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      <title>Sonetto del signor Torquato Tasso al cavaliere Ercole Cato con la interpretazione e comento del medesimo autore</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
    </titleStmt>
    <extent>23 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
      <idno>bibit000835</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
      </bibl>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1 n="Titolo">
<p>SONETTO DEL SIG. TORQUATO TASSO AL 
CAVALIERE ERCOLE CATO CON LA INTERPRETAZIONE 
E COMENTO DEL MEDESMO AUTORE.</p></div1>
<div1><head>Sonetto</head>
<lg>
<l>Quella, che nome aver di Dea non merta,</l>
<l>Nè l'instabil suo Regno il bene e 'l male,</l>
<l>Che da celeste scende ordin fatale,</l>
<l>Sovente varia, e mesce, e nulla accerta.</l></lg>
<lg>
<l>Onde, perch'aspramente io già sofferta</l>
<l>Abbia più d'una piaga di suo strale,</l>
<l>La spero amica; e, s'anco io non l'ho tale,</l>
<l>L'anima ho contra lei d'arme coverta.</l></lg>
<lg>
<l>E se fia mai che di turbarmi cessi</l>
<l>Fortuna, o ch'uso renda almen leggieri</l>
<l>I novi arnesi onde s'è l'alma armata;</l></lg>
<lg>
<l>Volerò forse ancora, ov'io m'appressi</l>
<l>A quel, ch'alzò d'immortal piume alata,</l>
<l>Giusta ira al ciel sovra non giusti Imperi.</l></lg></div1>
<div1><head>Commento</head>
<p><hi rend="italic">Quella, che nome aver di Dea non merta, ec.</hi></p>
<p>Tutti coloro che vogliono che la Fortuna alcuna cosa sia,
sogliono recare a lei, come a sua cagione, la maggior parte
di quegli effetti che non necessariamente sono fatti, ma che
possono essere e non essere fatti. E perchè della
contingenza degli effetti variamente e falsamente si parla,
variamente anco della fortuna si ragiona. In un modo se ne
parla in quanto ella è conosciuta da Iddio; il quale, perchè
la conosce non secondo la natura di lei, ma secondo il suo
modo di conoscere, certamente la conosce: e chi in questo
modo della contingenza degli effetti discorre, dirà ch'ella
altro non sia che la providenza c'ha Iddio de' particolari,
se pur questo nome gli piacerà d'usare; o vero, ch'ella sia
alcuna intelligenza, che a la cura delle cose di qua giù da
la Providenza d'Iddio sia stata preposta. Nondimeno, perchè
Iddio, conoscendo la contingenza degli effetti, non
distrugge la natura della contingenza, nè toglie la libertà
dell'umana volontà, la quale opera quegli effetti che
possono avvenire e non avvenire, nè la virtù che ha data a
l'altre seconde cagioni; chi della contingenza degli effetti
ragionerà, non in quanto da Iddio è conosciuta, ma in quanto
da gli uomini è considerata, darà luogo a la fortuna ed al
caso, come a cagioni accidentali che da le cagioni per sè
sono distinte, o pur a la fortuna sola, quando questo nome
più universalmente si prenda: e s'alcuna volta aviene, che
la cagione per sè non sia conosciuta; allora la fortuna sola
di quegli effetti è detta cagione: ma chi nel primo modo
della contingenza degli effetti parla, può chiamare la
fortuna Diva o Dea assai convenevolmente, come io la chiamai
in quelle stanze del Nono, nelle quali descrivo Iddio,
dicendo:
<quote rend="block">
<lg rend="italic">
 <l>Nè, diva, cura i nostri umani sdegni.</l></lg></quote>
E come la chiamò anco Dante in que' versi, ne' quali
lungamente parla di lei.
<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Colui, lo cui saver tutto trascende,</l>
<l>Fece li cieli, e diè lor chi conduce,</l>
<l>Sì che ogni parte ad ogni parte splende,</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Distribuendo egualmente la luce:</l>
<l>Similemente a gli splendor mondani</l>
<l>Ordinò general ministra e duce,</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Che permutasse a tempo li ben vani</l>
<l>Di gente in gente, e d'uno in altro sangue,</l>
<l>Oltra la difension de' senni umani.</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Perch'una gente impera, e l'altra langue,</l>
<l>Seguendo lo giudicio di costei,</l>
<l>Che è occulto, come in erba l'angue.</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Vostro saver non ha contrasto a lei;</l>
<l>Ella prevede, giudica, e persegue</l>
<l>Suo regno, come il loro gli altri Dei.</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Le sue permutazion non hanno tregue;</l>
<l>Necessità la fa esser veloce;</l>
<l>Sì spesso vien chi vicenda consegue.</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Questa è colei ch'è tanto posta in croce</l>
<l>Pur da color che le dovrian dar lode,</l>
<l>Dandole biasmo a torto e mala voce.</l></lg>
<lg rend="italic">
<l>Ma ella s'è beata, e ciò non ode;</l>
<l>Tra l'altre prime creature lieta</l>
<l>Volve sua spera, e beata si gode.</l></lg></quote></p>
<p>Ma quando alcun, ragionando della contingenza degli
effetti, naturalmente ne parla, non in quanto ella è
certamente conosciuta e prevista da Iddio, se la fortuna ne
fa cagione, non dee chiamarla Dea. Onde in questa guisa
ragionandone, assai convenevolmente ho io detto:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
    <l>Questa, che nome aver di Dea non merta.</l>
    <l>Ma perchè meglio s'intenda a chi questo nome di Dio o di Dea</l>
    <l>convenevolmente da' poeti s'attribuisca, mi sforzerò di</l>
    <l>renderne quella miglior ragione che da filosofo o da gentil</l>
    <l>teologo possa essere addotta.</l></lg></quote></p>
<p>Dico, adunque, che la natura d'Iddio da quattro differenze
è circonscritta; da la ragione, da la immortalità, da la
providenza e da la beneficenza: onde diremo, ch'Iddio sia
una sostanza, o animale, come alcuni han detto, ragionevole,
immortale, provida e benefica. La prima differenza separa li
Dei da i bruti; la seconda, da gli uomini, che come uomini,
ciò è cause seconde, come composti d'anima e di corpo, non
sono immortali, e come intelletti separati non è
inconveniente che sian detti Iddio (parlo sempre come
filosofo, e come gentile teologo, sottomettendo ogni mia
ragione a quel che da Teologi della santa Chiesa Catolica
Romana, nella quale credo fermamente, è o sarà determinato):
la terza e quarta da' Demoni malvagi, ne' quali non è
providenza; perciò che la providenza non è l'istesso
dell'antivedere le cose che debbono succedere, ma ha per
oggetto il bene: sì come anco negli uomini non è detta
propriamente prudenza quella che antivede, se al bene, come
a suo oggetto, non dirizzata; la quale negli Dei secondi
così è dipendente da la providenza del primo Iddio, come è
la providenza delle cose future, di cui disse Virgilio:<quote rend="block">
<lg rend="italic"><l>Quas Phaebo pater omnipotens, mihi Phaebus Apollo.</l></lg></quote></p>
<p>La beneficenza parimente non si ritrova ne' maligni Demoni:
ma perchè nondimeno ne' buoni Demoni può essere providenza e
beneficenza, ed in quegl'intelletti umani, che dopo la
separazion del corpo divengon Demoni (come ad alcun
Platonico è piacciuto), dire si può, ch'essi non siano
semplicemente immortali, ma mezzi fra l'immortale e la
mortal natura, sì come anco fra 'l passibile e l'impassibile
sono mezzani. È adunque Iddio sostanza ragionevole,
immortale, provida e benefica. Questa sostanza in due ordini
di Dei (per così dire) si può dividere: l'uno de' quali è da
ogni corpo separato in guisa, che dal senso non può esser
compìto; l'altro, quantunque non sia forma ch'informi i
corpi, nondimeno gli regge e gli governa, e fa in loro sue
operazioni, sì che può da' sensi essere in alcun modo
conosciuto. Nel primo ordine sono le Virtù esemplari e
l'Idee; e se l'Idee non sono in Iddio Creatore, ch'è sovra
tutti gli ordini degl'Iddii, ma d'intorno a Iddio, e le
Virtù esemplari sono in lui; si può questo primo ordine in
più ordini subdistinguere. Nel secondo sono l'Intelligenze,
che muovono il cielo di Saturno, di Giove, di Marte, del
Sole, di Mercurio, di Venere e della Luna, e l'Intelligenze
d'altri Cieli, s'altri Cieli sono oltre questi: e questo
secondo ordine, parimente in molti ordini si può
distinguere, come da cristiani teologi è stato distinto, i
quali a ciascuna delle Intelligenze gran numero d'Angeli
seguaci hanno attribuito. Da' Gentili nondimeno, ch'io mi
sappia, non è stato subdistinto, oltra questi due ordini
d'Iddii, ciascuno de' quali (come ho detto) può essere
subdistinto: alcun altro per ragione non mi pare di
conoscerne. E, se bene ho io osservate le parole di Platone
nel Timeo; da poi ch'egli ebbe dell'Idee e
dell'Intelligenze, che muovono gli orbi, ragionato e dettone
quello che con alcuna ragione dir si poteva, così soggionge:</p>
<p><hi rend="italic">Sed de his satis, et iam quae de natura Deorum illorum, qui
tales genere sunt, ut cernuntur, dicenda erant, finem
habeant, caeterorum vero quos Daemones appellant, cognoscere
et enunciare ortum, maius opus est quam sane nostrum valeat
ingenium. Priscis itaque viris hac in re credendum est, qui
Diis geniti, ut ipsi dicebant, parentes suos optime
noverunt, impossibile sane Deorum filiis fidem non habere,
licet nec necessariis, nec visibilibus rationibus eorum
oratio confirmetur. Sic igitur, ut ab his est traditum,
horum Deorum generatio habeatur atque dicatur. Terrae,
Coelique filii Oceanus, et Thetis fuisse traditur, ab iis
Phorcyn Saturnus et Rhea geniti, et reliqui eorum fratres,
ex Saturno Rhea, Iupiter et Iuno</hi>, etc. Nelle quali parole
due considerazioni mi pare che principalmente si possan
fare. La prima, che quelli de' quali come de' Demoni propone
di voler parlare, siano poi da lui chiamati Iddii; e la
seconda, che di questi istessi senza alcuna ragione, ma solo
per autorità degli antichi padri favelli: a la quale s'egli
avesse voluto prestar fede, avrebbe creduto Amore essere un
Iddio, non un Demone, come in persona di Socrate discepolo
di Diotima nel suo Amoroso Convito c'insegna. Onde a me pare
di poter, co 'l suo esempio, escludere ragionevolmente dal
numero degl'Iddii tutte quelle sostanze, ch'o Virtù
esemplari non sono in Dio, o d'intorno a lui Idee, o sotto
lui (per così dire) Intelligenze. Ne' due primi ordini,
quando pure i due ordini in uno non volessi ristringere,
porrei la giustizia, e la clemenza, e l'altre, le quali,
come che negli uomini sian qualità, in Dio nondimeno o
d'intorno a lui sono sostanze: nel terzo, le Intelligenze; e
crederei di dare a ciascuna quel nome più convenevole, che
da poeti o da filosofi antichi sia lor dato; i quali
nondimeno son così varii nella Geneologia degli Dei, e nella
ragione che del lor nascimento si può rendere, che
difficilmente alcuna certa scienzia o istoria se ne può
trarre. Comunque sia, perchè la fortuna, in quanto ella come
cagione per accidente si distingue da le cagioni per sè, non
è nè in Dio, nè intorno a lui, nè in alcun modo nelle cose
celesti, non mi pare che del nome di Dea sia meritevole: e
ch'ella non sia in Dio come virtù esemplare, così mi pare
che si possa provare: Quel che è per accidente, non è virtù
esemplare; la fortuna è per accidente, dunque non è virtù
esemplare. Similmente, quel che è per accidente, non può
essere Idea: l'una e l'altra maggiore è nota, perchè nè in
Dio è accidente; e l'Idea è quel che è per sè. Che la
fortuna poi nell'ordine dell'Intelligenze non possa esser
riposta, così proverò: Le Intelligenze operano con certa
ragione; la fortuna non opera con certa ragione, la fortuna
adunque non è Intelligenza. La ragione, se pur di prova ha
bisogno, in questo modo sarà provata: Ciascuna natura con
tale ragione opera con quale intende; l'Intelligenze
intendono con certa ragione, adunque con certa ragione
operano. Ma che la fortuna non operi con certa ragione,
s'afferma ne' tre versi seguenti del primo quaternario; e se
ne accenna la cagione: se
<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>... da celeste scende ordin fatale,</l>
<l>Ne l'instabil suo regno il bene e 'l male</l>
<l>sovente varia, e mesce, e nulla accerta.</l></lg></quote></p>
<p>Il senso de' quali è: Che la fortuna varia e mesce negli
elementi, ch'egli chiama instabile regno di fortuna, il bene
e 'l male, che discende da la disposizione degli aspetti
celesti; e 'l chiama ordine, perchè ordine altro non è che
disposizione delle parti; e fatale, perchè quello che è
providenza in Dio, è detto fato nel Cielo. Nondimeno, perchè
gl'influssi buoni e i maligni, che piovono da gli aspetti
celesti, sono ricevuti da gli elementi, non possono operare
necessariamente nel corpo e nell'anima dell'uomo; conciosia
cosa che non son ricevuti senza alcun mezzo di cosa varia ed
incerta nelle operazioni e nelle passioni. E se ad alcun
paresse che da chi concede il fato non possa in alcun modo
essere concessa la fortuna; costui si rammenti che da
Alessandro, grandissimo filosofo, dal quale la contingenza
delle cose in alcun modo non è destrutta, è concesso in
alcun modo il fato; e che da lui in quelle cose stesse che
per fato avvengono, si dà luogo a quelle che avvengono oltre
al fato; le quali altri potrebbe recare convenevolmente a la
fortuna. Uso il verbo <hi rend="italic">accerto</hi>, che dal nome <hi rend="italic">certo</hi>,
toscano proprio e di sonoro suono, è composto; e dico, che
la fortuna nulla accerta, dando a la fortuna, se non deità,
almen persona; come da tutti i poeti, non men cristiani che
gentili, l'è stato attribuito, e come le attribuì il
Petrarca in quella canzone:</p>
<p><quote rend="block">
<lg rend="italic"><l>Tacer non posso, e temo non adopre;</l>
<l>il quale, dandole per propria operazione il filare il nostro</l>
<l>stame, par che la faccia una delle Parche.</l></lg></quote></p>
<quote rend="block">
<lg rend="italic"><l>Detto questo, a la sua volubil rota</l>
<l>Si volse, in che ella fila il nostro stame, </l>
<l>Trista, e certa indovina de' miei danni; </l></lg></quote>
<p>seguendo peraventura Luciano, ed altri, i quali le Parche
Sorti avevano nominate. Nondimeno pare ancora ch'egli vogli,
ch'ella operi necessariamente in quelle parole: <hi rend="italic">Trista, e
certa indovina de' miei danni</hi>; ma pur chiamandola donna,
<hi rend="italic">Quando una donna assai pronta e sicura</hi>,
da le Dee la distingue assai manifestamente; e chiamandola
Dea e volubile, chiaramente dimostra ch'ella non opera con
alcuna necessità. Ma ch'ella dipenda da gli aspetti celesti
in alcun modo nell'operazion sua del filare lo stame della
nostra vita (ch'altro non significa, che la lunghezza e la
prigion sua negli altri beni e mali), assai chiaramente
dimostra in quella stanza:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Il dì che costei nacque, eran le stelle,</l>
<l>Che producon fra noi felici effetti,</l>
<l>In luoghi alti ed eletti,</l>
<l>L'una vêr l'altra con amor converse;</l>
<l>Venere e 'l Padre con benigni aspetti</l>
<l>Tenean le parti signorili e belle,</l>
<l>E le luci empie e felle</l>
<l>Quivi in tutto dal Ciel eran disperse.</l></lg></quote></p>
<p>Sin qui della disposizione del Cielo. Descrive poi la
disposizione degli elementi:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Il Sol mai più bel giorno non aperse;</l>
<l>L'aer, la terra s'allegrava, e l'acque</l>
<l>Per lo mare avean pace e per li fiumi;</l>
<l>Fra tanti amici lumi</l>
<l>Una nube lontana mi dispiacque.</l></lg></quote></p>
<p>Ch'ella poi non operi necessariamente, più chiaro dimostra
nella conclusione della stanza:<quote rend="block">
<lg rend="italic"><l>La qual temo ch'in pianto si risolve,</l>
<l>Se pietate altramente il Ciel non volve.</l></lg></quote></p>
<p>Quantunque la sentenza dell'ultimo verso assai
affettuosamente e poeticamente sia detta, potendo la pietà
di Dio difenderci da i rei influssi, senza volgere il Cielo
altramente; può nondimeno farlo, ed alcune fiate l'ha fatto.
Mi sono nella interpretazione de' versi del Petrarca oltre
il proposito assai volontieri disteso, per dimostrare che
non solo da me, ma da gli altri poeti ancora al fato e a la
fortuna insieme a la providenza è dato luogo. Attribuisco
poi a la fortuna gli strali, come Dante nel canto
decimosettimo del Paradiso attribuisce:
<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Dette mi fûr di mia vita futura</l>
<l>Parole gravi, avegna ch'io mi senta</l>
<l>Ben tetragono a' colpi di ventura.</l></lg>
    <lg rend="italic">
<l>Perchè la voglia mia saria contenta</l>
<l>D'intender qual fortuna mi s'appresta; </l>
<l>Chè saetta previsa vien più lenta.</l></lg></quote></p>
<p> le piaghe della fortuna, delle quali parlo ne' primi
versi del secondo quaternario:
<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Onde, perch'aspramente io già sofferta</l>
<l>Abbia più d'una piaga di suo strale, </l>
<l>La spero amica;</l></lg></quote></p>
<p>sono le perdite di quelli che beni di fortuna sono detti;
sanità, onore, avere, favor di Principi, ed altri sì fatti:
e dico di sperarla amica su l'instabilità sua, e per
l'incertitudine; a le quali la voce, che è la prima del
primo quaternario, ha risguardo.<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>... E, s'anco io non l'ho tale, </l>
<l>L'anima ho contra lei d'arme coverta.</l></lg></quote></p>
<p>Intendo dell'abito della virtù; metafora assai simile a
quella ch'usò Dante quando disse:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>La buona compagnia, che l'uom francheggia</l>
<l>Sotto l'usbergo del trovarsi pura.</l></lg></quote></p>
<p>E perchè l'abito della virtù, quando non è ancora
confermato, suole essere molto faticoso, se pur abito dir si
può quando non anco è confermato; io soggiungo di non poter
volare: e per <hi rend="italic">volo</hi> significo la facile e non impedita
operazione dell'intelletto pratico e dello speculativo, e la
fama che per mezzo di esse operazioni s'acquista; la quale è
così congiunta con esse, che convenevolmente da un'istessa
metafora può essere significata. E soggiungo: che se fia mai
che fortuna cessi di turbarmi, o ch'uso renda almen leggieri
i nuovi arnesi, onde s'è l'alma armata, volerò forse ancora.
De' quali versi questa è la sentenza: che se mai farò
l'abito nelle virtù morali e nelle speculative, a le quali
la fortuna suole essere di molto impedimento; io potrò senza
difficoltà operare, contemplare e poeticare: ed essendo il
poeticare operazione nobilissima, nella quale l'intelletto
speculativo ed il pratico concorrono, non si può
convenevolmente fare, se non da chi abbia fatto alcun abito
nelle virtù morali e speculative, e mostro di desiderar di
conseguir gloria simile a quella d'Omero in que' versi: O
sarà mai che<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>... appressi</l>
<l>A quel, ch'alzò d'immortai piume alata, </l>
<l>Giusta ira al Ciel sovra non giusti Imperi! </l></lg></quote></p>
<p>E chiamo l'ira d'Achille alata, perchè fu da' versi
d'Omero celebrata. Ma perciò che con l'istessa metafora due
cose diverse, se ben assai congiunte, ho significato;
l'operazione, dico, dell'intelletto, e la gloria; addurrò
esempi e di filosofi e di poeti, che l'uno e l'altro effetto
con l'istessa metafora significarono parimente. Platone nel
Fedro attribuisce l'ale a quello intelletto che contempla la
divina bellezza; le quali Marsilio Ficino altro non vuole
che siano, che lo instinto al divin Vero ed al divin Bene: e
perchè il Bene è così obietto di colui che opera, come il
Vero di chi contempla; non mi pare che l'ale più a lo
speculativo che al pratico intelletto siano attribuite.
Nell'Ione dice, che il poeta è cosa sacra e volatile: e
quantunque nessuno interprete, ch'io sappia, renda la
cagione perchè chiami il poeta volatile; a me par nondimeno
ch'egli possa aver risguardo non solo a la contemplazione
della bellezza, ma anco a la fama. Della contemplazione
parlando, disse il Petrarca:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Mille fiate ho chiesto a Dio quell'ale,</l>
<l>Con le qua' del mortale</l>
<l>Carcer nostro intelletto al Ciel si leva.</l></lg></quote></p>
<p>Ed altrove, in persona d'Amore:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Di volar sopra 'l Ciel gli avea dato ali</l>
<l>Per le cose mortali.</l></lg></quote></p>
<p>Ma della contemplazione, o pur dell'operazione del
poetare, particolarmente intese il Petrarca quando disse:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Io credevo assai destro esser su l'ale</l>
   <l>Non per lor forza, ma di chi le spiega,</l>
   <l>Per gir cantando a quel bel nodo eguale,</l>
   <l>Onde Morte m'assolve, Amor mi lega.</l>
   <l>Trovaimi a l'opra, ec.</l></lg></quote></p>
<p>E nell'istesso sonetto:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Mai non porria volar penna d'ingegno,</l>
<l>Non che stil grave, o lingua, ove natura, ec.</l></lg></quote></p>
<p>Ma della fama che poetando s'acquista, intese Ennio quando
scrisse:<quote rend="block">
<lg rend="italic"><l>Vivu' volito per ora virum:</l></lg></quote></p>
<p>E Virgilio quando, ad imitazion sua, cantò:<quote rend="block">
<lg rend="italic">
<l>Victorque virum volitare per ora.</l></lg></quote></p>
<p>Non è dunque necessario che il signor Cato, per ritrovare
la convenevolezza di questa metafora, ad alcun Dedalo
fuggitivo abbia risguardo; ma a colui, e al fratello più
tosto il potrebbe avere, i quali con Ercole e con Giasone
andarono a l'acquisto del vello d'oro; e, se ben mi
rammento, armati, ed insieme alati sono descritti.</p>
<p>E questo voglio che mi giovi d'aver detto per
interpretazione di questo sonetto, e di quelle parole
particolarmente, delle quali alcun dubbio avea il signor
Cato. Desidero nondimeno che Sua Signoria tenga questa
scrittura presso di sè sin ch'io possa rivedere la divisione
degli Dei fatta da Varrone, della quale Santo Agostino nel
libro <hi rend="italic">De Civitate Dei</hi> fa menzione, e la Geneologia degli
Dei del Boccaccio; perchè ho volontà di ragionare
filosofando degli Dei de' Gentili in altro proposito, che in
questo dell'interpretazione del mio sonetto; nella quale
poche delle dette cose son peraventura necessarie, e quelle
stesse che necessarie non sono, debbono forse essere meglio
considerate.</p></div1></body></text></TEI.2>
