu già Giunio Bruto, avendo cacciato Tarquino re e liberata Roma dalla
sua superbia, e Gaio Mario, avendo vinto Giugurta e sconfitti i Cimbri e' Teutoni.
«Fama» è quello ragionare che lontano si fa delle magnifiche opere d'alcun valente
uomo e che dopo la sua vita persevera nelle scritture di coloro li quali in nota messe l'hanno,
spandendosi per lo mondo e molti secoli continuando; come ancora e udiamo e leggiamo tutto il dì
di Pompeo Magno, di Giulio Cesare dettatore, d'Alessandro, re di Macedonia, e di simiglianti.</p>
	<p>Ma da tornare è alla intralasciata materia. E dico che,avendo questa donna cattata la
benivolenza di Vergilio,gli comincia a dichiarare il suo disiderio, dicendo: <hi rend="italic">L'amico mio</hi>, cioè Dante, il quale lei, mentre ella visse, come detto è, assai
tempo e onestamente avea amata; e però, sì come l'autore nel <title>Purgatorio</title> dice:
<quote rend="block">
<l>........amore,</l>
<l>acceso da virtù, sempre altro
accese</l>
<l>sol che la fiamma sua paresse
fore,</l>
</quote>
</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p>mostra dovere elli essere stato onestamente amato da lei; dal quale onesto amore è di
necessità essere stata generata onesta e laudevole amistà, la quale esser vera non può nè durabile, se
da vertù causata non è. E così mostra che fosse questa, in quanto la donna, di lui parlando, il
chiama «suo amico». E qui non senza cagione, lassato stare il propio nome, il chiama
la donna «amico»: la quale è per dimostrare, per la virtù di così fatto nome, l' autore
le sia molto all'animo, e per mostrare, in ciò, che ella non vegna a porgere i prieghi suoi per uomo
strano o poco conosciuto da lei.</p>
	<p>E aggiugne: <hi rend="italic">e non della ventura</hi>, cioè della fortuna, perciò che
infortunato uomo fu l'autore; e questo aggiugne ella per mettere compassione di lui in Virgilio, il
quale intende di richiedere che l'aiuti, per ciò che degl'infelici si suole aver compassione. <hi rend="italic">Nella diserta piaggia</hi>, della quale di sopra è più volte fatta menzione, è
impedito, dalle tre bestie, delle quali di sopra dicemmo, <hi rend="italic">Sì</hi>, cioè tanto, <hi rend="italic">nel cammin, che volto è</hi>, a ritornarsi nella oscurità della valle, <hi rend="italic">per paura</hi>, di quelle bestie.</p>
</div4>

<div4>
<head>64-69</head>
	<p><add resp="ed">64-66</add> <hi rend="italic">E temo che non sia già sì smarrito, Ch'io
mi sia tardi al soccorso</hi>, di lui, <hi rend="italic">levata, Per quel ch'i' ho di lui nel cielo
udito</hi>, da Lucia. E pone la donna queste parole per avacciare l'andata di Virgilio; <add resp="ed">67-69</add> e, appresso, ancora il sollicita, dicendo: <hi rend="italic">Or muovi, e con la
tua parola ornata</hi>: commendalo qui d'eloquenzia, la quale ha grandissime forze nel
persuadere quello che il parlatore crede oportuno. <hi rend="italic">E con ciò c'&lt;ha&gt; mestiere
al suo campare L'aiuta</hi>, da quelle bestie che lo 'mpediscono, <hi rend="italic">sì</hi>, cioè in
tal maniera <hi rend="italic">ch'i' ne sia consolata</hi>.</p>
</div4>

<div4>
<head>70-72</head>
	<p>E, dette queste parole, manifesta il nome suo, dicendo: <hi rend="italic">Io son Beatrice
che ti faccio andare</hi>. E, detto il suo nome, gli dice ond'ella viene, per mandarlo in questo
servigio, acciò che Virgilio conosca molto calernele; per ciò che senza gran cagione non è il partirsi
alcuno de' luoghi graziosi e dilettevoli e andare in quegli ne' quali non è altra cosa che dolore e
miseria. E dice: <hi rend="italic">Vegno del luogo</hi>, cioè di paradiso, <hi rend="italic">ove
tornar disio</hi>. E quinci gli apre la cagione che di paradiso l'ha fatta discendere in inferno,
dicendo: <hi rend="italic">Amor</hi>. Grandi sono le forze dell'amore: «<hi rend="italic">Aque multe non potuerunt extinguere charitatem»; mi mosse</hi>, là onde io
era, ed egli è quegli <hi rend="italic">che mi fa parlare</hi> e pregarti.</p>
</div4>

<div4>
<head>73-78</head>
	<p>Appresso a questo, acciò che Virgilio non sia tardo all'andare, come persona che
guiderdone non aspetti della fatica, si dimostra verso lui dovere essere grata, dicendo: <hi rend="italic">Quando sarò dinanzi al signor mio</hi>, cioè a Dio, <hi rend="italic">Di te mi loderò
sovente a lui</hi>: e così non una volta, ma molte nella multiplicazione delle quali si dimostrerà
esserle stato gratissimo il servigio da lui ricevuto. E quantunque questo guiderdone, il quale ella
promette, alcuna cosa non monti alla salute di Virgilio, pur si dee credere piacergli; e questo è per
ciò che, s'egli gli è a grado che la fama di lui tra gli uomini favelli, quanto maggiormente si dee
credere essergli caro che una così fatta donna nel cospetto di Dio il commendi e lodisi di lui?</p>
	<p><hi rend="italic">Tacquesi allora</hi>, detto questo, <hi rend="italic">e poi cominciai
io</hi>, a dire, e <hi rend="italic">supple</hi>: dissi: <hi rend="italic">O donna di vertù, sola per
cui</hi>, cioè per cui sola, <hi rend="italic">L'umana spezie</hi>: è l'umana generazione spezie di
questo genere che noi diciamo «animali»; <hi rend="italic">eccede</hi>, cioè
trapassa di vertù, e, oltre a ciò, in tanto che essi divengono atti a cognoscere e cognoscono Idio, il
quale alcuno altro animale non cognosce; <hi rend="italic">ogni contento</hi>, cioè ogni cosa
contenuta, <hi rend="italic">Dal cielo, c'ha minor li cerchi sui</hi>, il quale è quel della luna, che,
per ciò che più che alcuno altro è vicino alla terra, è di necessità minore che alcuno degli altri; e
perciò ha i suoi cerchi, cioè le sue circunvoluzioni, minori, infra' quali gli elementi ed ogni cosa
elementata si contiene; e ancora i demòni e le anime de' dannati. Le quali cose tutte, per l'anima
razionale e libera, trapassa l'uomo d'eccellenza.</p>
</div4>

<div4>
<head>79-81</head>
	<p><hi rend="italic">Tanto m'agrada 'l tuo comandamento</hi>. Qui si dimostra Virgilio
assai graziosamente disposto al comandamento della donna, mostrando che egli non solamente
disidera d'ubidirla prestamente, ma dice: <hi rend="italic">Che l'ubidir</hi>, al comandamento, <hi rend="italic">se già fosse</hi>, in atto, <hi rend="italic">m'è tardi</hi>. E però segue: <hi rend="italic">Più non t'è uopo aprirmi il tuo talento</hi>; quasi dica: «Assai hai detto, ed io
son presto».</p>
</div4>

<div4>
<head>82-84</head>
	<p>Ma nondimeno le muove un dubbio, dicendo: <hi rend="italic">Ma dimmi la cagion chè
non ti guardi Dello scender qua giù in questo centro</hi>, pieno di scurità e di pene eterne: e
chiamasi «centro» quel punto, il quale fa quella parte del sesto, il quale noi fermiamo
quando alcun cerchio facciamo: e però chiama «centro» il corpo della terra, per ciò
che, avendo riguardo alla grandissima largeza della circunferenza del cielo e alla piccola quantità
del corpo della terra posta nel mezzo de' cieli, qui si può dire centro del cielo. <hi rend="italic">Dell'ampio loco</hi>, cioè del cielo, <hi rend="italic">ove tornar tu ardi</hi>, cioè
ardentemente disideri.</p>
</div4>

<div4>
<head>85-90</head>
	<p><add resp="ed">85-87</add> Al quale Beatrice dice così: <hi rend="italic">Da poi che
vuo'saper cotanto a dentro</hi>, cioè sì profonda ed occulta cosa; <hi rend="italic">Dirolti
brievemente, mi rispose, Perch'io non temo di venir qua entro</hi>, in questo carcere cieco. <add resp="ed">88-90</add> <hi rend="italic">Temer si dee sol di quelle cose C'hanno potenza di far
altrui male</hi>. Sì come Aristotile nel III dell'<title>Etica</title> vuole, il non temer le cose che
posson nuocere, come sono i tuoni, gl'incendi e' diluvi dell'acque, le ruine degli edifici e simili a
queste, è atto di bestiale e di temerario uomo; e così temere quelle che nuocere non possono, come
sarebbe che l'uomo temesse una lepre o il volato d'una quaglia o le corna d'una lumaca, è atto di
vilissimo uomo, timido e rimesso. Le quali due estremità questa donna tocca discretamente,
dicendo esser da temere le cose che possono nuocere. <hi rend="italic">E l'altre no</hi>, cioè
quelle <hi rend="italic">che non son poderose</hi>, a nuocere e che non debbon metter paura
nell'uomo, il quale debitamente si può dir forte.</p>
</div4>

<div4>
<head>91-93</head>
	<p>E quinci dimostra sè essere di que' cotali forti, dicendo: <hi rend="italic">Io son da Dio,
sua mercè</hi>, quasi dica: «non per mio merito»; <hi rend="italic">fatta tale</hi>,
cioè beata: alla quale cosa alcuna noiosa, quantunque sia grande, non puote offendere; <hi rend="italic">Che la vostra miseria</hi>, cioè di voi dannati, <hi rend="italic">non mi tange</hi>,
cioè non mi tocca, quantunque io venga qua entro; <hi rend="italic">Nè fiamma d'esto
incendio</hi>, il quale è qui. E per questa parola nota quegli del limbo essere in foco, quantunque
nel IIII canto l'autore dica quegli, che nel limbo sono, non avere altra pena che di sospiri; <hi rend="italic">non m'assale</hi>, cioè non mi s'apressa.</p>
</div4>

<div4>
<head>94-96</head>
	<p>«Donna è nel cielo». Vuole qui mostrare Beatrice non di suo propio
movimento mandare Virgilio al soccorso dell'autore, ma con divina disposizione, per ciò che in
cielo alcuna cosa non si fa che dall'ordine della divina mente non muova; e per ciò vuol mostrare
che <hi rend="italic">Donna è nel cielo , che si compiange</hi>, cioè si ramarica. Nè è questo da
credere, che in cielo sia, o possa essere, alcuno ramarichio, ma conviene a noi da' nostri atti
prendere il modo del parlare dimostrativo, a fare intendere gli effetti spirituali; e per ciò che
l'effetto, il quale seguì del venire Beatrice a Virgilio, venne da una clemenzia divina, quasi mossa,
come le nostre si muovono, per alcuno ramarichio, e però dice Beatrice quella donna compiangersi,
cioè mostrare una affezione dello 'mpedimento dell'autore, come qui tra noi mostra chi ha
compassione d'alcuno.</p>
	<p><hi rend="italic">Di questo impedimento, ov'io ti mando</hi>, cioè alla salute dell'autore,
<hi rend="italic">Sì che duro</hi>, cioè stabile e fermo, <hi rend="italic">giudicio</hi>, cioè
disposizione di Dio, <hi rend="italic">là su</hi>, cioè in cielo, <hi rend="italic">frange</hi>, cioè
s'apre; e dimostra come le marine onde, cacciate talvolta dallo impeto d'alcun vento, che vengono
insino alla terra chiuse, e quivi frangendo s'aprono: e così sta chiusa ed occulta la divina
disposizione, infino a tanto che di manifestarla bisogni.</p>
</div4>

<div4>
<head>97-99</head>
	<p><hi rend="italic">Lucia chiese costei</hi>, cioè questa donna chiese Lucia, <hi rend="italic">in suo domando</hi>, cioè nel suo priego. Il senso di questa lettera, quantunque
alquanto di sopra aperto n'abbia, non si può qui mostrare essere litterale, e però è da riserbare
quando si tratterà l'allegorico. E disse, questa donna: <hi rend="italic">ora ha bisogno il tuo fedele
Di te</hi>; per ciò che è in grandissima tribulazione, per la paura la quale ha delle tre bestie che il
suo cammino impediscono; <hi rend="italic">ed io a te lo racomando</hi>: volendo dire, poichè
suo fedele era, che ella nel suo scampo s'adoperasse.</p>
</div4>

<div4>
<head>100-108</head>
	<p><add resp="ed">100-102</add> <hi rend="italic">Lucia, nimica di ciascun crudele, Si
mosse, udito questo, e venne al loco dov' io era, Che mi sedea con l'antica Rachele</hi>. Rachele
fu figliuola di Labàn, fratello di Rebecca, moglie d'Isàc, e fu moglie di Iacòb: la quale storia
alquanto più distesamente si raconterà appresso nel IIII canto di questo libro. <add resp="ed">103-
105</add> <hi rend="italic">Disse: Beatrice, loda</hi>, cioè laudatrice, <hi rend="italic">di Dio
vera</hi>; quasi voglia per questo intendere essere vere, e non lusinghevoli nè fittizie, le parole
con le quali Beatrice loda Idio.</p>
	<p><hi rend="italic">Chè non soccorri quei che t'amò tanto</hi>, avanti che impedito fosse
in quella valle tenebrosa, <hi rend="italic">Ch'uscì per te della volgare schiera</hi>?, cioè che, per
piacerti, lasciati i riti del vulgo, si diede a costumi e a operazioni laudevoli. <add resp="ed">106-
108</add> <hi rend="italic">Non odi tu la pieta</hi>, cioè l'afflizione, <hi rend="italic">del suo
pianto?</hi>, il quale egli fa nella diserta piaggia. <hi rend="italic">Non vedi tu la morte che 'l
combatte</hi>, cioè la crudeltà di quelle bestie, le quali con la paura di sè il combattono e
conduconlo alla morte; <hi rend="italic">Su la fiumana</hi>. Qui chiama «fiumana»
quello orribile luogo, nel quale l'autore era da quelle bestie combattuto, quasi quelli medesimi
pericoli e quelle paure induca la fiumana, cioè lo impeto del fiume crescente, il quale è di tanta
forza, che dir si può: &lt;<hi rend="italic">ove</hi>&gt;, sopra la quale, <hi rend="italic">'l mar
non ha vanto</hi>?, cioè non si può il mare vantare d'essere più impetuoso o più pericoloso di
quella.</p>
</div4>

<div4>
<head>109-111</head>
	<p><hi rend="italic">Al mndo non fur mai persone ratte</hi>, cioè sollicite, <hi rend="italic">A far lor pro</hi>, loro utilità, <hi rend="italic">ed a fuggir lor danno, Com'io</hi>,
sollicitamente, <hi rend="italic">dopo cotai parole fatte, Venni qua giù</hi>, in inferno, <hi rend="italic">del mio beato scanno</hi>, cioè dal luogo mio, là dove io in paradiso sedea, <hi rend="italic">Fidandomi del tuo parlare onesto</hi>. Qui ancora Beatrice onora Virgilio, dicendo
il suo parlare essere onesto, il che di certi altri poeti non si può dire; <hi rend="italic">Che onora
te</hi>, Virgilio; <hi rend="italic">e</hi> non solamente te, ma <hi rend="italic">quegli</hi>
ancora <hi rend="italic">che udito l'hanno</hi>, e servato nella mente; per ciò che l'avere udito
senza averlo servato, e poi ad essecuzione in alcuno laudevole atto non messo, non può avere
onorato l'autore. E mostra ancora, in queste poche parole precedenti, l'ardente sua affezione verso
l'autore, acciò per quello faccia ancora più pronto Virgilio al soccorso dell'autore.</p>
</div4>

<div4>
<head>115-120</head>
	<p><hi rend="italic">Poscia che m'ebbe</hi>, cioè Beatrice, <hi rend="italic">ragionato
questo</hi>, che detto t'ho, <hi rend="italic">Gli occhi lucenti lagrimosi volse</hi>, per avventura
verso il cielo, dove è qui da intendere che, detta la sua intenzione a Virgilio, si ritornò. E in questo
lagrimare ancora più d'affezione si dimostra, dimostrandosi ancora uno atto d'amante, e
massimamente di donna, le quali, com'hanno pregato d'alcuna cosa la quale disiderino,
incontanente lagrimano, mostrando in quello il disiderio suo essere ardentissimo.</p>
	<p>Per la qual cosa dice Virgilio: <hi rend="italic">Per che mi fece del venir più presto; E
venni a te</hi>, nella piaggia diserta, dove tu ruvinavi, là dove il sol tace, <hi rend="italic">così
come ella volse</hi>, quasi voglia dire: «chè altrimenti non sarei venuto»; <hi rend="italic">Dinanzi a quella fiera</hi>, cioè a quella lupa ferocissima, <hi rend="italic">ti levai,
Che del bel monte</hi>, sovra 'l quale tu vedesti i raggi del sole, <hi rend="italic">il corto andar ti
tolse</hi>: per ciò che, se davanti parata non ti si fosse, in brieve spazio saresti potuto sopra 'l
monte essere andato; dove, per lo suo impedimento, a volervi su pervenire, ti convien fare molto
più lungo cammino.</p>
</div4>

<div4>
<head>121-126</head>
	<p><add resp="ed">121-123</add> <hi rend="italic">Dunque, che è</hi>?, cioè qual cagion
è; <hi rend="italic">perchè, perchè ristai</hi>?, di seguirmi: e reitera la interrogativa, per pugnere
più l'animo dell'uditore; <hi rend="italic">Perchè</hi>, cioè per qual cagione, <hi rend="italic">tanta viltà</hi>, quanta tu medesimo nelle tue parole dimostri, <hi rend="italic">nel
cuor t'allette</hi>?, cioè chiami colla falsa estimazione, la qual fai delle cose esteriori; <hi rend="italic">Perchè ardire e francheza non hai</hi>?; <add resp="ed">124-126</add> e
massimamente: <hi rend="italic">Poi che tali tre donne benedette</hi>, quali di sopra detto t'ho,
cioè quella donna gentile e Lucia e Beatrice, <hi rend="italic">Curan di te</hi>, cioè hanno
sollicitudine di te e procuran la tua salute, <hi rend="italic">nella corte del cielo</hi>, nella quale
subsidio non è mai negato ad alcuno che umilemente l'adomandi; e, oltre a ciò, <hi rend="italic">il
mio parlar</hi>, al quale tu dovresti dare piena fede, se tanto amore hai portato e porti alle mie
opere, come davanti dicesti: «Vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore» etc.; <hi rend="italic">tanto ben ti promette</hi>?, cioè di conducerti salvamente in parte, della qual tu
potrai, se tu vorrai, salire alla gloria eterna.</p>
</div4>

<div4>
<head>127-138</head>
	<p><add resp="ed">127-129</add> «Quali i fioretti». Qui dissi cominciava la
quinta parte di questo canto, nella quale l'autore per una comparazione dimostra il perduto ardire
essergli ritornato e il primo proponimento. Dice adunque così: <hi rend="italic">Quali i
fioretti</hi>, li quali nascono per li prati, <hi rend="italic">dal notturno gelo Chinati e chiusi</hi>;
per ciò che, partendosi il sole, ogni pianta naturalmente ristrigne il vigor suo; ma parsi questo più in
una che in un'altra, e massimamente ne' fiori, li quali per tema del freddo, tutti, come il sole
comincia a declinare, si richiudono; <hi rend="italic">po' che 'l sol gli 'mbianca</hi>, con la luce
sua, venendo sopra la terra. E dice «imbianca», per questo vocabolo volendo essi
diventare parventi, come paiono le cose bianche e chiare, dove l'oscurità della notte gli teneva,
quasi neri fossero, occulti; <hi rend="italic">Si drizan tutti</hi>, per ciò che, avendo il gambo loro
sottile e debole, gli fa il freddo notturno chinare, ma, come il sole punto gli riscalda, tutti si
dirizano, <hi rend="italic">aperti in loro stelo</hi>, cioè sopra il gambo loro. <add resp="ed">130-
132</add> <hi rend="italic">Tal mi fec'io</hi>, qual i fioretti, <hi rend="italic">di mia virtute
stanca</hi>, per la viltà che m'era nel cuor venuta; <hi rend="italic">E tanto buono ardire al cor mi
corse</hi>, per li conforti di Virgilio, <hi rend="italic">Ch'io cominciai</hi>, a dire, <hi rend="italic">come persona franca</hi>, forte e disposta ad ogni affanno: <add resp="ed">133-
135</add> <hi rend="italic">O pietosa colei</hi>, cioè Beatrice, <hi rend="italic">che mi
soccorse</hi>, col sollicitarti e mandarti a me; <hi rend="italic">E tu, fosti, cortese, ch'ubidisti
tosto Alle vere parole che ti porse</hi>!, per ciò che, dove venuto non fossi, io era veramente per
perire. <add resp="ed">136-138</add> <hi rend="italic">Tu m'hai con disiderio il cor disposto Sì al
venir con le parole tue</hi>, cioè co' tuoi utili conforti e vere dimostrazioni, <hi rend="italic">Ch'i'
son tornato nel primo proposto</hi>, cioè di seguirti.</p>
</div4>

<div4>
<head>139-142</head>
	<p><hi rend="italic">Or va', ch'un sol volere è d'amendue</hi>. Non si potrebbe in altra
guisa bene andare, se non fosser la guida e 'l guidato in un volere. <hi rend="italic">Tu duca</hi>,
quanto è nell'andare, <hi rend="italic">tu signore</hi>, quanto è alla preeminenza e al comandare,
<hi rend="italic">e tu maestro</hi>, quanto è al dimostrare; per ciò che uficio del maestro è il
dimostrare la dottrina e il solvere i dubbi.</p>
	<p><hi rend="italic">Così gli dissi: e, poi che mosso fue</hi>. Qui comincia la sesta ed
ultima parte di questo canto, nella quale l'autore mostra come da capo riprese il cammino con
Virgilio. <hi rend="italic">Intrai</hi>, con Virgilio, <hi rend="italic">per lo cammino alto</hi>,
cioè profondo, <hi rend="italic">e silvestro</hi>, per ciò che in quello nè albergo nè abitazione
alcuna si trovava.</p>
</div4>
</div3>

<div3>
<head>ESPOSIZIONE ALLEGORICA</head>
<div4>
<head>1-6</head>
	<p>«Lo giorno se n'andava» etc. È stato dimostrato dalla ragione, nella fine del
precedente canto, al peccatore qual via tener gli convegna per dover salire alla beata vita e partirsi
della miseria della tenebrosa valle. Per la qual dimostrazione, essendosi esso messo dietro alla
ragione in cammino, per continuarsi alle predette cose discrive l'autore nel principio di questo
secondo canto l'ora nella quale in questo cammino entrarono, la qual dice essere stata nel principio
della notte.</p>
	<p>Sono adunque intorno alla allegoria del presente canto principalmente da considerare tre
cose: delle quali è la primiera qual ragione possa essere per la quale esso di notte cominci il suo
cammino; appresso, è da vedere donde potesse nascere la viltà, la qual dimostra nel dubbio il quale
muove a Virgilio; ultimamente, è da vedere qual cagione movesse Virgilio, e per che, del limbo a
venire nel suo aiuto: per ciò che, veduto questo, assai chiaramente si vedrà per qual cagione da lui
si rimovesse la viltà sua.</p>
	<p>È adunque intenzione dell'autore di dimostrare nella prima parte, che dissi essere da
considerare, che, quantunque l'uomo peccatore, tocco dalla grazia operante di Dio, abbia tanto di
conoscimento ricevuto ch'egli s'avvegga essere stato nelle tenebre della ignoranza e per quello in
pericolo di pervenire in morte eterna, e disideri di ritornare alla via della verità e d'acquistare salute,
e per questo messo si sia dietro alla guida della ragione, in lui da lungo sonno stata desta, non esser
perciò incontanente tornato nello stato della grazia, se altro non s'adopera.</p>
	<p>E perciò, acciò che in quella tornar si possa, si vuole insiememente pregare Idio col
Salmista, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Domine, deduc me in iustitiam tuam: propter inimicos meos dirige
in cospectu meo viam tuam</foreign>»;</p>
</quote>
e, oltre a questo, fare alcune altre cose, secondo la dimostrazione della ragione. E queste sono,
come altra volta ho detto, il conoscere pienamente i difetti della vita passata e di quegli pentersi e
dolersi e, appresso, nelle braccia rimettersene della Chiesa e al vicario di Dio confessarsene,
disposto a satisfare. E, questo fatto, potrà veramente credere sè essere nello stato della grazia di Dio
tornato e le sue buone opere essere accettevoli e piacevoli nel cospetto suo e valevoli alla sua
salute. Ma, infino a tanto che in questa grazia non è il peccatore ritornato, non può andare per la via
della luce, ma va per le tenebre notturne.</p>
	<p>E perciò, per dovere tosto a quella grazia pervenire, dee il peccatore ingegnarsi di fare
ogni atto meritorio, far limosine, l'opere della misericordia, usare alla chiesa, digiunare, orare e
simili cose adoperare, per ciò che, quantunque senza lo stato della grazia a salute non vagliano,
sono nondimeno preparatorie a doverci più prontamente e più prestamente menare a meritare e ad
avere la divina grazia. E perciò, quantunque ad averla l'autore si disponga, per ciò che ancora non
l'ha, ne dimostra il principio del suo cammino cominciarsi di notte.</p>
	<p>Seguita di vedere, essendo l'autore già entrato dietro alla ragione in cammino, donde
potesse nascere in esso la viltà d'animo, la qual dimostra nel dubbio il quale seco medesimo muove
alla ragione: nel quale assai manifestamente mostra lui ancora nello stato della grazia non esser
tornato, e per questo aver avuto in lui forza il sospettare de' consigli della ragione. Per la qual cosa
in molti avviene che, in se medesimi racolti, contro alle dimostrazioni della ragione disputano; e di
questo, considerata la nostra fragilità, non ci dobbiamo noi per avventura molto maravigliare.</p>
	<p>E la ragione può esser questa: assai manifesta cosa è, eziandio in ciascun constante uomo,
nel mutamento d'uno stato ad un altro alquanto gli uomini vacillare e stare in pendente s'è il
migliore, o non è, dello stato, nel quale si truova, trapassare ad un altro o pure in quel dimorarsi. E
non è alcun dubbio che, stando l'uomo in pendente, che ogni piccola sospinta il può molto muovere
e farlo più nell'una parte che nell'altra pendere. Avviene adunque che quegli, li quali, come detto è,
seco talvolta racolti sono, quantunque vere conoscano le dimostrazioni della ragione e santi i suoi
consigli, nondimeno, d'altra parte ascoltando le lusinghe della blanda carne, i conforti del mondo, le
persuasioni del diavolo, a poco a poco cacciando della mente loro il fervor preso del bene
adoperare, non fermato ancora da alcun forte proponimento, intiepidiscono e divengon vili e timidi,
avvisando, per li conforti de' suoi nimici, sè non dovere poter bastare a quello che il bene adoperare
e lo stato della penitenza richiede.</p>
</div4>

<div4>
<head>43-45</head>
	<p>Per la qual viltà, se da solenne aiuto cacciata non è, assai leggiermente miseri volgiamo i
passi e nella nostra morte ci ritorniamo. La qual cosa all'autore avvenia, se le pronte e vere
dimostrazioni della ragione non l'avesser ritenuto e confortato a seguitar la 'mpresa.</p>
	<p>Ultimamente, dissi che era da vedere qual cagione movesse Virgilio, e per che, del limbo
a venire in aiuto dell'autore. Alla qual dimostrazione tiene questo ordine l'autore: e' pare essere
assai manifesto che ciascheduno, il quale, dalla grazia operante di Dio tocco, si desta e vede la
miseria nella quale le sue colpe l'hanno condutto e, cacciate le tenebre della ignoranza, conosce in
quanto mortal pericolo posto sia, che egli, dopo alcuna paura, disideri fuggire il pericolo e ricorrere
alla sua salute: il che, non che l'uomo, ma eziandio ogni altro animale naturalmente procura.</p>
	<p>E questo assai bene aparisce l'autore aver cominciato a fare nel principio della presente
opera: in questo, desto, e conosciuto il suo malvagio stato, ha cominciato a fuggire il pericolo e
mostra di disiderare di pervenire alla salute; e ora in questa parte ne mostra quale dee essere quella
che ciascuno, il quale questo disidera, dee, sì come più presta e più al suo bisogno oportuna, fare: e
ciò mostra dovere essere l'orazione; per ciò che non si può così prestamente ricorrere all'altre cose
necessarie alla salute come a quella; e, come che ancora questo si potesse, non pare che ben si
proceda, se questa non va avanti.</p>
	<p>Alla quale eziandio la natura c'induce, sì come noi per esperienza veggiamo, per ciò che,
incontanente che alcuna cosa sinistra veggiamo contro a noi muoversi, subitamente preghiamo per
lo divino aiuto. La qual cosa per avventura vuol mostrar d'aver fatta l'autore in quella parte del
primo canto, dove dice: «Levai il viso e vidi le sue spalle»; per ciò che atto è di
coloro, li quali adorano, levare il viso al cielo, acciò che in quell'atto parte della loro affezione
dimostrino. E a questo, che noi oriamo e preghiamo ne' nostri bisogni, ne sollicita Gesù Cristo
nell'<title>Evangelio</title>, dove dice:</p>
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Pulsate et aperietur vobis; petite et dabitur
vobis</foreign>».</p>
</quote>

	<p>È il vero che l'orazione almeno queste due cose vuole avere annesse, fede e umiltà; per
ciò che chi non ha fede in colui il quale egli priega, cioè ch'egli possa fare quello che gli è
domandato, non pare orare, anzi tentare e schernire.</p>
	<p>La qual fede quanto fervente e ferma fosse, aparve nella femina cananea, la quale, ancora
che non fosse del popolo di Dio, nondimeno tanta fede ebbe in Gesù Cristo che istantissimamente il
pregò che liberasse la figliuola dal dimonio che la 'nfestava; e, non essendole da Cristo alcuna cosa
risposto, la 'ntera fede la fece ferma e constante di perseverare nel pregare incominciato. Alla quale
avendo Cristo risposto che non si volea prendere il pane dei figliuoli e darlo a' cani, non lasciando
per questa repulsa e sospignendola la sua fede, continuò nel pregare; e avendo affermato quello,
che Cristo avea detto, esser vero, disse: – Signor mio, e i cani che si allievano nella casa
mangiano delle miche che caggiono della mensa del signor loro; – volendo per questo dire:
«Io cognosco che io non sono del popol tuo, il quale tu tieni per figliuolo, e perciò non
debbo il pane de' tuoi figliuoli avere; ma io sono uno de' cani allevato in casa tua; non mi negare
quello che a' cani si concede, cioè delle miche che caggiono della mensa tua».</p>
	<p>La cui ferma fede conoscendo Cristo, non le volle, quantunque de' suoi figliuoli non
fosse, negare la grazia adomandata; ma, rivolto a lei, disse: – Femina, grande è la fede tua:
va', e così sia fatto come tu hai creduto. – E quella ora fu dal dimonio liberata la figliuola di
lei.</p>
	<p>Vuole adunque l'orazione farsi con fede e ancora, sì come voi vedete, con istanzia; per
ciò che Cristo vuole alcuna volta essere isforzato, non perchè la liberalità sua sia minore, o men
volentieri faccia le adomandate grazie, ma per fare la nostra perseveranza maggiore,e acciò che più
caramente riceviamo quello che con istanzia impetriamo.</p>
	<p>Vuole ancora l'orazione esser umile, per ciò che alcuna nobiltà di sangue nè abondanza di
sustanzie temporali nè magnificenzia d'imperiale o di reale eccellenza la potrebbe di terra levare
uno attimo. L'umiltà sola è quella che la 'mpenna e falla infino sopra le stelle volare e quella
conduce agli orecchi del Signor del cielo e della terra.</p>
	<p>Gran forze son quelle dell'umiltà nel cospetto di Dio: e come che assai in ciascuna cosa,
che l'uom vorrà riguardare, apaia, nondimeno mirabilmente il dimostrò nella sua incarnazione; per
ciò che non real sangue, non età, non belleza, non simplicità, ma sola umiltà riguardò in quella
Vergine, nella quale Egli, di cielo in terra discendendo, incarnò e prese la nostra umanità; sì come
essa medesima Vergine testimonia nel suo cantico, quando dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Respexit humilitatem ancille sue</foreign>»;</p>
</quote>
per che da questa parola degnamente essa medesima segue:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Deposuit potentes de sede et exaltavit
humiles</foreign>».</p>
</quote>
Fece adunque il nostro autore fedele ed umile orazione a Dio per la salute sua: la quale, sì come
esso medesimo scrive, salì in cielo nel cospetto di Dio guidata dall'umiltà; per ciò che, come vedere
abbiam potuto nel precedente canto, l'autore non solamente avea cacciata da sè la superbia, ma avea
paura di lei e fuggivala.</p>
	<p>E come dobbiamo noi credere la pietosa e divota orazione, guidata dall'umiltà, essere
ricevuta in cielo? Certo, non altrimenti che ricevuto fosse il figliuolo prodigo dal pietoso padre, del
quale il santo <title>Evangelio</title> ne dimostra: fece il pietoso padre uccidere il vitello
sagginato, fece parare il convito, fece chiamare gli amici e con loro si rallegrò e fece festa di avere
racquistato il suo figliuolo, il quale gli pareva aver perduto. Così si dee credere l'onnipotente Padre
aver fatto in cielo, sentendo per la divota orazione colui alla via della verità ritornare, il quale del
tutto partito se n'era e ogni sua grazia avea dispersa e gittata via. Che festa ancora dobbiam credere
averne fatta gli angeli di vita eterna? La letizia de' quali è maggiore sopra un peccatore che torni a
penitenzia che sopra novantanove giusti.</p>
	<p>Posta dunque l'orazione nel cospetto di Dio, quivi dolendosi del malvagio stato di colui
che la manda, priega; appresso, e quello di che ella priega scrive l'autore, dicendo che ella chiede in
sua dimanda Lucia e, come suo fedele, e che ha di lei bisogno, a lei il racomanda. E così dovemo
intendere quella donna gentile essere la santa orazione fatta dal peccatore, e in questa parte dovemo
intendere per Lucia la divina clemenza, la divina misericordia, la divina benignità, la qual
veramente è nimica di ciascun crudele, per ciò che in alcun crudele nè pietà nè misericordia si
truova giammai.</p>
	<p>Apare adunque per questo che l'orazione dell'autore adomandasse misericordia, per la
qual sola noi possiamo, avendo peccato, nella grazia di Dio ritornare; per ciò che egli è tanta la
indegnità e la iniquità del peccare e adoperare contro a' comandamenti di Dio che, se la sua
misericordia non fosse, alcun nostro merito mai ci potrebbe nel suo amore ritornare.</p>
	<p>Quinci, per le cose che seguitano, apare il nostro Signore aver prestate benignamente le
orecchi della sua divinità a' prieghi fatti dall'umile orazione, in quanto dice l'autore che Lucia, cioè
la divina misericordia, chiamò Beatrice, cioè se medesima dispose a mettere in atto il priego
ricevuto: il che apare in quanto Beatrice, che quivi la grazia salvificante, o vogliam dire
beatificante, s'intende, alla salute del pregante si dispose; il che dallo intrinseco della divina mente
procedette.</p>
	<p>Grande è per certo, come dice san Gregorio, la virtù della orazione, la quale, fatta in terra,
adopera in cielo: il che qui manifestamente apare, sì come al peccatore è dimostrato, per ciò che la
forza della sua orazione ha rotto e anullato il duro giudicio di Dio, nel quale esso Idio vuole che il
peccatore sia punito; e l'umile orazione ha tanto potuto che, rotto questo giudicio, al peccatore, in
luogo della pena, è conceduta misericordia; e non solamente misericordia, ma ancora preparatagli e
mostratagli la via da pervenire a salvazione.</p>
</div4>

<div4>
<head>52-54</head>
	<p>Che adunque avviene? che, per lo desiderio della salute sua, la divina bontà fa che per la
grazia salvificante si muove Virgilio del limbo, il quale qui si prende per la ragione, per la quale noi
siamo detti «animali razionali», o vogliam dire per la grazia cooperante, o vogliam
dire l'una e l'altra insieme: con ciò sia cosa che alcuno più atto luogo in noi io non cognosca, dove
la grazia cooperante mandatane da Dio si debba più tosto ricevere, che nella sedia della ragione,
con ciò sia cosa che essa, dopo la grazia operante ben ricevuta, ogni bene in noi disponga e ordini e
con noi insieme adoperi.</p>
	<p>E, a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sapere, come già dicemmo, esser
due mondi: l'uno si chiama il maggiore e l'altro il minore, sì come ne mostra Bernardo Silvestre in
due suoi libri, de' quali il primo è intitolato <title>Megacosmo</title> da due nomi greci, cioè da
«<foreign lang="grc">mega</foreign>», che in latino viene a dire
«maggiore», e da «<foreign lang="grc">cosmos</foreign>», che in
latino viene a dire «mondo»; e il secondo è chiamato <title>Microcosmo</title>, da
«<foreign lang="grc">micros</foreign>», greco, che in latino viene a dire
«minore», e «<foreign lang="grc">cosmos</foreign>», che vuol dire
«mondo». E ne' detti libri ne dimostra il detto Bernardo il maggior mondo esser
questo il quale noi abitiamo e che noi generalmente chiamiamo «mondo», e il minor
mondo esser l'uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente investigando, trovarsi o tutti o quasi
tutti gli accidenti che nel maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte chiamata
«limbo», la quale non ha sopra di sè altra cosa che il cerchio della circunferenza della
terra, o la estrema superfice della terra, che noi vogliam dire.</p>
	<p>E, quantunque l'autore, secondo la sentenzia litterale, mostri Virgilio essere nel limbo del
maggior mondo, non è da intendere che quindi fosse mossa la ragione da Beatrice, ma fu mossa del
limbo del mondo minore, cioè della più eminente parte dell'uomo, la quale è il celebro, sopra il
quale nulla altra cosa è del nostro corpo, se non il craneo e la cotenna, per ciò che in quello fu da
Dio locata la ragione.</p>
	<p>E questo per ciò che ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro e, oltre a
ciò, il dominio a dovere regolare i movimenti della nostra sensualità, sì come ad ottima
distinguitrice delle cose nocive dall'utili.</p>
	<p>E convenevole cosa è che colui, al quale è commessa la guardia d'alcuna cosa, che egli
stea nella più sublime parte di quella, acciò che esso possa vedere e discernere di lontano ogni cosa
emergente, e a quelle cose, che fossero avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio
per lo quale da sè le dilunghi: la qual cosa ne' sensati uomini ottimamente fa la ragione, posta nella
superiore parte di noi.</p>
	<p>Oltre a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte del suo regno, nella
qual conosce esser di maggior bisogno la sua presenza, acciò che per quella si tolgan via le
sedizioni e i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta nel cerebro, per ciò che
quivi è più di pericolo che in tutto il rimanente del nostro corpo. E la ragione è per ciò che nella
nostra testa sono gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri sensi del corpo, li quali con ogni
istanzia nimicano il regno della ragione. E perciò, se loro vicina non fosse, potrebbon muovere cose
assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse e diminuite le forze loro. E questa sedia della
ragione essere nel nostro celebro, e perchè quivi, ottimamente sotto maravigliosa fizione dimostra
Virgilio nel primo dell'<title>Eneida</title>, dove dice:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Eoliam venit: hic vasto rex Eolus in antro</foreign>,</p>
</quote>
e, appresso a questo, in più altri versi.</p>
	<p>E adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo minor mondo, la ragione e quindi
la muove la grazia salvificante in soccorso del peccatore. Il quale movimento non si dee altro
intendere se non un rilevarla dallo infimo e depresso stato nel quale lungamente tenuta l'aveano
l'appetito concupiscibile e irascibile; e, lei sotto i piedi delle loro scellerate operazioni tenendo,
aveano occupata la sedia sua, e questo per tanto tempo, che essa, non potendo il suo officio
essercitare, era, tacendo, divenuta fioca, cioè nell'esser fioca dimostrava la lungheza della sua
servitudine: e, così rilevatala, in essa pone la grazia cooperante e parala dinanzi allo smarrito
intelletto del peccatore.</p>
	<p>E di questo non è alcun dubbio che noi, quante volte ci raveggiamo delle nostre disoneste
operazioni, tante per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, li quali non siamo quanto nella
ignoranza dei peccati dimoriamo: anzi, avendo la ragione perduta, siamo divenuti quegli animali
bruti, a' quali, come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che se altra dottrina non ci
mostrasse, spesse volte ne 'l mostrano le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi
transformato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in alcun'altra forma bestiale.</p>
	<p>E come la ragione dalla grazia salvificante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e
consultrice e aiutatrice del peccatore, il toglie co' suoi ammaestramenti dinanzi a' vizi, li quali gli
hanno tolta la corta salita al monte, cioè al luogo della sua salute. E «corta» dice, per
ciò che agli uomini, li quali in istato d'inocenzia vivono, è il salire a questo monte leggierissimo, sì
come il Salmista ne mostra, là dove dice:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Quis ascendet in montem Domini aut quis stabit in loco sancto
eius</foreign>?»;</p>
</quote>
e, rispondendo alla domanda, quello n'afferma che io dico, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Inocens manibus et mundo corde, qui non accepit in vanum
animam suam, nec iuravit in dolo proximo suo</foreign>»;</p>
</quote>
ma a coloro diventa molto lunga, li quali ne' peccati miseramente vivono.</p>
	<p>E, oltre a questo, riprende e morde la viltà dell'animo di quegli, li quali, tirati dalle
mollizie del mondo, del divino aiuto mostran di disperarsi, mostrando loro come, per loro umile
orazione, la misericordia di Dio e la grazia salvificante procurin per loro nel cospetto di Dio;
mostrando ancora come sicuramente ad ogni affanno mettere si possano, avendo sè, cioè la grazia
cooperante, con loro e in loro aiuto e consiglio.</p>
	<p>Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno: «A che era di bisogno che la
grazia salvificante movesse o rilevasse la ragione nell'autore?». Alla qual domanda è la
risposta prontissima. Vuole così la ragion delle cose, che negli atti morali, sì come questo è, noi
non possiamo alcuna cosa bene adoperare nè con ordine debito, se noi primieramente non
cognosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare, per ciò che la notizia di quello ha a causare i
nostri primi atti e di quindi ad ordinare quegli che appresso a' primi e subseguentemente deono
seguire.</p>
	<p>Come comporrà il cirugico il suo unguento o il fisico la sua medicina, se prima il cirugico
non vede il malore e il fisico l'omore da purgare? Come darà il nocchiere la vela del suo legno a'
venti, se esso primieramente non avrà conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire?
Come farà l'architetto fondare uno edificio, o preparar la materia da edificarlo, se egli
primieramente non sa che spezie d'edificio debba esser quello che far si dee? con ciò sia cosa che
altra forma e altro maestero voglia un tempio che un palagio reale, e altra forma il palagio che una
casa cittadinesca.</p>
	<p>È adunque di necessità primieramente cognoscere il fine, che noi pognamo alcuno nostro
atto in opera: e perciò, se ben guarderemo, se il disiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia
salvificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute ci possan perducere.</p>
	<p>E di queste nostre operazioni conviene che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e
però la ragione è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l'autor mostra in persona
di Beatrice venire a muover Virgilio. E questo scendere non si dee intendere essere stato attuale;
ma semplicemente la volontà di Dio, provocata dall'umile orazione del peccatore a misericordia, è
causativa di questo rilevamento della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia
salvificante.</p>
	<p>Adunque, avicinandosi alla conclusione, dico l'autore, per le riprensioni della ragione
– in lui ritornata e per gli ammonimenti di lei, avere la viltà, presa da' malvagi conforti de'
nostri nemici, posta giù e cacciata da sè; riprende, per lo sano consiglio della ragione, il vigore e la
forza smarrita e nel primo suo buono proponimento si ritorna e, ad ogni fatica per acquistar salute
disposto, con la ragione insieme riprende il cammino. E questa si può dire essere interamente
l'esposizione allegorica del presente canto.</p>
	<p>Nè sia alcuno sì poco savio che creda queste cose, quantunque mostrino nel discriversi
aver certe interposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata interposizione: per ciò
che egli è possibile di muovere la divinità e d'aver veduto ciò, che l'autore dee nello 'nferno vedere,
e di pervenire alla porta di purgatorio e ancora di salire in cielo quasi in un momento, pure che la
contrizione sia grande e il fervore della carità ferventissimo e intero, come di molti abbiam già letto
essere stato.</p>
</div4>
</div3>
</div2>

<div2>
<head>III</head>
<div3>
<head>ESPOSIZIONE LITTERALE</head>
<div4>
<head>1-3</head>
<p><add resp="ed">L. VIIII</add></p>
	<p>«Per me si va nella città dolente» etc. In questo canto ne raconta l'autore
come alla porta dello 'nferno pervenissero e come dentro ad essa fosse da Virgilio menato e quivi
vedesse i cattivi miseramente afflitti e ultimamente pervenissero al fiume d'Acheronte. E dividesi
questo canto in due parti: nella prima mostra come alla prima porta dello 'nferno pervenisse e
dentro a quella fosse da Virgilio menato; nella seconda parte discrive quello che dentro dalla porta
udisse e vedesse. E comincia quivi: «Quivi sospiri, pianti».</p>
	<p>Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella fine del precedente canto ha
detto, cioè come con Virgilio entrasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta della
entrata d'inferno; sopra la quale, dice, vide scritto: <hi rend="italic">Per me</hi>, cioè per entro
me, <hi rend="italic">si va nella città dolente</hi>, cioè nella città di Dite, dolente in perpetuo per
li dannati spiriti li quali dentro vi sono; della qual città, per ciò che pienamente se ne scriverà in
questo libro appresso, nel canto VIII, qui non curo di dirne alcuna cosa; <hi rend="italic">Per me si
va nell'eterno dolore</hi>, al quale dannati sono coloro li quali muoiono nell'ira di Dio; <hi rend="italic">Per me si va tra la perduta gente</hi>. Dice «perduta», per ciò che
alcuna potenza di bene adoperare non è in loro: e questi cotali meritamente si posson dir
perduti.</p>
</div4>

<div4>
<head>4-6</head>
	<p><hi rend="italic">Giustizia mosse</hi>, a farmi: e la giustizia che 'l mosse fu la superbia
del Lucifero, la quale meritò eterno supplicio, il quale Idio volle tanto da sè dilungare quanto più si
potea, e perciò nel centro della terra gittatolo, quivi la sua prigione fece e volle quella finalmente
esser prigione di tutti quegli li quali contro alla sua deità operassero; <hi rend="italic">il mio alto
Fattore</hi>, cioè Idio; <hi rend="italic">Fecemi la divina Potestate</hi>, cioè Idio Padre, al
quale è attribuita ogni potenza; <hi rend="italic">La somma Sapienza</hi>, cioè il Figliuolo, il
quale è sapienza del Padre; <hi rend="italic">e 'l primo Amore</hi>, cioè lo Spirito santo, il quale è
perfettissima carità, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo. E così apare questa porta
essere stata fatta dalla Trinità, a dimostrare che chi offende in alcuna cosa Idio offenda queste tre
persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo composto, dove gli offenditori in perpetuo fuoco
sono dannati.</p>
</div4>

<div4>
<head>7-9</head>
	<p><hi rend="italic">Dinanzi a me</hi>, porta, <hi rend="italic">non fur cose create Se non
eterne</hi>; così mostra questo luogo essere stato prima creato da Dio che fosse creato l'uomo, il
quale, quanto è al corpo, non è eterno, e che fosse creato poi che fu creato il cielo e la terra e gli
angioli, i quali sono eterni; e, per ciò che, come parte degli angioli peccarono, che peccarono prima
che l'uomo fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo in lor prigione e supplicio;
quantunque i santi tengano questo aere tenebroso essere pieno di quegli, come appresso più
distesamente alquanto si dirà.</p>
	<p>E in quanto l'autore dice qui «eterne», favella di licenzia poetica
impropiamente, come assai spesso si fa: per ciò che l'essere eterno a cosa alcuna non s'apartiene se
non a quella la quale non ebbe principio nè dee aver fine, e questa è solo Idio; gli angioli e le nostre
anime e certe altre creature da Dio imediatamente create, quantunque mai fine aver non debbano,
per ciò che ebber principio, non si deono, propiamente parlando, dire «eterne», ma
«perpetue»; <hi rend="italic">ed io eterna duro</hi>, sì come opera creata da Dio
senza alcun mezzo, per ciò che per li dottori si tiene ciò, che imediatamente fu o sarà creato da Dio,
è eterno. <hi rend="italic">Lasciate ogni speranza, o voi che 'ntrate</hi>, dentro da me,
«<hi rend="italic">quia in inferno nulla est redemptio</hi>», se ciò di potenzia
assoluta Idio non facesse come fece de' santi padri, li quali ne trasse quando, già risucitato da
morte, spogliò il limbo.</p>
</div4>

<div4>
<head>10-12</head>
	<p><hi rend="italic">Queste parole</hi>, di sopra dette, <hi rend="italic">di colore
oscuro</hi>, conforme alla qualità del luogo nel quale per quella porta s'andava, <hi rend="italic">Vid'io scritte al sommo d'una porta</hi>, cioè a quella per la quale in inferno
s'entrava; <hi rend="italic">Per ch'io, supple</hi>: dissi: <hi rend="italic">maestro</hi>, Virgilio;
e ben fa qui a chiamarlo «maestro», per ciò che a' maestri si vogliono muovere i
dubbi e da loro aspettare le chiarigioni; <hi rend="italic">il senso lor</hi>, cioè quello che dir
vogliono, <hi rend="italic">m'è duro</hi>, cioè malagevole ad intendere.</p>
</div4>

<div4>
<head>13-15</head>
	<p><hi rend="italic">E quegli</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">a me, supple</hi>:
rispose, <hi rend="italic">come persona accorta</hi>, cioè intendente. <hi rend="italic">Qui</hi>,
cioè in questa entrata, <hi rend="italic">si convien lasciare ogni sospetto</hi>, acciò che sicuro si
vada. <hi rend="italic">Qui si convien ch'ogni viltà</hi>, d'animo, <hi rend="italic">sia
morta</hi>, cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son queste parole prese dal
VI dell'<title>Eneida</title>, dove la Sibilla dice ad Enea:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Nunc animis opus, Enea, nunc pectore forti</foreign>.</p>
</quote>
</p>
</div4>

<div4>
<head>16-18</head>
	<p><hi rend="italic">Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto</hi>, cioè allo 'nferno, del
quale, vicino al fine del primo canto, gli disse; <hi rend="italic">Che vederai le genti dolorose
C'hanno perduto</hi>, per li lor peccati, <hi rend="italic">il ben dello 'ntelletto</hi>, cioè Idio, il
quale è via e verità e vita: e il ben dello 'ntelletto è la verità, per la quale tutti per diverse vie ci
fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono.</p>
</div4>

<div4>
<head>19-21</head>
	<p><hi rend="italic">E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso, ond'io mi
confortai</hi>. Qui assai manifestamente n'ammaestra l'autore con che viso noi dobbiamo mettere,
chi ne segue, nelle dubbiose cose: e dice che dee esser con lieto, per ciò che dal viso lieto del duca
prende conforto e sicurtà chi segue; dove, non vedendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai
leggiermente impauriscono e diventano vili, come noi leggiamo le legioni romane, da' contrari
auspizi e dal viso di Flaminio consolo turbato invilite, da Anibale allato al lago Trasimeno essere
state sconfitte. Dice adunque di sè l'autore che, vedendo nella entrata di così dubbioso luogo lieto
Virgilio, egli si confortò tutto.</p>
	<p><hi rend="italic">Mi mise dentro alle segrete cose</hi>. Segrete sono in quanto agli
occhi mortali manifestar non si possono, per ciò che così i tormenti, come i tormentati e i
tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli
effetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi
uomini, tutto il dì ci sieno aperti e palesati.</p>
</div4>

<div4>
<head>22-24</head>
	<p>«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Quivi incomincia la seconda parte del
presente canto, nella qual dissi che si discrivea quello che l'autore nella entrata prima dello 'nferno
avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette: per ciò che nella prima l'autor pone molti
dolorosarmente dolersi; nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che così si dolgono;
nella terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormentati; nella quarta dice l'autore sè
aver vedute molte anime correre ad un fiume; nella quinta dice sè essere a questo fiume pervenuto e
non averlo voluto passare dall'altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca
passava;</p>
	<p>nella sesta gli apre Virgilio perchè Caròn non l'ha voluto passare; nella settima ed ultima
mostra l'autore sè per un tremor della terra e poi da un baleno essere stato vinto e caduto. La
seconda comincia quivi: «Ed egli a me: questo misero modo»; la terza quivi:
«Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E poi ch'a riguardare»; la
quinta quivi: «Ed ecco verso noi»; la sesta quivi: «Figliuol mio, disse»;
la settima e ultima quivi: «Finito questo».</p>
	<p>Dice adunque così: Quivi, cioè nella prima entrata dello 'nferno, <hi rend="italic">sospiri
e pianti</hi>. «Pianto» è quello che con ramarichevoli voci si fa, quantunque il più i
volgari lo 'ntendano ed usino per quel pianto che si fa con lagrime; <hi rend="italic">e alti
guai</hi>. Questi apartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente a quello che con altissime
voci e dolorose si dimostra; <hi rend="italic">Risonavan per l'aere senza stelle</hi>, cioè oscuro e
al cospetto del cielo chiuso, <hi rend="italic">Per ch'io, al cominciar, ne lagrimai</hi>. Ecco una
delle fatiche dell'animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli
s'aparecchiava.</p>
</div4>

<div4>
<head>25-30</head>
	<p><hi rend="italic">Diverse lingue</hi>, cioè diversi idiomi, per la diversità delle nazioni
dell'universo, le quali tutte quivi concorrono; <hi rend="italic">orribili favelle</hi>, cioè
spaventevoli, come son qui tra noi quelle de' Tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino,
quando più amichevolmente favellano; <hi rend="italic">Parole di dolore</hi>, cioè significanti
dolore; <hi rend="italic">accenti d'ira</hi>. «Accento» è il proferere, il quale
facciamo alto o piano, acuto o grave o circunflesso; ma qui dice che erano d'ira, per la quale si
sogliono molto più impetuosi fare che, senza ira parlando, non si farieno.</p>
	<p><hi rend="italic">Voci alte</hi>, per le punture della doglia, <hi rend="italic">e
fioche</hi>: suole l'uomo per lo molto gridare affiocare; <hi rend="italic">e suon di man</hi>,
come soglion far le femine battendosi a palme, <hi rend="italic">con elle</hi>, cioè con quelle
voci: le quali cose intra sè diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma <hi rend="italic">Facevano un tumulto</hi>, cioè una confusione, <hi rend="italic">il qual
s'agira</hi>; per ciò che il luogo è ritondo e, essendo da quel tumulto l'aere percosso e non avendo
alcuna uscita, è di necessità che per lo luogo s'agiri e prenda moto circulare; <hi rend="italic">Sempre in quell'aer senza tempo tinta</hi>, cioè mutata per contrarietà di venti o di
altro accidente.</p>
	<p><hi rend="italic">Come l'arena quando turbo spira</hi>. Dimostra qui l'autore, per una
brieve comparazione, il moto di quel tomulto, come di sopra dissi, essere circulare e di quella
forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superfice della terra; e
questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti
«turbo», spira: il quale non pare avere alcuno ordinato movimento, come gli altri
hanno, per ciò che non viene da diterminata parte, ma, essendo la essalazion calda e secca, che
dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddeza d'alcun nuvolo e da quella a parte a parte cacciata,
diviene vento, il quale, là dove si genera, prende moto circulare;</p>
	<p>e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è, in tanto
che in una medesima piaza noi il vedremo in una parte di quella e non in un'altra; e per ciò che la
essalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste
circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chiamiamo «turbo», Aristotile
il chiama «tifone» nella sua <title>Metaura</title>, dove chi vuole può pienamente
vedere di questa materia.</p>
</div4>

<div4>
<head>31-33</head>
	<p><hi rend="italic">Ed io ch'avra l'orror</hi>, cioè di stupore, <hi rend="italic">la testa
cinta</hi>, cioè intorniata: e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto; <hi rend="italic">Dissi: maestro, che è quel ch'i' odo</hi>?, che fa questo tumulto; <hi rend="italic">E
che gent'è</hi>, questa, <hi rend="italic">che par nel duol sì vinta</hi>?, secondo che le loro voci
manifestano.</p>
</div4>

<div4>
<head>34-36</head>
	<p>«Ed egli a me». In questa seconda parte della subdivisione dichiara Virgilio
all'autore chi sien costoro de' quali esso dimanda. <hi rend="italic">Ed egli</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">a me, supple</hi>: rispose: <hi rend="italic">questo misero modo</hi>, il quale tu odi
e del quale tu se' stupefatto, <hi rend="italic">Tengon l'anime triste di coloro Che visser senza
infamia</hi>, d'alcuna loro malvagia operazione, per ciò che, quantunque buone non fossero,
erano intorno a sì bassa e misera materia che di sè non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si
può dire che senza infamia vivessero; <hi rend="italic">e senza lodo</hi>, cioè senza fama, per ciò
che, come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.</p>
	<p>Ma da vedere è che gente questa può essere. E, se io estimo bene, questa mi pare quella
maniera d'uomini, li quali noi chiamiamo «mentacatti», o vero
«dementi»; li quali, ancora che abbiano alcun senso umano, per molta umidità di
cerebro hanno sì il vigore del cuore spento che cosa alcuna non ardiscono d'adoperare degna di
laude, anzi si stanno freddi e rimessi ed il più del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno
dal disiderio di dovere alcuna cosa adoperare; di che quello segue che l'autore ne dice, cioè
«che visser senza infamia e senza lodo».</p>
</div4>

<div4>
<head>37-39</head>
	<p><hi rend="italic">Mischiate sono</hi>, queste misere anime, <hi rend="italic">a quel
cattivo coro</hi>. «Coro» si dice propriamente un'adunazione d'uomini, li quali in
figura di cerchio sieno congiunti insieme; o «coro» è detto quello luogo, nel quale
stanno nelle chiese coloro che cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio. E qui si potrebbe
prendere per ciascuno di questi due significati, per ciò che, considerato il movimento di questi
spiriti, il quale è circulare, come appresso si dimosterrà, si può il loro dir «coro»; e se
per altro significato il vorrem prendere, quello di costoro potrem dire «coro», cioè
loro essere ordinati a modo di coro, ma non a cantare, anzi a piangere miseramente e in eterno.</p>
	<p>«Cattivo» il chiama per la similitudine la quale hanno quegli spiriti con
queste anime de' cattivi, le quali con loro son mischiate: e in tanto sono loro simili, in quanto non
seppero diliberare che farsi nel tempo della rebellione del Lucifero, ma si stettero freddi e timidi,
senza diliberare di tenersi con Dio, come doveano, o seguire il Lucifero, come non doveano.</p>
	<p><hi rend="italic">Degli angeli</hi>. Questo nome «angelo» è derivato da
uno nome greco, cioè «<foreign lang="grc">aggelos</foreign>», il quale in latino
viene a dire «nunzio» o «ambasciadore» o «messo»: e per
ciò che essi quello officio appo il diavolo fanno, cioè d'esser mandati, che appo Idio fanno i buoni
angeli, quel nome antico d'angeli sempre ritenuto s'hanno e ritengono, quantunque sieno divenuti
dimoni; e secondo che alcun santo vuole, questo nome non è loro attribuito giammai, se non quanto
sono in alcuna commessione loro fatta da Dio; la qual finita, non si chiama più angelo, ma spirito
beato; <hi rend="italic">che non furon ribelli, supple</hi>: a Dio, <hi rend="italic">Nè fur fedeli a
Dio, ma per sè foro</hi>: non tenner costoro nè con Dio nè col diavolo.</p>
	<p>Ed acciò che qui alcuno per men che bene intendere non errasse, è da sapere non essere
state che due maniere di angeli, sì come il Maestro ne dimostra nel secondo delle Sentenzie, e di
queste due l'una non peccò e però appresso a Dio si rimase in paradiso: l'altra, che peccò, tutta fu
gittata fuori di paradiso e cadde e questo aere tenebroso propinquo alla terra riempiè, e questo
affermano i santi esserne pieno; e da questi talvolta muovono le tempeste e le impetuose turbazioni
che nell'aere sono e in terra discendono; e da questi dicono noi essere tentati e stimolati e venire
quelle illusioni dalle quali i non molto savi son talvolta beffati e scherniti. Concedono nondimeno
talvolta di questi dimoni discenderne in inferno ad infestare e tormentare l'anime de' dannati,
affermando questi cotali spiriti immondi al dì del giudicio tutti dovere dalla divina potenza essere
rachiusi in inferno.</p>
	<p>Ora pare qui che all'autor piaccia questi malvagi angeli essere in due spezie divisi: delle
quali vuole l'una aver men peccato che l'altra, in quanto mostra questa spezie, che men peccò,
vicina alla superfice della terra essere rilegata; e per ciò che la giustizia di Dio secondo &lt;la
gravità della colpa&gt; più e meno punisce, non intende costoro al dì del giudicio dover essere da
Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli altri che molto più peccarono.</p>
</div4>

<div4>
<head>40-42</head>
	<p>E però vuolsi questa lettera, che segue, leggere in questo modo: <hi rend="italic">Caccianli i cieli</hi>, da sè; e segue incontanente la ragione per che, cioè <hi rend="italic">per non esser men belli</hi>, per ciò che i cieli sono bellissimi; ed intra l'altre loro
singulari bellezze, hanno che in essi alcuna macula di colpa non si truova, per ciò che in essi alcuna
cosa non si riceve se non purissima, ed essi furono purissimi creati da Dio; per che segue, se essi
ricevessero questa spezie di angeli, la quale è viziosa, essi maculerebbono la lor bellezza: e per ciò,
acciò che questo non avvenga, essi gli scacciano e dilungangli da loro.</p>
	<p><hi rend="italic">Nè il profondo inferno gli riceve</hi>, cioè riceverà: e ponsi qui il
presente per lo futuro: per ciò che, altrimenti leggendosi o intendendosi, parrebbero le spezie degli
angeli esser tre, la qual cosa sarebbe contro alla catolica verità, e dice «il profondo»,
a differenza del luogo dove sono in inferno, che veggiamo gli pone nella più alta parte di
quello.</p>
	<p>E appresso mostra la cagione per che dal profondo inferno ricevuti non sieno, dicendo:
<hi rend="italic">Ch'alcuna gloria</hi>, cioè piacere, <hi rend="italic">i rei</hi>, angeli, li quali
manifestissimamente furono ribelli, <hi rend="italic">avrebber d'elli</hi>, veggendoli in quel
medesimo supplicio che essi saranno.E così apare non essere opera de' ministri infernali che questi
angeli non sieno nel profondo inferno, ma della giustizia di Dio, la quale non patisce che di cosa
alcuna quegli spiriti maladetti possano avere alleggiamento della pena loro.</p>
</div4>

<div4>
<head>43-48</head>
	<p><add resp="ed">43-45</add> <hi rend="italic">Ed io: maestro, supple</hi>: dissi, <hi rend="italic">che è tanto greve</hi>, cioè qual tormento, <hi rend="italic">&lt;A lor&gt; che
lamentar gli fa sì forte?</hi>, cioè sì amaramente. <hi rend="italic">Rispose</hi>, cioè Virgilio:
<hi rend="italic">dicerolti molto breve</hi>. <add resp="ed">46-48</add> E dice così: <hi rend="italic">Questi</hi>, cattivi, che tu odi così dolersi, <hi rend="italic">non hanno speranza di
morte</hi>, per ciò che manifesto è loro l'anime essere eterne; <hi rend="italic">E la lor cieca
vita</hi>, senza alcuna luce di merito, <hi rend="italic">è tanto bassa</hi>, cioè tanto depressa,
avendo riguardo che in inferno sieno dannati in eterno, e su nel mondo di loro alcuna memoria non
sia e quasi sieno come se stati non fossero; <hi rend="italic">Che invidiosi son d'ogni altra
sorte</hi>, di peccatori, quantunque di gravissimi supplici tormentati sieno: per che chiaro
comprender si può costoro essere miserissimi, poichè di ciascuno, quantunque misero, invidiosi
sono, con ciò sia cosa che invidia non si soglia portare se non a migliore o a più felice di sè.</p>
</div4>

<div4>
<head>49-51</head>
	<p><hi rend="italic">Fama di loro</hi>. Che cosa sia fama è mostrato di sopra nella
esposizione della lettera del precedente canto; <hi rend="italic">il mondo</hi>, cioè il costume de'
mondani, il quale è solamente i segnalati uomini far famosi, <hi rend="italic">esser non lassa</hi>,
per ciò che furono torpenti, miseri e freddi.</p>
	<p><hi rend="italic">Misericordia e giustizia gli sdegna</hi>; e questo per ciò che le loro
opere non furon tali che impetrar misericordia per quelle sapessero o potessero, per la quale
sarebbero stati allevati alla gloria eterna: e furon sì vili e sì dolorose che giustizia gli sdegna, cioè
non cura di dovergli tra le più gravi colpe dannare, quantunque in quelle per mentacattaggine forse
peccassero; ma, sì come morti senza la grazia di Dio, gli lascia quivi, come gittati da sè,
miseramente dolersi, come miseramente vissero. E questa seconda cagione è troppo più ponderosa
che la primiera e più gli prieme; e per questa si manifesta loro sentire quanto la lor vita sia vile. E
questa è la cagione per che, come l'altre anime de' peccatori, non vanno a passare il fiume di
Acheronte, quantunque nondimeno in inferno sieno, là dove sono.</p>
	<p><hi rend="italic">Non ragioniam di lor</hi>: quasi voglia dire che il ragionar di così fatta
spezie di genti è un perder di tempo; <hi rend="italic">ma guarda</hi>, se t'agrada di vedere la lor
pena, <hi rend="italic">e</hi>, guardando, <hi rend="italic">passa</hi>, e lasciagli stare. E questo
riguardare gli concede Virgilio non in contentamento dell'autore, ma in dispetto de' riguardati, li
quali noia sentono, vedendo la lor miseria essere da alcuno veduta o conosciuta.</p>
</div4>

<div4>
<head>52-57</head>
	<p><add resp="ed">52-54</add> <hi rend="italic">Ed io che riguarda'</hi>, secondo m'avea
conceduto Virgilio; e qui discrive la qualità della loro afflizione, per la quale sì amaramente si
dolgono; <hi rend="italic">vid'una insegna Che girando</hi>, cioè in giro andando, <hi rend="italic">correva</hi>, cioè correndo era portata, <hi rend="italic">tanto ratta</hi>, cioè sì
velocemente, <hi rend="italic">Che d'ogni posa mi pareva indegna</hi>. <add resp="ed">55-
57</add> <hi rend="italic">E dietro le venia</hi>, a questa insegna, <hi rend="italic">sì lunga
tratta</hi>, cioè sì gran quantità, <hi rend="italic">Di gente</hi>, d'anime state di genti, <hi rend="italic">ch'io non avrei creduto</hi>, avanti che io avessi veduto questo, <hi rend="italic">Che morte tanta n'avesse disfatta</hi>, cioè uccisa. E dice «disfatta»,
per ciò che la morte non è altro che la separazione dell'anima dal corpo, la quale per la morte
separandosi, resta questa composizione dell'anima e del corpo, le quali insieme fanno l'uomo,
essere disfatta; per ciò che, dopo cotale dipartimento, colui, che prima era uomo, non è poi più
uomo.</p>
</div4>

<div4>
<head>58-60</head>
	<p><hi rend="italic">Poscia ch'io v'ebbi</hi>, guardando, <hi rend="italic">alcun
riconosciuto</hi>, il quale non nomina, per ciò che, se egli il nominasse, qualche fama o infamia
gli darebbe: il che sarebbe contro a quello che di sopra ha detto, cioè «Fama di loro il mondo
esser non lassa» etc.; <hi rend="italic">Vidi e e conobbi l'ombra di colui Che fece per viltà il
gran rifiuto</hi>.</p>
	<p>Chi costui si fosse non si sa assai certo; ma, per l'operazione la quale dice da lui fatta,
estiman molti lui avere voluto dire di colui il quale noi oggi abbiamo per santo e chiamiamlo san
Piero del Morrone, il quale senza alcun dubbio fece un grandissimo rifiuto, rifiutando il papato. E
dicesi lui a questo rifiuto essere in questa maniera pervenuto, che, essendo egli semplice uomo e di
buona vita nelle montagne del Morrone in Abruzo sopra Sermona in atto eremitico, egli fu eletto
papa in Perugia, appresso la morte di papa Niccola d'Ascoli; ed essendo il suo nome Piero, fu
chiamato Cilestrino.</p>
	<p>La cui semplicità considerando, messer Benedetto Gatano cardinale, uomo avvedutissimo
e di grande animo e disideroso del papato, astutamente operando, gli incominciò a mostrare che
esso in pregiudicio dell'anima sua tenea tanto officio, poichè a ciò sofficiente non si sentia.</p>
	<p>Alcuni vogliono dire che esso usò con alcuni suoi segreti servidori che la notte voci
s'udivano nella camera del predetto papa, le quali, quasi d'angeli mandati da Dio fossero, dicevano:
– Renunzia, Cilestrino! renunzia, Cilestrino! – Dalle quali mosso, ed essendo uomo
idiota, ebbe consiglio col predetto messer Benedetto del modo del poter renunziare. Il quale gli
disse:  Il modo sarà questo, che voi farete una decretale, nella quale si contenga che il papa possa
nelle mani de' suoi cardinali renunziare il papato.</p>
	<p>Il quale, come a doverla fare il vide disposto, essendo essi in Napoli, segretamente fu col
re Carlo secondo, re di Cicilia, a cui stanza il detto papa poco davanti aveva fatti dodici cardinali, e,
apertogli l'animo suo, gli promise d'aiutarlo con ogni forza della Chiesa nella guerra sua di Cicilia,
dove facesse che, rifiutando Cilestrino il papato, esso facesse che i dodici cardinali, fatti a sua
istanza, gli dessero le boci loro nella elezione: la qual cosa il re gli promise.</p>
	<p>Laonde esso, con alcuni altri cardinali italiani, sotto certe promessioni, ordinato questo
medesimo, adoperò che il papa pronunziò la legge del dover potere rinunziare il papato; e il dì di
santa Lucia, essendo stato cinque mesi e alcun dì papa, venuto co' papali ornamenti in concistoro,
in presenza de' suoi cardinali puose giù la corona e il papale ammanto e rifiutò il papato. Di che poi
seguì, che la vilia di Natale messer Benedetto predetto fu eletto papa e chiamato Bonifazio
ottavo.</p>
	<p>Il quale ivi a poco tempo, per ciò che vedeva gli animi di molti inchinarsi ad avere nel
detto frate Piero, quantunque rinunziato avesse, divozione come in vero papa, fece il predetto frate
Piero chiamare dal monte santo Agnolo in Puglia, dove per divozione andato n'era e quindi,
secondo che alcuni affermano, era disposto di passarsene in Ischiavonia e quivi in montagne
altissime e salvatiche finire in penitenzia i dì suoi; il fece chiamare e fecenelo andare alla rocca di
Fummone, e quivi tenerlo mentre visse; ed essendo morto, il fece in una piccola chiesicciuola fuori
della rocca senza alcuno onore funebre sepellire in una fossa profondissima, acciò che alcuno non
curasse di trarne giammai il corpo suo.</p>
	<p>Pare adunque l'autore qui volere lui, per questa viltà d'animo, in questa parte superiore
dello 'nferno tra' cattivi esser dannato. Sono per questo alcuni che riprendono l'autore, dicendo lui
qui avere errato e detto contro a quello articolo che si canta nel <title>Simbolo</title>, cioè:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Et in unam sanctam catholicam et apostolicam
Ecclesiam</foreign>»,</p>
</quote>
in quanto dice contro a quello che la Chiesa di Dio ha diliberato, cioè questo frate Piero essere
santo, ed egli, mostrando di non crederlo, il mette tra' dannati.</p>
	<p>Alla quale obiezione è così da rispondere: che, quando l'autore entrò in questo cammino,
il quale egli discrive, e nel qual dice aver veduta e conosciuta l'ombra di colui che fece per viltà il
gran rifiuto, questo san Piero non era ancora canonizato, per ciò che, sì come aparirà nel XXI canto
di questo libro, l'autore entrò in questo cammino nel MCCCI, e questo santo uomo fu canonizato
poi molti anni, cioè al tempo di papa Giovanni vigesimosecondo: e però, infino a quel dì che
canonizato fu, fu licito a ciascuno di crederne quello che più gli piacesse, sì come è di ciascuna
cosa che dalla Chiesa diterminata non sia; e per conseguente l'autore non fece contro al predetto
articolo, ma farebbe oggi chi credesse quello esser vero.</p>
	<p>Altri voglion dire questo cotale, di cui l'autore senza nominarlo dice che fece il gran
rifiuto, essere stato Esaù,figliuolo d'Isàc: il quale, essendo primogenito di Isàc come nel Genesì si
legge, per ciò che inanzi a Iacòb, con lui ad un parto nascendo, uscì del ventre della madre, ed
aspettando a lui, per questa ragione, la benedizione del padre quando a morte venisse, secondo che
a quegli tempi s'usava, tornando un dì da cacciare ed avendo grandissimo desiderio di mangiare,
trovò Iacòb, suo fratello, avere inanzi una minestra di lenti, le quali la madre gli avea cotte, e
domandogliele. Iacòb rispose che non gliele darebbe, se egli non rifiutasse alle ragioni della sua
primogenitura e concedessele a lui. Per la qual cosa Esaù, tirato dallo appetito del mangiare, rifiutò
ogni sua ragione e concedettela a Iacòb: e per questo voglion dire l'autore intender d'Esaù, e lui
vuol dire aver fatto il gran rifiuto. La qual cosa nè la nego nè l'affermo: so io bene, secondo che nel
<title>Genesì</title> si legge, Esaù fu reo e malizioso e fattivo uomo, e non fu semplice nè
mentacatto e fu grande e potente uomo e padre di molte nazioni.</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p><hi rend="italic">Incontanente</hi>: come veduto ebbi e riconosciuto costui, <hi rend="italic">intesi</hi>, dalla sua viltà, <hi rend="italic">e certo fui Che questa</hi>, che così
correva dietro a quella insegna, <hi rend="italic">era la setta de' cattivi, A Dio spiacenti ed a' nimici
sui</hi>, cioè a' demòni; quasi voglia dire: «come a Domenedio piace l'uomo, il quale
s'essercita sempre in bene adoperare, <foreign lang="lat">quia non sufficit abstinere a malo, nisi
faciat quis quod bonum est</foreign>, così dispiacciono a' demòni coloro che son pigri, oziosi e
tardi e non si essercitano in male adoperare».</p>
</div4>

<div4>
<head>64-69</head>
	<p><add resp="ed">64-66</add> <hi rend="italic">Questi sciagurati</hi>. Questo vocabolo è
disceso dall'antico costume de' gentili, li quali nelle più lor cose seguivano gli augùri, cioè quelle
significazioni che dal volato e dal garrito degli uccelli, qual buona e qual malvagia, secondo le
dimostrazioni di quella facultà scioccamente prendevano; laonde quelli che malo augurio avevano,
erano chiamati «sciagurati», il qual vocabolo oggi appo noi suona
«sventurati»; <hi rend="italic">che mai</hi>, cioè in alcun tempo, <hi rend="italic">non fur vivi</hi>, quanto è ad operazioni spettanti ad uomini, li quali si dican
vivere.</p>
	<p><hi rend="italic">Erano ignudi</hi>: questo medesimo si può dire di tutti i dannati, li
quali non solamente son privati di vestimenti, ma di consolazione e di riposo; <hi rend="italic">e
stimolati molto</hi>, trafitti, <hi rend="italic">Da mosconi e da vespe, ch'eran ivi</hi>, cioè in
quel luogo. <add resp="ed">67-69</add> <hi rend="italic">Elle</hi>, cioè i mosconi e le vespe, <hi rend="italic">rigavan lor di sangue</hi>, il quale delle trafitture usciva, <hi rend="italic">il
volto</hi>. Chiamasi la faccia dell'uomo «volto», in quanto per quella il più delle
volte si discerne quello che l'uom vuole: e così si diriverà da «<foreign lang="lat">volo-
vis</foreign>», che sta per «volere». <hi rend="italic">Che mischiato di
lagrime a' lor piedi Da fastidiosi vermi era ricolto</hi>, questo sangue mescolato con le lagrime
de' miseri cattivi.</p>
</div4>

<div4>
<head>70-75</head>
	<p>«E poi che a riguardare». Qui comincia la quarta parte della subdivisione
della seconda parte di questo canto, nella quale, poi che discritta ha la pena de' cattivi, dice sè aver
vedute molte anime tutte correre a un fiume. <hi rend="italic">E poi</hi>, che, veduta la miseria
de' cattivi, <hi rend="italic">che a riguardare oltre mi diedi</hi>, cioè più avanti: il general
costume degli uomini pone, li quali, con ciò sia cosa che tutti siam vaghi di veder cose nuove,
sempre oltre alle vedute sospigniamo gli occhi; <hi rend="italic">Vidi gente alla riva d'un gran
fiume, Per ch'io dissi: maestro</hi>, a Virgilio, <hi rend="italic">or mi concedi Ch'io sappia quali
e' sono</hi>, quegli che io veggio, <hi rend="italic">e qual costume Le fa di trapassar</hi>, il
fiume, <hi rend="italic">parer sì pronte</hi>, cioè volonterose, <hi rend="italic">Com'io discerno
per lo fioco lume</hi>, cioè per lo non chiaro lume; per ciò che, sì come l'esser fioco impedisce la
chiarità della voce, così le tenebre impediscono la chiarità della luce.</p>
</div4>


<div4>
<head>76-78</head>
	<p><hi rend="italic">Ed egli</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">a me, supple</hi>:
rispose: <hi rend="italic">le cose</hi>, delle quali tu domandi, <hi rend="italic">ti fien conte</hi>,
cioè manifeste, <hi rend="italic">Quando noi fermerem li nostri passi</hi>, là pervenuti, <hi rend="italic">Su la trista riviera d'Acheronte</hi>. Secondo che scrive Pronapide nel suo
<title>Protocosmo</title>, Acheronte è un fiume infernale il quale dice che in una spelunca, la
quale è nell'isola di Creti, nacque della prima Cerere, figliuola di Celio; e, vergognandosi di venire
in publico, per certe fessure della terra se ne discese in inferno.</p>
	<p>Sotto questa fizione è da intendere questo: come altra volta dissi, Titano e i figliuoli
combatterono con Saturno e presero lui e la moglie: per la qual cosa Cerere, figliuola di Celio, per
ciò che confortato avea Saturno che non rendesse il regno a Titano, temendo di lui, si fuggì in Creti,
tanto dolente, quanto più esser potea, di ciò che avvenuto era a Saturno, e quivi si nascose. E poi,
sentendo che Giove aveva vinto Titano e liberato Saturno e la moglie di prigione, non altrimenti
che la femina dipone il peso del ventre suo partorendo, così Cerere, posto in questo luogo, dove
occulta dimorava, ogni dolore giù ed ogni amaritudine, uscì in publico lieta. E da questo dolore
posto giù fu data la materia alla fizione: quasi voglia dire il dolore essersi tornato al suo principio,
cioè al luogo del dolore in inferno. E questo discrive in forma di fiume, a dimostrare la quantità
essere stata grande del dolore.</p>
	<p>Ma il nostro autore gli dà, fingendo, altra origine, per ciò che, sì come aparirà nel XIIII
canto del presente libro, egli mostra questo fiume e gli altri infernali nascere di gocciole d'acqua
che caggiono di fessure, le quali dice essere in una statua di più metalli, dritta nell'isola di Creti: e
quivi più appieno se ne tratterà, e di questo e degli altri.</p>
</div4>

<div4>
<head>79-81</head>
	<p><hi rend="italic">Allor con gli occhi vergognosi e bassi, Temendo no 'l mio dir gli fosse
grave</hi>, cioè noioso, <hi rend="italic">Infino al fiume</hi>, d'Acheronte, <hi rend="italic">di
parlar mi trassi</hi>, cioè senza parlare mi condussi.</p>
	<p>«Ed ecco verso noi». Questa è la quinta parte della subdivisione del
presente canto, nella quale l'autore mostra un dimonio venire verso loro in una nave e passar gli
altri e lui non aver voluto passare. Ed è questa parte presa da Virgilio, dove nel VI
dell'<title>Eneida</title> scrive:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Portitor has horrendus aquas et flumina
servat</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">terribilis squalore Charon etc.,</foreign></l>
</quote>
</p>
</div4>

<div4>
<head>82-93</head>
	<p><add resp="ed">82-84</add> per ben ventuno verso. Dice adunque: <hi rend="italic">Ed
ecco verso  noi venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo</hi>, il quale per altro sarebbe
paruto nero, se gli anni non l'avessero fatto divenir canuto, per ciò che la gente volgare stimano che
il diavolo sia nero, per ciò che i dipintori dipingono Domenedio bianco: ma questa è scioccheza a
credere, per ciò che lo spirito, essendo cosa incorporea, non può d'alcun colore esser colorato. <hi rend="italic">Gridando: guai a voi, anime prave</hi>!, cioè malvage; <add resp="ed">85-93</add>
<hi rend="italic">Non isperate mai veder lo cielo</hi>: il che vuole che elle intendano in perpetuo
quindi non dovere uscire. <hi rend="italic">Io vegno per menarvi all'altra riva</hi>, di questo
fiume, <hi rend="italic">Nelle tenebre eterne, in caldo e 'n gelo. E tu che se' costì, anima viva</hi>,
volgendo il suo parlare all'autore, <hi rend="italic">Partiti da cotesti, che son morti</hi>; quasi
voglia dire: «per ciò che con loro tu non dei nè puoi passare».</p>
	<p><hi rend="italic">Ma, poi ch'e' vide ch'io non mi partiva</hi>, per suo comandamento,
<hi rend="italic">Disse: per altra via</hi>, che per questa, <hi rend="italic">per altri porti Verrai a
piaggia, non qui</hi>, donde io levo l'altre; <hi rend="italic">per passare</hi>, dall'altra parte, <hi rend="italic">Più lieve legno</hi>, cioè nave. È «legno» tra' marinai general nome di
qualunque spezie di navilio, e massimamente de' grossi, come che qui della sua barca, o per
un'altra, lo 'ntenda Carone; <hi rend="italic">convien che ti porti</hi>, cioè ti valichi.</p>
</div4>

<div4>
<head>94-96</head>
	<p><hi rend="italic">E il duca</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">a lui: Caròn</hi>.
Questo Caròn, secondo che Crisippo scrisse, fu figliuolo d'Erebo e della Notte: di questa favola sarà
il significato nella esposizione allegorica; ed è posto a questo uficio di passar l'anime dannate
dall'una riva all'altra d'Acheronte, come qui apare; <hi rend="italic">non ti crucciare</hi>, e
incontanente suggiugne la cagione per la quale gli mostra non doversi crucciare, dicendo: Vuolsi
così, cioè che costui vivo vada per questo regno de' morti; e dove si vuole?: colà, dove si puote <hi rend="italic">Ciò che si vuole</hi>, cioè nella divina mente; per ciò che Idio può ciò che vuole;
<hi rend="italic">e più non dimandare</hi>, quasi voglia per questo dirgli: non è convenevole che
a te si dimostri la cagione della volontà di Dio.</p>
</div4>

<div4>
<head>97-99</head>
	<p><hi rend="italic">Quinci</hi>, cioè dalle parole da Virgilio dette, <hi rend="italic">fur
quete</hi>, cioè quetate, senza alcuna cosa più dire, <hi rend="italic">le lanute gote</hi>, cioè
barbute, <hi rend="italic">Del nocchier della livida palude</hi>, cioè di Carone. E chiama ora
«palude» quello che di sopra chiama «fiume», e questo fa di licenza
poetica, per la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, sì veramente che quel cotal
nome abbia alcuna convenienza con la cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua e la palude
è acqua, e talvolta in alcuna parte corre il fiume sì piano che egli par non men tosto palude che
fiume. «Livida» la chiama, a dimostrazione che l'acqua sia torbida e quella torbideza
sia nera ed oscura. <hi rend="italic">Che 'ntorno agli occhi avea di fiamme rote</hi>, a dimostrare
la sua ferocità e il suo furore.</p>
</div4>

<div4>
<head>100-102</head>
	<p><hi rend="italic">Ma quelle anime, ch'eran lasse</hi>, per dolore, non per lungheza di
cammino, <hi rend="italic">e nude</hi>, di consiglio e di aiuto; <hi rend="italic">Cangiar
colore</hi>, mostrando di fuori l'angoscia, la quale dentro sentivano, <hi rend="italic">e dibattero i
denti</hi>, come coloro fanno li quali la febbre piglia, che inanzi lo 'ncendio di quella triemano e
battono i denti. <hi rend="italic">Tosto che 'nteser le parole crude</hi>, dette da Caròn di sopra:
«Io vegno per menarvi all'altra riva» etc.</p>
</div4>

<div4>
<head>103-105</head>
	<p><hi rend="italic">Bestemmiavano Idio</hi>. Fa qui l'autore imitare a quelle anime il bestiale
costume di molti uomini che, quando attendono o hanno alcuna cosa, la quale loro a grado non sia,
disperatamente cominciano a bestemmiare, quasi per quello, non altrimenti che se Dio
spaventassono, si debba diminuire o mitigare la fatica, la quale aspettano o la quale hanno; <hi rend="italic">e' lor parenti</hi>, cioè i padri e le madri, li quali principio e cagione dierono
all'esser loro; <hi rend="italic">L'umana spezie</hi>, quasi volessero più tosto essere stati animali
bruti, acciò che col corpo si fosse morta l'anima; <hi rend="italic">il luogo, supple</hi>:
bestemmiavano, dove nacquero; <hi rend="italic">il tempo</hi>, nel qual nacquero; <hi rend="italic">e 'l seme</hi>, del quale nacquero, <hi rend="italic">Di lor semenza</hi>, cioè
bestemmiavano il seme di lor semenza, cioè della quale seminati furono, <hi rend="italic">e di lor
nascimenti</hi>, cioè bestemmiavano il luogo e 'l tempo di lor nascimenti.</p>
</div4>

<div4>
<head>106-111</head>
	<p><add resp="ed">106-108</add> <hi rend="italic">Poi si ritrasser tutte quante
insieme</hi>: quinci apare loro quivi esser venute sparte; <hi rend="italic">Forte piangendo alla
riva malvagia</hi>, d'Acheronte, <hi rend="italic">Ch'attende ciascun uom che Dio non
teme</hi>, per ciò che tutti dichinan quivi coloro che, vivendo, non ebbono temor di Dio. <add resp="ed">109-111</add> <hi rend="italic">Caròn dimonio, con occhi di bragia</hi>, cioè ardenti
e focosi, <hi rend="italic">Loro acennando, tutti gli racoglie</hi>, in su la sua nave; <hi rend="italic">batte con remo</hi>, cioè con quel bastone col quale mena la sua nave, il quale i
marinai chiamano «remo», <hi rend="italic">qualunque</hi>, di quelle anime, <hi rend="italic">s'adagia</hi>, a sedere o in altra guisa.</p>
</div4>

<div4>
<head>112-117</head>
	<p><add resp="ed">112-114</add> <hi rend="italic">Come d'autunno</hi>, cioè in quella
stagione la quale noi chiamiamo «autunno», da mezzo settembre infino a mezzo
dicembre, <hi rend="italic">si levan le foglie L'una appresso dell'altra</hi>, cadendo, <hi rend="italic">infin che 'l ramo</hi>, sopra il quale erano, <hi rend="italic">Vede alla terra tutte le
sue spoglie</hi>, cioè i vestimenti, li quali la stagione gli ha fatti cadere da dosso: ed è questa
comparazione presa da Virgilio in quella parte del VI libro dell'<title>Eneida</title>, che di sopra
dicemmo;</p>
	<p><add resp="ed">115-117</add> <hi rend="italic">Similemente il mal seme d'Adamo</hi>,
il quale fu il primo nostro padre, e del quale noi siamo tutti seme; ma parte di questo seme è buono,
sì come sono i santi uomini e servanti i comandamenti di Dio, e parte n'è malvagio, sì come sono i
peccatori, li quali ostinati nelle loro colpe muoiono nell'ira di Dio: e questa è quella parte che si
racoglie nella nave di Carone. <hi rend="italic">Gittansi di quel lito</hi>, cioè d'in su quella riva,
<hi rend="italic">ad una ad una</hi>, quelle anime dannate, <hi rend="italic">Per cenni</hi>, da
Caròn fatti, <hi rend="italic">com'augel per suo richiamo</hi>, cioè per lo pasto mostratogli.</p>
</div4>

<div4>
<head>118-120</head>
	<p><hi rend="italic">Così</hi>, racolte, <hi rend="italic">sen vanno su per l'onda
bruna</hi>, d'Acheronte, <hi rend="italic">E avanti che sien</hi>, queste che pur mo salirono, <hi rend="italic">di là</hi>, cioè dall'altra riva, <hi rend="italic">discese, Anco di qua</hi>, da
quest'altra parte, <hi rend="italic">nuova schiera</hi>, cioè quantità d'anime ancora non istatavi,
<hi rend="italic">s'aduna</hi>. E in questo dimostra l'autore continuamente molti morirne sopra il
circuito della terra, de' quali la maggior parte muoiono nell'ira di Dio, «<foreign lang="lat">quia multi sunt vocati, pauci vero electi</foreign>».</p>
</div4>

<div4>
<head>121-129</head>
	<p><add resp="ed">121-123</add> «Figliuol mio, disse». In questa sesta parte
della subdivisione gli apre Virgilio la cagione per che Caròn non l'ha voluto passare e per che
quelle anime son pronte a voler passare il fiume. E dice: <hi rend="italic">Figliuol mio</hi>:
mostra in questa parola Virgilio paterna affezione all'autore; <hi rend="italic">disse il maestro
cortese</hi>. Ben dice «maestro», per ciò che, come qui apare, Virgilio gli solve il
dubbio della dimanda fattagli da lui di sopra, dove dice: «Maestro, or mi concedi ch'io
sappia» etc., e coloro che solvono bene i dubbi meritamente si possono e debbono esser
chiamati maestri. «Cortese» il chiama, per ciò che continuo in quello che al suo uficio
apartenesse gli fu liberale.</p>
	<p><hi rend="italic">Quegli</hi>, uomini, o le loro anime a dir meglio, <hi rend="italic">che
muoion nell'ira di Dio</hi>, li quali son quegli che senza contrizione, senza confessione,
veggendosi nel caso della morte, consistono pertinaci nelle loro nequizie, e così, senza riconciliarsi
a Dio de' peccati commessi, si muoiono: e diconsi morire nell'ira di Dio, in quanto la sua grazia
racquistar non hanno voluto, seguendo gl'instituti della catolica Chiesa; <hi rend="italic">Tutti
convengon</hi>, cioè insiememente vegnono, <hi rend="italic">qui</hi>, a questo fiume, <hi rend="italic">d'ogni paese</hi>, di levante e d'occidente e di ciascuna altra plaga del mondo, <add resp="ed">124-126</add> <hi rend="italic">E pronti sono a trapassar lo rio</hi>, cioè il fiume il
quale qui chiama «rio», tirato dalla consonanza del verso.</p>
	<p>E seguita la ragione per che a questo son pronti: <hi rend="italic">Chè la divina giustizia
gli sprona</hi>, cioè gli costrigne, <hi rend="italic">Sì che la tema</hi>, la quale hanno delle pene
eternali, <hi rend="italic">si converte in disio</hi>, di andar tosto a quelle. <add resp="ed">127-
129</add> <hi rend="italic">Quinci</hi>, cioè per la nave di Carone, <hi rend="italic">non passò
mai anima buona</hi>, cioè che al cielo dovesse ritornare, come dei tu, che non vieni per
rimanere: <hi rend="italic">E però, se Caròn di te si lagna</hi>, cioè si duole e non ti vuol passare,
<hi rend="italic">Ben puo' saper ormai, che 'l suo dir suona</hi>, avendo intesa la cagione del suo
ramarichio.</p>
</div4>

<div4>
<head>130-132</head>
<p><add resp="ed">L. X</add></p>
	<p>«Finito questo». Questa è la settima e ultima parte della subdivisione del
presente canto, nella quale l'autor mostra sè per un tremore della terra e per un baleno vinto e
caduto. Dice adunque: <hi rend="italic">Finito questo</hi>, cioè la dichiarazione fattami da
Virgilio della pronteza dell'anime a trapassare il fiume, <hi rend="italic">la buia</hi>, cioè oscura,
<hi rend="italic">campagna</hi>. «Campagna» sono luoghi piani e larghi, li quali
quivi non si dee credere che sieno; ma usa il vocabolo largamente, <hi rend="italic">autoritate
poetica</hi>: e de'si intendere per la qualità di quello luogo dove vuole dare ad intendere che era,
qual che si fosse, o montuoso o piano; <hi rend="italic">Tremò sì forte</hi>.</p>
	<p>Ma qui è da vedere che volle dire questo tremare, con ciò sia cosa che l'autore niente
ponga senza cagione, e perciò è da sapere l'autore in ogni cosa porre quegli medesimi accidenti
avvenire a' dannati, che a coloro che in istato di grazia sono ed in via di penitenzia. E quinci, se noi
riguarderem bene, come allo entrare d'ogni cerchio di purgatorio si truova alcuno agnolo il quale
lietamente e cantando conforta chi sale in quello, così ad ogni cerchio d'inferno si trova alcun
dimonio il quale orribilmente spaventa chi discende in esso. E così come il monte del purgatorio,
quando alcuna anima purgata sale al cielo, tutto triema e tutti gli spiriti di quello, sentendo il
tremore ed intendendo ciò che significa, da carità mossi, cantano e ringraziano Idio che a sè quella
anima beata chiama, così in inferno, come anime di nuovo vi caggiono, come delle trasportate da
Caròn feciono, triema tutta la valle d'inferno: per la qual cosa l'anime dannate, che ciò sentono,
intendendo venire anime ad acrescere la loro tristizia, tutte oltre al dolore usato si contristano e
piangono.</p>
	<p>E così l'autore mostra di volere in questa parte sentire, come che non sia cosa nuova, le
parti intrinseche e cavernose della terra talvolta tremare per la revoluzione dell'aere che in quelle è
rachiuso e che vuole uscir fuori; <hi rend="italic">che dello spavento La mente</hi>, cioè il
ricordarmene, <hi rend="italic">di sudore ancor mi bagna</hi>. Suole talvolta agli uomini
subitamente spaventati rifuggire dalle parti esteriori dentro al cuore, sentendolo temere, il sangue: e
per questo coloro alli quali questo avviene, rimangono palidi e deboli e quasi insensibili: ed esse
parti esteriori, premute dalla passione della paura, mandano per li pori fuori talvolta una acqua
fredda, la qual noi diciamo «sudore»; e se tosto le parti predette non recuperassero il
sangue e le forze loro, caderebbe l'uomo e parrebbegli venir meno come se egli morisse, e forse,
perseverando il sudore, si morrebbe. Ed hannone già alcuni, essendo per paura il sangue rifuggito
dentro, perduti o debilitati alcun membro, in guisa che mai poi operare non gli hanno potuti: e
dicono i meno savi questi cotali essere stati percossi dal dimonio; e per avventura anche se ne son
morti.</p>
</div4>

<div4>
<head>135-136</head>
	<p><hi rend="italic">La terra lacrimosa</hi>, cioè quella valle d'inferno, o per li molti pianti
che in quella si fanno o per l'umidità, la quale è nella concavità della terra generata dal freddo, il
quale ha l'essalazioni della terra calde e umide risolute in acqua, la quale, primieramente acostata
alla terra fredda, è fatta in forma di lacrime, e così si può dire il ninferno essere lacrimoso, <hi rend="italic">deide</hi>, cioè causò <hi rend="italic">vento</hi>.</p>
	<p>Generansi i venti, secondo che ad Aristotile piace nel II della <title>Metaura</title>,
d'essalazioni calde e secche della terra, cacciate e sospinte da sè da' nuvoli freddi o da alcuno
freddo che nell'aere sia. Le quali cose come in inferno sieno non so. Estimo che 'l tumultuoso
rivolgimento, il quale l'autore vuol mostrare che vi sia, causi alcuno impeto, il quale muova quello
aere, e l'aere mosso paia vento.</p>
	<p><hi rend="italic">Che balenò una luce vermiglia</hi>. Questi non sono accidenti che la
natura soglia producere sotterra; e perciò è verisimile quello movimento dell'aere, il quale ho detto
essere stato, e, oltre a questo, quello impeto avere dalle parti inferiori seco recata qualche vampa di
fuoco, la quale in forma d'un baleno aparve all'autore. <hi rend="italic">La qual mi vinse ogni mio
sentimento</hi>; segno è, per questo, avere quella luce grandissimo stupore avere messo
nell'autore ed essere stato tanto che quello ne sia seguito che dice, cioè: <hi rend="italic">E caddi,
come l'uom cui sonno piglia</hi>.</p>
</div4>
</div3>

<div3>
<head>ESPOSIZIONE ALLEGORICA</head>
	<p>«Per me si va nella città dolente» &lt;etc.&gt;. Nel principio del presente
canto si continua l'autore alle cose dette nella fine del precedente, là dove disse, per le vere
dimostrazioni fattegli dalla ragione, sè avere la viltà dell'animo posta giuso e essersi ritornato nel
proponimento primo, e così, dietro alla ragione, essersi rientrato nel cammino da dovere poter
pervenire allo stato della grazia, e quindi ad eterna salute, come disiderava; e, camminando, mostra
sè alla porta dello 'nferno essere pervenuto.</p>
	<p>E sono intorno al senso allegorico di questo canto da considerare tre cose: la prima è
quello che l'autore voglia intendere per questa porta; la seconda, come si conformi il supplicio dato
a' cattivi con la colpa loro; la terza, quello che l'autore voglia sentire per lo fiume d'Acheronte e per
lo nocchiere, e, oltre a ciò, per lo accidente a lui avvenuto. E, queste vedute, assai
convenientemente s'avrà il senso allegorico veduto del presente canto.</p>

<div4>
<head>1-9</head>
	<p>Avendo adunque riguardo a parte delle parole scritte sopra la porta, la quale l'autor
discrive, e alla ampieza di quella e similemente all'averla senza alcun serrame trovata, possiam
comprendere quella essere la via della morte, con ciò sia cosa che il nostro Signore dica
nell'<title>Evangelio</title>:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Intrate per angustam portam, quia lata et spatiosa via est que
ducit ad perditionem, et multi sunt qui intrant per eam</foreign>»:</p>
</quote>
e così per questa via il peccato ne mena a dannazione eterna.</p>
	<p>Ed è questa via ampia, a farne chiari agevole cosa essere il peccare e quello essere
assoluto da ogni stretteza di regola; il che delle virtù non avviene, le quali sono ristrette e limitate
dalli loro estremi. L'essere senza alcun serrame ne mostra assai chiaro in ogni ora, in ogni tempo
essere a ciascuno, volendo, possibile d'entrare nella via della morte ed andare ad eterna perdizione.
Ed ancora si può per l'ampieza di questa porta comprendere essa in tanta largheza distendersi che,
in qualunque parte del mondo l'uomo pecca, truovi di questa porta la larga entrata. E fu aperta
questa dalla superbia dell'agnolo malvagio, il quale primeramente ardì di levare la fronte contro a
Colui che creato l'avea, nè mai poi si richiuse.</p>
	<p>Dentro alla quale, entrata l'umana considerazione dietro a' passi della ragione, nel
vestibulo della perdizione eterna vede i cattivi e inerti, come nella lettera è dimostrato, correre
dietro ad una insegna, agirandosi; e questi essere agramente istimolati da mosconi e da vespe e il
sangue di questi dolenti essere ricevuto da putridi vermini. Li quali perciò all'entrata della perduta
vita dimostrati ne sono, acciò che da essi prendiamo quanto abominevole colpa sia quella della
inerzia, veggendo essa non solamente alla divina giustizia, ma ancora a' diavoli dispiacere. E per
questo siamo ammaestrati a guardarci da quella, acciò che in tanta miseria non divegnamo che
igualmente a' buoni e a' malvagi siamo odiosi.</p>
</div4>

<div4>
<head>16-18</head>
	<p>Pare adunque questo vizio consistere in una freddeza d'animo, la quale, occupate non
solamente le potenzie intellettive, ma eziandio le sensitive, tiene coloro, ne' quali esso dimora, del
tutto oziosi, in tanto che, brievemente, niuna oportunità pare che muover gli possa ad alcuno atto
operativo: e per questo non come uomini, ma come bruti animali, anzi come vermini putridi e
fastidiosi, menano la vita loro.</p>
	<p>Ed in questo pare loro, per quel che comprender si possa, sentire alcun diletto, il quale,
per ciò che da viziosa cagione è preso, senza colpa esser non puote. E però, spenta la lor sensual
vita e tolta via la graveza del misero corpo consenziente alla viltà dell'animo, avendo quel
conoscimento, assoluti, che perduto aveano, legati, dal vermine della conscienza morsi e per quello
conoscendo sè niuno onesto segno nella lor misera vita aver seguito, ora senza pro seco dicendo:
«Così dovremmo aver fatto!», non tardi nè lenti, ma correndo, seguitano quel segno
che seco estimano dovere, vivendo, aver seguito.</p>
</div4>

<div4>
<head>64-66</head>
	<p>E, per ciò che questo lor vermine non muore, il seguono in giro, a dimostrare che, come
nel cerchio non è alcun principio nè fine, così questa lor fatica non debbia giammai avere requie nè
riposo. E a questo atto gli sollicita il vermine della conscienza con due stimoli, con mosconi e con
vespe, li quali continuamente gli trafiggono. Li quali mosconi e vespe sono da intendere per la
memoria di due loro singulari miserie, nelle quali nella loro dolorosa vita presero alcun piacere: le
quali furono l'una nel brutto e sporcinoso modo di vivere che tennero, l'altra nell'oziosamente
vivere.</p>
	<p>E queste si deono intendere, per ciò che' mosconi sono generati di putredine d'acqua e di
terra corrotte; e questi intender si deono la rimembranza della loro fastidiosa vita, la quale ora
conoscono e dispiace loro e, dispiacendo, senza pro gli affligge e infesta; sì che assai bene
dimostrano confarsi in questo la pena con la colpa. Le vespe s'ingenerano delle interiora dell'asino
similemente corrotte, e l'asino essere inerte, ozioso e torpente animale assai chiaro si conosce per
tutti: e però per le punture delle vespe, amarissime, assai bene si dee comprendere, per quelle, il
morso doloroso della rimembranza della loro oziosità, dal quale sono dolorosamente trafitti, come
aparir può per lo sangue il quale cade dalle punture.</p>
</div4>

<div4>
<head>67-69</head>
	<p>Il loro sangue essere da puzolenti vermini racolto ha a ramemorare a questi dolenti che il
sangue generato della digestione de' cibi, li quali usarono vivendo, non nutricò e sostenne in vita
corpi umani, anzi putridi e sozi vermini: per le quali cose assai bene pare si conformi colla colpa la
pena di costoro. E questo basti de' cattivi aver detto.</p>
</div4>

<div4>
<head>76-78</head>
	<p>Resta a vedere la terza parte, cioè quello che l'autore per lo fiume e per lo nocchiere e per
lo caso, che a lui adivenne, voglia sentire. E, secondo che io possa comprendere, la sua intenzione è
di mostrare come in inferno, oltre al fiume d'Acheronte, si discenda: e questo mostra convenirsi
fare passando il fiume, il quale in due maniere trapassarsi qui, sotto assai artificiosa fizione,
discrive. Delle quali dice esser la prima per la nave di Caròn, nella quale, come detto è, esso
trapassa l'anime di quegli che in peccato mortale morti sono.</p>
	<p>E però, avanti che della seconda maniera tocchiamo, è da vedere quello che l'autore senta
per questo fiume, che per lo nocchiere, che per la nave e che per lo remo, col quale dice che batte
qualunque s'adagia. Vuole adunque per questo fiume l'autore disegnare la vita presente, la quale
ottimamente dir si può simile ad un fiume: per ciò che, sì come il fiume corre continuo, sempre
declinando, senza mai in su ritornare, così la nostra vita dal dì del nostro nascimento sempre e con
velocissimo corso declina verso la morte, senza mai indietro rivolgersi. Il che ci è, oltre alla
continua esperienza, per la divina <title>Scrittura</title> mostrato, nella quale leggiamo:</p>
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Omnes morimur, et quasi aqua labimur que numquam
revertitur</foreign>».</p>
</quote>

	<p>Sono, oltre a ciò, i fiumi, quando per abondanza d'acque e quando per forza di venti,
tempestosi. Il che similemente della nostra vita adiviene: per ciò che alcuna volta adiviene, per
troppa mondana felicità, che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non
essendo a' nostri termini contenti, essondiamo; e, come i fiumi in danno de' campi vicini talvolta
traboccano, così noi in danno del prossimo e di noi medesimi trabocchiamo; e similemente siamo
da diversi impeti della fortuna fieramente afflitti e infestati negli animi nostri. E come il fiume
volge grandissime pietre nel suo fondo, così noi nel secreto del nostro petto continuamente
rivolgiamo gravissime e noiose sollicitudini; e nè altrimenti che' fiumi con le loro circunvoluzioni
talvolta trangugian le navi e' navicanti, così noi tranghiottisce la circunvoluzione de' peccati e della
bocca infernale.</p>
	<p>E, acciò che io faccia fine alle comparazioni, come i fiumi molte afflizioni porgono, così
la nostra vita è piena di tribolazioni infinite: per la qual cosa per quel medesimo nome chiamar la
possiamo che questo fiume si chiama, il quale è Acheronte, che tanto suona in latino quanto
«cosa senza allegreza»: la quale per certo è del tutto rimossa dalla presente vita,
veggendo non essere alcuno, quantunque vecchio, che con verità possa dire sè avere avuto giammai
un dì intero senza mille angosce più cocenti che 'l fuoco.</p>
</div4>

<div4>
<head>82-84</head>
	<p>E sopra questo fiume è una nave, nella quale dall'una riva all'altra sono l'anime
trasportate. È manifesta cosa di legni leggieri comporsi le navi e quelle, senza molta acqua
prendere, sopra essa dimorare; per la qual mi pare si possa sentire le nostre concupiscenze, le quali,
leggieri e mutabili, non altramenti per la presente vita transvolano, che facciano sopra l'onde le
navi, e seco d'uno appetito in un altro trasportano coloro, li quali miseramente disiderano, nè prima
a riva gli pongono, che in perpetua perdizione gli conducono: come per essa dice l'autore che Caròn
trasportava l'anime in perpetua doglia.</p>
	<p>È, appresso, di questa nave nocchiere un dimonio chiamato Caròn, bianco per antico
pelo, il quale nella lettera dicemmo essere stato figliuolo d'Erebo e della Notte. Per lo quale assai
apertamente vedere si puote intendersi il tempo, per ciò che il Tempo fu figliuolo d'Erebo, cioè del
profondo consiglio di Dio, il quale creò lui, come l'altre cose, e non essendo avanti la creazione del
mondo alcuna luce sensibile nel mezzo delle tenebre, le quali avanti la creazione del mondo erano,
produsse lui come cominciò a distinguer quelle in dì distinti, come nel principio del Genesì si
legge: e quinci, perchè nelle tenebre prodotto fu, sentirono i poeti lui essere figliuolo della Notte,
cioè delle tenebre.</p>
	<p>Il nome del quale Servio, <hi rend="italic">Sopra l'</hi> ‘<title>Eneida</title>’ di
Vergilio, dice esser «‘Charon’ quasi ‘chronos’»: e questo vocabolo in latino viene a
dire «tempo». Il quale l'autore dice essere «bianco per antico pelo»,
discrivendolo dall'accidente della vecchieza degli uomini, nella quale noi divegnamo canuti: e per
questo vuol dimostrare il Tempo essere vecchio cioè già è lungo spazio stato prodotto. E nel vero
assai è vecchio, per ciò che, secondo si comprende <foreign lang="lat">in libro</foreign>
<title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title> d'Eusebio, egli è, dalla creazione del
mondo infino a questo anno, perseverato VImDLXXII anni o in quel torno. E perciò si pone
nocchiere sopra questo fiume, per ciò che dir si puote il tempo esser quello che in sè il dì della
nostra natività ne riceve e con le sue revoluzioni, avendone dalla riva del nostro nascimento levati,
ne mena per la presente vita, qual più e qual meno, e transportane all'altra riva, cioè al dì della
morte.</p>
	<p>È vero che egli è qui posto dall'autore a trapassare l'anime che muoiono nell'ira di Dio, e
ciò non è senza cagione, per ciò che quelle, che questa mortal vita finiscono nella grazia di Dio,
non si dicono, secondo che i santi dicono, morire, ma d'una vita trapassare in altra, e quella essere
eterna, nella quale il tempo non ha alcuna cosa a fare, per ciò che l'eternità non patisce alcuna
dimensione di tempo.</p>
	<p>De' dannati non si può dir così, per ciò che di questa vita vanno in morte perpetua: e
perciò pare che il tempo abbia a diterminare con certo numero d'anni o di dì lo spazio della presente
vita, la quale per rispetto della morte perpetua fu a' dannati morte in quanto finirono questa vita, la
quale, quantunque piena d'afflizioni e di fatiche sia, è nondimeno beata stata a' dannati, per rispetto
di quella alla quale in morte perpetua son trapassati.</p>
</div4>

<div4>
<head>109-111</head>
	<p>Ma da vedere è quello che intender voglia l'autore per lo remo di questo nocchiere. È il
remo un bastone lungo, col quale il nocchiere fa muovere la sua nave, e con esso la mena e diriza
d'un luogo ad un altro. Col quale remo l'autor dice questo dimonio battere l'anime le quali
s'adagiano nella sua nave: intendendo per questo la sollicitudine di coloro, li quali all'acquisto delle
cose temporali son tutti dati; per ciò che questa sollicitudine, dalla varietà del tempo e dalla qualità
delle cose imprese stimolata, non lascia alcun cupido sentire alcun riposo, ma igualmente il dì e la
notte o in pensieri o in opera gli tiene occupati e sempre con nuove dimostrazioni a varie operazioni
gli sospigne, molesta e affligge, in guisa che, non che riposo prendere possano, ma elle non
lasciano altrui avere spazio di rispirare.</p>
	<p>E, se di ciò per avventura alcuno essemplo aspettaste, lasciando stare la sollicitudine
pastorale de' sommi pontefici, le grandi imprese de' re, de' prencipi e de' signori, riguardate con
l'occhio della mente quelle de' mercatanti, co' quali noi continuamente siamo: ogni piccolo
movimento ora in Inghilterra, ora in Fiandra, ora in Ispagna, ora in Cipri, ora in una parte e ora in
un'altra, sollicitando, ricordando, avvisando, li fa scrivere non lettere, ma vilumi a' lor compagni; e,
inanzi tratto, sempre con sospetto l'aportate ricevono; ogni vento gli tien sospesi a loro navili; nè sì
piccolo romore di guerra nasce che essi incontanente non temano delle mercatantie messe in
cammino; e quanti sensali parlan loro, tanti fan loro mutare animi e consigli.</p>
	<p>Chi potrebbe esplicare quante sieno le cose che agli inviluppati nelle cose temporali
rompino, turbino, guastino, impediscano i desiderati riposi? Niuna scrittura è che apieno gli potesse
mostrare. E così i dolenti, che hanno torto il disiderio della eterna beatitudine alle cose che perir
debbono, sono nella presente vita in continua afflizione, e di qui trapassano alla perpetua.</p>
</div4>

<div4>
<head>91-93</head>
	<p>La cagione per che questo dimonio niega di passare l'autore puote esser questa: per ciò
che egli non potrebbe ancora conducer l'autore alla riva opposita, con ciò sia cosa che ancora
venuto non sia l'ultimo dì dell'autore, il quale ancora vivea; e, appresso, sentiva il dimonio l'autore
non essere in disposizione ch'egli volesse passare per dover di là dimorare: e perciò non aparteneva
al ministro della divina giustizia, al quale è commesso di trapassare i malvagi, di trapassar
similemente quelli che malvagi non sono e vanno per esser buoni, sì come l'autore andava. E però
gli dice: «Più lieve legno convien che ti porti», volendo per questo mostrare che,
quando la colpa è più lieve, più lievemente trapassi Acheronte. E quelle sono da dir più lievi, le
quali si possono talvolta por giuso, come puote l'uomo che vive por giù le sue colpe per la
penitenzia, che quelle che in eterno non si posson metter giù, come quelle sono nelle quali l'uomo si
muore.</p>
	<p>E non è da credere che attualmente l'autore in inferno andasse o che questo fiume o
questo nocchiere e l'altre cose, che qui e altrove si pongono, vi sieno; ma conviensi a' nostri ingegni
in questa maniera parlare, acciò che essi con minore difficultà possino dalle cose attualmente
discritte comprendere le spirituali, le quali per opera d'imaginazione o di meditazione
s'intendono.</p>
	<p>Non ha la divina volontà bisogno d'alcuno uficiale: basta in lei semplicemente il volere, e
quello incontanente è mandato ad essecuzione, sì come dice il Salmista:
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Dixit, et facta sunt; mandavit, et creata
sunt</foreign>».</p>
</quote>
Ma questo noi non comprenderemmo, se in alcuni termini dimostrativi non ne fosse posto dinanzi
quello che Idio dispone e adopera, sì come nelle cose dette si può comprendere, cioè noi vivere ed
essere dal tempo menati alla morte e, dopo quella, se male vivuti siamo, dannati. E così possiam
questa maniera del passare in inferno dire che sia per sentenzia difinitiva data da Dio, sì come da
giudice il quale esser non può in alcuna cosa ingannato.</p>
	<p>E come quelli cotali, che da questa sentenzia dannati sono, hanno il fiume valicato,
<foreign lang="lat">in rem iudicatam</foreign> sono trapassati, senza dovere sperare che mai per
alcuna cagione cotal sentenzia si debba o possa rivocare: quantunque scioccamente Origene, per
altro prudentissimo e grandissimo litterato uomo, mostrasse di credere Idio alla fine del mondo
dovere, non che d'altrui, ma eziandio de' demòni aver misericordia e perdonar loro e menarnegli in
vita eterna.</p>
	<p>La seconda maniera del trapassare in inferno, cioè di valicare il fiume d'Acheronte, par
che l'autore voglia qui essere per una spezie di sentenzia, la quale si chiama
«interlocutoria», la quale nostro Signore dà in questa forma: che qualunque uomo
cade in peccato mortale sia incontanente messo nella prigione del diavolo; nondimeno esservi ma
con questa condizione, che, se egli d'avere commesso quel peccato, per lo quale è servo del diavolo
divenuto, si vuole riconoscere e per penitenzia riconciliarsi a Dio, che egli possa così uscire della
detta prigione e ritornare in sua libertà; e dove riconoscer non si voglia, s'intenda in perpetuo esser
dannato a dovere stare in quella prigione, nella quale noi miseri tutto 'l dì caggiamo e alle gonghie
del diavolo di nostra volontà le gole porgiamo. La qual cosa avvenire discrive l'autore sotto questa
fizione.</p>
</div4>

<div4>
<head>133-136</head>
	<p>Dice adunque per se medesimo, e così ciascuno può per se medesimo intendere, che
«la terra lacrimosa», cioè la presente vita, la quale è piena di lagrime e di miserie,
«diede vento, che balenò una luce vermiglia», cioè uno splendor grande in aparenza,
vano e fugace, sì come è il vento, il quale niuno può nè pigliar nè tenere e sempre fugge. E questo
splendore dice essere stato balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che della vanità delle
cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale, essendo sùbito, reca
seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla, sì come noi veggiamo avvenire de'
fulgori temporali, che testè sono e testè non sono.</p>
	<p>Or nondimeno sono appo la nostra fragilità di tanta forza, che spesse volte occupano in
tanto le menti d'alcuno e con tanta affezione disiderati sono ch'è lasciata la debita notizia di Dio e
dello splendore eterno, per &lt;la&gt; quale via e per li vizi e per le malvage operazioni si trascorre
in essi. Di che assai apare a questi cotali ogni sentimento razionale esser tolto ed essi cadere nelle
colpe e nelle miserie del peccato, come cade colui il quale è soprapreso dal sonno.</p>
	<p>E fa in questo l'autore debita comparazione: per ciò che, quantunque, peccando
mortalmente, nella infernal morte si caggia, nondimeno è questa morte in tanto simile al sonno, in
quanto l'uomo si può da essa destare mentre nella presente vita dimora, sì come nel principio del
seguente canto mostra l'autore d'essere stato desto, ma da grave tono; la gravità del qual tono
possiamo dire essere stata alcuna di quelle cose, con le quali davanti nel principio del primo canto
del presente libro dicemmo che Domenedio toccava i peccatori con la grazia operante, quando in
alcuno la mandava.</p>
	<p>E meritamente qui possiam repetere quello che nel predetto luogo dicemmo, l'autore per
lo sonno non essersi accorto come nella pregione del diavolo s'entrasse, cioè come si trapassasse il
fiume d'Acheronte; ma, destandosi e trovandosi dall'altra parte del fiume, assai leggiermente
conoscer si può la sua colpa e la sentenzia di Dio avervelo trasportato. E questo trasportamento
sarebbe stoltizia a credere che corporale fosse stato: fu adunque spirituale, come ispiritualmente
intendere si dee noi per lo peccato divenir servi del diavolo.</p>
	<p>E, quantunque a quegli, che in questa forma trapassano in inferno, sia licito, volendo, il
poterne uscire, non posson però uscirne per tornarsi addietro per la via donde entrarono, per ciò che
per lo peccato non si può di peccato uscire, come quegli farebbono che per quella via n'uscissono,
per la quale v'entrarono; ma conviensene uscire per la via opposita al peccato, la quale nulla altra è
che la penitenzia.</p>
	<p>E a pervenire a questa via mostra l'autore essergli convenuto tutto lo 'nferno trapassare e
di quello, per la parte opposita a quella onde v'entrò, esserne uscito. E questa via, se noi riguardiam
bene, il conduce appiè del monte della penitenzia, dove truova Catone, che a quella il diriza e
sollicita.</p>
</div4>
</div3>
</div2>

<div2>
<head>IV</head>
<div3>
<head>ESPOSIZIONE LITTERALE</head>
<div4>
<head>1-3</head>
<p><add resp="ed">L. XI</add></p>
	<p>«Ruppemi l'alto sonno nella testa» etc. Nel principio del presente canto, sì
come usato è l'autore, alle cose dette nella fine del precedente si continua. Dissesi nella fine del
precedente canto come un vento balenò una luce vermiglia, la quale, toltogli ogni sentimento, il
fece cadere come l'uomo il quale è preso dal sonno: per che nel principio di questo dimostra come
questo suo sonno gli fosse rotto. E dividesi questo canto in due parti: nella prima dimostra come
rotto gli fosse il sonno e come nello 'nferno si ritrovasse; nella seconda procedendo dietro a
Virgilio, raconta sè avere molti spiriti veduti, pieni di gravi e cocenti sospiri, senza alcuna altra
visibile pena. E questa seconda comincia quivi: «Or discendiam qua giù nel cieco
mondo».</p>
	<p>Dice adunque nella prima parte così: <hi rend="italic">Ruppemi</hi>. Questo vocabolo
suona violenza, volendo in ciò dimostrare che ogni atto, che in inferno si fa, sia violento e non
naturale. La qual cosa non è senza cagione, la quale è questa: giusta cosa è che chi, peccando, fece
violenza a' comandamenti e a' piaceri di Dio in questa vita, violentemente sia da' ministri della
giustizia punito nell'altra; <hi rend="italic">l'alto sonno</hi>: il sonno, secondo che ad alcuno pare,
è un costrignimento del caldo interiore e una quiete diffusa per li membri indeboliti dalla fatica;
altri dicono il sonno essere un riposo delle virtù animali, con una intensione delle virtù naturali. Del
qual, volendo i suoi effetti mostrare, scrive Ovidio così:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Somne, quies rerum placidissima, somne
Deorum,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pax animi, quem cura fugit, qui corpora
duris</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">fessa ministeriis mulces reparasque labori
etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>E, appresso costui, assai più pienamente ne scrive Seneca tragedo, <foreign lang="lat">in
tragedia Herculis furentis</foreign>, dove dice:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">... tuque, o domitor Somne malorum,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">requies animi,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pars humane melior vite,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">volucer, matris genus Astree,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">frater dure languide Mortis,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">veris miscens falsa, futuri</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">certus et idem pessimus autor,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pater o rerum, portus vite,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">lucis requies noctisque comes,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">qui par regi famuloque venis,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">placidus fessum lenisque fove:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">pavidum leti genus humanum</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">cogis longam discere mortem etc.</foreign></l>
</quote>
Di costui ancora Ovidio nel suo maggior volume discrive la casa, la camera e il letto e la sua
famiglia, se quella per avventura alcuno disiderasse; <hi rend="italic">nella testa</hi>: la testa è
alcuna volta posta per quella parte del viso, la qual noi chiamiamo «fronte», e alcuna
volta per tutto il capo; e così in questo luogo intende l'autore, per ciò che nel capo dimora il sonno
causato da' vapori surgenti dallo stomaco e saglienti per l'arterie al cerebro.</p>
	<p><hi rend="italic">Un greve tuono</hi>. È il tuono quel suono il quale nasce de' nuvoli,
quando sono per violenza rotti; e causasi il tuono da essalazioni della terra fredde e umide e da
essalazioni calde e secche, sì come Aristotile mostra nel III libro della sua <title>Metaura</title>;
per ciò che, essendo l'essalazioni calde e secche dalle fredde e umide circundate, sforzandosi quelle
d'uscir fuori e queste di ritenerle, avviene che, per lo violento moto delle calde e secche, elle
s'accendono, e, per quella vertù aumentate, asottiglian tanto la spesseza della umidità che ella si
rompe: ed in quel rompere fa il suono il qual noi udiamo, il quale è tanto maggiore e più ponderoso
quanto la materia della essalazione umida si truova esser più spessa quando si rompe.</p>
	<p>La qual cosa intervenir non può in quello luogo dove l'autore disegna che era, per ciò che
in quello non possono essalazioni surgere che possano tuono causare: per che assai chiaro puote
aparere l'autore per questo «tuono» intendere altro che quello che la lettera suona, sì
come già è stato mostrato nell'allegoria del precedente canto; <hi rend="italic">sì ch'io mi riscossi,
Come persona che per forza è desta</hi>. E in queste parole mostra ancor l'autore gli atti infernali
tutti essere violenti.</p>
</div4>

<div4>
<head>4-6</head>
	<p><hi rend="italic">E l'occhio riposato</hi>. Dice «riposato», per ciò che
prima invano si faticherebbe di guardare chi è desto per forza, se prima alquanto non fosse lo
stupore dello essere stato desto cessato; con ciò sia cosa che non solamente l'occhio, ma ciascun
altro senso n'è incerto di sè divenuto; <hi rend="italic">intorno mossi, Dritto levato</hi>. In questo
dimostra l'autore il suo reducere i sensi nelli loro debiti ufici; <hi rend="italic">e fiso
riguardai</hi>, le parti circustanti: ed a questo segue la cagione per che ciò fece, cioè <hi rend="italic">Per conoscer lo loco dov'io fossi</hi>, per ciò che quello non gli pareva, dove il
sonno l'avea preso.</p>
</div4>

<div4>
<head>7-9</head>
	<p><hi rend="italic">Vero è</hi>. Qui dimostra d'aver conosciuto il luogo nel quale era, e
dimostra qual fosse, dicendo <hi rend="italic">che 'n sulla proda mi trovai</hi>, così desto, <hi rend="italic">Della valle l'abisso dolorosa</hi>, sopra la quale come esso pervenisse è nella fine
del senso allegorico del precedente canto mostrato; <hi rend="italic">Che tono accoglie d'infiniti
guai</hi>, cioè un romore tumultuoso ed orribile, simile ad un tuono.</p>
</div4>

<div4>
<head>10-12</head>
	<p><hi rend="italic">Oscura</hi>, all'aparenza, <hi rend="italic">profonda</hi>,
all'essistenza, &lt;<hi rend="italic">era</hi>&gt; e <hi rend="italic">nebulosa</hi>, per la qual
cosa, oltre all'oscurità, era noiosa agli occhi; <hi rend="italic">Tanto, che per ficcar</hi>, cioè
agutamente mandare, <hi rend="italic">il viso</hi>, cioè il senso visivo, <hi rend="italic">a
fondo</hi>, cioè verso il fondo, <hi rend="italic">Io non vi discerneva alcuna cosa</hi>: pur
dunque alcuna cosa vi vedea, ma quello che fosse non discerneva, per la grosseza delle tenebre e
della nebbia.</p>
</div4>

<div4>
<head>13-15</head>
	<p>«Or discendiamo qua giù nel cieco mondo». In questa seconda parte del
presente canto dimostra l'autore essere per una medesima colpa, cioè per non avere avuto
battesimo, tre maniere di genti essere dannate; e questa si divide in due parti: nella prima dichiara
delle due maniere de' predetti; nella seconda scrive della terza. E comincia la seconda quivi:
«Non lasciavam l'andar» etc. Nella prima parte l'autore fa due cose: primieramente
discrive la pena delle tre maniere di genti di sopra dette, e pone delle due, delle quali l'una dice
essere stati infanti, cioè piccioli fanciulli, l'altra dice essere stati uomini e femine; nella seconda
muove un dubbio a Virgilio, il quale Virgilio gli solve. E comincia questa seconda quivi:
«Dimmi, maestro mio» etc.</p>
	<p>Dice adunque così: <hi rend="italic">Or discendiam</hi>, per ciò che in quel luogo
sempre infino al centro si diclina; <hi rend="italic">qua giù nel cieco mondo</hi>, cioè in inferno,
il qual per tanto dice esser «cieco», per ciò che alcuna natural luce non v'è. <hi rend="italic">Cominciò il maestro</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">tutto smorto</hi>, cioè
palido oltre l'usato. È il vero che l'uomo impalidisce per l'una delle tre cagioni, o per infermità di
corpo, nella quale intervengono le diminuizioni del sangue, le diete e l'altre evacuazioni, le quali
n'hanno a torre il vivido colore, o per paura o per compassione: e qui, come appresso si dirà,
Virgilio, discendendo giù, impalidì per compassione. <hi rend="italic">Io sarò primo</hi>, cioè
andrò avanti, <hi rend="italic">e tu sarai secondo</hi>, cioè mi seguirai; volendo, per questo
ordine dell'andare, renderlo più sicuro, in quanto colui che va davanti truova prima ogni ostaculo, il
quale l'andare impedisse, e quello rimuove, se egli è buono e valoroso duca.</p>
</div4>

<div4>
<head>16-18</head>
	<p><hi rend="italic">Ed io, che del color</hi>, palido di Virgilio, <hi rend="italic">mi fui
accorto</hi>, riguardandolo nel viso, <hi rend="italic">Dissi: come verrò</hi>, io appresso, <hi rend="italic">se tu</hi>, che vai avanti ed ha'mi fatto vedere di menarmi salvamente, <hi rend="italic">paventi</hi>, cioè hai paura, <hi rend="italic">Che suogli al mio dubbiare esser
conforto</hi>?, sì come nel primo canto apare, dove tu mi levasti dinanzi a quella lupa, e nel
secondo canto, dove tu dell'animo cacciasti la viltà sopravenutavi.</p>
</div4>

<div4>
<head>19-21</head>
	<p><hi rend="italic">Ed egli</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">a me</hi>, disse: <hi rend="italic">l'angoscia delle genti</hi>, onorevoli e d'alta fama, <hi rend="italic">Che son qua
giù</hi>, in questo primo cerchio dello 'nferno, <hi rend="italic">nel viso mi dipigne</hi>, cioè
colora, <hi rend="italic">Quella pietà</hi>, cioè compassione, <hi rend="italic">che tu per
tema</hi>, cioè per paura, <hi rend="italic">senti</hi>, cioè estimi che sia per paura. Altri
vogliono che il senso di questa lettera sia questo: «per ciò che tu senti te pauroso, tu estimi
da questo mio colore che io similemente abbia paura; ma non è così: io son palido per
compassione» etc. La prima esposizione mi piace più.</p>
</div4>

<div4>
<head>22-24</head>
	<p>Andiam: confortalo ad andare e dimostragli la cagione, dicendo: <hi rend="italic">chè la
via lunga ne sospigne</hi>, a dover andare. <hi rend="italic">Così si mise</hi>, precedendo, <hi rend="italic">e così mi fè entrare</hi>, seguendolo io, <hi rend="italic">Nel primo cerchio</hi>,
cioè nel limbo, <hi rend="italic">che l'abisso</hi>, cioè inferno, <hi rend="italic">cigne</hi>, cioè
atornia.</p>
</div4>

<div4>
<head>25-27</head>
	<p><hi rend="italic">Quivi</hi>, in quel primo cerchio, <hi rend="italic">secondo che per
ascoltare</hi>, potea comprendere, <hi rend="italic">Non avea pianto mai</hi>, cioè d'altro <hi rend="italic">che di sospiri</hi>. È il sospiro una essalazione che muove dal cuore, da alcuna noia
faticato, il quale il detto cuore per agevolamento di sè, manda fuori; e, se così non facesse, potrebbe
l'angoscia, ritenuta dentro, tanto ampliarsi e tanto gonfiare dintorno a lui, che ella potrebbe
interchiuder sì lo spirito vitale che il cuore perirebbe, e, per ciò che la quantità dell'angoscia di
quelle anime, che eran là giù, era molta, pare i sospiri dovere esser molti e con impeto mandati
fuori. Per la qual cosa convien che segua quello che appresso dice, cioè: <hi rend="italic">Che
l'aura eterna</hi>, in quanto non si muta la qualità di quella aura; ed è «aura» un
soave movimento d'aere: per questa cagione non credo voglia dire il testo «aura», per
ciò che alcuna soavità non ha in inferno, anzi v'è ogni moto impetuoso e noioso: e quinci credo
voglia dire «aere eterno»; <hi rend="italic">facevan</hi>, gl'impeti de' sospiri, <hi rend="italic">tremare</hi>, cioè avere un movimento non maggiore che 'l tremare.</p>
</div4>

<div4>
<head>28-30</head>
	<p><hi rend="italic">E ciò avvenia</hi>, cioè questo sospirare, <hi rend="italic">da duol
senza martìri</hi>. Non eran dunque quelle anime, che quivi erano, da alcuna pena estrinseca
stimolate, ma solamente da affanno intrinseco, il quale si causava dal conoscimento della lor
miseria, vedendosi private della presenza di Dio non per loro colpa o peccato commesso, ma per lo
non avere avuto battesimo, come appresso si dice. <hi rend="italic">Che avean le turbe</hi>, cioè
multitudini, <hi rend="italic">ch'erano grandi, D'infanti</hi>, cioè di pargoli, li quali
«infanti» si chiamano, per ciò che ancora non eran venuti ad età che perfettamente
potesson parlare: e questa è l'una delle due maniere di genti, delle quali dissi che l'autor trattava in
questa parte; <hi rend="italic">e di femine e di viri</hi>, cioè d'uomini: e questa è l'altra maniera, in
tanto dalla prima differenti, in quanto i primi morirono infanti, come detto è, e questi secondi
morirono non battezati in età perfetta.</p>
	<p>Li quali una medesima cosa direi loro essere e gl'infanti, se quella copula, la quale vi
pone, quando dice: «d'infanti e di femine e di viri», non mi togliesse da questa
oppinione. E la ragione che mi moverebbe sarebbe questa: per ciò che io non estimo che da creder
sia, quantunque nella presente vita gl'infanti in tenerissima età morissono, che essi sieno al
supplicio in quella età, cioè in quello poco o nullo conoscimento; anzi credo sia da credere loro
essere in quello intero conoscimento, che è qualunque degli altri che più atempati morirono. La
qual perfezione del conoscimento credo sia lor data in tormento e in noia, e non in alcuna
consolazione, come a noi mortali quando bene usare il vogliamo, è conceduto.</p>
</div4>

<div4>
<head>31-36</head>
	<p><hi rend="italic">Lo buon maestro</hi>, cioè Virgilio, il quale in questa parte, per
ammaestrarlo che domandar dovesse quando alcuna cosa vedesse nuova e da doverne meritamente
adomandare, o forse per rassicurarlo al domandare, per ciò che nel precedente canto, perchè non gli
parve che Virgilio tanto pienamente al suo dimando gli rispondesse, vergognandosi sospicò non
grave fosse a Virgilio l'essere domandato, per che poi d'alcuna cosa domandato non l'avea, a me
disse: <hi rend="italic">tu non dimandi Che spiriti son questi, che tu vedi</hi>?, qui, che
sospirando si dolgono.</p>
	<p>Ed appresso fa come il buon maestro dee fare, il quale, vedendo quello di che
meritamente può dubitare il suo auditore, gli si fa incontro col farlo chiaro di ciò che l'uditore
adomandar dovea, e dice: <hi rend="italic">Or vo' che sappi, avanti che più andi, Ch'e' non
peccaro</hi>, questi spiriti che tu vedi qui; <hi rend="italic">e s'egli hanno mercedi</hi>, cioè se
essi adoperarono alcun bene il quale meritasse guiderdone, <hi rend="italic">Non basta</hi>, cioè
non è questo bene avere adoperato sofficiente alla loro salvazione: e la cagione è <hi rend="italic">perchè non ebber battesmo</hi>. E questo n'è assai manifesto per lo
<title>Evangelio</title>, dove Cristo parlando a Niccodemo dice:</p>
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Amen, amen dico tibi, nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu
sancto, non potest introire regnum Dei</foreign>».</p>
</quote>

	<p>È adunque il battesimo una regenerazione nuova, per la quale si toglie via il peccato
originale, del quale tutti, nascendo, siamo maculati, e divegnamo per quello figliuoli di Dio, dove
davanti eravamo figliuoli delle tenebre; e fa questo sacramento valevoli le nostre buone operazioni
alla nostra salute, dove senza esso son tutte perdute, sì come qui afferma l'autore. <hi rend="italic">Che è parte della fede che tu credi</hi>, cioè della fede catolica; e però dice che è
«parte» di quella, per ciò che gli articoli della fede son dodici, de' quali dodici è il
battesimo uno.</p>
</div4>

<div4>
<head>37-39</head>
	<p>Appresso questo, risponde Virgilio ad una quistione, la quale esso medesimo muove,
dicendo: <hi rend="italic">E se pur fur</hi>, costoro de' quali noi parliamo, <hi rend="italic">dinanzi al cristianesmo</hi>, cioè avanti che Cristo per le sue opere e per li suoi
ammaestramenti introducesse questa fede e mostrasse il battesimo essere necessario a volere avere
vita eterna per ciò son perduti, perchè <hi rend="italic">Non adorar debitamente Idio</hi>. E in
tanto non l'adorarono debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di Dio, cioè lui essere una
deità in tre persone, lui dover venire a prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono de'
comandamenti dati da lui al popolo suo, ne' quali, bene intesi, istava la salute di coloro li quali
avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e fedeli servidori: ma adoravano Idio secondo loro
riti, del tutto deformi al modo nel quale Idio volea essere adorato e onorato.</p>
	<p><hi rend="italic">E di questi cotai</hi>, cioè che dinanzi al cristianesimo furono, <hi rend="italic">son io medesmo</hi>, per ciò che Virgilio, sì come <hi rend="italic">in libro
Temporum</hi> d'Eusebio si comprende, avanti la predicazione di Cristo e il battesimo da lui
introdutto morì, nel torno di quarantacinque anni; nè della venuta di Cristo nella Vergine, per
quello che comprender si possa, sentì alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone
D<title>ella natività di Cristo</title>, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata ne' versi scritti
nella IIII <title>Egloga</title> della sua <title>Buccolica</title>, dove dice:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Ultima Cumei venit iam carminis etas:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">magnus ab integro seclorum nascitur
ordo.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Iam redit et virgo, redeunt Saturnia
regna:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">iam nova progenies celo delabitur alto.</foreign></l>
</quote>
	<p>De' quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere santo Augustino; e
se pure sono di quelli che il sentono, e per avventura santo Augustino medesimo, non credono lui
avere inteso quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifàs, quando al popolo iudaico
disse, per Cristo già preso da loro, che bisognava che uno morisse per lo popolo, acciò che tutta la
gente non perisse. Non adunque sentì Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi voleva avanti al
cristianesmo salvarsi.</p>
</div4>

<div4>
<head>40-42</head>
	<p><hi rend="italic">Per tai difetti</hi>, cioè per cose omesse, non per cose commesse, o
vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente adorato Idio; <hi rend="italic">e non per altro rio</hi>, cioè per avere contro alle morali o naturali leggi commesso;
<hi rend="italic">Semo perduti</hi>, cioè dannati a non dovere in perpetuo vedere Idio; <hi rend="italic">e sol di tanto offesi, Che senza speme vivemo in disio</hi>, il quale disio non è altro
che di vedere Idio, nel quale consiste la gloria de' beati.</p>
	<p>E quantunque molto faticosa cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi
fatica e noia importabile l'ardentemente disiderare e non conoscere nè avere speranza alcuna di
dover potere quello, che si disidera, ottenere: e perciò, quantunque <foreign lang="lat">prima
facie</foreign> paia non molto gravosa pena essere il disiderare senza sperare, io credo ch'ella sia
gravissima; e ancora più se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna
intermessione.</p>
</div4>

<div4>
<head>43-45</head>
	<p><hi rend="italic">Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi</hi>, sì per Virgilio e sì
ancora <hi rend="italic">Però che gente di molto valore</hi>, stati intorno agli essercizi temporali,
<hi rend="italic">Conobbi</hi>, non qui, ma nel processo, quando co' cinque savi entrò nel castello
sette volte cerchiato d'alte mura, <hi rend="italic">che 'n quel limbo</hi>, cioè in quello cerchio
superiore, vicino alla superfice della terra. Chiamano gli astrologi un cerchio dello astrolabio,
contiguo alla circunferenza di quello e nel quale sono segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli,
«limbo»; dal quale per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, per ciò che
quasi imediatamente è posto sotto la circunferenza della terra; <hi rend="italic">eran sospesi</hi>,
dall'ardore del loro disiderio.</p>
</div4>

<div4>
<head>46-48</head>
	<p>«Dimmi, maestro mio». Qui dissi cominciava la seconda particella della
prima parte della seconda della division principale, nella quale l'autore muove una quistione a
Virgilio ed esso gliele solve. Dice adunque: <hi rend="italic">Dimmi, maestro mio, dimmi,
signore</hi>. Assai l'onora l'autore per farselo benivolo, acciò che egli più pienamente gli risponda
che fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto, dopo la quale alcuna altra che questa
infino a qui fatta non gli avea.</p>
	<p>Ed intende in questa domanda non di voler sapere de' santi padri che da Cristo ne furon
tratti, che dobbiamo credere il sapea, ma per ciò fa la domanda, per sapere se in altra guisa che in
questa, cioè che fatta fu per la venuta di Cristo, alcun altro n'uscì mai: quasi per questo voglia farsi
benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che, se alcuna altra via che quella che da
Cristo tenuta fu, vi fosse, egli s'ingegnerebbe d'adoperare di farne uscire lui e di farlo pervenire a
salute.</p>
	<p><hi rend="italic">Cominciai io, per voler esser certo Di quella fede, che vince
ogn'errore</hi>, cioè per sapere se quello era stato che per la nostra fede n'è porto, cioè che Cristo
scendesse nel limbo e traessene i santi padri. Il che, quantunque credere si debba senza testimonio
ciò che nella divina <title>Scrittura</title> n'è scritto, sono nondimeno di quegli che stimano
potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non credo che senza colpa far si possa, per ciò
che pare un derogare alla fede debita alle <title>Scritture</title>; e però così le cose passate, come
quelle che venir debbono, senza cercarne testimonianza d'alcuno, si vogliono fermamente credere e
semplicemente confessare.</p>
</div4>

<div4>
<head>49-54</head>
	<p><add resp="ed">49-51</add> <hi rend="italic">Uscici mai</hi>, di questo luogo, <hi rend="italic">alcuno, o per suo merto</hi>, cioè per l'avere con intera pazienza lungamente
sostenuta questa pena, o per l'avere sì nella mortal vita adoperato che egli dopo alcuno spazio di
tempo meritasse salute; <hi rend="italic">O per l'altrui</hi>, opera, o fatta o che far si possa per
l'avvenire, <hi rend="italic">che poi fosse beato</hi>?, uscendo di qui e sagliendo in vita
eterna.</p>
	<p><hi rend="italic">Ed egli</hi>, cioè Virgilio, <hi rend="italic">che 'ntese il mio parlar
coverto</hi>, cioè intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva la
domanda generale, <add resp="ed">52-54</add> <hi rend="italic">Rispose: io era nuovo in questo
stato</hi>. Dice «nuovo», per rispetto a quegli che forse migliaia d'anni v'erano stati,
dov'egli stato non v'era oltre a quarantotto anni; per ciò che tanti anni erano passati dopo la morte di
Virgilio infino alla passion di Cristo, nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè <hi rend="italic">Quando ci vidi venire</hi>, in questo luogo, <hi rend="italic">un possente</hi>, cioè
Cristo, il quale Virgilio non nomina, per ciò che nol conobbe. E meritamente dice
«possente», per ciò che egli per propia potenza aveva quel potuto fare che alcuno
altro non potè mai, cioè vincere la morte e risucitare, avea vinta la potenza del diavolo, oppostasi
alla sua entrata in quel luogo. Ed era questo possente <hi rend="italic">Con segno di vittoria
incoronato</hi>. Non mi ricorda d'avere nè udito nè letto che segno di vittoria Cristo si portasse al
limbo altro che lo splendore della sua divinità; il quale fu tanto che il luogo di sua natura
oscurissimo egli riempiè tutto di luce: donde si scrive che «<foreign lang="lat">habitantibus
in umbra mortis lux orta est eis</foreign>».</p>
</div4>

<div4>
<head>55-57</head>
	<p><hi rend="italic">Trasseci l'ombra del primo parente</hi>, cioè d'Adamo. Adamo fu, sì
come noi leggiamo nel principio quasi del Genesì, il primiero uomo il sesto dì creato da Dio e fu
creato del limo della terra in quella parte del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata
fu il «Campo damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò
nel viso e in quel soffiare mise nel petto suo l'anima dotata di libero arbitrio e di ragione, per la
quale egli, il quale ancora era imobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e
secondo che i santi credono, egli fu creato in età perfetta, la quale tengono esser quella nella quale
Cristo morì, cioè di trentatrè anni.</p>
	<p>E lui così creato e fatto alla imagine di Dio, in quanto avea in sè intelletto, volontà e
memoria, il trasportò nel paradiso terrestro, dove, essendosi adormentato, nostro Signore non del
capo nè de' piedi, ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di perfetta età. La
quale come Adamo, desto, vide disse: – Questa è osso dell'ossa mie e per costei lascerà
l'uomo il padre e la madre ed acosterassi alla moglie. –
	La qual'è tratta del suo costato per darne ad intendere che per compagna, non per donna nè
per serva dell'uomo l'avea produtta Idio; e ad Adamo non per sollicitudine perpetua e guerra senza
pace e senza triegua, come l'odierne mogli odo che sono, ma per sollazo e consolazione a lui la
diede.</p>
	<p>E comandò loro che tutte le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, sì come produtte
al loro piacere, ma del frutto d'uno albero solo, il quale v'era, cioè di quello «della scienza
del bene e del male», s'astenessero, per ciò che, se di quello gustassero, morrebbero: e
quindi in così bello e così dilettevole luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma l'antico nostro nimico,
invidioso che costoro produtti fossero a dover riempiere quelle sedie, le quali per la ruina sua e de'
suoi compagni evacuate erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, se ella mangiasse del
frutto proibito, ella non morrebbe, ma s'aprirebbono gli occhi suoi e saprebbe il bene e 'l male e
sarebbe simile a Dio. Per la qual cosa Eva mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo,
incontanente s'apersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano ignudi: e fattesi alcune
coperture di foglie di fico davanti, si nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono
cacciati di paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero più figliuoli e figliuole.
Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, d'età di novecentotrenta anni si morì.</p>
	<p>Ma qui son certo si moverà un dubbio e dirà alcuno: «Tu hai detto davanti che ciò
che Idio crea senza alcun mezzo è perpetuo; Adamo fu creato da Dio senza alcun mezzo: come
dunque non fu imortale?». A questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò
che Idio senza mezzo crea è perpetuo; ma è questo da intendere delle creature semplici, sì come
furono e sono gli angioli, li quali sono semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli
elementi, li quali tutti sono di semplice materia creati. Ma l'uomo non fu così: anzi fu creato di
materia composta, sì come è d'anima e di corpo, e perciò non è perpetuo come sono le predette
creature.</p>
	<p>Ma quinci può surgere un'altra obiezione e dirsi: «Egli è vero che l'uomo è
composto d'anima e di corpo e queste due cose amendune furon create da Dio: perch'è dunque
l'anima perpetua, e 'l corpo mortale?». Dirò allora l'anima essere stata da Dio composta di
materia semplice, come furon gli angioli, ma il corpo non così, per ciò che non fu composto del
semplice elemento della terra, senza alcuna mistura d'altro elemento, sì come d'acqua: per ciò che
della terra semplice non si sarebbe potuta fare la statura dell'uomo, fu adunque fatta del limo della
terra, avente alcuna mistura d'acqua.</p>
	<p>Non che io non creda che a Dio fosse stato possibile averlo fatto di terra semplice, il
quale di nulla cosa fece tutte le cose, ma la corruzione de' corpi ne mostra quegli essere stati fatti di
materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva l'anima, non seguita il corpo dovere essere
perpetuo. Sarebbon di quegli che alla obiezione prima risponderebbono Adamo aversi questa
corruzione e morte de' corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo Domenedio, avanti il
peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire alcuno: «Adàm peccò, e di perpetuo divenne
mortale: gli angioli che peccarono, perchè non divenner mortali?». Alla quale obiezione è
assai risposto di sopra: per ciò che, di semplice materia creati, non posson morire, se non come
l'anime nostre; la quale, quantunque peccasse col corpo d'Adamo, non però la sua perpetuità perdè,
ma perdella il corpo, al quale, sì come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata minacciata da
Dio. Ma questa è materia da molto più sublime ingegno che il mio non è, e perciò, per la vera
soluzione di tanto dubbio, si vuole ricorrere a' teologi ed a' sofficientissimi litterati, la scienza de'
quali propriamente dintorno a così fatte quistioni si distende.</p>
	<p><hi rend="italic">D'Abèl, suo figlio</hi>, cioè d'Adàm. Questi si crede che fosse il
primiero uomo che morì, ucciso da Caìn, suo fratello, per invidia. Leggesi nel
<title>Genesì</title> Caino, il quale fu il primo figliuolo d'Adàm, essersi dato all'agricultura, e
Abèl, similemente figliuolo d'Adàm e che appresso a Caìn nacque, essere divenuto pastore: ed
avendo questi due cominciato a far, prima che alcuni altri, de' frutti delle loro fatiche sacrificio a
Dio, era costume di Caìn, per avarizia, quando eran per far sacrificio, d'eleggere le più cattive
biade, o che avessero le spighe vòte o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle
sacrificare.</p>
	<p>Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio acetto a Dio, come in quelle il fuoco acceso
avea, incontanente il fummo di quel fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e
andavagli nel viso. Abèl in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre eleggeva il migliore
e il più grasso agnello delle greggi sue e quello sacrificava:
	di che seguiva che, essendo il sacrificio d'Abèl acetto a Dio, il fummo dello olocausto saliva
dirittamente verso il cielo. La qual cosa vedendo Caino e avendone invidia, cominciò a portare odio
al fratello; e un dì, con lui insieme discendendo in un loro campo, non prendendosene Abèl guardia,
Caìn il ferì in su la testa d'un bastone ed ucciselo.</p>
	<p><hi rend="italic">E quella di Noè</hi>. Dispiacendo a Domenedio l'opere degli uomini
sopra la terra e per questo essendo disposto a mandare il diluvio, conoscendo Noè essere buono
uomo, diliberò di riservar lui e tre suoi figliuoli e le lor mogli e ordinògli in che maniera facesse
un'arca e come dentro v'entrasse e similemente quanti e quali animali vi mettesse; e, ciò fatto,
mandò il diluvio, il quale fu universale sopra ogni alteza di monte e tra 'l crescere e scemare
perseverò nel torno di dieci mesi.</p>
	<p>Ed essendo pervenuta l'arca, la quale notava sopra l'acque, sopra le montagne d'Ermenia e
non movendosi più per l'acque che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra l'arca, mandò
fuora il corbo: il qual non tornando, mandò la colomba e quella tornò con un ramo d'ulivo in becco;
per la qual cosa Noè conobbe che il diluvio era cessato, e, uscito fuori dell'arca, fece sacrificio a
Dio.</p>
	<p>E, appresso, piantò la vigna, della qual poi, nel tempo debito, ricolto del vino, inebriò e,
adormentato nel tabernaculo suo, fu da Cam, suo figliuolo, trovato scoperto; il quale, di lui
beffatosi, il disse a' fratelli, a Sem e a Iafèt, li quali, portato un mantello, ricopersero il padre; ed
egli poscia, desto, e risaputo questo, maladisse Cam. Ed essendo vivuto novecentocinquanta anni
nella grazia di Dio, passò di questa vita.</p>
	<p><hi rend="italic">Di Moisè, legista ed ubidente</hi>. Moisè nacque in Egitto; ed essendo
stato per lo re d'Egitto comandato che tutti i figliuoli degli Ebrei maschi fossero uccisi e le femine
servate, avvenne che, per ciò che bello figliuolo era paruto alla madre, non l'uccise, ma servollo tre
mesi occultamente; ma poi, non potendolo più occultare, fatto un picciolo vasello di giunchi e
quello imbiutato di bitume, sì che passarvi l'acqua dentro non poteva, il mise nel fiume: e l'acqua
menandolo giù, la sorella di lui seguitava il vasello per vedere che ne divenisse.</p>
	<p>Ed essendo per ventura la figliuola di Faraone con le sue femine discesa al fiume per
bagnarsi, vide questo vasello, e, fattolo prendere ad una delle sue femine, l'aperse e, trovatovi
dentro il picciolo fanciullo che piagnea, disse: – Questi dee essere de' figliuoli delle Ebree.
– Allora la fanciulla, che il vasello seguiva, disse: – Madonna, vuogli che io vada e
truovi una ebrea che il balisca? – A cui la donna disse: – Va'. – Ed ella andò e
menò la madre medesima, la quale, come cresciuto l'ebbe, il rendè alla donna, la quale il nominò
Moisè, quasi «tratto dell'acqua», e a modo che figliuolo se l'adottò.</p>
	<p>Moisè crebbe, ed avendo un egizio, per ciò che egli batteva uno ebreo, ucciso, temendo
del re, se ne andò in Madiàn e quivi co' sacerdoti di Madiàn si mise a stare e prese per moglie una
fanciulla chiamata Sefora; e dopo alcun tempo, secondo il piacer di Dio, venne davanti a Faraone e
comandògli che liberasse il popolo d'Israèl della servitudine nella quale il tenea. La qual cosa non
volendo far Faraone, più segni, secondo il comandamento di Dio, gli mostrò; ed ultimamente,
comandato agli Ebrei che quelle cose, che acattar potessero dagli Egizi, e prendessero e
seguitasserlo, chè egli li menerebbe nella terra di promessione; il che fatto, e con loro messosi in
via, e pervenuti al mare Rosso, quello percosse con la sua verga in dodici parti, sì come gli Ebrei
erano dodici tribi, ed in tante s'aperse subitamente il mare, per le quali gli Ebrei passarono
salvamente e gli Egizi, che dietro a loro seguitandogli per quelle vie medesime si misero, richiuso,
come passati furono gli Ebrei, il mare, tutti anegarono.</p>
	<p>Guidò adunque Moisè costoro per lo diserto, e, per le sue orazioni, di manna furono
nutricati in esso e piovero loro da' cielo cotornici; e, percossa da Moisè con la verga una pietra,
subitamente n'uscì per divino miracolo un fiume d'acqua di soavissimo sapore, del quale gli Ebrei
saziaron la sete loro; e, oltre a questo, esso ordinò loro il tabernaculo, nel quale dovessero
sacrificare a Dio, ordinò i sacerdoti e li loro vestimenti e similemente le vittime e gli olocausti, e
diede loro i giudici a udire e diterminare le loro quistioni.</p>
	<p>E, oltre a ciò, salito in sul monte Sinai e quivi dimorato in digiuni e penitenza quaranta dì,
ebbe da Dio due tavole, nelle quali erano scritti i comandamenti della legge, la quale esso, disceso
dal monte, diede al popolo: e però il sopranomina l'autore «legista». Al fine, dopo
molte fatiche, morì nella terra di Moàb, essendo d'età di centoventi anni, e fu sepellito nella valle
della terra di Moàb di contra a Segòr: nè fu alcuno che conoscesse il luogo della sua sepoltura.</p>
</div4>

<div4>
<head>58-60</head>
	<p><hi rend="italic">Abraàm patriarca</hi>. Abraàm fu figliuolo di Tara e nacque in Ur,
città di Caldea, l'anno quarantatrè del regno di Nino, re d'Assiria. Questi, per comandamento di
Dio, insieme con Sarra, sua moglie, venne in Canaàn, e quivi, essendo già d'età di novantanove
anni, avendo prima d'Agàr, serva egizia, avuto Ismaèl, generò in Sarra già vecchia, come anunziato
gli fu da tre li quali gli aparvero nella valle di Mambrè, un figliuolo, il quale chiamò Isaàc.</p>
	<p>E, avendogli comandato Idio che egli gli facesse sacrificio del detto Isaàc, con lui
insieme, portando esso un fascio di legne in collo e Abraàm il fuoco e 'l coltello in mano, n'andò
sopra una montagna, e quivi, essendo per uccidere il figliuolo, per imolarlo secondo il
comandamento d'Idio, gli fu preso il braccio e mostratogli un montone, il quale in una macchia di
pruni era, ritenuto da quegli per le corna: come Idio volle, veduta la sua obedienza, lasciato il
figliuolo, sacrificò il montone. Costui fu quegli che, vinti i re di Sogdoma e riscosso Lot, suo
nepote, primieramente offerse per sacrificio pane e vino a Melchisedèc, re e sacerdote di Salèm; a
costui fece Idio la promessione di dare a' suoi discendenti la terra abondante di latte e di mèle.</p>
	<p>Il quale, essendo già d'età di centosettantacinque anni, morì e fu da' figliuoli sepellito nel
Campo d'Efròn, de' figliuoli di Soòr Eteo della regione di Mambrè, il quale avea comperato in
quello uso, quando morì Sarra, sua moglie, da' figliuoli di Het. È costui chiamato
«patriarca», a «pater», che in latino viene a dir «padre», e
«arcos», che viene a dire «prencipe»: e così resulta «prencipe de'
padri».</p>
	<p><hi rend="italic">E Davìt re</hi>. Questi fu figliuolo di Iesse della tribù di Giuda; e
levato giovane da guardare le pecore del padre, per ciò che ammaestrato era di sonare la cetera,
venne al servigio di Saùl re, il quale esso col suo suono alquanto mitigava dalla noia  che il dimonio
alcuna volta gli dava; ed essendo giovanetto, andò a combattere con Golia filisteo, il quale avea
statura di gigante, e lui con la fionda, la quale ottimamente sapea adoperare, e con alquante pietre
uccise: ond'egli meritò la grazia del popolo ed ebbe Micòl, figliuola di Saùl, per moglie.</p>
	<p>Racquistò l'<foreign lang="lat">arca federis</foreign>, la quale al popolo d'Israèl era
stata per forza di guerra tolta; e fu valoroso uomo in guerra e lunga persecuzione patì da Saùl, al
quale per invidia era venuto in odio; ultimamente, essendo da' Filistini stato sconfitto Saùl e'
figliuoli in Gelboè e quivi se medesimo avendo ucciso, fu in suo luogo coronato re. E nelle sue
opere fu grato a Dio; e, avuti di più femine figliuoli, e invecchiato molto, si morì e lasciò in suo
luogo re Salamone, suo figliuolo.</p>
	<p><hi rend="italic">E Israèl</hi>, cioè Iacòb, il quale fu figliuolo di Isaàc: ed essendo
prima del ventre della madre uscito Esaù e per quello apartenendosi a lui le primogeniture, quelle
acquistò con una scodella di lenti, la quale gli donò, tornando esso affamato da cacciare. E
tornandosi esso di Mesopotania, dove, dopo la morte d'Isaàc, per paura d'Esaù fuggito s'era, sì
come nel <title>Genesì</title> si legge, tutta una notte fece con un uomo da lui non conosciuto
alle braccia; e non potendo da quello uomo esser vinto, venendo l'aurora, disse quello uomo:
– Lasciami. – Al quale Iacòb rispose di non lasciarlo, se da lui benedetto non fosse. Il
quale colui domandò come era il nome suo, a cui esso rispose: – Io son chiamato Iacòb.
– E quello uomo disse: – Non fia così: il tuo nome sarà Israèl, per ciò che, se tu se'
forte contro a Dio, pensa quello che tu potrai contro agli altri uomini. – E, toccatogli il nervo
dell'anca, gliele indebolì in sì fatta maniera, che sempre poi andò isciancato: per questa cagione i
Giudei non mangiano di nervo.</p>
	<p><hi rend="italic">Col padre</hi>, cioè Isaàc, il quale fu figliuolo d'Abraàm; <hi rend="italic">e co' suoi nati</hi>, cioè di Iacòb, li quali furono dodici, acquistati di quatro femine:
e da' quali li dodici tribi d'Israèl ebbero origine, e ciascuna fu dinominata da uno di questi dodici,
cioè da quello dal quale aveva origine tratta.</p>
	<p><hi rend="italic">E con Rachele, per cui tanto fè</hi>. Iacòb, il quale avendo per li
consigli di Rebecca, sua madre, ricevute tutte le benedizioni da Isaàc, suo padre, le quali Esaù,
quantunque per una minestra di lenti vendute gli avesse, come di sopra è detto, diceva che a lui
apartenevano, sì come a primogenito, per paura di lui se n'andò in Mesopotania a Labàn, fratello di
Rebecca, sua madre.</p>
	<p>Il quale Labàn avea due figliuole, Lia e Rachèl; e piacendogli Rachèl, si convenne con
Labàn di servirlo sette anni, ed esso, in luogo di guiderdone, fatto il servigio, gli dovesse dare per
moglie Rachèl: e avendo sette anni servito ed essendo celebrate le noze, nelle quali credeva Rachèl
essergli data, la mattina seguente trovò che gli era stata da Labàn messa la notte preterita nel letto,
in luogo di Rachèl, Lia, la quale era cispa.</p>
	<p>Di che dolendosi al suocero, gli fu risposto che l'usanza della contrada non pativa che la
più giovane si maritasse prima che colei che di più età fosse; ma, se servire il volesse, gli darebbe,
in capo del tempo, similemente Rachèl. Di che convenutisi insieme che esso servisse altri sette
anni, come serviti gli ebbe, gli fu da Labàn conceduta Rachèl. E questo è quello che l'autore
intende, quando dice: «Rachèl, per cui tanto fè», cioè tanto tempo servì.</p>
	<p>Fu questo Iacòb buono uomo nel cospetto di Dio. E per fame fu costretto egli e' figliuoli
e' nipoti di partirsi del paese di Caninea e d'andarne in Egitto, là dove Iosèf, suo figliuolo, il quale
esso per inganno degli altri figliuoli lungo tempo davanti credeva morto, era prefetto de' granai di
Faraone; e quivi onoratamente ricevuto, già vecchio d'età di centodiece anni, morì; e fu il corpo suo
con odorifere spezie sepellito in Egitto, avendo egli avanti la morte scongiurati i figliuoli che,
quando da Dio vicitati fossero e nella terra di promessione tornassero, seco di quindi l'ossa sue ne
portassero.</p>
</div4>

<div4>
<head>61-63</head>
	<p><hi rend="italic">E altri molti</hi>, sì come Eva, Set, Sarra, Rebecca, Isaia, Ieremia,
Ezechièl, Danièl e gli altri profeti e Giovanni Batista e simili a questi; <hi rend="italic">e fecegli
beati</hi>, menandonegli in vita eterna, nella quale è vera e perpetua beatitudine. <hi rend="italic">E vo' che sappi che, dinanzi ad essi</hi>, cioè inanzi che costoro beatificati fossero,
<hi rend="italic">Spiriti umani non eran salvati</hi>: e ciò era per lo peccato del primo parente, il
quale ancora non era purgato; ma, tolta via quella colpa per la passione di Cristo, furon quegli, che
bene aveano adoperato, liberati dalla prigione del diavolo, e aperta loro, e a coloro che appresso
doveano venire e bene adoperare, la porta di paradiso.</p>
</div4>

<div4>
<head>64-66</head>
	<p>«Non lasciavam l'andar». Questa è la seconda parte principale della
seconda di questo canto, nella quale l'autore dimostra come, procedendo avanti, pervenisse a vedere
la terza spezie degli spiriti che in quel cerchio dimoravano. Ed in questa parte fa l'autore quatro
cose: nella prima dice sè aver veduto in quel luogo un lume; nella seconda dice come Virgilio da
quatro poeti fu, tornando, ricevuto; nella terza dice come con quegli cinque poeti entrasse in un
castello, nel qual vide i magnifichi spiriti; nella quarta dice come egli e Virgilio dagli altri quatro
poeti si partissero. La seconda comincia quivi: «Intanto voce»; la terza quivi:
«Così andammo infino»; la quarta quivi: «La sesta compagnia».</p>
	<p>Dice adunque: <hi rend="italic">Non lasciavam</hi>, Virgilio ed io, <hi rend="italic">l'andar perch'el dicessi</hi>, cioè ragionasse: <hi rend="italic">Ma passavam</hi>,
andando, <hi rend="italic">la selva tuttavia</hi>. E, appresso questo, dichiara se medesimo qual
selva voglia dire, dicendo: <hi rend="italic">La selva, dico, di spiriti spessi</hi>, volendo in questo
dare ad intendere quello luogo essere così spesso di spiriti come le selve sono d'àlbori.</p>
</div4>

<div4>
<head>67-69</head>
	<p><hi rend="italic">Non era lunga ancor la nostra via</hi>, cioè non c'eravam molto
dilungati, <hi rend="italic">Di qua dal sonno</hi>, il quale nel principio di questo canto mostra gli
fosse rotto. Alcuna lettera ha: «Di qua dal suono», ed allora si dee intendere questo
«suono» per quello che fece il tuono il quale il destò; ed alcuna lettera ha: «Di
qua dal tuono», il quale di sopra dice che il destò: e ciascuna di queste lettere è buona, per
ciò che per alcuna di esse non si muta nè vizia la sentenza dell'autore; <hi rend="italic">quando io
vidi un foco</hi>, un lume, <hi rend="italic">Ch'emisperio</hi>: «emisperio» è la
mezza parte d'una spera, cioè d'un corpo ritondo, come è una palla, del quale alcun lume,
quantunque grande sia, non può più vedere; <hi rend="italic">Di tenebre vincia</hi>. Qui non
vuole altro dir l'autore, se non che quel fuoco, o ver lume, vinceva le tenebre, alluminandole della
mezza parte di quello luogo ritondo, a dimostrare che questo lume non toccava quelle altre due
maniere di genti, delle quali di sopra ha detto, per ciò che non furon tali che per gran cose
conosciuti fossero.</p>
</div4>

<div4>
<head>70-72</head>
	<p><hi rend="italic">Di lungi n'eravamo</hi>, da questo lume, <hi rend="italic">ancora un
poco, Ma non sì</hi>, n'eravamo lontani, <hi rend="italic">che io non discernessi</hi>, per lo
splendore di quel lume, <hi rend="italic">in parte</hi>, quasi dica: non perciò apieno; <hi rend="italic">Che orrevol</hi>, cioè onorevole, gente possedea, cioè dimorando occupava, quel
loco, nel quale eravamo.</p>
</div4>

<div4>
<head>73-75</head>
	<p><hi rend="italic">O tu, Virgilio</hi>; e domanda qui l'autore chi coloro sieno li quali
hanno luce, dove quegli, che passati sono, non l'hanno; <hi rend="italic">che onori</hi>, col ben
sapere l'una e col bene essercitar l'altra, <hi rend="italic">scienza ed arte</hi>. Catta qui l'autore la
benivolenza del suo maestro commendandolo e dicendo lui essere onoratore di scienza e d'arte.
Dove è da sapere che, secondo che scrive Alberto sopra il VI dell'<title>Etica</title> d'Aristotile,
sapienza, scienza, arte, prudenza ed intelletto sono in cotal maniera differenti, che la sapienza è
delle cose divine, le quali trascendono la natura delle cose inferiori; scienza è delle cose inferiori,
cioè della lor natura; arte è delle cose operate da noi, e questa propiamente apartiene alle cose
meccaniche, e, se per avventura questa si prende per la scienza speculativa, impropriamente è detta
«arte», in quanto con le sue regole e dimostrazioni ne costrigne infra certi termini;
prudenzia è delle cose che deono essere considerate da noi, onde noi diciamo colui esser prudente,
il quale è buono consigliatore; ma lo 'ntelletto si dee propiamente alle proposizioni che si fanno, sì
come: «ogni tutto è maggiore che la sua parte».</p>
	<p>Estolle adunque qui l'autore Virgilio nelle due di queste cinque, dicendo che egli onora
«scienza ed arte», bene e maestrevolmente operandole, sì come apare ne' suoi libri,
ne' quali esso agli intelligenti si dimostra ottimamente aver sentito in filosofia morale e in naturale,
il che aspetta alla scienza; e, oltre a ciò, si dimostra mirabilmente avere adoperato in ciò che alla
composizione de' suoi poemi, o alle parti di quegli, si richiede, usando in essi l'artificio di
qualunque liberale arte, secondo che le oportunità hanno richiesto; e questo apartiene all'arte non
meccanica, ma speculativa, e perciò meritamente queste lode dall'autore attribuite gli sono.</p>
	<p><hi rend="italic">Questi chi sono, c'hanno tanta orranza</hi>, cioè onoranza: il qual
vocabolo per cagion del verso gli conviene asincopare, e dire, per «onoranza»,
«orranza»; <hi rend="italic">Che dal modo degli altri</hi>, li quali per infino a qui
abbiam veduti, <hi rend="italic">gli diparte</hi>?, in quanto hanno alcuna luce, dove quegli, che
passati sono, non hanno.</p>
</div4>

<div4>
<head>76-78</head>
	<p><hi rend="italic">E quegli</hi>, cioè Virgilio, disse <hi rend="italic">a me:
l'onrata</hi>, cioè l'onorata, <hi rend="italic">nominanza</hi>; puossi qui
«nominanza» intender per «fama»; <hi rend="italic">Che di lor suona
su nella tua vita</hi>, nella quale questi cotali, sì nelle scritture degli antichi e sì ancora
ne'ragionamenti de' moderni, racordati sono; <hi rend="italic">Grazia</hi>, singulare, <hi rend="italic">acquista nel ciel</hi>, da Dio, <hi rend="italic">che sì gli avanza</hi>, oltre a quegli
che senza luce lasciati abbiamo.</p>
	<p>Intorno alla quale risposta dobbiamo sapere aver luogo quello che della divina giustizia si
dice, cioè che ella non lascia alcun male impunito, nè alcun bene inremunerato: per ciò che questi,
de' quali l'autor domanda, sono genti, le quali tutte virtuosamente ed in bene della republica umana,
quanto al moral vivere, adoperarono, ma, per ciò che non conobbero Idio, non fecero le loro buone
operazioni per Dio e per questo non meritarono l'eterna gloria, la quale Idio concede per merito a
coloro che, avendo rispetto a lui, adoperan bene; ma nondimeno, per ciò che bene adoperarono e
dispiacquero loro i vizi e le mal fatte cose, quantunque il rispetto per ignoranza non fosse buono,
pur pare che essi di ciò alcun premio meritino. Il qual è, secondo la 'ntenzione di Virgilio, che la
giustizia di Dio renda loro in sofferire che essi per fama vivano nella presente vita; per che bene
dice esso Virgilio che la loro onorata nominanza, delle operazioni ben fatte da loro, acquista grazia
nel cielo, la quale concede loro lume, dove agli altri nol concede.</p>
</div4>

<div4>
<head>79-81</head>
	<p>«Intanto voce fu». Dissi qui cominciare la seconda parte della seconda
principale, nella qual mostra Virgilio essere stato da quatro poeti onoratamente ricevuto; e dice: <hi rend="italic">Intanto</hi>, cioè mentre Virgilio mi rispondeva alla domanda fatta, come di sopra
apare, <hi rend="italic">voce</hi>: a differenza del suono, è la voce propriamente dell'uomo, in
quanto esprime il concetto della mente, quando è prolata; ogni altra cosa per la bocca dell'uomo, o
d'alcun altro animale o di qualunque altra cosa, è o suono o sufolo: e questi suoni hanno diversi
nomi, secondo la diversità delle cose dalle quali nascono; <hi rend="italic">fu per me</hi>, cioè da
me, <hi rend="italic">udita</hi>, così fatta: <hi rend="italic">Onorate l'altissimo poeta</hi>; e
questa, per quello che poi segue, mostra che detta fosse, da chi che se la dicesse, da quegli quatro
poeti che poi incontro gli si fecero. Ed assai onora qui Dante Virgilio in quanto dice
«altissimo», il quale adiettivo degnamente si confà a Virgilio, per ciò che egli di gran
lunga trapassò in iscienza ed in arte ogni latin poeta, stato davanti da lui o che poi per infino a
questo tempo stato sia. <hi rend="italic">L'ombra sua</hi>, cioè di Virgilio, <hi rend="italic">torna, ch'era dipartita</hi>, quando andò al soccorso dell'autore, come di sopra è
dimostrato.</p>
</div4>

<div4>
<head>82-84</head>
	<p><hi rend="italic">Poi che la voce</hi>, già detta, <hi rend="italic">fu ristata e queta, Vidi
quatro grandi ombre</hi>, non di statura, ma grandi per dignità, <hi rend="italic">a noi
venire</hi>, come l'uno amico va a ricoglier l'altro, quando d'alcuna parte torna. <hi rend="italic">Sembianza avevan nè trista nè lieta</hi>. In questa discrizione della sembianza di
questi poeti dimostra l'autore la gravità e la constanzia di questi solenni uomini, per ciò che
costume laudevole è de' maturi e savi uomini non mutar sembiante per cosa che avvegna o prospera
o avversa, ma con equale e viso e animo le felicità e le avversità sopravegnenti ricevere: per ciò che
chi altrimenti fa mostra sè esser di leggiere animo e di volubile.</p>
</div4>

<div4>
<head>85-87</head>
	<p><hi rend="italic">Lo buon maestro</hi>, Virgilio, <hi rend="italic">cominciò a dire: Mira
colui con quella spada in mano</hi>. È la spada instrumento bellico, e però per quella vuol dare
l'autore ad intendere di che materia colui che la portava cantasse: e però a lui, e non ad alcuno degli
altri, la discrive in mano, per ciò che il primo fu che si creda che in istilo metrico scrivesse di
guerre e di battaglie e per consequente pare che, chi dopo lui scritto n'ha, l'abbia avuto da lui. <hi rend="italic">Che vien dinanzi a' tre</hi>, poeti che 'l seguono, <hi rend="italic">sì come sire</hi>,
cioè signore e maggiore.</p>
</div4>

<div4>
<head>88-90</head>
	<p><hi rend="italic">Egli è Omero, poeta sovrano</hi>. Dell'origine, della vita e degli studi
d'Omero, secondo che diceva Leòn tesalo, scrisse un valente uomo greco chiamato Calimaco più
pienamente che alcun altro; nelle scritture del quale si legge che Omero fu d'umile nazione, per ciò
che in Ismirna, in que' tempi nobile città d'Asia, il padre di lui in publica taverna fu venditore di
vino a minuto e la madre fu venditrice d'erbe nella piaza, come qui fra noi son le trecche.</p>
	<p>Nondimeno, come che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti essercizi, non si sa
certamente di qual città esso natio fosse. È il vero che, per la sua singular sofficienza in poesì, sette
nobili città di Grecia insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando ciascuna
d'esse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato suo cittadino; e le città furon queste:
Samos, Smirne, Chiòs, Colofòn, Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furon le quali gli feciono
onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò fecero per rendere con quella a
coloro, li quali non sapevano dove stato si fosse sepellito, testimonanza lui essere stato suo
cittadino; e quegli di Smirne non solamente sepoltura, ma gli fecero un notabile tempio, nel quale
non altrimenti che se del numero de' loro idii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua
memoria per molte centinaia d'anni. Fu nondimeno dai più reputato che egli fosse ismirneo, o però
che, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi il padre e la madre di lui, o che di ciò gli
Smirnei mostrassero più chiara testimonianza che gli altri dell'altre città; e così mostra di credere
Lucano, dove dice:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Quantum Smirnei durabunt vatis honores</foreign>,</p>
</quote>
dicendo d'Omero.</p>
	<p>Fu questo valente uomo, secondo Calimaco, nominato Omero per lo vaticinio di lui detto
da un matematico, il quale per ventura intervenne, nascendo egli, il quale disse: – Colui che
al presente nasce morrà cieco; – e per questo fu dal padre nominato Omero; il quale nome è
composto <hi rend="italic">ab</hi> «<hi rend="italic">o</hi>», che in latino viene a
dire «io», e «<hi rend="italic">mi</hi>», che in latino viene a dire
«non», ed «<hi rend="italic">erò</hi>», che in latino viene a dire
«veggio»: e così tutto insieme viene a dire «io non veggio»; e, come nel
processo aparirà, secondo il vaticinio morì cieco.</p>
	<p>Questi dalla sua fanciulleza, aiutandolo come poteva la madre, si diede agli studi; e, udite
sotto diversi dottori le liberali arti, lungo tempo udì sotto un poeta chiamato Pronapide, chiarissimo
in que' tempi in quella facultà; e, appresso questo, partitosi di Grecia, seguendo i famosi Studi, se
n'andò in Egitto, dove sotto molti valenti uomini udì poesia e filosofia e altre scienze, e
massimamente sotto un filosafo chiamato Falacro, in quegli tempi sopra ogni altro famoso; ed in
Egitto perseverò nel torno di venti anni, con maravigliosa sollicitudine, e quindi poi se ne tornò in
Arcadia, dove per infermità perdè il vedere.</p>
	<p>E cieco e povero si crede che componesse nel torno di tredici volumi variamente titolati e
tutti in istilo eroico, de' quali si truovano ancora alquanti, e massimamente la Iliada, distinta in
ventiquatro libri, nella quale tratta delle battaglie de' Greci e de' Troiani infino alla morte d'Ettore,
mirabilmente commendando Acchille. Compose similemente l'<title>Odissea</title> in
ventiquatro libri partita, nella quale tratta gli errori d'Ulisse, li quali dieci anni perseverarono dopo
il disfacimento di Troia. Scrisse similemente uno libro delle laude degl'idii, il cui titolo non mi
ricorda d'aver udito; scrisse ancora un libro, distinto in due, nel quale scrisse una battaglia, o vero
guerra, stata tra le rane e' topi, la qual non finse senza maravigliosa e laudevole intenzione.
Compose, oltre a ciò, un libro della generazion degl'idii; e composene uno chiamato
<title>Egàm</title>, la materia del quale non trovai mai qual fosse; e similemente più altri infino
in tredici, de' quali il tempo, ogni cosa divorante, e massimamente dove la negligenzia degli uomini
il permetta, ha non solamente tolta la notizia delle materie, ma ancora li loro nomi nascosi, e
spezialmente a noi latini.</p>
	<p>E, acciò che questo non sia pretermesso, in tanto pregio fu la sua <title>Iliada</title>
appo gli scienziati e valenti uomini, che, avendo Alessandro macedonico vinto Dario, re di Persia, e
presa Persida, reale città, trovò in essa tanto tesoro, che, vedendolo, obstupefece. Ed essendo in
quello molti e carissimi gioielli, trovò tra essi una cassetta preziosissima per maestero e carissima
per ornamento di pietre e di perle; e co' suoi baroni, sì come scrive Quinto Curzio, il quale in
leggiadro e laudevole stilo scrisse l'opere del detto Alessandro, come cosa mirabile riguardandola,
domandò qual cosa di quelle, che essi sapessero, paresse loro, più tosto che alcuna altra, da servare
in così caro vasello: non v'ebbe alcuno che la real corona o lo scettro o altro reale ornamento
dicesse, ma tutti con Alessandro insieme in una sentenzia concorsono, cioè che sì preziosa cassa
cosa alcuna più degnamente servar non potea che la <title>Iliada</title> d'Omero. E così a servar
quel libro fu deputata.</p>
	<p>Fu Omero nel mangiare e nel bere moderatissimo, e non solamente fu di brieve e poco
sonno, ma quello prese con gran disagio, per ciò che, o povertà o astinenza che ne fosse cagione, il
suo dormire era in su un pezo di rete di funi alquanto sospeso da terra, senza alcuni altri panni. Fu,
oltre a ciò, poverissimo tanto che, essendo cieco, non aveva di che potesse dare le spese ad un
fanciullo che il guidasse per la via, quando in parte alcuna andar volesse: e la sua povertà era
volontaria, per ciò che delle temporali sustanze niente si curava. Fu di piccola statura, con poca
barba e con pochi capelli; di mansueto animo e d'onesta vita e di poche parole.</p>
	<p>Fu, oltre a ciò, alcuna volta fieramente infestato dalla fortuna e, tra l'altre, essendo in
Atene ed avendo parte della sua <title>Iliada</title> recitata, il vollero gli Ateniesi lapidare, per
ciò che in essa, poeticamente parlando, aveva scritto gl'idii l'un contro all'altro aver combattuto,
non sentendo gli Ateniesi ancora quali fossero i velamenti poetici, nè quello che per quelle battaglie
degl'idii Omero s'intendesse: e per questo, credendosi lui esser pazo, il vollero uccidere; e, se stato
non fosse un valente uomo e potente nella città, chiamato Leontonio, il quale dal furioso impeto
degli Ateniesi il liberò, senza dubbio l'avrebbono ucciso. La quale bestiale ingiuria il povero poeta
non lasciò senza vendetta passare, per ciò che, appresso questo, egli scrisse un libro il cui titolo fu
<title><foreign lang="lat">De verbositate Atheniensium</foreign></title>, nel quale egli morse
fieramente i vizi degli Ateniesi, mostrando nel vulgo di quegli nulla altra cosa essere che
parole.</p>
	<p>E altra fiata, essendo chiamato da Ermolao, re, o vero tiranno, d'Atene, quasi
sprezandolo, disse che per lui nè per tutto il suo regno non vorrebbe perdere una menoma sillaba
d'un suo verso, e che esso co' suoi versi possedeva maggior regno che Ermolao non faceva con la
sua gente d'arme. Per la qual cosa, turbato, Ermolao il fece prendere e crudelmente battere, e poi
metterlo in pregione: nella quale avendolo otto mesi tenuto nè per questo vedendolo piegarsi in
parte alcuna dalla libertà dell'animo suo, il fece lasciare, nè potè fare che con lui volesse
rimanere.</p>
	<p>Della morte sua, secondo che scrive Calimaco, fu uno strano accidente cagione: per ciò
che, essendo egli in Arcadia ed andando solo su per lo lito del mare, sentì pescatori, li quali sopra
uno scoglio si stavano, forse tendendo o raconciando loro reti; li quali esso domandò se preso
avessero, intendendo seco medesimo de' pesci. Costoro risposero che quegli, che presi aveano,
avean perduti e quegli, che presi non aveano, se ne portavano. Era stata fortuna in mare e però, non
avendo i pescatori potuto pescare, come loro usanza è, s'erano stati al sole e i vestimenti loro
aveano cerchi e purgati di que' vermini che in essi nascono: e quegli, che nel cercar trovati e presi
aveano, gli aveano uccisi e quegli, che presi non aveano, essendosi ne' vestimenti rimasi, ne
portavan seco.</p>
	<p>Omero, udita la risposta de' pescatori ed essendogli oscura, mentre al doverla intendere
andava sospeso, per caso percosse in una pietra, per la qual cosa cadde e fieramente nel cader
percosse e di quella percossa il terzo dì appresso si morì. Alcuni voglion dire che, non potendo
intender la risposta fattagli da' pescatori, entrò in tanta maninconia che una febbre il prese, della
quale in pochi dì si morì e poveramente in Arcadia fu sepellito; onde poi, portando gli Ateniesi le
sue ossa in Atene, in quella onorevolmente il sepellirono.</p>
	<p>Fu adunque costui estimato il più solenne poeta che avesse Grecia, nè fu pure appo i
Greci in sommo pregio, ma ancora appo i Latini in tanta grazia, che per molti eccellenti uomini si
truova essere stato maravigliosamente commendato: e intra gli altri nel quinto delle sue
<title>Quistioni tusculane</title> scrive Tullio così di lui:</p>
<quote rend="block">
<p>«<foreign lang="lat">Traditum est etiam Homerum cecum fuisse: at eius picturam, non
poesim videmus. Que regio, que ora, qui locus Grecie, que species forme, que pugna queque artes,
quod remigium, qui motus hominum, qui ferarum ita expictus est, ut que ipse non viderit, nos ut
videremus, effecerit!» etc</foreign>.</p>
</quote>

	<p>Nè si sono vergognati i nostri poeti di seguire in molte cose le sue vestige, e
massimamente Virgilio; per la qual cosa meritamente qui il nostro autore il chiama «poeta
sovrano».</p>
	<p>Fiorì adunque questo mirabile uomo, chiamato da Giustiniano Cesare «padre
d'ogni virtù», secondo l'oppinione d'alcuni, ne' tempi che Melanto regnava in Atene ed Enea
Silvio regnava in Alba; Aristotene dice che egli fu cento anni poi che Troia fu presa; Aristarco dice
lui essere stato dopo l'emigrazione ionica cento anni, regnante Echestrato, re di Lacedemonia, e
Latino Silvio, re d'Alba; altri vogliono che fosse dopo questo tempo detto, essendo Labote re di
Lacedemonia ed Alba Silvio re d'Alba; Filocoro dice che egli fu a' tempi d'Arcippo, il quale era
appo gli Ateniesi nel supremo maestrato, cioè centonovanta anni dopo la presura di Troia; Arciloco
dice che egli fu corrente la XXIII olimpiade, cioè cinquecento anni dopo il disfacimento di Troia;
Apolladoro gramatico ed Euforbio istoriografo testimoniano Omero essere stato avanti che Roma
fosse fatta centoventiquatro anni, e, come dice Cornelio Nepote, avanti la prima olimpiade cento
anni, regnante appo i Latini Agrippa Silvio ed in Lacedemonia Archelao. Del quale per ciò così
particulare investigazion del suo tempo ho fatta, perchè comprender si possa, poi tanti valenti
uomini di lui scrissero, quantunque concordi non fossero, ciò avvenuto non poter essere se non per
la sua preeminenzia singulare. <add resp="ed">L. XIII</add></p>
	<p><hi rend="italic">L'altro è Orazio satiro, che viene</hi>, etc. Orazio Flacco fu di nazione
assai umile e depressa, per ciò che egli fu figliuolo d'uomo libertino: e «libertini» si
dicevan quegli li quali erano stati figliuoli d'alcun servo, il quale dal suo signore fosse stato in
libertà ridotto, e chiamavansi questi cotali «liberti»; e fu di Venosa, città di Puglia, e
nacque sedici anni avanti che Giulio Cesare fosse fatto dettatore perpetuo. Dove si studiasse e sotto
cui, non lessi mai, che io mi ricordi; ma uomo d'altissima scienza e di profonda fu, e massimamente
in poesia fu espertissimo.</p>
	<p>La dimora sua, per quello che comprender si possa nelle sue opere, fu il più a Roma,
dove, venuto, meritò la grazia d'Ottavian Cesare e fugli conceduto d'essere dell'ordine equestre, il
quale in Roma a que' tempi era venerabile assai. Fu, oltre a ciò, fatto maestro della scena, e
singularmente usò l'amistà di Mecenate, nobilissimo uomo di Roma, ed in poesia ottimamente
ammaestrò.</p>
	<p>Usò similemente quella di Virgilio e d'alcuni altri eccellenti uomini; e fu il primero poeta
che in Italia recò lo stile de' versi lirici, il quale, come che in Roma conosciuto non fosse, era
lungamente davanti da altre nazioni avuto in pregio, e massimamente appo gli Ebrei, per ciò che,
secondo che san Geronimo scrive nel proemio <title><foreign lang="lat">libri
Temporum</foreign></title> d'Eusebio cesariense, il quale esso traslatò di greco in latino, in versi
lirici fu da' Salmisti composto il <title>Saltero</title>, e questo stilo usò esso Orazio in un suo
libro, il quale è nominato Ode.</p>
	<p>Compose, oltre a ciò, un libro chiamato <title>Poetria</title>, nel quale egli ammaestra
coloro, li quali a poesia vogliono attendere, di quello che operando seguir debbono e di quello da
che si debbono guardare, volendo laudevolmente comporre. Negli altri suoi libri, sì come nelle
<title>Pìstole</title> e ne' <title>Sermoni</title>, fu accerrimo riprenditore de' vizi, per la qual
cosa meritò di essere chiamato poeta «satiro». Altri libri de' suoi, che i quatro
predetti, non credo si truovino. Morì in Roma d'età di cinquantasette anni, secondo Eusebio dice
<foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title>,
l'anno XXXVI dello 'mperio d'Ottaviano Augusto.</p>
	<p><hi rend="italic">Ovidio è 'l terzo</hi>. Publio Ovidio Nasone fu natio della città di
Sulmona in Abruzo, sì come egli medesimo in un suo libro, il quale si chiama <title><foreign lang="lat">De tristibus</foreign></title>, testimonia, dicendo:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Sulmo michi patria est, gelidis uberrimus
undis,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">milia qui decies distat ab Urbe novem.</foreign></l>
</quote>
E, secondo che Eusebio <foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title> dice, egli nacque nella patria sua il secondo anno del
triumvirato di Ottaviano Cesare: e fu di famiglia assai onesta di quella città, e dalla sua fanciulleza
maravigliosamente fu il suo ingegno inchinevole agli studi della scienza.</p>
	<p>Per la qual cosa, sì come esso mostra nel preallegato libro, il padre più volte si sforzò di
farlo studiare in legge, sì come faceva un suo fratello, il quale era di più tempo di lui; ma, traendolo
la sua natura agli studi poetici, avveniva che, non che egli in legge potesse studiare, ma, sforzandosi
talvolta di volere alcuna cosa scrivere in soluto stilo, quasi sanza avvedersene, gli venivano scritti
versi; per la qual cosa esso dice nel detto libro:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">quidquid conabar scribere versus erat</foreign>;</p>
</quote>
della qual cosa il padre dice che più volte il riprese, dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Sepe pater dixit: studium quid inutile
temptas?</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Meonides nullas ipse reliquit opes.</foreign></l>
</quote>
	<p>Per la qual cosa, eziandio contro al piacer del padre, si diede tutto alla poesia; e, divenuto
in ciò eruditissimo uomo, lasciata la patria, se ne venne a Roma, già imperando Ottaviano Augusto,
dove singularmente meritò la grazia e la famigliarità di lui; e per sua opera fu ascritto all'ordine
equestre, il quale, per quello che io possa comprendere, era quel medesimo che noi oggi chiamiamo
«cavalleria»; e, oltre a ciò, fu sommamente nell'amore de' romani giovani.</p>
	<p>Compose costui più libri, essendo in Roma, de' quali fu il primo quello che chiamiamo l'
<title>Epistole</title>. Appresso, ne compose uno, partito in tre, il quale alcun chiamano
<title><foreign lang="lat">Liber amorum</foreign></title>, altri il chiamano <title><foreign lang="lat">Sine titulo</foreign></title>: e può l'un titolo e l'altro avere, per ciò che d'alcuna altra
cosa non parla che di suoi inamoramenti e di sue lascivie usate con una giovane amata da lui, la
quale egli nomina Corinna; e puossi dire similemente <title><foreign lang="lat">Sine
titulo</foreign></title>, per ciò che d'alcuna materia continuata, dalla quale si possa intitolare,
favella, ma alquanti versi d'una e alquanti d'un'altra, e così possiam dir di pezi, dicendo,
procede.</p>
	<p>Compose ancora un libro, il quale egli intitolò <title><foreign lang="lat">De fastis et
nefastis</foreign></title>, cioè de' dì ne' quali era licito di fare alcuna cosa e di quegli che licito
non era, narrando in quello le feste e' dì solenni degl'idii de' Romani e in che tempo e giorno
vengano, come appo noi fanno i nostri calendari; e questo libro è partito in sei libri, ne' quali tratta
di sei mesi: e per questo apare non esser compiuto, o che più non ne facesse o che perduti sien gli
altri.</p>
	<p>Fece, oltre a questo, un libro, il quale è partito in tre e chiamasi <title><foreign lang="lat">De arte amandi</foreign></title>, dove egli insegna e a' giovani ed alle fanciulle
amare; e, oltre a questo, ne fece un altro, il quale intitolò <title><foreign lang="lat">De'
remedi</foreign></title>, dove egli s'ingegna d'insegnare disamorare. E fece più altri piccioli
libretti, li quali tutti sono in versi elegiaci, nel quale stilo egli valse più che alcuno altro poeta.
Ultimamente compose il suo maggior volume in versi essametri e questo distinse in quindici libri;
e, secondo che esso medesimo scrive nel libro <title><foreign lang="lat">De
tristibus</foreign></title>, convenendogli di Roma andare in essilio, non ebbe spazio
d'emendarlo.</p>
	<p>Appresso, qual che la cagione si fosse, venuto in indegnazione d'Ottaviano, per
comandamento di lui ne gli convenne, ogni sua cosa lasciata, andare in una isola, la quale è nel mar
Maggiore, chiamata Tomitania: ed in quella relegato da Ottaviano, stette infino alla morte. È questa
isola nella più lontana parte che sia nel mar Maggiore nella foce d'un fiume de' Colchi, il quale si
chiama Fasis. E in questo essilio dimorando, compose alcuni libri, sì come fu quello
<title><foreign lang="lat">De tristibus</foreign></title>, in tre libri partito; composevi quello il
quale egli intitolò <title><foreign lang="lat">In Ibin</foreign></title>; composevi quello che egli
intitola <title><foreign lang="lat">De Ponto</foreign></title>, e tutti sono in versi elegiaci, come
quegli che di sopra dicemmo.</p>
	<p>La cagione per la quale fu da Ottaviano in Tomitania rilegato, sì come egli scrive nel
libro <title><foreign lang="lat">De tristibus</foreign></title>, mostra fosse l'una delle due o
amendue; e questo mostra scrivendo:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Perdiderunt me cum duo crimina, carmen et error</foreign>.</p>
</quote>
La prima adunque dice che fu l'aver veduta alcuna cosa d'Ottaviano Cesare, la quale esso Ottaviano
non avrebbe voluto che alcuno veduta avesse: e di questa si duol molto nel detto libro, dicendo:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Cur aliquid vidi, cur lumina noxia feci</foreign>?;</p>
</quote>
ma che cosa questa fosse in alcuna parte non iscrive, dicendo convenirgliele tacere, quivi:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Alterius facti culpa silenda michi est</foreign>.</p>
</quote>
</p>
	<p>La seconda cagione dice che fu l'avere composto il libro De arte amandi, il quale pareva
molto dover adoperare contro a' buoni costumi de' giovani e delle donne di Roma. E di questo nel
detto libro si duol molto e quanto può s'ingegna di mostrare questo peccato non aver meritata quella
pena.</p>
	<p>Alcuni aggiungono una terza cagione, e vogliono lui essersi inteso in Livia, moglie
d'Ottaviano, e lei esser quella la quale esso sovente nomina Corinna, e, di questo essendo nata in
Ottaviano alcuna sospezione, essere stata cagione dello essilio datogli. Ultimamente, essendo già
d'età di cinquantotto anni, l'anno IIII di Tiberio Cesare, secondo che Eusebio <foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title> scrive,
nella predetta isola Tomitania finì i giorni suoi e quivi fu sepellito.</p>
	<p>Sono nondimeno alcuni li quali mostrano di credere lui essere stato rivocato da Ottaviano
a Roma: della qual tornata molti Romani faccendo mirabil festa e per questo a lui ritornante fattisi
incontro, fu tanta la moltitudine, la quale sanza alcuno ordine volendogli ciascun far motto e festa,
che, nel mezzo di sè inconsideratamente strignendolo, il costrinse a morire.</p>
	<p><hi rend="italic">E l'ultimo è Lucano</hi>. Il nome di costui, secondo che Eusebio
<foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title>
scrive, fu Marco Anneo Lucano. Dove nascesse, o in Corduba, donde i suoi furono, o in Roma, non
è assai chiaro. Fu figliuolo di Lucio Anneo Mela e d'Atilla, sua moglie; il quale Anneo Mela fu
fratel carnale di Seneca morale, maestro di Nerone. Giovane uomo fu e di laudevole ingegno molto,
sì come nel libro delle guerre cittadine tra Cesare e Pompeo, da lui composto, apare.</p>
	<p>Fu alquanto presuntuoso in estimare della sua sofficienza, oltre al convenevole; per ciò
che si legge che, avendo egli alcuna volta con li amici suoi conferito, leggendo, del suo libro,
dovette una volta dire: – Che dite Mancaci cosa alcuna a essere equale al
<title>Culice</title>? – <title>Culice</title> fu un libretto metrico, il quale compose
Virgilio, essendo ancora giovanetto, e, posto che sia laudevole e bello, non è però da comparare
all'<title>Eneida</title>; e quantunque Lucano il <title>Culice</title> nominasse, fu assai bene
dagli amici compreso, in sì fatta maniera il disse, che egli voleva che s'intendesse se alcuna cosa
pareva loro che al suo lavorio mancasse ad essere equale all'<title>Eneida</title>; della qual cosa
esso maravigliosamente se medesimo ingannò.</p>
	<p>Appresso, fu costui, che che cagion se ne fosse, assai male della grazia di Nerone, in
tanto che per Nerone fu proibito che i suoi versi non fossono da alcun letti. Sono, oltre a ciò, e
furono assai, li quali estimarono e stimano costui non essere da metter nel numero de' poeti,
affermando essergli stata negata la laurea dal Senato, la quale come poeta adomandava: e la
cagione dicono essere stata per ciò, che nel collegio de' poeti fu diterminato costui non avere nella
sua opera tenuto stilo poetico, ma più tosto di storiografo metrico. E questo assai leggiermente si
conosce esser vero a chi riguarda lo stilo eroico d'Omero o di Virgilio o il tragedo di Seneca poeta o
il comico di Plauto e di Terrenzio o il satiro d'Orazio o di Persio o di Giovenale, con quello de'
quali quello di Lucano non è in alcuna cosa conforme; ma, come che si trattasse, maravigliosa
eccellenzia d'ingegno dimostra.</p>
	<p>Esso, ancora assai giovane uomo, fu da Nerone Cesare trovato essere in una
congiurazione fatta contro a lui da un nobile giovane romano chiamato Pisone, con molti altri
consenziente; e, ritenuto per quella, avendo veduto, secondo che Cornelio Tacito scrive, una femina
volgare chiamata Epicari avere tutti i tormenti vinti, e ultimamente uccisasi avanti che alcun de'
congiurati nominar volesse, non solamente alcuno n'aspettò per non acusare se medesimo, ma
eziandio non sofferse di vedere nè i tormenti nè i tormentatori, ma, come domandato fu se in questa
congiurazione era colpevole, prestamente il confessò: e non solamente gli bastò d'avere acusato sè,
ma con seco insieme acusò Atilla, sua madre.</p>
	<p>Per la qual cosa, morto già Lucio Anneo Seneca, suo zio, essendo a Marco Annenio
commesso da Nerone che morire il facesse, si fece in un bagno aprir le vene; e, sentendo già per lo
diminuimento del sangue le parti inferiori divenir fredde, secondo che scrive il predetto Cornelio,
ricordatosi di certi versi già composti da lui d'uno uom d'arme, il quale per perdimento di sangue
morire in quegli raconta, quegli a' circunstanti racontò ed in quegli l'ultime sue parole e la vita
finirono.</p>
</div4>

<div4>
<head>91-93</head>
	<p><hi rend="italic">Però che ciascun</hi>, di questi quatro nominati, <hi rend="italic">meco si conviene</hi>, cioè si confà o è conforme, <hi rend="italic">Nel nome che
sonò la voce sola</hi>, cioè quella che dice che udì: «Onorate l'altissimo poeta»;
nella qual «voce sola» non è alcun altro nome sustantivo se non
«poeta», nel qual nome dice questi quatro convenirsi con lui, in quanto ciascun di
questi quatro è così chiamato poeta come Virgilio: ma in altro con lui non si convengono, per ciò
che le materie, delle quali ciascun di loro parlò, non furono uniformi con quella di che scrisse
Virgilio, in quanto Omero scrisse delle battaglie fatte a Troia e degli errori d'Ulisse, Orazio scrisse
ode e satire, Ovidio epistole e trasformazioni, Lucano le guerre cittadine di Cesare e di Pompeo e
Virgilio scrisse la venuta d'Enea in Italia e le guerre quivi fatte da lui con Turno, re de' Rutoli. <hi rend="italic">Fannomi onore, e di ciò fanno bene</hi>. Convenevole cosa è onorare ogni uomo,
ma spezialmente quegli li quali sono d'una medesima professione, come costoro erano con
Virgilio.</p>
</div4>

<div4>
<head>94-96</head>
	<p><hi rend="italic">Così</hi>,come scritto è, <hi rend="italic">vidi adunar</hi>, cioè
congregare, essendosi Virgilio congiunto con loro, <hi rend="italic">la bella scola</hi>.
«Scola» in greco viene a dire «convocazione» in latino; per ciò che per
esse son convocati coloro li quali disiderano sotto l'audienza de' più savi aprendere; il qual
vocabolo, con ciò sia cosa che sia alquanto discrepante da quello che l'autore mostra di voler
sentire, cioè non adunarsi la convocazione, ma i convocati, nondimeno tolerar si può <hi rend="italic">licentia poetica</hi>, ed intender per la convocazione i convocati.</p>
	<p><hi rend="italic">Di que' signor</hi>, cioè maestri e maggiori, <hi rend="italic">dell'altissimo canto</hi>, cioè del parlar poetico, il quale senza alcun dubbio ogni
altro stilo trapassa, sì come nelle parole seguenti l'autor medesimo dice. <hi rend="italic">Che sopra
ogni altro com'aquila vola</hi>, cioè, come l'aquila vola sopra ogni altro uccello, così il canto
poetico, e massimamente quello di questi poeti, vola sopra ogni altro canto e ancora sopra quello
che alcun altro poeta da costoro in fuori avesse fatto: il che, posto che d'alcuni, non credo di tutti si
verificasse.</p>
</div4>

<div4>
<head>97-99</head>
	<p><hi rend="italic">E poi ch'egli ebber ragionato alquanto</hi>. Puossi qui comprendere
per l'atto seguitone, che dice si volson verso lui «con salutevol cenno», che essi
ragionassero dell'autore, domandando gli altri Virgilio chi fosse colui il quale seco menava: ed esso
dicendolo loro e commendando l'autore molto, come i valenti uomini fanno, che sempre
commendano coloro de' quali parlano, se già non fossono evidentemente uomini infami, ne seguì
ciò che appresso dice, cioè: <hi rend="italic">Volsonsi a me con salutevol cenno, E 'l mio maestro
sorrise di tanto</hi>, cioè rallegrossi, come colui al quale dilettava uomini di tanta autorità aver
prestata fede alle sue parole, e per quelle onorar colui, il quale esso commendato avea.</p>
	<p>È nondimeno qui da considerare la parola che dice, «sorrise», la qual molti
prenderebbono non per essersi rallegrato, ma quasi schernendo quello aver fatto: la qual cosa del
tutto non è da credere, per ciò che l'autore non l'avrebbe scritto, nè è verisimile il dottore farsi beffe
de' suoi uditori, con ciò sia cosa che nello 'ngegno de' buoni uditori consista gran parte dell'onor del
dottore; ma senza alcun dubbio puose l'autore quella parola «sorrise» avvedutamente,
e la ragione può esser questa.</p>
	<p>È il riso solamente all'umana spezie conceduto: alcun altro animale non è che rida; e
questo mostra avere la natura voluto, acciò che l'uomo non solamente parlando, ma ancora per
quello mostri l'intrinsica qualità del cuore, la letizia del quale prestamente, molto più che per le
parole, si dimostra per lo riso.</p>
	<p>È il vero che questo riso non in una medesima maniera l'usano gli stolti, che fanno i savi,
per ciò che i poco avveduti uomini fanno le più delle volte un riso grasso e sonoro, il quale rende la
faccia deforme e fa lagrimar gli occhi e ampliar la gola e doler gli emuntori del cerebro e le parti
interiori del corpo vicine al polmone; e questo non è laudevole. Ma i savi non ridono a questo
modo, anzi, quando odono o veggono cosa che piaccia loro, sorridono, e di questo sintilla per gli
occhi una letizia piacevole, la quale rende la faccia più bella assai, che non è senza quello: per che
assai ben comprender si puote l'autore aver detto Virgilio, come savio, aver sorriso di quello che a
grado gli fu.</p>
	<p>Sono nondimeno alcuni che par talvolta che sorridano quando alcuna cosa scherniscono,
o talvolta, sdegnando, si turbano: questo non è da dir «sorridere», anzi è
«ghignare»; e procede non da letizia, ma da malizia d'animo, per la qual ci sforziamo
di volere frodolentemente mostrare che ci piaccia quello che ci dispiace.</p>
</div4>

<div4>
<head>100-102</head>
	<p><hi rend="italic">E più d'onore ancora assai mi fenno</hi>, cioè feciono, non essendo
contenti solamente ad averlo salutato. E l'onor che gli fecero fu questo: <hi rend="italic">Che e' mi
fecer della loro schiera</hi>, cioè mi dichiararon fra loro esser poeta; e questo propiamente
aspetta a coloro li quali conoscono e sanno che cosa sia poesia, sì come uomini che in quella sono
ammaestrati: e questo fu per certo solenne onore.</p>
	<p><hi rend="italic">Sì ch'i' fui sesto tra cotanto senno</hi>, cioè tra' cinque altri così
notabili poeti, io mi trovai essere stato sesto in numero; in sofficienza non dice, però che sarebbe
paruto troppo superbo parlare. Molti nondimeno redarguiscono per questa parola l'autor di
iattanzia, dicendo ad alcuno non star bene nè esser dicevole il commendar se medesimo, la qual
cosa è vera; nondimeno il tacer di se medesimo la verità alcuna volta sarebbe dannoso; e perciò par
di necessità il commendarsi d'alcuno suo laudevole merito alcuna fiata.</p>
	<p>E questo n'è assai dichiarato per Virgilio pel primo dello <title>Eneida</title>, là dove
esso discrive Enea essere stato sospinto da tempestoso mare nel lito africano, dove, non sappiendo
in che parte si fosse e trovando la madre in forma di cacciatrice in un bosco e da lei domandato chi
egli fosse, il fa rispondere:
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Sum pius Eneas, fama super ethera notus</foreign>.</p>
</quote>
Direm noi qui Virgilio, uomo pieno di tanto avvedimento e intento a dimostrare Enea essere stato
in ciascuna sua operazione prudentissimo uomo, aver fatto rispondere Enea contro al buon
costume? Certo no; nè è da credere lui senza gran cagione aver ciò fatto. Che dunque diremo? Che,
considerato il luogo nel quale Enea era, gli fu di necessità, rispondendo, di commendar se
medesimo; per ciò che, se di sè quivi avesse taciuta la verità, ne gli potea assai sconcio seguire, in
quanto non sarebbe stato a cui caler di lui, che aveva bisogno, sì come naufrago, della sovenzione
de' paesani: il quale non è dubbio niuno, che, avendo di se medesimo detto il vero, cioè che egli
non rubatore, non di vil condizioni, ma che pietoso uomo era, e ancora molto per fama conosciuto,
avrebbe molto più tosto trovato che se questo avesse taciuto.</p>
	<p>E, acciò che a provare questa verità aiutino i divini essempli, mi piace di producere in
mezzo quello che noi nello <title>Evangelio</title> leggiamo, cioè che Cristo, figliuol di Dio,
avendo il dì della sua ultima cena in terra lavati i piedi a' discepoli suoi, tra l'altre cose da lui dette
loro in loro ammaestramento, disse queste parole: – Voi mi chiamate maestro e signore: e
fate bene, per ciò che io sono. – Direm noi in questo Cristo aver peccato o contro ad alcun
buon costume avere adoperato? Certo no, per ciò che nè in questo nè in altra cosa peccò giammai
colui che era toglitore de' peccati e che col suo preziosissimo sangue lavò le colpe nostre: anzi così
questo, come gli altri suoi atti tutti ottimamente fece, per ciò che, se così fatto non avesse, non
avrebbe dato l'essemplo dell'umiltà a' suoi discepoli, il quale, lavando loro i piedi, aveva inteso di
dare, se confessato non avesse, anzi detto, esser loro maestro e signore, come il chiamavano. Il che
assai si vede per le parole seguenti dove dice: – E se io, il quale voi chiamate maestro e
signore, e così sono, ho fatto questo di lavarvi i piedi, così dovrete voi l'uno all'altro lavare i piedi.
Io v'ho dato l'essemplo: come io ho fatto a voi, e così similmente fate voi – etc.</p>
	<p>Adunque è talvolta di necessità di parlar bene di se medesimo, senza incorrere nel
disonesto peccato della iattanzia: e così si può dire che qui facesse l'autore.</p>
	<p>Dissesi di sopra, nella esposizione del titolo generale della presente opera, però
convenirsi cognoscere e sapere chi stato fosse l'autore d'alcun libro, per discernere se da prestar
fosse fede alle cose dette da lui, la qual molto pende dall'autorità d'esso. E perciò qui l'autore,
dovendo in questo suo trattato poeticamente scrivere dello stato dell'anime dopo la morte
temporale, acciò che prestata gli sia fede, di necessità confessa qui esser da' poeti dichiarato
poeta.</p>
</div4>

<div4>
<head>103-105</head>
	<p>«Così andammo infino alla lumera». Questa è la terza parte della seconda
principale, nella quale esso dice come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel quale vide
i magnifichi spiriti, e di quegli alquanti nomina. Dice adunque: <hi rend="italic">Così
andammo</hi>, questi cinque poeti ed io, <hi rend="italic">infino alla lumera</hi>, cioè insino al
luogo dimostrato di sopra, dove disse sè aver veduto un fuoco, il quale vinceva emisperio di
tenebre; <hi rend="italic">Parlando</hi>, insieme, <hi rend="italic">cose che il tacere è
bello</hi>, cioè onesto; <hi rend="italic">Così come</hi>, era bello, <hi rend="italic">il
parlar</hi>, di quelle cose, <hi rend="italic">colà dov'era</hi>. Intorno a queste parole sono
alcuni che si sforzano d'indovinare quello che debbano poter aver ragionato questi savi: il che mi
par fatica superflua. Che abbiam noi a cercar che ciò si fosse, poi che l'autore il volle tacere?</p>
</div4>

<div4>
<head>106-111</head>
	<p><add resp="ed">106-108</add> <hi rend="italic">Venimmo appiè d'un nobile
castello</hi>, cioè nobilmente edificato, <hi rend="italic">Sette volte cerchiato d'alte mura, Difeso
intorno</hi>, cioè circundato, <hi rend="italic">d'un bel fiumicello</hi>. <add resp="ed">109-
111</add> <hi rend="italic">Questo</hi>, fiumicello, <hi rend="italic">passammo come terra
dura</hi>, cioè non altrimenti che se terra dura stato fosse; <hi rend="italic">Per sette porti</hi>,
le quali il castello avea, come sette cerchi di mura, <hi rend="italic">entrai con questi savi</hi>,
predetti; <hi rend="italic">Venimmo</hi>, passate le sette porti, <hi rend="italic">in prato di fresca
verdura</hi>. Allegoricamente è da intendere il castello e la verdura, per ciò che nè edificio alcun
v'è nè alcun'erba può nascere nel ventre della terra, dove nè sole nè aere puote intrare.</p>
</div4>

<div4>
<head>112-114</head>
	<p>«Genti v'avea». Venuti al luogo dove i famosi sono, discrive l'autor
primieramente alcuno de' lor costumi e modi, per li quali comprender si puote loro esser persone di
grande autorità, e, appresso, ne nomina una parte. Dice adunque: <hi rend="italic">Genti
v'eran</hi>, in quel luogo, <hi rend="italic">con occhi tardi e gravi</hi>. Dimostrasi molto nel
muover degli occhi delle qualità dell'animo, per ciò che coloro, li quali muovono la luce dell'occhio
soavemente e con tardità e con le palpebre quasi gravi in parte gli cuoprono, dimostrano l'animo
loro esser pesato ne' consigli e non corrente nelle diliberazioni. <hi rend="italic">Di grand'autorità
ne' lor sembianti</hi>, in quanto sono nel viso modesti, guardandosi dal superchio e grasso riso e
dagli altri atti che abbiano a dimostrare levità. <hi rend="italic">Parlavan rado</hi>, per ciò che
nel molto parlare, se necessità nol richiede, e ancora nel troppo tosto e veloce parlare non può esser
gravità; <hi rend="italic">con voci soavi</hi>, per ciò che il gridare e l'elevar la voce superchio si
manifesta più tosto abondanza di caldeza di cuore che modestia d'animo.</p>
</div4>

<div4>
<head>115-117</head>
	<p><hi rend="italic">Traemmoci così dall'un de' canti</hi>, cioè dall'una delle parti di quel
luogo; e son prese queste parole dell'autore da Virgilio, dove nel VI dello <title>Eneida</title>
dice:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Conventus trahit in medios turbamque
sonantem:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">et tumulum capit, unde omnes &lt;longo&gt; ordine
possit</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">adversos legere, et venientum discere vultus
etc.</foreign></l>
</quote>
<hi rend="italic">In luogo aperto</hi>, cioè senza alcun ostaculo, <hi rend="italic">luminoso e
alto</hi>, per ciò che, del pari, non si può vedere ogni cosa, <hi rend="italic">Sì che veder si
potean tutti quanti</hi>, quegli li quali quivi erano.</p>
</div4>

<div4>
<head>118-120</head>
	<p><hi rend="italic">Colà diritto, sopra il verde smalto</hi>, cioè sopra il verde pavimento;
il quale dice «verde», per ciò che di sopra ha detto: «Venimmo in prato di
fresca verdura», per che apare che il luogo era erboso; la qual cosa, come poco avanti dissi,
è contr'a natura del luogo, e perciò si può comprendere lui intendere altro sotto il velamento di
questa verdura; il che nella esposizione allegorica si dichiarerà.</p>
	<p><hi rend="italic">Mi fur mostrati</hi>, da quegli cinque poeti, <hi rend="italic">gli spiriti
magni</hi>, cioè gli spiriti di coloro li quali nella presente vita furono di grande animo e furono
nelle loro operazioni magnifichi; <hi rend="italic">Che del vedere</hi>, così eccellenti spiriti, <hi rend="italic">in me stesso n'essalto</hi>, cioè me ne reputo in me medesimo esser maggiore.</p>
</div4>

<div4>
<head>121-123</head>
<p><add resp="ed">L. XIIII</add></p>
	<p><hi rend="italic">I' vidi Eletra</hi>. Eletra, questa della quale qui si dee credere che
l'autore intenda, fu figliuola di Atalante e di Pleione; ma di quale Atalante non so, per ciò che di
due si legge che furono. De' quali l'uno è questi e più famoso: fu re di Mauritania in ponente, di
contro alla Spagna, e il cui nome ancora tiene una gran montagna, la quale, dal mare Occeano
atalantiaco andando verso levante, persevera molte giornate; l'altro fu greco e questi nondimeno fu
famoso uomo. Ragionasi, oltre a questi, esserne stato un terzo, e quello essere stato toscano ed
edificatore della città di Fiesole, del quale in autentico libro non lessi giammai; sono nondimeno di
quegli che credono lui essere stato il padre d'Eletra, nè altro ne sanno mostrare se non la vicinanza
del luogo dove maritata fu, cioè in Corito, città, o vero castello, non guari lontano a Roma.</p>
	<p>Ebbe costei sei sirocchie, chiamate con lei insieme Pliade dal nome della madre,
chiamata, come detto è, Pleione; le quali sette sirocchie, secondo le favole de' poeti, per ciò che
nutricaron Baco, meritarono essere trasportate in cielo ed in forma di sette poste nel ginocchio del
segno chiamato Tauro. Delle quali scrive Ovidio, nel suo <title><foreign lang="lat">De
fastis</foreign></title>, così:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Plyades incipiunt humeros reserare
paternos:</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">	que septem dici, sex tamen esse
solent.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Seu quod in amplexum sex hinc venere
deorum;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">	nam Steropem Marti concubuisse
ferunt,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Neptuno Alcinoem, et te, formosa
Celeno,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">	Mayam et Eletram, Taygetamque
Iovi;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">septima mortali Meropes tibi, Sysiphe,
nupsit;</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">	penitet; et facti sola pudore latet,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">sive quod Eletra Troie spectare ruinas</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">	non tulit, ante oculos opposuitque
manum.</foreign></l>
</quote>
	<p>Secondo gli astrologi l'una di queste sette stelle è nebulosa e però come l'altre non
aparisce. Chiamanle quelle stelle i Latini «virgilie»; Anselmo <foreign lang="lat">in
libro</foreign> <title><foreign lang="lat">De imagine mundi</foreign></title> dice che queste
stelle non si chiamano «Pliade» dal nome della madre loro, ma dalla quantità, per ciò
che «<foreign lang="grc">plion</foreign>» in greco viene a dire
«multitudine» in latino; «virgilie» son chiamate, per ciò che in quelli
tempi, che i virgulti cominciano a nascere, si cominciano a levare, cioè alla entrata di marzo.</p>
	<p>Il numero loro, che son sette, puote aver data cagione alla favola, per ciò che, essendo
simili in numero alle predette sette stelle, furono cominciate a chiamare dalla gente per lo nome di
quelle stelle; e, perseverando eziandio dopo la morte loro questo nome, furono dal vulgo stolto
credute essere state trasportate in cielo.</p>
	<p>L'avere nutricato Baco può esser preso da questo: quando il sole è in Vergine, queste
stelle dopo alquanto di notte si levano e con la loro umidità riconfortano le vigne, le quali per lo
calor del dì sono faticate, avendo patito mancamento d'umido.</p>
	<p>Che esse abbiano nutrito Giove si dice per questa cagione: Giove alcuna volta s'intende
per lo elemento del fuoco e dell'aere, e se nell'aere umidità non fosse, per la quale il calor del fuoco
a lei vicino si temperasse l'aere non potrebbe i suoi effetti adoperare, sì sarebbe affocata; adunque
l'umidità di queste stelle, che è molta, è cagione di questa sustentazione e per conseguente di
nutrimento.</p>
	<p>E fu costei moglie di Corito, re della sopradetta città di Corito, la quale estimo da lui
dinominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Corito essere quella terra la quale noi oggi
chiamiamo Corneto; e a questa intenzione forse agevolmente s'adatterebbe il nome, per ciò che,
aggiunta una «n» al nome di Corito, farà Cornito: e queste addizioni, diminuizioni e
permutazioni di lettere essere ne' nomi antichi fatte sovente si truovano.</p>
	<p>Essendo adunque costei, come detto è, &lt;moglie&gt; di Corito re, gli partorì tre
figliuoli, Dardano e Iasio e Italo; nè altro di lei mi ricorda aver letto giammai che memorabile sia.
Credo adunque per questo saranno di quegli che si maraviglieranno perchè tra gli spiriti magni non
solamente dall'autor posta sia, ma ancora perchè la prima nominata: della qual cosa può essere la
cagion questa.</p>
	<p>Volle, per quello che io estimo, l'autore porre qui il fondamento primo della troiana
progenie e per conseguente de' discendenti d'Enea e della famiglia de' Iuli, li quali, o vogliam dir la
quale, più che alcun'altra è stata reputata splendida per nobiltà di sangue e, oltre a questo, quella
che in più secoli è perseverata ne' suoi successori: per ciò che, come assai manifestamente per
autentichi libri si comprende, per quatro o per cinque mezzi discendendo, per dritta linea si
pervenne da Dardano, figliuolo d'Eletra, ad Anchise e da Anchise, per diciasette o forse diciotto, si
pervenne in Numitore, padre d'Ilia, madre di Romolo, edificatore di Roma; e per Giulio Proculo,
figliuolo d'Agrippa Silvio, che de' discendenti d'Enea fu, si fondò in Roma la famiglia Iulia, parte
della quale furono i Cesari, li quali perseverarono infino in Neròn Cesare.</p>
	<p>E d'altra parte, secondo che alcuni si fanno a credere, essendo per più mezzi Ettòr disceso
di Dardano, dicono che, dopo il disfacimento d'Ilione, certi figliuoli d'Ettore essersene andati in
Trazia e quivi aver fatta una città chiamata Sicambria; e de' lor discendenti, dopo lungo tempo,
esserne andati su per lo Danuvio e pervenuti infino sopra il Reno, il quale Germania divide da'
Galli;e, appresso, dopo più centinaia d'anni, dietro a due giovani reali di quella schiatta discesi, de'
quali l'un dicono essere stato chiamato Francone e l'altro Marcomanno, essere passati in Gallia e
quivi aver data origine e principio alla progenie de' reali di Francia: e così infino a' nostri dì voglion
dire che pervenuta sia.</p>
	<p>Ma potrebbe nondimeno dire alcuno: «Se l'autore voleva il principio di così nobile
e così antica schiatta porre, perchè non poneva egli Corito il marito di questa Eletra?». A che
si può così rispondere: perchè, con ciò sia cosa che di questa origine fosse Dardano, figliuolo
d'Eletra, cominciamento, per gli errori degli antichi si dubitò di cui Dardano fosse stato figliuolo, o
di Corito o di Giove: e però, non avendo questo certo, volle porre l'autore inizio di questa progenie
colei, di cui era certo Dardano essere stato figliuolo.</p>
	<p>E il credere che Dardano fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo
morto Corito, e, per la successione del regno nata quistione tra Dardano e Iasio, avvenne che
Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i subditi turbati, prese navi e parte del popolo suo, e, da
Corito partitosi, dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore Asia, dove un
re chiamato Tantalo regnava; dal quale in parte del reggimento ricevuto, fece una città la quale
nominò Dardania e a' suoi cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno
uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato figliuolo d'uomo, ma di Giove: e
questo, per ciò che le sue operazioni erano molto conformi agli effetti di quel pianeto, il quale noi
chiamiamo Giove.</p>
	<p>E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio <foreign lang="lat">in
libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title>, a' tempi di Moisè,
regnando in Argo Steleno; e in Frigia pervenne l'anno del mondo MMMDCCXXXVII. Così
adunque quello che prima era certo, cioè lui essere stato figliuolo di Corito, si convertì in dubbio, e
però non il padre, ma la madre, come detto è, puose in questo luogo primiera.</p>
	<p><hi rend="italic">Con molti compagni</hi>. Questi estimo erano discesi di lei, tra' quali
ne furono alquanti più che gli altri famosi e laudevoli uomini. De' quali compagni ne nomina
l'autore alcuno, dicendo: <hi rend="italic">Tra' quai conobbi</hi>, per fama, <hi rend="italic">Ettore</hi>, figliuol di Priamo, re di Troia, e d'Ecuba.</p>
	<p>Costui si crede che fosse in fatti d'arme e forza corporale tra tutti i mortali
maravigliosissimo uomo, e così apare nella <title>Iliada</title> d'Omero per tutto. Ultimamente,
avendo molte vittorie avute de' Greci, avvenne che, avendo Achille, ad istanzia de' prieghi di
Nestore, non volendo combattere egli, conceduto a Patrocolo, suo singulare amico, che egli per un
dì si vestisse l'armi sue, e Patrocolo con esse in dosso essendo disceso nella battaglia, come da Ettòr
fu veduto, fu da lui estimato esso essere Achille.</p>
	<p>Per la qual cosa dirizatosi verso lui, senza troppo affanno vintolo, l'uccise e spogliògli
quelle armi, e, quasi d'Achille triumfando, se ne tornò con esse nella città; la qual cosa avendo
Achille sentita, pianta amaramente la morte del suo amico e altre armi trovate, discese fieramente
animoso contro ad Ettore nella battaglia: avvenutosi ad Ettore, con lui combattè e ultimamente,
vintolo, l'uccise.</p>
	<p>E tanto potè in lui l'odio, il quale gli portava per la morte di Patrocolo, che, spogliatogli
l'arme e legato il morto corpo dietro al carro suo, tre volte intorno intorno alla città d'Ilione lo
strascinò; e quindi alla tenda sua ritornato, il guardò dodici dì senza sepoltura, infino a tanto che
Priamo, di notte e nascosamente venuto alla sua tenda, quello, grandissimo tesoro e molte care
gioie, ricomperò, e, portatonelo nella città, con molte sue lacrime e degli altri suoi e di tutti i
Troiani onorevolmente il sepellì.</p>
	<p><hi rend="italic">Ed Enea</hi>. Questi fu figliuolo, secondo che i poeti scrivono,
d'Anchise troiano e di Venere e nacque sopra il fiume chiamato Simeonte, non guari lontano ad
Ilione, al quale poi Priamo, re di Troia, splendidissimo signore, diede Creusa, sua figliuola, per
moglie, e di lei ebbe un figliuolo chiamato Ascanio. Fu in arme valoroso uomo e tra gli altri nobili
Troiani andò in Grecia con Parìs quando egli rapì Elena: la qual cosa mostrò sempre che gli
spiacesse.</p>
	<p>Non pertanto valorosamente contro a' Greci combattè molte volte per la salute della patria
e tra l'altre si mise una volta a combattere con Achille, non senza suo gran pericolo. In Troia fu
sempre ricevitore degli ambasciadori greci: per le quali cose, essendo Iliòn preso da' Greci, in luogo
di guiderdone gli fu conceduto di potersi, con quella quantità d'uomini che gli piacesse, del paese di
Troia partirsi e andare dove più gli piacesse.</p>
	<p>Per la qual concessione prese le venti navi, con le quali Parìs era primieramente andato in
Grecia, e in quelle messi quegli Troiani alli quali piacque di venir con lui, e similemente il padre di
lui ed il figliuolo, e, secondo che ad alcun piace, uccisa Creusa, lasciato il troiano lito,
primieramente trapassò in Trazia e quivi fece una città, la quale del suo nome nominò Enea, nella
qual poi esso lungamente fu adorato e onorato di sacrifici come idio, sì come Tito Livio nel XXXX
libro scrive.</p>
	<p>E quindi poi, sospettando di Polimestore re, il quale dislealmente per avarizia aveva
ucciso Polidoro, figliuol di Priamo, si partì e andonne con la sua compagnia in Creti, donde,
costretto da pestilenzia del cielo, si partì e vennene in Cicilia, dove Anchise morì appo la città di
Trapani. Ed esso poi per passare in Italia rimontato co' suoi amici sopra le navi e lasciata ad Aceste,
nato del sangue troiano, una città da lui fatta, chiamata Acesta, in servigio di coloro li quali seguir
nol poteano, secondo che Virgilio dice, da tempestoso tempo transportato in Africa e quivi da
Didone, reina di Cartagine, ricevuto ed onorato, per alcuno spazio di tempo dimorò.</p>
	<p>Poi da essa partitosi, essendo già sette anni errato, pervenne in Italia e nel seno Baiano,
non guari lontano a Napoli, smontato, quivi per arte nigromantica, appo il lago d'Averno, ebbe con
gli spiriti immondi, di quello che per inanzi far dovesse, consiglio; e quindi partitosi, là dove è oggi
la città di Gaeta perdè la nutrice sua, il cui nome era Gaeta, e sopra le sue ossa fondò quella città e
dal nome di lei la dinominò; e quindi venuto nella foce del Tevero ed essendogli, secondo che dice
Servio, venuto meno il lume d'una stella, la quale dice essere stata Venere, estimò dovere esser
quivi il fine del suo cammino.</p>
	<p>Ed entrato nella foce e su per lo fiume salito con le sue navi, là dove è oggi Roma, fu da
Evandro re ricevuto e onorato; e in compagnia di lui essendo, da Latino, re de' Laurenti, gli fu data
per moglie la figliuola, chiamata Lavina, la quale primieramente aveva promessa a Turno, figliuolo
di Dauno, re de' Rutoli. Per la qual cosa nacque guerra tra Turno e lui e molte battaglie vi furono, e
secondo che scrive Virgilio, egli uccise Turno. Ma alcuni altri sentono altrimenti.</p>
	<p>Della morte sua non è una medesima oppinione in tutti. Scrive Servio che Catòn dice che,
andando i compagni d'Enea predando appo Lauro Lavinio, s'incominciò a combattere ed in quella
battaglia fu ucciso Latino re da Enea, il quale Enea poi non fu riveduto. Altri dicono che, avendo
Enea avuta vittoria de' Rutoli e sacrificando sopra il fiume chiamato Numico, che esso cadde nel
detto fiume e in quello anegò, nè mai si potè il suo corpo ritrovare: e questo assai elegantemente
tocca Virgilio nel IIII dello <title>Eneida</title>, dove pone le bestemmie mandategli da Didone,
dicendo:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">At bello audacis populi vexatus et
armis,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">finibus extorris, complexu avulsus Iuli,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">auxilium imploret videatque indigna
suorum</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">funera, nec, cum se sub leges pacis
inique</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">tradiderit, regno aut optata luce
fruatur,</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">sed cadat ante diem mediaque inhumatus
arena.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Hoc precor etc.</foreign></l>
</quote>
	<p>E Virgilio medesimo mostra lui essere stato ucciso da Turno, dove nel libro X
dell'<title>Eneida</title> finge che Giunone, sollicita di Turno, nel mezzo ardore della battaglia
prende la forma d'Enea, e, seguitata da Turno, fugge alle navi d'Enea; e infino in su le navi essere
stata seguitata da Turno, e quindi sparitagli dinanzi: la qual fuga si tiene che non fosse fittizia, ma
vera fuga d'Enea, e che quivi, morto, esso cadesse nel fiume. Ma, come che egli morisse, fu da
quelli della contrada deificato e chiamato Giove Indigete.</p>
	<p><hi rend="italic">Cesare armato</hi>. Gaio Giulio Cesare fu figliuol di Lucio Giulio
Cesare, disceso d'Enea, come di sopra è dimostrato, e d'Aurelia, discesa della schiatta d'Anco
Marco, re de' Romani; nè fu, come si dice, dinominato Cesare per ciò che del ventre della madre
tagliato fosse tratto avanti il tempo del suo nascimento, per ciò che, sì come Svetonio <foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Duodecim Cesarum</foreign></title>
dice, quando egli uscì candidato di casa sua, egli basciò la madre e dissele: – Io non tornerò
a te se non pontefice massimo; – e così fu, che egli tornò a lei disegnato pontefice massimo;
ma per ciò fu cognominato Cesare, per ciò che ad un de' suoi passati quello adivenne che molti
credono che a lui adivenisse: e da quel cotale cognominato Cesare <foreign lang="lat">a
cesura</foreign>, cioè dalla tagliatura stata fatta della madre, quello lato de' Giuli, che di lui
discesero, tutti furono cognominati Cesari.</p>
	<p>Fu adunque e per padre e per madre nobilissimo uomo e variamente fu dalla fortuna
impulso, e parte della sua adolescenzia fece in Bittinia appresso al re Nicomede con poco laudevole
fama. Militò sotto diversi imperadori e divenne nella disciplina militare ammaestratissimo e gli
onorevoli ufici di Roma tutti ebbe ed essercitò e, tra gli altri, due consolati, li quali esso quivi
governò.</p>
	<p>Ma, essendo egli questore ed essendogli in provincia venuta la Spagna Ulteriore, ed
essendo pervenuto in Gades e quivi nel tempio d'Ercule avendo veduta la statua d'Alessandro
macedonico, seco si dolfe, dicendo Alessandro già in quella età, nella quale esso era, avere gran
parte del mondo sottomessasi ed esso, da cattività e da pigrizia occupato, non avere alcuna cosa
memorabile fatta. E quinci si crede lui aver preso animo alle gran cose, le quali poi molte adoperò:
e con astuzia e con sollicitudine sempre s'ingegnò d'esser preposto ad alcuna provincia e ad
esserciti e a farsi grande d'amici in Roma.</p>
	<p>Ed essendogli, dopo molte altre cose fatte, venuta in provincia Gallia ed in quella andato,
per diece anni fu in continue guerre con que' popoli; e, fatto un ponte sopra il Reno, trapassò in
Germania e con loro combattè e vinsegli; e similemente trapassato in Inghilterra, dopo più battaglie
gli soggiogò. E quindi, tornando in Italia e domandando il triumfo ed il consolato, per una legge
fatta da Pompeo gli fu negato l'un de' due.</p>
	<p>Per la qual cosa esso, partitosi da Ravenna, ne venne in Italia e seguitò Pompeo, il quale
col Senato di Roma partito s'era, infino a Brandizio e di quindi in Epiro; e, rotte le forze sue in
Tesaglia, il seguitò in Egitto, dove da Tolomeo, re d'Egitto, gli fu presentata la testa; e quivi fatte
con gli Egiziaci certe battaglie e vintigli, a Cleopatra, nella cui amicizia congiunto s'era, concedette
il reame, quasi in guiderdone dell'adulterio commesso.</p>
	<p>Quindi n'andò in Ponto e, sconfitto Farnace, re di Ponto, si volse in Africa, dove Giuba,
re di Numidia, e Scipione, suocero di Pompeo, vinti, trapassò in Ispagna contro a Gneo Pompeo,
figliuolo di Pompeo Magno. Quivi alquanto stette in pendulo la sua fortuna. Combattendo esso e'
suoi contro a' pompeiani, e' fu in tanto pericolo che esso di voler morire, di quale spezie di morte si
volesse uccidere, pensava. Respirò la sua fortuna e rimase vincitore: e quindi si tornò in Roma,
dove triumfò de' Galli e degli Egiziaci e di Farnace in tre diversi dì.</p>
	<p>Scrive Plinio, <foreign lang="lat">in libro</foreign> <title><foreign lang="lat">De
naturali historia</foreign></title>, che egli personalmente fu in cinquanta battaglie ordinate, che
ad alcun altro romano non avvenne d'essere in tante: solo Marco Marcello, secondo che Plinio
predetto dice, fu in quaranta. E di queste cinquanta le più fece in Gallia e in Brettagna ed in
Germania, nè, fuor che in una,si trovò esser perdente: e di questo potè esser cagione la sua mirabile
industria e la fidanza che di lui aveano coloro li quali il seguivano, li quali non potevano credere,
sotto la sua condotta, in alcuno quantunque gran pericolo poter perire. E dice il predetto Plinio sotto
la sua capitaneria, in diverse parti combattendo, essere stati uccisi de' nemici dalla sua gente un
milione e cento novanta due migliaia d'uomini: nè si pongono in questo numero quegli che uccisi
furono nelle guerre nè nelle battaglie cittadine, le quali tra lui e Pompeo e' suoi seguaci furono; per
la qual cosa meritamente dice l'autore: «Cesare armato».</p>
	<p>Fu, oltre a ciò, costui grandissimo oratore, sì come Tullio, quantunque suo amico non
fosse, in alcuna parte testimonia. Fu solenne poeta e leggesi lui nel maggior fervore della guerra
cittadina aver due libri metrici composti, li quali da lui furono intitolati <title>Anticatoni</title>.
Fu grandissimo perdonatore delle 'ngiurie, in tanto che non solamente a chi di quelle gli chiese
perdono le rimise, ma a molti, senza adomandar, di sua spontanea volontà perdonò; pazientissimo
fu delle ingiurie in opere od in parole fattegli.</p>
	<p>Fu lussurioso molto, per ciò che, secondo che scrive Svetonio, egli nella sua
concupiscenzia trasse più nobili femine romane, sì come Postumia di Servio Sulpizio, Lollia d'Aulo
Gabinio, Tertullia di Marco Crasso, Muzia di Gneo Pompeo; ma oltre a tutte l'altre amò Servilia,
madre di Marco Bruto, la figliuola della quale, chiamata Terzia, si crede che egli avesse. Usò
ancora l'amicizie d'alcune altre forestiere, sì come quella della figliuola di Nicomede, re di Bittinia,
e Eune Maura, moglie di Bogade, re de' Mauri, e Cleopatra, reina d'Egitto, e altre.</p>
	<p>Nè furon questi suoi adultèri taciuti in parte da' suoi militi, triumfando egli, per ciò che
nel triumfo gallico fu da molti cantato: – Cesare si sottomise Gallia, e Nicomede Cesare;
– ed altri dicevano: – Ecco Cesare che al presente triumfa di Gallia, e Nicomede non
triumfa, che si sottomise Cesare. – E, oltre a questo, in questo medesimo triumfo fu detto da
molti: – Romani, guardate le vostre donne: noi vi rimeniamo il calvo adultero. – E
nella persona di lui propio furon gittate queste parole: – Tu comperasti per oro lo stupro in
Gallia, e qui l'hai preso in prestanza. –
	Costui adunque, tornato in Roma ed avendo triumfato, occupò la republica e fecesi fare
contro alle leggi romane dettatore perpetuo, dove, secondo le leggi, non si poteva più oltre che sei
mesi stendere l'uficio del dettatore. Ed apartenendo all'autorità del Senato il conceder l'uso della
laurea, da esso ottenne di poterla portare continuo, acciò che con quella ricoprisse la testa sua calva,
la quale lungamente a suo potere avea ricoperta col tirarsi i capelli di dietro dinanzi.</p>
	<p>Ed in questa dignità perseverando ed essendo a molti de' senatori gravissimo, in tanto che
gran parte del Senato avea contro a lui congiurato, si riscaldò nel disiderio, lungamente portato,
d'esser re; per la qual cosa, essendosi a vendicare la morte di Crasso, stato con più legioni romane
ucciso da' Parti, ferocissimi popoli, subornò Lucio Cotta, al quale con quatordici altri uomini
aparteneva il procurare i libri sibillini, di quello che voleva raportasse; e Cotta poi in Senato disse
ne' libri sibillini trovarsi li Parti non poter esser vinti nè soggiogati se non da re: e però convenirsi
che Cesare si facesse re. La qual cosa parve gravissima a' senatori ad udire.</p>
	<p>E, come che essi servassono occulta la loro intenzione, fu nondimeno questo un avacciare
a dare opera a quello che parte di loro aveano fra sè ragionato: e perciò gl'idi di marzo, cioè dì XV
di marzo, Giulio Cesare, sollicitato molto da Bruto, non potendolo Calfurnia, sua moglie, per un
sogno da lei veduto la notte precedente, ritenere nè ancora alcuni altri segni da lui veduti,
pretendenti quello che poi seguì, in su la quinta ora del dì, uscito di casa, ne venne nella corte di
Pompeo, dove quel dì era ragunato il Senato; dove, non dopo lunga dimora, fu da Gaio Cassio e da
Marco Bruto e da Decio Bruto, prencipi della congiurazione, e da più altri senatori assalito e fedito
di ventitrè punte di stili.</p>
	<p>La qual cosa vedendo esso e conoscendo la morte sua, recatisi e compostisi, come meglio
potè, i panni dinanzi, acciò che disonestamente non cadesse, senza far alcun romore di voce o di
pianto cadde; ed essendone stato portato da alquanti suoi servi a casa e vedute da Antistio medico
le piaghe di lui ancora spirante, disse di tutte quelle una sola esservene mortale: e quella si crede
fosse quella che da Marco Bruto ricevette.</p>
	<p>Appresso, fuggitisi i congiurati ed egli essendo morto, disfatte le sedie giudiciali della
corte, le quali si chiamano «rostri», gliene fu fatto, secondo l'antico costume, un rogo,
e con grandissimo onore fu il corpo suo arso, e le ceneri, racolte diligentemente, furon messe in
quel vaso ritondo di bronzo, il quale ancora si vede sopra quella pietra quadrangula aguta ed alta,
che è oggi dietro alla chiesa di san Piero in Roma, la quale il vulgo chiama Aguglia, come che il
suo vero nome sia Giulia. <add resp="ed">L. XV</add></p>
	<p><hi rend="italic">Con gli occhi grifagni</hi>. Non mi ricorda aver letta la qualità degli
occhi di Giulio Cesare; ma, per ciò che gli occhi grifagni, se da «grifone» viene
questo nome, sono riposti nella fronte sotto ciglia aguzate e piccoli per rispetto agli altri, e per
questo hanno a significare astuzia e fiereza d'animo dovere essere in colui che gli ha, e queste cose
furono in Cesare, e però credere dobbiamo l'autore, o colui da cui l'ebbe, dovere o dire il vero o
estimare dagli effetti veri Cesare dovergli così avere avuti fatti ragionevolmente.</p>
</div4>

<div4>
<head>124-126</head>
	<p><hi rend="italic">Vidi Camilla</hi>. Chi costei fosse distesamente è scritto sopra il primo
canto del presente libro; e però qui non bisogna di replicare. Ponla nondimeno qui l'autore per la
sua virginità e per la sua costante perseveranza in quella, e, oltre a ciò, per lo suo virile animo, per
lo quale non feminilmente, ma virilmente adoperò e morì.</p>
	<p><hi rend="italic">E la Pantasilea</hi>. La Pantasilea fu reina dell'Amazone, cioè di
quelle donne, le quali senza volere o compagnia o signoria d'uomini, per se medesime in Asia,
allato al mar Maggiore, sotto più reine lungo tempo signoreggiarono parte d'Asia e talora d'Europia.
La origine delle quali fu questa, secondo che Giustino, abreviatore di Trogo Pompeo, scrive nel
libro III della sua <title>Historia</title>.</p>
	<p>Essendo cacciati di Scizia, quasi ne' tempi di Nino, re d'Assiria, Silisio e Scolopico,
giovani di reale schiatta, per divisione la quale era tra' nobili uomini di Scizia, grandissima quantità
di giovani Scizi avendone seco menata insieme con le lor mogli e' figliuoli, nelle contrade di
Capadocia, allato ad un fiume chiamato Termodoonte, si posero; e quivi occupati i Campi chiamati
Ciri, usati per molti anni di vivere di ratto, e, per questo, rubare e spogliare ed infestare i vicini
popoli datorno, avvenne che, per occulto trattato de' popoli, noiati da loro, essi furono quasi tutti
uccisi.</p>
	<p>Le mogli de' quali, veggendo essere aggiunto al loro essilio l'esser private de' mariti,
preson l'armi e con fiero animo andarono incontro a coloro che li loro mariti uccisi aveano e quegli
cacciarono fuori del loro terreno: e oltre a ciò, continuando la guerra animosamente per alcun
tempo, da ogni nimico il difesero.</p>
	<p>Poi, congiugnendosi per matrimonio co' popoli circunstanti, posero giù alquanto la
ferocità dell'animo; ma poi, ripresala, e intra sè ragionando, estimarono il maritarsi a coloro, a' quali
si maritavano, non esser matrimonio, ma più tosto un sottomettersi a servitudine. Per la qual cosa
diliberarono di fare e fecero cosa mai più non udita: e questa fu che tutti quegli uomini, li quali con
loro erano a casa rimasi, uccisono, e, quasi resurgendo vendicatrici delle morti degli uccisi loro
mariti, nella morte degli altri datorno tutte d'uno animo conspirarono.</p>
	<p>E per forza d'arme con quelli, che rimasi erano, avuta pace, acciò che per non aver
figliuoli non perisse la lor gente, presero questo modo, che a parte a parte andavano a giacere co'
vicini uomini e, come gravide si sentivano, si tornavano a casa; e quegli figliuoli maschi che elle
facevano, tutti gli uccidevano, e le femine guardavano e con diligenzia allevavano. Le quali non a
stare oziose o a filare o a cucire nè ad alcuno altro feminile uficio adusavano, ma in domare cavalli,
in cacce, in saettare ed in fatica continua l'essercitavano.</p>
	<p>E, acciò che esse potessero nutricare quelle figliuole che di loro nascessero, essendo loro
le poppe agli essercizi delle armi noiose, lasciavano loro la destra e della sinistra le privavano; ed il
modo era che, quando eran piccole, tirata alquanto la carne in alto, quella con alcun filo
strettissimamente legavano: di che seguiva che la parte legata, non potendo avere lo scorso del
sangue, si seccava e così poi, venendo in più matura età, non v'ingrossava la poppa.</p>
	<p>E da questa privazione dell'una delle poppe nacque loro il nome, per lo quale poi
chiamate furono, cioè «Amazone», il quale tanto vuol dire quanto «senza
poppa». E, così perseverando più tempo, quando sotto una reina e quando sotto due, si
governavano, continuamente ampliando il loro imperio.</p>
	<p>E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale fu chiamata Orizia, fu fatta
reina la Pantasilea. Costei fu valorosa donna e governò bene il suo regno; e, avendo udito il valor di
Ettore, figliuolo del re Priamo, disiderò d'avere alcuna figliuola di lui, e, per cattare l'amore e la
benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femine contro a' Greci venne in aiuto de' Troiani;
ma non potè quello che disiderava adempiere, per ciò che trovò, quando giunse, Ettore esser già
morto. Ma nondimeno mirabilmente più volte per la salute di Troia combattè; alfine combattendo
fu uccisa. E, secondo che alcuni scrivono, costei fu che prima trovò la scure: vero è che quella che
da lei fu trovata aveva due tagli, dove le nostre n'hanno un solo.</p>
	<p><hi rend="italic">Dall'altra parte</hi>, forse a rincontro a' nominati, <hi rend="italic">vidi 'l re Latino</hi>. Latino fu re de' Laurenti e figliuolo di Fauno re, de' discendenti
di Saturno, e d'una ninfa laurente chiamata Marica, sì come Virgilio nello <title>Eneida</title>
dice:</p>
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">............ Rex arva Latinus et urbes</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">iam senior longa placidas in pace
regebat.</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">Hunc Fauno et nympha genitum laurente
Marica</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">accepimus.</foreign></l>
</quote>
	<p>Ma Giustino non dice così, anzi dice che egli fu nepote di Fauno, cioè figliuolo della
figliuola, in questa forma: che, tornando Ercule di Spagna, avendo vinto Gerione e pervenendo
nella contrada di Fauno, egli giacque con la figliuola e di quello congiugnimento nacque Latino; e
così non di Fauno, ma d'Ercule sarebbe Latino stato figliuolo. Ma Servio <hi rend="italic">Sopra 'l
Virgilio</hi> dice che, secondo Essiodo, in quello libro il quale egli compose chiamato Aspidopia,
che Latino fu figliuolo d'Ulisse e di Circe, la quale alcuni chiamarono Marica: e però dice il detto
Servio Virgilio aver detto di lui, cioè di Latino, «<foreign lang="lat">Solis avi
specimen</foreign>», per ciò che Circe fu figliuola del Sole.</p>
	<p>Ma dice il detto Servio, per ciò che la ragione de' tempi non procede, per ciò che Latino
era già vecchio quando Ulisse ebbe la dimesticheza di Circe, essere da prendere quello che Iginio
dice, cioè essere stati più Latini. Oltre a questo, così come del padre di Latino sono oppinioni varie,
così similmente sono gli antichi scrittori discordanti della madre, per ciò che Servio dice Marica
essere dea del lito de' Minturnesi, allato al fiume chiamato Lirim. Laonde Orazio dice:
<quote rend="block">
<l><foreign lang="lat">Et innantem Marice</foreign></l>
<l><foreign lang="lat">litoribus tenuisse Lirim;</foreign></l>
</quote>
e però, se noi vorrem dire Marica essere stata moglie di Fauno, non procederà, per ciò che gl'idii
locali, secondo l'erronea oppinione degli antichi, non trapassano ad altre regioni. Alcuni dicono
Marica esser Venere, per ciò che ella ebbe un tempio allato alla Marica, nel quale era scritto
«Pontina Venere»; ma di costei anche si può dire quello che di sopra dicemmo di
Latino: potere essere state più Mariche.</p>
	<p>Ma di cui che egli si fosse figliuolo, egli fu re de' Laurenti ne' tempi che Troia fu disfatta
ed ebbe per moglie Amata, sirocchia di Dauno, re d'Ardea, e zia di Turno, sì come per Virgilio
apare. Ma Varrone, in quel libro il quale egli scrive <title><foreign lang="lat">De origine lingue
latine</foreign></title>, dice che Pallanzia, figliuola d'Evandro re, fu sua moglie. Costui, secondo
che vogliono alcuni, ricevette Enea fuggito da Troia; ed avendo avuto un responso da quegli loro
idii, che egli ad un forestiere, del quale doveva mirabile succession nascere, desse Lavina, sua
figliuola, per moglie, avendola già promessa a Turno, la diede ad Enea: di che gran guerra nacque,
nella quale, secondo che dice Servio, questo Latino morì quasi nella prima battaglia.</p>
	<p><hi rend="italic">Che con Lavina, sua figlia, sedea</hi>. Lavina, come detto è, fu
figliuola di Latino e d'Amata e moglie d'Enea, del quale ella rimase gravida; e temendo la superbia
di Ascanio, figliuolo di Enea, il quale era rimaso vincitore della guerra di Turno, si fuggì in una
selva; e appo un pastore, secondo che dice Servio, chiamato Tiro, dimorò nascosamente e partorì al
tempo debito un figliuolo il quale nominò Giulio Silvio Postumo, per ciò che nato era dopo la
morte del padre, nella selva. Ma poi fu costei da Ascanio rivocata nel suo regno, avendo egli già
fatta la città di Alba ed in quella andatosene. La quale, non essendo dalle cose avverse rotta, tanto
reale animo servò nel petto feminile che senza alcuna diminuizione guardò il regno al figliuolo,
tanto che egli fu in età da sapere e da potere regnare. Ma Eusebio <foreign lang="lat">in
libro</foreign> <title><foreign lang="lat">Temporum</foreign></title> dice che costei dopo la
morte d'Enea si rimaritò ad uno il quale ebbe nome Melampo e di lui concepette un figliuolo, il
quale fu chiamato Latino Silvio. Nè più di lei mi ricorda aver trovato.</p>
</div4>

<div4>
<head>127-129</head>
	<p><hi rend="italic">Vedi quel Bruto che cacciò Tarquino</hi>. Bruto fu per lignaggio
nobile uomo di Roma, per ciò che egli fu d'una famiglia chiamata i Giuni ed il suo nome fu Gaio
Giunio Bruto, e la madre di lui fu sorella di Tarquino Superbo, re de' Romani. E, per ciò che egli
vedeva Tarquino incrudelire contro a' congiunti, temendo di sè, avendo sana mente, si mostrò pazo:
e così visse buona peza, portando vilissimi vestimenti e ingegnandosi di fare alcune cose piacevoli,
come talvolta fanno i matti, acciò che facesse ridere altrui, ed ancora per acquistare la benivolenzia
di chi il vedesse, e con questo fuggisse la crudeltà del zio. E, per ciò che poco nettamente vivea, fu
cognominato Bruto: il quale, per aver festa di lui, tenevano volentieri appresso di sè i figliuoli di
Tarquino.</p>
	<p>Ora avvenne che, essendo Tarquinio Superbo intorno ad Ardea ad assedio e i figliuoli del
re con altri lor compagni avendo cenato, entrarono in ragionamento delle loro mogli e ciascuno,
come far si suole, in vertù e in costumi preponeva la sua a tutte l'altre femine; e, non finendosi la
quistione per parole, presero per partito d'andarne alle lor case con questi patti: che, quale delle lor
donne trovassero in più laudevole essercizio, quella fosse meritamente da commendar più che
alcun'altra.</p>
	<p>E così, montati a cavallo, subitamente fecero; e, pervenuti a Roma, trovarono le nuore del
re ballare e far festa con le lor vicine, non ostante che i lor mariti fossero in fatti d'arme e a campo;
e di quindi n'andarono a un castello chiamato Collazio, dove un giovane chiamato Collatino, loro
zio, teneva la donna sua, chiamata Lucrezia, e trovarono costei in mezzo delle sue femine veghiare
e con loro insieme filare e far quello che a buona donna e valente s'aparteneva di fare: per che fu
reputato che costei fosse più da lodare che alcuna dell'altre e che Collatino avesse miglior moglie
che alcun degli altri.</p>
	<p>Era tra questi giovani Sesto Tarquinio, giovane scellerato e lascivo, il quale, veduta
Lucrezia e seco medesimo commendatola molto, entratagli nell'animo la belleza e l'onestà di lei,
seco medesimo dispuose di voler del tutto giacer con lei: e dopo alquanti dì, senza farne sentire
alcuna cosa ad alcuno, preso tempo, solo ritornò a Collazio, dove da lei parentevolmente ricevuto
ed onorato, considerata la condizione della casa, la notte, come silenzio sentì per tutto, estimando
che tutti dormissero, levatosi, col coltello ignudo in mano, tacitamente n'andò là dove Lucrezia
dormiva; e, postale la mano in  sul petto, disse: – Io sono Sesto e tengo in mano il coltello
ignudo; se tu farai motto alcuno, pensa ch'io t'ucciderò di presente. – Ma per questo non
tacendo Lucrezia, la quale in guisa alcuna al suo disiderio acconsentir voleva, le disse: – Se
tu non farai il piacer mio, io t'ucciderò e appresso di te ucciderò uno de' tuoi servi e a tutti dirò che
io t'abbia uccisa, per ciò che col tuo servo in adulterio t'abbia trovata. –
	Queste parole spaventarono la donna, seco pensando che, se in tal guisa uccisa fosse trovata,
leggiermente creduto sarebbe lei essere stata adultera, nè sarebbe chi la sua inocenzia difendesse: e
però, quantunque malvolentieri si consentisse a Sesto, nondimeno, avendo pensato come cotal
peccato purgherebbe, gli si consentì.</p>
	<p>Sesto, quando tempo gli parve, se ne tornò ad Ardea; ed essa piena di dolore e
d'amaritudine, come il giorno aparì, si fece chiamare Lucrezio Tricipitino, suo padre, e Collatino,
suo marito, e Bruto: li quali essendo venuti e trovandola così dolorosa nell'aspetto, la domandò
Collatino: – Che è questo, Lucrezia? Non sono assai salve le cose nostre? – A cui
Lucrezia rispuose: – Che salveza può esser nella donna, la cui pudicizia è violata? Nel tuo
letto è orma d'altro uomo che di te. – E quinci aperse distesamente ciò che per Sesto
Tarquinio era stato la passata notte adoperato.</p>
	<p>Il che udendo Collatino e gli altri, quantunque dell'accidente forte turbati fossero,
nondimeno la cominciarono a confortare, dicendo la pudicizia non potere esser contaminata, dove
la mente a ciò non avesse consentito. Ma Lucrezia, ferma nel suo proponimento, trattosi di sotto a'
vestimenti un coltello, disse: – Questa colpa, in quanto a me apartiene, non trapasserà
impunita; nè alcuna mai sarà che per essemplo di Lucrezia diventi impudica. –
	E detto questo e posto il petto sopra la punta del coltello, su vi si lasciò cadere e così, senza
poter essere atata, entratole il coltello nel petto, si morì. Tricipitino e Bruto e Collatino, vedendo
questo, non potendo più nascondere la indegnità del fatto, ne portarono il corpo morto nella piaza,
predicando l'iniquità di Sesto Tarquinio e di molte altre ingiurie accusando il re e' figliuoli.</p>
	<p>Il pianto fu grande e il ramarichio per tutto: ma Bruto, estimando che tempo fosse a por
giuso la simulata pazia, tratto il coltello del petto alla morta Lucrezia, con una gran brigata de'
Collazi n'andò a Roma, lasciando che l'un de' due rimasi andassero nel campo a nunziare questa
iniquità: e in Roma pervenuto, per dovunque egli andava, piangendo e dolendosi, convocava la
moltitudine a compassione della inocente donna e ad odio de' Tarquini.</p>
	<p>Per la qual cosa furono incontanente le porte di Roma serrate, e per tutto gridata la morte
e 'l disfacimento del re e de' figliuoli: e il simile era avvenuto nel campo ad Ardea. E come fu
sentita la scellerata operazione di Sesto Tarquinio e tutti, lasciato il re e' figliuoli, a Roma
venutisene e ricevuti dentro, in una medesima volontà con gli altri divenuti, al re Tarquinio, che
minacciando tornava da Ardea, del tutto negarono il ritornare in Roma: e subitamente in luogo del
re fecero due consoli appo i quali fosse la dignità e la signoria del re, sì veramente che più d'uno
anno durar non dovesse; e di questi due primi consoli fu l'uno Bruto e l'altro Collatino.</p>
	<p>E sentendo, in processo di tempo, Bruto due suoi figliuoli tenere alcun trattato di dovere
rimettere il re e' figliuoli in Roma, fattigli spogliare e legare ad un palo, prima agramente batter gli
fece con verghe di ferro e poi in sua presenzia ferire con le scure e così morire. Cotanto adunque
mostrò essergli cara la libertà racquitata.</p>
	<p>Ma poi, avendo Tarquino invano tentato di ritornare per trattato in Roma, ragunata d'una
parte e d'altra gente d'arme, ad assediare Roma venne. Incontro al quale uscirono col popolo di
Roma armati i consoli; ed essendosi tra' due esserciti cominciata la battaglia, avvenne che Arruns,
l'uno de' figliuoli di Tarquinio, combattendo, vide Bruto; per che, lasciata la battaglia degli altri,
gridò: – Questi è colui che m'ha del regno cacciato! – E, dirizato il cavallo e la lancia
verso lui e punto degli sproni il cavallo, quanto correr potea più forte n'andò verso lui; il quale
veggendo Bruto venire, e conosciutolo, non schifò punto il colpo, ma, verso lui dirizatosi con la
lancia e col cavallo, avvenne che con tanto odio delle punte delle lance si fedirono che amenduni
morti caddero del cavallo.</p>
	<p>E poi, avendo i Romani avuta vittoria de' nemici, con grandissimo pianto ne recarono in
Roma il corpo di Bruto, là dove egli da tutte le donne di Roma, sì come padre e recuperatore della
loro libertà e vendicatore e guardatore della loro pudicizia, fu amarissimamente pianto e poi,
secondo l'uso di que' tempi, onorevolmente fu sepellito. Lucrezia. Di questa donna è narrata la
storia.</p>
	<p><hi rend="italic">Marzia</hi>. Marzia non so di che famiglia romana si fosse, nè alcune
storie sono, le quali io abbia vedute, che guari menzion faccian di lei. Par nondimeno per antica
fama tenersi lei essere stata onesta e venerabile donna; e per tutti si tiene, e Lucano ancora il
testimonia, lei essere stata moglie, non una sola volta, ma due, di Catone Uticense; il quale,
avendola la prima volta menata a casa, generò in lei tre figliuoli; poi, dispostosi del tutto di volere
nel futuro servar vita celibe e fuggire ogni congiugnimento di femina, secondo che alcuni dicono,
gliele disse; e, oltre a ciò, imaginando non dovere per l'età essere a lei questa astinenzia possibile,
la licenziò di potersi maritare, se a grado le fosse, ad un altro uomo. Per la qual cosa essa si rimaritò
ad Ortensio: a quale non so, per ciò che più ne furono; e di lui concepette alcuni figliuoli.</p>
	<p>Poi, essendosi morto Ortensio e sopravenuto il tempo delle guerre cittadine tra Cesare e
Pompeo, una mattina in su l'aurora picchiò all'uscio di Catone e, entrata da lui il pregò che gli
piacesse di doverla ritorre per moglie; e che di questo matrimonio essa non intendeva di volerne
altro che solamente il nome d'esser moglie di Catone e sotto l'ombra di questo titolo vivere e,
quando alla morte venisse, morire moglie di Catone. Alli cui prieghi Catone condiscese; e, con
quella condizione ritoltala, senza alcuna altra solennità osservarne, e, mentre visse, servando il suo
proponimento, per sua moglie la tenne, ed ella lui per suo marito.</p>
	<p><hi rend="italic">Giulia</hi>. Giulia fu figliuola di Giulio Cesare, acquistata in Cornelia,
figliuola di Cinna, già quatro volte stato consolo, la quale, lasciata Consuzia, che davanti sposata
avea, prese per moglie. E fu costei moglie di Pompeo Magno, il quale ella amò mirabilmente, in
tanto che, essendo delle comizie edilizie riportati a casa i vestimenti di Pompeo, suo marito, rispersi
di sangue, il che, secondo che alcuni scrivono, era avvenuto <add resp="ed">che</add> sacrificando
egli ed essendogli l'animale, che sacrificar dovea, già ferito, delle mani scappato e così del suo
sangue macchiatolo, come prima Giulia gli vide, temendo non alcuna violenzia fosse a Pompeo
stata fatta, subitamente cadde e da grave dolore fu constretta, essendo gravida, di gittar fuori il
figliuolo che nel ventre avea e quindi morirsi.</p>
	<p><hi rend="italic">E Corniglia</hi>. Il vero nome di costei fu Cornelia: ma sforzato
l'autore dalla consonanza de' futuri versi, alcune lettere permutate, la nomina
«Corniglia». Cornelia fu nobile donna di Roma della famiglia de' Corneli, del lato
degli Scipioni; e fu figliuola di quello Scipione, il quale con Giuba, re de' Numidi, seguendo le parti
di Pompeo, fu da Cesare sconfitto in Numidia. E fu costei primeramente moglie di Lucio Crasso, il
quale fu ucciso da' Parti e a cui fu l'oro fonduto messo giù per la gola; e poi, come Giulia morì,
divenne moglie di Pompeo Magno.</p>
	<p>Il quale ella, come valente donna dee fare, non solamente amò nella sua felicità, ma
veggendo che la fortuna con le guerre cittadine forte il suo stato dicrollava, non dubitò di volere
essergli, come nella grandeza sua era stata, ne' pericoli e negli affanni delle guerre compagna: e
ultimamente, secondo che Lucano manifesta, con lui dell'isola di Lesbo partitasi, n'andò in Egitto,
dove miserabilmente agli assassini di Tolomeo, discendendo in terra, il vide uccidere. Quello che
poi di lei si fosse non so; ma d'intera fede e di laudabile amore puote debitamente essere
pregiata.</p>
	<p><hi rend="italic">E solo in parte vidi il Saladino</hi>. Il Saladino fu soldano di
Babillonia, uomo di nazione assai umile per quello mi paia avere per addietro sentito, ma di grande
e altissimo animo e ammaestratissimo in fatti di guerra, sì come in più sue operazioni dimostrò. Fu
vago di vedere e di cognoscere li gran prencipi del mondo e di sapere i loro costumi: nè in ciò fu
contento solamente alle relazioni degli uomini, ma credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo
personalmente cercasse, e massimamente intra' cristiani, li quali, per la Terra Santa da lui occupata,
gli erano capitali nimici. E fu per setta de' seguaci di Maometto, quantunque, per quello che alcuni
voglion dire, poco le sue leggi e i suoi comandamenti prezasse. Fu in donare magnifico, e delle sue
magnificenze se ne racontano assai. Fu pietoso signore, e maravigliosamente amò e onorò i valenti
uomini. E per ciò che egli non fu gentile, come quegli li quali nominati sono e che appresso si
nomineranno, estimo che «in parte» starsi «solo» il discriva
l'autore.</p>
</div4>

<div4>
<head>130-132</head>
	<p><hi rend="italic">Poi ch'i' alzai un poco più le ciglia</hi>, cioè gli occhi per vedere più
avanti, <hi rend="italic">Vidi il maestro</hi>, cioè Aristotile, <hi rend="italic">di color che sanno
Seder</hi>, cioè usare e stare e quegli atti fare che a filosofo apartengono, ammaestrare, operare e
disputare, <hi rend="italic">tra filosofica famiglia</hi>.</p>
	<p>Aristotile fu di Macedonia, figliuolo di Nicomaco, medico d'Aminta, re di Macedonia, e
poi di Filippo, suo figliuolo e padre d'Alessandro; la madre del quale fu chiamata Efestide: li quali
Nicomaco ed Efestide vogliono alcuni esser discesi di Macaone e d'Asclepiade, discendenti
d'Esculapio; il quale gli antichi, per ciò che grandissimo medico fu, dicono essere stato figliuolo
d'Appollo, idio della medicina. E dicono alcuni lui essere stato d'una città chiamata Stagerita, la
quale, se io ho bene a memoria, ho già o letto o udito che è non in Macedonia, ma in Trazia: le
quali due province è vero che insieme confinano, per che, essendo in su i confini la città, forse
agevolmente s'è potuto errare a dinominarla più dell'una provincia che dell'altra.</p>
	<p>Fu costui primieramente, dopo l'avere aprese le liberali arti, ammaestrato ne' libri poetici;
e credesi che il primo libro che da lui fu composto, fosse uno scritto, o vero comento, sopra li due
maggior libri d'Omero, e che, per questo, ancora giovanetto fosse dato da Filippo per maestro ad
Alessandro. Poi vogliono lui essere andato ad Atene ad udire filosofia, dove udì tre anni sotto
Socrate, in que' tempi famosissimo filosafo: e, lui morto, s'acostò a Platone, il quale le scuole di
Socrate ritenne e sotto lui udì nel torno di venti anni. Per che, sì per l'eccellenzia del dottore e sì
ancora per lo perseverato studio con vigilanzia, divenne maraviglioso filosofo, in tanto che,
andando alcuna volta Platone alla sua casa e non trovando lui, con alta voce alcuna volta disse:
– Lo 'ntelletto non c'è, sordo è l'auditorio. –
	Visse appresso la morte di Platone, suo maestro, anni ventitrè, de' quali parte ammaestrò
Alessandro e parte con lui circuì Asia, e parte di quegli scrisse e compose molti libri. Egli la
dialettica, ancora non conosciuta pienamente prima, in altissimo colmo recò e ad instruzione di
quella scrisse più volumi. Scrisse similmente in retorica, nè meno in quella aparve facundo che
fosse alcun altro retorico, quantunque famoso, stato davanti a lui. Similmente intorno agli atti
morali ciò che vedere se ne puote per uomo scrisse in tre volumi, <title>Etica</title>,
<title>Politica</title> ed <title>Iconomica</title>; nè delle cose naturali alcuna ne lasciò
indiscussa, sì come in molti suoi libri apare; e, oltre a ciò, trapassò a quelle che sono sopra natura,
con profondissimo intendimento, sì come nella sua <title>Metafisica</title> apare: e brievemente,
egli fu il principio e 'l fondamento di quella setta di filosofi, li quali si chiamano Peripatetici.</p>
	<p>E non è vero quello che alcuni si sforzano d'aporgli, cioè che egli facesse ardere i libri di
Platone: la qual cosa credo, volendo, non avrebbe potuta fare, in tanto pregio e grazia degli Ateniesi
fu Platone e la sua memoria e li suoi libri; li quali non ha molto tempo che io vidi, o tutti o la
maggior parte o almeno i più notabili, scritti in lettera e gramatica greca in un grandissimo volume,
appresso il mio venerabile maestro messer Francesco Petrarca.</p>
	<p>È il vero che la scienza di questo famosissimo filosofo lungo tempo sotto il velamento
d'una nuvola d'invidia di fortuna stette nascosa, in maraviglioso prezo continuandosi appo i valenti
uomini la scienza di Platone; nè è assai certo, se a venire ancora fosse Averoìs, se ella sotto quella
medesima si dimorasse. Costui adunque, se vero è quello che io ho talvolta udito, fu colui che
prima, rotta la nuvola, fece aparir la sua luce e venirla in pregio; in tanto che oggi quasi altra
filosofia che la sua non è dagl'intendenti seguita.</p>
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	<p>Ma ultimamente pervenuto questo singulare uomo all'età di sessantatrè anni, finìo la vita
sua, e, secondo che alcuni dicono, per infermità di stomaco. <hi rend="italic">Tutti lo miran</hi>,
per singular maraviglia, quegli che in quel luogo erano; e similmente credo facciano tutti quegli che
a' nostri dì in filosofia studiano; <hi rend="italic">tutti onor gli fanno</hi>, sì come a maestro e
maggior di tutti.</p>
	<p><hi rend="italic">Quivi vid'i' appresso</hi>, d'Aristotile, <hi rend="italic">e
Socrate</hi>. Socrate originalmente si crede fosse ateniese, ma di bassissima condizione di parenti
disceso, per ciò che, sì come scrive Valerio Massimo nel III suo libro sotto la rubrica
<title><foreign lang="lat">De patientia</foreign></title>, il padre suo fu chiamato Sofonisco,
intagliator di marmi, e la sua madre ebbe nome Fanarete, il cui uficio era aiutare le donne ne' parti
loro e quelle per prezo servire; ed esso medesimo, secondo che dice Papia, alquanto tempo
s'essercitò nell'arte del padre.</p>
	<p>Poi, lasciata l'arte paterna, divenne discepolo d'una femina chiamata Diutima, secondo
che si legge nel libro <title><foreign lang="lat">De vitis philosophorum</foreign></title>; ma
santo Agostino, nel libro VIII <title><foreign lang="lat">De civitate Dei</foreign></title>, scrive
che egli fu auditore d'Arcelao, il quale era stato auditore di Anassagora. E, poi che alquanto tempo
ebbe udito sotto Arcelao, per divenire pienamente esperto degl'intrinsici effetti della natura, in più
parti del mondo gli ammaestramenti de' più savi andò cercando, secondo che scrive Tullio nel libro
II delle <title>Quistioni tusculane</title>: e in tanta sublimità di scienzia pervenne che egli,
secondo che scrive Valerio, fu reputato quasi un terrestre oraculo dell'umana sapienzia.</p>
	<p>E, secondo che mostra di tenere Apulegio, e similmente Calcidio <hi rend="italic">Sopra
il primo libro del</hi> ‘<title>Timeo</title>’ <hi rend="italic">di Platone</hi>, e come
Agustino nel libro VIII <title>Della città di Dio</title>, egli ebbe seco infino della sua puerizia un
dimonio, il quale Apulegio predetto chiama «idio di Socrate» in un libro che di ciò
compose: il quale molte cose gl'insegnò e in ciò che egli aveva a fare l'ammaestrò. Ma chi che di
ciò gli fosse il dimostratore, egli fu non solamente dagli uomini, ma eziandio da Apolline, il quale
gli antichi ne' loro errori credettero essere idio della sapienza, giudicato sapientissimo.</p>
	<p>Della qual cosa non è molto da maravigliarsi, con ciò sia cosa che egli fosse nelli studi
della filosofia assiduo e tanto nelle meditazioni perseverante, che Agellio scrive, nel libro II
<title><foreign lang="lat">Noctium atticarum</foreign></title>, lui essere usato di stare dal
cominciamento d'un dì infino al principio del seguente in piede, senza mutarsi poco o molto col
corpo e senza volgere gli occhi o 'l viso dal luogo al quale nel principio della meditazione gli
poneva.</p>
	<p>Fu costui di maravigliosa e laudevole umiltà, per ciò che, quantunque in iscienza
continuamente divenisse maggiore, tanto minore nel suo parlare si faceva; e da lui, secondo che
Girolamo scrive nella sua XXXV pìstola e, oltre a ciò, nel proemio della Bibbia, nacque quel
proverbio, il quale poi per molti s'è detto, cioè: «<foreign lang="lat">hoc scio, quod
nescio</foreign>». E, oltre a questo, essendo tanto e sì venerabile filosafo, non solamente in
parole, ma in opera la sua umiltà dimostrò.</p>
	<p>Esso, tra l'altre volte, secondo che negli studi è usanza, faccendo la colletta dagli uditori
suoi ed essi tutti dandogli volentieri non solamente il debito, secondo l'uso, ma ancora più, Eschilo,
poverissimo giovane ma d'alto ingegno, lasciò andare ogn'uomo a pagar questo debito, e non
andandone più alcuno, esso, levatosi, andò alla catedra di Socrate e disse: – Maestro, io non
ho al mondo cosa alcuna che ti dare per questo debito se non me medesimo, e io me ti do; e
ricordati che io ti do più che dato non t'ha alcun altro che qui sia; per ciò che non ce n'è alcuno che
tanto donato t'abbia che alcuna cosa rimasa non gli sia, ma a me, che me t'ho dato, cosa alcuna non
è rimasa. – Al quale Socrate umilemente rispose: – Eschilo, il tuo dono m'è molto più
caro che alcuno altro che da costoro mi sia stato dato, e la ragione è questa: io non ho alcuna cosa la
quale io possa assai degna donare a costoro che a me hanno donato, ma io ho da potere rendere a te
guiderdone del dono che fatto m'hai, e quello sono io medesimo, e così io me ti do; e perciò, quanto
tu vuogli che io abbia te per mio, tanto fa' che tu abbi me per tuo. –</p>
	<p>Fu di sua natura pazientissimo e con iguale animo portò le cose liete e le avverse, in tanto
che molti voglion dire non essergli stato mai veduto più che un viso. Il che maravigliosamente
mostrò vivendo e sostenendo i fieri costumi dell'una delle due mogli che avea, chiamata Santippe;
la quale senza interporre, il dì e la notte igualmente, con perturbazioni e con romori era da lei
stimolato; la qual tanto più nella sua ira s'accendeva quanto lui più paziente vedeva.</p>
	<p>Ed essendo alcuna volta stato adomandato da Alcibiade, nobilissimo giovane d'Atene,
secondo che scrive Agellio in <title><foreign lang="lat">libro II Noctium
atticarum</foreign></title>, perchè egli non la mandava via, con ciò fosse cosa che per la legge
licito gli fosse, rispuose che, per la continuazione delle ingiurie dimestiche fattegli da Santippe, egli
aveva apparato a sofferire con non turbato animo le disoneste cose, le quali egli vedeva e udiva di
fuori. Oltre a questo, tenendosi Santippe ingiuriata da lui, un dì, preso luogo e tempo, dalla finestra
della casa gli versò sopra la testa un vaso d'acqua putrida e brutta: il quale sappiendo donde venuto
era, rasciuttasi la testa, null'altra cosa disse se non: – Io sapeva bene che dopo tanti tuoni
dovea piovere. –</p>
	<p>Furono le sue risposte di mirabile sentimento. Era in Atene un giovane uomo dipintore,
assai conosciuto, il quale subitamente divenne medico; il che essendo detto a Socrate, disse:
– Questi può esser savio uomo d'aver lasciata l'arte i difetti della quale sempre stanno
dinanzi agli occhi degli uomini, e presa quella li cui errori la terra ricuopre. –</p>
	<p>Era, oltre a ciò, usato di prendere piacere di vedere le due sue mogli per lui talvolta non
solamente gridare ma azuffarsi insieme, e massimamente sè considerando, il quale era del corpo
piccolo e avea il naso cammuso le spalle pelose e le gambe storte, e appresso la viltà dell'animo
loro; e il farle venire a zuffa insieme era qualora egli volea, sol che un poco d'amore più all'una che
all'altra mostrasse: di che esse una volta accortesi e rivoltesi sopra lui, fieramente il batterono e lui
fuggente seguirono, tanto che la loro indegnazione sfogarono.</p>
	<p>Fu in costumi sopra ogni altro venerabile uomo, in tanto che solamente nel riguardarlo
prendevano maraviglioso frutto gli uditori suoi, sì come &lt;mostra&gt; Seneca nella VI pìstola a
Lucillo, dicendo:
<quote rend="block">
<p>«Platone e Aristotile e l'altra turba tutta de' savi uomini più da' costumi di Socrate
trassero di sapienza che dalle sue parole».</p>
</quote>
Fu nel cibo e nel bere temperatissimo, in tanto che di lui si legge che, essendo una mortale e
universale pestilenzia in Atene, nè mai si partì, nè mai infermò, nè parte d'alcuna infermità
sentì.</p>
	<p>Sostenne con grandissimo animo la povertà, in tanto  che, non che egli mai alcun
richiedesse per bisogno il quale avesse, ma ancora i d