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      <title>Il Forestiero napolitano overo de la Gelosia</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>25 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<titlePart type="main"> IL FORESTIERO NAPOLITANO OVERO
DE LA GELOSIA </titlePart>
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<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>FORESTIERO NAPOLITANO, </role></castItem> <castItem type="role"><role>CAMILLO COCCAPANI. </role></castItem></castList>



</front>
<body>
<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Che cosa è gelosia? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Voi, che l'avete conosciuta per lunga prova, ne dimandate a me, che non la conobbi giamai per esperienza? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Quasi non sia lecito a l'infermo dimandare al medico la natura del male. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C. </speaker><p> È più lecito a me di non rispondere, perché né voi sete infermo, essendone già risanato, né, se voi pur foste, io sarei buon medico del vostro dolore. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Mentre negate di rispondermi, voi mi rispondete dicendomi ch'ella è dolore; e quantunque io non ne sia così infermo come n'era in altro tempo, nondimeno ancora non sono guarito in modo che non stimi che mi debbe esser giovevole molto l'intenderne l'opinione altrui: però ditemi qual dolore ella sia. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Poi che voi così volete, io sono costretto di compiacervi, benché a persona più intendente de la natura sua potreste dimandarne. Dico adunque ch'ella è dolore de l'altrui bene, come giudicò il vostro Petrarca dicendo:

<quote rend="block"><lg>
<l>Che d'altrui ben, quasi suo mal, si duole. </l>
</lg></quote></p>
    </sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque alcuno il quale si dolesse de l'onore del suo nemico sarebbe geloso, e geloso parimente chi sentisse dolore perch'alcun suo compagno o eguale avesse conseguita qualche gloriosa vittoria, o qualch'inferiore fosse asceso ad alcuna sublime degnità. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Non sarebbe dolore di gelosia, ma d'emulazione più tosto: percioché la emulazione è de' beni orrevoli, ma gelosia di quelli che sono degni d'amore. Direm dunque che la prima sia una melanconia overo un dolore per la presenza di sì fatti beni, i quali noi ancora possiamo conseguire se gli rimiriamo ne' simili di natura, non perché siano in altrui, ma perché manchino a noi medesimi; la seconda un simile affanno per la bellezza che si ritrovi ne la persona amata, della quale temiamo ch'altri sia possessore. E perciò è irragionevol cosa e brutta, e dirò ancora meritevole di biasimo, il lamentarsi perché ci manchi

<quote rend="block"><lg>
<l>Questo nostro caduco e fragil bene, </l>
<l>Ch'è vento ed ombra, ed ha nome beltate. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma il dolersi nel difetto de' beni orrevoli è giusta cosa; laonde è giusta l'emulazione, e passione d'uomini giusti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma ditemi: può essere alcun dolore acerbo senza acerbità? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Non può in alcuna maniera. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> né aspro senza asprezza? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> né questo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p> né onesto senza onestà, né laudevole senza lode? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Vi si concede. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque né giusto senza giustizia. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> né giusto senza giustizia. Ma non intendo ancora perché questo abbiate voluto conchiudere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io il dico perché mi pare che dove sia la giustizia non sia mancamento d'alcun bene onorevole: percioché la giustizia contiene in sé tutte l'altre virtù. Ma ciò ripugna a quello che poco inanzi diceste, che l'emulazione sia dolore per la presenza de' beni orrevoli, de' quali negli altri è abbondanza e in noi medesimi difetto: percioché, se questo dolore non è senza giustizia, è senza mancamento degli altri beni. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Quasi io chiami beni orrevoli le virtù che sono contenute da la giustizia, come voi dite, e non più tosto le dignità e gli altri premi ch'a' giusti sono conceduti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma quali chiamate voi beni orrevoli? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C. </speaker><p> Quelli che sono degni d'onore. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque l'onore non è bene orrevole: perché, se ciò diceste, crederei che voleste di me prender gioco. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> E perché prender gioco? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Perché la degnità è una specie d'onore; laonde, se la degnità fosse bene orrevole, ne seguirebbe che l'onore fosse degno d'onore: e questo mi pare uno scherzo. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Non ciascuna cosa dee considerarsi così essattamente o più tosto così sottilmente come a me pare che voi andiate considerando: anzi sarebbe amabil cosa il trattarne in modo e figura più grossa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque odioso vi sarà l'andarne più deligentemente investigando: e io per non esser tale mi tacerò, perché son tanto vago del vostro amore quanto de l'essere onorato. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Cercate quel che vi piace; ma v'avertisco ch'amabili sono quelle cose le quali son fatte secondo a la natura si conviene: laonde non dovete trattar questa materia altramente di quel ch'ella ricerchi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E io così mi sforzerò di fare, e però ne parlerò con que' termini co' quali gli altri sono usi di ragionarne. E perché voi avete distinta l'emulazione da la gelosia, dicendo che l'una è de' beni orrevoli, l'altra degli amabili dico che, se i beni onorevoli son quelli che son degni d'onore, amabili veramente saranno quelli che son meritevoli d'amore. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C. </speaker><p> Così è senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma che chiamate voi onore? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Il premio de la virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E l'amore a chi suole esser conceduto, a quelli che de la virtù sono privati o pur a coloro che ne sono possessori? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> A' possessori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque l'amore anch'esso è premio de la virtù e, se dritto estimo, niuno altro premio più degno ha la virtù che l'amore. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> E questo che monta? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Che l'onore e l'amore siano l'istesso, e gli istessi beni sian quelli che d'onore e quelli che d'amore sono meritevoli, o almeno gli uni con gli altri si convertono in guisa che gli amabili sono orrevoli e gli orrevoli amabili; e da gli uni procede la emulazione gelosa e da gli altri l'emula gelosia, o pur insieme dagli uni e dagli altri l'una e l'altra passione: il che mi pare ch'accennasse ancora quel vostro poeta, quando egli de la bellezza d'Enea così maravigliosamente ragionò:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>...Et laetos oculis afflavit honores. </l>
</lg></quote></p>

<p>Percioché l'onor de gli occhi non è altro che l'amore; laonde l'emulazione, ch'è de' beni degni d'onore, e la gelosia, la qual è di quelli che meritano amore, saranno ancora l'istesso affetto, tuttoché i nomi siano differenti: e chi gli chiamò con l'istesso nome o pur con quel di zelo, che tanto gli assomiglia, assai a dentro conobbe la sua natura. Dunque, se l'uno affetto è giusto, l'altro non è irragionevole, come diceste; ma l'uno e l'altro degno di lode parimente. Ma peraventura voi non parlaste così per opinione che portiate de la gelosia come di rea cosa e malvagia, ma perch'io, stimandola sì fatta, mi guardassi un'altra volta di concedermele in preda così miseramente. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> E come non è ella rea? Non vi soviene d'aver letto:

<quote rend="block"><lg>
<l>Qual dolce più, qual più giocondo stato</l>
<l>Saria di quel d'un amoroso core; </l>
<l>Qual viver più felice e più beato</l>
<l>Che ritrovarsi in compagnia d'Amore, </l>
<l>Se l'uom non fosse sempre stimolato</l>
<l>Da quel sospetto rio, da quel timore, </l>
<l>Da quel furor, da quella frenesia, </l>
<l>Da quella rabbia detta gelosia? </l>
</lg></quote></p>
</sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Molte cose, e tutte ree, accompagna insieme questo famoso poeta in biasimo e in vituperio de la gelosia; ma debbiam noi credere quel ch'egli dice? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Egli fu non solamente gran poeta, ma ancora grande innamorato: laonde, ragionando egli de le amorose passioni, se gli dee prestar credenza. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque conceder debbiamo che la gelosia sia un timore, poi che da lui in tal modo è nominato. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Debbiamo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E voi poco inanzi diceste ch'era dolore. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Dissi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque egli è dolore e timore insieme. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Vi pare forse questa cosa sconvenevole? Non avete voi letto:

<quote rend="block"><lg>
<l>Del presente mi godo e meglio aspetto?</l>
</lg></quote></p>

<p>E s'egli si può godere insieme e aspettar meglio, può dolersi e temere: perché così il godere è contrario al dolersi come l'espettazione del bene a quella del male; e se i poeti non vi muovono, vi muova filosofo di così grande autorità com'è Aristotele, il quale, del timor parlando, se ben mi ramento, disse ch'egli si doleva. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or ditemi: che chiamate voi espettazion di male? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Il timore. </p></sp>
	<sp><speaker> </speaker><p>F.N. Ma l'espettazione è de le cose future o de le presenti? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> De le future. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque il timor sarà espettazione di futuro male; e se il dolore è del presente, poiché si oppone al godere, ne seguirà che la gelosia, la quale è, come voi stimate, dolore e insieme timore, sia di male presente e di futuro: il che pare impossibile. E peraventura, quando il Petrarca disse ch'egli godeva del presente e aspettava meglio, non volle intendere ch'un affetto solo dell'animo suo risguardasse a' tempi diversi, ma più tosto ch'egli fosse sottoposto a diverse passioni: e parimente l'autorità che voi mi recate da le scuole de' Peripatetici altro non prova se non che 'l timido possa dolersi, ma non si duole peraventura in quanto egli è pauroso; ma voi, d'una sola passione ragionando, volete ch'ella sia del mal presente e del futuro. Oltre di ciò colui ch'aspetta alcun male è solito di fuggirne, e 'l timore istesso è fuga; ma colui che si duole è sopragiunto dal male e quasi preso e occupato, come suole esser la fera alcuna volta dal cacciatore: però disse quel poeta:

<quote rend="block"><lg>
<l>Gran duol mi prese il cor quando l'intesi.</l>
</lg></quote></p>

<p>E in questa maniera essendo egli preso, si ferma l'animo nel dolore; ma 'l fuggire e lo star fermo, o pur il moto e la quiete, non possono stare insieme. Qual dunque lasceremo indietro di queste due opinioni, la prima, che sia dolore, o pur questa seconda, che sia timore? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Lasciam quella che vuole che sia minore il male, perché ci sforzaremo di lasciare insieme la gelosia, ch'è pessima cosa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E dove credete voi che 'l male sia minore? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Dove è minor l'inquietudine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque nel dolore, perché 'l timore fa l'uomo inquietissimo; ma nel dolore avendo l'uomo perduta la speranza, s'acqueta ne la disperazione. Tutta volta il timore, come abbiam detto, è espettazione del male. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> È. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N. </speaker><p> E le cose aspettate sono lontane. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C. </speaker><p> Sono. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N. </speaker><p> Dunque la lontananza del male accresce il male: e se ciò è vero, quando non abbiam la febbre, ella sarà maggiore, e maggiore il male di stomaco o di fianco quando non ci molesta. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C. </speaker><p> Queste sono conclusioni impossibili. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Da false proposizioni dunque debbono esser procedute: non sarà dunque vero che l'inquietudine sia il maggior male, anzi, poi ch'ella è aspettazione di male o di bene, non sarà male o bene in alcuna maniera; e dovendo noi ritenerci quella opinione secondo la quale stimiamo la gelosia il male più grave, riterremo quella che la pone nel dolore. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p>Riterremo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tutta volta il dolore somiglia anzi la quiete che l'inquietudine, ma quiete violenta e simile a quella del fuoco o d'altro corpo che sia ritenuto a forza in quel luogo che non gli è naturale: percioché, quando s'acqueta nel piacere, trova la quiete in cosa assai conforme a la sua natura; ma quando egli si ferma nel dolore, in cosa molto contraria è ritardato mal suo grado, quasi disperando di potersene fuggire. Laonde, essendo la gelosia inquietudine grandissima, par che più convenevolmente timore sia giudicata. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> O sia timore o dolore, poco rileva; basta ch'ella sia una fiera passione degli animi nostri, perturbatrice de' nostri riposi e contaminatrice de' nostri diletti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma concedendomi voi ch'ella sia una specie di timore, consideriamo quel ch'avenga ne l'altre specie, per conoscere quel ch'in questa sia conveniente: e cominciando dal timor de la morte, non vi pare ch'egli possa essere in guisa moderato che riceva quel'abito ch'è detto fortezza, onde coloro che ne le tempeste del mare, fra' turbini e le procelle, si lamentano, non vedendo altro testimonio de la morte che 'l cielo oscurissimo e 'l mare grosissimo e gonfiato, ne le battaglie terrestri e ne le maritime, negli assalti e ne le difese de le città e negli assedî sogliono stimare che la morte sia non il fine de la vita, ma più tosto e l'onore e la gloria che si perpetua e si conserva ne la memoria de tutte l'età e di tutte le nazioni? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Sì certo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E parimente il timor de l'infamia riceve una laudevol disposizione, la qual è detta vergogna. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Parimente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Laonde questo effetto ancora, scemando quello ch'è in lui soverchio e riducendosi a bella e, per così dire, aurea mediocrità, diverrà nobile e graziosa virtù, per la quale, temendo l'amante di perder la grazia de la sua donna, temerà in conseguenza di far cosa per cui la perda meritamente: laonde d'intemperante diverrà temperato, d'avaro liberale, di timido forte, di vile magnanimo; e in questo modo la gelosia sarà cagione che l'animo s'adorni di tutte le virtù, come ne' lucidi sereni della notte veggiam el cielo di tutte le stelle esser risplendente: e questa forse è la cagione ch'alcuni il colore ceruleo o cilestro le abbiano assegnato. Se dunque tale è la gelosia, non è di così fiera e maligna natura come poco inanzi la figuraste. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Voi avete dipinta così bella la gelosia ch'Amore istesso ne potrebbe divenire geloso in guisa che da lei non si volesse mai discompagnare; né vi bastando i nostri colori, sete ricorso a quelli del cielo, i quali molte fiate i pittori indarno procurano d'assomigliare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Veramente io così stimo che, sì come l'ombra accompagna il corpo e 'l raggio segue la luce, così l'amore umano sempre da la gelosia vada accompagnato; ma la compagnia d'una virtù, che non è solamente virtù di costume, ma cagione che l'altre siano acquistate, non dee in alcun modo parerle odiosa: e questo, se non m'inganno, fa quel freno il qual rivolse e strinse il Petrarca,

<quote rend="block"><lg>
<l>Spesso come caval fren che vaneggia. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma udiamo quel che ne dice più chiaramente Dante nel <emph>Purgatorio</emph>, parlando di messer Nino, il qual

<quote rend="block"><lg>
	<l>Così dicea, segnato de la stampa</l>
<l>Di quel diritto zelo</l>
<l>Che misuratamente in core avampa. </l>
</lg></quote></p>
</sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Mi ricordo aver letti i versi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma s'egli è zelo diritto ch'avampi moderatamente, è virtù; percioché tale è la moderazione de le passioni. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Così pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque non solo ella qua giù fra gli uomini è virtù morale, ma virtù purgatoria ancora. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Così si può raccorre da questo poeta. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or, se vi piace, ascendiamo dal purgatorio al cielo e riguardianlo ne l'anima già purgata di Laura, de la quale dice il Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
	<l>...Sì gelosa e pia</l>
<l>Torna ov'io son, temendo non fra via</l>
<l>Mi stanchi, o 'n dietro o da man manca io giri.</l>
</lg></quote></p>
</sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Veramente niuna più laudevol compagnia potrebbe esser data al geloso che quella de la pietà. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma sollevianci ancora più, se pur alcuna ala può bastare a volo così grande e così maraviglioso, e riguardianla con l'altre virtù essemplari in Dio, il quale è detto <emph>zelator</emph>, che ne la nostra favella sonerebbe “geloso”. Laonde convenevolmente disse alcun poeta moderno, ma pur assai buon poeta:

<quote rend="block"><lg>
<l>E con eterno ed amoroso zelo</l>
<l>E criare e nutrir tutti i viventi. </l>
</lg></quote></p>

<p>Così di grado in grado abbiamo veduta che la gelosia negli uomini è virtù morale, negli animi che si purgano virtù purgatoria, e virtù d'animo già purgato in quelli che sono in cielo, s'è lecito di parlar con le parole de' poeti, cotanto gloriosamente accolti, e virtù essemplare in Dio. De le quali cose, quando io cominciai a ragionare, non mi ricordava; ma poi, dubbitando per le cose da voi avisate, mi sono ritornate in memoria in quel modo che l'uno per l'altro contrario suole molte volte ritornarci. Ma pur, essendo elle dette da' poeti, i quali alcuna fiata parlano cose diverse, alcuna contrarie, non saranno peraventura credute. </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> L'autorità de' poeti è grandissima; e quando essi dicono alcuna cosa falsa o pur opposta ad altra già detta da loro, non sogliono parlare secondo la propria opinione, ma secondo quella de' volgari, la quale è da loro seguita perché stimano di potere assai acconciamente persuaderla. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se noi da' poeti non vogliamo essere ingannati, come potremo avvederci quando essi seguono il parere altrui e quando il loro medesimo? Percioché, quando introducono a ragionare, come più degli altri fanno Omero e Vergilio e Dante, agevolmente debbiam lor concedere che dicono cose convenevoli alle persone de le quali sono quasi vestite, vere o false ch'elle siano; ma parlando in persona propria, non pare che debbano dire se non il vero. E perch'il vero al vero non è contrario, niuna contradizione dee ritrovarsi ne' detti di buon poeta; e pur alcuna se ne ritrova, perch'i poeti assomigliano spesso l'amante o lo sdegnoso ancora, da se stessi ragionando; e si può quasi dire che lo sdegno e l'amore sia quel che parli, e non l'intelletto, di maniera che le cose da lor dette sono anzi affettuose che vere. Tuttavolta essi, talora seperandosi da queste passioni, più tosto divini che umani paiono ne le poesie: e ciò essi fanno più spesso che l'altre volte quando de le cose divine sogliono favellare, ne le quali ciascuno errore sarebbe più dannoso e più biasimevole eziandio di tutti quelli che si possono prendere ne le umane, de le quali è proprio l'errare. Lascisi dunque ogni fallo e ogni inganno, ogni varietà e ogni mutazione in questa sfera delle cose che si generano e si corrompono, la quale è regno de la menzogna, albergo de la falsità e abitazione de l'incostanza: come fecero Dante e 'l Petrarca, i quali, parlando de gli animi seperati e immortali, non istimo ch'in alcun modo s'ingannasero, né volsero gli altri ingannare, quantunque alcuna fiata gli altissimi misteri sotto leggiadrissimo velo elegessero di ricoprire. Laonde tutto quello che fu detto da quelli uomini maravigliosi de la gelosia e degli animi che si purgano e di quelli che sono già purgati, istimo che sia detto non men veracemente che leggiadramente; ma quando poetarono de' nostri affetti, di leggieri si può lor perdonare ch'affettuosamente ne poetassero. E a voi che ne pare convenevole? </p></sp>
	<sp><speaker>C.C.</speaker><p> Quello che ne dice un di questi medesimi poeti:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ove sia chi per prova intenda amore,</l>
<l>Spero trovar pietà, non che perdono.</l>
</lg></quote></p>

<p>Ma queste cose si volgono e rivolgono come a l'uom piace: laonde ciascuno può starsene con la sua opinione.</p></sp>

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</body>
</text>
</TEI.2>
