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<TEI.2>
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            <title>Dissertazione sopra gli attributi, e la provvidenza dell'essere supremo</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>21070 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit000852</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
         </samplingDecl>
         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
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            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
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            <date>800</date>
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            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
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            <keywords scheme="CGB">
               <term>Trattati</term>
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            <item>Digitalizzazione</item>
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         <div1>
            <head>SOPRA GLI ATTRIBUTI, E LA PROVVIDENZA DELL'ESSERE SUPREMO</head>
            <p>La cognizione della esistenza del Supremo Essere ci porta necessariamente a quella de' suoi attributi, e della sua Provvidenza. Per quanto debole, ed inferma sia la pupilla della ragione incapace di sopportare l'abbagliante fulgore delle proprietà del Divino Essere perfettissimo noi possiam però contemplar come da lungi i suoi altissimi attributi convenienti, anzi necessariamente inerenti alla sua essenza. Nè da questi, vuolsi disgiungere quella insigne, e felice Provvidenza, colla quale il Supremo Essere modera, e regge tutte le mondane vicende indirizzandole mai sempre a quel fine, che sommamente è degno della sua essenza, vale a dire alla gloria di se medesimo, Provvidenza, che sola è capace di render l'uomo sicuro, e tranquillo in mezzo alle torbide procelle di questa tempestosa vita mortale. Gli attributi adunque, e la provvidenza dell'Ente supremo formano al presente gli assunti del nostro discorso. Noi tenterem di manifestare col più esatto raziocinio la convenienza dei primi alla essenza Divina, e di mostrare co' più forti argomenti la realtà della seconda a fronte de' sofismi ingannevoli de' non mai abbastanza detestati increduli nemici della verità, la quale sarà mai sempre la guida, la base, e lo scopo di ogni nostro ragionamento.</p>
            <p>Dio è l'Essere supremo <quote>
                  <p>«giacchè,</p>
               </quote> al dir di un moderno filosofo, <quote>
                  <p>da niuno dipende chi è da se stesso: e tutto dipende da lui, che ha in se la ragion adeguata dell'essere di ogni cosa. Egli è perfettissimo,</p>
               </quote> aggiunge il citato Autore, <quote>
                  <p>poichè perfezione veruna mancar non può a chi, essendo da se medesimo la pienezza dell'essere essenzialmente contiene, nè da ragione alcuna esser può limitato»</p>
               </quote>. Se dunque è Dio un essere sommamente perfetto debbono nella sua essenza contenersi tutte le perfezioni in grado eccellentemente sommo, ed infinito. Dio conosce dunque se medesimo, e tutto ciò, che ad esso appartiene, nè questa cognizione è confusa, o successiva come quella, che ha di se medesima l'anima umana, la quale non può con un atto unico ravvisare, e conoscere tutte insieme le sua proprietà, cosa, che al solo Ente Supremo essenzialmente conviene, ma distinta, e simultanea, cioè capace di distinguere, e conoscere tutti i di lui attributi con un atto unico, e solo.</p>
            <p>Dio conosce eziandìo tutti gli enti, nè questa cognizione si estende soltanto agli esseri realmente, ed attualmente esistenti, ma ancora agli esseri meramente possibili, ed è ancor essa distintissima, e simultanea.</p>
            <p>Dio conosce tutte le verità, la loro unione, il loro seguito, la loro corrispondenza per mezzo di una ragione assolutamente somma, ed infinita, la quale fa, che egli con un atto unico conosca simultaneamente il principio, e la conseguenza senza far passaggio dall'uno all'altra. Egli è infatti evidente, che la ragionevolezza è una perfezione dell'anima umana, il che non può mettersi in dubbio, e posto ciò convenendo all'Ente supremo tutte le perfezioni in grado assolutamente sommo vedesi chiaramente convenire a Dio un eminente perfettissimo raziocinio ad ogni umano intelletto incomprensibile.</p>
            <p>Dio conosce perfettamente, e prevede il futuro giacchè avendone ancor l'uomo qualche benchè debole cognizione Dio, che tutte le perfezioni essenzialmente contiene in grado eccellentemente sommo deve questa altresì possedere scevra di ogni imperfezione. Dicesi scienza di visione, o previdenza quella, per cui Dio prevede le cose future, ed appellasi scienza di semplice intelligenza, quella per cui Dio conosce le cose meramente possibili. Chiamasi finalmente scienza media quella, per cui Dio conosce i futuri condizionali, ossìa ciò, che accaderebbe qualora avesse luogo una data circostanza. Quelli, che riguardano i futuri condizionali come cose meramente possibili tolgono la scienza media riducendola a quella di semplice intelligenza.</p>
            <p>Dio è un essere pienamente libero per essenza come quello, che le cose tutte liberamente creò, e compose lasciando agli esseri ragionevoli la facoltà di liberamente determinarsi, facoltà, che come essenzial perfezione deve necessariamente ad esso appartenere in grado assolutamente sommo.</p>
            <p>Dio è immutabile sì nelle sue perfezioni, che ne' suoi decreti. Egli diffatto non può nè acquistare, nè perdere alcuna delle prime, mentre se ciò fosse egli mancar potrebbe di qualche perfezione, o perduta, o non peranco acquistata, e per conseguenza non sarebbe sommamente perfetto. Dio è dunque immutabile nelle sue perfezioni. Egli lo è ancora ne' suoi decreti mentre sin da tutta l'eternità conobbe, ed ebbe a se presenti quelle ragioni di volere una cosa, che conosce al dì d'oggi nè può per conseguenza giammai cangiare gl'immutabili suoi decreti.</p>
            <p>Dio è ne' suoi voleri sommamente saggio mentre egli non può giammai volere il male, nè proporselo per fine ripugnando ciò alla sua essenza. Nè la moltitudine de' mali metafisici, fisici, e morali, che nel mondo ritrovasi si oppone in modo alcuno a questa infinita Divina Sapienza, giacchè <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«neque Deus Omnipotens ullo modo sineret mali esse aliquid in operibus suis, nisi usque adeo esset omnipotens, et bonus ut bene faceret etiam de malo»</foreign>
                  </p>
               </quote> come il grande <hi rend="italic">S. Agostino</hi> esprimesi nel capo II. del suo <title>Enchiridio</title>.</p>
            <p>Dio è un essere semplicissimo, e spirituale giacchè qualsivoglia Ente materiale, e composto involge imperfezione nelle parti ed un essere perfettissimo non può contenere nella sua essenza imperfezione alcuna.</p>
            <p>Dio possiede in grado eminente e la potenza, e la giustizia, e la veracità, e la clemenza perfezioni, che appartenendo in qualche modo ancora all'uomo debbono secondo lo stabilito principio contenersi nella essenza Divina in grado assolutamente sommo.</p>
            <p>Dio è beato, giacchè, <quote>
                  <p>«egli,</p>
               </quote> come esprimesi un moderno scrittore, <quote>
                  <p>se stesso comprende, che è infinito vero: se stesso ama, che è infinito bene: da tal conoscenza, ed amore una gioja infinita ridonda: tutto ciò la vera beatitudine costituisce; e tutto ciò è una cosa stessa in Dio, cioè la sua medesima essenza: dunque Iddio è beato, ed essenzialmente beato, e infinitamente beato.</p>
               </quote>
            </p>
            <p>
               <quote>
                  <p>Iddio,</p>
               </quote> segue egli, <quote>
                  <p>è la beatitudine delle creature ragionevoli: giacchè essendo la beatitudine, o sia ultima felicità uno stato per la comprensione di tutti i beni perfetto, e questi beni tutti trovandosi in Dio, ch'è l'Essere perfettissimo, chi giugne a possederlo, veggendolo è pienamente felice; poichè non v'ha più desiderio alcuno in lui, che non sia del tutto satollo: siccome per ciascheduno scorrendo dimostra S. Tommaso. Iddio adunque è la nostra sovrana beatitudine».</p>
               </quote>
            </p>
            <p>Dio è immenso, ed esiste in ogni luogo <quote>
                  <p>«perciocchè,</p>
               </quote> al dir dell'Abbate Sauri, <quote>
                  <p>se potesse darsi che Dio non fosse in una qualche parte del mondo, si potrebbe supporre eziandio, ch'egli non esistesse nella parte vicina, e così nelle altre. Si potrebbe supporre altresì, ch'egli non esistesse in verun luogo, e conseguentemente, ch'egli non esistesse. Dunque egli esiste per tutto, ed è immenso».</p>
               </quote>
            </p>
            <p>Dio è uno. La importanza di questo attributo è tale, che tolta la unità di Dio non può affermarsi la di lui esistenza. <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Deus si unus non est, non est»</foreign>
                  </p>
               </quote> come esprimesi Tertulliano nel libro primo contro Marcione. E diffatto se si ammettesse la pluralità de' Numi dovrebbon questi necessariamente esser enti imperfetti, giacchè, per servirmi delle parole dal chiarissimo P. Paolo Segneri poste nell'aureo suo libro dell'Incredulo senza scusa, <quote>
                  <p>«per qual via dovrebbon distinguersi l'un dall'altro? Per via di qualche perfezione diversa, che in loro fosse, o d'imperfezione? Per via d'imperfezione non è possibile perchè il Bene sommo debbe essere Bene esente d'ogni difetto. Dunque converrebbe, che si distinguessero a forza di perfezioni. Ma come ciò se il Bene sommo non può non accorle tutte? Niun di loro in tal caso sarebbe Dio, mentre a ciascun di loro mancherebbe quel pregio, che fosse il proprio, e il preciso del suo consorte. Dunque Iddio non può essere mai più d'uno: <foreign lang="lat">Porro nihil summum bonum, nisi plenis viribus unum...</foreign> Oltre a che: o questa pluralità sarebbe dispiacevole a ciascun Dio, e ne seguirebbe, che ciascun di loro fosse infelice, mentre dovrebbe fra' suoi contenti divorare questa amarezza di haver collega, senza poterla mai digerire: o non sarebbe dispiacevole punto, e ne seguirebbe, che ciascuno fosse insensato mentre non sentirebbe un difetto, inevitabile al pari, ed interminabile, che non potrebbe dargli altro che confusione: tanto più, che da quelle ingiurie, che Dio riporta ogni giorno da' peccatori, può cavar qualche gloria, che le compensi. Ma quale gloria potrebbe un Dio ricavare da quei discapiti, che riportasse dall'altro di Monarchìa? Sarebbono di lor genere incompensabili. Adunque tanto è volere multiplicar la Divinità quanto è volere annullarla».</p>
               </quote>
               <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Multitudo Numinum, nullitas Numinum»</foreign>
                  </p>
               </quote> lo disse già Atanasio, e Tertulliano ci fe' avvisati di cercar la prova della unità di Dio nella sua essenza. <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Deum ut scias unum esse debere, quare quid sit Deus».</foreign>
                  </p>
               </quote> Par che, lo stesso Sofocle, conoscesse Iddio uno, e tale lo confessasse in que' suoi versi:
<quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>«Un solo invero è Dio, lui, che la terra,</l>
                     <l>E il ciel creò, lui, che del mare ai flutti,</l>
                     <l>E de' venti diè legge al soffio, all'ira.</l>
                     <l>Ma noi ciechi mortali altari ergemmo</l>
                     <l>A finti Numi, e simolacri ergemmo,</l>
                     <l>O d'avorio formati, o bronzo, o marmo:</l>
                     <l>Stolti pietà crediamo in pazze feste</l>
                     <l>Invano ad essi offrir vittime, e sangue..</l>
                  </lg>
               </quote>
            </p>
            <p>Ma vegliante sempre, ed intento a proteggere il suo Ateismo ci oppon qui il Bayle stoltamente, che il Politeismo è confermato dal consenso di tutte quasi le nazioni, le quali per gran tempo prestaron fede alla mitologia, dal che vuol egli inferire, che essendo il Politeismo affatto mostruoso, ed irragionevole, e non potendo per niun modo valere a dimostrarlo l'universal consenso delle genti, non potrà questo dimostrar neppure la esistenza dell'Essere Supremo. Noi ci serviremo per ribattere questa obbjezione di Bayle delle parole di Mr. Bernard, suo famoso avversario, il quale indirizzando al medesimo le sue parole così si esprime. <quote>
                  <p>«Voi mi dite, che tutti coloro, i quali hanno creduta una Divinità, hanno altresì creduta la pluralità degli Dei: se dunque il sentimento loro prova cosa alcuna, prova, e assai meglio l'esistenza di più Dei, che un Dio solo. Io rispondo, che se tutti i popoli del mondo si fossero sempre accordati, e oggi pur s'accordassero in credere un certo fisso numero di Divinità; e tali Divinità determinate; sarebbe egli questo un forte argomento per asserire, che tutte esistano coteste Divinità: ma la cosa non va in tal modo. Dopo che tutti gli uomini detto hanno con una voce comune: havvi una Divinità, si dividono in una infinità di sette differenti, e non si trovan due popoli, che ammettano nè gli stessi, nè il numero stesso di Dei. Quando parlano con un linguaggio medesimo, io gli ascolto, perchè credo essere questa la voce della natura: Ma da che più non s'accordano, e parlano diversamente, io comincio a disaminare chi ha il torto, e chi 'l diritto. Ed in qual foggia potrà provarsi, che tutti i popoli abbiano creduto sempre il Politeismo? Forse col testimonio d'Orfeo, d'Omero, o d'Esiodo? Ma facciasi l'onore a Mosè d'accordargli tanto d'autorità, quanto a questi tre antichi Poeti. Che se gli può conceder di meno? Or questo antico Legislatore m'insegna essere scorsi più di due mill'anni, senza che i popoli abbian pensato alla pluralità degli Dei: conciòsiacosachè se pensata vi avessero, detta ei ce ne avrebbe alcuna cosa. Evvi di più qualche apparenza di credere, che il Politeismo più antico non sia della Torre di Babilonia: come dunque potrà ei vantarsi d'un consenso tanto uniforme quanto lo ha il Deismo?</p>
               </quote> (cioè il sistema, che ammette un solo Dio). <quote>
                  <p>I Politeisti collo ammetter più Dei, ne stabiliscono uno: ma tutti i popoli, che non hanno riconosciuto, che un Dio, non hanno certamente ammesso il Politeismo... Io non credo, che debba farci impressione ciò, che si dice intorno all'autorità del maggior numero, e intorno all'argomento, che i Pagani quinci prendono, per rigettare il Cristianesimo. Imperciocchè e qual'è mai quella Nazion tra' Pagani, che abbia potuto mostrare, che la sua opinione in materia di Religione, era allora, ed era stata mai sempre di consenso unanime ricevuta? Come poteasi far ciò, se sapevan eglino la nascita della maggior parte de' suoi Dei... e se ciò che adorato era presso d'una nazione, era dalla nazione vicina sagrificato a quegli Dei, ch'essa adorava? Non bisogna lasciarsi abbagliare su questo punto. I Greci sono stati i primi ad ingannarci, indi i Latini, mentre degli altri popoli favellando, detto ci hanno, ch'essi adoravano un Giove, un Marte, una Venere, e tutte le Divinità medesime, che presso i Greci, e Latini erano adorate. Qualche leggiere somiglianza ha fatto loro soventi fiate prendere per le proprie loro Divinità, Dei onninamente diversi. Non vi ha dunque uniformità nel Politeismo; per la qual cosa la conseguenza, che si può trarre da tutte queste differenti opinioni si è, che tutte le nazioni si sono accordate nel riconoscere, che havvi una Divinità: e questa è appunto la conseguenza, che noi caviamo. Il Politeismo è troppo svariato per poter cosa alcuna in suo favore dedurne».</p>
               </quote>
            </p>
            <p>Dio provvede a tutto. Alcun sensato Filosofo dubitar non può di questa verità, qualora la invariata, inconcussa compagine contempli di tutti i corpi. <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Quis hunc hominem dixerit,</foreign>
                  </p>
               </quote> esclama M. Tullio, <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">qui cum tam certos coeli motus, tam ratos astrorum ordines, tamque omnia inter se connexa, et apta viderit neget in his ullam inesse rationem, eaque casu fieri dicat, quae quanto consilio gerantur nullo consilio assequi possumus?»</foreign>
                  </p>
               </quote> ed altrove <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Cum videmus speciem primum candoremque coeli; deinde conversionis celeritatem tantam, quantam cogitare non possumus; tum vicissitudines dierum, atque noctium, commutationesque temporum quadripartitas, ad maturi[ta]tem frugum, et ad temperationem corporum aptas; eorumque omnium moderatorem, et ducem Solem; Lunamque accretione, et diminutione luminis, quasi fastorum notantem, et significantem dies; tum in eodem orbe in XII. partes distributo, quinque stellas ferri, eosdem cursus constantissime servantes, disparibus inter se motibus; nocturnamque coeli formam undique sideribus ornatam; tum globum terrae eminentem e mari, fixum in medio mundi universi loco, duabus oris distantibus habitabilem, et cultum: quarum altera, quam nos incolimus, sub axe posita ad stellas septem unde
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                                    <foreign lang="lat">Horrifer</foreign>
                                 </head>
                                 <lg>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Aquilonis stridor gelidas molitur nives:</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">altera Australis, ignota nobis, quam vocant</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Graeci</foreign>
                                       <foreign lang="grc">αντίχθων</foreign>
                                       <foreign lang="lat">coeteras partes incultas, quod aut</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">frigore rigeant, aut urantur calore: hic autem,</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">ubi habitamus, non intermittit suo tempore</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Coelum nitescere, arbores frondescere,</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Vites letificae pampinis pubescere,</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Rami baccarum ubertate incurvescere,</foreign>
                                    </l>
                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Segetes largiri fruges, florere omnia,</foreign>
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                                    <l>
                                       <foreign lang="lat">Fontes scatere, herbis prata convestirier</foreign>
                                    </l>
                                 </lg>
                              </body>
                           </text>
                        </quote>
tum multitudinem pecudum partim ad vescendum, partim ad cultus agrorum, partim ad vehendum, partim ad corpora vestienda; hominemque ipsum, quasi contemplatorem coeli, ac deorum, ipsorumque cultorem; atque hominis utilitati agros omnes, et maria parentia. </foreign>
                  </p>
               </quote>
            </p>
            <p>
               <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">Haec igitur, et alia innumerabilia cum cernimus, possumusne dubitare, quin his praesit aliquis, vel effector, si haec nata sunt, ut Platoni videtur: vel, si semper fuerint, ut Aristoteli placet, moderator tanti operis, et muneris?»</foreign>
                  </p>
               </quote>
            </p>
            <p>Ed infatti egli è certo, che Dio le cose tutte conserva con una continuata creazione, poichè non si richiede minor forza a far sì, che la creatura perseveri ad esistere di quella, che è necessaria a fare, che essa cominci ad esistere, nè la esistenza di una cosa nel passato istante esser può sufficiente ragione della sua esistenza nell'istante, che segue, laonde è necessario, che la esistenza venga continuamente data all'essere da colui, che esiste per se medesimo. D'altronde egli è certo, che Dio non può non diriggere tutti i mondani eventi alla gloria di se medesimo, il che posto egli è evidentemente manifesto, che Dio alle cose tutte universalmente, e perpetuamente provvede. Nè vale l'opporre, esser la Divina Provvidenza contraria alla umana libertà, la quale non potrebbe, come dicesi, determinarsi giammai se non a seconda del già prescritto ordine di cose, giacchè <quote>
                  <p>
                     <foreign lang="lat">«Non est consequens ut si certus sit ordo causarum, ideo nihil sit in nostrae voluntatis arbitrio; ipsae quippe voluntates in causarum ordine sunt»</foreign>
                  </p>
               </quote> come nel decimoquinto libro della Città di Dio si esprime il Santo Dottore Agostino.</p>
            <p>Ed ecco esposta in brevi parole, e raccolta una gran parte di quelle dottrine, che l'ultimo luogo tener sogliono fra i metafisici dogmi. Il disputare, e quistionare più sottilmente sopra alcune di esse si appartiene a quella scienza sublime, di cui l'Ente supremo è il principale oggetto, e non a quella, la quale non fa, che ricorrere ai deboli fonti dell'umana ragione.</p>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>