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      <title>Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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        <title>Tutte le opere di Giacomo Leopardi</title>
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        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Flora, Francesco</editor>
        <publisher>A. Mondadori</publisher>
        <pubPlace>Milano</pubPlace>
        <date>1962</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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    <div1 n="Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica">
<p>Se alla difesa delle opinioni de' nostri padri e de' nostri avi e di tutti i
secoli combattute oggi da molti intorno all'arte dello scrivere e segnatamente
alla poetica si fossero levati uomini famosi e grandi, e se agl'ingegni forti e
vasti si fosse fatta incontro la forza e la vastità degl'ingegni, e ai pensieri
sublimi e profondi, la sublimità e profondità dei pensieri, nè ci sarebbe
oramai bisogno d'altre discussioni, nè quando bene ci fosse stato, avrei però
ardito io di farmi avanti. Ora s'è risposto fin qui alle cose colle parole, e
agli argomenti colle facezie, e alla ragione coll'autorità, e la guerra è stata
fra la plebe e gli atleti, e fra i giornalisti e i filosofi, di maniera che non
è maraviglia se questi imbaldanziscono e paiono tenere il campo, e noi tra
paurosi e vergognosi e superbi, tenendoci al sicuro come dentro a recinti di
muraglie e di torri, gl'insultiamo tuttavia cogli stessi motteggi, quasi
ch'esser ultimo a replicare fosse vincere; nè però questo stesso ci è
conceduto. Ma se la nostra causa è giusta e buona, e se noi siamo gagliardi e
valorosi, e se confidiamo nel favore del<add resp="ed">la</add> ragione e della
verità, che non usciamo e non combattiamo? e perchè mostriamo di non intendere
quello che intendiamo ottimamente ma che non ci quadra, o come ci persuadiamo
senza nessuna considerazione che sia falso quello che non intendiamo? Forse ci
basta di mantenere in quiete la coscienza nostra, e purch'ella con dubbi
importuni non ci molesti, e ci lasci seguitare sicuramente e lietamente i
nostri studi e i nostri scritti senza quella formidabile svogliatezza che
proviene dal timore di gittare il tempo e le fatiche, non ci curiamo d'altro, e
per questo fuggiamo di venire alle prese e giuochiamo largo, non temendo tanto
il nemico che è fuori quanto quello ch'è dentro di noi medesimi? No, per Dio,
non sia così; ma non cerchiamo altro che il vero: e se tutto quello che abbiamo
imparato è vano, e se quello che parea certo è falso, e quello che credevamo di
vedere non si vedeva, e quello che credevamo di toccare non si toccava, e se
tanti altissimi ingegni, e tanti dotti e tanti secoli tutti nè più nè meno si
sono ingannati, sia con Dio. Non guardiamo che bisognerà far conto di non avere
fino ad ora studiato nè sudato, anzi di avere e studiato e sudato da pazzi e
per niente, dire addio ai libri quasi nostri amici e compagni, bruciare gli
scritti nostri, e in somma farci da capo, e giovani o vecchi che siamo,
cominciare una vita nuova: rallegriamoci più tosto che ci sia toccato quello
che a' nostri maggiori non toccò, di conoscere finalmente il vero, e di questo
vero gioviamoci noi e facciamo ch'altri si giovi parimente. Ma se nebbie e
sogni e fantasmi sono più tosto le opinioni moderne, e se i nostri antenati
hanno veduto chiaro, e se la verità non ha penato tanti secoli a uscire al
giorno, perchè lasciamo che la gente sia confusa e ingannata, e che la gioventù
nostra stia in forse di quale delle due dottrine s'abbia a fidare? Confesso che
un silenzio magnanimo pareva a me pure il meglio, anzi la sola cosa che
convenisse ai veri savi in questa disputa: e l'esempio de' veri savi che non ci
aprono bocca, non mi confermava nella mia opinione nella quale era fermissimo,
ma mi consolava il vedere che il giudizio loro concordava in questo particolare
col mio. Nondimeno sì molte altre cose, come l'aver lette e considerate le
<title>Osservazioni</title> del Cavaliere Lodovico di Breme intorno alla poesia
moderna, secondochè la chiama egli, m'hanno indotto a pensare che se forse il
commuoversi di un uomo illustre e il rompere quel silenzio disdegnoso potrebbe
nuocere, il comparire di un uomo oscuro il quale dica non motti ma ragioni, non
possa nuocere e possa giovare, perchè nè la sconfitta d'un fiacchissimo
combattente potrà pregiudicare alla fama dell'esercito, e caso ch'egli paresse
aver fatto qualche cosa, si potrà stimare quante e quanto più grandi ne
farebbero i forti. Senz'altro le
<title>Osservazioni</title> del Cavaliere a me paiono pericolose; e dico
pericolose, perchè sono per la più parte acute e ingegnose e profonde, e
questo, se a noi non par vero quello che pare al Breme, dobbiamo giudicare che
sia pericoloso, potendo persuadere a molti quello che secondo noi è falso, e
che certamente è di tanto rilievo quanto le lettere e la poesia. Però così
debole come sono, ho deliberato di vedere se l'affetto che porto focosissimo
alla mia patria e molto più al vero, mi darà forza dicendo e per la patria e
per quello ch'io credo vero. Userò, come ho detto, le ragioni, e niente altro
che le ragioni: non so se saranno metafisiche, ma saranno ragioni; e se non
tutte o non molte nuove, da questo stesso facilmente si potrà inferire che le
opinioni di coloro che si chiamano romantici, posto che non sieno antiche,
certo hanno radici antichissime, e con istrumenti d'antichissimo uso si possono
abbattere e sradicare. E come mi terrò lontano da molte usanze di quei che per
l'addietro sono venuti a quistione coi romantici, così massimamente non
proccurerò nè mi vanterò di non intendere, del qual costume si lagna il Breme a
ragione, imperocchè chi del continuo protesta di non intendere, quegli rifiuta
ogni controversia. Ma, dirò pure quello che sento, a volere intender bene il
Cavaliere e qualcheduno de' romantici, forse alle volte non basta nè il
desiderio nè l'ingegno, ma ci vuole un cuore che sappia aprirsi e diffondersi e
palpitare d'altro che di paura o cose simili, e una mente non al tutto
inesperta del fuoco e dell'impeto delle arti belle. Ora se la mia mente sia
tale, e se il mio cuore abbia mai palpitato per cagione non vile, non è cosa da
farne discorso: basta ch'io penso d'avere intesi i ragionamenti del Cavaliere:
questo però nè egli nè altro lo dovrà credere alle mie parole, ma sì bene ai
fatti, cioè se io nel discutere le osservazioni del Cavaliere, darò indizio
d'averle intese. Tratterò della poesia romantica non già pienamente, che questo
da vero sarebbe un carico disadatto alle mie spalle, ed io togliendolo mi
mostrerei temerario non coraggioso; ma quanto basterà per tener dietro alle
<title>Osservazioni</title> predette: e già quest'assunto non è piccolo, anzi
io guardando come di lontano la folla delle materie dentro la quale bisogna
ch'io mi cacci, quasi mi sbigottisco, e non so che strada troverò d'esser breve
in tanta moltitudine di cose e in tanta necessità d'esser chiaro. Tuttavia
stimo che agitando le opinioni del Breme verrò anche a tentare i fondamenti
delle opinioni romantiche, se bene queste sono così confuse e gregge e
scombinate e in gran parte ripugnanti che bisogna quasi assalirle a una a una,
e atterrata una parte dell'edifizio, l'altra non pertanto si tiene in piede,
segno non di fortezza ma di sconnessione, e però di debolezza. E incominciando
dico che non paleserò il nome mio, per non far vista di credere nè che altri,
letto quello ch'io scriverò, possa desiderare d'aver notizia di chi scrisse, nè
che il mio nome manifestato vaglia a darmi a conoscere, ignotissimo com'egli è.
Per queste cagioni terrò nascosto il mio nome, non per timore, o Italiani,
ch'io non temerò mai scrivendo il vero e scrivendo come potrò per voi, nè
l'odio di chicchessia nè il potere o la fama di chicchessia.</p>
<p>Già è cosa manifesta e notissima che i romantici si sforzano di sviare il
più che possono la poesia dal commercio coi sensi, per li quali è nata e vivrà
finattantochè sarà poesia, e di farla praticare coll'intelletto, e strascinarla
dal visibile all'invisibile e dalle cose alle idee, e trasmutarla di materiale
e fantastica e corporale che era, in metafisica e ragionevole e spirituale.
Dice il Cavaliere che la smania poetica degli antichi veniva soprattutto
dall'ignoranza, per la quale maravigliandosi <emph>balordamente</emph> d'ogni
cosa, e credendo di vedere a ogni tratto qualche miracolo, pigliarono argomento
di poesia da qualunque accidente, e immaginarono un'infinità di forze
soprannaturali e di sogni e di larve: e soggiunge che presentemente, avendo gli
uomini considerate e imparate, e intendendo e conoscendo e distinguendo tante
cose, ed essendo persuasi e certi di tante verità, <emph>nelle facoltà
loro</emph> non sono, dic'egli co' suoi termini d'arte, <emph>compatibili
insieme e contemporanei questi due effetti, l'intuizione logica e il prestigio
favoloso: smagata è dunque di questa immaginazione la mente dell'uomo</emph>.
Ora da queste cose, chi voglia discorrer bene e da logico, segue
necessarissimamente che la poesia non potendo più ingannare gli uomini, non
deve più fingere nè mentire, ma bisogna che sempre vada dietro alla ragione e
alla verità. E notate, o lettori, sul bel principio quell'apertissima e famosa
contraddizione. Imperocchè i romantici i quali s'accorgevano ottimamente che
tolta alla poesia già conciata com'essi l'avevano, anche la facoltà di fingere
e di mentire, la poesia finalmente nè più nè meno sarebbe sparita, e di netto
si sarebbe immedesimata e diventata tutt'uno colla metafisica, e risoluta in un
complesso di meditazioni, non che abbiano soggettata pienamente la poesia alla
ragione e alla verità, sono andati in cerca fra la gentaglia presente di
ciascheduna classe, e specialmente fra il popolaccio, di quelle più strane e
pazze e ridicole e vili e superstiziose opinioni e novelle che si potevano
trovare, e di queste hanno fatto materia di poesia; e quello ch'è più mirabile,
intantochè maledicevano l'uso delle favole greche, hanno inzeppate ne' versi
loro quante favole turche arabe persiane indiane scandinave celtiche hanno
voluto, quasi che <emph>l'intuizione logica</emph> che col <emph>prestigio
favoloso</emph> della Grecia non può stare, con quello dell'oriente e del
settentrione potesse stare. Ma di questa incredibile contraddizione d'aver
fatto tesoro delle favole orientali e settentrionali dopo scartate le favole
greche come ripugnanti ai costumi e alle credenze e al sapere dell'età nostra,
parlerò più avanti a suo luogo. Ora tornando al Cavaliere, seguita egli dicendo
immediatamente che la facoltà immaginativa è sostanzialissima nell'uomo, di
maniera che non può svanire nè scemare, ma per l'opposto arde oggi come sempre
d'<emph>essere invasa rapita innamorata atterrita</emph> <emph rend="sc">E
PERFIN SEDOTTA</emph> (qui sta il punto); <emph>nè avverrà mai che non
soggiaccia alle</emph> <emph rend="sc">ILLUSIONI</emph> <emph>delle forme
armoniche, alle estasi della sublime contemplazione, all'efficacia dei quadri
ideali, purchè non sieno più arbitrari</emph> <emph rend="sc">DEL TUTTO, E DEL
TUTTO</emph> <emph>nudi di analogia con quel vero che ne circonda, o con quello
ch'è in noi</emph>. Ed ecco come anch'egli concede che la poesia debba
ingannare, la qual cosa poi asserisce e conferma risolutamente in cento altri
luoghi delle sue osservazioni. A me pare di scorgere molto chiaramente che il
Cavaliere medesimo arrivato a questo passo vide che il suo ragionamento si
piegava, e la punta si disviava, e s'io non erro, quelle parole
<emph>perfino</emph> e <emph>del tutto</emph> sono la saldatura ch'egli ci
volle fare, come tutto giorno si fa, dopo che quello, torcendosegli fra le
mani, se gli fu rotto. Ma questa saldatura è veramente di parole, perchè dalle
cose precedenti seguita che la poesia non possa nè debba ingannare, e se ella
può e deve ingannare, tutti i raziocini susseguenti del Cavaliere e dei
romantici, non avendo dove posino, è forza che caschino a terra. Imperocchè non
c'è chi non sappia che bisogna distinguere due diversi inganni; l'uno
chiameremo intellettuale, l'altro fantastico. Intellettuale è quello per
esempio d'un filosofo che vi persuada il falso. Fantastico è quello delle arti
belle e della poesia a' giorni nostri; giacchè non è più quel tempo che la
gente si guadagnava il vitto cantando per le borgate e pe'chiassuoli i versi
d'Omero, e che tutta la Grecia raunata e seduta in Olimpia ascoltava e ammirava
le storie d'Erodoto più soavi del mele, onde poi nel vederlo, l'uno diceva
all'altro, mostrandolo a dito: <emph>Questi è quegli che ha scritte le guerre
di Persia, e lodate le vittorie nostre</emph>: ma oggi i lettori o uditori del
poeta non sono altro che persone dirozzate e, qual più qual meno, intelligenti:
vero è ch'il poeta in certo modo deve far conto di scrivere pel volgo; se bene
i romantici pare che vengano a volere per lo contrario ch'egli scriva pel volgo
e faccia conto di scrivere per gl'intelligenti, le quali due cose sono
contraddittorie, ma quelle che ho detto io, non sono; perchè la fantasia
degl'intelligenti può bene, massime leggendo poesie e volendo essere ingannata,
quasi discendere e mettersi a paro di quella degl'idioti, laddove la fantasia
degl'idioti non può salire e mettersi a paro di quella degl'intelligenti. Ora
di questi che ho detto essere i lettori o uditori del poeta, l'intelletto non
può essere ingannato dalla poesia, ben può essere ed è ingannata molte volte
l'immaginativa. Il Cavaliere dunque e col Cavaliere i romantici, quando gridano
che il poeta nel fingere s'adatti ai costumi e alle opinioni nostre e alle
verità conosciute presentemente, non guardano che il poeta non inganna
gl'intelletti nè gl'ingannò mai, se non per avventura in quei tempi
antichissimi che ho detto di sopra, ma solamente le fantasie; non guardano che
sapendo noi così tosto come, aperto un libro, lo vediamo scritto in versi, che
quel libro è pieno di menzogne, e desiderando e proccurando quando leggiamo
poesie, d'essere ingannati e nel metterci a leggere preparando e componendo
quasi senz'avvedercene la fantasia a ricevere e accogliere l'illusione, è
ridicolo a dire che il poeta non la possa illudere quando non s'attenga alle
opinioni e ai costumi nostri, quasi che noi non le dessimo licenza di lasciarsi
ingannare più che tanto, e che ella non avesse forza di scordarsi nè il poeta
di farle scordare e opinioni e consuetudini e checchessia, non guardano che
l'intelletto in mezzo al delirio dell'immaginativa conosce benissimo ch'ella
vaneggia, e onninamente e sempre tanto crede al meno falso quanto al più falso,
tanto agli Angeli del Milton e alle sostanze allegoriche del Voltaire quanto
agli Dei d'Omero, tanto agli spettri del Bürger e alle befane del Southey
quanto all'inferno di Virgilio, tanto che un Angelo collo scudo celeste
<emph>di lucidissimo diamante</emph> abbia difeso Raimondo, quanto che Apollo
coll'egida <emph>irsuta</emph> e <emph>fimbriata</emph> abbia preceduto Ettore
nella battaglia. In somma tutto sta, come ho detto da principio, se la poesia
debba illudere o no; se deve, com'è chiaro che deve, e come i romantici
affermano spontaneamente, tutto il resto non è altro che parole e sofisticherie
e volerci far credere a forza d'argomenti quello che noi sappiamo che non è
vero; perchè in fatti sappiamo che il poeta sì come per cristiano e filosofo e
moderno che sia in ogni cosa, non c'ingannerà mai l'intelletto, così per pagano
e idiota e antico che si mostri, c'ingannerà l'immaginazione ogni volta che
fingerà da vero poeta.</p>
<p>Resta perciò che questi potendo illudere come vuole, scelga dentro i confini
del verisimile quelle migliori illusioni che gli pare, e quelle più grate a noi
e meglio accomodate all'ufficio della poesia, ch'è imitar la natura, e al fine,
ch'è dilettare. E sia pure più malagevole a preparare quelle illusioni che ci
debbono quasi vestire d'opinioni e consuetudini diverse dalle nostre: non è
obbligo nè virtù del poeta lo scegliere assunti facili, ma il fare che paiano
facili quelli che ha scelti. Ora bisogna vedere se quel poeta che non va molto
dietro alle opinioni e alle usanze d'oggidì, posto che del rimanente sia gran
poeta, diletta più o meno gli animi, seconda più o meno la natura e per tanto
il buon gusto, di chi tuttavia s'attiene alle cose presenti: imperocchè è
manifesto che quella strada la quale conduce al maggiore e sostanziale e sodo e
puro e naturale diletto degli uditori, quella senz'altro va tenuta nella
poesia, non potendo accadere che questa c'inganni mai altro che l'immaginativa.
Ma forse, contuttoch'il volgo, non mica ieri nè ierlaltro, ma da lunghissimo
tempo abbia finito di sentire la voce dei poeti, vorranno i romantici che
anch'egli debba essere effettivamente uditore o lettore del poeta; e questo
mentrechè si sforzano di rendere la poesia quanto più possono astrusa e
metafisica e sproporzionata all'intelligenza del volgo. Comunque sia, poniamo
che questo possa essere indotto ad ascoltare o leggere i poeti: più facilmente
crederò che altri speri di farlo di quello che si possa fare; ma poniamo che
sia fatto, e che però anche l'illusione intellettuale sia possibile al poeta:
primieramente domando quale delle due sia meglio; o adattandosi alla religione
alle opinioni ai costumi e in questa maniera conciliandosi la credenza del
popolo, e contuttociò mentendo così per la necessità della poesia; come perchè
grandissima parte delle opinioni del popolo è falsa, ingannarlo positivamente,
e riempiergli la testa d'errori e di fandonie, e conficcarci meglio quelle che
ci sono, e confortarlo alle fanciullaggini, e accrescergli le superstizioni e
gli spauracchi, e corroborargli l'ignoranza; o seguendo altre opinioni e
costumi, fingere in maniera che il volgo abbia sì bene da tali finzioni quel
diletto ch'è il fine della poesia, ma non le creda fuorchè coll'immaginativa, e
quindi senza nessun danno. Imperocchè, tratta materia di poesia dalla religione
e dalle opinioni e dai costumi presenti, di necessità deve accadere una di
queste tre cose; o che il poeta non menta mai, e non sia più poeta; o che
mentendo inganni gl'intelletti del volgo, e gli noccia veramente ed empiamente,
sopraccaricandolo di credenze vane e malvage, atteso ch'in materia di
religione, secondo noi, qualunque credenza falsa è malvagia; o che gl'inganni
solamente le immaginative, e da questo (conceduto che possa avvenire, che certo
non avverrebbe se non di rarissimo, perchè il volgo per lo più crederebbe da
vero) discendo a quello ch'io voleva dire in secondo luogo, cioè che potendo il
poeta ingannare le fantasie anche quando non s'attenga alle credenze e agli usi
moderni, quello che s'è detto in proposito degl'intelligenti, dee valere anche
per gl'idioti; sì che per questi parimente andrebbero scelte quelle finzioni
che dilettassero meglio, più o meno che ingannassero, stante ch'il fine della
poesia non è l'ingannare ma il dilettare: l'inganno pel poeta è un mezzo,
capitalissimo certo, ma basta l'inganno dell'immaginazione, se no nessuno
degl'intelligenti sarebbe dilettato dalla poesia, e quell'inganno che può stare
col vero e proprio diletto poetico. Queste cose che ho dette del popolo,
bisogna intenderle dirittamente, il che avverto perchè quasi pare ch'io tenga
contro i romantici che la poesia non debba esser popolare, quando e noi la
vogliamo popolarissima, e i romantici la vorrebbero metafisica e ragionevole e
dottissima e proporzionata al sapere dell'età nostra del quale il volgo
partecipa poco o niente. Ma già ho notato due volte questa contraddizione dei
romantici, e di contraddizioni la nuova filosofia ne ribocca; talmente che
forse in progresso mi toccherà qualche altra volta di combattere due opinioni
contrarie, l'una delle quali s'avvicini alla nostra, e se il lettore non ci
guarderà molto per minuto, gli dovrà parere ch'io combatta me medesimo. Ora
cerchiamo quello che ho detto, cioè quale delle due maniere sia più naturale
nella poesia e più sodamente dilettevole tanto agl'intelligenti che agl'idioti,
voglio dire o l'antica o la moderna.</p>
<p>E l'esperienza e la conversazione scambievole e lo studio e mille altre
cagioni che non occorre dire, ci hanno fatti col tempo tanto diversi da quei
nostri primi padri che se questi risuscitassero, si può credere che a stento ci
ravviserebbero per figli loro. Laonde non è maraviglia se noi così pratici e
dotti e così cambiati come siamo, ai quali è manifesto quello che agli antichi
era occulto, e noto un mondo di cagioni che agli antichi era ignoto, e certo
quello che agli antichi era incredibile, e vecchio quello che agli antichi era
nuovo, non guardiamo più la natura ordinariamente con quegli occhi, e nei
diversi casi della vita nostra appena proviamo una piccolissima parte di quegli
effetti che le medesime cagioni partorivano ne' primi padri. Ma il cielo e il
mare e la terra e tutta la faccia del mondo e lo spettacolo della natura e le
sue stupende bellezze furono da principio conformate alle proprietà di
spettatori naturali: ora la condizione naturale degli uomini è quella
d'ignoranza; ma la condizione degli scienziati che contemplando le stelle,
sanno il perchè delle loro apparenze, e non si maravigliano del lampo nè del
tuono, e contemplando il mare e la terra, sanno che cosa racchiuda la terra e
che cosa il mare, e perchè le onde s'innoltrino e si ritirino, e come soffino i
venti e corrano i fiumi e quelle piante crescano e quel monte sia vestito e
quell'altro nudo, e che conoscono a parte a parte gli affetti e le qualità
umane, e le forze e gli ordigni più coperti e le attenenze e i rispetti e le
corrispondenze del gran composto universale, e secondo il gergo della nuova
disciplina le <emph>armonie della natura</emph> e le <emph>analogie</emph> e le
<emph>simpatie</emph>, è una condizione artificiata: e in fatti la natura non
si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con
mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca
a marcia forza i suoi segreti: ma la natura così violentata e scoperta non
concede più quei diletti che prima offeriva spontaneamente. E quello che dico
degli scienziati dico proporzionatamente più o meno di tutti gl'inciviliti, e
però di noi, massime di quella parte di noi che non è plebe, e tra la plebe di
quella parte ch'è cittadina, e di qualunque è più discosto dalla condizione
primitiva e naturale degli uomini. Non contendo già dell'utile, nè mi viene
pure in mente di gareggiare con quei filosofi che piangono l'uomo dirozzato e
ripulito e i pomi e il latte cambiati in carni, e le foglie d'alberi e le pelli
di bestie rivolte in panni, e le spelonche e i tuguri in palazzi, e gli eremi e
le selve in città: non è del poeta ma del filosofo il guardare all'utile e al
vero: il poeta ha cura del dilettoso, e del dilettoso alla immaginazione, e
questo raccoglie così dal vero come dal falso, anzi per lo più mente e si
studia di fare inganno, e l'ingannatore non cerca il vero ma la sembianza del
vero. Le bellezze dunque della natura conformate da principio alle qualità ed
ordinate al diletto di spettatori naturali, non variano pel variare de'
riguardanti, ma nessuna mutazione degli uomini indusse mai cambiamento nella
natura, la quale vincitrice dell'esperienza e dello studio e dell'arte e d'ogni
cosa umana mantenendosi eternamente quella, a volerne conseguire quel diletto
puro e sostanziale ch'è il fine proprio della poesia (giacchè il diletto nella
poesia scaturisce dall'imitazione della natura), ma che insieme è conformato
alla condizione primitiva degli uomini, è necessario che, non la natura a noi,
ma noi ci adattiamo alla natura, e però la poesia non si venga mutando, come
vogliono i moderni, ma ne' suoi caratteri principali, sia, come la natura,
immutabile. E questo adattarsi degli uomini alla natura, consiste in rimetterci
coll'immaginazione come meglio possiamo nello stato primitivo de' nostri
maggiori, la qual cosa ci fa fare senza nostra fatica il poeta padrone delle
fantasie. Ora che così facendo noi, ci s'apra innanzi una sorgente di diletti
incredibili e celesti, e che la natura invariata e incorrotta discopra allora
non ostante l'incivilimento e la corruzione nostra il suo potere immortale
sulle menti umane, e che in somma questi diletti sieno anche oggidì quelli che
noi pendiamo naturalmente a desiderare sopra qualunque altro quando ci
assettiamo ad essere ingannati dalla poesia, di leggeri si può comprendere, sol
tanto che, oltre il fatto medesimo, si ponga mente alla nostra irrepugnabile
inclinazione al primitivo, e al naturale schietto e illibato, la quale è per
modo innata negli uomini, che gli effetti suoi perchè sono giornalieri non si
considerano, e accade in questa come in mille altre cose, che la frequenza
impedisce l'attenzione. Ma da quale altra fonte derivano e il nostro infinito
affetto alla semplicità de' costumi e delle maniere e del favellare e dello
scrivere e d'ogni cosa; e quella indicibile soavità che ci diffonde nell'anima
non solamente la veduta ma il pensiero e le immagini della vita rustica, e i
poeti che la figurano, e la memoria de' primi tempi, e la storia de' patriarchi
e di Abramo e d'Isacco e di Giacobbe e dei casi e delle azioni loro ne' deserti
e della vita nelle tende e fra gli armenti, e quasi tutta quella che si
comprende nella Scrittura e massimamente nel libro della Genesi; e quei moti
che ci suscita e quella beatitudine che ci cagiona la lettura di qualunque
poeta espresse e dipinse meglio il primitivo, di Omero di Esiodo di Anacreonte
di Callimaco singolarmente? E quelle due capitali disposizioni dell'animo
nostro, l'amore della naturalezza e l'odio dell'affettazione, l'uno e l'altro
ingeniti, credo, in tutti gli uomini, ma gagliardissimi ed efficacissimi in
chiunque ebbe dalla natura indole veramente accomodata alle arti belle,
provengono parimente dalla nostra inclinazione al primitivo. E questa medesima
fa che qualora ci abbattiamo in oggetti non tocchi dall'incivilimento, quivi e
in ogni reliquia e in ogni ombra della prima naturalezza, quasi soprastando,
giocondissimamente ci compiacciamo con indistinto desiderio; perchè la natura
ci chiama e c'invita, e se ricusiamo, ci sforza, la natura vergine e intatta,
contro la quale non può sperienza nè sapere nè scoperte fatte nè costumi
cambiati nè coltura nè artifizi nè ornamenti, ma nessuna nè splendida nè grande
nè antica nè forte opera umana soverchierà mai nè pareggerà, non che altro, un
vestigio dell'opera di Dio. E che questo che ho detto, sia vero, chi è di noi,
non dico poeta non musico non artefice non d'ingegno grande e sublime, dico
lettore di poeti e uditore di musici e spettatore d'artefici, dico qualunque
non è così guasto e disumanato e snaturato che non senta più la forza di
nessuna fuorchè lorda o bassa inclinazione umana e naturale, — chi è che
non lo sappia e non lo veda e non lo senta e non lo possa confermare col
racconto dell'esperienza propria certissima e frequentissima? E se altri
mancano, chiamo voi, Lettori, in testimonio, chiamo voi stesso o Cavaliere: non
può mancare a voi quell'esperienza ch'io cerco, non può ignorare il cuor vostro
quei moti ch'io dico, non può essere che la natura incorrotta, che il
primitivo, che la candida semplicità, che la lezione de' poeti antichi non
v'abbia inebbriato mille volte di squisitissimo diletto; voi fatemi fede che
come le forme primitive della natura non sono mutate nè si muteranno, così
l'amore degli uomini verso quelle non è spento nè si spegnerà prima della
stirpe umana. Ma che vo io cercando cose o minute o scure o poco note, potendo
dirne una più chiara della luce, e notissima a chicchessia, della quale
ciascuno, ancorchè non apra bocca, mi debba essere testimonio? Imperocchè
quello che furono gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo
per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e
partecipi di quella ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle
credenze e di quella sterminata operazione della fantasia; quando il tuono e il
vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante e le mura de' nostri
alberghi, ogni cosa ci appariva o amica o nemica nostra, indifferente nessuna,
insensata nessuna; quando ciascun oggetto che vedevamo ci pareva che in certo
modo accennando, quasi mostrasse di volerci favellare; quando in nessun luogo
soli, interrogavamo le immagini e le pareti e gli alberi e i fiori e le nuvole,
e abbracciavamo sassi e legni, e quasi ingiuriati malmenavamo e quasi
beneficati carezzavamo cose incapaci d'ingiuria e di benefizio; quando la
maraviglia tanto grata a noi che spessissimo desideriamo di poter credere per
poterci maravigliare, continuamente ci possedeva; quando i colori delle cose
quando la luce quando le stelle quando il fuoco quando il volo degl'insetti
quando il canto degli uccelli quando la chiarezza dei fonti tutto ci era nuovo
o disusato, nè trascuravamo nessun accidente come ordinario, nè sapevamo il
perchè di nessuna cosa, e ce lo fingevamo a talento nostro, e a talento nostro
l'abbellivamo; quando le lagrime erano giornaliere, e le passioni indomite e
svegliatissime, nè si reprimevano forzatamente e prorompevano arditamente. Ma
qual era in quel tempo la fantasia nostra, come spesso e facilmente
s'infiammava, come libera e senza freno, impetuosa e istancabile spaziava, come
ingrandiva le cose piccole, e ornava le disadorne, e illuminava le oscure, che
simulacri vivi e spiranti che sogni beati che vaneggiamenti ineffabili che
magie che portenti che paesi ameni che trovati romanzeschi, quanta materia di
poesia, quanta ricchezza quanto vigore quant'efficacia quanta commozione quanto
diletto. Io stesso mi ricordo di avere nella fanciullezza appreso
coll'immaginativa la sensazione d'un suono così dolce che tale non s'ode in
questo mondo; io mi ricordo d'essermi figurate nella fantasia, guardando alcuni
pastori e pecorelle dipinte sul cielo d'una mia stanza, tali bellezze di vita
pastorale che se fosse conceduta a noi così fatta vita, questa già non sarebbe
terra ma paradiso, e albergo non d'uomini ma d'immortali; io senza fallo (non
m'imputate a superbia, o Lettori, quello che sto per dire) mi crederei divino
poeta se quelle immagini che vidi e quei moti che sentii nella fanciullezza,
sapessi e ritrargli al vivo nelle scritture e suscitarli tali e quali in
altrui. Ora che la memoria della fanciullezza e dei pensieri e delle
immaginazioni di quell'età ci sia straordinariamente cara e dilettevole nel
progresso della vita nostra, non voglio nè dimostrarlo nè avvertirlo: non è
uomo vivo che non lo sappia e non lo provi alla giornata, e non solamente lo
provi, ma se ne sia formalmente accorto, e purch'abbia filo d'ingegno e di
studio, se ne sia maravigliato. Ecco dunque manifesta e palpabile in noi, e
manifesta e palpabile a chicchessia la prepotente inclinazione al primitivo,
dico in noi stessi, cioè negli uomini di questo tempo, in quei medesimi ai
quali i romantici proccurano di persuadere che la maniera antica e primitiva di
poesia non faccia per loro. Imperocchè dal genio che tutti abbiamo alle memorie
della puerizia si deve stimare quanto sia quello che tutti abbiamo alla natura
invariata e primitiva, la quale è nè più nè meno quella natura che si palesa e
regna ne' putti, e le immagini fanciullesche e la fantasia che dicevamo, sono
appunto le immagini e la fantasia degli antichi, e le ricordanze della prima
età e le idee prime nostre che noi siamo così gagliardamente tratti ad amare e
desiderare, sono appunto quelle che ci ridesta l'imitazione della natura
schietta e inviolata, quelle che ci può e secondo noi ci deve ridestare il
poeta, quelle che ci ridestano divinamente gli antichi, quelle che i romantici
bestemmiano e rigettano e sbandiscono dalla poesia, gridando che non siamo più
fanciulli: e pur troppo non siamo; ma il poeta deve illudere, e illudendo
imitar la natura, e imitando la natura dilettare: e dov'è un diletto poetico
altrettanto vero e grande e puro e profondo? e qual è la natura se questa non
è? anzi qual è o fu mai fuorchè questa?</p>
<p>Nelle usanze e nelle opinioni e nel sapere del tempo nostro cercheremo la
natura e le illusioni? Che natura o che leggiadra illusione speriamo di trovare
in un tempo dove tutto è civiltà, e ragione e scienza e pratica e artifizi;
quando non è luogo nè cosa che abbia potuto essere alterata dagli uomini, in
cui la natura primitiva apparisca altrimenti che a somiglianza di lampo
rarissimo, dovunque coperta e inviluppata come nel più grosso e fitto panno che
si possa pensare; quando la maraviglia è vergogna; quando non è quasi specie
non forma non misura non effetto non accidente menomissimo di passione ch'altri
non abbia avvertito e non avverta ed esplori e distingua e smidolli; quando il
cuor nostro o disingannato dall'intelletto non palpita, o se anche palpita,
corre tosto l'intelletto a ricercargli e frugargli tutti i segreti di questo
palpito, e svanisce ogn'illusione svanisce ogni dolcezza svanisce ogni altezza
di pensieri; quando si spiano e s'uccellano gli andamenti dell'animo nostro non
altrimenti che i cacciatori facciano le salvaggine; quando gli affetti i moti i
cenni i diversi casi del cuore e della volontà umana si prevedono e predicono
come fanno gli astronomi le apparenze delle stelle e il ritorno delle comete;
quando non è persona d'ingegno alquanto vivo ed esercitato che non conosca
l'indole e i pregi e i difetti propri, e non sappia descrivere le cagioni de'
fatti e de' pensieri suoi, e discutere le speranze e i timori della sua vita
futura, e pronosticare di se medesimo e delle vicende del cuor suo; quando la
scienza dell'animo umano già certa e quasi matematica e risolutamente
<emph>analitica</emph>, secondo l'idioma scolastico de' moderni, per poco non
s'espone con angoli e cerchi, e non si tratta per computi e formole numerali?
<emph>La vicendevole fratellanza delle scienze e delle arti, i miracoli
dell'industria</emph>, l'esperienze le scoperte gli effetti dell'incivilimento
daranno lena, secondochè dice il Cavaliere, alla fantasia? quelle cose che
l'affogano l'avviveranno? la ragione ch'a ogni poco la mette in fuga e la
perseguita e l'assalisce e quasi la sforza a confessare ch'ella sogna,
l'esperienza che l'assedia e la stringe e le oppone al volto la sua
molestissima lucerna, la scienza che le contrasta e le sbarra tutti i passi col
vero, queste cose alimenteranno e conforteranno l'immaginativa? Non le
angustie, non le carceri non le catene danno baldanza alla fantasia, ma la
libertà, nè per lei sono campi le scienze nè i ritrovati, ma d'ordinario fossi
ed argini, nè la molta luce del vero può far bene a quella ch'è vaneggiatrice
per natura, nè di quelle cose onde s'arricchisce l'intelletto, s'arricchisce la
fantasia già sterminatamente ricca per se stessa; ma la sua prima e somma
ricchezza consiste nella libertà, ed il vero conosciuto ed il certo hanno per
natura di togliere la libertà d'imaginare. E se il fatto stesse come vogliono i
romantici, il confine dell'immaginativa sarebbe ristrettissimo ne' fanciulli, e
s'allargherebbe a proporzione che l'intelletto venisse acquistando; ma per lo
contrario avviene ch'egli ne' putti sia distesissimo, negli adulti mezzano, ne'
vecchi brevissimo. Laonde, come vediamo chiarissimamente in ciascuno di noi che
il regno della fantasia da principio è smisurato, poi tanto si va ristringendo
quanto guadagna quello dell'intelletto, e finalmente si riduce quasi a nulla,
così nè più nè meno è accaduto nel mondo; e la fantasia che ne' primi uomini
andava liberamente vagando per immensi paesi, a poco a poco dilatandosi
l'imperio dell'intelletto, vale a dire crescendo la pratica e il sapere,
fugata, e scacciata dalle sue terre antiche, e sempre incalzata e spinta, alla
fine s'è veduta, come ora si vede, stipata e imprigionata e pressoch'immobile:
e in questa sua condizione, o Lettori, la chiamano i romantici, la chiama il
Cavaliere beatissima, e padrona di vastissimi regni. Non però va creduto, come
pare che molti facciano, che col tempo sia scemata all'immaginazione la forza,
e venga scemando tuttavia secondochè s'aumenta il dominio dell'intelletto: non
la forza ma l'uso dell'immaginazione è scemato e scema; il quale e negli
antichi nè per giovanezza nè per maturità nè per vecchiezza non s'allentava mai
più che un poco, e in noi, come piglia piede la signoria dell'intelletto, così
va calando finattantoch'in ultimo quasi manca. Resta la forza ma oziosa,
restano i campi per li quali soleva esercitarsi la foga della fantasia, ma
chiusi dai ripari dell'intelletto: a volere che l'immaginazione faccia
presentemente in noi quegli effetti che facea negli antichi, e fece un tempo in
noi stessi, bisogna sottrarla dall'oppressione dell'intelletto, bisogna
sferrarla e scarcerarla, bisogna rompere quei recinti: questo può fare il
poeta, questo deve; non contenerla dentro le stesse angustie e fra le stesse
catene e nella stessa schiavitù, secondo la portentosa dottrina romantica: e
ogni volta che l'immaginativa è rimessa da un vero poeta nella condizione che
ho detto, chiamo il mondo in testimonio dell'attività ch'ella palesa in questo
medesimo tempo nelle medesime nostre menti.</p>
<p>Molti e gravissimi, o Lettori, sono i mali che ha recati all'immaginativa il
grande accrescimento della signoria dell'intelletto, dalla podestà dei quali la
libera il poeta come e per quel tempo che può. Ma il pregiudizio non tocca il
diletto solo, come porta la credenza comune: altre cose più sostanziali, benchè
questa è sostanzialissima, sono a parte del danno; e di ciò non è dubbio che
non s'avveda e non s'attristi qualunque non dico poeta nè oratore, ma filosofo
veramente acuto e sublime, e diverso dai più de' filosofi ch'oggi stanno in
lode e in riverenza. Qui potrei dire che la ragione in pressoch'infinite cose è
nemica formale della natura; che la ragione è nemica nelle cose umane di quasi
ogni grandezza; che spessissimo dove la natura è grande, la ragione è piccola;
che per lo più il grande nella stima degli uomini non è altra cosa che lo
straordinario, ma lo straordinario è contro o fuori dell'ordine di cui la
ragione è amica perpetua; che frequentissimamente vere ed eccessive piccolezze,
perchè sono straordinarie, si chiamano grandezze; che Alessandro e cento altri
tali sono, secondo la natura e la fama, grandi, secondo la ragione, pazzi, e la
pazzia, secondo la ragione, è sempre piccolezza; che appena può succedere che
altri sia grande e faccia cose grandi, s'ei non è signoreggiato dalle
illusioni, e che sia stimato grande, se le illusioni non hanno forza in altrui;
che quanto crescerà l'imperio della ragione, tanto, snervate e diradate le
illusioni, mancherà la grandezza degli uomini e dei pensieri e dei fatti; che
il poeta sopra qualunque altro ha bisogno d'illusioni potentissime, e
dev'essere in mille cose straordinario e in alcune quasi pazzo, ma questo è un
tempo di ragione e di luce che si burla degl'inganni, e quando anche non
volesse, a ogni modo li conoscerebbe, e conoscendoli gli sprezzerebbe; nè
concede facilmente altrui d'essere straordinario, ma per lo più con quel nome
formidabile c'ha imparato dalla ragione chiama la stranezza furore o stoltizia:
profonda miseria d'ogni arte bella e infinita calamità della poesia. Ma questo
è un soggetto oltremodo vasto, e i fondamenti di quello che ho detto circa
all'inimicizia della ragione e della natura, stanno nell'intima considerazione
del composto universale delle cose: però non mi ci fermo, non volendo a tanta
moltitudine di materie essenziali e necessarie del mio discorso, aggiungerne
delle superflue, quantunque confacevoli e strettissimamente affini al soggetto.
Taccio dunque tutto questo, non lodo i secoli antichi, non affermo che quella
vita e quei pensieri e quegli uomini fossero migliori dei presenti, so che
questi discorsi oggi s'hanno per vecchi e passati d'usanza, lascio ch'altri
giudichi a sua voglia delle cose ch'io potrei dire; sieno sogni di fantasie
disprezzatrici del presente e vaghe del lontano. Solamente dico che quella era
natura e questa non è; che l'ufficio del poeta è imitar la natura, la quale non
si cambia nè incivilisce; che quando la natura combatte colla ragione, è forza
che il poeta o lasci la ragione, o insieme colla natura, l'ufficio e il nome di
poeta; che questi può ingannare, e per tanto deve coll'arte sua quasi
trasportarci in quei primi tempi, e quella natura che ci è sparita dagli occhi,
ricondurcela avanti, o più tosto svelarcela ancora presente e bella come in
principio, e farcela vedere e sentire, e cagionarci quei diletti soprumani di
cui pressochè tutto, salvo il desiderio, abbiamo perduto, onde sia
presentemente l'ufficio suo, non solamente imitar la natura, ma anche
manifestarla, non solamente dilettarci la fantasia, ma liberarcela dalle
angustie, non solamente somministrare, ma sostituire; dico che chiamare la
poesia dal primitivo al moderno, è lo stesso che sviarla dall'ufficio suo,
volerla spogliare di quel sovrano diletto ch'è suo proprio, tirarla dalla
natura all'incivilimento. Ma questo nè più nè meno vogliono i romantici, e
conveniva bene che questo tempo, dopo averci snaturati indicibilmente tutti,
proccurasse in fine di snaturare la poesia, ch'era l'ultimo quasi rifugio della
natura, e d'impedire agli uomini ogni diletto ogni ricordanza della prima
condizione, e negasse il nome di poeta a chiunque verseggiando non esprimesse i
costumi moderni e lo spegnimento dei primitivi e la corruzione degli uomini.
Perchè in somma una delle principalissime differenze tra i poeti romantici e i
nostri, nella quale si riducono e contengono infinite altre, consiste in
questo: che i nostri cantano in genere più che possono la natura, e i romantici
più che posson l'incivilimento, quelli le cose e le forme e le bellezze eterne
e immutabili, e questi le transitorie e mutabili, quelli le opere di Dio, e
questi le opere degli uomini. La qual differenza e riluce abbondantemente nei
soggetti e nelle descrizioni e nelle immagini e in tutta la suppellettile e il
modo e l'elocuzione poetica, e in tutto il complesso della poesia, ed è chiara,
fra le altre cose, per portare un esempio pratico, nelle similitudini, le quali
i nostri proccurano comunemente di pigliare dalle cose naturali, onde avviene
che quelle presso loro sveglino ad ogni poco nella fantasia de' lettori mille
squisitissime immagini con maraviglioso diletto, ed è stato già notato che le
similitudini de' sommi poeti sono per lo più tratte dalle cose campestri; ma i
romantici con altrettanto studio s'ingegnano di cavarle dalle cose
cittadinesche, e dai costumi e dagli accidenti e dalle diverse condizioni della
vita civile, e dalle arti e dai mestieri e dalle scienze e fino dalla
metafisica, e fino (quando pare che la similitudine debba fare in certo modo
più chiara la cosa assomigliata) arrivano a paragonare oggetti visibili a
questo o a quell'arcano del cuore o della mente nostra; perchè in sostanza è
più chiaro del sole che i nostri cercano a tutto potere il primitivo, anche
trattando cose moderne, e i romantici a tutto potere il moderno, anche
trattando cose primitive o antiche. Laonde le similitudini di questi tali, e
parimente di quasi tutti i poeti inglesi e tedeschi, nella gente che noi
chiamiamo di buon gusto, cioè naturale, fanno per la più parte un senso come
grossolano così spiacevolissimo, che mentre ella leggendo s'aspetta e desidera
di scordarsi dell'incivilimento, a ogni tratto se lo vede ficcare avanti agli
occhi; giacchè presso quei poeti che ho detto, in cambio di montagne e foreste
e campi e spighe e fiori ed erbe e fiumi e animali e venti e nuvole, troverete
del continuo castelli e torri e cupole e logge e chiese e monasteri e
appartamenti e drappi e cannocchiali e strumenti manifatture officine d'ogni
sorta, e cose simili. Che ve ne pare o Lettori? non è un bel cambio questo? non
vedete che sono stufi dei vezzi celesti della natura, e cercano vezzi terreni?
non vedete che quei diletti che non trovano più o dicono di non trovare nelle
opere di Dio e nelle bellezze universali e perpetue, e che chiamano da
bisavoli, gli accattano dalle particolari e caduche, e dalla moda e dalle
fatture degli uomini? e in somma non vedete manifestissimamente che noi schiavi
noi pedanti noi matti amici dell'arte, siamo i veri e propri amici e partigiani
della natura, e questi liberi questi savi questi amici della sola natura, sono
assolutamente gli amici e i fautori e gl'imitatori dell'arte?</p>
<p>E benchè questo sarebbe il luogo di commuoversi e di gridare, — Ecco
il genere di poesia che vi manca, o italiani: di queste cose siete detti poveri
e ignoranti: queste ricchezze vi promette chi dice di volervi rigenerare e
risuscitare: a questi studi siete esortati e incitati e stimolati; tuttavia mi
conterrò, nè sopporterò che il dolore, e la miseria dell'argomento mi distacchi
dalla modestia che si conviene a questo discorso non altrimenti che a me.
Diranno che quelle tali similitudini, e in genere la poesia romantica diletta
soprammodo un infinito numero di persone. E dove bisognerebbe urlare,
risponderò posatamente. Tre cose fra le altre cagionano questo diletto. Prima
la corruzione dei gusti, la quale come regna in molti poeti, così parimente in
molti lettori; e in genere, come le fantasie de' poeti sono impastoiate, e
avvezze e domestiche alla tirannia degl'intelletti, così anche le fantasie de'
lettori, e come quelle per la maggior parte non sanno più dilettare come
debbono, così queste non sanno come una volta essere dilettate. E che perciò?
Non parvero un tempo Seneca e Plinio più dilettevoli di Cicerone? Lucano più di
Virgilio? E quelle incredibili stravaganze del seicento non piacquero in tutta
quanta l'Italia? E uno de' pochi sani, a chi gli avesse allegato il consenso
degli uomini in favore di quella barbarie, non avrebbe risposto allora questo
medesimo che rispondo io presentemente? e se fosse stato deriso, chi de' due
avrebbe avuto ragione? il deriso o i derisori? E primieramente, posto che il
genio alla poesia romantica sia tanto divulgato e potente in Europa, quanto fu
il genio alle pazzie del seicento in Italia, e soprattutto che qualunque è
dilettato dai romantici non possa essere dilettato dai nostri, domando che cosa
debbano fare quando il gusto sia magagnato e cattiva e torta la via tenuta
dalla moltitudine, quei poeti e quegli scrittori che conoscono tutto questo, e
sono immuni dalla corruttela. Sto a vedere che per iscriver cose <emph>da
contemporanei, non da bisavoli</emph>, dovranno adattarsi alla depravazione e
comporre piuttosto da barbari che da vecchi, e che nel seicento, come faceva
benissimo l'Achillini quando esclamava,</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg rend="italic">
<l>Sudate, o fochi, a preparar metalli,</l>
</lg> </q>
<p>così operava pessimamente il Menzini, quando e fuggiva con ogni studio
quello che il suo tempo cercava, e deridendo la goffaggine di quel gusto,
scriveva fra l'altre cose:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg type="non-definito">
<l> <emph>Via cominciam</emph>; <emph rend="sc">CO 'L FULMINE TREMENDO</emph>
</l>
<l> <emph rend="sc">MANDÒ IN PEZZI DI FLEGRA LA MONTAGNA,</emph> </l>
<l> <emph rend="sc">E 'L BARATRO A' GIGANTI APERSE ORRENDO</emph> </l>
<l> <emph rend="sc">GIOVE, CHE SPUNTA ANCOR CON LE CALCAGNA</emph> </l>
<l> <emph rend="sc">DELL'AUREE STELLE I SOLIDI ADAMANTI</emph> </l>
<l> <emph rend="sc">CHE SON CERCHI A CUI 'L CIEL FA DI LAVAGNA.</emph> </l>
<l> <emph>O che bel fraseggiare! o che galanti</emph> </l>
<l> <emph>Pensieri! Aspetto ancor che sieno le stelle</emph> </l>
<l> <emph>A ferza d'armonia palei rotanti.</emph> </l>
</lg> </q>
<p>Sto a vedere che si portarono pedantescamente e da sciocchi il Gravina e il
Maffei e gli altri che coll'opera e cogli scritti loro cacciarono finalmente
quella peste dall'Italia, ed operarono che si tornasse a leggere e stampare
Dante e il Petrarca i quali non erano nè contemporanei nè confacenti al gusto
di quell'età. Crediamo noi che non ci avesse anche allora chi gridasse che
quello era il gusto moderno, e quell'altro un gusto da passati, e beffasse la
gente sana come abbietta e schiava e superstiziosa, e divota dell'anticaglie, e
vaga della ruggine e della muffa, e ghiotta dello stantìo? Ma che valse? Non
hanno giudicato i posteri fra l'un gusto e l'altro? e quella barbarie, e quel
diluvio di versi e di scritti, e la memoria di quei poeti e di quegli scrittori
non è perita? E queste opinioni presenti e questa foggia poetica e questo gusto
non perirà? Perirà senza fallo, o Italiani, e i posteri si burleranno di voi se
l'avrete accolto, e vi chiameranno barbari, e si maraviglieranno della
stoltezza vostra come voi vi maravigliate della stoltezza di que' del seicento,
e la memoria di questo secolo sarà similmente vile e disprezzata. In secondo
luogo, lasciando stare che la corruzione d'oggidì molto è lungi che sia tanto
diffusa e radicata in Europa quanto ho supposto dinanzi, questo certamente
dico, che quegli stessi che sono dilettati dai romantici, possono a maraviglia
essere e sono frequentemente e vivamente dilettati dai nostri. Non è tanta la
forza della depravazione che possa formalmente opprimere la natura; e se in
qualcheduno è tale, se c'è persona al mondo per cui sieno onninamente chiuse le
fonti del diletto poetico vero e naturale e puro, indubitatamente, o Lettori,
il numero di queste anime dannate è così scarso o più tosto impercettibile, che
non è del poeta nè anche del filosofo il tenerne conto. Ma il trionfo della
verità e della natura sopra la corruttela delle opinioni e de' gusti umani, s'è
veduto anche nelle età più barbare; e uno stesso tempo esaltò il Marini e il
Chiabrera, e nel seicento furono letti e celebrati il Menzini e il Filicaia. Ma
che giova cercare esempi lontani, quando n'abbiamo in grandissima copia vicini
e presenti? Forsechè gli stessi romantici non sono intensamente dilettati da
Omero e da Anacreonte e dagli altri nostri? e forsechè non sanno e non vedono
che di quei tali diletti, sì come le poesie loro non ne vengono appena
spillando qualche rara goccia, così appresso gli antichi ne sgorga
continuamente a rivi da larghissima vena? E sanno e vedono queste cose, e sono
dilettati dagli antichi, e tuttavia negano che convenga al tempo nostro quella
maniera di poetare che diletta ineffabilmente non mica i <emph>bisavoli</emph>,
ma loro stessi; ed essendo dilettati da Omero, non vogliono che nessun poeta
possa dilettare presentemente in quella forma; credo, perch'avranno appaltato
quei tali diletti agli antichi, in maniera che i moderni che altrimenti
avrebbero potuto, per rispetto di questo non ne potranno più somministrare
legittimamente.</p>
<p>La seconda cagione del diletto recato dai romantici è la rozzezza e durezza
di molti cuori e di molte fantasie che di rado e appena s'accorgono dei tasti
delicatissimi della natura: ci vogliono urtoni e picchiate e spuntonate
romantiche per iscuoterle e svegliarle: gente alla quale i diletti fini e
purissimi sono come il rasoio alle selci; palati da sale e aceto, che par
ch'abbiano fatto il callo ai cibi e liquori gentili. Questa durezza molti
l'hanno da natura, molti dall'incivilimento, moltissimi da ambedue, corroborata
potentemente o aiutata la disposizione ingenita, che forse avrebbe potuto
cedere e illanguidire, dai costumi e dagli abiti e dalla snaturatezza
cittadinesca. Nella fantasia di costoro fa molto più caso qualche lampada mezzo
morta fra i colonnati d'un chieson gotico dipinta dal poeta, che non la luna su
di un lago o in un bosco; più l'eco e il rimbombo di un appartamento vasto e
solitario, che non il muggito de' buoi per le valli; più qualche processione o
spettacolo o festa o altra opera di città, che non messe o battitura o
vendemmia o potagione o tagliatura di legne, o pastura di greggi o d'armenti, o
cura d'api o di fratte o di fossi o di rivi o d'orti, o uccellagione o altra
faccenda di agricoltori o di pastori o di cacciatori; più lo stile corrotto e
cittadinesco e moderno, che non il semplice e primitivo. Non già che questi non
sieno capaci di nessuna dolcezza naturale e fina, nè che la natura di quando in
quando non li solletichi e diletti senza ch'essi ci badino, ma nella poesia per
un torpore d'immaginazione che a smuoverla ci bisognano gli argani, e che pena
a strascinarsi lontano una spanna, vogliono oggetti presenti, che la fantasia
non abbia da fare un passo per trovargli, e si contentano del piacere secco e
grosso di quelle tali immagini, lasciando il sugoso e sostanzioso e squisito
della natura e della poesia naturale. E oltrechè l'imitazione
dell'incivilimento e dell'arte a petto all'imitazione della natura è soprammodo
grossolana per se medesima, e perciò meglio atta a fare impressione in quei
cuori e in quelle immaginative, i romantici poi, cercando avidamente, e
scegliendo con infinito amore le cose straordinarie e pellegrine, e le
sterminatezze e gli eccessi anche dove imitano veramente la natura, menano a
quelle fantasie manrovesci tali che la crosta ch'hanno dintorno, per dura che
sia, non ci può reggere che non ne sbalzi via qualche pezzo, restandone
scoperto il vivo, o più tosto, quantunque gli oggetti sieno lontani, tuttavia
con quelle stranezze a marcia forza le spoltroniscono, e comechè sia ce le
tirano: onde quelle immaginazioni che resistono eccellentemente ai sospiri d'un
poeta tenero e infelice per una donna di Avignone, non può far che non cedano
tanto o quanto ai ruggiti d'un assassino per una Turca; e chi non batte
palpebra se il poeta proccura di mostrargli una riga di sangue sul petto d'un
guerriero giovane e valoroso, è forza che dia segni di vita allo spettacolo
d'un soldato ubbriaco, sfondato e sviscerato da una palla di cannone; e chi non
piega punto il viso a un collicello verde e battuto dal sole, bisogna pure che
di filo dia qualche occhiata a una gran roccia stagliata e nuda che sporge al
fianco d'una montagna, e pende orribilmente sopra un abisso cupo non so quante
miglia. Di questa durezza ne partecipa più o meno grandissima folla di persone,
giacchè finalmente cuori e fantasie così molli che piglino a prima giunta le
forme che il poeta vuol dare, e d'un senso così squisito che s'accorgano
immantinente dei più leggeri tocchi, e in somma cuori e fantasie che seguano
quasi spontaneamente il poeta dovechè vada, e talvolta lo precedano, e sempre,
come corde vivissime, risuonino spiccatamente alle menome percosse, non si
trovano fuorchè ne' poeti (dico poeti per natura, facciano versi o non
facciano): e per questo s'è dubitato dagli antichi, e si dubita dai moderni se
la moltitudine sia giudice competente del poeta; del qual dubbio so che cosa
pensino i romantici; ma pensino a modo loro; io di questo non parlo: solamente
dico (tornando al proposito di quei duri e difficili parte alla natura parte
alla poesia): scrivano per questi tali quei poeti che li somigliano, scrivano i
tedeschi e gl'inglesi, non gl'italiani per Dio, fra i quali e non regna così
largamente, e d'ordinario non è molto intima nè gagliarda quella durezza. E
certo quella facilità e cedevolezza di cuore e d'immaginativa, e anche quella
mobilità e vispezza che può stare nelle fantasie volgari e che le assomiglia a
quelle de' poeti, e segnatamente quell'indole adattata ad accogliere e sentire
la soavissima operazione della pura e delicata e santa natura che non è nè
leziosa nè feroce, nè Sibarita nè Scita, nè spiritosa nè spiritata, e non
s'imitò mai nè colle smorfie nè colle civetterie nè colle arguzie sempiterne,
nè colle sfacciatezze nè colle scapigliature nè colle bestialità nè cogli
orrori sempiterni, e in breve i fondamenti del buon gusto, insieme con quelle
faville di fuoco poetico che possono essere disseminate per le fantasie
popolari, sono stati conceduti da Dio principalmente ai greci e agl'italiani; e
per gl'italiani intendo anche i latini, padri nostri: delle altre nazioni,
massime della tedesca e dell'inglese, io non dico niente; parlano i fatti.</p>
<p>L'ultima e capitalissima delle tre cagioni che ho detto, è la singolarità,
la quale sarebbe superfluo a dimostrare quanto smisuratamente possa
nell'immaginazione: così non occorre dire che spessissime volte l'efficacia
nelle scritture è tutt'uno colla novità o rarità; onde vedremo accadere
frequentemente che quella cosa che un poeta o uno scrittore esprime, poniamo,
con una parola nuova o per se stessa o per l'uso, e quindi efficace talmente
che susciti a maraviglia ne' Lettori l'immagine o il moto conveniente, venga
significata nello scrivere o nel favellare ordinario con una voce molto più
propria, ed anche per se stessa più vigorosa ed espressiva; e nondimeno
quell'altra voce, solamente perch'è nuova, fa effetto più che non avrebbe
potuto fare la parola corrente. E caso che quella o voce nuova o maniera di
adoperarla andasse in usanza, allora quel cotal passo efficace e notabile
diventerebbe ordinario, come senza fallo dev'essere accaduto a moltissimi
luoghi di poeti e scrittori antichi, in ispecie de' più studiati e imitati, e
però massimamente di Omero. Ed è tanta la forza della singolarità nella poesia,
che anche messa in opera come non doveva, a ogni modo si fa sentire
gagliardamente alle stesse persone di buon gusto: saranno offese e stomacate da
quelle immagini, ma converrà che le veggano mal grado loro. Venendo dunque al
caso nostro, non è, si può dire, in Europa, non in America nessun lettore di
poeti che non abbia le orecchie più o meno assuefatte alla maniera de' greci e
de' latini, parte perch'è la maniera ordinaria appresso più nazioni sì de'
poeti e sì della ciurma de' versificatori (la quale come in Italia vediamo ch'è
infinita, così fuori non ci lasciamo dare ad intendere che sia scarsissima); e
fino quei favellatori sguaiati che affettano il parlar poetico, pigliano
comunemente da essa e parole e frasi e concetti: lascio certi predicatori
fioriti, come li chiamano, i quali parimente accattano da essa la maggior parte
de' loro fiori; lascio tante infelici prose di qualsivoglia genere (e dicendo
infelici ho detto quasi lo stesso che innumerabili) sparse della stessa
infioratura; e brevemente la foggia poetica degli antichi è tanto usuale e
nota, massimamente fra noi, che nè pur le orecchie della plebe l'ignorano
affatto; ma anche fra i tedeschi e gl'inglesi fra i quali la foggia romantica è
più divulgata che altrove, non pare che perciò l'uso della nostra sia poco
frequente; certo leggono e citano e lodano alla giornata molte e molte loro
poesie d'altri tempi scritte al nostro modo: parte perchè gli stessi poeti
greci e latini sono conosciuti letti studiati usati maneggiati da tutto quanto
il mondo, e dai tedeschi e dagl'inglesi specialmente; questi trattiamo nella
puerizia; da questi, si può dire, impariamo che cosa sieno versi e poesia; a
questi esemplari conformiamo le prime idee che ci disegniamo in testa del
verseggiare e del poetare; questi si stampano in tutte le forme, si dichiarano
in tutti i modi, si trasportano in tutte le lingue in tutti i dialetti; di
questi si citano si ricordano s'accennano tutto giorno, scrivendo parlando, da
senno da burla, allusivamente espressamente, frasi versi sentenze immagini
descrizioni favole; questi è vergogna non aver letti, non averne su per le dita
fino alle menome finzioni, fino a un buon numero di concetti e di versi: in
somma non c'è popolo incivilito appresso il quale i poeti greci e latini non
facciano il forte della poesia; però non credo che ci sia popolo nella stima e
nell'assuefazione di cui la maniera poetica de' greci e de' latini non sia la
maniera ordinaria: la poesia romantica (lasciando stare che è creduta nuova,
almeno in parte o quanto all'accozzamento di cose non nuove) è non ordinaria
alle orecchie inglesi e tedesche, straordinaria alle francesi, ma molto più
alle italiane, perchè i francesi, benchè pare che facciano cattivo viso alla
nuova disciplina, è un pezzo che hanno accolto, non le stravaganze, ma tuttavia
grandissima ed essenzialissima parte della poesia romantica. Ora stando così le
cose, che maraviglia è che scuota meglio le immaginazioni una poesia nuova o
poco familiare, che non un'altra a cui sono tanto assuefatte? che s'interni
meglio una punta di stagno nuova e bene acuta, che non una d'acciaio vecchia e
per lunga opera, ottusa? Stupisca o mi opponga l'efficacia della poesia
romantica chi non conosce le fantasie degli uomini: io stupirei se succedesse
altrimenti. Ma che dico le fantasie? Nessuna cosa umana conosce chi non sa che
l'assuefazione fiacca le forze dei beni e dei mali, dei diletti e dei dolori
spirituali e corporali, e quasi ci toglie il vedere e il sentire quello che
vediamo e sentiamo continuamente, e che l'avvezzare è una delle tante forme
onde il tempo va incessantemente cambiando e consumando.</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg rend="italic">
<l>Tutto noia si fa, l'amore e il sonno</l>
<l>E i dolci canti e i graziosi balli,</l>
</lg> </q>
<p>dice Omero; e in effetto, come ciascuno sa e predica, nessuna cosa è tanto
bella nè piacevole che a lungo andare non annoi: così la nostra maniera
poetica, essendo pur cosa umana per quanto sia dilettevole e prossima al
divino, può tediare senza fallo; del che qualunque la riprende, con molto più
convenienza riprenderebbe la natura delle cose, cioè finalmente Iddio. Avviene
non di rado che taluno stufo del dolce sia più dilettato dall'amaro: diremo per
questo che l'amaro sia un buon sapore? e che sia meglio del dolce? e che il
dolce sia cattivo? Ma non parliamo del fastidio, parliamo della forza e del
dominio della nostra maniera poetica sulle immaginazioni e sui cuori, ch'è
stenuato incredibilmente dall'uso; dico della maniera in genere, all'antichità
e volgarità della quale non è maraviglia che prevalga la novità e singolarità
di un'altra; che del resto la facoltà di trovare e di far cose nuove non
mancherà fuorchè insieme colla natura ai poeti che adopreranno quella stessa
maniera antica, vale a dire agl'imitatori della natura. E quanto alla poesia
romantica, facciamo ch'ella pigli piede, e si propaghi, e diventi, ch'è
impossibile, così conosciuta e trita e volgare com'è la nostra presentemente:
allora si vedrà che cosa ella possa per se medesima senza la novità: quando
quel vocabolario di frasi e descrizioni e altre tali cose, che adesso perch'è
nuovo o raro, sveglia tante immagini e tanti moti, fatto vecchio e comune, non
isveglierà più niente, si vedrà quanta parte di quel gran diletto, di quella
gran forza dei romantici venisse dalle proprietà, non sostanziali nè
intrinseche, ma estrinseche e casuali della poesia loro: nè ci vuole troppo
tempo nè troppo uso perchè questo succeda, nè tanto quanto n'è bisognato
proporzionatamente per la poesia nostra; che lo stagno non pena tanto a
logorarsi quanto l'acciaio: nondimeno tolga Iddio ch'il mio detto sia
confermato dall'esperienza, e che la poesia romantica sia rovinata dall'uso: e
quando io credessi che questa mia scrittura dovesse giungere ai posteri, come
so che non giungerà, vorrei più tosto che dubitassero se ciò che ho detto sia
vero, di quello che mi lodassero come profeta, giacch'è meglio che molti
dubitino, di quello che quasi tutti sieno corrotti, e che un secolo disputi, di
quello che un mezzo secolo sia barbaro. Ora poichè la poesia, come tutte le
cose di questo mondo, a forza d'uso si snerva, che rimedio ci troverà questo
nostro tempo scopritore e ritrovatore? Stimo che acciocch'ella mantenga sempre
quell'efficacia che proviene dalla novità, bisogni mutar foggia di quando in
quando, e come adesso, in luogo dell'antica, buona per li pedanti, e disadatta
al tempo nostro, abbiamo la romantica, così quando questa sarà tanto o quanto
appassita, se ne debba mettere in sua vece un'altra, e dopo un'altra, e così di
mano in mano. Che andiamo noi cercando bellezze eterne e immutabili? Qualunque
cosa non si muta, qualunque dura sempre, non fa per la poesia: questa vuol cose
caduche, cose che si rinnuovino, cose che passino: abbia anch'ella le sue mode,
diventi leggera per esser sempre gagliarda; duri ciascuna foggia quanto può
durare una moda: nella fama de' poeti non fo variazione: duri a un di presso
quanto dura presentemente: spero che si potranno stampare i giornaletti a
posta, colle mostre di ciascheduna poesia che andrà venendo in usanza, come
adesso si stampano quelli delle altre mode colle loro figurine. Queste paiono
burle, o Lettori; pur voi sapete e vedete quanto poco sieno lontane dal fatto.
Ma lasciamo queste fanciullaggini. La novità o singolarità che cagiona
principalmente l'efficacia e il diletto della poesia romantica, non è già
quella degli oggetti, ma quella dell'imitazione, la quale può essere singolare
in due modi, e per le forme sue proprie, cioè se il poeta imiti in qualche
maniera straordinaria, e per gli oggetti, cioè se il poeta imiti qualche
oggetto o parte di oggetto che non soglia essere imitata nella poesia. E
notate, o Lettori, che anche questa seconda singolarità è propria veramente
dell'imitazione e non degli oggetti, stante ch'io non ho detto che questi
debbano essere singolari, ma poco imitati. Anzi una delle cose che aiutano
massimamente la poesia romantica oltre alle tre considerate finora, è che
moltissimi degli oggetti ch'ella imita, sono per noi comuni e presenti, e ci
stanno o ci passano tutto giorno avanti agli occhi; dico segnatamente le cose
cittadinesche e le usanze del tempo nostro. Imperocchè allora è grandissima
l'efficacia della poesia, quando l'imitazione è rara, l'oggetto comune. E dico
l'imitazione rara nell'uno dei modi specificati qui sopra, o in tutti e due.
Quest'è una verità manifesta e notabilissima, che si dimostrerebbe facilmente e
chiaramente se ci occorresse altra prova che l'esperienza di ciascheduno, e da
cui si possono derivare molte e gravissime osservazioni intorno alla poesia, nè
pedantesche nè romantiche, i quali due generi sono assai meno discordi, anzi
assai meno dissimili che non pare. E da questo si comprende quanto sia scaduta
la condizione della poesia da quello ch'era anticamente; dico di quella poesia
ch'eseguisce l'ufficio suo, che imita la natura e non l'arte, e perchè col
tempo l'arte in moltissime cose ha prevaluto alla natura, perciò quanto alla
maniera è primitiva e non moderna. Ora l'efficacia di questa poesia che sola è
propriamente poesia, la doveano sentire gli antichi meglio di noi, come
sappiamo che facevano, imperocchè un tempo furono affatto ordinari in essa
tutti e due quegl'inestimabili accidenti, la rarità dell'imitazione e la
familiarità degli oggetti, le quali cose sono poi venute scemando l'una e
l'altra. E quanto alla prima, ognuno vede che quando pochi poeti aveano cantato
e cantavano, e le forme particolari e minute dell'imitazione doveano essere in
grandissima parte rare anzi nuove, e di oggetti o parti d'oggetti non ancora o
poche volte imitati ci doveva essere grande abbondanza: lascio che la poesia
per se medesima essendo sempre rara, doveva anche sempre essere per questo
verso più efficace. Tutto questo proporzionatamente va detto altresì di quei
tempi meno remoti, i quali contuttoch'avessero buona quantità di poeti passati
e presenti, nondimeno le orecchie non erano così piene di poesia come le
nostre. Quanto alla seconda, è manifesto da sè che infinite cose naturali e
primitive furono per gli antichi quando più quando meno, prima sommamente poi
mezzanamente, sempre più comuni e familiari che non sono per noi, anzi molte
furono comuni per loro, che sono quasi sparite dal mondo; non già che la natura
la quale non solamente ne circonda e preme da ogni parte, ma sta dentro di noi
vivente e gridante, possa mai divenire straordinaria per gli uomini; ma il
mantello dell'incivilimento che nasconde tante parti della natura, non
all'animo nè al desiderio nostro, ma pure agli occhi, nascondeva assai meno
agli antichi, molto meno ampio e molto più rado, e un tempo scarsissimo e
trasparente; non odono più il poeta la plebe e gli agricoltori che una volta
l'udiano o più tosto lo vedeano dipingere con tanto amore quegli oggetti e
quelle faccende ch'essi aveano tutto il giorno avanti agli occhi e per le mani;
sono periti i costumi primitivi o vicini ai primitivi; e non solamente questi,
anche altri molto lontani da essi che tuttavia conservavano un certo bellissimo
color naturale (dico quelli de' greci ch'ebbero ai tempi, per esempio, di
Pericle, e quelli de' romani ch'ebbero ai tempi di Silla e di Cesare e
d'Augusto, e gli altri tali), sono parimente vecchi e remoti: il che, se bene
giova alla maraviglia e a molte illusioni, pregiudica all'evidenza, e
all'efficacia ordinaria della poesia. Queste cose i romantici presso cui
l'imitazione è così straordinaria e buona parte degli oggetti così comune, e
che gridano tanto perch'il poeta imiti le cose moderne e presenti, le avranno
senz'altro non solamente ponderate ma sviscerate, e fatte norma del loro
poetare. Oh per l'appunto. In fatti cercano col candelino, come ho già detto di
sopra, quelle più strane cose che si possono immaginare, o sieno semplicemente
stravaganze singolarissime per natura loro; o sieno eccessi di qualsivoglia
genere, segnatamente misfatti atrocissimi, cuori e menti d'inferno, stermini
subbissi orrori diavolerie strabocchevoli, così altre invenzioni da
Spaccamonti; o sieno oggetti forestieri lontanissimi dagli occhi e dalla
consuetudine dell'Europa o di quella tal nazione alla quale ciascuno di loro
scrive, sconosciutissimi almeno ai sensi della più parte e sovente di quasi
tutti i Lettori loro; o sieno costumi casi favole allegorie parimente
forestiere e lontanissime, che per noi spesso e in qualunque modo, e
massimamente nelle poesie loro, sono tanti geroglifici; o finalmente sieno cose
quantunque vicine e nostrali, tuttavia rare e poco note o ignote alla
moltitudine, come dire animali infermità officine lavorii strumenti, edifizi di
costrutture singolari, che pochi hanno veduto o sentito, o che si vedono o
sentono di rado, avvenimenti che poche volte succedono, e cose tali: in somma,
chi non sapesse che vogliono anche il moderno e il comune anzi il triviale,
parrebbe, come effettivamente pare a prima vista, che in vece del comune non
cercassero negli oggetti altro che il singolare, non già specificamente quello
rispettivo alla poesia (vale a dire che questa non soglia imitare quei tali
oggetti), ma il singolare in genere, cioè tanto questo, quanto il rispettivo a'
paesi nostri e l'assoluto; e che non a bello studio ma per mero accidente
s'abbattessero a imitare oggetti comuni, cioè perchè questi sono anche tali da
non poter essere stati molto imitati dalla poesia. E viene in parte da questo
amore verso la singolarità che fanno incetta di cose vili e oscene e fetide e
schifose, non istraordinarie in nessun modo per se, nè rispettivamente a' paesi
nostri, ma sì bene rispettivamente alla poesia, perchè finora i poeti erano
stati cigni e non corvi che volassero alle carogne; ma i romantici perchè
queste carogne sono intatte, e però possono far effetto, ci vanno sopra di
tutta voglia, e ci ficcano e sguazzano il becco e l'ugne. E viene parimente da
esso bell'amore, se non in tutto, almeno in parte, quella segnalatissima
propensione al terribile o vogliamo all'orribile, per cui rigettando, come ho
detto più sopra, quasi tutte le idee fanciullesche, nondimeno accolgono, anzi
raccolgono con molta cura, insieme colle altre più mostruose, principalmente le
terribili. Ma di questa propensione, perchè ricercherebbe un lungo discorso,
non voglio entrare a parlare: e venendo agli oggetti straordinari o
assolutamente o relativamente a' paesi nostri, vedete o Lettori, come la nuova
scuola senta bene avanti in quella che chiamano <emph>psicologia</emph>, della
quale reputa e dice a tutte l'ore se stessa maestra e regina, e noi altri
ignoranti. Imperocchè, non vi par egli? è chiaro che l'immagine d'un oggetto a
chi non l'ha visto mai, o solamente una o due volte in sua vita, o anche non ha
pure un barlume del come è fatto, per qualche parola che gliene dica il poeta,
gli deve alla bella prima sorgere nella fantasia spiccatissima e intera. È
manifesto che chi non ha mai veduto nè anche dipinta una Giraffa un vitello
marino una Diomedea una palma una meschita o cose simili, o quando pure n'abbia
veduto qualch'effigie, non ne serba nessuna o quasi nessuna traccia nella
fantasia, letti quattro versi d'un romantico, crederà subito di vederle. Il
poeta ordinariamente non dipinge nè può dipingere tutta la figura, ma dà poche
botte di pennello, e dipinge e più spesso accenna qualche parte, o sgrossa il
contorno con entrovi alcuni tratti senza più: la fantasia, quando conosce
l'oggetto, supplisce convenientemente le altre parti, o aggiunge i colori e le
ombre e i lumi, e compie la figura. Così quando noi vediamo quei ritagli
d'oggetti che i pittori figurano in sull'estremo de' quadri, o fingendo che la
vista del rimanente sia parata da altri oggetti, come nel vedere il davanti o
il di dietro o il profilo, per esempio, di persona dipinta, c'immaginiamo tutta
la persona, similmente allora, purchè conosciamo quei tali oggetti, sapendo
com'è fatta a un di presso quella parte che non vediamo, e supponendo che non
manchi, ci formiamo bene e convenientemente nella fantasia la figura intiera.
Così quando vediamo una faccia umana disegnata o incisa a chiariscuri, o anche
semplicemente delineata, la fantasia ci aggiunge i colori naturali, e se
bisogna la ombreggia e lumeggia. Ma se noi non conosciamo gli oggetti imitati
dal poeta, e questi ce ne mostra solamente alcune parti o vero i contorni, non
può fare che non succeda l'una di queste tre cose; o che la fantasia nostra
vedendo chiaramente secondo la sua maniera di vedere le parti mostrate dal
poeta, non ci aggiunga niente, e le dovrà essere molto dilettevole il vedere
quelle teste o mezze teste, e quelle code, e quei pezzi di strumenti o di
arnesi forestieri o mal noti, sospesi in aria così per miracolo: (ma questo non
può succedere, perchè noi nel vedere, per esempio, una testa dipinta, non ce la
immaginiamo sola e staccata, se non quando il pittore non ha finto di
nascondere il resto del corpo, ma l'ha dintornata e terminata in maniera da
farla stare isolata e da se, giacchè allora non possiamo supporre che quello
che non vediamo, contuttociò non manchi, quantunque non apparisca, ma
conosciamo intieramente che non c'è altro fuori di quello che vediamo); o che
aggiunga il rimanente a capriccio e a ventura, facendo tanti ippogrifi e tanti
ircocervi e tanti innesti chimerici con quel diletto che può scaturire dal
mostruoso; o che non veda nè aggiunga nulla, o se pur vede, aggiunga
oscuramente e confusamente, come se un pittore ci mostrasse soltanto le zampe o
le corna di una bestia sconosciuta, o ce ne sbozzasse il dintorno; e questo
appunto è quello che avviene. E posto pure ch'il poeta disegni e colorisca per
minuto tutta quanta la figura, il che non può quasi mai; e quelle stesse parti
che può dipingere, come non dev'esser difficilissimo che le rappresenti
evidentemente alle fantasie quando l'oggetto non è conosciuto, e quasi
impossibile quando questo ha poco che fare con quelli che conosciamo, o vero ha
certe qualità o parti che la fantasia non si può giovar molto degli oggetti che
conosce per congetturarle a dovere; mentre vediamo quanto sia raro che altri ci
svegli la vera idea di questi tali oggetti, favellando e gestendo, e figurando
cogli atti e coi moti quello che descrive colle parole, e aiutando la favella
il meglio che può con cose visibili, e mentre non ce la svegliano gli scrittori
più accurati con molte pagine di prosa, se finalmente non ci pongono quegli
oggetti sotto gli occhi, effigiati in qualche maniera? Ed ecco l'efficacia di
questa singolarità, ecco la grande scienza <emph>psicologica</emph> della nuova
scuola, che sapendo come ha molta forza nella poesia la novità o la rarità, non
mette differenza tra quella ch'è propria dell'imitazione e quella ch'è propria
degli oggetti i quali per l'opposto vorrebbero esser comuni. E non parlo qui
del maraviglioso, il quale so che richiede cose straordinarie e queste non dico
di qual fatta debbano essere; parlo in ge<add resp="ed">ne</add>re di tutta la
poesia, parlo delle similitudini dei traslati delle immagini usuali, del
linguaggio poetico del magazzino de' romantici, il quale non so di che altri
oggetti propri sia corredato, fuorchè parte comuni ma fin qui o rigettati o
poco amati dalla poesia, parte singolari e stravaganti. Anche noi veramente
vogliamo, o più tosto la condizione de' tempi vuole ch'il poeta imiti molte
cose presentemente non comuni, dico le primitive; ma queste non possono essere
strane se non a quello a cui sia strana la natura; ne abbiamo tutti come i
germi in noi stessi, e le idee se non chiare almeno confuse, e la inclinazione
verso loro naturale e concreata; siamo stati tutti fanciulli, e partecipi
formalmente delle cose primitive, e sudditi alla natura primitiva; non è finita
nel mondo la vita campagnuola, nè finirà, perchè insieme finirebbe la vita
cittadinesca, ma è diffusa necessariamente per tutta la terra e poco meno che
avanti agli occhi di tutti gl'inciviliti, e conserva una gran parte di quei
costumi che sono spariti dalle città; appena si può dire che le cose primitive
non sieno comuni: contuttociò non neghiamo che la condizione de' poeti nostri
non sia per rispetto a questo inferiore a quella degli antichi, riputiamo e
chiamiamo svantaggio e disastro della poesia, che tanti soggetti propri della
imitazione poetica sieno diventati meno comuni, affermiamo che il poeta bisogna
ch'abbia gran riguardo alle cose presenti, che ha mestieri adesso di molto più
arte che non un tempo. E i romantici che condannano come lontane quelle cose
che o lontane o no che sieno quanto alla realtà, saranno sempre vicine e
all'immaginativa e al desiderio nostro, essi medesimi non forzati dalla
necessità, non dall'indole propria della poesia, non dalla condizione de'
tempi, nè anche per un capriccio passeggero, ma per proposito certo e costante
s'affaticano e s'ingegnano a tutto potere di trovar cose lontanissime o
singolarissime (che, facciamo conto, è tutt'uno, se non peggio); e mentre non
consentono che si pigli materia di poesia dall'antichità nostra, la pigliano
dall'Asia e dall'Africa e dall'America; e mentre non vogliono che si canti ai
bisavoli, cantano agli antipodi (lascio che di costoro non cantano solo il
presente ma eziandio l'antichissimo): e poi si gloriano che l'Asia e l'Affrica
e l'America e tutto il mondo è tributario de' versi loro; e poi riprendono e
scherniscono i poeti nostri dicendo che scrivono a pochi, mentrechè tanta parte
de' loro versi per fare l'effetto suo, vorrebbe un uomo che, fra le altre cose,
avesse veduto tutto il mondo, e non basterebbe, giacchè nè meno a costui
potrebbero esser comuni e familiari gli oggetti di tutto il mondo. In somma
contraddizioni e poi contraddizioni, in somma errori, assurdi, stravaganze,
fanciullaggini, in somma nessuna candidezza nessuna realtà, in somma un ammasso
un caos di sofisticherie di frenesie di mostruosità di ridicoli, è il dono, o
mia patria, che t'offeriscono non dico i nemici non gli stranieri, ma i figli.
Taluno dirà: non affermavi tu poco sopra che la poesia romantica è molto
efficace? Efficace ho chiamata quella parte della poesia romantica la quale
imita oggetti comuni o non singolari; efficace in tutti, anche nelle persone di
buon gusto, quantunque non altrimenti che il puzzo in chiunque ha odorato, e
massime in chi l'ha buono. Efficace ho detto altresì quella parte che imita
oggetti singolari, ma efficace nelle persone di fantasia dura e torpida, per le
quali ci vogliono cose o presentissime o lontanissime; non già che le immagini
di queste seconde, figurate dal poeta, le vedano costoro meglio degli altri;
anzi le vedono oscuramente e senza paragone più nebbiose e più slavate che
altri non vede le immagini di cose nè presentissime nè troppo lontane, le quali
essi non arrivano a vedere, perchè nè s'adattano alla inerzia della fantasia
loro, rappresentando cose fra le quali ei s'aggirino continuamente, nè la
vincono col fracasso e coll'urto della novità della stravaganza della
maraviglia. Questi tali dunque fra il poco e il niente, scelgono senza nessuna
dubitazione il poco, attoniti che la poesia li faccia pur finalmente vedere
qualche cosa; e parendo loro un gran che, quello che ad altri pare una gran
miseria, preferiscono di gran lunga i romantici che li fanno veder poco e male,
ai nostri che fanno veder molto e bene altre fantasie ma non le loro. In questo
modo le stravaganze delle poesia romantica sono, come ho detto, efficaci in
costoro, non assolutamente, ma rispetto alla poesia nostra. La qual efficacia
chi non conosce quanto agevolmente e con quanto poco d'ingegno e di costo si
provveda? Chi non sa che si coglie più facilmente nel vero imitando lo
straordinario che l'ordinario? che in tutte le arti belle regolarmente è molto
più facile a imitare le cose eccessive che le mezzane? Lascio quando non
s'imita ma s'inventa; lascio che a qualunque o pittore o scultore o altro tale
artefice è molto più agevole il figurare di suo capo un demonio orribilissimo,
che non il ritrarre una persona non deforme; lascio che se, posto un oggetto da
imitare, è più facile il contraffarlo migliore ch'ei non è, di quello che tale
qual è, molto più sarà facile il contraffarlo peggiore. Mi vergogno, o Lettori
miei, di scriver cose che al presente, non dico voi, ma le sanno per poco i
fanciulli, il che non fo solamente adesso, ma ho fatto già più volte in questo
discorso, e per avventura farò; se non che penso come la colpa non è tanto mia
che ricordo cose note, quanto di quelli che mostrano d'ignorarle. Certo, o
Italiani, che se quella gente dura che dicevamo, vi paresse e molta fra voi, e
degna della poesia, se credeste che il poeta dovesse cantare a quelli che la
natura non ha fatti per ascoltarlo, se non giudicaste che in vece che la poesia
debba infracidire per amor loro, questi tali debbano lasciarla da canto, e
badare a cose alle quali sieno meglio adattati, giacchè si vive in questo mondo
anche senza poesia, brevemente se per qualunque o ragione o ghiribizzo vi
piacesse di tener dietro ai poeti inglesi e tedeschi, vi mancherebbe la lena, e
non sareste da tanto da dipingere in luoghi deserti e nascosti e favorevoli
all'assassinio, quarti di masnadieri, fumanti grondanti marciosi, pendenti da
alberi insanguinati, braccia gambe con parti di schiena e di ventre orlate di
strambelli; da mostrare uomini scelleratissimi, disperati urlanti, che si
sbalzassero giù da rupi alte quant'è un'occhiata, notare lo schiacciamento del
cranio e lo sprazzo delle cervella e lo spaccamento e lo sfracellamento di
tutto il corpo, e le interiora tutte nudate e sparpagliate, e ogni cosa
affogata in un pantano di sangue nero e gorgogliante; da introdurre di notte in
camere buie, rischiarate a poco a poco da un barlume pallido e sommesso,
scheletri o cadaveri che fiottando e scrollando catene, s'incurvassero sul
letto e accostassero la faccia gialla e sudata alla faccia di persona viva,
giacente senza voce senza respiro, assiderata dallo spavento. E non più tosto
il far cose di questa lega sarebbe un giuoco per voi, e se ricusate di poetare
e di applaudire a chi poeta in questa forma, se non mettete la gloria vostra,
compatriotti dei primi poeti del mondo rinato agli studi, nel seguitare i poeti
inglesi e tedeschi, se vi stomacate, se v'irritate con me, se appena vi tenete
di stracciare questa carta dove ho solamente accennato quello che a voi
converrebbe dipingere, viene che non credete degno della poesia quello ch'è
indegno della scrittura pedestre e del ragionamento familiare; viene che se non
siete effemminati e superstiziosi nel conservare la dignità e la venustà degli
scritti vostri come una nazione vostra vicina, che si spaventa della proprietà
delle parole e delle cose, e fugge l'efficacia, e condanna ogni bell'ardimento,
e snerva e snatura poco meno che tutta la poesia e tutto lo scrivere, nè anche
perciò siete vaghi dell'abbietto nè del vergognoso nè dell'infame, nè di
sozzurre nè di marciumi nè d'orrori nè di mostri, nè riputate che l'oggetto
della poesia che molti dicono essere il bello, sia principalmente il brutto;
viene che siete figli de' romani, allievi de' greci e non de' barbari, che
siete italiani e non tedeschi nè inglesi. Confesso il vero, che quanto più
riguardo agl'insegnamenti della nuova scuola e ai frutti che danno, tanto più
mi par dispregevole quello che m'era paruto notabile, tanto meno temo che
questa peste possa prender piede in Italia, tanto più voglia mi viene di
ridere, come s'è costumato finora, in cambio di discorrere, tanto più conosco e
lodo il senno di quei gravissimi letterati che per quanto il silenzio loro
dovesse dare alterigia e baldanza di vittoriosi ai nuovi settari, non hanno
stimato che questi potessero guadagnare contro di loro altra vittoria che di
condurgli a metter mano alle armi.</p>
<p>Ma per recare in poco quello che fin qui s'è disputato largamente, abbiamo
veduto come s'ingannino coloro i quali negando che le illusioni poetiche
antiche possano stare colla scienza presente, non pare che avvertano che il
poeta già da tempi remotissimi non inganna l'intelletto, ma solamente la
immaginazione degli uomini; la quale potendo egli anche oggidì, mantenuta
l'osservanza del verisimile e gli altri dovuti rispetti, ingannare nel modo che
vuole, dee scegliere le illusioni meglio conducenti al diletto derivato dalla
imitazione della natura, ch'è il fine della poesia; di maniera che non essendo
la natura cambiata da quella ch'era anticamente, anzi non potendo variare,
seguita che la poesia la quale è imitatrice della natura, sia parimente
invariabile, e non si possa la poesia nostra ne' suoi caratteri principali
differenziare dall'antica, atteso eziandio sommamente che la natura, come non è
variata, così nè anche ha perduto quella immensa e divina facoltà di dilettare
chiunque la contempli da spettatore naturale, cioè primitivo, nel quale stato
ci ritorna il poeta artefice d'illusioni; e che in questo medesimo stato nostro
è manifestissimo e potentissimo in noi il desiderio di questi diletti e la
inclinazione alle cose primitive: nè la poesia ci può recare altri diletti così
veri nè puri nè sodi nè grandi, e se qualche diletto è partorito anche dalla
poesia romantica, s'è veduto da quali cagioni proceda singolarmente, e come
questi diletti sieno miseri e vani appresso quelli che recano o possono recare
i poeti nostri, e come impropri della poesia.</p>
<p>Ora da tutto questo e dalle altre cose che si son dette, agevolmente si
comprende che la poesia dovette essere agli antichi oltremisura più facile e
spontanea che non può essere presentemente a nessuno, e che a' tempi nostri per
imitare poetando la natura vergine e primitiva, e parlare il linguaggio della
natura (lo dirò con dolore della condizione nostra, con disprezzo delle risa
dei romantici) è pressochè necessario lo studio lungo e profondo de' poeti
antichi. Imperocchè non basta ora al poeta che sappia imitar la natura; bisogna
che la sappia trovare, non solamente aguzzando gli occhi per iscorgere quello
che mentre abbiamo tuttora presente, non sogliamo vedere, impediti dall'uso, la
quale è stata sempre necessarissima opera del poeta, ma rimovendo gli oggetti
che la occultano, e scoprendola, e diseppellendo e spostando e nettando dalla
mota dell'incivilimento e della corruzione umana quei celesti esemplari che si
assume di ritrarre. A noi l'immaginazione è liberata dalla tirannia
dell'intelletto, sgombrata dalle idee nemiche alle naturali, rimessa nello
stato primitivo o in tale che non sia molto discosto dal primitivo, rifatta
capace dei diletti soprumani della natura, dal poeta; al poeta da chi sarà? o
da che cosa? Dalla natura? Certamente, in grosso, ma non a parte a parte, nè da
principio; vale a dire appena mi si lascia credere che in questi tempi altri
possa cogliere il linguaggio della natura, e diventare vero poeta senza il
sussidio di coloro che vedendo tutto il dì la natura scopertamente e udendola
parlare, non ebbero per esser poeti, bisogno di sussidio. Ma noi cogli orecchi
così pieni d'altre favelle, adombrate inviluppate nascoste oppresse soffocate
tante parti della natura, spettatori e partecipi di costumi lontanissimi o
contrari ai naturali, in mezzo a tanta snaturatezza e così radicata non
solamente in altri ma in noi medesimi, vedendo sentendo parlando operando tutto
giorno cose non naturali, come, se non mediante l'uso e la familiarità degli
antichi, ripiglieremo per rispetto alla poesia la maniera naturale di
favellare, rivedremo quelle parti della natura che a noi sono nascoste, agli
antichi non furono, ci svezzeremo di tante consuetudini, ci scorderemo di tante
cose, ne impareremo o ci ricorderemo o ci riavvezzeremo a tante altre, e in
somma nel mondo incivilito vedremo e abiteremo e conosceremo intimamente il
mondo primitivo, e nel mondo snaturato la natura? E in tanta offuscazione delle
cose naturali, quale sarà se non saranno gli antichi, specialmente alle parti
minute della poesia, la pietra paragone che approvi quello ch'è secondo la
natura, e accusi quello che non è? La stessa natura? Ma come? quando dubiteremo
appunto di questo, se avremo saputo vederla e intenderla bene? L'indole e
l'ingegno? Non nego che ci possano essere un'indole e un ingegno tanto
espressamente fatti per le arti belle, tanto felici tanto singolari tanto
divini, che volgendosi spontaneamente alla natura come l'ago alla stella, non
sieno impediti di scoprirla dove e come ch'ella si trovi, e di vederla e
sentirla e goderla e seguitarla e considerarla e conoscerla, nè da
incivilimento nè da corruttela nè da forza nè da ostacolo di nessuna sorta; e
sappiano per se medesimi distinguere e sceverare accuratamente le qualità e gli
effetti veri della natura da tante altre qualità ed effetti che al presente o
sono collegati e misti con quelli in guisa che a mala pena se ne discernono, o
per altre cagioni paiono quasi e senza quasi naturali; e in somma arrivino
senza l'aiuto degli antichi a imitar la natura come gli antichi facevano. Non
nego che questo sia possibile, nego che sia probabile, dico che l'aiuto degli
antichi è tanto grande tanto utile tanto quasi necessario, che appena ci sarà
chi ne possa far senza, nessuno dovrà presumere di potere. Non mancherà mai
l'amore degli uomini alla natura, non il desiderio delle cose primitive, non
cuori e fantasie pronte a secondare gl'impulsi del vero poeta, ma la facoltà
d'imitar la natura, e scuotere e concitare negli uomini questo amore, e pascere
questo desiderio, e muovere ne' cuori e nelle fantasie diletti sostanziosi e
celesti, languirà ne' poeti, come già langue da molto tempo. E qui non voglio
compiangere l'età nostra, nè dire come sia svantaggioso, quello che tuttavia,
così per la ragione che ho mentovata, come per altre molte, è, almeno
generalmente parlando, necessarissimo, nè pronosticare dei tempi che verranno
quello che l'esperienza dei passati e del presente dimostra pur troppo chiaro,
che qualunque sarà poeta eccellente somiglierà Virgilio e il Tasso, non dico in
ispecie ma in genere; un Omero un Anacreonte un Pindaro un Dante un Petrarca un
Ariosto appena è credibile che rinasca.</p>
<p>Ma omettendo di buona voglia questi presagi dolorosi, e pregando che sieno
falsi, non voglio lasciar di ammonire i romantici, che oramai si riposino da
quelle vane decrepite inette declamazioni contro l'uso delle favole greche. Non
ricordo qui le favole orientali e settentrionali, amori e delizie loro; non
metto in campo le disonestà le scelleraggini che sono, non pure incidenti, ma
soggetti principali delle poesie di quelli che ci rinfacciano tutto giorno, che
abbrividiscono che impallidiscono in ridursi a memoria i delitti favoleggiati
dagli antichi. Già le contraddizioni nelle cose della nuova setta non vanno più
notate. Sia concesso alle opinioni ai detti ai fatti dei romantici, poeti e
filosofi sommi, quello che non si sopporta negli uomicciattoli; che sieno
incoerenti e contraddittori. Sappiano che quando noi disputiamo che la poesia
moderna non si dee nè si può diversificare dall'antica, non difendiamo l'abuso
nè l'uso delle favole de' Gentili. Vogliamo che sieno essenzialmente comuni
alla poesia greca e latina colla presente e con quella di tutti i tempi, le
cose naturali necessarie universali perpetue, non le passeggere, non le
invenzioni arbitrarie degli uomini, non le credenze non i costumi particolari
di questo o di quel popolo, non i caratteri non le forme speciali di questo o
di quel poeta: le favole greche sono ritrovamenti arbitrari, per la più parte
bellissime dolcissime squisitissime, fabbricate sulla natura, come forse
accennerò nel progresso, ma fabbricate da altri non da noi, fabbricate, come ho
detto, sulla natura, non naturali; perciò non sono comuni agli antichi con noi,
ma proprie loro: non dobbiamo usurpare le immaginazioni altrui, quando o non le
facciamo nostre in qualche maniera, o non ce ne serviamo parcamente come di
cose poeticissime, notissime a tutti, usitatissime appresso quei poeti che
tutto il mondo legge ed esalta, fonti di ricchezza alla elocuzione poetica,
utilissime alla speditezza e alla nobiltà del dire, in generale, alla lontana,
come di fondamenti alle invenzioni nostre, adoperando la religione degli
antichi, come opportuna alle finzioni, amica de' sensi, e più naturale che
ragionevole non altrimenti che la poesia. Quindi, non solamente l'abuso delle
favole greche, non solamente le oscenità e le brutture, ma l'uso o smoderato o
sol tanto non parco, si sconsiglia e biasima e rigetta da qualunque de' nostri
ha senno e sapere; perchè noi non vogliamo che il poeta imiti altri poeti, ma
la natura, nè che vada accattando e cucendo insieme ritagli di roba altrui; non
vogliamo che il poeta non sia poeta; vogliamo che pensi e immagini e trovi,
vogliamo ch'avvampi, ch'abbia mente divina, che abbia impeto e forza e
grandezza di affetti e di pensieri, vogliamo che i poeti dell'età presente e
delle passate e avvenire sieno simili quanto è forza che sieno gl'imitatori di
una sola e stessa natura, ma diversi quanto conviene agl'imitatori di una
natura infinitamente varia e doviziosa. L'osservanza cieca e servile delle
regole e dei precetti, l'imitazione esangue e sofistica, in somma la schiavitù
e l'ignavia del poeta, sono queste le cose che noi vogliamo? sono queste le
cose che si vedono e s'ammirano in Dante nel Petrarca nell'Ariosto nel Tasso?
dei quali, e massimamente dei tre primi, è stato detto mille volte che sono e
similissimi agli antichi, e diversissimi. Che secolo è questo? a che si grida e
si strepita? dove sono i nemici? chi loda più la Sofonisba del Trissino perch'è
modellata secondo le regole di Aristotele, e l'esempio dei tragici greci? chi
legge l'Avarchide dell'Alamanni perch'è un'immagine fedelissima dell'Iliade? Ma
l'avere queste cose in dispregio, e il ricercare quelle che ho dette più sopra,
non ce l'hanno insegnato i romantici. Non hanno insegnato i romantici al Parini
che si aprisse una nuova strada, al Metastasio e all'Alfieri che non
somigliassero il Rucellai lo Speroni il Giraldi il Gravina, al Monti che non
imitasse Dante ma l'emulasse. Sappiano i nuovi filosofi che oramai lo
scagliarsi contro i pedanti è verissima e formale pedanteria, che o non
essendoci più pedanti, o se ci sono non potendo più nulla, e il tartassargli
essendo vano, perchè ad essi non giova, agli altri non occorre, o le voci o le
risa dei savi si volgeranno contro i successori de' pedanti che sono i
romantici, non per giovare a loro, che anche questo è impossibile, ma per
rispetto degli altri, quantunque il bisogno sia poco; sappiano che la
pedanteria non ha per natura d'essere quanto agli oggetti del suo culto o greca
o latina o italiana sol tanto, ma può essere, come in fatti è presentemente,
inglese tedesca europea mondiale; ch'è del pari pedantesco l'abborrire
ciecamente uno scrittore, e l'amarlo ciecamente; ch'è molto più pazzo e
intollerabile il dispregiare uno scrittore insigne e venerato da tutto il
mondo, che non l'adorarlo; si vergognino d'esser pronti a lodare chiunque citi
in materia di poesia lo Schlegel il Lessing la Staël, e di schernire chi cita
Aristotele Orazio Quintiliano; avvertano che se altri ride e se essi ridono di
<emph>amplificazione</emph> di <emph>prosopopea</emph> di
<emph>metonimia</emph> di <emph>protasi</emph> di <emph>epitasi</emph> e cose
tali, non si sa perchè non s'abbia da ridere di <emph>analogia</emph> di <gap/>
e di idee che <emph>armonizzano</emph> insieme, e d'altre
<emph>inarmoniche</emph>, e d'altre che <emph>simpatizzano</emph>; e chi vuole
andar dietro a contare i vocaboli o i modi o le cose pedantesche e ridicole de'
libri romantici? i quali non va messo in dubbio che non sia più ristretto
assunto il confutare che il deridere. Ma lasciamo queste inezie. Quanto debba o
possa concedere il poeta alle credenze e ai costumi presenti, è un soggetto che
ha mestieri d'essere trattato da altri filosofi, o chiarito da altri poeti che
non sono i romantici e non sono io. Però non ci pongo bocca. E queste
pochissime cose sieno dette intorno allo studio degli antichi; la qual materia
vastissima e rilevantissima, non nego, anzi confesso e affermo spontaneamente
che, non a caso, ma a bello studio, perchè questo discorso non si trasmuti in
un libro, lascio poco meno che intatta.</p>
<p>Ma i romantici e fra i romantici il Cavaliere s'appoggiano forte a quello
che il Cavaliere chiama <emph>patetico</emph>, distinguendolo con ragione dal
tristo e lugubre o sia dal malinconico proprio, quantunque esso patetico abbia
ordinariamente o sempre un colore di malinconia; e volendo che consista
<emph>nel profondo e nella vastità del sentimento</emph>, e descrivendolo in
guisa che non ci vuol molto a comprendere com'egli in sostanza col nome di
<emph>patetico</emph> vuol dinotare quello che comunemente con voce moderna se
guardiamo al tempo, se all'uso, antichissima, (tanto s'è adoperata e s'adopera
ai tempi nostri), si chiama <emph>sentimentale</emph>. Ora parendo al Cavaliere
che in quella parte della poesia che costumiamo di significare con questa voce,
regnino assolutamente i romantici, o perchè sia propria loro, o perchè in essa
avanzino di gran lunga gli altri poeti, perciò non dubita di anteporre i poeti
romantici ai nostri e segnatamente agli antichi. E che quella che ho detto, sia
veramente una parte e non tutta nè quasi tutta la poesia, come pensano il Breme
e i romantici con opinione maravigliosa in qualunque ha intelletto, incredibile
in chi si chiama filosofo, lo dirò poi. Non ignoro dunque che in certo modo qui
sta il nerbo delle forze nemiche; so che per giudizio d'alcuni, in questo
differiscono capitalmente i poeti romantici e i nostri, che quelli mirano al
cuore e questi alla fantasia; vedo la vastità e la scabrosità e se volete
l'importanza della materia: tuttavia tra perchè quanto il peso è maggiore,
tanto meno io mi ci debbo stimare adattato, e perchè credo che questo nerbo
venga a essere sgagliardito notabilmente dalle cose dette di sopra, e perchè
finora sono stato più diffuso che non era mio proponimento, non farò altro che
sfiorare il soggetto, ed essendo stato nelle cose precedenti più lungo, in
questa sarò più breve ch'io non voleva.</p>
<p>Primieramente, dicendo il Cavaliere che <emph>il patetico ha questo di
proprio e di distintivo, che da una circostanza fisica qualunque egli prende
occasione di più e più indentrarsi in tutta la profondità di quel sentimento
morale, che armonizza meglio coll'originaria sensazione</emph>; e del resto
essendo certo che il poeta è imitatore della natura, domando se le cose
naturali sveglino in noi questi moti o altrimenti che li vogliamo chiamare.
Diranno che infiniti e vivissimi. Ridomando se per forza loro, aiutata
solamente dalle disposizioni e dalle qualità dell'animo di ciascheduno; e se
anticamente quando per iscarsezza di quest'aiuto ch'io dico, non soleano fare
gli effetti di cui parliamo, contuttociò fossero nè più nè meno tali quali
sono, e avessero quella stessa forza che hanno presentemente. Risponderanno che
sì. Ora che cosa faceano i poeti antichi? Imitavano la natura, e l'imitavano in
modo ch'ella non pare già imitata ma trasportata nei versi loro, in modo che
nessuno o quasi nessun altro poeta ha saputo poi ritrarla così al vivo, in modo
che noi nel leggerli vediamo e sentiamo le cose che hanno imitate, in somma in
quel modo che è conosciuto e ammirato e celebrato in tutta la terra. Quegli
effetti dunque che fanno negli animi nostri le cose della natura quando sono
reali, perchè non li dovranno fare quando sono imitate? massimamente nel modo
che ho detto. Anzi è manifesto che le cose ordinarissimamente, e in ispecie
quando sono comuni, fanno al pensiero e alla fantasia nostra molto più forza
imitate che reali, perchè l'attenzione così al tutto come singolarmente alle
parti della cosa, la quale non è più che tanta, e spesso è poca o nessuna
quando questa si vede o si sente in maniera ordinaria, voglio dire nella
realtà, è molta e gagliarda quando la cosa si vede o si sente in maniera
straordinaria e maravigliosa, come nella imitazione. Aggiungete che lasciando
stare quanta sia l'efficacia delle cose, l'uomo nel leggere i poeti è meglio
disposto che non suole a sentirla qualunque ella è. Ora quella natura
ch'essendo tale al presente qual era al tempo di Omero, fa in noi per forza sua
quelle impressioni sentimentali che vediamo e proviamo, trasportata nei versi
d'Omero e quindi aiutata dalla imitazione e da quella imitazione che non ha
uguale, non ne farà? E nomino Omero più tosto che verun altro, parte perch'egli
è quasi un'altra natura, tanto per la qualità come per la copia e la varietà
delle cose, parte perchè s'ha per l'uno de' poeti meno sentimentali che si
leggano oggidì. Una notte serena e chiara e silenziosa, illuminata dalla luna,
non è uno spettacolo sentimentale? Senza fallo. Ora leggete questa similitudine
di Omero:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg rend="italic">
<l>Sì come quando graziosi in cielo</l>
<l>Rifulgon gli astri intorno della luna,</l>
<l>E l'aere è senza vento, e si discopre</l>
<l>Ogni cima de' monti ed ogni selva</l>
<l>Ed ogni torre; allor che su nell'alto</l>
<l>Tutto quanto l'immenso etra si schiude,</l>
<l>E vedesi ogni stella, e ne gioisce</l>
<l>Il pastor dentro all'alma.</l>
</lg> </q>
<p>Un veleggiamento notturno e tranquillo non lontano dalle rive, non è
oltremodo sentimentale? Chi ne dubita? Ora considerate o Lettori, questi versi
di Virgilio:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg lang="lat" rend="italic">
<l>Adspirant aurae in noctem, nec candida cursus</l>
<l>Luna negat, splendet tremulo sub lumine pontus.</l>
<l>Proxima Circaeae raduntur litora terrae,</l>
<l>Dives inaccessos ubi Solis filia lucos</l>
<l>Adsiduo resonat cantu, tectisque superbis</l>
<l>Urit odoratam nocturna in lumina cedrum,</l>
<l>Arguto tenues percurrens pectine telas.</l>
<l>Hinc exaudiri gemitus iraeque leonum</l>
<l>Vincla recusantum et sera sub nocte rudentum.</l>
</lg> </q>
<p>Che ve ne pare? Quelle cose che sono sentimentali in natura, non sono
parimente e forse da vantaggio in queste imitazioni? Come dunque diranno che i
poeti antichi non sono sentimentali, quando e la natura è sentimentale, e
questi imitano [e] per poco non contraffanno la natura?</p>
<p>Ma io so bene che questo per li romantici è un nulla: vogliono che il poeta
a bella posta scelga, inventi, modelli, combini, disponga, per fare impressioni
sentimentali, che ne' suoi poemi non sol tanto le cose ma le maniere sieno
sentimentali, che prepari e conformi gli animi de' lettori espressamente ai
moti sentimentali, che ce li svegli pensatamente e di sua mano, che in somma e
il poeta sia sentimentale saputamente e volutamente, e non quasi per ventura
come d'ordinario gli antichi, e ne' poemi il colore sentimentale sia risoluto
ed evidente e profondo. Ora io non dirò di questo sentimentale o patetico
quelle cose che tutti sanno; che poco o niente se ne può ritrovare non solo
appresso i barbari, ma appresso i nostri campagnuoli; ch'è tenuta per la più
sensitiva del mondo la nazione francese, la quale oggidì è parimente la più
corrotta del mondo e la più lontana dalla natura; che una sterminata quantità
di persone tanto dell'un sesso come dell'altro, non è sensitiva se non perc'ha
letto o legge romanzi e altre fole di questa lega, o viene udendo alla giornata
sospiri e ciarle sentimentali; di maniera che la sensibilità in costoro non è
altro che un mescuglio o una filza di rimembranze di storie di novelle di
massime di sentenze di detti di frasi lette o sentite; e mancata o illanguidita
la ricordanza, manca la sensibilità, o ne resta solamente qualche rimasuglio,
in quanto altri di quando in quando è mosso da questo o da quell'oggetto o
accidentuzzo a rammemorarsi delle cose che lesse o intese, e di quello che si
stimò, sì come io ho veduto effettivamente, e non presumo che infiniti altri
non abbiano del pari veduto o notato. Già se non ci avesse altra sensibilità
che questa o simili a questa, non sarebbe oscuro se il sentimentale fosse
materia conveniente d'altra poesia che di commedie o satire o scherzi di questa
sorta. Ma quello ch'io dirò non si deve intendere di questa sensibilità
impurissima e snaturatissima. Imperocchè io voglio parlare di quella intima e
spontanea, modestissima anzi ritrosa, pura dolcissima sublimissima, soprumana e
fanciullesca, madre di gran diletti e di grandi affanni, cara e dolorosa come
l'amore, ineffabile inesplicabile, donata dalla natura a pochi, ne' quali dove
non sia viziata e corrotta, dove non sia malmenata e soppressata e pesta,
tenerissima com'ella è, dove non sia soffocata e sterminata, dove in somma
vinca pienamente i fierissimi e gagliardissimi nemici che la contrariano, al
che riesce oh quanto di rado! e oltracciò non sia scompagnata da altre nobili e
insigni qualità, produce cose che durano, certo son degne di durare nella
memoria degli uomini. Questa sensibilità non confesso ma predico e grido ch'è
fonte copiosissimo di materia non solo conveniente ma propria della poesia. E
se concedo al Cavaliere, ch'ella sia meglio efficace in noi che non fu negli
antichi, non per questo vengo a dire che non sia naturalissima e, salvo in
quanto ad alcuni accidenti, primitiva, giacch'ella sì com'è in noi, così fu
naturalmente negli antichi, ed è parimente adesso ne' campagnuoli, ma impedita
di mostrare gli effetti suoi; laonde qualora gl'impedimenti furono più pochi o
più deboli, o ella più forte, si sviluppò e manifestossi, e alle volte diede
frutti che il mondo per anche ammira ed esalta, come accadde in Omero medesimo;
appresso al quale chi non sente come sia patetico quello scendere di Penelope
dalle sue stanze solamente perch'ha udito il canto di Femio, a pregarlo
acciocchè lasci quella canzone che racconta il ritorno de' Greci da Troia,
dicendo com'ella incessantemente l'affanna per la rimembranza e il desiderio
del marito, famoso in Grecia ed in Argo; e le lagrime di Ulisse udendo a
cantare i suoi casi, che volendole occultare, si cuopre la faccia, e così va
piangendo sotto il lembo della veste finattanto ch'il cantore non fa pausa, e
allora asciugandosi gli occhi, sempre che il canto ricomincia, si ricuopre e
ripiange; e cento altre cose di questa fatta? Che bisogno c'è ch'io ricordi
l'abboccamento e la separazione di Ettore dalla sposa, e il compianto di questa
e di Ecuba e di Elena sopra il cadavere dell'eroe, mercè del quale, se mi è
lecito far parola di me, non ho finito mai di legger l'Iliade, ch'io non abbia
pianto insieme con quelle donne; e soprattutto il divino colloquio di Priamo e
di Achille? il quale non mi maraviglio che sia conteso ad Omero da qualche
filologo: mi maraviglierei, se non sapessi che i romantici non fanno caso
d'incongruenze, che il Cavaliere tanto infervorato contro ai pedanti abbia dato
orecchio a questa razza di filologi. Che dirò di Ossian, e dei costumi e delle
opinioni così di lui come dei personaggi de' suoi poemi, e della sua nazione a
quei tempi? Ognuno vede senza ch'io parli, com'egli per essere e per parere al
Breme <emph>oltremodo patetico</emph> sì nella <emph>situazione</emph> e sì
nell'<emph>espressione</emph>, non ebbe mestieri di molto incivilimento. Ma il
Petrarca, al quale il Breme non <emph>conosce poeta che nel genere</emph>
sentimentale <emph>meriti di essere anteposto, quel miracolo d'ineffabile
sensibilità</emph>, non visse in un tempo che non c'era nè
<emph>psicologia</emph> nè <emph>analisi</emph> nè scienza altro che misera e
tenebrosa, quando la stampa era ignota, ignoto il nuovo mondo, il commercio
scambievole delle nazioni e delle province ristretto e scarso e difficile,
l'industria degli uomini addormentata da più secoli in poi, le credenze peggio
che puerili, i costumi aspri, quasi tutta l'Europa o barbara o poco meno? Certo
<emph>la mente dell'uomo</emph> non <emph>si era</emph> per anche
<emph>ripiegata sul cuore</emph>, non <emph>ne aveva notato i lamenti</emph>,
non <emph>ascoltato la lunga istoria</emph>; <emph>l'animo umano</emph> non
<emph>avea raccontato le migliaia cose alla immaginazione ritornando sulle
diverse sue epoche e svolgendo le diverse sue Epopeie naturali, giudaiche,
pagane, cristiane, selvagge, barbare, maomettane, cavalleresche,
filosofiche</emph> quando quello stesso secolo che produsse in Dante il secondo
Omero, produsse nel Petrarca il maraviglioso l'incomparabile il sovrano poeta
sentimentale, chiamato così non dico dai nostri ma dai romantici. E già che
vale cercare esempi, e riandare le età passate? Non vediamo in questo medesimo
tempo che la sensibilità in altri è vivacissima, in altri più rimessa, in altri
languida, in altri nessuna, secondochè piace alla natura? nè quello che la
natura ha fatto si può cambiare? nè può meglio chi non è nato sensitivo divenir
tale, con tutta la civiltà e la scienza presente, di quello che possa diventar
poeta chi non è nato alla poesia? Non vediamo come la sensibilità si manifesti
e diffonda, singolarmente efficace e pura e bella, ne' giovanetti, e
ordinarissimamente si vada poi ritirando e nascondendo, o magagnando e
sfigurando, a proporzione che l'uomo col crescere in età perde la prima
candidezza, e s'allontana dalla natura? Che più? Di quanto crediamo che sia
tenuta all'incivilimento quella qualità umana che ogni volta ch'è schietta ed
intensa, le leggi di questo incivilimento vogliono che, dimostrandosi, venga
burlata come cosa da collegiali; e perchè, secondo l'assioma antichissimo di
quella nazione che è capo e mente delle nazioni incivilite, il ridicolo è il
maggior male che possa intervenire alle persone gentili, perciò vogliono che
chiunque ha vera sensibilità guardi bene di non dimostrarla? tanto che si
lasciano in pace e si lodano solamente quelli che quando si mostrano sensitivi,
apparisce o vero è noto che o fingono, o la sensibilità negli animi loro ha
poco fondo, o è guasta e scontraffatta. Dei quali costumi scellerati e omicidi
che dirò io? Non caperebbero queste carte, non soffrirebbero gli occhi vostri,
o Lettori, le esecrazioni ch'io spargerei, se dessi sfogo allo sdegno, contro
questo iniquo soffocamento strage devastazione di cosa veneranda e santissima,
conforto di queste miserie, cagione e premio di fatti magnanimi, seconda vita
più cara della comune, e quantunque aspersa di molte lagrime, tuttavia meno
dissimile a quella degl'Immortali. E qui mi avvedo com'è soverchio tutto questo
discorso. Imperocchè chi può dubitare che non sia naturalissima quella qualità
ch'è quasi divina? Chi può credere che una vena così larga di moti così vivi,
che una qualità così pura così profonda così beata così maravigliosa arcana
ineffabile, sia nata dall'esperienza e dagli studi umani? Forsechè non vediamo
di che diversa natura sieno quelle derivate da questi principii, o vero da
questi massimamente aiutate a sorgere e fomentate e corroborate? come esili
come stentate come misere come secche come tutte in certo modo impure, come
inette ad allagare e sommergere gli animi nostri, rispetto a questa? alla quale
non rassomigliano altrimenti che gli arboscelli educati ne' giardini dall'arte
agli alberi cresciuti nelle campagne e ne' monti dalla natura. In somma chi non
vede in quelle la mano degli uomini, in questa la mano di Dio? Chi ha mai
provato veruno effetto di sensibilità pura e bene interna, che non sappia come
questi effetti sono spontanei, come sgorgano mollemente, come non da
scaturigine artifiziale ma ingenita? Non sono di questa specie le fatture
nostre, nè l'incivilimento è legno da tali frutti: non facciamo a noi
tant'onore nè tanto aggravio; non ci arroghiamo di aver potuto quello che non
potè nè potrà mai nessuno fuori che Dio, non ci abbassiamo oltre al dovere,
giudicando terreno in noi quello ch'è celeste.</p>
<p>Ora non negando, conforme ho detto, che la sensibilità, comunque
naturalissima, tuttavia dimostri meglio oggidì gli effetti suoi che non fece
anticamente, dico che nell'esprimere questi medesimi effetti, e gli antichi
furono in quanto alla maniera, divini come nelle altre parti della poesia,
qualora n'espressero alcuno, e i moderni non s'hanno a discostare un capello
dalla maniera antica, e coloro che se ne scostano, vale a dire e quelli che
portano il nome di romantici, e quelli che per rispetto alle loro o prose o
versi sentimentali, sono in certa guisa del bel numero, contuttoch'il nome non
lo portino, e anche l'odino e lo rifiutino, vanno errati di grandissima lunga,
e offendono scelleratamente, non isperino ch'io dica nè Aristotele nè Orazio,
dico la natura. Imperocchè non basta ch'il poeta imiti essa natura, ma si
ricerca eziandio che la imiti con naturalezza; o più tosto non imita veramente
la natura chi non la imita con naturalezza. Anche il Marini imitò la natura,
anche i seguaci del Marini, anche i più barbari poetastri del seicento; e per
proporre un esempio determinato e piano, imitò la natura Ovidio; chi ne dubita?
e le imitazioni sue paiono quadri, paiono cose vive e vere. Ma in che modo la
imitò? Mostrando prima una parte e poi un'altra e dopo un'altra, disegnando
colorando ritoccando, lasciando vedere molto agevolmente e chiaramente com'egli
facea colle parole quella cosa difficile e non ordinaria nè propria di esse,
ch'è il dipingere, manifestando l'arte e la diligenza e il proposito, che
scoperto, fa tanto guasto; brevemente imitò la natura con poca naturalezza,
parte per quel tristissimo vizio della intemperanza, parte perchè non seppe far
molto con poco, nè sarebbe evidente se non fosse lungo e minuto. Con questa non
efficacia ma pertinacia finalmente viene a capo di farci vedere e sentire e
toccare, e forse talvolta meglio che non fanno Omero e Virgilio e Dante.
Contuttociò qual uomo savio antepone Ovidio a questi poeti? anzi chi non lo
pospone di lungo tratto? Chi non lo pospone a Dante? il quale è giusto il
contrario d'Ovidio, in quanto con due pennellate vi fa una figura
spiccatissima, così franco e bellamente trascurato che appena pare che si serva
delle parole ad altro che a raccontare o a simili usi ordinari, mentrechè
dipinge superbamente, e il suo poema è pieno d'immagini vivacissime, ma
figurate con quella naturalezza della quale Ovidio scarseggiando, sazia in poco
d'ora, e non ostante la molta evidenza, non diletta più che tanto, perchè non è
bene imitato quello ch'è imitato con poca naturalezza, e l'affettazione
disgusta, e la maraviglia è molto minore. E similmente si riprendono quelle
tante pitture per lo più di mani oltramontane e oltramarine, dove la imitazione
del vero è, se così vogliamo dire, molto acconcia e sottile, ma trasparisce la
cura e l'artifizio, nè i tocchi sono così risoluti e sicuri e in apparenza
negletti come dovrebbero, di modo che il vero non è imitato veramente, nè la
natura naturalmente. Venendo dunque da questi esempi al proposito mio, dico che
gli effetti della sensibilità, come gl'imitavano gli antichi naturalmente, così
gl'imitano i romantici e i pari loro snaturatissimamente. Imitavano gli antichi
non altrimenti queste che le altre cose naturali, con una divina sprezzatura,
ingenuamente, schiettamente e, possiamo dire, innocentemente, scrivendo non
come chi si contempla e rivolge e tasta e fruga e spreme e penetra il cuore, ma
come chi riceve il dettato di esso cuore, e così lo pone in carta senza molto o
punto considerarlo; di maniera che ne' versi loro o non parlava o non parea che
parlasse l'uomo perito delle qualità e degli affetti e delle vicende comunque
oscure e segrete dell'animo nostro, non lo scienziato non il filosofo non il
poeta, ma il cuore del poeta, non il conoscitore della sensibilità, ma la
sensibilità in persona; e quindi si mostravano come inconsapevoli d'essere
sensitivi e di parlare da sensitivi, e il sentimentale era appresso loro qual è
il verace e puro sentimentale, spontaneo modesto verecondo semplice ignaro di
se medesimo: e in questo modo gli antichi imitavano gli effetti della
sensibilità con naturalezza. Che dirò dei romantici e del gran nuvolo di
scrittori sentimentali, ornamento e gloria de' tempi nostri? Che altro occorre
dire se non che fanno tutto l'opposto delle cose specificate qui sopra? laonde
appresso loro parla instancabilmente il poeta, parla il filosofo, parla il
conoscitore profondo e sottile dell'animo umano, parla l'uomo che sa o crede
per certo d'essere sensitivo, è manifesto il proposito d'apparir tale,
manifesto il proposito di descrivere, manifesto il congegnamento studiato di
cose formanti il composto sentimentale, e il prospetto e la situazione
romantica, e che so io, manifesta la scienza, manifestissima l'arte per cagione
ch'è pochissima: e in questo modo che naturalezza può essere in quelle
imitazioni dove il patetico non ha nessuna sembianza di casuale nè di negletto
nè di spontaneo, ma è nudo e palese l'intendimento risoluto dello scrittore, di
fare un libro o una novella o una canzone o un passo sentimentale: e ometto
come il patetico sia sparso e gittato e versato per tutto, entri o non entri, e
fatti sensitivi, sto per dire, fino i cani o cose simili, con difetto non solo
di naturalezza nella maniera, ma di convenienza nelle cose, e di giudizio e di
buon senno nello scrittore. Non parlo già sol tanto di quegli scritti che per
la intollerabile affettazione soprastando agli altri, sono riprovati e
disprezzati universalmente; parlo anche, da pochissimi in fuori, di tutti
quelli che il gusto fracido e sciagurato di una infinità di gente ha per
isquisiti e preziosissimi; parlo di tutti quelli dove il sentimentale è
manifestamente voluto, e molto bene consapevole e intelligente di se stesso, e
amante della luce e vanaglorioso e sfacciato; le quali proprietà quanto sieno
lontane e opposte a quelle della vera e incorrotta sensibilità, lo dica
chiunque l'ha provata pure un istante. Non che sia sfacciata, ma è timida e
poco meno che vergognosa; tanto non ama la luce, che quasi l'abborre, e
d'ordinario la fugge, e cerca le tenebre, e in queste si diletta: nè se
l'ambizione umana e altre qualità che non hanno che fare con lei, la scrutinano
e se ne pregiano e la mettono in luce, per questo si deve attribuire alla
sensibilità quello ch'è proprio di tutt'altro: ma se il poeta la vuol dipingere
e farla parlare, contuttoch'egli la conosca ben dentro, contuttochè se ne
stimi, e sia vago di farne mostra, non la dee perciò dipingere nè indurre a
favellare in modo come se queste qualità del poeta fossero sue: nè certamente
parla appresso i romantici la sensibilità vera, e non istravolta nè sformata e
sconciata da forze estranie, o vogliamo dire contaminata e corrotta. La quale
essendo di quella natura che ho detto, possiamo vedere non so s'io dica senza
pianto o senza riso o senza sdegno, scialacquarsi il sentimentale così
disperatamente come s'usa ai tempi nostri, gittarsi a manate, vendersi a staia;
persone e libri innumerevoli far professione aperta di sensibilità; ridondare
le botteghe di Lettere sentimentali, e Drammi sentimentali, e Romanzi
sentimentali e Biblioteche sentimentali intitolate così, risplendere questi
titoli nelle piazze; tanta pudicizia strascinata a civettare sulla stessa
fronte de' libri; fatta verissima baldracca quella celeste e divina vergine,
bellezza degli animi che l'albergano; e queste cose lodate e celebrate, non
dico dalla feccia degli uomini, ma da' savi e da' sapienti, e quando
svergognano il genere umano, chiamate gloria dell'età nostra; e perchè in
italia tanta sfacciataggine ancora, mercè di Dio, non è volgare, e i libri
sentimentali per professione, son pochi, e questi pochi non sono suoi (no,
italiani, ma derivati a dirittura e più spesso attinti dalle paludi verminose
degli stranieri: non gli adduciamo vigliaccamente e stoltamente in difesa
nostra, ma doniamogli, o più veramente rendiamogli a coloro che ci accusano:
sieno stranieri essi, e con essi quegli scrittori ai quali, essendo per natura
italiani, parve meglio di mostrarsi nello scrivere figliuoli d'altra terra)
l'italia per questo chiamata infingarda e ignorante e rozza e da poco,
disprezzata villaneggiata schernita sputacchiata calpestata? Ed è chiaro che i
romantici e l'altra turba sentimentale, non solamente coll'imitare senza
naturalezza, ma scientemente e studiosamente e di proposito, imita con grande
amore quella sensibilità che comunque forte e profonda, è sfigurata e snaturata
dall'ambizione e dalla scienza e dal troppo incivilimento, o vero quelle altre
da commedia che dicevamo alquanto sopra. Ora seguiti pure innanzi da valorosa,
e beatifichi il mondo, e a se medesima acquisti gloria incomparabile e, se
tutte le età future somiglieranno alla presente, immortale: io non ho più cuore
di menarmi per bocca questa materia schifosissima che solamente a pensarne mi
fa stomacare.</p>
<p>Frattanto vadano e insuperbiscano della scienza dell'animo umano la quale
col tempo è dovuta prosperare, e vantandosi di questa, disprezzino gli antichi,
e si credano da molto più di loro nella poesia. Non ignoro ch'essi antichi per
conto di questa scienza sottostanno ai moderni, meno certamente, che altri non
va spacciando; imperocchè appresso loro, sì come per esempio nei tragici greci,
riscontriamo a ogni poco manifestissimi argomenti di cognizione così squisita e
sottile da farci maravigliare, e quasi talvolta credere che in cambio di
sottostare ci soprastieno: contuttociò prevalgono indubitatamente i moderni. Ma
che giova che per rispetto alla cognizione di noi medesimi siamo più ricchi di
quello che fossero i poeti antichi, se di queste ricchezze maggiori non
sappiamo far uso che si possa pur mettere in paragone con quello che faceano
gli antichi di ricchezze minori? E tuttavia, se questo difetto non venisse
naturalmente insieme colla copia delle ricchezze, mi rallegrerei coll'età
nostra, e non crederei troppo difficile che quando che sia dovesse sorgere
qualche poeta il quale dipingendo la natura umana, trapassasse notabilmente gli
antichi. Ora appunto la molta scienza ci toglie la naturalezza e l'imitare non
da filosofi ma da poeti, come faceano gli antichi, dove noi dimostriamo da per
tutto il sapere, ch'essendo troppo, è difficilissimo a ricoprirlo, e scriviamo
trattati in versi, nei quali non parlano le cose ma noi, non la natura ma la
scienza; e così la finezza e squisitezza delle pitture, e le sentenze
frequentissime e acutissime e recondite, di rado nascoste e contenute e
nascenti da se quantunque non espresse, ma per lo più rilevate e scolpite, e
brevemente ogni cosa manifesta la decrepitezza del mondo, la quale com'è
orribile a vedere nella poesia, così vogliono i romantici e i pari loro, acciò
colla maraviglia del rimanente si spenga tra gli uomini anche quella delle
opinioni portentose, che s'imprima altamente nelle poesie moderne come
carattere e distintivo, in maniera che apparisca e dia negli occhi a prima
giunta. Chi nega che poetando non ci dobbiamo giovare della cognizione di noi
medesimi, nella quale siamo tanto avanti? Gioviamocene pure, e poichè ci
conosciamo bene, dipingiamoci al vivo; ma per Dio non mostriamo di conoscerci,
se non vogliamo ammazzare la poesia. Lo schivare il qual male compiutamente, è
difficilissimo, non impossibile: ben ci bisogna grandissimo studio di quei
poeti che di scienza più scarsa fecero quell'uso, senza del quale è inutile ai
poeti moderni la scienza più larga.</p>
<p>E per esempio di quella celeste naturalezza colla quale ho detto che gli
antichi esprimevano il patetico, può veramente bastare il solo Petrarca ch'io
metto qui fra gli antichi, nè senza ragione, perch'è loro uguale, oltrechè fu
l'uno dei primi poeti nel mondo appresso al gran silenzio dell'età media; e
tuttavia, potendo anche addurre altri esempi innumerabili, mi piace di portare
questi versi di Mosco presi dal Canto funebre in morte di Bione bifolco
amoroso:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg rend="italic">
<l>Ahi ahi, quando le malve o l'appio verde</l>
<l>O il crespo aneto negli orti perio,</l>
<l>Si ravviva un altr'anno e rifiorisce.</l>
<l>Ma noi que' grandi e forti uomini o saggi,</l>
<l>Come prima siam morti, in cava fossa</l>
<l>Lungo infinito ineccitabil sonno</l>
<l>Dormiam, dov'altri mai voce non ode:</l>
<l>E tu starai sotterra ascoso e muto,</l>
<l>Quando parve alle ninfe eterno canto</l>
<l>Dare alla rana: a cui però non porto</l>
<l>Invidia, che canzon dolce non canta.</l>
</lg> </q>
<p>Altro splendidissimo esempio di quella immortale naturalezza è Virgilio, nel
qual poeta fu per certo una sensibilità così viva e bella quanto presentemente
in pochissimi. De' cui molti e divini luoghi sentimentali non posso fare ch'io
non ricordi la favola d'Orfeo ch'è nel fine delle Georgiche, e di questa non
reciti quella similitudine:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg lang="lat" rend="italic">
<l>Qualis populea maerens Philomela sub umbra</l>
<l>Amissos queritur foetus, quos durus arator</l>
<l>Observans, nido implumes detraxit: at illa</l>
<l>Flet noctem, ramoque sedens miserabile carmen</l>
<l>Integrat, et moestis late loca questibus implet.</l>
</lg> </q>
<p>Che è? Non dubito che a moltissimi il sentimentale di Virgilio e del
Petrarca e degli altri tali non paia appresso a poco tutt'una cosa con quello
per lo meno di una gran parte dei moderni. Anzi vedo che non pochi di costoro
mentrechè lodano mentrech'esaltano mentrechè scrivono cose delle quali è da
credere che i posteri qualche volta arrossiranno e stomacheranno, ardiscono di
rammentare quei poeti soprumani in modo come se fossero della schiatta loro, e
partecipi della stessa corona, e familiari e compagni, quando però non li fanno
inferiori, come sovente, alle ignominie del tempo nostro e delle nazioni che le
producono e le ammirano. Questi tali e chiunque non discerne a prima vista la
differenza che corre fra il sentimentale degli antichi e nominatamente dei due
che si son detti e quello dei moderni, forsech'io debbo credere che possano
arrivare a discernerla mai? temere che non mi dieno per vinto e non mi deridano
e non mi disprezzino? e non più tosto desiderarlo? Desidero, o Lettori,
focosamente, e domando al cielo, non dico il biasimo nè le ingiurie nè l'odio
che a molti suol essere meno gravoso, ma il disprezzo di costoro, sapendo che
se bene questo può cadere alle volte in persone da poco, certamente non è da
molto colui nel quale egli non cade.</p>
<p>Ora non metterò a confronto la delicatezza la tenerezza la soavità del
sentimentale antico e nostro, colla ferocia colla barbarie colla bestialità di
quello dei romantici propri. Certamente la morte di una donna amata è un
soggetto patetico in guisa ch'io stimo che se un poeta, colto da questa
sciagura, e cantandola, non fa piangere, gli convenga disperare di poter mai
commuovere i cuori. Ma perchè l'amore dev'essere incestuoso? perchè la donna
trucidata? perchè l'amante una cima di scellerato, e per ogni parte
mostruosissimo? Troppe parole si potrebbero spendere intorno a questo
argomento, stante che l'orridezza è l'uno dei caratteri più cospicui del
sentimentale romantico; ma quanto più cose ci sarebbero da dire, tanto più
volentieri le tralascio; e sia pur gloria dei romantici, come gridano, l'esser
più dilettati dalla sensibilità dei demonii che degli uomini, e vituperio
nostro l'avere tanto o quanto di contraggenio alle bellezze infernali. Ma quel
ridurre pressochè tutta la poesia ch'è imitatrice della natura, al
sentimentale, come se la natura non si potesse imitare altrimenti che in
maniera patetica; come se tutte le cose rispetto agli animi nostri fossero
sempre patetiche; come se il poeta non fosse più spinto a poetare da nessuna
cosa, eccetto la sensibilità, o per lo meno senza questa; come se non ci fosse
più gioia non ira non passione quasi veruna, non leggiadria nè dolcezza nè
forza nè dignità nè sublimità di pensieri, non ritrovato nè operazione veruna
immaginativa senza un colore di malinconico; questa cosa con che nome si deve
chiamare? Dunque le cetre dei poeti avranno per l'avvenire una corda sola? e
ciaschedun poema assolutamente e tutti rispettivamente saranno unisoni? dunque
non ci saranno epopee, non canzoni trionfali, non inni non odi non canti di
nessuna sorta se non patetici? non parlo del quanto è da stimare che
accresceremo il diletto della poesia, togliendole tanta parte di quella varietà
senza la quale, si può dir tutte le cose di questo mondo, non che la poesia,
vengono in fastidio così per poco. Ma che diremo dei cantori passati? Dunque
Virgilio non fu poeta fuorchè nel quarto dell'Eneide, e nell'episodio di Niso
ed Eurialo, e che so io? Dunque il Petrarca dove non parlò d'amore non fu
poeta? dunque Pindaro, perchè non fu sentimentale, non fu poeta? dunque Omero
non fu poeta? o vero fu (come parve a molti che fosse), ma non è più? o vero è
poeta e sarà, e diletta e diletterà supremamente, ma nessun poeta moderno dee
cantare in quella forma? Ora come sarà disdetto ai poeti il cantare nella forma
di Omero e di Pindaro e in breve degli antichi, finattantochè gli antichi
diletteranno? e questo ineffabilmente? Ma non voglio parere anch'io quello che
paiono i romantici, mettendomi di proposito a confutare queste fandonie.</p>
<p>E non altrimenti io credo che gitterei le parole e il tempo se volessi
ricordare la sazievolezza e la stanchezza massimamente del terribile e di tutti
gli altri caratteri gagliardi oltre al consueto (peggio poi quando sieno
eccessivi, come appresso i romantici), dei quali non si può far uso più che
tanto lungo e frequente senza una singolare ignoranza delle cose dell'animo
nostro, nè senza interminabile o riso o stupore o compassione della gente savia
quando altri per soprappiù si dia vanto di <emph>psicologo</emph>
eccellentissimo; se volessi notare la fatica e lo sforzo dei romantici per
durarla sempre con quella veemenza sterminata, che ha per natura di essere in
quasi tutte le cose ordinariamente poco durevole, il quale sforzo, e vengo a
dire l'affettazione è così manifesta, che ci bisogna un cieco o un romantico a
non vederla; se volessi domandare ai nuovi poeti come dalla
<emph>psicologia</emph> non abbiano imparato ad apprezzare specialissimamente,
e conservare con ogni studio la moderazione, non solamente in quelle che ho
detto, ma in tutte le altre cose appartenenti alla poesia (giacchè adesso non
ci conviene parlare fuorchè di queste), non la necessità di scelta avveduta e
di mescolanza opportuna, non quelle tante verità ch'essendo certe e
sperimentate, e la cognizione loro derivando o più tosto essendo contenuta
nella cognizione dell'animo umano, e avendole notate e ripetute mille volte
quell'arte poetica frivolissima e antica, è maraviglioso che le ignori la
scienza <emph>psicologica</emph> divina e moderna; se volessi chiedere al mondo
come abbia potuto nascere in questi tempi chi dimenticasse quella verità
originaria e fondamentale, che nelle arti belle si richiede la convenienza,
vale a dire che nessuna cosa stia fuori di luogo, la qual verità si para
spontaneamente innanzi a chiunque considera tanto o quanto la natura o di esse
arti o degli uomini o delle cose, nè si può disprezzare senza che qualsivoglia
arte diventi inetta a produrre altro che mostri, come in un viso piccolo un
naso grande, come in un edifizio svelto un ornato greve, come in qualunque sia
cosa la sconvenienza cagiona la bruttezza, o più veramente la bruttezza
assoluta non è altro che sconvenienza. Di queste cose perchè danno
singolarmente nell'occhio, ha parlato o parla qualunque ha contraddetto o
contraddice ai romantici, di modo ch'io poco o niente di nuovo ne potrei dire;
come anche di quella mirabile e prodigiosa contraddizione, di negare che le
credenze e i costumi antichi si convengano alla poesia moderna, e accogliere e
cercare e rappresentare con sommo affetto le credenze e i costumi
settentrionali orientali americani. Forsechè questi hanno molto che fare coi
nostri? convengono molto col sapere odierno d'Europa? e non più tosto in
grandissima parte assai meno che quelli de' greci e de' latini? E se cercano
cose remote e diverse dalle nostrali a cagione del maraviglioso e del
venerando, perchè dunque rigettano le cose greche e le latine? forsech'il
venerando e il maraviglioso non può essere altro che barbaro? anzi come ponno
esser venerande le cose di coloro che si disprezzano? e qual gente è più
disprezzata che le barbare? massime di una barbarie come quella, per esempio,
de' popoli maomettani. Perchè, a dimostrare aspetti grandi, e rappresentare
azioni nobili, va introdotto più tosto un Agà che un tribuno, più tosto un
Pechinese che un Lacedemone, più tosto un ceffo che un volto? Ma lascio questo.
Dunque tutto il male sta nel tempo, in maniera che quando la lontananza di
luogo, con tutta la diversità di costumi e di opinioni che porta seco, non fa
danno anzi giova, la lontananza di tempo è intollerabile e micidiale? Ora come
succede che noi, leggendo i poeti, e non solamente i poeti ma eziandio gli
storici e gli altri tali, siamo così facili a entrare a parte e frammetterci
negli avvenimenti e nelle cose greche e romane di venti o più secoli addietro,
e così difficili in quelle comunque freschissime o presenti, poniamo caso, del
Tibet o della Nubia o degli irocchesi o degli afgani o anche di gente più nota
e famosa? in prova di che, lasciando le molte ragioni che si potrebbero
addurre, basti allegare l'esperienza universale. Che dirò delle favole barbare
sostituite dai nostri riformatori in luogo delle greche? Niente, perch'è
materia divulgatissima, e tocca, si può dire, da chiunque sparla dei romantici;
se non che mi rallegrerò prima col nostro secolo, il quale tra il greco e il
barbaro non dubito che non abbia fatto un bel cambio, poi co' nemici della
pedanteria, che non debbono trovar luogo dall'allegrezza, vedendo ch'i poeti
oramai non si potranno intendere senza postille e comenti. Imperocchè le favole
greche in europa si sanno a memoria da chicchessia: bene o male, convenga o
disdica all'età nostra, piaccia o non piaccia ai romantici, il fatto sta così;
e quando il poeta europeo si serve di esse favole, e usa quell'idioma favoloso,
o anche se n'abusa, eccetto se l'abuso non fosse enorme, è inteso da tutti
coloro fra' quali ed a' quali canta: ma le favole settentrionali orientali
americane quanti le sanno o se ne curano? talmente ch'è forza o ch'i poeti
nostri stando in europa, non cantino all'europa, ma più tosto all'asia
all'affrica all'america, e, facciamo che debbano essere intesi adoperando le
favelle europee, ci bisognerà un bel vocione a volere che sieno uditi; o si
lavorino a posta un'altra europa bene istrutta di quelle favole onde questa
nostra si beffa e non le n'importa un'acca; o finalmente ch'i poemi si
trascinino dietro le loro note e le loro chiose, e questo senza fallo ammazzerà
la pedanteria, giacchè sapete bene che un comento lastricato, per esempio, di
pezzi dell'Edda maggiore o minore, o dell'Alcorano o di Ferdosi o dei Purana o
del Ramaiuna o del Mega duta, non sarebbe mica pedantesco, ma seminato di versi
d'Omero o di Virgilio o di Dante, sì bene, perchè la pedanteria sta
essenzialmente e immobilmente fitta e radicata nelle cose greche e latine e
italiane. E questo che ho detto delle favole, s'intenda parimente delle
opinioni e delle usanze. Già non fa di mestieri non dico notare ma nè anche
ricordare quella famosissima contraddizione dei romantici che riguarda le
favole, essendoch'ella non può sdrucciolare dalla memoria degli uomini, se
prima il tempo non abolisce ogni qualsivoglia ricordanza di questa setta. Certo
ch'il rifiutare e deridere e bestemmiare le favole greche, negando ch'il sapere
dell'età presente conceda spazio nelle menti nostre alle illusioni favolose, e
intanto così facendo, pescar l'oriente e il settentrione e qualunque paese
barbaro è illuminato dal sole, e far materia sostanzialissima di poesia le
favole loro, in grandissima parte mostruosissime e ridicolissime, tutte
oltremodo ripugnanti alle credenze nostre, tutte disprezzate, perch'essendo
vanità per se stesse, niuna cosa estrinseca le fa venerande, non l'averle noi
studiate e venerate da fanciulli, non memoria degli avi nostri, non pregio nè
fama insigne nè uso frequente appresso noi di scrittori che le abbiano
adoperate, o in altra maniera segnalate, non gloria nè dignità delle nazioni
che le inventarono, o accolsero e coltivarono, le quali anzi essendo barbare e
tali che ciascuno di noi si vergognerebbe se avesse per madre qualunque tra
loro è più nobile, s'anche hanno qualche cosa pregevole, siamo inclinati a
disprezzarla, e senz'alcun dubbio non sogliamo curarla gran fatto; certo che
quest'è una contraddizione così formale e sfacciata, ch'è impossibile a
nasconderla, impossibile a colorarla, e non voglio dire i fanciulli, ma credo
che le bestie, purchè potessero intendere qualcheduno dei linguaggi umani,
arriverebbero facilmente a conoscerla. Ora che dobbiamo stimare di quella
disciplina dove troviamo ripugnanze di questa sorta? vale a dire e palpabili e
capitali? quando colui che contraddice a se medesimo, tanto sta peggio di colui
che dice il falso, quanto costui può esser convinto, quegli si convince di
propria bocca; e il detto di costui può cadere per mano d'altri, quello senza
nessuno impulso rovina da per se stesso; e questo anche svolto e messo in luce,
può nondimeno aver sembianza di vero, quello, sol tanto che le sue parti sieno
poste in chiaro e confrontate insieme, non può. E tuttavia la disciplina
romantica ha seguaci e difensori e predicatori, e spazia per l'alemagna e
l'inghilterra e assalisce l'italia nostra, tanto ch'io mi maraviglio veramente,
o Lettori, di questo secolo.</p>
<p>Ma poichè m'è venuta fatta menzione delle favole greche, noterò con poche
parole una svista rilevantissima del Cavaliere intorno a esse favole, dalla
quale nuovamente potremo intendere quanta parte della scienza
<emph>psicologica</emph> de' nuovi settari consista nel gridare che ne son
zeppi, e nel gergo scolastico e nelle tenebre. Imperocchè il Breme volendo
mostrare <emph>la vanità poetica della mitologia</emph> (ponete mente ch'egli
non dice mica <emph>la vanità filosofica</emph> o somigliante, ma
<emph>poetica</emph>), e avendo detto che <emph>la natura è vita modificata in
migliaia di guise</emph>, e che <emph>la poesia tanto più ama di credere o di
fingere</emph> che <emph>dovunque è vita siavi parimenti coscienza e sentimento
di un se stesso, quanto meno è dimostrato dalla ragione</emph>; e che
<emph>l'attitudine poetica, ch'è nell'animo umano si compiacque mai sempre di
questa fantasia</emph>; prosegue dicendo che <emph>nelle mitologie la natura
veniva piuttosto convertita in individui che immediatamente avvivata</emph>; il
qual <emph>sistema</emph>, se bene <emph>il primo concetto, da qualunque
avvedimento sia proceduto, ne fu, anzichenò, immaginoso</emph>, nondimeno
<emph>doveva sottrarre ogni dì più al sentimento e snaturare a poco per volta
tutti gli oggetti, e impoverirci il cuore di elementi poetici: perocchè
infrapponendo sempre persone fra noi e i fenomeni naturali, e fra noi e noi
stessi, non solamente rendeva infine troppo uniforme l'artifizio poetico, ma lo
spogliava della più miracolosa fra tutte le magie, quella cioè che attribuisce
un senso ad ogni cosa, e riconosce vita sotto tutte le possibili forme, non
esclusivamente sotto le umane</emph>. E così riprovando il <emph>sistema
mitologico</emph>, e opponendogli il <emph>vitale</emph>, ch'<emph>è
seguìto</emph>, dice, <emph>con predilezione dalla poesia moderna</emph>, vuole
in sostanza che il poeta avvivi checchessia tal qual è, non trasmutandolo in
persona umana; e che tutto senta e viva, non però tutto il mondo sia popolato
di persone: e reca per esempio certi versi del Byron dove toccando una novella
Persiana degli amori della rosa e dell'usignuolo, attribuisce alla rosa
innamorata sospiri odoriferi. Della qual sentenza discorrerò brevemente.</p>
<p>È certo e manifestissimo e ingenito non solo ne' poeti ma universalmente
negli uomini, un desiderio molto efficace di vedere e toccare e aggirarsi tra
cose vive, dal qual desiderio mossa la fantasia vivifica oggetti insensati,
come vediamo, e come dice il Cavaliere nei passi riferiti di sopra, e io dirò
poco stante. La natura di questo desiderio si può discernere considerando, a
cagione d'esempio, gli effetti che fa negli animi nostri una pittura di paese,
la quale s'è vota d'ogni figura d'animale, per molto che ci diletti a
riguardarla, nondimeno sogliamo provare una certa scontentezza, e un desiderio
maldistinto come di cosa che manchi; e la scontentezza è minore caso che ci si
vegga rappresentata qualche statua, ma poco minore, perchè conoscendo che
quella è imitazione di cosa non viva ma solamente ritratta, secondochè si
finge, dal vivo, poca vita ci può trovare l'immaginazione. Molto più ci consola
e ricrea, se ci occorre nessuna figura di bestia, che rompa la solitudine, e
animi la veduta. Ma nè pur questa ci contenta, nè ci può contentare altro che
figure umane, e queste tanto più quanto più sono accurate e notabili; che
allora in esse quasi ci riposiamo, e per esse prendiamo più gusto delle altre
parti del quadro, trovataci quella vita che desideriamo, benchè per l'ordinario
senz'avvedercene. E questa è, non dico la principale, ma certo una delle
cagioni per cui sono tanto più dilettose e pregiate le pitture e sculture di
animali, e singolarmente di persone, che non di soli paesi o di qualsivoglia
cosa inanimata. Ma vediamo in che forma soglia gratificare l'immaginativa
nostra a questo desiderio ingenerato negli uomini, specialmente quand'ella
essendo più libera, in modo che la sua forza è più manifesta, seconda meglio e
più efficacemente la natura; io voglio dire nei fanciulli: nei quali in oltre
sì come la podestà della natura universalmente è maggiore che nei provetti,
così particolarmente di quel desiderio naturale ch'io dico; laonde le proprietà
e gli effetti di questo risaltano meglio, e si possono esaminare più
facilmente. E vi prego, o Lettori, che non vogliate credere ch'io dia nel
leggero e nel fanciullesco, se anderò dietro a certe minuzie, perchè, s'io non
fallo, indagando queste minuzie, perverremo in breve all'intento nostro, al
quale forse anche non potremmo arrivare per altra strada. Quanto sia comune e
trita usanza delle immaginative puerili il vivificare oggetti insensati, e non
c'è quasi chi l'ignori, ed a me stesso è accaduto già di mentovarlo in questo
<title>Discorso</title>. Ma bisogna considerare che vita sia quella che da esse
immaginative si attribuisce a questi tali oggetti. Ora chiunque ci porrà mente,
verrà subito in chiaro che nella immaginativa de' putti il sole e la luna
appresso a poco non sono altro che un uomo e una donna, e il tuono e il vento e
il giorno e la notte e l'aurora e il tempo e le stagioni e i mesi e l'ozio e la
morte e infinite cose d'ogni genere non sono altro che uomini o donne, e in
somma i fanciulli non attribuiscono alle cose inanimate altri affetti altri
pensieri altri sensi altra vita che umana, e quindi proccurano altresì di
vestirle, ed effettivamente le vestono di forme umane il meglio che possono,
quando più quando meno confusamente, secondo la facoltà immaginativa di
ciascheduno, e le altre circostanze. Ed io mi ricordo ch'essendo piccino,
costumava non solamente spassarmi ad avvivare, e guardare e mostrare altrui per
maniera come se vivessero, ma eziandio cercare e trovare alcuni vestigi di
sembianza umana, secondoch'allora mi pareano, evidenti, negli alberi ch'erano
lungo le strade per cui mi menavano, e in altre cose tanto remote da ogni
similitudine umana, ch'io stimo per certo d'avere a muovere il riso
specificandone qualcheduna, come dire i caratteri dell'alfabeto, e seggiole e
vaselli e altri arnesi di cento specie, e cose simili; nelle quali in oltre mi
figurava di scorgere parecchie diversità di fisonomia, che riputandole
argomento di buona o cattiva indole, m'erano poi motivo d'amar queste e d'odiar
quelle. E tanto manifestamente si diletta la fantasia nostra in attribuire alle
cose non vita semplicemente ma vita umana, che non appagandosi di qualunque non
è tale, s'ingegna di trasmutarla in questa medesima nostra vita, come vediamo
segnatamente nei fanciulli, che si fingono le bestie ragionevoli e
intellettive, e discorrono e conversano seco loro non altrimenti che colle
persone. Da tutte queste cose, che quantunque sieno più cospicue ne' fanciulli,
non per questo non appariscono almeno in parte anche nei provetti, secondo
massimamente che resta all'immaginazione maggiore o minore imperio, da tutte
queste, e da molte altre che si potrebbero dire, facilmente si raccoglie che
quel desiderio naturale di vita del quale trattiamo, provenga da quella
vastissima inclinazione che tutti abbiamo alle creature simili a noi, madre di
svariatissimi effetti, e non sia veramente altro che un desiderio della
presenza di tali creature; laonde se potesse avvenire che una cosa pensasse e
non vivesse, questa cosa non rassomigliando alle creature viventi, nè anche
avrebbe in se questo desiderio di vita; sì come questo medesimo (e intendo,
come v'accorgete, non mica il desiderio di vivere, ma quello che ho determinato
di sopra), se ha punto di forza nei bruti, è da credere che gli spinga a
desiderare ciascuno la vita della sua specie. Ora venendo a quello che
scaturisce da questi principii, non tanto io quanto voi stessi, o Lettori,
spontaneamente avvertirete in primo luogo la naturalezza e bellezza delle
favole greche, le quali compiacendo a questo desiderio poeticissimo ch'è in
noi, popolarono il mondo di persone umane, e alle stesse bestie attribuirono
origine umana, acciocchè l'uomo trovasse in certa maniera per tutto, quello che
non l'esempio nè l'insegnamento nè l'uso nè la pedanteria nè <emph>il gusto
classico</emph> nè le altre baie fantasticate dai romantici, ma la natura lo
spinge irrepugnabilmente a cercare, dico enti simili a se, nè riguardasse
veruna cosa con noncuranza; e il poeta potesse rivolgersi colle parole a
checchessia, conforme ha per costume ingenito e naturale, non altrimenti che i
fanciulli: secondariamente come stieno male in bocca d'un maestro di
<emph>psicologia</emph> quelle parole, che <emph>il primo concetto</emph>
d'avvivare la natura convertendola in individui di questa nostra specie,
<emph>da qualunque avvedimento sia proceduto</emph>, fu, <emph>anzichenò,
immaginoso</emph>; appunto come se questo concetto fosse stato casuale e
arbitrario, e non naturalissimo e necessarissimo, nè venuto allo stesso Breme
quando era bambino, e anche oggi mandato sovente ad effetto dalla sua propria
immaginativa: ultimamente la vanità e stranezza di quella sentenza del
Cavaliere, che abbiamo preso a discutere, vale a dire che il poeta volendo
avvivar la natura, gli convenga avvivarla <emph>immediatamente</emph>, e non
come gli antichi, trasformando le cose inanimate in persone. Il che quanto sia
non dirò falso, ma peggio che ridicolo e intollerabile, apparisce non solo
dalle cose che si son dette, ma in oltre primieramente da questo, che noi non
fummo giammai nè saremo tocchi, nè prenderemo cura, nè verremo, per così dire,
a parte degli affetti o delle azioni, o di qualsivoglia altra cosa appartenente
alle creature introdotte o comunque mentovate dal poeta, se queste non saranno
simili a noi; e veruno al mondo non pianse nè piangerà delle disgrazie d'un
fiore o d'un pomo o d'un lago o d'un monte, nè si rallegrò delle fortune di una
stella, eccetto se prima non l'ebbe immaginando trasmutata in persona. E che
questo sia vero (se bene chi ne dubita? o chi non avrà voglia di burlarsi di me
vedendo ch'io quasi mi metto a provare una sentenza così rancida e triviale?)
non solamente è dannosa anzi mortifera la dissomiglianza delle creature, ma
anche degli uomini, tanto che c'importano assai meno le cose dei Neri che
quelle de' Bianchi, e tra i Bianchi assai meno quelle de' Samoiedi o de' Cinesi
o di qualunque differisce grandemente da noi di costumi o di forme o d'altra
cosa notabile, che quelle de' nostrali; onde' è, lo dirò pure, propriamente
matta la consuetudine dei romantici di pigliar soggetti e persone
specialissimamente dai barbari cantando agl'inciviliti, o vero introdur gente
il più che sanno straordinaria, e mostri di natura, coi quali ci convenga
immedesimarci e rallegrarci e dolerci e provare quegli affetti che piaccia al
poeta. E certamente che quello che tutto il mondo sa ed afferma, sia negato o
ignorato dai romantici, è affatto maraviglioso, ma quello che sto per dire è
incredibile. Poichè la maniera voluta dal Breme non solo è nemica della natura,
non solo scemerebbe indicibilmente il diletto poetico, ma, lasciando tutto
questo, è impossibile. In oltre l'esempio del Byron portato dal Cavaliere, non
solamente non giova a lui, ma conferma nè più nè meno quello ch'io dico.
Forsechè veruno di noi si può figurare nessuna vita diversa dall'umana?
forsech'all'animo nostro è, non dico facile, ma possibile il concepire l'idea
d'un sentimento d'un affetto d'un pensiero non umano? Lasciamo stare i poeti
che non posson essere troppo sottili. Io provoco qualunque è al mondo o
filosofo o metafisico o <emph>psicologo</emph> o, quello ch'è più di tutto,
romantico a immaginarsi una maniera di vivere differente dalla nostra, la quale
possano attribuire a Dio che sappiamo di certo come vive altrimenti che l'uomo,
agli Angeli, a qualsivoglia sostanza visibile o invisibile, materiale o no,
reale o immaginaria. E se non possono essi e non può l'uomo idearsi
positivamente altra maniera di vivere che la propria (e dico positivamente
perchè negativamente è facile, ma non ha che fare colla poesia), se altre
specie di vita appena c'induciamo a credere che ci possano essere, non che
sappiamo immaginarne veruna, come dunque e che vita se non umana attribuirà il
poeta alle cose? come potrà il poeta, il quale parla al popolo, e non segue la
ragione ma la natura, quello che non può il metafisico? Ma stante ch'egli non
possa vivificare altrimenti, converrà che dia sì bene alle cose vita umana, ma
non perciò le rivesta di forme umane? Che cos'è altro il poetare non dico da
barbaro ma da persona di un altro mondo? E ci dovranno mettere avanti agli
occhi ora piante ora sassi ora nuvole ora strumenti, e in somma cose d'ogni
genere, con dir che sentono e pensano e vivono come fa l'uomo, non essendo
altro a vederli che sassi e piante e che so io, non mutati niente di figura, nè
meno confusamente nè meno lasciandolo il poeta immaginare agli uditori, anzi
proccurando che quanto alla forma non si figurino punto di umano; e questo non
come cose stravaganti e miracolose, ma ordinarie, non per capriccio ma per
istituto, non di rado ma tuttogiorno? Non vede il Breme che queste sarebbero
menzogne, non già sol tanto assolute, ma poetiche, inverisimili incredibili
impudenti? non vede che tanto è naturale all'uomo il vestire gli oggetti
insensati di forme umane, quanto l'avvivarli? nè quella proprietà si può
separare da questa? e per levargli quel vizio bisognerebbe rifarlo? non vede
ch'il poeta è uomo? che gli uditori del poeta son uomini? a questo dunque
saremo giunti? e la poesia nostra non sarà più solamente barbara, ma in tutto e
per tutto disumana? anzi, come ho detto, di un altro mondo, giacchè delle
stesse bestie diceva Senofane che <emph>se i buoi se gli elefanti avessero
mani, e con queste potessero dipingere, e fare quelle cose che fanno gli
uomini, allora i cavalli dipingendo gli Dei gli avrebbero fatti di figura
cavallina, e i buoi di figura bovina, e dato loro un corpo simile al
proprio</emph>. E soggiungeva che gli Etiopi si figuravano i loro Dei neri e
camosci, e i Traci d'occhio cilestro e colore vermiglio, e parimente gli Egizi
i Medi i Persiani se li fabbricavano ciascuna gente in sembianza simile alla
sua. La qual cosa detta da Senofane di queste poche nazioni barbare, noi la
possiamo nello stesso modo affermare di cento altre sconosciute agli antichi:
tanto è naturale e universale e indelebile il costume d'immaginarsi in figura
somigliante alla propria quelle cose che sapendo o credendo o fingendo che
vivano, altra vita non ce ne possiamo ideare fuorchè la propria. Che se le
bestie, alle quali non sappiamo attribuire affetto o pensiero o sentimento
altro che umano, tuttavia non ci pare incredibile che vivano, come fanno, sotto
altra forma, questo nasce primieramente che la forma loro s'assomiglia alla
nostra quanto conviene essendo il genere loro e il nostro uno solo; poi che
l'inverisimile è vinto dal vero, e l'uso impedisce la maraviglia. Ma tanta è la
forza del verisimile, che noi siamo più propensi a creder vivo qualunque
oggetto inanimato s'accosta alla figura ordinaria degli animali, che non
qualunque animale se ne scosta notabilmente, salvo se questo non è volgare in
modo che la stranezza della forma non faccia caso per cagione della
consuetudine. Ora poniamo che il poeta abbia avvivato oggetti privi di senso,
lasciando loro nè più nè meno la forma naturale: o questi oggetti staranno
sempre immobili e inoperosi, e al poeta basterà di dire che vivono e amano e
odiano e sperano e temono e cose tali; o dovendo dar segni di vita, e operare,
e dimostrare colle cose di fuori le cose di dentro, saprei volentieri che moti
che atti che operazioni, in somma che vita esterna attribuirà loro il poeta; e
quali effetti farà l'intrinseco, il quale come ho detto non può essere altro
che umano, nell'estrinseco il quale sarà tutt'altro; e parimente in che modo le
cose esterne opereranno in questi oggetti che non hanno organi come noi nè come
gli altri animali. Vediamo in che maniera abbia proceduto il Byron, da certi
versi del quale il Cavaliere prende occasione d'esporre questa sentenza che
abbiamo per le mani; e i versi son questi, riportati dal Cavaliere secondo la
traduzione del Rossi:</p>
<q rend="block" direct="unspecified">
<lg type="non-definito" rend="italic">
<lg>
<l>Che là sul colle e in seno al praticello</l>
<l>Dell'usignuol discopri la signora,</l>
<l>Quella per cui l'innamorato augello</l>
</lg>
<lg>
<l>Fa la sua risonar voce canora;</l>
<l>E del suo vago al canto un verginale</l>
<l>Rossor la donna de' bei fior colora.</l>
</lg>
<lg>
<l>Lontana là dal verno occidentale,</l>
<l>Da freddi venti, da gelata brina,</l>
<l>E blandita da Zefiro vitale</l>
</lg>
<lg>
<l>La dei giardin, dell'usignuol regina</l>
<l>Il profumo che a lei natura diede</l>
<l>Ne' suoi calici accoglie, e sì lo affina</l>
</lg>
<lg>
<l>Che in più soave incenso al ciel poi riede.</l>
<l>Oh quanta i suoi sospir spargon fragranza!</l>
</lg>
</lg> </q>
<p>Ci vuole un tedesco a pronunziare quest'ultimo verso: ma badiamo al fatto
nostro. Quando il poeta ha finto che la rosa innamorata si tinga in presenza
dell'amante di rossore verginale, e sospiri, che altro ha fatto se non
trasformata la rosa in persona umana? Chi s'immagina un sospiro non s'immagina
anche una bocca? e se una bocca, non anche un volto? e se un volto, non anche
una persona? Onde la rosa, volere o non volere, e nella fantasia del poeta e
nella fantasia de' lettori è una donna. Se non che l'immagine è languida e
incerta perchè quelle due finzioni del poeta, essendo troppo comuni e leggere,
non bastano a suscitare nella fantasia più che tanto, come se un pittore mostra
solamente i capelli o altra tal parte di una figura. E già, non destando
verun'immagine, il che senza fallo è piacevolissimo, e convenientissimo alla
poesia, facilmente s'impedisce che il lettore non si figuri nessun vestigio di
forma umana. Il fatto sta che o sorge nella fantasia de' lettori l'immagine di
una donna, o la rosa resta una rosa qual è, nè amante nè amata nè viva nè altro
che un fior vero e semplice: e se molte o tutte le finzioni del poeta moderno
riuscissero a un esito come questo, chi può dire il guadagno che ci farebbe la
poesia nostra? Ed ecco la maniera onde il Breme ha dimostrato <emph>la vanità
poetica della mitologia</emph>.</p>
<p>Qui potrei discorrere della foggia d'imitare tenuta dai romantici, e
considerandola rispetto al fine della poesia ch'è il diletto, rammemorare
ch'esso diletto quando scaturisce dalla imitazione del vero, non procede sol
tanto dalle qualità degli oggetti imitati, ma in oltre specialissimamente ed
essenzialmente dalla maraviglia che nasce dal vedere quei tali oggetti quasi
trasportati dove non pareva appena che si potesse, e rappresentati da cose che
non pareano poterli rappresentare; di modo che infiniti oggetti i quali in
natura non dilettano punto, imitati dal poeta o dal pittore o da altro tale
artefice, dilettano estremamente; e altri che dilettavano anche reali,
dilettano da vantaggio imitati. Dalla qual cosa apparisce quanto s'ingannino i
romantici pensando d'accrescer pregio alla poesia con rendere la imitazione
oltre ogni modo facile, e sottrarla da ogni legge, e sostituire meglio che
possono il vero in luogo del simile al vero, sì che vengono a scemare e quasi
annullare il maraviglioso, e per conseguenza il dilettoso dell'imitazione, il
quale è tanto essenziale che tolto via, si può dire che il diletto poetico
parte si riduca alla metà, parte al niente. E in oltre imitando la poesia
massime romantica infinite cose che in natura non solamente non dilettano anzi
molestano, nè possono dilettare altrimenti che imitate, il metterci queste cose
avanti agli occhi non tanto imitate quanto vere, non è nè bizzarria, nè gusto
singolare, nè stranezza di opinioni, nè fierezza nè altro, ma pura e pretta
ignoranza, e grossezza di cervello. Credono i romantici che l'eccellenza della
imitazione si debba stimare solamente secondoch'ella è vicina al vero, tanto
che cercando lo stesso vero, si scordano quasi d'imitare, perchè il vero non
può essere imitazione di se medesimo. Ma l'imitare semplicemente al vivo, e del
resto comechè sia, non è pur cosa facile ma triviale: imita ciascuno di noi
tutto giorno, imita il volgo principalmente, imitano le bertucce, imitava quel
buffone di Fedro quanto si può dire al naturale il grugnito del porco. Ma che
maraviglia deriva da questa sorta d'imitazioni? e quindi che diletto? Se la
sentenza dei romantici fosse vera, andrebbe fatto molto più conto delle balie
che dei poeti, e un fantoccio vestito d'abiti effettivi con parrucca, viso di
cera, occhi di vetro, varrebbe assai più che una statua del Canova o una figura
di Raffaello. Ma la faccenda non va così, non mica perchè tutto il mondo tiene
e ha tenuto il contrario; poichè ragionevolmente si persuadono i romantici che
tutto il mondo e tutte le età del mondo non vagliano un'acca rispetto a loro;
ma perchè il diletto cagionato dal poeta e dagli artefici, come sa e prova
chiunque ha la mente sana, è senz'alcun paragone maggiore di quello che
partoriscono queste imitazioni facili e volgari che vediamo e sentiamo e
facciamo alla giornata, nonostantech'in grandissima parte sieno tanto vive
quanto nessuna imitazione di poeta o d'artefice; e quelle difficoltà e quelle
leggi, oltrechè sono convenientissime e necessarie per altri rispetti, fanno la
imitazione maravigliosa e dilettevole; ma senza nessuna difficoltà e senza
nessuna legge non è maraviglia che s'imiti vivamente. Ed io vedo, per esempio,
che appresso i poeti antichi s'incontrano molto di rado quei troncamenti e
quelle interruzioni e sospensioni che i moderni fanno a gara di seminarle da
per tutto, empiendo le pagine di lineette o di punti; perchè stimavano che il
vero nella poesia non si dovesse introdurre ma imitare, e che l'imitare in
guisa troppo facile, e uscire dalle leggi ordinarie della poesia non
accrescesse il diletto ma lo scemasse. Talmente che paragonando la poesia loro
a quella statua o figura dipinta ch'io dicea poco sopra, la poesia romantica,
la quale imita il calpestìo de' cavalli col <emph>trap trap trap</emph>, e il
suono de' campanelli col <emph>tin tin tin</emph>, e così discorrendo, si può
molto acconciamente rassomigliare a quel fantoccio, o volete a un burattino che
ha la mobilità da vantaggio. Che se l'evidenza sola va cercata nelle
imitazioni, perchè non dismettiamo del tutto questa materia disadattissima
delle parole e dei versi, e non ci appigliamo a quella scrittura di certi
barbari ch'esprime i concetti dell'animo con figure in vece di caratteri? anzi
perchè ciaschedun poeta in cambio di scrivere non inventa qualche bella
macchina la quale mediante diversi ingegni metta fuori di mano in mano vedute e
figure di qualsivoglia specie, e imiti il suono col suono, e in breve,
rappresentando ordinatamente quello che sarà piaciuto all'inventore, non operi
sol tanto nella immaginativa ma eziandio ne' sensi del non più lettore ma
spettatore e uditore e che so io? E mentrech'io scrivo queste cose, viene con
un nome infernale da un paese romantico uno strumento non dissimile in quanto
all'ufficio da questo ch'io m'andava immaginando quasi per giuoco; ed io mi
rallegro d'aver preveduto dove convenia che arrivasse la nuova scuola, e mi
dolgo che nè meno da scherzo si possa quasi nè dire nè pensar cosa tanto strana
e ridicola che dai romantici non sia pensata e detta e, potendo, praticata da
buon senno. Anche potrei confermare quello che ho scritto in altro luogo di
questo Discorso, del quanto giovi alla imitazione che gli oggetti sieno comuni,
e per lo contrario noccia che sieno straordinari e sconosciuti; imperocchè
allora il maraviglioso e per tanto il dilettevole della imitazione è molto
scarso, non potendosi veruno maravigliare che sia ritratta al naturale una cosa
ch'egli non sappia come sia fatta, e quando anche l'imitazione sia vivissima,
cagionando appresso a poco lo stesso effetto che un'invenzione del poeta: ora
fu noto ai bisavi, ed è noto ai fanciulli che generalmente è molto più facile e
meno maraviglioso l'inventare che l'imitare. Ed io so bene che l'esperienza
propria fa fede a chicchessia di quello ch'io dico, nè c'è persona la quale non
si avveda che quando ella contempla, poniamo caso, una bella pittura o
scultura, suol provare a cagione della maraviglia uno squisitissimo diletto
notando così tutta l'imitazione come questa o quella parte quanto somigli bene
e accuratamente al vero, e quasi credendo di vedersi davanti lo stesso oggetto
imitato; nel quale anche sogliamo por mente allora a non poche minuzie, che nel
vederlo effettivamente, per lo più non attendiamo: nè questo diletto può cadere
in chiunque non conoscendo o appena conoscendo l'oggetto reale, non può
confrontare seco medesimo senza veruna difficoltà nè fatica l'imitazione colla
cosa imitata, nè discernere a prima giunta la somiglianza scambievole dell'una
e dell'altra. Avea deliberato di parlare di tutte queste cose distintamente. Ma
oramai sono sazio di scrivere, e voi sarete sazi di leggere, se però la
pazienza v'avrà sostenuti fin adesso, o Lettori miei. Perciò bastino le cose
che si son dette. Ma già sul finire, essendomi sforzato sin qui di costringere
i moti dell'animo mio, non posso più reprimerli, nè tenermi ch'io non mi
rivolga a voi, Giovani italiani, e vi preghi per la vita e le speranze vostre
che vi moviate a compassione di questa nostra patria, la quale caduta in tanta
calamità quanta appena si legge di verun'altra nazione del mondo, non può
sperare nè vuole invocare aiuto nessuno altro che il vostro. Io muoio di
vergogna e dolore e indignazione pensando ch'ella sventuratissima non ottiene
dai presenti una goccia di sudore, quando assai meno bisognosa ebbe torrenti di
sangue dagli antichi prontissimi e lieti; nè c'è una penna tra noi che s'adopri
per quella che gli avi nostri difesero e accrebbero con milioni e milioni di
spade. Soccorrete, o Giovani italiani, alla patria vostra, date mano a questa
afflitta e giacente, che ha sciagure molto più che non bisogna per muovere a
pietà, non che i figli, i nemici. Fu padrona del mondo, e formidabile in terra
e in mare, e giudice dei popoli, e arbitra delle guerre e delle paci, magnifica
ricca lodata riverita adorata; non conosceva gente che non la ubbidisse, non
ebbe offesa che non vendicasse, non guerra che non vincesse; non c'è stato
imperio nè fortuna nè gloria simile alla sua nè prima nè dopo. Tutto è caduto:
inferma spossata combattuta pesta lacera e alla fine vinta e doma la patria
nostra, perduta la signoria del mondo e la signoria di se stessa, perduta la
gloria militare, fatta in brani, disprezzata oltraggiata schernita da quelle
genti che distese e calpestò, non serba altro che l'imperio delle lettere e
arti belle, per le quali come fu grande nella prosperità, non altrimenti è
grande e regina nella miseria. Questo solo regno questa gloria questa vita
rimane alla patria nostra quasi levata dal numero delle nazioni, grande avanzo
d'immensa grandezza, sempre finora invidiato e bestemmiato invano dagli altri
popoli, insofferenti che la regina del mondo quantunque sordida e guasta, a
ogni modo non sia per anche spogliata di scettro e di corona. Ma già per
rapirle questo medesimo avanzo adoprano armi ed arti assai più terribili e
potenti che per l'addietro, studiandosi di viziare e corrompere gl'ingegni
italiani, e imbarbarire le arti e lettere nostre, e fare che la misera Italia
di maestra delle nazioni moderne diventi emula e imitatrice, e di signora,
uguale e serva, e, quello che nessun altro ha potuto, si spogli finalmente del
regno e s'uccida essa stessa. Io vi prego e supplico, o Giovani italiani, io
m'atterro dinanzi a voi; per la memoria e la fama unica ed eterna del passato,
e la vista lagrimevole del presente, impedite questo acerbo fatto, sostenete
l'ultima gloria della nostra infelicissima patria, non commettete per Dio che
quella che per colpa d'altri infermò, per colpa d'altri agonizza, muoia fra le
mani vostre per colpa vostra. Che valse che quella nazione il cui dominio
consumato nella decima parte di un secolo, tanto ha durato meno del nostro
quanto era degno, ci rapisse le opere de' nostri artefici, e sfornisse le vie
le case i tempii gli altari nostri per adornare le sue piazze e le sale, forse
anche i tempii e gli altari insanguinati, quasi le dovesse fruttar gloria e non
vergogna l'aver tolto colle armi a un popolo inerme quelle opere ch'ella
forzatamente ammirando e invidiando, non seppe nè sa produrre? Non le opere
dovea rapirci ma gl'ingegni, e quella divina fiamma che non ci fa ebbri nè
pazzi nè rabbiosi, non diavoli incarnati nè bestie, ma quasi numi; nè però ci
taglia i nervi, nè c'empie di superstizione e codardia, nè del timore
d'offendere occhi e orecchi paurosi e schivi della natura, nè ci manda dietro
alle inezie e alle bolle per piacere a un popolo tutto fatto di spuma, presso
al quale è vanto la leggerezza come presso agli altri la gravità, nè ritrova
lode una pagina che non sia stillata per lambicco dal cervello dello scrittore,
biasimato e disprezzato ogni volta che non sia spiritoso. Certo quelle tele e
quei marmi cattivi in un luogo dove confluia tutta l'europa, accusavano la
povertà e superbia di quella gente, e predicavano l'eccellenza e ricchezza di
questa terra ch'ella ha sempre odiata e odierà, già vinta dalle armi nostre
armata e potente e ripugnante, poi vincitrice di noi fiacchi ed inermi ed
immobili, ma sempre vinta nelle arti e nello scrivere, ch'è maschio appresso
noi, femmina imbelle e civetta appresso lei. Ora questa, debellata due volte
dal ferro, e aperto a viva forza l'artiglio, ha rilasciato la preda; e quelle
opere immortali ch'erano e saranno sempre nostre, dovunque la fortuna le
sbalzi, ritornate alla patria loro, albergano qui fra noi, beando gli occhi e
gli animi nostri, e quasi gridando ci esortano ad emulare quei divini artefici
nati da una stessa madre con noi, che imitando questa natura, e contemplando
questo cielo e questi campi e questi colli, a se medesimi acquistarono e alla
patria mantennero nome e gloria più durevole dei regni e delle nazioni. Ma se
alla voce loro e dei sommi scrittori nostri e di tutte le età passate e della
ragione e della natura prevarrà la voce dei nuovi maestri, e se alla fine ci
sarà tolto, non la vista delle pitture e delle statue, ma l'uso conveniente dei
nostri ingegni, certo che questo tesoro ricuperato incredibilmente, laddove
prima svergognava i suoi ladroni, svergognerà noi medesimi, e attesterà la fine
del nostro regno e la morte dell'italia. La qual cosa pur troppo è da temere
che non avvenga, e in questa medesima età spettatrice del lutto e del giubilo
dell'italia spogliata e rivestita; pur troppo vedo corrotta la lingua, il che
non è mai scompagnato dalla corruttela del gusto; vedo negletti e avuti a
schifo i nostri sovrani scrittori, e i greci e i latini antecessori nostri, e
accolte, e ingozzate ghiottissimamente, e lodate e magnificate quante poesie
quanti romanzi quante novelle quanto sterco sentimentale e poetico ci scola giù
dalle alpi o c'è vomitato sulle rive dal mare; vedo languido e pressochè spento
l'amore di questa patria: vedo gran parte degl'italiani vergognarsi d'essere
compatriotti di Dante e del Petrarca e dell'Ariosto e dell'Alfieri e di
Michelangelo e di Raffaello e del Canova. Ora chi potrebbe degnamente o
piangere o maledire questa portentosa rabbia, per cui, mentre i Lapponi e
gl'Islandesi amano la patria loro, l'italia, l'italia dico, non è amata, anzi è
disprezzata, anzi sovente è assalita e addentata e insanguinata da' suoi figli?
O Giovani italiani: lascio stare le cose antiche: purchè vogliamo essere questo
medesimo, io dico italiani, ancora siamo grandi; ancora parliamo quella favella
a cui cedono tutte le vive, e che forse non cederebbe alle morte; ancora
abbiamo nelle vene il sangue di coloro che prima in un modo e quindi in un
altro signoreggiarono il mondo; ancora beviamo quest'aria e calchiamo questa
terra e godiamo questa luce che godè un esercito d'immortali; ancora arde
quella fiamma che accese i nostri antenati, e parlino le carte dell'Alfieri e i
marmi del Canova; ancora non è cambiata quell'indole propria nostra, madre di
cose altissime, ardente e giudiziosa, prontissima e vivacissima, e tuttavia
riposata e assennata e soda, robusta e delicata, eccelsa e modesta, dolce e
tenera e sensitiva oltre modo, e tuttavia grave e disinvolta, nemica
mortalissima di qualsivoglia affettazione, conoscitrice e vaga sopra ogni cosa
della naturalezza, senza cui non c'è nè fu nè sarà mai beltà nè grazia, amante
spasimata e finissima discernitrice del bello e del sublime e del vero, e
finalmente savissima temperatrice della natura e della ragione; ancora siamo
più di qualunque altro popolo vicini a quel punto, che quando si oltrepassa,
non è quella civiltà ma barbarie, come si vide ne' greci e si vide ne' romani,
e se ora non ci par di vedere in nessuna gente d'europa, viene che molti
oggetti non si distinguono da presso ma solamente discosto, e che non sappiamo
quasi mai ragguagliare le cose lontane colle vicine in maniera che non ci
paiano differenti, come spessissimo non sono. Questa patria, o Giovani
italiani, considerate se vada sprezzata e rifiutata, vedete se sia tale da
vergognarsene quando non accatti maniere e costumi e lettere e gusto e
linguaggio dagli stranieri, giudicate se sia degna di quella barbarie la quale
io seguitando fin qui colla scrittura, non ho saputo nè potuto appena
adombrare. Io non vi parlo da maestro ma da compagno, (perdonate all'amore che
m'infiamma verso la patria vostra, se ragionando per lei m'arrischio di far
parola di me stesso) non v'esorto da capitano, ma v'invito da soldato. Sono
coetaneo vostro e condiscepolo vostro, ed esco dalle stesse scuole con voi,
cresciuto fra gli studi e gli esercizi vostri, e partecipe de' vostri desideri
e delle speranze e de' timori. Prometto a voi prometto al cielo prometto al
mondo, che non mancherò finch'io viva alla patria mia, nè ricuserò fatica nè
tedio nè stento nè travaglio per lei, sì ch'ella quanto sarà in me non ritenga
salvo e fiorente quel secondo regno che le hanno acquistato i nostri maggiori.
Ma che potrò io? e qual uomo solo ha potuto mai tanto quanto bisogna
presentemente alla patria nostra? Alla quale se voi non darete mano così com'è
languida e moribonda, sopravvivrete o Giovani italiani all'italia, forse
anch'io sciagurato sopravvivrò. Ma sovvenite alla madre vostra ricordandovi
degli antenati e guardando ai futuri, dai quali non avrete amore nè lode se
trascurando avrete si può dire uccisa la vostra patria; secondando questa beata
natura onde il cielo v'ha formati e circondati; disprezzando la fama presente
che tocca per l'ordinario agl'indegni, e cercando la fama immortale che
agl'indegni non tocca mai, ch'essendo toccata agli artefici e scrittori
italiani e latini e greci, non toccherà nè a' romantici nè a' sentimentali nè
agli orientali nè a veruno della schiatta moderna; considerando la barbarie che
ci sovrasta; avendo pietà di questa bellissima terra, e de' monumenti e delle
ceneri de' nostri padri; e finalmente non volendo che la povera patria nostra
in tanta miseria, perciò si rimanga senz'aiuto, perchè non può essere aiutata
fuorchè da voi.</p>
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</TEI.2>
